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Anthony Huxley. IL PIANETA DELLE PIANTE. Arnoldo Mondadori Editore, Milano. Prima edizione aprile 1975. PRIMO VOLUME.

Traduzione di Lino Penati. Copyright Anthony Huxley 1974. Copyright Arnoldo Mondadori Editore 1975. Titolo dell'opera originale: "Plant and Planet". Alberi che si programmano come cervelli elettronici, tronchi che si gonfiano per funzionare da serbatoi d'acqua, radici lunghe 622 chilometri, foglie quasi invi sibili a occhio nudo e foglie tanto grandi e forti da sostenere pesi di un quint ale, erbe che crescono fino a dieci metri di altezza, fiori che praticano tecnic he erotiche degne del Kamasutra. Non sono esemplari della flora immaginaria di u n pianeta da fantascienza: sono piante del mondo in cui viviamo, che esistono fr a infinite altre alle quali Anthony Huxley ha dedicato questo suo straordinario libro. In una evoluzione di migliaia di millenni, le piante hanno colonizzato il globo dagli abissi del mare alle cime dei monti. Sono in grado di esistere senz a gli uomini, mentre noi dipendiamo completamente da loro. Possiedono una incomm ensurabile capacit di produrre energia - dalla luce - che poi dispensano a ogni a ltro essere vivente. Imprevedibili e bizzarre, nutrono sentimenti simili all'amo re e all'odio. Hanno un comportamento sessuale cos complesso che non esclude le p erversioni. Si aggregano in comunit politiche, stringono e rompono alleanze, cono scono l'arte della guerra offensiva e difensiva, che mettono in atto impiegando tattiche astute e raffinate strategie. In fatto di aerodinamica, idrografia, ing egneria, controllo della proliferazione e sicurezza nella continuit della specie, sono in grado di provvedere a se stesse con una previdenza e una capacit creativ a molto pi sviluppate di quelle dell'uomo. Sono un vero e proprio pianeta, che ci circonda e condiziona la nostra vita. Questo pianeta vegetale, Anthony Huxley l o esamina da quello che si potrebbe definire il punto di vista delle piante, senza dimenticare l'uomo moderno che, con la sua ignoranza e la sua distruttivit, corr e il rischio di alterare l'equilibrio della vita universale. Libro meraviglioso e provocatorio, col garbo e l'humour delle grandi opere fondate sull'osservazion e della Natura, stimola l'interesse, desta l'ammirazione, spinge al rispetto, ri vela l'enorme importanza di una forma di vita che condivide con la specie umana l'avventura della presenza sulla Terra. Anthony Huxley (1920) figlio di Julian Huxley. Ha lavorato per due riviste ingle si famose in tutto il mondo: Amateur Gardening e Country Life. Ha pubblicato una ven tina di volumi sui pi diversi problemi della botanica e della geografia, tra cui "Mountain Flowers" e (in collaborazione con Oleg Polunin) "Flowers of the Medite rranean" giudicati fondamentali dagli studiosi e dagli appassionati. INDICE GENERALE. PRIMO VOLUME. Nota dell'autore. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. I compagni di strada sul pianeta terra. Come avvengono i mutamenti. Dalla cellula all'albero. La fioritura finale. La grande invenzione. Ingegneria naturale. La centrale energetica.

8. Eccentriche e bizzarre. 9. Il fiore. 10. Crescita e ritmo: il cervello elettronico della pianta. 11. Comandi e comunicazioni. 12. Le piante sentono? 13. Sesso e vita. 14. Un Kamasutra dei fiori. 15. Lo scopo finale. 16. La nascita. 17. Gli opportunisti. SECONDO VOLUME. 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 24. 26. 27. 28. 29. 30. Il tempo assegnato. La comunit delle piante. Sfruttamento dell'ambiente. Girovaghi alla ventura. Convivenza. Strangolatori, parassiti e scrocconi. Le piante assassine. Corazza e veleno. Gli sfruttati. L'uomo manipolatore. Guerra dei mondi. Un rapporto incestuoso. Uno sguardo al futuro.

Bibliografia essenziale. *** NOTA DELL'AUTORE. Questo libro stato scritto per aumentare l'interesse e la sensibilit per il mondo delle piante. In tutta la stesura dell'opera ho attribuito a lettori e lettrici qualcosa di pi d'un semplice interesse passeggero per il mondo vegetale - siano essi giardinieri, botanici dilettanti o appassionati di flora selvatica, cui la dimestichezza quotidiana con le piante e le reminiscenze di lontani corsi scolas tici di biologia diano nozioni a livello quasi subliminare per la disposizione o rnamentale di piante e fiori. Pertanto ho riassunto brevemente molti particolari basilari relativi al modo in cui funzionano le piante, concentrando invece i mi ei sforzi sugli aspetti pi straordinari di tale funzionamento. Ci nonostante l'arg omento rimane praticamente inesauribile, e vengono quindi citati solo alcuni ese mpi tra gli innumerevoli possibili. Si sono dovuti inevitabilmente fornire alcun i particolari tecnici, ma sono stati omessi quasi completamente argomenti davver o complessi, quali le moderne opinioni sull'attivit interna della cellula. Ferma restando la premessa di un interesse intrinseco per l'argomento da parte dei let tori, spero che il libro possa essere letto ed apprezzato da chiunque, a prescin dere dal fatto che sia provvisto o no di copiose conoscenze tecniche. Il modesto numero d'illustrazioni pu riuscire forse sconcertante. Ho pensato tuttavia che u na parte illustrativa appropriata e bella, corredata da buone fotografie, avrebb e fatto di quest'opera uno dei soliti costosi libroni dove si guardano le figure invece di leggere il testo, mentre d'altro canto i disegni l'avrebbero resa tro ppo simile a un libro di testo. La maggior parte delle opere indicate nella bibl iografia fornir illustrazioni di vario genere al lettore desideroso di vedere pia nte e strutture vegetali. In un'opera come questa, che mira in primo luogo a sti molare il pensiero, ritengo che le figure dopo tutto non abbiano un'importanza v itale. Tuttavia all'inizio dei capitoli sono state riportate alcune figure - rip rese per lo pi da vecchie incisioni su lastra - allo scopo di alleggerire un test o eccessivamente uniforme.

Il libro incomincia con una breve esposizione del processo evolutivo considerato nel vasto arco di tempo del suo svolgimento, e con la descrizione di come siano evolute le piante. In questa parte vengono brevemente descritti tutti i princip ali gruppi di piante citati nel testo. I successivi capitoli dedicati alla fotos intesi, alla struttura, all'accrescimento vegetale e alle norme che governano ta li fenomeni introducono agli altri aspetti della vita delle piante, sottolineand o costantemente l'ingegno e l'impegno messi in opera per soddisfare tali esigenz e. Rientrano tra questi fenomeni di vitale importanza la riproduzione sessuata o asessuata, e la successiva dispersione delle spore o dei semi, tanto spesso con nessa alla collaborazione degli animali; l'invecchiamento, la malattia e la mort e; la societ delle piante, le loro associazioni, il modo con cui le piante vivono in comunit in stato di pace o di ostilit. Gli ultimi cinque capitoli riguardano l'intervento dell'uomo lo sfruttamento, la manipolazione e la distruzione da lui perpetrati nei riguardi del regno vegetal e, le piante create artificialmente dall'uomo e quelle ancora primitive che egli cerca ora di addomesticare. L'ultimo capitolo prende in considerazione le prosp ettive future, senza perdere mai di vista le piante selvatiche. Ogni volta che s tato possibile, sono stati usati i nomi volgari delle piante; gli equivalenti in latino sono riportati nell'indice. Tuttavia molte piante citate a scopo esempli ficativo non hanno un nome volgare corrente, e ho dovuto quindi adottare la term inologia botanica in latino, senza peraltro accentuare la sinonimia che opprime tanta parte della letteratura botanica. I nomi delle piante interessate non sono per veramente importanti, perch scopo della mia opera stato quello di descrivere le strutture, i dispositivi, i meccanismi e gli accorgimenti di adattamento esis tenti. Indubbiamente la mancanza dei nomi potrebbe irritare il lettore dotato di una maggiore preparazione botanica, ma essi sono comunque indicati allo scopo p rincipale di aiutare chiunque intenda approfondire ulteriormente - poco o molto che sia -le sue conoscenze in questo settore. Insomma, ho cercato di scrivere un libro che possa destare interesse, meraviglia e considerazione per un mondo che ci circonda da ogni parte, che condivide con noi l'avventura della vita sul nostro pianeta, e che ci nonostante viene ritenuto un fatto fin troppo normale e scontato. Devo confessare di aver ricevuto l'ispirazione per quest'opera dalla "Storia nat urale delle piante" scritta dal viennese Kerner von Marilaun, e pubblicata in tr aduzione inglese da F. W. Oliver nel 1894. Il Kerner & Oliver, come viene chiamata l'opera correntemente, da molti anni uno dei miei libri preferiti. Molta ispira zione mi venuta, analogamente, dagli scritti del dott. E. J. H. Corner, segnatam ente dalla sua "Vita delle piante", pubblicata nel 1964; il fatto che io l'abbia citata testualmente parecchie volte dipende dall'impossibilit di rendere indiret tamente in modo adeguato la vivacit dello scritto, specialmente nei punti in cui l'autore descrive fatti od osservazioni da lui sperimentati di persona. Sono grato anche al signor Richard Gorer e alla signorina Janet Mortimer, che ha nno letto il dattiloscritto facendo molte giuste critiche, al signor Desmond Mei kle dei Reali Orti Botanici di Kew, che con grandissima cortesia ha controllato tutta la nomenclatura, e infine alla signorina Thalia Bence, pure di Kew, che mi ha aiutato a redigere l'indice dei nomi volgari e a rivedere parecchi punti nei particolari. Il signor Peter Stageman, bibliotecario alla Reale Societ di Ortico ltura, mi stato di grandissimo aiuto per risolvere i problemi delle illustrazion i. Lo stesso indice stato redatto in forma definitiva dalla signora Dorothy Fram e, al cui attento lavoro va la gratitudine mia e degli editori. Capitolo 1. I COMPAGNI DI STRADA SUL PIANETA TERRA. Le piante ci circondano da ogni parte su questo nostro pianeta Terra. Vi si trov avano gi prima di noi, e questo mondo vegetale verdeggia dovunque noi lo permetti amo: in Amazzonia, in Siberia, sulle montagne e negli oceani. Anche nel cuore de lle metropoli si trovano alberi piantati dalle mani dell'uomo ed erbe o erbacce che approfittano di ogni minima occasione di vita. Quasi dovunque lasciamo verde ggiare questo mondo vegetale, che la maggior parte di noi ritiene normale ed ovv

io. Cos' questo mondo di piante, questo mondo che condivide con noi la vita sul nostr o pianeta, che forma l'unico gruppo di viventi con un modo di vivere tanto diver so da quello di tutti gli altri, senza ossa n guscio, o muscoli, sangue o nervi? Questo libro considera i fatti da quello che si potrebbe definire il punto di vis ta delle piante, e tuttavia guarda di sottecchi anche la specie umana. Le piante fanno molte cose che anche noi sappiamo fare, e molte altre di cui siamo incapac i. In termini evolutivi l'uomo non che un breve batter di ciglia, mentre le pian te rappresentano le prime forme di vita; peccato che in questo breve batter di c iglia l'uomo sia diventato per la natura il flagello che . Le piante selvatiche s opravviveranno e prospereranno se noi permetteremo loro di esistere. Ma lo potre mo, e lo vorremo? E" facile essere antropocentrici ed antropomorfi con gli altri esseri viventi, s pecialmente quando sono tanto diversi da noi, come nel caso dell"altro regno delle piante. Facile dire di una pianta che dannosa perch armata di spine, o che invad ente perch possiede una buona forza riproduttiva: questi fatti in realt esistono s oltanto nella mente dell'uomo. Da parte mia ho cercato di evitare un punto di vi sta eccessivamente antropomorfo, ma le affinit tra le piante e gli animali inclus o l'uomo si sono rivelate talvolta troppo strette o troppo allettanti perch potes si sfuggire sempre e completamente a questa mentalit che fa dell'uomo il centro d i ogni cosa. Ci sono sempre in giro pi piante di quante ne riesca a scorgere un occhio superfi ciale. L'acqua e il suolo pullulano di piante microscopiche: alcune sono unicell ulari, altre formano raggruppamenti di cellule abbastanza disordinati, si organi zzano poco per volta in strutture che diventano man mano pi sofisticate e visibil i. Anche le piante unicellulari sono elaborate quanto le pi complesse, e come que ste sono dotate di strutture progettate in misura altrettanto mirabile per il ra ggiungimento dei propri fini: proliferano senza sosta e senza limiti. Piante sup eriori si rinvengono dai mari meno profondi alle spiagge, dalle coste fino ai ri lievi montani; l'una o l'altra specie, in un modo o nell'altro, riesce a vivere in quasi tutte le condizioni che si presentano naturalmente sulla terra che anch e noi abitiamo. Solo il 30% circa della superficie del globo costituita da terre emerse, e di queste un 40% ritenuto inabitabile per l'uomo. Tuttavia su gran pa rte di queste terre crescono delle piante. La caratteristica veramente notevole e unica posseduta dalle piante, salvo pochi ssime eccezioni, costituita dalla loro capacit di produrre energia dalla luce. In questo modo le piante provvedono a tutti gli altri organismi viventi. Per la ve rit Cristo sbagliava quando diceva di esse che non tessono e non filano, perch, come ha scritto E. T. H. Corner, le piante tessono, e come, e filano il tessuto della materia viva. Il plankton marino fabbrica cibo per i pesci e i cetacei; piante t errestri di ogni specie nutrono gli animali erbivori e onnivori rifornendoli anc he di vitamine; carnivori marini o terrestri divorano gli erbivori. Davvero tutta la carne fatta d'erba, ed un fatto che la razza umana non pu permette rsi il lusso di scordare. La citazione (tratta dalla Prima Epistola di S. Pietro ) cos continua: e la gloria dell'uomo come il fiore che spunta dall'erba. L'erba i naridisce, e allora il fiore cade. L'evoluzione degli animali non avrebbe potuto verificarsi se prima non fosse avvenuta quella delle piante; negli eoni trascors i a tutt'oggi dal giorno della creazione della vita, il mondo animale e il mondo vegetale non hanno fatto altro che influenzarsi e condizionarsi a vicenda. Le piante dalle quali dipendiamo per avere cibo, nonch moltissime altre specie ve getali, sono state sfruttate, e in alcuni casi sono state sviluppate dall'uomo. Sono spuntate anche piante satelliti che crescono solo insieme alle specie coltiva te. Ma in generale il regno verde nel suo vero modo di esistere selvatico resta del tutto separato dal genere umano, indifferente e talvolta anche ostile nei no stri riguardi. Le piante spuntano, vivono, si accoppiano, fruttificano e muoiono nei loro molti modi diversi, senza mai richiedere alcuna assistenza agli uomini , sebbene molte di loro abbiano sviluppato rapporti con gli animali - in modo pa rticolare con gli insetti - perch le aiutino nei loro accoppiamenti, mentre molte altre approfittano degli animali per disperdersi. Le piante eccellono veramente in questo loro modo di approfittare delle altre fo

rme di vita e di altre circostanze d'ogni genere. Sono meravigliose opportuniste che si servono in massimo grado delle varie combinazioni dell'acqua, dell'aria, del terreno e del clima. Si aggrappano al pianeta, e la loro capacit di colonizz are e d'integrarsi nell'ambiente deriva dalla loro strabiliante differenziazione e variet. Ci sono non meno di una ventina di "classi" diverse di piante. Il numero degli a nimali diminuisce man mano che si risale la scala dell'evoluzione: sul numero co mplessivo delle specie, valutato a un dipresso a 1 milione 125 mila, vi sono sol tanto 4237 specie di mammiferi, 193 specie di scimmie e primati antropomorfi - m entre invece sono relativamente numerose le specie delle piante superiori o fioren ti. Una recente valutazione le ha stimate sulle 226 mila specie, ma possibile ch e assommino a ben 300 mila. Nell'ambito di ogni classe vegetale, e in una certa misura tra i vari gruppi di classi, attivit quali la respirazione, l'alimentazione e la lignificazione presen tano affinit fondamentali, e in molti punti di questo libro ho dovuto formulare i ndicazioni generalizzate delle modalit adottate dalle piante per risolvere i prob lemi vitali. Ma, come gi scriveva Teofrasto nel terzo secolo avanti Cristo, la pia nta in verit una cosa varia e molteplice, per cui difficile descriverla in termin i generali. Pertanto ho inserito degli esempi dovunque era possibile; e se questi talvolta risultano straordinari o bizzarri o anormali, servono comunque a rivel are le attitudini e le risorse incredibili, le straordinarie capacit di adattamen to e di recupero del mondo vegetale. L'aspetto di un platano o di un fico, di un a petunia o di una begonia, di un cavolo o di una pianta di granoturco presumibi lmente abbastanza noto. Ma vi sono piante che la maggior parte di noi non ha pro babilit di vedere, e pertanto meritano di venir considerate con particolare atten zione. Sebbene mi sia dilungato a scrivere delle piante pi recenti e pi evolute, non siam o in grado di capire adeguatamente la loro evoluzione, le loro abitudini di accr escimento, le loro stesse strutture, se non esaminiamo le piante pi arcaiche, pi p rimitive, meno complicate, indipendentemente dal fatto che anche tra queste si o sservano meccanismi estremamente ingegnosi. Molte di queste piante pi semplici so no comunque di vitale importanza nel contesto mondiale, ed alcune tra le pi eleme ntari hanno probabilmente contribuito a salvare la specie umana. Meritano di ess ere considerate per parecchi motivi. Ho gi detto che le piante assomigliano all'uomo sotto certi aspetti, o che almeno le loro invenzioni si possono paragonare alle nostre. E" stato Darwin a scrivere un giorno nel suo diario che conviene studiare gli animali come se fossero piante. Le piante si spostano di rado, ma dispongono di molteplici capacit di movimento, e nelle loro reazioni agli stimoli esterni dimostrano di possedere un loro gene re di percezione. A somiglianza degli animali, anch'esse si nutrono e respirano, si accoppiano ed hanno una prole. Sebbene queste attivit siano interamente progra mmate in risposta a stimoli, a somiglianza di quanto avviene nella maggior parte degli animali inferiori e degli uccelli, succede di rado che una pianta esca sco nfitta da una combinazione insolita o da un concorso di circostanze strane. Nel corso del loro sviluppo, e in fatto di adattabilit, le piante non sono mai st ate superate dagli animali. Davvero, se le piante potessero pensare, ci sarebbe da meravigliarsi delle loro risorse inventive. Esse ci rivelano esempi sofistica ti di applicazione dei principi dell'aerodinamica e dell'idrodinamica, di proget tistica, isolamento, tecnica delle condutture e sistemi di comunicazione interna . Le piante adescano, allettano e illudono gli animali perch essi le aiutino nei lo ro accoppiamenti, ricorrendo spesso a complessi dispositivi meccanici affinch l'a nimale, una volta giunto sul posto, compia, volente o nolente, la funzione richi esta. Alcune piante si comportano esattamente da prostitute a questo scopo, ment re altre si potrebbero definire prestigiatrici. Analogamente esse hanno approntato mezzi - dai pi rozzi ai pi abili e raffinati per far s che gli animali o gli elementi provvedano a disperdere con certezza i s emi o le spore. In altri casi la dispersione avviene grazie a vari ingegnosi dis positivi meccanici basati sull'esplosione, la tensione, la propulsione tipo avio getto, e cos via.

Come se ci non bastasse, molte piante hanno mezzi di diffusione non associati all a riproduzione, per cui si scindono o si abbarbicano per originare nuovi individ ui in modo tale che, geneticamente parlando, si pu dire di alcune specie che sono virtualmente immortali. Le piante non sono prive di vizi e difetti, sia esaminate secondo la nostra visi one distorta che osservate dal loro punto di vista vegetale. Possono pungere e u rticare, graffiare e tagliare; alcune contengono veleni mortali, e un gruppetto di piante in grado d'intrappolare e digerire degli animaletti. Molte si comporta no da parassite nei loro rapporti. In tutti gli aspetti e in tutte le forme di vita, la natura si preoccupa di "com e" agire con successo, o almeno adeguatamente, senza spiegare "perch" faccia una cosa invece di un'altra, o perch esistano date strutture ed abitudini. La natura non fa che sperimentare e cambiare, e a volte sembra rifuggire dai meccanismi pe rfetti e dai principi assoluti. Questo atteggiamento sembra costituire la regola nel mondo delle piante, dove talvolta si ha l'impressione che i cambiamenti avv engano per il puro e semplice piacere di cambiare. Ma noi possiamo solo formular e congetture sul modo in cui si sono elaborati i dispositivi e le strutture dell e piante, o come esse abbiano conseguito la rispondenza allo scopo, anche se in certi casi il mistero supera l'immaginazione dell'uomo. Un aspetto sul quale non mi stancher mai d'insistere il modo in cui la natura affronta i problemi, scommet tendo pro e contro, cio puntando su eventualit opposte, alternative. Ho gi accennato a come l'uomo dipenda dalle piante. Questo fatto ha dato origine, nella minuscola frazione di tempo impiegata dall'uomo per civilizzarsi, a uno smi surato controllo sulle piante ad opera dell'uomo stesso. L'uomo le moltiplica ar tificialmente, le coltiva perch crescano al massimo, e in particolare le selezion a e le alleva perch diano grossi raccolti ed acquistino altre propriet desiderabil i, spesso producendo ceppi che non sopravviverebbero allo stato selvatico. In un numero crescente di casi ormai in grado di regolare anche la crescita delle pia nte, dalla germinazione in poi: le rimpicciolisce e le ingrandisce, le obbliga a produrre fiori e frutti ad epoche prestabilite. Sebbene in natura gli animali si rivelino solo di quando in quando notevolmente nocivi alle piante - infatti di solito si stabilisce un equilibrio -, la coltiva zione operata dall'uomo rende le piante pi sensibili agli attacchi degli animali nocivi ed anche alle malattie. Perci l'uomo escogita metodi adatti non solo a far crescere le piante in dimensioni pi lussureggianti, ma anche a proteggerle nel m iglior modo possibile dai loro nemici: battaglia che ben lungi dall'avere vinto. Al tempo stesso l'uomo incredibilmente noncurante delle risorse naturali. Per qu anto riguarda le piante, vi eleva sopra delle costruzioni, o pratica scavi sotto le loro radici, le taglia e abbatte o brucia quando le incontra sulla sua strad a, segnatamente per far posto alle piante artificiali di cui la popolazione in a umento ha crescente necessit. Anche in quest'ultimo caso sfrutta eccessivamente i l suolo e i pascoli naturali, di modo che alla fine, per l'estremo disagio, poss ono soccombere anche le erbacce - questi reprobi del mondo vegetale -, dando per risultato finale il deserto. Tuttavia, a breve o a lunga scadenza, la capacit di ricupero del regno vegetale n el complesso ragguardevole. Le piante riescono a nascondere i monumenti dell'uom o in un tempo sorprendentemente breve, a ripopolare un atollo devastato da una b omba atomica, e in un modo o nell'altro cercheranno di rispuntare su una steppa che stata fatta oggetto di pascolo eccessivo, o in un'area quasi desertica. Tutti questi aspetti, sui quali mi sono brevemente intrattenuto, costituiscono i temi fondamentali del presente libro, che cerca di spiegare e di descrivere il mondo ubiquitario delle piante che tanti di noi ritengono ovvio, e con il quale tuttavia dobbiamo collaborare se intendiamo sopravvivere, magari anche rallegran doci dell'ambiente che ci circonda. Lo studio delle piante in condizioni natural i costituisce un aspetto dell'ecologia e dello studio dell'ambiente, per usare q uesti termini ora tanto di moda. Cominciamo a renderci conto che ogni cambiament o apportato al nostro ambiente comporta di conseguenza una serie di ulteriori ca mbiamenti, che sono spesso di cattivo auspicio per noi stessi, per la vita natur ale e per la stessa sottile superficie della terra. Infatti le nostre risorse so no sorprendentemente esigue. La biosfera in cui si trova la vita che caratterizza

il nostro pianeta, anche comprendendo gli estremi delle montagne pi alte e delle profondit oceaniche, lo strato pi sottile di tutti, e il suo spessore stato parago nato, come comparativamente equivalente, a quello di una mano di vernice su un p allone da football. Ahim, di rado il nostro intervento sul mondo verde determina cambiamenti favorevo li alle piante; riesce difficile agli uomini migliorare la natura. Ma va detto f rancamente che "dobbiamo" cercare di capire questo mondo e di valutare le conseg uenze dei nostri interventi su di esso. Dobbiamo vivere del reddito della terra, per cos dire, come se dovessimo sopravvivere a lunga scadenza. Vi sono dei modi di collaborare con il mondo selvatico, tali da assicurarci non solo il soddisfac imento delle nostre esigenze materiali e il rifornimento di certe materie prime, ma anche il nostro benessere. Un giardino pu rappresentare uno spettacolo gradev ole, e una pianta verde sul davanzale pu riposare l'occhio di un impiegato o di u na casalinga. Ma le ampie distese di un paesaggio naturale incontaminato - con l e piante, gli animali e cos via - hanno certo maggiori possibilit di ristorare i n ostri animi stanchi e depressi, e di tenerci in buona salute. Capitolo 2. COME AVVENGONO I MUTAMENTI. Molte specie... cominciarono ad esistere contemporaneamente il terzo giorno della creazione, diverse l'una dall'altra e destinate a restare tali. Gli eminenti bot anici Hooker ed Arnott scrivevano queste parole nella loro "Flora", un'opera pub blicata nel 1860, l'anno stesso in cui Charles Darwin e Thomas Henry Huxley face vano saltare il mito secondo il quale l'attuale ordinamento della vita altro non era se non il risultato di una creazione simultanea, avvenuta nell'anno 4004 av anti Cristo (un anno dopo la pubblicazione dell""Origine delle specie"). Il mondo vegetale come lo vediamo oggi costituito da molti organismi di genere a ssai diverso. Il legame che lo unisce la clorofilla - grande invenzione del crea to, e molla principale di questo libro -, un pigmento che si serve dell'energia solare per trasformare l'anidride carbonica e l'acqua in sostanze nutrienti nel corso di un processo detto "fotosintesi". Per altri aspetti le piante possono se mbrare diverse tra loro quanto le oche selvatiche e i cavalli nel regno animale. Esse tuttavia si possono ordinare, sia pure grosso modo, in un albero genealogi co, disponendole secondo un ordine di complessit crescente che in linea di massim a rappresenta una misura dell'evoluzione, o dello sviluppo. Non giusto - anzi, un'autentica falsificazione - disporre gli organismi odierni secondo un ordinamento lineare, ritenendo che ogni gruppo pi semplice ne origini un altro pi complesso. I gruppi di piante esistenti oggigiorno vanno considerati come rami sporgenti da un tronco centrale suscettibile di sviluppo. Ai piedi di questo tronco si trovano tre rami laterali - i batteri, i funghi e i virus eleme ntari, che fino ad epoca abbastanza recente si credeva fossero solo elementi chi mici in moltiplicazione autonoma, mentre non v' dubbio che siano una forma di vit a - ed anche molto aggressiva - forse passata alla vita parassitaria da una fase precedente di organismi leggermente pi complessi. Il tronco principale del nostro albero evolutivo vegetale sale passando per le a lghe (ad esempio quelle marine); a livelli progressivamente pi elevati si ramific ano le briofite (come i muschi e le epatiche), le felci, le gimnosperme (come ad esempio le conifere), e infine le angiosperme o piante provviste di fiori. A ne ssun livello sarebbe possibile ravvisare il punto di transizione da un gruppo al l'altro. A somiglianza di quanto si osserva per gli animali, anche il regno vege tale pieno di anelli mancanti. Qua e l possiamo indicare strette affinit, o avanza re l'ipotesi che una data pianta si trovi pi o meno tra due gruppi, ma il ponte c he costituisce il collegamento effettivo tra un gruppo e quello successivo resta oggetto di congetture. Alcuni dei gruppi che vediamo oggi possono mostrare una stretta somiglianza con i loro antenati; dal che potremmo presumere che certe linee non hanno pi subito n otevoli mutamenti da molti milioni di anni. Sebbene ci possa corrispondere parzia lmente a verit per le caratteristiche esterne, le piante pi semplici sono senz'alt ro fossili viventi, si adattano a circostanze esterne che sono andate soggette a

d ampie mutazioni nel corso dei millenni, e questa loro plasticit rappresenta un fattore di grande importanza nell'evoluzione. Come possiamo sapere qualcosa dello sviluppo degli organismi durante l'arco dei milioni di anni trascorsi? In modo semplicissimo: dagli archivi delle rocce, cio dai fossili situati a vari livelli di profondit, cui i geologi hanno dato un nome dopo averli faticosamente recuperati. Come mostra lo schema a pag. 36 [fig. qui omessa], il livello pi antico, o Precambriano, terminato circa 570 milioni di an ni fa, e risale nel tempo fino a rocce di tre miliardi e mezzo di anni fa e fino alla formazione stessa della Terra, circa un altro miliardo d'anni prima. I pro gressi della tecnica microscopica e l'analisi chimica altamente specializzata de lle rocce hanno consentito di accertare che pi di tre miliardi di anni or sono es istevano gi organismi capaci di fotosintesi. Man mano che le piante aumentavano di dimensioni e diventavano piante superiori, lasciavano delle loro parti nelle rocce - foglie, germogli, pigne, semi, spesso conservati pi o meno al completo per l'avvenuta carbonizzazione in strati di fan go. Bisogna sempre tener presente la casualit di un avvenimento del genere, ricor dando che foglie e steli e parti di legno hanno probabilit molto maggiori di cons ervarsi che non i fragili fiori ed analoghi frammenti, facilmente decomponibili. E" abbastanza curioso il fatto che i minuscoli granuli di polline, con il loro indistruttibile rivestimento protettivo, possano durare praticamente all'infinit o, fornendo cos un mezzo infallibile per attestare la presenza di una pianta erog atrice di polline in una data epoca e in un dato posto. La differenza tra i repe rti di polline e i grossi fossili risulta dal lavoro effettuato su parecchie mig liaia di metri cubici di sedimenti del Terziario e del Cretaceo nel Venezuela e nel Borneo, che hanno fornito una registrazione particolareggiata del polline, m a virtualmente nessun macrofossile. Conviene pure ricordare che stagni e paludi conservano i resti vegetali molto pi efficientemente delle terre emerse, dove tali resti vengono asportati dall'azion e dei venti e dell'erosione, di modo che la registrazione dei fossili pu favorire piuttosto le piante degli acquitrini e del fango, che non le specie montane e d eserticole. Perci la paleobotanica consiste in parte nell'osservazione e nell'ana lisi dei reperti, e in parte nella deduzione e nell'indagine comparata di quanto si sa ormai con certezza, in base a conclusioni parallele. Conviene pure tener presente che anche la registrazione pi antica di un fossile pu essere avvenuta qua ndo la pianta era ormai molto diffusa, e non al momento della sua prima comparsa . La diversit delle piante e i continui cambiamenti sottintesi da tale diversit soll evano necessariamente la questione di come funzioni l'evoluzione. Essa opera anz itutto con l'accorgimento della riproduzione sessuata, che provvede a ricombinar e regolarmente i caratteri genetici. Le caratteristiche di un organismo qualsiasi derivano dagli elementi di programm azione noti con il nome di geni, veicolati su strutture simili a bastoncelli, de tte cromosomi, che si trovano entro le cellule. I cromosomi sono raccolti entro un nucleo in tutti gli organismi, salvo che in quelli molto primitivi. La strutt ura chimica fondamentale di un cromosoma molto simile in tutto il regno animale e vegetale. L'evoluzione di ogni organismo - il progresso nel senso di una sempr e maggiore complessit, o semplicemente la sua capacit di resistere al mutare delle circostanze - dipende inizialmente dalla ricombinazione di tale materiale genet ico. Per avere la garanzia di questo risultato bisogna rimescolare il materiale il pi spesso possibile, e questo risultato si ottiene con la riproduzione sessuata. Non pu avvenire nessun rimescolamento con la semplice divisione. Nella riproduzi one sessuata i gameti dell'uno o dell'altro genitore - ognuno con un corredo di cromosomi (aploidi) - si fondono producendo una generazione, come nel caso del sem e comune, caratterizzata da due corredi di cromosomi (diploidi). Parallelo a questo rimescolamento dei caratteri l'altro meccanismo fondamentale dell'evoluzione, cio la capacit dei geni (gli elementi dell'ereditariet che determi nano i caratteri dell'organismo interessato) di mutare, di fare uno scherzo, come dicono i giardinieri. La mutazione comporta un cambiamento, pi spesso di piccola entit, ma talvolta notevolissimo, nelle caratteristiche controllate dal gene inte ressato. Per mutazione casuale il rimescolo dei caratteri fornito ed assicurato d

