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J'ACCUSE

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EMILE ZOLA

J'ACCUSE

Il caso Dreyfus

PER GLI EBREI

Pubblicato su "Le Figaro" del 16 maggio 1896 e raccolto in "Nouvelle Campagne".

Da qualche anno, seguo la campagna che si tenta di montare in Francia contro gli ebrei con un senso crescente di sorpresa e di disgusto. Mi ha tutta l'aria di una mostruosit, voglio dire di una cosa completamente al di l del buon senso, della verit e della giustizia, di una cosa stupida e cieca che potrebbe farci arretrare di secoli, di una cosa, insomma, che potrebbe sfociare nel peggiore degli abomini, una persecuzione religiosa, che insanguinerebbe tutte le patrie.

E lo voglio dire.

Per cominciare, quale processo viene istruito contro gli ebrei, che cosa gli si rimprovera? Certuni, perfino tra i miei amici, dicono di non poterli soffrire, di non poter dar loro la mano senza provare un brivido di ripugnanza. E' l'orrore fisico, la repulsione tra razza e razza, del bianco per il giallo, del rosso per il nero. Non mi chiedo se, in questa ripugnanza, non entri l'antica collera del cristiano verso il giudeo che ha crocefisso il suo Dio, tutto un atavismo secolare di disprezzo e di vendetta. Insomma, l'orrore fisico una buona ragione, anzi la sola, giacch non si sa che cosa rispondere a chi ti dice: "Li esecro perch li esecro, perch alla sola vista del loro naso vado fuori di me, perch la mia carne si ribella, nel sentirli diversi e contrari".

Ma, in verit, questa ostilit tra razza e razza non una ragione sufficiente. Ritorniamo alle caverne, allora, ricominciamo la barbara guerra tra specie e specie, divoriamoci, per il solo fatto di non lanciare lo stesso richiamo o di essere di pelo diverso. Lo sforzo delle civilt proprio quello di cancellare questo bisogno selvaggio di gettarsi sul proprio simile quando non del tutto simile. Nel corso dei
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secoli, la storia dei popoli non altro che una lezione di tolleranza reciproca, tant' vero che il sogno finale sar di ricondurli tutti alla fratellanza universale, di sommergerli di una comune tenerezza, perch tutti, per quanto possibile, siano salvi dal comune dolore. E, ai nostri giorni, odiarsi e azzannarsi, solo perch qualcuno non ha il cranio costruito proprio nello stesso modo, rischia di essere la pi mostruosa delle follie.

Vengo al processo serio, che soprattutto d'ordine sociale. E ne riassumo la requisitoria, la indico a grandi linee. Gli ebrei sono accusati di essere una nazione nella nazione, di condurre in disparte una vita di casta religiosa e di essere dunque, al di sopra delle frontiere, una sorta di setta internazionale, senza una vera patria capace un giorno, qualora trionfasse, di mettere le mani sul mondo. Gli ebrei si sposano tra loro, conservano strettissimi legami di famiglia; in mezzo alla moderna rilassatezza, si sostengono e si incoraggiano; mostrano, nel loro isolamento, una straordinaria forza di resistenza e di lenta conquista. Ma, soprattutto, sono pratici e avveduti per natura, si portano nel sangue un bisogno di lucro, un amore per il denaro, un cos prodigioso senso degli affari che, in meno di cento anni, hanno accumulato nelle loro mani fortune enormi, e che sembrano assicurare loro la regalit, in un'epoca in cui il denaro re.

Ed vero, verissimo. Per, una volta constatato il fatto, occorre spiegarlo. Ci che bisognerebbe aggiungere che gli ebrei, cos come sono oggi, sono opera nostra, l'opera dei nostri milleottocento anni di imbecille persecuzione. Li abbiamo rinchiusi entro quartieri infami, come lebbrosi, e ci meravigliamo che abbiano vissuto appartati, conservando tutte le loro tradizioni, stringendo i legami familiari, vivendo da vinti in casa dei vincitori. Li abbiamo schiaffeggiati, ingiuriati, colmati di ingiustizie e di violenze; niente di strano perci se in fondo al cuore, magari inconsapevolmente, hanno conservato la speranza di una lontana rivincita, la volont di resistere, di tirare avanti e di vincere. Soprattutto, abbiamo sdegnosamente lasciato nelle loro mani il dominio del denaro, che noi disprezzavamo, facendone socialmente dei trafficanti e degli usurai, e dunque perch meravigliarsi se, quando il regime della forza bruta ha lasciato il posto a quello dell'intelligenza e del lavoro, li abbiamo trovati padroni di capitali, la mente agile, esercitata da secoli di ereditariet, pronti per l'impero? Ed ecco che oggi, atterriti davanti a questa opera di accecamento, spaventati nel constatare ci che la fede settaria del medioevo ha saputo fare degli ebrei, non sappiamo immaginare niente di meglio che tornare all'anno mille, riprendere le persecuzioni, ricominciare a predicare la guerra santa affinch gli ebrei siano braccati, spogliati, risospinti nel ghetto, con la rabbia nell'anima, trattati da vinti in mezzo ai vincitori.

Davvero intelligenti, parola mia! E che bella concezione sociale! Ma via! Siamo pi di duecento milioni di cattolici, gli ebrei s e no sono cinque milioni, eppure tremiamo, chiamiamo le guardie, ci mettiamo a schiamazzare di terrore come se orde di predoni si fossero abbattute sul paese. Coraggiosi, molto coraggiosi! Eppure le condizioni della lotta sembrano accettabili. Non potremmo, nel campo degli affari, cercare di essere altrettanto accorti e altrettanto forti? Durante il mese in cui ho frequentato la Borsa per tentare di capirci qualcosa, un banchiere cattolico mi diceva, riguardo agli ebrei: "Eh, caro signore, sono pi forti di noi, avranno sempre partita vinta". Se fosse vero, sarebbe veramente umiliante. Ma perch dovrebbe essere vero? Avranno predisposizione, d'accordo, ma pure se fosse? Il lavoro e l'intelligenza possono tutto. Ne conosco, di cristiani, che sono ebrei della pi bell'acqua. Il campo libero, e se gli ebrei hanno avuto secoli a disposizione per imparare ad amare e a guadagnare il
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denaro, a noi non resta che seguirli su questa via, vedere di acquisire le loro qualit, di batterli con le loro stesse armi. Ma s, mio Dio! smetterla di ingiuriarli inutilmente, e conquistare la superiorit per vincerli. Non c niente di pi semplice e, in fondo, la legge della vita.

Pensate alla loro soddisfazione orgogliosa, di fronte al nostro grido di sconforto! Non essere che un'infima minoranza e scatenare un simile spiegamento di guerra! Ogni mattina gli scagliate i vostri fulmini, suonate disperatamente l'adunata come se la citt corresse il pericolo di venire presa d'assalto! A sentirvi, bisognerebbe ristabilire il ghetto, avremmo di nuovo la via degli ebrei, da sbarrare ogni sera con le catene. Sarebbe veramente piacevole questa quarantena, nelle nostre citt libere e aperte.

Io non mi meraviglio che non si commuovano e che continuino a trionfare sui nostri mercati finanziari, poich l'ingiuria la freccia leggendaria che torna indietro per trafiggere l'occhio del cattivo arciere. Continuate, continuate a perseguitarli, se volete che continuino a vincere! La persecuzione: ma davvero siamo ancora a questo? Ci crogioliamo ancora in questa bella fantasia, che perseguitando qualcuno lo si sopprima? Via, proprio il contrario, se una causa s' ingrandita perch stata arrossata dal sangue dei martiri. Se ci sono ancora degli ebrei, la colpa nostra. Sarebbero scomparsi, si sarebbero fusi, se non li avessimo costretti a difendersi, a raggrupparsi, a intestardirsi nella loro razza. E ancora oggi, la loro potenza pi reale viene da noi, che esagerandola la rendiamo importante. Si finisce per crearlo, un pericolo, gridando ogni mattina che esiste. A forza di mostrare al popolo uno spauracchio, si crea il mostro reale. Non parliamone pi. Il giorno in cui l'ebreo sar un uomo come noi, sar nostro fratello.

Quanto alla tattica indicata, assolutamente opposta. Spalancare le braccia, realizzare socialmente l'uguaglianza riconosciuta dal codice. Abbracciare gli ebrei, per assorbirli e confonderli con noi. Arricchirci delle loro qualit, poich ne hanno. Far cessare la guerra delle razze mescolando le razze. Incoraggiare i matrimoni, affidare ai figli la cura di riconciliare i padri. Solo cos si fa opera d'unit, opera umana e liberatrice.

L'antisemitismo, nei paesi dove ha un'importanza reale, non altro che l'arma di un partito politico o il risultato di una grave situazione economica.

Ma in Francia, dove non vero, come si vorrebbe farci credere, che gli ebrei siano i padroni assoluti del potere e del denaro, l'antisemitismo resta una cosa campata in aria, senza radice alcuna nel popolo. Per creare una parvenza di movimento, che in fondo soltanto uno schiamazzo, c' voluto il fanatismo di alcuni cervelli fumosi, in cui si agita un losco cattolicesimo settario che, per un abuso di letteratura, perseguita perfino nei Rothschild i discendenti di quel Giuda che ha tradito e crocefisso il suo Dio. E aggiungo che il bisogno di fare chiasso, la smania di farsi leggere e di conquistare una notoriet clamorosa, sicuramente non sono stati estranei a questa accensione e a questo pubblico discorrere di roghi, le cui fiamme sono per fortuna soltanto decorative.

E che smacco penoso! Mesi e mesi di ingiurie, di delazioni, ebrei denunciati ogni giorno come ladri e assassini, cristiani stessi tacciati di essere ebrei al fine di poterli colpire, l'intero mondo ebraico
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braccato, insultato, condannato! E, al costrutto, null'altro che baccano, parole grosse, sfoggio di basse passioni, ma non un atto, non un assembramento, non una testa rotta n un vetro fracassato! Il nostro popolo francese dev'essere proprio un popolo buono saggio, onesto, per non ascoltare questi appelli quotidiani alla guerra civile, per conservare la ragione in mezzo a queste istigazioni abominevoli, a questa quotidiana richiesta del sangue di un ebreo! Non pi con un prete che il giornale fa colazione ogni mattina, ma con un ebreo, il pi grasso, il pi florido che si possa trovare. Un pasto mediocre quanto l'altro, e per lo meno altrettanto sciocco. E che cosa resta di tutto ci? Soltanto la bassezza dello sforzo compiuto, il pi folle e il pi esecrabile che si possa compiere. Anche il pi inutile, a Dio piacendo, poich i passanti non si voltano neppure, per la strada, trattando gli energumeni alla stregua di cani in chiesa, e per di pi rognosi.

La cosa straordinaria che costoro ostentano la pretesa di fare opera indispensabile e giusta. Quanto li compiango, poveri diavoli, se sono in buona fede! E' un documento spaventoso, quello che lasceranno di se stessi: un cumulo di errori, di menzogne, di invidia furibonda, di follia senza limiti, che essi ammassano giorno per giorno. Quando un critico vorr calarsi in questo pantano, indietregger inorridito nel constatare che alla base c' solo fanatismo religioso e squilibrio dell'intelletto. E verranno messi alla berlina della storia come altrettanti malfattori sociali, i cui crimini sono abortiti proprio in grazia dello stato di ottenebramento in cui sono stati commessi.

Perch la cosa che non finisce mai di stupirmi che un simile ritorno di fanatismo, un tale tentativo di guerra religiosa si sia potuto produrre nella nostra epoca, nella nostra grande Parigi, tra il nostro bravo popolo. E per di pi in questi nostri tempi di democrazia, di tolleranza universale, mentre si manifesta ovunque un immenso movimento verso l'uguaglianza, la fraternit e la giustizia! C', in noi, la tendenza a distruggere le frontiere, a sognare le comunit dei popoli, a riunire le religioni a congresso perch i sacerdoti di tutti i culti si abbraccino, a sentirci fratelli nel dolore, a volerci salvare tutti dalla miseria di vivere con l'elevare un unico altare alla piet umana! E c' un pugno di pazzi, di imbecilli, o di furbi, che ogni mattina ci gridano: "Uccidiamo gli ebrei, divoriamo gli ebrei, massacriamo, sterminiamo, ritorniamo ai roghi, alle persecuzioni care ai dragoni di Luigi Quattordicesimo!". Veramente ben scelto, il momento! Non potrebbe esserci nulla di pi idiota, se non ci fosse niente di pi abominevole.

Che ci sia, tra le mani di qualche ebreo, un doloroso accaparramento della ricchezza, un fatto innegabile. Ma lo stesso accaparramento esiste presso alcuni cattolici e alcuni protestanti. Sfruttare le rivolte popolari col metterle al servizio di un fanatismo religioso, gettare soprattutto l'ebreo in pasto alle rivendicazioni dei diseredati, con il pretesto di gettarci il riccone, un socialismo ipocrita e menzognero, che bisogna denunciare, marchiare d'infamia. Se un giorno la legge del lavoro verr formulata in nome della verit e della felicit, potr ricreare l'umanit intera; e poco importer che uno sia ebreo o cristiano, poich i conti da rendere saranno gli stessi, e gli stessi saranno i nuovi diritti e i nuovi doveri.

Ah! questa unit umana, alla quale dobbiamo tutti insieme sforzarci di credere, se vogliamo avere il coraggio di vivere e se, nella lotta, vogliamo conservare qualche speranza! E un grido ancora incerto, ma che a poco a poco si libera, si gonfia, sale da tutti i popoli affamati di verit, di giustizia e di pace.

Disarmiamo i nostri odi, amiamoci nelle nostre citt, amiamoci al di sopra delle frontiere, lavoriamo a
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fondere le razze in un'unica famiglia, finalmente felice! Ammettiamo pure che occorrano i millenni, ma confidiamo almeno nella realizzazione finale dell'amore, per cominciare se non altro ad amarci, oggi, quel tanto che la miseria dei tempi attuali ce lo permetter. E lasciamo i pazzi, lasciamo i cattivi tornare alla barbarie e alle caverne, quelli che credono di poter fare giustizia a coltellate.

Che Ges dica ai suoi fedeli esasperati che egli ha perdonato agli ebrei, e che gli ebrei sono uomini!

SCHEURER-KESTNER

Articolo pubblicato su "Le Figaro" il 25 novembre 1897.

Quale dramma straziante, e quali splendidi personaggi! Di fronte a documenti di una bellezza cos tragica che la vita ci mette davanti, il mio cuore di romanziere freme di appassionata ammirazione. Non so intravedere una psicologia pi nobile.

Non mia intenzione parlare del caso. Se talune circostanze mi hanno permesso di studiarlo e di farmene un'opinione formale, non dimentico che un'inchiesta in corso, che la giustizia se ne sta occupando e che per onest giusto attendere, senza contribuire all'ammasso di pettegolezzi volti a ostruire un caso cos chiaro e cos semplice.

Ma i personaggi, da questo momento, appartengono a me, che sono soltanto un passante con gli occhi aperti sulla vita. E se il condannato di tre anni or sono, se l'accusato d'oggi per me rimangono sacri fino a che la giustizia non avr completato la sua opera, il terzo grande personaggio del dramma, l'accusatore, non avr certo a soffrire se parler di lui con onest e con coraggio.

Ecco che cosa ho visto di Scheurer-Kestner, ecco che cosa penso e che cosa affermo.

Forse un giorno, se le circostanze lo permetteranno, parler degli altri due.

Una vita cristallina, la pi nitida, la pi diritta. Non una tara, mai la pi piccola debolezza. Una medesima opinione, costantemente seguita, senza ambizione militante, sfociata in un'altra posizione politica dovuta unicamente alla simpatia rispettosa dei suoi pari.

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E non un sognatore, n un utopista. Un industriale, che ha vissuto chiuso nel suo laboratorio, dedito a ricerche particolari, senza contare la preoccupazione quotidiana di una grande ditta commerciale da mandare avanti.

E, aggiungo, una situazione patrimoniale invidiabile. Tutte le ricchezze, tutti gli onori, tutte le gioie, il coronamento di una bella vita interamente dedicata al lavoro e alla lealt. Pi un solo desiderio da esprimere, ossia quello di finire in modo degno, in questa felicit e nella stima generale.

Eccolo, l'uomo. Lo conoscono tutti, non vedo chi mi potrebbe smentire. Ed proprio l'uomo attorno al quale si sta per svolgere uno dei drammi pi tragici e pi appassionati. Un giorno, un dubbio si affaccia nel suo spirito, poich un dubbio che nell'aria e che ha gi rubato varie coscienze. Un tribunale militare ha condannato, per alto tradimento, un capitano che, chiss, forse innocente. Il castigo stato tremendo, la degradazione pubblica, l'internamento in un luogo lontano, l'esecrazione di tutto un popolo che si accanisce, infierendo sull'infelice gi a terra. E, qualora fosse innocente, gran Dio! che brivido di piet, che orrore agghiacciante! al pensiero che non ci sarebbe riparazione possibile.

Nello spirito del signor Scheurer-Kestner, nato il dubbio. Da quel momento, come ha spiegato lui stesso, inizia il tormento, rinasce l'ossessione man mano che le cose gli giungono all'orecchio. E' un'intelligenza solida e logica quella che, a poco a poco, finisce per essere conquistata dal bisogno insaziabile della verit. Non c' nulla di pi alto, di pi nobile e il travaglio che quest'uomo ha vissuto uno spettacolo straordinario ed entusiasmante, per me, portato come sono dal mio mestiere a scrutare nelle coscienze. Il dibattito sulla verit e in nome della giustizia, non esiste lotta pi eroica.

In breve, alla fine Scheurer-Kestner giunge alla certezza. La verit la conosce, ora deve fare giustizia. E' un momento pauroso e posso immaginare cosa debba essere stato per lui quel momento d'angoscia. Non gli erano certo ignote le tempeste che stava per sollevare, ma la verit e la giustizia sono sovrane, poich esse soltanto assicurano la grandezza delle nazioni. Pu accadere che interessi politici le oscurino per qualche istante, ma un popolo che non basi su di esse la sua unica ragione d'essere sarebbe, oggi, un popolo condannato.

Fare luce sulla verit, certo; ma potremmo avere l'ambizione di farcene un vanto. Alcuni la vendono, altri vogliono almeno trarre vantaggio dall'averla detta.

Il progetto di Scheurer-Kestner era di restare nell'ombra, pur compiendo la sua opera. Aveva deciso di dire al governo: "Le cose stanno cos. Intervenite, abbiate voi stessi il merito d'essere giusti, riparando a un errore. Chi fa giustizia, trionfa sempre".

Circostanze delle quali non voglio parlare fecero s che non venisse ascoltato.

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Da quel momento in poi, ebbe inizio la sua ascesa al calvario, un'ascesa che dura da settimane. Si era sparsa la voce che egli fosse in possesso della verit, e chi detiene la verit, senza gridarla ai quattro venti, che altro pu essere se non un nemico pubblico? Stoicamente, per quindici giorni interminabili, egli rimase fedele alla parola data di tacere, sempre nella speranza di non doversi ridurre a prendere il posto di quelli che avrebbero dovuto agire. E sappiamo bene quale marea d'invettive e di minacce si sia abbattuta su di lui durante questi quindici giorni; un vero torrente di accuse immonde, di fronte al quale rimasto impassibile, a testa alta. Perch taceva? Perch non mostrava il suo incartamento a chiunque lo volesse vedere? Perch non faceva come gli altri che riempivano i giornali delle loro confidenze? Quanto, ah, quanto stato grande e saggio! Taceva, perfino al di l della promessa fatta, proprio perch si sentiva responsabile nei confronti della verit. Questa povera verit, nuda e tremebonda, schernita da tutti e che tutti sembravano avere interesse a soffocare, lui pensava soltanto a proteggerla contro l'ira e le passioni altrui. Aveva giurato a se stesso che non l'avrebbero fatta sparire e intendeva scegliere il momento e i mezzi adatti per assicurarle il trionfo. Che pu mai esserci di pi naturale, di pi lodevole? Per me non esiste niente di pi sovranamente bello del silenzio di Scheurer-Kestner, dopo tre settimane di ingiurie e di sospetti da parte di un intero popolo fuori di s. Ispiratevi a lui, romanzieri! In lui s avreste un eroe! I pi benevoli hanno avanzato dubbi sul suo stato di salute mentale. Non era per caso un vegliardo indebolito, caduto nell'infantilismo senile, uno di quegli spiriti che il rimbambimento incipiente rende inclini alla credulit? Gli altri, i pazzi e i delinquenti, l'hanno accusato senza tante cerimonie d'essersi lasciato "comprare". Semplicissimo: gli ebrei hanno sborsato un milione per acquistare tanta incoscienza. E non si levata una risata immensa, come risposta a tanta stupidit! Scheurer-Kestner, l, con la sua vita cristallina. Fate un confronto tra lui e gli altri, quelli che lo accusano e lo insultano, e giudicate. Bisogna scegliere tra questo e quelli.

Trovatela, la ragione che lo farebbe agire, al di fuori del suo bisogno cos nobile di verit e di giustizia. Coperto d'ingiurie, l'animo lacerato, sentendo vacillare il suo prestigio sotto di s, ma pronto a sacrificare tutto pur di portare a buon esito il suo eroico compito, egli tace, aspetta. Fino a che punto si pu essere grandi! L'ho detto, del caso in s non mi voglio occupare. Tuttavia, bene che io lo ripeta: il pi semplice, il pi trasparente del mondo, per chi voglia prenderlo per quello che .

Un errore giudiziario, eventualit deplorevole, s, ma sempre possibile. Sbagliano i magistrati, possono sbagliare i militari.

Cosa ha a che fare, questo, con l'onore dell'esercito? L'unico bel gesto, qualora sia stato commesso un errore, di porvi riparo: e la colpa nascerebbe nel momento in cui qualcuno si intestardisse a non voler ammettere di essersi sbagliato, nemmeno di fronte a prove decisive. Non ci sono altre difficolt, in fondo. Andr tutto bene, purch si sia decisi a riconoscere di aver potuto commettere un errore e di avere esitato, in seguito, a convenirne, perch era imbarazzante. Quelli che sanno, mi capiranno.

Quanto al temere complicazioni diplomatiche, uno spauracchio per gli allocchi. Nessuna delle potenze vicine ha niente a che spartire con il caso e converr dirlo forte. Ci troviamo soltanto di fronte a un'opinione pubblica esasperata, sovraffaticata da una campagna che tra le pi odiose. La
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stampa una forza necessaria; sono convinto che nel complesso faccia pi bene che male. Ma certi giornali, quelli che gettano lo scompiglio, quelli che seminano il panico, che vivono di scandali per triplicare le vendite, non sono certo meno colpevoli. L'antisemitismo idiota ha gettato il seme di questa demenza. La delazione dappertutto, nemmeno i pi puri e pi coraggiosi osano fare il loro dovere per il timore di venire infangati.

E cos, eccoci in questo orribile caos, nel quale tutti i sentimenti sono falsati, in cui non possibile volere la giustizia senza venire trattati da rimbambiti o da venduti. Le menzogne mettono radici, le storie pi assurde vengono riportate con sussiego dai giornali seri, l'intera nazione sembra in preda alla follia, quando un po' di buon senso rimetterebbe subito a posto le cose. Oh, come sar semplice, torno a dirlo, il giorno in cui quelli che sono alla guida oseranno, nonostante la folla aizzata, comportarsi da galantuomini! Immagino che nel silenzio altero di Scheurer-Kestner, ci sia anche il desiderio di aspettare che ciascuno faccia il suo esame di coscienza prima di agire. Quando ha parlato del suo dovere che, perfino sulle rovine del suo prestigio, della sua felicit e dei suoi beni, gli ordinava, dopo averla conosciuta, di servire la verit, quest'uomo ha detto una frase ammirevole: "Non avrei potuto vivere". Ebbene, ecco che cosa devono dirsi tutte le persone oneste immischiate in questa storia: che non potranno pi vivere, se non faranno giustizia.

E, qualora ragioni politiche volessero che la giustizia venisse ritardata, si tratterebbe di una notizia falsa che servirebbe soltanto a rinviare l'epilogo inevitabile,aggravandolo ulteriormente.

La verit in cammino e niente la potr fermare.

IL SINDACATO

Articolo Pubblicato su "Le Figaro" il primo dicembre 1897.

Contavo di scrivere per questo giornale tutta una serie di articoli sul caso Dreyfus, un'intera campagna, via via che gli avvenimenti si fossero svolti. Per caso, durante una passeggiata, ne avevo incontrato il direttore, Fernand de Rodays. Ci eravamo messi a discorrere, accalorandoci, proprio in mezzo ai passanti, e da l era nata bruscamente la mia decisione di offrirgli degli articoli, avendolo sentito d'accordo con me. Mi trovavo cos impegnato, quasi senza volerlo. Aggiungo, tuttavia, che prima o poi ne avrei parlato, poich tacere mi era impossibile. Non dimentichiamo con quale vigore "Le Figaro" cominci e soprattutto fin per sposare la causa.

Il concetto noto. Ed di una bassezza e di una stupidit semplicistica, degne di quelli che l'hanno immaginato.
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Il capitano Dreyfus viene condannato da un tribunale militare per alto tradimento. Da quel momento, diventa il traditore, non pi un uomo ma un'astrazione, colui che incarna l'idea della patria sgozzata, venduta al nemico vincitore. Non soltanto il tradimento presente e futuro, rappresenta pure il tradimento passato, poich a lui si ascrive l'antica sconfitta, nell'ostinata convinzione che solo il tradimento abbia potuto far s che fossimo battuti.

Ecco l'anima nera, il personaggio abominevole, la vergogna dell'esercito, il bandito che vende i fratelli proprio come Giuda ha venduto il suo Dio. E, trattandosi di un ebreo, semplicissimo: gli ebrei che sono ricchi e potenti e senza patria, del resto, lavoreranno sott'acqua, con i loro milioni, per toglierlo dai guai; compreranno le coscienze e tesseranno attorno alla Francia un complotto esecrabile pur di ottenere la riabilitazione del colpevole, pronti a sostituirgli un innocente.

La famiglia del condannato, anch'essa ebrea, naturalmente, entra nell'affare. Affare s, poich a peso d'oro che si tenter di disonorare la giustizia, di imporre la menzogna, di sporcare un popolo con la pi impudente delle campagne. Il tutto per salvare un ebreo dall'infamia e sostituirlo con un cristiano.

Insomma, si crea quasi un consorzio finanziario. Vale a dire che alcuni banchieri si riuniscono, mettono dei fondi in comune, sfruttano la credulit pubblica. Da qualche parte, c' una cassa che paga per tutto il fango smosso. C' una vasta impresa tenebrosa, uomini mascherati, forti somme consegnate di notte, sotto i ponti, a degli sconosciuti, ci sono grandi personaggi da corrompere, pagandone a prezzi folli l'antica onest.

E a poco a poco questo sindacato si allarga, finisce per essere un'organizzazione potente, nell'ombra, tutta una spudorata cospirazione per glorificare il traditore e per annegare la Francia sotto una marea d'ignominia.

Esaminiamolo, questo sindacato.

Gli ebrei si sono arricchiti, e sono loro a pagare l'onore dei complici, profumatamente. Mio Dio, chiss quanto avranno gi speso! Ma, se sono arrivati appena a una decina di milioni, capisco benissimo che li abbiamo sacrificati. Siamo di fronte a cittadini francesi, nostri uguali e nostri fratelli, che l'antisemitismo imbecille trascina quotidianamente nel fango. Si tentato di schiacciarli per mezzo del capitano Dreyfus; del crimine di uno di loro, si cercato di fare il crimine di un'intera razza. Tutti traditori, tutti venduti, tutti da condannare. E volete che questi non protestino furiosamente, non cerchino di discolparsi, di restituire colpo su colpo in questa guerra di sterminio della quale sono oggetto? Va da s, naturalmente, che si augurino con tutto il cuore di vedere risplendere l'innocenza del loro correligionario; e se la riabilitazione appare loro possibile, chiss con quanto ardore si staranno impegnando per ottenerla.

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Ci che mi lascia perplesso che, se esiste uno sportello dove si va a riscuotere, non ci sia nel sindacato qualche autentico briccone. Vediamo un po', voi li conoscete bene: come si spiega che il tale, o il tal altro, o il tal altro ancora, non lo siano? E' incredibile, ma tutta la gente che si dice gli ebrei abbiano comprato gode di una solida reputazione di probit. C' forse un fondo di civetteria? Forse, gli ebrei vogliono soltanto merce rara, essendo disposti a pagarla? Io, per, dubito molto di questo sportello, anche se sarei prontissimo a giustificare gli ebrei qualora, portati all'esasperazione, si difendessero con i loro milioni. In un massacro, ognuno si serve di quello che ha. E parlo di loro con la massima tranquillit perch non li amo e non li odio. Non ho amici ebrei particolarmente vicini al mio cuore. Per me sono uomini, e tanto basta.

Ma, per la famiglia del capitano Dreyfus, ben diverso, e qui se qualcuno non comprendesse, non s'inchinasse, sarebbe un cuore davvero arido. Sia ben chiaro! tutto il suo oro, tutto il suo sangue, la famiglia ha il diritto e il dovere di offrirlo, se crede innocente il suo rampollo. Quella una soglia sacra che nessuno ha il diritto di insozzare. In quella casa che piange, dove c' una moglie, dei fratelli, dei genitori in lutto, d'obbligo entrare con il cappello in mano; e soltanto gli zotici si permettono di parlare ad alta voce e mostrarsi insolenti. Il fratello del traditore! l'insulto che si getta in faccia a quel fratello. Sotto quale morale, sotto quale Dio viviamo, mi chiedo, perch ci sia possibile, perch la colpa di uno dei componenti venga rimproverata a tutta la famiglia? Non c' niente di pi vile, di pi indegno della nostra cultura e della nostra generosit. I giornali che ingiuriano il fratello del capitano Dreyfus, solo perch ha fatto il suo dovere, sono un'onta per la stampa francese.

E chi mai doveva parlare, se non lui? E' compito suo. Quando la sua voce si levata a chiedere giustizia, nessuno pi aveva il diritto di intervenire, si sono fatti tutti da parte. Lui solo aveva la veste per sollevare la spinosa questione di un possibile errore giudiziario, della verit su cui far luce, una verit lampante. Hanno un bell'accumulare ingiurie, nessuno potr oscurare il concetto che la difesa dell'assente l'hanno in mano quelli del suo sangue, che hanno conservato la speranza e la fede.

E la prova morale pi forte in favore dell'innocenza del condannato proprio la convinzione incrollabile di un'intera e onorata famiglia, di una probit e di un patriottismo senza macchia.

Poi, dopo gli ebrei fondatori, dopo la famiglia che ne a capo, vengono i semplici membri del sindacato, quelli che si sono fatti comprare. Due tra i pi anziani sono Bernard Lazare e il comandante Forzinetti. In seguito, sono venuti Scheurer-Kestner e Monod. Ultimamente, si scoperto il colonnello Picquart, senza contare Leblois. E spero bene, dopo il mio primo articolo, di far parte pure io della banda. Del resto, appartiene al sindacato, viene tacciato d'essere un malfattore e d'essere stato pagato, chiunque, ossessionato dall'agghiacciante brivido di un possibile errore giudiziario, si permetta di volere che sia fatta la verit, in nome della giustizia.

Ma siete stati voi a volerlo, a crearlo, questo sindacato. Voi tutti che contribuite a questo spaventoso caos, voi falsi patrioti, antisemiti sbraitanti, semplici sfruttatori della pubblica sconfitta.

La prova non forse completa, di una luminosit solare? Se ci fosse stato un sindacato, ci sarebbe stata un'intesa; e dov' l'intesa? E' semplicemente nato in alcune coscienze, all'indomani della
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condanna, un senso di malessere, un dubbio, di fronte all'infelice che grida a tutti la sua innocenza. La crisi terribile, la pubblica follia alla quale assistiamo, sicuramente partita da l, dal lieve brivido rimasto negli animi. Ed il comandante Forzinetti l'uomo di quel brivido che tanti altri hanno provato, quello che ce ne ha fatto un racconto cos cocente.

Poi, c' Bernard Lazare. Preso dal dubbio, egli lavora a far luce.

La sua inchiesta solitaria si svolge per in mezzo a tenebre che gli impossibile diradare. Pubblica un opuscolo, ne fa uscire un secondo alla vigilia delle sue rivelazioni di oggi; e la prova che egli lavorava da solo, che non era in relazione con nessun altro membro del sindacato, che non ha saputo, non ha potuto dire niente della verit vera. Un sindacato proprio strano, i cui membri si ignorano! C' poi Scheurer-Kestner, a sua volta torturato dal bisogno di verit e di giustizia, e che cerca, tenta di arrivare a una certezza, senza sapere niente dell'inchiesta ufficiale ufficiale, dico - che contemporaneamente veniva svolta dal colonnello Picquart, messo sulla buona strada dalle sue stesse funzioni presso il ministero della Guerra. C' voluto un caso, un incontro, come si sapr in seguito, perch i due uomini che non si conoscevano, che lavoravano ognuno per conto proprio alla stessa opera, finissero all'ultimo momento per raggiungersi e procedere fianco a fianco.

La storia del sindacato tutta qui: uomini di buona volont, di verit e di equit, partiti dai quattro punti cardinali, senza conoscersi e lavorando a leghe di distanza, ma incamminati tutti verso uno stesso fine, procedendo in silenzio, esplorando il terreno e convergendo tutti un bel mattino verso lo stesso punto d'arrivo. Com'era inevitabile, si sono trovati tutti e presi per mano a quel crocevia della verit, a quel fatale appuntamento della giustizia.

Come vedete siete voi che, ora, li riunite, li costringete a serrare i ranghi per dedicarsi a un medesimo sforzo sano e onesto, questi uomini che voi coprite d'insulti, che accusate del pi nero complotto, quando miravano unicamente a un'opera di suprema riparazione.

Dieci, venti giornali, ai quali si mescolano le passioni e gli interessi pi diversi, una stampa ignobile che non posso leggere senza che mi si spezzi il cuore per lo sdegno, non ha cessato, come dicevo, di convincere il pubblico che un sindacato di ebrei fosse impegnato nel pi esecrabile dei complotti, acquistando le coscienze a peso d'oro. Lo scopo era in un primo momento quello di salvare il traditore e sostituirlo con un innocente; poi, quello di disonorare l'esercito, di vendere la Francia come nel 1870.

Sorvolo sui romanzeschi particolari della tenebrosa macchinazione.

E questa opinione, lo riconosco, diventata quella della grande maggioranza del pubblico. Quante persone ingenue mi hanno avvicinato in questi otto giorni, per dirmi con aria stupefatta:

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"Come! Dite che Scheurer-Kestner non un bandito? e vi mettete pure voi con quella gentaglia? Ma non lo sapete che hanno venduto la Francia?". Il cuore mi si stringe per l'angoscia, perch so bene che una simile perversione dell'opinione pubblica rende molto facile imbrogliare le carte. E il peggio che i coraggiosi sono rari, quando c' da andare controcorrente. Quanti ti mormorano all'orecchio di essere convinti dell'innocenza del capitano Dreyfus, ma che non se la sentono di assumere un atteggiamento pericoloso, nella mischia! Dietro l'opinione pubblica, sulla quale contano naturalmente di potersi appoggiare, ci sono gli uffici del ministero della Guerra.

Non voglio parlarne, oggi, perch ancora spero che giustizia sar fatta. Ma chi non si rende conto che siamo di fronte alla cattiva volont pi cocciuta? Non si vuole riconoscere di aver commesso degli errori e, vorrei dire, delle colpe. Ci si ostina a coprire i personaggi compromessi e si pronti a tutto, pur di evitare il tremendo repulisti. E la cosa talmente grave, che quegli stessi che hanno in mano la verit, dai quali si esige furiosamente che la dicano, esitano ancora, aspettano a gridarla pubblicamente, nella speranza che essa si imponga da s e che venga loro risparmiato il dolore di doverla dire.

