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L’evangelismo che si assume responsabilità: dal mondo all’Italia

Dal Patto di Losanna all’Impegno di Città del Capo

Giuseppe Rizza1

Il contesto

In centocinquant’anni l’Italia unita ha fatto molti progressi. Il numero dei suoi


abitanti è triplicato. Il loro reddito medio è cresciuto quasi 13 volte. Non è più Paese di
emigrazione, anzi oggi ospita più di 4 milioni di immigrati. La speranza di vita dei suoi
abitanti si è più che raddoppiata. La mortalità infantile è adesso cento volte minore di
quella del 1861. Anche la statura media – indice del benessere economico – è
aumentata di quasi 10 centimetri. L’analfabetismo è sceso dal 78 a meno del 2%. La
lunga penisola, in questo periodo, ha forse invertito un declino che durava da quasi
duecento anni.

 La prima domanda che mi pongo è semplice: a partire dal risorgimento, in


che misura il movimento evangelico ha contribuito a questi progressi?

C’è anche l’Italia di oggi, che non vive un momento particolarmente florido e felice. È
un Paese che non solo continua ad avere una preoccupante carenza di civicness, ma
che negli ultimi decenni ha perso anche la capacità di produrre figli e ricchezza. Forse
anche speranza. E non è poco. Da un lato alcuni problemi “storici” si sono cronicizzati
- come il divario fra Nord e Sud - dall’altro alcune importanti opportunità non sono
state colte: la convergenza dei redditi tra Nord e Sud non si è realizzata (l’incidenza
della povertà al Nord è del 2,5%, mentre al Sud coinvolge ancora più del 10% dei
cittadini); l’italiano medio ha 10 anni di istruzione, ma solo il 14% della popolazione
in età lavorativa è laureato; la sanità e le scuole al Sud costano molto e “rendono”
poco, come dimostrano le numerose indagini europee.

 La seconda domanda è questa: in che modo l’intelaitura dell’evangelismo


ha fatto – ammesso che questa fosse la sua vocazione - da barriera
all’ingiustizia e alla diseguaglianza?

Partirò subito da una prima, e personale, conclusione: questa storia di successi e/o
di persistenti fallimenti deve poco all’impegno evangelico, che semmai ha rivelato, in
questo secolo e mezzo, tutta la sua debolezza.
Facendo un ragionamento controfattuale, e cioè un po’ di storia con i “se”, ci si può
ragionevolmente chiedere quanto diversa avrebbe potuto essere la vicenda italiana se
l’evangelismo biblico – malgrado la sua debole dimensione quantitativa - avesse posto
maggiore attenzione ad alcuni strumenti che la fede mette a disposizione dell’impegno
cristiano.
In ogni caso, mi sembra che siamo di fatto ancora intrappolati da due posizioni
che ci vincolano all’irrilevanza e all’inefficacia.

Il primo è il campanilismo. Si tratta di quell’atteggiamento che usa i canali


democratici, la prossimità relazionale al potere e la vicinanza con le istituzioni
principalmente per favorire l’interesse di alcuni o di pochi. Si tratta della naturale

1
Università degli Studi di Trento e Alleanza Evangelica Italiana, email: pippo.rizza@gmail.com.
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preoccupazione di generare benefici per noi stessi, il nostro gruppo, la nostra
denominazione, perdendo di vista l’interesse generale.
Il secondo è quello della frammentazione. E’ noto a tutti. Siamo sempre pronti,
singolarmente e in gruppo, al “pronti, fuoco e via! ”. Il minimo impegno pubblico come
evangelici rischia spesso di essere socialmente disastroso. Perché? Perché assumiamo
posizioni contraddittorie praticamente su tutto. Esistiamo come collettivo di voci
disperse, agiamo poco e quando lo facciamo siamo portatori di prospettive divergenti.
Piuttosto che il discernimento cristiano, quello che ci segna è spesso la ripetizione di
ideologie secolari, basta che presentino una qualche colorazione etico/morale.

 Non è forse il tempo di ricercare un profondo equilibrio biblico, una


prospettiva che eviti lo zelo della ritirata, la concentrazione
ipermoralistica o l’opportunismo pragmatico?

