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Sardegna

L ITALIA

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SARDEGNA LIstituto Centrale per il Restauro del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali ha attribuito alla collana del Touring Club Italiano la valenza di repertorio dei beni culturali esposti in Italia, per la conoscenza unica sulla consistenza, qualit e localizzazione del patrimonio storico-artistico del nostro paese. Touring Club Italiano Presidente: Roberto Ruozi Direttore generale: Guido Venturini Touring Editore Amministratore delegato: Alfieri Lorenzon Direttore editoriale: Michele DInnella Direttore cartografico: Andreina Galimberti 2005 Touring Editore s.r.l. - Milano I contenuti sono aggiornati al gennaio 2005 La realizzazione della presente edizione a cura di Repubblica su concessione di Touring Editore s.r.l. Gruppo Editoriale LEspresso SpA Divisione la Repubblica Via Cristoforo Colombo 149, 00147 Roma Supplemento al numero odierno de la Repubblica Direttore Responsabile: Ezio Mauro Reg. Trib. Roma n. 16064 del 13/10/1975 Il presente volume deve essere venduto esclusivamente in abbinamento al quotidiano la Repubblica. Tutti i diritti di copyright sono riservati. Ogni violazione sar perseguita a termini di legge. Stampa e legatura: Rotolito Lombarda, Pioltello (Milano)

LITALIA

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SARDEGNA

Per questa edizione aggiornata al gennaio 2005: Mirabilia / Paola Colombini, Eduardo Grottanelli de Santi Revisione e adattamento: Maura Alberetto, Giacomo Campagnano, Laura Colombo, Vanna Guzzi, Monica Pini Aggiornamento e testi dellAppendice: Vanna Guzzi Revisione grafica e impaginazione: Giorgio Alessandri, Luca Dossena, Vittoria Forchiassin, Tatiana Missaglia Cartografia: Servizio cartografico del Touring Club Italiano Prestampa: APV Vaccani, Milano Per ledizione originale: Editor: Anna Ferrari-Bravo Consulenza generale: Gianni Bagioli Redazione e revisione: Anna Ferari-Bravo Segreteria di redazione: Francesca Meriggi Hanno contribuito alla realizzazione della guida: Ilario Principe, Manlio Brigaglia e Antonello Mattone: partecipazione alla definizione progettuale; Ilario Principe: Le ragioni di una visita, La vicenda storica e artistica e le tredici introduzioni ai capitoli dal titolo Lambiente e la storia; Manlio Brigaglia: La Sardegna oggi, gli itinerari 11.4 e 11.5 e il cap. 12; Antonello Mattone: Luomo e lambiente e gli itinerari 11.1, 11.2 e 11.3; Giovanni Lilliu: La Sardegna preistorica e nuragica; Giulio Angioni: Il mondo popolare tradizionale; Enrico Milesi: cap. 1; Angela Terrosu Asole: itinerari 2.1, 2.2, 2.3, 2.5 e i cap. 3, 5 e 6; Susanna Galasso e Anna Maria Trincas: itinerario 2.4; Giuseppe Pau: cap. 4; Paolo Piquereddu: cap. 7 e 8; Attilio Mastino: itinerari 9.4 e 9.5; Rafael Caria ed Emilio Zoagli: cap. 10; Gian Adolfo Solinas e Umberto Giordano: cap. 13. Per laggiornamento della materia archeologica: Ferruccio Barreca per le province di Cagliari e Oristano; Fulvia Lo Schiavo per la provincia di Sassari; Maria Ausilia Fadda per la provincia di Noro; Antonietta Boninu per gli scavi di Porto Torres. Laggiornamento della materia storico-artistica delle province di Cagliari e Oristano: Francesca Segni Pulvirenti e Roberto Concas. Per la compilazione della Nota bibliografica e dellIndice degli autori: Tiziana Olivari. Si ringraziano: per le informazioni generali contenute nel brano I modi della visita, curato dalla redazione del TCI, gli EPT delle quattro provincie sarde e lESIT; il Gruppo Speleologico Sassarese; per i numerosi suggerimenti Franco Bosincu. Un ringraziamento particolare dovuto a: Francarosa Contu, Marinella Frau, Roberto Mura, Carlo Tronchetti, Luisanna Usai.

Prefazione
La Sardegna da tempo terra classica di vacanze. Senza negare tale carattere, questo volume aiuta a considerarla anche una terra di affascinante spessore storico, dove una lunga vicenda di invasioni non ha mai spento il senso e lespressione di una complessa e autonoma civilt. Una Sardegna diversa da quella, un po stereotipata, che la pigrizia culturale di un certo turismo ha fin troppo propagandato. Diversa perch la registrazione e la descrizione di tutto ci che nellisola vale la pena di visitare si intreccia qui con la storia stessa della regione, delle sue trasformazioni, delle peculiarit socio-culturali entro cui le cose da visitare sono sorte e hanno assunto le loro specifiche forme. A questo criterio, che ricostruisce il passato in funzione di una maggiore comprensione del presente, sono improntati i saggi iniziali dai quali esce una Sardegna viva e reale, con le sue straordinarie risorse turistiche. Per questo stesso criterio i capitoli della sezione guidistica sono preceduti da appositi brani introduttivi che, delle aree territoriali in cui lisola stata suddivisa, individuano gli elementi di unit ambientale e storica. Da tutto ci deriva, infine, la scelta degli itinerari di visita che percorrono insiemi territoriali evidenziandone, attraverso un discorso descrittivo che rimane unitario, le diverse espressioni fino a comprendere pi minute entit territoriali, ciascuna contraddistinta da peculiari caratteri ambientali e antropici. Ne deriva allora una visita della regione che non separa le cose dal contesto che le ha generate. Una visita che getta un ponte fra architettura e paesaggio, fra testimonianze dellantica civilt sarda e manifestazioni di cultura popolare, fra naturalismo e archeologia industriale. La Sardegna dunque da tempo terra classica di vacanze. Senza negarle tale carattere, che deve giustamente rimanere una felice manifestazione del suo rapporto con la penisola e con lEuropa, saremmo lieti se, anche attraverso questa guida, si imparasse a considerarla anche una terra di affascinante spessore storico, dove una lunga vicenda di invasioni non ha mai spento il senso e lespressione di unasciutta e dignitosa civilt.

Roberto Ruozi Presidente del Touring Club Italiano 5

Indice Generale
Le ragioni di una visita I caratteri geografici del territorio La Sardegna preistorica e nuragica La vicenda storica e artistica Il mondo popolare tradizionale La Sardegna oggi I modi della visita 1 Cagliari e il golfo degli Angeli Lambiente e la storia 1.1 Cagliari I caratteri dellinsediamento nella vicenda storica I caratteri paesistici I caratteri della struttura urbana La citt storica: il perimetro della citt fortificata Il quartiere Stampace Il quartiere Villanova Il Santuario di Bonaria e il Poetto La conurbazione cagliaritana 1.2 Larco orientale del golfo Da Cagliari a Villasimus 1.3 Larco occidentale del golfo Da Cagliari a Bithia e a Teulada per la Costa del Sud 2 LIglesiente e il Slcis Lambiente e la storia 2.1 Da Cagliari a Iglsias 2.2 Iglsias 2.3 Il Slcis Da Iglsias a Teulada 2.4 Le isole sulcitane Lisola di SantAntoco Lisola di San Pietro 2.5 LIglesiente Da Iglsias a Gspini 3 I Campidani Lambiente e la storia 3.1 Da Cagliari a Oristano 3.2 Da Decimomannu a Terralba 3.3 La Trexenta e la Marmilla Da Monastr ad les 4 Oristano e lArbora Lambiente e la storia 4.1 Oristano 4.2 La bonifica di Arbora 4.3 LArbora 4.4 La piana di Mlis 4.5 Il Snis 11 23 39 55 79 89 107 115 115 118 118 128 129 130 157 160 164 166 173 173 175 175 186 186 189 199 205 206 218 218 223 226 226 232 232 235 247 253 253 264 264 267 275 280 286 291

6 6.1 6.2 6.3 7 7.1 7.2 7.3 8 8.1 8.2 8.3 8.4 9 9.1 9.2 9.3 9.4 9.5 10 10.1 10.2 11 11.1

11.2 11.3 11.4 11.5

Il Srrabus, la Quirra e lOgliastra Lambiente e la storia Da Cagliari a Dorgali per Muravera Le Giare, il Gerrei, il Sarcidano Lambiente e la storia Le Giare Il Gerrei Da Cagliari a Muravera per San Nicol Gerrei Il Sarcidano Da San Nicol Gerrei a Lconi Le Barbgie e il Gennargentu Lambiente e la storia Il Mandrolisai Da Lconi a Srgono La Barbgia di Ollolai Da Srgono a Noro per Gavoi e Orani Le Barbgie di Belv e di Selo e il Gennargentu Noro e il Nuorese Lambiente e la storia Noro I dintorni di Noro Il Supramonte Le Baronie Da Noro a Siniscola per Dorgali e Orosei Laltopiano di Bitti e il monte Albo Gli altopiani centrali e Bosa Lambiente e la storia Il Mrghine Da Noro a Macomr Laltopiano di Abbasanta Da Macomr a Ottana per Abbasanta Il lago Omodeo Il Montiferru e la Planargia Da Abbasanta a Bosa Bosa Da Bosa ad Alghero per Villanova Monteleone Alghero e il suo territorio Lambiente e la storia Alghero I dintorni di Alghero La Nurra meridionale Sassari, la Nurra e lAnglona Lambiente e la storia Sassari I caratteri dellinsediamento nella vicenda storica La citt storica La citt moderna Gli immediati dintorni Porto Torres e la Nurra settentrionale LAnglona Il Sassarese meridionale Da Sassari a Ozieri

302 302 305 321 321 323 335 335 341 341 348 348 351 351 362 362 369 384 384 387 396 397 404 404 416 425 425 428 428 436 436 445 451 451 460 466 469 469 472 480 483 492 492 495 495 502 514 529 533 545 560 565

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Il Logudoro Lambiente e la storia 12.1 Il Meilogu Da Ozieri a Bonorva 12.2 Il Gocano Da Ozieri alla Cantoniera del Tirso 12.3 Il Montacuto 12.4 Da Ozieri a Olbia 13 La Gallura Lambiente e la storia 13.1 Olbia Da Olbia a Siniscola 13.2 La costa nord-orientale Da Olbia a Santa Teresa Gallura 13.3 Larcipelago de La Maddalena 13.4 La Gallura interna Da Santa Teresa Gallura a Tempio Pausania 13.5 La Gallura occidentale Da Tempio Pausania a Santa Teresa Gallura per Prfugas 13.6 Da Tempio Pausania a Olbia Appendice Nota bibliografica Indice degli autori Indice dei luoghi e delle cose Indice tematico

574 574 577 577 595 595 600 606 612 612 615 619 625 625 636 646 646 651 651 658 665 681 697 702 714

La cartografia
Gli itinerari 1.1 Cagliari e il golfo degli Angeli 1.2 Cagliari: larco orientale del golfo 1.3 Cagliari: larco occidentale del golfo 2.1 Da Cagliari a Iglesias 2.3 Il Slcis 2.4 Le isole sulcitane 2.5 LIglesiente 3.1 Da Cagliari a Oristano 3.2 Da Decimannu a Terralba 3.3 La Trexenta e la Marmilla 4.2 La bonifica di Arborea 4.3 LArborea 4.4 La piana di Mlis 4.5 Il Snis 5 Da Cagliari a Dorgali per Muravera 168-169 168-169 168-169 192-193 192-193 192-193 192-193 238-239 238-239 238-239 276-277 276-277 276-277 276-277 306

6.1 Le Giare 324-325 6.2 Il Gerrei 324-325 6.3 Il Sarcidano 324-325 7.1 Il Mandrolisai 352-353 7.2 La Barbgia di Ollolai 352-353 7.3 Le Barbgie di Belv e di Selo e il Gennargentu 352-353 8.2 Il Supramonte 396 8.3 Le Barone 405 8.4 Laltopiano di Bitti e il monte Albo 405 9.1 Il Mrghine 430 9.2 Laltopiano di Abbasanta 430 9.3 Il lago Omodeo 430 9.4 Il Montiferru e la Planargia 452 9.5 Bosa 452 10.1 I dintorni di Alghero 481 10.2 La Nurra meridionale 484 11.2 Porto Torres e la Nurra settentrionale 530 11.3 LAnglona 546-547 11.4 Il Sassarese meridionale 546-547 11.5 Da Sassari a Ozieri 546-547 12.1 Il Meilogu 582 12.2 Il Gocano 582 12.3 Il Montacuto 602 12.4 Da Ozieri a Olbia 602 13.2 La costa nord-orientale 620-621 13.3 Larcipelago de La Maddalena 620-621 13.4 La Gallura interna 620-621 13.5 La Gallura occidentale 620-621 13.6 Da Tempio Pausania a Olbia 620-621 Aree archeologiche Fortezza fenicio-punica di Monte Sirai 211 Nora 181 Nuraghe e villaggio nuragico Su Nuraxi di Barmini 329 Tharros 296-297 Tofet di Slcis 221 Gli edifici Cagliari: Museo Archeologico Nazionale: primo piano 138 Caprera: La residenza garibaldina 643 Atlantino cartografico Quadro dunione delle carte territoriali tav. 3 Carte territoriali tavv. 4-27 Quadro dunione delle piante di citt tav. 29 Iglsias tav. 40 Alghero tav. 30 Noro tav. 41 Alghero: evoluzione urbana tav. 31 Olbia tav. 42 Bosa tav. 32 Oristano tav. 43 Bosa: evoluzione urbana tav. 33 Sassari tav. 44 Cagliari 1 tavv. 34-35 Sassari: evoluzione urbana tav. 45 Cagliari 2 tavv. 36-37 Area archeologica di Tharros tav. 46 Cagliari: Bosa: castello dei Malaspina tav. 47 evoluzione urbana tavv. 38-39

Avvertenze
Popolazione. I dati relativi agli abitanti dei Comuni sono stati desunti da fonti ufficiali ISTAT e si riferiscono alla popolazione residente nellintero territorio comunale al 31 dicembre 2003. Accenti. Recano in genere laccento grafico i nomi geografici sdruccioli e quelli terminanti in consonante. La stessa cosa avviene per alcuni nomi terminanti in gruppo vocalico, quando la loro pronuncia potrebbe risultare incerta. Asterisco. Lasterisco posto accanto alle *cose nel loro genere rilevanti o comunque di speciale interesse. Abbreviazioni ab. abitanti a.C. avanti Cristo c. circa d. destro, destra d.C. dopo Cristo E est ecc. eccetera F. fiume km chilometri L. lago m metri m. morto M. monte N nord N. numero O ovest pag. pagina S sud S. santo, santa SS. santissimo, -a Ss. santi, sante sec. secolo sin. sinistro, sinistra t. telefono T. torrente v. vedi V. valle

Musei. I musei, i monumenti, le aree archeologiche osservano generalmente i seguenti giorni di chiusura totale: 1 gennaio, 6 gennaio, Pasqua, 25 aprile, 1 maggio, la 1a domenica di giugno, 15 agosto, 25 dicembre. altres norma diffusa che lingresso nei musei cessi mezzora prima dellorario di chiusura. Per avere informazioni dettagliate sugli orari di visita si consiglia di telefonare al numero indicato o di consultare il sito internet. Appendice. I testi della guida sono integrati dallAppendice, che riporta gli eventi recenti e pi rilevanti, le novit e i progetti di particolare interesse. Il numero di pagina indicato in rosso nel testo accanto al luogo, alledificio o allistituzione rimanda allAppendice; quello riportato nellAppendice indica la relativa pagina del testo. Cartografia tematica. Nellatlantino cartografico sono comprese le piante dei maggiori centri storici della Sardegna; in quelle di Cagliari, Sassari, Alghero e Bosa, oltre alla situazione topografica e toponomastica attuale, compare la rappresentazione degli elementi principali (cinte murarie, nuclei medievali, addizioni di et moderna eccetera) che hanno caratterizzato il processo di formazione e trasformazione di quei centri. Inoltre, nelle carte che nel contesto della guida accompagnano gli itinerari di visita, visualizzandone cartograficamente il tracciato, sono stati localizzati ed evidenziati mediante appositi simboli quattordici temi (v. anche lindice a pag. 714) relativi a fenomeni insediativi, monumentali, culturali, paesistici, produttivi e turistici che, conservati e riconoscibili, risultano particolarmente significativi della storia e dellambiente sardi. Eccone, di seguito lelenco. Miniere e opifici protoindustriali Insediamenti preistorici e protostorici rilevanti Grotte e altre formazioni naturali Insediamenti fenicio-punici rilevanti Centri romani Laghi artificiali Borghi fondati Stagni Chiese medievali Porti turistici Castelli, fortificazioni Luoghi di particolare interesse e torri costiere rilevanti paesistico e ambientale Luoghi tradizionali di culto e di feste popolari Musei

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Le ragioni di una visita

A Noro, come alla Mecca, non si arriva senza una lunga preparazione di spiriti e di cose: e poi, se non si uccelli o cacciatori, non si viene dal mare, afferma, non senza una punta di profonda poesia, Salvatore Satta nel descrivere lo Spirito religioso dei Sardi in quel numero monografico dedicato alla Sardegna della rivista fiorentina Il Ponte, che a distanza di tanti anni ancora un punto fermo per qualsiasi analisi della cultura isolana. E cos per lui, n uccello n cacciatore, la strada da Terranova (Olbia) a Noro non si svolge per la pi corta via delle speciose Baronie, ma si allunga, more nobilium, per Chilivani e Macomr perch la sua citt, deputata non senza qualche ragione a rappresentare lintera Sardegna, solo di l, dalla dolente valle del Tirso, deve apparire a chi vi arriva. Essere isola. Ma in unisola, lo si voglia o no, sempre dal mare bisogna giungere, n laereo riesce a trasformarci in qualcosa di diverso da ancor pi fugaci uccelli di passo. La frattura del nastro asfaltato che ci permette di rotolare su e gi per la penisola, per lEuropa, e forsanche per i cinque continenti, cos come ci ha abituati a un uso dellautomobile pi simile a un riflesso condizionato che a una ragionata gamma di scelte alternative, si risolve bruscamente nello sciabordio dellacqua alla chiglia del traghetto, o nel rapido scorrere di una pista in cemento, quasi mare di pietra stranamente in bonaccia. Solo allora si pu capire cosa significhi essere isola per la Sicilia, ad esempio, questa sensazione non scatta, e landirivieni dei vaporetti attraverso lo Stretto il prolungamento di un percorso terrestre mai abbandonato, coi suoi propri paesaggi e le sue chiare geometrie e solo allora ci si accorge con viva determinazione che le molte ragioni di una visita possono tutte ricondursi, per dirla con Carlo Levi, a quel laterale capitolo del11

LE RAGIONI DI UNA VISITA

la storia presente che tutti viviamo, che pare assomigliarsi a un ritratto di persona conosciuta nel tempo, il cui viso racconta e comprende, oggi, i diversi momenti della sua storia. Ritratto di una persona, quindi. Forse soltanto sognata: ma ben vera di fronte a noi, nella perentoria elevazione di capo Figari cos come nel lento svolgersi delle montagne azzurrine dellOgliastra e di Quirra; o sotto di noi, nei tetti rossi del centro storico di Sassari o nei bianchi calcari di Cagliari, o ancora nellincredibile sfolgorio della costa di Alghero. E ben sincera: con la sua storia, la sua arte, le sue manifestazioni civili e culturali enucleate a tutto tondo da un ambiente che non ammette compromessi. Non solo per vedere, dunque, si va in Sardegna, ma a riconoscere una persona; e come una persona lisola ci tende entrambe le mani, ci mostra il suo volto pieno di contrasti eppure serenamente accogliente. Tre sono le porte dingresso, attestate sui nuclei urbani di pi remoto insediamento: Cagliari fenicio-punica, Olbia greca, Porto Torres romana; e tre sono gli aspetti che attraverso esse possibile scorgere: rispettivamente la citt Dominante che controlla la regione; la cerniera che permette il pi rapido passaggio al continente; la regione infine che si fa citt. Sono tre punti obbligati, sui quali si attestata la salda organizzazione territoriale depoca romana; e ancora oggi la struttura portante della Sardegna innervata sugli assi viari che ivi hanno origine. Purtroppo limmagine che da essi possibile trarre solo in minima parte corrisponde alla ricchezza e variet degli scenari ambientali, derivati sia dalla complessit del quadro geo-morfologico sia dalla relativa diversit della vicenda storica. N un rimedio pu essere trovato ricorrendo a scali alternativi, che assolvono in pratica un compito di disimpegno esclusivamente locale (Palau e Santa Teresa Gallura, ad esempio, per le Isole Intermedie e la Corsica), o specializzato (Golfo Aranci, come scalo di velocit a servizio delle Ferrovie dello Stato), o comunque di debole consistenza (rbatax per i collegamenti con Genova). A una pluralit di scali continentali distribuiti sullampio arco mediterraneo, da Barcellona a Palermo, fa riscontro una scarsit di approdi soddisfacenti nellisola, per giunta assai squilibrati in relazione allo sviluppo del perimetro costiero. Come uno stretto imbuto si presenta la Sardegna in certi periodi dellanno a chi voglia raggiungerla o a chi voglia lasciarla, e la sua capacit selettiva in termini territoriali enfatizzata dalla rigidit dei percorsi di pi agevole scorrimento. Il percorso tradizionale, litinerario nella sua accezione consueta di spostamento da uno allaltro punto, non pu quindi essere adottato come criterio ordinatore di una visita, anche superficiale, se non a costo di sottrazioni progressivamente crescenti, tanto 12

LE RAGIONI DI UNA VISITA

pi gravi quanto pi intere zone appartate e marginali e sono forse di maggior interesse pur allocchio distratto vengono totalmente sacrificate o trovano qualche esito solo sul singolo monumento, sulla singola emergenza. Il visitatore si render ragione di questa preoccupazione nelle pagine che seguono, in cui lapparente frammentariet delle indicazioni in relazione a uno o pi percorsi unificanti ma, appunto perci, selettivi lo specchio fedele della variet dei motivi e delle figure regionali. Variet di motivi che, a livello propriamente storico, ha fondamento nel particolare rapporto che in Sardegna si stabilito fra la citt e la campagna, il quale a sua volta frutto di una strutturazione morfologica che, pur senza nulla concedere a un facile determinismo ambientale, trova nel diverso articolarsi dellimpalcatura regionale un logico presupposto e un evidente condizionamento. Tale impalcatura abbastanza semplice nel suo insieme, ma oltremodo complessa se si vuole analizzarla nei singoli elementi costitutivi, anche perch la copertura umana, esile in ogni tempo, non riuscita a imporre in epoca moderna e contemporanea un proprio programma complessivo, non riuscita cio a organizzare il territorio un poco oltre i suggerimenti, pur deboli in qualche caso, che provenivano dallambiente fisico. Gli orizzonti del paesaggio. Quattro sono i principali orizzonti del paesaggio isolano: le montagne, gli altopiani, le pianure, le coste. Ma molti di pi sono gli orizzonti tematici, e sono proprio questi a caratterizzare in maniera incancellabile la Sardegna: le grotte, gli stagni, le saline, le isole, gli endemismi floro-faunistici, gli affioramenti geologici, la variet degli aspetti morfologici, gli scenari sempre mutevoli a dispetto della relativa povert di contenuti, la grande facilit di trovare ancora oggi (e talvolta anche in periodo di punta) una costa deserta o unarea interna totalmente disabitata, in quella Sardegna nascosta dove neppure le carte topografiche riescono a dare il senso di uno spazio comunque storicizzato dalla frequentazione umana; e perfino il vento si fa paesaggio, e le pecore, e i nuraghi. Tematizzazioni, tutte queste, non antagoniste fra loro ma complementari, che locchio attento non faticher a ricondurre a un disegno unitario, e il turista intelligente a una fruizione non di mero consumo. Due sono per conseguenza i criteri di lettura, uno per fasce tematiche e un altro per insiemi omogenei a livello territoriale. Il primo privilegia il percorso non come spostamento attraverso elementi progressivamente sottrattivi per cui alla fine si in grado di capire e apprezzare solo una o due cose pi monumentali o inconsuete, relegando tutto il resto a semplice impressione 13

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visiva bens come addizione di singoli fatti verso la ricomposizione di una cornice dinsieme organica e organizzabile; il secondo trova concreta espressione nellarticolazione in regioni storiche la cui identificazione si cristallizzata nei secoli e oggi appare, pi che in qualsiasi altra parte dItalia, un risultato di portata autenticamente popolare della difficolt, e peculiarit, di adattamento delluomo al suo ambiente. Ma vediamo di fare qualche esemplificazione concreta. Un percorso naturalistico difficilmente potr prescindere da una stretta integrazione fra gli elementi morfologici e quelli floro-faunistici. La visita delle coste, sia da terra che dal mare e preferibilmente da entrambi i punti di osservazione, ci porter ad esempio non solo ai graniti galluresi o ai porfidi di rbatax o agli arenili di San Teodoro, ma in maniera del tutto naturale anche ai numerosi stagni, presenti in questo tratto di costa nord-orientale come in tutto il resto dei 1896 chilometri di costa sarda, con la loro vegetazione palustre, la fitta boscaglia delle depressioni retrodunali, la ricchezza e variet della fauna ittica coltivata in numerose peschiere, e lo splendido affollamento dei volatili stanziali e di passo fra cui si pu rammentare almeno il falco pescatore e lairone rosso. Un itinerario montano, invece, ci porter ben presto a capire come e perch in Sardegna non si fa riferimento allaltezza del rilievo quanto allasperit delle forme che sovente presentano profili identici pur da opposti versanti e in tal modo una cresta che a malapena supera i mille metri sul mare, il monte Albo, nel settore centro-orientale dellisola, o linsieme di ancor pi basse elevazioni frapposte fra questo e la costa delle Baronie (nello stesso quadrante ora ricordato), riescono a offrire al visitatore sensazioni dalta quota fra impenetrabili foreste di leccio e tormentate formazioni rocciose: e con un po di fortuna vi si pu scorgere lormai raro muflone, il pi frequente cinghiale, il gatto selvatico e tutta lavifauna predatrice grifone, aquila, falco presente in queste splendide riserve; rimaste tali non per deliberato programma, ma semplicemente perch mancano strade carrozzabili (ma le passeggiate sono facili e divertenti), come si verifica in tante altre zone della Sardegna interna. Grotte e cavit naturali. Pi sofisticato e specialistico laccostamento fra grotte e cavit naturali, numerosissime ma in buona parte ancora incerte nelle loro effettive dimensioni anche quando si presentano in esempi irripetibili, con le forme di vita ipogeica familiari soltanto allentomologo, ora che della foca monaca rimasto solo il ricordo. E ancora: gli stormi imponenti di fenicotteri rosa nelle loro compatte geometrie a cuneo in volo 14

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su Cagliari, ancora usuali poche centinaia di metri piin l, fra gli stagni, ma qui, nellasfalto e nei fumi della combustione, di una purezza quasi virginale, tale da far inceppare qualcosa nello strepito iracondo della grande citt; lagile cavallino della Giara di Gsturi (una formazione geologica ad altopiano non unica nella Sardegna centrale, che qui appare di pi immediata evidenza, sospesa com fra terra e cielo in una sorta di mitico incanto), purtroppo in via di rapida diminuzione, col suo parente povero, lasinello bianco dellAsinara, che si mantiene su buoni livelli a motivo del divieto frapposto allaccesso al pubblico nellisola, sede di una colonia penale; limmenso grifone e il falco pellegrino, saettanti come dardi fra gli strapiombi di capo Caccia, dove a ogni passo la vita si intreccia inestricabile con la nuda roccia offrendo impensati endemismi. Insomma, qualsiasi percorso attraverso gli aspetti fisici della regione dovr farsi carico di peculiari forme di vita: anche nel caso delle foreste pietrificate, degli alberi come folgorati nella loro scabra essenza silicea (e ve ne sono di oltre un metro di diametro), dove per si aggira un rapace il cui rispetto per lambiente inversamente proporzionale allutile, anche solo immaginato, che capace di ricavarne. I segni della storia. La presenza delluomo stimola tuttavia un altro tipo di percorso, storicizzato e in qualche modo caratterizzato da un minore grado di oggettivit esteriore: ma un itinerario attraverso i monumenti lasciati dalla preistoria, o le chiese medievali o gotico-aragonesi, o ancora attraverso le miniere, le bonifiche, i centri storici, e cos via, in s plausibile e articolato in sequenze abbastanza ricche e in certi casi ridondanti fino a qual grado permette di scorgere le relazioni fra uomo e ambiente nella loro interezza di rapporti e reciproche contrapposizioni? Si tratta certamente di un grado molto basso, anche in presenza di una fruizione allargata, perch lorganizzazione del territorio, dai giudicati in poi, non avvenuta per poli ma per aree diffuse: non ha privilegiato la citt, luogo dellaccumulazione e dello scambio, ma si rivolta alla campagna, a quei pascoli e a quelle rare e neppur tanto fertili o salubri pianure da cui ricavare i magri mezzi di sussistenza. La citt e il villaggio sono apparsi sempre qualche cosa di artificioso, utili al massimo come residenza, spesso temporanea, delle classi dominanti e dei ceti che ruotavano loro attorno, ma senza alcun anelito alla rappresentazione di un ruolo, che daltro canto nessuno nel concreto pareva minacciare oltre qualche rarissimo tentativo presto soffocato nel sangue. Di conseguenza gli elementi dispersi sul territorio non riescono comprensibili n considerati in s stessi, n immaginati 15

LE RAGIONI DI UNA VISITA

quali appendici o articolazioni solo apparentemente autonome delle concentrazioni urbane. Non vivono di vita propria e non sono neppure i terminali dei complessi gangli nervosi, sedi di attivit e stimoli, che qualsiasi agglomerato di abitazioni permanenti, sia esso borgo, citt, villaggio, per il solo fatto di esistere genera e riproduce. Il linguaggio delle pietre. La difficolt di un percorso storicizzato risiede proprio nel collegare convenientemente le informazioni visive con le informazioni o deformazioni culturali. Se la natura fisica non pu essere separata dalla natura vivente, la storia fatta con le pietre non si pu intendere, anche allo sguardo pi attento e in Sardegna pi che altrove, senza la storia fatta dagli uomini. E allora la N ro moderna diventa pi o comprensibile se prima si visita il villaggio nuragico di Serra rrios, in quelle speciose Baronie rifiutate da Satta, o se ci si immerge, ad esempio, nel nitido ambiente pastorale del Supramonte di Orgsolo (piche sul vacanziero Ortobene); solo dopo Thrros e Cbras ci si pu dirigere a Oristano, cos come Monte dAccoddi lanticamera di Torres romana e di Sassari medievale, o le antiche miniere del S lo sono di Iglsias; e lcis le chiese pisane del Logudoro parlano un linguaggio che non sapresti come decifrare, immerse come sono in lande desolate che ricordano lantico splendore solo in qualche toponimo, se non ricorrendo a una maglia di insediamenti e di luoghi forti tenacemente sopravvissuti fino a noi; e i capolavori della pittura e dellarchitettura dinflusso aragonese relegati in piccole e quasi insignificanti localit non sapresti come giustificarli (anche nella loro valenza artistica) se non in termini di trasmissione in periferia di una cultura gi periferica, che riesce a esaltare loriginale proprio quando annulla gli opposti. E lo stesso succede ai giorni nostri per i tori di Aligi Sassu o per la fortuna locale della xilografia darte: essi valgono di piin quanto servono a capire di pila robusta essenza dellanima sarda, e non si riesce a farli vivere se non in quella particolare luce, allinterno di quel particolare messaggio; che poi fin troppo facile accostare al toro sacro effigiato a tutto tondo in grandezza naturale fra le prime manifestazioni scultoree del mondo mediterraneo in unisola che ben presto abbandoner la scultura come espressione artistica sopra gli ipogei di SantAndrea Priu presso Bonorva. E poco male se a quella scultura stato asportato lintero blocco facciale, ch anche questo rientra nel solco di una Sardegna oggetto di rapina, inconsueta tematizzazione alla rovescia organizzabile facilmente secondo propri (e ricchi) itinerari. 16

LE RAGIONI DI UNA VISITA

Passato e presente. Percorso storico allora, fra i meandri del passato e le urgenti istanze del presente, a riconnettere funzionalmente quegli ipogei preistorici utilizzati dal pastore per ricoverare le sue bestie, con le esigenze del mercato caseario continentale, che riesce a piegare a quelluso lutilizzazione del territorio in funzione del prezzo del latte ovino tuttintero un cospicuo spaccato della societ isolana. Fino al punto in cui loperaio-pastore di Ottana, come stato documentato, volta le spalle allindustria per tornare a fare il pastore-operaio sul pascolo: ma non una scelta coraggiosa o vincente, solo una versione stantia di un falso romanticismo da ritorno alle origini, che si nutre di solide motivazioni economiche ma d esca a una regressione produttiva altrove impensabile. Il mondo della pastorizia. In realt qualsiasi percorso storicizzato non pu prescindere dalla conoscenza, anche epidermica, di quellimmenso scenario che il pascolo sardo, popolato dai suoi numerosi personaggi e interpreti (il richiamo a Gavino Ledda e al suo Padre padrone dobbligo; ma per i Sardi, doloroso) che silluminano di una luce sempre nuova e sempre antica. Non pu prescindere neppure dallo scempio delle fasce costiere pi belle e accessibili, o dalla vocazione artificiosa di portaerei del Mediterraneo, irta di zone, servit, intralci militari di ogni tipo e funzione, che stata affibbiata allisola come una camicia di forza da chi altro interesse non aveva se non un disinteresse adeguatamente ricompensato; o dalle industrie agonizzanti vicino agli stagni che i loro rifiuti inquinanti hanno gi ucciso; o dalle devastazioni selvagge della splendida copertura arborea dalto fusto, perpetrate nel secolo scorso per ricavarne una manciata di carbone da spedire in continente o qualche traversina ferroviaria, mentre le vaste operazioni di bonifica fascista appaiono estranee ai pi elementari suggerimenti ambientali. Mai in Sardegna il punto, il locus, lemergenza storica pu essere astratta dal suo contesto, dalle sue coordinate spaziali, anche nei casi che sembrano pi remoti o isolati: ne deriva in primo luogo la necessit di saper costruire dei percorsi areali e non semplicemente itinerari; in secondo luogo la difficolt, solo apparente, di ricondurre a un denominatore comune informazioni assai eterogenee, dal nuraghe alla base militare, alla vecchia miniera abbandonata, alla chiesa romanica e cos via. Suddivisioni storiche e amministrative. Come poche altre regioni italiane la Sardegna offre una ricchezza di nomi territoriali e regionali che ben riflettono la straordinaria cantonalizzazione delle sue caratteristiche fisiche e antropiche: essi non identificano relitti storici di dubbia riconoscibilit ma circoscrivono regio17

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ni ancora ben vive nelluso corrente, quasi che le antiche suddivisioni amministrative depoca giudicale, plasmate su precisi vincoli naturali, abbiano ingabbiato per sempre in ristrette partizioni il territorio sardo. La potenza e la profondit dellimpronta umana nelle varie regioni dellisola il riflesso della potenza e profondit dei lineamenti fisici distintivi di ciascuna di esse, che la rendono unica e apparentemente immutabile: ma il pascolo rimane pascolo non perch quella sia la sua unica destinazione, la sua vocazione, ma perch la struttura economica, in grandissima parte dipendente dallesterno, vuole che i Sardi continuino a fare i pastori e a produrre formaggio; cos come le aree costiere rimangono splendide eccezioni di incontaminata bellezza solo fino al punto in cui la spinta speculativa, che si nutre di altri ideali, non le organizza in sistemi di sfruttamento nei quali la facilit duso direttamente proporzionale alla falsit con cui essi si sostituiscono allambiente originale. Sottoinsiemi territoriali. Non questo un sistema pi iniquo di altri, ma pi di altri aggravato dallesigua consistenza demografica che implicitamente rende ancor pi scarse le gi scarse risorse rintracciabili e utilizzabili in loco. In tal senso spiegabile la tenace persistenza dei sottoinsiemi territoriali, agglutinati a nord e a sud attorno alle due uniche vere citt Sassari e Cagliari esistenti nellisola: ma il Capo di sopra e il Capo di sotto (questi, per lunga tradizione, i loro nomi) non sono due diverse realt regionali, cos come non lo sono le numerose partizioni storiche che si potrebbero richiamare. La qualit della Sardegna in quanto sede oggettiva del particolare rapporto stabilitosi fra uomo e ambiente, pu essere rintracciata in ciascuna di queste partizioni solo se si pone mente a due fatti condizionanti: la continuit storica ha privilegiato culture dimportazione; lutilizzazione primitiva delle risorse non ha permesso consistenti livelli di accumulazione. Quanto al primo punto, ne sono derivate una relativa indifferenza verso la trasmissione clta del sapere (che comunque nasceva e si sviluppava altrove), una enfatizzazione anche oltre il lecito delle tradizioni popolari, una dispersione solo apparentemente casuale dei grandiosi monumenti-documenti di tutte le epoche storiche. Quanto al secondo, la struttura fondiaria e produttiva rimasta cristallizzata a riprodurre arcaiche formazioni economico-sociali, che lingresso impetuoso del capitale continentale a partire dalla met dellOttocento ha arroccato in certe zone e ha frantumato in altre, secondo un tipico modulo dualistico delleconomia italiana. In buona parte, e salvo interventi specializzati (come il turismo costiero), queste linee di frattura hanno rispet18

LE RAGIONI DI UNA VISITA

tato gli involucri giuridico-amministrativi del passato: una visita della Sardegna dovr quindi privilegiare le regioni storiche, le aree di interazione fra uomo e ambiente, e non i consueti percorsi stradali e ferroviari, anche se questi rimangono in fondo la spina dorsale di quelle. Gli itinerari. La selezione e lorganizzazione degli itinerari trovano in questo presupposto la loro prima ragion dessere, cos come nei capitoli introduttivi un generale rimescolamento delle carte andato nella direzione di un diverso uso della guida: non pi repertorio di una conoscenza nozionistica di fatti, situazioni, emergenze, ma apertura problematica (e tematica) a una partecipazione pi consapevole della realt osservata. Non quindi i consueti percorsi fra un punto e un altro, ma tematiche di studio e dindagine per ambiti storico-territoriali, nei quali possibile ritagliare definiti ventagli dinteresse, sia collegabili organicamente fra i diversi ambiti, sia capaci di esaurire la loro potenzialit conoscitiva in visite non superficiali allinterno dello stesso ambito. Per ragioni di opportunit espositiva e di organizzazione delle visite, sono stati delineati solo tredici di tali ambiti, ottenuti quasi sempre raggruppandone diversi a scala inferiore, e di questi solo sei fanno capo a un agglomerato urbano: i quattro capoluoghi di provincia (Cagliari, Sassari, Noro, Oristano), la citt in forma di fortezza (Alghero) al nord, e la citt dantica tradizione mineraria (lglsias) al sud; in tutti gli altri ambiti, agglomerati pi o meno vasti e in genere funzionalmente specializzati (antiche rocche come Bosa e Castelsardo, punti di transito obbligato come Olbia e Macomr e Porto Torres, e cos via) riescono a organizzare un territorio ristretto non opponendosi ma legandosi organicamente alla campagna circostante, a sua volta disseminata di minori centri abitati a carattere prevalentemente agricolo. Solo in modo incidentale una gerarchia delle localit centrali, indipendentemente dalla loro ampiezza, pu condurre a una migliore lettura del paesaggio sardo, che riceve la sua qualit percettiva in maniera pressoch autonoma rispetto alla concentrazione di abitati, come chiunque pu rendersi conto appena volando sullisola con gli aerei di linea. In auto e a piedi. Allinterno di ogni ambito, o sezione, o gruppo di percorsi in cui divisa questa guida, sono possibili due diverse letture, di cui per solo la prima vi trova esauriente esemplificazione: una immagliata sulle vie di comunicazione, agevoli o disagevoli che siano ma comunque percorribili con mezzi motorizzati; laltra prevalentemente pedonale, diffusa fra massi e graniti, fra muretti a secco ed esili rigagnoli e imponenti querce da sughero, a 19

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scoprire panorami senza falsi romanticismi di maniera (e senza alcun pericolo). Il criterio fondamentale per la definizione degli ambiti stato quello del rispetto dellidentit storica di ciascuna regione, anche laddove si operato per addizioni successive; per la definizione degli itinerari di visita il criterio invece stato quello dellaccessibilit in relazione alla ricchezza degli orizzonti e alla significativit del documento storico e naturale, e non necessariamente in relazione alla comodit o alla rapidit dei percorsi. Molte simmetrie si potrebbero evidenziare fra opposti versanti della Sardegna: il golfo dellAsinara con Sassari a nord-ovest e il golfo di Cagliari col capoluogo regionale a sud-est, e parallelamente la Nurra col Srrabus; oppure il Slcis con le isole di San Pietro e SantAntoco a sud-ovest con la Gallura e le isole della Maddalena e di Caprera a nord-est; e ancora il golfo di Oristano a ovest contrapposto al golfo di Orosei a est. Ma altrettante divergenze si possono opporre: il gruppo montuoso pi imponente, il Gennargentu, non al centro ma spostato verso est, lungo quella tormentata dorsale fra Gallura e Srrabus che ha sempre isolato la costa orientale dal resto della regione; e cos Noro, pure spostata sulla stessa direttrice (e non in prossimit dei litorali, come gli altri capoluoghi) ma capace di gravitare indifferentemente verso il Tirreno attraverso Orosei o, pi a nord, Siniscola e verso laperto Mediterraneo occidentale con lo stretto corridoio di Macomr e Bosa, pervicacemente tenuto alle sue dipendenze amministrative anche quando la creazione della nuova provincia di Oristano (1974) avrebbe imposto diversi livelli di aggregazione territoriale; e ancora la vasta pianura dei Campidani, assolutamente incomparabile con le poche altre aree pianeggianti e inoltre caratterizzata da una spiccata dissimmetria geo-pedologica fra le colline che la limitano a oriente, pi fertili e di conseguenza pi popolate (Barigadu, Marmilla, Trexenta, Parte Olla), e gli scabri rilievi occidentali dellIglesiente e del Slcis, ricchi di minerali ma poveri di abitati e coltivi. Citt e regioni. Le tredici sezioni non sono state quindi ritagliate sulla base di considerazioni tipologiche dordine generale n in corrispondenza dei volubili confini provinciali che proprio sulla Giara di Gsturi, vicina a Oristano ma divisa anche fra Cagliari e Noro, raggiungono il massimo dellirrazionalit ma per aggregazioni di regioni storiche contermini e non necessariamente omogenee, secondo il criterio sopra specificato. Gli ambiti delle sei citt maggiori sono piuttosto evidenti: Cagliari col suo ampio golfo da capo Spartivento a capo Carbonara; Iglsias ben piantata al centro della regione mineraria; Oristano da sempre capoluogo dellArbora, il glorioso giu20

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dicato ultimo a cadere sotto le armi aragonesi; Alghero con la retrostante zona di Villanova e parte della Nurra, che divide con Sassari, mentre larea di influenza storica di questultima si pu estendere senza difficolt allAnglona e al Logudoro settentrionale fino al Campo dOzieri; quanto a Noro, non pi solo pastorale ma residenza di terziario amministrativo, essa appare perfettamente integrata con la costa luminosa delle Baronie a est, piuttosto che con la lontana Planargia; le montagne barbaricine e il Gennargentu sono stati isolati per una precisa scelta culturale, ma chiaro che il loro rapporto con Noro ancora assai stretto, al punto che i due ambiti possono considerarsi fra loro complementari. N a nord la Gallura che al massimo pu presentare qualche incertezza sul peso relativo da assegnare alle quattro citt ubicate ai suoi vertici: Olbia, Tempio Pausania, Santa Teresa e Palau n a sud-est laspra e appartata costa orientale di Srrabus, Quirra e Ogliastra, presentano problema di delimitazione. Problemi che invece sorgono nelle aree di raccordo fra questi territori forti, cio organizzati da una struttura urbana o comunque morfologicamente ben determinati: la miglior soluzione sembrata quella di ritagliare le regioni storiche allinterno dei percorsi che le caratterizzano, e soprattutto confrontare la loro vocazione a porsi in alternativa o in collegamento organico con le regioni finitime. evidente per che una certa complementarit pu riconoscersi fra gli altopiani centrali che raggruppano Planargia, Campeda, Mrghine, Tirso, Barigadu, Montiferru e Abbasanta e il Logudoro, il quale con accezione pi vasta comprende anche Meilogu, Gocano e Montacuto fino a Olbia; e analogamente fra i Campidani e le colline delle Giare, Sarcidano e Gerrei, che raccordano la vasta pianura con i rilievi pi interni a est. Si tratta in ogni caso di aree di risulta, che sarebbe stato forse altrettanto logico considerare ciascuna per s, ma a prezzo di uno spezzettamento alla fine incomprensibile. Tale difficolt si dovr comunque tenere presente nel seguire gli itinerari di visita consigliati. I mari attorno allisola. Rimane infine unaltra regione, fin qui considerata solo incidentalmente perch priva di memoria storica visibile, ma pur sempre condizionante quasi tutti gli aspetti della vita di unisola: il mare; anzi i mari, ch ogni tratto di costa presenta suoi propri colori, trasparenze, armonie. I mari sardi sono di per s ragione ben sufficiente di una visita, e tuttavia non si trover qui uno specifico itinerario per la circumnavigazione della Sardegna, che invece era presente nella precedente edizione. Le motivazioni di tale esclusione sono di ordine pratico (altre pubblicazioni specializzate pretendono di fornire informazioni 21

LE RAGIONI DI UNA VISITA

esaurienti sullargomento), ma soprattutto di legittima difesa. Per fortuna non sono poche ma per lo pidifficili da raggiungere le fasce costiere che conservano ancora una loro struggente e irripetibile bellezza, anche in quelle poche settimane in cui la popolazione presente nellisola di colpo si quadruplica; per sembrato pi opportuno che ognuno, potendolo, scopra da solo le sue spiagge, rocce, scogli, il suo mare, in una ricerca capace di unire finalmente lanalisi e la comprensione dellambiente fisico e storico con lirrinunciabile esigenza di unelevazione delle proprie qualit culturali e morali. Una cosa comunque certa: anche con tutto questo, si pu forse dire di aver visto una o pi Sardegne, ma non si potr dire di averla appieno conosciuta. Come una persona, per quanto cara, a ogni incontro ci rivela nuovi lati e aspetti del suo carattere, cos la Sardegna a ogni visita, in ogni stagione, mostra un volto che, a saperlo leggere, sempre diverso, sempre nuovo. E questa una ragione non secondaria di altre visite, di altri contatti.

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I caratteri geografici del territorio

Un involucro conservativo
Limmagine dellisola. La Sardegna, che non assomiglia ad alcun luogo. La Sardegna che non ha storia, n et, n razza, nulla da offrire. Vada per la Sardegna. Dicono che n Romani n Fenici n Greci n Arabi conquistarono mai la Sardegna. Essa sta fuori, fuori dal cerchio della civilt. Come i paesi baschi. Certo, ora italiana con le ferrovie e gli autobus. Ma c ancora una Sardegna non conquistata. dentro la rete della civilt europea, ma non stata ancora tirata a secco. E la rete si fa vecchia e lacera. Molti pesci sgusciano dalle maglie della vecchia civilt europea. Come la grande balena russa. E forse anche la Sardegna. Cos David Herbert Lawrence, nel suo lungo racconto di viaggio Sea and Sardinia, con lansia, squisitamente decadente, della scoperta di mondi primitivi non ancora violati nella loro civilt naturale, si confrontava, nel 1920, col fascino dellarcaicit e dellimpenetrabilit della Sardegna, e con gli sparsi e contraddittori frammenti di un mondo antichissimo, intatto, prossimo allestinzione che si apprestava, appunto, a essere tirato in secco dalla civilt europea. La Sardegna, agli occhi dei viaggiatori e dei visitatori forestieri, insinuava unimmagine suggestiva, ricca di ambiguit e di mistero: quella, cio, di un mondo fuori dal tempo e quasi immobile in una sorta di primordialit. Da questo punto di vista, quindi, si possono cogliere il senso e le ragioni culturali di espressioni, ricche di significati romantici, come Lisola dimenticata del raffinato disegnatore francese Gaston Vuillier, o Lisola mai vinta dellavvocato ed erudito londinese John Warre Tyndale. Per secoli, o addirittura per millenni, la Sardegna vissuta in condizioni di singolare isolamento. Nonostante il succedersi di invasioni di popoli stranieri, lisola si mantenuta largamente immune da contatti e influenze esterne. Ci testimoniato dallo stesso mondo naturale: flora e fauna hanno conservato a lungo caratteristiche fortemente arcaiche, diverse da quelle delle regioni circostanti. Non v in Italia ci che v in Sardegna, n in Sardegna v quel dItalia, scriveva il naturalista settecentesco Francesco Cetti, alludendo al carattere assolutamente peculiare
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I CARATTERI GEOGRAFICI DEL TERRITORIO

della natura dellisola. Gi nel 1837 il botanico piemontese Giuseppe Moris sosteneva che la vegetazione in Sardegna il punto di incontro, con caratteristiche e specie particolari, tra quella dellEuropa meridionale (Spagna, Provenza, Italia), quella delle isole mediterranee (Corsica, Sicilia, Malta) e quella delle regioni marittime della Barbera. Anche la stessa variet della fauna sarda dimostra come linsularit abbia di fatto favorito, come una riserva naturale, la sopravvivenza di una vita animale altrove estinta. Il muflone, singolare e unico montone selvatico, certamente lanimale pi rappresentativo della particolare fauna isolana. Questo animale, oggi quasi estinto, era diffusissimo un tempo in tutte le zone montuose della Sardegna, dalla Nurra al Srrabus, dalle Barbgie al Slcis, dal Gocano alla Gallura. Era talmente presente che un geografo del 500 arriv persino a credere che laria malsana della Sardegna fosse dovuta ai miasmi dei mufloni morti. Ma fu soprattutto nellOttocento che il muflone sub una sorte e una distruzione vera e propria strage ecologica simile a quella del bisonte americano. Lo stesso arcaismo riscontrabile nel linguaggio. La lingua sarda rimasta, molto pi dellitaliano, del francese o dello spagnolo, simile al latino in singole parole e, aspetto ancora pi significativo, nella sintassi (e addirittura al latino arcaico, se vero che non ha conosciuto il fenomeno della palatizzazione della c). Gli influssi linguistici dei dominatori che si sono via via succeduti nellisola Bizantini, Pisani, Aragonesi sono rimasti, al confronto, minimi. Anche nelle tradizioni popolari si pu cogliere laspetto pi appariscente e tipico del mondo isolano: un carattere fortemente conservativo che fa s che la Sardegna costituisca, come ha scritto un antropologo tedesco, uneccezione tra le isole mediterranee, perch ferma e chiusa in se stessa, un vero e proprio tesoro inalterato e sconosciuto di folclore, un museo naturale di etnografia. Fauna, flora, tradizioni, linguaggio: arcaismo dellambiente naturale e arcaismo di un prodotto degli uomini, fatto per comunicare tra gli uomini. Sintravede una societ fortemente statica, al di l delle modificazioni superficiali: un mondo pastorale chiuso agli scambi e allambiente esterno. La realt geografica stata, dunque, determinante nel condizionare le vicende storiche della Sardegna e delle sue comunit umane? La risposta non pu che essere affermativa. I Sardi non riuscirono mai a evadere dalla stretta dellisola, espandendosi verso altre terre: Dovunque il mare, invece di attirare gli isolani ha scritto il geografo Maurice Le Lannou sembra averli respinti verso linterno dellisola. Il mare, quindi, che per la maggior parte 24

I CARATTERI GEOGRAFICI DEL TERRITORIO

dei popoli mediterranei stato veicolo di civilt e di scambi, ha avvolto la Sardegna separandola, spesso, dal resto del mondo. Lisolamento in mezzo alle acque, la cintura liquida del mare hanno ostacolato e ritardato contatti continui e fecondi con altri popoli e altre culture, facendo della Sardegna unisolata particella di globo, o come ha scritto larcheologo sardo Giovanni Lilliu un frammento di un vecchio esteso continente alla deriva.

Insularit e isolamento
Il mare, la montagna. Allinterno di una traccia cos netta, la cornice naturale appare determinante nel destino di un gruppo umano, nella formazione di una particolarit storica. E infatti linsularit della Sardegna, il suo isolamento nel mezzo del Mediterraneo occidentale, le caratteristiche delle sue coste e del suo rilievo, lattrazione esercitata da alcune sue ricchezze le hanno attribuito, sin dalla pi lontana preistoria, unoriginalit talvolta appena accennata, talvolta evidente. Alcune costanti naturali hanno fatto di questisola massiccia una specie di continente minore, unentit storica a parte. Anche se da ci non si deve concludere che il mondo sardo sia un mondo assolutamente chiuso, nche abbia saputo offrire ai vari insediamenti umani e ai movimenti di conquista condizioni favorevoli di sviluppo. Linsularit, infatti, non una categoria naturale, astratta, calcolabile in cifre e in distanze dal continente, ma muta continuamente con levoluzione dei mezzi di trasporto, con lo sviluppo dei traffici e degli scambi culturali. La Sardegna, da una parte, si apre, attraverso il versante favorevole delle sue coste, a influenze esterne di ogni specie, ma dallaltra parte oppone a chi voglia penetrare al suo interno dalle pianure le barriere dei suoi monti e dei suoi altopiani, la scarsezza delle loro risorse, e laria malsana delle paludi. La posizione geografica, il clima, i suoi prodotti scrive nel 1826 Alberto La Marmora nel Voyage en Sardaigne le avrebbero permesso pure di tenere un posto notevole negli annali del mondo, se una specie di fatalit non le avesse impedito di trovare la sua via. Ma quale dunque la causa diretta di quella fatalit, di quel destino che, condannando la Sardegna allisolamento, lha spinta sin dallantichit ai margini dei grandi eventi storici, del circuito delle civilt mediterranee e lha chiusa in una perenne situazione subalterna e in una dimensione di storia minore? I problemi dellinsularit. Un grande storico come Lucien Febvre si era proprio servito della storia sarda per illustrare alcuni problemi dellinsularit. Egli contrapponeva la Sardegna, esem25

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pio di isola prigione, conservatoire di vecchie razze eliminate, di vecchi usi, di vecchie forme sociali bandite dal continente, alla Sicilia, le-carrefour, cio una specie di quadrivio naturale del Mediterraneo, volta a volta fenicia [...] poi greca, poi cartaginese, poi romana, poi vandala e gotica e bizantina-araba, e poi normanna, e poi angioina, aragonese, imperiale, sabauda, austriaca: lenumerazione completa conclude Febvre sarebbe interminabile. La Sicilia ha, infatti, sempre assimilato qualcosa da queste vagues successives di civilt differenti che si sono via via insediate nellisola. La Sardegna, invece, si mostrata spesso immune da influenze esterne apparendo, anche nei tempi antichi, un mondo ancestrale e fossile, limmagine didattica della preistoria nella storia. Uno schematico raffronto tra le due isole aiuta a capire come il quadro ambientale ne abbia condizionato le attivit umane e gli sviluppi storici in modi diametralmente opposti, e pur senza cadere in un determinismo geografico, vien fuori con forza uno stretto rapporto tra lambiente e i suoi abitanti, tra il paesaggio fisico e gli sviluppi storici. Mentre la Sicilia, assieme alla Tunisia, taglia in due il Mediterraneo, ponendosi quindi come naturale passaggio obbligato di flussi di civilt e di correnti di traffico, la Sardegna si trova pi staccata dallEuropa di qualsiasi altra isola del Mare Interno. Questa posizione stata certamente il fattore decisivo (ma non il solo) dellisolamento della Sardegna: ha impedito, ad esempio, che lisola venisse invasa e colonizzata da grandi masse duomini che, data la distanza che le separava dalle coste dorigine, difficilmente si sarebbero avventurate nelle vaste distese marine. Ci spiega in parte perchle varie dominazioni insediatesi in Sardegna abbiano spesso avuto, anche in tempi recenti, la caratteristica di un occasionale sfruttamento mercantile e di momentaneo controllo politico-militare, con una scarsa incidenza nella struttura sociale dellisola, e dunque con quasi nessun potenziamento antropico ed etnico. La natura del mare. Forse in queste pagine stato tracciato un ritratto crudele della Sardegna e del suo mare. Ne vien fuori una natura violenta e ostile, che ha pesantemente condizionato le comunit umane nelle possibilit di sviluppo. Tuttavia linsularit una categoria (almeno se cos si pu definire) non rigida, ma estremamente duttile, anzi decisamente relativa. La relativit deriva dal punto di vista, dalla prospettiva spaziale o temporale con cui si guarda e si studia la Sardegna. Laffascinante intuizione di Lawrence sullintreccio fra arcaismi e aperture, sul conflittuale rapporto di amore e odio tra lisola e il mare, andrebbe ribaltata specularmente: non vedere soltanto quanto il 26

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mare abbia chiuso la Sardegna, ma anche quanto e soprattutto il mare labbia aperta verso lesterno. Arcaismi e aperture. La storia della Sardegna si presenta, pertanto, come un ventaglio capace di grandi aperture verso lesterno quando riesce a collocarsi nelle correnti e nei flussi di civilt mediterranee o a captare i traffici e le rotte di navigazione, ma anche di paurose chiusure in se stessa, di isolamento dal resto del mondo, in cui si accentuano, come in un continente a s i , caratteri primordiali e larcaismo dei sistemi sociali. Il mare si presenta, quindi, volta a volta, come portatore di civilt, di dominazioni, di rotture e di lacerazioni, e come impenetrabile muraglia liquida di conservazione e di isolamento. Il ventaglio, per, non un ventaglio che si apre da solo: un ventaglio che viene aperto dallesterno. sempre il mondo esterno, il continente, che entra in contatto e comunica con la Sardegna (quasi mai la Sardegna con il continente). Lisolamento, quindi, via via aumenta o diminuisce a seconda delle spinte, degli interessi economici, delle preoccupazioni di sfruttamento che, dallesterno, investono la Sardegna. una caratteristica che si profondamente radicata nella tipologia economica dellisola. Secondo Le Lannou i termini del sottosviluppo della Sardegna sono indubbiamente questi: lisola deve la maggior parte delle sue iniziative economiche a una decisione esterna.

Le coste
Un viaggio dambiente. La prima guida della Sardegna edita dal Touring (1918) si apre con una singolare avvertenza. Allo sprovveduto turista si spiega, infatti, che il viaggio in Sardegna essenzialmente un viaggio dambiente. Sotto questo rapporto presenta un interesse di primo ordine e maggiore che nella pi parte delle altre regioni italiane, a condizione che il turista sia in misura di comprendere e sentire lambiente. I tempi non sono ancora maturi per cogliere il fascino della solitaria bellezza del paesaggio costiero sardo. La guida si limita soltanto a definire riduttivamente la natura selvaggia e incorrotta dellisola come leldorado del cacciatore appassionato. Il paesaggio costiero della Sardegna si presenta con differenti e multiformi volti. Era, per, particolarmente apprezzato soltanto dal viaggiatore o dal turista romantico, amante degli ampi, intatti e desolati spazi che suscitavano un sottile brivido di malinconia. Valy scopre nel 1835 unisola tutta di orizzonti dolr cemente rettilinei, come una vasta pianura azzurra posata al centro del Mediterraneo. Se ad Elio Vittorini le coste galluresi
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appaiono chiuse da ogni parte per cui il mare non pi quello di prima, piuttosto un lago, il geografo francese Jules Sion affascinato dallasprezza e dalla solitudine del paesaggio, con le aguzze rocce granitiche che gli ricordano le incisioni dantesche di Gustave Dor . Cambiano i tempi, cambiano le mode e i modelli culturali. Oggi il diffuso clichdellimmagine della Sardegna si identifica nella foto patinata dello spensierato mondo delle vacanze, nel mare limpido e verde, nella spiaggia bianca e sottile, nel villaggio turistico in stile Mediterraneo con una splendida vista. Dove un tempo regnava la desolazione di paludi malariche, di vaste distese spopolate e abbandonate, ora si verificato un processo inverso: il recente, massiccio ritorno alle coste, con il conseguente abbandono delle campagne e delle attivit agricole dellinterno. Il litorale. Le coste della Sardegna, per quanto lunghe, sono ben diverse dai tranquilli litorali e dai facili approdi della penisola: rocciose, inospitali, si aprono spesso in archi sabbiosi, con dune e stagni palustri, o si richiudono in barriere montuose, con pochi porti naturali, esposti per lo pi al Maestro, tranne quello veramente ampio e sicuro di Cagliari, che guarda a sud, verso lAfrica. La costa orientale, qua videt Italia, come scrive Silio Italico saxoso torrida dorso: si erge come un bastione ostile ai naviganti che vengono da oriente e si sminuzza, nella parte settentrionale, in frastagliate insenature, pericolose per le insidie di scogli sommersi o che affiorano appena dallacqua. La mediocrit del paesaggio costiero sardo ha pesato negativamente, di fatto impedendolo, sullo sviluppo di una vita marittima locale modesta, o addirittura inesistente dallisola verso lesterno e ha accentuato lisolamento, lasciando fuori dai suoi approdi i popoli del mare e alcune delle grandi correnti di scambi del mondo moderno. La stessa continua e scarsa densit demografica della popolazione isolana pu essere anche spiegata col relativo potere di attrazione delle coste sarde, che non hanno favorito linsediamento umano. La storia demografica della Sardegna caratterizzata, a fasi alterne ma ricorrenti, da una progressiva concentrazione della popolazione verso linterno dellisola, con un forte e massiccio esodo dalle coste dovuto sia a cause storiche (invasioni esterne, razzie di pirati ecc.) che a cause naturali (abbandono delle colture cerealicole, malaria ecc.). Questo processo, che si verificato soprattutto nellalto Medioevo e nei secoli XV e XVI ma non escluso che si sia potuto verificare anche in secoli pi remoti coincide con la scomparsa di un elevatissimo numero di centri abitati delle coste e delle pianure. 28

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Una storia mediterranea. Vi uninterpretazione della storia della Sardegna come storia mediterranea, che si confonde con le vicende e le gesta di grandi popoli e imperi, su cui converrebbe riflettere. La Sardegna, che si suole descrivere quasi impenetrabile ha scritto lo storico Fernand Braudel ebbe dunque le finestre aperte sullesterno, cos che si pu talora scoprire di l, come da un osservatorio, la storia generale del mare. Ed proprio il mare, con i suoi spazi mutevoli e inquieti, che ha consentito scambi e mescolamenti, la circolazione e la trasmissione di abitudini ed esperienze. stato il mare lunica, immensa porta che ha favorito il contatto, talvolta lacerante e traumatico, col mondo esterno. Certo, soltanto gli accessibili litorali, le pianure dellisola, le citt (molto pi raramente, invece, limpenetrabile e ostile montagna) hanno goduto i benefici ma anche gli svantaggi dei contatti con lesterno. Ma se guardiamo gli aspetti che la Sardegna ha in comune ci che unisce e non ci che divide con gli altri paesi rivieraschi del Mediterraneo, restiamo stupiti dalle numerose forme di vita, dalle opere e i giorni delluomo cos simili, cos uguali: il paesaggio ora dolce, ora duro e aspro, i campi gialli di grano, la vite e lolivo; la vita pastorale e i suoi nomadismi; i canti, le feste, il culto dei morti; la famiglia e il lavoro dei campi; la pesca del corallo e del tonno; la navigazione di piccolo cabotaggio; le stesse incursioni e razzie dei pirati barbareschi. Da questangolo visuale gli spazi marini divengono ancora pi piccoli, si rimpiccioliscono dinanzi alla storia delluomo e dei suoi rapporti con lambiente naturale, profondamente plasmato e modificato nel corso di una millenaria e quotidiana lotta per lesistenza. E sulle coste si sviluppata lunica forma di vita urbana che la Sardegna abbia conosciuto. Nellantichit le citt di Thrros, Crnus, Bithia, Nepolis, Slcis, Nora e Kralis nelle coste sud-occidentali; Turris in quelle settentrionali, e Olbia nel sito attuale. Nellet medievale e moderna, fra le sette citt regie della Sardegna, ben sei sono costiere: Cagliari, lunica vera e propria finestra sul mondo grazie al suo porto, ai quartieri burocratici e commerciali; Alghero e Castelsardo, singolari citt-fortezze marittime; Bosa, citt agricola posta sulla foce del fiume Temo; e infine, Sassari e Oristano, sorte nellalto Medioevo in seguito allo spopolamento delle citt costiere di Turris e Thrros, in una posizione pi arretrata rispetto al mare, ma collegate ad esso da buoni e sicuri porti che distano poche miglia dalla cinta muraria. Il rapporto tra luomo e lambiente un rapporto condizionato dallinsularit. La paura del mare ha motivazioni precise. Da quando, intorno al 750, Abd ar Rahman ibn Habib costrinse i Sardi a pagare la giziah, il tributo dei popoli sottomessi, sino al
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1798, anno dellultima razzia a Carloforte, le ondate degli sbarchi pirateschi si succedono fitte e puntuali. Dal Cinquecento ai primi anni dellOttocento le localit costiere della Sardegna erano esposte, da maggio a ottobre, al pericolo delle incursioni barbaresche. I Mori saccheggiavano i paesi vicino al mare, facendo prigionieri gli abitanti e vendendoli come schiavi a Tunisi o ad Algeri. Il numero delle incursioni davvero incalcolabile. Siempre estamos assediados de corsarios, scrive nel 1577 larcivescovo di Cagliari, Antonio Parragues de Castillejo. Nel 1535 vengono liberati a Tunisi da Carlo V ben 1119 schiavi sardi (644 maschi e 475 femmine): una cifra consistente (giacch non vengono contati gli schiavi delle altre citt del Nord Africa) se si pensa che lintera popolazione sarda superava di poco le 200 mila unit. Anche nella memoria popolare il ricordo delle scorrerie barbaresche rimasto assai vivo. Battochentos navios / falan dae Levante / con duo miza moros (Quattrocento navi giungono da Levante con duemila Mori), dice una canzone raccolta nel 1870 da Giovanni Spano. Anche la schiavit damore veniva paragonata alla ben pi dura schiavit africana, come si legge in una poesia popolare logudorese: Presu so, Corsaria mia / Bella mora, ispetta igue / Si sos moros sunt che tue / Ancu che morza in Moria! (Sono preso mia corsara, bella mora aspetta l, se i Mori sono come te, vorrei morire nel loro Paese). Lo spopolamento del perimetro costiero lungo ben 1896 chilometri spiega perch i Sardi siano stati sempre distanti dalle attivit marinare. Contadini dacqua, i pescatori sardi si sono sempre dedicati alla pesca negli stagni, lasciando ai pescatori ponzesi, napoletani, liguri il monopolio della pesca del corallo e del tonno. Ancora nel 1940 gli iscritti alla leva di mare della Sardegna erano dieci volte meno di quelli della Sicilia.

La pianura
La vita nelle piane. Che profumi tra i canneti, nella macchia popolata di lepri e di pernici, quando tornava il sole a risuscitare i ceppi morti e abbandonati dei bassi vigneti. Il guaio era che il paradiso in Baronia durava tre mesi: dopo il sole diventava cattivo, si metteva a pentirsi della gioia che aveva portato tra gli uomini, impazziva anche lui, in una settimana portava il deserto. E quel che peggio (poich il caldo si pu sopportare) uscivano da quelle gore alle quali tra i ciuffi di oleandri si era ridotto il Cedrino eserciti di zanzare portatrici di morte. I contadini crollavano con la falce nel pugno, le porte e le finestre si chiudevano come davanti a un invasore, le donne inscheletriva30

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no, i bambini dei poveri erravano per le strade, incartapecoriti e con le pance grosse di nove mesi. Sulla Baronia era scesa la maledizione. Cos Salvatore Satta descrive con rara efficacia ne Il giorno del giudizio gli effetti della nascita e dellesplosione dellestate in una zona di pianura della Sardegna, quale appunto la Baronia. La malaria, la cosiddetta sarda intemperie, con le sue terribili febbri palustri, era il flagello delle pianure nella stagione calda. Prima delluso del chinino, la malaria era un male spesso mortale. Anche se benigna, produceva una diminuzione della vitalit e del rendimento degli individui: logorava gli uomini e lambiente. Un tempo si credeva che la malaria fosse il prodotto dellaria cattiva. Questa tesi, espressione delle teorie miasmatiche dei medici del Sei e del Settecento, ci viene riassunta nel 1776 da Francesco Gemelli, professore dellUniversit di Sassari: La intemperie della Sardegna nasce dalle nocevoli esalazioni delle saline, delle paludi, de fiumi stagnanti, e della terra, le quali dalla viva azione del sole innalzate nellatmosfera impregnanla per modo che perdendo laere di sua elasticit, diviene malsano a respirare, e unitamente a que vapori grassi e maligni, genera nel corpo febbri putride, e perigliose, e talora mortali. Soltanto in questo secolo si scopr che le febbri malariche venivano trasmesse dalla puntura della zanzara anofele. La malaria condizionava fortemente la vita quotidiana in Sardegna durante la stagione estiva. Nellet moderna era, ad esempio, sconsigliato circolare allinterno dellisola da met maggio alla fine di ottobre. Nelle cortes del 1583 la citt di Sassari avanz richiesta di evitare che i Sassaresi fossero costretla ti ad attraversare lisola durante lestate per partecipare a Cagliari alle sedute parlamentari o ad altre incombenze burocratiche, proprio per sfuggire ai rischi mortali dellintemperie. Come combattere la malaria? Pochi i rimedi: i medici consigliavano di viaggiare durante la notte o di coprirsi con pesanti cappotti e di accendere, soprattutto, grandi fal(che avevano se non altro il merito di tenere lontane le zanzare). Un viaggiatore inglese dellOttocento, il capitano di marina William Henry Smyth, ci ha lasciato un minuzioso e tipicamente anglosassone catalogo sulla salubrit dellaria di tutti i paesi della Sardegna: secondo Smyth che ha scritto questo singolare elenco nel 1828 laria di gius excellent, quella di Abbasanta unwholesome g (malsana), quella di Alghero temperate, quella di Bosa bad (cattiva), quella di Cagliari good (buona), quella di Castelsardo pure, quella di Santa Giusta very bad (pessima), quella di Igl31

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sias saloubrious, quella di ttiri indifferent, quella di Sassari wholesome (sana), quella di Snnori tolerable, quella di Solarussa unhealthy (insalubre). Il Campidano. La caratteristica essenziale della Sardegna meridionale lesistenza di una grande pianura, il Campidano, lunga oltre cento chilometri da nord-ovest a sud-est. Sono pi di 3000 chilometri quadrati quasi perfettamente pianeggianti, tra i 10 e i 50 metri daltitudine. Guardando le ampie distese del Campidano dalla collina di Monastr, lo storico francese Henri Irene Marrou ha affermato: ora capisco la prima guerra punica. Intendendo che cos vaste e feconde pianure potessero eccitare la rivalit degli antichi popoli del Mediterraneo. Non a caso gli scrittori del mondo classico ricordano che furono proprio i Cartaginesi a diboscare le fitte foreste e a trasformare il Campidano in un immenso granaio. Il Campidano , di fatto, la vera pianura della Sardegna. Rispetto alle aree collinari della Trexenta e della Marmilla, alla conca e alle dolci colline del Logudoro, alla piccola valle del Cedrino, allarida e desolata Nurra, ha fatto talvolta figurare la Sardegna tra i primi paesi cerealicoli dEuropa. Il Campidano raccoglieva, infatti, la quota pi consistente della produzione granaria dellisola. Granaio di Cartagine e di Roma, ancora nel Settecento la Sardegna era al quinto posto, nel porto di Marsiglia, fra i pi importanti produttori ed esportatori di grano. La cerealicoltura diventata quasi una monocoltura nella storia della Sardegna, ed ha profondamente condizionato lo sviluppo economico e sociale delle piccole e numerosissime comunit rurali, le ville. La lotta tra contadini e pastori la prima, la pi drammatica lotta di classe che lisola abbia conosciuto. Il sistema dellopenfield, che in Sardegna si chiama vidazzone (forse da habitacione, perch terreni collegati direttamente allesistenza di un centro abitato), la difesa della civilt agricola fondata sui cereali contro una civilt pastorale che tiene in scarsa considerazione i campi coltivati, pur di assicurare il nutrimento alle greggi. La rotazione obbligatoria delle colture, i densi aggregati di terre coltivate nellimmediata vicinanza della villa rendevano pi facile la sorveglianza e la difesa. La lotta tra agricoltura e pastorizia nasceva cos dalla scarsa disponibilit di suolo coltivabile o sfruttabile a pascolo. I pastori erano, infatti, costretti a cercare il pascolo attraverso i cicli stagionali delle transumanze: cio il trasferimento del gregge verso la pianura, pi accogliente per il clima e pi ricca derba, nel periodo che va dallinizio dellinverno alla fine della primavera. Una lotta, dunque, antica quanto lisola stessa. Due mondi, la 32

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steppa pastorale e i campi coltivati coesistono pericolosamente nellisola: il mondo pastorale, nomade e guerriero, racchiuso allinterno di quel limes con cui i dominatori romani avevano voluto segnare largine per difendere le messi e i campi ricchi di grano; il mondo contadino sedentario, che pratica unagricoltura arcaica e arretrata, e guarda con timore la montagna e il passaggio stagionale delle greggi. Le due Sardegne. Sono allora esistite due Sardegne? La Sardegna delle coste e delle pianure, dei campi coltivati e delle citt, aperta agli influssi dei conquistatori stranieri, e la Sardegna delle montagne e della pastorizia, delle greggi e delle transumanze, chiusa in se stessa nelle sue impenetrabili regioni, che conserva con orgoglio i suoi antichi tratti guerrieri? Non condanniamo e non prendiamo le difese di nessuna delle due parti: n di quella definita da Carlo Cattaneo nel 1844 come il barbaro cerchio del paberile che sovrasta come un perpetuo nemico alla coltura del piano, n dellagricoltura che nel 1776 Francesco Gemelli riteneva potesse costituire la pi pronta ed unica fonte di ricchezza. Questo contrasto, acuito dallisolazionismo e dallorganico individualismo di gruppo, caratteristico di comunit umane disperse come tanti piccoli microcosmi in un paesaggio frantumato, portava inevitabilmente a scontri, a lotte campanilistiche, a vere e proprie guerre tra paese e paese per assicurarsi il possesso di terre disputate. Vittorio Angius ci ha lasciato una descrizione agghiacciante della distruzione e dellabbandono, alla fine del Settecento, del villaggio agricolo di Santa Sofia nel Sarcidano: I nuovi abitatori furono diminuiti da colpi feroci dei pastori scrive lo storico sardo [...] Segnatamente di quelli di Nurallao i quali calpestavano i seminati, guastarono varie case, tolsero la vita al sindaco e al maggiore della giustizia e avrebbero massacrato tutti gli abitanti se questi non fossero fuggiti nella montagna, onde non vollero ritornare alle case deserte. Il mondo tradizionale sardo non ha conosciuto la citt, cio lo strumento essenziale per sviluppare un mercato e unificare le esperienze politiche. La civilt nuragica nella sua fase pi evoluta arriv soltanto al villaggio, e sia pure a un villaggio ben organizzato e protetto. (Barmini, Nuraghe Orrbiu ad Orroli, Santu Antine a Torralba, ecc.). La societ altogiudicale viveva in una dimensione curtense e appartata: le stesse residenze dei giudici, rdara o Santa Iga (Cagliari), avevano quasi un carattere contadino e domestico. La citt nacque come imposizione esterna, come testa di ponte commerciale e militare, prima punica e romana, poi pisana e genovese. Cagliari guarda il mare; ma ai 33

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margini delle grandi rotte commerciali, soprattutto una citt sarda o, forse, lunica citt sarda strettamente legata alle grandi pianure, alla vita pastorale delle montagne, allintero complesso dellisola. Il suo castello, esclusivamente abitato, come il quartiere europeo di una citt coloniale del secolo scorso, nel Medioevo dai Pisani, e dagli Spagnoli sino alla met del 500 (ogni sera, prima di chiudere le porte del castello, si suonava la tromba per far uscire i Sardi degli altri tre quartieri cagliaritani), era il quartiere aristocratico, sede del vicer e della sua corte, dellarcivescovo, degli alti magistrati, della burocrazia, della nobilt feudale. unimmagine della citt che rester impressa a lungo nella memoria popolare: come ci racconta Salvatore Cambosu, un contadino dellinterno al solo sentir nominare Cagliari Casteddu (castello) in sardo si levava la berretta in segno di rispetto. Le citt sarde apparivano pi come grossi borghi che come grandi concentrazioni di uomini, di energie, di traffici: citt-fortezza, come Alghero e Castelsardo, o citt rurali, che emergevano appena dalla vita campagnola, come Sassari, Oristano, Bosa. In una societ come quella sarda in cui il disteso universo rurale dominava nettamente sul paesaggio e sulle comunit umane, il limitato e circoscritto mondo urbano aveva una dimensione esile e marginale. Secondo i dati del censimento del 1688, Cagliari aveva una popolazione di 16 276 abitanti e Sassari soltanto di 8403.

La montagna
I massicci interni. Se il Campidano la grande, distesa pianura dellisola, il compatto massiccio del Gennargentu, le Barbgie, appaiono come la vera, concreta, bellicosa montagna della Sardegna. E nei confini precisi di questo piccolo mondo millenario si svolgono i ritmi lenti della vita pastorale, a diretto contatto con la natura, espressione di una Sardegna arcaica e irresoluta. La Sardegna centrale stata sempre vista come un mondo a s, nettamente separato dalle coste e dalle pianure, legato solo occasionalmente ad esse dalle transumanze. Immagine parzialmente vera: ma la societ pastorale stata meno impenetrabile di quanto possa apparire. Con questo non si pu negare quel carattere di arcaismo, di vita ritirata e ristretta, nonostante la sua mobilit, che ha plasmato la storia della Sardegna pastorale: essa non , per, una monade senza finestre, un mondo statico, immobile, chiuso e assolutamente privo di contatti. Difficolt daccesso. Chiuse strette allo sbocco degli altopiani sbarrano quasi tutte le grandi pianure, segnando una specie di
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I CARATTERI GEOGRAFICI DEL TERRITORIO

cerniera naturale tra i litorali e la montagna. Questa caratteristica del rilievo ha inciso duramente sulla storia sarda agendo come un fattore di frammentazione, di chiusura, di isolamento. Con unespressione indovinata Jules Sion ha detto che la Sardegna un mosaico le cui tessere si sono spostate. Dal massiccio centrale del Gennargentu alle creste vigorose che dominano la Gallura, il Sarcidano, lOgliastra, alle barriere del Mrghine e del monte Ferru, si estende la Sardegna montuosa, caratterizzata dalla difficolt daccesso, da una limitata e precaria circolazione interna, da vallate incassate, da crude condizioni di clima, dallisolamento e dalla precariet dei mezzi di vita. In queste valli ripide e scoscese si sviluppata quella comunit umana che in sette o ottomila anni ha costruito la Sardegna pastorale, con le sue pecore, le sue transumanze, la sua fame di pascoli. Un paesaggio, dunque, inciso, particellato, che ha favorito la costituzione di quadri culturali chiusi, di isole quasi pozze antropiche di minuscola entit, di unit etniche dal carattere cantonale circoscritte nellambito di regioni geografiche in miniatura. Isola nellisola, quindi: come ha scritto Fernand Braudel, la montagna responsabile, quanto se non pi del mare, dellisolamento delle popolazioni. Mondi separati. La montagna, la pianura e le coste: sarebbe per sbagliato vederle come due mondi a s. In realt, pur nelle rispettive, marcate autonomie, vi sono sempre stati interscambi continui. Isolata, la Sardegna centrale non avrebbe che una unit precaria. Manca di mezzi e pu nutrire pochi uomini. Povera e arretrata, ha difficolt a comunicare con lesterno. Per vivere ha bisogno della pianura: per le transumanze, per il grano; ha bisogno del mare per la vendita dei prodotti dalla pastorizia, le pelli, il formaggio. Alla Sardegna arida e ventosa che appare a Lawrence dallalto dei monti barbaricini si oppone, ma per completarla, la Sardegna del Campidano giallo di grano, degli oliveti del Sassarese, delle limoniere di Logulentu, degli aranceti di Mlis, della cui visione si compiacevano i viaggiatori del secolo scorso. La montagna, forse pi del mare, ha condizionato negativamente la storia dellisola. I ritardi, almeno sotto il profilo geografico, sono il portato di un isolamento verso lesterno, dovuto alle distese marine e alla mediocrit delle coste, e di un isolamento interno, frutto di un rilievo impenetrabile e di comunicazioni difficoltose. Giovanni Lilliu ha lucidamente delineato come la particolare struttura geografica dellisola ha inciso in misura determinante nelle vicende umane e della societ. Secondo Lilliu la Sardegna non ha mai avuto una storia politica nazionale, anzi 35

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non stata mai una nazione: La storia della Sardegna giunse [...] a stento, e nel suo culmine, a storia del cantone; ma, in generale, si ferm alla storia del villaggio e a quella del clan e, dentro del clan, a quella del gruppo familiare. Fu, in ogni caso, storia senza aperture, frazionata e sospettosa, fuori dalla percezione esatta e dal gusto di vasti commerci materiali e spirituali; lontana, appunto, dal senso unitario, attrattivo ed espansivo, che ha la storia duna terra e di una gente maturata a concetto e pratica di nazione. Pur senza cadere in un facile determinismo geografico, non si pu negare che la molecolarizzazione dei centri abitati, le scarse comunicazioni interne, lo spopolamento costiero, le pianure malariche, i contrasti secolari tra contadini e pastori, gli odii campanilistici che spesso provocano vere e proprie guerre tra paesi vicini, le rivalit tra le due citt maggiori abbiano segnato negativamente gli sviluppi storici e le esperienze politiche della Sardegna. Una storia, quindi, frammentata e dispersiva. La pastorizia stata, insieme alla cerealicoltura, la fonte principale di ricchezza delleconomia sarda. Il patrimonio ovino della Sardegna stato sempre rilevante: nel 1611 Martin Carillo contava circa un milione di pecore. Negli anni Cinquanta del Novecento esso ammontava a oltre due milioni e mezzo di capi. La vita del pastore sardo, e in particolare di quello barbaricino, molto dura. cos, secondo il profilo che ne aveva tracciato, una volta, un pastore di Sarule: che se nevica contro di lui, se c la siccit chi ne piange lui, se i prezzi scendono lui ci rimette il latte e tutto, se salgono contro di lui, se ci sono i carabinieri contro di lui, perch lui pastore e il pastore sempre solo, solu che sa fera, solo come una fiera, e per lui non c casa, non c paese, non c figlio, non c festa. La condizione materiale di vita delle popolazioni pastorali si notevolmente aggravata in seguito ai provvedimenti legislativi (il pi celebre leditto delle chiudende del 1820) promulgati per comprimere il sistema comunitario delle terre e per instaurare la propriet privata. I pastori furono, infatti, costretti a pagare affitti, spesso a prezzi altissimi, per far pascolare le proprie greggi su quelle terre che prima percorrevano liberamente. Chi arriva in Sardegna in aereo rimane sorpreso da questa fittissima rete di muretti a secco, ha scritto Giuseppe Dess. I muretti a secco nelle zone pastorali hanno costituito una forma di espropriazione violenta che sconvolgeva un sistema millenario di uso comunitario delle terre, e come tali sono rimasti nella memoria popolare: Tancas serradas a muru / fattas in safferra / si su chelu fit in terra / lhaiais serradu puru (Tanche chiuse da 36

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muri, nate nella confusione dellafferra-afferra, se il cielo fosse stato in terra, avreste chiuso anche lui), cantava unanonima quartina in lingua sarda. La superficie boschiva. Ma la montagna sarda non tutta livida e scorticata, battuta dal vento. Vi anche la foresta, formata da querce, roveri, cerri, elci, sughere. Un tempo la superficie boschiva copriva quasi tutte le zone montuose dellisola. Ora il diboscamento ottocentesco Giommaria Lei Spano calcolava che nel triennio 1864-66 sono state esportate pi di 84 mila tonnellate di carbone vegetale, pari a 130 mila tonnellate allanno di legname abbattuto e i recenti disastrosi incendi di questi ultimi anni hanno notevolmente ridotto la presenza del bosco. La distruzione delle foreste deriva spesso dallincuria e dallinsensibilit dei governi. Nel 1817, per distruggere una banda di fuorilegge che operava tra Oristano e ras, intorno allo stagno di Sassu, il vicer Pes di Villamarina fece dar fuoco allimmensa foresta di SantAnna, che si estendeva per chilometri. Dal 1811 al 1860 si abbattono sistematicamente tutte le grandi foreste sarde, per ricavarne legno o carbone: Su Monte, M. Forte, Sas Baddes, Litigheddu, Astis, Ruinas ecc. La foresta di San Leonardo stata trasformata in turaccioli, osserva nel 1868 lingegner Gouin. Lingegnere piemontese Carlo Baldracco afferma nel 1854 che limportanza dei boschi in Sardegna consiste solo nel fornire il combustibile per le fucine. Alla fine del secolo a Mndas arrivano ogni giorno da Srgono e da Lanusei 8 treni; ognuno conduce 3 carri con carbone; ogni carro porta 6 tonnellate, quindi in tutto 144 tonnellate di carbone al giorno. Le risorse naturali. Con questo sistematico saccheggio delle risorse naturali dellisola, come si poteva arginare la piaga degli incendi, quando era lo stesso governo il primo distruttore delle foreste e delle macchie sarde? Nel viaggiare da Golfo degli Aranci a Cagliari qualche vecchio pastore mostra ancora i monti di duro granito scintillanti al sole torrido e ricorda che un tempo erano ricoperti di foreste e pascoli, scriveva Gramsci nel 1918. Gli effetti sullecologia sono stati disastrosi (come sostiene lon. Salaris nel 1885 nella relazione compresa nellinchiesta agraria Jacini): mattine caldissime e notti gelide, alluvioni come la disastrosa inondazione del Tirso nel 1860 e siccit, terreni aridi e impermeabili, soffio rovinoso dei venti salati sulle colture. Nel 1897, nella legge sui provvedimenti speciali per la Sardegna, si combatteranno il diboscamento selvaggio e lincendio rovinoso. Ma ormai troppo tardi: lecosistema dellisola definitivamente rovinato. Soltanto in questi ultimi decenni il rapporto tra luomo e lambiente si notevolmente modificato. La relativa fine delliso37

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lamento non va, per di pari passo col progresso economico. Il , petrolio, il turismo, la crescita abnorme dei centri urbani, consegnano lisola a nuove e pi strette dipendenze. Anzi, hanno aperto lacerazioni profonde. I nuovi poli industriali, linsediamento di fabbriche moderne, lintegrazione capitalistica a livello europeo, la crisi della cerealicoltura, hanno disarticolato, con le brutali trasformazioni nellagricoltura, la tradizionale economia isolana. Le numerose servit militari, la lottizzazione turistica delle coste, linquinamento del mare, hanno espropriato e privatizzato gli spazi. Si puanzi paradossalmente osservare che, dagli anni Sessanta del Novecento a oggi, la Sardegna mutata pi che nellultimo secolo di storia. La sempre maggiore coesione con la realt nazionale ha prodotto, inevitabilmente, contraddizioni e contrasti: il crepuscolo della civilt contadina e pastorale ha provocato, con la perdita di unaurorale memoria storica, una crisi di identit della societ isolana. Sono emersi anche freni e resistenze nei confronti di questo processo che hanno assunto, per le , sembianze di una latente passivit o di unesplosione disarticolata, come dimostrato dalla ricorrente recrudescenza del fenomeno del banditismo. emerso, soprattutto negli ultimi anni, il rischio di una nuova forma di isolamento, non tanto geografico quanto culturale: come ha scritto lantropologo sardo Michelangelo Pira, necessario, oggi pi che mai, che la Sardegna, pur mantenendo la propria identit culturale e storica, sappia comunicare, confrontarsi e non pi resistere o conservarsi intatta con la realt esterna, col mondo mediterraneo e con lEuropa.

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La Sardegna preistorica e nuragica

I primi insediamenti. Recenti osservazioni consentono di accertare la prima presenza umana in Sardegna nel Paleolitico pi antico, circa 150 mila anni fa. Luomo vi giunse a piedi, forse dalla Toscana, per lisola dElba e la Corsica, quando emerse linterposta piattaforma marina nellinterstadiale Riss I-II. Unica testimonianza, alcune rozze selci nellAnglona. Poi i segni della presenza umana sembrano dileguarsi, per riapparire agli albori del Neolitico intorno al VII millennio avanti Cristo. Oggetti di pietra. In quel tempo il richiamo fu offerto dallossidiana, una roccia vulcanica atta a fare strumenti e armi, con ricchi giacimenti nel monte Arci (Oristano), largamente commerciata allinterno e fuori dellisola. Piccole comunit si stanziarono vicino al mare, o di poco addentrate nel territorio, vivendo allaperto o, preferibilmente, in grotte nelle quali deposero anche i morti. Negli oggetti di pietra (specie in ossidiana e selce), usati nella vita domestica, nel lavoro e per la caccia, si distinguono forme minuscole (i cosiddetti microliti geometrici), nella tradizione di quelle del Mesolitico, et di transizione caratterizzata da economia di raccolta conservatasi in parte nel Neolitico sardo. Sono da ricordare, per maggior evidenza, i contesti funerari della grotta Verde (Alghero) e di Su Carroppu (Sirri, Carbonia) e quello di abitazione della grotta di Sa Korona de Monte Majore (Thiesi). Oltre la tipologia litica accennata, vi si rinvennero vasi di terracotta lisci e decorati con motivi lineari impressi a crudo con punteruoli e anche con la valva del mollusco Cardium, tecnica diffusa nelle ceramiche dellorlatura occidentale del Mediterraneo. Tra i molluschi figura la Patella ferruginea, oggi spenta nel mare sardo; fra i vertebrati, il Prolagus sardus (grosso topo o coniglio) anchesso estinto. Cultura di Bonuighinu. A cominciare dal 4000 a.C., per circa un millennio, altre comunit meno arretrate svilupparono un aspetto di cultura materiale che viene denominato di Bonuighinu (o Bonu Ighinu, localit presso Mara nel Logudoro, in cui gli scavi hanno restituito copioso materiale archeologico). Esso si
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LA SARDEGNA PREISTORICA E NURAGICA

colloca nel Neolitico medio e fa vedere, allinterno della sua prevalente specificit, singoli elementi imparentati con forme dellItalia meridionale, della Sicilia, di Malta e di pi lontane aree elladiche, balcaniche e anatoliche. Le testimonianze rimaste abbastanza numerose e pi variate rispetto a quelle del periodo precedente, situate in corrispondenza di approdi ma anche nel profondo interno (Pitzu e Pranu di Belv), provengono da agglomerati elementari di capanne (talora seminterrate, come a Cccuru Arrus, Cbras) e da grotte naturali usate per abitazione, sepoltura e luogo di culto. Fa la sua prima apparizione, in questa fase medio-neolitica, la tomba scavata in roccia, del tipo a celletta tondeggiante con volta a forno, preceduta da pozzetto daccesso con chiusino di pietra. Le tombe. Tredici di tali ipogei, insieme a quattro fosse aperte nellarenaria, sono stati rilevati di recente a Cccuru Arrus, annessi al villaggio di agricoltori e pescatori. I morti vi erano messi rannicchiati, in deposizione singola, primaria e secondaria, col corredo ordinato ritualmente e simbolicamente, piuttosto concentrato davanti al viso del defunto, volto alluscio della tomba. Sopra le salme si distese uno spolvero di ocra rossa, il colore del sangue, segno di rigenerazione. Nella tomba 387, la pi significativa, seguono le linee anatomiche dello scheletro dal capo reclinato alle gambe rattrappite in posizione fetale, un idoletto femminile, quattro vasi dargilla, il maggiore con dentro due valve aperte di mollusco impregnate di ocra, mucchietti di zagaglie dosso (un gruppo di 50 esemplari); poi, perline di pietra a rotella, schegge e un nucleo dossidiana. Nella grotta di Su Tintirriolu di Mara sono stati raccolti semi di grano, orzo e leguminose, insieme a ossa di bue, pecora e capra: prove di cultura contadina e di pratica di addomesticamento e allevamento animale. Le comunit di Bonuighinu si cibavano di molluschi terrestri (Helix, Helicella) e marini (Venus, Cardium, Mytilus), segno di povera alimentazione, per quanto, in certe zone, la integrassero il pane e i farinacei, oltre ai prodotti della pastorizia e venatori. Tradizionali ed elementari sono gli utensili litici (accette levigate e raschiatoi, lame e schegge di ossidiana e selce) e dosso (spatole, punteruoli e zagaglie, questultime usate nella caccia e nella pesca dacqua dolce). Escono dalla banalit certi vasi in pietra per uso rituale o funerario, a fruttiera e a pisside su tre o quattro piedi, con decorazione a linee a zig-zag e spina di pesce che ricordano recipienti litici egei-cretesi-cicladici e anatolici, taluni anteriori al IV millennio avanti Cristo. 40

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La produzione di ceramica. Qualitativamente si distingue anche la produzione di ceramiche. La tipologia consta di vasi a fiasco, globulari con colletto, ciotole varie talora munite di piedi; le fogge si arricchiscono non di rado di prese e piccole anse talora modellate plasticamente in schemi zoomorfi (specie bovini: grotta Rifugio, Oliena; Puisteris, Mgoro) e antropomorfi (grotta Su Tintirriolu). Sono motivi che si ripresentano, il primo in un vaso litico tetrapodo di Bingia Beccia (Dolianova) e il secondo nel manico duna spatola ossea di Su Tintirriolu. Le diverse parti delle superfici vascolari sono decorate da incisioni e graffiti con segni, tratteggiati o punteggiati minutamente, da bande orizzontali, triangoli e rettangoli composti a scacchiera, archi e comete, cerchi ecc. Presenti anche oggetti ornamentali, di vivi e defunti: collane a grani di clorite e aragonite e di columbella e dentalium, braccialetti costituiti da frammenti di conchiglie marine, specie di Spondylus, o zanne di cinghiale forate alle estremit. Non compaiono oggetti di metallo. Il gusto estetico, unito al sentimento del sacro magico-religioso, si esalta nella piccola plastica in pietra, terracotta e osso, modellata prevalentemente nella foggia dellidolo femminile adiposo, rappresentato in piedi, seduto e accosciato. Una ventina di esemplari, rinvenuti in luoghi prossimi al mare e anche nellinterno, accusano lo stile naturistico-volumetrico, comune ad aree elladiche-balcaniche-anatoliche e a Malta, organico alla divinit della natura fertile in tutte le sue espressioni. Si accentuano, pertanto, le parti erotiche femminili, mentre attenuata la resa della fisionomia del volto; le braccia si affusolano conserte al petto o pendenti lungo le cosce, e gli arti inferiori, podi per lo pi, sono risolti stereometricamente. la dea-madre e dea-compagna del dio maschile, del quale si hanno rare immagini, o falliche (Sa Mndara, Samassi) o figurative (statuine fittili di Conca Illoris e di SArrieddu, Cbras). Cultura di Ozieri o di San Michele. Intorno al 3000 e sino al 2000 a.C. si enuclea la cultura di Ozieri o di San Michele (dal nome della grotta naturale che ne ha offerto una delle pi chiare manifestazioni), che dal Neolitico sfuma allet dei primi metalli. Centoquaranta localit sinora conosciute stanno a dimostrarne la grande diffusione, che tocca pressoch tutte le regioni geografiche dellisola, con una concentrazione maggiore a sud e a ovest. una cultura con caratteristiche di forte stanzialit, di possesso marcato ed equilibrato del territorio, organizzata economicamente e socialmente, fondata su unagricoltura che conosce laratro. La struttura sociale vede linizio della di41

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visione del lavoro, con un ceto emergente di artigiani autonomi che costruisce splendidi monumenti e modella fini opere di piccola plastica, nel solco della raffinata esperienza artigianale della cultura di Bonuighinu. Si voluto riconoscere in questa struttura di civilt un apporto etnico orientale cretese o cicladico (n mancano elementi di cultura occidentale ed europea); ma tutto viene rielaborato assumendo un profondo marchio di identit sarda, decisamente autonoma e perci fortemente competitiva. Questa cultura di base matura la forma dellinsediamento in vasti villaggi (San Gemiliano, Sestu; Puisteris, Mgoro; Cccuru Arrus, Cbras ecc.), dotati spesso di una complessa aggregazione di tombe architettoniche, con ricca decorazione simbolica (Montessu, Santadi; Riu Mulinu e SantAndrea Priu, Bonorva; nghelu Ruju, Alghero: per citare solo qualche gruppo pi importante). una cultura che conosce il tempio pubblico (Monte dAccoddi, Sassari) ed elabora un pensiero religioso gi forse politeistico e a epifanie animali, ferma restando la dualit della dea materna e del dio maschile, ora incarnato dalla figura dominante del toro, scolpita spesso nelle pareti, soffitti, pilastri e architravi degli ipogei tombali, ma non mai espressa in figura a tutto tondo come, invece, lo la dea-madre rappresentata in un centinaio di statuette. Manufatti di pietra. Se il metallo ancora raro (rame e argento), copiosa e variata la manifattura di oggetti di pietra, dura e tenera, relativa alla vita quotidiana, allattivit domestica e al lavoro dei campi, i cui mezzi di produzione e il patrimonio di risorse (grano rinvenuto nella grotta di Gonagsula, Oliena; bestiame grosso e piccolo, testimoniato da ossa raccolte negli insediamenti in grotta e allaperto) sono esclusivi del ceto contadino. Questultimo domina e organizza il potere in tutti gli aspetti. Le attivit domestiche, rivolte a produrre tessuti e vesti, stuoie e cestelli, erano femminili. Della donna, con un ruolo di primordine nel rapporto di gruppo tribale e familiare (non si escludono residui di matriarcato supposto organico alla cultura di Bonuighinu), era pure larte della ceramica. La produzione vascolare ingente, e tocca squisitezze darte in certe forme (pissidi, vasi a cestello, olle globulari, tazze carenate, tripodi con piedi arricciati ecc.) portate a finitura. Le superfici sono trattate fino alla lucidatura in nero o rosso, gli impasti depurati passano a colori superficiali crema o avorio. Si aggiunge la decorazione di motivi lineari geometrici che giocano sovente su disegni curvilinei baroccheggianti (festoni, cerchi concentrici, spirali ecc.), oppure su bande o angoli tratteggiati o punteggiati; presenti, anche se rari, elementi vegetali e figu42

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re umane stilizzati, per lo pi incisi; rarissimi i disegni lineari in rilievo o dipinti. Architettura funeraria. Il maggior apporto alla conoscenza della cultura di Ozieri viene dallarchitettura funeraria, principalmente dagli ipogei, che si manifestano con una gamma varia e articolata nelle forme, nelle regioni e nel tempo. Continua il tipo della tomba a pozzetto, ma diventa ora normale quello scavato orizzontalmente su fronti di roccia, isolato o in gruppi sino a quaranta e pi. Si passa da semplici cellette a forno a sistemi di vani rotondi o rettangolari preceduti da lunghi corridoi (a imitazione delle gallerie dolmeniche); oppure si ha un irraggiamento di spazi minori verso uno centrale maggiore, o anche sale quadrangolari si dispongono in profondit, dietro un vestibolo semicircolare (la cosiddetta tomba del Capo a SantAndrea Priu, Bonorva). Negli ipogei di Montessu (Villaperuccio), sono presenti grandi tombe-cappelle con ingressi monumentali di due metri di altezza e focolari ellittici e rotondi al centro delle capaci anticelle. In alcuni, i vani ipogeici sono preceduti da strutture megalitiche e altri mostrano pareti e soffitti coperti da segni incisi (a spirale, a festoni) e da corna e schemi della dea-madre di carattere simbolico come lo sono colonne e pilastri. Nelle grotticelle pi elaborate si imitano i tipi di casa dabitazione: quello rettangolare a doppio spiovente con travatura scolpita nella roccia, quello a capanna rotonda con tetto conico e rappresentazione della raggiera dei pali, e quello a vano ortogonale introdotto da un vestibolo a calotta tagliato a segmento di cerchio (SantAndrea Priu, Bonorva). Rendono pi puntuale lambiente domestico, esemplificato simbolicamente nellastratta trasposizione costruttiva, modanature di porte, finestre, zoccolatura e corniciatura delle pareti talora lesenate. E si arriva a dipingere pareti e soffitti di rosso e di altri colori per ravvivare i motivi magico-sacrali (testa e corna bovine, spirali, comete, schemi a occhi della dea-madre e altri arcani simboli). Le sepolture. Il tema funerario si manifesta anche in costruzioni allesterno. Compaiono, in tempi di cultura Ozieri, il dolmen a corridoio (Motorra, Dorgali) e la galleria coperta (Sa Corte Noa, Lconi). Ma, nello stesso tema e in area di intreccio tra megalitismo e ipogeismo, balza in prima evidenza lo straordinario complesso di Pranu Mutteddu (Goni): non lontano da un abitato preistorico, in due gruppi distinti, si susseguono tombe a grotticella e sepolture costruite in grosse e medie pietre di arenaria e schisto. Le prime constano di una o due celle; le seconde si articolano in forme differenti tutte contenute da tumuli circolari talora gradonati, limitati da rozzi ortostati. Vi 43

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sono sepolcri a corridoio (ossia a cameretta rotonda o ellittica preceduta da andito), o a cista, cio a forma di quadrato che incorpora nel muro di contorno pietre fitte, o a vano rettangolare definito da filaretti di piccoli blocchi che sembrano aggettare per formare una cupola, dietro unanticella trasversale allasse dingresso. Su tutte risalta la figura duna tomba scolpita in diversi blocchi di roccia di trasporto e accostati a comporre una pianta complessa. Dopo il padiglioncino dentrata, scavato in un blocco, si sviluppa lanticella a semicerchio che precede il nucleo tombale vero e proprio, con facciata a esedra (premessa di quella delle tombe di giganti), articolato in tre camerette in parte scolpite in parte costruite, ciascuna introdotta da levigati portelli disposti in simmetria. I menhir. A Pranu Mutteddu si osserva altresil pi numeroso aggruppamento di menhir (oltre sessanta); una ventina di essi sono allineati, secondo schemi riscontrabili in Corsica e nella Bretagna, presso la maggiore struttura tombale, davanti a cui sta una vastissima area cerimoniale in cerchio, segno di un sistema di necropoli-santuario (altro consimile a Sos Sttiles, Oniferi). Le pietre fitte di Pranu Mutteddu, alte sino a m 2.50, talune grezze, altre lavorate a martellina, presentano alcune delle specificazioni formali conosciute dai 260 e pi menhir noti sinora in Sardegna, i pi antichi riferibili alla cultura di Ozieri (per esempio a San Michele, Fonni; Pedras Fittas, Ovodda; Su Cungiu de Perda S Decimoputzu; Terrazzu, Villaperuccio). , Queste pietre fitte hanno valenza sacra, sia che esprimano nel simbolo del pilastro ogivale, o conico o parallelepipedo rastremato il fallo o il sole (espressioni aniconiche del dio maschile in rapporto duale col principio femminile della dea-madre), sia che rappresentino puri segnacoli, di tombe quando si trovano nelle loro prossimit, o di riferimento e di sosta per la pietas del viandante quando si dispongono a giusti intervalli lungo antichi e frequentati itinerari. La partner del dio-menhir , come si detto, bene e diffusamente esplicata dalle statuette, rinvenute in insediamenti, ipogei e luoghi di culto (il tempio a terrazze di Monte dAccoddi), non ancora in sepolcri megalitici. Esse sono tutte stilizzate a placca, con accenno soltanto di tratti fisionomici, le braccia ricondotte sotto i seni, le gambe fuse in un solido conico od ovoide. La femminilit indicata dalle mammelle, non dal pube (ci che denota una singolarit di ideologia e di fattura sarde). Siano le figurine di marmo o altra pietra locale o di terracotta, rivelano perfetta nudit; taluna ha un velo di ocra rossa quasi per renderla viva. Un gruppo a placca intera o in schema geometrico cruciforme, e 44

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accusa stimoli e discendenze da esemplari cicladico-cretesi diversificati (tipo Philacopi). Un altro mostra stilizzazione a placca traforata, in un tentativo di sciogliere la rigidit corporea come negli idoli cicladici del tipo Keros-Syros. Il primo gruppo sta nel pieno III millennio a.C.; il secondo scende sino al 2000 per addentrarsi forse nelle culture sarde calcolitiche di transizione alla prima et del Bronzo.

