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Il rapporto tra droga e linguaggio il nodo centrale da cui partire per affrontare i temi complessi relativi alle condotte

e limite dei fenomeni di tossicodipendenza. Chiarire ed entrare nel merito di quel che lesperienza limite cercata in questo rapporto la condizione preliminare per un trattamento dei fenomeni patologici legati alla tossicodipendenza, sia sul piano terapeutico, sia su quello sociale. Ci sono due versanti lungo i quali larticolazione tra droga e linguaggio pu essere esplorata, ed possibile ricavarne due punti di osservazione diversi. Il primo versante relativo allAltro sociale che cerca di identificare il problema, che classifica, che impone dei nomi. Il fatto di imporre dei nomi non mai indifferente. Dalla critica alla nozione di totemismo, fatta da Levi-Strauss, agli studi di Ian Hacking sul modo in cui le categorie modellano le persone, sappiamo che le classificazioni sono un tramite necessario per istituire e garantire lordine sociale. Denominare significa dare un posto. Questa operazione tanto pi potenziata nel mondo contemporaneo, in quanto niente sembra essere pi al proprio posto. Allinizio del seminario Ancra Lacan, nella prima lezione, si rivolge ai suoi ascoltatori dicendo che sente in loro come una voce che dice: Non ne voglio sapere. Di cosa non ne vogliono sapere? Evidentemente dellinconscio, e possiamo dire che, nella societ contemporanea, non volerne sapere dellinconscio diventata una presa di posizione ideologica. Nel momento in cui il mondo in cui viviamo si sviluppa sempre pi nel senso di una societ del controllo, tanto meno questo mondo ne vuol sapere dellinconscio, che lesatto opposto del controllo. Il rifiuto dellinconscio ha come contraccolpo una spinta crescente verso il movimento classificatorio. Per un verso limpresa di classificazione esprime il proprio aspetto istituzionale con il DSM e con un incontenibile bisogno di segregare attraverso le definizioni diagnostiche. Ciascuna di questa stabilisce criteri patologici che se per un verso servono lindustria farmaceutica e sono da essi sollecitati, non trovano per in questa sollecitazione la loro ragione esclusiva, n prioritaria. Limperativo alla classificazione ha origine piuttosto nella necessit di stabilizzare, in negativo, una normalit che con levaporazione del Nome-delPadre ha perso i propri agganci tradizionali. Per altro verso la risposta antistituzionale a questa ciclopica impresa segue per la stessa logica, innalzando le barriere autosegregative che derivano dalla rivendicazione identitaria. Ian Hacking ha evidenziato come non tutti gli enti classificati reagiscono allo stesso modo. Ha infatti distinto infatti due grandi categorie: le classi indifferenti e le classi interattive. Le prime riguardano enti inerti, che evidentemente non reagiscono alla classificazione in cui vengono inclusi. Le seconde riguardano le persone, le quali invece rispondono alle classificazioni, si identificano o rifiutano i nomi che vengono loro imposti. Le classificazioni in tal modo creano condotte. Questo fa del DSM che il maggiore dispositivo di classificazione delle persone attualmente in funzione uno straordinario strumento di intervento sulle persone, definite attraverso il nome di una malattia, e di gestione del potere. Letichettatura di una condotta come patologia mentale ne fa una deviazione da una norma non definita, e trasforma un modo di godimento in qualcosa che richiede una correzione. Il

ritardo attuale nella pubblicazione della V versione del DSM dice come questo strumento, screditato per tutti gli evidenti condizionamenti politici che ha dovuto incorporare, sia diventato uno strumento obsoleto, con effetti collaterali, se osserviamo i dibattiti che sono nati intorno, di una turbolenza che supera ormai il servizio di normalizzazione che dovrebbe rendere. Daltra parte le societ del controllo non si regolano tanto sulla norma, che stabile, quanto piuttosto sul pedinamento della variazione continua, e ci potremmo domandare quanto sia ancora duttile a questo scopo uno strumento nato vecchio come il DSM. La tossicomania una categoria clinica nata nella psichiatria a partire dalla seconda met del XIX secolo. Nel momento in cui il problema della droga comincia a essere percepito come un flagello sociale, la psichiatria se ne occupa e produce una categoria atta a inquadrarla. In questo la psichiatria svolge il ruolo, che da sempre, volente nolente ha dovuto assolvere, di polizia mediata dal discorso medico. La pertinenza della categoria di tossicomania nel campo psicoanalitico stata oggetto di un dibattito che, pur