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SCRITTI

DI

STORIA LETTERARIA E POLITICA

BENEDETTO CROCE

SAGGI
SULLA

LETTERATURA ITALIANA
DEL SEICENTO

BARI
GIUS.

LATERZA & FIGLI


1911

TIPOGRABl-KDITOKl-IJBRAI

PROPRIET LETTERARIA
A

NORMA DELLE VIGENTI LEGGI

Stampato

in Trani, col tipi della Ditta Tipografica Editrice

Vecchi e C.

ALL AMICO

CORRADO

RICCI

COME AD AMOROSO RICERCATORE


DEL SEICENTO ITALIANO

PREFAZIONE

Ripetere che

la

letteratura italiana del Seicento

ancora un territorio ignoto o mal noto, pu


brare, secondo
i

sem-

o una frase quando quell'affermazione importi disconoscimento dei non pochi e accucasi,

o un'ingiustizia

generica e

vana. Ingiustizia,

rati lavori

che

si

sono avuti

negli
di

ultimi

anni in

Italia

anche intorno a quel secolo

letteratura; ge-

neralit vana, quando,


il

non intendendosi disconoscere


si

merito di quei lavori,

vuole manifestare
linora
di
si

la

pro-

pria

insoddisfazione per ci che

fatto, o

invocare

nuova

luce.

ovvio che

ogni periodo
si

storico, di ogni fatto, di ogni scrittore,

pu semesso
ri-

pre asserire, senza

pericolo di

errare, che

mane

ignoto

mal noto, non essendo mai


infiniti

possibile
di

esaurire tutti gli

problemi e aspetti
fatto o
le

pro-

blemi, che un periodo, un

uno

scrittore suideali

scitano di continuo, secondo


in cui
il

nuove relazioni

moto

degli spiriti

li

viene via via collocando.

Per

altro, se quell'affermazione viene ripetuta pel

Seicento

come non

si

suole

(o,

almeno, non nella stessa


nostra storia letteraria,

misura) per

altri periodi della

VII!

PREFAZIONE

la

cagione iieiravvertire pi o
al

meao consapevolessa
si

mente che

caso del Seicento

applica in
di

modo
riodo
ai

pi
si

stretto.

Contro

la letteratura

quel pe-

ebbe, sulla fine del secolo decimosettimo e

primi del decimottavo, una reazione violenta, para-

gonabile, direi quasi, alle repressioni medievali esercitate contro


gii

eretici
i

le

jacqueries, o a quelle

moderne contro
zione

comunardi. La critica della reafece

antisecentistica
le

sommarie esecuzioni

in

massa, demoli
il

case dei nemici, sparse sul terreno

sale e vi eresse colonne, d'infamia!


*i

Non ho bisogno

di ricordare

giudizi

del

Crescimbeni, del Gravina,

dello Zeno, del Muratori: ossia di coloro che furono,


tutt'

insieme, capi della reazione e storici dei loro vinti


let-

nemici; anzi, primi delineatori di una storia della


teratura e poesia italiana, nella quale
a collocare in bieca luce
ceduti.
di
il

si

adoperarono
aveva pre-

secolo che

li

Parlare della letteratura del Seicento


follia, di

come

una

una

pestilenza, di

una decadenza,
il

divenne costante. In quel tempo (scriveva Niccol

Amenta), cio tra


cipio
del

la fine del

decimosesto e
e nella

prine

diciassettesimo

secolo,

toscana

nella

latina

poesia, cominci a sprezzarsi in

Italia...

la propriet, dell'idioma, la
tichi,

maniera del dire degli anl'imitazione,


il

l'attaccamento, la
e,

naturalezza,

costume,

per conseguente, tutta l'arte ed ogni

re-

gola per bene ed ornatamente poetare \ Gli arcadi,


nel

comparare

stessi ai

loro

padri

e avoli, gioi-

Prefaz. alle

Rime

e pi-ose

di

monsignor Scipione Pasquale (Vi-

negia, 1703).

PREFAZIONE

IX

vano come
sorridere

uomini

ai

quali

il

cielo

era

tornato

benigno.

Felice

secolo

'^esclamava

Apo-

stolo Zeno, nel 1698, a proposito dei versi del Baruffaldi),

che,

dopo un principio
i

cosi

infelice,

emenda
storia
i

con un cosi bel fine

suoi errori! '.


al

Questa intonazione, data


letteraria
scritti

racconto
in

della
tutti

del Seicento,

si

propag

libri

nei

tempi seguenti: a cominciare dalla grande


il

opera del Tiraboschi.


dio: Eccoci a

'[uale

premette
il

al

capitolo

sulla poesia italiana di quel secolo

seguente esor-

un argomento,

di

cui par che l'Italia


lieta

debba anzi andar vergognosa che


Purtroppo, dobbiara confessare che
secolo
il

superba...

fra' poeti di

questo
poesie

maggior numero

di

quelli, le cui

or non
alle

possono aver altr'uso che di servir di pascolo


alle tignuole o d'esser destinate

fiamme o
la

anche

a pi ignobile uffizio.

Ma dovr
inutili

io

rinnovare in certo

modo
ella fu

piaga, che
di

il

reo gusto fece allora all'Italia,


poetastri, dei
io

col far

menzione

tanti

quali

inondata ed oppressa? N

ho

il

coraggio
lode

a farlo, n,

ove pure

l'avessi, potrei

sperarne

od applauso da'
essi

lettori di

questa storia. Si giaccian

dunque dimenticati

fra quelle polveri, a cui son

or condannati...

^ E

dall'opera del Tiraboschi sal-

tando alle recentissime, e propriamente alle due speriali


'

storie letterarie del Seicento

dovute

al

Morsolin

al

Belloni, troveremo che le

prime parole del Mor-

Lettera riferita dal Negri, Vita di Apostolo Zeno (Yenezia, 1816],


Storia della letteratura italiana, voi. Vili, parte III,

pp. 447-8.
2

e.

'.

X
solin sono:
s,

PREFAZIONE

Nominanza non buona ha


si

lasciato di

per ci che

riferisce

alla letteratura, quel peil

riodo di

tempo, ecc. '; e che

Belloni, tanto

pi

largo ed equo, nel prendere a discorrere della lirica


secentesca, pur

sente

il

bisogno di dichiarare: Io
e,

mi limiter a pochi
lare che forse vi
si

cenni,

scotendo

da qualche
seco-

vecchio e dimenticato

libricciuolo la polvere

pos sopra dal di della pubbli-

cazione, e che d'ora innanzi vi ricadr lenta e grave


forse per sempre,* richiamer

a brevi istanti di
i

vita pi)

alcuno

(e

pochi basteranno a far conoscere


".

della turba dei marinisti

vero che non sempre, n da

tutti,

si

continu

a gettare gridi di scandalo, a borbottare scongiuri, a ritrarsi con pudico orrore, al


cadi. Nel secolo

modo

dei critici ar-

decimonono

in particolare,

dopo tante
facesi

vicende di ogni sorta, sociali e letterarie, che

vano apparire quell'epoca ben morta e lontana,


prese pi volentieri, di fronte
cultura, l'atteggiamento
effetto,
e,

al

Seicento e alla sua


scherzoso, ironico;

curioso,

per una parte, del buon


l'altra, di

senso francesizzante
si

per

una certa tolleranza che


storia.

era inauri-

gurata verso

la

Decisivo
il

fu,

per questo

spetto, l'esempio del Manzoni,


sposi, seppe sorridere dei

quale, nei Promessi

sentimenti, delle abitudini

mentali, dei costumi propri del tempo ch'egli ritrae-

va;

e,

nell'introduzione

a quel

romanzo, parodi e
di

argutamente coment un pezzo

prosa secentesca.

B. MoRSOLiN,

Seicento (Milano, V^allardi, 1880), p. 1.

A. Belloni,

Il Seicento

(Milano, Vallardi, 1899),

p.

81,

PREFAZIONE

XI

Quasi

tutti

pi recenti lavori critici sugli scrittori

del Seicento sono


tico

come

ricalcati su quel

saggio

cri-

manzoniano.

Ma

la superiorit

ironica, al

pari

della passionalit

commossa, non

atta a fare scorfatti

gere se non qualche lato solamente dei


si

ai quali

rivolge lo sguardo. Per narrare la storia, neces-

sario piegarsi

verso di

essa

ascoltarla con

bene-

volenza e indulgenza.
Certo, accenni di benevolenza
e,

pertuo, speciali

apologie
fese

del Seicento

non sono mancate;


ai

ma

le di-

sono state informate

concetti

medesimi dai
cerfos-

quali
la

moveva
di

l'accusa. In altri termini, concedendosi


di

profonda corruttela

quella

letteratura,
scrittori

si

cava

mostrare come non

tutti gli

ne

sero stati allora attinti o penetrati tino all'osso.

La

cosa non era


spiriti

difficile,

perch in ogni epoca

si

trovano
propria
vi

indipendenti
lasciarsi

che sanno percorrere


attrarre dalla

la

via senza
altres
i

moda;
e

sono
la

timidi e fiacchi che, incapaci di


se

dominare

corrente,

ne tengono lontani
la

guardinghi

per
si

paura.

Ma, presentando

storia a questo

modo,

viene a confondere l'episodio con l'azione principale,

si

rilievo a individui e

opere che hanno pregio

meramente negativo; onde


letteraria del Seicento
il

accaduto che nella storia


forti o

luogo dei

dei

meno
il

deboli stato
deboli. Io

spesso usurpato dai deboli o dai pi


studier
di

mi

mostrare (continuava

Tiraboschi nella pagina citata di sopra) che, bench


quasi tutta l'Italia andasse follemente perduta dietro
a quel falso lume, che

tanto e tanti sedusse,


si

il

nu-

mero per

di

coloro che non

lasciarono travolgere

Xn
dalla corrente,

PREFAZIONE

non

fu si

scarso,

come da

molti

si

crede, e che anche nel secolo decimosettimo non fu


del tutto priva l'Italia di leggiadri ed eleganti poeti
.

Corretti

languidi

petrarchisti, noiosi

imitatori di

Orazio e di Pindaro, frigidi dicitori per


tal

di celie,

ebbero,

modo,

il

lasciapassare e l'approvazione, e figuelecti nel paradiso della

rarono da pauci

storia let-

teraria. Col medesimo criterio furono condotte le antologie, nelle quali il Seicento sempre rappresen-

tato dagli

scrittori

non secentisti
i

dai

luoghi

delle opere loro nelle quali

secentisti

non

seicen-

teggiarono
i

e si

attennero alla tradizione.

E giacch
si

pi di codesti innocenti furono toscani,

conl'ege-

tinu ad attribuire per quel secolo alla Toscana monia spirituale che, allora per l'appunto, essa veniva

perdendo, cosi nella poesia e nel pensiero politico

come

nelle arti figurative.


le difese

Del resto,

sono, in istoria, pericolose non

meno delle accuse, perch inducono anch'esse all'unilateralit e al sofisma e a smarrire la visione diretta,
piena e concreta del
tento,
fatto.

Di qui

il

dubbio e

lo scon-

che lasciano

le

parecchie apologie tentate finora


e.,

del Seicento.

stato detto, p.

pi volte e da molti
progred,

che, in quel tempo, la letteratura italiana

perch si arricch di nuovi generi, quali il poema eroicomico e il dramma musicale. Ma che cosa im-

portano

nuovi generi, quando, sotto quelle categorie

dei retori,

non

c'

il

nuovo pensiero
il

e la

nuova

for-

ma? stato aff"ermato che


l'umanesimo
e anticip
si
il

secentismo reag contro

romanticismo. Ma, se qualtra


i

che somiglianza

nota

due periodi

letterari,

PREFAZIONE

XTII

specie in una certa predilezione pel pittoresco, c' poi

sostanzialmente nulla di

comune

tra resteriorit

pomro-

posa del secentismo e T interiorit travagliata del

manticismo? La ribellione
significato in

alle regole

ebbe

lo stesso

entrambi

periodi?
i

E, sopratutto, c'
il

legame storico diretto


escogit, e
ria
il

tra

due? Ancora:

Salti

Belloni ha ripetuto e rafforzato, la teola

che l'origine del secentismo letterario ebbe

me-

desima radice dell'antiaristotelismo e


galileiano
e,

del naturalismo
di libert e

cio,

si

gener dal bisogno


di libert e

novit ^
la seria

Ma chiamare bisogno
dire cose

novit cosi
lo sterile

indagine delle leggi naturali

come

sforzo di parer di
di

nuove senza aver nulla


fin

nuovo da

dire,

non

giocare alquanto sulle panell'impianto tutte


di
le
il

role?

E non sono
non
fu

sbagliate
quali
si

altre difese, per

le

cerca
o

provare che
religioso

Seicento

meno morale

meno

meno dotto del secolo precedente e Anche rispetto a questo periodo


farla finita con le

del seguente?

storico
e

bisogna
a

accuse

le

difese,

mettersi

considerarlo nella sua oggettivit,


della storia

come un periodo
tale,

umana

che, in

quanto

non potette

essere privo di qualche valore positivo. Periodo di

decadenza, sia pure;


il

ma

importa non dimenticare che

concetto di decadenza affatto empirico e relativo:

se qualcosa decade, qualche altra nasce:

una deca-

denza totale e assoluta un assurdo

los'ico.

Hislolre

Littraire

d' lini le

par P. L. Ctinguenk,

continue par

F. Salpi son collaborateur, voi.

XIV

,^

Paris, 1835), pp. 4-50; e cfr. Bel-

loni, op. cit., pp. 465-6; e dello stesso: Vita e lettp.ratura


Seicento (Napoli, Pironti, 1906), p. 53.

deW Italia

dei-

^jy

PREFAZIONE
Di ci ebbe un barlume
il

Settembrini,

il

quale

Adone del Marino, il intese l'importanza deW rappresenta una parte della vita della volutt, che mtranon la parte migliore ^; e
italiana,

poema

sebbene

vide

pittura, la scultura rapporti della poesia con la

Seicento, dedicando alcune e l'architettura del Certosa di San Martino della sua trattazione alla

pagine
in

di pittura, scultura e Napoli, splendido monumento ancora, e, cio, assai decorazione secentesca^. Meglio Sanctis present il periodo pi profondamente, il De

premessa, ma una conmarinesco come non gi. una svolgimento che seguenza: una conseguenza dello via italiano dal Boccaccio aveva percorso lo spirito
al Tasso. via fino all'Ariosto e
si

La vecchia

letteratura
in

esagerazioni, restava quell'esaurimento e tra queste vivo: la sensualit, esalata non pertanto qualcosa di e dolcitulanguori, volutt, galanterie
in tenerezze,
dinicato',

era

esaurita

ed

esagerava s

medesima; ma,

onde

la parola,
il

cedeva

posto

perduta ogni seriet di signifisuono, allo spettacolo e al puro

si

scioglieva nella

Se la critica del particolarmente come gli teratura del Seicento cosi da nostra storia letteraria, se altri momenti della gusto per tali indagini, ci il essa non fu promosso che dall'insufficiente conoscenza provenne, in parte, pi andi quel secolo; ma si aveva dei libri
allora

musicai De Sanctis non

investig la let-

283-4. li (Napoli, 1868), pp. Lezioni di letleralura italiana,

2 3

Op.

cit., pp. 405-14. 3. ediz., pp. i^-^dl. Storia della letteratura italiana,

PREFAZIONE

XV
tutto occu-

che

(lall'essere lo spirito italiano, allora,

pato in problemi di maggioro importanza; e fors'an-

che da una certa ritrosia che


quale

gli

uomini del Risoravvolse nel-

gimento dovevano provare innanzi a un'epoca nella


l'Italia,

schiava non fremente,

si

l'ozio e nella volutt.

Queste cause sono state via via rimosse negli


timi decenni;

ul-

perch, rispetto
altri

all'urgenza, essendosi

compiuti lavori sugli


si

secoli, le forze disponibili

sono potute rivolgere a quel periodo dispregiato;

di

nuovo materiale

letterario
e

si

adunato non poco,

e poesie e

drammi

romanzi

e novelle e libercoli di
il

varia qualit sono stati frugati e rimessi in luce:

libro del Belloni (dimenticato e fatto rarissimo quello

del Salfi
fino a

'),

offre

ora in bell'ordine

risultati raggiunti
alla disposi-

un decennio addietro. E, quanto


il

zione degli spiriti,

decadentismo europeo dell'ultimo

trentennio, al quale l'Italia

tente, Gabriele d'Annunzio, ci

ha dato la voce pi poha messo in grado di

sentire con

maggiore

facilit la poesia e l'arte in ge-

nere del Seicento.

Senonch, a questi vantaggi che


avuto
di fronte al

gli

epigoni hanno

De Sanctis, costituisce contrappeso e ostacolo un grave inconveniente, sul quale non necessario che io mi fermi, avendo esso fornito il motivo

ad

altri

miei scritti: T indebolimento del pensiero

Sul quale ebbe

il

merito di richiamare l'attenzione E. Pecopo

(nella

sua Rassegna

critica della letler. italiana, III, pp. 76-7 n.)\ e, ve-

ramente, sarebbe opportuno farne una ristampa, perch opera assai


pregevole, fondata su diretta e larghissima conoscenza dei libri del

tempo.

,^yi

PREFAZIONE

filosofico, estetico e critico.

Disporre di

un

numero
quelli, se

pi grande di

fatti

e di esperienze

non

significa gio-

varsi meglio di queste e intendere


i

meglio

criteri interpetrativi difettano o restano

sempre

vec-

sul Seicento venuti chi, arbitrari e angusti. Gli studi tutti poco confuori negli ultimi decenni sono quasi
clusivi,

perch non affrontano il problema artistico Il Salfi vero e proprio, e divagano in cose estranee. materialmente, della che, ottant'anni addietro, sapeva,
letteratura secentesca quanto

sappia ora, non aveva criteri giorni nostri; si adoperano ancora ai

non se ne pi vecchi di quelli che


o pi che
e,

di certo,

era

usciti assai pi ingegnoso dei critici posteriori, Rare eccezioni l'indirizzo erudito e positivistico.

dalsi

il possono additare; tra le quali, in prima linea, Damiani: Sulla bro del compianto Guglielmo Felice che, artista poesia del Marino '; lavoro di un giovane della poesia decae amatore e studioso

li-

esso stesso

dente greca e romana % guidato


Sanctis, seppe lare osservazioni
del poeta dell'Adone.

dalla

luce del

De

eccellenti

sull'opera

L'infiacchimento dei

ci'iter

estetici, se

ha turbato

letteraria, intutta la nostra pi recente storiografa storia dell'arte e generando altres la confusione tra

storia della cultura, tra storia della

poesia e
in

storia

sociale e morale, ha peggio imperversato

quella

Torino, Clausen, 1899.


Dello stesso Damiani rimasto

come ignoto l'opuscolo, intimapagano (Napoli, lavoro sul Marino: L'nlimo poeta mente connesso col Nonno e bei saggi critico su Trani, 1902), contenente un ottimo studio
2

di versione dei Dionisiaci.

PREFAZIONE
(lei

XVII
di

Seicento, perch qui

si

trovava
,

iVoiite

il

cosi
di

(letto

fenomeno

del secentismo

cio un fatto

cultura che attirava in

modo

particolarissimo T inteil

ressamento e
quello della

la curiosit.

Cosicch,

problema mas

simo della storia letteraria del Seicento

sembrato

natui'a

delle cause del secene la storia della poesia


la storia della

tismo, ossia del cattivo gusto;


stata, in altri termini,

scambiata con

cattiva poesia. Ora, giova

tenere presente che ogni


letteratura, la

epoca
che
nella
stica, la

ha,

rispetto

alla

sua

propria
quel

moda, che
le

sempre cattivo gusto; perch


e
le

abitudini

tendenze
,

sociali

introducono

pura arte ab extra;


il

rispetto all'attivit artiil

peso della passivit. Cosi

Settecento ebbe

moda
la

razionalistica e astrattistica; la
le

prima met
le

dell'Ottocento,

smancerie e

le

nebulosit romanti-

che;

seconda met dello stesso secolo,

esagera-

zioni e grossolanit naturalistiche. Intendere

come

si

generino codeste
cosa importante;

mode

dovere dello storico, ed


la

ma

non costituisce
si

storia

della

poesia e dell'arte. Le quali

svolgono, invece,

ora

come resistenza contro la moda, ora come dominio sopra di essa; ora rompendo la moda e passandovi
attraverso, ora facendosene materia e trasfigurandola

idealmente. Distinguere tra


della cultura
e,

storia dell'arte e

storia

nel caso nostro, tra storia della lete


si

teratura del Seicento


indispensabile, se non
rie,

sto ria del secentismo,


vuole che entrambe
le sto-

confuse tra loro,

si

ostacolino a vicenda.
di cul-

la storia del

secentismo in quanto fatto

tura stata guasta, a sua volta, dalla considerazione

XVIII

PREFAZIONE

troppo astrattamente letteraria; laddove, per ben intenderla, conviene considerarla piuttosto dal punto di
vista sociale,

come un
si

aspetto della vita cortigiana, in

relazione al cerimoniale che questa coltivava e ai giuochi nei quali


dilettava;
e, in

particolare, della vita


il

cortigiana d'Italia del tempo dell'umanesimo;

quale,

staccando

le

forme espressive dal contenuto, induceva


staccate
e,

a elaborarle cosi

perci,

sforzarle

ed

esagerarle. Certamente, quel genere di arte artificiosa

s'incontra anche in altri tempi e paesi


sura, in ogni

e, in

certa miil

tempo

e luogo; ma, indagandosi

secen-

tismo

'

dal punto di vista storico, conviene coglierlo

nella sua
si

forma individuale,

e,

perci, quale

appunto

ebbe nei secoli dal decimoquinto al decimosettimo.

Certamente, anche in questo periodo, quella disposizione di spirito non fu soltanto italiana;
si

ma

italiana
l'Italia

pu chiamare per antonomasia,


cattivo gusto impront la vita
di quelle

sia

perch

dominava
il

allora la cultura, e sia perch, nel Seicento,


italiana pi

forte-

mente che non facesse


dove, incontrando pi

degli

altri

popoli

gagliarde forze di

resistenza

(morali in Francia, religiose e mistiche in Germania,


politiche
in
il

Inghilterra, nella

stessa

Spagna l'epos

popolare e

realismo), rimase pi circoscritto o pi


il

superficiale. Certamente,

secentismo non pu dirsi

un

fatto

semplice

(e

quale fatto mai semplice?), e non

Chiedo venia delle sconcordanze cronologiche che nascono dalsecentismo

l'uso della parola

in significato ideale; nel quale,


n.),

come

altra volta ho notato {Prohlemi di Estetica, p. 341

pi opportuna

sarebbe quella di

concettismo

PREFAZIONE

XIX
se-

pu essere spiegato merc una causa unica o una


rie di

cause astrattamente enunciate: bisoiina esporlo


i

in tutti

suoi intrecci, incidenti e

metamorfosi;
la

ma

ci, al pi,

conferma ancora una volta che


realt.

storia

positivisticamente condotta impotente a raggiungere


la

complessa

Tutte
il

le

cause finora arrecate:


spagnolismo,
di
il

la servit

politica,
la

gesuitismo, lo

petrarchismo,

poesia pastorale, la smania

no-

vit, e, perfino, se si vuole, la cosi detta

causa an-

tropologica onde alcuni individui possono esser definiti

secentisti

nati \ sono vere e

accennano a

fatti

reali;

ma

tutte poi

riescono false, nella forma nella

quale vengono presentate. La vera e compiuta causa

il

fatto stesso, esposto

geneticamente

in tutti

par-

ticolari.

Checch
pi che non

si

pensi

circa
al

il

problema culturale
si

del

secentismo (intorno
si

quale, forse,

sa

ormai assai

creda, e importa sopratutto liberarsi

dai pregiudizi delle

vane domande),

il

problema della

storia della letteratura e del pensiero italiano nel Sei-

cento affatto diverso. Qui,

come dicevamo, bisogna

mettere in
cio, quel
lia

rilievo,

non

la

passivit,

ma

l'attivit; e,
sia, l'Ita-

che di positivo, molto o poco che


in quel secolo, nel

produsse

campo

del pensiero

e dell'arte.

Una

parte di questa produzione univerla scienza esatta della

salmente riconosciuta:
che, iniziata

natura

nel Cinquecento, fu portata

al pi alto

Si

veda

S.

Vento Palmeri,

L'essenza del secentismo ossia la corrutip.

zione nella lirica italiana d'ogni secolo (Sciacca,


p. 180.

Guadagna,

1907),

^X

PREFAZIONE

scuola ^mdo nel secolo seguente dal Galilei e dalla ci che pur si venne di lui. Ma non altrettanto noto l'atpreparando nel campo delle scienze morali, con

conoscenza, tenzione data alle forme alogiche della


alla fantasia, e alle

forme amorali della pratica,

alla

nel mondo; ragion di stato e all'arte di fare fortuna storico. In nonch con la critica e con lo scetticismo il Machiavelli: quel tempo, per un verso, fu continuato fllosoflca, ma, per l'altro, fu preparata quell'esplosione

che

si

chiam

la

Sciensa nuova.

E neppure

nel

campo

secolo, che ha al politico fu al tutto infecondo un Pietro Giannone. suo capo Paolo Sarpi e vide nascere architettoniche e figurative appena da poco

Nelle arti

e il barocco trova chi lo ama e lo studia; erudramma musicale va passando dalle mani degli fare nel quelle degli esteti. Pi assai resta da

tempo
diti

il

campo

poesia sendella lettei-atura e della poesia. La o tent di svolsuale e impressionistica, che si svolse
gersi dalla corruttela

dell'umanismo; quella arguta,

corrutingegnosa e autoironizzante, che sorse dalla musicale; gli accenni tera del petrarchismo; la poesia certo crudo realismo, che di quella grottesca e un
si

dell'arte e manifest sopratutto nella commedia (come sul Gozzi che non fu senza effetto sul Goldoni
il

mondo
si

fiabesco, evocato per


la

primo dal secentista


segui

Basile);

prosa di

allora,

che non

sempre,

come

e suole affermare, la tradizione boccaccesca spesso i periocinquecentesca, ma predilesse assai e risenti l'influsso detti brevi, sentenziosi e pungenti,

precipuamente

di

Seneca e

di

Tacito, e'prepar l'agile

tendenze e gruppi prosa moderna; -- queste e altre

PREFAZIONE
di fatti restano

XXI

ancora da esplorare largamente e a


quale esame,
prospettiva della sto-

fondo.

Compiuto

il

la

ria letteraria di

quel secolo sar, forse, assai da


indietro
i

mui

tare, ricacciando

Chiabrera,

Ciampoli,

Cesarini,

Filicaia e altrettali, per dare

il

conveniente

rilievo ai marinisti e agli scrittori di libri capricciosi.

Bisogna
quale

ricostituire,

insomma,

la prospettiva

storica

risulta
0,

noi,

che consideriamo spassionata-

mente

almeno, con passione pi larga; e non quale


ai critici arcadi, dai

piacque

quali gli odierni storici

l'hanno accettata

in eredit.

Ma

(sar bene aggiungere),


il

smesso nel parlare

di

quella letteratura

vezzo della irrisione, nonch

l'al-

tro del puerile scandalizzamento, bisogner evitare di

cadere in certe esagerazioni, alle quali


na, che nelle arti figurative
si

la

moda

odier-

viene rivolgendo al balettera-

rocco, potrebbe

non diiHcilmente sedurre. La


di

tura del Seicento non produzione di decadenza nel

significato assoluto che abbiamo


cato;
certo,

sopra criti,

ma

empirico e relativo, letteratura di decadenza. Non solo


in

significato

di

essa

accenna sovente pi

di quel

che effettivamente dia;


in

ma

anche

in quel

che accenna e

quel che d,
etico,

un'arte e una letteratura priva di

sentimento

opper, sotto apparenze lussureggianti, assai ristretta


e povera. Chi dalle produzioni pi splendide di quell'arte

passi

a una figura giottesca o a

una terzina

dantesca, avverte
in quel

tutta la differenza; e c' caso che


(dal quale prudente, senza dubbio,

paragone
critico
si

che

il

guardi) l'arte e la letteratura del Sei-

XXII

PREFAZIONE
si

cento

trasmutino

ai

suoi occhi,

come Alcina

agli

occhi di Ruggiero, poi ch'ebbe infilato al dito l'anello


dissipatore di ogni magica fattura. Bisogna,

insomma,

considerare,

si,

anche

la

produzione secentistica con

simpatia, renderle giustizia, godere quel tanto di bello

che

le

proprio;

ma

non gonfiarla, dandole un'imdi

portanza che non ha, e facendola oggetto


zione
di

una devo-

un culto fanatico che, a dir vero, non merita.


e provvisoriamente delineato

Ecco sommariamente
il

programma
sono da

degli studi e ricerche, che, a


istituire ancora, e

mio av,

viso,

da proseguire, sulla

letteratura italiana del Seicento.


tanto,
I

Ma

esso non
di

in-

il

programma
il

del

presente volume

saggi.

quali,

composti per varie occasioni nel decennio tra


1900, e

il

1890 e

vecchi

perci qualcuno di dieci

e qualch'altro di venti anni,

non possono svolgere un


in

disegno, che mi

si

maturato
l,

mente pi

tardi

appena
II

vi

rispondono qua e
di questi saggi

come per

accidente.

primo

una monografia, condotta


bibliografa, opere

un

po' scolasticamente

(biografia,

italiane,

opere

dialettali, fonti, valore letterario, forIl

tuna, influsso, ecc.), intorno a Giambattista Basile.

secondo e
sulle

il

terzo

si

riannodano a certe mie indagini

relazioni

tra l'Italia e la

Spagna;

e,

in

parte,

sono di pura erudizione, in parte rientrano, pi propriamente, nella storia della cultura.
rattere
Il

medesimo ca-

hanno

il

quarto saggio, che tenta di dare


alla questione circa l'origine delle

nuovo avviamento maschere italiane,

il

quinto, che ricostruisce la sa-

tira fatta dei napoletani nella

commedia.

Il

sesto

una

recensione, che riempie o addita lacune nell'opera del

PREFAZIONE

XXIII

Cesareo su Salvator Rosa; e


filo

il

settimo un rapido pro-

di

un

letterato

seceutesco, che

compose

la

pi
li

ampia e vivace descrizione della citt di Napoli. Io


poche aggiunte e correzioni,
gli studi posteriori

raccolgo in questo volume (dopo avervi introdotto non


sia

perch serbano an-

cora qualche interesse, non essendo stati distrutti dasui vari

argomenti che trattano;


il

e sia perch,
sto,

sebbene non coloriscano


si

disegno espo-

neppure

pu dire che
piuttosto

gli contrastino;

onde po-

trebbero essere

tacciati

di

quel che

non

fanno che

di

quel che fanno.


le

Al programma, invece, rispondono, su per gi,


pagine collocate in fondo
al

volume, che servono come

ad annunziare un'antologia, che ho messo insieme, dei


Lirici marinisti, per la raccolta degli Scritto'i d'Italia ,

mimiix

quest'anno d^I mio tiuon amico Laterza.

E, per quel che riguarda la storia delle scienze


rali, al

mo-

programma rispondono

altres le ricerche, sui

concetti estetici e sui libri di politica e ragion di stato


del Seicento, delle quali

ho dato qualche saggio


di

nei

miei volumi
estendere,

llosofci.

Mi propongo
il

continuare ed
indagini

quando ne avr

tempo,

siffatte

sulla vita spirituale di quel secolo; se altri, con forze

pi fresche, non vorr precedermi e compiere,

come

mi auguro, in vece mia, un non senza attrattiva.


Napoli, marzo 1910.

lavoro, che

mi sembra.

B. C.

GIAMBATTISTA BASILE
E IL

CUNTO DE

LI

CUNTI

Introduzione a una ristampa del


soltanto
il

C'unto de

li

curiti,

della quale usci

primo volume (Napoli,

1891).

Vita e opere italiane del Basile

'iambattista G
quelli che

Basile fu un letterato e verseggiatore, di

formavano, a Napoli, nel primo quarto del Seicorteo a


di

cento, ricco
concetti,

Giambattista Marino, luccicanti


forme,

di
ni

musicali
allora

come
nei

il

maestro.
servigi

Visse

modo
altres

solito

dei

letterati,

delle

corti,

adempiendo

svariati incarichi militari e amministrativi, e


;

onde molta parte della sua opera in lingua italiana ebbe semplice carattere occasionale ed encomiastico. N si pu dire che, nella restante, superasse mai
poetici
il

livello della mediocrit,

giacch
i

si

limit a ripresentare,
let-

in

drammi, poemi

e poemetti,

motivi consueti della

teratura di quel tempo.

Ma

il

Basile, per sua e nostra for-

tuna, vari talora le sue fatiche di grave poeta in lingua


aulica con giocose escursioni
tale
;

nella poesia e prosa dialetdi

venne componendo

libercoli

egloghe

e novelle

napoletane, che erano, per lui, levamina mentis, e

non

fece

a tempo o non cur di pubblicare, e ai quali, documenti


insigni per noi d'arte e di demopsicologia, egli deve, ora,
tutta la sua

fama.

E deve anche
si

all'interessamento, che

quei componimenti dialettali suscitano nel nostro spirito,


il

desiderio che ora


della

prova

di

conoscere e ricercare
la stessa

le

particolarit

sua vita, e di esaminare

sua

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE LI CUNTI
lui

opera in lingua italiana, che per

era scopo principale,

e per noi semplice sfondo e contrasto all'altra,

meno

pre-

giata dal suo autore,

ma

di

gran lunga pi geniale \

Nacque

il

Basile in Napoli

(e,

forse, pi

precisamente,

nel villaggio di Posilipo), intorno al 1575, da famiglia civile

ma non
tutti,

agiata; ed ebbe parecchi fratelli e sorelle,

quali

maschi e femmine, presero come

lui la carriera degli

uffzi e delle corti e vi si

spinsero variamente innanzi, ac-

quistando stima e importanza* sociale.

Da bambino,

fu

com-

pagno
lio

di scuola, e legato poi


^,

sempre d'amicizia, con Giuil

Cesare Cortese

destinato a diventare quasi

padre

della letteratura dialettale napoletana e fratello d'arte del

nostro poeta.

In un brano autobiografico di una sua favola marittima


il

^,

Basile ricorda

come

si

sentisse scaldare a

un
,

tratto dal-

l'ambizione letteraria,
porsi

e,

augello palustre
.

tentasse di

coi pi bei cigni al paro

Senonch, quando cresi

deva
messo

di

trovare

benevolenza e aiuto in patria,


;

vide

in

non cale

onde

si

risolse a fuggire
*.

le

ingrate

rive , e a cercare fortuna altrove

Intorno al Basile,

si

ha un acuto

arguto studio

di

Vittorio
;

Imbkiani, Il gran Basile (nel Giornale napoletano, 1875, voli. I-II)


quale, per altro, la parte biografica insufficiente, e

nel

non poco

vi

da

aggiungere anche intorno


napoletana in genere, e
i

allo

svolgimento della letteratura


li

dialettaleesso, in

al

Cunto de

cunti e alla

fortuna di

specie.
-

Cortese, Viaggio di Parnaso, IV, 40.

Le avventurose disavventure,
1613,

a. Ili, s.

5 (mi attengo alla terza ediz..

Mantova,
*

che ha parecchie varianti).


ed. 1827, p. 36.

Cfr.

anche Ode,

1.

VITA E OPERE ITALIANE DEL BASILE

Triste abbandonare la patria: tristissimo per chi,


il

come

Basile, nel suolo e nei costumi della patria ha profondato


il

tutto

suo essere. Sono eco forse dei sentimenti provati

da

lui quelli

che

fa

esprimere a uno degli eroi delle sue


lui,

fiabe, costretto,

come

a lasciare Napoli. Cienzo, a ca-

vallo, s'avvia fuori la citt; e, uscito fuori Porta


si volg-e

Capuana,
:

indietro,

esclamando con tenera malinconia


Napole mio! Chi sa
e

Tive-

nete, ca te lasso, bello

se v' aggio

da

dere
le

chili,

nautune de zuccaro

mitra de pasta

reale,
le

dove
porte

prete so de

manna
i

ncuorpo,
.

li

trave de cannam.ele,

e finestre

de pizze sfogliate?

E, in quell'istante, gli

si affol-

lano alla fantasia


di Napoli: Porto,

luoghi pi ricchi, deliziosi e voluttuosi

Pendino,
di

la piazza
i

Larga, la piazza deli

l'Olmo,

la

Loggia
il

Genova,
il

Lanzieri, Forcella,
il

giarla ri-

dini dei Gelsi,

Pertuso,

Lavinaro,

Mercato e

dente spiaggia di Ghiaia \


Il

Basile

percorse quasi tutta l'Italia;

e,

dopo questo

pellegrinaggio, che

non sappiamo quanti anni durasse, si ferm, finalmente, in una citt, che, per pi rispetti, gli
la

ricordava

sua: Venezia". Lei celebra pi volte nei suoi


li

versi: nel Ciinto de

cunti, nominatala per incidente, s'ine la dice

fiamma a quel nome,


cietto
e de la

schiecco de la Talia, rele

de vertoluse, libro maggiore de

maraveglie dell'arte

natura

^.

Venezia,

si

arrol soldato ai servigi della Serenissima.

Ci ha descritto egli stesso quell'atto iniziale della vita militare di allora.

Ecco inalberata un'insegna: batte


di

il

tam-

buro;

gli

arrolatori

un banco, un pugno illuso va di corsa a

hanno messo in mostra, sparso sopra lampanti monete d'oro. E il povero


iscriversi
:

C'unto de

li curiti.
1.

I,

7.

Avvent. disavv.,
C'unto de
li

e.

curiti,

IV,

9.

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI

CDNTI

Tirato pe la canna

Da

quatto iettarielle,

Spase ncoppa na banca.

Concluso

il

contratto,

si

veste a nuovo, cinge la spada,


gli

sguazza per taverne e postriboli. Gli amici

domandano

dove vada; ed
guerra
Il
!

egli risponde allegro:

Alla guerra, alla

^
il

reggimento, in cui entr

Basile, fu inviato all'isola

di

Candia, posto

avanzato

di

Venezia contro
;

Turchi,
i

antemurale della Cristianit

nella cui citt capitale

Veneziani mantenevano circa duemila uomini di presidio

^.

Erano col molte famiglie, venute

in vari tempi dalla

Doe,

minante: Malipieri, Mocenigo, Morosini, Pisani, Sagredi,


quali

pi ragguardevole di tutte, la famiglia Cornare^, presso le


il

giovane soldato-poeta trov benigna accoglienza;


alludendo a quel soggiorno, che, in Can
*.

onde
dia,

egli scrive,

quasi in tranquillo porto ricoverossi


fu,

Protettore del Basile

segnatamente, Andrea Cornare,


il

autore di una Hstoria candiana,

quale aveva fondato in

Candia un'accademia degli Stravaganti, recante per impresa un cane fuor di strada e
letterato, poeta e
il

motto

Et per invia
ai

^.

^.

Era
Badi

mecenate, che largiva gloria

propri
Il

carmi
sile,

e,

quel

eh' pi,

oro ai versi

altrui

ascritto

dal Cornare tra gli Stravaganti col

nome

Nell'egloga La coppella.

EoMANiN, Storia docum. di


iiniv.

Venezia, VI, pp. 498-9, VII, pp. 355 sgg.

L. DA Linda, Descrizioni
3
*

(Venezia, 1660), pp. 493-6.

Ode, ed.

cit.,

pp. 37-8.

Op.

cit.,

p. 36.
e

^ 6

Quadrio, Storia
Basile,
Il

ragione d'ogni poesia,

I,

p. 61.

Teagene (Roma, 1637), V, 45. Sugli Stravaganti, Ode,


il

pp. 39-40; sul

Cornare e

fratello di lui, Vincenzo, Madriali et ode

(Mantova,

1613), p. 53.

I.

VITA E OPERE ITALIANE DEL BASILE

Pigro

lesse in quell'accademici molte composizioni, e

si

fregi poi

sempre

di quel

titolo,

a lui caro pei ricordi

della sua giovent e della sua


le

prima buona fortuna. Tra


cuore, e alla

molte poesie composte in Candia, un madrigale per

una

bellissima ebrea
si

che dov toccargli

il

quale

volgeva con affettuosa premura di ammiratore e


:

di cattolico, esortandola al battesimo

Entra nel sacro fonte, Leggiadra donna, ed uscirai pi

bella,

Come
Cosi

sorge dal
fla

mar

lucida stella.

l'alma eguale

A
E

la belt del viso,

gareggiar potrai col paradiso

^.

Sulla fine del 1606, in conseguenza della lotta tra


e
i

il

papa

Veneziani,

il

re di

Spagna dava ordine

al

conte di Fuen-

un esercito ai confini, se Venezia non La Repubblica cominci gli armamenti e mise in ordine una grande flotta, nominandone capo Giovanni Bembo, il quale assunse il comando nel febbraio del 1607. Intanto, Enrico IV si adoperava a riconciliare i Veneziani
tes di raccogliere

cedeva.

col

papa, desideroso che essi volgessero

le loro

armi con-

tro gli
Il

Spagnuoli
si

^.

Basile

trov nel bel mezzo di questi apparecchi era sozzopra, n

di

guerra:

sospinto dall'impetuosa Fortuna dentro alle


,

tempeste delle armi


d'altro

mentre

l'Italia
si

che d'ira e di morte

ragionava, e l'intrepido

Leone empiea di tremendi ruggiti l'Adria e il Tirreno . E, premendogli nel vivo del cuore che tante armate
schiere la tranquillit dell'Europa rendessero

torbida ed

inquieta

compose un'ode per persuadere, nientemeno,

l'una e l'altra parte a

sospender l'ire

Madriali

et ode,

I,

p. 45.

"

MoRosiNi,

Istorie veneziane

(Venezia, 1720},

III,

pp. 367-9, 371-2.

GIAMBATTISTA BASILE E
Sien dolci paci

IL

CUNTO DE

LI

CUNTI

l'ire,

Gli odi piet, celeste ardor gli sdegni,

Puro

affetto l'ardire

Ed

umilt ne l'alterezza regni. Sian l'armi caducei, plettri le squille,


l'orror di morte

E ne

amor

sfavillio

Ma
il

il

Bembo

port la sua flotta a Corf, dove gli giunse

rinforzo di venti navi di Candia, quattordici delle quali


e candiotti
;

armate a spese dei nobili veneziani

sopra

una

di esse fu

imbarcato
le

il

pacifista poeta.

La

flotta riunita
il

navig lungo

coste dell'Epiro, perlustr

Mar Jonio
ai sudditi

per parecchi mesi, rese sicura tutta quella zona


della Repubblica, e
si

sciolse al

sopravvenire dell'autunno,
i

quando spagnuoli
Al capitano
odi
''.

e turchi presero
il

quartieri d' inverno

^.

di essa
la

Basile rivolse, per gratitudine della

benignit con

quale era stato trattato, una delle solite

II

Dopo avere partecipato a questa impresa navale,


Basile lasci Candia;
'^
e,

il

percorsi vari luoghi della Grecia

e delle isole, fece ritorno, nel 1608, a Napoli:

(~y^
/

Chi i^rovato ha gli affanni Di lungo navigar, di lunghi


Pivi si

errori,

pu dir felice Quando ei pu riposar nel patrio


fatto

lido

^.

Turno

(juasi straniero,
]>rr<'u-!-in,ii-r
',

diverso d'abito e di costumi

d^\ lungo

^la, nel

frattempo, anche nella sua

Ode, pp. 41-3.

'2
3
^
'

MoEosiNi, op.
Ode, pp. 44-6.

cit.,

pp. 393, 401-2.

Avveiturose disavv.,
Ivi.

I.

e.

I.

VITA E OPERK ITALIANE DEL BASILE

famiglia

eiiiiio

accadute grandi novit.

Una

sorella di lui,

Andreana o Adriana, moglie di un gentiluomo calabrese Muzio Barone, rivelatasi eccellente cantatrice, era stata, insieme col marito, accolta nella corte di Luigi Carafa, principe di Stigliano
'.

La

sorella illustre e potente, attorniata

da una schiera
la

di

ammiratori, che ne celebravano a gara


bellezza, la

voce

celestiale, l'arte del canto, la

somma

onest, stese le ali sul povero e oscuro poeta.


Il

quale cominci a svolgere in Napoli quell'attivit


che,
nella

letteraria,

prima giovent, non aveva incon-

trato favore; e pubblic, nel 1608,


tre canti: Il

un breve poemetto

in

pianto della Vergine (imitazione delle Lagrime

di
le

San
(il

Pietro del Tansillo), che

comparve

in pubblico con

lodi dell'antico

compagno
poesie

di scuola, Giulio Cesare Cor(il

tese

Pastor Sebeto), e del cognato ^Muzio Barone

Par-

tenio

Ardente). Altre
il

encomiastiche e

cortigiane

compose

Basile per le nozze di Cosimo dei Medici, sopra

invito del Cortese; per l'ingresso di Carlo Spinelli con la

sposa Giovanna di Capua nel loro feudo di Cariati (dove


egli
li

accompagn)
di

e pel

primo parto della principessa


Ode: stentati madrigalucci

di Cariati-.
in e

Xel 1609, raccolse la sua produzione giovanile


Madriali
et

un volumetto

monotone odi

di contenuto adulatorio, in endecasillabi e

settenari

alternati, tutte conteste di luoghi

comuni. Adu-

lava, col tono

medesimo

degli altri

corteggiatori, la pro-

pria sorella

Di Sebeto a le sponde Siede Ninfa canora, le cui note

Rendon tranquille Dan moto ai sassi

l'onde,
e fan le fere immote...

Ademollo, La
cfr.

bella

Adriana (Citt

di Castello,

1?:JSS],

cap.

I.

Sul

Carafa,
2

Napoli

nobiliss.,

X, pp.

49-53.

Ode, pp. 49, 50-3, 54-6, 57-9.

10 Anzi,

GIAMBATTISTA BASILE E
le

IL

CUNTO DE

LI

CUNTI

dedicava

la raccolta

con una prosa complimentosa,


al

che comincia:

Ecco, sorella amatissima, ch'io paleso

mondo sotto

il

vostro celebre nome


i

questi miei po-

veri componimenti,

quali, nati fra l'inquiete turbolenze

della professione militare,

dal

hanno ben di mestiere che sien vostro favore rasserenati.... . E non senza ragione assumeva questo atteggiamento di
il

protetto. Circa quel tempo,

duca

di

Mantova, Vincenzo

Gonzaga, appassionatissimo dell'arte musicale, fu preso da

grande brama

di attrarre alla

propria corte l'Adriana, e

inizi trattative a questo scopo, sul principio del 1610, per

L'Adriana mise subito per condizioni, che essa, per proprio decoro, venisse chiamata a Mantova con lettera della duchessa Eleonora, e che il duca

mezzo del suo agente

in Napoli.

desse impiego
rito,

in sua casa tanto a

Muzio Barone suo mali

quanto a Giambattista

suo fratello,

quali sono

persone dell'abilit che detto signor Paolo [l'agente del


duca] far relazione a S. A., e che procureranno, per
le

persone loro, di esser degni creati

delli creati di S.

A.

Nel maggio,

si

avvi verso Mantova un'intera

carovana

di Basile e di rella [Vittoria

Barone:
o Tolta]
;

la

signora Adriana con una so-

cognata, e

un suo

figliuoletto,

che sono quattro


e

il

marito, con

un

fratello di lei [Lelio]

un creato, che in tutto sono sette: viene ancora, per accompagnarla sino a Mantova e poi passarsene in Spagna, un altro suo fratello [Francesco], dottore, con un creato .
Partirono (dice l'agente ducale)
e

con pianto

di molti

veramente

io

spero che S. A. rester gustata, perch


e buone,

vengono sono persone virtuose da guadagnarsi il pane che mangeranno -.


tutti

questi che

1
'

Doc. in Ademollo, op.


Op.
cit.,

cit.,

pp. 89-90.

p. 117.

I.

VITA E OPERE ITALIANE DEL BASILE

11

Giambattista, per allora, rimase in Napoli; e fece eco


ai molti, che,

dopo essersi adoperati a impedire quella par-

tenza, piang-evano la preda, che


a Napoli. Preda, che era
l

'epigramma

di lui,
:

Mantova aveva strappata una rivincita come detto nelche ha per titolo: Rapimento di Vir;

gilio vendicato

Tolse al Mincio

il

Sebeto

Candido augel canoro. Per cui crebbe a le stelle il verde alloro; Toglie al Sebeto il Mincio Leggiadra cantatrice, Ond'era il lido suo chiaro e felice:
Gloriosa vendetta, al

mondo

sola.

Se perde un cigno, una sirena invola ^

Egli restava, forse sostituendo

il

cognato, nella corte del

principe di Stigliano

e a questo signore dedicava, nel luglio

del 1610, la favola marittima:


la cui

scena

si

finge in

Le avventurose disavventure, un luogo delizioso di Posilipo, nella


palazzo di Dognanna), apparte-

villa detta la

Sirena

(poi,
ai

nente per l'appunto


lite

Carafa di Stagliano-.

una

delle so-

favole marittime, col solito rapimento dei Turchi, che


soliti

serve a confondere lo stato civile dei personaggi, coi

innamoramenti che sbagliano

il

proprio oggetto, con la so-

lita donna che va pel mondo in abito maschile, coi luoghi comuni del pastore o pescatore che non ama, dell'et aurea,

dei lamenti contro

capricci della fortuna, e coi riconosci-

menti e matrimoni

finali.

Pure, la favola disegnata bene,


armoniosi, che preannunziano
la

e svolta in versi fluidi e

fase in cui la poesia italiana

ceder
cosi
:

il

posto alla musica.

La ninfa Tirrena

si

lamenta

Teatro delie glorie della signora Adriana Basile, p. 131.


Si

veda intorno a

esso

M. Schifa,

in Napoli nobiliss., I (189*2),

pp. 177-185.

12

GIAMBATTISTA BASILE E
"Voi,

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

che sembianza avete

De l'idol mio crudele, Che si gelato ha il core Che non sente giammai fiamma d'amore,
Ruscelletti di neve,

Che non date rimedio al mio gran foco? Ma voi, come il mio Glauco,
Sordi correte, e ne portate insieme
I

miei lamenti e

le vostre

onde

al

mare.

Deh!

riditeli

almeno, acque amorose,

I fonti de'

miei lumi,

Onde
I

crescete e vi cangiate in fiumi.


riditeli

Deh!

almeno, aure pietose,

miei sospiri ardenti,


crescete e vi cangiate in venti.

Onde

Merc questo componimento drammatico, che parve,


com'era, assai superiore ai lavori precedenti di
sile
lui,
il

Ba-

venne acquistando fama


;

importanza nella vita


Giambattista Manso,
il

lette-

raria napoletana
Oziosi, che
il

e fu tra

fondatori dell'accademia degli


istitu

marchese

di Villa,

nel 1611, e alla quale intervennero


letterati
italiani e

vicer conte di Lemos,


il

spagnuoli (tra cui

Quevedo), e molti

grandi signori ^

Non accadeva

cosa pubblica o privata di

qualche importanza, festiva o lugubre, che non inducesse


al

canto la musa del Basile. Nel 1612, dava fuori un vo-

lume di Egloghe amorose a lugubri, e un piccolo dramma per musica in cinque atti: Venere addolorata. Da Napoli,
partecipava
alle

vicende della corte

di

Mantova, scrivendo

odi e madrigali per matrimoni e morti dei personggi di

quella casa ducale

-.

Finalmente, negli ultimi del 1612,


gere col
i

si

dispose a raggiun-

suoi,

che vi godevano

lieta fortuna.

Adriana,

MiNiERi Riccio, Accad.

fiorite

in Napoli (in Arch. stor. nap.,

V,

p. 148 sgg.).
2

Eaccolti nella seconda parte

dell' eJiz. di

Mantova,

1613.

I.

VITA E OPERE ITALIANE DEL BASILE

13

infatti,

carica di stipendi e di doni, era stata investita del


;

feudo di Piancerreto nel IMonferrato


millo,

il

figliuolo di lei, Ca-

aveva ricevuto l'ordine dei Santi Maurizio

Lazzaro

Lelio Basile

era stato mandato a governare, successiva-

mente, varie citt del ducato; anche Francesco sembra ottenesse un impiego ^ Giambattista trov moribondo, o morto

da poco, Francesco Gonzaga, succeduto da qualche mese a


Vincenzo, e
al

quale successe poi, nel dicembre di quelil

l'anno stesso,
visitare
l'altro,

fratello cardinale

Ferdinando. Recatosi a

la

sorella nel feudo

di Piancerreto,
il

ammir,

tra

nel giardino di quel luogo,


di

Narciso di Michelangelo,
ni-

dono del duca

Mantova

^
;

conobbe una nuova sua


il

potina, nata a Mantova, che aveva preso

nome

della du-

chessa, ed era destinata a continuare e superare la gloria

materna
Il

nell'arte del canto

Eleonora Barone
il

^.

duca Ferdinando mostr subito poeta il 13 marzo 1613, lo annover


:

suo
i

favore

pel

tra

gentiluomini,

familiari e
il

curiali

suoi
in
,

^
;

il

6 aprile, considerato

quanto

Basile valesse

humanarum
II,

litterarum, philosophicis

et

Musarun sUidiis

facendo uso del privilegio dell'im-

peratore Massimiliano

nominava
,

il

poeta

miltem sive

equitem auratuyn, ac sacri Lateranensis palatii, anlceque


ac imperialis concistorii comitem

con l'annessa facolt di


il

creare notai e giudici ordinari in tutto

Sacro

Romano
le

Impero,

et ubilihet

terrarum
il

^.

L'amico del cuore,


il

Cortese, aveva allora per


:

mani

suo
in

poema in dialetto napoletano Viaggio di Parnaso. esso immagin che, essendosi addormentato sul monte

Si

veda

la

dedica del Teatro

delle glorie, pp. 5-6.

Ode, p. 113.

"
^

Ademollo, op.

cit.,

pp. 191-2.
cit.,

Doc. in Ademollo, op.

pp. 199-200.
n. 54,
f.

Arch. di Mantova, Liher

decret.,

30

b.

14

GIAMBATTISTA BASILE E IL

CUNTO DE

LI CUNTI

Parnaso, sognasse una donna alata, splendida pi dell'argento, la quale, suonando la tromba, intonava:

Chi fu mai

da Battro a Tile Famoso pi del Cavalier Basile?

Da

chisso ha schiacce matto ogni scrittore.

sia toscano o grieco o sia latino;


stile,

Chisto ha no

Quanto

lo sole fa

che l'ha fatto nore, luongo cammino


;

Isso se fa la via co lo valore

A
E La

la grolla, e

ne schiatta
le

lo destino;

Ca, mo, d'Apollo,


le

commo

frate, caro,
^.

vo bene de

Muse apparo
:

gioia del tenero

amico fu grande

Dire non saperria quanto sentiette


Piacere,

Che

la fortuna

audenno nommenare a chillo. amico me facette


^.

Da che
Svegliatosi,

leva a la scola, peccerillo!

apprende che

giunto

un ambasciatore

di

Mantova,
Basile
:

il

quale reca a Febo

la notizia,

che la virt del

Co granne nore suo, l'ha

fatto avere
;

Lo

titolo

de conte e cavaliere

vengono indette e celebrate in Parnaso ^. Non manca l'elogio pel duca Ferdinando, del quale si ammirava nella stanza di Apollo un magnifico ritratto
onde solenni
feste
:

Chisso ne' era depinto cossi bivo

Che quase lo vedive freccecare; Tenea la vorza fatta commo a crivo. Che no uce pot riere denare;

Viaggio di Parnaso, IV, 38-9.

Op.

cit.,
cit.,

IV, ott. ult.


ce.

Op.

e VI.

I.

VITA E OPERE ITALIANE DEL BASILE

15

Da La

lo

quale piglia oie sostiento e civo

vertute, che stea gi pe crepare.

Le vide appiede mille vertuluse, Che le puoie nnuosso ai^pennere

le fuse

isso a chi

d sfuorge, a chi tornise,


ss'autre paise,

tutte fa partire conzolate.

Ora cammina

mo

Se truove tanta liberalitate! ^

Mantova,

il

Basile fece, nel 1613, un'edizione completa

delle poesie fin allora

da

lui pubblicate,

aggiungendovi una
al

seconda parte di madrigali e odi, dedicata

Gonzaga.

si

Ma, trascorso qualche mese, forse per cagione di salute,


ridusse di
sorti coi

nuovo a Napoli. Non, di certo, per dissapori Gonzaga che, anzi, scoppiata la guerra col Pie:

monte per
Napoli,
il

la successione del
1.

Monferrato, egli scriveva da


duca, dolente che,
,

giugno 1613,

al

nell'opgli

portunit della presente guerra


togliesse si largo

la

sua indisposizione

campo
il

di soddisfare in parte

a quel

che

gli

doveva, e di mostrare a pieno quanto fosse

de-

sideroso di spargere

proprio sangue in servigio della sua

casa
dei

Nel dicembre, scriveva ancora per rendere grazie


largiti
alla

nuovi favori

sorella Vittoria^.

Nel 1615,
musica,

soddisfacendo la richiesta del Gonzaga, inviava a Mantova


l'altra

sorella, Margherita,

anche virtuosa

di
^.

la

quale fu subito dal duca dotata e maritata


IH

A
ebbe

Napoli,
uffici di

il

Basile

riprese

il

servigio

delle

corti,

ed

governatore regio o feudale nei comuni del


si

Regno. Nel 1615,

trovava,

come

tale,

a Montemarano, in

Op.

cit.,

V, 10-1.

Queste

lettere, e le altre citate


li

pi innanzi, furono edite da


xxxix-XL, cxcvi
ix.

me

nella
3

mia

ediz. del C'unto de


cit.,

cunti, I, pp.

Ademollo, op.

pp. 210-1.

16

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

provincia d'Avellino ^ Nel 1617, era in Zuncoli, al sguito


del

marchese

di Trevico, Si occup,
llologici,

Cecco di Loffredo, capitano

di

uomini d'armi.
grammaticali e

durante questi anni, in lavori

Rime del Bembo (1616-7) e del Casa (1617), e aggiungendovi un volume di Osservazioni (1618), che era una sorta di vocabocurando edizioni
delle
lario

delle voci e frasi


lui (1617)

adoperate da quei due poeti


la

si

deve anche a

prima stampa delle JRime


Madriali
et

di

Galeazzo di Tarsia, rimaste a lungo inedite. Queste

ulti-

me, come anche

la terza parte dei

Ode (1617),
al

vennero dal Basile dedicate


Pass, l'anno seguente, a

al Loffredo.

un nuovo padrone,

prin-

cipe d'Avellino, Marino Caracciolo: continui passaggi, che


ci

provano come

e^li avesse largo

campo

di fare esperienza

della vita

cortig-iana e di conoscerne a fondo le miserie.,

Sventurato (dice in una sua egloga) colui


che pe na pezza vecchia, per sorchiare vroda a no teniello,
e tosta,
la libert,

Co na panella sedeticcia

Venne

che tanto costa.


:

Non

e'

vita pi instabile e piena di affanni

Mo se vede tenuto Mparma de mano e mo

puosto nzeffunno,

Mo Mo Mo
e onore

caro a lo patrone e
pezzente,

mo

nzavuorrio,

mo

ricco,

grasso e luoug-o,

mo

arronchiato e sicco.

Pu bene spendere
;

tutte le proprie forze per farsi merito


;

fatiche perse

gli

viene preferito
no Ganemede,
;

No No

boffone,

na

spia,

cuoiero cotecone

puro, uno che facce Casa a doi porte, o n'ommo co doi facce-.

Lettera da Montemarauo del 14 marzo 1615 al duca di Mantova. Egloga La coppella: si veda anche Cunto de li curiti, III, 7, 9, ecc.

I.

VITA E OPERE ITALIANE DEL BASILE


il

17

Per fortuna,
il

principe d'Avellino, gran cancelliere e


,

pi gran signore che fusse in Regno

era

il

virtuoso

ed amatore dei virtuosi, a segno tale che sino


biere,

suo bar-

Giambattista Bergazzano, fu
il

poeta

^ Nella sua

corte, si passava

tempo

in continue giostre, tornei,


^.

ma-

scherate, commedie,

balli e piacevoli veglie

Il

Basile fu

da

lui

destinato, nel

1619, a governatore di Avellino^;


e

nella quale citt


lio:

componeva

dedicava

al

principe un

idil-

L'Aretusa, che pu offrire saggio del migliore suo poe-

tare.

un'imitazione degli

idillii
;

del ^Marino (attinti, a loro


tratti
si

Nonno e a Claudiano) ma ha movimento e colore. Nell'ultima parte,


volta, a
feo,

non privi

di

descrive cosi Al-

che insegue l'amata Aretusa


Alleo, per quello stesso

Precipizio mortai, sospinse l'acqua,

per

le

interne viscere ed occulte

De la terra, e per sotto il mar spumante, La segue ovunque vada. N gi potea per tante
Caligini d'orrori

Smarrir di

lei la

sospirosa luce;

gi potea per tante

umide

vie

Sentir

men

calde l'amorose fiamme;

Che mal pu l'Oceano D'impetuoso amor spegner l'arsura.


Alfn la sbigottita.

Entro

al

pi cupo seno

Della terra, s'accorge


D'.un' occulta apertura, che penetra

Sin dove siede la citt del foco

Per

cui, ratto

scendendo,

S'invola agli occhi del sagace amante.

BuccA, Aggiunta (ms. Bibl. Naz. di Napoli, X, B,


1630.

66), sotto

il

novembre
2

Ode, pp. 11-15.


Ode, p. 216.

18

GIAMBATTISTA BASILE E IL

ODNTO DE

1
LI CUNTI

di cieco timor ferza inaudita!

Non

mira, per fuggir, ch'ella gi

rompe

Del liquido elemento

Le innate leggi eterne, Che il suo contrario aborra;

E va
De

nel cerchio ardente a portar l'onde

l'infernal Oocito.

La
Il

famiglia d'Inferno

Stupida a mirar prende

non pi visto fonte, fa il nuovo portento Sospender fra quell'alme ogni tormento.

Non si pascon gli augelli, Non si volgon le ruote. Non si conduce il sasso a l'alto monte, N col cribo si trae l'acqua dal fonte.
Il

Da

regnator de la penosa Dite, torvi rai spirando arida luce,


al

Intende d'Aretusa Che r abbia spinto

tenebroso regno.

E, di suoi gravi affanni


Pietoso, forse avria dato a quell'acque

Incendioso albergo Ma, per non porre


Ospite
si

al

suo cocente nido

nemica,
il

L'insegna, ov'elia

varco

Trovi, onde sorga a riveder le stelle.

Ove Peloro scovre


Per cui respira
il

il

mar

Tirreno,

Mille aperture ha la Trinacria riva.


foco ond'arde
il

centro.

Una
Il

di queste addita

signor d'Acheronte ad Aretusa,

Per cui

fa di

ove non tace nuovo umor bagnate


risoi'ge

il

vento

e molli

Di Sicania le piagge. Di tema ancor gelante, ancor tremante.


Qui ferma il corso, e qui piange in eterno, Mai sempre umido il ciglio, D'Ismin la morte e '1 suo perpetuo esigilo.

I.

VITA E OPERE ITALIANE DEL BASILE


il

19

Tornato a Xapoli, l'anno seguente


uiizio Caracciolo,

Basile dedicava a Do-

famiglia, Il guerriero

marchese di Bella, cadetto della stessa amante; storia di un napoletano, che,

andato alla guerra di Lombardia,


s'innamora,
bito
e,

dopo

sul
e

in un periodo di tregua non corrisposto, si uccide, trafiggendosi sumorto amante anche la donna crudele, punta

da rimorso

presa da tardivo amore. Nel 1621, fondatasi


il

a Xapoli un'altra accademia, detta degli Incauti,


vi

Basile

appartenne
di

'.

Xel 1621-2

si

rec governatore regio nella


^.

terra

Lagolibero (Lagonegro) in Basilicata


le

Xel 1624,
ri-

pubblicava
tratta

Imagin

delle

pi

belle

dame napoletane

da

lor

propri nomi in tanti anagrammi.


il

In questo volumetto,
ai

rebus e la sciarada sono elevati


Il

pi

alti

onori letterari.

Basile prendeva

il

nome

di

una dama, che, per suo


adulare
di
;

utile o

vaghezza,
di

gli

convenisse

poniamo, quello di Dorotea


(e

Capua, marchesa
e,

Campolattaro

amante

del vicer

duca diOssuna);

volgendo e rivolgendo

le lettere di questo nome, ne cavava una frase anagrammatica: Hai d'amor scettro e palma , sulla quale costruiva il madrigale:

Nulla belt risplende,

Ove

tu

pompa

altera

Fai de la tua bellezza alma guerriera;

N gi di te pi degna Ne l'amoroso ciel trionfa


Che
tu sol, chiara

regna;

ed alma,
e

Hai d'amor scettro

palma.
di

il

medesimo eseguiva per ben settantun nomi


altri
le

dame

per trentacinque di

personaggi; e di altrettali lavori,


raccolte poetiche e fre-

d'insigne stupidit, disseminava

iliMERi Kiccio, Accadem. di Napoli,

1.

e,

IV',

527-8.

Provvisione del vicer Cardinal Zapata, del


Officiar., voi.

18

giugno 1621
f.

(Arch. di Stato di Napoli, Collaterale

XIV,

128

b.).

20

GIAMBATTISTA BASILE E IL
i

CUNTO DE

LI CUNTI

giava

libri degli

amici

e,

come ne dava,

cosi

ne

rice-

veva, perch, appunto nel combinare anagrammi, spesero

gran parte del loro tempo


innanzi

letterati del Seicento. Spetta-

colo di offesa dignit del carattere e del pensiero


al

umano,
la

quale

si

mossi a disgusto e invasi


il

da

tristezza.

Nel frontespizio delle Imaglni,

Basile

compare per

prima volta come

conte di Toronc

luno dei villaggi che

compongono

il

paesello di Morrone, in provincia di Caserta);


forse
il

avendo trasportato

suo titolo di conte sopra una


si

terra da lui acquistata.

Nel 1626,
';

denomina, invece,
il

conte di Castelrampa

ma

ripigli, dipoi,

titolo di

conte di Torone, a cui rimase fedele.

Due

ritorni

memorabili> di
il

suoi

cittadini vide, circa

quel tempo, Napoli:

ritorno dell'Adriana Basile, la quale,


restarvi stabilmente per

venutavi per poco,


anni
"
;

fini col

nove
con

e quello di Giambattista Marino, che, accolto

trionfo,

venne a morirvi.

Il

Basile

salut

il

suo maestro

con un'ode,

tra

per concorrere (scrive) coH'universale


lodi, e

applauso delle sue meritate


tare
della
i

per obligazione di porle glorie

pregi sino

al cielo di lui, le
stelle,

che portato ha
e

sua patria sovra

per rendersi

eziandio

grato con pochi versi a chi con tanti parti del suo divino

ingegno ha

la

sua propria sorella altamente celebrato

->.

Anche
al

nel Teagene, al quale

andava lavorando, consacra

Marino un'ottava:

Ma

chi dir di

te,

Mai'iu, gli onori,

Cui Permesso apparecchia eterni allori? Quante d'inchiostro verserai tu stille.


Tanti fien di dolcezza ampi torrenti
;

Ogni solco

di

penna a mille a mille


lieti

Fior di gloria aprir

e ridenti.

Lettera del 24 novembre 1626.

Ademollo,

op. cit., pp. 289-323.

I.

VITA E OPERE ITALIANE DEL BASILE


le

21

Una de

amorose alme
le
le

faville,

Sparse in tue carte, Potr infiammar; da

pi voglie algenti
tue note altere
le sfere

Apprenderan nuove armonie


Il

^
suoi, fu
il

nuovo protettore, ch'ebbero

egli e

duca

d'Alba, don Antonio Alvarez di Toledo, vicer di Napoli


dal 1622 al 1629. Dal duca d'Alba gli fu afiidato, nel 1626,
il

governo

di

Aversa

a lui dedic la raccolta di cin-

quanta delle sue Ode, stampata nel 1627. In quel tempo,


contribu largamente alle feste o Apparati, che
si

solevano
ita-

celebrare pel San Giovanni, con composizioni poetiche


liane, latine e spagnuole. Anzi, in

un canzoniere manoscritto
e

spagnuolo fatto mettere insieme dal duca d'Alba


sto

da que-

donato poi all'Adriana,


Xel 1630, per

si

leggono, a capo

di tutte le

altre, sette poesie


sile
^.

spagnuole per musica, composte dal Bala

venuta

di

Maria d'Austria, sorella

del re

Filippo IV, che andava sposa all'arciduca Ferdii

nando,

cavalieri napoletani fecero rappresentare nel Pail

lazzo reale,

17 ottobre,

naso, con parole del Basile e musica di Giacinto


la

una mascherata: Monte di ParLombardo,


si

quale da considerare come uno dei primi saggi, che

ebbero in Xapoli, di drammi musicali \


IV

L'ultima corte, alla quale

il

Basile appartenne, fu quella


e

del duca di Acerenza, Galeazzo Pinelli, letterato

acca-

demico degli Oziosi.


V,

Il

Basile,

come

si

detto, lavorava,

Teagetie,

66-7.

Nomina
Si Si

in data 28 dicembre 1626, Arch. di Stato di Napoli, Of-

ficior.
3
*

Collat., voi.

XXII,

f.

86

t.

vedano, in fine a questo studio, Illustrazioni

documenti, III.

vedano Bucca, Aggiunta, ms.

cit.,

17 ottobre 1630-, Capaccio,

Il forastiero (Napoli, 1634), p.

959; e cfr. Croce, Teatri di Napoli ;Na-

poli, 1891^, pp. 107-11.

22

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI

CUNTI

da qualche tempo, a un gran poema,


sie di

Il Teagene; versifica-

raento della Storia etiopica di Eliodoro, che narra le traver-

romanzo greco, tradotto dal Glinci nel 1556 e pi volte ristampato, godeva molta popolarit; ed Ettore Pignatelli, anche lui degli Oziosi, ne aveva tratto, nel 1627, una tragedia: la Carlchia. Il Basile, nel suo
di

una coppia

amanti.

Il

lavoro, seguiva servilmente la traduzione del Glinci, ridu-

cendo
fissato

il il

racconto alla forma

convenzionale, in cui
dalla

si

era
:

poema

eroico,

come appare gi

prima ottava

Canto

l'eroe, d'Achille inclito

germe,

'1

seme

di Perseo, l'alta donzella.

Che

trasse errando in parti ignote ed

erme
,

Fortuna, a lor lunga stagion ribella:

Alme

in valor

non vide

il

ciel piix

ferme,

Coppia non ebbe amor pi fida


Molti affanni soffrir: in

e bella;

Meroe
il

alfine

Cinser di bianche bende

nobil crine.
il

In

questo poema,

al

canto quinto, descrivendo


le
il

tempio
i

d'Apollo in Delfo, dove erano


e mecenati, passati e futuri,
al

immagini

di tutti

poeti

Basile dedicava un'ottava


dal quale, nel
di

duca

di

1631, fu

Acerenza \ suo nuovo padrone e mandato governatore nella terra

Giugliano,

presso Napoli.

Luttuoso inverno quello del 1631-2, che


terribile eruzione,

si

apri con la

onde

il

Vesuvio

si

riscosse dal suo sonno

secolare

Con vomero

di foco, alto stupore.


il

Mostruoso arator solca

terreno,

il

seme

degli incendi accolto al seno


'1

Vi sparge, e

riga di fervente

umore
oi'e,

quindi, a fecondarlo, in rapid'

Di cenere ben ampio il rende pieno; Onde, quanto circonda il mar Tirreno,

Msse raccoglie
Teagene, V, 49.

di

profondo orrore.

I.

VITA E OPERE ITALIANE DEL BASILE

23

Ma, se danno iiroduce a noi mortali Cotanto aspro Vesevo, ond'ogni loco
Arde, n scampo
ei

trova in mezzo al verno


in tanti mali,

Pur raccoglier ne giova,


Dal cener sparso

e dal versato foco,

Membranza de

la

Morte

e dell'Inferno.

Cosi seicenteg-gi e moralizz


netti,

il

Basile in

uno dei

tre so-

che

gli

vennero

ispirati

da quell'avvenimento, e che

furono, forse, gli ultimi versi che egli componesse.


(scrive

Perch

un

cronista), erano

appena terminati

flagelli del-

l'incendio,

quando il giusto Dio, scorgendo che non erano ancora emendati [i napoletani], volle darli altra sorta di
insorse

gastigo, poich

un male

di

canna

gola

],

cosi

crudele e contagioso che parve peste, del quale in pochi


di

morsero

infinite genti . E, tra queste, molti

personaggi

cospicui; e

tuttavia ne

van morendo

di

per

di, e

ne sono

morti di subito don Giovanni d'Aquino, principe di Pietrapulcina, e

Giovan Battista Basile, dei primi poeti


e

di

questo tempo,

Giovan Girolamo

di

Tomaso, medico

assai celebre
Il

Basile, infatti,

mori improvvisamente, nel luogo del


il

suo governo, in Giugliano,

23 febbraio 1032,

sine sasepolto,

cramentis

et

sine electione sepultura'

venne

con grande pompa, nella chiesa di Santa Sofia di Giugliano,


dove, fino a non molti anni addietro,
sotto
il

si

vedeva ancora,
di-

pergamo,

la

tomba

di lui

'.

La sorella Adriana, che mora in Roma, prese cura

lasci

Napoli per fermare

di pubblicare col, nel 1637,


il

l'ultimo parto dell'ingegno di suo fratello,

Teagene,

BuccA, Aggiunta, ms.


II

cit.,

febbraio 1632.

documento, tratto dal libro dei defunti della parrocchia di S. Anna di Giugliano, fu pubblicato da L. Molinako dkl Chiaro, nel Giambattista Basile, Archivio di letteratura popolare, a. II, n. B, 15 marzo
2

1884.

24

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE
lui,

LI CUNTI
al

dedicandolo, secondo l'intenzione di


tonio Barberini.

cardinale Anal
solito, in-

Un

manipolo di poeti loda,

nanzi

al libro,

il

poema, l'autore,

la sorella dell'autore, le
il

tagliuole di
di

questa, e segnatamente la bellezza e

canto

Eleonora Barone. Caterina Barone, altra nipote

di

Giam-

battista, dice in

un sonetto:

Deli, potess'io col tuo i^regiato stile

Scrivere, e coi tuoi lauri ornarmi

il

crine,

Del mio materno sangue alma

g-entile!

E, in fronte al volume, c'

il

ritratto del Basile, inciso

da

Nicola Perrey, da una pittura o disegno di Giambattista


Caracciolo.
tare,

Una

simpatica e maschia figura in abito militutta la

che

ci

presenta in

sua dignit

il

cavalier

Giovan Battista Basile, conte di Torone e gentiluomo di S. A. di Mantova, uno dei felici ingegni del secolo.

II

La letteratura del dl\letto napoletano


E le opere DL4LETTALI DEL BASILE

.1 I.

Basile, cortig-iano e poeta toscano, splendeva in piena

luce agli occhi dei contemporanei:

ma
di

quasi

nell'ombra

restava l'altra manifestazione di


al volto la

lui,

nella quale, adattata

maschera anag-rammatica

Gian Alesio Ab-

battutis

>?,

e smessa la gravit consueta, invece di rimare

odi e madrigali, egli

componeva
dialetto

bizzarrie in dialetto na-

poletano.

La

letteratura del

napoletano

si

pu dire che

nascesse, per l'appunto, in quei primi

decenni del secolo

decimosettimo.
restino
la

Non

gi che, del
dialettali
:

tempo precedente, non


iscritto

monumenti
del

in tutta la sua schiettezza,

favella

popolo napoletano fu messa in

dal
lui

Boccaccio, se autentica,

come sembra,
il

la lettera di

a Francesco dei Bardi, che va sotto


de Parise; e nel dialetto

nome

di Jannetto

napoletano, bench pi propria

mente

in quello della gente clta,

del latino curiale, dall'altra


posti, nel

del
i

toscano

imbevuto da una parte S furono com-

Tre

e Quattrocento,

poemetti del Reglmen sa-

E. PRCOPO, I bagni di PozzucH (SapoVi, Furcbheim, 18S7), pp. 40-3.

2(.;

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

nifatis, dei

Bmjni di Pozzuoli, del Libro


i

di Caio, e, ancora,

la

Cronaca di Partenope e
della corte

Ricordi di Loise de Rosa.

Lo

stesso
strativi

dialetto ibrido appare,

non

solo negli atti

ammini-

aragonese,

ma

anche nella maggior


tempo, poemi, crona-

parte delle opere letterarie di quel

che e trattati, fatta eccezione di quelle

poche che rappre-

sentano

il

rifiorire del

toscanesimo. Pi genuinamente dia-

lettale esso fu nelle farse, di cui

sono ben note quelle cosi


dialetto naposcrittori
c(Iti,

dette

cavaiole

.
il

Intorno alla met del secolo seguente,


letano,
cosi

come era gi caduto


anche dagli
tutta
Italia
atti

dall'uso degli

spari

pubblici ^

Ma

esso

seguit a

esplicarsi nelle farse e nei c,anti del popolo, celebri, questi


ultimi,

in

nella loro
^.

forma musicale, come


i

villanelle

napoletane

E, tra

poeti di canzoni e di

villanelle, sorse allora


di arte;

qualcuno che tent forme pi ampie


di cui ci

uno

in particolare,

rimane
di

il

ricordo
Velardi-

del

solo

nome,

nel
;

diminutivo napoletano
il

niello

(Bernardino)

quale fu autore di una serie di


il

Stanze, che descrivono e rimpiangono malinconicamente

buon tempo

antico, e finiscono col grido


Sai

quanno fuste, Napole, corona? Quanno regnava casa d'Aragona;


li

nonch

di

alcune ottave e di una Farza de


''.

massare, re-

stata inedita fino ai giorni nostri

Senonch, da porre non piccolo divario tra l'uso popolare o spontaneo del dialetto e
il

rifacimento artistico

Galiani, Del

dialetto napoletano (2." ed.,

Napoli, Porcelli, 1789),

pp. 119-20.
2

Si

veda B. Cai'asso, Sulla poesia popolare napoletana veda


la

(in

Arch.