Ma pur sempre una verit quella che, da oggi, io vorrei diffondere in tutta la Francia. Ossia che si sul punto di farle commettere, a lei che la giusta, la generosa, un autentico crimine. Non pi la Francia, dunque, perch si possa ingannarla a tal punto, aizzarla contro un infelice che, da tre anni, espia, in condizioni atroci, un crimine che non ha commesso? S, esiste laggi, in un'isola sperduta, sotto un sole spietato, un essere che stato separato dai suoi simili. E non solo il mare lo isola, ma undici guardiani lo circondano notte e giorno come una muraglia vivente. Undici uomini sono stati immobilizzati per sorvegliarne uno solo. Mai assassino, mai pazzo furioso stato murato in modo cos totale. E l'eterno silenzio e la lenta agonia sotto l'esecrazione di una nazione intera! Osereste dire, ora, che quest'uomo non colpevole? Ebbene, proprio quello che affermiamo, noialtri, gli appartenenti al sindacato. E lo diciamo alla Francia e ci auguriamo che prima o poi ci ascolti poich sempre essa si infervora per le cause giuste e belle. Le diciamo che noi vogliamo l'onore dell'esercito, la grandezza della nazione. E' stato commesso un errore giudiziario e, finch non sar riparato, la Francia soffrir, malaticcia, come per un cancro segreto che corrode a poco a poco le armi. E se, per farla ritornare sana, necessario ricorrere al bisturi, si faccia! Un sindacato per agire sull'opinione pubblica, per guarirla dalla demenza in cui l'ha gettata certa stampa ignobile, per riportarla alla sua fierezza, alla sua secolare generosit. Un sindacato per ripetere ogni mattina che le nostre relazioni diplomatiche non sono in gioco, che l'onore dell'esercito non affatto in causa, che solo alcune individualit possono essere compromesse. Un sindacato per dimostrare che qualsiasi errore giudiziario riparabile, e che perseverare in un errore del genere, con il pretesto che un consiglio di guerra non pu sbagliarsi, la pi mostruosa delle ostinazioni, la pi spaventosa delle infallibilit. Un sindacato per condurre una campagna fino a che verit sia detta, fino a che giustizia sia resa, al di l di tutti gli ostacoli, quand'anche occorressero ancora anni di lotta.

Di questo sindacato, s! faccio parte anch'io e spero tanto che voglia farne parte tutta la brava gente di Francia!

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PROCESSO VERBALE

Articolo pubblicato su "Le Figaro" il 5 dicembre 1897.

E' il terzo e ultimo articolo che mi fu permesso di dare a "Le Figaro". Ebbi perfino qualche difficolt a farlo passare e, come si vedr, ritenni saggio congedarmi in esso dal pubblico, intuendo che mi sarei trovato nell'impossibilit di continuare la mia campagna, che tanto turbava i lettori abituali del giornale.

Riconosco perfettamente, a un giornale, la necessit di fare i conti con le abitudini e le passioni della sua clientela. Perci, ogni volta che ho subito questo genere di battuta d'arresto, me la sono presa soltanto con me stesso, per essermi sbagliato sul terreno e sulle condizioni di lotta. Le Figaro si dimostrato ci nondimeno coraggioso nell'accettare questi tre articoli, e io lo ringrazio.

Ah! quale spettacolo, dopo tre settimane, e quali tragici, indimenticabili giorni abbiamo attraversato! Non ne ricordo altri che abbiano suscitato in me tanta umanit, tanta angoscia e tanta generosa collera. Esasperato, ho vissuto nell'odio della stupidit e della malafede, a tal punto assetato di verit e di giustizia da riuscire a comprendere i grandi moti dell'anima che possono portare un placido borghese al martirio.

In verit, si trattato di uno spettacolo inaudito, che per brutalit, per sfrontatezza, per ammissioni ignobili andava al di l di tutto quello che di pi istintivo e di pi vile abbia mai confessato la bestia umana. Un simile esempio di follia e di perversione da parte di una folla raro ed sicuramente per questo che, oltre a ribellarmi come uomo, mi sono tanto appassionato come romanziere, come drammaturgo, sconvolto dall'entusiasmo di fronte a un caso di cos tremenda bellezza.

Oggi, ecco, la storia entra nella fase regolare e logica, quella che abbiamo desiderato, che abbiamo incessantemente chiesto. Un tribunale militare all'opera, il nuovo processo ha come scopo la verit, e noi ne siamo convinti. Non abbiamo mai voluto altro. Non resta, ora, che tacere e aspettare, perch non siamo noi a doverla dire, la verit, il Consiglio di guerra che la deve accertare, renderla lampante. E non ci sar un nostro nuovo intervento, a meno che essa non ne esca incompleta ed un'ipotesi del tutto inammissibile.

Ma, essendo terminata la prima fase, vero caos in piena tenebra, vero scandalo in cui tante coscienze sporche si sono messe a nudo, dev'esserne redatto il processo verbale, bisogna trarne le conclusioni. Perch, nella profonda tristezza delle constatazioni che s'impongono, c' l'ammaestramento virile, il ferro rovente con cui si cauterizzano le piaghe. Riflettiamoci: l'orrendo spettacolo che abbiamo appena dato a noi stessi deve guarirci.

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Per cominciare, la stampa.

Abbiamo visto la stampa scadente in fregola, intenta a battere moneta con le curiosit malsane, a guastare la folla per vendere le denigrazioni dei suoi scribacchini, che non trovano pi compratori da quando la nazione calma, sana e forte. Sono soprattutto i facinorosi della sera, i giornali di tolleranza che adescano i passanti con i loro titoli a caratteri cubitali, promettendo dissolutezza. Facevano il loro commercio abituale, ma con un'impudenza significativa.

Abbiamo visto, un gradino pi su, i giornali popolari, i giornali da un soldo, quelli che si rivolgono alla massa e che formano l'opinione dei pi, rinfocolare passioni atroci, condurre furiosamente una campagna di settari, uccidendo nel nostro caro popolo di Francia ogni generosit, ogni desiderio di verit e di giustizia. Voglio credere alla loro buona fede. Ma quale tristezza, questi cervelli di polemisti invecchiati, di agitatori dementi, di patrioti meschini che, diventati conduttori di uomini, commettono il pi nero dei crimini, quello di ottenebrarne la coscienza pubblica e di fuorviare un intero popolo! Quest'impresa tanto pi esecrabile quando condotta, come in certi giornali, con una bassezza di mezzi, un'abitudine alla menzogna, alla diffamazione e alla delazione che rimarranno l'onta pi grande della nostra epoca.

Infine, abbiamo visto la grande stampa, la stampa detta seria e onesta, assistere a tutto questo con un'impassibilit, direi quasi una serenit stupefacente. Questi giornali onesti si sono accontentati di registrare tutto con cura scrupolosa, la verit come l'errore. Hanno lasciato che il fiume avvelenato scorresse, senza omettere un solo abominio. S, certo, questa imparzialit.

Per, a stento qua e l una timida valutazione, e non una sola voce alta e nobile, non una, capite? che si sia alzata da questa stampa onesta, per schierarsi dalla parte dell'umanit, dell'equit oltraggiata! E abbiamo visto soprattutto - poich in mezzo a tanti orrori sufficiente scegliere il pi ripugnante abbiamo visto la stampa, quella ignobile, continuare a difendere un ufficiale francese che aveva insultato l'esercito e sputato sulla nazione. Non basta! Abbiamo visto giornali che lo scusavano, altri che gli infliggevano il loro biasimo, s, ma con qualche riserva. Ma come! non c' stato un grido unanime di rivolta e di esecrazione! Che cos' mai accaduto perch un crimine che in un altro momento avrebbe sollevato la coscienza pubblica in un bisogno furente di immediata repressione, abbia potuto trovare delle circostanze attenuanti in quegli stessi giornali tanto suscettibili in tema di fellonia e di tradimento? L'abbiamo visto, ripeto. E ignoro cosa abbia prodotto un sintomo come questo sugli altri spettatori, visto che nessuno parla, nessuno s'indigna. So che, per quanto mi riguarda, mi ha fatto rabbrividire, poich rivela con inaspettata violenza la malattia di cui soffriamo. La stampa ignobile ha divorato la nazione e un accesso di quella perversione, di quella corruzione in cui essa l'ha gettata, ha finito per mettere l'ulcera completamente a nudo.

L'antisemitismo, ora.
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E' il vero colpevole. Ho gi detto come questa campagna barbara, che ci riporta indietro di secoli, offenda il mio bisogno di fraternit, la mia passione per la tolleranza e l'emancipazione umana. Ritornare alle guerre di religione, ricominciare le persecuzioni religiose, volere lo sterminio tra le razze, sono cose di un'assurdit tale, nel nostro secolo di affrancamento, che un simile tentativo mi sembra soprattutto imbecille. Non poteva nascere che da un cervello fumoso e squilibrato di credente, che da una grande vanit di scrittore rimasto a lungo sconosciuto e desideroso di recitare una parte a tutti i costi, sia pure odiosa.

E non voglio ancora credere che un movimento del genere possa davvero prendere un'importanza decisiva in Francia, in questo paese di libero esame, di bont fraterna e di limpida ragione.

Eppure, assistiamo a misfatti terribili, devo confessare che il male gravissimo. Il veleno nel popolo, anche se il popolo non tutto avvelenato. Dobbiamo all'antisemitismo la pericolosa virulenza che gli scandali di Panama hanno preso qui da noi. E questo penoso caso Dreyfus tutta opera sua: esso soltanto ha reso possibile l'errore giudiziario, esso soltanto sconvolge oggi la folla, impedisce che quell'errore venga tranquillamente e nobilmente riconosciuto, per la nostra integrit e il nostro buon nome. Non c'era niente di pi semplice e di pi naturale del fare luce sulla verit, appena sorti i primi seri dubbi; come si pu non capire che, perch si sia arrivati alla pazzia furiosa in cui ci troviamo, giocoforza che ci sia un veleno nascosto che ci fa delirare tutti? Questo veleno l'odio feroce contro gli ebrei che ogni mattina, da anni, viene versato al popolo. Sono una banda, quelli che fanno questo mestiere di avvelenatori, e il bello che lo fanno in nome della morale, in nome di Cristo, atteggiandosi a vendicatori e a giustizieri. E chi ci dice che sul Consiglio di guerra non abbia agito l'ambiente stesso in cui esso deliberava? Un ebreo traditore che vende il suo paese, la cosa va da s. E se anche non si trova alcuna ragione umana che spieghi il crimine, se anche l'imputato ricco, savio, lavoratore, senza passioni e con una vita impeccabile, non basta forse il fatto che sia ebreo? Oggi, da quando cio chiediamo che si faccia luce, l'atteggiamento dell'antisemitismo ancora pi violento, pi tracotante. E' il suo processo, quello che si sta per istruire, e che schiaffo sarebbe per gli antisemiti qualora l'innocenza di un ebreo trionfasse! Un ebreo innocente. Possibile? Crolla tutta un'impalcatura di bugie, subentra l'aria pura, la buona fede, l'equit, ed la rovina per una setta che agisce sulla folla degli ingenui solamente in forza dei suoi eccessi ingiuriosi e dell'impudenza delle sue calunnie.

Ed ecco cos'altro abbiamo visto: il furore di questi malfattori pubblici al solo pensiero che si possa fare un po' di luce. E inoltre, ahim, abbiamo visto lo smarrimento della folla che costoro hanno pervertito, e tutta questa opinione pubblica sconvolta, tutto questo caro popolo di umili e di semplici, che oggi si scaglia contro gli ebrei e che domani farebbe una rivoluzione per liberare il capitano Dreyfus, se qualche onest'uomo lo infiammasse del fuoco sacro della giustizia.

Infine, gli spettatori, gli attori, voi e io, noi tutti.

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Quale confusione, quale pantano accresciuto di continuo! Abbiamo visto infervorarsi di giorno in giorno la mischia delle passioni e degli interessi, e poi storie insulse, pettegolezzi vergognosi, smentite di inaudita impudenza, il semplice buon senso venire preso a schiaffi ogni mattina, il vizio acclamato, la virt zittita, insomma l'agonia di tutto quello che costituisce l'onore e la gioia di vivere. Si finito per odiarlo, tutto questo, certo! Ma chi aveva voluto questo stato di cose, chi lo trascinava per le lunghe? I nostri capi, quelli che, avvertiti da pi di un anno, non osavano far niente. Inutile supplicarli, inutile preconizzare loro, fase per fase, la tremenda tempesta che si stava addensando. L'inchiesta l'avevano fatta; l'incartamento l'avevano tra le mani. Ma fino all'ultima ora, nonostante le suppliche, si sono intestarditi nella loro inerzia, piuttosto che prendere in mano la situazione, per limitarla, a rischio di sacrificare subito le individualit compromesse. Il fiume di fango straripato, com'era stato loro predetto, ed colpa loro.

Abbiamo visto energumeni trionfare con l'esigere la verit da quelli che dicevano di saperla, quando questi non potevano dirla finch c'era in corso un'inchiesta. La verit stata detta al generale incaricato dell'inchiesta, e a lui soltanto affidata la missione di farla conoscere. La verit sar inoltre detta al giudice istruttore, e lui soltanto ha la veste per ascoltarla e per basare su di essa il suo atto di giustizia. La verit! che concezione ne avete, in un'avventura come questa, che scuote tutta un'organizzazione decrepita, per credere che sia un oggetto semplice e maneggevole, da tenere nel cavo della mano e da mettere quando si vuole in mano ad altri, come se fosse un sasso o una mela? La prova, ah s, la prova che si pretendeva, immediata, come i bambini pretendono che si mostri loro il vento che passa. Siate pazienti e la vedrete splendere, la verit; ma occorrer in ogni caso un po' d'intelligenza e di probit morale.

Abbiamo visto sfruttare vilmente il patriottismo, agitare lo spettro dello straniero in una questione d'onore che riguarda unicamente la famiglia francese. I peggiori rivoluzionari hanno gridato che si insultavano l'esercito e i suoi capi, quando, com' giusto, si chiede solo di non metterli troppo in alto, fuori della portata di chiunque. E, di fronte ai caporioni, di fronte a qualche giornale che aizzava l'opinione pubblica, ha regnato il terrore. Non un esponente delle nostre assemblee ha avuto un grido da onest'uomo, tutti sono rimasti muti, esitanti, prigionieri dei loro gruppi, tutti hanno avuto paura dell'opinione pubblica, sicuramente preoccupati, in previsione delle prossime elezioni. N un moderato, n un radicale, n un socialista, nessuno di quelli che dovrebbero tutelare le pubbliche libert, si ancora alzato a parlare secondo coscienza. Come volete che il paese sappia orientarsi nella tormenta, se quegli stessi che si dicono sue guide tacciono per meschina tattica di politicanti oppure per il timore di compromettere la loro situazione personale? E lo spettacolo stato cos penoso, cos crudele, cos duro per la nostra fierezza, che intorno a me sento ripetere: "La Francia proprio malata perch abbia potuto prodursi una simile crisi di aberrazione pubblica". No! soltanto sviata, fuori di s del suo cuore e della sua indole. Le si parli il linguaggio dell'umanit e della giustizia e si ritrover intera, nella sua generosit leggendaria.

Il primo atto terminato, sull'orrendo caso calato il sipario.

Auguriamoci che lo spettacolo di domani ci consoli e ci ridia coraggio.

Ho detto che la verit era in cammino e che niente l'avrebbe fermata. Un primo passo fatto, un altro si far, poi un altro, poi il passo decisivo. E' matematico.
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Per il momento, in attesa della decisione del Consiglio di guerra, la mia parte terminata; ed mio ardente desiderio che, fatta la verit, resa giustizia, io non debba pi lottare n per l'una n per l'altra.

LETTERA ALLA GIOVENTU'

Pubblicata in un opuscolo messo in vendita il 14 dicembre 1897.

Poich nessun giornale, in quel momento, sembrava disposto ad accettare i miei articoli e poich desideravo essere assolutamente libero, concepii il progetto di continuare la mia campagna per mezzo d'una serie di opuscoli. In un primo momento avevo pensato di pubblicarli regolarmente, a giorni fissi, uno alla settimana.

Poi, preferii rimanere padrone delle date di pubblicazione, in modo da scegliere le mie ore e da intervenire sugli argomenti soltanto nei giorni in cui l'avrei giudicato utile.

Dove andate, giovani, dove andate, bande di studenti che correte per le strade, manifestando in nome delle vostre collere e dei vostri entusiasmi, provando il bisogno imperioso di levare pubblicamente il grido delle vostre coscienze indignate? Andate a protestare contro qualche abuso di potere, qualcuno ha offeso il bisogno di verit e di equit che ancora arde nelle vostre anime nuove, ignare dei compromessi politici e delle quotidiane vilt della vita? Andate a raddrizzare un torto sociale, a mettere la protesta della vostra giovent vibrante sulla bilancia infida dove cos falsamente si pesano la sorte dei fortunati e quella dei diseredati di questo mondo? Andate a fischiare per affermare la tolleranza, l'indipendenza della razza umana, qualche settario dell'intelligenza, dal cervello ristretto, che avr tentato di ricondurre i vostri spiriti liberati all'antico errore, proclamando la bancarotta della scienza? Andate a gridare, sotto la finestra di qualche personaggio sfuggente e ipocrita, la vostra fede invincibile nell'avvenire, in quel secolo venturo che portate con voi e che deve realizzare la pace del mondo, in nome della giustizia e dell'amore? "No, no! andiamo a protestare contro un uomo, un vegliardo che, dopo una lunga vita di lavoro e di lealt, ha creduto di poter impunemente sostenere una causa generosa, di volere che si facesse luce e che un errore venisse riparato per l'onore stesso della patria francese!".

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Ah, quando pure io ero giovane, l'ho visto, il quartiere latino, fremere tutto delle accese passioni della giovent: l'amore della libert, l'odio verso la forza bruta che schiaccia i cervelli e comprime le anime. L'ho visto, sotto l'Impero, fare la sua coraggiosa opera di opposizione, perfino ingiusta a volte, ma sempre per eccesso di libera emancipazione umana. Fischiava gli autori graditi alle Tuileries, malmenava i professori il cui insegnamento gli sembrava sospetto, si levava contro chiunque si mostrasse a favore delle tenebre e della tirannia. Vi bruciava il sacro fuoco della bella follia dei vent'anni, quando tutte le speranze sono delle realt e il domani appariva come il trionfo certo della Citt perfetta.

E se risalissimo pi indietro, in questa storia delle nobili passioni che hanno sollevato la giovent delle scuole, la vedremmo sempre indignarsi sotto l'ingiustizia, fremere e levarsi per gli umili, gli abbandonati, i perseguitati, contro i feroci e i potenti. Essa ha manifestato in favore dei popoli oppressi, si dichiarata per la Polonia, per la Grecia, ha preso le difese di tutti quelli che soffrivano, che agonizzavano sotto la brutalit di una folla o di un despota. Quando si diceva che il quartiere latino si accendeva, si poteva star certi che, dietro, c'era qualche vampata di giustizia giovanile, incurante delle precauzioni, che reagiva con entusiasmo ai dettami del cuore. E quanta spontaneit, allora! era come se un fiume in piena straripasse per le strade.

So bene che anche oggi il pretesto la patria minacciata, la Francia consegnata al nemico vincitore da una banda di traditori.

Soltanto, mi chiedo, dove troveremo la chiara intuizione delle cose, la sensazione istintiva di ci che vero, di ci che giusto, se non in queste anime nuove, in questi giovani che nascono alla vita politica, dei quali niente dovrebbe ancora oscurare la ragione diritta e sana? Che gli uomini politici, corrotti da anni di intrighi, o i giornalisti, squilibrati da tutti i compromessi del mestiere, possano accettare le menzogne pi impudenti, far finta di non vedere cose che sono di una chiarezza abbagliante, un fatto che si spiega, che si capisce.

Ma la giovent, via! dev'essere gi molto incancrenita perch la sua purezza, il suo naturale candore, non si riconoscano a colpo d'occhio in mezzo a errori inaccettabili e non abbiano ogni diritto a quanto evidente, limpido, di una luminosit onesta, da pieno giorno! Non c' storia pi semplice di cos. Un ufficiale stato condannato e nessuno si sogna di sospettare della buona fede dei giudici. L'hanno colpito secondo la loro coscienza, su prove che hanno ritenuto certe. Poi, succede un giorno che qualcuno, anzi pi d'uno, abbia dei dubbi e che dal dubbio giunga poi alla convinzione che una delle prove, la pi importante, o almeno la sola sulla quale i giudici si sono pubblicamente basati, stata erroneamente attribuita al condannato e che il documento sicuramente di mano di un altro. E lo dice, e quest'altro viene denunciato dal fratello del condannato, che aveva il preciso dovere di agire cos; ed ecco che, per forza di cose, ha inizio un nuovo processo, processo che, se ci sar condanna, dovr condurre alla revisione del primo. C' forse qualcosa di non perfettamente chiaro, giusto e ragionevole? Dov' la macchinazione, dov' il nero complotto per salvare un traditore? Che ci sia un traditore, nessuno lo nega; si vuole soltanto che a espiare il crimine sia un colpevole, non un innocente. Lo avrete ugualmente, il vostro traditore, si tratta soltanto di darvene uno autentico.

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Un po' di buon senso non dovrebbe essere pi che sufficiente? A quale movente obbedirebbero mai quelli che perseguono la revisione del processo Dreyfus? Lasciamo da parte l'antisemitismo imbecille, la cui feroce monomania ci vede un complotto ebreo, l'oro ebreo che si sforza di sostituire un cristiano a un ebreo nell'infame prigione. E' una teoria che non sta in piedi, le inverosimiglianze e le impossibilit crollano le une sulle altre, non basterebbe tutto l'oro della terra a comprare certe coscienze. E bisogna per forza arrivare alla realt che poi l'espansione naturale, lenta, invincibile di qualsiasi errore giudiziario. La storia tutta l.

Un errore giudiziario una forza in movimento: uomini di coscienza sono conquistati, sono assillati, si dedicano in modo sempre pi ostinato, rischiano la loro fortuna e la loro vita affinch giustizia sia fatta. E non c' altra spiegazione possibile di quanto accade oggi, il resto non altro che fanatismi politici e religiosi abominevoli, che torrente straripato di calunnie e d'ingiurie.

Ma quale giustificazione avrebbe mai la giovent se le sue idee di umanit e di giustizia venissero a esserne oscurate foss'anche per un istante? Nella seduta del 4 dicembre, una Camera francese s' coperta di onta, votando un ordine del giorno per "stigmatizzare i caporioni dell'odiosa campagna che turba la coscienza pubblica".

Lo dico francamente, per l'avvenire che mi legger, spero: un voto simile indegno del nostro generoso paese e rester come una macchia incancellabile. "I caporioni" sono gli uomini di coscienza e di coraggio che, certi di un errore giudiziario, l'hanno denunciato perch ci si ponesse riparo nella patriottica convinzione che una grande nazione, nella quale un innocente agonizzasse tra le torture, sarebbe una nazione condannata. "La campagna odiosa", il grido di verit, il grido di giustizia che quegli uomini levano, l'ostinazione che essi mettono nel volere che la Francia, di fronte ai popoli che la osservano, resti la Francia che ha creato la libert e che creer la giustizia. E la Camera, tutti potete vederlo, ha certamente commesso un crimine, poich ecco che ha corrotto perfino la giovent delle nostre scuole, poich ecco che questa, ingannata, sviata, sguinzagliata per le nostre vie, manifesta, come non si era finora mai visto, contro quanto di pi fiero, di pi coraggioso, di pi divino c' nell'animo umano! Dopo la seduta del Senato, il 7, si parlato di crollo a proposito di Scheurer-Kestner. Ah s, che crollo nel suo cuore, nel suo animo! Mi immagino la sua angoscia, il suo tormento, nel vedersi franare intorno tutto quello che ha amato della nostra Repubblica, tutto quello che per essa ha contribuito a conquistare nella nobile battaglia della sua vita; la libert, prima di tutto, poi le maschie virt della lealt, della franchezza e del coraggio civico. E' uno degli ultimi della sua generazione di forti. Sotto l'Impero, ha saputo che cos' un popolo sottomesso all'autorit di un singolo, un popolo divorato dalla febbre e dall'impazienza mentre, la bocca brutalmente imbavagliata, vede negare ogni giustizia. Col cuore sanguinante ha assistito alle nostre disfatte, ne ha saputo le cause, tutte dovute all'accecamento, all'imbecillit dispotica. In seguito, ha fatto parte di quelli che hanno lavorato nel modo pi saggio e pi ardente a sollevare il paese dalle pastoie, a restituirgli il suo rango in Europa.

Data dai tempi eroici della nostra Francia repubblicana e potrebbe credere, immagino, di aver fatto opera buona e solida: il dispotismo cacciato per sempre, la libert conquistata e intendo soprattutto quella libert umana che permette a ogni circostanza di affermare il suo dovere, tra la tolleranza delle opinioni altrui.

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Ebbene s, tutte le conquiste sono state possibili, ma ancora una volta crollato tutto. Attorno a lui, dentro di lui, ha solo e unicamente rovine. Essere stato in preda al bisogno di verit un crimine. Avere voluto la giustizia un crimine. L'orrendo dispotismo ritornato, sulle bocche calato di nuovo il pi duro dei bagagli. Non lo stivale di un Cesare a schiacciare la coscienza pubblica, un'intera Camera a condannare chi brucia della passione del giusto. Proibito parlare! I pugni colpiscono le labbra di chi tenta di difendere la verit, si aizzano le folle perch riducano gli isolati al silenzio. Mai un'oppressione altrettanto mostruosa era stata organizzata e utilizzata contro la libera discussione. E l'obbrobrioso terrore regna, i pi coraggiosi diventano codardi, nessuno pi osa dire quello che pensa per la paura di essere denunciato come venduto e traditore.

Quei pochi giornali ancora onesti sono supini di fronte ai loro lettori, resi ormai folli da troppe sciocchezze sentite. E mai un popolo, ne sono convinto, ha attraversato un'ora pi agitata, pi torbida, pi angosciosa per la sua ragione e per la sua dignit.

Allora vero, tutto un passato grande e leale ha dovuto crollare per Scheurer-Kestner. Se egli crede ancora alla bont e all'equit degli uomini, dev'essere di un ottimismo ben solido. Per tre settimane lo hanno trascinato nel fango solamente per avere compromesso l'onore e la serenit della sua vecchiaia con la pretesa di voler essere giusto. Non c' tortura pi dolorosa, per un galantuomo, del dover soffrire il martirio della propria onest. Si uccide in quest'uomo la fede nel domani, gli si avvelena lo spirito; e, se egli muore, dice: "E' finita, non c' pi niente, tutto quello che ho fatto di buono se ne va con me, la virt solo una parola vuota, il mondo nero e desolato!".

E, per schiaffeggiare il patriottismo, siamo andati a scegliere quest'uomo che, nelle nostre Camere, l'ultimo rappresentante dell'Alsazia-Lorena! Lui un venduto, un traditore, uno che insulta l'esercito, quando il suo nome sarebbe dovuto bastare a rassicurare le inquietudini pi diffidenti! E' chiaro che egli ha avuto l'ingenuit di credere che la sua qualit di alsaziano, la sua fama di patriota ardente costituissero la garanzia stessa della sua buona fede, nell'assumere la delicata parte del giustiziere. Se si occupava lui del caso, non era come dire che una conclusione rapida gli sembrava necessaria all'onore dell'esercito, all'onore della patria? Lasciate che si trascini ancora per settimane, procurate di soffocare la verit, di rifiutarvi alla giustizia e vedrete se non avrete fatto ridere l'Europa intera, se non avrete messo la Francia all'ultimo posto tra le nazioni! No, no! gli stupidi fanatismi politici e religiosi non vogliono assolutamente capire e la giovent delle nostre scuole offre al mondo lo spettacolo di andare a fischiare un uomo come Scheurer- Kestner, il traditore, il venduto, quello che insulta l'esercito e che compromette la patria! So bene che i pochi giovani che manifestano non rappresentano tutta la giovent e che un centinaio di chiassosi per strada fanno pi rumore di diecimila lavoratori, chiusi in casa a studiare. Ma cento chiassoni sono gi troppi, ed un sintomo doloroso che un movimento del genere, per limitato che sia, si possa produrre, in un'ora come questa, nel quartiere latino! Dei giovani antisemiti, mai possibile che esistano? E' possibile che ci siano cervelli nuovi, anime nuove, gi squilibrate da questo veleno idiota? Che tristezza, che inquietudine per il ventesimo secolo che sta per schiudersi! A cent'anni dalla dichiarazione dei diritti dell'uomo, cent'anni dopo l'atto supremo di tolleranza e di emancipazione, ecco che si ritorna alle guerre di religione, al pi odioso e al pi stupido dei fanatismi! E possiamo ancora capirlo da parte di certi individui che interpretano la loro parte, che hanno un atteggiamento da conservare e un'ambizione vorace da soddisfare. Ma nei giovani, in quelli che nascono e premono per il fiorire di tutti i diritti e di tutte le libert, di cui avevamo sognato di veder risplendere il prossimo secolo! Sono loro gli artefici che aspettavamo, ed ecco che
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gi si dichiarano antisemiti, vale a dire che daranno inizio al secolo massacrando tutti gli ebrei, perch sono concittadini di un'altra razza e di un'altra fede! Un inizio del genere come appannaggio per la Citt dei nostri sogni, la Citt dell'uguaglianza e della fratellanza! Se davvero la giovent ci si riconoscesse, ci sarebbe da singhiozzare, da negare qualsiasi speranza e qualsiasi felicit umana.

O giovent, giovent! pensa, te ne supplico, alla grande impresa che ti attende. Sei tu la futura operaia, tu getterai le fondamenta di questo secolo imminente che, ne abbiamo la fede profonda, risolver i problemi di verit e di equit posti dal secolo ormai agli sgoccioli. Noi, i vecchi, gli anziani, ti lasciamo l'imponente cumulo della nostra inchiesta; molte contraddizioni e punti oscuri, probabilmente, ma senza alcun dubbio lo sforzo pi appassionato che mai secolo abbia fatto verso la luce, i documenti pi onesti e pi solidi, le fondamenta stesse di quel vasto edificio della scienza che tu dovrai continuare a costruire per il tuo onore e la tua felicit. E ti chiediamo soltanto d'essere ancora pi generosa, pi libera di spirito, di superarci nell'amore per la vita vissuta in modo normale, nello sforzo tutto dedito al lavoro, questa fecondit degli uomini e della terra che sapr bene, alla fine, far germogliare la traboccante messe di gioia sotto il sole splendente. E ti cederemo fraternamente il posto, felici di sparire e di riposarci della nostra parte di impresa compiuta, nel placido sonno della morte, e sapremo che tu ci continui e che realizzi i nostri sogni.

Giovent, giovent! ricordati delle sofferenze che i tuoi padri hanno sopportato, delle terribili battaglie che hanno dovuto vincere, per conquistare la libert di cui tu in questo momento gioisci. Se ti senti indipendente, se puoi andare e venire come ti aggrada, dire sulla stampa tutto quello che pensi, avere un'opinione ed esprimerla pubblicamente, perch i padri hanno offerto la loro intelligenza e il loro sangue. Tu non sei nata sotto la tirannia, tu ignori che cosa voglia dire svegliarsi ogni mattina con lo stivale di un padrone sul petto, tu non ti sei battuta per sfuggire alla sciabola del dittatore, ai falsi pesi del cattivo giudice. Ringrazia i tuoi padri e non commettere il crimine di acclamare la menzogna, di fare una campagna insieme alla forza bruta, all'intolleranza dei fanatici e alla voracit degli ambiziosi. Tutto questo porta alla dittatura.

Giovent, giovent! sii sempre dalla parte della giustizia. Se mai il concetto di giustizia si oscurasse in te, andresti incontro a tutti i pericoli. E non ti parlo della giustizia dei nostri Codici, che soltanto la garanzia dei legami sociali. Bisogna rispettarla, certo; ma una nozione pi alta, la giustizia, quella che pone come principio che il giudizio degli uomini sempre fallibile e che ammette la possibile innocenza di un condannato senza per questo recare offesa ai giudici. Non c' forse, in questo, un'avventura fatta per risvegliare la tua accesa passione per il diritto? Chi si lever per esigere che giustizia sia fatta se non tu, che non fai parte delle nostre lotte d'interessi e di persone, che ancora non sei n impegnata n compromessa in alcun affare losco, che puoi parlare chiaro, in tutta purezza e in tutta buona fede? Giovent, giovent! sii umana, sii generosa. Se anche noi ci sbagliamo, sii con noi, quando diciamo che un innocente subisce una pena terribile e che il nostro cuore in rivolta si spezza per l'angoscia. Basta ammettere per un solo istante il possibile errore, di fronte a un castigo a questo punto smisurato, perch il petto si serri e le lacrime sgorghino agli occhi. Certo, gli aguzzini rimangono insensibili, ma tu, tu, che piangi ancora, che ancora non hai fatto esperienze di tutte le miserie, di tutte le piet! Com' che, se da qualche parte c' un martire che soccombe vittima dell'odio, non ti abbandoni al sogno cavalleresco di difenderlo e di liberarlo? Chi, se non tu, potr mai tentare la sublime avventura, lanciarsi in una causa generosa e superba, tenere testa a un popolo, in nome della giustizia ideale? E non ti vergogni che ad appassionarsi, ad assumersi oggi la tua impresa di generosa follia, siano degli anziani, dei vecchi?

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Dove andate, giovani, dove andate, studenti che battete le strade manifestando, gettando nel bel mezzo delle nostre discordie il coraggio e la speranza dei vostri vent'anni? "Andiamo verso l'umanit, verso la verit, verso la giustizia!".

LETTERA ALLA FRANCIA

Pubblicata in un opuscolo messo in vendita il 6 gennaio 1898.

Era il secondo della serie e contavo sul fatto che la serie sarebbe stata lunga. Mi trovavo benissimo con questo tipo di pubblicazione che impegnava me soltanto, lasciandomi tutta la libert e tutta la responsabilit. Inoltre, non ero pi costretto entro le dimensioni ridotte di un articolo di giornale, il che mi dava la possibilit di dilungarmi. Gli avvenimenti erano in cammino e io li aspettavo, risoluto da quel momento a dire tutto, a lottare fino alla fine perch la verit risplendesse e venisse fatta giustizia.

Nei giorni orribili di disordine morale che attraversiamo, nel momento in cui la coscienza pubblica sembrerebbe oscurarsi, a te che mi rivolgo, Francia, alla nazione, alla patria! Ogni mattina, leggendo sui giornali quello che tu sembri pensare di questo deplorevole caso Dreyfus, il mio stupore aumenta, la mia ragione pi che mai si ribella. Ma sei proprio tu, Francia, a lasciarti convincere dalle menzogne pi palesi, a metterti con la turba dei malfattori contro pochi galantuomini, a lasciarti sconvolgere dal pretesto idiota che si voglia insultare il tuo esercito e si complotti di venderti al nemico, quando, all'opposto, desiderio dei tuoi figli pi saggi e pi leali che tu rimanga, agli occhi dell'Europa attenta, la nazione dell'onore, la nazione dell'umanit, della verit e della giustizia? Ed vero, la grande massa lo crede, soprattutto quella dei modesti e degli umili, la popolazione delle citt, quasi tutta la provincia e tutte le campagne, quella considerevole maggioranza che accetta l'opinione dei giornali e quella dei vicini, che non ha n il modo di documentarsi, n quello di riflettere. Che cos' mai successo, Francia, e come ha potuto il tuo popolo, il tuo popolo di buon cuore e di buon senso, farsi cogliere da questa ferocia della paura, da queste tenebre dell'intolleranza? Al tuo popolo dicono che un uomo forse innocente in preda alla peggiore delle torture, che ci sono prove materiali e morali per cui s'impone la revisione del processo ed esso rifiuta violentemente la luce, si schiera dietro i settari e i banditi, dietro quelli che hanno interesse a lasciare a terra il cadavere, questo popolo che, soltanto poco tempo fa, avrebbe demolito ancora una volta la Bastiglia, pur di farne uscire un prigioniero! Che angoscia e che tristezza, Francia, nell'animo di chi ti ama, di chi vuole il tuo onore e la tua grandezza! Mi chino angustiato sul mare cupo e sconvolto di questo tuo popolo, mi chiedo dove siano le cause della tempesta che minaccia di distruggere il meglio della tua gloria. Non c' niente di pi mortalmente grave, e io vi leggo sintomi inquietanti. E oser dire tutto, poich nella mia vita non ho avuto che una sola passione, la verit, e qui non faccio che continuare la mia opera.