al normale scambio di geni dei due genitori nella riproduzione sessuata riceve l a possibilit della variazione, e con il passare del tempo le possibilit e le mutaz ioni vanno a cifre astronomiche. Questa eventualit accentuata dal fatto che, sebb ene un gene individuale sia associato ad uno o a parecchi caratteri specifici, l a sua influenza effettiva su questi caratteri risente degli altri geni interessa ti; di modo che i cambiamenti vengono controllati da un complesso di geni. Qualc osa come una decisione collettiva. Questi complessi di geni contribuiscono ad at tenuare gli effetti delle mutazioni e a rendere graduali, piuttosto che improvvi si, i mutamenti dei caratteri. La mutazione pu verificarsi anche nella riproduzione asessuata, ed di portata mas sima se l'organismo - ad esempio un batterio - appartiene a quelli che si moltip licano con estrema rapidit. Alcuni scienziati moderni ritengono che la riproduzio ne sessuata in realt non sia indispensabile, e che l'evoluzione potrebbe essersi verificata per sola mutazione. Ma non questa la sede adatta per addentrarci in t ale disamina, ed io mi sono attenuto alle vedute ortodosse. La causa delle mutazioni di solito oscura; pare che sia un tipico difetto intern o che si pu paragonare a un inconveniente casuale, come quando salta il dente di una rotella d'ingranaggio in un orologio. Sembra possibile che anche stimoli est erni quali i raggi cosmici possano colpire i geni; sicuramente le radiazioni art ificiali produrranno delle mutazioni. Una delle dimostrazioni pi notevoli di ques ta possibilit data dai faggi europei contorti. I rami di questi alberi si torcono come serpi e spesso si congiungono al tronco o ad altri rami. Sono tutti pressa ppoco coetanei, e si trovano in Danimarca, in Germania, nella Francia settentrio nale e in Gran Bretagna, per lo pi in piccolo numero entro un assembramento di al beri normali. Il particolare degno di nota sta nel fatto che queste localit si tr ovano in linea retta, e l'ipotesi di spiegazione avanzata che un meteorite radio attivo, passando su queste localit circa un secolo fa, abbia influenzato gli albe relli che si vennero a trovare immediatamente sotto di lui. E" un dato abbastanz a curioso che la forma contorta venga riprodotta dai semi provenienti da questi alberi influenzati. Le mutazioni avvengono sostanzialmente a casaccio. Per la maggior parte sono sen za conseguenze o chiaramente dannose all'organismo; solo poche sono benefiche. Q uelle dannose vengono soffocate dalle misure di controllo esercitate dai comples si di geni; nel caso che siano effettivamente distruttive, probabile invece che il singolo organismo interessato perisca. Le mutazioni benefiche vengono assimil ate. Questa l'essenza del processo di selezione naturale, espressa in forma ultr asemplificata da Herbert Spencer come la sopravvivenza dei pi adatti (tanto spesso citata a sproposito nel senso dei pi adatti di tutti). Un dato gene pu mutare con una frequenza di 1 su 2000 individui, siano essi piant e o insetti o mammiferi, ma il tasso medio di mutazione dell'ordine di 1 su 1000 0 fino a 1 su 100 mila. Questo un tasso adeguato affinch i mutamenti vengano assi milati sulla scala del tempo dell'evoluzione, e affinch la sempre crescente varia bilit dell'organismo si riveli utile. I periodi caratterizzati da condizioni uniformi tendono a favorire lo "status qu o". Ma quando le condizioni cambiano, sopravviveranno le piante in grado di muta re pi rapidamente per adattarsi, mentre si estingueranno quelle a lento tasso di mutazione. Viceversa si pu dire che proprio nelle condizioni o negli habitat pi dif ficili avvengono pi rapidamente nuovi progressi. Le nuove condizioni creano occasi oni nuove per le piante adattabili, come quelle che resistono agli habitat monta ni e desertici creati da sconvolgimenti biologici e climatici. Le nuove condizio ni non si limitano soltanto a sconvolgimenti del tipo citato. Ad esempio, l'asce sa sulla scena mondiale degli animali erbivori ha esercitato un profondo influss o sul regno delle piante, segnatamente nel senso che ha ridotto le foreste ed ha accresciuto le praterie e le savane composte in gran parte da erbe. Quando cambiano gli ambienti, le piante devono evolvere o restare statiche, il c he significa avviarsi verso l'estinzione, come il caso del venerando pino americ ano a pigne ispide, o del ginkgo. Negli animali spesso chiara una successione o uno sviluppo lineare, come nel cas o del cavallo, e si pu affermare con Gavin de Beer che la selezione, e non la muta zione, determina la direzione dell'evoluzione. In termini animali la mutazione ca

mbiamento e, ricorrendo a un'altra citazione, nessun gene mutante ha la minima pr obabilit di mantenersi contro una selezione avversa di grado anche minimo. La sele zione infatti avveduta ed intenzionale, non assomiglia al gioco della roulette, sebbene sia stata definita un meccanismo per fabbricare un grado altissimo d'impr obabilit. Effettivamente, quanto pi una forma di adattamento complessa e particolar eggiata, tanto pi improbabile che abbia potuto verificarsi per puro caso. H. J. M uller ha fatto il conto delle mutazioni benefiche casuali che occorrerebbero ad un'ameba per evolversi in cavallo. La cifra era dell'ordine di un migliaio eleva to alla potenza di un milione, tale che nemmeno i milioni d'anni trascorsi da qu ando le amebe hanno cominciato ad esistere potrebbero iniziare a contenerla. Ci n onostante abbiamo i cavalli, per cui pare proprio che selezione e finalit abbiano potuto fare a meno del puro caso. Ma con le piante ci si trova costretti a chiedersi se non si sia verificato un p rocesso alquanto diverso. Esistono due livelli d'evoluzione da tenere in conside razione: quello generale e quello specifico. Nel primo esistono certamente tende nze generali di adattamento, quali la tendenza all'ultrasucculenza in condizioni di vita aride - e tuttavia si osservano piante ultrasucculente che vivono porta a porta con erbe sprovviste di adattamenti speciali. E qual il punto cruciale di tutta la variazione della forma delle foglie? Specialmente quando si cerca di an alizzare perch esistano tali differenze tra fiori di famiglie diverse, ci si rend e conto della variet di soluzioni che sono state trovate per risolvere un numero limitato di problemi, del rimescolamento caleidoscopico di poche parti ripetute, tale da ricordare gli scambi delle posizioni dei giocatori in una partita di ca lcio. Spesse volte riesce impossibile immaginare come abbia potuto prendere il v ia tale processo di selezione per arrivare ai caratteri che oggi hanno una funzi one - ad esempio il fiore di un'orchidea impollinata dalle api, che imbroglia a tal punto un insetto maschio da riuscire a fargli credere che il fiore sia una f emmina pronta all'accoppiamento. Riesce quasi impossibile pensare che i cambiame nti intervenuti nelle orchidee primitive, nel senso di questa mimetizzazione, poss ano aver avuto qualche valore funzionale man mano che si verificavano, e se allo ra funzionava la selezione naturale c' da chiedersi perch non abbia messo in opera i dispositivi di soppressione. Tuttavia i biologi evoluzionisti pi convinti si dichiarerebbero d'accordo - salvo i riferimenti al Creatore - con C. K. Sprengel, che scriveva nel 1787 di essere persuaso che il saggio Creatore della natura non abbia creato un solo capello se nza un suo particolare scopo. Ma devo lasciare questo terreno probabilmente controverso. Qualunque ne sia la c ausa, non c' dubbio che le mutazioni tendono a sommare i progressi e ad orientare u no sviluppo, una volta iniziato. E" possibile dimostrare che tali progressi tend ono a muoversi secondo le linee di minore resistenza e, come dice W. F. Ganong, q uesto significa che quando il cambiamento di una condizione ambientale susciter l a necessit di esplicare qualche nuova funzione, essa verr assunta dalla parte casu almente pi disponibile allo scopo in quel momento, indipendentemente dalla sua na tura morfologica - sia perch succeder a quella parte di avere gi una struttura pi ri spondente alle esigenze della nuova funzione, sia perch si sar liberata dalla prec edente funzione per le mutate abitudini, o per qualche altra ragione non morfolo gica. Le tendenze evolutive sembrano indirizzarsi spesso alla semplificazione degli or gani per riduzione. Cos i fiori sprovvisti di petali probabilmente si sono evolut i da quelli a molti petali, e i fiori unisessuati dai bisessuati o ermafroditi. Contemporaneamente pi organi ridotti si possono produrre su ogni singola pianta, e analogamente dopo tali riduzioni pu accadere che parecchi organi ridotti si com binino formando una nuova struttura complessa, come il caso dei meccanismi utili alla dispersione dei semi delle erbe. Pu svilupparsi un corredo d'organi, mentre altri rimangono inalterati o possono anche degenerare. Man mano che procede lo sviluppo in un gruppo di piante imparentate, pu avvenire l'ibridazione tra i membri pi primitivi e quelli pi progrediti di un dato gruppo; ci origina complesse combinazioni ed altre innumerevoli occasioni di variazioni e miglioramenti. In ogni caso popolazioni originariamente simili potranno disperd ersi geograficamente quando tenderanno a divenire separate fisicamente, cio per l

e caratteristiche fisiche. Barriere come oceani, catene montuose e deserti potra nno dividere una popolazione e creare nuove razze geografiche, la materia prima con cui si formano specie o entit nuove: basta considerare le osservazioni origin ali di Darwin alle isole Galpagos sui fringuelli e le tartarughe giganti, per con statare come una piccola separazione geografica sia bastata a produrre nuove cir costanze e di conseguenza specie diverse. In una massa terrestre molto isolata c ome l'Australia, si verificano divergenze massicce e compaiono famiglie uniche d i piante, come pure di animali. Si pu anche notare come piante di ascendenza assai diversa, come i cacti american i e le euforbie africane, si evolvano in habitat affini nello stesso modo strutt urale, e formino due gruppi di piante grasse in grado di resistere alle condizio ni di aridit. Questa viene chiamata evoluzione parallela. Organi di riserva come i tuberi si sono evoluti ripetutamente, ogni volta che se ne presentata la neces sit, dai gruppi primitivi come ceratofilli ed equiseti fino a molte piante fioren ti. Anche l'abitudine parassitaria si evoluta in parecchie occasioni diverse. Come si gi detto, le condizioni di staticit tendono a rallentare il tasso di mutaz ione, mentre in alcuni casi si raggiunge un equilibrio, evidentemente dove si ve rifica l'eliminazione selettiva delle mutazioni. Cos ad esempio le conifere, dopo essersi evolute attivamente per molti milioni di anni, restano virtualmente ina lterate da ormai 70 milioni di anni. A volte, specialmente quando nuove linee si irradiano da un antenato non specializ zato, i tassi di mutazione potranno essere altissimi; stato calcolato che in dat e circostanze una nuova specie vegetale potr evolversi entro un lasso di 50-100 g enerazioni. Il termine specie pu rendere necessaria una definizione. Esso si riferisce a una po polazione di organismi singoli che hanno una discendenza fatta a loro stretta im magine e somiglianza, che presentano analogie di struttura, abitudini, forma e c olore dei fiori, e cos via, dove tutti o alcuni dei caratteri sono diversi. Quest a popolazione di norma non s'incrocia con nessun'altra. I limiti entro i quali u na specie diversa da quelle imparentate variano notevolmente da una famiglia all 'altra; essi non sono del tutto immutabili, e il concetto conduttore pu consentir e alcune variazioni come nel colore e nelle dimensioni dei fiori. Inoltre, come probabilmente ha fatto capire questo capitolo, una specie non altro che la fase momentanea di un processo che non finir mai. Le fasi precoci della separazione po ssono indurre un botanico a definirle alla stregua di diverse variet di popolazion i, sebbene siano della stessa specie. Comunque dobbiamo sempre ricordare che il concetto di specie corrisponde a una d istinzione operata dall'uomo, e i criteri adottati per distinguere una popolazio ne di piante da un'altra variano a seconda della mentalit dei botanici che effett uano le ricerche tassonomiche. La specie costituisce per un concetto essenziale p er trattare e considerare le piante ad ogni livello. Molto recentemente ci si accorti anche che piante di uguale aspetto, che possono perfino avere lo stesso numero di cromosomi - caratteristica utile a scopi diag nostici per lo scienziato - possono comportarsi in modo affatto diverso. Piante che secondo ogni apparenza appartengono alla stessa specie, possono avere forme diverse per notevoli o basse altitudini sul livello del mare, forme che rispetti vamente non possono vivere nell'habitat delle altre, o che vivono a diverse lati tudini, di modo che variano per loro il tempo di fioritura e la lunghezza del gi orno occorrenti per assicurare la fioritura stessa. Queste entit mostrano tendenza ad avere forme intermedie, e questo fatto rende se mpre pi difficile il compito di definirle, salvo che alle ali estreme dello schie ramento. Per questi motivi si parla abitualmente di loro come di razze geografic he. Possono anche svilupparsi - rivelando talvolta un'evoluzione rapidissima - altri tipi di razze superficialmente simili. Cos nella valle dello Swansea, nell'inter vallo di tempo di duecento anni, si sono evolute razze vegetali che tollerano la presenza di metalli sui cumuli dei rifiuti di fonderia; e piante cresciute al r iparo di recinzioni di filo metallico galvanizzato nella regione del Breckland m ostrano di essere diventate resistenti allo zinco dilavato sopra di esse nell'ar co di tempo di 35 anni.

Sorge un problema quando si pu dimostrare che una pianta cambia lentissimamente m a sicuramente nel proprio ambito geografico. In tal caso si possono dare diversi nomi specifici alle forme dei settori estremi, ma il centro dello schieramento composto di forme intermedie. Tale ambito noto con il nome tecnico di "cline", v ocabolo coniato da mio padre Julian Huxley. Vediamo pertanto che l'evoluzione compie un esperimento dopo l'altro, effettuand o all'occasione sondaggi di prova, e risolvendo infine i problemi ambientali, pe r cui le piante riescono a vivere praticamente in qualsiasi tipo di habitat e di combinazione di condizioni esterne. A un altro livello le piante fiorenti hanno elaborato con tecnica da virtuosi uno spiegamento di variazioni specifiche sul tema della forma delle foglie, delle abitudini, e in particolare della struttura dei fiori. Tuttavia possiamo anche constatare che i risultati finali spesso si assomigliano sorprendentemente in gruppi affatto diversi tra loro e in condizion i ambientali molto differenti, non solo per quanto riguarda la funzione, ma anch e relativamente al loro posto nell'ambiente o ecosistema. Un giudizio sul valore attribuibile ai caratteri e alle funzioni che si ritrovano nel mondo animale de ve attenersi, a mio avviso, a modelli affatto diversi nel mondo dei fiori, se ve ro che in quest'ultimo caso ci troviamo al cospetto di qualcosa che va molto olt re le esibizioni gratuite. Siamo tentati di postulare dietro a questa manifestaz ione una forza naturale dinamica - analoga a quella che Henri Bergson ha chiamat o l'lan vital - che produce incessantemente e all'infinito le sue novit grazie alle mutazioni su larga scala - qualcosa come un guazzabuglio cosmico, un innato biso gno orgiastico di cambiamenti e di variazioni. Ma in linea di massima possibile spiegare ogni fenomeno in modo adeguato, senza alcun bisogno di personificare l' evoluzione, in termini di mutazione e ricombinazione di caratteri, ovvero nei te rmini dei due fattori essenziali nelle modalit di cambiamento di tutti gli organi smi viventi. Capitolo 3. DALLA CELLULA ALL'ALBERO. E" ormai quasi certo che la vita cominciata nell'acqua, nei mari che si formavan o man mano che il vapore acqueo si condensava attorno ad una terra formata di re cente e in corso di raffreddamento. Si possono immaginare questi mari come una zu ppa ricca di sostanze minerali, nella quale, con l'aiuto dell'energia solare, si poterono sviluppare molecole organiche complesse, e specialmente aminoacidi indi spensabili per la formazione delle proteine. A un certo punto le condizioni fisi cochimiche e i livelli energetici furono tali che scocc la scintilla della vita, caratterizzata dalla capacit di automoltiplicarsi. Probabilmente essa scocc molte volte, con l'intermezzo d'insuccessi causati dalla decomposizione delle molecole . La reazione finale coronata da successo port, a quanto si crede, alla formazione di un organismo in grado di dividersi per riproduzione autonoma, e di una membra na avvolgente che racchiudeva il suo chimismo, ma consentiva alle sostanze nutri enti di entrare per osmosi. Un batterio costituito da una cellula semplice di qu esto tipo. Per usare i minerali occorrenti al ricambio e alla moltiplicazione pe r scissione, questi organismi avevano bisogno di una fonte d'energia. Oggi le pi ante usano l'ossigeno per il loro fabbisogno energetico, ma questo elemento era scarso nell'atmosfera primitiva, in origine composta in larga misura di metano e ammoniaca, con presenza di anidride carbonica, ma non di ossigeno libero. Saran no stati usati anche altri elementi, e probabilmente lo zolfo fu una delle pi imp ortanti fonti di energia; vi sono ancor oggi batteri che ossidano lo zolfo. Il c arbonio veniva loro fornito da materia organica formata chimicamente. La seconda grande invenzione della creazione fu quella della clorofilla, un pigm ento che permise agli organismi di produrre cibo con l'aiuto dell'energia solare . Gli organismi pi arcaici provvisti di tale pigmento, di cui abbiamo conoscenza, sono le alghe verdiazzurre, che per il resto assomigliano molto ai batteri e si crede anzi che abbiano un antenato in comune con questi. (Alcuni odierni batter i contengono clorofilla.) La comparsa di queste alghe avvalora l'ipotesi di un a mbiente ossigenato. E" possibile che l'ossigeno si sia generato per processo bio

logico o per dissociazione del vapore acqueo operata con il concorso della luce. Qualunque ne sia l'origine, un'atmosfera ossigenata procur uno strato di ozono, che provvede tuttora ad assorbire i micidiali raggi ultravioletti e permette la colonizzazione dell'acqua superficiale. L'energia disponibile aumenta di venti v olte per l'ossigeno utilizzato nella traspirazione. I batteri e le alghe verdiazzurre hanno materiale genetico portatore di caratter i come tutti gli altri organismi, ma in creature cos elementari esso si trova dif fuso nelle cellule. Nel successivo balzo evolutivo - al quale sono occorsi, seco ndo i calcoli, 1,8 miliardi di anni - questo materiale verr per lo pi confinato e compresso entro un nucleo. Allo stesso modo la clorofilla si trova diffusa nell' alga verdeazzurra, mentre nelle alghe pi sviluppate e in tutte le altre piante si trova confinata in corpuscoli lenticolari detti cloroplasti. E" stata avanzata l'ipotesi che i cloroplasti siano i discendenti delle alghe verdiazzurre che son o penetrate nel corpo degli animali elementari, coesistendovi in simbiosi: una c onvivenza in cui ogni organismo beneficiava dell'altro. Questa situazione indubb iamente continua anche oggi, e viene esaminata dettagliatamente nel capitolo 22. Infine le alghe persero ogni parvenza d'indipendenza. Allo stesso modo si riten uto che i mitocondri - altri corpuscoli contenuti nelle cellule tanto vegetali c he animali, che partecipano alla respirazione delle cellule e le riforniscono di energia - siano i discendenti di alcuni batteri che abitavano in simbiosi negli organismi primitivi. Una volta cominciata l'esistenza di organismi che utilizzavano l'energia solare - autotrofi, come vengono chiamati - fu aperta la strada agli organismi predator i degli autotrofi, dal momento che questi trovavano gi bell'e pronto il materiale necessario a fabbricare il loro corpo e a produrre energia. Il detto per cui ogn i carne fatta d'erba acquist cos il suo significato fin dai primi giorni. Sembra ce rto che tale secondo livello d'attivit nella trama alimentare aumenti la diversit de lle specie al livello originario, e che questo principio del brucare abbia accresc iuto le specie autotrofe in quei giorni primordiali, come ha fatto con specie mo lto pi progredite in epoche successive. La mobilit spontanea costitu un altro esperimento delle creature unicellulari, e a nche oggi possiamo vedere animaletti unicellulari verdi ed incolori - superficia lmente assai simili - che si assicurano la propulsione nuotando con l'aiuto di f lagelli schioccanti con movimenti di frusta, o a mezzo di ciglia. Sono i compone nti pi cospicui del plankton marino, che vivono fianco a fianco negli strati supe rficiali, e rappresentano la principale fonte di cibo per molti pesci ed anche p er alcuni cetacei. C' da chiedersi se qualche antenato fosse in grado di effettua re la fotosintesi quanto d'ingerire una preda; il solo possibile discendente att uale, l'Euglena unicellulare, in grado di vivere senza la sua abituale clorofill a. Una volta che cominciarono ad esistere queste piante ed animali primitivi, i batteri cominciarono presumibilmente a cibarsi dei loro corpi in decomposizione dopo la loro morte, e ad un certo momento cominciarono ad aggredirli mentre eran o ancora in vita, come continuano a fare tuttora. Alcuni batteri, come il Rhodos pirillium porporino delle coste tropicali, sono in grado tanto di effettuare la fotosintesi quanto - al buio - di ricavare energia dalla sostanza organica in de composizione. A questo punto, quindi, la divisione tra pianta ed animale risulta sfumata; un o sservatore non avrebbe avuto la possibilit di prevedere lo sviluppo delle piante, ma avrebbe potuto supporre come risultato pi probabile un organismo mobile sempr e pi complesso. Le alghe verdiazzurre sembrano riunirsi in comunit quasi per caso; non c' quasi nessuna comunicazione tra una cellula e l'altra. Per due miliardi e mezzo di anni fa cominciarono a fare la loro comparsa certe alghe filamentose filacce che avevano la larghezza di una cellula - ed altre strutture. Le piante mobili si svilupparono effettivamente in colonie multicellulari quali la moderna Volvox, che ha propulsione autonoma e riunisce in s molte funzioni. Pare comunqu e improbabile che siano mai cresciute oltre questa ridotta dimensione di circa u n millimetro di diametro; si congetturato che il sistema di ricambio di assembra menti mobili di maggiori dimensioni sarebbe diventato instabile. Ad ogni modo lo sviluppo delle piante s'indirizz nel senso dell'immobilit, in quel momento ancora galleggiante, in cui l'energia prima spesa nel movimento veniva dirottata a van

taggio del maggiore accrescimento e di migliori capacit di riproduzione. Per svil uppare queste ultime auspicabile una struttura multicellulare con cellule aventi funzioni diverse. Che fosse essenziale o no, cominci allora la riproduzione sessuata, che segnava u n miglioramento rispetto alla moltiplicazione per scissione o per gemmazione. Ho gi descritto come si fondano i gameti sessuati provenienti da ciascun genitore; ogni gamete fornito di un corredo di cromosomi (gameti aploidi) e la risultante di due corredi (diploidi). Nelle piante superiori il processo sessuato relativam ente breve e viene compiuto da organi aploidi transitori (come avviene nei fiori ), portati da una pianta diploide a vita relativamente lunga; invece nella maggi or parte delle piante inferiori esistono due generazioni distinte. Questo solo fatto ingenera dubbi in chi considera la parola inferiore come uguale a pi semplice, perch il dualismo dei cicli vitali di queste piante pu essere compless o. Essi comportano una generazione diploide asessuata, la generazione portatrice di spore, o "sporofito", distinta da quella aploide sessuata, portatrice di gam eti, o "gametofito". Lo sporofito produce spore in via asessuata. Queste minusco le spore, composte di una sola cellula, sono in grado di germinare, e quando ger minano originano la generazione sessuata. Perch due generazioni? Sembra che le spore rappresentino il prolungamento logico della gemmazione di piante molto semplici quali i lieviti, che consente alle pia nte multicellulari di continuare a produrre gemme riproduttive unicellulari. Le sp ore sono progettate in modo da garantire una facile dispersione, e resistono spe sso all'ostilit delle condizioni esterne, mentre la riproduzione sessuata spesso aleatoria, specialmente nelle piante pi arcaiche come le alghe marine, i cui game ti devono nuotare nell'acqua in movimento. Il sesso da principio fu quasi solamente un esperimento. Come al solito la natur a punt in tutti i sensi, provvedendo a uno strumento alternativo per garantire la dispersione e la continuit. E" degno di nota il fatto che lo sporofito abbia ass ai spesso maggiori dimensioni e vita pi lunga che non il gametofito; nelle piante superiori lo sporofito e i semi diploidi che risultano dall'accoppiamento provv edono alla continuit di tutta la vita. Un tasso lento di evoluzione si pu associare sovente a metodi poco progrediti di riproduzione sessuata. Anche l'accoppiamento evita i sistemi relativamente poco soddisfacenti di molte alghe filamentose, in cui ogni cellula produce spore ridu cendo la pianta originaria a uno scheletro, uno scheletro vuoto. La persistenza del genitore - dove solo alcune parti sono impegnate nella riproduzione - assicu ra la continuit se insorgono condizioni quali la torbidit dell'acqua a rendere dif ficile la sopravvivenza della spora. Tanto gli sporofiti quanto i gametofiti all 'occasione possono moltiplicarsi anche con mezzi affatto asessuati, quali la div isione, la produzione di stoloni, e cos via. A questo punto pu essere utile un semplice schema per indicare la scala cronologi ca dell'evoluzione, con le diverse epoche distinte con nomi ed et approssimate. Q uando si tiene presente che tutta l'evoluzione dell'uomo nella sua forma attuale ha impiegato meno di un milione di anni - periodo rappresentato sul diagramma s olo dallo spessore di una linea - si riesce ad avere un'idea delle ere smisurata mente lunghe che sono dovute trascorrere perch i progressi pi insignificanti potes sero sommarsi in mutamenti di vasta portata. Lungo la scala cronologica indicata la comparsa iniziale dei gruppi pi cospicui d i animali e di piante, cos come ci viene rivelata dall'archivio dei fossili. La s cala di misura del tempo passato tale che la maggior parte dello schema illustra l'ultimo quinto della storia biologica della Terra, circa 500 milioni di anni, nel corso dei quali avvenuta la massima parte dei progressi evolutivi, dopo un p eriodo incredibilmente lungo caratterizzato da pochissimi cambiamenti. L'era Pre cambriana, caratterizzata da tutte le piante, aveva un certo numero di nicchie dif ferenti, cosicch non c'era bisogno di diverse specie. Una volta comparsi i fitofa gi, o divoratori di piante, come ho gi fatto notare, l'equilibrio fu disturbato, e fecero la loro comparsa nuove specie in numero sempre crescente. Fossili di alghe calcaree si ritrovano nel tardo Precambriano, e le alghe contin uano a svilupparsi nel corso di molti millenni successivi. Quelli che vediamo og gi sono gruppi assai disparati che presentano tra loro poche somiglianze o rappo

rti, dove alcuni gruppi minori sono assai confusi per la loro piccola mole e per la notevole diversit dei metodi di riproduzione sessuata ed asessuata. Alcuni gr uppi hanno sviluppato scheletri calcarei esterni e assomigliano ai coralli, cost ruendo scogliere con una tecnica identica. Davvero, tra le alghe odierne si osservano maggiori diversit di quanto si possa r ilevare in qualsiasi gruppo vegetale ad esse comparabile. In certi casi, come qu ello delle note alghe brune delle spiagge, non esistono i normali ed ovvii anten ati fossili o viventi delle forme ben evolute che conosciamo attualmente. E" un gruppo che ha avuto a sua disposizione un tempo fin troppo lungo per fare i suoi esperimenti, e si evoluto molto lentamente e regolarmente in un ambiente in cui i mutamenti pi importanti non si verificavano come sulla terra. Naturalmente nel mare e specialmente lungo le coste esiste un'ampia serie di hab itat da colonizzare e di condizioni cui adattarsi. Le alghe pi progredite - i fuc hi e le comuni laminarie buttate a riva sulle nostre spiagge, coriacee e gommose - possiedono strutture e un sistema di riproduzione paragonabili a quelli delle piante terrestri. Hanno un appiglio, un ormeggio somigliante a una radice, ma spr ovvisto di funzioni di assorbimento, e talvolta uno stelo distinto che porta le fronde. Si pu dire davvero che il balzo dal fuco alla pianta terrestre relativame nte modesto rispetto al progresso compiuto per passare dall'alga unicellulare al fuco. Ma il cambiamento dal mare alla terra stato notevolissimo lo stesso: non si trattato solamente di un'alga che si arrampicata su una spiaggia strisciando sulla bttima, finch non ha avuto pi bisogno di un'immersione giornaliera. Forse pro prio la mancanza di una radice assorbente che potesse attingere umidit dal suolo ha impedito a tante alghe marine di fare il gran balzo. Soprattutto se ricordiamo che molta della luce che colpisce l'acqua viene rifles sa, e che quella che penetra nell'acqua viene assorbita assai rapidamente, evide nte che una pianta terrestre dispone anzitutto di molta pi luce. Questo fatto di per se stesso migliorerebbe le possibilit di accrescimento, aumentando la quantit della fotosintesi, ma comporta anche problemi d'inaridimento ed evaporazione. E" stato dimostrato che le alghe perdono nell'acqua che le circonda buona parte dei materiali nutritivi che producono per fotosintesi; nelle acque dolci sono st ate misurate perdite fino al 35% del carbonio fissato dalle piante, lusso non co nsentito ad una pianta terrestre a strutture basate in gran parte sul carbonio. La ritenzione del carbonio e un grado elevato di fotosintesi comportano a loro v olta la possibilit di eccedenze potenziali di carboidrati, che vennero usate per produrre spesse pareti cellulari e per fabbricare il legno. Questa realt permise infine alle piante di sollevarsi al di sopra di habitat umidi, di resistere all' aria e al vento in condizioni di aridit, e di raggiungere un'altra volta dimensio ni notevoli. Un altro problema che le piante terrestri dovettero affrontare fu quello della l oro immobilit. Un'ncora in mare va bene perch impedisce alla pianta di venire sball ottata in bala della marea o delle correnti fuori delle condizioni di vita prefer ite, di venire sbattuta su una spiaggia o frantumata da una burrasca; e inoltre mantiene la pianta alla profondit pi opportuna. Ma una volta che una pianta a terr a, l'immobilit diventa un rischio potenziale: non solo il seme non pu pi cambiare l 'habitat se questo diventa inadatto, ma anche la pianta adulta non pu evitare le catastrofi naturali quali incendi ed eruzioni. Tuttavia essa deve avere radici c apaci di scovare ed aspirare grandi quantit d'acqua. Possiamo fantasticare sulla meccanica di un albero ambulante o anche immaginare piante mobili, come ha fatto John Wyndham con i suoi trifdi, tenendo presente che queste piante extraterrestr i, oltre all'energia ricavata dalla fotosintesi, avevano bisogno anche di molto cibo sotto forma di cadaveri umani in decomposizione, che ingerivano direttament e. Ma, fantascienza a parte, possiamo opporre alla fissit talvolta svantaggiosa d ella pianta la mobilit e la capacit di dispersione sovente enormi delle spore o de i semi. Nonostante la loro complessit e la loro capacit di resistenza - spesso notevolissi ma - alla disseccazione, probabilmente non furono tanto le piante marine n i fuch i e le laminarie ad originare le piante terrestri, quanto piuttosto le alghe ver di (Clorofite), a giudicare dal fatto che hanno in comune gli stessi pigmenti di fotosintesi ed hanno un meccanismo fotosintetico assai simile. C' un'alga verde

