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NIKOLJ S.

LESKOV Il viaggiatore incantato e altri racconti Introduzione e traduzione di Danilo Cavaion LA BIBLIOTECA DI REPUBBLICA ilPecorone (Racconto) 1863 Si ciba d'erba e, se manca, anche di licheni. Dalla zoologia. Qu ando conobbi Vaslij Petrvic, lo si chiamava gi "Pecorone".1 Tale soprannome gli era stato dato perch il suo aspetto esteriore ricordava in modo singolare un pecorone, quale appare nel manuale illustrato di zoologia di Julin Simska. Aveva ventott'anni, ma ne dimostrava molti di pi. Non era un atleta n un bogatyr', 2 ma una persona molto forte e sana, di bassa statura, tarchiato e dalle larghe spalle. Il volto di Vaslij Petrvic era grigio e rotondo, ma solo quel lo, il cranio invece presentava una strana deformit. Al primo sguardo avrebbe potuto in certa misura ricordare il cranio d'un cafro, ma, osservando e studiando questa testa pi da vicino, non si sarebbe potuto accostarla a nessun sistema frenologico. Si pettinava come se di proposito volesse indurre tutti in errore sulla forma della sua "parte superiore". Dietro aveva l'intera nuca rasata molto corta, mentre davanti i capelli castano scuri gli scendevano d agli orecchi in due lunghe e folte treccine. Vaslij Petrvic di solito attorcigliava queste treccine, ed esse ricadevano sempre girate a chiocciola sul le sue tempie, e sulle guance si facevano curve, ricordando le corna dell'animal e 1 Nell'originale russo il soprannome dato al protagonista ovcebyk, 'bue muschiat o', che si rivela poco agibile per una traduzione letterale, in particolare se usato come allocutorio. 2 Eroe dei canti popolari russi, protagonista di epic he imprese. 5 in onore del quale egli aveva ricevuto il suo soprannome. A queste treccine Vaslij Petrvic, pi che a ogni altra cosa, doveva la sua somiglian za a un pecorone. Nella sua figura comunque non c'era nulla di ridicolo. Chi lo incontrava per la prima volta, vedeva solo che Vaslij Petrvic era come si s uol dire "mal tagliato, ma ben cucito"; e, dopo aver guardato i suoi occhi castani, ampiamente distanziati, non si poteva non vedere in loro una sana intelligenza, volont e decisione. Vaslij Petrvic era un tipo "originale". Il suo tratto distintivo era un'evangelica noncuranza di s. Figlio d'un sagrestan o di paese, cresciuto nel bisogno pi estremo e, per di pi, rimasto presto orfano, egli non si era mai preoccupato non solo di migliorare stabilment e la propria esistenza, ma, sembra, non aveva mai neppure pensato al giorno dopo. Non aveva nulla da dare, ma era capace di privarsi dell'ultima camicia e i mmaginava la stessa disponibilit in tutte le persone che frequentava; mentre di norma in modo breve e chiaro chiamava "maiali" tutti gli altri. Quando Vaslij Petrvic restava senza stivali, cio, se i suoi stivali, com'egli si esprimeva, "spalancavano la bocca", egli veniva da me o da voi, e senza tanti complimenti si prendeva i vostri stivali di riserva, ammesso che in qualche modo riuscisse a infilarli, e vi lasciava per ricordo i brandelli dei suoi. Che foste o no a casa, per Vaslij Petrvic faceva lo stesso: egli si considerava un vostro familiare, prendeva quello di cui aveva bisogno, sempre nella minor qu antit possibile, e talvolta, incontrandovi, diceva d'aver preso a casa vostra del tabacco o del t, oppure gli stivali, ma pi spesso accadeva che non dice sse nulla di tali sciocchezzuole. Non poteva sopportare la letteratura moderna e leggeva solo il Vangelo e i classici antichi; non poteva sentire nessu n discorso sulle donne, le considerava tutte, senza eccezione, delle "sciocche" e molto si rammaricava che la sua vecchia madre fosse una donna, e non un qualch e essere asessuato. L'abnegazione di Vaslij Petrvic per i suoi amici non aveva limiti. Mai a nessuno di noi egli mostr di voler bene; ma tutti sapevan o molto bene che non c'era sacrificio che il Pecorone non avrebbe sopportato per ognuno dei suoi amici e conoscenti. A nessuno passava per la mente di dubita re ch'egli non fosse pronto a 6 sacrificarsi per un'idea a lui cara, ma questa idea non era facile da reperire sotto il cranio del nostro Pecorone. Egli non rideva delle molte teorie in cui allora noi credevamo ardentemente, ma profondamente e sinceramente le disprezzava. Il Pecorone non amava conversare , faceva tutto in silenzio, e faceva proprio quello che in quel tal momento

meno di tutto potevamo aspettarci da lui. Come e perch egli fosse entrato nel pic colo circolo, al quale anch'io appartenevo al tempo della mia breve permanenza nel nostro capoluogo di governatorato, non saprei dire. Il Pecorone, tre anni pr ima ch'io arrivassi, aveva concluso i corsi al seminario di Kursk. Sua madre, che lo aveva nutrito con le briciole raccolte per amor di Cristo, aspetta va con impazienza il momento in cui il figlio sarebbe divenuto prete e avrebbe preso possesso della sua parrocchia con una giovane sposa. Ma il figlio a una giovane sposa non ci pensava neppure. Di sposarsi Vaslij Petrvic non desiderava affatto. Gli studi erano finiti; sua madre non faceva che domanda rgli delle fidanzate, ma Vaslij Petrvic taceva e una bella mattina scomparve non si sa dove. Solo sei mesi pi tardi mand alla madre 25 rubli e una lettera, nel la quale rendeva noto alla vecchietta, che viveva d'elemosina, d'essere giunto a Kazn' e d'essere entrato nella locale accademia ecclesiastica. Come foss e giunto a Kazn', dopo avere percorso pi di mille verste, e in quale modo si fosse procurato i 25 rubli, rimase ignoto. In proposito, il Pecorone non scrisse una sola parola alla madre. Ma la vecchietta non fece in tempo a rallegrarsi al pensiero che il suo Vsja un giorno sarebbe divenuto vescovo e ch e allora sarebbe vissuta nella casa di lui in una stanzetta luminosa con la stufa bianca e due volte al giorno avrebbe preso il t con l'uva passa, che Vsja, come caduto dal cielo, ricomparve in modo del tutto inatteso a Kursk. In molti gli chiesero: - Cosa significa? Come mai? Perch sei tornato? Ma vennero a sapere ben poco. - Non andavamo d'accordo, - rispondeva brevemente il Pecorone, e oltre a questo non riuscimmo da lui a sapere altro. So lo a una persona egli disse qualcosa di pi: "Non voglio farmi monaco", e nessuno riusc a cavargli altro. La persona alla quale il Pecorone disse di pi di tutti gli altri era Jkov Celnvskij, un giovane buono e bravo, incapace di far del male a una mosca e pronto a servire in ogni modo il prossimo. Celnvski j in qualche misura, era un mio lontano parente. E a casa di Celnvskij feci la conoscenza del tarchiato eroe del mio racconto. Era l'estate del 1854. D ovevo occuparmi d'un processo in corso presso l'autorit giudiziaria di Kursk. A Kursk giunsi alle sette di un mattino di maggio, e andai dritto da Celnv skij. A quel tempo egli si occupava dell'ammissione dei giovani all'universit, dava lezioni di lingua russa e di storia in due collegi femminili e non se la ca vava male; aveva un appartamento decoroso di tre stanze e un'anticamera, una biblioteca scelta, dei mobili imbottiti, alcuni vasi di piante esotiche e il bulldog Boks, con i denti in mostra, dal portamento piuttosto sgraziato e dall'andatura che ricordava un po' il can-can. Celnvskij si rallegr moltissimo p er il mio arrivo e si fece promettere che sarei stato senz'altro suo ospite per tutto il tempo del mio soggiorno a Kursk. Di solito per tutto il gior no egli correva da una lezione all'altra, mentre io ora frequentavo il tribunale civile, ora vagavo senza uno scopo nei pressi del Tuskara e del Sejm. Il primo di questi fiumi non lo troverete affatto in molte carte della Russia, mentre il secondo famoso per i suoi gamberi particolarmente gustosi; ma aveva acquisito una notoriet ancora maggiore grazie al suo sistema di chiuse, che aveva ingoiato capitali enormi, senza che per questo il Sejn si foss e liberato dalla reputazione di fiume "inidoneo alla navigazione". Passarono due settimane dal giorno del mio arrivo a Kursk. Del Pecorone non s'era mai fatt o alcun cenno, io non sospettavo affatto l'esistenza di una tale strana "fiera" entro i confini della nostra fertile regione, ricca di grano, di mendica nti e di ladri. Un giorno, stanco e sfinito, tornai a casa alle due del pomeriggio. Nell'anticamera mi venne incontro Boks, che montava la guardia alla nostra abitazione con impegno aggiore del ragazzo diciottenne che rispondeva all'incombenza di nostro cameriere. Sul tavolo del salotto c'erano un berretto d i panno, logoro all'inverosimile, delle bretelle molto sporche con una cinghia annessa, un fazzoletto da collo nero e sporchissimo, tutto attorcigliato , e un bastoncino sottile di nocciuolo. Nella seconda stanza, piena di scaffali di libri e di mobili da studio abbastanza ricercati, se ne stava seduto sul divano un uomo impolverato all'inverosimile. Portava una camicia di percalle rosa e dei pantaloni giallo-chiari, lisi ai ginocchi. Gli stivali dello sconosciuto erano coperti d'un denso strato di polvere bianca della stradale

sulle gambe teneva un grosso libro, che leggeva senza chinare la testa. Quando i o entrai nello studio, la figura impolverata mi lanci un solo rapido sguardo e torn a puntare gli occhi sul libro. Nella camera da letto tutto era in ordine. Il camiciotto di tela a righe di Celnvskij, che egli indossava subito quando rincasava, pendeva al suo posto, a testimoniare che il padrone non era in casa. In nessun modo riuscivo a indovinare chi fosse quello strano ospite che s'era sistemato in maniera tanto poco cerimoniosa. Il feroce Boks lo guardav a come un amico, e non gli faceva le feste solo perch le moine, tipiche dei cani di razza francese, non sono nel carattere di quelli di razza anglosasso ne. Di nuovo passai nell'anticamera con due scopi: primo, interrogare il ragazzo sull'ospite, e secondo, provocare con la mia comparsa qualche parola del lo stesso ospite. Non mi riusc n una cosa n l'altra. L'anticamera era vuota come prima, e l'ospite non alz neppure lo sguardo su di me e se ne stette s eduto tranquillamente nella medesima posizione in cui l'avevo trovato cinque minuti prima. Restava solo un modo: rivolgersi a lui direttamente. - Voi di certo aspettate Jkov Ivnyc? - chiesi, fermandomi davanti allo sconosciuto. L'ospite mi guard pigramente, si alz quindi dal divano, sput attraverso i denti, co me sanno sputare solo i piccolo-borghesi grandorussi e i seminaristi, e profer con profonda voce da basso: -No. - Chi desiderate vedere dunque? - chies i, meravigliato dalla strana risposta. 9 - Io sono passato semplicemente, cos, - rispose l'ospite, camminando avanti e indietro per la stanza e attorciglia ndo le sue treccine. - Permettetemi di chiedere, con chi ho l'onore di parlare? Nello stesso tempo dissi il mio cognome e anche che ero parente di Jkov Ivnovic. - E io sono passato cos, semplicemente, - rispose l'ospite e torn di nuovo al suo libro. Con questo la conversazione ebbe termine. Abbandona to ogni tentativo di chiarirmi la comparsa di quel personaggio, mi misi a fumare una sigaretta e mi sdraiai sul mio letto con un libro in mano. Quando s i giunge dal sole ardente a una stanza pulita e fresca dove non ci sono mosche noiose, e si trova un letto lindo, molto facile che ci si addormenti. In questa occasione ne feci la prova di persona e non mi accorsi che il libro mi era scivolato di mano. In un dolce sonno, quello che dormono le persone piene di speranze e di fede, sentivo Celnvskij fare un predicozzo al ragazzo, il quale, abituato da tempo a sentirne, non vi prestava alcuna attenzio ne. Il mio risveglio fu completo solo quando il mio parente entr nello studio e grid: - Ohi, Pecorone! Qual buon vento? - Sono venuto, - rispose l'ospit e all'originale saluto. - Lo vedo che sei venuto, ma da dove? Dove sei stato? - Di qui non si pu vedere. - Ah, che burlone! Ed da molto che ti sei degna to di arrivare? - chiese di nuovo Jkov Ivnovic al suo ospite, entrando nella camera da letto. - Ehi! ma tu dormi, - disse, rivolgendosi a me. - Alzati, fratello, ti mostrer una "fiera". - Quale fiera? - chiesi, non essendo ancora del tutto passato dal sonno alla veglia. Celnvskij non mi rispose affatto, ma s tolse il soprabito e indoss il camiciotto, il che fu cosa d'un solo minuto, entr nello studio e, tirando per mano il mio sconosciuto, s'inchin in maniera comica e, indicandomi con la mano l'ospite che si scherniva, profer: - Ho l'onore di presentarti...il Pecorone. Si nutre d'erba, ma, se questa manca, anche di licheni. 10 Io mi alzai e tesi la mano al Pecorone, il quale durante la presentazione se n'era stato tranquillamente a guardare un f olto ramo di lill che copriva la finestra aperta della mia camera. - A voi io mi sono gi presentato, - dissi al Pecorone. - L'ho sentito, - rispose il P ecorone, - io sono il sagrestano Vaslj Bogoslvskij. - Come, ti sei presentato? - domand Jkov Ivnovic. - Vi siete forse gi visti? - S, io ho trovato qui Vaslj.. .non ho il piacere d sapere, qual il patronimico? - Del fu Ptr, - rispose Bogoslvskij. - Cos era, adesso chiamalo semplicemente Pecor one. - Mi indifferente il modo con cui mi chiamate. - Eh, no, fratello! Pecorone sei e Pecorone devi restare. Ci sedemmo a tavola. Vaslij Petrvic si riemp un bicchierino di vodka, lo vers in bocca, dove lo trattenne per qualche secondo dietro i denti, e, dopo averlo inghiottito, lanci uno sguardo sig nificativo al piatto di minestra che gli stava davanti. - E gelatina, ce n' forse? - domand al padrone di casa. - No, fratello, non ce n'. Non aspettavam o per oggi il caro ospite, - rispose Celknskij, - e non l'abbiamo

preparata. - Voi stessi potevate mangiarne. - Noi possiamo mangiare anche la min estra. - Le salsiere! - aggiunse il Pecorone. - E oca non ce n'? - chiese con meraviglia ancor maggiore, quando gli servirono delle polpette farcite di ri so. - E non c' nemmeno oca, - gli rispose il padrone di casa, sorridendo nel suo modo carezzevole. - Domani avrai sia la gelatina che l'oca, e la polenta di grano saraceno con il grasso d'oca. - Domani non oggi. - Beh, che farci! Ma tu, di certo, un bel po' che non mangi dell'oca! Il Pecorone lo guard f issamente ed esprimendo una certa qual soddisfazione disse: - Formula meglio la domanda; chiedimi se da tanto che non mangio qualcosa. 11 - Beh-h! - Q uattro giorni fa, di sera, a Sevsk ho mangiato una ciambella. - A Sevsk? Il Pecorone conferm con un cenno della mano. - Ma tu che stavi a fare a Sevsk? Ero di passaggio. - Ma dove te ne andavi in giro? Il Pecorone pos la forchetta, con la quale spingeva in bocca degli enormi pezzi di polpetta, di nuo vo guard fisso Celnvskij e, senza rispondere alla sua domanda, disse: - Ma hai da poco fiutato del tabacco? Celnvskij e io scoppiammo a ridere alla str ana domanda. - Come, fiutato tabacco? - Cos. - Ma parla, mia cara "fiera"! - Perch sembra che la lingua ti pruda. - Ma come non farti domande? Sei sparito p er un mese intero. - Sparito? - ripet il Pecorone. - Io, fratello non sparisco, ma se lo faccio non senza motivo. - Gli ha preso la smania di predicar e! - mi disse Celnvskij. - "Una voglia da morire, ma un destino amaro!"3. Sui mercati e nelle piazze nel nostro tempo illuminato predicare non consentito; farci preti, non possiamo, per non avvicinare la donna, sentina del peccato, e c' pure qualcosa che ci impedisce di farci monaci. Ma anche cosa preci samente sia, non lo so. - Ed bene che tu non lo sappia. - Perch bene? Quanto pi sai, meglio . - Va' tu a fare il monaco, e cos lo saprai. - Ma tu non vuo i servire l'umanit con la tua esperienza? - L'esperienza degli altri, fratello, non vale niente, - disse quell'originale, dopo essersi alzato da tavol a e mentre s'asciugava con un tovagliolo il viso, coperto di sudore per la foga con cui aveva pranzato. Posato il tovagliolo, si diresse in anticamera e prese dal suo cappotto una piccola pipa 3 Versetto delle Sacre Scritture. 12 di terracotta, dal bocchino nero consunto, e una borsetta da tabacco di perca lle; caric la pipa, si mise la borsetta in una tasca dei calzoni e di nuovo si diresse verso l'anticamera. - Fuma qua - gli disse Celnvskij. - Vi farei starnutire. Vi verrebbe il mal di testa. Il Pecorone stava fermo e sorrideva. Io non ho incontrato mai una persona che sorridesse come Bogslovskij. Il suo volt o restava del tutto tranquillo; nessun tratto si muoveva, e negli occhi persisteva un'espressione profonda, triste, e allo stesso tempo vedevate quegli occhi ridere, e ridere di quello stesso buon riso con cui un russo talvolta si prende beffe di se stesso e della sua cattiva sorte - un nuovo Diogene! - dis se Celnvskij quando il Pecorone fu uscito: - cerca sempre persone evangeliche. Ci mettemmo a fumare sigari e, stesi sui nostri letti, discutevamo delle diverse stranezze umane che c'erano venute in mente parlando di quelle di Vaslij Petrvic. Un quarto d'ora pi tardi entr anche Vaslij Petrvic. Egli pos la sua pipetta p er terra vicino alla stufa, si sedette ai piedi di Celknskij e, dopo essersi grattato con la mano destra la spalla sinistra, disse a mezza vo ce: - Cercavo un impiego. - Quando? - gli chiese Celknskij... - Ma proprio adesso. - Da chi mai lo cercavi? - Per la strada. Celnvskij prese di nuovo a ride re; ma il Pecorone non vi prest nessuna attenzione. - Beh, e che cosa dunque ti ha dato Dio? - gli domand Celnvskij. - Neanche un fico secco. - Che stup idone sei? Chi vuoi mai che cerchi un impiego per la strada? - Sono passato per le case dei proprietari, e l chiedevo, - continu con seriet il Pecorone . - Beh, e allora? - Non mi prendono. - Si capisce, e non ti prenderanno. 13 Il Pecorone guard Celnvskij con il suo sguardo fisso e con lo stesso tono ugual e di voce chiese: - Perch mai non mi prenderanno? - Perch non si prende in casa il primo che passa, privo di una raccomandazione. - Io ho fatto v edere un attestato. - Ma in cui sta scritto: "di condotta abbastanza sufficiente "? - Beh, e allora? Io, fratello, ti dir che non affatto per questo, ma perch... - Pe rch tu sei un Pecorone, - sugger Celnvskij. - S, un Pecorone, pu essere. - Cosa pensi di fare adesso? - Ecco, penso di fumarmi un'altra pipetta