Cultura Abealzu-Filigosa. Queste culture si specificano negli aspetti cosiddetti di Abealzu-Filigosa (dalle tombe scoperte rispettivamente presso Macomr e Osilo), Monte Claro (Cagliari), e del vaso campaniforme (beaker degli inglesi). Si colgono sistemi di vita articolati e forse gi differenziati etnicamente. Laspetto del beaker appare scarsamente caratterizzato e motivato in senso di vis culturale: una sorta di parassita che usa forme e modi altrui, fatta eccezione per il tipico vaso dalla sagoma di campana rovesciata. La cultura di Abealzu-Filigosa talora sottost a quella di Monte Claro, ma nella tomba I di Filigosa le si associa in unico strato. Entrambe sono anteriori alla cultura beaker, e loro esiti, come quelli del vaso campaniforme, paiono prolungarsi dentro la prima et del Bronzo, quando succede la cultura di Bonnnaro. La cultura di Abealzu-Filigosa presente in una decina di localit, pi in ipogei (di tradizione Ozieri), meno in insediamenti (Monte dAccoddi, Sassari), talora con istanze fortificatorie (San Giuseppe di Padria e Sa Corona di Villagreca). I defunti sepolti nella tomba di Filigosa, deposti in giacitura secondaria, erano di ossatura gracile e di statura medio-bassa: m 1.60 la maschile, tra 1.47 e 1.42 la femminile (la maschile vicina ai m 1.62 e 1.63 degli scheletri di nghelu Ruju e SantElia di Cagliari, di cultura Ozieri). Il corredo della stessa tomba, costituito da oggetti litici e da una ciotolina di legno, tra le numerose ceramiche mostra forme tradizionali Ozieri (olla globulare con ansa a tunnel, vaso tripode con piedi arricciati) e nuove (vasi pluriangolati con carena perforata e provvista di coppie di bugne, o con cuppelle sopra il risalto spigoloso, vasi cilindrici sotto lorlo, olle ovoidi a collo rientrante). Vi sono anche ceramiche con motivi ornamentali graffiti a cotto. Certe forme tornano a repertori vascolari della cultura francese del Peu-Richard e della grotta toscana del Fontino, nonch dellarea culturale peninsulare italiana Gaudo-Rinaldone, del Calcolitico. Cultura Monte Claro. Una cinquantina di localit con resti di cultura Monte Claro, ne dimostra un vero e proprio radicamento territoriale che si sovrappone quasi alla maglia di pene45

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trazione della cultura di Ozieri, di cui conserva talune valenze. Il volto ne unitario, salve leggere variabili locali. Ha grosse emergenze monumentali, a tipologia megalitica, e una precisa e singolare identit tutta sarda. Conosce sedi abitative in grotta e soprattutto in villaggi (Monte Olldiri, Monastr; Enna Pruna, Mgoro; Su Cungiu de is Fundamentas, Simxis). A Biriai (Oliena) e Monte Baranta (Olmedo) le case sono di pianta rettangolare (con vestibolo a Monte Baranta). In queste ultime localit al piccolo borgo si aggiunge il sacrario, costituito da menhir. Con maggior diffusione la cultura si presenta in sepolture: in grotta naturale (Tan, Carbonia), in ipogei di impianto tradizionale o a pozzo centrale (via Basilicata, Cagliari), in tombe di giganti a camera limitata da pietre ortostatiche e facciata a esedra con stele arcuata nel mezzo (Su Cuaddu de Nixas, Lunamatrona). Di grande interesse lapparizione del megalitismo a carattere di controllo del territorio e con istanza fortificatoria: torri, coperte da tetto ligneo e strame, di Sa Corona (Villagreca) e Trbas (Lunamatrona), veri e propri protonuraghi; e pseudonuraghi o nuraghi a galleria con vani soprelevati su piattaforma, a soffitto stramineo (Bruncu Mdugui, Gsturi) o con rozza cupoletta litica (Friorosu, Mogorella; Mesu e Ros, Scano di Montiferro). Le ceramiche, a sagome rigide per lo pi con fondo piatto e orlo a tesa, si distinguono per lornato a scanalature disposte ortogonalmente e per i disegni a traslucido (reticolato, spina di pesce) passati con la stecca, talora velati da colore rosso. Scarso il metallo, di rame. Le cronologie a C14, indicanti i secoli XIX-XVIII a.C., stanno a significare da una parte una vicenda che trae origine dal Neolitico recente, dallaltra un certo clima tipico dellet del Bronzo nella quale sembrano prolungarsi la cultura di Monte Claro, come anche gli aspetti culturali AbealzuFiligosa e beaker. In questo periodo di transizione (2000-1800 a.C.), a forte coloritura occidentale ed europea, cade la presenza di straordinarie opere darte, in foggia di statue-menhir, scolpite in pietra trachitica e nel calcare. Ne sono state rinvenute una quindicina, associate a menhir aniconici e subantropomorfi, a Lconi, nelle localit Genna Arrele, Sa Corte e Pranu Majore, Sa Corte Noa, Perda e Iddoca, Barrili. Esemplari spezzati ne sono stati utilizzati, sempre a Lconi, nel nuraghe Orrbiu, e a Nurallao nelle strutture della tomba di gigante di Aiodda, della prima et del Bronzo. Si tratta di statue-menhir, ora cultuali ora funerarie, di genere maschile e armate di pugnali, con semplici accenni fisionomici di naso e occhi sotto larcata sopraccigliare a T o ad 46

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ancora e il segno sottostante di un antropomorfo capovolto (presente pure in ipogei); e di statue-stele femminili e asessuate. Le sculture si rifanno a un popolo delle statue, accantonato nella zona pastorale del Sarcidano, forse un ramo di pi vaste comunit gi viventi nella penisola iberica, in Francia, Corsica, Lunigiana, nellarco alpino e pi in generale nellOccidente europeo.

La civilt nuragica. Nel megalitismo delle culture di Abealzu e Monte Claro stanno le premesse della civilt nuragica, cosiddetta dal nuraghe (il segno emblematico della Sardegna antica e doggi), che si svilupp per lungo tempo: dal 1800 alla fine del VI secolo a.C., per sopravvivere stancamente nelle zone interne montane sino alla conquista romana e oltre, con fenomeni etnoetici di resistenza. Per circa 600 anni (1800-1200 a.C.) la civilt nuragica caratterizzata dalla cosiddetta cultura di Bonnnaro, che passa per due stadi successivi, il primo (fase I nuragica) dal 1800 al 1500, il secondo (fase II nuragica) dal 1500 al 1200 avanti Cristo. Cultura legata prevalentemente a popolazioni dedite alla pastorizia stabile e seminomade (si conoscono pochissimi insediamenti), ma anche allagricoltura, questa di Bonnnaro presenta modi di vita essenziali e severi, natura e pratiche conflittuali. Gli oggetti, litici e ceramici, sono di forma semplice, i secondi senza fronzoli ornamentali, a differenza del sofisticato decoro della vasaria neolitica e di quello pi sorvegliato dellet del Rame. La stessa arte plastica figurativa rimossa per far luogo a pochi segni aniconici (btili conici e troncoconici, mammellati o meno, o a facce-occhi incavati). Luso meno contenuto del metallo (rame, argento e lega del bronzo) da una parte offre limmagine di una popolazione guerriera, dallaltra agevola pratiche chirurgiche, come la trapanazione del cranio in vita e altre, dettate da normali malattie ma anche dalle ferite contratte nei frequenti conflitti tra i cantoni nei quali lisola si trov divisa politicamente e territorialmente nel corso dellet nuragica. Che la gente di Bonnnaro fosse bellicosa confermato, emblematicamente, dalla presenza frequente nelle tombe del cosiddetto brassard: una placchetta litica pluriforata, stretta al polso per smorzare il rinculo dellarco. Purtroppo non ne conosciamo il tipo fisico maschile. Donne nuragiche di Sisia (Oliena) e Oridda (Snnori) sono dolicocefale, con faccia subquadratica e arti inferiori corti, marcando una precisa identit sarda nel quadro antropologico mediterraneo. Le stature di 150.07 e 150 cm sono superiori a quelle femminili di cultura Abealzu-Filigosa. La donna di Sisia,
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morta tra i 25 e i 30 anni di et, era un cocktail di malattie: cranio trapanato per probabile tumore al cervello, carie, artrosi vertebrale, esostosi del sacro, neoformazione di origine neoplastica, osteoporosi, fratture alla scapola e allulna dellarto superiore sinistro. Sono state riconosciute affinit, sia nel soma sia nella patologia, con soggetti dellet del Bronzo tirrenico dellItalia centrale. Ci starebbe in linea con altri riscontri di cultura materiale, visti in forme ceramiche di Bonnnaro e delle culture di Polada (Italia centro-settentrionale) e torreana in Corsica. Ovviamente questi avvicinamenti sono da prendersi non tanto in senso indicativo di rapporti essenziali, ma piuttosto di svolgimenti paralleli che maturano elementi vicini come portato generale di unepoca, in assoluta autonomia delle diverse culture. La seconda fase nuragica. nella prima e specialmente nella seconda fase nuragica che si realizza il nuraghe coperto a cupola litica, nella sua espressione elementare della torre semplice, isolata. Esso il prodotto pi incidente sia nellassetto territoriale, sia nel linguaggio dellarchitettura e sia nella funzione di guardia del sistema (vale a dire in senso dello Stato, o meglio dei tanti cantoni-stati). La torre presenta il profilo a scarpa nel cono tagliato in alto orizzontalmente per far luogo alla terrazza con parapetto. I giri di pietre sovrapposti a filari senza cemento alcuno si restringono via via dal basso verso la sommit, diminuendo correlatamente anche le proporzioni dei blocchi di forma ora poligonale ora subquadrata. Dietro la porta dingresso, rivolta quasi di norma tra est e ovest per aver sole e luce e riparo dal maestrale, un andito allargato in pianta e crescente in elevazione nel soffitto verso linterno, vigilato su un lato da una celletta, immette nella camera rotonda. Il vano, voltato a cono, costruito ad anelli di pietre in aggetto che diminuiscono di diametro in ragione dellaltezza. sistema detto, dal greco antico, a thlos. Una scala in il muratura, sul profilo basale dellandito, o con apertura sopraelevata nella camera, gira in elevato, elicoidalmente, dentro la spessa struttura muraria e, illuminata nel percorso da finestrini, porta in alto, nelle stanze sovrapposte alla terrena, dove esistono, oppure al terminale esterno. I coni raggiungono altezze da 10 a 20 metri, con diametri di base da otto a dodici, con inclinazione pi forte nelle torri antiche, che sono strette e slanciate, e attenuata sino alla forma subcilindrica nei volumi di sagoma proporzionata e progredita nella tecnica, a regolari assise, e nel tempo. Le torri di Su Nuraxi di Barmini, della met circa del secolo XVI, e di Santu Antine di Torralba, di qualche secolo posteriore, esemplificano questo processo. 48

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Il sistema delle torri. Si contano da settemila a ottomila torri, secondo calcoli attuali, con densit regionale di 0.27 per 2 km . Nella Sardegna nord-occidentale si ha un nuraghe ogni 4.81 km2, quasi uno per km2 nelle regioni della Trexenta e del Mrghine (ricca luna di coltivi e laltra di pascoli) e poco pi duno nei comuni di Sini e Siddi nella feracissina Marmilla. Non sembra irreale che una popolazione, distribuita diffusamente nei cantoni, calcolabile dai 200 ai 250 mila abitanti (30 unit in media per singoli o gruppi di nuraghi con le dipendenze), si fosse fatta una spartizione economica terriera dei due milioni e quattrocentomila ettari della Sardegna, costituita mediamente da trecento ettari per comunit di villaggio (10 ettari per famiglia). Era un supporto autosufficiente in una struttura povera (con scarso surplus), come fu, anche sino a non molto tempo fa, quella mediterranea. Tali risorse (cui va aggiunto il numeroso bestiame), maggiori ovviamente nelle famiglie dei capi, e la gratuita mano dopera servile consentirono di elevare le migliaia di torri di nuraghe e altri edifici ad esse connessi. Tra questi ultimi, principalmente, alles couvertes, taluna con stele trapezoidale (San Michele, Fonni), e tombe di giganti: sia quelle tradizionali con stele arcuata e struttura di camera a ortostati (Coddu Bcciu e Li Muri, Arzachena; Monte de sApe, Olbia; Th es, Dorgali; m Goronna, Pauliltino), sia il tipo, originatosi nella seconda fase, a murature completamente emergenti, ordinate in filari in interno e allesterno (Domu sOrcu, Siddi; San Cosimo, Gonnosfandiga; Is Ccias, Quartucciu). Nelle prime sono presenti ceramin che di cultura Bonnnaro avanzata; nella seconda tipologia, la tomba di San Cosimo ha restituito vasi ornati confrontabili con esemplari di cultura appenninica (sec. XIV) a grani di collana in pastiglia e vetro di derivazione elladica, tramite il commercio miceneo (secoli XV-XIV). Nella seconda fase appaiono anche edifici di culto dove si venerava lacqua (pozzo sacro di Abini, Teti e fonte di Sos Malvidos (i malati) di Orani: in entrambi, ceramiche Bonnnaro. La terza fase nuragica (1200-900 a.C.) fu unet segnata da forte sviluppo. Vi contribuirono la crescita delle risorse, alleconomia agropastorale essendosi aggiunta la prima coltivazione delle miniere di rame e piombo forse dietro insegnamenti esterni, e laffermarsi del potere in famiglie pi elevate dei singoli cantoni, pur non essendosi mai formate signorie supercantonali. Il progresso generale fu il risultato anche di scambi con altri popoli del Mediterraneo (come ad esempio i Micenei), taluno
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dei quali ( il caso degli Shardana ricordati in monumenti egizi dei secoli XIII-XII) pot fermarsi nellisola, recando nuova linfa etnica e impulso dinamico di civilt. Frutto di scambi con prodotti locali (anche minerari) sono grossi pani di rame in forma di pelle di bue, che giunsero forse da Cipro a cominciare dal secolo XIII (fondendosi poi sul posto), e ceramiche micenee dei secoli XII-XI, rinvenute recentemente nella rocca nuragica di Antigori (Sarrh). Cose micenee sono pure una testina umana c davorio erratica, e armi e tripodi di bronzo, dei secoli XIII-XII, trovati in ripostigli del sud isolano (M. Idda, Decimoputzu; Su Pirosu, Santadi). Le strutture produttive interne e lapporto commerciale esterno stanno alla base della splendida stagione edilizia dei nuraghi plurimi, ardite e complesse costruzioni, di grande monumentalit, consistenti nellaggiunta alle antiche torri isolate di nuovi elementi turriti (da uno a sei). Le torri nuove, insieme alle cortine rettilinee o ricurve che le raccordano, compongono poderosi bastioni tra 10 e 15 metri daltezza, sui quali emerge la vecchia torre centrale, a mo di mastio. Spesso un cortile coordina al nucleo primitivo le strutture di aumento e di rinforzo coronate, talora, da un ballatoio-piombatoio sospeso su mensole, come nei castelli medievali. E infatti di veri castelli si tratta, per la grande mole e la figura elaborata delle torri provviste di finestrini-feritoie e delle cortine con larghi spalti merlati, il tutto difeso a distanza da una cinta avanzata (o antemurale), pur essa articolata in torri e cortine a cremagliera munite di saettiere a doppio ordine, con scale di salita al piano di ronda. Camminamenti e rampe nascosti, ingressi sopraelevati, botole e angoli morti, ridotti, silos e pozzi, necessari durante gli assedi prolungati, definiscono laspetto di fortilizio di tali nuraghi che erano, insieme, residenza principesca a difesa dei villaggi a contatto e del territorio intorno, vigilato da altre minori torri in un ingegnoso e organico sistema di controllo a vista. Si citano come interessanti e fascinosi esempi di tale antica ingegneria militare le fortezze nuragiche di Santu Antine (Torralba), Santa Barbara (Macomr), Losa (Abbasanta), SUraki (San Vero Mlis), Su Nuraxi (Barmini), Orrbiu (Orroli), Domu sOrcu (Domusnovas). In questi e altri nuraghi sono stati rinvenuti oggetti di uso bellico: in pietra piccole palle da fionda e grandi da piombatoio, punte di freccia per arco; in bronzo spade, cuspidi di lancia, pugnali. Sono armi da getto e per il corpo a corpo, impiegate in operazioni ossidionali da arcieri, frombolieri e fanti disposti a diverse altezze, sino a un contingente di 200 armati, 50

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sul profilo gradonato della fortezza (esemplare in tal senso il nuraghe Su Nuraxi di Barmini). Ma si trovano anche, negli stessi nuraghi, utensili di vita domestica (in metallo e in terracotta) e di lavoro perch le guerre lasciavano spazio a tempi di pace e di attivit produttiva. Sono le medesime cose della quotidianit, restituite dalle capanne rotonde a tetto conico di legno dei villaggi, i quali, particolarmente in unampia fascia del centro-nord dellisola, forniscono forme ceramiche caratteristiche perch decorate imprimendo o strisciando un pettine sulla superficie vascolare. Le tombe dei giganti. Di pari passo con i nuraghi complessi si sviluppano le tombe megalitiche dette di giganti, con quelli strettamente collegate come con i dipendenti villaggi cui servono da sepolcro comune e vistoso segno di memoria collettiva. Continua e progredisce il tipo a filari della fase precedente. Ma nel centro e nel nord dellisola la forma antica con facciata a stele ricurva si trasforma in unelegante sepoltura costruita in blocchi ortostatici levigati, con la fronte segnata da un fregio a dentelli di significato simbolico, come lo era prima la stele. Sono esemplificative di tale ultima tipologia degli ultimi secoli del II millennio a.C. le tombe di giganti di Bidistili e Medau (Fonni), di Biristeddi (Dorgali), di Bthos (Sdilo), di Noddas (Pauliltino). A Bidistili i morti, col corredo di vasi e di un braccialetto di ferro, erano deposti su un letto di ciottoli fluviali a significare il transito dellanima sullacqua. A Medau, nellesedra davanti al portello dingresso alla camera funeraria, stava un focolare rituale e, in altri punti, erano collocati piccoli btili di trachite insieme a una quantit di vasi per offerte liquide e solide in onore dei morti. A Bthos la lastra di fondo del vano sepolcrale presenta sulla fronte un rilievo in quadro e una serie di solcature alla sommit; nella tomba di gigante del nuraghe Crbia (Bauladu) la stessa lastra provvista di appendici coniche laterali e in alto per ottenerne il perfetto incastro con la struttura isodoma delle fiancate. Caratterizzanti in senso temporale le ceramiche a pettine rinvenute nelle tombe di Medau, Bidistili e Biristeddi. Sono le stesse ritrovate nei monumentali nuraghi di Santu Antine, Santa Barbara, Losa, Lugherras (Pauliltino) e in altri di minori dimensioni ma di pianta ugualmente complessa (Logomache, Fonni). Complessi edilizi. La ricchezza edilizia aumentata dal precisarsi del genere architettonico del tempio a pozzo, ancora di struttura severa, a grossi blocchi appena sbozzati, somigliante a quella dei nuraghi. Tant che la tromba del pozzo, coperta a falsa volta, sembra il vano di un nuraghe interrato. Presentano tale 51

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aspetto arcaico i pozzi sacri di Sa Testa (Olbia), Funtana Coberta (Ballao), Su Putzu (Orroli), Cccuru Nuraxi (Settimo San Pietro), per citarne solo alcuni. Ma non si esclude che, sul finire del II e gli inizi del I millennio a.C., fossero stati gi costruiti anche i prototipi dei pozzi sacri architettonicamente pi evoluti, con le strutture interne (scala e camera dacqua cupolata) e le murature a vista di conci rifiniti con lo scalpello (talora in pietre di diverso colore), determinanti mostre eleganti e preziose nella facciata a timpano e nel coronamento del pozzo a tamburo. Il tempio di Santa Vittoria (Serri) pot allora sorgere, almeno in una prima stesura. Certamente un santuario esisteva, come provano oggetti di fine millennio ritrovati sul pittoresco altopiano di basalto, che come un altare naturale dominante sulle fertili convalli. Ceramiche lisce pregeometriche portano allet del Bronzo finale anche il pozzo sacro in pietre da taglio di Cccuru Arrus (Cbras). Sono contemporanei ai citati templi a pozzo, altri templi in forma di edificio rettangolare a una o pi celle precedute da vestibolo aperto in antis. In essi si vuole vedere applicato il modello di casa protogreca a mgaron tardomicenea e anatolica dei secoli XIV-XIII avanti Cristo.

Lapogeo della civilt nuragica matura nella fase IV (e ultima per quanto riguarda la sua generale diffusione geografica nellisola). Corrisponde alla prima et del Ferro e a tempi protostorici, perch si hanno nomi di popoli (e di eroi di essi eponimi: Iolaos, Sardus, Norax) ricordati dalla storiografia grecoromana. Si coglie una profonda svolta, per non dire rivoluzione, culturale. La societ da tribale diventa oligarchico-aristocratica e si affermano prncipi a capo dei cantoni. Essi continuano a risiedere nei nuraghi-castelli gi edificati, mentre pochi sono quelli di nuova costruzione; alcuni vengono restaurati (Su Nuraxi, Barmini), altri trasformati in luoghi di culto (San Pietro, Torp; Pizzinnu, Posada; Nastasi, Tertena). Leconomia poggia su un sostrato di agricoltura avanzata, a coltivazione di grano (trovato nei nuraghi Piscu, Suelli e Su Igante, Uri, e figurato dentro un piatto offerto da una statuina in bronzo votiva da Serri), sino a specializzarsi nella coltura della vite (acini duva nel villaggio di Genna Maria, Villanovaforru). Si incrementa il patrimonio di bestiame (bovino, ovino, suino, da cortile), raffigurato, con gli animali selvatici da caccia (muflone, cinghiale, cervo, daino, volpe), nelle piccole statue di bronzo, dalle quali anche si apprende che si essiccavano e conciavano le pelli (bronzetto da Serri) e si lavorava il cuoio (calzolaio da Tuvmini, Aidomaggiore). Diventa, infine, portante la struttura minera52

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ria e metallurgica, a ciclo completo, da bocca di miniera al prodotto finito in rame, piombo, argento e bronzo, per usi diversi (dal militare al domestico, da quello agricolo al pastorale, sino al rifinito pezzo di artigianato artistico, come le figurine ex voto in bronzo modellate a cera perduta da ramai di diversa educazione stilistica, residenti presso le corti e i santuari, o liberi nelle loro botteghe). Alacri divengono anche le officine dei vasai, che producono variate forme di recipienti (da derrate, da cucina, da mensa) non di rado assai eleganti come le anfore piriformi e i boccali ornati di motivi lineari geometrici, incisi e dipinti, e antropomorfi in rilievo. Le fogge corrono nelluso interno e, talune come gli aski, si esportano in Etruria e nelle isole Lpari nel IX-VIII secolo a.Cristo. In Etruria e in Sicilia arrivano dalla Sardegna anche barchette e figurine di bronzo. Gli scambi commerciali. il commercio, appunto, e in genere le comunicazioni col mondo fenicio, siriaco, etrusco e, da ultimo, greco-ionico occidentale, a rendere aperto, vibrante e competitivo lultimo atto della vita nuragica. Senza negare il senso di comunit, che si cementa nelle periodiche feste-mercato presso i grandi santuari (Santa Vittoria, Serri; Abini, Teti), si comincia a privilegiare lindividuo e la persona (tombe singole in luogo delle collettive tombe di giganti). E la fiducia in s stessi e nella solidariet morale di popolo, alimenta lo spirito di libert e di indipendenza sino ad attingere la plis (ossia la coscienza politica) e il sentimento di nazionalit se non proprio di nazione (ancor oggi presente nei Sardi). Il frutto migliore e di maggior fascino per noi moderni di tale condizione politico-sociale, laica e religiosa insieme, larte. I suoi prodotti sono principalmente destinati a essere offerti nei templi a pozzo i quali, ora, sono impreziositi da modanature a bozze o a listelli (talora dipinti in rosso), da trabeazioni ornate di teste bovine in rilievo, da mostre a disegni geometrici lineari sulle superfici esterne, mentre le pareti interne sono ritmate da filari di conci a taglio sbieco strapiombanti per comporre scale e cupole (magnifico il pozzo di Santa Cristina, Pauliltino, del IX secolo a.C.). Sono le figurine di bronzo (circa 500), plasmate dal IX al VII-VI sec. a.C., a esprimere il forte senso di religiosit e a proporci tutte le componenti della societ. Si hanno immagini di ceti egemoni e di classi subalterne; raffigurati anche esseri soprannaturali, e persino gli edifici della vita (nuraghi e case dabitazione dei villaggi allora numerosi e diffusi nellisola). Il respiro della natura come rappreso nelle argutissime immagini di animali. Molte navicelle di bronzo, semplici o baroccheggianti, dicono che i Sardi navigavano su proprie flottiglie. Due gli stili: uno auli53

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co e laltro di vena popolaresca. Uniformemente rigido, geometrico, conforme al potere dei personaggi rappresentati (guerrieri), , invece, lo stile delle grandi statue in pietra (talune dipinte) trovate recentemente a Monti Prama nel Snis di Cbras. Stavano sopra tombe singole, forse di capi, formanti un santuario-heron. Sono dellVIII secolo a.C., fatte quando nasceva la grande statuaria marmorea greca. Statuine di bronzo e statue di pietra consentono di riprenderci un mondo perduto e di ripresentarlo come testimone di un periodo nel quale i Sardi hanno contato nella storia del Mediterraneo.

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La vicenda storica e artistica

Il quadro evolutivo. Chi volesse avvicinarsi alla Sardegna con qualche curiosit in pi del semplice primitivo che oggi cerca, quasi per un ritorno alle origini, gli archetipi del suo concreto rapportarsi al mondo fisico e quindi vuole il mare, gli di misteriosi e onnipresenti, lo spazio assoluto, e quantaltro pu offrire questa terra, vittima ormai di una mitizzazione alla rovescia non pu fare a meno di notare con un certo fastidio come la storia, e la sua figlia pi insigne, larte, gli vengano offerte in comode lattine preconfezionate, ognuna con la sua brava etichetta e ognuna destinata, come le istruzioni prevedono, ad essere gettata dopo luso. E cos abbiamo la Sardegna fenicio-punica, la Sardegna romana, quella giudicale, di Pisa e di Genova, aragonese, spagnola, sabauda, italiana, autonoma (e perch no? anche banditesca; oppure colonia, terra di rapina, e via inscatolando). Su un binario parallelo, levoluzione artistica ripete pedissequamente questa scansione, solo in parte riscattata da intuizioni la Sardegna anticlassica che costituiscono sapori nuovi ma non per questo meno consumabili dei precedenti. La frontiera morbida. Strano destino di un autentico crocevia mediterraneo, caratterizzato da una frontiera morbida, la linea di costa, capace di garantire i pi arditi processi osmotici fra popoli e civilt diverse e di modellare il sostrato non in relazione alla forma esteriore o al contenuto, e tanto meno a inafferrabili vocazioni o condizionamenti ambientali, ma a unidea, a una concettualizzazione logica fra le categorie di interno e di esterno, piegando ad essa lo stesso controllo e uso degli strumenti di produzione. In tal senso, una storia della Sardegna dovrebbe iniziare non dai moduli classici ma dallo straordinario labirinto graffito in una tomba ipogea a Luzznas, presso Benetutti (di cultura San Michele, forse della seconda met del terzo millennio, secondo Kern), dove il percorso delimitato dalle linee e non linea esso stesso, e lingresso, caso unico in tutto il Mediterraneo, ribadito da una traccia di guida che pare voler accompagnare e proteggere il danzatore, operando una perento55

LA VICENDA STORICA E ARTISTICA

ria cesura, appunto, fra interno ed esterno. Non questo il concetto di insularit tanto caro a scrittori e storici quando si mettono a discuter di Sardegna, e men che meno di quellisola nellisola di cui ogni Sardo sarebbe espressione pi autentica e sul quale anche Gramsci conveniva esserci un pochino di vero, quanto bastava per dare laccento grammaticale, come diceva; semmai la premessa logica di quellaltra categoria concettuale, letteraria stavolta, che vorrebbe, con Vittorini, la Sardegna come uninfanzia, infanzia del mondo e di ciascuno di noi, mai pi destinata a ritornare. Un modo elegante ed evoluto di spostare lattenzione dalloggetto al soggetto, ch in questo caso infanzia modo di intendere le cose e non natura delle cose stesse: e poich, vista con gli occhi delladulto, lesperienza infantile irripetibile, unica, isolata appunto allinterno di uno psicologismo che sposa tempo e spazio in altra dimensione, solo immaginata stavolta, ecco che linsularit arriva a saldarsi, quasi legittimandole, con quelle forze primordiali che in Sardegna sono un apertissimo scenario di natura e storia (mentre altrove si riescono a scorgere solo attraverso mediazioni progressivamente sottrattive). Vi per una sorta di giustificazione, se non proprio storica, almeno storicizzata dalluso, in questi diaframmi illusori: ed linesauribile alternanza fra rito e mito che caratterizza la Sardegna proprio a partire dal momento in cui la cultura orale cede il passo a quella scritta. Intanto perch le manifestazioni artistiche trasgrediscono rapidamente dal btilo aniconico alle sorprendenti figurazioni antropomorfe det nuragica senza che la trasmissione del sapere sia in grado di proporsi come modello altrettanto ideale, senza cio che si passi dal mito al rito; e poi perch le prime citazioni della Sardegna nelle fonti storiche si affollano dimmagini confuse e mitiche, quasi nellinconscia aspirazione di regredire dal rito, ormai celebrato fino in fondo, a un mito che gi diciotto secoli fa poteva mostrare lisola come uninfanzia della civilt: dal rito al mito quindi. Che in questa alternanza non trovi concreta, palpabile espressione la classicit greca, che si vuole definitivamente rifluita dalle sponde sarde dopo la battaglia navale di Allia (circa il 537 a.C.), poco importa, se quella classicit teneva il mare come veicolo e lordine delluomo razionale come norma: due cose che ben a ragione si negano alla Sardegna. Sostituire una Sardegna a-classica alla comunemente intesa Sardegna anti-classica non allora questione terminologica, ma significa spostare il tiro a una diversa, ma non contrastante, cultura mediterranea e non per questo barbarica, se vero ad esempio che quei bronzetti nuragici erano 56

LA VICENDA STORICA E ARTISTICA

ritenuti come oggetti di gran pregio sullopposta sponda tirrenica; e lEtrusco, si sa, non era di palato facile. Descrizioni classiche. necessario allora rifarsi alle origini della tradizione letteraria (seguendo in questo le nitide ricostruzioni di Nicosia e Mastino). Quando il geografo greco Pausania nel II secolo d.C. dedicava allisola un intero capitolo della sua Descrizione della Grecia, una base onomastica S(a)rdn riferita alla Sardegna era documentata gi da una quindicina di secoli, a partire da vari testi egiziani, da una stele di Nora e dalla stessa Odissea, laddove Ulisse sorride sardnion. Non detto che la digressione fosse necessaria per la scarsa conoscenza dellisola da parte dei Greci, come vuol far credere Pausania, perch se non altro il nome datole da mercanti ellenici almeno ottocentanni prima era Ichnussa, impronta di piede umano (ricalcata nel Sandaliotis di Timeo, fra il IV e il III secolo a.C.), e ciimplica una conoscenza precisa almeno del profilo costiero. Sta di fatto che egli dipinge lisola come la pi grande del Mediterraneo, la pi ricca e felice, senza animali e piante pericolose, anche se deve registrare un clima piuttosto insalubre nelle fertili pianure e la presenza di unerba, identificabile con la ferula, dotata di un terribile potere, che chi la mangia muore ridendo.
E forse per questo i Sardi, pi che per una ridotta muscolatura mimica della maschera facciale (Lilliu), difficilmente ridono (o forse perch non c proprio nulla da ridere sulla loro condizione esistenziale: e lo prova la mancanza in ogni tempo di comici o di un teatro dialettale ispirato alla comicit popolare).

Apporti esterni. Cinque personaggi ci presenta Pausania sulla scena storica: nellordine, Sardo, Aristeo, Dedalo, Norace, Iolao. Il primo giunge in Sardegna con genti africane (Libici: evidente laccostamento con le testimonianze egiziane) e convive con le popolazioni indigene, senza che da questo apporto si sviluppi una cultura urbana; cosa che invece si verifica con Norace (che altre fonti fanno precedere gli altri personaggi), fondatore di Nora, la cui stele iscritta databile fra il IX e XVIII secolo a.C. ( la citt, nei fatti, a dare il nome allecista: la radice del toponimo attesta chiari rapporti di varia natura con larea iberica e balearica, e infatti Norace viene fatto giungere dalla leggendaria Tartesso, ma si tratta di invenzione a posteriori). Aristeo e Dedalo arrivano insieme, il primo a simboleggiare la feracit della terra ( egli, secondo la tradizione, a donare agli uomini miele, latte e olio) e il secondo a giustificare la presenza di quelle imponenti costruzioni a thlos, i nuraghi, altrimenti incom57

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prensibili in ambiente greco. evidente la forzatura cronologica ma non quella topografica per quanto riguarda Aristeo, il quale avrebbe regnato nella citt di Cagliari: e non singolare allora il rinvenimento di una gran quantit di materiale miceneo in un nuraghe, dal significativo nome di Antigori, a dominio del suo golfo. A Iolao, eroe tebano giunto con molti compagni, si fa risalire invece la colonizzazione dellisola e la fondazione di Olbia, ancora oggi lunica citt di sicuro ascendente greco se si accetta come contaminazione propagandistica, ispirata da Atene, la variante secondo la quale Iolao sarebbe arrivato con tutto un esercito, di Ateniesi appunto, e avrebbe fondato anche Ogryle, identificata non senza forzature con Gurulis Vetus, lattuale Padria. proprio Iolao a chiudere il cerchio fra rito e mito: la qualifica di Sardus Pater civilizzatore, riconosciutagli dalle fonti, ne fa lanello di congiunzione e quasi di mediazione fra le tre culture, punica, greca e indigena, che convivevano nellisola senza eccessive forzature. Testimonianze artistiche. Con Allia i fermenti culturali in via di lenta evoluzione trovano una brusca soluzione storica, con esiti apparentemente paradossali: gli avvenimenti non diventano storia ma trasgrediscono nel rito, qui inteso come norma ripetitiva rispetto a situazioni in qualche modo simili; e la storia regredisce nel mito, non come simbolo privilegiato e trascendente, ma allopposto come costante negativa che percorre in un filo rosso tutta levoluzione della supposta civilt sarda. Linsularit diventa un fatto negativo non perch le coste sono malsane e le citt rivierasche abbandonate, ma perch la civilt di cui queste erano espressione non riuscita a imporre un suo progetto sociale nellorganizzazione complessiva del territorio, non riuscita cio a uscire dal mito per entrare nella storia. Lelemento indigeno. La ragione puessere solo apparentemente semplice se ci si ferma a considerare il peso specifico dellelemento indigeno. Questi aveva prodotto testimonianze artistiche e architettoniche di grandissimo valore, assolutamente non barbariche anche se confrontate ai ritmi della classicit, ma doveva avere un peso talmente esiguo nella consistenza demografica protostorica della Sardegna da parere quasi un accidente naturale, come ancor oggi ci appaiono i suoi nuraghi. Non ha fatto storia, se non in negativo, e la strenua resistenza delle indomite trib delle montagne interne, le Barbgie, barbare, alle armi romane nel corso del II secolo a.C., anche a far la tara sulla effettiva necessit di tanti trionfi sulla Sardegna celebrati a Roma, andrebbe forse vista come un prolungamento sui generis delle guerre puniche in aree periferiche, piuttosto che come contrap58

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posizione cosciente fra conquistato sardo e conquistatore romano; cos come due secoli prima (ma le testimonianze letterarie sono scarsissime) linsurrezione contro Cartagine poteva essere nientaltro che unappendice della quinta guerra sicula, e prima ancora altre sollevazioni potevano ben inserirsi nel contrasto fra Punici, Greci ed Etruschi per il controllo del bacino occidentale del Mediterraneo. E se Cartagine affider la sua sicurezza a un imponente sistema fortificato, Roma riproporr il controllo militare del territorio attraverso una ben congegnata rete di comunicazioni stradali e lefficienza delle sue legioni.
Contro chi, queste difese? Possibile che fossero contro quei mastrucati latrunculi, o sardi pelliti, o ancora sardi venales, indigeni cio di nessun valore che vivevano in capanne ancora ricoperti di pelli? Che accettavano, ad ntas, lidentificazione del loro Sardus Pater con Sid, dio puni co? Che non costruivano pi nuraghi n modellavano figurine bronzee, ma parevano capaci di accendere e propagare come fuoco nella prateria quelle subitanee ribellioni che costringevano le pi forti potenze dellepoca a trincerarsi in avamposti da Far West?

Ragioni apparentemente semplici, si diceva, per questa storia in negativo, perch anche se la formula di Plinio ci attesta lesistenza di tre sole etne prive di organizzazione urbana, e cio Iliensi, Balari e Corsi ( superfluo il richiamo onomastico a tre regioni frequentemente in contatto con la Sardegna: Grecia, Spagna e lisola vicina), anche vero che sono principalmente loro a ribellarsi a condizioni di vita che secondo gli storici andavano diventando insopportabili. Ma se son questi i Sardi, quelli autentici, chiara la frattura col passato, coi costruttori di nuraghi, e soprattutto quella col futuro, quando non si avr pi una storia o unarte sarda, ma una storia e unarte delle civilt che di volta in volta si impossessavano dellisola o di sue parti. Colonia o periferia. In questottica la Sardegna non colonia ma semplicemente territorio periferico di stati e nazionalit pi vasti, che avevano altrove i loro interessi maggiori, e la sua storia si confonde con la storia di questi senza poter mai aspirare ad esiti affatto particolari. La prova pi evidente di questa assenza storica e politica la si pu leggere, non tanto nella considerazione di terra di punizione con cui stata tenuta la Sardegna dai Punici in poi (terra metropolitana, ma sufficientemente lontana per relegarvi gli indesiderabili), quanto nel rilevare che, allentandosi negli ultimi secoli del primo millennio i legami politici fra lisola e Bisanzio, la Sardegna semplicemente scompare dalla storia: e non perch non avesse una cultura scritta, o meglio, non solo per questo, quanto perch si trovava dun tratto a godere di 59

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una autonomia non sollecitata, quasi innaturale. E non sorprende allora se il suo riemergere alle cronache per la frequentazione pisana e araba ci restituisce non una regione, ma quattro distinti giudicati dalle caratteristiche sociali, politiche ed economiche s peculiari, ma che dimostravano in maniera incontrovertibile che ladeguamento della funzione alla forma era avvenuto spezzando la forma, e non calibrando la funzione alle specifiche necessit dellambiente isolano, progettando cio una vera storia sarda. Cos, se fino al Mille questa storia rimane circoscritta al mito e alla tradizione orale, da ora in avanti si affacciano brandelli di storie diverse, ora dei Comuni marinari italiani, principalmente Pisa e Genova, ora aragonesi e spagnole, ora infine sabaude e italiane, ma tutte come sovrapposte artificiosamente a quella che sintuisce appena essere unautentica anima (e civilt) sarda, capace solo di far capolino qua e l fra le pieghe della storia e senza caratterizzarsi mai, nonostante le pi elaborate ricostruzioni possibili, in corposo dipanarsi di moventi e situazioni. La civilt fenicio-punica. Quella data, gi emblematica (mitizzabile?) di suo, compartisce distintamente due Sardegne. Della prima la storia, ancorch avara di documenti e/o monumenti, anche priva di plausibili motivazioni ideali. La presenza di Cartagine trova compimento in una positiva e attiva adesione sarda alla civilt fenicio-punica, realizzatasi con originali interpretazioni e rielaborazioni sarde di tipi e formule culturali semitiche (Barreca), ma a sostegno di questa adesione si possono portare ben scarse e frammentarie prove: qualche tipologia architettonica o urbanistica; qualche motivo decorativo, pi che artistico, introdotto da un artigianato dallocchio sveglio e da immediate capacit interpretative, ma scarso dinventiva e dispirazione sua propria; e soprattutto la resistenza opposta alla penetrazione romana. Una resistenza forse ben violenta allinizio, ma poi rapidamente smorzata dallintegrazione con lelemento punico-sardo della citt e della pianura, che ospitavano buona parte dei 300.000 abitanti stimabili per tutta lisola allepoca delle rivolte del 177 a.C. (sulla base di unindicazione di Livio; ma sarebbero la met secondo le stime ricostruibili da Diodoro), e dal ferreo controllo esercitato sui Sardo-Punici dellinterno, confinati fra i loro monti quasi come in unimmensa riserva da cui potevano condurre magari rapidi e brevi attacchi e colpi di mano verso le fattorie e i vichi prossimi, senza poter tuttavia incidere sullordine ormai stabilizzatosi. Lintegrazione romana. E quindi piuttosto svelta dovette essere anche lintegrazione col mondo romano, e non perch la Sardegna fosse uno dei principali granai della sua metropoli, ma 60

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perch limpronta data dallorganizzazione del territorio fu in grado di riplasmare la precedente matrice culturale, unificando sotto un unico idioma la trasmissione della cultura (e il sardo, autentica lingua, presenta oggi col latino le pi strette affinit rintracciabili nei territori italici) e fornendola di una espressione artistica certo provinciale, per profondamente caratterizzata e caratterizzante col repertorio consueto di teste dal profilo greco, di erme, di statue alla Meleagro, di sarcofagi con amorini, festoni, protomi leonine e molli corpi femminei ... [e] non mancarono possenti strutture termali, n colonne strigilate o frontoni cuspidati, n attrezzature portuali e nemmeno anfiteatri (Maltese).
Ancora oggi la saldezza di quella organizzazione pu essere misurata non tanto nelle ricostruzioni storiche, quanto nella tranquilla potenza dellintatto ponte romano asimmetrico che scavalca il rio Mannu presso Porto Torres, unica colonia romana nellisola che ricerche e pazienti scavi (dopo le distruzioni operate dal passaggio della strada ferrata proprio sullarea archeologicamente pi ricca) stanno riportando lentamente alla luce, con le sue terme, i templi, lacquedotto, lintensa urbanizzazione caratterizzata da cardo e decumano non perfettamente ortogonali; o dal grande anfiteatro scavato nella roccia a Kralis (Cagliari), la citt pi grande e popolosa, di cui rimangono ormai pochi altri resti visibili, qualche fondazione di tempio, le necropoli, la casa di Tigellio, la cosiddetta grotta della Vipera; e ancora dal teatro di Nora, unico nel suo genere in Sardegna; e dalle strutture urbane, parzialmente sovrapposte a quelle fenicio-puniche, di tante altre localit costiere, mentre allinterno una posizione di eccezionale importanza per il controllo delle impervie montagne barbaricine era assegnata a Forum Traiani, lodierno Fordonginus; e soprattutto dalla fitta rete di strade, di cui rimangono non pochi segni, dai miliari ai ponti, ai tratti di lastricato visibili in varie localit.

LAlto Medioevo. I secoli che si dipanano fra il dissolvimento di quellorganizzazione, che tuttavia rimarr ben impressa alla Sardegna come una preziosa filigrana, e laffermarsi di un nuovo ordine sono fra i pi oscuri di tutto il Medioevo mediterraneo e proprio per questo evidenziano, in negativo, le reali capacit della cultura locale una volta lasciata a s stessa o al precario controllo di Bisanzio o, ancora, alle fugaci apparizioni di Vandali, Goti, Arabi, forsanche Longobardi. Cos rimasto di tutti costoro? Praticamente niente, salvo poche indicazioni che si possono ricomporre dalle lettere di Gregorio Magno o da qualche incerta agiografia, uniscrizione proveniente non a caso da Porto Torres, vari oggetti e frammenti definitivamente staccati dai loro contesti, che in pi di un caso conservano soltanto una loro rustica bellezza. Due documenti segnano linizio e la fine di questo periodo oscuro destinato a rimaner tale non
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LA VICENDA STORICA E ARTISTICA

solo per mancanza di luce ma anche per mancanza di cose da illuminare e quindi il passaggio dalluna allaltra Sardegna, e sono entrambi documenti di pietra, unici nel loro genere nellintero bacino mediterraneo, innalzati, ancora una volta non per caso, alle due estremit dellisola, presso gli scali e le citt pi frequentate: il S. Saturno a Cagliari e il S. Gavino a Porto Torres. Il primo ci pervenuto mtilo e profondamente rimaneggiato e perci rimane in parte indecifrabile; il secondo, solo ampliato in epoca di poco pi tarda, si erge intatto in una sua cristallina, solare maestosit.

Basiliche paleocristiane. Non soltanto un mezzo millennio a separare i due documenti, ma tutto un modo di essere della civilt e della cultura insediate nellisola. Il primitivo impianto a croce greca della basilica paleocristiana di Cagliari, con la sua bassa calotta emisferica che interseca e non si inscrive nel massiccio quadrato di base dando vita a un sorprendente e inconsueto gioco di sporgenze e di rientranze, pu forse adeguarsi alla negazione dello spazio tattilmente misurabile ch tipica dei modi architettonici tardoromani, ma per certo esprime qualcosa di pi: anche oltre quellaspirazione cromatica poi resa evidente negli scarsi frammenti di decorazione scultorea dinflusso bizantino e ancora presente gi gi nei secoli fino alle soglie dellet contemporanea. Qualcosa che ancora sfugge a ogni spiegazione logica ma che doveva ben inserirsi in quellepoca e in quellambiente, se vero che lo schema a simmetria accentrata si ripete in vari episodi minori fino allXI secolo (santuario di S. Maria di Bonacattu a Bonrcado, S. Giovanni in Snis, S. Giovanni di Assmini, S. Maria Isclas presso Cossone, loratorio delle Anime di Mssama), ma in nessuno ormai possibile rintracciare una cos patente digressione al rapporto di forze fra quadrato e cerchio: una digressione di cui pu scorgersi, forse, un remoto antecedente nellaggettare dei massi squadrati a formare il nuraghe. Limpianto degli edifici. Anche S. Gavino presenta una ben strana singolarit, e cio di non aver facciata ma due absidi contrapposte a pianta semicircolare alle estremit della lunga e stretta navata centrale; solo che stavolta la trasgressione, oltre che plausibile nelle motivazioni, corrisponde a un differente dispiegarsi di influssi culturali e di forze economiche e a un diverso ordine sociale, epifana della nuova presenza della Sardegna sullo scenario del Mediterraneo. Se in quei cinque secoli appena trascorsi la Sardegna non interessava praticamente a nessuno, perch il suo possesso poneva forse pi problemi che vantaggi concreti (anche per il decadimento generale delle tecnologie estrattive e per il crollo della produttivit agricola), allinizio del nostro millennio la frequentazione dei litorali sardi da parte delle marinerie di terraferma, ivi attratte prima dalle sporadiche incursioni
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arabe e infine dal tentativo di assoggettamento dellintera isola attuato da Mug id intorno al 1015, costringe dapprima i Sardi a h uscire dal mito i giudicati per entrare nuovamente nel rito gli scambi commerciali e pone successivamente un difficile problema di equilibrio tra forze pressa poco uguali e contrastanti, che trovano il loro punto di applicazione non pi solo sulle citt, come avevano praticato Punici, Romani e Bizantini, ma ben allinterno del vasto territorio, usando degli aggregati urbani ancora esistenti come punti di appoggio diversamente articolati. Il sostrato si scioglie cos in quellopposizione interno/esterno che caratterizzer da ora in poi tutta quanta la storia sarda e di cui uno studio attento del S. Gavino pu aiutare a ricostruire la fenomenologia.
In questo edificio la modulazione degli spazi e la numerata ritmica dei pieni o dei vuoti dellinterno viene ripresa con perfetta e stringente rispondenza nella modulazione delle superfici dellesterno (Delogu), e tuttavia lapposizione di unaltra abside a levante in luogo della vecchia facciata (ma secondo alcuni mai esistita, prevedendo anche il primitivo progetto due absidi contrapposte), non si pu spiegare solo con le prescrizioni liturgiche che vogliono, ma gi a partire dal V secolo, il celebrante rivolto a oriente con le spalle ai fedeli, n con generici lavori dampliamento (accompagnati dal completo rifacimento dellapparecchiatura esterna, secondo lipotesi del Sampaolesi) autorizzati da un maggior fervore di culto ai santi Gavino, Proto e Gianuario. Contrastano con la prima ipotesi, oltre a ovvie considerazioni di carattere generale, la disposizione della fabbrica, ben alta sul monte Angellu con ex facciata rivolta al mare ma non al porto, e il modo con cui si rapporta alla morfologia del sito; con la seconda il semplice fatto che linvocazione a quei tre santi si ritrova in documenti del secondo e terzo decennio del XII secolo, quando invece il corpo aggiunto al posto della facciata del S. Gavino (rimasta sempre e solo dedicata a costui) era gi stato completato ed era in grado di ospitare sepolture.

Supremazia pisana. A queste spiegazioni interne alla logica delledificio se ne pu aggiungere unaltra esterna. proprio nella seconda met dellXI secolo, nel periodo cio che separa il primo impianto, di chiaro gusto pisano, dalla successiva sistemazione, che Pisa riesce ad affermare una sua qualche supremazia nella Sardegna settentrionale ( del 1082, ad esempio, la cessione di S. Michele di Plaianu, poco distante, con tutte le sue pertinenze alla Primaziale pisana); e a concretare, nei primissimi anni del XII, una presenza artistica nellarchitettura religiosa ormai soverchiante rispetto alle altre due correnti quella del primo romanico europeo nellultimo quarto dellXI e quella, di maniere provenzali, introdotta nel Sud e soprattutto nel S. Saturno dai Vittorini marsigliesi a cavallo fra i due secoli e tale
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da caratterizzare in maniera definitiva il paesaggio artistico dellisola ben oltre quanto si pu leggere oggi nella stessa terra dorigine. Lesigenza della repubblica dArno di mostrarsi forte e potente pu aver indotto maestranze locali, di educazione e gusto lombardi stavolta, a raddoppiare praticamente la basilica, allepoca non pi vecchia duna trentina danni, con una fretta in cui non cera posto per una riconsiderazione generale dellarticolazione strutturale delledificio, senza cio porsi il problema di una nuova facciata, che a quel punto e in quelle condizioni di luogo non era pi proponibile, e collocando il portale in un qualsiasi punto di uno dei lati lunghi, presumibilmente a sud, verso Sassari. Lordinamento in curatorie. Limpatto dellambiente isolano con la prepotente e aggressiva vitalit delle repubbliche marinare principalmente Pisa e Genova, ch i Vittorini di Marsiglia ritornano presto nellombra (ma non i loro monumenti), gli Amalfitani parevano interessati solo ad attivit estrattive e di scambio e di Veneziani non viene ricordata alcuna presenza rivela la fragilit della costruzione sociale dellepoca, basata pi sul minuto controllo amministrativo dei mezzi di produzione attraverso lordinamento in curatorie, che nellincentivo a scambi e relazioni allargate allintera base territoriale di riferimento. La cantonalizzazione della Sardegna, questo suo apparire tante piccole isole nellisola, si enuclea in tutto il suo gretto conservatorismo nel periodo alto-giudicale, quando costruzione dallinterno, ma riceve la sua sanzione inappellabile dai mercanti pisano-genovesi, ed costrizione dallesterno. dubbio che, perdurando i presumibili bassi livelli di natalit e le rudimentali tecniche di sfruttamento agricolo, i giudicati avrebbero potuto evolvere verso qualcosa di pi articolato: ma certo che i mercanti continentali gliene tolsero ogni occasione. Non si tratt comunque di un prelievo a senso unico, di una sottrazione netta di risorse senza contropartita: contropartita vi fu, anche se a beneficio di una popolazione in cui gli elementi dimportazione, per intraprendenza, censo, aperture mentali, capacit di organizzazione e di gestione commerciale, superavano ormai di gran lunga lelemento propriamente sardo; e fu contropartita di grandissimo rilievo sociale e culturale. Statuti e Ordinazioni. Furono gli Statuti e Ordinazioni, con cui si cominci a regolare lassetto e la vita amministrativa nelle citt di maggiore importanza, quelle non regalate dai giudici solo perch in tali luoghi potevano trovare temporaneo (e precario) componimento gli interessi contrastanti dei Malaspina, dei Massa, dei Doria e delle altre casate pisane e genovesi gi salda64

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mente affermatesi, con quelli espressi dalle aristocrazie sarde; furono le attrezzature portuali e un generale risveglio della presenza umana sul territorio, che non si estrinsecava come mille anni prima attraverso una ben congegnata rete di strade (perch il controllo militare nulla pi significava senza controllo commerciale e politico; e per il primo bastavano le piste e le mulattiere in qualche modo praticabili e per il secondo unaccorta strategia matrimoniale dopo che la penetrazione degli ordini religiosi e lattivit immobiliare delle Opere delle due Primaziali pisana e genovese avesse sgombrato il campo dal sospetto e dalla diffidenza), ma si indirizzava esclusivamente alle risorse estraibili di discreto valore intrinseco come minerali, corallo, pellami, sale, formaggi, bestiame, miele, leterno grano e finanche schiavi che non richiedevano alcun investimento che non fosse il semplice capitale di giro e permettevano un surplus facilmente trasferibile in terraferma, ma in compenso erano capillarmente diffuse sul territorio; furono soprattutto le perfette proporzioni e la severa eleganza, dispiegata fin nei minimi dettagli costruttivi, delle fabbriche religiose introdotte da maestranze principalmente toscane: di Pisa (oltre al S. Gavino, S. Maria del Regno di rdara, lampliamento del S. Pietro Extramuros di Bosa, il completamento del S. Simplicio a Olbia, S. Nicol di Trllas presso Semstene, S. Giusta presso Oristano, S. Paolo di Mlis, S. Maria di Bonrcado, S. Leonardo presso Santu Lussurgiu, S. Nicola di Ottana); di Lucca (SS. Trinit di Saccargia e S. Michele di Salvnero nel Logudoro, Nostra Signora di Tergu, S. Pietro delle Immagini presso Bulzi); di Pistoia (S. Pietro di Srres presso Borutta, S. Antioco di Bisarcio); e poi direttamente dalla Francia ad opera dei Cistercensi (S. Maria di Corte e S. Pietro di Sinda, Nostra Signora di Pulis presso Uri, S. Maria di Cros presso ttiri, il prospetto del S. Pietro di Bosa); o di maniere provenzali attraverso i Vittorini di Marsiglia (ricostruzione del S. Saturno a Cagliari, Parrocchiale di SantAntioco, S. Efisio presso Nora, S. Lussorio presso Fordonginus, S. Maria di Uta); o dei Francescani attraverso le loro fondazioni del centro Italia (S. Maria del Porto e S. Francesco di Stampace, entrambe a Cagliari ed entrambe oggi scomparse, S. Chiara di Iglsias), culminanti nelle fabbriche dei centri maggiori (il duomo di S. Nicola a Sassari, quello di S. Maria di Castello a Cagliari, la Cattedrale di Oristano, tutte in seguito abbattute e ricostruite): chiese romaniche di abbagliante purezza, frutto di una cultura pienamente consapevole delle proprie possibilit, e tali da restare oggi, seconda stratificazione di pietra della storia sarda, lunico leggibile anello di congiunzione fra struttura e sovrastruttura in epoca gi bassomedievale. 65

LA VICENDA STORICA E ARTISTICA Una cultura comunque estremamente pratica: se il pulpito di Guglielmo (del 1160 circa) viene trasferito dalla Cattedrale di Pisa a quella di Cagliari quando nella prima viene inaugurato (1312) quello scolpito da Giovanni Pisano, il rinsaldamento dei vincoli culturali passa attraverso lattribuzione alla colonia di un gusto pi arretrato di quello della metropoli (Castelnuovo-Ginzburg) e quindi capace di recepire un prodotto artisticamente obsoleto; o per meglio dire, lopposizione fra interno ed esterno si dissolve in un continuum centro-periferia in cui a questultima viene attribuito un ruolo eminentemente passivo, cio in qualche modo dipendente dallaltrui decisione.

Il processo di infeudazione. Vista con questottica, non si pu riconoscere una soluzione di continuit dellevoluzione storica sarda nel complesso processo di infeudazione della Sardegna, rimbalzato, a partire dalla fine del Duecento, fra luna e laltra sponda del bacino occidentale mediterraneo e poi svoltosi fra alterne (e sanguinose) vicende per 180 anni: in effetti il motu proprio con cui Bonifacio VIII creava dal nulla un Regnum Sardiniae et Corsicae e lo cedeva in feudo a Giacomo dAragona (1297), pu esser visto come un atto dimperio per risolvere intricate questioni legate alla guerra del Vespro e alle rivalit fra Pisani e Genovesi (Casula), ma si legittima non per lautorit pontificia, bens per la particolare situazione politica della Sardegna e inoltre per il fatto nuovo che, alla fin fine, il pretendente il suo feudo doveva conquistarselo con la forza delle armi. Bonifacio VIII infatti cedeva solo una licenza dinvasione: a danno dei Pisani che possedevano gli ex giudicati di Cagliari e di Gallura, dei Genovesi stabilmente insediati in quello di Torres, e della dinastia di origine catalana, ma da un secolo e mezzo radicata in Oristano, che governava lArbora e che a buon diritto poteva aspirare a rappresentare unetna autoctona (dagli storici chiamata infatti sardo-arborense). Se la penetrazione pacifica, indirizzata principalmente a scopi commerciali delle repubbliche marinare aveva potuto svolgersi secondo una cadenza calibrata alleffettiva capacit dellambiente sardo a recepire i nuovi stimoli, che era anzi esso stesso a sollecitare, ben diverso il problema che deve affrontare lallora piccola e niente affatto ricca monarchia aragonese: un problema di conquista in piena regola che si trova costretta, invece di stimoli commerciali e produttivi, a usare violente frustate per domare la riottosa avversione dei Pisani, dei Genovesi e, da ultimo, dei Sardo-Arborensi, in un susseguirsi di intricati episodi con molta fatica riconducibili a unordinata successione di cause e di effetti. Conflitti territoriali. Per un secolo e mezzo lisola diventa teatro di violenze, di ribellioni, di saccheggi, che da un lato si tra66

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ducono in gravissimi fenomeni di spopolamento, in certe zone addirittura irreversibili, mentre dal punto di vista del controllo e gestione delle risorse trovano facile soluzione in un ordinamento sociale completamente nuovo: la feudalit. Poco importa stabilire se i feudi preesistessero o no alla conquista aragonese; solo una presenza feudale massiccia e onnivora poteva ripagare le ingenti spese affrontate per la conquista, e solo i feudatari potevano porsi, insieme alle citt regie e, di queste, le due principali piazzeforti, il Castello di Cagliari e Alghero, ripopolate (pi facilmente la prima, con esiti abbastanza incerti per molti decenni la seconda) con elementi catalani di importazione dopo la totale espulsione di Pisani e Genovesi come validi interlocutori a livello periferico di uno Stato nella pienezza dei suoi poteri. Non potevano certo svolgere analogo ruolo le corti giudicali, fossero esse pi o meno sarde; il grado di elaborazione culturale di cui davano prova non andava oltre la Carta de logu, sorta di legislazione agraria raffinata quanto si vuole ma pur sempre attenta e, quasi, interna solo a una logica di sfruttamento delle risorse primarie, con un netto arretramento rispetto non solo ai modi di produzione mercantili ma agli stessi statuti importati dal continente, che questultima cercava, appunto, di rimodellare su una base di mera sopravvivenza sociale. Lorganizzazione statale. Appare ben strano riconoscere alla corte giudicale di Oristano unorganizzazione statale completa e moderna, una variet di costumi cortigiani raffinati, una vivacit di intelletti singolare (Casula) e poi lamentare la mancanza di riscontri storici perch gli archivi giudicali e privati indigeni non sono sopravvissuti alla sistematica distruzione dei vincitori. Nonostante gli sforzi e gli abilissimi falsi costruiti nel secolo scorso le fonti storiche disponibili ben addentro la seconda met del Trecento non consentono spiragli su una cultura e unarte giudicale, n alle origini n al suo definitivo tramonto. Archivi, se mai vi furono, non dovettero funzionare come depositi di storia ma solo come occasionale riconoscimento di uno stato di fatto avulso dalle sue determinanti strutturali: ne fornisce una prova convincente quel rigorismo iconoclasta, come lo definisce il Maltese, che porta a una quasi totale assenza di testi pittorici e a unestrema rarit di quelli plastici; n si pu dire che mancassero esempi, anche insigni, ai quali riferirsi, dalla campana del Duomo di Iglsias fusa e firmata da Andrea Pisano nel 1337 (e di l a otto anni il figlio Nino scolpiva la lapide funeraria di Vannuccia Orlandi per il S. Francesco di Stampace, che insieme ad altre sue opere dimostrano una presenza non casuale), al dossale dellEpiscopio di Oristano attribuito a 67

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Memmo di Filippuccio. Presenze rimaste per senza echi o interpretazioni locali, cos che assai facile sar lo slittamento verso le nuove forme artistiche importate dal conquistatore spagnolo gi contemporaneamente allassedio di Cagliari (1324), quando su una collinetta fronteggiante il Castello pisano viene costruita tuttintera una citt nuova e, allinterno di essa, una chiesetta, dalle inequivocabili strutture gotico-aragonesi, poi sviluppatasi in santuario e infine, nel Settecento, nella Basilica di Bonaria. Il sincronismo delle date non casuale perch quello slittamento avviene senza particolari traumi o cesure, e questo prova come lambiente locale fosse in grado di recepire gli stimoli ma non di svilupparne gli esiti, incapace di appropriarsene per tradurli nella sfera del sociale e del culturale. Con la significativa eccezione dellarchitettura, sia religiosa sia militare.

La conquista aragonese. Questa eccezione rende giustizia alle pretese devastazioni materiali provocate dalla conquista aragonese e di cui un segno spettacoloso pu leggersi a Cagliari nelle due torri devidente cultura pisana, le uniche rimaste a questa scala nellintero Mediterraneo, ma di fattura sarda, erette proprio per contrastare la minaccia di Giacomo II e nello stesso tempo pone un curioso problema storico in ordine al rigorismo iconoclasta cui si accennava. La funzionale e nuda architettura sarda, almeno fino al pieno affermarsi dellegemonia spagnola, viene interpretata in genere come manifestazione della presenza di una salda componente semitica, fortemente aniconica per ingiunzione biblica e comunque legata alla tendenza schematico-simbolica per eredit feniciopunica (Maltese): ma se vero che figurazioni plastiche e pittoriche non erano altrettanto necessarie quanto chiese e orator e pi tardi fortificazioni, anche vero che una tradizione aniconica cos fortemente radicata e per cos lungo tempo rimarrebbe incomprensibile se ricondotta al modello di una storia sarda periferica. Tale resistenza indurrebbe allora a ipotizzare una societ strutturata e pienamente consapevole delle sue possibilit e dei suoi limiti, tutte cose rimaste fuori dalle ricostruzioni finora tentate. Emarginazione artistica. Solo a partire dalla supremazia aragonese la Sardegna diventa periferica e dipendente; e solo a partire dalle influenze aragonesi vediamo affiorare una cultura figurativa di qualche impegno, dapprima timidamente con immigrazione di artisti catalani o importazione diretta di loro opere, ma poi alla fine del Quattrocento con la formazione e lo sviluppo di consistenti maestranze locali, che nei due secoli successivi riusciranno a produrre opere di grande originalit. Sembrerebbe insomma che cos come in epoca fenicio-punica era stata azzerata la componente figurativa della cultura nuragica, solo dopo due millenni lambiente sardo riesca a interpretare correttamente gli
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stimoli a una nuova ri-conoscenza (e figurazione) dellumano, uscendo definitivamente dal simbolismo, divenuto ormai mito, dimpronta bizantina: e ci, paradossalmente, dopo che lo spopolamento indotto dalla conquista aragonese doveva aver ridotto a un livello assai meschino la consistenza demografica in generale e quella dimpronta sarda in particolare (ma non per questo costretta a rifugiarsi sulle montagne o nei luoghi meno ospitali). In architettura invece le maestranze sarde riuscivano a interpretare il romanico pisano fin dai primi trapianti con evidenti tracce di gusto arabo-bizantino (S. Maria di Sibiola a Serdiana, S. Platano a Villaspeciosa), diventando cio protagoniste in prima persona di una cultura artistica a grandi masse litiche, che del nuraghe richiamava, se non altro, la materia prima e un qualche, ancora inidentificato, ordo rationis. allora illusorio interpretare il divario fra cultura autoctona e cultura importata, ad esempio, ponendo a confronto la torre di S. Cristoforo a Oristano (1291) con le due torri pisane di Cagliari duna quindicina danni pi tarde; tracagnotta e un po demode la prima, squillanti nel loro slancio verticale le altre. Non sulla committenza si gioca lemarginazione artistica sarda, ma sulla capacit di saper rispondere a uno stimolo esterno reinterpretando la propria individualit sociale, che fra lArbora e il giudicato di Cagliari non passava sulletna della classe di governo ma sulla concreta rappresentazione di un ruolo politico: diverso nei due casi, cos come diverse erano le condizioni di sito di Oristano da una parte e di Cagliari (e se vogliamo anche di Bosa, dove lo stesso Capula tirer su unaltra torre, ma con minore sicurezza stavolta) dallaltra, ma non fino al punto di contrapporre una cultura sarda a una cultura dimportazione. Sotto gli Spagnoli, che la tengono per quattro secoli, periferia e dipendenza in Sardegna diventano sinonimi. Con due risultati apparentemente contraddittori: la storia diventa poverissima di avvenimenti mentre la vicenda artistica si articola in qualcosa di pi di unattivit edificatoria, religiosa o militare, ribaltando i precedenti termini del rapporto. Il motivo semplice. Pur essendo piantata nel cuore del Mediterraneo occidentale, la Sardegna assai poco peso poteva avere nello scacchiere diplomatico europeo, il cui baricentro andava spostandosi verso nord e verso ovest; per le risorse che vi si potevano estrarre e per lefficace controllo dei Sardi, pocos, locos y mal unidos, poteva bastare il collaudato sistema del bastone e della carota. Il bastone, rappresentato da una macchina bellica in tono minore ma pur sempre valida per la repressione allinterno e la protezione dalle scorrerie barbaresche, e da qualche pi consistente tentati69

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vo dinvasione (francese), dallesterno; la carota, seppure ormai stanta, nelle sembianze dei Parlamenti a periodicit decennale nei quali clero, nobilt e citt regie sottoponevano al sovrano lunghi elenchi di capitoli, richieste e grazie di varia natura, che il sovrano, massimamente quando si intaccavano gli introiti della Corona, respingeva il pi delle volte ai mittenti in una sorta di gioco delle parti le cui sfumature fanno la felicit degli storici del diritto.

La struttura sociale. A queste condizioni diventano avvenimenti memorabili la visita di Carlo V, la partecipazione (probabile) di un drappello disolani allimpresa di Lepanto, lassassinio di un vicer, le malefatte dei rappresentanti della burocrazia statale, qualche episodio dintolleranza del SantUffizio, e nientaltro. Ne vien fuori una vita sociale cristallizzata sotto una pesante bardatura spagnolesca fin nei modi di pensare, intenta solo a quegli apparati di autorappresentazione (le cerimonie protocollari) in cui pi immediata poteva essere laderenza fra forma e ruolo; scarsi stimoli culturali delle due istituzioni universitarie tenute dai Gesuiti a Cagliari e Sassari, presto naufragate sotto difficolt finanziarie che erano in realt la spia di una struttura sociale assai povera di contenuti ideali, che teneva la sapienza per stoltizia e la giustizia per crudelt, secondo il giudizio dellArquer, la pi illustre vittima dellInquisizione; un assetto economico impossibilitato a sfruttare le possibilit offerte dallambiente isolano, stretto comera dagli impacci delle organizzazioni per gremi artigiani e da una struttura fondiaria incredibilmente arcaica, cui non era certo di stimolo la totale assenza di vie di comunicazione e contatti non solo terrestri, ma neppure fra quei numerosi scali che unoculata politica economica avrebbe potuto collegare fra loro e che invece venivano lasciati al loro breve hinterland o privilegiati solo per linsierro, lammasso obbligatorio delle granaglie da destinare alle citt regie per far fronte ai periodi di carestia.
Esaurita la fase cruenta della conquista aragonese, dalla fine del Quattrocento al termine della presenza spagnola la popolazione sarda quasi raddoppia (ma al 1485 non arrivava neanche a 160.000 unit): per a prezzo di unintegrazione sempre crescente col mondo iberico, per lingua, mentalit, costumi, istituti giuridici e politici; integrazione che si verifica solo parzialmente per le manifestazioni artistiche. Anche in questo caso il motivo abbastanza semplice: larte in Sardegna di rado ha servito le esigenze di promozione sociale della cultura al potere, n riuscita a incarnare un potere della cultura che, sinceramente, non si capisce bene quale destinatario, come classe sociale, avrebbe potuto avere. stata unarte a rimorchio di correnti che lambivano lisola solo marginalmente, quando (come col Rinascimento) non lignoravano del tutto, e ha quindi potuto 70

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sviluppare una componente autenticamente popolare, se non popolaresca, riproponendo vecchie espressioni di derivazione gotico-romanica e bizantina in architettura, filtrate curiosamente dal nuovo influsso barocco, oppure stilemi pittorici e plastici originali perch destinati a una fruizione allargata, a un uso comune. Mancano perci i palazzi nobiliari, anzi la stessa concezione del palazzo o della piazza secondo i modi continentali vi sconosciuta nelle citt grandi e piccole (ma non mancavano i nobili, anche di cospicue sostanze); i palazzi reali nei due capoluoghi son ben meschini e lo stesso si pu dire delledilizia di rappresentanza civile in genere, dai palazzi comunali ai magazzini, dai collegi universitari al cosiddetto decoro urbano; e mancano le grosse (cio ricche) committenze private ed ecclesiastiche, non perch non vi fossero ma perch non avevano la necessit di rappresentarsi oltre quello che gi di per s erano capaci di fare (con leterno alibi delle magre finanze); e quindi non si trovano in Sardegna prodotti di autori famosi, non si trovano cicli pittorici, o statuaria di pregio, e solo oggetti considerati minori, largenteria, lintaglio ligneo, possono essere collocati in un ambito meno locale. Forme catalane. Non un giudizio negativo, se si pone mente a quel grandioso atlante di figurazione del Medioevo romanico squadernato in varie zone della Sardegna: per almeno un centinaio danni a partire dalla cappella gotico-aragonese nel transetto destro del Duomo di Cagliari, di poco posteriore al santuario di Bonaria (1424-26), cessa qualunque impegnativa attivit edilizia. La ripresa, che ha inizio logicamente da Cagliari, avviene in forme catalane secondo due correnti ben definite, cui fa eccezione il primo impianto del Duomo di Alghero, ma solo nella seconda met del Cinquecento riesce ad arricchirsi di apporti personali elaborati autonomamente; per non si va oltre soprattutto quando il barocco riesce a stendere ununiforme patina sulle chiese e conventi di Sardegna unarchitettura prevalentemente dimportazione nella concezione e nelle strutture; financo mediata da certe forme inconsuete, e fuori posto nellisola, del barocco coloniale spagnolo, come si verifica nella Cattedrale di Sassari. Ci che non fu possibile nellarchitettura di pietra, raggiunse risultati di grande significato nellarchitettura del rtablo, vera quinta architettonica nel cui luogo dincontro fra pittura e scultura, spazio e ambiente si fondono secondo la norma catalana ma con un gusto propriamente sardo.
Il distacco con le sobrie forme pittoriche toscane non potrebbe essere pi netto; nel retablo si pu leggere tuttintera la storia figurativa della Sardegna durante la dominazione ispanica, e nelle esuberanze ornamentali

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LA VICENDA STORICA E ARTISTICA della sua struttura, concepita in funzione non solo decorativa e simbolica, ma anche per configurare spazi (Serra), non difficile a maestranze locali, anche prive di riferimento coi centri di produzione continentale, ritagliarsi un proprio spazio: dapprima forse solo decorativo, ma poi, via via che le tecniche si affinano e le importazioni o i maestri catalani forniscono nuovi modelli, sempre pi vasto fino ad assistere a partire dai primi anni del Cinquecento, nel nord dellisola, a una corrente pittorica capace di essere ben rappresentata, con Giovanni Muru, nella stessa Barcellona; e contemporaneamente, nel sud, ad una vera scuola, che dal nome di un quartiere di Cagliari verr detta scuola di Stampace, dovuta alloperosit di intere generazioni di lavoro.

La pittura. Ma nello stesso tempo gli esiti culturali sono abbastanza simili: e se larchitettura pisana, scacciati gli ispiratori, rimane eloquente documento dello scollamento fra civilt e societ, senza alcuneco della prima nelle successive edificazioni della seconda, cos il retablo e larte di ambito catalano (con prestiti da scuole italiane), esaurita la grande stagione creativa cinquecentesca, non riescono a evolvere nuove e pi avanzate forme espressive e nei due secoli seguenti a unintonazione manieristica di periferia non riescono a conferire caratteri di stile la presenza di pittori italiani e le tele (mediocri) di maestri come Mattia Preti, Giaquinto, Conca; salvo che nellarchitettura sacra, dove la trascrizione vernacola del manierismo severo o delle tendenze monumentali barocche e rococriusc ad esprimere istanze di autonomia culturale (Maltese), anche se spezzettate fra i vari cantoni dellisola, e a caratterizzare in senso popolaresco un volto urbano ormai in via di stabilizzazione, per lo meno nei suoi scenari pi rappresentativi: chiese e conventi appunto. Ma fu orizzonte di corto respiro, come dimostra la tranquilla indolenza con cui si procedette in ogni tempo a demolizioni, rifacimenti, ampliamenti o soppressioni, mentre la scultura si affida allimportazione di interi complessi monumentali, come avviene per il mausoleo di Martino II fatto a Genova nella bottega di Giulio Aprile e spedito a pezzi per il Duomo di Cagliari, e la pittura rimane pressoch muta fino a tutto il Settecento. La sostanziale indifferenza della Sardegna nei confronti della Spagna, e della Spagna nei confronti di questa sua periferia mediterranea (si pensi, per confronto, al ben diverso ruolo assunto dalla Sicilia, non spiegabile con motivazioni dambiente o di posizione), si traduce in un quieto immobilismo che rende lisola un mero oggetto di scambio fra le potenze europee impegnate a dividersi i resti dellimpero ispanico. Un oggetto comunque scomodo e ingombrante, che in una dozzina danni fra il 1708 e il 1720 cambia padrone cinque volte, mentre le sue fortezze regie, fiore allocchiello del sistema difensivo locale, si arrendono due volte
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senza combattere; come non sono mura, torri e baluardi a proteggere una societ, cos la rachitica articolazione economica e la struttura sociale fortemente classista, per la quale obiettivo primario rimaneva la difesa dei privilegi, non potevano enucleare le concrete esigenze della Sardegna facendone diventare protagonisti i suoi ceti dirigenti e le sue caste feudali. Il passaggio ai Savoia. E quando lisola viene sballottata dalluno allaltro pretendente, restando aggiudicata (in cambio della Sicilia) al pi debole Vittorio Amedeo II di Savoia, che sulle prime far anche qualche timido tentativo di sbarazzarsene a sua volta tutto viene assorbito con relativa tranquillit: tanto, su in alto nella piramide sociale bastava assicurarsi la conferma dei privilegi dimpronta ancora medievale, e in basso ci si rendeva conto, secondo la popolare quartina gallurese, che Pae noi no vha middhori / n impolta calha vintu / o sia Filippu Chintu / o Carralu imperadori; cio sotto qualunque padrone le condizioni di vita rimanevano le stesse. Cerano tuttavia degli strati intermedi, borghesia ancora in embrione, capaci di vedere quale fosse il proprio tornaconto sociale. Che poi fossero in grado di assicurarselo altro discorso, come dimostrano i ripetuti fallimenti dei tentativi del governo sabaudo di dar vita a una base economica diversificata, con lincentivazione industriale e i miglioramenti nelle colture e nelle trasformazioni dei prodotti agricoli, e a una base demografica un po pi consistente per il vasto paese, incoraggiando limmigrazione di interi gruppi (etnicamente diversi) di coloni; tentativi luno e laltro appoggiati a questi strati intermedi, anche ricorrendo a mezzi di grande spregiudicatezza, come nel riconoscere grado e titolo di nobilt a chi avesse piantato o innestato almeno 2000 ulivi. Ma questo riformismo (dassalto, dati i tempi e i luoghi) poteva funzionare come terapia durto solo se il medico fosse stato abbastanza deciso: una caratteristica, questa della decisione, difficilmente riscontrabile nellopera dei Savoia al di fuori del pur non breve periodo in cui il ministro Bogino resse, a Torino, la Segreteria per gli Affari di Sardegna (1759-1773). Era certamente dimpaccio a una maggiore speditezza il drastico giudizio negativo con cui il primo vicer piemontese aveva bollato lisola non appena messovi piede la noblesse est pauvre, le pays miserable et depeupl, les gents paresseux et sans aucun commerce, et lair mauvais sans quon puisse y remedier e che rispondeva certamente a verit pur se finiva per allontanare, anche solo psicologicamente, la Corte dai suoi nuovi domin: col risultato paradossale che lisola dava titolo a un regno, il Regno di Sardegna, ma veniva governata da un vicer, mentre il sovra73

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no continuava a governare il suo ducato alpino. Tuttavia, anche volendolo, ben difficilmente i Savoia avrebbero potuto far peggio degli Spagnoli: la lacerazione da essi provocata fra titolo giuridico e base territoriale non era uno scandalo, anche se aveva una conseguenza ben pi grave della convinzione del sindaco di Al di essere ancora la Sardegna governata da Madrid nel 1803, secondo un episodio riportato dal La Marmora; e cio che la Sardegna, periferica e dipendente, diventava anche politicamente assente, de jure oltre che de facto dopo i ripetuti dinieghi a riconvocare le assemblee stamentarie, le cui ultime riunioni si erano tenute nel 1698.
Non erano certo i Parlamenti a dare corpo a una politica locale, ma servivano benissimo agli Spagnoli come stanza di compensazione per ammortizzare gli urti di interessi contrastanti, che a lungo andare (e in qualche caso si and oltre le semplici avvisaglie) potevano predisporre un nuovo ordine alle cose sarde. Ora, niente di tutto questo; il vicer era solo il burocrate pi alto in grado; gli affari interni dellisola venivano gestiti a Torino direttamente dal Ministero dellInterno, prima della costituzione di unapposita Segreteria, e da quello di Guerra e Marina; i sovrani manifestavano in ogni loro comportamento quellalterigia un po sprezzante di chi si trova fra le mani, senza desiderarla, qualcosa di assolutamente incomprensibile e certo plebea, ma che in qualche modo deve pur gestire e organizzare perch, se non altro, ne dipende la sua stessa esistenza.

I frutti di questa assenza politica che anche assenza artistica, ma non culturale perch proprio col Bogino si d nuova vita alle due Universit si raccolgono di l a non molto, al cadere del secolo che presenta in Sardegna una cadenza di avvenimenti addirittura travolgente se confrontata col quietismo dei tre secoli precedenti. Si respingono vari attacchi della flotta francese, sconfiggendo alla Maddalena un giovane ufficiale ancora sconosciuto, Napoleone Bonaparte; si riuniscono autonomamente i Parlamenti, con atto di grande coraggio, per imporre a Torino cinque richieste, ritenute ormai irrinunciabili dopo la sonante vittoria riportata sui Francesi; si espellono tutti i Piemontesi residenti in Sardegna, compreso il vicer, dopo aver accertato la tattica dilatoria della Corte sabauda, la quale per, spaventata per la piega che prendevano gli eventi, si rimangia i dinieghi e aggiunge per soprammercato il licenziamento del Ministro dellInterno; da Cagliari scocca la scintilla di una ribellione che si propaga rapida per tutta lisola, per ora indirizzata da su patriottu sardu a sos feudatarios ma potenzialmente in grado di travolgere qualsiasi resistenza, come dimostra la strepitosa marcia di Giommaria Angioj da un capo allaltro dellisola. Sono tre anni
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LA VICENDA STORICA E ARTISTICA

di infuocata temperie rivoluzionaria, tristemente conclusasi il 16 giugno 1796 con limbarco dellAngioj a Porto Torres su un veliero diretto in Corsica, verso quella Francia cui ora ci si sentiva tendenzialmente affini (inutilmente lAngioj aveva atteso a lungo in Alessandria per essere ricevuto dal sovrano), e con un lungo periodo di spietate repressioni: cos che quando, dopo altri tre anni, il 3 marzo 1799 la Corte sabauda scacciata da Torino dalle dilaganti armate napoleoniche costretta a rifugiarsi nellisola, lordine ristabilito e quelle stesse classi dirigenti che cinque anni prima nel pacchetto di richieste avevano rivendicato tutti gli impieghi civili ai Sardi (esclusa la carica di vicer) votano ora un consistente donativo al sovrano e al suo nutrito seguito di parenti e cortigiani, giunti praticamente coi soli panni che avevano indosso, e si accontentano di una promiscuit dimpieghi, cio delluguaglianza fra Piemontesi impiegati in Sardegna e Sardi impiegati a Torino; ma mentre per i primi era possibile ora sostituire i Sardi, e lo faranno per le cariche pi remunerative, questi nulla possono pretendere essendo Torino occupata dai Francesi. Questa rivoluzione mancata pu indurre molte considerazioni: lo scollamento fra citt e campagna; il legittimismo spinto fino alla cecit della classe dirigente; larretratezza delle masse popolari; gli strati intermedi che non riuscivano a distinguere fra privilegio e diritto; laspirazione diffusa verso un ruolo burocratico parassitario (limpiego) e non produttivo; i centri di decisione estranei ai problemi dellisola; e tante altre che tornano come una costante in analisi politiche anche recentissime. Due cose comunque diventano chiare dalla lunga permanenza dei Savoia: che la Sardegna bene o male era diversa e su questa diversit dovevano essere impostati i necessari interventi; che la classe feudale al potere in nessun caso poteva costituirsi interlocutore valido per la gestione delle risorse e il controllo politico. Si torna allora alle origini: a una Carta de logu rovesciata come un guanto nella Legge delle chiudende, e allabolizione della feudalit per decreto reale e dietro corrispettivo di sonante (e generoso) indennizzo pecuniario.

La formazione di una borghesia. Entrambi i provvedimenti tendono a enucleare una consistente classe borghese: il primo, regalando a chiunque tutta quella terra, di uso finallora comune, che in qualche modo gi occupava e che sarebbe stato capace di chiudere entro muretti a secco, nellipotesi che la propriet perfetta cos creatasi avrebbe potuto stimolare uno sviluppo positivo delle tecniche e delle rese agricole: ma sar solo capace di tessere una tela dinterminabili labirinti squadrati regolarmente, terza stratificazione di pietra emblematica di una rapacit
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LA VICENDA STORICA E ARTISTICA indotta allambiente sardo, a coprire campi, pascoli, boschi, sterpeti, sassaie, miniere, torrenti, fontane, vie pubbliche, senza alcun apprezzabile risultato nellimmediato che un ripiegamento delle condizioni di vita delle classi agricole; il secondo, fornendo la base finanziaria per iniziative di carattere produttivo, che se anche ci furono risultarono minoritarie rispetto alle operazioni speculative sui suoli urbani, laddove le citt cominciavano ad abbattere le proprie inutili muraglie e a riempire gli spazi rimasti vuoti al loro interno, o su quelli agricolo-pastorali in quei distretti che uscivano ora, per la prima volta, da un isolamento millenario in conseguenza della riorganizzazione e miglioramento (ma sarebbe pi giusto dire creazione) dellattrezzatura viaria, immagliata sulla grande arteria longitudinale dispirazione romana.

Una riorganizzazione che aveva prodotto benefici risultati, tanto il tono generale era sceso in basso, anche nelle manifestazioni artistiche. Esaurito il lungo sforzo di adattamento della macchina difensiva sia alle nuove tecniche ossidionali sia alle mutate esigenze strategiche degli stati di terraferma, tutta una generazione di ingegneri e architetti piemontesi si dedica nel corso del Settecento a unedilizia finalmente civile, oltre che religiosa, di corretto gusto rococ, che in qualche caso (la chiesa del Carmine a Oristano) presenta caratteri compositivi dirripetibile eleganza. Ma architettura che non si fa modello, che non viene reinterpretata a livello locale in vena popolaresca o spontaneista: perch ci avvenga necessaria la rottura, anche soltanto sperata, dallisolamento verso lesterno e verso linterno; e non un caso se proprio gli ingegneri della Carlo Felice, la strada longitudinale, Cominotti e Marchesi, programmeranno il nuovo volto architettonico e urbanistico di Sassari (1829) e daranno vita a uniconografia sarda perfettamente aderente, anche dal punto di vista artistico (le raccolte di costumi ad esempio), alle peculiari caratteristiche dellisola. Cos il neoclassicismo non sar mai unennesima importazione di necessit, ma riuscir nei suoi interpreti maggiori a formarsi e ispirarsi in continente, producendo risultati di gran livello nelle architetture di Gaetano Cima e in quelle, molto contraddittorie ma senza dubbio ancorate a un fertile humus popolare, di Antonio Cano, mentre la cultura figurativa si accosta di pi al purismo dello scultore Andrea Galassi o alla maniera romantica del pittore Giovanni Marghinotti. La rottura dellisolamento. Ma rompere lisolamento significava anche rompere quei condizionamenti mentali cui si accennava allinizio: non desta sorpresa allora la richiesta (1847) di rinuncia allautonomia, o come si diceva la richiesta di fusione perfetta (come perfetta doveva essere la propriet della terra 76

LA VICENDA STORICA E ARTISTICA

dopo leditto delle chiudende: quasi per inconscia psicologia scaramantica) con gli stati di terraferma, ritenuta di per s sufficiente ad assicurare la sarda rigenerazione. Rinunciare a qualcosa che non si ha pi da un secolo e mezzo, cio dallultima riunione parlamentare (ammettendo comunque che fino allora si potesse parlare di autonomia, almeno formale), o che rimaneva confinato nellintitolazione di qualche segreteria ministeriale a Torino, non significa rifugiarsi nella follia collettiva (Siotto-Pintor) o giustificare occulte manovre di ambienti governativi, ma trova presupposto in uno psicologismo storico dantica radice, capace dimporsi su un ventaglio di possibilit alquanto ampio.
Non la fusione era andata infatti a chiedere la delegazione sarda a Torino, bens lestensione anche alla Sardegna delle riforme gi concesse in Piemonte; non stato ancora chiarito come e perch il cambiamento di obiettivo fosse cos radicale, ma certo rientrava negli interessi oggettivi delle classi borghesi in ascesa, che solo con questa integrazione riusciranno a inserirsi nellopera di sfruttamento delle risorse materiali della Sardegna sapientemente organizzata dalle borghesie continentali: somiglianza di una borghesia compradora di stampo sudamericano. Se a partire dal 48 intellettuali e studiosi potranno iniziare a occuparsi di una questione sarda, tuttora irrisolta, la spoliazione materiale ha subito inizio (1856) con la sistematica distruzione, autorizzata dal Cavour, del cospicuo patrimonio boschivo sardo per farne carbone a vantaggio diretto di imprenditori continentali; e questa spoliazione non ancora cessata, come dimostrano le vicende legate ai pi recenti sfruttamenti turistici e industriali.

Importazioni ed esportazioni. In accordo col modello sudamericano della monocoltura (pastorizia), per tutto lOttocento leconomia sarda rimane appendice di importatori continentali, per cui una variazione del prezzo del latte aveva maggiore effetto sulla struttura fondiaria di tutte le leggi e provvidenze governative; che tuttavia non mancheranno, cos come leggi speciali e commissioni dinchiesta, anche recenti a somiglianza di quelle collaudate nel Mezzogiorno, non sposteranno di un millimetro i rapporti di scambio fra centro e periferia o la capacit di questultima di modellarsi la sua propria politica. A queste condizioni gli avvenimenti storici finiscono per identificarsi coi tributi di sangue pagati dalle classi pi povere, negli scioperi di Buggerru (1904) o nei massacri della Grande Guerra. Molti sembrano essere i punti di svolta dellevoluzione storica cos brevemente tratteggiata, ma in realt un unico filo li unisce fra di loro e li rende solidali con gli anni e i secoli silenziosi. Quando, dopo centanni esatti, viene ottenuta nuovamente lauto77

LA VICENDA STORICA E ARTISTICA

nomia forse ci si accorge che non era proprio questo lo strumento adatto al miglioramento delle condizioni civili e culturali della Sardegna, o quanto meno non era quella incarnatasi nei fatti la sua migliore utilizzazione. Il percorso della storia sarda allora sembra ripetere in questalternanza il graffito di Luzznas; ma stavolta gli fanno buona compagnia le pietre di Gi Pomodoro per il monumento di Gramsci ad les e quelle di Costantino Nivola per piazza Satta a Noro: e quando le pietre diventano cultura e arte, forse non si lontani dallinizio di una nuova storia.