terrestre detta Cladophorella, una pianta filamentosa ramificata che cresce sull e rocce umide e nel fango, che si fabbrica un tegumento esterno di cutina, somig liante a quello delle piante superiori. Ma si possono formulare solo congetture su come si siano svolti effettivamente gli avvenimenti. Le prime piante terrestri colonizzarono senza dubbio le acque basse che potevano prosciugarsi secondo la stagione, acquitrini e stagni; nel corso di altri mille nni si diffusero da l ad altri habitat pi asciutti. Uno dei loro problemi pi cospic ui consisteva nel fatto che conservavano il sistema di riproduzione dei gameti m aschili mobili e dei gameti femminili stazionari o uova: il che richiedeva prese nza di umidit per consentire ai maschi di raggiungere le femmine. Forse da princi pio furono le pozzanghere basse a provvedere a questa necessit, ma poi bast solo u n velo sottile di umidit sulla superficie della pianta a permettere ai gameti mas chi - che adesso avevano messo a punto potenti flagelli - di nuotare verso le uo va che infine si trovarono rinchiuse in celle affondate nella superficie della p ianta, dette archegon. Queste celle a forma di fiasca proteggono l'uovo e procura no appuntamenti ai gameti maschi. Altro miglioramento riproduttivo dato dal fatto che la generazione produttrice d i gameti si rimpicciolisce e matura in fretta, per cui i gameti sono rapidamente disponibili. Questa accelerazione significa pi generazioni in un dato tempo, e i n tal modo affretta le possibilit di ulteriore evoluzione. Accade cos che nei successori pi ovvii delle piante marine - muschi ed epatiche la generazione con produzione di gameti quella dominante nel periodo Devoniano. Come si gi accennato, si osservano somiglianze notevoli tra i muschi e le epatich e in terra, e le alghe verdi - i pigmenti e i meccanismi di fotosintesi, il mate riale delle pareti cellulari, il tipo di immagazzinamento delle sostanze nutrien ti ed anche il tipo e il numero di flagelli dei gameti. Invece le briofite, come vengono chiamati i muschi e le epatiche, hanno scarsa rassomiglianza con le alt re piante terrestri, particolarmente per quanto riguarda le loro strutture vasco lari o circolatorie; dobbiamo considerarle pertanto un ramo fissatosi molto temp o fa fuori del tronco principale dell'evoluzione. Esse hanno maggiore differenzi azione cellulare che non le alghe, e semplici pori respiratori, ma sono piccole piante: il massimo muschio conosciuto, la Dawsonia, ha gambi eccezionalmente lun ghi fino a un metro. Hanno strutture che ricordano le radici, ma sono essenzialm ente organi di ancoraggio atti a far presa sul suolo umido, le rocce bagnate, il cavo degli alberi o i rami in disfacimento sui quali crescono. Le epatiche fabbricano sul suolo strutture piatte sovente sfornite di forma ben definita, sebbene vi sia un loro gruppo fornito di foglie che si sovrappongono e s embrano all'aspetto foglie di piante fiorenti, con qualche ramo disposto simmetr icamente. Un'epatica conduce eccezionalmente vita sotterranea ed sprovvista di c lorofilla. Tali piante portano alla sommit l'apparato riproduttivo, somigliante a un ombrellino miniaturizzato; la generazione per spore rappresenta sostanzialme nte una struttura parassitaria sulla pianta che porta i gameti. I muschi vivono quasi in ogni posto che possa consentire la vita. Nei tropici i muschi possono vivere addirittura sulle foglie delle piante superiori. Se ne pos sono trovare anche nell'acqua. Le loro foglie cominciano a mostrare una certa so miglianza con quelle delle piante superiori, alcune hanno nervature centrali, ed esiste un sistema primitivo di vasi circolatori per l'acqua e le sostanze nutri tive, che fornisce anche un po'"di forza meccanica. Un'eccezione rappresentata a questo riguardo dai muschi Sphagnum, o sfagni, dove le foglie contengono grandi spazi vuoti perforati, in modo da poter contenere quantit impressionanti d'acqua : si pu continuare a strizzare una manciata di sfagno, ed esso non cesser di dare acqua pi di una spugna inzuppata. Hanno un aspetto tale che una specie subacquea viene chiamata popolarmente dagli inglesi il gatto affogato. A questo punto ci troviamo di fronte a un'altra grande lacuna nella storia dell' evoluzione, perch n le briofite n le alghe offrono antenati plausibili delle piante vascolari con tessuto circolatorio ben determinato che risalgono all'epoca Silu riana, delle quali equiseti e licopodii costituiscono gli esempi pi primitivi dei nostri tempi. Tutte queste piante vascolari - che sfociano nelle piante fiorent i - sono caratterizzate dalla dominanza della generazione con produzione di spor e, e dal totale declino finale della generazione con gameti come entit distinta.

Lo xilema, o tessuto circolatorio legnoso, il fattore comune che distinguer in av venire ogni progresso delle piante terrestri, ivi compresi molti estesi gruppi n oti soltanto dai fossili. A questo punto devo citare i funghi, questi pesci fuor d'acqua nell'ordine delle cose, che sicuramente non sono animali, ma nemmeno completamente piante, dal mo mento che non contengono clorofilla. A somiglianza di molti batteri, essi attacc ano i loro ospiti vivi per ricavarne cibo - nel qual caso sono detti parassiti , oppure assorbono nutrimenti dalla materia morta, e allora si dicono saprofiti. Sono in grado di digerire il cellulosio e la lignina. Insomma, sono gli spazzin i del gran mondo delle piante verdi fotofissatrici. Dal punto di vista struttura le i funghi sono organismi semplici, comprendono tra questi i lieviti unicellula ri sporosimili, ma per lo pi assomigliano grosso modo a certe alghe filamentose, perch si compongono di una massa di filacce o cordoni di cellule formanti fili o estesi tappetini che ricordano la seta fine, e per la maggior parte del loro tem po si presentano virtualmente come indifferenziati. Per questi cordoni o trecciol ine danno origine a corpi fruttificanti in cui i cordoni vengono elaborati in st rutture. Esse sono abbastanza semplici nei funghi microscopici, ma arrivano ad a ssumere molte forme stravaganti e bizzarre nei funghi ad ombrello mangerecci o v elenosi, in quelli che crescono sugli alberi e nei frutti discoidali del fungo del la carie secca del legno, che possono arrivare ad avere un diametro di 250 centi metri. Le strutture si formano con il sistema del falso blocco, per cui i filament i delle cellule usati dal protoplasma per traversare i pori per la lunghezza di un cordone, vengono pressati insieme molto strettamente, ramificandosi ed intrec ciandosi in modo da dare rigidit. I funghi esistono dal periodo Precambriano, vivevano nel mare come alcuni fanno anche oggigiorno; se ne trovano nelle acque dolci, mentre altri vivono nella ter ra e sopra la superficie del suolo, sulle piante e sulle sostanze in decomposizi one. Alcuni possono crescere senza ossigeno. Altri sono in grado di sciogliere l e sostanze inorganiche quali il silicio, il ferro e il magnesio ricavati dalle r occe mediante emissione di acido citrico. Vi sono compresi agenti di malattie qu ali la ruggine, il mal della volpe o del carbone dei cereali, e le muffe. Dovunq ue esista sostanza organica attaccabile si troveranno dei funghi. I tessuti dell e piante terrestri vascolarizzate fossili sono spesso infiltrati di filamenti fu ngini - riconoscibili dalle spore e dagli organi di riproduzione - che a loro vo lta possono presentare invasioni secondarie d'altri filamenti. Non sempre chiaro se questi funghi terrestri primitivi - alcuni dei quali ricordano da vicino dei tipi attuali - fossero parassiti oppure saprofiti viventi su tessuti in disfaci mento, ma alcuni loro corrispondenti moderni costituiscono sicuramente affezioni parassitarie. Parimenti possiamo trovare gi ai primordi prove evidenti di funghi viventi in simbiosi sulle radici (ne verr data estesa descrizione al capitolo 22 ). Che ce ne facciamo dei funghi ai fini dell'evoluzione? Non hanno in comune con l e piante verdi il chimismo unico della fotosintesi, e sebbene le pareti delle lo ro cellule contengano abitualmente cellulosio, come nella maggior parte delle pi ante, possono contenere anche chitina, la sostanza impiegata nel regno animale d a insetti e crostacei per formare i loro esoscheletri. Possiamo eventualmente av anzare l'ipotesi che gli antenati dei funghi fossero animaletti unicellulari che in seguito assunsero forma filamentosa? Pare pi probabile l'ipotesi che si siano originati dalle alghe filamentose, adattandosi in seguito a vivere in assenza d i luce e ad assorbire nutrimento in diversi modi, perdendo infine la clorofilla man mano che scomparivano il bisogno e la possibilit stessa di praticare la fotos intesi. E. J. Corner ha perfino immaginato che non dovrebbe essere impossibile a gli scienziati introdurre cloroplasti nelle cellule fungine e riportare cos indie tro le lancette del tempo. Se qualcuno avesse scritto questo libro 200 milioni d'anni fa non avrebbe esitat o ad affermare che il gruppo dei licopodii era tra quelli di maggiore successo. Superficialmente simili ai muschi, avevano strutture di sostegno e circolatorie abbastanza complesse, un meccanismo efficiente di riproduzione, e la capacit di p rodurre foreste di piante arborescenti adatte a crescere rigogliosamente in molt e parti del mondo. Sarebbe sembrato un apogeo senza possibilit di alternative.

Esistevano contemporaneamente equiseti arborescenti alti fino a 30 metri, alcuni con tronchi massicci alquanto somiglianti a quelli delle palme attuali e con nu merosi rami eretti. Questi hanno struttura affatto diversa da quella dei licopod ii clavati: hanno un anello di canali d'aerazione verticali, e tra questi e il c entro cavo c' un altro anello di fasci conduttori rigidi. La forza del gambo risi ede in larga misura nella parte esterna rigida corazzata di particelle silicee, mentre le foglie sono ridotte a scaglie. I gruppi arcaici dei licopodii, degli equiseti, e quello ora estinto delle calam iti, si spartirono il dominio della vegetazione terrestre. Ma, in modo abbastanz a simile a quello accaduto in seguito ai dinosauri, il mutamento del clima trov q uesti giganti vegetali incapaci di adattarsi con sufficiente rapidit. Essi non fu rono in grado di resistere a condizioni di crescente aridit, e ben presto i loro massicci cadaveri andarono a comporre i ricchi giacimenti fossili negli schisti e negli strati di rocce che noi chiamiamo delle Ere Carbonifere. Sebbene molti licopodii odierni siano piante assai tenaci, che si trovano ad ese mpio nell'Artide, sono assolutamente insignificanti in rapporto all'intero mondo vegetale per numero e dimensioni. Anche gli equiseti non sono piante attualment e dominanti, ma non sono molto diminuiti di statura, e ne esiste uno - l'equiset o gigante - che raggiunge i 10 metri d'altezza, anche se generalmente sono di di mensioni pi modeste. Questi vegetali sono invasori di successo, conosciuti e male detti da molti giardinieri per la loro tremenda persistenza in veste d'erbacce. Questi due gruppi hanno fatto un passo importante nella storia dell'evoluzione, perch sono i primi in cui - in poche specie - la generazione che produce gameti s ia ormai completamente subordinata e venga portata dalle spore. Il giovane sporo fito spunta dalla spora, che contiene riserve nutritive, ricordando molto da vic ino un germoglio germinante su una pianta superiore. Ci consente alle spore molta maggiore indipendenza dalle condizioni di umidit o di siccit. Pare per che questo passo sia stato compiuto troppo tardi perch questi gruppi potessero giovarsene pi enamente in termini evolutivi. Gli antenati delle felci sono antichi come le briofite, i licopodii e gli equise ti. Conosciute inizialmente dal tardo Devoniano, le felci hanno tirato avanti co n successo nelle epoche successive caratterizzate da cambiamenti di clima; oggi si trovano in quasi tutte le parti del mondo, spesso come sottobosco o prosperan ti sugli alberi muschiosi o sulle loro biforcazioni. Hanno radici abbastanza ben sviluppate - sebbene servano principalmente da ancoraggio - e un sistema rigido ed elaborato di circolazione. Alcune crescono fino all'altezza di 10 metri come alberi simili alle palme; qualcuna cresce anche in acqua. La loro generazione s essuata consiste in un piccolo protallo: la generazione dominante quella che porta spore. La maggior parte delle felci ha spore sulle proprie fronde simili a fogl ie; in alcune, come la felce florida e la felce lunaria, uno stelo separato regg e grappoli di capsule di spore, quasi una premonizione della pianta fiorente. Tu tti i gruppi vegetali descritti finora affidano la disseminazione alle spore. Il balzo successivo nell'evoluzione comporta la produzione di semi. Certi semi son o poco pi che spore migliorate, tuttavia tipicamente contengono una pianta embrio nale preconfezionata ed una scorta alimentare per avviare l'infante sulla sua st rada, e infine sono rinchiusi di norma in almeno uno strato protettivo. Molto presto nella documentazione dei fossili compaiono piante fdeiformi con sem i simili a noci, che probabilmente avevano un antenato in comune con le felci a spore. Queste tuttavia svanirono senza lasciare una discendenza che conducesse c hiaramente alle piante attuali fornite di semi. L'archivio dei fossili pieno di frammenti di dubbia attribuzione del tipo citato, dove una pianta pu assomigliare a un'altra precedente per un certo aspetto, ma non per un altro; non quasi mai possibile tracciare una discendenza ininterrotta o identificare antenati comuni. Proprio come le alghe si sono grandemente differenziate nel mare, le piante ter restri si sono diversificate anche pi estesamente e in condizioni ancora pi varie. Si devono immaginare gruppi diversi di piante che hanno sviluppato l'una o l'al tra caratteristica primitiva, e vi hanno lavorato attorno ricavandone altre dive rse - un letto caldo di prove ed errori che spesso ha provocato la scomparsa tot ale d'interi gruppi. Nelle piante seminifere, o spermofite, - maggioranza ultrapreponderante del regn

o vegetale odierno - lo stadio fornito di semi che possiamo ancora definire spor ofiti totalmente dominante. Non esiste un'altra generazione indipendente, per in significante che sia; i gameti maschili e femminili sono piccoli, quelli femmini li sono sempre portati sullo sporofito o all'interno di esso, e non hanno esiste nza individuale. I gameti maschili rappresentano e costituiscono il polline, e v engono dispersi con una grande variet di mezzi. Le piante a semi differiscono ulteriormente da quelle che portano spore, o sporo fite, per il fatto che hanno un sistema ben architettato di circolazione che ser ve anche a rafforzarle e sostenerle, per cui comprendono alberi veramente enormi in grado di resistere alle tempeste, dove l'acqua e il nutrimento possono circo lare dalle radici alla cima e viceversa. Le spermofite odierne si dividono in due gruppi principali: "gimnosperme" o a sem i "nudi", e "angiosperme" o a semi "rinchiusi". Di norma le gimnosperme portano ovu li destinati a svilupparsi in semi su scaglie di pigne di aspetto simile alle fo glie. I semi in realt sono ben protetti come nelle angiosperme, con la differenza che, quando sono maturi, le scaglie semplicemente si aprono per metterli in lib ert, mentre le angiosperme ricorrono a dispositivi spesso di fattura elaborata. I n queste ultime gli ovuli sono portati quasi sempre entro strutture chiuse o "ca rpelli". Le spermofite pi antiche tuttora esistenti sono le conifere, originatesi nel Carb onifero; le cycadine, somiglianti alle palme, e il ginkgo, virtualmente immutato rispetto ai fossili pi antichi datanti dal tardo Paleozoico. Tutte queste piante conservano ricordi dei mari antichi in cui si erano accoppiate le alghe loro ante nate, sotto forma di una goccia di impollinazione liquida in corrispondenza del co llo dell'ovario. Nelle cycadine e nel ginkgo possono passare tre o quattro mesi prima che avvenga l'impollinazione, e i grani di polline, germinando, originano gameti maschili mobili come spermatozoi - talvolta grandi abbastanza da essere v isibili ad occhio nudo - che nuotano per intere settimane prima di attuare la fe condazione del nucleo femminile. I gameti delle cycadine (antenoroidi) assomigli ano alle trottole con cui i bambini sono soliti giocare, e sono attivate da flag elli in una scanalatura a spirale. Nelle conifere passa molto tempo - un anno intero nei pini - mentre il tubetto d el polline si allunga verso il nucleo femminile per liberare i nuclei spermatici per la fusione finale. Questo dispositivo intermedio ha consentito a tutte le p iante spermofite di sottrarsi alla tirannia dell'umidit esterna ai fini della rip roduzione. Le cycadine, tra l'altro, hanno un apparato sessuale molto pi grande che in ogni altra pianta vivente. Ovuli singoli possono raggiungere la lunghezza di 6 centim etri (Macrozamia), mentre i coni o le pigne femminili che li ospitano, spesso di un bel colore giallo o arancione, possono pesare perfino 45 chili (Encephalarto s). Le stesse cellule dell'uovo possono avere il diametro di 6 millimetri, con n uclei di mezzo millimetro. Il ginkgo produce grossi semi ovulari della lunghezza di circa 2 centimetri, con un guscio sottile piuttosto soffice e un interno decis amente morbido. Alcune cycadine fossili erano notevolmente diverse da quelle che conosciamo oggi , tanto che il gruppo delle Bennetitinae pare quasi rappresentare i prototipi de lle piante fiorenti. Le loro parti sessuate erano rinchiuse in organi simili a f oglie, mentre gli ovuli avevano scaglie che li rendevano paragonabili a carpelli . Un gruppo assomigliava ai ranuncoli, per forma e modello generale. Sussistono per troppe differenze tecniche perch si possa affermare l'esistenza di un legame d iretto con le piante fiorenti, e secondo ogni evidenza le Bennetitinae e le cyca dine si estinsero mentre compariva la prima angiosperma. Le cycadine, analogamente alle piante davvero anomale e notevoli classificate co me Gnetinae, discendono probabilmente dalle felci spermofite; le conifere - dell e quali non il caso di dare una descrizione - e il ginkgo derivano da rami diver si di una famiglia estinta, i cui stessi inizi sono oscuri: le Cordaitinae. Gli Gnetum - un genere delle Gnetales comprendente liane, alberi e cespugli - hanno un sistema di riproduzione chiaramente gimnospermo, ma hanno foglie piatte a ven atura reticolata: sono le sole gimnosperme con tale caratteristica, sebbene il g inkgo abbia foglie piatte a ventaglio con venature ramificate ma non reticolate.

Queste venature non si possono definire anelli mancanti, ma sono chiaramente di tipo intermedio. Nonostante il prolungato immobilismo in termini evolutivi, le conifere oggi sono piante di altrettanto successo come al tempo dei dinosauri, ed hanno ricevuto n uove prospettive di vita - nel caso ne avessero bisogno - grazie alla loro attua le utilit per l'uomo. La loro struttura legnosa forte e flessibile rappresent un g rande miglioramento rispetto alle ramificazioni rigide e fragili dei licopodii e degli equiseti arborescenti, permettendo loro di mantenere le dimensioni che av evano in tutti i grandi rivolgimenti geologici e conseguenti mutamenti di clima, verificatisi alla fine delle Ere Carbonifere. Questi furono i precedenti che portarono alle piante fiorenti, l'ultimo dei gran di gruppi vegetali a svilupparsi, mentre la maggior parte di queste schiatte pri mordiali continuava a vivere quasi immutata. Capitolo 4. LA FIORITURA FINALE. Darwin considerava un deprecabile mistero l'origine delle piante fiorenti, o "anto fte". Nella registrazione lasciataci dai fossili esse comparvero senza dubbio del tutto improvvisamente in un momento in cui succedevano poche altre novit sul fro nte dell'evoluzione, mentre in realt un mutamento apocalittico nelle condizioni d i esistenza spazzava dalla faccia della Terra molti gruppi di animali, dei quali i dinosauri sono i pi famosi. Forse questa apocalisse acceler effettivamente lo s viluppo improvviso delle piante antofte. Ma non ci sono ovvii precedenti fossili, non esistono inequivocabili anelli mancanti. Le prime piante fiorenti, a quanto possiamo sapere sulla scorta del polline foss ile, comparvero proprio sul finire del periodo Giurassico, nel quale archiviato il polline delle ninfee. La maggioranza si origin per nel Cretaceo. Altre antofte a ssai antiche appartengono al gruppo rappresentato oggi da magnolie e ranuncoli. Queste antofte o angiosperme ebbero un buon trampolino a loro disposizione, eredi tando dalle gimnosperme semi gi molto evoluti, tessuto vascolare e di sostegno, f oglie e sistemi di rami che esse continuarono a perfezionare. Contemporaneamente elaborarono le attrezzature riproduttive, cio i fiori. Nel capitolo precedente h o fatto menzione del modo con cui i semi delle angiosperme si sviluppano entro s trutture chiuse, dette carpelli, che inizialmente contengono sacchi embrionari; su una parte di questi carpelli si svilupp una superficie ricettiva per i grani d i polline, detta stimma, e la goccia d'impollinazione delle gimnosperme spar. Il polline di per s non mai mobile. Abitualmente il fiore delle angiosperme molto pi elaborato di quello delle gimnos perme: si tratta di una struttura compatta ricavata almeno in parte da foglie mo dificate, che protegge e mette in mostra il polline e gli ovuli ed progettata ti picamente per assicurare la fecondazione. Tuttavia, come nel caso di certe erbe e delle euforbie, si pu ridurre alle pure parti essenziali di stami maschili poll iniferi e di stimmi femminili per ricevere il polline. Alcune angiosperme vengono impollinate dal vento, ma la maggior parte fa affidam ento sugli animali. Proprio per questo l'evoluzione del fiore stata tanto rapida . Progredirono rapidamente in modo particolare gli insetti, comparsi per la prim a volta nel Carbonifero; cercavano cibo, e inizialmente si rivolsero al polline. Per distrarli da questa abitudine le piante misero a punto un surrogato, il net tare, mentre i loro fiori si facevano sempre pi attraenti agli occhi degli insett i sfoggiando profumi, colori e caratteri segnaletici. Alcune piante vennero a di pendere da singole specie d'insetti, di modo che si svilupparono dispositivi com plessi per quell'insetto e nessun altro. Il grande numero di specie d'insetti, e in seguito anche di altri animali quali uccelli e pipistrelli, rese possibile o piuttosto necessario - un numero molto maggiore di nuovi adattamenti di quant i ne avessero le piante in precedenza, in condizioni topografiche e climatiche q uasi uniformi. Anche le angiosperme perfezionarono i meccanismi microscopici e relativamente go ffi di fecondazione delle gimnosperme. Per citare Bell e Woodcock, in confronto c on l'eleganza citologica della fecondazione di un'angiosperma, il rozzo sperma a

nterozoico delle cycadine non solo barbaro, ma anche primitivo. Grazie ai loro ef ficaci sistemi di riproduzione, le angiosperme poterono riprodursi sulla terra a sciutta e praticamente in qualsiasi punto della terra. Infine il gruppo appront i nnumerevoli e spesso ingegnosissimi modi atti ad assicurare la dispersione dei s emi, sviluppando parimenti le possibilit della riproduzione asessuata mediante ar tifici vegetativi. Le antofte si svilupparono rapidamente, diventando dominanti verso la met del lung o periodo Cretaceo. Una riproduzione pi spiccia e lo sviluppo d'individui nuovi s ignificano possibilit potenziali di mutamenti in continuo crescendo. Il gruppo ha uno spiegamento di forme di vita assai pi esteso di qualsiasi altro, sia per dim ensioni sia per abitudini di crescita e durata del ciclo vitale: fattori tutti c he comportano conseguenze di vitale importanza ai fini dell'adattamento a quasi ogni nicchia climatica e topografica. Alcune delle piante pi primitive sono riconoscibili ancora oggi, come le magnolie e le ninfee; sembra per che gli antenati principali delle odierne angiosperme ap partenessero a un altro gruppo di piante senza stretta rassomiglianza con i loro discendenti ultimi. Molte delle prime antofte si sono completamente estinte: la flora del primo Cretaceo dev'essere stata di aspetto molto diverso da quella att uale. Esistono due gruppi distinti e di maggior rilievo di piante fiorenti, le "monoco tiledoni" e le "dicotiledoni". Questi due vocaboli, che compariranno in seguito qua e l nel testo, si riferiscono specificamente alle piante che hanno semi con u na o due foglioline, o cotiledoni; queste foglioline germinali tra l'altro hanno forma di solito affatto diversa dalle foglie delle dicotiledoni adulte. E" poss ibile che la forma dei cotiledoni ricordi quella delle foglie delle piante anten ate, proprio come la presenza delle branchie nei feti dei mammiferi ricorda i pe sci progenitori. Le foglie delle monocotiledoni sono tipicamente strette e allun gate, con nervature parallele contrastanti con quelle reticolate e le foglie a f orma assai diversa dalle dicotiledoni. L'anatomia del gambo diversa, come risult a dalla descrizione datane al capitolo 6; mentre le monocotiledoni hanno quasi s empre fiori con parti disposte a tre a tre o multipli di tre, le dicotiledoni pi sovente hanno parti disposte per quattro, per cinque, o in numero indefinito. Nessuna di queste differenze, n alcune altre meno vistose, costituisce un caratte re infallibile di diversificazione, ma una pianta da un'impressione cos peculiare , ed ha una configurazione generale cos distinta - definita da Ronald Good come u na specie di esecuzione aerodinamica, nel caso delle monocotiledoni - che chiunque abbia a che fare abitualmente con le piante ben di rado si trova in imbarazzo n ello stabilire il gruppo di appartenenza d'una pianta. I due gruppi sono ugualme nte diffusi sul globo, sebbene le dicotiledoni siano in generale assai pi variate delle monocotiledoni. Probabilmente la scissione delle piante fiorenti in quest i due gruppi distinti avvenuta molto presto nel corso della loro evoluzione, ed altrettanto probabile che le - monocotiledoni siano discendenti delle dicotiledo ni originarie. Solo dall'esame dei cambiamenti di struttura del legno, o "xilema ", si pu dedurre con la massima accuratezza la posizione evolutiva di una famigli a vegetale. Caratteri di relativa primitivit si possono intuire anche dal seme il cui dispositivo di chiusura - in un carpello a scatola - separa le piante fiore nti dalle gimnosperme a semi nudi e delle sporofite. I carpelli pi semplici hanno un tipo di chiusura che ricorda un oggetto avvolto nel lembo della crosta di un a torta, il quale ripiegato semplicemente in modo che gli orli della crosta comb acino su un lato. Lungo questa giuntura compare nelle antofte pi primitive la supe rficie degli stimmi ricettivi al polline. In seguito gli stimmi si sposteranno s ulla sommit del carpello, o in strutture specializzate al di sopra di esso. Le caratteristiche fiorali possono anche ricordare l'antichit delle origini. Il f iore contiene vari corredi separati di parti componenti - sepali, petali, stami, stimmi e carpelli. Nei fiori pi primitivi - giusto il caso dell'arcaica ninfea un complesso o corredo pu fondersi a poco a poco con quello vicino senza differe nziarsi bruscamente (i petali interni possono fondersi con gli stami, altri peta li invece con i sepali). Ogni parte componente pu trovarsi ripetuta in pi copie, e d ogni singola parte si trover separata da quelle vicine. I fiori con parti evide ntemente fuse, come ad esempio le trombe composte dai petali di una convolvolace

a, sono probabilmente di tipo pi progredito. Altra segnalata tendenza evolutiva, almeno per certi gruppi di famiglie, sta nel la produzione di numerosi fiori riuniti in una testa compatta, il cui risultato finale dato da un "capolino", come nella famiglia delle composite, cui apparteng ono le margherite, o come nei fiori di erba San Pietro e di cerfoglio selvatico tra le ombrellifere. Quando un organo si modificato per svolgere una funzione completamente nuova, co me accaduto per le foglie delle piante carnivore e delle drosere, o quando una p ianta cambia tutto il suo metabolismo alla stregua delle saprofite - che sono pi ante senza clorofilla - e delle specie parassitarie, oppure si sceglie un nuovo habitat, come nel caso delle epifite arboricole, ci sono altrettante probabilit c he si tratti di mutamenti relativamente recenti. Sulla scorta degli indizi disponibili pare probabile che le angiosperme pi remote fossero alberi, comparsi probabilmente nelle regioni pi calde del globo a formar e foreste alquanto simili alle odierne. Da quegli alberi si svilupparono piante rampicanti del tipo delle liane, cespugli e infine piante erbacee: quelle senza stelo o gambo legnoso declinavano riducendosi a un ciuffo ad ogni stagione, con cicli vitali pi brevi ma anche maggiori capacit di mutamento. Le piante annuali, a nch'esse erbacee, probabilmente sono venute molto dopo, e naturalmente hanno mas sime possibilit potenziali di attuare mutamenti. A loro volta gli alberi si separ arono da queste piante che portano grossi frutti carnosi di grande richiamo per gli animali, evolvendo verso gli alberi con semi pi piccoli ed asciutti in grado di venir portati fuori dalla foresta tropicale e di colonizzare progressivamente habitat meno favorevoli. Oggi tutti gli alberi delle regioni subartiche hanno p iccoli semi secchi. Altri cambiamenti si originarono con la comparsa degli anima li erbivori, che scoraggi la crescita degli alberi e incoraggi le piante a rinnova re costantemente le loro strutture dalla base, come accade per le erbe. Diversam ente da quanto si potrebbe sospettare, le piante fiorenti acquatiche non si orig inarono dalle specie acquatiche pi primitive: si tratta quasi certamente di piant e erbacee che tornarono a migrare nelle acque dolci, ed eccezionalmente in mare. La comparsa e la diffusione delle angiosperme avvennero in concomitanza con l'ul tima fase importante dei mutamenti geologici sulla Terra, che port alla formazion e di rilievi montuosi comprendenti anche le Alpi e l" Himalaya nel Miocene, e lo stabilirsi nel Pliocene di continenti ed oceani pressappoco nel loro contorno a ttuale. Condizioni del genere testimoniano a favore dell'adattabilit e del vigore colonizzatore delle piante fiorenti. E" gi stato fatto cenno a come i fossili pi remoti appartengano alle piante che no i consideriamo le antofte pi primitive, le Ranales, comprendenti ad esempio le fam iglie dei ranuncoli e delle ninfee, le magnolie e i tulipiferi, che pure sono mo lto differenti tra loro per parecchie caratteristiche. Alberi come pioppi e plat ani sono pure noti dal primo Cretaceo. Pare probabile che le composite altamente organizzate (margherite), le orchidee e le erbe, cominciarono a comparire verso la fine di questo periodo. L'Eocene vide l'affermarsi dell'insediamento di molti tipi di Spiante sostanzial mente moderne. Ad esempio le foglie dell'alberello Cercidiphyllum di quest'epoca sono rimaste quasi immutate nella specie attuale, e nell'Utah stato trovato un fico d'India fossile somigliantissimo a quelli del giorno d'oggi. Cominciarono a signoreggiare le piante a foglie caduche. Se non altro queste epoche corrispond ono a periodi di grandi movimenti geografici: le argille eoceniche londinesi con tengono in numero notevole frutti e semi che dimostrano come allora la flora del l'Inghilterra meridionale assomigliasse a quella attuale dell'India e della Male sia. Su quello che oggi il Circolo Polare Artico viveva una flora somigliante a quella dell'Europa attuale; a nord dell'attuale circolo polare assieme alle pian te cedue prosperavano estese foreste di sequoia eocenica, una conifera a foglie caduche scoperta solo nel 1945 dopo che veniva ritenuta estinta. Nel Miocene le foreste cominciarono a ritirarsi, e presero ad estendersi le prat erie man mano che crescevano d'importanza i mammiferi erbivori. Compaiono in que sto periodo molte famiglie di piante affatto nuove: tra le piante molte erbe da prateria moderne, i giunchi delle Typhaceae (sale, stiance, mazze sorde), e una schiera di piante a foglie caduche ben note - faggi, platani, noci, querce, niss

