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CONVEGNO EDUCARE NELLA SOCIET DELLA COMUNICAZIONE Leducazione al tempo di Internet e dei nuovi media di Marco Galloni Venerd

27 maggio 2011, presso lo Scout Center di largo dello Scoutismo in Roma, si svolto il convegno Educare nella societ della comunicazione, organizzato da Dimensione Speranza con il patrocinio del Municipio di Roma III e della Provincia di Roma. Nellarticolo Quando la comunicazione nemica delleducazione, pubblicato in questo stesso sito, sostenevamo che educazione e comunicazione possono talvolta entrare in conflitto. Questo non significa che i nuovi mezzi di informazione digitali siano intrinsecamente nemici dei processi educativi, tuttaltro. Ma occorre imparare a utilizzarli bene, il che non facile n scontato. quanto ogni giorno cercano di fare, ciascuno secondo la propria professione e vocazione di educatore, i relatori che hanno partecipato al convegno: Marco Accorinti, sociologo; Giorgio Asquini, pedagogista; don Filippo Morlacchi, direttore dellufficio scuola della Diocesi di Roma; Mauro Del Giudice, sociologo e educatore scout; Mario Tedeschini Lalli, giornalista; ha moderato lincontro Francesco Scoppola, assistente parlamentare e scout anchegli. Dalla didattica del 1600 alle tag cloud Da qualche tempo a questa parte ha esordito Giorgio Asquini, il primo dei relatori a prendere la parola nelle aule scolastiche capita di imbattersi in una sorta di Alien, uno strano marchingegno fissato al soffitto: si tratta della LIM, la Lavagna Interattiva Multimediale. In oltre un anno e mezzo non ne ho vista neanche una in funzione. Le lavagne interattive, ha precisato Asquini, sono apparecchiature tecnologicamente evolute, con tanto di connessione Internet che permetterebbe di fare lezione online e cose del genere. Sono state acquistate grazie a finanziamenti pubblici e privati, a donazioni, a raccolte fatte dai genitori degli studenti... Il problema che queste LIM restano spente, inutilizzate. Ci dimostra che se non si cambia mentalit tutto rimane sostanzialmente come prima. Se prendiamo i programmi delluniversit di Cambridge del 1600 e li confrontiamo con quelli delle nostre scuole secondarie superiori e delluniversit, ci accorgiamo che il 90% rimasto praticamente invariato. un po come dire che per piantare chiodi prima usavamo il martello mentre oggi adoperiamo un notebook, ma sempre a mo di martello. Questo si vede bene nel film The Wall dei Pink Floyd, dedicato appunto alleducazione: passano gli anni ma il meccanismo educativo sempre lo stesso, piantare qualcosa dentro qualcuno. Il che unaberrazione, perch il verbo educare, dal punto di vista etimologico, significa esattamente il contrario: tirare fuori. Da secoli, quindi, si continua a fare una cosa vecchia, inculcare, utilizzando strumenti nuovi. Invece bisognerebbe cambiare modalit e mentalit, ma in questo le tecnologie non centrano assolutamente niente. Lo scorso anno stata realizzata unindagine sulleducazione i cui risultati sono impressionanti. Si chiama TALIS (Teaching And Learning International Survey), -1-

questa indagine, e ha preso in esame presidi e insegnanti di 23 paesi OCSE: stando ai risultati, oltre il 50% degli insegnanti italiani farebbe ancora lezione basandosi sullostensione dei contenuti: si mostrano i contenuti e si pensa che, cos, questi vengono assimilati automaticamente dagli studenti. Negli altri paesi la presentazione dei contenuti solo il secondo passo: il primo cercare di risvegliare i processi cognitivi delle persone. La cosa sta lentamente prendendo piede anche qui da noi: si cerca di collegare il meccanismo dellinsegnamento e quello dellapprendimento, di non lasciarli separati. Poco tempo fa abbiamo avuto ospite alluniversit un importante studioso di neuroscienze e intelligenza artificiale che ha sottolineato limportanza della didattica basata sul learn by doing (imparare facendo). Se quando c un problema hai qualcuno che ti aiuta, l tu apprendi veramente: linsegnante riesce a insegnare davvero quando risolve un problema in diretta. Quando finisce la scuola ci si dimentica quasi di tutto, fuorch delle cose apprese in questo modo. E questo dovrebbe essere alla base della preparazione metodologica degli insegnanti: farsi trovare pronti al momento giusto, ben sapendo che il momento giusto non pu essere previsto, programmato. La quantit dei dati che abbiamo a disposizione enormemente cresciuta, negli ultimi anni: la capacit di fare ordine in questo marasma certamente una marcia in pi, e qui vorrei fare lelogio del copia/incolla. un problema molto sentito nelle universit. Ci sono miei colleghi che non si accorgono neanche se lo studente gli porta una tesi copiata dai loro testi. In effetti, nel momento in cui tutto stato detto e scritto pretendere che uno studente sia assolutamente originale un assurdo, una specie di tortura inflitta a chi cerca di apprendere. Un meccanismo del genere esiste anche nella musica, con il fenomeno del plagio: la maggior parte dei brani che ascoltiamo fatta di sequenze tonali, frasi e pattern scritti da altri nel passato. Quindi saper fare bene il copia/incolla una capacit che deve essere in qualche modo tutelata, vuol dire saper copiare il pezzo giusto nel punto giusto. Oggi la creativit si ottiene in tuttaltro modo rispetto al passato: avendo a disposizione una quantit di informazioni e collazionandole in modo originale. Cos importante: rispondere alla domanda o sapere le cose? A che serve avere una gran cultura se poi non si sa risolvere un problema? Saper risolvere un problema diventa dunque un valore: farsi trovare pronti al momento giusto. C poi un altro aspetto da considerare. Avrete visto, navigando in rete, che esistono pagine piene di parole scritte con caratteri e corpi diversi: sono le cosiddette tag cloud. un modo nuovo e creativo di mettere in relazione le parole: tu cominci a studiare non dal libro ma avendo gi a disposizione i concetti chiave secondo lordine e il corpo delle parole, che tanto pi sono grandi tanto pi quella parola ricca di spunti e collegamenti. Secondo me un mezzo nuovo e sorprendente a disposizione degli insegnanti, ma molti insegnanti non sanno neanche cosa vuol dire tag. Gli studenti, al contrario, stanno strutturando il loro modo di pensare e di imparare in questo modo. Viene quindi meno lidea di andare a scuola per imparare: si apprende fuori dalla scuola, il ruolo della scuola messo seriamente in discussione. In effetti sempre pi difficile rimanere aggiornati: la tecnologia va pi veloce di quanto noi riusciamo a starle dietro. Faccio quindi una proposta provocatoria: limitare per legge -2-