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Il mondo popolare tradizionale

Il peso della tradizione. Lopinione corrente che la Sardegna costituisca una zona tra le pi conservative nel Mediterraneo occidentale, soprattutto dal punto di vista delle forme di vita e di mentalit, non priva di fondamento. Condizioni naturali e vicende storiche hanno fatto di questisola certamente la meno esposta alle comunicazioni fra tutte le grandi e piccole isole del Mediterraneo. cos che anche il turista pu in certa misura ancora oggi essere testimone e osservatore diretto di un insieme caratteristico di tratti culturali che marcano la Sardegna di una profonda specificit, bench molto meno che anche solo un paio di decenni fa. Bisogna certamente notare subito che questa specificit viene spesso, sia da parte dei Sardi, sia da parte di chi osservi la vita dei Sardi, assolutizzata, come collocata fuori dalla storia, e quindi spiegata astrattamente come frutto e conseguenza naturale di una radicale unicit della cultura sarda autoctona e originaria. chiaro tuttavia che non questo latteggiamento pi adatto a comprendere qualit e quantit di questa che pur resta una profonda individualit. Con un poco di attenzione si avverte ben presto che la forte sensazione di peculiarit, di unicit, dovuta invece alla presenza di una densit e compattezza di quei tratti culturali, di quei modi di vita che siamo tutti abituati a denominare folclore o tradizioni popolari, e che si conservano qui, o si conservavano fino a ieri, non per gli sforzi coscienti di organizzazioni varie dedite alla conservazione e alla reviviscenza di usi e costumi tradizionali eventualmente considerati degni di essere mantenuti o rinnovati se in via di sostituzione: quei modi di vita permeano e caratterizzano ancora in qualche misura la vita quotidiana della gente comune in una misura difficilmente riscontrabile nel resto dellEuropa occidentale. Per fare solo alcuni degli esempi pi significativi, si possono segnalare le forme pi tipiche di attivit produttiva e di abitudini sociali ad essa maggiormente collegate: il pastoralismo seminomade e transumante e la classica triade mediterranea grano-vite-ulivo; le forme di circolazione dei pro79

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dotti che mostrano ancora tracce evidenti delle precedenti strutture di autosussistenza familiare e paesana e di scambio ristretto ad ambiti circondariali; le forme di organizzazione giuridica consuetudinarie come il codice della vendetta, tipico delle zone centrali prevalentemente pastorali, e gli usi comunitari per lutilizzazione degli spazi agro-pastorali e urbani; le strutture della parentela, che, diversamente da come di solito ci si aspetta, presentano almeno la caratteristica di una insolita parit socio-economica tra i sessi ed escludono ogni forma di maggiorascato; certe produzioni estetico-relazionali come il complicatissimo formalismo metrico dei mutos e dei mutettus, la polifonia vocale dei cantos a tenore e strumentale delle launeddas, la grande variet di forme del pane quotidiano, festivo e cerimoniale, il ballo tondo e la cura puntigliosa nellornamento dellabbigliamento e dellarredo domestico. Stile etnico. Torneremo su alcuni di questi e su altri esempi. Per ora opportuno considerare come nelle grandi linee si tratti di modi di vita non unici e irripetibili, anche se di solito fortemente marcati da uno stile etnico facilmente riconoscibile e attribuibile alla tradizione sarda. La densit e lampiezza di tratti culturali di tipo folclorico trova spiegazione, certamente, nel fatto che la relativa povert e discontinuit di rapporti verso lesterno ha permesso e favorito in Sardegna la formazione di uno stile di vita caratteristico, nonostante le ondate acculturative e le rotture storiche anche violente. Ma anche in tema di isolamento utile guardarsi dalla tentazione di assolutizzare. Rispetto alla vicina Corsica, per esempio, nonostante questisola contigua abbia ruotato negli ultimi secoli dentro lorbita di un paese allavanguardia come la Francia, la Sardegna nel suo complesso non si mostra pi conservativa. Lisolamento geografico non spiega tutto, e forse nemmeno molto, dato che i contatti, importanti e decisivi, ci sono stati, con molte popolazioni esterne, in tutti i tempi attingibili con la documentazione. Questi rapporti con lesterno sono testimoniati innanzitutto dalla situazione linguistica della Sardegna, che da sola rende conto della latinizzazione, senza residui apprezzabili, di ogni villaggio sardo. Ma proprio questi rapporti esterni sono testimoniati anche, in modo diretto e con ampiezza e costanza inattese, dallo stesso patrimonio culturale tradizionale nel suo complesso e da una miriade di suoi tratti. I quali, considerati per lo pi originari e autoctoni, si rivelano invece varianti locali, a volte nemmeno molto riadattate, di fenomeni largamente diffusi anche oltre lEuropa e ben al di l dellarea mediterranea tricontinentale. 80

IL MONDO POPOLARE TRADIZIONALE

Innovazione e sincretismo. A ben guardare, e dunque anche per correggere le esagerazioni sulla conservazione inalterata e sullautoctonia, tutte le tradizioni culturali sarde, una volta analizzate e paragonate con un minimo di documentazione geografica e temporale, mostrano vicende complicate di innovazione, innesto, trasformazione, sincretismo, giustapposizione; insomma uno spessore e una concrezione storica e una variabilit sociale che non risparmia nemmeno luso o la festa o la parlata pi lungamente e sentimentalmente considerati come propri ed esclusivi, e dei quali pare spesso ai diretti interessati che non si possa fare a meno senza rinunciare a essere quello che si sempre stati. Grande abbondanza e diversit degli apporti successivi, quindi: toscani e genovesi, catalani e spagnoli, piemontesi e italo-continentali, per limitarci a esempi degli ultimi secoli. Non solo, ma anche grandi differenze allinterno dellisola, nonostante una non trascurabile omogeneit interna se paragonata con lesterno: le due grandi zone linguistiche pi propriamente sarde, quella campidanese (provincia di Cagliari e parte di quelle di Oristano e di Noro), e quella logudorese (province di Sassari e di Noro, meno la Gallura, le citt di Sassari, e Alghero), per fare un esempio, sono attraversate, intersecate, frantumate, diversificate sia per quanto concerne le parlate locali o cantonali, sia per quanto concerne molte altre caratteristiche culturali. E ci fino al punto che di ogni singolo tratto, poniamo la denominazione del carnevale o le questue mascherate tipiche di questa festivit popolare, possibile ritrovare di solito una variante locale anche in centri abitati molto contigui. Un fenomeno come questo della variet, e insieme della relativa unitariet interna delle tradizioni culturali sarde, possibile constatarlo in modo concentrato, ogni anno, in forma spettacolare, nelle grandi sfilate di costumi e di cose sarde come la Sagra di SantEfisio del 1 maggio a Cagliari, la Festa del Redentore del 29 di agosto a Noro, la Cavalcata Sarda del giorno (mobile) dellAscensione a Sassari, la Sartiglia di carnevale a Oristano. Dove appunto dato vedere, ben oltre certe manipolazioni a scopo spettacolare, una grandissima variet di forme e di attitudini, e specialmente di acconciature femminili, diverse da un paese allaltro, e allinterno di ogni paese tra ceti o mestieri o stato civile. Usi e costumi. Ma di fatto, pi in generale, in Sardegna quellaspetto importante della vita comunitaria, pubblica e privata, che si suole indicare con lespressione usi e costumi, ci che individua lo stile e fa la fisionomia di un raggruppamento sociale, di una cultura, e ne un elemento integratore soggettivamente potente, le tradizioni di vita e di pensiero, insomma,
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IL MONDO POPOLARE TRADIZIONALE

appaiono in misura pi forte che altrove come un effettivo patrimonio comune alla maggioranza dei Sardi. Altrove ormai questo patrimonio gi da tempo infranto e sostituito nel bene e nel male, o stato piuttosto un patrimonio, un modo di vita distintivo, un marchio differenziante i soli ceti e strati pi subalterni oppure periferici. In Sardegna, invece, il complesso delle forme di vita pi marcatamente sarde ha avuto e ha in parte conservato una sua forza presso tutti i ceti e in tutte le zone, citt comprese, per quanto sia stata fino a oggi una peculiarit della Sardegna la scarsezza della dimensione urbana, tanto che lisola, questo piccolo continente remoto per dirla col geografo Maurice Le Lannou, ancora un vecchio paese rurale, o meglio agro-pastorale. Una causa di questa relativa omogeneit culturale pu essere vista nel fatto che esiste qui una relativa minore differenziazione sociale rispetto alla maggior parte delle altre zone europee. Tuttavia sia la ridotta distanza culturale tra vertici e basi, sia le meno marcate differenziazioni e dislivelli socio-economici interni, si possono spiegare anche come la conseguenza di una pi lunga e sofferta subalternit del complesso delle popolazioni sarde, subalternit forse pi accentuata e per non trascurabili aspetti pi immiserente che altrove. Le forme dellinsediamento. Ma questo vecchio paese rurale, dove la vita urbana ha avuto fino a ieri meno importanza e sviluppo che altrove, si caratterizza per il suo insediamento umano estremamente concentrato (se si eccettuano le zone litoranee di popolamento disperso della Gallura, della Nurra e del Slcis): la Sardegna interna un insieme di piccole citt agricole, agglomerate e compatte, di solito circondate da una zona pi o meno ristretta di orti e colture arboree (vite, olivo, mandorlo), oltre la quale si aprono i campi aperti, o chiusi dal dedalo di muretti a secco con la sola funzione di delimitarne la propriet, destinati alla cerealicoltura e alla pastorizia brada, senza case di campagna se non le dimore effimere dei pastori (pinnettas, cuiles). Il villaggio sardo tradizionale (bidda, dal latino villa), ununit potenzialmente autosufficiente per possibilit di organizzazione economica, sociale, giuridica, oltre che religiosa (parrocchia) e amministrativa (comune). La comunit controlla nel suo complesso il sistema di rotazione agraria biennale in modo che lo spazio agro-pastorale possa essere sfruttato per la cerealicoltura insieme con la pastorizia, specialmente nelle zone di pianura e di collina pi intensamente coltivate dei Campidani e del Logudoro. Per cui sono esistiti, e in non pochi casi esistono ancora, organizzazioni di pasto82

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ri e contadini (comunellas), corpi di guardie campestri comunali (barracellus), spazi comunitari riservati alle aie comuni, al pascolo del bestiame da lavoro, costituito in prevalenza da buoi aggiogati in coppia, molto ben domati. A proposito dei quali si pu menzionare lusanza di denominarli con un distico, ciascun verso come nome di uno dei due buoi: Bellu samori / Candu sinzeru (Bello lamore / Quando sincero), usanza diffusa soprattutto nei Campidani, che permetteva lo sbizzarrirsi della fantasia creatrice del padrone dei buoi. Questi animali sono stati fino a ieri la principale forza di lavoro non umana dellagricoltura sarda, molto pi del cavallo, bestia da sella e da soma, e dellasino, usato soprattutto per muovere la mola, la macina casalinga di pietra che serviva a macinare il grano. La mola asinaria (molto simile nel nome e nella forma a quella romana antica) era un poco il cuore di ogni famiglia in quanto unit di consumo. Consumo alimentare che si basa ancora sui derivati delle farine, e specialmente sul pane, secondariamente sulle paste. Anche in Sardegna lalimentazione tradizionale distingue tra su pane e il companatico, il primo basilare e il secondo quasi, ma per necessit, secondario. Le variazioni del paesaggio agrario suggeriscono quali sono stati i modi di integrare il sistema ristretto di alimentazione basata sui farinacei (grano, fave, ceci, lenticchie): qualche vigna (e dunque un po di calorie utilizzabili immediatamente con luso quasi giornaliero del vino); qualche orto di impianto soprattutto estivo (un po di vitamine); qualche uliveto (un po di grassi vegetali dallolio doliva). Nella millenaria situazione di penuria alimentare, che diventava spesso carestia e moria per fame fino allinizio di questo secolo, vino, verdura e olio (per non dire della frutta e dei dolciumi), pur indispensabili in questa prevalenza schiacciante dei farinacei, risultano per secondari, a volte eccezionali, cos come certamente eccezionali sono la frutta fresca o secca (noci e mandorle, pere e uva sono i frutti pi comunemente usati in passato). Cos come secondaria appare anche la consumazione della carne, dagnello (ma anche di pecora) e di maiale, e non molto pi secondaria del formaggio, in una terra di pastori. Pane e formaggio e un bicchiere di vino sono il pasto ideale di un giorno feriale del contadino e del pastore; pane e minestra la cena ideale; minestra di carne e carne il pasto ideale della domenica; minestra di brodo di carne, un paio di variet di carne, dolci e frutta sono il pasto ideale dei giorni eccezionali di festa. Sempre per con grande abbondanza di pane, senza il quale non si pu mangiare quasi nulla. Naturalmente la gastronomia tradizionale, che in 83

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Sardegna resta per piuttosto semplice, aveva modo di raffinarsi per i pasti eccezionali della festa, che era festa anche perchsi caratterizzava come sovrabbondanza e perfino spreco di alimenti eccezionali. A proposito del pane non si pu non accennare alla enorme e veramente straordinaria variet di forme e di tipi, dalle grandi pagnotte (civraxius) campidanesi alla carta da musica delle montagne centrali (pane carasau), dalle forme antropomorfe a quelle zoomorfe, ornate con stampi, cesellate, scolpite, modellate con un puntiglio tipico di tutte le donne sarde, specialmente nel caso delle grandi feste calendariali (Natale, Pasqua, festa patronale) e familiari (nozze in particolare). Una curiosit tra le tante quella del pane di ghiande dellOgliastra, pi un dolce che un pane, per la cui confezione si usava un tipo di argilla, il che ha fatto a lungo parlare un tempo di geofagia dei Sardi. Ma le ghiande sono state il principale alimento del maiale brado, i cui branchi erano spesso anchessi transumanti, come le greggi di pecore, che si devono spostare dinverno verso zone pi basse per evitare i freddi e la neve, secondo un andamento che quasi linverso della classica transumanza estiva sotto forma di alpeggio. Per, se la pecora di solito allevata in branco, il maiale stato in tutta lisola anche allevato in casa, ingrassato per costituire la riserva di grasso e di carne (lardo, strutto, salsicce e prosciutti), non diversamente che nel resto dEuropa. Tradizioni marinare. Abbastanza risaputo che i Sardi, per lo meno a quanto risulta in tempi storici e contrariamente a quanto pare accadesse in periodo nuragico e prenuragico, non sono amanti della vita di mare. Non c infatti una vera e propria tradizione marinara dei Sardi, e nemmeno peschereccia. La pesca di stagno (Cbras, Marceddi, Santa Giusta) ha una certa tradizione locale, mentre, a parte il caso della plurietnica Cagliari, lattivit di mare, e di pesca in particolare, era per lo pi propria di gente di origine esterna (Carlofortini liguri, per esempio) o di provenienza stagionale esterna (Ponzesi e Campani pescatori di corallo, per esempio). Naturalmente il pesce, specialmente nei centri costieri o pi vicini alla costa, faceva parte almeno del men festivo. Le guide turistiche sono solite indicare piatti e qualit di cibo pi o meno caratteristici anche per la Sardegna. Ma, in questo campo come in tutti gli altri della cultura tradizionale, di solito ci che pi noto e rinomato non coincide quasi mai con ci che invece o stato pi proprio della vita sarda. Il curioso e il turista deve essere avvertito di ci, sia quando si siede a tavola, sia quando entra nel negozio di curiosit locali, dove di solito si 84

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pretende offrire dei concentrati, culinari o di artigianato artistico, di colore e di tradizione locale. Cibi della tradizione. Al pane e ai legumi si gi fatto cenno. Tra le paste alimentari caratteristiche non si possono non ricordare almeno is malloreddus (letteralmente vitellini) e sa frgula, varianti sarde rispettivamente degli gnocchi del resto dEuropa i primi (da cui la denominazione di gnocchetti sardi), e delle molte specie di cuscus mediterranei la seconda (palline di pasta di semola). Tra i piatti di legumi pi tipici della culinaria povera tradizionale si possono menzionare i piatti di fave: lesse fresche o secche, crude fresche, secche tritate, e altri ancora. Oltre agli arrosti di maialetto e di agnello da latte, piatti principi di ogni pasto di tipo festivo, tipico il modo di arrostire le interiora di questi animali, confezionate in modo da formare una treccia (crdula e tratala). Caratteristica anche la preparazione di alcuni piatti a base di cacciagione, come i tordi o i merli lessi, confezionati a pillonis de tccula e conservati fino a circa un mese. I pesci pi pregiati sono quelli della famiglia dei muggini e i vari tipi di anguille, che si ritrovano arrostiti sul posto in ogni festa paesana; tra le curiosit, la merca (muggine lesso in acqua marina) e la buttriga (uova di muggine o di tonno in salamoia essiccate). I formaggi pecorini sardi non sono molto vari. C il tipo classico crudo e piccante (fiore sardo) e quello romano cotto o semicotto. Tra le curiosit, il casu marzu (formaggio marcio) pullulante di larve. I dolci sardi si caratterizzano anchessi per la loro relativa semplicit e costanza di ingredienti: mandorle, farina di grano duro, miele (una curiosit il miele amaro di corbezzolo), ricotta, formaggio, mosto bollito (sapa), uova, zucchero. Famosi sono i torroni di Tonara e di Aritzo, mentre utile ricordare che la maggior parte dei dolci si confezionano ancora in parte per certe circostanze (come is prdulas, formaggelle, a Pasqua; le zpulas, frittelle, a carnevale; il pan di sapa a Natale). Di produzione corrente nella pasticceria locale sono diventati, oltre i dolci gi menzionati, i sospiros, i gueffus, i candelus, tutti di pasta di mandorle; le pabassnas e i mustazzlus, a base di mandorle tritate e farina (simili al panforte). I vini sardi pi tipici, e ora anche a d.o.c., sono la vernaccia (Oristanese) e la malvasia (Bosa, Settimo) tra i bianchi di lusso (14-18 gradi); il cannonu, la monica e il gir sono i rossi anche liquorosi pi tipici del Sud; lolina e logliastra sono famosi rossi che rimandano alle rispettive zone; il nurgus, il nasco e il vermentino sono i bianchi da pasto pi rinomati. Utile a questo punto richiamare la tradizionale penuria alimentare dei Sardi, leccezionalit della buona tavola, e in par85

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ticolare che le differenze socio-economiche sono chiaramente esistenti anche qui da almeno un paio di millenni, anche se sopravvive ancora a volte tenace il complesso di credenze e di pratiche che sogliamo denominare malocchio, che in Sardegna si crede possa essere gettato (anche involontariamente) in particolar modo da qualcuno che sia portato a invidiare labbondanza altrui. Tanto che il malocchio sembra essere qui un residuo di un meccanismo di controllo sociale teso a evitare che il singolo possa sorpassare certi livelli di pariteticit. Esso si rivela infatti soprattutto nei momenti di inevitabile ostensione dei frutti del lavoro e della procreazione: raccolto e bambini. Ambedue le occasioni costituiscono prova, spesso sbilanciata, del successo individuale e familiare. Vendemmiare, immagazzinare i cereali, uccidere il maiale comporta spesso lobbligo di farne parte, sotto forma di dono e controdono, agli altri, specialmente in ambito rionale e parentale; e ammirare un bambino comporta il contemporaneo atto del toccare o baciare, ritenuto capace di neutralizzare il malocchio (ogu malu), cosa ottenibile altrimenti con il portare indosso amuleti (sabgias) o con altri espedienti. La comparazione etnografica, in tutti i campi ma specialmente in quelli della ritualit e delluso cerimoniale del tempo libero, indirizza spesso, in Sardegna, per le molte analogie almeno di forma, da una parte verso oriente, in una direzione spazio-temporale che approssimativamente il Mediterraneo orientale dellepoca bizantina, e dallaltra verso occidente, in direzione delle coste catalane di et medievale e moderna. Restano comunque numerose le analogie con tutto il resto del mondo mediterraneo preistorico e storico e col resto dEuropa. Ed appunto in questo campo delle sopravvivenze di ideologie e di pratiche religiose pagano-cristiane che le curiosit e le possibili comparazioni si affollano. Per fare un solo cenno al grande complesso del carnevale sardo, e pi precisamente alla famosa processione dei mamuthones e degli issocadores a Mamoiada, si riscontra che mascheramenti analoghi si ritrovano sia in Grecia sia in Spagna, per non dire delle molte variet alpine e germaniche di mascheramenti lignei. Ma testimonianze mediterranee orientali fanno risalire queste e altre usanze almeno al V-VI secolo d.C. Ci che rimarchevole del carnevale sardo in generale la sua grande variet geografica unita a una altrettanto grande ricorrenza di usi: oltre i mascheramenti, le cacce, i giochi di abilit, le parodie della morte del carnevale del quale si riscontrano una miriade di denominazioni, sfilate, giochi a sfondo sessuale. Ma, ancora una volta, nonostante la variet, nem86

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meno il carnevale sardo resiste ad analogie plurime con altre zone europee e mediterranee. Cosa che vale anche per le cerimonie del ciclo di Pasqua e di Natale, fortemente iberizzate. Alla Spagna rimanda poi luso dei goccius o gozos, composizioni poetiche cantate in onore dei santi. Ma alla pi profonda preistoria sembra risalire lusanza delle feste lunghe, con soggiorno novendiale presso un santuario campestre, come quello di San Salvatore di S is presso Cbras o di S. Mauro a Sgono. n r Usanza che ha fatto pensare ai riti preistorici di incubazione presso le cosiddette tombe di giganti. In generale anche in Sardegna il tempo libero fortemente caratterizzato dal sacro, tanto che si pu dire che la pratica religiosa, e in particolare la festa, sia la sola forma di uso commendevole del tempo disponibile oltre le necessit del lavoro. Di queste occasioni festive, universalmente noti, e quasi simboli del folclore sardo, sono il ballo tondo, le launeddas, il canto a tenore, le acrobazie metriche dei mutos e mutettus e di altre forme metriche che trovano celebrazione nelle gare poetiche in ogni sagra paesana o rionale. Le launeddas, esclusive della regione meridionale, attestate fin dal sec. XVIII e di cui si voluto riconoscere un prototipo in un bronzetto nuragico, sono una specie di zampogna senza sacco, di tre canne che si imboccano e si suonano contemporaneamente, mantenendo un flusso daria continuo secondo una tecnica che del cavo orale fa una sacca daria. Sono strumento largamente usato in passato anche nelle funzioni sacre, da cui sono rimasti invece esclusi sia la chitarra, di introduzione cinquecentesca dalla Spagna, sia lorganetto o fisarmonica, di introduzione italiana nel secolo scorso. Ignoti alla tradizione sono gli strumenti ad arco. Le variet di ballo tondo sardo sono molte, anche se tutte sostanzialmente unitarie, e comunque ricollegabili a molte danze in circolo mediterranee e dellOriente europeo. Di tale forma di ballo si discutono ancora i rapporti di primazia o di derivazione con la sardana di Catalogna. Tipico il ballo tondo che si esegue col solo canto dei ballerini stessi o di altri. Se il Sud larea della polifonia strumentale delle launeddas, il Centro-Nord quella della polifonia vocalica a tre, quattro e cinque voci. A proposito del canto, unisono o polifonico, non si putrascurare il fatto caratterizzante che esso prima di tutto legato e funzionale alla messa in forma di un testo poetico, che cio il testo limportante, rimanendo la melodia e il ritmo un ausilio alla composizione del testo stesso: la parte musicale resta infatti fortemente cristallizzata in forme stereotipe. Il canto di solito una piattaforma stabile su cui si intessono le costruzioni metriche pi o 87

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meno complicate. Le forme metriche sarde sono del resto molte, con parentele in aree spazialmente e temporalmente vaste, ma le pi usate, specialmente nellimprovvisazione non spettacolare delle gare poetiche, sono i mutos logudoresi e centrali e i mutettus di area linguistica campidanese, profondamente simili per il puntiglio metrico compositivo, con frattura di senso tra le parti di cui sono composti (isterria e torrada). Anche la narrativa tradizionale, sebbene popolata di cogas (la variante sarda delle streghe), panas (fantasmi di donne morte di parto), janas (una specie di corrispettivo locale delle fate), di diavoli pi o meno cristianizzati e di folletti, un complesso stratificato in cui si trovano, spesso in panni non molto cambiati, i tipi e i motivi della favolistica europea e mondiale, tanto che quasi impossibile trovare qualcosa che non sia riscontrabile altrove: da Cenerentola (Mariedda) ai racconti danimali, dai racconti storici alle leggende di fondazione di santuari e altri luoghi di culto, dagli scherzi agli aneddoti, dalle narrazioni formulari alle leggende locali, dai racconti di banditi ai grandi cicli cavallereschi medievali. In Sardegna non sono esistiti, a memoria duomo, dei narratori specializzati e tanto meno professionisti, ma esiste ancora la specializzazione semiprofessionale dei cantadores, poeti estemporanei che si esibiscono nelle gare di improvvisazione, sui palchi delle sagre estive, spesso rinomati in tutta lisola, di varia provenienza sociale e di vario grado di istruzione scolastica, dove non mancano le donne, le quali per sono per tradizione pi esperte narratrici, forse soprattutto perch la narrativa tradizionale ha anche qui scoperte funzioni di educazione e di ammonimento.

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La Sardegna oggi

Le trasformazioni recenti. Lhanno chiamata la catastrofe antropologica. S dovuto inventare un nome apposta per definire sinteticamente quello che successo in Sardegna in questi ultimi trenta-quarantanni: un cambiamento generale, profondo, spesso traumatico, che ha sconvolto strutture sociali e assetti produttivi millenari che sembravano radicati nellisola come forme della sua stessa geologia; cambiamento che ha sconvolto anche lassetto del territorio, anzi lo stesso paesaggio, ma pi ancora le strutture mentali, il modo di pensare e di vivere, insomma la gente. Catastrofe, dunque, per dire svolta, cambiamento improvviso; e antropologica perch il suo soggetto, ma anche loggetto su cui ha lavorato questa fase di storia sconvolgente, la gente sarda, tutta la gente di Sardegna. Non c, nella storia dellisola, un trentennio preso a caso lungo tutto il corso della sua vicenda secolare, in cui gli eventi economici, sociali, politici e civili abbiano tanto intensamente operato a cambiare la Sardegna come questi ultimi trentanni. Non basta: si potrebbe quasi dire che mentre la storia della Sardegna si svolta sostanzialmente uguale fino alle soglie della seconda guerra mondiale una di quelle terre immerse, come dice Fernand Braudel, non a caso grande storico del Mediterraneo, in una falda di storia lenta questi ultimi trentanni hanno cancellato quasi totalmente il passato dalle abitudini e dagli schemi di vita dei Sardi, se non dalla loro memoria: e li hanno gettati a vivere in modi e su sfondi completamente diversi. facile dire che quello che, tutto sommato, accaduto anche al resto dellItalia. accaduto al Mezzogiorno, di cui la Sardegna fa parte (se non altro) nelle carte geografiche e nella giurisdizione della Cassa per il Mezzogiorno, ma di cui i Sardi si pensano come una tessera ben distinta e poco assimilabile; ma accaduto anche al Nord, gi industriale e progredito, eppure ulteriormente spinto in avanti dalla nuova dimensione europea assunta dalla sua realt.
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La perdita di una identit. Ma in Sardegna stato anche qualcosa di diverso. Soprattutto perch nella prospettiva della , memoria storica pi ravvicinata, quella della generazione dei cinquantenni che ha conosciuto il prima e il dopo di questi cambiamenti, il senso di quello che accaduto si venuto configurando come il processo rapido, traumatico, profondo: gli aggettivi sono sempre quelli, ma bisogna ripeterli per tenere presente il modo, non meno importante della cosa della perdita di una identit di popolo. Popolo sardo unespressione che si sente e si usa spesso, in Sardegna: senza iattanza e talvolta anche senza retorica. Anzi unespressione che, a suo modo, diventata quasi tecnica, usurata dalla stessa indifferenza con cui la si utilizza. Oggi si parla, con unaccentuazione politica pi precisa, di nazione sarda: un termine che ha una sua storia, perchrisale fino ai tempi della prima conquista aragonese, quando i nuovi padroni ci tenevano a distinguere se stessi, come naci catalana, dagli abitanti dellisola, alleati o nemici che fossero, confusi tutti insieme in ununit indistinta che era la naci sardesca. Una separazione che si continuata nei secoli, non soltanto per lesistenza e la sopravvivenza di istituzioni politiche e giuridiche che marcavano questa autonomia degli indigeni (un loro Parlamento a tre bracci, a imitazione delle Cortes della penisola iberica, una loro legge civile e criminale ricavata da un codice emanato da Eleonora, giudicessa di Arbora, sul finire del Trecento), ma soprattutto per la coscienza di una diversit rispetto a chiunque venisse dal mare e insieme di una sostanziale identit rispetto a chiunque altro vivesse nellisola, pure nella forte frantumazione cantonale duna vita povera di comunicazioni, vietate dalla vastit degli spazi e dal tormento dellorografia prima ancora che dallassenza di una rete viaria. Essere isolani. Questa separazione, la coscienza di questa diversit-identit, del resto, non era soltanto un duro prodotto della storia. Prima ancora, nasceva dalla geografia. Non si abita in unisola senza introiettare nella propria psicologia alcuni elementi propri di un modo di essere isolani che alla lunga finisce per contare nelle azioni, nel carattere, nelle forme della vita e del lavoro. Un limite certo: come limite sono le rive del mare rispetto al resto del mondo, e limite perfino le montagne che tagliano lisola (piccola a chi la guardi sullatlante, quasi impensabile al pastore o al contadino abituato a misurare tutto a pezzi di campo o a sentieri di terra). Un limite geografico che si fa dunque limite caratteriale, connotato psicologico, e infine elemento costitutivo della storia individuale e collettiva. Cpita a tutti gli abitanti delle isole. storia, poi, che approdando ai bordi di queste la
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terre crea le differenze con le variegate vicende degli impatti, degli intrecci, dei confronti e degli scontri che immette nel circuito territoriale e antropologico. Allinizio la geografia fa aggio sulla storia, poi la storia, come elemento diversificante, la vince sulla geografia. Quando si dice, come Lucien Febvre, che la Sicilia unle-carrefour, unisola-crocevia, e la Sardegna unle-conservatoire, unisoladeposito, la prima tutta attraversata e rinsanguata da ondate di genti e di civilt diverse e attive, e laltra, la Sardegna, quasi immobile nella sua preistoria, indifferente nel suo strato profondo ai cambiamenti anche drammatici che si svolgono su una corteccia superficiale di accadimenti esterni, allora si capisce che la storia che fa le isole, pi di quanto non le faccia la geografia. E s che se fosse la geografia a decidere, proprio alla Sardegna dovrebbe (sarebbe dovuto) toccare un destino di centralit. Era l, al centro del Mediterraneo occidentale quando il Mediterraneo occidentale era tutto il mondo. Al declinare della civilt greca e dellOriente antico, il Tirreno e il mare balearico furono, loro s, il crocevia della storia; i popoli che di volta in volta saffacciavano a questo lago eurafricano passavano per la Sardegna e vi depositavano i semi della loro cultura. Non solo i Romani, che ne furono padroni per sette secoli e impressero il marchio, anzi la forma stessa della loro lingua nella lingua dei Sardi, ma anche i Cartaginesi, che pure non si erano allontanati dalle coste, dove avevano edificato le prime citt della storia sarda (una storia tutta rurale, nel suo nocciolo interno: dai Cartaginesi verrebbe anche il tipo della disanimata religiosit sarda, pi ancora che dai patetismi barocchi della Controriforma di Spagna). Non solo i Pisani e i Genovesi, che accelerarono il ritmo della vita nei due massimi centri isolani, Cagliari e Sassari la prima un Castello tutto organizzato e gestito a misura e a utilit dei Pisani, la seconda un libero Comune fortemente protetto e condizionato dalla politica delle grandi famiglie di Liguria ma anche i Bizantini e gli stessi Vandali, ai quali si deve, lungo tutto il mezzo millennio che corre fra la caduta dellImpero romano dOccidente e lanno Mille, la desertificazione delle coste e lestrema rarefazione della popolazione. La memoria collettiva. Ci fu, vero, la breve e complicata parentesi dellet giudicale: due-tre secoli, allinizio di questo nostro millennio, in cui la Sardegna fu divisa in quattro regni, giudicati, governati da signori indigeni legati fra loro da alleanze militari, patti matrimoniali, congiure, spartizioni e guerre di paese. A questa et la memoria collettiva dei Sardi tende a tor91

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nare come a unet di reggimento autonomo, dindipendenza nazionale se non addirittura statuale, in qualche modo violando come fa la memoria dei popoli poveri e per lunghi tempi subalterni la verit della storia, che sottolinea invece legemonia di aristocrazie esterne qui insediate in forma di dinastie e il groviglio di relazioni diplomatiche e commerciali che dallImpero alla Chiesa, da Pisa a Genova ruotavano intorno alla Sardegna, e la facevano ruotare intorno a loro. E comunque fosse, fu alla fine di questo periodo che, al ritorno di una nuova dominazione straniera, la storia dellisola cominci chiudersi e a emarginarsi rispeta to al resto dellEuropa. Nel 1323 una grande spedizione navale, comandata dallinfante Alfonso dAragona, mise lisola nelle mani degli Aragonesi: e se ci volle un secolo e mezzo per dire che ogni resistenza era schiacciata e tutto il territorio nelle mani della Corona e dei suoi feudatari, che se lo spartivano palmo a palmo (solo qualche citt restreale, cio direttamente dipendente dai re dAragona, dalle loro leggi e dai loro privilegi: il resto dellisola fu tutto segmentato in baronie, contee, marchesati di signori dOltremare), vero che da allora in poi per quattrocento anni lago della bussola sarda vira occidente, verso Barcellona, poi Valladolid e Madrid. Una lunga dominazione. Quattrocento anni sono un tempo ben lungo, anche quando il dominatore interessato pi a raccogliere tributi e donativi che ad amministrare la giustizia o ad aprire scuole e strade. Dopo il latino, il catalano e il castigliano sono le lingue che pi hanno lasciato depositi nel lessico sardo. E qualcosa di spagnolesco ma non sar forse pi genericamente mediterraneo, come suggerisce Giulio Angioni anche in queste pagine? sembra stare al fondo di comportamenti, reazioni psicologiche, attitudini mentali dei Sardi: che non sono qualit innate, ma si assorbono dallaria comunitaria, dalla tradizione stessa dellesistenza e del lavoro, da un continuum spazio-temporale di modi di vivere e di produrre. Quattrocento anni sono molti: basti pensare che la Sardegna, tornata italiana nel 1720 sotto i Savoia (cio diventata, in realt, un pezzo non del tutto integrato di quel Regno di Sardegna che nasceva proprio, in Piemonte, nel momento stesso dellassunzione poco gradita, come si sa dellisola da parte di Vittorio Amedeo II: uno Stato, a sua volta, ben poco integrato allItalia di quel tempo), italiana soltanto da 250 anni; cio pensa allitaliana ammesso che lespressione abbia un riscontro storico almeno sino a met dellOttocento e parla italiano (ma i vicer piemontesi dovettero organizzare unintensa campagna di colonizzazione 92

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linguistica per convincere i Sardi a lasciare il catalano, che ancora sopravviveva, e lo spagnolo, che ancora si usava anche nelle carte ufficiali, a favore duna lingua che del resto i re piemontesi non parlavano e gli stessi vicer scrivevano malamente), pensa e parla italiano, si diceva, da un tempo molto meno lungo di quello in cui pens parl e spagnolo. Processi di omogeneizzazione. Naturalmente in questi ultimi due secoli la storia ha subto dappertutto unaccelerazione massiccia e i suoi effetti di omogeneizzazione dei popoli, lestendersi di modi di vivere e di pensare da parti a parti di uno stesso Stato (ma anche di Stati diversi) si sono fatti pi agevoli e pi immediati: tanto pi quando una parte duno Stato ha agito come metropoli e laltra come periferia, una come luogo del potere, delle decisioni economiche e degli investimenti culturali e laltra come luogo degli interventi, che vuol dire azioni politiche, economiche e culturali tutte pensate altrove, calate dallalto e finalizzate allutile politico ed economico di questo altrove. La separatezza non finita, ma comincia lintegrazione. Alberto La Marmora, il geografo piemontese che allinizio dellOttocento fu il vero scopritore della Sardegna (perch il suo libro, Voyage en Sardaigne, 1826, pubblicato in francese e a Parigi, rivellisola alla curiosit intellettuale europea), calcolava che quando vi aveva messo piede per la prima volta, nel 1819, la Sardegna fosse di un paio di secoli indietro, a occhio e croce, rispetto alle altre province del continente, ma che poi avesse avanzato sempre secondo la sua misura di un secolo e mezzo nei quarantanni successivi: e pi particolarmente (scriveva nel 1860) negli ultimi dodici anni, cio a partire da quel 1847 in cui delegazioni delle due citt maggiori avevano chiesto a Carlo Alberto, in nome di tutta la Sardegna, lonore di rinunciare allantica autonomia del Regnum Sardiniae e diventare cos, con fusione perfetta, un pezzo totalmente integrale del Regno (piemontese) di Sardegna. Dal Regnum Sardiniae al Regno di Sardegna: una pazzia collettiva, avrebbe scritto di l a qualche anno un intellettuale sardo che pure era stato fra gli entusiasti del radioso autunno fusionista, con cui si sperava di colmare tutti insieme il fosso del Tirreno e i fossati della storia. La storia contemporanea della Sardegna comincia da quel 1847. Non fossaltro perch come ha scritto una volta Franco Venturi nel nuovo rapporto col Nord sabaudo lisola si trov a sperimentare con ventanni danticipo una sua propria questione meridionale. A partire da quel momento, i periodi della storia dellisola hanno gli stessi titoli dei paralleli capitoli della storia italiana: la crisi di fine secolo, let giolittiana, la prima guer93

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ra mondiale, la crisi del dopoguerra e il fascismo, la seconda guerra mondiale. Ma ognuno di questi periodi con la sua specificit. Per esempio. La crisi di fine secolo viene anticipata qui dalla guerra commerciale con la Francia, per cui, quando il Nord ha fatto il pieno delle prime strutture industriali grazie ai dazi protezionistici, la Sardegna si ritrova come tutto il Mezzogiorno a scontare la chiusura del mercato francese a quel poco di merci che poteva vendere (vino, olio, pelli lavorate, bestiame). Let giolittiana, mitica et delloro e della conversione della rendita, qui comincia con la caccia grossa ai banditi del Nuorese, organizzata dallesercito come una vera e propria spedizione militare allafricana, e finisce con i tumulti per il caroviveri alla vigilia delle radiose giornate che porteranno il Paese al primo grande conflitto europeo; e ha al centro leccidio dei minatori di Buggerru (1904) e la sollevazione popolare che devasta Cagliari e tutte le campagne (1906). La Grande Guerra. Perfino la guerra, cos capace di livellare uomini e vite, combattuta dai Sardi in modo tanto speciale da indurre il Comando supremo, contro ogni precedente abitudine, a citare per la prima volta in un bollettino ufficiale una formazione combattente (gli intrepidi sardi della Brigata Sassari, 15 novembre 1915). Dalla guerra quei contadini-soldati e quei pastori-soldati, di fronte ai quali il presidente Orlando aveva detto di aver sentito limpulso di inginocchiarsi, tornano a casa senza una sola delle tante ricompense promesse (e s che la Sardegna aveva dato al Paese una delle pi alte percentuali di caduti, quasi 140 ogni mille uomini chiamati alle armi), sicch dal loro moto rivendicativo nasce prima il movimento degli ex-combattenti e poi quel Partito Sardo dAzione che apparir agli storici come una delle pi originali e organizzate formazioni politiche italiane del dopoguerra. Il fascismo e la ricostruzione. Il fascismo arriva in Sardegna piuttosto tardi e lascia lisola, dopo ventanni, poco meno che nelle stesse condizioni in cui laveva trovata: la bonifica integrale una pelle di leopardo, macchie di verde su un terreno ostile alle intraprese di trasformazione che abbiano grandi ambizioni e bilanci piccoli; le miniere che si sviluppano precariamente in vista dellautarchia necessaria allimminente sforzo bellico sono come isolate nelle loro nicchie del Slcis-Iglesiente; le citt nuove volute da Mussolini avranno il loro daffare a sopravvivere nel dopoguerra, Carbonia (fondata nel 1938) alle prese con limprovvisa caduta dei prezzi del suo carbone poverissimo e Fertilia (1936) impegnata a continuare con la riforma agraria degli anni Cinquanta gli esperimenti dellEnte di Coloniz94

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zazione Ferrarese da cui era nata; Mussolinia diventa Arbora dopo il 25 luglio, ma in realt anche il fascismo aveva cambiato nome a un borgo preesistente. E infine la seconda guerra mondiale: in Sardegna anche il pi grande conflitto planetario che la storia abbia conosciuto diverso. Lisola lunica regione italiana dove non ci sia stata n guerra guerreggiata n lotta di liberazione: l8 settembre i Tedeschi incolonnano i loro panzer verso i porti della Gallura (solo a La Maddalena un pugno di animosi marinai sent il dovere di non arrendersi senza combattere) e la Sardegna si ritrova di colpo libera senza aver fatto nulla per liberarsi. La guerra lascia soltanto le spaventose ferite inferte dai bombardamenti alleati a Cagliari (il 26 febbraio del 1943 unincursione fa strage di cittadini, il 13 maggio una tempesta di bombe distrugge circa il 70 per cento di tutte le case) e in altri centri dellisola: Olbia, Alghero, Porto Torres. Il dopoguerra, qui, comincia il 9 settembre: ma la fame e linterruzione delle comunicazioni con la penisola durano almeno per altri tre, quattro anni, al punto che questa forse la regione dItalia dove il dopoguerra cominciato prima ed finito pi tardi. Alla fine della guerra, nel punto in cui la sua storia sta per ricongiungersi a quella della penisola e del continente europeo, preludio dun altro legame, quello con la storia di tutto il mondo, la Sardegna sembra uscire ancora dal suo Medioevo. Citt e campagna. Le citt sono piccoli aggregati di borghesia orgogliosa ma povera, il villaggio un universo compatto che si tiene insieme con le antiche norme consuetudinarie; leconomia tutta nella terra, coltivata a grano nei Campidani meridionali e nelle piane del Logudoro o disseminata di oliveti e qualche vigna intorno agli abitati, oppure lasciata al pascolo brado delle greggi transumanti e onnipresenti; la sola industria che esista, quella mineraria (che pure faceva della Sardegna la regione pi industriale del Mezzogiorno, e addirittura fra le pi industriali del Paese), subito alle prese con la crisi indotta dalla riapertura del mercato internazionale. Ma soprattutto nei villaggi, non solo i paesi della montagna centrale, isolati come roccheforti pastorali nella loro solitudine, ma anche i paesi delle pianure, pure pi aperti alle relazioni della vita contadina, soprattutto nei villaggi che si misura quella che pare limpermeabilit della Sardegna al cambiamento e alla stessa storia. Se il La Marmora fosse tornato a distanza di un secolo da quei suoi primi soggiorni, forse non avrebbe trovato la Sardegna in ritardo di cinquantanni: ma lavrebbe trovata separata, messa energicamente ai margini della storia, bloccata nella sua immutabilit da uno di quei tanti periodi di stagnazione degli uomini, 95

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delle cose e degli eventi che sembrano abbattersi di secolo in secolo sul dipanarsi e dislocarsi della vicenda isolana. Lentezza strutturale. In effetti, alla lentezza strutturale della storia sarda la guerra aggiunse nuovi ritardi: dalla fine del 1942 alla fine del 1945 nessuna nave civile attravers pi il Tirreno con dei passeggeri, e soltanto alla fine del 1947 la linea Olbia-Civitavecchia (il pi importante collegamento con la penisola) riprese la cadenza giornaliera dellanteguerra. C un fenomeno, specifico del dopoguerra sardo, che la dice lunga sul senso di questo isolamento: la separazione fra lisola e il continente era stata cos totale che la Sardegna non conobbe, nellimmediato dopoguerra, linflazione che si era abbattuta sul continente (verso il 1947-48 si calcolava che il valore della lira fosse, nellisola, cinque volte superiore a quello delle lire che circolavano oltretirreno). Ma anche limportazione della svalutazione non fu poi senza effetti ritardanti, perch immiser leconomia esportando risorse senza lasciare capitali spendibili allo stesso livello di valori. Comincia di qui, dalle conseguenze della stagnazione del tempo di guerra e dalle conseguenze economiche della pace, la storia della Sardegna pi contemporanea. Ma questo pezzo di storia vicinissima non si capisce se non vi si vede, in trasparenza, la storia passata e anche quella lontanissima. Per questo in Sardegna cpita cos spesso di sentire anche la gente pi comune recuperare nel dialogo figure, fatti, costumi daltri tempi: anche senza voler esagerare, perch in ogni spinta di questo tipo c sempre una sorta di paura del nuovo, una nostalgia conservativa e perfino egoistica del vecchio, il grido che nella seconda met del secolo scorso muoveva la pi famosa rivolta dei contadini-pastori nuoresi (Torramus a su connottu, torniamo al conosciuto, alla consuetudine pi radicata, alle regole della vita arcaica) rimanda anche allesigenza di tenere presenti, nel guardare e nel decidere sugli accadimenti pi immediatamente vicini, questi depositi di memorie, di abitudini, di leggi non scritte ma fortemente operanti nella societ del passato e nella continuit della coscienza, quasi un archivio collettivo di orientamenti, di conoscenze, di sicurezze. Leggere la storia. Senza questa capacit di leggere la storia del passato sul fondo della storia presente la Sardegna una terra difficile da capire. Tanto pi oggi, che la superficie di questo oggetto sembra cos variamente mossa dallonda dei fatti e insieme cos genericamente somigliante ai modi di essere di altri oggetti regionali sparsi per tutta lEuropa e altrove: e invece ognuno di quegli eventi divaricato fra una somiglianza non 96

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meramente apparente col contemporaneo mondiale, con quello che accade e si forma in ogni altra parte della terra (o almeno di quella terra del Primo e Secondo Mondo cui ancora apparteniamo, per quanto pericolosamente affacciati e non solo geograficamente sulle latitudini del Terzo), e una impronta profonda che agisce ancora in gesti, reazioni, modi di lavorare, strutture mentali e di vita, insomma nella sardit. Non soltanto un insieme di memorie e di abitudini spesso rilegate nellalbum di famiglia del folclore, ma un modo di sentire e di agire, dunque un modo di essere che i Sardi sentono come loro proprio, nucleo costitutivo della loro identit. Non detto che sia cos in assoluto: ma siccome non tanto vale quello che si , quanto quello che si pensa di essere (perch poi questo quello che realmente si finisce per essere), il tema della diversit della Sardegna, prodotto della storia pi lontana e insieme dei grandi mutamenti della storia vicina, la chiave di lettura con la quale pi facile penetrare il mondo di uomini ma anche il mondo di cose che , tuttinsieme, la Sardegna di oggi. Un frutto della storia, dunque: di quella contemporanea, per, non meno che di quella del passato. Sicch il richiamo a un fondamento di sardit non n rifugio nel passato (anche se pu essere anche questo) n timore del confronto (e pu pure esserlo) n ribaltamento in orgogliosa solitudine, anche politica, di un isolamento reale (c pure questo rischio, perch non dirlo?): , soprattutto, convinzione che la specificit non va n negata come illusione dun campanilismo regionale n enfatizzata e assolutizzata come se il Mediterraneo e il Mezzogiorno dItalia (anzi, tutte le Italie regionali) non conoscessero di queste connotazioni locali cos marcate; ma va tenuta presente, accettata come un prodotto della geografia e della storia, posta alla base di un progetto politico che cammini nel presente e metta la volont degli uomini al servizio della loro capacit di durare come singoli e come memoria e insieme di integrarsi in comunit pi vaste e pi omogeneizzanti: si chiamino la Repubblica italiana, lEuropa comunitaria, il sistema economico del mondo occidentale. Lautonomia regionale. Del resto, questo mezzo secolo in cui siamo ancora immersi comincia, in Sardegna, proprio con un evento che trasforma questa sensazione collettiva in istituzione pubblica, questa coscienza di unautonomia della propria vicenda in articolazione autonomistica dello Stato democratico: il 31 gennaio del 1948 lAssemblea Costituente approvava quello Statuto regionale della Sardegna che, emanato con la legge costituzionale del 26 febbraio 1948, N. 3, dava alla Sardegna lautono97

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mia speciale riconosciuta dallarticolo 16 della Costituzione come diritto di cinque regioni italiane connotate dalle ragioni di questa geografia che si fa anche storia (come accade alle regioni che sono isole, la Sicilia e la Sardegna, o alle regioni che sono collocate ai confini geografici e politici del paese, il Friuli-Venezia Giulia, la Valle dAosta, il Trentino-Alto Adige). Tutto il tempo successivo si pone, in Sardegna, sotto il segno di questa autonomia: cio sotto il segno del suo sviluppo istituzionale e del dispiegarsi della sua operativit nelleconomia e nella societ, ma anche delle sue contraddizioni interne e dei suoi stessi momenti di crisi. La lotta contro la malaria. Lautonomia marca una svolta: ma parallelamente, negli stessi anni, se ne compie unaltra, di non minore importanza per il futuro. Il 12 aprile del 1946 un decreto del governo istituiva lErlaas, Ente Regionale per la Lotta Antianofelica in Sardegna: con un finanziamento costituito sul fondo-lire dovuto dallo Stato italiano agli USA come risarcimento dei danni di guerra, e sotto la direzione scientifica e organizzativa dellamericana Rockefeller Foundation sapriva una imponente campagna contro la pi antica e pi diffusa delle piaghe dellisola, la malaria. Il Sardinia Project, che interessava gli scienziati che vi presiedevano come un esperimento di eradicazione dun vettore indigeno della malaria, sarebbe costato sette miliardi (di lire dallora). Ma in unisola conosciuta per la sua mala aria, la sua intemperie sin dalla latinit (Cicerone ne avvertiva il fratello Quinto, funzionario romano a Olbia) e dal Medioevo (Dante: ... e di Maremma e di Sardigna i mali..., Inf., XXIX, 48), e che ancora alla fine del ventennio fascista registrava 78 mila casi di malaria allanno (78 mila persone, su una popolazione complessiva di nemmeno un milione 300 mila abitanti: cio la perdita di milioni di ore lavorative ogni anno, la paura della vita in campagna, un senso ininterrotto di precariet, una generale defedazione della stessa razza), in quellisola la malattia decresceva rapidamente da un anno allaltro (40 mila casi nel 1947, 15 mila nel 1948) e nel 1950, per la prima volta (da quando? certo da secoli, forse da un paio di millenni), non veniva registrato neanche un caso di un Sardo che avesse, in quellanno, contratto per la prima volta la malaria. Era la fine dun incubo interminabile. N la trasformazione successiva della vita rurale, seppure non di grande momento, n i fenomeni macroscopici dellapprodo della grande industria nellisola e dellinvasione massiccia del turismo estivo, nulla di tutto questo si sarebbe potuto verificare in Sardegna se le coste e le pianure, i luoghi che pi facilmente si ponevano offrire al coraggio degli impren98

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ditori industriali o alla curiosit dellHomo ludens euroamericano, non fossero stati prima liberati dallipoteca del contagio. La modernizzazione dellisola. La lunga campagna contro la malaria, che mobilit migliaia di Sardi come operai e funzionari dellErlaas, ebbe anche una serie di effetti collaterali: la stessa entit del denaro speso in salari, la sua disseminazione a pioggia in tanti bilanci familiari, le nuove abitudini di lavoro organizzato, lemersione allinterno di centri anche piccoli di nuovi quadri tecnici (che diventavano presto anche politici, e comunque mediodirigenti) contribuirono a quella generale modernizzazione della Sardegna sotto il cui segno distintivo scritta la storia di tutti questi ultimi anni. Una lunga, densa stagione di cambiamenti, si detto allinizio. Ricca di sviluppi ma anche di contraddizioni, si aggiunto. La contraddizione pi profonda sta nella direzione stessa di questo sviluppo, che doveva avvenire nel senso duna corsa, duna accelerazione volta ad agganciare il vagone Sardegna al grande treno del progresso italiano ed europeo: lo strumento di questa accelerazione erano lautonomia regionale e le grandi operazioni economiche e sociali dintervento nella realt isolana che essa avrebbe favorito. Tutto questo accadde. Ma quanto pi la spinta alla modificazione aumentava il tasso di integrazione nel sistema continentale (cio italiano ed europeo) tanto pi si cancellavano non soltanto la separazione della Sardegna da esso, la sua marginalit, ma anche i connotati pi vivi della sua esistenza di terra, di popolo: insomma di cultura e di storia. Oggi la Sardegna tutta diversa da quella appena post-medievale uscita dal secondo conflitto mondiale con vistosi segni, appunto, di post-medievalit (la vita dei villaggi, leconomia di sussistenza, lautoconsumo diffuso, la permanenza e la resistenza del vecchio): ma i suoi destini non si decidono pi n a Cagliari, dove abitarono sufeti cartaginesi e proconsoli romani, capitani pisani e vicer aragonesi o piemontesi, n a Sassari, dove vissero i giudici di Torres e i riottosi nipoti dei Doria, governatori spagnoli e barones isolani. Lesplosione turistica. La crisi del Golfo Persico ha disintegrato il tessuto della grande (e quasi unica) industria isolana, quella petrolchimica; le decisioni prese a Bruxelles pesano sulleconomia della campagna ormai pi del ciclo capriccioso delle stagioni; le grandi mode internazionali dettate dalla jet society o dalle multinazionali delle vacanze determinano i bilanci di tutta la catena di comuni costieri. Crisi energetica, problemi dellagricoltura comunitaria, integrazione delle economie e degli scambi, planetarizzazione della minaccia nucleare toccano oggi tutte le regioni del nostro continente: ma in Sardegna questa unifor99

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mazione dei destini agisce anche come spinta e insieme come simbolo di una cancellazione violenta, spesso radicale, di una cultura locale il cui senso interno pareva raccogliersi in un suo statuto di individualit. Certo, lisolamento non sempre coniuga in positivo la singolarit dellesistenza, n la dipendenza solo questa che vediamo cos massiccia sotto i nostri occhi. I modelli hanno tempi lunghi, la subalternit esisteva anche nel passato: insomma, la separazione raramente era anche libert, e se non si perdeva al tavolo della storia era perch la Sardegna non era ammessa a giocarvi, spesso neppure chiamata a fare da spettatrice (la circolazione delle informazioni sino alla met del nostro secolo era lenta e pulviscolare: solo pochi gruppi usufruivano di quel pochissimo di strutture su cui camminava la conoscenza del mondo esterno; la prima strada da un capo allaltro dellisola fu completata nel 1829, la prima nave di linea arriv nel 1835, la prima rete ferroviaria di base del 1883). La Rinascita. La contraddizione sta appunto in questo: o negarsi alla storia per sopravvivere di una individualit astratta non perch non incarnata negli uomini, ma perch non dialettica, non confrontata ad altre personalit collettive di popoli e di culture o integrarsi nellEuropa e nelle economie-mondo, ma col rischio di vedersi cancellati come popolo regionale. Di questa illusione del progresso come medicina totale la Sardegna ha sofferto soprattutto fra il 1950 e il 1970: quando peraltro il boom della societ dei consumi parve rendere obbligatorio con tutta lItalia lottimismo del futuro. Di quel boom la Sardegna percepiva e sperimentava la sua parte. Larticolo 13 dello Statuto regionale prevede che lo Stato, in concorso con la Regione, si impegni quasi a riparare in nome della solidariet nazionale al ritardo con cui lisola ha potuto partecipare alla vita stessa della comunit italiana a predisporre un piano organico per la rinascita economica e sociale della Sardegna. Gli anni fra il 1960 e il 1970 si chiamano, appunto, gli anni della Rinascita: caratterizzati da un investimento pubblico nellordine di 400 miliardi e da un largo sistema di interventi coordinati, inscritti in una generale strategia di pianificazione regionale (lesperimento di pi ambiziosa portata territoriale della fragile programmazione in Italia), avevano la loro fonte in una legge del Parlamento italiano, la legge 588 dell11 giugno 1962, che dava il via a un Piano straordinario per la Rinascita della Sardegna; rifinanziato (con 1000 miliardi) nel 1974, alla scadenza del primo dodicennio, larticolo 13 ancora considerato la chiave di volta del complesso sistema di rapporti che legano la Sardegna alla comunit nazionale. Ma sebbene su di esso puntino le ragioni di una rivendicazione 100

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variamente condivisa da una larga parte della societ isolana e dei suoi rappresentanti politici, la stessa parola rinascita oggi evocata in Sardegna non senza un minimo di perplessit e dimbarazzo: come se si parlasse duna grande occasione perduta, per alcuni, o dellintero fallimento dun progetto politico, per altri; certo come dun processo di crescita che ha lasciato lamaro in bocca per la quantit di conseguenze irrisolte che ha depositato nel corpo stesso della societ e della storia di Sardegna. I fenomeni cui abbiamo assistito sono imponenti e storici, cio capaci di segnare per lungo tempo lidentikit dellisola, anche se non irreversibili (chi scommette sul futuro, e quale?). La stessa popolazione sarda passata da 1 milione 276 mila abitanti del 1951 a 1 milione 653 mila nel 2003, un autentico balzo in avanti in una terra che non ha mai avuto pi di mezzo milione di abitanti sino allinizio del secolo scorso. Quando il rapido processo di sviluppo dellindustria (quello su cui sappunta, oggi, il pi consistente pacchetto di critiche politiche e di polemiche di economisti), ma soprattutto il parallelo fenomeno della fuga dalle campagne che in Sardegna ha toccato principalmente le zone contadine, mentre le comunit pastorali hanno mostrato un maggiore attaccamento alle sedi della vita e ai modi tradizionali del lavoro hanno portato il numero degli occupati nellindustria a superare quello degli occupati nellagricoltura, il cambiamento non era solo quello del passaggio da un settore economico a un altro, ma la fine di quella centralit della terra che stata, nella storia sociale e civile dellisola, quasi la traduzione in termini di vita e di lavoro di quella geocrazia che fin da qualcosa come 250 milioni di anni fa caratterizza il paesaggio della Sardegna, cio il paradosso di unisola che non vive prolungandosi nel mare ma resiste ripiegandosi verso linterno. Questo solo dato potrebbe bastare. La storia della Sardegna da sempre a sempre si divide, per adesso, in due soli grandi periodi: uno che va dalla comparsa della prima ondata di popolatori dellisola (9-10 mila anni fa, si diceva fino a non molto tempo addietro; ora lorologio dellantropizzazione della Sardegna sposta indietro le lancette, chi dice 140-150 mila anni fa) sino al 1971, e uno che dal 1971 simmerge nel futuro. La crescita del terziario. Ma il dato, pure sconvolgente, non dice nulla da solo: perch gli sconvolgimenti sono stati ben altri. A ben pensare, pi che nello spostamento delle forze di lavoro dallagricoltura allindustria le spie del cambiamento vanno cercate in quellaumento veloce degli addetti al terziario che par ora inarrestabile elefantiasi. Il terziario sardo il frutto pi aspro della modernizzazione: pi ancora, di quella generale urbanizza101

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zione della vita che ha portato in tutto il territorio isolano i modi e i modelli della cosiddetta civilt continentale (nel 1970 limmagine di rito fu quella del pastore che, steso allombra dun albero a guardare le pecore raccolte a meriare sotto il sole del primo pomeriggio, ascoltava dalla radiolina i fasti lontani di Gigi Riva, nato a Leggiuno in Lombardia ma residente a Cagliari, goleador dello scudetto). Questa urbanizzazione non ha toccato soltanto i costumi e la mentalit, ma ha comportato anche una lunga, profonda dislocazione perfino fisica degli stessi abitanti: con laddensarsi della popolazione dei centri minori (per dire, al di sotto dei 5 mila abitanti) verso i centri intermedi (nellordine dei 15-20 mila abitanti), il crescere di grossi sobborghi nelle immediate vicinanze delle citt principali, lo sviluppo anche edilizio assunto da citt capozona di parti dellisola interessate dalla nuova industrializzazione (Porto Torres) o dal turismo (Olbia), lafflusso massiccio di abitanti verso le due citt maggiori (Sassari e Cagliari), il formarsi intorno a Cagliari di una vasta, praticamente ininterrotta conurbazione che ha portato qualcosa come 500 mila Sardi ad abitare a qualche chilometro dal Palazzo della Regione ( unimmagine che rimanda ad altre centralizzazioni e anche ad altri centralismi), si assistito, in questi ultimi decenni, a una serie imponente e straordinaria di spostamenti della popolazione: due Sardi su cinque hanno cambiato dimora, luogo di residenza, spesso abbandonando sedi in cui le loro famiglie vivevano da tempi immemorabili, e un Sardo su quattro vive ormai in una delle due citt principali. Ma lo spostamento verso la citt non si fermato ai bordi dellisola: lemigrazione, un fenomeno cos comune alla storia del Mezzogiorno ma non altrettanto conosciuto dalla storia contemporanea della Sardegna, sembra essere stato lelemento pi dinamico di questa ansia della citt. Si calcola che circa quattrocentomila Sardi abbiano lasciato lisola per il continente: 250.000 verso la penisola, 150.000 verso lEuropa e lontani dintorni. Su cinque Sardi, uno vive oggi fuori della sua patria, protagonista di una diaspora tanto pi sofferta quanto pi forte , in chi nasce nelle isole, il radicamento in una terra che anche culla, rifugio, barca. I segni dellurbanizzazione toccano quasi tutti gli aspetti della vita isolana: dalle abitudini quotidiane, ormai cos omogeneizzate a quelle del continente che si pu scrivere magari con un tantino di enfasi che chi per caso fosse paracadutato, una domenica pomeriggio, nella via principale di Orgsolo (una comunit emblematica di tutte le resistenze della tradizione nella vita isolana) difficilmente riuscirebbe a capire che non 102

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atterrato ad Abbiategrasso, ai consumi materiali, che non sono quelli dei beni essenziali ma anche del superfluo, ai consumi dei modelli mentali: non solo la radio, il cinema, la tv, la stampa, ma il modo stesso di vivere influenzano chi si trova a muoversi in quel fluido di messaggi e di massaggi uniformi e massificati che la societ di oggi. Queste immagini della citt che si offrono come esempi di una realt esterna e nuova, piena di inviti e di suggestioni, al modo della quale sarebbe bello vivere, vengono propagandate, in Sardegna, non soltanto dai media pi diffusi e dal generale progresso della vita quotidiana: lo stesso spostamento delle strutture produttive dalla campagna ai luoghi propri del lavoro moderno attiva un processo di educazione permanente, si potrebbe dire, al gusto, allambizione, al sogno della vita urbana. Da questo punto di vista lindustria, il turismo, le strutture commerciali o di consumo del tempo libero sono, tuttinsieme, la macchina della persuasione neppure tanto occulta alla modernizzazione delle abitudini e dei bisogni. Le contraddizioni dello sviluppo. Ed qui, peraltro, che si scontrano e si scontano le contraddizioni dello sviluppo isolano in questi ultimi trentanni. Sono le contraddizioni interne a ciascun settore: lindustria che non si riproduce e non si autosostenta; il turismo che divora il suo proprio capitale, la natura, rovesciando sui litorali ininterrotte colate di cemento; il commercio che si polverizza in mille rivoli o improvvisamente saggruma in iniziative monopolistiche alla milanese; il tempo libero che si foggia nei modi delle megalopoli ma specialmente nei paesi della banlieue postcontadina delle due citt maggiori. Ma sono soprattutto le contraddizioni di ciascuno di questi settori, tutti interi, con lo scenario generale della cultura isolana tradizionale su cui sono venuti troppo rapidamente a innestarsi: sicchse ne generano squarci, fratture, traumi, nuvole dira. Giuseppe Fiori chiamava la societ del malessere quella Barbgia dove lo scontro fra il codice interno delle comunit pastorali e le leggi civili ed economiche dello Stato (dunque delle comunit gi nazionalizzate) era pi aspro e contagioso. Oggi tutta la Sardegna , in molti modi, una societ del malessere, conseguenza storica di quella che un intellettuale nuorese di un secolo fa, Attilio Deffenu, chiamava la disunit nazionale (a dimostrare che non erano i Sardi a volerla, quella disunit, Deffenu chiese lungamente e ottenne solo a fatica di andare in guerra: mor sul Piave, nel 1918, sepolto sotto un cumulo di nemici; il suo corpo non fu mai pi ritrovato). 103

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Lindustria in Sardegna, il turismo in Sardegna sono anche lindustria e la Sardegna, il turismo e la Sardegna. Il binomio rimanda subito a un confronto irrisolto, non dialettico, per lo meno nei modi in cui stato realizzato. Il progetto che, allinizio degli anni Sessanta, ha guidato lindustrializzazione in Sardegna era collegato a quattro convinzioni: primo, che lindustria dovesse venire tutta di fuori, per sopperire alla mancanza di iniziative, di capitali e di managerialit locali; secondo, che dovesse essere insediata in alcuni poli, secondo la strategia che aveva guidato tutto il processo dindustrializzazione nel Mezzogiorno, e che come nel Mezzogiorno dovesse essere la grande industria di base, la pi rapidamente trainante, capace di attivare effetti moltiplicativi attraverso la sua discesa a valle (cio la nascita di industrie medie e piccole per le lavorazioni dei prodotti dellindustria maggiore: lavorazioni che avrebbero lasciato in Sardegna la maggior parte del valore aggiunto alle produzioni); terzo, che dovesse essere largamente incentivata dallo Stato e dal potere regionale anche per superare i ritardi di partenza e la strozzatura dellinsularit; quarto, che sarebbe durata infinitamente e sarebbe continuamente cresciuta, perchallora, in quegli anni di facili ottimismi, lIndustria era il Futuro. La scelta dellesclusivismo petrolchimico, la condizione di monopolio nelle scelte di teatro in cui si sono venute a trovare tanto la grande industria pubblica quanto lunica grande industria privata che si sono insediate nei poli, la mancata discesa a valle, per cui i prodotti degli stabilimenti riprendevano subito il mare appena sub a la prima raffinazione, avevano gi generato t una serie di nodi produttivi e sociali prima ancora che la grande crisi energetica del 1973 e la guerra del petrolio mettessero in crisi gli stessi presupposti di questa industrializzazione dallalto. Il declino industriale. Nel declino dellindustria, ora tutti guardano al turismo. Il turismo ha guardato alla Sardegna sul finire degli anni Cinquanta, ma ha conosciuto unascesa pi rapida soprattutto nella seconda met degli anni Sessanta, sullonda convincente e promozionale della Costa Smeralda, linvenzione di una vacanza di lusso sulle coste della Gallura che aveva tutto per piacere a tanti (lisola come Eden ha scritto il geografo americano Richard L. Price mare azzurrissimo, luoghi intatti ed esotici, indigeni accoglienti, architetture da rivista patinata, enclaves esclusive). Da quella favola turistica lespressione dellantropologo Bachisio Bandinu nata unalluvione di costruzioni su tutte le coste sarde. Linsularit stessa il luogo dove si giocano le contraddizioni del turismo come fonte di reddito: la distanza e la persistente insufficienza dei trasporti (crescono le navi e 104

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gli aerei, ma crescono le esigenze) fanno della Sardegna unisola appetita per la sua natura intatta e marina e la sua stessa lontananza vicina, ma insieme impediscono al turismo di passare da forme elitarie a modi di diffusione pi integrati col territorio. Eppure, salvo in luoghi di particolare addensamento, limpressione di vastit e di infinit che d questisola pure piccola, di brevi pianure e montagne di altezza limitata, sembra poter bilanciare loccupazione cementizia. Ma si tratta dun fenomeno ottico, al quale soccorre la solitudine disanimata del nocciolo interno della Sardegna, soprattutto delle sue zone montagnose: fino a quando non ci si accorge che mentre la solitudine saccorda ai ritmi lenti che il tempo e la vita hanno su questi spazi, laffollamento e linvasione che si coagulano in particolare sulla buccia costiera violano un modo di essere che non solo natura, ma anche storia, non solo geografia ma anche cultura. Il permanere della pastorizia. Non a caso la Sardegna resta, ancora oggi, se si guardano le cifre, unisola di pastori come stata conosciuta nei secoli (Pastori e contadini di Sardegna intitolata lopera famosa dun famoso geografo di questa nostra met di secolo, il francese Maurice Le Lannou). La pastorizia connota il paesaggio, anima la resistenza delle culture della Sardegna interna, resiste essa stessa alle crisi con la continuit duna tradizione e duna forma di produzione che pure ancora oggi assicura redditi essenziali alla bilancia isolana. Dei 65 mila addetti allagricoltura che ha oggi la Sardegna, 25 mila sono pastori: ma intorno a loro vivono altri 220-250 mila Sardi. Oltre 3 milioni di pecore, quasi tutte allevate ancora al pascolo brado, destinate ad attraversare lisola due volte allanno, scendendo dalle loro montagne alle prime avvisaglie dellinverno per risalirle alle prime siccit di fine primavera. Questo movimento di animali e di uomini anche unesportazione di norme e abitudini di vita da un territorio allaltro dellisola: chi conosce la storia millenaria dei duri rapporti antagonistici fra pastori e contadini, qui come in ogni altra parte del mondo, pu immaginare come le rispettive regioni si contrappongano per la diversit duso della terra e per lalterit di cultura che ne deriva. Ora la pastorizia sarda, che si va stendendo a macchia nelle zone di collina e di pianura, dove investe in terra i propri guadagni, esporta le sue leggi e le sue strutture produttive anche oltre Tirreno: in Lazio, in Umbria, in Liguria, soprattutto in Toscana, dove la presenza di alcune migliaia di questi uomini attivi, duri, resistenti alla natura e alla fatica, con 250-300 mila pecore (la Toscana la quarta regione italiana per patrimonio ovino), ha creato problemi dintegrazione spesso drammatici. 105

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La pastorizia , in Sardegna, la sopravvivenza dun passato preistorico (oggetti per lavorare il latte si trovano spesso nei resti dei nuraghi), ma anche il segno duna contemporaneit che conserva un senso, un valore, anche un fascino. Cos oggi, in fondo, tutto quello che c in Sardegna: nuovo e vecchio insieme, spesso mescolati e sovrapposti, ma spesso anche integrati e conciliati. Leggere questa contemporaneit dellantico non soltanto nella severa e materna geografia del paesaggio di pietre ed erba, ma anche nellanimato e talvolta confuso paesaggio umano una delle chiavi che possono permettere di capire meglio questo difficile oggetto che la Sardegna di oggi.

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I modi della visita

I precedenti brani introduttivi costituiscono nel loro insieme un organico quadro informativo della Sardegna passata e presente, tale da consentire al lettore (e in particolare al lettore non sardo) una prima definizione degli obiettivi principali di una visita dellisola, individuando le aree territoriali e concettuali di suo particolare interesse, gli itinerari da percorrere e la distribuzione del tempo disponibile. Questultimo brano concepito in funzione prevalentemente strumentale integra le informazioni fin qui esposte fornendo al lettore una serie di indicazioni, suggerimenti, avvertenze, precisazioni ecc. il cui scopo , da una parte, agevolargli la visita sul piano logistico, e dallaltra attraverso lesposizione di ulteriori possibilit di impiego del tempo, e quindi di un ampliamento di fatto della gamma di interessi conferire a questo suo viaggio in Sardegna un carattere di potenziale completezza. Una visita culturale. Questa guida uno strumento finalizzato a un turismo di tipo culturale, se questo il termine esatto per designare un turismo nel cui esercizio non ci si limita a guardarsi attorno ma si vuol capire il senso e il significato di quanto ci sta attorno. Da qui i criteri innovativi esposti e argomentati, del resto, nel brano Le ragioni di una visita che reggono sia le informazioni generali articolate nella sezione introduttiva, sia quelle analitiche distribuite nei capitoli della sezione guidistica vera e propria. Da qui, anche, la proposta di itinerari tematici che il lettore pu costruirsi da s utilizzando sia lapposito indice tematico, sia le cartine che accompagnano gli itinerari di visita, dalle quali ricavabile la distribuzione e lubicazione delle testimonianze pi rappresentative dei temi che hanno connotato nel corso del tempo la storia, la cultura e il paesaggio sardi. unisola bella e affascinante, questa Sardegna di cui si cercato di ordinare in una guida i molti elementi di richiamo. Bella e affascinante sia che a spingere a un viaggio siano le sue chiese medievali o i suoi straordinari e variegati paesaggi; i suoi 107

I MODI DELLA VISITA

nuraghi oppure il desiderio di esercitarvi la caccia, la pesca, il trekking, il turismo equestre; le sue testimonianze fenicio-puniche e romane o linteresse per particolari ricerche geologiche, naturalistiche, mineralogiche; il folclore per tanti aspetti ancora genuino delle sue feste popolari oppure le sue spiagge con la limpidezza del mare e le coste dirupate e, tra queste e quello, le sue famose grotte; i suoi stagni, con la loro fauna caratteristica, o la navigazione da diporto per una prospettiva dal mare tra le pi interessanti del Mediterraneo.

Le vie daccesso. Informazioni dettagliate sui servizi marittimi (orari, prenotazioni, tariffe), si possono ottenere consultando i siti delle diverse compagnie di navigazione oppure presso tutte le agenzie marittime e di viaggi. Le prenotazioni sono opportune per tutte le corse e necessarie nel periodo estivo, in cui vanno effettuate, specie per gli automezzi e i rimorchi, con notevole anticipo. I cani non possono essere introdotti in Sardegna n accettati sulle navi, se non accompagnati da un certificato veterinario di vaccinazione antirabbica effettuata da non meno di 20 giorni a non pi di un anno prima della partenza. Linee plurigiornaliere funzionano per i collegamenti con le isole minori: da Palau alla Maddalena in 15 minuti; dalla Maddalena a Santa Teresa Gallura in 60 minuti; da Portovesme a Carloforte in 35 minuti; da Calasetta a Carloforte in 30 minuti. Gli aeroporti sardi adibiti al traffico di linea sono tre: Cagliari (lmas), Alghero-Sassari (Fertilia) e Olbia (Costa Smeralda), distanti dai rispettivi centri urbani km 7, km 11-28 e km 5. I collegamenti interni tra Cagliari e Olbia richiedono circa mezzora di volo. Strade panoramiche. Fra le strade di elevato interesse paesaggistico e panoramico sono da elencare pressoch tutte le arterie costiere, e in particolare: la Orientale Sarda (125), specie nel tratto spettacolare da Baunei a Dorgali e in quelli a sud e a nord del golfo di Olbia; la Sulcitana (195) con la variante per la Costa del Sud; la provinciale della Costa Smeralda con la diramazione per il golfo di Arzachena; la Cagliari-Villasimuspunta Molntis e oltre; la nuova litoranea Bosa-Alghero e il suo prolungamento fino a capo Caccia; la diramazione dalla statale 126 per Masa; il secondo tratto della Olbia-Golfo Aranci; gran parte della Porto Torres-Castelsardo-Santa Teresa Gallura. Dei tracciati interni, particolarmente interessanti quelli: della Centrale Sarda (128) attraverso il Sarcidano e le Barbgie; della provinciale Dsulo-Fonni; della statale 389 da Lanu108

I MODI DELLA VISITA

sei a Fonni e da Buddus ad Al dei Sardi; della 389 dir. da Fonni allinnesto con la Centrale Sarda; della statale 392, da schiri a Tempio Pausania; della Trasversale Sarda (129 e 129 bis), che taglia lisola da un mare (Orosei) allaltro (Bosa); della provinciale del Supramonte per Oliena, Orgsolo e Mamoiada; e di molte strade minori in Gallura (specie la provinciale Isola Rossa-Aggius per Trinit dAgultu), nel Nuorese, nellIglesiente.

Soggiorni balneari. Al turista che predilige il soggiorno al mare sar facile individuare i peculiari caratteri dei circa 1900 km di coste sarde. I toni pionieristici di un tempo, quando le lacune strutturali erano compensate dalla bellezza dei luoghi e dalla ben nota cordialit isolana, si sono alquanto modificati anche nei luoghi meno conosciuti, mentre per contro si sviluppato in forme talvolta abnormi e devastanti il turismo residenziale delle seconde case. In molte aree litoranee dellisola la spinta speculativa ha travolto ogni elemento di possibile pianificazione territoriale, ma sono ancora numerose le zone in cui il paesaggio naturale mantiene caratteri di integrit tali da consentire al turista una fruizione culturalmente e ricreativamente compatibile. Peraltro da sottolineare che i numerosi villaggi residenziali sorti in funzione della domanda turistica estiva rendono possibili sistemazioni a prezzi molto pi accessibili nelle stagioni intermedie. Una semplice occhiata alle caratteristiche climatiche della Sardegna evidenzia che le fasce costiere godono di un clima particolarmente mite, con nuvolosit limitata. Le medie della temperatura massima sono sui 23-24C destate, mentre quelle della minima oscillano tra gli 11.7 e i 13.7 dinverno, con una media complessiva sui 16C. Ci significa che la balneazione possibile nellisola, e specialmente nei suoi mari meridionali, anche nella tarda primavera e nel primo autunno. La Sardegna in genere ventosa, specie nelle aree costiere settentrionali; le precipitazioni piuttosto ridotte e limitate in genere a due brevi periodi, fra lautunno e linverno e fra questo e la primavera. In estate lisola interessata da lunghi periodi di siccit o da precipitazioni limitate alle zone montuose, con rari piovaschi improvvisi e particolarmente intensi. Stazioni invernali. Non esistono in Sardegna vere e proprie stazioni di soggiorno invernale: soltanto in alcune localit del Gennargentu che con la punta La Marmora m 1834 raggiunge la quota pi alta dellintero sistema montuoso isolano si pu
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I MODI DELLA VISITA

dinverno praticare lo sci. Peraltro lintera area centrale del massiccio presenta peculiarit naturalistiche di eccezionale interesse, da cui traggono giovamento i comuni che vi gravitano attorno (Fonni m 1000, Srgono m 700, Tonara m 910, Dsulo m 886, Aritzo m 796), in attesa della prospettata istituzione di un Parco Nazionale. Altrettanto interesse naturalistico rivestono le montagne del Gocano (monte Rasu m 1259), della Gallura (monte Limbara m 1359), del Srrabus (monte dei Sette Fratelli m 1023) e della Barbgia di Selo (Montarbu m 1031). Numerose sono le localit adatte a soggiorni di collina e bassa montagna, pur con ridotta attrezzatura ricettiva, mentre i centri di cure termali, a fronte del gran numero di sorgenti e delle loro ottime qualit terapeutiche, si contano sulle dita: Tempio Pausania, le Terme Aurora presso Benetutti nel Gocano, le Terme di Casteldoria presso Castelsardo, quelle di Srdara nel Campidano centrale e quelle di Fordonginus lungo il fiume Tirso; si tratta comunque in genere di installazioni a ristretto ambito locale.

Alberghi, villaggi, campeggi. La qualit media delle installazioni turistiche sarde si allinea a quelle delle altre regioni turistiche italiane, con strutture in prevalenza distribuite nelle localit costiere. Pure le aree interne offrono comunque una buona ospitalit quasi dappertutto, con alberghi anche di tono elevato in localit un tempo esclusivamente agricolo-pastorali. La Sardegna particolarmente adatta allesercizio del campeggio sia per le caratteristiche climatiche che per la buona disponibilit di spazi adatti, pi o meno alberati (pinete e querceti), un po dappertutto. Naturalmente sono le aree costiere ad aver attirato fin dai primordi i turisti continentali con inclinazione verso questa forma di villeggiatura; e al primitivo campeggio libero si sono via via sostituiti parchi di campeggio attrezzati. La nascita dellagriturismo in Sardegna, intesa come offerta di ricettivit integrativa della pi tradizionale offerta turistica alberghiera, risale alla fine degli anni 70. Lagriturismo ebbe inizio a livello pi o meno pionieristico nelle fertili pianure dellOristanese. La scoperta della natura. Lisolamento geografico della Sardegna ha determinato lo sviluppo di un gran numero di specie vegetali e animali autoctone, che si sono preservate in un territorio del quale ancora oggi il 75% a vegetazione spontanea. Le variet presenti nelle aree interne e in quelle
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I MODI DELLA VISITA

degli stagni costieri sono salvaguardate in parchi e aree protette che, con le riserve e i parchi marini, sono diventati unambita meta turistica. Sulla gran parte del territorio si sviluppa la macchia mediterranea. Lo straordinario patrimonio vegetale originario stato distrutto dal diboscamento selvaggio, iniziato in forma esasperata con loccupazione piemontese che utilizzava il legno per il trattamento dei prodotti minerari; per lungo tempo sono state realizzate con legno sardo le traversine delle linee ferroviarie di tutta Europa, e il diboscamento prosegue ancora oggi con gli incendi dolosi prodotti dalla speculazione edilizia. La fascia costiera presenta la vegetazione bassa tipica della macchia mediterranea, con olivastro, lentisco, ginepro, mirto, corbezzolo, caprifoglio ed edera. Verso linterno si incontrano boschi di leccio e quercia da sughero su un sottobosco di macchia mediterranea. Oltre i 1000 m ancora qualche quercia da sughero ma soprattutto boschi di castagno, rovello e nocciolo. Nellisola non presente il faggio mentre si trovano noce, frassino e pioppo. Pino e cipresso non sono autoctoni ma vegetazione importata. La fauna selvatica. Lambiente favorevole ha consentito la diffusione di una abbondante fauna selvatica, in particolare il cinghiale, la lepre, il coniglio selvatico, la donnola, la volpe, il daino e il cervo sardo, il tasso, soprattutto sopra i 1000 m, i falchi e laquila reale. Vi transitano nelle loro migrazioni beccacce, quaglie, anatre e il fenicottero rosa che in alcune zone umide dellisola ha trovato un ambiente favorevole che lo ha fatto diventare stanziale. Nei mari vivono tutte le principali specie ittiche del Mediterraneo e vi transita il tonno che viene pescato in particolare a San Pietro e SantAntioco. Il corallo si trova soprattutto lungo la costa di Alghero. Negli stagni vivono numerose specie tra cui il muggine, nome locale del cefalo, dal quale si trae la famosa bottarga. Le specie uniche. Varie specie animali differenziano la Sardegna dal continente; nellisola mancano del tutto per esempio la vipera e gli altri rettili velenosi. Ci vivevano ma sono ormai estinti la foca monaca nota anche come bue marino, il lupo, lorso, la talpa. Sono invece specie caratteristiche del suo territorio e assenti nel continente il muflone (una pecora selvatica che nel maschio ha corna lunghe anche 80 cm, presente pure in Corsica), il grifone (un grande avvoltoio del quale esiste qualche esemplare anche a Gibilterra), lavvoltoio nero, la pernice rossa e la testuggine terrestre. Tipico della Sardegna e morfologicamente differente rispet111

I MODI DELLA VISITA

to a quello continentale lasinello sardo, mentre assolutamente unici sono lasinello bianco dellAsinara e il cavallino selvatico della giara di Gsturi. Il sistema delle aree protette. In Sardegna il dibattito per la istituzione di un sistema di aree protette dura da oltre trentanni. La Regione si dotata a partire dal 1989 di una legge quadro per la istituzione di un sistema regionale di aree protette terrestri e marine. Lesperienza di questi anni dimostra che un sistema di aree protette non si pu realizzare per decreto; un processo che deve essere attuato con il consenso attivo e consapevole delle comunit locali, che deve investire le diverse fasi del processo nella sua interezza: dal decreto istitutivo alla adozione degli atti di pianificazione, alla gestione degli interventi. La creazione di un parco deve essere intesa come un moderno progetto di pianificazione integrata che partendo dalla organizzazione delle risorse territoriali, di cui il patrimonio ambientale componente rilevante, deve rappresentare unopportunit ulteriore di sviluppo, un programma lungimirante per salvaguardare le risorse ambientali e farle fruttare in modo pi razionale per la collettivit. Sono obiettivi che possono essere conseguiti se si realizza un circuito virtuoso fra le istituzioni pubbliche, il sistema imprenditoriale, le associazioni scientifiche e culturali. La cooperazione istituzionale e la concertazione sociale sono elementi fondamentali per evitare che gli interventi per la realizzazione di un parco possano assumere carattere assistenziale o risarcitorio, per loro natura poco capaci dl fornire apprezzabili impulsi sul piano del benessere economico e del progresso sociale. La pianificazione e la gestione delle aree protette deve porsi, contestualmente, il duplice obiettivo di salvaguardare lintegrit e il valore dellambiente, e di promuovere nuove attivit compatibili, considerando i vincoli come occasioni e opportunit per produrre nuova ricchezza sociale. In questo senso, la pianificazione non pu riguardare esclusivamente il territorio, ma deve investire, in primo luogo, il rapporto fra comunit e territorio, deve essere percepita dalle comunit interessate, come un progetto di ampio respiro nel quale le comunit locali siano, nel contempo, partecipi e protagoniste. Lesperienza realizzata in questi anni dimostra che risultati positivi e apprezzabili potranno essere raggiunti se le azioni e il sapere scientifico si incontreranno con il sapere comune: se le azioni per la salvaguardia e la tutela non saranno concepite come un sistema meramente vincolistico che aggiunge gravami 112

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e limitazioni alle attivit economiche, ma saranno piuttosto unopportunit ulteriore per creare nuovo progresso sociale, nuovi scambi culturali e scientifici, nuove professionalit. Parchi nazionali e regionali. Il territorio sardo oggi tutelato attraverso listituzione di un sistema integrato di aree protette. Parco nazionale dellArcipelago de La Maddalena (t. 078979021; www.lamaddalenapark.it). Il parco comprende anche la riserva naturale dellisola di Caprera. Parco nazionale dellisola Asinara (t. 079503388; www.par coasinara.it). Solo visite guidate a numero chiuso, da prenotare in anticipo. Una autentica perla del Mediterraneo ove si incontrano il muflone, il cinghiale, lasinello sardo e il tipico asinello bianco. Anche i fondali marini sono sottoposti a rigida tutela ambientale. Parco nazionale del Gennargentu e Golfo di Orosei (www.parcogennargentu.it). Vasto territorio tra i pi selvaggi dItalia costituito dal massiccio del Gennargentu, la lunga falesia del golfo di Orosei e il grande altopiano calcareo del Supramonte. Si incontrano il muflone, laquila reale, il falco pellegrino, il falco della regina e il raro gabbiano corso. Parco naturale regionale di Porto Conte (079949060). In fase di definitivo allestimento, si estende dalla citt di Alghero fino a Punta Cristallo, abbracciando la grande insenatura di Porto Conte.

La navigazione da diporto. Le coste sarde si caratterizzano per i molti tratti di eccezionale bellezza, con estese spiagge di sabbia pulita, scenografiche falesie dirupate e scogliere fantasticamente erose dagli agenti naturali, luoghi ancora incontaminati, antiche vestigia e torri di vedetta. Un certo numero di approdi, la prolungata insolazione, il clima ideale, la buona ventosit le rendono particolarmente adatte alla navigazione da diporto a vela e a motore a tutti i livelli, dal gommone al cabinato. I venti dominanti sono quelli provenienti dal IV quadrante; sulla costa orientale, per, si hanno dinverno venti del I quadrante e destate del II, con possibilit di raffiche violente allo sbocco delle valli. I venti da est sollevano fortemente il mare, per cui occorre cautela prima di affrontare tratti di costa bassa ed esposta; cautela speciale va usata nel bordeggiare lungo la costa settentrionale, in particolare nelle Bocche di Bonifacio, dove predominano i venti da est e da ovest, questi ultimi intensi e spesso mutevoli. Il mare segue landamento dei venti condizionato da quello della costa, con provenienza prevalente da nord-ovest lungo il li113

I MODI DELLA VISITA

torale settentrionale, da est lungo il litorale orientale, da ovest lungo quello occidentale, da nord-ovest e da sud-est lungo quello meridionale. Le correnti di superficie sono generalmente dirette in senso orario attorno allisola, ma possono essere influenzate dai venti; diventano particolarmente intense nei canali tra le isole e la costa specie su quella settentrionale, spesso con vortici e controcorrenti sottocosta.

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1 Cagliari e il golfo degli Angeli


Lambiente e la storia
Lampio golfo meridionale che si snoda abbastanza linearmente dai graniti di capo Spartivento a ovest a quelli di capo Carbonara a est, ha sempre rappresentato la quinta privilegiata degli avvenimenti storici sardi. Questa posizione di privilegio stata garantita dalle eccezionali condizioni dellambiente fisico: proprio sul sito ove sorge Cagliari che la vasta pianura alluvionale dei Campidani viene a contatto con un approdo riparato, sufficientemente profondo, ben guardato da unalta rupe, il monte S. Elia, e al centro di ricche saline e stagni notevolmente pescosi. La citt sarda pi antica sicuramente Nora, sulla riviera occidentale, ma a un certo punto del suo sviluppo in epoca romana la mancanza di un altrettanto rapido collegamento con lentroterra pi fertile ha giocato a favore della sua potente vicina.

La piana. La dizione, quasi di sapore turistico, golfo degli Angeli, molto recente non se ne trova traccia nella cartografia storica e nella tradizione ma rende lidea di due grandi ali ben disegnate che fanno perno su Cagliari. Purtroppo esse racchiudono ormai ben poco di angelico. Prima con le attivit legate alla funzione di capoluogo di una regione autonoma, poi con limpianto di enormi industrie e del complesso petrochimico di Sarrch, la citt ha conosciuto unespansione tumultuosa: stretta comera fra gli stagni e gli appicchi del S. Elia (sottoposto a vincolo militare), cresciuta su s stessa dilagando nelle aree pianeggianti prima di aggredire le basse colline limitrofe, gi rosicchiate per conto loro dalle cave di materiale da costruzione, e rivolgendosi poi, via via che il reddito complessivo aumentava, a urbanizzare le rive del suo golfo, oggi non molto dissimile da tante altre coste italiane dove liniziativa privatistica (villette e lottizzazioni per seconde e terze case) ha avuto la meglio su quelle direttamente produttive (turismo balneare, camping ecc.). Due zone di bonifica hanno arrestato questa urbanizzazione, o per meglio dire hanno costituito i punti estremi dellespansione cagliaritana, quella di Santa Margherita, sulla costa occidentale del golfo, e quella di Castidas (toccata nel corso di altro itinerario, v. pag. 310), nellentroterra dellarco orientale del golfo. I ritrovamenti archeologici sembrano escludere una frequentazione preistorica su entrambe le riviere: essa si concentra invece in numerosi luoghi del sito attualmente occupato da Cagliari, tanto da presentare qui un campionario pressoch completo delle culture prenuragiche. Sul colle di Monte Claro (vedi Appendice pag. 665), ai margini della citt, sono stati rinvenuti i primi docu115

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

menti di una originale cultura (2000-1800 a.C.) che da quel colle prende nome, caratterizzata da centri abitati puri e da una pregevole produzione ceramica, presto proiettatasi nel retrostante Campidano e capace di porre i propri insediamenti in un contesto cantonale a compatta struttura economico-sociale. Da qui evolveranno le complesse e in parte ancora indecifrate culture nuragiche, che allopposto non presentano nuraghi o altre architetture a grandi masse litiche sul sito urbano principale ma si distribuiscono capillarmente sulla fascia costiera e sulle alture vicine. Solo in parte quella mancanza puessere giustificata dalla permanenza di un centro urbanizzato, mentre questa diffusione, soprattutto in considerazione della primitiva forma a tancato del nuraghe Sa Domu SOrcu di Sarrh, pu c ben giustificare esigenze di vigilanza espresse fin dal primo enuclearsi di una compiuta forma urbana al centro del golfo. La continuit dellinsediamento. Delle tre citt costiere sicuramente sviluppatesi a partire dal periodo fenicio, e cio Bithia, Nora e Kralis, solo Cagliari riesce a garantirsi, unica fra le citt sarde, una ininterrotta continuit dinsediamento. Con due risultati solo apparentemente contraddittori: di essere la principale citt dellisola gi a partire dalla visita di Cesare (46 a.C.), che probabilmente sanzionava la creazione del municipio di cittadini romani, ma di essere anche qualcosa di diverso rispetto agli altri agglomerati urbani, che lentamente scomparivano o erano costretti a mutar di sito per sopravvivere. Cagliari cio, pur essendone levidente capitale, non mai riuscita a rappresentare lintera Sardegna nella complessit dei suoi caratteri sociali e culturali. Da qui muovono o si affermano le operazioni di conquista della nostra ra mentre, privilegiata dalla vicinanza della costa africana e adeguata alle necessit del presidio bizantino, un po meno oscuri vi sono i secoli bui della seconda met del primo millennio. E proprio in questo periodo la citt subisce una sorta di partenogenesi, distribuendo le sue funzioni in una molteplicit di insediamenti contigui: la capitale giudicale sullo stagno, di S. Gilla, ben defilata dal mare aperto; le residenze delle classi sociali pi significative in alcuni centri distribuiti in una fascia dellentroterra fra Assmini e Maracalagis (dove reperti epigrafici n rivelano un certo movimento di funzionari pubblici), centri prima legati allagricoltura e poi alla residenza della numerosa manodopera necessaria alla coltivazione delle saline circostanti; il porto alla Lapola (rimasto sempre in quel punto fino ad oggi) e i principali insediamenti religiosi alle spalle del colle di Bonaria e prossimi alle attrezzature portuali, mentre il Castello non poteva che conservare il suo carattere eminentemente difensivo. 116

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

Il riaccorpamento di funzioni verificatosi fra XII e XIII secolo non si per tradotto in ununica citt, ma in quattro organismi ben distinti che hanno conservato una loro specifica caratterizzazione fino almeno a met del secolo scorso: Stampace artigiana, Lapola o Marina commerciale, Villanova agricola e Castello sede delle funzioni pubbliche e rappresentative estese allintera Sardegna.
singolare che tutta questa strutturazione poco peso abbia avuto nellorganizzazione complessiva del territorio sardo, se si eccettua lelementare suggerimento di terminale della strada longitudinale, gi perfettamente in funzione in epoca romana pressa poco lungo il tracciato dellodierna Carlo Felice. In questo senso gli aspri rilievi del Srrabus o del Slcis immediatamente a ridosso di Capoterra, pur cos vicini, sono in realt lontanissimi dallambiente e dalla storia della loro capitale, almeno quanto le balze del Gennargentu o i graniti della Gallura. Cagliari appare quasi un corpo estraneo che ha occupato il centro e le frange costiere del suo golfo ma che non mai andata al di l delle prime ondulazioni del Campidano.

I percorsi costieri verso Villasimus da un lato e Bithia e la Costa del Sud dallaltro, possono allora apparire scontati lungo la direttrice principale, ma presentano paesaggi appartati e di grande suggestione ambientale solo che da questi ci si inoltri, anche per poco, nellentroterra. Ma linteresse maggiore pur sempre legato al comprensorio cagliaritano che nel circuito Margine Rosso, Assmini, Capoterra, Ponte Nuovo racchiude un complesso inimitabile di elementi storici, artistici, ambientali, da cui rimane escluso solo lhabitat montano, facile comunque da raggiungere da quelle strade, scadenti in verit, di penetrazione verso linterno. In questo circuito puessere anche verificata la difficolt, drammatica, di far coesistere lo sviluppo industriale col rispetto dei valori del quadro ambientale, cose entrambe di cui la societ e la cultura in Sardegna non possono fare a meno. Unarea industriale altamente inquinante, squallidi quartieri periferici e lo scavo di un porto-canale hanno praticamente distrutto il vasto stagno occidentale, legato al delicatissimo equilibrio ecologico fra acque dolci e acque salmastre garantito al ponte della Scafa. Forse si poteva evitare, e forse no. Bisogner allora vedere se si riuscir a impedire lanaloga distruzione degli stagni orientali, e in particolare del Molentrgius (fra Cagliari e Quartu), autentico gioiello di un ambiente inequivocabilmente sardo, dal quale pu muovere e al quale puterminare qualsiasi visita della costa meridionale.
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1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

1.1 Cagliari

I caratteri dellinsediamento nella vicenda storica


La conurbazione cagliaritana si presenta come una struttura fortemente complessa, in cui si fondono, in una continuit che dal mare si protende lungo larco della laguna di Molentrgius, anche gli abitati di cinque tra frazioni e comuni autonomi: Pirri, Monserrato, Selrgius, Quartucciu e Quartu SantElena. Di questa struttura Cagliari m 4, ab. 162 560, il polo territoriale dominante e costituisce, sotto il profilo funzionale e sotto quello formale, un elemento fuori scala rispetto allhinterland, rappresentando il terminale in cui confluiscono risorse e interessi e il luogo dove si accumulano in massima parte i processi di produzione del territorio regionale. La sua particolare collocazione in un sito in cui si trovano spiagge, colline e lagune interne ha condizionato certamente la citt a funzionare sia come luogo di scambio e di traffico, favorita in ci dalla portuosit naturale, sia, per la sua pronunciata proiezione sul mare e per la sua morfologia emergente, come polo difensivo, fulcro di un sistema militare a largo raggio. La citt fortificata. Da qualunque parte si arrivi, la citt fortificata si percepisce per la sua posizione fisica dominante e per la caratterizzazione determinata dalla presenza di poderose opere difensive. Contribu senzaltro a fare delle fortificazioni lelemento pi rappresentativo della forma urbana di Cagliari il ruolo storicamente svolto dalla citt nellambito del bacino occidentale mediterraneo: la sua posizione quasi baricentrica e laccessibilit del sito ne fecero un approdo privilegiato nel complesso di quelle che furono le pi importanti rotte dei traffici mediterranei. Altrettanto importanti sono stati i rapporti che la citt ha intrattenuto con le aree circostanti, essendo ubicata alla confluenza di due tra i principali flussi economici dellisola: quello con direzione nord-sud del Campidano, serbatoio della produzione agricola, e quello con direzione ovest-est del Slcis-Iglesiente, importante bacino minerario 118

1.1 CAGLIARI

fino ai nostri giorni. Non meraviglia dunque che i suoi rilievi calcarei siano stati oggetto di insediamenti anche in tempi remoti; ritrovamenti sui rilievi del M. SantElia, M. Urpino e M. Claro documentano, infatti, la presenza umana fin dallepoca neolitica. Si deve ai Fenici e quindi ai Cartaginesi, intorno al VI sec. a.C., una prima organizzazione urbana in cui si sommavano i due ruoli di piazzaforte e di emporio. Labitato punico doveva essere situato nella zona prospiciente lo stagno di S. Gilla, in cui con ogni probabilit si trovava il primo porto di Cagliari.

Resti di abitazioni puniche (ora completamente perduti) si sono infatti rinvenuti agli inizi del nostro secolo nellarea delimitata dalla odierna via Po e dal primo tratto del Campo Scipione (area prossima alla laguna di S. Gilla); dalla via Po proviene il frammento in cocciopesto, risalente a epoca repubblicana, in cui schematicamente rappresentata con tesserine in marmo bianco una raffigurazione simbolica di Tanit, divinit femminile di spicco nel pantheon punico. Unuguale simbologia si ritrova in decorazioni pavimentali di abitazioni di epoca romana rinvenute alle pendici del colle di Tuvixeddu, nella zona compresa tra il viale Trento e la via Vittorio Veneto; queste raffigurazioni simboliche, insieme ad alcune caratteristiche edilizie ancora di tipo punico, sono quindi da interpretare come il segno di una cultura ben radicata che, soprattutto nelle sue manifestazioni religiose, perdurer ancora per molto tempo. Le due funzioni civile e militare sono inoltre testimoniate dal ritrovamento di tracce di edifici di grande scala, come il tempio individuato dove ora sorge il palazzo delle Poste in piazza del Carmine e la grande necropoli di Tuvixeddu con tombe a pozzo, e dagli avanzi di strutture militari individuate nella collina che sar fortificata in seguito dai Pisani. La presenza romana, databile dalla fine del II sec. a.C. fino alla caduta dellImpero dOccidente, documentata ancora episodicamente, pi per emergenze monumentali che nel suo tessuto connettivo, nonostante recenti ritrovamenti ne modifichino ed arricchiscano limmagine. Ne emerge, tuttavia, il carattere di sede di una struttura politico-amministrativa che gestiva per conto di un potere esterno un territorio ricco di potenzialit produttive e fittamente insediato, certamente non monocentrico e capace di istituire con il capoluogo un rapporto pluridirezionale. I resti della Cagliari romana oggi visibili, terme, edifici sepolcrali, ville patrizie, lanfiteatro, testimoniano tutti unarticolata vita civile che ha un preciso riscontro nelle aree pi romanizzate dellisola. Se leconomia della Sardegna romana basata, fin dalla sua costituzione in provincia, sulla coltivazione del grano utilizzato, insieme a quello prodotto in Sicilia e in Africa, per il mercato di Roma, Cagliari certamente il terminale pi importante di questo processo di produzione e sfruttamento.
A Ostia, nel Foro delle Corporazioni, la grande piazza colonnata con cinquantotto stationes, compaiono naviculari et negotiantes karalitani,

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1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI la cui insegna musiva costituita da una nave da trasporto con le attrezzature per il carico. Il mosaico, databile al II sec. d.C., il segno di un ruolo non secondario di Kralis nel panorama dei traffici imperiali mediterranei.

Oltre ai dati archeologici, alcune epigrafi attestano lesistenza in Cagliari di opere pubbliche di et imperiale, non precisamente localizzate. Uniscrizione del 200-209 d.C. ricorda lavori di restauro eseguiti dal governatore M. Domizio Tertullo in uno stabilimento termale, non identificabile con nessuno di quelli messi in luce; unaltra iscrizione ricorda la costruzione di piazze, strade, tratti di fognature ad opera del governatore S. Lucanio Labeone nell83 d.Cristo. Quando il Mediterraneo diviene unarea di forte conflittualit per il venir meno di una omogenea struttura di dominio, quale quella determinata dalla pax imperialis romana, la citt parteciper e subir le influenze di tutti quei complessi fenomeni che si vengono a costituire nel mondo occidentale alla caduta dellImpero: la penetrazione della Chiesa cristiana, le invasioni barbariche (la citt fu soggetta ai Vandali dal 455 al 533), la riconquista bizantina. Sede episcopale. Cagliari fu la prima sede episcopale in Sardegna. Un Quintasius Episcopus presente al Concilio di Arles del 314 e prelati cagliaritani partecipano al Concilio di Srdica del 344; inoltre nel 484, in occasione del Sinodo Cartaginese, il vescovo di Cagliari esercita i diritti di metropolita sugli altri vescovi sardi. La presenza cristiana si fece certamente pi intensa in concomitanza dellinvasione vandalica nellisola, quando la citt ospitillustri prelati esiliati da Trasamondo, fra cui Fulgenzio vescovo di Ruspe, celebre teologo dal 507 al 523, e il vescovo di Ippona, i quali portarono con s reliquie di S. Agostino. Grazie le alla presenza di costoro si svilupp unintensa attivit culturale e spirituale e furono incrementate le fondazioni di cenobi sul modello di quelli africani di Fulgenzio. Ma il fatto che certamente contribuisce a delineare la specificit della penetrazione cristiana il consolidarsi di una Chiesa autocefala in attrito, per questioni liturgiche, con il Papato e fortemente resistente allintroduzione del rito latino al posto dei riti della liturgia nord-africana di influsso orientale, saldamente radicati. Della diffusione del monachesimo di stampo orientale testimonianza uniscrizione trovata a Cagliari nella zona del Fangario, che menziona una certa Greca monaca. Il grande fervore della Chiesa locale si manifesta sotto il pontificato di Gregorio Magno (590-604); dal suo epistolario si deducono alcuni interventi fondamentali per lassetto urbano, ad esempio lincremento 120

1.1 CAGLIARI

di nuovi monasteri maschili e femminili, spesso collocati in abitazioni private o extra moenia, di xenodochi, con funzione di ospedale e ricovero per poveri, che danno certamente alla citt il ruolo di fulcro religioso per tutta lisola. Durante il periodo altomedievale la citt consolidata, per motivi di sicurezza, in prossimit dello stagno di S. Gilla, dove rester attestata fino a quando i Pisani, fortificando il castrum, ridurranno di fatto limportanza di questo nucleo. Una memoria del ruolo della citt dalla fine del VI agli inizi del VII sec., si puparzialmente ricostruire tramite unepigrafe e attraverso lepistolario tra Gregorio Magno e il vescovo di Cagliari. Lepigrafe un raro documento del periodo bizantino; vi sono indicati le tariffe del porto, i diritti portuali, i dazi di transito e di trasporto. Dallepistolario, invece, si deduce la funzione di piazzaforte (Gregorio Magno raccomanda infatti di curare le mura della citt per difenderla dagli attacchi longobardi).

Il monumento pi significativo dellintera epoca paleocristiana costituito dalla grande basilica di S. Saturno. Iniziata presumibilmente alla met del V secolo come martyrium nel punto in cui, secondo la tradizione, fu sepolto S. Saturno, la basilica occupa unarea gi cimiteriale, esterna alla Kralis romana. Pi volte soggetta a progetti che modificarono nei secoli limpianto primitivo, mantiene della sua originaria struttura il corpo centrale e la navata a est, absidata. Il corpo centrale appare ancora legato alla classicit romana: da esso, secondo il primitivo progetto, dovevano partire quattro bracci, seguendo uno schema assimilabile a quello del mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. Interrotta la costruzione durante la dominazione vandalica (seconda met del V sec.-primi decenni del VI), nel VI sec., probabilmente per impulso del vescovo Fulgenzio, ci fu una ripresa dei lavori e di questo periodo rimangono le mensole ai quattro spigoli esterni dei pilastri centrali di carattere bizantino.
La propensione verso il rito orientale, per quanto riguarda il campo liturgico, e la presenza di motivi bizantini, per quanto riguarda limpianto e il dettaglio nellarchitettura del S. Saturno, discendono certamente dalle influenze orientali che si determinarono in seguito allannessione dellintera isola, dopo le guerre vandaliche, nellambito dellordine imperiale bizantino. La citt assumer di conseguenza un importante ruolo politico-amministrativo in quanto sede del Praeses, capo dellamministrazione civile. Quando con la perdita delle province africane e della Sicilia (827) si determinarono nuovi motivi dinsicurezza e si interruppe la continuit del rapporto con larea bizantina, non scomparve repentinamente linflusso della cultura orientale e la sua persistenza documentata dagli affreschi, di fattura bizantina, databi121

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

li al XII-XIII sec., della cripta della chiesa di S. Restituta. Gli attacchi arabi dellVIII sec. non furono talmente incisivi da eliminare dallisola il sistema politico-amministrativo bizantino; ancora nel IX sec. comparivano funzionari, con il titolo di Ipatos e Arconte, che assolvevano compiti amministrativi e militari con poteri che si estendevano a livello distrettuale. La traduzione latina dellappellativo probabilmente Iudex loci chiaramente riconoscibile nel termine giudice adoperato per il resto del Medioevo. La potenza di questo Iudex testimoniata da una lettera di papa Leone IV che chiede aiuto ai militari della Sardegna per difendere Roma dalle incursioni arabe della met del secolo IX. Lisolamento della Sardegna, ormai troppo distante da Bisanzio e troppo pericolosa da raggiungere a causa delle scorrerie arabe, aumenta il prestigio dellIpatos che non subisce pi il controllo assiduo dellautorit imperiale. Il progressivo distacco dal potere centrale consolida quindi una sorta di governo autonomo dellisola suddivisa in quattro giudicati (di Cagliari, di Torres, dArbora e di Gallura), che si configurano a loro volta come autonome istituzioni, endogene evoluzioni dellantico sistema governativo bizantino. Il giudicato. Le prime notizie sui giudici di Cagliari, che avevano potest su un ampio territorio suddiviso in curatorie, si ricavano da uniscrizione proveniente da Assmini e databile intorno alla prima met dellXI sec., in cui sono ricordati Torchitorio e Sallusio arconti di Cagliari. Tuttavia il primo documento giudicale datato si riferisce al giudice Orzocco che in un diploma del 1066 concede sei chiese al monastero di Montecassino. La concessione giudicale deve essere messa in corrispondenza con la bolla papale del 1092, con la quale la sede romana favoriva la penetrazione pisana nellisola e promuoveva la contemporanea sostituzione dei monaci greci (Studiti, Basiliani ed Eremiti) con monaci benedettini per favorire il passaggio al rito latino. (A Cagliari nel 1089 i Vittorini ottennero otto chiese dipendenti dal priorato di S. Saturno.) Questi fatti conducono la citt a rientrare nellorbita occidentale e nellintreccio degli interessi marinari che si svolgono nel Mediterraneo e che hanno per protagonisti prima i Marsigliesi, quindi i Pisani e i Genovesi. Dopo le prime concessioni giudicali si intensific parte dei giudici cagliaritani una politica di da alleanza con il Comune pisano che, oltre alle relazioni commerciali, si concretizzcon privilegi ed esenzione di dazi. Questa politica condusse peralla fine dellautonomia giudicale e al dominio diretto del Comune pisano che gi nel 1189 era riuscito ad estromettere i Genovesi e che nel 1217 ebbe in concessione dalla giudicessa Benedetta il castrum Kralis. Lautonomia dei 122

1.1 CAGLIARI

giudici cagliaritani si concluder forzatamente nel 1258, quando il giudicato verr smembrato dai Pisani in tre parti assegnate alle tre famiglie dei Capraia, Visconti e Donoratico. La data del 1217 fondamentale per la storia della citt: la fortificazione pisana del castrum determina definitivamente limmagine della forma urbana ancora oggi percettibile. Per la grande citt toscana certamente Cagliari il porto, lo scalo, lemporio; ma in quella fase di equilibri altamente instabili che corrisponde ai primi secoli dopo il Mille, il traffico necessita di consolidate difese. Incombente sulla marina e sullapprodo naturale, viene cos fortificato il roccione che sar dora in poi esso stesso il Castello.
Sfruttando la verticalit delle pareti del grande masso calcareo, la cinta si compone di invalicabili cortine murarie interessate da radi accessi ubicati dove si attenua lo scoscendimento del terreno, ed difesa da un perfezionatissimo sistema imperniato su tre torri principali. La natura del sito e le necessit della tecnica bellica, insieme, danno origine a un grande contenitore fusiforme, ancora oggi individuabile nei suoi caratteri planimetrici essenziali, allinterno del quale si articola e si sviluppa il Castello come struttura insediativa, testimoniata dalla complessit del tessuto viario e della trama edilizia e dalla monumentalit degli edifici pubblici. Questa citt murata non una pura struttura sussidiaria del ruolo di piazzaforte, ma la citt vera e propria, tanto che nella toponomastica Cagliari diventer, ed ancora, il Castello (su Casteddu) per antonomasia.

In quella forma urbana il Comune pisano materializza le complessit di una formazione socio-politica in cui convivono la classe borghese dei trafficanti e dei mercanti e una nobilt inurbata a cui venivano spesso demandati compiti di carattere militare. Nella loro politica espansionistica i Pisani fecero dunque di Cagliari una piazzaforte di eccezionale importanza e qualit, valorizzando contemporaneamente anche la funzione di emporio con lo stabilire allesterno un articolato rapporto con il retroterra e allinterno un sistema socio-politico di tipo comunale, favorito sia dal regime istituzionale, sia dallassociazionismo mercantile e di mestiere; ruga mercatorum e ruga marinarorum si chiameranno le due strade pi importanti del fuso di Castello (oggi le vie La Marmora e Canelles). Tuttavia il segno pi caratterizzante che porta a stabilire unanalogia con le citt comunali dellItalia continentale il configurarsi, nellarea centrale del fuso, della piazza, luogo in cui sono posizionati i simboli del potere civile e di quello religioso. La centralit di questo luogo (oggi piazza Palazzo) si manterr anche durante i successivi interventi aragonesi e spagnoli che
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1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

hanno modificato formalmente gli edifici, ma non certamente la funzione di quello spazio che rimarr fino a tempi recentissimi il luogo in cui, pur labilmente, si manifesteranno, anche in epoche di dominio esterno, richieste e aneliti di autonomia. Sulle pendici del Castello, oltre al rione prospiciente il porto, in questo periodo si sviluppano i due borghi di Stampace e Villanova, cos che la citt viene a configurarsi ormai in tutte le sue quattro parti che ancor oggi chiaramente e perfettamente si distinguono: il Castello, la Marina, Villanova e Stampace, oltre a presenze puntuali nelle aree circostanti dovute per lo pi a monasteri benedettini, quali quello di S. Bartolomeo e quello di S. Giuliano, oggi scomparsi.
Con fulcro su Cagliari, Pisa svilupp sistema di punti di controlun lo sul territorio che era stato del giudicato cagliaritano, mediante una serie di castelli collocati in posizione strategicamente rilevante e dei quali quello che ancora emerge sulla sommit del colle di S. Michele era il pi prossimo alla citt. Questi poli costituirono sul territorio una rete che funzionava in modo alternativo rispetto al controllo estensivo di tipo feudale e in cui si inserirono anche, con una presenza complementare ma dinamica, gli ordini monastici la cui capillare attivit documentata dalla straordinaria fioritura di chiese e complessi conventuali coevi in tutta lisola.