e, liquidambar americani, alberi di Giuda, filadelfi, eccetera. Continu l'abbonda nza delle conifere, quali pini, sequoie e cedri. Nel Pliocenico l'Europa aveva ancora piante che ora sono confinate alla Cina e a ll'America settentrionale. In questo periodo cominciarono ad insediarsi le speci e delle piante che conosciamo oggi. Nella seconda parte del Quaternario le regio ni polari si coprirono di una coltre di ghiaccio, restringendo le superfici trop icali e delimitando le regioni temperate settentrionale e meridionale, respingen do le piante subtropicali e tropicali nella fascia attorno all'equatore. Le succ essive glaciazioni restrinsero le piante dei climi temperati in aree molto pi rid otte di prima, e, dopo un rapido ritorno delle foreste avvenuto circa 8000 anni or sono, determinarono infine la distribuzione vegetale che vediamo oggi, talvol ta notevolmente discontinua. A confermare la teoria della deriva dei continenti ha contribuito la distribuzione di piante imparentate tra loro che vivono nella parte meridionale del Sudamerica, in Sudafrica e in Australia, nonch nel centro d ell'Africa e nella parte centrale dell'America Meridionale. Come verr dimostrato nella seconda parte di questo libro, l'uomo costituisce oggi l'agente pi importante per portare avanti l'evoluzione e la distribuzione delle piante. Indipendentemente dalle attivit umane, che per alcune piante accelerano e normemente i processi sopra accennati, non c' motivo di dubitare che continui l'e voluzione naturale, dal momento che compaiono nuove specie selvatiche. Le piante fiorenti che osserviamo oggi si possono paragonare - parafrasando quan to hanno detto Bell e Woodcock - a una comunit di esseri umani di mezza et e favor iti dal successo, che hanno cessato di lottare per affermarsi. Essi tuttavia non sono ancora troppo vecchi per far esperienze, e si mostrano in giro con vestiti di ogni genere, hanno una vita sessuale incredibilmente varia con partner di og ni tipo immaginabile, e pasticciano con medicine, profumi e pomate strane, ed og ni altro genere di complicate sostanze chimiche. Il tema di questo libro costitu ito in gran parte dagli esperimenti e dalle esperienze attuali delle antofte o pi ante fiorenti. Difficile immaginare un mondo vegetale diverso e, come mi arrischio a prevedere a conclusione di questo libro, ci sono probabilit che non si possano verificare u lteriori evoluzioni in massa. Il nostro pianeta pare in fase di quiete, ed fin t roppo controllato dall'uomo odierno. Capitolo 5. LA GRANDE INVENZIONE. La grande invenzione del regno vegetale, il fattore che differenzia totalmente l e piante da tutti gli animali, qualunque sia la loro complessit, ad eccezione di pochi casilimite di organismi unicellulari, la clorofilla. Una pianta contiene q uesta sostanza, sia che si tratti di un'alga unicellulare quanto di un albero gi gantesco in una foresta. La clorofilla un pigmento che assorbe alcuni, ma non tutti i raggi contenuti nel lo spettro della luce solare - quelli di colore rosso, arancio e azzurro. La clo rofilla impiega questa energia radiante per combinare l'acqua e l'anidride carbo nica e per produrre zucchero sotto forma di glucosio. Contemporaneamente viene c eduto ossigeno. La produzione regolata dalla quantit di luce disponibile, sebbene certe piante in condizioni di scarsa luminosit riescano a produrne pi di altre. Q uesto processo chiamato fotosintesi, e costituisce una prerogativa unica delle p iante, tale da renderle indipendenti dalle fonti esterne di carboidrati. La fotosintesi localizzata di norma nelle foglie, ma vi sono molte piante in cui le foglie sono state sostituite da steli, gambi, piccili e rami che si assumono la funzione della fotosintesi. Talvolta anche le radici sono verdi. La clorofill a si forma quasi istantaneamente nelle piantine, non appena esse spuntano alla l uce, e si forma con rapidit veramente sorprendente nelle foglie tenute artificial mente al buio, come i giacinti e gli altri bulbi che noi sottoponiamo alla forza tura invernale per avere fiori primaticci. Fatto abbastanza curioso, una parte della molecola di clorofilla assomiglia a qu ella dell'emoglobina che forma il pigmento del sangue dei mammiferi, salvo che i l ferro dell'emoglobina viene sostituito dal magnesio nelle piante. Sebbene la c

lorofilla sia sostanzialmente verde, si pu mascherare con pigmenti di diverso col ore, e si trova sempre associata al pigmento giallo xantofilla ed al carotene di colore gialloaranciato, le cui funzioni permangono alquanto misteriose. Nelle a lghe compaiono altri pigmenti a dare man forte alla clorofilla, e sono quelli ch e conferiscono alle alghe le loro tinte variate. Nelle piante superiori la cloro filla si trova sempre in corpi distinti e di varia forma, detti cloroplasti, all 'interno di cellule adatte; nelle alghe i corpi equivalenti si dicono cromoplast i, perch di solito sono di colore diverso dal verde. Questi cloroplasti sono stati definiti gli schiavetti verdi che consentono a una p ianta di condurre un'esistenza calma e passiva, mentre ad esempio un leone deve consumare energia per cacciare ed uccidere, se vuole procurarsi carne. Spero di riuscire a dimostrare con questo libro che in realt una pianta non per nulla un e ssere calmo, passivo e remissivo. I cloroplasti presentano impressionanti somiglianze con le cellule a bastoncini, o ricettori visivi, degli occhi dei vertebrati, e i settori assorbiti dello spe ttro della luce solare corrispondono chiarissimamente all'ambito visivo dell'occ hio umano. Se si ingrandiscono fortemente questi due corpi pigmentati - i clorop lasti infatti sono minuscoli dischetti con diametro inferiore a un micron - si o sserva che hanno una struttura che ricorda molto da vicino un radiatore, un cond ensatore o un accumulatore elettrico. Uno scrittore li ha paragonati a un mucchi o di parecchie centinaia di palle cave appiattite per schiacciamento, ammucchiat e ed avvolte in un unico strato membranoso. Un bastoncino visivo, in termini tecnici, la combinazione di un trasduttore e di un amplificatore, che converte uno stimolo luminoso in una segnalazione nervosa . Il cloroplasto un convertitore di energia che cambia l'energia della luce in e nergia chimica. In ambedue i casi entrano in gioco rapidissime reazioni fotochim iche. Il cloroplasto agisce come semiconduttore, e si pu paragonare a quelli usat i in astronautica per convertire l'energia radiante in energia elettrica. E" sta to dimostrato che questi processi sono reversibili: le piante emettono effettiva mente luce, sia pure molto fievole, per un breve intervallo di tempo, quando si passa dalla luce al buio. In alcune piante i cloroplasti si muovono all'interno delle cellule in risposta alle condizioni di luminosit. Nell'alga unicellulare Meugeotia si dispongono di c oltello rispetto alla sorgente luminosa se la luce eccessiva, e tutti di faccia quando c' poca luce. Nelle foglie sottili delle lenticchie palustri i cloroplasti si dispongono orizzontalmente lungo le pareti delle cellule quando la luce fioc a, e in senso verticale con luce intensa. Per abitualmente entrano in funzione di spositivi filtranti passivi, per impedire che la luce eccessiva danneggi i cloro plasti vitali. Il glucosio prodotto nel corso della fotosintesi rappresenta il punto di partenz a di tutto il metabolismo della pianta - la produzione di energia per la crescit a. La fotosintesi prende sei molecole di anidride carbonica e sei di acqua, e co n l'energia fornita dalla luce le combina in una molecola di glucosio, mentre ve ngono cedute sei molecole di ossigeno. L'energia contenuta nel glucosio disponib ile subito, e molta parte di essa viene convertita rapidamente, mediante una cat ena di complicate reazioni in 38 molecole di trifosfato di adenosina. Questa valu ta energetica universale l'elemento attivatore di base di tutte le attivit cellula ri e di tutti i processi di crescita. Naturalmente la fotosintesi s'interrompe al buio, e di notte la pianta emette an idride carbonica e consuma ossigeno, esattamente come gli animali. Il consumo di ossigeno, od "ossidazione", corrisponde ad una combustione, e permette alla pia nta di usare l'energia accumulata prodotta di giorno. L'energia cos liberata va a fabbricare la struttura della pianta per moltiplicazione cellulare, per cui le radici si allungano, i rami mettono pi foglie per effettuare altra fotosintesi; g ambi e tronchi s'ispessiscono. Liquidi e minerali parimenti richiesti per la cre scita vengono convogliati attraverso i canali, la rete di comunicazione viene ma ntenuta attiva, e gli organi di riproduzione giungono a maturazione. L'eccedenza alimentare viene immagazzinata, gli zuccheri sono convertiti in carboidrati pi c omplessi sotto forma di amido dove pu venire imprigionata l'energia. Vengono prod otti altri capitali di riserva sotto forma di grassi, che contribuiscono a costrui

re le cellule, e di proteine, che formano il costituente principale del protopla sma. A luce intensa e nelle migliori condizioni di nutrizione una cellula produc e molte pi proteine che carboidrati. A luce debole le proteine e i carboidrati pr essappoco si bilanciano. Invece con buona luce, ma con scadenti condizioni di nu trizione, i grassi hanno il sopravvento sulle proteine. Le piante del tipo delle alghe assorbono tutti gli zuccheri che producono; ogni eccedenza va ad ispessire le pareti delle cellule di cellulosio e ad aggiungere rinforzo. Esse non sono in grado di effettuare la fotosintesi come le piante ter restri a causa della luce pi limitata, ma in cambio non hanno bisogno di convogli are sostanze alimentari per l'organismo, perch sono tutte circondate dai minerali e dall'anidride carbonica presenti nell'acqua. Le piante terrestri che dispongo no di maggiore luce producono talvolta pi zucchero di quanto occorra loro ai fini dell'accrescimento, e lo impiegano per produrre nettare zuccherino o secrezioni ghiandolari per altri scopi. Talvolta ne hanno tanto da secernerlo attivamente attraverso le foglie o altre parti. Le piante acquatiche devono risolvere problemi particolari se si trovano per mol ta parte sommerse, perch ossigeno ed anidride carbonica - per quanto presenti in soluzione nell'acqua - sono a concentrazione pi bassa che non nell'aria. Pertanto molte piante acquatiche hanno un tessuto molto spugnoso, oppure grandi canali a perti, come nel gambo delle ninfee, dove l'aria si diffonde uniformemente in tut ta la pianta. In alcuni casi questa caratteristica conferisce ulteriori possibil it di galleggiamento. Consumare energia in realt significa respirare. Questa attivit respiratoria a volt e continua anche di giorno, ma a un tasso molto ridotto, e l'anidride carbonica prodotta viene reimpiegata immediatamente nel processo di fotosintesi, di cui si pu dire che maschera la respirazione diurna. Per questa fotorespirazione, come vien e definita, pu sciupare met del carbonio assimilato attraverso la fotosintesi. Il tasso di trasformazione medio di tutta l'energia radiante disponibile in ener gia chimica inferiore all'1% in una specie coltivata, e molto pi basso nel caso d elle piante che restino inattive per una parte dell'anno. Anche questa cifra bas sa tiene conto dei periodi in cui tale coltura non ha le foglie tutte aperte, o un poco del fogliame adulto in parte ombreggiato, ed anche delle condizioni clim atiche in cui ad esempio le nuvole possono ridurre l'intensit luminosa fino al 5% di quella che splende a pieno sole. Un fattore limitante dato dalla bassa concentrazione di anidride carbonica nell' aria, che di sole tre parti su 10000. Alcune piante, come la canna da zucchero e d altre erbe tropicali, sono in grado di operare la fotosintesi pi efficacemente di altre e a concentrazioni pi modeste di anidride carbonica. Esse hanno un mecca nismo efficientissimo per fissare l'anidride carbonica, e non sprecano carbonio nella respirazione diurna, come la maggior parte delle piante. Oltre ad alcune d ifferenze nei processi chimici interessati, queste piante (dette talvolta piante tetracarboniche o a debole germogliazione) hanno cloroplasti di due tipi, uno d ei quali contiene molto pi amido e funziona all'occasione da riserva temporanea d 'energia. Le piante tetracarboniche sono invariabilmente tropicali o subtropical i, provengono spesso da regioni aride, e sono resistenti alle condizioni di sicc it. Esistono parecchi generi, che comprendono specie tetracarboniche tropicali e specie delle regioni temperate a ciclo ordinario. Sembra probabile che si tratti di un progresso evolutivo, perch l'atmosfera odierna meno ricca d'anidride carbo nica di quanto non fosse durante le Ere Carbonifere. Quanto sopra si rileva nettamente confrontando i tassi di produzione di diverse piante, misurati in accumulo di carbonio per ogni singola area. Il plankton vege tale, o ftoplankton, - virtualmente cellule elementari - ha la produttivit pi bassa , solo lievemente migliorata nelle erbe delle regioni temperate. Una foresta di betulle opera con efficacia circa 6,5 volte superiore, la foresta tropicale piov osa pi di 20 volte, mentre granoturco e canna da zucchero hanno produttivit superi ore rispettivamente di 25 e 35 volte. Dobbiamo fare un'altra eccezione per i funghi. Sprovvisti di clorofilla, essi no n usano la luce solare per produrre energia, ma hanno approntato mezzi propri pe r ricavare nutrimento dalla materia in disfacimento o vivente. Non v' dubbio che siano effettivamente piante, ma questi agenti di collegamento del regno vegetale

sprovvisti di clorofilla, che tanto spesso fungono da agenti principali per rig enerare materie nutritive semplici dalla complessa farragine dei corpi animali e vegetali in decomposizione, sono veramente fuori del comune. Una pianta, per crescere, non ha bisogno soltanto degli alimenti prodotti dall'e nergia radiante tramite la fotosintesi, ma deve avere a sua disposizione anche c erte sostanze minerali, e naturalmente l'acqua. Calcolati su scala mondiale, i r isultati di questa attivit danno le vertigini. E" stato calcolato che la crescita o la produzione annua delle piante - ivi compreso il plankton oceanico di alghe microscopiche - si aggira sulle 14 per 10 alla decima potenza tonnellate di mat eria organica. In termini energetici questo corrisponde molto approssimativament e all'erogazione di due miliardi di grosse centrali termiche o idroelettriche. L e piante terrestri da sole creano ogni anno 150 miliardi di tonnellate di materi a nuova. Capitolo 6. INGEGNERIA NATURALE. L'animale ha il sangue, la pianta ha la linfa; l'uno ha l'emoglobina e l'altra l a clorofilla, che in parte le assomiglia. Gli animali sono forniti di occhi, le piante di cloroplasti: questi organi reagiscono alla luce e funzionano in manier a analoga. Gli animali hanno un sistema nervoso, pi le secrezioni ghiandolari che costituiscono un secondo impianto di comandi, mentre le piante dispongono di me todi per controllare l'accrescimento, i movimenti ed ogni minimo particolare del la loro organizzazione, grazie a sostanze chimiche funzionanti da messaggeri. Un a pianta ha cellule dotate di massicce pareti che le impediscono di assumere cib o in un modo che ricordi anche lontanissimamente i processi usati dagli animali; perfino le piante carnivore arieggiano solo superficialmente il modo di fare de gli animali. Tanto le piante quanto gli animali hanno lo scheletro; una pianta n on ha muscoli, ma in grado di effettuare le funzioni aspirantiprementi di una po mpa. Le funzioni sessuali delle piante sono paragonabili a quelle degli animali per la loro complessit. Una pianta pu riuscire a riparare una lesione rigenerando alcune parti; pochi animali vi riescono. La pianta non pu scegliere il posto dove dovr crescere, stabilirsi e nutrirsi. Una volta germogliato il seme, dovr cavarsela l, oppure morire, ancorata in un modo c he ricorda - poniamo - quello di un polipo, ma che comunque non si pu paragonare in nessun modo a quello di nessun animale dotato di capacit di spostamento. Forse le piante assomigliano maggiormente a polipi e coralli per il loro modo di vive re, quel loro ripetersi in elementi simili, la loro struttura ed architettura ge nerale. In questo capitolo intendo tracciare il profilo di una pianta ideale nel suo insie me. Pi che altro per amor di semplicit dovremo considerarla una pianta fiorente o una conifera, appartenente cio ai tipi di piante pi noti alla maggior parte della gente, e che compongono il grosso della vegetazione del giorno d'oggi. Anche questa semplificazione ci lascia moltissime varianti nella crescita e nell e abitudini delle piante, e del posto che occupano nell'ordinamento globale di t utte le cose. Anzitutto c' la durata della vita. Alcune piante sono annuali, vivo no tutta o gran parte della loro esistenza in una sola stagione - e alcune di qu este piante a vita breve si dicono addirittura effimere, perch vivono solo poche settimane. Altre sono biennali, iniziano la loro vita un anno, svernano, e nell' anno successivo fioriscono, danno semi e muoiono. Le piante che vivono per parec chi anni e fioriscono ogni anno a maturazione si dicono perenni. Alcune ad ogni primavera drizzano steli o gambi carnosi che fioriscono ed appassiscono prima de ll'inverno. La pianta trascorre questo tempo, o qualsiasi altro periodo di ripos o che possa decretare il clima, sotto forma di un intrico o ciuffo o pezzo di le gno pi o meno sotterraneo, dove solo le radici restano attive. Sono le erbacee pe renni. Molte piante acquatiche hanno un comportamento analogo, poich passano gli inverni freddi in riposo, assumendo la forma di una specie di nodo carnoso senza foglie o gambi. Altre piante sono legnose e hanno per lo pi maggiore durata, sebbene alcuni suffr utici, legnosi solo in prossimit della base, abbiano parti superiori erbacee che

possono perire in inverno, quali la salvia e la lavanda. Le piante legnose si di vidono grosso modo in cespugli ed alberi, sebbene queste categorie si sovrappong ono immancabilmente; i cespugli hanno molti steli o tronchi relativamente corti, mentre gli alberi ne hanno tipicamente uno solo, di solito con una corona o chi oma di rami. Alcune piante vivono per parecchi anni, ma possono dare fiori e semi una volta s ola, e sono dette "monocarpiche". Molte tra queste sono piante erbacee, come il caso di numerose bromeliacee, ma molte rappresentano curiose fasi intermedie, me t erbacee e met cespugli, quali le grandi agavi che formano rosette o palchi e le pu ye americane. Per alcune di queste occorrono dieci anni perch giungano a maturazi one, per altre assai di pi, e questo il motivo per cui le agavi sono spesso chiam ate le piante dei cento anni. Alcune palme sono monocarpiche, e un altro gruppo ar boreo - quello delle spatelie - imparentato con l'arancio. La Spathelia simplex, o spatelia montana, detta anche orgoglio dei monti, piantata diffusamente a Giama ica a scopi ornamentali: pu raggiungere l'altezza di 15 metri, sebbene il suo tro nco abbia solo il diametro di circa 8 centimetri. Dopo 8-10 anni produce un ciuf fo enorme di fiori rossi alto fino a un metro e mezzo, con un diametro di 2,4 me tri: una volta che siano maturi i semi, tutta la pianta muore. Tra le piante erbacee e legnose, annuali e perenni, ve ne sono molte che si arra mpicano e formano lunghi gambi a rapida crescita, forniti di dispositivi, o sche mi di accrescimento, che consentono loro di attaccarsi, uncinarsi o stendersi su superfici od altre strutture vegetali. Esistono anche svariatissime specie parassite, dipendenti in misura maggiore o m inore, per gli alimenti, da altre piante; queste forme estremamente specializzat e di adattamento sono del tutto estranee all'argomento generale di questo capito lo, e verranno trattate nei particolari nei capitoli successivi, in quanto costi tuiscono eccezioni veramente affascinanti alla regola generale. E" il caso delle meno scorrette saprofite, che vivono sulla materia in decomposizione, come cert i funghi, e che come loro non hanno clorofilla. Per capire le funzioni delle parti di una pianta bisogna considerare il suo meta bolismo e le necessit create da questo ricambio. Una pianta pu vivere a lungo di s ola acqua e dei minerali ivi disciolti finch le sue foglie operano la fotosintesi , ma per un accrescimento normale e sano occorrono sali inorganici in maggiore q uantit. Il terzetto principale costituito da azoto, fosforo e potassio; ma sono n ecessari anche altri sali, sebbene in quantit molto minori: tra essi quelli di zo lfo, calcio, magnesio, sodio, ferro e altri metalli, e il boro. La loro assenza pu portare a morte una pianta, sebbene ne occorrano quantit infinitesimali. Gli ag ricoltori, i forestali e i giardinieri si spingono troppo avanti quando devono b ilanciare questi minerali nelle quantit giuste, sebbene molto dipenda naturalmente dalla natura del suolo interessato; la pianta, inoltre, opera con criteri decisa mente selettivi per quanto riguarda le sostanze che effettivamente assume o meno . Le sostanze minerali contenute nelle cellule di solito si trovano in rapporti molto diversi da quelli delle sostanze minerali contenute nel suolo esterno. Il modo in cui una pianta assume e assorbe i minerali fa parte di un complicato pro cesso elettrochimico noto come trasporto ionico. A noi, in questa sede, importa sapere che tali sostanze vengono effettivamente assunte dalle piante. L'acqua viene assunta per osmosi. Questo significa che quando esiste una membran a porosa - qual la parete di un pelo radicale - una soluzione ad alta concentraz ione salina da una parte (ad esempio all'interno del pelo radicale) estrarr acqua da una soluzione a concentrazione pi bassa (esempio tipico l'acqua del suolo). Q uesta semplice legge di natura agisce in molte sedi, cellule interne comprese. Il motivo principale per cui viene assunta l'acqua perch collabori alla fotosinte si, per la pianta assume e perde molta pi acqua di quanto le occorra per tale proc esso. Questa perdita d'acqua si dice traspirazione ed interessa quantit enormi di acqua. Le valutazioni dell'entit della traspirazione variano moltissimo, ma picc oli esperimenti hanno dimostrato che pi o meno per ogni ettaro di terreno che pro durr alla fienagione tre tonnellate di fieno, l'erba traspira tra maggio e luglio una quantit d'acqua corrispondente a oltre 1000 tonnellate; in un periodo poco p i lungo le patate traspirano 570 tonnellate d'acqua per mezzo ettaro e danno un r accolto di due tonnellate. Oltre alla traspirazione attiva si verifica anche per

dita d'acqua per evaporazione, variante a seconda dell'efficacia isolante della struttura fogliare. Occorre acqua anche per tenere gonfie le cellule delle piante; non si tratta pro priamente di mantenere rigida la pianta dovunque ve ne sia necessit, ma piuttosto di conservare le cellule in buona salute ed efficienza. Al di sotto di un dato livello, variabile percentualmente tra il 70% e il 95% d'acqua nel tessuto plant are, le cellule non possono crescere con ritmo soddisfacente, finch a un dato pun to la perdita d'acqua riesce fatale alla pianta. Pertanto le radici sono tenute ad assumere e convogliare grandissime quantit d'ac qua, sebbene meno dell'1% dell'acqua assorbita venga poi trattenuto dalla pianta . Ci significa che il sistema radicale ha spesso dimensioni enormi rispetto alla parte aerea della pianta. L'acqua tuttavia non viene spontaneamente alle radici, costrette in ogni caso ad assorbirne dal suolo pi che possono, nonostante le dif ficolt, e ad espandersi alla ricerca incessante di nuova umidit. Misurazioni effet tuate hanno rilevato che singole radici di granoturco si allungano di 5-6 centim etri al giorno, mentre l'aumento medio complessivo della lunghezza del sistema r adicale di una pianta di segale matura stato valutato sui 5 "chilometri" giornal ieri. Il calcolo non tiene conto dei peli radicali, la cui crescita media giorna liera per una singola pianta di segale si aggira sui 90 chilometri giornalieri. La pianta di segale dell'et di circa quattro mesi, oggetto dell'esperimento in pa rola, stata tenuta in una cassetta contenente all'incirca 1300 centimetri cubici di terreno. La lunghezza complessiva delle radici risult di 622 chilometri, ment re quella dei peli radicali ammont allo sconvolgente totale di 10620 chilometri. Quindi la pianta ha fondamentalmente tre distinti settori a diversa funzione. Ol tre ad assorbire dal terreno l'acqua e le sostanze minerali solubili indispensab ili per l'alimentazione, le radici ancorano la pianta al terreno; anche la pi mod esta pianta annuale ha bisogno di un dispositivo di ancoraggio. Le radici portan o al gambo o al tronco, talvolta tramite un colletto o punto di raccolta, nel caso che vi siano parecchi steli o gambi. Gli steli o tronchi pi o meno ramificati so rreggono le foglie, ovvero le fabbriche della fotosintesi. A volte il gambo virt ualmente manca, come accade in certe piante alpine, e allora le foglie spuntano dal colletto. Il colletto o i rami portano anche gli organi sessuali della piant a, che per lo pi sono responsabili della perpetuazione della specie, sebbene non siano essenziali per il ricambio della pianta stessa: se ne tratter nei capitoli seguenti. Tant' vero che in certi casi, come succede per vari alberi, possono tra scorrere molti anni prima che la struttura possa crescere e maturare abbastanza da produrre fiori o organi sessuali. Questi tre settori appartengono tutti ad un sistema che associa la conduzione de i liquidi alla rigidit: il sogno di molti architetti che vorrebbero un impianto d i condutture in grado di tener su tutta una casa. Di norma l'acqua viene portata alle foglie assieme ai minerali, mentre un flusso in senso inverso porta le sol uzioni di zuccheri e di altri materiali organici dalle foglie alle radici e alle altre parti della pianta bisognose di sostentamento. Nei due tipi di circolazio ne vengono immessi anche ormoni chimici ed altri messaggeri. Queste condutture si possono paragonare a una combinazione della circolazione sanguigna negli animali e di un sistema digerente, per le sostanze possono anche migrare prontamente da un sistema circolatorio all'altro in senso orizzontale. Il convogliatore principale del flusso ascensionale noto con il nome di xilema, mentre si chiama floema quello del flusso discendente. I due tipi di condutture sono nettamente differenziati nelle felci e nelle piante pi progredite. I primi s egni di conduttura centrale, funzionante anche da rinforzo, si avvertono in vari muschi. Nelle alghe, dove abitualmente non c' necessit di circolazione, perch la p ianta vive nell'acqua, dalla quale ricava le sostanze minerali, si pu trovare una robusta parte centrale di cellule collegate tra loro per procurare la consisten za necessaria e qualsiasi tipo di circolazione occorra - ad esempio di ormoni. Le due grandi classi di piante fiorenti - dicotiledoni e monocotiledoni - sono a lquanto diverse tra loro per la disposizione dei canali circolatori. Floema e xi lema iniziano dalle radici, almeno come fascio centrale; nelle dicotiledoni lo x ilema forma un modello o disegno a croce dove il floema situato tra i bracci del la croce stessa. Invece nelle monocotiledoni i due corredi di cellule circolator

ie formano gruppi alternati e disposti a cerchio attorno a un midollo centrale. Nelle prime, le radici pi vecchie sviluppano un nucleo centrale di xilema e un an ello esterno di floema. Da principio le radici crescono verso il basso perch sono geotropiche, e seguono l'attrazione esercitata dalla gravita terrestre. Tuttavia devono ben presto cres cere di fianco per cercare umidit, e lo fanno con un movimento a spirale mentre c ontinuano a crescere verso l'esterno e verso il basso. Per lo pi si trovano sotto terra, sebbene le radici degli alberi possano affiorare dal suolo man mano che l'albero cresce. Le radici hanno bisogno assoluto d'ossigeno, e muoiono in un su olo imbevuto d'acqua; qualora esistano piante in terreni di questo tipo, ci signi fica che vi possono sussistere strutture speciali che fanno s che l'ossigeno veng a assunto nel sistema radicale. Le punte delle radici sono tenere e delicate. Si proteggono dalle contusioni e d ai danni con un cappuccio protettivo alquanto somigliante a un ditale, composto di cellule a perdere che vengono sostituite di continuo in punta; le pareti di q ueste cellule diventano mucillaginose, lubrificando la punta della radice, mentr e essa s'insinua incessantemente tra le particelle di terreno. Il vero dispositi vo di assorbimento della radice si trova di solito proprio dietro la punta, sott o forma di una massa di peluzzi che si producono ininterrottamente presso la pun ta della radice e muoiono alle spalle man mano che la radice avanza. Questi peli radicali sono in grado di afferrare veramente le particelle di terreno, di modo che un apice radicale si presenta di norma ricoperto di terra. La radice s'ingr ossa dietro la punta, e contribuisce a dilatare una fessura del terreno dove pu i ntrodursi la punta per i suoi sondaggi esplorativi. Le piante erbacee prolungano i loro canali nei gambi e nei rami in un sistema di fasci vascolari dove si associano xilema e floema. Nelle dicotiledoni questi fa sci sono disposti tipicamente in un anello esterno che circonda il midollo centr ale, mentre nelle monocotiledoni sono dispersi nei tessuti, e questa prassi si c onserva anche in specie di grandi dimensioni quali le palme. Un diagramma dei fasci di una dicotiledone ricorda molto da vicino quello della circolazione sanguigna in un essere umano. I fasci disposti a cerchio nello stel o formano una specie di guaina aperta, con rami che proseguono verso gli steli o gambi laterali, e si ramificano e biforcano continuamente, finch entrano nelle f oglie, e alla punta del germoglio entrano nel tessuto embrionario che cresce mag giormente o fiorisce, a seconda dei casi. L'apparente dispersione dei fasci di u na pianta monocotiledone - come si manifesta in una sezione trasversale - rivela uno schema molto preciso alla dissezione longitudinale: essi crescono obliquame nte, di modo che - tradotto in termini molto semplici - lo stelo si basa su una rete intricata e allungata in senso verticale, mentre i fasci si scindono a vari e altezze per entrare in contatto con quelli delle foglie. E" uno schema che ric orda quello di una struttura geodetica, che comporta grande spiegamento di forza , ed il motivo per cui lavorare con grossi tronchi vegetali lavoro faticoso: inf atti quasi impossibile segare un tronco di palma, e tanto meno sezionarlo pulita mente per esaminarlo al microscopio, data la gran quantit di fasci vascolari, ogn uno dei quali rivestito di fibre durissime e spesse, abbastanza somiglianti a si ngoli cavi elettrici. Tuttavia nelle dicotiledoni legnose, gimnosperme comprese, un processo detto di ispessimento secondario si attiene nella sua disposizione a un modello schematico, per cui si ha un'anima centrale di xilema che si dilata c ontinuamente. Se lo si taglia in sezione trasversale, si osserva che quest'anima formata di anelli, ciascuno dei quali si compone di cellule maggiori e minori quelle pi grosse prodotte in primavera quando la crescita al suo apogeo ed ha lu ogo l'espansione generale, mentre quelle pi ridotte e pi spesse vengono fabbricate in estate e in inverno, quando la crescita rallenta. Ogni anno si forma un nuov o anello, il cui sviluppo pu dirci se e come stata buona la stagione di quel dato anno, mentre il numero degli anelli c'informa sull'et esatta di un albero. All'esterno dell'anima centrale di xilema si trova una guaina molto ristretta di cambio, un tessuto dal quale dipende la crescita immediata tanto dello xilema a ll'interno, quanto del floema all'esterno: miracoloso strato unicellulare che si scinde costantemente, e in realt incarna l'essenza stessa della crescita degli a lberi anche pi giganteschi.