Htor.

nap., voi. Vili, pp. 316-81).


3 Si

mia memoria:

Velardiniello e la sua Inedita farsa na-

poletana (in Atti deWAccad. Pontaniana, voi.

XL,

1910).

II.

LA LETTERATURA DEL DIALETTO NAPOLETANO


per opera di poeti
del
teatro,
culti.

'Z^

(li

esso

E
il

senza
dialetto

fermarci

sul

caso

particolare

dove

napoletano,

Lorae quelli di altre parti d' Italia, e anche le lingue straniere, furono
carattorirtica

introdotti, nel

Cinquecento, per ragioni di

comica

il

rifacimento artistico del parlare

napoletano prese grande estensione nei primi del Seicento


pel concorso di varie cagioni. Principale tra queste la ri-

cerca spasmodica di novit, che agitava

gli spiriti in

quel

tempo. Perch, s'ingannerebbe non poco chi credesse che


i

letterati d'allora

si

volgessero al popolo e alla sua

fa-

vella

per brama di semplicit e di verit. Quantunque

del

semplice e del vero avessero gran bisogno, l'amore


il

per
loro

dialetto, piuttosto
Il
il

che medicina, era sintomo della


ra-

malattia.
il

dialetto, per quegli scrittori, rappresen-

tava

nuovo,

bizzarro, lo stravagante, lo spiritoso


si

gione, altres, per la quale la letteratura dialettale

pre-

sent con carattere prevalentemente burlesco.

Tuttavia, appunto perch burlesca, quella

produzione
alla con>.

ebbe doti

di semplicit e verit,
in

che mancavano
lingua
<

temporanea letteratura aulica

toscana
i

L'at-

teggiamento giocoso dello spirito liber


costrizione e tensione, in cui d'ordinario
(tanto per seicenteggiare anche noi)
li

letterati

dalla

si

trovavano; e

fece seri facendoli

seriamente

frivoli, quali

effettivamente erano.

N bisogna
il

discono.scere che, qualche volta, sebbene di rado,


li

diak-tto

mut

a dirittura in poeti teneri e passionali;

non essendo

possibile avvicinarsi del tutto

impunemente

alle ftescho e

chiare acque dello spirito popolare.

Un'altra cagione assai importante, che concorse in quel

tempo

al

fiorire

della

letteratura dialettale,

fu

d'inlolc

regionale o municipale.

La

letteratura italiana, di

pmvov,t

nienza toscana, aveva sempre qualcosa di esotico,


poli

come

in altre parti d'Italia.

Per partecipare
il

alia

letteraria,

conveniva rinnegare

liiiruaL-'L'-i"

api-reso da

28

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTI
il

bambini, e imparare, nella scuola e sui

libri,

toscano

Eppure, Napoli era una grande


Stato, e

citt, capitale di

un grande
originali.

centro

di

vita

intensa

di

costumi

Perch non doveva far sentire anch'essa

la propria

voce?

perch doveva sempre tradurla in quella di un'altra regione italiana? Forse che la sua lingua era meno efficace
di quella

toscana? o gl'ingegni napoletani cosi deboli da


di

non poter fare nulla


l'imitazione toscana?

plausibile se

non mettendosi

al-

II

Quest'ultimo motivo specialmente evidente in colui,

che fu
lio

il

padre della nuova letteratura


gi

dialettale, in Giu-

Cesare Cortese.

Come

abbiamo accennato, una salda amicizia leg


il

per tutta la vita


tra questi

Cortese col Basile:

cosi salda e viva,

due massimi poeti del dialetto napoletano, da


il

riuscire

commovente. Se

Cortese celebrava, nel suo Viag-

gio di Parnaso^ le onorificenze ottenute dal Basile a

Man-

tova, e ricordava che colui, che era giunto ormai cosi in


alto, gli era stato fatto

amico dalla fortuna


^

fin

da quando

andava da bambino
questo
solenne

alla scuola

il

Basile, di ricambio,

nell'introduzione a una delle sue odi, rendeva all'altro

riconoscimento:

onorato amico

dell'autore, che le

pi 11 pi caro, il sacre e sante leggi

dell'amicizia serbar sapesse, fu Giulio Cesare Cortese; ... il quale, con maraviglia di chi '1 conobbe, mostr la
grandezza dell'ingegno nella picciolezza del corpo,
chezza della virt nella povert della fortuna, e
talit del
l'

la ric-

immor-

merito nella brevit della vita

-.

Si

veda sopra, pp.

18-15.

"

Ode, p. 57. Nel Teagene (V, 68):


e le

Il

Cortese, a cui
>

fia

scarsa

Fortuna Come prodigo avr Febo

Muse

II.

LA LETTERATURA DEL DIALETTO NAPOLETANO

29

La

vita di lui fu randagia, avventurosa, stentata,


Basile. In

quella del

come uno dei punti, che a me sembrano


si

pi poetici, del sopra ricordato Viaggio di Parnaso \ egli


sorride umoristicamente di s stesso, che
sciato sfug'g-irc di
tro ai

sempre

la-

mano

ogni bene materiale, correndo dieil

palazzi incantati del sogno. Ma, se questo


i

si-

gnificato generale della sua vita,

particolari di essa sono


riuscito raccogliere

ignoti;

e,

con non poca

fatica, a

me

alcuni dati, che offro qui con la speranza che serviranno

come punti

di partenza per ulteriori ricerche.


al

II

Cortese
addotto-

dov nascere intorno


rava in legge
-.

1575, perch nel 1597

si

Sulla fine del 1599, ottenne dal vicer conte

di Lemos, per un anno, l'ufficio di assessore in Trani, che non pot occupare immediatamente, onde chiese in grazia

che

l'effetto della

concessione cominciasse dal 13 gennaio

dell'anno seguente^.
e,

Sembra
Il

che, poi, andasse in Ispagna,


di

di l, in

Toscana ^

comentatore

un poema
si

di lui,
ai ser-

lo Zito,

dice che, nel fiore della giovent,

mise

granduca Ferdinando dei Medici (1587-1609), e che, in quella corte, fu amato da tutti e assai stimato dal A suo padrone, tanto che era chiamato il beniamino
vigi del
"".

Firenze

(cosa

strana

per

cosi

fervido e quasi

esclusivo
gli

amatore del dialetto napoletano) venne annoverato tra

Si

veda

il

canto VII, e
1.

cfr. in

questo volume

il

saggio

II.

Cfr. Illustr. e doc,

Il

documento

della laurea fu

pubblicato
d''

dal Settembrini, Le carte della scuola di Salerno e gli autografi


napoletani laureati
voi.

illustri
JS7-J,

neW Universit

di Napoli (in

Nuova

Antologia,

XXII,
3

pp. 951-2).

Arch. di Stato di Napoli: Segreteria vicereale, 0/Jciorum del


f.

Collaterale, voi. Vili (1599-1601),


^

27

b.

Viaggio di Parnaso, VII, 36.

Comento

e difesa della

Vaiasseide, nella Collez. Porcelli, voi. Ili,

pp. 195-6.

30

GIAMBATTISTA BASILE E IL

CUNTO DE

LI

CUNTI

accademici della Crusca^;


di

titolo al

quale aggiunse l'altro


il

Pastore Sebeto

Firenze, forse,

Cortese cominsonetto, posto


fiorentine {A

ci a poetare in napoletano, perch

un suo

in fronte alla
le

Vaiasseide, diretto alle


:

dame

sdamine sciorentine)

ste dammecelle quarche pacchiano, O ca so' nato fuorze ad Antegnano, Che me fanno ogne ghiuorno guattarelle. Ca songo segnorazze e ca so belle. Non sanno ca io so napolitano? Quanno le dico: vasove le namano , A che serve sona le ciaramelle? Aggio strutto na coppola pe loro,

Aggio paura ca

Se penzano ca

so'

faccio leverenzie co la pala;

Ed

esse

sempe co

lo risariello.

Stongo co no golio, che me ne moro, De vedere una, che pe me se cala; Ma chili priesto avarraggio lo scartiello.

Allude,

com'

chiaro,

al

suo

vano corteggiare
alle

le

belle

dame

fiorentine, che

rispondevano col riso


peggio
gli

sue dichia-

razioni
quelle,

amorose.
se vero

Ma
ci

avrebbe risposto una di


Io

che narra

Zito
si

ossia,

che

alle

sue calde proteste e richieste, colei


e glielo gitt sul capo;

trasse

uno scarpino
il

cagione per

la

quale

poeta, tra

vergogna
giacch
per isfogo

disgusto,

avrebbe abbandonato Firenze'. E,


il

lo Zito

aggiunge che
queir infelice

Cortese, tornato a Napoli,

di

stamp

la

Vaiasseide, la cui

amore fiorentino, scrisse e prima edizione sarebbe del

Di questo titolo

si

fregia innanzi al Pianto della Vergine del Ba(1608).

sile, e al

Tempio eremitano dello Staibano


il

Ma

l'amico Guido

Mazzoni,
sca,
"

quale ha fatto per


pp. 195-8.

me

ricerche all'Accademia della Cru-

non ha trovato alcun ricordo del Cortese come accademico.


Op.
cit.,

II.

LA LETTERATURA DEL DIALETTO NAPOLETANO


in

31

1604 \

bisognerebbe concludere che,

quell'anno, egli

avesse gi lasciato la corte medicea. Tuttavia, cosi nella

causa della partenza da Firenze come nella pretesa intenzione della Vaiasseide, sembra di fiutare un'invenzione

scherzosa dello Zito


della

e la stessa data del 1604, come quella prima edizione del poemetto, non va esente da dubbi -,
;

Certamente, nel 1606,

il

Cortese era di nuovo in Napoli,


l'ufticio di go-

perch ebbe dal vicer conte di Benavente


cata
^

vernatore della terra di Lagolibero o Lagonegro in Basili:

terra destinata, per quel che sembra, a essere retta


si

da poeti, giacch, come


ne era governatore
il

veduto

>,

qualche anno dopo,

Basile \ Mantenne, tuttavia,

buone
il

relazioni con la corte

medicea

e,

nel 1608, invitava

suo
rac-

amico a concorrere con qualche componimento


colta per le

alla
^.

nozze del principe ereditario Cosimo


conte di

Nel

1610, o

poco dopo, dimorava ancora in Napoli, protetto

dal secondo
lui,

Lemos

vicer, e poi

dal

fratello di

che rimase luogotenente del Regno alla partenza del

Op.

cit.,

p. 239.

Di questa edizione non

esiste pi

alcun esemplare;

il

Marto-

KANA, Notizie biografiche

e bibliografiche degli scrittori del dialetto napole-

tano (Napoli, 1874), p. 152, che ne parla

come

se

ne avesse veduto qual-

cuno, non ne d la descrizione, e trae tutto quel che dice dalle edizioni
posteriori.

La prima,

di cui esista

ancora qualche copia, l'edizione


la

di Napoli, nella stamperia di

Tarquinio Longo, 1615;


il

quale ha un
senza

avviso donde risulta che, non appena


del suo poema, questo veniva

Cortese componeva un canto


e
il

stampato senza suo permesso


il

suo nome; onde egli

si

era risoluto a stampare

poema intero

e col

proprio nome. Precedentemente, dunque, vi erano dovute essere sol-

tanto edizioni parziali, di singoli canti.


3

Archivio di Stato

di Napoli, Segreteria vicereale, Officiorum del


f.

Collaterale, voi.
*

XI

(1606-1608),
p. 19.
p. 9.

4.

Si
Si

^>

veda sopra, veda sopra,

32

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI

CUNTI

conte K Fondatasi, nel 1612, l'accademia dei Sileni nel chiostro di

San Pietro a Maiella,

egli ne fece parte


^,

^.

Nel 1621,

scriveva la prefazione al Viaggio di Parnaso


altre opere.

prometteva
certamente,

Ma mori

qualche anno dopo;


"*.

e,

era gi morto nel 1627


altro, se

N, per ora, saprei aggiungere

non questo

particolare, concernente la sua per-

sona

isica; e, cio,

che egli era di piccolissima statura^.

Jl Cortese,
di
^^

Pastor Sebeto
, e

si

gloriava dell'esser suo


le

poeta napoletano

respingeva gaiamente
gli si

oppo
e
'

sizioni, che,

per questa parte,

movevano.

Non

posche

sebele (egli dice) che

quarche travo rutto non strida,

quarche strenga rotta non se metta ndozzana, decenno:


quaiino nicc
le

Da
Ma

povere Muscie so deventate de

lo

Lavinaro
'

da

citianno nicc la

fontana de Ptiorto

Ippocrenef

^.

Viaggio di Parnaso, VII, B9.

MiNiERi

E.ICCIO,

Accademie di Napoli,

1.

e,

p. 59.

Erroneamente,
fiori

lo stesso

erudito mette tra gli Svegliati (accademia che

circa

il

Giulio Cesare Cortese detto l'Attonito (1. e, p. 605); e doveva dire Giulio Cortese, letterato napoletano della generazione precedente, autore, fra l'altro, di un volume di Rime e prose (Napoli, 1592). 2 Viaggio di Parnaso, poema di Giulio Cesare Cortese, dedicato all'illustriss. sig. Don Diego di Mendoza (In Venetia, per Nicol Mi1586)
serini, 1621):
la

Leile

adonca

sto chilleto;
e

ado^atelo e giistalelo

fi

che

da Mantova, dove ghiuta ad arrecoyliere conciette pe fareve n^autra composta co P acito de grieco de Napole . Il viaggio, di cui qui si parla, a Smirne e a Mantova, era, com' chiaro, non gi un viaggio materiale, ma metaforico e, cio, lo studio di Omero
musa mia tome da Smirna
;

e di Virgilio.
*

Di

lui,

come
1.

gi morto, parla

il

Basile nel luogo citato delle

Ode, p. 57.
5

Basile,

e.

e cfr. Viaggio di Parnaso,

I,

20, 25.

[A questo mio

schizzo biografico non aggiunge proprio nulla la tesi di laurea di Attilio Feuolla, Giulio

Cesare Cortese, poeta napolitano del secolo

XVII

(Napoli, tip. della E. Universit, 1907), la quale contiene, per altro,

una

giudiziosa esposizione delle opere del C.].


6

Prefaz. al

Viaggio di Parnaso.

II.

LA LETTERATURA DEL DIALETTO NAPOLETANO

33

a costoro rispondeva al

modo

stesso che, in quel suo viagi

gio al Parnaso, ai poeti ivi raccolti,

quali

si

maraviglia:

vano di vedere tra loro

n'omnio de Puorto

Le Muse vanno dove so chiammate, Ca no stanno co buie co lo strommiento

E
Con
tire):

quanta vote a

me

se so nzeccate,

Cose hanno
voialtri,
io

fatto lustre

commo

argientol

non ho che vedere {no nce aggio che spar-

scrivo

come

parlo; padronissimi voi di fare quel


:

che meglio vi talenti


Siano tutte
li

vuostre e quinci e unquanco

Vostre e V astro e cotillo e fotella.

manco De tante isce bellezze na stizzella. Tanta patacche avesse ad ogne banco. Quanta aggio io vuce a Napole mia bella; Vuce chiantute, de la maglia vecchia.
Ch'io pe me, tanto, non ne voglio

Ch'hanno gran forza ed enchieno l'aurecchia.


Difesa cosi vivace e giusta che qualcuno, spassionato e

spregiudicato,

tra

poeti

toscani,

Francesco Borni, non


:

pu tenersi dal mirarlo con simpatia ed esclamare


ha ragion, quest'uomicino
!

Egli

Xello stesso poemetto,

fingendosi la recita di una commedia, s'introduce un Pulcinella,

che mette in canzonatura

toscaneggianti

affettati,

applaudito da Apollo-.
Il

primo parto della musa napoletana del Cortese


si

fu.

come
1615,

accennato, la

Vaiasseide, pubblicata

intera nel
e

ma

gi a

spizzico

negli

anni precedenti,
si

della

quale, al dire dello Zito, nel it)28

contavano gi sedici

Viaggio di Parnaso,

I,

22, 25.

Op.

cit.,

V, 21-9:

cfr.

Vaiasseide,

I,

S-9; e lo Zito,

cemento

ci-

tato, pp. 236 sgg., e p. 58.

34

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

edizioni \

Sono cinque canti


scuciti alquanto

in

ottava rima, descriventi

scene d'amori, gelosie, feste e matrimoni del popolino napoletano


in
;

come composizione
in

e risolventisi di

una

serie di episodi,

ma,

compenso, semplici
1619,
,
il

forma

e ricchi di

pitture
di

vivaci. Segui, nel

Micco Pasallora
si

savo,

nome

un bravo, o

smargiasso

come

diceva, la cui vita e quelle di altri suoi pari s'inquadrano


nel racconto di un'impresa contro
la quale,
i

fuorusciti di Abruzzo,

storicamente, trova riscontro nella spedizione di


le

Carlo Spinelli contro

bande

di

Marco Sciarra, accaduta

nei tempi della prima giovent del Cortese.


forse, a

Meno
e

felici
il

cagione della loro generale intonazione seria,

romanzetto in prosa: Li t/nvtigliuse amure de Ciullo


e la

Perna,
apdel

favola

posellechesca

,
^.

intitolata

paiono qua e l ammanierati


Cortese,
in
il

Invece,

il

La Posa, che quarto poema


citato,

Viaggio di Parnaso pi volte


il

raggiunge,

qualche tratto, l'umoristico e


poich

romantico.

Nel 1621, un libraio napoletano, Fabrizio de Fusco,

le

opere del signor Giulio Cesare Cortese, a giuintendenti, nel genere


si

dizio di tutti gli

loro

sono
,

le

pi

rare che sino a questo tempo


glieva insieme tutte quelle che cesso
(e,

siano

vedute

racco-

l'autore gli

aveva consignorie vo-

cio, le

cinque che abbiamo ricordate), e promet

teva di stampare,
stre
, le altre,
i

commune

diletto delle
,

che sono a penna


1.

delle quali, intanto,


la huscia.

forniva
3.

titoli:

Lo

colascione. 2.

Lo regno de
npazzuta.
5.

Posilepo rofjano. 4.

La

serena
7.

Partenoj^e

schiaccata. 6.

La

rota delli canee.


9.

La

repubhreca de cuc-

cagna.

8.

Lo molino a Mento.

La

ciarantola. 10. L'arcadia

Op.

cit.,

p. 239.

Delle opere del Cortese discorse acconciamente G-iuseppe Ferrari,

nei suoi articoli

De
voi.

la littrature jpopulaire en Italie, nella

Revue des deux

mondes:

si

veda

XXI

(1840), pp. 509-11.

II.

LA LETTERATURA DEL DIALETTO NAPOLETAXO


de
li

35

sconquassata. 11, L'ospitale


ncantato. 13.

Lo nove

falluto. 14.

pazze. 12. Lo Cerriglio Lo miinno ammascarato *.

un

catalogo cosi lung-o da far pensare che contenesse

molte opere, di cui l'autore aveva in mente non pi che il semplice titolo o il disegno generale. Comunque, di queste
quattordici opere manoscritte
Cerriglio ncantato

solamente

il

poemetto

Lo
per

venne pubblicato alcuni anni quel che sembra, postumo ^.


ITI

dtjpo, e,

L'esempio del Cortese fu seguito subito da parecchi,


e,

in

prima

linea, dall'amicissimo Basile;

il

quale appare

per la prima volta in qualit di scrittore dialettale nell'edizione della Vaiasseide, fatta nel 1615
sione,
gli

^.

In quell'occa-

Gian Alesio Abbattutis


al

scrisse
e

non solamente
let-

argomenti in ottave

poema

una graziosissima

Questo importante catalogo

rimasto ignoto a tutti coloro che


;

hanno scritto del dialetto napoletano e del Cortese i quali sembra che non abbiano veduto la rarissima raccolta del 1621, bench qualcuno Opere burlesche in lingua nala citi vagamente. Eccone il frontespizio
:

poletana di Giulio Cesaee Cortese, cio la Vaiasseide, Li iravagliuse ani-

mure,

drarnatica (In Napoli, per


ist.

Micco Passavo namniorato, Viaggio de Parnaso, La Rosa favola Domenico di Ferrante Maccarano, 1621, ad

di Fabritio de Fusco).

La

dedica

|del

De Fusco

al

signor G. B.

Velli

ha

la data del 15 settembre 1621.

2 II

Iartorasa, op.

cit.,

p. 156,

ne conosce un'edizione del 1628.

Io ne

ho innanzi una

di Xapoli, per Camillo iCavallo, 1645, che reca

sul frontespizio:

Sviato

da

Oltre le opere ricordate,

dato in luce per l'Accademico napoletano, detto lo si ha del Cortese una bella can-

zone
3

un
La

sonetto, esistenti in

una rara stampa, rimasta sconosciuta


e

finora, e

me

riprodotti in lllustraz.

doc, IV.

Cesare Cortese, Il Pastor Sebeto, a compiuta perfettione ridotta, con gli argomenti et alcune prose di Gian Alesio Abbattutis, dedicata al potentiss. Re de' Venti (In NaVaiasseide

Poema

di Giulio

poli, nella

stamperia di Tarquinio Longo, 1615).

oG

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

tera in prosa
glio
lui e

lo re

de

li

vioiti (al quale, spiegava,


le fatiche dei poeti,

me-

che ad
il

altri,

ranno dedicate

come

Cortese, disgraziati;,

ma

anche una serie

di lettere

scherzose in prosa e in verso ^


Nella prima di queste lettere, che in versi sdruccioli,
e

ha

la

data del dicembre 1614, Gian Alesio risponde a un


lo

notar Cola Maria Zara, e

ringrazia della dedica, che in-

tendeva
feo
,

fargli, di

un'opera.

La seconda, firmata
^,

lo

Chia-

con

la data del

1610
e

anche in versi

e diretta

lo

muto

lostrissimo

magnifico

Comm^a
il

fidate

carnale
l'

messer Uneco

un amico, che aveva manifestato

inten-

zione di prendere moglie, e a cui egli d


scegliere Cecca
e
lo
:

consiglio di pre-

Cecca, che de Napole,

E lo shiore, lo spanto
un
tale

martorio

Anche

la terza, in

prosa, a

che

viene

chiamato

frate

mio
all'
le

la

quarta, firmata

lo

Smorfia

e intitolata:

rom,pere no bicchiere co
del 1614,

sembrano

rivolte

Uneco shiammegg tante che p muse , entrambe con la data al medesimo personaggio della
Vipiglia la firma lo Chiafeo
,

seconda. La quinta, in cui


diretta

si

lo

settemo geneto de messere, zo fraterno carnale.

La

paternit di queste lettere stata attribuita da parecchi al


cit., p.

Cortese (Galiani, op.

126:

Martorana,
la

op. cit., p. 15B sgg.);

il

che non solamente conti-asta con

dichiarazione del frontespizio,

ma
:

napoletane,

anche smentito dalla prefazione, che il Basile mise alle sue Mise dove accenna che ama raccogliere voci e frasi napoletane comme facette lo medesemo autore n'autro scampolo a chelle lettere, che
cammarata
co la Vaiasseide, dalle quale,
.

jecero
se

comme robba propria,


VI
;

n'ha pigliata V accoppatura

L'errore fu riconosciuto dall' Imbriani,


(1888), n. 2.

op. cit., pp. 38-40, e dal Eocco, nel Giambattista Basile, a.


-

Veramente,

mille e seiciento e zero co no chille'o


il

il

che, inter-

petrato a rigore, darebbe 1601. Ma, nel 1601,


poli e

Basile era lungi da Nadel resto,


il

ben lungi

da! fare

il

poeta dialettale:

e,

1610 della
lo

pi larga interpetrazione (giustificata dal metro, che richiedeva

sdrucciolo in fine) ravvicina la data a quella delle altre lettere del

gruppo.

II.

LA LETTERATURA DEL DIALETTO NAPOLETANO

37

lo

chi stretto parente, che stace a Cosenza

(a

dunque, del Basile?); e accompag-na l'invio


in lode di Cecca, della quale lo scrittore
si

di

un Iratello, un sonetto
che trae da

professa inna-

morato, narrando un sogno e


esso pel suo amore.
Il

g-li

auspici

felici,

Basile

si

presenta, in queste lettere, con un carattere

proprio, affatto diverso da quello del Cortese \ che gli era


stato sprone

ed esempio. Laddove questi tende


genere uno
dialetto
il

alla descri-

zione realistica e adopera in


Basile sfoga furiosamente nel

stile

sobrio,

il

suo gusto secen-

tesco e la sua intemperanza stilistica. Per ogni qualifica,

getta sul volto al lettore venti aggettivi; di ogni oggetto

che nomina, esibisce venti variet. Doveva aver messo,


di certo,

uno studio particolare nel raccogliere


;

vocaboli

e le frasi dell' infima plebe

e quei suoi versi e prose

sem-

brano, talvolta, pagine di vocabolario ideologico, ravvivate


dalla

brama

di spiegare in

mostra tutta

la lussureggiante

ricchezza della patria favella.

Le
stiti

lettere di

Gian Alesio sono come

frammenti supertra

delle molte composizioni, che


i

dovevano scambiarsi

loro

cultori del dialetto napoletano negli anni in cui sorse

quella

moda;

e vi s'incontrano molteplici allusioni, che


1'

impresa quasi disperata intendere. Chi era


solo potev^a toccare
sile
il

unico

che
Cor-

bicchiere con

le

Muse, e che pel Ba-

valeva come

fratello carnale

Un

fratello, o

il

tese?

chi era lo

Zara? Ma

da notare specialmente che


importanti
libri dialet-

alcune di quelle allusioni gettano una luce, sebbene scialba


e incerta, sopra
tali di allora.

uno dei pi
si

belli e

Mi

conceda

di

fermarmi anche su questo

problema incidentale, perch

la storia della letteratura dia-

Tanto diverso che il Galiani, il quale, come si detto, le attribuiva al Cortese, non poteva non notare che in esse costui avrebbe
1

intieramente imitato

il

Basile

>

(op. cit., p. 126).

38
lettale

GIAMBATTISTA BASILE E IL

CUNTO DE

LI CCNTI

napoletana non stata ancora

fatta, e
il

me non

possibile procedere oltre, senza orientare


sta regione inesplorata, o dare, per lo
alle ricerche,

lettore in que-

meno, l'avviamento

che bisogner ancora compiere.


il

Nel 1646,

tipografo

Camillo Cavallo (che ristamp

anche

le

opere del Basile e del Cortese) stampava,

ad

instanza di

Tommaso

Morello

un

libretto:
Il

De

la tiorba

a taccone de Felippo Sgruttendio de Scafato.


dedicare l'opera a Gennaro Moscettola, la
di

Morello, nel

diceva

parto

peggia

un ingegno che, fra' i primi, nelle delizie di Pindo cam. Dunque, sembra certo che l'autore vivesse anTuttavia, molte allusioni di quel canzoniere richiamano

cora in quell'anno ^
a personaggi, che erano famosi in Napoli trent'anni prima;
p. e,, al dottor Chiaiese,

cie

di

buffone, che
-,

fioriva

una celebrit popolare, una speai tempi del vicer duca di


^.

Ossuna
la
il

che fu burlescamente cantato dal Cortese

donna, elogiata dal poeta, una Cecca; quella Cecca,


cui

nome abbiamo
il

gi incontrato nelle lettere scherzose

del Basile recanti la data del 1614,


viglia e

come

il

fiore, la
si

mara-

martirio di Napoli, e della quale

dice, per

l'appunto, in quelle lettere:

E
Da

cbisse te faranno po' na

(Ca portano a
l'are

museca taccone na teorbia) ashevolire meza Napole.

Si potrebbe, a dir vero,

formare

altres la

congettura che,

da queste

frasi e dalle

poesie del Cortese, l'autore della

Ma

nou mi sembra

dei tutto certo che quell'edizione fosse la


il-

prima. Ragioni di non crederla tale addusse gi I'Imbriani, nelle


lustrazioni alla PosUecheata del Sarnelli (Napoli, 1885), p. 222.
2

Notizie storiche in Croce, Teatri di Napoli, pp. 99-100.

"

Micco Passaro, IV, 19 sgg.


il

V,

Sgg.

Viaggio di Parnaso, IV,


e di altri parecchi.

26 sgg. Si dica

medesimo

di Pezillo,

Comp lunno,

II.

LA LETTERATURA DEL DIALETTO NAPOLETANO

39

Tiorba a taccone avesse, molti anni dopo, attinta l'ispirazione e la materia;

ma
fatti

la

cosa poco probabile, perch

nessuno scherza su
scherzo per
a
la

e persone,

che erano oggetto di

generazione di trent'anni innanzi. Cosicch,


indubitabile che
le

me sembra

composizioni della Tiorba

a taccone nacquero,

almeno per buona parte, nel tempo


fioritura della

della
si

prima grande

poesia napoletana, che

pu

fissare intorno al 1615.

Ma

chi era lo Sgruttendio? Chi era codesto poeta, che,


la triade dei

insieme col Basile e col Cortese, costituisce

primi e maggiori poeti dialettali napoletani? Su questo

punto regna ancora


dio

il

mistero

e
L.

invano, per dissiparlo, ho

tentato finora svariate indagini.

nome

Filippo Sgrutten;

da Scafati

da considerare pseudonimo
dalla

il

che non
di

solo reso probabile

ignoranza in cui siamo

un

letterato napoletano di quel

rittura

tempo cosi chiamato, ma comprovato dalla ricerca, eseguita dal Minieri

a di-

Riccio e rinnovata da me, nei


Scafati,

fuochi

o censimenti di

non s'incontra nessuna famiglia di cognome Sgruttendio. Messa da banda la cervellotica ipotesi che il pseudonimo celi il letterato Francesco Balzano ', mi si era ripresentata alla mente l'altra, che fu gi sostenuta
nei quali
dal Minieri Riccio, e, cio, che quel canzoniere fosse opera
del Cortese; e

mi pareva che un nuovo

e forte

argomento

venisse dal

fiitto

che, tra le opere del Cortese, inedite nel

1G21, segnato Lo colascione: nome di strumento musicale, sinonimo di tiorba a taccone, e usato promiscuamente con l'altro nel canzoniere dello Sgruttendio '. Al quale argo-

Si

veda Pietro Balzano, Di Filippo SgruUendio

e delle

sue poesie

(in Atti dell' Accad.

Pontaniana, voi. Ili, 1855): confutato in


op.
cit.,

modo

de-

finitivo dal
"

Martorana,
la Tiorba
> .

p.

380 sgg.
C'ollez.

Si

veda

a taccone (nella

Porcelli, voi.

l,,

pp. 144,

263

sto calascione

40

GIAMBATTISTA BASILE E IL
si

CUNTO DE LI CUNTI

mento
sile,

aggiungeva
si

la

presunzione che

le lettere del

Ba-

in cui

parla di Cecca, fossero dirette al Cortese.

Ma
del

difficolt,

che non paiono sormontabili, vengono a tale


si

attribuzione dal canzoniere stesso, in cui

parla qua e l

Cortese e delle sue opere

e,
il

capitalissima, dall'affer-

mazione dell'editore del 1646,


Tiorba

eguale

dava l'autore della


Lascio, dunque,
di

come ancora vivente

in quell'anno.

l'enimma a un Edipo pi fortunato, o pi acuto,

me.

Pel nostro scopo, basta, intanto, avere stabilito che, al

tempo

del

Cortese e del Basile e del primo fiorire della


il

letteratura da essi promossa, fu composto

bel canzoniere,

che reca

il

nome

dello Sgruttendio;

il

quale, non solamente

ricco di poesie

satiriche giocose, con quadri vivacis-

simi di feste e balli e altri costumi napoletani, ma, nella

sua maggior parte, nei sonetti in laude di Cecca, ha interesse critico, quale felicissima caricatura dei canzonieri

amorosi secentistici. Tutti


magini,
le frasi, le

motivi allora prediletti,

le

im-

movenze

dei periodi e delle strofe, sono

parodiati nei sonetti

dello Sgruttendio, rientranti nel ge:

nere di quello del Berni


attorte
.

Chiome d'argento

fine, irte

ed

Se

si

apre a caso un canzoniere italiano di quel


di

tempo;

p. e.

quello

Marcello Giovanetti*, o di Gian


-,

Francesco Maia Materdona


toli
:

si

troveranno sonetti coi


,

ti-

Bella donna con macchie rosse nel volto

Bella

donna con veste rossa

(o

ricamata a
,

stelle

d'oro
,

azzurra
,

),

Bella guercia

Bella serva
,

Bella
,

muta

Brutto amante di donna bella

Bella librala

e consimili.

E A

lo

Sgruttendio, dal canto suo:

la bella

tricchetraccara ,

la bella

guattara
,

, ^4

la bella trip-

paiola
tare ,

la bella

tavernara

la

bella

iettaran-

la bella pedocchiosa ,

la bella shiaccata ;

Seconda edizione, Boma,

1626.

Sesta edizione, Napoli, 1632.

II.

LA LETTERATURA DEL DIALETTO NAPOLETANO

41

e via discorrendo.

Ogni conoscitore della

lirica
:

secentesca

guster la finezza di parodie come la seguente

Pabaggio fea

isso
'.

E LO SORECE SCAPPATO A LO MASTKILLO DE CeCCA

La
Tu

sciorta

mia

e toia, o sorecillo,

Tutt' na cosa, e
gliist'a chili'

simmo duie pacchiane;


casillo,

addore de

Io a Cecca, che de st'arma caso e pane;

Tu fai zio- zio, ed io sospiro e strillo; Tu muzzeche ssi ferre ed io sti mane; Tu zumpe, io suto comm'a gatta o cane;
Io senza libert, tu a sso mastrillo.

te sbatte lo pietto, a

me

lo core;

Tu morte aspiette, ed io non spero Tu chino de paura, io de dolore.


Nchesto sgarrammo, ed
,

vita;

ca tu avarraie

Una morte da Cecca


Io n' aggio ciento, e

saporita;

non se sazia male

-.

Altre

composizioni
si

dialettali,

sebbene di minore

im-

portanza,

vennero, allora, elaborando da


la

altri scrittori.

Nel 1628, un Domenico Basile pubblicava


quel Pastor
nelle chiese
fido,

traduzione di

che

(come dice Salvator Rosa) serviva


;

da

uffcilo

annunziava

di

avere pronti

per

le

stampe: Lo dottore a

lo

sproposeto,

La

casa de l'Igno-

ranzia,

La

defenzione de

li

poeti napoletane contro Bocca^.

Uni

Giulio Cesare Capaccio nnanze ad Apollo


il

In quello

stesso anno,

commediante

e letterato

Bartolomeo Zito,
',

detto

il

Tardacino, accademico Risoluto

scriveva

il

gi

3
<

. . Paragone tra lui e il topo incappato alla tagliuola di Cecca Corda I, son. 50. Martorana, op. cit., pp. 23-4. queSi veda intorno a lui Croce, Teatri di Napoli, pp. 65-7, e, in
il

sto volume,

saggio su Pulcinella.

42

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

ricordato cemento e la difesa della

Vaiasseide

contro

le

censure degli accademici Scatenati. E, senza indugiare sulle


altre opericciuole allora pubblicate
la

\ menzioneremo ancora

traduzione del libro quarto deV Eneide, dovuta a Fran-.

cesco Bernaudo

Nella Tiorba dello Sgruttendio, per imitare anche quella


parte, costante nei

canzonieri del tempo, che costituita


i

dallo scambio di sonetti tra l'autore e

suoi amici e

miratori, sono inserite proposte e risposte di

amuna quindi-

cina di poeti, che

si

denominano
lo

lo

Sraenchia accademico

Cestone, lo Spechiechia accademico Sciaurato, lo Catarchio

accademico Sparnocchia,
cosi via.
Il

Sbozza accademico Marfuso,

Minieri Riccio costru, con questi nomi, un'ac-

cademia

reale, di storica esistenza, e


^.

un individuo reale
che costoro siano

vide in ciascuno di quei personaggi

Ma

immaginari

e quel carteggio poetico

uno scherzo, a me non


alle
essi,

pare dubbio; tanto pi che, se accennassero a un'accade-

mia realmente

esistita,

bisognerebbe, conformemente

regole dei nomi accademici, postulare, per ciascuno di

un'accademia differente, e quindici accademie per quindici nomi: una dei Cestoni, una degli Sciaurati, una degli Spar
nocchia, una dei Marfusi, e cosi via
*.

Ma, se non un'acallora.

cademia, per dir

cosi,

legalmente costituita, di cultori del

dialetto, la quale finora

non

documentata, c'era

Per

le

quali

si

veda, passim, l'opera del Martorana.

Un lungo sonetto caudato dialettale di Orazio Cataneo, amico del Basile, stato pubblicato da A. BoRZELLi, 0. C, nota (Napoli, tip. Ruggiano, 1894). Per un altro
-

Napoli, 1640, per Secondino Roncagliolo.

del Capaccio,
3

si

vedano in questo volume


1.

Illustrazioni e documenti, IV.

Accademie di Napoli,

e, pp. 585-6.
si

Nomi accademici

scherzosi dello stesso genere

leggono in-

nanzi alla Vaiasseide, in alcuni versi che sonofquasi certamente, dello


stesso Cortese.

II.

LA LETTERATURA DEL DL\LETTO NAPOLETANO


in

48

di certo,

Napoli un'effettiva e spontanea accademia, di


parte tutti coloro, che
e linguistico.
si

cui venivano a fare

davano

al

nuovo genere poetico

IV
Il

Basile, oltre le lettere di cui

si

discorso e certi so-

netti che sono

perduti

^,

si

era dato a scrivere due vaste

opere: una corona di egloghe dal titolo: Le


e

Muse

napolitane,

un novelliere,

sul disegno delle

raccolte orientali e del


:

Decamerone, composto di cinquanta labe


cunti.

Lo cunto

de

questi lavori
e, forse,

poco dopo;
nelle

doveva gi attendere nel 1615, parte di essi veniva letta tra amici

o o
di

accademie napoletane.
scritta nel 1626,

Un

indizio di ci

mi pare

trovare nel fatto che una nota operetta di Francisco de

Quevedo,

aveva per

titolo:

Cuento de

os

cnentos donde se leen jiintas las vidgaridades rusticas, que

aun dnran en nuestra hahla, harridas de la conversacion, e contiene una serie di parole e frasi spagnuole volgari, al
fine di biasimarle e di additarle

perch fossero evitate dai

parlatori eleganti
del Basile
tolo,
;

-.

Fine, senza dubbio, opposto a quello

ma donde

pot desumere

il

Quevedo quel
frasi

ti-

che era ben appropriato alla raccolta


il

di fiabe del na-

poletano, e cosi sforzato per

suo catalogo di

spaa

gnuole? Si ricordi che


Napoli tra
il

il

Quevedo pass parecchio tempo

1616 e

il

1620, e che egli appartenne all'ac-

cademia degli Oziosi

^\

dove pot incontrarsi

col Basile e

Vi allude nella lettera IV.

Su questa

operetta,

si

veda E. Mrime, Essai sur


e,

la vie et les
3538-40.

ceuvres de Francisco de Quevedo 'Paris, Picard, 1886), pp. 93-4,

Fu

pubblicata la prima volta nel 1629,

in quello stesso anno, usci


ci

a Huesca la Venganza de la lengua espafola cantra


cuentos di J.
3 II

autor del Cuento de

A. Lagreles.
italiano (cfr. Miume, up.

cit.,

p. 344),

Quevedo scriveva anche versi in come il Basile in ispagnuolo.

44

GIAMBATTISTA BASILE E

IL C'UNTO

DE

LI CUNTI

avere notizia dell'opera di


dal tesoro della fraseologia

lui

apparir probabile che

napoletana, che questi raccocunti,


gli

glieva

nel

suo

Cunto de
per
la

li

venisse

suggerita
di-

r idea

del titolo

sua raccoltina spagnuola, cosi

versamente intonata.

Comunque,

il

Basile, solamente

dopo

la

morte del Cor:

tese, si risolse a

pubblicare una delle sue opere dialettali


di ci

Le Muse napolitane. Motivo


tenza),
il

(come detto nell'avverla

vuoto lasciato dal Cortese, e

mediocrit delle

cose napoletane, venute a luce nel frattempo.

Dopo

l'au-

rora
gli

cortesi ana,
il

si

levava ormai, raggiante, a rallegrare

animi,

sole basiliano,

che

fin
il

allora si era tenuto. nail

scosto tra le nuvole ^ Ma, se

Basile mettesse in atto


si

suo proposito, e in quale anno, non

pu

dire,

perch

la

prima edizione, che

ci sia stata
^.

conservata, delle Muse u-

politane ha la data del 1635

Le Muse napolitane contengono nove


sorelle dell'Elicona, recando, per altro,
signilcativo. Clio, overo
li

cosi dette

eglo-

ghe, ciascuna delle quali prende titolo da una delle nove

un

sottotitolo pi
la

Smargiasse, che

prima, mette

Si

l^

Aurora, che semmenai tante shiure de


...

concietle napolitane,
...

iuta

a spaluorcio,
lo Sole,

non avite 7'ayione de trivoliare

e farne sciabacco;

mentre

che de benepraceto suio ha voluto stare


li

pe

fV

a mo ncaforchiato dinto

a
lo

le

nuvole de lo respetto, pe compassione de

lamiente vuostre e pe levareve

nzavuorio che v^/ianno causate certe freddure napoletane scinte dap la


lo

morte de

Cortese a la stampa, se contenta che

da

aie

nnante esca qualche

lampetiello de la luce soia


2

a scompetare

la perdeta fatta... >.

najyolitane, Egloghe di Gian Alesio Abbattutis (In 'Na.Domenico Maccarano, 1635: volumetto di pp. 10 11111.-132). Nella maggior parte degli esemplari, che ne avanzano, il 3 del 1635 non si vede; tanto che si sospettato che fosse un 2; ma nell'esempoli,

Le Muse

per

plare, che

si

serba nella Bibl. Nazionale di Torino,

il

3 chiaramente

impresso. Tuttavia, assai probabile che a questa edizione del 1635

precedesse qualche altra, fatta in vita dell'autore.

II.

LA LETTERATURA DEL DIALETTO NAPOLETANO

45
si sfi-

in iscena

due popolani,

quali litigano, minacciano,

dano

e,

in fine, per intromissione di

un

terzo,

si

Tcippaciano.

La seconda, Euterpe orer la Cortisciana, rappresenta un giovane scortator, che un vecchio tenta indarno di distogliere
i

da quella razza

di
lo

donne, dipingendogliene
Cerriglio,
si

al

vivo

costumi. In Talia o
le

inesperto

maraviglie che

un tale descrive a un vedono e i diletti che si

godono nella celebre osteria napoletana di quel nome, cantata altres dal Cortese in un poema. In Melpovene overo
le

Fonnacchere, due donne del popolo, due demoni scate-

vengono alle beffe, ai danni e all'onte, con profluvio d'immaginose contumelie. Tersicore overo la Zita dedicata alla festa di un matrimonio popolano. Erato overo lo giovane nzoraturo una serie di consigli, dati da un saggio
nati,

vecchio intorno alla scelta della moglie. Polinnia overo


vecchio

lo

nnammorato scritta in beffa di un vecchio, che si accinge a sposare una fanciulla. Urania overo lo Sfnorgio narra di un tale che, col mutare vestito e collo sfoggiare
lusso e ricchezze, acquista subito la considerazione e l'adu-

lazione della gente. L'ultima, Caliope overo la Museca, pa-

ragona

la

musica moderna con l'antica musica popolare.


si

Queste egloghe hanno, come


fine didascalico:

vede, concetto etico e


stesso, tutte fiorite di

ma

sono, al

tempo

scene assai vivaci di costumi napoletani, che testimoniano

lunga e attenta osservazione. L'eloquenza dei dialoganti


quella secentesca, e vi riappare l'intento

medesimo
forme de
che
lo

delle

prime composizioni del Basile:


diente
,

il

quale,
tutte

<^

sotto varie azze-

vuole stringere insieme

le

par-

lare napoletano, che servir pe

consei-va de la bella antichit


l'

de Napole

\ Abbonda,

perci, anche qui, ci


':

Imper

briani ha chiamato

sinonimia scherzosa

la quale,

Avvertenza
Op.
cit.,

citata.

voi. II, pp. 455-6.

46
altro,

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTI di

non pi, come nelle Lettere, opera quasi

vocabo-

larista,
si

ma

si

eleva all'arte. I due sposi dell'egloga quinta


si

fanno tra loro carezze e

bisbigliano parole tenere

E, datole no vase a pezzechillo,

Secoteia e

le dice:

Tu s lo capo mastro De le pintate cose! Tu si quatto dell'arte De le cianciose e belle! Tu s l'accoppatura De li frutte amoruse! .

cosi via, per

una lunga

infilzata; alla quale la sposina:

Fa de
Torce

la contegnosa,
lo

musso

e vota la faccella,

La

facce rossolella

lusto

comm'a

doi spalle di vattente,

co certe squasille

E
E

gruognole, da farete morire,


co na voce ciauciosella dice:

Lazzame zzare, ca lo dico a mamma, Che puozz' essere, lazzame, te dico!

Uh comme
Non
fare ze

si

sfrontato, tiene mente; vregogne nanze a gente!

Parimente, la notizia delle vecchie canzoni e strumenti


musicali napoletani animata a questo

modo

nell'egloga

nona

Titta mio,

pe

te dire

Proprio

commo

la sento,

Sse canzune de musece de notte,

De poete moderne, Non toccano a lo bivo.


bello tiempo antico,

canzune massicce,
parole chiantute,

O conciette a doi sie, O museca de truono, Mo tu non siente mai cosa

de buono.

II.

LA LETTERATURA DEL DIALETTO NAPOLETANO

47

dove so sporchiate

Chelle che componeva

Giallonardo dell'Arpa,

Che ne ncavavEt Arfeo; Dove se consei-vava, Dece comma a lo mele,

La mammoria de Napole
Dov' luto lo nomme Vuostro, dove la famma,

ientile?

villanelle mei napoletane? Ca mo cantate tutti ntoscanese,


Coll'airo a scherechesse,

Contrarie de la bella antichetate,

Che sempre cose nove hanno mentate.

peo de

li

stromiente

De musece moderne,
L'arceleiuto, l'arcesordellina

L'arceteorba e l'arcebordelletto,
L' arcechitarra e l'arpa a tre reistre,

Che malannaggia tanta menziune.


Sia benedetta l'arma a
li

Spartani,

Ca mpesero na

cetola
;

Perch se ne' era aggiunta n'autra corda Ca mo, fuorze, farla le pennericolo

Lo mprimmo e' ha guastato Lo calascione, re de li stromiente,


Co tante corde e tante, C'ha perduto lo nomme e se p Quanto mutato, ohim, da chello Yalea chi lo consierto
dire

ch'era.

De Lo

lo

tiempo passato.

pettene e la carta,

L'ossa miezo a le deta, Lo crocr che parlava.

Lo bello zuco-zuco. La cocchiara sbattuta


Co
la tagliero e co lo pegnatiello,

Lo vottafuoco Che te ne ive

co lo siscariello,
nsicolo....

48

GIAMBATTISTA BASILE E IL

CUNTO DE

LI CUNTI

Certamente,
far seguire, tra
li citnti;

alle

Muse napolitane il Basile pensava di non molto, l'opera maggiore. Lo cunto de

perch, nell'avvertenza, dice che

pe

primmo

relanzo ve refunne st'Ecroghe . Ma fu clto dalla morte, prima che potesse eseguire il suo disegno e la sorella Adriana, mentre dallo scrittoio di lui prendeva, per pub;

blicarlo

in bella forma, il pomposo abbandonava il manoscritto delle novelle napoletane ad altri, che doveva farne pi modesta, anzi povera, edizione. Fu quest'altro un Salvatore Scarano, che, come sappiamo dallo Zito, era un libraio na-

solennemente a

Roma

noioso

poema

del Teagene,

poletano, appassionato di cose dialettali

^;

il

quale, nel 1634,


li

dava

fuori la

prima giornata del Cunto de


^.

cunti, dedi-

candola a Galeazzo Pinelli, duca dell'Acerenza, l'ultimo


protettore (come ci noto) del Basile

Vengo (scriveva

lo

Scarano nella dedica) a comparire


signor cavaliero
si

avanti di V. E. ed a dedicarle per ora la prima giornata


del Pentamerone overo conto de' conti del

Gio. Battista

Basile in
di

lingua napoletana, in cui


cosi pellegrino,

scor-

ger
il

la

grandezza

un ingegno

com'era

suo, in ordinar quelle favole con tanti scherzi, con tante

sentenze e con tanti stravaganti modi, che son certo che

doveranno arrecare grandissimo


loro che le leggeranno, e

diletto

ed allegrezza a co-

fama

e gloria a lui che l'ha

com-

Difesa della Vaiasseide, op.

cit.,
\

p. 1S5.

Lo

C'unto

de

li

cunti

overo
|

Lo

t'attenemiento de'

Peccerille de
|

Gian
1634
I

Alessio (sic)

Ahbattutis

In Napoli, Appresso Ottavio

Beltrano,
la

Con licenza

de' superiori (di pp. 8 inn.-160;.

La dedica ha

data

del 3

gennaio 1634.
,

Edizione

sconosciuta ai bibliografi, della quale

l'unico esemplare

o era, nella Biblioteca nazionale di Torino.

II.

LA LETTERATURA DEL DIALETTO NAPOLETANO

49

vede anche come subito apparisse, accanto a quello di Cunto de li cuntl, l'altro titolo, che poi
poste
, si

Donde

divenne pi consueto perch pi breve e richiamante


celebri, di Pentamerone,

titoli

non sappiamo se foggiato dallo

stesso

Basile o dall'editore.
il

Lo Scarano continua,

assicusi-

rando

Pinelli che

non

poco faticoso

il

comporre

mili cose, e che abbiano da dilettare e piacere

(al

qual
:

uopo

riferisce

una sentenza

di Pico della Mirandola)

e,

dopo avere dato ragione della dedica come conforme


che
forse,

di

certo all'intenzione ultima del defunto autore, conclude

prendendo animo, mander appresso


.

in luce

l'altre

giornate che seguono

L'opera, che veniva cosi pubblicata postuma, non era


del tutto pronta per la stampa,

come

provato dalle

ne-

gligenze di forma, che vi

s'

incontrano, e da talune strane


la

inavvertenze \ Seguirono, nello stesso anno,


conda, dedicata anche
tra
il

giornata se-

al Pinelli, e la terza,

senza dedica;

1634 e

il

1635, la quarta, dedicata non pi dallo Scaal


e,

rano,

ma

da un Giovanni Antonio Farina


de Rossi e Bavoso;

barone di Canel
1636,
la

stelnuovo, Giuseppe
quinta, dedicata, dal

medesimo Farina,

don Felice de Gen-

naro, maestro in sacra teologia e consultore del Sant'Ufficio


-.

P.

e.,

la

novella seconda della seconda giornata intitolata:


>,

Verde prato

senza che di questo


.

nome

si

dia ragione nel corso


,

del racconto;

il

Pippo

della novella
>
:

quarta
ora

da un certo punto

in poi,

chiamato

Cagliuso
,

l'eroe della novella settima detto


:

ora

Nardeaniello

ora

Antoniello

Mase Aniello

: e

cosi via.
2

La

lornata

seconda

in Xapoli, appresso

Ottavio Beltrano,
iornata

1634 (di pp. 6 inn.-106, dedica del 20 aprile); la

terza

in
.,

Napoli, per Lazzaro Scoriggio, 1634 (di pp. 126): la


ivi, 1634,

iornata quarta

ma

con un aggiunto frontespizio


.

del 1635 'di pp. 8 inn.-152:

dedica del 20 luglio); la

iornata quinta

in Xapoli, appresso Ottavio

50
Il

GIAMBATTISTA BASILE E IL

CUNTO DE

LI CUNTI

libro incontr subito grandissimo favore

queste no-

velle (dice l'editore

Farina) furono

con tanto applauso

le maniere dei lumi e degli artinuovo genere, che saranno, si come fici poetici e per lo io credo, immortali . Per intanto, essendo esauriti i due primi volumetti, il Farina ne fece fare una ristampa, de-

ricevute dal

mondo per

dicando
fonso

il

primo

di essi al

cugino del Basile,


il

il

padre Al-

Daniele agostiniano, e

secondo a un

amico del

defunto poeta, Fulv^io Casaburo K

Beltrano, 1636 (di pp. 96: dedica 20 luglio). In alcuni esemplari

di

questo volumetto,

si

leggono, dojjo la dedica,

due sonetti

e la canzone,

di cui in Illustr. e doc, IV.


1

La prima giornata

in Napoli,

per Ottavio Beltrano, 1637 (di

pp. 167, dedica 2 gennaio]; la seconda, ivi (di pp. 8 inn.-108, dedica
1 luglio).

Ili

Il

CUNTO DE

LI

CUNTI

COME OPERA LETTERARLV

.1

Cunto de

li

cunti

un

libro

di fiabe, e, cio, di

quei racconti tradizionali, nei quali prendono parte esseri

sovrumani ed extraumani della mitologia popolare


orchi, animali parlanti, vegetali e minerali
virt, e via
di

fate,

prodigiosa
cui

dicendo. Questa sorta di

racconti, sulla

origine
di

si

sono proposte molteplici teorie, stata oggetto

accurate investigazioni per opera della filologia del se-

colo

decimonono. Nei tempi anteriori,

essi

furono quasi

soltanto materia di diletto e di trattenimento pei bambini,

che, allora

come

ora,

avidamente

li

ascoltavano;

non

solo lo scienziato

disdegnava

di appressarvisi,

ma

di rado,

anche, vi

si

appress l'artista colto.


il

Tra

primi, anzi, in certo senso,

primo
il

di costoro,

che

vi volgesse l'attenzione, fu, per l'appunto,

nostro Basile.

Certamente, fiabe

si

trovano sparse anche nei novellieri e

poeti anteriori, nel Pecorone, nell'opera del Sercambi, nel

Mambriano

da Ferrara, nelle favole del Morlino. Pi ancora, nel Cinquecento, Giovan Francesco Straparola da Caravaggio, da fiabe e facezie popolari tolse la materia
del Cieco

di

molte novelle delle sue Piacevoli

notti (1550)

^;

tanto che,

per questo rispetto, pu considerarsi precursore del nostro.

Si

vedano

gli

studi del

Bua

nel Giorn. sto?:

ci.

leti,

ital.,

XV,

pp. 111-151,

XVI,

pp. 218-283.

52

GIAMBATTISTA BASILE E
di questi

IL

CUNTO DE

LI

CUNTI

Ma, nelle pagine


sfrondate,

scrittori, le fiabe

sono regola-

rizzate e svisate; talvolta, atteggiate a novelle cittadine e

quanto era possibile, del maraviglioso


stile

quasi

sempre, esposte nello


liani. Il

tradizionale dei novellieri itascrissolito

che accade altres allo Straparola, del quale


:

sero

Grimm

si

sforz di narrare secondo

il

modo

non seppe fare risonare una nuova corda \ un paio di volte lo Straparola, quasi avvertendo il bisogno di una nuova forma, fece ricorso al dialetto'. Si pu dire che, con quei novellieri, le fiabe entrarono, si, nel campo della letteratura, ma di nascosto, inosservate, ca-W
e prestabilito e

Solo

niuftate con le vesti degli epigoni boccacceschi. Col


(Ir

Ounto

li

cot!.
t.

invece,

fecero

ingresso

aperto e rumoroso,

_sf(jg;o-i.iuilo

u tta,

.ia..-,p).mffL^delJ.!Pi ni agin az io

n e popolare e
^"
'

parlandone

l'

ingenuo

^i;^)le^cQ.JiJQo^laggio^,
il

Qual era

il

sentimento onde

Basile investiva e ani-

mava

la

materia tradizionale? Giacch, considerate come


le fiabe

materia grezza,

possono dare origine


nascere, p.
e., il

alle

pi dialle-

verse opere d'arte.


gorico e morale,
simboli d'idee.
il

Ne pu

racconto

conte pMlosophique, nel quale diventano

ne pu nascere

altres

una
!

lirica nostal-

gica, sospirante verso la fanciullezza.

Ah

(diceva Enrico

Heine, nel guardare, viaggiando


le

il

Tirolo, lungi sui monti


fiori,

casucce verdi e bianche, tutte


si

immagini
l

di

santi
,

e visi di fanciulle), la

deve stare pur bene

dentro, e

vecchia nonna
^.

vi

deve raccontare
Fontaiiie:

le

pi recon-

dite storie

Questo sentimento di tenerezza espresso


Si Peau d'ne m'tait
plaisir extrme ; e attravers lo
il

nei versi famosi del


conte

La J' y prendrais un

spirito giocoso di

Carlo Gozzi,

quale, a proposito del-

Kinder und Hausmclrchen


cit.,

(S.'^

ediz.,

Gottinga, 1856),

III, p. 291;

cfr.

Imbriani, op.
2

II, p. 446.

Bua,

in Giorn. stor.,
I,

XVIII, pp.

375-6.

Reisehilder,

e.

12.

III.

IL

CUKTO DE
tre

LI C'UNTI

COME OPERA LETTERARIA

5o

V Amore
rideva di

delle

melarance'.

io

confesso

(scriveva) che

me medesimo, sentendo l'animo a forza umiliato a godere di quelle immagini fanciullesche, e mi rimettevano nel tempo della mia infanzia ^ Ma il Basile non era n un intellettualista n un romanico
e,
il
;

era,

come abbiamo veduto, un

letterato del Seicento,

nelle cose del popolo, lo attiravano, sopratutto, lo strano,


goffo e l'assurdo, motivi per lui di
f-

comico
.v
.

/
.

spiritoso
'i':'

^.Xj3zzarria, p orse ascolto ai

cudi eh

_chie pe trattfiiemiento de vecc^jlM.^:.G. per bizzarria.


a ripeterli, ora obliandosi
la

^,.\.-.,:

in quelle fantasie, cosicch

per

sua bocca parla

il

popolo medesimo; ora, con


la

rapido

itorno su s stesso,

facendone

caricatura e la parodia.

fSentimenti, che paiono contradittori e sono armonici, perch

rispondono a una speciale condizione psicologica.

Il

Basile

non narra del tutto seriamente, perch quella materia per lui non seria; e neppure con continuato scherzo, che sarebbe riuscito insipido
stato
;

ma

si

diverte a rappresentare

lo

d'animo popolare, venando

di scherzo la rappresentali

zione. Nei

trattenemiente

del

Cunto de

cuati

si

vede ba-

lenare, a ogni istante, tra le


novellatrici,
il

facce grinzose delle vecchiarde

volto arguto e ridente del cavalier Basile.

Cosi accade che, pur non essendo egli un trascrittore

alla

moderna,

le fiabe

serbino presso di
e,

lui la loro schietta

intonazione popolare;

insieme, presentino molteplici ele-

menti, propri del tempo e della personalit dell'autore.

Tra
e le

quali,

da mettere, anzitutto,

la

cornice stessa del

suo libro; onde

cunti sono chiusi in


si

cinquanta favole

un cunto pi vasto, compongono in un Fentamerone,

riscontro al Decamerone.
'

C'era una volta un re, che aveva una figliuola a nome Zoza, la quale, per certa strana malinconia, non rideva

Fiabe, ed.

Masi (Bologna,

1885', I, p. 27.

54

GIAMBATTISTA BASILE E
il

IL

C'UNTO

DE

LI CUNTI
i

giammai. Indarno
medi; fintanto

padre aveva tentato

pi diversi
si

ri-

clie,

un giorno, ordin che

aprisse

una

zampillante fontana d'olio, innanzi al palazzo reale, spe-

rando che

la

cosa avrebbe prodotto tale fuga e confusione


i

fra gli astanti e

passanti, da

far nascere

qualche inci-

dente ridicolo, atto a scuotere


quale con una spugna
;

gli inerti

precordi della mavecchierella,


olio

linconica igliuola. Alla fontana venne una


la
si

un orciuolo ed era quasi a capo della sua fatica, quando un ragazzetto, paggio di corte, con un sassolino ben diretto, fracass l'orciuolo e ne sparse a terra il contenuto. La vecchia proruppe in un fiume di contumelie; ma il ragazzo le
mise a riempire di
rispose per le rime, e cosi furente la rese con le sue acumi-

nate parole, che essa, nella stizza, non sapendo altro, fece contro
il

ragazzo un atto sconcio, sollevando

la

gonna:

al

che
in

la principessa,

che era alla finestra, scoppi, finalmente,


vecchia
si

una grande

risata. Inviperita, la

rivolse a quel
:

riso,

e scagli alla principessa

la

maledizione

che non
il

potesse trovare

requie, fintanto che non

sposasse

prin-

cipe di Camporotondo. Zoza, spinta dalla forza della maledizione,


si

mise subito in viaggio verso Camporotondo; dove,


il

giunta, trov che


zione, giaceva

principe, per effetto altres di malediin

addormentato

una tomba,

sulla quale era

posata un'anfora con una scritta dichiarante che la donna

che avesse riempita l'anfora di lagrime, avrebbe ridestato


il

principe e l'avrebbe fatto suo marito.


e,

mise subito all'opera lacrimatoria;


al pianto,

La principessa si premendo gli occhi


una schiava,

aveva quasi ripiena tutta l'anfora, quando, stanca,


rec in

fu sovrappresa dal sonno. In quel frattempo,

che era stata a spiare, venne fuori,


fora,
e,

si

mano

l'an-

con poche lagrimette, che vi aggiunse, l'ebbe colmata;


il

subito,

principe
e,

si

lev dalla tomba, abbracci la pre-

sunta liberatrice

tra grandi feste, la fece sua sposa.

La
ri-

povera Zoza, frodata delle sue fatiche, fu costretta a

III.

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

COME OPERA LETTERARL\

55
le

correre all'uso di tre oggetti prodigiosi, che tre fate

avevano dato nel viaggio; l'ultimo dei quali era una bambola, che,

venuta

in

possesso della schiava,

le suscit in
il

seno una violenta brama di ascoltare cunti. Talch


cipe, per appagarla,
le

prin-

chiam a raccolta

dieci vecchie, tra

pi valenti novellatrici del regno;

le quali,

per cinque

un cuuto. Ma l'ultimo giorno Zoza, che si era sostituita a una delle vecchie, narr in cambio la propria storia dolorosa; e, per tal modo, svelata al principe la verit, svergognata e messa a morte la
giorni, raccontarono ciascuna

schiava usurpatrice, essa pot raggiungere finalmente


osto,

il

che aveva meritato,

di sposa e di regina.
si

Ciascuna delle cinque giornate


zione di vari giuochi, coi quali la
nelle

apre con

la

descri-

compagnia
ciinto

s'intrattiene

prime ore del mattino; ogni


morale e
si

preceduto da

n' introduzione

chiude con

un proverbio;

alla fine della giornata,

due persone della corte del prinil

cipe recitano un'egloga, che tiene

luogo delle canzoni


(|uat-

che
tro,

si

leggono nel Decamerone. Queste egloghe sono

formano quattro
delle

satire morali in

dialogo, ritraenti,

con

la solita

ricchezza d'immaginazione e di fraseologia,


varie
il

l'infelicit

condizioni

umane, saggiate
la

alla

coppella
della

(donde

titolo

La

coppella);

doppia
e

falsit

maldicenza, conculcatrice dei buoni,


{L<^i

dell'adula-

zione, esaltatrice dei malvagi


/
'

tenta, la tintura); l'avi-

dita del

guadagno

{La vorpara, l'uncino); e la noia, alla


tutti
i

quale mettono capo necessariamente

piaceri

umani

{La

stufa).

II

Altri elementi burleschi (ripetiamo qui la parola, adope-

rata dal Sainte-Beuve per le tabe del Perrault, nelle quali

anche s'introducono elementi non popolari,

e, cio, l'indi-

56

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

vidualit di

segnano come fJ
\

un francese e letterato del secolo di Luigi XIV M, la data dell 'operai Consistono essi nei ricami
onde sono capricciosamente ornati
alle vecchie; esercizi tecnici, -ne j
i

nelle frange,

canti,
il

messi in bocca

quali

BasilCj prosatore dialettale,


\

chiamava

in aiuto

il

Basile, let-

terato aulico. Metafore stravaganti, equivoci e giochetti di


parole, allusioni, enumerazioni, sinonimie scherzose,
si

\
\
I

suc-

-"''^

cedono e s'intrecciano senza posa.


fate, orchi,

personaggi delle fiabe,


per quanto
si

re, principi, fanciulle, giovinetti,

chiamino modestamente Zezolle, Vastolle, Renzolle, Petrosinelle, Cienzo, Nardaniello, Milluccio,


tutti

}
I

Canneloro, hanno fatto


;

un corso regolare di letteratura secentesca hanno letto ,^y Adone e si compiacciono assai nei Madriali et ode del noIJstro Basile. Chi sa, marito mio (dice Ceccuzza al marito, che le ha riferito, tutto spaventato, che una grande lucerj

tola fatata gli

ha chiesto una delle loro

figliuole,

per tenerla

presso di

s),

chi sa, marito mio, si sta lacerici sarr a doie


se sta lacerta
8).

code pe la casa nostra? Chi sa


fine de
le

la

certa
la

miserie nostre?
le

(I,

Gi sapite ca

luna
il

de
re,

lo

nore mio ha fatto


la

corna (dice ai suoi consiglieri

che ha scoperto

gravidanza della

figliuola); gi sadelle

pite ca, per far

scrivere

croneche, ovver corneche,


la

vergogne meie

m'ha

provisto

figliama de m,ateria de ccdafronte, s'/ia fatto

inare; gi sapite ca,

pe carrecareme

carrecare lo ventre; perz, deziteme, consigliateme! Io sarria

de pensiero de farete figliare l'arma

primma

de partorire na

mala razza:

io

sarria d'omore de farete sentire


li

primma

le

doglie de la mo-te che

dolure de

lo

partoro;

io

sarria de

crapiccio che primmct sporchiasse de sto


sporchici e
(I,

munno

che facesse

semmenta

(I,

3).

E, quando, in un'altra fiaba


re,

10),

un'orrida e decrepita vecchia mostra al

attra-

Causeries

du hindi (Paris, Garnier,

s.

d.),

V, pp. 272-3:

si

veda

anche A. Barine, nella Revue

des deux moudes, 1

dicembre

1890.

III.

IL

CUNTO DE
il

LI C'UNTI

COME OPERA LETTERARIA


liscio dal

57

ver^o un buco,
succhiciue:

suo dito, reso bello e


dito

continuo

Non fu

(dice la

novellatrice, con

un
sa'

vertiginoso crescendo ammirativo),


tuto, che le

ma

spruoccolo apponspruoccolo,
dico
'

smafaraie

lo

core!

Non fu

ma
de

glioccola, che le ntonaie lo caruso!


e
'

Ma che

spruoccolo
l'esca
li
'

saglioccola '

Fu

zorfariello

allommato pe

le

voglie soie;
rie suoie.
riello
',

fu miccio infocato pe la monezione de


che dico

deside

Ma
'

spruoccolo

',

'

sagliocca

zorfa-

miccio 'i

Fu

spina sotto la coda de

li

pensiere

suoie; anze, cura de fico

ieietelle,

che le cacciale fora lo frato


.

de V affetto amoruso co no sfonnerio de sospire!


l'invisibile

Onde
si

alil

vecchia, di cui non aveva scorto altro che


il

bianco e morbido dito,

re,

infiammato d'amore,
:

ri-

volge con ciueste invocazioni e spasimi

arcuccio de le docezze, o repertorio de

le

gioie, o registro

de

li

privelegie

d'ammore

pe

la

quale cosa so deventato funnaco


possibele

d'affanno,

magazzeno d'angosce, doana de tormiento;

che vuoglie mostrarete cossi ncotenuta e tosta che non t'aggie da

movere a
lo

li

lamiente miele? Deh, core mio bello, s'hai mostrato pe

pertuso la coda, stienne

mo

sso

musso

facimmo na

ielatina

de contiente; s'hai mostrato

lo cannolicchio, o
ss'

maro de

bellezza,

mostrame ancora

le

carnumme, scuopreme
!

nocchie de farcone
lo tresoro

pellegrino e lassale pascere de sto core

Chi sequestra

de sta bella facce drinto no cacaturo? Chi fa fare la quarantana


a ssa bella mercanzia drinto a no cafuorchio? Chi tene presone la

potenzia d'ammore drinto a sso mantrullo? Levate de sso fuosso;

scpola de ssa stalla; iesce da sso pertuso: suta, maruzza, e d


la

mano

a Cola, e spienneme pe quanto vaglio! Sai puro ca songo


cetrullo, e

re, e

non so quarche

pozzo fare e sfare.

Ma

chillo celi-

cato fauzo, figlio de no

sciancato e

na squaltrina,

lo

quale ha

bera autoretate sopra


te

li

sciettre, vole che io te sia suggeco e che

cerca pe grazia chello che porria scervecchiarene pe propio


;

arbitrio

e saccio ancora,

comme

disse chillo, ca co

li

carizze,

non

co

le sbraviate, se

ndorca Tenere.

58

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI

CUNTI

dalle parecchie diecine di metafore,

Lo sfoggio d'ingegnosit potrebbe essere documentato una diversa dall'altra,


le quali, nel

con

corso del libro, sono designate le ore del

giorno. Scorrendo soltanto le


descrizioni dell'alba:

prime

pagine, ecco

alcune

.... la matina, qiiauno la notte fa iettare

lo

banno

dall'aucielle
le

a chi avesse visto na morra d'ombre negre sperdute, che se


farr uo

buono veveraggio
da

(Xtrocluzz.).
le solite

.... appunto quanno lo sole ha puosto sella pe correre


poste, scetato
le cornette

de

li

galli (ivi).

.... a
rare

lo

spuntare de

la stella

Diana, che sceta l'arba ad apaIo sole {ivi}.


lo

le strate

pe dove ha da spassiare

....

la

matina, quanno esce l'Aurora a iettare l'aurinale de


(I,

viecchio suio, tutto arenella rossa, a la fenestra d'oriente

1).

.... nnanze che


visita de
li

lo sole

scesse

comme

a protariiiedeco a fare la
(I,

shiure, che stanno malate e languede

2).
li

.... la matina, quanno l'ombre de la notte, secotate da

sbirre

de

lo sole, sfrattano lo i^aiese....

(I,

4).

.... subeto che l'aucielle gTidaro:

viva

lo sole! (I, 5).

Ed eccone due
.... sommiero
le

dell'annottare:
ventiquattro ore, quanno comenzavano pe
le locernelle (I,
1).

le

poteche de Cinzia ad allommarese


.... essenno gi l'ora che la

Luna voleva
(I,

iocare co lo Sole a

ghiste e veniste e lo luoco te perdiste

3).

III

Chi legga per

la

prima volta

il

Cunto de
tra lo

li

cunti, e

rammenti
scrittori.

il

gran libro del Pantagruel, non pu non essere


corre
stile

colpito dalla somiglianza, che

dei

due

Come

il

Basile,

il

Rabelais assunse, a materia della


e,

propria opera, una tradizione popolare;

come

il

Basile, la

narr con intonazione semipopolare, mescolandovi giuochi,


riflessioni,

digressioni e allusioni di ogni sorta. Egli dedi-

IH. IL

CTNTO DE

LI

CUNTI

COME OPERA LETTERARIA

59

cava

il

suo libro ai heuvers tres illustres; e sembra, in ve-

rit, nella

condizione di un

nomo

di grandi doti mentali,

che, dopo copiose libazioni, abbandoni le redini a tutte le

sue pi varie forze. In questo agitarsi, scomposto


sente,
dell'intelletto,
il

ma

posdel-

della

fantasia,

della

memoria,
tutt'

l'immaginazione,
a
furia,

Rabelais mette fuori,


e

insieme e
ricordi

pensieri

profondi

giuochi

di

parole,

da erudito

e novelle prodigiose e

mostruose da interessare

e spaventare bambini, descrizioni finissime e strampalerie

senza significato.
Il

Basile tanto

meno

ricco di contenuto intellettuale,

di fronte al Rabelais, di

quanto dista un letterato italiano

della

decadenza da un dotto del rinascimento.


affinit:
il

Ma

tra

procedimenti letterari di entrambi c'

tema po-

polare ricamato, in molti punti, presso entrambi, in


identico; nell'uno e nell'altro,

modo

merazioni enfatiche o
spesso assai simili.

abbondano le lunghe enuscherzose, e si hanno effetti stilistici

Felice Liebrecht andato di l da questa osservazione,


e
il

ha sostenuto, a

dirittura, che

il

Basile tenesse presente


:

Rabelais e fedelmente lo seguisse

Leggendo ripetutamente
nella persuasione che
il
il

il

Rabelais legli dicei, sono venuto

Basile abbia imitato nel

modo pi

esatto

modo

di esprimersi di quello scrittore; cosicch l'ipotesi,

da

me

fatta nella

mia traduzione del Cunto de

li

cunti, circa

una imitafiaba (V, 1)

zione di

un luogo

del Rabelais nel particolare di

una
si

acquista maggiore probabilit.

La mia

affermazione

fonda sulla
lo
e,
li-

stupefacente conformit tra


stile

due autori per quel che concerne


al

l'espressione, e che

non pu essere
Il

tutto

casuale;

poich un'ampia dimostrazione prenderebbe troppo spazio, mi


miter ad accennare ad alcuni punti.
piace neir enumerare,
Rabelais, p.
e.,

si

comuna
5,
il

Funo accanto
I,

all'altro, oggetti vari di

stessa specie; cosi, uccelli

37), e

parimente

il

Basile
(I,

(II,

IV, 8); piante


Basile
(II, o;

(I,

13), e il

Basile (H, 5); utensili


^I,

51), e

parole ingiuriose

25

il

Basile (Xtrodn::.,

60
I,

GIAMBATTISTA BASILE E
3);

IL C'UNTO

DE

LI

CUNTI

1,

giuochi
il

(1,22), e
(III, 10).

il

Basile (princ. giorn. II e IV}; vesti

(I,

56), e

Basile

Inoltre:

sinonimi:
et

il

Rabelais
,

(I,

22):
il

aprs nvoir hien jou.


(II,

scisse,

passe

belut ternps

ecc.; e

Basile

10):

che.

conim' a sacco scosuto, se norcava, canna-

riava, ciancolava, ngorfeta, gliotteva, decacava, scervecchiava, piusiava,

arravogliava,

scrofoniava,
;
il

schianava,
(I.

pettenava,

sbatteva,

sniorfei'a

ed

arresidiava

Rabelais
,

IV, nuovo
Basile
(I,

prologo):
1):

Sera

beline',

corbin, tronip et affine

il

stini-

manno

facile cosa

de cecare, nzavorrarc, ngannare, mbrogliare e

dare a vedere ceste pe lanterne a no maialone, marrone, maccarane, vervecone, nsemprecoie


il

ecc.

Ancora: rime incidentali:


d'eux eut
les

Rabelais
le

(1.

e):

Au
le

soir,

un chascun
la

mules

aie
le

talon,

petit

cancre au menton,

mole toux au poulmoti,


,

ratarrhe au gavion,

gros fronde au croupion


(I,

ecc. (e cosi an-

che
cate,

I,

52); e

il

Basile

6):

spampanate,

sterliccate,

impallnc-

tutte

zagarelle, canipafielle e scartapelle, tutte siiure, adure,


,

cose e rose

ecc.

Di codesti esempi
;

io

non posso, come ho

detto,

recare se non pochi

ma
si

dato

aumentarli di molto, tenendo pre-

sente l'abbondanza di proverbi, comuni a entrambi gli scrittori.

Che

se poi

qualcuno

voglia persuadere dell'imitazione che


il

il

Basile ha fatto, confronti

nono capitolo del quarto

libro del

Panli

tagruel con l'introduzione nella quinta giornata del

Cunto de

cunti: e la cosa gli risulter nel

modo pi

chiaro^.

Questa

tesi del

Liebrecht incontra una prima difficolt


del Rabelais
si

nella pochissima conoscenza, che


Italia nel

ebbe

in

Cinque

e Seicento. Il Guerrini.

che fece ricerche


solo accenno,

in proposito,

non

riusci a trovare se
lui, nelle

non un

fugacissimo, all'opera di
e
il

Facezie del Della Torre:

Martinozzi, che ne pesc qualche altro, riafferma tut-

tavia le conclusioni

negative del Guerrini ^

E nemmeno

In una nota alla traduzione tedesca del Dunlop, Geschichte der


O. GuEKRiNi, Rabelais in Italia (in Brandelli,
Gr.

Prosadichtungen (Berlino, 1851), pp. 517-8.


2

Eoma,

1883, III,

p.

53 sgg.);

Martinozzi,
29 sgg.

IL

Pantagruel di F. Rabelais (Citt di Ca-

stello, 1885), p.

III.

IL

CUNTO DE
il

LI CUNTI

COME OPERA LETTERARIA

risulta che

Basile conoscesse la lingua francese e avesse

qualche pratica di quella letteratura.