Il mondo cambia e con esso anche l’Italia. E oggi partecipiamo ad una nuova
configurazione nella quale lo scenario sociale, spirituale e civile ci invita ad assumerci
delle responsabilità, senza delegare ad altri la rappresentatività e l’azione che invece
spetta a tutti noi, come popolo evangelico. Il Patto di Losanna (1974) è il punto da cui
partire2.

Gli ostacoli
In un brano biblico, la fede cristiana è definita “il sale della terra” (Mt 5,13). La
fede dunque non è concepita come separata o disgiunta dal mondo, né come del tutto
contenuta in esso, è un fermento, un pungolo agente nella realtà della vita umana. La
stessa idea è tratteggiata nell'espressione biblica secondo cui i cristiani sono in questo
mondo ma non di questo mondo.
Con fede cristiana qui non intendo solo un insieme di dottrine o di dogmi
centrati su Gesù Cristo e la Bibbia, ma anche un tipo di relazionalità umana, una cura
e una preoccupazione verso Dio e verso gli altri: un relazionarsi a una realtà ispirata
alla giustizia e alla verità, che opera al di là di ogni forma di appropriazione, di
manipolazione o di controllo umani.
Data la sua peculiare funzione, la fede appare precisamente adatta a contribuire alla
ricerca della giustizia, al bene comune e alla pienezza della vita.
Certo, il contributo offerto dalla fede è quasi sempre potenziale e solo
raramente effettivo. Sussistono infatti molti fattori che impediscono la semplice
attuazione dei principi. Molti di questi sono “mondani” e dunque extra-religiosi. Penso
al desiderio di uno smisurato potere politico, il tendere ad un illimitato benessere
(sopratutto personale), i disastri causati dallo sciovinismo, dalla xenofobia e da simili
follie. Come mai prima d’ora, il nostro mondo sembra pervaso da simili sciagure e da

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“Sebbene la riconciliazione tra persone non si identifichi con la riconciliazione con Dio, né l'azione sociale equivalga
all'evangelizzazione o la liberazione politica alla salvezza, sosteniamo tuttavia che l'evangelizzazione e la nostra
responsabilità socio-politica siano entrambe parte del nostro impegno cristiano. Entrambe sono espressioni necessarie
delle nostre dottrine di Dio e dell'umanità, del nostro amore per il prossimo e della nostra ubbidienza a Gesù Cristo. Il
messaggio di salvezza implica anche un messaggio di giudizio su ogni forma di alienazione, di oppressione e di
discriminazione e noi non dovremmo temere di denunciare il male e l'ingiustizia ovunque si manifestino. Quando
qualcuno riceve Cristo egli nasce di nuovo nell'ambito del suo regno e in questa nuova condizione deve cercare non
solo di manifestare, ma anche di diffondere, nel contesto di un mondo malvagio, la giustizia di questo regno. La
salvezza che proclamiamo dovrebbe trasformare noi stessi in tutte le nostre responsabilità personali e sociali. La fede
senza le opere è morta.” (Patto di Losanna, V).
Il Patto di Losanna e il Manifesto di Manila sono pubblicati in Dichiarazioni evangeliche. Il movimento evangelicale
1966-1996, a cura di Pietro Bolognesi, Bologna, EDB 2007. L’Impegno di Città del Capo (ICC) è pubblicato dalle
Edizioni GBU, Chieti 2011.

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altri furori distruttivi che abitano gli stessi spazi della fede. Più spesso di quanto si
vorrebbe, sembra che sia proprio la fede a ravvivare le fiamme dell’inimicizia e della
distruzione, mentre manca di tenere alta la fiaccola della giustizia e della shalom.

Vi sono due principali macro-fenomeni che hanno costituito degli ostacoli nel
passato e che continuano a operare in tal senso nel presente.
Il primo è l’impiego della religione (e della fede cristiana) per finalità
squisitamente “mondane”, extra-cristiane, ovvero per la ricerca del potere, del
benessere e del dominio sociale. Definisco tale fenomeno politicizzazione della
religione.
Il secondo fattore rappresenta il fenomeno opposto: il confinare la fede a una
disposizione d’animo puramente interiore, alla devozione “privata”, in modo da tenersi
alla larga da ogni coinvolgimento socio culturale. Tale fenomeno può essere (ed è
stato) definito privatizzazione della religione.

