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it/ilbo LItalia delle disuguaglianze 19 luglio 2012 LItalia uno dei paesi europei dove sono pi grandi le distanze fra ricchi e poveri eppure manca nel nostro paese un vero dibattito sulle ragioni di questa situazione. Parte da questa constatazione Maurizio Franzini nel suo libro Ricchi e poveri. LItalia e le disuguaglianze (in)accettabili, pubblicato nel 2010 dall'Universit Bocconi: Le disuguaglianze sono lo specchio del carattere di una societ, ne riflettono le dinamiche economiche, le relazioni sociali, i valori culturali, le scelte politiche e larticolazione del potere. Le disuguaglianze, anche soltanto quelle economiche, cui questo libro dedicato, sono un criterio essenziale per valutare il progresso civile e sociale di un paese. Eppure di disuguaglianze si discute poco. Nel dibattito politico, nellarena mediatica anche tra gli economisti se si escludono circoli ristretti di specialisti si parlato, e si parla, molto pi di crescita, di debito pubblico, di mercati finanziari e, di recente, di crisi, raramente, peraltro, in collegamento con la disuguaglianza. (p. XI) Lo studio ha il merito di dimostrare efficacemente da un punto di vista economico una percezione piuttosto diffusa, che quella di un generale aumento dellingiustizia sociale nel nostro paese. I dati presentati fotografano la realt di una situazione troppo spesso ignorata. Prendendo ad esempio come parametro lindice di Gini (un coefficiente tra 0 e 100 che misura la disuguaglianza) fra i trenta paesi Ocse solo Messico (47), Turchia (43), Portogallo (42), Stati Uniti (38) e Polonia (37) presentano livelli di disuguaglianza economica pi alti dellItalia (35). Un dato pi elevato non solo di paesi come Svezia e Danimarca, ma anche di Francia e Germania. La disuguaglianza economica inoltre nel nostro paese sembra trasmettersi di generazione in generazione, risentendo meno di quanto non si creda del livello di istruzione. Alla disuguaglianza si accompagnano inoltre livelli di povert sempre pi preoccupanti: nel 2008 secondo lIstat era povero l11,3% delle famiglie, pari a pi di 8 milioni di persone: una percentuale che raggiunge addirittura il 25,9% per i nuclei con 5 o pi componenti. Se poi si considera la povert assoluta, che consiste nellimpossibilit di procurarsi beni necessari per una vita dignitosa, rientrava in questa categoria il 4,9% dei cittadini. Sono in molti a sostenere che le disuguaglianze siano inevitabili e anzi necessarie al funzionamento di uneconomia capitalistica. Considerazioni di questo tipo si scontrano per con la realt di unItalia in cui il merito non riesce ad affermarsi come criterio e dove, inoltre, leconomia non cresce da ormai ventanni, a differenza degli stati del Nord Europa, che riescono a coniugare la salvaguardia dello stato sociale con la crescita e l'innovazione. In realt linflusso benefico delle diseguaglianze sulla crescita e pi in generale sul benessere di una societ tutto da dimostrare. Paesi con minore disuguaglianza economica e sociale risultano infatti avere livelli di criminalit pi bassi e in generale una speranza e una qualit della vita migliori. Daltro canto, secondo alcuni autori, lerosione del potere di acquisto dei salari sarebbe una delle ragioni della crisi economica attuale, esplosa nel 2008 proprio a causa delle difficolt dei piccoli proprietari americani nel ripagare i debiti contratti per lacquisto della casa. 1

www.unipd.it/ilbo Dopo i primi capitoli dedicati alla fotografia e allanalisi della situazione, lultima parte del volume affronta il tema del perch gli italiani, tra cui molti poveri silenziosi, sembrino accettare lo status quo senza tentare seriamente di cambiarlo. Secondo lanalisi di Franzini la risposta sta nella convinzione, diffusa dai principali mezzi di informazione, che le disuguaglianze siano generalmente giustificabili con le differenze di qualit e attitudini personali; a questa si unisce poi la speranza, per la verit sempre pi tenue, di riuscire un giorno a fare il salto nella scala economica e sociale, magari aiutati da parenti e amici o con laiuto di una comparsata in televisione. C poi il generale clima di sfiducia verso la politica, in cui avrebbero giocato un ruolo fondamentale, sempre secondo lautore, anche le scelte operate negli ultimi anni dai partiti di sinistra. Questi infatti, a partire dalla teorizzazione della terza via da parte di figure come Clinton, Blair e Zapatero, avrebbero scelto di combattere le disuguaglianza tramite strategie diverse dai tradizionali strumenti della tutela dei salari, del welfare e della progressivit fiscale. La sperimentazione di nuove vie, quali i programmi di istruzione per i ceti pi poveri e la liberalizzazione del mercato del lavoro, non sarebbe per riuscita a compensare i costi dello smantellamento dello stato sociale per le classi pi disagiate. Ed proprio in un rilancio delle politiche di redistribuzione del reddito che lautore vede una possibile soluzione dallattuale situazione di stallo: in fondo meno disuguaglianza fa bene anche ai ricchi. Anche se loro spesso non sembrano rendersene conto. Daniele Mont DArpizio

Collegamenti esterni Presentazione del libro sul sito dellUniversit Bocconi Altri articoli Nadia Urbinati: La democrazia non pu sopravvivere alla povert di massa

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