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Ti rendi conto che il pericolo proprio in queste tenebre ostinate dell'opinione pubblica? Cento giornali ripetono quotidianamente che l'opinione pubblica non vuole che Dreyfus sia innocente, che la sua colpevolezza necessaria alla salute della patria. E sai fino a che punto saresti colpevole se, in alto loco, si autorizzasse un sofisma del genere per soffocare la verit? Sar la Francia ad averlo voluto, sarai tu ad avere preteso il crimine, e che grande responsabilit ogni giorno! Ecco perch in quest'ora grave, Francia, quelli dei tuoi figli che ti amano e ti onorano hanno un solo dovere ardente: il dovere di agire con forza sull'opinione pubblica, di illuminarla, di ricondurla, di trarla dall'errore in cui la spingono cieche passioni. E non c' impresa pi utile, pi santa.

Ah, s! con tutta la mia forza io parler loro, agli oscuri, agli umili, a quanti vengono avvelenati e fatti delirare. E' la sola missione in cui m'impegno, grider loro dov' veramente l'anima della patria, la sua energia invincibile e il suo sicuro trionfo.

Esaminiamo la situazione. E' stato fatto un altro passo, il comandante Esterhazy stato deferito a un tribunale militare.

Come ho detto fin dal primo giorno, la verit in cammino e niente potr fermarla. Nonostante le cattive volont, ogni passo avanti sar fatto, matematicamente, a tempo giusto. La verit ha in s una potenza che travolge tutti gli ostacoli. E quando le si sbarra il cammino e si riesce a tenerla pi o meno a lungo sotterrata, vi si ammassa, prende una tale violenza di esplosione che, il giorno in cui esplode, fa saltare tutto. Tentate, questa volta, di murarla per qualche mese ancora sotto le menzogne o un procedimento a porte chiuse e poi vedrete se non vi state preparando, per pi tardi, un disastro dei pi clamorosi. Per, man mano che la verit avanza, le bugie si accumulano per negare il suo cammino. Niente di pi significativo. Quando il generale de Pellieux, incaricato dell'inchiesta preliminare, deposit il suo rapporto, che concludeva ammettendo la possibile colpevolezza del comandante Esterhazy, la stampa ignobile invent che, unicamente per volont di quest'ultimo, il generale Saussier, pur esitando, convinto com'era della sua innocenza, si adatt, per fargli piacere, a deferirlo alla giustizia militare. Oggi ancora meglio: i giornali raccontano che, poich tre esperti avevano nuovamente riconosciuto il "bordereau" come opera certa di Dreyfus, il comandante Ravary, nella sua inchiesta giudiziaria, era approdato di necessit a un non luogo a procedere, e che, se il comandante Esterhazy sarebbe finito davanti a un tribunale militare, era perch aveva forzato di nuovo la mano al generale Saussier, esigendo se non altro dei giudici.

Questo di una comicit irresistibile e di una idiozia totale! Ve lo figurate quest'accusato che dirige il caso, dettando gli arresti? Ve lo figurate un uomo riconosciuto innocente, dopo ben due inchieste, e per il quale ci si prende la briga non indifferente di riunire un tribunale al solo fine di recitare una commedia decorativa,una sorta d'apoteosi giudiziaria? Equivarrebbe n pi n meno a farsi beffe della giustizia, dal momento che si afferma che il proscioglimento certo, perch la giustizia non fatta per giudicare gli innocenti e occorre per lo meno che il giudizio non venga redatto dietro le quinte, prima ancora che si apra il dibattimento. Visto che il comandante Esterhazy deferito a un tribunale militare, auguriamoci, per il nostro onore nazionale, che sia una cosa seria e non una semplice messinscena, destinata a divertire gli allocchi. Mia povera Francia, a tal punto ti credono stupida da raccontarti storie come queste che non stanno n in cielo n in terra? E, ad ogni modo, non tutto menzogna nelle informazioni che la stampa ignobile pubblica e che
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dovrebbero bastare ad aprirti gli occhi. Da parte mia, mi rifiuto formalmente di credere ai tre esperti che non avrebbero riconosciuto, a colpo d'occhio, l'assoluta identit tra la grafia del comandante Esterhazy e quella del "bordereau", Prendete il primo bambino che passa per strada, fatelo salire, mostrategli i due fogli e vi risponder: "E' lo stesso signore che ha scritto queste due pagine". Non c' bisogno di esperti, pu stabilirlo chiunque, la rassomiglianza di certe parole salta agli occhi. Ed talmente vero, che il comandante ha ammesso questa incredibile rassomiglianza e, per spiegarla, asserisce che siano state ricalcate diverse sue lettere, tutta una storia di una complicazione laboriosa, d'altronde assolutamente puerile, di cui la stampa si occupata per settimane. E vengono a raccontarci di essersi rivolti a tre esperti per dichiarare di nuovo che il "bordereau" proprio di pugno di Dreyfus! Ah no, troppo! tanta sfrontatezza sta diventando goffaggine, le persone oneste finiranno per irritarsi, spero! Certi giornali arrivano al punto di dire che quel "bordereau" sar messo da parte, che in tribunale non se ne discuter neppure. Di che cosa si discuter, di grazia, e perch il tribunale si riunir in seduta? Il nodo del caso tutto l: se Dreyfus stato condannato per un documento scritto da un altro e che basta a far condannare questo altro, la revisione s'impone con logica irresistibile, poich non ci possono essere due colpevoli condannati per lo stesso crimine. Dmange l'ha ripetuto formalmente, soltanto quel "bordereau" gli stato presentato, Dreyfus stato legalmente condannato unicamente in base a quel "bordereau" e, pur ammettendo che, in disprezzo di ogni legalit, esistano documenti tenuti segreti, cosa che personalmente non riesco a credere, chi oserebbe opporsi alla revisione qualora venisse dimostrato che il "bordereau", la sola prova conosciuta, ammessa, di mano di un altro? Ed ecco perch vengono accumulate tante menzogne attorno al "bordereau", che in conclusione il nocciolo dell'intero caso.

Ecco dunque un primo punto da sottolineare: l'opinione pubblica fatta in gran parte di queste menzogne, di queste storie incredibili e stupide che la stampa divulga ogni mattina. L'ora della responsabilit verr, e bisogner regolare i conti con questa stampa ignobile, che ci disonora agli occhi del mondo intero. Alcuni giornali svolgono la loro solita attivit, non hanno mai diffuso altro che melma. Ma, tra questi, che stupore, che tristezza nel trovare, per esempio, un giornale letterario come "L'Echo de Paris", cos spesso all'avanguardia delle idee, e che, nel caso Dreyfus, si assume una parte cos incresciosa! Le note, di una violenza, di un partito preso scandaloso, non sono firmate. Si dice che siano ispirate da quegli stessi che hanno avuto la disastrosa balordaggine di far condannare Dreyfus. Il signor Valentin Simond dubita forse che esse ricoprano il suo giornale di obbrobrio? E c' un altro giornale il cui atteggiamento dovrebbe destare l'indignazione di tutta la gente onesta, e mi riferisco a "Le Petit Journal". Che i giornalacci che tirano qualche migliaio di copie urlino e mentiscano per far aumentare la tiratura, si pu anche capire, e in fondo il danno piuttosto limitato. Ma che "Le Petit Journal", che tira pi di un milione di copie, che si rivolge agli umili, che penetra dappertutto, semini l'errore, svii l'opinione pubblica, veramente di una gravit eccezionale. Quando si ha una simile cura d'anime, quando si il pastore di tutto il popolo, si dev'essere di una probit intellettuale scrupolosa, pena il macchiarsi di un crimine civico.

Ed ecco, Francia, che cosa trovo prima di tutto nella demenza della quale sei preda: le menzogne della stampa, il regime di storie insulse, di basse ingiurie, di perversioni morali al quale essa ti sottopone ogni mattina. Come potresti mai volere la verit e la giustizia, se c' chi avvelena fino a questo punto tutte le tue virt leggendarie, la limpidezza della tua intelligenza e la solidit della tua ragione? Ma ci sono fatti ancora pi gravi, tutto un insieme di sintomi che, nella crisi che attraversi, sono oggetto di una lezione terrificante, per quelli che sanno vedere e giudicare. Il caso Dreyfus solo un incidente deplorevole. La testimonianza terribile il modo in cui tu ti comporti in quest'avventura. Uno
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ha l'aria sana e, d'improvviso, appaiono piccole macchie sulla pelle: in lui c' la morte. Tutto uno stato di avvelenamento politico e sociale si reso manifesto sul tuo volto.

Perch hai lasciato gridare, e hai finito per gridare tu stessa, che il tuo esercito veniva insultato quando, al contrario, ardenti patrioti volevano soltanto la sua dignit e il suo onore? Il tuo esercito? ma, oggi, sei tu tutta intera; non si tratta di questo o quel capo, di questo o quel corpo di ufficiali, di questa o quella gerarchia gallonata; sono tutti i tuoi figli pronti a difendere il suolo francese. Fai l'esame di coscienza: era davvero il tuo esercito che volevi difendere, anche se nessuno lo aggrediva? non era piuttosto l'uniforme che sentivi il bisogno improvviso di acclamare? Per conto mio, nella rumorosa ovazione fatta ai capi che si diceva fossero stati insultati, vedo un risveglio, senza dubbio inconsapevole, del boulangismo latente da cui sei tuttora colpita. In fondo, non hai ancora il sangue repubblicano, i pennacchi che passano ti fanno battere il cuore, non pu venire un re senza che tu te ne innamori. Il tuo esercito, ebbene, s! a quello non pensi mai! E' il generale che vuoi nel tuo letto. E quanto lontano il caso Dreyfus! Mentre il generale Billot si faceva acclamare alla Camera, vedevo l'ombra della spada disegnarsi sul muro. Francia, se non stai attenta, ti aspetta la dittatura.

E sai cos'altro ti aspetta, Francia? Ti aspetta il dominio della Chiesa. Ritornerai al passato, a quel passato d'intolleranza e di teocrazia che i pi illustri tra i tuoi figli hanno combattuto, hanno creduto di uccidere, donando la loro intelligenza e il loro sangue. Oggi, la tattica dell'antisemitismo molto semplice.

Invano il cattolicesimo si sforzava di agire sulla popolazione, creava circoli di operai, moltiplicava i pellegrinaggi, tentava di riconquistarla, di ricondurla ai piedi degli altari. Era una cosa definitiva, le chiese restavano deserte, la gente non ci credeva pi. Ed ecco che alcune circostanze hanno permesso di ispirare al popolo la rabbia antisemitica, lo si avvelena con questo fanatismo, lo si lancia per le strade a gridare: "Abbasso gli ebrei! a morte gli ebrei! ". Quale trionfo, se fosse possibile scatenare una guerra religiosa! Certo, il Popolo continua a non credere pi; ma, ricominciare con l'intolleranza del medioevo, bruciare gli ebrei sulla pubblica piazza, non forse l'inizio del credo religioso? Ecco, dunque, che il veleno stato trovato; e, una volta riusciti a fare del popolo di Francia un fanatico e un carnefice, una volta riusciti a strappargli dal cuore la sua generosit, il suo amore per i diritti dell'uomo, cos duramente conquistati, Dio far sicuramente il resto.

C' chi ha l'audacia di negare la reazione clericale. Ma dappertutto, esplode nella politica, nelle arti, nella stampa, per le strade! Oggi perseguitiamo gli ebrei, domani sar la volta dei protestanti; e la campagna gi cominciata. La Repubblica invasa da reazionari d'ogni genere, che l'adorano di un amore repentino e terribile, che l'abbracciano per soffocarla. Da ogni lato, si sente dire che l'idea di libert ha fatto bancarotta. E, appena si presentato il caso Dreyfus, questo odio crescente della libert ci ha trovato un'occasione straordinaria, le passioni hanno cominciato a divampare, perfino negli indifferenti.

Non capite che, se si sono scagliati su Scheurer-Kestner con tanto furore, perch appartiene a una generazione che ha creduto nella libert, che ha voluto la libert? Oggi, si usa alzare le spalle, farsene beffe: vecchi barbogi, uomini d'altri tempi. La sua sconfitta consumerebbe la rovina della Repubblica, di quelli che sono morti, di quelli che si tentato di seppellire nella melma.
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Hanno abbattuto il potere militare, sono usciti dalla Chiesa, ed ecco perch quel gran galantuomo di Scheurer-Kestner oggi un bandito. Bisogna annegarlo nella vergogna, perch la Repubblica stessa venga insozzata e spazzata via.

Poi, ecco che, d'altro lato, questo caso Dreyfus mostra in piena luce l'ambigua pastetta del parlamentarismo, il che lo disonora e lo uccider. Il caso, per sua sfortuna capita alla fine di una legislatura, quando restano solo tre o quattro mesi per sofisticare la legislatura successiva. Il governo al potere vuole naturalmente arrivare alle elezioni, e con altrettanta energia i deputati vogliono farsi rieleggere. Allora, piuttosto che allentare la presa sui portafogli, piuttosto che compromettere le probabilit d'essere rieletti, sono tutti risoluti ad arrivare agli estremi. Neanche il naufrago si tiene cos disperatamente attaccato alla tavola della sua salvezza. Ed tutto l, tutto si spiega: da una parte, l'atteggiamento inusitato del governo a proposito del caso Dreyfus, il suo silenzio, il suo imbarazzo, la cattiva azione che esso commette nel lasciare agonizzare il paese sotto l'impostura, mentre era stato incaricato di accertare direttamente la verit; dall'altra, il disinteresse cos poco valoroso dei deputati che asseriscono di non saperne niente, che hanno una sola paura, quella di compromettere la loro rielezione, alienandosi il popolo che credono antisemita. Lo si sente dire ovunque: "Ah! se fossero state fatte le elezioni, vedreste il governo e il Parlamento regolare la questione Dreyfus in ventiquattr'ore!". Ed ecco che cosa la vile pastetta del parlamentarismo riesce a fare di un grande popolo! Francia, di questo, dunque, fatta tuttora la tua opinione, del bisogno del bastone, della reazione clericale che ti riporta indietro di parecchi secoli, dell'ambizione vorace di quelli che ti governano, che ti mangiano e che non vogliono alzarsi da tavola! Te ne scongiuro, Francia, sii di nuovo la grande Francia, ritorna in te, ritrova te stessa.

Due avventure nefaste sono entrambe opera dell'antisemitismo: Panama e il caso Dreyfus. Ricordiamoci con quali delazioni, con quali pettegolezzi abominevoli, con quali pubblicazioni di documenti falsi o rubati, la stampa ignobile ha fatto di Panama un'ulcera orrenda che ha corroso e debilitato il paese per anni.

Era riuscita a sconvolgere la pubblica opinione; l'intera nazione pervertita, ubriaca di veleno, vedeva rosso, esigeva spiegazioni, chiedeva l'esecuzione in massa del Parlamento perch era marcio.

Ah! se Arton tornasse, se parlasse! E' tornato, ha parlato e tutte le menzogne della stampa ignobile sono crollate, a un punto tale che l'opinione pubblica, bruscamente ribaltata, non ha pi voluto sospettare di nessuno e ha preteso l'assoluzione in massa.

Certo, sono ben convinto che non tutte le coscienze fossero proprio candide, poich sar accaduto, in quel caso, quello che accade in tutti i Parlamenti del mondo quando imprese gigantesche comportano spostamenti di milioni. Ma alla fine l'opinione pubblica era presa dalla nausea dell'ignobile: troppa gente era stata insozzata, troppa gliene era stata denunciata e ora provava il bisogno di un bagno nell'aria pura, di credere all'innocenza di tutti.
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Ebbene! lo predico, sar cos anche per il caso Dreyfus, l'altro crimine sociale dell'antisemitismo. Di nuovo la stampa ignobile satura l'opinione pubblica di troppe menzogne e di troppe infamie.

Eccede nel volere che gli onesti siano dei furfanti e che i furfanti siano gente onesta. Diffonde troppe storie imbecilli, alle quali i bambini stessi finiscono per non credere pi. Si attira troppe smentite, va troppo contro il buon senso e contro la semplice probit. E' fatale, un bel mattino, l'opinione pubblica finir per ribellarsi, avr un brusco conato di vomito, per essere stata troppo nutrita di fango. E, come per Panama, la vedrete, per il caso Dreyfus, far valere tutto il suo peso, volere che non ci siano pi traditori, esigere la verit e la giustizia, in un'esplosione di generosit sovrana. L'antisemitismo sar cos condannato in base alle sue opere, le due mortali avventure in cui il paese ha perso in dignit e in salute.

Ecco perch, Francia, ti supplico di tornare in te, di ritrovare te stessa, senza aspettare oltre. Dirti la verit non possibile, poich la giustizia sta facendo il suo regolare corso ed nostro dovere credere che sia decisa ad accertarla. La parola spetta unicamente ai giudici, il dovere di parlare si imporrebbe solo nel caso in cui non l'accertassero fino in fondo. Ma questa verit non cos semplice, un errore dapprima, poi tutte le colpe per nasconderlo, tu proprio non la sospetti? I fatti hanno parlato talmente chiaro, ogni fase dell'inchiesta stata una confessione: il comandante Esterhazy coperto da protezioni inspiegabili, il colonnello Picquart trattato da colpevole, colmato di oltraggi, i ministri che giocavano con le parole, i giornali ufficiali che mentivano violentemente, l'istruttoria preliminare condotta a tentoni, di una lentezza esasperante. Non ti pare che in tutto questo ci sia puzza di bruciato, lezzo di cadavere e che debbano proprio esserci molte cose da nascondere, perch ci si lasci difendere cos apertamente da tutta la teppaglia di Parigi, quando ci sono galantuomini che pretendono sia fatta luce, a prezzo della loro tranquillit? Francia, svegliati, pensa alla tua gloria. Com' possibile che la tua borghesia liberale, che il tuo popolo emancipato, non vedano, in questa crisi, a quale aberrazione vengono spinti? Non posso crederli complici, allora sono creduloni, perch non si rendono conto di quello che c' dietro: da una parte la dittatura militare, dall'altra la reazione clericale. E' questo che vuoi, Francia, la messa in pericolo di tutto ci che hai pagato cos a caro prezzo, la tolleranza religiosa, la giustizia uguale per tutti, la solidariet fraterna di tutti i cittadini? E' sufficiente che ci siano dei dubbi sulla colpevolezza di Dreyfus e che tu lo abbandoni alla sua tortura, perch la tua gloriosa conquista del diritto e della libert sia compromessa per sempre.

Come! rimarremo un pugno d'uomini appena a dire queste cose, di tutti i tuoi figli onesti, di tutti gli spiriti liberi, di tutti i grandi cuori che hanno fondato la Repubblica e che dovrebbero tremare, vedendola in pericolo, nessuno sil lever per unirsi a noi! E' a loro, Francia, che io faccio appello. Che si raggruppino, che scrivano, che parlino! Che lavorino con noi a illuminare l'opinione pubblica, gli oscuri, gli umili, quelli che vengono avvelenati e indotti a delirare! L'anima della patria, la sua energia, il suo trionfo sono unicamente nell'equit e nella generosit.

La mia sola inquietudine che luce non venga fatta fino in fondo e subito. Dopo un'istruttoria segreta,
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una sentenza a porte chiuse non metterebbe fine a niente. Soltanto allora il caso comincerebbe, perch bisognerebbe ben parlare, visto che tacere equivarrebbe a rendersi complici. Che pazzia illudersi che si possa impedire alla storia di venire scritta! Sar scritta, questa storia, e non c' responsabilit, per scarsa che sia, che non verr pagata.

E sar cos per la tua gloria finale, Francia, perch in fondo io non ho timori, io so che si avr un bell'attentare alla tua ragione e alla tua integrit, tu sei malgrado tutto l'avvenire, tu avrai sempre dei risvegli trionfanti di verit e di giustizia!

"J'ACCUSE"

LETTERA A FLIX FAURE, PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Pubblicata su "L'Aurore" il 13 gennaio 1898.

Ci che nessuno sa che, dapprima, venne stampata in un opuscolo, come le due lettere precedenti. Al momento di mettere in vendita l'opuscolo, mi venne l'idea di dare alla mia lettera una pubblicit pi vasta, pi risonante, pubblicandola su un giornale.

"L'Aurore" aveva gi preso partito, con un'indipendenza, un coraggio ammirevoli, e naturalmente mi rivolsi a loro. Da quel giorno, quel quotidiano diventato per me il rifugio, la tribuna di libert e di verit dalla quale ho potuto dire tutto. Conservo verso il direttore, Ernest Vaugham, una grande riconoscenza. Dopo la vendita de "L'Aurore" in ben trecentomila copie, e i procedimenti giudiziari che seguirono, l'opuscolo rimase addirittura in magazzino. D'altra parte, all'indomani dell'atto che avevo deciso e compiuto, mi sembr doveroso serbare il silenzio, nell'attesa del mio processo e delle conseguenze che ne speravo.

Mi permette, Signor presidente, nella mia gratitudine per la benevola accoglienza che Lei un giorno mi ha riservato, di darmi pensiero della Sua gloria e di dirle che la Sua stella, finora cos luminosa, minacciata da una macchia assolutamente vergognosa e incancellabile? Lei uscito sano e salvo dalle vili calunnie, ha conquistato i cuori. E' apparso raggiante nell'apoteosi di questa festa patriottica che l'alleanza russa stata per la Francia, e ora si prepara a presiedere al trionfo solenne della nostra Esposizione universale che coroner il nostro grande secolo di lavoro, di verit e di libert. Ma quale macchia di fango sul Suo nome - starei per dire sul Suo regno rappresenta questo abominevole caso Dreyfus! Un tribunale militare ha appena osato, in seguito a un ordine, assolvere un Esterhazy, schiaffo supremo a qualsiasi verit, a qualsiasi giustizia. E' finita, la Francia ha sul volto questa sozzura, la storia scriver che proprio sotto la sua presidenza stato possibile commettere un crimine del genere.
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Poich essi hanno osato, oser anch'io. La verit io la dir, perch ho promesso di dirla, se la giustizia, dopo regolare processo, non l'avesse acclarata, piena e intera. E' mio dovere parlare, non intendo rendermi complice. Le mie notti sarebbero ossessionate dallo spettro dell'innocente che espia laggi, con la tortura pi orribile, un crimine che non ha commesso.

E' a Lei, Signor presidente, che io la grider questa verit e con tutta la forza della mia ribellione di galantuomo. Per il Suo onore, sono convinto che Lei la ignori. E a chi potrei mai denunciare la turba malefica dei veri colpevoli se non a Lei, primo magistrato del paese? Prima di tutto, la verit sul processo e sulla condanna di Dreyfus.

Un individuo nefasto ha diretto tutto, ha fatto tutto, ed il tenente colonnello du Paty de Clam, allora semplice comandante. Il caso Dreyfus lui; un caso che sar possibile comprendere soltanto dopo che un'inchiesta leale avr stabilito con esattezza le azioni e le responsabilit di costui. Appare come un animo quanto mai fumoso, quanto mai complicato, con l'ossessione degli intrighi romanzeschi, che si compiace dei mezzi cari al romanzo d'appendice, i documenti rubati, le lettere anonime, gli appuntamenti in luoghi appartati, donne misteriose che riferiscono, di notte, prove schiaccianti. E' lui quello che ebbe l'idea di dettare il "bordereau" a Dreyfus; lui quello che sognava di chiuderlo dentro una stanza completamente rivestita di vetri per osservarlo; lui quello che il comandante Forzinetti ci rappresenta armato di una lanterna cieca, deciso a farsi introdurre nella cella dell'accusato immerso nel sonno, per proiettargli sul viso un brusco fiotto di luce e smascherare cos il suo crimine, nella confusione del risveglio. E non occorre che io dica tutto, chi vuole cerchi, e trover. Mi limito a dichiarare che il comandante du Paty de Clam, incaricato di istruire il caso Dreyfus come ufficiale giudiziario, , in ordine di date e di responsabilit, il primo colpevole del tremendo errore giudiziario che stato commesso.

Il "bordereau" era gi da qualche tempo nelle mani del colonnello Sandherr, direttore dell'ufficio informazioni, in seguito morto di paralisi. Avvenivano "fughe", sparivano carte, come ne spariscono ancora oggi; e l'autore del "bordereau" era ricercato, quando a poco a poco nacque l'idea, a priori, il concetto che quell'autore altri non potesse essere che un ufficiale dello Stato maggiore e per di pi di artiglieria: doppio errore manifesto, che mostra con quale superficialit era stato studiato quel "bordereau", poich un esame ragionato dimostra che doveva invece trattarsi di un ufficiale di fanteria.

Si cercava dunque in casa, si esaminavano le grafie, era un po' un affare di famiglia, un traditore da smascherare dentro gli uffici stessi, per espellerlo. Ed ecco, senza ripercorrere qui per intero una storia in parte gi nota, che non appena un primo sospetto cade su Dreyfus, entra in scena il comandante du Paty de Clam. Da quel momento, lui che inventa Dreyfus, il caso diventa il suo caso, egli si dice sicuro di confondere il traditore, di indurlo a rendere piena confessione. C' pure il ministro della Guerra, generale Mercier, la cui intelligenza sembra mediocre; c' il capo dello Stato maggiore, generale de Boisdeffre, che sembra abbia ceduto al suo fanatismo clericale, e il vicecapo dello Stato maggiore, generale Gonse, la cui coscienza si adattata facilmente a una quantit di cose. Ma, in sostanza, da principio c' soltanto il comandante du Paty de Clam, che li manovra tutti, li ipnotizza, visto che si occupa anche di spiritismo, di occultismo, e conversa con gli spiriti. Sembrerebbero inconcepibili le esperienze alle quali ha sottoposto il malcapitato Dreyfus, i tranelli in
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cui ha cercato di farlo cadere, le inchieste folli, le fantasie mostruose, frutto di una demenza straziante.

Ah! questa prima fase un incubo, per chi ne conosce veramente i dettagli! Il comandante du Paty de Clam arresta Dreyfus, lo mette in cella di rigore. Corre a casa della signora Dreyfus, la terrorizza, le dice che, se lei parla, suo marito perduto. Nel frattempo, l'infelice si strappava i capelli, urlava la sua innocenza. E l'istruttoria stata condotta cos, come in una cronaca del quindicesimo secolo, nel pi assoluto mistero, con la complicazione di truci espedienti, il tutto basato su un'unica accusa infantile, quel ridicolo "bordereau", che non era soltanto un volgare tradimento, ma era anche una frode di impudenza inaudita, perch i famosi segreti venduti erano tutti, o quasi, privi di valore. Se insisto, perch qui il nocciolo dal quale uscir in seguito il vero crimine, lo spaventoso rifiuto di giustizia di cui la Francia malata. Vorrei far toccare con mano come si potuto produrre l'errore giudiziario, come sia nato dalle macchinazioni del comandante du Paty de Clam, come il generale Mercier, i generali de Boisdeffre e Gonse abbiano potuto lasciarsi invischiare, abbiano potuto impegnare un po' alla volta la loro responsabilit in questo errore che, in seguito, hanno ritenuto loro dovere imporre come verit sacrosanta, una verit da non mettere neppure in discussione. All'inizio, quindi, da parte loro c' stata soltanto incuria e mancanza d'intelligenza. Tutt'al pi, si ha l'impressione che abbiano ceduto al fanatismo religioso dell'ambiente e ai pregiudizi dello spirito di corpo. Hanno lasciato commettere una bestialit.

Ma ecco Dreyfus dinnanzi al tribunale militare. Si esige nel modo pi assoluto che l'udienza sia a porte chiuse. Neppure se un traditore avesse aperto le frontiere al nemico, per condurre l'imperatore tedesco fino a Notre Dame, si sarebbero prese misure di silenzio e di mistero cos rigorose. La nazione allibita per lo stupore; sente voci di fatti terribili, di tradimenti mostruosi, tali da indignare la storia; e, naturalmente, s'inchina. Non c' castigo che le sembri abbastanza severo, applaude alla degradazione pubblica, approva che il colpevole resti sulla sua rupe d'infamia, divorato dai rimorsi. Sono vere le cose indicibili, pericolose, capaci di mettere in fiamme l'Europa, che stato necessario seppellire con cura dietro quelle porte chiuse? Macch! dietro quelle porte, c'era soltanto la fantasia romanzesca e demente del comandante du Paty de Clam. Tanta messinscena al solo fine di nascondere un assurdo romanzo d'appendice. Per assicurarsene, basta leggere con attenzione l'atto d'accusa, letto davanti al tribunale militare.

Ah! l'inconsistenza di quell'atto d'accusa! Che si sia potuto condannare qualcuno in base a un atto come quello, un autentico prodigio d'iniquit. Sfido la gente onesta a leggerlo senza fremere d'indignazione e senza levare un grido di rivolta al pensiero dell'espiazione smisurata, laggi all'isola del Diavolo.

Dreyfus conosce diverse lingue, delitto; in casa sua non si sono trovate delle carte compromettenti, delitto; si reca talvolta nel suo paese d'origine, delitto; laborioso, si preoccupa di sapere tutto, delitto; non si scompone, delitto; si scompone, delitto. E le ingenuit di redazione, le asserzioni formali campate in aria! Avevamo sentito parlare di quattordici capi d'accusa: stringi stringi, ne troviamo uno solo, quello del "bordereau"; e veniamo addirittura a sapere che gli esperti non erano d'accordo, che uno di loro, Gobert, stato strapazzato militarmente per essersi permesso di non concludere nel senso desiderato. Si anche parlato di ventitr ufficiali che avevano contribuito a schiacciare Dreyfus con la loro testimonianza. Non conosciamo ancora i loro interrogatori, ma certo che non tutti l'avevano
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accusato; e non va dimenticato, inoltre, che appartenevano tutti agli uffici del ministero della Guerra. Un processo di famiglia, insomma, svoltosi tra quattro mura, ed bene tenerlo presente; lo Stato maggiore ha voluto il processo, ha giudicato e ha appena finito di giudicare per la seconda volta.

Come dicevo, non rimane che il "bordereau", su cui gli esperti non si sono trovati d'accordo. Si dice che, in camera di consiglio, i giudici intendessero assolvere, naturalmente. E, di conseguenza, pi che comprensibile l'ostinazione disperata con la quale, per giustificare la condanna, si afferma oggi l'esistenza di un documento segreto, schiacciante, il documento che non possibile mostrare, che legittima tutto, davanti al quale dobbiamo inchinarci, il buon Dio invisibile e inconoscibile. Io lo nego, questo documento, lo nego con tutte le mie forze! Un ridicolo pezzo di carta, s, dove forse si parla di donnicciole, e in cui si accenna a un certo D. diventato troppo esigente: qualche marito, scommetto, che accampava pretese perch la moglie non gli veniva pagata a sufficienza. Ma un documento interessante ai fini della difesa nazionale, che sarebbe impossibile produrre senza che all'indomani venisse dichiarata la guerra, no, no! una menzogna! E una menzogna tanto pi odiosa e cinica in quanto costoro mentono impunemente senza che sia possibile accusarli di falso.

Ammutinando la Francia, si nascondono dietro il suo legittimo turbamento, sconvolgono i cuori e pervertono gli spiriti pur di chiudere le bocche. Non esiste crimine civico peggiore di questo.

Ecco, Signor presidente, i fatti che spiegano come si sia potuto commettere un errore giudiziario; e le prove morali, le condizioni patrimoniali di Dreyfus, l'assenza di moventi, il suo continuo grido d'innocenza non fanno che mostrarcelo come una vittima della straordinaria fantasia del comandante du Paty de Clam, dell'ambiente clericale in cui questi si muove, della caccia agli "sporchi ebrei" che disonora la nostra epoca.

E veniamo al caso Esterhazy. Sono passati tre anni e molte coscienze continuano a essere profondamente turbate, si tormentano, cercano, finiscono per convincersi dell'innocenza di Dreyfus.

Non far la storia dei dubbi, poi della convinzione del senatore Scheurer-Kestner. Ma, mentre dal canto suo egli indagava, nello Stato maggiore stesso accadevano fatti gravi. Il colonnello Sandherr era morto, e a capo dell'ufficio informazioni gli era succeduto il tenente colonnello Picquart. E a questo titolo, ossia nell'esercizio delle sue funzioni, quest'ultimo si trov un giorno tra le mani una lettera-telegramma, indirizzata al comandante Esterhazy da parte di un agente di una potenza straniera. Era suo preciso dovere aprire un'inchiesta. Quel che certo che egli non ha mai agito in contrasto con la volont dei suoi superiori.

Di conseguenza, sottopose i suoi aspetti ai suoi diretti superiori gerarchici, il generale Gonse, poi il generale de Boisdeffre, infine il generale Billot che, nel frattempo, era succeduto al generale Mercier come ministro della Guerra. Il famoso dossier Picquart, di cui si tanto parlato, altro non era, in sostanza, che il dossier Billot, vale a dire l'incartamento preparato da un subordinato per il suo ministro, incartamento che deve esistere tuttora al ministero della Guerra. Le ricerche durano dal maggio al settembre 1896 e, particolare che va proclamato a gran voce, il generale Gonse era
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convinto della colpevolezza di Esterhazy, cos come i generali de Boisdeffre e Billot non mettevano affatto in dubbio che il "bordereau" fosse di pugno di Esterhazy. L'inchiesta del tenente colonnello Picquart era approdata a questa constatazione certa. L'ansia, tuttavia, era grande, poich la condanna di Esterhazy traeva con s inevitabilmente la revisione del processo Dreyfus; e questo, lo Stato maggiore voleva evitarlo a qualunque costo.

Dev'essersi trattato di un momento psicologico pieno d'angoscia.

Tenga presente che il generale Billot non era minimamente compromesso, era giunto da poco, poteva fare piena luce. Non os, sicuramente per paura dell'opinione pubblica, altrettanto sicuramente per paura di doverle dare in pasto l'intero Stato maggiore, il generale di Boisdeffre, il generale Gonse, per non parlare dei subalterni. Poi, tra la sua coscienza e ci che riteneva essere l'interesse militare, si cre un conflitto, che sar durato un minuto al massimo. Trascorso quel minuto, ahim! era gi troppo tardi. Billot si era ormai impegnato, era compromesso. E, da allora, la sua responsabilit non ha fatto altro che aumentare, egli ha preso a suo carico i crimini altrui, colpevole quanto gli altri, anzi pi colpevole, perch stato padrone di far giustizia, e non ha fatto niente. Se ne rende conto? E' un anno, ormai, che il generale Billot, che i generali de Boisdeffre e Gonse sanno che Dreyfus innocente e hanno serbato per s questa spaventosa realt! E costoro dormono, e hanno mogli e figli che amano! Il tenente colonnello Picquart aveva compiuto il suo dovere di galantuomo. Egli insisteva presso i suoi superiori, in nome della giustizia. Li supplicava, perfino, facendo notare quanto i loro indugi fossero impolitici, di fronte alla terribile tempesta che si addensava via via, che non poteva non scoppiare, una volta che la verit fosse venuta a galla. Lo stesso linguaggio, in seguito, lo us il senatore Scheurer-Kestner nei confronti del generale Billot, scongiurandolo in nome del patriottismo di prendere le redini del caso, di non permettere che si aggravasse al punto da trasformarsi in un pubblico disastro. No! il crimine era stato commesso, lo Stato maggiore non poteva pi confessarlo. E il tenente colonnello Picquart venne mandato in missione, allontanato sempre di pi, fino in Tunisia dove, un giorno, vollero addirittura onorare il suo coraggio affidandogli una missione che sicuramente l'avrebbe condotto al massacro, nei paraggi in cui ha trovato la morte il marchese de Mors. Non era in disgrazia; il generale Gonse era in cordiale corrispondenza con lui. Solo che ci sono segreti di cui non conviene essere a conoscenza.