Lentrata delle truppe aragonesi nel 1326 nel Castello di Cagliari non costituisce soltanto una semplice alternanza di dominio; la citt subisce una fondamentale trasformazione istituzionale che cancella il sistema politico-amministrativo pisano, introducendo statuti e ordinamenti sui modelli barcellonesi; la novit pi importante listituzione di un Consiglio civico costituito originariamente da cinque consiglieri e cinquanta giurati. Lintervento aragonese, che nella sua prima fase conflittuale aveva determinato il consolidamento di una struttura urbana sul colle chiamato di Bonaria in contrapposizione allassediato Castello di Cagliari (struttura che decadr dopo la conquista della citt), fisser la forma urbana come puro risultato della sua riduzione a piazzaforte. Questo ruolo la citt svolse efficacemente nelle successive guerre fra Aragonesi e Arborensi, diventando baluardo insuperabile per le truppe di Ugone dArborea che lassediarono nel 1376 e per quelle di Artaldo Alagon che furono respinte un secolo dopo. La predominante funzione militare configur citt la quasi come un corpo separato dal resto dellisola, enucleandola come pura funzione di dominio sia rispetto allentroterra, sia allesterno nel contesto mediterraneo. Il nuovo sistema aragonese esercitinfatti il controllo sul territorio mediante un rigido e rapace
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1.1 CAGLIARI

sistema di feudi e Cagliari funzioncome polo di unamministrazione concentrata sulla riscossione dei tributi come attivit dominante, mentre il ruolo civile unicamente legato alla spendita della rendita feudale che la nobilt realizza per il tramite delle classi commerciali. Larea portuale accresce ancora la sua importanza esaltando sempre pi la sua funzione di fondamentale base mediterranea del sistema militare spagnolo. Dal porto di Cagliari part la sfortunata spedizione di Carlo V contro Tunisi nel 1535, e nel 1570 vi sost flotta cristiana che combatter a Lpanto. la Il perfezionarsi delle tecniche belliche che comportano il passaggio dalle strutture murate alle fortificazioni bastionate per luso progressivamente generalizzatosi delle armi da fuoco, si traduce in un ulteriore ispessimento del perimetro fortificato, che ingloba sempre pi organicamente il quartiere della Marina mediante le due grandi braccia della tenaglia costituita dai bastioni di S. Agostino e del Gesus. Queste nuove strutture cominciate intorno al 1552 ad opera di rinomati ingegneri militari dellepoca (Rocco Cappellino e Giacomo Palearo), sotto il profilo formale rappresentano unespressione di alta qualit di manierismo rinascimentale e nel loro rigoroso funzionalismo militare segnano in modo inconfondibile limmagine della citt. Il loro peso rispetto alle strutture civili in questa fase dominante, il loro spessore e il loro ritmo di accrescimento comprimono fortemente il tessuto edilizio interno e accentuano il distacco incolmabile e il ruolo irrimediabilmente subalterno dei borghi circostanti. Edilizia civile. In questo periodo tuttavia, pur costretta nei rigidi vincoli delle cortine militari e dei bastioni, la citt fortificata subisce al suo interno una serie di trasformazioni puntuali legate a una pi complessa articolazione della vita civile. In epoche precedenti gli unici punti complessi della trama edilizia erano costituiti dalle unit conventuali e dalle fabbriche chiesastiche. Ora invece, accanto allinserimento di nuovi edifici religiosi, legati alla presenza di ordini quali i Gesuiti, e allampliamento di complessi esistenti, sorgono edifici di carattere civile destinati ad attivit culturali quali, ad esempio, la tipografia e lUniversit (1620). Una serie di edifici religiosi di dimensioni ridotte viene a costituirsi per il rafforzarsi e laccrescersi delle confraternite. Questi inserti rappresentano insieme alla modesta edilizia borghese il contributo delle forze interne alla forma urbana e sono il segno, seppur debole, di una vita sociale che sul piano politico manifest anche momenti di contestazione al sistema centrale, concretizzatisi con lassassinio del vicer marchese di Camarassa (1668). 125

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI Inseriti su una matrice medievale, tutti gli interventi seicenteschi formano un impasto composito ma amalgamato in cui non sono riconoscibili forti disomogeneit linguistiche. Il dato essenziale la risultante di una giustapposizione fra un collettivo di edilizia a schiera senza aggettivazione stilistica da una parte e limpianto classicista dei palazzi gentilizi e le grandi fabbriche religiose dallaltra, in cui ancora si inserir il barocco delle fabbriche piemontesi.

Il trapasso alla dominazione piemontese (1720) non modificher fondamentalmente la situazione e la forma urbana della citt. Si consumer tuttavia in questo periodo il declassamento della piazzaforte dal suo rango di luogo strategico chiave nel Mediterraneo. La trasformazione non tuttavia immediata; i Piemontesi costruiranno lultima grande opera militare, la Cittadella che completa a nord la forma urbana del Castello. Tuttavia, nonostante questa e altre integrazioni di minore importanza, la citt in epoca piemontese evolve in tuttaltra direzione, che quella segnata dal lento smantellamento dellassetto feudale e dalla faticosa e stentata ascesa di una classe borghese che cresce e si ramifica allombra della perfetta macchina statale sabauda. I fermenti suscitati dalla Rivoluzione francese investirono lintellettualit cagliaritana e determinarono il manifestarsi sempre pi cosciente di posizioni antifeudali e di aspirazioni autonomistiche (nel 1794 i Piemontesi furono cacciati temporaneamente dalla citt), destinate tuttavia a infrangersi di fronte alla cauta politica riformistica dei vicer piemontesi che si attu con la concessione di maggiori privilegi e con un maggiore impegno nel potenziamento civile della citt. Nel 1811 era gi predisposta la prima illuminazione pubblica, nel 1822 si dette inizio alla costruzione della strada per Sassari, nel 35 fu istituito il servizio postale con Genova e nel 38 il Consiglio edilizio. Il rafforzamento del legame col Piemonte trovquindi il suo naturale sbocco nella richiesta fortemente sostenuta dalla intellettualit cagliaritana, di completa fusione dellisola con il Piemonte, fusione che Carlo Alberto sanc definitivamente nel 1847.
Col procedere della identificazione fra societ civile e borghesia la presenza delle strutture militari assunse sempre pi laspetto di un corpo separato, ancora necessario ma certamente ingombrante e comunque da rimuovere. Questa potenziale contraddizione, a lungo latente, si manifester in forme anche plateali nella seconda met dellOttocento, quando le esigenze della circolazione delle merci, proprie della borghesia di Cagliari, come gi da tempo di ben pi vivaci borghesie europee, entreranno in conflitto con la rigidit e le barriere del sistema fortificato. Sar questo il momento in cui la piazza di Cagliari verr declassata anche ufficialmente

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1.1 CAGLIARI dal novero delle piazzeforti di rilievo primario. Tuttavia, nella fase di trapasso che va dalla met del diciottesimo alla met del diciannovesimo secolo, liniziativa edilizia rimane essenzialmente in mano alle strutture militari; gli edifici a carattere militare, progettati da ingegneri del genio, si pongono nella citt come poli di ristrutturazione di settori urbani.

Come data emblematica del trasferirsi delliniziativa urbanistica nelle mani della classe borghese si puassumere il 1858, anno in cui fu adottato dallAmministrazione comunale il piano regolatore progettato da Gaetano Cima. Lo smuramento, passaggio obbligato nel processo di espansione delle citt borghesi coeve, avviene con lentezza paradossale: negli ultimi anni del secolo il decoro urbano guastato da cumuli di pietre e altri materiali provenienti dalle ultime cortine murarie in demolizione per rimuovere gli impedimenti al collegamento col quartiere della Marina, ormai vero fulcro urbano. Il Castello conserver invece quasi del tutto intatto il suo sistema difensivo; la sua posizione di baluardo roccioso e imprendibile ne fa difatti un ostacolo che si preferisce aggirare anzich abbattere, operazione questa che per verit sarebbe riuscita ardua anche a una struttura sociale con un potenziale economico ben pi consistente della borghesia locale. Il vecchio contenitore urbano, dunque, destinato per tutto il secolo a essere saturato e integrato nel suo intorno pi immediato attraverso due fenomeni tipici: il completamento delle zone meno costruite e la reinterpretazione del ruolo e delle funzioni dei vari quartieri o parti di citt; unalternativa per ciche concerne la funzione residenziale sar individuata solo nei primi decenni del 900 nella zona est, nella valle tra il Castello e il M. Urpino. Da questo momento la spinta residenziale aumenter di intensit, tanto che il nucleo storico non ha pi la capacit di contenere al suo interno lattivit edilizia che quindi si riversa nei territori vicini. Le direttrici della nuova espansione sono determinate sia dalla attrazione che esercitano le principali vie di comunicazione extraurbane, sia dalla particolare configurazione orografica del territorio cagliaritano: il sistema collinare, gli stagni, esercitando forti condizionamenti sulle possibilit di espansione, determinano delle direzioni obbligate per lurbanizzazione. Questa interessa soprattutto due fasce territoriali: la prima a nord-est della citt, tra il quartiere storico di Villanova e il M. Urpino, in cui, partendo dal nucleo di case comunali costruito attorno alle piazze S. Benedetto, Galilei e Garibaldi, sorgono palazzi e villette borghesi; la seconda, a ovest e a nord-ovest del nucleo antico, cio tra lo stagno di S. Gilla e i colli di Tuvixeddu e Tuvu Mannu, in cui sorgono officine industriali, depositi commerciali e case 127

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

operaie. Accanto a questi si possono ancora individuare nuclei residenziali minori: sul colle di Bonaria case e villini borghesi, intorno ai viali Merello e Trento le ville della classe imprenditoriale, a nord (via Liguria) residenze per la piccola borghesia. Lespansione recente. Nel secondo dopoguerra il fenomeno della crescita urbana tende ad assumere sempre pi i caratteri dellespansione a macchia dolio, che configura una occupazione indiscriminata del territorio. Questo fenomeno conduce a una saldatura, in ununica conurbazione, della citt con i vicini centri di Pirri, Monserrato, Selrgius, Quartucciu e Quartu SantElena. Circonvallati ed erosi i colli, la citt ha consumato molti dei suoi ambiti paesistici pi caratteristici; lunico che sembra resistere lo stagno di Molentrgius, anche se recenti interventi edificatori ne lambiscono ormai i contorni.

I caratteri paesistici
Limmagine della citt. La particolare conformazione del sito su cui sorge Cagliari permette di individuare punti di vista da cui si possono efficacemente percepire le qualit formali dellinsediamento storico, i contorni complessivi della conurbazione e i caratteri paesistici del territorio. Chi giunge dal mare coglie innanzitutto limmagine sia di una citt come elemento dominante sia di una struttura urbana fortemente articolata e che ormai ha inglobato nella sua espansione gli avvallamenti tra le varie emergenze e molte delle sue colline. Anche per chi proviene da terra qualsiasi direzione qualificata a cogliere, in una visione sintetica e complessiva, limmagine della citt e del suo territorio; giungendo a Cagliari sia da ovest lungo la statale Sulcitana, come da est per la litoranea di Villasimus, o da nord-est con la statale del Gerrei, oppure da nord e nord-ovest rispettivamente con la Carlo Felice e la statale Iglesiente, si in grado di osservare la complessiva orografia del territorio, il compenetrarsi di lagune e colline, il distendersi delle spiagge, lemergere della citt storica e la fitta edificazione che partendo dalla citt antica coinvolge ormai in direzione O lintero arco della laguna di Molentrgius. Una lettura fortemente suggestiva e altrettanto complessiva si ottiene da alcuni punti di vista di sommit, in particolare dal M. Urpino (dove si ha limmagine pi classica di Cagliari, riprodotta in quasi tutte le trascrizioni vedutistiche dell800), dal colle di Bonaria, dal forte di S. Ignazio sul colle S. Elia, dal castello di S. Michele sullomonimo colle. Capovolgendo lorizzonte percettivo la struttura urbana presenta, a sua volta, al suo interno, dei punti di vista da cui si individuano i caratteri paesistici del territorio; il circuito delle mura del Castello il luogo privilegiato per cogliere visuali molto ampie di questarea: dal viale Buon Cammino, allinterno di quella che era la cittadella piemontese, il paesaggio del territorio occidentale caratterizzato dalla grande laguna di S. Gilla; dai bastioni orientali, limmagine del territorio caratterizzato dalla grande laguna di Molent rgius, mentre gli elementi formali del quartiere storico di Stampace
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1.1 CAGLIARI si avvertono dal bastione di S. Croce; dal bastione di S. Remy si pu abbracciare il rione della Marina e dai bastioni del Palazzo quello di Villanova.

I caratteri della struttura urbana


La visita. Gli itinerari che vengono proposti sono tutti in funzione della lettura e della scoperta dei caratteri formali della citt nellevolversi delle sue vicende storiche. Sono stati pertanto individuati cinque tracciati che percorrono il centro storico: il primo segue il perimetro della citt fortificata; il secondo ne attraversa linterno (rione Castello); gli altri tre visitano i quartieri esterni alla cinta muraria, Marina, Stampace e Villanova. Questi percorsi, oltre ad agevolare la lettura della conformazione urbana, permettono anche di toccare di volta in volta gli elementi puntuali che caratterizzano la qualit architettonica della citt. Per consentire invece una visione delle manifestazioni architettoniche cagliaritane definita da omogenee cadenze cronologiche, sono stati individuati una serie di raggruppamenti dei monumenti pi significativi che possono integrare o sostituire gli itinerari analitici con percorsi a tema unico. Arduo sarebbe invece definire raggruppamenti di tipo stilistico, in quanto uno dei caratteri peculiari delle architetture cagliaritane quello della stratificazione piuttosto che quello della omogeneit. In impianti di origine medievale si trovano brani, pi o meno complessi, che segnano apporti e gusti di epoche diverse, solitamente di maniera, ma anche opera di artisti locali che, pur condizionati dal distacco dalle aree culturali centrali, elaborano personalmente, fino a renderli originali, modelli estranei. Gli episodi architettonici. Tenendo presente che la documentazione della presenza fenicio-punica compare attraverso oggetti piuttosto che edifici (oreficerie e terrecotte rinvenute in tombe, alcune con tracce di maniere greche, tutte nel Museo Archeologico Nazionale), gli episodi architettonici considerati spaziano dallet romana allepoca antecedente lunit dItalia.
Documenti di epoca romana: la cosiddetta casa di Ugellio; lanfiteatro; la tomba di Atilia Pomptilla o grotta della Vipera. Strutture di impianto paleocristiano: la chiesa di S. Saturno. Strutture di impianto medievale: la chiesa di S. Lorenzo. Strutture di impianto pisano: il Duomo; le torri di S. Pancrazio, dellElefante, di S. Elia; il castello di S. Michele. Strutture di impianto aragonese: le chiese di Bonaria, della Speranza, di S. Giacomo, di S. Eulalia, della Purissima; i chiostri di S. Domenico e di S. Francesco. Strutture di impianto spagnolo: le chiese di S. Agostino, S. Croce, S. Giuseppe, S. Giovanni, S. Mauro, S. Antonio Abate, S. Michele, S. Teresa, S. Efisio, S. Cesello, S. Lucifero; gli oratori del Crocifisso e delle Anime. Strutture di impianto piemontese: le chiese di S. Rosalia e S. Anna; il Palazzo dellUniversit e il Palazzo Regio; il forte di S. Ignazio; il Lazzaretto. Strutture di impianto neoclassico: la porta Cristina; lOspedale Civile. A conclusione della visita alla citt, un breve itinerario degli immediati dintorni e uno dedicato alla conurbazione cagliaritana offrono la pos-

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1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI sibilit di conoscere le trasformazioni spesso radicali subite dallarea storicamente periurbana e di ricostruire attraverso le tracce superstiti lassetto della passata organizzazione territoriale in rapporto allattuale.

La citt storica: il perimetro della citt fortificata


Litinerario, circolare, coincide con il perimetro fortificato degli antichi quartieri Marina e Castello. Dopo il primo tratto lungo la via Roma, cominciano a definirsi in una visione complessiva i caratteri della piazzaforte cagliaritana, dove si trovano inserti pisani connotati da muri a strapiombo e da torri poderose, le strutture bastionate degli interventi aragonesi e spagnoli, la cittadella e i terrapieni di epoca piemontese. Il percorso, che consigliabile effettuare a piedi soprattutto per le numerose vedute paesaggistiche che offre, comprende un breve tratto di strada chiusa al traffico veicolare (via Cammino Nuovo), e puessere compiuto in circa due ore, eccettuato il tempo necessario alla visita dei musei.

Partendo dalla Stazione ferroviaria (ultimata nel 1879; vedi Appendice pag. 665) e percorrendo la via Roma in direzione del porto lungo un tratto mai fortificato, subito in angolo con il largo Carlo Felice si incontra il Palazzo Comunale, completato nel 1907 su progetto di Annibale Rigotti, che propose nella eclettica monumentale facciata brani di decorativismo neogotico; al 1 piano si trovano le sale di rappresentanza, decorate con dipinti di Filippo Figari e Giovanni Marghinotti; nella sala della Giunta si conserva il trittico detto dei Consiglieri, attribuito per gli evidenti echi raffaelleschi a Pietro Cavaro, mentre nellufficio del Sindaco si trovano un arazzo fiammingo di fine 500 e un frammento di retablo raffigurante due angeli attribuito ad Antioco Mainas. Lungo la via Roma, che corre tra larea portuale e il quartiere Marina, si colgono in maniera omogenea gli effetti della sostituzione di parte del sistema fortificato, gi imperniato sui bastioni di S. Agostino (attuale incrocio con il largo Carlo Felice) e della Darsena (in angolo con il viale Regina Margherita), demoliti nel 1863. La strada, caratterizzata da una palazzata porticata di maniera eclettica, cominciata nellultimo ventennio dellOttocento e mai ultimata, ha rappresentato e rappresenta una delle passeggiate cagliaritane pi frequentate; la sua attuale sistemazione certamente pi modesta di quella che prevedevano alcuni progetti dello scorso secolo, impostati sulla riproposizione di soluzioni monumentali, sulla scia del piano parigino di Haussmann. 130

1.1 CAGLIARI

A met della via si trova la chiesa conventuale di S. Francesco di Paola, la cui facciata a portico in stile corinzio relativa a un intervento del 1930. Limpianto originario invece seicentesco e riproduce nella pianta il modello delle chiese manieristiche ad aula unica, coperte con volta a botte. Laltare maggiore, opera di artigiani locali, in marmi policromi di forme tardobarocche; altri altari marmorei di buona qualit si trovano nelle cappelle laterali. Il Porto. La sezione della via Roma parallela al mare delimita la banchina del Porto, scalo di primaria importanza, il cui traffico comprende oltre la met del movimento commerciale di tutte le coste dellisola. Collegato da linee marittime regolari con i porti di Civitavecchia, Napoli, Palermo, Livorno e Genova, esso ha un movimento merci che (se si comprendono i 27 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi imbarcati e sbarcati al pontile di Porto Foxi, v. pag. 178) si aggira sui 30 milioni di tonnellate allanno, mentre il movimento passeggeri annuo di circa 400 mila persone.

La storia dello scalo. La felice situazione del sito, posto al centro di un golfo riparato, crele condizioni favorevoli alla frequentazione dellapprodo naturale fin dallantichit. Le ricerche archeologiche hanno portato a identificare due scali di epoca fenicia e cartaginese, adibiti allesportazione del sale e del grano, uno lagunare nello stagno di S. Gilla (localit Campo Scipione) e uno marittimo a O del monte S. Elia. In et romana, alla funzione commerciale si aggiunse quella militare: tracce di opere portuali di tale epoca sono presenti nella parte centrale dellattuale banchina (calata via Roma) e in corrispondenza dellodierna darsena. I Pisani potenziarono le strutture del porto, ma il riscontro topografico delle aree destinate agli scali commerciale e militare in tale periodo tuttora affidato solo a ipotesi deduttive: verosimilmente ubicato nella rada antistante al quartiere Marina appendice funzionale del Castello fu recintato da una palizzata capace di attutire limpeto del mare. A oriente di questo bacino gli Aragonesi approntarono nel 1332 la darsena, con funzione di supporto alle attivit armatoriali, e il molo della Sanit; rinforzando contemporaneamente le muraglie difensive del quartiere Marina, crearono quella cesura fisica tra citt e porto che resister fino al loro abbattimento da parte dei Piemontesi nel 1860. La situazione topografica del porto di Cagliari, salvi gli aggiustamenti rinascimentali alle opere difensive, resta invariata, a causa del decadimento dei traffici, durante tutta la dominazione spagnola e il governo sabaudo, fino al 1887, allorch avvi costruzione dei moli di Levante e di Ponente (oggi molo si la Sabaudo), completata nel 1903 con lestensione delle banchine che raggiunsero una lunghezza di m 2665; nel 1925 fu realizzato il progetto di creazione dellavamporto con il prolungamento dei moli e lavanzamento del fronte delle banchine. Il primo servizio di linea con il porto di Genova, approvato nel 1815, cominci funzionare nel 1835. a Il porto di Cagliari il cui assetto attuale dovuto a un apposito Piano regolatore che, progettato fin dal 1916 e approvato nel 1922, ha subi131

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI to modifiche di ampliamento nel 1933, 1948, 1958 e 1961 costituito dai bacini di Levante e di Ponente. Il primo, compreso tra il vecchio e il nuovo Molo foraneo di Levante, comprende la Darsena del sale, lattracco per navi-traghetto per mezzi gommati di tipo convenzionale, con annesso piccolo bacno galleggiante di carenaggio, la Darsena che ospita le attivit sportive e una Darsena militare. Il secondo, in cui si svolge attualmente la maggior parte del movimento mercantile, posto tra il vecchio Molo di Levante e il Molo foraneo di Ponente. Esso costituito: dal Molo Bestiame; dalla Darsena, adibita allormeggio di motopescherecci e di piccole unit militari e da diporto; dalle Banchine Dogana, Via Roma, adibite in prevalenza al traffico passeggeri, e Sanit; dalla Calata Azuni; dalla Banchina di SantAgostino e dai Moli Sabaudo e Rinascita. Detti moli sono adibiti particolarmente al movimento delle merci e comprendono una banchina dalto fondale (profondit massima attuale metri 11). Ubicato a ponente del porto commerciale poi il porto canale industriale, nella zona sud dellagglomerato industriale di Macchiareddu. Esso costituito da un ampio avamporto (ove trovano tra laltro ubicazione i bacini di carenaggio), protetto da due moli foranei e da un largo canale navigabile che si addentra nel territorio, in prima fase, per una lunghezza di 2500 metri, con una profondit di 14 metri, aumentabile a 18. Il canale dotato di banchine tali da consentire lattracco anche a navi di grande stazza; sulla sua sponda orientale un moderno centro internazionale di smistamento containers. Procedendo verso ponente si trova, con radice al km 9 della statale 195, il pontile per prodotti petrolchimici della Societ SIL (ex Rumianca) che si protende a mare per circa 2000 metri. Quindi, nellagglomerato industriale di Sarrh (v. pag. 178), a circa 20 km da Cagliari, sono opec ranti i pontili a mare, anchessi di notevole lunghezza, delle societ SARAS Chimica e SARAS-Raffinerie Sarde, questultimo dotato di isola terminale per grosse petroliere.

I bastioni spagnoli. Al termine della via Roma, lungo il viale Regina Margherita, che sale costeggiando il lato orientale del quartiere Marina, sono visibili alcuni resti di fortificazioni e, allaltezza del successivo isolato, le strutture del bastione spagnolo di Nostra Signora di Monserrato, sul quale al principio del secolo fu costruito lalbergo Scala di Ferro, singolare e raro esempio di edificio neogotico. Al termine della salita la piazza Costituzione, snodo sul quale convergono le direttrici principali dei quartieri Marina e Villanova, dominata dal neoclassico bastione di S. Remy (vedi Appendice pag. 665), esempio di edificio in funzione monumentale del primo 900, sovrapposto ai bastioni spagnoli della Zecca e dello Sperone; una scalinata a tenaglia, conducendo, sulla sua sommit, alla cosiddetta passeggiata coperta e alla terrazza Umberto I, funziona come raccordo verticale con il quartiere Castello. Si riprende in salita lungo il viale Regina Elena, comunemente detto terrapieno perch costruito sul tracciato dei terrapieni
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1.1 CAGLIARI

delle fortificazioni piemontesi; a sin. il perimetro della cinta del Castello alterna, in un profilo fortemente marcato, muraglie pisane e bastioni spagnoli; sul roccione calcareo fortificato dal bastione del Palazzo si delineano le strutture della Cattedrale e del Palazzo Reale e, pi avanti, in corrispondenza del bastione di S. Carlo, la torre di S. Pancrazio; sulla d., unampia e continua apertura di paesaggio permette di spaziare sul sottostante quartiere Villanova, circondato da espansioni moderne, fino allo stagno di Molentrgius. Galleria comunale dArte (vedi Appendice pag. 666). Al termine del terrapieno, dove il viale volge a sin., si apre lingresso al giardino pubblico, in fondo al quale la neoclassica palazzina, edificata nel 1828 da Carlo Boyl per ospitare la polveriera regia, sede della Galleria comunale dArte (t. 070490727; www.collezioneingrao.it).
La galleria documenta momenti culturali di ambito soprattutto regionale; in particolare espone: al piano inferiore, alcune sculture in gesso di Francesco Ciusa e una raccolta, etnografica riguardante lattivit artigiana in Sardegna nellOttocento; al piano superiore, una raccolta darte contemporanea, articolata in otto settori corrispondenti agli indirizzi pi significativi degli anni 70, e una raccolta di pittura, scultura e grafica sarde, dagli inizi del nostro secolo agli anni 60. Sono visibili inoltre, a richiesta, trenta opere del maggiore pittore sardo dello scorso secolo, Giovanni Marghinotti.

Torre di S. Pancrazio. Lultimo tratto del viale Regina Elena, noto col nome di salita de sa Avanzada, conduce, attraverso lomonima porta, alla piccola piazza Arsenale, sulla quale incombe la mole della torre di S. Pancrazio (t. 07041108), eretta nel 1305 dal maestro cagliaritano Giovanni Capula, perno difensivo delle strutture fortificate pisane; come laltra torre superstite, detta dellElefante (v. pag. 153), a tre lati rivestiti da un paramento in conci calcarei; il quarto, aperto, lascia vedere i piani su travi in legno, collegati da scale; era completata da un coronamento merlato su piombatoi, di cui non rimangono che le mensole dimposta degli archetti. Cittadella dei Musei (vedi Appendice pag. 666). Sul lato della piazzetta opposto alla torre si apre lingresso al complesso museale denominato Cittadella dei Musei, progettata nel 1962 dagli architetti Cecchini e Gazzola nellarea dove sorgeva la cittadella spagnola, divenuta poi arsenale in epoca piemontese. Vi sistemato, tra gli altri, il Museo Siamese S. Cardu (t. 070651888) del Comune di Cagliari, che raccoglie circa 1300 pezzi, tra porcellane, armi, monete, ori, argenti e avori, di interesse prevalentemente etnografico estremo-orientale.
Lasciando a sin. lingresso al quartiere Castello e attraversata la piazza Arsenale, la porta Cristina, tripartita da colonne 133

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doriche e sormontata da fastigio, antico ingresso allarsenale regio, conduce allarea gi occupata dalla cittadella piemontese; imboccato lalberato viale Buon Cammino, il percorso caratterizzato a sin. da suggestive viste sulla laguna di S. Gilla, e a d. dagli edifici della caserma Carlo Alberto, costruiti nel 1846-47 ad opera degli zappatori del regno; pur realizzati secondo moduli tipologici specialistici e formalmente impostati in aderenza ai canoni del facciatismo monumentale, si inseriscono nellambiente urbano qualificandolo con maggior peso e forza di interventi civili del medesimo periodo. Chiudono a N lex cittadella i settecenteschi bastioni del Beato Emanuele (a d., dopo la caserma) e di S. Filippo (a sin., a dominio della valletta di Palabanda, v. sotto), fra i quali si apriva la porta dingresso settentrionale, detta Porta reale del Buon Cammino. Chiesa di S. Lorenzo. Dal piazzale formatosi dopo la demolizione della porta, si stacca a d. il breve tronco che conduce, su unaltura, alla medievale chiesa di S. Lorenzo; costruita intorno alla met del sec. XII dai monaci Vittorini, lunica di Cagliari a due navate, divise da arcate su tozze colonne; sebbene privata delle absidi e successivamente (sec. XVIII) ampliata con un avancorpo e con cappelle laterali, rivela ancora nelle parti originarie la dipendenza da modelli francesi.
Proseguendo lungo il viale Buon Cammino, che si allarga a formare una passeggiata alberata, chiusa a d. dalla mole delle carceri, si scende alla piazza dArmi, dove sorto il nuovo quartiere universitario comprendente le Facolt di Lettere e di Magistero; nellIstituto di Storia delle Tradizioni popolari conservata una collezione di c. 300 esemplari di pani della tradizione sarda, di grande interesse per la variet e la rarit dei pezzi; la collezione , nel suo genere, una delle maggiori in Italia. Presso il Dipartimento di Scienze della Terra (ubicato al N. 51 della vicina via Trentino) hanno sede il Museo di Mineralogia, Petrografia e Geochimica e il Museo di Geologia, Paleontologia e Geografia (t. 0706757736 - 0706757764); questultimo particolarmente importante per il materiale sardo e per i notevoli fossili che contiene, fra cui il Tomistoma calaritanus, coccodrillo del Miocene di Cagliari, e molti legni silicizzati della foresta fossile di Zuri, fra i quali un tronco di 8 q di Ulmoxylon lovisatoi Falqui e un tronco di 15 q di Iuglansoxylon zuriensis Falqui.

Anfiteatro romano. Ripercorso il viale Buon Cammino fino al bastione di S. Filippo, si scende a d. lungo la via Fra Nicola da Gsturi che continua nel viale Fra Ignazio da Lconi; il percorso segue, contornandola, la testata della valletta detta Palabanda, nel cui fianco calcareo sono scavate, visibili dalla strada, le strutture dellAnfiteatro romano; lingresso alla zona archeologica si apre al termine della discesa, a sin. (per informazioni, t. 07041108). Linsigne monumento, risalente al II seco134

1.1 CAGLIARI lo d.C., uno dei pi notevoli della Sardegna, conserva in gran parte le gradinate ellittiche, la cavea, le precinzioni e il podium, oltre ai sotterranei utilizzati forse come riserve dacqua. Di fronte allingresso allAnfiteatro sorge la chiesa dei Cappuccini, edificio cinquecentesco pi volte rimaneggiato con facciata ricostruita alla fine dellOttocento; allaltare maggiore esposto un tabernacolo in legno scolpito del 600, e nella cappella sin. lurna di S. Ignazio da Lconi (morto nel 1781), accanto alla quale la celletta abitata dal santo; alla sin. del presbiterio, una statuetta in marmo policromo della Madonna col Bambino del sec. XVII. Nellattiguo convento sono conservati alcuni interessanti incunaboli e un dipinto di scuola genovese del 600 raffigurante Crocifisso e santi francescani. LOrto Botanico. Scendendo ancora, al N. 13, nellambito dellIstituto di Botanica dellUniversit (al cui interno ha sede il Museo Erbario t. 0706753522 con ricche raccolte di exsiccata, suddivise in pi sezioni), si trova lOrto Botanico, esteso per c. 5 ettari ai piedi dellAnfiteatro romano, in un ambiente ideale per le attuali funzioni didattiche e scientifiche; una parte aperta al pubblico (t. 0706753501 0 - 0706753522), mentre laltra riservata agli studiosi e agli studenti. Da notare i centenari carrubi, lentischi e lecci dellarea mediterranea; i giganteschi Ficus magnolioides tropicali; il palmeto; la collezione delle Opuntiae; i Cactus; le Yuccae; il superbo esemplare di Euphorbia canariensis sul muro limitrofo con lAnfiteatro.

Scendendo lungo la via Anfiteatro, stretta tra il bastione di S. Filippo e la recinzione dellAnfiteatro, si raggiunge lo slargo da cui, a sin., si diparte la via Porcell; al N. 2, presso lIstituto di Anatomia umana normale, aveva sede un MUSEO di interesse a un tempo scientifico e artistico; raccoglieva 23 modelli in cera di vari soggetti anatomici, opera del ceroplasta fiorentino Clemente Susini (1757-1814), eseguiti tra il 1803 e il 1805 su commissione dellallora vicer Carlo Felice e tuttora in ottimo stato di conservazione; questa raccolta ha trovato pi idonea sistemazione presso la Cittadella dei Musei (v. pag. 133). Nello stesso edificio, presso lIstituto di Scienze antropologiche, sistemato il MUSEO DI ANTROPOLOGIA ED ETNOGRAFIA, che conserva costumi e oggetti del folclore sardo tra cui alcuni ex voto; crani e calchi cranici di ominidi fossili; reperti archeologici della Sardegna. I bastioni occidentali. Al termine della via Porcell si stacca a d. la via Cammino Nuovo; lantica strada, che conserva il selciato originale, segue, con un percorso oggi esclusivamente pedonale, i bastioni occidentali del Castello, detti di S. Croce, iniziati a partire dal 1568 su progetto del cremonese Rocco Cappellino, continuati poi su quello di Giorgio Palearo detto Fratino. La strada termina quasi alla base della torre dellElefante (v. pag. 153), con quella di S. Pancrazio una delle grandi torri pisane superstiti. Scendendo una rampa di scale a d., si di fronte alla chiesa gi conventuale di 135

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S. Chiara; di severo impianto seicentesco ad aula unica coperta a botte con cappelle laterali, cui fa contrasto la raffinata decorazione a stucco di epoca successiva, possiede uninteressante cantoria poggiante su un arco ribassato e un pregevole altare maggiore in legno dorato. Largo Carlo Felice. In fondo alla rampa si apre la piazza Yenne, su cui incombe la poderosa mole del bastione del Balice; nel 1822 vi fu eretta la colonna commemorativa dellinizio dei lavori della strada Cagliari-Porto Torres, da allora chiamata Carlo Felice; la sistemazione definitiva della piazza e del contiguo largo Carlo Felice risale al 1860, allorch , abbattute la porta di Stampace (allimbocco della via Manno) e le mura occidentali del quartiere Marina col bastione di S. Agostino (ne restano alcuni ruderi in prossimit del distretto militare), si volle riprodurre in scala minore il modello urbanistico europeo del boulevard. Al re sabaudo venne anche innalzato, allinizio del largo a lui dedicato, un monumento bronzeo, fuso dagli artiglieri sardi diretti da Carlo Boyl, su modello dello scultore Andrea Galassi (1824). Scendendo verso il porto, a sin. si notano i due edifici appartenenti a istituti di credito che alla fine degli anni 50 hanno sostituito i padiglioni ottocenteschi del mercato; a d. (n. 10), incorporata nel palazzo Accardo, sopravvive la cripta della distrutta chiesa di S. Agostino, risalente al IV-V sec., dove, secondo la tradizione, si conservavano le ossa del santo qui traslate da Ippona nel 496, trasferite poi nellVIII sec. in S. Pietro in Ciel dOro di Pavia.

Il quartiere Castello
Il Castello innanzitutto una emergenza naturale con forte vocazione a costituirsi in roccaforte; come in ogni luogo fortificato linvolucro difensivo, caratterizzato da torri, mura e bastioni, ne rappresentava limmagine esterna. La morfologia del sito allungato da N a S e la presenza del recinto difensivo, i cui terminali sono costituiti dalla torre di S. Pancrazio e da quella dellAquila, hanno condizionato la formazione del tessuto edilizio e della trama viaria, comprimendo luno e laltra secondo uno schema fusiforme, riscontrabile in molti borghi fortificati medievali. Ledilizia generatasi da unit abitative dimpostazione medievale, ha subito nei secoli un processo di stratificazione durante il quale palazzi gentilizi o borghesi e complessi religiosi, conventuali o universitari hanno inglobato parte delle strutture pi antiche, senza tuttavia spezzare loriginario impianto urbanistico. Il quartiere Castello stato, fin dalle origini dellinsediamento risalente a epoca pisana, il luogo ove si sono concentrate le sedi delle autorit politiche e religiose e le residenze nobiliari, secondo unorganizzazione urbana di tipo feudale che verr capovolta solo nellOttocento inoltrato; le neces-

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1.1 CAGLIARI sit collegate con il timido sviluppo economico, le trasformazioni del sistema difensivo cagliaritano e la pianificazione urbanistica condussero, nel secolo scorso, allemarginazione di questarea, cancellandone la connotazione di centro del potere. La conseguenza fu la decadenza e il degrado di un gran numero di insediamenti, via via abbandonati o utilizzati come abitazioni popolari; gli edifici in cui si mantenuta una continuit d destinazione (Cattedrale, chiese di S. Lucia e della Purissima, palazzo dellUniversit), o il cui uso stato riconvertito (Museo Nazionale Archeologico, Palazzo Reale, ex Seminario Tridentino, ex palazzo della Corte dAppello), oppure quelli ricuperati in funzione monumentale (torre dellElefante), oltre che interessanti sotto il profilo architettonico, costituiscono anche momenti fondamentali nellevoluzione della storia della citt. Le caratteristiche viabilistiche di questo percorso e la sua relativa brevit sconsigliano luso di mezzi di trasporto; fatte salve le soste alle numerose chiese, litinerario non richiede un tempo pedonale superiore alle due ore.

A d. della torre di S. Pancrazio (v. pag. 133) si apre un voltone che mette in comunicazione la piazza Arsenale con la piazza Indipendenza, spazio irregolare pi che piazza civile, il cui lato sin. interamente corso dallorganismo settecentesco dellorfanotrofio delle Zitelle; sulla d., tra il palazzo Amat e quello delle Speziate, si erge il neoclassico prospetto della ex sede del Museo Archeologico Nazionale, con coronamento orizzontale poggiante su una cornice a dentelli decorato con festoni di gusto classicheggiante. Sorto nellarea ove erano le carceri femminili, fino ai primi anni del nostro secolo ledificio ospitava la zecca e larmeria; tra il 1904 e il 1906 fu adattato per la funzione di museo dalling. Dionigi Scano, che cur trasferimento delle collezioni dal il palazzo Vivanet (in via Roma). *Museo Archeologico Nazionale. Trasferito nel 1993 nella nuova sede della Cittadella dei Musei (v. pag. 133; t. 070655911), presenta grande interesse per la conoscenza della civilt sarda dalla preistoria allepoca altomedievale e raccoglie materiale proveniente essenzialmente dagli scavi compiuti nellisola. Il nuovo allestimento si articola su quattro livelli, ciascuno dei quali riservato a un distinto settore. Il primo piano dedicato allesposizione cronologico-didascalica delle antiche culture succedutesi in Sardegna dal Neolitico fino allet bizantina; i piani superiori sono dedicati alle province di Cagliari e Oristano, attraverso una selezione dei siti archeologici pi significativi.
Il primo nucleo ebbe origine dal Gabinetto privato di Antichit e Storia naturale, create nel 1802 da Carlo Felice nel Palazzo Reale. Di qui le raccolte passarono nel 1806 alluniversit e si arricchirono delle donazioni di G.B. Garau (per il Medagliere) e di G. Meloni. La direzione passdal

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1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI Prunner a Lod. Baylle e successivamente, a C. Cara, durante la cui gestione il Museo si arricch della collezione di Giovanni Spano, studioso di antichit sarde, e della collezione provinciale costituita da materiale proveniente da Cnus e da Tharros. r I successivi direttori curarono lacquisizione di collezioni private (A. Cara, L. Gouin, D. Lovisato) e di materiali provenienti dagli scavi delle necropoli preistoriche Busachi, ghelu Rujo (Alghero), dei nuraghi Lughrn ras (Pauliltino), Palmavera (Alghero), Losa (Abbasanta), Arvu (Dorgali), dei templi protosardi di S. Vittoria (Serri), di S. Anastasia (Srdara), di S. Milanu (Nurgus), di Abini (Teti), delle necropoli fenicio-puniche di Bithia, Slcis, Kralis, Olbia, di varie necropoli e abitati romani sparsi in tutta lisola. Sotto la direzione di G. Pesce e dal 1967 di Ferruccio Barreca il museo ha acquisito una mole immensa di materiali, rinvenuti nei vasti e sistematici scavi iniziati dopo il 1950, e riguardanti i settori preistorico e protostorico (Barmini, Villanovaforru), fenicio-punico (Nora, Thrros, Kralis, Slcis, Bithia, M. Sirai, Antas) e romano (Nora, Thrros, Kralis, Forum Traiani).

Primo piano. Conserva la memoria storica della vecchia esposizione museale ed stato progettato per poter offrire una sintesi

23 21 20 9 14 19 18 17 16 7 6 5 4 TOFET 15 8 10 13 11 12 25 22 24

3 2 1

Museo Archeologico Nazionale: primo piano

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1.1 CAGLIARI

esauriente ed esaustiva del succedersi delle antiche culture e civilt nella Sardegna, proposte in ordine cronologico. Si parte perci periodo Neolitico, dal 6000 circa a.C. (quello Paleolitico dal stato individuato solo di recente e ancora in corso di scavo) per giungere allepoca bizantina (VIII sec. d.C.), con un percorso che attraversa circa 7000 anni di storia. Il primo piano stato pensato anche come piano didattico e perci ricco di pannellistica illu strativa, proponendo anche ricostruzioni. Il Neolitico. Le prime VETRINE (1 e 2) sono dedicate al Neolitico (dal 6000 a.C. in poi) con testimonianze di strumenti in ossidiana della cultura Cardiale, in cui le ceramiche erano decorate con impressioni del bordo della conchiglia (cardium). Sono da segnalare le numerose statuette in pietra di dee madri, rinvenute in diverse parti della Sardegna (4000-3400 a.C.), raffigurate in forme opulente, chiaro richiamo alla funzione materna della divinit. Appartengono alla cultura di Bonu Ighinu, caratterizzata da ceramiche estremamente raffinare e decorate. Le culture di San Ciriaco e di Ozieri (3400-2800 circa a.C.) sono esposte nella successiva vetrina. A fianco del vasellame ceramico riccamente decorate con motivi impressi si notano gli strumenti in ossidiana e selce finemente lavorati. LEneolitico (4 e 5). Nella fase iniziale dellEneolitico (27002500 circa a.C.) inizia ad apparire timidamente il metallo, il rame, e si assiste allapparizione di una nuova raffigurazione della divinit femminile, in forme altamente stilizzate. Questa stilizzazione si accentua ancora scendendo nel tempo, fino a definirsi nelle immagini definite a traforo, in cui la figura femminile rappresentata da unimmagine piatta e molto stilizzata, che si pu rapportare a lontani modelli del Vicino Oriente, con cui la Sardegna era in contatto per il commercio dellossidiana isolana. Alla piena et del Rame (2500-2000 circa a.C.) appartiene la cultura di Monte Claro, caratterizzata da grandi vasi di colore rossastro, ampiamente decorati con impressioni e motivi a stralucido, ottenuti lustrando la superficie del vaso prima della cottura. La strumentazione comincia a vedere luso diffuso del rame. Nello stesso periodo la Sardegna viene interessata dallarrivo di genti dalla penisola iberica, portatrici della cultura cosiddetta del Vaso Campaniforme, dal caratteristico aspetto di una peculiare forma ceramica. La vetrina espone i reperti ceramici, oggetti di ornamento (collane, pendenti) e il brassard, piccola lastrina rettangolare in pietra che veniva utilizzata per proteggere il polso dal ritorno della corda dellarco al momento di scoccare la freccia. Civilt nuragica. La VETRINA 6 introduce allet del Bronzo Antico, con la cultura di Bonnannaro (1800-1600 a.C.). Questa ca139

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

ratterizzata da una ceramica inornata e funzionale, e luso del metallo limitato nella maggior parte dei casi a piccoli strumenti come lesene e spilloni. Con il Bronzo Medio (dal 1600 a.C. in poi) si entra nella civilt nuragica. Questa una cultura metallica, come mostra con ogni evidenza lesposizione della relativa VETRINA 7 in cui presentato un gruppo di asce in bronzo tesaurizzato come risorsa della comunit. Grandi vasi con ornature a rilievo o stralucido completano il quadro materiale. La successiva VETRINA 8, dedicata allet del Bronzo finale (dal 1200 al 900 circa a.C.) mostra il pieno fulgore della civilt dei nuraghi. La ceramica assume forme pi eleganti, la superficie viene lisciata e lucidata; dal Mediterraneo orientale giungono ceramica micenea e oggetti di pregio della stessa civilt. La Sardegna nuragica appare inserita in pieno nel circuito commerciale dei metalli, che percorre il Mediterraneo da oriente a occidente. Ne sono una prova evidente la VETRINA (9) e lo spazio successivi, dedicati alla metallurgia. Nella vetrina sono conservati gli oggetti: dalle armi (spade, pugnali, punte di lancia) agli strumenti per le lavorazioni quotidiane (seghe, picconi, asce, cunei), alcuni dei quali cos funzionali che la loro forma rimasta invariata sino a oggi. Lo spazio invece espone la materia prima e gli strumenti per lavorarla. Vi si trovano i lingotti di rame a forma stilizzata di una pelle di animale, di origine verosimilmente cipriota, e quelli prodotti localmente, a panella (forma circolare) o a frittata (ottenuta versando il metallo fuso in una fossetta irregolare dle terreno). Vi sono, poi, le forme di fusione, ricavate blocchi in petra dura accuratamente lavorati per ottenere le matrici. Di fronte a questo spazio, due ampie VETRINE (10 e 11) ospitano i ritrovamenti ottocenteschi nel grande santuario nuragico di Abini (Teti). In una sono esposti i celebri *bronzetti: statuette in bronzo che raffigurano sia figure mitiche (esseri con quattro occhi e quattro braccia) che umane. Guerrieri, arcieri, semplici offerenti e oranti si dispongono dinanzi ai nostri occhi per mostrarci levoluzione della civilt nuragica da societ aristocratica connotata dai segni della guerra a una che si caratterizza per la sua devozione alla divinit. A fianco si trovano le spade votive, spesso sormontate da teste di cervo (e in un caso anche da una figura umana), che venivano infisse come ex voto su blocchi di pietra. Nella seconda sono collocati gli oggetti, provenienti sempre dal medesimo santuario. Pugnali, punte di lancia, maniglie di porte decorate con figure di animali, bottoni, spilloni, amuleti, il manico di uno specchio completano il quadro materiale di una civilt ricca e potente nei secoli dellet del Ferro, dal IX sino al VII secolo a.C. 140

1.1 CAGLIARI

I *bronzetti. La vetrina adiacente (12) dedicata allesposizione delle navicelle in bronzo nuragiche. Molto conosciute, anche perch alcune sono state ritrovate in tombe e santuari etruschi e greci, sono ornate da protomi di cervi e tori, spesso con volatili rappresentati sullalbero. La sala successiva (13-15) vede al centro una grande vetrina a quattro bracci e una colonna centrale, dedicata ai bronzetti di diverse parti dellisola. Al centro si trova il complesso di Santa Vittoria di Serri, grande santuario nuragico. Spiccano la figura del capo trib, ammantato e con bastone, come pure le figure di divinit femminili che accolgono il defunto nel loro grembo. Ma la pi bella *figura divina si trova nella prima vetrina, a fianco di altri capolavori della bronzistica nuragica come il *guerriero di Padria, il *centauro di Nule e il *suonatore di flauto di Ittiri. Girando attorno a questa vetrina si possono osservare tutte le tipologie di raffigurazioni di esseri umani, divini e animali che la civilt nuragica ha prodotto. Di fronte si trova una vetrina dedicata alla civilt nuragica dellet del Ferro (dal IX secolo a.C. in poi), in cui si trovano ceramiche, alcune delle quali con reminiscenze di prodotti importati dallOriente, le pintadere, stampi utilizzati verosimilmente per decorare focacce e parti terminali di modellini di torri nuragiche. A questi dedicato lo spazio adiacente, dove sono esposti *modelli di nuraghe semplice o complesso provenienti da diverse localit. La raffigurazione del nuraghe, nellet del Ferro, assume valore sacrale e queste raffigurazioni si trovano quasi sempre in posizioni di rilievo in particolari capanne, supposte sedi della riunioni dei capi della comunit. I Fenici. La VETRINA 16 segna il trapasso al mondo dei Fenici. esposta la ricostruzione di una tomba di Bithia (Domusdemaria) composta da lastre di pietra che contenevano unurna in cui erano i resti cremati del defunto, attorno alla quale trovavano posto gli oggetti di corredo, tra cui una brocca in bucchero etrusco. La vetrina successiva (17) contiene materiali di epoca fenicia e punica arcaica (met dellVIII-inizi del V secolo a.C.). Vasellame fenicio, greco ed etrusco caratterizzano questo periodo, assieme a maschere femminili in terracotta. Due VETRINE (18 e 19) illustrano la Sardegna punica (V-III sec. a.C.). Sono presentate le forme principali del vasellame punico, inizialmente inornato, alla fine con una decorazione dipinta, anche se modesta. A fianco di questi vasi sono presenti vasi importati prima dal mondo greco, poi anche dallItalia e dalla Spagna, decorati sia con figure dipinte che con motivi impressi. La civilt punica si caratterizza anche per luso della pasta vitrea, di cui spettacolare esempio la *collana di Olbia, composta da numerosi elementi di grandi dimensioni in pasta vitrea, che raffigurano an141

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

che volti umani. Immagini di divinit, tra cui una figura in bronzo di Ercole, concludono lesposizione punica. Il periodo romano (20-23). Due ceppi di ncora in piombo segnano il trapasso al mondo romano. La prima VETRINA (20), dedicata ai secoli II e I a.C. contiene il vasellame verniciato di nero proveniente dalla Campania che accompagnava le anfore di vino prodotto in quella regione. Vi sono poi vasi locali che imitano quelli importati e vasellame proveniente da altre regioni mediterranee. La successiva VETRINA 21, dedicata al I secolo d.C., vede laffermarsi della ceramica sigillata italica, prodotta inizialmente nella zona di Arezzo e poi in altri centri italiani, caratterizzata dal colore rosso e in qualche caso da una decorazione a rilievo. Assieme a vasi di vetro si trovano anche le produzioni di ceramica della Gallia meridionale (attuale Francia) e le prime tracce della ceramica da mensa maggiormente diffusa del mondo antico, fabbricata nellAfrica settentrionale. Questa domina la vetrine successive, in cui trovano posto anche oggetti preziosi, come il bracciale aureo di Porto Torres, statuette di culto e diplomi militari. Uno spazio triangolare dedicato a sculture e rilievi sempre di et romana, con i volti degli imperatori Nerone e Traiano, e urne funerarie in marmo. Il periodo tardo-romano e lalto Medioevo. Le ultime due VETRINE (24-25) illustrano let tardo-romana e quella bizantina. La prima offre ancora ceramiche e lucerne prodotte in Africa, caratterizzate dal colore rosso, ed anche peculiari oggetti in vetro, come la stupenda *coppa con inciso Cristo giovane che predica tra le palme. Infine let bizantina caratterizzata da una serie di oreficerie di notevole valore e ottimo stato di conservazione. Orecchini di diverse fogge, spilloni e anelli doro si trovano a fianco di modesti oggetti in bronzo, come le fibbie di cintura, egualmente importanti perch segnalano larrivo di una nuova moda nel vestire che giungeva dallEuropa centrale. Il tofet. Prima di salire ai piani superiori conviene proseguire per ammirare la ricostruzione del tofet di Tharros nello spazio centrale ribassato del piano. La ricostruzione si ispira alla duna sabbiosa in cui sono state ritrovate le urne conententi le ceneri dei bambini nati morti o defunti subito dopo la nascita, assieme ai resti dei sacrifici, e le stele che venivano poste in quelle occasioni. Tutti i pezzi esposti sono autentici. Secondo piano. A questo livello inizia lesposizione topografica. Si parte dalla zona sud-orientale dellisola, con il SARRABUS GERREI. Rilevanti, in questo settore, sono i materiali della stipe votiva di et romana da S. Andrea Frius (votivi anatomici) e la ricostruzione di un tetto di prima et imperiale romana effettuata con tegole rinvenute in un relitto presso Cala Sinzias di Castiadas. La 142

1.1 CAGLIARI

MARMILLA-TREXENTA si apre con un ampio settore dedicato al nuraghe di Barumini, uno dei pi importanti e noti della Sardegna. Sono presentati i reperti rinvenuti in diverse campagna di scavo, che coprono tutti i periodi di vita del nuraghe, dalla fondazione nellet del Bronzo sino allultimo utilizzo in epoca ormai alto-medievale, in una forbice cronologica di oltre 2000 anni. Da segnalare, a fianco dei nuerosi oggetti ceramici, il piccolo modello in pietra di torretta nuragica, rinvenuto nella capanna delle adunanze del villaggio che circonda il nuraghe. Siti nuragici. Seguono materiali provenienti da diversi siti nuragici: Mandas, Suelli e sopratutto Gennamaria di Villanovaforru. Questo complesso nuragico, abbandonato nellet del Ferro attorno allVIII secolo d.C. vede impiantarsi al suo interno in epoca punica, dal IV secolo a.C., un sacello dedicato alla dea delle messi Demetra, il cui culto prosegue ben addentro allet romana, significato da offerte votive di ceramiche e lucerne. Uno stupendo *bronzetto nuragico dellavanzata et del Ferro (VII sec. a.C.) e il corredo di due tombe puniche illustrano il territorio di Senorb. Il cosiddetto Miles cornutus, dallelmo dotato di lunghissime corna, mostra caratteri stilistici che si inquadrano nellambito della piccola scultura in bronzo mediterranea di questo periodo. La tomba 87 della necropoli punica ha restituito un eccezionale complesso di *oreficerie, tra le quali spicca la collana a maglia aurea ritorta ornata da un pendente a forma di anforetta, di produzione verosimilmente tarantina del IV sec. a.C. Reperti da Cagliari. Il settore dedicato al capoluogo e al suo immediato circondario assai ampio. Viene ripercorsa in senso cronologico la storia degli insediamenti nellattuale centro urbano, dalle prime testimonainze di et prenuragica agli scarni resti nuragici ai materiali fenici, punici e romani. Spicca senza dubbio la statuaria romana, che inizia con la raffigurazione del dio Bes, di origine egiziana nanerottolo panciuto e dagli enormi piedi che diffondeva fertilit e salute passa per ritratti di ignoti eminenti cittadini o magistrati e statue di divinit, per terminare ancora con una reminiscenza egiziana: una sfinge che doveva ornare qualche ricca abitazione. Nelle vetrine sono conservati reperti provenienti da indagini in diversi settori dellabitato e della necropoli, nonch i materiali rinvenuti dai fondali del porto e delladiacente laguna di Santa Gilla, da cui vengono numerose teste votive e raffigurazioni di arti e animali, recuperati alla fine dell800 da chiatte o barconi di et punica affondati nella laguna. Una parete poi destinata allesposizione di iscrizioni romane e paleocristiane di vari siti della Cagliari antica. Curiosi sono i reperti provenienti da Dolianova, nelle immediate vicinanze della citt, pertinenti a una stipe di et 143

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

tardo-punica (III-I sec. a.C.): sono raffigurati volti estremamente stilizzati, realizzati da artigiani modestissimi che, in molti casi, hanno prodotto involontariamente fattezze caricaturali. Chiudono il settore di Cagliari un monetiere con monete tardo puniche, i reperti votivi dal santuario di via Malta, dallepoca romana repubblicana (II sec. a.C.) sino al tardo impero (V sec. d.C.), e alcuni pannelli di un pavimento a mosaico recuperati durante un intervento durgenza nei pressi del colle di Bonaria. Materiali prenuragici (grandi situle della Cultura di Monte Claro) da Quartucciu e le testimonianze di epoca tardo-nuragica da Settimo San Pietro segnano la fine del percorso di questo piano. Terzo piano. Inizia con il settore dedicato al CAMPIDANO CENTRALE. Il sito di SARDARA inaugurato da due bronzetti nuragici unici, indossanti abiti di foggia orientale. presentato poi il contesto di una ricchissima capanna del villaggio adiacente al tempio a pozzo di SantAnastasia di Sardara, da cui provengono ceramiche, strumenti di lavorazione del metallo, una serie di lingotti di piombo (esposta solo una scelta), tre magnifici *calderoni bronzei, uno dei quali conserva ancora le anse ornate da fiori di loto, e un piccolo altare a foggia di torre nuragica stilizzata. Tutti il complesso si data in piena et del Ferro (VIII sec. a.C.) ed la viva testimonianza dei rapporti commerciali tra il mondo indigeno tardo-nuragico e le genti fenicie insediate sulla costa. In una piccola vetrina si trova il frutto di un ritrovamento casuale che ha portato, pochi decenni or sono, alla scoperta di un ripostiglio in cui erano conservate numerose spade in bronzo dalla lunga lama sottile, databili alla fine dellet del Bronzo (XI-X sec. a.C.); nella medesima vetrina trovano posto i materiali ceramici e bronze dalla tomba di SantIroxi di Decimoputzu, ricca di vasi in terracotta e lame di pugnali e spade in rame, databile tra il 1600 ed il 1500 a.C. Uta e Sarroch. Infine si possono ammirare un ben conservato *modello di nuraghe in pietra proveniente da San Sperate, che raffigura una grande torre circondata da quattro torri pi piccole, e la celebre *maschera ghignante, sempre di San Sperate. Il volto, orrido e tatuato, veniva posto dai Cartaginesi nelle tombe per allontanare i cattivi spiriti. Passando oltre si incontra lo straordinario complesso di *bronzetti nuragici da Uta. Rinvenuti alla fine dell800 il gruppo si compone di una grande figura (circa 40 cm di altezza) di capo trib, dallaria ieratica, ammantato, con lungo bastone e un pugnaletto pendente sul petto. Di dimensioni pi ridotte ma sempre notevoli sono gli altri bronzetti di guerrieri, pi o meno diversamente armati o disarmati, in atto di dedica alla divinit e il celeberrimo *bronzetto della lotta, in cui raffigurato latterramento di un combattente da parte di un avversario che lo 144

1.1 CAGLIARI

inchioda con le braccia al suolo. Da Uta passiamo alla zona costiera di SARROCH, dove troviamo i materiali del nuraghe Antigori, il primo in cui sono stati ritrovati oggetti di fabbricazione micenea, testimonianza certa dei contatti tra la civilt ellenica e quella nuragica. Anche i pochi reperti di una tomba di giganti nel territorio di Villa San Pietro mostrano gli stessi contatti attraverso le collane in pasta vitrea, provenienti dal Mediterraneo orientale. Nora. Segue un settore dedicato alla grande citt di Nora (Pula), fondata dai Fenici e vissuta sino a epoca bizantina. Il corredo di una tomba punica, ricca di vasi decorati importati da Atene (V sec. a.C.), esposto assieme agli arredi di culto del santuario di Esculapio, tra cui si segnalano le *statuette in terracotta dei fedeli che dormivano dinanzi al tempio e ai quali il dio inviava il suo serpente sacro per indicare la cura da seguire. esposta poi una scelta delle numerose stele del tofet, scavate nell800, la base di una statua romana con liscrizione che ricorda un magistrato della citt e una vetrina dedicata ai materiali romani e pi tardi, alcuni dei quali di scavo recente che si riferiscono allultima fase di vita della citt. Bithia. Proseguendo nellesposizione delle grandi citt costiere si passa alle due vetrine dedicate a Bithia (Domusdemaria). Qui dominante laspetto fenicio della necropoli, con tombe ricche di ceramiche, armi in ferro e ornamenti in argento. Spiccano i vasi in bucchero etrusco e alcuni oggetti di pregio quali le *uova di struzzo decorate e un torciere bronzeo di tipo cipriota. Questi oggetti si datano tutti entro il VII secolo a.C. La fase romana testimoniata attraverso il ricco corredo ceramico di una tomba e sopratutto dal culto dedicato al dio Bes, di cui esposta anche la grande statua in pietra. In questo santuario, dal III al I secolo a.C., venivano deposte delle rozze statuette nelle quali le mani indicavano le parti del corpo di cui si chiedeva la guarigione. Nelle vetrine di fronte sono esposti grandi vasi di Cultura Monte Claro della zona sulcitana e una selezione degli oggetti ritrovati nella grotta-santuario di Su Benatzu (Santadi), tra i quali spicca un piccolo *tripode bronzeo, databile alla prima et del Ferro, che ripete pi antichi prototipi ciprioti. Monte Sirai. Si passa poi allo spazio dedicato al centro fenicio e punico di Monte Sirai (Carbonia). In una vetrina sono esposti gli oggetti rinvenuti nel luogo di culto, con una statua di divinit femminile in pietra di epoca fenicia, ma rivenuta ancora in uso in epoca punica. Da segnalare un singolare piccolo bronzetto in cui raffiguranto un devoto che compie una libagione con una brocca dalla forma tipicamente nuragica, testimonianza dei rapporti pacifici tra le due popolazioni nel corso del VII secolo a.C., cui si data la statuetta. Sono poi esposti oggetti del corredo di tombe fenicie e puniche, nonch una piccola scelta delle stele del tofet. 145

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Sulci. La grande statua di Druso Minore (inizi del I sec. d.C.) introduce al grande centro di Sulci (odierna SantAntioco). Questa statua, assieme ad altre di cui rimangono solo le teste, doveva fare parte di una galleria di ritratti di personaggi della dinastia imperiale romana giulio-claudia, che dovevano ornare un luogo pubblico. In una vetrina, a fianco dei pochi oggetti di epoca nuragica rinvenuti nel sito, sono esposti i materiali fenici e greci che testimoniano la scoperta del pi antico insediamento fenicio in Sardegna, databile al 750 circa a.C. A fianco una vetrina dedicata ai reperti, prevalentemente ceramici, di una tomba familiare a camera, utilizzata per circa tutto il V sec. a.C. Spiccano tra questi oggetti la maschera femminile, che stata trovata deposta sopra una bara, ormai quasi completamente scomparsa, laryballos (vasetto di forma allungata per olio profumato) in pasta vitrea di vari colori e due vasetti di produzione ateniese decorati con figure umane. Unulteriore vetrina propone alcuni corredi di tombe romane di et imperiale (II-III sec. d.C.), due piccolo stele del tofet, databili alla prima et romana, e una piccola base di statua decorata con figure di divinit e con liscrizione dedicatoria scritta in caratteri punici. Nella successiva vetrina si trovano affiancati due diversi ritrovamenti nella medesima localit di Portoscuso. Il primo risale a epoca neolitica (circa 5000 a.C.) con strumenti in ossidiana e frammenti di ceramica cardiale. Il secondo si riferisce alle tombe fenicie in localit San Giorgio, con oggetti che mostrano essere di fabbricazione orientale e risalenti ai primissimi tempi della presenza fenicia nellisola (circa 760-750 a.C.). Segue una vetrina dedicata al sito fenicio e punico di Pani Loriga (Santadi), con i consueti oggetti di ceramica vascolare, e al piccolo santuario di Terreseo (Narcao) dedicato alla dea Demetra, protettrice delle messi, con statuette e lucerne. Antas-Fluminimaggiore. Al grande santuario di Antas (Fluminimaggiore) sono dedicate due vetrine in cui sono esposti alcuni bronzetti nuragici del territorio, resti di statuette votive in terracotta di epoca cartaginese e numerose iscrizioni dedicatorie scritte in caratteri punici. illustrato anche quel che resta della decorazione in terracotta del tempio, dedicato al Sardus Pater, come recita liscrizione trovata sullarchitrave, significata da lastre con figure in rilievo e doccioni a testa di leone di epoca romana. Una piccola scelta dei numerosi ex voto in terracotta, avorio, bronzo, osso, oro, piombo e ferro conclude questo settore. Neapolis. Lultima vetrina dedicata a una piccolissima selezione di oggetti provenienti da questa citt (S. Maria di Nabu-Guspini), con frammenti ceramici e statuette in terracotta da un santuario di divinit salutifera, allesposizione del corredo di una tom146

1.1 CAGLIARI

ba nuragica del tardo Bronzo e alla presentazione di secchi in bronzo di et romana rinvenuti allinterno della zona mineraria di Montevecchio. Quarto piano. Lultimo piano dedicato al territorio dellORISTANESE. Si inizia con testimonianze di epoca nuragica dal tempio a pozzo di Santa Cristina di Paulilatino, tra cui troviamo statuette bronzee di origine orientale, indice dei rapporti commerciali tra le due zone del Mediterraneo prima della colonizzazione fenicia. presentata una piccola scelta dei reperti rinvenuti nellarea del grande nuraghe Losa di Abbasanta, sempre di epoca nuragica dallet del Bronzo sino allet del Ferro. Othoca. Questa citt (Santa Giusta) ricordata da corredi di tombe fenicie e puniche, una delle quali riutilizzata anche in epoca romana. Una grande vetrina presenta i numerosi e importanti reperti di una tomba di Gonnostramatza di cultura campaniforme (circa 2000 a.C.). La tomba, utilizzata per numerose deposizioni, ricca di oggetti ceramici e di ornamento personale: lunghe collane di conchiglie e osso lavorato e uneccezionale *collana composta da un filo doro, reperto sinora unico in Italia. Uno spazio dedicato a una piccolissima selezione dei frammenti di statuaria in pietra di epoca nuragica ritrovati a Monte Prama (Cabras), databili al pieno VII secolo a.C. Le ricostruzioni ideali portano a ricomporre i frammenti in statue di dimensioni superiori al reale raffiguranti arcieri oranti e pugili. Due vetrine contengono una scelta della stratificazione ritrovata nel sito di Cuccuru SArriu (Cabras), che parte dalle tombe neolitiche (IV millennio a.C.) in cui erano contenute statuette in pietra di divinit femminili: le dee madri, assieme a oggetti in terracotta e osso, per passare poi allet nuragica ancora con vasellame, alla fase punica (stele di tofet) per finire con i corredi delle tombe di et imperiale romana. Tharros. A questo grande centro (San Giovanni di Sinis) dedicato un ampio spazio. Da frammenti e oggetti di prima et fenicia (fine VIII sec. a.C.) si passa a una sintetica illustrazione di materiali di epoca fenicia e punica (VII-III sec. a.C.) con vasellame prodotto localmente e importato dal mondo etrusco e greco e a pochi e consueti vasi del mondo romano. Unaltra vetrina dedicata alle immagini del culto: piccole sculture in pietra, statuette in terracotta e maschere raffiguranti volti femminili, fattezze satiresche e, ancora, maschere ghignanti. Ampio spazio dato poi alle oreficerie e ad altri oggetti legati alla sfera dellornamento personale. Sono esposti orecchini di varia fattura, da quelli semplici ad anello a quelli pi complessi con figurazioni di animali, vegetali e simboliche. Spicca il magnifico *bracciale aureo con la raffigurazione dello scarabeo alato della religione egizia. Religione da cui 147

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derivano anche gli scarabei scolpiti, talvolta montati in oro. Limportantissimo centro nuragico di Sorradile, Su Monti, occupa, con una ristretta selezione, una vetrina. Il santuario ha restituito numerosi oggetti ceramici e bronzei, tra cui spiccano una navicella bronzea e una brocchetta in ceramica perfettamente integra. I reperti indicano che la frequentazione del santuario avvenne dallXI sino allVIII secolo a.C. Larea paleocristiana di Cornus (Santa Caterina di Pittinuri) chiude lesposizione dellultimo piano. Numerosi reperti vitrei provenienti dalla necropoli e di et imperiale e tardo-imperiale romana, si affiancano alle testimonianze del culto cristiano nellarea basilicale. Spicca leccezionale bronzetto raffigurante *S. Paolo, che doveva far parte di una lucerna come ci indicano oggetti simili integri di altri parti del mondo cristiano mediterraneo. Al piano superiore delledificio era esposta la Pinacoteca Nazionale, trasferita nella Cittadella dei Musei (v. pag. 133): il nuovo allestimento descritto nellAppendice a pag. 667. Questa raccolta offre un interessante panorama sulla storia della pittura sarda e sulla penetrazione e diffusione del gusto catalano-valenzano nei sec. XV e XVI. Il gruppo di opere pi cospicuo proviene dalla chiesa di S. Francesco di Stampace di Cagliari, distrutta da un incendio nel 1872.

Le opere della Pinacoteca. La successione qui proposta si attiene allordine cronologico: retablo dellAnnunciazione (frammentario) di Juan Mates (prima met sec. XV); predella frammentaria su tavola di S. Lucifero, proveniente dallomonima chiesa di Cagliari, attribuita a Juan Figuera (prima met sec. XV); ancona frammentaria detta di Giorgino, attribuita a Lorenzo Cavaro (XV-XVI sec.); retablo frammentario detto della Portiuncola (da S. Francesco di Stampace), attribuito al Maestro di Castelsardo, pittore sardo di derivazione valenzana (XV-XVI sec.); retablo di S. Bernardino da Siena di Juan Figuera, datato 1455; due tavole raffiguranti Giudizio Universale e Annunciazione e S. Antonio abate, S. Matteo, Adorazione dei Magi, gi parti di un retablo del Maestro di Olzai (fine XV sec.), proveniente da S. Maria di Sibiola presso Serdiana; retablo della Visitazione di Juan. Barcelo, datato 1516; retablo di S. Eligio (dalla chiesa di S. Pietro di Sanluri), eseguito nei primi decenni del 500 dal Maestro di Sanluri, pitto- re sardo di derivazione iberico-italiana; retablo del Presepe di ignoto pittore sardo del XVI sec., proveniente da S. Francesco di Stampace; Crocifissione, Transito della Madonna, Annunciazione (dalla chiesa di S. Francesco di Oristano), tavole attribuite alla scuola dei Cavaro (XVI sec.); S. Agostino in cattedra (dallomonima chiesa cagliaritana) di Pietro Cavaro: S. Pietro e S. Paolo, tavole di un retablo smembrato di Pietro Cavaro, appartenuto alla chiesa di S. Domenico di Cagliari; Trittico della Consolazione, attribuito a Michele Cavaro (da S. Francesco di Stampace);
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1.1 CAGLIARI ancona di S. Orsola, tavola di maestro sardo (XVI-XVII sec.); Santo mercedario e S. Raimondo di Peafort di scuola spagnola del XVII sec., proveniente dalla chiesa di Bonaria.

Proseguendo oltre lorfanotrofio delle Zitelle lungo la via Pietro Martini, quasi subito a sin. prospetta la chiesa conventuale di S. Lucia (oggi inglobata nellIstituto Regina Margherita, N. 13a); ledificio mantiene intatto limpianto gotico-aragonese tardoquattrocentesco, a pianta rettangolare divisa in due campate coperte a crociera e abside quadrata con volta stellare; delle due cappelle che si aprono sul lato d., la prima ha copertura barocca, la seconda gotica nervata. Palazzo Reale. La via Martini sfocia nella piazza Palazzo, spazio originariamente limitato alla parte inferiore articolata su due livelli, ampliato negli anni 30 con labbattimento di alcune costruzioni nella parte pi alta; dal Medioevo luogo centrale della vita politico-religiosa della citt, vi gravitano gli edifici pi rappresentativi della storia urbana cagliaritana. Subito a sin. si presenta la lunga facciata del Palazzo Reale (sede della Prefettura), caratterizzata da un ritmo di paraste doriche; definito nelle attuali strutture interne nel 1769, a seguito di un progetto voluto da Carlo Emanuele III di Savoia, rivela gli elementi pi caratteristici dellintervento piemontese nella complessa volta dellatrio e nello scalone che conduce alla sala di rappresentanza (decorata da Domenico Bruschi), adibita oggi ad aula di riunione del Consiglio regionale e di quello provinciale. Il contiguo Palazzo Arcivescovile (con facciata di restauro) conserva tracce di strutture pisane e, nellampio atrio, espone reperti archeologici di epoca romana. Cattedrale di S. Maria. Conclude il lato orientale della piazza la Cattedrale di S. Maria (t. 070663837), ledificio pi complesso dallarchitettura religiosa cagliaritana per la sovrapposizione di motivi stilistici che concorrono a definirne il peculiare carattere.
I pochi elementi superstiti della primitiva impostazione e del successivo ampliamento nellultimo quarto del XIII sec. rivelano lappartenenza alla sfera dinfluenza pisana. Le trasformazioni barocche, rivolte alla ristrutturazione del corpo longitudinale, promosse ai primi del 600 dagli arcivescovi dEsquivel e Vico, furono portate a termine nel 1674 da Domenico Spotorno, su progetto di Francesco Solari, con la collaborazione di una schiera di lapicidi genovesi (gli Aprile, i Gagini, i Pellone ecc.); nel 1702 veniva completata la barocchizzazione anche dellesterno con il prospetto eretto da Pietro Fossati, a sua volta sostituito nel 1933 da un intervento interpretativo in stile romanico toscano (arch. Francesco Giarrizzo), che mantenne alcuni frammenti di tarsie e sculture della chiesa originaria e larchitrave di spoglio a girali dacanto.

Alla sin. della facciata si erge la massiccia duecentesca torre campanaria (restaurata nel paramento, nella cuspide e nelle 149

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monofore), romanica come il portale di epoca pisana che si apre nel transetto sin.; pure pisano, ma di diversa qualit formale, gi volgente al gotico, il portale del transetto d., sormontato da una cuspide che include una lunetta trilobata con varie sculture, tra le quali la fronte di un sarcofago romano. Linterno, a tre navate con tre cappelle su ogni lato, presbiterio sopraelevato e vasto transetto, presenta nella parete di controfacciata loriginario paramento pisano, cui sono addossati i due pulpiti che formavano in origine un solo ambone smembrato nel 500; lopera, dovuta a maestro Guglielmo che la scolp per la Cattedrale di Pisa tra il 1159 e il 1162, fu donata alla citt di Cagliari nel 1312, dopo la sostituzione con il famoso pulpito di Giovanni Pisano. I due frammenti poggiano sulle originarie colonne e recano sui parapetti rilievi con storie di Cristo; allambone appartenevano anche i quattro grandi leoni posti a fianco dellingresso al presbiterio.

Interno. Lungo la navata d. (alla 1 cappella, Nozze di Cecilia e Valeriano di Pietro Angeletti; alla 2, Madonna col Bambino detta Madonna Nera, scultura in legno dorato di scuola veneta della seconda met del 300), si raggiunge il braccio d. del transetto, in cui si apre una cappelletta gotica a pianta poligonale coperta da volta nervata, dovuta a un intervento aragonese della prima met del 300; allaltare esposto il trittico detto di Clemente III (nello scomparto centrale il Nazareno e la Madonna, in quelli laterali S. Margherita e un gruppo con S. Anna, la Madonna e il Bambino Ges), attribuito tradizionalmente a Gerard David, ma pi recentemente proposto come opera autografa o copia da un originale di Rogier van der Weyden. Coevi alla cappella gotico-aragonese sono i cinque ambienti, a pianta quadrata e coperti da volte a crociera nervata, cui si pu accedere dal transetto d., attraverso una porta sovrastata dal retablo gi attribuito a Pietro Cavaro, e recentemente ascritto a maestro di ambito raffaellesco dellItalia meridionale, raffigurante Crocifissione, Madonna col Bambino, Arcangelo Gabriele, Madonna Annunciata, S. Paolo, S. Gerolamo. Gli ambienti, che compongono un complesso omogeneo, si percorrono attraversando il vestibolo che conduce alla Sagrestia dei Beneficiati e quindi allAULA CAPITOLARE dove una piccola raccolta di dipinti: tra laltro, quattro tele con le Ss. Apollonia, Caterina, Elena e Barbara, di pittore spagnolo del sec. XVI; Cristo flagellato, attribuito a Guido Reni; lAdorazione dei Magi, dipinto su tavola di pittore sardo del sec. XVI; altra tavola con la Madonna, il Bambino e S. Giovannino, di pittore fiorentino della fine del 400. Attraversando nuovamente la Sagrestia dei Beneficiati, si sale al MUSEO DIOCESANO (attualmente chiuso), dove sono riunite le pi importanti opere del Tesoro della Cattedrale. Al centro, entro vetrina, grande Croce processionale, in argento dorato, di orafo cagliaritano del 400, che riecheggia maniere tipiche delle botteghe barcellonesi di quel secolo, e che si porta tradizionalmente in processione per la festivit del Corpus Domini. Nelle altre vetrine: tre anfore olearie, datate 1569 e firmate dal cagliaritano Giovanni Mameli, che documentano il mutare del gusto dal gotico spagnolo al Rina150

1.1 CAGLIARI scimento italiano, avvenuto tra le botteghe cagliaritane soltanto intorno alla met del 500; un piatto in argento col Trionfo di Anfitrite, tradizionalmente attribuito a Benvenuto Cellini, in realt lavoro manieristico, e un boccale, di stile diverso, probabilmente di argentiere sardo; un calice del sec. XV; un ostensorio dorato, eseguito dallorafo Carlo Cahier (1818), donato alla cattedrale da Luigi XVIII. Nelle vetrine disposte lungo le pareti, preziosi parati sacri dei sec. XVII e XVIII, tra i quali, di notevole interesse, una pianeta del sec. XVI, che si vuole portata al Concilio di Trento dallarcivescovo di Cagliari Antonio Parragues; una dalmatica e altre reliquie di vesti del sec. XII, in cui la tradizione indica invece i parati indossati dalla salma di S. Agostino, che sarebbero stati trattenuti a Cagliari quando, nel 721, la salma venne da Liutprando trasportata a Pavia. Il presbiterio, recinto da una seicentesca balaustrata marmorea, adorno di alcuni preziosi arredi barocchi: due grandi candelabri in argento di gusto spagnolo; un maestoso tabernacolo pure in argento di officina sarda, del 1610; un pregevole paliotto sbalzato di argentiere spagnolo, del 1655; una lampada pensile in argento del cagliaritano Giovanni Mameli, del 1602. Attraverso le porticine che si aprono ai lati dellaltare maggiore si scende al SANTUARIO, ricavato nella roccia e formato da tre cappelle, alle cui pareti, rivestite di marmi intarsiati, sono le urne che accolgono le reliquie un tempo ritenute di martiri del cristianesimo primitivo, asportate dalla necropoli pagano-cristiana presso la chiesa di S. Saturno. La volta dellambiente centrale decorata da 584 rosoni, raffinato esempio di decorativismo barocco; al sommo della scalea di accesso, il mausoleo dellarcivescovo Francesco Desquivel (morto nel 1624), che provvide alla sistemazione del santuario; allaltare, statua della Madonna col Bambino in marmo policromo, di scuola gaginiana. Ai lati si trovano due cappelle a pianta quadrata, in cui sotto gli stucchi barocchi, gli intarsi marmorei e i frammenti romani si possono riconoscere le volte nervate di epoca aragonese; in quella di sin., dedicata a S. Saturnino, notevole una fronte di sarcofago romano; di fronte allaltare, tomba di Carlo Emanuele di Savoia (morto a Cagliari nel 1799), opera del sassarese Antonio Cano. Nella cappella di d., dedicata a S. Lucifero, mausoleo di Giuseppina Maria Luisa di Savoia, sorella di Carlo Felice (morta nel 1810), di Andrea Galassi. Nel braccio sin. del transetto si apre una cappelletta a pianta rettangolare con bifora, appartenente alla primitiva costruzione pisana; sotto la mensa dellaltare, un frammento di leggio dambone, attribuito a Guido da Como (XIII sec.). Alla parete di fondo del transetto addossato lo scenografico decoratissimo mausoleo di Martino II dAragona, morto nel 1409, opera del genovese Giulio Aprile (1676). Di qualche interesse, nella 2 cappella della navata sin., un Martirio di S. Barbara di pittore napoletano del 700.

Alla d. della Cattedrale, subito allinizio della via Duomo, si trova la sconsacrata chiesa della Speranza, gi sede dello Stamento militare e canonica del Duomo; mantiene limpianto aragonese ad aula unica con tre cappelle comunicanti lungo il lato d. e le strutture della copertura a volte a crociera costolonate. 151

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Disposto perpendicolarmente alla facciata della Cattedrale il Palazzo di Citt che, pur risalendo probabilmente a un impianto pisano, si presenta attualmente in forme settecentesche. Sede fin dal XVI sec. dello Stamento reale, poi palazzo municipale fino ai primi del 900, fu adibito a Conservatorio di musica quando venne edificato lattuale Palazzo Comunale in via Roma. Percorso il passaggio tra la Cattedrale e la chiesa della Speranza si imbocca la via del Fossario, parzialmente coperta, che nellultimo tratto corre sulle mura e poi sul bastione di S. Caterina, da cui si pu cogliere una vista ad ampio raggio che si fa pi vasta quando, discesa una scalinata, si raggiunge la terrazza Umberto I (v. pag. 132). Scendendo lungo la via Mario De Candia, sulla d. il palazzo Boyl (1840) ingloba alcuni resti della torre dellAquila, una delle grandi torri pisane di cui rimane inalterata la porta, punto di confluenza meridionale della viabilit del fuso del Castello.
Dopo averla sottopassata, subito a sin. si apre il grande portale barocco, costruito nel 1622, del modesto palazzo Zappata (gi Brondo), utilizzato pi tardi come ingresso al Teatro Civico, unico esemplare in marmo nella dimessa edilizia privata cagliaritana.

Ex Seminario Tridentino e Universit. Dalla via De Candia si stacca la via dellUniversit, che lascia dapprima a d. il Teatro Civico, di impianto piemontese modificato da Gaetano Cima nella seconda met dellOttocento, e raggiunge quindi il grande complesso barocco di epoca piemontese comprendente lex Seminario Tridentino e lUniversit, in parte sovrapposto al bastione del Balice; edificato in due momenti distinti su progetti dellarch. Saverio Belgrano di Famolasco, il grande blocco presenta forti caratteri di omogeneit nellimpianto regolare articolato attorno a cortili interni. Nel palazzo del Rettorato dellUniversit ospitata la Collezione Sarda Luigi Piloni (t. 0706752428), che raccoglie stampe, acquerelli e tempere riguardanti la Sardegna.
Il palazzo dellex Seminario (N. 28), edificato nel 1778 su progetto del Belgrano, si affianc senza soluzione di continuit al palazzo dellUniversit (N. 40), inaugurato nel 1769 come definitiva sistemazione del complesso di epoca spagnola. LUniversit, fondata nel 1606 da papa Paolo V e approvata da Filippo IV nel 1620, comprende attualmente le Facolt di Giurisprudenza, Lettere, Filosofia, Scienze della formazione, Medicina e Chirurgia, Scienze matematiche, fisiche e naturali, Farmacia, Ingegneria, Architettura, Economia e Commercio. La BIBLIOTECA UNIVERSITARIA, istituita nel 1792, possiede, fra le opere pi pregevoli, 370 volumi manoscritti; c. 700 codici manoscritti; 238 incunaboli; 5284 cinquecentine; c. 5000 lettere autografe; un ricchissimo fondo di opere dei secc. XVI-XVII di particolare interesse per lispanistica; della Biblioteca fa anche parte il Fondo Stampe A. Marongiu Pernis, che dispone di materiale catalogato e consultabile.

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1.1 CAGLIARI

Torre dellElefante. Al termine della via Universit, sulla d. si alza limponente torre dellElefante (t. 07041108), costruita nel 1307 in forme analoghe a quella di S. Pancrazio (v. pag. 133) dal medesimo maestro Giovanni Capula, ricordato da unepigrafe posta sulla base; il nome le derivato dal piccolo elefante in calcare inserito su una mensola a c. 10 m daltezza nel lato che guarda la via dellUniversit. Sottopassata la porta, che reca ancora gli antichi meccanismi di chiusura, si trova a d. la chiesa di S. Giuseppe, costruita nel 1641 dagli Scolopi secondo una tipologia planimetrica riferibile agli schemi controriformistici (aula unica con cappelle laterali e copertura a botte); possiede pregevoli dipinti raffiguranti una Sacra Famiglia di Sebastiano Conca e una Nativit attribuita a Pompeo Batoni. Di fronte alla chiesa di S. Giuseppe parte la via S. Croce che, superato a d. un lotto di case a schiera di matrice medievale, corre sullomonimo bastione, affacciandosi sui quartieri occidentali e, a distanza, sul porto e sullo stagno di S. Gilla. Chiesa di S. Croce. A d., nella minuscola omonima piazza, prospetta la chiesa di S. Croce con annesso convento; fondata nel 1661 dai Gesuiti (probabilmente sulle rovine della sinagoga abbattuta dopo leditto del 1492 che cacci da Cagliari gli Ebrei), presenta, analogamente a S. Giuseppe, uno schema planimetrico di tipo controriformistico; nella sagrestia e nellantisagrestia dieci tele di scuola spagnola del XVIII sec. illustrano episodi della vita di S. Francesco Saverio.
La via S. Croce contribuisce a definire uno dei nodi urbanistici pi complessi del Castello, in cui si innestano elementi a corte centrale ed elementi monumentali compatti di epoche diverse, connessi da passaggi coperti e raccordati da rampe alle diverse quote delle vie daccesso.

Il passaggio coperto che si incontra proseguendo in salita, collega il corpo conventuale di S. Croce (a d.) con le caserme piemontesi poste direttamente sui bastioni (a sin.); seguendo la curva della strada si raggiunge la scalinata ai cui piedi prospetta la chiesa di S. Maria del Sacro Monte di Piet, di impianto aragonese tardo (1591), caratterizzato da ununica aula a due campate con volte a crociera, capilla mayor con volta stellare e cupola ottagonale impostata su raccordi gotici.
Proseguendo in discesa oltre la chiesa di S. Maria del Sacro Monte di Piet, si attraversa un passaggio coperto da volte a crociera, che collega il retro del corpo conventuale di S. Croce allex palazzo della Corte dAppello; il passaggio fu realizzato probabilmente nel 1796, allorch, adibito il convento a stamperia reale, si tent di omogeneizzare le strutture del chiostro di S. Croce (a d.) con il complesso tardobarocco dellex Corte dAppello; del palazzo, oggi adibito a istituto universitario, pu essere interessante osservare il portale e latrio dingresso, da cui emergono dettagli riferibili a modelli piemontesi.

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Chiesa della Purissima. Ripercorsa la scalinata si piega a d. in via dei Genovesi; risalito quindi il vico Martini, si prende a sin. la via Lamarmora, nota un tempo, in questo tratto, come contrada della Purissima, dallantico omonimo complesso conventuale che si raggiunge in breve; preceduta da piccolo atrio, la chiesa della Purissima rappresenta uno dei pi interessanti e raffinati esempi di architettura gotico-aragonese per lomogeneit stilistica del disegno planimetrico e dellarticolazione spaziale.
Alla chiesa, eretta per volont della nobile cagliaritana Gerolama Rams nel 1554, si accede attraverso un semplice portale gotico posto sul fianco; linterno presenta ununica navata di due campate gotiche, con cappelle su entrambi i lati aperte da arcate ogivali e, invece dellabside, capilla mayor con volta stellare. Tra le varie opere e oggetti che vi si conservano, sono degni di particolare interesse: un Crocifisso ligneo di scuola sarda del 500, derivato da quello dolens di S. Francesco di Oristano, ma pi vicino a modelli rinascimentali; nella 1 cappella d., un trittico con tre santi, Annunciazione, Piet fra i Ss. Pietro e Paolo di Antioco Casula (1593); allaltar maggiore, una grande ancona lignea di intagliatori locali del 700; sul lato sin., nella 2a cappella, un piccolo organo del 1758 e, nella 1, una tavola di Lorenzo Cavaro raffigurante S. Girolamo.

Dalla chiesa, ripercorrendo in discesa tutta la via Lamarmora (anticamente ruga Mercatorum e poi via Dritta), si pu notare la tipica trama edilizia del Castello, costituita dallalternanza di edifici di serie con palazzi e unit complesse, il cui carattere affidato pi al dettaglio architettonico (soprattutto portali e balconi in ferro, presenti in uninesauribile variazione su alcuni modelli di base), che a elementi prospettici complessivi. I caratteri espressivi e limmagine stessa del tessuto urbano del Castello si ritrovano anche percorrendo le parallele vie dei Genovesi e Canelles; le tre direttrici convergono in discesa alla porta della torre dellAquila (v. pag. 152), oltre la quale, percorrendo nuovamente a sin. la via De Candia che si snoda fino alla porta dei Leoni (cosiddetta da due protomi leonine romaniche sulla fronte esterna), si esce verso il quartiere Marina.

Il quartiere Marina
Si suppone che il pi antico insediamento storico nellarea occupata dal quartiere Marina (circoscritta dalle vie Roma, Regina Margherita, Manno e dal largo Carlo Felice) sia stato un castrum romano fortificato, a diretto contatto col porto militare, di cui conserverebbe ancora il tipico tracciato a maglia ortogonale. Lurbanizzazione della zona, anticamente definita Lapola, dovrebbe essere molto precoce rispetto ad altre aree della citt, se gi in epoca pisana documentata lesistenza di numerosi

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1.1 CAGLIARI insediamenti religiosi; sicuramente racchiusa nel XIV sec. da mura e bastioni che ne definiscono il perimetro quadrangolare, non viene mai considerata nei documenti pisani come appendice del Castello, bens sua parte integrante, essendo fin dalle origini rigidamente controllate dai consoli pisani le attivit commerciali esercitate grazie allaffaccio sullarea portuale. Alla fine del XVI sec. il costruito gi saldava i quattro lati del quartiere, il cui ruolo specificamente rivolto alle attivit mercantili favoriva insediamenti esclusivi del ceto commerciale e marinaro e ad esso funzionali (fondachi, magazzini). Ledilizia si qualifica per una tipologia prevalentemente di serie, distinta solo da dettagli di facciata di maniera artigianale, in cui si inseriscono frequenti insediamenti monastici, i pi antichi dei quali da tempo distrutti. Litinerario conduce a visitare tutti i principali monumenti sopravvissuti: nelle chiese di S. Eulalia e di S. Sepolcro permangono le strutture di origine catalana, mentre nel S. Agostino la fondazione aragonese scomparsa sotto la ricostruzione tardorinascimentale, peraltro di alta qualit; gli altri complessi rimasti sono edificazioni sei-settecentesche: le chiese di S. Antonio Abate e di S. Rosalia e lex convento di S. Teresa. Il breve percorso pedonale che viene consigliato pu essere coperto, comprendendo anche le soste negli edifici religiosi descritti, in circa due ore.

Usciti dal quartiere Castello attraverso la porta dei Leoni (v. pag. 154), si scende a sin. lungo la via Mazzini, al termine della quale confluisce da d. la via Manno, tradizionalmente una delle pi frequentate e vivaci arterie commerciali di Cagliari. Il tracciato dellantica strada, detta popolarmente sa Costa, segue le curve orografiche delle pendici del Castello, lungo una linea parallela al lato sud-occidentale delle mura che terminava alla porta di Stampace. Circa a met della discesa, lungo il lato d. riconoscibile il monastero delle Monache Cappuccine (costruito intorno al 1703), dotato di chiesa conventuale (raggiungibile salendo la ripida scalinata che fronteggia il lato d. delledificio), dalla modesta facciata e semplice interno a navata unica. Chiesa di S. Antonio Abate. Quasi di fronte al monastero, sul lato sin. della via Manno, linteressante chiesa di S. Antonio Abate dal portale barocco e interno a pianta ottagonale con cappelle radiali.
Probabilmente edificata su una chiesa di origine pisana, fu consacrata nel 1723; conserva alcuni importanti dipinti, tra i quali una pala del 500 raffigurante la Madonna dItria, attribuita a Ursino Bonocore, cinque tele (in sagrestia) attribuite a Giacomo Altomonte, e una singolare scultura lignea policroma, raffigurante S. Antonio abate, di incerta datazione; altri dipinti sono custoditi nella sala dellarciconfraternita.

Fino alla prima met dellOttocento la chiesa era annessa al vecchio ospedale, ora scomparso, della cui presenza rimane testi155

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

monianza nel nome della strada coperta (via Ospedale) che scende a sinistra; percorrendola si incontra loriginario ingresso che si apriva lungo il lato minore della chiesa di S. Sepolcro, sostituito poi da un prospetto moderno affacciato sulladiacente piazza, un tempo area cemeteriale annessa alla chiesa.
Nellimpianto planimetrico della chiesa, si riconoscono le due fasi costruttive delledificio, inizialmente fondato sii modelli gotico-catalani (unica aula rettangolare con capilla mayor), successivamente ampliato con la grande cappella barocca che si apre nella navata a sin.; lambiente, edificato intorno al 1686 dal vicer Lopez de Ayala, a pianta ottagonale e copertura a cupola, adorno di un altare dorato tra i pi complessi delle chiese sarde.

S. Teresa. Dallo spazio antistante a S. Sepolcro, la via Dettori conduce, nellomonima piazza, al complesso gesuitico di S. Teresa, edificato in forme barocche nel 1691. La chiesa, dal 1950 trasformata in auditorium, mantiene solo nella facciata, spartita da lesene e con coronamento curvilineo, il carattere originario, mentre lex convento, sede di un liceo artistico, conserva anche nellinterno limpianto e le strutture primitivi. Dalla piazza si dirama la via S. Eulalia, che si allarga profondamente a sin. per ospitare la chiesa di S. Eulalia (vedi Appendice pag. 668), caratterizzata dalle strutture gotiche, di derivazione barcellonese, della navata e delle cappelle; nella prima a d. posto un mausoleo marmoreo di forme rococ, dedicato al benefattore napoletano A.M. Coppola. Chiesa di S. Agostino. Percorrendo la via Sicilia (che parte perpendicolarmente alla facciata di S. Eulalia) si incrocia, al suo termine, la via Baylle; volgendo a d., subito prospetta la facciata della chiesa di S. Agostino, considerata, per i caratteri architettonici che evidenzia, la pi rinascimentale delle chiese sarde.
Edificata nel 1580 su progetto che vide la collaborazione di Giorgio Palearo detto Fratino, si contraddistingue per la classica spazialit definita dallimpianto a croce greca, con bracci voltati a botte e cupola centrale, in cui lunico elemento gotico rappresentato dallarcone ribassato che sovrasta lingresso. Alla chiesa appartengono alcune interessanti opere darte, fra cui due altari lignei intagliati e dipinti del XVIII sec. e alcune tele. Scavi hanno riportato alla luce reperti romani e tardoantichi, che sembrano ricollegare tutta larea a una complessa struttura termale.

Unimmagine complessiva e sintetica dei valori urbanistici e ambientali tipici del quartiere Marina si pu percepire ripercorrendo dalla chiesa di S. Agostino la via Baylle fino allincrocio con la via Sardegna, che si prende a sin., e proseguendo quindi lungo le vie Concezione, Collegio e Principe Amedeo; questultima, a d., conduce alla 156

1.1 CAGLIARI

chiesa conventuale dei Frati Minori di S. Rosalia, con prospetto tardobarocco affacciato sulla via Torino; linterno, dal tradizionale impianto a unica navata con cappelle laterali, custodisce allaltare maggiore il corpo di S. Salvatore da Horta e nel retrosagrestia una tavola raffigurante lAddolorata, attribuita a Michele Cavaro. Al culmine della via Torino, litinerario circolare del quartiere Marina si conclude raggiungendo la piazza Costituzione (v. pag. 132).

Il quartiere Stampace
Il quartiere Stampace, insieme a quello di Villanova, costituisce uno dei due storici borghi residenziali, aggregati al centro politico-religioso-economico rappresentato dai rioni Castello e Marina. Disteso ai piedi del costone occidentale della collina del Castello, presenta ancora intatta, nel nucleo pi antico, la conformazione urbanistica medievale, addensata lungo direttrici parallele orientate da N a S. Il momento pi significativo dellitinerario, sotto il profilo storico-artistico, rappresentato dalla visita alla chiesa di S. Michele, monumento che esprime in modi di alta qualit formale gli orientamenti culturali gesuitici; di un certo interesse sotto laspetto archeologico la lunga diversione proposta nella seconda parte del percorso, che conduce a visitare alcuni tra gli episodi pi esemplari delle civilt punica e romana presenti a Cagliari. Mentre per questo tratto senzaltro consigliabile luso di mezzi di trasporto, si suggerisce di procedere a piedi lungo litinerario principale, che per la sua relativa brevit pu essere coperto in circa unora e mezza.

Chiesa di S. Anna. Dallestremit alta della piazza Yenne (v. pag. 136) si segue verso O la via Azuni, una delle pi popolari del quartiere, dove fino al secolo scorso si svolgevano corse a cavallo. Allinizio, a d., sorge su ampia scalinata la chiesa di S. Anna, edificata tra il 1785 e il 1817 su iniziativa dellarcivescovo Domenico Melano; rovinata dai bombardamenti nel 1943, fu ricostruita fedelmente e costituisce grazie alle sue forme scenografiche un elemento emergente del quartiere. Il carattere tardobarocco di tipologia schiettamente piemontese si esprime nella facciata curvilinea a due ordini corinzi, sormontata da timpano e due campanili, e nellinterno ellittico a una navata con transetto e cappelle laterali, coperto da due cupole. Chiesa di S. Michele. La via Azuni termina di fronte al prospetto della chiesa di S. Michele (t. 070658626), ornato da motivi decorativi tipici del barocco spagnolo e aperto in basso da un portico in calcare. Nellatrio che conduce allingresso posto il pergamo detto di Carlo V, del XVI sec. (appartenuto alla distrutta chiesa di S. Francesco di Stampace). La chiesa, edificata dai Gesuiti nella seconda met del XVII sec., rappresenta un esempio di edificio barocco tra i pi interessanti della Sardegna, ove architettura, decorazione e arredo costituiscono un insieme di grande armoniosit.
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1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI I caratteri di omogeneit dello spazio interno (pianta ottagona con cappelle radiali e copertura a cupola) sono accentuati dalla fitta trama delle decorazioni marmoree e lignee, opera di artigiani locali; notevoli soprattutto gli intagli della tribuna (per i quali diffusa lattribuzione a Baldassarre Romero) e la statua seicentesca di S. Michele allaltare maggiore. La SAGRESTIA, che per gli stucchi e gli intagli uno degli esempi pi raffinati di rococ di tutta lisola, fu affrescata da Giacomo Altomonte e decorata da dipinti del napoletano Domenico Colombino; nellantisagrestia sono conservate, entro vetrine, sei statue lignee policrome settecentesche del sardo Giuseppe Antonio Lonis, e pregevoli tele pure del XVIII secolo.

Chiesa di S. Efisio. A sin. della chiesa, la porta S. Michele, sormontata dalla torre di modello toscano edificata nel 1293, che costituisce lultimo avanzo del sistema difensivo del quartiere e insieme il pi antico elemento fortificato pisano. Prendendo a d. la ripida via Ospedale si giunge allOspedale Civile, imponente complesso neoclassico terminato nel 1858, che presenta una facciata di ordine dorico fuori scala sotto il profilo dimensionale e stilistico rispetto alla trama urbana del quartiere; limpianto planimetrico a raggiera con cortili interni dovuto al progetto di Gaetano Cima. Imboccata di fronte allOspedale la via S. Giorgio e discesa una scalinata, si segue a d. la via S. Restituta, che raggiunge in breve, attraverso un vicolo a sin., la chiesa di S. Efisio, legata secondo la tradizione al luogo della carcerazione del santo; ledificio attuale, privo di particolare carattere, risale al 1780 e si ricorda soprattutto come punto di partenza della famosa Sagra di S. Efisio, una delle feste tradizionali di Cagliari, istituita per la cessazione della peste del 1656 e tuttora celebrata ogni anno dal 1 al 4 maggio. Sagra di S. Efisio. Il primo giorno il simulacro del santo, che qui si conserva, viene trasportato nella chiesetta pure a lui intitolata, presso le rovine di Nora (v. pag. 179), ove la tradizione vuole che egli abbia subito il martirio. Il corteo che accompagna la statua del santo composto dai miliziani a cavallo coi loro storici costumi, dai Campidanesi, dalla guardiania, dal clero, dallalternos che rappresenta il Comune di Cagliari e in altri tempi rappresentava il vicer, da delegazioni dei Comuni sardi e da pellegrini provenienti da tutta lisola nei costumi tradizionali. Il corteo sosta la notte a Sarrch e giunge il 2 alla chiesa presso Nora, ove il giorno successivo si celebrano solenni funzioni, per riprendere la via di Cagliari il giorno 4.
Imboccata verso S la via S. Efisio, dopo breve tratto si incontra a d. la chiesa di S. Restituta, che prospetta sullomonima piccola piazza; la chiesa, dimpianto tardocinquecentesco, presenta allinterno accenni di un formulario decorativo manieristico e nella cripta pochi lacerti di affreschi bizantineggianti restaurati, probabilmente databili al XII-XIII secolo. 158

1.1 CAGLIARI

Fiancheggiando ladiacente chiesa di S. Anna (v. pag. 157), si ritorna nella via Azuni, ripercorrendola fino alla piazza Yenne; quindi si scende lungo il lato occidentale della piazza per raggiungere limbocco del corso Vittorio Emanuele, antica arteria di uscita dalla citt in direzione ovest.
Al N. 56, allinterno della tipografia Granero, si trovano avanzi delle strutture quattrocentesche gotico-aragonesi che furono del chiostro di S. Francesco di Stampace, chiesa gi appartenuta ai Frati Minori Conventuali, demolita dopo un incendio nel 1872, dalla quale proviene la maggior parte dei dipinti oggi custoditi nella Pinacoteca Nazionale (v. pag, 148).