N
due

riescono convincenti,

come

il

Liebrecht crede,

le

sole

imitazioni, concrete e flagranti, da lui additate.


si

Nel primo trattenimento della giornata prima,

narra di

una papara fatata e di un principe, il quale appartatosi in un vicolo a scarrecare lo ventre..., non trovannose carta a
la saccocciola
sco, se

pe

stoiarese, vista chella


.
;

papara, accisa de

fri-

ne servette pe pezza

La medesima novella
il

era stata

narrata dallo Straparola

nel

quale, per altro, invece di principe, era una


raccolta
dal

una papara, l'oggetto


poavola (bambola)
'.

di cui si serve

E una

fial)a

siciliana,

Pitr e intitolata per l'appunto

La pupidda,

che in tutto
della

simile a quella del Basile, ha anch'essa, invece

pa-

pera, la
la

bambola -. Come mai il Basile pens a sostituire bambola con la papera? Il Liebrecht-^ rimanda al noto
del

capitolo quattordicesimo

Gargantua. intorno
si

all' in-

vention d'un torcliecd

dove

giunge

alla conclusione:

qu'il

n' y

tei

torchecid

que d'un oison


entre les

bien
,

dumeti-,

pourveu qu'on

lui

Henne sa
al

tte

jambes

ecc.; dal

che sarebbe venuta

Basile l'idea della sostituzione. Ma,


si

lasciando stare che la somiglianza tra l'uso che

fa di

una papera morta nel


assai vaga, a

Basile, e quello

che

si

esalta

come
debba
il

ottimo di un uccello qualsiasi vivo e caldo nel Rabelais,

me

pare che dal raccostamento


il

si

cavare piuttosto la conseguenza che


Rabelais
;

Basile ignorasse
la

perch niente nel luogo citato ricorda

lunga

dissertazione del Rabelais, e lo scrittore napoletano in-

Piacevoli

notti,

V, 2:

cfr.

Rua, luogo

cit.,

XVI,

p. 243.
I,

Fiabe, novelle, ecc., voi. IV, n. 288, pp. 242-7: cfr. anche

n. 25,

pp. 221-G.
3

Si

veda
II,

la trad.
p.

tedesca del Cunto de

li
1.

cunli [di
e.

cui parleremo

pi oltre;,

260: e Duslop-Liebrecht,

02

GIAMBATTISTA BASILE E IL

CUNTO DE
il

LI CDNTI

consapevole della fonte di scherzi, che


fatto

francese aveva
sia

scaturire
lo

da quel particolare. Come poi


la

acca-

duto

scambio tra
delle
il

bambola

la

papera, se per la

somiglianza

due parole

dialettali

pipata e papara

(come suppose
dire,

Grimm

^),

o per altra cagione,


fatto

non saprei

L'altro

confronto,

dal Liebrecht,
il

tra

il

principio della giornata quinta, dove

Basile descrive

un

passatempo, che consisteva nel proporre a ciascuna delle

donne un giuoco:
dicere

quale, senza pensarence,

m'ha da
le

subeto ca no

le

piace, e la causa perch

non

dace

a Vornore
tagruel,

il

capitolo
si

nono del

libro

quarto del Pan,

in

cui

descrivono

les

etranges alliances
e si

dell'isola Ennaisin,

dove approda Pantagruel,


en parellle alliance,
elle
le

ridice

una lunga
une sienne

serie di botte e risposte, scambiate tra gli abi-

tanti del paese;

come:

mon

homelaicte,

estoient cdlis cornine

une omelaicte

Vun appelloit mon oeuf,' et nonnioit d'ceufz. De mesmes un


elle

autre appelloit
fagot
, e

une sienne

ma

trippe,

Vappelloit

san

simili.

Anche qui

l'affermata imitazione assai

dubbia.

Restano
tuazione,

puri procedimenti artistici; ma, in verit, gli

tempo solevano ricalcare la sir immagine; non gi investirsi dello spirito di un autore straniero e tradurlo in nuove forme, in modo che esso si senta dappertutto e non si possa cogliere in nessun particolare. Comunque, lo stile del Basile non un
imitatori letterari di quel
il

pensiero,

fatto tanto strano che, per ispiegarselo,

occorra uscire fuori

del paese e del del Seicento

tempo

di lui.

Esso un frutto spontaneo

letterario e del

temperamento meridionale

spontaneo, come fu spontaneo in Giordano Bruno, a proposito del quale, altres,


si

almanacc

di un'imitazione dal

Rabelais. Percorrendo le opere del Basile in ordine crono-

Kiider und Hausmiirchen, III, p. 291.

III.

IL

CUXTO DE

LI C'UNTI

COME OPERA LETTERARIA


poi le

63
il

logico, e, cio,

prima
si

le Lettere,

Muse

in

fine

Cunto de
artistico,

li

cunti.

assiste
la

allo

svolgersi di

un ingegno
e,
il

che cerca

propria via, tenta, progredisce,


Il

finalmente,

cammina
i

sicuro.

Liebrecht riconosce che


felice

Basile avrebbe imitato


glilckichste)

nel

modo pi
letto
,
il

{auf das
;

procedimenti
il

artistici del

Rabelais

ma

(po-

sto

anche che

Basile

avesse

Rabelais)
la

quella

somma

felicit

dell'imitazione

appunto,

prova della

non-imitazione.

IV

Un'opera a due facce, che pure ne costituiscono una


sola,

serio-barlesca,
cunti,

ingenuo-maliziosa, quale
facile

il

Cunto

de

li

non era

che fosse intesa e rettamente

giudicata dalla vecchia critica.


Galiani;
sile
il

Non

la intese

Ferdinando
il

quale, osservato che, disgraziatamente,

Ba-

aveva

voluto gareggiare col Boccaccio e

scrivere un

Decamerone
poletana,

dialettale che servisse di testo di lingua na-

tanta

impresa

(dice)

mancavangli intera-

mente
zioni

talenti .

Privo in tutto e di genio elevato e di

filosofia e di felicit

d'invenzione e di ricchezza di cogni-

a poter immaginare o adornare novelle graziose o

interessanti o tragiche o lepide o morali, altro

non seppe
fon-

pensare che d'accozzare racconti delle Fate e dell'Orco


cosi insipidi, mostruosi e sconci

che

gli stessi arabi,


si

datori di questo depravatissimo gusto,


siti

sarebbero arros-

di

avergli immaginati
2)

l'Imbriani

che

il

^ Ci vuol dire (come not Galiani, cercando nel Cunto de li cunti

la filosofia dei

Contes philosojjhiqucs del Voltaire, restava


di quel libro.

deluso, e

non indovinava l'elemento giocoso

Del
Op.

dialetto napoletano, pp. 121-2.


cit.,

II,

p. 435.

64

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

Alla parte giocosa dette, invece, soverchia importanza

un arguto avversario
il

del Galiani,

Luigi Serio, riducendo


il

Cuito de

li

cunti a satira letteraria. Se


sfacciato,
e

Basile fu in
i
:

quell'opera un secentista
letterato
di

nce

sta lo pperch

valore, editore
il

annotatore del Bembo, del

Casa e del Tarsia (dice


porgere, in
gusto.
le

Serio), egli volle, d'accordo col

Cortese, deridere le bizzarre

metafore allora correnti


un'efficace lezione
di

modo

scherzoso,

buon

Ma

chi conosce le opere italiane del Basile sa che


le

metafore secentesche egli

metteva in pratica
si,

sul se-

rio; e che, nel

Cunto de
stesse,

li

cunti, scherzava,

ma

scher-

zava con

le

armi

che soleva adoperare nella sua


quale nota

vita letteraria.

Pi acuto

il

giudizio di Giuseppe Ferrari,

il

come

personaggi del Basile,


ils

quelle que soit la hizarrerie

des aventures o

s'engagent, gardent

constamment
est le

cette

simpllct, entrai nent avec cette force qui n'appartieni qu'atix

traditions iwpulaires
gicien et
altres
le

C'est

le

peuple qui
cette

grand ma.

premier crateur de
gli

fantasmagorie...

Nota

che

episodi fiabeschi

sono, presso di
triviales,
et

lui,

r-

duits

toijours des proportions

et altrs

par je

ne sais quelle atmospMre de cuisine


taisie

de mnage: la fan-

napolitaine au lieu d'emhellr, d' idaliser l'univers^

l'a enlaidi

dessein; pour en dvelopper la

".

vltalit, elle l'a

jyeupl de monstres

Meglio ancora, Jacopo


il

Grimm
gusto di
al-

scriveva che

il

Basile

ha raccontato secondo

un popolo vivace,

spiritoso e scherzoso, con

continue

lusioni a usi e costumi, e

anche
suo

alla

storia

antica e alla

mitologia, la cui conoscenza, specialmente tra gl'italiani,

abbastanza diffusa

sicch

il

stile

proprio l'antitesi

Lo Veniacchio,

riesposta

lo

'

Dialetto napoletano

'

(Napoli, 17S0j,

e.

4.
2

lievue des deux moides, 1840,

XXI,

pp. 507-S.

III.

IL

CUNTO DE

LI

CUNTI

COME OPERA LETTERARIA


tedesche.

65

di quello

calmo

e semplice delle tabe

straor-

dinariamente ricco di espressioni metaforiche, proverbiali


e spiritose, delle

quali ha grande

provvista e che per


la parola,

lo
il

pi sono calzantissime:

non

di

rado

secondo
e,

costume del paese,


tuttavia,

libera, sfacciata, senza

veli,

per
...

conseguenza, spiacevole alla nostra delicatezza moderna;

non

si

pu dire

di

lui,

come

dello

Straparola,

che sia immorale.

danza

di

Ha anche una certa piena e sovrabbondiscorso; ... ma si tratta del gusto, proprio delle
sull'oggetto del discorso; non gi di posi

popolazioni meridionali, di cercare sempre nuove espressioni e insistere

vert mentale, che

cerchi coprire. E, giacch la folla dei


solito,

paragoni esagerata, di
i

per arguzia e gioco, anche

pi strani e ridicoli di essi non riescono punto assurdi

Qualche anno dopo, nel 1846, preludendo alla traduzione del Liebrecht, dopo avere riconosciuta la superiorit del
Basile sullo Straparola, soggiunge:

Quando

vi

si

acquisti

una certa
tabe reca
le
il

familiarit, la
diletto

forma davvero attraente

di queste
p.
e.,

grande.

Come sono
si

inesauribili,

svariate espressioni, con le quali


for dell'alba e
il

dipinge ogni volta

tramontare del sole! Queste espressioni


;

potranno essere giudicate fuori di luogo


quasi sempre ingegnose,
I

ma

appariranno

e,

prese in s stesse, esatte. In


si

graziose e svariate immagini


I

ritrae

il

rumorio

e
il

morcanper-

morio

dei ruscelli, la profonda oscurit delle selve,


uccelli: in
lievi

tare degli

mezzo

alla

pompa

orientale,
Il

si

cepiscono le pi

voci della natura.

discorso corre
...

ricco di paragoni, giuochi di parole, proverbi;


qui,

come

nelle

schiette fiabe di tutti


al

popoli,

e anche quando la

narrazione giunge
semplici

punto importante, compaiono rime

ma

inimitabili, che

fermano l'attenzione del nar'

ratore e, insieme, dell'uditore. Cosi in Peruonto:

Damme

Op.

cit.. Ili,

pp. 291-2.

66

GIAMBATTISTA BASILE E IL
e

CENTO DE
'

LI CUNTI

passe
'

fico

Si vuoi che

te

lo dico

e nella Schiavottella
e

Chiave ncinto
Spoglia a

'

me

E Martino drinto E Vieste a te


'

';

nella

Cenerentola:

'.

Ma poche
temperamento

persone erano cosi


e

atte,

per conformit di
il

d'ingegno

artistico, a intendere

Basile

come

Vittorio Imbriani, raccoglitore


^.

non

solo,

ma

adorna-

tore e inventore di strane fiabe


tutto indovinato:

Nel Basile
la

(egli scrisse),

ha saputo dare

forma adatta a questi

racconti impersonali e nel contempo

imprimere a questa

forma

il

suggello della personalit propria. Chiunque ha stu-

diato per poco la letteratura popolare,


sia diffcile

comprender quanto
so che d'epico, che

ad eseguire una

tal cosa.

L'incanto particolare

di tutto ci eh' popolare, quel


lo

non

pervade, e di tipico: la mancanza d'individuazione; e

quell'incanto
porsi

appunto sparisce appena uno

di
il

noi vuol
Basile ha
il

a ritoccare quelle fantasie.... Ebbene,

saputo conciliare due cose, che parrebbe impossibile


ciliare, sopratutto nello stile: personalit spiccata,

con-

ed im-

personalit popolare. C' la voce del popolo nel suo libro,


e c'
il

letterato seicentista con tutti

suoi pregi ed

suoi

difetti, dei quali

ultimi

sembra

farsi beffe egli stesso.

Ed,
nel

a far

questo, gli

giov

moltissimo e l'aver
il

vissuto

Seicento e l'aver
dialetto gli

adoperato

dialetto

napoletano. Quel

un tempo;

d un non so che d'ingenuo e di beSirdo ad sembra contenere ironia implicita ^.

Parecchi appunti sono

stati
il

mossi

al

periodare e alla

lingua del Basile. Che imitasse

Boccaccio, una esage-

Prefazione alla traduz. del Liebrecht,


[Si

I,

pp. vii-viii.
Critica,

veda ora
cit.,

sul!'

Imbriani

il

mio saggio in

III (1905},

pp. 437-452].
3

Op.

pp. 446-8.

III.

IL

CUNTO DE
;

LI C'UNTI

COME OPERA LETTERARIA


sia

67

razione del Galiani


del carattere

quantunque

vero che, a cagione


del

gi da noi determinato
e

suo novellare,

non poteva,
lare.

non doveva, tendere


egli affastella le

alla

semplicit popo-

Senonch,

frasi

in

lunghi periodi,
ragione,
il

deficienti nella coesione e nell'armonia.

Lie-

hrecht notava che, in quel periodare, sovrabbondanza


stucchevole di costruzioni participiali, che
le

proposizioni

sono appiccicate anzich legate,

che cominciano sovente con un

con

la

medesima parola

e,

per

lo pi,

ma
Il

e,

che, perci, esso difetta di rotondit e di variet ^


della prosa basiliana , spesso,

ritmo

trascurato: vi

si

desidera

maggiore

rilievo e distacco, e quei riposi che la fantasia

vede nello svolgersi

di un fatto e vuol sentire nell'andamento del racconto. Assai meglio scriveva, per questo riguardo, un seguace del Basile, che, nella seconda met di quel secolo, compose un libro di fiabe, Pompeo Sarnelli.

L' Imbriani diceva che


in

difetti del

periodare sparirebbero
sostituita
;

massima parte con una buona interpunzione,


si

a quella negletta o cervellotica delle vecchie

stampe

ma,

a questo modo,

pu

solamente attenuarli alquanto, senza

speranza di eliminarli, perch intrinseci alla struttura del


periodo. Giova ricordare, piuttosto, che l'opera del Basile

venne pubblicata postuma,


dato l'ultima

che l'autore non vi aveva

mano

-.

Circa la lingua,
cesco Oliva, in

il

Galiani (preceduto in ci da Fran-

una sua incompleta ma importante Gramsi

matica della lingua napoletana, che


dicava che
il

serba inedita
incredibile e

^)

giu-

Basile

abbia

la

pi

minuta

contezza di tutte

le voci, dei

proverbi, de' modi di dire e


>
;

delle espressioni strane e bizzarre, usate dal volgo

ma

Trad.
Si

cit., II,

pp. 322-3.
p. 49.
si

veda sopra,

Ms. Bibl. Nazionale di Napoli, XIII, H, 56;

veda

p. 4J.

G8
che,

GIAMBATTISTA BASILE E IL

CUNTO DE

LI CONTI

per isfoggiare questa ricchezza, accumuli

le

parole

e le frasi,
di

onde avviene che, spessissimo, collochi fuor luogo parole e frasi, che non hanno quel senso in cui
impiega
.

egli le

Infatti,

grande

il

numero
alla

delle pa-

role toscane che egli

ha forzate e contorte

pronunzia

nostra,

quantunque da noi non mai adoperate. Incredibile

poi a vedere lo studio e la fatica che fa a

non usar mai

quelle voci, pure

italiane,

che in gran copia abbiamo ed


scostano dalla

ugualmente adoperiamo,
lingua generale italiana

e sostituirvi o le pi rancide o le
si

pi laide dell'infima plebe, solo perch

^
le

Certamente, basta svolgere


de
li

prime pagine del Cunto


di

cunti per
all'uso
il

trovare

esemp

codeste

modificazioni

fatte

dialettale. Il Basile

di rendere

dialetto napoletano

aveva la preoccupazione pi napoletano di quel

che effettivamente sia; epper, bandi molte forme, che esso

ha comuni con

la lingua, e

a vocaboli pretti italiani mise

strane desinenze. Inoltre, la ricerca dell'effetto comico lo

condusse a scegliere tutte

le frasi del

popolo di uso disprese avessero valore

giativo, burlesco o goffo, e a usarle


di fraseologia seria e

come

normale; onde,
:

p. e.,

Tadeo dir

alle

vecchie

(nell'

introduzione)

Devo scusare raoglierema se

s'ha schiaffato
prencepessa mia
contente,

ncuorpo
e

st'omore 'nalenconeco de sentire

cunte; e,perz, se ve piace de


de

pe

sii

quatto

dare Tnbrocca a io sfiolo della cogliere miezo le voglie soie, sarrite o ciuco iorne che starr a se arrecar e
Ancora: pei bisogni del suo
stile e

la

panza

e cosi via.

delle sue caricature dovette foggiare molti vocaboli, special-

mente

astratti,

che non esistono nella loquela popolare;


invece di o
il

e,

d'altra parte, gli piacque serbare certe forme auliche (p. e.,
gli articoli lo, la,
li,

le,

{u),

a,

i),

che rispon-

dono

alla

tendenza di elevare

dialetto verso la lingua.

Del dialetto napoletano, pp. 123-4:

cfr. p. 25.

III.

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

COME OPERA LETTERARIA


grammaticale e
la

69

Lasciando ad

altri

l'esame

lessicale,

basta qui formolare

come conclusione che


si

lingua del

Cunto de

li

cunti l'anche se

tenga conto della diversit,

che essa, come vecchia di tre secoli, deve naturalmente


presentare
rispetto al dialetto

odierno) sembra, nella sua

generale fisionomia, piuttosto che a un linguaggio storica-

mente
il

parlato, arieggiare a
il

uno

di

quei linguaggi,
dagli

come
per

maccheronico o

fdenziano, creati

artisti e

ragioni artistiche.

Il

che, per l'appunto, deve


di visra
affatto

indurre a

giudicarla da

un punto
i

diverso da quello

che assunsero

grammatici

legislatori del dialetto nala

poletano. Se nella sintassi

si

pu censurare
il

mancanza

di gusto e di lima, nel materiale linguistico


tare, invece, lo spirito stesso del Basile,

bisogna rispetquale era, non

gi

un narratore semplice

e veristico,

ma

un grottesco o

un umorista.

IV

Fortuna del

Cunto de

li cunti

.Ha A.
si

prima edizione del Cunto de

li

cunti, della quale

data notizia di sopra, segui, nel 1644, la seconda, dee,

dicata al signor Felice Basile,

nel 1645, la terza, dedi-

cata al padre Daniele K

Xel 1674, l'editore Antonio Bulifon, un francese che aveva messo bottega in Napoli, vedendo (come egli dice) che veniva sommamente desiderato questo altrettanto ar-

guto quanto giocoso Pentamerone del vivace e bizzarro

ingegno del cavalier Giovan Battista Basile

procur che,

ridotto alla vera lezione, per


.

mezzo

delle

stampe

ei ri-

nascesse

Curatore dell'edizione fu un abate pugliese,


Sarnelli a ragione lae si pro-

Pompeo
mentava
prima

Sarnelli, poi vescovo di Bisceglie, e allora corretIl

tore nella stamperia del Bulifon-.


la

grave scorrettezza dell'ultima stampa,

poneva, in quanto all'ortografia, di attenersi


;

alla edizione

ma

volle poi francamente correggere molte forme,

1 Tutte e due, Xapoli, per Camillo Cavallo: una a istanza di Salvatore Eispolo, l'altra di Gio. Antonio Farina. In questa, il Farina

si fattamente gradita dall'universo, che sono forzato a darla in luce in questa terza impressione >.

dice che T opera del Basile

Cfr. Celano,

Avanzi

delle poste (Napoli, 1676-81'. pp.

318 sgg.

72

GIAMBATTISTA BASILE E IL
lui

CDNTO DE

LI CUNTI

non parevano schiettamente napoletane nel quale lavoro talvolta colse nel segno, tal'altra err gravemente o fraintese, sempre si condusse con arbitrio. Per altro, se
che a
:

sostitu
tolse

alcune parole e frasi sue a quelle del Basile, non


di sostanziale al testo;
io

n aggiunse nulla

salvo

una

curiosa interpolazione (che

credo unica)

al

trattenimento
:

quinto della giornata prima, dove, alle parole del Basile

arrevato all'acqua de Sarno

il

Sarnelli fa seguire que-

ste altre:

chillo bello
li

shiummo

e'

ha dato nomme a
frontespizio

la fa-

miglia antica de

Sarnelli ! Nell'edizione del

Sarnelli,
il

l'opera prese per la prima


di

volta sul

titola

Pentamerone

'
;

col

quale titolo fu ristampata a


'.

Roma

nel 1679 e a Napoli nel 1697

Anche

le

Muse napolitane

ebbero altre cinque ristampe nel corso del secolo decimosettimo


^.

Queste ristampe, e altre probabilmente ora introvabili


e ignote,

comprovano quel che


li

il

Nicodemi
tutti

dice, nel 1683,


li-

del

Cunto de
il

cunti:
le

galantissimo ed amenissimo
di

bretto,

quale per

mani

\ E, insieme coi

lettori e

ammiratori, l'opera del Basile trov anche, assai

II

Pentamerone del Cavalier Giovan Battista Basile, overo


Trattefiemiento de
li

lo

Cunto

de

li

cunte,

peccerilte di

Gian Alesio

Abbattutis,

No-

vamente ristampato

e co tutte le

zeremonie corrietto. All'IUustriss. ecc.

Pietro Emilio Guaschi, Dottor delle leggi e degnissimo eletto del Popolo della fedelissima Citt di Napoli (in Napoli, ad istanza di

An-

tonio Bulifon, Librare, all'insegna della Sirena, 1674: di pp. 633, pi


12 inn. al princ. e 3 in fine).
2

Roma,

1679, nella

stamperia di Bartolomeo Lupardi, dedicata

al
V.

signor Giuseppe Spada; Napoli,

M.

L. Muzio, 1697 (per questa ediz.,

Passano, Novellieri
2

italiani in prosa',

Torino, 1878,

I,

pp. 43-8).

Napoli, Cavallo, 1643, ad istanza del Rispolo;


p.

ivi,

1647 (v.

Mar-

TORANA,
saro e

13); ivi,

per G. F. Paci, 1669, ad istanza di Francesco Maslibrari; ivi,

Domenico Antonio Parrino


ivi.

ad istanza

di

Francesco

Massaro, 1678;
*

Mollo, 1693.
p.

Addizioni alla Biblioteca del Tojypi (Napoli, 1683),

111.

IV.

FORTUNA DEL

CUXTO DE
ai libri

LI

CUXTI

73

presto, imitatori,

come accade

che hanno proprio

e spiccato carattere.

Tra

lettori e gli

ammiratori era
il

il

napoletano spirito

bizzarro di Salvator Rosa,

quale, non solamente nelle

sue satire imit


tratti delle

il

fare del Basile e, in pi punti, alcuni


li

egloghe del Cunto de

cunti,

ma

divulg que-

sto libro a
zini
si

Firenze; tanto che anche nelle satire del Meni.

ritrovano imitazioni dalle egloghe napoletane

Ed
il

risaputo che,

quando Lorenzo Lippi prese a scrivere

Malmantile riacquistato,

grandissimi

furono gli stimoli


;

che ebbe a ci fare da Salvator Rosa...


tore napoletano gii fu fornito

il

e che dal

pit-

libro intitolato
li

Lo cunto
composto

de
al

li

cunti overo

Trattenim tento de

peccerille,

modo
suo

di parlar napolitano, dal quale trasse alcune bel-

lissime novelle, e, messele in rima, ne adorn


il

vagamente
osserva
e,

poema
dodici

-.

Xel Malmantile (pubblicato postumo nel


la

167G,

anni dopo

morte dell'autore),
il

si

una
cio,

finalit

analoga a quella che aveva avuto


la

Basile;

mostrare

ricchezza del parlare volgare fiorentino.


li

Ma, laddove questa tendenza nel Cunto de

cunti dori-

minata e superata dalla foga

artistica,

nel Malmantile

mane dominante; donde


poi, dalle

la

frigidit

di

quel poema, che

pare scritto pel solo scopo di essere aggravato, come fu

note lessicali di Paolo Minucci.


il

Potrebbe sembrare strano che


Basile; giacch esse sono
popoli,

Lippi, per le fiabe che


al
i

introdusse nel suo poema, avesse bisogno di ricorrere

gi

le

una ricchezza comune a tutti e, certamente, anche a quel tempo vivevano, su p( r medesime, a Firenze come a Napoli. Ma il Basile,

Per

le

imitazioni del

Rosa

si

veda in questo volume, saggio VII;


p.

per quelle del Menzini, Belloxi,


-

li Seicento,

226.

F. Baldixucci,

Vita di Lorenzo Lippi ^nell'ediz. del

Malmantile,

Xapoli, Sarracino, 1854).

74

GIAMBATTISTA BASILE E IL

C'UNTO

DE

LI C'UNTI

col rivolg-ere l'attenzione dei lettori su quelle fiabe e dare

una forma letteraria, nuove, e ne aveva rivelato


loro

le

aveva

fatto

apparire come

la fecondit artistica.

Nessuno ha indicato
le

finora, in

modo

esatto e compiuto,
cunti, le quali
si

imitazioni del Lippi dal Cunto de

li

riducono principalmente a tre punti.


del Malmantile nient'altro che

Il

secondo cantare

Cerva fatata
i

(I, 9).

Non

una versificazione della riuscendo una regina ad avere


re marito
il

desiderati figliuoli,

rimedio, che era di farle

un sapientone indic al mangiare un cuore

di dragone,
e,

cucinato da una donzella. Subito, quella s'ingravida,


lei, la

con

donzella cuciniera; e ne nascono due bambini,, che

crescono simiUssimi, Fonzo e Canneloro. L'odio della regina costringe Canneloro a spatriare; ma, nel partire, egli
suo quasi gemello
lui,

insegna

al

il

modo

di conoscere

sempre

quel che avverr di


o se

se stia

bene, se incontri pericoli

venga
di

a morte. Assistito dalla fortuna, Canneloro vince


alla quale

una

giostra,

era posta premio la

mano

della

figliuola

un

re,

e sposa costei. Senonch,

un giorno,
fatata
lo

andando a caccia, prende a inseguire una cerva (che, invece, era un orco), la quale lo tira a s e
pisce.
si

ra-

Fonzo ha notizia del pericolo

in cui si trova l'amico,

mette in viaggio, uccide l'orco, e libera Canneloro.


il

Saggio della maniera, onde


maravigliosi

Lippi verseggia la prosa del


si

Basile, pu essere la pagina, nella quale


effetti

descrivono
re...

del cuore di drago.

Lo

lo dette

a cocmare a na bella dammeceUa.

La
lo

quale, serratose a

na

cammara, non

cossi

pr lesto mese a
sta.

fuoco

lo core e scette lo

fummo

de

lo

vullo che, non sulo


li

bella coca deventaie pre-

na, che tutte

mohele de la casa ntorzaro. E, ncapo de poche


travacca fece no lettecciulo,
lo

iiiorne, fgliattero; tanto che la

forziero fece no scrignetiello,

le

seggie facettero seggiolelle, la

tavola no tavolino,
accossi bello

e lo

cantaro fece no cantariello mpetenato,


.

ch'era no sapore

il

Lippi

(II,

16-17):

IV.

FORTUNA DEL
egli, loreso
il

CUNTO DE

LI C'UNTI

75

Ed

prelibato cuore,
cosse,

Lo diede al cuoco: al qual, mentre lo Si fece una trippaccia, la maggiore Che ai d dei nati mai veduta fosse. Le robe e masserizie, a quell'odore,
Anch'elle diventaron tutte grosse;

in poco tempo a un'otta tutte quante Fecer d'accordo il pargoletto infante.

Allor vedesti partorire

il

letto
;

Un
La La La

tenero e vezzoso lettuccino

Di qua l'armadio fece uno


seggiola di l
tavola figli
cassa,
il

stii^etto;

un seggiolino; un bel buffetto;


;

destro

un vago e picciol cassettino un canterello mand fuore,


tutto sapore.

Che una bocchina avea

Composto

di reminiscenze del

Canto de

li

cui/ ti

il

rac-

conto che, nel quarto cantare (29-82), messo in bocca a


Psiche, venuta a cercare lo spo^^o in I\lalmantile
:

il

comin-

ciamento tratto da un brano della novella quinta della seconda giornata; nella parte di mezzo, si trovano riscontri

con l'introduzione, con


e

la

novella quinta della giornata


dall'introdu-

terza,

anche con

la

quarta della prima;

zione, altres, tolta di peso la chiusa.


Infine, la novella
di

Nardino
9)

e Brunetto e

una conta-

minazione de Lo cuorvo (IV,

delle

Tre cetre (V, 9);

non senza miscuglio

di

nuovi particolari.
il

Come

poi

il

Lippi imiti

fare

del

Basile,

piv^

essere

mostrato dalla descrizione

dell'

uom

selvatico Magorto

(VII, 53-55), eco delle tante felicissime descrizioni basilianc


di orchi
:

Ma io ti vu dar adesso un'abbozzata, Qui presto presto, della sua figura; Ei nacque d'un folletto e d'una fata, A Fiesole, 'n una buca delle mura;

76

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

Ed

si brutto poi

che la brigata,
nocentini,
!

Solo al suo nome, crepa di j)aura.

Oh

questo

il

caso a por fra


la

far

mangiar
ei

Oltre eh'

pappa a quei bambini pute come una carogna,

Ed pi nero della mezzanotte. Ha il ceffo d'orso e il collo di cicogna, Ed una pancia come una gran botte Va sui balestri ed ha bocca di fogna, Da dar ripiego a un tin di mele cotte;
;

Zanne ha di porco e naso di civetta, Che piscia in bocca e del continuo getta.
Gli copron gli ossi
i

peli delle ciglia.


;

Ed ha
Gli

cert'ugna lunghe mezzo braccio


e,

uomini mangia
lui si fa

Per

quando alcun ne piglia. quel giorno un Berlingaccio,


e gozzoviglia;
il

Con ogni pappalecco


Ch'ei
fa,

prima, col sangue

suo migliaccio.

La

carne assetta in vari e buon bocconi


della pelle ne fa maccheroni.

Mag-g-iore fu l'efficacia che


tori napoletani.

il

Basile esercit sugli scritil

Essendo stato
fissato
il

egli quasi

Dante

di

questo

dialetto e
l'uso

avendone

lessico e la

fraseologia per

non maraviglia se gli scrittori, che seguirono, mostrano di avere studiato piuttosto le opere di
letterario,
lui

che

il

vivo linguaggio del popolo ^

Ci

osservava anche I'Oliva, nella sua Grammatica inedita:


pi accreditati e migliori scrittori che gli

Non

essendovi altri

avvisati Cortese e Basile, sono essi in cotanta riputazione giunti che

a taluno sembra temerit dare


gliere
il

un

passo fuori le di loro pedate in isce-

soggetto delli componimenti e servirsi della lingua; perch


e parole plebee,

stimano errore l'allontanarsi dalle persone, azzioni

approvano cosa che in

non sia; quasi che tutta la lingua fosse nei di loro libri, che sono due purtroppo piccoli rispetto alla vastit di quella; e non veggono, o veder non vogliono, che una menoma parte delle voci e delle maniere non contengono del parlare di quella...
quelli

(ms.

cit.,

p.

12).

IV.

FORTUNA DEL
per atro,
si

C'UNTO

DE

LI

CUNTI

77

Uno
sile, e

solo,

attenne allo stesso genere del Bail

prese a narrare
il

ciinti:

suo editore del 1674, Pom-

peo Sarnelli,

quale, dieci anni dopo, pubblic, con l'ana-

gramma
dop
lo

di Masillo

Reppone,

la Posilecheata

'.

>?/

be mil-

lanta valentuommene (diceva nella prefazione) hanno scritto,


Cortese, vierze napoletane, nesciuno, dopo

Gianna-

lesio Ahhattutis,

ha

scritto

cunfe

II

volumetto della Podi

silecheata

doveva essere come l'avanguardia


di quella fiabe .

un

libro

pi grande (no libro gruosso).

La cornice
pone
si

come appare

dal titolo,

il

racconto di una scampagnata a Posilipo, dove Masillo Repreca a passare una giornata nella villa di un amico.

La giornata culmina in un gran pranzo, rallegrato dalla compagnia e cooperazione del dottor Marchionno, ghiottone e buongustaio di prima forza, il quale divora da solo tre
quarti del pranzo, chiacchierando indiavolatamente, senza

un istante; mettendo fuori, a ogni cibo che giunge un proverbio, un motto, un'erudizione e chiedendo, con la pi amena sfocciataggine, ora una cosa ora
arrestarsi
in tavola,
:

un'altra, nella certezza di fare cosa grata all'amico e nell'alta

coscienza della sua riputazione di ghiottone da man-

tenere.

Dopo

il

pranzo, vengono cinque donne del popolo,

ciascuna delle quali narra una novella.

Le cinque novelle non hanno


tuire, nel loro

riscontro, nei temi, con

quelle del Basile: e presentano, inoltre, la novit di costi-

insieme, una sorta di mitologia di alcuni


il

dei

pi famosi e popolari monumenti di Xapoli, quali


il

Gigante di Palazzo,

Nettuno
i

di

Fontana Medina,
e di
altri
:

la cosi
il

detta Testa di Xapoli,


nelli,

Quattro del Molo

Sar-

anche novellando, non dimenticava

essere autore

In Napoli, presso Giuseppe Eoselli, 16-S4, a spese di Antonio BuQuesta edizione fu ristampata, con largo corredo d'illustrazioni, da Vittorio Imbriani (Napoli, Morano. 1885).
1

lifon.

78
di

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

zioni,

una Guida di Napoli. Nella forma narrativa, introdumovimenti stilistici, scherzi e giochetti, egli segue,
il

con imitazione intelligente ed elegante,


dolo, forse, in facilit e correttezza.

Basile, superan-

II

Nella prima met del Settecento,


edizioni del Cunto de
dosi
li

cunti,
testo

sempre in esse
1713, la

il

si fecero non poche almeno quattro, riproducendel Sarnelli ^ E ne comparve

allora, nel

prima traduzione, che fu da


al

dialetto a

dialetto, dal

napoletano

bolognese:

traduttrici,

Madda-

lena e Teresa Manfredi (sorelle del celebre Eustachio), e


le loro

amiche Teresa

Angiola Zanotti (sorelle dei non

meno celebri Giampietro e Francesco)-, che l'intitolarono: La chiaqlira dia banzola o per dir mii fol divers tradOtt dal
parlar napuUtan
in leingua hulgncisa
^.

In questa traduzione, sono soppresse

le divisioni in cin-

que giornate,
fiabe,
i

le

introduzioni alle giornate e alle singole

quattro intermezzi o egloghe; l'introduzione ab-

breviata, e alle quarantanove novelle segue la cinquante-

sima come conclusione. Sono spariti


zoli,

altres molti dei frone.,

coi

quali

il

Basile vestiva a festa le fiabe; p.

le

Nel 1714

e nel 1722, per

M. L. Muzio

nel 1728, per

Gennaro MuPassano
veda

zio; nel 1749, per la

stamperia Muziana. Sono descritte da L. MoliBasile, II (1884), n. 3. Il

NARO DEL Chiaro, nel Giambattista


segna anche un'edizione del 1747
litane e

un'altra

s.

a.

Anche

le

Muse napo(si

furono ristampate nel 1703 e nel 1719, per G. Musitano


op. cit.,
p.

Martorana,
venzio.
2

23), e, nel

1747, per

D. Langiano

D. Vi-

Quadrio, op.

cit.,

I,

p. 210: e

cfr.

Faxtuzzi, Notizie degli

scrit-

tori bolognesi
3

(Bologna, 1781-9), V, pp. 201-2. L'edizione di Bologna, 1713, segnata dal Passano, op.
il

cit.,

pp. 46-7:

Fantuzzi conosce quella del 1742.

IV.

FORTUNA DEL

CONTO DE

LI CUNTI

79
i

descrizioni dell'alba, del tramonto, della notte e


discorsi
;

lunghi

e,

in generale, si serba

uno

stile

pi rapido di

quello

dell'originale

\ Ma, anche

cosi abbreviate e sfron-

date, restano belle; e quel che

hanno perduto per un verso,


agili,

hanno acquistato per


e popolari.
il

IJaltro,

diventando pi

semplici
(scrisse

L'opera fu ristampata pi volte-, e servi


fis^sare le

Gnorri ni) a

regole e l'ortografia del dialetto,


si

divenne
e,

il

codice del bel parlare bolognese, e

ristampa
et,

ancora,

per quanto conti un secolo e pi di

non
este-

mostra di essere invecchiata,


riori

nemmeno
^.

nelle

forme

ed ortografiche del dialetto


le

Non merita
liano

medesime
non

lodi l'anonimo traduttore ita-

del 1754 \ che,

solo

tolse

le

egloghe e intere

"

An
quel,

poss negar ( detto nell'avvertenza) eh'

l'

gli avvi pars pu-

rass

cZ'

grazi, eh' gli an in ila sa lingua nattiral; e se ben eh la soan'' i

stanza dia fola l'istessa,

per una somma fedelt

in Ila traduzione,

pari pr

n''

aver catta di pruverhi in hulgnes, ch^avvn V istess significai di nai

politan, e

p mi

n ho miss di

misti,

eh fors ben n vrati brisa dir quel

eh dseva qui; pari, aneli

pr

assri multissm cos eh'


eh''

mi

n' intendeva, e

eh' ai
in
l,

p eumpost
pi
secchi.

alla piz, e quesC ara cavs,

P sinn armas,

in za e

Chi lizr V napolilan, vdr aneh,


guasta la sostanza dia fola
18:-39,

di' ai dia, robba, che i^ tra-

dutta brisa, e quest perch gli in digression


lassar senza eh'
2
s'

eh''
>

ai ho stima, eh'

s'

possn tra-

Nel 1742, 1777, 1813,


d^

1872. L'ed. del 1839 intitolata: .1/

Pentamern

Zvan' Alssi

(sic) Basile, osia

zinquant fol dette da dis donne

in zeinqu giornat, e

ha molte variet

sulle precedenti, perch, riveduta


e,

sull'originale, le novelle vi sono state ridivise in cinque giornate,


oltre

aggiunte di passi tralasciati, vi


3

si

leggono anche

le

quattro

egloghe, esposte in prosa.


vita e le opere di Giulio Cesare Croce (Bologna, 1879), pp. 134-5. Conto dei conti, trattenimento dei fanciulli, trasportato dalla napoletana all'italiana favella ed adornato di bellissime figure (in Napoli, si vendono {sic) nella libreria di Cristoforo Migliaccio, 1754): cit.

La
Il

dal Passano. Secondo I'Imbriani {XII conti j)omiglianesi, Napoli, 1876,


p. 24),

1769, 1784 e 1863 (v. le bibliografie del

questa deve essere una seconda edizione. Fu ristampato nel Passano, del Molinauo e del

PlTR).

80

GIAMBATTISTA BASILE E

IL C'UNTO

DE

LI CUNTI
i

nov^elle^, e

compendi
altri

le altre e
;

mut

perfino

nomi

dei

personaggi e
spropositi
del quale
^
;

particolari

non

solo introdusse

molti
stile,

ma

adoper costantemente un goffissimo


il

pu dare esempio
citt di

principio della prima novella:

Eravi nella
silla, la

Diserta una donjia dabbene chiamata Dru-

quale, oltre a sei figlie femmine, avea

tanto sciocco e scimunito, che la povera

un figlio maschio madrg perci ne stava

scontentissima; n v'era g'iorno che non l'avvertiva, ora correg-

gendolo dolcemente, ed ora

al

dolce delle correzioni vi mescolava

l'asprezza delle invettive, od anche, se v'era di bisogno, delle bastonate


;

con tutto ci non furono queste cose bastanti a far


si

si

che

Rodimonte
cosa,

fosse riavuto della sua

dappocaggine; per

la

qual

vedendo Drusilla non essrvi speranza che suo


si

figlio

ravve-

duto

fosse dalla sua sciocchezza (quasich

il

difetto

di

natura

fosse stato in lui cagionato per colpa sua),

un giorno
vi

fra gli altri

con un bastone

lo batt di

maniera che poco

manc a non rom-

perle tutte le ossa...


]\Ia,

mettendo da parte

la goffaggine del traduttore, certo

che, date le abitudini mentali di quel secolo, e la quantit


e qualit di lingua di cui esso disponeva, di

non c'era speranza


Basile, richiedente

ben tradurre uno scrittore come

il

grande vivacit
giorni nostri.

di fantasia e ricchezza di vocabolario.

La
ai

prova potrebbe essere ritentata, con migliori speranze,


Tuttavia, nel Settecento,

il

Basile incontr ancora un'anii

ma

simpatica, alla quale pot narrare

suoi cunti: Carlo


Il

Gozzi, che vi attinse per le fiabe drammatiche.

terzo atto
ci

deW Amo-e
avanza una
e

delle tre

melarance, recitato nel 1761 e di cui

sorta di scenario, tolto dalle Tre cetre {Y, 2);


del

una reminiscenza
Mancano
.

Canto de

li

cunti

nota anche nel

I,

9,

II, 3,

V,

4,

5,

6,

7, 8, 9.
;

Uorco

isposa la figliuola

sempre con Orca La galla cennerentola all'Orca!


tradotto
>

onde
,

il

re

d in

che femmina,

diviene

'

il

gatto

e cosi via.

IV.

FORTUNA DEL
di

C'UNTO

DE

LI CUNTI

81

primo atto

esso, e, cio,

l'espediente al quale ricorre


il

Truffaldino per indurre al riso

principe Tartaglia. Dalla

stessa opera tolta la seconda fiaba. Il corvo, rappresentata altres nel 1761
preso

^ Dall'imitatore del Basile, Sarnelli,

VAugel

belverde'-. Il Gozzi,

come

e pi del Basile,
il

non ebbe l'esclusiva intenzione


a

di riprodurre

favoleggiare

del popolo; anzi, fece servire quei suoi dramraatizzamenti

un complesso

di dottrine e

polemiche
e

letterarie.

Ma
il

an-

ch'egli,
la

pure contaminando,
la

in

misura assai pi larga,


sen-

creazione popolare, non

mut a fondo; onde

timento popolare sopravvive nelle sue fiabe, ed sorgente


del fascino, che esse esercitarono sui romantici. I fini letterari

(come disse
fini

il

De

Sanctis), che
i

si

propose

il

Gozzi,
la

furono

transitori,

quali

potevano dargli vinta


la

causa nella polemica e sul teatro, e che oggi sono

parte

morta del suo lavoro


della

ma

il

la parte

viva

il

concetto

commedia popolare
:

in opposizione alla

ghese

il

contenuto

commedia bormondo poetico, com' conce ^.

pito dal

popolo, avido

del

meraviglioso e del misterioso,

impressionabile, facile al riso e al pianto

III

Fuori d'Italia,

il

primo che s'ispirasse


alcuni estratti

al Basile fu

il

Wieland,

il

quale, da

pubblicati

nella Bi-

hliothque des romans, desunse nel 1778 la materia di

un

racconto in versi, intitolato

Peruonte oder die Wilnsche,


li

che corrisponde
Il

al

Peruonto del Cunto de

cunti

(l,

3).

racconto, nelle due prime parti, segue a passo a passo

quello dell'autore napoletano, svolgendo in

modo
C.

pi largo

Prefaz. del

Masi

all' ed.

cit.

delle

Fiabe di

Gozzi,

I,

pp.

LXXVII Sgg.
2

Posilicheata, e. 3: cfr.

Rua,

in Giorn.

si.

d.

leti.

Hai.,

XVI,

p. 238.

Storia della leder. Hai., II. p. 391.

82

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

e particolareggiando le situazioni.
zosa,

L' intonazione scher-

ma non

vi

manca

la

punta

di

un concetto morale. Un

re di Salerno

aveva una

figliuola bellissima, a

nome Vae corteg-

stola (sic), la quale,

giata,

quantunque assai avvenente non pensava al matrimonio:


Flammen, Nach wahrer Salamanderart, Stets unversengt, eiskalt und felsenart.
Blieb mitten in den

Intanto, un giorno, Peruonto, un giovinotto brutto, sciocco


e goffo,

tre fate, che

sopra

mandato dalla madre a fare legna, trova nel bosco dormono in pieno sole; e si d a intrecciare loro corpi, coi rami degli alberi, una pergola om-

brosa. Quelle, svegliatesi, visto l'atto gentile, conferiscono


al

giovinotto la fatazione, per la quale ogni desiderio da

lui
le

formato

si

tramuti subito in realt. Peruonto, raccolte

sue legna, pensa tra s:


portare,

Oh, se questo

fascio,

invece

di favs
si

mette in

mi portasse a casa! . Ed ecco il fascio moto come un cavallo; ed egli, seguito da una
e schiamazzante, cavalca a quel
al

grande turba ridente


stolla,

modo

verso casa. Ma, nel passare innanzi

palazzo del re, Va-

che alla finestra, esclama:


Das lohnt
sich

auch der Miih, dass eine ganze Stadt

Um

einen solchen Barenhauter

So narrisch thutl Sein Pferd ist schlecht, und, doch, flir solchen Reiter, Den Wechselbang, den Unbold, noch so gut!

Peruonto, seccato,

le

augura che diventi gravida


;

di lui e

partorisca due gemelli. Detto fatto


Basile,
il

e qui segue,
al

come

nel
la

racconto dello sdegno del re

vedere incinta
feste,

figliuola, e del parto, e dei

banchetti e delle
1

bandite

allo

scopo di scoprire tra

convitati l'autore della gravi-

danza. Scoperto Peruonto,


in

egli,

per ordine del


i

re,

messo
e get-

una

botte, insieme con Vastolla e

due bambini,

IV.

FORTUNA DEL

CUNTO DE
si

LI

CUNTI

So

tato a

mare. Nella botte, mentre


i

onde, comincia un dialogo tra


e Vastolla, appreso dall'altro
il

trovano alla merc delle due coniugi involontari


;

mirabile dono, largitogli

dalle fate, gli suggerisce di augurare che la botte diventi

una barca;
lizioso,

il

che accade subito, e


si

la

comitiva salva.

Dipoi, Peruonto

augura

di

approdare in un luogo decastello,

di possedere

un grandioso

di diventare

bello; e, in ultimo, di essere provvisto di quell'intelletto,

che

gli

mancava. Colmi

di tutti cotesti doni:

Prinzessin (spricht Peruonto), ^vir haben

Der Wiiiische nun genug'. Der Feen Giitigkeit doch immer neue Gaben Expressen, ware Geize und Unbescheidenheit. Nichts ist nunmehr xins Noth als die Begaiigsamkeit;
Ist gross;

Allein mit dieser

muss der Mensch

sich selbst begaben.

Lass durch Genuss ims nun verdienen was sich haben! Uns lieben, Vastola, und Alles um uns her Mit unseren Gllick erfreuen und beleben, Sei unser Loos Ws knnten "vrir noch mehr Uns wunschen, oder was die Feen uns geben?
!

questo punto,

il

Wieland cessa dal seguire


il

il

Basile,

il

quale conclude col far capitare


sposi, onde,

re padre al castello degli


si stabili-

con

lo

scambievole riconoscimento,

sce la pace e felicit di tutti.


del

La

terza parte del" racconto

Wieland narra, invece, come, dopo alcune settimane, quella vita di piena e calma felicit cominciasse ad annoiare Vastolla. E, inducendo Peruonto a fare continuo uso del dono delle fate, ora si trasferisce con lui a Salerno per assistere a un festino del re, ora vanno a Napoli a menare
gran fasto di
cintoro, ora,
vita, ora a
infine,

Venezia per

la solennit del

Budi
le

invitano una elegante societ

al loro

castello, e Vastolla

uno degli

invitati.

ne trae occasione per innamorarsi Allora, essa chiede a Peruonto che

lasci fare un viaggio a Sorrento, fornita di una borsa piena di danaro e inesauribile. Peruonto acconsente; ma, rima-

84

GIAMBATTISTA BASILE E IL

CUNTO DE

LI CUNTI

Sto solo, si volge alle fate, supplicandole

fervidamente di

riprendere

il

loro dono:

Hrt mich, ihr gute Feen, meinem bessern Sinn, So oft durcli Wiinschen mieli vergangen, Hort meinen letzten Wunsch! Nelimt AUes wieder hin

An denen

icb, trotz

Was
Und

von euer Huld empfangen, diesem Augenblick Micb in den Stand, worin ich war, zuriick, Als icb zu wunscben angefangen!
ioli

setzt in

Benigne,

le fate lo

accontentano;
corte
di

il

castello sparisce;

Va-

stolla si ritrova

alla

suo padre, come se niente

fosse

accaduto, e Peruonto, di nuovo, presso la vecchia


tutti
i

madre, a tagliare legna, solo restandogli, di


beni, l'intelletto.
Il

passati

Wieland

(dice
il

un suo
concetto

critico)

volle adombrare, in dallo

questo
versi
:

racconto,

espresso

Schiller nei

Was

kein Verstand der Verstandigen sieht,

Das

ilbet

in Einfalt ehi kindlch


Il testo

GemilM

^
li

napoletano del Cunto de

minti ebbe un'ultima

e poco felice edizione, insieme con le altre opere del Basile,

a Napoli nel 1788, nella Collezione dei poemi in lingua


si

napoletana dell'editore Porcelli^. Pochi anni prima,


agitata la polemica, della quale
si

era
il

gi fatto cenno, tra


il

Galiani e

il

Serio sul significato e

valore di quell'opera.

Ma
cosi

il

Galiani,

come non ne aveva

inteso lo spirito artistico,


filologica e scientifica.

non ne riconobbe l'importanza

Spettava a uno dei padri della filologia e mitografia moderna, Jacopo Grimm, lumeggiare da questo lato l'opera
del
Basile, che, per

un paio

di secoli, era stata considerata

come un semplice

libro di riso e di diletto.

KuRz,
Voli.

inti'od. ai

XX

Wieland 's Werke XXI.

(Lipsia,

s.

a.),

p. xxiii.

Il

CUNTO DE

LI CUNTI

E LA ^^OVELLISTICA COMPARATA

Ija

Storia della

novellistica

comparata,

e,

in partico-

lare, delle origini di essa, stata tante volte esposta

da far

sembrare non opportuna una nuova esposizione, che sarebbe


poi

una compilazione

'.

noto come dalle raccolte, messe


italiani, francesi,

insieme in vari tempi da scrittori

portosi

ghesi e tedeschi, per iscopo artistico o educativo,


sasse, nel 1812, alla

pas-

prima raccolta

scientitca, coi

Kinder

und Hausmdrchen
Ora, nel
terzo

dei fratelli

Grimm.

volume di quest'opera fondamentale, pubblicato nel 1822, in una specie di rassegna retrospettiva dei libri di fiabe, il primo posto per importanza veniva assegnato
al

Cunto de
i

li

cunti del

Basile.

Questa

raccolta (dicevano

Grimm),

tra quante ne sono state fatte

presso tutti

popoli, rimase per

un pezzo

la

migliore e

la

pili ricca. Non solamente la tradizione era, in quel tempo, pi integra; ma l'autore possedeva altres, insieme con

l'esatta

conoscenza del

dialetto,

una capacit

affatto pro-

Si

vedano

le

introduzioni del nostro valente Pitr alle Fiabe,

novelle e racconti popolari siciliani

(Palermo, 1875),

I,

pp. xliii-lvi, e alle

Novelle popolari toscane (Firenze, 1885).

86

GIAMBATTISTA BASILE E IL

CUNTO DE

LI CUNTI

pria nel raccogliere le fiabe ed entrare nel loro spirito.

Il

contenuto quasi senza lacune,


siderarla

il

tno,

almeno per

na-

poletani, perfettamente indovinato.... Si pu, dunque, con-

come fondamento
fatto

delle

altre

raccolte

perch,

quantunque nel
neir insieme
posto.

non

sia cosi,

essendo rimasta ignota

fuori del suo paese e della

non tradotta nemmeno in francese, letteratura popolare ben occupa quel


che vi
si

Due

terzi delle fiabe,

leggono,

si

ritrovano,
Il

nei loro Basile

tratti

essenziali, in

tedesco, e ancora viventi.

non ha

fatto alterazioni, e di

rado ha introdotto ag-

giunte di qualche importanza; cosa che conferisce alla sua

opera un valore singolare

^.
il

In grazia di questa solenne raccomandazione,


Basile, tolto alla

libro del

scrittura in
nale,
tutto

penombra nella quale era rimasto come dialetto e in un dialetto dell'Italia meridio-

il

venne messo in piena luce e additato agli studiosi di mondo. E, dopo che alcuni cunti ne furono via via
dagli
stessi

tradotti

Grimm

da

altri

^,

nel

1846, Felice
le ricer-

Liebrecht, a rendere universale l'uso di esso per

che

di novellistica

comparata, ne pubblicava una completa


^.

traduzione tedesca in due volumi


quale, Jacopo

Nella prefazione della


il

Grimm,

ribadito e illustrato

suo precedente

giudizio sull'importanza del Basile, osservava:


in tedesco
liarit
il il

Tradurre
sua pecu-

Pentamerone, che offre in tutta

la

dialetto napoletano, cosi diverso dalla lingua co-

mune
1

italiana,

non

impresa da pigliare a gabbo. Se gi

Op.

bit.,

Ili, pp. 290-1.

Per queste sparse traduzioni, che vanno dal 1816 al 1845, di Jacopo Grimm, di O. L. B. Wolfif, del Von der Hagen, del Kletke, si veda la traduzione del Liebrecht, II, pp. 326-7.
2 3

Der Pentamerone oder das

Mfirche.n aller Mci'ehen

von Giambatu.

tista Basile, aus

dem

Neapolitanischen iibertragen von Felix Lieb-

recht, mit einer Vorrede


1846, voli. 2).

von Jacob Grimm (Breslau,

Max

Komp.,

V.

CENTO DE

LI CUXTI

E NOVELLISTICA COMPARATA

87

-'Itanto l'intendere bene tutte quelle immagini, comparazioni, giochetti, espressioni

d'amore, di rimprovero, di maorientale, faccenda

ledizione, calde e vive

come poesia
in

molto seria: la

ditlicolt

diventa di gran lunga maggiore

quando
in tutti

si

debba trasportarle

una lingua, che non ha


stile

pieghevolezza sufficiente a rendere quello


i

ampolloso

suoi ghirigori e le sue grazie.


e
i

La nostra lingua
seri

moderna,

tempi nostri, sono troppo

da misurarsi
del cosi

a simili imprese. Se

un Fischart, che disponeva

stume
libero

e del

vocabolario del secolo decimosesto,

fosse

trovato un simile libro tra mano, avrebbe potuto lasciare


sfogo
alla lingua, e,

merc
non

le

indomite parole ed

espressioni di allora, che dicono senza rispetto alcuno l'onesto e


il

disonesto,
il

il

pulito e

il

pulito,

raggiungere e

superare
gliato
testo
al

quadro originale. Da mia parte, avevo considel

traduttore (della cui profonda intelligenza

nessuno vorr dubitare) di sopprimere tutto ci che


e,

urterebbe un lettore odierno;

pure rendendomi conto


la fedelt e

che

gli

dovesse sembrare pericoloso rompere

compiutezza del suo lavoro, osservo


frasi,

che

le

parole e

le

le

quali suonano a noi basse e triviali, quand'anche


testo,

rispondano alla lettera del

sono diventate per noi


afflitto

pi dure e rozze perch abbiamo concetti


circa la decenza, e

diversi
',

un

'

trattenimiento de peccerille
si

inno-

cuo a Napoli nel Seicento, non

potrebbe dare pi in

mano

donne e ai nostri fanciulli ^ Rimane sempre ammirevole l'opera eseguita dal Liebrecht, il quale affront e super, quasi sempre felicemente,
alle nostre
le difificolt

testo

veramente enormi, che l'intelligenza di quel presenta a uno straniero. Difficolt anche maggiori nel

Op.

cit.,

I,

pp. vi-vii.

Al che, per
il

altro,

il

Liebrecht

,11, p.
il

324)

controsservava a ragione che


titolo pei

Cunio de

li curiti,

nonostante

sotto.

bambini, non

opera n per questi n pel basso popolo

88

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI

CDNTI

1846, per la

mancanza
il

di

un ampio vocabolario napoletano


le

(si

aveva solamente quello che accompagna


Porcelli);

la collezione del

onde

Liebrecht dov aiutarsi con

sue cogni-

zioni filologiche e con lo studio diretto degli altri scrittori

napoletani. Tuttavia, err solamente in pochissimi punti, e,

quasi sempre, per colpa delle edizioni, che pot avere innanzi, non essendogli riuscito di vedere, delle antiche, se non

quella del Sarnelli, che gli parve,

come

infatti, migliore

delle seguenti e, in ispecie, di quella del Porcelli.

N mi-

nore
il

il

merito letterario della sua traduzione; avendo saputo trovare


equivalenti
alle

Liebrecht

immaginose
al

espressioni del Basile; onde, nella sua prosa tedesca, ripalpita


testo
il

facondo e bizzarro prosatore meridionale. Appose


della

non molte note (memore

massima

del

Johnson

che notes are often

necessari/^ hut

they are necessari/ evils),

ma

talune preziose, astenendosi dai confronti con le altre


(II,

raccolte di fiabe; e aggiunse in appendice

pp. 280-338)

un buon saggio

sul dialetto e la letteratura napoletana.

Alla traduzione tedesca ne segui una inglesef


scire curioso ricordare che, nel 1832,

Pu

riu-

Walter Scott,

tratte-

nendosi a Napoli e frequentando la Biblioteca borbonica,

ebbe tra mano

il

libro del Basile e vi prese tanto interesse


sul

da vagheggiare uno studio

dialetto

napoletano K

Due
in this

Non pu

alludere ad altro con queste parole:


it

One work

dialect, for siich

is,

was described

tan egends
edition of

qui te in

my

me as a liistory of ancient neapoliway; and it proves to be a dumpy fat 12mo


to

Mother Goose's Tales

vith

mi/ old friends Puss in Boots, Blue-

beard, and almost the lohole stock of this veri/ collection. If this be the originai of this charminy book,
it

is veri/ cui^ious,

for

it

shows the righi of Xa-

ples to the authorship, but there are French editions very early
there are two
dates, booth

aho;

for

whether French or Italian, 1


to
llie

am

uncertain

of different

having claims

originai edition, each omitting some tales

which

the other has

(Journal of Sir

Walter

Scott, 1825-1832, from the

originai manuscript at Abbotsford (Edinburgh,


p. 873): sul dialetto

David Douglas,

1891,

napoletano,

cfr. p. 875.

V.

CUXTO DE

LI

CUXTI

E NOVELLISTICA COMPARATA

89

anni dopo, alcune fiabe del Basile venivano tradotte nei


Tales

and popular

fictions del
il

Keightley, e attiravano

l'at-

tenzione di J. E. Taylor:

quale

si

procur l'originale
col

da Xapoli e prese a tradurlo, dapprima


del

solo

sussidio

Tasso napoletano di Gabriele Fasano, poi con aiuti

datigli dal poeta Gabriele Rossetti, esule in Inghilterra, e,

finalmente, con quello della eccellente traduzione tedesca.


Il

Taylor, per altro, limit l'opera sua a sole trenta fiabe,


il

desiderando che
tutti.

libro

potesse andare per le mani di

Comparve
Il

la

sua bella traduzione in un volume, ora

assai raro e ricercato,

adorno

di disegni di Giorgio Cruikal

shank ^
dove
fa

Liebrecht

la

lod molto, nelle sue note

Dunlop,
tra-

parecchie aggiunte e correzioni alla propria


-.

duzione

Posteriormente,

si

avuta anche un'altra verfiabe

sione, o, meglio, riduzione tedesca di quaranta

del

Cuito de

li

cunti^; e una, altres, in lingua italiana, di


*.

sole diciotto

migliori lavori illustrativi del C'unto de

cunti sono in Italia, oltre lo studio dell' Imbriani (che con-

cerne

piuttosto

l'aspetto

letterario),

le

raccolte

di

fiabe

popolari, messe insieme dallo stesso Imbriani, dal Pitr, e

1 The Pentamerone, or the Story of sfories, fun for the little ones by Giambattista Basile, Translated from the neapolitan by John Edward Taylor with illustrations by George Cruikshank London; David Bo^e,

86 Fleet Street:
xvi-404).

Xe ho

and J. Cundall, Old Bond Street, 1843: in-16.o, pp. veduto, anni addietro, una copia nella Bodleiana di

Oxford: un'altra, nel British Museuiu, era segnata nel catalogo,

ma

mancava
2

nella biblioteca.
des Prinzen Thtul-

Geschichte der Proisadichtungen, pp. 515-8.

Der Pentamerone oder die Ermhlungen der Frauen

daus von Giambattista Basile.

Aus dem

Italienischen verdeutscht von

Paul Heichen ^Berlin, Neufeld u. Mehring, s. a., ma 1889). GiAx Alesio Abbattctis (Giambattista Basile), Fate
-

benefiche,

racconti per
zioni di

bambini, libera versione E. Mazzanti (Firenze, Paggi,


i

di

G. L. Ferri, con illustra-

90

GIAMBATTISTA BASILE E
altri

IL

C'UNTO

DE

LI

CUNTI

da

(dove

si

leggono frequenti confronti con

le fiabe

del Basile), e le diligenti ricerche comparative intorno a

temi novellistici, dovute in ispecial

modo

al

Rua.

II

Il

Basile raccolse le sue fiabe direttamente dal popolo,


attestato dalla fresca popolarit della loro

come

forma \

mai sarebbero potute essere le sue fonti letterarie? Con lo Straparola ha comuni soltanto alcune fiabe: Peruonto (I, 3) risponde alla novella prima della terza notte dello Straparola; Cagliuso (II, 4), alla prima delE, del resto, quali

l'undecima; Lilla

Leila

(V,~ 1), alla

seconda della quinta;

Li ciuco

figlie (V, 7), alla

quinta della settima. Ai quali

riscontri, gi notati

dal

Griram^, sarebbe da aggiungere


la

alcun altro, come quello tra


e l'altra di Cesarino di

novella di Cienzo
3),

(I,

7)

Berni (X,

che libera una prine,

cipessa destinata a essere pasto di

un mostro,
si

ucciso

il

mostro,

gli

spicca la lingua, della quale


si

vale in sguito

contro un contadino, che


cisore. Tuttavia,

vantava

di essere stato lui l'ucla

rimane sempre salda


i

conclusione dello
il

stesso critico

che, fatti

confronti,

si

vede chiaro che


^.

Basile scriveva indipendentemente dallo Straparola


Altri riscontri
diello
filiiim
(I,

si

possono notare con

altri autori.
:

Var-

4) la

novella del Morlino (XLI)


*.

De maire qum

custoditum reliquit
il

Ma un

racconto tanto popolare

perch

Basile avrebbe dovuto desumerlo dal Morlino? e

II

Taylor

(tratl. cit.,

p. x),

d'accordo col Keightley, congettura


Basile dov raccoglierle,

(senza che ce ne sia bisogno) che

il

non

solo a

Napoli,
2

ma

a Venezia e a Creta, dove ebbe occasione di soggiornare.


291;

Op.

cit., Ili, p.

ma
7.

si

corregga X,

1 dello

Straparola in XI,

1,

V, 5 del Basile in V,
3
*

Grimm,

op. cit.. Ili, p.

291.

H. MoRLiNi,

NovellcB, fabulcz, comcedia ^Parisiis, 1855), pp. 94-5.

V.

CUNTO DE

LI

CUNTI

E NOVELLISTICA COMPARATA

91

come avrebbe
contenuta

fatto poi a riatteggiarlo in


(II, 2)

modo

cosi popo-

laresco? Verdeprato

del tutto simile a

una novella
questo

neW Angita
di
:

Cortigiana de natura del cortigiano


riassunta a

(Roma, 1550)

M. A. Biondo, e che

modo

dal Passano

Narrasi come un gentiluomo, chia-

mato Pennaverde, per andare a ritrovare l'amata, passasse attraverso un tubo di cristallo: il quale, rotto ad arte dalla
sorella della ganza, gli lacerava le carni in

modo da

con-

durlo in

fin di vita,
^;

ed in qual maniera fosse salvato dal-

l'amante
cui

racconto, anche questo, assai popolare e di


(III,

noto gran numero di versioni. Rosella


in
alla
tutti
i

9)

ri-

sponde
tanza)
e,

particolari (salvo
di

uno

di

lieve
(e.

impor-

novella

Filenia nel

Mambriano

XXI);

qui, l'ipotesi dell'imitazione acquista qualche probabi-

lit,

quando

si

osservi che la

mancanza

nella novella del

Cieco, e anche in quella del Basile, di alcuni tratti popo-

comuni a tutte le versioni, fa pensare a un rimaneggiamento operato dal poeta nella fiaba popolare -. Checch sia di ci (e, in verit, le conclusioni del Rua sembrano ragionevoli), lecito sempre affermare con sicurezza che nel Canto de li cunti la corrente letteraria, se non proprio nulla, fu cosi esigua da potersi trascurare. Le variazioni, introdotte dal Basile nella tradizione, consistono, quasi soltanto, in ricami formali; e appena qua e l
larissimi e
si

sorprende qualche particolare non popolare, come, nella


ottava della quarta giornata,

novella

l'ingegnosa dipin-

tura della Casa del

Tempo
ital.

^.

Passano, Novell,

in prosa,

I,

p. 50.

Rua, Novelle

del Mambriatio del Cieco

da Ferrara (Torino, Loe-

scher, 1888), pp. 88-9.


3

Ncoppa
s^

la

cima de chella vwntagna trovarrai no scassone de casa

che non

ali ecorda

da quanno fa fravecata:
Bacca
vide colonne
rotte,

le

mura songo
e,

sesefe,

le

peda-

menta

fracele, le porte carolate, li mobele stantive,


e destrutta.

nsomma, ogni cosa cones-

zomata

dalla statue spezzate, non

92

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

C'UNTO

DE

LI CUNTI

Pochi dei trattenemientl del Basile non sono, propriamente, fiabe. Qualcuno novella faceta, come Lo com-

pare
si

(II,

10),

in cui

si

narra in qual

modo un brav'uomo
un
intruso. Li

risolva e riesca a scacciare dalla sua casa

(lu fratelli (IV, 2), storia della

varia fortuna di due fratelli,

uno ricco e
cittadina
di
si

vizioso, e l'altro
il

povero e virtuoso, piuttosto,

come osserva

Grimm, una novella morale. Alla novella


(I,

avvicinano altre narrazioni: Vardiello


effetto
6),

4),

un tesoro trovato da uno sciocco per


scioccheria;

della sua

stessa

La

serva d'aglie (III,

di Belluccia,

che, travestita da maschio,

dopo vari

tentativi, la scopre^ per

innamora di donna e

un

tale, che,

la sposa;

La

so-

perhia castecata (IV, 10), di un re che, disprezzato da una


principessina,
si

vendica col giungere a possederla e a


le

ri-

durla in vita miserabile, ma, infine,

perdona e

la sposa;

La

sapia (V,

6), di

una giovane donna, che, con uno


in

schiaffo
figliuolo

bene applicato, trasforma


del re,
il

uomo

intelligente

il

quale la sposa per vendicarsene,

le fa soffrire mille

strazi, per riconciliarsi, in ultimo,

con

lei,

come

nella no-

vella precedente. Tutti gli

altri
:

racconti appartengono al

regno delle fate


istrane,

e degli orchi

avventure strane, o anche non

sempre

o intralciate o aiutate dall'opera di quegli

esseri straordinari.

Le fate, come notano i Grimm, sono gli esseri buoni orchi o le orche, quelli cattivi e malefici. Se entrambe queste categorie di esseri extraumani portano nomi di origine latina, corrispondono, per altro,
e benefici, e gli

sennoce antro sano che

n''

armxi sopra la porta quartiata, dove


e

ice

vedarrai

no serpe che
sV
trasiita
e

se

mozzeca la coda, no ciervo, no cuorvo

na

fenice.

Gomme
de

drinto, vedarrai pe terra lime sorde, serre, fauce e potature, e


cerniere, co li

dento

dento candarelle di
dove
se leggeno:

nomme

scritte cornine arvarelle


e

speziale,

Corinto, Sagunto, Cartagine, Troia,


le

mille

autre citt iute alV acito;

quale conserva pe memo7'ia de

le

mprese

soie...

V.

CUXTO DE

LI

CUNTI

E NOVELLISTICA COMPARATA

93
o

nel carattere, alla gde o iceise


Riese della mitologia

Frau
^la,

al

iclder

Mann

germanica.

laddove nelle fiabe

tedesche s'incontrano, sovente, figure cristiane, qui man-

cano del tutto angeli, demoni. Madonna ^


altri

Il

demonio

esseri

maligni
si

sono nominati

talvolta,

ma

in

modo

vago, e non

presentano mai con personalit spiccata-.

Oltre gli orchi e le fate, hanno parte nei racconti del Ba-

tempo, i mesi (IV, 8; V, 2); uomini dotati di facolt prodigiose (I, 5; III, 8); animali fatati, come un asino che emette oro (I, 1), un dragone (I, 7), gatti (II, 4; III, 10), uno scarafaggio, un topo e un grillo (III, 5), uccelli (IV, 5) fate, orchi e principi, per capriccio o per destino trasformati in animali o in piante, in una lucertola (I, 8), in una cerva (I, 9), in una serpe (II, 5). in colombi (lY 5-, in una mortella (I, 2); oggetti forniti di strane virt, come un'erba che fa risuscitare i morti (I, 7), un cuore di animale o una
sile

alcune personificazioni, come

il

foglia di rose,

che fanno ingravidare

(I,

9: II, 8), ghiande,


1:

tovagliuoli, bastoni, anelli, datteri


1; I, 6),
il

(II,

1: I,

111,4: IV.

grasso della volpe o di un orco, rimedio per ma(li, 5;

lattie

mortali

II,

2): infine,

maledizioni
II,

di sicuri
III,
91.

effetti,

ai quali

arduo sottrarsi (Xtrod.;

il

7;

L'elemento etico
stributiva dei premi
meriti,

solito

delle fiabe:

infallibilit
i

di-

e delle pene,

secondo

meriti e

de-

non senza una certa

ferocia di procedimenti o

una
so-

certa assenza di scrupoli, che sono


ciet lontana o primitiva.

come

ricordi di

una

Geimm, introd.
Si veda, p.

alla traduz. del Liebrecht,

I,

pp. x-xi: cfr. sulle


I,

fate e gli orchi, Deutsche Mythologie* ;;Berlino, 1875-8;,


2
e.. Ili, 9,

pp. 340-3, 402.


.

gare la norma a

lo

dove la Gran Turchessa muore e va o jmche V aveva mezzato Varie . e il Gran Turco mastro
,

va

a causa cauda

(inferno), e Kosella si fa

cristiana

e via di-

cendo.

94

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

III

Il

Canto de

li

cunti serba versioni


di

importanti

e, rela-

tivamente, antiche

molte

novelle tipiche, possesso co-

mune

dei pi vari popoli.


al

Parecchi dei suoi racconti appartengono

gruppo della
la

iiaba pi famosa, e pi ricca di storia, che

fiaba di

nono della giornata prima narra di Luciella, la quale, recandosi ad attingere acqua, incontra uno schiavo,
Psiche.
Il

che la invita a seguirla, facendole


e,

le

pi belle promesse;

attraverso una grotta, la conduce a un grandioso pa-

lazzo sotterraneo, dov' magnificamente accolta e servita.

La
e

sera, adagiata in
,

d'oro

nel quale,

un letto, tutto racamato de pente a lume spento, le si viene a coricare


le

a lato un essere sconosciuto. Alcuni giorni dopo, recatasi a rivedere la sua femiglia, dalle invide sorelle
in

messo

mente

il

pensiero di scoprire chi sia colui che le dorme

accanto;

e,

insieme col consiglio di gettare via, fingendo

di berla, la
le

bevanda

o sonnifero, che lo schiavo le porge,

dato un catenaccio, che, aperto, servir a mettere fine

all'incanto. Luciella esegue tutto

appuntino, e scopre acil

canto a s un bellissimo giovane; ma, nell'aprire

cate-

naccio, le appare subito la visione di parecchie donne che

portano del

filato;

e,

cadendo a una

di queste

una matassa,
si

essa grida che la

raccolga; al che lo sposo

sveglia,

si

adira, la fa rivestire dei vecchi cenci e la discaccia. Scacciata

Luciella erra pel mondo, fintanto che non capita al palagio di un re, dove accolta per compassione da una damigella di corte e dove partorisce un bel bambino. Ma, di notte, mentre tutti dormono, entra nella stanza, a ora fissa, un giovane, che mormora al bambino alcune misteriose parole. La damigella ne d avviso alla
altres dalle sorelle,

regina; la quale, postasi in agguato, sorprende

il

giovane,

T.

CUNTO DE
il

LI CUNTI

E NOVELLISTICA COMPARATA
lo

9
cescol-

riconosce in lui
sato,

proprio figliuolo,

abbraccia

con

ci, l'effetto della

maledizione onde era stata

pita da

un'orca, lo riacquista per sempre; e Luciella lo


il

sposa.
si

Anche

trattenimento quarto della quinta giornata

riferisce alla stessa fiaba: Parmetella,

cercando

di

sra-

dicare una pianta d'oro in un bosco, introdotta in un'abitazione meravigliosa e ottiene un marito
misterioso, che

essa perde in pena della sua curiosit e riacquista dopo

grandi tormenti e grandi prove. Alcuni particolari tornano

anche
2,

in altre fiabe;
il

come

l'invidia delle due sorelle

(II,

3),

giovane che, scoperto, fugge abbandonando


5);

la

sposa

(li,

e via

dicendo ^
il

La non meno
da Zezolla
(I,

celebre Cenerentola (alla quale

Perrault

dette poi cittadinanza nel regno dell'arte) rappresentata


G),

che, dopo avere, per

istigazione
il

della

sua maestra, ucciso la madrigna e indotto

padre a spo-

nuova madona drigna e dalle sue aspre una pianticella, che le rende possibile di trasfigurarsi come le piace; onde, splendidamente abbigliata, va ai medesimi festini dove vanno le sorellastre, e innamora di s un principe, il quale la segue e rintraccia, finalmente, per mezzo
sare colei, tenuta in non cale e maltrattata dalla
figliuole.

Ma un'amica

fata le

di

un

chianiello, di

uno zoccoletto, che


Antuono,
il

le

era caduto per via.

Altri racconti fanno

parte del ciclo dello sciocco for-

tunato; che

ora,

quale riceve da un orco


li

tre oggetti fatati, e, perdutili dapprima,

riacquista

(I, 1);

ora Peruonto, che riceve la fatazione del pronto adempimento di ogni suo desiderio (I, 3); ora Vardiello, che

manda a perdizione la tela della madre e trova in cambi) un tesoro (I, 4); ora Xardiello, che, tre volte inviato dal
1 Per le versioni di questa favola, si veda l'introduzione del Menghini alla Pnclie di Francesco Bracciolini (Bologna, Romagnoli, 18S9;,

pp. xcni-cxxi.

96

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUXTO DE

LI

CUNTI

padre a mercatare, compra una volta

un

topo, un'altra

uno scarafaggio,
fortuna
(III, 5);

e la terza

un

grillo,
il

cagioni poi della sua

ora Moscione,

quale, scacciato dal padre,

s'imbatte in quattro
gii

persone diversamente virtuose, che


i.

fanno guadagnare grandi ricchezze


Sole,

Luna

Tedia (V,

5) stata

studiata dal
,

Grimm

in

relazione alla fiaba germanica di Dornroschen la quale, in

compendio, questa:
dici fate sono

Nasce una
alla festa, e

figliuola a

un

re, e do-

invitate

innanzi a ciascuna

posto un piatto d'oro. Allorch undici hanno gi pronun-

vitata; la quale,

una tredicesima fata non innon trovando pronto il piatto d'oro, predice che la bambina morrebbe per la puntura di un fuso. Ma la dodicesima fata, che non ancora aveva parlato, miziato le loro fatagioni, entra

tiga la maledizione nel senso che la giovinetta, per la pun-

tura del fuso, sarebbe caduta in


anni.
Il

un sonno da durare cento

re vieta

fusi nel

suo reame;

ma

la fanciulla, a

quindici anni, facendo un'escursione, giunge a una torre in


rovina, dove

una vecchierella

fila;

stende la

punge mentano
si

cade in un profondo sonno.

mano al fuso, E con lei s'addorcresce uno

tutte le genti del castello, tutti gli animali, peral castello,

fino

il

fuoco nella cucina. Intorno


folto

spineto cosi

che

nessuno
il

pu passarvi attraverso.
.

