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Foto: J. Leeds - Aurora Photos / Corbis, F. Clay - eyevine / Contrasto

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I social network tirano fuori la parte pi infantile di noi. E danno dipendenza, come le sigarette. La dura accusa del saggista americano Andrew Keen
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rende stupidi
di Carola Frediani

ltro che regno della libert. Internet assomiglia sempre di pi a una specie di casa dello studente globale e abbacinante che ci incarcera in una vita forzosamente pubblica. Colpa dei social media, che frantumano la nostra identit costringendoci a vivere continuamente fuori da noi stessi. E che mettendoci a nudo, sacrificano la nostra privacy alla tirannia utilitaria delle corporation digitali. Almeno cos la pensa Andrew Keen nel suo ultimo libro Digital Vertigo: How Todays Online Social Revolution Is Dividing, Diminishing, and Disorienting Us. Ovvero come la rivoluzione in salsa social del Web che non risparmia nessuna attivit, neppure quelle pi tradizionalmente isolate e individualistiche, quali la lettura, ci sta traghettando in unera di ipervisibilit e di ipertrofia dellego. Con pesanti conseguenze sociali e psicologiche. Una tesi piuttosto forte che per, considerata la provenienza, non stupisce. Keen un saggista e imprenditore della Rete di origine britannica che ama fare il bastian contrario. Nel 2007 dest scalpore il suo Dilettanti.com, un saggiopamphlet in cui si scagliava contro il Web 2.0, la produzione amatoriale di contenuti e la loro condivisione gratuita. E il sottotitolo non lasciava spazio a compromessi: Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia. Una critica a Internet che per oggi, riformulata nel nuovo libro appena uscito sul mercato internazionale (per lItalia in corso una trattativa con un editore), si avvicina alle preoccupazioni espresse da altri intellettuali (e anche da molti utenti). Non stiamo cio cedendo troppo dei nostri dati e del nostro controllo sugli stessi alle grandi aziende della Rete? LEspresso lo ha chiesto a Andrew Keen. Lo su tre livelli. Il primo che Facebook - ma anche Google lhanno trasformata in un prodotto da vendere agli inserzionisti. E i consumatori, che sono sempre pi

spinti a essere trasparenti, a rivelarsi, finiscono col cedere informazioni e quindi potere alle aziende. Perch quelle stesse informazioni possono essere usate in tanti modi, anche per negare un lavoro o una copertura sanitaria. Il secondo livello che anche i governi usano i social media per aggregare dati sui cittadini, e noi gli abbiamo reso la vita facile. Pensiamo al film Le vite degli altri, agli sforzi che facevano servizi segreti come la Stasi per carpire informazioni personali: ora gliele cediamo noi in blocco. Infine, e veniamo al terzo livello della trappola, i social network creano dipendenza, proprio come le bibite o le sigarette: una dipendenza alimentata dal nostro narcisismo, dalla vertigine di poter dire al mondo che cosa facciamo, pensiamo, e preferiamo in ogni momento. Tirano cio fuori la nostra parte pi infantile, facendoci dimenticare che spesso siamo pi interessanti quando stiamo zitti.
Ma lei arriva addirittura a paragonare Mark Zuckerberg e gli altri imprenditori della Silicon Valley a Jeremy Bentham, il filosofo utilitarista che teorizz il panopticon, la prigione-modello in cui un solo controllore riesce a sorvegliare tutti i detenuti. Davvero c un legame?

berg cos che ci vede. E ricordo che il panopticon non era nato solo per le carceri, ma anche per le scuole e gli ospedali. I problemi che la societ digitale sta facendo affiorare oggi in modo plateale erano gi emersi allalba dellet industriale. La storia si sta ripetendo, non so se con una accentuazione pi tragica o farsesca.
E cosa ci porta a restare sui social network nonostante questi problemi?

chiaro che nessuno materialmente obbligato a rimanere su Facebook, ma di fatto starne fuori quasi impossibile. Perch, in una economia della conoscenza sempre pi individualizzata, siamo costretti continuamente a inventarci, a pubblicizzarci, a fare personal branding. Diciamo che solo le persone molto ricche o molto povere possono permettersi di ignorare la piattaforma di Zuckerberg. Io ad ogni modo non sono iscritto. ma una scelta che si accorda, per cos dire, col mio brand.
Ma qualcosa di buono in queste piattaforme ci sar, non crede? Ad esempio come mezzo di diffusione di notizie o di organizzazione dei cittadini

Hanno la stessa concezione dellessere umano, unidea infantile degli uomini come aggregazione di desideri. Zucker-

iL sAggistA Andrew keen. neLLALtrA PAginA: iL CAmPus di ununiversit AmeriCAnA

Naturalmente hanno anche effetti positivi, specie a livello politico, specie in Paesi autoritari, pensiamo allEgitto. E tuttavia per la loro stessa natura le mobilitazioni nate sui social media tendono a essere individualistiche, e non favoriscono la nascita di movimenti politici coesi. La Primavera araba, purtroppo, non si trasformata in estate. E anche Occupy Wall Street non ha fatto un salto di qualit.
Se dipendesse da lei, qual la prima cosa che cambierebbe dei social network?