la differenza di et tra docenti e studenti. Io avrei serie difficolt a relazionarmi con ragazzi di 15 anni: arrivato a 50 anni posso tuttal pi relazionarmi con i 35-enni. Con i 15-enni dovrebbero avere a che fare al massimo docenti di 25/30 anni, non di pi. Educare significa portare alla luce ci che nascosto Insegno da alcuni anni nelle universit, quindi agli adulti, e ho lavorato molto con gli assistenti sociali, una categoria professionale assai interessante dal punto di vista dellapproccio alleducazione; ed solo su questo piccolo settore di attivit che mi sento di dare il mio contributo nel convegno di oggi: cos il secondo relatore, Marco Accorinti. Il professor Accorinti ha ripreso in parte quanto dichiarato da Giorgio Asquini: le tecnologie, in s, sono una buona cosa, ma il loro senso lo si pu trovare solo nella relazione, nel modo in cui mettono in contatto le persone. Giorgio (Asquini) diceva che la tecnologia non cambia la comunicazione: sono daccordo. I miei docenti alluniversit sostenevano che il computer non aveva modificato granch nel lavoro delle loro segretarie: veniva solo pi pulito, svolto in minor tempo. Voglio ricordare una battuta che girava quandero studente: Qual la differenza tra la scienza e il plagio? Le virgolette. Se riporti tra virgolette non stai facendo un plagio: stai facendo scienza, una relazione o una ricerca scientifica. Ma questo lo si pu fare solo se si entra in relazione con il testo, con lautore. La societ umana complessa, lo sempre stata e lo sar sempre di pi: affrontare problemi complessi con sistemi antiquati non aiuta; farlo con le nuove tecnologie invece s, aiuta a interpretare la societ nel miglior modo possibile. La storia insegna che i mezzi di comunicazione di massa si sono evoluti come evoluta la tecnologia: la rivoluzione industriale, poi la radio e la TV, quindi la tecnologia digitale che, secondo alcuni, ha reso questa nostra societ post-moderna, post-capitalistica, postindustriale, post-materiale. La sociologia economica degli anni 2000 la chiama invece societ dellinformazione, societ reticolare. Qualcuno, pi dotato di immaginazione, la chiama societ liquida. Mi rifaccio ad Anthony Giddens, sociologo inglese secondo il quale la nostra societ tanto pi complessa quanto pi la si pu leggere secondo questi due elementi: lelemento dellinformazione e lelemento della comunicazione. Soltanto l dove linformazione si lega alla comunicazione la societ si pu leggere. Attenzione: non interpretare ma leggere, rileggere. Da qui in avanti arricchir il mio intervento con immagini che compariranno sulla lavagna luminosa. La prima immagine questa: unaula anni 50/60 con gli alunni in grembiule, la maestra, i banchi disposti in un certo modo... Per inciso, certe nuove tecnologie, come le LIM menzionate da Asquini, richiedono un ritorno allantica disposizione dei banchi, altrimenti gli alunni non vedono niente. Ora prendiamo la definizione di educazione da Wikipedia: il termine viene dal latino educere, che vuol dire tirare fuori, portare alla luce qualcosa che nascosto. Dunque leducazione unazione, anzi un procedimento che ha un inizio e una fine. Leducazione, questo il secondo elemento che noto, da sociologo quale sono, ha a che fare con lindividuo, che deve essere disposto a farsi educare. Il terzo elemento che leducazione un processo guidato, quindi indispensabile una guida. E ancora un quarto elemento: nelleducazione c uno spirito che si libera, un elemento di creativit, uno stimolo -3-