Dopo

molti anni, arriva


il

liberatore

L'attinenza di que-

sta fiaba (dice

Grimm) col mito di Brunilde evidente. Il nome medesimo Dornroschen richiama la spina, con la quale Odino punge la valchiria Brunilde e la immerge nel sonno. Chiusa nell'elmo e nella corazza, dorme la valchiria, in una stanza inaccessibile e circondata di fiamme, sul monte Hindar. Era riserbato a Sisrurd di trarre fuori

Per

le

versioni della novella dello sciocco, A. de Gubernatis,

Storia delle novelline lopolar (Milano, Hoepli, 188B), pp. 61-87, e Florilegio (ivi), pp. 139-156.

V.

CUXTO DE

LI

CrNTI

E NOVELLISTICA COMPARATA
il

97

la spina, e

destare e sposare Brunilde. Si noti che

nome

di Hijrgfn,

imi datrix, con cui

ella

chiamata,
filatri.r,
.

si

potrebbe

intendere qui piuttosto nel senso di


le valchirie,

perch tutte
apre an-

come

le

parche, filano

In Francia, Dornsi

roschen la Belle au bois dorrnant, fiaba che


ch'essa con la scena del battesimo; senonch,
del sguito e gli animali
si

le

persone
s stessi,

addormentano non da
si

ma
un

al tocco di

bacchetta della fata. Dopo cento anni, giunge


alberi gli fanno largo,

figlio di re, gli

accosta alla
lei,

bella, s'inchina e la sveglia, e passa


gli partorisce

due anni con


e

che

una bambina, Aurore,

un bambino, Jour.
salvati.

La

fiaba narra, in ultimo, le persecuzioni della vecchia rei

gina contro

due bimbi e come questi vengano


hi

Xel

racconto del Basile, manca


culla
si

scena
i

delle fate: intorno alla


e

presentano soltanto

saccienU

nevine

sa-

pienti e gl'indovini, e predicono la morte per

mezzo
si

di

una

aresta

(lisca) di lino.

La scena

delle fate

trova, in-

vece, con altri particolari del racconto, in un'altra fiaba


(II, 8),

dove

si

parla di sette fate, l'ultima delle quali, acla

correndo per vedere

neonata,

si fa

male a un piede

e le

infligge la maledizione che a sette anni

debba morire per

un pettine che
e
il

la

madre

le

lascer nei capelli. Sole,

Luna

Talia continua press'a poco


re,

come

nella versione francese:


le si

morta

la figliuola

a cagione della lisca che

conficcata nel dito, la colloca sopra un trono e abbandona

un altro re, che va a caccia in quei luoghi, inseguendo un suo falcone che si posato sopra una delle
il

palagio;

finestre del castello

abbandonato, entra

e trova Talia dor-

mente,

e,

invaghito della bellezza di


Talia,

Dopo nove mesi,

due bimbi, che le fate le cercando essi il petto materno,


lo

gode e riparte. sempre addormentata, partorisce appendono al petto; ma, un giorno,


lei, la

le

prendono invece
si

il

dito,

succhiano, ne fanno uscire la lisca, e Talia


si

sveglia.
di

La

fiaba

chiude col ritorno del

re,

che promette

venire a

98

GIAMBATTISTA BASILE E
i

IL

OUNTO DE

LI CUNTI

ripigliare

bambini, e coi vani tentativi della regina madre

contro di

essi,

Quel che mi sembra notevole in questa veril

sione (conclude

Grimm,
il

dal quale ho tolto, in parte espo-

nendo
due
stello

e in parte

traducendo, l'analisi di

questa e

delle
il

fiabe seguenti),
;

falcone, che, volando, indica


(e.

caSi-

perch

egualmente nel Volsungara


si

24),

gurdo, quando
sfugge
lo

avvicina
si

al

luogo dove giace Brunilde,

sparviere e

situa sulla finestra della torre, e

Sigurdo, perseguitandolo, trova la valchiria dormente: in

questo punto,
mili in

due racconti, diversi nel

resto,

sono

si-

modo

sorprendente. Anche la gelosia della regina

per Talia richiama quella, tra

Gudrun

Brunilde; e
tutto
il

il

sonno di Talia nel castello risponde di

punto

al

sonno della valchiria.


dai

Un

bel particolare
i

risveglio, pro-

dotto dagli inconsapevoli poppanti:

momenti

del giorno e dagli

nomi dei bimbi, presi astri, sembrano tradire esgermaniche


nella fiaba

seri divini del

paganesimo
le

Altro riscontro con


del
re di

tradizioni

Autamarina

(IV, 5;, che, sforzata

una giovane,

l'aveva poi fatta murare in uno stretto carcere.

La
la

gio-

vane

protetta da

un
il

uccello, che

una

fata,

quale
ella

provvede a nutrirla e ne ha ogni altra cura. E, quando


partorisce, fa
si

che

bambino esca dal carcere,


Il

capiti

nella cucina del re e sia, poi, chiamato a corte.

re gli

mette amore;
il

ma

la

regina

lo

odia istintivamente e persuade

re a imporgli compiti impossibili e a spedirlo a imprese

di

gran

periglio, dalle quali, sorretto dall'uccello-fata, esce

sempre incolume
aria, e l'uccello
grifi
;

e con onore.
li

Il

re gli chiede tre castelli in

fa fare di

cartone e trasportare da tre

gli

chiede che accechi una maga, che s'era impadrol'uccello fa eseguire

nita del suo regno, e

l'accecamento

da una rondine

gli

chiede che vada a uccidere un gran

'

Introd.

cit.,

I,

pp. xii-xvi.

V.

CUNTO DE

LI CUNTI

E NOVELLISTICA
e,

COMPARATA

99

dragone, fratello della regina,


dall'uccello,
il

dragone viene assopito

merc un'erba fornita e ammazzato. Alla


;

morte del dragone, muore


nosce
la

altres la regina

il

gio\'ane rico-

madre, che

il

re sposa, e l'uccello
il

si

cangia in una

bellissima donzella, che sposa

giovane. Quanto alla regina

madre, che, per venire risuscitata, dovrebbe essere bagnata


nel sangue del dragone, essa rimane

ben morta. Questa

fiaba ha grandi somiglianze con la leggenda di Sigfrido.

La

nascita segreta,

il

basso servigio presso

il

cuoco, ricordano

l'infanzia dell'eroe

germanico.

servito

da un uccello;

particolare che ricorda quegli uccelli, di cui Sigfrido co-

nosce la lingua e che


adirata
colui
si

lo

aiutano di cousigli. La regina


e,

riscontra in Brunilde

insieme, in Reigen, che

che spinge Sigfrido

alla lotta col

dragone.

Il

dra-

gone, anche nella leggenda di Sigfrido, fratello della regina, e le vite dei due sono legate tra loro: la regina vuol
essere bagnata nel sangue del dragone,

come Reigen chiede


Chat
botte,

quello del cuore di Fafner

i.

Cagliuso

(II,

4)

rappresenta
il

la fiaba del

gatto stivalato;

ma

tratto degli stivali, che

appare nella

versione francese, non essenziale. La pi antica versione,

che

ci sia

serbata di questa fiaba, nello Straparola (XI,

1).
fi-

Una donna, venendo


gliuoli

a morte, lascia a! primo dei suoi


,

un

albuvlo

al

secondo una
. I

panara
la

al

terzo una
stito
i

gatta soriana
oggetti,

due primi,
alla

col dare a pre-

loro

campano

meglio

vita;

ma

il

non sa che Senonch l'animale era fatato, e diventa il protettore del giovane. Prende, una volta, una lepre e la porta al re come offerta del suo padrone; onde ha in cambio
terzo, Costantino,
tagli in retaggio.

cosa farsi della gatta, tocca-

commestibili e pu

approvvigionare Costantino. Un'altra

volta, consiglia costui di gettarsi in

un fiume presso

il

pa-

Kinder und Hausmrchen,

III, pp. 292-3.

100

GIAMBATTISTA BASILE E IL

CUNTO DE
e,

LI CDNTI

lazzo reale, e poi grida all'aiuto;

facendo credere alla


il

gente accorsa per ordine del


assalito e spogliato
Il re,

re,

che

giovane

sia

stato

da ladroni, ottiene vesti e ricchi doni.


sia

venuto nella credenza che Costantino


la quale,

un gran

si-

gnore, gli d la figliuola in isposa. Partono gli sposi, preceduti dalla gatta
la
;

con abile stratagemma, induce

gente dei luoghi, per dove passa la comitiva, a dire che

tutte quelle sono terre di

messer Costantino. Finalmente,

mena gemma,
lo

a un bel castello, del quale, per lo stesso stratafa

che sia creduto padrone; e padrone effettivo


il

il

giovane ne resta, essendo morto nel frattempo


prietario.
sul trono.

vero pro-

Muore

poi anche

il

re, e

Costantino gli succede

alla

Nel Cagliuso, manca l'incidente della caduta

nel fiume, che sostituito da

un

invito del re e
il

da una

andata

al

palazzo reale. Diverso anche

finale: Cagliuso

promette

gatta che, quando verr a


la

morte, la far
la

imbalsamare,

metter in una gabbia d'oro e

terr

sempre nella propria stanza. Ma, qualche giorno dopo,


essendosi la gatta finta morta,
l'ingrato ordina di pren-

derla per un piede e gettarla dalla finestra.


recitato

Onde

quella,
e l'ab-

un solenne rimbrotto,

gli

volge

le spalle

bandona.
di

questa versione

si

avvicinano

altre, raccolte

recente, toscane, siciliane, abruzzesi'; in

una, fioren-

tina^,

mutato soltanto

il

finale, facendosi
il

pagare all'inegli
si

grato

la

debita pena, cosicch, sparito

castello,

ritrova in

una cantina, con

la

sposa accanto e senza aver di


il

che mangiare. Nel racconto del Perrault,

gatto richiede al

suo padroncino un paio di stivali; calzato dei quali compie


le

sue imprese, e

gli acquista, in

ultimo,

il

castello posse-

duto da un orco, che egli persuade a trasformarsi in topo


e divora sbito.
Il

Grimm

riferisce

una

fiaba norvegese^

PiTK, Novelle popol. toscane, n. XII, La golpe,


Imbriani, Novellata fiorentina (Livorno, 1877), n.

X.

V.

CUNTO DE
si

LI C'UNTI

E NOVELLISTICA COMPARATA

101

nella quale
in

trovano

particolari cosi dei regali portati

nome del padrone come del viaggio attraverso le terre altrui. Anche in quella, la gatta s'introduce nel castello di
uu
Troll-, e,

quando

il

Troll sopraggiunge, lo tiene a


al levarsi

bada
Troll
la

con chiacchiere, fintanto che,

del sole,

il

scoppia. Infine, la gatta chiede al padrone che


testa.

ti

le tagli

Non

sia

mail

dice costui.
.

Tagliami

la testa;

se no,

cavo

gli

occhi

Malvolentieri

le taglia la testa;

e la gatta diviene

una bellissima principessa, che


(II, 6)

gli con-

cede

la

propria

mano \
e

Due
si

fiabe: L'orza

La Penta manomozza
alla

(III, 2),

ricongiungono

al ciclo della

Fanciulla dalle mani tron-

che. Nella prima,

un

re,

che ha promesso

moglie mo-

rente di non prendere donna che non sia bella

come

lei,

non trova
tato avuto

di

pari

bellezza se

non

la

propria figliuola e
di

pretende sposarla;

ma

costei, per
si

mezzo

un legnetto

fa-

da una vecchia,

trasforma in orsa e

gli sfugge.

un re vedovo vuole sposare la sorella Penta; la quale, avendo saputo che il fratello si era specialmente invaghito delle mani di lei, se le fa tagliare e gliele manda in un bacile. Preso d'ira, il re ordina che Penta sia messa in una cassa impeciata e gettata a mare. La cassa tirata
Nella seconda,
alla riva

da alcuni marinai; senonch,


e rigettare nelle onde.

la

moglie
fii

di

uno
re

di essi, per gelosia della bellissima Penta, la


di

rinchiudere
il

nuovo

La

raccoglie, infine,

di Terraverde, che

conduce Penta alla sua corte, e, quando la regina muore, la sposa in seconde nozze. Penta, mentre il re in viaggio, partorisce un bel bambino; e, manmarito per mezzo di un raessaggiero, questi capita proprio nella casa della malvagia moglie del marinaio, e, per nuova perfidia di colei, scambiate le let-

dandone l'avviso

al

tere che portava, perviene alla corte

il

folso

ordine del re

Introd.

cit.,

pp. xvi-xxii.

102
di

GIAMBATTISTA BASILE E
il

IL

CUNTO DE
1

LI C'UNTI

bruciare Penta e
si

bambino.

consiglieri regi, tocchi

da compassione,
la

limitano a discacciarla. Raminga, essa

giunge, dopo molte traversie, alla casa di un mago, che

prende a proteggere. Costui

tesse venirgli innanzi a

un bando che chi poraccontare la pi grande sventura,


fa

avrebbe avuto

in
il

premio una corona


il

uno

scettro.
il

Giunquale

gono insieme

re fratello e

re marito di Penta,

aveva scoperto, intanto, l'inganno tessuto contro s e la sposa innocente; e narrano le loro storie. Cosi Penta viene
riconosciuta,
rito.
e,

conciliatasi col fratello, se

ne torna col ma-

Il

ciclo di questa taba (studiato, principalmente,

dal D'Ancona, dal Wesselofsky, dal

versioni e riscontri

Puymaigre e ricco di romanzo francese la Manekine, nella nel


fglia del

Rappresentazione di Santa Uliva, nella Storia della


re

di Dacia, nel Victorial del Dias

de Games, ecc.), ha
il

tre diramazioni.

La prima
di

di esse contiene

racconto del-

l'amore incestuoso, delle mani tagliate, del gettamento a

mare

e del

matrimonio

Penta, continuando poi con le

persecuzioni della madrigna o di altra donna.

La seconda

contiene soltanto la storia di queste persecuzioni, con molte


varianti. Nella terza, sparito
il

motivo dell'amore ince attribuita a cause di-

stuoso, e l'amputazione delle

mani

verse

IV

Entreremo noi
della

in dissertazioni sull'origine di ciascuna

di queste fiabe, o, in genere, di tutte le fiabe, e sulle cagioni

comunanza

di esse presso vari popoli?

Rifaremo

la

storia delle teorie, mitiche, antropologiche e storiche, che si sono disputate il campo di queste indagini? Tale non

Si

veda per tutti

De Puymaigre,

Folklore (Paris, Perrin, 1SS5),

pp. 253-277.

V.

CUNTO DE
il

LI C'UNTI

E NOVELLISTICA COMPARATA 103


ristretto a

pu essere
giare
il

compito del nostro studio,

lumeg-

libro del Basile nella sua genesi e nel suo carattere

letterario, e a definire soltanto

l'importanza che

gli spetta

come documento per


di esse abbia
il

la novellistica

comparata. Se tutte o

quasi le nostre fiabe provengano dall'India, o se ciascuna

suo particolare luogo d'origine; se tutte

quasi siano residui di miti naturalistici, o non piuttosto


echi della vita primitiva e selvaggia del genere
infine, se

umano
;

o,

ciascuna abbia

il

suo particolare significato

sono

questioni, senza dubbio, assai attraenti,

ma

che non pos-

sono essere agitate,

molto meno risolute, a proposito di


i

uno solo
verle.

(e sia

pure tra

pi antichi e ragguardevoli) dei

molteplici documenti, che conviene interrogare per risol-

ILLUSTRAZIONI

DOCUMENTI

LSTOEXO ALLA BIOGRAFIA DEL BaSILE

Che
dove

la patria del Basile fosse Napoli, risulta dal

brano auto-

biografico delle Avienturose disatienture (la cui scena a Posilipo),


detto: Saprai,

dunque, che in prima


al

io

gli occhi apersi

In questa propria riva


1715, p. 92,
tista

chiaro giorno

La

nascita a Giu-

gliano, affermata da F. S. Santoko {Scuola di canto fenno, Napoli,


cit.

da L. Molinaro del Chiaro nella rivista GiambatII,

Basile, a.

n.

'),

da A. Basu-e, Memorie storiche della


]).

terra di Giugliano (Napoli, 1800,

151), si

fonda sopra un equi-

voco, occasionato dal fatto che la

tomba

del Basile si

vedeva nella

chiesa di Giugliano.

Vaghi

e contradittor

sono

passi delle opere del

B., in cui si

allude all'et

dell'autore. Io

ho
il

1575 circa, considerando che

come data Basile fu compagno


fissato
il

di di
si

nascita

il

scuola del laure nel

Cortese

Viaggio di Parnaso, IV, 40), e che

Cortese

1597 (L. Settembeixi, in Xuova Antologia, 1874, voi. XXII, pp. 951-2), il che, supponendo che la laurea fosse ottenuta a ventun anno, ci

menerebbe
di

al 1576. Al

qual tempo

ci

intorno all'et dell'Adriana, che nel 1615 trattava

conduce anche quel che si sa matrimonio il

un

figliuolo, sposatosi

poi nel 1619; donde parrebbe che essa


il

non potesse nascere molto dopo


pp. 207, 246, 291).

1580:

ma neppure

molto prima,
cit.,

perch nel 1625 dava ancora in luce

figliuoli

(Ademollo, op.

ignoto

il

nome

del padre del Basile

la

madre

si

chiamava
{Od'',

Cornelia Daniele; cugino era l'ecclesiastico Alfonso Daniele


p. 203: cfr. la

dedica di G. A. Farina per

la 2."

edizione del Cunto

106
de
li

GIAMBATTISTA BASILE E
cuti,

IL

CUNTO DE
sorelle,

LI CUNTI

Napoli, 1G37). Delle

tre

Adriana, Vittoria e
e Francesco, abforse,
6.

Margherita, come anche dei due

fratelli,

Lelio

bondano

notizie nei

documenti pubblicati dall'Ademollo. Ma,


cugino
:

Francesco era

fratello

cfr.

Teatro delle glorie, p.

Qui

anche notizie

di

un

altro

fratello,

Giuseppe. L'Imbbiani
del Basile,

(op. cit., I,

38-9) include nella parentela,


rella

come bisnonna
li

una Chia-

Usciolo, fondandosi sul Cunto de

cunti, II, 1;

ma
I,
;

quello

un nome

fantastico: cfr. Sgedttendio, Tiorba a taccone (ed. Pore,

celli, p.

199),

per

altri simili

nomi, Cunto de

li

cunti,

9.

Le peregrinazioni
tra
il

del Basile avvennero

prima del 1608


gli

forse,

1600 e

il

1608.

Da un madrigale
un
il

per l'Armida, tragedia del

vicentino Ludovico Aleardi, e da


pici

altro
cfr.

per

Accademici Olimfermasse an-

(accademia sorta circa


I,

1590:

Quadrio, Storia e ragione


si

d'ogni poesia,

112), si

potrebbe supporre che egli

che a Vicenza, prima del 1609, nel qual anno quei madrigali sono
raccolti in

volume. Nelle lettere napoletane del


sti

Basile

si

legge:

aggio fatto

quatto pile a

la

guerra de Shiannena (Fiandra)

ma

forse si tratta di un'affermazione scherzosa,

non avendosi

altra

notizia che egli guerreggiasse in Fiandra.

Tra

le odi

composte dal Basile in Candia, ce n' una per


il

l'ar-

civescovo Luigi Grimani (Ode, pp. 47-8):

Grimani fu
III, p.

eletto ar-

civescovo nel 1604 (Moeosini, Istorie veneziane,


reggi Gams, Series episcoporum, p. 401).

303; e cor-

Forse tra

il

1G08 e

il

1609 da porre

un
le

viaggio, che

il

Ba-

sile fece in Calabria,

trasportato dal desiderio di veder le pel-

legrine vestigia della


dell'altra

Magna

Grecia,

come
e,

meravigliose ruine

veduto avea

(Ode, p. 49);

cio,

quando accompagn non sono anteriori


del 1609,
I,

lo Spinelli a Cariati.

Le

odi dirette a questo

al

1608 e

si

trovano gi raccolte nell'edizione


cit.,

Da un
che

luogo del Teagene (VIII, 48) I'Imeriam (op.


il

p. 53) ricava

B. dovette visitare le ferriere dell'Atripalda;

il

che ebbe luogo,

probabilmente, quando fu governatore in provincia di Avellino.

Nei Giornali dello Zazzera (ms.


cfr.

Bibl. Soc. stor. napol.,

f.

175

b.:

Arch. stor. italiano, IX, p. 534)

si

legge, sotto

primi di magabbia fatto


li

gio 1618:

Si dice che

il

nuovo principe

di Avellino

cavalieri della chiave d'oro, con provvisione di ciuquantadue ducati


il

mese.

Il

capo di quelli

il

cavalier Basile, con

li

alabar-

ILLUSTRAZIONI E DOCUMENTI
dieri
il

107

Nella dedica

al

Teatro delle glorie, in data 1 aprile 1628,


.

B. detto:

capitano di fanteria nel Reg-no di Napoli

sile,

Su Giambattista Caracciolo, al quale si deve il ritratto del Bacfr. De Dosu.nici, Vite (Napoli, 1843), IV, pp. 37-64, che lo fa
tip.

morire nel 1647, e A. Boezelli, Battistello Caracciolo, pittore (Napoli,

Ruggiano, 1893)

il

Basile ne cant le lodi in un'ode

{Ode, pp. 160-3). L'incisione fu riprodottane


gniti (Venezia, 1647),

Le

glorie degli Inco-

accompagnata da una
la

biografia, che

non ho
uomini

avuto occasione di ricordare, perch atfatto vuota. Cfr. anche la


rivista Giambattista Basile, III,
illustri del
1,

3;

Biografa

degli

regno di Napoli, edita da Nicola Gervasi (1813-20), dove


si

al ritratto

aggiunge una notizia

scritta

da G. Boccanera;

il

giornale dialettale
p. 58.

La ncunia

lo

martiello, di

Napoli (1868),

I,

II

BlBLIOGRAiriA DELLE OPERE ITALIANE DEL BaEILE

1. Il

pianto

della Yergine, Napoli,

per Tarquinio Long^o, 1608


pp. 303-5; D'Afflitto,
p. 68).

(cfr.

Chioccaeelli,
d. scritt. del

De

illustr. scri^for., I,

Mem.

regno

di

Napoli,

II,

Ristampa

di

Mantova, per

gli

Osanni, 1613, seconda

impressione;

nella
(sic)

quale gli editori dicono che fa


la
2.

quasi nella fanciullezza


.

prima volta mandata

in luce

Sonetto, innanzi ad Ambuogio Staibano,


poli, 1608.

Tempio eremitano, Na-

3.

Dei madriali
uelli,
1,

et

ode, Napoli, per

il

Roncagliolo, 1609 (Chiocca-

e;

Toppi, Bibl. napol., p. 130).

Costitu poi la prima parte della ristampa

Qui sono
d'Austria

le

odi per le nozze di Cosimo dei Medici con


Descrizione
delle
feste

mantovana del 161B. M. Maddalena


nozze dei Ser.mi

(cfr.

fatte nelle

reali

Principi di Toscana ecc. Fii-enze, Giunti, 1608); per l'ingresso dello Spinelli in Cariati e per
il

parto della moglie di lui

per la sorella Adriana

per Giuseppe d'Acunto, giureconsulto e dilettante scultore; per Gio-

van Berardino Azzolino, pittore e scultore; per lo scultore Giulio Grazia; per la morte di Ferrando de Castro, conte di Scelves; un madrigale per Giambattista della Porta, e

un

altro per Orazio Comite,

accademico Intronato.
4.

Le

avvetiturose disavventure, favola maritima di


il

Gio. Battista

Basile

Pigro,

Accademico Stravagante

di Creta, in Napoli,
I.

presso G. B. Gargano e Lorenzo Nuoci, 1611 (Chioccarelli,

e).

La seconda

edizione di Venezia, appresso Sebastiano Combi,

1612; e la terza di Mantova, per gli Osanni, 1613.

Tra

coloro, che

premettono

al

volume carmi
il

elogiativi, Giulio

Cesare Cortese, che vi scrive

un epigramma;

quale, insieme coi

ILLUSTRAZIONI E DOCUMENTI
due epigrammi composti per l'Adriana (Teatro
tra
i

109
pp. 131-2),

delle glorie,

rari saggi di versi italiani del C.

5.

Ottavio

Caputo, Relatiotie

della

pompa

funerale in

norte

di

Margherita d'Austria, Napoli, 1612 (ricordata dal Misieei Riccio,

Notizie biogr. e

bibl.

d. scriit.

napol.

fior,

nel

s.

XVJI.

cui notni cominciano con la lettera B, Napoli, 1877,


T. Costo, Meinoriale, Napoli, 1639, p. 86).
11
Il

p.

13: cfr.

B. contribui con tre sonetti, due


1.

anagrammi

un madrigale.
libro

MiNiERi Eiccio,
e

e, ricorda anche del B. alcuni versi nel

Albero
delle

genealogia della famiglia Scorza, Napoli, 1611, e


e solennit fatte

una

Relatione

pompe

per

le

nozze del Cristianissimo Luigi


e

XIII

re

di Francia ecc., tradotta


italiano, Napoli, 1612.

da francese in ispagnuolo

da spagnuolo in

6.

Egloghe amorose

e lugubri,

Napoli, presso Gio. Domenico Ron1.

caglielo, 1612 (Chioccauelli,

e).

Ristampa

di

Mantova, 1613.

Dedicata a D. Marcello Fiioraariuo.


7.

Venere addolorata,

ivi (D'Afflitto,

1.

e:

cfr.

Croce, Teatri

d\

Napoli, p. 116). Ristampa di Mantova, 1613.


8.

Le opere poetiche
driali et
ode,

di

Gio.
e

Battista Basile

il

Pigro,

cio

Mn-

prima

seconda parte, Venere addolorata, fa-

vola tragica, Egloghe amorose e lugubri, Avventurose disavventure, favola

marittima, Pianto della Vergine, poema sacro, in


e

Mantova, per Aurelio


ducali, 1613.

Ludovico Osanni,

fratelli

stampatori

Nella seconda parte dei Madriali


cole poesie,
il

et

ode, si

trovano raccolte
le quali,

le pic-

composte fra

il

1609 e

il

1613.

Tra

sono odi per

Georgio, tragedia di G. B. della Porta, per


il

de Mendoza con Livia Sanseverino, per

il matrimonio di Giorgio nuovo vicer conte di Le-

mos:
e per

e odi,

epigrammi

madrigali per signori napoletani

spagnuoli

personaggi della corte ducale di Mantova.


di

9.

Rime

M. Pietro

Be-vibo

degli errori di tutte


le

le altre

imprestesti

sioni purgate, aggiuntevi

osservationi, le variet dei

Gio. e la tavola di tutte le desinenze delle rime, dal cavalier Battista Basile, nell'accademia degli Stravaganti di Creta e

110

GIAMBATTISTA BASILE E
deg'li

IL

CUNTO DE

LI

CUNTI

Otios di Napoli
1616.

il

Pigro, in Napoli, per Constantino Vi-

tale,

La
la

tavola delle desinenze

ha un frontespizio particolare, con

data del 1617.

10.

Rime
nali

di
e

M. Giovanni della Casa, riscontrate


ricorrette

coi migliori origi-

dal

cavalier

Gio. Battista

Basile, ecc., ivi,

1617.
11.

Rime
1617.

di

Galeazzo

di

Tarsia nobile cosentino, raccolte dal cail

valier Basile, dell'Accademia degli Otiosi. detto

Pigro,

ivi,

Prima
di Loffredo.

edizione delle rime del Tarsia, condotta con poca critica


1

e assai scorretta. Dedicata, in data di Zuncoli,

gennaio 1617, a Cecco

12. De'

madriali

et

delle ode,

Parte terza,
al

ivi,

1617.

Dedica in data del 20 febbraio


tro, odi pei pittori

Di Loffredo. Contiene, tra


la

l'al-

Stanzioni e Caracciolo, una per

morte del prel'esilio del

dicatore e letterato fra

Tommaso

Carafa

fl615), e
p. 227).

una per

Duca

di

Nocera

(cfr.

Arch.

star, ital.,

IX,

13. Osservationi intorno alle

rime del Bembo

e del

Casa con

la ta-

vola delle desinenze delle rime e con la variet dei

testi nelle

rime del Bembo


tino
et

di Gio. Battista Basile, cavaliere, conte paladi

gentilhuomo dell'Altezza

Mantova, nell'accademia
il

degli Stravaganti di Greti et degli Otiosi di Napoli


ivi,

Pigro,

1618.

Sono dedicate a Marco Scitico Altemps, arcivescovo e principe


di Salspurg (Salzburg"!, al quale l'a.
si

professa grato

per

li

favori

ch'Ella

si

degnata

di fare a

mia

casa, nella persona di

mio

fratello

14. L'Aretusa, idillio,

s.

1.

a.

La dedica a Marino
primo gennaio 1619
15. Il guerriero
>
.

Caracciolo

nella sua citt di Avellino, a


ai bibliografi.

L'opuscolo rimasto sconosciuto


a.

amante,

s.

1.

ILLUSTRAZIONI E DOCUMENTI
Dedica a Comizio Caracciolo, da Napoli,
sti

IH
1620.

maggio

Que-

due opuscoli

si

trovano nella Biblioteca nazionale


il

di Napoli.

16.

L'Eradeide

di Gabriele Zixa.no, Venezia, per


cit.,

Deiichino, 1623.

Cfr. IsiBBiAjji, op.

II.

pp. 213-4. Gli

argomenti

in ot-

tave sono del B.


IT. lnagini delle piv. belle

dame napoletane

ritratte dai lor

propri

nomi

in tanti anagrararni, Mantova, 1624.


Spinelli,

Dedica a T. F.

marchese

di Fuscaldo,

da Napoli,

mag-

gio 1624. In appendice:

Anagrammi

fatti a diversi >.

18.

Ode del cavalier

Gio. Battista Basile, conte

di

Toroue

e gen-

tiluomo dell'Altezza di Mantova,


ba, ecc., in Napoli, per Gio.

all'illustriss. ecc.

duca d'Al1G27.

Domenico Roncaglielo,

Contiene, oltre quelle gi i-accolte, odi pel ritorno del Marino in


Napoli, pel cardinal Borghese, per Nicola Barbarigo e Mario Trevisano,

per Alvaro de Torres, per Muzio Barone, pel

p.

Alfonso Daniele, pel

duca

di

Acerenza, e per

altri.

19. Descrittione

dell'apparato di S. Giovanili fatto

dal fedelissimo

popolo napoletano, Napoli, 1626; altra simile Descrittione, del


1628; altra, del 1631.
In queste e
alti-e

descrizioni di
si

apparati

sono composizioni

veda Minieri Riccio, op. cit., pp. 12-13. Il Mazzuchelli cita: Sacri sospiri, madrigali, Mantova, Osanni, 1630; che I'Imbriani (op. cit., II, p. 215) congettura non esser altro che i Madrigali spirituali, che si leggono dopo il Pianto della Vergine.
20.

poetiche del B. Per altre bazzecole,

Teatro delle glorie della signora Adriana Basile alla virt


lei

di

dalle cetre degli Anfioni di questo secolo fabricato. in Ve-

netia et ristampato in Napoli, 1628.

Per questo

voi., si

vedano

Imiriani e

Ademollo, opp.

citt.

Vi sono

parecchie composizioni del B.


21.

Monte

di

Parnaso, mascherata
di D.

di

cavalieri

napoletani

"Un

M. serenissima

Maria

d'Austria, reina d'Ungheria, rap-

presentata, in Napoli, 1630.

112

GIAMBATTISTA BASILE E IL
I versi

CUNTO DE

LI

CUNTI

sono del B.
della

Cfr., oltre gli scrittori citati nel testo,

A. Fel-

LECCHiA,

Viaggio

Maest della Regina di Bohemia

d'Ungheria

(Napoli, Roncagliolo, 1630), p. 56.


22.

Epitalamio alla

JSI.

Serenissima di D. Maria d'Austria,

ivi,

1630.

23. Scelta di poesie

nelV incendio del Vesuvio, fatta dal sig. Urbano

Giorgi, segretario dell'eccmo conte di Conversano,

Roma,
Gio.

1632.

A
24.

pp. 41-2, due sonetti del B.


d' illustri

Rime

ingegni napolitani, raccolte dal


il

d.""

Dome-

nico Agresta, Venezia, per

Ciera, 1633.
i

Da

p. 117 a 136, dial n. 23.

ciannove sonetti del


25.

B.,

compresi

due segnati
riv.mo

Teagene, poema
conte di

del

cavalier

Gio. Battista
et

Basile napoletano
sig.re
il

Torone, AU'eminent.mo

sig.re

card. Antonio

Barberino, in Roma, appresso Pietro Antonio

Facciotti, l'anno 1G37.

La dedica
poema

dell'Adriana ha la data di

Roma,

10 marzo 1637.

Il

permesso di stampa, 10 aprile 1635.


I'Imbriani, op.
del
il

Si

veda

sulle fonti di

questo
il

cit., II,

pp. 416-28. Si noti, per altro, che


ivi

Tea-

gene e (ariclea
italiano,

Montalbano,

menzionato, non un
los hijos

dramma

ma

Tedgenes y Clariquea
(1602-1638); cfr.

de la fortuna, di Juan

PEREZ DE Montalvn
rado,
26.
p. 267.

il

Catalogo del

Barrer y Lei-

Di

tre

commedie,

il

Fileno. l'Eugenio, e

gV Innocenti
il

assoluti,

composte dal B. e non messe in istampa, fa cenno


eelli,
1.

Chiocca-

e.

27.

Quattro lettere del B.


nel Cunto de
li

ai

Gonzaga

di
I,

Mantova sono pubblicate


pp. sxxix-xl, cxcti-ix.

cunti, ed. Croce,


le notizie

28.

Per

le

opere dialettali,

bibliografiche sono state date


;

via via nel eorso del nostro studio


gula spaguuola,
si

per alcune poesie in

lin-

veda illustrazione seguente.

m
Poesie spagxxole del Basile

Negli Atti deir Accademia Pontaniana


1900), io detti notizia

di

Napoli

(voi.

XXX,

ed

estratti di

un canzoniere italo-spagnuolo

del Seicento. Questo canzoniere fu scritto, a pi riprese, da diverse

mani, tra
d'Italia, e

il

1625 e

il

1635, j^arte in Napoli e parte in altri luoghi

principalmente in

Roma; ma

era costituito originaria-

mente da una raccolta


di

di poesie spagnuole,

messe insieme per uso


di

Antonio Alvarez

di

Toledo

duca d'Alba e vicer

Napoli

(1622-1629).

Venne

dipoi in possesso dell'Adriana Basile, che v'in-

ser, e fece inserire, altre

composizioni, spagnuole e italiane, dirette


o,

a lei e alle sue figliuole, ovvero adatte pel canto

anche, di cui,

semplicemente, amasse serbare ricordo. Nella prima met del secolo decimottavo, appartenne al
ciolo; e ora
lo

duca

di

Martina Francesco Caracil

posseduto dal mio amico Vittorio Pironti,

quale

ritrov nella casa della sua famigha, a Montoro, in provincia

di Avellino.

Ricco, com', nella parte spagnuola di 139 componimenti, dei


quali

non molti (per quanto mi

fu dato vedere)

gi editi, questo
altri,

canzoniere prende posto importante accanto agli

che esistono

in Napoli, dello stesso periodo: accanto a quello di Mathias

Duque
Micia

de Estrada (illustrato dal Teza, dal Merime, dal Miola, dal Bonilla
e dal Mele), al

brancacciano

del quale

ha dato notizia
li

il

e agli altri minori,

che aspettano ancora chi

studi.

La

parte

ita-

liana altres cifre versi inediti o dimenticati di buoni poeti di quel

tempo; e

io

ne

trassi

nel Giornale storico e letterario della Liguria (voi.

cinque poesie del Chiabrera, che pubblicai li, n. 1-2, gen-

naio-febbraio 1901).

114
Per

GIAMBATTISTA BASILE E
altro, l'interesse

IL

CUNTO DE

LI

CUNTI

principale di esso sta nel fornire nuovi do-

cumenti

allo studio delle relazioni tra la poesia italiana e quella spa-

g'nuola del Seicento; studio nel quale sono da considerare


e

non solo

non tanto

g'

imprestiti di motivi e forme poetiche dall'una all'altra


le

letteratura,

quanto anche, e sopratutto,

somiglianze e differenze

nella fisionomia generale della produzione lirica dei

due popoli.
si ri-

Alcune delle poesie spagnuole, contenute nella raccolta,


feriscono alla societ napoletana.

Un Juan
e

Enriquez

(forse, Gio-

vanni Enriquez, marchese

di

Campi

reggente del Collaterale)

canta Chiaia, Mergellina e la collina di Posilipo; descrivendo le


gite quotidiane, che faceva col la societ elegante, sia in cocchi

sulla

spiaggia,

sia
:

in

gondole pel mare

celebrando

le

belle

dame napoletane

En En
che
egli

tronos de ruedas ninfas,


theatros de remos diosas;
(sul

chiama matadoras

quale epiteto,
ci.

cfr.

il

Viaggio a

Napoli
patria,

di G. V. Imperiale, ed. Barrili, Atti

Soc. ligure i storia

XXIX,

p.

572 sgg.). Altre poesie sono dirette all'Adriana,

che ebbe per elogiatori molti verseggiatori spagnuoli. Del resto,


cosi per le poesie spagnuole appartenenti alla raccolta

originaria

del duca di Alba,

come per
si

quelle aggiuntevi posteriormente, e


le

per

le

poesie italiane,

possono consultare
citata

tavole dei

capi-

versi,

che
i

io

ho dato nella mia

memoria.
e

Tra

poeti spagnuoli, che

hanno comxDosizioni nel volume


gli

che

dimorarono a Napoli, sono da notare

Argensolas,

il

conte di Vil-

lamediana

un capitano Alonso de

Ortigosa. Ricordo, di passaggio,

che un altro militare spagnuolo, preside e capitano di guerra nella


provincia di Terra di Bari, don Martin de Saavedra y Guzman,
pubblicava, circa quel tempo, un volume
nipe, a Trani, presso
il

di liriche

Ocios de Aga-

Valerij, 1633 (cfr.

Napoli

nobiliss., voi. VI,

1897, pp. 111-12). Libri spagnuoli di quel tempo, relativi a Napoli,

sono anche

il

Principe avertido y declaracion de las epigramas de


vispera de
1631)
il
;

Ndpoles por
poles,

la

San Juan

del Martnez de Hereeea (Nadi Juan

Scorigio,

El

monte Vesuvio

de Qoinones

(Madrid, 1632), e

Poema

herico a la passada ocassion de la peste

de Ndpoles di Sebastin Luzano de Cordoba (Cosencia, Ruffo, 1657).

ILLUSTRAZIONI E DOCUMENTI

115
in par-

Ma
vute
al

del canzoniere del

duca d'Alba a noi interessano


si

ticolare le sette

poesie spagnuole, che vi


;

leggono a capo, doi

nostro Basile

il

quale prende posto, per esse, tra


I

letterati

italiani,

che scrissero anche in lingua spagnuola.

Basile fu in

relazione (oltre che col Quevedo,

pp. 43-4), col Villamediana, che, in


gilio e

come si congetturato di sopra, un madrigale, loda quale Viret ode,

Mecenate insieme {Macriali


e,

parte

II, p.

18), e

con

Bartolom e Lupercio Leonardo


quali cucin
i

col figlio di costui Gabriele, dei

nomi

in

anagrammi {Anagrammi,

pp. 25-7) ^

Le

sette
:

poesie spagnuole, riprodotte nella grafia originale, sono queste

1.

Desdichada Alma mia, dime que


[haras?

Acabaras

la

vida? No, a

f!

Por tan

fiera

omicida? No. a f!

Una fiera adorar siempre queras? No mas! Segheras quien te offende? No mas Amaras una ingrata No mas Llamaras quien te mata? No mas!
!

Ahi, duelo eterno,

Huya huya

este infierno.

Afligidos mis ojos, no pudeys vos

Mis desdichas
Ahi, Dios!

llorar solo entre dos ?

Ahi, duro engano,

Que no pueden
dirne,

mil fueutes, ahi


[Dios!,

Huya huya
Una
Tigre
f!

aste dano.

Enganada Alma mia,


infiel

amer

Essalar

mi tormento,
lo

ahi DiosI,
!,

con tanta f?

Derramar

quo

siento, ahi Dios

No, a

Ahi
f!

triste suerte,
cei'ca es la

Consumeras tus dias? No, a

Cerca
2.

muerte.

Si
Si,

mi

Vida,
sois

si,

si,

si,

A
No

tu vista ardieute y pura


se

que

de mi querida.

yguala otra ermosura. No,


[^o ^'

De vos

sola bivo

amante,

No me agrada

otro sembiante. No,


[no, no.

Vos soys sola

mi esperan^a,
[no, no.

No

temeis de mi mudanva. No,


fuerte

Mi

desseo

mudar tan

No

podr tiempo ni muerte. No, no, no.

Agli Argensolas sono dirette due lettere di Giulio Cesare Cap.

paccio {Epistola.^, Napoli, 1616,

28 sgg.^.

116

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTl

Senor, quien

Alba

te llama,

El Alva apenas parece,

Mengua ya
Pues en
Son
las

tus resplandores,

efecto

mayores

obras de tu fama.

Como una fior de manana; Mas tu virtud soberana Nunca en su cumbre oscurece.
Alcofar derrama
el

El Alba cine sus sienes

Alba,
;

De

flores,

pompa

del prado

Tu

gracias y mil favores


los

Tu, de valor coronado,


Embidiosa
la tienes.
el

Al Alva

ruyssenores,

A
suelo
:

ti

la gloria

haze salva.

El Alba a labrar

Recuerda

el

hombre adormido
sentido
el cielo.

Alva y el sol pinta y dora Quanto bay debaxo del polo,


Si el

Tu

despiertas el

Ella es aurora d'Apolo,

levantarse en

Apolo

es de ti el

Aurora ^

Sigue

el

sol

a Celia mia,

Y* antes etc.

Y antes que salga el alva sale el dia.


Aunque negra noche
Sea de tinieblas cenida,
escura

Viendo

el

sol

que otra aurora

Le precorre su contento,
Sin Consuelo perlas
llora,

Viendo

el sol

vuestra ermosura,

Que
Pues

es

de zelo su contento,
a vos intento.

Celia, dulce

mi

vida,

el sol,

Luego aprieta su partida,

No

le

sigue qual solia,

Que

el

Alba

os pienca su ghia,

antes etc.

Callo en balde mis enojos,

Que

se

muda

etc.

Que

se

muda

es la

lengua hablan
[los ojos.

Obedecerte quisiera.

En
Que
Son

el

silencio

yo digo
el

Mi triste murir callando; Mas estos ojos llorando,


Declaran que por
ti

El mal que en
del secreto

alma

siento,

muera.

tormento
;

Sabe

el

mundo, aunque no quiera,


mis despojos;
etc.

estos ojs testigo


del callar

Quien

se lleva

Soy yo

amigo
enojos.

Que

se

muda

Quanto puedo mis

1 Per la venuta del duca di Alba come vicer a Napoli Vigente MoRAVEL, capitano di fanteria spagnuola, pubblic: A la venida del Exc.mo Sr. Duque de Alba al gohierno deste leyno, en Napoles, 1623

(Gallardo, Ensayo,

III, p. 885j.

ILLUSTRAZIONI E DOCUMENTI

117

Xo

supe ya conocerte,

No duren mas
Que
si te

tus enojos,

O
Si

fuente de mi alegria,

ofendi,

mi

bida,

no por desdicha mia


perdette.

Le pena a mi

erra devida,
ojos.

Quando yo vine a

Ya

la

pagaron mis

Ya Ya

te conozco, o

mi bivo
;

Ahi, de mi llorado he tanto

Fuego, que tiemblo y velo


te conozco, o

La causa de tu

disgusto,

mi

cielo,

Que puede

3^

sera bien justo


falta el llanto.

Que en penas de

enfierno bivo.

Cumplir por mi

Ya
Ya
En
Si

te conozco, o

mi fuerte

Acaben ya tus desdenes,

Sostento, que soy cayda:


te conozco, o
lo3

Acaben ya

tus rigores,

mi bida,

Antes que acabe en dolores

bra^os de la muerte.

La Vida com mis


Confieso de
ti

bienes.

Tu

paz no huviera medida.


:

que adoro
el

no tu guerra provara

D'haver ofendido
Pero
el

pecho;

Ni tu riqueca estimara,
Si

fuego del mal echo


el oro.

no fuera empobrecida.

De tu piedad prueve

Ya conozco el bien passado. Ya que lloro el mal presente Ya desseo tu sol ardiente,
Que
es de

Buelva, buelva a quien te ruega,

Perdona est alma doliente:

Que

el cielo

a quien s'arrepiente
le

desden eclisado.

Nunca su

gracia

niega.

Acaben ya tus

rigores,
:

No hazeys que muera en dolores Mueva mi mal tu bondad,


Cara
Filis,

De mis tormentos y danos, De mis mal logrados anos, Quando cansada estars?
Cara
Filis,
el
el

piedad, piedad.

no mas, no mas
rio,

Si soys Si SQjs

mi bida, mi alma,
o querida,
la

Se quexa Se duele

viento.

Dadme,
D'amor
Pues,
si

Del dolor mio,


Del mal que siento:
Cruel sirena,

palma.

yo muera,
espera

Que premio

En darme
Cara
!

pena, no acabarasy

Tu

crueldad?
Filis,

Filis,

no mas, no mas?

Cara

piedad, piedad

118

GIAMBATTISTA BASILE E IL
Si

CUNTO DE

LI C'UNTI

de servirte deseo,

Si

en adorarle m'empieo,
f?

Porque desprecias mi
Cara
Filis,

porqu porqu?

Que premio esquibo, Qua amargo fructo

De

ti

recibo,

Congoja y luto;

Pues

fiera

muerte

De

tali

quererte yo sufrir;

Cara

Filis,

porqu porqu?

IV
Poesie spaese di G. C. Cortese

Nella prima edizione, fatta nel 1636, della giornata quinta del

Cunto de
nato
(si

li

cunti.

si

legge, in alcuni esemplari,


p.

come

si

accen-

veda sopra

50 n), \& seguente

Canzone de
Conziglio dato

i.o

Segsore Giulio Cesare Cortese.

da

lo Chiaiese

ad una persona che l'addemannaie qual

fosse

vieglio nzorarese o sfare senza mogliere.

Decette a

lo Chiaiese,

Che

saputo Tccote no tornese,


eie

ommo

e letterato

buono l'essere nzorato? Bonissimo (diss'isso), a la bon'ora. Si tu non si' nzorato e tu te nzora Aggio na gran paura (Io le decette) non desse de piatto A na mala ventura, Ed uzate, se puoie, p, da sso nietto: E di' eh' pezza che se p stracciare

E dimme:

Ed

isso disse:

tu

non

te nzorare

Se vao pe sti pentune, N'auzarraggio (diss'io) na spennazzoia, O farraggio a costiune E puosto ne sarraggio a na gaiola E nce vo bona agresta a scire fora! Ed isso me decette E tu te nzora
;
:

Vorr

ire sforgi osa

(Diss'io),

che nge vorr tutta la dote; Sarr na schefenzosa, Che scariglia farr chi de na vota: Io me ntorzo e non pozzo comportare.... E tu non te nzorare Responnette isso:

120

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CDNTI

(Io le decette), e

Starraggio sempre sulo puosto a no peritone,

Insto

comm'a

cuculo,
.

Chiagnenno de menestra no voccone; Ca na mogliere te n'abbotta ogn'ora


Diss'isso:

Frate, adonca, e tu te nzora


la casa,

Me

farr tanta figlie

(Io disse),

che iarranno pe
a coniglie;

lusto

comme

Starraggio sempre maie drinto

la vrasa,
.

Penzanno comme

l'aggio da

campare
.

Ed

isso leprecaie:

No

te

nzorare

cado ammalato. na panata o no cx'istiero? * (Diss'io), e abbannonato So dall'amice comme a no sommiero.

Ma,

se

Chi

me

fa

N' meglio tanno, arrasso

sia,

ch'io

mora?
.

-.

S' chesso (me respose), e tu te nzora

(Diss'io);

N'aggio granne appetito ma, s'have male cellevriello,

E me manna

a Gomito Chella che piglio, patre de l'agniello,

p torno a Forcella ad abetare.... . (diss'isso), e tu no te nzorare Voglio proprio sapere (Diss'io), da te e' hai lietto lo Donato,

Scumpe!

Dove m'aggio a tenere: Aggiome da nzorare o star squitato?

comme me resuorve, a la stess'ora, proveo de mogliere o de segnora Disse Chiaiese tanno: O ca pigile l'ammica o ca te nzui-e, Sempre baie quarche malanno. Ed baie cause de chianto e de dolure; E sto conziglio avere a mente puoie: Tutte so guaie, e piglia quale vuoie
Ca,

Me

SCOMPETURA.

Ricompare qui un motivo


Giordano Bruno

tradizionale, che era stato elaborato,


e,

tra gli altri, dal Rabelais {Pantagruel. Ili, 9)


{Il

presso di noi, da

candelaio. V, 24). Si veda nella recente edizione

di quest'ultima opera, data dallo la

Spampanato

(Bari, Laterza, 1909),

nota a

p. 212.

Ma

la

sconosciuta

canzone del Cortese

tra

ILLUSTRAZIONI E DOCUMENTI
le

ll'l

pi vivaci e belle

variazioni

del

tema.

Chi fosse

il

dottor

Chiaiese, ho gi detto di sopra a p. 38.


blioteca del

Aggiungo che
Istoria

nella bi-

museo

di

San Martino ho rinvenuto una rarissima


seguente
\

stampa del Seicento,


Xapolitana del
vertimenti che
pigliar moglie
dici pagine,
1
|

col

titolo

Ridicolosii>sima
(sic) gli

Dottor Pugliese
il

Dove

si

indendono
\

av-

detto Dottore
\

ad un giovane,

che desiderava
(s.

In Napoli

con licenza de' Superiori


;

d.,

di do-

con una rozza vignetta sul frontespizio)

la

quale con-

tiene

una trasfusione

e parafrasi in quarantaquattro
infatti
lo
:

ottave della

canzone del Cortese. Comincia,


Parlale no iuorno a

Dottor Pugliese,

Che utriusque iuris dottorato: Per cortea me cercaie no tornese, Ca canoscette ca stea nnamorato Ed io li disse: Te faccio le spese: Dimme si buono ad essere nzorato
:

Me

respose, decenno:

la buon'oi'a:
>

Si tu

non

si'

nzorato, e tu te nzora

Evidentemente, perdutasi memoria del dottor Chiaiese,

si

trov

opportuno sostituirlo con un nome


trazione.

diverso e di pi facile interpe-

Oltre la canzone,

si

leggono, nella stessa edizione del 1636,

due

sonetti,

proposta

al

Cortese e risposta di questo:

Tornatenne, Cortese,

e scaca priesto
;

Zo che de

le

vaiasse avisse scritto

Ca, se vedisse pe

na vota sdutto

Ste foretane, no starisse nsiesto. Ognuna addora cca de sottatiesto E non s'allorda quanno vace a mitto,

te danno no shiauro de zoffi-itto: Le tetelleca, e torna pe lo riesto. Prega no poco chessa Musa toia, Che te mmezza le crianze pesarise, Ca sarrai no poeta d'autro gusto: Autro grano avarrisse a la tremmoia, Autre strammuottole Nparnaso appise, Ca cca ne' zuco e non fummo J'arrusto.

122

GIAMBATTISTA BASILE E

IL

CUNTO DE

LI CUNTI

Passale

lo

tiempo, ch'io scriveva priesto:


.

Mo, frate, scacarrla quant'aggio scritto, Pe crepantlglla e pe bedere schitto Ca male fortuna no me leze a siesto. Stongo ielato, che nce vo no tlesto, Vedenno la vert ch' iuta a mitto: Ca manco na menestra de zofFritto Truove pe vierze penza mo lo riesto
;
!

Tu

ssi

vernoleia e canta a boglia toia, principe gran ne pesarise


:

Ashe panne a tagliare, e carape ngusto Ca io, perch bacante la tremmoia. Lo colascione a no sammuco appise,

E me

colano st'uocchie

comme

arrusto.

A me
di Giulio
tria,

pare che

il

primo sonetto non possa essere


il

di altri

che

Cesare Capaccio;
il

quale, dopo disgrazie sofferte in pail

verso

1616

si

era recato presso

duca

di

Urbino France-

sco Maria Feltrio della Rovere, che era altres signore di Pesaro,
e rest col fino intorno al 1623 (si
rico-critiche
degli storici napolitani,
di
ci, si
il

veda F. A.

Soeia,

Memorie
I,

sto-

Napoli, 1761, voi.

p. 131).

conferma

legge nella difesa della Vaiasseide, fatta


si

dallo Zito, che

Capaccio soleva raccontare che, quando egli


il

trovava ad Urbino, aio del principe ereditario,


tanto
il

duca gustava
diletto,

poema

della

Vaiasseide, e ne

prendeva tanto

che
pili

quasi ogni giorno ne voleva sentire cantare qualche ottava, e


volte ne rimase maravigliato e stupito (op.
cit.,

p. 289).

II

DUE ILLUSTRAZIONI
AL

VIAJE DEL PARNASO' DEL CERVANTES

D&W Homenaje

Menndez y Pelayo en

el

ano vigsimo de su profesorado,


voi. I,

Estudios de erudicin espanda (Madrid, V. Suarez, 1899),


pp. 16.1-193.

Il Caporali, il

Cervantes e Giulio Cesare Cortese

L'iinvenzione zie di Parnaso

dei

Viaggi
il

in

Parnaso
e

e delle

Noti-

ebbe, tra

Cinque

Seicento, grande

fortuna nella letteratura italiana, la quale, in quel tempo,

dava ancora l'intonazione

e la
di

moda

alle

altre

europee.

Pareva un modo assai arguto

esporre concetti morali,

politici e letterari, elogi o satire di

persone e di cose. Chi


di

volesse rintracciare l'origine e seguire gli svolgimenti

quella invenzione, dovrebbe fare capo alla letteratura quattrocentesca, se

non anche spingersi alquanto pi


al
il

in su

'

per ridiscendere poi


di questo e
i

Cinquecento, raggiungere sulla

fine

principi del secolo seguente,


",

roso dei Viaggi di Parnaso in poesia

gruppo numel'altro^ dei Rag-

Si vedano, intanto: F. Flami.m,

Viaggi fantastici

trionfi

di

poeti

nel voi. per Nozze Cian-Sappa Flandinet, pp.

279-299):

F.

Fof-

FASO, Ricerche letterarie fLivorno, 1897,


(in Giorn. stor.
p. 377).
2 i

pp. 171-184)-, G. B.

Marchesi

lett.

ital.,

XXVII,

pp. 78-93,:

A. Belloni

;ivi,

XXXI,

II

QcADKio menziona

[oltre quelli del Caporali e del

Cervantes)

Viaggi di Parnaso di Antonio Abbondanti di Imola 'Gazzette

memp-

pee di Parnaso, in terza rima. 1628), dell'Accademico


di Niccol Villani di Pisotia (1634) e di (ined. nella bibl.

Aideano, ossia
di

M. A. Virtuani

Piacenza
parte
I,

Ambrosiana)

[Storia

ragione di ogni poesia,

II,

pp. 561, 629).

126

DUE ILLUSTRAZIONI AL

VIAJE DEL PARNASO

guagli o Avvisi del Parnaso in prosa (massimo autore del

genere

il

Boccalini

'),

e seguirne le ultime manifestazioni,

sul principio del Settecento, nelle opere di Niccola

Amenta

e di altri ritardatari.

Nel qual tempo, fu


ai

tolta

di seggio

da nuove invenzioni, che servivano

medesimi scopi; co-

me
tres

quella delle notizie dall'Asia e dei viaggiatori cinesi e

persiani, che ebbe la sua opera rappresentativa nelle Let-

persanes del Montesquieu,


Pure, niente di organico e vitale venne fuori dalle tante

composizioni, che presero a soggetto


naturale. I

il

Parnaso.

la

cosa

mondi immaginari hanno fecondit quando vivono nell'animo umano, sia per effetto ligione o di altra tradizione, sia come spontaneo
stibile

estetica,

della ree irresi-

prodotto del nostro bisogno di foggiare e vaghegrealt superiore e diversa da quella che

giare

una

abbiamo

innanzi nella vita quotidiana. Altrimente, non che ad ispirazioni serie,

non possono dare luogo neppure


perch

alla satira e

allo spiritoso piacevoleggiare;

la satira e lo scherzo,

per essere

debbono rispondere a cose cui, non credendo noi, gli altri almeno credano, e le abbiano in qualche riverenza; tanto che interessino anche noi. Ma quale significato avevano per gli uomini di quel
efficaci,

tempo

e Apollo e le

Muse

e
il

il

Parnaso

l'Ippocrene e

il

Cavallo Pegaseo, e tutto

resto? Quelle, che furono gi

mitologie, erano diventate semplici metafore e forme di

linguaggio. Pigliare sul serio le


di

metafore,

farne oggetto

commozione

lirica o

di

rappresentazione drammatica,
salda. Scherzarvi
di necessit

era, proprio, trattare le

ombre come cosa


doveva riuscire

satireggiarvi intorno,

una

Lope de Vega

scrisse in prosa e in verso contro


il

il il

Boccalini

ma
cfr.

lo

elogiarono altri spagnuoli,

Gracin,

il

Quevedo,

de Mello:
p. 43.

A. Farinelli, in Eevista

critica de hid.

liter.,

gennaio 1896,

Sa

imitazioni spagnuole dei Ragqucujl,

cfr.

Antonio, Bibl. nova,

II, p. 114.

I.

CAPORALI, CERVANTES E GIULIO CESARE CORTESE

127

freddura. VeiTaiino ancora

momenti

storici

condizioni

sociali e morali, in cui poeti e scrittori sospireranno

com-

mossi

agli

splendidi Dei dell'Eliade, e Federico Schiller


e
il

comporr Die Gotter Griechenlands,


sofo-poeta Nietzsche
ginosa.
i

recentissimo

filo-

suoi brani di prosa

calda e imma-

Ma

codesti ritorni sentimentali

non erano roba da

quei tempi. Tutt'al pi, la materia mitologica poteva dare


luogo, allora, a un umile prodotto artistico, a una parodia
letteraria, diretta

appunto contro

pedanti, che

si

com-

piacevano in quelle frigide invenzioni per manco


vello.

di cer-

Motivo tenue, e presto esaurito.


tempi, e prevalenti nei
in fatto delle figura-

Senonch, pedanterie e freddure sono produzioni inevitabili

delle

letterature di
;

tutti

periodi di decadenza

come accadde

zioni del Parnaso, che furono coltivate e ammirate,


la letteratura italiana scendeva la sua china.
Il

quando

Cervantes,

il

quale non deve, di certo, all'ispirail

zione classica e italiana


rario,

meglio del suo bagaglio


la

lette-

perch sotto di essa scrisse


il

Galatea,

il

Prsiles

Sigismnnda e
a

Viaje del Parnaso: ha indicato egli medeil

simo, pi volte ^

modello italiano, che


s'intitola

lo

aveva spinto
il

comporre quest'ultimo lavoro. Era, come

noto,

comin

ponimento poetico, che

similmente

Viaggio

Parnaso, di Cesare Caporali, di Perugia.

Questo componimento in terzine, diviso in due


la

parti,

prima
altro

di vv. 295 e la

seconda

di vv. 532; e gli fa

coda

un

componimento, anche
Parnaso.

in terzine, di

vv. 505, inla

titolato: Avvisi di

Fu

stampato, ch'io sappia,

prima volta nel 1582, con


autore-. Che
il

altre

Rime

piacevoli dello stesso


in Italia

Cervantes potesse avere conosciuto

Nel principio del

Viaje, e nelle Novelas ejemplares, jiretaz.


:

Pel testo, la vita dell'autore e la bibliografia, si veda l'ediz. Hime di Cesare Caporali perugino, diligentemente corrette colle os2

128
il

DUE ILLUSTRAZIONI AL

VIAJE DEL PARNASO

Caporali (1531-1601), da escludere, gi dal

ch'egli adopera nel


liano,

parlarne
ci

modo stesso Un ^quidam Caporal ita,

De patria Perusino

lo

que entiendo

ecc.).

da

notare, per altro, che, per curiosa combinazione, entrambi


gli scrittori

respirarono durante qualche tempo, a cosi dire,

la stessa aria;

giacch

il

Cervantes fu cameriere in

Roma
il

presso Giulio Acquaviva dei

duchi di Atri, creato cardiCa-

nale nel 1570 e morto a ventotto anni nel 1574^; e


porali servi
il

fratello di Giulio, Ottavio

Acquaviva, creato

poi, nel 1591, cardinale, e nel 1605 arcivescovo di Napoli;

dal quale ottenne

due volte

lianova, feudi della famiglia

Atri e di Giuil governo di Acquaviva negli Abruzzi.


del Caporali
il

Ma,

se dal

componimento
il

Cervantes tolse

l'idea e qualche particolare, nell'insieme egli fece opera


assai diversa, cosi per

contenuto come per


il

lo

svolgimento.

altres

per l'estensione; giacch


otto
capitoli,

poemetto del Cervan-

tes,

diviso in

per

lo

meno

sei

volte pi

lungo di quello del suo predecessore italiano.


Disperato della vita delle corti,
il

Caporali delibera di

recarsi in Grecia, per mettersi in qualsiasi


icio

pi umile ufsi

presso Apollo. Compra, dunque, una mula e

avvia.

Dopo un viaggio per mare, giunge in Grecia, a pie della montagna di Parnaso. Vede qui una grande turba di poeti, che si adoperano a scalare il monte, e, non riuscendovi, consegnano le loro carte scritte a un personaggio, eh' il
Dispregio;
il

quale

le

adopera a

usi,

che

il

tacere bello.

Nelle radici del monte, scorge la buca della civetta, di cui


il

Firenzuola pianse

la

morte. Gli appare

il

Capriccio, che

servazioni di Carlo Caporali. In questa

nuova edizione
e la

si

aggiungono
(in

molte altre rime inedite dello stesso poeta


1770, nella
i

sua vita

Perugia,

Stamperia Augusta di Mario Riginaldi).


si

Sui rapporti del Cervantes con l'Acquaviva,


et

veda ora A. Mo-

rel-Fatio, C.
que,
t.

les

cardinaux Acquaviva
luglio-settembre 1906,

et

Colonna (in BuUeiin hispani247 sgg.).

Vili, n.

3,

p.

I.

CAPORALI, CERVANTES E GIULIO CESARE CORTESE

1l'9

gli fa

da guida pe*' mostrargli il Cavallo Pegaseo. Esibendo commendatizia del cardinal Ferdinando dei Medici (e, una
che possedeva a buon diritto terre
il

cio, di lina famiglia,


e

feudi in

Parnaso),

poeta ha libera l'entrata. Attra-

un giardino tutto erbe e piante, che canarmonia alla quale si unisce in vario stile e metro tano anche la sua mula, emettendo suoni al modo stesso del diaversa, in prima,
;

volo

dantesco di Malebolge.

al poeta, in

mezzo

a quei

suoni, le dita delle


tili

mani

e dei piedi si trasformano in dat-

e spondei, e, facendosi

qua pi lunghi e

l pi corti,

gli

rompono guanti

e scarpe.

La seconda parte

del poemetto

s'apre con la descrizione della bellezza di quel giardino, e

con l'incontro di un nuovo personaggio allegorico,

la

Li-

cenza poetica.

Il

poeta entra in un gran palazzo, di cui


la struttura,

racconta l'edificazione e descrive rimatore Bonaggiunta da Lucca


nella cucina di Parnaso,
tichi e

materiata di

versi, strofe e altri elementi e specie di poesia. Il vecchio


lo

conduce a

rifocillarsi

plare

dove incontra parecchi poeti anmoderni. Aspettando di essere ammesso a contemi gran padri delle Muse tosche , va a passeggiare
le

nell'orto, che offre alla sua osservazione altre cose curiose.

Finalmente, lette

commendatizie,
il

gli si

concede

di po-

tere guardare dal cortile


il

triumvirato famoso, nel quale


la destra e
il

Petrarca tiene

il

mezzo. Dante
si

Boccaccio

la sinistra.

Intanto,

delibera favorevolmente sulla sua amil

missione.
il

Il

poeta vede uscire da una consulta


il

Bembo,
in-

Guidiccioni,
i

Sadoleto,

il

Della Casa; riferisce un dei

creto contro

poeti, che

adulano

principi ignoranti

troduce abilmente le lodi di qualche letterato, come del Barga, e quelle dei principi medicei, significati con le tre M: Medici delle 31use Mecenati . Ma, quando sta per
acconciarsi stabilmente in Parnaso, nasce una comica avventura della sua mula col Cavallo Pegaseo; il quale

animato, a un tratto, da quegli

stessi ardori, pei quali

Ro-

130

DUE ILLUSTRAZIONI AL
le

VIAJE DEL PARNASO


lo
le

cinante doveva destare

maraviglie e

scandalo di Santenia

cho (^-Jamds
poeta
si

tal crei de

Eocinante, que
).

por persona
alla fuga;
il

casta y tan pacifico


le

com yo

La mula
e,

si

corre dietro per

fermarla;

correndo correndo,

trova fuori del Parnaso, dopo avere perduto, nella fuga,

le pianelle e gli stivali.

L'altro componimento. Avvisi di Parnaso, d notizia di una guerra indetta da Apollo contro gli ignoranti, dell'elezione di Pietro Bembo a generale del mare, di una baruffa

successa tra

le

Prose e

Versi, e di altri fnti avvenimenti,

che hanno carattere satirico contro le corti; quale, p. e., un matrimonio, che stava -per celebrarsi, tra la Corte e

don Vituperio.

Non

so

che alcuno abbia determinato con esattezza


il

luoghi del Caporali, che


nel suo poemetto \
di Parnaso (e

Cervantes dov tenere presenti


pare che, appunto dagli Avvisi
egli

A me
i

non dal Viaggio),

prendesse l'idea della


aiuti

guerra di Apollo contro


il

cattivi

poeti, e degli

che

Dio mandava a raccogliere. Venendo


il

ai particolari, nel

principio del poemetto

Cervantes riassume

la

narrazione
il

del predecessore, e rifa, con

maggiore vivezza,

ritratto

della

mula^ La
Per altre

descrizione della galea, di Mercurio, tutta

fonti, si

veda

il

Fitzmaurice-Kelly, The

life

of Miguel
Viage de
l.

de Cervantes Saavedra (London, 1892), pp. 219-50: cfr. anche


Sannio, di
ed.

il

Juan de la Cueva (1585) (in Pomes T. A. Wulf, Lund, Gleerup, 1887).


2

indita de J. d.

C,

languidi versi del Caporali sono questi:


Comprai anco una mula,
L' accapai da consigli e
e acci gl'interni

Pensier comunicar potessi seco,

da g'overni La qua], per quel ch'ella mi disse meco.


;

Scese in Italia gi con Carlo ottavo,

Con le bagaglio d' un trombetta greco. Avea una sella e finimento bravo, Era di coda lunga e vista corta, Nata di madre sarda e padre schiavo.

I.

CAPORALI, CERVANTES E GIULIO CESARE CORTESE


il

131

costrutta di versi, ebbe


di

modello nel gk ricordato Palazzo

Parnaso, che era fabbricato allo stesso modo:

Non

di rustici

bugni era costrutta,

Ma ben

in vece lor, s'io

non vaneggio,

D'amorosi terzin composta tutta. E quelle due canzoni d'un pareggio Perch la vita breve, e la sorella Ch'incomincia: Gentil ynadonna, io veggio.
:

Le servian per colonne; questa Sostenean l'architrave artifizioso

e quella

D'una sestina assai gentile e bella.... Con ordine pili breve e men noioso Facean poscia i sonetti il piedistallo. Componimento quadro e grazioso. In cima poi, con debito intervallo.
Il

frontespizio tutto era composto


e

Di madrigali

canzoncin'a

ballo....

Altra somiglianza nella descrizione del viaggio marittimo.


e
Il

Caporali da Primaporta va a Roma, di


:

l a Ostia,

per mare a Napoli

Gaieta e Baia costeggiando varco,

di

Pozzuol
fin

le

calde e fetid' acque


alle Sirene

',
"^

Per

che in grembo
il

sbarco

Dico l dove

furbo viver nacque.

Che con tanta creanza e gentilezza D'un mio tabarro molto si compiacque^:
Gente a rubar fin dalla cuna avvezza.. Che, mentre sulle forche un se n'appicca.

Un

altro

ruba

al

boia una cavezza

*.

Passa, dipoi, innanzi a Stromboli e a Messina


Corfii,

e,

por

S.

Maura

Zante, giunge al golfo di Corinto.

I celebri

bagni di Pozzuoli.
nipote Carlo racconta

Napoli.

Allude a un furto fattogli in Napoli, che


cit.,

il

per disteso nelle note ^ed.


*

p. 389).

Aneddoto popolare.

132
Il

DUE ILLUSTRAZIONI AL

VIAJE DEL PARNASO

Cervantes, lasciata da parte Genova, e passata dipoi, la


:

costa romana, vede da lungi


el aire

condensado
orror formado
'.

Del

humo que

el

Esti'mbalo vomita,

De azufre y llamas y de
Indi giung-e a Gaeta
:

Vimonos en un punto en

el paraje.

Do

la nutriz

de Eneas piadoso

Hizo

el forzoso

y ltimo pasaje.

di l a Napoli,

che g 'ispira sentimenti ben diversi


:

da quelli del Caporali

Yimos desde

alli

a poco el
si

mas famoso

Monte que encierra en

nuestro hemisfero,

gallardo a la vista y mas hermoso. Las cenizas de Titiro y Sincero Estn en l, y puede ser por esto Nombrado eritre los montes por primero

Mas

"

Questo spostamento
di

di Stromboli,
si
il

che

il

poeta vede da lungi,

nientemeno, prima

giungere a Gaeta,

deve probabilmente a un'imiCaporali,


il

tazione poco accurata di ci che dice

quale

lo colloca,

per altro, nel punto giusto del viaggio


2

(I,

vv. 61-9).
colle, di

11

poeta

lo

chiama

cosi per le

tombe, che sono su quel

Virgilio e del Sannazaro: questo ravvicinamento delle


poeti fu

tombe

dei

due

tema

prediletto dei verseggiatori del Cinque e Seicento. Sulla

prima,

cfr.

E. Cocchia,

La tomba

di Virgilio (in Arch. stor. nap., voi.

XIII, 1888): sulla seconda, B. Croce,


e la

La

chiesa di S.

Maria

del Parto

tomba di lacobo Sannazaro (in Nap.


(in Atti d. Accad. Pontan., voi. e titolo

nobiliss., I, 1892, f. 5), e


Il

C.

Man-

cini

XXIV).

monte

Posilipo dava

motivo

a uu libro dello spagnuolo Ceistbal Suarez de Fi{Posilijjo,

GUEROA, che per tanti anni visse a Napoli


cin en los que

Ratos de conversa-

dura

el

paseo, ded. al

duca

di Alcal, en Npoles, por

Lazaro Scoriggio,

1629).

quella di Fr. Alvino,

La migliore La collina di

descrizione della celebre collina


Posilipo (Napoli, 1845).

I.

CAPORALI. CERVANTES E GIULIO CESARE CORTESE

133

Luego se descubri, donde ech el resto De su poder naturaleza amiga, De forma de otros muchos un compuesto.
Yise
la

pesadumbre

sin fatiga

De

la bella Partnope, sentada la orlila del

mar, qua sus pies

liga,

De

castillos

torres coronada,

Por fuerte j por hermosa en igual gTado, Tenida, conocida y estimada .

Ma nessuna
<i

di

queste imitazioni, fette dal Cervantes,

pu
Il

dire, di certo, imitazione servile.

Viaje del Parnaso fu pubblicato nel 1614; e nel 1624

ebbe una ristampa a Milano per opera di Giovan Battista Bidelo, che lo dedicava,
il

primo

di febbraio di quel-

l'anno, al signor
italiano,

don Antonio Rodriguez de Frechilla -. In per allora, non fu tradotto: e, solo nel secolo se-

guente, Giambattista Conti ne volse alcuni brani in versi


>ciolti
^.

Sette

anni dopo

la

puiblicazione

del

Cervantes,
il

nel

1621, Giulio

Cesare Cortese, metteva a stampa

suo. no-

tevolissimo

poema

in dialetto napoletano, in sette canti di

ottave:

Viaggio di Parnaso^.

Allude
e del

al Castel S.

Novo

Carmine,
Caslelnovo

e alle
>/

del mare.

Elmo, che corona Napoli, e a quelli d^lTOvo, molte torri che cingevano la citt dal lato Capuano, San Telmo que relucia sono nomi-

nati nel romance di re Alfonso d'Aragona {Romane, general, ed. Duran,


n. 1227;.
2

Embio pues a

V.

M.

el

Viaje del Parnaso, que hizo


iliistre

el

famoso Miguel de Cervantes por sus gracias tan


ster

que no tiene mene-

que mi
3

piuma

le

ensalze

Nel

voi. VI,
nel secolo

rimasto inedito, della sua Scelta:

cfr.

V. Cia.n, Italia

Spagna
*

XVIll:

G. B. Conti, ecc. (Torino, 1896}, pp. 336-8.

Viaggio di Parnasso di Giulio Cesake Cortese, dedicato all' Illustriss. Sig. Don Diego de Mendoza ^in Venetia, per Niccol Misserini, 1621;. La ded., da Napoli, 7 settembre 1621, accompagnava una copia

134
Il

DUE ILLUSTRAZIONI AL
Cortese

VIAJE DEL PARNASO

dedicava

la

sua opera a un don Diego de

Mendoza, ch'era anche poeta. Bisogna escludere che esso s'identifichi con quel capitano Diego de Mendoza de Barros,
al

quale

si

trovano attribuiti alcuni


'.

componimenti nei
il

Flores de poetas ihcstres del 1605

Certamente,

Mendoza,
i

della dedica del Cortese, visse a Napoli, e fu tra


tori,

fonda-

nel 1611, dell'Accademia ispano-italiana degli Oziosi,


si

sorta sotto gli auspici del conte di Lemos. Di lui

ha una

composizione nel volumetto delle Esequie della regina Margherita d'Austria


(Napoli, 1611);

un sonetto

italiano nel
;

Teatro delle glorie per Adriana


sonetto in ispagnuolo al

Basile (p. 78)


si

un

altro

Mahso

legge in un manoscritto

della Biblioteca Nazionale di Napoli


stesso,

ha un sonetto rivolto a un

^ E, giacch don Diego


3,

il

di

Manso Men-

dozza, figliuolo del Marchese della Valle


costui sia proprio
Il
il

probabile che

personaggio della dedica cortesiana.

Cortese, nella sua faticosa ricerca di fortuna, aveva

fatto

un viaggio

in

Ispagna (VII, 36);


cfr.

e a cose

spaglinole

ha, nel suo

poema, parecchie allusioni


;

(la ciaccona, le chiI,

tarre alla spagnuola, ecc.

Il,

19,

40). Il

bel giardi pa-

dino di Apollo
ragone,
il

gli fa

venire in mente,
i

come termini

passeggio del Prado e

giardini di Aranjuez:

a penna

dell'opera:

scherzo della mia

Havea pensato fra me stesso questo quinto Musa Napoletana di lasciarlo ad alcun amico pi

intrinseco solamente vedere per domestico passatempo...


cfr. di sopra, in
1

".

Pel Cortese,

questo volume, pp. 28-35.


las flores

Primera parte de

de poetas

ilustres

por D. Juan Quius

y D. Francisco Rodiiguez Makn


2

(Sevilla, 1896), pp. 368, 375.

Ms. segn. XIII. C. 82,


Tus
glorias,

ff.

218-9.

Comincia:

Manso, que explicar pretendo,


desseo,

Cou desygaal estUo A mi

Confuso admiro, y claraniente veo,

Quo vano
3

efecto de imposible emprendo...

Poesie nomiche (Venezia, 1635), p. 101.

I.

CAPORALI, CERVANTES E GIULIO CESARE CORTESE


Era lo Parco no bello giardino: Che Pardo, che Ranci uose de

135

Castiglia?....
(Il,

Ti.

si

mostra abbastanza bene informato di letteratura

spagnuola. Nella prefazione, accenna ai vanti che possono

addurre

le

Muse Spagnuole,

con l'autoretate de

lo

conte

de Salina [Villadrando de Sanniento], de Lope de Vega, de

VArziglla [Ercilla], de
d'autre
'II,

Garzilasso^ de Voscano

[Boscan],

16;,

Anche un'altra volta, nel corso del suo poema nomina il Boscan. E, finalmente, parlando di un
dei

convito dato da Apollo con imbandigione tutta di cose


poetiche, ha questa ottava, contro la vecchia poesia

Cancloneros e in lode

delle

opere

del

petrarcheggiante

Auzias March

Ecco n'oglia potrita a

la spagnola,

Fatta de stile antico castegliano,

Che

fece a chi de quatto cannavola


;

i,

Ma non piacette a chillo mantoano Ma de rape magnale na fella sola ^


De
l'uorto

d'Usiasmarche
le

catalano,

Lassanno l'elegie,

Gr se,

seghediglie, romanze, endecce e retonniglie.


(V, 16).

Il

giudizio quale solevano dare intorno

alla

vecchia

lirica

spagnuola

letterali italiani.
il

Bisogna, finalmente,
era aggirato,

aggiungere che anche


conte di

Cortese

si

come

il

Cervantes, con fervore di speranze riuscite vane, intorno


al

Lemos

Che

f'

gola a molti

L'ambasciatore del duca

di

Mantov.i, venuto in Parnaso,

e del

quale parola nel poema.