A Parigi, la verit si faceva strada, irresistibile, e sappiamo bene in che modo la tempesta attesa scoppi. Mathieu Dreyfus denunciava il comandante Esterhazy come vero autore del "bordereau" e, contemporaneamente, il senatore Scheurer-Kestner consegnava nelle mani del guardasigilli una domanda di revisione del processo. Ed qui che appare in scena il comandante Esterhazy. Alcune testimonianze ce lo mostrano dapprima sconvolto, pronto al suicidio o alla fuga. Poi, di punto in bianco, gioca d'audacia, sbalordisce Parigi con la violenza del suo atteggiamento. In realt qualcuno gli era venuto in soccorso, aveva ricevuto una lettera anonima che lo avvertiva degli intrighi dei suoi amici, una dama misteriosa si era addirittura presa il disturbo, nottetempo, di consegnargli un documento sottratto allo Stato maggiore, un documento che lo avrebbe salvato. E non posso fare a meno di ritrovare in tutto questo il tenente colonnello du Paty de Clam, poich riconosco gli espedienti della sua fertile immaginazione. La sua opera, la colpevolezza di Dreyfus, era in pericolo e senza dubbio avr voluto difendere la propria opera. La revisione del processo? Ma significava il crollo del romanzo d'appendice cos grottesco e tragico, la cui conclusione abominevole si svolge all'isola del Diavolo! E lui certo non poteva permetterlo. Da quel momento, il duello ha per protagonisti il tenente colonnello Picquart e il tenente colonnello du Paty de Clam, l'uno a viso
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scoperto, l'altro mascherato. Prossimamente, li ritroveremo entrambi davanti alla giustizia civile. In realt, sempre lo Stato maggiore quello che si difende, che non pu confessare il suo delitto, di un abominio che cresce di ora in ora.

Qualcuno si chiesto, con stupore, quali siano i protettori del comandante Esterhazy. Prima di tutto, nell'ombra, c' il tenente colonnello du Paty de Clam che ha macchinato e diretto tutto. Che ci sia la sua mano, lo rivelano i mezzi bizzarri. Poi, c' il generale de Boisdeffre, c' il generale Gonse, c' lo stesso generale Billot, che sono assolutamente obbligati a far assolvere il comandante, poich non possono permettere che venga riconosciuta l'innocenza di Dreyfus senza che il ministero della Guerra venga sommerso dal pubblico biasimo. E il bel risultato di questa situazione che ha del prodigioso che il galantuomo, l in mezzo, l'unico che abbia fatto il suo dovere, finisce per essere la vittima, quello che dev'essere schernito e punito. O giustizia, quanta desolante disperazione ci stringe il cuore! Si arriva al punto di asserire che lui il falsario, che quel documento- telegramma l'ha fabbricato lui, per perdere Esterhazy. Ma perch, gran Dio! a che scopo? Dateci un motivo. Forse pure lui sarebbe stato pagato dagli ebrei? Il lato pi divertente che si tratta, per l'appunto, di un antisemita. S! assistiamo a questo spettacolo infame e cio che si proclama l'innocenza di individui carichi di debiti e di reati, mentre si colpisce l'onore stesso, ossia un uomo dalla vita integerrima! Quando una societ arriva a tanto, cade in decomposizione.

Ecco, Signor presidente, questo il caso Esterhazy: un colpevole da dichiarare innocente a tutti i costi. Da ben due mesi, possiamo seguire ora per ora la bella impresa. Abbrevio, perch questo soltanto il riassunto, per sommi capi, di una storia le cui pagine roventi verranno scritte un giorno per esteso. E abbiamo visto prima il generale de Pellieux, poi il comandante Ravary, condurre un'inchiesta scellerata da cui i mascalzoni escono trasfigurati e la gente onesta infangata. Infine, stato convocato il tribunale militare.

Come si poteva sperare che un tribunale militare disfacesse ci che un tribunale militare aveva fatto? Non accenno neanche alle scelte sempre possibili dei giudici. Il concetto superiore di disciplina, che quei soldati hanno nel sangue, non gi sufficiente in s a infirmare il loro potere d'equit? Chi dice disciplina, dice obbedienza. Quando il ministro della Guerra, il capo supremo, ha stabilito pubblicamente, tra le acclamazioni della rappresentanza nazionale, l'autorit del giudizio dato, vuole che un consiglio di guerra gli dia una smentita formale? E' gerarchicamente impossibile. Il generale Billot con la sua dichiarazione ha suggestionato i giudici ed essi hanno giudicato cos come si va all'attacco, senza ragionare.

L'opinione preconcetta che essi hanno portato sui loro scranni, stata evidentemente: "Dreyfus stato condannato per alto tradimento da un tribunale militare, ragion per cui colpevole; e noi, tribunale militare, non possiamo certo dichiararlo innocente; ora, sappiamo bene che riconoscere la colpevolezza di Esterhazy equivarrebbe a proclamare l'innocenza di Dreyfus". Niente li poteva smuovere da quell'atteggiamento.

Hanno emesso una sentenza iniqua, che peser per sempre sui nostri tribunali militari, che d'ora in poi vizier tutte le loro sentenze come sospette. Il primo tribunale militare potrebbe anche avere peccato di poca intelligenza, il secondo per forza di cose criminale. La sua scusa, lo ripeto, che aveva parlato il capo supremo, dichiarando che il giudizio gi espresso era inattaccabile, santo al di
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sopra degli uomini, ragion per cui chi era al di sotto non poteva sostenere il contrario. Ci parlano dell'onore dell'esercito, vogliono che lo amiamo, che lo rispettiamo. Ah s, certo, l'esercito che insorgerebbe alla prima minaccia, quello che difenderebbe la terra francese, rappresenta il popolo tutto, e per esso non possiamo che avere tenerezza e rispetto. Ma non si tratta dell'esercito, di cui, nel nostro bisogno di giustizia, vogliamo per l'appunto la dignit. Si tratta del potere militare, il padrone che domani, forse, ci sar dato. E baciare devotamente il pugno di ferro del potere militare, del dio, questo no! Del resto, l'ho dimostrato: il caso Dreyfus era il caso degli uffici del ministero della Guerra, di un ufficiale dello Stato maggiore denunciato dai suoi colleghi dello Stato maggiore e condannato sotto la pressione dei capi dello Stato maggiore. Lo ripeto ancora, egli non pu tornare innocente senza che l'intero Stato maggiore sia colpevole. Cos quegli uffici, con tutti i mezzi immaginabili, con le campagne di stampa, le comunicazioni, l'ascendente personale, hanno coperto Esterhazy solo e unicamente per perdere una seconda volta Dreyfus. Che repulisti dovrebbe fare il governo repubblicano in questo covo di gesuiti, come lo stesso generale Billot li definisce! Dov' il ministero veramente forte e di un saggio patriottismo che oser fare piazza pulita e rinnovare tutto? Quanta gente conosco che, al pensiero di una possibile guerra, trema d'angoscia sapendo in che mani la difesa nazionale! e che nido di bassi intrighi, di pettegolezzi e di dilapidazioni diventato quel dannato manicomio nel quale si decidono le sorti della patria! C' da tremare al pensiero della luce orribile che vi ha appena gettato il caso Dreyfus, vero sacrificio umano di un infelice, di uno "sporco ebreo"! Ah! che cosa non si agitava l dentro di demenza e di idiozia, di fantasie assurde, di pratiche di bassa polizia, di comportamenti da inquisizione, da tirannide, e tutto perch pochi gallonati potessero mettersi sotto gli stivali la nazione, cacciandole in gola la sua invocazione di verit e di giustizia col pretesto menzognero e sacrilego della ragion di stato! Ed un delitto anche l'essersi appoggiati alla stampa ignobile, l'essersi lasciati difendere da tutta la teppaglia di Parigi, per cui eccola che trionfa insolentemente, la teppaglia, di fronte alla disfatta del diritto e della semplice probit. E' un delitto aver accusato di turbare la Francia quelli che la vogliono generosa, alla testa delle nazioni libere e giuste, quando gli accusatori stessi ordinavano l'impudente complotto di imporre l'errore davanti al mondo intero. E' un delitto fuorviare l'opinione pubblica, utilizzarla per un'impresa di morte, quest'opinione pubblica, dopo averla pervertita al punto di farla delirare. E' un delitto avvelenare gli oscuri e gli umili, esasperare le passioni di reazione e d'intolleranza barricandosi dietro l'odioso antisemitismo, di cui la grande Francia liberale dei diritti dell'uomo morir, se non ne ancora guarita. E' un delitto sfruttare il patriottismo ai fini dell'odio, un delitto, infine, fare del potere militare il dio moderno, quando tutta la scienza umana al lavoro per il progresso della verit e della giustizia.

Questa verit, questa giustizia che abbiamo voluto con tanta passione, che angoscia vederle schiaffeggiare cos, pi misconosciute e oscurate che mai! Immagino il crollo che ci sar stato nell'animo di Scheurer-Kestner, e sono certo che egli finir per provare un rimorso, quello di non aver agito in modo rivoluzionario, il giorno dell'interpellanza al Senato, lanciando l'intero pacchetto per fare piazza pulita. Ha voluto agire da quel gran galantuomo che stato in tutta la sua leale vita, si illuso che la verit bastasse a se stessa, dato soprattutto che a lui appariva chiara come la luce del giorno. A che scopo turbare gli animi, se da un momento all'altro avrebbero visto splendere il sole? Ed proprio per questa fiduciosa serenit che ora viene cos crudelmente punito. Lo stesso si dica del tenente colonnello Picquart, il quale, per alto senso di dignit, non ha voluto pubblicare le lettere del generale Gonse. E questi scrupoli tanto pi l'onorano in quanto, mentre lui si manteneva rispettoso della disciplina, i suoi superiori lo facevano coprire di fango, istruivano essi stessi il suo processo nel modo pi inaspettato e pi oltraggioso. Ci sono due vittime, due brave persone, due cuori semplici, che hanno lasciato fare a Dio intanto che il diavolo era all'opera. E nel caso del tenente colonnello Picquart si assistito addirittura a questa cosa ignobile: che un tribunale francese, dopo avere permesso al giudice relatore di incriminare pubblicamente un testimone e di gettare su di lui tutte le
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colpe, ha poi proceduto a porte chiuse quando questo testimone stato chiamato a spiegarsi e a difendersi. Io dico che questo un delitto in pi e che questo delitto sollever la coscienza universale. Decisamente, i tribunali militari hanno un concetto singolare della giustizia.

Questa dunque la pura verit, Signor presidente, ed spaventosa, e rimarr una macchia per la sua presidenza. Sono convinto che Lei non ha alcun potere in questa faccenda, che prigioniero della Costituzione nonch del suo entourage. Ci nondimeno Lei ha un dovere d'uomo, al quale pensare, e da adempiere. D'altronde, non creda che io disperi minimamente del trionfo. Lo ripeto con certezza pi veemente: la verit in cammino e niente potr fermarla. Il caso comincia soltanto oggi, poich oggi soltanto le posizioni sono nette: da una parte, i colpevoli i quali non vogliono che si faccia luce; dall' altra i giustizieri i quali daranno la vita perch luce sia fatta. Del resto, l'ho detto, e lo ripeto: quando la verit viene rinchiusa sotto terra, ci si ammassa, acquista una forza d'esplosione tale che, quando scoppia, tutto salta in aria. Poi vedremo se non vero che si sono create le premesse di un'esplosione che, quando avverr, sar totale.

Ma questa lettera lunga, Signor presidente, ed tempo di concludere.

Accuso il tenente colonnello du Paty de Clam di essere stato l'artefice diabolico dell'errore giudiziario, incoscientemente, voglio sperare, e di avere in seguito difeso la sua opera nefasta, per ben tre anni, ricorrendo alle macchinazioni pi bizzarre e pi colpevoli.

Accuso il generale Mercier di essersi reso complice, non fosse che per debolezza di spirito, di una delle peggiori iniquit del secolo.

Accuso il generale Billot di aver avuto tra le mani le prove certe dell'innocenza di Dreyfus e di averle soffocate, di essersi reso colpevole del delitto di lesa umanit e di lesa giustizia, a fini politici e per salvare lo Stato maggiore.

Accuso il generale de Boisdeffre e il generale Gonse di essersi resi complici dello stesso delitto, l'uno sicuramente per fanatismo clericale, l'altro forse per quello spirito di corpo che fa degli uffici del ministero della Guerra l'arca santa, inattaccabile.

Accuso il generale de Pellieux e il comandante Ravary di aver condotto un'inchiesta scellerata, intendo, con questo, dominata dalla parzialit pi mostruosa, di cui, nel rapporto del secondo, abbiamo un monumento imperituro di ingenua audacia.

Accuso i tre esperti calligrafi, i signori Belhomme, Varinard e Couard, di aver fatto rapporti menzogneri e fraudolenti, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da malattie della vista e del giudizio.

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Accuso gli uffici del ministero della Guerra di aver condotto sulla stampa, e in particolare su "L'Eclair" e "L'Echo de Paris", una campagna abominevole, per fuorviare l'opinione pubblica e nascondere la propria colpa.

Accuso infine il primo tribunale militare di aver violato il diritto, condannando un accusato in base a un documento rimasto segreto, e accuso il secondo tribunale militare di avere coperto, in obbedienza agli ordini, questa illegalit, commettendo a sua volta il delitto giuridico di assolvere scientemente un colpevole.

Nel muovere queste accuse, non ignoro affatto di incorrere negli articoli 30 e 31 della legge sulla stampa del 29 luglio 1881, che punisce i reati di diffamazione. E vi incorro per mia precisa volont.

Quanto alle persone che accuso, non le conosco, non le ho mai viste, non ho contro di loro n rancore n odio. Per me sono soltanto delle identit, degli spiriti di malvagit sociale. E l'atto che qui io compio altro non che un mezzo rivoluzionario per affrettare l'esplosione della verit e della giustizia.

Sono mosso da un'unica passione, che si faccia luce, in nome dell'umanit che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicit.

La mia infiammata protesta soltanto il grido della mia anima.

Osino pure, perci, tradurmi in Corre d'assise, e che l'inchiesta si svolga sotto gli occhi di tutti! Aspetto, Voglia gradire, Signor presidente, l'espressione del mio profondo rispetto.

DICHIARAZIONE AI GIURATI

Pubblicata su "L'Aurore" il 22 febbraio 1898.

L'avevo letta la vigilia, il 21 febbraio, davanti alla giuria che mi doveva condannare. Il 13 gennaio, cio il giorno stesso in cui venne pubblicata la mia Lettera, la Camera, con 312 voti contro 122, aveva deciso di procedere contro di me. Il 18, il generale Billot, ministro della Guerra, aveva sporto querela nelle mani del ministro della Giustizia. Il 20 ricevetti la citazione, che di tutta la mia Lettera rilevava soltanto una quindicina di righe. Il 7 febbraio si apr il dibattimento che occup quindici udienze, fino al
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23, giorno in cui fui condannato a un anno di prigione e a tremila franchi di ammenda. Faccio presente che, dal canto loro, i tre esperti, Belhomme, Varinard e Couard, mi intentarono, il 21 gennaio, un processo per diffamazione.

Signori giurati, alla Camera, nella seduta del 22 gennaio, il presidente del Consiglio dei ministri, Mline, ha dichiarato, tra gli applausi frenetici della sua compiacente maggioranza, che aveva fiducia nei dodici cittadini nelle mani dei quali rimetteva la difesa dell'esercito. Parlava di voi, signori. E, come gi il generale Billot aveva dettato la sentenza al tribunale militare, incaricato di assolvere il comandante Esterhazy, col dare a ufficiali subordinati, dall'alto della sua tribuna, la consegna militare dell'indiscutibile rispetto del giudicato, cos Mline ha voluto darvi l'ordine di condannarmi in nome del rispetto dell'esercito, che egli mi accusa d'avere oltraggiato. Denuncio alla coscienza delle persone oneste questa pressione dei pubblici poteri sulla giustizia del paese. Siamo di fronte a un costume politico abominevole che disonora una nazione libera.

Vedremo, signori, se obbedirete. Ma non affatto vero che io sia qui, davanti a voi, per volont del presidente Mline. Se egli ha ceduto alla necessit di perseguirmi, lo ha fatto con suo gran turbamento, nel terrore del nuovo passo che la verit in cammino avrebbe compiuto. Questo lo sanno tutti. Se sono davanti a voi, e perch io l'ho voluto. Io solo ho deciso che l'oscura, la mostruosa questione venisse affidata alla vostra giurisdizione, e sono stato io che, di mia iniziativa, ho scelto voi, l'emanazione pi alta e pi diretta della giustizia francese, affinch la Francia sappia tutto e si pronunci. Il mio atto non ha avuto altro scopo e la mia persona non conta; ne ho fatto il sacrificio, soddisfatto unicamente di aver messo nelle vostre mani non soltanto l'onore dell'esercito, ma l'onore in pericolo di tutta la nazione.

Dovreste perdonarmi, dunque, se nelle vostre coscienze non ancora stata fatta piena luce. Non dipenderebbe da me. Sembrerebbe che io faccia un sogno, nel volervi portare tutte le prove, nello stimarvi i soli degni, i soli competenti. Hanno cominciato a togliervi con la sinistra quello che fingevano di darvi con la destra. Ostentavano di accettare la vostra giurisdizione, ma se alcuni confidavano in voi per vendicare i membri di un tribunale militare, altri ufficiali restavano intangibili, superiori alla vostra stessa giustizia. Capisca chi pu. E' l'assurdit dell'ipocrisia e l'evidenza lampante che ne scaturisce che si dubitato del vostro buon senso, che non si osato correre il pericolo di lasciarci dire tutto e di lasciarvi giudicare tutto.

Asseriscono di aver voluto limitare lo scandalo; e cosa ne pensate, di questo scandalo, del mio atto che consisteva nel mettervi al corrente del caso, nel volere che fosse il popolo, incarnato in voi, a fungere da giudice? Asseriscono inoltre che non potevano accettare una revisione mascherata, confessando in tal modo di non avere, in fondo, che un solo timore, quello del vostro controllo sovrano. La legge, in voi, trova la sua rappresentazione totale; ed la legge del popolo eletto quella che ho desiderato, che rispetto profondamente, da buon cittadino, non gi la procedura ambigua, grazie alla quale hanno sperato di beffare voi per primi. Eccomi scusato, signori, d'avervi distolto dalle vostre occupazioni, senza avere avuto il potere di inondarvi di quella luce totale che io sognavo. Che si facesse luce, completamente, non ho avuto che questo desiderio. E questo dibattimento ve l'ha appena dimostrato: abbiamo dovuto lottare, passo passo, contro una volont di tenebre incredibilmente tenace.

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Abbiamo dovuto lottare per afferrare qualche brandello di verit, hanno discusso su tutto, ci hanno rifiutato tutto, hanno terrorizzato i nostri testimoni, nella speranza d'impedirci di dare la prova. Ed solo per voi che ci siamo battuti, perch questa prova vi venisse sottoposta intera, affinch poteste pronunciarvi senza rimorsi, nella vostra coscienza. Sono certo, perci, che terrete conto dei nostri sforzi e che, d'altronde, si potuto fare luce a sufficienza. Avete ascoltato i testimoni, ora ascolterete il mio difensore, il quale vi dir la storia vera, quella storia che fa perdere la testa a tutti e che nessuno conosce. Ed eccomi tranquillo, ora la verit in voi: e agir.

Il presidente Mline, dicevo, ha creduto di dettarvi la sentenza, affidandovi l'onore dell'esercito. Ed in nome di questo onore dell'esercito che, a mia volta, io mi appello alla vostra giustizia. Do al presidente Mline la pi formale smentita, io non ho mai oltraggiato l'esercito. Ho espresso, al contrario, il mio affetto, il mio rispetto per la nazione in armi, per i nostri cari soldati di Francia, che insorgerebbero alla prima minaccia, che difenderebbero il suolo francese. Ed altrettanto falso che io abbia attaccato i capi, i generali che li condurrebbero alla vittoria. Se qualcuno negli ambienti del ministero della Guerra ha compromesso anche l'esercito con il suo modo d'agire, dirlo equivarrebbe forse a insultare l'esercito nel suo insieme? O non piuttosto fare opera di buon cittadino svincolarlo da qualsiasi compromesso, gettare il grido d'allarme affinch gli errori che, soli, ci hanno indotto a batterci, non si ripetano e non ci conducano a nuove sconfitte? Del resto io non mi difendo, lascio alla storia la cura di giudicare il mio atto, che era necessario.

Ma affermo che lo si disonora, l'esercito, quando si permette che i gendarmi abbraccino il comandante Esterhazy dopo le lettere abominevoli che egli ha scritto. Affermo che questo valoroso esercito viene insultato ogni giorno dai banditi che, con il pretesto di difenderlo, lo insozzano della loro vile complicit, trascinando nel fango tutto quello che la Francia conta ancora di buono e di grande. Affermo che sono loro a disonorarlo, questo grande esercito nazionale, quando mescolano il grido di: "Viva l'esercito!" a quello di: "A morte gli ebrei!". E hanno gridato: "Viva Esterhazy!". Gran Dio! il popolo di San Luigi, di Bayard, di Cond e di Hoche, il popolo che conta cento gigantesche vittorie, il popolo delle grandi guerre della repubblica e dell'Impero, il popolo la cui forza, grazia e generosit hanno abbagliato l'universo, che grida: "Viva Esterhazy!". E' un'onta da cui pu lavarci soltanto il nostro sforzo di verit e di giustizia.

Conoscete la leggenda che si creata. Dreyfus stato condannato in modo giusto e legale da sette ufficiali infallibili, che non permesso neppure sospettare d'errore senza offendere l'intero esercito. Espia con una tortura vendicatrice il suo orribile misfatto. E, poich ebreo, ecco che si crea un sindacato ebreo, un sindacato internazionale di senza patria, che dispongono di milioni a centinaia, con lo scopo di salvare il traditore a prezzo delle trame pi impudenti. Da quel momento, questo sindacato non ha fatto che accumulare crimini, comprando le coscienze, gettando la Francia in preda a un'agitazione omicida, deciso a venderla al nemico, a mettere a fuoco l'Europa con una guerra generale piuttosto che rinunciare al suo spaventoso disegno. Ecco qua, semplicissimo, perfino infantile e imbecille, come potete vedere.

Ma di questo pane avvelenato che la stampa ignobile nutre il nostro povero popolo da mesi e mesi. E non c' da meravigliarsi, se assistiamo a una crisi disastrosa, perch quando si insiste cos nel seminare l'idiozia e la menzogna, giocoforza raccogliere demenza.

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Certo, signori, non vi far l'affronto di credere che vi siate attenuti, finora, a queste favole per bambini. Vi conosco, so chi siete. Siete il cuore e la ragione di Parigi, della mia grande Parigi, dove sono nato, che amo di un affetto senza fine, che studio e canto da quasi quarant'anni. E so anche, in questo momento, quello che state pensando; poich, prima di venirmi a sedere qui, come accusato, sono stato seduto l, sul banco che occupate voi. Il banco dove voi rappresentate l'opinione media, dove procurate d'impersonare, tutti insieme, la saggezza e la giustizia. Tra poco, il mio pensiero vi seguir nella sala delle vostre deliberazioni, e sono convinto che il vostro sforzo sar quello di salvaguardare il vostri interessi di cittadini che sono, per forza di cose, secondo voi, gli interessi di tutta la nazione.

Potrete sbagliarvi, ma vi sbaglierete nella convinzione di assicurare, assicurando il vostro bene, il bene di tutti.

Vi vedo nelle vostre famiglie, la sera, alla luce della lampada; vi sento discorrere con i vostri amici, vi accompagno nelle vostre officine, nei vostri negozi. Siete tutti lavoratori, commercianti gli uni, industriali gli altri, alcuni di voi esercitano libere professioni. E la vostra preoccupazione pi che legittima lo stato deplorevole in cui sono caduti gli affari. Ovunque la crisi attuale minaccia di diventare un disastro, gli incassi diminuiscono, le transazioni si fanno via via pi difficili.

Ragion per cui il pensiero che avete portato in quest'aula, il pensiero che leggo sui vostri volti, che se ne ha abbastanza, che ora di finirla. Non siete arrivati a dire, come molti: "Che importa che un innocente sia all'isola del Diavolo? L'interesse di un singolo merita forse che venga turbata in questo modo una grande nazione?". Vi dite tuttavia che la nostra agitazione, di noi affamati di verit e di giustizia, viene pagata troppo a caro prezzo con tutto il male che ci si accusa di fare. E, se mi condannerete, signori, saranno solo questi i motivi alla base del vostro verdetto: il desiderio di calmare i vostri cari, il bisogno che gli affari riprendano, la convinzione che, colpendo me, metterete un freno a una campagna di rivendicazione nociva agli interessi della Francia.

Ebbene! signori, vi sbagliereste nel modo pi assoluto. Vogliate farmi l'onore di credere che io qui non difendo la mia libert.

Colpendomi, non fareste altro che ingigantirmi. Chi soffre per la verit e la giustizia diventa augusto e sacro. Guardatemi, signori: ho l'aria di un venduto, di un mentitore e di un traditore? Per quale motivo agirei, allora? Dietro di me non ho n ambizione politica n fanatismo di settario. Sono un libero scrittore, che ha dedicato la vita al lavoro, che domani rientrer nei ranghi e riprender il lavoro interrotto. E quanto sono idioti quelli che mi danno dell'italiano, a me, nato da madre francese, allevato da nonni della Beauce, contadini di quella terra generosa, a me che ho perduto il padre a sette anni, che sono andato in Italia soltanto quando ne avevo cinquantaquattro, per documentare un libro. Il che non m'impedisce d'essere fiero che mio padre fosse di Venezia, la splendida citt la cui antica gloria canta in tutti gli annali. E, quand'anche io non fossi francese, i quaranta volumi in lingua francese che ho seminato in milioni di esemplari nel mondo intero basterebbero, credo, a fare di me un francese, utile alla gloria della Francia! Perci, non mi difendo. Ma quale errore sarebbe il vostro, qualora foste convinti che, colpendo me, ristabilireste l'ordine nel nostro infelice paese! Non lo capite, ora, che il male di cui la nazione muore proprio l'oscurit in cui ci si ostina a lasciarla, l'equivoco in cui agonizza? Le colpe dei governanti si aggiungono alle colpe, una menzogna ne rende necessaria un'altra, sicch l'ammasso diventa
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spaventoso. E' stato commesso un errore giudiziario, e da quel momento, per nasconderlo, stato necessario commettere ogni giorno un nuovo attentato al buon senso e all'equit. La condanna di un innocente ha portato con s l'assoluzione di un colpevole; ed ecco che vi viene chiesto di condannarmi a mia volta, per avere gridato la mia angoscia nel vedere la patria su questo terrificante cammino. Condannatemi, dunque! ma sar un errore di pi, aggiunto agli altri, un errore di cui in seguito porterete il peso nella storia. E la mia condanna, lungi dal riportare la pace che desiderate, che tutti noi desideriamo, altro non sar che un nuovo seme di passione e di disordine. Vi avverto, la misura colma, non fatela traboccare.

Possibile che non vi rendiate esattamente conto della crisi tremenda che il paese attraversa? dicono che siamo noi gli autori dello scandalo, che sono gli amanti della verit e della giustizia a fuorviare la nazione, a spingerla alla sommossa. In verit, significa farsi beffe del mondo intero. Forse che il generale Billot, tanto per fare un nome, non stato avvertito da ben diciotto mesi? Forse che il colonnello Picquart non ha insistito perch egli si occupasse della revisione, se voleva evitare che la tempesta scoppiasse e sconvolgesse tutto? Forse che il senatore Scheurer-Kestner non l'ha supplicato, con le lacrime agli occhi, di pensare alla Francia, di risparmiare una simile catastrofe? No, no! il nostro desiderio stato di facilitare le cose, di attutirle, e, se il paese ora soffre, la colpa del potere, il quale, desideroso di coprire i colpevoli e spinto da interessi politici, ha rifiutato tutto, sperando d'essere abbastanza forte per impedire che si facesse luce. Da quel giorno, ha manovrato sempre nell'ombra, in favore delle tenebre, ed lui, lui solo, il responsabile del disperato turbamento che affligge le coscienze.

Il caso Dreyfus, ah! signori miei, diventato ben piccola cosa nell'ora che viviamo, ormai un fatto remoto e lontano, di fronte ai terrificanti problemi che ha sollevato. Qui non si tratta pi del caso Dreyfus, si tratta di sapere se la Francia ancora la Francia dei diritti dell'uomo, quella che ha donato la libert al mondo e che doveva dargli giustizia. Siamo ancora il popolo pi nobile, il pi fraterno, il pi generoso? Conserveremo, in Europa, la nostra fama di equit e di umanit? Allora, non sono queste tutte le conquiste che avevamo fatto, e che vengono rimesse in discussione? Aprite gli occhi e comprendetelo: per essere in preda a una simile confusione, bisogna che l'anima francese sia sconvolta fino nelle sue pieghe pi profonde, di fronte a un terribile pericolo. Perch un popolo sia sconvolto in questo modo, chiaro che la sua stessa vita morale in pericolo. L'ora di una gravit eccezionale, in gioco la salvezza della nazione.

E quando avrete compreso questo, signori, avrete coscienza che il rimedio possibile uno solo: dire la verit, rendere giustizia.

Tutto ci che ritarder la luce, tutto ci che aggiunger tenebre a tenebre, servir solo a prolungare e ad aggravare la crisi. Il compito dei buoni cittadini, di quelli che sentono il bisogno imperioso di farla finita, di esigere piena chiarezza. Siamo gi in molti a pensarlo. Gli uomini di lettere, di filosofia e di scienza si levano da ogni dove, in nome dell'intelligenza e della ragione. E non vi parlo dell'estero, del brivido che si propagato all'Europa tutta. Eppure, lo straniero non sinonimo di nemico. Non parliamo dei popoli che possono essere domani nostri avversari. Ma la grande Russia, nostra alleata, ma la piccola e generosa Olanda, ma tutti i popoli amici del Nord, ma le terre di lingua francese, come la Svizzera e il Belgio, perch mai avrebbero il cuore grosso, traboccante di sofferenza fraterna? Sognate forse una Francia isolata dal mondo? Volete che nessuno, quando passerete la frontiera, sorrida pi alla vostra leggendaria buona fama di equit e d'umanit?
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Ahim, signori! come tanti altri, forse anche voi aspettate l'avvenimento imprevisto, la prova dell'innocenza di Dreyfus, che dovrebbe scendere dal cielo come la folgore. La verit non procede affatto cos, di norma, vuole ricerca, vuole comprensione. La prova! sappiamo bene dove potremmo trovarla. Ma lo pensiamo soltanto nel segreto delle nostre anime, e la nostra angoscia patriottica che ci si sia esposti a ricevere un giorno lo schiaffo di questa prova, dopo avere impegnato l'onore dell'esercito in una menzogna. Voglio inoltre dichiarare nettamente che, se abbiamo notificato come testimoni alcuni membri delle ambasciate, la nostra volont formale era all'inizio di non citarli qui. Si sorriso della nostra audacia. Non credo che ne abbiano sorriso al ministero degli Affari esteri, dove sicuramente hanno capito. Abbiamo semplicemente voluto dire, a quelli che sanno tutta la verit, che anche noi la sappiamo. Quella verit corre per le ambasciate, domani sar conosciuta da tutti. E, per il momento, ci impossibile andarla a cercare l dove si trova, protetta da formalit invalicabili. Il governo non ignora niente, il governo che convinto, come noi, dell'innocenza di Dreyfus, potr, quando lo vorr e senza rischio, trovare i testimoni che finalmente faranno luce.

Dreyfus innocente, lo giuro. Mi gioco la vita, mi gioco l'onore.

In quest'ora solenne, davanti a questo tribunale che rappresenta la giustizia umana, davanti a voi, signori giurati, che siete l'emanazione stessa della nazione, davanti a tutta la Francia, davanti al mondo intero, io giuro che Dreyfus innocente. E, per i miei quarant'anni di lavoro, per l'autorit che questa fatica pu avermi dato, giuro che Dreyfus innocente. E, per tutto quello che ho conquistato, per il nome che mi sono fatto, per le mie opere che hanno contribuito all'espansione delle lettere francesi, giuro che Dreyfus innocente, che tutto questo crolli, che le mie opere periscano, se Dreyfus non innocente! E' innocente.

Tutto sembra essere contro di me, le due Camere, il potere civile, il potere militare, i giornali a grande tiratura, l'opinione pubblica che essi hanno avvelenata. E per me non ho che l'idea, un ideale di verit e di giustizia. Eppure sono tranquillissimo, vincer.

Non ho voluto che il mio paese restasse nella menzogna e nell'ingiustizia. Qui, mi si pu colpire. Un giorno, la Francia mi ringrazier di aver contribuito a salvare il suo onore.

LETTERA A BRISSON, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Pubblicata su "L'Aurore" il 16 luglio 1898.

Si erano succeduti molti avvenimenti, che riassumer rapidamente.

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Il 2 aprile, la Corte di cassazione, presso la quale mi ero appellato, cass la sentenza della Corte d'assise, dichiarando che era il tribunale militare, e non il ministero della Guerra, che doveva citarmi in giudizio. Il tribunale militare, riunitosi l'8, decise di perseguirmi, ed espresse inoltre l'auspicio che venissi radiato dai quadri della Legion d'onore. La nuova citazione, spiccata a suo nome, rilevava tre righe appena della mia Lettera.

Il 23 maggio, quindi, il processo ritorn davanti alla Corte d'assise di Versailles. Ma poich il mio difensore, avvocato Labori, aveva sollevato eccezione di competenza, ed essendosi la Corte dichiarata competente, pervenimmo in cassazione, e il dibattimento si ferm. Infine, poich il 16 giugno la Corte di cassazione aveva respinto il nostro ricorso, il 18 luglio dovemmo ricomparire davanti alla Corte d'assise di Versailles. D'altro canto, il 15 giugno il governo Mline era caduto, e gli era appena succeduto, il 28, il governo Brisson. - Il 9 luglio, i tre esperti, Belhomme, Varinard e Couard avevano ottenuto contro di me una condanna a due mesi di carcere, con la condizionale, a duemila franchi di ammenda e a cinquemila franchi di danni per ogni esperto.

Signor Brisson, Lei incarna la virt repubblicana, Lei l'alto simbolo dell'onest civica. E, bruscamente, precipitato nella mostruosa faccenda. Eccola spodestato dalla Sua sovranit morale, ridotto soltanto a un uomo fallibile e compromesso.