allesplorazione. Quali sono gli spazi in cui oggi avviene leducazione? Leducazione strettamente legata al processo di comunicazione: certamente possibile uneducazione a distanza, ma difficile, perch occorre la relazione tra insegnante e allievo. Ed ecco unaltra immagine: si tratta di un flash mob, un gruppo di persone che si riunisce allimprovviso in un luogo pubblico, d vita a performance come ballare, suonare, prendersi a cuscinate e simili, e poi si disperde rapidamente. Questa, nella fattispecie, una mobilitazione contro il nucleare: ebbene mi sono chiesto se il flash mob non possa essere considerato come un nuovo modo di educarsi e educare, oppure di educare comunicando, o di comunicare educando. Mi accorgo quindi che occorre rispettare almeno quattro condizioni per garantire un processo educativo, una relazione di tipo comunicativo/relazionale. La prima la democrazia: solo la democrazia educa comunicando, mantenendo un approccio di tipo non impositivo/autoritario. La seconda: occorre considerare limportanza della soggettivit come motore dellagire sociale. Nessuno educa se stesso, tutti si educano reciprocamente. Bisogna poi tener conto, e siamo alla terza condizione, dei nuovi spazi pubblici, delle nuove arene: qui viene facile il rimando ai social network. Ma non si tratta solo di questo: si possono trovare, nella nostra societ, nuovi modi di rappresentanza e partecipazione. Le nuove tecnologie aiutano in questo? Alcune volte s, altre no: la nuova sfera pubblica il luogo in cui libero laccesso e libera la denuncia, o comunque la possibilit di rappresentare i propri valori e le proprie idee. Quarta condizione per comunicare educando o educare comunicando: sviluppare i mass media. Solo utilizzando le nuove tecnologie in maniera corretta si hanno nuovi modi di comunicare. Vi mostro unaltra immagine, la homepage del Vaticano: non peregrino che il Vaticano abbia un proprio sito, peraltro interattivo. Ed ecco le ultime due slide: tutto ci che non si comunica non esiste, per non tutto ci che viene comunicato esiste, e qui c un richiamo alluso corretto dei mezzi di comunicazione. I flash mob, la rete, i blog, tutto questo ha delle potenzialit enormi sia in senso positivo che negativo. Educare significa comunicare con le persone, informandole. La nuova societ punta molto sui mezzi di comunicazione forti, fatti di immagini utilizzate come metafore: una buona comunicazione deve raggiungere sia la parte emotiva che la parte razionale. Educare alla trascendenza ancora possibile Don Filippo Morlacchi, il terzo relatore a parlare, ha aperto il suo intervento facendo una sintesi delle idee e delle linee guida che avrebbe poi esposto e approfondito: Credo che nonostante la situazione di grave crisi sia ancora possibile educare efficacemente a quelli che vengono chiamati valori, in un percorso che non esclude una vocazione alloltre, alla trascendenza. In altre parole: non detto che il processo educativo debba cambiare, n che in questo processo ci si debba fermare al pian terreno, alla dimensione materiale. Perch, ha chiesto quindi don Morlacchi, la chiesa si occupa di educazione? La chiesa non pu non farlo perch interessata alla trasmissione della fede, e se non funziona la trasmissione della cultura, cio quella che possiamo chiamare educazione, non funzioner neanche la trasmissione della fede. Questa lintuizione che ha avuto Benedetto XVI quando, subito dopo la sua -4-

elezione, gli stato chiesto di parlare, nel convegno della diocesi di Roma, sulleducazione alla fede delle nuove generazioni. Lui ha spostato gradualmente lattenzione sul tema delleducazione in generale, poi la lha fatto successivamente al convegno di Verona del 2006 e ancora nei convegni diocesani di Roma. Lidea del pontefice questa: inutile chiedersi perch i nostri figli non vanno pi a messa o perch non riusciamo a trasmettere loro le verit del catechismo se non ci chiediamo, pi in generale, perch leducazione non funziona. La difficolt del trasmettere la fede rientra in un dinamismo generale di questo tipo: lincapacit degli adulti di comunicare ai giovani una visione unitaria delle cose. I giovani guardano s agli adulti, ma non sono pi interessati a domande del tipo fammi vedere come funziona il mondo. Piuttosto dicono: lo esploro da me, il mondo, e poi semmai ti chieder un parere, fermo restando che mi organizzo da solo. Questa logica manda in crisi ogni dinamica di tradizione, della fede come della cultura: ecco perch non funzionano pi tanto bene le scuole. Vorrei anche riflettere, ha proseguito don Morlacchi, sul rischio connesso al parlare di valori. Personalmente non amo il termine valore, perch i valori, fino a prova contraria, salgono e scendono, vengono dalleconomia, dalla borsa, dalla finanza: i valori sono tutti contrattabili, quindi parlare di valori assoluti una contraddizione in termini. Educare ai valori in modo ragionevole, quindi non imponendoli ma facendo s che la persona ne comprenda prima di tutto il significato, molto difficile: educare ai valori rischia di essere una violenza. Di questo ha scritto Carl Schmitt, parlando proprio di tirannia dei valori. Per un cristiano pi che i valori dovrebbero contare le persone, dovrebbero contare realt che hanno a che fare pi con lessere che con il valere o il valore. Aggiungo unaltra affermazione di questo importante studioso tedesco, il quale mise in evidenza lincapacit dello stato e della societ di oggi, liberali e secolarizzati, di andare avanti da soli. C bisogno di qualcuno che proponga i valori, ma lo stato, di per s, non pu farlo. Lo stato stabilisce regole di convivenza, ma ha bisogno di valori che tuttavia non pu imporre, perch altrimenti diverrebbe una tirannide. Allora si cerca qualcuno che, come da un serbatoio, tiri fuori dei valori. Spesso ci si appella alle religioni, alle chiese. Si teme che la societ altrimenti non funzionerebbe, per cui si chiama qualcuno di chiesa e gli si chiede: Fa un po di educazione ai valori. Ma questo un altro rischio gravissimo. Fatte queste premesse, torniamo alla scuola. Oggi si parla di educazione con diverse accezioni: educazione formale, non formale, informale. Leducazione formale quella che viene impartita in un contesto specifico: vado a scuola per imparare. C poi un contesto che non consente, per esempio, di ottenere diplomi, e questa leducazione non formale. Infine esiste leducazione informale, che avviene in ambienti totalmente liberi: Imparo molto dai miei pari, e cose del genere. Negli ultimi anni c stata una crescita esponenziale di questultimo tipo di educazione. Chi vuole imparare a usare il computer, per esempio, spesso pu farlo meglio se glielo insegna un amico piuttosto che se si iscrive a un corso, perch insieme allamico affronta i problemi in modo pi pragmatico e diretto. Ci ha prodotto una grande sfiducia nei confronti dei contesti di educazione formalizzati. Cinquantanni fa il 90% di quello che un ragazzino sapeva lo apprendeva dalla maestra. Oggi la maggior parte -5-