^
^

Mangi

solo

una

fetta di rape

>.

Auzias March.

136

DUE ILLUSTRAZIONI AL
De Lemos la Nmidia
lo

VIAJE DEL PARNASO


guerra

chillo conte, che fa


e a lo

Tiempo,

me prommese
*
:

De fareme
Che

acquistare tanta terra


e sta speranza sferra.

potesse fare a sto palese

Ecco se parte,

Fortuna, contraria ad aute npresel


^.

Lo frate puro ^ s' de me scordato, Che m'avea de speranze nmottonato

Nonostante tutte queste esteriori concordanze, che ren-

dono
del

assai probabile che


^,

il

Cortese avesse tra


fa

mano

il

Viaje

Cervantes

egli

non

menzione

di questo

poemetto

nell'opera sua;

nella quale non possibile

scoprire,

non

solo nel disegno e nella struttura generale, che sono diversissimi,

ma

neppure nei particolari, alcuna imitazione dal

poemetto spagnuolo.
Il

Cortese riconosce, invece, in certo modo, la sua

fi-

liazione dal Caporali, che egli ricorda pi volte, fingendo


di averlo incontrato

sul Parnaso, e dal quale si fa protedi amicizia


(I,

stare

una calda dichiarazione

25, cfr. II, 6),


(e.

e guidare per la visita alla galleria di Apollo

IV).

Ma,

anche dall'opera del Caporali,


diversa:
forse

la

sua

profondamente
riscontro,

appena

si

potrebbe

notare
e,

qualche

accidentale, tra le due;


terzine
l,

se mai, piuttosto che le

allegoriche

del perugino, essa richiama alla

me-

moria, qua e

certe descrizioni culinarie di Merlin Co-

Che

potessi costruirmi

il

mio

{palazzo in questo paese


si

>

si

veda

pi oltre, intorno al palazzo,


2

al

quale

allude.

Francesco de Castro, ambasciatore a Koma. che per tre volte


il

resse provvisoriamente
"^

governo

di Napoli.

Che mi aveva riempito


il

di speranze

Si ricordi che

Cortese anche autore, come


le

il

Cervantes, di

una imitazione
naiDoletano, che

di Eliodoro: leggendosi tra

sue opere

un romanzetto
y
Si-

ha

titolo simile a quello dei Trabajos de Prsiles


e

gkmunda,

e cio:

Li travagiusi ammore de Ciullo

Perna.

I.

CAPORALI, CERVANTES E GIULIO CESARE CORTESE

137

caio.

Richiama vagamente; perch, osservando meglio, an-

che in questi luoghi, l'ispirazione risulta personale e popolare.

Raffrontando sotto

il

rispetto artistico

tre
il

componimenti
pi scadente
si
i

del Caporali, del Cervantes e del Cortese,


di tutti

appare quello del primo.

Il

pensiero nullo:

riduce a qualche luogo


cattivi poeti.

Per fare

comune contro le corti o contro poeti una satira contro le corti e


i

avere, almeno per qualche istante, animo non da semplice cortigiano, e idee critiche sulla poesia, diverse da quelle correnti. Ma l'animo e il cervello sentiva egli stesso come umile del Caporali erano vuoti
del tempo, bisognava
:

cortigiano ed era mediocre

poeta.

Onde

la

sua satira

volgare, le sue frecciate sine khi; e non riesce a destare


interesse
egli

neppure

in

qualche singolo punto. La forma, che

adopera, non ha nulla di individuale, ed fiacca e


derivazione di quella del Berni. Deve conside-

scolorita

rarsi triste

sintomo di decadenza che simili

cicalate, e

fi-

lastrocche, insulse e ineleganti, piacessero e trovassero diffusione,

ammirazione e imitazioni.
le

Se l'invenzione del Parnaso, per


cipio,

ragioni dette a prin-

difficilmente

si

poteva prestare, a quei


satirica, ci

tempi,

a
il

un'opera d'arte seria o

non impediva che

poeta o scrittore, che l'adottava, potesse rifarsi della cattiva

adesione alla

digressioni e degli poetica esca fuori impetuosa dallo stretto e disadatto canale, in cui
si

moda dominante con la bellezza delle episodi. Non raro il caso che l'onda
si

voluto rinserrarla; e che ci che

as-

sunto a tema

principale, diventi, sotto la guida della

buona

musa

ispiratrice,
il

una cornice insignificante

e trascurabile.

E, se
in prosa,

si

Cervantes avesse scritto Ragguagli di Parnaso pu, per cosi dire, giurare che tal fatto sarebbe
la letteratura

immancabilmente accaduto, e

spagnuola consi

terebbe altre pagine mirabili, simili a quelle di cui

ha

138

DUE ILLUSTRAZIONI AL

VIAJE DEL PARNASO

troppo breve saggio nella Adjunta al Parnaso ^


nel poemetto a
e a creare

Ma

riesce

rompere

le

maglie della fredda allegoria

un'opera poetica?
(nonostante
le

La

risposta

esaltazioni

cervellotiche di

qualcuno*), stata gi data concordemente dal gusto universale e dalla sana critica. L'azione del
nella guerra, che Apollo indice contro
tato dai buoni,
i

poema

consiste

cattivi poeti, aiu-

che Mercurio, in un suo viaggio, viene chia-

mando

a raccolta. Ma, poich questi cattivi poeti non sono

(tranne che nel caso del sardo Lofrasso e di qualche altro)

individualmente nominati, e neanche ben caratterizzati per


gruppi o espressi in personaggi
rica
tipici,

tutta la parte satiI

manca

di efficacia,

perdendosi in generalit.

lunghi

cataloghi elogiativi (che sono da paragonare a quei Trionfi


di poeti e

Lodi di dame, usualissimi nella letteratura dal


il

trecento in poi, e di cui


gio,
si

Cerv\antes dette

un

altro

sag-

poco attraente, nel canto di Calliope della Galateo),


filze di

risolvono in

frasi

convenzionali, che sembrano

nate dal bisogno di contornare in qualche


delle persone elogiate.

modo
e

nomi

Per fortuna, accanto all'elemento satirico


elogiativo, ve ne

a quello

ha un

altro, che, se

occupa

la

minor parte
:

nell'opera, occupa la maggiore nel nostro


sioni autobiografiche dell'autore.

animo

le

confes-

noi scorreremo

sempre

con mano impaziente

le serie di

elaborale

terzine, conte-

nenti la ingegnosa descrizione della galea di Mercurio, la


visione della Vanagloria e quella della Poesia, e la muta-

zione fatta da Venere

dei

poeti

languidi

in

zucche, e la

Cervantes as poet

is

Sanison

ivith his
il

hair cut

Con questa

bella
cit.,

immagine, conferma un antico giudizio


p. 254.
"

Fitzmaurice-Kelly, op.

P.

e.,

del Bouterwecli

cfr. nel

Fitzmaurice-Kelly,

1.

e, l'esame

dei giudizi finora dati intorno al

Viaje.

I.

CAPORALI, CERVANTES E GIULIO CESARE CORTESE

139

descrizione della battaglici e delle feste, per fermarci con

compiacimento
addio,

sulle

terzine,

nelle

quali

il

poeta

dj-i

un

mezzo

satirico, a
il

Madrid; o esprime

la

sua commo-

zione nel rivedere


la
k

mare, quel mare che, ricordandogli


g' ispira versi

sua forte e gloriosa giovent,

sublimi: o

dove palpita

alla vista di Xapoli, isola

fatata dei desiil

deri della sua vecchiezza; o dove ci apre


(p.
e.
:

suo carattere
hipcrtas me*);

Jamas me

contente ni satis/ice

De
lo

Undres: nanamente Quise alahanzas de


e,

qne hien hice


in

tnalmente,

l'umoristica osservazione,
restare

risposta
gli

ad

Apollo,

che, vedendolo

senza

seggio,

consi-

gliava di
sti stessi

sedere sulla cappa.

vero, per altro, che quelui

motivi erano stati da

pi volte trattati con

uno strumento

assai pi sensibile al suo tocco, con la sua

prosa semplice, vigorosa e arguta.

Per mia parte, non dubito


del Caporali,

di affermare

che

il

poemetto
tratto an-

napoletano del Cortese, non solo vince di gran lunga quello

ma

si

lascia

indietro di un

buon

che l'operetta minore del grandissimo spagnuolo.

Anche
mina a
il

il

Cortese, a simiglianza dei suoi


patite,

predecessori,
deter-

dopo molte delusioni


fare

per fuggire

le corti, si
si

una

visita al Parnaso. Vi
e

reca

infatti,

bene accolto da Apollo


Berni e
il

da alcuni poeti piacevoli come


spettacoli;

Caporali, ha occasione d' intrattenersi in vari


assistere a vari

discorsi e

di

ma

il

desiderio

della sua citt natale lo tira con forza irresistibile, ed egli


si

accommiata, fornito da Apollo

di

un utilissimo dono, che

per leggerezza perde, commutandolo con un altro pi splendido, ma assai meno utile. Il poemetto non presenta stretta

connessione tra
riati, e si

le

singole parti, consta di elementi sva-

fraziona in una serie di episodi scherzosi, satirici e lirici, non tutti di egual valore, ma parecchi graziosi, e taluno veramente poetico. un capriccio, e ha la

forma del capriccio. Chi voglia intenderm- l'indole, deve

140

DUE ILLUSTRAZIONI AL
il

VIAJE DEL PARNASO

pensare (tenendo
opera del
Heine.

debito conto delle differenze) a qualche

periodo
persino

romantico, come
l'invenzione
del

il

Deutscliland dello

Parnaso diventa, in
dia-

esso, sopportabile,
lettale e

perch

il

componimento, per essere


si

d'intonazione popolare, mostra pi spiccato quel

carattere di

parodia letteraria, che

riconosciuto

come

il

solo motivo allora poeticnmente adoperabile di

quell'invenzione.

Analizzando sommariamente
metto, ne

vari ingredienti del poe-

noteremo, anzitutto,
tale, e

il

concetto critico, ch'

veramente
porali.

non gi un luogo comune, come nel Caquegli anni,

noto che, in

per opera principalBasile, sorgeva in

mente del Cortese e poli una letteratura

del suo

amico

Na-

dialettale, reazione dello spirito locale

del vecchio Regno, e dell'antica citt greco-bizantina che

ne era divenuta capitale, contro


d'Italia, irradiantesi dalla

la poesia aulica e ufficiale

Cortese vuole giustificare e celebrare


della

Toscana ^ Col suo poemetto, il l' ingresso in Parnaso


questo
interesse regionale
si

poesia napoletana.

aggiunge un
si

altro, pi largo,

perch quella giustificazione


difesa della libert

risolve, in sostanza, in

una vigorosa
le

indipendenza dell'arte contro


siffatto

barriere convenzionali.

Rispondono a
che
naso
il

concetto critico le liete accoglienze,


;

buon

dio Apollo fa al Cortese


si

il

contrasto di quein Par-

sto coi poeti toscani, che

maravigliano di vedere

un uomo

di

Porto
;

'-;

l'appoggio, che egli trova nel


la

Borni e nel Caporali


toscaneggiante e

il

paragone tra

fredda commedia
recente maschera

le spiritose facezie della

napoletana del Pulcinella,

la

prima

delle quali

provoca

la

condanna, e

le

seconde
sii

l'alta

approvazione
.

di Apollo:

Pulcinella, che tu

benedetto!....

*
-

Si veda, in questo voi.,

il

saggio

I,

e. 2.

Porto,

uno

dei quartieri popolari di Napoli.

I.

CAPORALI, CERVANTES E GIULIO CESARE CORTESE

141

L'altro ingrediente consiste in un;! serie di scherzi e di


novellette, in parte popolari, in
teraria.

parte di derivazione
i

let-

si

Qiial

il

migliore di tutti

vini? Quello che

non costa niente.


dele)? Quella che
risposte

non

Quale

la
(e.

bestia pi cruda (cruII).

cotta

queste botte e

poste in

accompagnano (e. Y) le etimologie burlesche, bocca alle nove Muse, dei nomi delle monete: talaltro

laroni, ducati, tornesi, patacche, carlini, doppie, e via di-

cendo.

Un

motivo popolare, eh' largamente svolto,


del giardino di Apollo (e.
(e.

l'esaltazione della ghiottoneria e dei cibi prelibati di Napoli.

La descrizione

I)

e quella
ai

del palazzo delle fate

VII) offrono qualcosa di simile

Paesi di Cuccagna. Delle novellette, quella della moglie che


tradisce
il

marito alla presenza e sotto

gli occhi di questo,

salendo sopra un albero di

fico (II, 30-41),

popolare, e

fu gi;\ narrata dal Boccaccio (VII, 9). L'altra, dello spilorcio che, sul
si

punto

di

godere una donna da


la

lui corteggiata,

preoccupa del danno che pu averne

propria cappa,

e perde l'amore della

donna, anche narrata, con altre

varianti, da parecchi novellieri. L'elogio delle corna, che

riempie tutto

il

canto quinto, aveva dato luogo a varie


il

composizioni durante
<iui

Cinquecento; delle quali rioordor


cuernos di Gutierre de Cetina, edita

la

Paradoja de

los

or qualche
pitolo

En

anno dall'amico Hazailas de la Rua, e il caloor del cuerno di Diego Hurtado de Mendoza.
i

Di minore interesse sono

simboli scherzosi della galhria,


il

che

il

poeta descrive nel canto quinto, e


le

proci-sso

di

Febo, con
tati al

varie decisioni sui vari casi che sono presen<1I

temi comuni nella Icttcratur.i tempo, bench qui rinnovati e rinfrescati alquanto.

suo tribunale:

Ma

dal popolo

il

Cortese non toglieva solanu-ntf


i

il

lin-

guaggio,

le facezie e

tratti

di costumi,

si

anche

pro-

dotti dell'immaginazione, le fiabe e la popolare mitologia

delle fate e degli oggetti fatati. Egli era,

come

si

drtto,

142

DUE ILLUSTRAZIONI AL

VIAJE DEL PARNASO

ramico intimo
rault),

di quel Basile,

che nello stesso tempo nar-

rava pel primo in Europa (prima assai del francese Per-

con schiettezza di

stile,

le fiabe
l'

popolari.
e
si

Di questa predilezione per


per
la

immaginativa popolare

mitologia viva, tutta colorita l'altra parte, che

pu discernere nel suo Viaggio di Parnaso, e che, come in quello del Cervantes, non la meno attraente: la parte autobiografica. Anzi,
si

potrebbe dire che qualcosa di simile

presentano
ritrassero
:

caratteri dei

due uomini, quali

essi

stessi si

simile

nell'umorismo, nel
le

modo

rassegnato e

scherzoso onde narrano

contrariet da essi sofferte, nella

consolazione che loro provicene dalla propria bonariet e

mitezza d'animo e dal culto per


biografica dell'opera del Cortese

la poesia.

La

parte auto-

si

ha, specialmente, nell'ulgli

timo canto; nel quale egli racconta del dono, che Apollo
dette nell'accommiatarlo dal Parnaso.

Ma

Apollo e

il

Par-

naso e

l'artitzioso e

pedantesco macchinario della mitolo-

gia letteraria sono qui, di fatto, aboliti. Ci troviamo nel

mondo, ben diverso,


primo canto,
per
(I,
il

della

fiaba

popolare.

Come

gi, nel

Cortese trasporta sul Parnaso l'asino, che


i

le

vie del ventre mette fuori

bei

poemi napoletani
evacua

27-8), fratello del notissimo asino che, nelle fiabe,

fiammanti monete d'oro; cosi immagina, ora, che Apollo


gli

doni un tovagliuolo incantato,


subito

il

quale, spiegato che

sia, offre

di quelli

una mensa riccamente imbandita ^. Il dono che fanno, non gi Apollo, ma, per l'appunto,

le fate delle fiabe.

il

poeta poteva esserne contento, giac-

ch, per esso,


riali

aveva

bell'e

provveduto
si

alle necessit

mate;

impunemente sembra che il Cortese voglia dire. E, dopo un po' ch'egli partito di Parnaso, avendo incontrato un giovane che
della sua vita.

Ma

non

poeti

II

tovagliuolo e l'asino
1).

cacaure

sono anche nel Canto de

li

curiti (I,

I.

CAPORALI, CERVANTES E GIULIO CESARE CORTESE

143

possedeva un altro dono largito dalle fate (per gratitudine


dell'

impedimento posto all'uccisione

di

una

lucertola, ch'era

poi

una

fata), ossia

un

coltello che, piantato in terra, fa-

ceva sorgere a un tratto un palagio

stupendo, se ne ina cambiarlo col

namora, a mo'
suo.

di

bambino,

s'affretta

Ed

eccolo soffrente di nuovo la fame, e fornito di un


gli

oggetto prodigioso, che non

serve a nulla. Gira pel


di
terra,

mondo, sperando
struirvi sopra
il

di

ottenere

un pezzo

da cogli

suo mirabile palagio;

ma

nessuno

ascolto ^

stato in Ispagna, stato a Firenze, ha sperato

nel conte di

Lemos, nel

fratello di

lui

don Francesco de

Castro; sempre invano. Udite com'egli vaneggia:


Potessi almeno ]prendere a censo

un pezzo

di

terra verso

Capodimonte
di

Oh
ci

che bel castello vorrei farmi

lo

Nel quale

si

entrerebbe per un ponte!

Tutto intorno intorno

circonderei

mura
conte.

E mi
Si,

accomoderei dentro, a far vita beata, come


che mangi poi?

un

ma

ma

in qual palazzo poi abiti?

Ne

Si, Lo vendo, e mangio faccio un altro!.... Ohim,

son pazzo

Questo pensiero mi
pensiero

fa

stare

lontano dalla Musa,

Questo

mi

fa uscire di cervello,

questo pensiero mi fa apal

parire pazzo
castello.

Alla gente che

mi vede pensare sempre


chiusa la porta:
a

mio
ine-

Ad

ogni bene mi

Maledetto chi
e

mi

dette

questo coltello!

Cosi accade

chi sciocco
-.

sperto

cerca miglior pane che di grano

Dovouca vao, tento

la sciorte

mia
;

Pe fare a quarche parte sto castiello Ma chesca tene ognuno eh' pazzia,

dice:

lo spetale,

o poveriello

>

(VII, 36).

Macaro

me

potesse cenzoare
!

Quarcosa nmiero de Capo de monte

Oh che

bello castiello vorria fare,

dove se trasesso pe no ponte!

144

DUE ILLUSTRAZIONI AL

VIAJE DEL PARNASO

Con questa ben

riuscita fusione

d'immaginazione pole

polare e di lirica individuale chiude

sue confessioni e

il

suo Viaggio di Parnaso

il

secentista napoletano Cortese.

Tutto de ntuorno

lo

vorria murare,

po' starence dintro corame a conte.

Che magne

po' ?

Lo venno.

a che palazzo

Po' stale ?

Ne

faccio n'autro...

Ohim, so pazzo.

Sto penziero m'allarga da la Musa,

Chisto scire

me

fa de cellevriello,

chisto pe frenetico m'accusa


tutte ore

pensanno a

sto castiello.

Ad

ogni bene m'

la porta chiusa;
(leze sto cortiello!

Mannaggia chi me

Cossi va chi catarchio ed pacchiano

cerca meglio pane che de grano.


(VII, 40-1).

II

Viaggio ideale del Cervantes a Napoli nel 1012

1 II Cervantes, quando compose il T7a/e aveva gli occhi, il desiderio e le speranze

del

Parnaso.
verso

rivolti

Napoli
In questa citt
lit
si

era recato, nel giugno 1610, in quadi

di vicer

don Fedro Fernandez de Castro, conte


gli
'.

Lemos, insieme con


letteraria spagnuola

Argensolas

con un'intera colonia


tempo, dal
l'accademia degli
e

Qui

fu fondata, in quel
]\Ianso,

marchese
gli

di Villa,
i

Giambattista
letterati delle

Oziosi, che riun

due nazioni
;

promosse

scambi tra

le

due letterature

gno invano tentato

sulla fine del secolo precedente,

adempiendo un disequando

Fu

illustrata gi dal Pellicer, Ensayo de una hibliotheca de tra;

ductores espanoles ^Madrid, 1778)

cfr.

Baurera, Cafdlogo, pp.


j^i'oleclor

24, 128-9,

203 sgg., 479; J.

M. Asensio, El

conde di Lemos

de Cervantes
lS8b;,

(Madrid, 1880); E. Cotarelo, El conde de Villamediana ^Madrid,


e.

3; Croce, Teatri di Napoli (Napoli, 1891), pp. 88-93.


di seguire

il

gora bramava
netti,
liricos
2

Lemos
I,

in Napoli:
se

si

Gnvedano due suoi soil

Anche

che cominciano:
de
Si
los siylos

El conde mi senor

va v Naples

(in Puetas

XVI

y XVII,

pp. 443, 457, cfr. 442\

veda

il

libro del

D'Alessandro, Academe ac Ociosorum Ulri III


stor.

(1613); e cfr. Mikieki


2}rov. nap.,

Riccio, Cenno delle accad. (in Arch.


;

per

le

V, pp. 147-158;

C. Padiglione, Le leggi dell'accademia degli


il

Oziosi (Napoli, Giannini, 1878); e

ms. citato, XIII. G. 82, della Bibl.

Nazion. di Napoli.

146
il il
i

DUE ILLUSTRAZIONI AL
di

VIAJE DEL PARNASO

marchese

governo del duca

San Lucido, Ferrante Carafa, nel 1583, sotto di Ossuna (primo di questo nome, tra

vicer di Napoli) aveva proposto l'istituzione di un'acca

demia dei

Sereni Ardenti di Cristo e di Maria, dell'Au,

stria e dei Gironi

per
si

unire (egli diceva) queste due


le

famosissime Esperie,

conformi in tutte
la

loro azioni, col


si

mezzo mezzo

delle
delle

lettere

come

prima volta
il

unirono col

armi

Per intendere

curioso titolo dell'aci

cademia, disegnata dal San Lucido, bisogna sapere che


Sereni e
gli

Ardenti erano state

le

ultime accademie uma-

nistiche, sciolte dal vicer Pietro di

Toledo per sospetto


;

di

conciliaboli ereticali e antispagnuoli

cosicch, nel pensare


vollero correggere

a ripristinare a Napoli quelle

societc'i, si
i

cattolicamente e spagnolescamente

vecchi nomi, press'

poco come, circa


fiprittali e
i

lo stesso

tempo,

si

elaboravano
i

Petrarca

Boccacci morali. Del resto,

vicer spagnuoli

del Cinquecento

erano

stati,

in

genere, molto militari e


di

poco letterati; e

lo stesso

marchese

che, essendosi recato con alcuni gentiluomini da

San Lucido racconta uno dei


dell'

predecessori (del quale tace


dergli
il

il

nome)

Ossuna, a chie,

permesso

di

fondare un'
la richiesta,

accademia

quegli,

ascoltata
es

gravemente

acadmia?

Bien. ^ Qu onde quei bravi letterati restarono di sas-

domand:

so ^ ila, in sguito, le cose

mutarono.
:

Napoli vennero

anche

di frequente letterati spagnuoli

prima del Lemos,


terra di
Sci-

nel 1607, c'era Guillcn

de Castro, che dal conte di Begovernatore


della

navente ebbe

uflicio di

gliano in Calabria-; dopo del Lemos, col secondo duca di

Doc. in appendice al Guerra, Giomali, ed.

Montemaj'or, pp.
Collaterale, voi. II,
I (1894), p.

183-5.
2

Doc. nell'Arch. di Stato di Napoli,


f.

Officior.

1606-8,

99

B.

cfr.

Mrime, in Eevue hispanique,

84.

II.

VIAGGIO IDEALE DEL CERVANTES A NAPOLI NEL


il

1(>12

147
del

Ossuna, vi sogg-iorn a lungo

Quevedo

'.

Al

tempo

Lemos,
libri

si

stamparono anche a Napoli


del

parecclii

notevoli

spagnuoli. Giircia de Barrionuevo pubblic nel 1616

Lemos, in latino, in un gran volume, che accompagnato dalle piante e vedute degli edilizi fatti
costruire in Napoli da quel vicer; Fedro Ceron, un Tra-

un Panegirico

tado de la musica theorica y practica, e il frate Damian Alvarez, una traduzione delle Lagrime di San Pietro del
Tansillo, entrambi nel 1613;
l'editore Roncagliolo,
il

e,

in quello stesso anno, per

madrileno sergente maggiore Diego

Roseli

y Fuenllana

la

Primera parte de varias aplicaciones

y transformaciones, las quales tirictan trminos cortesanos,


practica
militar, y cosas de Estado, en prosa g verso, con nuevos hieroglificos y algunos punfos morales Innanzi al volume, si leggeva un sonetto del Cervantes all'iiutore.
'-.

Non sembra,

per altro, che, in quell'anno 1612,


Italia, fuori dei circoli

il

Cer-

vantes fosse molto noto in

spagnuoli.

Alle notizie gi conosciute intorno a

lui, e

raccolte nella
si

monogra-

fia del

Mrime, sono da aggiungere quelle che


si

traggono dallo Zaz-

zera; dove (ottobre 1616)


di

narra a lungo come


relazione con

un suo parente che aveva


le

il Quevedo, per mezzo una cortigiana, giungesse

a scoprire

malie e stregonerie, macchinate contro l'Ossuna dalla

madre

e figliuola

Manriquez (Caterina,

poi

amante
di

di

Filippo IV, e
il

nota a Napoli col

nome

di

Reginella }; nel marzo 1617,

Quevedo
dugentosi

doveva portare
a

in

Ispagna

il

donativo

>

un milione

mila ducati, ricevendone

lui per tal ufficio

ottomila; nell'aprile,
di galeoni che

rec

Roma

per informare

il

papa circa l'invio


505, 508).

l'Ossuna

aveva fatto nel mare dei veneziani (Zazzera, Giornali,


italiano,
s.

nell'^4rc/i. stor.

I,

voi.

IX, pp. 487-9,


I,

Un

breve di Urbano Vili a

favore del Quevedo fu edito da F. Eyssenhardt, Mittheil. aus der StadtBibliothek zu Haviburg (voi.
2

1884).

Di questo

libro fa

menzione Lope de Veoa

nelle novelle:

Don

Diego Roseli y Fuenllana, un caballero que se llamaca alfcrez de las partes de Espana, y que imprimi en Napoles un libro de Aplicacionea, que no deberia estar sin l niigun hipocondriaco

148

DUE ILLUSTRAZIONI AL

VIAJE DEL PARNASO

Della traduzione del


la

Don

Quijote, di
la

Lorenzo Franciosini,

prima parte usci nel 1622,

seconda nel 1625; quella


la tra-

delle Novelas,

dovuta a un francese, Guglielmo Alessandro

de Novilieri Clavelli, del 1626, e dello stesso anno

duzione del Prsiles di Francesco Ellio: segui, l'anno dopo,


un'altra versione delie novelle, di Donato Fontana (Milano,
1627).

La prima menzione

italiana del

Don

Quijote, a

me

nota, quella del Tassoni nella Secchia rapita (scritta nel


1615,

ma

pubblicata nel 1622), dove

il

burlesco conte di

Culag-na,

noverando

propri antenati, dice:


si

Quel Don Chisotto in armi


Principe

sovrano.

deg'li erranti e degli eroi,

Gener

di straniera inclita
il

madre
(IX, 72).

Don Flegetonte

bel,

che fa mio padre.

E, negli apparecchi del duello con Titta, fra coloro che

accompagnano

il

conte di Culagna recandogli

vari pezzi

dell'armatura, anche chi porta


il brando fino. brando famosissimo e perfetto

Il

Di Don Chisotto
(XI, 33).

Una menzione
nei

esplicita

dell'eifetto

satirico

del

Don

Quijote s'incontra poi, a mia notizia, per la prima volta

dialoghi II forastiei'o

del

letterato

napoletano Giulio

Cesare Capaccio; dove, discorrendosi dell' importanza della


storia e dei
si

signori che se la fan coi libri di cavalleria

osserva:

gran mancamento questo che, non solo non

leggono l'istoria maestra della vita,


so che possa sapere

ma

l'aborriscono.

Non

un che non

sa le cose universali, oc-

corse nel
di ci

mondo

in tanti

eventi che soli ponno istruirci


il

che desideriamo. Basta che perdano


Cavaliero della
Croce.

tempo con

le

baie del

Sia benedetto D. Chi-

II.

VIAGGIO IDEALE DEL CERVANTES A NAPOLI NEL


si. burla

IGl'J

140

bciotte de la Mag'na, che


(li

cosi gentilmente

'.

chi fu autore di quelle scritture!

Tornando

al

Viaje

del

Parnaso, anche quest'opera

tutta piena e fremente


detto, riscaldava
il

del desiderio, che,

come abbiamo

Cervantes, di

raggiungere Napoli per


sul vascello di Mercurio,
si

vivere presso

il

Lemos. Quando,

egli passa dinanzi alla bella Partenope,

gi. udito con

quali accenti ne parli. [Mercurio lo invita allora a scendere

a terra per recare un'ambasciata ai


il

fratelli

Argensolas; e

poeta prorompe in lamenti contro questi due amici, che

lo hanno dimenticato. Nel dare la battaglia, Apollo si vale come arme delle composizioni degli Argensolas. Ottenutasi la vittoria, nella

distribuzione dei premi, delle

nove

co-

rone

tre, de las

mas

bellas >,

sono mandate a Partenope.


ri-

Ma
Il

quell'aspirazione, che fu l'ultima della sua vita,


fine del

ceve pi vivace espressione sulla

poema.
in

poeta immagina di cadere, per opera di Morfeo,


si

un profondo sonno. Quando


intorno,

sveglia, e gira lo sguardo

parecime

egli dice:

Verme en medio de una ciudad famosa.

G. C. Capaccio,

Il forastiero,

dialogi (Napoli, 1634: la dedica

del 1630), p. 279. [Con

nuove

ricerche, discorre

ampiamente

della Forfi-

tuna del Cervantes in Italia nel Seicento Eugenio Mele, negli Studi di
lologia

moderna

(II,

1909, pp. 229-255), in cui sono raccolti accenni al


(1627), di

Don

Quijole

da opere del bolognese Adriano Banchieri

Carlo

Dottori (1652), di Antonio Santacroce (1653), dell'Aprosio (1658\ e di altri. Una breve e pallida imitazione della novella del Curioso indiscreto

not nella Roccella espugnata

(1630), di

Francesco Bracciolini,

M. Barbi, Notizia della vita e delle opere di F. B. (Firenze, Sansoni, 1897, p. 127). Aggiungo altres che, nel Seicento, si trova gi, in Italia, il
verbo

chisciotteggiare

cfr.
.

Antonio Muscettola,

Epistole familiari

(Napoli, Bulifon, 1678, p. 24):

Quando

Penso, e pi volte a ripensar ritorno, noi, per pescar Monsurri insani, Chisciotteggiamrao a
>].

tant' arbusti intorno

150

DUE ILLUSTRAZIONI AL
lo

VIAJE DEL PARNASO

Vince

stupore, guarda e riguarda:

dijenie

mi mismo

No me engano
.

Est ciudad es Npoles la ilustre, Que yo pis sus ruas mas de un ano

Questo
1575. Si

effettivo
il

soggiorno ebbe luogo tra

il il

1572 e

il

sa che
*,

Cervantes giunse a Napoli

26 otto-

bre 1572

e vi era

ancora

'alino seguente, e di qui

mosse
di

per seguire don


Tunisi
-.

Giovanni d'Austria nella spedizione

Da Palermo

pass poi in Sai^degna con la com;

pagnia

di

Lope de Figueroa
^.

1574 era di nuovo in Napoli

ma nel febbraio e marzo del Dopo un'escursione a Genova


il
il

per pacificare

moti di quella repubblica, torn a Napoli

24 agosto, col Figueroa, e ne riparti per

soccorso della

Goletta, ritornando nell'ottobre. Qui (salvo

una gita

a Pa-

lermo nel novembre*), rimase ancora


1575, quando, imbarcatosi per la
col fratello Rodrigo, in

fino al 20

settembre

Spagna, cadde, insieme

mano

dei corsari.
^,

A
il

prestare fede ad alcuni documenti, editi dal Conforti

Cervantes sarebbe stato a Napoli gi nel 1571 e avrebbe


il

avuto un piccolo impiego presso


terale,

Regio Consiglio Colla-

Ma, venuto

in sospetto intorno a essi

ed essendomi

recato a verificarne gli originali nell'Archivio di Stato di


Napoli, ho trovato che tre di essi riguardano

un

tal

Mi-

Navariiete, Vita de Cervantes (Madrid, 1819),


Si

p. 294.

veda VEpistola poetica

al

Vzquez, segretario

di

Filippo

II

(ed. Cotarelo, p. 17).


2
^

Navarrete, op.

cit.,

p. 295.

Perez Pastor, Doann.


5.

cervant,, nn. II, VII.

Luigi Conforti, I napoletani a Lepanto, ricerche storiche (Napoli,

1886), e.

La

notizia del Conforti

si

ritrova nel Fitzmaurice-Kelly,

Life of Cervantes, e nel Juriex de la


la bataille de

Gravire, La guerre de Chipre


p. 217).

et

Lpante (Parigi, 1888,

II,

II.

VIAGGIO IDEALE DEL CERVANTES A NAPOLI NEL 1G12 ll

chele Cerdaiit, ch'era portatore di

mazza
e

del
il

Collaterale,

con

lo stipendio di tre ducati al

mese;

quarto un Roal

drigo de Cervantes, che riceveva quattro ducati

mese

per ordine dato dal duca d'Alba e che non sembra fosse

l'omonimo

fratello del poeta


i

*.

Soggiungo che ho percorso


tesoreria
al 1575,

con qualche diligenza lunghe serie

volumi delle Cedole di

dell'Archivio di Xapoli dal 1571


nelle
di

senza incontrare,

nomi

di soldati spagnuoli, quello, glo-

rioso, di
11

Michele Cervantes.
del Cervantes. Ma, restringendomi a ci che
ricoi'der nella Galatea
(1.

soggiorno d'Italia aveva lasciato molte tracce nella


ri-

memoria

guarda Napoli,
Xisida
,

II)

il

nome

di
iso-

nativa di Xapoli, eh' suggerito dalla vaga

letta presso Posilipo, tanto celebrata e


ficata dai poeti napoletani

variamente personie

del

Quattro

Cinquecento; e

nei libri

e VI,

quello del vecchio e savio

Telesio

suggerito, per quel che sembra, dalla fama del filosofo co-

sentino Bernardino
del capraio
(I,

Telesio. Nel

Don

Quijote, nel racconto

51),

Napoli detta

la

mas

rica

;/

mas

vi-

Me

allieta

il

pensiero 'scrive

il

Conforti) che

un

lieve

omaggio
primo
d. 4

ho potuto rendere

alla
il

memoria

di tanto scrittore,

pubblicando docu

menti che attestano

valore e la nobilt del suo animo

(!). 11

doc. dal Conforti riferito cosi:


tt.

luglio 1572.

A M. de Cervantes

2 sono com. pag.si per sua prov.ne del mese di settembre 1571
3fi7

ecc.

Esso tratto dal voi.


f.

delle

Cedole di tesoreria, a. 1572, parte III.

giugno 1572: e dice invece: A B.co de Cervantes d. 4 tt. 2 si sono comandati pagar per sua provvisione ecc. Dal confronto col voi. 376, anno 1574, f. 625 risulta chiaro che si tratta di un Rodo569,
,

rico o

Rodrigo

Negli altri docc. (che


ff.

si

trovano nel

voi. cit.,

f.
f.

519
241

b.,

voi. 365, a. 1572, parte II,

240-1, 294; cfr. voi. 363, a. 1571,

b.)

scritto con adorabile chiarezza:


riosit
si

Michele Cerdant
b.),

Noto per cuch'era della

che nel voi. 372,


il

a.

1573

(f.

471

e voi. 376, a. 1574 J. 589),


,

legge

nome

di

un

Giulio Cesare de Cervantes

compagnia

Trevico. dei cavalleggeri di Cecco Loffredo, marchese di

152

DUE ILLUSTRAZIONI AL

VIAJE DEL PARNASO


el

dosa ciudad que hahia en todo


anche
(II,

universo

mundo

\ Ivi

17),

s'incontra notizia della leggenda del Peil

sce Niccol, che

poeta pot trovare nei

libri del Mejia,

ma

che probabilmente senti raccontare a Messina, donde

originaria, o a Napoli,

dove ha un monumento nel

cosi
le

detto bassorilievo di Orione^. Si

rammenter anche che

quattro damigelle insaponarono la faccia dell'eroe


Zina redonda pella de

con

jabn napolitano

(II,

32); quel sato-

pone per
tra gli

la

barba, eh' antica industria, ancora oggi


^.

rente, della citt di Napoli


altri,
il

Nel Frsiles y Sigismunda , personaggio di un Pirro, calabrese, cavabravaccio e-ruffiano,

liere d'industria,

homhre acuchiUador,
los filos

irnpaciente, facinoroso,

cuya hacienda Vibrava en


los

de

su espada, en la agilidad de sus manos y en


HipUta...

enganos de

(IV, 7, 13).

Ma

ricordi della vita del poeta,

povero soldato in
novelle,

Italia, si

trovano specialmente nelle due

La

fuerza de la sangre, ed El licenciado Vidriera.


si

Nella prima, di Rodolfo, che va in Italia,


ndbale bien aquel: Ecco
et salcicce, coi otros
li

dice:

So-

buoni polastri, piccioni, presutti


los sol-

nombres deste jaez, de quien

dados

se

acuerdan citando de aquellas partes vienen a

stas,

y pasan por la estrecheza incomoddades de las ventas y mesones de Espaha . Nella seconda, sono altri ricordi

La Trinidad de Gaeta
(II,

x'isuona pi volte nelle esclamazioni di

Sancho
2

22, 41).

Sulla leggenda di Niccol Pesce e un'antica storia popolare spasi

gnuola,

veda un mio scritto nella rivista


(II,

Napoli

nobiliss. (voi.

V,

1896, fase. 5, 6, 9).


3

Nel Don Quijote

60) si parla di

dona Gtijomar de

QuifioneSf

mujer del Regente de la Vicaria de Ndpoles


si

Un

reggente Quinones non


et

trova notato nel libro di N. Toppi, Catalogus cunctorum regentiimi


Vicarici;

judicum Magnai Curici

(Napoli, 1666);

ma,

forse,

il

cognome

in-

dicato dal Cervantes era quello della famiglia della moglie.

II.

VIAGGIO IDEALE DEL CERVANTES A NAPOLI NEL

Iti

12

153

delle osterie italiane \ e delle bellezze delle principali citt


d'Italia. Napoli vi detta:

ciiidad a su parecer, y al de

fodos cuantos la todo


el

han

visto,

la

mejor de Europa, y aun de

mundo

Con questi

elogi,

concordano

le

due enfatiche terzine,

che seguono,- nel Viaje del Parnaso, a quella che abbiamo


riferita di sopra:

De Italia gloria y aun del mundo lustre, Pues de cuantas ciudades l encierra, Ninguna puede haber que asi le ilustre;
Apacible en

Madre de

la

la paz, dura en la guerra, abundancia y la nobleza

De

eli'seos

campos y agradable
la

Sierra.

Ma

il

poeta non riconosce, ora,


,

Napoli di una volta.

Che cosa

dunque, accaduto?
Si

vaguidos no tengo de cabeza,

Parceme que est mudada en parte De sitio, aunque en aumento de belleza. i Qu teatro es aquel. donde reparte Con l cuanto contiene de hermosura

La

gala, la grandeza, industria


el

Sin duda

suefio en

Porque

este es edificio
a toda

y arte? mis palpebras dura, imaginado

Que excede

humana compostura.

Per fortuna, s'imbatte


torio,

in

un amico,

di

nomo Promon. II

mancebo en

dias, pero

gran soldado

cognome
di questo

Promontorio

esiste nell'Italia meridionale;

ma

giovane soldato non ho potuto trovare alcun ricordo, bench abbia fatto in proposito parecchie ricerche. Del resto,

Nella trad.

ital.

sopra citata

(p.

19; si

pu trovare una buona


il

rettificazione delle parole italiane, e dei vini italiani, che


tes

Cervan-

mentova.

Si

veda anche
la

il

Don

Qinjote
>

II,

49\ dove

si

ricorda, tra

le altre cose,

temer de Sorrento

154
le

DUE ILLUSTRAZIONI AL

VIAJE DEL PARNASO

sue relazioni col Cervantes costituiscono un piccolo enim:

ma, come appare da questa terzina

Llamme padre, y yo llamle liijo; Qued con esto la verdad en punto, Que aqui puede llamarse punto fjo ^
L'amico
fa
le

maraviglie nel ritrovarlo, vecchio, cosi

lontano dal proprio paese:

En mis

lioras tan frescas


liijo

y tempranas
lozanas.

Est tierra habit,

(le dije),

Con fuerzas mas briosas y


Pero
Digo,
la
el

voluntad que a lodos rige, querer del cielo, me ha traido

A
Ma
i

parte que

me

alegra

mas que

aflige.

loro discorsi sono interrotti

dai

suoni delle

mu-

siche della festa, e Promontorio spiega di che cosa

si tratti.

Quella festa un gran torneo, che

si

celebra in Napoli per


le

l'annunzio delle alleanze matrimoniali tra

case reali di

Spagna
stesso

e di Francia.
il

Di questa festa

Cervantes
seguenti, da

aveva

notizia, com'egli

una relazione in prosa dovuta a uno spagnuolo, Juan de Oquina; e il Cotarelo, di recente, ne ha dato alcuni cenni, cavati da un manoscritto di un Miguel Diez de Aux'. Ma i cronisti e storici
dice nei versi

Nella forma,

si

potrebbe trovare qui una reminiscenza dei versi,

coi quali si

chiude

la

prima parte

del

Viaggio del Caporali:

Io pur verso la

cima

me

ne giva,

AUor che da una virgola fui giunto, Che mi giur persona fuggitiva, E mi f ritener da un piccol punto.
2

Cotarelo, op.

cit.,

pp. 40-1. Il ms. del Diez de


cfr.

Aux

del 1622,

ded. al vicer duca d'Alba:

Gallardo, Ensayo,

II, p. 802.

II.

VIAGGIO IDEALE DEI. CERVANTES A NAPOLI NEL

l(;i2

155

napoletani del tempo ne sono pieni K E, quantunque a

non

sia stato possibile rinvenire lo scritto del


il

me De Oquina

^che neanche
italiano,

Gallardo conosce), ho trovato un opuscolo


il

che ne tiene ampiamente

luogo. L'opuscolo s'in-

titola: Descrittione del sontuoso torneo fatto nella fidelissimn


citt di

Napoli l'anno

MDCXII,
e

con la relazione di molte

altre feste
le

per allegrezza

delti regii

accasamenti seguiti fra

potentissime corone Spagna

Francia. In questa seconda


e

impressione augumentata di molte cose


errori, raccolta dal dottor

corretta di diversi

Francesco Valentini anconitano,


;

accademico Eccentrico, dedicata a donna Caterina de Sandoval contessa di Lemos, viceregina del regno di Napoli
e ci

porge

il

modo

di notare

due piccoli errori (uno dei

quali assai curioso) della descrizione, verseggiata dal Cer-

vantes.

La data

di quel torneo fu

il

13

maggio 1612.
si

Fu

ri-

soluto che con ogni solennit possibile

dovesse rappre-

sentare una barriera di i^icca e stocco alla sbarra sopra


graciosissiina querela, eira suo luogo sar registrata, con
li

capitoli, della

quale volse essere mantenitore

il

signor

D. Gio. de Tassis conte di Villa Mediana, cavaliere spa-

gnuolo

il

pi generoso che imaginar

si

possa

Il

conte

di Villaraediana spese in

questa occasione, come manteni:

tore,

oltre

ventiduemila ducati

il

che da aggiungere
lui

alle altre notizie,

che

si

hanno, della vita di

galante e

fastosa.
Il

mio dotto amico Cotarelo, nel suo

bel libro sul

17/-

lamediana, ha discorso degli anni che Giovanni de Tasis


pass in Italia e a Napoli, dove appartenne altres all'ac-

cademia degli Oziosi. Tra

le

carte di questa

accademia,

Guerra, Giornali, pp.


In Napoli, per
Grio.

87-8: Capaccio, Forasliero, p. 351


I,

Paukino,

Teatro dei vicer 'Napoli, 1875),


"

p. 415.

.Iacono Caiiino, 1612, di pp. 48.

156
i

DUE ILLUSTRAZIONI AL

VIAJE DEL PARNASO

legge un sonetto del Tasis, diretto a Giambattista Manso,

col titolo:

Scusa di passione ostinata, che voglio

riferire,

perch fu poi stampato con molte varianti:

De enganniosas quimeras alimento La preteusioii de un fin de van deseo, Qua me obliga a seguir lo que no creo Y me haze creer lo que mas siento. No es capaz mi locura de escarmiento,
Antes eu el estado en que me veo Vencida la racon del devaneo Cobra mi desatino nuevo aliente. Cerrados ya los ojos del discurso, Incapaz de la luz del desengauno,
Solo la voluntad llevo por guia.

la

desdicha

misma que
Io

su curso,

Manso, hizo en la costumbre de est danno

Por honra tiene j a


Il

que es porfia ^

Villamediana tolse seco quattro compagni, e insieme


il

pubblicarono
marzo, con

loro cartello, in ispagnuolo, in data del 4


i

le

condizioni e

premi del torneo, firmandosi:


-.

Los cavalleros del Palacio encantado de Atlante de Carena


Il

17 aprile, fa posta

mano

al

teatro e alla macchina.


altissimo, di palmi
ses-

Consisteva questa in un

monte

santa e largo nella pianta palmi cinquanta, orrido e alpestre,

nella cui

incantatore, nell'istessa
l'Ariosto lo

sommit era il sontuoso palazzo d'Atlante forma e nell'istessa fattura che


si

descrive nel suo Furioso, nel quale

vede-

Ms.

cit.,

f.

48.
(2.*

il

B.o dei Sonetos

amorosos, inclusi nelle Ohras

del

Villamediana

impression, Madrid, por Maria de Quinones, ano

de

MDCXXXV,
y

pp. 105-6).
el

Eccone

le

principali varianti: v.

2.
:

La

atre-

vida esperanqa

desco

",

v. 6. Antes de la itmion con que peleo

v. 7. 5;^intento
;

spensamente absorto
V. 9.

ya no

veo

v. 8. Sino la ceguedad del vano

C'en^ados pues los ojos y


:

el

discurso] v. 11. -Bn los peligros hallo coni-

pania

V. 12.

Por

costumbre

los

yerros hacen curso

v. 13.

Y la constancia

inutil en el

dano.

II.

VIAGGIO IDEALE DEL CERVANTES A NAPOLI NEL 161 2 157


e

vano selve
stata

eaverne d'immensa grandezza

L'opera era

commessa

dal Villamediana a Giulio Cesare Fontana,

figliuolo del celebre

Domenico

e successore di lui nella ca-

rica di architetto regio e ingegnere maggiore del


di Napoli,
il

Regno
il

quale diresse

molti edifici

fatti

elevare dal

Lemos

nella citt di Xapoli. Dieci anni dopo, nel 1622,


in

Fontana veniva chiamato


diana per costruire

Ispagna dallo stesso Villamela macchina del teatro, Niquea del gentiluomo poeta,
il

ad Aranjuez

dove fu recitata

la Gloria de

innamorato allora di quella regina Isabella,

cui

fidan-

zamento aveva celebrato

col torneo di Napoli ^

Il Cervantes nomina ed elogia i quattro mantenitori, compagni del Villamediana. Il primo di essi era lo stesso vicer, conte di Lemos. Il secondo, il duca di Nocera:

El duque de Xocera, luz j guia Del arte militar

Ho

consultato le due prime edizioni del


cosi: el

Vicije,

e in en>.

trambe stampato proprio


Ora, qui
si

duque de Nocera

ha un

curiosissimo scambio, che

non saprei
il

dire se fosse fatto dal Cervantes, o dalla sua fonte,

De

Oquina. La relazione italiana


chiaramente, che fu un
di gentilissime maniere,

del Valentini

dice
:

invece,

duca della Xocara

cavaliere

il

quale ha con la dispostezza del


la

suo corpo anco

congiunta
la

generosit dell'animo e del

core, e la forza e

destrezza della

mano, talmente che


dubbio, non so-

in ogni cavalleresca azione, e particolarmente nel torneare,

ha merito esquisito lamente


scolo, si
stinta,
il

E, a togliere ogni

nome

ripetuto pi volte, ma, nello stesso opuvolte,


(e

nomina, anche pi

come persona
non
di

affatto di-

che prese diversa parte

mantenitore) nel

Sul Fontana in Ispagna,

si

veda Cotarelo, op.

cit.,

pp. 112 sgg.

158

DUE ILLUSTRAZIONI AL
il

VIAJE DEL PARNASO

torneo,

duca

di Nocera. Ora,

duca della Nocara


di

(terra in

Calabria) era un Donato Antonio

notto allegro,

un gioviuno sjjortman, che non meritava punto di


Loffredo
^,

essere chiamato, nientemeno,

luz y guia del arte militar

Questo elogio poteva,


avere comandato

in certo

modo, convenire
il

al

duca di
e

Nocera, Francesco Carafa, valente soldato;


la

quale, dopo

cavalleria napoletana in

Lombardia

nelle Fiandre, ed essere stato capitano generale dell'esercito

spagnuolo in Guipuzcoa
fini

e in

Catalogna

e vicer

d'Ara-

gona,

male, accusato e processato pel rovescio di Valls,

e gettato in prigione,

dove mori nel 1642-. Lo scambio,

Guerra,

Giornali, p. 164.
Il genio bellicoso della nobilt napoletana,

Biografia in Filamoxdo,
Cfr.

I,

pp. 256-70.

Giornali, ed. cit.,

anche Capecelatro, Annali, pp. pp. 484, 519. Al tempo del Lemos,
la

77, 153;

Zazzera,

egli fu costretto a

fuggire da Napoli per avere contratto matrimonio con la figliuola del

duca di Monteleone contro


del vicer;

volont del padre di

lei

e la proibizione

Guerra, p. 94, duca di Nocera fu anche degli Oziosi e scriveva versi spagnuoli. Nel mio opuscolo: La liuQua spagnuola in Italia (Roma, Loescher, 1895, p. B8), ho pubblicato
fu poi carezzato assai dall'
(cfr.

ma

Ossuna

e G. B. Basile,

Ode, Napoli, 1627, pp. 118-121).

Il

un suo sonetto spagnuolo. Un


f.

altro,

anche diretto

al

Manso

(ms.

cit.>

51),

questo:
Temo, JlANSO, ea miiar mi atrevimieato,

Teme

la

osada bazana
flaca

la

calda
la

Pierde

mi

piuma en
el

suvida

Del sacro monte

animo,

el alieuto.

Ansi sus faldas ya quedar

la siento

si

en tus grandes alas escondida

Amparajja no buela y defendida,

Tendr de Ycaro

el fin

mi pensamiento.

Dale brios que se onsalze en Elicona,

que escriba

el

valor tan soberano


;

De aquella que idolatra el alma mia Que trocar el temer en osadia,


Sera el alto camino dulze y llano,

quiz rao ornare, verde corona.

II.

VIAGGIO IDEALE DEL CERVANTES A NAPOLI NEL 1012 159


dal Cervantes, o dal
il

commesso
nosciato
Il el
il

De Oquina,

si

spie^^fa.

Chi
co-

conosceva in Spagna

duca della Xocara? Ma era ben generale duca di Xocera.

terzo

compagno

del

Villamediana fu

de Santelmo

fliei-te castellano . Era costui lo spagnuolo Anto'io de Mendoza, del Consiglio di stato di S. M. e castellano della

fortezza di S.

Elmo

'.

L'ultimo giostratore menzionato cosi: Es


oti'o

Euea,

el

Trovano
la

(Arrociolo que gana en ser valiente

Al que fue verdadero) por

mano.

Ma

Arrociolo

patente sbaglio di trascrizione, o

(che pi probabile) di stampa, per

Caracciolo

,
11

nome
Valen-

di antica e illustre famiglia patrizia napoletana.


tini fa sapere, infatti,

che

si

tratta di

don Troiano Ca-

racciolo, cavaliere di agilissima vita, di meriti singulari e


di

molta stima,
il

si

per

la nobilt della

sua famiglia, come


regie maniere che

per

valore della sua persona e per


lui .

le

regnano in
la parentesi

Onde
dcillo

la lezione della terzina,

togliendo

nata

scambio

col

del

manoscritto,

da rettificare a questo
Es

modo

otre Enea, el

Trovano
la

Caracciolo, que gana en ser valiente

Al que fue verdadero, por

mano.

Queste osservazioni non saranno forse inutili a chi vorr;\ curare un'edizione annotata del Viaje del Parnasn -.

Lorenzo Salazar,
pp. 13-14.

Cantellani di S. Elmo, su

ilocum. ineJ.

Na-

poli, 1895),
-

Per

le edizz. e trailuzz.

francese, inglese e olandese} del Viaje,


cit.

cfr. la Bibliografia

che accompagna Top.

del FiTZMAL-iiicE-KELt.Y

nella quale

anche

notato

un

articolo sul Viaje dei

Farnaw,

nel Gen-

tlemans Magazine del 1880, che

non ho potuto consultare.

Ili

PREDICATORI ITALIANI DEL SEICENTO


E IL GUSTO SPAGXUOLO

Dalla rivista Flegrea di Napoli,

a.

I,

1899. voi.

I,

fase. 2.

L
i

.1

Seicento

offre,

in

gran numero,

trattati, prontuari,

selve di
sacri
il

concetti predicabili, cio di quei concetti clie oratori di quel tempo mettevano in opera. Ignoro

se

termine

concetto predicabile
sia
il

viva ancora nel

gergo dei predicatori, e quale ne

significato odierno.

Ma

qui importa

soltanto

quello che esso aveva allora, e


al-

che potr essere prontamente chiarito col ricorrere ad


cuni esemp.

Supponiamo che un predicatore avesse dovuto svolgere una delle seguenti quattro proposizioni, o temi di prediche:
1.

Iddio fece nascere

il

Salvatore,

malizia era pervenuta all'estremo

2.

quando L'umana Nessuna offesa


;

pi grave della parola contumeliosa

3.

piaceri

del

mondo sono

afflizioni

4.

li

pensiero della morte


.

motivo efficacissimo per indurre a penitenza


la

Egli,

avrebbe potuto dimostrare

prima proposizione per via

speculativa, deducendo (parliamo sempre a mo' d'esempio)


dal fatto della caduta la necessit della coincidenza tra
il

punto massimo della corruttela del genere umano e


nuta
di Cristo

la

ve-

redentore;
tristi

ovvero giovarsi
condizioni del

di

prove

stori-

che, descrivendo le
vigilia della nascita
la

mondo

antico alla

di

Ges. Avrelibe potuto dimostrare


filosofia

seconda con ottimi argomenti di


il

morale; giac-

ch

bene maggiore dell'uomo

l'onore, e le parole elio


le

offendono l'onore fanno pi danno che non

offese m-l

164

PREDICATORI ITALIANI DEL SEICENTO

corpo

nei beni.

La mobilit

delle passioni,
al

il

facile tra-

passo dalla volutt alla noia e

dolore, gli

avrebbej'o

fornito osservazioni psicologiche per fondare la terza tesi.

modo onde le nostre azioni si colorano, o scolorano all'evocata immagine della morte, sarebbe stato il punto
il

da approfondire per mostrare

la verit della

quarta.

Ma, se avesse adoperato questi o simili procedimenti,


quel predicatore non avrebbe fatto, secondo le idee del

tempo, concetti predicabili.

A
i

formare

quali
tali),

non ocdel ge-

correvano ragioni sode


nere delle precedenti.
croni dell'argomento
chiaro (scrive) che

(o

che sembrassero
fra

Uno
,

principali trattatisti sin

su questo punto, esplicito:

Egli

n un

testo letterale dell'Evangelo,


la

n una nuda istoria del Vecchio Testamento, n


plice autorit di

sem-

un sacro

scrittore,

n una soda e
di

dottriso-

nale ragion teologica, n


gliono

un

articolo
il

San Tomaso,

comunemente

passar sotto

nome

di tai concetti,

meno una flosotca sottilit, n una piana ed evidente ragion morale, n un esempio quantunque meraviglioso, n una profana erudizione quantunque curiosissima, si chiamer concetto predicabile apfavoriti dal popolo. Molto

presso

il

popolo

.
il

Per ottenere
lasciare

concetto predicabile,

si

doveva, dunque,

da parte

la speculazione teologica e metafsica, la


storia, l'esperienza

dialettica, la

scolastica, l'esame della

e osservazione delle cose

umane;

e,

per dirla in breve, in

cambio

di

tutto

ci,

escogitare semplicemente un para-

gone. Ripigliando, dunque, il primo tema da noi enunciato, il predicatore si metteva a riflettere sulle circostanze di esso; e notava, per esempio, che Ges nacque

nel punto di mezzanotte del solstizio invernale, quando,


il

l'ombra notturna essendo giunta all'ultima lunghezza,

Sole dal tropico pi remoto comincia a rivolgersi a noi ed,

allungando

il

giorno, raccorcia la notte

Ora, l'Ombra

E IL GUSTO SPAGNUOLO

165

notturna
Grazia.

il

Peccato,

il

Sole

il

Messia, la

Luce

la

Ed

ecco impiantato un concetto predicabile, che


alla seg-uente

dava luogo
scere
il

domanda

Perch Dio fece na.

suo caro Unigenito nel pi crudo inverno?


la
difficolt;\

Lo
che

svolgimento consisteva nel chiarire


l'oratore

diseorsetto delle altre tre Stagioni, che

cominciava con l'amplilcare. Fingeva, perci, un si lamentavano col


la

Signore per

preferenza data all'Inverno.


si

A me
il

(di-

ceva
tato

la

Primavera)
di

dee

tale gloria,

acciocch
zefiri

profe-

fiore
il

Jesse germogli quando, da

soavi fu-

gato

gelo e le nevi, spunta ogni fiore, per poter dire

con verit:
nostra
.

Jam
tutti
i

hiems

transiit, fiores apparneriint in terra

Anzi a

me

tocca (diceva l'Estate), acciocch

il

donator di
erbe,

beni compaia quando

non pi

fiori

ed

ma
.

ricchi tesori di aurate messi sparge la terra, per

potersi avverare:
siotii!

Adhuc inodicum,

et

veniet

tempus

vies-

Anzi a

me
il

(soggiungeva, infine, l'Autunno';

un mondo nuovo e nuove creature, nasca nella fruttifera stagione istessa in cui l'uomo primo e il mondo fu creato, perch possa dir con ragione: Ecce, ego creo cvelos novos et terram novam v.
acciocch, se nasce
^Messia per fare

Una

digressione astronomica acuiva ancora

la ditficolt
i

>

e le notti,

giorni mostrando come Dio, che poteva rendere eguali pure li volle fare disuguali secondo le stagioni
:

profondo mistero.

La soluzione

della

difficolt

era,

che
la

Dio, nell'opera della creazione, tenne

sempre d'occhio

futura redenzione; onde stabili la disuguaglianza dei giorni


e delle notti per fare poi nascere
il

Salvatore in quel punto

della notte invernale, che fosse in simbolico accordo


la

con

condizione morale del mondo. L'autorit di San Gre-

gorio Nisseno veniva chiamata a confermare l'interpetrazione.

Con

lo stesso

procedimento

si

formava

il

concetto pre-

dicabile del secondo tema:

Nessuna

oftesa pi

grave

166
delle

PREDICATORI ITALIANI DEL SEICENTO


.
Il

parole contumeliose
il

termine di comparazione
al

era, p. e.,

miracolo di Ges, che rese la favella

mu-

tolo. Difficolt:

Perch mai

il

Signore, cui costava cosi


la

poco fare
prie mani,

le grazie, nello

snodare

lingua al mutolo ado-

per sforzi sopra l'ordinario, applicando

non

solo le pro-

ma ungendo
:

quell'org'ano con la propria saliva?

Soluzione Perch Ges


gli

pensava, in quel punto, a ci


le

che avrebbe egli medesimo sofferto per

contumelie che

sarebbero state lanciate dalle lingue dei suoi tormen-

tatori; e volle cosi

mostrare quanto reputasse grave

l'of-

fesa della contumelia. Interveniva, in ultimo, l'autorit di

San Cipriano a
dolo venerabile

ferrare e suggellare jl concetto, renden-

Al terzo tema:

piaceri del

mondo sono

afflizioni
,

serviva da concetto predicabile la parola


ebraico signiflca egualmente
quarto, intorno
alla

tannini

che in

volutt

e dolore . Pel
il

meditazione della morte,


dal
gli
il

concetto

predicabile era

costituito

miracolo di Ges, che, vo-

lendo illuminare un cieco,

mise

il

fango sugli occhi.

Perch mai

(si

domandava

nostro predicatore secentista)


lo copri di

Ges, per guarire l'occhio del cieco,


tiglia,

una

pol-

che avrebbe accecato un occhio pi sano di quello


.

dell'aquila?
in Cristo

E non bastava
La

forse la

sola saliva,

che

non era escrementiva superfluit,


.

ma

balsamo
quale

salutifero?
il

difficolt si scioglieva col


;

considerare che
il

cieco era figura del peccatore ostinato


altro rimedio se

a ridurre
il

non c'
es et in

non

la polvere e

fango {Pulvis

pulverem
si

reverteris),
il

immagine

della Morte,

Da

ci

vede che

concetto predicabile consisteva

neir inculcare una verit, mostrando come essa fosse sim-

bolicamente contenuta

Sacra Scrittura, in

un fatto o in una parola della un avvenimento della storia, in un fein


il

nomeno
eh'
il

della

natura. Perci,

trattatista

da noi

citato,

conte Emanuele Tesauro, autore del libro, a quei

E IL GUSTO SPAGNUOLO

167
lo detniva en-

tempi celebre, Il cannocchiale


faticamente:

aristotelico'^,

un'arguzia leggiermente accennata dall'ingegno divino, leggiadramente svelata dall'ingegno humano, e rifermata con l'autorit di alcun sacro scrittore Perch, Dio (se si vuole dare
>^
.

ascolto
sti.

ar Tesauro) era
il

il

primo

maggiore dei concettidi fare


il

Ancora

grande Iddio gode talora


motteggiando
agli

poeta

l'arguto

favellatore,

uomini e agli
suoi

angeli con vari motti e simboli


concetti
.

igurati

gli altissimi

E, quando l'ingegno

umano
si

di

un

abile prediil

catore svela l'arguzia,

l'applauso

divide (dice sempre


al

Tesauro) a Iddio dell'averla trovata e


l'averla

predicatore delal

come pellegrina merce mostrata


al

mondo
.

e tem-

pestivamente appropriata

suo proposito

Ma,
cili t
.

in

questo punto, anche a noi


si

Palla definizione citata

si para una diffidovrebbe concludere che

quella
di

arguzia divina
;

fosse considerata

come qualcosa
il

realmente divino

e che quei predicatori e

loro pub-

blico fossero gente che in ogni parte


la

dell'universo

udiva

viva parola, vedeva

il

gesto divino. Perpetuo incubo di

visione o d' illusione, che sarebbe stato altamente poetico.

Dal supporre simili condizioni

di

spirito, proprie dei


ci distoglie

tempi primitivi e ingenui, nel raffinato Seicento,

non

solo tutto ci che

sappiamo
il

di quel secolo,

ma

lo stesso
i

autore, da

noi

citato,

quale distingue a pi riprese

concetti predicabili dalle sode ragioni, la persuasione torica dalla scolastica, e vuole die di concetti predicabili

rct-

II

Cannocchiale aristotelico o sia idea

dell' arguta et ingeniosa


et

eloctt-

tioiie

che serve a tutta l'arte oratoria, lapidaria

simbolica, esaminala co'

Conte et Cavaliere Gran Croce D. Emanuele Tesauro patritio torinese (Quinta impressione, In Torino, MDGLXX, Per Bartolomeo Zanatta). Si veda il e. 3 e il Trattalo
principi, del divino Aristotele del
de' concetti predicabili,

che

inserito tra

ce. 9 e 10.

lf)8

PREDICATORI ITALIANI DEL SEICENTO

si

debbano soltanto
il

confettare

le

prediche. Che, se

predicatori e

loro

pubblico
quali
dlrlt:

avessero

preso

sul

serio

quei

ravvicinamenti,

ragioni

sarebbero
in

state

pi

sode

di essi? i/^se

ma

ipse,

quel caso, sail

rebbe stato Dio. Onde dobbiamo concludere che

Tesauro,
:

nel chiamarli nella prima parte della sua definizione

ar-

guzia leggermente accennata dell'ingegno divino


egli stesso, un'arguzia. Nei concetti predicabili

il

faceva,

tema era
e ar-

confettato

ossia voltato e rivoltato

con paragoni

zigogoli, senza che si facesse

un passo
si

sulla primitiva enun-

ciazione, senza che l'oratore percorresse

un

qualsiasi svol-

gimento dimostrativo, senza, che


aV Tpse dixit divino.

richiamasse neanche

Come

questo
e

modo
gli

di

predicazione poteva contentare

gl'intelletti

gli

animi e rapirli nell'entusiasmo? Come animi a sentimenti e propositi


si

poteva muovere
giosi? Alla
notizie,

reli-

prima domanda
si

risponde col rimandare alle

che

hanno

del traviamento intellettuale del Seiil

cento, per cui l'ingegnoso e

maraviglioso

(o

l'arguto,

secondo

la

parola del tempo) venivano considerati, non pi


d'arte,

come elementi

ma come

fini

a s stessi.

Divina

parto dall'ingegno, l'Argutezza, gran madre d'ogni inge-

gnoso concetto, chiarissimo lume dell'oratoria


elocuzione, spirito vitale delle

poetica

morte pagine, piacevolissimo

condimento della
fiume

civil

conversazione, ultimo sforzo dell'inDivinit nell'animo umano.

telletto, vestigio della


si

Non

dolce di facondia che senza questa dolcezza in-

sulso e dispiacevole

non

ci

rassembri

non

si

vago

fior di

Parnaso che dagli

orti di lei

non
stesso

si

trapianti, ecc. ecc. .

Sono enfatiche parole dello

Tesauro, all'inizio del

suo trattato. In quanto aUa seconda domanda, sarebbe, di


certo, precipitoso arguire dall'insipidezza di quelle prediche
la

tepidezza della fede negli oratori e negli astanti. La

storia smentirebbe tale supposizione con gli

esemp dell'ar-

E IL GUSTO SPAGXUOLO
dor apostolico di molti tra
conversioni operate tra
i
i

169

primi, e delle frequentissime

secondi.

La psicologia ammonisce
prediche dalle
le

che non bisogna misurare


l'effetto
le

l'effetto di quelle

che fanno ora su noi, che

leggiamo senz'avere
preoccupazioni e
gli
le

abitudini mentali ed estetiche,

preparazioni degli uomini di allora. Per


ci

animi nostri

vogliono altre

specie

di sollecitazioni, o di solletichi:
le

per quelli del Seicento bastavano, forse,


foggia che abbiamo esposto.

arguzie, della

quelle

arguzie

facevano,

spesso, sgorgare torrenti di lagrime.

Alla
stri,

moda non

si

sottrae la parola di Dio. Ai tempi nole

ascoltiamo talora dal pulpito

dissertazioni sulla que:

stione sociale,

sui mali del liberalismo

qualche anno

fa,

a Napoli,

si

ud perfino un predicatore polemizzare contro


il

quella seminvenzione di alcuni etnologi, che era

cosi detto

matriarcato
di

Xel Settecento,

si

agitavano dal pulpito


amministrazione, di poil

problemi
innanzi a

economia, di finanza,
il

di

polazione: noto
lui

motto

di

Luigi XVI, per

quaresimale

predicato, nel 1781, dal poi famoso abbate e

cardinale Maury:

Se l'abbate Maurv

ci

avesse

parlato
I

un

po'

anche

di religione, ci
si

avrebbe parlato

di tutto
in

Di simili

prediche
il

facevano, allora, anche


il

Italia,

come ricorda
chesi,

Bettinelli,

quale allude a un padre Luc


i

che in Venezia filosofava


i

in

un de' primi pergami


ohi

coi Montesquieu,

Puffendorft',

Barbeirac alla mano, con

un furor
vide
-.

di

concorso che non

si

pu credere da

noi

Tanto pi

l'efficacia della

moda

si

faceva sentire

nel Seicento, nel quale, per effetto della devozione larga-

mente

diffusa, le

prediche costituivano uno spettacolo, cui

tutti s'interessavano.

Le accademie lodavano

il

pn-dica-

Sainte-Beuve, Causerie^ du

laudi, IV, p. 268.


edite ed inedite, 2.a ediz.,

Saggio sull'eloquenza (in Opere

Venezia,

1801), voi.

XXIII,

pp. 296-7.

170
tore,

PREDICATORI ITALIANI DEL SEICENTO


di versi e

pubblicando raccolte

prose; la societ eleai divertimenti

gante cercava nella quaresima un sostituto


del carnevale
;

le rivalit tra gli

ordini

religiosi suscitafatti

vano, nel pubblico, partiti entusiastici. Di questi


piene
le

sono
ri-

cronache di quei tempi


al

e,

del resto, chi


fantasia

pu

pensare

Seicento senza

rivedere in

la figura

del Predicatore, nerovestito

come

gesuita, o biancovestito

come domenicano
in

o col rozzo saio cappuccino, gesticolante

una chiesa barocca, innanzi a un


dominanti e caratteristiche,

uditorio dai fastosi

abbigliamenti? Appartiene a quel piccolo numero d'immagini


in cui si

riassume e con-

centra per la nostra fantasia un'intera epoca storica \ Era


impossibile che

una predicazione

cosi

mondana non
ed estetica.

fosse

sensibilissima alla

moda
Il

intellettuale

I trattatisti classificavano

sottilmente le varie forme di


sette, se-

concetti predicabili.

Tesauro ne distingueva
si

condo
di

le

specie di metafore sulle quali

fondavano. Ve

n'erano perci di proporzione, di attribuzione, di equivoco,


ipotiposi,
il

d'iperbole, di

laconismo
si

di

opposizione.

P. e.:

concetto predicabile, di cui


il

parlato di sopra,

sulle gioie terrene e

dolore, formato per


,

mezzo

della pa-

rola ebraica

tannini

era di equivoco; quello sul cieco

Molte notizie intorno


57-8, 280; II,

ai predicatori di

Napoli del ventennio 1660In que-

1680 nei Giornali del Fuidoro (ms. nella Bibl. Naz., segn. X. B. 13-19);
cfr. I,
ff.
f.

9; III,

f.

126; VII,

f.

107, 115, 127.


si

st'ultimo luogo, sotto la data dell'aprile 1680,

racconta di

un padre
la

Giuseppe, domenicano, di Venezia,

il

quale aveva predicato

quare-

sima a Napoli,
la

e,

nel partirsene per mare, giunto al capo di Posilipo,


oltre, ed essendosi
si

barca non volle procedere

egli e

marinai

af-

fidati alla

volont del Signore,

vide la barca
,

soavemente sfuggire
il

innanzi e sfilare finalmente indietro

riportando a Napoli

padre,
visi-

che se ne torn
rabile efficacia.

al

convento di

S.

Caterina a Formello, dove fu

tato a gara da devoti, ai quali distribuiva balsami e unguenti di mi-

E IL GUSTO SPAGXrOLO
nato, d'ipotiposi; quello sulle
ofiFese

171

della lingua, di attri-

buzione.
antitesi.
I

Una

delle

forme pi gradite era l'opposizione o

predicatori poco inventivi trovavano concetti in abai

bondanza, ricorrendo

numerosi repertori, che


I

di conti-

nuo

si

stampavano
si

ristampavano.

predicatori

meglio

dotati

facevano un pregio d'inventarne sempre di nuovi,


i

arzigogolando sulla Scrittura e

Santi

Padri e frugando

nella Catena mirea e nella Selva delle allegorie.


le

sovente

prediche non

si

limitavano all'esposizione di un concetto


allo stesso

solo,

ma

ne offrivano, intorno

tema, una serie,


poi,

una corona, un fuoco


natura o
gli

di artifizio.

Fortuna

quando

la

avvenimenti porgevano,

essi stessi, l'occasione

del paragone;

come accadde a
cronista)

Xapoli, in una delle freItSO,

quenti minacce del Vesuvio, nella quaresima del


cui (scrive

in

un

predicatori

hanno avuto moil

tivo salutifero per le anime, con ricordare che

Vesuvio

predica con suoi muggiti per tenerci svegliati ad operar

bene

li

Una buona
difetto,

storia dell'oratoria sicra in Italia fa ancora

mancano

perfino monografie su singoli periodi.


si

Per

il

Quattrocento,

scritto

sparsamente su Bernardino
Savonarola*;

da Siena, Roberto da
quecento,
il

Lecce,

il

per

il

Cin-

meglio ch'io conosca

un capitolo

del Dfjob,

FciDORO, Giornali, ms.

cit.,

VII,

f.

115.

due primi si vedano O. Bacci, Le prediche volgari Ui S. Bernardino in Siena nel 1421 (in Confer. della Commiss, senese di si. patria, voi. I, Siena, 1895, pp. 77-139); F. Torraca, Fra Roberto da Lecce (m Studi di storia letteraria napoletana, Livorno, Vigo, IS&J, pp. 165-203\ [Si veda
2

Per

ora anche Luigi Iarexco, L'oratoria sacra italiana

nel

Medio

evo, Sa-

vona,

tip. Ricci, 19001.

17l'

PREDICATORI ITALIANI DEL SEICENTO


lettere

nel saggio nnV Inltufiso del Concilio di Trento sulle


e sulle

artlK L'indirizzo alla predicazione, in quel secolo,


per essere stato per un trentennio

fu dato, specialmente, dal piacentino Cornelio Musso (15111574), detto


il

Bitonto

vescovo

di

questa citt, e dallo scolaro di lui e perfeziostile,

il

natore del suo


1594),
il

milanese Francesco Panigarola (1548-

divino

Panigarola, che predic in Italia e fuori

e lasci

anche

trattati dottrinali sulla sacra eloquenza. Biil

sogna menzionare, accanto a questi due,

Seripando

il

Fiamma^. L'eloquenza
argomentazioni

del

Musso era grave, nutrita


Panigarola (dice

di cose,

contesta di testi scritturali interpetrati pianamente, e di


tlosofiche. 41
il

Tesauro)

vi aggiunse la perizia nelle rettoriche, la grazia e la leg-

giadria da cavaliere
lenti spiriti di
la
le

la

aveva avuto, da giovane,

bol-

padre Cristoforo

),

l'avvenenza, la facilit,

naturai facondia, e

dolcezza della lingua, formando


faticose,

sue prediche non


.

men

ma

pi eulte, pi ordi-

Ancora ai pi'incip del Seicento, questa manate e soavi niera di predicare aveva rappresentanti nel Castelficardo
e nel

Montolmo.
sopravvennero (elemento rivoluzionario)

In questa predicazione, in complesso severa e scevra di

giuochi rettorici
i

^,

concetti predicabili.
Il
fritto

sbarcarono in Italia dalla Spagna.


Tesauro, che abbiamo
della nostra

ci attestato dallo stesso

scelto a

guida in

questa poco

nota regione

Ch. Dejob,

De P influence
les

clu

Concile de Trente sur la littrature


e.

et

les

beaux-arts chez

peuples catholique^ (Paris, E. Thorin, 18S4),

2,

pp. 109-144.
2

TiKABOSCHi, Storia della


si

lett.

ital.,

VII,

1.

Ili, e. 6,

7-14.

Del

Musso

ha un Discorso

intorno aWartificio delle prediche (innanzi alle

sue Prediche, Venezia, 1557j.


3 II

Dejob mette, per

altro, in rilievo
cit.,

qualche tendenza

alle

fio-

riture nel Panigarola (op.

pp. 129-131).

E IL GUSTO SPAGNUOLO
letteratura.

173
(egli scrive), natu-

Alcuni ingeg-ni spagnuoli

ralmente arguti e nelle scolastiche dottrine


trovarono,

perspicaci^;sinii,

non

gran tempo,

questa novella maniera

d'insegnar dilettando e dilettare insegnando, per mezzo di


questi

argomenti ingeniosi, detti vulgarmente concetti


e metaforiche ri-

predicabili, che con mirabili e nuove


Hessioni sopra la Scrittura Sacra e
i

Santi

Padri, abbas-

sando

le

dottrine
le

difficili

alla

capacit degl'idioti, ed in-

nalzando

basse e piane alla sfera dei dotti, a guisa della


e

manna
grandi,
Si

e
i

piacciono
nobili e
i

pascono
.

ugualmente

piccoli

plebei

potrebbe domandare come mai questi giochetti

in-

tellettuali si

formassero in Ispagna, che pure aveva avuto,

nella seconda

met

del

Cinquecento,

la

calda e vigorosa

predicazione di Luis de Leon e di Luis de Granada. yb\

per

la

Spagna

altres

manca una buona

storia della sacra


fiorito di

eloquenza.

Non

improbabile

che questo modo

argomentare nelle prediche


in
e,

fosse stato preparato e suscitato

Ispagna dalla letteratura poetica d'imitazione italiana;


in tal caso, la pianta,

che fu trasportata poi

in Italia,

sarebbe da considerare come un

innesto italiano sul tronco


al

spagnuolo, e tornante, in certo modo,

suo paese di ori-

gine. L'influsso della poesia cortigiana stato asserito, per

quel che riguarda


della
1(5.83);

il

piii
il

famoso oratore sacro spagnuolo

nuova
il

scuola,

padre Hortensio Paravicino (1580basti qui colpire

quale, per circa un ventennio, fu predicatore di


j\Ia

corte dei re Filippo III e Filippo IV.


al la

passaggio dalla Spagna in

Italia, ai principi del Seicento,

nuova forma

di predicazione, senza risalire, per ora. alla

preistoria di essa.