Scavi archeologici. Proseguendo lungo il corso verso la periferia O della citt, possibile visitare, in distinte aree archeologiche, alcune testimonianze di un certo interesse, risalenti a diverse fasi della preistoria e della storia antica di Cagliari. Dapprima si incontra a d. la via Tigellio, nella quale visibile il complesso edilizio noto come Villa di Tigellio, sebbene la relazione con il musico sardo del I sec. a.C., amico di Cesare e Cleopatra, non sia assolutamente dimostrabile anche per motivi strettamente cronologici. Si tratta in realt di tre domus (abitazioni signorili) urbane, articolate ciascuna in un atrio tetrastilo con impluvium, un tablinum dotato di vani laterali, e ambienti di servizio nella parte retrostante. Le domus risalgono al I sec. d.C., con varie ristrutturazioni fino al IV secolo. Il corso Vittorio Emanuele prende il nome di viale Trento (vedi Appendice pag. 668) e confluisce nella via S. Avendrace; sulla d., dopo il N. 81, attraverso un cancello si vede una grande tomba scavata nel calcare, detta la Grotta della Vipera, dalla decorazione architettonica del frontone con due serpenti (t. 07041108). La tomba aveva in origine la forma di un colombario, preceduto da un atrio, con colonne ora mancanti. la tomba di Atilia Pomptilia, il cui pregio viene dalle belle iscrizioni poetiche latine e greche con le quali Cassio Filippo, esiliato a Cagliari, volle eternare la devozione della compagna che si profferse agli Dei per liberarlo dalle insidie di un morbo. Proseguendo ancora lungo il viale, si vedono altre tombe romane e cristiane in roccia. La via Falzarego, che si stacca a d., porta alla parte recintata della necropoli punica occidentale di Kralis, nota fin dal sec. XVII, scavata a partire dal secolo scorso, comprendente centinaia di tombe. Le sepolture sono, prevalentemente, del tipo a camera ipogeica accessibile mediante un pozzo rettangolare o trapezoidale; lingresso alla cella funeraria era chiuso da lastroni di breccia conchiglifera. In varie tombe sono presenti decorazioni a rilievo o pittoriche; tra queste ultime sono notevoli la *tomba del guerriero (scavata nel 1971) e la *tomba dellUreo (scavata nel 1981), uno dei migliori esempi di pittura funeraria punica. I corredi funerari sono scaglionati tra la seconda met del VI sec. a.C. (coppia ionica del 580-540 a.C.) e il principio dellet repubblicana, e comprendono ceramiche puniche e attiche, scarabei, amuleti, oreficerie, rasoi in bronzo, numerose uova di struzzo dipinte eccetera.
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1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

Il corso Vittorio Emanuele delimita larea su cui si attestato lo sviluppo ottocentesco del quartiere, la cui diversit di impianto rispetto alla zona a monte evidenziata dalla presenza di compatti blocchi edilizi su una trama viaria ortogonale, articolata attorno allampia rettangolare piazza del Carmine, che si raggiunge dal corso seguendo in direzione SO la via Sassari.
Tra i palazzi dalle caratteristiche tipologiche omogenee che vi prospettano, si ricorda quello delle Poste e Telegrafi, presso il quale diverse campagne di scavo succedutesi negli anni 30 hanno riportato alla luce un importante tempio tetrastilo, orientato da N-NE a S-SO, preceduto da una cavea teatrale e inserito in unamplissima recinzione (lintera area non pi visibile). Il materiale recuperato comprende ceramica a vernice nera, iberica, terrecotte figurate (Vittoria con trofeo, teste muliebri, matrici ecc.), statue in marmo (tra cui un personaggio loricato databile tra il 30 e il 10 a.C.).

Chiesa del Carmine. Allinizio del viale Trieste, che parte dal lato O della piazza, si trova la chiesa del Carmine, ricostruita in forme banalmente moderne sul luogo in cui sorgeva la chiesa cinquecentesca distrutta dai bombardamenti del 1943, decorata allinterno da mosaici di Aligi Sassu. La via Maddalena, tangente al lato occidentale della piazza, scendendo verso la Stazione ferroviaria, confluisce nella via Roma (v. pag. 130), margine inferiore dellespansione ottocentesca del quartiere Stampace, lungo la quale, a sin., termina litinerario.

Il quartiere Villanova
Il nucleo pi antico del quartiere Villanova, avente come punti estremi limbocco della via S. Giovanni a S, la chiesa di S. Cesello a N, il complesso conventuale di S. Domenico a E (a O tangente il piede della collina del Castello), presenta caratteri di spiccata omogeneit che ripropongono, quanto alla dimensione delledilizia e al ritmo dei prospetti, la matrice medievale. Se queste peculiarit si sono conservate in modo leggibile le espansioni moderne e contemporanee essendosi allargate ai margini del rione altrettanto ben espresse sono le qualit ambientali emergenti dal paesaggio urbano di Villanova, che mantiene la sua tradizionale antica vocazione artigiana e residenziale. Lungo la prima parte del percorso qui proposto, che segue un andamento circolare con punto di partenza e arrivo nella piazza Costituzione, da ricordare, oltre ai gi detti edifici di interesse storico-monumentale, il complesso religioso situato nella piazza S. Giacomo; litinerario si prolunga poi al di fuori dei confini storici di Villanova, per raggiungere il monumento pi significativo della Cagliari altomedievale, la chiesa di S. Saturno. Complessivamente il percorso pedonale e la visita alle testimonianze pi interessanti richiedono circa due ore, tempo riducibile se per gli spostamenti si faccia uso di mezzi di trasporto.

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1.1 CAGLIARI

Litinerario ha inizio dalla piazza Costituzione (v. pag. 132), comunicante verso N con la piazza Marghinotti, da cui si diparte a d. la via S. Giovanni, che costituisce, insieme alle parallele vie Piccioni, S. Giacomo e S. Domenico, raccordate da brevi tronchi o rampe, una delle direttrici di attraversamento che definiscono la struttura fusiforme del quartiere; lininterrotta sequenza delle unit edilizie a schiera di matrice medievale, che si sviluppa lungo il lato sin. della strada, esemplifica visibilmente i caratteri peculiari dellarchitettura civile di Villanova. A met circa della via, si incontra sulla d. la chiesa di S. Giovanni, dal semplice impianto risalente al XVII sec., degna di nota soprattutto come punto di partenza della pi caratteristica processione del Venerd Santo di Cagliari. Pi avanti la piccola chiesa di S. Cesello conclude a N larea di urbanizzazione medievale; edificata nel 1702 dalla compagnia degli scaricatori del vino (come ricorda una lapide in facciata), conserva, nellinterno ad aula unica, un retablo ligneo ove sono inseriti due dipinti di buona maniera che rappresentano il martirio di S. Cesello presso la porta Cavana. La raffigurazione settecentesca testimonia lesistenza della porta, di cui non resta traccia, che sorgeva in prossimit della chiesa, punto nodale della viabilit medievale di Villanova.
Dallo slargo di S. Cesello si stacca verso N, nellarea che corrisponde allespansione post-medievale e ottocentesca del quartiere, la via S. Mauro, allinizio della quale si incontra a d. la chiesa di S. Mauro, con attiguo convento, dei Frati Minori Francescani, il cui impianto risalente al sec. XVII presenta lineamenti di un barocco provinciale privo di contenuti originali.

S. Domenico. Di fronte alla chiesa di S. Cesello scende in direzione SE la via S. Giacomo, fino alla piazza che prende il nome dal complesso conventuale di S. Domenico, il pi importante episodio di architettura gotico-aragonese della citt.
Fondato nel 1254 da fra Nicol Fortiguerra da Siena, che vi insedi la prima comunit domenicana in Sardegna, probabilmente su una preesistente abbazia benedettina, e rinnovato a pi riprese nel XV e XVI sec., sub gravi danneggiamenti nel corso dellultimo conflitto, in gran parte riparati da opere di restauro.

Sul lato meridionale della piazza, si pu visitare quanto rimasto degli antichi edifici, situati a un livello inferiore dellattuale piano stradale, anzitutto il CHIOSTRO (scampato alla distruzione eccetto il lato N), i cui lati S e O conservano pregevolissime strutture tardogotiche nelle crociere ornate di gemme e peducci 161

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

di elegante intaglio, mentre il lato E, conseguente a un intervento del 1598 dovuto alla munificenza di Filippo II, mostra deboli e approssimative forme rinascimentali. Adiacente al chiostro si trova ledificio ampiamente reintegrato della CHIESA antica, appartenente alla pi tipica architettura gotico-catalana; delle strutture quattrocentesche sono andate distrutte le volte stellari, mentre si sono conservate e sono state restaurate le parti inferiori, consistenti nellunica navata con cappelle laterali. Fra queste, di particolare interesse e quasi intatta, la grande cappella del Rosario (la 5a a sin.), eretta intorno al 1580 dai maestri sardi Gaspare e Michele Barrai, con cupola ottagonale su scuffie, originale innesto di forme rinascimentali su maniere gotico-aragonesi; vi si conserva la bandiera degli archibugieri sardi che presero parte alla battaglia di Lpanto.
Lantica monumentale chiesa attualmente funge da cripta della sovrapposta chiesa moderna, edificio del 1953 decorato da pale in ceramica disegnate da artisti contemporanei (Marcello Fantoni, Felice Casorati, Francesco Menzio).

Chiesa di S. Giacomo. Proseguendo lungo la via S. Domenico, che sul lato d. presenta caratteristiche edilizie simili nei ritmi e nelle tipologie alla via S. Giovanni, si giunge in piazza S. Giacomo, dove prospetta un interessante complesso religioso costituito da tre unit contigue: la chiesa di S. Giacomo, loratorio del Crocifisso e quello delle Anime. La chiesa di S. Giacomo, costruita nel suo impianto originario fra il 1438 e il 1442, presenta ancora numerosi elementi riconducibili a modelli gotico-catalani, sia nel campanile a canna quadra, che inaugura una tipologia in seguito assai diffusa; sia, allinterno, nellimpianto planimetrico a navata unica contraffortata da cappelle laterali; sia ancora nelle coperture, con volte stellari nella capilla mayor e nella 5 a d., e a vela in altre cappelle; sovrapposizioni di epoca barocca sono invece la volta a botte della navata e due cappelle laterali (la 2a d. e la 3 sin.) a cupola. Due orator. Alla d. di S. Giacomo, in area gi cemeteriale appartenente alla chiesa, fu eretto alla fine dellOttocento loratorio delle Anime, con semplice prospetto dal terminale piano e due portali; al modesto impianto planimetrico si accompagna un arredo ligneo e marmoreo di decorosa qualit artigianale, dovuto a maestranze locali che filtrano modelli di pi alto livello. Il contiguo oratorio del Crocifisso, sede dellomonima confraternita, edificato nel 1665-67, mostra una facciata pi adorna, tripartita verticalmente da paraste corinzie e orizzontalmente da una fascia a motivi naturalistici; caratteristico il coronamento a lucerna di carabiniere. Linterno, ad aula semplice voltata a botte, conserva una serie di statue lignee raffiguranti i Misteri della Passione, opera di Giuseppe Antonio Lonis (1758), e un retablo pure ligneo, settecentesco.
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1.1 CAGLIARI

Dalla piazza S. Giacomo, continuando per la via Sulis, si sbocca nuovamente nella piazza Costituzione, da dove, a sin., parte la via Garibaldi, importante arteria dallo spiccato carattere commerciale, un tempo margine orientale del quartiere Villanova.
Lungo il lato sin. sono presenti, pur soffocati da inserti recenti, i tratti caratteristici delledilizia medievale, mentre sulla d. si sviluppata lespansione ottocentesca, ormai snaturata da interventi sostitutivi. La via termina nella piazza Garibaldi, importante incrocio della viabilit moderna da cui parte la via Paoli, che continua col nome di via S. Benedetto attraverso il quartiere residenziale che ha preso il nome dalla chiesa seicentesca di S. Benedetto, posta allangolo con la via Verdi; ledificio, dalla semplice facciata decorata con motivi tardogotici, conserva allinterno dipinti di qualche pregio.

Chiesa di S. Saturno. Dal tratto iniziale della via Garibaldi, si segue a d. la via S. Lucifero, lungo la quale, superato lincrocio con la via Sonnino, a d. riconoscibile il Mattatoio Comunale, complesso edificato nel 1845 su progetto di Carlo Barabino, decorato da marmi. Al termine della via, a sin., si leva lantica chiesa di S. Lucifero, che nellimpianto attuale risale al 1682; il semplice prospetto a coronamento orizzontale, spartito da paraste, inquadra un bel portale sormontato da timpano spezzato. Oltre la chiesa si apre lampia piazza S. Cosimo, sul cui lato orientale sorge entro recinto il singolare edificio della chiesa di S. Saturno (t. 070659869 - 0702010302), popolarmente detta S. Saturnino, il pi antico documento dellarchitettura paleocristiana in Sardegna e fra i pi importanti del bacino mediterraneo.
Lerrata intitolazione ai Ss. Cosma e Damiano, da cui derivato il nome della piazza, dovuta alluso che ne veniva fatto da parte dellassociazione dei Medici e Farmacisti, veneratori di questi santi, a partire dal 1714.

Linteressante costruzione consta di un corpo centrale quadrato con quattro piloni collegati da archi, sorreggenti una cupola emisferica con raccordi a scuffie, eretto nel VI sec. su un precedente martyrium del cagliaritano Saturno, martirizzato sotto Diocleziano; di un braccio terminale, a tre navate coperte da volte a botte e a crociera, costruito, sulle rovine di un altro paleocristiano, dai monaci di S. Vittore di Marsiglia tra il 1082 e il 1119, in forme tipiche del romanico primitivo, con maestranze importate dalla Provenza; di un corpo anteriore, trasformato in atrio per il crollo della volta ed egualmente costruito dai Vittorini in et romanica su fondazioni paleocristiane, che rivolge verso la piazza i due portali sormontati da ampie arcate; delle fondazioni di altri 163

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

due bracci normali a quelli descritti, forse mai portati a compimento. Nellinterno, a sin., presente la pi antica raffigurazione di S. Saturno, riprodotta in un ex voto in marmo.
Una campagna di scavo ha rimesso in luce nel 1950, nel giardino che si stende attorno e in una delle navate del braccio sin., una parte della circostante necropoli pagano-cristiana, che va dal II a tutto il V sec., con numerose tombe in diversi strati, in opera lastricata e coperte da lastroni, alcune delle quali ancora provviste del titolo funerario. Durante i lavori di restauro alla basilica si sono rinvenuti inoltre, lungo il fianco d. della chiesa, larghi tratti di pavimento musivo con vari motivi decorativi e un frammento di mosaico con iscrizione, che trovano confronti nei mosaici africani del IV secolo.

Il Santuario di Bonaria e il Poetto


Breve itinerario che conduce dapprima a visitare, in unarea di recente urbanizzazione, il Santuario di Bonaria, meta di notevole interesse storico, architettonico e religioso; uscendo poi dalla periferia orientale di Cagliari, prosegue per la localit balneare del Poetto, attraversando un territorio dove lo sfruttamento edilizio ha prodotto negli ultimi decenni trasformazioni talvolta radicali allambiente fisico, caratterizzato da emergenze collinari boscose, ampie spiagge e zone umide. Il giro, da compiersi in autovettura, misura, eccettuata la diramazione a S. Elia, km 11.3.

Santuario di Bonaria. Litinerario ha inizio dallestremit orientale dalla via Roma (v. pag. 130), che oltre il piazzale Deffenu continua nel viale Armando Diaz, arteria di scorrimento veloce che si percorre fino ai piedi del colle di Bonaria; qui si prende a sin. (via Bottego) e, allaltezza del vecchio cimitero, nel quale furono rintracciati avanzi di colombari e tombe di et romana, si sale a d. il viale Bonaria, che conduce, sulla sommit del colle, ai due edifici affiancati del Santuario e della Basilica di Bonaria (t. 070301747; www.nsdibonaria.it), alti sulla scalinata che digrada verso il mare. Il Santuario, costruito tra il 1324 e il 1326 e dedicato in origine alla SS. Trinit e a S. Maria, lunica testimonianza rimasta dellinsediamento costruito dagli Aragonesi durante lassedio di Cagliari, in contrapposizione al Castello, roccaforte dei Pisani. Limpianto gotico originario, una delle prime creazioni aragonesi in Sardegna, ristrutturato alla fine del 500, consta di una navata di sei campate divise da archi acuti con cappelle sul lato sin.; di particolare interesse la cappella absidale, ottagona, con volta ombrelliforme, su cui si imposta il massiccio campanile aragonese, che fungeva da torre di avvistamento. Il Santuario deve la sua notoriet in tutta lisola al simulacro in legno, conservato sullaltare maggiore, della Madonna di Bonaria, che la tra164

1.1 CAGLIARI

dizione dice prodigiosamente approdato sulla spiaggia sottostante nel 1370, in realt opera catalana del XV secolo.
Tra le altre opere darte conservate allinterno si ricordano, al 1 altare d., un dipinto con Madonna del cardellino, attribuito a Michele Cavaro, e nella 1 cappella sin., una tela di pittore spagnolo del 600 raffigurante una Crocifissione. Il Santuario, meta frequentata di pellegrinaggi, soprattutto da parte della gente di mare, ospita nella sagrestia una collezione di modelli di brigantini, galere, trabaccoli, maone ecc.; alle pareti, tele raffiguranti Santi Mercedari di Domenico Conti (seconda met del sec. XVII). Un piccolo MUSEO, ordinato nel locale adiacente alla sagrestia e affacciato sul chiostro del convento dei Padri Mercedari, raccoglie un cospicuo numero di ex voto, offerti nei secoli dalla devozione dei marinai.

La Basilica. La contigua grande Basilica, iniziata nel 1704 dallingegnere militare Felice De Vincenti, in forme ispirate a modelli guariniani e modificata nel 1778 dallarchitetto Giuseppe Viana, fu completata con lattuale facciata a portico nel 1954; sia nellimpianto planimetrico che nelle strutture architettoniche dellinterno, vi si riconoscono i tratti del barocco piemontese.
Facilmente raggiungibile dal colle di Bonaria la vetta del M. Urpino m 98, punto panoramico di notevole ampiezza e suggestione. Dal piazzale antistante alle due chiese, proseguendo lungo la via Milano, attraverso il moderno quartiere di Bonaria, e piegando poi a sin. nel viale della Pineta, si giunge allimbocco del viale Europa questo sale alle pendici del monte coperto di pini e ne percorre il crinale, consentendo aperture paesaggistiche su due versanti: a oriente, larco del golfo di Quartu, chiuso dal monte S. Elia, con la salina di Cagliari e lo stagno di Molentrgius; a occidente, i quartieri di S. Benedetto, Villanova e del Castello.

Ripreso il viale Diaz, si raggiunge in breve il piazzale Marco Polo, antistante allingresso del complesso fieristico, sede dellannuale Fiera Internazionale della Sardegna. Attraversato il piazzale, ci si immette mediante una rampa sulla tangenziale (via Emanuele Pessagno) in direzione SE, che con alcuni cavalcavia sorvola dapprima le aree destinate al traffico portuale dei containers, poi quelle occupate dagli impianti sportivi (stadio S. Elia, palazzetto dello Sport, eccetera) e rasenta quindi il moderno quartiere chiamato, dal nome del vicino colle, S. Elia.
Un breve tronco che si stacca dalla tangenziale a d. conduce, attraverso gli edifici prefabbricati della borgata, ai piedi del colle, presso i ruderi del Lazzaretto di epoca piemontese, ristrutturato nel 1935 in forma quadrangolare e con porticato interno. Da qui possibile salire, lungo un ripido sentiero, sulla sommit del monte S. Elia m 138, ove si trovano le rovine del forte di S. Ignazio, edificato dai Piemontesi per

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1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI proteggere lingresso nella rada di Cagliari, mentre le due torri, una pisana e laltra spagnola, sono difficilmente visibili per la presenza di vincoli militari. Il promontorio del monte S. Elia, dal caratteristico profilo formato da due eminenze separate da una depressione, detta Sella del Diavolo, fu frequentato fin dallepoca pi remota, come testimoniano i ritrovamenti eneolitici, nuragici e dellet del Ferro della grotta dei Colombi, accessibile solo dal mare.

La tangenziale confluisce nel viale S. Bartolomeo, che si percorre in direzione E; lasciata una strada a d. (km 2) per la spiaggia di Cala Mosca, ai piedi del monte S. Elia, si entra, percorrendo il viale omonimo, km 4.1, nella localit balneare del Poetto; tradizionalmente frequentato soprattutto dai Cagliaritani, il sito non presenta caratteristiche urbanistiche di particolare pregio e si segnala anzi per la disorganicit e casualit degli interventi edilizi rivolti allutilizzazione della spiaggia. Superata la diramazione a d. per Marina Piccola, dotata di porticciolo turistico, si continua nella via Lungo Saline, che si svolge tra gli insediamenti turistico-residenziali (a d.) e la salina di Cagliari (a sin.). Al termine dellabitato la strada prosegue costeggiando lampio arco sabbioso che orla il golfo di Quartu, fiancheggiata lungo il lato opposto dallo stagno omonimo, tra un alternarsi di pinete e stabilimenti balneari; lasciata a sin. la strada per Quartu SantElena (v. pag. 171), si raggiunge, km 11.3, in localit Margine Rosso, lo svincolo ove da sin. si innesta il grande raccordo cagliaritano (statale 554), mentre a d. la litoranea prosegue per Villasimus (v. pag. 173).

La conurbazione cagliaritana
Con la definizione conurbazione cagliaritana si vuole intendere linsieme degli insediamenti, oggi quasi completamente saldati alla citt, distribuiti lungo larco settentrionale dello stagno di Molentrgius, costituiti, procedendo da O a E, dagli abitati di Pirri, Monserrato, Selrgius, Quartucciu e Quartu SantElena. La loro origine antica quanto quella di Cagliari e il loro ruolo storicamente complementare a quello svolto dalla citt; mentre il capoluogo fungeva da emporio commerciale e da piazzaforte militare, i borghi periferici mantenevano il carattere di insediamenti agricoli, produttori, in condizioni subalterne, delle derrate consumate dalla citt. La fertilit dei terreni, che favoriva la coltivazione granaria, certamente esalt in epoca romana limportanza di questarea, accresciuta anche dal fatto che la vicinanza allo stagno e al mare permetteva la raccolta del sale (Selrgius deriverebbe dal latino Salarium). La penetrazione, dopo loscura vicenda altomedievale, degli ordini monastici, di cui rimangono tracce negli abitati di Selrgius (la chiesa di S. Giuliano) e di Quartu (la chiesa di S. Pietro), contribu a rafforzare la

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1.1 CAGLIARI vocazione agricola del territorio in epoca giudicale e durante la successiva dominazione pisana. Lo stabilizzarsi del dominio aragonese, favori invece dopo il 1320 il consolidarsi di questi centri in forme urbane compatte, che saranno infeudate in epoche successive a diverse famiglie spagnole. Nelle successive epoche, spagnola e piemontese, fino allabolizione dei feudi (1839), i centri vengono ad assumere la configurazione che ancora oggi si pu riscontrare: in un tessuto urbano estremamente povero sotto il profilo tipologico e materiale, il mattone di fango quasi sempre lelemento costitutivo delle murature; le emergenze caratterizzanti sono unicamente le architetture religiose, dove in molti casi si riassumono stili e motivi di epoche diverse. Nella seconda met dellOttocento il fenomeno politico-amministrativo pi importante, con il costituirsi in comuni autonomi, laccentuarsi dellindividualit di questi centri, situazione che si capovolge radicalmente in epoca fascista allorch vengono ridotti ad appendici periferiche di Cagliari. Le istanze autonomistiche hanno prevalso, tanto che, oltre a Quartu e Selrgius, hanno ottenuto lautonomia comunale anche Quartucciu e Monserrato. La ricerca di spazi da destinare allo sviluppo industriale e ai bisogni residenziali nellarea intorno a Cagliari, ha oggi fatto perdere la caratterizzazione agricola a questi insediamenti; lintero territorio diventato in epoca recente lo sfogo dellespansione edilizia del capoluogo in forme cos estese da consolidare, senza soluzione di continuit, le antiche frazioni in un continuum urbano in cui le istanze speculative hanno prevalso su quelle funzionali e formali. Oltre alla saturazione delle aree libere si assiste a un esteso fenomeno di sostituzione delle antiche tipologie, caratterizzate da un ampio cortile, sa lolla, cui si accedeva attraverso il caratteristico portale ad arco. Litinerario, circolare, di km 21.7 (carta alla pag. seguente), permette di attraversare i centri della conurbazione cagliaritana seguendo lantica strada di collegamento, lungo la quale un tempo si alternavano aree coltivate ad aree edificate. Prendendo come punto di partenza le emergenze pi caratterizzanti, costituite dagli edifici religiosi, e percorrendo a piedi le strade che vi convergono, si possono compiere brevi giri allinterno dei nuclei antichi, individuandone i caratteri originali e le peculiari tipologie edilizie.

Dalla piazza Garibaldi, v. pag. 163, attraversate le espansioni settentrionali moderne di Cagliari lungo le vie Bacaredda e Ciusa, antico tracciato di collegamento tra la citt e Pirri (statale 387), e oggi percorso urbano, giunti in prossimit dellinnesto con il tronco di raccordo (statale 131 dir.) per la circonvallazione, si scorge a distanza sulla sin., in direzione NO, il colle di S. Michele m 120, con i ruderi dellomonimo Castello eretto dai Pisani nel XIII sec.; cinto da fossato e internamente rovinato, conserva le strutture esterne, costituite da un quadrilatero con tre torri. Superato lincrocio, la strada entra, km 4.1, nella frazione Pirri m 17, col nome di via Riva Villasanta, lungo la quale, al N. 167

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

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1.1 CAGLIARI

60, una torre costruita nel 1912 in forme eclettiche segnala ledificio dellex municipio, ora sede della circoscrizione.
Linsediamento, gi esistente in et romana, allorch pare dipendesse da Kralis, appartenne in epoca giudicale alla curatoria di Civita, passando quindi ai Pisani e agli Aragonesi, sotto i quali fu concesso in feudo ai De Serra nel 1426; divenuto propriet della Corona spagnola, nei primi anni del XVIII sec. pass alla famiglia Pes, dalla quale fu riscattato nel 1839 dal Regio Fisco.

Allo sbocco nella piazza Italia, punto nodale dellaggregato urbano, si dirama a d. la via Chiesa che conduce alla settecentesca parrocchiale di S. Pietro, degna di segnalazione non tanto dal punto di vista architettonico, quanto per due interessanti dipinti su tavola (in sagrestia), una Crocifissione attribuita ad Antioco Mainas e una Madonna e S. Caterina, pregevole opera della fine del 500, molto ridipinta. 169

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

Alla sin. della piazza Italia si diparte con schema radiocentrico il sistema viario su cui si attestano le zone pi antiche del borgo e dove si trovano, alternate a interventi sostitutivi, le caratteristiche tipologie edilizie a corte, realizzate in mattoni crudi e con prospetto principale definito dal portale ad arco. Monserrato (vedi Appendice pag. 668). Proseguendo dalla piazza lungo la via Italia, superato il ponte alla cui sin. si trova la Cantina sociale di Monserrato, si entra, km 5.2, in Monserrato m 2, ab. 20 815, per la caratteristica via Zuddas, che conserva nel lato d. alcuni portali di tipo campidanese.
Di origine incerta, le sue vicende storiche furono per molti secoli comuni a quelle del vicino Pirri, finch nel 1690 fu incorporato nella contea di S. Lorenzo concessa ai Santjust, che lo tennero fino al 1839.

Parrocchiale di S. Ambrogio. La via Zuddas sbocca nello slargo su cui prospetta la parrocchiale di S. Ambrogio, al limite sud-orientale del centro storico; delloriginaria architettura gotico-catalana risalente al XV-XVI sec. conserva, in facciata, solo il portale e loculo, mentre la copertura a capanna e il prolungamento dei due contrafforti laterali nei bracci che avvolgono il sagrato, coronati da merli, sono trasformazioni seicentesche; il campanile di ispirazione neoclassica dello scorso secolo. Le strutture dellinterno, con navata principale ripartita da archi acuti in campate gotiche e il presbiterio con volta stellare, sono originali; di gusto barocco, invece, gli arredi: il fonte battesimale marmoreo con rilievi, nella 1a cappella sin.; il paliotto di marmi policromi (1705) e il grande ciborio dorato di scuola napoletana, allaltare maggiore. Selrgius. Lasciato labitato in direzione E, la via Zuddas, proseguendo col nome di via Trieste, entra, km 7.9, in Selrgius m 11 ab. 28 245.
Di probabile origine fenicia, adibito in epoca romana a deposito del sale estratto dai vicini stagni, come attesterebbe il toponimo, fu nei secoli successivi una comunit agricola di rilievo che riforniva il mercato di Cagliari; pur non raggiungendo mai un peso politico-amministrativo decisivo ebbe, nel corso del Medioevo e nellet moderna, un ruolo di netto predominio sulleconomia locale, come dimostrano alcuni documenti storici, nonch la presenza di abbazie (S. Giuliano e S. Lussorio) e il pagamento di tributi tripli rispetto ad altre ville, situazione radicalmente modificatasi dopo la Legge delle chiudende (1820).

Percorsa la via Trieste, si giunge a una confluenza ove ubicato il Municipio; a d. la via S. Lussorio conduce nella piazza su cui prospetta la parrocchiale dedicata alla Beata Vergine Assunta, di origine aragonese, situata in posizione eccentrica rispetto al nucleo antico, che sorgeva compatto sui due lati della strada maggiore per Sinnai. 170

1.1 CAGLIARI

Imboccata sul fianco sin. della chiesa la via S. Nicol, si raggiunge in breve la piccola chiesa medievale di S. Giuliano, costruita con materiale di spoglio di et romana. Quartucciu. Di ritorno alla parrocchiale, procedendo oltre il fianco d. di questa per la via Gallus, si entra direttamente in Quartucciu m 11, ab. 11 297.
Identificabile probabilmente con il Quarto suso o superiore, uno dei tre nuclei che in periodo aragonese componevano il vicino Quartu SantElena, non ebbe mai riconosciuta lautonomia; ottenutala nel 1839, allorch fu riscattato dallinfeudamento ai baroni Pes, la mantenne fino al 1928; la riacquis nel 1983.

Allinizio dellabitato si prende a sin. la via Nazionale e, giunti allincrocio con la via Quartu, si volge a d. per la piazza dove sorge la parrocchiale dedicata alla Madonna della Difesa (Sa Defensa), che conserva strutture tardogotiche del sec. XV; pur essendo in posizione centrale rispetto al nucleo storico, la piazza non ha mai raggiunto le caratteristiche di nodo urbano. Proseguendo lungo il fianco d. della chiesa, si arriva allincrocio con la via della Pace, che, a d., esce dallabitato costeggiando il cimitero (la cui chiesetta non conserva ormai alcuna traccia visibile dellorigine cinquecentesca), e termina nella via Don Minzoni. Quartu SantElena. A sin. la strada, col nome di via Brigata Sassari, superata una fornace per la produzione di laterizi e varcato un ponte, entra, km 9.9, in Quartu SantElena m 6, ab. 69 159, grosso borgo di tradizione agricola e commerciale che, nonostante lautonomia comunale, non ha mai superato la dipendenza economica e politica da Cagliari, di cui sempre stato uno dei principali fornitori di prodotti agricoli.
La sua esistenza nel periodo romano documentata da Cornelio Tacito; di chiara derivazione romana anche il toponimo, che richiama la distanza da Cagliari lungo la strada che si inoltrava nel Srrabus verso la costa orientale. Fu soggetto a molte invasioni: dai Vandali (V sec.) ai Goti (VI sec.), ai Saraceni (IX sec.). Segu poi la sorte di tutti i paesi del circondario di Cagliari, passando in propriet ai conti della Gherardesca (1298), al Comune di Pisa e agli Aragonesi (1323). Fu quindi concesso in feudo baronale ai De Sena (1426), per essere reincamerato in seguito (1491) nel patrimonio regio. Ultimi proprietari furono i Pes, ai quali fu tolto nel 1839 (anno di abolizione dei feudi). Un diploma del 1327 definisce Quartu diviso in tre parti: Quarto suso (superiore), Quarto iosso (inferiore) e Quarto dominico (demaniale). Il primo sembra potersi identificare con lodierno Quartucciu, gli altri con lattuale Quartu.

La visita alla cittadina, che sviluppa un sistema viario radiocentrico, si svolge seguendo una serie di direttrici divergenti dal 171

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

fulcro centrale, costituito dalla piazza Azuni. Raggiunta, al termine della via Brigata Sassari, la piazza, di forma irregolare e segnata da una colonna con capitello romanico sormontato da una croce gotica (sec. XV), subito a sin. si vede la chiesa medievale di S. Agata, del convento dei Cappuccini; delle originarie strutture sono visibili parti murarie lungo il fianco d. e labside quadrata, orlate di archetti pensili. Dalla piazza Azuni, allaltezza dellimbocco del viale Marconi, si stacca a sin. la via Porcu, dove al N. 271 si trova il Museo etnografico Il ciclo della vita (t. 070812462); al N. 143, ha sede la casa-museo Sa dome farra, di propriet privata (t. 070812340).
Il museo, ideato in una vecchia abitazione che mantiene le caratteristiche tipologiche dellarchitettura campidanese, consta di 47 ambienti articolati in diversi settori, dove si conservano circa 7000 pezzi di interesse etnografico, costituiti da oggetti di arredamento, utensili del lavoro domestico, agricolo e dellallevamento del bestiame, appartenenti alla cultura contadina del Campidano, dal 700 a oggi; tra gli oggetti pi caratteristici, un aratro del XVIII sec., ricavato da un unico tronco di legno.

La Parrocchiale. Ritornati nella piazza Azuni, si imbocca verso E lampio viale Marconi, che si allarga nella piazza S. Elena, cui d il nome la Parrocchiale omonima, ultimata nel 1835 su un precedente edificio gotico-aragonese del XVI sec., distrutto da un incendio nel 1775; linterno, adorno di arredi lignei e marmorei, custodisce allaltare maggiore una statua di S. Elena del XVII-XVIII sec. e, nella cappella del battistero, un polittico frammentario raffigurante negli scomparti centrali i Ss. Pietro e Paolo e negli altri Sibille e Profeti, gi attribuito ad Antioco Mainas ma pi probabilmente di autore sardo della fine del XVI secolo. Passando attraverso la cappella del Rosario, si accede al piccolo MUSEO parrocchiale, che occupa un ambiente gi facente parte dellantica chiesa aragonese, in cui sono esposte tele sei-settecentesche di autori locali e statue lignee per lo pi barocche.
Proseguendo lungo il viale Marconi, superata a d. la piccola chiesa seicentesca di S. Benedetto, si pu raggiungere, al termine dellabitato, la chiesa medievale di S. Pietro, situata allinterno del Cimitero.

La visita di Quartu si conclude alla sua chiesa pi antica, S. Maria di Cepola, cui si perviene attraverso larea pi meridionale dellespansione moderna dellabitato per il tratto occidentale del viale Marconi, poi a sin. lungo il viale Colombo, ancora a sin. nella piazza S. Maria e infine nella vicina via S. Maria. Linteres172

1.1 CAGLIARI

sante chiesa di S. Maria di Cepola, edificata nel XII sec. ma pi volte rimaneggiata, a unica navata con copertura a capanna e conserva frammenti di affreschi medievali lungo la navata sin., mentre altri settecenteschi si trovano nel presbiterio; nel giardino che la recinge sono raccolti reperti archeologici lapidei. Il viale Colombo, uscito dallabitato di Quartu e attraversato lo stagno omonimo, sbocca, km 12.9, sul litorale, da dove, a sin., un percorso costiero panoramico conduce a Villasimus (v. sotto); a d., attraverso il Poetto (v. pag. 166), si rientra, km 21.7, a Cagliari.

1.2 Larco orientale del golfo


Da Cagliari a Villasimus
Itinerario di km 48.5 (carta, pag. 168) che percorre la comoda, ancorch frequentemente tortuosa litoranea per Villasimus; il percorso, nonostante le recenti vaste lottizzazioni, si qualifica per la bellezza del paesaggio e le vedute sulla costa e sul mare.

Raggiunto da Cagliari lo svincolo presso la localit Margine Rosso, seguendo un percorso di km 11.3 gi descritto, v. pag. 164, si imbocca la provinciale per Villasimus, che nel primo tratto lambisce sulla sin. una formazione di dune completamente alterata da recenti edificazioni.
Allorch la strada si affaccia direttamente sul mare, deviando a sin. per un breve e ripido sentiero (quarta traversale dallo svincolo), si pu raggiungere un antico fortilizio, trasformato e oggi adibito a edificio di culto, comunemente detto su Forti, che d il nome al circostante nuovo quartiere residenziale.

SantAndrea. La strada si allontana dalla costa per attraversare lagglomerato sparso di Foxi m 12, in cui a zone agricole si alternano consistenti insediamenti residenziali e alberghieri, estesi, sul lato d. della strada, fino al mare. Procedendo (verso NE si distingue il M. dei Sette Fratelli m 1023, a SO la costa occidentale del golfo di Cagliari), si tocca, km 15.5, la frazione SantAndrea m 6, con lomonima chiesa campestre, che sorge a sin. della strada, dove lantico aggregato si fonde con la recente edilizia turistica. La provinciale, sempre discosta dal mare, supera la cantoniera di Flmini e subito dopo varca il rio Pispisa, di cui si vedono la foce e gli argini sistemati a seguito degli interventi del Comprensorio di Bonifica di Flmini.
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1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI Larea interessata dalle opere del Comprensorio si estende ai territori di Quartu SantElena, Quartucciu, Selrgius, Monserrato, Maracalagnis e Snnai, abbracciando un ampio settore della riviera di levante del golfo di Cagliari (dal Poetto a Cala Regina) che per lintenso sfruttamento turistico necessita di una capillare rete irrigua. La sistemazione idraulica dei corsi dacqua ha permesso inoltre una intensiva messa a coltura delle aree agricole dellinterno.

Nuraghe Capitana. Sulla sin. si elevano i modesti rilievi delle colline di Niecrobu e la cima Frapponti m 72, mentre sulla d. continuano le aree edificate; superato il rio Cuba, deviando su sentiero a sin. si raggiunge (km 2 circa) il nuraghe Capitana, posto sulla cima di un colle, mentre a d. della provinciale si estende lomonima localit balneare. Un rettilineo attraversa la folta pineta di SArritzolu (utilizzata per campeggi); poi, raggiunto il mare prima della spiaggia di Terra Mala, in lieve salita si guadagna la cima del promontorio granitico di Is Mortorius con un avanzo di torre seicentesca, in un ambiente reso particolarmente suggestivo dalla vista verso SO sul golfo di Cagliari con il lontano sfondo dei monti del Slcis. Dopo un breve tratto in piano, segnato sulla d. da anonimi agglomerati, la strada riprende a salire pi vivamente, in un continuo alternarsi di piccole insenature e di dirupati capi rocciosi, dai caratteri paesistici inalterati; aggirato quindi il promontorio che sovrasta la Cala Regina, su cui si erge lomonima torre cinquecentesca, scende a contornare la piccola spiaggia che d il nome alla zona. Oltrepassati sulla d. un bosco di eucalipti e una spiaggia che orla unampia insenatura, la provinciale si interna tagliando il capo del M. Moru m 57, dietro il quale appare, km 28.9, Geremas m 12, antico insediamento agro-pastorale, disteso ai piedi di un bello scenario montuoso, stravolto da un intervento turistico che ha colmato le pendici del promontorio proteso sul mare. La strada si allontana dalla costa, aggira il piccolo promontorio di Baccu Mandara e giunge a lambire lesteso agglomerato chiamato Torre delle Stelle, formato da una fitta edificazione di villette, che si spinge fino alle spiagge di Cannesisa e Genna e Mari; poi riprende lungo la costa in un incessante susseguirsi di curve e contropendenze, che seguono la tortuosa morfologia delle ripide colline digradanti al mare. Solnas. Appare quindi, km 36.8, Solnas m 34, frazione di Snnai, distesa in una piccola piana allo sbocco di una valletta, presso un ampio arco di spiaggia allungato a SE fino al capo Boi, dove stanno consolidandosi numerose edificazioni per residenze stagionali. Si sale tortuosamente in vista della piana di Solnas e, dopo una serie di tornanti che aggirano il promontorio del capo Boi, culminante nel M. Turri m 155, coperto da una
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1.2 LARCO ORIENTALE DEL GOLFO

fitta vegetazione mediterranea, allinizio della discesa lapertura panoramica si fa immensa e suggestiva, giungendo fino alla lunga prominenza del capo Carbonara; a d., seminascosta dal promontorio, la seicentesca torre conica di capo Boi. Villasimus (vedi Appendice pag. 669). Si scende verso la baia di Porto Sa Ruxi; dopo aver costeggiato il braccio occidentale del suggestivo golfo di Carbonara, chiuso alle estremit da pareti rocciose e con un bellarco sabbioso nella parte pi profonda, ci si allontana dalla costa attraverso una conca a frutteti (localit Cmpus), nellentroterra di, km 48.5, Villasimus m 41, ab. 3029, un tempo borgo pescatorile e oggi frequentato centro turistico. Attraversato labitato, dopo un breve rettilineo la strada si biforca: piegando a d. si pu percorrere il promontorio granitico del capo Carbonara, con porticciolo turistico dominato dai suggestivi resti della seicentesca Fortezza Vecchia, fino (km 5.4) a uno spiazzo da cui si gode un ampio scorcio panoramico caratterizzato dallisola dei Cavoli.
Dalla biforcazione, prendendo a sin., ha inizio la strada che, dopo aver contornato la spiaggia di Simus estesa fino alla punta Molntis, si svolge lungo lestremo tratto sud-orientale del litorale sardo, conducendo, km 25 c., alla localit denominata Costa Rei m 8, vasta area di sfruttamento turistico, dove le pregevoli qualit paesistiche hanno favorito il moltiplicarsi di insediamenti residenziali e di strutture ricettive sulla fascia costiera e nellimmediato retroterra, caratterizzati da unarchitettura per lo pi banale e ad alta densit; il devastante processo di modificazione del territorio vi sussisteva quasi integro limpianto del villaggio medievale di Plateis de Castidas non sembra essersi ancora arrestato, essendo stati attuati ulteriori interventi consistenti in nuove espansioni edilizie di tipo stagionale.

1.3 Larco occidentale del golfo


Da Cagliari a Bithia e a Teulada per la Costa del Sud
Litinerario, di km 73.7, eccettuate le deviazioni (carta, pag. 168), percorre il perimetro occidentale del golfo degli Angeli lungo la statale 195, il cui tracciato pressoch continuamente rettilineo, proseguendo poi lungo la litoranea della Costa del Sud, frequentemente tortuosa per lacclivit della costa. Il territorio attraversato, che fa parte geograficamente della regione del Slcis, economicamente attratto soprattutto dal capoluogo cagliaritano, di cui rappresenta unintegrazione sotto laspetto dellindustria petrolchimica (raffinerie di Sarrch) e di quella turistica, particolarmente legata allo sfruttamento della costa.

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1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI Mentre nella prima parte del percorso alla bellezza delle vedute e alla piacevolezza dellambiente fa parziale ostacolo uno sviluppo edilizio alquanto esteso, doppiato il capo Spartivento, lungo tutto il tratto stradale che incornicia la Costa del Sud, la spettacolarit dei panorami e lintegrit del paesaggio predominano sugli interventi delluomo. Un ulteriore rilevante motivo di interesse, insieme turistico e scientifico, rappresentato infine dalla visita agli scavi dellantica Nora, la mitica citt abitata da Fenici, Cartaginesi e Romani.

Dal piazzate Matteotti si prende, alla sin. della Stazione ferroviaria (v. pag. 130), la via Sassari, seguendo poi il viale La Plaia e a d. la via S. Paolo; si varca quindi, sul ponte di recente costruzione, limbocco a mare dello stagno di S. Gilla (a sin., lantica torre detta della quarta regia, dalla tassa che i doganieri fino al sec. XIX riscuotevano dai pescatori lagunari nella misura della quarta parte del pescato).

Lo stagno di S. Gilla o di Cagliari, vasta laguna di forma triangolare estesa per c. 4000 ettari, comprende anche gli estuari del Fluminimannu e del Cixerri che vi immettono le loro acque, scarse durante lestate ma abbondanti nelle piene invernali. Discretamente profondo un tempo, divenne in seguito accessibile soltanto a leggerissime barche piatte, in ore di alta marea e su speciali percorsi, mentre lungo tutte le sponde si verificava un costante interramento e si estendeva la bassa gronda paludosa e malarica; la bonifica ha ottenuto di risanare larea dal punto di vista idraulico e di favorirne la pescosit.
Sul parallelo cordone litoraneo detto La Plaia, che separa la laguna dal mare, corre il vecchio tracciato della statale 195, con i tre ponti destinati a scomparire dopo il completamento della nuova viabilit a servizio del Porto Canale, che modificher lassetto dellintera area. Al termine del ponte, una diversione a d., superata la chiesa di S. Simone (gi cappella gentilizia, che conserva in facciata il gotico portale strombato), sorvolando la zona occidentale della laguna, conduce (km 11.8) allarea industriale di Macchiareddu m 4; questa, insieme ai due agglomerati di lmas e di Sarrch, una delle tre pi importanti concentrazioni dellindustria cagliaritana, organizzata in un consorzio che svolge funzione di supporto allo sviluppo economico e produttivo dellarea. In attesa dellentrata in funzione della viabilit a scorrimento veloce per Sarrch, la strada, oltre il ponte, confluisce nella statale 195 in prossimit del nuovo molo; lungo la fascia costiera, in questo tratto, ai primi del 900 si estendeva larea balneare cagliaritana, marcata oggi da pesanti segni di degrado ambientale. Procedendo verso SO, subito a sin. prospiciente il mare la piccola chiesa campestre di Giorgino, inserita in un complesso 176

1.3 LARCO OCCIDENTALE DEL GOLFO

settecentesco che rispecchia lusuale tipologia sarda, ove attorno al giardino si dispongono le cumbessias e le lollas per pellegrini e mercanti, e la casa padronale, propriet dei conti Ballero; il complesso costituisce la prima tappa della processione da Cagliari a Nora, in occasione della sagra di S. Efisio (v. pag. 158). Il percorso prosegue sulla lingua di terra stretta fra lo stagno e il mare, orlata allesterno da una spiaggia sabbiosa, oggi profondamente alterata soprattutto dalla presenza dei cantieri aperti; di grande interesse continua a essere lorizzonte panoramico che si distende, in avanti, fino ai monti pi meridionali del Slcis e, retrospettivamente, sulla citt e sullarco orientale del golfo, coronato dalla catena che culmina con la dentatura caratteristica del gruppo dei Sette Fratelli. Al termine dello stagno, in lontananza a d., compaiono gli impianti industriali di Macchiareddu e labitato di Capoterra, collegati alla litoranea dal nuovo tronco che si diparte allaltezza del pontile di attracco per i rifornimenti della zona industriale. Capoterra. Due chilometri avanti si stacca unaltra diramazione (km 5) per Capoterra m 54, ab. 22 243, centro agricolo posto al margine meridionale del Comprensorio di Bonifica omonimo, esteso fino al territorio di Uta. Il borgo, disteso in cima a una modesta altura, fu fondato alla met del sec. XVII col nome di Villanova di Capoterra, in ricordo di un precedente abitato che, sino alla fine del 400, sorgeva poco pi a oriente; la parrocchiale di S. Efisio, punto nodale della trama viaria, conserva alcune strutture tardogotiche.
Capoterra anche punto di partenza per varie gite: di interesse soprattutto paesistico sono le escursioni al M. Arbu m 194 (min. 20, a NO) e al M. Arrubiu m 352 (1 ora, a SO). Pi impegnativa per la lunghezza e la tortuosit del tracciato su fondo naturale la deviazione di km 37.7 a Santadi, che esce a N dellabitato; lungo il percorso, superata, km 4.7, la chiesetta campestre di S. Lucia, in un sito di grande interesse paesistico per le caratteristiche vegetazionali particolarmente rigogliose, favorite dalla tuerra (suolo umido), si lascia, km 7.9, un breve tronco a sin. per i grandi impianti della miniera abbandonata di S. Leone, che sino alla fine degli anni 50 coltivava il pi ricco giacimento ferroso esistente in Sardegna. Continuando nella valle del rio Gutturu Mannu, che risalta per la bellezza e la solitudine dellambiente, raggiunto, km 24.2, il valico di Arcu Su Schisorgiu m 473, la carreggiabile scende nel versante opposto, toccando lagglomerato semispopolato di Pantaleo m 246, fondato nella seconda met del secolo scorso da una societ francese, in funzione della distillazione del tannino, della lavorazione del carbone vegetale e della fabbricazione di esplosivi, attivit cessate dopo la seconda guerra mondiale; proseguendo lungo lincisione valliva prodotta nella roccia del rio Mannu, si raggiunge tra coltivi, km 37.7, Santadi, v. pag. 215.

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1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

Ripresa la statale, poco oltre si stacca una diramazione a d. per il villaggio residenziale Poggio dei Pini, di recente formazione (su unaltura vicina ubicato losservatorio astronomico), da cui parte in direzione O il sentiero che conduce (km 3.7), presso una bella foresta in localit frequentata per villeggiatura gi nel secolo scorso, alla chiesetta tardoromanica di S. Barbara m 242, fondata nel 1281. Proseguendo verso S, si rasentano a sin. una serie di complessi residenziali di scarsa qualit e si attraversano poi campagne coltivate a vigneti, oliveti e frutteti, con grandi serre per la floricoltura. Sulla sin., km 17.1, si riconosce lottocentesca villa dOrri, residenza patrizia legata allo sfruttamento di una vasta azienda agricola, mentre pi avanti emergono a d. cocuzzoli di colline dalla cresta rocciosa: caratteristico il colle di Antigori m 109, sulla cui cima si individua il complesso nuragico omonimo, articolato in una serie di torri connesse da cortine rettilinee, ove recenti scavi hanno consentito il ricupero di uningente quantit di ceramiche micenee del Bronzo tardo. Sarrch. Al km 19.8, lepisodio pi saliente della trasformazione dellambito territoriale che si attraversa: gli impianti della SARAS-Raffinerie Sarde, imponente complesso dotato di un proprio pontile per lattracco delle petroliere di grande stazza (Porto Foxi), le cui strutture industriali si estendono fino allabitato di, km 21.4, Sarrch m 47, ab. 5276, raggiunto da un rettilineo alberato a sin.; nella piazza Repubblica, la nuova Parrocchiale custodisce una pila per lacqua santa, che riutilizza un tronco di colonna e un capitello coi simboli degli Evangelisti (III secolo).
Sopra un colle a E del paese si trova il nuraghe Sa Domu SOrcu, costituito da una torre originaria, con unica camera interna e scala sopraelevata, risalente agli inizi del Bronzo medio, e da una torre successiva del Bronzo tardo, raccordate mediante un corpo di fabbrica trapezoidale (schema a tancato); il monumento, ritenuto uno dei pi antichi della Sardegna, ha restituito frammenti di materiale ceramico miceneo del Bronzo tardo.

Subito oltre il bivio per Sarrch, si lascia a d. la strada pedemontana che, rasentando le pendici del monte Is Laccuneddas m 601, funge da raccordo con larea industriale di Macchiareddu; la statale prende a salire superando un piccolo valico m 87, inciso nella roccia vulcanica della quale formato il gruppo montuoso isolato tra la piana e il mare, culminante nel M. Arrubiu m 262. Si apre quindi la vasta piana di Pula, limitata dalle basse colline vulcaniche a levante e dalle scoscese montagne scistose e granitiche del Slcis a ponente. Sulla d. si disten178

1.3 LARCO OCCIDENTALE DEL GOLFO

de, km 26.3, Villa San Pietro m 37, ab. 1837, piccolo centro con Parrocchiale della seconda met del sec. XIII di forme romaniche, ma con alcuni dettagli (le arcatelle esterne) dinflusso arabo; sul lato opposto parte una strada per le zone turisticoresidenziali di Perde Sali e Porto Columbu. Pula. Superato sulla sin. il nuraghe Mereu, mediante una deviazione a sin. si entra, km 29.4, in Pula m 15, ab. 6801, sede del Museo Archeologico Giovanni Patroni (t. 0709209610), con reperti proveninti dagli scavi di Nora, e del Museo Norace (t. 0709208299), con collezioni mineralogiche. Lungo la cui via principale si incontra la Parrocchiale, e pi avanti a d. la villa S. Maria, di belle forme neoclassiche; a S dellabitato si dirama il viale alberato che termina (km 3) sulla penisoletta del capo di Pula presso i ruderi della citt di Nora. Poco prima dellingresso agli scavi sorge la chiesa di S. Efisio, punto di arrivo dellannuale processione da Cagliari in onore del santo, v. pag. 158; edificata nel luogo ove sorgeva un oratorio paleocristiano, fu consacrata nel 1102 e conserva le possenti forme romaniche primitive rivelanti chiari influssi dellarchitettura franco-catalana, importata in Sardegna dai monaci Vittorini di Marsiglia.
La parte anteriore fu rifatta fra i secc. XVIII e XIX; linterno a tre navate divise da robusti pilastri e coperte da volte a botte; dalla navatella d. si scende alla cripta dove il loculo che contenne, secondo la tradizione, i corpi dei santi Efisio e Polito. Alle spalle della chiesa, scavi eseguiti nello scorso secolo misero in luce il tofet (v. pag. 221) di Nora, inizialmente interpretato come necropoli a incinerazione. Le urne e le stele a esso relative, prevalentemente aniconiche, alcune con iscrizioni, sono al Museo Archeologico di Cagliari; i sacrifici che vi si svolgevano sembra che riguardassero, almeno in et tarda, piccoli animali in sostituzione dei fanciulli primogeniti.

Poco oltre la chiesa, la strada si prolunga su uno stretto istmo sul cui lato d. si estende la necropoli fenicia a cremazione, mentre a sin., nellarea della necropoli punica costituita da tombe a camera ipogeica con accesso a pozzo, si trovava lanfiteatro di Nora, rilevato dallaerofotografia. Dopo pochi metri la strada termina: sulla punta del promontorio si innalza la torre del Coltellazzo, eretta tra il 1580 e il 1610 da Filippo II; a sin. verso N, visibile lisolotto di S. Macario, su cui emerge una torre, pure facente parte del sistema di avvistamento predisposto dagli Spagnoli. Nora (vedi Appendice pag. 669). Di fronte si apre lingresso allarea archeologica della citt di Nora, uno dei pi imponenti scali fenici dellisola, poi centro punico, quindi fiorente citt romana; la visita consigliabile anche per la situazione paesistica in cui sono ambientati gli scavi (t. 0709209138). 179

1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI Lubicazione della citt su una lingua di terra espansa sul mare consentiva lattracco alle navi in tutte le condizioni di ventosit. Nora, secondo la tradizione classica, fu la prima citt dellisola, fondata da Norax, figlio di Ermes e di Eritya, che da Tartesso giunse con un gruppo di coloni in Sardegna. Probabilmente il mito si connette a una fondazione di Fenici provenienti dallIberia. Le testimonianze epigrafiche semitiche pi antiche risalgono allXI e al IX sec. a.C. (entrambe al Museo Archeologico di Cagliari). Sede del governatore romano dellisola durante let tardorepubblicana, Nora divenne, nel I sec. d.C., Municipio. Bench collegata da una strada litoranea con Kralis e Bithia, forse per lassenza di un retroterra fertile e per la decadenza dei commerci, la citt inizi a declinare in et tardo-antica; esposta alle scorrerie saracene, nonostante il carattere di centro fortificato, testimoniato dalla menzione del Nora praesidium nel VII sec. d.C. (anonimo ravennate), venne progressivamente abbandonata. Le fonti medievali non conoscono pi la citt di Nora ma solo la chiesa di S. Efisio di Nora. Gli scavi delle necropoli (fine sec. XIX-inizi XX) e dellabitato (in corso dal 1952) hanno portato allacquisizione di copioso materiale ora al Museo Archeologico di Cagliari.

Le rovine. Varcato il cancello degli scavi, si hanno a sinistra le Terme di Levante, con ambienti mosaicati del IV sec. d.C.; pi avanti, su un rilievo, a destra, si ha il Tempio cosiddetto di Tanit (1, pianta a pag. 181), di et punica, ridotto a livello di fondazioni. Si tratta di una piattaforma quadrangolare resa accessibile da una scalinata, di cui si osservano le sostruzioni. Lattribuzione a Tanit dovuta al rinvenimento di un betilino piramidale; accanto al tempio, un profondo bothros quadrato per le offerte dei devoti. Dallalto si abbraccia lestensione degli scavi con laggregato urbano intersecato da strade rettilinee lastricate con lastroni di andesite in et imperiale. Il teatro. Ai piedi del versante S visibile il Teatro (2) di et romana (I met II sec. d.C.), accessibile mediante scale esterne (vomitoria) o attraverso i passaggi voltati a botte che immettevano nellorchestra, con pavimentazione in opus sectile contornata da una fascia musiva. La cavea (gradinata), divisa in settori da tre scalette, fronteggiata dalla scena (palcoscenico) mancante della pavimentazione originaria, in legno. Nelliposcenio si osservino i quattro vasi risuonatori (due dei quali ridotti in frammenti) utilizzati per lamplificazione della voce degli attori. Dietro la scena si elevava il portico di cui restano gli stilobati. Accanto al teatro, posto ad angolo, un Tempio (3) pure di et romana, con scalinata interrotta dallaltare, pronao in origine esastilo, cella con pavimentazione musiva e penetrale. A S di questo tempio unampia piazza rettangolare lastricata, il Foro di Nora (4), sul quale prospettavano edifici pubblici, ridotti
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1.3 LARCO OCCIDENTALE DEL GOLFO

Nora

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1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI

alle fondazioni. Di fronte al portico del teatro si trova una grande costruzione quadrilatera, delimitata da quattro vasconi intercomunicanti, forse una fullonica (lavanderia). Le terme. Imboccata sul fianco S del teatro la strada che si allunga ai piedi dellaltura, si raggiungono sulla sinistra le Terme Centrali (5), non ben conservate, con ampio calidarium e frigidarium mosaicato; a queste terme fu aggregato un peristilio con mosaico a cerchi e rosoni della met del III sec. d. Cristo. La strada presenta, perfettamente conservato, il condotto fognario con copertura a schiena dasino in laterizi. A d. si osserva un quartiere di abitazioni di et punica, ristrutturate in epoca romana. Pi avanti, superata una piazzetta con il serbatoio idrico che alimentava una fontana pubblica, la strada fiancheggia a d. un edificio dotato di numerosi vani articolati attorno a uno mediano, forse il macellum (mercato) o gli horrea (magazzini), anche per la vicinanza di uno dei porti di Nora. A nord di questa costruzione abbiamo le Piccole Terme (6), con vestibolo dotato di sedile e nicchie in muratura, frigidarium, calidarium e altri ambienti in prevalenza mosaicati (III-IV sec. d.C.). A sin. della strada situato il grandioso complesso delle Terme a Mare (7) con i lati orientale, settentrionale e forse occidentale porticati (II sec. d.C.). Il grande frigidarium dotato di due vasche per le balneazioni; gli ambienti caldi sono situati nel settore O. Ritornati alla piazzetta del serbatoio idrico si imbocca la strada verso S, perfettamente lastricata; sulla d. due abitazioni signorili (8) dotate di atrio tetrastilo e di numerosi ambienti mosaicati, che rivelano influenze africane del III e IV sec. d.Cristo. Lemblema (quadretto musivo) rappresentante Anfitrite su centauro marino databile al II sec. d.Cristo. Santuario delle divinit salutari. Si continua lungo la strada, nella quale si deve riconoscere il cardo maximus, che conduce al Santuario delle divinit salutari (9). Una scalinata consente di accedere a un vano ipetrale (a cielo aperto), mosaicato nel IV sec. d.Cristo. Da questo ambiente mediante alcuni gradini si ascende al vestibolo e quindi alla vasta cella, anchessa priva di copertura, pavimentata in opus sectile, da cui si entra nel penetrale absidato, suddiviso in due settori da un tramezzo. La planimetria e le tecniche edilizie documentano lorigine punica del tempio, forse dedicato a Eshmun; terrecotte figurate tardorepubblicane rappresentanti fanciulli dormienti avvolti nelle spire di un serpente avvalorano lipotesi che nel santuario si praticasse il rito dellincubazione. Alle spalle del tempio, sul punto pi alto di un 182

1.3 LARCO OCCIDENTALE DEL GOLFO

piano roccioso, si osserva il basamento quadrangolare di unedicola il cui fregio nel Museo Archeologico di Cagliari. Seguendo, in direzione della rupe sormontata dalla torre del Coltellazzo, una diga lungo larenile, si vedono a sin. i resti di un quartiere di abitazioni (10), i cui pi antichi strati rimontano al VII sec. a.Cristo. Sul poggio della torre stata individuata lacropoli di Nora, di cui restano avanzi di fortificazioni arcaiche, puniche e romane. Rientrati nella statale a S di Pula, un rettilineo tra colture di olivi, viti e serre, limitate da barriere di eucalipti e cipressi, lasciata la deviazione a d. per il villaggio turistico di Is Molas, rasenta a sin. la pineta ove sorge lagglomerato di Santa Margherita m 4, centro della trasformazione fondiaria della zona e sede di una Cantina sociale che ne raccoglie la produzione viticola; la conversione a localit turistico-balneare, accompagnata dalla lottizzazione quasi integrale del territorio e dalledificazione di complessi residenziali e alberghieri, ha prodotto in pochi anni radicali trasformazioni del paesaggio, qualificato dalla presenza di una spiaggia estesa per molti chilometri verso SO, con alle spalle una folta pineta. Al termine del rettilineo la strada comincia a salire, fra colli granitici in via di rimboschimento, fino al valico di SArcu de Genneruxi m 68, dal quale scende alla confluenza di due incisioni vallive, km 44, biforcandosi: a d. la statale prosegue per Domus de Maria e Teulada (v. pag. 217); a sin. litinerario, percorrendo la valletta bonificata del rio di Chia, tra orti e frutteti, si dirige verso il mare. Bithia. Lasciato sulla d. il piccolo nucleo di Chia m 13, sorto nel sec. XVIII attorno a unazienda agraria degli Scolopi e cresciuto negli ultimi anni grazie allo sviluppo turistico, si raggiunge, km 46.3, il bivio dal quale si dirama il breve tronco (km 0.7) che porta alla radice del piccolo promontorio sormontato dalla seicentesca torre di Chia, ai piedi della quale si trovano, per lo pi ricoperte dalla sabbia, le rovine della citt di Bithia.

I resti dellabitato di Bithia, citt di origine fenicia ricordata da Tolomeo e dai miliari del tronco stradale Nora-Bithia (Plinio il Vecchio menziona gli abitanti: Vitenses per Bitenses), vennero riconosciuti, sul promontorio della torre di Chia, nel 1835, da Alberto La Marmora, mentre la necropoli, sulla spiaggia a O della torre, fu messa allo scoperto da una mareggiata nel 1933. I materiali pi antichi (ceramica protocorinzia e anforetta dimpasto laziale) risalgono al secondo venticinquennio del VII sec. a.Cristo. Bithia era amministrata da Sufeti (magistratura punica) ancora al tempo di Marco Aurelio e di Caracalla (II-III sec. d.Cristo).
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1 CAGLIARI E IL GOLFO DEGLI ANGELI Un settore importante della citt si estendeva sul promontorio della torre di Chia, dove sono visibili i resti di una cinta muraria arcaica e di una tardo-punica (a blocchi squadrati di arenaria); case di abitazione dotate di porticato, di origine punica ma ristrutturate in et romana (pavimento in mosaico, pitture parietali); una cisterna ellittica punica. Sulla costa a O della torre in corso di scavo la vasta necropoli che presenta, stratificate, tombe fenicie a cremazione, puniche a inumazione, repubblicane e di et imperiale. Su un settore della necropoli venne eretto, nel IV sec. a.C. (?), un tempio (non visibile) di una persona divina salutare, restaurato nel II sec. d.C., da cui deriva una statua in arenaria cosiddetta di Bes. Il tofet di Bithia era ubicato nellisolotto di Su Cardulinu, a E della torre; un muro di recinzione delimitava a N larea del santuario; sono visibili sul lato occidentale dellisolotto i basamenti a blocchetti di arenaria di due edifici sacri; a E si osserva un grande altare presso il quale si individuarono le urne cinerarie dei fanciulli primogeniti che subirono il sacrificio.

Costa del Sud. Dal bivio presso labitato di Chia, si riprende la strada che, correndo parallela al mare, rasenta dapprima lo stagno di Chia, a ridosso di una grande spiaggia, quindi una successione di dune, mentre si avvicina la dirupata mole del capo Spartivento m 176, caratterizzata da emergenze rocciose e dal faro che la sovrasta. A partire da questo punto e lungo tutta la fascia territoriale fino al porto di Teulada, la morfologia costiera, che nel perimetro occidentale del golfo di Cagliari fin qui percorso caratterizzata da arcate sabbiose, talvolta accompagnate da stagni retrostanti, si modifica bruscamente, assumendo il suggestivo aspetto tipico della costa a rias; questo tratto di litorale, denominato Costa del Sud, oltre alle viste spettacolari che prospetta, si qualifica anche per aver mantenuto quasi integri i caratteri dellambiente naturale. Oltrepassato il capo Spartivento e scavalcata una selletta, la vista si apre su tre insenature chiuse dal capo Malfatano, che reca sulla punta una torre di avvistamento: la prima, detta Perda Longa, ha spiaggia sassosa; la seconda, chiamata Tuarredda, sabbiosa e fronteggiata dallisolotto omonimo; la terza, detta porto di Malfatano, raggiunta, km 55, dalla strada dopo un breve tratto interno, utilizzata come peschiera. Si sale a tagliare il capo Malfatano, con bella vista retrospettiva sul tratto percorso. Alla successiva selletta si apre uno splendido colpo docchio sullampio arco chiuso a SO dal capo Teulada; la costa appare frastagliata, con scogli affioranti e in lontananza la granitica isola Rossa. Si scende in vista del capo di Piscinni con la seicentesca torre omonima, pi bassa del livello stradale, che chiude a E una piccola spiaggia delimitata a O dallisola di Campionna; sul lato
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1.3 LARCO OCCIDENTALE DEL GOLFO

opposto della strada il piccolo asciutto stagno di Piscinni. Si percorre un tratto di costa solitario, movimentato da baie e piccoli promontori, poi una serie di saliscendi. Un breve rettilineo, lungo il quale sorge un altro complesso alberghiero, conduce, km 67, al vecchio porto di Teulada, posto allimbocco della ria detta porto di Teulada, ampia e profonda insenatura chiusa sullopposta riva dal promontorio dalla torre Budello e dallisola Rossa, utilizzata sia come peschiera che come porticciolo turistico. La strada, lasciato a sin. un tratto che contorna linsenatura a O, fino al piccolo molo di attracco, si interna lungo la fertile valle del rio Leonaxiu (oleandro), bonificata a frutteti e agrumeti, innestandosi nella statale 195 che in breve, a d., raggiunge, km 73.7, il centro di Teulada, v. pag. 217.

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2 LIglesiente e il Slcis
Lambiente e la storia
Culture e civilt. Fra la pianura dei Campidani e la costa sud-occidentale si stende una regione a forma di grossolano trapezio rettangolo, perfettamente individuata nella morfologia e nel disegno generale dellisola. un singolare punto di convergenza fra diverse culture e civilt, qui attratte dalla presenza di imponenti risorse minerarie che ne fanno il principale distretto estrattivo dItalia. Una regione appartata, spoglia di vegetazione, dai profili aspri e ruiniformi, quasi pi simile allAfrica che al resto della Sardegna. Le aree coltivate sono poche, ritagliate a fatica fra gli affioramenti granitici e i materiali basaltici del nord o costipate nelle depressioni alluvionali e nelle acquitrinose cimose costiere meridionali, ravvivate in anni recenti da invasi artificiali che hanno permesso grandi interventi di bonifica e irrigazione; altrove predomina il pascolo ovino (con qualche sughereta) o rimane la nuda roccia, nascosta dove le forme si fanno pi morbide da una sottile coltre di detriti scistosi. Linsediamento rurale disperso presente, soprattutto nel Slcis, con le forme spontanee tipiche del furriadroxiu (da furriai = ritornare) a funzione agricola, e del medau, pastorale, costituito il primo da gruppi di casette elementari adiacenti ai coltivi di loro pertinenza e il secondo vivacizzato dalle tettoie allungate per il ricovero del bestiame. Non infrequente il caso che lo sviluppo di questi insediamenti, dovuto alla presenza di strade carrozzabili, li abbia trasformati in piccoli centri abitati e poi in comuni autonomi come Nxis o SantAnna Arresi. Due distinte regioni. Si tratta di due regioni, separate fra loro dal solco vallivo del Cixerri, che si continua nel Flumentpido, e dal braccio di mare col golfo di Plmas interposto fra lisola maggiore e le due di S. Pietro e S. Antoco, le pi vaste fra quelle che orlano la costa sarda. Mentre la parte meridionale con le isole sempre stata denominata Slcis, dal nome della citt punica e poi romana sorta sul luogo dellattuale SantAntoco, nella parte settentrionale il nome di Iglesiente (e quelli analoghi ma minori di Fluminese e Arburese) stato adottato solo di recente e fa riferimento alla citt mineraria di maggior rilievo.
In precedenza il distretto di rbus (Arburese) con la vicina Gspini era aggregato a una regione denominata Monreale, dal nome dellomonima

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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS baronia spagnola e rimasto come suffisso allimportante abitato di San Gavino nei Campidani, e prima ancora in epoca giudicale a una Bonorzuli che traeva nome da una minuscola villa poi scomparsa; e quelli di Iglsias e Fluminimaggiore al Cixerri, anchesso derivato da un agglomerato urbano non pi esistente e di cui rimasta traccia nellomonimo fiume. Questa incertezza toponomastica abbastanza singolare in Sardegna e deriva forse dalla diversa intensit di sfruttamento dei minerali zinciferi e piombo-argentiferi nei vari periodi storici: pi intensa in epoca pisana, sabauda e post-unitaria, a regime ridotto in epoca aragonese e spagnola.

Antichi insediamenti. Abitata sin dalla pi remota antichit in vari siti prevalentemente in grotta, la regione presenta un completo quanto eccezionale spaccato della storia sarda, addensata in alcuni punti di respiro urbano, o comunque non strettamente locale. In una valletta appartata e deserta tra Fluminimaggiore e Iglsias sorge il tempio di ntas, dedicato a un Sardus Pater venerato in tutta la Sardegna sud-occidentale in un arco di tempo compreso dallet nuragica a quella tardoromana. Di fronte allattuale Carbonia la fortezza fenicio-punica di Monte Sirai unica in tutto il Mediterraneo: sorta su un modesto rilievo non lontano dal mare, riusciva a controllare la via daccesso ai Campidani attraverso il Cixerri e tutta la fascia costiera fronteggiante le isole sulcitane, al tempo stesso sentinella e avamposto della potente Slcis in un sistema fortificato a scala territoriale (uno dei quattro finora riconosciuti in Sardegna) che comprendeva inoltre la postazione di Seruci presso Portoscuso, Monte Crobu ancora presso Carbonia, Corona Arrubia a Nxis, limportante Pani Loriga di Santadi (che per non ascrivibile a una deduzione sulcitana) e il complesso portuale Porto Pino e Porto Botte di SantAnna Arresi, il Sulcitanus portus romano. Sullisola di S. Antoco, poi trasformata in penisola a mezzo di una colmata punica e di un ponte romano, la citt di Slcis (o Sulci) dovette godere di un lungo periodo di prosperit anche in epoca medievale, e solo sotto gli Spagnoli, con la diminuzione dellattivit estrattiva, conobbe un declino inarrestabile fino a ridursi a poche case intorno alla veneranda parrocchiale dei Vittorini di Marsiglia.
Gi nel XIII secolo la diocesi era stata trasferita da Slcis a Tratalas, che i vescovi usavano per loro residenza fin dal secolo precedente; a met del Trecento la residenza si sposta a Iglsias e lunione delle due diocesi viene sancita ufficialmente nel 1503 conservando il titolo solo a quella iglesiente; per poco, perch dieci anni dopo anche questa viene aggregata alla mensa cagliaritana e vi rimane fino al 1763, quando riacquista la propria autonomia.

Iglsias invece citt pisana: modesto borgo chiamato Villa di Chiesa fino alloccupazione aragonese, conobbe un rapido sviluppo 187

2 LIGLESIENTE E IL SLCIS

urbanistico a partire dalla met del Duecento quando i Della Gherardesca gli assicurarono le libert comunali (e sempre citt regia si mantenne) e una organica legislazione mineraria. Fortificata nel Trecento dagli Aragonesi, che di qui mossero per la conquista di Cagliari e dellintera Sardegna, conobbe dopo la ribellione dellArbora un lungo periodo di stagnazione economica, restando tuttavia caposaldo del controllo politico e militare della regione. In epoca giudicale tale controllo veniva garantito da un complesso sistema di fortificazioni, attestato non pi soltanto sulla fascia costiera ma anche su una linea arretrata fra i castelli di Iglsias (o di Salvaterra), Gioiosa Guardia e Acquafredda, del quale ultimo rimangono imponenti rovine. In et spagnola la difesa si sposta nuovamente sul mare ma il complesso delle torri costiere, non pi di una dozzina su questo litorale, ha scarso significato nei confronti delle incursioni saracene perch lentroterra era comunque rimasto spoglio e disabitato. La situazione muta lentamente coi Savoia allorch intraprendono si tentativi di colonizzazione con elementi provenienti dallesterno. Fallisce quello tentato al salto di Oridda presso ntas, mentre ha pieno successo il trasferimento di profughi dorigine ligure da Tabarqa, sulla costa tunisina, a Carloforte nellisola di S. Pietro (1738) e a Calasetta in quella di S. Antoco (1769); e lo stesso centro principale, risolta nel 1758 una controversia con lepiscopato cagliaritano, si andava pian piano ripopolando di elementi sardi.
Sia Calasetta che Carloforte conservano ancora oggi, nelle case e nel tessuto urbano, una spiccata impronta ligure; sullesempio della patria dorigine, ma in ci anche costretti dalla diffidenza dei Sardi, fin dallinizio hanno indirizzato la loro economia verso attivit diverse dal tradizionale allevamento e cerealicoltura estensiva, quali la coltivazione viticola specializzata e la pesca (tonno, corallo) praticata sullintero periplo sardo e sulla vicina costa africana, contribuendo alla creazione di un ambiente dai particolarissimi caratteri antropici.

La creazione di nuovi centri si accompagna allo sviluppo di quelli esistenti, come succede a Gonnesa, che a partire dagli ultimi anni del Settecento si espande con una regolare pianta a scacchiera. Ma nel secolo seguente, con gli studi di Alberto Ferrero de La Marmora prima e di Quintino Sella poi, che la ricerca porta a incrementare e diversificare le attivit estrattive in quello che per lungo tempo resta il settore fondamentale delleconomia sarda. La fase di espansione che si protrae dalla met dellOttocento al primo dopoguerra, contrassegnando profondamente il paesaggio culmina con Carbonia, inaugurata da Mussolini nel 1938, inconfondibile centro minerario pianificato che dava corpo, ma non sostanza, allillusione fascista di autarchia nel settore carbonifero. Cresciuta 188

2 LIGLESIENTE E IL SLCIS

in maniera folgorante fino al secondo dopoguerra, quando si collocava per ampiezza demografica immediatamente al di sotto dei tre capoluoghi di provincia, ha conosciuto un periodo di stagnazione e poi di declino da cui la rigidit della sua caratterizzazione le impedisce di risollevarsi, senza che la prospezione mineraria le consenta altre opportunit. Il carbone del Slcis forse potr essere nuovamente bruciato nella centrale termoelettrica di Portovesme, che alimenta lomonima area industriale e gli impianti di prima lavorazione dei minerali estratti. Proprio di fronte a questa costa piena di fumi, di industrie, di miniere in funzione o abbandonate, di cumuli di scorie, di scarichi rossicci direttamente a mare, le due isole sulcitane coi loro minuscoli scogli compongono un ambiente di serena dolcezza, dove tutto appare lindo e in ordine: anche quelle emergenze naturali pur impressionanti nella loro monumentalit, come a punta delle Colonne ad esempio. Gli itinerari delle visite sono stati delineati facendo perno su Iglsias e considerando in un percorso separato, come meritano, le due isole minori. La citt principale, che vale senzaltro una visita non frettolosa, raggiungibile da Cagliari attraverso la valle del Cixerri, la via di collegamento pi naturale fra i distretti minerari e i Campidani. Da qui partono due percorsi divergenti, verso nord e verso sud: quello meridionale attraversa il bacino carbonifero, contornando la costa sud-occidentale del Slcis; quello settentrionale conduce dapprima ad ntas, poi ai pi interessanti impianti estrat tivi sardi, tra i quali Montevecchio e Ingurtosu. Una visita delle miniere non puprescindere da una deviazione a Buggerru e da unaltra a Masa, dove il contrasto fra il lavoro delle miniere e la bellezza abbagliante della costa compone scenari di grande interesse. Il patrimonio minerario di questarea e di tutta la regione Sardegna stato ufficialmente riconosciuto con la creazione, primo esempio al mondo, del Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna (vedi Appendice pag. 670).

2.1 Da Cagliari a Iglsias


Itinerario di 66.5 km (carta pag. 192) che, dopo aver attraversato nel primo tratto il fertile Campidano a NO di Cagliari, giunto a Decimomannu piega a occidente, risalendo lampia depressione bonificata del rio Cixerri; questa, estesa longitudinalmente fino a Iglsias, costituisce il margine settentrionale della vasta regione del Slcis. Il percorso principale si snoda costantemente in pianura, su strade statali (soprattutto la 130, Iglesiente) e provinciali di agevole e veloce percorribilit, affiancando quasi sempre la linea ferroviaria Cagliari-Iglsias; le due principali deviazioni,

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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS invece, ad Acquacadda attraverso il Slcis interno luna, e lungo la valle dOridda laltra, addentrandosi in territori accidentati, presentano qualche maggiore disagio, compensato tuttavia dalla ricchezza dei valori paesistici e ambientali. Tanto gli abitati sorti con funzione agricola (dislocati soprattutto nella prima parte dellitinerario), quanto i borghi fondati con funzione difensiva allaprirsi del distretto minerario dellIglesiente, presentano tipologie edilizie assimilabili al modello della tradizionale casa campidanese, consistente in unit singole, chiuse da alti muri in mattoni crudi di argilla e paglia (ladiri), su basamenti in pietra, comunicanti con la strada mediante un ampio portale ad arco e aperte verso linterno sulla corte (lolla) spesso a giardino. Tra gli edifici monumentali pi rappresentativi si segnalano alcune chiese di notevole interesse storico-artistico, che testimoniano la penetrazione della cultura romanica francese e pisana in questarea: San Platano di Villaspeciosa, Santa Maria di Uta, Nostra Signora del Pilar di Villamassargia.

Si esce da Cagliari lungo la via S. Avendrace (v. pag. 159), che, oltre lomonima piazza, continua nella via Monastir, tratto urbano della statale 131; ancora nellabitato, allincrocio caratterizzato sulla d. dalle strutture del cimitero di S. Michele (creato negli anni 30 in aggiunta a quello di Bonaria), si piega a sin. nella via del Fossario, percorrendola fino allimbocco, a d., della statale 130. La fascia suburbana , in questo tratto, caratterizzata dal succedersi di insediamenti industriali e depositi commerciali, che costituiscono le estreme propaggini dellarea industriale cagliaritana, estesa in tutta la zona perilagunare di S. Gilla.
Intorno agli anni 30, imponenti interventi di bonifica idraulica, operati nellultimo tratto del rio Mannu e del rio Cixerri, che confluivano nella laguna di S. Gilla con ununica foce, posero fine alle frequenti esondazioni cui la zona era soggetta; da allora i due corsi dacqua, deviati e disgiunti mediante linnalzamento di poderosi argini, si riversano nella laguna con foci distinte.

Assmini (vedi Appendice pag. 670). Mentre si diradano le edificazioni, lasciati, a d., il raccordo con la Carlo Felice e, a sin., quello con laeroporto civile e militare di lmas, la strada si divarica in due tracciati, uno pi a N, che costituisce la viabilit a scorrimento veloce per Decimomannu e Iglsias, e uno, parallelo pi a S, stretto e meno battuto dal traffico, che il tradizionale percorso di collegamento tra gli abitati; imboccato questultimo e attraversato labitato di lmas m 7, frazione del comune di Cagliari, un rettilineo alberato raggiunge, km 14, Assmini m 8, ab. 24 933, grosso borgo di recente conversione industriale, la cui tradizionale vocazione agricola rappresentata dalla persistenza, nel nucleo vecchio, delle caratteristiche case in mattoni crudi,
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2.1 DA CAGLIARI A IGLSIAS

con portale ad arco aperto su una corte interna. A sin. della strada principale la via Piave, proseguendo nella via Cesare Battisti, conduce alla parrocchiale gotico-aragonese di S. Pietro, del sec. XVI (accompagnata da un campanile inferiormente coevo e superiormente settecentesco), con tipica facciata rettangolare merlata, stretta da contrafforti e ornata da un portale gotico; linterno, a una navata con cappelle laterali, conserva le arcate gotiche e le volte stellari a costoloni. Alle spalle della chiesa la via Principe di Piemonte va alloratorio di S. Giovanni, uno degli edifici del sec. XI meglio conservati della Sardegna, eretto adattando alla tradizione locale modelli bizantini.
Ha pianta a croce latina, inscritta in un quadrato, con bracci coperti da volte a botte; la crociera coperta da un tiburio quadrato sormontato da cupoletta sferica, i cui raccordi sono ottenuti col progressivo arrotondamento degli spigoli, a partire dalla cornice dimposta; i quattro ambienti dangolo sono ricostruzioni di quelli originali. Fra i vari marmi collocati lungo le pareti, uniscrizione greca ricorda larconte Torgotorio e la moglie Getite.

Decimomannu. Oltre Assmini la strada, sempre alberata, entra, km 17.5, nella periferia occidentale di Decimomannu m 12, ab. 6978, borgo agricolo di origine romana (decimo ab urbe Karali miliario), situato nei pressi della confluenza del rio Flumineddu con il rio Mannu di San Sperate.
Lantica funzione itineraria lungo il percorso da Kralis a Slcis (lodierna SantAntoco), mantenuta in et moderna, viene confermata nel 1871 con il passaggio del primo tronco ferroviario della Sardegna da Cagliari a Villas e successivamente potenziata nel ruolo di stazione di r, smistamento tra le linee Cagliari-Porto Torres-Golfo Aranci e Cagliari-Iglsias-Carbonia.

Santuario di S. Greca. Subito allingresso dellabitato, sulla d., si innalza il santuario di S. Greca con facciata (ricostruita nel nostro secolo) rivolta verso la campagna, noto soprattutto per il culto popolare tributato alla santa nei tre giorni di festa a partire dallultima domenica di settembre. La chiesa, edificata alla fine del 500 nel sito ove, nel sec. XIV, sorgeva un monastero, fu radicalmente ristrutturata verso il 1777; da segnalare, allinterno, laltare maggiore e il pulpito, lavori di Battista Franco. Nel corso di restauri, nel 1933, fu demolito il portico dingresso e aperta una porta di accesso alla cosiddetta prigione di S. Greca, interessante per liscrizione che vi si trova. Nel nucleo centrale del borgo, le cui abitazioni mantengono la tipologia della tradizionale casa campidanese in mattoni crudi, si trova, affacciata sullalberata piazza principale, la parrocchiale
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di S. Antonio Abate, costruzione originariamente tardogotica, poi molto manomessa soprattutto nella facciata.
Linterno si presenta pi integro: nellunica navata con archi trasversali che scandiscono la successione di quattro campate a copertura lignea, si innestano tre cappelle per lato, originarie quelle di d., con volte a crociera costolonata, pi recenti quelle di sin. coperte a botte; pure di stile gotico-catalano la volta stellare del presbiterio.

San Sperate. Prendendo lungo il fianco d. della parrocchiale una strada in direzione NE, attraversata la statale 130 (lindicazione per Monastr), si pu raggiungere, km 7, il vicino centro di San Sperate m 41, ab. 6922, da alcuni anni noto come paese-museo, per la presenza lungo le strade di murales eseguiti da vari autori contemporanei e di sculture dellartista locale Pinuccio Sciola. Il percorso che vi conduce procede fiancheggiato da coltivazioni intensive di agrumi e pesche, orti, serre per ortaggi e fiori ed entra nellabitato costeggiando per un tratto il corso del rio Concias; quasi al termine del nucleo antico, si apre la piccola piazza che accoglie ledificio, ormai fatiscente, del Monte Granatico e la parrocchiale intitolata a S. Sperate. La chiesa, che risale al XVI sec., presenta un coronamento orizzontale merlato e un portale di forme manieristiche; limpianto planimetrico, di tipo catalano, ad aula unica con due cappelle per lato, conclusa da un ampio presbiterio con volta a botte, consta di quattro campate su archi ogivali; delle due cappelle che conservano le originarie strutture tardogotiche, la pi interessante la 2 a d., a pianta quadrata, coperta da volta stellare costolonata.
Procedendo in direzione di Iglsias nella superstrada (statale 130), che compie una circonvallazione a N di Decimomannu, tra fiorenti agrumeti ed estesi oliveti, si va a varcare il grande ponte sul rio Mannu; in vista dellampia apertura della valle del Cixerri il paesaggio appare delimitato, verso N, dal M. Idda m 220 e, verso S, dai profili del complesso del M. Arcosu m 948. Al km 21 si raggiunge il quadrivio da cui si dipartono le due brevi diramazioni, a d. (km 1.6) per Villa Speciosa e, a sin. (km 2.5) per Uta, entrambe mete di rilevante interesse per la presenza di due edifici di grande valore monumentale, la chiesa di S. Platano e quella di S. Maria.

S. Platano. La prima deviazione, ai margini dellarea bonificata del Comprensorio di Decimoputzu, che, nellultimo dopoguerra, ha operato il risanamento idraulico e la messa a coltura della vasta piana, permette di raggiungere, poco discosta dallabitato di Villaspeciosa m 11, ab. 1994, la leggiadra chiesa romanica di S. Platano, eretta intorno al 1144 dai monaci Vittorini di Marsiglia, utilizzando materiali di diversa provenienza (conci di calcare e marmi di spoglio) che in facciata si compongono in armoniosi ornati di gusto toscano a rilievo e tarsia; limpostazione strutturale a due navatelle uguali absidate, non insolita in Sardegna, il risultato di unintegrazione provenzale su modelli pisano-lucchesi, di cui sono
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2.1 DA CAGLIARI A IGLSIAS significativi segni gli archetti pensili su esili colonne delle absidi e la scala esterna; sul campaniletto a vela presente una campana datata 1428. In unarea poco distante lesplorazione archeologica ha messo in luce nel 1974 un piccolo edificio termale con calidarium, tepidarium e frigidarium, di et imperiale, al quale nella seconda met del IV sec. si aggiunse una costruzione composta di un vano rettangolare, dal pavimento musivo policromo, e di una serie di piccoli ambienti; nelledificio rettangolare alcuni studiosi hanno dubitativamente riconosciuto la chiesa di S. Cromazio, appartenuta allo scomparso villaggio medievale di Yssu. Decimoputzu. Tre chilometri a N di Villa Speciosa di qualche interesse la parrocchiale di Decimoputzu m 17, ab. 4061, dedicata a Nostra Signora delle Grazie, di stile gotico-aragonese, con cappelle e presbiterio dalle volte gemmate, che custodisce un polittico ligneo del sec. XVI-XVII di fattura popolare; nelle vicinanze del paese si trovano anche la chiesa romanica di S. Giorgio e la chiesa campestre di S. Basilio.

Uta. La seconda deviazione, staccandosi dalla parte opposta della statale in direzione SE, raggiunge, tra i campi, labitato di Uta m 8, ab. 6798, disposto lungo un asse longitudinale che si allarga nella centrale piazza della parrocchiale di S. Giusta, costruzione tardocinquecentesca di stile gotico-catalano. Gli edifici del nucleo centrale, costruiti secondo i metodi tradizionali dellarea campidanese, si aggregano secondo moduli inconsueti per la zona, costituiti da cellule unitarie saldate tra loro da un unico tetto a doppio spiovente, individuabili singolarmente dalla porta dingresso con la finestra sulla strada e dal comignolo. Chiesa di *S. Maria. Lungo la via principale, appena fuori dellabitato, in ambiente solitario e suggestivo, si eleva una delle pi belle e importanti architetture romaniche della Sardegna, la chiesa di S. Maria, probabilmente lultima eretta dai Vittorini nellisola, stando alla cronologia che si desume dai riscontri stilistici con la basilica di S. Giusta (1135-45) presso Oristano (v. pag. 278). Sorta originariamente a due navate, il cui impianto (evidenziato da una linea bianca nellattuale pavimento) venuto alla luce durante recenti scavi, fu quasi immediatamente ricostruita a tre navate, la centrale absidata. Vi lavorarono maestranze di educazione francese (parte sin. del prospetto e fianco contiguo) e di educazione pisana (impianto del portale lunettato, parte d. del prospetto e fianco corrispondente, abside). Tale simbiosi di culture architettoniche raggiunge una forma compiuta e organica anche attraverso laccoglimento della tipica decorazione romanica: i capitelli del portale ornati di caulicoli e foglie riverse, le sculture sulle mensole delle archeggiature che, intervallate da lesene, corrono lungo tutto il paramento esterno, il fregio arabeggiante di finissima fattura che conclude il primo ordine della facciata; questa a due spioventi culmina con un timpano, modificato nel 300 per innalzarvi un campaniletto a vela. Linterno, di classica spazialit, a tre navate, divise da ampie arcate su snelle colonne, con soffitto a capriate.
Il paesaggio pianeggiante interrotto, allaltezza della cantoniera Pelliconi, dal profilo dei monti di Silqua, piccolo complesso di origine vulcanica che stabilisce, sulla d. della statale, la separazione tra il Campidano e la media valle del rio Cixerri; questa, caratteriz195

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zata da modesti rilievi collinari, ove le foraggere si alternano ai terreni incolti e cespugliosi, andata gradualmente trasformandosi negli ultimi decenni, a causa del duplice utilizzo dei suoli, agricolo e pastorale insieme, in cui ampio rilievo hanno avuto la massiccia immigrazione di pastori barbaricini e di greggi, nonch intervengli ti del Consorzio di bonifica del Cixerri, istituito nel 1951. Silqua. Al km 32, mentre litinerario prosegue a sin., a d. si entra in Silqua m 66, ab. 4114, centro di contatto tra il SlcisIglesiente e il Campidano, disposto sopra una lieve sopraelevazione tra i corsi del rio Forrus e del Cixerri. Subito allingresso dellabitato sorge la seicentesca chiesa di S. Sebastiano, dal frontone ad arco inflesso. Dalla strada principale, corso Repubblica, allaltezza del Municipio, si staccano verso d. alcune viuzze che salgono allampia piazza ove prospettano ledificio del Monte Granatico e la parrocchiale di S. Giorgio; delloriginario impianto gotico-catalano la chiesa conserva quattro cappelle e il presbiterio con volte gemmate, alcune ornate di rilievi. Attraverso le strade del nucleo vecchio, fronteggiate da tradizionali abitazioni di tipo campidanese, si possono raggiungere le vicine chiese di S. Antonio Abate e di S. Anna, entrambe dal caratteristico prospetto tardogotico orizzontale merlato.

Vallermosa. Dalla periferia orientale di Silqua, dopo un percorso di 7.4 km in direzione N, si pu raggiungere il centro agro-pastorale di Vallermosa m 73, ab. 1994, fondato nel 1640 dal marchese di Villas nei pressi r dellabbandonato insediamento medievale di Pau Yosso, del quale rimane testimonianza nei resti della chiesa intitolata a S. Maria del Paradiso; allepoca della fondazione del borgo risale limpianto della parrocchiale di S. Lucifero, assimilabile a modelli rinascimentali. Castello di Acquafredda. Dal bivio a E di Silqua si prende in direzione S la statale 293, in vista sempre pi ravvicinata dello scosceso colle lavico del castello di Acquafredda m 253 (v. sotto), fino, km 35.5, a un quadrivio: a d. litinerario principale si dirige a Villamassargia, mentre proseguendo lungo la statale per Giba si rasenta subito il piede del dirupo conico che sostiene i ruderi del castello di Acquafredda o di Silqua, costruito dopo il 1567 dalla famiglia pisana dei Donoratico della Gherardesca; ne restano avanzi del maschio centrale, alcuni tratti delle mura di difesa e qualche cisterna; lungo le pendici del colle sono sparsi i ruderi di un villaggio militare medievale. Al castello sono collegate le tragiche vicende che seguirono alla morte del conte Ugolino.
Oltre il castello di Acquafredda la statale risale con un faticoso percorso la stretta e tortuosa valle del rio sa Schina de sa Stoia, affiancata dai

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2.1 DA CAGLIARI A IGLSIAS binari della smantellata ferrovia, in un paesaggio caratterizzato da calcari e scisti paleozoici di grande interesse naturalistico per la copertura vegetale di cisti, lecci e oleandri. Superato il lago artificiale di Medau Zirimilis (dovuto a un intervento del Consorzio di bonifica del Cixerri), la strada scende, dopo il passo di Campanasissa m 290, a varcare sulla diga omonima il lago artificiale di Bau Pressiu formato dal rio Mannu, giungendo, km 16.2, alle poche case di Acquacadda m 181, villaggio discendente da un furriadroxiu settecentesco (v. pag. 186), posto allaprirsi della biforcazione per Carbonia (a d.) e per Giba (a sin.); i territori attraversati dai due tronchi stradali, disseminati di piccoli abitati, hanno subito le conseguenze della depressione economica seguita alla chiusura delle vicine miniere di Rosas e di Orbai che coltivavano filoni mineralizzati a galena, blenda e calcopiriti.

Castello di Gioiosa Guardia. Dal quadrivio presso il castello di Acquafredda si imbocca verso O il rettilineo che, correndo lungo il versante d. del Cixerri, costituisce il collegamento pi veloce tra Cagliari e Carbonia. A sin. si estende una linea di monti scoscesi; a d. lampia piana bonificata, in parte coltivata, in parte a pascoli sparsi di radi cespugli, dietro cui si levano i rilievi del complesso calcareo del Marganai, con la punta S. Michele m 906; avanti si staglia il colle vulcanico m 392, sul quale sono superstiti i pochi ruderi della cortina muraria del castello di Gioiosa Guardia che, con i borghi fortificati di Villamassargia e Domusnas e v con la munita citt di Iglsias, completava il sistema difensivo eretto dai Pisani a protezione della valle e dellarea mineraria. Villamassargia. Al km 50.8, dopo averne rasentato il margine settentrionale dellabitato, piegando a sin. (a d. si va a Domusn vas, avanti a Carbonia) si entra in Villamassargia m 121, ab. 3731, centro agro-pastorale disteso a raggiera tra la provinciale e le falde dellaltura arenaceo-marnosa del M. Exi m 369. Un tempo borgo fortificato (restano pochi ruderi delle mura), conserva testimonianza della sua importanza storica negli edifici religiosi edificati durante la signoria dei Donoratico della Gherardesca. Allingresso dellabitato si incontra la parrocchiale di S. Maria della Neve, nella quale sono riconoscibili tre fasi costruttive: allimpianto originario (primi decenni del sec. XIII) riferibile la pianta a tre navate e i tozzi pilastri di derivazione cistercense; a una ristrutturazione successiva di qualche decennio risale lalzato della navata centrale con le mensole (due recano sculture romaniche) a sostegno della copertura lignea; in una terza fase costruttiva (fine del sec. XVI) fu modificato, ampliandolo, lo spazio interno, in forme gotico-catalane riconoscibili nel presbiterio e nelle cappelle laterali (con retabli di legno intagliato e dipinto), e fu trasformata la facciata, che presenta il tipico coronamento oriz197

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zontale merlato e tracce del rosone. Allinterno si trova un pregevole altarino ligneo settecentesco. Chiesa della Beata Vergine del Pilar. Nel cuore dellabitato, sulla piazza principale prospetta la chiesa di S. Ranieri, dallet spagnola nota come chiesa della Beata Vergine del Pilar, edificata nel 1318 in modi tardoromanici da Arzocco de Garna, capomastro toscano giunto in Sardegna al seguito di Giovanni Capula. La facciata tripartita, con portale a tutto sesto sormontato da rosone e ornata di archetti pensili, ripete moduli adottati in chiese dellarea sulcitana (S. Maria di Tratalas) e a Iglsias, dalle quali la distingue il campaniletto a vela, originario. Linterno, rielaborato alla fine del 500 in stile tardogotico, presenta la navata suddivisa da archi a diaframma con presbiterio quadrangolare; interessante lacquasantiera seicentesca con rilievi. Domusnvas. Uscendo da Villamassargia verso N, sovrappassata la ferrovia allaltezza della stazione (ove la linea proveniente da Cagliari si biforca nei due rami per Iglsias e per Carbonia), e attraversata poi la statale 130, si penetra lungo lalberato viale principale, km 56.1, in Domusnvas m 152, ab. 6528, distesa ai piedi della punta S. Michele m 906, allo sbocco della valletta del rio S. Giovanni. Vi ha sede il Museo Etnografico Sotgiu (t. 078170356).
Il nome rievoca la genesi del borgo: una villanova fondata nel Medioevo dai Pisani, quale supporto agricolo alleconomia mineraria dellIglesiente, nel tratto pi fertile e ricco di falde freatiche della valle del Cixerri; era munita di una cinta difensiva e di un castello, che si trovava nei pressi dellattuale parrocchiale. La tipologia delle abitazioni, che utilizza i tradizionali materiali delle case campidanesi, si differenzia strutturalmente da queste per la presenza di due piani, secondo un modello probabilmente offerto dai modesti palazzetti del vicino insediamento agro-pastorale di Musei m 119, ab. 1493, fondato nel XVII sec. dai Gesuiti importandovi unedilizia estranea alla consuetudine locale.

Sempre lungo il viale principale si trova la parrocchiale intitolata alla Madonna dellAssunta, con prospetto moderno in stile neoromanico e impianto tipico delle chiese settecentesche a croce latina, con volta a botte. La parrocchiale pi antica da identificare presumibilmente nella chiesa di S. Barbara (una trasversale che parte di fronte alla facciata dellAssunta collega le due chiese), edificata alla fine del 200 presso la distrutta cinta muraria; scomparsi nei recenti restauri gli scarsi lacerti delloriginaria facciata, superstite un portale lunettato lungo il fianco N, obliterato fin dal sec. XVII.
Strada di km 14.7 che esce da Dumusnas verso N, risalendo la stretta e v tortuosa valle del rio S. Giovanni, ricca di orti e aranceti. Lasciati a sin. gli

Escursione alla grotta di S. Giovanni e alla Valle dOridda.

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2.1 DA CAGLIARI A IGLSIAS impianti abbandonati di una cartiera ottocentesca, subito si apre, km 3.5, sulla parete verticale del M. Acqua m 540, limbocco meridionale della grotta di S. Giovanni, formatasi per un cedimento, con conseguente spaccatura alla base, della enorme massa calcarea. La cavit, una delle poche a essere interamente attraversata da una strada carrozzabile, costituita da una tortuosa galleria naturale, lunga 850 m, con due ingressi a N e a S, illuminata e percorribile anche a piedi. Accanto allapertura meridionale, dominata da una chiesetta ottocentesca, una ricca sorgente le cui acque vengono v captate per gli acquedotti di Cagliari e di Domusnas. Presso entrambi gli imbocchi sono presenti avanzi di mura ciclopiche che fanno supporre lutilizzo della grotta, anticamente, come rifugio o fortezza. Lo sbocco settentrionale inghiotte in periodo invernale un torrente superficiale che, scorrendo parallelo alla strada e sbucando allesterno presso lingresso a S, causa talvolta piene che la rendono intransitabile. A met circa del percorso si diparte verso O un ramo secondario, chiamato Su Stampu de Pireddu, costituito da una serie di gallerie e cunicoli che portano lo sviluppo totale della grotta a due chilometri. Le concrezioni allinterno sono scarse e non molto interessanti, se si eccettuano le grandi vasche stalagmitiche e lanfratto anticamente utilizzato come cappella rupestre, entrambi sulla d., poco prima dello sbocco verso N. Circa 600 metri dopo luscita dalla grotta, lasciato a sin. un tronco per gli impianti abbandonati delle miniere Marganai, la strada risale la solitaria valle dOridda, solcata dal rio Sa Duchessa e coperta da una macchia-foresta di lecci e querce; il percorso, oltre a presentare valori paesistici di grande suggestione, raggiunge una serie di interessanti complessi minerari abbandonati (Barraxiutta, Sa Duchessa, Tiny, Arenas), che fino a pochi anni fa coltivavano filoni piombo-zinciferi; disseminati lungo lincisione valliva, contribuiscono a connotare con la loro inconsueta presenza un territorio gi ricco di qualit ambientali.

Allontanandosi a O di Domusnas e ripresa la statale 130, il v percorso si svolge velocemente tra campi coltivati, entrando al termine di un rettilineo, km 66.5, in Iglsias.