, - rispose Vaslij Petrvic, alzandosi e riprendendo il suo bocchino. - Fuma pure qui. - Non sta bene. - Fuma: la finestra ben aperta. - Non sta bene. - Cos'hai? forse la prima volta che fumi da me il tuo giubek'1? A lui spiacerebbe, - disse il Pecorone, indicando me. - Prego, fumate pure, Vasli j Petrvic, ci sono abituato, il giubek non mi fa nulla. - Ma io ho un tal giubek da far scappare il diavolo, -rispose il Pecorone, soffermandosi sulla "u" di giubek, e nei suoi occhi buoni brill il simpatico sorriso di prima. - Bene, non fuggir. - Significa che siete pi forte del diavolo. - Per questa volta . - Lui della forza del diavolo ha la pi alta opinione, -disse Celnvskij. - Sola la donna, fratello, pi maligna del diavolo. Vaslij Petrvic riemp di macborka5 la sua pipetta e, lasciando uscire dalla bocca un filo sottile di fumo acre, sistem con un dito il tabacco ardente e disse: 4 Marca di tabacco. 5 Tabacco d'infima qualit. 14 - Mi metter a trascrivere i compiti. - Quali compiti? - chiese Celnvskij, accostando la palma della mano al suo orecch io. -1 compiti, i compiti dei seminaristi, dico, li trascriver adesso. Ma s, i quaderni degli scolari, non capisci, dunque? - chiar. - Adesso capisco. Br utto lavoro, fratello. - Fa lo stesso. - Guadagnerai in tutto due rubli al mese. - Per me fa lo stesso. - Beh, e pi avanti? - Trovami una sistemazione. Di nuovo in campagna? - In campagna meglio. - E fra una settimana te ne sarai andato nuovamente. Sai cos'ha fatto la primavera scorsa? - disse, ri volgendosi a me, Celnvskij. - Lo avevo sistemato in un posto con centoventi rubli di paga all'anno, tutto spesato, perch preparasse un ragazzo alla seconda g innasiale. Gli avevano dato tutto il necessario, lo avevano rivestito, questo bravo giovane. Bene, pensavo, il nostro Pecorone a posto! Invece dopo un mese eccolo di nuovo riapparire dinanzi a noi. Inoltre per la sua dottrina ha lasciato l anche la biancheria nuova nuova. - Che si pu dire, se non si poteva fare diversamente? -disse, accigliandosi, il Pecorone, e si alz dalla sedia. - Ma chiedigli, dunque, perch non si poteva? - disse Celnvskij, rivolgendos i nuovamente a me. - Perch non gli lasciavano tirare i capelli al ragazzo. - Menti un'altra volta! - borbott il Pecorone. - Beh, e come and allora? - Le cose andarono in modo tale, che non fu possibile fare diversamente. Il Pecorone si ferm dinanzi a me e, dopo aver pensato un istante, disse: - Fu un fatto del tutto particolare! - Sedete, Vaslij Petrvic, - dissi, spostandomi sul letto. - No, non occorre. Fu un fatto del tutto particolare, -egli riprese a dire. - Il ragazzetto aveva quindici anni, ma 15 era gi un nobile adulto fatto, vale a dire una carogna maledetta. - Senti un po' che roba! - scherz Celnvs kij. - S, - continu il Pecorone. - Avevano come cuoco un giovanotto, Egor. Questi si spos, si prese la figlia di un sagrestano della nostra misera cla sse ecclesiastica. Il signorino era edotto d'ogni cosa e via a uggiolarle attorno. Ma la ragazza non era di quelle; si lagn con il marito, e il marito con la signora. Quella disse qualcosa al figlio, ma lui non si ferm. Cos una seconda volta, una terza, e il cuoco di nuovo a lamentarsi dalla signora che la moglie non sa come salvarsi dal signorino; nuovamente senza esito. Fui preso dalla rabbia. "Sentite, - gli dico, - se pizzicate un'altra volta Alnka , vi picchiere io". Egli divenne rosso per il dispetto; s'era agitato il nobile sangue, capite; and di corsa dalla mammina, e io dietro a lui. Guardo: lei sta seduta in poltrona, ed pure lei tutta rossa; e il figlio le elenca in francese le sue lagnanze contro di me. Appena mi vide, lo prese per la mano e sorrise, il diavolo sa perch. "Basta" - dice, - "mio caro. A Vaslij Petrvic sar certamente sembrato; egli scherza e tu gli farai vedere che si sbaglia ". Ma lei stessa, lo vedo, mi guarda storto. Il mio giovinetto se ne and e lei, invece di discutere con me del figlio, disse: "Che cavaliere siete voi , Vaslij Petrvic! Non sar per caso che lei la diletta del vostro cuore?". - Bene, cose di tal genere io non riesco a sopportare, -disse il Pecoro ne, dopo aver agitato con forza una mano. - Non posso sentirle, - ripet un'altra volta, alzando la voce, e di nuovo prese a camminare. - E, dunque, lasc iaste subito quella casa? - No, dopo un mese e mezzo. - Intanto siete andati d'accordo? - Beh, io non parlavo con nessuno. - E a tavola? - Pranzavo con il co ntabile. - Come con il contabile? - In breve, nella stanza della servit. Ma a me questo non importava. Non possibile offendermi in nessun modo. - Come no

n possibile? 16 - Ma, si capisce, non possibile.. ma perch parlare di questo...Solo una volta, dopo il pranzo, me ne sto seduto sotto la finestra. Leggo Tacito e sento che nella stanza della servit qualcuno grida. Non riesco a distinguere cosa si gridi, ma la voce di Alnka. Il signorino, di sicuro, si sta divertendo. Mi alzo, mi avvicino alla stanza della servit. Sento Alnka piangere e tra le lacrime grida: "vergognatevi", "non avete timor di Dio?" e cose simili. Vedo che Alnka salita nel solaio sulla scala a piuoli e il mio giova-nottino se ne sta sotto la scala, cos che la donna non pu scendere. Si vergogna...sapete come loro si vestono... semplicemente. E lui anche a dileggiarla: "scendi, dice, se no tolgo la scala". Mi prese una ra bbia tale che andai nell'anticamera e gli diedi uno schiaffone. - E fu tale che dall'orecchio e dal naso gli usc del sangue, - aggiunse ridendo Celnvskij . - Era quello che meritava. - Come ve la cavaste con la madre? - Dopo il fatto non la vidi pi. Dalla stanza della servit a piedi andai dritto a Kursk. Quante verste fanno? - Centosettanta; ma fossero state anche mille e settecento, sarebbe stato proprio lo stesso. Se aveste potuto vedere in quel m omento il Pecorone, non avreste avuto dubbi che in effetti per lui era proprio lo stesso quante verste si dovessero percorrere e a chi dare uno schiaff one, se, a suo modo di vedere, quello schiaffone bisognava darlo. Capitolo II Ebbe inizio un torrido giugno. Vaslij Petrvic compariva da noi ogni giorno prec isamente alle dodici, si toglieva la cravatta di calic, le bretelle e, dopo aver detto a entrambi "buongiorno", si perdeva nei suoi classici. Cos pas sava il tempo sino all'ora del pranzo; dopo il pranzo si metteva a fumare la pipetta e, standosene vicino alla finestra, solitamente chiedeva: "E allora, la sistemazione?". Era passato un 17 // viaggiatore incantato e altri racconti mese da quando ogni giorno il Pecorone ripeteva questa domanda a Celnpvskij, e p er questo mese intero ogni giorno egli aveva sentito una sola e sempre egualmente sconsolante risposta. Un posto non era neppure in vista. Evidentement e la cosa non importava affatto a Vaslij Petrvic. Egli mangiava con ottimo appetito ed era costantemente del suo immutabile stato d'animo. Solo una volta o due lo vidi pi stizzito del normale: ma anche questa irritazione non aveva nessuna relazione con lo stato delle cose di Vaslij Petrvic. Essa aveva orig ine da due circostanze del tutto esterne. Una volta aveva incontrato una donna che singhiozzava disperatamente, e le aveva chiesto con la sua voce da basso: "Perch gridi, stupida?". La donna dapprima si spavent e poi raccont che le avevano tolto il figlio e l'indomani l'avrebbero portato all'ufficio di l eva. Vaslij Petrvic si ricord che il segretario del consiglio di leva era un suo compagno di seminario, pass da lui il mattino presto e ritorn molto agi tato. Il suo intervento si era rivelato infruttuoso. La seconda volta un gruppo di reclute ebree di giovanissima et veniva condotto attraverso la citt. A quel tempo le leve erano frequenti. Vaslij Petrvic, mordendosi il labbro superiore e tenendo le mani sui fianchi come un damerino, stava alla f inestra e guardava con attenzione il convoglio delle reclute che venivano portate via. I carri requisiti agli abitanti si trascinavano lentamente e, andan do da una parte all'altra del selciato governatoriale, facevano dondolare le testine dei ragazzi, che indossavano dei cappotti grigi di panno militare. I grandi berretti grigi scendevano loro fino a sopra gli occhi e conferivano un'impronta terribilmente triste ai loro bei visetti e agli occhietti intelligen ti, che con angoscia unita a curiosit infantile guardavano la nuova citt e i gruppi di ragazzetti borghesi che correvano saltellando dietro ai carri. In coda camminavano due cuoche. - Da qualche parte non avranno poi anche loro una madre? - disse una di loro, alta e butterata, giunta a livello della nostra finestra. - Vedrai che forse ce l'hanno, - rispose l'altra, ritirando i gomiti sotto le maniche e grattandosi le mani con le unghie unghie 18 // Pecoron e - E non sar mai che non soffrano per loro, anche se sono dei giudeucci? - Che si pu mai fare, matka?6 - E quindi, soffrono solo per il loro istinto mater no? - S, per il loro istinto materno, in fondo sono il frutto del loro ventre.. .Ma non si pu... - Certo. - Stupide! - grid Vaslij Petrvic. Le donne si fer marono, lo guardarono meravigliate e dissero assieme: "Che hai da abbaiare, cagnaccio?" e proseguirono. Mi venne voglia di andare a vedere come

avrebbero sistemato quei ragazzi sventurati nella caserma della guarnigione. - Andiamo alle caserme, Vaslij Petrvic, - invitai Bogoslvskij. - Perch? - Per vedere cosa si far l con loro. Vaslij Petrvic non disse nulla; ma quando presi il cappello, si alz pure lui e si mosse assieme a me. Le caserme del la guarnigione, dove avevano portato il gruppo di reclute ebree in transito, erano abbastanza lontane da casa nostra. Quando vi giungemmo, i carri erano gi vu oti e i ragazzi stavano schierati in ordine su due file. L'ufficiale di scorta assieme a un sottufficiale faceva l'appello. Attorno alle file si acca lcavano gli spettatori. Vicino a un carro c'erano pure alcune signore e un sacerdote con una croce di bronzo sul nastro d'onore di Vladimir. Ci avvicina mmo a questo carro. V'era seduto un ragazzo di circa nove anni e mangiava avidamente una focaccia farcita; un altro se ne stava steso coperto dal cappotto e non prestava attenzione a nulla; dal suo viso arrossato e dagli occhi splendenti di luce malata, si poteva capire che aveva la febbre e forse il tifo. - Sei ammalato? - chiese una signora al piccolo che inghiottiva bocconi di focaccia senza masticare. -Eh? 6 Appellativo affettuoso per "madre mia". 19 Sei ammalato? Il ragazzo scosse il capo. - Non sei ammalato? - chiese di nuovo la signora. Il ragazzo scosse ancora il capo. - Egli non comprend pas, non capisce, - osserv il sacerdote e quindi egli stesso chiese: - Sei gi battezzato? Il ragazzino cominci a riflettere, come se la domanda fattagli gli ricordasse qualcosa di noto, e, dopo aver scosso ancora il capo, disse: Ne, ne\7 - Che carino! - profer la signora, prendendo il ragazzino per il mento e alzando all'ins il suo grazioso visino dagli occhietti neri. - Dov' tua madre? - chiese inaspettatamente il Pecorone, tirando piano il ragazzo per i l cappotto. Il ragazzino sussult, lanci un'occhiata a Vaslij Petr-vic poi a quelli che gli stavano attorno, quindi al sottufficiale e di nuovo a Vaslij Petrvic. - Tua madre, tua madre dov'? - ripet il Pecorone. - La mamma? - S, la mamma, la mamma? - La mamma... - il ragazzo accenn con.la mano lontano. A casa? La recluta ci pens un poco e abbass il capo in segno di assenso. - La ricorda ancora, - intervenne il sacerdote e domand: - Hai dei Briider?8 - Il bambino fece un segno di diniego appena percettibile. - Menti, menti, il figlio unico non fa la recluta. Mentire nicht gut, nein,9 - continu il sacerdo te, ritenendo di rendere pi comprensibile il suo discorso con l'uso dei casi nominativi. - Io brodjages, - profer il piccolo.10 - Co-osa? - Brodjages , - disse pi chiaramente il piccolo. 7 II ragazzino, che conosce male il russo, usa ne al posto di net', 'no' in russo. 8 'Fratelli', in tedesco. 9 "N on sta bene, no" in tedesco. 10 II bambino usa brodjages invece di brodjaga, 'vagabondo'. 20 - Ah, brodjages Questo in russo significa che un vagabondo, che s tato reclutato per vagabondaggio! Ho letto questa legge su di loro, sui ragazzi ebrei, l'ho letta... stato stabilito di estirpare il vagabondaggio. Bene, questo giusto: chi ha un domicilio, se ne sta a casa sua, mentre per il vagabondo andare da una parte o da un'altra la stessa cosa, lui invece ri cever il santo battesimo, e si corregger e si far una posizione, disse il sacerdote. Intanto l'appello era terminato, e il sottufficiale, preso i l cavallo per le redini, guid il carro con gli ammalati verso l'entrata della caserma, dove in lunga fila si trascinavano le piccole reclute, portandosi dietro a fatica le loro borse e le falde dei loro goffi cappotti. Io mi misi a cercare con gli occhi il mio Pecorone; ma lui non c'era. E non comparve n eanche la sera, n il giorno dopo, e neppure il terzo giorno per il pranzo. Mandammo il ragazzo da Vaslij Petrvic, nell'appartamento dov'egli viveva con dei s eminaristi; ma neanche l s'era visto. I giovani seminaristi, con i quali abitava il Pecorone, da tempo erano abituati a non vedere Vaslij Petrvic per settimane intere e non prestavano nessuna attenzione alla sua scomparsa. Lo stesso Celkn-skij non si preoccupava granch. - Torner, - diceva, - se ne andr in giro da qualche parte oppure dormir tra la segala, niente di pi. Bisogna sapere che Vaslij Petrvic, com'egli stesso si esprimeva, amava molto le 't ane', e di queste tane ne aveva molte. Il letto con le nude assi, che si trovava nel suo alloggio, non ospitava mai abbastanza a lungo il suo corpo. S olo di rado, tornando a casa, vi si sdraiava, faceva ai ragazzi un esame non in programma con alcune curiose domande alla conclusione di ogni prova, e in

seguito il letto restava vuoto di nuovo. Da noi egli dormiva raramente, e di solito o sul terrazzino, oppure, se alla sera s'era accesa un'ardente discu ssione non conclusasi neppure a notte fonda, il Pecorone si sdraiava per terra tra i nostri letti, senza permettere che gli si stendesse sotto null'altro che una esile stuoia. Se ne andava al mattino presto nei campi o al cimitero. Frequentava il cimitero tutti i giorni. Succedeva che talvolta, dopo esserci arr ivato, si stendesse sopra una verde tomba, aprisse davanti a s il 21 a viaggiatore incantato e altri racconti libro di qualche scrittore latino e legge sse, oppure chiudesse il libro, se lo mettesse sotto la testa e guardasse il cielo. - Voi siete un abitatore di tombe, Vaslij Petrvic! - gli dicevano delle signorine, conoscenti di Celnvskij. - Che stupidaggini dite, - ribatteva Vaslij Petrvic. - Voi siete un vampiro, - gli diceva il pallido maestro distrettua le, in fama di letterato da quando nella stampa del governatorato avevano pubblicato un suo dotto articolo. - Inventate sciocchezze, - rispondeva anche a lui il Pecorone, e di nuovo tornava dai suoi defunti. Le stravaganze di Vaslij Petrvic avevano abituato tutto il piccolo gruppo dei suoi conoscenti a non meravigliarsi a nessuna delle sue uscite, e per questo nessuno s'era meravigliato per la sua rapida e inattesa scomparsa. Ma egli doveva tornare. Nes suno dubitava che egli sarebbe tornato: il problema era solo sul dove si fosse nascosto. Dove stava vagando? Che cosa lo aveva tanto irritato e come cerc ava di porre riparo a tale agitazione? Erano queste le domande la cui soluzione rappresentava un diversivo assai notevole alla mia noia. Capitolo III Passarono altri tre giorni. Il tempo si manteneva molto bello. La nostra natura possente e generosa viveva pienamente la sua vita. Era il novilunio. Dopo una giornata ca lda s'era imposta una chiara notte splendida. In queste notti gli abitanti di Kursk si godono i propri usignoli: questi cantano per loro senza interruzione per notti intere, e gli abitanti per notti intere li ascoltano senza interruzio ne nel loro grande, folto giardino pubblico. Tutti, di solito, si muovono piano e i n silenzio, e solo alcuni giovani insegnanti discutono accalorati "sui sentimenti dell'elevato e del bello", oppure del "dilettantismo nella scienza". Queste sonore discussioni di solito sono accese. Persino dai luoghi pi appartati del vecchio giardino giungevano esclamazioni come: "questo il dilemma! ", "permettete!", "non si pu giudicare a priori', "andate per via d'induzione" e cos via. Allora dalle nostre parti si discuteva ancora su questi argomenti. Ora tali dibattiti non si sentono pi. "Ogni et ha i propri uccelli, ogni uccello la propria canzone". L'attuale ceto medio russo non somiglia affatto a q uello assieme al quale vivevo a Kursk al tempo del mio racconto. I problemi che occupano noi adesso allora non si erano ancora posti, e in un gran numero di menti in modo libero e potente padroneggiava il romanticismo che dominava, senza presentire l'avvicinarsi di nuovi indirizzi, i quali avrebbero imposto i l oro diritti all'uomo russo, e il russo di una certa cultura/educazione avrebbe accolto questi stessi indirizzi cos come accoglie ogni cosa, cio non del t utto sinceramente, ma con ardore, con affettazione e in modo esagerato. Allora gli uomini non si vergognavano ancora di parlare dei sentimenti dell'elev ato e del bello, e le donne amavano gli eroi ideali, ascoltavano gli usignoli in canto nei folti cespugli di lill in fiore, e ascoltavano senza stancarsi anche i corteggiatori, che le conducevano sotto braccio per i viali oscuri e con loro risolvevano i problemi profondi del sacro amore. Io e Celnvskij eravam o rimasti nel giardino fino a mezzanotte, avevamo ascoltato molte cose buone sull'elevato e sacro amore, e con piacere c'eravamo stesi nei nostri letti . Il nostro lume era gi spento; ma noi non dormivamo ancora e standocene a letto ci scambiavamo le impressioni della serata. La notte era nel suo culmine , e un usignolo gorgheggiava con forza proprio sotto la nostra finestra, fondendosi con la sua canzone appassionata. Ci accingevamo ad augurarci reciproc amente la buona notte, quando all'improvviso da dietro il recinto, che separava il giardinetto dalla strada, su cui dava la finestra della nostra camer a da letto, qualcuno grid: "Ragazzi!". - Ecco il Pecorone, - disse Celnvskij, levando in fretta la testa dal cuscino. A me sembr che si fosse sbagliato. - No, il Pecorone, - insistette Celnvskij e, dopo essersi alzato dal letto,