Che crisi paurosa e che infinita tristezza, per i pensatori solitari e silenziosi come me, che si accontentano di guardare e di ascoltare! Da quando appartengo alla giustizia del mio paese, mi sono fatto un dovere di tenermi in disparte da qualsiasi polemica; e se oggi cedo al bisogno imperioso di scriverle questa lettera, perch ci sono momenti in cui le anime gridano da se stesse la loro angoscia. Ma nel mio silenzio, che dura da sei mesi, nel silenzio di altre coscienze, che sento fremere, quanta patriottica angoscia, quale agonia, nel vedere i migliori della nostra infelice Francia, tante persone intelligenti e oneste, insomma, chiudere un occhio su tutti i compromessi, abbandonare il loro onore di cittadini al vento di follia che soffia! E c' da piangere, da chiedersi quale ecatombe di vittime importanti richieder ancora la menzogna, prima che la verit si erga sul paese decimato, privato di quelli che noi riteniamo essere la sua probit e la sua forza.

Ogni mattina, da sei mesi, sento aumentare la mia sorpresa e il mio dolore. Non voglio nominare nessuno, ma li evoco, tutti quelli che amavo, che ammiravo, nei quali avevo riposto le mie speranze per la grandezza della Francia. Ce n' nel Suo governo, signor Brisson, ce n' nelle Camere, nelle lettere e nelle arti, in tutte le condizioni sociali. Ed il mio eterno grido: come mai questo, come mai quello, come mai quell'altro non sono con noi, per l'umanit, per la verit, per la giustizia? Eppure sembravano d'intelligenza equilibrata, li credevo retti di cuore. C' da perdere la ragione. Tanto pi che, quando qualcuno tenta di spiegarmi la loro condotta con la necessit di certe astuzie politiche, capisco ancor meno. Poich pi che certo, per chiunque abbia buon senso e sappia riflettere a freddo, che questi astuti corrono spensieratamente verso la loro perdita imminente, inevitabile, irreparabile.

La credevo troppo accorto, signor Brisson, per non essere convinto, come me, che nessun governo potr mai durare finch il caso Dreyfus non sar legalmente liquidato. C' qualcosa di marcio, in Francia, la vita normale riprender solo quando si sar fatta opera di risanamento. E aggiungo che il governo che operer la revisione sar il grande governo, il governo salvatore, quello che s'imporr e
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che durer. Lei si perci suicidato, fin dal primo giorno, nel ritenere forse di poter fondare il Suo potere solidamente e per lungo tempo. E il peggio che, prossimamente, quando cadr, avr perso nell'avventura il Suo onore politico; perch io penso soltanto a Lei, non mi occupo dei Suoi subordinati, il ministro della Guerra e il ministro della Giustizia, di cui Lei il capo responsabile.

Spettacolo lacrimevole, la fine di una virt, il fallimento di un uomo in cui la Repubblica aveva riposto la sua illusione, convinta che uno come lui non avrebbe mai tradito la causa della giustizia, ma che, diventato il padrone, lascia assassinare la giustizia sotto i suoi occhi! Lei ha appena tradito l'ideale. E sar punito, poich tutto si paga.

Vediamo, signor Brisson, che specie di ridicola commedia d'inchiesta Lei ha autorizzato? Avevamo potuto credere che il famoso dossier sarebbe stato portato in Consiglio dei ministri, e che l vi sareste messi tutti a esaminarlo, addizionando le intelligenze, chiarendovi l'un l'altro le idee, discutendo i documenti cos come dovevano essere discussi, scientificamente. E invece no, appare ben chiaro dal risultato che non c' stato alcun controllo, che sicuramente non si stabilita alcuna discussione seria, che il tutto si risolto in una ricerca febbrile, nel dossier, non gi della verit, ma dei soli documenti che potevano meglio combattere la verit, facendo colpo sui poveri di spirito.

E' nota, questa maniera di studiare un incartamento per estrarne quello che pu, bene o male, avvalorare una convinzione ostinatamente preconcetta. Non si tratta di una certezza discussa e approvata, ma soltanto della testardaggine di un individuo, il quale agisce in tali condizioni di stato d'animo personale, di ambiente e di entourage, che la sua deposizione, storicamente, non ha alcun valore.

E guardi, inoltre, che risultato pietoso! Ma come! Non ha trovato altro? E, se non porta altro, con il desiderio furibondo che ha di vincere, vero allora che non c' altro, che il sacco stato vuotato fino in fondo? Ma poi li conosciamo, i suoi tre documenti; conosciamo, soprattutto, quello che stato prodotto in Corte d'assise, ed proprio il falso pi impudente, pi grossolano, cui degli ingenui possono prestar fede. Quando penso che un generale venuto a leggere seriamente ai giurati questa monumentale mistificazione, che stato possibile trovare un ministro della Guerra per rileggerla ai deputati, e dei deputati per farla affiggere in tutti i comuni di Francia, rimango come un idiota.

Sono convinto che mai qualcosa di pi sciocco lascer una traccia nella storia. E mi chiedo sinceramente a quale stato di aberrazione il fanatismo possa ridurre alcuni individui, certo non pi stupidi di altri, perch essi accordino il minimo credito a un documento che sembra essere la scommessa di un falsario, in procinto di beffare tutto e tutti.

Lei penser, con ragione, che non intendo discutere gli altri due documenti. Siamo stanchi di farlo, di dimostrare che in nessun caso potrebbero adattarsi a Dreyfus. E, del resto, la necessit della revisione permane assoluta, dal momento che non sono stati notificati n all'accusato n alla difesa. L'illegalit quanto meno formale; la Corte di cassazione deve annullare la sentenza del tribunale militare. Ma queste cose le conosce meglio di me, signor Brisson, ed proprio questo che mi stupisce. Sapendole, come ha potuto ascoltare senza fremere le affermazioni appassionate del suo ministro della Guerra? Quale dramma, in quel momento, si svolto nella sua coscienza? Crede, Lei,
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che la politica venga prima di tutto, che Le sia permesso di mentire, per assicurare al paese la salvezza che, secondo Lei, il Suo governo gli porta? Crederla cos poco intelligente da conservare l'ombra di un dubbio sull'innocenza di Dreyfus mi sarebbe penoso; ma, d'altro canto, ammettere sia pure per un istante che Lei sacrifichi la verit nel concetto che la menzogna sia necessaria al bene della Francia, mi sembrerebbe ancor pi ingiurioso. Ah, quanto vorrei leggere in Lei, e come dev'essere interessante per uno psicologo quello che passa per la Sua mente! Quello che posso assicurarle, che Lei rende il nostro governo profondamente ridicolo. Mi hanno raccontato che, gioved, la tribuna diplomatica rimasta deserta. Lo credo bene. Non un diplomatico sarebbe riuscito a rimanere serio, alla lettura dei famosi tre documenti. E non s'illuda che la nostra nemica, la Germania, sia la sola a divertirsi. La nostra grande alleata, la Russia, bene al corrente del caso, ben informata e assolutamente convinta dell'innocenza di Dreyfus, dovrebbe proprio renderci il servigio di dirle che cosa pensi di noi l'Europa. Forse l'ascolterebbe, quella, l'amica sovrana. Ne parli, ne parli con il suo ministro degli Affari esteri.

Che Le dica, inoltre, di quale nuova gloria faranno risplendere all'estero il buon nome della Francia gli inusitati procedimenti giudiziari contro il tenente colonnello Picquart. Un giusto Le chiede rispettosamente di far luce, e Lei gli risponde intentandogli un processo su una vecchia accusa di cui il recente dibattimento in Corte d'assise ha dimostrato l'insulsaggine. Tu mi dai fastidio, io ti sopprimo. La cosa di una comicit spaventosa, e credo proprio che non ci sia nella storia un esempio pi insolente di iniquit ipocrita.

Ma, se i tre documenti si prestano soltanto alle risate, che mi dice, signor Brisson, delle pretese confessioni di Dreyfus fornite all'eloquenza politica francese, offerte da uno dei suoi ministri come la base incrollabile della sua convinzione? Neppure qui la sua onest protesta con un grido di furiosa rivolta? Non l'ha avvertito, l'abominio di un modo di procedere che far insorgere la coscienza universale? Le confessioni di Dreyfus, gran Dio! Lei ignora, dunque, tutta quella tragica storia? Non conosce il vero racconto di quella detenzione, di quella degradazione? E le lettere di Dreyfus, allora, non le ha lette? Sono ammirevoli. Non conosco pagine pi nobili, pi eloquenti. E' il sublime nel dolore, e in avvenire quando le nostre opere, di noi scrittori, saranno forse affondate nell'oblio, quelle lettere resteranno come un monumento imperituro; poich sono il singhiozzo stesso, tutta la sofferenza umana. L'uomo che le ha scritte non pu essere un colpevole. Le legga, signor Brisson, le legga una sera insieme ai suoi, presso il focolare domestico. Si ritrover inondato di lacrime.

E hanno il coraggio di venirci a parlare delle confessioni di Dreyfus, di quell'infelice che non ha mai cessato di urlare la sua innocenza! Si sfogliano i ricordi esitanti di individui che si sono contraddetti venti volte, si apportano fogli di carnet senza alcuna autenticit, lettere che altre lettere smentisco, no! Da ogni parte vengono offerte testimonianze contraddittorie, ma ci si rifiuta di ascoltarle. E niente di legale, intendiamoci, non c' un verbale di processo firmato dal colpevole; soltanto pettegolezzi, voci, ragion per cui quelle asserite confessioni sono il nulla stesso, qualcosa di inesistente, che nessun tribunale accoglierebbe.

E dunque, se pi che evidente che sarebbe impossibile, queste pretese confessioni, farle accettare alle persone ragionevoli, di una certa cultura, perch metterle in piena luce, perch sfoggiarle con tanta risonanza? Ah! ecco l'astuzia orrenda, lo spaventoso calcolo di gettare questa disinvolta
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convinzione al popolino, ai poveri di spirito. Una volta che abbiano letto i vostri manifesti, vero?, sperare che tutti gli umili delle campagne e delle citt siano con voi. Di chi affamato di verit e di giustizia, diranno: "Ma che cosa vogliono darci a bere, quei tali, con il loro Dreyfus, se invece il traditore ha confessato tutto!". E, secondo voi, sar finita cos, la mostruosa iniquit sar consumata.

Sappia, signor Brisson, che una manovra del genere disgustosa.

Sfido qualsiasi galantuomo a non rimanerne sconvolto, a non tremare di collera e d'indignazione. Laggi, nella tortura pi iniqua, una tortura tutta particolare, illegale come il giudizio che l'ha inflitta, c' un infelice che ha sempre gridato la sua innocenza. E gli si fa tranquillamente confessare il crimine che non ha mai commesso, ci si serve di queste pretese confessioni per murarlo nella sua cella in maniera pi solida. Ma vivo, pu ancora risponderle, fortunatamente per Lei, perch il giorno in cui sar morto, il crimine da Lei commesso diventer irreparabile; e, se vive, pu interrogarlo, ottenere una volta di pi il grido della sua innocenza. No! cos semplice dire che ha confessato tutto, convincerne il popolo, intanto che l'infelice getta al vento del mare il suo perpetuo lamento, il suo infinito clamore di verit e di giustizia. Non ho mai sentito niente di pi vile e di pi spregevole.

Ed eccoLa con la stampa ignobile. Al suo seguito, e nello stesso modo. Lei avvelena la nazione di menzogne. Attacca sui muri dei falsi e delle favole insulse, come per aggravare a piacere la disastrosa crisi morale che attraversiamo. Ah, povero popolo di Francia, che bell'educazione civica ti viene data, a te che oggi avresti tanto bisogno, per la tua salvezza di domani, di un'aspra lezione di verit! E per finire, signor Brisson, visto che stiamo conversando tra noi, tranquillamente, ritengo doveroso avvertirla che aspetto, con viva curiosit, il modo in cui Lei luned prossimo, a Versailles, mostrer di concepire la libert individuale e il rispetto della giustizia.

Non pu certo ignorare i fatti che si sono svolti a Parigi, prima e dopo ciascuna delle quindici udienze del primo processo, e di nuovo a Versailles, al tempo dell'unica udienza del secondo. In quei giorni, la Francia, la nostra grande e generosa Francia, ha dato al mondo civile lo spettacolo esecrabile di un pugno di banditi che ingiuriavano e minacciavano di morte un uomo, un accusato che si recava liberamente davanti alla giustizia del suo paese. Che cosa ne pensa, signor Brisson, la Sua onest, la Sua virt repubblicana, il Suo culto dei diritti dell'uomo e del cittadino? Non d'accordo con me che soltanto i cannibali hanno usanze analoghe e che siamo caduti nel disprezzo e nel disgusto dell'universo? Dir di pi, qualora si trattasse della nazione fuorviata, d'una folla che si eccita e si scaglia in buona fede, la scusa del fanatismo, sia pure criminale, sarebbe sufficiente. Ma, poich oggi Lei ministro degli Interni, parli, parli di queste cose con il dottor Charles Blanc, Suo prefetto di polizia, che un uomo d'intelligenza vivace e di perfetta urbanit. Lui informatissimo, naturalmente. Le spiegher dove e come venivano reclutate le bande, quale compenso veniva versato ai singoli individui,quale sostegno disinteressato e appassionato apportavano gli ambienti clericali, quanti erano i banditi e quanti i settari, e infine quanti allocchi avrebbero potuto alla lunga unirsi ai provocatori e rendere il gioco pericolosissimo. A questo punto, mi auguro, non avr pi dubbi sull'organizzazione del disordine, si sar convinto che, per gli organizzatori, si trattava d'ingannare la Francia, d'ingannare il mondo, di far loro credere che tutta Parigi insorgeva contro di me, e di avvelenare cos l'opinione pubblica, e di operare sulla giustizia la pi infame delle pressioni.
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Ma non tutto qui ci che il dottor Charles Blanc potr riferire a Lei, che il suo capo. Le spiegher come la polizia fosse costretta a salvarci ogni sera, quando qualche arresto, qualche comunicazione giudiziaria fin dal primo giorno avrebbe immediatamente riportato l'ordine. Certo, non mi lamento affatto della polizia, che stata molto sollecita nel dedicarsi alla mia persona. Solo che, al di sopra della persona del prefetto, sembrava esservi un desiderio superiore che le cose si svolgessero in un certo modo. Erano permesse tutte le ingiurie, tutte le minacce, anche le pi vili e le pi immonde: non veniva mai arrestato nessuno. Era tollerato perfino che i manifestanti si potessero avvicinare quanto bastava perch un certo pericolo ci fosse. E la polizia non interveniva, non mi salvava, se non nel momento stesso in cui le cose minacciavano di mettersi male. Era fatto con molta arte: l'effetto desiderato, in alto loco, era evidentemente di far credere al mondo che, ogni sera, occorreva una battaglia per sottrarmi alla ingiusta indignazione del popolo di Parigi.

Ebbene, signor Brisson, io mi domando con curiosit quale piano d'azione Lei abbia intenzione di definire con il dottor Charles Blanc. In questo, Lei, padrone assoluto, nessuno dei suoi ministri in sottordine potr intervenire poich, al di l della sua carica di presidente del consiglio, Lei anche ministro dell'Interno e risponde della tranquillit delle strade. Sapremo, allora, in quali condizioni Lei ritiene che un accusato debba recarsi davanti alla giustizia, e se permesso ingiuriarlo e minacciarlo, e se uno spettacolo di tale barbarie non sia un disonore supremo per la Francia. Sono ben convinto che mai, i miei amici e io, ci siamo trovati seriamente in pericolo. Ma, non ha importanza! poich conviene sempre prevedere tutto, dichiaro fin da ora, signor Brisson, che se ci assassinano, luned, l'assassino sar Lei.

E per finire, lasci che io mi meravigli del fatto che siete tutti omuncoli.

A rigore, capisco che non ci sia, tra voi, un altero e appassionato innamorato dell'idea, che offra la sua vita e i suoi beni per la sola gioia d'essere un giusto, pronto a rientrare nei ranghi dopo che la verit avr vinto. Ma di ambiziosi ce ne sono, tuttavia, tutti voi siete in fondo soltanto degli ambiziosi. Come mai, allora, dalla massa, non emerge almeno un ambizioso di intelligenza vivace e d'audacia e di forza, uno di quegli ambiziosi di grande levatura, dal colpo d'occhio nitido, dalla mano pronta, capace di individuare quale sia la parte da recitare, e di recitarla validamente? Vediamo un po', quanti, tra voi, ambiscono alla presidenza della Repubblica? Tutti, vero? Vi guardate l'un l'altro di sottecchi, siete tutti convinti di gestire i vostri affari in maniera superiore, questo per prudenza, quello per popolarit, quell'altro per austerit. E mi fate ridere, perch nemmeno un di voi ha l'aria di rendersi conto che, fra tre anni, l'uomo politico che entrer all'Eliseo sar quello che avr restaurato, da noi, il culto della verit e della giustizia, procedendo alla revisione del caso Dreyfus.

Credetemi, i poeti sono un po' veggenti. Di qui a tre anni la Francia non sar pi la Francia, la Francia sar morta, oppure avremo alla presidenza il capo politico, il ministro giusto e saggio che avr pacificato la nazione. E, castigo meritato dei calcoli meschini e spregevoli, dei fanatismi ciechi e privi d'intelligenza, tutti quelli che avranno preso partito contro il diritto oppresso e l'umanit oltraggiata saranno a terra, sotto l'esecrazione pubblica e con il loro sogno a brandelli.

Perci, ogni volta che vedo uno di voi cedere al vento della pazzia, sporcarsi con il caso Dreyfus,
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forse con la sciocca convinzione di lavorare al proprio innalzamento, mi dico: "Eccone un altro che non diventer presidente della Repubblica!" Voglia gradire, signor Brisson, i sensi della mia profonda considerazione.

GIUSTIZIA

Articolo pubblicato su "L'Aurore" il 5 giugno 1899.

Erano dunque passati dieci mesi tra l'articolo precedente e questo. Il 18 luglio 1898, davanti alla Corte d'assise di Versailles, essendo andato a vuoto il mezzo di procedura tentato dall'avvocato Labori per far rinviare la causa, eravamo stati sconfitti: e la Corte mi aveva di nuovo condannato a un anno di prigione e a tremila franchi d'ammenda. La sera stessa, partii per Londra, affinch la sentenza, non potendo essermi notificata, non diventasse esecutiva. - Riassumo i fatti principali di questo lungo lasso di tempo. Il 31 agosto 1898, il colonnello Henry, dopo aver confessato la sua colpa, si suicida a Mont Valrien. Il 26 settembre, alla Corte di cassazione viene sottoposta la domanda di revisione. Il 29 ottobre, dichiara la domanda accettabile nella sua forma e dice che si proceder a un'inchiesta supplementare. Il 31, il governo Dupuy sostituisce il governo Brisson. Il 16 febbraio 1899 muore il presidente Flix Faure, e il 18 febbraio il presidente Emile Loubet prende il suo posto. Il primo marzo viene votata alle Camere la legge di incompetenza a procedere. Infine, avendo la Corte di cassazione, in data 3 giugno, cassato la sentenza del 1894 il 5 giugno - la mattina stessa in cui appariva questo articolo - rientravo in Francia. D'altro canto, il 10 agosto 1898, la Corte d'appello, confermando la sentenza resa alla richiesta dei tre esperti, Belhomme, Varinard e Couard, mi condannava in contumacia a un mese di prigione, senza la condizionale, a mille franchi d'ammenda, e a diecimila franchi di danni-interessi a ogni esperto.

Questi, durante la mia assenza, venivano a fare il sequestro in casa mia il 23 e il 29 settembre e l'asta aveva luogo il 10 ottobre. Veniva venduto un tavolo per trentaduemila franchi, totale delle somme richieste. Il 26 luglio, il Consiglio dell'ordine della Legion d'onore si era creduto in dovere di sospendermi dal mio grado di ufficiale.

Da quasi undici mesi, ho lasciato la Francia. Per undici mesi, mi sono imposto l'esilio pi totale, il ritiro pi ignorato, il pi assoluto silenzio. Ero come il morto volontario, disteso nella sua tomba segreta in attesa della verit e della giustizia. E, oggi, poich la verit ha vinto, e la giustizia finalmente regna, rinasco, rientro e riprendo il mio posto sul suolo francese.

Nella mia vita, il 18 luglio 1898 rester la data d'incubo, quella in cui ho pianto tutte le mie lacrime. E' stato quel 18 luglio che, cedendo a necessit tattiche, ascoltando i fratelli d'arme che conducevano con me la stessa battaglia per l'onore della Francia, ho dovuto strapparmi a tutto ci che amavo, a tutte le mie abitudini di cuore e di spirito. E, dopo tanti giorni passati a subire minacce e a sentirmi coprire d'ingiurie, quella brusca partenza stata senza dubbio il sacrificio pi crudele che mi sia stato
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imposto, la mia suprema immolazione alla causa. Le anime vili e sciocche che hanno pensato, che hanno ripetuto che fuggivo il carcere, hanno dato prova di una disonest pari alla loro mancanza di intelligenza.

Il carcere, gran Dio! ma non ho mai chiesto altro che il carcere, io! ma sono ancora pronto a subirlo, se necessario! Per accusarmi di fuggirlo, bisogna avere dimenticato tutta questa storia, il processo che io ho voluto, con l'unico desiderio che fosse il campo in cui sarebbe spuntata la messe di verit, e il completo sacrificio che avevo fatto del mio riposo, della mia libert, con l'offrirmi in olocausto, con l'accettare in anticipo la mia rovina, purch la giustizia trionfasse. Non di un'evidenza sfolgorante, oggi, che la nostra lunga campagna, per i miei consulenti, per i miei amici e per me, stata una lotta disinteressata affinch dai fatti venisse a galla tutta la luce possibile? Se abbiamo voluto prendere tempo, se abbiamo opposto procedura a procedura, perch avevamo cura della verit, come si ha cura d'anime, perch non volevamo lasciare spegnere, tra le nostre mani, la debole luce che aumentava di giorno in giorno. Era come la piccola lampada sacra, che viene portata con un gran vento e che bisogna difendere contro le ire della folla, sconvolta dalle menzogne. Seguivamo un'unica tattica, restare padroni del nostro caso, prolungarlo per quanto ci era possibile, affinch provocasse gli avvenimenti, trarne insomma quelle prove decisive che ci eravamo ripromessi. E non abbiamo mai pensato a noi, ma abbiamo agito solo e unicamente per il trionfo del diritto, pronti a pagare con la nostra libert e con la nostra vita.

Non bisogna dimenticare la situazione che mi era stata creata a Versailles. Di soffocamento senza parole. E io non volevo essere soffocato in quel modo, non mi conveniva affatto che mi si giustiziasse durante l'assenza del Parlamento, nel pieno del fanatismo della piazza. Era nostra volont aspettare l'ottobre, nella speranza che la verit muovesse ulteriori passi, che la giustizia riuscisse a imporsi. D'altra parte, non va neppure dimenticato tutto il lavoro in sordina che si faceva d'ora in ora, tutto quello che potevamo aspettarci dalle istruttorie aperte contro il comandante Esterhazy e contro il colonnello Picquart.

L'uno e l'altro erano in prigione, noi non ignoravamo che dalle inchieste aperte, se fossero state condotte lealmente, sarebbero spuntate per forza di cose luci vive; e, pur senza prevedere la confessione e poi il suicidio del colonnello Henry, contavamo sull'avvenimento inevitabile che, da un giorno all'altro, doveva esplodere, illuminando tutta la mostruosa faccenda del suo vero e sinistro chiarore. Stando cos le cose, non si spiega forse il nostro desiderio di prendere tempo? non avevamo forse ragione di usare tutti i mezzi legali per scegliere la nostra ora, al meglio degli interessi della giustizia? temporeggiare non significava forse vincere, in una rotta che era tra le pi dolorose e le pi sante? A qualsiasi prezzo, conveniva aspettare, poich tutto ci che sapevamo, tutto ci che speravamo, ci permetteva di dare appuntamento per l'autunno alla vittoria. Torno a ripetere, noialtri non contavamo, si trattava solo e soltanto di salvare un innocente, di evitare alla patria il pi spaventoso disastro morale di cui avesse mai corso il pericolo. E quelle ragioni avevano una forza tale che io partii, rassegnato, annunciando il mio ritorno per l'ottobre, con la certezza di essere cos un buon artefice delle cause e di assicurarne il trionfo.

Ma quello che oggi non dico, quello che dir un giorno, fu lo strazio, l'amarezza di quel sacrificio. Si dimentica che non sono n un polemista, n un uomo politico che tragga beneficio dalle risse. Sono un libero scrittore che in vita sua ha avuto un'unica passione, la verit, e che per essa si battuto su tutti i campi di battaglia. Da quasi quarant'anni servo il mio paese con la penna, con tutto il mio coraggio, con tutta la mia capacit di lavoro e di buona fede. E vi giuro che si prova un dolore
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spaventoso nell'andarsene da solo, in una notte cupa, nel veder scomparire in lontananza le luci di Francia, quando si sa di aver voluto soltanto il suo onore, la sua grandezza di giustiziera tra i popoli. Io! Io che l'ho gi cantata in pi di quaranta opere! Io, che della mia vita ho fatto un lungo sforzo per portare il suo nome ai quattro angoli del mondo! Andarmene cos, io fuggire in quel modo, con quella muta di miserabili e di pazzi galoppante alle mie calcagna, a perseguitarmi con minacce e oltraggi! Sono ore atroci, quelle, da cui l'anima esce temperata, ormai invulnerabile alle fosse inique. E dopo, durante i lunghi mesi d'esilio che si sono succeduti, c' chi possa immaginare la tortura d'essere soppresso dal mondo dei vivi, nell'attesa quotidiana di un risveglio della giustizia che ogni giorno ritarda? Non auguro al peggiore dei miei nemici la sofferenza che, per undici mesi, mi ha causato ogni mattina la lettura dei dispacci dalla Francia che, in quella terra straniera, assumevano un'eco agghiacciante di follia e di disastro. Solo chi si portato dentro quel tormento durante ore lunghe e solitarie, chi ha rivissuto da lontano, e sempre solo, la crisi in cui sprofondava la patria, pu sapere che cosa sia l'esilio, nelle condizioni tragiche in cui l'ho conosciuto fino a ieri. E quelli che pensano che io sia partito per fuggire la prigione, e per darmi sicuramente alla bella vita all'estero con l'oro ebreo, sono anime tristi che m'ispirano un po' di disgusto e tanta piet.

Dovevo ritornare in ottobre. Avevamo deciso di temporeggiare fino alla riapertura delle Camere, contando appunto sull'avvenimento imprevisto che, per noi che eravamo al corrente delle cose, era l'avvenimento certo. Ed ecco che quell'avvenimento imprevisto non aspett l'ottobre, esplose fin dalla fine di agosto, con la confessione e il suicidio del colonnello Henry.

Fin dall'indomani, avrei voluto rientrare. Per me, la revisione s'imponeva, l'innocenza di Dreyfus sarebbe stata immediatamente riconosciuta. Del resto, non avevo mai chiesto altro che la revisione, la mia parte doveva per forza di cose finire nel momento in cui fosse riunita la Corte di cassazione, ed ero pronto a rientrare nell'ombra. Quanto al mio processo, ai miei occhi non era pi che una pura formalit, poich il documento prodotto dal generali de Pellieux, Gonse e Boisdeffre, e in base al quale la giuria mi aveva condannato, era un falso il cui autore aveva appena cercato scampo nella morte. E mi preparavo quindi al ritorno, quando i miei amici di Parigi, i miei legali, tutti quelli che erano rimasti nella battaglia, mi scrissero lettere piene d'inquietudine. La situazione era sempre grave. Lungi dall'essere decisa, la revisione sembrava ancora incerta. Brisson, il capo di gabinetto, urtava contro ostacoli che nascevano a ogni pie' sospinto, tradito da tutti, non disponendo egli stesso di un singolo commissario di polizia. Cos il mio ritorno, nel bel mezzo delle passioni surriscaldate, era visto come un pretesto per nuove violenze, un pericolo per la causa, un imbarazzo di pi per il ministero, che gi aveva un compito cos difficile. E io, desideroso di non complicare la situazione, mi dovetti inchinare, acconsentii a pazientare ancora.

Quando finalmente la Sezione penale si riun, intendevo rientrare.

Le ripeto, non avevo mai chiesto altro che la revisione, consideravo terminata la mia parte, dal momento che il caso veniva portato davanti alla giurisdizione suprema, istituita dalla legge.

Ma mi arrivarono nuove lettere, per supplicarmi d'aspettare, di non precipitare le cose. La situazione, che a me sembrava cos semplice, era al contrario, mi spiegavano, piena di oscurit e di pericolo. Il mio nome, la mia personalit non potevano essere che una torcia, torcia che avrebbe riappiccato
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l'incendio. Per questa ragione i miei amici, i miei legali, facevano appello ai miei sentimenti di buon cittadino, parlandomi della necessit di pacificazione, dicendomi che dovevo aspettare l'immancabile ripensamento dell'opinione pubblica, per evitare di precipitare di nuovo il nostro povero paese in un'agitazione nefasta. Il caso era sulla buona strada, ma non ancora risolto; quale sarebbe stato il mio rimpianto se un senso d'impazienza, da parte mia, avesse ritardato il trionfo della verit? E io m'inchinai ancora una volta, restai nel tormento della mia solitudine e del mio silenzio.

Quando la Sezione penale, accogliendo la domanda di revisione, decise di aprire un'inchiesta, volevo rientrare. Stavolta, lo confesso, cominciavo a perdermi d'animo,capivo che quell'inchiesta sarebbe durata lunghi mesi e presentivo l'angoscia continua in cui mi avrebbe costretto a vivere. E poi, non erano state chiarite le cose in modo pi che sufficiente? il rapporto del consigliere Bard, la requisitoria del procuratore generale Manau, l'arringa dell'avvocato Mornard non avevano stabilito a sufficienza la verit, perch potessi ritornare a testa alta? Tutte le accuse che avevo mosso nella mia Lettera al presidente della Repubblica avevano trovato conferma. Avevo esaurito il mio compito, non mi restava che rientrare nei ranghi. E fu per me un grande dispiacere, e un indignato senso di ribellione, da principio, trovare nei miei amici la stessa opposizione al mio ritorno. Erano sempre in piena battaglia, mi scrivevano che non potevo giudicare la situazione come loro, che sarebbe stato un pericoloso errore lasciar ricominciare il mio processo parallelamente all'inchiesta della Sezione penale. Il nuovo governo, ostile alla revisione, avrebbe forse trovato in quel processo la diversione voluta, l'occasione cercata di nuovi disordini. In ogni caso, la Corte aveva bisogno di assoluta pace, avrei agito male creandole l'imbarazzo di un'agitazione popolare, che certamente sarebbe stata sfruttata contro di noi. Ho lottato, ho perfino pensato di piombare a Parigi, una bella sera, a dispetto di tutti quei consigli, senza avvertire nessuno. Soltanto la saggezza mi ha fatto desistere e mi sono di nuovo rassegnato a lunghi mesi di tortura.

Ecco perch, per quasi undici mesi, non sono tornato. Tenendomi in disparte, non ho fatto che agire, come il giorno in cui mi sono fatto avanti, da soldato della verit e della giustizia. Sono stato soltanto il buon cittadino che si sacrifica fino all'esilio, fino alla sparizione totale, che acconsente a non esistere pi, pur di pacificare il paese e pur di non infiammare inutilmente il dibattimento sul mostruoso caso. E devo anche dire che, nella certezza della vittoria, consideravo il mio processo come la risorsa suprema, come la piccola lampada sacra con cui avremmo riportato chiarore qualora le forze malvagie si fossero apprestate a spegnere il sole. La mia abnegazione, l'ho spinta fino al silenzio completo. Ho voluto non solo essere un morto, ma un morto che non parla. Passata la frontiera, ho saputo zittirmi. Bisogna parlare soltanto quando si presenti, per assumersi la responsabilit di quello che si dice. Nessuno mi ha sentito, nessuno mi ha visto. Lo ripeto, ero in una tomba, in un ritiro inviolabile che nessuno straniero riuscito a scoprire. Quei pochi giornalisti che hanno lasciato intendere di avermi avvicinato, mentivano. Non ho ricevuto nessuno, ho vissuto in un deserto, ignorato da tutti. E mi chiedo che cosa il mio paese, cos duro con me, mi rimproveri, dopo che, per rendergli la pace, soffro da undici mesi una messa al bando volontaria, nella dignit e nel patriottismo del mio silenzio.

Ed finita, e ritorno, perch la verit lampante, perch giustizia resa. Desidero rientrare in silenzio, nella serenit della vittoria, senza che il mio ritorno possa dare origine al minimo disordine, alla minima agitazione di piazza. Sarebbe indegno di me che mi si potesse confondere per un istante con i vili sfruttatori delle manifestazioni popolari. Proprio come ho saputo tacere all'estero, sapr riprendere il mio posto al focolare nazionale da buon cittadino tranquillo, che, senza disturbare nessuno, intende ricominciare, con discrezione il suo lavoro abituale, senza che ci si occupi ulteriormente di lui.
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Ora che l'opera buona compiuta, non voglio n applausi n ricompense, anche se qualcuno ritiene che io abbia potuto esserne uno degli artefici utili. Non ho avuto alcun merito, la causa era talmente bella, talmente umana! E' la verit che ha vinto, n poteva andare diversamente. Fin dal primo istante, ne ho avuto la certezza, sono andato a colpo sicuro, il che diminuisce il mio coraggio. Era tutto molto semplice. Voglio assolutamente che si dica di me, come unico omaggio, che non sono stato n un idiota n un malvagio. Del resto, ho gi la mia ricompensa, quella di pensare all'innocente che avr contribuito a estrarre dalla tomba in cui, vivo, agonizzava da quattro anni. Ah! confesso che all'idea del suo ritorno, al pensiero di vederlo libero, di stringergli le mani, mi sento straordinariamente turbato e commosso, tanto che gli occhi mi si riempiono di lacrime di gioia.

Quel momento baster a ripagarmi di tutti i miei guai. I miei amici e io avremo compiuto una buona azione di cui i cuori generosi di Francia ci serberanno un po' di gratitudine. E cosa volete di pi, una famiglia che mi amer, una moglie e dei figli che ci benediranno, un uomo che ci sar debitore di avere incarnato in lui il trionfo del diritto e della solidariet umana! Tuttavia, anche se per me la lotta materiale finita, se non desidero trarre dalla vittoria alcun guadagno, n mandato politico, n posto, n onori, se la mia sola ambizione di continuare a battermi per la verit con la penna, finch la mia mano ce la far a reggerla, vorrei per far notare, prima di passare ad altre lotte, qual stata la mia prudenza, la mia moderazione nella battaglia. Qualcuno ricorda gli abominevoli clamori che suscit la mia Lettera al presidente della Repubblica? Ero uno che insultava l'esercito, un venduto, un senza patria.

Diversi letterati amici miei, costernati, spaventati, si traevano in disparte, mi abbandonavano, tale era l'orrore per il mio crimine. Sono stati scritti degli articoli, che oggi graveranno del loro peso la coscienza dei firmatari. Infine, mai scrittore brutale, pazzo, malato d'orgoglio, aveva indirizzato a un capo di Stato una lettera pi volgare, pi menzognera, pi criminale.