2.2 Iglsias
Iglsias m 176, ab. 28 010, per la sua posizione geografica su un pianoro leggermente ondulato, interposto tra i rilievi del M. sa Fossat m 455, del monte S. Pietro m 661 e del Cccuru Contu ula m 807, ha sempre svolto la funzione di cerniera tra le aree minerarie dellentroterra nord e sud-occidentale e gli sbocchi sullagevole sistema di comunicazioni impostato, per il settentrione e loriente dellisola, lungo la piatta rettilinea valle del rio Cixerri, e, per gli scali del litorale sud-occidentale, lungo la valle del rio Gonnesa. 199

2 LIGLESIENTE E IL SLCIS

La storia di Iglsias, iniziata nel Medioevo, intimamente legata allattivit svolta in Sardegna dal Comune di Pisa, a partire da quando, nel 1257, la citt toscana, vincendo la battaglia di Santa Igia, si impadron del territorio appartenente al giudicato di Cagliari e ne oper suddivila sione in tre parti che affid agli esponenti pi illustri di altrettante famiglie pisane: quelle dei Capraia, dei Visconti e dei Donoratico della Gherardesca. Il settore occidentale del giudicato (corrispondente al Slcis e alla valle del Cixerri), dopo essere stato a sua volta spartito, fu affidato, per quanto riguarda il Slcis, al conte Gherardo della Gherardesca, mentre la valle del Cixerri fu attribuita al fratello Ugolino, lo stesso che Dante celebra nel XXXIII canto dellInferno. I primi documenti relativi a Iglsias (denominata da principio Villa Ecclesiarum, o Villa Ecclesiae, nomi che richiamano probabilmente la fusione di pi agglomerati originariamente sviluppatisi attorno a edifici religiosi) risalgono al periodo di amministrazione del suddetto conte, uno dei pi floridi che la cittadina abbia vissuto. Essendo accertata, sin da quei tempi, la presenza nel contesto minerario di Iglsias di etnie di diversa provenienza (Sardi, Toscani, Tedeschi, ecc.), si presume che le tante chiese e gli annessi insediamenti siano derivati dalla volont dei diversi gruppi immigrati di riproporre nella nuova residenza un ambiente atto a tenerli uniti, ove poter ricostruire usanze che ricordassero le aree di origine. Durante il governo del conte Ugolino, Iglsias fu organizzata sul modello di un Comune toscano, ebbe cio proprie leggi, il diritto di coniare moneta e le fu preposto un podest (poi sostituito da due capitani o rettori) eletto annualmente a Pisa. Dominio pisano. Nel 1284, conseguentemente alla condanna del conte Ugolino, i beni sardi della famiglia dei Donoratico della Gherardesca vennero sequestrati e la citt toscana si assunse direttamente lonere del governo della Sardegna sud-occidentale. Essa, proseguendo lopera iniziata precedentemente, mun Iglsias divenuta per potere economico e per forza demografica la seconda citt della Sardegna meridionale di un robusto sistema difensivo impostato su una cinta muraria quadrangolare sostenuta da venti torrioni e dotata di quattro porte (SantAntonio, Barlao poi Nuova, Maestra poi di S. Sebastiano, Castello), con a oriente il castello di San Guantino o di Salvaterra, a sua volta protetto da un profondo fossato e da una merlatura. Pisa provvide pure alla costruzione di un acquedotto e sostitu le norme provvisorie stabilite dal conte Ugolino con un vero e proprio Statuto, il cosiddetto Breve di Villa di Chiesa che raccoglieva organicamente le disposizioni atte a regolamentare la vita cittadina e lattivit del distretto minerario, una cui copia lunica superstite conservata nellArchivio comunale. Nel 1323 la storia di Iglsias subisce una drammatica svolta. Sbarcate il 14 giugno nel porto di Canelles (lattuale Portovesme) per dare inizio
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2.2 IGLSIAS alloccupazione della Sardegna, le truppe aragonesi puntano su Iglsias, porta daccesso al ricco distretto minerario metallifero. Ne consegue un assedio protrattosi sino al 7 febbraio 1324, data in cui la citt, esausta, costretta ad accettare la resa, sia pur mantenendo il diritto di continuare ad amministrarsi sulla base dei regolamenti del Breve. Tuttavia, prima della definitiva pacificazione, Iglsias rimane coinvolta in una lunga fase di guerriglia che, se permette agli Iberici, nei momenti di tregua, la ricostruzione del sistema difensivo (di cui si possono ancora osservare i ruderi) impedisce alla citt la ripresa economica e demografica, per incrementare la quale sar necessario intervenire, nel 400, attraverso la concessione di franchigie e di agevolazioni a quanti accettano di trasferirvisi. Fallito nel 1436 il tentativo di infeudazione a favore della famiglia Carroz, per la resistenza della cittadinanza che prefer accollarsi il non indifferente onere del riscatto, Iglsias, ormai identificata col nome che ancora oggi la contraddistingue, fu elevata al rango di citt reale e con questa qualifica, che la poneva alle immediate dipendenze del sovrano, trascorse le alterne vicende della dominazione iberica e di quella piemontese. Espansione economica. Iglsias ha vissuto una fase di singolare prosperit a partire dalla seconda met del secolo scorso, quando, per il fabbisogno di prodotti metalliferi da parte della nascente industria italiana, le miniere sarde erano divenute oggetto di nuova attenzione. Conclusosi questo periodo con la crisi che nellultimo dopoguerra ha investito tutto lapparato minerario isolano, leconomia della citt ha acquisito un ritmo assai statico, cui non riuscita a conferire vitalit nemmeno la creazione, avvenuta nel 1963, del Nucleo di industrializzazione del Slcis-Iglesiente. Ne derivato soltanto un impulso allo sviluppo edilizio, teso a soddisfare il bisogno di abitazioni di molti dei lavoratori impiegati nelle industrie di Portovesme, e, conseguentemente alla immigrazione, un incremento del movimento commerciale. A fronte di una vocazione produttiva mortificata, Iglsias tende oggi a valorizzare le risorse del suo patrimonio storico con iniziative culturali quali listituzione, accanto allArchivio storico comunale, di un Archivio storico delle miniere, lunico specifico in Italia. Entrambe le raccolte sono state trasferite nelledificio delle vecchie ex carceri mandamentali, il quale occupa il sito che nel Medioevo accoglieva forse gli impianti della zecca. A Iglsias sussiste inoltre un notevole artigianato dellargento (che annualmente, nel mese di ottobre, d vita a una mostra), per il cui incremento stata aperta unapposita scuola regionale. Importante infine loperato dellassociazione Lao Silesu, la quale, oltre a organizzare cicli di conferenze, seminari, concerti ecc., ogni anno assegna il Premio Iglsias a opere di saggistica di risonanza internazionale. Il tessuto topografico di Iglsias riflette le vicende storico-economiche della citt, in particolare lalterno andamento dellattivit mineraria che ad essa fa capo; infatti possibile individuare, nonostante le inevitabili alterazioni causate dal trascorrere dei secoli, tre fasi dello sviluppo urbanistico: quella di impostazione medievale, contenuta allinterno del perimetro quadrangolare delineato dalla cinta delle fortificazioni; quella espressa dalle espansioni dirette verso le coltivazioni minerarie, caratteristica della Iglsias ottocentesca; quella dellultimo dopoguerra, tesa a colmare i vuoti delledilizia precedente.

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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS Particolarmente interessante lo schema proposto dal nucleo del primitivo insediamento, nel quale si possono ancora notare le forzature cui fu sottoposto quando, eretta la cinta muraria, si pose la necessit di raccordare larea pi centrale e pulsante dellabitato, la plassa de Villa (attuale piazza La Marmora), con le quattro mura del perimetro fortificato; lobiettivo fu realizzato attraverso una viabilit accentuatamente contorta, tuttora leggibile. Delledilizia medievale pisana e aragonese sussistono, particolarmente pregevoli, talune chiese e i ruderi delle strutture militari, mentre nulla rimasto dellapparato civile che doveva presentare aspetti assai interessanti, stando almeno alle segnalazioni fornite dal Breve. La maggior parte delle sostituzioni avvenne durante la fase di rinnovamento ottocentesco, quando molte dimore furono abbattute per lasciare spazio alledilizia pubblica (Municipio) e privata. Lo sviluppo ottocentesco progettato si svolge allesterno dellantico circuito murario, lungo le direttrici volte a raccordare la citt sia con le miniere adiacenti (via Cattaneo) sia con la Stazione ferroviaria (via Garibaldi), inaugurata nel 1871. La terza fase dellampliamento di 1gIsias, iniziata con lultimo dopoguerra, ancora in atto; essa non risulta collegata, come le precedenti, con un momento di particolare vitalit dellindustria estrattiva, ma piuttosto con lo sviluppo del settore terziario che ha caratterizzato gli ultimi decenni. Litinerario di visita, toccati i principali edifici religiosi un tempo racchiusi dalle mura del borgo medievale, conduce con una serie di brevi percorsi divergenti a monumenti di interesse storico e luoghi di pregio ambientale, quali il castello e il colle di Salvaterra, la chiesa della Madonna di Valverde, le superstiti mura aragonesi, il colle della chiesa di Nostra Signora di Buon Cammino. Quantunque sia possibile effettuare tutti gli spostamenti in autovettura, la dimensione contenuta delle distanze e la possibilit di cogliere nel modo adeguato le qualit del paesaggio urbano e suburbano, consigliano di compiere a piedi la visita, per la quale necessaria poco pi di mezza giornata.

Il centro moderno di Iglsias si attesta attorno alla vasta alberata piazza Quintino Sella che, con ladiacente piazza Oberdan, costituisce anche il punto di ritrovo pi vivace e frequentato; aperte intorno al 1880 in unarea campestre esterna alla cinta muraria, compresa tra le abbattute porte Castello e Maestra, la prima ospita nel mezzo il monumento a Quintino Sella (eseguito nel 1885 da Giuseppe Sartorio), lo statista promotore nello scorso secolo del rinnovato impulso dellindustria mineraria isolana; la seconda il monumento ai Caduti (1928), del nuorese Francesco Ciusa. Domina le due piazze, da NE, il colle Altai, sovrastato dalle ragguardevoli rovine del castello di Salvaterra, v. pag. 204, mentre di fronte a questo si scorge la collina del M. Cresia con la chiesetta di Nostra Signora di Buon Cammino, v. pag. 205. Dal lato nord-occidentale della piazza Sella, penetrando nellarea dellinsediamento medievale, si percorre il corso Matteotti, ele202

2.2 IGLSIAS

gante arteria commerciale non pi riconoscibile nellaspetto originario. Al termine, dalla piazza La Marmora (antica plassa de Villa), snodo su cui converge gran parte della viabilit del centro storico, seguendo la via Sarcidano e lo stretto passaggio del vico Duomo, si raggiunge la quadrangolare piccola piazza del Municipio, realizzata attraverso interventi discontinui, che hanno tuttavia dato luogo a una distribuzione degli spazi armonica e funzionale. Cattedrale. Sul lato orientale prospetta la Cattedrale dedicata a S. Chiara, fatta costruire tra il 1284 e il 1288 dal conte Ugolino della Gherardesca, che conserva di tale epoca la facciata romanico-gotica, divisa in due ordini da una modanatura, con semplice portale sovrastato da un arco che eccede verso lordine superiore, e una rosa stretta fra due monofore ogivali cieche; completa il repertorio decorativo di tipologia pisana un partito di archeggiature trilobe lungo gli spioventi del frontone; al fianco d. si addossa, notevolmente rimaneggiato, un campanile in cui batte la campana fusa nel 1337 da Andrea Pisano. Linterno, dopo il totale rifacimento avvenuto alla fine del XVI sec. in forme goticoaragonesi, si presenta a una navata con cappelle laterali e copertura a volte stellari; in sagrestia custodito un prezioso pastorale in argento cesellato di bottega cagliaritana del 500. Fronteggia la cattedrale la costruzione ottocentesca del Municipio, mentre sul lato meridionale della piazzetta, raccordato alla chiesa da una galleria, il Palazzo Vescovile, edificato tra il 1763 e il 1785 in forme derivate dallarchitettura iberica; sul lato opposto, austeri palazzetti ottocenteschi contribuiscono a conferire al sito un aspetto di nobile dignit. Chiesa di S. Francesco. Lungo il fianco sin. del Municipio la via Satta e, ancora a sin., la via Don Minzoni conducono di fronte alla chiesa di S. Francesco che, forse pi antica, presenta attualmente strutture gotico-aragonesi in parte risalenti al XV sec., in parte al XVI. La facciata a capanna in trachite rosa ornata di un semplice rosone collocato sopra il portale ogivale e di due rosoncini.
Linterno, a una navata di sette campate, con copertura a spioventi lignei poggianti su archi ogivali (gettati nel 1534), risulta suggestivo per la concezione organica dello spazio, malgrado lapertura successiva delle cappelle laterali, aggiunte tra i contrafforti secondo la tradizione catalana; la 1 cappella sin. probabilmente la pi antica; le altre sullo stesso lato sono del sec. XVI (la 4a accoglie una statua in terracotta di Frate Leone del sec. XV); la cappella maggiore, a pianta quadrata con volta semiottagona a costolonature radiali, del 1523. Le cappelle del fianco d. sono tutte della seconda met del sec. XVI e alla stessa epoca risale la tribuna che mostra ornati tardogotici e modanature rinascimentali; interessante anche larcone ribassato che sostiene la cantoria sopra lingresso.

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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS

Dalla chiesa di S. Francesco, lungo le vie Pullo e Zecca si raggiunge, nella piazza Manzoni, il santuario di S. Maria delle Grazie, edificato, come le altre chiese monumentali della citt, nel 200 in forme di transizione romanico-gotiche. Delle primitive strutture la facciata conserva solo la parte inferiore con portale a lunetta, una monofora e una cornice di archetti poggianti su piccole mensole; la parte superiore che, come linterno, fu rimaneggiata nei secc. XVII e XVIII, presenta un timpano spezzato e un campanile a vela. Nellinterno sono da segnalare gli eleganti fregi che decorano larco trionfale, nonch un dipinto del XVI sec., conservato in sagrestia, con S. Saturno (cui la chiesa, prima parrocchiale di Iglsias, era in origine dedicata), e una statua lignea della Madonna delle Grazie. Di ritorno per le vie della Zecca e Sulis nella piazza Sella, se ne percorre il lato occidentale fino allimbocco dellantica via Eleonora dArborea, allinizio della quale sopravvive, talvolta inglobato alle costruzioni successive, qualche lembo del lato orientale delle mura. Castello di Salvaterra. Al termine, dallo slargo della porta Fenza si stacca a d. la via Ghibellina che, uscita quasi subito dallabitato e ridottasi a sentiero, sale lungo le pendici meridionali del colle Altai (o Altari) m 285 alle rovine del castello di Salvaterra, di impianto pisano (ultimato nel 1325) attualmente in restauro; la vista delle superstiti strutture esterne ostacolata da costruzioni industriali dellinizio del secolo scorso. La breve passeggiata che, aggirati i ruderi, rientra nella via Ghibellina, consente di apprezzare i valori ambientali di unarea suburbana sostanzialmente integra, con splendida vista sulla citt storica e sullopposto colle con la chiesetta di Buon Cammino. Di ritorno nuovamente nella piazza Sella, un percorso agevole anche a piedi (15 minuti circa) che si svolge verso SE, lungo le vie Valverde e Cappuccini, conduce, presso il Cimitero, alla chiesa extra-muraria della Madonna di Valverde.
Costruita tra il 1285 e il 1290, ricalca, in modi meno eleganti, lo schema del prospetto della Cattedrale; divisa in due ordini da una modanatura, la facciata presenta una bifora gotica inclusa in un arco con due oculi che si prolunga nel frontone coronato da archetti trilobi. Nellinterno, che sub una prima ristrutturazione alla fine del 500 e una definitiva trasformazione alla fine del secolo successivo, sono interessanti la 1 cappella d. e la volta del presbiterio a crociera, entrambe tardogotiche. Sono altres superstiti pochi resti del cinquecentesco attiguo convento e la cisterna del chiostro.

Dalla piazza Sella, seguendo verso O la via Gramsci e continuando nella via Roma, parallela al tracciato delle mura medievali (a d. pochi lacerti), si incontra al N. 45, nellIstituto tecnico mineralogico fondato nel 1871 da Quintino Sella, un interessante MUSEO DI MINERALOGIA E PALEONTOLOGIA (t. 078122304 - 078122502). 204

2.2 IGLSIAS La raccolta la pi completa dellisola per laspetto mineralogico contenente circa 8000 campioni, si articola in due sale: la prima conserva minerali di varia provenienza; la seconda, pi grande, minerali, fossili e reperti archeologici della Sardegna, oltre a modelli di impianti minerari e illustrazioni didattiche. Il vasto patrimonio di macchine antiche per la lavorazione dei minerali in possesso dellIstituto stato sistemato nel Museo dellArte mineraria (vedi Appendice pag. 670), nello stesso edificio.

Mura aragonesi. Al termine della via Roma, dallo slargo che ha mantenuto il nome della demolita porta Nuova, sale verso N la via Buon Cammino che si prolunga nella via Campidano; questa costeggia il versante esterno del lato nord-occidentale delle mura aragonesi (XIV sec.), delle quali, in questo tratto, si conservano interamente, oltre alle cortine merlate, molte torri. A sin. della via Campidano parte la ripida salita (anche a piedi, c. minuti 15) che, lungo le pendici del M. Cresia m 347 coperte di olivastri, raggiunge, in cima a uno sperone, la chiesetta di Nostra Signora di Buon Cammino, punto panoramico che consente la visione complessiva dellassetto planimetrico del centro storico e delle espansioni moderne della citt. Dalla porta Nuova si apre verso O la via Cattaneo, tradizionale percorso di uscita per il distretto minerario a O di Iglsias e per Carbonia, lungo la quale si succedono, parzialmente modificate dal diverso riutilizzo, alcune unit edilizie con funzione residenziale e ausiliaria che riassumono laspetto che la cittadina mineraria andava assumendo nella seconda met dellOttocento: sul lato sin., le palazzine adibite a foresterie e agli uffici amministrativi, seguite dal vecchio ospedale di S. Barbara destinato ai minatori infortunati; sulla d., le case a due piani dei lavoratori. In via Cagliari sono state recentemente (2004) scoperte le fondamenta di unantica torre che doveva fiancheggiare una delle porte urbiche della citt; di questa torre non si aveva alcuna documentazione, mentre si sapeva della presenza nella zona di una delle quattro porte della citt, anche se non esattamente localizzata.

2.3 Il Slcis
Litinerario, che percorre la zona meridionale dellIglesiente e la vasta regione del Slcis (carta, pag. 192), si qualifica per il carattere spiccatamente minerario che connota tutti gli aspetti (paesistici, ambientali, urbanistici) del territorio. Tanto il percorso principale (di km 82.3), quanto le numerose deviazioni verso la costa o verso linterno montuoso, permettono di cogliere, in chiave di archeologia industriale, i segni dellattivit estrattiva metallifera (nellIglesiente) e carbonifera (nel Slcis), in passato vivacissima e oggi abbandonata in quasi tutti i distretti.

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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS Un singolare esempio di moderna citt interamente progettata rappresentato da Carbonia, che si visita a met circa del percorso, mentre le testimonianze di un pi lontano passato, disperse lungo tutto il tragitto, si fanno particolarmente significative nellimportantissimo episodio di insediamento fortificato di Monte Sirai, nella chiesa medievale di S. Maria di Tratalas, e nei vari monumenti archeologici di Santadi e Villaperuccio. Fatte salve alcune brevi diramazioni su strade bianche o carrarecce (a Porto Paglia, al lago di Monte Pranu e per raggiungere appartati insediamenti preistorici o isolate miniere abbandonate), il percorso si svolge lungo strade per lo pi statali (la 126, Sud Occidentale Sarda, e la 195, Sulcitana) di facile e veloce percorribilit, e risulta relativamente impegnativo solo per la considerevole lunghezza complessiva.

Da Iglsias a Teulada
Complesso di Monteponi. Uscendo da Iglsias lungo la via Cattaneo, tratto urbano della statale 126 per Carbonia e SantAntoco, superati il quartiere degli insediamenti ottocenteschi (v. pag. 205) e la viabilit per gli impianti minerari abbandonati di Campo Pisano, al termine dellabitato si profila sulla d. il complesso industriale metallifero di Monteponi m 195, la cui secolare attivit attestata dallimponenza degli impianti e dal volume delle discariche; la posizione paesisticamente felice e ledilizia armoniosamente distribuita sul versante meridionale di un colle alberato rendono il complesso una zona di interesse anche ambientale, ben rappresentativa del paesaggio minerario dellIglesiente.
Con la conclusione dei lavori relativi allimpianto di eduzione dellacqua, costretta al livello di 200 m sotto quello del mare, la miniera di Monteponi si avvia a diventare il centro produttivo pi consistente dItalia di minerali di piombo-zinco (soprattutto solfuri con elevati tenori in metallo); il distretto minerario cui Monteponi appartiene, esteso in unarea approssimativamente ellittica intorno a Iglsias, include, oltre questo giacimento, anche le coltivazioni di San Benedetto, a N della citt (v. pag. 227), e di San Giovanni (a S).

Miniera abbandonata. La strada prosegue in un paesaggio calcareo e arenaceo profondamente inciso dallo scorrere delle acque e segnato dalla secolare utilizzazione mineraria, che lattuale condizione di crisi operativa ha trasformato in aree di interesse paleoindustriale. Lasciata a sin. la deviazione per la miniera di Sddas Moddzzis (selle del lentischio) e a d. quella per le miniere di M. Agruxiau e di M. Scorra, tutte abbandonate, allaltezza dellagglomerato di Bindua si presentano, inerpicati sullomonima altura a sin. della strada, i grandi impianti del complesso metallifero di
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2.3 IL SLCIS

San Giovanni m 172, di cui attestata la coltivazione dallepoca della dominazione pisana. Mentre la statale aggira da NO il massiccio roccioso del monte S. Giovanni m 425, si apre a d., km 8, limbocco della panoramica strada costiera per i centri minerari di Nbida e Masa.
Il percorso, attraversata una pianura in parte coltivata e toccate poi le modeste fatiscenti strutture del porto minerario ottocentesco di Fontanamare, volge verso N costeggiando la lunga arcata sabbiosa che orla il golfo di Gonnesa; procedendo in salita su un terrazzo tagliato nel ripido costone, la strada consente scorci panoramici tra i pi belli dellisola per i contrasti cromatici e landamento frastagliatissimo della costa, in un ambiente litologico di grande interesse costituito da calcari bianchi e violacei, sedi di giacimenti metalliferi. Dopo un susseguirsi di curve e tornanti, si raggiunge il terrazzo orografico su cui si allunga Nbida m 175, frazione di Iglsias, sorta nell800 in funzione delle necessit collegate con lattivit mineraria, alla quale, di recente, si va affiancando qualche iniziativa turistica. Lasciando via via sulla sin. i ripidi sentieri diretti alle cale costiere (porto Banda, porto Corallo), si raggiungono, km 11.5, le case di Masa m 141, disposte a dominio della spiaggia di porto Flavia, suggestiva per le rocce rossastre (scisti cambrici) che la cingono e per il caratteristico scoglio di candido calcare, detto Pan di Zucchero, che la fronteggia. A ridosso della cala visibile il complesso della miniera (di galena, blenda e calamina) di Masa che, dopo i lavori condotti negli anni 70, in grado di produrre minerali di piombo e zinco applicando metodi di coltivazione fra i pi avanzati e moderni; non essendo corrisposte tuttavia le acquisizioni degli anni 80 sulle riserve del giacimento e sul tenore metallico dei minerali estratti alle aspettative della propriet, anche questa miniera da classificare tra gli impianti estrattivi del bacino sardo economicamente improduttivi. Da Masa anche possibile raggiungere, mediante una strada campestre che si stacca verso N, le miniere metallifere abbandonate di Montecani e Acquaresi, disposte in situazione paesistica assai favorevole su un altopiano prodotto dallo smantellamento delle strutture calcaree paleozoiche; e, proseguendo ancora, scendere lungo profonde e accidentate incisioni agli ancoraggi un tempo usati per limbarco dei minerali (cala Domestica, canal Grande), nonch a diverse grotte costiere ricche di concrezioni stalattitiche e stalagmitiche.

Gonnesa. La statale prosegue in direzione S, diramandosi a sin., km 8.6, per Gonnesa m 41, ab. 5169, borgo fondato nel 1774 dal visconte Gavino Asquer in funzione della trasformazione agraria, e successivamente convertito, grazie allubicazione centrale rispetto ai distretti metallifero e carbonifero, in centro minerario; la sua origine pianificata tuttora testimoniata dalla planimetria a scacchiera, distesa su un ripiano scistoso alla confluenza di due rii.
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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS

Ripresa la statale a SO dellabitato, subito a d. si stacca la strada che permette di raggiungere (km 4) la marina di Gonnesa, localit balneare e di seconde case allestremit meridionale del golfo di Gonnesa; al termine del percorso, sopra un rialzo, situato il complesso della tonnara di Porto Paglia, realizzato nella seconda met del 700 e funzionante fino al 1974, che comprende edifici a due piani articolati attorno a un cortile, una chiesetta e un moncone di torre di avvistamento (risalente al 1598). Proseguendo lungo litinerario principale, il percorso si immette bruscamente nellambiente morfologico e vegetazionale tipico del Slcis: alle forme tormentate del complesso paleozoico dellIglesiente, che danno luogo al verdeggiante paesaggio caratteristico delle aree metallifere, si sostituiscono le strutture tabulari create dal parossismo vulcanico del Terziario, accompagnate da vegetazione rada e siccitosa, del bacino carbonifero sulcitano.
Questarea, formatasi nellEocene, dovuta al depositarsi alternato di strati arenacei o calcareo-marnosi con strati di materiali vegetali che il tempo ha trasformato in lignite picea, comunemente detta carbone Slcis; lutilizzazione delle risorse carbonifere sulcitane, iniziata sul finire dell800, ha registrato una fase di particolare alacrit nel decennio 1936-45, seguita da una graduale crisi e, nel 1972, dalla chiusura di tutti gli stabilimenti.

Villaggio nuragico di Seruci. Al termine di un rettilineo, km 11.7, la strada si biforca: lasciata la statale che, a sin., prosegue per Carbonia (lungo questo tratto si staccano un tronco a sin. per Bacu bis m 92, e uno a d. per Cortoghiana m 93, due borghi pianificati costruiti nei primi decenni del 900 per le maestranze delle vicine miniere carbonifere), litinerario, a d., si dirige verso la costa sud-occidentale. Oltrepassato, sulla sin. della provinciale, il castello che sovrasta la bocca della miniera carbonifera di Nuraxi Figus, al km 15.4 un breve tronco non asfaltato conduce, a d., al villaggio nuragico di Seruci, ubicato nei pressi della miniera omonima (chiusa dal 1971), donde per teleferica il carbone veniva trasportato direttamente alla Centrale termoelettrica di Portovesme; esteso in cima a un basso colle recintato, visibile dalla strada, il villaggio, simile a quello di Barmini (v. pag. 327), composto di oltre 100 capanne, raccolte attorno ai ruderi di un grande nuraghe; in una zona adiacente, nel corso del 700 si concentr un piccolo insediamento strutturato a furriadroxiu (v. pag. 186). La strada prende a scendere su un terreno roccioso sparso di spuntoni trachitici incisi dal maestrale; con lapprossimarsi della costa, in vista delle isole dellarcipelago sulcitano, si pu notare
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2.3 IL SLCIS

linfittirsi delle coltivazioni, per lo pi viticole, favorite dal suolo sabbioso, mentre lapparire delle ciminiere di Portovesme, tra la distesa pianeggiante e il mare, crea un inconsueto scenario. Portoscuso. Raggiunto il piano, al bivio si tiene a d., entrando con un rettifilo, km 22.1, in Portoscuso m 13, ab. 5368, sviluppata localit balneare. Originatosi nel sec. XVII, allorch nei pressi della cinquecentesca torre spagnola venne costruita una tonnara, che quantunque abbandonata in discreto stato di conservazione, accolse nei decenni successivi pescatori di varia provenienza (Sardi, Ponzesi, Siciliani) che eressero le modeste ma caratteristiche abitazioni lungo la linea di costa. Unaffrettata e disordinata espansione edilizia, determinata dallesplosione demografica sopraggiunta dopo il 1971 dietro la spinta dello sviluppo industriale di Portovesme, ha stravolto, comprimendolo, il nucleo originario del villaggio. Ulteriori interventi di tipo residenziale e turistico, responsabili di cospicue trasformazioni dellambiente, si sono attestati a ridosso dellinsenatura di porto Paleddu. Portovesme. Seguendo la strada lungo il porticciolo pescatorile (che verr adattato alle imbarcazioni da diporto) si entra, senza interruzione delle edificazioni, in Portovesme m 10, importante concentrazione industriale che si appoggia, per le esigenze residenziali e per i servizi, al centro di Portoscuso. Noto nel Medioevo come Canelles o Canneddas, un modesto scalo ove nel 1323 avvenne lo sbarco degli Aragonesi, in seguito abbandonato, fu riarmato nel XVIII sec., quando, fondato nel 1737 il borgo di Carloforte nellisola di S. Pietro, si impose la necessit di collegarlo con lisola maggiore. Il porto, ristrutturato nella seconda met dellOttocento per renderlo idoneo allesportazione dei minerali provenienti dallIglesiente, ricevette lattuale denominazione in onore del conte Carlo Baudi di Vesme, tecnico minerario e studioso della storia di Iglsias.
Il passaggio da uneconomia marinara a una accentuatamente industriale si definisce in modo massiccio negli anni 60 e 70; il primo intervento di grande portata economica, che attrasse successivamente una serie di ulteriori insediamenti, fu la Supercentrale termoelettrica dellENEL, costruita nel 1965 e articolata su due gruppi da 275 megavoltampere ciascuno, progettato per il funzionamento a carbone luno, per il funzionamento alternativo a carbone o a olio combustibile laltro. Nelle intenzioni dei progettisti la centrale avrebbe dovuto utilizzare il carbone sardo e, in particolar modo, quello della vicina miniera di Seruci, divenuta di propriet dello stesso ente. Raccordata la miniera col parco della supercentrale mediante una teleferica, lutilizzazione del gruppo funzionante a carbone viceversa rimasta sulla carta perch giudicata antieconomica.

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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS Nei primi anni 70 sono entrati in funzione numerosi complessi, i pi importanti dei quali sono una serie di stabilimenti per la produzione dellalluminio (con impianti fra i pi moderni e completi dItalia) e uno per la lavorazione dello zinco e del piombo.

Lungo la strada parallela alla costa si innesta la diramazione per il porto, attrezzato per limbarco dei prodotti industriali e per lattracco delle navi-traghetto per Carloforte (v. pag. 224), adatte anche al trasporto degli autoveicoli, della societ Tirrenia; la traversata, compiuta con frequenti corse giornaliere, viene coperta in 35 minuti. Si attraversa quindi lestesa area industriale che, per alcuni chilometri, affaccia le strutture di imponenti stabilimenti; al termine, oltrepassato il rio Flumentpido e labitato rurale di Paringianu m 11 (sulla d. si estende la peschiera di Bau Cerbus = guado del cervo), giunti, km 30.1, a un quadrivio, si piega a sin. tornando sulla statale 126 allaltezza del pedemonte del M. Sirai, che si profila sulla d. con la sua caratteristica struttura tabulare interrotta dalle due basse emergenze di m 191 e m 187. Fortezza fenicio-punica di Monte Sirai. Allo svincolo che qui si apre, si volge a S in direzione di SantAntoco, incontrando subito, km 37.8, presso le case di Sirai m 94, la deviazione a d. (km 1.9) che, per buon tratto asfaltata, sale alla fortezza feniciopunica di Monte Sirai (t. 078164044), area archeologica di interesse assai rilevante e punto panoramico di notevole ampiezza.
La fortezza, costruita dai Fenici di Slcis (oggi SantAntoco) verso il 650 a.C., sulla sommit del monte gi frequentato in et preistorica e protostorica da comunit indigene, occupa una posizione naturalmente fortificata, che consentiva il controllo delle zone minerarie dellIglesiente e della valle del Cixerri, raccordo tra il Slcis e il Campidano. Un ritorno offensivo dei Sardi, tra il 550 e il 500 a.C., port alla distruzione della primitiva fortezza fenicia; ricostruita dai Cartaginesi, divenne il principale caposaldo del sistema fortificato sulcitano. Allinizio del dominio romano nellisola (238-37 a.C.) la fortezza era priva di guarnigione e labitato aveva carattere civile; la ripresa della funzione militare, determinata dalla guerra fra Cesare e Pompeo, ebbe carattere effimero e il passaggio allet augustea coincise con il definitivo abbandono del centro. La fortezza, oltre ad avamposti e baluardi vari, scaglionati ai piedi e sui fianchi del monte, presentava una prima linea difensiva che orlava il pianoro terminale, una linea intermedia che tagliava il colle da NE a SO e una grande acropoli, localizzata nella zona meridionale del monte, mentre la popolazione civile viveva in abitazioni ubicate sul pianoro. Secondo lindagine (iniziata nel 1963) i resti pi significativi, oltre allacropoli, sono rappresentati dallarea della necropoli e dal tofet.

Oltrepassato lingresso agli scavi, si prosegue lungo un sen210

2.3 IL SLCIS

tiero in direzione S verso lACROPOLI (1), a pianta allungata (m 300 60 circa), comprendente un corpo principale con ingresso a gomito, protetto da una grande opera avanzata (2) approssimativamente poligonale, alla quale era collegato da un largo corridoio. Laccesso al corpo principale dellacropoli avviene attraverso una porta a vestibolo, fiancheggiata allesterno da due avancorpi quadrangolari, che immette nella piazza su cui prospetta il mastio, eretto dai Fenici verso il 650 a.C. sulle rovine di una torre nuragica; i Cartaginesi, agli inizi del V sec. a.C., lo ristrutturarono nella forma attuale a pianta quadrangolare, dotandolo di torre rettagolare a E. Verso la met del III sec. a.C. il mastio venne trasformato in tempio, attuando la tripartizione canonica dellarchitettura punica: vestibolo; vano mediano con muro centrale divisorio; penetrale bipartito con vani laterali di servizio, che sfruttava le casematte del lato N del mastio. Nel penetrale un vano ospitava la statua di culto (lAshtart guerriera, ora nel Museo Nazionale Archeologico di Cagliari), mentre laltro era destinato ai sacrifici. Lacropoli. Dalla piazza si dipartono strade rettilinee che attraversano longitudinalmente il corpo principale dellacropoli,

Fortezza fenicio-punica di Monte Sirai

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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS

delineando quattro isolati di costruzioni destinate a ospitare la guarnigione militare e i depositi. Lo scavo ha interessato vari alloggiamenti tra cui una abitazione, forse di un ufficiale, situata allangolo NO; a pianta trapezoidale, la casa si articola in cinque ambienti disposti su due lati di un vasto cortile decentrato; si sono riconosciuti la cucina, provvista di una canaletta di deflusso delle acque bianche, e il sacello privato. Necropoli. Usciti dallacropoli, si ripercorre il sentiero, voltando in direzione O verso la NECROPOLI (3), ove scavi recenti hanno messo in luce una vasta area a cremazione fenicia (met VIImet VI sec. a.C.), con tombe a fossa. Le tombe a camera ipogeica, precedute da una rampa con gradini, sono di et cartaginese; si noti, sulla testata del tramezzo della camera chiusa da un cancello, un segno di Tanit (simbolo religioso punico) rovesciato. Tofet. Al di l della sede dei custodi, un sentiero a sinistra conduce al tofet (4; v. pag. 221); si osservi, in particolare, il grande sacello quadrangolare accessibile mediante una scalinata monumentale; ledificio presenta la caratteristica tripartizione in vestibolo, vano mediano e penetrale ed dotato di due ambienti di servizio. Carbonia (vedi Appendice pag. 670). Dai piedi del M. Sirai, lasciata una prima deviazione a sin., per i moderni quartieri della periferia settentrionale di Carbonia, si percorre verso S un rettilineo lungo la statale; deviando a sin., km 39.1, allaltezza della Stazione delle Ferrovie meridionali sarde, lungo lalberata via Roma si penetra nel cuore dellabitato di Carbonia m 111, ab. 30 625, forse il pi tipico centro minerario pianificato italiano, trasformatosi, dopo la crisi dellattivit estrattiva, in vivace e moderna citt terziaria. Progettata in risposta alle sollecitazioni provenienti, in regime di autarchia, dallimprovviso ingente incremento dellindustria carbonifera sarda, fu costruita nel volgere di due anni e inaugurata ufficialmente il 18 dicembre 1938. A seguito della chiusura di tutte le miniere (1972) la citt, grazie alla sua posizione centrale, ha trovato nuovi equilibri economici nel settore commerciale e dei servizi, con effetti di dinamismo evidenti anche nella costruzione di nuovi quartieri. La tipica edilizia del borgo pianificato originario si concentra attorno allampia piazza Roma, generatrice del regolare schema urbanistico cittadino, che muove verso N secondo linee curve, appoggiate alla morfologia movimentata del territorio, e verso S secondo un tessuto a maglia ortogonale. Sottolinea il carattere centrale della piazza Roma la presenza dei pi importanti edifici pubblici che compongono un insieme omogeneo, caratterizzato visivamente dalluniforme paramento in conci di 212

2.3 IL SLCIS

trachite a bugnato rustico: sul lato E si dispone la parrocchiale di S. Ponziano, con campanile modellato, in scala ridotta, su quello di Aquileia, che ospita al piano terra una cappella votiva dedicata a S. Barbara, patrona dei minatori; sul lato alla d. della chiesa prospettano la Torre civica (ex Torre littoria) e il Teatro, su quello opposto il Municipio; il quarto lato si apre sui giardini pubblici, delimitati dai viali lungo i quali furono edificati i complessi residenziali pi rappresentativi e le sedi delle societ carbonifere; alle spalle della chiesa, la piazza Matteotti, circondata da edifici adibiti a servizi, prolunga la funzione di luogo pubblico delladiacente piazza Roma. Tutte le altre strade, per un ampio perimetro attorno, risultano impegnate dalle successioni simmetriche delle costruzioni, variamente trasformate, destinate a ospitare i minatori. Un esempio significativo di questa edilizia si pu cogliere seguendo, dalla via Roma, le vie Trento e Asproni; al termine, si raggiungono i moderni quartieri periferici meridionali della citt. In citt ha sede inoltre il Museo Civico di paleontologia e speleologia E. A. Martel (via Campania, t. 078164382).

Da Carbonia ad Acquacadda: km 25.4 per una strada che dalla periferia meridionale di Carbonia, attraversata la frazione Serbaru m 96, penetra in direzione E nel Slcis interno toccando Perdxius m 98, ab. 1471, Psus m 104, Narcao m 125, ab. 3361, e Riomrtas m 153, agglomerati tutti derivati da furriadroxius settecenteschi, per raggiungere Acquacadda (v. pag. 197); la deviazione, di interesse soprattutto paesistico, si qualifica per la presenza di vecchie miniere metallifere inattive, in un ambiente montuoso di natura litologica simile a quella dellIglesiente. San Giovanni Suergiu. Si riprende la statale verso S, che procede lungo rettilinei paralleli alla ferrovia Iglsias-SantAntoco, fiancheggiati, a sin., dagli accumuli dei detriti delle esaurite miniere carbonifere del gruppo Sirai; larea, sottoposta a bonifica idraulica, appare solcata da numerosi canali di scolo e corsi dacqua arginati. Dopo una serie di brulli colli a sin., si entra, lasciando a d., km 44.3, la circonvallazione che ne aggira labitato, in San Giovanni Suergiu m 17, ab. 6072, antico centro abbandonato nel Medioevo e poi risorto come furriadroxiu; la felice posizione, alla confluenza delle strade provenienti da Iglsias e da Cagliari per SantAntoco, e il buon esito della bonifica ne hanno agevolato lo sviluppo economico, manifesto anche nellespansione edilizia. Lungo la statale, che attraversa labitato, si stacca a sin., appena superata la cantoniera, la via Garibaldi, nella quale sono riconoscibili le strutture fatiscenti della chiesa romanico-gotica di S. Maria di Palmas, trasformata in ovile.
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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS

Tratalas. Da San Giovanni Suergiu ha inizio la statale 195, lungo la quale si continua verso S; raggiunto, km 48.1, un quadrivio, si prende a sin. la diramazione (km 3) per Tratalas m 17, ab. 1127, antico centro che ebbe importanza a partire dal XIII sec., allorch, dopo labbandono di SantAntoco, fu sede della diocesi sulcitana, qui rimasta fino al 1503, anno in cui fu elevata a quel rango la citt di Iglsias; semiabbandonato per due secoli, acquist nuovamente un ritmo vitale nel 700 inoltrato.
Dopo la formazione nel 1951, mediante sbarramento del rio Plmas, del lago artificiale di Monte Pranu (v. pag. 215), esteso a E dellabitato, si manifestarono, originate dai suoi fondali, alcune perdite idriche che, infiltrandosi fra gli strati dei terreni circostanti, raggiunsero, oltre allo stesso Tratalas le frazioni Plmas m 9 e Villaros m 56, insidiando le fondamenta delle loro costruzioni. Scartata lipotesi di prosciugare il lago, per i molteplici benefici che le sue acque erano in grado di fornire al territorio del basso Slcis, si decise per il trasferimento dei tre borghi.

Chiesa di S. Maria. Il nuovo nucleo di Tratalas sorge su una breve altura trachitica, a N di quello vecchio; di questo rimane, oltre alle case poste pi in alto e non interessate dalle infiltrazioni, la monumentale chiesa di S. Maria, eretta nel XIII sec. come cattedrale della diocesi sulcitana. Innalzata in forme romanico-pisane con influssi francesi e preannunci gotici, utilizzando conci di trachite chiara, si conserva completamente integra; la semplice facciata, spartita orizzontalmente da unalta cornice ad archetti pensili, si apre nella parte inferiore con un portale rettangolare fra lesene, sormontato da arco e fiancheggiato da due losanghe e, in quella superiore, decorata da un rosoncino e da una lista di archetti pensili; dal timpano sporge una scala a sbalzo, che per il resto si svolge nellinterno del muro e serviva di accesso alla copertura. Lesene e robusti archetti corrono pure lungo i fianchi e nellabside; nel fianco d. si apre un portale simile a quello della fronte, con capitelli scolpiti; lungo quello sin. un terzo portale, con architrave scolpito a bassorilievo raffigurante due leoni affrontati. Linterno, contrastante per il suo sviluppo verticale con lesterno, a tre navate, divise da grossi pilastri scantonati e con travature scoperte; a d. del portale, uniscrizione ricorda che lantico pulpito (ora scomparso) era stato scolpito nel 1282 da Guantino Cavallino di Stampace; a sin. unaltra iscrizione si riferisce alla consacrazione dellaltare maggiore, avvenuta nel 1213. Un trittico cinquecentesco su tavola con Madonna in trono, S. Giovanni Battista e S. Giovanni evangelista collocato alla sin. dellaltare maggiore.
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2.3 IL SLCIS Al termine dellabitato vecchio di Tratalas, una strada bianca alberata che si stacca a d. della provinciale conduce, km 2, in un ambiente paesisticamente pregevole, alla diga di sbarramento del lago artificiale di M. Pranu m 44 (visita concessa su autorizzazione); varcata la diga, il percorso lungo il versante meridionale del bacino prosegue fino a Giba (v. sotto).

Giba. Ripreso litinerario attraverso la pianura bonificata percorsa da filari di eucalipti frangivento e da strade non asfaltate per gli stagni costieri, allaltezza della deviazione per Porto Botte m 22 (piccolo scalo nei pressi dellomonimo stagno utilizzato come peschiera), la strada piega bruscamente verso E, lasciando subito a d. il nuraghe Villaros, sommerso dalla vegetazione e circondato da costruzioni rurali. Un rettilineo attraversa, km 59.9, Giba m 57, ab. 2118, centro rurale che distende la sua pianta radiale nel cuore della pianura del basso Slcis.
Dallestremit orientale del borgo si stacca la statale 293 che si snoda morbidamente in un territorio ove interessante notare frequenti emergenze laviche dal profilo tabulare, prodotte dal vulcanismo del Terziario (M. Essu, M. Narcao, M. Murdegu). Percorsi 6.7 km, a un quadrivio si dipartono, a d. (km 3) una strada per Santadi, e a sin. (km 1.6) una per Villaperuccio, centri di rilevante interesse per i cospicui monumenti archeologici che vi si trovano.

Santadi, ab. 3755, un importante borgo agricolo al centro di una fertile piana solcata dal rio Mannu, che divide labitato in due nuclei, Santadi Basso m 107, aggregato a struttura elementare originatosi nel secolo scorso, e Santadi e Suso m 135, gi esistente nel Medioevo col nome di SantAgata o Santa Ada de Sulcis, che svolge la sua planimetria, articolata a semicerchio e dotata di palazzetti, attorno alla parrocchiale di S. Nicol; la chiesa, ricostruita nellOttocento al culmine del paese, in una scoscesa piazza a giardino, ha la cappella di S. Maria delle Grazie risalente al XV secolo. La precoce vocazione di questo territorio allinsediamento attestata dalla fortezza fenicio-punica di Pani Loriga (per informazioni, t. 078194201), fondata nel VII sec. a.C. dai Fenici, alla sommit di una collina tabulare (a 1 km c. a SO del paese) precedentemente interessata da una necropoli preistorica a domus de janas. La fortezza si articola in unacropoli (incentrata su un mastio che sfrutta le strutture del nuraghe Diana), in un quartiere di abitazioni civili e in un santuario isolato (forse il tofet, v. pag. 221). Una cinta muraria continua orla il ciglio del colle mentre una linea difensiva esterna disposta alla base dellaltura. Larea cemeteriale localizzata sul lato S dellaltura. Si osservino le fosse (circa 150) della necropoli a cremazione che ha restituito corredi (ceramica fenicia, etrusca, greco-orientale; gioielli in argento; scarabei; amuleti; armi in ferro ecc.) riportabili a et arcaica. La necropoli cartaginese presenta tombe a camera con accesso a dromos dotato di gradini, alcune delle quali vennero riutilizzate in et bizantina. Due i musei: la Casa museo Sa domu antiga (via Mazzini 37, t. 0781955983), ambiente ricostruito di una tipica casa sulcitana, e il Museo civico (via Umberto I, t. 0781955955) con reperti archeologici locali.
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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS Presso la localit su Benatzu m 101 (circa 5 km a S di Santadi) sono visitabili, con guida locale, due grotte, una denominata Is Zuddas, alle falde del M. Meana m 236, di notevole interesse speleologico per le splendide concrezioni, e una detta di Pirosu, usata come santuario nella prima et del Ferro, importante per il materiale archeologico che ha restituito: oreficerie, numerosi bronzi (tra cui un tripode di derivazione cipriota e una fibula a doble resorte importata dai Fenici) e molte ceramiche nuragiche. Una vivace ma temporanea attivit mineraria, cui nel secolo scorso Santadi era dedita, testimoniata dagli impianti abbandonati di Pantaleo, collegati da una strada che si stacca dalla periferia orientale dellabitato e prosegue poi fino a Capoterra (v. pag. 177). Lungo una strada secondaria che, staccandosi a N di Santadi, punta verso Nxis m 196, ab. 1701 (fino al 1958 frazione di Santadi), ancora visibile (km 3.5), in localit Tattinu de Basciu, un furriadroxiu (v. pag. 186) settecentesco conservato integralmente; non distante da questo verso E, un significativo esempio di architettura tardobizantina rappresentato dalla chiesetta di S. Elia (X sec.), edificio a croce greca con cupola ogivale poggiante su tamburo troncopiramidale.

Necropoli preistoriche. Significativi documenti preistorici sono presenti presso Villaperuccio m 68, ab. 1099 (fino al 1979 frazione di Santadi): nella campagna vicino allabitato, un allineamento di menhir, collegati a un villaggio del Neolitico tardo; a NO, sulla sommit del M. Essu m 278 (guida necessaria), una delle pi vaste necropoli preistoriche a domus de janas della Sardegna, composta da circa 30 tombe di varia tipologia, comprese tra due ipogei-santuari, fiancheggiati a loro volta da due interessantissime domus de janas decorate da incisioni e tracce di pittura; linsediamento, iniziato nel Neolitico tardo e proseguito nellEneolitico e nel Bronzo antico, ha restituito materiale ceramico di cultura Ozieri, campaniforme, Monte Claro e Bonnnaro. Oltre Villaperuccio, lungo la provinciale per Narcao, sopravvive (km 5.7) il furriadroxiu di Is Meddas, fra i pochi che conservano loriginale corte a pianta quadrata, su cui affacciano il palazzetto del proprietario e le basse abitazioni dei contadini.
Da Giba la statale piega decisamente verso S, in un paesaggio che dalle alture allungate sulla sin. digrada dolcemente in ampie praterie, alternate, sulla d., a vigneti, fino al mare orlato di stagni costieri, cui fa da sfondo la lunga groppa dellisola di S. Antoco; ai lati della strada si profilano nuclei in fase di espansione (Masanas m 57, ab. 1439, fino al 1974 frazione di Giba; Is Domus m 85). Si attraversa quindi, km 67.4, SantAnna Arresi m 75, ab. 2589, sorta nel 700 per il concentrarsi di un agglomerato rurale attorno alla torre di un poderoso nuraghe, che tuttora emerge nella parte pi vecchia, seminascosto dalla chiesa intitolata a S. Anna. 216

2.3 IL SLCIS Dallabitato si snoda verso il mare un rettifilo di 6 km, impostato nellultimo tratto sulla lingua sabbiosa tra lo stagno di Maestrale e quello di Brebis, fino al promontorio, coperto da una pineta di rimboschimento, di Porto Pino m 4, in antico isola calcarea che gli accumuli sabbiosi hanno saldato alla terraferma, sul quale sorto un insediamento turistico-residenziale.

La strada avanza rettilinea, lasciando a d. la tozza penisola del capo Teulada, quasi completamente occupata da strutture militari e soggetta a servit; superato il valico di Sa Portedda m 89, inizia la discesa verso il fertile solco del rio Leonaxiu, dove incontra a d., km 78.5, la deviazione per il porto di Teulada e per la litoranea panoramica della Costa del Sud (v. pag. 185).
Imboccato il tratto iniziale di questa deviazione, piegando (km 0.6) nella prima strada bianca a d., si giunge subito in vista dei resti dellantico villaggio di SantIsidoro (generatore del vicino borgo di Teulada, v. sotto), consistenti in una casaforte tuttora abitata e in un rudere di torre cinquecentesca.

Teulada. Varcato un rio Mannu, procedendo lungo lo stretto fondovalle coltivato, si entra, km 82.3, in Teulada m 50, ab. 3928, disposta ad anfiteatro attorno alla chiesa della Vergine del Carmelo, di origine seicentesca. Forse risalente alla romana Tegula (che qualche archeologo identifica con i ruderi posti nellistmo che collega alla terraferma il capo Teulada, in area sottoposta a vincolo militare), abbandonata allinizio del Medioevo, Teulada risorse, gi in epoca moderna, nella localit SantIsidoro (v. sopra), per essere trasferita, alla met del sec. XVII per volere del feudatario, nellattuale sito, con un nuovo nome tradotto da quello antico (teula = tegola). Da Teulada a Domus de Maria: km 13.9 lungo la statale 195, che lascia labitato a SE, guadagnando, mediante una salita con belle viste retrospettive, laccidentato pianoro, al culmine delle alture che coronano la valle di Teulada; il paesaggio solitario punteggiato da radi ovili. Superata la sella m 301, con la cantoniera Nuraxi de Mesu, e lasciato a d. un ripido sentiero per il porto di Malfatano (v. pag. 184), si procede tortuosamente tra colli ricoperti di una folta macchia, da cui emergono filoni di quarzo e poderosi spuntoni granitici, pervenendo, km 13.9, a Domus de Maria m 66, ab. 1560; originatosi nel 700 da unazienda agricola costituita dai Padri Scolopi, lagglomerato si adagia entro una conca chiusa, i cui pascoli e coltivi costituiscono lunica risorsa economica del luogo. La strada, scendendo la valle di un rio Mannu, raggiunge poi (km 4.3) il bivio da cui, a d. si va a Chia e alla costa del Sud, a sin. a Cagliari (v. pag. 183).
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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS

2.4 Le isole sulcitane


Lisola di SantAntoco
Con una superficie di 108.9 km2, lisola di S. Antoco lunga 18 km e larga al massimo 8; carta, pag. 192), la pi grande (Corsica a parte) delle isole che contornano la Sardegna, la quarta dItalia dopo la Sicilia, la stessa Sardegna e lElba. costituita per la maggior parte da rocce vulcaniche oligo-mioceniche e in misura minore da rocce calcaree pi antiche, del Giurese-Cretaceo, che affiorano nellarea costiera orientale, dalla zona denominata Is Pruinis (immediatamente a S dellabitato di SantAntoco) al porto di Coquaddus (definito a S dalla torre Cannai), fascia lungo la quale sono aperte cave di pietra da costruzione e da calce. I depositi di sabbie dunali della fascia costiera e subcostiera a N e a NO risalgono invece al Quaternario recente, e costituiscono le zone attualmente coltivate. Sotto il profilo orografico lisola si presenta alquanto accidentata, con alcune emergenze: nella zona centrale il M. Prdas de Fogu m 271, il pi alto dellisola; pi a N il caratteristico M. Sa Scrocca Manna m 142; a S il M. rbus m 239; fra le zone pianeggianti interne si segnala per ampiezza la piana di Cannai, nellarea centro-meridionale. Le coste, prevalentemente sabbiose nel settore settentrionale, sono per lo pi rocciose e frastagliate in quello meridionale, ma alternano ampie spiagge e calette (Maladrxia, Coquaddus, cala Lunga). Tra le formazioni rocciose pi caratteristiche si ricordano, lungo la costa occidentale tra la cala Lunga e il Nido dei Passeri, una falesia alta c. 15 m, nonch, al largo del capo Sperone, gli isolotti della Vacca, del Vitello e del Toro. Oltre allattivit portuale, leconomia locale si incentra su una modesta industria con due stabilimenti (uno per la produzione di ossido di magnesio e uno di barite e bentonite) e su una vivace produzione vitivinicola. Attivit artigianali tuttora presenti nellisola sono la tessitura di tappeti e arazzi, la fabbricazione di mobili intagliati secondo tecniche e disegni tradizionali, lintreccio dei giunchi e delle foglie della palma nana per la produzione di oggetti di uso comune e decorativi. Totalmente scomparsa la lavorazione del bisso o seta marina, sostanza filamentosa prodotta dalla pinna nobilis, conchiglia triangolare bivalve con la quale veniva tessuta una stoffa color rame. Due sono i centri principali dellisola, SantAntoco e Calasetta (da cui partono le navi-traghetto per lisola di S. Pietro); altri insediamenti minori, utilizzati prevalentemente come centri balneari, sono Cussorgia e Maladrxia. Litinerario, dopo il tronco di collegamento di 10.9 km, lungo la statale 1.26, tra San Giovanni Suergiu e labitato di SantAntoco, copre un percorso circolare di 36.5 km in gran parte costiero attorno allisola. Il tracciato consigliato prevede dapprima la visita al capoluogo, SantAntoco, borgo di gradevole aspetto, ricco di significative testimonianze archeologiche; seguendo quindi un andamento antiorario, percorre il circuito dellisola offrendo svariati motivi di interesse: dalla visita di Calasetta alle belle spiagge della costa nord-occidentale, dagli integri paesaggi dellinterno ai frastagliati litorali orientali.

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2.4 LE ISOLE SULCITANE

Dallabitato di San Giovanni Suergiu (v. pag. 213) si segue il rettilineo che attraverso la piana bonificata solcata dalla parallela linea ferroviaria, lasciata a d. una strada per Portoscuso e la centrale termoelettrica ed eolica di S. Caterina, imbocca listmo artificiale che congiunge le due rive; lungo c. 3 km, costruito, sembra, dai Cartaginesi e completato dai Romani con un ponte (v. sotto), listmo collega una serie di isolette formatesi in seguito ad apporti fluviali del rio Plmas, definendo il margine occidentale dello stagno di S. Caterina. A sin. (a 1.5 km dallimbocco) si vedono oltre la ferrovia due menhir di altezza diversa, indicati popolarmente come su para e sa mongia (il frate e la monaca), di forma grossolanamente conica, risalenti a et prenuragica. Superata la deviazione per il porto si vedono a d. i ruderi del ponte romano a due arcate (sul tracciato viario antico), che scavalcava lultimo braccio di mare; il porto, realizzato nel 1936-38 come punto dimbarco della produzione mineraria del Slcis, viene attualmente utilizzato per i battelli da pesca e per imbarcazioni da diporto. SantAntoco (vedi Appendice pag. 670). Subito dopo si entra nellabitato di SantAntoco m 10, ab. 11 753, il centro principale dellisola, sviluppatosi sulle pendici del colle del Castello.
lerede di Slcis (o Sulci), una delle pi antiche fondazioni fenicie della Sardegna (VIII sec. a.C.), preceduta da un insediamento nuragico documentato dai resti di un nuraghe e di un villaggio sullaltura della fortezza settecentesca (v. pag. 220). Sotto il dominio cartaginese la citt, amministrata da sufeti, crebbe dimportanza in funzione delle risorse minerarie del Slcis-Iglesiente. Nel 258 a.C. avvenne presso Slcis una battaglia navale tra Punici e Romani, con la sconfitta dei primi. Durante le guerre civili del I sec. a.C. si schier con il partito pompeiano, subendo una dura ritorsione da parte di Cesare nel 46 a.C.; sotto limperatore Claudio fu elevata al rango di municipium. Come sede di diocesi testimoniata dal 484 e durante let bizantina, ma, troppo esposta alle incursioni saracene, fu abbandonata dal tardo Medioevo al sec. XVIII.

Percorse, allinizio dellabitato, le vie Nazionale e Roma, si attraversa la piazza Italia, presso la quale si trova la fonte, localmente detta Is solus, costruita dai Romani come drenaggio di unarea paludosa, e tuttora efficiente. Proseguendo lungo lalberato corso Vittorio Emanuele si giunge alla piazza Umberto I, da dove, prendendo a d., a met circa della via Eleonora dArborea si trovano i resti di un mausoleo funerario in pietra di et repubblicana, con persistenze decorative puniche, con camera sepolcrale dotata di gole egizie, noto come sa tribuna o sa presonedda. La parrocchiale. Dalla piazza Umberto I lungo la ripida via Regina Margherita si sale al punto pi alto dellabitato, ove si apre la piazza De Gasperi sulla quale, a sin., si erge il fianco 219

2 LIGLESIENTE E IL SLCIS

della parrocchiale di S. Antioco, edificata dai Vittorini di Marsiglia nel 1102 su una preesistente chiesa paleocristiana a croce greca, poi radicalmente manomessa e ricuperata nelle strutture medievali superstiti (1967) dalla Soprintendenza di Cagliari.

Interno. Delle tre navate absidate restano quella maggiore e quella sin. rivestite di conci in pietra e coperte a botte, con transetto e cupola sorretta da pennacchi a scuffia. Dietro laltare maggiore uniscrizione frammentaria in caratteri greci ricorda il protospatario Torgotorio, larconte Salusio e una Nispella, forse moglie di questultimo. Dal braccio d. del transetto si scende alla piccola catacomba, dove secondo la tradizione ebbe estremo rifugio e sepoltura il martire africano S. Antioco, patrono dellisola, di cui la chiesa conserva i resti; un modesto complesso di loculi, arcosoli e tombe terragne, ricavato dalla congiunzione a mezzo di gallerie e anditi di quattro grandi ipogei punici, a camere rettangolari, dei quali sono ancora visibili i pezzetti di comunicazione con la superficie; in una tomba ad arcosolio prossima alla cripta, resti di pitture murali, come la parte inferiore di una figura del Buon Pastore e un pettirosso dai colori smaglianti. LAntiquarium. Dalla piazza, nel lato opposto alla parrocchiale, la via Castello sale allo slargo ove, accanto alla Fortezza costruita a pianta quadrata ai primi del 700 in difesa dai Barbareschi, si trova lAntiquarium (t. 078183590) che raccoglie una scelta dei reperti sulcitani. Ledificio attestato sullarea delle fortificazioni puniche nord-occidentali di Slcis, delle quali visibile, sul retro, il muro di cinta a duplice paramento; presso lingresso sono emersi i resti di un edificio porticato con pavimento in opus signinum di et tardorepubblicana, che si sovrappone a una precedente struttura punica a blocchi squadrati bugnati.
Nella 1 sala dellAntiquarium sono esposti materiali provenienti in prevalenza dalla necropoli punico-romana (v. sotto): ceramiche puniche, attiche a figure nere (la kylix a palmette e boccioli di loto di M. Sirai), a figure rosse e vernice nera; coroplastica; oreficerie; scarabei in diaspro verde e altre pietre dure; vetri. Di et romana sono: ceramiche a vernice nera tardorepubblicana; lucerne di produzione africana; anfore di tipo tripolitano e africano; una serie di iscrizioni funerarie latine, tra cui lelogio metrico di L. Cornelius Annalis (III sec.). Nella 2a sala sono conservate numerose urne e stele del tofet di Slcis (v. pag. successiva), un mosaico con due pantere che posano le zampe su un kntharos (II sec.) e iscrizioni dipinte provenienti da un cimitero giudaico.

Necropoli punica (vedi Appendice pag. 671). Poco oltre lantiquarium, nel declivio sottostante, si individuano un fossato con sezione a V, che proteggeva Slcis sul lato settentrionale, e la necropoli punica a camere ipogeiche accessibili con una rampa di gradini, riutilizzata fino allet medioimperiale.
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2.4 LE ISOLE SULCITANE

Continuando ancora per circa 400 m su sentiero, si raggiunge, sopra unaltura trachitica affacciata sullopposta costa sarda, il tofet, santuario delle divinit dellolimpo fenicio e punico, in cui avveniva il sacrificio annuale dei primogeniti maschi dellaristocrazia cittadina e la conservazione delle ceneri entro urne.
La pi lontana documentazione dellesistenza dei tephatim (plurale di tophet) rintracciabile nella Bibbia (Re II 23, 10) e appartiene al rito religioso cananeo, ma la prima individuazione archeologica di un tofet riconosciuto come tale avvenne a Cartagine nel 1820. Altri santuari di questo tipo sono stati riconosciuti nel Nord Africa e in Sicilia (Mozia); in Sardegna, oltre a quello di Slcis, ne esistono esempi a Kralis, Nora, Bithia, M. Sirai e Tarros; nei tephatim dellisola i Cartaginesi introdussero le stele come segnacolo di uno o pi sacrifici. La struttura del tofet si presenta come una serie di cortili concentrici recinti da muri in pietra, al cui centro si elevava laltare dei sacrifici, circondata da unarea nella quale venivano sepolti i vasi di terracotta contenenti le ceneri delle vittime. A SantAntoco i primi scavi (1842) interpretarono larea sacra come necropoli a cremazione; nel 1959 la ripresa dellindagine archeologica vi riconobbe il tofet.

Tofet di Slcis

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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS

Nel corso della visita si pu osservare la serie di recinti, edificati sia in blocchi squadrati sia con pietrame di piccole e medie dimensioni, cementati con malta di fango, dove sono collocate le urne ricoperte da un piattello o da una lucerna a conchiglia. La parte pi sacra del tofet ubicata a N, ai piedi del roccione trachitico, incorporata in una piccola costruzione templare da ritenersi coperta a unica falda inclinata verso il cisternone ellittico (a est), di cui resta il fondo rivestito da cocciopesto, costituente la conserva di acqua per le necessit del culto. Il sacrificio avveniva in una spaccatura della roccia, a O di questo sacello, dove sono visibili il cumulo di ceneri e di minuti frammenti ossei combusti.
Il pi antico strato del tofet risale allVIII sec. a.C., come documentano unurnetta di produzione pitecusana di tale epoca e i cinerari locali coevi. Lutilizzo del santuario attestato fino a epoca tardorepubblicana.

Calasetta. Litinerario di visita dellisola prosegue per Calasetta, il secondo comune di S. Antoco, che la strada, diramandosi dalla piazza De Gasperi lungo la via Calasetta, raggiunge verso NO, attraverso un percorso caratterizzato da vigneti e coltivi alternati a macchia mediterranea e sparso di case. Lasciata la deviazione a d. per Cussorgia m 7, piccolo centro prevalentemente balneare, si entra, km 9.5, nellabitato di Calasetta m 10, ab. 2798, borgo di viticultori e pescatori il cui impianto caratterizzato da una maglia stradale a scacchiera, tipico della citt progettata.
Il centro sorse nel 1769, quando nuclei familiari di origine ligure residenti a Tabarqa, in Tunisia, dietro lesempio dei conterranei insediatisi trentanni prima nella fronteggiante Carloforte, si stabilirono nellestrema punta NO dellisola, presso la piccola insenatura il cui toponimo cala di Seta dett il nome allabitato. Quattro anni dopo si aggiunsero altre famiglie piemontesi, che tuttavia presto rimpatriarono, cos che limpronta che il borgo continua a mantenere per costumi e dialetto di tipo genovese.

Lattraversamento lungo la via Roma, che termina nella piazzetta del Municipio, consente una percezione complessiva della planimetria regolare del borgo, disegnata dallingegnere militare piemontese Varin de la Marche; senza vantare emergenze architettoniche di qualit, il centro possiede tuttavia uno spiccato carattere ambientale efficacemente espresso, nonostante il prevalere delle costruzioni recenti, da alcuni semplici palazzetti, dalle case dei pescatori e dal rispetto del modulo a due piani. Dalla piazzetta, volgendo a d. nella via Manzoni, si raggiunge in breve la Parrocchiale, modesto esempio di barocco piemontese realizzato su progetto dello stesso Varin de La Marche; volgendo invece a sin., una strada lastricata in pietra (ancora via Manzoni) 222

2.4 LE ISOLE SULCITANE

sale a una poderosa torre troncoconica dei primi del 700 (linterno trasformato in ristorante) Nel paese ha sede il Civico Museo dArte contemporanea (via Savoia 2, t. 0781887801 - 0781810072).
Dal molo, ubicato a oriente dellabitato, partono corse plurigiornaliere per Carloforte (nellisola di S. Pietro) sulle navi traghetto (anche per automezzi) che compiono la traversata in 30 minuti.

Usciti dallabitato, la via Turistica (parallela alla via Roma, verso O), correndo lungo la costa, lambisce una successione di belle spiagge: la prima denominata, per lubicazione, Sotto Torre facilmente raggiungibile ancile a piedi; poco oltre, presso uno stagno salmastro si estende la spiaggia della Salina e non molto distante, km 15, la spiaggia Grande, la pi estesa dellisola. Oltre la localit Nido dei Passeri la strada, non pi asfaltata, su fondo spesso sconnesso e non privo di contropendenze, procede alta sulla costa che termina a strapiombo sul mare con una falesia, al termine della quale, km 21, si estende la spiaggia di cala Lunga; questa e la vicina cala Saboni, dotate di strutture turistiche, costituiscono localit di grande richiamo estivo. Ripresa la strada asfaltata si perviene, km 26.8, al bivio di Cannai m 30, da cui partono alcuni percorsi non asfaltati di interesse paesistico.

Monte Perdas de Fogu. Una deviazione di circa 10 km verso N, attraverso linterno dellisola, aggirando il versante occidentale del M. Perdas de Fogu m 271, si ricollega a SantAntoco; unaltra di 8 km, verso S, raggiunta la riparata spiaggia di Coquaddus e poco oltre la torre Cannai, rasentando la spiaggia detta Sacqua e sa canna, termina allestrema punta meridionale del capo Sperone, strapiombante sul mare, dove sorgono insediamenti turistici stagionali.
Lungo la provinciale verso SantAntoco si stacca a d. lo stretto e sinuoso cordone dasfalto per lampia tranquilla cala Maladrxia, con frequentato arenile, dotata di strutture ricettive turistiche; poi, continuando a costeggiare il golfo di Plmas, si rasenta la spiaggia di Is Pruinis rientrando infine, km 36.5, in SantAntoco.

Lisola di San Pietro


Secondo una leggenda lisola prenderebbe il nome dallapostolo Pietro, che vi avrebbe sostato, sorpreso da una tempesta, in un viaggio verso Kralis. Di natura essenzialmente trachitica di formazione post-eocenica, lunga km 10.5, larga circa 8, ha una superficie di km2 51 (carta, pag. 192). Ha carattere prevalentemente collinare, con numerose emergenze, la pi alta delle quali la punta Guardia dei Mori m 211. Le coste sono general-

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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS mente alte e a strapiombo su un mare profondo, con numerosi scogli e isolotti, a eccezione di quella orientale nella quale si aprono numerose cale accessibili e spiagge sabbiose e si distende il capoluogo, Carloforte. Denominata in punico Inosim (isola degli sparvieri), in greco Hierakn nsos e in latino Accipitrum Insula, era sede di un tempio di Baal Shamim (Signore dei cieli), noto da una iscrizione punica rinvenuta a Cagliari. Frequentata a pi riprese, ma mai popolata stabilmente, fu concessa nel 1736 da Carlo Emanuele III a un nucleo di Liguri di origine pegliese, i cui ascendenti erano stati portati a forza nel 1540 a Tabarqa, citt sulla costa tunisina; nel 1741 e nel 1750 accolse altri Pegliesi, fuggiti o riscattati dalla servit barbaresca. Occupata dai Francesi nel 1723, fu successivamente liberata dalla flotta spagnola; nel 1798 la pirateria tunisina condusse schiavi quasi mille prigionieri carolini, riscattati cinque anni pi tardi dal governo piemontese. Lisola di S. Pietro, sia dal punto di vista paesistico-ambientale che umano, presenta aspetti eccezionali rispetto alla maggior parte del territorio sardo: appartenendo al margine climatico africano, anche la vegetazione ne assume le conseguenze, con prevalenza di macchia mediterranea spontanea interrotta da alcune pinete (la pi caratteristica quella di cala Vinagra, a NO) e scarse aree coltivate; loriginaria etnia ligure, mantenendosi immutata nel dialetto, ribattezzato tabarkino, e nei costumi, ha altres condizionato le occupazioni degli abitanti dediti ad attivit perlopi marinare, connesse con la pesca e con il movimento mercantile.

Litinerario di visita dellisola di S. Pietro si articola in un breve giro a piedi nel capoluogo Carloforte, borgo singolare per valori ambientali e tradizioni nel contesto dei centri sardi, e in una serie di escursioni che, diramandosi dalla cittadina, individuano i punti pi caratteristici e paesisticamente pregevoli dellisola, per complessivi 29.4 km di percorso. Il collegamento per Carloforte dai porti di Calasetta (v. pag. 223) e Portovesme (v. pag. 210) assicurato dalle navi traghetto, adatte anche al trasporto delle auto, mediante corse plurigiornaliere, pi frequenti nel periodo estivo; la traversata viene coperta, partendo da Calasetta in 30 minuti, da Portovesme in 45. Carloforte. Il breve giro a piedi di Carloforte m 10, ab. 6500, ha inizio dal piazzale antistante al porto, adorno del monumento a Carlo Emanuele III fondatore della citt, realizzato da Bernardo Mantero nel 1788 a ricordo della liberazione dei Liguri Tabarkini dal servaggio dei pirati tunisini.
Il porto, un tempo il terzo della Sardegna per traffico commerciale, connesso in special modo con lesportazione dei minerali dellIglesiente, venne svantaggiato dalla costruzione del porto di SantAntoco e dalla successiva crisi mineraria; attualmente ospita prevalentemente barche da pesca e da diporto.

Di fronte al punto di sbarco si dirama la strada principale che, attraverso la piazza Repubblica, conduce alla piazzetta della 224

2.4 LE ISOLE SULCITANE

parrocchiale di S. Carlo Borromeo; costruita nel 1738 dallingegnere militare piemontese Augusto De La Valle, ricorda nello stile la parrocchiale di Pegli, richiamo che il progettista volle sottolineare a ricordo dellorigine della colonia; ben presto rovinata, fu restaurata nel 1755 e dotata di campanile ultimato nel 1797; conserva, sulla transenna dellaltar maggiore, una coppia di leoni del XVIII secolo. Limpianto planimetrico del nucleo urbano, progettato dallo stesso Augusto de La Valle, scandito secondo uno schema ortogonale che individua blocchi abitativi di forma quadrata e si pu agevolmente percepire volgendo dalla parrocchiale a sin.; lungo il percorso si raggiunge, nella via XX Settembre, loratorio della Madonna dello Schiavo, eretto nel 700 con impianto tardobarocco e facciata neoclassica; deriva il nome dal simulacro della Madonna omonima in tiglio nero del XVIII sec., originariamente polena di una nave, posta sullaltare maggiore. Chiesa di S. Pietro. Pure di impianto tardobarocco la chiesa di S. Pietro (ai margini dellabitato, verso SO), riedificata nel 700 sulle rovine di una duecentesca dedicata ai Novelli Innocenti (a ricordo di un naufragio in cui per una parte di quei ragazzi che, intorno al 1212, nel confuso movimento di preparazione alla Quinta Crociata, si avventurarono nella semileggendaria, cosiddetta Crociata dei fanciulli). Risalendo dal porto lalberato lungomare verso N, e voltando al termine a sin., si vedono gli avanzi della cinta muraria che definiva, a mo delle fortezze settecentesche, il perimetro urbano pressoch quadrangolare, munito di bastioni e fortini, in cui si aprivano le porte. Procedendo in questa direzione e percorrendo una strada in salita che lascia, km 2, una deviazione a d. per la spiaggia di Tacca Rossa, si raggiungono, km 5.5, in localit La Punta m 5, nellestremo settentrione dellisola, gli stabilimenti, oggi in abbandono, per la lavorazione del tonno proveniente dalle tonnare di Porto Paglia, Portoscuso e della fronteggiante isola Piana (un tempo la pi importante della Sardegna per quantit di produzione e sviluppo di impianti).

lambisce la costa orientale e meridionale dellisola, toccandone i punti panoramicamente pi suggestivi; dallabitato si segue la direzione S, rasente il porto e la salina di Carloforte, passando accanto alla piemontese torre di S. Vittorio, utilizzata come osservatorio astronomico. Lasciato il tronco per la spiaggia del Giunco, si raggiunge, km 4.6, la deviazione per la punta Nera, piccolo promontorio roccioso che divide in due lomonima spiaggia, ove si apre una grotta sepolcrale della prima et del Bronzo.

Escursione da Carloforte alla punta Nera, alla punta delle Colonne e alla cala dello Spalmatore: 10.2 km su strada litoranea che

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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS La provinciale costeggia lo stagno della Vivagna, oltre il quale si dirama a sin., km 6.2, un sentiero per la spiaggia da Bobba, ove sono visibili due guglie trachitiche emergenti dallacqua, ultimi residui di una coltre di lava demolita dal mare, dalle quali prende nome la punta delle Colonne; questo tratto di costa, estremo limite meridionale dellisola, costellato di numerose insenature alternate a piccole spiagge di finissima sabbia e scogli levigati dal mare. Proseguendo in direzione O, si incontra, km 7.5, la deviazione (a sin.) che termina sul piazzale antistante a un fortino, a dominio del golfo della Mezzaluna, protetto da alte falesie e accessibile solo dal mare, punto panoramico di eccezionale ampiezza. Subito oltre la deviazione, si lascia a d. una strada che rientra, con percorso interno, a Carloforte (utilizzabile in alternativa per il ritorno) e si prosegue a sin. fino, km 10.2, alla Caletta, localit dotata di attrezzature turistiche e di una spiaggia arenosa che orla la graziosa cala dello Spalmatore.

Escursione a capo Sndalo, che esce da Carloforte a S, costeggia il bordo occidentale della salina e, lasciate quindi a sin. le due diramazioni per la punta delle Colonne e per la Caletta (v. la precedente escursione), si dirige a O; lungo il percorso, che offre ampie vedute dellinterno dellisola e della costa dellIglesiente e del Slcis, si incontrano varie cave dei giacimenti non pi coltivati di manganese, diaspri, ocre rosse e gialle, raggiungendo, al termine dei 13.7 km, capo Sndalo, il promontorio pi occidentale dellisola, dove sistemato un radiofaro in vista della rotta fra Tunisi e Marsiglia; di fronte, lisolotto del Corno; lungo lultimo tratto della salita al promontorio, si stacca a d. il sentiero scosceso per la cala Fico, chiusa da scogliere di spiaggia sassosa.

2.5 LIglesiente
Da Iglsias a Gspini
Il percorso previsto per questo itinerario (carta, pag. 192) di km 52.3 lungo la statale 126, Sud Occidentale Sarda, attraversa unarea che, oltre a distinguersi per lantichit della formazione geologica (risalente per gran parte al periodo cambriano, allinizio dellera paleozoica), costituisce il distretto metallifero pi ricco e pi vario dItalia. La sua definizione quella di Iglesiente, un coronimo coniato nellOttocento dagli operatori minerari che, privo di corrispondenza con i tradizionali nomi regionali dellisola, giustificato dallimportanza che il territorio e il suo centro principale, Iglsias, avevano raggiunto in quel secolo nellambito dellindustria estrattiva. In quel periodo lIglesiente, che lo spopolamento medievale aveva ridotto a una terra quasi priva di vita (vi si trovavano solo i centri di Iglsias, rbus e Fluminimaggiore), si arricch di almeno una trentina di nuovi villaggi. A determinarne la formazione fu la necessit di ospitare le maestranze nei pressi delle zone di lavoro, risultando impossibile ogni forma di pendolarit. Trattandosi tuttavia di insediamenti la cui vitalit era interamente legata alla convenienza di sfruttamento dei giaci-

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2.5 LIGLESIENTE menti, il venir meno di questa signific il pi delle volte anche labbandono dei villaggi. Litinerario consentir, mediante diverse diramazioni per lo pi non asfaltate, di visitare i pi significativi per valori ambientali, paesistici, architettonici (San Benedetto, Ingurtosu, Montevecchio).

Si esce da Iglsias lungo la settentrionale via S. Antonio, tratto urbano della statale 126 che, appena fuori dellabitato, si impenna e con ampie curve, lasciate sulla sin. le strutture dellEnte ospedaliero Fratelli Crobu, varca il passo di S. Antonio m 290 e il lago artificiale di Gennarta, creato nel 1963 dal Consorzio di bonifica del Cixerri per lirrigazione della valle omonima. Il percorso procede in lenta salita lungo lincisione valliva del rio Canonica, in un paesaggio chiuso dai profili scistosi dei rilievi fittamente ricoperti da una rigogliosa macchia inframmezzata da grosse querce e sughere. Dopo km 5 si stacca, sulla d., la strada che, mediante successioni di tornanti, introduce nel distretto metallifero di S. Benedetto.

Il bacino piombo-zinchifero di S. Benedetto, nonostante il prolungato sfruttamento (le sue risorse sono state oggetto di coltivazione sin dallantichit classica), conserva cos abbondanti ricchezze giacimentologiche da costituire, assieme a poche altre aree, la maggiore concentrazione mineraria sarda; i complessi minerari sono da molti anni chiusi. La deviazione, di 12.6 km fino ad Arnas, presenta un certo interesse per le manifestazioni paleoindustriali e per la qualit paesistica del territorio che attraversa. Risalendo la valle del rio di S. Benedetto, si incontra dapprima il villaggio di San Benedetto m 385, che dispone ai lati della strada le sue modeste abitazioni e gli impianti, costituenti nel loro insieme un interessante esempio di habitat minerario ottocentesco. Dal paese il percorso procede su strada bianca, impervia e disagevole, ma di considerevole interesse ambientale per il continuo integrarsi dei manufatti connessi con lattivit mineraria in un contesto ricco di pregi naturalistici; lintricata articolazione dei tracciati che collegano i diversi impianti e la pericolosit inerente alla visita alle miniere, spesso incustodite, consigliano di muoversi con un accompagnatore locale. Meritevoli di segnalazione sono soprattutto gli impianti di Malacalzetta m 560, notevoli per la bellezza e la solitudine del sito in cui sorgono, nel pedemonte meridionale dellaltura calcarea del M. Cuccheddu m 655, mentre quelli di Arnas m 510, ubicati sul fondo di una conca, si qualificano per la grandiosit delle strutture, inserite nel previsto programma di ammodernamento alla ripresa delle coltivazioni. Da Arnas la strada, lungo la suggestiva valle di Oridda, scende a Domusnvas (v. pag. 198).
Per successivi tornanti nella stretta valle, si sale a varcare larcu (passo) Genna Bogai m 549, dove la vista si apre sui due versanti fitti di sughere; un sentiero a sin. conduce alle miniere del distretto di Buggerru (Grugua, Candizzus). 227

2 LIGLESIENTE E IL SLCIS

Tempio di ntas. Percorsa una lunga panoramica discesa, che lascia a sin. le costruzioni per soggiorni estivi delle Fattorie S. Angelo, dal fondovalle del rio di ntas si segue a d., km 15.9, la strada campestre (km 2.2) per il tempio di ntas; oltre i pochi ruderi della chiesetta di S. Maria, nel Medioevo parrocchiale di uno scomparso villaggio, lo si raggiunge allapice di uno spuntone circondato da una splendida chiostra di monti calcarei; il tempio, individuato nel secolo scorso da Alberto La Marmora in condizioni di rudere, appare nellaspetto conferitogli dalla recente ricostruzione, risultato di una complessa opera di scavo, ricupero e restauro integrativo che, iniziata nel 1967 a cura della Soprintendenza di Cagliari, terminata nel 1976. Gli scavi hanno chiarito la presenza in zona di un insediamento nuragico. Verso il 500 a.C. i Cartaginesi edificarono un primo tempio orientato verso NO di cui sono riconoscibili, nel settore occupato successivamente dalla scalinata romana, i resti di un grande altare incorporante una roccia sacra e, allesterno, il muro di cinta (ne visibile parte del lato SE). Il tempio era dedicato, come chiariscono le numerose epigrafi ivi rinvenute, a Sid Addir Babi (si tratta di un appellativo mediato dal substrato linguistico mediterraneo e deve riferirsi a una divinit indigena oggetto di culto da parte dei Protosardi ad ntas). Nella prima met del III sec. a.C. il tempio ricevette da parte degli stessi Punici una profonda ristrutturazione che comport la tripartizione tradizionale delledificio sacro (atrio, vano mediano e penetrale gemino, resti del quale sono individuabili immediatamente a monte dellaltare arcaico) e ladozione di decorazione architettonica di stile misto egiziodorico (capitelli dorici e a gole egizie, ora nel Museo Nazionale Archeologico di Cagliari). I Romani smantellarono completamente queste strutture edilizie, riutilizzandone i materiali nella loro ricostruzione del tempio. A una fase tardorepubblicana o degli inizi dellet imperiale devono riportarsi numerose terrecotte architettoniche. In tale ambito cronologico deve forse fissarsi la interpretatio di Sid come Sardus Pater, la cui immagine compare in una emissione monetale della seconda met del I sec. a.C., attribuita a una citt sarda (Slcis?). Le testimonianze epigrafiche che documentano lattribuzione a Sardus Pater del tempio romano sono due: liscrizione dellarchitrave, ricollocata in loco, con dedica allimperatore Caracalla e al Deus Sardus Pater Bab(ai) e una lamina in bronzo offerta da uno schiavo imperiale, Alexander, al Sardus Pater coeva alla precedente. Alcuni studiosi identificarono il Sardopatoros iern, ubicato dal geografo Tolomeo nella costa occidentale sarda, con il tempio di ntas, mentre altri ritengono che esso debba localizzarsi sul promontorio della Frasca, estremit meridionale del golfo di Oristano.
La ricostruzione del tempio (v. sopra) stata condotta sulla base della ristrutturazione effettuata sotto Caracalla. Mantenendo lorientamento rituale della fase precedente, il tempio 228

2.5 LIGLESIENTE

romano sorge su un basso podio accessibile mediante una gradinata; al sommo di questa si leva un pronao tetrastilo con la citata iscrizione sullarchitrave. La cella, rettangolare, stata dotata di un mosaico con bordo nero e campo interamente bianco; sul fondo della cella si aprono due ingressi a un penetrale bipartito, di tradizione punica, preceduti da due vaschette quadrangolari connesse a rituali purificatori. Nel penetrale d. stato ricollocato un altare. Gli scavi hanno consentito il ricupero di uningente quantit di materiale votivo, ora nel Museo Nazionale Archeologico di Cagliari, sia della fase punica, sia di quella romana (statuette fittili, in bronzo e in marmo, tra cui una scultura greca della fine del V sec. a.C., oreficerie, vetri, monete puniche e romane ecc.). Rientrati sulla statale, si procede costeggiando il corso del rio di ntas, in un paesaggio che si fa meno aspro; si oltrepassano sulla d., km 17.4, gli impianti abbandonati della miniera di Candizzus, presso i quali parte il sentiero per la grotta de Su Mannau, con sviluppo interno di oltre 6 km, da cui si origina una sorgente captata per acquedotto. In corrispondenza di una stretta rocciosa allaltezza dei cantieri, pure inattivi, della miniera su Zrfuru, km 19, diverge a d. il sentiero per la sorgente di Gtturu Pala, importante polla anchessa in parte captata per acquedotto. Fluminimaggiore (vedi Appendice pag. 671). Al termine della discesa, varcato il ponte di S. Sofia, la strada si inserisce nella fertile valle del rio Mannu, nel cui fondo, tra agrumeti e vigneti, si presenta, km 25.2, Fluminimaggiore m 63, ab. 3082, che allunga la sua planimetria geometrica parallelamente alla sponda d. del torrente; borgo di tradizione agricola (fondato nel 1704 da Pietro Maccioni di Terralba, su concessione del feudatario visconte Ignazio Asquer), nella seconda met del secolo scorso registrava una conversione mineraria; dopo le prime manifestazioni di crisi in questo settore negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, ha riacquisito vivacit economica nella ripresa dellattivit agricola, esercitata nel fertile fondovalle, e nel movimento commerciale. Allontanandosi dallabitato, si incontra a sin., km 27.7, una strada che, raggiunta la costa, termina a Buggerru, interessante ex centro minerario e localit turistico-balneare.
Il percorso, di km 12, varcato il rio Mannu e oltrepassata a sin. la miniera attiva di S. Lucia (fluorite e barite), giunge al mare, dove lascia un tronco a d. per Portixeddu m 5, villaggio turistico a ridosso della punta Mumullonis, protesa sul mare con il capo Pecora. Dal bivio, a sin., dopo aver contornato fra alte dune coperte di vegetazione un ampio arco sab-

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2 LIGLESIENTE E IL SLCIS bioso attrezzato per la balneazione, che termina alle case di S. Nicol, correndo sullalta riva rocciosa si raggiunge il villaggio di Buggerru m 51, ab. 1127 (fino al 1960 frazione di Fluminimaggiore), collocato in corrispondenza di un ripido canalone prodotto dallerosione fluviale; fu fondato verso la met del secolo scorso in funzione dello sfruttamento delle molteplici risorse minerarie del suo retroterra, testimoniato dalla presenza, nellabitato, degli impianti di macinazione dei minerali e di alcuni edifici tipici dellepoca; notevolmente depressa lattivit estrattiva a partire dagli anni 50, il borgo, valendosi della splendida situazione paesistica offerta dai rilievi calcarei che lo dominano e dai lunghi litorali sabbiosi, nonch del porticciolo armato nel secolo scorso per lesportazione dei minerali, sta cercando nel turismo nuove possibilit di sviluppo.

Varcato il ponte sul rio Sssini, si risale la valle del rio Bega; allaltezza di un tornante si stacca a sin., km 34.2, la strada per il complesso minerario Bau-Arnas, trasformato, dopo la chiusura degli impianti, in colonia penale agricola. La strada serpeggia in un paesaggio montuoso, che nel luglio 1983 rimase privo in vaste aree del manto vegetale distrutto dagli incendi; alla cantoniera di Bidderdi si valica lomonimo passo m 464, spartiacque tra larea gravitante su Fluminimaggiore (Fluminese) e laltopiano granitico di rbus (Arburese), mentre sulla destra si profila a distanza il gruppo del M. Lnas. Al km 39.2 diverge a sin. una strada bianca che si inoltra nel vasto distretto metallifero avente come centro Ingurtosu.

Ingurtosu. La regione che il percorso attraversa risulta particolarmente interessante non solo dal punto di vista minerario (piombo e zinco), ma altres per i pregi naturalistici e paesistici, che trovano una sintesi, km 5, nel centro abbandonato di Ingurtosu m 250, uno degli esempi di insediamento minerario ottocentesco pi significativi dellisola; il tessuto edilizio presenta una disposizione a blocchi sparsi dislocati a vari livelli lungo il ripido pendio, coperto da una fitta pineta che gli stessi operatori minerari piantarono per assicurare il legname necessario allindustria estrattiva; i moduli architettonici adottati ripropongono gli schemi neogotici in voga nelledilizia industriale allepoca dellinsediamento da parte della societ francese Pertusola. Previsto per oltre mille addetti, il complesso appare in stato di avanzato degrado, tanto pi deplorevole in quanto contrastante con i pregi ambientali che gli sono peculiari. Da Ingurtosu, la strada, oltrepassati gli impianti abbandonati di Naraculi, appartenuti allo stesso gruppo di Ingurtosu, termina, km 13.5, alla lunga spiaggia di Piscnas, tra formazioni di dune di singolare altezza, una delle pi affascinanti e spettacolari dellintera Sardegna. rbus (vedi Appendice pag. 671). Proseguendo sul margine dellaltopiano che dopo alcune vive ondulazioni comincia a declinare verso NE, al principio della discesa appare di fronte e in breve si raggiunge, km 46.8, rbus m 311, ab. 6897, piacevolmente disteso nellincisione interposta fra due rilievi granitici; borgo
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2.5 LIGLESIENTE

agro-pastorale e, in passato, minerario, orienta verso NE larteria principale, ricalcando lasse del vallone, e le strade laterali secondo landamento delle curve di livello.

Escursione a Montevecchio e a Marina di rbus, lungo una strada di 24.6 km che, staccandosi dalla periferia nord-occidentale di rbus, percorre unarea panoramicamente interessante per la spaziosit delle vedute, aperte dapprima sul paesaggio montuoso e successivamente, in discesa, verso il mare. Dopo 7 km la strada sale a Montevecchio m 370, insediamento semispopolato posto al centro di un complesso metallifero considerato per decenni tra i pi produttivi e funzionali dellindustria italiana. Gli impianti si impongono allosservazione per la grandiosit delle strutture, collocate in un sito di particolare pregio paesistico. Alluscita dal nucleo il percorso, muovendo in discesa verso il mare, segna la frattura fra due ambienti geologicamente dissimili, contraddistinti a sin. dai rilievi metalliferi paleozoici, che recano tracce visibili del prolungato sfruttamento minerario; a d. dalle estreme propaggini del M. Arcuentu m 785, prodotto del parossismo vulcanico del Cenozoico, che mostra la parete nordorientale dal profilo seghettato, legato dalla fantasia popolare al volto dormiente di Napoleone o di Eleonora dArborea. Con molte curve si passa sotto le singolari cime rocciose, scendendo in un paesaggio solitario che digrada al mare, in prossimit del quale si apre, km 21.8, un bivio: a d. una strada verso N, oltrepassata la colonia marina Funtanazza (fatta costruire dalla societ Montevecchio negli anni 50), continua per Porto Plmas m 9, localit balneare sorta nei pressi di una tonnara (limpianto, realizzato dai Genovesi nel sec. XVII, costituisce un caratteristico e articolato complesso architettonico di notevole pregio ambientale); la strada di sin. raggiunge invece, km 24.6, la frazione Marina di rbus m 22, disordinato agglomerato di seconde case sorto per lo sfruttamento turistico del litorale sabbioso, donde prosegue lungo la cosiddetta Costa Verde, tratto litoraneo completamente deserto di cui prevista la valorizzazione, interrompendosi bruscamente al rio Piscnas.
La ripida salita che attraversa rbus continua fra sughereti fino al valico di Genna Frongia m 381, da dove la statale, svolgendosi in discesa, domina un orizzonte allargato per ampio raggio sul Campidano, chiuso a S dal M. Linas, costantemente in vista di Gspini (v. pag. 251), dove, km 52.3, litinerario si conclude.

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3 I Campidani
Lambiente e la storia
Fra i golfi di Cagliari e di Oristano si interpone lunica pianura italiana che pu essere definita al plurale e che anche la pi vasta, se non lunica, della Sardegna. La sua origine va collegata alla fossa tettonica che si determin nel periodo oligocenico quando lisola, resa troppo rigida dallimbasamento granitico creatosi nel Paleozoico, non fu in grado di rispondere attraverso piegamenti alle sollecitazioni che altrove avrebbero dato luogo a catene (Alpi, Appennini, Pirenei ecc.) e si ruppe in pi lembi, trasformandosi in arcipelago. A operare la colmata del canale marino pi grandioso che si interponeva tra i settori occidentale e orientale di questo arcipelago, la cui primitiva direzione lo portava a congiungere gli attuali golfi di Cagliari e dellAsinara, hanno provveduto molti tipi di apporti. Particolarmente consistenti sono stati quelli lavici legati al parossismo vulcanico che ha sconvolto la Sardegna in coincidenza col processo di fratturazione: assieme al contributo di materiali di natura marina, ad essi si deve il riempimento del tratto che andava dallAsinara ai monti del Mrghine. Il tratto a sud del Mrghine, invece, dopo aver subito un ulteriore sprofondamento che lo ha portato ad assumere la direzione NOSE, si riempito soprattutto per il convogliarsi verso il suo solco di materiali sciolti provenienti dalle terre adiacenti: al loro sovrapporsi, accompagnato ai bordi da contributi lavici e nel tratto pi meridionale dallemergere di formazioni di natura decisamente marina, si deve lattuale pianura. Il territorio. Una pianura eccezionalmente vasta oltre 100 km di lunghezza e mediamente 20 di larghezza specie se rapportata alle dimensioni dellisola, e che ha sempre concentrato in s il massimo delle possibilit agricole anche a causa delle poche altre terre altrettanto favorevoli che la regione possiede, in particolare per la produzione granaria. La natura ha infatti dotato di suoli sciolti e profondi questa pianura, ma essi non godono in ogni loro parte di sufficienti apporti idrici. vero che la percorrono nel senso della lunghezza almeno due corsi dacqua, il rio Mannu di Samassi e il Fluminimannu di Mgoro, e che altri rivoli pervengono dalle alture laterali, ma si tratta in ogni caso di contributi modesti.
Il loro rifornimento, come peraltro quello di tutti i corsi dacqua sardi, affidato solo alle precipitazioni e queste nellisola cadono con un ritmo

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3 I CAMPIDANI assai irregolare: in genere abbondano in autunno e in primavera, diminuiscono in inverno e mancano pressoch totalmente in estate. Se a ci si aggiunge la loro alta intensit oraria di caduta, la rapidit con cui tendono a procedere verso il mare una volta giunte sul suolo e lelevato indice di evapotraspirazione per gli alti livelli della temperatura e la frequenza di ventosit che caratterizza la Sardegna, si spiega laccentuato indice di aridit che qualifica la pianura non appena dal suo asse ci si sposta verso la periferia. In questa situazione logico che lutilizzazione pi massiccia dei suoli sia andata, sin dallantichit, alle poco esigenti colture cerealicole condotte in alternanza col riposo.

Il tipo di colmata prevalentemente detritica che ha presieduto alla formazione dei Campidani li ha resi facile ricettacolo di specchi dacqua stagnanti, nonch di frequenti aree di scarico di processi alluvionali. A siffatti inconvenienti si cercato di rispondere attraverso le bonifiche, individuate localmente da vari toponimi ancora in uso pauli, staini, piscina pur su terreni che non presentano pi alcun segno di accumulo di umidit. Allinizio si sar trattato solo di qualche canaletta studiata in modo da favorire il drenaggio superficiale. E se pi avanti qualcosa di maggiormente articolato sar stato predisposto ma mancano notizie sicure in proposito dalle numerose fondazioni monastiche camaldolesi, vittorine e vallombrosane, solo nellOttocento che viene impostato il prosciugamento dei grossi stagni di Sanluri e di Serrenti conclusosi con la messa a coltura dei rispettivi alvei; ed solo nellultimo dopoguerra che gli interventi hanno portato alla deviazione del rio Cixerri, in origine confluente nel rio Mannu di Samassi, eliminando i rischi di esondazione con due foci separate nello stagno di Santa Gilla. Il risanamento idraulico. Una volta operato il risanamento idraulico si sperava in una pi redditizia utilizzazione agraria dei suoli campidanesi, cui peraltro la costruzione di numerosi laghi artificiali, e in particolar modo quello sul medio Flumendosa, prometteva sufficiente acqua da destinare allirrigazione. Purtroppo questo avvenuto solo in parte, e cio laddove la preesistente presenza di risorse idriche aveva gi da tempo educato i contadini a un loro uso ottimale nei distretti tradizionalmente ortofrutticoli, e dove la natura dei suoli portava a incrementare la viticoltura. Le altre terre campidanesi, nelle remore dei ritardi con cui vi sono stati realizzati gli impianti di irrigazione capillare e nelle carenze di unadeguata politica economica, sono state coinvolte nel fenomeno di esodo rurale che le ha private di consistenti forze di lavoro, e non raro lo spettacolo di campi degradati al solo utilizzo del pascolo della cotica erbosa spontanea laddove alla cerealicoltura non sono subentrati il carciofeto e le foraggere.
Mancando un centro ordinatore della vasta pianura, si indotti a parlare di tre Campidani, orientati trasversalmente: quel233

3 I CAMPIDANI

lo superiore e quello inferiore che fanno capo rispettivamente a Oristano e Cagliari, e quello mediano incernierato sullasse San Gavino Monreale-Sanluri. Accanto a questa suddivisione che procede da nord a sud, invalso luso di ripartire i Campidani in senso longitudinale: il Campidano orientale, morfologicamente definito dai colli vulcanici di Nurminis-Serrenti e da quelli di Sanluri e di Srdara, conclusi a nord dal pi complesso monte Arci; il Campidano mediano, alluvionale e superficialmente uniforme; il Campidano occidentale, anchesso movimentato dalla presenza alle spalle di alture, quelle metallifere dellIglesiente. Di questa ripartizione daltronde facile accorgersi osservando una semplice cartina dei confini comunali di ogni singolo centro abitato. In generale questi si dispongono al centro dei territori di loro pertinenza (con significative eccezioni: ad esempio, Gspini), ma la superficie media, che piccola nei comuni del versante orientale, si fa discreta in quelli della fascia mediana e decisamente grande nei comuni del versante occidentale a contatto coi rilievi dellIglesiente, che si trovano costretti a integrare la minore fertilit dei suoli o la mancanza di risorse idriche con le opportunit offerte dal pascolo (e con lindustria estrattiva).
Si tratta sempre di paesi e villaggi dalle spiccate caratteristiche agricole, e il diverso ruolo giocato dalle condizioni pedologiche del sito si tradotto in unarticolazione dellinsediamento umano aderente assai da vicino allambiente fisico. Inoltre la funzione di corridoio di penetrazione fra luno e laltro terminale (Cagliari e Oristano) e di area di sfruttamento da parte dei vari conquistatori dellisola hanno determinato un quadro abitativo precario, in cui frequentissimi appaiono gli abbandoni e la scomparsa di interi agglomerati e in cui non trovano posto, per le ripetute distruzioni o il riutilizzo dei conci di pietra per i muri fra le propriet o per le abitazioni, neppure i nuraghi e gli altri monumenti preistorici altrove frequenti.

Gli itinerari. Lorganizzazione degli itinerari ripete questa divisione in senso longitudinale. Il primo si svolge lungo larteria pi importante della Sardegna, la Carlo Felice, che lambisce senza attraversarli i piatti villaggi dellarea mediana, tutti abbastanza grossi e distanziati fra loro. Il secondo comprende i centri del settore occidentale, per lo pi situati in corrispondenza di fertili conoidi alluvionali o allo sbocco di piccole vallette laterali, l dove le brevi incisioni dei corsi dacqua secondari si raccordano alla pianura in aree idonee a colture arborate di pregio. Il terzo pi che un itinerario lineare fra le sedi del versante orientale, solitamente legate a posizioni dominanti su speroni rocciosi, un girovagar fra due regioni storiche ben precise, la Trexenta e la Marmilla (una parte di questultima inserita nellitinerario 6.1).
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3 I CAMPIDANI

Organizzate in curatoria durante il periodo giudicale, luna, che si vuole derivi il nome dai trecento villaggi di cui era costellata, faceva parte del giudicato di Cagliari, e laltra di quello dArbora con i castelli di Barumele e Las Plassas, ormai ridotti a rudere, a sorvegliarne i confini. Edifici rurali. La storia dei Campidani ha espresso una sua grandezza e originalit nel passato pi lontano, quando riuscita a dare vita a spettacolari complessi nuragici e a una miriade di monumenti minori; poi entrata nel comportamento delle modeste strutture rurali che vengono ricordate pi per fatti negativi (epidemie, carestie ecc.) che per episodi esaltanti, specchio di quella Sardegna povera e inerme che ha maggiormente vissuto e sofferto la prolungata sottomissione a potenze straniere. Qui come altrove gli abitati rurali superstiti alla falcidia tardomedievale, quando nellisola sono scomparsi almeno cinquecento insediamenti, si caratterizzano talvolta, almeno nella parte pi antica, per le piante molto spesso radiali e incentrate sulla piazza della chiesa, evidente fulcro della vita sociale. In altri casi la pianta risulta a cellule dovute a fasi successive di ingrandimento, probabilmente quelle determinate da momentanei stati di benessere collegati al mercato pi o meno favorevole del grano. La composizione edilizia quasi sempre modesta e monotona. Le case sono in pietra o in spezzoni di pietra dove questa presente; altrimenti prevalgono le dimore innalzate con mattoni crudi, blocchetti di argilla mista a paglia e asciugati al sole, e solo di recente con materiali edilizi pi idonei. Le dimore risultano disposte a schiera e sono pi o meno vivacemente intonacate lungo le vie principali, dove non raro imbattersi in coloratissimi e suggestivi murales, mentre su quelle secondarie protendono i rispettivi cortili racchiusi da alte mura cui si accede mediante ampi portali.

3.1 Da Cagliari a Oristano


Litinerario, di 92.8 km (carta, pag. 238), si svolge, per il percorso principale, interamente lungo la statale 131, moderna superstrada a scorrimento veloce, quasi perfettamente pianeggiante e rettilinea, che evita mediante circonvallazioni tutti gli abitati, ai quali tuttavia collegata da numerosi tronchi di ingresso e di uscita. Denominata Carlo Felice, si snoda sul bordo orientale del Campidano mediano e, poggiando su un terrazzo alluvionale leggermente soprelevato (a differenza del parallelo tracciato ferroviario Cagliari-Oristano, che segue la linea di livello pi depressa), consente viste panoramiche spaziose, sia sulla pianura che sui primi rilievi collinari della Trexenta e della Marmilla.

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3 I CAMPIDANI Lambiente che il percorso attraversa fortemente segnato dalle trasformazioni operate dalluomo; nel paesaggio, apparentemente omogeneo, possibile riconoscere unorganizzazione agraria secolare, ostacolata in passato dalla presenza di aree malsane e da esondazioni. Gli abitati, cui luniforme tipologia edilizia campidanese e il tessuto urbanistico quasi sempre a cellule conferiscono scarsa caratterizzazione (con le eccezioni di Sanluri, cittadina a struttura pi complessa, e di Srdara, il pi tipico dei borghi arroccati), contengono talora episodi di singolare interesse architettonico, rappresentati da alcune chiese romaniche (una presso Sestu, unaltra a Samassi, entrambe intitolate a S. Gemiliano, e a Srdara a S. Gregorio). Abbastanza frequenti anche le testimonianze dellantichit preistorica, nuragica e classica disseminate lungo il percorso o facilmente raggiungibili, la pi nota e significativa delle quali il tempio nuragico a pozzo di Srdara.

