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Pagina 8 - Libri

Tornano i celebri racconti di Hemingway

La tragedia dello sportivo


ASIS news Anno VI numero 4 - 28 febbraio 2007
Renato Calapso

Un prestigio indefinito, un po' attenuatosi nel corso dei decenni, sono pi di quattro dalla sua scomparsa nel 1961, ma ancora luccicante, vago, fatto di tante contraddittorie componenti rimasto come attaccato alla figura del grande scrittore americano (Oak Park, Illinois 1898) Ernst Hemingway. Un prestigio letterario indiscutibile, scaturente dallo stile secco, paratattico, asciutto di una prosa anche troppo imitata. Un prestigio fisico che gli deriva dalla capacit di non risparmiarsi, di pagare di persona combattendo in tre guerre terribili senza tirarsi indietro. Portandone anzi con un orgoglio irritante e disarmante le cicatrici di ferite che avevano causato settimane di sofferenza e di insonnia. Limpudicizia e il compiacimento di queste es ib izio n i g li av ev a p r o cu r ato , d o p o lammirazione incondizionata, la dura presa di distanze da parte della cultura italiana che fu fissato in modo scultoreo dalla penna di Alberto Moravia con un saggio assai critico, apparso sullEspresso alla morte di Hemingway e rimasto letteralmente celebre, ben oltre la cerchia degli appassionati di letteratura: Niente e cos sia. Cos dopo i tempi dellantologia Americana, dopo le dichiarazioni del giovane Italo Calvino che confessava come Hemingway gli fosse apparso in certi anni pi che altro simile a una specie di Dio, vennero le critiche della cultura militante che gli rimproverava il suo modo di intendere il suo impegno politico, pi simile a uno sport che a una milizia. Infine larticolo di Moravia sembr, durante i giorni cupi del cordoglio su cui si stendeva lombra fredda e angosciante del suicidio, chiudere i conti tra uno scrittore prima adorato e poi drasticamente ridimensionato e la nostra cultura pi la page.

A difenderlo restarono a lungo i non addetti ai lavori, allora meno sensibili al mutare del vento letterario. Ricordo un bellissimo ritratto di Walter Chiari apparso su un settimanale italiano nei primi anni Settanta che mostrava lattore, a cena con i suoi amici, intento a difendere lamato scrittore americano davanti a un ammutolito Nicola Pietrangeli. Anche nello scritto di Moravia veniva salvata una parte, s ia pur es igua, della produzione hemingweyana. Soprattutto due opere giovanili: il romanzo Fiesta (1926) e i Quarantanove racconti (1938) che comunque raccoglievano novelle gi apparse in altre raccolte sin dagli anni Venti.

Se parliamo di Hemingway proprio per salutare lennesima ristampa proprio dei Quarantanove racconti, appena usciti per i tipi della casa editrice Einaudi, storica proprietaria dei diritti italiani dellopera. Cosa trover il lettore in un libro cos carico di storia e cos incrostato di polemiche? Stando a Moravia, che per altro verso faceva uso dei pi vieti luoghi comuni sullargomento, es s enzialmente s entimenti e ps icologie elementari, molta azione, il culto del coraggio e della forza fisica. Quanto di pi datato e scontato si possa rintracciare nella letteratura del Novecento. Poco importa che queste e altre opinioni fossero da tempo state confutate dalla pi avvertita critica americana. Infatti, Edmund Wilson aveva scritto negli anni Quaranta un saggio, La tragedia dello sportivo, in cui si sosteneva che il mondo morale di Hemingway non era poi cos elementare. Al di l della raffinata analisi di Wilson, che secondo noi fa ancora testo, si pu osservare, in termini pi semplici, quanto segue. Forse la tematica del coraggio resta al centro di questi duri e taglienti racconti, e domina la scena. Ma non ci sembra affatto che vi sia celebrato il coraggio di chi vince e trionfa, magari uccidendo. Ma al contrario, come recita un significativo titolo hemingweyano degli ani Trenta: chi vince non prende nulla. Il coraggio forse , in effetti, essenziale, ma il coraggio di affrontare la ferita, la mutilazione, la sconfitta irreparabile e infine la morte. Il pi bel racconto di questa splendida silloge , a nostro avviso, Linvitto in cui un anziano torero affronta stoicamente unultima corrida nella quale aveva sperato di risollevarsi e che lo costringe a unumiliazione definitiva e totale, sotto una pioggia di cuscini e di ululati del pubblico crudele e immemore del suo valore.