si sporse dalla finestra. C'era un gran silenzio. - Ragazzi! - grid quella stessa voce dietro il recinto. - Pecorone! - lo chiam Celnvskij. viaggiatore incantato e altri racconti - Sono io. - Vieni dunque. - Il portone chiuso. - Bus sa. - Perch svegliare la gente? Io volevo solo sapere se dormivate. Al di l del recinto si sentirono dei movimenti pesanti dopo di che Vaslij Petrvic c adde nel giardinetto come un sacco pieno di terra. - Che diavoletto! - disse Celknskij, ridendo e guardando come Vaslij Petrvic si alzava da terra e si avvicinava alla finestra passando attraverso fitti cespugli di acacia e di lill. - Salute! - disse allegramente il Pecorone, mostrandosi nel vano della finestra. Celknskij allontan dalla finestra il tavolino e gli attrezzi per la toeletta, mentre Vaslij Petrvic tir prima dentro una gamba, poi sedette a ca valcioni sul davanzale, quindi tir dentro l'altra gamba e, alla fine, apparve tutt'in-tero nella stanza. - Uffa! sono sfinito, - disse, si tolse il soprabito e ci diede la mano. - Quante verste ti sei fatto? - gli chiese Celnvskij, sdraiandosi di nuovo nel suo letto. - Sono stato a Pogdovo. - Dal magaz ziniere? - Dal magazziniere. - Vuoi mangiare? - Se c' qualcosa, manger. - Sveglia il ragazzo! - Ah, lui, il moccioso! - Perch? - Che dorma! - Ma non fare il matto! - Celnvskij grid con forza: -Moisj! - Non svegliarlo, ti dico; che dorma pure. - Bene, ma io non trover di che nutrirti. - Non serve. - Ma tu hai voglia di mangiare? - Non serve, ti dico; io ecco, fratelli... 24 // Pecorone - Che c', amico? - Sono venuto da voi per accomiatarmi. Vaslij Petrv ic sedette sul letto di Celnvskij e lo prese amichevolmente per un ginocchio. - Cosa vuol dire che ti accomiati? - Non sai come ci si accomiata? - Ma dove ti accingi ad andare? - Andr lontano, fratelli miei. Celnvskij si alz e accese una candela. Vaslij Petrvic se ne stava seduto e sul suo volto c'er a un'espressione di calma e persino di felicit. - Lascia un po' che ti guardi, - disse Celnvskij. - Guarda, guarda, - disse di rimando il Pecoron e, sorridendo nel suo modo un po' goffo. - Che cosa fa il tuo magazziniere? - Vende fieno e avena. - Hai discusso con lui di giustizia violata e di offese s misurate? - Ne abbiamo discusso. - E dunque, stato lui, a consigliarti questo viaggio? - No, ci ho pensato da solo. - E verso quali Palestine ti dirigi ? - A Perm. - A Perm? - S, che c' da meravigliarsi? - Cos'hai dimenticato l? Vaslij Petrvic si alz, dopo aver attraversato la camera, si attorcigli le trecce s ulle tempie e disse fra s: "Questo affar mio". - Ehi, Vasja, stai facendo lo sciocco, - disse Celnvskij. Il Pecorone taceva e noi pure stavamo zitti. Era un silenzio pesante. Io come Celnvskij mi resi conto che ci trovavamo davanti un agitatore, un agitatore sincero e senza paura. E lui cap d'essere compreso, e all'improvviso grid: - Cosa debbo fare? Il mio cuore non tollera questa civilt, questo nobilume, questo incanaglimento!... - E c on il pugno si colp con forza il petto, e si lasci cadere pesantemente su una poltrona. 25 - Pure i versi ha imparato, - disse Celnvskij, sorridendo e i ndicandomi Vaslij Petrvic. - Solo quelli intelligenti, - rispose quello, non allontanandosi dalla finestra. - Di versi intelligenti eguali a questi ce ne sono parecchi, Vaslij Petrvic, - gli dissi. - Tutta roba da poco. E le donne sono tutta spazzatura? - Spazzatura. - E Ldocka? -Ldocka cosa? - chiese Vaslij Petrvic, quando gli venne ricordato il nome di una fanciulla molto graziosa e straordinariamente sfortunata, l'unico essere femminile della c itt che rivolgeva una qualche attenzione a Vaslij Petrvic. - Non la rimpiangerete? - Che dite mai? - chiese il Pecorone, spalancando gli occhi e pun tandoli fissi su di me. - Quello che ho detto. Lei una brava ragazza. - E che mi fa che sia brava? Vaslij Petrvic tacque, batt sul davanzale la sua pipa e si mise a pensare. - ignosi! - profer, accendendo una seconda pipa. Io e Celnvskij ci buttammo a ridere. - Cosa vi prende? - domand Vaslij Petrvic - E le signore, poi, secondo te sono tenose? - Le signore! Non le signore, ma i giudei. - Come mai ti sei ricordato ora dei giudei?- - Solo il diavolo sa perch mi siano venuti ora in mente: io ho una madre, e ognuno di loro ha una madre, e tutti lo sanno, - rispose Vaslij Petrvic e, spenta la cand ela, con la pipa tra i denti si stese sul tappetino. - Non te ne sei ancora scordato? - Io, fratello, ho buona memoria. Vaslij Petrvic sospir in modo pe sante. - Periranno per strada, quei mocciosi, - disse, dopo un breve

silenzio. - possibile. - Meglio cos. 27 - Che modo complicato ha di compatire, disse elnvskij. - No, in voi che tutto complicato. In me, fratelli, tutto semplice, da contadino. Io non capisco le vostre sottigliezze. La vostra t esta cos combinata che vorreste che le pecore fossero sempre sane e salve e i lupi, sazi, ma questo non possibile. Non cos che succede. - Secondo t e poi cos' che sarebbe bene? - Sar bene quello che Dio vorr. Dio non s'intromette nelle cose umane. - Si capisce che saranno gli uomini a far e tutto. - Quando diventeranno uomini, - disse Celnvskij. - Eh, voi, intelligento ni! A guardare voi, parrebbe che effettivamente sappiate qualcosa, e invece non sape te niente, - esclam energicamente Vaslij Petrvic. - Pi in l del vostro nobile naso non riuscite a vedere n vedrete mai niente. Se vi foste trovati nella mia pelle a contatto con la gente e foste stati simili a me, avreste potuto sapere che non c' bisogno di piagnistei. Tu poi, sei un tal diavolo! Lui p ure ha delle abitudini aristocratiche, - s'interruppe inaspettatamente il Pecorone e si alz. - Chi ha delle abitudini aristocratiche? - Il cane, Boks. C hi altri mai? - Quali sono mai le sue abitudini aristocratiche? - chiese Celnvskij. - Non chiude le porte. Soltanto a quel punto notammo che effettivament e la stanza era attraversata da una corrente d'aria. Vaslij Petrvic si alz, chiuse la porta d'ingresso e ci mise il paletto. - Grazie, - gli disse Ce lnvskij, quando fu di ritorno e di nuovo fu steso sul tappeto. Vaslij Petrvic non rispose nulla, di nuovo riemp la pipetta e, dopo averla accesa, in mod o inaspettato chiese: - Di che si blatera nei libretti? - In quali? - Beh, nelle vostre riviste. - Si scrive di cose diverse, non possibile racconta re tutto. - Sempre del progresso, naturalmente. - Anche del progresso. - E del popolo? - Pure del popolo. - Oh, guai a questi pubblicani e farisei! - s ospirando, esclam il Pecorone. - Chiacchierano a vuoto, e non sanno niente. - Ma cosa ti fa pensare, Vaslij Petrvic, che, a parte te, nessuno sappia niente de l popolo? Cos, fratello, la presunzione che parla in te. - No, non la presunzione. Ma vedo che di questo tutti si occupano in modo vergognoso. Tutt i sono ben pronti a chiacchierare, ma nessuno a fare. No, bisogna fare quanto si deve, e non straparlare. Invece l'amore per il popolo s'accende a tavo la. Scrivono novelle, racconti! - soggiunse, dopo un certo silenzio. Ah, pagani! Maledetti farisei. Ma loro, sicuro, non si muovono. Hanno paura di s offocarsi con la farina. Ma, del resto, bene che non si muovano, -aggiunse, dopo avere per un po' taciuto. - Ma perch mai questo bene? - Ma proprio perch, dic o, se si soffocheranno nella farina, si potr picchiarli sulla gobba perch tossiscano, e allora si metteranno a gridare: "Ci bastonano!". Crederanno m ai a gente come questa? Ma prosegu, dopo essersi seduto sul suo letto - mettiti questa camicia di tela grezza, e sta attento che non ti roda i fianchi , mangiati la tjurja12, e non fare smorfie, e non stancarti di spingere il porco nella corte: ecco, allora s che ti crederanno. Mettici l'anima, ma in mo do tale che si veda che anima hai, e non farli spassare con ciance vuote. Gente mia, gente mia! Cosa non darei per voi?... - Vaslij Petrvic riflett, poi si s ollev in tutta la sua statura e, - tese le mani verso me e Celnvskij, disse: - Ragazzi! Giorni bui incombono, giorni bui. Non ci si pu fermare neanche per un'ora, se no verranno i falsi profeti, e io gi sento la loro voce maledetta e odiosa. In nome del popolo vi adescheranno e vi spingeranno alla rov ina. Non lasciatevi confondere da questi richiami, e se non sentite nelle vostre costole la forza di un bue, non mettetevi il giogo. Non nel numero delle persone sta la Minestrone. 29 questione. Con cinque dita non acchiappi una pulce, ma con uno solo possibile. Da voi, come dagli altri non mi aspetto pi di tanto. Non colpa vostra, siete troppo fiacchi per una causa tanto grande. Ma, vi prego, date solo ascolto a questo mio fraterno appello: non abbai ate mai al vento! Eh, in verit, in questo compreso un grande danno! Eh, un danno! Non fate lo sgambetto, e questo da voi baster, ma per noi, per noi Pecoroni, - disse colpendosi il petto, - per noi questo poco. Su di noi cadr il castigo celeste, se questo poi baster. "Noi siamo dei nostri con i nos tri, e i nostri ci riconosceranno". Molto e a lungo parl Vaslij Petrvic. Egli non aveva mai parlato cos tanto n si era mai espresso tanto chiaramente. In c

ielo rosseggiava ormai l'alba e la stanza diventava sempre pi grigia, ma Vaslij Petrvic non taceva ancora. La sua figura tarchiata faceva degli energici movimenti, e attraverso gli strappi della vecchia camicia di percalle si poteva notare come si gonfiava il suo petto villoso. Prendemmo sonno alle qua ttro e ci svegliammo alle nove. Il Pecorone non c'era gi pi, e da allora non lo vidi per tre anni interi. In quella stessa mattinata lo stravagante era p artito per i paesi che gli erano stati raccomandati dal suo amico, il tenutario di una locanda a Pogdovo. Nel nostro governatorato ci sono numerosi monasteri, co struiti nei boschi e che sono chiamati 'eremi'. Mia nonna era una vecchietta molto religiosa. Donna del tempo antico, essa nutriva una passione irrefrenabile per i viaggi in questi eremi. Sapeva a memoria non solo la storia di ognuno di questi monasteri solitari, ma anche ogni loro leggenda, la storia delle icone , i miracoli che l si narravano; conosceva le risorse dei monasteri, le sacrestie e ogni altra cosa. Era una guida vecchia ma ben viva, dei luoghi santi della nostra terra. Nei monasteri tutti conoscevano questa vecchietta e l'accoglievano con straordinario piacere, non 30 Il Pecorone badando al fatto che lei non facesse mai offerte molto preziose, a parte dei veli, il cui ricamo la impegnava l'intero autunno e l'inverno, quando il tempo non le permett eva di viaggiare. Nelle foresterie degli eremi di P. e di L. le riservavano sempre due camere per i giorni di san Pietro e dell'Assunzione. Le spazzavano, l e pulivano e non le davano a nessuno, neppure la vigilia della festa. leksndra Vasl'evna deve arrivare, - diceva a tutti il padre-economo, - non mi possi bile cedere le sue stanze. E mia nonna arrivava davvero. Una volta lei tard molto, e la gente era giunta in gran numero all'eremo per la festa. Di n otte, prima del mattutino, arriv nell'eremo di L. un certo generale, che esigeva per s la miglior stanza della foresteria. Il padre-economo era in una situazione difficile. Per la prima volta mia nonna mancava allafesta del patrono della chiesa dell'eremo. " morta, di sicuro, la vecchietta", egli pen s, ma, consultato il suo grosso orologio a cipolla, e visto che al mattutino mancavano ancora due ore, non diede la camera al generale e si diresse tranquill amente alla sua cella a leggere la "prece di mezzanotte". La gran campana del monastero rimbomb tre volte; nella chiesa baluginava una candelina accesa, co n la quale un converso s'affaccendava davanti all'iconostasi, accendendo i candelieri. La gente, sbadigliando e segnandosi sulla bocca, entrava in chiesa a frotte, e la mia cara vecchietta nel suo modesto vestitino pulito e con la cuffietta bianca come la neve, alla moda di Mosca nel 1812, entrava dalle porte settentrionali, e si segnava devotamente sussurrando: "Al mattino dai ascolto alla mia voce, Signore mio e Dio mio!". E quando l'arcidiacono profe r il suo solenne "Alzatevi!" la nonna era gi in un angolino oscuro e faceva i suoi inchini sino a terra per le anime dei defunti. Il padre-economo, a mmettendo i fedeli a baciare la croce dopo la prima funzione, non si meravigli affatto al vedere la vecchietta e, dopo averle porto da sotto la tunica il pane azzimo, disse: "Vi saluto, madre leksndra!". Negli eremi solo i novizi giovani chiamavano la nonna "leksndra Vasil'evna", mentre i vecchi dicevano solo " madre leksndra". La nostra pia 31 vecchietta, comunque, non era stata mai una bigotta e non si faceva passare per una monaca. Malgrado i suoi cinquant 'anni, lei era sempre linda come un palettone13. Il suo fresco vestitino di percalle grigio o verde, la sua alta cuffia di tulle con nastri grigi, e la b orsetta con il disegno d'un cagnolino, tutto nella buona vecchietta era fresco e ingenuamente civettuolo. Si recava negli eremi viaggianck > in kibitka1 4 di campagna senza molle, tirata da una coppi;i di vecchie giumente saure di ottima razza. Una di queste (la madre) era chiamata "Civettina", e la seconda (la figlia), "Inattesa". L'ultima doveva il suo nome al fatto d'essere nata del tutto inaspettata. Entrambe le cavalline della nonna erano straordinari amente pacifiche, vivaci e eli buona indole, e viaggiare con loro, assieme alla mite vecchietta e al suo bonario vecchio cocchiere Il'j Vasl'e vie, per tutti gli anni della mia infanzia rappresent per me il pi grande dei piaceri. Io ero l'aiutante della vecchietta sin dalla pi teneni et. Ad appena sei anni mi d iressi per la prima volta con lei nell'eremo di L. con le sue giumente saure, e dopo di allora continuai ad accompagnarla ogni volta, sino ai dieci ann

i, quando mi portarono al ginnasio del governatorato. L'andare ai monasteri mi attraeva in modo straordinario. La vecchietta aveva la capacit di rendere poet ici al massimo grado i suoi viaggi. Andavamo solitamente a trotto leggero; attorno era tutto cos bello: l'aria profumata, le gracchie che si nascondevano ne l verde; la gente-che c'incontrava ci salutava, e noi facevamo lo stesso. Per il bosco di solito andavamo a piedi; la nonna mi narrava dell'anno 1812, dei nobili di Mozjsk, della sua fuga da Mosca, di come i francesi avanzassero tracotanti e come poi fossero battuti e lasciati morire spietatamente di freddo. Ma ecco la locanda, il suo personale che ben conoscevamo, le contadine dalle grandi pance e con gli scialli annodati sopra il petto, i pascoli estesi p er i quali era possibile correre: tutto questo m'incantava ed esercitava Uccello bianco di palude. Carrozza da viaggio di vecchio stampo. 32 Il Pecorone me un fascino magico. La nonna in uno stanzino h|uv,i della propria toeletta, mentre io mi dirigevo l'orni >rosa tettoia fresca da Il'j Vasl'evic, mi adagia-Ctt nto a lui su un mucchio di fieno e ascoltavo il suo ni., ili quando aveva portato a Orl l'imperatore .indi l'nvlovic; venivo a sapere di quale perico losa i era stata quella, di quante erano state le carrozze n.ili pericoli s'era esposta la carrozza dell'imperatomi idc >, scendendo dai monti verso rlik. al cocchie-i ( lopvo s'erano rotte le briglie e come allora lui i, H'Ii Vasl'evic, con la sua prontezza, aveva salvato la dell'imperatore, che ormai si preparava a saltare gi ll.i i .mozza. I Feaci di sicuro non ascoltavano Odisseo un li .lessa attenzione con cui io ascoltavo il cocchiere il 11 isil'cvi c. Anche negli eremi avevo degli amici. Mi imi multo bene due vecchietti: l'igumeno15 dell'ere-im di I'. e il padre-economo dell'eremo di L. Il primo, un Imi allo, pallido, dal volto buono ma severo, non .....oleva il mio affetto; in compenso con tutto il mio ili min cuore amavo il padre-economo. Era la creatu ra dilli iniiiio pi buono nel mondo illuminato dalla luna, I quale mondo, sia detto per inciso, non sapeva nulla, . [impilo in questa ignoranza, cos come a me sembra idi ino, slava la radice dell'infinito amore di questo lucilo per l'umanit. Ma, oltre a queste, per cos dire, conoscenze con gli alti idi degli eremi, avevo dei rapporti democratici con i i i. bei degli stessi luoghi: volevo molto bene ai novizi, l|in sta strana classe nella quale di solit o predominano due |in H >ni: la pigrizia e l'amor proprio, ma in cui talvolta s [rova una riserva di allegra spensieratezza e un'indifferen- i < i se ) se stes si tipicamente russa. ( !< mie avete avvertita la vocazione di entrare in mona-i. in? chiedevo solitamente a qualcuno dei novizi. No, - rispondeva quel lo, - non c' stata vocazione, ma .......entrato cos. E vi farete monaco? AI>.iU\ 33 Il viaggiatore incantato e altri racconti - Immancabilmente. Al noviz io uscire dal monastero sembra cosa assolutamente impossibile, sebbene egli sappia anche che nessuno glielo impedirebbe. Quand'ero fanciullo amavo molt o questa gente, allegra, birichina, ardita e bonariamente ipocrita. Fino a quando il novizio tale, ovvero "lumaca", nessuno gli presta attenzione, e perc i nessuno conosce pure la sua vera natura; ma come il novizio indossa la tonaca e il cappuccio, cambia radicalmente anche il suo carattere e il rappor to con gli altri. Finch e novizio, egli un essere straordinariamente socievole. Quanti omerici incontri di pugilato, ricordo, fatti nel forno del mon astero. Quali balde canzoni s'intonavano a mezza voce, quando cinque o sei novizi, alti e belli, passeggiavano lentamente sulle mura e guardavano atten ti al di l del fiumiciattolo, dove sonore e seducenti voci femminili cantavano un'altra canzone, una canzone in cui risuonavano richiami alati: "Saltate, corre te, gettatevi nei verdi cespugli". E io ricordo come di solito si turbavano le "lumache" al sentire tali canzoni, e, non sapendosi trattenere, si gettavano nei verdi cespugli. Oh, tutto questo io lo ricordo molto bene. Non ho dimenticat o neppure una sola lezione, n l'esecuzione delle cantate, composte sui temi pi origi nali, n gli esercizi di ginnastica, per i quali, a dire la verit, le alte mura del monastero non erano del tutto adatte, n la capacit di tacere e di ridere, mantenendo nel viso un'espressione seria. Pi di tutto mi piaceva pescare nel lago del monastero. I miei amici novizi consideravano una fe sta un giro su questo lago. La pesca nella loro vita monotona era la sola