In sede conclusiva, cercherò di immaginare una strada più promettente, in grado di


evitare le insidie tanto dell’ottimismo utopico quanto del pessimismo manicheo. Una
via diversa dalla saturazione totalitaria e dall'esclusione purificatrice.

La fede politicizzata
Una delle più antiche tentazioni della fede cristiana è stata quella di esercitare
potere politico. In larga misura questo desiderio è alimentato da una certa concezione
della sovranità divina sul mondo, un’immagine che naturalmente assicura ai leader
religiosi di partecipare a tale potere. E dal momento che il dominio di Dio è assunto
come onnicomprensivo e pervasivo, i leader religiosi nel passato hanno spesso
preteso un’autorità estesa, ampia, poco incline al confronto e alla critica e debole nella
rendicontazione. Come la storia insegna, una simile pretesa di potere comporta
sempre un prezzo considerevole, tanto per i credenti, quanto per la società nel suo
complesso. La storia del cristianesimo occidentale è infatti piena di dubbie collusioni e
di tristi complicità3.
Di fronte a simili casi, la frase di Gesù a riguardo della moneta dovuta a Cesare
sembra esser stata interamente dimenticata o addirittura stravolta al punto da
risultare irriconoscibile. Ad esempio, negli Stati Uniti si è assistito negli ultimi decenni
all’emergere della lobby definita “destra cristiana” (o “destra religiosa”), un
movimento noto per favorire l’unione di fede e politica. Non sono gli unici a ricercare
una simile sintesi, ma quello che caratterizza questo movimento – e che lo differenzia
ad esempio dall’Islam politico – è l’avallare parallelamente il capitalismo
monopolistico, la cultura consumistica, il fervore religioso e l’ambizione politica. Data
la loro contiguità con le élites militari e corporative e con gli interessi delle
multinazionali, i leader del movimento spesso dimostrano uno spirito trionfalistico,
incline a discutibili “imprese” espansive. Anche le esperienze nostrane di partiti politici
“confessionali” non sono particolarmente luminose.
Al riguardo, vi sono state non poche voci levatesi per contrastare questo bellicoso
genere di trionfalismo4 cristiano. L’Impegno di Città del Capo è molto chiaro a

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La dottrina medievale delle “due spade”, sostenuta congiuntamente dal papa e dall’imperatore, e la formula successiva
che univa “trono e altare” sono tra gli esempi più eclatanti di dubbie alleanze e unioni sciagurate (per tacere delle più
evidenti degenerazioni politiche rappresentate dall’inquisizione, dalle crociate e dalle guerre di religione).
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Invece nell’Impegno di Città del Capo viene presentato un “amore per i poveri [che] esige non solo la misericordia e
le opere compassionevoli, ma anche che facciamo giustizia, denunciando e opponendoci a tutto ciò che opprime e
sfrutta il povero .” ICC, 1.7. Allo stesso modo si rifiuta il “potere che è esercitato per abusare e sfruttare altri”, ICC
2.e.3. Allo stesso modo, il Manifesto di Manila (1989), afferma: “La proclamazione del regno di Dio esige
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riguardo: “la Bibbia mostra che il più grande problema per Dio non concerne le nazioni
del mondo, ma il popolo che ha creato e chiamato per essere il mezzo di benedizioni
delle nazioni. E’ il più grande degli ostacoli per adempiere tale missione è l’idolatria in
mezzo allo stesso popolo di Dio” (ICC, 2.e.1).

La fede privatizzata
L’ambizione di appropriarsi del mondo e di dominarlo non ha rappresentato
storicamente l’unico ostacolo che ha impedito alla fede di svolgere il proprio ruolo,
vale a dire contribuire alla diffusione della giustizia e della pace. Pur se meno
frequentemente e con conseguenze forse meno tragiche, la fede religiosa ha percorso
anche la direzione opposta: quella dell’esodo o della negazione del mondo,
dell’autoconfinamento all’interno di ristrette realtà comunitarie o anche nella sfera
privata del singolo soggetto. Certo, il problema non è il temporaneo o anche periodico
ritirarsi dalle questioni mondane, non è neanche il distanziamento critico. Al contrario,
come l’esperienza insegna, un distacco di quest’ultimo tipo appare desiderabile e
persino necessario per estendere e rigenerare le risorse di fede. Solo in caso di
permanente disinteresse la fede corre il pericolo di perdere la sua singolarità e la sua
forza trasformativa. Nelle moderne società occidentali, però, ritirarsi dalle faccende
mondane è associato in primo luogo all’emergere dell’individualismo e al confinare la
fede nel primato della coscienza individuale. Probabilmente, un simile sviluppo è uno
spin-off della Riforma protestante, soprattutto per l’enfasi sulla “sola fede” (sola fide),
contrapposta a ogni forma di rito esteriore e ad ogni attività mondana. Tale nucleo
essenziale dell’individualismo sembra preservarsi – negli anni - anche con il declino
del denominazionalismo protestante.