Verso Sestu. Attraversato il popolare quartiere cagliaritano di S. Avendrace, percorso dallomonima via (v. pag. 159), si va a imboccare verso N la statale 131, che, lasciato a d. il cimitero di S. Michele, procede in un contesto marcatamente segnato dalla trasformazione avvenuta nei primi anni 60 da unorganizzazione rurale a una industriale e commerciale. In vista a d. del colle su cui insiste il castello di S. Michele (v. pag. 167), si sottopassa la grande circonvallazione che definisce il contorno del territorio urbanizzato cagliaritano; subito si delinea il paesaggio agrario del Campidano meridionale, ancora disseminato, in questo tratto, da insediamenti industriali che vanno poco a poco diradandosi; al km 8.5 si apre a d. una deviazione (km 3) per Sestu m 44, ab. 16 336, antico borgo rurale sommerso dallespansione edilizia moderna che conserva tuttavia alcune testimonianze del passato. Il nucleo abitativo. Disteso in un piatto fondovalle, dispone oltre il ponte sul rio is Cannas il nucleo pi antico dellabitato, contraddistinto dal frequente succedersi di tipiche abitazioni campidanesi. In una piccola piazza al centro del rione si innalza la prima parrocchiale del paese, eretta nel 1567 in onore di S. Giorgio; vi si manifesta (quasi integra allesterno) la tipica architettura gotico-catalana, nella forma pi diffusa nel Campidano: facciata a coronamento orizzontale merlato affiancata da contrafforti, con oculo (un tempo ornato di rosone) sul portale ad arco acuto; originario pure il campanile a canna quadra, con cella campanaria aperta da monofore; linterno a una navata ha le cappelle e labside (quadrata e coperta da volta stellare) ben conservate. Nellabitato sussiste anche la duecentesca chiesa di S. Salvatore, a tre navate, con motivi decorativi incisi sul paramento in conci della facciata. Usciti dal paese verso N, lungo una strada campestre che si stacca a sin. dalla provinciale per Ussana, si raggiunge (km 4.7) ledificio pi interessante del territorio di Sestu: la chiesa di S. Gemiliano, le cui attuali strutture risalenti al sec. XIII furono concepite sullesempio dei moduli introdotti in Sardegna dai monaci di S. Vittore di Marsiglia, consistenti in un impianto planimetrico a due navate, divise da archi su pilastri, con
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3.1 DA CAGLIARI A ORISTANO coperture a botte impostate su archi trasversali, terminanti con due absidi; laspetto pi originale costituito dallornato esterno di gusto orientale particolarmente vivace. Nel sec. XVI, divenuta meta di pellegrinaggi, fu dotata di un porticato e di due corpi aggiunti, uno con funzione di sagrestia e uno di accesso alla piccola cripta. A poche centinaia di metri a S della chiesa stato scavato un villaggio prenuragico di c. 60 capanne, che ha restituito abbondante e interessante materiale che documenta lattivit dellindustria litica e ceramica di tre momenti culturali, S. Michele, Monte Claro e Nuragico medio.

Verso Monastr. Ripresa la Carlo Felice e lasciata a sin. una successione di strade per San Sperate, si profilano sulla d. brulli colli vulcanici, aggrediti da cave aperte; lapice del pi alto, il M. Olladiri (o Oladri) m 235, sopporta i ruderi del castello di Baradili (altre denominazioni sono Balardi e Baratuli), edificato, probabilmente nel sec. XII, dai giudici di Cagliari a controllo della viabilit che, in antico come oggi, qui converge; ricerche effettuate alle pendici del colle hanno anche individuato un vasto insediamento frequentato dal Neolitico recente al VI sec. a.C., al quale si riferiscono ceramiche dinfluenza fenicia, etrusche e numerose ioniche, relative allultima fase dellabitato. Pi a N, sul M. Zara m 226, affacciato verso Monastr, alcune domus de janas confermano la frequentazione preistorica della zona. Una diramazione a sin. della statale entra, km 19, in Monastr m 83, ab. 4518, il cui nome viene solitamente collegato alla presenza di uno scomparso monastero camaldolese, promotore nel Medioevo della bonifica della zona e del concentrarsi di un abitato. Disposto sul leggero pendio di uno sperone roccioso, il borgo presenta numerose dimore rurali costruite secondo luso campidanese e, nel nucleo pi basso, alla sin. della strada principale, la parrocchiale di S. Pietro, che molteplici rifacimenti e sovrapposizioni hanno privato in parte della cinquecentesca linearit tardogotica, riconoscibile nella semplice facciata e in qualche struttura dellinterno (alcune cappelle e la volta stellare dellabside); nei pressi sorge, sempre in forme tardogotiche, la graziosa piccola chiesa di S. Giacomo. Ussana. Dalla periferia settentrionale di Monastr verso E si scorge il villaggio rurale di Ussana m 17, ab. 3827, circondato da giardini agrumari si staccano, a sin. la diramazione per Decimomannu (v. pag. 191) della statale 130, e a d. la statale 128 che introduce nella Trexenta (v. pag. 254). La superstrada prosegue sulle morbide alluvioni terrazzate, di aspetto accentuatamente rurale. Al km 26 si tiene a d. per Nurminis m 86, ab. 2676, annunciato dal bel campanile gotico-aragonese che si staglia sullo sfondo di un complesso vulcanico; solo superstite
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di una serie di villaggi che la tradizione vuole presenti nei suoi pressi sino allalto Medioevo, conserva nellimpianto topografico, caratterizzato da strade ampie e da frequenti slarghi, i segni di una dignit rivestita nel passato, quando, capoluogo di curatoria ne ospitava lapparato burocratico. In un centro che conserva frequenti esempi di vecchie abitazioni di tipo campidanese, lelemento emergente rappresentato dalla parrocchiale dedicata a S. Pietro, posta quasi al termine dellabitato, su una terrazza arretrata, sulla d. della strada principale; eretta, assieme al campanile, nel Cinquecento, rappresenta un interessante modello di chiesa gotico-aragonese, con facciata rettangolare sulla quale sono riutilizzati frammenti decorativi marmorei di un ciborio di epoca tardobizantina, con iscrizioni in caratteri greci.
Dalla periferia nord-orientale di Nurminis si snoda una strada che in 5 km fra movimentate colline raggiunge, in posizione appartata, Samatzi m 164, ab. 1750, borgo che una tradizione locale vuole di origine spagnola, cui la presenza nelle immediate vicinanze di un robusto complesso calcareo ha consentito di affiancare, alla pratica dellagricoltura, un grande cementificio.

Protonuraghe Sa Corona. Attraversato Nurminis, a d. della statale si distende il piccolo abitato di Villagreca m 91, dominato dalla leggiadra parrocchiale di S. Vito, architettura provinciale di derivazione spagnola del 700 con importante campanile cupolato, adorna nellinterno di begli arredi barocchi marmorei (fonte battesimale, altare, pulpito) e lignei (baldacchino sul pulpito e retablo allaltare maggiore). Poco a NE della frazione si trova il protonuraghe Sa Corona, costruzione megalitica a pianta subcircolare con copertura, originariamente, straminea; si tratta di uno dei pi antichi monumenti del Bronzo antico, come documentano i materiali rinvenuti (teste di mazza, ghiande missili, un pugnale di rame, ceramiche Abealzu e Monte Claro), dal cui tipo deriver nel Bronzo medio il nuraghe classico. La strada prosegue costeggiando sulla d. lacrocoro trachitico di Nurminis-Serrenti, e in leggera salita introduce nel Campidano centrale, la cui piatta caratterizzazione morfologica evidenziata dalla presenza dei due vasti stagni, da tempo prosciugati, di Samassi e di Sanluri. Al km 32.5, una diramazione a d. entra nellabitato di Serrenti m 114, ab. 5124, che si differenzia dalla maggior parte dei borghi campidanesi per il frequente uso nelle costruzioni di una pietra trachitica estratta localmente, denominata pietra di Serrenti. Nella parte alta dellabitato, ove la Parrocchiale inserita in un vasto spazio custodisce la statua lignea di
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3.1 DA CAGLIARI A ORISTANO

S. Vitalia, allinizio di ottobre si svolge unimportante sagra in onore della patrona. Dalla statale che, mediante una successione di rettilinei, punta verso NO, si individua, tra i coltivi a d., uno spuntone trachitico isolato denominato Perda Longa, cui le genti nuragiche avrebbero attribuito un significato propiziatorio della fertilit; appena oltrepassata la cantoniera di Serrenti, una strada sempre a d. conduce alla Centrale idroelettrica di Santu Miali.
Da questi impianti esce lacqua turbinata proveniente dal lago artificiale di Mulrgia per essere indirizzata ai ripartitori e successivamente ai diversi usi produttivi (industrie, irrigazione), e viene prodotta energia elettrica venduta allENEL.

Sanluri. Varcato il Fluminimannu di Samassi, al quadrivio di Villasanta, km 40.9, si staccano: a d. la statale 197 che, per Furtei e Villamr, immette nella Marmilla (v. pag. 258) dalle tondeggianti alture gi riconoscibili; a sin. la statale 293 che verso S, attraversato il Campidano mediano, si inserisce nel Slcis interno. Al km 42.9, con una breve deviazione a d. si entra in Sanluri m 135, ab. 8556, vivace borgo di aspetto quasi urbano e capoluogo principale del Campidano centrale.
Nel territorio, abitato dallantichit, esistono tracce di diversi nuraghi; sul M. Santa Maria uniscrizione latina (attualmente nel Museo di Cagliari) segnava il confine fra le terre lavorate rispettivamente dai Maltamonenses e dai Semelitenses, entrambi coloni di latifondi privati. Il nome di Sanluri compare per la prima volta in documenti del sec. XIV che ne evidenziano limportanza strategica, lungo il confine tra il giudicato di Cagliari e quello di Arbora; alle pendici di un colle a E dellabitato, dal significativo appellativo di Bruncu de sa battalla, si concluse nel 1409 la fase pi cruenta della lunga guerra di occupazione aragonese; la sconfitta subita nella battaglia di Sanluri dalle truppe arborensi comandate dal visconte di Narbona e da Brancaleone Doria, marito di Eleonora dArborea, da parte dellarmata aragonese capeggiata dallo stesso sovrano Martino il Giovane, sanc infatti la fine dellindipendenza dellisola. Disteso sulla dorsale di uno sperone in leggero declivio, Sanluri presenta una pianta composita. La parte pi antica, quella maggiormente protesa verso il Campidano, risulta contenuta entro un perimetro quadrato, probabilmente derivato nel sec. XIV dallandamento delle mura fatte erigere dagli Aragonesi a difesa del borgo; di tale recinzione sopravvive solo il tratto prospiciente il Castello, con la porta di uscita verso lArbora.

Madonna delle Grazie. Lungo la principale via Carlo Felice si apre a d. la piazza che ospita lantica parrocchiale, dedicata a
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S. Pietro; ledificio, risalente al sec. XIV, a pianta basilicale a due navate, stato recentemente restaurato; conteneva una pregevole tavola del primo 500, il retablo di S. Eligio, trasferito alla Pinacoteca di Cagliari. Non distante, deviando brevemente a sin. della stessa via Carlo Felice, si raggiunge la chiesa della Madonna delle Grazie, dal XVI sec. parrocchiale di Sanluri; delle primitive forme gotico-aragonesi conserva solo la parte inferiore del campanile, soprelevato nel 1794 con uno svettante coronamento rococ. Le attuali strutture, ispirate allopera di Giuseppe Viana, furono realizzate tra il 1781 e il 1786 da Carlo Maino e Antonio Ignazio Carta e rivelano levidente matrice piemontese; la pregevole facciata scolpita, parzialmente crollata nel 1904, fu ricostruita fedelmente.

Interno. Limpianto a tre navate, con ampia cupola su alto tamburo allincrocio dei bracci, e lapparato decorativo ricco di begli altari marmorei, sculture e tele, sono unespressione della cultura tardobarocca dellepoca; particolarmente interessanti sono, nella 2 cappella d., un dipinto di Giovanni Marghinotti raffigurante la Madonna delle Anime; due tele di Raffaele Arui con S. Sebastiano e S. Antonio da Padova, rispettivamente nel transetto d. e sin.; un Crocifisso ligneo del sec. XV, inserito in un retablo scolpito e dorato, nella 3 cappella sinistra. Inoltre un interessante dipinto su tavola del sec. XVI, di particolare importanza documentaria per la raffigurazione vedutistica di Sanluri coi suoi principali edifici, esposto sulla sin. dellingresso. Il castello di Eleonora dArborea. Proseguendo lungo la via Carlo Felice, che si allarga nella piazza Castello, a sin. si presenta laccesso al giardino del castello detto di Eleonora dArborea; questo, eretto probabilmente quando il giudicato di Cagliari era sotto linfluenza di Pisa, fu completamente ristrutturato nella forma attuale (quadrangolare, con quattro torri angolari merlate) nel corso del 300. Di propriet privata (famiglia Villasanta), vi ha sede il MUSEO RISORGIMENTALE DUCA DAOSTA, che custodisce cimeli di interesse storico e una collezione di ceroplastiche settecentesche comprendente c. 400 pezzi (t. 0709307184).
Oltrepassata la porta aperta nel tratto superstite delle mura adiacenti al castello, si scende alla chiesa di S. Lorenzo, che, originariamente trecentesca, si presenta ora nella fisionomia acquisita dopo le ristrutturazioni cinquecentesche, allorch divenne sede dellarciconfraternita della Madonna dItria. Allinterno laltare in legno dorato e intagliato del XVII sec., di pregevole fattura, rimonta al periodo in cui la chiesa apparteneva agli Agostiniani.

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Convento dei Cappuccini. Dalla piazza Castello, prendendo una breve salita (vie S. Rocco e Padri Cappuccini) che oltrepassa la sconsacrata chiesetta tardogotica di S. Rocco, edificata come chiesa votiva dopo la peste del XVI sec. (da segnalare soprattutto la facciata in conci con rosone e portale a sesto acuto), si raggiunge il complesso conventuale dei Cappuccini (vedi Appendice pag. 671), in posizione dominante sul borgo di Sanluri; la chiesa dedicata a S. Francesco, seicentesca ma completamente ammodernata, conserva un tabernacolo ligneo del XVII sec. a intaglio e intarsio, di buona fattura; dal sagrato, sul quale in onore del santo si svolge il 4 ottobre una grande festa popolare, si abbraccia unampia vista sul Campidano centrale e sul massiccio vulcanico dellArcuentu.
Dalla periferia meridionale del paese, allaltezza della piazza Vittorio Emanuele III (dalla quale, per la via S. Martino, si raggiunge in breve la chiesetta di S. Martino, probabilmente del sec. XV, restaurata, si dirama verso SO una strada che, oltrepassata la Stazione ferroviaria di Sanluri (Sanluri Stato, della linea Cagliari-Oristano), compie un circuito di c. 27 km lungo strade interpoderali asfaltate, attraversando le terre dellAzienda agraria di Sanluri, gi stabilimento Vittorio Emanuele II, estesa su una superficie di 2195 ettari, comprendente gli stagni di Sanluri e di Samassi, prosciugati nel 1913; il territorio, che costituisce un valido esempio della organizzazione agricola campidanese, presenta un paesaggio caratterizzato da coltivazioni soprattutto foraggere, canalizzazioni, case coloniche sparse, complessi agricoli. Oltrepassati i due agglomerati principali dellazienda, Strovina e San Michele, la strada piegando verso E si dirige a Samassi m 56, ab. 5347, che dispone le abitazioni, non di rado in mattoni crudi, sul bordo di un terrazzo alluvionale. S. Gemiliano. Interessante, nella parte alta dellabitato, la vecchia parrocchiale di S. Gemiliano, costruzione romanica della seconda met del sec. XIII che riutilizza elementi decorativi (marmi con rosette) di un precedente edificio; la struttura stretta e assai allungata rivestita da un paramento di bei conci policromi, decorato da lesene e archetti; il portale appare ornato da due rozze testine di gusto arcaico, mentre linterno, a una navata, custodisce il mausoleo di don Giacomo di Castelvy (1586), di Scipione Aprile, discendente da una famiglia di scultori di Lugano, attivo per molti decenni in Sardegna. Scavi hanno individuato, parzialmente sottostante al lato meridionale della chiesa, una tomba a camera, costruita in blocchi squadrati, con volta a botte, di tipo bizantino (VII sec.?), e presso il lato N alcune tombe a cassone, pertinenti a una necropoli altomedievale. Interessante nellabitato anche la Parrocchiale, edificata dal marchese di Castelvy nella seconda met del sec. XVI; nelloriginario impianto gotico-aragonese si possono osservare il portale, il presbiterio e due cappelle laterali. Rimaneggiata tra la fine del XVII e linizio del XVIII sec., conserva arredi e oggetti ornamentali di qualche pregio, tra i quali, sul fonte battesimale decorazioni di Giacomo Altomonte del 1720. Da Samassi, la strada in direzione N rientra a Sanluri.

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3 I CAMPIDANI

Srdara (vedi Appendice pag. 671). Da Sanluri, procedendo su un pianoro leggermente ondulato che la Carlo Felice attraversa in direzione NO, lasciata una strada per Villanovaforru (v. pag. 259), si entra, con un breve tronco a d., km 51.5, in Srdara m 163, ab. 4305, arroccata su uno sperone marnoso proiettato verso il Campidano. Gi frequentata in epoca preistorica, vi sono stati rinvenuti monumenti del periodo nuragico e di et romana; durante lalto Medioevo, occupando una posizione di confine tra il giudicato di Arbora (cui apparteneva) e il giudicato di Cagliari, venne protetta mediante una robusta recinzione di cui sopravvivono scarse tracce; presenta una pianta a cellule derivata da successive fasi di espansione, in cui sono ancora rintracciabili le dimore rurali in pietra, alcune delle quali articolate attorno ad ampie corti e con maestosi portali, pi frequenti nella parte alta dellabitato (rione Sa Costa). S. Gregorio. Al culmine del paese sorge la parrocchiale dellAssunta, realizzata in stile romanico-gotico tra il sec. XIV e il XVI, in cui interessante soprattutto la 1 cappella d., per i rilievi scolpiti sugli archi e sulla volta stellare; conserva una statua di S. Bartolomeo in fondo alla navata d., e un organo a canne del 1758 in quella sinistra. Percorrendo dal retro della chiesa una breve successione di vicoli, si raggiunge lex parrocchiale di S. Gregorio, una delle chiese minori trecentesche sarde pi interessanti per loriginalit delle forme, tipico esempio di transizione dal romanico al gotico; questultimo si avverte specialmente nel verticalismo dellalta e stretta facciata, tripartita da paraste polistili gotiche, nel rosone scolpito che la orna e nella bella bifora dellabside; linterno a una navata coperta a capriate. Tempio nuragico. Riprendendo il percorso dal sagrato della parrocchiale dellAssunta e percorrendo, dopo lampio piazzale, alcuni vicoli si perviene, di fronte alla tardogotica chiesetta di S. Anastasia (sec. XV), allinteressante omonimo tempio nuragico a pozzo, forse del X sec. a.C., situato presso una sorgente di acque curative. Si compone di un vano sotterraneo, il pozzo vero e proprio, ricoperto di blocchi di calcare e basalto che in alto formano una falsa cupola aperta al centro come quelle dei nuraghi; qui veniva portata, mediante un canaletto, lacqua minerale (funtana de is dolus) della vicina sorgente sacra. Dal fondo del pozzo una scalinata sale allesterno ove visibile una breve area infossata nella quale era probabilmente laltare per i sacrifici.
Vi fu rinvenuto numeroso materiale votivo, ora al Museo Archeologico Villa Abbas in piazza Libert. Particolarmente interessante, la serie delle ceramiche raccolte per scopi rituali, notevoli per eleganza e considerate, nel loro genere, tra i prodotti migliori del periodo nuragico; risalgono allin-

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3.1 DA CAGLIARI A ORISTANO circa allVIII sec. a.C. e si distinguono per la ricca decorazione che rivela analogie con motivi anche simbolici orientali. Frammenti architettonici del tempio si vedono murati nella facciata della chiesa sotto la quale si trova un altro pozzo. Il castello di Monreale. Imboccata, ai piedi dellabitato, la strada per San Gavino Monreale, proseguendo dopo 1.5 km lungo un sentiero a d., si sale in c. unora e mezzo allapice del colle m 268 che ospita i resti del castello di Monreale; il rilievo risulta di particolare interesse geologico, costituendo una specie di isoletta fossile, emergente dai sedimenti terziari e quaternari della pianura con la sua struttura di scisti cristallini silurici, iniettati di filoni di quarzo includenti depositi di galena, fluorite e altri minerali. Il castello di Monreale era una delle piazzeforti del giudicato di Arbora, posto a presidio delle strade di comunicazione tra Cagliari e Oristano. Nel 1323 vi soggiorn la sposa dellinfante don Alfonso dAragona, mentre questi assediava Cagliari; nel 1409 vi si rifugiarono il visconte di Narbona e Brancaleone Doria con i loro seguaci dopo la sconfitta di Sanluri. Il castello venne definitivamente occupato nel 1478 dalle truppe aragonesi, e in seguito lasciato in abbandono. Di esso ormai rimangono solo i ruderi del mastio e delle due cortine che lo recingevano. Dal suo sito si gode un ampio panorama del Campidano centrale e dei prospicenti monti dellIglesiente, fra i quali spicca il massiccio dellArcuentu. Terme di Sardara. Uscendo dalla periferia nord-occidentale di Srdara e attraversata la Carlo Felice, una strada di recente asfaltata in direzione O conduce, in vista sulla sin. dei resti del castello di Monreale, alle Terme di Srdara m 107, situate in un boschetto di eucalipti presso il santuario di forme gotiche di S. Maria de is Acquas. Larea fu interessata dallinsediamento umano nellEneolitico (ceramiche di cultura Monte Claro dal vicino nuraghe Arigau) e nel periodo nuragico (un nuraghe monotorre incorporato nei giardini della moderna clinica per le malattie degli organi del movimento e la tubercolosi extrapolmonare). In et romana le acque termali vennero sfruttate razionalmente con ledificazione di un vasto complesso che, costituiva il fulcro delle Aquae Neapolitanae, stazione della via da thoca a Kralis, ricordata da Tolomeo e nellItinerarium Antonini. attualmente visibile dello stabilimento romano una vasca quadrata (m 9.50 di lato) e fondazioni di vari edifici. Una planimetria delle strutture romane obliterate dalle Terme moderne (inizi sec. XX) collocata nel fabbricato a sin. della carrozzabile per Pabillnis. I materiali rinvenuti a pi riprese (ceramiche e monete) documentano la continuit dellinsediamento e della frequentazione delle terme a scopo terapeutico per tutta lantichit e il Medioevo (il giudice dArbora Ugone II frequentava lo stabilimento termale di Srdara per curare la gotta).

S. Maria di Cracxia. Lasciata Srdara, il tracciato della superstrada si orienta verso lasse mediano del Campidano, mentre a d. si profila a distanza il margine orizzontale della Giara di Gsturi. Sempre tra pascoli e coltivi si entra in provincia di Oristano e si scende a varcare, km 61.7, il rio di Mgoro, del quale si scorge a
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3 I CAMPIDANI

monte, per un attimo, la diga di sbarramento. Sul lato sin. della strada si erge la chiesetta di S. Maria di Cracxia, in parte ricostruita nel 1922, che fu la parrocchiale di un villaggio abbandonato tra il tardo Medioevo e i primi decenni dellevo moderno. Appena superata una grande cantina sociale, diverge a d. la strada per Mgoro.

Mgoro. Il percorso, di 5 km, sale in vista del lago di S. Vittoria o di Mgoro, bacino artificiale, che ha consentito di regolare gli eccessi di portata del rio omonimo; attraversato in rettilineo il pianoro lavico bonificato detto Struvina, si entra in Mgoro m 132, ab. 4650, grosso abitato al piede delle pendici S del M. Arci. Lutilizzo nella vecchia edilizia della scura roccia basaltica largamente presente sul posto, assieme a spezzoni o a conci calcarei, ha conferito al borgo un aspetto austero. Capoluogo della curatoria medievale di Parte Montis, Mgoro conserva di tale epoca (sec. XIV) linteressante chiesa del Carmine, opera di un artefice, probabilmente locale, che esprime in questa architettura un momento culturale di transizione: alle forme tardoromaniche che caratterizzano le monofore dei fianchi, dellabside e dellarco sopra il portale principale, si accostano infatti particolari volgenti al gotico che sono propri dellarco a sesto acuto saliente che incornicia il portale laterale e di tutte le archeggiature minori. Un certo interesse per la storia locale rappresentato, nella parrocchiale di S. Bernardino, dal reliquiario contenente le pietre del cosiddetto miracolo eucaristico di Mgoro, e una tavoletta di pala daltare col medesimo soggetto eseguita nel 1619 da Francesco Pinna; in sagrestia sono custoditi pregevoli paramenti sacri, alcuni arazzi ottocenteschi e una croce processionale dargento del XV secolo. A Mgoro collegato (km 2) Masllas m 129, ab. 1168, piccolo abitato incentrato sulla piazza della parrocchiale di S. Sebastiano; risalente al XVI sec., la chiesa ebbe ricostruita in epoca barocca la facciata in pietra, ornata da quattro semicolonne e da un frontone scolpito con decorazioni di gusto provinciale; allinterno si rilevano motivi decorativi gotico-spagnoli. Altri edifici di interesse monumentale sono rappresentati dalla chiesa di S. Francesco con attiguo convento dei Cappuccini, imponenti costruzioni del XVIII sec. che dopo il restauro sono state adibite a centro culturale, e dalla chiesa di S. Leonardo, architettura romanica dovuta a maestranze toscane. In via Melis ha sede lEsposizione permanente di minerali e fossili Stefano Incani (t. 0783990446). Nuraghe Domu Beccia. La statale, procedendo rettilinea, rasenta a sin. i resti del nuraghe S. Giovanni, in vista verso N delle movimentate pendici del M. Arci; poi, avanti, alle porte di ras, sfiora, sempre sulla sin., i cospicui resti del nuraghe Domu Beccia, una delle maggiori fortezze nuragiche dellisola; il cattivo stato di conservazione non impedisce di individuarne il corpo centrale (mastio con bastione trilobato) e lampio antemurale articolato in almeno sette torri. Il nuraghe, edificato in blocchi basaltici agli inizi del Bronzo medio (come documentano alcune ceramiche),
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3.1 DA CAGLIARI A ORISTANO

domina un vasto villaggio di capanne circolari situato a NO della fortezza. A est del nuraghe sono varie tombe di giganti, da considerarsi sepolture collettive degli abitanti del villaggio. Giunti, km 67, al quadrivio in cui da d. confluisce la strada proveniente da les (v. pag. 261), si lascia la superstrada entrando, a sin., in ras m 23, ab. 3077, borgo di origine bassomedievale, al confine tra i giudicati di Cagliari e di Arbora, di cui nota limportanza strategica per la presenza documentata di uno scomparso castello. Centro a economia prevalentemente agricola, cui si aggiunge una discreta attivit estrattiva dalle cave di perlite visibili nel versante occidentale del M. Arci, conserva ancora case costruite alluso campidanese. Un lungo rettilineo che muove su lievi ondulazioni, superati una strada per Terralba e lo svincolo per Marrbiu (dove confluisce la statale 126, v. itinerario 4.2), rasenta la bonifica di Arbora a sin. e il piede del M. Arci a d.; quindi, attraverso il modesto agglomerato di SantAnna e il centro di Santa Giusta, perviene, km 92.8, a Oristano (v. pag. 267).

3.2 Da Decimomannu a Terralba


Il percorso dellitinerario qui proposto esteso, senza le deviazioni, per 64.1 km (carta, pag. 238) si snoda interamente lungo strade statali (la 196, di Villacidro, per intero e un tronco della 126, Sud Occidentale Sarda) che, per la morfologia poco accidentata, si presentano agevoli e veloci; fra due tratti (quello iniziale e quello conclusivo) caratterizzati dallassolata piatta distesa del Campidano mediano, alquanto monotono per il paesaggio rurale-cerealicolo, si inserisce una sezione (da Villacidro a Gspini, centri principali del Campidano occidentale), cui la presenza di alture movimentate conferisce maggiore articolazione. I motivi dinteresse di questo itinerario sono soprattutto di tipo paesistico e ambientale, legati allorganizzazione agricola e pastorale dei territori, ma vi si possono anche ravvisare spunti derivati dallosservazione della planimetria urbanistica dei centri di origine medievale e delle tipologie edilizie, condizionate luna e le altre dalla diversa collocazione topografica e dai materiali costruttivi reperibili sul luogo; anche se mai di qualit eccelsa, non mancano episodi architettonici di qualche pregio, rappresentati specialmente dalle parrocchiali dei borghi, e testimonianze della pi remota frequentazione umana del territorio.

Verso Villasr. Dalla circonvallazione a monte di Decimomannu (v. pag. 194), si imbocca in direzione N la statale 196, che corre affiancata dalla linea ferroviaria Cagliari-Oristano, a breve distanza dal solco arginato del Flumini Mannu, il pi importante fra i tanti corsi dacqua definiti mannu (grande) che si annove247

3 I CAMPIDANI

rano nellisola; la ricchezza della falda freatica ha reso la zona particolarmente adatta alle colture specializzate, cui la vicinanza di Cagliari assicura un favorevole mercato. Dopo aver superato a d. larea occupata dalla base aerea NATO di Decimomannu e, ancora, una strada per Monastr, si perviene, km 8, a Villasr m 25, ab. 7075, grosso borgo agricolo che giustifica con la sua impostazione planimetrica fusiforme lipotesi di unorigine medievale; taluno, sulla base documentaria di alcune iscrizioni in caratteri greci rinvenute nel suo agro (oggi al Museo Nazionale Archeologico di Cagliari), ne anticipa la nascita al periodo della dominazione bizantina. Nella piazza principale sorge la parrocchiale di S. Biagio, che delle originarie forme tardogotiche (sec. XV-XVI) conserva, assieme alla torre campanaria, il portale e le due prime cappelle laterali. A breve distanza, lungo la via Castello, si pu osservare un modesto palazzetto fortificato, eretto negli anni successivi al 1415 con duplice funzione, difensiva e residenziale; conserva ancora la tipica merlatura e la sobria decorazione delle finestre e, allinterno, le originarie impalcature lignee.

S. Leonardo. Mediante un rettilineo di 5 km che si dirama dalla piazza della parrocchiale, si pu raggiungere verso N un altro grosso borgo rurale, Serramanna m 38, ab. 9463, cui la vicinanza al punto di confluenza fra il Flumini Mannu e il rio Leni, dopo le opere di arginamento realizzate in questo secolo, ha consentito il decollo di unattivit agricola particolarmente varia e produttiva e lavvio di una serie di iniziative industriali. Ledificio pi interessante dellabitato, composto in gran parte di tradizionali case campidanesi in mattoni crudi, la parrocchiale di S. Leonardo, che rivolge alla strada principale la parte posteriore. Eretta in monumentali forme tardogotiche nel sec. XVI, con campanile eccezionalmente a canna ottagona (nella Sardegna meridionale prevalgono quelli a canna quadrata), riceve maggiore imponenza dalla collocazione fra due piazzette altimetricamente sfasate; il portale, per lecletticit della sua struttura gotico-classica, da alcuni riferito a una fase costruttiva successiva (sec. XVII), cui pare apparterrebbe, nellinterno, la singolare cappella di S. Maria (la 2 a sin.), unico esempio in Sardegna di cappella introdotta da marmoreo arco trionfale copiosamente scolpito e affiancato da leoni romanici stilofori; la ricchezza dellintaglio ornamentale classicheggiante ne riveste anche la volta stellare poggiante su quattro colonnine angolari e il retablo architettonico a edicole sovrapposte. Notevoli anche il grande arco ribassato che sostiene la cantoria sopra lingresso e le arcate tra la navata e le altre cappelle. Assai popolare e con radici abbastanza antiche a Serramanna la festa della Nativit di Maria (7-8 settembre), durante la quale il simulacro della Vergine viene condotto in processione dalla Parrocchiale alla chiesa campestre di Nostra Signora di Monserrato; in passato vi erano usati i tipici carri addobbati, detti is tracas. Altri edifici di interesse storico nel paese sono la settecentesca chiesa di S. Sebastiano e la semplice costruzione del Monte Granatico (1761). Nelloratorio della chiesa di S. Angelo allestita la Raccolta museale delle memorie e tradizioni religiose serramannesi (t. 0709130248).
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3.2 DA DECIMOMANNU A TERRALBA

Riprendendo il percorso dalla piazza della parrocchiale di Villasr, la statale, puntando verso O, dopo aver sottopassato la ferrovia e varcato il ponte sul Flumini Mannu, inizia un lungo tratto rettilineo che attraversa la pianura cerealicola detta Su Pranu. Al quadrivio della cantoniera de SAcquacotta si taglia la statale 293, che a d. va a Sanluri e a sin., per Silqua, nel Slcis; avanti si raggiungono le pendici del M. Lnas, di cui si percorre il pedemonte orientale fra rigogliosi oliveti e frutteti. Villacidro (vedi Appendice pag. 671). Al km 22.4 si stacca a d. la variante che, sovrappassata la statale e il rio Leni, consente di salire (km 5.1) allabitato di Villacidro m 267, ab. 14 683, centro di lontana tradizione agro-pastorale, che per pregi paesistici e mitezza del clima frequentato anche per villeggiatura. Le notizie documentarie pi antiche risalgono al XIV sec., mentre una tradizione locale vorrebbe che il nome gli sia derivato dal coagularsi di un abitato attorno a un leggendario albero di cedro. Limpianto urbanistico, condizionato dallubicazione unica in Sardegna al margine di un conoide, si sviluppato in due nuclei: uno pi a valle, edificato su terreni a pendenza tenue, presenta una maglia viaria ampia e un tessuto edilizio di modesta qualit, costituito talora da edifici in mattoni crudi; il nucleo a monte, maggiormente caratteristico, formato da lotti compatti di abitazioni perlopi in pietra, che si dipartono radialmente dalla piazza della parrocchiale dedicata a S. Barbara; delloriginaria cinquecentesca costruzione gotico-aragonese, questa conserva il campanile e la capilla mayor dalla volta stellare; modificata nel corso del sec. XVII, custodisce alcuni arredi, suppellettili sacre e statue sei-settecentesche.

Monte Lnas. Il paesaggio eccezionalmente ameno e vario proposto dal vicino complesso granitico-scistoso del M. Lnas m 1236, rende Villacidro punto di partenza per numerose passeggiate ed escursioni; fra le pi agevoli si ricordano quella assai breve alla pineta che sovrasta il villaggio, e quella pi impegnativa (c. 1 ora) per il lago artificiale del rio Leni (verso S); a circa 1.5 km dallabitato verso N si pu inoltre raggiungere Sa Spndula (la cascata), una delle poche in Sardegna che conservino acqua anche in estate, e da qui proseguire a piedi al M. Margiani m 859; sempre di valore paesistico la salita allaltopiano di S. Miali m 1062, donde parte lascensione al M. Lnas. Un certo interesse archeologico riveste lescursione al santuario di Matzanni (per informazioni, t. 0709315781): percorsa per 15 km (risalendo la valle del rio Leni) la nuova strada per Domusnvas, fino alla punta Cuccurdoni Mannu m 910, si prosegue a piedi fino al pianoro a 700 m di quota, ove sono localizzati il villaggio nuragico di Matzanni, costituito da almeno dodici capanne, e tre templi a pozzo, in blocchetti irregolari di scisto,
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3 I CAMPIDANI con vestibolo, scalinata e pozzo sormontato da thlos, riportabili agli inizi della prima et del Ferro; dal santuario provengono un bronzetto nuragico rappresentante un offerente barbuto e una coppa etrusca bronzea rivestita in lamina doro (VII sec. a.C.). A 250 m a ovest del complesso situato un tempio punico (IV-III sec. a.C.) a blocchi squadrati di calcare, il cui originario coronamento a gole egizie sparso tra i ruderi.

San Gavino Monreale. Un rettilineo lungo c. 10 km, attraverso la piana di Seddnus (dove hanno sede i moderni impianti dellarea industriale), collega Villacidro con San Gavino Monreale m 54, ab. 9331, centro di aspetto spiccatamente rurale, evidenziato dalle numerose abitazioni in mattoni crudi. Grazie alla posizione nodale occupata in seno al Campidano centrale, che la costruzione ottocentesca della ferrovia ha esaltato, fu scelto dalla societ mineraria Montevecchio come sede di una grande fonderia di piombo, un tempo la maggiore in Italia. Il nucleo originario, che una tradizione vuole fondato da un gruppo di profughi di abitati vicini, sorse attorno alla trecentesca chiesa di S. Gavino (di recente restaurato) che, attualmente decentrata, si trova al margine meridionale dellabitato (per visite, t. 0709339220); del primitivo impianto gotico derivato da modelli cistercensi, ledificio conserva labside e, sul fianco meridionale, un piccolo portale e una monofora ad arco acuto. Sono stati ritrovati nei peducci del catino absidale quattro altorilievi scolpiti nel calcare, identificati come ritratti (da d.) di Eleonora dArborea, Brancaleone Doria, Ugone III e Mariano IV (i tre ultimi rispettivamente marito, fratello e padre della giudicessa); i rilievi, che per caratteristiche stilistiche vengono considerati coevi alla chiesa, sarebbero (se linterpretazione iconografica fosse confermata) lunica raffigurazione conosciuta del pantheon arborense. La prima articolazione topografica di San Gavino Monreale, probabilmente a fuso, sub profonde trasformazioni nei sec. XV-XVI, allorch, ingranditosi linsediamento per nuovi flussi immigratori, la funzione di parrocchiale fu trasferita nella chiesa di S. Chiara, innalzata su una preesistente cappella, pi centrale rispetto al nuovo assetto urbanistico che, come oggi, muoveva radialmente dalla piazza antistante; ampiamente rifatta, S. Chiara conserva parti delle strutture tardogotiche sia nella facciata che nellinterno, ove sono degne di menzione anche alcune statue di Giuseppe Antonio Lonis. Gonnosfandiga. Da Villacidro, ripresa la statale che si svolge sul pedemonte del Lnas, in un ambiente vario, ricco di vegetazione spontanea e di colture specializzate, si rasenta sulla sin., km 36.6, labitato di Gonnosfandiga m 185, ab. 6989, lantico Gonnos de Montannia, diviso in due nuclei dal torrente Pras: Gnnos, inerpicato sulla montagna, con planimetria articolata in cellule, e Fandiga, in unarea meno acclive, con disposizione radiale. Due sono i monumenti di interesse storico presenti nel borgo: la parrocchiale di S. Barbara (con impianto basilicale a tre navate risalente al XVI-XVII sec., transetto e presbiterio sette250

3.2 DA DECIMOMANNU A TERRALBA

centeschi) e la chiesa campestre di S. Severa (lungo una carrareccia a SO dellabitato), con cupola allincrocio dei bracci, circondata dal tradizionale portico. Il territorio circostante, per larga parte ricoperto da una folta macchia di lecci, si presta a numerose escursioni: al M. Cuccurddus m 716; alla punta Perda de Sa Mesa m 1236 (con guida), il picco pi alto del Lnas; alle rovine di Serru, villaggio distrutto nel 500 da un assalto dei Barbareschi. Oltre Gonnosfandiga, la strada continua rettilinea attraverso una zona coltivata a ortaggi, incontrando, km 38.2, una deviazione a sin. per rbus.
Percorrendola per c. 3.3 km si pu giungere in prossimit delle tombe di giganti di San Cosimo; la tomba maggiore, situata a SO della strada, stata parzialmente scavata nel 1981; lunga m 26.3, costruita a filoni di blocchi di granito con ingresso a S, presenta sulla fronte unampia esedra di m 17.7 di corda; i materiali di corredo (ceramiche lisce e decorate, elementi in metallo, vaghi di collane in pasta vitrea ritenuti dimportazione micenea) consentono di ascrivere la tomba al Bronzo medio.

Gspini. Contornato il M. Furone Mannu m 559, che divide rbus da Gspini, e varcato il rio Terramaistus, si arriva, km 42.6, a Gspini m 137, ab. 12 670, grosso borgo disposto in una conca ricca di oliveti, aperta verso il Campidano. La vicinanza al distretto metallifero dellIglesiente settentrionale (rbus, Montevecchio, v. pag. 230), accanto alla presenza di pascoli nel retroterra montuoso e alla posizione favorevole sulla pianura, vi hanno reso possibile laffermarsi di uneconomia mista, industriale e agro-pastorale. Lassetto viario di Gspini incentrato sulla piazza della chiesa di S. Nicola di Mira, con articolazioni molto contorte nella parte pi elevata e diposizione rettilinea nel tratto pedemontano, ove labitato tende a espandersi. Ledificio tardogotico della chiesa, fulcro del borgo, reso pi scenografico da una profonda scalinata, fu eretto nel sec. XV; nella facciata, a coronamento orizzontale merlato, si evidenziano un grande rosone traforato e un elegante portaletto; nellinterno sono considerevoli un Crocifisso cinquecentesco e una croce astile gotica in argento, di bottega cagliaritana del sec. XVI. Dalla piazza, la via S. Maria sale alla chiesa di S. Maria o dellAssunta, che conserva tracce della primitiva costruzione del sec. XIII-XIV negli archetti pensili sulla fronte, poi modificata con laggiunta di merlature e di un campaniletto a vela.
Lantichit dellinsediamento nella zona di Gspini attestata da numerose tracce risalenti a diverse fasi preistoriche e storiche (ripari sotto roccia, pietre fitte, tombe di giganti, nuraghi, fonti nuragiche, villag-

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3 I CAMPIDANI getti romani), perlopi disperse sul territorio e raggiungibili con accompagnatore.

Discesi dallabitato di Gspini, si segue in direzione di Terralba la statale 126 che taglia rettilinea la vasta pianura del Campidano perfettamente livellata, aperta allo sguardo verso NO fino alla linea dellorizzonte; al km 45.9 si dirama a sin. una strada per SantAntonio di Santadi.
Lungo il percorso, che si snoda solitario lambendo le pendici orientali del massiccio dellArcuentu, allaltezza del km 6 emerge bruscamente dal piano il colle di Saurecci m 175, sormontato da una grandiosa fortezza nuragica a pianta romboidale, articolata in quattro torri connesse da cortine murarie, forse del Bronzo tardo. Nepolis. Oltrepassato un primo quadrivio, sempre verso N si giunge, km 18.1, a una seconda biforcazione, da cui si stacca una carrareccia che conduce allarea archeologica di Nepolis, citt fondata dai Fenici verso il VI sec. a.C., menzionata da Plinio il Vecchio. Limportanza del centro in et punica testimoniata dalle abbondanti ceramiche e dalla favissa di un tempio di una divinit salutare, con centinaia di terrecotte figurate rappresentanti individui malati. I Romani curarono i collegamenti viari tra Nepolis e thoca, Uselis e Metalla. Il centro, esistente ancora in et bizantina, dovette poi decadere rapidamente e nel 1254 era ridotto a un piccolo aggregato rurale. I ruderi visibili, tutti di et romana imperiale (in parte messi in luce negli scavi del 1951), sono un acquedotto (a SO), la chiesa di S. Maria de Nabui (parte di edificio termale con volta a botte, riutilizzato nel Medioevo per il culto), le piccole terme con frigidarium provvisto di due vasche e con i minuscoli vani del calidarium e un aggregato di abitazioni assai modeste, a E delle piccole terme. Da Nepolis proviene una statuetta di Afrodite Urania, del I sec., ora nellAntiquarium di Oristano. Dalla biforcazione la strada asfaltata, con belle viste sugli stagni di S. Giovanni e di Marcedd (v. pag. 280), perviene, km 29.1, al piccolo borgo rurale di SantAntonio di Santadi m 11.

Pabillnis. Oltre il bivio per SantAntonio di Santadi la statale 126 in un piatto territorio risanato dalla bonifica idraulica e convertito, nellutilizzazione, da pascolo transumante a cerealicoltura e viticoltura lascia a d. un tronco (km 5) per Pabillnis m 42, ab. 2984, isolato borgo rurale al centro della bonifica di Gspini-Pabillnis, e prosegue per rettifili lungo lasse del Campidano mediano; a sin. i monti dellIglesiente che scendono dolcemente al golfo di Oristano, a d. il M. Arci sullo sfondo delle lontane giare. Allaltezza del km 51.5 si vede sulla sin. laltura m 80 sulla quale sorgono i grandiosi resti del nuraghe Melas, ben conservato specialmente nella torre centrale, che presenta linteressante particolarit di malte cementizie che uniscono i massi. Rasentato lisolato colle vulcanico del M. Sa Zppara m 87, e attraversata lomonima
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3.2 DA DECIMOMANNU A TERRALBA

borgata rurale, si percorre un lungo rettilineo al termine del quale, in provincia di Oristano, si tocca, km 60.1, San Nicol dArcidano m 13, ab. 2900; centro del giudicato dArbora, che i documenti hanno tramandato col nome di Architano Magno, costituiva un solo insieme con il nucleo detto Architano Parvo, situato poco a O nella localit che, dal nome della chiesa, continua a essere chiamata S. Pantaleo. Labitato si svolge attorno alledificio della parrocchiale di S. Nicola (con facciata neoclassica sormontata dal singolare campanile poligonale), mediante un tessuto a larghe maglie composto da abitazioni rurali di tipo oristanese (con cortile sul retro) consentito dallassoluta piattezza del sito. Tra estesi vigneti e coltivi solcati dalle canalizzazioni, in vista sempre della mole ormai dominante del M. Arci, si giunge, km 64.1, a Terralba, importante centro ai margini della bonifica di Arbora (v. pag. 280).

3.3 La Trexenta e la Marmilla


Da Monastr ad les
Litinerario, di 81 km (carta, pag. 238), attraversa due aree che, quantunque geograficamente distinte e geologicamente differenziate dal Campidano, gravitano per la loro contiguit sulla pianura, alla quale sono collegate da agevoli accessi lungo le incisioni vallive che dalle montagne scendono nella vasta depressione campidanese. La separazione delle due regioni dal Campidano il risultato di manifestazioni vulcaniche, il cui esempio pi spettacolare e antico dato dal massiccio del M. Arci, coi suoi basalti e le sue vitrotrachiandesiti, cui sono legate le consistenti inclusioni di ossidiana (roccia vetrosa usata nella preistoria per la fabbricazione di arnesi da taglio) e di perlite. Laspetto che da questi fenomeni derivato al territorio della Trexenta e della Marmilla si esprime attraverso successioni di ondulazioni a groppe arrotondate e morbide conche, determinanti la vocazione cerealicola dei suoli, cui, dopo leliminazione in questo secolo dei ristagni idrici e lintegrazione alla rete irrigatoria del medio Flumendosa, si sono aggiunte colture pi specializzate. Il percorso suggerito per la visita alle due regioni, nel proposito di permettere una visione pi complessiva ed esauriente del paesaggio, dellambiente e dei collegamenti fra i centri abitati, esclude i consueti tracciati di penetrazione verso il cuore dellisola lungo le statali, procedendo invece a zig-zag e con orientamento spesso mutevole. Trattandosi di regioni a organizzazione tradizionalmente agricola e prive di importanti centri di potere, le manifestazioni culturali che vi si sono originate non raggiungono il livello e la frequenza di altre aree; pertanto lapproccio pi idoneo a coglierne i caratteri originali losservazione dei numerosi aspetti collegati allagricoltura, sia sul territorio che nei borghi; una sot-

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3 I CAMPIDANI tolineatura particolare, in un ambiente sostanzialmente omogeneo, lepisodio nuragico di Villanovaforru, recente quanto significativa scoperta che va ad affiancarsi ai pi noti e consolidati esempi di architettura e civilt sarda.

Il paesaggio della Trexenta. Al termine della circonvallazione che la Carlo Felice compie a E dellabitato di Monastr (v. pag. 237), ha inizio la statale 128, Centrale Sarda, che, correndo ondulata fra colture cerealicole alternate poi a vasti vigneti a tendone, introduce nel morbido paesaggio della Trexenta, consentendo scorci panoramici a ritroso sia sul Campidano che sulle alture che lo chiudono a O. Senorb (vedi Appendice pag. 672). Lasciate le deviazioni, a sin. per Pimentl m 154, ab. 1217, borgo fondato nel sec. XVII ai piedi dellemergenza granitica del M. SArruidroxiu m 228, e a d. per Barrali m 140, ab. 1093, cui la collocazione su suoli alluvionali ha dato una connotazione orticola, si giunge, a fianco della ferrovia a scartamento ridotto della linea Cagliari-rbatax, km 20.2, a Senorb m 204, ab. 4382, centro di rilevante importanza rurale (con Cantina sociale che raccoglie il prodotto delle vigne della zona). Capoluogo, nel Medioevo, della curatoria di Trexenta, si distende su un pianoro marnoso leggermente ondulato che consente squarci panoramici sui rilievi a ovest. Al centro dellabitato, a struttura radiale articolata attorno alla piazza S. Antonio, si erge la parrocchiale di S. Barbara che, delle originarie strutture tardogotiche, conserva il campanile a base quadrata e qualche brano nellinterno; il completamento delledificio, avvenuto nel 600 inoltrato con la costruzione delle cupole protese su alti tamburi, gli ha conferito un aspetto insolito nellarchitettura religiosa della zona; di qualche pregio sono, tra gli arredi, un Crocifisso, alcune statue lignee di Giuseppe Antonio Lonis e qualche altare in legno intagliato e dorato.
Dalla piazza S. Antonio si irradiano numerose strade che con brevi agevoli percorsi fuori dellabitato conducono ai resti di alcune testimonianze del passato storico di Senorb. Lungo una strada secondaria per Sisini, si pu raggiungere in circa 1 km, su un colle a NE di Senorb, la chiesetta di S. Mariedda, unico edificio superstite del villaggio medievale di Segolai, abbandonato sul finire del sec. XVI; la costruzione, raro esempio di cappella campestre romanica del sec. XIII-XIV, ornata di archetti pensili e di un ben proporzionato campaniletto a vela sulla piccola facciata. Ultimo segno visibile di un altro villaggio medievale, Simieri, sono i pochi ruderi della chiesa di S. Maria dItria, raggiungibili, dopo 2 km percorsi sulla strada per Slegas, deviando in una carrareccia a sin.; a breve distanza, il nuraghe Simieri. Sempre dalla piazza della par-

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3.3 LA TREXENTA E LA MARMILLA rocchiale si stacca la strada che, tra seminativi e vigneti, toccato Arixi m 211, sale, km 7, a San Basilio m 415, ab. 1388, nel cui cimitero sono resti di un edificio termale romano a ricorsi di laterizi alternati a blocchetti di scisto; nei pressi, il nuraghe Domu e sOrcu, discretamente conservato.

Suelli. La statale, svolgendosi verso N lungo una traiettoria che consente viste panoramiche sulle dolci forme della Trexenta sparse di abitati, giunge, km 23.6, a Suelli m 256, ab. 1180, borgo agricolo con pianta disposta a scenario sul pedemonte dellaltura di Pranu Siara. Nel Medioevo fu sede episcopale che, costituita in enclave nella diocesi di Dolia, estendeva la sua giurisdizione sulle aree della Barbgia di Selo, Ogliastra, Quirra e Srrabus, e nel sec. XI ebbe un vescovo poi santificato quale episcopus Barbariae. Nel settore meridionale dellabitato, allinizio della strada per Slegas, su una piazza di recente sistemazione si affaccia il complesso religioso costituito dallex cattedrale di S. Giorgio e dallomonimo santuario; la prima conserva tracce delloriginaria costruzione romanica (sec. XIII) nelle arcate della facciata, in una monofora del fianco d. e nel campanile; alle trasformazioni cinquecentesche in forme tardogotiche si deve linterno, con arcate e volte stellari a costoloni; sullaltare maggiore, una monumentale ancona di Pietro e Michele Cavaro (1533-35) reca negli scomparti principali le raffigurazioni della Madonna col Bambino, i Ss. Pietro, Paolo e Giorgio di Suelli ed episodi della vita di S. Pietro, nella predella Evangelisti. Il santuario di S. Giorgio vescovo. Alla sin. della cattedrale, con accesso anche da questa, il santuario di S. Giorgio vescovo, preesistente alla chiesa maggiore, ove si conservano quelle che la tradizione indica come le spoglie del santo; lambiente, a croce greca con volta a botte, risulta assai caratterizzato da una ricercatezza dornato di qualit popolaresca, espressa nellaltare intagliato e dorato, nel pavimento vistosamente colorato e in una cancellata in ferro battuto, manufatti settecenteschi di artigiani sardi. Sulla d. della cattedrale, la chiesa del Carmine, di forme gotico-aragonesi, con portale sormontato da arco a sesto acuto.
Poco oltre il complesso di S. Giorgio, dalla strada per Slegas si stacca a sin. una carrareccia che in 1 km raggiunge la chiesa campestre dei Ss. Cosma e Damiano, a unica navata, con copertura lignea sorretta da archi acuti; costruita alla fine del XVI sec., era la parrocchiale dello scomparso villaggio di Villa di Cixi.

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3 I CAMPIDANI

Escursione al lago del Mulrgia e a Mndas: percorso circolare di 28.2 km che, staccandosi verso E, quasi al termine dellabitato di Suelli, si svolge in ambiente solitario e paesisticamente pregevole, movimentato dalle verdi ondulazioni della Trexenta orientale; oltrepassato labitato di Sisini m 267, acquista quota e incisivit con lapprossimarsi, dopo un vasto oliveto, km 8.2, di Sirgus Donigala m 452, ab. 2161, comune formato da due centri originariamente distinti che lo sviluppo edilizio di questo secolo ha portato alla fusione topografica e amministrativa, evidenziata dalla continuit delle anonime abitazioni in cemento che collegano i due nuclei pi antichi, la cui principale prerogativa sono gli edifici in pietra. Strutturate secondo analoghi stilemi tardogotici, e ambedue concepite secondo schemi che a parere di qualche studioso le apparentano a fortilizi, le due parrocchiali rivolgono verso la campagna il loro maestoso e austero prospetto; quella di Donigala (il secondo dei due agglomerati), dedicata a S. Maria, esprime in forma pi accentuata questi caratteri; edificata in posizione discosta dallabitato, circondata da un recinto in pietra che un portale chiudeva in caso di assalti banditeschi; la funzione difensiva sottolineata dalla presenza di merli sul coronamento orizzontale e di una robusta torre campanaria, e dal paramento in conci di pietra squadrati. Allinterno alcune strutture conservano le forme aragonesi; due altari lignei settecenteschi dorati e policromi corredano le cappelle laterali. Utilizzando la strada che si stacca a d., quasi al termine della periferia settentrionale di Donigala, possibile raggiungere (km 6.5) il lago del Mulrgia m 258, pittoresco vasto bacino caratterizzato dallemergere di numerosi isolotti e dalla variet delle formazioni litologiche che compongono il paesaggio intorno, da quelle con frequenti lenti carboniche presentate dagli scisti siluriani, a quelle pi aspre dovute ai porfidi della fine del Paleozoico, ai lembi residui del mantello calcareo del Giurese; il lago un bacino artificiale creato sul rio omonimo, capace di un invaso di 310 milioni di m3; una galleria lo collega al lago del medio Flumendosa, pag. 343, da cui raccoglie le acque che poi scarica, con una seconda galleria di 9 km, presso Arixi, nella Trexenta. Vi annessa, entro limbocco della galleria che scende alla Trexenta, la centrale di Uvini, con una potenza installata di 13 mila kW e una produzione di 23 milioni di kW lanno. Da Sirgus Donigala, si procede in direzione NO su un ondulato pianoro, spartiacque tra la spoglia valle del rio Mulrgia, a d., e le distese a pascolo del territorio di Mndas, a sin., un tempo destinate alla coltivazione delle fave, leguminosa che costituiva una componente fondamentale dellalimentazione popolare. Mndas. Lungo la via Vittorio Veneto si entra, km 16.7, nellabitato di Mndas m 457, ab. 2441, borgo agro-pastorale che articola il suo impianto a cellule su un pianoro marnoso; centro in costante calo demografico, non riuscito a trarre utilit economica dalla funzione di svincolo ferroviario tra le linee Cagliari-rbatax e Mndas-Srgono. Oltrepassato lincrocio con la statale 128, si raggiunge in breve la cinquecentesca parrocchiale di S. Giacomo, preceduta da due portali ad arco che immettono nel sagrato recinto; con facciata rivolta verso la campagna, la chiesa conserva interessanti strutture gotico-aragonesi (1a cappella d. e volta stellare del presbite256

3.3 LA TREXENTA E LA MARMILLA rio) e pregevoli lavori di intaglio: due statue policrome di scuola spagnola, ai lati dellaltare maggiore, raffiguranti S. Gioacchino e S. Anna; un gruppo con il Crocifisso, la Madonna e S. Giovanni, di intagliatore sardo; alcuni altari settecenteschi. Mediante la statale 128, che con un susseguirsi incessante di alture e depressioni corre in direzione S, lasciato un tronco a d. per Gsico m 300, ab. 960, e subito dopo il maestoso ben conservato nuraghe Piscu (a grossi conci regolari di calcare locale), si scende nuovamente, km 28.2, a Suelli.

Borghi rurali. Uscendo da Suelli a O, la provinciale per Slegas percorre il limite settentrionale di unampia conca che prima lerosione e poi i depositi alluvionali hanno determinato nel cuore della Trexenta; il territorio, organizzato in passato soprattutto a cereali, era sede di frequenti ristagni causati dal cattivo drenaggio dei suoli mentre, nelle annate siccitose, era colpito dallaridit; in seguito alle bonifiche operate in questo secolo e con la trasformazione in irriguo consentita dallimmissione di acque del medio Flumendosa, il paesaggio agrario divenuto pi vario e di aspetto piacevole. I borghi rurali che si susseguono sul gradino orografico a settentrione della vallata sono accomunati da strutture abitative desunte dalla tradizione campidanese (con cortili antistanti cui si accede per vasti e spesso pregevoli portali ad arco), che utilizzano ora la pietra locale (spezzoni di marna) ora i mattoni crudi; a differenziare gli abitati soprattutto la morfologia dei siti che ne ha determinato il conseguente disporsi dellimpianto planimetrico. Slegas. Al km 26.4, Slegas m 234, ab. 1512, costruito su strade parallele, ortogonali alla principale; la parrocchiale di S. Anna presenta sullimpianto tardogotico sovrapposizioni di epoca barocca, riscontrabili nelle crociere con capitelli decorati e negli arredi settecenteschi (bussola dingresso, porte delle sagrestie, altare, battistero e pulpito marmorei); nei pressi, ruderi delloratorio del Rosario (sec. XVIII). Segue, km 29, Guamaggiore m 199, ab. 1065, in cui la funzione di fulcro stata assunta dalla piazza della parrocchiale; pi interessante, fuori dellabitato, la chiesa di S. Pietro (XV sec.), a unica navata con archi di sostegno a sesto acuto e campanile a vela impostato sulla navata. Guasila. Un breve tratto separa, Guamaggiore da, km 31.9, Guasila m 210, ab. 2902, posta sul fianco di una modesta altura dal cui profilo emerge la monumentale parrocchiale di S. Maria Assunta, eretta nella seconda met dellOttocento da Gaetano Cima; la pianta circolare, la cupola e il pronao dingresso ricalcano il modello classico del Pantheon.
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3 I CAMPIDANI Da Slegas, Guamaggiore e Guasila partono strade che si raggruppano, al centro della fertile conca, a Ortacsus m 161, ab. 989, sede di unattrezzata azienda agricola.

Segaru. Procedendo verso O sulla statale 547, che serpeggia su morbide ondulazioni ricche di colture e sparse dei segni di passati insediamenti, nuragici e medievali, si attraversa, km 38.4, Segaru m 129, ab. 1359, diviso in due dal rio Lanessi; noto un tempo in tutta la Sardegna meridionale per le fabbriche artigianali di tegole, vive oggi esclusivamente di agricoltura. Pianeggiando lungo il rio Lanessi, con alla sin. i colli vulcanici di Serrenti, frequentemente punteggiati dagli esiti delle cave di caolino, si raggiunge, km 42, Furtei m 90, ab. 1681, posto allo sbocco della statale 547 nella 197; addossato al versante occidentale di un piccolo colle, ha sviluppato una pianta a semicerchio, in cui le strade seguono landamento delle curve di livello; nella parrocchiale di S. Barbara custodita unimportante tavola di Antioco Mainas raffigurante la Crocifissione; la chiesa di S. Narciso, a due navate, originariamente rurale, ora inglobata nellabitato.
Dalla piazza IV Novembre, lungo una strada asfaltata verso SE, si pu raggiungere a 1.8 km la piccola chiesa (privata) di S. Biagio, ultima testimonianza dellabitato medievale di Nuraxi di Furtei, nei pressi dei ruderi di una fortezza punica.

Villamr. Usciti da Furtei in direzione O e varcato il ponte sul rio Mannu, si segue a d. la statale 197, che, risalendo rettilinea la valle solcata da canalizzazioni, introduce nella Marmilla. Al km 49.1 si entra in Villamr m 108, ab. 2925; la parte pi antica, estesa sulla d. della strada e delimitata dal rio Mannu, presenta un tessuto a cellule con edifici in pietra, talora prospicienti sulle strade, talora separati da queste dalla consueta corte. Nel Medioevo capoluogo della curatoria della Marmilla (appartenente al giudicato di Arbora), reca testimonianza dellimportante funzione allora ricoperta nella chiesa di S. Pietro (raggiungibile, al centro del borgo vecchio, lungo la via Vittorio Emanuele III), uno degli esempi pi integri dellattivit svolta in Sardegna da artefici provenienti dalla Spagna nella seconda met del XIII secolo che, caratterizzando le loro architetture con ornamenti desunti dal repertorio islamico, impressero moduli non frequenti nellisola. Originariamente a una navata, con facciata spartita da lesene e ornata di un coronamento ad archetti ascendenti, che proseguono nel prospetto posteriore e nellabside, ha avuto in seguito affiancata una seconda navata, a sin., di
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3.3 LA TREXENTA E LA MARMILLA

proporzioni inferiori. La via termina nella piazza Italia, dove sorge la tardogotica parrocchiale di S. Giovanni Battista, con campanile a torre del sec. XVI; nellinterno, dietro laltare maggiore, entro unelegante cornice gotica un grazioso retablo, datato 1518 e firmato da Pietro Cavaro, considerato lopera fondamentale del pittore sardo; nei pannelli principali sono raffigurati: la Crocifissione, lArcangelo Michele, le Stimmate di S. Francesco, S. Giovanni Battista, il Battesimo di Ges e, nella predella, Episodi della vita di Maria; in basso, una nicchia ospita la statua lignea della Madonna dItria. Pali Arbari. Dallestremit settentrionale di Villamr, abbandonata la statale che prosegue per Barmini (v. pag. 326), si prende a sin. la strada che in un paesaggio agrario cerealicolo, redento dai ristagni idrici, perviene, km 55.7, a un quadrivio: a d. un tronco va (km 1.4) a Pali Arbari m 140, ab. 714, in cui qualche interesse offerto dalla cappella seicentesca inserita nella nuova parrocchiale di S. Vincenzo e dal vecchio monte Granatico. Siddi (vedi Appendice pag. 672). Dal quadrivio avanti la strada, biforcandosi ancora, conduce, a sin. (km 2.6) a Siddi m 184, ab. 785, con rustica chiesetta romanica di S. Michele, ai piedi dellaltopiano di Pranu o Giara di Siddi m 366, sparso di numerosi monumenti preistorici, e a d. (km 4.2) a Ussaramanna m 157, ab. 604, che ingloba il grande nuraghe quadrilobo di S. Pietro. Lunamatrona. A sin. del quadrivio litinerario principale, attraversata Lunamatrona m 168, ab. 1821, modesto borgo rurale con parrocchiale di S. Giovanni Battista (che conserva parte della facciata e il campanile della cinquecentesca costruzione tardogotica e, nella 1 cappella d., un polittico raffigurante la Madonna col Bambino e Santi di scuola dei Cavaro), raggiunge, km 61.9, Villanovaforru m 324, ab. 698; sorto durante la dominazione spagnola per le franchigie accordate dal feudatario a coloro che accettavano di trasferirvisi, rivela lorigine seicentesca nellimpianto topografico impostato su un asse generatore principale e su una rete viaria ortogonale. I risultati dei ritrovamenti archeologici avvenuti dagli anni 70 sul M. Genna Maria (v. pag. 260), hanno offerto alla comunit un motivo di ricupero culturale, prontamente utilizzato anche per il rilancio turistico della zona. Destinando a Museo archeologico (t. 0709300050) il vecchio (1892) palazzetto detto Monte di Soccorso (lex Monte Granario, ubicato nella piazza principale), riportato dai lavori di restauro allo schema primitivo, stato evitato lallontanamento dal posto del materiale proveniente dagli scavi. 259

3 I CAMPIDANI Aperto nel 1982, il museo si articola su due piani: al piano terra sono custoditi corredi composti di materiali ceramici, bronzei e litici, nonch utensili relativi alle attivit agro-pastorali e allartigianato metallurgico degli abitanti del villaggio nuragico di Genna Maria, risalenti, nel loro insieme, alla prima et del Ferro (IX-VIII sec. a.C.); al piano alto, la seconda sezione del museo comprende la documentazione del deposito votivo a Demetra e Core di epoca punico-romana, rinvenuto nella torre centrale del nuraghe, e di una necropoli, sempre punico-romana; da segnalare soprattutto le kernophoroi e le lucerne (circa 600). Dallestremit occidentale del paese, lungo una strada di raccordo con la statale Carlo Felice, sorge a d. a mezza costa la chiesetta di S. Marina, tipica architettura campestre dotata di portico, sede di una festa popolare che si svolge il luned di Pasqua.

Genna Maria. Usciti dallabitato a O, lungo la strada per Collnas, una carrareccia a sin. sale in breve, sul colle omonimo m 408, al complesso fortificato e villaggio nuragico di Genna Maria (t. 0709300232) studiato nel corso di varie campagne di scavo succedutesi a partire dal 1969, costituisce la scoperta archeologica di maggior portata scientifica degli ultimi anni.
Attorno a un primitivo torrione centrale eretto probabilmente nel Bronzo medio, si svilupp nel Bronzo recente un bastione trilobato, provvisto di cortile interno di raccordo; in un momento successivo la massa muraria del bastione, ad eccezione del lato orientale, venne rinforzata da un poderoso rifascio e, forse contemporaneamente, da un antemurale esagonale articolato in torri (di cui quattro visibili) con cortine murarie rettilinee. Un abitato della prima et del Ferro, succeduto a un precedente villaggio, occup larea compresa tra il bastione e lantemurale, con il conseguente smantellamento di questultimo; le tipologie abitative del villaggio presentano piante ellittiche, quadrangolari, rettangolari, articolate in diversi vani, alcuni dei quali adibiti a officine metallurgiche. Abbandonato il complesso verso lVIII sec. a.C. per cause ignote, venne ricuperato in et storica con funzione di luogo sacro al culto di Demetra e Core, legato al ciclo agrario, come attestato dai numerosi ex voto, specialmente lucerne e monete tra il IV sec. a.C. e il IV d.C., rinvenuti in un deposito del mastio adibito a favissa.

Collnas. Rientrati sulla provinciale, si scende a vive svolte nella conca che accoglie labitato di Collnas m 249, ab. 973, borgo dallirregolare tessitura radiocentrica gravitante sulla piazza della parrocchiale di S. Michele Arcangelo, costruzione di semplici forme seicentesche con imponente campanile ottagonale su base quadrata. In piazza G. B. Tuveri ha sede il Museo Etnografico (t. 0709304007 - 0709304003). Gonnostramatza. Oltre labitato, si prosegue verso N in un ambiente reso movimentato dallandamento ondulato del percorso, che si svolge in continuo saliscendi sulle morbide alture marnose; al termine di una incisione chiusa fra rupi basaltiche, si
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3.3 LA TREXENTA E LA MARMILLA

entra nella valle ricca di vigneti, oliveti e mandorleti sul cui fondo si distende, km 70.5, Gonnostramatza m 111, ab. 961, borgo agricolo che deriva il nome dalla cospicua presenza di piante di tamerici; nella parrocchiale intitolata a S. Michele Arcangelo, del XVII sec. ma molto rimaneggiata, si trova un importante polittico di Lorenzo Cavaro, raffigurante, negli scomparti principali, Madonna col Bambino, Ss. Pietro e Paolo, Annunciazione, Crocifissione, Piet e, nella predella, santi; lopera, di grande valore, lunica firmata e datata (1501) del pittore cagliaritano, apparteneva alla chiesa del vicino villaggio di Srzala, abbandonato definitivamente nel 1675. Nellex Monte Granatico ha sede il Museo Turcus e Morus (t. 078392015; www.turcusemorus.it), dedicato al ricordo delle incursioni barbaresche in Sardegna. Gonnoscodina. Proseguendo sulla strada che esce a N dellabitato lungo la valle del rio SIsca, si arriva in breve a Gonnoscodina m 112, ab. 557, borgo rurale disposto su un terrazzo fluviale volto a SE; oltre alla Parrocchiale, edificata nellOttocento, senza qualit architettoniche di grande pregio, si ricorda la chiesa di S. Daniele, a croce greca con cupola ottagonale, meta di una frequentata festa popolare il 13 ottobre. La strada si eleva dolcemente lungo un pianoro in vista a d. delle giare di Siddi e di Gsturi, fino, km 74.8, a Smala m 155, ab. 388, posta sotto lincombente mole del M. Arci; nella parrocchiale di S. Nicola conservata una statua lignea policroma, ritenuta il capolavoro dellintagliatore sardo Giuseppe Antonio Lonis.
Particolarmente frequenti, nella porzione del territorio di Smala che si distribuisce sulle pendici del M. Arci, sono le antiche officine di lavorazione dellossidiana (localit Santus Cristus, Is Luas, Nuraghe Su Sensu), riconoscibili per labbondanza di frammenti lavorati di cui cosparso il suolo.

Continuando a risalire la valle del rio SIsca, le cui sponde costituiscono lunica fascia utilizzabile per coltivazioni intensive, la vista chiusa a sin. dai frequenti speroni del M. Arci e aperta invece a d. su vasti orizzonti, delimitati dai profili delle giare di Siddi e di Gsturi. les. Lasciato a sin. Curcris, m 159, ab. 319 (nella cinquecentesca parrocchiale di S. Sebastiano, interessante pila per acquasanta scolpita), e avanti il ripido colle m 243 sovrastato dalle rovine del castello medievale di Barumele, al termine di una salita si entra, km 81, in les m 194, ab. 1594, il centro pi importante della Marmilla, posto alla testata di una piccola valle sulle pendici orientali del M. Arci; sede di attivit artigianali, commerciali e terziarie, rivela nellarticolazione planimetrica urbana e nellaspetto dignitoso di alcuni edifici la funzione esercitata fin 261

3 I CAMPIDANI

dal Medioevo quale capoluogo di diocesi. Nella parte alta del borgo, a sin. della strada che vi conduce, si apre il grande piazzale a terrazza su cui prospetta il complesso costituito dal Palazzo Vescovile, dal Seminario, dalloratorio della Madonna del Rosario e dalla Cattedrale intitolata a S. Pietro. Questultima fu edificata in forme barocche, nel sec. XVII, su disegno del genovese Domenico Spotorno, nel sito della precedente rovinata chiesa del sec. XII; la facciata, racchiusa fra due campanili sovrastati da cupolette in ceramica, si compone di un basso atrio e di un alto frontone curvilineo, alquanto arretrato.
Particolarmente grandioso appare linterno, riccamente ornato di stucchi e marmi e con pregevoli stalli lignei seicenteschi nel coro; nella sagrestia dei canonici, arredata con splendidi mobili intagliati, sono custoditi un Crocifisso in legno dipinto del sec. XIV e pregevoli paramenti. Altrettanto preziose le oreficerie conservate nellarchivio capitolare: un reliquiario gotico e una croce astile, entrambi di bottega cagliaritana dei primi del 400; un paliotto barocco in argento sbalzato; tre anfore olearie con figure a cesello, del cagliaritano Giovanni Mameli; un ornatissimo calice gotico-rinascimentale, di bottega cagliaritana del 500; un piatto di arte spagnola del 600. Loratorio della Madonna del Rosario, pure seicentesco, fiancheggiante la Cattedrale, presenta prospetto rettangolare con campanile a vela, e due portali architravati, di cui il maggiore sormontato da finestra a tutto sesto.

Dal piazzale parte larteria principale di les, lungo la quale si allineano negozi e uffici; al termine, a sin. (N. 16), una targa commemora il luogo ove sorgeva la casa natale di Antonio Gramsci (1891-1937), grande personalit politica, scrittore e uomo di pensiero, morto vittima della persecuzione fascista dopo una lunga detenzione in carcere. A Gramsci anche dedicata una piazza (lungo la strada che esce in direzione di Morgongiori), progettata e realizzata nel 1977, insieme al monumento che la orna, dallo scultore Gi Pomodoro.
A conclusione dellitinerario, si propongono alcune deviazioni da les, di interesse soprattutto paesaggistico che, svolgendosi alle pendici del M. Arci o risalendone i boscosi versanti, consentono di apprezzare i notevoli pregi naturalistici e ambientali del territorio circostante.

Il monte Arci, unica fonte sarda dellossidiana, presente in numerosi giacimenti prodotti dal processo di vulcanesimo, rappresent, fin dalle fasi pi arcaiche del Neolitico, lepicentro di unintensa industria estrattiva, trasformativa e commerciale del prezioso materiale vetroso, che, utilizzato per molteplici impieghi, fu diffuso per millenni, fino allet del Ferro, in tutta lisola e pressoch in tutto il bacino del Mediterraneo occidentale. Leccesso di rocciosit affiorante, impedendo quasi ogni forma di sfrutta262

3.3 LA TREXENTA E LA MARMILLA mento agricolo, ne ha tuttavia mantenuto integra la copertura boscosa, costituita da essenze della macchia (corbezzolo, mirto, cisto) frammiste a piante di alto fusto (lecci, roveri, sugheri). Pau. Il primo percorso suggerito esce a N di les, lungo la statale 442 per Lconi, dalla quale si stacca a sin. una strada che percorre il versante orientale del complesso montuoso, toccando i due abitati di, km 4, Pau m 315, ab. 339, e di, km 6.8, Villa Verde m 204, ab. 379, villaggi agricoli che attendono dalla valorizzazione turistica legata alle risorse paesaggistiche uno sbocco economico pi favorevole. Nellagro di Pau si ricorda la chiesa campestre di S. Prisca, antico edificio riadattato che si presenta nella tradizionale semplice architettura con portico antistante. A Pau si trova inoltre il Museo artistico dellossidiana (t. 0783934009). La seconda deviazione esce dallabitato di les lungo la strada per Morgongiori e mediante una buona strada di montagna, che diverge subito a d., conduce, km 10.8, sulla sommit del M. Arci in corrispondenza dellemergenza di Genna Spina m 738; lungo il percorso, visioni panoramiche di grande ampiezza sulla Marmilla settentrionale, con le sue giare, fino ai rilievi del Gerrei e delle Barbgie. Al termine della strada carrozzabile, presso la sorgente di Acquafrida, parte lescursione pedonale che, in mezzo a una macchia fitta e spinosa, lungo sentieri cosparsi di nuclei di ossidiana, raggiunge la Trbina Longa m 812, che assieme alla Trbina Lada m 795 costituisce un dicco residuo dellampio cratere alle cui eruzioni legata la formazione del complesso montuoso; isolate dallerosione, le Trbine si presentano con i loro poderosi torrioni liparitici, che la fantasia popolare ha paragonato a treppiedi rovesciati. Lultima diramazione consigliata porta, mediante un percorso a serpentine che si svolge in leggera salita lungo la statale 442, km 6.5, a Morgongiori m 351, ab. 883, il paese maggiormente inserito nel complesso del M. Arci, che distribuisce il suo abitato in leggera pendenza in un territorio cosparso di siepi di lentischio e querce, utilizzato soprattutto per il pascolo ovino. La presenza nel territorio di grandi cave di perlite alimenta una tipica attivit economica locale, affiancata a un pregevole artigianato tessile. La deviazione a Morgongiori si giustifica anche per le possibilit di escursioni sul M. Arci, col quale Morgongiori collegato mediante una buona strada di montagna che termina (km 3.7) nella localit Is Benas m 594.

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4 Oristano e lArbora
Lambiente e la storia
Creata solo nel 1974, lattuale provincia di Oristano ripete con una certa fedelt i confini dellantico giudicato dArbora, uno dei quattro che per motivazioni ancora congetturali si divisero lisola a partire dallalto Medioevo. Tale continuit storica, dopo la lunga frattura ispano-sabauda di mezzo millennio, trova un incontrovertibile riscontro geografico: la fertile valle del Tirso, chiamato con evidente esagerazione il Nilo sardo, si apre presso la costa occidentale in una pianura ricca di apporti alluvionali, raccordata a mezzogiorno coi Campidani, ben riparata dal monte Ferru a nord, dal Grighini a est e dal monte Arci a sud-est, mentre la costa orlata di vasti e pescosi stagni e presenta facili approdi e un golfo ampio e sicuro. Ne derivata unantichit e frequenza di insediamenti comparabile solo con lattuale sito urbano di Cagliari, che per le caratteristiche stesse del territorio, in parte lagunare, fin dallinizio si indirizzarono anche verso lattivit pescatoria con quei tipici fassonis, imbarcazioni di giunco e falasco, ancora oggi in uso per la pesca negli stagni. Tharros. Non un caso se quasi contemporaneamente allo stabilizzarsi della stazione di Kralis in corrispondenza del tratto pi arretrato del golfo degli Angeli, allinizio del primo millennio a.C., sul capo S. Marco che delimita a nord il golfo di Oristano si sia enucleato linsediamento di Tharros, pervenuto ben presto a una eccezionale fioritura (insieme ai centri minori di Nepolis, la citt nuova, allestremit meridionale dello stagno di S. Giovanni, di thoca, la citt vecchia, presso quello di S. Giusta, e di Cnus r presso Santa Caterina di Pittinuri) per la funzione di penetrazione commerciale e di smistamento dei prodotti dellentroterra, principalmente agricoli, che fin dallinizio seppe affermare. Non si trattcomunque di storie parallele: mentre Cagliari resisteva sul suo sito, la menzione di Oristano gi in una descrizione di Giorgio Ciprio del VII secolo fa sospettare qualche cambiamento nellorganizzazione complessiva del territorio controllato da Tharros, che viene confermato dalla decisione del giudice Barisone (1164) di concedere ai commercianti genovesi tanta terra quanta fosse necessaria per costruire cento case in quello che doveva essere ormai molto pi di un minuscolo villaggio di pescatori e contadini. Portant de Tharros sa perda a carros, portano da Tharros la pietra a carrettate, secondo lantico detto 264

4 ORISTANO E LARBORA

sardo che evidenzia la costruzione del nuovo centro urbano coi materiali di spoglio, gi belle squadrati e pronti per la messa in opera, del vecchio insediamento. Se si trasportavano marmi e pietre da ruderi lontani una quindicina di chilometri, significa che thoca, distante solo tre chilometri da Oristano, non era allo stato di rudere, oppure che le sue pietre servivano per ledificazione del contiguo centro di Santa Giusta. E infatti fino allinizio del Cinquecento le due citt sono sedi diocesane: arcivescovato la prima, con giurisdizione che arrivava a Tonara e sili; semplice vescovato la seconda, diviso in due corpi di cui uno comprendeva solo il centro principale con la vicina Plmas Arbora e laltro si allungava da Pauliltino e Abbasanta lungo il Tirso e poi verso le Barbgie fino a Mamoiada e Fonni. Due teste, quindi, per una regione di grande importanza strategica e produttiva: come avevano ben capito i Romani che di Forum Traiani, lodierno Fordonginus, sorto forse come pagus in unarea gi nota in periodo punico per le acque termali, riescono a fare il luogo dincontro fra due economie quella cerealicola dei latifondi lungo il basso corso del Tirso e quella pastorale delle popolazioni montane e due societ: quella costiera legata ai traffici e ai contatti con metropoli ultramarine e quella interna chiusa in un suo geloso isolamento. Cosa costringeva allabbandono di quelle fiorenti citt non facile sapere; le tradizionali interpretazioni basate sulla diffusione della malaria o sulle scorrerie piratesche prestano il fianco a facili critiche e certo intervengono molti altri fattori. Fin dal primo apparire dei giudicati comunque presente lArbora, che pertanto non va vista come stato-cuscinetto fra i due pi importanti e sottoposti a contrastanti influenze delle Repubbliche di terraferma insediati nel Capo di sopra e nel Capo di sotto. Anzi, lArbora non si vendette mai alle potenti famiglie di Genova e Pisa e mantenne fino alle soglie dellet moderna una sua propria individualit etnica e sociale, anche a prezzo di incertezze e fatali sbandamenti nel gioco delle precarie alleanze. Questa funzione di custode di unanima autenticamente sarda e di anelito allunit statuale dellintera Sardegna stata molto enfatizzata, anche con le ragioni del cuore (le false carte dArborea) quando niente potevano le ragioni della storia. La maturazione politica del giudicato si espresse nelle forme pi alte al cadere del XIV secolo con lopera di Eleonora, tra le figure femminili pi interessanti della storia italiana; figlia di Mariano II e moglie di Brancaleone Doria, ricopr la carica di giudicessa dArbora dal 1383 allanno della sua morte, il 1404, esprimendo nella Carta de Logu, il codice esteso qualche anno 265

4 ORISTANO E LARBORA

dopo a tutta la Sardegna, una delle forme pi evolute di sapienza legislativa medievale. Nonostante i subitanei ardori scarsa rimaneva tuttavia la presa sul territorio, come sembrano testimoniare gli affascinanti ruderi del castello della Medusa presso Asuni, ai confini orientali del giudicato, che ormai fanno corpo unico con le rupi circostanti. Natura e storia, quindi, e se la storia si spezzetta nelle cronachette locali la natura ci lascia uneredit cromatica nei materiali da costruzione impiegati secondo le possibilit offerte nei vari luoghi: bruni di basalto i paesi del Montiferru, della tinta cinerina del ladiri, il mattone crudo, quelli di pianura, rosei di trachiti quelli della media valle del Tirso, bronzei o dorati di scisti i paesi delle zone meridionali. I cinque itinerari qui proposti riflettono i cinque paesaggi antropici presenti nella regione: una citt, Oristano; una bonifica, quella attorno ad Arbora; unarea di collina, lArbora propriamente detta; una pianura, quella di Mlis; un deserto, forse lunico esistente a questa scala in Italia, il Snis. Tutti gli itinerari territoriali sono organizzati secondo un percorso circolare che fa sempre capo a Oristano. Questa circolarit esprime assai bene il carattere paesistico e urbanistico della regione, e lo stesso capoluogo conserva una forma urbana compatta e solo leggermente allungata in direzione dellasse viario principale. Anche a un rapido sguardo facile riconoscere i caratteri salienti dellassetto del territorio, coi paesi di pianura al centro di incroci stradali, rettilinei se derivati da bonifiche recenti, stellari se nelle zone pi fertili (agrumi) e di pi antico insediamento; e con quelli di collina, lambiti e solo in qualche caso attraversati in tutta la loro lunghezza dai percorsi di penetrazione verso linterno e dai minori raccordi che a questi si collegano. Nessun centro di qualche rilievo sul mare, mentre Oristano si protende verso il suo golfo con una recente zona industriale insediata fra la foce del Tirso e lo stagno di S. Giusta. Altrove la costa deserta, cruda, appiattita in orizzonti struggenti fra mare, stagni, dune sabbiose; aggredita tuttavia da pressioni speculative, particolarmente nocive nel Snis, dove si compromette un quadro ambientale unico nel Mediterraneo europeo, o assorbite in qualche modo nei piccoli paesi di pescatori e nelle aree meridionali interessate alla bonifica. Poche sono le torri costiere cinquecentesche, ubicate a capo Mannu, capo S. Marco, a Torre Grande e intorno allo stagno di Marcedd: ma per avere unidea della frequentazione umana nelle et pi antiche bisogna scendere nellipogeo di S. Salvatore, fra Cbras e Tharros, singolare concentrato di 266

4.1 ORISTANO

memorie graffite e dipinte che non trova riscontro in nessunaltra parte dellisola. proprio questa compresenza di antico e moderno, di deserto e di citt, di pratiche agricole e pescatorie tradizionali e recentissime, a determinare il pi vasto interesse per una visita non affrettata alla regione.

4.1 Oristano
In posizione mediana lungo la costa occidentale della Sardegna, in unarea delimitata dal corso del Tirso a N, dallo stagno di S. Giusta a S, dal mare a O e aperta a E verso lArbora, Oristano m 9, ab. 32 238, si distende al centro del Campidano che dalla citt ha preso il nome. Pur non conservando che pochi, isolati esempi dellarchitettura aulica medievale, si offre come centro di un certo interesse per le memorie storiche legate al periodo giudicale. Divenuta nel 1974 il quarto capoluogo di provincia sardo, ne ha tratto un notevole sviluppo industriale e del terziario che ha contribuito a toglierla dal trascorso isolamento; la creazione del porto-canale a servizio del Nucleo di Industrializzazione, e la specificit dellindustria oristanese, la cui produzione non collegata in maniera dipendente con il sistema delle grandi imprese petrolchimiche, hanno permesso un consolidamento e unespansione della sua economia.

Le vicende storiche. Come per la maggior parte delle citt sarde, oscure sono le origini e i modi di formazione di Oristano, detta in antico Aristiane o Aristanis; n, qui come altrove, si pu fare ricorso a ricostruzioni storiche sufficientemente documentate, nella mancanza di una seria tradizione locale. Oristano certamente lerede di Thrros, ma quando e come la traslazione degli abitanti sia potuta avvenire oggetto di congetture; anche perch, a soli tre chilometri, Santa Giusta offre uno stesso identico problema in relazione a thoca. Un vescovo da Thrros, Bonifacio, era presente al Concilio cartaginese del 483 e la sua diocesi veniva indicata in una Senafer, cio Sinus afer, locuzione usata probabilmente per indicare tutto il golfo di Oristano. Nel 636 un Aristanes limne, con significato di lacus o portus o forsanche di golfo, registrato da Giorgio Ciprio nella sua Descriptio orbis romani, ma non da escludere che il geografo si sia riferito alla citt vera
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4 ORISTANO E LARBORA e propria, chiamata nei secoli e fino a oggi entro il vecchio circuito delle mura con lappellativo di Portu. Allesterno di queste, in epoca medievale, venivano a enuclearsi cinque sobborghi S. Lazzaro, Nono, Maddalena, Ponticello e Vasai ma per tutto il periodo di formazione delle autonomie giudicali nulla possibile congetturare e si deve accettare per buona lasserzione del primo storico sardo, Giovanni Fara, che nel Cinquecento riportava la traslazione dalla vecchia sede (ove di integro era rimasta solo una fonte dalle limpide acque) alla nuova esattamente nel 1070, col giudice, corte giudicale, clero e popolazione al completo. In tal senso il toponimo Aristanis viene fatto derivare dalla posizione del nuovo sito fra mare e stagni (Maristanis), e questo forse vuol significare che gi allepoca di Giorgio Ciprio ci fosse sul posto un primo agglomerato di case. Il giudicato dArbora. Nessuna corte giudicale ci ha lasciato cronache o archivi diplomatici, ma fin dallinizio del XII sec. Oristano appare il centro ordinatore del giudicato dArbora che, pur piccolo, aveva migliori terre aratorie e risorse naturali facilmente estraibili, era al centro dellisola e confinava con gli altri giudicati, coi quali poteva tessere le alleanze pi opportune. Quella dei giudicati non era per una vicenda che si svolgeva solo in Sardegna, quanto in continente fra le Repubbliche di Pisa e Genova, impegnate proprio entro quel secolo a spartirsi lisola. E cos ad esempio, nel 1175 il giudice Barisone cede ai Pisani lOspe, dale da lui fondato in Oristano, seguito dal figlio Pietro che nel 1186 concede alla Primaziale pisana la corte di Sollie; ma lo stesso Pietro a cedere nel 1192 al Comune di Genova in loco qui dicitur portus Januensis in Aristano (forse perch cera anche un portus pisanus) il sito per fabbricare cento botteghe, una chiesa col cimitero e altre pertinenze. Principalmente per la sua posizione, bene o male lArbora aspirava alla supremazia sugli altri giudicati e nei tre secoli seguenti, fino alla definitiva disfatta di Macomr (1478), la sua capitale riuscir a elaborare ed essere protagonista di un tal numero di avvenimenti da renderne fino ad oggi problematica (per leterogeneit delle fonti) una ricostruzione attendibile e chiara, anche in virt dei particolari rapporti di successione al trono giudicale e delle strategie matrimoniali di volta in volta adottate (per cui in certi periodi i giudici furono pi duno, e tutti legittimi). Questi guerreggiati sono comunque i secoli doro della citt, che si dota di edifici pubblici adeguati al suo rango, ancorch modesti e quasi umili, come ci informa una relazione degli ambasciatori del duca dAngi nel 1378, di chiese e fondazioni religiose, di mura e torri e porte, cosicch da eguagliare la popolazione di Sassari allepoca dellatto solenne di pacificazione fra Giovanni dAragona ed Eleonora dArborea (1388): ma mentre l firmano la pace cives et habitatores, qui sottoscrivono cives, mercatores et habitatores a sottolineare il carattere prettamente mercantile del centro. La griglia urbana doveva essere di spiccata impronta medievale: una forma compatta ma non radiocentrica e neppure a ventaglio a partire dalle opposte porte daccesso, con strade strette e tortuose (anche la via Diritta era detta cos per la sua importanza e non per la conformazione topografica) intervallate da minuscole piazzette; le case basse in ladiri dei popolani coi restrostanti cortili, alternate alle case della modesta borghesia e a qualche palazzotto di riguardo, pi numerosi verso la porta Mare

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4.1 ORISTANO dove si poteva riconoscere il centro amministrativo, mentre quello commerciale e mercantile si dislocava presso la porta Pontis a contatto con le vie per i distretti agricoli pi fertili. Conquistata definitivamente lArbora alle armi spagnole, la citt conobbe un lungo periodo di stagnazione che contrasta con la vita convulsa ma ricca di stimoli dei secoli precedenti: solo pestilenze, carestie, tentativi dinvasione, incursioni di pirati, sommosse caratterizzano ormai la vita di Oristano, allinizio del Seicento penultima per popolazione fra le sette citt regie della Sardegna ma certo ultima per importanza. N le cose migliorano coi Savoia, che per un breve periodo, fra il 1821 e il 1837, le tolgono qualsiasi funzione amministrativa: sono gli anni in cui lAngius scrive le sue pagine disgustate per la negligenza e la sporcizia in cui era tenuta la citt. La forma urbana, che si era mantenuta pressoch intatta fino allUnit, conosce intorno al 1862 radicali interventi nellimpianto viario originale a seguito degli sventramenti per la realizzazione del corso Umberto (unica via oggi pedonalizzata), che rende il vecchio piazzale degli Scolopi, oggi piazza Eleonora, il centro della citt, e per la sistemazione di molte altre contrade: S. Francesco (oggi via De Castro), Aquila, Cappuccine, Cavalieri (attuale via Crispi), piazza Mariano eccetera. Abbattuti fra il 1906 e il 1907 la torre e la porta Mare con i tratti di mura vicini, si continu nel 1930 con altri sventramenti per la regolarizzazione del profilo dellattuale piazza Eleonora, e per la realizzazione della piazzetta Corrias la terza del centro topografico del nucleo antico e del vico Iosto, completati dal tracciamento di alcune trasversali alle vie Mazzini e Solferino (aperte queste ultime in luogo delle cortine murarie). Intanto a partire dagli ultimi anni dellOttocento si andava formando il quartiere di S. Efisio, immediatamente a oriente di via Solferino come zona di passaggio per lemigrazione dai paesi della provincia, oltremare prima e verso le regioni settentrionali dItalia dopo, mentre piuttosto contenuta stata lattrazione reciproca fra Oristano (quartiere del Sacro Cuore) e Santa Giusta. Lulteriore esplosione urbanistica post-bellica ha trovato vaste superfici edificabili per funzioni amministrative e residenziali a nord (via Sardegna) e a nord-ovest (quartiere Saia e via Cagliari), destinando alledilizia economica e popolare le aree a sud-est (S. Nicola) e a nord-est (quartiere Torangius), mentre a est qualsiasi espansione stata bloccata dalla ferrovia. Sventramenti e ricostruzioni. Ribaltata la vecchia forma medievale, oggi la citt ha uno sviluppo radiocentrico ottenuto per successivi sventramenti e non in base a un piano, sia nel nucleo storico da piazza Eleonora partono le direttrici per i quattro punti cardinali sia nelle espansioni degli ultimi decenni che intorno a quelle direttrici organizzano loccupazione del suolo urbano. Tale occupazione avvenuta per grossi lotti e con case a schiera a uno o massimo due piani e orti e terreni coltivati retrostanti, per cui Oristano oggi una citt estesa ma singolarmente bassa; la sua dimensione, sproporzionata rispetto alla popolazione che ospita, ben sinserisce nella piattezza del Campidano e degli stagni vicini, vivacizzata com dagli elementi di spicco dei campanili e di alcune cupolette maiolicate, mentre in lontananza questi caratteri ambientali sono esaltati dai magazzini e dalle strutture verticali del porto e delle industrie.

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4 ORISTANO E LARBORA I programmi in atto tendono quindi alla realizzazione di piani particolareggiati per utilizzare meglio in altezza le aree edificate e riempire gli spazi vuoti allinterno del perimetro urbano, senza per questo sacrificare quellaria di tranquillit composta, quasi campestre, che si respira nel centro storico, dove un muro, una stradina, una pianta inconsueta spesso tropicale, riporta senza transizione ad un orizzonte aperto. Probabilmente di antiche origini (taluno sostiene risalga allet giudicale) la popolare gara equestre della Sartiglia, una classica giostra che si corre lultima domenica e lultimo marteddi carnevale e che la tradizione locale vuole propiziatrice di un copioso raccolto. Litinerario di visita di Oristano, preferibilmente pedonale, consiste essenzialmente in un percorso circolare entro il perimetro del nucleo storico, che, comprese le soste nelle chiese e nel museo, non richiede pi di mezza giornata.

Il percorso ha inizio dalla piazza Mannu, spazio alberato ove si apriva una delle porte medievali della citt murata, cui convergono la viabilit proveniente da Cagliari e le strade che delimitano a E e a O il nucleo del centro storico (vie Solferino e Cagliari). Dal lato pistretto della piazza, a oriente della quale sorgeva il palazzo giudicale (nellarea oggi occupata dalledificio delle carceri), ha inizio la via Vittorio Emanuele che, dopo un breve tratto, si allarga fiancheggiata (a sin.) dal Palazzo Arcivescovile; settecentesca architettura di stile piemontese, con facciata ricostruita negli anni 30, questo conserva un importante dossale daltare attribuito a Memmo di Filippuccio, raffigurante nello scomparto centrale la Madonna col Bambino; lambiente terreno a d. costruito sulle antiche carceri vescovili seminterrate, identificabili forse con la cripta della cappella di S. Bartolomeo dove venivano tumulati i giudici arborensi. Duomo. Una breve scalinata contigua al palazzo d accesso al complesso delle architetture costruite in tempi diversi lungo il fianco sin. del Duomo; isolato si leva limponente campanile ottagonale in conci darenaria, contemporaneo, fino al secondo ordine di eleganti monofore, alla ricostruzione duecentesca del Duomo (v. sotto); il fastoso terminale barocco, composto dalla cella campanaria a giorno ornata di mascheroni in trachite rossa, su cui si imposta la cupola a cipolla rivestita di maiolica policroma, risale al sec. XVIII. Su un raccolto piazzale alberato prospetta lincompiuta facciata in conci di arenaria del Duomo (t: 078378684), aperta da un portale a protiro sormontato da timpano spezzato e da una finestra tra due nicchie, e culminante con un vasto timpano tra acroteri. Di una presunta cattedrale arborense edificata con materiali di spoglio da Tharros e thoca, distrutta sullo scorcio del sec. XII dal giudice di Cagliari Guglielmo di Massa, non rimane alcuna testimonianza visibile ndocu270

4.1 ORISTANO

mentaria. Storicamente accertata invece ledificazione avvenuta intorno al 1228 (data incisa sugli originari picchiotti bronzei del portale, conservati nel Tesoro dello stesso Duomo), dovuta alla volont del giudice Mariano II e dellarcivescovo Torchitorio e realizzata da maestranze lombarde; da descrizioni del Cinque e Seicento si apprende che limpianto a tre navate con transetto aperto da cappelle era impostato mediante archi a tutto sesto su colonne di spoglio, con copertura a capriate. Attorno al 1721 larcivescovo Antonio Nin decret un radicale rifacimento della fabbrica, affidato al progetto di Giovanni Battista Arieti di Alghero, cui si deve gran parte dellattuale impianto e la facciata.

Interno. Dalle stratificazioni succedutesi negli ultimi secoli deriva laspetto stilisticamente composito dellinterno; contrasta infatti col fasto barocco di alcune cappelle linterpolazione neoclassica dei due bracci del transetto, dovuti a Giuseppe Cominotti (1830), mentre la decorazione pittorica della navata (1912) conferma il carattere eclettico dellinsieme. Tra le cappelle, in cui prevale la decorazione scultorea del Putzu (Pietro Pozzo), si segnalano la 1a d., che custodisce la statua lignea policroma dellAnnunciata, opera di Nino Pisano (il relativo Angelo annunciante, in consegna presso il palazzo Vescovile di Bosa, in attesa di tornare, entro il 2005, nella parrocchiale di Sgama) e la 2a sin., dedicata a S. Giuseppe, con fastoso retablo in legno policromo dorato, opera settecentesca di intagliatori spagnoli. Alle pareti dei due bracci del transetto, tra le sculture del sassarese Andrea Galassi, sono esposti i quattro vessilli tolti ai Francesi durante lassedio di Oristano nel 1637. Nel braccio d. si apre la gotica CAPPELLA DEL RIMEDIO, lunico ambiente superstite del tempio duecentesco, successivamente obliterata e riscoperta agli inizi di questo secolo, con la volta a crociera gemmata integra; laccesso delimitato da una balaustra formata da due frammenti di ambone romanico che recano, nella parte interna, rilievi con Daniele nella fossa dei leoni e Due leoni che abbattono due cerbiatti, di artista pisano del sec. XI; riutilizzati come predella di ancona marmorea, furono scolpiti sulla faccia esterna tripartita, da un artista barcellonese della fine del 300, con Cristo giudice, Annunciazione, santo abate ed eremita e Ss. Pietro e Paolo, monaci benedettini, Ss. Benedetto e Scolastica; allaltare della cappella, formato anchesso con resti dellambone, la Madonna del Rimedio, statua marmorea policroma del sec. XIV; sulla parete d., lapide sepolcrale del canonico giurista Filippo Mameli, con iscrizione dialettale recante la data 1359. Dietro il fastoso altare maggiore, collocato il coro ligneo settecentesco e una grande tela ovale con Madonna in gloria, di incerta attribuzione a Sebastiano Conca o a Vittorio Amedeo Rapous; ai lati del presbiterio, due tele, Adorazione dei Magi e Ultima Cena, di Giovanni Marghinotti. Oltre landito dalla volta gotica aperto nel transetto d. e attraverso la sagrestia dei Beneficiati, ove visibile qualche struttura muraria della primitiva costruzione, si accede, a sin., alloriginale ambiente detto archivietto, piccola suggestiva struttura a pianta quadrata sormontata da cupola emisferica nervata su scuffie, costruita (1622-27) come ampliamento dellantico coro; di
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4 ORISTANO E LARBORA ritardate forme di transizione gotico-rinascimentali, ne furono artefici due lapicidi oristanesi, Francesco Orr e Melchiorre Uda. Dalla sagrestia dei Beneficiati, attraverso la sagrestia dei Canonici arredata con pregevoli armadi seicenteschi e interessanti tele sei-settecentesche, si pusalire allaula Capitolare (visitabile su richiesta) che custodisce il Tesoro del Duomo: oltre ai due picchiotti sbalzati con protomi leonine, preziosa testimonianza storica delledificazione del tempio (di cui si detto sopra), sono visibili tredici corali miniati del XIII, XIV e XV sec., una vasta raccolta di paramenti sacri dal XV al XIX sec., arredi in argento e tele del Settecento.

A lato della facciata del Duomo si allunga ledificio del Seminario Tridentino, ultimato nel 1712 (le colonne in granito dellandrone provengono dal Duomo duecentesco), e di fronte la chiesa della SS. Trinit, del XVIII-XIX sec., dal semplice portale architravato e campaniletto a vela. Chiesa di S. Francesco. Costeggiando lungo questo lato del piazzale il muro del convento dei Frati Minori (pi volte ristrutturato, il convento conserva qualche elemento dei sec. XIV-XVI), si raggiunge la chiesa di S. Francesco (t. 078378275), con neoclassico pronao tetrastilo sorreggente un timpano; ricostruita nel 1838 da Gaetano Cima, presenta nellattiguo edificio del Distretto Militare interessanti resti gotici del primitivo cenobio basiliano (sec. XIII-XIV). Nellinterno a pianta centrale collocato, sullaltare sin., il famoso *Crocifisso policromo detto di Nicodemo, capolavoro della scultura lignea riferibile a scuola spagnola della fine del 400, importante per i riflessi sulla pittura sarda della prima met del 500. In sagrestia custodito il pannello centrale, con S. Francesco che riceve le stimmate, di un grande retablo di Pietro Cavaro (1533) gi collocato sullaltare maggiore della chiesa, poi smembrato; gli altri scomparti sono nellAntiquarium Arborense (v. pag. 273); sempre in sagrestia si trova la pregevole statua marmorea, firmata da Nino Pisano (1368), raffigurante S. Basilio vescovo e due dipinti su tavola facenti parte di un retablo di Bartolomeo Castagnola (1602); tra gli arredi sacri pi preziosi sono alcuni pezzi di manifattura oristanese: una croce processionale dargento del 300 con influssi senesi; un reliquiario di S. Basilio del 1456; un reliquiario della Croce del sec. XIV. Il chiostro gotico della met del XIII secolo, riformato secondo il gusto catalano del XVI secolo, in corso di restauro a cura della Soprintendenza ai Beni architettonici. Ne prevista la trasformazione in centro culturale.
Di fronte al prospetto di S. Francesco parte la via De Castro, lungo il cui lato sin., allaltezza del primo incrocio, sorge uno dei pi antichi edifici oristanesi, il palazzo De Castro, risalente al XVI secolo; caratteristiche, al piano terra, le due porte architravate e il portone ad arco ribassato e, al piano superiore, le ampie finestre polistili con parti in tufo decorate a rilievo.