delle cose che un bambino di dieci anni sa non le ha imparate dalla maestra. Ci vuole quindi un adulto che gli spieghi perch deve stare a sentire la maestra. Ci rende molto problematico fare scuola oggi e educare ai valori, se vogliamo usare questo termine. Tu mi insegni le equazioni, ma io so gi che nel mio futuro lavorativo delle equazioni non me ne far nulla. Io voglio fare linventore di videogiochi: anzi, gi adesso, facendo recensioni per una rivista di videogame, guadagno pi di te, maestra, che pretendi di insegnarmi le equazioni: perch dovrei stare a sentirti? Questo il contesto in cui oggi si fa scuola. per questo che oggi, nellinsegnamento, si cerca di maturare una logica diversa, che viene chiamata logica delle competenze: vuol dire non soltanto insegnare argomenti teorici o attivit pratiche ma far vedere che nesso questi insegnamenti hanno con la vita dello studente. Una scuola autoreferenziale fa male ai giovani: chi deve imparare per forza una declinazione greca, poniamo, prima o poi si chieder chi glielo fa fare. E un ragazzo che si pone una domanda del genere sta male dentro. Dunque la scuola, se non riesce a stabilire nuovamente un contatto con la realt, genera malessere, sviluppa quello che Umberto Galimberti ha chiamato lospite inquietante del nichilismo, fa diventare i giovani svogliati, disinteressati, gente costretta a fare cose che per loro non significano niente. Se questa la situazione, allora educare in modo diverso una sfida tanto importante quanto urgente. Ma la scuola pu davvero andare pi in profondit, proporre un insegnamento che non sia imparare a memoria la poesia o lelenco degli imperatori romani? Io credo di s ha dichiarato Morlacchi - penso che si possa ancora fare, per necessario rimettere al centro del processo educativo la persona del docente, dellinsegnante. Non per togliere importanza allo studente, ci mancherebbe, ma perch linsegnante deve ricominciare a esporsi in prima persona. Un buon livello delle competenze si raggiunge lavorando con lexemplum e non con lexemplar. Lexemplar funziona cos: questo il modellino e tu lo devi copiare tale e quale, devi solo rifare quello che ti faccio vedere. La tua persona, la tua libert, non chiamata in causa: copia, e vedrai che imparerai. Si tratta insomma di uneducazione funzionalistica, che non interpella la persona. Nella dinamica dellexemplum, invece, sono io che mi espongo e ti do la mia testimonianza. E qui cominciamo a capire la differenza tra leducazione tradizionale e leducazione, potremmo dire, etica: non questo insegna il codice civile ma io faccio cos: vedi un po se ti interessa.... Questa la logica dellexemplum. Questa la logica di Ges: io vi ho dato un esempio, il che non significa che dobbiamo imitarlo pedissequamente. Fare la lavanda dei piedi tutti i santi giorni non risolve niente: noi dobbiamo, con la nostra intelligenza, con la nostra creativit, imitare liberamente. La testimonianza non riproducibile ma invita allimitazione, insegna: e questo significa lavorare, insegnare a un livello pi profondo. Riprendo la frase di Paulo Freire riportata nella locandina del convegno: Nessuno educa se stesso, nessuno educa gli altri, tutti si educano reciprocamente. Io credo che sia anche possibile lavorare su se stessi per lavorare sugli altri, educare se stessi per educare gli altri. Intendo un po quello che diceva Freire, per aggiungo un dettaglio basato sempre sulla logica della testimonianza, dellesempio: la prima lezione che linsegnante deve dare una lezione di vita. Ho fatto i miei studi al San Giovanni Evangelista, e cosa ricordo di quegli anni? S, -6-

certamente gli insegnamenti, ma soprattutto gli insegnanti, le persone: questo ci che rimane. Allora il primo passo per essere buoni insegnanti, cio persone capaci di generare vita, perch questo vuol dire essenzialmente insegnare, coltivare un rapporto sano con la propria vita. Se io insegnante sto male con me stesso, al di l dei contenuti che posso consegnare alla mente, non riesco a educare. Se al contrario so trovare del tempo per crescere personalmente, per educare me stesso, allora riesco a dare qualcosa di credibile agli altri. Mi piace citare Martin Buber, che dice proprio questo: Bisogna avere fiducia, dare fiducia, fiducia nel mondo perch c quella persona. Questo lelemento pi intimo del rapporto educativo: dato che esiste quella persona, anche nelle tenebre pi oscure si nasconde la luce; nel terrore c la salvezza, nellindifferenza pu esserci il vero amore, e questo perch c quella persona; se c quella persona il mondo non pu essere uno schifo. Questo il punto di partenza delleducazione. Per quella persona, dice Buber, ci devessere davvero, devessere qui per me e deve metterci la faccia: allora leducazione funziona, si ha un vero processo educativo. Oggi ci che pi spesso manca sono educatori, docenti e insegnanti che ci siano davvero. Spesso i docenti sono pronti a insegnare e dire cose, ma quando la faccenda si fa difficile se ne vanno. E allora il ragazzo dice: Non mi interessi pi, te ne sei andato, mi hai lasciato solo. E arrivo alle conclusioni: uneducazione degna di questo nome deve prendere sul serio la libert degli allievi, che non sono contenitori vuoti e hanno anzi molto da dire e da dare, e la responsabilit degli adulti. Potremmo riflettere su ci che Hannah Arendt diceva cinquantanni fa: Educare significa amare i figli (le future generazioni) tanto da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balia di se stessi. Questo anche il tema che presentavo prima: lo scoutismo si fonda sul principio dellautoeducazione, che per va ben compreso, perch se autoeducazione significa sto a guardare come tu cresci, in realt io ti sottraggo ci che ti potrei dare. Il vero processo educativo avviene quando mi presento per come sono e tu interagisci con me, non se ti dico come sei sta bene. No, io ti dico come ho lavorato su me stesso e come sono io adesso, poi sta a te accogliere, valutare, rifiutare, ma io devo espormi, devo proporre, e in questo modo offrire qualcosa, una testimonianza, un esempio, una proposta significativa, allora si attiva la scintilla delleducazione. Anche nelle ultime indicazioni dei vescovi si dice qualcosa di simile: leducazione non pu pensare di essere neutrale, illudendosi di non condizionare la libert del soggetto: Cresci come vuoi, io non ti impongo nulla. Chiunque si ponga come educatore serio non impone nulla, ma propone, perch se non ha nulla da proporre, chi educa? Si torna allo stato brado, uno cresce da s e buona notte: ingiusto non trasmettere agli altri ci che costituisce il senso profondo della propria esistenza. Io credo che questa sia la vera chiave di uneducazione ai valori e alla trascendenza. Cio soltanto quando ci proponiamo in maniera forte con la nostra testimonianza personale noi educhiamo realmente: un appello che consente al ragazzo di svegliarsi dal suo torpore, dai suoi interessi personali e gli fa dire mi interessa ci che questo adulto ha da dire, e l pu scattare il dinamismo educativo. Concludo con una rapida riflessione, vecchia almeno quanto il Vaticano II: c bisogno, allinterno delle comunit cristiane, di persone che raccolgano la sfida educativa. Non so se sia del tutto condivisibile la -7-