Anche

in

questo
lo

fatto,

come

in

generale in
il

tutti gli altri

che riguardano
Napoli ebbe

spagnolismo e

secentismo
^

italiano,

pcirte

importante, anzi dominante.


il

Lf no-

velle merci (scrive

Tesauro), per cagion dfH'isiiann cnin-

174

PREDICATORI ITALIANI DEL SEICENTO


e

mercio per terra


fur chiamate

mare,

di

col

primieramente sbarcale

rono a Napoli; onde in

Italia,

che non ancor

conoscea,

concetti napoletani;
prediche
.

e tosto trovaron spacle of-

cio apresso a molti,


ficine delle lor

che copiosamente ne fornirono

N
lia:
il

la via di

Napoli fu
si

la

sola.

Gi nel Cinquecento

predicatori spagnuoli

facevano udire in varie parti d'Ita-

Panigarola narra l'aneddoto di uno di questi, valen-

tissimo,

da

lui sentito a
,

Roma, che predicando


e

italiana-

mente, a suo parere

volendo esporre quella voce


in

calceamentum in volgare, perch

ispagnuolo di genere

maschio
e

il

zapato. egli ne4 suo italiano diceva lo scarpo;


in quel linguaggio la

perch femminile
sua

cama, egli

al

paralitico faceva
la
letta;
il

comandare
di queste

dal Signore che dovesse levare

puritadi di lingua, seicento

^.

ne
il

formava
quali
I

buon padre ogni mattina

Si

aggiunga

gran commercio
si

di libri teologici e ascetici spagnuoli, dei

hanno moltissime edizioni


bisogno
di

e traduzioni italiane^.
lieta

concetti napoletani, o spagnuoli. trovarono


il

ac-

coglienza. Si sentiva

un modo

di

predicazione

meno

difficile e

astruso di quello del Cinquecento; la se-

verit del quale produceva,

come

reazione, l'abuso delle

prediche buffonesche, con rappresentazioni mimiche e motti


scurrili. Ora,
il

modo spagnuolo sembrava


il

offrire

un com-

promesso decoroso. Se anche non istruiva

gl'intelletti, gio-

vava

all'edificazione, ch'era
col

fine

da raggiungere; giaccli
differente la rettorica

(ripetiamo

Tesauro)

molto

persuasione dalla scolastica;


inferisce
il

questa, essendo specolativa.

vero da vere ed intrinseche ragioni;

ma

quella,

predica/ore di Francesco Pnigarola,

minore osservante, ve-

scovo d'Asti (Venezia, 1609), nelle Questioni


2

sulla favella, p. 7.

Ai predicatori spagnuoli accenna anche Sforza Pallavicino,


1.

Arie della perfezione cristiana (ed. di Venezia, 1839),

IV,

e.

4.

E IL GUSTO SPAGNUOLO

175

essendo pratica e morale, servirajssi di figurate ed ingcniose ed estrinseche ragioni, eziandio cavillose ed apparenti, fondate in metafore, in apologi, in curiose erudizioni,
e trarr frutto dai fiori >.

La parola

di

Dio ora
i

cibo

ora

bevanda

il

Tesauro riponeva

concetti

predi-

cabili nella

seconda categoria, tra


i

le bibite.

D'altra parte,

predicatori,

quali, con lo stile antico,

pi sudavano predicando che se avesser corso per poste

un giorno intero , col nuovo faticavano assai meno. Da una sola predica del Bitonto, si potevano trarre dieci delle nuove. Il Montolmo, ch'era tra buoni seguaci della scuola
del Bitonto,

mut

stile

anche

lui; e,

discorrendo un giorno,

appunto col Tesauro, su


avea grandi obbligazioni
gli

tale
a'

proposito, disse:

ch'egli
i

predicatori napoletani,

quali

aveano insegnato a predicare con maggior


.
il

diletto del

popolo, senza sudare

La Spagna, come introdusse


essere

genere, cosi continu a


discursos,

grande fornitrice

di
di

asmitosy

conceptos

2>redicables.

Il

fabricarli
il

proprio Marte oggid non

troppo necessario (scrive

Tesauro), essendone pieni tanti


predicalDle,
infi-

volumi spagnuoli, che sopra qualunque tema


basta ricorrere agl'indici di
niti;

quei

libri

per trovarne

ma

nudi e secchi, da vestirsi ed impinguarsi con

in-

gegno

italiano .

L'Antonio d

il

catalogo di una quaranpredicare, e di


i

tina di trattati spagnuoli dell'arte del

al-

trettante raccolte di esempi e concetti; tra


il

quali ricorder
i

Promptuarhnn conceptumn
e
le

(1604) di Rafoel Sarmiento,


i

Conceptos espritucdes di Alonso de Ledesma (1010),


ceptos predicables

Condi

Miscelaneas predicahles

(l(ill-:2;

Melchiorre Fuster,
zales de Critana,
cisco Labata,
i

la Silva comparationum (1011) del GonV Apparatus concionatorum (1014) di Fran-

Conceptos extravagantes qnc se ofrecen entrc


i

ano (1619) di Tonias Ramon,


ticos

Conceptos prcdkabiles poli-

y morales a diferentes asuntos {UKtoj di Francisco de

176

PREDICATORI ITALIANI DEL SEICENTO

Hontivei'os.
ispanici

Venezia furono stampati, nel 1621,


e

Nuovi

appuntamenti, concetti

pensieri nelle quarantache corrono dal pri-

quattro predicle delle domeniche

e feste

mo

decembre cdV ultimo di febbraio, opera del Perez, verpredicatori italiani, formati a tale scuola, sono legione.
gli altri,
il

sione italiana di Serafino Croce.


I

Il

Tiraboschi ricorda, tra

domenicano

fra Nic-

col Riccardi, genovese di patria, che fu allevato in Ispa-

gna ed era grandemente stimato da re Filippo III, e preil cappuccino fra Girolamo da Narni, dic anche a Roma predicatore del Palazzo Apostolico ai tempi di Urbano Vili;
^
;

il

gesuita Luigi Giuglaris': Del Riccardi

si

racconta che,

per mostrarsi ingegnoso, solesse cominciar col pronunziare


proposizioni che avevano alcunch di eretico, e venirle poi

riducendo

al

senso cattolico
ai suoi

"'.

Il

Tesauro nomina, fra quelli


il

che predicavano
rafa

tempi in Torino,

Zachia,

il

Ca-

il

Lepore,

fioriti

giardini di argutezze e di con-

cetti . Celebri pei loro eccessi metaforici

furono anche

il

Caminata ed Emanuele Orchi da Como

^.

Era soprannominato

il

Mostro

con tale nome

si

trova elo-

giato in parecchi canzonieri del tempo.


2

Quaresimale del padre Luigi Giuglaris della compagnia di

Ges

(in Milano, appresso Lodovico Monza, 1669).


3
^

Tiraboschi, Vili,
Il

1.

Ili, e. 5, 9-12.

napoletano

Tommaso

Carafa, domenicano, del quale

si

ha un

libro di Descrizioni vaghissime: ghirlanda di varie descrizioni cavate delle


sue prediche, ecc. (Napoli, per Gio. Dora.
5

Montanaro,

1636}.
ital., II, p.

Dell'Orchi, scrive

il

Settembrini, Lez. di letteratura

376:

Nella prima predica comincia dal pavone e ve ne descrive la coda, poi parla del pomo, indi del giuoco del pallone, delle erbette del prato,
della scienza di Tolomeo, di
cole,

ad Alessandro,

al

Bucefalo che somiglia al pergamo.


la salute

Ticho Brahe, del Fracastoro, salta ad ErE dopo tutta


dell'anima

questa roba vi d un avvertimento per


ora F. Scolari,
1899].
Il

[Si

veda

padre Orchi

barocchi 2^redicatori del Seicento,

Como^

IL

GUSTO SPAGNXOLO

177
stesso Tesammo prenderemo comi',e

Le voci

dei critici

non mancavano. Lo

(dal quale, con^ quest'ultimo imprestito,

miato) esclamava che

finalmente
si

il

troppo troppo

notava che

le

metafore
,

vogliono adoprare per confetti

non per vivande


la

biasimava coloro che

tessono tutta
tal concetti

predica quasi un'incannata di ciambelle di

infilzati , Il

gesuita padre Casalicchio, nel suo libro L'utile

col dolce

^ descrive satiricamente quei predicatori che, doall'uditorio intorno alla brevit della vita,
in

vendo discorrere

in luogo di

formare un discorso pieno di sodezza ed


la vita

luogo di persuadere ch'essendo cosi breve


tutta la

nostra,
di

dobbiamo spendere
si

in esercizi di virt e
li

per-

fezione, eglino, che

stimano

o:ran dicitori,

si

pongono

di proposito a farci la descrizione del flore.

sapete

come
se

incomincia a dire quel famoso predicatore?:

Signori,
La

noi parliamo della nostra fanciullezza, che altro ella che

un

fiore? e
si

come

no,
al

mentre che
narciso, e

il

fiore, ecc.

fanciulil

lezza

paragona

con ragione, mentre

narciso, signori... 'e


se poi, signori, la
all'iride, chi sia
tre, se

qui la descrizione del narciso). Che


la

giovent nostra
si

vogliamo paragonare

che

ci voglia con riigioue opporre? Men-

noi sapete, egli l'arco celeste (e qui fa la descri-

zione dell'arco celeste)... . Anche la Chiesa non risparmiava avvertimenti e rimproveri, specie nella seconda met del secolo. Nel 1680, un cronista nota: Quest'anno,
in Xapoli,
li

predicatori sono tutti evangelici e morali, con-

forme

il

precetto del

Sommo

Pontefice vivente

-.

La mala abitudine and cessando


quel secolo.
Il

in Italia sul finire di

Segneri, che fu tra

riformatori della sacra

Pubblicato nella seconda met del Seicento:


I,
f.

ma
I,

io

ne

\\'>

a Kiat.

un'edizione di Venezia, 1741. Cfr. cent.


'

decade
115.

arg. VI.

Flidoro, Giornali, ms.

cit.,

VII.

178

PREDICATORI ITALIANI DEL SEICENTO

eloquenza, nelle sue prime prediche aveva anche lui incli-

nato
resti

ai concetti e allo stile fiorito.

Se ne

lili^r poi,

bench

ancora intinto di

altri vizi del

tempo ^

III

concetti predicabili viziavano l'impianto stesso geneil

rale della predica;

che non toglie che

le altre

forme del
radice

cattivo gusto letterario, derivanti tutte dalla

comune

che era l'amore dell'ingegnosit, concorressero in quelle


composizioni. Taluni esemp, tra
di
Il
i

pili

insigni e popolari,

metafore strampalate provengono appunto dalle prediche.

padre Casalicchio censurava

il

parlar culto

il

par-

lar dotto

dei predicatori, l'abuso delle metafore, le paricercate, le

role strane e
si

continue circonlocuzioni (onde


,
il

chiamava

Scettro
,

penitente
1'

re

David,
,

Evan-

gelista Apelle
stino, la

san Luca,

Aquila africana
,

sant'Ago-

Porpora di Bettelemme

san Girolamo), evia


il

dicendo. Mi pare poi opportuno notare

significato

che
si

aveva, nei linguaggio del tempo, la parola


(o,

esagerare
g).

pi di frequente,
,

esaggerare

con due

Qui

pu esaggerare
l'esposizione
si

dice

della

trama

una didascalia del Tesauro, neldi una predica, al punto in cui


di Cristo";

deve parlare dell'agonia


contro

predicatori

in

quest'anno
di Scrittura
zia,

esaggerano con esemp

il

con vive ragioni

lusso, o contro la

mancata

giusti-

ecc.:

sono frasi che ricorrono con frequenza nelle

[Intorno ai predicatori del Seicento stato pubblicato

uno

spe-

ciale lavoro di Iosa Arrigoni, Eloquenza sacra italiana del secolo XV'II,

Roma,

Descle, Lefvre e

C,

1906: cfr. a proposito di questo lavoro


studio piti accurato

Giuseppe Scopa, Necessit di uno


2

suW eloquenza

sacra

del Seicento, in Rivista abruzzese, luglio 1907, pp. 365-74].


Cfr.
il

gi citato Trattalo di concelti predicabili.

IL

GUSTO SPAGNUOLO

179

cronache del tempo ^

Esagerare

insomma, significava
.

dare risalto

parlare con forza

Le forme argute erano bene

accette,

non solamente

al

pubblico erudito delle accademie ed elegante delle corti,

ma

alle

turbe:

quei predicatori concettisti e metaforeg-

gianti furono largamente popolari.


Il

contrasto, che

si

pone
la

di solito tra la raffinatezza

mor-

bosa delle classi colte e

semplicit del popolo, ha d'uopo


i

di parecchie restrizioni. Il fatto , che

paragoni bizzarri

colpiscono l'attenzione dell'ignorante, gli svolgimenti artificiosi

soddisfano

il

suo intelletto,

giuochi di parole

lo

seducono, la materializzazione delle idee nelle continuate

ed esagerate metafore d a quelle una corpulenza e una


tangibilit che
si

scambiano, non di rado, con l'evidenza.


i

Della qual cosa sono prova gli cmfos e

drammi

sacri spa-

gnuoli, che ebbero fortuna anche in Italia, e di cui vivono

parecchi rimasugli nelle tradizioni e costumanze popolari.

un'altra prova ne offrono

predicatori burleschi del


di
,

Seicento, che non sono tra


cetti e di metafore.

lussureggianti i meno La predicazione burlesca non

concer-

tamente, cosa particolare di quel secolo: ha origini assai


antiche, e Dante, ai suoi tempi, la boll con
ferrate terzine (PamrZ.,

una

delle sue

XXIX,

115-7). Nel Seicento, prese

anch'essa

il

colore di moda.

Tutti ricordano la figura del cappuccino, che Federico


Schiller introduce nel suo
ai soldati

Campo

di Wallenstein

in

mezzo

che giocano, rissano, bevono, donneggiano e bedi paragoni, di

stemmiano. Quale fiume


che

metafore e

di equii

voci verbali gli esce di bocca! Egli inveisce contro


dati,
si

sol-

curano pi

del boccale che della

Knuj als den Krieg > (pi guerra), che amano pi < den Oxeu

iim den

FciDORO, Giornali, ms.

cit.,

I,

f.

250 e passim.

180
als

PREDICATORI ITALIANI DEL SEICENTO

den O.xenstini

(pi

il

bue, che l'Oxenstierna,

nome
fronte

dello statista svedese, che in


di

tedesco significava

bue

),

e descrive lo stato
:

miserevole della Germania e

del

Romano Impero
. . . .

das r mi se he Rei eh dass Gott erbarm! eh Arm; Der Rheinstrom ist woi'den zu einem Peinstrom, Die Klster sind ausg-enommene Ne s ter, Die Bisthiimer sind verwandelt in Wiistthiimer, Die Abteien und die Stifter Sind nun Raubteien und Diebeslilfter.
Solite jetzt heissen r orni s

Und

alle die gesegneten deutsehen Sind verkehrt worden in-Elender

Lander
. .

N risparmia
Friedland;
offeso
il

suoi detti mordaci al Wallenstein, duca di

e,

quando, minacciato dai soldati che sentono


capo, costretto a ritirarsi innanzi al tugli

loro

multo, avventa cosi

ultimi strali della sua eloquenza

So ein hochmiithiger Nebueadnezar, So ein Siindenvater und muffiger Ketzer, Lsst sich nennen den Wallenstein; Ja freilich ist er uns alien ein Stein Des Anstosses und Aergernisses,

Und

so lang der Kaiser diesen

Friedeland

Lisst walten, so

wird nicht Fri ed' im Land!

risaputo cbe lo Schiller s'ispir, nel foggiare questo

suo cappuccino, a un personaggio storico, celebre predicatore, scrittore ascetico popolare, satirico possente della se-

conda met del Seicento: ad Abramo

di

Santa Clara (1644-

1709), agostiniano scalzo e predicatore di corte a

Tra

le

opere di costui ve ne ha una, intitolata


le

Vienna '. cosi: Can-

tina ben fornita in cui

anime

assetate possono ristorarsi

Cfr. intorno a lui

Scuerer, Gesch. der deutsehen Lilteratur (Ber-

lino, 1885), pp. 338-9.

E
con

IL

GUSTO SPAGNUOLO

181

una divina

benedizione. Mi pare evidente l'intiusso spa-

gnuelo

e italiano sul

suo

stile

K
di

Ci che per la Germania

Abramo

Santa Clara,

fu-

rono, in certo modo, per la Friincia della prima met del

Seicento

l'altro

agostiniano, padre

Andr

(1657),

e,

che
per

merit un'allusione del Boileau


l'Italia, nella

nell'.-iri

potique\

seconda met,

il

douaenicano padre Fonta-

narosa. Intorno all'uno e all'altro sorta

una ricca
(il

leg-

genda popolare, non priva

di

aneddoti lubrici

Fontana-

rosa ha dato argomento pertino a una novella del Casti);

ma

si

pu stare

sicuri che

si

tratta
i

essendo facile veriticare che

appunto di leggenda, medesimi aneddoti, che si


si

raccontano in Italia del padre Fontanarosa,


in Francia dell'Andr
e,

raccontano
Il

forse, altrove di altri*.


si

Fonta-

narosa era nostro, meridionale:


sati, di
e,

chiamava Michele Avidi Avellino),

Fontanarosa (paesello della provincia


,

predicatore famosissimo
i

valc tutti

primi pulpiti

un contemporaneo, cad'Italia ". Cavalc > anche


dice
l'altro,

quelli di Xapoli,

avendo, tra

predicato la quaresima
Palazzo,
e,

del 1664 nella chiesa di Santo

Spirito di

nel

novembre
zione di

Domenico Maggiore per Alberto Magno *. Trovo anche che,


1670, in S.

la beatitica-

nel

gennaio

Lichte der deutschen Kritik


2

veda A. Farinelli, Spanien iind die spanUche LUteratur und Poene (Berlino, 1892;, pp. 56-7. Per l'Andr, il libro di P. Jacquinet, Dch prcdicateurs du X VII
Si
(2. ediz.,

ini

ii--

cle

avant Bomtel

Paris, lb85

pp. aOJ-311

e per la lejfgenda
18y7),

del Fontanarosa, R. Giovagnoli, Legr/ende romane

(Roma, Perino.
Loeacher,

pp. 90-144.
3

V. Caravelli, Chiacchiere

critiche (Firenze,

18b.'i\

pp.

143-157. Il Caravelli parla, a p. 152, di


di S.

un

busto, esistente nel

Museo
busto

Martino

di
il

Napoli, e ritraente

il

Fontanarosa:

ma

quel

ritrae, invece,

padre Eocco

(cfr.

De

la Ville, in Snpoli nohiliu.,

VI, 1897,
<

p.

87>
cit.. II.
f.

Giornali del Fuidoro, ms.

9: III,

f.

1-2;.

182

PREDICATORI ITALIANI DEL SEICENTO

del 1666, quindici banditi assaltarono e saccheggiarono la

casa di alcuni

suoi parenti
;>,

in

Fontanarosa, e

il

padre,

ch'era forte ed animoso

vi accorse

con altre persone,

si

oppose

ai

banditi, gli furono sparate contro sei archibului

giate che
dei
suoi ^

non colsero

per miracolo,

ma

uccisero uno
in

Ed

eccolo, per

una volta almeno,


n.egli

contatto

con banditi, com' spesso presentato


lari

aneddoti popo-

che
i

lo

concernono.
nostra Biblioteca Nazionale

Tra

manoscritti della

un Quadragesimale del Padre Maestro Fontanarosa ^. Comprende trentacinque prediche, che cominciano ciascuna con un lungo e bizzarro paragone: la prima, col paragone tra
i

re

Magi che recano

al

bambino

oro, incenso e mirra, ed

il

predicatore che viene a Napoli


;

con presente e tributo


la

di cenere

altre,

con paragoni tra una nave e

Ver-

pomposa nave..., spalmata e bella, a solcare l'inflnitanza del mare delle grazie, nave il di cui arsenale fu
gine:

l'utero

di

Anna, fabbro

la

divina Provvidenza, sarti

le

virt, ecc. : tra

una scacchiera

e la Chiesa, scacchiera
et

ove impera un re monarca. Cristo, rex regum


dominantiitm, e schierato esercito di rocchi,
valli

dominus
cail

alfieri e

sono

li

diversi gradi ed ordini della Chiesa

tra

suo cane e

la Carit, del

qual cane descrive opere mirabili,

giacch

quale offlcioso servo

lo

segue, e se per caso

Op.

cit.,

II,

f.

166. Il diarista

soggiunge:

Di questo

fa.tto

uno
li

dell'auditori delia provincia pigli l'informazione e si pigli

anche

denari del suo accesso dal maestro

[il

P. Maestro Fontanarosa), ch'acti-

cudisce al Vicer e non trova giustizia, perch ogni bandito tiene


tolati per protettori, ed
il

Vicer stima

il

Baronaggio
governo

li

nobili

con

troppo clemenza,
publiche; per
distribuitiva
2

la

quale anche offende


si

al

delle perfette re-

lo

che

sdegna

il

pubblico quando
.

la giustizia

non

communemente

a tutti

Ms. segn. Vili.

A A.

59, di ce. 235,

proveniente dal convento di


1.

S.

Domenico Maggiore. Fu gi

descritto dal compianto Caravelli,

e.

E IL GUSTO SPAGNUOLO
vien
ferito,
egli, fatto

183
lin-

chirurgo amante, col tasto della

gua palpa

e lambisce la piaga, e col


.

balsamo della saliva

l'unge e la risana

darne un saggio un po' pi largo,


tre-

recher quasi per intero l'introduzione della predica


dicesima sul testo
vestro moriemini'.
:

Ego vado

et

quceretis

me

et

in peccato

Ambisce

talvolta

l'ingegnoso ragno

di

tranguggiarsi
il

l'im-

monda
con
la

e puzzolente mosca, n potendo impennarsi

tergo a gion-

gere a chi per l'aria vola trae dal ventre la viscosa bava, tesse

brancata conocchia

l'artificiose fila, intorce

li

stami, e spande

la tela

opure

la rete in aria; or s'avanza, or s'arretra, or s'inalza,


si

or

si

sbassa, or

profonda nella
lato,

terra, or si libra
altro,

nel

cielo, or

se distorce in

un

ora

si

conduce in un

ora

si fa

astro-

logo

con l'osservare nell'oriente, ora nell'occidente, ora diventa


jpunti, or

matematico tirando circonferenze e


a misurar
le fila in terra; e,

geometra ch'ascende
l'ordita tela,

mentre spande

ed im-

priggiona nella sua rete la mosca, la punge, la ferisce, l'uccide,


la sbrana, la succhia, la divora.

Ma, oh che ragno abominevole


la

venenoso

Tempio, che, dal ventre della colpa vomitando


fila,

puzfu>''s

zolente bava della malizia, intesse le

intorce le funi,

jjeccatorum circumplexi sunt me, spande

le reti dell'iniquit, cndt't

in retiaculo eius peccoAor, or l'alza nel cielo della superbia, or si

profonda nel centro della sensualit, gira a torno, va a caccia delle

mosche

della vanit, in circuitu impii ainbulant;

ma

in fine ivi se

ne muore, disseccato dal vento, ove depredando cerca conservarsi in vita, tabescere feristi sicut araneam eiux: ego vado et qua-refis

me

et

in peccato vestro moriemini. Ego. ecco


et

il

Signor offeso, vado,


i

ecco l'abbandonamento, quxretis


del ragno,
>'t

non

incenictis, ecco

capogiri

in peccato vestro moriemiti. ecco la morte nella

me-

desima

rete intessuta

da

lui

....

Sbalordito egli stesso dei suoi paragoni, non sa astenersi dall'esclamare di volta in volta: Oh, che tropi! oh, che
figure!
oh, che

misteri profondi! oh, che

sacramenti na-

scosti! ; ovvero:

Oh, che figure! oh, che tropi! oh, che

metafore! oh, che enigmi! oh, che paradossi! oh, che tra-

184
slati
!

PKEDICATORI ITALIANI DEL SEICENTO


di nota le

Sono anche degne


ora

espressioni con le
fiorilit-

quali

si

rivolg-e alla sua udienza,


,

chiamandola ora

tissima mia udienza


terario di
tuosi
,

nobilissimo e fioritissimo

Minerva

ora

nobilissima ecco (eco) di vir-

ora

fioritissimo incontro d'eroi .


si

A
nato
cuori
i

lui,

come all'Andr,

attribuisce di
s.

avere paragoal

dottori della Chiesa latina,

Agostino
al

re dei

per la sua carit,


stile

s.

Girolamo
s.

re di picche
al

a cagione del suo


fiori

mordace,

Ambrogio
s.

re di

per

la

sua

fiorita

eloquenza, e

Gregorio

al

re
il

di quadri

per la sua semplicit prosaica. Vero o no,


si

Fontanarosa (come
tentiche) era
traslati.

vede dai saggi delle sue prediche audi siffatti arditi

ben capace

ravvicinamenti e

IV
Contro
il

cattivo gusto delle prediche reag, prima, la


le

Francia, la quale aveva avuto anch'essa


conceptions thologiques e
le

sue raccolte di

sue pointes, venute d'Italia';


i

ma

ch'ebbe presto

Bossuet,

Bourdnloue,

Massillon.

Segui,

un

po' pi tardi, l'Italia, che, nella seconda


il

met
la

del Seicento ebbe

Segneri, e nella prima met del secolo


tutte,

seguente,

Girolamo Tornielli. Ma, pi tardi di


il

Spagna, dove

male era inveterato; e per curarlo, occorsero rimedi estremi. Non bastando gli ammonimenti gravi dei precettisti, sembr necessario, circa la met del Settecento, a
di

un gesuita,

al

padre Jos Francisco de


ricord

Isla,

dare

piglio

all'arme del ridicolo. L'Isla

che,

con

BoiLEAU, Art

2^otique,- c. 1:

les poinfes...

furetti

de P Italie en nos
.

cers attires...

Et

le

dodeur en chair en sema V Evangile


si

Contro

pre-

dicatori di stile ispano-italiano


hien penser (ediz. ital.,
I,

veda

il

Bouhours, nella Manire de

pp. 17, 22-3, 41, 92).

E
quell'arme,
dal
il

IL

GUSTO SPAGNLOLO
il il

185

gran Cervantes aveva liberato


di cavalleria;
satirico sui
e,

suo paese

morbo dei libri scrisse un romanzo


titolo: Historia

imitando

Cervantes,

predicatori spagnuoli, col'

del

famoso predicador Fray Gerundio de


ne nacquero
di esso

Campazas,
Il

alias Zotes.
:

Fray Gerundio lev grande rumore


Il

scandali, polemiche, proibizioni ^


fu pubblicato

primo volume
il

alla line di febbraio 1758:

secondo, dopo
la

molte traversie, sembra che fosse stampato per


volta circa
il

prima

1770.

Il

libro

dest grande entusiasmo nel


il

marchese Bernardo Tanucci;


il

quale, scrivendo da Napoli


lo

4 aprile 1758

al

principe di Jaci,

paragonava

al

Don
ri-

Quijofe, dicendo che l'impresa dell'autore era pi ardita,

perch, se

cavalieri erranti potevano essere messi in

dicolo senza timore dell' Inquisizione,

non accadeva

il

me-

desimo per
scriveva
al

predicatori;

e,

sulla

fine

dello stesso mese,


la re-

duca

di Montealegre,

informandolo che
il

gina di Xapoli leggeva con molto diletto


e

Fray Gerundio

maravigliandosi che dai


i

frati

spagnuoli fosse uscito un


-.

libro cosi grazioso contro

predicatori

Xon
di quel

da questo luogo determinare


che
difetti

il

valore letterario
scritte,

libro,

ha pagine deliziosamente
di

ma,

insieme, gravi

composizione, di proporzioni, di
dal Me-

sobriet, ed , a

mio parere, giudicato a ragione

'

Si

veda

la Coleccin de varios escrilos crilicofi, poU'micos,


ci

en prosa y en verso, que se dieron

la

y sntiricos eslampa con-ieron nianuscriios con


nelle Obras escogidas dei
,

motivo de la Historia de

Fray Gerundio, pubbl.


de autor,
espail.,
t.

Padre de
rigi,
-

Isla

Bibl.

XV

pp.

257-102.

Cfr. sul-

l'argomento P. Gaodeau, Essai sur Fray Gerundio


1890;.

et le p.

de Isla

Pa-

negli archivi di

Questi estratti della corrispondenza del Tanucci (che si conserva Simancas e di Alcal de Henares sono pubblicati da
de Carlos III

M. Danvila y Callado, Reinado


308, 363.

Madrid,

l&t2

I,

pp.

186

PREDICATORI ITALIANI DEL SEICENTO

nendez y Pelayo algo mazorral y frailuno ^ Come documento storico, presenta una copiosa e bizzarra raccolta
dei pi strani deliri dei predicatori secentisti, la cui razza

sopravviveva in Ispagna. Vi
catura
le

si

trovano descritte in carifilosofa,

scuole di grammatica, di rettorica, di

in cui essi si

formavano;

gli usi letterari circa le

dedicale

torie e

titoli allegorici

dei libri

le ricette

per

varie

occasioni di prediche (per la settimana santa, per funerali,

per elezione di vescovo, ecc.)


latine,

l'arte di fornirsi di citazioni

non che

il

modo

di

cavare dal tema las circum

stancias (che sono le

circustanze

del nostro Tesauro);

e gli espedienti di stile, le circonlocuzioni, le furberie per

destare

l'attenzione.

Il

padre predicatore del convento,


che deve pre-

frate Blas,

che

il

giovane Gerundio ha per modello e ora

colo, professa la seguente teoria:

Il

fine

figgersi ogni oratore, cristiano o no, di piacere all'uditorio,

dare gusto a

tutti

ed entrare nelle grazie della gente

ai dotti,

con l'abbondanza della dottrina, con


la

la moltitu-

dine delle citazioni, con


l'erudizione;
ai

variet e con la sceltezza delle

prudenti, con

arguzie, coi giuochi e


lo stile

con

gli

equivoci; ai raffinati, con

pomposo, elevato

e altisonante; al volgo,
fatterelli, incastrati

con

la popolarit, coi proverbi, coi

con opportunit e detti con grazia;


la
.

a
la

tutti,

infine, con

presenza, con la disinvoltura, con


i

voce e coi gesti

Tutti

mezzi erano buoni. Cosi frate

Blas, per attirare l'attenzione dell'uditorio, predicando

un

giorno sul mistero della Trinit, cominci:

Nego che

Dio sia uno in essenza e trino in persona ; e si ferm un poco. Gli ascoltatori cominciarono a guardarsi, scandalizzati e incerti; e, quando egli li vide presi all'amo,

Nella Historia de

las ideas

estticas

en

Espana, tomo

III,

voi. I,

pp. 414-17.

E IL GUSTO SPAGNUOLO

187

prosegui:
il

Cosi dice l'Ebionista,


il

il

Marcionista, l'Ariano,

Manicheo,

Socciniano;

ma
si

io

prover
Padri
.

il

loro

errore

con

la Scrittura, coi

Concili e coi

Qualche cosa

di .simile

doveva fare (come


parla

detto di soprai quel fra'

Niccol Riccardi, celebre predicatore italiano del Seicento,


di

cui

ci

il

Tiraboschi. Un'altra volta,

frate

Blas
e,
ri-

cominci:

Alla salute vostra, signori!

dendo

l'uditorio:

Non

c' da ridere (egli prosegui): alla

salute vostra,

mia

e di tutti, discese dal cielo

Ges

Cristo

e s'incarn nelle viscere di Maria: Propter nos homines et

propter nostram salutem descendit de


est .

ccelis

et

incarnatus

Il

discepolo, fra Gerundio,

non solamente
Isla,

degno

del maestro,

ma
gli

lo

supera.
il

Giova notare che


insieme con
altri

padre De

quando, scacciato
Italia
le

gesuiti, ripar

in

\ essendosi

accese tra letterati italiani e spagnuoli


sulla
si

note polemiche
in Italia,

provenienza del cattivo gusto dalla Spagna

schier tra coloro che difesero la purezza del gusto spal'

gnuolo e ne asserirono
mostra

innocenza nel secentismo


lui

italia-

no ^ Eppure, nessuno pi efficacemente di


in
le

aveva messo

storture e le bruttezze di

un importante ramo
ri-

della letteratura spagnuola, la

quale ebbe, por questo

spetto, sulla nostra, aperta efficacia.

Prese stanza in Bologna, dove mori


Si

il

1781.
ediz. delle

veda

la

prefaz. di

P. F.

Monlau

alla cit.

Obras

escogidas, p. xiii.

APPENDICE
SECENTISMO E SPAGNOLISMO

La
schi,

teoria che

il

secentismo

sts.

spagnolismo

fu dibattuta

nel secolo decimottavo, principalmente dal Bettinelli e dal Tirabo-

che affermavano, e dal Lampillas, che negava

ed stata
da
altri

ria-

gitata ai nostri

tempi dal D'Ovidio, dal

f'arinelii e

non

pochi.

Per rendere fruttuosa

1"

indagine e

la discussione, necessario,

anzitutto, spogliare quella teoria di ogni involucro

positivistico
il

naturalistico.

Si suole, infatti, darlo

il

significato che

cat-

tivo gusto letterario fu, nel Seicento,

un effetto meccanicamente

prodotto da una causa, che era

la

cultura e letteratura spagnuola.

con cui
tatti.

l'Italia,

in

quel tempo, venne a stretti e molteplici con-

Intesa a questo modo,

la

tesi

i^rovoca

subito

l'antitesi

che

causa del cattivo gusto


tori

fu,

invece, l'Italia stessa, e che gli scritl'effetto

spaguuoli non erano capaci di produrre

che

si

proten-

de. Anzi, invertendo la teoria, si

pu perfino sostenere che, avendo


vita civile e lete

avuto

l'Italia,

perla maggiore maturit della sua

teraria, efficacia

grande sulla Spagna, specialmente nel Quattro


il

Cinquecento, e avendo introdotto col


il

petrarchismo

e, in

genere,

culto di forme letterarie raffinate, fu essa che corruppe la

semil

plicit e popolarit

dell'anima e della poesia spagnuola: onde

preteso

spagnolismo

sarebbe da dire

italianismo

chiaro

che, dove si asserisce l'esistenza di


si

un

corruttore e di

un

corrotto,

pu sempre provare che


e,

il

corrotto fu

corruttore di s mede-

simo

anzi,

corruppe

l'altro.

Di qui.

l'

intermiuabilit e sterilit

190
delle dispute
in proposito.

APPENDICE
Che
se poi (come accadde nel Sette-

cento)

si

mescoli nella disputa un po' di boria nazionale, gli argoi

menti avvocateschi,

quali

sono preparati e quasi provocati dal


s

modo

stesso in cui stata posta la questione,

moltiplicheranno

in tal guisa, per opera dell'una e dell'altra parte contendente, da


soffocare, col loro rigoglio, ogni

germe

di verit.

Spogliata da pregiudizi meccanistici e positivistici, la questione

non
1")

pi
se, tra

se Io
le

spagnolismo fu la causa del secentismo;


del
cosi

ma

condizioni
altres lo

detto secentismo
e 2)
Ise

italiano si

debba porre
rare tra le

spagnolismo;

esso sia da annoveE, cio,

condizioni, per cosi


stabilito

dire,

pivi

importanti.
p.

rimanendo bene
gl'

che
e

le

opere italiane furono prodotto dee.,

ingegni italiani di allora

che l'Adone del Marino,

do-

vuto alla forma d'animo e di mente del Marino, e non gi a una


spinta estrinseca che l'introdusse nello spirito di lui;
si

vuol sa-

pere

se,

nella

materia che era innanzi allo spirito del Marino,

entr anche la cultura e letteratura spagnuola, e in quale estensione. Si

deve procedere, dunque, nello studio dello spagnolismo


si

con quel metodo stesso che

deve l'igorosamente osservare nello

studio di tutte le cosi dette fonti ^

Alla prima

domanda

se lo

spagnolismo

fu, in

qualche misura,

tra le condizioni della letteratura italiana del Seicento, la x'isposta

esce subito affermativa; non


di

potendo venire in mente a nessuno

negare

il

fatto evidente

che una letteratura spagnuola esisteva


;

ed era nota,

alloi'a, agli italiani

cos

come non

si

potrebbe escludere
e

da quelle condizioni nessun'altra delle letterature preesistenti

coesistenti, e direttamente o indirettamente note in Italia. Alla do-

manda
lo

pi particolare

(e

che quella che veramente preme) se


condizioni
importanti, e
si

spagnolismo fu tra
si

le

come propriapu i-ispondere


sono occupati

mente esso
se

determinasse e configurasse, non

non con

dati di fatto precisi e istituendo ricerche particolari.


si

In ci hanno peccato quasi tutti coloro che


della questione, a cominciare

dagli eruditi

del Settecento, fino a

Si

veda per

la

questione metodica

il

mio volume: Problemi

di

Estetica (Bari, 1910), pp. 489-504.

SECENTISMO E SPAGNOLISMO
quelli
linea,
coli
alle

1*1

dei giorni nostri


il

esclusi

ben pochi,

e,

tra essi, in

prima

Farinelli. Invece di

studiare la
si

Spagna

e l'Italia dei se-

decimosesto e decimosettimo,

preferito discettare intorno

caratteristiche della razza spagnuola, quale si manifestata

nei secoli; ovvero risalire all'antichit e proporre congetture sull'influsso che gli scrittori latini, nativi di Spagna, avrebbero avuto

sulla

decadenza letteraria romana. Ora,


certi

io

non negher che

si

posat-

sano notare, nei popoli,

caratteri, su

per gi persistenti
e.,

traverso lunghi periodi, e che Seneca e Lucano, p.


sero di siffatti caratteri e influissero

partecipas-

su

altri

scrittori
tesi,

romani

nemmeno
paia che
i

pronunzier disperata quest'ultima


dati di
fatto,

quantunque mi

che

si in

grado di addurre, siano ben


opportunit di distinguere

pochi e assai incerti.


i

Ma

insisto

sulla

due ordini

di questioni,

perch

la soluzione dell'uno indipenla

dente da quella dell'altro. Che


dalla

qualit dell'efficacia, spiegata

Spagna

nel Seicento, rispondesse a certe sue disposizioni


;

antichissime, o che invece provenisse da cagioni recenti

che essa

rispondesse all'immutato carattere spagnuolo o a condizioni transitorie;

che fosse simile o dissimile da quella, che gi essa spieg


tutto ci

nel primo secolo dell'Impero sulla letteratura romana;

non

fa

movere

di

un passo

la

questione proposta. Anzi, l'intralcia,

non

solo distraendo da essa e

impedendone l'approfondimento, ma
i

introducendovi quegli odiosi pregiudizi, che sono


torno alle razze. Si lascino, dunque, un po' da parte

pregiudizi inil

pingue atque

peregrinum

di Cicerone, e

Marco Porcio Latrone, Seneca, Marziale,


che avrebbe rafforzato
si

Lucano, Quintiliano,

e l'influsso arabo,
e,

la

naturale concettosit spagnuola;


si

giacch

parla di Seicento,

guardi, intanto, al Seicento.

Troppo scarse sono


scenza e diffusione di
giudizi

le osservazioni,

finora raccolte, sulla cono-

libri

spagnuoli nell'Italia di quei tempi, sui


le

che se ne dettero e

ammirazioni che suscitarono

o,

quindi, sullo imitazioni

che se ne tentarono.

Manca ancora un
sj^agnuole;

saldo fondamento bibliogfrafico, che dovrebbe essere un catalogo


delle edizioni e traduzioni, fatte in Italia delle opere
e

un

altro, storico-biografico, sulle varie colonie letterarie spagnuolo

in Italia,

sulle

accademie italo-ispane, sulle compagnie comiche


in Italia, e via discorrendo. Tuttavia, qual-

spagnuole che venivano

192
cosa
si fatto

APPENDICE
negli
ultimi anni
;

ed

da sperare che fra breve


il

non

si

parler pi della questione circa

secentismo e

lo

spa-

gnolismo, perch essa sar stata riassorbita nella precisa cono-

scenza dell'elemento spagnuolo che faceva parte della vita italiana


nel secolo decimosettimo.

Per intanto,
flusso

si

spagnuolo sull'oratoria sacra

pu considerare come accertato o indiziato l'insul dramma e, di quel tempo


;

per esso, sulla commedia dell'arte e sul melodramma; sul romanzo;


sulla lirica^;
e,

finalmente, sullo stile in genere. Quest'ultimo era

gi avvertito da alcuni nel secolo precedente, cosi nell'uso delle


metafoi'e continuate

come
ci

in quello delle frasi cerimoniose

^.

Anche
come

nel Seicento,

fu qualcuno che denunci


il

il

cattivo in-

flusso spagnuolo.

Se mi pare dubbio che

Boccalini accennasse,
di Parnaso, alla ver^,

credette

il

Belloni, in
il

un suo Ragguaglio

nice spagnuola che

Marino pass sul proprio petrarchismo

Su imitazioni

dal

Gngora
y

del

Testi e del Tassoni, cfr. Fari-

par Espaa y Portugal (Oviedo, 1899, pp. 36, 40-1 n.). Su alcune del Marino da Lope de Vega e dal Montemayor, Menghini, Vita e opere di G- B. Marino (pp. 124-6, 150, 168). Del resto, le imitazioni del Marino furono quasi tutte rivelate
nelli, Apuntes sobre viajes
viageros

dagli stessi critici contemporanei, avversari e amici. Cfr.. p.


le

e.,

circa
della

imitazioni dal Vega, Federigo Meninni,^^ ritratto del sonetto

canzone (Napoli, Passare, 1677), p. 161:

fama che da Lope

di
:

Vega

Carpio portato avesse alcuni sonetti nella nostra lingua, e sono Simulacro divino; Che Tizio l; Siegue il vento ; Foggi Fetonte; Ed ecco pur;

Sovra vasi; Gire

e restarsi;

Parca d'amor; Contro


.

il

sole;

Esca porgea;

Tinta Varia; Se fra gli scogli; Mentre nel nido; Dite a la donna.

Ma, pure,

con quanta leggiadria

miglioramento!

Un

sonetto, tradotto dal

De Vega,

nelle

Rime

di

un marinista

accademico ozioso, del Maia

Materdona, parte I, p. 46. 2 Si vedano le mie Ricerche


28-32, e la
3

ispano-italiane (Napoli,

1898), I, pp.

Lingua spagnuola

in Italia

(Roma,

1895), pp. 42-52.

Belloni, in Giorn.

stor. d. lett. ital.,


I,

XXXI,
si

376

n.

Il

luogo del

Boccalini {Ragguagli di Parnaso,


tega dove Giambattista Marino

84) :

trasferivano nella bot-

faceva lavorar

borzacchini spali

gnuoli,

de' quali

il

Coppetta volendosi provare uno, perch


us nel calzarlo che
lo

riusci
,

molto stretto, egli

tal violenza

sgarr

ecc.

SECENTISMO E SPAGNOLISMO
certo, invece,

193
stile e del
il

che

il

Pallavicino, nel Trottato dello


di

din-

loqo (16-46-7),

non manca

mettere in guardia contro

vizio spa

gnuolo dei concetti

e delle

metafore. L'eleganza (egli dice)

am- ^

mette guernirsi Tabito,


il

ma non

insuperbirlo di perle: acconciarsi


:

crine,

ma non

inanellarlo con ricci

lavarsi col sapone la fac-

cia,

ma non dipingerla col minio prezioso


di lui

di

Spagna
un

E, poich Seneca era spagnuolo, parla

come
;

di

gin-

netto spagnuolo >, che sbatte il viaggiatore e lo accusa di profumare i suoi concetti con un'ambra di Spagna, che a
lungo andare offende
stanca
'

la testa:

nel principio

diletta, nel

processo

Nel quale luogo non riesco a vedere se non l'allusione all'osceno capitolo del Marino Lo stivale, e propriamente a quei versi che dicono:

Li spagnoli

han
di

in uso

borzacchini, Forse perch


i

corami pi

ec-

cellenti

Yengon

Spagna ed
Il cavalier

cordami

fini

ecc. 'ristampato in app. 228).

pend. al Borzelli.
1

G. B. Marino. Napoli, 1898,


H"9,

Ediz. di

Modena,

1S19. pp. 24. 51,

I8.

IV

PULCINELLA
E LE RELAZIONI

DELLA C0MMEDL4 DELL'ARTE


CON LA COMMEDL\ POPOLARE RO.MANA

D&W Archivio storico per


668.
tica,

jy'ovincie napoletane, voi.

XXIII

(1898), pp. 605-

Lo

scritto in appendice

una

recensione, pubblicata nella Cri-

voi. II (1904), pp. yS2-9.

JL

ulcinella

non

si

pu

definire. Delle

molte definizioni,

che
e

si

sono tentate di
restata.

lui,

nessuna parsa soddisfacente


si

nessuna

Ma

perch non
del

pu? Forse per

la

complicazione
certo,

psicologica

personaggio? Sarebbe,

di

un bel caso, ch'egli facesse anche questo


tutti
i

tiro alle

persone serie, di sfuggire guizzando a


d'intelligenza.

loro

sforzi

Senonch

critici

d'arte

analizzano e de-

terminano caratteri
fondersi e cedere

e situazioni artiNtiche cosi difficili,

da

non sembrare veramente probabile che poi vogliano conle

armi innanzi a Pulcinella.


molto semplice
sono
fatti e si
;

se

La ragione non appare

di quella impossibilit di solito, e


i

e,
ri-

tentativi

si

petono con frequenza, ci accade appunto perch, assai


spesso, alle cose semplici

non

si

bada. Pulcinella non de-

signa un determinato personaggio artistico;

ma una

col-

lezione di personaggi, legati tra loro soltanto da un nome, e, fino a un certo segno, da una mezza maschera
nera, da

Tali sono, del resto, tutti quelli che

un camiciotto bianco, da un berrettone si chiamano


si

a punta.

tipi co-

mici.

Come
i

potrebbe definire con esattezza codeste colalla

lezioni,

messe insieme
di

ci

che

personaggi compresi nel


fare

buona? Volendo determinare ti])o hanno di coiuine,


eliminazioni

c'

rischio

tante e tante successive

198

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL'ARTE

che, alla fine, resta lu

mano solamente (quando


il

resta)

un

nome

un

vestito.

Pulcinella rappresenta

popolano sciocco ed ozioso

una volta il De Sanctis ^ E le obiezioni si affollano pronte: Deve essere necessariamente popolano ? La commedia (e, stavo per dire, la storia) non ci presenta Puldisse

cinelli e guerrieri e ministri e re ?

perch

sciocco

Pulcinella non spesso un furbo, che conosce e adopera

molto bene

le arti della

vita?

E perch

ozioso ?

Non
e,

vi sono Pulcinelli che lavorano, o,

almeno, s'affaticano
.

insomma, non restano


si

in ozio? E, infine,

supponendo che

potessero affermare tutte' queste caratteristiche, baste?

rebbero a definire Pulcinella


e,

Quale

la differenza tra esso

p. e.,

l'Arlecchino o lo Stenterello? Col

popolano

con

la

sciocchezza

con

1'

ozio

si

possono co-

struire personaggi svariatissirai.

Dove
ficile

si

provato e
;

non

riuscito

il

De

Sanctis, dif-

che

altri riesca

onde lascio di

riferire

ed esaminare

altre definizioni (tanto pi che di alcune converr toccare

nei sguito), tutte soggette alla

medesima

critica. Ciascuno,

del resto, faccia da s la prova:

legga quelle definizioni,

ne escogiti
rebbe che

altre, e
il

non verr mai a capo di nulla. Si dimedesimo De Sanctis avvertisse questa irralo

zionalit del problema, perch, se parlando in iscuola for-

molo quella definizione, toccando, alcuni mesi dopo,

Dal

Libro della scuola

>

di Fra?icesco de Sanctis, 1872, pubbli-

cazione di F. Torraca (Roma, 18S5), pp. 25-9. I brani principali, relativi al Pulcinella, o rari, a

sono stati

riferiti in

De
De

Sanctis, Scritti vart inediti


1898), II, pp. 196-7.

cura di B. Croce (Napoli, Morano,

Tra

lavori, che furono letti alla scuola del

Sanctis intorno allo stesso


e

tema, quello dell'ARCOLEO, Pulcinella dentro


rano, 1897).

fuori di teatro, si

pu

leg-

gere nella Nuova Antologia (agosto 1872), e in opuscolo (Napoli,

Mo-

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL' ARTE


Stesso
si

109

argomento

in

un suo

scritto

',

evit di ripeterla, e

restrinse a considerazioni di metodo, notando gli errori


si

in cui
tifica

cade, quando, nel dare la definizione, o

si

iden-

Pulcinella con la comicit in generale, ovvero, parsi

ticolarizzando,

fa di

Pulcinella la figura o

il

simliolo di

un altro o

di

un'altra cosa.
di

Ma

quale fosse
(il

la

nota fon-

damentale e distintiva

Pulcinella

che giustamente
definizione),
egli

raccomandava non disse.

di cercare per

una buona

Si potrebbe osservare che, se

il

nome
il

di Pulcinella ab-

braccia una serie di personaggi svariati, ci non toglie che


tra questi

personaggi ve ne sia uno,

quale (per applicare

un detto che si attribuisce al famoso padre Rocco, ma che un aneddoto assai pi antico, narrato di vari predicatori
popolari),
il

quale, fra tutti,

il

vero Pulcinella

No,

non

si

ha questo diritto di distinguere tra Pulcinelli veri


essi

e Palcinelli falsi;

sono

tutti

figli

legittimi dell'arte;

pi o
tra

meno

belli,

ma

legittimi. Si pu, di certo, ricercare,

quei personaggi, se vi sia un sottogruppo, legato da


isolati

alcune qualit distintive, accanto a personaggi

ad
si

altri

sottogruppi meno riccamente rappresentati. Ma,

badi, anche questo sottogruppo definibile solo appros-

simativamente, e contiene, a sua volta, personaggi svariati, un si formato ciascuno con propria fisonomia. P. e.
:

sottogruppo di Palcinelli
nelli

sciocchi

un altro

di Pulci-

furbi ;

ma
si

quei Pulcinelli, sciocclii o

furiti,

sf

si

somigliano per un lato, sono, nel resto, pi o mcn<


versi. Parimente,

di-

pu ricercare quale o quali di iiuci vari omonimi individui artistici abbiano avuto maggiore fortuna
e abbiano dato luogo a pi

frequenti

ripr-tizioni e

imita-

La

scuola

'h\

Nuova Antolojta, agosto

1S72. e

ora

ristarap.

iu

Scritti vari, ed. cit.. II, 189-197).

200
zioni.

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL'ARTE


Si Otterrebbe a

questo

modo una
le

sorta di statistica

pulcinellesca;

ma

la

prevalenza o

prevalenze numeriche

neanche determinerebbero nulla

sul

vero

Pulcinella K
in

A me

sembra, dunque, che di Pulcinella in genere,


artistico,

quanto carattere
che sia un
d'Italia e
artistiche.

non
si

si

possa dire altro se non


i

nome,
anche
Di

del quale

sono serviti prima

com-

mediografi e attori napoletani, e poi quelli di altre parti


di fuori Italia, per

alcune loro creazioni

solito,

questo personaggio ha avuto anche un


fissi
;

aspetto e un vestito

e,

di frequente,

ha indicato una

creazione di carattere comico, ossia un personaggio per s


stesso ridicolo.
al le

Ogni altra determinazione non appartiene

Pulcinella in generale,

ma

alle singole sue incarnazioni

quali lo studioso di letteratura deve ricercare e descri-

vere, assegnando le circostanze tra cui nacquero, e, cio,

facendone

la storia.

Ma, se

la fissit (in certi limiti) del

nome

e del vestito

poca cosa,

non bisogna credere che


le cosi
Il

sia a dirittura nulla.


fissi,

La predilezione per
buone ragioni.
una propria

dette maschere, o tipi


il

ha

nome

vestito

non
s'

solo

contengono
altres

e diretta

simbolica,

ma

impregnano

delle rappresentazioni artistiche nelle quali sono stati adoperati, e recano

con s e

in s sentimenti e fantasie.

co-

desta una fonte di


sare,
di

effetti artistici, di
si

cui non

si

deve abueffetto

ma

che non

pu disprezzare. Appunto per


si

questa suggestione,

sorrider nel vedere una statuetta


(e si

di Pulcinella,
.pel passato)

come

si

usa esporne

usava anche pi

dai bottegai popolari di Napoli, quasi dio tu-

telare del loro

commercio

si

sorrider nel passare inci si

nanzi a una villa dei contorni di Napoli, dove

offre

'

Una

descrizione in
si

vei'si

napoletani, che

si

d come quella del

vero Pulcinella,

pu leggere

nel Vocah, napol. del

D'Ambra, sotto

la

parola Pollecenella.

PULCINELLA E LA 'OMMEDL\ DELL' ARTE


lo Spettacolo di

201

un terrazzino,
guster
la

sul quale
di

il

bizzarro proprie-

tario
in

ha postato due batterie


;

cannoni con un Pulcinella


quarantottesco don Mi-

mezzo

si

comicit della facezia di un ceil

lebre motteggiatore napoletano,

chele Viscusi

(al

quale, nel tempo dei Borboni, lo scherzo

cost la prigionia), a quel venditore, che recava sopra


tavoletta

una
:

dodici piccole
di

figurine

di

gesso di Pulcinelli

Quanto ne chiedi

questo Consiglio di ministri?

Sul medesimo effetto contano gli attori uell'annunziarsi e


presentarsi sulla scena in ajoito e veste da. Pulcinella; e lo

raggiungono, perch sono accolti subito da riso e applausi.

Finanche allorch un attore


stito e

di

molto ingegno volle trasfor-

mare Pulcinella in un personaggio sentimentale, quel vequel

nome ebbero una


,

certa loro particolare efficacia,

rafforzando e complicando la commozione.

Pulcinella

eppure piange
seria
e

sembravano

dirsi gii spettatori.

mi-

umana, quanto sei grande: come penetri dappertutto, non t'arrestano la maschera e il vestito del buffone! .
Chi poi
si

faccia a studiare, nel

modo che
sui

si

detto,

la

letteratura

pulcinellesca, e

si

fermi

singoli perso-

naggi, anche qui incontrer talvolta la difficolt del non

poter definire;

per una ragione diversa da quella che abbiamo assegnata per il carattere del personaggio in gene-

ma

rale.

Quella letteratura
si

, in

gran parte, opera

di

mestiefacile

ranti e istrioni, che

rivolgevano a un pubblico di
l'incoerenza
nella

contentatura.

Donde

rappresentazione

del personaggio, sia per l'incapacit degli artisti, sia per


la

tendenza a soddisfare gusti

grossolani

del

pubblico.

moltissime commedie e farse presentano da una scena


fe

all'altra,

spesso nella stessa scena, un Pulcinella


intelligentissimo,
:

stupie

dissimo

ridicolo

derisore,

abile

tutto ci a sbalzi, senza nessun prininetto, savio e matto cipio di unificazione artistica. Alcuni critici si sono studiati

d'introdurre logica e armonia in questo miscuglio e hanno

202

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL' ARTE


le

I
il

voluto trovare
rattere. E, se

mediazioni che rendano concepibile


assai

ca-

anche hanno detto talora cose


:

inge-

gnose,

si
il

sono sempre affaticati indarno


carattere
e
l'arte,

non

possibile

cercare
sono.
serie

dove carattere e arte non

La rappresentazione,
di

in quei casi, si risolve in


lazzi, destinati

una
sor-

motti, di

atti

ridicoli, di
l'effetto di

prendere e a produrre
e

una momentanea
fa

risata;
le

Pulcinella agisce

da semplice buffone, che

tutte

parti e nessuna

compiutamente.
alle

Queste avvertenze occorre tenere presenti per lavorare

con frutto intorno


dell'arte.

maschere della commedia popolare


di

La trascuranza

esse

rende confusi, inconsi

cludenti e arbitrari parecchi degli studi che

sono avuti

sull'argomento ^

P.

e.,

l'ampia opera, riccamente illustrata, di Maurice Sand

(fi-

gliuolo

della

grande romanzatrice), Masqiies

et

houffons (Paris, 1860,


il

due

voli.),

che lascia da desiderare non poco anche sotto

rispetto

della ricerca e dell'erudizione.

L'inventore del Pulcinella

Nome, cognome, patrl\ e vestito del personaggio

X
altre

er Palcnella, ossia per questo


si

nome
si
:

di

personaggio

teatrale,

ha una fortuna, che non


sui teatri.

ripete
si

per molte
conosce chi

maschere, anche di quelle importanti

primo l'introdusse
lia

Fu

costui Silvio Fiorillo, at-

tore napoletano, che recit in Napoli e in altre citt d'Ita-

negli ultimi decenni del Cinquecento

nei

primi del

Seicento, celebre segnatamente nella

parte di

capitano
>
'.

spagnuolo

sotto titolo di

capitan ^latamoros
-,

Lo
sto

Scherillo, nel suo bel saggio


alla testimonianza di

si

richiama per que-

punto

rappresentativa (1699);

ma

Andrea Ferrucci neH'JWf lui sfuggita una testimo-

nianza assai pi antica e autorevole, dalla quale probabile che il Ferrucci traesse la sua. (Se l'avesse tratta da
diversa fonte, tanto meglio, perch

avremmo

in tal caso,

invece

di una sola originaria, duo affermazioni

indipen-

Alirecht Dieterich, Pulcinella, pompejanUche


Leipzig, Teubner, 1897;,
p.

Wamlbilder

unii

rOmische Satyrspiele

257,

sembra confon-

dere Silvio Fiorillo col pi celebre Tiberio Fiorilli, che recit a Parigi col nome di Scaramuzza Ma non ^ accertato neppure che tra
.

due 'bench entrambi napoletani) fosse relazione di parentela. 2 Pulcinella [\n La commedia delVarte in Italia, studi e profili, R<Miia.

Loescher, 1834).

204
denti).

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL ARTE


Quella testimonianza data dal comico ferrarese

Pier Maria Cecchini, detto


delle

Frittellino

nei suoi Fruiti


'.

moderne comedle, pubblicati a Padova nel 1628 In quest'opuscolo, il Cecchini, dopo avere discorso
napoletane

delle

parti

(cio,

dei

tipi
,

comici),

dedica uno

speciale capitoletto a

Policinella
Il

parlandone come di

cosa nuova o recente


(cosi,

tacer della parte di Policinella


sefor-

complimentosamente, egli comincia) sarebbe un

gno
di

di

poco amore, e
lui
il

se appresso di

indizio

qualch'odio:

quale

non potrebbe meno aver


assistenza in petto, che al-

bergasse umanit, la quale


di

natura

tanto
.

amica
E, doil

delle piacevolezze

KW

^^W

po averne delineato
rattere,

ca-

soggiunge:

In-

ventor di questa stragofis-

sima parte fu

il

Capitan
in altri

Mattamoros, uomo

comici rispetti di una isquisita


Silvio Fiorillo

bont, posciach
il

per

fare

capitano spagnuolo
lo

in abito di Capitan Matamoros.

non ha avuto chi


zi,

avanlo

Dal frontespizio della Lucilla costante.

forse

pochi che

agguaglino. Questo, per far

credere che anche

la

semplicit abbia loco d'albergare fra

napoletani, trov questo

modo

d' introdurla;

il

che poi ha

Frutti delle moderne comedie

et-

avisi a chi

le

recita

di

Piermaria

Cecchini, nobile ferrarese, tra


sereniss.

comici detto Frittellino, dedicati al


(in

granduca

di

Toscana Ferdinando secondo

Padova, ap-

presso Guaresco Guareschi al Pozzo dipinto, 1628).

I.

l'inventore del pulcinella


l'

205
isquisitezza

avuto

il

suo accrescimento dall' iiumitazione. e


il

in Francesco,

qual non vuol

privar

la

sua

patria di

tanto gusto

K
il

Per intendere a pieno

valore della testimonianza del

Cecchini, occorre notare non solo ch'egli era contempora-

neo del Fiorillo (ancora vivente, quando


blicava
il

il

Cecchini pub-

suo opuscolo),
al

ma

che

recit<^ a

Napoli per alcuni


lui ,

anni dal 1616

1618

~.

Anzi, l'opuscolo di

per buon.)

parte, diretto a dare notizia dei personaggi comici napoletani,

trascurando quasi del tutto quelli del resto d'Italia,


,

lombardi

come

si

chiamavano
(sic)

allora; giacch (dice

l'autore) io volli
scere,

a quelli {agli attori) di Napoli far cono-

bench non ebbi


(che)

mai avuto cagiono


(sic)

di recitar

con loro,
si

ebbi per sempre spinto

di conoscerli,
.

come ora
le

parnii di aver

campo

di

publicarli
nelle

In quel torno, erano venuti in voga

compagnie

comiche
del

parti

personaggi

napoletani : Cola,

Coviello, Pascariello.

Ma

questi, nel resto d' Italia, al dire


falsificati

Cecchini, erano di solito

a cagione del
'\

ni.ii

adoperato dialetto e dei gesti e azioni esagerati


cerc di
quali
li

Ond'egli
migliore,
discor-

farli

noti

nel

loro aspetto

genuino

aveva

visti

nella

loro

patria

d'origine,

Op.

cit.,

pp. 84-5. nei Teatri di Napoli {^apoh. Pierro,

Documenti pubblicati da me
.

1891), pp. 93-94.

In queste nostre parti di Lombardia si sono seminati diversi quali, per non esser napoletani, sono i ignudi di quell'azioni, le quali son proprie solo di chi nato in quel
3

personaggi alla napoletana,


paese; onde con

uno
cui

all'ordine del dire


riello

riserbano solo

espresso assassinio fatto alla lingua, ai modi e nome di Covello, Cola, Pasquail
sia
le

od altro;

il

condimento par loro che


obrobrio de gesti,

un

tal

torciment..

di vita, nefandit de balli,

quali cose tutte for-

mano un uomo da consegnar

alle carceri, le quali


>

per mediocre ca-

stigo le servono per stanza perpetua

(op. cit., pp. 32-4).

206

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL' ARTE


'.

rendo, in pari tempo, con lode di alcuni attori napoletani

Anche

la celebre serie d' incisioni del Callot,

Balli di Sfes-

sana, ritrae in mag-gioranza personaggi comici napoletani,

come

risulta dai

nomi

il

tema

-.

stesso della serie fu sug-

gerito da

un

ballo, popolare in Napoli a quei tempi, detto

la Sfessania o

Lucia
il

Quando, dunque,
Pulcinella

Cecchini affermava che la parte di

fu introdotta
si

da Silvio

Fiorillo,

sapeva

bene

quel ch'ei

dicesse, perch discorreva di fatti

contempo-

ranei, sopra diretta conoscenza del paese e degli attori nel

quale e tra

quali nacque

il

nuovo personaggio.
di

Determinare l'anno preciso dell'introduzione


sulle scene per

esso

opera del Fiorillo, non

si

pu.

Sgombrando

Erano

essi

Ambrosio Bonuomo, che faceva


il

il

Coviello. e Barto-

mio gusto, ognun di loro rappresenta il suo personaggio con quel verisimile, che forse non ha simile in tutta Italia . Dello Zito dice anche: Questo medesim'uomo studiosissimo di storie, ha qualche tintura di poesia, ed un cosi numeroso studio de libri volgari, che forse fuori di quello non vi sar cosa buona, che anche nel suo non abbia avuto
lomeo Zito, che faceva
Dottor Graziano:

quali, a

l'ingresso
9.0,

Sul

Bonuomo
i

e sullo Zito. cfr. Teatri di Napoli, pp. 65-8,

121, 778.

Le
e

notizie sul secondo riescono tanto pi interessanti in

quanto
per
Si

egli fu tra

primi e miglicri scrittori dialettali di Napoli, noto


alla Vaiasseide del Cortese (Napoli, 1628).
41-2.

un dotto
2

arguto comento

veda sopra, in questo volume, pp.

La

Sfessania
)

quel ballo alla maltese,

Ma

a Napoli da noi detto

Sfessania

descritta cosi dal

Del Tufo,
e. 96),
ff.

nel suo noto ms. Riti-atto

di Napoli (Bibl. Naz., segn. XIII,

100-101:

Move

in giro

le

man, natiche e piedi. Battendo e piede e man sempre ad un suono; Curva il petto sul ventre, e allor tu vedi Con grazia il ballator gir sempre a tuono; Porge in fr l'anche, e vien dove ti siedi Con man,
natiche e
pie, pie,

cui gli altri sono Dietro a mirar, di che

il

primier fa

cenno Con
verit,

natiche e man, con tutto


e

il

senno
il

>

Descrizione, in

non molto evidente


li

che fa rinascere

desiderio di un'illu-

strazione degli antichi balli popolari italiani. Intorno alla Sfessania,


cfr.

anche Canto de

curiti,

ed. Croce, voi.

I,

p. 7.

I.

l'inventore del pulcinella

207

il

terreno dallo

scenario

col Pulcinella,

erroneamente
;

attribuito in questi ultimi anni a Giambattista della Porta


le

menzioni pi antiche restano quelle del Viaggio del Par(la

naso del Cortese (1621) e dei Balli di Sfessania

il

cui data

1622) ^

Ma

nel

Pulcinella appare in

medesimo anno una commedia

del

Cecchini (1628),

di Virgilio Verucci, e

nel 1632 in un'altra, allora messa a stampa e forse

comsi

posta parecchio

tempo prima, eh ' lavoro


tipo,
il

di colui che

proclamato autore del


personaggio
11

Fiorillo.

Forse non

an-

drebbe lungi dal vero, facendo


al

risalire l'introduzione del

primo decennio del Seicento.


,

nome

appare, indifferentemente, nelle forme dialettali


Pulicinella
,

di

Policinella

Polecenella

Pulle

cinella

e simili, e in quelle
.

italiane di

Pulcinella
,

Pulcinello

La connessione con
e,

pulcino
si

nonostante
ol-

alcune irregolarit morfologiche di cui


tre,

toccher pi
il

non pare dubbia;


legame
tra
si

a ogni modo, vivo era


e quella

senso

del

quel

nome

immagine. Nei Balli

di Sfessania,

ha a dirittura la forma
dotto e gentile amico
si
-

Pulliciniello ,
testi
in

che rimane, per altro, singolare e senza riscontro nei


napoletani.

Un

m' informa che

una farsa popolare, che ancora


Rogliano e in
altri

recita nel

carnevale a

luoghi di

Calabria, e che nei perso-

naggi e nelle allusioni storiche

mostra di

risalire

certa-

mente

al Seicento,

appare, accanto a

Trastullo
vestito

, il

peril

sonaggio

comico

di
la

Pullicino

ch'

come

maschera, dagli occhi tondi, dal naso adunco, sembra avere qualcosa di gallinaceo; e il medePulcinella.

Anche

simo stato notato della voce, quale almeno sogliono modularla


i

burattinai nel \v parlare Pulcinella

^.

M. Vachon, Jacques
II

C'allot (Paris,

Librairie de l'Art,

s.

a.\

signor Vincenzo

Parisio, di Rogliano.
Pulcinella (in Arch. slor. nap.,

E,ACioPPr,

Per

la storia del

XIV,

pp. 181-189).

208 Al

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL'ARTE

nome

si

aggiunge

di solito
.

un cognome, che

si

fiss

poi in quello di

resta nella

commedia che ci del Fiorillo, Pulcinella si annuncia come Policide Gamaro de Tamaro Coccumato de Napole, uaCetrulo
Mca, nella

sciuto a

Ponteselece, figlio de

Marco

Sfila e

de

Madama

Sbignapriesto
altre

con che non vogliamo asserire che, in

occasioni,

non

si

chiamasse

Cetrulo

come vien
il

detto gi negli Scenari del conte di Casamarciano, che ap-

partengono

agli

ultimi decenni del Seicento. Del resto,

cognome

Cetrulo

era

comune ad

altri

personaggi coin

mici, di quelli a noi noti anche

prima del Pulcinella:


si

un'operetta del bolognese Giulio Cesare Croce


viello Cetrullo

trova

Co-

Cetrulli

' ;

una commedia del Seicento

s'intitola:

Le insolenze

di Pascarello Citrolo'-.
e

Spesso, anche, al

nome
:

cognome segue l'indicazione

della patria. Si dato qualche peso al fatto che Pulcinella


si

dica nativo di Acerra


,

presso le vicinanze dell'antica


il

Atella

nota tendenziosamente
si

Dieterich, nel suo recente

libro del quale

discorrer pi oltre.

Ma neanche

codesto

un dato costante.
il

Si or ora visto che nella


^.

commedia

del Fiorillo, la patria Ponteselice

Acerra era, tuttavia,

gi diventato

paese proverbiale di Pulcinella, negli anni


il

in cui scriveva

Perrucci, ossia nella seconda met del

Seicento.

Teatri di Napoli, p. 774.

autore Melchior Eossi da Cori, e se ne legge il titolo negli annunzi che accompagnano La Vendemia, scherzo rustico di Manardo
2

Ne

Catosi (Eonciglione, 1675).


3

Ponteselice un ponte sul

lagno

tra Napoli e Aversa.

Non

ha notizia che vi fosse un paesello abitato; ma forse vi era un gruppo di case. Il luogo conserva ancora questo nome. Si veda su Ponte a selice uno scritto di C. Malpjca, nel Poliorama pittoresco,
si

a.

I,

voi. Il, p. 186.

I.

l'inventore del pulcinella


al

209

Si

dato

anche speciale rilievo


e

fatto

ebe

l'innail

morata
cino,

di Pulcinella si chiami,
la

spesso,

Colombina:

pul-

dunque,

colomba ^
la

la

prima commedia a

stampa che

sia finora nota, col Pulcinella, eh' quella del

Verucci, presenta, infatti,


rata di Pulcinella
tano, n
;

servetta Colombina, innamodi autore

ma

n commedia

napoleser-

Colombina
il

nome

napoletano,

quella

vetta parla

dialetto-. Xei Balli di Sfessanici, Pulliciniello

danza con
altre opere,

la

signora Lucrezia,

il

cui nome, tradotto in

vecchio diminutivo napoletano, d

Zeza

Zeza, in

appare

infatti

moglie di Pulcinella

(Canzone
le

di Zeza). Nella

maggior. parte delle antiche commedie,


si

amanti
parella

di Pulcinella
^.

chiamano Rosetta. Pimpinella, Puri-

Tutti questi nomi, cognomi e indicazioni di patria

spondono a una simbolica comunissima e a una satira popolare


:

simbolica tratta da ravvicinamenti con animali,

e satira

che ha di
citt,
i

mira villaggi e paeselli prossimi

alle

grandi

cui abitatori appaiono al cittadino tipi os-

servabili di goffaggine.

Anche a Coviello

dato, di solito,

per cognome
la

Ciavola

(gazza), e Salvator Rosa recitava


.
Il

parte di

Formicola

moderno Sciosciammocca

si

fa spesso cittadino di

Marcianise.

RACioppr, op.
II

cit., p.

ISI.

femminile di
e
il

lomma

colombo si dice nel dialetto napoletano: padiminutivo: palommella . Il nome di Colombina

tanto poco napoletano che, in questo dialetto, stata alterata in culumbrina , nel significato di donna vana e civetta: Chi io vedere
a miigliera
'e

Giacchino Miez'o mare facenno a columbriiia...

'

(Croce,

Canti politici del popolo napoletano, p. lxi\


3

Cornelio Lanci di Urbino scrisse, tra

le

altre

commedie, La Pimdi

pinella,

Urbino, 1588

Quadrio,

II,

P.

I, p. 90;,

che non mi stato pos-

sibile vedere.

Xel

dialetto napoletano esiste

anche un femminile

Pulecenella

che

Pulecenellessa

210
Assai

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL ARTE

meno noto

l'aspetto

del

Pulcinella

fiorilliano.

Preziosa per la sua antichit sembrerebbe l'incisione del Callot \ nella quale il personaggio per la prima volta
figurato.

Mancano

in essa

alcuni

tratti,

diventati poi co-

Punicinieno

e la signora Lucrezia.
(1622).

Dai Balli di Sfessania di J. Callot

stanti

ed essenziali del costume di Pulcinella.


forma conica; Pulcinella (oh stupore
al fianco

Il
!)

cappello

non
e gli

di

ha

baffi,

pende
Il

una daga
i

di legno

come

all'Arlec-

chino.

camiciotto e

calzoni sono simili a quelli poste-

riormente usati;
altri

ma

tale foggia di veste

personaggi

ritratti dal Callot.

comune a molti La mezza maschera ha

II

seo di Napoli,

DiETERicH, Pulcinella, pp. 252-3, dice che gl'impiegati del Mu nonostante tutti gli sforzi e' le ricerche durate ore ina trovargli la collezione Firmiana, dove
si

tere

>

non riuscirono

serba

l'incisione del Callot.

Dovevano
si

essere assai distratti gli impiegati, in

quel giorno: a

me

stato facile averla in cinque minuti.

nella vi-

cina Biblioteca Nazionale


les

vede

la stessa incisione nel

volume: Toutes

(XHvres de

di Sfessania

rine di

Jacques Callot ( Paris, chez Israel Silvestre, 1662). I Balli contengono ventiquattro quadretti con quarantanove figudanzanti: il primo rame, eh' come un frontespizio, ne prealtri,

senta tre: tutti gli

due.

I.

l'inventore del pulcinella

211

il

becco adunco,
si

ma non

risulta

che fosse nera. Non credo


condusse, verso

che

possano cavare da queir incisione conclusioni sicure,


si

giacch l'artista probabilmente

le ligure

comiche da

lui osservate,

con qualche libert. Dalla commedia del Verucci si sa soltanto che Pulcinella andava vestito poveramente, da straccione
Ferrucci
lo
;

il

descrive

tutto

un

pezzo, sgarbato di persona, con

_
I'

naso ^

adunco e lungo, sordido,


tutti
i

If-z-^^

^^ ^fe^^ ^*'

melenso e sciocco in
^tj

ge-

con un sacco a guisa di


>

villano

'.

Ho
di

cercato invano
Pulcinella, quale

altre figure

soleva presentarsi nei primi tempi.

Bisogna giungere

al

secolo

decimottav^o per trovare l'aspetto

a noi noto; p.

e,,

alla figura di
il

Pulcinella, che ci offre

Ricco-

boni
PalcineUa
nei primi anni del Settecento.
DaU'-ff'Stojz-e

-,

poco

diversa dalla

mo-

derna

Ma non
ch non
il

si

vuol negare, ben-

in

risulti

documentato, che
coppolone

thtre italien

del Riccobonl.

Pulcinella fiorilliano recasse la


e
il
^
;

maschera nera
tanto pi che
ticolare del
si

ha

prova dell'antichit

di

un

altro par-

costume pulcinellesco. noto che Pulcim-lla

De!'/arle rappresentativo, p. 341.

-'

Histoire

du

thtre i'alien (Parigi, 1728-31), fig. 15.


fiorilliano nel

Una

pretesa

maschera del Pulcinella


schere italiane nei balli,
bellezza (trad. ital.,

Museo

Filangieri di Napoli

{Catalogo, p. 238). Sugli atteggiamenti del Pulcinella e delle altre


si

ma-

vedano notizie neirHorjARXH, Anain

Mia

Livorno, 1761), p. 200.

212

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL ARTE

viene spesso ritratto con un corno in

mano

(contro la ietsta,

tatura? o simbolo di domestica abbondanza?;; e cosi

fn-v

in plastica, a guardia di botte-

ghe, specialmente di commestibili,

nei
;

quartieri

popolari

di

Napoli

e cosi, in carne e ossa,


il

suole invitare
trata delle
?
\

pubblico all'en-

baracche di giochi
Ora, in

curiosit.

un

poe-

metto bernesco, pubblicato nel


1636, dal titolo
del

La

tabaccheide,

quale autore un

abruz-

zese, Francesco Zucchi da

Mone di
ta-

teregale, discorrendosi delle varie


altri
PulcineUa col

forme

di tabacchiere

recipienti
si

da serbare

corno

bacco,
zine
:

leggono

queste ter-

DaU'opera del Rehfues, Gemhdf von Neapef (1808).

Ma

pure, a dir

il

vero, trovo pi bella

Esser l'invenziou tra l'altra (sic) rara Del galante buffon Pducenella. Questa credo sar pi accetta e cara Di tutte l'altre, ch'ora vanno a torno,

ch'ogniun cercar d'averla a gara.


Potr far questa a tutte
l'altre

scorno;
sia
coiino

Ma

qual

ti

credi,

almo signor, che

L'invenzion che tanto lodo?

un

La

tabbaccheide, scherzo estivo sopra

il

tabacco di
e

Francesco Zucappresso Maf16b6, e la


e

chi

da Monteregale fstampata in primo posto,


tra
le

con frontespizio par1636,


1

ticolare,
fo

Poesie

dello

Zucchi, in Ascoli,
la

Salvioni).