Quasi me ne vergogno un po', lo confesso, mi vergogno della sua discrezione, del suo opportunismo, direi quasi della sua vigliaccheria. Infatti, poich mi confesso, posso anche riconoscere che avevo attenuato molto le cose, che ne avevo perfino passate sotto silenzio molte di quelle che oggi sono note, assodate, e delle quali preferivo anche dubitare, tanto mi sembravano mostruose e irragionevoli. S, sospettavo gi di Henry, ma senza prove, tanto che ritenni saggio non chiamarlo neppure in causa. Indovinavo diverse cose, mi erano arrivate all'orecchio alcune confidenze cos terribili che non mi sentivo in diritto di rischiarle, pensando alle loro spaventose conseguenze. Ed ecco che sono state rivelate, che sono diventate la verit banale d'oggi! Ecco che la mia povera lettera non calza pi, ci appare del tutto infantile, una semplice birichinata, un'invenzione di timido romanziere, a paragone della superba e feroce realt! Ripeto che non ho n il desiderio n il bisogno di trionfare. Ci nonostante, devo pur constatare che gli avvenimenti hanno dato la prova, ora, di tutte le mie accuse. Non ce n' uno, tra quelli da me accusati, di cui, alla luce abbagliante dell'inchiesta, non sia stata dimostrata la colpevolezza. Quel che io ho annunciato, che ho previsto, ci sta davanti, lampante. E la cosa di cui sono pacatamente fiero che la mia lettera era senza violenza, indignata, ma degna di me: non contiene neppure un'ingiuria, non una parola eccessiva, niente, salvo il dolore dignitoso di un cittadino che chiede giustizia al capo dello stato. Cos stata l'eterna storia delle mie opere, non ho mai potuto scrivere un libro, una
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pagina, senza venire coperto di menzogne e d'ingiurie, salvo poi essere costretti, l'indomani, a darmi ragione.

Di conseguenza, ho l'animo sereno, senza collera n rancore. Se dovessi ascoltare soltanto la debolezza del mio cuore, d'accordo con lo sdegno della mia intelligenza, sarei perfino per il perdono generale, lascerei i malfattori sotto il solo castigo dell'eterno biasimo pubblico. Ma ci sono, credo, sanzioni penali necessarie, e l'argomento decisivo che, se non viene dato qualche esempio temibile, se la giustizia non colpisce i maggiori colpevoli, il popolino non creder mai all'immensit del crimine. E' necessario allestire una gogna perch la folla, finalmente, capisca. Lascio perci che la nemesi compia la sua opera vendicatrice, io non l'aiuter. E, nella mia indulgenza di poeta, pienamente soddisfatto dell'ideale, serbo una sola ribellione disperata, ed il pensiero angoscioso che il colonnello Picquart sia ancora dietro le sbarre. Non passato giorno senza che, dal mio esilio, il mio dolore fraterno non abbia raggiunto lui, chiuso nella sua prigione. Il fatto che si sia potuto condannare Picquart, che da quasi un anno lo si tenga in galera come un malfattore, che si sia voluto prolungare la sua tortura con una commedia giudiziaria assolutamente infame, mostruoso al punto da far perdere la ragione. La macchia rimarr, incancellabile, su tutti quelli che sono rimasti coinvolti in questa iniquit suprema. E, se domani Picquart non sar libero, sar l'intera Francia a non riscattarsi mai pi dall'inspiegabile follia di aver abbandonato nelle mani criminali di aguzzini, di mentitori, di falsari, il pi nobile, il pi eroico e il pi glorioso dei suoi figli.

Soltanto allora l'opera sar completa. E non sar una messe d'odio, quella che abbiamo seminato, bens una messe di bont, di equit, di infinita speranza. Occorre aspettare che germogli. Oggi ancora non possiamo prevederne la ricchezza. Tutti i partiti politici hanno smarrito la ragione, il paese si diviso in due campi: da un lato, le forze reazionarie del passato; dall'altro, gli spiriti analitici, di verit e di dirittura, in marcia verso l'avvenire. Questi sono i soli posti di combattimento logici, dobbiamo conservarli per le conquiste di domani. All'opera, dunque, con la penna, con la parola, con l'azione! all'opera di progresso e di liberazione! Sar il conseguimento del fine dell'89, la rivoluzione pacifica delle intelligenze e dei cuori, la democrazia solidale, liberata dalle forze negative, fondata finalmente sulla legge del lavoro, che permetter l'equa distribuzione delle ricchezze. Da quel momento, la Francia libera, la Francia giustiziera, annunciatrice della societ equa del secolo prossimo, si ritrover sovrana tra le nazioni. Non ci sar impero tanto bardato di ferro da rimanere incrollabile, dopo che essa avr donato al mondo la giustizia, come gi gli ha donato la libert. E' la sola funzione storica che sogno di attribuirle, e sar un fulgore di gloria come essa ancora non ha conosciuto.

Sono a casa. Il procuratore generale pu, dunque, quando lo riterr opportuno, farmi notificare la sentenza della Corte d'assise di Versailles, che mi ha condannato, in contumacia, a un anno di prigione e a tremila franchi d'ammenda. E ci ritroveremo davanti ai giurati.

Facendomi citare in giudizio, miravo unicamente alla verit e alla giustizia. Oggi, le abbiamo. Il mio processo non ha pi scopo, e non m'interessa pi. La giustizia dovr semplicemente dire se sussista reato nel volere la verit.

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IL QUINTO ATTO

Articolo pubblicato su "L'aurore" il 12 settembre 1899.

Avevo fatto opposizione alla sentenza della Corte d'assise di Versailles nonch al giudizio della Corte d'appello di Parigi, per gli esperti, emessi tutt'e due in contumacia, ed ero in attesa. N del resto la giustizia aveva fretta, poich desiderava conoscere il risultato del nuovo processo Dreyfus, a Rennes. Il governo Dupuy, caduto il 12 giugno '89, era stato sostituito il 22 giugno dal governo WaldeckRousseau. Lo sbarco di Dreyfus in Francia avvenne il primo luglio, durante una notte di tempesta; l'8 agosto ebbe inizio il nuovo processo e il 9 settembre un tribunale militare lo condann per la seconda volta. Questo articolo lo scrissi l'indomani.

Sono in preda allo sgomento. E non pi la collera, l'indignazione vendicatrice, il bisogno di denunciare a gran voce il crimine, di pretenderne il castigo in nome della verit e della giustizia; lo spavento, il sacro terrore di chi vede realizzarsi l'impossibile, i fiumi risalire verso le sorgenti, la terra capovolgersi sotto il sole. E quello che io grido, lo sconforto della nostra generosa e nobile Francia, la paura dell'abisso in cui essa rotola.

C'eravamo illusi che il processo di Rennes fosse il quinto atto dell'orribile tragedia che viviamo da quasi due anni. Tutte le pericolose peripezie sembravano ormai esaurite, credevamo di andare verso una conclusione di pacificazione e di concordia. Dopo la dolorosa battaglia, la vittoria del diritto si rendeva inevitabile, il dramma doveva concludersi a lieto fine con il classico trionfo dell'innocente. Ed ecco che ci siamo sbagliati, e che si annuncia una nuova peripezia, la pi inaspettata, la pi spaventosa di tutte, che torna a rendere cupo il dramma, che lo prolunga e lo proietta verso una fine ignota, davanti a cui la nostra ragione si turba e vacilla.

Decisamente, il processo di Rennes soltanto il quarto atto. E il quinto, gran Dio, come sar? di quali dolori, di quali nuove sofferenze potr mai essere fatto, verso quale espiazione suprema spinger la nazione? Perch, vero? pi che certo che l'innocente non pu venire condannato due volte e che una conclusione del genere spegnerebbe il sole e solleverebbe i popoli! Ah! quel quarto atto, quel processo di Rennes, in quale agonia morale l'ho vissuto, dal fondo della completa solitudine in cui mi ero rifugiato, per sparire dalla scena da buon cittadino, desideroso di non essere pi un'occasione di fanatismo e di disordine! Con quale stringimento di cuore aspettavo le notizie, le lettere, i giornali, e quali ribellioni, quali patimenti nel leggerli! Le giornate di quello splendido mese d'agosto ne diventavano cupe, e mai ho avvertito l'ombra e il freddo di una soglia cos orrenda sotto cieli tanto smaglianti.

Certo, in due anni, di sofferenze non me ne sono mancate. Ho sentito le folle inseguirmi, gridando a morte, ho visto passare ai miei piedi un immondo torrente di oltraggi e di minacce, ho conosciuto per ben undici mesi le disperazioni dell'esilio. E inoltre ci sono stati i miei due processi, spettacoli lacrimevoli di vilt e d'iniquit. Ma cosa sono i miei processi in confronto a quello di Rennes? degli idilli, fresche scene in cui fiorisce la speranza. Abbiamo assistito a tante mostruosit, i procedimenti
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giudiziari contro il colonnello Picquart, l'inchiesta sulla Sezione penale, la legge di incompetenza a procedere che ne conseguita. Solo che, ormai tutto ci puerilit e nient'altro, l'inevitabile progressione ha seguito il suo corso, il processo di Rennes si espande alla sommit, enorme, come l'orrendo fiore di tutti i letami ammassati.

In esso avremo visto l'insieme pi incredibile di attentati contro la verit e contro la giustizia. Una banda di testimoni dirigeva il dibattimento, si concertava ogni sera sui loschi agguati dell'indomani, avanzava richieste, a forza di menzogne, al posto del pubblico ministero, terrorizzava e insultava i suoi contraddittori, s'imponeva per l'insolenza dei galloni e dei pennacchi. Un tribunale, in preda a questa invasione di capi, soffriva visibilmente di vederli in veste di criminali, obbediva a una mentalit tutta speciale, mentalit che occorrerebbe contrastare a lungo per poter giudicare i giudici. Un pubblico ministero grottesco, allargava i confini dell'imbecillit, lasciando agli storici di domani una requisitoria la cui inconsistenza stupida e omicida causer un eterno stupore, di una crudelt talmente senile e cocciuta da apparire incosciente, nata da un animale umano non ancora classificato. Una difesa che da principio si tenta di assassinare, poi che si mette a tacere ogni volta che si rende imbarazzante, alla quale si rifiuta di lasciar apportare la prova decisiva quand'essa reclama i soli testimoni che hanno.

E questo abominio si perpetuato per un mese di fronte all'innocente, quel povero Dreyfus, il cui compassionevole relitto umano farebbe piangere i sassi, e i suoi antichi compagni sono venuti a dargli un ennesimo calcio, e i suoi antichi capi sono venuti a schiacciarlo con i loro gradi, pur di salvare se stessi dal bagno, senza che ci sia stato un grido di piet, un fremito di generosit, in quelle anime vili. Ed stata la nostra dolce Francia a dare al mondo questo spettacolo.

Quando verr pubblicato "in extenso" il resoconto del processo di Rennes, non esister monumento pi esecrabile dell'infamia umana.

Esso va al di l di qualunque cosa, mai documento pi scellerato sar stato finora fornito alla storia. L'ignoranza, l'idiozia, la follia, la crudelt, la menzogna, il crimine, vi vengono ostentati con un'impudenza tale che le generazioni di domani ne arrossiranno di vergogna. In esso ci sono confessioni della nostra bassezza di cui fremer l'umanit intera. Ed proprio da qui che nasce il mio sgomento; poich, perch un processo come quello si sia potuto svolgere in una nazione, perch una nazione offra al mondo civile un simile saggio del suo stato morale e intellettuale, bisogna che essa attraversi una crisi spaventosa. E' la morte imminente, forse? e quale bagno di bont, di purezza, di equit potr mai salvarci dalla melma avvelenata in cui agonizziamo? Come scrivevo nella mia lettera al presidente della Repubblica dopo la scandalosa assoluzione di Esterhazy, impossibile che un tribunale militare disfi ci che un tribunale militare ha fatto.

E' contrario alla disciplina. E la sentenza del tribunale militare di Rennes, nel suo imbarazzo gesuitico, questa sentenza che non ha il coraggio di dire s o no, la prova lampante che la giustizia militare impotente a mostrarsi giusta poich non libera, poich si rifiuta all'evidenza, al punto da condannare di nuovo un innocente piuttosto che mettere in dubbio la propria infallibilit. Ci apparsa unicamente come un'arma d'esecuzione, in mano ai capi. D'ora in avanti, altro non saprebbe essere che una giustizia sbrigativa, da tempo di guerra. In tempo di pace deve sparire, dal momento che incapace di equit, di semplice logica e di buon senso. Si condannata da s.
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Ma ci rendiamo conto della situazione atroce che ci viene imposta, tra le nazioni civili? Un primo tribunale militare, ingannatosi nella sua ignoranza delle leggi, nella sua inettitudine nel giudicare, condanna un innocente. Un secondo tribunale militare, che a sua volta stato forse tratto in errore dal pi impudente complotto di menzogne e di inganni, assolve un colpevole. Un terzo tribunale militare, dopo che stata fatta luce, dopo che la pi alta magistratura del paese ha deciso di lasciargli la gloria di riparare all'errore, osa negare la luce del sole e condanna di nuovo l'innocente. E' l'irreparabile, stato commesso il delitto supremo. Ges era stato condannato una sola volta. Ma crolli pure tutto, e che la Francia sia in preda alle fazioni, che la patria in fiamme sprofondi tra le macerie, che l'esercito stesso ci rimetta il suo onore, piuttosto che confessare che dei compagni si sono sbagliati e che dei capi hanno mostrato di essere dei bugiardi e dei falsari! L'idea sar crocefissa, il potere militare deve restare re.

Ed eccoci qua, davanti all'Europa, davanti al mondo, in questa bella situazione. Il mondo intero convinto dell'innocenza di Dreyfus. Se un dubbio fosse rimasto presso qualche popolo lontano, l'esplosione accecante del processo di Rennes avrebbe ottenuto l'effetto di dissiparlo. Tutte le corti delle grandi potenze nostre vicine sono informate, conoscono i documenti, hanno la prova dell'indegnit di tre o quattro dei nostri generali nonch delle paralisi della nostra giustizia militare. La nostra Sedan morale perduta, cento volte pi disastrosa dell'altra, quella dove si soltanto versato del sangue. E, lo ripeto, ci che mi sgomenta che questa disfatta del nostro onore sembra irreparabile, perch come fare per cassare le sentenze di tre tribunali militari? dove troveremo l'eroismo di confessare la colpa, per poter andare di nuovo a fronte alta? Dov' il governo di coraggio e di salute pubblica, dove sono le Camere che comprenderanno, che agiranno, prima dell'inevitabile sfacelo finale? Il peggio che siamo arrivati ormai a una scadenza gloriosa. La Francia ha voluto festeggiare il suo secolo di lavoro, di scienza, di lotte per la libert, la verit e la giustizia. Non c' mai stato secolo dallo sforzo pi nobile, come in seguito vedremo. E la Francia ha dato appuntamento presso di s a tutti i popoli, per glorificare la sua vittoria, la libert conquistata, la verit e la giustizia promesse alla terra. Di qui a qualche mese, i popoli arriveranno, ma quello che troveranno sar l'innocente condannato due volte, la verit soffocata, la giustizia assassinata. Siamo caduti nel loro disprezzo, ed essi verranno a gozzovigliare in casa nostra, berranno il nostro vino, abbracceranno le nostre serve, come si usa fare nell'infima stamberga dove consentito incanaglire. E' mai possibile, possiamo mai accettare che la nostra Esposizione sia il luogo malfamato e disprezzato dove il mondo intero vorr darsi ai bagordi? No, no! ci serve immediatamente il quinto atto della mostruosa tragedia, quand'anche dovessimo lasciarci ancora un po' della nostra carne.

Ci serve il nostro onore, prima di accogliere i popoli in una Francia guarita e rigenerata.

Quel quinto atto mi ossessiona, non faccio che pensarci, lo cerco, lo immagino. Nessuno si accorto che questo caso Dreyfus, questo gigantesco dramma che agita l'universo, sembra messo in scena da qualche drammaturgo sublime, desideroso di farne un capolavoro incomparabile? Ne ricordo le straordinarie peripezie che hanno turbato tutte le anime. A ogni nuovo atto, la passione aumentata, l'orrore esploso pi intenso. In questa opera vivente, il destino l'autore geniale, che da qualche parte sospinge i personaggi, determina i fatti, sotto la tempesta che egli stesso scatena. E vuole sicuramente che il capolavoro sia completo, e ci si prepara chiss quale sovrumano quinto atto che rifar la Francia gloriosa, alla testa delle nazioni. Perch, siatene convinti, lui che ha voluto il
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crimine supremo, l'innocente condannato una seconda volta. Bisognava che il crimine venisse commesso per la grandezza tragica, per la bellezza sovrana, per l'espiazione, forse, che consentir l'apoteosi. E, a questo punto, visto che stato toccato il fondo dell'orrore, aspetto il quinto atto che metter fine al dramma, liberandoci, ridonandoci una nuova integrit e una nuova giovinezza.

Il mio sgomento, oggi, lo dir con franchezza. E' sempre stato, come ho lasciato intendere a pi riprese, che la verit, la prova decisiva, schiacciante, ci venga dalla Germania. Non pi tempo di serbare il silenzio su questo pericolo mortale. Troppi elementi s'impongono, conviene contemplare coraggiosamente il caso in cui fosse proprio la Germania a portarci, come un fulmine a ciel sereno, il quinto atto.

Ecco la mia confessione. Prima del mio processo, nel corso del gennaio 1898, io seppi nel modo pi certo che Esterhazy era "il traditore" che aveva fornito a Schwartzkoppen un considerevole numero di documenti, che molti di quei documenti erano di suo pugno, e che la collezione completa si trovava a Berlino, al ministero della Guerra. Io non faccio il patriota di mestiere, ma confesso che le certezze che mi vennero date mi sconvolsero; e da quel momento, la mia angoscia di buon francese non mai cessata, ho vissuto nel terrore che la Germania, forse nostra amica di domani, ci schiaffeggiasse con le prove che sono in suo possesso.

Ma come! il tribunale del 1894 condanna Dreyfus innocente, il tribunale militare del 1898 proscioglie Esterhazy colpevole, e la nostra nemica detiene le prove del doppio errore della nostra giustizia militare, e tranquillamente la Francia si ostina in quell'errore, accetta l'agghiacciante pericolo dal quale minacciata! Dicono che la Germania non pu servirsi di documenti ottenuti per mezzo dello spionaggio. Che cosa ne sappiamo? Se domani scoppiasse la guerra, non comincerebbe forse col disonorare il nostro esercito di fronte all'Europa, pubblicando i documenti, mostrando l'abominevole iniquit in cui certi capi si sono intestarditi? E' tollerabile un pensiero del genere, potr la Francia godere di un istante di riposo, fin tanto che sapr in mano allo straniero le prove del suo disonore? Io, lo dico sinceramente, non riuscivo pi a chiudere occhio.

Allora, con Labori, ho deciso di citare come testimoni gli addetti militari stranieri, sapendo benissimo che non li avremmo fatti venire alla sbarra, ma volendo far capire al governo che sapevamo la verit, nella speranza che agisse. Hanno fatto orecchie da mercante, facendo poi dello spirito, lasciando l'arma in mano alla Germania. E le cose sono rimaste com'erano fino al processo di Rennes. Appena rientrato in Francia, sono corso da Labori, ho insistito disperatamente perch venissero fatti passi presso il ministero, per fargli presente la terrificante situazione, per domandargli se non intendesse intervenire affinch, grazie alla sua mediazione, ci venissero dati i documenti. Certo, la questione era di una delicatezza unica, inoltre c'era quel povero Dreyfus che bisognava salvare, ragion per cui bisognava essere pronti a tutte le concessioni, per timore di irritare l'opinione pubblica sconvolta. D'altronde, se il consiglio di guerra assolveva Dreyfus, sottraeva di conserva qualsiasi virus nocivo ai documenti, spezzava tra le mani della Germania l'arma di cui si sarebbe potuta servire. Dreyfus prosciolto voleva dire l'errore riconosciuto, riparato. L'onore ridiventava salvo.

E il mio tormento patriottico ricominciato, pi intollerabile, appena ho sentito che un tribunale militare stava per aggravare il pericolo, condannando di nuovo l'innocente, l'uomo del quale la pubblicazione dei documenti di Berlino grider un giorno l'innocenza. Ecco perch non ho cessato
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d'agire, supplicando Labori di reclamare i documenti, di citare a testimonianza Schwartzkoppen, il solo che possa fare piena luce. E il giorno in cui Labori, quell'eroe colpito da una palla sul campo di battaglia, ha approfittato di un'occasione che gli offrivano gli accusatori, col chiamare alla sbarra uno straniero indegno, il giorno in cui si alzato per chiedere che si ascoltasse l'uomo che, con una sola parola, poteva porre fine al caso, ha adempiuto fino in fondo al suo dovere, stato la voce eroica che nulla potr far tacere, la cui richiesta sopravvive al processo e deve fatalmente, al momento opportuno, ricominciarlo per chiuderlo con la sola soluzione possibile, l'assoluzione dell'innocente. La richiesta dei documenti fatta, sfido a che quei documenti non siano prodotti. Vedete in quale accresciuto, intollerabile pericolo, ci ha messo il presidente del tribunale di Rennes, facendo uso del suo potere discrezionale per impedire che i documenti venissero resi noti. Niente di pi brutale, mai porta stata chiusa pi volontariamente alla verit. "Non vogliamo che ci venga data la prova, perch vogliamo condannare". E un terzo tribunale militare si aggiunto agli altri due, nell'errore cieco, per cui la smentita venuta dalla Germania colpirebbe ora tre sentenze inique. Non demenza pura, questa, non c' da urlare di ribellione e d'inquietudine? Il governo che stato tradito dai suoi agenti, che ha avuto la debolezza di lasciare che bambinoni dalla mentalit ottusa giocassero con fiammiferi e coltelli, il governo che ha dimenticato che governare prevenire, deve assolutamente affrettarsi ad agire se non vuole abbandonare al capriccio della Germania il quinto atto, la conclusione che tutta la Francia dovrebbe temere. E' lui, il governo, che ha il compito di recitare questo quinto atto al pi presto, per impedire che ci venga dall'estero. Il governo pu procurarsi i documenti, la diplomazia ha risolto difficolt ben pi grandi. Il giorno in cui sapr chiedere i documenti numerati del "bordereau", li otterr. E questo sar il fatto nuovo, che render necessaria una seconda revisione davanti alla Corte di cassazione, istruita stavolta, mi auguro, e in grado di cassare senza alcun rinvio, nella pienezza della sua magistratura sovrana.

Ma, semmai il governo dovesse di nuovo tirarsi indietro, i difensori della verit e della giustizia faranno quanto necessario. Non uno di noi diserter il suo posto. La prova, la prova invincibile, prima o poi finiremo per averla.

Il 23 novembre, saremo a Versailles. Il mio processo ricomincer, visto che si vuole farlo ricominciare in tutta la sua ampiezza. Se giustizia ancora non stata fatta, daremo un nuovo contributo per farla. Il mio caro, valoroso Labori, il cui onore andato via via aumentando, pronuncer perci a Versailles l'arringa che non ha potuto pronunciare a Rennes; semplicissimo, niente andr perduto. Dal canto mio, non lo far certo tacere. Non dovr far altro che dire la verit; senza temere di nuocermi, poich sono pronto a pagarla con la mia libert e col mio sangue.

Davanti alla Corte d'assise della Senna, ho giurato l'innocenza di Dreyfus. La giuro davanti al mondo intero, che ora la grida con me. E torno a ripetere, la verit in cammino, niente potr fermarla. A Rennes, ha appena compiuto un passo da gigante. Mi resta soltanto il terrore di vederla piombare a saccheggiare la patria, come un fulmine a ciel sereno scagliato dalla nemesi vendicatrice, se non ci affrettiamo a farla risplendere noi stessi, sotto il nostro vivido sole di Francia.

LETTERA ALLA SIGNORA DREYFUS


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Pubblicata su "L'Aurore" il 29 settembre 1899.

La scrissi dopo che il presidente Lubet, il 19 settembre, ebbe firmato la grazia di Alfred Dreyfus e, dopo che l'innocente, condannato due volte, fu restituito ai suoi cari. Ero deciso a conservare il silenzio fino a che il mio processo non fosse tornato davanti alla Corte d'assise di Versailles; e l soltanto avrei parlato. Ma si trattava di circostanze in cui non potevo restare muto.

Signora, le rendono l'innocente, il martire. Alla sposa, al figlio, alla figlia, vengono resi il marito e il padre, e il mio primo pensiero va verso la famiglia finalmente riunita, consolata, felice. Quale che sia tuttora il mio lutto di cittadino, nonostante il dolore indignato, la ribellione in cui continuano ad angosciarsi le anime giuste, vivo con lei questo momento meraviglioso, bagnato di lagrime benefiche, il momento in cui lei ha stretto tra le braccia il morto risuscitato, uscito vivo e libero dalla tomba. E, malgrado tutto, questo giorno un gran giorno di vittoria e di festa.

Mi immagino la prima sera, alla luce della lampada, nell'intimit familiare, quando le porte sono chiuse e tutti gli abomini sulla piazza si spengono sulla soglia di casa. Ecco i due bambini, il padre tornato da lontano, dal viaggio cos lungo, cos oscuro.

Lo baciano, aspettano il suo racconto, pi tardi. E che pace fiduciosa, che speranza di un avvenire riparatore, mentre la madre si d amorevolmente d'attorno, avendo ancora, dopo tanto eroismo, un compito eroico da compiere, quello di ricostruire con le sue cure e con la sua tenerezza la salute del crocefisso, del povero essere che le hanno restituito. C' tanta dolcezza nel chiuso della casa, una bont infinita soffonde da ogni parte la stanza intima in cui la famiglia sorride, e noi siamo l nell'ombra, muti, ricompensati, tutti noi che abbiamo voluto questo, che lottiamo da tanti mesi per questo momento di felicit.

Quanto a me, lo confesso, in principio la mia stata soltanto un'opera di solidariet umana, di piet e d'amore. Un innocente soffriva il pi orrendo dei supplizi, io non ho visto altro, ho dato inizio a una campagna unicamente per liberarlo dei suoi mali.

Dal momento in cui mi venne provata la sua innocenza, ci fu in me una tormentosa ossessione, il pensiero di tutto quello che l'infelice aveva sofferto, di tutto quello che ancora doveva soffrire nel carcere murato dove agonizzava, sotto la fatalit mostruosa di cui non poteva nemmeno sciogliere l'enigma. Quale tempesta dentro di lui, che attesa divorante, da ricominciare a ogni nuova aurora! E non ho pi vissuto, e il mio coraggio stato il coraggio della piet, e il mio unico fine stato di mettere fine alla tortura, di sollevare la pietra affinch il giustiziato ritornasse alla luce del giorno, fosse restituito ai suoi, che gli avrebbero medicato le piaghe.

Una questione di sentimento, come dicono i politici, con una leggera alzata di spalle. Buon Dio, s! Soltanto il mio cuore era impegnato, andavo in soccorso di un uomo in preda allo sconforto, fosse egli
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ebreo, cattolico o maomettano. Credevo allora a un semplice errore giudiziario, ignoravo l'enormit del crimine che teneva quell'uomo incatenato, annientato in fondo alla fossa scellerata dove altri spiavano la sua agonia. Non provavo perci nessuna collera contro i colpevoli, ancora sconosciuti. Semplice scrittore, strappato dalla compassione alla consueta fatica, non perseguivo alcun fine politico, non lavoravo per alcun partito. Il mio personale partito, da quell'inizio della campagna, era unicamente l'umanit da servire.

Quello che subito dopo capii, fu la difficolt terribile della nostra impresa. Man mano che la battaglia si svolgeva, si estendeva, sentivo che la liberazione dell'innocente richiedeva sforzi sovrumani. Tutti i poteri sociali erano in lega contro di noi, e non avevamo altro, dalla nostra, che la forza della verit.

Dovevamo compiere un miracolo, per risuscitare il seppellito.

Quante volte, durante quei due anni crudeli, ho disperato di riaverlo, di restituirlo alla famiglia! Era laggi, nella sua tomba, e avevamo un bel metterci in cento, in mille, in ventimila, la pietra era cos pesante di iniquit ammassate, che temevo di vedere le nostre braccia indebolirsi, prima dello sforzo supremo.

Mai, mai pi! Forse un giorno, tra molto tempo, avremmo imposto la verit, avremmo ottenuto la giustizia. Ma lui, l'infelice, sarebbe morto, la sua sposa, i suoi figli, giammai avrebbero potuto dargli il bacio trionfante del ritorno.

Oggi, signora, ecco che abbiamo compiuto il miracolo. Due anni di lotte gigantesche hanno realizzato l'impossibile, il nostro sogno si avverato, poich il giustiziato sceso dalla sua croce, poich l'innocente libero, poich suo marito le stato reso.

Non soffrir pi, perci la sofferenza dei nostri cuori finita, l'immagine intollerabile cessa di turbare i nostri sonni. Ed per questo, lo ripeto, che oggi giorno di grande festa, di grande vittoria. Con discrezione, tutti i nostri cuori comunicano col suo, non c' moglie, non c' madre che non abbia sentito il cuore intenerirsi, pensando a questa prima serata d'intimit, alla luce della lampada, tra la commozione affettuosa del mondo intero, dalla cui comprensione lei attorniata.

Indubbiamente, signora, questa grazia amara. E' mai possibile imporre, dopo tante torture fisiche, una simile tortura morale? E che ribellione, nel dirsi che si ottiene per piet quel che dovrebbe dipendere soltanto dalla giustizia! Il peggio che tutto sembra essere stato concertato per approdare a quest'ultima iniquit. Questo hanno voluto i giudici: tornare a colpire l'innocente per salvare i colpevoli, pronti a rifugiarsi nell'ipocrisia ributtante di un'apparenza di misericordia. "Tu vuoi l'onore, noi ti faremo al massimo l'elemosina della libert, perch il tuo disonore legale copre i crimini dei tuoi carnefici".

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E non c', tra la lunga serie di ignominie commesse, un attentato pi abominevole contro la dignit umana. E' veramente il colmo, far mentire la divina piet, farne strumento della menzogna, servirsene per colpire l'innocenza affinch un crimine possa passeggiare al sole, gallonato e impennacchiato! E che tristezza, inoltre, che il governo di un grande paese si rassegni per una disastrosa debolezza a essere misericordioso, quando dovrebbe essere giusto! Tremare davanti all'arroganza di una fazione, credere di poter ottenere la pacificazione con l'iniquit, sognare non si sa quale abbraccio menzognero e avvelenato, il massimo dell'accecamento volontario. Forse che il governo, all'indomani stesso della scandalosa sentenza di Rennes, non doveva deferirla alla Corte di cassazione, alla giurisdizione suprema, di cui invece si fa beffe con tanta insolenza? La salvezza del paese non era forse in quell'atto di necessaria energia, che avrebbe salvato il nostro onore agli occhi del mondo, che avrebbe ristabilito da noi il regno della legge? Soltanto nella giustizia c' la pacificazione definitiva, qualsiasi vilt sar soltanto la causa di una nuova febbre, e quello che ci mancato finora un governo coraggioso che voglia compiere il suo dovere fino in fondo per riportare sul diritto cammino la nazione smarrita, disorientata dalle menzogne.

Ma tale il nostro decadimento che siamo ridotti a congratularci con il governo per essersi mostrato pietoso. Ha osato essere buono! Gran Dio, che audacia folle, che coraggio eccezionale, esporsi cos ai morsi delle belve, le cui frotte selvagge, sbucate dalla foresta ancestrale, si aggirano tra di noi! Essere buoni, quando non si pu essere forti, gi meritorio. E del resto, signora, quella riabilitazione che doveva essere immediata, per la giusta gloria del paese stesso, suo marito pu aspettarla a fronte alta, poich non c' innocente che sia pi innocente, di fronte a tutti i popoli della terra.

Suo marito, ah, cara signora! lasci che le dica quanto grande la nostra ammirazione per lui, la nostra venerazione, il nostro culto. Ha talmente sofferto, e senza ragione, sotto l'assalto dell'imbecillit, della cattiveria umana, che vorremmo medicare con tenerezza ognuna delle sue piaghe. Sappiamo bene che la riparazione impossibile, che mai la societ potr pagare il suo debito verso il martire, attanagliato con un'ostinazione cos atroce, ed per questo che gli eleviamo un altare nei nostri cuori, non potendo dargli niente di pi puro n di pi prezioso di questo culto di commossa fraternit. E' diventato un eroe, pi grande degli altri perch ha pi sofferto. L'ingiusto dolore lo ha reso sacro; entrato, augusto, purificato ormai, in quel tempio dell'avvenire in cui hanno sede gli dei, quelli le cui immagini toccano i cuori, facendovi nascere un'eterna fioritura di bont.

Le indimenticabili lettere che le ha scritto, signora, resteranno come il pi bel grido d'innocenza torturata che mai sia uscito da un'anima. E se nessuno, finora, stato fulminato da un destino pi tragico, non c' neppure chi sia salito pi in alto nel rispetto e nell'amore degli uomini.

Poi, come se i suoi aguzzini avessero voluto innalzarlo ulteriormente, ecco che gli stata imposta la tortura suprema del processo di Rennes. Davanti a quel martire schiodato dalla sua croce, sfinito, che si sosteneva soltanto con la forza morale, si sono avvicendati, selvaggiamente, vilmente, coprendolo di sputi, crivellandolo di coltellate, versandogli fiele e aceto sulle piaghe. E lui, stoico, si mostrato degno d'ammirazione, senza un lamento, di un coraggio altero, di una tranquilla certezza nella verit, che faranno, in avvenire, lo stupore delle generazioni. E' stato uno spettacolo cos bello, cos straziante, che l'iniqua sentenza ha sollevato i popoli, dopo quel dibattimento mostruoso di un mese, in cui ogni udienza gridava pi forte l'innocenza dell'accusato. Il destino si compiva, l'innocente diventava dio, affinch un esempio indimenticabile venisse donato al mondo.
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Qui, signora, arriviamo al sommo. Non c' gloria, non c' esaltazione pi alta. Una riabilitazione legale, una formula d'innocenza giuridica? verrebbe quasi da chiedersi a che pro, dato che non troveremmo un galantuomo nell'universo che gi non sia convinto di quell'innocenza. Ed eccolo, quest'innocente, diventato simbolo della solidariet umana da un capo all'altro della terra.

Laddove la religione del Cristo aveva impiegato quattro secoli a formarsi,a conquistare alcune nazioni,la religione dell'innocente condannato due volte, ha fatto in un baleno il giro del mondo, riunendo in una immensa umanit tutte le nazioni civili. Cerco, nel corso della storia, un analogo movimento di fraternit universale, e non lo trovo. L'innocente condannato due volte ha fatto di pi per la fraternit tra i popoli, per l'idea di solidariet e di giustizia, che cento anni di discussioni filosofiche e di teorie umanitarie.

Per la prima volta nel tempo, l'umanit intera ha avuto un grido di liberazione, una ribellione d'equit e di generosit, come se ormai formasse un popolo solo, il popolo unico e fraterno di cui sognano i poeti.

E che sia onorato, perci, che sia venerato, l'uomo eletto dalla sofferenza, nel quale si appena incarnata la comunione universale! Pu dormire tranquillo e fiducioso, signora, nel dolce rifugio familiare, riscaldato dalle sue mani pie. E Lei pu contare su noi, per la sua glorificazione. Siamo noi poeti a fare la gloria, e la parte che gli assegneremo sar cos bella che nessun altro uomo della nostra epoca lascer un ricordo altrettanto commovente.

Si sono gi scritti molti libri in suo onore, un'intera biblioteca si moltiplicata per dimostrare la sua innocenza, per esaltare il suo martirio. Mentre dalla parte dei suoi carnefici i documenti scritti, volumi e opuscoli, si contano, gli amanti della verit e della giustizia non hanno cessato n cesseranno di contribuire alla storia, di pubblicare gli innumerevoli documenti dell'immensa inchiesta, che un giorno permetter di stabilire i fatti in modo definitivo. E' il verdetto di domani che si prepara, e quello porter l'assoluzione trionfale, la riparazione lampante, tutte le generazioni in ginocchio a chiedere perdono, alla memoria del glorioso torturato, per il delitto dei loro padri.

E siamo sempre noi, signora, noi, i poeti, a inchiodare i colpevoli alla gogna eterna. Quelli che noi condanniamo, le generazioni li fischiano e li disprezzano. Ci sono nomi di criminali che, marchiati d'infamia da noi, altro non sono che relitti immondi nel succedersi delle epoche. La giustizia immanente si riservata questo castigo, ha incaricato i poeti di legare all'esecrazione dei secoli coloro le cui malefatte sociali, i cui crimini troppo grandi sfuggono ai tribunali ordinari. So bene che, per questi animi meschini, per quei gaudenti di un giorno, questo solo un castigo lontano, del quale ridono.