superato, forse interessante considerare. Nella clinica psicoanalitica laccento non messo sulla sostanza: non il fatto di assumere una sostanza in quanto tale che fa il tossicomane. Si cerca piuttosto una determinata struttura di personalit che predisponga alluso, e allabuso della sostanza. Alcuni clinici, come Jean Bergeret o Markos Zafiropoulos, sostengono che non c nessuna struttura della personalit corrispondente a un comportamento tossicomane. Altri, come Hugo Freda, vedono il comportamento tossicomane come la fase moderna della perversione. Altri ancora, come Claude Olievenstein, riconoscono nellincontro tra la sostanza e un soggetto un momento di genesi di cui tenere conto strutturalmente sul piano clinico. Un altro termine con cui viene comunemente descritto il fenomeno del rapporto con le droghe ha origine nel mondo anglosassone ed addiction, che in Italia generalmente rendiamo con il termine dipendenza. Addiction, etimologicamente, deriva dal latino, dal termine addictus, termine giuridico che definiva lo schiavo per debiti. Addictus era il debitore insolvente caduto in balia della volont del proprio creditore. Laddictus conservava libert e cittadinanza, ma subiva limitazioni conseguenti dal suo stato di dipendenza dal creditore. Il termine addiction stato introdotto nella clinica psicoanalitica agli inizi degli anni Settanta. entrato nel lessico francese attraverso una psicoanalista anglofona che lavorava in Francia, Joyce McDougall, che ha cominciato inizialmente a riferirsi in senso ampio alla nozione di una conomie addictive, dove quella che chiama la solution addictive diventa una soluzione somato-psichica allo stress mentale. Le premesse di questa idea si basano sullidea freudiana, espressa gi nel 1897 nel carteggio con Fliess dove Freud sostiene che la masturbazione la forma primaria di dipendenza e che le altre dipendenze, alcol, morfina, tabacco, semplicemente derivano da questa matrice originaria. Il termine addiction contiene dunque il senso dello stato di schiavit, dellasservimento in cui il soggetto tenuto da ci da cui dipende, e se a questo si aggiunge lidea della sostanza, si ha una nozione generalizzata delle forme di dipendenza. Possiamo dunque domandarci quali conseguenze ci siano, sul piano pratico,

tra una clinica definita in base allidea della velenosit della sostanza, quando parliamo di tossicomania, e una clinica definita come dipendenza, in base allasservimento a un oggetto di soddisfacimento che non di per s venefico pu essere il cibo, il sesso, il gioco, il computer, e la lista si amplia progressivamente ma il rapporto con il quale diventa patologico se il soggetto a cadere in balia delloggetto, anzich servirsene come tramite di appagamento. La prima definizione, quella di tossicomania, nasce dal discorso medico, che fonda il proprio intervento sul pharmakon, cio su una sostanza che pu essere un veleno o una droga, ma che di principio una sostanza attiva e curativa, e il paradigma giocato in questo caso sullantinomia tra sostanza proficua e sostanza venefica. La seconda definizione, riguardante la clinica della dipendenza, prende radici nel pensiero freudiano, e ha una matrice sessuale. Se consideriamo lorigine del termine addiction, dipendenza, un primo suggerimento viene dal fatto che il termine antinomico della dipendenza la libert e questo pone un interrogativo su quel che pu essere la prospettiva terapeutica: da cosa ci si deve liberare? Lidea della dipendenza ha avuto infatti una fortuna e unespansione particolari: dalla dipendenza dal gioco dazzardo, alla dipendenza sessuale, dal cibo, e il vero quesito : dobbiamo effettivamente liberarci dalle dipendenze, se con questo intendiamo i piaceri da cui dipendiamo, o dobbiamo semplicemente renderli meno tossici e limitarne il contraccolpo venefico? Ovviamente, posta in questi termini, si tratta di una domanda retorica, ma indica le diverse direzioni terapeutiche che si possono prendere, a seconda che consideriamo la clinica della tossicomania, dove lobiettivo sradicare il rapporto che il soggetto intrattiene con una sostanza venefica, o una clinica della dipendenza, dove si tratta di limitare, ma evidentemente non di sradicare, il rapporto con un piacere che, oltre una certa soglia, si rivela distruttivo. C infatti nel godimento un lato distruttivo non facilmente aggirabile. In fondo tutte le forme di dipendenza compresa la dipendenza dal sintomo, per il versante in cui include un godimento non sono altro che forme di supplenza a quellassenza fondamentale che lassenza del rapporto sessuale. Per il tossicodipendente questo si esprime in un modo particolare, attraverso il