La dedica ha

data di Teramo,
si

giugno

firma dell'editore Papirio Cancrini, del quale

leggono un sonetto
Il

un madrigale

in dialetto napoletano all'autore.

passo citato nel

I.

l'inventore del pulcinella

213
si

Perch
recava in

<

invenzione

Forse Pulcinella

servi talora

sul teatro di

un corno per tabacchiera; o il corno, che egli mano, faceva pensare all'autore che si potesse
la polvere
;

ridurlo a tabacchiera, a somiglianza dei cornetti nei quali


si

serbava

da sparo?

ci

non saprei dare

ri-

sposte soddisfacenti

ma che gi il Pulcinella, nella prima met del Seicento, facesse uso del corno, per uno o per altro scopo, con una o altra intenzione buffonesca, ci semqur-sti versi, risulti chiaro.

bra che, da

e. 4, p.

85; e

mi

stato indicato dall'amico Luigi Kiccio.

Lo Zuc-

chi fu autore anche di

drammi

musicali:
e il

efr.

Teatri di Xapoli, p. 136,


Gizzo, disegno panegi-

e dell' Origine della famiglia

Canfelma

fiume

rico in versi (Napoli, E. Cicconio, 1653).

11

PRECEDENTI DEL PULCINELLA

La QUESTIONE dell'origine antica romana

/on C<

le

notizie e

chiarimenti dati intorno all'attore che


il

primo
gio,

introdu>ise sui teatri

nome

di Pulcinella, e intorno

allo stato civile e all'abbigliamento primitivo del

personag-

non s'intendono,
che
si

di certo, risolute tutte le altre quisi

stioni,

sono fatte o

possono fare intorno all'origine


pi importanti in quattro capi,

di Pulcinella.

Riassumer

le
:

formolandole come segue


I.

In qual

modo

da intendere che

il

Fiorillo fosse

(secondo l'espressione del Cecchini) inventore del Pulcinella? Questa espressione usata in senso affatto rigoroso,

come per indicare che


tipo?
tore

il

Fiorillo escogit lui

il

nome

il

non
in

potette,

il

Fiorillo, essere

chiamato

inven-

quanto elev agli onori delle sue rappresentazioni,


con
l'arte sua,
il

e fece valere

personaggio di Pulcinella,
preesistente?
il

ch'egli tolse a comici pi volgari, a umili divertimenti di

una oscura tradizione Non potevano il nome, e forse in


villaggio, a
stito,

teatrale

tutto o in parte
anteriori,

ve-

e alcuni

tratti del carattere, essere

come

distintivi appartenenti a personaggi comici, simili in parte

a quelli che rappresent poi


II.

il

Fiorillo?

Se

il

personaggio, o alcuni elementi di esso, sono

anteriori al Fiorillo, di^


limite

quanto sono

anteriori? Si ha un

determinabile?

E non

potrebbero quegli clementi

216

PULCINELLA E LA COMxMEDIA DELL'ARTE

risalire cill'antica

commedia popolare romana, perpetuatasi


e rozza

in

forma corrotta
III.

durante

il

Medioevo?

Posto che a questa seconda


si

domanda
all'

si

risponda

negativamente, e che
del Fiorillo

tenga fermo o

invenzione totale

oa un'invenzione non molto da lui remota, e ammetta alcuna connessione tra il personaggio di Pulcinella e la commedia popolare romana, sorge una quenon
si

stione pi generale. Se

non proprio Pulcinella particolar-

mente, non pot


cosi detta

la

commedia

nuova commedia italiana (di cui la dell'arte e la commedia pulcinellesca

sono gruppi e sottogruppi) derivare, in parte, dalla com-

media popolare romana per trasmissione storica? In questa


ipotesi, Pulcinella
si

riattaccherebbe bensi, anch'esso, alla


la

commedia popolare romana; ma indirettamente, per


pi recente o rinnovato prodotto.
IV.

me-

diazione dell'ambiente storico-letterario, di cui sarebbe o

si

ammetta

o no questa trasmissione storica,


la

non bisognerebbe sempre porre una relazione tra

com-

media popolare romana e la nuova italiana, in quanto prodotti del medesimo spirito etnico, di cui sarebbero effetti le

somiglianze tra

le

due commedie,

o,

almeno, molte

di codeste somiglianze?

Come
il

si

vede, alcune delle indicate questioni superano

personaggio di Pulcinella, che vi considerato come

caso particolare di un fatto generale; onde importa, tanto


pi, cercare di risolverle.

E dico subito che il dubbio, espresso in primo luogo, mi sembra affatto ragionevole. Cosi, un nostro contemporaneo non avrebbe nessuna titubanza ad affermare che il personaggio comico di Sciosciammocca stato inventato dall'attore Scarpetta; eppure lo Scarpetta medesimo racconta, in un suo dimenticato libercolo ^, ch'egli fu coni

Don

Felice,

memorie

di

Eduardo Scarpetta

(Napoli, 1883), p. 103.

II.

PRECEDENTI DEL PULCINELLA

217
la

dotto ad

assumere quel nome per aver rappresentato


il

prima volta con buon successo


Sciosciammocca
possibilit,

personaggio

di Felicetto

in

una vecchia

farsaccia. E, oltre la

mera
dal

saremmo

disposti a trovare qualche probabilit

nella cosa,

non tanto a cagione dell'aneddoto narrato


il

Galiani^, quanto per


Pulcinelli,
di

fatto
il

del rapido moltiplicarsi dei


il

ancora vivente

Fiorillo;
sia

che suole accadere

rado,

quando un personaggio
il

invenzione affatto indilo

viduale e caratteristica dell'attore che


poi,

introduce.

c',

anche
si

nome

Pulicinella

, in

una forma femminile


;

che non
giacch

trova nel vocabolario napoletano di quei tempi


pullecino
il

(pulcino) d

il

diminutivo
,

pulle

ciniello , e
licinella
riori
;

femminile

pullanchella

non mai

pu-

mentre, d'altra parte, troviamo cognomi antePulcinella


;

di

(esempio del Cinquecento,

riferito

dallo

Scherillo
del

esempio del secolo precedente, un Joan


recato da

Polcinella

1484,

me

'),

che parrebbero

in-

dicare l'esistenza di una


Certo, desta qualche
il

forma diversa,

ma

pi antica.

maraviglia non trovare menzionato


altri scrittori

personaggio dal Del Tufo e da

napoletani,
ri-

anteriori al Cortese;

ma

questo fatto non argomento

solutivo, e, neppure, molto forte. In conclusione, se

un eru-

dito scoprisse,

una volta

o l'altra,

il

nome

teatrale di Pul-

Lo ScHEBiLLO ha avuto innanzi,

tli

quell'aneddoto, una tradu

zione francese: l'origiBale italiano nell'articolo


Vocabolario

Policinella

del

napoletano, detto degli Accademici filopalridi, edito a Napoli

dal Porcelli nel 1789.


2

Scherillo, op.

cit.,

pp.

68-9;

Croce, Teatri di Napoli,


il

p.

6b9

n.

Un mascheramento
gnome

di Pulcinella anche, probabilmente,


.

noto co-

Polsinelli

Italia; e

un Bonifacio

bus de Verona , ricordato da me in

si trova in documenti dell'alta quondam domini Pulzinele a Carcerimenzionato in un documento padovano del 1294, fu

[Lo stesso nome


figlio

Critica, II, p. 389 wj-

218
cinella

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL* ARTE

prima del

Fiorillo,

non me ne maraviglierei ^
o

meno ancora mi
nelle

maraviglierei se accadesse d' imbattersi

parole

pullicino

pulliciniello

usate

come
^.

denominazioni burlesche, se non propriamente teatrali

Parimente, dell'ipotesi proposta in secondo luogo, non

mi sembra che

si

possa negare la

mera

possibilit.

Le

so-

pravvivenze dell'antichit classica sono tante; perch mai

non potrebbero essere


stito

tra esse

qualche particolare del ve-

di

Pulcinella,

il

nome

di lui, e facezie e invenzioni

che entrano nelle rappresentazioni comiche di quel perso-

naggio?

Ma

sta

il

fatto

che tutte

le

somiglianze finora

II

DiETERiCH, Pulcinella, richiama V hislrio personatus, che appare

lioiVAnLonius del Fontano, in


egli stesso

compagnia

del cantastorie

ma

riconosce

che quella menzione, se attesta l'esistenza di figure buffo-

nesche teatrali in Napoli nel secolo decimoquinto, non dice nulla di


particolare intorno al Pulcinella.
2

[Ezio Levi, Francesco di Vannozzo

e la

lirica nelle corti

lombarde

durante la seconda met del secolo

XIV

(Firenze, 1908), p. 308, crede di

trovare menzione di Pulcinella in una canzone dell'aretino Giovanni

de Bonis, che viveva in Lombardia nella seconda met del Trecento:


nella quale canzone, parlandosi della discesa dell'imperatore,
si

dice

che l'aquila, prima


a

stracciata

'.

ora verr

perseguendo

pulci-

nelli Perch voltan mantelli

E mutansi

di senno in ora in ora.

Ma

me sembra
non
leti,

che

<

pulcinelli

in quei versi,

non voglia
1'

significare
cfr. Cri-

altro se
tica,

piccoli pulcini

(in relazione

con

aquila):

VII, p. 142.
ital.,

Vittorio Fainelh, Cki era Pulcinella? (in Giorn.


59-t)4),

sfor. d.

LIV, pp.
Carceri

delinea
m),

una

biografa di quel signor

Pulcinella

delle

(p.

217

vissuto in Verona nella seconda

met

del

Dugento

e asserisce,

senza provare, che era un ridicolo vol-

tafaccia politico, e che, perci, diventato proverbiale, esso

appunto

ricordato nei versi del


alla

De

Bonis, ed assai i^vobabilmente dette origine

maschera

di Silvio

Fiorillo.
il

Riconfermando

il

detto di sopra, e

cio che niente vieta che

nome comico

di Pulcinella sia pi antico

della sua apparizione e notoriet teatrale nella persona del Fiorillo, a

me non

pare che queste nuove congetture abbiano fatto progi-edire la


io la lasciai

questione dal punto in cui

or sono dodici anni].

II.

PRECEDENTI DEL PULCINELLA


la

219

escogitate

si

spiegano agevolmente merc

generazione
di

spontanea: cos quelle dei simboli e nomi animaleschi e


certe particolarit del vestiario (per la qiial parte
i

confronti

sono tanto pi malsicuri


il

in

quanto regna incertezza circa

vestito dello stesso Pulcinella fiorilliano),

come

le altre,

relative ad alcuni tratti del carattere comico. Nel libro di

Alberto Dieterich, dedicato a Pulcinella, alle pitture murali

pompeiane e

ai

drammi

satirici

romani,

la

questione

trattata di proposito;

ma non

vi

si

trova nulla che valga


anzi, in ultimo',

a dimostrare la sopravvivenza classica;


si

ha

la

confessione dell'autore che riconosce non dimostrail

bile storicamente

nesso tra Pulcinella e


i

il

buffone della

commedia
tica.

antica.

Anche

pochi indizi, che egli riesce a


tesi,

raccogliere a favore della sua

non reggono

alla cri-

saChe Pulcinella riproduca l'antico osco rebbe congettura avventata, anche se quel vocabolo fosse (come non ) ben documentato, veramente osco, e significante veramente gallo . Circa i cognomi Polcinella
cicirnis,

Pulcinella

dianzi citati,

il

Dieterich

osserva:

Il

essi permesso concludere si : che, se un soprannome poteva esser in uso, assai probabilmente era gi congiunta col nome di quell'animale una determinata e sviluppata rappresentazione . Certamente, ma non

meno che da

tal

gi una rappresentazione di personaggio teatrale


stesso che,

al

modo

quando diciamo

di

un

tale

l'espressione non ci suggerita n da


trale,

anima di pulcino >, un personaggio tea-

n in particolare dal Pulcinella. Al Dieterich sem-

bra che vi siano tracce del

il

nome

di

Macco
di <

nella parola

maccheroni

e nel

nome boccaccesco

Buffidmacco >;

non indicherebbe la trasmissione del personaggio comico, ma di un semplice elemento verbale.


che, se anche fosse,

Op.

cit.,

pp. 237-8.

220

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL" ARTE


sottigliezza, clie
>^,

Una

sfugge alla discussione,

la

parola

Macco

ritrovata nella correzione fatta nell'undecimo


di

un copista deV Apologia il Dieterich medesimo sembra dare ma molta ne d sicuramente a un


secolo da

Apuleio ^

tutto ci
;

non dare importanza

altro indizio:

L'unico

nome che
oggi,

si

possa realmente seguire dall'antichit fino a

nel

periodo greco, nell'osco, nel latino, e nell'ita

liano, quello di

sannio

diventato

lo

zanni

della

commedia
al

dell'arte

connessione riconosciuta da un pezzo


il

qual proposito cita


di

Riccoboni e
al

il

prof.

De Amicis-.

Duole

dovere togliere

valoroso archeologo anche quedi

st'ultima illusione;

ma

il

alla derivazione

zanni

da

sannio

escogitata dalla filologia del secolo decimottavo,

nessuno pi crede.
o

Zanni

Gianni

Zuane

Giovanni

nome

del servo sciocco bergamasco,


i

com' provato da
fatto
il

infiniti

documenti;

quali escludono di

sannio

^,

al che per altro sarebbe

dovuta ba-

stare la semplice considerazione fonetica e morfologica.

Secondo ICaravelli. Chiacchiere


il

critiche (Firenze, 1889), pp. 78-9,


il
'

in alcuni paesi perfino


'

cappello pulcinellesco,
si

coppolone
i

',

detto

muriuni

',

da moriones, come anche


.

chiamavano

buffoni

dell'antica

commedia

Ma

muriuni
Il

di alcuni dialetti meridio-

nali, nel significato di

una foggia

di cappello, deriva, evidentemente,

dal

morione

soldatesco.
la

Capasso mi comunica che, nel 1869,


del

aprendosi in Napoli

nuova strada
muri

Duomo,
si

si

trov, poco lungi

da questa chiesa, una cantina, nella quale


figura di Maccus (come sui
dipinti
i

not dipinta sul

muro una

delle taverne popolari si

vedono ora

Pulcinelli).
se

Lo scavo fu annunziato

nella Gazzella di Napoli;

ma non

ne conserva notizia nell'Archivio del Museo, n allora


le Notzie degli

s'erano cominciate a pubblicare


dipoi per iniziativa del Fiorelli.
2

scavi,

come avvenne

Op.
Si
il

cit.,

p. 236.

veda ora per tutti D. Merlimi, Saggio di

ricerche sulla salir

contro

Villano (Torino, Loescher, 1894), pp. 120 sgg. Cfr. Rasi, Comici

italiani, I, pp. 462-3.

Ho

innanzi una commedia

II

Pantalone impazzito

II.

PRECEDENTI DEL PULCINELLA


difficile

221

Cosicch, mi pare

che, per questo secondo capo,


si

dopo

tanti sforzi di

buona volont,

riesca a trovare prove

indizi circa la derivazione antica del

nome

e dell'aspetto

del Pulcinella.

per

il

da ripetere, press' a poco, terzo gruppo di questioni, estendendo al caso geneil

medesimo

rale quel che

si

detto del

caso particolare. Le rappre-

sentazioni volgari del Medioevo


rit;
si

presentano grande oscu-

e,

per quel che riguarda l'Italia meridionale, non

sa di esse a dirittura nulla. Certamente, qualche rimasu-

glio pot trascinarsi

nei secoli e

sboccare in fine (tenue

rivoletto dal lungo corso) nel


fatto

nuovo teatro italiano. Ma il non documentato, e della stessa commedia popolare romana si hanno scarse e povere notizie. In ci anche sembra convenire il Dietericli, il quale
si

portato di conseguenza a dare importanza principale alla

considerazione dell'elemento etnico. Egli, che pure

travagliato per suo conto a rintracciare la trasmissione storica, dice, in ultimo,

che

la

questione deve essere posta


fatto
i

diversamente da quel che hanno


si

dotti italiani

non
i

tratta

di

rintracciare la trasmissione

storica (cosa

ni-

di

Francesco Righello mantovauo (Viterbo,


Coviello dottor napolitano

1613;,

nella quale sono

Zanne

di

servitore bergamasco
<

e,

nel corso della

commedia, Zanne > tare a questo proposito come manchi


anche Dieterich, op.
cit.,

chiamato

Zuane
il

Voglio no-

base sicura

ravvicinamento,

tante volte fatto, dell'abito a scacchi dell'Arlecchino col viimus rrntuncultts (cfr.

p. 145).

L'abito antico dell'Arlec-

chino sembra fosse diverso di quello che poi prevalse, come


dere dalle due tavole del Eiccoboni
del Cecchini (op. cit.),
:

si pu vechiaramente dal seguente brano

contemporaneo
il

alla trasformazione:

L'abito

adunque vorrebb' esser moderato,

quale s' molto allontanato ed a


dei tacconi o

gran passi discostato dal convenevole, posciach, invece


di concertate pezzette,

rattoppamenti (cose proprie del pover'uomo), portano quasi un recamo


che
li

rappresentano morosi lascivi e non servi


dell'abito par che indichi quello del-

ignoranti... Si che lo sconcerto

l'ingegno

'.

222
possibile),

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL ARTE

ma

di affermare la

somiglianza nelle opere delle


tra loro per lungo inter-

due letterature
A-allo di secoli,

teatrali, distanti

ma

nate sullo stesso suolo e presso lo stesso


il

popolo. Per

lui,

insomma, Napoli

terreno proprio di

Pulcinella e di altrettali personaggi, e del genere di rap-

presentazioni teatrali nelle quali essi entrano: qui pianta

indigena, altrove esotica o a malapena acclimatata. Di

qui la processione dei Pulcinelli mosse nell'antichit,


nei tempi moderni;
e
!

come
di

di

qui mover probabilmente

nuovo, nell'avvenire

questa teoria da fare un'obiezione preliminare: che


si

delle antiche atellane e della foJmlce satiricce

sa troppo

poco da potere stabilire

la

base stessa dell'indagine, la

somiglianza o l'identit di quelle commedie antiche con


le

commedie

italiane delle maschere. Si possono notare, di


:

certo, somiglianze evidenti

ci

sono

stati serbati

titoli di

Maccus caupo, Maccus

virgo,
i

cui corrispondono a capello

Maccus miles, Meteci gemini, moderni Pulcinella tavernaro.


i

Pulcinella sposa, Pulcinella capitano,


Pulcinelli simili.

due,

tre,

quattro

La

ghiottornia e voracit degli antichi

buffoni tratto che riappare in Pulcinella.


tiche

Anche

le

an-

commedie erano

spesso piene di avvenimenti mira-

colosi e di stregonerie; e, talvolta, si atteggiavano a paro-

die di opere letterarie K

Ma, se conoscessimo quelle antimeno


generiche),

che produzioni, assai probabile che scopriremmo, accanto


a queste somiglianze (e forse ad altre,

molte e profonde differenze. In ogni modo, accertate che


fossero

somiglianze

differenze,

bisognerebbe
il

spiegarle
si

nelle loro

cause; e qui pare che

Dieterich

affretti

troppo quando postula subito uno


costante degli
effetti

spirito etnico, produttore


si

medesimi. Di questo fattore etnico


si

assai abusato, e, col tirarlo in ballo, gli storici

sono

Dieterich, op.

cit.,

pp. 260 sgg.

II.

PRECEDENTI DEL PULCINELLA


difficili;

"JI^

risparmiati parecchie analisi, delle pi

onde

ve-

nuto ora in discredito. In realt, pur non potendosi negare


la persistenza

pi o meno lunga di alcune qualit di temperamento, naturali o acquisite (ma sempre superabili e
fatali),

contingenti, non necessarie o

queste sono da consie se

derare come una forza tra


scerne l'azione pi o

le forze,

non

si

pu riconotutte le

meno grande,
si

non dove

altre forze sono state dallo storico prese in esame.

A
in la

pro-

cedere in altro modo,


parenti.

foggiano spiegazioni soltanto apsi

questo esame non

pu neppure tentare
si

una
base

questione, per la quale,

come
si

veduto,

manca

dei fatti sui quali l'esame

dovrebbe esercitare.

Appoggiato
gli

allo spirito etnico, che,


il

mentre da un

lato

porge pronto

criterio di spiegazione delle somiglianze,

vale anche (con

un

circolo

un

po' vizioso) a dargli notizia


il

e certezza di esse somiglianze, e


si

Dieterich procede oltre,

mette a vagheggiare un'integrazione e restituzione

delle atellane e fabul/s satiricce col

mezzo

delle
i

moderne

commedie
cidono con

pulcinellesche.

Quando

le

linee e

frammenti

una vecchia figura distrutta (egli dicci coinuna figura conservata, lecito concludere che anche il resto debba, nell'insieme, coincidere.
superstiti di
le parti di

Non
tivi,

gi che

si

possa pretendere di ricostruire

le

antiche

composizioni drammatiche nei singoli versi, nei singoli monella peculiare successione delle scene
in rari casi),
(il

che sar pos-

sibile solo

ma

si

tratta di

ricostruirle nella

loro essenza

sforzo di

drammatica, e rivedersele innanzi con uno Riconosco la fantasia scientificamente guidato.

legittimit in genere di (|ueste ricostruzioni congetturali,

che sono tanta parte della ricerca storica; e ammetto


tres

alita-

che,

nel caso

presente,

la

moderna commedia

liana dell'arte, e quella napoletana in ispecie, avrebbe un

certo diritto di
la scarsezza dei

precedenza a essere tenuta presento.


dati, serbati

Ma

dai

monumenti

figurativi e

224

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL'ARTE

dalle opere letterarie, offre

campo

cosi largo alle pi svail

riate congetture e ricostruzioni, che

lavoro, se guidato

dalla critica, riesce assai magro,

e,

se dalla libera

immadi

ginazione,

antiscientifico.
difficolt, se

Il

Dieterich avrebbe avvertito


si

meglio questa

non

fosse lasciato

dominare

soverchio dalla sua fede nello spirito etnico. Supposto quest'ultimo cosi costante da somigliare a

un rame, che stampi a grandi distanze di tempo le medesime incisioni (tutt'al pi, tirate con diversi colori), chiaro che, avendo innanzi
alcuni brandelli di un' incisione antica e la prova completa
di

un' incisione pi moderna,


la

si

possa ricostruire esatta-

mente

prima con

la

seconda.

Ma
il

prodotti storici non

sono tirature di una medesima stampa, o copie di uno stesso

quadro, o

cristalli dei quali,

dato

frammento,

si

ricostrui-

sca r intero. I brandelli restano brandelli, qua e l rattoppati alla meglio; e


i

frammenti, poco pi che frammenti.


questione
:

L'altro
dell'arte

aspetto

della
si

se

nella

commedia
com-

moderna

ritrovino attitudini spirituali antichisitaliane, manifestatesi gi nella

sime delle popolazioni

media antica. Ma, sempre a cagione


si

delle scarse notizie che

hanno intorno a questa, giova piuttosto, per rispondere alla domanda, interrogare con esame comparativo tutte le
fonti,

altre

senza andarsi a cacciare proprio nell'angolo

pi buio della letteratura antica ^

Pi dispiacevoli, perch
risposte negative, che

insanabili,

sembrerebbero
ai

le

sono stato costretto a dare

tre

II

ravvicinamento della nuova commedia dell'arte con

la

com-

media popolare antica fu fatto gi assai jaer tempo; p. e., dal Davanzati, Oscum il quale, traducendo le parole degli Annali di Tacito (IV, 14): quondam ludicrum con: questi, gi mattaccini , annotava: O
Zanni o Ciccantoni, che, come gli antichi Osci e Atellani, ancora oggi con goffissima lingua bergamasca o norcina, e con detti e gesti sporchi e novissimi, fanno arte del far ridere e corrompere la giovent, e non
sono da' cristiani, come allora da' gentili, cacciati via
>.
^

II.

PRECEDENTI DEL PULCINELLA


l'efficacia

225

primi gruppi di domande, concernenti


etnica

ma

storica (per trasmissione ininterrotta) delia

non gi com-

media popolare romana. Tuttavia, meglio considerando, si prende conforto, e sorge il pensiero che quell'ignoranza,
in fondo,

non

di

grave danno per l'intelligenza storica

della

commedia moderna. Posto anche che un tlo di tradizione congiungesse la commedia dell'arte all'atellana,
filo

quel

non potrebbe essere


nei
;

se

non tenuissimo:
delle

la costu-

manza
rante
il

di recite

improvvisate o condotte su scenari tradivillaggi o per le piazze


la

zionali, fatte

citt

du-

Medioevo

continuazione ininterrotta di qualche


di

motivo, di qualche
vestiario o di
zia.

nome comico,

qualche particolare
di

di

mascheramento buffonesco,

qualche facele

nient'altro. Si ripensi a quel che

potevano essere

rappresentazioni istrioniche nella rozza vita feudale, o in


quella

meschina

delle

piccole

citt
si

marinaresche
che non

italosi

bizantine

dell'alto

Medioevo; e

vedr

pu

andare a cercare
lare italiana

in esse

l'origine della commedia popo-

moderna.

La medesima osservazione vale in particolare per la figura di Pulcinella. Poniamo che si scopra domani un documento medievale, la decisione di una sinodo episcopale, una carta giudiziaria, una cronaca, un ritmo satirico, ehci rechi un nome d'istrione o di buffone, che sia forma
arcaica o latinizzata del

nome

Pulcinella

>.

O poniamo

che in una miniatura di codice o in qualche frammento di bizzarra scultura ornamentale di cattedrale', si ritrovi

una figura con la mezza maschera e il cappello conico Pulcinella. Quale sentimento ispirereblio una scoperta

di
di

bizzarre,

Anche nell'Italia meridionale vi ha esempi di queste sculture come i due gruppi osceni, di un uomo e di una scimmia, di scimmione e di una donna, costituenti le basi delle colonnine che uno
J

ornano

la

porta della cattedrale di Acerenza.

226

PULCINELLA E LA COMMEDL\ DELL* ARTE

questa fatta?

parlare schietto,

come erudito

(e,

in par-

ticolare, se quella scoperta la facess'io), a


il

me

balzerebbe

cuore dalla gioia. Ma, dominato quel sentimento di gioia


al mestiere, procurerei

che connesso

di

non smarrire
infatti, se

il

buon senso
valore di

e di riconoscere che

quella scoperta avrebbe


di

mera

curiosit.

Che cosa

nuovo,

ne

ricaverebbe? Che l'antichit ha lasciato molti detriti nella


lingua e nel costume? Sapevamcela!

Ma

ci, in

ogni caso,

non spiegherebbe
della della

se

non qualche particolarit secondaria,

qualche precedente materiale, dell'origine di Pulcinella e

nuova commedia italiana. Quel che preme conoscere commedia italiana moderna, e del Pulcinella, iion
i

sono
l'una
della

piccoli

addentellati, per cosi

dire, estrinseci, del-

dell'altro,
storia.

ma

la loro vita

piena e attiva, nella luce

Occorre, forse, ricordare

che

questa vita

condizionata, in tutta la sua parte sostanziale, dalla civilt


del Rinascimento, dall'ambiente delle corti, dalla creazione

dei teatri stabili, dalle disposizioni spirituali e dai costumi


d' Italia, e delle varie parti d' Italia, nei secoli
e

decimosesto

decimoscttimo? Se

gli eruditi

potranno dare notizia pi

completa delle rappresentazioni popolari medievali e dei


resti della latinit

che

vi si

notano, tanto meglio;


nei

ma

la

spiegazione della
e

commedia moderna
o nell'antichit.

tempi moderni,
]\Ie-

non nel Medioevo

Le
il

tradizioni del
e.,

dioevo e dell'antichit serviranno a chiarire, p.


il

perch

personaggio prendesse piuttosto

nome

di

Pulcinella

che un altro, piuttosto quella maschera che un'altra, o apjarisse, nelle

manifestazioni pi antiche, prima con alcuni

tratti

di

queste, che
stretto.

che non con alcuni altri. Cose anche hanno il loro interesse, ma secondario e riDire, come molti usano, che il germe era antico,
carattere

e che

si

svilupp subito che

si

ebbero
di

le

condizioni adatte,

appunto

un semplice modo

dire.

N quei rimasugli
n
il

antichi

sono propriamente

germi

fatto

storico

II.

PRECEDENTI DEL PULCINELLA

227

consiste nel solo


le altre cose,

germe , ma anzi in quello e in tutte si chiamano condizioni *. Importanza anche minore ha la domanda formolata in
che
Fiorillo trovasse

primo luogo. Sia pure che Silvio


qualche parte
lui
il

gih in

personaggio di Pulcinella; certo che da

comincia

la serie delle creazioni


I

comiche importanti,
atti-

che presero quel nome.

predecessori del Fiorillo non


;

rarono l'attenzione o furono dimenticati


ria,

il

che, nella sto-

vuol dire (salvo

il

caso, qui poco probabile, di disper-

sione

distruzione di documenti) che erano trascurabili,


e

perch non uscirono dal comune

non spiegarono
prima

efficacia.

rillo
;

Xou

si

sa nulla del Pulcinella

di Silvio Fiol'

ma, se qualcosa se ne potesse sapere,

importanza

ne sarebbe assai scarsa.


della

Non

si

sa nulla circa l'efficacia


sulla

commedia popolare romana

moderna commedia

italiana;

ma

quel che per avventura se ne potesse conoscere,

gioverebbe a illustrare soltanto particolari secondari.

impossibile, nello stato presente delle fonti, istituire

un

vero confronto, e molto


miglianze, tra la
dia popolare

meno indagare le cause delle socommedia moderna italiana e la commela

romana;
si

questione della costanza etnica,

delle attitudini e consuetudini antiche persistenti nella vita

italiana

moderna,

deve tentare di risolvere per altre


di osservazione.

vie e in altri

campi

Ecco

le conclusioni, alle quali

mi pare che

ci

si

possa

fermare per ora, nella vessata questione intorno


gini antiche del Pulcinella e della

alle ori-

commedia

dell'arte.

II

Caravelli
V,
p.

hit. ital,,

278)

(op. cit., pp. 75-6) e il Xovati [in Giorn. slor. (f. notavano una certa contradizione nello Scherillo,
il

op. cit.,

quando, pur dichiarando


la

Pulcinella nato ai principi del


della

Seicento,
antica.

ammetteva una qualche tradizione

commedia popolare

Ma

contradizione dello Scherillo era forse piuttosto di tur-

ma

formolata

che di sostanza, e sparisce nel modo in cui abbiamo ora chiarita e la quale non esclude la possibilit la tesi della modernit

di rimasugli antichi.

Ili

Per la storia del Pulcinella

Jjasciando

la

preistoria, parliamo ora della storia


ci

propriamente detta, ossia dei Pulcinelli che


le

sono noti per

commedie
per
le

letterarie, per gli scenari di quelli

improvvidi
gi;\

sate,

notizie e gli accenni serbatici in

documenti

varia sorta. Questa storia, pel Sei e Settecento, stata

bravamente schizzata dallo


tra
volta,

Scherillo, e io vi ho fatto, ali.

alcune

aggiunte

Ma
il

migliori

pi

copiose
il

posso

farne

ora, specialmente per

quel

che riguarda

Seicento, ossia, appunto, per


In forza delle

periodo pi antico.
gi

osservazioni

esposte,
,

non

il

caso

d'insistere sulla definizione del


principi. Nelle

tipo

qual tra nei suoi

grossolane classificazioni pratiche dei comici, Pulcinella era un secondo zanni ^^, ossia una parte di sciocco e goffo. Dalle parole gifi riferite dal Cecchini, confrontate con ci che scrisse poi
doversi concludere che, tra
i

il

Perrucci, parrebbe

caratteri teatrali

napoletani

del primo Seicento, fossero bens caratteri di vecchio. Cola e talora Pascariello, corrispondenti al Pantalone veneziano,

si

i Nel voi. sui Teatri di yajoU. Che la storia del Pulcinella non debba intendere nel significato dello svolgimento progressivo, ossia della progressiva formazione di un carattere, una mia vecchia osseril

vazione, che

DiETERKH

(op. clt., p. 257) accoglie.

230
e quelli
Brig-hella

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL'ARTE


di
;

servi

furbi,

come
il

Ooviello,

corrispondenti

al

ma mancasse
che

carattere

dello

sciocco, corFiorillo

rispondente
(

all'Arlecchino; e

che perci
la

Silvio

per for credere

anche
)

semplicit
il

abhia

loco
.

d'albergare fra napoletani

inventasse

Policenella

Ma
la

il

Cecchini

si

confonde poi nel definirlo:

Questo gu-

stosissimo

uomo ha

introdotto una disciplinata goffaggine,

quale, al primo suo apparire, conviene che la malensi

conia se ne fugga, o almeno

concentri e stia rilegata

per longo spazio di tempo

Fin qui, sono parole che non


disciplinata goffaggine , che

dicono nulla; tra.nne quella


il

Cecchini, subito dopo, cerca di spiegare:


ch'egli fa

Dissi disci-

plinata goffaggine, poscia


studio

uno assiduissimo

per passar

termini naturali, e mostrar un goffo

poco discosto da un puzzo, ed un pazzo che di soverchio


si

vuol accostar ad un savio

Queste parole designereb-

bero un carattere contraddittorio e assurdo, se non paressero piuttosto


definire
il

indicare clie

il

Cecchini non riusci bene a

personaggio che aveva innanzi alla mente, o che

ne tenne presenti parecchi insieme, non riducibili a unico


carattere
'.

Del resto,

il

Cecchini riconosce l'assurdit delle

parte ridico-

lose >,

dicendo di queste:

Si

sono inventate alcune parti ridicoi

lose tanto

congiunte con l'inverosimile, ch'io non saprei trattar

suoi

spropositi, se

non andassi con la penna spropositando anch'io. Ors tocchiamle senza punto trattar di riforma, perch bisognerebbe dar principio dal cervello, il quale si vede esserli cosi cai-o come s'avessero ereditato ogn' un di loro quello di Aristotele; diciam adunque che sappiano che sono conosciuti, ben che i suoi mancamenti acci
tollerati

Cfr.

anche

la critica

che fa

il

Ferrucci, op.

cit., p.

286, dei

Covielli

napoletani, che,

dall'arguzia passando alla sciocchezza,

fanno un misto da non sopportarsi, perch o averanno da essere sempre arguti o sempre sciocchi; e, quando fanno da sciocchi, sono fuori
della pai'te loro, ch' di tirar l'intrigo con l'astuzia e con l'inganno
.

III.

PER LA STORIA DEL PULCINELLA


il

231

Il

Ferrucci, invece, non ritrae

personaggio di Pulcicondizioni;
cio, deli-

nella

quale
il

esiste,

ma

ne detta

le

nea

lui

personaggio quale vorrebbe che

fosse, sciocco e

nient 'altro che sciocco.

Pulcinelli (egli

dice)

devono

dare nella sciocchezza


la

e fuggire l'arguzia .

Consistendo
fatti,

detta

parte in graziose sciocchezze di parole, di

pu avere qualche cosa d'apparecchio v. g., amore ad un porco, ad un asino, e gli amanti agli animali, o cose simili, ma vili; come pu dettare una naturale scioce travestimenti,...

con qualche similitudine breve, paragonando,

chezza, pu avere qualche bisguizzo, o bisticcio grazioso


e sciocco
;

qualche uscita, saluto ed altre cose ridicole,

ma

sciocche ed umili...

^ Che poi a questa formola ideale


i

rispondessero

personaggi che
Il

comici rappresentavano,
e

un

altro

discorso.

miscuglio incoerente di furberia


f'equente

di sciocchezza

era, anzi, cosi

che

il

Riccoboni

ne fu tratto a dire che nelle commedie napoletane i posti di Brighella e di Arlecchino erano occupati da due Pulcinelli,

tn

fonrhe

et

'antre stupide

'.

Op.

cit.,

pp. 294-5. Si ricordi l'aneddoto del


e dell'andata a

modo come

recitava
ri-

il

pulcinella

Andrea Ciuccio
du thtre
il

Roma

di quest'attore,

ferito
2

anche da me
Hisloire

in Teatri di Napoli, p. 12L


italien (voi. II, Paris,
est

173i;, pp. 318-9.

Dam
de Be-

le

pays (soggiunge

R.) Vopinion commune

que

c'est

de la

ville

nevenf. qui est la capitale des Saninites, qu'on


poss, quoique habills de

tire ces

deux caractres op-

mme. On
moiti

dit que celle ville, qui est moiti sur la bas, produit les

hauteur d'une montagne


tout diffrent.
ville soni

et

au

Ceux de

la haute ville soni vifs et tr actifi.


et

hommes d'un carartrc Ceux de la basse


d per

paresseux, ignorants

presque slupides

. Il

Biccoboni non ignora


si
i

che questa spiegazione


di

precisamente la stessa che


sanni (Samniles), che
nella

due zanni

Bergamo: ma

preferisce di credere che l'origine vera sia quella besi

neventana,
nella

e antica, dai

perpetuarono cosi

commedia napoletana come

lombarda. In verit, bench*

talvolta Pulcinella sia detto oriundo di Benevento,

vato altra notizia della doppia forma del carattere

non abbiamo trocome derivante dal

'2'2

PULCINELLA E LA COMMEDL\ DELL ARTE


Escluso,

come
al

si

gi avvertito, lo scenario attribuito


',

erroneamente

Della Porta

la

pi antica rappresenta-

zione letteraria del

Pulcinella (secondo la giusta osserva-

zione dello Scherillo) rimane quella del poemetto del Cortese,


il

che, in

dica

il

Viaggio di Parnaso (1621). Nel quale s'immagina una commedia recitata in Parnaso, un Pulcinella prologo, mettendo in canzonatura i parlatori e

scrittori toscaneggianti.

La commedia

toscana; e Apollo
i

prende

le parti

dell'arguto personaggio vernacolo contro

noiosi comici toscani. Ci risponde al concetto informatore

dell'opera del Cortese, rivendicazione dei diritti della poesia dialettale

contro l'esclusivismo della letteratura colta


il

-;

onde sembra che


fosse

modo come
;

vi si presenta

Pulcinella
il

un'invenzione individuale del poeta, che ne fece


e

portavoce della sua critica


fatto)

non

si

pu (come

altri

ha

dedurre da esso che

il

Pulcinella usuale di teatri


^.

servisse, allora, alla caricatura del toscaneggiante

La prima rappresentazione drammatica


gio,

del personag-

che sia nota

fin

oggi (mi guardo bene dal dire che

doppio carattere della popolazione di quella

citt, la cui topografia ri-

pugna
simo
1

a tale spiegazione, laddove quella di

Bergamo

si

attaglia benis-

alla spiegazione del Brighella e dell'Arlecchino.

Scenario tratto bens da una commedia del Della Porta,

elaborato dal naturalista napoletano, scrittore di

comici solevano conservare

il

nome

degli

ma non commedie erudite: i autori delle commedie agli


(Roma,
1894),

scenari ch'essi ricavavano da quelle, raffazzonandoli a lor modo. Si

vedano A. Valeri, Gli


p.

scenari inediti di Basilio Locatelli

10

n.

V. Hossi,

Una commedia

di G. B. della Porta e un nuovo sce;

nario (in Itend. Istituto lombardo, Milano, 1896)


lett.

Croce, in Giorn.

star. d. cit.,

itah,

XXIX,

p. 214:

onde sono da correggere Scherillo, op.


voi., pp. 133-144.
i

pp. 117-134, e Croce, Teatri di Napoli, p. 79.


2

Si

veda pi sopra in questo


DiETERiCH
(p.

3 II

252) fraintende
scrive:

brani dialettali del Cortese,


Spiilter ist er

ci-

tati dallo Scherillo,

quando

Ein

da auch, aber

er

ist

mehr

ein eleganter Liebhaber

III.

PER LA STORIA' DEL PULCINELLA


'),

233
,

non
si

se

ne possa trovare qualche altra anteriore

come

gi notato, in

una commedia,

intitolata la Colombina,

accademico Intrigato drammatico fecondo, giacch la Colombina fu la sua undecima commedia. Stampata a Foligno nel 1628, venne ristampata in sguito a Ronciglione, s. a. (ma intorno al 1680), con alcune mutazioni, dovute di certo al posteriore editore, e col titolo anche mutato:
di Virgilio Verucci, dottore di legge,
di

Roma,

e scrittore

Pulcinella amante di Colombina

-.

Un'altra ristampa, che

non ho veduta,
edizione della

di

Bologna, 1683, citata nella seconda


dell'Allacci
^.

Drammaturgia

1 Le commedie della fine del Cinquecento e del Seicento costituiscono un materiale non ancora largamente esplorato. Molte volte ho pensato che, avendo tempo e agio, converrebbe scorrere volume per

volume qualche grande


tense di

collezione di esse (p.

e.,

quelle della Casana-

Roma

o della Nazionale di Firenze', con la certezza di trola

vare cose assai curiose e interessanti per


teatrale
2

storia della letteratura

non meno che per quella del costume. La Colombina, Comedia novamente data in
molto
illust.

luce dal sig. Vergi-

Lio Vekucci, dottor di legge e accademico Intrigato di

Roma,

dedi-

cata

al

reverendiss. sig. abate Gio. Mario Eoscioli,

canonico lateranense (in Foligno, appresso Agostino Alterij, 162b;. E di pp. nn. 113. La dedica ha la data di Foligno, 20 maggio 1628. Pulcinella amante di Colombina. Comedia nuova del sig. Ver-

un volumetto
GiLio

Verccci

(in

Eonciglione,

s.

a.\

La dedica

firmata dal

li-

braio Francesco Leone.

un volumetto

di pp. 76. In

questa ristampa

manca

il

sostituito

prologo che era messo in bocca a Pulcinello, Frittellino da Tombolino, Burattino da Buffetto: solite mutazioni

che si permettevano i rieditori delle commedie. Entrambi questi volumetti sono nella Bibl. Casanatense di Roma. Lo Scheuiu.o,
op. cit., pp. 15, 71, cita
altres

due commedie

di

Giovanni Briccio, intitolate

Colombina, e Pulcinella amante di Colombina;


svista, proveniente forse dal fatto

ma

questa di
(voi. Ili,

certo

una
II,

che

il

Qcahrio

parte
rucci.
3

pp. 229B0) parla, nella stessa

pngina, del Briccio e dpi Ve-

Allacci. Drammaturgia, ed. 1775,

col. 653.

234

PULCINELLA E LA 'COMMEDIA DELL' ARTE

La commediola,
personaggi:
servo
e
la

in tre atti, presenta quattro coppie di


il

Magnitco e

servo Burattino, Capitano e


il

il

Pulcinello, Virgilio e

servo Frittellino, Flaminia

servetta

Colombina.

Il

Capitano

ama

Flaminia, Magnifico
;

la

quale amante riamata di Virgilio,


la

tglio di

commedia, passando attraverso le beflFe fatte al Capitano, termina nei matrimoni di Virgilio con Flaminia e
di Pulcinello

con Colombina. Pulcinello

si

presenta sulla
il

scena gareggiando di vanterie col suo padrone,


tano.

Capi-

Racconta, tra

l'altro,

come
^

con imo reverso solo

<iggio tagliato

a uno smarglassiello
tutto

nemico mio

lo

capo^

le

mano

e le

gamme,

a una botta

il

che

gli

avvenne
clie

per averlo clto nel mentre colui, accovacciato a terra,


soddisfaceva

un bisogno naturale

unica

posizione

possa spiegare l'amputazione con un colpo solo del capo,


delle
tratto

mani e delle gambe. Racconta anche che il suo ripende esposto nella latrina del Gran Turco, giac1

ch, soffrendo costui di stitichezza,


consigliato di guardare
il

medici

gli
il

avevano
ispi-

ritratto di Pulcinello,
effetti

quale

rava tanta paura da produrre


tivi.

rapidamente purgabatte alla


fa alla fine-

Dopo queste

e simili

vanterie, Pulcinello
;

porta della signora Flaminia


stra, e

Colombina

si

ha luogo tra

di essi

una scena d'amore:


ti

Col.

Oh

sei tu, Pulcinello?

ben, che bon vento

mena da que-

ste

bande?
vento de levante che m'ha gonjQate
te,

PuL.

le

vele per venire a


core.

vedere

traditora, che m' hai

robbato

lo

Per, rnni-

melo pure,
no, te
stare.

dammene
lo

in

chillo

scambio

tanto

polmone. Se

donco quarela a

tribunale d'Amore, e te farragio fru-

Col.

Tu non
mi

dici
!

il

vero, tristaccio. Io,

si,

che

ti

voglio bene;

ma

tu

burli

Smargiasso, bravaccio.

III.

PER LA STORIA DEL PULCINELLA

235

PcL. Anzi, dico la verit e tu dici la bugia.

Ma

sia

come

dici tu,
lo

che

me

contento di ci che vi
dici,

perch, quanto anco fusse

vero quello che

me

contentaria che lo

munno

iesse alla

reversa, pure che

me voHsse

bene, e che la mia verit stesse

sotto a la tua buscia....

In un'altra scena,
in

il

Capitano
;

e Pulcinello

sono messi

fuga dal vecchio Magnifico


i

il

che, al solito,

non

toglie

che entrambi

valorosi emettano canti di vittoria.


tiro al

Anche

Colombina

fa

un mal

Capitano, persuadendolo a vealla

nire travestito

da muratore

casa di Flaminia e som-

ministrandogli busse, alcune delle quali toccano per iscambio al suo caro Pulcinello. Concluso
il
:

matrimonio

di Fla-

minia, la servetta dice alla padrona

Ma

n anche

io

voglio pi dormir cosi sola: voglio trovarmi

un marito, se credesse farlo di stoppa. Se Pulcinello mi vle,


non voglio andar cercando
altro.

Ma

dubito messi (mi

si) sia

scorrocciato per le perticate ate.


Fdl. {che in questo entrato) Te
Ile

renner dupplicate, traditora,

ladra, assassina, con licenzia della tua patrona!

Col.

Or

su,

perdonami, Pulcinello mio, perch non l'ho

fatto ap-

posta.

PuL. Se sta cosi, te perdono, pure che

me

vogli bene.

Flam. Di questo te ne assicuro


ch'ella

io,

anzi che

non

ti

nomini in casa mia, perch sempre

non passa mai giorno, sto pensando

nel fatto tuo.


Pdl. Oh, bene

mio! che s'aspetta?

Oh

che bella colombina, da

mettere a no spitone tra due polpette!

Flaminia
nella

li

lascia soli, e

si

ha ttn'aiira scena d'amore,


la

quale Pulcinello interroga


g'

sua

futura

intorno a

parecchi particolari che

importano:

se sappia
di

preparare

un antipasto,
e lesso, e,

se sappia cuocere

un pezzo

carne arrosto

finalmente, se sappia fare una frittata; svolgi-

mento

di allusioni oscene,
:

che non necessario trascrivere.

Basti la conclusione

236
PuL.

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL'ARTE

Mo

conosco ca tu

si'

mastra, e sile fare de tutte

le

sorte

che per

me

sento io ancora aguzzare l'appetito. Menarne in

casa, per vita toia, ca io ancora faggio

da dicere

le

mie

virt.

Col. Se

non vi
il

altro

che questo, andiamo!

Ma

personaggio

appena abbozzato
si

non

vi

ha nesso

tra le varie parti che gli

attribuiscono.
dall' intro-

Invece, la

commedia

col Pulcinella, scritta

duttore stesso del personaggio sui teatri, Silvio Fiorillo,

non delude del

tutto la nostra aspettativa. Il personaggio

ha, in essa, sufficiente determinatezza e vivacit artistica.

E
e,

ghiottone, anzi vorace e insaziabile, spudorato, vigliacco,


nel

tempo

stesso, burlone, insolente e furbo.


lo

Il
si

cavasente,
i

lier

straccione

chiama un suo amico

ed

egli

nella

sua svergognatezza, libero, lieto e sicuro. Anche

suoi imbarazzi e terrori sono passeggieri e gli tolgono sol-

momenti il buon umore. La rarissima commedia del Fiorillo, quantunque catalogata nelle bibliografe, non stata ancora studiata da
tanto per pochi

alcuno.
(Usfide e

Ha

per

titolo

La

Lucilla costante con

le

ridicolose
il

prodezze di Policinella, e fu stampata a Milano

1632, dal suo autore, che ne segn la dedica con la data


del 29 ottobre di quell'anno
figlia del
i.

La

tela questa:

Lucilla,

vecchio Alberto, amata dal capitan Matamoros


capitano, Squarcialeone, e dal vecchio

e dal

giovane Fulgenzio; Clarice, sorella del Matamoros,


dall'altro
Il

amata

Alberto.

ruffiano Volpone, eh'

anche

lui,

per proprio

conto, cotto di Clarice, promette a ciascuno di costoro di

La

Lucilla costante con

le

ridicolose disfide e prodezze di Policinella

Comedia curiosa di Silvio Fiorillo detto il Capitan Matamoros, Comico acceso, affettionato e risoluto, dedicata all'illustriss. et eccellentiss. sig.
il

signor

Duca

di Feria (in Milano, per Gio. Battista


1632).
Il

Ma-

latesta,

Stampatore E. C,

volumetto di pp. 8 innum., 175

num., pi una bianca. Esiste nella Bibl. Braidense.

III.

PER LA STORIA DEL PULCINELLA


amori
in contrasto.

237

aiutarli nei loro


e per

Volpone ha per amico


in-

compagno d'imbrogli

Pulcinella ^ E, lavorando
in

sieme d'astuzia, riescono ad attirare Lucilla

casa di
al gio-

Fulgenzio, dove essa s'induce a promettere amore

vane. Ma, nel corso dell'azione, Pulcinella prende a schernire e ingiuriare


sfida tra
i il

capitano Matamoros; onde nasce una

due.

Il

duello tra Pulcinella e Matamoros riemil

pie l'ultimo atto. Cominciato l'assalto,

ragazzo Scaltrino,
farsi

ch' d'intesa, tira un laccio, che ha passato, senza


scorgere, tra
terra, di
i

piedi del Matamoros, e fa

cadere costui a
;

piombo. Pulcinella proclamato vincitore


coi soliti matrimoni.

e la

commedia termina
Volpone,
il

ruffiano,

mettendo a parte

delle

sue nobili
Pulcinella.

imprese
j

il

pubblico, presenta
dice)

indirettamente

Il

tutto (egli

cerco di fare per poter vivere da

gentiluomo e non lavorare, e conforme l'occasione ne vo tutto gioioso e festevole con un mio amico, nominato Pulicenella, all'osteria;

e cosi, per
"

me

per

lui,

spendo
tutti

spando quel che ho


osti e bettolieri e

e quel che non ho, perch magazzenieri mi fanno quanta credenza io voglio. Pulicenella mi fa ridere, e io a lui, e cosi stiamo .diegramente fra di noi, lui detto il Cavalcr Straccione, ed
gli

io

il

gran Barone di Campo di


e

fiore .

Altrove conferma:
nello studio delin azione.

Siamo amicissimi vecchi,

compagni
-.

l'osteria del Cerriglio di Napoli

Ma vediamolo

Volpone, avendo bisogno del concorso dell'amico per servire il suo cliente Fulgenzio, batte alla porta di casa
per chiamarlo: Pulcinella risponde, egli stesso, scherzosa-

II

Fiorillo usa indifferentemente


la

Policinella
italiana.

Pulicinella

..

Nella mia esposizione, adopero

forma

2 Celebre osteria di Napoli, intorno alla quale si veda una mia noterei la: Un'osteria famosa di Napoli e una parola della lingua spagnuola

(in

Napoli

nohiliss.,

XV,

1^>06,

pp. 159-1G0\

238

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL'ARTE


Il
:

mente, di non essere in casa.

dialogo tra

due uno

scoppiettio di motti e d'equivoci

Pulcinella finge di frain-

tendere ogni parola, di tirarla a significato offensivo e di


adontarsi.

Richiesto

di

cooperare a un imbroglio
imbrogliare,
.

SI

(risponde subito), vor raggio


de Capua, de Napole
e

tutte

li

tavernare

d'Averza

Ricompare

in

un parapiglia che succede poco dopo,

per compiere un atto veramente monellesco o lazzaresco,

che di schiacciare una vescica sul capo del Matamoros.


PoL. {ridendo) Ha, ha, ha, ha
!

Aggio chi famme che suouno

Oh

che brava vessicata stata chella ch'aggio schiaffata ncapo a


chillo

Spagnuolo

VoL. Ecco qui Licaone converso in kipo


PoL.

becco

lo

lupo diventato n'aseno!


ti

VoL. Ol, messer Policenella, tu


PoL. Oh, se
piatto de

rassembri

all'orso, goffo e destro!

me

vedisse locare de

mano
tu

e de diente ntuorno a
visto.

no

maccarune!

Ma

si, si:

m'hai

No magno buono,
le

pre vita toia?


toie!

Ma ma

vorria che

me

vedisse n'autra vota, a

spese

VoL. Di grazia,
legni.

ti

veder

i)resto

giocar di piede sotto di tre

PoL.

io

a te da vraccia, de capo e de

gamme, quanno

sarai

squartato.

Che

te

ne pare? no responno buono?


collera,

VoL.

E non E
io

andar in

che

io

burlo teco.

Andiamo

all'o-

steria,

quando
perzi

tu vi. burlo,

PoL.

iamonce m!

Chi ha tiempo

no aspetta
,

tiempo, disse la

canzona de gallo e de capone.... gallo non

ca

non

sai ched'?

VoL. Uh, goffo! e credi che non lo sappia?


PoL. Merda nmocca a
chi nevina
^
!

la gallina!
!

Ah, ah
l'

giotege cogliuto

VoL. Ah, dunque, viene a

me

che

ho indovinata ?

Scherzo da fanciulli, ancora popolare. Nmocca, in bocca,

nevi-

nare, indovinare.
2

Ti

ci

ho clto!

III.

PER LA STORIA DEL PULCINELLA

239

PoL. Ah, ah, te-a-ta, nevinata!

VoL.

Non

ti

vergogni di esser cos disutile?


io,

PoL. Se nce so

non

ce so le
!

masche
ti

^,

li

diente, n le

mole meie.

VoL.
le

questo peggio

Non
la

vergogni di andar mangiando per

piazze?

PoL. Sai perch

mangio pe

chiazza?

VoL. Perch?
PoL. Perch, l aggio
la casa e

famma:

chi sa

si

p avai-aggio appetito pe

non

c' che mangiare!....

Per porre in atto l'inganno, Pulcinella, fingendo


sere stato preso
di

di es-

come servo

della signora Cassandra, sorella


si

Alberto e zia di Lucilla,


^)

reca sotto

nome

di

Antuono

(Antonio
limoni.

Cepolla a casa di Alberto, con un cestino di

Avendolo Volpone presentato come suo amico, il vecchio Alberto lo manda in cucina a rifocillarsi. Ma, qualche ora dopo, Alberto torna sulla scena, esclamando
pien di spavento
:

Non
;

posso discacciare quell'Antuono

Cipolla de la cucina

n di mangiare!
per
i

non si vede mai satollo n di bere E quando Volpone lo va a ricercare


lo

loro

lante,

comuni affari, con una lanterna

vede finalmente uscire, barcol-

in

mano
e'

PoL. M' aggio pigliato sta lanterna,

aggio buono trincato, e non

ce averria veduto per iremenne a la casa.... Oh,

comme

stato

buono

chillo vino verdisco d'Averza, chella

lagrema de

Somma

e chillo

grieco.

Me

sento l'uocchie mpeccecate, npaglioccate,


^.

scazzate pe lo suonno

VoL. Questo Policinella

voglio stare ad udire ci che

si

ciarla

a sua posta.
PoL.

Oh

quanta

stelle

che stanno ncielo!

dov' la luna? Ah, ah,


lo

l'aggio ntesa: se ne

sar iuta a corcare co

sole e se gau-

Ganasce.
Antuono
,

2
il

nel dialetto napoletano, sant'Antonio abate: Antonio,

santo di Padova.
3
.

Gli occhi incollati e cisposi pel sonno

240

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL' ARTE


Oli,

deno amorosamente.
stelle

che

me

potesse pigliare una de chelle

pe

me

la

mettere a sto cappiello! Quanta ponn' essere?


quatto, ciuco,
!

Una, doie,

tre,

sei,

sette, otto, nove....

Uh, uh!

quanta neh, quanta neh


anchire
VoL.
'

No

le

pozzo contare

se ne porrla

no sacco.
le stelle
!

che ignorantaccio, conta

Policinella

ferma

PoL. (gridando) Ohim, ialevenne, signure mariuole, ca n'aggio n

danare n feraiuolo
VoL. Taci, non gridare
!

^.

Non mi
ti

conosci che io son Volpone ? Hai

ben bevuto, che un uomo


PoL.
Vor,.

sembra uno squadrone?

Aggio vippeto buono


Solo son io; non

e ngorfuto meglio-'.

Bona

sera,

si'

sulo?

mi vedi? ed

hai

il

lume

in mano?....

Pulcinella recita con molta furberia la sua parte presso


Lucilla, parlandole della zia

ammalata

e del desiderio che,

ha

di rivederla, riuscendo cosi a trarla fuori di casa. Suil

bito fatto

colpo

La

soreca ncappata a lo masti-ilio


lo vero,

(dice Pulcinella). Io, a

ci /'cere

a la casa de la segnora Lucilla a


cierte m,accariine, che ciggio lassato,

me ne vorria tornare magnarme lo riesto de e me ne vorria ire a vechiama

vere chillo grieco

torna alla cucina, e quando Lucilla,


in

piangendo

dando

israanie,

lo

infame

De chesto famme e'n

io ve

do ragione (risponde), ca sempe songo 'n

appetito, e

mo me

ne vao a far collazione

Ma Matamoros
gii

rapisce a sua volta

Lucilla. Pulcinella
delli

corre

dietro, gridando:

s.

Ah, spagnuolo, nemico

maccarune !

Pi
:

oltre, lo incontra, e gli

canta sul viso

questa canzone

Empire.
II

furto o la rapina dei ferraiuoli erano allora comunissimi, e

quasi l'operazione ordinaria dei ladri di strada.


3
^
e

Bevuto bene

e diluviato

meglio

Mastrillo, tagliuola.

probabile che tale espressione fosse popolare contro gli spa

gnuoli, e copertamente significasse:

nemici dei napoletani

Altrove

III.

PER LA STORIA DEL PULCINELLA

241

La Lo Lo

pecora, belanno. fa be-be:


cavallo, anechianno, fa hi-hi:
grillo, grisolanno, fa

gri-gri:

E
Lo

lo

puorco, grugnanno, fa gru-gru;


gallo fa clii-chi-richi;

lucaro, veglianno, fa cu-cu:


il
il

Cantanno,
Pigolanno,

pulcino fa pi-pi:

E, abbaianno, lo cane fa bu-bu.

La papera, stridenno, fa pa-pa; La voccola fa spisso ancor co-co: La gatta, maulanno, fa mi-mi: Lo cuorvo. crositanno, fa cro-cro;

E E

l'aseno, arraglianno, fa lii-ho:


tu,

cantor di chiacchiere,
lo vierzo
lo

di'

mo,
f".

Dimmelo
Qual

priesto e chiaro, per tua

Dimme

che convene a te ? vero, e no me lo negare,


e l'aseno sai fare

Ch'aseno

si',

bile.

Dopo un'ingiuria cosi sanguinosa, un duello inevitaE Matamoros manda, per mezzo di Scaramuzza, cardi

tello

sfida

al

suo insultatore. Questi circondato da


lo

varie persone, che lo consigliano,

confortano,

lo

vanno
il

armando. Ma
soj)ra:

il

la

paura

gli

prende, di tanto in tanto,


e

di-

pover'ommo me,
cartello,

a che soigo arreduttoJ


egli

>.

Ri-

cevuto
gere:

procura di leggerlo,
leggono
di

che non sa leg-

Ca-ca, co-co,

hi-bi, ho-ho, hu-bv... Trinit

mammatn,
(egli

e j)eo si

tu!

Ma
cosa

glielo
si

gli

amici,
?

quali gli dosaccio

mandano che

risolva

ftire.

Xo

(atto IV, se. 18j, Pulcinella dice al


alla miseria

spagnuola:

Va, lava

le scotelle,

medesimo personaggio, alludendo Ca si spa^nuolo mangia-

ravanelle !

Una

filastrocca, quasi simile a questa, e

che doveva essere usuale

sui teatri, riferita dal Perrccci, op. cit.. p. 349.

evidente che

l'at-

tore della parte doveva avere


le

una

speciale

virtuosit nel riprodurre

voci animalesche, qui accennate.

242

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL' ARTE


lo

viene rispondendo), ca m' scommiiosso

cuorpo.

Vedile^

per vita vostra,


cosa, con

se io p)otissevo isso

accordare^

accomodare sta
e

dareme

d^accordio cinquanta carcacoppole


si

triciento secozzune
tello di risposta,

^ Ma, poi,

rianima e

manda

il

car-

rigurgitante di contumelie, allo spagnuolo.


orali, tra
i

vi

aggiunge alcuni conienti


:

quali notevole
e

questo

Dille ancora ca

no truffapaga,

ca non vera
"--y

spagnuolo,
e
li

ma
li

de chille
al

marrane, descacciate de Spagna

tu (rivolgendosi

messo Scaramuzza), tu va, mietteme


^.

puorce a
I

cetrule, cornuto, shruffapcqjpa !


:

due avversari sono a fronte

Pulcinella, armato, ha

un corteo di guatteri, che lo confortano di robe da propri vanti. Si spartisce il mangiare . Fanno ciascuno padrini li perquisiscono per sole, si misurano le spade,
i

vedere se abbiano addosso qualche carta o fattura

Matari-

moros d

l'epitafto

per

la

sua tomba, nel caso ch'egli

manga morto

nello

scontro;

Pulcinella l'imita. Ma, an-

che a questo punto, dopo essersi tant'oltre impegnato, un


pensiero di onorevole accomodamento gli
vello, e

traversa
di quelli

il

cergli

non tarda ad aprirsene con uno


:

che

stanno presso
ca

Vide tu, si

lo

puoi

cjuietare sto
isso, co le

spagnuolo ;
inane soie

me

contentar raggio, d'accordio, che

'

Busse

pugni.

"

Questa riserva conferma interamente quel che ho osservato e


i

congetturato altrove della prudenza che usavano


sentare, innanzi a spagnuoli,
Cfr. le
il

comici nel rappre-

personaggio del Capitano spagnuolo.

mie Ricerche

ispano-italiane, serie

seconda (in Alti deWAccad.

Pontaniana, voi. XXVIII), pp. 25-6. Aggiunger qui

un aneddoto, che
uffiziali

dimenticai di richiamare: del pulcinella Giuseppe (ma forse Bartolo-

meo) Cavallucci, che a Pesaro fu bastonato a morte da alcuni


spagnuoli per certi suoi
poli, p. 696 .).
3

frizzi

contro

la loro

nazione

(cfr.

Teatri di

Na-

Shruffapappa era, in quel tempo, anche soprannome di un popoe poeta, del

lare

musico

quale

si

leggono molte notizie nella Tiorba


*

a.

taccone dello

Sgruttendio.

111.

PER LA STORIA DEL PULCINELLA

243

proprie,
Citate de

me vaga frustanno
pe

a cavallo a n'aseno pe tutta la

Capita, e che saiitarraggio, abbuffar raggio, e fartutte le chiazze


^,

raggio capotommole

ca

me

dia schiaf-

fane, huffettune

e ccnice

quanto vo isso: puro che no me


la cacarella, frate mio.';
>.

faccia commafiere, ca
e si

m' venuta

lassa fare a me, p!

Ma
sua

corame venesse da te!

Pure,
il

risolve a porsi in guardia; e gi


la

sappiamo come

ra-

gazzo Scaltrino, con


toria.
Il

cordicella, gli procuri la vit-

tinaie

degenera nella forsa

ma, nel

resto,

il

Pulci;

nella di Silvio Fiorillo ci sta innanzi coerente e vivo

e a

me

sembra uno dei pi interessanti personaggi di questo


ci

nome, che

presenti la letteratura teatrale

'.

Lo

Scherillo d notizia, nel suo

saggio, della

commedue

dia di Giulio Cesare Monti, // servo finto, pubblicata

anni dopo, nel 1634, a Viterbo, nella quale


ziato, e la parte di servo furbo sostenuta

Pulcinella

un prestanome, toscaneggiante, pedante, amante disgrada Pasquarello;


di

un sonetto del 1688,

in cui Pulcinella definito

come

il

tipo della minchioneria^; dell' intermezzo del

Malade ima-

ginaire del Molire, in cui Polichenelle figura un avaro che,

preso dai birri e messo


tra

al bivio,

anzi

trivio, di sceglif-rc
il

una dose

di pizzicotti o di V>astonate e

pagamento

di

Salter,

mi

gonfier, far capriole per tutte

le

piazze
le

Il

Fiorillo scrisse parecchie altre opere drammatiche:

egloghe

pastorali

VAmor
i

giusto, e

La

ghirlanda, la

nagloriosi, e

drammi

cavati dairAriosto,

commedia / tre capitani vaLa cortesia di Leone e di Rug-

giero, e

Vriodante tradito: notizie e saggi delle quali, in F. Bartoli, Nat. s'or. dei comici italiani, I, pp. 223-6 e Rasi, Comici italiani, I, pp.
:

^21-7. Io
gloriosi, e
3

ho potuto vedere soltanto La ghirlanda, I

tre

capitani vana-

La

cortesia di

Leone

di Ruggiero.

Un'osctira allusione di questo sonetto rilevata dal Novati, in


lett.

Giorn. stor. d.

ital.,

V, p. 278;

ma

neanche a

me

riuscito di chia-

rirla a soddisfazione.

244

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL' ARTE


di

una certa somma

danaro, assaggia

pizzicotti,

poi le

bastonate, e finisce col pagare altres la


Si aggiunga, sotto la

somma

di

danaro ^

medesima data

del 1634, la

comme-

dia, sfuggita allo Scherillo, di

Francesco Guerrini romano,


fa

intitolata

/ cinque

carcerati,

dove Pulcinella

da carce-

riere

'^

Ma

tutti questi

sono miseri o spuri rimasugli della

vita del personaggio sui teatri.


Gli attori che rappresentavano detto,
il

da Pulcinella, come

si

si

moltiplicarono subito;

e,

mentre era ancora vivo


Francesco o Cicil

Fiorillo, recitava a Napoli, in quella parte, per notizia

del Cecchini,

un Francesco,

eh' forse

il

cio Baldo, ricordato dal Ferrucci^. Chi sa se

medesimo

o un altro attore recit nella

commedia

del Fiorillo, nella

quale l'autore facev^a, di certo, la parte del Matamoros? ^


Circa
il

1630,

Ciuccio, che

stilenza del

compare il celebre Andrea Calcese, detto rec anche fuori Napoli, e mori nella pe1656. In un documento del 1646, dell'Archivio
si

dello spedale degl'Incurabili,


la licenza alla

si

legge:

Si

conceduta
di reci-

compagnia

dei

commedianti comici
'".

tare nella stanza {teatro) di S. Bartolomeo, e capo di detta

compagnia

sia Policenella...

Il

Ferrucci ricorda anche,

II

DiETERicH

(p. 253),

per un curioso errore, dice che

il

Mala.de

imaginaire fu recitato per la prima volta nel Palazzo Reale di Napoli,


e nell'intermezzo fu introdotto
2
il

Pulcinella.
del sig.

1 cinque carcerati, Cornedia


(in

nova
si

mano

Macerata, M.DC. XXXIV,

Francesco Gtuerrini rovendono al Morion d'oro).

Sul frontespizio, una figura che credo ritragga Burattino, altro interlocutore della commedia.
3
*

Op.

cit.,

pp. 332-3.

Nella lista degli attori della compagnia che recitava a


i

Genova
il

nel 1614, sono segnati

due

Fiorillo, Silvio,
:

da Matamoros,

figlio

Giambattista, da Scaramuzza
ciale,
''

ma non

segnato alcun

attore spe-

che facesse Pulcinella

(cfr.

Rasi, Comici

italiani, I, p. 359).

Croce, Teatri di Napoli, pp. 128-9.

III.

PER LA STORIA DEL PULCINELLA


un

245

nella stessa parte,


(1685),

^Mattia Barra: sulla fine del Seicento


il

and a Parigi

pulcinella Michelangelo Fracanil

zano. In quel tempo, a detta anche del Ferrucci, tanto

comico personaggio
tutti

si

era reso

comune

che, nel carnevale,

solevano mascherarsi da Pulcinelli ^


cosi

Di questa voga teatrale,

ampiamente
la

attestata,

non

restavano, per altro, documenti diretti, fintanto a

me non

accadde, or sono due anni, di acquistare


di scenari della fine del Seicento,

grande raccolta

appartenuta gi ad An(al-

nibale Sersale conte di Casamarciano, e messa insieme

meno, uno de' due volumi) dal comico Antonino Passante,


detto Orazio
il

Calabrese

-.

In tutti quei centottantatr

scenari ha parte

il

Pulci-

nella, che nelle compagnie napoletane sostituiva l'Arlec-

chino. E,

quente
di

il

come l'Arlecchino, anch'esso dava assai titolo alle commedie; onde si hanno gli
inamorato,
Poicinella

di fre-

scenari

Policinella

burlato,

Policenella
e boia,

dama
viello

golosa, Policenella ladro -spia

sbirro

giudice

Policenella pazzo per forza, Tlivalit

tra Policenella e

Co-

amanti della propria padrona, Policenella sposo e Quattro Pollicenelli simili, Disgrazie di Policenella. Negli
lo
^<

sposa.

solo vediamo come servo o pi frequenti), ma anche come fornaio,


altri,

(che sono
oste,

casi
di

guardiano

monasteri,

ortolano,

villano,

mercante,

pittore,

soldato,

sbriscio, ladro, bandito,

uomo

di facoltri, padre, figlio adot-

tivo.

Spesso egli ha per amante o per moglie Rosetta, e, non mai. Colombina. In talvolta, Pimpinella o Puparella
;

questi scenari, Coviello fa talvolta la parte del napoletano,

gentiluomo o borghese, e Giangurgolo. quella del servo,

Ferrucci, op.

cit.,
si

p. 2yj.

Questa raccolta

trova ora ira

niss. della Bibl.

Nazionale di

Xapoli, alla quale lu da

me

donata. Cfr.
stor. d.
leU.

la

mia

notizia:
i>p.

Una nuova
211-14;.

raccolta di scenari (in Giorn.

Hai.,

XXIX,

246

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL' ARTE

del padre, del carceriere, del bravo.

Ci restano poi al-

cuni

pezzi concertati
i

propri del Pulcinella ^

Per

principi del Settecento, lo Scherillo passa in rivi-

sta gli scenari, pubblicati dal Bartoli, e la

commedia

del

Frisari del 1736.


di

da aggiungere

il

numerosissimo gruppo
recitavano a

commedie

pulcinellesche, che

si

Roma

nei

primi anni di quel secolo, di molte delle quali fu autore


Carlo Sigismondo Capeci, e che sono state studiate da
in altra occasione
-.

me

Pulcinella vi fa la parte dello sciocco,


tiri

senza arguzie e senza

monelleschi.

Anche

del princi-

pio del Settecento sono le

commedie

e parti pulcinellesche,
il

raccolte dal benedettino Placido Adriani di Lucca,

quale

recitava egli
dilettanti,

stesso, in rappresentazioni di frati e di altri


^.

da Pulcinella

Lo

Scherillo,

dopo avere discorso dei due


Tolla e la

contrasti

che sono probabilmente della prima met del secolo deei-

mottavo {Annucc/'a
nei primi
cinella

Canzone di Zeza), studia


celebre pul-

particolarmente Pulcinella nel teatro del Cerlone. Forse,

drammi

di questo scrittore, recit di Fiore


il
^,

il

Domenico Antonio

e,

nei seguenti, Fran-

cesco Barese; tinche, verso

1770, prese a fare quella parte

Vincenzo Cammarano, detto

Giancola

, il

Pulcinella che

Perrucci, op.
l'

cit.,

p.

295 sgg.

Prima

uscita di PolicineUa
;

para:

gonando

innamorato al

trottoletto, detto in

napoletano strumbolo

Alla serva

Rimprovero alla serva. Altri in Croce, Teatri di Napoli, pp. 683-688.


Teatri, pp. 688-96. Si
tre

commedie del Capeci e altre dello stesso periodo. Croce. aggiunga a quelle ivi menzionate: Pulcinella dalle spose, Homa, 1710 Bibl. Casanatense, Comm., voi. 458). 3 Ms. nella Bibl. comunale di Perugia. Contiene scenari, lazzi,
2

Sulle

prologhi, intermezzi e altri capricci col Pulcinella. Si veda intorno a


esso la
slor. d.
i

mia notizia
leti,

Un

repertorio della

commedia

dell'arte (in

Gorn.

ital.,

XXXI,

pp. 458-60).

Sul Di Fiore, molte notizie nei Teatri di Napoli, pp. 386-90,

452, 457.

III.

PER LA STORIA DEL PULCINELLA

247
'.

riempie di s
Il

gii ultimi

decenni del secolo decimottavo


il

Cerlone passato come

perfezionatore artistico del Pull'elogio, sia

<iinella;

ma,

forse,

non merita intero

perch
i

Pulcinella aveva gi una larga tradizione, sia perch

ri-

produttori e accrescitori della parte erano


desimi, e
il

gli attori

mele

Celione metteva semplicemente in iscritto


(la specialit di lui
sia,

loro invenzioni

era piuttosto

il

dramma
e
solo

serio
lone,

spettacoloso);

infine,
lo

perch, anche nel Cerstadio


istrionico,

Pulcinella

non supera
si

di rado e fuggevolmente

afferma carattere concepito e


si tru-

svolto con qualche coerenza. Per altro, nel Cerlone

vano scene assai belle


scritte)
;

(scritte
i

da

lui, o

da

lui soltanto tra-

deliziosi, in ispecie,

discorsi e motti che Pulci-

nella rivolge alle servette


sioni di

Carmosina e Smeraldina, espres-

amore sensuale, leggiero, sboccato, spudorato, alle quali fanno ottima eco le donne amanti, in tutto e per tutto degne di lui, che lo vagheggiano e vogliono a quel modo'.
Del Pulcinella nelle parodie letterarie ho, anche altrove,
recato uno dei
pili

vecchi esemp, riferendo

la

parodia, nien-

temeno, del Werther, rappresentata a Napoli nel 1707

Uno studio speciale meriterebbe il singolare che, in queste recite,


uno
sa bastonare e

Pulcinella dei burattini.

appaia di solito come

scellerato, a somiglianza del Polich inelle francese, che

ammazzare

la

gente per un nonnulla, e senza

scrupoli, paure o smarrimenti.

Ma

il

piccolo assassino, dui

camiciotto bianco, dalla mezza mascheretta nera, dagli occhietti

tondi

vispi,

dalla

vocina

ftlsa,

il

Pulcinellin.i

attore,
cola e

famoso Teatri di Xapoli, pp. 476 sgg. In Sicilia, a ricordo del GianPulcinella si ciiiama anche Giancola e Pulcinella e
il
:

BirrUluni

>

(nome

del cappello conico di Pulcinella), si dice,

talora, invece di
2

napoletano . ScHERiLLO, Le innaiiora'e di Pulcinella (in op.

cit.,

pp. 70-84).

3 Teatri di Xapoli, p. 652.

248

PULCINELLA E LA COMMEDL\ DELL' ARTE


ri-

(Pidkcenelhizzo) che raccoglie sul suo capo tanti comici


cordi,
lo

anche in quella parte


la

fa ridere
si

gli ascoltatori,

che

guardano con

tenerezza che

prova pei bimbi ca-

pricciosi.

Lo Schedilo arresta
colo decimottavo
;

la

sua trattazione alla fine del se-

ma

il

Pulcinella e la

commedia popolare
forse,
il

napoletana del secolo decimonono costituiscono,

pi

importante periodo di quella

storia.

Si

hanno ora

sull'ar-

gomento belle pagine del Di Giacomo nella sua Cronaca del San Carlino, e un acuto studio del Lauria; ma bisognerebbe ancora lavorarvi intorno. Nell'ultimo periodo del San Carlino, con l'attore Antonio Petito, Pulcinella si trasform in tanti personaggi diversi; naggio
volta
serio.

e,

perfino, in

perso-

Buon marito, operaio


non

onesto, generoso, tal-

pur coraggioso, spiritoso, non servo, non maligno,


goffo in amore, fine osservatore,
il

non

egoista, arguto,

intelligente popolano: ecco (scrive


cinella in

Di Giacomo)

il

Pul-

Antonio Petito. La dichiarazione dei

diritti del-

l'uomo rianimava, tardi


rana
:

ma

in

tempo,

fin la

maschera acer-

il

palcoscenico del San Carlino aveva in Pulcinella


alle passioni pi varie e contrarie,

un uomo accessibile
attore

un

che, di volta in volta, sapeva pigliar cosi dirittala

mente
gli

via

del cuore da

commovere
mette
si

fino alle

lagrime

spettatori

^.11 Lauria
il

in chiaro

come, nelle
di tanto in
-.

recite del

San Carlino,

buffbnesco
nel

mutasse

tanto

nell'umoristico, e perfino

tenero e nel triste


Inolia,

Del resto, gi nel


nella

Contrasto di Annuccia e

Pulci-

un pover'uomo, tormentato a gara dalla madre e dalla moglie, il quale ha perso l'allegria; e, nella Canzone d Zeza, un onesto, sebbene timido popolano, che, nelr uscire di casa, fa calde raccomandazioni alla moglie

Cronaca del

teatro S. Carlino (2. a ediz., Trani, 1895), pp. 52(>7.

Pasquale Altavilla (in lassegna nazionale di Firenze, 1897).

III.