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4.1 ORISTANO

Dalla chiesa di S. Francesco si passa nella piazza Eleonora, spazio irregolarmente allungato e luogo di pubblico ritrovo che, oltre al monumento a Eleonora dArborea (v. pag. 265), di Ulisse Cambi (sec. XIX), accoglie alcuni dei principali palazzi della citt. Fra tutti il pi rappresentativo il Palazzo Comunale, nel sec. XVII convento degli Scolopi, edificato sullarea gi sede di una comunit ebraica, ristrutturato nelle attuali linee neoclassiche da Antonio Cano agli inizi del secolo scorso; allinterno del palazzo sussiste lottocentesca ex chiesa di S. Vincenzo, con prospetto incompiuto e pianta ovale, dello stesso padre Cano. In angolo con il corso Umberto sorge il palazzo Carta, di fronte al quale il settecentesco palazzo Mameli si segnala per i pregevoli balconcini in ferro battuto; chiude la piazza a oriente il palazzo Corrias, con, alla sin., lex Palazzo Comunale scompartito da alte lesene, sede dellArchivio storico.
Lungo la via La Marmora, che si stacca dalla piazza Martini, ampliamento verso E della piazza Eleonora, sono ubicati due edifici monumentali di un certo interesse architettonico: allinizio, a d., la chiesa di S. Domenico, che ripropone la persistenza di elementi architettonici gotici nel XVII secolo; avanti, ancora a d., il grande blocco settecentesco del convento delle Cappuccine, di forme semplici e armoniose. Antiquarium Arborense. Sempre dalla piazza Eleonora, lungo un altro braccio della via Vittorio Emanuele, si raggiunge in breve la precedente sede dellAntiquarium Arborense, che comprendeva una piccola quadreria e uninteressante raccolta di reperti archeologici provenienti da Thrros e dal Snis, di et neolitica, nuragica, punica e romana, gi appartenuta a una collezione privata acquistata nel 1938 dal Comune di Oristano. Dal 1992 lAntiquarium Arborense (t. 0783791262) stato trasferito nei locali ristrutturati del palazzo Parpaglia (v. pag. 274); qui di seguito si d conto in sintesi della consistenza del patrimonio pertinente allAntiquarium, articolato in tre sale principali: 5 pannelli di polittico con santi, di scuola sarda del 500; due frammenti di un trittico a fondo doro con storie di S. Martino, di ignoto maestro catalano dei primi del 400; pala con Madonna e santi, attribuita ad Antioco Mainas (1565), quattro grandi tavole con i Ss. Stefano e Nicola, Bernardino e Agostino, Apollonia e Caterina, Antonio e Bonaventura, facenti parte di una monumentale ancona dipinta nel 1533 da Pietro Cavaro per la chiesa di S. Francesco, ove rimasto lo scomparto centrale (v. pag. 272). Materiali di et neolitica, provenienti da stazioni lacumarensi dello stagno di Cbras. Materiali di et nuragica: lampade in bronzo, armi, panelle lenticolari di rame, bipenni, e ceramiche in parte provenienti dal nuraghe Sianeddu (Cbras). Oggetti di et punica: anfore e lucerne, belle urne in vetro, specchi, terrecotte figurate tra cui una notevole maschera apotropaica, oreficerie e oggetti di arredo, oltre a una bella serie di scarabei, per lo pi in diaspro verde, con figurazioni egittizzanti o assirizzanti. Materiali greci ed etruschi, il cui copioso rinvenimento a Tharros si spiega con lintensit raggiunta in epoca arcaica (620-480 a.C.) dai commerci con partner doltremare; sono presenti vasi, brocche, anfore, coppe, contenitori di profumi. Materiali di et romana: stoviglie aretine e pseudoaretine, armille, orecchini e una collezione di gemme incise.

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4 ORISTANO E LARBORA

Dalla piazza Eleonora ha inizio il principale corso Umberto, detto via Diritta, lungo il quale si possono osservare, sul lato sin. (N. 10-30), il palazzo Falchi, imponente edificio di stile eclettico realizzato da Giorgio Pintus negli anni 20 e, sul lato opposto (N. 3135), il palazzo Siviero, gi Arcais, tozza mole a tre ordini di finestre uno dei quali ornato di balconcini in ferro battuto, sormontato da cupola; in origine residenza del marchese Damiano Nurra dArcais, appartiene attualmente allAmministrazione provinciale di Oristano che ne ha curato il recente restauro. Torre di Mariano II. Il corso sbocca nellanimata piazza Roma, ove sorge la massiccia torre di Mariano II, detta anche di S. Cristoforo o porta Manna, uno dei pochi elementi superstiti della cinta muraria fatta costruire dal giudice Mariano II nel 1291; la poderosa costruzione a tre lati in conci darenaria, col quarto aperto, si erge sopra un alto stilobate bugnato; nellampio fornice a tutto sesto si inserisce un arco a sesto acuto che reca liscrizione con lanno di edificazione; il corpo superiore rientrante, di epoca posteriore, contiene una campana datata 1430.
Dietro la torre, in angolo col corso Umberto, parte la via Parpaglia, antica strada dal tracciato irregolare, al cui inizio a sin. (N. 8-12) sorge la cosiddetta casa di Eleonora dArborea, interessante esempio di edilizia civile del 500, con evidenti influssi rinascimentali; avanti, al N. 33, si incontra il palazzo Parpaglia, austera residenza signorile di stile neoclassico, acquistato dal Comune che vi ha sistemato nel 1992 la nuova sede dellAntiquarium Arborense (v. pag. precedente).

Chiesa di S. Chiara. Dalla torre di Mariano II la via Garibaldi, curvando leggermente tra antichi edifici, raggiunge la chiesa di S. Chiara, edificata negli anni successivi al 1343; laustero prospetto in conci darenaria presenta due monofore cieche e un rosone sotto un fastigio a campana; i restauri hanno liberato le strutture originarie del corpo presbiteriale e labside quadrata adorna di un grande arco acuto inquadrante una bifora. Interessanti, nellinterno, le mensole gotiche (coeve alla costruzione) in legno intagliato, con telamoni e figure zoomorfe, a sostegno della cantoria. Lattiguo rustico convento delle Clarisse, sporgente sulla d. della chiesa, risale agli anni antecedenti al 1330. Al termine della via Garibaldi, alla sin. di uno snodo di vecchie piccole vie solitarie, si erge la torre di Portixedda (piccola porta); resto della cinta muraria medievale, la costruzione a corpo cilindrico rastremato guardava laccesso orientale alla citt. Scavi eseguiti nel 1992 hanno consentito di datare la fortificazione al periodo spagnolo (seconda met del XV secolo) e di individuare una preesistente torre quadrata giudicale.
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4.1 ORISTANO Dalla torre, posta allimbocco della piazza Mariano, la via Vittorio Veneto conduce, nella piazza del Popolo, alla chiesa di S. Efisio, dimpianto risalente al 600, con elegante facciata settecentesca in stile piemontese.

Dal termine della via Garibaldi larea urbana attraversata dalla via Angioi conserva una fisionomia che in parte ricorda laspetto del vecchio nucleo oristanese, articolato irregolarmente attorno a strade strette e frequenti piazzette; in particolare lungo la via Azuni (parallela alla via Angioi), che costituiva larteria del popolare rione ebraico, le sostituzioni si sono arrestate davanti alla tipica edilizia cittadina caratterizzata da dimore a corte con giardino. Chiesa del Carmine. Piegando a d. della via Angioi si raggiunge, nellomonima via, la chiesa del Carmine, significativo esempio di architettura piemontese dovuto a Giuseppe Viana; il prospetto scandito da massicce paraste ioniche, culminante in unampia trabeazione con timpano traforato da una finestra a rene, aperto da un portale sormontato dallo stemma gentilizio degli Arcais, patrocinatori della costruzione, con la data di ultimazione delledificio (1785). Il luminoso leggiadro interno, con due cappelle per lato, si schiude in un ampio presbiterio absidato e cupolato racchiudente laltare marmoreo policromo. Al fianco sin. annesso il sobrio edificio del convento dei Carmelitani, coevo alla chiesa, semplice nello schema articolato attorno al chiostro. Oltre il convento, la strada sbocca nella via Crispi che a sin. riconduce nella piazza Mannu; prendendo a SO di questa lalberato viale S. Martino si raggiunge in breve la chiesa extramuraria di S. Martino; citata la prima volta in un documento del 1228, subnumerosi ampliamenti e rifacimenti; alla ristrutturazione tardogotica sono riferibili labside ornata di una bifora e una suggestiva grande cappella a sin., con volta nervata raccordata al centro da unelegante gemma. Alla d. della chiesa, nelledificio trasformato in ospedale civile riconoscibile lex convento prima benedettino, poi domenicano.

4.2 La bonifica di Arbora


Itinerario circolare di km 49.5 (carta, pag. 276), con partenza e rientro a Oristano, per lo pi lungo strade provinciali, ampie e agevoli, e nellultimo tratto lungo le statali 126, Sud Occidentale Sarda, e 131, di Carlo Felice. Dopo la sosta alla cattedrale romanica di S. Giusta, il percorso pro-

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4 ORISTANO E LARBORA

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4.2 LA BONIFICA DI ARBORA pone la visita del territorio bonificato attorno ad Arbora che, ricuperato alle paludi con grandi opere di risanamento, ha laspetto di unoasi rigogliosa, razionalmente organizzata, simile alle pi fiorenti aree agricole dellItalia settentrionale.

Dalla piazza Mannu (v. pag. 270) simbocca verso S la via Cagliari, gi tratto della Carlo Felice, che si prolunga attraverso la periferia meridionale dellabitato e lascia a d., km 2, una deviazione per la zona industriale.
Estesa su una superficie complessiva di 29.530 ettari tra lo stagno di S. Giusta, la foce del Tirso e il mare, si articola in quattro principali comparti produttivi (metalmeccanico, alimentare, cartiero, del legno e sughero); di particolare rilievo tra le opere infrastrutturali realizzate, il nuovo porto canale che, con gli oltre 12 m di profondit dei fondali, consente lattracco di navi di notevoli dimensioni. Le profonde trasformazioni del territorio, fino a qualche decennio fa caratterizzato da un paesaggio rurale, probabilmente gestito in antico dal distrutto convento dei Benedettini di S. Nicol di Gurgo, hanno soffocato, circondandola di edifici industriali, la chiesa campestre di S. Giovanni, appartenente al gremio dei contadini; ledificio, settecentesco a tre navate, circondato da loggiati, si trova a c. 1.5 km dallimbocco della strada.

Santa Giusta. Un breve rettilineo porta, km 3, a Santa Giusta m 10, ab. 4542, modesto centro esteso sulla sponda NE dellomonimo stagno, erede dellantica thoca, fondazione sardo-punica, poi citt romana sulla strada da Kralis per Turris (Porto Torres), di cui si conosce ben poco. In passato erroneamente ubicata nel sito detto Cccuru de Portu, oggi occupato dalla zona industriale
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4 ORISTANO E LARBORA

di Oristano, secondo ipotesi pi recenti si localizzerebbe in corrispondenza dellarea settentrionale dellattuale abitato di Santa Giusta, molto vicina al poggio ove sorge la cattedrale di *S. Giusta; questa una grande costruzione romanica in conci darenaria, eretta nel 1135-45 come sede della diocesi omonima (soppressa nel 1503). Ledificio, di forme fondamentalmente pisane, ma con influssi lombardi nella facciata e arabeggianti in alcune parti ornamentali, costitu il prototipo di una numerosa serie di chiese sarde. La severa facciata, gi preceduta da nartece (di cui restano due colonne), presenta unalta triplice arcatura che inquadra il portale pisano (con capitelli scolpiti) e una trifora; al culmine il timpano include il tipico motivo pisano del rombo a gradoni; lungo i fianchi corrono arcate rette alternativamente da mensole e lesene, mentre labside ripartita da semicolonne. Il campanile, in fondo al fianco d., in gran parte rifatto. Laustero interno a tre navate su colonne in marmo e in granito (parte romaniche, parte provenienti da Thrros, thoca e Nepolis), con presbiterio, per la prima volta in Sardegna, soprelevato; la navata centrale ha copertura a travature scoperte, quelle laterali a crociere. Nellabside, a sin., un piccolo tabernacolo dellolio santo, di un seguace di Andrea Bregno (sec. XV), donato da Gaspare Torrella, ultimo vescovo della diocesi. Lampia cripta, cui si accede a d. della scala del presbiterio, poggia su tozze colonne. In sagrestia sono custodite due mitre vescovili del sec. XIV, di cui una a ricami policromi.
Dallabitato di Santa Giusta una strada, attraversata, km 4, Plmas Arbora m 14, ab. 1350, localit citata in antichi documenti come Palmas de Ponte e Palmas Majore, prosegue fiancheggiata da pascoli e coltivi; inerpicandosi poi lungo le solitarie pendici del M. Arci (v. pag. 262), essa consente unampia visione panoramica della pianura di Oristano e del suo golfo, dal capo della Frasca al capo S. Marco, fino alle colline del Snis e al Montiferru.

Stagno sEna Arrubia. Oltre Santa Giusta e il raccordo per la Carlo Felice, la strada costeggia a lungo lo stagno, in vista sullopposta sponda delle strutture del nucleo industriale oristanese; quindi, lasciata una diramazione a d. per il porto, prosegue rettilinea tra la vasta zona bonificata dellex stagno di Sassu, a sin., e lo stagno sEna Arrubia (dalla tipica vegetazione palustre), a destra. Dalla provinciale divergono verso d. strade che attraverso i poderi raggiungono il mare dove, mediante la realizzazione di strutture ricettive, si sta tentando una valorizzazione turistica della fascia costiera. A fianco di un ampio canale si entra nel cuore della bonifica, riconoscibile per i vasti campi rettangolari
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4.2 LA BONIFICA DI ARBORA

contornati da alte cortine di piante frangivento. Il territorio bonificato, esteso per oltre 9000 ettari, era in antico occupato da un vasto sughereto, quasi completamente distrutto nei secoli scorsi da tagli e incendi. Prima della bonifica non rimanevano che poche decine di alberi, sparsi in unimmensa distesa di cespuglieti che orlavano numerosissime paludi. Per la sterilit del suolo e la malaria che vi regnava, la zona era considerata predesertica e fra le pi misere e malsane dellisola; i soli insediamenti instabili, in capanne di falasco, annoveravano, nella stagione invernale, poche decine di abitanti dediti alla pastorizia transumante.

Il risanamento del comprensorio ebbe inizio nel 1919 con la creazione della Societ Bonifiche Sarde, che port a compimento una delle pi vaste e significative imprese di bonifica idraulica, trasformazione fondiaria e colonizzazione. Oltre al prosciugamento dello stagno di Sassu e delle altre paludi, le opere pi grandiose consistettero nella costruzione di una vasta rete di canali, nel rimboschimento di venti chilometri di litorale e nella fondazione dellabitato di Mussolinia (ribattezzato nel dopoguerra Arbora). La zona sistemata, passata nel 1954 allETFAS (Ente per la trasformazione fondiaria e agraria in Sardegna), fu successivamente suddivisa in poderi, assegnati a riscatto a coltivatori diretti, per la maggior parte veneti e romagnoli, oltre che sardi. Arbora. Tra filari di eucalipti si entra, km 17.5, in Arbora m 7, ab. 3990, piccolo centro dal tipico aspetto di borgo pianificato, fondato nel 1928 ed eretto a comune due anni dopo. La convenzionale leggiadria delle architetture (per lo pi palazzine a due piani di stile liberty e neogotico in voga in quegli anni) e la schematicit dellimpianto urbanistico a maglie ortogonali si pongono in singolare contrasto con le realizzazioni, spontanee o progettate, di qualsiasi altro abitato sardo. La strada si allarga a sin. nella principale vasta piazza Maria Ausiliatrice, tenuta a giardino, attorno alla quale si dispongono gli edifici delle scuole, della parrocchiale e dellalbergo, mentre sul lato opposto si trova il Palazzo Municipale; allinterno di questo ordinata una piccola raccolta di reperti archeologici (t. 078380331) rinvenuti durante i lavori di bonifica della zona; il materiale, catalogato e restaurato di recente, di origine nuragica, punica, romana e bizantina proveniente da varie necropoli, tra cui quella di sUngroni (a N di Arbora); notevole lasks modellato a busto di fanciulla di matrice ellenistica (II sec. a.C.). Recente (2005) linaugurazione del MUB Museo storico comunale Bonifica Arbora (corso Italia, t. 078380331), allestito allinterno di un ex mulino restaurato. Vi sono presenti grossi macchinari e una biblioteca specifica; il museo inoltre centro di studi e alcuni ambienti vengono utilizzati per mostre temporanee.
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4 ORISTANO E LARBORA

Lasciato labitato di Arbora, dopo poco, km 20.1, la provinciale si biforca; a sin. litinerario principale prosegue per Terralba.
A d., procedendo lungo rettifili asfaltati che si intersecano ad angolo retto delimitando i poderi, in un paesaggio rurale sparso di casolari e aziende agricole che continua a caratterizzarsi per le profonde trasformazioni apportate dagli interventi di risanamento, si perviene, km 8.8, a Marcedd m 1, modesto agglomerato pescatorile allo sbocco dello stagno omonimo, orlato da una spiaggia (dominata dalla cinquecentesca torre Vecchia) frequentata anche per bagni. La pescosit della laguna richiam linsediamento fin dal Neolitico, come documentano i ritrovamenti presso la localit San Giovanni (sulla costa settentrionale dello stagno omonimo), da cui proviene una statuetta fittile della dea-madre. La presenza ravvicinata dellalta parete del promontorio della Frasca verso occidente, la vastit delle vedute panoramiche estese verso S fino ai monti dellArburese e a N lungo tutto larco del golfo di Oristano, oltre ai caratteri naturalistici tipici del trapasso dallambiente lagunare a quello marino, conferiscono al sito qualit paesistiche di notevole pregio e interesse.

Terralba. Dalla biforcazione la provinciale, volgendo a SE fiancheggiata da oleandri, superate le case di Tanca Marchese, raggiunge, km 26.3, Terralba m 9, ab. 10 101, vivace centro di produzione vinicola, disteso nella piana intensamente coltivata allestremit SE della bonifica di Arbora; nulla rimane dellaspetto antico del borgo, che fu sede vescovile fino al 1503 ed oggi tutto improntato a unedilizia anonima. La parrocchiale di S. Pietro, costruita nel 1822 in forme tardobarocche (custodisce alcuni capitelli di spoglio provenienti forse da Nepolis), sorge sul luogo della distrutta cattedrale di S. Maria, edificata nel 1144 sul modello e forse dalle stesse maestranze di S. Giusta. Marrbiu. Da Terralba in direzione N, toccato Marrbiu m 7, ab. 5006, centro agricolo e vinicolo (la Parrocchiale, seicentesca, presenta un interessante arco trionfale in pietra scolpita), si raggiunge, km 33, al piede del M. Arci, presso la cantoniera Marrbiu, la statale 131, lungo la quale, per un tratto gi percorso nellitinerario 3.1 (v. pag. 247), si rientra, km 49.5, in Oristano.

4.3 LArbora
Il nome di Arbora, che nel Medioevo indicava lintero territorio giudicale avente per capitale prima Thrros e poi Oristano, designa oggi, con accezione pi ristretta, la porzione della bassa valle del Tirso, di forma

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4.3 LARBORA allincirca circolare, compresa tra la riva sin. del fiume (a N), il Sarcidano (a E), la Marmilla (a S) e il Campidano di Oristano (a O). Litinerario proposto per la visita a questarea (carta, pag. 276), di 107.9 km con partenza e rientro nel capoluogo, si svolge in parte lungo tratti della statale 388, del Tirso e del Mandrolisai, in parte su comode strade provinciali tutte asfaltate. Il tracciato, dapprima regolare, si fa alquanto tortuoso e ondulato nellarea pi interna e montuosa dellArbora, da Siamanna a Fordonginus. Nel percorso, che si propone principalmente per la variet del paesaggio montano integro e appartato, e la vastit di alcune vedute, a tratti intensamente suggestive, si segnalano soprattutto due episodi di interesse storicomonumentale: gli scavi romani di Fordonginus e, non distante da questo centro, la chiesa di S. Lussorio.

Chiesa della Maddalena. Si lascia Oristano dalla piazza Mariano (v. pag. 275); oltre le vie Ricovero e Vandalino Casu ha inizio la statale 388, che corre nella piana a fianco della ferrovia Cagliari-Olbia. Sulla sin. della strada, inglobata nellabitato di Sil m 10, la chiesa della Maddalena, presso i resti di un convento del 600; nellimpianto risalente al 1325-50 predominano linee romaniche, con accenni di transizione al gotico evidenziati dalla presenza di archetti trilobi. Sulla facciata, tripartita da lesene, si apre un portale pisano (uno simile lungo il fianco d.) e una finestra incorniciata da robuste sagome; due ordini di archetti pensili ornano gli spioventi del frontone, proseguendo anche lungo il fianco d. e sullabside, adorna di una grande bifora gotica. Nellinterno, a una navata con soffitto a capriate e abside quadrata coperta a crociera, sculture di gusto popolaresco. Oltre la chiesa, sulla sin. della statale, si estende il nucleo vecchio di Sil, un tempo noto per la produzione artigianale di tegole, e oggi popolosa frazione di Oristano; la Parrocchiale, con alta torre campanaria in cotto, una realizzazione settecentesca. S. Michele Arcangelo. Pi interessante la chiesa campestre di S. Michele Arcangelo, costruzione cinquecentesca dal prospetto a capanna con cornice in tufo e portale a sesto acuto; nellinterno a tre navate rimane integra loriginale cappella maggiore, con grande arco trionfale a tutto sesto in trachite e volta a crociera su archi costolonati ribassati sorretti da mensole a coppa rovesciata. Da Sil la strada corre sul terrazzo diluviale argilloso denominato Gregori, che si eleva di pochi metri sopra il livello della valle del Tirso, dal suolo pi fertile e umido chiamato Bennaxi. Sottopassata la statale 131 e varcata a livello la ferrovia, si profilano allorizzonte i monti del Grighini. Al km 9.5 Simxis m 17, ab. 2189, borgo agricolo la cui antica origine, nota da diversi documenti medievali, non ha lasciato segni visibili; anche la par281

4 ORISTANO E LARBORA

rocchiale un rifacimento ottocentesco di una chiesa preesistente. Alluscita dallabitato, lasciata a sin. la statale che prosegue per Fordonginus, si tiene a d. lungo il percorso un tempo denominato strada della Marmilla, che corre rettilineo su basse ondulazioni a cereali, oltrepassando, km 16.2, Siamanna m 49, ab. 842 (fino al 1974 sede del comune di Siamanna-Siapiccia), piccolo borgo rurale e pastorale; lo collega (km 0.9 a N) alla vicina Siapiccia m 64, ab. 360 (fino al 1974 frazione di Siamanna-Siapiccia), un tracciato di via romana che sale poi le colline a O del M. Grighini (interessante, per laspetto naturalistico e panoramico, lescursione sulla cima m 673) e termina a Fordonginus (v. pag. seguente). Villaurbana. Oltre Siamanna la provinciale sale con ampie curve, rasentando a sin. il nuraghe S. Giovanni; le colline, dapprima a coltivi e vigneti, si coprono di macchia mediterranea con lapprossimarsi, km 20.4, di Villaurbana m 84, ab. 1804, paese agricolo con parrocchiale seicentesca di S. Margherita. In un territorio silvestre e solitario, si risale la valle del rio Granaxiu che si restringe fra le pareti degli opposti versanti: a d. il massiccio del M. Arci, vulcanico, rimboschito a conifere; a sin. il Grighini, scistoso, ricco di boschi e di acque. A un bivio, km 29.1, lasciata a d. la strada della Marmilla che va a Usllus (v. pag. 331), si prosegue a tornanti per, km 31.2, Mogorella m 265, ab. 492, isolato paesino di mezzacosta caratterizzato dalle vecchie case in basalto nero che rispettano loriginale tipologia a corte con loggiati, chiuse da grandi portali di legno decorato; anche sulla facciata della parrocchiale di S. Lorenzo compaiono i semplici ornati degli artigiani locali. Villa SantAntonio. Alla successiva biforcazione, dove si stacca una strada per Ruinas, si piega a d. percorrendo la cresta di un solitario maestoso altopiano, dominato a d. dalla lunga linea scura della Giara di Gsturi, lungo il quale si raggiunge, km 36.3, Villa SantAntonio m 249, ab. 439, suggestivo borgo agro-pastorale dove sopravvive la tradizionale edilizia rustica. Nelle vicinanze restano i segni di insediamenti prenuragici in numerose domus de janas (qui dette forrus, cio forni) e in un btilo alto c. 6 m, uno dei pi grandi della Sardegna, posto sul colle Cccuru Tundu m 303, a N dellabitato. Da SantAntonio Runas la strada scende a varcare il rio Imbessu, che in questo tratto scorre in una valle ampia e aperta, e al bivio successivo, a sin., ne risale lopposto versante pi aspro e accidentato, toccando, km 45.5, Asuni m 233, ab. 424, base di partenza per linteressante escursione al castello della Medusa. 282

4.3 LARBORA

Castello della Medusa. Il tragitto, in parte su carrozzabile a fondo naturale (c. km 5), nellultimo breve tratto a piedi, consigliabile non solo per la visita ai resti del medievale castello della Medusa, poderosa e complessa costruzione scavata nella roccia sopra uno sperone isolato, lambito dal rio Araxisi, ma altres per i valori naturalistici dellambiente alpestre e appartato e per il numero delle testimonianze preistoriche (domus de janas), romane e medievali (miniere e cave abbandonate) disseminate su un territorio in passato quasi inaccessibile. Al maniero, dallaspetto pi di prigione che di dimora, la fantasia popolare ha per generazioni collegato la presenza di spiriti maligni; in realt la posizione alla confluenza dei rii Maiori e Araxisi ne suggerisce la funzione fortificatoria e di controllo. Samugheo. Lasciato Asuni la strada serpeggia a mezza costa sullo scosceso dirupo, mentre sullopposto costone si vedono frequenti domus de janas aperte nella roccia; poi scende a varcare il rio Mannu, profondamente incassato fra pareti rocciose a picco, donde risale con molti tornanti un altopiano sparso di rifugi stagionali (le tipiche pinnette), da cui la vista spazia per ampio raggio. In lieve discesa si raggiunge, km 59.5, Samugheo m 370, ab. 3435, borgo dilatato sul gradino basaltico strapiombante a O sulla valle del rio Mannu, alla cui consueta attivit agro-pastorale si accompagna una vivace tradizione di artigianato tessile. Qualche vecchia abitazione in basalto e in trachite mantiene loriginaria architettura rurale; alla sin. della strada che attraversa il paese si trova la parrocchiale seicentesca di S. Sebastiano, con rosone poligonale, motivi decorativi a coronamento e grande campanile a canna quadrata; allinterno, resti delle strutture tardogotiche. Pi antica (XVI secolo), la chiesa campestre di S. Basilio. La discesa verso llai ripida lungo il versante d. del rio Mannu, tra affioramenti basaltici nella folta vegetazione spontanea e dirupi a picco, in fondo ai quali si scorge il corso dacqua; alluscita da un tornante si lascia a sin. una strada per Runas e a fianco del torrente si entra, km 70.3, in llai m 52, ab. 403, piccolo centro di aspetto rurale quasi integro, con vecchie case a corte in pietra; allinizio dellabitato, sulla sin. della strada, la parrocchiale dello Spirito Santo conserva strutture della primitiva costruzione tardogotica: nella facciata il portale e il rosone, nellinterno gli archi a sesto acuto e la cappella maggiore dalla volta a crociera. Fordonginus. Serpeggiando tra i nudi colli del versante settentrionale del M. Grighini si perviene, km 81.3, a Fordonginus m 35, ab. 1053, solitario paese costruito in gran parte in trachite rossa sulla riva sin. del Tirso, in localit nota in antico per le sue acque termali. Nel febbraio 2003, durante gli scavi delle fondamenta di un edificio privato nel centro del paese, stata trovata una strada romana, che si vorrebbe recuperare e valorizzare. Nella Geo283

4 ORISTANO E LARBORA

graphia di Tolomeo menzionato il centro di Aquae Hypsitanae identificato con Fordonginus in base alle coordinate e a uniscrizione latina; sotto limperatore Traiano (98-117) labitato mut il nome in Forum Traiani. Sede vescovile dal V sec., divenne residenza del comandante militare della Sardegna in periodo bizantino, munendosi di cinta fortificata in epoca giustinianea, allorch fu ribattezzato Chrysopolis (citt aurea). Alla fine dellalto Medioevo la sede vescovile fu trasferita (o restituita) a Santa Giusta. Alla d. della strada di attraversamento principale, la via Traiano porta in una piazzetta ove un raro esempio di casa signorile (casa Madeddu) in stile tardogotico, con membrature in pietra da taglio, databile tra la fine del 500 e i primi del 600; particolarmente interessanti lelegante portale e le finestre ad arco inflesso; recentemente restaurata, sar adibita dal Comune a centro culturale. Pi avanti, nella stessa via la Parrocchiale, moderna ricostruzione in stile goticheggiante della precedente cinquecentesca, conserva una sola cappella originaria, la 2a sin., con archi in pietra. Terme. Oltre la chiesa, un sentiero a d. scende fino al Tirso ove si estende larea archeologica pi importante di Fordonginus, composta dagli edifici delle Terme, costruite probabilmente nel I sec. per sfruttare le sorgenti di acqua calda, tuttora attive. Il complesso si incentra su una piscina rettangolare (natatio), porticata sui lati lunghi (si conserva il portico S), attorno alla quale si articola una serie di vasche e ambienti di servizio in blocchi trachitici. A mezzogiorno di questo edificio venne edificato verso il III sec. un secondo stabilimento termale con frigidarium dotato di due vasche, tepidarium e calidaria (alimentati da praefurnia). Laccesso alle terme era probabilmente a S, dove si apriva unampia piazza lastricata, terminata a monte da una scalinata monumentale. A est si individua un complesso edilizio con pianta a L.
Ruderi di edifici romani, prevalentemente a filari alternati di laterizi e di blocchetti di trachite, si presentano nellattuale abitato, soprattutto presso le vie Ipsitani e Vittorio Veneto. Lacquedotto romano parzialmente conservato nella sua sezione extraurbana verso llai. I resti di un anfiteatro di et imperiale sono stati riconosciuti nella vallecola di Apprezzu, alla periferia S di Fordonginus.

S. Lussorio. Imboccata nuovamente, a O di Fordonginus, la statale 388, alta sul costone a sin. si profila la chiesa romanica di S. Lussorio, circondata da uno spiazzo delimitato dalle cumbessas (le tipiche casette ove si trasferiscono i novenanti durante la festa del santo, dal 20 al 30 agosto); edificata forse dai monaci Vittorini nel 1100-20 in modi che rivelano influenze francesi, con284

4.3 LARBORA

serva gran parte delloriginario impianto nonostante i rimaneggiamenti subiti nel 1250-70 lungo il fianco d. e nel sec. XV sulla facciata, rifatta con motivi architettonici gotico-aragonesi; il fianco sin. e labside, originari, sono scanditi da robuste paraste su cui corre un partito di archetti su mensole. Allinterno, a una navata, permangono i robusti pilastri del lato sin. e la massiccia cornice dimposta della volta a botte originaria, sostituita nel rifacimento con le capriate. Grande interesse per larchitettura paleocristiana rappresentato dalla cripta, il cui impianto primitivo (forse il martyrium del santo), nonostante le alterazioni, conserva elementi architettonici tali da sostenerne la datazione al IV sec., evidenziati da tracce dellimpianto a cella tricora con arcosoli lungo i muri perimetrali. Villanova Truschedu. La strada procede alta sul versante sin. del Tirso fino a quota 152 ove, iniziando la discesa, la vista sulla piana di Oristano e sul suo golfo vastissima. Tra macchie cespugliose, nellaprirsi della vallata del Tirso si attraversa, km 88.5, Villanova Truschedu m 56, ab. 334, piccolo borgo agropastorale da cui una strada verso N conduce (km 1.5), oltre il fiume, alla chiesetta tardoromanica di S. Gemiliano, edificio in trachite locale dal prospetto ornato di rosone e attorniato dalle cumbessas. Ollastra. Varcata unansa del fiume, formatasi a monte della diga di S. Vittoria (costruita per lirrigazione del Campidano di Oristano e della zona di Arbora), e oltrepassata la chiesetta campestre di S. Costantino, si entra, km 93.1, in Ollastra, m 23, ab. 1255, gi Ollastra Simxis, piccolo centro pure dedito ad agricoltura e pastorizia; la parrocchiale di S. Sebastiano, seicentesca, costituita da unaula di quattro campate su pilastri pi antichi, con arco trionfale a sesto acuto poggiante su pilastri polistili decorati a foglie. Altre interessanti architetture sono, alla periferia N, la cripta della chiesa di S. Marco, cinquecentesca, in cui quattro imponenti pilastri quadrangolari in cotto sorreggono la volta a crociera, e la chiesa di S. Severa. Oltre Ollastra la fertile fascia a sin. del Tirso (Bennaxi), servita da una fitta rete di canali e coltivata a risaie, conferisce al paesaggio un aspetto e unatmosfera estranei allambiente sardo pi consueto. Dal piccolo abitato, km 95.7, di San Vero Cngius m 18, una deviazione verso NO (diretta a Zerfalu) conduce in breve (km 1.3) alla chiesa di S. Teodoro, con struttura di tipo bizantino, pianta a croce greca, copertura a botte e cupola centrale. Un breve rettilineo della statale porta a Simxis (v. pag. 281), da dove si ripercorre il tratto iniziale dellitinerario fino, km 107.9, a Oristano. 285

4 ORISTANO E LARBORA

4.4 La piana di Mlis


Itinerario circolare da Oristano, di complessivi km 55.2 (carta, pag. 276) che, eccettuato il tratto terminale da Riola Sardo, lungo la statale 292, Nord Occidentale Sarda, si svolgono mediante buone strade provinciali, talvolta tortuose ma abbastanza agevoli. Il percorso, paesisticamente e panoramicamente gradevole soprattutto nel tratto montano, oltre allinteresse connesso con lorganizzazione agraria della piana, comprende frequenti significativi episodi architettonici religiosi che vanno dagli esempi altomedievali di Mssama e Bonrcado a quelli pi evoluti di Solarussa e nuovamente Bonrcado, alle svariate parrocchiali sei-settecentesche di tutti i centri che spesso ne costituiscono lunico monumento del passato. Una segnalazione infine per la sola testimonianza protostorica rimarchevole nellitinerario, San Vero Mlis.

Si lascia Oristano dalla piazza Roma (v. pag. 274) lungo la via Tirso, prolungata dalla via Cagliari e, fuori dellabitato, dal tronco dismesso (perch sostituito dalla variante che aggira la citt da ovest) della Carlo Felice, lottocentesca arteria che in questo tratto ricalca la viabilit di epoca giudicale dalla porta Manna al ponte sul Tirso; costruito dai Romani, lantico ponte fu potenziato in epoca giudicale e ristrutturato nellOttocento; demolito negli anni 30, fu sostituito dallattuale, lungo m 537 a 38 luci, tra i due argini che a partire da Simxis proteggono la piana dalle esondazioni del basso corso del fiume. Oltre il ponte, al quadrivio della Madonna del Rimedio (v. pag. 291), dove confluisce la viabilit da Bosa e da Cbras, la strada piega a d., attraversando la fertile piana bonificata a N del Tirso, con estensioni sulla sin. di oliveti e vigneti, sulla d. di risaie ed erbai. Due monumentali portali di epoca neoclassica immettono a sin. nei poderi gi appartenuti a ordini religiosi. Loratorio delle Anime. Rasentata sulla d. la frazione Nuraxinieddu m 7 (visibili, nella facciata della diruta chiesetta di S. Vittoria, elementi decorativi a rilievo), si entra, km 5.3, in Mssama m 9, piccolo abitato agricolo in fondo al quale si ergono affiancati due interessanti edifici religiosi. Il primo la seicentesca parrocchiale di S. Maria Assunta, ornata di un notevole portale in trachite rossa della met del XVIII sec. che fonde, in forme tipicamente sarde, motivi gotico-catalani, rinascimentali e barocchi; nel presbiterio sono esposte due tele settecentesche di scuola di Francesco Solimena, con SS. Trinit e S. Michele arcangelo; interessante anche il fonte battesimale datato 1777, in marmi intarsiati e pannelli lignei dipinti. Accanto alla chiesa sorge loratorio delle Anime, originariamente dedicato a S. Nicola di Mira, singolare costruzione di ispirazione bizantina, risalente probabil286

4.4 LA PIANA DI MLIS

mente allVIII-IX sec., come denuncia larcaica planimetria accentrata, con cupola e tamburo su pennacchi sferici.

Da Siamaggiore a Zerfalu. Dalla parrocchiale di Mssama, una strada parallela al corso del Tirso, svolgendosi sul costone calcareo del Gregori, collega i tre borghi di Siamaggiore, Solarussa e Zerfalu, abitati agricoli che, privi di particolare carattere, conservano tuttavia qualche testimonianza del loro passato. A 3 km si incontra Siamaggiore m 8, ab. 1007, con settecentesca parrocchiale di S. Costantino; nel territorio a S del paese, oltre la chiesetta campestre di S. Ciriaco, si estende la moderna azienda agricola Pardu Nou del comprensorio ETFAS. La provinciale tocca quindi, km 6, Solarussa m 12, ab. 2482, nella cui Parrocchiale dimpianto settecentesco sono conservati due pregevoli dipinti di Pietro Angeletti; a fianco, loratorio delle Anime, costruzione in basalto del XVIIXVIII sec.; larchitettura pi interessante la chiesetta romanica di S. Gregorio, ubicata alla periferia orientale dellabitato sopra un piccolo rilievo, armonioso edificio in conci di pietra del XIII sec., preceduto da un arco con doppio campaniletto a vela. Al km 9, nel villaggio rurale di Zerfalu m 15, ab. 1170, un grande arco acuto addossato alla nuova parrocchiale lunico segno che ricorda una precedente chiesa gotica. Da Zeddiani a San Vero Mlis. Da Mssama, abbandonato il vecchio tronco della Carlo Felice, si segue la strada che corre tortuosa verso N attraverso le campagne bonificate, solcate dalle opere di canalizzazione e dai filari di eucalipti, e coltivate a grano, riso e frutteti. Avanti comincia a profilarsi il M. Ferru, mentre, attraversato Zeddiani m 9, ab. 1158, si entra, km 13.6, in San Vero Mlis m 10, ab. 2502, nel cui abitato emerge limponente torre campanaria con cupola a cipolla della parrocchiale di S. Sofia; la chiesa, edificata dal genovese Agostino Careli e dal cagliaritano Francesco Escanu nel 1604, fu ultimata nel 1638; nel prospetto il tipico eclettismo sardo di quel periodo compose elementi gotici e barocchi come il rosone circolare cigliato, un timpano a lunetta con orecchioni laterali e tre portali decorati da rilievi in arenaria. Interessante, nellabitato, anche la chiesa barocca di S. Michele Arcangelo. Nuraghe SUraki. Deviando verso O lungo la strada asfaltata che dal paese si dirige alla statale 292, dopo km 1.5 si giunge nei pressi del nuraghe SUraki, complesso tra i pi grandiosi della Sardegna parzialmente scavato a pi riprese a partire dal 1948. La fortezza principale risulta interrata in corrispondenza del corpo centrale, mentre ben visibile limponente massa muraria, in blocchi poligonali di basalto, dellantemurale (forse il maggiore dellisola) articolato in dieci torri raccordate da cortine rettilinee. Il villaggio nuragico, esteso nella piana a SO, ha restituito un torciere fenicio-cipriota della prima met del VII sec. a.C., che segnala lesistenza di rapporti commerciali tra gli indigeni e i Fenici stabiliti a
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4 ORISTANO E LARBORA Tharros. Un ampio villaggio punico, frequentato anche in et romana, composto di abitazioni a pianta quadrangolare con zoccolo in pietrame minuto ed elevato in mattoni crudi, ha restituito svariato materiale (ceramiche puniche e attiche, figurate e a vernice nera; terrecotte figurate, eccetera) trasferito al Museo Nazionale Archeologico di Cagliari.

Oltre San Vero Mlis si continua nel consueto paesaggio agrario, delimitato a settentrione dal massiccio azzurrognolo del M. Ferru; a un quadrivio si lasciano a d. due strade che conducono (km 4.5) a Tramatza m 19, ab. 1010, e (km 3.5) a Bauladu m 38, ab. 723, villaggi agricoli distesi ai limiti della piana di Mlis; a Bauladu interessante la parrocchiale di S. Gregorio, originariamente romanica (XIII sec.) ma ristrutturata nel XVIII secolo, ove si conserva una scultura lignea della Madonna col Bambino, dorata e policromata, attribuita a intagliatore di scuola napoletana del 600. Mlis. Dal quadrivio litinerario a sin., attraverso i giardini agrumari che hanno reso famoso il paesaggio, decantato anche da Paul Valery nel suo Viaggio in Sardegna, entra, km 19.4, in Mlis m 72, ab. 1698, importante centro posto allapice della piana omonima, solcata dalle acque dei rii Mannu e Cspiri; la consolidata tradizione agricola del borgo attestata anche dalla presenza di monumentali portali di accesso alle propriet. Chiesa di S. Paolo. Alle porte dellabitato, a d. presso il cimitero, si trova la chiesa di S. Paolo, sorta nel 1140-50 per mano di maestranze gi operanti a S. Giusta e completata in forme toscane nel 1200-25 con il paramento esterno ravvivato dalla dicromia dei conci di arenaria e di trachite; nellinterno si conservano tre importanti dipinti su tavola di maestri catalani del sec. XVI, raffiguranti episodi della vita di S. Paolo, Crocifissione e Madonna col Bambino. Pi avanti, nella piazza principale, si erge la quattrocentesca parrocchiale di S. Sebastiano, il cui impianto goticoaragonese (poi rimaneggiato) ancora riconoscibile nella volta del presbiterio e negli archi acuti; la fronteggia il settecentesco palazzo Boyl, dignitosa residenza patrizia restaurata e utilizzata dal Comune come centro culturale. Una breve deviazione (c. 3 km) lungo la strada per Narbola conduce, nella campagna a O dellabitato, alla chiesa di S. Pietro, interessante esempio di architettura romanica del XIII secolo. Bonrcado. Da Mlis la strada, in ascesa rettilinea verso N, raggiunge, km 25.1, Bonrcado m 282, ab. 1665, borgo agricolo e pastorale costruito alle falde del M. Ferru, meta di grande interesse soprattutto per il notevole complesso religioso, posto alluscita dallabitato, consistente nella chiesa romanica di S. Maria, gi annessa a un convento camaldolese dipendente dallabbazia 288

4.4 LA PIANA DI MLIS

di S. Zenone di Pisa, e nel vicino antichissimo santuario della Madonna di Bonacattu, meta di pellegrinaggi in occasione della festa religiosa celebrata il 17, 18 e 19 settembre.
Importanti testimonianze e notizie storiche sulla vita della comunit religiosa di S. Maria, che estendeva la sua autorit e giurisdizione su tutto il territorio circostante, sono raccolte nel condaghe, insieme libro contabile dei monaci e cronaca di epoca giudicale. La chiesa, consacrata nel 1146-47 e originariamente a unica navata (di questepoca rimangono solo la facciata, il fianco d. notevolmente rimaneggiato e la torre campanaria, che rivelano forme toscano-lombarde), fu prolungata con una curiosa appendice a tau fra il 1242, secondo liscrizione sulla parasta dangolo della tribuna absidale, e il 1268, ad opera di maestranze arabe di provenienza spagnola, qui attive per la prima volta in Sardegna; ulteriori modifiche furono apportate nel sec. XVIII, quando vennero aggiunte una seconda navata e alcune cappelle; un restauro del 1954,un altro tuttora in corso.

Santuario della Madonna di Bonacattu. Ledificio, interessante soprattutto per le strutture esterne, presenta la facciata ornata da tre arcate su lesene, e i fianchi corsi da arcate (alternativamente pensili e poggianti su lesene) e sormontati da una cornice di archetti su mensoline che proseguono nellabside. A pochi passi il piccolo santuario della Madonna di Bonacattu, arcaica costruzione a croce greca con rudimentale cupoletta allincrocio dei bracci, singolare esempio altomedievale (VII sec.?) di sopravvivenza di maniere tardoromane o paleocristiane, ampliato negli anni successivi al 1242; allesterno decorato di caratteristici archetti su mensoline e di ciotole iridescenti, mentre allinterno custodisce una terracotta policroma, raffigurante la Madonna col Bambino, di scultore fiorentino influenzato da Donatello. Sneghe. Mentre una strada verso N, in suggestivo paesaggio montano, conduce (km 8.5) a Santu Lussurgiu, ove interseca litinerario da Abbasanta a Bosa (v. pag. 453), a valle di Bonrcado il percorso principale, serpeggiando tra i lecci, sale, km 29.6, a Sneghe m 305, ab. 1968, adagiato su un vasto pianoro alle pendici del M. Ferru, a dominio della piana di Mlis; la storia del paese legata a episodi bellici per respingere i ripetuti attacchi da parte dei Barbareschi. Nel nucleo vecchio dellabitato, composto di scure case in pietra secondo luso tradizionale dellOristanese, si trovano la Parrocchiale e loratorio del Rosario, di forme seicentesche molto rimaneggiate sullo scorcio dellOttocento. Degna di memoria anche la chiesa a croce greca di S. Maria della Rosa che, nonostante ampliamenti e modifiche, conserva ancora la dignit dellimpianto quattrocentesco, su una preesistenza duecentesca attestata dal condaghe di S. Maria di Bonrcado.
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4 ORISTANO E LARBORA

Da Narbola a Riola Sardo. Da Sneghe la strada scende ripida tra praterie incolte con ampie viste verso il mare, attraversando, km 36.4, Narbola m 57, ab. 1739, piccolo borgo pastorale di case in pietra; la Parrocchiale, romanica, mostra sovrapposizioni gotiche (volte a crociera) e un monumentale altare settecentesco. Si scende in direzione SO, fra le ultime propaggini del M. Ferru, verso il Snis; al km 42.9 la provinciale si inserisce nella statale 292 che, a d., oltre S. Caterina di Pittinuri, va a Clieri e a Bosa (v. pag. 300). A sin., varcato il ponte sullo stag gno di Mare Foghe, si entra in Riola Sardo m 9, ab. 2129, borgo agricolo citato nel condaghe di S. Maria di Bonrcado e interessato nel Medioevo dallorganizzazione agraria e di bonifica dei monaci Camaldolesi; lungo lattraversamento dellabitato si incontra la Parrocchiale, a coronamento curvilineo, con campanile di tipica foggia oristanese; nellinterno a tre navate, interessante acquamanile seicentesco di fattura locale. Altro edificio di rilievo la casa Carta, che conserva le caratteristiche di unarchitettura settecentesca provinciale. Bartili San Pietro. Dallabitato si stacca la breve deviazione per Bartili San Pietro m 11, ab. 1261, dove sussiste la Parrocchiale settecentesca, con facciata spartita da paraste in pietra e sovrastata da timpano e campanile di modello oristanese con cupolina a cipolla. Nurachi. Oltre Riola la statale attraversa, km 46.2, Nurachi m 6, ab. 1650, la cui parrocchiale di S. Giovanni Battista (inizi del sec. XVII, con facciata moderna) insiste su unarea interessata da espressioni culturali stratificatesi nei secoli.
Su un primitivo insediamento del Neolitico recente si sovrappose una necropoli romana (notevole il cippo funerario con raffigurazione di strumenti lustrali), successivamente trasformata in area cemeteriale cristiana; nel VI sec. venne edificato il battistero quadrangolare con piscina circolare, quadrilobata allinterno, connesso a una piccola basilica, ristrutturata in forme romaniche nel XII secolo, di cui resta labside orientata; alla fase altomedievale si riferisce il numeroso materiale qui ritrovato: ceramiche di produzione nordafricana e locale, gioielli in argento (una fibula a disco del VII sec.) e in bronzo, fibbie di cinturoni, armi eccetera.

Proseguendo nella piana bonificata tra coltivazioni e oliveti, cui si accede attraverso frequenti maestosi portali settecenteschi con fastigi a volute, si incontra, km 51.8, Donigala Fenughedu m 8, collegata da un breve tronco (km 1) alla chiesa campestre di S. Petronilla, edificio a navata unica del XII sec., con semplice facciata a timpano sormontata da campanile a vela. 290

4.4 LA PIANA DI MLIS

Avanti, oltre il quadrivio della Madonna del Rimedio, litinerario rientra, km 55.2, in Oristano.

4.5 Il Snis
Il percorso principale di questo itinerario circolare (con partenza e rientro a Oristano; carta, pag. 276) si svolge per km 43.3 (pi tratto di il 4.5 km a San Giovanni di Snis) prevalentemente lungo buone strade provinciali; la deviazione pi lunga (km 13.2), da Riola Sardo a Santa Caterina di Pittinuri, utilizza invece un segmento della statale 292, Nord Occidentale Sarda. Alle spiccate qualit paesaggistiche e ai singolari valori naturalistici e ambientali che la regione del Snis la piricca di stagni di tutta lisola manifesta, si aggiunge la grande importanza archeologica rappresentata dagli scavi dellantica Thrros e dallipogeo di S. Salvatore, i due episodi in cui linteresse della visita raggiunge il momento pi significativo. La necessit di proteggere questo territorio dal disordine edilizio e dalle alterazioni ecologiche alla base dellistituzione, nel 1997, dellArea marina protetta Penisola del Snis - Isola Mal di Ventre (vedi Appendice pag. 672).

Per il primo breve tratto, da Oristano, km 2.5, al quadrivio detto della Madonna del Rimedio, v. litinerario precedente, pag. 286. Il santuario della Madonna del Rimedio, che ha dato il nome alla localit, sorge tra gli alberi alla d. dellimbocco per Cbras; lattuale banale chiesa ottocentesca, con alto campanile a cupola in cotto, continua lantica tradizione di culto che vede convenire l8 settembre, nella festa annuale, gran numero di devoti da tutto il Campidano. Lungo la stradina che si stacca dal santuario, a pochi metri si trova lesempio pi complesso e fastoso dellOristanese di portale daccesso, quello detto, dal nome dellantico proprietario del fondo, di Vitu Sotto, architettura rococ di ispirazione piemontese eseguita intorno al 1780 da capimastri locali, come suggerisce laccento arcaico degli ornati. Cbras. Si prosegue tra campi a colture intensive sulla strada-argine del Tirso, lasciandola a un bivio per entrare a d., km 7.5, a Cbras m 9, ab. 8712, grosso borgo di pescatori sulla riva orientale dello stagno omonimo. La Parrocchiale, che si presenta attualmente nellaspetto conferitole dalle ristrutturazioni seicentesche, fu probabilmente costruita alla met del 500 con materiale di spoglio ricavato dal castello medievale; di questo, detto villa dArborea, abbandonato intorno al 1480, resta qualche avanzo dietro la chiesa. 291

4 ORISTANO E LARBORA

Lo stagno di Cbras, esteso per circa 2000 ettari, il pi grande degli stagni dellOristanese; i suoi canneti offrono rifugio a una avifauna di grande importanza, e in alcuni periodi dellanno vi sostano specie ornitologiche assai rare; alimentato da acque sia dolci che marine, vi abbonda la fauna ittica che i pescatori locali catturano con antichi sistemi, solcando lo stagno coi tipici fassonis, i battelli di canne con prua allungata, capaci di trasportare un solo individuo. Il passaggio dello stagno dalla propriet privata a quella pubblica (la Regione Sardegna), ha consentito il superamento, nellesercizio della pesca, di vincoli restrittivi di origine feudale. Museo civico (vedi Appendice pag. 673). In direzione SO, varcato il ponte su uno dei canali scolmatori dello stagno, si incontra sulla d. ledificio che ospita il Museo civico. Al km 9.1 si stacca a sin. il breve tronco per Torre Grande.
Il rettilineo, di km 1.2, conduce direttamente alle porte dellabitato, presso la torre costiera (sa Turri Manna) da cui prende il nome la localit; il manufatto, una delle pi grandi torri sarde, fu eretto sotto gli spagnoli nel XVI sec. ed tuttora perfettamente conservato. Lagglomerato di Torre Grande m 3, sorto come lido di Oristano e dotato di porticciolo turistico, distende la sua planimetria ortogonale lungo la costa sabbiosa affacciata sullampio arco del golfo di Oristano, aperto tra i promontori del capo S. Marco (N), estrema prominenza della penisola del Snis, e il capo della Frasca (S).

Si prosegue verso O e subito si varca con un lungo ponte il principale canale scolmatore dello stagno di Cbras, nel quale si nota un isolotto triangolare; su questo lindagine archeologica ha rinvenuto varie tombe appartenenti alla pi antica necropoli della Sardegna (Neolitico medio, quarto millennio a.C.), riferibili al vastissimo villaggio prenuragico Ccuru is Arrus, proseguito in c et nuragica (pozzo sacro), punica (stele) e romana (favissa di santuario tardorepubblicano). Superata a d. la torre di avvistamento Mare Pontis (XVI sec.) e a sin. la peschiera Pontis, si prosegue sulla lingua sabbiosa che separa lo stagno di Cbras da quello di Mstras.

Lo stagno di Mstras, in diretta comunicazione con il mare, sede della tipica avifauna dellambiente lagunare; le sue acque particolarmente limpide sono popolate da cospicue quantit di pesci pregiati. S. Giovanni in Snis. Al km 15.5, lasciata a d. la strada per San Salvatore (v. pag. 299), si continua, aggirando la base della lunga dorsale collinare del Snis, in un paesaggio di tipo desertico in cui emerge, a d., il nuraghe di Angius Corruda. Pi avanti, alla radice del promontorio di S. Marco, sorge a sin. della strada (km 4.5 dal bivio) la chiesa di S. Giovanni in Snis (di recente restaurata e riaperta al culto nel 2002), possente costruzione del sec. XI (?),
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4.5 IL SNIS

che include un corpo quadrato e cupolato del VI sec., situata al centro dellarea occupata dalla necropoli paleocristiana e altomedievale di Thrros. Trasformata allesterno da un recente restauro, la chiesa presenta una pianta a croce latina con abside orientata, a tre navate scompartite da bassi tozzi archi e voltate a botte; il transetto illuminato da bifore. Il nucleo primitivo, risalente al VI sec., costituito dal corpo centrale articolato in quattro piloni (in cui originariamente avevano sede colonne inalveolate) raccordati da arcate, con copertura a cupola sul modello del S. Saturno di Cagliari. Accanto alla chiesa sorto il nucleo di casette denominato San Giovanni di Snis m 7, e alla d. della strada, lungo lorlo dunoso del mare, un caratteristico villaggio di capanne costruite secondo lusanza dei pescatori dellOristanese. La tipologia di queste dimore temporanee (barraccas) consiste in una costruzione a pianta rettangolare, intelaiata in tronchi, con pareti e spioventi in canne e fascine, imitata anche per uso turistico. A ovest del villaggio, sul costone roccioso digradante al mare, sono state scoperte sepolture fenicie a incinerazione e tombe puniche a camera ipogeica (con scaletta daccesso) e a fossa. Le rovine di Tharros. Al termine dellabitato la strada asfaltata si interrompe e inizia lalto cordone che unisce il Snis al roccioso capo S. Marco. Lungo una carrareccia (alla cui sin. si osservano i ruderi di un acquedotto romano che adduceva le acque di un pozzo alla citt di Tharros), ai piedi dellaltura sormontata dalla torre di S. Giovanni, si raggiungono le rovine di Tharros (t. 0783370019), importante vasta area archeologica la cui visita (pianta pag. 296), di estremo interesse scientifico, altres vivamente consigliata per la suggestione dellambiente di solitaria bellezza.

La citt di Tharros (nome di origine mediterranea di incerto significato, attestato da Sallustio, nei grammatici e geografi, in Itinerari e iscrizioni) venne fondata dai Fenici attorno all800 a.C., sullarea occupata nella seconda met del II millennio a.C. da insediamenti nuragici interessati dal commercio miceneo (ceramica micenea proviene dal villaggio nuragico di Muru Mannu). Nel periodo cartaginese la citt risulta amministrata da sufeti e costituisce unimportante piazzaforte marittima a dominio del bacino occidentale del Mediterraneo e, in specie, della rotta verso Massalia (Marsiglia). Il carattere commerciale di Thrros nei periodi tardo-orientalizzante, arcaico e classico evidenziato dal ritrovamento di abbondanti ceramiche dimportazione etrusca (bucchero etrusco e ceramica etrusco-corinzia) e greca (protocorinzia, corinzia, laconica, ionica e attica). Tharros pass nel 238-37 a.C. sotto il dominio romano; nel 77 a.C. dovette subire lassedio di M. Emilio Lepido resistendo vittoriosamente. In et imperiale (fine II-inizi III sec.) sembra che Thrros venisse elevata al
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4 ORISTANO E LARBORA rango di colonia onoraria. Forse gi in et vandalica, ma con certezza nel periodo bizantino, la citt divenne sede vescovile (Snes); un autore bizantino documenta il carattere di fortezza assunto da Tharros nella sua epoca (VII sec.). La citt venne abbandonata verso lVIII o il IX sec. presumibilmente in seguito alle scorrerie dei Saraceni. A un effimero reinsediamento nel 1052 (o 1056), fece seguito il definitivo abbandono verso il 1070 quando, secondo una fonte rinascimentale, la sede del giudicato e dellArcivescovado venne portata a Oristano. Lubicazione della citt antica nota agli storici del Rinascimento che ne descrivono le rovine. Gli scavi si indirizzarono fin dal sec. XVII alle necropoli puniche a causa delle doviziose suppellettili funerarie. Verso la met del secolo scorso si svilupp una sorta di corsa alloro contenuto nelle tombe, col risultato di una dispersione dei corredi, attualmente divisi tra i musei di Cagliari, Sassari, Oristano, Torino, Como e Londra, oltre che in collezioni minori pubbliche e private. Gli scavi del centro urbano sono iniziati nel 1956 a opera della Soprintendenza alle Antichit di Cagliari; laggregato urbano occupava il declivio orientale dellaltura della torre di S. Giovanni estendendosi, a nord, fino al colle di Muru Mannu. La cinta muraria, solo parzialmente scavata, di forma grosso modo ellittica, aveva un perimetro di circa km 1.6. La rete viaria urbana, lastricata con grandi basoli, presenta strade prevalentemente tortuose nel settore a E del colle di S. Giovanni, in probabile relazione con lassetto urbanistico preromano, mentre nel quartiere settentrionale si hanno strade rettilinee in senso N-S (cardines) ed E-O (decumani); lungo lasse mediano delle vie visibile il perfetto sistema fognario con copertura a piattabanda. Le case tharrensi mostrano tipologie di origine punica sia nella pianta sia nelle tecniche edilizie; i vani (da uno a sei), talora articolati su due piani, si dispongono sui due lati di un cortile decentrato; le murature presentano lutilizzo di blocchetti, lastrine o pietre sbozzate prevalentemente in arenaria, connesse con malta di fango; si hanno, inoltre, esempi di muri a telaio (scompartiti da blocchi disposti verticalmente). Il rivestimento parietale (intonaco, talvolta dipinto) , normalmente, scomparso; i pavimenti sono in battuto dargilla, cocciopesto o calcina. Pozzi e cisterne a pianta ellittica fornivano lacqua potabile alle abitazioni. Le soglie che presentano una scanalatura orizzontale, per lo scorrimento di una serranda, consentono di riconoscere le tabernae (botteghe).

La visita dellarea archeologica di Tharros stata suddivisa in due momenti: dapprima si effettua un itinerario attraverso le cospicue rovine dellabitato punico e romano; la seconda parte del percorso invece, dedicata alle necropoli e ai resti dellinsediamento fenicio, presenta caratteri monumentali meno imponenti e talvolta riconoscibili solo agli specialisti. Dallingresso della zona recintata degli scavi, si percorre un tratto di cardo lastricato che lascia a d. un quartiere di abitazioni e tabernae, giungendo a un compitum (piazzetta) con tracce di un monumento o di un altare. Vi prospetta a sin. un edificio quadrangolare (1) scompartito da quattro pilastri in tre navate, a
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4.5 IL SNIS

filari alternati di laterizi e di blocchetti allesterno in laterizio, rivestito di cocciopesto internamente. Ledificio, preceduto sul lato della piazzetta da una mostra dacqua a fronte curvilinea, costituisce il serbatoio darrivo dellacquedotto (castellum aquae), ovvero un cisternone a camere multiple (II-III sec.). Tempio punico delle semicolonne doriche. Dalla piazzetta si segue il decumanus che scende verso il mare. Oltrepassando un altro quartiere di case, si trova a d., in mezzo a una vasta area rettangolare recinta per tre lati da poderosi muri, il Tempio punico delle semicolonne doriche (2), esemplare unico nel suo genere, eretto tra il IV ed il III sec. a.C. con la commistione di forme greche ed egizie caratteristica dellet ellenistica. Il tempio costituito da un basamento parallelepipedo, tagliato nella viva roccia, accessibile mediante una rampa; sul basamento, decorato lateralmente da semicolonne e semilesene doriche, si impostavano il sacello e ledicola, completati superiormente da un fregio a gole egizie; ai lati della rampa erano due leoni in arenaria. Il santuario era servito da un cisternone quadrangolare ubicato sul lato SO. In et tardorepubblicana venne steso sullarea del precedente tempio un battuto in calcina ed edificato un nuovo santuario, articolato in un vasto cortile e in una cappella edificata su un basamento quadrato eretto con materiale di spoglio; questo secondo tempio utilizzava una grandiosa conserva dacqua ellittica con copertura a schiena dasino. Adiacente al Tempio delle semicolonne doriche, sul lato sin., si trova un altro santuario costituito da un vasto piazzale quadrato delimitato su tre lati da alte pareti rocciose, dotate di tabernacoli. Il piazzale venne sistemato intorno alla met del III sec. con un peristilio e una pavimentazione musiva geometrica (cerchi e quadrati con pelte alternati). Ripreso il decumanus si scende subito, presso il mare, alle Terme I (3), forse del II secolo; per una grande soglia in basalto si accede nellapodyterium (spogliatoio) che immette nel calidarium I (notare le file di suspensurae che sostenevano il pavimento superiore), quindi, attraverso un ingresso obliterato in et tarda, nel calidarium II, trasformato in un ambiente di culto cristiano. Gli ambienti di servizio, che sostenevano le cisterne per lalimentazione idrica, nellalto Medioevo divennero unarea cemeteriale. Il Battistero. A NE delle Terme I si trova il Battistero (4), del VI sec., a pianta rettangolare con abside verso O e piscina esagonale originariamente provvista di baldacchino su quattro colonne (due capitelli dorici riutilizzati come basi costituiscono le uniche testimonianze del baldacchino); un sedile in arenaria interpretato come seggio del vescovo che amministrava il battesimo. Sul ripiano a NE del battistero si individua una piccola basilica a tre navate con abside a O, ritenuta coeva al battistero. 295

4 ORISTANO E LARBORA

Area archeologica di Tharros

Terme. Si retrocede a monte delle Terme I e si continua parallelamente al mare passando oltre i due templi gi descritti. A sin., un edificio originariamente tetrastilo databile per il capitello superstite a et augustea. Oltrepassata una vasta piazza lastricata, si giunge alle Terme II (5), di et severiana; lapodyterium presenta sul lato orientale un bancale con gli stipi per i calzari; da questo ambiente si transita al vasto frigidarium con due piscine (una semicircolare e una rettangolare), da cui si accede al tepi296

4.5 IL SNIS

darium e ai tre calidaria, lultimo dei quali comunica con il frigidarium, realizzando cos un percorso anulare semplice. Durante lalto Medioevo le terme furono utilizzate come area cemeteriale. Tempio delle Iscrizioni puniche. Dalle Terme II, risalendo la collina verso O, si raggiunge il Tempio delle Iscrizioni puniche (6), cui si accede mediante una scalinata interrotta da un altare cubico; il sacello a pianta rettangolare dotato di un altare a cornice sagoma297

4 ORISTANO E LARBORA

ta. Accanto sono i resti di un lungo corpo di fabbrica (forse destinato a custodire il tesoro sacro), reso accessibile da una monumentale scalinata che copriva probabilmente lintero declivio. Il tempio, sorto in et tardopunica, venne ristrutturato durante il periodo medioimperiale come documentano le diverse tecniche edilizie. Tempio di Demetra e Core. Si retrocede verso lingresso agli scavi avendo a sinistra un vasto complesso di abitazioni e di tabernae (7) e, giunti al compitum su cui prospetta il castellum aquae, si sale per il cardo maximus fino a raggiungere, a d., il tempio di Demetra e Core (8) e la porta a tenaglia presso il tophet (9; v. pag. 221); di questultimo visibile il basamento di un sacello che utilizza stele e altari; il tophet si insedi sullarea di un nuraghe e del relativo villaggio, interessato nel Bronzo tardo dal commercio miceneo. Oltre il tophet abbiamo la linea pi arretrata delle fortificazioni settentrionali di Tharros (10), articolata in un muro spesso 6 m a blocchi basaltici, attraversato da due postierle, una delle quali in perfetto stato di conservazione, che immettevano nel profondo fossato difeso da un terrapieno con muro di controscarpa a blocchi poligonali di basalto; il complesso fortificato si data al V sec. a.C. con ristrutturazioni della seconda met del IV sec. a.C. Il fossato, dopo essere stato ricolmato, venne adibito ad area cemeteriale con tombe a sarcofago e a cupa di et imperiale.

Le torri. La seconda parte del percorso riprende dalle pendici settentrionali del colle di San Giovanni, dove si individuano una torre e il muro a cremagliera tardopunico in blocchi di arenaria (11). La rotonda torre di San Giovanni, dominante le rovine, una delle ottanta costruzioni fatte edificare da Filippo II di Spagna tra il 1580 e il 1610 nei punti nevralgici delle coste sarde per difenderle dalle incursioni barbaresche. Era accessibile mediante scala mobile e vi abitAlberto La Marmora durante i lavori per la carta geografica della Sardegna; venne riparata in epoca moderna. Ad essa era collegata la torre pi piccola, detta torre Vecchia, che si incontra avanti, sul litorale. Procedendo a fianco degli scavi della citt, al piede meridionale del colle si riconosce la cinta muraria sud, oltre la quale, sullistmo, era la necropoli romana con tombe a sarcofago, alla cappuccina, colombari e un mausoleo rotondo in opus caementicium. La necropoli fenicia a cremazione attorno alla torre Vecchia non ha lasciato evidenze monumentali, mentre centinaia di tombe a camera ipogeica e a fossa scavate nellarenaria testimoniano il grande sviluppo demografico di Thrros durante il periodo cartaginese; le tombe a camera, talora dotate di nicchie alle pareti, sono accessibili mediante un pozzo provvisto di gradini generalmente limitati ad un solo lato. La riutilizzazione di questi ipogei dura fino allVIII secolo. Il primitivo insediamento fenicio di Tharros era localizzato sul capo San Marco, dove sono riconoscibili, accanto ai resti del nuraghe
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4.5 IL SNIS Baboe Cabitza, tracce murarie arcaiche, un tempio a pianta tripartita e le banchine portuali realizzate regolarizzando gli affioramenti rocciosi.

*Ipogeo di S. Salvatore. Si retrocede al bivio per San Salvatore m 6, il pi interessante e caratteristico villaggio religioso sardo (utilizzato nel 1965-66 per riprese cinematografiche), formato dalle tradizionali casette (cumbessas) disposte attorno alla chiesetta di S. Salvatore, dove gli abitanti di Cbras si trasferiscono durante il novenario che precede la festa del Salvatore (prima domenica di settembre); la festa, di lontanissima tradizione, consiste principalmente in una processione che, alla vigilia, accompagna qui da Cbras una statua lignea del Salvatore, e il giorno successivo, di corsa, ritorna al capoluogo; il rientro della processione collegato dalla credenza popolare a un salvataggio del venerato simulacro svoltosi nel 1506 a seguito di un attacco saraceno. La piccola chiesetta di S. Salvatore, tradizionale architettura campestre ad aula rettangolare, sorge sullinteressantissimo ipogeo di S. Salvatore (t. 07060518221), santuario pagano di origine nuragica, incentrato sul culto delle acque, ricostruito nelle forme attuali in epoca costantiniana (IV secolo).
Attraverso una botola, per una ripida scala si scende nel corridoio dellipogeo, dotato ai lati di due vani rettangolari. La planimetria del santuario a cella trichora, i cui tre ambienti (ellissoidali i due laterali, semicircolare quello di fondo) sono raccordati da un atrio circolare accessibile mediante il suddetto corridoio. Lipogeo risulta parzialmente scavato nellarenaria e in parte edificato a ricorsi alternati di laterizi e blocchetti di arenaria (tipica tecnica edilizia di et tardoantica). Gli ambienti hanno volta a botte ad eccezione dellatrio (cupolato) e delle absidi (con copertura a quarto di sfera). Lilluminazione e laerazione erano assicurate da vari pozzi di luce. Gli scavi e i restauri a cura della Soprintendenza di Cagliari hanno messo in luce, nei due vani rettangolari, due pozzetti con valve di conchiglia e ceramica nuragica, e, nellambiente di fondo, un pozzo circolare con un btilo immerso nelle acque, oltre a varie cavit, una delle quali conteneva le ceneri dei sacrifici. Il pozzo dellatrio costituiva lelemento centrale dellipogeo nella tarda antichit. A tale epoca rimonta inoltre il ciclo pittorico originario (in nero su fondo bianco), che ripropone, nellinterpretatio romana, le persone divine dellantichissimo culto. Abbiamo Venus e Mars con Eros e varie Ninfe; Eracle che strozza il leone Nemeo, pantere, un segugio; le raffigurazioni hanno carattere simbolico, rappresentando la lotta che la divinit, nelle sue varie manifestazioni, conduce contro il male. Il carattere salutifero del culto documentato dalla ricorrente invocazione Ruf (in punico: guarisci), con cui, ancora nel IV sec., le popolazioni dellagro tharrense, profondamente punicizzate, esprimevano, in caratteri latini, la richiesta di salvezza; la dedica della soprastante chieset-

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4 ORISTANO E LARBORA ta al Salvatore , evidentemente, in rapporto con il culto originario a una divinit salutifera. Oltre alle citate rappresentazioni, si hanno molte raffigurazioni di barche e navi antiche, scene circensi, un alfabeto greco di epoca tardoimperiale e un galeone del sec. XVII, oltre a varie iscrizioni e ingenui disegni di et moderna.

Nel cuore del Snis. Oltre San Salvatore la strada si addentra nel cuore del Snis, estesa regione di aspetto perlopi desertico, corsa da vaste dune in parte rivestite da basse macchie e da piante dalle profonde radici che hanno il compito di imbrigliare la sabbia. Sede di insediamenti preistorici e nuragici, attestati da resti sparsi nel territorio, il Snis stato per secoli disabitato a causa dellinclemenza dellambiente e del clima, riarso nei suoli secchi, malarico in quelli umidi; risanato dalle bonifiche, vi sussistono vasti stagni dalle peculiarit naturalistiche molto interessanti, mentre rispetto alla desolazione dei terreni incolti si sta gradualmente affermando lorganizzazione agraria. Contemporaneamente alle trasformazioni paesistiche dellinterno, si stanno verificando modificazioni della zona costiera settentrionale, dovute a massicci interventi edilizi diretti allo sfruttamento turistico del patrimonio paesaggistico del litorale, fino a un paio di decenni fa incontaminato grazie anche alla carenza di collegamenti stradali. Dalla provinciale, diretta verso N, si staccano alcune deviazioni verso il mare; dapprima, km 17, un tronco a sin. (km 5.5) per la punta is Artas, solitaria localit dotata di vastissimi arenili intervallati da scogliere di arenaria; pi avanti, al km 20.5, una stretta strada asfaltata, sempre in direzione O, raggiunge la costa (km 5.5) a Mari Ermi, da dove si pu proseguire verso N per la spiaggia di Portu sUedda e continuare sulla falesia di Su Tingiosu, lunga oltre 5 chilometri. La provinciale, volgendo verso E, procede tra stagni e piccoli rilievi privi di vegetazione, fino a incontrare, km 30.9, poco a nord di Riola Sardo (v. pag. 290), la statale 292. Capo Mannu. Seguendola a sin., al quadrivio che si apre, si possono scegliere due deviazioni di interesse prevalentemente paesaggistico attraverso il Snis settentrionale. Il primo percorso, a sin., scavalcato lo stagno di Sale Porcus (ove, per iniziativa del WWF, della Lega Italiana Protezione Uccelli e di Italia Nostra, stata realizzata unarea di protezione dellavifauna), perviene, km 13, a Capo Mannu m 4, localit pregevole per qualit ambientali, lungo la cui fascia costiera si sono installati i recenti insediamenti turistici di Putzu Idu, Mandriola, Su Pallosu, causando gravi manomissioni dellhabitat naturale e del paesaggio. Lisola Mal di Ventre (vedi Appendice pag. 673). Quattro miglia a SO del capo Mannu si trova lisola Mal di Ventre, di natura granitica; nel
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4.5 IL SNIS 1972 vi sono stati localizzati due nuraghi collegati e muniti di difese murarie, interessati anche da un insediamento fenicio-punico e romano; sulla costa corrispondente si sono rinvenute tracce di un approdo, forse gi usato in epoca nuragica. Larea costiera. Il secondo percorso dallimbocco della strada per Capo Mannu, utilizza la statale 292 che, superato sulla d. lisolato nuraghe Tradori dalle strutture quasi integre, procede tra le propaggini del M. Ferru a d. e distese di dune imbrigliate a sin.; dopo un valico, in vista del mare, scende a varcare il torrente Pischinappiu: larea costiera a O della strada, denominata Is Arnas, coperta da una fitta pineta di rimboschimento frammista a vegetazione mediterranea spontanea, stata deturpata da una delle pi estese e devastanti lottizzazioni a scopo turistico dellOristanese. Percorrendo un tratto di costa tra i pi suggestivi, la strada, oltre la localit SArchittu, raggiunge, km 13.2, Santa Caterina di Pittinuri (v. pag. 456).

Dallincrocio presso Riola Sardo, lungo un tratto gi percorso nel precedente itinerario (v. pag. 290) attraverso la piana bonificata alla d. del Tirso, si rientra, km 43.3, in Oristano.

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5 Il Srrabus, la Quirra e lOgliastra


Lambiente e la storia
stato detto con bella immagine che la Sardegna volta le spalle allItalia, volendo significare unassenza di rapporti diretti fra le due sponde del Tirreno. Oltre al limitato approdo di rbatax, tutta la costa orientale a sud di Olbia si presenta infatti priva di scali e con una morfologia cos tormentata e aspra da non permettere neppure consistenti fenomeni insediativi o una presenza umana sul territorio capace di organizzare in qualche modo il quadro ambientale. Una quinta compatta, arcigna, di superba bellezza nel vario disporsi degli elementi paesistici, faticosamente antropizzata in corrispondenza di qualche sbocco fluviale: il Flumendosa a sud e il Cedrino a nord, gi nelle Baronie (che verranno trattate nel cap. 8); o nei complessi rilievi dellOgliastra che si affacciano al mare con una breve cimosa litoranea, oggi bonificata e fittamente popolata anche in virt di un nucleo industriale discretamente attivo (cartiera di rbatax). Ma nei 44 km che separano Villaputzu da Jerzu si incontra praticamente solo il minuscolo abitato di Tertena, allincrocio con una strada secondaria che permette di raggiungere qualche spiaggia solitaria; e la stessa cosa succede nei 48 km che, oltre lOgliastra, separano Baunei da Dorgali, perch solo con una deviazione verso il Gennargentu si pu incontrare Urzulei. Sembrerebbe il regno della natura incondizionata, e in parte pu essere vero: poi si scopre che alcuni degli scenari pi appartati sono rimasti tali solo perch asserviti a usi militari, o che lunico centro abitato del Salto di Quirra, Perdasdefogu, ospita una rinomata base missilistica, e lillusione scompare. Rimane tuttavia un ambiente naturale che non si fatto storia, che conserva solo lievi tracce di una frequentazione episodica, stranamente pi significativa in et preistoriche e antiche, come confermano tanti ritrovamenti ancora avulsi da un quadro dinsieme, piuttosto che in epoca medievale e moderna quando tutti questi territori vuoti e abbandonati a s stessi, erano solo immensi feudi di distratti gentiluomini spagnoli. Il Salto di Quirra tradisce nella sua etimologia questo abbandono. Fino al 1820 (anno della Legge delle chiudende) lorganizzazione produttiva dei villaggi sardi era impostata su base comunitaria, con un regime di rotazioni periodiche che per302

5 IL SRRABUS, LA QUIRRA E LOGLIASTRA

metteva unelementare forma di uguaglianza fra i singoli coltivatori ma non consentiva alcun miglioramento delle tecniche agronomiche e alcuna possibilit di accumulazione capitalistica. Ogni villaggio aveva il suo vidazzone per lattivit agricola e il paberile per il pascolo stanziale, mentre allesterno si stendevano i saltus lasciati a bosco e cespugliati per gli usi collettivi e il pascolo brado; unorganizzazione cui lesistenza di confini comunali esattamente delineati non era indispensabile. Il pi vasto in assoluto di questi territori comuni era proprio il Salto di Quirra, che in seguito alleversione della feudalit (previo pingue indennizzo ai baroni) prima, e alle operazioni catastali e di accertamento dei confini condotte a met dellOttocento poi, venne smembrato in varie isole amministrative assegnate ai centri abitati, anche lontani, che lo usavano pi frequentemente di altri (con varie controversie non ancora sopite). Questa organizzazione ha naturalmente impedito una presa di possesso sufficientemente stabile, oltre alla costruzione di un castello (da cui la regione prese il nome) sul finire del XIII sec. da parte del giudicato di Cagliari e di alcune torri costiere nel XVI che, abbastanza numerose presso la foce del Flumendosa, si rarefacevano via via che si procedeva verso nord fino a scomparire del tutto oltre capo Bellavista e il vicino castello di Medusa. Il nome della regione. Su quella foce insistono, vicinissimi fra loro ma con enormi territori comunali retrostanti, i tre piccoli centri che in pratica esauriscono tutto il Srrabus. Il nome della regione si vuole derivare da unantica citt romana, Srcapos, di ubicazione incerta ma sempre allo stesso sbocco fluviale, forse sul colle di S. Maria presso Villaputzu dove sono stati rinvenuti reperti punici; pur essendo quella allo sbocco del Flumendosa una fertile piana alluvionale, non mai uscita dalle condizioni disolamento e nei 57 km che separano Quartu SantElena (e Cagliari) da Muravera non si incontra un solo centro abitato (Burcei pi allinterno, a mezza via fra il dicco porfirico di punta Serpedd e la cresta granitica dei Sette Fratelli), e anche della romana Ferraria nel punto mediano fra questi due centri e importante sicuramente per le risorse minerarie che offriva, si perso ogni ricordo, anche toponomastico.
N gli altri insediamenti rammentati dallItinerarium Antonini lungo lOrientale Sarda, che pure era una delle quattro grandi arterie depoca romana, si sono sviluppati al di l di un ambito strettamente locale: oltre le due gi citate, procedendo verso nord si incontravano Porticenses presso Tertena, Custodia Rubriensis allaltezza di Bari Sardo, Sulci presso Tortol, Viniola vicino a Dorgali e poi ancora, nelle Baronie, Fanum Carisi sul basso corso del Cedrino (forse presso Irgoli), Portus Luguido-

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5 IL SRRABUS, LA QUIRRA E LOGLIASTRA nis, identificabile con la Feronia di Tolomeo, presso Posada, e Coclearia in corrispondenza dellodierno centro di San Teodoro, fino ad arrivare a Olbia. Nessun diverticolo collegava questa con la pi orientale delle due strade interne longitudinali (grosso modo da Olbia a Monti, Al, Noro, Fonni, Astis, Meana, Nurgus, Serri, Senorb, Sestu, Cagliari). Ci si pu allora spiegare quel mancato sviluppo sia in termini di oggettive difficolt fisiche, sia in termini di progetto territoriale complessivo, non essendo certo insormontabili per la tecnica stradale romana gli ostacoli che rendevano arduo tale collegamento, soprattutto verso lOgliastra, cuore dellintera fascia costiera tirrenica. E difatti, in epoca pi tarda, tutto questo vasto territorio dal castello di Quirra a met del golfo di Orosei, e nellinterno fino a Orgsolo e Selo, era soggetto alla lontana diocesi di Suelli, separata in due corpi come quella di Santa Giusta, e che nel minore comprendeva solo il centro abitato di Suelli medesimo.

LOgliastra un vero campionario di forme e rocce di tutte le ere geologiche, assai difficile da venirne a capo con un quadro ambientale unitario, come dimostra la straordinaria tortuosit delle vie di comunicazione. La frequentazione umana ha saputo ritagliarvisi aree ad economia diversificata e complementare pastorizia, agricoltura intensiva, vigneti specializzati e oliveti millenari, aree di bonifica insediandosi stabilmente in numerosi piccoli centri disposti in tre gruppi ben definiti e lontani fra loro: uno nella sezione meridionale in una stessa valle ricca di sorgenti, un altro in posizione mediana a semicerchio aperto verso la costa sottostante, lultimo sulla strada principale a breve distanza dal mare. Il modo sicuramente pi affascinante e inconsueto di penetrare la regione senza dubbio con lardito trenino che parte da Mndas, nella Trexenta, e dopo oltre sei ore di viaggio raggiunge rbatax (la corrispondente distanza su strada di circa 120 km) attraverso una linea fra le pi belle dItalia (per informazioni: t. 070342341; www.treninoverde.com). Litinerario consigliato per la visita alla fascia orientale dellisola non pu prescindere invece dallautomobile, e si svolge linearmente a spina di pesce da sud a nord innestando sul percorso principale una significativa seppure non ampia scelta di diversioni. Stupir certamente il visitatore la variet e la bellezza degli scenari ora marini ora montani che tali diversioni permettono di raggiungere: al punto che si pu parlare di unaltra Sardegna, pi sconosciuta e nascosta di quella occidentale e proprio per questo meritevole di una visita accurata.

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Da Cagliari a Dorgali per Muravera


Interessante e variato itinerario di 234.8 km (carta alla pag. seguente), perlopi lungo la statale 125, Orientale Sarda, che, a causa dellaccidentata morfologia della fascia costiera, corre prevalentemente allinterno, affacciandosi al mare solo in corrispondenza dello sbocco di vallate alluvionali o allorch si eleva oltre il cordone montuoso litoraneo; non frequenti deviazioni si insinuano tra rilievi o lungo le foci dei rii collegando il percorso principale con le localit balneari, tra le quali spiccano per qualit paesistiche e ambientali, non risparmiate tuttavia da pi recenti edificazioni, i centri di rbatax e Santa Maria Navarrese. Il carattere pi rimarchevole dellitinerario costituito dalla bellezza dei paesaggi montani che si succedono a partire dal tratto iniziale attraverso la selvaggia regione del Srrabus, lungo il solitario Salto di Quirra, fino allOgliastra; nel vasto territorio di questultima regione, oltre alla deviazione lungo la valle del rio Pardu e a Perdasdefogu (degna di segnalazione per la presenza delle singolari formazioni rocciose localmente note come tacchi), merita unannotazione particolare per leccezionale interesse paesistico il tratto da Baunei a Dorgali, cui la presenza di montagne dolomitiche imprime, nonostante laltezza non cospicua, una inconsueta connotazione di tipo alpino. Landamento del percorso , di conseguenza, frequentemente tortuoso e a pendenza discontinua, elemento che, insieme alla notevole lunghezza, rende litinerario alquanto impegnativo.

Settimo San Pietro. Dalla piazza Garibaldi (v. pag. 163) si segue verso NE la direttrice di via Paoli-via S. Benedetto-viale Marconi, che al termine si prolunga nella statale 125; in unarea ancora intensamente urbanizzata, lasciate la statale per Quartu SantElena e una diramazione per Quartucciu, si tiene a sin. verso Selrgius (gi toccato nella visita alla conurbazione cagliaritana, pag. 170). Sempre verso NE, km 8, si raggiunge e si supera la grande circonvallazione di Cagliari che, oltre a costituire il raccordo della principale viabilit confluente nel capoluogo, segna il passaggio da un ambiente urbano a uno di tipo rurale. Tra coltivi e frutteti, con qualche sparso edificio industriale, inizia la tenue salita dei terrazzi alluvionali che digradano dai primi rilievi del Srrabus alla pianura, sui quali si distendono ad altimetrie sfalsate i tre abitati di Settimo San Pietro, Snnai e Maracalagnis. In vista di, km 11.4, Settimo San Pietro m 70, ab. 6029, se ne scorge, sulla sin., la Parrocchiale rivolta verso la campagna; fiancheggiata da un campanile del 1627, serba tracce della struttura tardogotica (sec. XVI) nel portale ad arco acuto. Alle spalle della chiesa si articola labitato formato, alluso campidanese, da case a corte in mattoni crudi con portali ad arco. Nel corso del 2005 aprir il Museo multimediale Archeologico La porta del tempo (t. 0707691238 - 0707691216), collegato al Parco Archeologico di Cccuru Nuraxi, pozzo sacro risalente al Bronzo medio (1200 1000 a.C.), di cui esporr reperti e documentazioni fotografiche.
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5 IL SRRABUS, LA QUIRRA E LOGLIASTRA

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DA CAGLIARI A DORGALI PER MURAVERA

Snnai. La strada sale tra vigneti ed entra, km 13.4, in Snnai m 133, ab. 15 731, grosso borgo adagiato su una serie di rilievi collinari che la recente accentuata espansione edilizia sta via via occupando. La quattrocentesca chiesa di S. Vittoria (raggiungibile dalla strada che si stacca a sin. allinizio dellabitato), un tempo in aperta campagna, ora circondata dai condomini della nuova periferia occidentale di Snnai; la semplice struttura, a pianta rettangolare e unica navata, con copertura lignea poggiante su arconi a sesto acuto, ripete la tipologia caratteristica delle chiese campestri sarde; vi stato trovato un piccolo retablo a sei scomparti, attribuibile a uno dei Cavaro, forse a Lorenzo. Salendo per vicoli stretti e contorti nella parte alta del vecchio nucleo, si raggiunge la parrocchiale di S. Barbara, che domina labitato col suo svettante campanile; di impianto cinquecentesco, mostra tracce di strutture gotico-aragonesi in alcuni particolari dellinterno, ove sono anche esposte alcune tele attribuite al Cagliaritano Giambattista Scaletta (XVIII sec.): Adorazione dei Pastori (transetto d.), Nativit della Madonna (transetto sin.), Martirio di S. Barbara e Martirio dei SS. Cosma e Damiano (rispettivamente a d. e a sin. nel presbiterio); di particolare pregio, sullaltare maggiore, una scultura lignea del sec. XVI raffigurante S. Barbara. Maracalagnis. Da Snnai si scende, km 16.4, a Maracalagnis m 82, ab. 6868; il centro, che alcune indagini confermate da ritrovamenti archeologici farebbero risalire allantica Tidora, fondata nel 19 da un gruppo di Ebrei esiliati da Tiberio, ebbe in epoca bizantina una certa importanza, come documenterebbe il rinvenimento di alcuni reperti ora al Museo Nazionale Archeologico di Cagliari. La parrocchiale della Vergine degli Angeli, risalente originariamente al 1225, conserva di tale epoca il fianco d. di tipo pisano, con portale ad arco (obliterato) e ordine di archetti su mensoline scolpite; le altre strutture delledificio ebbero nel sec. XV una trasformazione gotico-aragonese, di cui rimangono la cappella del Rosario (1a sin.) con volta stellare, quella di S. Antonio (2a sin.) e quella antistante alla sagrestia, entrambe con volte a crociera gemmate; nel 1551, devastata da un incendio, fu ricostruita con cupola ottagonale e volta a botte.
Nellinterno sono custodite alcune interessanti opere: nella cappella del Rosario, un polittico di Berengario Poccalull (1423), ritoccato da Pietro Cavaro (1520), che raffigura, negli scomparti principali Annunciazione, Crocifissione, S. Antonio abate, S. Romualdo, nella predella episodi della vita di S. Antonio da Padova, e nella cornice apostoli; lungo la parete d., due bassorilievi raffiguranti leoni, esempi di scultura bizantina (sec. X-XI) provenienti da scavi locali. In sagrestia, due tele a forma di mezzaluna rappresentano Condanna e martirio di S. Stefano (un martire locale, le cui

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5 IL SRRABUS, LA QUIRRA E LOGLIASTRA reliquie sono conservate nella chiesa) e Cacciata degli angeli ribelli, entrambe, assieme a un dipinto con Madonna col Bambino, di Francesco Massa (1797).

A poca distanza dalla parrocchiale la romanica chiesa della Madonna dItria, a tre navate divise da tozze colonne che sostengono arconi a tutto sesto con soffitto a capriate originale; la primitiva facciata della chiesa, opposta allattuale (osservabile uscendo da una porticina a fianco dellaltare), presenta un portale ad arco e un ordine di archetti, stilisticamente vicini al fianco d. della parrocchiale. Si lascia Maracalagnis lungo una provinciale verso S che tra floridi vigneti e mandorleti, al termine della discesa, confluisce nuovamente nella statale 125.

Stagno di Simbirizzi. A d., nel bacino dello stagno di Simbirizzi, lEnte autonomo del Flumendosa ha completato una serie di opere idrauliche tese a soddisfare il fabbisogno idropotabile e irriguo del basso Campidano di Cagliari. Tra queste si citano lacquedotto integrativo per la citt di Cagliari e dintorni, un nuovo impianto di potabilizzazione nel comune di Settimo San Pietro e un impianto di depurazione di acque reflue situato ai margini dello stagno di Molentargius. I laghi di Corongiu. La statale, a sin., va a varcare il rio Corongiu, sbarrato a monte a formare i laghi artificiali di Corongiu, il cui invaso, capace di 4.800.000 m3, fornisce acqua potabile a Cagliari, Selrgius, Quartucciu, Quartu SantElena, Maracalagnis e Burcei; in corrispondenza, km 25.3, del ponte di Piscina Nuxedda, c. 500 m a d. della strada, stato rinvenuto nel 1968 un manufatto probabilmente di epoca romana, in pietra e mattoni con pavimento a mosaico, ritenuto un edificio termale modificato in epoca posteriore. Oltre il ponte la strada risale la valle del rio Longu, profonda incisione inserita tra le masse granitiche del complesso del Serpedd (a N) e del M. dei Sette Fratelli (a S), costituenti lossatura della regione del Srrabus. Il fondovalle abbastanza largo, fino a qualche decennio fa contraddistinto da prospere colture frutticole impiantate sotto la linea della macchia ricoprente le rocce pi elevate, stato radicalmente trasformato dal fenomeno della diffusione delle seconde case; un tempo punteggiata da poche ville borghesi e nobiliari, questarea oggi costituita da una successione di agglomerati turistico-residenziali in cui i piccoli nuclei di San Basilio e Villanova San Basilio, entrambi di origine medievale, hanno assunto la funzione di centri di servizi. Gli insediamenti prospettano con una certa frequenza su entrambi i lati della strada fino, km 32.3, allabitato di San Gregorio m 264, superato il quale, accentuandosi la pendenza, il percorso si fa tortuoso, in un paesaggio sempre pi aspro
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DA CAGLIARI A DORGALI PER MURAVERA

con vista chiusa tra monti boscosi. Al culmine dello spartiacque, km 35.6, corrispondente al valico di Arcu e Tidu m 430, a d. e a sin. della statale si diramano due strade che consentono escursioni di notevole interesse paesaggistico, rispettivamente al gruppo dei Sette Fratelli e, attraverso Burcei, alla punta Serpedd .

La foresta dei Sette Fratelli. La strada a d., risalendo la vallata quasi sempre pianeggiante del rio Maidopis, si svolge allinterno della foresta demaniale dei Sette Fratelli, area protetta ricchissima di vegetazione (lecci, sughere, corbezzoli), sede abituale di alcune manifestazioni sportivo-ecologiche; al termine della strada, km 6, allaltezza della vecchia caserma della Forestale m 581, parte il sentiero che, in circa 2 ore, nel folto della foresta sale a un altopiano al cui margine orientale emerge la punta sa Ceraxa m 1023, cima pi elevata del gruppo dei Sette Fratelli. Burcei. Laltra diramazione dallArcu e Tidu sale verso NO al piccolo abitato di Burcei m 648, ab. 2959, che, fondato nel sec. XVII da un gruppo di pastori della Barbgia, mantiene una connotazione pastorale tuttora prevalente sullattivit agricola. Avanti la strada, correndo in cresta con viste panoramiche sul golfo di Cagliari e sui monti del Srrabus, termina ai piedi della punta Serpedd m 1067.
Dal valico di Arcu e Tidu la statale intraprende la discesa del versante orientale del Srrabus. Raggiunta in breve la cosiddetta tavernetta ESIT di Campu Omu (da cui si dirama a d. un sentiero per Su Guventu, localit sede nel Medioevo di un romitaggio legato alle chiese campestri di S. Maria e di S. Pietro Paradiso), la strada, mantenendosi alta sulla valle qua e l disegnata da piccole vigne, scende lentamente nel solco del rio Mlliu. La stretta si fa sempre pi angusta e cupa; poi, dalla cantoniera Ovili Cnnas, acquisisce spettacolarit per i dirupati spuntoni rossastri con cui i robusti filoni di porfido emergono dalle gole granitiche. Tagliata nelle rocce, la statale descrive curve e controcurve, toccando, km 49.3, larco dellAngelo, il punto pi stretto e suggestivo della valle, dove strapiomba, tra rupi a picco di granito iniettato di porfido, sul rio Cnnas. Raggiunto il fondo della valle e lasciata a sin. la cantoniera di monte Acuto, dal nome dellisolato rilievo che la sovrasta, si varca, km 52.6, il ponte sul rio Sa Picocca (ricostruito in cemento armato dopo il crollo del precedente, abbattuto da unalluvione nei primi anni 70), oltre il quale si distende la piana del rio Sa Picocca; sui terrazzi alluvionali sono state introdotte colture specializzate (vigneti e frutteti), ad opera soprattutto di imprenditori belgi che la conquista dellindipendenza da parte del Congo (1960) aveva allontanato da quel paese. Lasciato sulla sin. il nuraghe Asoru, interessante esempio di nuraghe a struttura molto snella innalzato a guardia dello sbocco 309

5 IL SRRABUS, LA QUIRRA E LOGLIASTRA

vallivo, si apre avanti verso il mare il vasto Pranu de Bidda Maiore (piana della Villa maggiore), che ricorda il nome di uno scomparso abitato medievale; la zona, oggetto intorno agli anni 30 di opere di bonifica idraulica e di trasformazione agraria, fu popolata con la fondazione, nel 1926, del borgo di San Priamo m 9, che la statale, km 60.4, raggiunge dopo aver oltrepassato lomonima chiesa, alta su uno spuntone roccioso a sin.; le modeste abitazioni del villaggio rurale risultano disposte con regolarit attorno a una piazza quadrata, in fondo alla quale fu poi eretta (1946) la chiesa. Subito dopo labitato, si snoda sulla d. una strada che introduce nellarea di bonifica di Castidas.

Il comprensorio di Castidas benefici di una prima opera di redenzione idraulica e messa a coltura da parte dei detenuti della colonia penale insediatavi dal 1875; soppressa questa nel 1953, larea, assorbita dallETFAS, stata interessata da interventi di trasformazione fondiaria, appoderamento, insediamento rurale e opere infrastrutturali (reti idriche, elettriche, viabilistiche ecc.). Il Centro di colonizzazione di Castidas, che in Ola Speciosa m 60 ha il nucleo pi importante, si articola in diverse aziende (Annunziata, Sabadi, Brecca, Castidas, S. Pietro, ecc.), tutte sedi di residenze stabili, attualmente impegnate in produzioni viticole, orto-frutticole e nellallevamento. Dalle diverse localit, come pure dal villaggio di Castidas m 167, ove si conserva quasi integro linteressante complesso delle carceri ottocentesche, una rinnovata viabilit consente i collegamenti con gli insediamenti turistici di Costa Rei (pag. 175).
Dal bivio oltre San Priamo la statale procede con vista a d. sulla costa orlata di stagni, talora utilizzati per peschiere (stagno di Colostrai), e a sin. sulle aree montuose dellinterno. Si lascia a d. il breve tronco per la piccola torre quadrata delle Saline che, eretta su uno spuntone granitico, domina lomonimo stagno e un contenuto insediamento turistico sorto sulla spiaggia. Procedendo fra siepi di fichidindia che limitano i campi a mandorli e a viti, con lunghi rettilinei, prima a breve distanza dal mare, poi internandosi verso NO, si entra nella piana alluvionale formata dal corso inferiore del Flumendosa; di caratteristica forma triangolare, delimitata da strutture arenaceo-scistose paleozoiche, la piana ospita ai suoi margini gli abitati di Muravera, San Vito e Villaputzu, pi volte colpiti in passato dalle esondazioni del fiume e dei numerosi stagni che ne contornavano la foce; arginato il fiume e drenate le acque di stagni e rii, la pianura si presenta particolarmente prospera di colture agrumarie. Muravera. Al km 70.4 la statale entra nel pi meridionale dei tre centri, Muravera m 11, ab. 4843, che deve a un recente 310

DA CAGLIARI A DORGALI PER MURAVERA

sviluppo turistico del suo territorio comunale gran parte delle proprie risorse economiche; tra le attivit di antica tradizione, oltre allagricoltura vi si svolgono la pesca di stagno, esercitata con metodi moderni nella peschiera di S. Giovanni (lungo il litorale a S), e la pastorizia ovina, condotta allo stato brado nel complesso montuoso circostante, ove un tempo i caratteristici cuili (ovili) costituivano il riparo comunitario dei pastori e la sede di lavorazione del latte. Unica testimonianza di qualche valore storico-monumentale , nel cuore dellabitato, la parrocchiale di S. Nicola, raggiunta da alcuni vicoli a sin. della strada principale; il suo aspetto rivela le molte sovrapposizioni e rimaneggiamenti subiti; limpianto, tipico delle chiese della Controriforma, a unica navata ripartita da tre archi ogivali, sulla quale si affacciano le originarie cappelle tardogotiche risalenti al XV e XVI secolo. Subito oltre labitato di Muravera, dalla statale diverge a sin. una strada campestre che tra vigneti, presto sostituiti da unalta macchia, superato il cuile Baccu Arrodas, sale (km 4 c.) agli impianti dellomonima miniera di cui sussistono i locali della laveria e un gruppo di abitazioni, in unarea attualmente oggetto di rimboschimento. Poco avanti, km 71.9, si dirama sempre a sin. la statale 387, del Gerrei, che in breve conduce a San Vito.

San Vito. Da questa, dopo circa 2 km, si stacca a sin. una strada bianca (km 3.7) per lex miniera argentifera di M. Narba, allinizio della quale possibile osservare un gruppo di domus de janas. Varcato il Flumini Uri, si raggiunge, km 2.8, San Vito m 15 ab. 3866, centro a pianta irregolare risultata dallaggregazione di successive cellule, disposto sul versante orientale di uno spuntone scistoso proteso verso la piana del Flumendosa; la chiusura delle miniere su cui fondava la propria economia, e la mancanza di unaffermazione turistica per la sfavorevole collocazione del suo territorio privo di terre a mare, hanno determinato un notevole esodo migratorio dei suoi abitanti. Quasi al termine dellabitato la via S. Lussorio sale a sin. alla chiesa di S. Lussorio, recentemente restaurato, di origine medievale, con unica navata coperta a capriate poggianti su mensole lignee intagliate, e presbiterio quadrato voltato a botte. Oltre San Vito la statale 387 attraversa la regione del Gerrei e prosegue fino a Cagliari (v. itinerario 6.2, pag. 341). Villaputzu. Dal bivio per San Vito la 125, varcato il lungo ponte sul Flumendosa e oltrepassato a sin. il Cccuru Pedrepau m 63 (sul quale verso il Mille i giudici di Cagliari fecero erigere il castello di Malvicino, a difesa della ricca pianura), perviene in breve, km 73.9, a Villaputzu m 11, ab. 5021, disposto sul pedemonte delle alture scistose che delimitano a N la piana alluviona311

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le del basso Flumendosa; le costruzioni del borgo, perlopi in spezzoni di pietra, si affacciano su una viabilit assai contorta derivata dalla connessione di cellule originate da successive fasi di espansione, per il convergere di genti dai vicini villaggi abbandonati sul finire del Medioevo. Oltrepassato Villaputzu, allaltezza, km 75.8, della diramazione per Porto Corallo (v. sotto), a d. della statale si eleva la collina di S. Maria, ove lindagine archeologica ha individuato nel 1966 cospicui ruderi, tra cui una fortificazione, riferiti alla citt di Srcapos, menzionata nellItinerarium Antonini, che i ritrovamenti pi antichi (ceramica etrusca, ionica, attica, fenicia), risalenti alla prima met del VI sec. a.C., inducono a ritenere centro commerciale sulla rotta fenicia per lEtruria.

Porto Corallo. Dalla parte opposta dello snodo, una strada che si svolge a fianco della lenta foce del Flumendosa, oltrepassati sulla sin. i ruderi del castello di Gbas (eretto su unaltura dove si coltivava alla fine del secolo scorso un filone metallifero), raggiunge linsenatura di Porto Corallo m 16; cos denominata per la presenza sui fondali di colonie coralline, di cui nei sec. XVI e XVII si effettuava la raccolta, essenzialmente un approdo peschereccio, un tempo utilizzato per limbarco dei prodotti minerari dellinterno, di cui recente il potenziamento in funzione economica e turistica. Domina la spiaggia una torre cinquecentesca spagnola, baluardo dal quale nel 1812 mosse la difesa delle genti di Villaputzu contro lultimo assalto dei Barbareschi. Quirra. Dalla biforcazione la statale volge a N, facendosi pi movimentata con lapprossimarsi, dopo la cantoniera Riu Gironi, km 80.9, del passo di Genna Arrela m 83, che immette nel Salto di Quirra, o semplicemente Quirra, regione cos denominata dal duecentesco castello di Quirra; eretto dai giudici di Cagliari a controllo della viabilit orientale