storia del differenziale di et di cui parlava Asquini, per il problema c: occorre rimotivare le nuove generazioni a educare. Non facile, perch la professione dellinsegnante non riconosciuta a livello sociale, non economicamente interessante, eccetera. Per credo che bisognerebbe promuovere nuovamente, allinterno delle comunit cristiane, il desiderio di lavorare in questo campo, perch i tempi sono piuttosto stretti: si parla di emergenza educativa, e limmagine che adotto quella delle serie televisive sui medici in prima linea, dove c sempre qualcuno che dice lo stiamo perdendo. Ecco, io credo che li stiamo davvero perdendo: non abbiamo molti anni davanti a noi per rilanciare un piano educativo serio, perch una volta persi, ricominciare molto difficile. C molto lavoro da fare, perch i giovani sono in realt interessati a figure di adulti capaci di essere punto di riferimento, di tirarli fuori dalla confusione in cui vivono. Lo scoutismo e i nuovi mezzi di informazione Su un tema importante qual questo, ha dichiarato Mauro Del Giudice allinizio del suo intervento, viene naturale cercare per prima cosa il codice daccesso, la ricetta da dare. Vi dico subito che di certezze e di ricette ne ho poche: posso passarvi molti dubbi, molte domande, trasmettervi la mia esperienza. Nella mia esposizione mi porr non tanto dalla parte di chi comunica quanto da quella di chi riceve la comunicazione. La prospettiva cambia radicalmente, si trasforma in concretezza e immediatezza ci che sovente, in altri convegni, resta ad alta quota. Da questa angolazione pongo quattro domande, spero interessanti. La prima: quali sono i valori di riferimento dello scoutismo? La seconda domanda: in che modo lo scoutismo trasmette i propri valori in questa nostra epoca? Poi mi sono chiesto, e siamo alla terza domanda, quali difficolt affronti lo scoutismo nel trasmettere tali valori e in che modo li affronti. Lultima domanda un po una provocazione: societ della comunicazione, nuovi media e scoutismo: un anacronismo, una incompatibilit o una possibile sinergia? Chi meglio definisce lo scoutismo e la sua mission il fondatore, Robert BadenPowell: un vero scout considerato dagli altri un uomo di cui ci si pu fidare, che non mancher mai al suo dovere, anche se questo comporta dei rischi. Lo scoutismo la follia di scommettere sui ragazzi, non unistituzione burocratica. Come diceva Marco Accorinti, educare significa parlare al cuore. La legge scout esprime bene i valori di riferimento che sono oggetto della trasmissione educativa. La legge scout, lo ricordiamo, una sorta di decalogo in cui sono elencate le virt, i valori riferiti non a una societ oggettivizzata ma allessere, alla persona. La legge scout, a differenza di quasi tutte le leggi che conosciamo, non fissa divieti - come quel comune della Padania che ha battuto tutti i record con, se non ricordo male, 158 divieti - ma propone delle mete di vita. La promessa che il ragazzo fa quando entra nel movimento recita cos: Con laiuto di Dio prometto sul mio onore di fare del mio meglio per compiere il mio dovere verso Dio e verso il mio paese. E gi qui ci sono due concetti assolutamente anacronistici per la societ in cui viviamo: Dio e onore. Sembra quasi di sentire un giuramento solenne nella Cambridge del 600 cui accennava prima Giorgio Asquini. Compiere il proprio dovere fino in fondo: lo ha -8-

fatto uno scout il cui nome poco ricordato, Nicola Calipari. Di lui si diceva che aveva saputo trasferire il suo credo di scout nella propria attivit professionale, per aiutare gli altri in ogni circostanza. Altro esempio, un giovane di 24 anni anche lui scout: Roberto Antiochia, guardia del corpo del commissario Cassar. Ogni articolo della legge scout esprime concretamente un agire, un fare che coinvolge la persona nella sua globalit. La sua una caratteristica di uniformit, di globalit e di permanenza, fatta di articoli e di valori che non cambiano a seconda delle persone o del tempo in cui si vive. La legge scout dice che gli scout fondano il loro nome nellispirare fiducia, che sono leali, cortesi, amano e rispettano la natura; sanno obbedire, sorridono e cantano anche nelle difficolt, il che vuol dire avere una concezione positiva della vita; sono laboriosi ed economi, sono puri di pensieri, parole e azioni, sono integri. Lo ha detto anche padre Federico Lombardi, lattuale direttore della sala stampa della Santa Sede, nato in una famiglia di scout e scout ed educatore lui stesso. Alla domanda cosa le ha dato lesperienza scout ha risposto: Mi ha dato la lealt come comportamento indiscutibile, il saper meritare e dare fiducia, il coraggio di grandi imprese, la semplicit di vita, cio fare a meno del superfluo, la prospettiva ecumenica, lamicizia universale, preziosissima per vivere in un mondo interetnicamente religioso.... E veniamo alla seconda domanda, come trasmettere i valori in questepoca di immani cambiamenti: lo scoutismo tenta di farlo attraverso un modello educativo che vede i giovani come protagonisti della propria crescita. La parola gi stata detta, si chiama autoeducazione ed un modello educativo attento a leggere i problemi e le difficolt dei giovani. Questo modello deriva da una visione cristiana della vita, tiene conto della globalit della persona e offre a ragazzi e ragazze la possibilit di vivere esperienze comuni, aiutandoli a costruire la propria identit di donne e uomini. un modello che vive la dimensione della fraternit internazionale e supera differenze di razza, sociali e di religione. Da tempo lo scoutismo si posto il problema dei media, offrendo ai ragazzi gli strumenti per gestirli, insegnando loro a distinguere il vero dal falso, il bello dal brutto, lutile dallinutile, sviluppando la loro capacit critica, il discernimento, la consapevolezza che la vita va vissuta in prima persona e non guardata. Con quali leve si cerca di far acquisire questi strumenti ai ragazzi? Sono leve, come diceva don Filippo Morlacchi, che appartengono al mondo degli adulti, degli educatori, degli insegnanti, ma purtroppo sono poco praticate. La prima la fatica condivisa: educare non significa io ti dico certe cose e ti sto a guardare; la fatica si fa insieme. Poi c lesperienza e il rischio, anche questi condivisi: se io scommetto, rischio. Quindi i risultati raggiunti. E poi lesempio: i giovani guardano comunque agli adulti. E ancora: i gesti, non quelli eclatanti ma le piccole azioni quotidiane, la coerenza, la passione, che la parola fondamentale, le regole, lautorevolezza, lequilibrio e, non ultime, la vocazione al mestiere e la responsabilit. Questi sono i nostri moschettoni, e quando tutto fragile e muta rapidamente necessario ancorarsi bene e legarsi assieme con la corda della pazienza e dellamore. Per farlo occorre innanzitutto conservare la capacit di scommettere sui giovani e sulle persone in generale, con tutte le responsabilit e le conseguenze che tale scelta comporta. Diceva un grande capo scout, Vittorio Ghetti: Ci vuole -9-