occupazione in cui avevano la possibilit sia pure limitata di sfogarsi e mettere a prova la forza dei loro giovani muscoli. E davvero in quella pesca c'era molta poesia. Dal monastero al lago correvano otto-dieci verste, che bisog nava fare a piedi attraverso un bosco nero molto ombroso. Solitamente ci recavamo a pescare prima dei vespri. Sulla carretta tirata dal grasso e assai ve cchio cavallo del monastero, c'erano le reti, alcuni secchi, una botte per il pesce e 34 " logli arpioni; ma nessuno saliva sulla carretta. Le briglie frano legate alla cassetta, e, se il cavallo usciva di strada, il novizio che svolgeva la funzione del cocchiere si avvicinava e lo tirava appena per la b riglia. Ma, del resto, il cavallo quasi mai usciva di strada, e non poteva neppure farlo perch dal monastero al lago non c'era che una stradicciola attraver so il bosco, e in pi totalmente sprofondata nel terreno che non gli sarebbe mai venuta voglia di spostare le ruote da quel solco. A sorvegliarci ven iva mandato lo strec16 Igntij, un vecchietto sordo e quasi cieco, che in un tempo lontano aveva ricevuto nella sua cella l'imperatore Alessandro I e s empre dimenticava che quello zar ormai non regnava pi. Padre Igntij viaggiava in un'angusta cartettina e sempre lui guidava un altro grosso cavallo. Per la ve rit io avevo sempre il diritto di viaggiare con padre Igntij, al quale mi raccomandava in modo speciale mia nonna, e padre Igntij mi concedeva persino d i guidare il grosso cavallo, attaccato alle corte stanghe della sua carretta; ma di solito io preferivo camminare con i novizi. Questi non andavano mai per la strada battuta. Pian pianino eravamo soliti entrare nel bosco; all'inizio cantavamo: "Come Un giovane monaco per viaggio incontr Ges Cristo", e poi qualcuno intonava una nuova canzone, e noi le cantavamo una dopo l'altra. Caro tempo spensierato! Che tu sia benedetto, e benedetti voi che mi date questi rico rdi. Solo verso notte fatta si giungeva cos al lago. Qui sulla riva c'era una capannuccia, dove vivevano due vecchietti, conversi monacati, padre Sergej e padre Vav-la. Erano entrambi "illetterati", cio non sapevano leggere e scrivere, e svolgevano il "compito di guardiani" del lago del monastero. Padre Sergej era una persona dall'abilit fuor del comune per i manufatti. Ancora adesso possiedo un bellissimo cucchiaio e una croce intagliata di sua creazione. Egli sapeva ancora intrecciare reti, ceste, Canestrini e altre cosucce di questo genere. Aveva la statuetta di un certo santo, da lui intagliata nel le gno in modo magistrale; ma me l'aveva mostrata una volta sola e con la condizione che non ne parlassi a nessuno. Padre Vavla invece non lavorava. Era po eta. "Amava la libert, il non far niente, la pace". Era capace di starsene per ore intere sul lago a contemplare il volo delle anatre selvatiche, il modo d 'incedere dell'imponente airone, che pescava di quando in quando delle rane nell'acqua, le stesse che l'avevano chiesto a Giove come loro re. Proprio d avanti alla capannuccia dei due monaci "illetterati" aveva inizio un'ampia distesa sabbiosa, e dietro a questa c'era il lago. Nella capanna regnava una gra nde pulizia: c'erano due icone sopra una mensola e due massicci letti di legno, coperti d'una vernice verde a olio, una tavola con sopra una tela grezza e due sedie, e lungo le pareti due normali panche, come in un'izb contadina. In un angolo c'era un armadietto con il servizio da t, e sotto l'armadietto, su u n'apposita mensola, troneggiava il samovar, lucido come la caldaia dello yacht reale. Tutto era molto pulito e comodo. Nella cella dei padri "illetterati ", eccetto loro, non viveva nessun altro, a parte un gatto giallo-bruno, chiamato "Capitano" e da ricordare solo perch, portando un nome maschile e per lu ngo tempo essendo stato ritenuto un vero maschio, all'improvviso, con il massimo scandalo, aveva partorito e dopo di allora smise di aumentare la prop ria discendenza in qualit di gatta. Di tutta la nostra compagnia assieme ai padri "illetterati" si fermava a dormire nella capanna il solo padre Igntij. D i solito io rinunciavo a questo onore e dormivo assieme ai novizi all'aria aperta, vicino alla capanna. E qui, del resto, quasi non dormivamo. Succedeva ch e, prima che avessimo acceso il fuoco, messa a bollire una pentola d'acqua, versata dentro una polentina liquida, gettativi alcuni coracini secchi, e prima che avessimo mangiato tutto questo da una grande tazza di legno, era gi mezzanotte. E allora, come ci sdraiavamo, subito si dava il via a una fiaba, che , naturalmente, era tremendamente spaventosa e piena di cose orripilanti.

Dalle fiabe si passava alle storie vere, alle quali ogni narratore, come accade, aggiungeva "invenzioni senza fine 36 al vero". Cos, spesso la notte passava prima che qualcuno si mettesse a dormire. Di norma i racconti avevano come sogge tto pellegrini e briganti. Molti racconti di tal genere conosceva in particolare Timofj Nevstrev, un novizio anziano, che tra noi godeva la fama di avere una forza invincibile ed era sempre in procinto di andare in guerra per la liberazione dei cristiani, per "averli tutti accanto a s". Egli aveva girato, pare, la Russia intera, era stato persino in Palestina, in Grecia e aveva constatato che "era possibile averli accanto". Ci coricavamo solitamente su dei sacchi, il fuocherello fumava ancora, i grossi cavalli legati alla mangiatoia sbuffavano, mangiando l'avena, e qualcuno gi "dava avvio a una storia". Io ho ormai dimentica to molte di quelle storie e ricordo solo l'ultima notte, quando, grazie alla condiscendenza della nonna, dormii sulla riva del lago di P. con i novizi. Timofj Nestruev non era del tutto in buona vena: quel giorno era rimasto inginocchiato in chiesa, perch di notte era passato dal muro di cinta nel giardin o del priore, e cos cominci a raccontare Emel'jn Vyskij, un giovane di diciott'anni. Nato in Curlandia, capitato da fanciullo nel nostro governatora to, s'era fatto novizio. Sua madre era una teatrante, e di lei egli non sapeva nient'altro; era cresciuto a casa di una mercantessa di buon cuore, che a veva sistemato lui, ragazzo di nove anni, in monastero, a fare il noviziato. La conversazione cominci quando uno dei novizi, a conclusione di una fiaba, aveva sospirato profondamente e chiesto: - Come mai, fratelli miei, non ci sono adesso dei veri briganti? Nessuno rispose, e io cominciai ad arrovellarmi s u questo problema, che da tanto tempo non riuscivo in nessun modo a risolvere. Allora provavo un grande amore per i briganti e li disegnavo nei miei quaderni i n gran mantelli e piume rosse sui cappelli. - Ci sono anche ora dei briganti, - replic con voce molto sottile il novizio originario della Curlandia. - Be', d du nque, che briganti ci sono adesso? - chiese Nevstrev e si copr fino alla gola con la sua vestaglia di calic. 37 - Ecco, quando io vivevo ancora a Puzn icha, - cominci quello della Curlandia, - una volta andammo con madre Natl'ja, quella di Brovsk, e con Alena, pure lei pellegrina, dei dintorni di Cerni gv, a fare devota visita al santo intercessore Nikolj di Amcesk.17 - Quale Natl'ja? Quella bianca, alta? lei? - interruppe Nestruev. - lei, - rispos e in fretta il narratore e continu: - L sulla strada c' il paese di Otrda, venticinque verste da Orl. Noi giungemmo in quel paese vero sera. Chiede mmo a dei contadini di passare la notte da loro, ma quelli non acconsentirono; beh, cos andammo nella locanda. Nella locanda per un gros18 accettavano tutti, ma che calca paurosa c'era. Erano tutti battitori di canapa. Forse una quarantina. Diedero inizio a una gran bevuta, a un tale turpiloquio, che c'era s olo da scappare via. Al mattino, quando madre Natl'ja mi svegli, i battitori non c'erano gi pi. Ne erano rimasti solo tre, e anche quelli stavano legando i lor o fagotti ai correggiati. Legammo anche noi i nostri fagotti, pagammo tre grosi per il pernottamento e partimmo. Usciamo dal villaggio e notiamo che q uei tre battitori ci vengono dietro. E sempre dietro, e dietro. Ma non ci badavamo. Solo madre Natl'ja prese a dire: "Che stranezza! Ieri", - dice, - "q uesti stessi battitori affermavano, dopo aver cenato, che sarebbero andati a Orl, mentre ora, vedi, vengono dietro a noi verso Amcensk". Andiamo avanti, e i battitori dietro a noi, sempre a distanza. Ma ecco che la strada si avvicina a un boschetto. Quando noi cominciammo ad avvicinarci a questo bosco, i battitori cercarono di raggiungerci. Noi a camminare pi svelti e loro a fare lo stesso. "Perch, dicono, correte? Tanto non riuscirete a scappare", e in due prendono madre Natl'ja per le braccia. Quella grida in modo indicibile, mentre io e madre Alna ci buttiamo a correre. Noi scappiamo e loro ci urlano diet ro: "Fermali, fermali!". E loro urlano, e madre 17 Amcesk era un altro modo di chiamare Mcensk, dove si trovava un'icona di san Nicola. 18 Moneta da du e copeche e mezza. 38 Natl'ja grida. "L'hanno di certo sgozzata", - pensiamo, - e corriamo ancor pi velocemente. Zia Alena scomparsa dalla vista, e le gambe no n non mi reggono pi. Mi accorgo che non ce la faccio pi, cos prendo e mi butto sotto un cespuglio. "Quel che Dio ha deciso", - penso, - "cos sar". Me ne sto disteso e riesco appena a respirare. Aspetto, ecco adesso mi

balzeranno addosso. Ma non c' nessuno. Si sente solo che stanno ancora lottando c on madre Natl'ja. una contadina sana, non riescono a finirla. Nel bosco calato il silenzio, si sentono i rumori sul far del mattino. "No, no", ecc o, grida di nuovo madre Natl'ja. "Beh" - penso, - "Signore, concedi la pace all'anima sua". E io stesso sono perplesso, se alzarmi e fuggire oppure aspettare qui che passi qualche brava persona; sento che qualcuno s'avvicina. Me ne sto steso tra la vita e la morte e guardo dal cespuglio. E cosa, fratelli miei, pensate che veda? Passa madre Natl'ja! Il fazzoletto nero le caduto dalla testa, la sua treccia rossastra, cos ben piantata, tutta scarmigliata, port a il suo fagotto in mano e camminando incespica. "La chiamo?", - penso tra me, - e cos faccio, ma non a voce alta. Lei si ferm e guard nei cespugli, e io la chiamai di nuovo. "Chi l?", dice. Io balzai fuori e andai verso di lei. Lei lanci un grido. Guardo attorno: non c' nessuno, n dietro, n davanti. "C' in-seguono?", - le chiedo, - "scappiamo in fretta!". Ma lei se ne sta l come impietrita, solo le labbra le tremano. Il suo vestito, noto, tutto strappato, le braccia graffiate quasi sino ai gomiti, e pure la fronte graffiata, come da colpi d'unghia. "Andiamo", le dico di nuovo. "Volevano strang olarti?" domando. "Volevano farlo" dice. "Andiamo via in fretta" e andammo. "E come sei riuscita a liberarti di loro?". Ma lei non disse niente di pi fino al villaggio in cui incontrammo madre Alena. - Beh, e l che cosa vi raccont? - chiese Nestruev che, al pari degli altri, aveva mantenuto un silenzio da tomba durante tutto il racconto. - Ma, anche l disse solo che tutti l'avevano inseguita, mentre lei non aveva fatto altro che pregare, e aveva gettato sabbia nei loro occhi. 39 - E non le avevano preso nulla? - domand qualcuno. - Nulla. Perse solo le scarpe dai piedi e in pi la borsetta che portava al collo. Le avevano cercato anche, diceva, il denaro in seno. - Ah, cos! Che briganti erano mai! Tutto il loro interesse stava solo nel frugarla in seno, - c omment Nestrev e prese subito di seguito a raccontare di briganti migliori di quelli che l'avevano spaventato nel distretto di Obojnsk. - Ecco quelli, - dis se, - erano veri briganti russi. La cosa si fece interessante fuor di misura, e tutti si misero ad ascoltare la storia degli autentici, veri briganti russi. Nestrev cominci: - Tornavo una volta da Korennja. C'ero andato per un voto per il mal di denti. Di denaro con me avevo due rubli, e un fagotto con delle camicie. Per strada mi accompagnai con due sul genere dei...borghesumi . "Dove vai?" mi chiedono. - In quel tal posto, - dico. - Anche noi, - dicono, - a ndiamo l. - Andiamo assieme. - Bene, andiamo. Partimmo. Giungemmo in un villaggio; stava gi imbrunendo. - Passiamo la notte qui - dissi. E loro: - Qui si sta male; facciamo un'altra versta ancora; l c' una buona locanda; l, - dicono, - soddisferanno ogni nostra voglia. - Io, - dico, - non ho bisogno d i nessuna delle vostre soddisfazioni. - Andiamo, non poi lontano! Bene, andai. Cos, proprio dopo cinque verste, nel bosco c' una casa non piccola, simile a una locanda. Si vedono due finestre illuminate. Uno dei due borghesucci fece risuonare il battaglio, i cani presero ad abbaiare all'ingresso, ma nessuno apr. Buss ancora; si sent qualcuno uscire dall'izb e darci una voce, da quanto si poteva capire, una voce di donna. - Chi siete? - chiese. E il borgh esuccio-, - Dei nostri. - Quali nostri? 40 - Uno della pineta, rispose, - uno dell'abetina. La porta venne aperta. Nell'ingresso c'era il buio d'una tom ba. La donna chiuse la porta dietro a noi e apr 'izb. Qui non c'erano uomini, solo la donna che ci aveva aperto e un'altra, tutta butterata, che sedev a e cardava lana. - Beh, salute, atamnicha!19 - disse il borghesuccio alla donna. - Salute! - rispose la donna e all'improvviso prese a guardarmi. E a nch'io la guardai. Era una donna solida, di circa trent'anni, bianca, furba, rossa e dagli occhi autoritari. - Dove avete preso questo giovanotto? - chiese. Intendeva, si capisce, riferirsi a me. - Poi, - rispose, - te lo racconteremo, ma ora dacci dell'acquavite e da mangiare, se no i nostri dentini perdono l'abit udine di lavorare. Vennero posti sul tavolo della carne salata, rafano, una bottiglia di vodka e delle focacce" "Mangia!" mi dissero i borghesucci. "No, risposi, non mangio carne". "Beh, prenditi la focaccia con la ricotta". Io la presi. "Bevi la vodka", dissero. Ne bevetti un bicchierino. "Bevine un alt