L'insolenza immediata sufficiente per loro. Trionfare a furia di calci, ecco il successo brutale che soddisfa la loro fame volgare.
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E che importa l'indomani della tomba, che importa l'infamia quando non si presenti per arrossirne? La spiegazione dello spettacolo vergognoso che ci stato offerto in questa bassezza d'animo: le menzogne sfrontate, le frodi pi accertate, le impudenze lampanti, tutto ci che non potrebbe mai durare pi di un'ora, e che non pu non precipitare la rovina dei colpevoli. Ma non hanno una discendenza, questi, non temono che il rossore della vergogna salga un giorno alle guance dei loro figli e dei loro nipoti? Ah, poveri pazzi! Sembra che neppure li sfiori l'idea che questa colonna infame, alla quale noi inchioderemo i loro nomi, l'hanno eretta proprio loro. Voglio credere che si tratti di crani ottusi, nei quali un ambiente speciale, uno spirito professionale, abbia provocato una deformazione. Cos quei giudici di Rennes, che condannano di nuovo l'innocente per salvare l'onore dell'esercito: si pu immaginare qualcosa di pi sciocco? L'esercito, gi! Lo hanno servito bene, compromettendolo in questa avventura iniqua.

Sempre il fine volgare, l'immediato, senza alcuna previdenza del domani. Bisognava salvare i pochi capi colpevoli, salvo provocare un autentico suicidio dei tribunali militari, un sospetto gettato sull'alto comando, ormai solidale. E fa sempre parte dei loro crimini, del resto, l'avere disonorato l'esercito, essersi fatti artefici di nuovi disordini e di nuova collera, al punto che il governo ha graziato l'innocente, ha ceduto senza dubbio all'urgente bisogno di riparare all'errore tanto da credersi ridotto a quel diniego di giustizia pur di pacificare un po' gli animi.

Ma bisogna dimenticare, signora, bisogna soprattutto mettere in non cale. E' un grande sostegno, nella vita, ignorare le vilt e gli oltraggi. Me ne sono sempre trovato bene. Sono ormai quarant'anni che lavoro, quarant'anni che mi tengo in piedi grazie al disprezzo delle ingiurie che mi valsa ciascuna delle mie opere. E, dopo due anni che ci battiamo per la verit e la giustizia, l'ignobile moltitudine cresciuta talmente attorno a noi, che ne usciamo corazzati per sempre, invulnerabili alle ferite. Per conto mio, sono giornali ignobili, sono fantocci di melma che ho radiato dalla mia vita. Non esistono pi, salto il loro nome quando mi viene sotto gli occhi, salto perfino gli estratti che possono essere citati dai loro scritti. E' una semplice norma d'igiene. Ignoro se continuano, il disprezzo li ha scacciati dal mio pensiero, in attesa che la fogna li spazzi via del tutto.

Ed l'oblio sdegnoso di tante ingiurie atroci, che io consiglio all'innocente. Egli talmente a parte, talmente in alto, che non deve pi esserne colpito. Possa rivivere al suo braccio, sotto il sole limpido, lontano dalle folle ammutinate, per ascoltare soltanto il concerto di simpatia universale che sale verso di lui! Pace al martirizzato che ha tanto bisogno di riposo, e che attorno a lui, nel rifugio dove lei lo amer e lo guarir, ci sia soltanto la carezza commossa degli esseri e delle cose.

Quanto a noi, signora, continueremo la lotta, ci batteremo per la giustizia con la stessa asprezza di ieri. Ci occorre la riabilitazione dell'innocente, non tanto per riabilitare lui, che ha tanta gloria, quanto per riabilitare la Francia, che morirebbe sicuramente di questi eccessi d'iniquit.

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Riabilitare la Francia agli occhi delle nazioni, il giorno in cui casser la sentenza infame, questo sar il nostro sforzo di ogni ora. Un grande paese non pu vivere senza giustizia, e il nostro rester in lutto, fin quando non avr cancellato la macchia, questo schiaffo alla sua pi alta giurisdizione, questo rifiuto del diritto che colpisce ogni cittadino. Il legame sociale sciolto, tutto crolla, da quando la garanzia delle leggi non esiste pi. E c' stato un aspetto cos insolente, in questo rifiuto del diritto, c' stata una smargiassata cos impudente, che non abbiamo neppure la risorsa di far scendere il silenzio sul disastro, di seppellire il cadavere di nascosto, per non arrossire di fronte ai nostri vicini. Il mondo intero ha visto, ha sentito, ed davanti al mondo intero che la riparazione deve avvenire, risonante quanto lo stata la colpa.

Volere una Francia senza onore, una Francia isolata, disprezzata, un sogno criminale. Senza dubbio gli stranieri verranno alla nostra Esposizione, non ho mai dubitato che essi invadano Parigi, l'estate prossima, come si corre alla fiera del giorno di festa, tra lo splendore dei lumi e il baccano delle musiche. Ma pu forse bastare, questo, alla nostra fierezza? O dobbiamo tenere tanto alla stima quanto al denaro di quei visitatori venuti da ogni parte del globo? Festeggiamo la nostra industria, la nostra scienza, le nostre arti, esponiamo i nostri lavori del secolo.

Oseremo esporre la nostra giustizia? E vedo ogni ora quella caricatura straniera, l'isola del Diavolo, ricostruita, mostrata al Campo di Marte. Per conto mio, brucio di vergogna, non capisco come l'Esposizione possa venire inaugurata senza che la Francia abbia ripreso il suo rango di nazione giusta. Che l'innocente sia riabilitato, allora soltanto la Francia sar riabilitata con lui.

Ma torno a dirlo nel concludere, signora, Lei pu rimettersi ai buoni cittadini che hanno fatto restituire la libert a suo marito e che gli faranno restituire l'onore. Nessuno abbandoner il combattimento; sanno di lottare per il paese, lottando per la giustizia. L'ammirevole fratello dell'innocente dar loro ancora una volta l'esempio del coraggio e della saggezza. E poich non abbiamo potuto, in un colpo solo, renderle l'amato essere libero e lavato dell'accusa menzognera, le chiediamo soltanto ancora un po' di pazienza, augurandoci che i suoi figlioli non debbano crescere ancora molto, prima che il loro nome sia legalmente puro da ogni macchia.

Quei cari bambini, oggi il mio pensiero torna irresistibilmente verso di loro, e li vedo tra le braccia del padre. So con quale cura gelosa, per quale miracolo di delicatezza, lei li ha tenuti nella completa ignoranza. Credevano il loro padre in viaggio; poi, la loro intelligenza ha finito per svegliarsi, si facevano esigenti, interrogavano, volevano le spiegazioni di una cos lunga assenza. Che dire loro, quando il martire era ancora laggi, quando la prova della sua innocenza era costituita soltanto da qualche raro credente? Il suo cuore dev'essersi spezzato orribilmente. Ma, in queste ultime settimane, allorch l'innocenza ha brillato per tutti, di una luminosit solare, avrei voluto che Lei li prendesse tutti e due per mano e li conducesse in quella prigione di Rennes, affinch avessero per sempre nella memoria il padre ritrovato l, soffuso d'eroismo. E che avesse detto loro che cosa aveva sofferto, quale grandezza morale era la sua, di quale appassionata tenerezza dovevano amarlo per fargli dimenticare l'iniquit degli uomini. Le loro piccole anime si sarebbero temprate in quel bagno di maschia virt.

Del resto, non troppo tardi. Una sera, alla luce della lampada di famiglia, nella pace commossa del focolare domestico, il padre li chiamer a s, li far sedere sulle sue ginocchia, e gli dir tutta la
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tragica storia. Bisogna che sappiano, perch lo rispettino, perch lo adorino come merita. Quando avr parlato, sapranno che non c' al mondo un eroe pi acclamato, un martire la cui sofferenza abbia sconvolto pi profondamente i cuori. E saranno molto fieri di lui, porteranno il suo nome gloriandosene, come il nome di un coraggioso e di uno stoico che si purificato fino al sublime, preda del destino pi orribile che la scelleratezza e la vilt umane abbiano lasciato compiersi. Un giorno, non saranno n il figlio n la figlia dell'innocente, saranno i figli degli aguzzini quelli che dovranno arrossire, tra l'esecrazione universale.

Voglia gradire, signora, l'espressione del mio profondo rispetto.

LETTERA AL SENATO

Pubblicata su "L'Aurore" il 29 maggio 1900.

Erano passati altri otto mesi, tra l'articolo precedente e questo.

L'Esposizione universale aveva aperto i battenti il 15 aprile 1900, ci trovavamo in piena tregua. Il mio processo di Versailles era stato regolarmente rinviato di sessione in sessione. Ogni tre mesi venivo citato in giudizio, affinch il procedimento non cadesse in prescrizione, e l'indomani ricevevo un'altra carta, dove mi si avvertiva di non disturbarmi. Lo stesso avveniva per la mia vertenza con i tre esperti, Belhomme, Varinard e Couard, che veniva rinviata di mese e mese, all'infinito. - Ci vollero circa quindici mesi, dopo la grazia di Alfred Dreyfus, per maturare il mostro, la legge d'amnistia, la legge scellerata.

Signori senatori, il giorno in cui, con la morte nell'anima, avete votato la legge detta di incompetenza a procedere, avete commesso un primo sbaglio. Voi, i guardiani della legge, avete permesso un attentato alla legge, togliendo un accusato ai suoi giudici naturali, sospettati di non essere giudici integri. Ed era gi sotto la pressione governativa che cedevate, in nome del bene pubblico, per ottenere la pacificazione che vi veniva promessa, se aveste consentito a tradire la giustizia.

La pacificazione! Ricordatevi che all'indomani della sentenza della Corte di cassazione, riunite tutte le Camere, l'agitazione ricominciata, pi violenta, pi micidiale. Vi eravate disonorati in pura perdita, dal momento che la vostra legge di circostanza, e l'ingiustizia desiderata che da essa ci si aspettava, tornavano a trionfo dell'innocente. E ricordatevi che si trovato un tribunale militare per consumare a ogni costo l'iniquit suprema, schiaffo alla nostra magistratura pi alta di cui la coscienza nazionale dovr arrossire, finch l'oltraggio non sar stato riparato.

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Oggi, vi si chiede di commettere un secondo errore, l'ultimo, il pi maldestro e il pi pericoloso. Non si tratta di una legge di incompetenza a procedere, questa volta, ma di una legge di insabbiamento. Avete soltanto cambiato i giudici, ma questa volta vi sollecitano a dire che non ci sono pi giudici. Dopo avere accettato la vile bisogna di adulterare la giustizia, eccovi incaricati di dichiarare la giustizia fallita. E, di nuovo, vi prendono per la gola con la necessit politica, vi strappano il vostro voto in nome della salvezza della patria, vi assicurano che, sola, la vostra cattiva azione pu darci la pacificazione degli animi.

La pacificazione! Potremmo ottenerla soltanto nella verit e nella giustizia. Non la otterrete certo sopprimendo i giudici, cos come non l'avete ottenuta cambiandoli. La otterrete ancor meno, perch aggravate la decomposizione sociale, gettate sempre pi il paese nella menzogna e nell'odio. E, quando la miseria di questo espediente momentaneo diventer palese, quando tanto sudiciume sotterrato finir per avvelenare e sconvolgere del tutto la nazione, voi sarete i responsabili, i colpevoli, i mandatari di cui la storia narrer la criminale debolezza.

Pi di due mesi fa, quando ho chiesto d'essere ascoltato dalla vostra commissione, signori senatori, il mio desiderio era soprattutto di protestare contro il progetto di amnistia dal quale ci sentivamo minacciare. Oggi, scrivo di quella protesta in questa lettera per rinnovarla con energia anche maggiore, alla vigilia del giorno in cui sarete chiamati a discutere quella legge d'amnistia che, dal mio punto di vista personale, considero come un diniego di giustizia, e, dal punto di vista del nostro onore nazionale, come una macchia incancellabile.

Quel che ho gi detto davanti alla vostra Commissione, c' bisogno che lo ripeta qui? Si finisce per provare un senso di stanchezza e anche di vergogna nel ridire incessantemente le stesse cose. E' una storia che il mondo intero conosce e ha giudicato gi da molto tempo, a proposito della quale soltanto dei francesi possono continuare a battersi, nella crisi di demenza dei fanatismi politici e religiosi. Ho detto che, dopo avermi chiuso brutalmente la bocca a Parigi, con l'impudente: "La questione non sar posta", e che, dopo avere voluto, a Versailles "strangolare Labori", era veramente mostruoso rifiutarmi il processo che io ho voluto, i giudici che avevo pagato in anticipo con tanti oltraggi, con tanti tormenti e con quasi un anno d'esilio, unicamente per il trionfo della verit. Ho detto che mai amnistia pi assurda o pi inquietante avr deriso il diritto, perch da che mondo mondo vengono amnistiati contemporaneamente soltanto delitti e crimini dello stesso ordine, in favore di condannati che gi scontavano la loro pena, mentre qui si tratta di amnistiare una stranissima congerie di atti diversi, commessi in ordini diversi, la maggior parte dei quali non stata ancora nemmeno discussa in tribunale.

E ho detto che l'amnistia veniva fatta contro di noi, contro i difensori del diritto, per salvare i criminali autentici, chiudendoci la bocca con una clemenza ipocrita e ingiuriosa, mettendo nello stesso sacco la gente onesta e i malfattori, equivoco supremo, che far imputridire del tutto la coscienza nazionale.

Del resto, non sono stato il solo a dire queste cose, quel giorno.

Il colonnello Picquart e Joseph Reinach avevano voluto, come me, essere ascoltati dalla vostra Commissione. E quest'ultima ha avuto perci l'edificante spettacolo di tre uomini i cui casi sono
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assolutamente diversi, e dei quali si deciso di sbarazzarsi con lo stesso metodo sbrigativo, di rifiuto di giustizia. Non si conoscevano prima del caso, sono venuti da tre mondi opposti, si trovano l'uno sotto la sola minaccia di un'azione davanti a un tribunale militare, l'altro con un processo in assise, il terzo condannato in contumacia a tremila franchi d'ammenda e a un anno di prigione. Non ha importanza, si fa confusione tra i loro casi, li si getta nella stessa soluzione bastarda, senza darsi pensiero della situazione atroce in cui vengono lasciati, della loro vita spezzata, delle accuse di cui non potranno lavarsi, delle prove della loro buona fede che non potranno addurre. Si fa in modo di sporcarli del tutto, riservandogli lo stesso trattamento che viene usato ai banditi, con una commedia infame intesa a dare un colore di magnanimit patriottica a un provvedimento d'iniquit e bassezza universali. E volete che questi tre uomini non protestino con tutto il loro dolore di cittadini lesi nel loro interesse e nel loro amore per la grande Francia, di cui hanno creduto dover essere degni figli? Certo, io protesto di nuovo, e so bene che il colonnello Picquart e Joseph Reinach protestano con me, come hanno fatto il giorno in cui abbiamo deposto davanti alla vostra Commissione.

Ma queste cose, signori senatori, le sanno tutti, e meglio di tutti le sapete voi, poich fate parte del retroscena politico in cui stata cucinata la mostruosa avventura. Lo sapeva la vostra Commissione, il che spiega l'angoscia giuridica in cui si dibattuta per tanto tempo, la ripugnanza che provava nel patrocinare un progetto indegno, ripugnanza di cui solo la pressione governativa, nelle circostanze che voi conoscete, ha potuto avere ragione. Voi stessi, ne sono certo, convenite sottovoce che non si era mai visto un simile ammasso di turpitudini, di menzogne e di crimini, d'illegalit flagranti, di rifiuto di giustizia. Perfino lo spaventoso numero di attentati e di infamie vi atterrisce. Come ripulire il paese? Come fare perch a ciascuno venga resa giustizia, senza che la Francia del passato debba franare fino nelle sue antiche fondamenta, e senza essere obbligati a ricostruire finalmente la Francia giovane e gloriosa di domani? E pensieri fiacchi nascono negli spiriti pi saldi, troppi sono i cadaveri, meglio scavare un buco per sotterrarceli alla rinfusa, con la speranza che non se ne parli pi, a rischio che la loro decomposizione filtri attraverso il sottile strato di terra che li ricopre, e faccia ben presto crepare appestato l'intero paese.

E' cos!, vero? e siamo d'accordo su un punto, ossia il male; salito dalle nascoste profondit del corpo sociale, lasciato affiorare alla luce, orribile. E in fondo differiamo soltanto sul modo di tentare la guarigione. Voi, uomini di governo, sotterrate, sembrate convinti che quello che non si vede come se non esistesse; mentre noi, semplici cittadini, vorremmo purificare subito, bruciare gli elementi putrefatti, farla finita con i fermenti di distruzione affinch il corpo ritrovi tutto intero la salute e la forza.

E l'avvenire dir chi aveva ragione.

La storia semplicissima, signori senatori, ma non affatto inutile riassumerla.

All'inizio, nel caso Dreyfus c' stata unicamente una questione di giustizia, l'errore giudiziario del quale alcuni cittadini, di cuore senza dubbio pi giusto e pi tenero degli altri, hanno voluto la riparazione. Personalmente, in principio io non ci ho visto altro. Ed ecco che, in breve tempo, man mano che la mostruosa avventura si svolgeva, che le responsabilit si spostavano pi in alto, arrivavano ai capi militari ai funzionari, agli uomini di potere, la questione ha investito l'intero corpo politico, trasformando il clamoroso caso in una crisi terribile e generale, dove sembrava essere in gioco la sorte della stessa Francia. Cos, a poco a poco, sono venuti a scontrarsi due partiti: da una
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parte, tutti gli avversari della vera Repubblica che dovremmo avere,tutti glispiritiche,forse inconsapevolmente, sono per l'autorit nelle sue diverse forme, religiosa, militare, politica; dall'altra, tutta la libera azione verso l'avvenire, tutti i cervelli liberati dalla scienza, tutti quelli che tendono alla verit, alla giustizia, che credono nel progresso continuo, le cui conquiste finiranno un giorno per realizzare il massimo di felicit possibile. E da quel momento, la battaglia stata spietata.

Da giudiziario che era, che sarebbe dovuto restare, il caso Dreyfus diventato politico. Il veleno tutto l. E stato l'occasione che ha fatto salire bruscamente alla superficie l'oscuro lavoro di inquinamento e di decomposizione con il quale gli avversari della Repubblica minavano il regime da pi di trent'anni. Oggi salta agli occhi di tutti che la Francia, l'ultima delle grandi nazioni cattoliche rimasta in piedi e potente, stata scelta dal cattolicesimo, o per meglio dire dal papismo, per restaurare il potere vacillante di Roma, ed ecco perch c' stata un'invasione in sordina, ecco che i gesuiti, per non parlare degli altri strumenti religiosi, si sono appropriati della giovent con incomparabile astuzia; al punto che un bel mattino la Francia di Voltaire, la Francia che tutt'ora non ancora ritornata dai parroci, si risvegliata clericale, in mano a un'amministrazione, a una magistratura, a uno Stato maggiore dell'esercito che ricevono la parola d'ordine da Roma. Le apparenze illusorie sono cadute di colpo, ci siamo accorti che della Repubblica abbiamo soltanto l'etichetta, abbiamo intuito di camminare su un terreno minato da tutte le parti, in cui stavano per sprofondare cento anni di conquiste democratiche.

La Francia era sul punto di appartenere alla reazione, ecco qual il nostro grido, il nostro terrore. Questo spiega tutta la decadenza morale in cui la fiacchezza delle Camere e del governo ci ha lasciato slittare a poco a poco. Dal momento stesso in cui un Parlamento, in cui un governo teme di agire, per il timore di non essere pi con i padroni di domani, la caduta pronta e fatale. Provate a immaginare degli uomini al potere che si accorgono di non avere pi in mano nessuno degli ingranaggi necessari, n funzionari obbedienti, n militari scrupolosi nella disciplina, n magistrati integri. Come perseguire il generale Mercier, mentitore e falsario, quando tutti i generali sono solidali con lui? Come deferire i veri colpevoli ai tribunali, quando si sa che ci sono magistrati per assolverli? Come governare con onest, se neanche un funzionario eseguir onestamente le disposizioni? In simili circostanze, bisognerebbe che ci fosse al potere un eroe, un grand'uomo di stato risoluto a salvare il suo paese, magari con l'azione rivoluzionaria, se occorre. E poich, al momento, uomini cos non ce ne sono, abbiamo assistito allo sbandamento dei nostri ministri, impotenti e maldestri quando non erano addirittura complici e canaglie, li abbiamo visti ruzzolare gli uni addosso agli altri, sotto i colpi delle Camere disorientate, in preda alle fazioni, piombate nell'ignominia dell'egoismo meschino e delle questioni personali.

Ma non tutto, il fatto pi grave, il pi doloroso, che si permesso a una stampa ignobile di avvelenare il paese, di nutrirlo impudentemente di menzogne, di calunnie, di sudiciume e di oltraggi, fino a renderlo folle. L'antisemitismo non stato altro che lo sfruttamento grossolano di odi ancestrali, per risvegliare il fanatismo religioso in un popolo di miscredenti che non andava pi in chiesa. Il nazionalismo altro non stato che lo sfruttamento altrettanto grossolano del nobile amor di patria, tattica di abominevole politica che condurr il paese diritto alla guerra civile, il giorno in cui sar stato possibile convincere una met dei francesi che l'altra met li tradisce e li vende allo straniero, dal momento che la pensa diversamente. Ed stato cos che si sono potute formare delle maggioranze, le quali hanno professato che il vero era il falso, che il giusto era l'ingiusto, che si sono letteralmente rifiutate d'intendere ragioni, condannando un uomo perch era ebreo, perseguitando con grida di "a morte" i pretesi traditori la cui unica passione era di salvare l'onore della Francia, nella disfatta del raziocinio nazionale.
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08.12.10 13:26

Da quel momento, da quando cio hanno potuto illudersi che il paese stesso, nella sua improvvisa e morbosa follia, passasse alla reazione, quante bravate non hanno fatto le Camere e il governo! Mettersi contro le maggioranze possibili, ma ci pensate? Il suffragio universale, che sembra cos giusto, cos logico, ha purtroppo una tara orribile, e cio che qualsiasi eletto dal popolo altro non che il candidato di domani, schiavo del popolo per il suo aspro bisogno di essere rieletto; per cui, quando il popolo impazzisce per una di quelle crisi di cui abbiamo avuto esempio, l'eletto alla merc di quel pazzo, ripete quel che dice, non ha pi il coraggio di pensare e d'agire da uomo libero.

Ecco a quale doloroso spettacolo assistiamo da tre anni: un Parlamento che non sa come usare il suo mandato perch ha paura di perderlo, un governo che dopo aver lasciato cadere la Francia in mano ai reazionari, agli avvelenatori pubblici, teme ogni momento d'essere rovesciato, fa le peggiori concessioni ai nemici del regime che rappresenta, soltanto per poterne stare a capo qualche giorno di pi.

Non sono forse queste, signori senatori, le ragioni che vi faranno decidere per questa nuova concessione di un'amnistia il cui risultato sar di sottrarre al castigo i grandi colpevoli che nessun governo ha osato perseguire? Pensate di salvare voi stessi, dicendo che bisogna pur salvare il governo dall'imbarazzo mortale in cui minaccia di sprofondare a causa delle sue eterne debolezze.

Se un uomo di Stato energico, semplicemente onesto, avesse preso per la collottola il generale Mercier fin dal suo primo crimine, da un pezzo tutto sarebbe rientrato nell'ordine. Invece, a ogni nuova retrocessione della giustizia, l'audacia dei criminali cresciuta, naturalmente; ed verissimo che, cresciuto com' a dismisura il tasso degli abomini, a quest'ora occorrerebbe un bel coraggio per liquidare il caso, secondo giustizia e secondo l'interesse della Francia. Non ce l'ha nessuno, questo coraggio, tutti rabbrividiscono all'idea di esporsi al fiotto d'ingiurie degli antisemiti e dei nazionalisti, tutti si barcamenano con la follia in cui il veleno ha gettato certe maggioranze di elettori, per cui eccovi costretti a un'ennesima vilt, a una colpa suprema che avr l'effetto di consegnare il paese alla reazione, sempre pi trionfante e audace.

Stando cos le cose, non vi rendete conto che un'operazione singolare quella di seppellire i problemi molesti, con la convinzione infantile di eliminarli? Sono gi tre anni che sento ripetere dagli uomini politici che non esiste, o che non esiste pi un caso Dreyfus ogni volta che hanno interesse a crederlo. Non per questo il caso Dreyfus smette di seguire il suo logico sviluppo, perch certo che esso finir soltanto quando sar finito. Nessun potere umano pu arrestare il cammino della verit.

Oggi che spira un nuovo panico, eccovi atterriti, ben risoluti a decretare ancora una volta che non c' pi traccia del caso Dreyfus, n mai ce ne sar. Sperate, con l'approfondire ulteriormente la fossa in cui lo avete sepolto, e buttandoci sopra la legge d'amnistia, che ormai non potr pi risuscitare. Sforzi vani, esso ritorner come uno spettro, come un'anima in pena, fino a che non sar fatta giustizia. Non c' riposo, per un popolo, se non nella verit e nell'equit.

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E il peggio che potreste essere in buona fede quando date a voi stessi l'illusione che, grazie a questo strangolamento di ogni forma di giustizia, otterrete la pacificazione. E' per la tanto desiderata pacificazione che sacrificate, sull'altare della patria, le vostre coscienze di legislatori onesti. Ah! poveri ingenui, o semplici egoisti maldestri, che una volta di pi si disonoreranno in pura perdita! Bella, la pacificazione, dopo aver consegnato, membro per membro, la Repubblica ai suoi nemici, pur di ottenerne il silenzio. Essi urlano pi forte, raddoppiano le ingiurie a ogni soddisfazione che viene loro offerta. Questa legge d'amnistia che voi emanate per loro, per salvare i loro capi dal bagno penale, strepitano gi che siamo noi a strapparvela. Siete dei traditori, sono traditori i ministri, un traditore il presidente della Repubblica. E quando avrete votato la legge avrete fatto opera di traditori per salvare dei traditori. Questa sar la pacificazione, e io vi aspetto all'indomani dell'amnistia, sotto l'ondata di fango con la quale vi copriranno, tra gli applausi dei cannibali che danzeranno la danza del massacro.

Ma non vedete, non capite? Dopo che si era convenuto di tacere, di non parlare pi del caso Dreyfus durante la tregua dell'Esposizione, chi sono quelli che ne parlano sempre? Chi ha violentato Parigi, durante le ultime elezioni comunali, riprendendo la campagna di menzogne e di oltraggi? Chi mescola di nuovo l'esercito a quelle vergogne, chi continua a divulgare incartamenti segreti, per tentare di rovesciarne il governo? Il caso Dreyfus diventato lo spettro rosso degli antisemiti e dei nazionalisti. Senza non possono regnare, ne hanno un continuo bisogno per dominare il paese con il terrore. Come un tempo i ministri dell'impero ottenevano tutto dal corpo legislativo agitando lo spettro rosso, questi non devono far altro che brandire il caso, per inebetire i poveri diavoli di cui hanno fuorviato il cervello. E, ancora una volta, eccola, la pacificazione: la vostra amnistia sar soltanto una nuova arma nelle mani della fazione che ha sfruttato il caso affinch la Francia repubblicana non crepasse, e che tanto pi continuer a sfruttarlo in quanto la vostra amnistia dar forza di legge all'equivoco, senza che la nazione possa ormai capire da che parte stessero la verit e la giustizia.

In cos grave pericolo, c'era una cosa sola da fare, accettare la lotta contro tutte le forze del passato coalizzate, rifare l'amministrazione, rifare la magistratura, rifare l'alto comando, poich tutto questo dava segni manifesti di putrefazione clericale. Far luce al paese per mezzo di atti, dire tutta la verit, rendere giustizia fino in fondo. Approfittare della prodigiosa lezione pratica che si svolgeva, per fare avanzare il popolo, in tre anni, del passo gigantesco che forse impiegher cento anni a compiere. Accettare se non altro la battaglia, in nome dell'avvenire, e trarne per la nostra grandezza futura tutta la vittoria possibile. Perfino oggi, bench tante vilt abbiano reso l'impresa quasi impossibile, la sola cosa da fare sempre la stessa, tornare alla verit, tornare alla giustizia, nella certezza che, al di fuori di esse, per un paese non c' che decadenza e morte vicina.

Il mio caro e grande Labori, che stato ridotto al silenzio in una di quelle ore indegne di cui ho parlato, ha avuto tuttavia l'occasione di dirlo, in una circostanza recente, con la sua straordinaria eloquenza. Giacch il governo, giacch gli uomini politici non hanno mai cessato d'intervenire nel caso, di sottrarlo ai tribunali che, soli, dovevano risolverlo, sono gli uomini politici, siete voi, signori senatori, che avete il compito di concluderlo, per la pace pi grande e per il bene pi grande della nazione. E vi ripeto che, se fate assegnamento sulla vostra legge d'amnistia per conseguire questo risultato, aggraverete le vostre antiche colpe di un'ennesima colpa, di un errore che pu essere mortale e che peser gravemente sul ricordo di voi.

E' per me motivo di stupore, signori senatori, che ci accusino di voler riaprire il caso Dreyfus. Non capisco. C' stato un caso Dreyfus, un innocente torturato da carnefici che conoscevano la sua innocenza, e quel caso, grazie a noi, chiuso, relativamente alla vittima stessa, che gli aguzzini
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hanno restituito alla sua famiglia. Oggi il mondo intero sa la verit, e i nostri peggiori avversari non la ignorano, la confessano, a porte chiuse. La riabilitazione non sar altro che una formula giuridica, quando verr il momento, per cui Dreyfus non ha pi alcun bisogno di noi, perch libero e ha intorno a s, ad aiutarlo, l'ammirevole e valorosa famiglia che non ha mai dubitato del suo onore e della sua liberazione.

Allora, a che scopo dovremmo riaprire il caso Dreyfus? A parte il fatto che non avrebbe nessun senso, non sarebbe di giovamento a nessuno. Quel che noi vogliamo che il caso Dreyfus si chiuda con l'unica conclusione che potr restituire la forza e la calma al paese, vale a dire la punizione dei colpevoli, non per rallegrarci del loro castigo ma perch il popolo sappia, finalmente, e perch la giustizia porti la pacificazione, la sola autentica e solida.

Siamo convinti che la salvezza della Francia sta nella vittoria delle forze di domani contro le forze di ieri, degli uomini di verit contro gli uomini d'autorit. Proprio per questo non possiamo ammettere che il caso Dreyfus non abbia come conclusione la giustizia per tutti e che non se ne ricavino le lezioni che ci aiuteranno, domani, a fondare in modo definitivo la Repubblica, se verranno realizzate tutte le riforme di cui esse hanno dimostrato la necessit imperiosa.

Ancora una volta, non siamo noi a riaprire il caso Dreyfus, a utilizzarlo per i nostri scopi elettorali, a riparlarne di continuo alla folla per stordirla. Noi reclamiamo soltanto i nostri giudici naturali, riponiamo nella giustizia per tutti la speranza che essa acclari prontamente la verit e pacifichi, cos facendo, la nazione. Dicono che il caso ha fatto molto male alla Francia, un luogo comune di cui gli stessi ministri si servono, quando vogliono rubare voti. A quale Francia il caso ha fatto tanto male? Se si tratta della Francia di ieri, meglio cos! Ed certo, infatti, che tutte le vecchie istituzioni ne sono uscite sgangherate, che esso ha reso palese l'irrimediabile corrosione del vecchio edificio sociale, al punto che ormai non rimane che abbatterlo. Ma perch dovrei affliggermi del male che esso ha fatto al passato, se stato utile all'avvenire, se ha operato per la propriet, per l'integrit della Francia di domani? Mai febbre avr favorito in modo pi netto l'eruzione cutanea della malattia che necessario curare. E non affatto il caso Dreyfus che vogliamo riaccendere; a noi basta curare e guarire la malattia di cui servito a mostrarci la virulenza.

Ma c' uno scopo ancora pi grave, una necessit pressante che mi assilla. L'amnistia che sotterra, l'amnistia che vorrebbe mettere fine a tutto con la menzogna e l'equivoco, ha come terribile conseguenza di lasciarci alla merc di una divulgazione pubblica da parte della Germania. Ho gi fatto diverse volte allusione a questa situazione agghiacciante, che dovrebbe angosciare i patrioti autentici, turbare le loro notti, indurli a esigere la liquidazione completa e definitiva del caso Dreyfus, come un provvedimento di salute pubblica da cui dipendono l'onore e la vita stessa della Francia. E poich tempo, oggi, di parlare finalmente forte e chiaro, parler.

Nessuno ignora che i numerosi documenti forniti da Esterhazy all'addetto militare tedesco, Schwartzkoppen, si trovano al ministero della Guerra, a Berlino. Ci sono l documenti d'ogni genere, appunti, lettere e, tra l'altro, dicono, tutta una serie di lettere in cui Esterhazy esprime giudizi sui suoi capi, fornendo particolari sulla loro vita privata ben poco edificanti.

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Ci sono pure altri elenchi, voglio dire altre enumerazioni di documenti offerti e consegnati, il minore dei quali dimostra senza possibilit di discussione l'innocenza di Dreyfus e la colpevolezza dell'uomo che due nostri tribunali militari hanno assolto, malgrado l'evidenza lampante del suo crimine. Ebbene! Facciamo l'ipotesi che domani scoppi una guerra tra la Francia e la Germania, ed eccoci sotto la spaventosa minaccia: ancor prima di aver tirato un colpo di fucile, e che si possa dare battaglia, la Germania pubblica in un opuscolo il dossier Esterhazy e io dico che la battaglia perduta, che siamo sconfitti di fronte al mondo intero senza nemmeno esserci potuti difendere. Il nostro esercito minato nel rispetto e nella fiducia che deve ai suoi capi, tre nostri tribunali militari vengono riconosciuti rei d'iniquit e di crudelt, tutta la mostruosa avventura grida ai quattro venti la nostra decadenza e la patria crolla, non siamo altro che una nazione di bugiardi e di falsari.

Ne ho avuto spesso un brivido di morte, io. E come pu un governo che sa, accettare di vivere sia pure per un attimo sotto una tale minaccia? Come pu parlare di calare il sipario, di restare nel pericolo in cui siamo, adducendo il pretesto che il paese chiede di esserne pacificato? E' assolutamente incomprensibile, e giungo a dire che come tradire la patria l'astenersi dal fare immediatamente luce con tutti i mezzi possibili, senza aspettare che questa luce venga dall'estero, magari, come un fulmine a ciel sereno. Il giorno in cui l'innocente sar riabilitato, il giorno in cui verranno puniti i veri colpevoli, soltanto allora avremo spezzato nelle mani della Germania l'arma che essa possiede contro di noi, poich la Francia avr riconosciuto da sola il proprio errore e vi avr posto riparo.

L'amnistia viene perci a chiudere una delle ultime porte aperte sulla verit. Non ho mai smesso di ripeterlo, il solo testimone che, con una parola, pu chiarire tutto, Schwartzkoppen, non si voluto ascoltarlo. Davanti alla Corte d'assise di Versailles, sar il mio testimone, quello di cui chieder l'escussione per commissione rogatoria, quello che non potr rifiutarsi di dire finalmente l'intera verit e di appoggiarla sui documenti che ha avuto tra le mani. La soluzione l, non altrove. Di l verr, presto o tardi, ed follia da parte nostra il non provocarla e averne l'onore, invece di aspettare che ci venga gettata in faccia, in qualche tragica circostanza.