coraggio per educare, e ce ne vorr sempre di pi. in questo senso profondo del coraggio che si trova la risposta, nello scommettere, nel senso proprio di puntare su qualcuno, di sperare. Noi oggi siamo qui, in questo convegno, perch speriamo ancora: scommettere sperare di vincere. Ma allora perch oggi si scommette cos raramente? Proprio perch ci vuole coraggio, perch antistorico, rischioso, faticoso, richiede impegno, antieconomico perch un investimento ad alto rischio, ma anche un appassionante atto damore. E anche perch ci sono delle particolari analogie, tuttaltro che casuali, tra scommettere e comunicare. Entrambi i termini rimandano al paradosso dellattuale societ, detta della comunicazione e della scommessa, ma sarebbe meglio chiamarla dellazzardo; di fatto in questa societ non si comunica pi tra persone e non si scommette pi sulle persone. Quali capacit ci vogliono per trasmettere questi valori? Innanzitutto la competenza, senza la quale non si fa nulla: prepararsi, dunque, poi continuare a cercare, a formarsi, ben sapendo che noi stessi cresciamo educando gli altri. Mi permetto di aggiungere una provocazione a quanto prima detto sulla differenza det tra educatori e educati: limportante non let anagrafica ma saper essere con coerenza, saper decidere se esserci oppure no. Noi adulti dobbiamo esserci, non possiamo trincerarci dietro lalibi della qualit: Non ci sono molto, ma quando ci sono.... Quante volte abbiamo sentito frasi del genere? In realt educare passa anche e soprattutto attraverso la quantit del tempo che si dedica. E veniamo alla terza domanda: quali sono le difficolt che lo scoutismo incontra nellattuale societ della comunicazione? Innanzitutto: di quale comunicazione stiamo parlando? Mai come oggi, a parte le dovute eccezioni, i giovani non sanno fare un discorso pi lungo di venti secondi. Pi che della comunicazione direi la societ del rumoroso grande silenzio. La prima preoccupazione, tra i giovani, sembra essere quella di apparire, di crearsi unimmagine positiva. La seconda preoccupazione di essere adeguati, con la conseguente grande paura dellinadeguatezza. La relazione viene spesso ridotta ai fugaci e superficiali incontri propri della rete, ci che porta allincapacit di gestire in modo autentico i sentimenti. Lultima preoccupazione quella di non restare soli con se stessi, tipica di questo periodo storico: ci circondiamo di contatti sempre aperti, cellulari, social network, email. stata presentata lultima applicazione di Facebook: si chiama Luoghi e consente di comunicare a tutti i contatti amici ogni luogo in cui ci si trova, in ogni istante. I giovani sono perennemente in rete col PC e soprattutto col cellulare, ma la condizione essenziale per stabilire relazioni autentiche proprio la capacit di stare soli con se stessi. Ci sono per anche lati positivi: lamicizia, per esempio, rimane anche oggi uno degli aspetti che ai giovani sta pi a cuore. Poi il gruppo, che ancora uno dei momenti di aggregazione essenziali per i ragazzi, il luogo dove compiono le scelte pi importanti per quanto riguarda la loro identit sociale. Significativo, in questo senso, il rapporto che con i giovani ha saputo creare Giovanni Paolo II: Vi ho cercato e voi siete venuti. Papa Wojtyla ha saputo utilizzare i mezzi di comunicazione per raggiungere in modo capillare i giovani. C per anche laltra faccia della medaglia, quasi unemergenza sociale: la rete usata per apparire e gonfiare il proprio ego, i media utilizzati non per diffondere notizie ma per - 10 -