Una sezione trasversale di un tronco d'albero metter in evidenza anche strette li nee raggiate che attraversano gli anelli annuali. Si chiamano raggi e si compong ono di cellule non legnose che permettono alle sostanze nutrienti di attraversar e il raggio del tronco. E" osservazione comune che i tronchi legnosi possono disseccarsi e decomporsi da l centro verso l'esterno, lasciando talvolta un limitatissimo rivestimento ester no, che per pu sostenere una chioma di rami e di foglie e collegarla alle radici. Man mano che un albero invecchia, l'attivit di conduzione si riduce progressivame nte ai soli anelli annuali pi esterni; lo xilema centrale non funziona attivament e, e finisce con il diventare una specie di area di scarico interno dei sottopro dotti indesiderati, ci che per nostra fortuna migliora sovente la qualit del legno . La circolazione impegna cellule di vario tipo. I dotti xilematici sono di norma legnosi e non contengono materia viva: si tratta in realt di tubature di tipo spe ciale, con pareti rafforzate da anelli, spirali, ispessimenti reticolati o butte rati. Queste condutture si dicono vasi e tracheidi; se ne trovano da relativamen te larghe fino a lunghissime e strette. Alcune sono aperte ad ogni loro estremit, altre hanno infossamenti e pertugi non soltanto alle estremit, ma anche lungo i fianchi, di modo che i liquidi possono filtrare lateralmente attraverso le cellu le adiacenti - fatto di grande importanza in caso di blocco, bolle d'aria o altr e avarie. Il diametro di questi vasi tubolari varia da 20 fino a 600 micron in c asi eccezionali, la lunghezza va da pochi centimetri a molti metri. A volte un a lbero ha vasi che vanno senza soluzione di continuit dalle radici alla corona dei rami. (Un micron uguale a 1/1000 di millimetri.) Come viene convogliata o forzata l'acqua su per lo stelo o il tronco di una pian ta? Si potrebbe pensare a un effetto dell'azione capillare. Ma questo fenomeno d ipende dalla tensione superficiale per cui i liquidi salgono in tubetti finissim i, e non supera il metro. Senza dubbio le radici esercitano in alcuni casi un'az ione di pompaggio che in alcune condizioni sperimentali stata misurata sulle 8 a tmosfere. L'entit dell'effetto pompante delle radici si pu valutare dall'Agave ame ricana, la pianta dei cento anni. I Messicani ricavano da questa pianta monocarpic a un potente liquore detto pulque, asportando il germoglio fiorale non appena co mpare al centro della rosetta, e raccogliendo tutta la linfa che subito trasuda e che poi viene fatta fermentare. Nei primi giorni se ne ottengono circa 375 gra mmi al giorno, e la quantit prodotta complessivamente nei 4-5 mesi che il fiore a vrebbe impiegato per giungere a maturazione di circa 50 chilogrammi. Alcune pian te come i filodendri delle foreste tropicali trasudano umore dalle punte e dai b ordi delle foglie quando c' molta acqua alle radici, e molte piante sono fornite a questo scopo di appositi pori all'estremit delle nervature. Questo pompaggio op erato dalle radici dipende in larga misura dalle buone condizioni di crescita, s pecialmente in corrispondenza delle radici. Inedia, siccit, mancanza d'ossigeno e basse temperature sono altrettanti fattori che contribuiscono a limitarla. L'az ione pompante comunque non si verifica in tutte le specie; ad esempio, nelle pia nte a foglie caduche delle regioni temperate scompare dopo l'esplosione iniziale della crescita primaverile. Inoltre la quantit d'acqua pompata rappresenta una f razione della quantit che va perduta da una pianta attraverso la traspirazione. F orse solo l'uno per cento dell'acqua assunta viene trattenuto da una pianta. La risposta finale pare risieda nella tensione idrica combinata con la forza di coesione. Una colonna d'acqua si pu mantenere in uno stretto tubo producendo oppo rtuna tensione all'estremit superiore, che pu venir esercitata nel nostro caso da un gran numero di foglie in traspirazione attraverso i fasci vascolari sul fluss o xilematico principale di un albero. Per mantenere tale tensione oltre la press ione atmosferica ordinaria, con cui si potrebbe raggiungere un'altezza di 10 met ri, bisogna far partecipare l'attrazione coesiva delle molecole d'acqua, in modo che una colonna ininterrotta d'acqua o di liquido possa perdurare senza soluzio ne di continuit. E" assai difficile misurare la tensione sugli alberi in vita, pe rch l'inserimento di qualsiasi strumento provoca il collasso della colonna d'acqu a sotto esame. Per si potuto valutare la tensione presente in rami tagliati con u na tecnica speciale, e le misurazioni effettuate hanno dato risultati fino a ben 80 atmosfere. I dati pi alti si ottengono dalle piante dei deserti e degli acqui

trini salmastri, che devono risolvere problemi assai ardui per estrarre acqua da l loro ambiente. E" pure importante il fatto che i rami superiori degli alberi a bbiano tensione pi elevata che non i rami pi bassi. Una tensione di 30 atmosfere b asta a sollevare l'acqua a 150 metri d'altezza, e le piante hanno capacit adeguat e al riguardo, dal momento che gli alberi pi alti mai riscontrati variano dai 120 ai 150 metri d'altezza. (Sono compresi tra questi giganti vegetali esemplari di Eucaliptus regnans australiani valutati a 150 e 140 metri, e un pino Douglas di 129 metri abbattuto nel 1895.) Va detto che un fattore negativo impedisce a questa teoria di reggersi cos come c ongegnata. Se si crea artificialmente un sistema che convogli acqua in tensione entro tubi capillari, la colonna d'acqua pu interrompersi e crollare molto facilm ente se i tubi vengono scossi o incisi. Ma ci non succede nel tronco di una piant a, che pu venire strapazzata in molti modi, o in uno stelo che oscilla al vento. Inoltre si possono far combaciare lembi di un tronco d'albero mediante tagli pra ticati in parti diverse o anche opposte, senza che per questo venga disturbato i l flusso xilematico; esso non viene neppure interrotto quando il gelo invernale provoca bolle d'aria nella linfa. Per non c' dubbio che la linfa riesca ad attraversare le pareti delle cellule xile matiche, che vengono cos saturate quando si verifica un blocco o un'interruzione. Ci si pu dimostrare con grande chiarezza esaminando il rapporto tra radici e tron chi. Di norma un dato settore radicale rifornisce solo la parte dello stelo o ga mbo o tronco situata direttamente sopra di esso, con tutti gli organi che tale p arte pu portare. Ma se si toglie una parte delle radici, si osserva che le corris pondenti parti sovrastanti non ne soffrono perch vengono indubbiamente rifornite con movimento laterale proveniente dal resto del sistema radicale. In ogni caso -sebbene la teoria della tensione e coesione possa presentare qualche pecca - la traspirazione e il convogliamento verticale dell'acqua sono dati di fatto. Va ricordato infine che stata fatta anche l'ipotesi che gli alberi molto alti po ssano assorbire umidit atmosferica, alleviando l'entit del fabbisogno idrico e la necessit che venga tutto fornito dal sistema di convogliamento ascensionale. Quan to sopra pu benissimo capitare ad esempio alle conifere dei nebbiosi Stati Uniti occidentali, ma molto improbabile che possa succedere agli eucalipti di uguale a ltezza nell'arida Australia. Il movimento delle sostanze alimentari nel floema , se possibile, ancora pi straor dinario, perch le cellule floematiche contengono materia viva. Tra queste cellule predominano quelle dette a tubi cribrosi, lunghe e strette cellule, ad ogni est remit delle quali si trova una parete butterata di forellini simile a un setaccio . Queste pareti sono assai spesso disposte in senso obliquo ai lati lunghi della cellula, e poggiano sulle pareti delle cellule contigue. Si discute da molto te mpo se questi forellini a setaccio siano aperti o meno. Se sono aperti, le soluz ioni zuccherine potrebbero muoversi per pressione idrostatica, stimolate dall'el evata pressione osmotica delle foglie. Per una recente indagine lascia intendere con forti argomenti che essi non sono aperti, ma costituiscono dei passaggi per certi cordoni longitudinali che contengono filamenti di proteine. Un'ipotesi der ivante da queste conoscenze indurrebbe a credere che i fasci di filamenti nei tu bi agiscano da muscoli, contraendosi ritmicamente per spingere la soluzione zucc herina lungo le cellule tubolari collegate tra loro. Un'altra teoria fondata su osservazioni recentissime ritiene che gli zuccheri siano mossi dalla corrente di contenuto cellulare (citoplasma) tra le cellule. Non ultima particolarit di ques ti tubi cribrosi il fatto che, a quanto pare, i materiali circolanti li possono percorrere nelle due direzioni contemporaneamente. Crescita e funzionamento delle radici vengono attivati in larga misura dagli zuc cheri erogati dalle foglie, mentre il processo di fotosintesi pu funzionare solo se le radici mandano su acqua. I minerali del suolo si combinano in vari modi co n i materiali organici. Questa l'essenza di un processo molto complesso, e infat ti la linfa ascendente pu contenere percentuali elevate di zuccheri, specialmente in primavera, quando gli alberi mettono le foglie, mentre la linfa fogliare a s ua volta contiene molti minerali - specialmente fosforo e potassio -, sebbene no ve decimi della sostanza solida ivi contenuta siano dati dagli zuccheri o glucid i. Il flusso giuridico primaverile cos ricco che lo si pu ricavare da certi alberi

praticandovi delle incisioni. L'acero da zucchero viene sfruttato commercialmen te: in ogni albero si praticano con il trapano fino a quattro fori profondi 5 ce ntimetri, dai quali geme la linfa per 37 giorni in media. Conosco un ecclesiasti co irlandese che ogni primavera compie analoghi prelievi dalle betulle dei suoi paraggi e ricava una bevanda alcolica dalla linfa zuccherina. Le piante acquatiche sono circondate da sostanze nutrienti, e ci si aspetterebbe che debba mancare in loro la necessit di circolazione; invece il loro xilema pos siede un tipico movimento ascendente alquanto lento, e si tratta probabilmente d i un reliquato evolutivo. Il modo pi semplice che ha una pianta per acquistare rigidit quello di riempirsi d 'acqua. Le cellule diventano tutte distese o rigonfie, come un pallone o una cam era d'aria gonfiati. Una camera d'aria ben gonfiata difficilmente si riesce a pi egare o a comprimere, e lo stesso vale anche per le cellule distese. Il principi o tuttavia si applica soltanto alle piantine o a parti piccole di piante superio ri, quali i piccili delle foglie. A somiglianza di ogni altra struttura, una pian ta si affida a certe leggi di natura: la forza di un gambo o di un tronco in rap porto diretto con la sua sezione trasversale, ma volume e peso aumentano al cubo delle dimensioni esterne. Cos un tronco pu raddoppiare di dimensioni diventando q uattro volte pi forte, ma il peso aumenter frattanto di otto volte. Nelle piante erbacee in generale la rigidit, o tono, dipende largamente, come si gi accennato, dalla forza, dal numero e dal modello dei fasci vascolari, tipicament e dotati di un gruppo di fibre ai bordi esterni. Per le funzioni che svolgono, a ssomigliano alle travature d'acciaio di un edificio in ferro e cemento: invisibi li, relativamente esili, fortissime. Esiste una variet infinita nel numero e nell a disposizione di queste travature, che si possono separare o fondere, e spesso si trovano associate a flange o costolature di tessuti meccanici. I fasci sono s empre disposti simmetricamente. Le trabeazioni delle palme e delle piante impare ntate ricordano le strutture geodetiche applicate in ingegneria, e sovente hanno un rivestimento esterno di fibre robuste situate proprio al di sotto della cute . Trabeazioni disposte ad anello presso l'esterno di un tronco gli conferiscono una struttura tubolare. Con un minimo di robustezza un tubo rigido come una sbar ra massiccia, con impiego molto minore di materiale, qualunque esso sia: quanto pi largo, tanto pi rigido. La maggioranza delle piante erbacee ha un midollo tener issimo nella parte centrale, o pu addirittura essere cava, formando cos un vero tu bo. Tra le strutture tubolari pi efficienti va citata quella del bamb. Come le palme, una monocotiledone, perci i suoi fasci vascolari non sono disposti ad anello in s enso stretto, ma si concentrano verso l'esterno di un tubo di tessuto relativame nte stretto che circonda una cavit centrale. Ad intervalli il tronco forma nodi o giunture, dove un disco massiccio interrompe il tubo. Inoltre le cellule pi este rne hanno pareti contenenti tanto silicio, che a volte si pu accendere un fiammif ero sfregandolo su un tronco di bamb. Da questo punto di vista assomigliano ad al tre piante a struttura tubolare, come i cereali e gli equiseti; questi ultimi so no tanto pieni di silicio, che sono stati adoperati come abrasivi per levigare l e stoviglie. Un altro metodo di rinforzo consiste nella produzione di cellule petrose o scler oidi, cellule legnose ed a pareti spesse di varia forma, abitualmente senza cont enuto di materia viva, spesso ammassate in prossimit della buccia superficiale, o cuticola, in modo da formare uno strato relativamente rigido e non pieghevole a beneficio delle foglie e dei tronchi o gambi. Una forma di cellule morte conglo merate origina fasci fibrosi; le singole cellule hanno estremit appuntite, in mod o da potersi combinare a maglia con quelle vicine. La forza di quest'altro tipo di sclerenchima - cos si chiamano questi tessuti morti - risulta evidente dal fat to che giova a formare fibre come nel lino, nella juta e nella canapa; le ultime due specie hanno fibre legnose. Molte cellule sono relativamente molto lunghe: nel lino possono essere lunghe 20-40 millimetri, mentre nel rami o erba di Cina p ossono raggiungere i 30 centimetri. Il rami produce fibre superbe dal nostro stes so punto di vista, ma di lavorazione assai difficile, perch i fasci di fibre sono provvisti di un altro rinforzo formato da un rivestimento cementante di cellule vischiose.

Combinazioni di questo genere tra scleroidi esterni e fibre interne ottengono ri sultati stupefacenti di elasticit o ripresa, impensabili per una pianta che debba fare affidamento sui soli fasci vascolari. E" abbastanza facile spezzare lo ste lo morbido di una piccola pianta annuale, sebbene i gambi dei girasoli alti fino a 3-3,5 metri siano abbastanza resistenti. Molte piante perenni sono soffici, m a alcune tra esse hanno steli relativamente molto forti. Ad esempio nel mio giar dino ho l'abitudine costante di tenere da parte i gambi di certi astri e del fio rdaliso Rudbeckia newmannii quando li falcio in autunno, perch secchi sono abbast anza rigidi da potersi usare per sostegno di piantine la stagione successiva. Una volta che una pianta comincia a formare una parte centrale legnosa, tutto il tronco riunisce virtualmente le propriet di trasporto e rigidit. Quasi tutte le p iante hanno notevole robustezza in rapporto alla rigidit e alla leggerezza, come si verifica anche per sostanze di origine animale quali osso e chitina; il motiv o per cui questi materiali biologici sono superiori a moltissime materie fabbric ate dall'uomo sta nella loro natura tenace, resistente alla frattura. Le materie plastiche e i metalli si possono stampare a piacere e modellare pi facilmente de l legno, ma le caratteristiche tecniche del legno hanno tutt'altra portata. Gli ingegneri e i tecnici delle Regie Fabbriche Aeronautiche di Farnborough citavano spesso la battuta per cui qualunque imbecille come me riesce a fare materie plas tiche, ma solo Dio capace di fabbricare un albero. Gli steli delle piante erbacee sono coperti da un'epidermide o cuticola che ha l a funzione principale d'isolare ed impedire la perdita d'acqua. Di solito, ma no n sempre, la cuticola si compone di percentuali variabili di cera e cutina, una sostanza simile al sughero che contiene anche cellulosa e pectina. L'isolamento pu venir aumentato dai peli. Questa epidermide contribuisce di rado a fornire rig idit alla pianta, ma spesso rafforzata da uno strato di grosse cellule a pareti m olto ispessite di cellulosio detto collenchima, che fornisce forza ed elasticit. Queste cellule vive contengono spessissimo cloroplasti destinati ad operare la f otosintesi. Talvolta il collenchima forma creste all'esterno di uno stelo, esatt amente come si fa su una lamiera o fascia di metallo per darle maggiore consiste nza. Gli steli a sezione quadrangolare del lamio costituiscono buoni esempi di q uesta tecnica di rinforzo. L'epidermide del tronco di cespugli ed alberi diventa legnosa e si forma infine la corteccia. Questo strato protettivo si trova immediatamente all'esterno del r ivestimento floematico, e si compone di solito di cellule morte sugherose che si aggiungono costantemente dall'interno. In questo modo l'accrescimento ininterro tto del tronco non causa spaccature nello strato pi interno, sebbene la parte est erna si scinda o si rompa in piastre o scaglie che alla fine possono staccarsi, come si pu osservare chiaramente sui pini e i platani. Altre cortecce sono fibros e o membranose. Le cellule sugherose possono contenere aria od altre sostanze, q uali ossalato di calcio, tannino nelle querce, o il chinino per cui apprezzata l a Cinchona. Talvolta le cellule corticali sono mucillaginose, come nell'olmo del la specie Ulmus fulva. E" possibile che queste sostanze siano scarti eliminati a conclusione di un ciclo di ricambio, ma chiaro che almeno in certi casi possono agire in senso deterrente contro gli attacchi degli animali, siano essi grossi laceratori o animaletti perforanti quali gli scarafaggi, e da difesa contro i fu nghi. La corteccia pu variare moltissimo di spessore. In certi alberi come il faggio o il ciliegio misura solo un millimetro o due. Le scaglie irregolari di un pino po ssono essere spesse due centimetri o pi, mentre nella sequoia gigante la scorza c os fonda (30 centimetri o pi) e piena d'aria che si pu percuotere senza danno con i l pugno. Le cortecce contengono lenticole o pori aerei che consentono alle sostanze gasso se di diffondersi per tutta la corteccia, altrimenti impermeabile; si tratta di gruppi di cellule sugherose sparse entro un'apertura piuttosto irregolare e fras tagliata, che si formano di solito dove esistevano i pori respiratori dei giovan i tronchicini o steli verdi originari. Pu apparire piuttosto curioso il fatto che le cellule interne di un tronco con attivit circolatoria abbiano bisogno di ossi geno supplementare, ma cos succede, e analogamente vengono emesse l'anidride carb onica e spesso anche l'eccedenza di vapore acqueo. La corteccia si rigenera abit

ualmente quando viene distrutta, anche se il processo pu essere lento. Le monocotiledoni hanno di solito uno stelo semplice, ma in alcuni casi sviluppa no un cambio e uno strato sugheroso. In molti gruppi vegetali la base delle fogl ie vecchie crea uno strato protettore; basta guardare solamente le palme per ren dersi conto della barriera che riescono a mettere in opera. Presso molte palme l a decomposizione delle basi fogliari produce come risultato un temibile disposit ivo di fibre pungenti che sporgono in tutte le direzioni. Steli e tronchi portano foglie e fiori, e a questo scopo sono molto spesso ramif icati. Questi rami possono ridursi al minimo necessario perch una pianta annuale possa spiegare un certo numero di fiori, ma succede molto di rado che uno stelo porti un solo fiore. Le erbacee perenni riescono spesso a produrre molti steli d a un colletto radicale, in numero grandemente proporzionale alla salute e al vig ore del colletto. Gli steli producono in modo molto caratteristico un cono roves ciato d'accrescimento: ogni capo fiorale riceve la sua parte di spazio ed ogni f iore pu spiegarsi con profitto massimo per attirare gli impollinatori. In queste piante erbacee, annuali comprese, le foglie vengono portate spesso sullo stelo; ma un grande gruppo di piante produce foglie su steli singoli che spuntano da un ceppo radicale, e lo stelo fiorale viene prodotto indipendentemente, come accad e ad esempio nel rabarbaro e nel lapazio. Analogamente i cespugli tendono ad avere foglie sugli steli ed a portare fiori a ll'estremit degli steli, o raggruppati in modo vario lungo lo stelo. E" tipico in vece degli alberi che il tronco si ramifichi a una certa altezza, e i rami si bi forchino ripetutamele, fino a terminare in ramoscelli che portano foglie e fiori . I rami sporgono secondo un angolo che resta materialmente immutato con l'invecch iare della pianta; se c' produzione eccessiva di frutti, come accade sovente con le specie coltivate, i rami possono giungere a spezzarsi per la rigidit dell'ango lazione. Tuttavia i rami diventano sempre pi spessi e pesanti man mano che l'albe ro cresce, e sembrerebbe giusto aspettarsi che debbano finire con lo spezzarsi, a somiglianza di quanto si verifica nelle strutture sporgenti - aggettanti, o a sbalzo, secondo il linguaggio degli ingegneri -: infatti la parte superiore di u n ramo sotto tensione per una sollecitazione di trazione, mentre quella inferior e in compressione per via del peso. Se esaminiamo un ramo di pianta cedua, trovi amo che il legno della parte superiore diverso dal resto, perch ha vasi pi stretti e fibre in cui le pareti delle cellule interne sono ispessite, in quanto sono c omposte di cellulosio invece che della normale lignina, la sostanza di cui fatto il legno. Nelle conifere modificato invece il legno della parte inferiore dei r ami, pi compatto e a contenuto molto maggiore di lignina. Facile presumere che queste differenze nella struttura del legno possano consent ire ai rami di sostenere sollecitazioni sempre crescenti sulle loro forme aggett anti, ma esse sono, caso mai, effetto e non causa. Il problema richiede ancora i ndagini pi estese. I rami si sviluppano sul tronco secondo uno schema preciso, quasi invariabilment e a spirale, visibile molto chiaramente su alberi primitivi quali le conifere. E sempi analoghi si ritrovano tra le piante fiorenti, dove alcune hanno rami dispo sti a spirale; per nella maggioranza di queste la regolarit della spirale diminuis ce, e lo sviluppo di ogni ramo dipende in larga misura da quello dei vicini e da fattori esterni come la luce, per cui la disposizione risulta assai pi empirica o informale, pur creando un equilibrio di massima. In alberi di questo tipo la d isposizione pu apparire sempre pi irregolare man mano che i rami si assottigliano verso la punta, dividendosi e suddividendosi in altri rami e ramoscelli. Gli alberi variano moltissimo per stile architettonico - che giardinieri e botan ici chiamano con il termine comprensivo di modello - creato dalla frequenza, angol atura e dimensioni dei rami. Qualunque sia la loro disposizione, essa tuttavia p rogettata in modo da esporre ogni singola foglia (fabbrica di energia vitale del la pianta) in posizione adatta a ricevere la massima quantit di luce, nonch da pre sentare fiori e frutti nel posto migliore per quanto riguarda rispettivamente le probabilit d'impollinazione e la distribuzione. Il fine ultimo di questa comples sa ingegneria vegetale di effettuare uno spiegamento soddisfacente di fiori, fru tti e foglie.

E" interessante leggere la presa di posizione alquanto antropomorfa dell'artista Ruskin di fronte alla crescita e alla strutturazione di quello che egli chiama l 'albero socializzato. La citazione tratta da "Elementi del disegno", Lettera terz a. "Libert per ogni ramo di cercarsi sostentamento e felicit secondo il bisogno, con irregolarit d'azione nel gioco come nel lavoro e facolt di sporgersi per procurars i dalla luce e dalla pioggia l'alimento necessario, trovando un posto per respir are a sufficienza tra gli altri rami, o di annodarsi, o raccogliersi verso l'alt o per trovare forza per il fardello che i fiori fruttiferi vorranno depositarvi, e per qualsiasi impeto e sforzo per il lussureggiante fogliame squassato dalla bufera; giocando qua e l a seconda di come la provvida luce solare tenti i suoi g iovani polloni ancora incerti dell'esistenza futura. Esigenze imperiose, per ogni ramo, di fermarsi entro certi limiti, che esprimano cortese cameratismo e fratellanza con i rami del vicinato, e di collaborare sec ondo le proprie forze, la propria grandezza e il proprio stato di salute, in mod o da produrre la perfezione d'insieme delle grandi curve, e la solennit della cir conferenza di tutto l'albero". capitolo 7. LA CENTRALE ENERGETICA. Senza clorofilla una pianta non sarebbe una pianta, e, in termini generali, senz a foglie non vi sarebbe nessun posto per portarvi la clorofilla. Esistono altre sedi dove operare la fotosintesi, principalmente steli e tronchi in circostanze speciali, ma la foglia rappresenta una creazione molto specializzata nel suo spe cifico settore d'attivit, per cui ognuna costituisce una minuscola centrale energ etica che fornisce energia al resto della pianta. Le foglie possono variare enormemente per dimensioni e forma, da quasi filiformi a sferiche, e tra questi due estremi c' tutto un assortimento di forme fogliari lobate, intaccate, dentellate, tante da riempire un catalogo senza fine, senza c ontare il fatto che in alcuni casi praticamente impossibile darne una descrizion e. La maggior parte delle foglie simmetrica lungo la linea centrale, altre sono invece irregolari, e alcune - come quasi tutte quelle del grande gruppo delle be gonie - sono mozze o piegate su un fianco, talvolta disposte a spirale. Anche la rigidit, o tono fogliare, varia moltissimo; le foglie sono per lo pi relativament e soffici e pieghevoli, ma alcune - ad esempio quelle delle yucche, delle agavi, delle bromeliacee in generale - sono durissime, e quando terminano a punta rigi da potrebbero quasi costituire un'arma mortale. Infine le foglie variano anche d i spessore: sono tipicamente piuttosto sottili, ma, specialmente nelle specie su cculente o grasse, si presentano talvolta spesse e carnose, e perfino di diametr o circolare. Le foglie sono unite a volte al virgulto o al ramo principale da un piccilo inter medio, di solito per un'estremit, ma talvolta pi o meno per il centro. Il punto di giunzione relativamente stretto, e la foglia si espande da l. In corrispondenza di questo punto di giunzione si concentrano i fasci vascolari, che continuano ne lla foglia sotto forma di nervature. Si osserva di frequente una grossa nervatur a centrale, oppure, nelle foglie a lobatura regolare, una serie di nervature che si dirigono verso la punta di ciascun lobo. Dalla nervatura media possono stacc arsi nervature minori in rilievo, e comunque tutto il resto della foglia travers ato in tutti i sensi da nervature minori, o venule. Il termine venula appropriat o, perch queste nervature minori hanno aspetto molto simile alle vene degli anima li che contengono sangue, e possono residuare in forma di scheletro livido e sco lorito, quando i tessuti fogliari si sono decomposti. Queste vene vegetali sono il sistema d'irrigazione della foglia; nelle dicotiledoni formano una rete irreg olare, mentre decorrono parallele nelle monocotiledoni. In ogni nervatura xilema e floema stanno associati e si integrano reciprocamente , di modo che gli zuccheri possono passare dalle cellule fogliari al resto della pianta, mentre in queste cellule passano a loro volta l'acqua indispensabile pe r la fotosintesi e la traspirazione, nonch i minerali che collaborano alla costru

zione delle cellule. La foglia tipica piatta. Questa caratteristica le conferisce superficie massima e volume minimo, di modo che progettata nel modo pi indicato a ricevere quantit ma ssime di luce ed anidride carbonica senza sciupio di cellule al centro. Le piant e grasse richiedono meno fotosintesi ed ancor meno traspirazione, mentre invece molto importante per loro disporre di riserve d'acqua, e perci hanno foglie carno se. La foglia ha su ambedue i lati un'epidermide o cuticola trasparente ed imper meabile, uno strato epidermico di cellule incolori talvolta morte - di solito co ntenenti acqua - sotto la cute, e sulla superficie superiore un denso strato di cellule contenenti numerosi cloroplasti, i corpuscoli che contengono la clorofil la. Il centro e le parti inferiori della foglia contengono un tessuto spugnoso l a cui caratteristica principale data dagli spazi aerei ampi ed irregolari situat i tra le cellule. Sul lato inferiore della foglia ci sono i pori respiratori o stomi - parola d'or igine greca che significa bocche. Osservati verticalmente, gli stomi hanno una cel lula a forma di labbro, nota con il nome di cellula guardiana o custode, situata sul fianco di uno spazio vuoto. Sono progettate in modo che la fessura si apra quando sono gonfie d'acqua assorbita dalle vicine cellule epidermiche, e si chiu da invece quando viene ceduta acqua alle cellule circostanti. Solo con un meccan ismo del genere gli orifizi situati nella cute rigida potrebbero aprirsi e chiud ersi senza deformarla. Attraverso gli stomi entrano ed escono gas e vapore acque o a seconda delle condizioni esterne e delle attivit interne della foglia. Abbiamo gi notato che la cute impermeabile, tanto che in molti casi pu essere addi rittura spessa e cerosa allo scopo di assicurare impermeabilit. Un bell'esempio n e dato dalle foglie rotonde di quella pianta bellissima tra tutte che il loto in diano, dove le foglie sono tenute sopra il livello dell'acqua da un sottile gamb o centrale. Gocce lucenti d'acqua si spargono tutt'attorno come argento vivo se la foglia viene mossa; la superficie, coperta di microscopiche escrescenze ceros e, assolutamente impermeabile. Lo strato ceroso esterno controlla la permeabilit della cute al vapore acqueo; ad esempio, la rimozione di questo strato dalla fog lia di una mela di coltura aument la permeabilit da 15 a 107 milligrammi per centi metro quadrato. Senza lo strato ceroso una foglia si accartoccerebbe rapidamente man mano che l'umidit interna si diffonde nell'aria. Le foglie possono avere anche un impianto isolante sotto forma di peli per tener e fresca la foglia, o per rifrangere dalla sua superficie la luce solare nei cli mi molto caldi, o i raggi ultravioletti a grande altezza sul livello del mare. C on le cellule epidermiche -che sono anche trasparenti - la cute forma uno strato abbastanza rigido da proteggere i teneri tessuti interni. Sui bordi della fogli a, altra resistenza viene fornita da parecchi strati di cellule epidermiche, cui tocca il compito di tenere ben salda la sacca trasparente e di resistere agli age nti che potrebbero danneggiare quest'area cos vulnerabile. Se i pori degli stomi fossero sempre aperti, dato il loro numero, basterebbero a far evaporare dalla foglia praticamente tanta acqua quanta se ne andrebbe senza il rivestimento cutaneo fogliare. Invece la capacit di aprire e chiudere gli sto mi riesce a rendere la superficie quasi del tutto impermeabile al movimento del vapore acqueo. L'efficienza degli stomi varia, ma in generale essi regolano l'ev aporazione dalla foglia quando all'esterno c' secco o tira vento, e il vapore acq ueo non si pu raccogliere attorno alle aperture citate. Le piante che crescono in condizioni tipiche di umidit, o hanno foglie che si bag nano facilmente, possono disporre di stomi sopraelevati su peduncoli composti di cellule epidermiche, come nel cetriolo; non c' giardiniere che non sappia come q uesta pianta preferisca un'atmosfera molto umida sotto vetro, cio condizioni in c ui occorre che le foglie favoriscano la perdita d'acqua per godere di adeguato r icambio di gas. Viceversa le piante che vivono in condizioni di aridit hanno pori spessissimo affondati nella superficie fogliare, in modo da ridurre il pi possib ile l'evaporazione di base, mentre una piccola sacca di vapore acqueo tende semp re ad indugiare nella cavit infossata al di sopra del poro. Tali pori infossati p ossono avere inoltre una massa di peli sovrastanti, allo scopo di ridurre ulteri ormente il movimento del vapore. Conviene sempre ricordare che questi pori non sono l soltanto per controllare le