Dal punto di vista di molti evangelici e anche cristiani di stretta osservanza


pietista, il solo compito della religione nei nostri tempi riamane quello della salvezza
personale – una salvezza raggiunta esclusivamente tramite la fede e la grazia divina,
senza alcun bisogno di impegno o attività sociali. In gran parte questa visione è oggi
la dottrina di riferimento di ciò che viene spesso definito “conservatorismo cristiano”.
Per i sostenitori di tale visione, preoccuparsi dei mali della società – quali l’ingiustizia,
la violenza e lo sfruttamento – semplicemente non rientra tra gli obiettivi dell’impegno
cristiano, obiettivi che pertanto concernono esclusivamente il fugace transito del
credente da questo mondo al prossimo. Non si tratta qui di screditare il cammino
verso la salvezza, né l’affidarsi alla grazia divina, ma solo di far presente il
riduzionismo che spesso contraddistingue questi due punti, un riduzionismo che,
volente o nolente, contribuisce a perpetuare l’ingiustizia. In termini cristiani, però, qui
si rischia di assistere a una presa di distanza dal, e finanche ad uno stravolgimento
del, vangelo: invece di proclamare la “buona novella” ai poveri e ai perseguitati, si
rischia di servirsi del vangelo per tacitamente avallare tutte le storture del mondo. E
così facendo si annuncia la “cattiva novella” al povero e la “buona novella “ ai ricchi,
agli oppressori ed agli sfruttatori.
La parzialità di una simile visione è in contrasto con quella che mi sembra una più
autentica visione cristiana. Il concentrarsi esclusivamente sul credere interiormente e
su uno stile di vita ritirata è d'altronde contestato in diversi brani del Nuovo
Testamento. Così, nel denunciare le farneticazioni dei “falsi profeti”, Gesù afferma che
la loro vera natura può essere riconosciuta solo “dai loro frutti” o dalle loro azioni,
aggiungendo che “un albero buono non può fare frutti cattivi, né un albero cattivo fare
frutti buoni. [...] Li riconoscerete dunque dai loro frutti” (Mt 7,16,18-20). Similmente,

necessariamente la denuncia profetica di tutto ciò che è incompatibile con esso. Tra i mali che deploriamo vi
sono la violenza nei suoi diversi aspetti: la violenza istituzionale, la corruzione politica, tutte le forme di
sfruttamento degli individui e della terra … “.
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criticando il comportamento degli Scribi e dei Farisei, Gesù raccomanda ai suoi
discepoli quanto segue: “Fate dunque e osservate tutte le cose che vi diranno, ma non
fate secondo le loro opere; perché dicono e non fanno” (Mt 23, 2-3). Ma il più forte
atto d’accusa contro la fede interiore separata dalla condotta esteriore è nella Lettera
di Giacomo. In essa, i destinatari della Lettera vengono così esortati: “Siate di quelli
che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi”.
Insistendo su tale ammonimento, Giacomo aggiunge: “A che serve, fratelli miei, se
uno dice di aver fede ma non ha opere?” (Gc 2, 14). Ad esempio: “Se un fratello o
una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro:
«Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo,
a che cosa serve? Così è della fede; se non ha opere, è per se stessa morta.” (Gc 2,
14-17). Nella stessa lettera, Giacomo offre quindi delle linee guida semplici e
stringenti per una religiosità autentica o “pura”: “soccorrere gli orfani e le vedove
nelle loro afflizioni, e conservarsi puri dal mondo” (Gc 1, 27). Con questa esortazione,
Giacomo giunge al cuore della fede.

Ma come costruire una prospettiva cristiana per la politica e l’impegno sociale?