Il modello di business. Farei pagare alle persone qualche dollaro al mese, ma garantirei loro la privacy. Credo che arriveranno presto delle piattaforme cos fatte.
Altrimenti?

Perch secondo lei la condivisione on line una trappola?

Il rischio di finire come la rana nella pentola, che non si accorge di bollire se la temperatura dellacqua cresce gradualmente. Non ci sar un momento netto in cui la privacy finisce, ma assisteremo alla cessione progressiva di un valore importante, la cui riduzione non pu che diminuirci come esseri umani.
12 luglio 2012 |

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Tecnologia

C chi sostiene: Io tanto non ho nulla da nascondere.

MArC zuCKErBErG

Una frase triste da dire. Forse si dice quando manca autoconsapevolezza.

Va bene, ma se questa lanalisi, cosa dovremmo fare? Educare le persone a salvaguardare la propria privacy? Intervenire a livello legislativo?

Foto: K. Hoshino - Afp / Getty Images

vero, e mi lasci dire, anche un po Leducazione sempre una soluzione deludente. Dilettanti.com fu denigranebulosa. E poi in questo caso si trattereb- to a tutto spiano, e la cosa mi divert be di insegnare a essere umani: come si fa? molto. Ora invece ovunque vada un Forse ha pi senso cercare di umanizzare coro di applausi, perfino dagli amici del il mondo digitale. Per andare sul concreto, mi piace molto il lavoro che sta facendo la commissaria europeaViviane Reding sulla tutela Andrew Keen non isolato nelle sue critiche al Web della privacy e sulla protezione dei 2.0. Ecco alcuni degli altri saggisti scettici. dati personali dei cittadini. Ma an- Nicholas Carr: autore di Internet ci rende stupidi? che sul diritto alloblio. Dobbiamo Come la rete sta cambiando il nostro cervello, insegnare a Internet a dimenticare; sottolinea come il Web ci stia riprogrammando, e dobbiamo incoraggiare gli im- offuscando la nostra capacit di concentrazione. prenditori a sviluppare tecnologie Sherry Turkle: professoressa al Mit di Boston, ha scritto Insieme da soli. Perch ci aspettiamosempre che ci diano il controllo dei nostri pi dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, un dati. Se vero, come dice il perso- saggio che esamina la dissociazione emotiva di utenti naggio di Sean Parker nel film The sempre connessi. Social Network, che dopo le fatto- Evgeny Morozov: studioso severo nei confronti di chi rie e le citt noi vivremo in Internet, vede in Twitter e Facebook un sostegno ai movimenti allora dobbiamo rendere la Rete un democratici. Emblematico il suo ultimo libro Lingenuit posto davvero abitabile. della rete. Il lato oscuro della libert di Internet.

una voce isolata e anche molto biasimata. Ora in buona compagnia: Nicholas Carr, Sherry Turkle, Jaron Lanier, Evgeny Morozov... La critica ai social media diventata una moda?

Partito pirata. Ironia della sorte, un mio articolo sulla Cnn relativo ai temi del libro ha raccolto 20 mila Mi Piace su Facebook. Ma il punto che tutte queste voci critiche provengono da persone immerse nel mondo tecnologico, e che non possono certo definirsi dei luddisti. Io stesso vivo in Silicon Valley e ho una trasmissione su TechCrunch, un sito di informazione hi-tech. Al contrario, non vedo in giro opere significative da parte dei social entusiasti.
Ha poi rivalutato i contenuti generati dagli utenti e la possibilit data a tutte le persone di usare Internet per dire qualcosa?

La carica degli scettici

Quando usc il suo libro Dilettanti. com, in cui si scagliava contro il mondo amatoriale e gratuito dei contenuti generati dagli utenti, era

Jaron Lanier: informatico americano, autore di Tu non sei un gadget, un libro in cui fra le altre cose prende le distanze dalla presunta saggezza delle folle.

Dilettanti.com era un libro che voleva far arrabbiare. Dopodich riconosco che esiste del valore in questa forma di produzione dal basso. Anche se credo ancora nella necessit di avere contenuti curati da professionisti. Alla fine, le mie tesi hanno tenuto meglio di quelle di Chris Anderson (direttore del mensile americano Wired e autore di libri come La coda lunga e Gratis, ndr): la sua teoria della coda lunga, lidea cio che la Rete potesse moltiplicare i mercati e i prodotti culturali, dando spazio alle nicchie, si rivelata essere soltanto un mito. n
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