ro"; e io ne bevetti un altro. "Vuoi, - mi chiesero, - vivere con noi?". "Come, - risposi, - vivere con voi?". "Ma cos, come vedi: noi in due non stiamo b ene, vieni con noi e potrai bere, mangiare... devi solo obbedire all' atamnicha. ..Vuoi?". Brutto affare! Penso fra me. Sono capitato in un postaccio. "No, - dissi, - ragazzi, non posso vivere con voi". "Perch no?" chiesero. E non fanno altro che scollare vodka e insistono con me: "Bevi, bevi". "Sei capa ce, - mi domand uno, - di fare la lotta?". "Non l'ho imparato", dissi. "Se non l'hai imparato, eccoti allora una lezione!" e cos dicendo mi diede un col po su un orecchio. La padrona non disse una parola, e l'altra donna continu a cardare la lana. - Perch mi fate questo, fratelli? - dissi. - Ecco per questo, - rispose, - perch tu non vada in bottega e non guardi dalla finestra, e cos dicendo gi un nuovo colpo sull'altro orecchio. "Beh, - pensai, - morto per m orto, almeno gliela far pagare" e, datomi lo slancio, gli 19 Moglie dell'atamn, capo dei cosacchi, ma anche dei briganti. 41 sferrai un colpo sulla n uca. Egli and a finire sotto il tavolo. S'alz di l e prese a lamentarsi. Con le mani si spost i capelli all'indietro e afferr la bottiglia. "Ecco qua, - di sse, -la tua fine!". Notai che tutti tacevano e cos pure il suo compagno. "No, - dissi, - io non voglio morire". "Se non lo vuoi, bevi la vodka". "Non ber r neppure la vodka "Bevi! Il priore non vede e non ti far fare la penitenza". "Non voglio vodkd'. "Bene, se non vuoi berla, che il diavolo ti porti; paga per quello che hai bevuto e vattene a dormire". "Quanto debbo per la vodka?" chiesi. "Tutto quello che hai; da noi, fratello, costa cara, si chiama 'l'amara sorte russa', ha dentro acqua, lacrime, pepe e cuore di cane". Io volevo girarla in scherzo, ma non ci riuscii; come io trassi il borsello, il borghesucc io, zqfl, lo prese e lo lanci al di l del tramezzo. "Beh, adesso, va a dormire, monaco", disse. "Dove mai posso andare?". "Ecco, ti ci porter questa g allina sorda". "Accompagnalo!" url alla donna che cardava la lana. Seguii la donna nell'ingresso e quindi nella corte. La notte era bella come questa, in cielo brillavano le costellazioni e nel bosco un venticello correva simile a uno scoiattolo. Cos cominciai ad avere piet della vita mia, e del monastero tran quillo; la donna mi apr uno stambugio, "Vai, - mi disse, - poveretto", e se n'and. Come se provasse piet per me. Entrai, a tentoni tastai con le mani, se ntii qualcosa di ammassato, ma cosa esattamente non riuscii a capire. Tastai un palo. Pensai: non importa il modo in cui si muore e mi arrampicai. M'i nerpicai sino a una trave del tetto, di cui spostai i graticci. Mi scorticai le mani, ma alla fine ne avevo rimosso cinque. Presi a scavare la paglia e appar vero le stelle. Continuai a lavorare, feci un buco; misi fuori dapprima il mio sacchetto, quindi mi segnai e mi buttai gi. E corsi, fratelli miei, con ta le foga, come non avevo fatto mai dalla nascita. Succedeva che si narrassero per lo pi storie di questo genere, ma allora quei racconti sembravano cos interess anti che li ascoltavamo rapiti, e solo verso l'alba chiudevamo gli occhi. E proprio allora padre Igntij batteva per terra il suo bastoncino. "Alzate vi! tempo d'andare al lago". I novizi, poveretti, di solito si alzavano, sbadigliavano; erano ancora pieni di sonno. Prendevano le reti, si toglievano le scarpe e 42 i calzoni e andavano alle barche. Le tozze barche del monastero, nere come colimbi, stavano sempre legate al palo a una quindicina di sazen2Q dal la riva, perch da qui si allungava per un buon tratto una lingua di sabbia, e le barche nere pescavano a fondo nell'acqua e non potevano perci stare accanto all'approdo. Succedeva che Nestruev per tutta la lingua di sabbia mi portasse in braccio sino alle barche. Ricordo bene quei passaggi, quei buoni vol ti spensierati.. . come se vedessi adesso i novizi entrare pieni di sonno nell'acqua fredda. Saltellavano, ridevano e, tremando per il freddo, trascinavan o una rete pesante, chinandosi sull'acqua e rinfrescando gli occhi incollati dal sonno. Ricordo il leggero vapore che s'alzava dall'acqua, i coracini dorati e le bottatrici che guizzavano via; ricordo il mezzogiorno soffocante, quando tutti noi, sfiniti, ci lasciavamo cadere sull'erba, dicendo di no all'amb rata zuppa di pesce preparata dall'illetterato padre Srgij. Ma ancor pi ricordo l'espressione scontenta e quasi cattiva di tutti quei volti, quando s'at taccavano i grossi cavalli per portare al monastero i coracini pescati e il nostro comandante padre Igntij, al cui seguito le "lumache" dovevano giunger

e sino alle mura del monastero. E proprio in questi luoghi a me ben noti sin dall'infanzia, mi capit, ancora una volta in modo del tutto inatteso, d'incon trare il Pecorone in fuga da Kursk. Capitolo V Molta acqua era scorsa sotto i ponti dal tempo cui si riferiscono i miei ricordi e che, forse, ben poco hanno a che fare con la dura sorte del Pecorone. Io m'ero fatto adulto e avevo provato il dolore della vita; la nonna era morta; defunti Il'j Vasl'evic, la Civettina e l'Inaspettata; le allegre "lumache" erano diventate monaci posati; io ero stato mandato a studiare nel ginnasio, e poi a seicento ve rste di distanza, in una citt con l'universit dove avevo imparato a cantare una canzone in latino, avevo letto un po' di Strauss, Feuerbach, Un sazen equiva leva a tre metri circa. 43 Bchner e Babeuf e, armato di tutto il mio sapere, avevo fatto, ritorno ai miei Lari e Penati. Proprio l ebbe luogo, come gi narrato, la mia conoscenza con Vaslij Petrvic. Passarono altri quattro anni, trascorsi per me abbastanza tristemente, e di nuovo mi ritrovai sotto i tigli na tii. In questo frattempo a casa mia non era intervenuto nessun cambiamento, n nei costumi, n nelle opinioni e neppure nelle tendenze. Le novit erano solo quell e d'ordine naturale: la mamma era invecchiata e ingrassata, la sorella quattordicenne era passata dai banchi del collegio direttamente alla tomba prima del tempo, ed erano cresciuti nuovi tigli, piantati dalla sua mano fanciulla. " mai possibile, pensavo, che nulla sia mutato nel tempo in cui tante me ne sono toccate: credevo in Dio, L'ho rinnegato e L'ho ritrovato; amavo la mia patria e mi son fatto crocifiggere con lei e mi sono unito con chi la crocifigge va!". Tutto questo suonava offensivo al mio giovanile amor proprio, e cos decisi di fare una verifica, una verifica generale; di me stesso e di quanto mi circondava nei giorni in cui ogni impressione della vita era per me cosa nuova. Prima di tutto desideravo vedere i miei amati eremi, e una fresca mattina andai con il mio carrozzino all'eremo di P., distante da casa nostra venti e pi verste. La stessa strada, i medesimi campi e le gracchie che alla stessa man iera si nascondevano nei densi seminati invernali, e i contadini a inchinarsi profondamente e le contadine che si spidocchiavano sedute sulla soglia dell' izb. Tutto come un tempo. Ecco il ben noto portone del monastero; c' un portinaio nuovo, il vecchio ormai monaco. Ma il padre-economo ancora vivo. Il ve cchio ammalato ha ormai toccato i novan-t'anni. Nei nostri monasteri possibile trovare molti esempi di longevit. Il padre-economo tuttavia non esercit ava pi le sue mansioni e viveva "a riposo", sebbene, come prima, non venisse mai chiamato altrimenti che "padre-economo". Quando mi portarono da lui, egli era disteso sul letto e, non avendomi riconosciuto, si preoccup e chiese al converso della sua cella: "Chi ?". Senza rispondere nulla mi avvicina i al vecchio e gli presi la mano. "Salve, salve!" borbott il padre-economo, "Ma chi sareste?". Mi chinai su di lui, lo baciai sulla fronte e feci il mio nom e. "Ah tu mio caro, caro 44 piccolo amico!...E dunque cos; bene, ti saluto!" disse il vecchio, di nuovo agitandosi nel suo letto. "Kirll, metti sul fuoco il s amovr, alla svelta!" disse al converso. "Ma io, servo, non cammino pi. Ecco, pi d'un anno che ho i piedi tutti gonfi". Il padre-economo aveva l'idropisi a, di cui spesso muoiono i monaci, che passano la vita stando lungamente in piedi in chiesa o in altre occupazioni che predispongono a questa malattia. Chiama dunque Vaslij Petrvic, - disse l'economo al converso, quando questi pos il samovr e le tazze sul tavolino vicino al letto. - Vive qui con me un poveretto, -aggiunse il vecchio, rivolgendosi a me. Il converso usc e dopo un quarto d'ora sul pavimento di pietra si sentirono i passi e una specie di muggito. La porta si apr e ai miei occhi meravigliati si present il Pecorone. Egli indossava una corta giacca del panno usato dai contadini grand orussi, calzoni screziati e alti stivali di cuoio non poco logori. Solo in testa portava l'alto cappuccio nero dei novizi di convento. L'aspetto del Pec orone era tanto poco mutato che, malgrado il suo abbigliamento abbastanza strano, lo riconobbi al primo sguardo. - Vaslij Petrvic! Siete voi? - dissi, andan do incontro al mio amico, e nel contempo pensai: "Oh, chi mai meglio di te potr dirmi come sono passati sopra queste teste gli anni della dura prova?" . Il Pecorone parve rallegrarsi nel vedermi, e il padre-economo si meravigli che noi fossimo due vecchi conoscenti. - Beh, ecco bene, benissimo, - biascic. -

Versagli del t, Vsja. - Voi sapete bene che io non sono capace di versare il t, - rispose il Pecorone. - Vero, vero. Versalo tu, caro ospite. Cominciai a r iempire le tazze. - da tanto che siete qui, Vaslij Petrvic? - chiesi, porgendo una tazza al Pecorone. Egli diede un morso allo zucchero, ne stacc un pe zzetto e, dopo aver trangugiato tre volte, rispose: "Saranno circa nove mesi". - E adesso dove andrete? 45 - Per ora in nessun luogo. - E si pu sapere da dove siete venuto? - chiesi, sorridendo involontariamente al ricordo di come il Pecorone rispondeva a simili domande. - Si pu. - Da Perm? -No. - Da do ve, dunque? Il Pecorone pos la tazza vuota e disse: - Sono stato ovunque e in nessun posto. - Non avete pi visto Celnvskij? - No, non sono pi stato l. - La v ostra mamma ancora viva? - morta all'ospizio. - Sola? - Perch, si muore in compagnia? - molto? - Un anno, dicono. - Andate a passeggiare, ragaz zi, e io dormir sino ai vespri, - disse il padre-economo, al quale pesava ormai qualunque sforzo. - No, voglio arrivare fino al lago, - risposi. - Ah, cos, vai, vai con Dio e porta con te anche Vsja: egli te ne dir delle belle per strada. - Andiamo, Vaslij Petrvic. Il Pecorone si gratt, prese il cappucc io e rispose: - Andiamo pure. Prendemmo congedo sino all'indomani dal padre-economo e uscimmo. Sull'aia attaccammo noi stessi il mio cavallino e p artimmo. Vaslij Petrvic' sedette dietro a me, schiena contro schiena, dicendo che diversamente egli non poteva viaggiare, in quanto dietro la testa d' un altro gli mancava l'aria. Per strada non raccont stramberie. Fu al contrario poco loquace, e di continuo mi chiedeva solo se avevo visto persone in telligenti a Pietroburgo e cosa queste pensavano; o, smettendo di fare domande, si metteva a fischiare ora come un usignolo ora come un rigogolo. In qu esto modo percorremmo tutta la strada. Vicino alla capanna da tanto tempo nota incontrai un 46 novizio basso e di pelo rosso, che aveva preso il posto d pa dre Srgij, morto tre anni prima, lasciando in eredit i suoi strumenti e quanto aveva approntato al serafico padre Vavla. Questi non era in casa: second o il suo solito passeggiava lungo il lago e guardava l'airone che ingoiava le sottomesse rane. Il nuovo compagno di padre Vavla, padre Prochr, si rallegr del nostro arrivo proprio come una signorina di campagna che senta la sonagliera d'una carrozza. Egli stesso si affrett a staccare il nostro cavallo, e sempre lui mise sul fuoco il samovr, dandoci continue assicurazioni che "padre Vavla sarebbe tornato da un momento all'altro". Io e il Pecorone ascol tammo le sue assicurazioni, ci sedemmo su un rialzo di fronte al lago, tacendo entrambi con piacere. Nessuno aveva voglia di parlare. Il sole era ormai completamente sceso dietro gli alti alberi, che in fitta macchia circondavano tutto il lago del monastero. La superficie piatta dell'acqua sembrava quasi nera . L'aria era tranquilla, ma afosa. - Di notte ci sar un temporale, - disse padre Prochr, trascinando sotto la tettoia il cuscino del mio carrozzino da corsa . - Perch vi preoccupate? - risposi, - forse non ci sar. Padre Prochr sorrise timidamente e disse: - Non fa nulla! Che disturbo mai? - Metter anche il cavallino sotto la tettoia, - prese a dire, uscendo di nuovo dalla capanna. - Perch, padre Prochr? - Ci sar un gran temporale: si prender paura, spezze r la briglia. Nossignore, meglio che lo porti sotto la tettoia. L star bene. Padre Prochr sleg il cavallo e lo condusse sotto la tettoia, tirandolo per la briglia e dicendo: "Vieni, caro! Vieni, stupidello! Di cosa hai paura?". - Ecco, cos meglio, - disse, sistemando il cavallo in un angolo dell a tettoia e riempiendogli d'avena il vecchio setaccio. - Ma come va che padre Vavla tarda tanto; giusto? - disse, girando l'angolo della capanna. - M a ecco il temporale, - aggiunse, indicando con la mano una nuvoletta grigio-rossa. 47 Nel cortile s'era fatto buio pesto. - Vado a cercare padre Vavla , - disse il Pecorone e, attorcigliate le treccine, si mosse verso il bosco. - Fermatevi: non riuscirete a incontrarvi. - Come no! - e, cos dicendo, us c. Padre Prochr prese una bracciata di legna ed entr nsll'izb. Presto le finestre s'illuminarono del fuoco ch'egli aveva acceso nel focolare e nella p entola cominci a bollire l'acqua. Non comparivano n padre Vavla n il Pecorone. Intanto le cime degli alberi avevano cominciato di quando in quando a oscillare, sebbene la superficie del lago restasse ancora ferma come piombo rappreso. Solo di rado si potevano notare dei guizzi biancastri, opera di qualch

e vispo coracino, e le rane portavano avanti in coro un'unica nota tristemente monotona. Io continuavo a starmene seduto sul rialzo, guardando il lago scuro e ricordando i miei anni volati via in una buia lontananza. Qui c'erano un tempo le tozze barche, dove mi portava il possente Nestruev, qui dormivo con i n ovizi, e tutto allora era cos caro, allegro, pieno di vita, e ora tutto era come quel tempo andato, eppure qualcosa mancava. Mancava l'infanzia spensier ata, mancava la calda fede vivificatrice di molte cose, quello in cui cos dolcemente e con tanta speranza si credeva allora. - Sento profumo d Russia! Da d ove venite, miei cari ospiti? - disse ad alta voce padre Vavla, arrivando all'improvviso da dietro l'angolo della capanna, tanto che io non avevo assoluta mente notato il suo avvicinarsi. Lo riconobbi al primo sguardo. Egli era solo completamente incanutito, ma manteneva quello stesso sguardo fanciullo e il medesimo viso allegro. - Vi degnate di venire da lontano? - mi chiese. Io feci il nome di un villaggio distante una quarantina di verste. Egli mi doman d se non fossi il figlioletto di Afansij Pvlovic. - No, - dico. - Beh, fa lo stesso, vi chiedo la grazia di favorire nella mia cella, comincia a piovig ginare. Effettivamente aveva cominciato a cadere una pioggia sottile e il lago s'increspava, malgrado in quella conca non ci fosse quasi mai vento, che qui non aveva modo di sfrenarsi. Era dunque un luogo tranquillo. Come vi degnate di chiamarvi? domand padre Vavla, quando fummo entrati nella sua capann a. Feci il mo nome. Padre Vavila mi guard e sulle sue labbra apparve un sorriso bonariamente astuto. Pure io non seppi trattenermi e sorrisi. Il mio raggiro non aveva avuto successo: mi aveva riconosciuto; io e il vecchio ci abbracciammo e ci baciammo pi volte, e senza un vero motivo ci mettemmo a pian gere. - Vieni qua che voglio vederti pi da vicino, - disse padre Vavla, continuando a sorridere portandomi verso il focolare. - Vedi, come sei cresciuto ! - E voi siete invecchiato, padre Vavla. Padre Prochr si mise a ridere. - Ma loro vogliono sembrare sempre giovani, - profer padre Prochr, - incredibile c ome vogliano sembrare giovani. - Ma questo secondo voi! - rispose padre Vavla facendosi animo, ma subito si mise a sedere su una seggiolina e aggiu nse: - No, fratellino! Lo spirito gagliardo, ma la carne ormai dice di no. giunta l'ora di andar a trovare padre Srgij. Mi dolgono sempre le reni, co mincio a star male. - da molto che morto padre Srgij? - Sono tre anni dal giorno di san Spirdione. - Era un buon vecchio, - dissi, ricordando il d efunto con i suoi bastoncelli e il temperino. - Guarda dunque! Guarda l nell'angolo: c' ancora l'intero suo laboratorio! Ma accendi dunque la candela, p adre Prochr. - E il Capitano vivo? -Guarda te, il gatto...cio la nostra gatta, Capitano, ricordi ancora? - Come no. - Il Capitano morto soffocato , fratello. finito chiss come sotto il coperchio della madia; la madia s' chiusa, e noi non eravamo in casa. Tornammo, cercammo e cercammo, il 49 nostro gatto non c'era. Due giorni dopo apriamo la madia, guardiamo: l dentro. Adesso ne abbiamo un altro.. .guardalo l: Vs'ka! Vs'ka! - cominci a chiamare padre V avla. Da sotto la stufa venne fuori un grosso gatto grigio e prese a strofinare la testa sulle gambe di padre Vavla. - Eh tu, bestiaccia! Padre Vavla prese il gatto e, posatolo sulle sue ginocchia con la pancia all'aria, gli strofin la gola. Un vero e proprio quadro di Teniers21: il vecchio bianco com e la neve con il grosso gatto grigio sulle ginocchia, l'altro, non ancora del tutto vecchio, affaccendato in un angolo; le varie suppellettili di casa e i l tutto illuminato dalla calda luce rossa del focolare. - Accendi dunque la candela, padre Prochr! - grid di nuovo padre Vavla. - Qua, subito. Non si riesce a vedere nulla. Padre Vavla intanto giustificava Prochr e mi spiegava: - Per noi, sai, adesso non accendiamo candele. Andiamo a dormire presto. Venne a ccesa una candela. La capanna conservava lo stesso ordine di dodici anni prima. Solo che al posto di padre Srgij vicino alla stufa si trovava padre Prochr, e invece del bruno Capitano c'era il grigio Vs'ka, che se la spassava sulle ginocchia di padre Vavla. Persino il coltel-luccio e il fascio di bacchette di castagno, preparate da padre Srgij, pendevano l dove le aveva messe il defunto, che le aveva predisposte per un qualche uso. - Bene, le uova sono co tte, e cos anche il pesce pronto, ma non c' Vaslij Petrvic, - disse padre Prochr. - Quale Vaslij Petrvic? - Quello strambo, - rispose padre Prochr. - Ma