perdite per evaporazione, ma regolano anche l'immissione dell'anidride carbonica necessaria. Se sono chiusi in condizioni di aridit, la fotosintesi rallenta e si arresta. Cos durante una siccit le piante periscono non solo per mancanza d'acqua , ma anche per inedia. Le piante tetracarboniche citate al capitolo 5 sono tanto efficienti perch, vivendo in condizioni ambientali aride dove gli stomi sono spe sso quasi chiusi, hanno elaborato un processo specializzato che consente alla pi anta di funzionare adeguatamente a livelli bassissimi di anidride carbonica, e m agnificamente in condizioni di maggiore umidit quando i pori sono aperti. Gli stomi, infine, abitualmente si richiudono di notte, quando come se la pianta rifacesse il pieno d'acqua, e non occorre metabolismo gassoso perch non avviene fotosintesi. La pianta ha grande bisogno di ricaricarsi d'acqua, perch complessiv amente ne elimina quantit davvero eccessive. E" stata avanzata l'ipotesi che l'ef fetto refrigerante dell'evaporazione serva a proteggere le foglie dalle bruciatu re nelle giornate calde, ma anche se tale supposizione fosse vera, si tratterebb e pur sempre di un'attivit secondaria. A questo proposito C. L. Duddington osserv a che la traspirazione un poco come usare il Niagara per riempire la vasca da ba gno. Ma l'obiettivo principale costituito dal compito di assorbire anidride carb onica per fabbricare nutrimento, e si tratta di un'ardua fatica, dato che l'aria contiene solo lo 0,03% di questo gas, per cui deve circolare molta aria all'int erno del tessuto fogliare. I pori devono stare aperti al massimo per assorbire a deguatamente l'anidride carbonica; cos sfugge molto vapore acqueo, e bisogna farn e arrivare dell'altro attraverso il tronco o il gambo, o aspirarne per le radici . Questo sistema relativamente inefficiente un male necessario che funziona in c ondizioni normali, e si sviluppato perch il processo di fotosintesi deve avere ef ficienza massima - si tratta di uno dei problemi di capitale importanza che le p iante hanno dovuto risolvere da quando sono uscite dal mare. Le specie altamente adattate, quali sono le piante succulente, o grasse, hanno superato in parte qu esto problema, ed hanno ormai ridotto enormemente il loro tasso di traspirazione . Gli stomi, tra l'altro, si trovano anche sui gambi e sugli steli verdi, specia lmente su piante di tipo succulento ed evoluto, che hanno perduto le foglie e in dati casi anche sulle radici. Semplici pori respiratori si trovano sulle piante terrestri inferiori come le epatiche; queste piante vivono in ambiente umido, p er cui non occorrono labbra per chiudere gli stomi. Nelle epatiche il poro si tr ova sopra una camera d'aria, sul cui fondo sono insediate speciali cellule addet te alla fotosintesi, che beneficiano dei gas che entrano. Ho gi accennato al fatto che i rametti e i rami che costituiscono le terminazioni di rami pi grossi di un albero, portano foglie disposte in modo che ciascuna ric eva il massimo di luce ed aria. A volte si tratta principalmente di tenere tutte le foglie ad angolo retto rispetto alla fonte luminosa; in altri casi si produc e un mosaico fogliare. Questo fatto pu non apparire molto chiaramente con alberi co me il faggio, dove c' una gran massa di fogliame sui rami sottili e scarmigliati, ma in certi alberi veramente impressionante. Se si osservano dalla punta i ramo scelli frondosi di un comune acero, ad esempio della specie spontanea "oppio", o di quella coltivata detta "pseudoplatano", si rileva un notevole intreccio di f orme dal quale le foglie giovani ed anziane possono ricavare la massima luminosi t. Le palme ed altri alberi, come le felci erboree e le cycadine, che hanno una c hioma di foglie o fronde stese - specialmente se sono pennatosette, come le penn e degli uccelli - irradiano dal centro in modo da assicurare luce anche ad ogni singola fogliolina. Effetto analogo viene ottenuto dalle foglie pennatosette del l'ailanto, l"albero del cielo. Molte piante tropicali hanno foglie a gambo molto l ungo che s'irradiano da una corona, dove ogni foglia configurata in lobi irraggi anti profondamente incisi. Una di esse, la Musanga cecropioides, conosciuta con il nome di "albero parasole", perch assorbe con le fronde tanta luce solare da ve nir usata per fare ombra nelle piantagioni di cacao. Naturalmente non sono soltanto gli alberi a produrre mosaici di foglie. L'edera un buon esempio di lavoro ad incastro, un gioco di pazienza vegetale; le foglie di begonia pendono su un fianco per comporre un disegno meno compatto. Certe pia nte hanno foglie di due dimensioni, in modo da poter usare ogni spazio disponibi le, come nella belladonna. L'olmo combina piccole disuguaglianze di forma con la diversit di grandezza. Gli esempi pi vistosi di mosaici fogliari si ritrovano di

solito nelle piante dei posti ombrosi, dove ogni parte di ogni singola foglia de ve ricevere tutta la luce disponibile. Le piante sono in grado di mettersi in buona posizione per ricevere la luce, spe cialmente se hanno lunghi piccili, perch alla base del piccilo c' spesso un'area gon fia detta cuscinetto, o "pulvino", che gira tutta la foglia a seconda del bisogn o - un piccolo nodo di cellule funzionanti come un servomotore. L'allungamento d el piccilo fa s che le foglie pi vecchie vengano allontanate sempre pi da quelle nuo ve; perci lo schema fogliare che ne risulta si compone di foglie con piccili di di versa lunghezza. Queste disposizioni si rivelano in modo molto impressionante ne lle piante acquatiche a foglie galleggianti, le quali devono spiegare naturalmen te le foglie su un solo piano. Le piante acquatiche che vivono in acque correnti hanno foglie filiformi o molto frastagliate che riducono il pericolo di venir l acerate o strappate. La rosetta un esempio classico di dispositivo progettato pe r assicurare la massima ricezione di luce, e si osserva nella sua attuazione mig liore nelle piante praticamente sprovviste di gambo - dette sessili, o acauli come i semprevivi e le sassifraghe, sebbene questo accorgimento sia adottato anc he da molte altre piante. Le foglie s'irraggiano da uno stelo centrale: le pi vec chie sono le pi lunghe, le pi recenti sono le pi corte. Cos ogni foglia riceve all'i ncirca la stessa razione di luce. Alcuni alberi sembrano disobbedire a queste regole, segnatamente le conifere, ch e tendono a ricoprire i loro rametti di aghi o ad avere foglie ridotte a dimensi oni di scaglie, le quali ricoprono la vera superficie dei virgulti come una vecc hia spoglia di serpente. Queste piante vivono prevalentemente in difficili condi zioni climatiche, per cui pu darsi che il loro obiettivo sia quello di attuare il massimo numero possibile di posizioni adatte alla fotosintesi, in modo da poter trarre profitto dalle condizioni di luce e di aria, qualunque esse siano. Alcune conifere sono di forma spiccatamente simmetrica e portano i rami disposti ad eleganti palchi piatti, come l'araucaria delle Isole Norfolk, l'araucana ed altre araucariacee affini. Questa disposizione non si limita alle conifere: la S terculia apetala, o albero di Panama, assomiglia a un candelabro alto una trenti na di metri. Le foglie del palco pi basso possono misurare circa centimetri 110 p er 55, e man mano che i palchi salgono in altezza, le foglie si fanno sempre pi p iccole. Le foglie profondamente lobate della papaia irradiano dalla corona come i raggi di una ruota. Una specie di corniolo, il Cornus controversa, chiamata da gli anglosassoni l'albero a torta nuziale per la sua disposizione a palchi, ment re il Cornus alternifolia detto alberopagoda. Sebbene la maggior parte delle pal me adotti la corona espansa, va citata tra le forme pi notevoli quella dell"albero dei viandanti, le cui foglie di otto metri, somiglianti a quelle del banano, spo rgono dalle radici come un gigantesco ventaglio. Nelle regioni molto calde pu non costituire un vantaggio per le foglie il fatto d i ricevere la luce solare in tutta la sua intensit. Esiste un gruppo di piante, p er lo pi imparentate con la lattuga, che girano le proprie foglie e sono erette i n modo da tenere il bordo rivolto di costa verso il sole meridiano. Si chiamano piantebussola, e la loro accuratezza direzionale veniva utilizzata dai primi cac ciatori delle praterie americane. Alcune piante dispongono le foglie a perpendic olo quando sono esposte al sole, e in senso orizzontale quando stanno all'ombra, come il tiglio argentato che ha la faccia inferiore delle foglie bianca, e pres enta un sorprendente contrasto bicromatico in una giornata di sole. Quando il so le scotta, come in Australia, gli eucalipti tengono le foglie perpendicolari di giorno. Molte monocotiledoni - ad esempio i gladioli - hanno foglie lunghe e str ette ripiegate verso il centro, in modo che la superficie superiore venga ripara ta dal sole per la maggior parte del tempo. Le foglie ad estremit inferiore adere nte lungo il tronco a guisa di ala costituiscono un analogo dispositivo inteso a schivare la vampa del sole. Le foglie possono disporsi in modo da ricevere non solo la luce, ma anche la pio ggia. Lo schema di disposizione delle foglie su un albero spesso progettato in m odo da portare sempre l'acqua verso l'esterno, s che alla fine la pioggia sgronda quasi tutta per terra sul bordo esterno della cupola formata dal fogliame, ed p roprio l che si trova la massima parte delle radici assorbenti dell'albero. Quest a direzione dell'acqua si accompagna di solito alla presenza di scanalature nell

e foglie, come nell'ippocastano. A volte nelle scanalature si trovano peli che c ontribuiscono a dirigere lo scorrimento dell'acqua. Nelle piante erbacee un disp ositivo secondario di foglie pu svolgere identica funzione quando le radici si al largano all'esterno; quando invece le radici si dirigono principalmente verso il basso, oppure la pianta ha un fittone verticale, le scanalature formate da fogl ie e piccili possono incanalare l'acqua verso l'interno in modo da farla scorrere lungo lo stelo o tronco principale. Lo dimostrano giacinti e tulipani, nonch alt re piante del tipo della lattuga selvatica, le cui foglie terminano in bordi che abbracciano lo stelo. Altre piante perenni alte, come varie specie di verbasco, o tasso barbasso, hanno una serie di foglie di grandezza decrescente man mano c he risalgono lo stelo, con terminazioni esterne rivolte verso il basso, in modo che c' uno scorrimento interno verso lo stelo, e un altro esterno, che viene infi ne indirizzato a terra tutto attorno al perimetro delle foglie pi basse. Ho gi fatto notare che le prime foglie delle piantine, i cotiledoni, possono esse re affatto diverse da quelle adulte: ci avviene quasi sempre con le dicotiledoni, dove le foglioline del seme sono spesso carnose e costituiscono una riserva ali mentare mentre si sviluppano le radici della piantina. Nelle monocotiledoni come le palme i cotiledoni somigliano di solito ad una foglia adulta. Nelle gimnospe rme come le conifere si possono trovare parecchi cotiledoni stretti. Alcune piante hanno uno stadio giovanile in cui si producono foglie di forma ass ai diversa da quelle adulte. A questo riguardo eucalipti e cipressi formano il g ruppo vegetale pi notevole. Gli eucalipti possiedono sovente foglie rotondeggiant i da giovani, e strette foglie falcate nella forma matura. Dopo una fase complet amente giovanile, queste piante possono mantenere ciuffi di foglie giovanili ent ro una corona di foglie mature. Esse si possono tenere indefinitamente allo stat o giovanile potandole regolarmente per favorire la crescita di foglioline giovan i. Alcune piante rampicanti hanno fogliame molto pi sviluppato quando entrano in fas e riproduttiva. L'edera costituisce il caso pi comune tra le specie dei climi tem perati: quando in fiore produce foglie arrotondate cespugliose invece del consue to ammasso rampicante di foglie a forma di freccia disposte sui tralci forniti d i radici aeree. Il Ficus puntila, o fico strisciante, ha foglie lunghe un paio d i centimetri, ma quando sta per fiorire produce oglie rigide e diritte di 10 cen timetri. Nello Scindapsus aureus una pianta affine al gigaro, il cambiamento e a ncora pi vistoso - le foglie normali di 6-8 centimetri a lembo fogliare indiviso vengono sostituite da foglie di 60 centimetri lobate o profondamente intagliate. In tutte queste piante rampicanti le foglie indicanti la maturit riproduttiva ven gono prodotte quando lo stelo rampicante raggiunge una posizione con pi luce ed a ria oppure non riesce ad arrampicarsi pi oltre. In tutti questi casi la forma giu nta allo stadio di fioritura pu propagarsi e crescere senza poter pi tornare indie tro. Questa caratteristica ricorda il caso dell""axoloti", la salamandra acquati ca provvista di branchie che pu rimanere tate indefinitamente, finch non sopravven gano circostanze tali da tramutarla in una salamandra terrestre. Alla fine le foglie muoiono. Quelle delle piante annuali periscono assieme alla pianta, mentre le foglie delle perenni appassiscono assieme alla parte aerea del la pianta. Le foglie delle piante cedue e dei cespugli cadono ogni anno m autunn o; sulle sempreverdi e le latifoglie delle foreste tropicali che non hanno un ci clo annuo, alcune foglie cadono senza interruzione e vengono sostituite di conti nuo. Il tempo di rimonta delle foglie delle palme, bromeliacee, agavi e simili, spesso durissime e rigide, e estremamente lento. Una foglia che non fa che morire e disseccarsi resta sull'albero come un reliqua to scomodo. Man mano che la foglia invecchia si forma uno strato di cellule spec iali alla base della foglia o del suo piccilo: lo strato di separazione o di tagl io. Alcune piccole cellule diventano gelatinose all'esterno costituendo in tal m odo uno stato fisico in cui qualsiasi soffio di vento, e a volte solo la forza d i gravit, motivo sufficiente a staccare la foglia dal ramo. Contemporaneamente le cellule dello strato di taglio che stanno sul lato rivolto verso lo stelo forma no una barriera impermeabile, di modo che la lesione risulta sigillata perfettam ente. (Lo stesso processo si ripete esattamente quando i frutti cadono dall'albe ro.) Tutte queste separazioni sono causate dall'azione dei messaggeri, o catalizza

tori chimici, descritti al capitolo 11. L'eliminazione delle foglie di anno in anno d'importanza vitale per le piante a foglia caduca che vanno incontro al riposo invernale, le quali perci devono resta re inattive in inverno; ma le foglie invecchiano in ogni caso. Le giovani foglie cedue hanno un colore verde brillante che dipende dalla penetrazione diretta de lla luce nelle cellule, dove si riflette all'interno e fa lavorare a pieno regim e ogni cloroplasto. Tuttavia le pareti delle cellule s'ispessiscono con il passa re dei mesi, e vi si accumula il materiale di scarto eliminato dal protoplasma; cos si attenua la colorazione verde. Le conifere a foglia caduca come i larici e le sequoie arcaiche arrivano al punto di lasciar cadere interi rametti. Presto o tardi, in un modo o nell'altro, gli impianti energetici di ogni pianta si logor ano nei singoli elementi, che bruciano e vanno sostituiti; il meccanismo chimico in causa descritto al capitolo 10. Non appena entra in scena questo processo, c omincia a diminuire il contenuto proteico delle foglie, e si accumulano i prodot ti di rifiuto. Questi ultimi fanno ingiallire le foglie di molte piante, e confe riscono ad alcune specie a foglie caduche quelle tinte spettacolose di oro, ross o, fiamma, porpora ed anche rosato in ogni gradazione, cos memorabili specialment e nelle regioni orientali degli Stati Uniti, che danno all'autunno la sua partic olare bellezza agrodolce prima che restino i rami nudi esposti ai lunghi mesi in vernali. Capitolo 8. ECCENTRICHE E BIZZARRE. Quando la mia ragione cess di vacillare dalle fondamenta, feci risuonare la volta del cielo di un urlo di trionfo... e in religioso silenzio contemplai per la pri ma volta... la pi meravigliosa pianta di tutta la catena alpina. Fu un momento su premo, indescrivibile, da mozzare il respiro. Cos si esprime in un suo brano parti colarmente vivace Reginald Farrer, cacciatore di piante di epoca edoardiana, e l 'evento accennato consisteva nel suo primo incontro con il re antico - la saxifrag a florulenta che una pianta fantomatica e quasi mitica, endemica delle Alpi Mari ttime. Il fatto per assolutamente atipico dei cacciatori di piante in generale. Essi inf atti sono per la maggior parte estremamente laconici quando si tratta di descriv ere il primo incontro casuale con qualcuna delle numerose stupefacenti manifesta zioni del mondo vegetale, tali da far trattenere il respiro anche oggigiorno qua ndo si vedono in un giardino. Anche Schomburgk, di solito enfatico, quando si tr ov per la prima volta al cospetto di ettari ricoperti di foglie immense di ninfea gigante, riusc solo a scrivere: Toh, una meraviglia vegetale!. Comunque era pi incl ine ai voli lirici di un botanico locale, un certo dottor Santos, che si espress e in questi termini: "L'immagine offerta dalla "Victori nelle sue acque natie cos nuova e straordinaria , che mi trovo imbarazzato a trovare un termine di paragone. La similitudine non poetica, ma indubbiamente l'impressione datami dalla pianta... fu quella di mol ti vassoi da t verdi galleggianti, tra i quali spuntava qua e l un mazzo di fiori" . Ammise tuttavia che osservate pi da vicino, le foglie destavano la pi grande ammira zione per la loro immensa e perfetta simmetria. Botanici o no, si ritrovano molte variazioni eccentriche e bizzarre sul tema del la struttura fondamentale della pianta, prescindendo completamente dai diversi p unti di vista con cui noi classifichiamo le piante in famiglie, generi e specie. Queste variazioni sono quasi sempre adattamenti assai specializzati a situazion i varie, sebbene in casi come quello della ninfea gigante si possa ritenere che dipendano dai vantaggi offerti da un habitat ideale. Cominciamo dalle radici, che associano la funzione nutritizia a quella di fornir e ancoraggio e stabilit. Molte piante tropicali producono esili radici funzionant i da speroni o contrafforti di sostegno, che talvolta cominciano abbastanza in a lto sul tronco e scendono obliquamente a terra, e talvolta ricordano le lesene d

elle cattedrali, mentre altre volte emergono proprio a fior di terra, e serpeggi ano rasoterra per metri e metri. Da queste radici se ne staccano altre che si af fondano verticalmente nel terreno. Tra gli alberi di questo tipo sono comprese v arie specie di Ficus, il kapok, l'albero del cotone, il cipresso di palude; molt e famiglie hanno adottato questo metodo per distribuire il carico dell'albero su radici piuttosto superficiali e poco profonde. Nei cipressi di palude le strett e lesene che scendono lungo il tronco in curve aggraziate diventano cave negli e semplari vecchi. Sebbene la parola lesena sia indicata per rendere l'immagine vi siva, queste radici funzionano pi come cavi di stabilit o controventatura, e sono pi soggette a trazioni che a pressioni. Un'altra realizzazione d'ingegneria ai fini della stabilit, anche stavolta diffus amente adottata dalle piante tropicali data dalla crescita di radici funzionanti da trampoli, o da impalcature di sostegno. I pandani, specialmente, hanno alla loro base una tipica struttura che ricorda quella delle tende dei pellirosse, co nsistente in un corredo di radici che partono dal tronco principale dirigendosi obliquamente verso il basso; altre radici spuntano sempre pi in alto sul tronco m an mano che l'albero invecchia. Questo accorgimento spinge verso l'alto il tronc o deboluccio sotto la sua grande chioma di fronde. Talvolta questi trampoli vege tali originano altri puntelli secondari presso la loro stessa base. Se un pandan o deve spostarsi dalla perpendicolare, produce puntelli lungo tutto il fianco pi vicino al suolo; un albero caduto quasi in linea orizzontale ne produce sotto il tronco fino ad assomigliare a un grottesco millepiedi. Le mangrovie emettono pu ntelli radicali per sostenersi nelle paludi e sui litorali fangosi, formando un groviglio inestricabile. In questi alberi sono le radici aeree a portare la magg ior parte delle radichette sottili, e ne producono di nuove man mano che quelle pi in basso vengono sommerse dalla melma e dal fango. Mentre le radici sono ancor a esposte all'aria, chiaramente visibile il cappuccio radicale protettivo citato al cap. 5, simile a un ditale bruno che prontamente sparisce. C' un gruppo d'alberi stranissimi muniti di radici aeree, a forma di tenda, dove manca completamente la radice centrale, tanto che la base del tronco comincia sp esso a una bella altezza da terra. La piantina originale mette radici nel modo n ormale; per, man mano che cresce, le radici aeree prendono il sopravvento, mentre muore la parte del tronco vicina a terra. Uno di questi alberi, la Musanga smit hii africana, o albero ad ombrello, associa la funzione di sostegno a quella di riproduzione, perch molte radici di sostegno originano nuovi germogli dove toccan o il suolo. Talvolta i trampoli e i piloni di sostegno si associano alle lesene, ma mentre q ueste ultime sono create da molti alberi di foresta, le radici aeree di sostegno sono prerogativa quasi esclusiva di piante che crescono in regioni paludose o s oggette ad inondazioni, e a volte compaiono solo se la pianta si trova in un pos to umido. Radici accessorie d'altro tipo sono prodotte dai baniani, che sono una specie di Ficus. Man mano che i rami si estendono, emettono radichette perpendicolari, ch e alla fine toccano terra; se possono penetrare nel terreno, s'ispessiscono rapi damente, e diventano radici colonnari. Questa tattica consente all'albero origin ario di espandersi all'esterno pi o meno all'infinito, occupando ettari ed ettari di superficie. I baniani in India sono considerati alberi sacri, e l'uomo spess o aiuta le radici aeree a penetrare nel terreno. Si dice che Budda abbia meditat o all'ombra di uno di questi alberi; effettivamente, trovarsi al centro di un ve cchio baniano da l'impressione di indugiare in un boschetto sacro. Ne esistono n umerosi grossi esemplari: un baniano caratteristico assicura ombra a tutto un vi llaggio, fornito com' di 350 grosse radici colonnari e di circa 3000 radici aeree pi sottili. Un altro primato si ha in India, nella valle dell'Andrha, grazie a u n albero con 320 radici colonnari e una chioma di 600 metri di circonferenza. Ne ll'Orto Botanico di Calcutta cresceva un famoso esemplare di soli 280 metri di c irconferenza, ma con 464 radici colonnari. Nelle radici di questi tipi - lesene, puntelli o trampoli, colonne - la struttur a radicale affiorante dal terreno ricorda molto pi quella del tronco che non quel la di una radice normale. Il fatto non sorprende, perch le radici esistono pi per svolgere funzioni di sostegno che di circolazione, sebbene anche quest'ultima ve

nga effettuata e debba essere senz'altro importante per alberi enormi come un ve cchio baniano. Attivit radicale in forma alquanto diversa svolta dalle liane soffocanti, che ven gono descritte in seguito con pi diffusi particolari: queste cominciano la loro e sistenza come piante epifite e lasciano pendere radici aeree che, una volta tocc ato il suolo, avviluppano pian piano l'albero ospite, e alla fine lo ricoprono c on un abbraccio mortale. Molti Ficus si comportano in questo modo; lo stesso fa la vite rata (Metrosideros robusta). Un'altra specie di Metrosideros cresce come un albero normale, ed origina talvolta masse di radici rosse sottili e fibrose dai rami pi bassi, che tuttavia non giungono fino a terra. Tale fenomeno non ha t uttora spiegazione, ma pu darsi che queste radici aiutino ad assorbire umidit. Possono cos assomigliare alle radici aeree delle epifite quali le bromeliacee, le orchidee e le piante rampicanti delle Aracee, che devono assorbire umidit dall'a ria e lontano dal tronco della pianta ospite, e inoltre assicurare posizione cor retta agli steli. Certe piante che crescono negli acquitrini o nel fango sviluppano curiose radici respiratorie, o "pneumatofori". Questa particolarit tipica delle mangrovie, dove le radici spingono in alto attraverso il fango masse di germogli diritti che si assottigliano progressivamente, ed hanno nella parte superiore aperture e pori che fanno affluire l'aria fino alle radici - prova interessante di come l'aria s ia essenziale per il benessere delle radici, sebbene queste non siano direttamen te impegnate nel processo respiratorio. Parecchi altri gruppi d'alberi sono prov visti di queste radici respiratorie, e comprendono ad esempio la palma rafia e l a noce moscata selvatica, i cui polmoni radicali emergono in viluppi contorti da l fondo della foresta acquitrinosa. Nel cipresso palustre, le cui radici sono co mpletamente sommerse nella stagione delle piogge, gli pneumatofori hanno la form a di ginocchi nodosi, strutture piramidali alte talvolta fino a tre metri formate da legno dolce spugnoso e corteccia altrettanto spugnosa, che diventano cave neg li esemplari vecchi. Le radici arboree spesso si uniscono sottoterra con autoinnesti quando sono pres sate l'una addosso all'altra, di modo che un bosco di un solo genere di piante p u avere un solo autentico intreccio di radici fittamente collegate. Questo uno de i motivi per cui gli alberi tagliati spesso ricacciano cos prontamente: le loro r adici funzionano, per cos dire, grazie alle foglie degli alberi vicini. Cinque an ni dopo che gli alberi della gomma in Malesia erano stati abbattuti dai giappone si nel 1945, venne praticata l'incisione delle ceppaie, e se ne ricav tanta gomma quanta venne erogata dagli alberi vicini sopravvissuti, dato che tutte le radic i erano in intimo collegamento tra loro. Alcune malattie si diffondono attravers o le radici unite da autoinnesto, come ad esempio i virus degli agrumi e l'avviz zimento della quercia: l'unico modo per combatterle consiste nell'abbattere gli alberi apparentemente sani attorno a quelli attaccati, controllando che vengano recisi tutti gli allacciamenti operati dalle radici. Talvolta sorprende la semplice estensione delle radici. Ho gi citato i 622 chilom etri di lunghezza totale delle radici di una piantina di segale di quattro mesi. Una pianta d'erba medica pu raggiungere con le radici la profondit di 10 metri, e lo stesso pu fare un melo ovviamente. E" stato calcolato che in media circa i tr e quarti di una tipica pianta superiore si trovano sotto il livello del suolo. Que sto fatto particolarmente accentuato nelle piantine nuove o plantule, nelle qual i pu estendersi per nove decimi sotto terra, per il fatto che la piantina va in c erca d'umidit che le consenta di crescere veramente - la misurazione lineare di t utti i peli radicali darebbe probabilmente il rapporto di 99 a 1 e pi. Le radici continuano ad estendersi sempre pi in rapporto alla parte aerea della pianta in c ondizioni di aridit. Le radici del baobab possono allargarsi per 100 metri tutt'a ttorno all'albero, mentre le tamerici in ambiente desertico sono penetrate con l e loro radici, in casi controllati, fino alla stupefacente profondit di 50 metri. Perfino piantine minuscole come gli equiseti possono sviluppare apparati radica li fino a profondit impressionante. La distinzione tra radice e tronco non sempre molto netta, come dimostrano gli e sempi delle radici aeree di sostegno. Ma fondamentalmente il tronco - o stelo, o gambo - sta unito alle radici con le foglie e i fiori. Lo spessore pu variare da

l mezzo millimetro di alcune effimere piante annuali fino alla cifra da primato di 17 metri di un castagno siciliano, e in altezza praticamente da zero fino a 1 00 metri e pi. Anche le piante annuali possono avere gambi relativamente notevoli : i 3-4 metri del comune girasole rappresentano probabilmente il primato in alte zza, mentre il balsamo dell" Himalaya, detto anche pianta di vetro - o elmo del pol iziotto -, ispessisce il suo tronco cavo di almeno 4 centimetri nel corso di una stagione. Alcune delle piante annuali rampicanti possono superare l'altezza del girasole, ma non devono essere autoportanti. I tronchi d'albero dall'immenso spessore, come quelli delle sequoie giganti, son o veramente impressionanti, ma lo sono forse ancora di pi quelli altissimi e sott ili, se si considerano le tensioni e le sollecitazioni cui devono resistere. Ad esempio la palma cerea delle Ande supera i 60 metri d'altezza, ma ha il diametro di uno o due metri soltanto alla base. La palma Guadalupa tocca i 17 metri d'al tezza, ma ha solo 40 centimetri di sezione. Il pino Douglas deve essere una temp ra di vigoroso lottatore, tenuto conto del fatto che l'albero relativamente pi sm ilzo del mondo: di un esemplare di questa specie, alto 100 metri, stato misurato alla base lo spessore di soli 3 metri. L'esile pennone di Kew Gardens stato ric avato da un esemplare alto 82 metri - il quale, tra l'altro, aveva 371 anni d'et - ed ha un diametro di soli 82 centimetri alla base, e di 30 centimetri in cima. Molti alberi non sono soltanto spessi, ma sono anche grassi, obesi - intendendos i con questo termine che hanno un giro di vita ragguardevole rispetto all'altezza. Il baobab si pu definire solo grottesco data la sua altezza media di 12 metri ri ferita al diametro di 10 metri; si trovano esemplari pi larghi che lunghi, cio con altezza inferiore al diametro. Il tronco del baobab pieno di sostanza polposa c os molle che una pallottola di fucile pu passarlo da parte a parte. Ci nonostante g li alberi offrono resistenza notevolissima, e sopravvivono anche se la loro part e pi bassa viene scavata o bruciata: nel Sudafrica c' un esemplare famoso il cui i nterno viene usato come autorimessa per le corriere. Altri alberi hanno ricevuto nomi appropriati alla loro forma, quali le Moringa o alberifiasco, dal tronco cilindrico lungo circa sei volte lo spessore, e il kap ok, dalle proporzioni analoghe; gli alberibottiglia australiani, che si rigonfia no dolcemente e si assottigliano verso la chioma; la palmapanciuta di Cuba, che ha tronco stretto seguito da rigonfiamento ovale, e infine tronco pi sottile. L'a lbero del cotone brasiliano assomiglia a una rapa mostruosa con il tronco ovoida le alto circa tre volte la propria larghezza, che spunta da un piccolo ciuffo di radici e produce una macilenta chioma orizzontale. Tutte queste forme di obesit servono a trattenere l'acqua. In modo particolare le piante dei deserti sviluppa no tronchi rigonfi funzionanti da importanti serbatoi idrici: rientrano in quest a categoria gli Adenium e gli alberielefante, strani anche per la loro cute grig ia e liscia che copre tronchi dall'aspetto muscolare, somigliantissimo a un corp o d'animale. Una pianta ha ricevuto la denominazione molto appropriata di pianta tartaruga o piede d'elefante: una pianta rampicante che emette polloni annuali d a un tronco rotondeggiante, a corteccia sugherosa incisa da solchi profondi in a ree poligonali irregolari. Le Idrie colonnari hanno tronchi che si assottigliano progressivamente e regolarmente da una base relativamente stretta ma ancora isp essita, finendo quasi in niente; possono arrivare a venti metri d'altezza, non h anno foglie ma spine, e il loro aspetto fantastico - specialmente se hanno ramif icazioni - ha conferito loro il nome di alberi spiritati. Sono tra le piante pi sco rbutiche, che non hanno mai una posizione coerente a un minimo di logica. Altra versione alquanto ingrandita data dal cetriolo di Socotra, dai rami miserelli in seriti in cima a un tronco conico. Altre piante risultano stravaganti ai nostri occhi per altri motivi. Alcune palme ceree di Cuba, tanto per citare l'inimitabi le E. J. H. Corner, "sviluppano foglie incredibilmente ammucchiate, affollate, rigide e appena dotat e di piccilo, in chiome simili a ciuffi, al di sotto delle quali le foglie vecchi e e morte pendono come sottane sbrindellate sotto un poncho nuovo andino. La Cop ernicia macroglossa e la C. rigida sono vere e proprie piante guerrigliere nel c onflitto in atto tra i vegetali dei Caraibi: le loro foglie hanno nervature di s orprendente lunghezza, lunghe fino a un metro e mezzo, che possono restare sul t