indirizzare opinioni. sempre pi difficile mantenere viva la domanda salvavita: siamo sicuri che ci stanno raccontando la verit? Linformazione divenuta, ma non tutti se ne sono accorti, una vera sfida per gli educatori. Come affronta tutto questo lo scoutismo? Puntando su quel 5% di buono (almeno) che c in ogni ragazzo, come diceva Baden-Powell. Dal canto suo leducatore deve esserci, non fuggire, essere nel mondo ma non del mondo: deve vedere, giudicare (cio saper discernere, sviluppare la capacit critica), agire, cio incidere nel mondo in modo concreto. Occorre saper fare i genitori: qualcuno ha detto che oggi abbiamo tanti figli orfani di genitori vivi. necessario riscoprire il ruolo guida della famiglia trovando dentro di essa spazi di riflessione: non si pu andare sempre a 300 allora, dire non ho tempo, sono stressato. I genitori non sono e non possono essere amici, n ci sono genitori di serie A e di serie B: i genitori o ci sono o non ci sono. Diceva recentemente in unintervista una ragazzina che sta passando guai seri con le chat (concedeva sesso virtuale in cambio di ricariche del cellulare): Lunica cosa che mi mancava erano i miei, non cerano mai. Lo scoutismo non demonizza i nuovi media, ma cerca di insegnare ai giovani come utilizzarli bene: essere nel Web, ma non del Web, rivalutare il rapporto con la persona, perch dietro lo schermo c sempre una persona. Lultimo punto ha dichiarato Mauro Del Giudice a conclusione del suo intervento sembra una provocazione, un po come paragonare la spada laser di guerre stellari allalabarda: lo scoutismo e la comunicazione, Internet e i nuovi media: che relazione pu esserci tra realt tanto diverse? Una possibile risposta la troviamo proprio nel termine scout, scouting, che vuol dire esplorare. Un tempo esplorare significava scoprire nuovi mondi, oggi forse vuol dire scoprire il mondo pi difficile, quello delle nuove generazioni. I nuovi media spingono continuamente ad aggiornarsi, a guardare avanti, ad andare oltre. Luso delle nuove tecnologie di comunicazione pu divenire oggetto di speranza, basti pensare alla primavera araba e a Facebook o ai cellulari in Iran e in Siria. A noi il compito di trasformare in una leva potente gli strumenti di comunicazione che la tecnologia ci offre, per cercare di orientarli al bene, alla verit. Giuro sul mio onore, dichiara la legge scout, di compiere fino in fondo il mio dovere, costi quel che costi. Diceva Giovanni Falcone: Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio che ci comporta, perch in ci che sta lessenza della dignit umana. Giovanni Falcone non fece lo scout, ma lo sempre stato fino in fondo. I nuovi media non esistono Prima di venire qui a parlare, ha detto il giornalista Mario Tedeschini Lalli aprendo il suo intervento, ho scritto sul mio account Twitter: Si va al convegno educare nella societ della comunicazione, dove dir: i nuovi media non esistono, occorre praticare luniverso digitale. Sono giornalista da oltre 30 anni, ho lavorato in agenzie stampa, per 17 anni con i quotidiani, ho insegnato giornalismo per 18 anni, gli ultimi 12 dei quali dedicati al giornalismo digitale. Temo che mi abbiate invitato a questo convegno per parlare di come occorre comunicare per educare nel modo migliore, dal momento che il giornalista essenzialmente uno specialista della comunicazione. La risposta che non ne ho idea: ne avevo gi poche allinizio degli anni 80, quando - 11 -

con Giorgio Asquini e altri amici cercavamo di migliorare luso della stampa scout, anche se con scarso successo. Oggi anche peggio: da giornalista digitale devo continuamente confrontarmi con persone che non comprendono il cambiamento radicale apportato dalle nuove tecnologie e hanno atteggiamenti di difesa e chiusura. Cercher qui di descrivere il cambiamento in atto, che non necessariamente buono o cattivo e, come tutte le rivoluzioni, sta distruggendo modelli, schemi di comportamento e dinamiche economiche pi rapidamente di quanto non ne costruisca di nuovi. In particolare sta distruggendo, anzi ha gi distrutto, anche se i miei colleghi non se ne sono accorti, i modelli di comunicazione giornalistica. Devo darvi, come gi anticipato, una cattiva notizia: i nuovi media di cui si parla nella locandina del convegno, semplicemente non esistono. O meglio, esistono ma non sono nuovi, hanno almeno ventanni, sono maggiorenni. Ma soprattutto non sono media, non sono mezzi di comunicazione. Cio, ovviamente in parte lo sono, ma non sono solo questo, non sono solo dei megafoni pi potenti, delle macchine per scrivere pi efficienti. Siamo abituati a pensare al progresso dei mezzi di comunicazione in maniera sequenziale, aggiuntiva: c stata prima linvenzione della stampa, poi la radio, la televisione, quindi Internet... Certamente cos, ma anche no. Alcuni di questi media, e in particolare la rete, aprono mondi completamente diversi. Non come scoprire un nuovo pianeta ultraplutonico, per definire il quale sono sufficienti le leggi della fisica classica: no, bisogna applicare leggi completamente diverse che, in modo analogo a quanto avviene nella fisica, non sostituiscono le leggi classiche ma vi si aggiungono, e per sono del tutto controintuitive. Ma dobbiamo cercare di comprenderle, di farci i conti. Possiamo anche scegliere di ignorarle, se ci accontentiamo di educare un uomo a tre dimensioni: ma luniverso della comunicazione ha un numero di dimensioni molto superiore a tre. I confini di una volta, per esempio lo spazio e il tempo, non ci sono pi: viviamo, almeno entro certi limiti, in una specie di eterno presente, di ubiquo qui. un universo dove vale sempre meno il luogo in cui ci si trova. quindi un universo che mette in crisi i concetti di autorit e autorevolezza. un universo fatto di grigi, non di bianchi e di neri, di ibridi, di confini incerti dove i ruoli tendono a confondersi e a scambiarsi. luniverso della condivisione e della comunicazione pluridirezionale, luniverso della frammentazione dei contenuti, dove il contenuto prevale sul contenitore: pensate alla musica, che strada facendo ha perso man mano la confezione, quella dellLP prima, poi del CD, del DVD... Ora scarichiamo e ci scambiamo tracce, file digitali: ci vuol dire un autentico sconquasso di questo settore dellindustria culturale. un universo di contenuti liquidi, dove vale la logica del good enough, del buono quanto basta: la qualit dellMP3, lo sappiamo, quella che , ma sufficiente per certi usi, buona quanto basta. Tutto ci dovrebbe interessare, oltre che i giornalisti, gli educatori. Ma in che modo? sempre possibile usare i nuovi media come un megafono per urlare comportati bene o cose del genere, ma illusorio credere che basti diffondere buoni contenuti per educare. Non funziona cos. Pi che dei buoni contenuti dobbiamo occuparci delle buone pratiche comuni, relazionali. vero che oggi molto pi difficile stabilire i confini, ma anche leducatore si educa, educando. Questo vero ancor di pi nelluniverso digitale: se non ci si adatta, non si esiste nel - 12 -