non sei venuto assieme a lui? - S, - dissi, indovinando che il soprannome apparteneva al mio Pecorone. - Chi mai ti ha mandato qua assieme a lu i? - Ma noi ci conosciamo da tanto tempo. Ma voi, ditemi, perch l'avete chiamato 'strambo'? David Teniers, pittore fiammingo (1610-1690). 50 - Lui stram bo, fratello. Oh, quant' strambo! - Ma una brava persona. - Io non dico che sia cattivo, ma solo che in preda alla stramberia; adesso un instabile: scontento di tutti gli ordinamenti. Erano gi le dieci. - E dunque, ceniamo. Forse torner, - diede ordine padre Vavla, cominciando a lavarsi le mani. - S, s, s: ceniamo e poi le litanie.. .Va bene? Per padre Srgij, dico, canteremo tutti le litanie? Cominciammo a cenare e finimmo, e cantammo "Ri posa con i santi" per padre Srgij, ma Vaslij Petrvic non tornava ancora. Padre Prochr tolse dalla tavola le stoviglie superflue, ma vi lasci la padella con il pesce, il sale, il pane e cinque uova, quindi usc dalla capanna e, tornando, disse: - No, non si vede. - Chi che non si vede? - domand padre Vavla . - Vaslij Petrvic. - S'egli fosse qui, non se ne starebbe fuori della porta. Lu, ora, si capisce, ha pensato di fare una passeggiata. Padre Prochr e padre Vavla volevano assolutamente farmi coricare in uno dei loro letti. A fatica rifiutai, presi per me una delle morbide stuoie di giunco, opera del defunto padre Srgij e mi sdraiai sopra una panca sotto una finestra. Padre Prochr mi diede un guanciale, spense la candela, usc di nuovo e si ferm l abba stanza a lungo. Evidentemente egli aspettava lo 'strambo', ma non lo attese sino al ritorno, e, rientrando, disse solo: - Sicuramente ci sar il tem porale. - Forse non ci sar, - dissi, nel desiderio di tranquillizzarmi a proposito del Pecorone scomparso. - No, verr: c' una grande afa. - Anche i reni mi fanno male, - intervenne padre Vavla. - E una mosca gi da stamattina, mi si posata sul viso, simile a un catecumeno - soggiunse pare Prochr, rigirandos i pesantemente nel suo letto massiccio-, e tutti noi, cos mi parve, proprio in quello stesso istante ci addormen- 51 tammo. Fuori regnava un buio pa uroso, ma non pioveva ancora. Capitolo VI - Alzati! - mi disse padre Vavla, dandomi una spinta nel letto. - Alzati! Non bene dormire con un tale tempo. Potr ebbe essere l'ora del volere di Dio. Non rendendomi conto di cosa si trattasse, balzai in piedi svelto e sedetti sulla panca. Dinanzi all'armadietto delle icone ardeva una sottile candela di cera, e padre Prochr, vestito della sola biancheria, era in ginocchio e pregava. Un terribile colpo di tuono, che con fragore rintron sopra il lago e prese a rimbombare per il bosco, spieg la causa dell'agitazione. La mosca, dunque, non senza una ragione s'era pos ata sul viso di padre Prochr. - Dov' Vaslij Petrvic? - chiesi ai due vecchi. Padre Prochr, senza smettere di biascicare la sua preghiera, gir verso di me il viso e con un gesto mi fece intendere che il Pecorone non era ancora tornato. Guardai il mio orologio: era esattamente l'una di notte. Pad re Vavla, pure lui vestito della sola biancheria e d'un panciotto ovattato di calic, guardava alla finestra; mi avvicinai pure io alla finestra e mi misi a guardare. A causa dei lampi ininterrotti, che illuminavano a giorno tutto lo spazio visibile dalla finestra, si poteva notare che la terra era abbastanza secca. Dunque, non era caduta, molta pioggia da quando c'eravamo addormentati. Ma il temporale era pauroso. I tuoni si susseguivano, uno pi forte dell'altro, un o pi spaventoso del precedente, e i lampi non cessavano neanche per un istante. Era come se il cielo si fosse spaccato e fosse pronto con fragore a cadere sulla terra come un torrente di fuoco. - Dove pu essere? - dissi, - pensando involontariamente al Pecorone. - Meglio che non ne parli, - replic pad re Vavla, senza staccarsi dalla finestra. 52 tammo. Fuori regnava un buio pauroso, ma non pioveva ancora. Capitolo VI - Alzati! - mi disse padre Vavla , dandomi una spinta nel letto. - Alzati! Non bene dormire con un tale tempo. Potrebbe essere l'ora del volere di Dio. Non rendendomi conto di cosa si trattasse, balzai in piedi svelto e sedetti sulla panca. Dinanzi all'armadietto delle icone ardeva una sottile candela di cera, e padre Prochr, vestito della sol a biancheria, era in ginocchio e pregava. Un terribile colpo di tuono, che con fragore rintron sopra il lago e prese a rimbombare per il bosco, spieg la causa dell'agitazione. La mosca, dunque, non senza una ragione s'era posata sul viso di padre Prochr. - Dov' Vaslij Petrvic? - chiesi ai due vecchi. Padr

e Prochr, senza smettere di biascicare la sua preghiera, gir verso di me il viso e con un gesto mi fece intendere che il Pecorone non era anc ora tornato. Guardai il mio orologio: era esattamente l'una di notte. Padre Vavla, pure lui vestito della sola biancheria e d'un panciotto ovattato di calic, guardava alla finestra; mi avvicinai pure io alla finestra e mi misi a guardare. A causa dei lampi ininterrotti, che illuminavano a giorno tutto lo s pazio visibile dalla finestra, si poteva notare che la terra era abbastanza secca. Dunque, non era caduta, molta pioggia da quando c'eravamo addormentati. M a il temporale era pauroso. I tuoni si susseguivano, uno pi forte dell'altro, uno pi spaventoso del precedente, e i lampi non cessavano neanche per un istante. Era come se il cielo si fosse spaccato e fosse pronto con fragore a cadere sulla terra come un torrente di fuoco. - Dove pu essere? - dissi, - pensan do involontariamente al Pecorone. - Meglio che non ne parli, - replic padre Vavla, senza staccarsi dalla finestra. 52 - Non gli sar mica capitato qualco sa? - Cosa gli pu mai essere successo! Belve di grossa taglia qui non ce ne sono. Forse qualche brutto tipo, ma anche di questi da tempo non si se nte pi parlare. No, star andando in giro cos. L'avr preso un qualche ghiribizzo. - Ma la vista davvero bellissima, - continu il vecchio, in ammirazion e del lago, che i lampi illuminavano sino alla riva opposta. In quell'attimo era rimbombato un tal tuono che la capanna intera trem; padre Prochr cadde a terra e sia io che padre Vavla fummo scaraventati sulla parete opposta. Nell'ingresso era caduto gi qualcosa e s'era poggiato sulla porta d'entrata della capanna. - Andiamo a fuoco! - si mise a gridare padre Vavla, il primo a riprendersi dal generale intontimento e a buttarsi verso la porta. Non era pos sibile aprirla. - Lasciate fare a me, - dissi, - ben convinto che saremmo bruciatile con tutta la mia forza colpii con una spallata la porta. Con nostra g randissima meraviglia, la porta questa volta si apr facilmente, e io, non sapendomi trattenere, volai al di l della soglia. L'ingresso era completament e buio. Rientrai nella capanna, presi dall'armadietto delle icone una candelina e con questa tornai di nuovo nell'ingresso. Tutto quel trambusto era o pera del mio cavallo. Spaventato dall'ultimo pauroso colpo di tuono, aveva tirato la briglia, legata al palo, gettato a terra il contenitore vuoto che un t empo conteneva i cavoli fermentati, sul quale c'era il setaccio con l'avena e, gettandosi da una parte, con il suo corpo aveva ostruito la porta. La povera bestia agitava le orecchie, girava attorno gli occhi inquieta e tremava in tutte le membra. Rimettemmo tutto in ordine, riempimmo un altro setaccio d'av ena e rientrammo nella capanna. Prima che padre Prochr riportasse dentro la candelina, io e padre Vavla avevamo notato nella capanna un'esile luce, che pa ssando attraverso la finestra si rifletteva sulla parete. Guardammo alla finestra, ed ecco, di fronte, sull'altra riva del lago, simile a 53 una colossal e candela, ardeva un vecchio pino secco, che da tanto tempo si ergeva solitario sulla nuda collina di sabbia. - Alia! - profer padre Vavla. - Il fulmine l'ha ince ndiato, - sugger padre Prochr. - E in che modo stupendo arde! - disse di nuovo padre Vavla, l'artista. - Cos ha stabilito per lui Dio! - rispose il timo rato padre Prochr. - Andiamo, dunque, a dormire, padri: il temporale s' acquietato. In effetti il temporale s'era del tutto calmato e solo in lontanan za si udivano i rimbombi di tuono, ma in cielo si muoveva pesantemente un'interminabile nuvola nera, che sembrava ancor pi nera alla luce del pino in fi amme. - Guardate! Guardate! - inaspettatamente esclam padre Vavla che continuava a guardare dalla finestra. -Ecco il nostro strambo! - Dove? - chiedem mo a una voce io e padre Prochr, ed entrambi ci affacciammo alla finestra. - Ma laggi, vicino al pino. In effetti a una decina di passi dal pino in fiamme s i delineava chiaramente un profilo umano, in cui a prima vista era possibile riconoscere la figura del Pecorone. Egli se ne stava ritto, le mani dietro la sc hiena e, con la testa alzata, guardava i rami che bruciavano. - Che sia il caso di chiamarlo? - chiese padre Prochr. - Non sentirebbe, - rispose padre Va vla. - Sentite che rumore c': impossibile sentire. - E si arrabbierebbe, - aggiunsi, conoscendo bene l'indole del mio amico. Ci soffermammo ancora un po' alla finestra. Il Pecorone non si mosse. Lo chiamammo alcune volte 'strambo', poi ci coricammo ognuno al proprio posto. Le stramberie di Vaslij Petrvic avevano

da tempo cessato di meravigliare anche me; ma in questa occasione per il mio amico sofferente provavo una pena insopportabile...Nel suo stare da caval iere dalla triste figura di fronte al pino in fiamme, egli mi sembrava un buffone. 54 Capitolo VII Quando mi svegliai era gi abbastanza tardi. I padri " illetterati" non erano nella capanna. Accanto alla tavola sedeva Vaslij Petrvic. Teneva in mano una grossa fetta di pane di segala e beveva del latte, pr endendolo direttamente da una brocca posta davanti a lui. Notato il mio risveglio, mi diede un'occhiata e in silenzio continu la sua colazione. Io non pa rlai. Pass cos una ventina di minuti. - Perch indugiare cos? - disse, infine, Vaslij Petrvic, posando la brocca del latte da lui bevuto. - Ma che cosa d ovremmo metterci a fare? - Andiamo in giro. Vaslij Petrvic era della miglior disposizione di spirito. Io apprezzai questo stato d'animo e non gli chi esi della sua passeggiata notturna. Ma egli stesso cominci a parlarne, non appena uscimmo dalla capanna. - Che notte di tempesta c' stata! - cominci Vasli j Petrvic. - Davvero non ne ricordo un'altra uguale. - Eppure non piovuto. - Ha cominciato cinque volte, ma non s' mai scatenata per bene. Queste n otti mi piacciono da morire. - A me invece no. - Perch? - Cos'hanno mai di bello? Tutto turbina, va in pezzi. - Hum! Ecco in questo sta il bello, ch e tutto va in pezzi. - Si pu anche finire male senza un perch o un per come. - Voi scherzate! - stato ben abbattuto il pino. - bruciato in maniera gran diosa. - L'abbiamo visto. - Pure io ho visto. bello vivere nei boschi. - Per l ci sono molte zanzare. - Eh, voi, stirpe di canarini! Saranno le zanzare a mangiarvi! - Le zanzare, Vaslij Petrvic, danno fastidio anche agli orsi. - Ma, comunque, l'orso non se ne va dal bosco. M' piaciuta questa vita, - c ontinu Vaslij Petrvic. 55 s - Quella dei boschi? - S. Che splendore sono le foreste del nord! Folte, silenti, il fogliame quasi azzurro, una meravig lia! - Bello s, ma non a lungo. - L anche d'inverno si sta bene. - Beh, non la penso cos. - No, davvero si sta bene. - Cos' che vi piaciuto tanto l? - La q uiete, e la forza che viene da quella pace. - E la gente com'? - Che vuol dire: la gente com'? - Come vive e cosa s'aspetta? Vaslij Petrvic si mis e a pensare. - Siete ben vissuto due anni con loro. - S, due anni e un po' di pi. - E li avete conosciuti? - Che c' mai da conoscere? - Cosa si cela negli uomini di quei luoghi? - La stoltezza si nasconde in loro. Ma voi prima la pensavate cos? - No. Ma che valore hanno i nostri pensieri? I pen sieri sono fatti di parole. Senti dire raskol, "scisma", una forza, una protesta, e pensi sempre di scoprire in quello chiss cosa. Pensi sempre che loro conoscano la parola giusta e non te la vogliano rivelare, solo perch non sai capire l'essenziale. - Beh, e in realt? - In realt vivono della lettera, e cco cosa. - Ma voi andavate d'accordo con loro? - E come non andare d'accordo? Non ci sono mica andato per passatempo. - Ma in che modo andavate d'a ccordo? Questo interessante. Raccontate, vi prego. - Molto semplicemente: sono arrivato, mi son fatto assumere come operaio, ho lavorato come un bue...Ma ecco, sdraiamoci qui vicino al lago. Ci stendemmo e Vaslij Petrvic continu il suo racconto, secondo la sua consuetudine, con brevi, interrotte espressioni. 56 - S, ho lavorato. D'inverno mi chiamavano a copiare libri. Presto divenni abile a scrivere in onciale e in semionciale. Ma solo il diavolo sa che libri mi dessero. Non quelli che io speravo. La vita scorreva noiosa. Lavoro e orazioni cantate, e basta. Poi cominciarono a sollecitarmi: - Resta, - dicono, - sempre con noi! Io rispondo: - " la stessa cosa, anche cos sono dei vostri. - Prenditi una ragazza e vai a vivere a casa di qualcuno. - Lo sapete qu anto ci contrario alla mia natura! "Tuttavia, - pensai, - non per questo abbandoner l'impresa". Andai in casa d'uno. -Voi? - E chi se no? - Voi sposato? Mi sono preso una ragazza, significa che mi sono sposato. Per lo stupore io divenni semplicemente di sasso e involontariamente chiesi: - Beh, cosa mai su ccesse in seguito? - Poi, ne venuto fuori una porcheria, - disse il Pecorone e sul suo viso s palesarono e rancore e rabbia. - Con una moglie siete stato infe lice? - Ma una moglie pu forse fare la mia felicit o infelicit? Io ho ingannato me stesso. Pensavo di trovare l una citt, e invece ho trovato un cest ino di tiglio.22 -1 raskol'niki non vi hanno iniziato ai loro misteri? - Che c' da iniziare! - grid indignato il Pecorone; -Tutto compreso nel solo segre

to. Dovete rendervi conto: la parola "Apriti Sesamo", quella di cui si parla nella fiaba, ecco quella non esiste! Io conosco tutti loro segreti, e t utti meritano soltanto disprezzo. Tu pensi che si riuniscano per spiegare qualche alto concetto, o il diavolo sa cosa, "il sacro onore e la sacra fede". S i 22 Modo di dire popolare, che corrisponde approssimativamente a: "credevo di toccare il cielo con un dito, e invece sono rimasto senza niente in mano". 57 fermano alla sacra fede, e nel sacro onore ci sta chi occupa gli onori. Sono cialtroni, legati alla lettera, una lettera fatta di un rosario di cuoio e d'uno staffile dalle cinghie lunghe il pi possibile. Se non sei dei loro, in nessun modo baderanno a te. E se lo sei, non cercheranno di darti sollievo, s e sei vecchio e debole, devi andartene all'ospizio oppure vivere di carit in una cucina. E se sei giovane, vai a fare il bracciante. Il padrone bader che t u non ti vizi. Vivrai cos in un carcere senza sbarre. E ancora stanno a lamentarsi quei maledetti tacchini: "Non c' timor di Dio, il timore, - dicono, -viene meno". Mentre noi riponiamo in loro la speranza, la fiducia!...Stupide marmotte, sanno solo imbrogliare con i loro segretini. Vaslij Petrvic sput con disg usto. - Mai dire, forse, che migliore il nostro semplice contadino? Vaslij Petrvic ci pens su, sput un'altra volta e con voce calma rispose: - Incompara bilmente migliore. - Per che cosa in particolare? - Per il fatto che non sa quello che desidera. Il vecchio credente ragiona cos, ragiona anche in modo diverso, ma il suo ragionamento resta comunque lo stesso. Non fa che girare attorno al proprio dito. lo stesso che prendere un terreno qualsiasi oppure scavare una vecchia diga. Non importa se l'hanno innalzata con le mani! Non ci sono che frasche, e frasche ci saranno; e se le toglierai, reste r la sola terra, solo che sar stata rigirata da uno sciocco. Decidi pertanto: cos' meglio? - Come ve ne siete andato via? - Me ne sono andato cos. Ho visto che non c'era nulla da fare e me ne sono andato. - E vostra moglie? - Cosa v'interessa mai di lei? - Com', l'avete lasciata l da sola? - E dove mai avrei dov uto metterla? - Portarla via con voi e vivere assieme a lei. - Ne avevo proprio un gran bisogno! 58 - Vaslij Petrvic, questa crudelt! E se lei vi amava? Dite una sciocchezza! Ecco cos' dunque l'amore: oggi Vustavscik25 ha letto la preghiera e lei mia moglie; domani la "benedir" nuovamente e lei se n 'andr a dormire con un altro in uno stambugio. Cosa m'importa della donna, cosa dell'amore, che cosa di tutte le donne del mondo? - Ma comunque si t ratta di una persona, - dico. - Avreste dovuto comunque averne piet. Ecco proprio in questo senso: avere piet di una donna!.. .Cosa mi importa di sape re con chi andr a dormire nello stambugio. Abbiamo proprio tempo per essere tristi per questo! Sesamo, Sesamo, chi sa come aprire Sesamo, ecco chi ne cessario! - Concluse il Pecorone e si colp il petto. - Un uomo, dateci un uomo, che la passione non renda schiavo, e solo lui conserveremo nei recessi pi sacri della nostra anima. La mia conversazione con Vaslij Petrvic fin l. Dopo aver pranzato con i vecchietti, lo portai nel monastero, mi congedai d al padre-economo e tornai a casa. Capitolo Vili Dopo una decina di giorni da quando mi ero separato da Vaslij Petrvic, sedevo con la mamma e mia sore lla sul terrazzino della nostra piccola casa. Imbruniva. La servit era andata a cenare e nei dintorni, oltre a noi, non c'era nessuno. Ovunque atto rno regnava il gran silenzio della sera, e all'improvviso in questo silenzio i due grossi cani da guardia sdraiati ai nostri piedi balzarono su, si lanciaron o verso il portone e s'avventarono rabbiosamente su qualcuno. Io mi alzai e andai verso il portone per vedere l'oggetto del loro furioso attacco. Appoggia ndosi con la schiena alla palizzata c'era il Pecorone e a fatica si difendeva con un bastone dai due cani che lo aggredivano con la ferocia propria dell'uomo. Il prete degli scismatici. 59 - Mi hanno quasi divorato, quei dannati, - mi disse, quando ebbi cacciato via i cani. - Siete venuto a piedi? - Come vede te, a zufuski.u Vaslij Petrvic portava sulla schiena anche la sacchetta, con la quale di solito viaggiava. - Andiamo, dunque. - Dove? - Beh, l a casa nost ra. - No, non verr l. - Perch non ci venite? - L ci sono certe signorine. - Quali signorine! Sono mia madre e mia sorella. - Fa lo stesso, non ci verr. - B asta con le stramberie! Sono persone semplici. - Non ci verr! - disse con fermezza il Pecorone. - Ma dove vi sistemer? - Bisogner mettermi in qualche po