ronco molto tempo dopo la caduta del lembo fogliare, come rozzi scarichi di innu merevoli grondaie". In Australia le piante dette negretti (Xanthorrhoea) manifestano in vari modi la l oro eccentricit. Le foglie lunghe e strette formano come una testa di turco, una ca pigliatura arruffata alla sommit di un tronco scuro e tozzo, e l'aspetto della pi anta reso ancora pi strano dall'infiorescenza stretta che si spinge in alto verti calmente; spettacolo che si osserva spesso dopo un incendio nella boscaglia. La denominazione botanica di Xanthorrhoea significa flusso giallo, e si riferisce all a densa linfa resinosa di colore giallo che trasuda attorno ai piccili fogliari e si indurisce l. Ogni anno, quando si formano nuove foglie, trasuda altra resina, di modo che il tronco alla fine risulta formato da una parte centrale di tessut i conduttori vivi circondati da un manicotto resinoso, nel quale sono incorporat i i vecchi piccili fogliari. La resina d'interesse merceologico per la fabbricazi one di vernici, coloranti ed altri articoli, perci queste fabbriche vive di sosta nze piasti che vengono incise per l'estrazione della resina. E" stata avanzata l 'ipotesi che gli esemplari veramente vecchi, alti fino a 6 metri, possano avere un'et di 5000 anni. Ci sono motivi che giustificano l'ispessimento del tronco, composto di solito da tessuti adibiti a riserva d'acqua, ma pare che non sussistano ragioni eccellent i per spiegare la perforazione dei tronchi. Il fenomeno si verifica in certa mis ura nei vecchi olivi che si possono osservare nei Paesi mediterranei, ma certe p iante hanno il tronco scavato da grossi buchi. E. J. H. Corner ha definito le Ad ina come alberi a feritoie, dato che i vecchi esemplari scavati assomigliano a stre tte torri di legno, o a garitte cilindri che provviste di feritoie. Un albero del genere era alto 24 metri e avrebbe potuto racchiudere un uomo, ma i fori lascia vano passare soltanto una mano. In certe parti del Sudamerica alberi di questo t ipo si dicono alberi delle zanzare, perch i fori contengono acqua ed albergano ques ti insetti. Certi alberi e cespugli hanno il tronco pi o meno orizzontale. Certi ginepri pros trati compongono grandi tappeti circolari stesi quasi a piatto sul terreno, il c ui diametro tocca talvolta i 20 metri. Altre piante originano una macchia impene trabile di lunghi steli orizzontali alti un metro circa. In Tasmania cresce - an zi si stende - una pianta conosciuta con il nome significativo di albero orizzont ale, che prospera autonoma o costituisce l"ammezzato di alcune foreste. Ha tronco q uasi orizzontale, e gli stessi rami sporgono in senso altrettanto orizzontale, i ntrecciandosi con i rami vicini talvolta a parecchi metri d'altezza dal suolo. C ome scrive Winifred Curtis in "Flora endemica della Tasmania", "si sviluppano in questo modo piattaforme folte ed elastiche ad altezza spesso n otevole dal suolo. E" pericoloso avventurarsi su piattaforme del genere, perch un a caduta da un ramo fradicio e muschioso intrappola l'animoso al piano di sotto, formato da un intrico di tronchi e rami - un mondo crepuscolare senza alcuna se gnaletica, dal quale pu essere impossibile sgusciare fuori". Si raccontano storie di automobilisti che hanno percorso l"orizzontale fiancheggia nte la strada, con risultati paurosi. Nella parte pi meridionale del Sudamerica i l notofago, o faggio australe, fabbrica un groviglio alquanto analogo di ceppi e tronchi, che gli esploratori hanno trovato faticosissimo da superare. Alcuni arbusti striscianti mettono radici man mano che avanzano e riescono a cop rire vaste estensioni di terreno, tipo quella famosa colonia di mirtillo america no Gaylussacia brachycera, che si stende su circa 40 ettari negli Stati Uniti, e si crede abbia 13000 anni. Stile di crescita affatto diverso ma ugualmente notevole ha il Ficus beniamino c omosa, una specie di fico che ha un solo tronco alto pressappoco come un uomo, a l di sopra del quale si allarga una volta orizzontale pensile larga pi di 50 metr i e spessa solo un paio di metri. I tronchi delle piante rampicanti sono notevoli principalmente perch sono cos lung hi ed esili. Il primato registrato tocca ad una specie di rotang - che appartien e alle palme rampicanti - lunga circa 200 metri, con circonferenza costante non

superiore ai 4 centimetri; ma quasi certamente ne esistono di molto pi lunghe. No n resisto alla tentazione di citare uno dei brani pi brillanti della "Storia natu rale delle piante" di Kerner e Oliver, dove si descrive l'habitat forestale di q uell'arrampicatrice tropicale che la liana. "Tutto si arrampica, serpeggia e si allaccia ad ogni altra cosa, e l'occhio cerc a inutilmente di scoprire a chi appartengano tronchi e fronde, fiori e frutti. Q ui le liane tessono e ordiscono cortine e tappeti verdi davanti ai tronchi del c iglio della foresta, l si presentano come ondeggianti ghirlande, o pendono come r icche cortine dai rami degli alberi. Altrove si stendono in lussureggianti festo ni da un tronco all'altro, da un albero all'altro, formando ponti sospesi e vere e proprie arcate ad archi romanici e gotici. Tronchi d'alberi isolati si trasfo rmano in colonne di smeraldo sotto un manto di liane intrecciate, o ancora pi spe sso diventano il centro di piramidi verdeggianti alla cui sommit svettano chiome con guglie verdi. Dove le liane sono invecchiate assieme agli alberi ai quali s' aggrappano, e le parti pi vecchie da tempo sono ormai spoglie di fogliame, le lia ne assomigliano a funi tese tra il suolo e le cime degli alberi... Talvolta tira te e tese, talaltra allentate ed ondeggianti, salgono dal sottobosco che copre i l suolo della foresta, si aggrovigliano e si perdono in alto tra i tronchi. Molt e sono ritorte come le anse di un cavo, altre avvolte come un cavatappi, ed altr e ancora piatte come nastri, scavate di buche, o modellate a forma di eleganti g radini - sono le famose scale delle scimmie". Le liane rampicanti rappresentano di fatto un passo notevolissimo e presumibilme nte tardivo dell'adattamento evolutivo, e lottano contro alberi enormi, nonostan te la loro mole molto inferiore, procurandosi la loro parte di luce e di aria co n un'arrampicata incessante su altre piante, da una parte all'altra di altre pia nte. Esse non si limitano alle regioni tropicali, come pu mostrare ogni bosco del le regioni temperate con il suo assortimento di caprifogli, rovi, rose e vitalbe . Molte famiglie vegetali assai diverse tra loro hanno originato piante rampican ti. Le piante rampicanti si arrampicano in modi diversi. Il sistema pi semplice dato dal tronco che si spinge strisciando verso l'alto, servendosi spessissimo di spi ne o di barbe a m di chiodi di cordata, e da la scalata utilizzando ogni altra pi anta in grado di offrirgli un involontario punto d'appoggio. Certe piante hanno facolt di crescita straordinarie, come il caso della Rosa gigantea dell" Himalaya , che getta arcate e ponti sospesi della lunghezza di 10-12 metri. A volte pu eme ttere ponteggi laterali che contribuiscono a renderla inamovibile, una volta ins ediata in mezzo all'altra vegetazione. Altre procedono in tortuose spirali, e si mettono in contatto con punti d'appoggio con ampi movimenti circolari di ricerca, sovente aiutate da setole o barbe nelle loro operazioni di ormeggio. Alcune ram picanti si schiacciano contro un tronco e vi aderiscono con l'aiuto di radici ae ree. Un'ulteriore forma d'adattamento si ha con l'emissione di molti ramoscelli minori che tendono a fondersi quando s'incontrano, in modo da originare un trali ccio a scala come nelle Clusie tropicali. In questo modo l'albero di sostegno ta lvolta pu scomparire sotto un rivestimento totale. Altre piante rampicanti dispongono di speciali dispositivi perfezionati per favo rire l'appiglio, magari in forma di viticci che si avvolgono a cavatappi attorno ad ogni cosa che tocchino: essi possono esistere in forma distinta, come nel for dipassione e nelle zucche, che hanno viticci fino a 75 centimetri. Altri viticci rappresentano il prolungamento delle foglie, come nel caso della Cobaea scanden s - la vitalba tazza e piatto degli anglosassoni -, una rampicante erbacea che pu c rescere perfino di 10 metri nel corso di una sola stagione. In alcune bignonie r ampicanti tropicali il prolungamento fogliare assomiglia ad una zampa a tre arti gli che va in cerca di un sostegno e si avvinghia strettamente attorno a qualunque cosa tocchi; allora la pianta emette lunghe radici aeree sulla superficie inter essata. Presso altre rampicanti la base del gambo o piccilo fogliare sostituisce i viticci, perch ha il potere di attorcigliarsi e aggrapparsi rapidissimamente ad ogni cosa che incontra, specialmente quando la foglia non ancora completamente sviluppata. Le clematidi si arrampicano cos. Un altro perfezionamento dato dai vi

ticci con ventose adesive alle estremit, che secernono una sostanza collosa quand o toccano una superficie, e vi si fissano. Ci si verifica ad esempio nelle viti d el Canada, e permette loro di scalare superfici assolutamente lisce. Molto spess o i dischi o le ventose terminali si allargano ed appiattiscono al contatto di u na superficie. Come nel tipo a cavatappi, il contatto seguito di solito da una c ontrazione a spirale del viticcio, per cui il tronco principale della pianta vie ne ad aderire saldamente alla superficie. Questi viticci sono spesso lucifughi, di modo che invece di muoversi senza meta nell'aria, se ne stanno sulla parte om breggiata del tronco che ha maggiori probabilit di avvicinarsi a un adatto sosteg no. Spesso cercano crepacci bui, e in certe specie il viticcio che riesce a trov are una fessura vi si gonfia dentro in modo da rendersi inamovibile. Nella maggioranza di queste piante rampicanti si nota uno stimolo che le indiriz za verso le superfici, cui segue l'emissione di radici specializzate, di movimen ti avvolgenti, di strette operate dai viticci e cos via. Una pianta rampicante ch e non trova una superficie cade al suolo, sebbene le pi vigorose tra loro, come i rotang, siano in grado di avvolgersi a molla sul suolo della foresta alla ricer ca di un sostegno lontano dalle radici. Alcune, come il luppolo, si premuniscono contro l'assenza di un appoggio immediato emettendo subito parecchi germogli, c he si attorcigliano l'uno attorno all'altro, e - a somiglianza della fune magica degli illusionisti indiani - sono in grado di stare ritti per qualche metro sen za afflosciarsi al suolo. A giudicare dalla loro ampia distribuzione, nonch dalle applicazioni commerciali altrettanto estese, i rotang vanno annoverati tra le piante rampicanti di maggio re successo. Posseggono internodi lunghissimi, spesso di un metro e pi, il che co nsente loro una rapida crescita; un rotang adulto pu crescere tre metri all'anno. In queste palme la foglia ad agire da sede aziendale, perch resta arrotolata dopo aver originato all'estremit un flagello lungo, flessibile e provvisto di barbe, che viene spinto verso l'alto dall'estendersi del tronco sottostante. Una volta rag giunto l'appoggio, la foglia si apre, e fa un'ulteriore presa sull'ospite come u n ombrello aperto. I flagelli di queste palme rotang rendono rischioso e penoso il passaggio per le giungle da loro infestate, ed E. J. H. Corner giunge perfino a sospettare che elefanti e rinoceronti abbiano sviluppato le loro spessissime epidermidi anche per difendersi da queste piante. I rotang ed altre piante rampicanti sono notevoli anche per la quantit d'acqua co ntenuta nel loro tronco e per la velocit con cui la convogliano. Non v' racconto d i viaggiatore in cui non si ottenga una bevanda rinfrescante da una palma rotang : tagliando e accostando alla bocca un pezzo di liana lungo - poniamo - tre metr i, si otterranno due o tre tazze d'acqua limpida. E non finita, perch si potr tagl iare il tronco un'altra volta ed ottenerne altra acqua grazie alla maniera carat teristica con cui i. lunghissimi vasi circolatori - possono variare in lunghezza da tre a sei metri - si collegano a rete all'interno del tronco. Nel tronco del la liana pu fluire almeno un terzo di litro d'acqua all'ora, alla velocit di metri 1-2,5 al minuto; il che rappresenta la velocit massima mai registrata in una pia nta. A guisa di paragone si possono citare i 2 centimetri al minuto nelle conife re, i 7 centimetri al minuto in alcuni alberi a foglie cedue quali il faggio e i l platano, 70 centimetri nelle querce e nei frassini. E" il caso di dire che esistono altri alberi in grado di erogare acqua analogame nte. Ad esempio il pino australiano, o casuarina, e il tulipifero africano (spat hodea campanulata) sono stati definiti rispettivamente l""albero sanguinante" e l""alberofontana" per le loro facolt di erogazione. Nel Sudamerica c' anche un "al bero del latte" che, quando viene tagliato, produce, secondo le parole del famos o esploratore Alexander von Humboldt, un fiotto copioso di lattice colloso e semi denso, senza alcun sapore acre, esalante invece un piacevole odore balsamico. Com e precisa von Humboldt, insolito che tale linfa lattiginosa non sia acre al gust o e velenosa. Si ricava una cagliata caseosa dal latte di quello che Edwin Menning er ha definito lo snackbar della foresta. Molte palme vengono incise per ricavarne una linfa zuccherina, che spesso viene fatta fermentare. Le scale delle scimmie di cui alla lunga citazione a pag. 101 e 102, sono liane co me le specie Caulotretus e Bauhinia, che hanno tronchi nastriformi. La parte cen trale fortemente ondulata, ma i bordi restano quasi diritti, per cui ne risulta

una serie di gradini provvisti di corrimano. Questo dispositivo garantisce che s e il tronco deve sopportare tensioni, ad esempio in conseguenza della crescita d ell'albero ospite, i bordi robusti sostengono lo sforzo, lasciando intatti i tes suti conduttori d'importanza vitale, situati nel centro ondulato della liana. Al cune liane appiattite non fanno altro che attorcigliarsi a spirale; anche questo accorgimento aumenta la resistenza alla trazione, perch le spirali possono diste ndersi entro certi limiti. I tronchi hanno aspetto completamente diverso quando la pianta - di solito come reazione ad un habitat secco - elimina le foglie, o conserva solo foglie vestigi ali. La prima cosa che succede in tal caso che il tronco assume colorazione verd e e la capacit di effettuare la fotosintesi, e si provvede di pori respiratori. M olto spesso, come nel caso delle ginestre, i tronchi restano lunghi, sottili e s carni come fruste. l'Adenia globosa, parente africana della passiflora, associa una base succulenta fatta a volta ad una massa di tronchi radiali verdi, armati di spine. Invece in altri casi gli steli si modificano a forma di foglia, ad ese mpio nei comuni pungitopi e nell'ispida Colletta cruciata, dove i tronchi si son o appiattiti ed hanno assunto punte aguzze, e le parti a forma di foglia (dette fillocladi) sono disposte a croce alternata. Si pu distinguere quando un tronco o stelo funziona da foglia non solo perch non ha un piccilo chiaramente differenzia to, ma anche perch porta fiori, cosa che di solito una vera foglia non fa mai. Ta lvolta, come nel caso dell'albero Phylloxylon tipico del Madagascar, un fillocla do a forma di foglia spunta da quello pi vicino, e i fiorellini porporini compaio no tutt'attorno ai bordi quando la stagione. Altre piante sviluppano invece acul ei in grado di effettuare la fotosintesi in sostituzione delle foglie; ne un ese mpio un'altra pianta del gruppo delle Colletie, la Colletta armata. Tronchi, steli o gambi non si trovano sempre sopra il livello del suolo, come su ccede nel genere africano delle Parinarie, i cui componenti tropicali sono alber i normali. Ma nella specie Parinarium capense del Sudafrica come se l'albero fos se affondato sottoterra, perch ha un tronco verticale legnoso e steli orizzontali legnosi proprio sotto il livello del suolo, dal quale emergono mazzi di foglie e capi fiorali. Alcuni salici alpini possono ramificarsi sotto la superficie all 'analogo scopo di evitare temperature relativamente fredde. La cute o corteccia degli alberi spesso notevole sotto molti aspetti. Essa varia dalla sostanza membranosa serica della Melaleuca, che pare possibile scorteccia re all'infinito, alle placche di scortecciatura degli eucalipti e dei platani, f ino alle cortecce solcate da profonde fessure come nella quercia e nel pino. La soffice corteccia spugnosa (e incombustibile) della sequoia gigante pu avere uno spessore di 60 centimetri, e la corteccia esterna della quercia da sughero pu ess ere spessa anche 20 centimetri. La corteccia da sughero utilizzata in commercio data dallo strato esterno di 3-5 centimetri, che si scorteccia in grandi lembi d all'albero. Mi capitato di assistere una volta alla scortecciatura di un tronco alto quattro metri e mezzo, con diametro di pi di 30 centimetri: la corteccia est erna venne tolta in un solo grande pezzo, lasciando l'albero denudato ad esporre la corteccia interna di un bel rosso brillante. La foglia la terza struttura importante della pianta. Come ho accennato nel capi tolo precedente, le foglie mostrano una variet quasi infinita di forme ed anche d i dimensioni. La grandezza di una foglia va dagli organi a forma di scaglia quas i invisibili ad occhio nudo, alle foglioline di 3-4 millimetri della lemna minor e - la pi minuscola delle piante fiorenti - fino ai pennacchi giganteschi della p alma Raphia taedigera, fornita di piccili fogliari lunghi fino a 5 metri, dove il gambo che porta le foglie ha una lunghezza totale di 22 metri e il diametro com plessivo di 12 metri: si tratta della massima foglia registrata, che rende minus cole tutte le altre foglie gigantesche. Tuttavia va citato il genere Gunnera che comprende una specie con foglie di soli 3 centimetri di diametro, la G. dentata , e un'altra - la G. manicata - con foglie somiglianti a quelle del rabarbaro la rghe pi di due metri su tronchi di 2 metri, molto conosciuta come pianta ornament ale in Inghilterra. Le foglie delle piante delle foreste tropicali tendono a ess ere grandi con superficie pi o meno uguale, mentre quelle delle aride regioni med iterranee e dei Paesi freddi hanno quasi sempre dimensioni pi ridotte. Non soltanto le piante esotiche, badate, hanno la prerogativa delle foglie enorm

i. La stampa britannica ha dato notizia nel 1971 di un comune cavolo commestibil e del diametro di pi di tre metri, alto 120 centimetri, mentre esiste una variet d i cavolo, un tempo notissima sotto il nome di cavolo gigante delle isole della M anica, che cresce fino all'altezza di 6 metri ed ha una testa con diametro di me tri 1,5-2. Venti piante potrebbero produrre abbastanza cibo da nutrire una mucca per un anno. I gambi durissimi venivano usati per fare staccionate, travicelli di tettoie, o se ne ricavavano bastoni da passeggio. Non si possono nemmeno dimenticare le ninfee giganti, come la specie Victoria, l e cui foglie circolari galleggianti, prodotte in numero di 40-50 per pianta in u na stagione, possono misurare pi di due metri di diametro. Hanno bordi verticali alti fino a 20 centimetri, mentre sulla parte inferiore c' tutto un sistema di ne rvature disposte a traliccio e piene di camere d'aria che garantiscono la robust ezza e il galleggiamento della foglia. C' una serie di grandi nervature raggiate e fornite di bordi, con una serie trasversale di venule o nervature minori. Le f oglie sono abbastanza forti da sostenere pesi fino a 90 chilogrammi; a pieno svi luppo hanno ciascuna una superficie di circa 2,5 metri quadrati, mentre in fase di crescita possono aumentare da un terzo di metro fino a mezzo metro quadrato a l giorno. Proprio la struttura di queste foglie diede a Sir Joseph Paxton l'idea dell'intelaiatura ricurva in metallo cavo della serra progettata per ospitare q uesta pianta a Chatsworth - dove fior per la prima volta in Gran Bretagna - e, po co dopo, anche il concetto ispiratore del grande Palazzo di Cristallo. Scrisse a questo proposito: La natura si assunta il compito dell'ingegnere. La natura ha f ornito la foglia di travi e sostegno orizzontali e trasversali; io non ho fatto altro che prendere a prestito dalla natura questo progetto e adottarlo per la mi a costruzione. La Palm House di Decimus Burton a Kew costruita in base allo stess o principio. E" interessante notare che il gi citato dottor Santos aveva scritto a sua volta che la parte inferiore della foglia ricorda in qualche cosa certi str ani lavori in ghisa appena usciti dall'altoforno. Grandezza e forma delle foglie sono in rapporto con l'ambiente, in particolare c on la quantit di vento che la pianta potr tollerare. Perci la foglia della Trevezia malese larga 60 centimetri, ma sebbene abbia un contorno circolare, incisa in 7 -8 segmenti profondamente lobati che s'irradiano dal gambo fogliare. Una foglia a superficie unica verrebbe danneggiata dal vento, il quale disgregandola finire bbe probabilmente col distruggerla completamente. Invece i segmenti hanno minore probabilit di venire danneggiati, o anche se uno riporta lesioni, gli altri non ne hanno nocumento. Il gran numero di foglioline della maggioranza degli alberi delle regioni temperate rappresenta un analogo mezzo di suddivisione del rischio , e lo stesso criterio vale per le foglie profondamente suddivise in foglioline multiple di piante assai disparate quali felci, ailanti e palme. Il banano ha fo glie oblunghe originariamente non suddivise, che non hanno forza o rigidit partic olare, ma si dividono trasversalmente su ogni lato della nervatura centrale medi ante strisce di tessuto pi debole, di modo che il forte vento le strappa in stret ti segmenti che tuttavia continuano a funzionare. Una foglia ancora pi adattata a lle proprie funzioni quella del giacinto d'acqua, una pianta galleggiante con un a corona di foglie a disposizione raggiata che ormai diventata tremendamente inv adente sui laghi ed i corsi d'acqua tropicali. La pianta si chiama scientificame nte Eichornia crassipes, e la specifica denominazione "crassipes" significa lett eralmente piede grasso, con riferimento alla base rigonfia dello stelo fogliare, p iena di spazi aerei, sui quali la pianta galleggia. Molte foglie sono profondamente lobate, ma nelle Monstera le fronde non solo han no tacche laterali simili a tagli, ma dispongono anche di un traforo di pertugi irregolari intagliati tra le nervature laterali, talvolta quasi pi somiglianti a spazi vuoti che non a un tessuto - il che ha valso a queste piante il nome popol are di piante a groviera. Si pu immaginare che questo dispositivo valga a protegger le dai forti venti, perch le Monstera si arrampicano a volte su rocce esposte. Un 'altra ipotesi che i fori, a somiglianza dei lobi profondamente intagliati dalle altre foglie, consentano alla luce di arrivare alle foglie sottostanti (sono po rtate pi o meno verticalmente sui tronchi rampicanti), cosa che non sarebbe possi bile se le foglie fossero a lembo intero. Si pu solo constatare che questo partic olare esperimento naturale non comune a nessun altro genere vegetale, salvo che

a quello affine dei filodendri. La copertura esterna delle foglie presenta spesso caratteristiche notevoli. E" i l caso specialmente delle foglie che sviluppano peli protettivi contro le eccess ive radiazioni solari e la conseguente traspirazione. Molte piante alpine si pro teggono in questo modo, e lo stesso fanno specie vegetali dei climi mediterranei - nei Paesi del bacino del Mediterraneo si ha talvolta l'impressione che gran p arte della flora locale sia sempregrigia, data l'abbondanza di piante a foglie p elose. I peli - cavi e contenenti aria - sono di solito piccolissimi, e occorre un microscopio per apprezzarne l'ingegnosit e spesso la bellezza dell'esecuzione. Possono stare diritti oppure giacere a piatto, conferendo alla foglia un aspett o serico; altri sono disposti a spirale, e visti al microscopio possono ricordar e una testa di Medusa; altri ancora assomigliano a sottili aculei, e molti infin e hanno forma stellata, o portano scudi in cima a gambi lillipuziani. Oppure sono fatti a T, o assomigliano ad alberi ramosi miniaturizzati. Naturalmente vi sono piante con peli chiaramente visibili ad occhio nudo. Il verbasco molto spesso co perto da un denso vello, mentre alcune specie di giusquiamo hanno lunghissimi pe li setosi, e certe specie di rododendri infeltriscono, tanto che i Tibetani le usa vano come lucignoli per lampade. Nella piccola felce galleggiante Salvinia i pel i sono presenti per impedire alla pianta d'inzupparsi d'acqua. Alcune piante grasse, come le Rochea del Sudafrica, adottano un metodo diverso d i protezione superficiale, radunando sulla superficie fogliare grosse cellule ro tondeggianti invece di peli contenenti aria. Anche queste cellule sono cave ed h anno pareti piene di silicio, il che le rende durissime e resistenti come una co tta medievale in maglie metalliche. Tra i rivestimenti protettivi pi strani va citato quello delle palme ceree. Molte di esse vivono nel Brasile in localit battute da venti infuocati, e le foglie se cernono una cera cos spessa che la raccolta giustificatissima a fini commerciali, e si effettua facendo seccare le foglie e poi battendole per separare la cera. Le foglie secernono cera in quantit proporzionale alla durata della siccit stagion ale, ed ogni anno se ne raccolgono circa un milione e mezzo di chili (13000 tonn ellate): si tratta della cera naturale pi dura e con punto di fusione pi elevato. Come avremo occasione di vedere in seguito, le foglie possono trasformarsi o rid ursi a seconda delle circostanze, specialmente nel caso delle piante grasse, dov e la versione definitiva data da un corpo plantare pi o meno sferico, composto talv olta da un paio di foglie che si sono fuse completamente o quasi. Alcune piante grasse, e molte ad attivit stagionale, hanno foglie effimere che si possono produ rre solo sui tronchi immaturi, oppure che possono cadere nella stagione asciutta . Le trasformazioni fogliari pi notevoli si osservano nelle piante insettivore, d ove le foglie possono essersi trasformate in trabocchetti a trappola, oppure dis porre di tentacoli appiccicosi e mobili, secondo la descrizione particolareggiat a datane al capitolo 24. Sono gi stati descritti alcuni tipi di tronchi, specialmente tronchi d'albero, ch e si gonfiano per funzionare da serbatoi idrici. Anche le radici possono gonfiar si: la Ceiba parvifolia del Messico ha la caratteristica di dare fiori e frutti nella stagione asciutta, ed in grado di farlo perch le sue radici portano dei bari letti in miniatura, dall'aspetto di formazioni rotondeggianti, aventi diametro fi no a 30 centimetri e tessuto soffice e spugnoso, dove l'acqua si accumula nella stagione delle piogge per venir utilizzata durante la siccit. Una specie di anona , l'A. reticolata del Brasile nordorientale ha un fittone radicale sotterraneo c he pu misurare un metro di diametro. Quando viene il periodo asciutto tutta la pa rte aerea - rami e foglie - si dissecca e cade. A volte passano due stagioni pri ma che torni a piovere, e solo allora il fittone radicale riprende a germogliare , dando nuovi fiori e frutti. L'eliminazione delle parti superiori ad opera dell'anona ricorda il caso dell'Or oxylum indicum della Malesia, detto "orrore di mezzanotte" per i suoi fiori d'od ore disgustoso impollinati dai pipistrelli. Cresce solo fino a venti sparuti met ri d'altezza, ma porta enormi foglie composite lunghe e larghe pi di due metri, c he si affollano alle estremit dei rami. Le giovani piante raramente mettono rami prima di raggiungere i 5 metri d'altezza, ed assomigliano a mostruosi ombrelli. Quando tempo d'entrare nel periodo di riposo, la pianta letteralmente va a pezzi