Le prospettive

Ogni posizione politica ha almeno tre componenti.

Innanzitutto il quadro normativo. Ci sono alcuni pensatori (laici) che affermano la


possibilità di avere dei presupposti pienamente obiettivi, neutrali. Ma non è così, non
può esserlo. I valori normativi sono sempre radicati nella dimensione più profonda
dell’impegno personale (religioso o filosofico). Gli evangelici, per questo motivo,
vanno alle Scritture - la sola Parola scritta di Dio, senza errore in tutto ciò che
afferma, e unica infallibile regola di fede e di condotta (Patto di Losanna, II)5 - per
trovare il fondamento del quadro normativo.

In secondo luogo, abbiamo bisogno di un ampio studio di come funziona il


mondo6, la storia, la politica, la sociologia, l’economia e così via. Dobbiamo far
interagire queste due cose insieme per arrivare a sviluppare una sana filosofia politica.
La ragione per cui ne abbiamo bisogno, è questa: non possiamo ad ogni elezione, ad
ogni dibattito pubblico, ad ogni legislazione tornare indietro e ripartire da zero.
Abbiamo bisogno di una tabella di marcia, una guida utile, una sintesi. Questo è quello
che intendo per filosofia politica: qualcosa che indirizza la decisione.

In terzo luogo, ritengo fondamentale iniziare a sviluppare un pensiero e una sensibilità


politica all’interno della comunità cristiana. Se non lo facciamo, finiremo con
l’assorbire ideologie politiche varie – di destra o di sinistra. Questo è quello che spesso
accade a molti cristiani in politica. O si aderisce acriticamente alla “destra” – formando
una sottocultura cristiana, certo in molti punti corretta: l’impegno per la vita e la
famiglia, ma che trascura la giustizia economica, i poveri, le questioni ambientali.
Oppure si aderisce ad una cultura di “sinistra”, ma si dimentica l'importanza
dell'integrità familiare e sessuale o non si riesce a difendere il più vulnerabile di tutti:
il nascituro.

5
Cfr con “… ci sottomettiamo a essa ritenendola autorevole in modo supremo e unico, tale da governare le nostre
convinzioni e il nostro agire” (ICC, 1.6).
6
Cfr la sezione 1.7 dell’ICC.
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Non abbiamo tempo, oggi, di ragionare sul quadro normativo biblico, e per questo
provo a delineare quello che secondo me è la filosofia politica, rispettosa della
metodologia sopra delineata. Mi limito a segnalare alcuni principi7.

1. La decentralizzazione del potere. Rispetto a tale fenomeno, ci sono pro e


contro. La ragione positiva è che ogni persona, creata a immagine di Dio, è
chiamata a collaborare con il Suo piano nel plasmare la storia. Se tutte le
decisioni fossero fatte da poche persone, la maggioranza non potrebbe
esercitare il proprio mandato. Il motivo negativo è che il potere corrompe e il
potere assoluto corrompe completamente (Lord Acton). I riferimenti biblici ci
dicono che i peccatori, in un mondo ribelle, quasi sempre useranno il potere
centralizzato per i loro vantaggi egoistici, per averne dei benefici, opprimendo
gli altri. La decentralizzazione è così sempre sostenuta da un solido pluralismo.
2. La democrazia. Non credo che nella bibbia ci sia un chiaro e diretto
insegnamento a favore dell’ordine democratico, ma penso che alcuni principi e
una attenta riflessione ci possano facilmente condurre in questa direzione.
Credo che l’insegnamento biblico riguardo la dignità di ogni persona,
l’importanza delle libertà individuali, l’attenzione per i diritti umani e la
decentralizzazione del potere, ci conduca verso l’impegno per un ordine politico
democratico. Teoricamente, quando c’è libertà di parola e di coscienza, voto
segreto e suffragio universale, il potere politico è sostanzialmente
decentralizzato e tendenzialmente plurale.
3. Le istituzioni non governative. Una delle più grandi semplificazioni politiche
è pensare che la società sia soltanto fatta da individui – da una parte – e dallo
Stato – dall’altra. La società civile per funzionare bene deve caratterizzarsi da
una pluralità di istituzioni: famiglie, chiese o religioni, media, scuole, imprese e
diverse altre organizzazioni non governative. Si tratta di “sfere” che
decentralizzano il potere e distribuiscono le responsabilità. Sono luoghi dove le
persone – da un lato - possono svilupparsi armoniosamente e – dall’altro –
fanno da controllo ed equilibrio ai poteri, proteggendo le libertà. Una buona
società, dedicherà sempre molta attenzione a questo tipo di pluralità
(istituzionale e strutturale).
4. L’economia di mercato. Il XX secolo ha mostrato – penso in modo molto
forte e doloroso – che quando lo Stato cerca di far convergere tutto in esso,
controllando la produzione e la proprietà, si crea una situazione molto
pericolosa e fallilmentare. Con la centralizzazione del potere economico e del
potere politico si arriva naturalmente al totalitarismo. La diffusione della
proprietà privata e dei mezzi di produzione, oltre a sostenere le libertà degli
individui, è un controbilanciamento al potere politico. In ogni caso, oggi in
modo speciale, dovremmo stare attenti anche all’enorme influenza che
esercitano le multinazionali che di fatto operano sempre più come
centralizzatori del potere. Così come, il controllo dei media è un aspetto che
dovremmo anche prendere in considerazione.
5. Libertà religiosa. La libertà religiosa è la madre di tutte le libertà, in quanto
investe la libertà di coscienza, di pensiero e di professione pubblica della fede di
ciascuno. Toccando la libertà religiosa, si tocca tutto il sistema di salvaguardia
delle libertà di tutti. La libertà religiosa non interessa solo le minoranze, ma è
un principio di civiltà che deve interessare tutti, indipendentemente dal credo e