rifiuto di passare per il desiderio dellAltro. In una comunit per tossicodipendenti in cui facevo supervisione alcuni anni fa, una volta gli educatori mi mostrano i disegni che hanno fatto gli ospiti il giorno in cui hanno proposto loro il gioco della casa ideale. Ciascuno doveva disegnare la casa in cui immaginava avrebbe potuto vivere sentendosi a proprio agio, indicando la sua collocazione nella citt, gli oggetti che vi potevano essere dentro, le persone, e altri dettagli del genere. I disegni, non dovremmo sorprendercene, avevano tutti uno schema ricorrente: le case erano tutte collocate in angoli piuttosto isolati della citt, le strade vi si attorcigliavano intorno senza che nessuna davvero portasse alla casa. Dentro cerano generalmente oggetti elettronici, come computers, Hi Fi, televisori di ultimo modello, tutto quel che permette di fruire di musica, immagini, intrattenimento senza uscire di casa. In alcune, poche, case cera una partner gli ospiti erano solo uomini ma relegata in qualche stanza, come in una

sorta di reclusione, oggetto prigioniero di fantasie perverse che erano esplicite nei racconti. chiara nella tossicodipendenza la spinta a raggiungere il godimento senza passare attraverso lAltro, cortocircuitando sia la domanda sia il desiderio. In questi disegni, e nei racconti che li commentavano, era espressa lassoluta necessit di proteggersi da quanto di minaccioso e distruttivo rappresentava per i loro autori il desiderio dellAltro Ci sono per diversi modi delusione dellAltro, e diversi modi di cercare un accesso diretto al godimento. Abbiamo menzionato lautoerotismo, che va senzaltro in questo senso, e che costituisce un modello, un paradigma per Freud, senza tuttavia, evidentemente sovrapporsi alla modalit di soddisfacimento tossicomane. Unaltra posizione interessante da considerare dalla prospettiva del rifiuto del desiderio dellAltro la posizione cinica, che esprime il rifiuto degli ideali della citt, che elimina tutto ci che non strettamente necessario, che considera ridondante tutto ci che non puro bisogno e che non possa essere soddisfatto con ci che si pu attingere direttamente con le proprie mani. Diogene giunge a spezzare la ciotola da cui beveva dopo aver visto un ragazzo attingere lacqua direttamente dal cavo delle mani. Il cinismo in fondo una variante estrema di quel che Lacan chiamava il nondupe, colui che rifiuta di farsi ingannare dalle parvenze dellAltro. Pu essere interessante prendere le questioni per antitesi: lopposto del non-dupe il dupe, cio quello che correntemente chiameremmo gonzo, termine che con Lacan assume una dignit teorica. Gonzo non un termine che, in genere, useremmo come complimento, ma Lacan, nel seminario Les non-dupes errent, invita a essere dupe de linconscient. Cosa significa? Significa acconsentire a entrare nel gioco dinganni del linguaggio. Chi si rifiuta ai labirinti del linguaggio destinato ad andare alla deriva secondo quel che dice il titolo del suo seminario che smontando il calembour dellespressione che in francese suona come i nomi del padre pu essere tradotto: i non-gonzi vagano raminghi. Cosa vuol dire accettare di fare il gonzo, di entrare nel gioco dellinganno? Non significa necessariamente credere a quel che dice lAltro, prendere per buone le parvenze del Nome-del-Padre. Non significa entrare nel gioco dellAltro che inganna prendendolo come Altro di verit, prendendo cio per oro colato quel che dice. Tutti, per esempio, leggiamo i giornali per sapere cosa succede nel mondo, anche se nessuno, penso, crede a quel che scrivono i giornali. Chi non vuole entrare nel gioco dellAltro per evitare linganno, pretendendo di rivolgersi solo a un Altro delle verit, qualcuno che in fondo ha scelto di credere nelle favole. Entrare nel gioco significa entrarci con la consapevolezza della situazione in cui ci mettiamo. Possiamo trovare alcuni esempi significativi in questo senso nella storia del cinema. Le immagini pi espressive in questo senso sono nei film di Orson Welles, in particolare La signora di Shangai e Rapporto confidenziale. In entrambi i film il protagonista si lascia usare da un Altro ingannevole, entra consapevolmente in un gioco truccato che porta per alla fine la distruzione dellAltro che si pensava tirasse i fili. Ne La signora di Shangai lautodistruzione dellAltro che inganna avviene nella scena memorabile del labirinto di specchi nel quartiere cinese di San Francisco, dove lavvocato Bannister e la moglie Elsa si uccidono