sto. Non so dove andare. Mi ricordai del bagno, che d'estate era vuoto e spesso serviva da camera da letto per ospiti di passaggio. La nostra casa era modesta, da piccola nobilt, non da aristocratici. Neppure attraverso il cortile, vicino al terrazzino d'ingresso, voleva passare Vaslij Petrvic, per nient e al mondo. Ci si poteva arrivare attraverso il giardino, ma io sapevo che il bagno era chiuso e la chiave l'aveva la vecchia bambinaia, che stava cena ndo in cucina. Lasciar solo Vaslij Petrvic non era proprio possibile, perch se no di nuovo si sarebbero avventati su di lui i cani, che s'erano allonta nati da noi solo di alcuni passi e abbaiavano furiosamente. Mi piegai sopra la staccionata, dietro la quale stavo con Vaslij Petrvic, e chiamai con forz a mia sorella. La bambina venne di corsa e si ferm perplessa alla vista dell'originale aspetto del Pecorone in giacchetta da contadino e cappuccio da novizio. La mandai dalla bambinaia per la chiave e, dopo aver ricevuto l'oggetto desiderato, attraverso il giardino accompagnai il mio inaspettato ospi te nei bagno. Dal tedesco zu Fuss, "a piedi". 60 Capitolo IX Nel nostro governatorato ci sono molte piccole propriet agrarie. In generale da noi, per far uso della lingua del comitato politico-economico di Pietroburgo, abbastanza diffuso il sistema della "fattoria". Gli odnodvorcy,25 quelli che avevano avuto dei servi della gleba, dopo che i contadini furono loro tolti, erano divenuti fattori, i piccoli proprietari si erano rovinati e avevano venduto i contadini p erch colonizzassero i terreni di governatorati lontani, e ceduta la terra ai mercanti oppure a odnodvorcy arricchiti. Dalle nostre parti c'erano cinque o sei di queste fattorie, finite nelle mani di persone di sangue non nobile. A cinque verste dalla nostra c'era la fattoria Brkov, cos chiamata dal nome del su o precedente proprietario, di cui si diceva che un tempo viveva a Mosca In festa, allegria e lusso E da madri differenti generato Aveva quaranta figlie, e in vecchiaia aveva contratto regolare matrimonio e venduto una propriet dopo l'altra. La fattoria Brkov, che un tempo costituiva una singola daca26 della grande propriet del signore finito in rovina, apparteneva adesso ad Aleksndr Ivnovic Svirdov. Questi, nato in condizione servile, aveva imparato a legg ere e a scrivere e a far musica. Da giovane suonava il violino nell'orchestra del padrone, e a diciannove anni si era riscattato con cinquecento rubli ed era diventato distillatore. Dotato di una chiara intelligenza pratica, Aleksndr Ivnovic aveva condotto in modo magnifico i propri affari. Dapprima s'era fatta la fama di essere il miglior distillatore del circondario; in seguito aveva cominciato a costruire distillerie e mulini ad acqua; messi insieme mille rubli in contanti, era stato un anno nella Germania Settentrionale ed era tornato di l come Proprietari di un solo, modesto podere. Casa di campagna, usata per lo pi come seconda abitazione. 62 costruttore tale che la sua fama si era rapidamente diffusa in lungo e in largo. Aleksndr Ivnovic era ben conosciuto nelle tre province vicine e veniva disputato per le opere di costruzione. Conduceva i propri affari con" straordinaria precisione e guardava con indulgenz a alle debolezze dei nobili suoi clienti. In generale egli capiva gli uomini e spesso rideva sotto i baffi di molti, ma non era una persona cattiva e anzi, f orse, buona. Tutti gli volevano bene, a parte i tedeschi del posto, che a lui piaceva prendere in giro quando s'impegnavano a introdurre degli ordinamen ti civili tra gente semiselvaggia. "Ora piglier un granchio", - egli diceva, - e, in effetti, il tedesco, come a farlo apposta, sbagliava i calcoli e prendev a un granchio. Cinque anni dopo il suo ritorno dal Mecklemburg Schwerin acquist dal suo ex-padrone la fattoria Brkov, s'iscrisse alla corporazione dei mer canti del nostro capoluogo di distretto, fece sposare due sorelle e un fratello. La sua famiglia era stata da lui riscattata dalla condizione servil e ancor prima del viaggio all'estero e si manteneva unita attorno ad Aleksndr Ivnovic. Il fratello e i cognati lavoravano da lui come stipendiati. Egli li trat tava con una certa rudezza. Non li offendeva, ma li teneva in soggezione. Allo stesso modo si comportava con gli intendenti e con gli operai. Non che gli piacessero gli ossequi, ma cos.. .Era convinto che "non bisognava viziare le persone". Acquistata la fattoria, Aleksndr Ivnovic dallo stesso padrone riscatt Nasts'ja Petrvna, una giovane cameriera, e la spos con regolare matrimonio. Essi vissero sempre nel massimo accordo. La gente diceva che tra lor

o regnava "concordia e amore". Dopo essersi sposata con Aleksndr Ivnovic, Nasts'ja Petrvna si era, come si dice, "fatta rotonda". Era sempre stata una vera e propria bellezza, ma, una volta sposata, era sbocciata come una rosa rigogliosa. Alta, di carnagione chiara, un po' pienotta, ma slanciata con le gua nce ben colorite e azzurri occhi carezzevoli, Nasts'ja Petrvna era un'eccellente padrona di casa. Era raro che suo marito restasse a casa una settimana intera, e ra sempre in viaggio per i suoi lavori, mentre lei attendeva alle faccende della fattora, faceva i conti con gli intendenti e comperava la 63 legna e il gra no, s'erano necessari per le fabbriche. In ogni cosa era la mano destra di Aleksndr Ivnovic, e quindi tutti si comportavano con lei con molta seriet e gran de rispetto; il marito nutriva per lei la massima fiducia e con lei non manteneva il" suo atteggiamento severo. Non le rifiutava nulla. Lei per non e sigeva mai niente. Da sola aveva imparato a leggere e sapeva fare la propria firma. Avevano solo due figlie: la maggiore di nove, la pi piccola di set te anni. Faceva loro da maestra una governante russa. Nasts'ja Ivnovna scherzando si definiva da sola "una stupida ignorante". E invece ne sapeva ben p oco meno di molte altre cosiddette signore istruite. Non capiva il francese, ma divorava addirittura i libri russi. Aveva una memoria eccezionale. Sapeva rac contare quasi a memoria la Storia di Karamzn. E a memoria conosceva un numero sterminato di versi. Amava in particolare Lrmontov e Nekrsov. L'ultimo era particolarmente comprensibile e caro al suo cuore di serva della gleba che molto aveva sofferto nel tempo andato. Nel suo modo di parlare ricorrevano a ncora spesso delle espressioni contadine, in particolare quando si accalorava, ma questo colorito popolare si addiceva al suo discorso persino in modo straordi nario. Succedeva che se lei si metteva a narrare in questo modo qualcosa che aveva letto, conferiva una tale forza al suo racconto, che poi non si aveva pi voglia di leggerlo. Era una donna molto capace. La nostra nobilt andava di frequente alla fattoria Brkov, talvolta cos per provare la cena altrui, ma pi sp esso per affari. Aleksndr Ivnovic riscuoteva ovunque il massimo credito, quando in genere per i proprietari c'era poca fiducia, conoscendo le lo ro insolvenze. Si diceva: " un aristocratico, dagli il denaro, ma urla cento volte"27. (Tale era la loro reputazione. Avendo necessit di grano, o nulla da cui distillare la vodka, gli anticipi o dissipati oppure usati per pagare vecchi debiti, eccoli allora andare da Aleksndr Ivnovic. "Dammi una mano! C arissimo, e questo e quell'altro, fammi da garante". In quell'occasione, gentili e modesti, baciavano 27 In russo, un intraducibile gioco di parole poste in rima: on i aristokrat, "egli un aristocratico", e ori sto krat, "grida cento volte". 64 la mano a Nasts'ja Petrvna. Ma lei di solito usciva e scoppiava a ridere. "Li avete visti, - diceva, - quei ziristy26?1'). Nasts'ja Petrvna chiamava ziristy i nobili da quando una signora di Mosca, tornata nella s ua propriet rovinata, voleva "educare quell'elemento grezzo" e diceva: "Come fate a non capire, ma belle Anastasie, ovunque tutti hanno i propri girond ini!". Del resto tutti baciavano la mano a Nasts'ja Petrvna e lei ci si era abituata. Ma c'erano pure degli sfacciati che le facevano la dichiarazion e d'amore e la invitavano "all'ombra d'un rio". Un ussaro della guardia le dimostr pure che un tale atto sarebbe stato per lei senza conseguenze se avess e preso con s il portafogli di cuoio di Alek-sndr Ivnovic Ma Essi soffrivano senza successo29. Nasts'ja Petrvna sapeva come comportarsi con questi a doratori della sua bellezza. A loro, alla Svirdova e a suo marito, avevo deciso di rivolgermi, pregandoli in favore del mio goffo amico. Quando giu nsi per intercedere per lui, Aleksndr Ivnovic, come il solito, non era in casa; trovai la sola Nasts'ja Petrvna e le raccontai che pupillo mi aveva manda to il destino. Due giorni dopo condussi dagli Svrdov il mio Pecorone e dopo una settimana tornai l per prendere di nuovo congedo da lui. - Perch, frate llo, in mia assenza fai uscire di strada mia moglie? - mi chiese Aleksndr Ivnovic, venendomi incontro sul terrazzino. - In che cosa fuorvierei Nasts'ja Petrv na? - domandai a mia volta, non riuscendo a capire la sua domanda. - E dunque, ti prego, perch la invischi nella filantropia? Che buffone mai le hai messo alle costole? - Sentitelo! - grid dalla finestra la nota, un po' brusca voce di contralto. - Il vostro Pecorone un'ottima persona, 28 Probabi

lmente la signora usa ziristy al posto di zirondisty, 'girondini', nome in quel tempo sentito come equivalente di 'zerbinotti'. 29 Frase ripresa dall'Is pettore generale di Gogol'. 65 io ve ne sono molto riconoscente. - Ma di' la verit, che razza di belva ci hai portato? -domand Aleksndr Ivnovic, quando entram mo nella sua sala di disegno. - Un Pecorone, - risposi, sorridendo. - un personaggio incomprensibile, fratello! - In che cosa? - strambo al massimo grado! - cos all'inizio. - Ma verso la fine non sar per caso peggiore? Io mi misi a ridere e cos pure Aleksndr Ivnovic. - S, ragazzo mio, ridi pure, ma dov e metterlo? Io non so davvero dove ficcarlo un tipo simile. - Ti prego, fagli guadagnare qualcosa. - Ma ecco, non di questo si tratta! Io non mi tiro indietro; per, dove sistemarlo? Guarda dunque tu com' -disse Aleksndr Ivnovic, indicando Vaslij Petrvic che in quel momento stava attraversando il cortil e. Io osservai come lui camminava, con una mano infilata in seno alla giacchetta, mentre con l'altra attorcigliava una treccina, e pure io pensai : "E in effetti dove mai si potrebbe inserirlo?". - Impegnalo nel taglio del bosco, - consigli al marito la padrona di casa. Aleksndr Ivnovic si mise a ride re. - Ma s, che controlli il taglio del bosco, - dissi anch'io. - Ah voi, che bambini siete! Cosa farebbe mai l? L un uomo che non ci ha l'abitudi ne s'impicca per la noia. A mio modo di vedere, meglio dargli cento rubli, e che vada dove crede e faccia quello che vuole. - No, non devi cacciarlo via. - Gi, cos si pu offendere! - mi sostenne Nasts'ja Petrvna. Beh, e dove mai lo ficcher? Qui ho solo contadini; io stesso sono un contadino; m entre lui... - Anche lui non un signore, - dissi. - N un signore n un contadino, e non va ben nessuna cosa e in nessun posto. - E tu affidalo a Nas ts'ja Petrvna. 66 - Giusto, affidalo a me, - intervenne lei nuovamente. - Prendilo, prendilo, mtuska mia. - S, benissimo, - disse Nasts'ja Petrvna. E il Pec orone rimase nelle mani di Nasts'ja Petrvna. Capitolo X Nel mese di agosto, quando ormai vivevo a Pietroburgo, ricevetti per posta una lettera as sicurata nella quale erano compresi cinquanta rubli d'argento. Nella lettera stava scritto: "Amato fratello! Mi trovo al taglio dei boschi,30 cresciuti nel l otto di tutti, ma capitati in sorte a Svirdov. Per un semestre mi stato assegnato uno stipendio di sessanta rubli, malgrado non sia ancora trascorso un semestre. Si vede che stato il mio vestiario a consigliarlo, ma questa loro megadelicatezza01 sar inutile: io non ne ho bisogno. Ho riservato per me die ci rubli d'argento, e cinquanta, qui allegati, spediteli subito senza alcuna lettera alla ragazza contadina Glafra Anfinognovna Mchina, nel villaggio di Duby, governatorato di..., distretto di... E non si sappia da parte di chi. Si tratta di quella che sarebbe mia moglie: questo per lei nel caso aves se avuto un bambino. Qui la mia vita odiosa. Qui non ho niente da fare, e una cosa sola mi conforta, che da nessuna parte, evidentemente, ho qualcosa da fare, a parte quello che fanno tutti: ricordare i genitori scomparsi e riempirsi il ventre. Qui tutti ammirano Aleksndr Svirdov. Aleksndr Ivno-vic! E uomo pi grande non esiste per nessuno. Tutti vogliono diventare grandi come lui; ma in sostanza chi lui, quest'uomo dal gran borsello? S; ora ho capito qualcosa, ho capito. Ho trovato la 30 Lo scrivente usa qui polemicamente il sostantivo istreblenie, che significa 'distruzione'. 31 Leskov usa qui il com posto da lui coniato velikatnost', velikaja deli-katnost', "grande delicatezza", cui non pare possibile trovare un adeguato corrispondente in italiano. 67 soluzi one al problema: "O Russia, dove vai tu32?" E voi non dovete aver timore: di qui io non me ne andr. Non c' un posto dove andare. Ovunque la stessa cosa. Pi i n alto di Aleksndr Ivnovic non riuscirai a saltare. Vaslij Bogoslvskij Ol'gina - Pjma, 3 agosto 185... Nei primi giorni di dicembre ricevetti un'altra l ettera. Con questa Svirdov m'informava che a giorni sarebbe partito per Pietroburgo con la moglie e mi pregava di affittare per lui un comodo appart amento. Una diecina di giorni dopo questa seconda lettera, Aleksndr Ivnovic e la moglie si erano sistemati in un grazioso appartamento di fronte al teatro A leksandrinskij, si riscaldavano con il t e riscaldavano la mia anima raccontandom i di quel lontano paese Dove avevo fatto sogni dorati. - Ma perch non mi dite, - ch iesi, cogliendo il momento buono, - cosa fa il mio Pecorone? - Recalcitra,

fratello, - ripose Svirdov. - Come, recalcitra? - Fa stramberie. A casa nostra no n viene, ci trascura, se la fa sempre con gli operai, ma adesso anche questo forse gli venuto a noia: m'ha chiesto di essere mandato in un altro posto . - E con voi lo stesso? - chiesi a Nasts'ja Petrvna. -Ogni speranza era riposta in voi, che voi l'avreste addomesticato. - Quale speranza? Proprio l ei sfugge. Lanciai un'occhiata a Nasts'ja Petrvna e lei a me. - Che si pu fare? Evidentemente, gli faccio paura. - Ma come mai una cosa come questa? Rac contate. - Che dire? Non c' nulla di cui parlare, semplicemente: venuto da me e mi ha detto: "Lasciatemi andare". Citazione dalle Anime morte di Ggol'. 6 8 "Dove?", dico. "Io, - risponde, - non lo so". "Per qualche motivo state male a casa mia?". "Io non ci sto male, - dice, - ma lasciatemi andare". "Ma, vi prego, cosa vuol dunque dire ci?". Non risponde. "Qualcuno non vi avr mai offeso?". Tace e si limita ad attorcigliarsi le treccine. "Voi, - gli faccio , - dovreste dirlo a Nastja se vi fanno del male". "No, mandatemi, per favore, a fare un altro lavoro". Mi rincresceva licenziarlo; per questo lo manda i a un altro taglio di bosco, a Zgovo, a una trentina di verste di lontananza. L egli si trova anche adesso, - aggiunse Aleksndr Ivnovic. - Come avete fatto ad am areggiarlo a tal punto? - domandai a Nasts'ja Petrvna. - Solo Dio lo sa: io non l'ho amareggiato in nessun modo. - Come fosse stata sua madre ne h a avuto cura, - disse di rincalzo Svirdov. - Per lui ha cucito, gli ha dato vestiti e scarpe. Tu sai bene che cuore abbia. - Beh, e qual stato il risul tato? - Non mi si affezionato, - disse ridendo Nasts'ja Petrvna. Con gli Svirdov presi a condurre una vita piacevole a Pietroburgo. Aleksndr Ivnovic era costantemente impegnato per affari, e io e Nasts'ja Petrvna eravamo sempre in moto. La citt le piacque molto; ma in particolare lei amava i t eatri. Ogni sera andavamo in qualche teatro senza che lei mai s'annoiasse. Il tempo passava in fretta e piacevolmente. Anche in quel periodo di tempo ricev etti dal Pecorone una lettera, nella quale si esprimeva con terribile cattiveria a proposito di Aleksndr Ivnovic. "I briganti e gli stranieri, egli scriveva, secon do me sono migliori di questi russi arricchiti! Ma tutti sono dalla loro parte e c' da morire di rabbia al pensiero che cos deve essere, che tutti sar anno sempre con loro. Noto una cosa straordinaria: noto che lui, questo Aleksndr Ivnov, in tutto mi attraversava la strada, ancor prima che lo conoscessi. Ecco il nemico del popolo, questo tipo d villano ben sazio, questo villano che nutre delle sue briciole i morti di fame, perch essi non 69 muoiano d i colpo e possano lavorare per lui. E proprio questo tipo di cristiano piace e lui superer tutti, e otterr quanto gli stato destinato. Date le mie idee, noi due non possiamo vivere in uno stesso mondo. Io gli cedo il passo, visto che lui il loro prediletto. Egli all'occorrenza potr almeno essere utile a qualcuno, mentre, lo vedo bene, io non vado bene neppure al diavolo. Non per caso mi avete dato il nome d'una fiera. Nessuno mi riconosce suo simile e allo stesso modo io non riconosco nessuno come simile a me". Egli mi pregava ancora di scrivergli se ero vivo e come stava Nasts'ja Petrvna. In quel fr attempo da Vitegra vennero da Aleksndr Ivnovic dei bottai a portare l'acquavite da una distilleria. Li accolsi a casa mia e li sistemai nella cucina vuota. Erano tutti ragazzi che conoscevo. Prendemmo a discorrere di questo e di quello, e si giunse a parlare anche del Pecorone. - Come se la cava da voi? - chiesi loro. - Non c' male, vive! - Agisce, - soggiunse un altro. Ma che lavoro fa? - Beh, che lavoro potrebbe mai fare? Cos non si sa perch il padr one se lo tenga. - Come passa il tempo? - Ciondola per il bosco. Il padrone ha stabilito che lui come un intendente tenga conto della legna tagliata , ma lui non fa neanche questo. - Perch? - Chi lo sa? Il padrone lo vizia. - Eppure robusto, - continu un altro bottaio. - Qualche volta prende l'accetta e come si mette a menar colpi, oh! E le schegge volano. - anche andato a fare la guardia. - Che guardia? - La gente mormorava che ci fossero in giro de i servi della gleba fuggiaschi, cos lui cominci a sparire per notti intere. I ragazzi pensavano che egli forse era d'accordo con quei fuggiaschi, e lo tenne ro sotto controllo. Quand'egli se n'and, lo seguirono in tre. Vedono che va dritto 70 alla fattoria. Beh, non ne usc niente, solo sciocchezze. Si mise a s edere, raccontarono, sotto un citiso di fronte alle finestre del padrone,