7
Si veda anche il documento “Per il bene dell’Italia”, Alleanza Evangelica Italiana, 2008,
http://www.alleanzaevangelica.org/attualita/AEIElezioni2008.html
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2
dall’appartenenza di ciascuno. La libertà religiosa rappresenta lo sfondo dove
ricercare un’efficace politica sociale attenta alle differenze (anche religiose),
dove incoraggiare scelte segnate da una tolleranza genuina che non camuffa le
diversità e da un’azione che sostiene l’integrazione, il dialogo plurale per il bene
comune, la tutela dei diritti umani e la partecipazione democratica. Per le
nostre convinzioni e per la nostra storia, siamo totalmente persuasi della
necessità di promuovere la libertà religiosa. I nostri rapporti con lo Stato
italiano variano, ma siamo tutti uniti nel ritenere che sia arrivato il momento
che anche in Italia sia approvata una buona legge sulla libertà religiosa, da
molti anni attesa e sempre ingiustamente procrastinata.”Battiamoci per la
libertà religiosa per tutti”(ICC 2.c.6).
6. Famiglia. Riconosciamo la famiglia come uno degli elementi centrali della
società. Nella prospettiva evangelica la differenziazione sessuale e la
conseguente complementarietà sono elementi strutturali che riflettono alcune
caratteristiche di Dio: Dio esiste in relazione. La dimensione della sessualità va
intesa in questa cornice. Il matrimonio, quale fondamento della vita familiare,
implica inoltre una relazione monogamica e fedele nel tempo che apre la coppia
alla progettualità e alla procreazione. Pur riconoscendo che con facilità la
famiglia può diventare disfunzionale, amplificando gli orrori e le debolezze
dell'oppressione e del peccato umano, siamo convinti che la famiglia deve
essere pubblicamente sostenuta e riconosciuta con politiche e azioni opportune.
Per famiglia intendo l’insieme di relazioni biologiche, matrimoniali o adottive. E’
la famiglia, non il governo che ha la responsabilità primaria di allevare e
educare i figli. E le istituzioni religiose, quello che devono e possono fare, è
supportare e sostenere le famiglie nel loro compito. Anche i governi dovrebbero
fare qualcosa: penso a scoraggiare (non criminalizzare) il divorzio e la
promiscuità sessuale. Penso, però, che questo significhi anche garantire diritti
civili ai cittadini gay, senza essere autorizzati a parlare di matrimonio gay.
7. La cura della creazione. Credo che la cura responsabile per la creazione sia
un principio chiaro delle norme bibliche8. Non significa che il mondo non umano
abbia una dignità o un valore maggiore del mondo umano, piuttosto la scelta è
tra il desiderio di una forte crescita, da una parte, e la distruzione della
creazione dall’altra. Necessitiamo di un impegno a lungo termine per la
sostenibilità ambientale, che sia però sensibile alla condizione e ai diritti dei
poveri. Siamo ancora una nazione ricca, abbiamo creato molto inquinamento
finora … e adesso dovremmo contribuire in modo significativo ad aiutare il
mondo intero ad uscire dalla trappola ecologica.
8. La priorità dei poveri, La bibbia è molto chiara. Dio preferisce i poveri. Dio
misura la società per quello che riesce a fare per gli ultimi. Ci sono molti fattori
che segnano la povertà. A volte si è poveri a motivo di scelte personali errate o
di veri e propri fallimenti morali e valoriali. Altre volte la povertà arriva per
cause strutturali. Entrambi questi fatti sono importanti nella nostra reazione
alla povertà. Il termine “poveri” include diverse categorie: affamati, senza casa,
stranieri, vedove, orfani, malati, deboli, oppressi, prigionieri, ciechi, esclusi.
Nella prospettiva biblica la povertà non è solo un fatto economico. I poveri sono
coloro che mancano delle risorse sociali, economiche, politiche per realizzare e
vivere la propria responsabilità e la propria vocazione. Il comandamento di
prendersi cura dei poveri significa prendersi cura di coloro che soffrono.