PER LA STORIA DEL PULCINELLA


alla

249
l'onore
'.

perch
Il

stia

attenta

figliuola

ne

vigili

Goethe rammentava recite napoletane


quali
e
l'attore,

col

Pulcinella,

nelle

mostrando

di

scordare a un tratto

teatro
di guai

spettatori,

entrava a discorrere
ripigliandosi, poi,
-.

con

la

moglie

domestici;

come

se si scotesse
e

da un brutto sogno

Ma
delle

questi

sono lampi fuggevoli

lontani presentimenti
in ultimo, col Petite.

trasformazioni che esso ebbe,

-Morto

il

Petito.

Pulcinella fu bandito dalle

scene,

ri-

ducendosi a vita stentata nelle compagnie comiche di terzo


e quart 'ordine e nei teatrini di via Foria,

Qualcuna

delle

compagnie napoletane
Seicento, con

col Pulcinella

si

reca a recitare anfin

che in altre parti d'Italia, specie a Roma, dove,

dal

Andrea Ciuccio (e forse con altri prima di lui;, Pulcinella ha avuto sempre buone accoglienze. La fortuna del Pulcinella fuori d' Italia nota soltanto
in parte.

Come
del

si

gi accennato,

al

personaggio francese

di Polichinelle esso

ha dato

il

semplice nome,
del

ma

nessun
^.

particolare

carattere e

nemmeno

vestiario

Per

Analisi in Scherillo, op.

cit.,

pp. 25-30.
III, p. 'iSM
:

Gesprche mit Eckermann (Leipzig, 1885,

ct'r.

Croce,

Teatri di Napoli, p. 637.


3

Sul Polichinelle, Saxd, op.

cit-,

I,

p. 139.

Nella piccola Espo-

sizione di arte teatrale fatta nel 1898 a Torino, e propriamente nella


collezione del Rasi, era l'incisione di

un

Polichinelle:

Paria, chez

doppia gobba, con una graticola e le molle nelle mani, e. di sotto, i versi: Si Polichinelle a grande mine, Armdeptncelle et de gril, Son cceur sQait hi-aX- le perii, Que Poh renconlre la

Bonnart

con

la

cuisine .

Altra propagine del Pulcinella napoletano fu

il

Pierrot;
il

giacch, essendosi mutato, in Francia, dal

commediante Domenico,

carattere di Arlecchino di sciocco in arguto,

un gaginte de la comdie
le

qui s^appelait Jareton, voyant que la comdie italienne avoil perda


ractre dUin vclet ignorant
il
i'

ca-

comme
il

Vloit l'Arlequin

du temps de

Trivelin,
(ira de

imagina de

le

[aire revivre;
et

composa Vhabit de Pierrof, qu' il

celui

de Polichinelle

lui

donna

le

mme

caractre, ou celui de l'Arlequin

250

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL' ARTE


la

quel che concerne

Germania, dal libro del Dieterich


trova un
1672,

si

ricava che, gi nel 1649, comparvero a Norimberga Polllzenelle

italiani; nel 1657,

si

Pulcinella, Pietro
altro

Gisraondi, a Francoforte;

nel

un

a Berlino;

nel 1673, a Dresda, e cosi via ^ In Inghilterra

sembra che

Pulcinella

pervenisse dai burattini francesi, al tempo di


in Ispagna il nome di Punch"-; come Palchinelo o Don Cristobal Pidch-

Giacomo
nelo.

II Stuart, e prese

pass dall'Italia,

A me non dato approfondire queste ricerche, m,incandomi ora i necessari mozzi bibliografici.

ignorant, qui avoit

manqu

la conedie italienne

di

modo che
=

il

Pier-

rot

c'es< Vliabit

du

Polichinelle napolUain

peine deguis

(Riccoboni,

op. cit., II, p. 320, e fig. 17).


1

DiETEuicH, op.

cit.,

p.

271 sgg.

Sul Punch inglese, notizie in Flgel-Ebei.i.ng, Geschichte des Gro-

tesk-Komischen (5.^ ediz., Leipzig, 1888), pp. liL 113, 413.

IV

Celebrit del Pulcinella


Pulcinella simbolo del proletario napoletano

M
lebrit

fermer piuttosto sulle cagioni


le

ciie

resero celebre

il

Pulcinella, e per

quali fu considerato di frequente

rappresentazione o simbolo del


si

spiega, in gran parte,

come popolo napoletano. La ccmerce gli eccellenti attori


letteratura teatrale di

che l'illustrarono,

la ricca e varia

cui divenne centro, la grazia della

maschera

e del vestit(,

che sono tra


comici;
e,

meglio inventati ed espressivi c;imurtanieiiti


Pantaof-

ancora, col fatto ch'esso sopravvisse alle altre


al

antiche maschere, all'Arlecchino, al Brighella,


lone, al Capitano, e, tino
friva, nel

ad alcuni decenni addietro,


della

San Carlino, un esempio vivo


\ra

commedia
anche

dell'arte K

alla celebrit contribu, certamente,

Alla fine del secolo decimottavo,

il

G-aliani gi indicava la pre

valenza del Pulcinella sulle altre maschei-e:


le

Nel teatro, certe volte

fa

parti di
i

un

signore, altre volte di


delle

secondo
menti,

diversi capricci
la

un servo, di uti filosofo, o di commedie; nelle quali, sempre


i

altri,

ch'<>

bene x-appresentata
sali,

sua parte con imitare


fa l'Arlecchino o

propri

nji>di.

attejfgia-

buffonerie che diconsi lazzi, assai grazi-jsa e d a ridere


il

molto pi di quel che


Dottore bolognese
d'Italia e
>
:

Brighella veneziano o

il

e
i

conchiude, che

si

vedono

per tutti

teatri

d'Europa

moderni Pulcinelli

'>^9

PULCINELLA E LA COMMEDL\ DELL ARTE


cui
fu

la relazione in

messo

eoi

costumi

e col

carattere

del popolo napoletano.

Ci accadde, a mio parere, nel Settecento, quando ven-

nero in
libri di

moda

viaggi in Italia, e

si

pubblicarono tanti

descrizione di questi viaggi, e tra le cose pi cu-

riose d'Italia

furono messe in rilievo quelle di Napoli:

il

Vesuvio (risvegliatosi dal suo lungo sonno con l'eruzione


del 1632), la plebe (resasi celebre, in tutta Europa, con la

sua rivoluzione del 1647 e col suo Masaniello), l'antica vita

campana

(rivelatasi nella

prima met

di quel secolo

con

le

scoperte di Pompei e d'Ercolano).

Fu

allora che

si

scrisse
i

moltissimo
dettero

sui

plebei napoletani, sui

lazzari

quali

origine a

una

serie di creazioni fantastiche


il

K E,

osservandosi a Napoli
tri,

Palcinella non solamente sui tea-

ma

dappertutto, quale insegna di bottega (scolpito o

dipinto, talora uscente fuori da un mellone rosso aperto,

talora anche le lettere del


di minutissimi Pulcinelli);

nome

del proprietario

formate

nei giocattoli, nei sillabari dei

bambini
sapere)
;

(cui

aspergeva

di

soave licore

gli orli del

vaso del

nei presepi, dove

era raffigurato
^;

non molto lungi


e

dalla grotta del Eedentore

e,

notandosi nel tempo stesso

alcuni contatti tra

il

Pulcinella della
col fare del

commedia

il

popo-

lano della realt,


se
il

si fini

primo non saprei bene


Gli

ritratto o la caricatura

9 V ideale del secondo.

avvenimenti del 1799, e


poletana,
cese,
sia

la parte

che vi prese la plebe na-

sia

resistendo gagliardamente all'esercito frane

ferocemente
a

gaiamente infuriando nella reala

zione, servirono
la celebrit.

rafforzare

curiosit e a confermare

Cfr.

il

mio

articolo:

Variet intorno ai lazzari,

neUa Napoli

nobi-

lissima,
'

XIV

(1905), fase. 9, 11, 12.

Rehfues, Gemahlde von Neapel

'Zui'ich, 1808),

I,

pp. 154-164.

IV.

CELEBRIT DEL PULCINELLA


pubblicato
nel

253
in

In

un

libriccino,

1799

Germania

(Frankfurt und Leipzig-, 1799), col titolo: Neapel und die


Lazaroni, Ehi charakterstisches Gemcild
Zeitgeschichte,
si

filr

Liehhaher der

vede una stampa, che ritrae V Armamento dei lazzaroni. Sfila una frotta di straccioni, dei quali uno
reca alta una bandiera con un teschio e la scritta: Eviva
il

Santo Januario

il

nostro Generalissimo: altri porta sulle

spalle la

statua del Santo,


fra le braccia

che,
il

quasi fosse san Dionigi,


;

tiene

stretto

proprio capo reciso

altri

suonano vari strumenti.

Allato (dice la spiegazione) balla

un Pulcinella con un

coltello insanguinato.
i

Devozione, leg-

gerezza, crudelt! Ecco

tratti principali del carattere di


,
Il

questa classe d gente

Pulcinella ha

un

vestito a

scacchi da ricordare quello di Arlecchino, un cappello co-

nico

si,

ma non

pulcinellesco,
i

una

faccia grassa e floscia da

bevitore di birra;

pretesi lazzari ricordano, egualmente,

figure di villani tedeschi di

Hans Holbein
e

e di

Luca Craquel

nach. Nonostante queste

iuiprecisioni

ignoranze,

disegno serve a dimostrare come l'immagine di Pulcinella


fosse stata strettamente collegata con quelle dei lazzari e

della plebe napoletana.

Lasciando

collegamenti di fantasia,
tra
il

quali

sono
la

poi

davvero
dato

contatti
del

popolo napoletano e

rappre-

sentazione
dalla

Pulcinella?

Un

contatto, estrinseco,

medesimezza della lingua e dei costumi, nei quali l'uno e l'altro si muovono. Ma che sul teatro Pulcinella abbia mai rappresentato la caricatura del Napoletano, non ci noto. Esso rappresentava invece un carattere genericamente umano: e, come tale, pu ben servire a designare approssimativamente il tipo umano, che s'inconfrequente in una determinata classe o popolo. Cosi, Pulcinella pu spesso venire assunto, in una considerazione
tra

extrartistica, quasi tipo del proletario, o, meglio, di quella

particolare sottoclasse del proletari-U"

.-ii'-

^i

oliiama

pr-

254

PULCINELLA E LA COMMEDLA DELL' ARTE

letariato cencioso

{Lumpenproletariat)
il

e pi specialmente

di quello dei paesi in cui

popolo ha ingegno svegliato^

gaia natura e piccoli bisogni facilmente contentabili ^ Ecco

come

nella letteratura pulcinellesca

si

pu trovare un qualnapoletano

che riscontro con


e del lazzaro.

la figura dell'infimo proletario

Legame
il

posto da noi, non contenuto nella


;

rappresentazione artistica
essere don Rodrigo
cento,

al

modo

stesso che

si

pu dire

tipo del signorotto italiano del Seie fra' Cri-

don Abbondio quello del clero secolare

stoforo quello degli ordini

monastici, e cosi via. Ci sar

non sar vero;

ma non

ha che vedere, intrinsecamente^

con l'arte; perch, in arte, don Rodrigo, don Abbondio^


fra' Cristoforo,

sono s medesimi e non altri. Opportuna illustrazione di queste interpetrazioni


offrire

ideali

pu
al

quel che

il

Goethe ha lasciato
accurato
i

scritto intorno

Pulcinella. Osservatore

ed equilibrato della

plebe di Napoli, egli indic

tratti di

vita meridionali, che la distinguono dalle altre plebi.

temperamento e di Vide

anche a Napoli

il

Pulcinella, e fu colpito delle somiglianze

che presentava con l'immagine ch'egli s'era formato della


plebe napoletana.
d' Italia) la
Il

Pulcinella (scrisse nel suo Viaggio

maschera nazionale, quale l'Arlecchino per

Bergamo

e lo

Hanswurst per
tali

il

Tirolo

un

tipo di servo

placido, calmo, fino a

un certo punto

indifferente, pigro,

umoristico.
e domestici.

s'incontrano qui dappertutto bettolieri

tore: l'ho

Oggi mi sono assai spassato col nostro servimandato a prendere carta e penna: nient'altro

noto l'epigramma, ispirato dai


:

fatti

d'armi del 1821


*
.

e attriil

buito al Giraud
cinella e
cit.,
I,
il

Pulcinella malcontento ecc.


(o,

Paragoni tra

Pul-

popolano

anche,

il

borghese napoletano), in Sand, op.


thtre en Italie (nella

pp. 134, 139; e in


1

Mercey, Le

Revue des

deux moiides,
1880),
I,

giugno

1840, p. 836). Cfr. Taine,

Voy. en

Italie (Paris>

pp. 102-3.

IV.

CELEBRIT DEL FfLCINELLA


equivoci, indugi, buon

255

che questo. Ma. tra


beria, ne nata
1

umore
>

e fursi

la pi graziosa

scenetta comica, che


'.

H.

irebbe mettere con fortuna su qualsiasi teatro


gli

Nel
in

lavorare alla seconda parte del Faust,

tornarono

mente

le

osservazioni che aveva fatto sul proletariato me-

ridionale e sul Pulcinella.

si

servi di quel

nome por

ri-

trarre quelle categorie di uomini, che passano sulle


colt della vita
serio,

diffi-

come

scivolando, non prendendo niente sul


Pulcinella,

spassandosi di tutto.

dopo essere stato


si

considerato dal Goethe


di

come

tipo sociale ed etnico,


in

sciolse

nuovo, nella sua fantasia,

un personaggio puramente
ed etniche sono cosa

umano,

in cui le determinazioni locali

sf^-condaria.

Quei versi del Goethe parevano


gliore

al

De Sanctis

la

mi-

descrizione

di

Pulcinella; e

ritraggono, certo, mi-

rabilmente, in pochi tocchi, una figura viva e vera, pensata e


-

immaginata dal poeta tedesco.


data
nel
il

Nella festa
i

in

masi

hera,

palazzo dell'Imperatore,
il

Pulcinelli

avanzano tra
".

goffi) e

matto,

ttppisch, fast Uippisch >.


i

pigliando la parola subito dopo

taglialegne che

sim-

leggiano
si,

il

lavoro faticoso e utile, e a questi

rivolgen-

dicono cosi, beffardamente:


Voi
siete
i

matti,

Voi, curvi fatti

Sin da la culla;

Ma

noi che nulla

Portiam, noialtri

Siamo
Perch
Nostri,
I

gli scaltri
i
i

berretti

giubbetti,

nostri arnesi,

Son lievi pesi; Comodamente,

'

Italienische Reise (ed. Diintzer), p. 203.

256

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL' ARTE


Senza
far niente,

Le piante Sempre in
Mercati e

snelle
pianelle,

Corriamo a schiere
fiere
;

L'un l'aUro guata Con spalancata Bocca, e diam fuori


Strilli

sonori

cosi, sparsi

Tra l'accalcarsi
Di genti a mille,

Al par d'anguille Insiem guizziamo, Sai tiam, scrosciamo. Se lode poi Ci vien da voi, O biasmo alcuno, a noi tutt' uno
^
!

Questa fedele traduzione metrica dei versi del Goethe {Faust,


I,

II.

a.

scena della

festa^, stata

cortesemente fatta a mia richiesta

dall'amico prof. FRANCEsro Cimmino.


tiene veri errori d' interpretazione.

La traduzione

del

Maffei con-

Conclusione

M.

.citi,

domandandosi
o, se

se Pulcinella sia
,

davvero

e defii

nitivamente morto,
futuri destini,

morto non maschere


la

quali saranno

suoi

sembrano

identificare tale questione con l'alsul teatro.

tra intorno all'uso delle


di

Ma

si

tratta

due questioni distinte:

maschera, come abbiamo gi

accennato in principio,
tico, al quale, sotto

intrinsecamente un elemento estesotto un'altra, in

una forma o

grado mag-

giore
e

minore,

si

ricorrer sempre. Determinare quando


uso, compito dell'artista, cui spetta
il

come bisogni farne


buona

la lode della

riuscita o

biasimo della cattiva.

Pulcinella, invece, ossia quella determinata e particolare maschera, decaduto. Quali le cause della

decadenza?
colte,

Esso non rispondeva pi

ai

gusti

delle

classi

die

l'avevano gi accolto, festeggiato e carezzato a lungo. Se


la

maschera ripeteva vecchi motivi, infastidiva;


luogo,

se tentava
belli ef-

novit, dava
fetti

vero, in

qualche caso, a

di

contrasto; ma, in

complesso, non sembrava pi


Si sentiva
il

n necessaria n opportuna.

bisogno di figure
la

comiche diverse,
al Pulcinella. Si

o,

almeno, rinnovate; donde


le

guerra

vedano

arie

da

piccolo

Goldoni, ohe

assume
disse
il

l'attore Scarpetta nel

raccontare come egli ban-

Pulcinella dalle sue

commedie \
memorie

Nel libro citato:

Don

Felice,

di

Eduardo Scarpetta
Najxili, IS?!'.

(Napoli, 1883). Cfr. G. Alfano, L'ostracismo di Pulcinella

258
Si

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL'ARTE

aggiunga a

ci che, per quella parte in cui

il

Pul-

cinella

ritraeva o sembrava ritrarre caratteri e costumi


si

popolari,

fatto vivo nelle


e,

classi

colte

misto di pudore, di rimorso,


ipocrisia. Ridere,

se

si

vuole, di

un sentimento un po' di

dimenticando che oggetto del riso sono

umani (poveri, ignoranti, corrotti, ma esseri umani), sembra cosa poco degna della moderna civilt, bassa voglia . La storia ci dice le beffe, alle quali nel Medioevo
esseri

erano esposti

plebei

ancora nel secolo decimosettimo, vi

erano vassalli che dovevano presentarsi ogni Natale innanzi


al re
et

d'Inghilterra a fare

unum

saltmn, unum, sufflatum


secolo e in parte
quelli
di
del, se-

unum bumhiduml
i

E, in quel

guente,
d' Italia,

signori

napoletani,

come

altre

parti
al-

avevano nelle loro case nani, gobbi


mostruose, che

persone

trimenti

servivano da buffoni. Tutto ci

era ingenuit, e per noi barbarie. Intorno alla vita della

plebe napoletana, in luogo della faceta commedia di una


volta, sorta ora un'intera letteratura di liriche, novelle,

romanzi

drammi, che

la ritrae

con commosso sentimento

umano, appena

celato della voluta

calma

realistica dell'os-

servatore oggettivo ^
Perci, Pulcinella scende
la

sua china. Chi sa che, a


teatri di

poco a poco, discacciato perfino dai


dine,

second'or-

non

si

ridurr nei baracconi delle fiere e nei diver-

timenti carnevaleschi dei villaggi?


secoli,

chi sa se, fra alcuni

perdutasi ogni altra memoria viva della letteratura

Un

precorrimento
si

(ideale, se

letteratura

pu vedere

nelle

non propriamente storico) di questa commedie dialettali napoletane, non


si

istrioniche, recitate per lo pi

da dilettanti, che

scrissero a Napoli

nel Settecento, e

anche nei

libretti di

opera buffa, del primo periodo.

Nel

voi. sui Teatri di Napoli, passim,

sono parecchie notizie su tale arspeciale. Cfr.

gomento, che meriterebbe uno studio


biliss.,

anche Napoli

no-

VII, pp. 163-167.

V.

CONCLUSIONE

259

pulcinellesca o essendo questa nota solamente agli eruditi


di cose letterarie,

un

attore

non

lo ritrover nel

suo basso

loco e
la

non

lo

riporter sul teatro, facendogli riprendere


la

strada gi percorsa? Senonch, supposto pure che

nuova

fase somigliasse all'antica, questo apparente ritorno

sarebbe, in realt, una storia affatto nuova, prodotto di nuove condizioni. Ora come ora, Pulcinella non sembra possa servire in arte se non a creazioni riflesse. Cosi noi che, come popolo, non produciamo pi le grandi fantasie mitologiche, e come
individui non siamo pi bambini, godiamo nel vederci
presentali
fiabe dei
ri-

dall'arte

miti e

le

leggende del passato

e le

bambini. Questi argomenti di poesia sono special-

mente
felice

cari ai popoli germanici, e

anche in

Italia

sono

stati

coltivati

nel periodo romantico, per imitazione

non molto
rea-

n profondamente sentita del romanticismo germanoi


si

nico. In generale, presso di

urtano contro

il

lismo e l'equilibrio dello spirito italiano.


I

tre secoli di

drammi

pulcinelleschi lasciano ben poco

di notevole

nelle

drammi

col

opere letterarie. La massima parte dei Pulcinella, a stampa e manoscritti, sono o

assurde buffonerie o pallide tracce, ravvivate un tempo


dall'attore improvvisatore.

Qua

e l,

qualche figurina ben


(tanto per espri-

disegnata; pi spesso, scene

felici.

Poteva ben sorgere nel


quel

passato uno scrittore popolare che fosse

merci)

per la letteratura
il

pulcinellesca

che

Omero

pei canti degli aedi o

redattore del Niehehuvjenlied pei

canti

germanici, e

scrivesse
e

popolare

(un Gargantua
il

un dramma o un romanzo Pantagrud napoletano), di cui


non
sorso,
o.

Pulcinella fosse

centro e nel quale la sua figura restasse

legata

ai

posteri.

Ma

quell'artista

ora.

<^

troppo tardi.

Un
sere

surrogato erudito dell'opera mancata potrebbe


libro, in cui, dai

es-

un

documenti lett^-^

'i'"'
'

"'-

260
dizione,
si

PULCINELLA E LA COMMEDIA DELL'ARTE


raccogliessero, e quasi
si

ricostituissero, le prin-

cipali manifestazioni artistiche del Pulcinella.

L'impresa

tale

da allettare un erudito, che abbia tatto delicato

di

artista.

queste nostre ricerche gli potrebbero servire da

indicazioni e prolegomeni.

APPENDICE
ANCORA SULLA DERIVAZIONE DEI
TIPI COMICI ITALIANI

DALLA COMMEDIA POPOLARE ANTICA

L'opera del Reich sul


ricerche, offre

mimo

^,

frutto di dodici anni d'indefesse


di notizie recondite e di rav-

una copiosa raccolta

vicinamenti ingegnosi, che gettano molta luce non


ria civile

meno

sulla sto-

che su quella letteraria dell'antichit greco-romana.

Additer alcuni punti, che mi paiono specialmente importanti.


Il

capitolo secondo tratta del

mimo

nell'opinione dell'antichit, e
filosofi e di poeti; le
i

passa a rassegna opinioni di grammatici, di


satire

che

mimografi facevano del cristianesimo e

mimi

cristo-

logici; le

condanne

dei padri della Chiesa (vane, tanto che alcuni


le

elementi mimici penetrarono nello stesso culto cristiano, donde

mimodie i mimi e

nei canti ecclesiastici);


le

il

modo onde venivano

considerati

mime;

la satira politica nei mirai; l'apologia del

mimo,

composta nel sesto secolo da Choricius. Non conosco quadro pi


completo dei costumi
teatrali nell'antichit.

L'impressione, che so

ne ricava,

per

altro,

quella di una grande somiglianza, per questo

rispetto, tra la civilt

greco-romana e

la

nostra.

Il

capitolo

terzo
il

una nuova pagina aggiunta


e
i

alla storia delle teorie letterario:

Reich prova che Aristotele

peripatetici ebbero
la

una

teoria del

mimo, rimasta,

finora,

poco avvertita. Anzi,

considerazione del

Hermann Reich, Der


voi. I. p.
I,

M7nus, ein litterar-entu'ickciinysgcschicfitlicur


p.
II,

Verstich:

Theorie des Mimm-,

Entwickelu>igiyes<:hkhtf

des

Mimus

(Berlin,

Weidmann, 1903\

262

APPENDICE
prosastico di Sofrone dov spingere lo stag'irita alla sua ge-

mimo
non

niale teoria, che riponeva l'essenza della i:)oesia nella


g'i

nel
il

metro.

Aristotele

letterario,

quale stava alla

mimesi e mimo come genere commedia come il dramma satirico


determin
il

alla tragedia. Il

Reich dimostra
alla

la i^erfetta aristotelicit

dell'ano-

nima
e

trattazione intorno

commedia, che fu edita dal Cramer


di Aristofane; e

premessa dal Bergk

alla

sua edizione

spiega in

modo
sia

assai plausibile la distinzione, che ivi appare, di


e di

una poe-

[jii|jiY]xo5

una

ijlijjivjt^,

dovendosi intendere per poesia non


quella

imitativa
axopiy.f;

la

pseudopoesia,

meramente metrica, quali

la

e la natSsuuxvi
cpvjYYjxwi^

(suddivisa, quest'ultima, nelle due sottoe della


Q^scopTjt'.xy;).

specie della

In quella trattazione, o

riassunto interpretativo della Poetico., la vera poesia, l'imitativa,


si

divide in narrativa e
xpaywSia,
\.I\.oi

drammatica

la

drammatica,

poi,

in

xa)|j,qjd{a,

e aax'jpot.

Nel capitolo quarto, sono spe-

cialmente notevoli
e
la

rapporti messi in rilievo tra l'etologia


peripatetica
(p. e.,
i

mimica
;

caratterologia
la

Caratteri di

Teofrasto)

nonch

nuova interpretazione tentata del canone

di Volcacius

Sedigitus, nel quale,

come

noto,

sono graduati, in

modo che

fi-

nora era parso affatto capriccioso, dieci poeti comici romani, assegnandosi
il

primo posto a Cecilie


il

Stazio,
il

il

secondo a Plauto,

il

sesto a Terenzio:

Reich crede che


forza

criterio di valutazione sia,

in quel canone, la

mimica
sulla

vis

comica.

Il

capitolo quinto
filosofica
ri-

studia l'efficacia del

mimo

forma dell'esposizione

di Socrate {srurra atticus, lo

chiamava Zenone epicureo, come


:

corda Cicerone), e di Platone

l'

Eutidemo vi

considerato

come

mimo
tesi

filosofico.

sacrato alla teoria del

Con questo capitolo, si chiude il primo libro, conmimo. Il secondo ha per argomento l'ipolinee

mimica

e le

fondamentali della sua storia dagli


(e. 6)

inizi

fino ai

tempi moderni. Dopo avere esaminato

lo

svolgimento

della ipotesi

mimica prima

dopo Filistioue (illustrando anche


il

la curiosa silloge di motti e di aneddoti comici,

Philogelos, ana-

logo

alle

raccolte di detti e
il

fatti

dei

Capitan Spavento e degli


(e. 7)

Scaramuccia),
del

Reich j^assa a discorrere

del

mimo

turco e

pulcinella turco,

Karagoz, ch'egli considera come derivanti

dal
del

mimo mimo

ellenico-bizantino e dal

personaggio

comico

di

esso;
il

nell'India

(e.

8),

del

mimo

in Occidente durante

Me-

ANX'ORA SULLA DERIVAZIONE


dicevo
(e. 9),

263

e,

finalmente

(e. 10),

del

mici nell'opera dello Shakespeare, e del

mimo e dei personaggi midramma pastoi'ale moaltri

derno come derivazione dal


I3oeti

mimo

bucolico di Teocrito e degli

alessandrini e romani.

Anche questo secondo


Reich avesse concepito

libro l'icco

di particolari nuovi e di considerazioni acute.


Si

vede da

ci che, se

il

la

sua opera

come una serie di excursus e di Forschungen zur Geschichte des Mimus, ci sarebbe tutto da lodare e niente da obiettare al suo libro.

Ma

egli si proposto di dare invece

(come dice

il

titolo)

un sag-

gio di

storia evoluzionistica letteraria

e
lui

da questo proposito,
studiata, deriva

da questo gonfiamento della materia da

un

doppio difetto

esagerazione nel valore attribuito al

mimo

arbi-

trariet nel concepire alcuni punti della storia di esso.

Avendo notato che non

si

possiede ancora una vei'a storia del


',

mimo
ciato
(egli

e che era utile colmare questa lacuna

il

Reich ha comin-

con un paragone, che doveva trarlo in inganno. Tutti sanno


dice)
l'

imjjortanza, nella letteratura mondiale, del

dramma

classico, la cui linea di svolgimento

da Eschilo, Sofocle ed EuriGoethe e


loro successori.

pide, attraverso Seneca, Marlowe, Shakespeare, Corneille, Racine,


Alfieri,

giunge

fino

allo

Schiller, al

ai

Ma

non meno importante

l'altra serie:

quella del
la

dramma
della

mi-

mico. Si tratta, nientedimeno, di studiare

storia

poesia

realistica antica accanto a


listica.
realistica

quella, gi nota, della poesia ideagli inizi dell'arte

Gli inizi del


e Sofrone,

mimo sono

propriamente

il

primo poeta

d'arte del

mimo,

primo

co-

1 II Reich (pp. 6-10 n.) d un elenco degli scritti generali, che si hanno sull'argomento; a cominciare dall'opei'a di Nicola Calliachus. professore di Padova, De ludis scmnicis mimorinn et lyantomimorum 1713
1.

fino ai giorni nostri.

Non vedo

ricordati due libri, che, per altro, io

stesso conosco solo indirettamente, per citazioni altrui: J. Weavoii, the mimes and panlomimes (Londra, 1728;, e I3ollan<ek ve History

of

RiVERV, Reckercfm
(Parigi, 1751).'

hisforiquei et criliques sur !es

mimes

et Ica

pantomimes
li-

Un

ricordo meritava anche la Distinzione 111 ded


e

bro

II

della Storia
II,

ragione di ogni poesia di F. S.


si

Quadrio

(voi. Ili,

parte

Milano, 1754, pp. 179-251), dove


presso
i

tratta di

proposito delle
i

commedie mimiche

greci,

latini, gl'italiani e

francesi.

264
sciente realista tra
litica
i

APPENDICE
poeti greci
i

(p. 20).

E,

come

nella lotta po-

tra

migliori e

peggiori, questi

ultimi prevalsero, donde

la
il

decadenza della
nobile e mitico

civilt antica; cosi si

ebbe una lunga lotta tra


popolare e burlesco,

idealismo e

il

realismo

dalla quale

l'ultimo usci, alfine, vincitore,

Il

mimo, come proquale manifeil

pugnatore del realismo contro


stazione
della
storia

l'idealismo, appare

universale e letteraria, avente

suo fonda

mento
i

nelle leggi dello svolgimento


il

umano

(pp. 28-31).

Dietro

problemi del mimo, spunta

problema

di

una

storia

genetica
trascu-

del realismo letterario nell'antichit classica

(p. 35).

La

ranza del
nel

mimo ha

diminuito

l'efficacia

della

letteratura classica

mondo moderno,

perch, essendo stata ristretta quella lettedell'

ratura alla sola parte idealistica, col decadere

idealismo,

decaduta anch'essa.

Ma

dal

mimo

di Sofrone, di

Teocrito e di

Eronda, dal romanzo mimico di Petronio e dalle novelle mimiche

un moderno

realista

pu ancora imparare
testi

(p. 38).
il

Tutto ci mi sembra poco sostenibile e dimostra, forse, che


Reich, se ha a lungo ricercato
i

per illustrare

il

mimo, non

ha con pari insistenza meditato sul

significato dell' idealismo e del

realismo in letteratura. Altra volta, ho avuto occasione di chiarire

come

il

realismo sia una denominazione che pu rendere servigi

nella storia letteraria solo

quando serva a indicare, come nome

riassuntivo, quella maturit dello spirito moderno, prodotta dallo

svolgimento del senso storico e dall'interesse pei problemi psicologici e sociali

^ Sotto questo

rispetto,

il

realismo moderno

si

pu

dire

un

fatto di

grande importanza

storica.

Ma, allorch

il

Reich

vuole trovarne

le fonti nella farsa e nella

commedia

burlesca, viene

la voglia di reagire e ripetere la

parola del Krting' e del

Krum-

bacher (contro

quali

chiamano

il

mimo

Reich lancia una protesta, pp. 48-9), che Tingeltangelpoesie (poesia da caff-concerto).
il

La tragedia,
del realismo

non

la

commedia,

molto

meno

il

mimo,

la fonte

moderno: realismo, diremo


lasciarsi

cosi, assai idealistico.


il

N bisogna
fa,

sedurre dai ravvicinamenti che

Reich

trovando

il

mimo

dappertutto, nelle pi diverse, e anche nelle


:

pili alte

manifestazioni letterarie

nel dialogo socratico e platonico,

Si

veda

Critica,

I,

pp. 245-8.

ANCORA SULLA DERIVAZIONE


nell'egloga e nel

265
della
^.

dramma

pastorale, nei cantici

Chiesa, nel

dramma

dello Shakespeare, nel romanzo, e cosi via

Si gi detto

che questi ravvicinamenti sono pregevoli, perch spargono luce su


alcuni particolari.

Ma

essi

non provano nulla a favore

del

mimo,

potendosi eseguire analoghi ravvicinamenti col prendere per centro qualsiasi altra

produzione
nella

letteraria. Cosi si troverebbero tracce

dell'epos nel

dramma,

commedia, nel romanzo, nella

pittura,

nella scultura, nella storia, nella filosofia, e via discorrendo.

Che
le

cosa >iimostrano, dunque, gli elementi del mimo, che


in
altre

si

osservano

manifestazioni

letterarie?

Soltanto questo: che tutte


il

manifestazioni

spirituali si legano tra loro;


tali

che gi

si

sapeva.

bene mettere in luce quelli di


all'attenta

legami che siano sfuggiti


occorre
evitare
l'errore di

finora

considerazione;
il

ma
si

mitologizzare

rapporto che

additato, e

trasformare la

storia nella
(o di

fantastica

esposizione delle gesta di una data opera

un genere

letterario), e in
libri

un catalogo
il

biblico di generazioni.

Conosco parecchi

moderni,

cui

ordinamento
mimo),

la

cui

prospettiva sono viziati da siffatto pregiudizio. L'oggetto, che fornisce


il

titolo al

libro

(nel

caso presente,
il

il

divejita, nel-

l'immaginazione dell'autore,

dio o

il

diavolo di tutto lo svolgi-

mento

storico.

Perch
il

la

Germania non ha avuto commedia? Per-

ch (risponde
l'Italia e la

Reich, p. 336) non ha saputo fare quel che fecero


il

Francia: perfezionare

dramma

popolare.

dram-

maturgi tedeschi non seppero conquistare


{dai:

la bella

principessa fatata

Dornrschen), la

T[}oesia
i

comica popolare; non seppero trovare

la via

che Aristotele e

suoi scolari indicarono ai commediografi


il

greci, allorch considerarono

mimo come
diventa, per
il

la
tal

commedia

originaria

(Urhom(ie)
e
il

La spiegazione semplicistico, come non


.

modo, semplicistica;
il

semplice, non neppure


si

vero.

Questo concetto esagerato del proprio tema

rivela anche nelle


il

espressioni enfatiche, tra epiche e drammatiche, che

Hcicli ndo-

II

cato) dovrebbe trattare


sulla letteratura

secondo volume dell'opera (che non pi particolarmente

stato fin

oggi pubblidel

dell'efficacia

mimo

non drammatica,

e,

specialmente, sulla satira, sul

romanzo bucolico

e biologico, sulle novelle e sulle lettere.

20G

APPENDICE

pera nel parlare del mimo. L' ipotesi mimica giunge a


qui essa
si

Roma

di

sottomise anclie l'Occidente latino e domin d'allora il teatro dell'intero mondo greco-romano fino alla sua caduta per opera dei germani e dei turchi (p. 18). Non si parla cosi di un conquistatore, di un Alessandro o di un Napoleone ?
Cadono
Africa;
i

teatri

in

Italia, in

Gallia, in

Germania, in Ispagna, in
alla loro antica origine :

ma

ecco

mimi ripensano

ricordano di essere stati giullari


questi.
il

e buffoni, e

riprendono

le vesti di

E giullari e buffoni barbaro Medioevo e


si

salvarono

il

mimo
ai

attraverso
(p. 14).

lo

consegnarono

nuovi tempi, dove


attori

da giullari

mutarono

di

nuovo in mimi, ossia in


un

Non pare

di

ascoltare la storia romantica di

fatale

bambino,
fu conqui-

trafugato da un fedel servitore,?


stato dai Turchi, e l'ellenismo

il

Quando Bisanzio
di

nella sua patria

d'origine in mas-

sima parte and

in rovina.

....

mimo mostr
solo
il

nuovo

la

sua forza indistruttibile. Esso


tria
,

non emigr,
si

rest in pa-

ecc. (p. 15).

Non

questo

tono con cui


il

narrerebbe

l'atto di

un

eroe,

che resta solo a sfidare

nemico?
amore.

Di
la

frasi

simili

potrei

riferire

ancora moltissime, se ne valesse

pena:

esse nascono,

come

si

detto,
di

da eccesso

di

Ma
E
noto

io
il

ho parlato anche

qualche punto storicamente dubbio.

problema circa

la

derivazione della commedia popolare


si

italiana dal

mimo

antico e dall'atellana. Checch


sta,

pensi dell'im-

portanza di tale problema,


l'asserita o sospettata

a ogni modo, in linea di fatto, che


storica

continuit

non

si

pu

stabilire per

mancanza

di documenti. Il
il

che viene riconosciuto altres dal Reich;

quantunque, seguendo
libro, alla derivazione,

Dieterich, abbia dato ancora fede, in questo


sfatata, dello

ormai

zanni

dal

sonnio

dell'Arlecchino dal
tabella finale).

,nins centunculus

(pp. 44, 498: cfr.

anche
:

Nessuna vera prova; ma:

Come?

(egli dice)
il

biso-

gna davvero rinunziare per sempre a sognare


{ist

bel sogno

also ici'Mich
i

nun

der schone

Traum fUr

uniner ausgetraumt....),

che
loro

tipi

comici possano essere seguiti, nel loro nascere e nel


dall'antica

peregrinare
.

Eliade, per

millenni, fino ai nostri

tempi?
dei dal

Le due

vie

tentate

finora, quella di

ricercare le
il

sorti

mimi romani Macco delle

nel Medioevo e quella di derivare


atellane, sono

Pulcinella

senza speranza;

ma

ce

n' una

A-NXORA SULLA DERIVAZIONE


terza, ricca di

267
al-

speranze

ancora intentata. Bisogna volgersi


si

l'Oriente, al

mondo

bizantino: ivi

trover la chiave della que-

stione (pp. 47-8).

E
ha
la

opportuno, senza dubbio, e risjjonde

al

gran progresso

fatto

negli ultimi tempi dagli studi bizantini e al mutato

concetto che

moderna

storiografa del posto di


il

Bizanzio nella civilt, di


bizantino. E, anzi, pola

indagare anche per questa parte


trebbe destare stupore che
il

mondo

Reich abbia confinato


dimenticando che

sua inda-

gine ai rapporti tra Venezia e Costantinopoli nel tempo seguito


alla conquista

turca di questa;
tutto
il

il

bizantinismo
e
nell'Italia

fu vigoroso, durante

Medioevo, nella

Sicilia

meridionale, e anche in quella Campania, che patria riconosciuta


di Pulcinella.

Ma

dall'ammettere l'opportunit di studi da condurre


sia chiara la

nel

campo bizantino ad affermare che

derivazione

della

dal

commedia dell'arte italiana da Costantinopoli, cio mimo bizantino, erede a sua volta del mimo elletratto.

nico, corre gran


Il

Reich molto risoluto nella sua affermazione.

In realt
nel

(scrive nel

primo
si

capitolo,

dove enuncia

la

sua

tesi, p. 48),

mondo

bizantino

trovano, a mio credere, le prove storiche, lunil

gamente

cercate, che risolvono

dibattuto problema

Il

perso-

naggio della commedia turca

Karagtiz,

che ha stretta somiglianza

con Pulcinella

non mai un

italiano somigli tanto a

un turco

Tuttavia, la derivazione

diretta del

Pulcinella dal Karagz, o vie figlio,

ceversa, da escludere; essi

non sono padre


nel

ma
la

fratelli, e

hanno
del

il

loro

comune padre
si

mimo

bizantino.
il

Con

caduta di

Costantinopoli,

ripet per la terza volta


ila

caso della immigrazione

mimo

greco in Italia

prima volta esso aveva dato origine


il

all'atellana; la seconda, al

mimo romano);
coi
il

mimo

bizantino, vedel

nuto da Costantinopoli, s'incontr

poveri resti
li

mimo

ru-

mano,
la

persistenti

attraverso

Medioevo,

ravviv, e ne nacque

commedia

dell'arte; la quale, prosecutrice delle glorie del

mimo

latino, sottomise col personaggio di Pulcinella tutto l'Occidente. N senza ragione, proprio a Venezia, fiorirono i Goldoni e i Gozzi

(pp. 678-683).

Ma,

e le

prove di tutto ci?

o.

Il

29 dicembre 1508,

il

Consi-

glio dei Dieci proibiva l'uso,

paucissimo tempore

introdotto

268

APPENDICE
commedie
et
.

nei banchetti e nelle feste, di recitare

in qiiibus

per
et

personatos sire mascheratos dicuntur


acta

utuntur inulta verba

turpia,

lasciva et inhonestissima

E im moderno
del

scrittore

greco, Costantino Satha, scorge, in questa descrizione, proprio la

commedia
parlano
il

bizantina. Inoltre, le

commedie

Calmo

e del

Ruzante

j)ongono talvolta la scena in paese greco e hanno personaggi che

greco (pp. 679-81).

Sono prove codeste, che abbiano


a riconoscere in quelle frasi geil

un

qualsiasi valore?

Come

si fa

neriche dell'ordinanza del Consiglio dei Dieci proprio


zantino e ad architettarvi sopra

mimo

bi-

un edifizio storico? Quale argomento favorevole costituiscono mai le parti greche nella commedia italiana del Cinquecento, che ha anche parti spagnuole e tedesche e d'altre lingue e dialetti senza che perci si debba supporre un
contatto con le letterature delle l'elative lingue e dialetti, essendo
usati in esse
rico, e
i

vari linguaggi per ragioni di colorito locale e sto-

quello

greco messo in bocca, per l'appunto, alle milizie


ai cosi detti

greche della repubblica veneziana,

stradiotti

II

libro del Satha, loxopixov 5o7.i|n.ov ::epl to S-sccxpou

y.a.l

z-qc,

{lO'jOLX-^S

Twv Bu^avx'.vwv,

r^xai

Biooifitfr]

eg

x xpvjxixv -S-axpov (v

Bsvsxia, 1878-9,

due

voli.}
si

non mi pare che


il

sia noto ai nostri studiosi.


I,

Le pagine,
Il

sulle quali
la

appoggia

Reich, sono nel voi.

pp. 403-420.

prima i^ubblica rappresentazione del nuovo teatro italiano fu la Calandrici, promossa nel 1518 in Roma dal papa grecofilo Leone X; ma che gi innanzi, nel 1508, a Venezia venivano proibite le rappresentazioni disoneste e lascive; nelle quali il Satha non so come riesca a riconoscere, attraverso sempre il documento citato, Tidvxag xog xcpaxxTipag xtv Bu^avxivwv [jiC[jicov. Mette poi in rilievo le parti in dialetto greco, che sono nelle commedie del Calmo,
Satha nota che
del
col

Ruzante, del Giancarli. Assai curioso sarebbe stato


titolo:

il

libro, che,

C'omcedice

Iwdierna grcecorum dialecto conscripke, qucz

Ve-

netiis

publiee solent aliquando exhiberi (Vinegia, per

Giovanantonio et

fratelli

da Sabio, 1529\
e,

si

trova citato nel catalogo della biblioteca

de Thott
tha,

sull'autorit di esso, dal Panzer e dal Brunet.


fatto fare ricerche a

Ma

il

Sa-

avendone

Copenhagen (dove

si

trova ora

la biblioteca Thottiana),

ebbe

la

delusione di venire a conoscere che


nient' altro che
416-19).

quella pretesa silloge di

commedie greche era

una

tra-

duzione neollenica della boccaccesca Teseide (pp.

ANCORA SULLA DERIVAZIONE


Certamente, affermare che
l'orig'ine

269

della

commedia popolare
decimosetro-

italiana del secolo decimosesto in Italia e nel secolo


sto,

non

significa (ripeto la

mia

cautela) che

non

si

possano

vare antecedenti e derivazioni di questo o quel

nome

comico, di

alcune facezie e azioni comiche, di alcuni particolari della maschera e del vestito.
si

anzi ben naturale che questi antecedenti

debbano

ritrovare.

il il

Driesen

'

ha

test

messo
>

in chiaro, in

modo
vano

inconfutabile, che

nome

di

Arlecchino

e alcuni par-

ticolari della

maschera

e del vestiario di quel

personaggio, deri-

altro

che rnimus centuncuius) dal Medioevo francese. Ar:

lecchino Harlequii, Herleqidn, Hellequin

nome

di

un

diavolo,
si se-

conduttore di schiere di suoi pari, di Harlequins, dei quali

guono
l'oi,

le tracce nella letteratura

francese dal secolo undecime in


e misteri
>
il

in cronache, poemi,

drammi, fableaux
diavolo

forse,

ha con

essi

qualche parentela
italiano,

il

Alichino

di

DanteX
il

Un com(e

mediante

che recitava a Parigi tra


il

1570 e

1580

non

improbabile che fosse, per l'appunto,

bergamasco Alberto Gala

nassa, additato dalla tradizione}, avendo fatto col


del

conoscenza
di piazza,

bizzarro

diavolo, che

compariva nelle buffonerie


o,

l'introdusse nel teatro

italiano,

meglio, impast con esso un

personaggio comico italiano.


zione che
il

Non

c'intratterremo sulla dimostratesi,

Driesen d di questa sua


lo scritto

perch chi voglia averne


le

un riassunto potr leggere

che

ha dedicato

il

Henier

*.

Otto Dbiesen, Der Urspj^tng


19<>J

des Harlekin, ehi


.

kult>irgechichtli-

ch.e

Problem [Berlin, Duncker.

Nel FanfuUa della donienica,

XXVI,
j.p.

n. 12,

2<

marzo 1901:

e,

ora,

in Svaghi critici
1

Bari, Laterza, 1910},

465-83. [Su la questione del-

un pregevole

Arlecchino e delle maschere in genere ora tornato G. Jakfei. in scritto inserito nella Rivista d^ Italia, XIII, f. 5, maggi)

1910. Alle osservazioni che egli muove alla mia tesi non ho altre da rispondere se non che non mi mai saltato in niente di negare cho ogni cosa abbia i suoi precedenti ma ho voluto oppormi ancora una
;

volta a quell'indirizzo di storia letteraria che,


in

come

disse Carlo

Marx
non

uno

scritto giovanile parlando della scuola storica del diritto, vive


il

nella curiosa illusione che

fiume scorra non in gi

ma

in su,

verso

la foce

ma

verso

la fonte].

270

APPENDICE
Renier sono pienamente d'accordo nell'osservazione che Ar-

col

lecchino, per quanto francese e diavolo di

nome

e,

almeno

origi-

nariamente,

di

maschera, resta pur sempre, nel suo svolgimento,

uno

zanni

della

commedia

italiana.

La connessione
e,

col diavolo

medievale francese
letteraria

quasi estrinseca

per la storia artistico-

dell'Arlecchino, costituisce, in fondo, poco pi di

una

mera

curiosit.

IL TIPO

DEL NAPOLETANO

NELLA COxMMEDIA

DaWArcliivio
702-742.

storico

^ler

le

province iapoletane, voi.

XXIII

(1S98), pp.

TOSCANI E LA SATIRA CONTRO

NAPOLETANI

)e s<

nelle rappresentazioni del Pulcinella

si

possono

ri-

levare alcuni tratti da valere quale satira o ritratto dei


napoletani,
e
pili

propriamente della plebe

napoletana,

Pulcinella, tuttavia
cosi nelle
significato,

(come

si

visto nel saggio precedente),

intenzioni degli artisti

come

nel

suo effettivo
caricatura u

non suole essere punto

ritratto,

satira dei napoletani e della plebe napoletana.

Ma una
e
si

satira del popolo napoletano fu fatta sul teatro,


in

condens
,

uno speciale personaggio, detto

<^

il

Na-

poletano

ch'ebbe lunga

e varia fortuna sulle scene.

Un'indagine ancora da condurre


proverbiali,
elogiativi

quella dei giudizi

o satirici,

dati

sui

napoletani.

8i

potrebbe cominciare

dall'antichit

classica,

che

ci

offri-

rebbe Votiosa Neapolis, e

altri giudizi
si

ed epiteli sulle poresistere agli al-

polazioni meridionali; anche se

debba

lettamenti dei riscontri ritrovati nel Satijricon di Petronio,


la cui poli.

scena stata a pi riprese assegnata e ritolta a Na-

Nell'alto

Medioevo
contro
i

si

saranno avuti, di certo, molti e


na-

canti satirici

napoletani, da parie dei beiieventaui,


i

salernitani e capuani, o dei sorrentini e amalfitani; e

poletani avranno ricambiato

primi con

le ingiurie

contri
ri-

la

turpissima gente dei Bardi


gli echi

(longobardi), di cui

suonano

nelle cronache e nei

documenti

di quei

274
tempi.

IL TIPO

DEL NAPOLETANO NELLA COMMEDIA


di satira dei sorrentini

Un'ombra

contro

napolesi

tani nel libello

dei

miracoli di S. Antonino;

in cui

racconta che in uno scontro navale tra sorrentini e napoletani da

una
il

parte, e

saraceni dall'altra,
e
i

sorrentini

invocarono

loro S.

Antonino
sorrentini

napoletani S. Gennaro,

e dei napoletani furono morti

sette,

prima che
perch
S.

saraceni

fossero vinti, e dei

nessuno;

(come

si

apprese

poi

da un'apparizione miracolosa)
suoi,

Antonino,

appena chiamato dai


messa
giunse
in
ai

accorse in fretta e furia sul


il

teatro della battaglia; laddove S. Gennaro,

quale diceva

paradiso,

si

mosse con ogni agio, onde l'aiuto

suoi in ritardo e fu

meno

efficace e pieno'. Il

Rajna vorrebbe vedere, nella derivazione del nome


di

fatale
,

Napoleone

una forma medievale


^.

di napoletano

con colorito dispregiativo e satirico

L'importanza della

piccola citt bizantina era, per altro, assai scarsa, e non

pot dare materia a una satira diffusa e notevole.

Con
iscena
i

la

formazione dello stato normanno entrarono


pugliesi

in

uomini del Regno

coi

quali

nomi s'intendevano come con quello di


settentrionale. Ma,

le

popolazioni dell'Italia meridionale,

lombardi

le

popolazioni dell'Italia

se

intorno ai lombardi,
si

che avevano
lette-

tanta parte nella vita d'Europa,

form una ricca


si

ratura di giudizi e di proverbi

^,

non

pu dire

lo stesso

per

pugliesi, che rimasero

cacia piuttosto

come

Stato

come appartati ed ebbero effiche per commerci e attivit di

Ex

miraculis S. Antonini abbatis stirrentitii {in Script, rerum langob.

et

ital.,
-

ed. Waitz), pp. 584-5.


e la storia

P. Kajna, L'etimologia
t.

arcaica del nome

Napoleone

(in Arck. stor. Hai., 1891,


3

VII, pp. 89-116).


il

Sulla quale da leggere


Il

dotto e importante articolo del NoGiorn.


stor.

VAxr,

lombardo
;

la

lumaca (in
il

d.

letler.

ital..,

XXII,

p. 835 sgg.

ora in Attraverso

Medioevo, Bari, 1905, pp. 11(5-151).

I.

TOSCANI E LA SATIRA CONTRO


la satira dei

NAPOLETANI

275

cultura.

Onde

lombardi europea;
italiane.

le tracce

di quella dei pugliesi sono

Ricorder quel detto

di fra' Salimbene, nel comentare alcune parole che egli mette in bocca a Roberto Guiscardo sui siculi e gli appuli Nota quod Robertus appellavt pedes ligneos, patitos, idest
:

zoppellos, quibus utebantur

UH

siculi et appuli: erant

enim

homines cacarelli

et

merdazoli, parvique valoris. In gutture

dixit eos loqui, quia

quando volunt

dicere: quid vis? dicitnt:


et

Ke

boli? Reputavit igitur eos homines viles

inermes

et

sine virtute et sine peritia artis pugna; .

appulorum
tirici,

si

trova ricordata in

La pusillanimitas maestro Boncompagno ^ In


si

questi giudizi

rientrano anche quei versi, elogiativi e saattribuiscono

intorno alle citt della Puglia, che


II e sui quali

Federico

sarebbe altres da condurre qual-

che indagine.

Ma

la satira

pi larga, e che poi prevalse, contro

na-

poletani, prese origine e nutrimento, a nostro credere, dai


toscani, e specialmente dai fiorentini. Coi sovrani angioini,
il

Regno

fu aperto e quasi

abbandonato

ai

mercanti

fio-

rentini, collegati

politicamente coi reali di Napoli, ban-

chieri di questi e concessionari di numerosi privilegi

comda

merciali-. Venditori e compratori,

come sono

stretti

reciproci interessi, cosi sono acuiti gli uni contro gli altri
dal bisogno di esplorarsi e conoscersi a vicenda, per isfruttarsi a vicenda. Diverso, inoltre,
il

temperamento

delle

due

popolazioni; diverse le condizioni sociali quanto quelle di

una

citt repubblicana,

della democrazia, e di

che doveva percorrere tutti gradi un regno tenacemente feudale, in


i

cui lo stesso patriziato cittadino

(con processo inverso a

SuTTEK, Magister Boncompogmis, pp. 122, 127. G. DE Blasiis, La dimora di Giovanni Boccaccio a Napoli

(in

Arch.

slor.

napoL, XVII, 1892).

276

IL TIPO

DEL NAPOLETANO NELLA COMMEDIA

quello di Firenze) veniva ag-g-iungendo ai suoi vanti nobiliari


i

vanti feudali.

I fiorentini

dovevano notare l'esubeal mag-niflco e allo

ranza di gesti e di parole, la tendenza


sfoggiato, la gonfiatura e
tani:
questi,

il

poco buon gusto dei napole-

a loro volta, l'avarizia e la scaltrezza dei

fiorentini.

Chi ha da far con tosco, non vuol esser


il

lo-

sco

diceva

proverbio. Questa antitesi cosi di

fatti

come

di giudizi stata investigata nelle opere del


il

Boccaccio^;

quale conosceva bene

le

cose di Napoli per esservi visil

suto a lungo e cerc anche di contraffare


letano in

dialetto napoil

una

lettera.

Forse allo stesso tempo risale


,

detto

che:

Napoli un paradiso abitato da diavoli

^.

nota la

satira d Gino

da Pistoia,

il

quale insegn nel 1330-1 nello

Studio di Napoli, chiamatovi da re Roberto, e ne parti


l'anno dopo^, imprecando contro la

terra servile

Napoletani e fiorentini sono poi messi a fronte da Luigi


Pulci (che venne a Napoli nel 1471), in
al

un sonetto

diretto

magnifico Lorenzo e ritraente


:

le

sue impressioni napo-

letane

Sui toscani

napoletani nel Decameron


d.

si

veggano

gli

arti-

coli del

Gebhart, nella Rcvue

deux mondc.s, nov.-dic. 1895, e febbr.

1896.
2

Si

veda in Atanagi, Delle

lettere facete

et j^ictceooli,

libro I (Ve-

nezia, 1601), p. 232,

una

lettera di

Bernardino Daniele, da Napoli, 22

marzo

1589. L'opuscolo di Jon.

Ande. Buheuus, Proverbium Italorum:

Be.gnum neapolitanum paradism ed, ned a diabolis habitatum (Altdorfii,


1707, in-4.o), citato nel PiTuii, Bibliografia, al n. 2509,

ma

per cono-

scenza indiretta. Cfr. a questo proposito la

N"ovella narrata dal Pio-

vano Arlotto sull'influenza che ha il clima di Napoli nell'umano organismo L'aria di Napoli opera bene in tutte le cose, e male negli
'

uomini, che nascono

li

poco ingegno, maligni, cattivi, e pieni di

tradimento

se fosse altrimenti, Napoli sarebbe

un

paradiso {Facezie

del Piovano Arlotto, ed. Baccini, Firenze, 1884, pp. 295-7).


"'

De

Blasiis, Cino di Pistoia

neW universit di Napoli

(in Ardi. stor.

iiap.,

XI, pp. 139-150).

I.

TOSCANI E LA ?ATIRA CONTRO


la foglia,
il

N.\P0LETAN1
"1

277

Chi levassi

maglio e

loco

A
O

questi minchiattar napoletani,


traessi del seggio
i

capovani,

Parrebbon salamandre fuor del fuoco. Imbiza, Ianni, lo ngegno allo ioco! Ch'ho gi sentito meglio abbaiar cani! E tutti i gran mercianti son marrani, E tal signor che non sare' buon cuoco. * Che buogli dicer di Napoli ientile?

=
;

La

gentilezza sta nei canterelli


^

Rispondo presto,

parmi un bel porcile

Ah, questi fiorentin. gran ioctoncelli.

Ch'hanno tutti lo tratto s! sottile.' -. si pascon questi minchiattelli Se tu cerchi baccelli, Rispondon tutti, come gente pazza:
Cosi
!

Gongoli vuoi accattar? Loco, alla chiazza!


il

'.

Il

Pulci deride

goffo parlare
e

lei

napok-tani.
eittfi,

vanti

dei loro seggi di


ientile

Nido

Capuana, della loro

Napoli
-

del cibo prediletto dei napoletani, eh' la

fo-

glia ^, ossia gli ortaggi".

X manca
e di

di

accennare

alla con-

Sonetti di

Matteo Franco

Luigi Pclci, etc, nuovamente

dati alla luce con la sua vera lezione da

un manoscritto

originale di
p. 9H.

Carlo Dati dal marchese Filippo de Eossi, anno

MDCCLIX,

Ho

rifatto l'interpunzione, corretto la disposizione tipografica, e


il

mutato
loco
ai

Que
2

bttogli del v.

9 in Che

buof/li.

Nel

V. 1

cosi

mi sembra da spiegar

la

foglia

Il

r avverbio
V. 5.

di luogo

cost
il

che ricorre di continuo in becca

na

poletani: cfr. v. 17:

maglio
i

forse

il

giuoco del maglio?; cfr

V.

8.

Del seggio
Metti

Capovani, dal loro seggio quei di Capuana


CTovanni, tutta la tua atten
ai

V.

5. Il

Pulci riferisce alcune espressioni del dialetto napoletano


-

Questa significa:
zione al giuoco
.

(ficca,

fissa),

V.

7.

Allude forse

molti spagnuoli, ch'erant


di

gi in quel tempo a Napoli, insultati col

nome

marrani

<

V.
i

'J

Che vuoi dire? Vv. 10-11. Allude forse all'uso di vuotare vasi immondi sulla spiaggia del mare: cfr. Napoli nobVit^ima, I, pp. 5-6. Gongoli, ngonCost, al mercato . Vuoi comprar baccelli? V. 17.

gole, fave ngongole ,


tridi,

secondo

il

Vocabolario degli Accademici Filopa

sono

fave ancora dentro dei gusci

278

IL

TIPO DEL NAPOLETANO NELLA COMMEDIA

trosatira dei
celli

napoletani verso
e'

fiorentini;

gran

iocton-

questi,

hanno
i.

tutti lo tratto si sottile ,

come

si

conviene a mercanti

Ma,
presero

ai

principi del secolo decimosesto, col rinescolio

prodotto in tutta Italia dalle guerre, con la parte che vi


i

napoletani al sguito di Spagna, l'osservazione e

la satira del carattere e dei

costumi napoletani divenne pi


posto
nella
letteratura, che

frequente e attenta, e prese

acquistava in quel tempo


L'osservazione e la

maggiore larghezza e variet. satira avevano in gran parte il mela


-

desimo contenuto di quelle che sorsero contemporanea-

mente

sul conto degli spagnuoli

effetto delle

somiglianze

Napoletani e fiorentini ricorrono spesso insieme in aneddoti e

facezie popolari: e

abbondano

confronti tra

due

parlari,

anteponen-

dosi sempre quello napoletano dosi


il

come pi

forte ed espressivo, ed elogian-

rapido gesto indicatore del napoletano, che pu riassumere


cfr.

lunghi discorsi. Per alcuni provei-b,


<

Pitk, Prov.,

Ili, pp. 154-5:

Napulitani mancia-maccariuii
le

Sarebbero da rintracciare ed esamipresso di noi, dal Ne-

nare

copiose serie proverbiali di nazioni, di cui molte furono stue,

diate dal E.einsberg-Duringsfeld, dal Wright,


vati, dal Gian, dal Rossi, dal Corazzini.

Una, lunghissima, tradotta in


libri

latino, si legge in fine dei Monunientoriim Italice

quatuor,

di L.

ScHRADER (Helmaestadii,

1592, S. 408-410), col titolo:


nescio

Exemplum

cuiusdam membrance de moribiis italorum,

tanien

an de hoc an de

prisco scEculo auctor loquatur. I napoletani vi sono detti splendidi, son-

tuosi nel vestire, frappatori, benigni nelle vendette, cordiali verso gli
ospiti,
valli,

animosi nel commercio;


la

lingua toscana e

le

si dice anche che amano i cavoli, i donne impertinenti. Al testo latino

case-

guono alcuni versi italiani sulle pi notevoli citt d'Italia, che finiscono: Le belle donne da Fano se dice, Ma Siena poi tra l'altre pi felice , noti gi per altre stampe; e una serie di proverbi in dialetto napoletano.
2

Gfr. le

mie Ricerche

ispano-italiane, serie

seconda

(in Atti della

Accad. Pontan., voi. XXVIII, 1898). In una filastrocca popolare, ricor-

data dal Trissino:


a

Spagna,

di fuori bello e

dentro

la

magagna Na:

politano, fuori d'oro e dentro


p. 343).

vano

(B-ossi,

Lettere del

Calmo, nota

I.

TOSCANI E LA SATIRA CONTRO

NAPOLKTANI
dei

2('.t

di alcune qualit nel

temperamento nazionale

due ponel

poli e nelle loro condizioni sociali,

nonch degli scambiesi

voli influssi, allora assai vivi.

La

satira

assommava

notare
della

la

millanteria a vuoto (delle ricchezze, del valore,


delle

nobilt), e l'amore

pompe

delle

cerimonie.

Lineamenti propri dei napoletani non mancavano. La vanteria di nobilt era specialmente quella dell'appartenere ai

seggi di Napoli, condizione che sembrava tenere del di-

vino;

si

aggiungevano

la

vanteria dell'ingegno e della dot-

trina, cose alle quali gli spagnuoli

non solevano pretendere,


dava talora
fo

e la loquacit, che non era punto spagnuola: per non dire


poi del colorito particolare, che
alla satira la

contraffazione del dialetto.

L'Aretino, nei Bagionamenti,


cosi la Pippa:

dalla

Nanna

istruire
il

napoletani

son

fatti

per cacciar via

sonno, o per

tme una

scorpacciata un di del mese, quando

tu hai il tuo tempo nel cervello, o sendo sola ovvero accompagnata d'alcuno che non importa. Ti so dire che le frapperie vanno al cielo. Favella di eavalli'? essi gli hanno de' primi di Spagna. Di vestimenti? due o tre guardarobba. Danari, in chiocca; e tutte le belle del Regno gli moiono
^

dreto. E, cadendoti o

il

fazzoletto o

il

guanto,

lo

ricolgono

con le pi galanti parabole, che s'udisser mai


gio

ne

lo

seg-

Capuano

-.

Anche

il

Mauro, in un capitolo, allude a


sospirar
si
>
''.

quel baciar di mani,

forte alla

spagnola.

Ch'ora

si proprio dei napoletani


i

Circa

titoli

di

nol)ilt

si

legge nella Scolastica

del-

l'Ariosto (III, 6):


Bartolo.

Era piaciuta a un signor che dicevano


Esser napolitano.

Vanterie.
Ragionanietili (ed. 1581), parte II, p. JO.

Capitolo del

letto (in

Opere burlesche, ed. 1771,

I,

p. 278;.

280
Frate.

IL TIPO DEI.

NAPOLETANO NELLA COMMEDIA

E
Che signor

verisimile

fusse, poich'era da Napoli!

Ho ben
Come
Il

inteso,

che ve n'
;

pivi

copia

Ch'a Ferrara

de' conti

e credo ch'abbiano,

questi contado, quei dominio.

Domenichi ha quest'aneddoto:
napoletani
(si

Ragionavano alcuni
avviene
che
fatti

cavalieri

come

il

pi delle volte

che l'uomo parla molto pi volentieri de'


dei suoi) della grandezza del

d'altri
i

duca

di Ferrara; fra

quali

era anche

il

signor Cesare Rosso da Sulmona, vero genti-

luomo;

al quale,

perch

egli

aveva conchiuso che


lo

'1

detto

signor duca era un grandissimo, fortunatissimo e ottimo


principe, disse

un

di coloro:

vero, 'patrone

mio;

ma

che ne voglio fare io, che

non

di sieggiof

^
scrit-

Queste e altre debolezze dei napoletani notava uno


tore

spagnuolo, amico anzi entusiasta di

essi,

Geronimo

Urrea, nel Dialogo de la verdadera honra militar (1566),


nel quale esclama per bocca di Altamiranno
^
:

Domenichi, Scelta de
di

motti, burle, facetie (Fiorenza, 1566), p. 237.


i

Il

Caro,

un

tale

che esprimeva

suoi entusiasmi pel


<

Molza, dice,

in

una sua
il

lettera a questo, che ne era

gridatore alla napolitana

(lett.

in data 18

poletano

maggio 1538). Si veda anche intorno al carattere naFoglietta, De laudihus urbis Neapolis (in Opuscula nonnulla,

E,oma, 1574). Nelle istruzioni di Gaspare Varola all'ambasciatore spa-

gnuolo in Italia sui caratteri delle varie popolazioni d'Italia: ' Napolitanos, nobles, arrogates, de honrado y cerimonioso irato; muestranse espanoles
'

(Picatoste, Los espanoles en llalia,


si

I,

p. 158).

Quasi per

illu-

strazione storica,

potrebbe ricordare l'aneddoto di don Placido di

Sangro, mandato ambasciatore col principe di Salerno a Carlo V, di


cui l'imperatore dov dire ch'era
{Storia del Castaldo,
2
1.

buon

cavaliere,
p.

ma

che hablaba rancho

Ili, ed.

Gravier,

107).

Trascrivo dalla ti-aduzione dell'Ulloa, Discorso del vero honore


1569),
f.

militare (Venezia,

118.

L' Urrea, n. 1513, soldato e poeta,

noto anche per


cadia.

le

traduzioni spagnuole

AgW Orlando

furioso e dell'ir-

I.

TOSCANI E LA SATIRA CONTRO


ti

NAPOLETANI
sei

1281

Napoli, io

ho gran compassione, percioch tu


ingegni,

piena

di

nobile cavalleria, di leggiadrissimi giovani, gagliardi ed aggraziati e di svegliati


i

quali impiegano le virt e grazie

loro

avute dalla natura in mormorare ne' loro consigli l'uno


puntigli
vani, in

dell'altro, in
gli altri, in

stimar troppo s stessi e poco


si

riguardare se colui

lev prima la berretta, o se

gli

mostr cattiva faccia, o se


il

gli

parl con presunzione, ed in


le loro

questo passano

tempo

che se esercitassero
i

persone

ed ingegno, come
poli sarebbe
lia
il

gli esercitano

cavalieri di questa terra,

Na-

fiore del

mondo,
si

e quelli delle altre

bande d'Itapun-

non scriverebbono n

riderebbouo della

ociosit o

tigli napolitani.

^\:akco.

Molto vi doveva piacere Napoli, e bene vi trovavi in esso,


li

poi che tanta felicit

desiderate.

Altamibakko. Veramente io gli

desidero ogni bene, perch mi


citt

parsa la migliore, o una delle due migliori


vedute. Qual citt del
e

che

io

ho

mondo

si

trover cosi piena di principi

grandi signori, di belle donne, di cavalieri ed eccellenti uole scienze

mini in tutte

ed arti? dove vederete voi tante genti-

lezze e cose applicate all'uso

umano? Quivi
le rose,

in tutto

il

tempo
fiori

v' primavera, mai non

si

ascondino

n mancano
di

frutti:

n nel suo porto mancano diversit


e

navil,

che

vengono
dono

vanno per
popolosa

tutte le regioni
e

del

mondo, che

la ren-

ricca,

magnifica;
le

io

son affezionatissimo a

quella buona terra, dove

genti di essa per lo pi

sono

di

dolce tratto e amici di suoi amici, tanto che per amore del-

l'amico non
vita, e a

si

curano di perdere

la

robba e spesse volte


perpetua

la

me

toccata parte della lor gentilezza e vera amici-

zia

onde

io le

desidero accrescimento

e felicit

buona

da notare qui che il Casa, osservando che ogni usaiizn non in ogni paese prendeva in qualche parte le difese d^i na,

poletani, dicendo che:


citt dei quali

forse quello che s'usa per


di

li

napolitani, la

uomini di gran legnaprgio e di baroni d'alto affare, non si confarebbe per avventura n ai lucchesi n^ ai fiorentini: i quali per lo pi sono mercanti o semplici gentiluomini,
abbondevole

senz'aver fra loro n principi n marchesi n

bamne

alcuno, sicch le

282

IL TIPO

DEL NAPOLETANO NELLA COMMEDIA


si

Tali descrizioni e satire

riferiscono tutte alla nobilt

napoletana; ma, se alcuni particolari di esse son propri


del tipo sociale del nobile, molti altri hanno, invece,
significato etnico o regionale.

un

Era, infatti, ovvio che

il

carattere del popolo napole-

tano in genere fosse osservato principalmente nella classe

come dominava nel Regno, cosi si metteva in mostra di fuori. Onde parecchi tratti particolari del nobile furono scambiati per tratti comuni a tutti i napolesociale che,

tani; come, in sguito, alcuni tratti di altre classi furono,

per la medesima confusione, attribuiti


napoletano.

al nobile, in

quanto

Ma
si

il

tipo

comico, che sorse da queste osservazioni,


tipo nazionale, determinato particolarmente

pu dire un

nella classe dei nobili, e, pi particolarmente, nella sotto-

classe dei nobili

della capitale, patrizi cittadini che avee costumi feudali.

vano acquistato domini

maniere di Napoli signorili


e

pompose, trasportate a Firenze, come


al picciolo,
i

panni dei grandi messi indosso


superflue
;

sarebbono soprabbondanti
dei

n pi n meno come

modi

fiorentini alla nobilt


ristretti
>

de' napoletani, e forse alla loro natura,

sarebbono miseri e
di

[Galateo, ed. Sonzogno, pp. 34-5). Brutto segno questo simpatizzare coi

modi

fastosi della nobilt napoletana:

segno

decadenza, di neofeu-

dalismo, di spagnolismo invadente. Si confronti, per contrasto, la fiera

pagina del Machiavelli, nei Discosi, contro


e di altre parti d'Italia,
'

gentiluomini del Regno

che oziosamente vivono de' proventi delle


di colti-

loro 230Ssessioni,

abbondantemente, senza avere alcnna cura o

vare o di alcuna altra necessaria fatica a vivere

'

generazioni di
elogio

uomini ....

al tutto

nemici d'ogni civilt

>.

Un eloquente

della nobilt napoletana e


.sono nell'orazione
sto di

un confronto

di essa col popolo di Firenze,

messa Torquato Tasso.

in bocca a Bernardo, nel dial.

Del piacere

one-

II

Il personaggio del

Napoletano

nella commedia del secolo decimosesto

Aretino, che descrive nel

modo che

s' visto

na-

poletani nei Ragionamenti, fa anche sbozzare dall' istrione,


nel prologo del Marescalco (1533), la figura di

un

assasal

sinato d'amore

paragonandolo

allo

spagnuolo e

na-

poletano; nella Talanta, mette in iscena un mlcs f/loriosus


col

nome

di capitan
ci

Tinca da Napoli

e,

finalmente, nella
di
il

Cortigiana (1534),

d un primo personaggio
(si noti

Napole-

tano in commedia nel signor Parabolano

nome),

il

cerimonioso e vantatore.
rido,
gio,

Cerimonie

in chiesa:

Io

mi

quando
che

in chiesa per ogni aveniaria che dice

pag-

gli sta innanzi,

corona, che tiene in


il

manda gi un paternostro de la mano; e, nel pigliar l'acqua santa,


il

prefato paggio

si

bascia

dito ed, intingendolo nell'ac-

qua santa, lo porge, con una spagnuolissima riverenza, a la punta del suo dito, con il quale il traditore si segna in fronte . Cerimonie con una mezzana, madonna Alvigia,
che
gli

d notizie della sua bella:


,

<

In ginncchiMni voglio

ascoltarvi!

esclama Parabolano.

troppo, signor>,

risponde Alvigia.

Faccio
il

il

debito

mio

replica

egli.

Al che,

il

suo servitore,

Rosso, gli

suggerisce con imin

pazienza:

Levatevi suso che son oggimai


.

fastidio a

ognuno queste vostre napolitanerie

Scena d'amore con

284
Camilla:
il

IL TIPO

DEL NAPOLETANO NELLA COMMEDIA

Egli

(dice

uno degli intciocutori)


lo

le

conta

suo amore con tanti giuradii e bascio le mani, ch'un

muccio appassionato Don Sancio


senese e prega alla cortigiana
napolitana, s'egli frappa
Il
,

conterebbe con meno

frappa a la napoletana, sospira alla spagnuola, ride a la


.

Esce dalla natura


il

osserva ironicamente

Rosso.

personaggio

si

determina anche pi nettamente come

caricatura del Napoletano, nella

commedia
il

di

Alessandro

Piccolomini,

VAmor

costante

(1536), nella

quale assume,
del
ossia

per la prima volta ch'io sappia',

dialetto
,

paese.
il

Vi in essa un
poletano

messer Ligdonio poeta


Caraffi,

na-

Ligdonio

che dimora in Pisa dove ha


di

preso cittadinanza.

uomo maturo,
le

quarantott'anni;
e

pure

si

crede irresistibile presso

donne,
:

vuole sposare

una Margherita, e ha buone speranze perch, ancora che non sea ricco, ynanco sono povero, e son gentiluomo del seggio di Capuana, stimato e de virtude non bisogna dicerete
,'

gi aggio comenzato a fare l'amor con essa, perch


.

saria hvono che si comenzasse ad innamorare

na-

poletano
sono,

(dice

il

servo Panzana),
in

e gi parecchi anni

non potendo stare


aveva
fatte,

Napoli per certe poltronerie


in Pisa con

ch'egli
tello

venne a stare

un suo
lo

fra-

ch'era a studio qua, e dipoi ci ha compra


i

casa e

preso

privilegi di cittadin pisano

il

giorno

spende

tutto in sonettucci e in baiarelle, salvo la mattina, la quale

proposito del dialetto napoletano nelle commedie, noter che


(di cui

n^WAltiia di Anton Francesco Ranieri

ho

sott'

occhio una

ri-

stampa

del 1550} interloquisce

una napoletana,

Zizzella,

concubina {fem-

mina) del bravo capitan Basilisco, che parla in dialetto, e

un paggio,
zanaisaoli

che viene in iscena cantando canzoni napoletane. Gli


che sembra fossero sovente napoletani, parlano
il

dialetto nelle

coma. II,

medie
se. 7).

(si

vedano

del

D'Ambra,

Il furto,

a.

V,

se. 9;

/ Bernardi,

Nelle PeUer/rine del Cecchi

un cuoco napoletano.

ir.

IL

NAPOLETANO NELLA COMMEDIA DEL CINQUECENTO 285


in lavarsi, spelarsi, pettinarsi, perfumarsi,
la

tutta

consuma
e'

cavarsi

capei canuti a uno a uno, tignersi

barba, e
;

oggi far l'amore con questa e domani con quella


sta

non

mai fermo

in

un proposito,
; e lo

sempre poi
il

si

riduce a
di qual-

mescolar questa sua profumatura con


che fantescaccia...
sospira

succidume

presenta altra volta in atto che


alla

con qualche bel motto

spagnuola

Ay, senora,

que

me matais
la

^ o che spiega

certi bei trattarelli,

come

sarebbe

vostra ingratitudinisifima

mi fa morire,

voi ste

pi

bella dell'altro Dio,

mi raccomando

alla vostra bellezza...

mi raccomando
bietole,

alla
I

vostra castronaggine, buacci, pasce-

che voi sete

Un' invenzione
dia

assai arguta e felice di questa

comme-

r incontro

di

messer Ligdonio con un messer Roberto,


;

perugino, gentiluomo del principe di Salerno


essere dimorato qualche

il

quale, per

anno

in Napoli, diventato napo-

letano di costumi e carattere, quanto o pi dell'altro. Infatti,

subito giunto a Pisa, osserva:


l,

Questa terra molto

secca di gentildonne, gira di

volta di qua, e non se ne

vede una;
giorni, se

infine,

questo messer Consalvo ara pazienzia,


io
ci

che non sarebbe possibile che

fornissi

questi

due

mi

ci

legasse....

Ohi

(gli

dice Ligdonio) se

se ne trovano, di donne!

Xe ho
:

conquistate tante io!

due

si

vantano a coro
molte

RoB. Io

so' stato in

citt a'

miei giorui, e non m' mai acso'

caduto questo (che mi accade qui): anzi non


cato, eh' io

prima scaval-

ho visto qualche bella donna, e con qualche imbaspiccati di

sciata e presente n'ho

buon

favori: e molle

volti*

n'ho avuto l'intento mio.


Panzana.

povere donno!

Sulla popolarit in tutta Italia delle canzonette galanti spagnuole,


I,

cfr.

Croce, Ricerche ispano-if aliane,

p.

10.

286
LiGD.

IL

TIPO DEL NAPOLETANO NELLA COMMEDIA


lo

Lo credo; m' intravenuto ancora a me


le piace,

simile.

Ma

la

Signoria Vostra, se

da dov'?

RoB. So' perugino, e al pre