chiam Sultanka e rimase cos seduto sino all'alba; all'alba si alz e via di nuovo al suo posto. E cos lo stesso, il secondo e il terzo giorno. I ragazzi smisero di sorvegliarlo. Tieni conto che continu cos fino all'autunno. Ma dopo l'A ssunta, una volta i ragazzi, proprio quando stavano per coricarsi, gli dissero: "Smetti, Petrvic, di far la guardia! Mettiti a letto come facciamo n oi". Lui non disse nulla, ma due giorni dopo sentiamo che ha chiesto di andarsene e che il padrone lo ha sistemato in un'altra campagna. - Ma i vostr i ragazzi gli volevano bene? - chiesi. Il bottaio ci pens un po' e disse: - In certo modo... - Eppure buono. - S, del male non ne faceva. Succedeva che si mettesse a narrare di Filarete il Misericordioso o di altra cosa, e tutto girava in bont, e contro la ricchezza parlava bene. Erano molti i ragazzi c he lo ascoltavano. - E dunque: questo a loro piaceva? - Mica male. In un altro caso la cosa divenne persino comica. - In cosa si fece comica? - Ma ecc o, per esempio, parla e parla della divinit e, d'improvviso, dei signori. Prende una manata di piselli, sceglie quelli che hanno il frutto pi grosso e li d issemina sulla giacca: "Ecco questo, il pi grosso, - dice, - il re; e questi pi piccoli, i suoi ministri e i principi; mentre questi, ancora pi piccol i, sono i signori, mercanti e preti panciuti; invece ecco questo, e indica il pugno, questo siamo noi, i seminatori". E cos con questi seminatori col pisce tutti, principi e preti panciuti e li fa diventare tutti eguali e ne fa un mucchio solo. Beh, i ragazzi, si capisce, ridono. Facci vedere, lo pr egano, di nuovo questa commedia. - Lui cos, lo sappiamo, un pochino folle, - soggiunse un altro. Non restava che tacere. 71 - Ma qual dunque la sua condizione? Che non faccia il commediante? - domand un altro bottaio. - Perch la pensate cos? - Cos ne ciarlava la gente. Mironka lo diceva. Mironka era un piccolo contadino, che non stava mai fermo e da tanto tempo viaggiava con Aleksndr Ivnovic. Aveva fama di cantante, di narrafiabe e di burlone. E in eff etti, talvolta s'inventava delle gran bufale e le diffondeva da maestro tra la gente semplice, beandosi dei frutti della sua inventiva. Era chiaro che V aslij Petrvic, divenuto un enigma per quelli che tagliavano il bosco, era diventato pure oggetto di chiacchiere, e Mirona aveva approfittato di questa circostanza per fare del mio eroe un teatrante a riposo. Capitolo XI S'era di carnevale. Io e Nasts'ja Petrvna a fatica c'eravamo procurati un biglietto per uno spettacolo serale. Davano Esmeralda, che lei da tanto tempo desiderava vedere. Lo spettacolo and molto bene e, secondo le abitudini teatrali russe, fin m olto tardi. La notte era splendida, e io e Nasts'ja Petrvna ritornammo a casa a piedi. Mentre facevamo la strada, osservai che la mia distillatrice era molto pensierosa e spesso rispondeva fuori luogo. - Che cosa vi preoccupa tanto? - le chiesi. - Ma perch?... - Voi non state ad ascoltare quello che io vi dico. Nasts'ja Petrvna si mise a ridere. - E cosa pensate che io pensi? - difficile indovinarlo. - Beh, cos, per esempio? - A Esmeralda. - S, avete quasi indovinato; non era proprio Esmeralda a distrarmi, ma quel povero Quasimodo. - Vi fa pena? 72 - Molta. Ecco un'autentica sventura: essere una pers ona che nessuno pu amare. Fa pena, si vorrebbe liberarla da quel dolore, ma non possibile farlo. una cosa spaventosa! Ma non possibile, non possibile in alcun modo, - continu pensierosa. Seduti a prendere il t, in attesa del ritorno di Aleksndr Ivnovic per la cena, discutemmo molto a lungo. Alek sndr Ivnovic non arrivava. - Eh! Dobbiamo ringraziare Dio, che in realt persone di questa fatta non sono frequenti. - Quali? Come Quasimodo? -S. - E il Pecorone? Nasts'ja Petrvna batt la palma della mano sulla tavola e dapprima si butt a ridere, ma poi, come vergognandosi del suo riso, proffer pian o: - E gi, davvero... Avvicin la candela e, fissando la fiamma, socchiuse leggermente i suoi bellissimi occhi. Capitolo XII Gli Svirdov si fermarono a Piet roburgo sino all'estate. A causa degli affari differivano la loro partenza da un giorno all'altro. Mi convinsero a partire assieme a loro. Viaggiammo in co mpagnia fino al nostro capoluogo distrettuale. L salii su una vettura di posta e mi diressi dalla mamma, mentre essi tornarono a casa propria, dopo ch e ebbi dato la parola che sarei stato da loro la settimana seguente. Aleksndr Ivnovic era intenzionato, subito dopo l'arrivo a casa, di andare a Zgovo, dove ave va luogo il taglio del bosco e dove risiedeva adesso il Pecorone, e

aveva promesso di essere a casa dopo una settimana. I miei non mi aspettavano e si rallegrarono molto al vedermi...Io dissi che per una settimana non mi sarei mosso; mia madre fece venire mio cugino con la moglie e presero avvio dive rse piacevolezze bucoliche. 73 Pass cos una decina di giorni, e l'undicesimo o il dodicesimo, alle prime luci dell'alba, entr da me un po' agitata la mia vecc hia njanja?0 - Cosa c'? - chiesi. - Sono venuti, caro, per te, mandati da quelli di Brkov, - dice. Entr un ragazzo di dodici anni e, senza salutare, fece passare due volte il berrettuccio da una mano all'altra, tossicchi e disse: - La padrona ordina che tu vada subito da lei. - Sta bene Nasts'ja Petrvn a? - domandai. - Beh, e come dovrebbe stare? - E Aleksndr Ivnyc? - Il padrone non a casa, - rispose il ragazzo, tossicchiando di nuovo. - E dov' m ai il padrone? - A Zgovo.. .l, capitato un caso. Ordinai di sellare uno dei cavalli da tiro della mamma e, vestitomi in un attimo, partii di buon tr otto per la fattoria Brkov. Erano solo le cinque del mattino e a casa nostra dormivano ancora tutti. Nella casetta della fattoria, quando vi giunsi, t utte le finestre, tolte quelle della stanza dei bambini e della governante, erano gi aperte, a una di queste c'era Nasts'ja Petrvna, avvolta in un grande scial le azzurro. Essa rispose smarrita con un cenno del capo al mio inchino e, mentre legavo il cavallo al paletto, mosse due volte la mano per farmi fretta . - Ah, che sciagura! - disse, venendomi incontro proprio sulla soglia. - Che cosa c'? - Aleksndr Ivnovic tre giorni fa, di sera, partito per Turuchtnovka, e ora, alle tre di notte, da Zgovo, da dove stanno tagliando il bosco, ecco il biglietto che mi ha mandato per corriere. Mi porse la lettera sgualcita, che sino ad allora aveva tenuto in mano. 33 Balia. 74 "Nastja! - scriveva Svirdov. - manda subito a M. un carro con due cavalli, perch consegnino una lettera al medico e all' ispravnik.34 Il tuo stravagante ce ne ha combinato una di madornale. Ieri sera aveva parlato con me, e oggi prima dei vespri si impiccato. Manda qualcuno che capisca, perch compri tutto come si conviene e portino la bara al pi presto. Non questo il momento, perch io m i occupi di tali cose. Ti prego, datti fretta, e spiega bene a quello che manderai, come deve comportarsi con le lettere. Sai quanto prezioso sia ora il tempo, e qui c' un cadavere. Tuo Aleksndr Svirdov" Dieci minuti pi tardi andavo di buon trotto verso Zgovo. Procedendo per varie strade secondarie, persi molto in fretta la via buona e solo verso il crepuscolo giunsi al bosco di Zgovo, dove era in corso il taglio. Avevo del tutto sfiancato il cava llo e io stesso ero spossato per il continuo stare in sella nella calura. Entrando nella radura in cui si trovava l'izb dei guardiani, vidi Aleksndr Ivnovic. Egli se ne stava nell'ingresso indossando il solo panciotto e teneva in mano il pallottoliere per i conti. Il suo volto era tranquillo come il solito , ma un po' pi serio dell'ordinario. Davanti a lui stava una trentina di contadini. Erano senza berretto, con le accette infilate nella cintura. Un po ' in disparte c'era l'intendente Orfic, che io conoscevo, e ancora pi in l, il cocchiere Mirnka. L c'era ancora una coppia di robusti cavalli d Aleksndr Ivn ovic, staccati dalla carrozza. Mirnka corre verso di me e, preso il mio cavallo, con un sorriso allegro disse: - Ol, come l'avete ridotto! Menalo, menalo via per benino! - gli grid Aleksndr Ivnovic, senza lasciare il pallottoliere. - Dunque, dunque, ragazzi? - egli chiese, rivolgendos i ai contadini che stavano in piedi davanti a lui. 34 Commissario di polizia rurale. - Dev'essere cos, Aleksndra Ivnyc, - gli risposero alcune voci. - Beh, sia con Dio, se cos , - egli replic ai contadini, mi stese la mano e, dopo avermi guardato a lungo negli occhi, disse: - E dunque, fratello? - Cosa ? - Che tiro ha fatto? - S' impiccato. - S, s' punito da solo. Tu da chi l'hai saputo? Io raccontai com'era avvenuto. - Intelligente la donna a manda rti a chiamare; io, debbo ammetterlo, non ci avevo neppure pensato. Ma tu cosa sai di pi? - chiese Aleksndr Ivanvic, abbassando la voce. - Ma io non so an cora niente. C' forse dell'altro da sapere? - E come! Egli mi ha combinato qui, fratello, una tale storia: salvami tu adesso. Mi ha ringraziato p er l'ospitalit. E, dunque, grazie a voi e a Nasts'ja Petrvna: m'avete affibbiato un tale soggetto. - Che cosa, dunque? - domando. - Racconta in ordine ! E mi sento intanto in estremo disagio. - Ha cominciato, fratello, a spiegare

la Scrittura a modo suo, e, ti dir, non in modo corretto, ma stupido. Inizi con il pubblicano e con il povero Lazzaro, e poi di chi pu passare per la cruna di un ago e di chi no, e ogni cosa adduceva contro di me. - In che modo la ritorceva contro di te? - Come?.. .Cos, vedi, che io secondo la sua valutazione sono un "mercante - zampa che rastrella" e istigava i seminatori a colpirmi. La cosa divenne comprensibile. - Beh, e i seminatori cosa fecero? - chiesi ad Aleksndr Ivnovic, che mi rivolgeva uno sguardo significativo. -1 ragazzi, nient e, si sa. - Cio, hanno spifferato ogni cosa? - Si capisce. Lupi sono! - continu Aleksndr Ivnovic con un sorriso furbo. - Come se non capissero, gli dicev ano: "Tu, Vaslij Petrvic, certamente dici il giusto. Adesso, quando 76 Il Pecorone vedremo padre Ptr, chiederemo anche a lui di questo", e a me racco ntavano ogni cosa soprattutto come si trattasse di uno scherzo, e dicevano: "Non va bene tutto quello che dice". E direttamente in faccia gli ripetevano le sue parole. - Ebbene, e dopo? - Io, per la verit, volevo lasciar perdere come se non me ne avvedessi; ma ora, che accaduta una tale disgrazia, li ho chia mati appositamente, per verificare i conti, e sotto sotto ho fatto sorgere loro un buon dubbio, se queste chiacchiere vuote non si dovesse toglierle dalla testa e non parlarne mai pi. - bene, se loro mantengono il silenzio. - Lo manterranno, con me non si scherza. Entrammo nH'izb. Sulla panca di Aleksndr I vnovic c'erano un feltro variopinto di Kazn' e un cuscino di marocchino rosso; il tavolo era coperto da una tovaglia pulita e sopra bolliva allegramente il samovar. - Che cosa gli mai saltato in testa? - dissi, sedendomi al tavolino con Svirdov. - Lascia andare! Quando si ha una mente tanto grande, ec co cosa si finisce per pensare! Io non riesco a sopportare questi seminaristi. - L'altrieri avete parlato con lui? - S, abbiamo parlato. Tra di noi non c' stato alcunch di spiacevole. Alla sera vennero qui gli operai, offersi della vodka, chiacchierai con loro, diedi del denaro a chi mi aveva chiesto un anticip o; e lui nel frattempo sgattaiol via. Al mattino non c'era, ma verso l'ora dei vespri arriv una certa ragazzetta e disse agli operai: "Guardate, l oltre la r adura s' impiccato un uomo". I ragazzi andarono l, ma lui, sventurato, era gi rigido. Di certo doveva essersi impiccato la sera prima. - Non ci sono sta te altre cose spiacevoli? - Niente di niente. - Ma, non gli avrai detto qualcosa? - Ma cosa vai a pensare! - Non ha lasciato nessuna lettera? - Nessuna. Non hai guardato tra le sue carte? - Pare che non avesse carte. 77 - Bisognereb be per guardare, prima che arrivi la polizia. - Facciamolo. - Ma non aveva una valig etta? - chiese Aleksndr Ivnovic alla cuoca. - Il defunto? S, una valigetta. Venne portata una valigetta non chiusa. Fu aperta in presenza dell'intendente e della cuoca. L non c'era nulla, a parte due cambi di biancheria, delle trascrizioni unte e bisunte dalle opere di Platone e un fazzoletto insanguinato, avvolto nella carta. - Che fazzoletto mai questo? - domand Aleksndr Ivnovic. - Ma quello di quando lui, il defunto, si tagli una mano in presenza dell a padrona e cos lei lo fasci con il suo fazzoletto, - rispose la cuoca. - proprio quello stesso, -aggiunse la donna, dopo aver guardato pi da pres so il fazzoletto. - Bene, ecco tutto, - profer Aleksndr Ivnovic. - Andiamo a vederlo. - Andiamo. Mentre Svirdov si vestiva, io con attenzione osse rvai la carta da cui era avvolto il fazzoletto: era perfettamente pulita. Sfogliai le pagine del libro di Platone, in nessuna parte c'era neanche la pi pic cola delle note; trovai solo dei passi segnati con l'unghia. Lessi quanto contrassegnato: "I persiani e gli ateniesi persero l'equilibrio, gli uni perch po tenziarono in modo eccessivo i diritti della monarchia, gli altri perch estesero troppo l'amore per la libert". "Non si mette un bue a guardia dei buoi, ma un uomo. Che sia il genio a regnare". "La potenza pi prossima alla natura quella dell'uomo forte". "Dove i vecchi sono degli svergognati, anche i g iovani sono necessariamente degli svergognati". " impossibile essere perfettamente buoni e perfettamente ricchi. Perch? Perch chi acquisisce con mezzi onesti e disonesti acquisisce due volte di pi di colui che lo fa con mezzi onesti, e chi non fa dei sacrifici per il bene, spende meno di chi pronto a nobili sacrifici". 78 "Dio la misura di tutte le cose, e misura massimamente perfetta. Per essere simili a Dio, bisogna essere moderati in tutto, anche nei d

esideri". C'erano qui in margine delle parole scolorite, scritte con una specie di pappa rossastra dalla mano del Pecorone. Le decifrai a fatica: "Vn'ka, stupidone!Perch non sei un prete? Perch hai tagliato le ali alla tua parola? Maestro senza paramenti, buffone per il popolo, zimbello per te stesso, demolitore per l'idea. Io sono un ladro, e quanto pi avanti andr, tanto pi ruber". Chiusi il libro del Pecorone. Aleksndr Ivnovic indoss il suo casacchino e andammo nella radura. Da qui voltammo a destra ed entrammo in un folto bosco di pini; attraversammo uno spazio disboscato ed entrammo ancora i n una grande radura. Qui c'erano due grandi covoni di fieno dell'anno passato. Aleksndr Ivnovic si ferm in mezzo alla radura e, dopo avere aspirato l'aria, grid fo rte: HopI HopI Non ci fu nessuna risposta. La luna illuminava magnificamente la radura e gettava dai covoni due lunghe ombre. - Hop! Hop! - grid per la second a volta Aleksndr Ivnovic. - Hop - pa! - risposero a destra dal bosco. - Ecco dove! disse il mio compagno di strada, e andammo a destra. Dopo dieci min uti Aleksndr Ivnovic grid di nuovo e subito gli risposero, e poco dopo vedemmo due contadini: un vecchio e un giovanotto. Entrambi, alla vista di Svirdo v, si tolsero il berretto e stettero fermi, appoggiandosi ai loro lunghi bastoni. - Salute, cristiani! - Buongiorno, Liksndra Ivnyc. - Dov' dunque il defunt o? - Laggi, Liksndra Ivnyc. - Fatemi vedere, non ho osservato bene il posto. - Eccolo! - Dove? Il contadino ridacchi e indic a destra.