Il mio stupore stato grande, il giorno in cui mi sono presentato di fronte alla vostra Commissione, quando il presidente mi ha domandato, da parte del presidente del Consiglio dei ministri, se fossi in possesso di un fatto nuovo, da produrre a Versailles. Era come dire che, se non avevo la verit in tasca, insieme al fazzoletto, tanto valeva che mi lasciassi amnistiare, senza tante proteste. Una domanda del genere mi ha sbalordito, da parte del presidente del Consiglio, il quale sa benissimo che la verit non si porta addosso, e che i processi si fanno appunto perch possa scaturire dagli interrogatori, dalle testimonianze e dalle arringhe. Soprattutto, per, l'ironia d'una domanda del genere, diretta a me, aveva dell'assurdo quando la si ricollegava a tutto ci che era stato fatto per chiudermi la bocca, per impedirmi di stabilire quella verit di cui ora ci si preoccupava di constatare la presenza in tasca a me. Ho risposto al presidente della vostra Commissione che ero in possesso del fatto nuovo, che se non avevo la verit sulla mia persona, sapevo perfettamente dove trovarla, e che mi limitavo a pregare il presidente del Consiglio d'invitare il guardasigilli a consigliare al presidente dell'assise, a Versailles, di non sbarrare la strada alla mia commissione rogatoria, quando gli avrei chiesto di fare interrogare Schwartzkoppen. E il caso Dreyfus si sarebbe chiuso davvero, la Francia si sarebbe salvata dalla pi temibile delle catastrofi.

Votate perci la legge d'amnistia, signori senatori, perfezionate l'insabbiamento, dite con il presidente
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Delegorgue che la questione non sar posta, unitevi al primo presidente Privier nel soffocare Labori; e se la Francia, un giorno, si ritrover disonorata di fronte al mondo intero, sar stata opera vostra.

Non sono tanto ingenuo, signori senatori, da credere che questa lettera vi distoglier, sia pure per un istante, dalla risoluzione formale nella quale vi sospetto di votare la legge d'amnistia. Il vostro voto facile a prevedersi, poich nascer dalla vostra lunga debolezza e dalla vostra lunga impotenza. Vi siete convinti di non poter fare altrimenti, poich non avete il coraggio di fare altrimenti.

Se scrivo questa lettera, unicamente per il grande onore di averla scritta. Faccio il mio dovere, e dubito che voi facciate il vostro. La legge d'incompetenza a procedere stata un crimine giuridico, la legge d'amnistia costituir un tradimento civico, l'abbandono della Repubblica in mano ai suoi peggiori nemici.

Votatela, tra non molto ne sarete puniti, e in seguito sar la vostra vergogna.

LETTERA A EMILE LOUBET, PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Pubblicata su "L'Aurore" il 22 dicembre 1900.

Altri sette mesi, tra l'articolo precedente e questo.

L'Esposizione universale aveva chiuso i battenti il 12 novembre, e bisognava finirla, insabbiare definitivamente la verit e la giustizia. Ed quanto stato fatto. Il mio processo di Versailles non si far pi, mi hanno privato del sacrosanto diritto di ricorrere in appello dopo una condanna in contumacia.

Brutalmente, hanno soppresso la verit che avrei potuto acclarare, la giustizia che mi sarei fatto rendere. Lo stesso si dica per i tre esperti, Belhomme, Varinard e Couard, che galoppano, con i tremila franchi in tasca; e bisogner ricominciare tutto da capo davanti alla giustizia civile. Sono semplici constatazioni, le mie, non lo dico per lamentarmi, perch se non altro la mia opera compiuta. - A titolo di cronaca, aggiungo che a tutt'oggi, febbraio 1901, sono sospeso dal mio grado di ufficiale nell'ordine della Legion d'Onore.

Signor presidente, circa tre anni fa, il 13 gennaio 1898, indirizzai al Suo predecessore, Flix Faure, una lettera di cui egli non tenne conto, sfortunatamente per la sua buona reputazione. Ora che egli
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dorme il sonno eterno, il suo ricordo rimane oscurato dalla mostruosa iniquit che io gli denunciavo, e della quale si reso complice, usando, per coprire i colpevoli, tutto il potere che gli dava la sua alta magistratura.

Ed eccola a occuparne il posto, ecco che il caso abominevole, dopo avere sporcato tutti i governi complici o fiacchi che si sono succeduti, finisce in un'ora in un supremo diniego di giustizia, quest'amnistia che le Camere hanno appena votato, con il coltello alla gola, e che porter nella storia il nome di amnistia scellerata. Dopo gli altri, il Suo governo precipita nell'errore comune, accettando la pi pesante delle responsabilit. Ed , ne sia pur certo, una pagina della Sua vita in procinto di essere sporcata, la Sua magistratura che corre il rischio di uniformarsi a quella precedente, a sua volta insozzata dalla macchia incancellabile.

Mi permetta perci, signor presidente, di esprimerle tutta la mia angoscia. All'indomani dell'amnistia, concluder con questa lettera, visto che una prima mia lettera stata una delle cause di questa amnistia. Tuttavia, nessuno potr rimproverarmi d'essere un chiacchierone. Il 18 luglio 1898 partivo per l'Inghilterra, da dove sono tornato soltanto il 5 giugno 1899, e durante quegli undici mesi ho taciuto. Ho ricominciato a parlare solo dopo il processo di Rennes, nel settembre 1899. Poi, sono ricaduto nel pi completo silenzio, che ho rotto una sola volta, nel maggio scorso, per protestare contro l'amnistia davanti al Senato. Sono perci pi di diciotto mesi che aspetto giustizia, fissata ogni tre mesi e ogni tre mesi rinviata alla prossima sessione. E ho trovato tutto ci lacrimevole e comico. Oggi, al posto della giustizia, arriva quest'amnistia scellerata e oltraggiosa. Stimo pertanto che il buon cittadino che sono stato, il silenzio che ho mantenuto per non essere causa d'imbarazzo n di disordini, la grande pazienza che ho usato nel contare su una giustizia cos lenta, mi diano oggi il diritto, il dovere di parlare.

Lo ripeto, devo concludere. Un primo periodo del caso termina in quel momento, quello che chiamer l'intero crimine. E bisogna bene che io dica a che punto siamo, qual stata la nostra opera e qual la nostra certezza per domani, prima di rientrare di nuovo nel silenzio.

Non ho bisogno di risalire ai primi abomini del caso, mi basta riprenderlo all'indomani dell'ineffabile sentenza di Rennes, quella provocazione d'iniquit insolente che ha fatto fremere il mondo intero. Ed qui, signor presidente, che comincia la colpa del Suo governo, e di conseguenza la Sua.

Un giorno, ne sono certo, quello che accaduto a Rennes verr raccontato, documenti alla mano, e alludo al modo in cui il Suo governo si lasciato ingannare e ha creduto perci di doverci tradire. I ministri erano convinti dell'assoluzione di Dreyfus.

Come avrebbero potuto dubitarne, quando la Corte di cassazione credeva di avere imbrigliato il tribunale militare in una sentenza cos netta, che l'innocenza s'imponeva anche senza dibattimento? Come potevano minimamente preoccuparsi, quando i loro subordinati, intermediari, testimoni, attori perfino nel dramma, promettevano loro la maggioranza, se non l'unanimit? E sorridevano dei nostri timori, lasciavano tranquillamente il tribunale in preda alla collisione, alle false testimonianze, alle manovre flagranti di pressione e d'intimidazione, spingevano la loro cieca fiducia fino a
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compromettere Lei, signor presidente, omettendo di avvisarla, perch voglio credere che il minimo dubbio le avrebbe impedito di prendere, nel Suo discorso di Rambouillet, l'impegno di inchinarsi di fronte alla sentenza, quale essa fosse. Non prevedere significa forse governare? Siamo di fronte a un governo nominato per assicurare il buon funzionamento della giustizia, per vegliare sull'onesta esecuzione di una sentenza della Corte di cassazione.

Esso non ignora quale pericolo corra quella sentenza in mani fanatiche che ogni sorta di febbri maligne hanno reso poco scrupolose. E non fa niente, si compiace nel suo ottimismo, lascia che il crimine si compia alla luce del sole! Posso convenire che quei ministri abbiano allora voluto la giustizia: ma che avrebbero fatto, mi chiedo, qualora non l'avessero voluta? Poi, erompe la condanna, quella mostruosit fino ad allora inaudita di un innocente condannato due volte. A Rennes, dopo l'inchiesta della Corte di cassazione, l'innocenza era lampante, non poteva lasciare adito a dubbi di sorta. Ed la folgore, l'orrore che passa sulla Francia e su tutti i popoli. Come reagir il governo, tradito, gabbato, provocato, la cui incomprensibile faciloneria sfociata in un simile disastro? Voglio ancora ammettere che il colpo cos dolorosamente risuonato nell'animo di tutti i giusti abbia, in quel momento, turbato i suoi ministri, quelli che si erano presi l'incarico di assicurare il trionfo del diritto. Ma che cosa faranno, quali saranno i loro atti, all'indomani di quel crollo di tutte le loro certezze, una volta constatato che, lungi dall'essere stati artefici di verit e d'equit, con la loro inettitudine e la loro leggerezza hanno causato uno sfacelo morale dal quale la Francia impiegher molto tempo a riaversi? Ed qui, signor presidente, che comincia l'errore del Suo governo, e Suo personale, qui che ci siamo separati da tutti voi, per una divergenza d'opinioni e di sentimenti che andata via via crescendo.

Per noi, esitare era impossibile, non c'era che un mezzo per operare la Francia dal male che la divorava, se la si voleva guarire e ridarle realmente la pace; non c' pacificazione, infatti, se non nella tranquillit della coscienza, n ci sar salvezza per noi, finch sentiremo in noi il veleno dell'ingiustizia commessa. Bisognava trovare il mezzo di convocare di nuovo, immediatamente, la Corte di cassazione; e non mi si dica che questo era impossibile, il governo disponeva degli elementi necessari, perfino prescindendo dal problema dell'uso di potere.

Bisognava liquidare tutti i processi in corso, lasciare che la giustizia facesse la sua opera senza che un solo colpevole le potesse sfuggire. Bisognava pulire l'ulcera a fondo, dare al nostro popolo un'alta lezione di verit e di equit, ristabilire nel suo onore la persona morale della Francia dinanzi al mondo.

Soltanto a quel punto si sarebbe potuto dire che la Francia era guarita e pacificata.

Ed stato allora che il Suo governo ha preso l'altro partito, la risoluzione d'insabbiare una volta di pi la verit, di sotterrarla, pensando che bastasse seppellirla perch non esistesse pi. Nello sbigottimento in cui l'aveva gettato la seconda condanna dell'innocente, altro non ha saputo escogitare che il doppio provvedimento di graziare dapprima quest'ultimo, per poi ottenere il silenzio ricorrendo al bavaglio di una legge d'amnistia. I due provvedimenti sono collegati, si completano, sono la rabberciatura di un governo allo stremo che venuto meno alla sua missione e che, per togliersi d'impaccio, non trova di meglio che rifugiarsi nella ragion di Stato. Il Suo governo ha voluto coprirla, signor presidente, dal momento che aveva avuto il torto di prometterle di impegnarsi. Ha voluto
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salvarsi a sua volta, credendo forse di appigliarsi al solo partito pratico per salvare la Repubblica minacciata.

Il grande errore stato perci compiuto quel giorno, quando si presentava un'ultima occasione di agire, di restituire alla patria la sua dignit e la sua forza. In seguito, lo so bene, via via che i mesi sono trascorsi, trovare salvezza diventato pi difficile.

Il governo si lasciato spingere in una situazione senza uscita, e quando si presentato davanti alle Camere per dire che non poteva pi governare, qualora gli avesse rifiutato l'amnistia, aveva sicuramente ragione ma non era forse stato lui a rendere necessaria l'amnistia, disarmando la giustizia, quando essa era ancora possibile? In conclusione il governo, scelto per salvare capra e cavoli, non riuscito se non a lasciar crollare tutto, in una catastrofe immane. E quando si trattato di ricorrere ai rimedi estremi non ha saputo escogitare di meglio che finire l da dov'erano partiti i governi Mline e Dupuy: l'insabbiamento della verit, l'assassinio della giustizia.

Non una vergogna, per la Francia, che non uno dei suoi uomini politici si sia sentito abbastanza forte, abbastanza intelligente, abbastanza coraggioso per essere l'uomo della situazione, quello che avrebbe gridato la verit, e che il paese avrebbe seguito? Per tre anni, gli uomini si sono succeduti al potere, e tutti li abbiamo visti vacillare e poi sprofondare nello stesso errore. Non parlo di Mline, l'uomo scellerato che ha voluto il crimine, n del signor Dupuy, l'uomo equivoco, asservito in partenza al partito dei forti. Ma ecco Brisson, che ha osato volere la revisione; non lacrimevole, l'errore irreparabile in cui caduto permettendo l'arresto del colonnello Picquart all'indomani della scoperta del falso Henry? Ed ecco Waldeck-Rousseau, i cui coraggiosi discorsi contro la legge di incompetenza a procedere avevano avuto cos nobile risonanza in tutte le coscienze: non disastroso che si sia creduto in obbligo di legare il suo nome a questa amnistia che, con brutalit anche maggiore, dichiara incompetente la giustizia? Ci chiediamo se un amico al governo non ci sarebbe stato pi utile, visto che gli amici della verit e della giustizia, dal momento in cui prendono il potere, non sanno pi trovare altri mezzi per salvare il paese, che quello di ricorrere a loro volta alla menzogna e all'iniquit.

Poich, se la legge d'amnistia, signor presidente, stata votata dalle Camere con la morte nel cuore, viene inteso che lo scopo di assicurare la salvezza del paese. Nel vicolo cieco in cui si cacciato, il Suo governo ha dovuto scegliere il terreno della difesa repubblicana, di cui ha sentito la solidit. Il caso Dreyfus ha per l'appunto indicato i pericoli che la Repubblica correva, causa il doppio complotto del clericalismo e del militarismo, che agivano in nome di tutte le forze reazionarie del passato. E da quel momento il piano politico del governo semplice: sbarazzarsi del caso Dreyfus insabbiandolo, lasciar intendere alla maggioranza che, se non obbedir docilmente, non avr le riforme promesse. Andrebbe benissimo, se per salvare il paese dal veleno clericale e militarista non si dovesse cominciare a lasciarlo immerso in un altro veleno, quello della menzogna e dell'iniquit, in cui lo vediamo agonizzare da tre anni.

Senza dubbio il terreno del caso Dreyfus un terreno politico detestabile. Lo diventato, per lo meno, a causa dell'abbandono nel quale stato lasciato il popolo, in mano ai peggiori banditi, nel putridume della stampa ignobile. E concedo ancora una volta che nell'ora attuale l'azione diventi difficile, quasi impossibile. Ma rimane, nondimeno, una concezione molto miope, questa idea che si possa salvare
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un popolo dal male che lo consuma decretando che quel male non esiste pi. L'amnistia fatta, i processi non si faranno pi, non sar pi possibile perseguire i colpevoli: il che non toglie che Dreyfus, innocente, sia stato condannato due volte, e che questa orrenda iniquit, finch non si sar posto riparo, continuer a far delirare la Francia in preda a incubi orribili. Si ha un bel nascondere la verit, essa cammina sotto terra, un giorno riaffiorer per ogni dove, esploder in vegetazioni vendicatrici. E quel che peggio che, oscurando nelle masse il senso del giusto, si contribuisce a demoralizzarla.

Dal momento che non ci sono puniti, non ci sono neppure colpevoli.

Come vuole che gli umili sappiano, preda come sono delle menzogne corruttrici di cui sono stati alimentati? Occorrerebbe una lezione per il popolo, invece gli si ottenebra la coscienza, si finisce per pervertirla del tutto.

E' qui il bandolo: il governo afferma di tendere alla pacificazione con la sua legge di amnistia, e noi altri, invece, sosteniamo che esso corre, al contrario, il rischio di preparare nuove catastrofi. Torno a ripetere, non c' pace nell'iniquit. La politica vive alla giornata, crede in un'eternit solo perch ha guadagnato sei mesi di silenzio. E' possibile che il governo goda di un po' di tregua, e ammetto perfino che la impiegher inutilmente. Ma la verit si risveglier, grider, scatener delle tempeste. Ma dove verranno? Lo ignoro, ma verranno. E in preda a quale disorientamento si troveranno gli uomini che non hanno voluto agire, con quale peso li schiaccer questa amnistia scellerata dove hanno gettato alla rinfusa galantuomini e malandrini! Quando il paese sapr, quando il paese, sollevatosi, vorr rendere giustizia, la sua collera non comincer col cadere su quelli che non l'hanno illuminato a suo tempo quando potevano farlo? Il mio caro e grande amico Labori l'ha detto con la sua meravigliosa eloquenza: la legge d'amnistia una legge dettata da debolezza, da impotenza. La vilt dei governi che si sono succeduti ci si come accumulata, questa legge nasce da tutti i cedimenti degli uomini che, messi di fronte a un'ingiustizia esecrabile, non si sono sentiti la forza di impedirla n di porvi riparo. Di fronte alla necessit di colpire in alto, si sono piegati, hanno indietreggiato tutti. All'ultimo momento, dopo tanti crimini, non l'oblio, non il perdono quello che ci viene porto, la paura, la debolezza, l'impotenza in cui si sono trovati i ministri a far semplicemente applicare le leggi esistenti. Ci dicono di volerci parlare per mezzo di concessioni reciproche: non vero, la verit che nessuno ha avuto il coraggio di usare la scure con la vecchia societ corrotta, e per nascondere questa codardia parlano di clemenza, rilasciano gomito a gomito un Esterhazy, il traditore, e un Picquart, l'eroe al quale l'avvenire innalzer delle statue. E' una cattiva azione che sar sicuramente punita, poich non ferisce soltanto la coscienza ma corrompe la moralit nazionale.

E' una buona educazione, questa, per una Repubblica? Sono queste le lezioni che vengono date alla nostra democrazia, lezioni dove le si insegna che ci sono ore in cui la verit, in cui la giustizia non esistono pi, se l'interesse dello Stato lo esige. E la ragion di Stato rimessa in onore da uomini liberi che l'hanno condannata nella Monarchia e nella Chiesa. Bisogna proprio che la politica sia una grande pervertitrice d'anime. E dire che tanti dei nostri amici, tanti fra quelli che, fin dal primo giorno, hanno cos validamente combattuto, oggi hanno ceduto al sofisma, aderendo alla legge d'amnistia come a una misura politica necessaria! Mi si spezza il cuore nel vedere un Ranc, cos diritto, cos coraggioso, prendere le difese di Picquart contro lo stesso Picquart, mostrandosi felice del fatto che l'amnistia, che gli impedir di difendere il suo onore, lo salver dall'odio certo di un tribunale militare.
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E Jaurs, il nobile, il generoso Jaurs che si prodigato in modo cos splendido, sacrificando il suo seggio di deputato, gran bella cosa, in questi tempi di ghiottoneria elettorale! Eccolo, anche lui, accettare di vederci amnistiati, Picquart ed Esterhazy, Reinach e du Paty de Clam, me e il generale Mercier, tutti nello stesso sacco! Insomma, la giustizia assoluta finisce, l dove comincia l'interesse d'un partito? Ah! quale serenit essere un solitario, non appartenere a nessuna setta, dipendere soltanto dalla propria coscienza, e che libert nel procedere dritti per la propria strada, amando solamente la verit, e volendola, perfino quando potrebbe scuotere la terra e far cadere il cielo! Nei giorni di speranza del caso Dreyfus, signor Presidente, avevamo fatto un bel sogno. Non avevamo forse in mano un caso unico? un crimine nel quale s'erano impegnate tutte le forze reazionarie, tutte quelle che sono di ostacolo al libero progresso dell'umanit? Mai si era presentata esperienza pi decisiva, mai sarebbe stata data al popolo lezione pratica pi nobile. In pochi mesi, ne avremmo illuminato la coscienza, avremmo fatto di pi, per istruirlo e maturarlo, di quanto non avesse fatto un secolo di lotte politiche. Sarebbe bastato mostrargli all'opera tutti i poteri nefasti, complici del pi esecrabile dei crimini: lo schiacciamento di un innocente, le cui torture senza nome strappavano un grido di rivolta all'umanit.

E, confidando nelle forze della verit, attendevamo il trionfo.

Era un'apoteosi della giustizia: il popolo che, illuminato, si levava in massa, il paese che ritrovava la sua coscienza, che innalzava un altare all'equit, celebrando la festa del diritto riconquistato, glorioso e sovrano. E tutto finiva con un bacio universale, tutti i cittadini pacificati, uniti in questa comunione della solidariet umana. Ahim! signor presidente, Lei sa bene ci che avvenuto, la dubbia vittoria, la confusione per ogni particella di verit strappata, l'idea della giustizia pi a lungo oscurata nella coscienza dello sventurato popolo. Sembra che il nostro concetto di vittoria fosse troppo immediato e troppo grossolano. L'umano corso degli eventi non contempla simili trionfi strepitosi che sollevano una nazione, che in un giorno la consacrano forte e potente. Evoluzioni di questo genere non si realizzano da un istante all'altro, si compiono soltanto nello sforzo e nel dolore. La lotta non mai finita, ogni passo in avanti viene acquistato a prezzo di una sofferenza, soltanto i figli possono constatare i successi riportati dai padri. E se, nel mio ardente amore per il popolo di Francia, non mi consoler mai di non aver potuto trarre, per la sua educazione civica, l'ammirevole lezione pratica che il caso Dreyfus comportava, sono rassegnato da un pezzo a vedere la verit penetrarlo soltanto a poco a poco, fino al giorno in cui sar maturo per il suo destino di libert e di fraternit.

Noi non abbiamo mai pensato ad altro che a lui, tutt'a un tratto il caso Dreyfus si allargato, diventato un caso sociale, umano. L'innocente che pativa all'isola del Diavolo era soltanto l'incidente, tutto il popolo soffriva con lui sotto il peso schiacciante di potenze malefiche, nell'impudente disprezzo della verit e della giustizia. E, salvandolo, salvavamo tutti gli oppressi, tutti i sacrificati. Ma soprattutto, ora che Dreyfus libero, restituito all'amore dei suoi, quali sono i furfanti e gli imbecilli che ci accusano di voler riprendere il caso Dreyfus? Sono proprio quelli che nelle loro losche mene politiche hanno forzato il governo a esigere l'amnistia, continuando a infradiciare il paese di menzogne. Che Dreyfus cerchi con tutti i mezzi legali di ottenere la revisione del giudizio di Rennes, chiaro ed giusto, e noi l'aiuteremo in questo con tutte le nostre forze, il giorno in cui l'occasione si presenter. Immagino che perfino la Corte di cassazione sar felice di avere l'ultima parola per l'onore della sua suprema magistratura. Solo che in questo ci sar soltanto una questione giudiziaria, nessuno di noi ha mai avuto la stupida idea di rinfocolare quello che stato il caso Dreyfus; e l'unico desiderio possibile oggi quello di trarre da questo caso le conseguenze politiche e sociali, la messe di riforme di cui esso ci ha mostrato l'urgenza. Star l la
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nostra difesa, in risposta alle accuse abominevoli di cui ci si fa carico, e star l soprattutto la nostra definitiva vittoria.

Un'espressione mi accora, signor presidente, ogni volta che la incontro, quel luogo comune che consiste nel dire che il caso Dreyfus ha fatto tanto male alla Francia. L'ho trovata su tutte le bocche, sotto tutte le penne, amici miei la ripetono correntemente, e forse l'avr usata io stesso. Eppure, non conosco espressione pi falsa. E non parlo dello spettacolo ammirevole che la Francia ha offerto al mondo, questa lotta gigantesca per una questione di giustizia, questo conflitto di tutte le forze attive in nome dell'ideale. Cos come non parlo dei risultati gi ottenuti, gli uffici del ministero della Guerra ripuliti, tutti gli attori equivoci del dramma spazzati via, poich la giustizia, malgrado tutto, ha fatto un po' dell'opera sua. Ma il bene immenso che il caso Dreyfus ha fatto alla Francia non , in realt, d'essere stato l'incidente putrido, il foruncolo che appare sulla pelle e che rivela il marciume interiore? Bisogna ritornare all'epoca in cui il pericolo clericale faceva alzare le spalle, in cui era di moda prendere in giro Homais, volteriano ritardato e ridicolo. Tutte le forze reazionarie avevano continuato a strisciare sotto il selciato della nostra grande Parigi, minando la Repubblica, contando gi d'impadronirsi della citt e della Francia, il giorno in cui le attuali istituzioni sarebbero crollate. Ed ecco che il caso Dreyfus smaschera tutto, prima che l'insabbiamento sia pronto, ecco che i repubblicani finiscono per accorgersi che rischiano di vedersi confiscare la loro Repubblica, se non vi riportano l'ordine. Tutto il movimento di difesa repubblicano nato da l, e se la Francia si salver dal lungo complotto della reazione, lo dovr al caso Dreyfus.

Auguro che il governo porti a buon fine questo compito di difesa repubblicana che ha appena invocato per ottenere dalle Camere il voto sulla sua legge d'amnistia. E' il solo mezzo di cui dispone per essere finalmente coraggioso e utile. Ma che non rinneghi il caso Dreyfus, che lo riconosca come il bene pi grande che potesse capitare alla Francia, e che dichiari con noi che, senza il caso Dreyfus, oggi la Francia sarebbe di sicuro nelle mani dei reazionari.

Quanto alla mia questione personale, signor presidente, io non recrimino. Tra poco saranno quarant'anni che faccio il mio lavoro di scrittore, senza inquietarmi n delle condanne n delle assoluzioni pronunciate sui miei libri, lasciando all'avvenire la cura di dare il giudizio definitivo. Un processo rimasto a met non pu, di conseguenza, turbarmi molto. E' una faccenda in pi che il domani giudicher. E se rimpiango l'esplosione di verit desiderabile che un nuovo processo poteva far scaturire, mi consolo pensando che la verit trover certo una via per scaturire ugualmente.

Le confesso, tuttavia, che sarei stato curioso di sapere che cosa una nuova giuria avrebbe pensato della mia prima condanna, ottenuta sotto la minaccia dei generali, armati come di una clava del terribile falso Henry. Non che, in un processo puramente politico, io abbia una grande fiducia nella giuria, cos facile da sviare, da terrorizzare. Ma, a ogni modo, sarebbe stata una lezione interessante questo dibattimento che si riapriva, quando l'inchiesta della Corte di cassazione aveva ottenuto la prova di tutte le accuse da me mosse. Se lo immagina? un uomo condannato in base a un falso, e che ritorna davanti ai suoi giudici dopo che il falso stato riconosciuto, confessato! un uomo che aveva accusato altri, in base a fatti di cui un'inchiesta della Corte suprema ha ormai accertato l'assoluta verit! Avrei passato delle ore piacevoli, in quell'aula, perch un'assoluzione mi avrebbe fatto piacere; e, nel caso ci fosse stata un'altra condanna, l'idiozia vile o la passione cieca hanno una bellezza speciale, che mi ha sempre interessato.

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Ma bene precisare un po', signor presidente. Io Le scrivo unicamente per mettere fine a tutta questa storia, ed bene che io ripeta davanti a Lei le accuse che avevo portato davanti al presidente Faure, tanto per stabilire definitivamente che erano accuse giuste, moderate, perfino insufficienti, e che la legge del Suo governo, in me, ha amnistiato un innocente.

Ho accusato il tenente colonnello du Paty de Clam "di essere stato l'artefice diabolico dell'errore giudiziario, incoscientemente, voglio sperare, e di avere in seguito difeso la sua opera nefasta, per tre anni, ricorrendo alle macchinazioni pi bizzarre e pi colpevoli".

Mi sembra discreto e cortese, vero? per chi abbia letto il rapporto del terribile capitano Cuignet, che, invece, si spinge fino all'accusa di falso.

Ho accusato il generale Mercier "di essersi reso complice, non fosse che per debolezza d'animo, di una delle peggiori iniquit del secolo". Qui, faccio onorevole ammenda, ritiro la debolezza d'animo. Ma, se il generale Mercier non ha la scusa di un'intelligenza indebolita, allora la sua responsabilit totale, negli atti a lui ascritti dall'inchiesta della Corte di cassazione, e che il Codice qualifica criminali.

Ho accusato il generale Billot "di aver avuto tra le mani le prove certe dell'innocenza di Dreyfus e di averle soffocate, di essersi reso colpevole del delitto di lesa umanit e di lesa giustizia, a fini politici e per salvare lo Stato maggiore compromesso". Tutti i documenti a noi oggi noti stabiliscono che il generale Billot era per forza di cose al corrente delle manovre criminali dei suoi subordinati; e aggiungo che proprio per suo ordine il dossier segreto di mio padre stato consegnato a un giornale immondo.

Ho accusato il generale de Boisdeffre e il generale Gonse "di essersi resi complici dello stesso delitto, l'uno sicuramente per fanatismo clericale, l'altro forse per quello spirito di corpo che fa degli uffici del ministero della guerra l'arca santa inattaccabile". Il generale de Boisdeffre si giudicato da s all'indomani della scoperta del falso Henry, nel dare le sue dimissioni, con lo scomparire dalla scena del mondo, caduta tragica di un uomo elevato ai pi alti gradi, alle funzioni pi alte, e che precipita nel nulla. Quanto poi al generale Gonse, di quelli che l'amnistia salva dalle pi pesanti responsabilit, nettamente stabilite.

Ho accusato il generale de Pellieux e il comandante Ravary "di avere condotto un'inchiesta scellerata, intendo, con questo, dominata dalla parzialit pi mostruosa, di cui, nel rapporto del secondo, abbiamo un monumento imperituro di ingenua audacia".

Basta rileggere l'inchiesta della Corte di cassazione per prendere visione del fatto che la collusione stabilita, provata dai documenti e dalle testimonianze pi schiaccianti. Il modo in cui viene istruito il caso Esterhazy altro non fu che un'impudente commedia giudiziaria.

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Ho accusato i tre esperti calligrafi, Belhomme, Varinard e Couard, "di aver fatto rapporti menzogneri e fraudolenti, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da disturbi della vista e del giudizio". Lo dicevo di fronte alla straordinaria affermazione dei tre esperti, i quali asserivano che il "bordereau" non era di pugno di Esterhazy, errore che, a mio parere, un bambino di dieci anni non avrebbe commesso. Sappiamo che lo stesso Esterhazy oggi riconosce di aver compilato quell'elenco. E il presidente Ballot Beaupr, nel suo rapporto, ha dichiarato solennemente che, per lui, non c'era possibilit di dubbio.

Ho accusato gli uffici del ministero della Guerra, "di avere condotto sulla stampa, e in particolare su 'L'Eclair', e su 'L'Echo de Paris' una campagna abominevole per fuorviare l'opinione pubblica e nascondere le loro colpe". Non insisto, penso che la prova consista in tutto quello che si saputo in seguito e in tutto quello che gli stessi colpevoli hanno dovuto confessare.

Infine, ho accusato il primo tribunale militare "di avere violato il diritto, condannando un accusato in base a un documento rimasto segreto", e ho accusato il secondo tribunale di avere coperto, in obbedienza agli ordini, questa illegalit, commettendo a sua volta il delitto giuridico di assolvere scientificamente un colpevole".

Per il primo tribunale militare, il fatto d'avere prodotto un documento segreto stato nettamente stabilito dall'inchiesta della Corte di cassazione, perfino al processo di Rennes. Per il secondo tribunale militare, il riferimento sempre l'inchiesta, che ha provato la collusione, il continuo intervento del generale de Pellieux, l'evidente pressione sotto cui l'assoluzione stata ottenuta, in ossequio al desiderio dei capi.

Come vede, signor presidente, non c' una delle mie accuse che le colpe e i crimini scoperti non abbiano giustificato, e ripeto che queste accuse appaiono oggi molto pallide e molto modeste, di fronte all'agghiacciante cumulo degli abomini commessi. Confesso che nemmeno io avrei mai osato supporre un tale ammasso. Allora, Le chiedo, qual il tribunale onesto, o semplicemente ragionevole, che si coprirebbe di obbrobrio col condannarmi di nuovo, ora che la prova di tutto quello che ho avanzato chiara e lampante? E non sembra anche a Lei che la legge del Suo governo, che amnistia me, innocente, insieme al branco di colpevoli che ho denunciato, sia veramente una legge scellerata? Cos, finita, signor presidente, almeno per il momento, per questo primo periodo del caso che l'amnistia ha chiuso forzatamente.

Ci promettono, s, come risarcimento, la giustizia della storia.

E' un po' come il paradiso cattolico, che serve a far pazientare su questa terra gli infelici creduloni che la fame strangola.

Soffrite, amici miei, mangiate il vostro pane secco, dormite per terra, intanto che i felici di questo
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mondo dormono tra le piume e si cibano di leccornie. Allo stesso modo, lasciate che gli scellerati occupino i primi posti, mentre voi, i giusti, venite spinti nel fango. E aggiungono che, quando saremo morti, toccher a noi vederci erigere statue. Da parte mia, voglio, s, e spero perfino, che il compenso della storia sia pi serio delle delizie del paradiso. Tuttavia, un po' di giustizia su questa terra mi avrebbe fatto piacere.

Non che io lamenti la nostra sorte, sono convinto che siamo quasi in porto, come si suol dire. La menzogna ha un punto in suo sfavore, ed che non pu durare per sempre, mentre la verit, che una, ha l'eternit dalla sua. Perci, signor presidente, il suo governo dichiara che riporter la pace con la sua legge d'amnistia, e noi crediamo, dal canto nostro, che esso prepari al contrario nuove catastrofi. Un po' di pazienza, e si vedr chi aveva ragione. Secondo me, non mi stanco di ripeterlo, il caso non pu finire, finch la Francia non sapr e non porr riparo all'ingiustizia. Ho detto che il quarto atto era stato recitato a Rennes, e che per forza di cose ci sarebbe stato un quinto atto.

Me ne resta nel cuore l'angoscia, ci si dimentica sempre che l'imperatore tedesco ha la verit in mano, e che ce la pu gettare in faccia, quando suoner l'ora che forse ha gi scelto. Sar un quinto atto agghiacciante, quello che io ho sempre temuto e di cui un governo francese non dovrebbe accettare neppure per un'ora la spaventosa eventualit.

Ci hanno promesso la Storia, alla Storia anch'io rimando Lei, signor presidente. Ci dir quello che Lei avr fatto, Le riserver una pagina. Pensi a quel povero Flix Faure, a quel conciatore di pelli deificato, cos popolare al suo apparire, che aveva commosso perfino me con la sua bonomia democratica: per l'avvenire, sar soltanto l'uomo ingiusto e debole che ha permesso il martirio di un innocente. E veda se non Le piacerebbe molto di pi essere ricordato come l'uomo della verit e della giustizia. Forse ne ha ancora il tempo.

Quanto a me, sono soltanto un poeta, un narratore solitario che svolge la sua opera in un angolo, mettendoci tutto se stesso. Ho gi ammesso che un buon cittadino deve accontentarsi di offrire al suo paese il lavoro che riesce ad assolvere nel modo meno maldestro; ed per questo che mi chiudo nei miei libri. Mi limito perci a ritornare a essi, poich la missione che mi ero assegnata compiuta. Ho fatto la mia parte fino in fondo, quanto pi onestamente mi stato possibile, e rientro definitivamente nel silenzio.

Devo aggiungere, soltanto, che le mie orecchie e i miei occhi rimarranno bene aperti. Sono un po' come suor Anna, mi preoccupo giorno e notte di quel che si profila all'orizzonte, confesso perfino di nutrire la speranza tenace di vedere presto tanta verit, tanta giustizia, avanzare verso di noi dai campi lontani dove l'avvenire incalza.

E aspetto sempre.

Voglia gradire, signor presidente, l'espressione del mio profondo rispetto.

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