8
Affermare di amare Dio e la sua creazione significa che “ci interessiamo della terra e usiamo con responsabilità le sue
abbondanti risorse …” e che “ci ravvediamo per la gran parte cha abbiamo avuto nella distruzione, nello spreco e
nell’inquinamento delle risorse della terra per la nostra collusione con l’idolatria tossica del consumismo”, ICC, 1.7.
7
2
L'attenzione nei confronti dei poveri e delle povertà vecchie e nuove non può
essere lasciato alla sola sensibilità individuale, richiede un’azione sociale e
politica forte, sostenuta dalla prospettiva della giustizia.
9. Una coerente etica della vita. Il diritto alla vita è tra i diritti umani il
fondamentale. Penso all’aborto. E’ sempre un’azione diretta, violenta e
intenzionale contro la vita. Dovremmo sicuramente essere favorevoli ad una
legislazione che cerca di ridurre il numero di aborti. Ma dovremmo anche
considerare con intelligenza le relazioni in gioco. Per questo motivo è
necessario avere una molteplicità di programmi che aiutano le mamme con una
gravidanza indesiderata a portarla a termine. Penso all’eutanasia, con i rischi di
cui è portatrice per l’intera società. Ovviamente, questo non significa incapacità
o impossibilità di decidere in tal senso (cosa fare quando non c’è più nessuna
speranza di vita, non si vuole dipendere dalle macchine o dalle tecniche sempre
più complicate e raffinate della medicina moderna; dopotutto c’è una profonda
differenza tra lasciare morire una persona e procurarle la morte. E questa
distinzione – anche se spesso complicata – è realmente cruciale). Il diritto alla
vita, comunque, che inizia dal concepimento, non finisce alla nascita.

Concludo.

All'analisi dei danni del campanilismo e della frammentazione, alla tentazione


della politicizzazione e delle privatizzazione, si potrebbero aggiungere molte altre
cose. Cercare di articolare una visione sociale cristiana, inserita nel contesto globale
dell'evangelismo, rilevante per il nostro Paese, sembra essere quasi un sogno
impossibile. A dire il vero, per alcuni è una pericolosa distrazione, per altri una
semplice necessità. C'è davvero ricchezza nella pluralità di idee e di posizioni.

In ogni caso, adesso - per chi vuole - dovremmo identificare i passi concreti,
quelli realizzabili con le nostre energie, aprendoci con intelligenza alle opportunità di
servizio che si presentano.

Ricordiamoci, però, che ricercare un orizzonte cristiano per l’impegno sociale e


politico è semplicemente "uno" dei compiti a cui è chiamato un discepolo di Gesù.
E io credo che siamo chiamati a realizzarlo, in uno spirito di fedeltà, di libertà, di
umiltà e di sobria speranza, consapevoli che sarà Dio a realizzare il Suo regno nella
storia, nei suoi tempi e nei suoi modi.

E, nel fare questo, potrebbe scegliere di usarci.

Camera dei Deputati - Roma, 15 Giugno 2012

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