mondo digitale. La stampa pre-digitale era possibile osservarla, fruirne, criticarla dal di fuori: con linformazione digitale ci non pi possibile. Facebook il paradigma di questo meccanismo: tanto metto, tanto prendo. Altro equivoco di cui bisogna liberarsi, e questo vale sia per i giornalisti che per gli educatori, la dicotomia superficialit/profondit. C questa idea secondo cui pi vai in profondit pi trovi, ottieni, mentre pi resti in superficie meno hai. Nel mondo digitale, e in particolare nella rete, questi concetti non si applicano. Questo non significa che in rete non sia possibile distinguere tra contenuti superficiali e profondi, tra testi inattendibili e altri ben redatti. Il fatto che i percorsi della rete sono, per lappunto, reticolari: come si fa a stabilire un alto e un basso, un profondo e un superficiale? Si procede di nodo in nodo, e i nodi non hanno un segno positivo o negativo. Qualcosa del genere si dice per il giornalismo: si dice che la rete va bene per le new, per linformazione mordi e fuggi, ma poi i contenuti si costruiscono nelle cattedrali dei giornali. Ebbene, questa una sciocchezza sesquipedale, perch lambiente in cui si opera crea sempre significato, non possibile prescinderne. Il problema di come dare ordine e senso a contenuti dispersi, liquidi, che poi il problema della rete, va senzaltro posto, ma non possiamo risolverlo con gli strumenti che conosciamo. Il mondo delleducazione pu accettare questo nuovo paradigma della conoscenza, fatto di nodi digitali ed esperienze? E che peso pu avere la logica del good enough nel rapporto educativo? Giorgio Asquini diceva che in fondo il saper risolvere, anche senza il Sapere con la maiuscola, dovrebbe bastare: questo vero oppure no? Gli educatori sono pronti a confrontarsi con contenuti esperienziali in un mondo che predica lumilt invece che la supponenza, la precariet piuttosto che la stabilit? Per sintetizzare: il digitale non un insieme di nuovi mezzi, non semplicemente una tecnologia. Il digitale una cultura, ergo sono necessari strumenti culturali per viverlo e comprenderlo. I mezzi tecnici non sono un problema, ci si pu sempre far aiutare da qualcuno; sufficiente avere quel minimo di bagaglio tecnico per entrare nel mondo digitale. Di recente la chiesa ha organizzato (a Macerata) un convegno intitolato Abitanti digitali. Riporto uno stralcio dellintervento di monsignor Domenico Pompili, direttore dellufficio nazionale per le comunicazioni sociali: Lalleanza oggi quantomai necessaria, in tutti gli ambiti. fondamentale, per esempio, per leducazione, che non pu pi essere un processo unidirezionale di trasmissione, ma deve diventare un incontro in cui tutte le parti coinvolte danno e ricevono, lasciandosi trasformare. necessaria unalleanza internazionale tra nativi, che sanno muoversi velocemente ma non sanno dove andare, e immigrati digitali, pi impacciati ma in possesso di esperienze e di contenuti. Daltra parte lo aveva detto qualche settimana prima Benedetto XVI, che per la 45-esima giornata delle comunicazioni sociali ha fatto una dichiarazione che, per certi versi, ha del rivoluzionario: Vorrei invitare i cristiani a unirsi con fiducia e responsabile creativit nella rete di rapporti che lera digitale ha reso possibili, non semplicemente per soddisfare il desiderio di essere presenti ma perch questa rete parte integrante della vita umana. Il Web sta contribuendo allo sviluppo di nuove e pi complesse forme di coscienza intellettuale e spirituale, di consapevolezza condivisa. Sarebbe bello se almeno il 10% dei politici italiani sapesse concepire idee del genere, e lo dico senza - 13 -

essere un particolare fan di questo papa teologo. Mi basterebbe, ha dichiarato Todeschini Lalli in conclusione, che il 10% degli educatori italiani avesse idee di questo tipo, perch il rischio che i nuovi media siano visti in maniera strumentale, come il martello di cui parlava Asquini, e non per quello che realmente sono, cio tecnologie abilitanti che hanno scatenato una autentica rivoluzione. Questo purtroppo ci che devo constatare anche tra i giovani pi preparati: come i neolaureati, che sono dei reazionari digitali, vedono i nuovi mezzi solo in maniera strumentale. un problema serio, per risolvere il quale occorrerebbe un lungo e difficile lavoro di destrutturazione. Per tirare le somme Ammesso che sia possibile fare una sintesi tra interventi cos articolati e diversi come quelli qui riportati, ricavarne una norma generale, una linea-guida, potrebbe essere la seguente: quanto pi potenti sono i media che la tecnologia ci mette a disposizione, tanto pi etici, ricchi di valore e orientati alluomo devono essere i contenuti da essi diffusi. Qualsiasi divergenza o, peggio, dicotomia tra la potenza del medium e lo spessore del contenuto genera ibridi mostruosi dei quali i grandi fratelli televisivi e le isole dei famosi sono solo un esempio, e forse neanche dei peggiori. Il rischio quello della confusione e della commistione progressive, della sovrapposizione dei piani, della perdita di senso e di coordinate, dinamiche ben descritte da Kierkegaard nella metafora dellammutinamento: Il cuoco di bordo prende i comandi della nave e il risultato che dal megafono non udremo pi la rotta da seguire ma il men del giorno.

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