a vicenda inseguendosi in riproduzioni innumerevoli delle loro immagini, mentre in Rapporto Confidenziale Arkadin, che assolda il protagonista con il pretesto di trovare le tracce dimenticate del proprio passato per cancellarle uccidendo i testimoni, non sopravvive alla vergogna di veder rivelato questo passato alla figlia, e si lascia precipitare con il suo aereo privato. A questo proposito pu essere interessante mettere in risalto un altro aspetto: le differenze tra luso rituale della droga, descritto dagli antropologi nelle cosiddette societ fredde, e luso della droga nella nostra societ. Le descrizioni pi note delluso rituale della droga sono senzaltro quelle di Castaneda, ma anche in Levi-Strauss ci sono riferimenti che mettono laccento meno sulla sostanza che sul dispositivo simbolico, sul contesto contesto discorsivo in cui avviene lassunzione della sostanza. Presa da questa angolatura la sostanza, la datura nelle descrizioni di Castaneda, diventa semplicemente un modo per accedere a una dimensione distinta da quella immediatamente tangibile, concreta. Levi-Strauss mette ben in risalto come non ci siano fenomeni naturali allo stato puro, come una sostanza possa avere un effetto in un certo contesto culturale e uno opposto in un altro, e questo dipende dal sistema rituale simbolico in cui lassunzione delle sostanze inserita. Nelle nostre societ occidentali, dove il valore delle scienze ha assunto quotazioni stellari a scapito di ogni altra forma di pensiero, e ha preso il posto delle figure tradizionali, non pu esserci un maestro Don Juan come nelle trib amerindie descritte da Castaneda. Non c infatti un dispositivo simbolico che possa sostenerne la credibilit. Il credibile, nelle nostre societ, non passa pi per le figure dautorit tradizionali, ma per la ratifica del protocollo scientifico. credibile solo ci che sostenibile per prova scientifica, solo ci che evidence based. I dispositivi simbolico-rituali tradizionali da noi sono assorbiti completamente dalla tecnologia. Quel che nelle societ tradizionali veniva cercato attraverso pratiche magiche, nella nostra viene cercato attraverso i dispositivi tecnologici realizzati dal discorso scientifico, e questo, in un certo senso, ci vizia. Non abbiamo pi bisogno di andare al pozzo a cercare lacqua, apriamo il rubinetto. La logica dellinterruttore quella per cui con un clic ho la luce, oppure ho il collegamento con laltro capo del mondo penetrata profondamente in noi, diventata pervasiva, e quel che otteniamo ha perso laura che la magia gli dava nelle societ tradizionali. Impossibile per non vedere che quando la logica dellinterruttore si applica a settori della vita dove le cose non arrivano con un clic, diventa di nuovo pura e semplice credenza nella magia. Nel campo delle problematiche mentali abbiamo innegabilmente un uso magico del farmaco per temperare lansia, per ovviare alla timidezza, per evitare il lutto, come se le emozioni obbedissero al clic. Laltra faccia del farmaco, che la droga, va nello stesso senso: la droga immaginata come serbatoio di felicit, come rubinetto del godimento. In un contesto culturalmente povero, che non quello dei musicisti degli anni Sessanta o degli scrittori del secolo scorso, dove era assunta per sollecitare la creativit, la droga non una via di ricerca, ma una via daccesso per forzare la disponibilit immediata di felicit, o di sollievo dallangoscia. Non dobbiamo per pensare che la

dimensione simbolica di cui parla Levi-Strauss si possa annullare facilmente. C tutto un aspetto rituale di gruppo nellassunzione o nel commercio delle droga, che rinasce in forma spoglia, depauperata. Ed allora che le categorie stesse di diagnosi assumono nei gruppi valenze identificative. Chi comincia a identificarsi con il tossicomane, e dice Io sono tossicomane, chi va al SERT e si comporta come un tossicodipendente, fa le cose che si ritiene debba fare un tossicodipendente, si costruisce una vita da tossicodipendente. Il quesito allora, credo, disidentificare, decostruire la gabbia simbolica che la gabbia di una vita in cui il soggetto entrato identificandosi con il tossicodipendente. Larticolazione tra droga e linguaggio passa per queste forme rituali e identificative che, per quanto residue, sono attive anche nelle nostre societ, e non c prevenzione possibile della droga se non si passa per quel che costituisce la cultura della droga, la rete di discorso che porta un soggetto alla deriva, o la china che lo mette alle prese disperate con un desiderio dellAltro intrattabile, spingendolo a trovare sollievo in un farmaco che non apre, in questo caso, le porte della creativit, ma quelle di un abisso che sostituisce la voracit senza limiti dellAltro con una fame chimica altrettanto insaziabile e altrettanto generatrice dangoscia. Marco Focchi