. Ogni foglia cade in pezzi staccati, prima ogni fogliolina, poi ogni piccilo o g ambo laterale, infine il gambo principale. Cos il tronco viene a trovarsi circond ato da un mucchio di pezzi, che vale alla pianta l'altro suo nome di albero dalle ossa rotte. Restano quindi i tronchi stecchiti come pali con un solo assortiment o di grossi baccelli lunghi da 60 a 120 centimetri, dai quali vengono emessi inf ine semi fioccosi che vengono portati lontano dal vento. Circa un mese dopo la c aduta dei gambi ricominciano a spuntare foglie nuove. La maggior parte delle formazioni di riserva si compone di sostanze nutrienti e di umidit, ed aiuta le piante a superare il periodo di riposo. Tali depositi poss ono essere nient'altro che tronchi o gambi sotterranei rigonfi, come nel Polygon atum multiflorum, o sigillo di Salomone, e nei giaggioli, che in linguaggio tecn ico si dicono rizomi, oppure in radici rigonfie di varia forma e grandezza chiam ate genericamente tuberi, che spesso si possono maneggiare e trapiantare complet amente secche. Una forma speciale di deposito radicale data dal cormo, noto dai gladioli e dai crochi, che si consuma ogni anno mentre si produce un nuovo cormo sopra quello vecchio. I tuberi possono avere dimensioni enormi: quelli dell'ign ame o patata dolce commestibile possono arrivare a 45 chili, ed segnalato il cas o di un tubero dell'aracea Amorphophallus titanum pesante 54 chili e con 60 cent imetri di diametro. Anche la nostra brionia nera pu dare tuberi della lunghezza d i 60 centimetri, un tempo apprezzati come falsa mandragora e ritenuti in grado di guarire quasi ogni malattia. C' infine il bulbo, composto di foglie rigonfie avvolte strettamente attorno a un asse centrale, che hanno abbandonato la capacit di produrre sostanze nutritive a favore della funzione di deposito. Nella maggior parte dei bulbi il fiore dell' anno successivo e le foglie attive si formano all'interno di un embrione. I bulb i di solito sono sotterranei, ma talvolta sono portati sopra il livello del suol o, nel qual caso possono avere uno strato verde atto alla fotosintesi. I bulbi in miniatura, detti bulbetti o bulbilli, possono essere sostenuti da tro nchicini portanti, che costituiscono di norma un dispositivo di distribuzione; l o stesso dicasi dei tuberi aerei, che originano radici e fungono da centro di un nuovo esemplare se vengono a contatto del suolo. Gli organi carnosi di deposito come i cormi si trovano spesso associati a radici contrattili. Questo accorgimento d'importanza essenziale se si produce un nuovo cormo al di sopra di quello vecchio, altrimenti spunterebbe sopra terra, mentre invece le radici contrattili lo tirano gi al livello del cormo originario. Le er be infestanti delle Oxalis (acetosella, erba brusca, eccetera) sviluppano un tub ero conico traslucido, alla sommit del quale si formano masse di minuscoli bulbil li. Il tubero si contrae alla fine della stagione, e trascina sottoterra i bulbi lli che eventualmente non si siano dispersi. Le radici contrattili di questo gen ere assomigliano a quelle delle piante striscianti come le fragole, i ranuncoli stoloniferi e i rovi a radici apicali: una volta ancorate, trattengono la pianti na saldamente aderente al suolo. I depositi nutritivi sono giustificati dalla necessit di superare la stagione sec ca, come nelle regioni del Mediterraneo e del Medio Oriente, dove moltissime pia nte a radici carnose - orchidee, tulipani, scille, eccetera - trascorrono l'esta te caldissima nascoste molti centimetri sotto la superficie della terra bruciata dal sole. Talvolta queste piante perdono una stagione e trascorrono pi di un ann o tranquille sottoterra. Esistono pure molte piante a radici carnose che crescon o nei boschi, dove il terreno resta sempre sufficientemente umido. Il loro perio do di riposo si spiega con il fatto che queste piante mettono foglie e fiori abb astanza precocemente. Quando le fronde degli alberi hanno formato una folta volt a, non passa abbastanza luce sul suolo della foresta perch le piante bulbose poss ano sopravvivere adeguatamente, cos queste entrano in inattivit. Esempi tipici di piante di bosco di questo tipo sono certi gigli e alcune orchidee terrestri. Molte foglie, specialmente nei climi caldi, si colorano di varie tinte oltre al verde: possono essere di colore rosso o porporino, portare macchie o segni regol ari, venature a diversa colorazione, oppure combinare tutte queste caratteristic he. Le comuni piante d'appartamento possono fornirci molti esempi. Le arundinace e, le Maranta e le Calathea eccellono a questo riguardo: una di queste, la Calat hea ornata, ha foglie di colore bronzeo cupo, dove le nervature sono disegnate f

inemente in un'improbabile tinta rosasalmone chiaro, tale da far pensare che qua lcuno vi abbia adoperato un pennello con tecnica un po'"irregolare. La Pilea cod ierei caratteristica perch il suo aspetto argenteo dipende in realt dagli spazi ae rei situati tra la cuticola e la parte centrale della foglia. Alcune piante colt ivate hanno sviluppato fantasticamente le loro tinte: le variet di Begonia rex mo strano un'ampia tavolozza variante dal porpora acceso alle gradazioni di rosa ed argento spesso mescolate al verde, mentre Croton e Codiaeum uniscono il rosso b rillante, l'arancio e il giallo a foglie dalle forme straordinariamente variate. In certi casi la colorazione probabilmente un pigmento di adombramento adottato per ridurre l'eccessiva insolazione che potrebbe danneggiare la clorofilla; in a ltri, invece, pu darsi che assorba la luce rossa filtrante attraverso la volta fr ondosa della foresta. Ma difficile dare una spiegazione della regolarit dei model li e della colorazione delle nervature. Si pensato che possano servire ad attira re gli insetti che fecondano fiori non appariscenti, ma si pu obiettare che esist ono molte piante a fiori altrettanto piccoli e foglie verdi lisce, mentre altre, come la nota acantacea Aphelandra squarrosa, hanno nervature di colore biancocr ema brillante e una coccarda di brattee gialle vistosissime per polarizzare l'at tenzione sui fiori. Tale colorazione non va confusa con la screziatura, di solito dipendente da muta zione dei cloroplasti, che raramente persiste allo stato naturale, e viene invec e apprezzata e favorita da noi a scopi ornamentali. L'ultima parola sulle foglie spetta alla descrizione di una delle piante pi bizza rre del mondo, la Welwitschia bainesii (mirabilis), che praticamente solo foglia . Si tratta di uno di quei residuati anomali che si trovano qua e l tra le gimnos perme e le piante fiorenti, sebbene - forse fortunatamente dal punto di vista de ll'evoluzione dei fiori - non si tratti in sostanza che di esperimenti abortiti. La Welwitschia stata definita in varie riprese una rapa gigante, la piovra del d eserto, il celacanto vegetale. Cresce soltanto in una ristretta striscia deserti ca presso il mare nell'Africa sudoccidentale, dove l'acqua viene fornita quasi s olamente dalla bruma marina e dall'eventuale guazza notturna, dato che le piogge cadono non solo molto irregolarmente, ma possono anche mancare perfino per pare cchi anni. La pianta adulta ha un fittone molto spesso e tozzo lungo fino a due metri, alquanto rigonfio sopra la superficie del suolo, con una massa di radici laterali. Il tessuto conduttore dell'acqua (xilema) assomiglia a quello di una p ianta fiorente, mentre il tessuto che convoglia le sostanze nutrienti (floema) a nalogo a quello di una pianta gimnosperma. La cima del germoglio avvizzisce poco dopo la germinazione, di modo che dal colletto si formano solo due foglie adult e che si allungano ed allargano con il passare dei secoli (si crede che certi ve cchi esemplari abbiano 2000 anni). Le foglie si sfilacciano alle estremit sotto l 'azione del vento, e letteralmente si scottano sulla sabbia del deserto, fendend osi poco a poco nel senso della lunghezza e dando una massa di nastri irregolari . Le foglie pi grandi mai registrate sono larghe circa 2 metri e lunghe 8,8 metri ; in questo caso il tessuto vivo era lungo metri 7,3 ma questa proporzione insol itamente alta. Per la necessit di assorbire rapidamente le eventuali brume marine su ambedue i lati delle foglie vi sono milioni di stomi - 22000 per centimetro quadrato - i quali si chiudono a tenuta eccezionalmente stagna in condizioni di aridit. La cuticola fogliare, sebbene sottilissima, ha uno strato centrale di cri stalli di ossalato di calcio che riflettono la luce solare. Nella loro crescita incessante, al ritmo di 8-15 centimetri annu, queste foglie gigantesche ricordano la lingua di una lumaca. I fiori maschili e femminili vengono sostenuti separat amente da strutture coniche situate attorno a una depressione centrale craterifo rme, che in casi eccezionali pu avere il diametro di quasi due metri. Non sorpren de che sir Joseph Hooker l'abbia definita la pianta pi meravigliosa che sia mai st ata portata in Inghilterra, e assolutamente la pi brutta. Capitolo 9. IL FIORE. Il fiore il pezzo pi specializzato di tutta l'attrezzatura creata dal mondo veget ale. Abbiamo visto che il prodotto, il simbolo del gruppo di piante di pi recente

evoluzione. Detto nei termini pi spicci, il fiore una struttura dove la parte es terna di protezione, ricavata da foglie modificate, si trova assieme agli organi destinati all'atto sessuale che portano le cellule sessuate della pianta: polli ne maschile ed ovuli femminili. Il fiore tipico delle angiosperme ha un verticillo od anello esterno, il calice, la cui funzione sostanziale di proteggere il boccio e talvolta il fiore aperto (ad esempio dagli insetti predatori di nettare). Quando il calice si compone di segmenti separati questi si dicono sepali. All'interno del calice c' la corolla, i cui segmenti sono i petali. Al centro gli organi sessuali comprendono le parti maschili, di solito stami che reggono il polline sulle antere, e le parti femmi nili, note con la denominazione collettiva di pistilli. Alla base del pistillo s i trova l'ovario, dal quale uno o pi piccoli gambi (gli stili) portano agli stimm i - superfici ricettive sulle quali il polline germina per fecondare gli ovuli a ll'interno dell'ovario. Tutte queste parti possono variare in misura molteplice. I sepali sono abitualme nte verdi e spessi, ma possono essere effimeri o assumere la vistosit di forma e colore dei petali destinati ad attirare gli animali incaricati dell'impollinazio ne. Possono sostituire i petali; oppure sepali e petali possono essere indisting uibili, come accade nelle piante monocotiledoni. In alcune famiglie queste parti del fiore si possono distinguere a malapena. Ad esempio nell'eucalipto si trova un ricettacolo a forma di tazza che circonda gli organi sessuali, nel quale il bordo rappresenta i sepali, mentre un cappuccio superiore a perdere protegge il fiore immaturo e rappresenta i petali. In certe occasioni gli stami costituiscono la parte pi cospicua del fiore, come n el Calothamnus e nella Tristania, parenti australiani della mortella, dove un pi ccolo calice a forma di coppa nasconde dei petali dall'aria insignificante, emet tendo invece quattro grandi formazioni quasi fogliari che portano antere picciol ate sui bordi. Il chirantodendro messicano, o albero dai fiori con le mani, deve i l nome scientifico al fatto che da una coppa di centimetri 10-12 color rosso san gue sporgono cinque stami appiattiti, quasi perfettamente uguali per forma e gra ndezza a una mano, di modo che un albero in piena fioritura costituisce uno spet tacolo sinistro. Nell'Asteranthos brasiliano la corolla sostituita da un anello di stami infecondi, collegati da un tessuto che conferisce al tutto l'aspetto di un parasole. Il polline qualche volta - come nelle orchidee ed asclepiadi - vie ne portato in grandi masse pollinifere, e non sugli stami. Viceversa pu capitare che gli stimmi non sporgano sugli stili: ad esempio nei papaveri la superficie s timmatica forma linee raggiate sulla sommit di quella che alfine diventer la capsu la seminifera. Nonostante la tendenza dei fiori all'ermafroditismo, ve ne sono molti di un sess o solo. Questi fiori unisessuati possono avere aspetto uguale per i due sessi, m a in certi casi sono molto diversi tra loro. Il notissimo nocciolo ha una specie di amento pendulo in cui sono radunati molti fiori maschili, mentre il solitari o fiore femminile rappresentato da un ciuffetto rosso. Nel policocco, od alberos polverino (Hura crepitans), molti fiorellini maschili dall'aria insignificante s ono raggruppati in un'infiorescenza a spiga, mentre il fiore femminile ostenta u na corolla lobata relativamente enorme. Nella Pentagynia saniculifolia, parente italiana del cerfoglio selvatico euroasiatico, il grande fiore femminile sostien e letteralmente due o tre fiori maschili che effettuano un corteggiamento danzan te su steli che si alzano dall'esterno. La grandezza dei fiori varia da una frazione di millimetro nella lenticchia palu stre Wolffia punctata, fino a pi di un metro nella parassita Rafflesia. Le forme dei fiori sono variabili all'infinito, e molte parti vanno da un numero elevato e indefinito fino a un unico esemplare. Cos la Pimelea, imparentata con la Daphne , ha semplificato i suoi fiori ad un solo tubo fiorale, uno stame, uno stilo e u no stimma, ed un unico ovario. Il mondo antico era al corrente del sesso delle piante nel caso lampante della p alma da datteri, dove i fiori maschili e femminili stanno su alberi distinti, e la sessualit delle piante era stata provata sperimentalmente nel 1694. Ma fu il b otanico svedese Linneo (1707-1778) a proporla veramente all'attenzione mondiale, e il numero delle parti sessuate gett le fondamenta della sua classificazione de

lle piante: cos una famiglia pot chiamarsi Diadelphia decandria oppure Polyandria pentagynia. Le vedute di Linneo in materia di sesso erano razionali e positivame nte moderne. Per spiegare le sue classi vegetali descrisse le Monandre con il pa ragone di un marito per un matrimonio, e le Diandre con due mariti nello stesso mat rimonio, e infine la categoria delle piante Poliandre con un esempio per cui vi s ono venti o pi maschi nello stesso letto con la femmina. A volte l'assunto gli scap pava di mano, di modo che riusc a far chiamare una classe vegetale "Syngenesia po lygamia necessaria" - letteralmente maschi confederati con necessit di poligamia come nel caso del crisantemo con stili fecondi e flosculi a disco sterili. Nel c aso in esame Linneo descrisse la situazione esponendola come una circostanza in cui i letti dei coniugi sposati occupano il disco, e quelli delle concubine la ci rconferenza: le femmine sposate sono sterili e le concubine sono feconde. Il rilievo dato agli organi sessuali dei fiori urt molti suoi contemporanei. Il r everendo Samuel Goodenough, in seguito vescovo di Carlisle, scriveva in una lett era: E" assolutamente superfluo dirvi che nulla potrebbe uguagliare la mentalit gr ossolanamente pruriginosa di Linneo, e Goethe si preoccupava dell'imbarazzo che i testi di botanica avrebbero potuto procurare a caste scolaresche giovanili. Lin neo certamente rivel al mondo che le piante avevano una loro vita sessuale che, c on pochissima immaginazione, si poteva trasferire al mondo animale con tutte le r elative conseguenze - come dice Wilfrid Blunt - di poligamia, poliandria ed ince sto. Erasmo Darwin, nonno di Carlo, riport l'argomento a livello pi castigato ma altret tanto esplicito nel suo poema epico "Gli amori delle piante", in cui tradusse in versi il sistema di Linneo. Ecco la trasformazione dei tre stimmi e dei sei sta mi del leggiadro colchico: "Tre vereconde donzelle servono l'intrepida ninfa, e la scortano sei gai giovani, corteggio innamorato..." Scrisse a proposito di un giglio da giardino - una gigliacea del genere Gloriosa - che ha sei stami, tre dei quali maturano successivamente ai primi tre: "La superba Gloriosa conduce tre scelti garzoni, prigionieri pudibondi delle sue catene verginali. Quando l'impietosa mano del tempo stende una rete di rughe sulle sue deboli membra, e le inargenta il capo, altri tre giovani impegnano la sua et pi matura, vittime della sua vita in declino". Quanto poi alla schiatta delle Silene, - cui appartiene la nostra erba del cucco - dove la torma di prostitute vaglia dieci ardimentosi pugnaci, meno se ne parla e meglio . I fiori possono presentarsi in esemplari unici o in gruppi, spaziati o raggruppa ti. Il numero pi alto in un gruppo unico, o infiorescenza, si osserva probabilmen te nella palma Talipot, con 100 mila fiori individuali. L'infiorescenza della pa lma spesso notevole, ed emerge dalla chioma dell'albero quasi come una pianta a s. In alcune famiglie i fiori sono portati in capolini compositi provvisti di un solo strato esterno di scaglie sovrapposte - un involucro - che li protegge tutt i, sortendo spesso il risultato apparente di un solo fiore pi grande. La famiglia delle margherite si dice delle "Composite" proprio per questo motivo: un solo i nvolucro rinchiude spesso parecchi flosculi di diverso genere. I fiori si producono di solito all'estremit dei tronchi o degli steli, di norma s u loro gambi distinti, ma in casi straordinari possono spuntare direttamente dal le foglie, o pi sovente dai tronchi pi o meno simili a foglie di piante che hanno abolito le foglie, come i cacti. In date occasioni, specialmente in certi alberi tropicali, i fiori sono portati addirittura sullo stelo o tronco principale, er ompenti inaspettati dalla scorza. L'albero del cacao tra questi, e parecchi Ficu s fanno altrettanto, insieme a piante fiorenti pi ortodosse. In certi casi i fiori si originano addirittura sottoterra. Alcuni Ficus malesi u sano questo sistema, e producono tronchicini sottili alla base del tronco, che s

i affondano nel terreno e vi producono mazzi di fichi portati da propaggini. Alt ri alberi sono altrettanto straordinari ed hanno un tronco tradizionale con chio ma sorretta da rami, ma producono fiori su sottili propaggini orizzontali a fior di terra. Vi sono comprese piante come la Potyalthia hypogaea della Malesia, al ta 30 metri, e la Caloncoba flagelliflora dell'Africa Occidentale, alta 10 metri , dove si osservano propaggini emananti a ragger per una decina di metri attorno al tronco. I germogli fioriferi sono completamente sotterranei nel Geanthemum rh izanthus del Brasile e nella palma sessile - cio senza tronco - Salacca flabellat a malese. I fiori dei fichi sono tra i pi strani che esistano. Numerosi, minuscoli e strutt uralmente semplici, ricoprono la parete interna di un ricettacolo cavo che noi i n seguito mangiamo quale frutto, dotato di un accesso al mondo esterno tramite u n piccolo orifizio ad un'estremit. D. H. Lawrence lo defin frutto del mistero femmi nile, occulto ed intimo. Nelle dorstenie loro parenti si pu osservare una via di m ezzo con minuscoli fiorellini incorporati nella superficie di un disco carnoso t alvolta lobato come un polpo, il quale in certo qual modo imita il fiore per att irare gli animali impollinatori, mentre per altri riguardi sembra tenersi pronto a ripiegarsi in una borsa o sacco dall'aspetto di un fico. I fiori hanno durata molto variabile. Le orchidee possono durare 80-90 giorni se non vengono fecondate; altri fiori durano invece un giorno o meno ancora. I col orati eliantemi dei Paesi mediterranei lasciano cadere i petali nel pomeriggio; l'ipomea si chiude e avvizzisce per sera. Anche il fiore della ninfea gigante du ra solo 24 ore. Quando la Tigridia pavonia, il fior di tigre del Messico, venne raffigurata per la prima volta in una rivista di botanica, l'autore, dopo averne magnificato la bellezza e la singolarit delle forme, aggiungeva: Rincresce che an che questo evento rammenti alle nostre belle connazionali quanto sia effimera la belt delle forme; questo fiore, nato per spiegare la sua magnificenza solo per p oche ore, poi letteralmente si disintegra. Sebbene effimero, il fiore rappresenta agli occhi dell'umanit media un oggetto da coltivare a scopi decorativi, in giardino o in vaso, destinato a suscitare ammi razione, meraviglia, o anche repulsione, quando lo si veda in libert allo stato n aturale. Per chi si occupa di tassonomia rappresenta il mezzo che gli permette d i stabilire la posizione categorica della pianta e le sue parentele nel regno ve getale. Per chi ha la mente investigativa ogni fiore, per quanto inapparente e i nsignificante, rivela a un attento esame una sua natura complicata, ricchezza di risorse ed ingegno, nonch unit d'intenti: qualit che creano bellezza e fascino uni ci, insuperabili nel loro genere. Capitolo 10. CRESCITA E RITMO: IL CERVELLO ELETTRONICO DELLA PIANTA. Un Cinese che risaliva il fiume YangTzeKiang nel diciannovesimo secolo sost ad al loggiare presso una locanda in mezzo a un boschetto di bamb giganti. "Venne risvegliato prima dell'alba da un orribile scricchiolio, un frignare, com e un fievole gridare o uggiolare che proveniva dal bosco dei bamb. Allarmato, chi am il compagno di viaggio, il quale gli spieg che i rumori erano causati dalla cre scita dei germogli dei giovani bamb giganti, mentre si facevano strada tra le bra ttee e gli involucri di rivestimento che ricoprivano la base di ogni germoglio. Nelle mattinate calde ed umide il bamb cresce a velocit sorprendente, e lo sfregam ento produce questi suoni terrificanti". Questo racconto affascinante venne registrato e pubblicato dal botanico Blossfel d. Talvolta si possono percepire i suoni prodotti dalla crescita di piante molto minori; ricordo un mattino d'inverno in cui dovetti chiedermi da dove mai prove nisse lo scricchiolio che si sentiva mentre lavoravo, finch accertai che i suoni venivano da una ciotola di giacinti i cui boccioli si aprivano un varco attraver so il rigido fogliame. E" anche il caso di citare un'affermazione del professor G. E. Fogg, eminente bo tanico, secondo il quale la maggior parte della gente abbastanza sicura di quello

che intende dire con la parola "crescita", ma essa piuttosto vaga quanto al sen so rigidamente scientifico del termine. In tutte le piante, tranne che nelle unicellulari, la crescita si pu far corrispo ndere all'aumento di dimensioni e allo sviluppo di diverse parti, culminante nel la comparsa degli organi della riproduzione. Mentre per negli animali essi si svi luppano precocemente e s'integrano con i sistemi circolatorio, nervoso e ormonal e, ed ogni organo si forma normalmente una volta sola, nelle piante superiori si formano ripetutamente e pressappoco indefinitamente grazie al rinnovamento cost ante dei "meristemi" o germogli d'accrescimento. La forma di una pianta viene pr ogrammata in base alla velocit e direzione di crescita. Tanto per fare un esempio semplicissimo, la mela rotonda perch la crescita continua uniformemente in tutte le direzioni man mano che essa matura, mentre la pera cresce pi rapidamente sull 'asse della lunghezza che non su quello radiale. Come in tutti gli organismi, il modello di crescita di una data specie - a strut tura trabecolata, cribrosa, o come altro volete chiamarla - determinato dal mecc anismo genetico presente nel nucleo di ogni cellula. La capacit reale di crescere , svilupparsi e riprodursi dipende in molteplice misura dalla possibilit che ha l 'organismo di assorbire nutrimento nelle proporzioni giuste. Ho accennato brevemente agli aspetti principali della crescita: ricerca del terr eno ad opera delle radici, emissione dello stelo o del tronco, spiegamento delle foglie. Le punte radicali sensibili penetrano nel terreno di varia natura e str uttura risolvendo cammin facendo problemi quali l'incontro con pietre ed altre s uperfici impenetrabili, o infilandosi nelle pi strette fessure. I germogli si apr ono un varco attraverso il terreno, forse piegando il colletto per proteggersi d alle offese in modo che nessuna pressione gravi sulla punta in accrescimento, op pure al riparo d'involucri forti e aguzzi e spessi. E. A. Bowles, grande giardin iere ed osservatore, descrisse come fanno i bucaneve a spuntare dal suolo: "Le due foglie sono strettamente avvolte in una foglia di rivestimento, in modo che le cime sono pressate assieme a formare una punta aguzza che perfora il terr eno e apre un varco al fragile fiore, con tecnica che ricorda molto da vicino l' atto di riunire le mani davanti alla testa quando ci si tuffa in acqua... E" mer aviglioso quanta forza sia racchiusa nel germoglio di un crocus che spunta. Se n e infischia di un vialetto di ghiaia ben rullata e compressa. Una foglia isolata di crocus un attrezzo molle e debole, ma tutte le foglie messe assieme... e ten ute strette dalle robuste foglie di rivestimento, con le punte aguzze e indurite delle foglie riunite nel modo accennato, formano un'arma acuminata e forte quas i come il germoglio sotterraneo di una canna di bamb". Talvolta la crescita non avviene in modo altrettanto controllato. Vi sono piante come i gigli palladifuoco africani in cui i nuovi germogli erompono attraverso gli strati dei vecchi virgulti, ed alberi in cui le gemme fiorali sfondano la co rteccia del tronco e dei rami; il fiore dell'informe pianta grassa Muiria esplod e dal molle tessuto vivo con un'aria quanto mai penosa. Ci che fa sempre impressione l'inesorabilit della crescita delle piante. Non c' qua si nulla - salvo una roccia massiccia - dove una radice a tutto decisa non riesc a a penetrare, e se appena esiste una sottile fenditura le radici non tarderanno a intrufolarvisi, come sanno molti padroni di casa che hanno piantato ad esempi o pioppi troppo vicini alle fondamenta dell'edificio. Le fessure delle conduttur e dell'acqua e delle fognature vengono identificate con altrettanta celerit, e le tubature s'ingorgano presto di una massa di finissimi peli radicali assorbenti. Con il passare degli anni la crescita di una radice nella fenditura di una rocc ia pu riuscire a spaccare un grosso masso da un capo all'altro, o a sollevarlo: K erner ed Oliver ricordano il caso di un larice alpino che, nel corso di alcuni d ecenni, aveva spaccato un macigno di schisto sollevandone di 30 centimetri la pa rte superiore, di peso calcolato sui 1400 chili. Altri esempi della forza delle radici degli alberi sono forniti dall'avvenuta demolizione di antiche costruzion i in pietra nelle foreste tropicali, osservate nell'America Centrale e in Cambog ia. Le radici degli alberi fendono la roccia espandendosi a ritmo impercettibile. Ri

sultati pi spettacolosi si possono osservare con le piante di rapida crescita; l' esempio pi notevole che mi sia capitato di vedere quello di una grossa lastra di cemento di pavimentazione stradale sollevata da un fungo. In questo caso l'espan sione dipende dalla pressione idraulica, perch il risultato di cellule preformate che si espandono rapidamente assumendo acqua. Ma impossibile non restare meravi gliati e perplessi se appena ci si domanda perch un fragile fungo non sia stato b loccato nella sua crescita, o la sua base non sia stata schiacciata nel terreno dal peso gravante addosso al cappello fungino in espansione. Anche i germogli ta lvolta riescono a penetrare in sostanze all'apparenza impervie. Ho registrato es empi di narcisi spuntati attraverso 8 centimetri di bitume e fioriti perfettamen te, e di virgulti forniti di radicole succhianti di rosa muschiata, che si sono fatti vivi su una carrozzabile attraverso 20 centimetri di un fondo di detriti c operto da un manto di ghiaia e bitume. All'altro estremo del regno vegetale si t rovano i casi di spore di alghe marine unicellulari che sono germogliate sotto l o strato di vernice degli scafi delle navi, l'hanno attraversato provocandovi fe nditure ed esponendo il metallo delle lamiere alla corrosione. Le foglie escono dalle gemme con uno spiegamento ed un'espansione miracolosa di tessuti compressi e lubrificati di mucillagine emessa da ghiandole speciali. A v olte la gemma all'interno del boccio si trova letteralmente raggomitolata a pall a, come nel rabarbaro, oppure pieghettata o profondamente increspata, come nel f aggio. Le foglie pennatosette a foglioline multiple opposte si aprono come le pa gine di un libro, mentre quelle a lobi raggianti srotolano i loro segmenti uno d all'altro, un po'"come in certi complicati ninnoli da salotto. Il grande disco t ondo del loto indiano si spiega come una bandiera. Il tulipifero tiene le gemme embrionali in piccole guaine ovali che cadono quand o la giovane foglia pronta a spiegarsi, lasciando vedere il prossimo embrione ne lla sua guaina presso il piccilo fogliare. Ancora pi notevoli le gemme dell'arbust o dell'Amicia, che si possono paragonare ad uno dei famosi rompicapi cinesi. Le gemme sono oblunghe e a forma di borsa: aprendo quella pi esterna se ne trova un' altra all'interno, e poi un'altra ancora, e cos via per sette od otto borse e fog lie embrionali l'una dentro l'altra. I boccioli o gemme fiorali si schiudono analogamente: vedere un fiore grandissim o come quello dell'ibisco che comincia da una specie di ombrello chiuso e si apr e in uno spettacolo di doviziosa bellezza come assistere al prodigio di una farf alla che sguscia dalla crisalide. La gemma di magnolia emerge da un involucro di folta lanugine che l'ha protetta per tutto l'inverno; quelle del papavero di Ca lifornia hanno cappuccetti orecchiuti - come i berretti d'asino di remota scolas tica memoria - che cadono quando il fiore si espande. La velocit di crescita varia enormemente. Ho gi dato in precedenza esempi della gr andezza raggiunta dalle piante annuali; si potrebbe aggiungere che la ninfea gig ante viene coltivata abitualmente come pianta annuale in cattivit. Gli eucalipti sono gli alberi ad accrescimento pi veloce: in Uganda stato osservato il caso del l'Eucalyptus saligna, cresciuto di 7 metri in due anni, sebbene in condizioni no rmali, in Australia, non ci si debba aspettare crescita superiore a un paio di m etri annu. Tuttavia anche questi primati vengono eclissati dai bamb che possono cr escere anche pi di un metro in un solo giorno, toccando 30 metri d'altezza in men o di tre mesi. La crescita pi lenta che sia mai stata osservata quella di un esemplare d'abete r osso sitka, una specie che cresce al limite arboreo nell'Artide, cresciuto di 28 centimetri in 98 anni; il tronco aveva il diametro di due centimetri e mezzo. A nche nelle migliori condizioni molti alberi crescono lentissimamente, come il bo sso e il tasso. E" anche notevole la capacit di crescita di una pianta nel corso della sua esiste nza. Si crede che uno dei maggiori esemplari conosciuti di sequoia gigante abbia un volume di 1500 metri cubici di legno, e peso di molto superiore a 1000 tonne llate. Dato che il seme pesa meno di 0,005 grammi, la cifra sopra citata corrisp onde a un aumento in peso di pi di 250 mila milioni di volte! I giganti vegetali possono vivere circa 4000 anni, ricordandoci in tal modo che, del tutto diversam ente dagli animali, una pianta riesce a combinare nel suo continuo sviluppo part i corporee di estrema vecchiezza accanto ad altre di accrescimento embrionale.

I singoli organi particolari possono crescere, in verit, molto rapidamente: gli s tami si espandono quasi visibilmente in certi stadi del loro sviluppo. Cos, per e sempio, quelli del grano crescono di 1-8 millimetri al minuto, mentre una guaina fogliare di banana cresce di 1 millimetro al minuto. In ogni organismo vivente il centro di programmazione che ne determina la forma e la struttura situato nei geni presenti nei cromosomi. La forma dell'organismo ri sultante dipende dai processi evolutivi gi menzionati. Nelle piante questo centro di programmazione determina caratteristiche che decidono se la specie sar una pi antina annuale o un albero, o se una pianta rampicante si attorciglier a destra o a sinistra. Esso traccer pure le modalit secondo le quali verranno prodotti i ger mogli o le foglie; il che costituisce sempre una sequenza geometrica. Questa sequenza tale che si pu esprimere con un numero frazionario, ad esempio de ll'ordine di 2,7. Il che significa che la settima foglia di una serie si trover i n posizione verticale rispetto alla prima, e che le foglie successive avranno tr acciato due spirali attorno allo stelo o al tronco per ottenere questo risultato . Radunando insieme le diverse frazioni di spirale che si ritrovano nel regno ve getale si nota che esse si possono disporre in tre serie distinte, che sono di q uesto tipo: 1/2, 1/3, 2/5, 3/8, 5/13, 8/21, 13/34... - 1/4, 1/5, 2/9, 3/14, 5/23 ... - e 1/4, 2/7, 3/11, 5/18... Queste serie hanno in comune la caratteristica c he si pu ottenere ogni frazione sommando i numeratori e i denominatori delle due frazioni precedenti. Di fatto le frazioni pi frequenti, o fillotassi, come vengon o chiamate, sono dell'ordine di 1/2 (in cui le foglie si trovano a paia opposte) , 2/5, 3/8, e 5/13. Un fatto della fillotassi forse ancora pi notevole che non la speciosa succession e numerica delle frazioni - che non comporta alcun rapporto naturale - costituit o dalla sensazionale precisione e dai modelli impressionanti che ne risultano, p i evidenti nei cacti, nelle pigne e nelle formazioni compatte che non nella sparp agliata disposizione fogliare. La natura ha veramente il senso della geometria. La ramificazione delle piante segue analoghe disposizioni prestabilite, e nelle terminazioni fiorali si osservano diversi stili nelle diramazioni o nel modo di portare i fiori: spessissimo la disposizione dei fiori tipica della famiglia. I fiori stessi sono esempi notevoli di geometria, come sa chiunque abbia studiat o botanica con l'aiuto dei diversi schemi fiorali. I fiori dispiegano spesso le loro parti in multipli di una cifra di base - tre, quattro, cinque - ma alcuni r ivelano una notevole inosservanza di tanta semplicit. Prendiamo la passiflora, o fiore di Passione, dove il bocciolo protetto inizialmente da tre brattee: quando si apre, mostra 10 sepali e petali che quasi impossibile distinguere tra loro, una corona fatta di un numero indefinito di filamenti raggianti, e una colonna cen trale eretta che porta dapprima 5 stami e poi sull'ovario 3 stimmi. I fiori che portano le loro parti in numero indefinito, come i cacti, li portano di solito a vvolti a spirale. In caso diverso i fiori sono disposti secondo una simmetria ra ggiata, oppure sono zigomorfi, il che significa che si possono dividere in due m et uguali tagliandoli secondo una linea centrale. Nei fiori zigomorfi si ritrova la massima variet di forme delle diverse parti fiorali o dei lobi dei petali, com e nella bocca di leone o in una orchidea. Alcuni fiori hanno forma irregolare, c ome quelli delle poligale, dove gli stami si torcono su un solo lato del fiore; ma qualunque sia la loro geometria, le varie disposizioni dei fiori si preoccupa no dei loro soci d'impollinazione, come vedremo in seguito. La programmazione d'un fiore impresa abbastanza complessa, ma se non altro un fi ore esce da un bocciolo ed ha un punto d'inizio nei tessuti. In alcune piante co me nelle palme c' una predestinazione di tipo affatto diverso. Ho descritto in pr ecedenza quanto sia complesso il sistema vascolare della palma, dove la sezione trasversale di un tronco - poniamo di cocco - pu mettere in evidenza fino a 18000 fasci vascolari. Questi fasci crescono obliquamente cominciando presso la parte esterna del tronco e progredendo verso il centro, dal quale si scostano svilupp andosi lateralmente, e formando infine il condotto di una foglia. Il lato affasc inante di questo comportamento, in una palma, consiste nel fatto che ogni fascio deve cominciare a crescere talvolta letteralmente per anni, prima che l'albero sia sufficientemente adulto perch la foglia interessata nasca e il suo allacciament o vascolare diventi operante.

La programmazione di una pianta dimostra spesso notevole flessibilit. Tale caratt eristica chiaramente illustrata dalla capacit che hanno diversi organi di rigener are radici in circostanze speciali; capacit di cui i giardinieri si avvalgono in misura cos estesa, quando devono moltiplicare le piante, che il fenomeno ormai ge neralmente noto. Ma le radici non sono prodotte abitualmente dai tronchi, e anco r meno dalle foglie; eppure si pu infilare nel terreno un ramo di salice ed esso attecchir, o si pu piantare una foglia di violetta africana in un vaso sicuri di v ederla produrre nuove radici e una nuova piantina. La simaruba tropicale viene a mpiamente usata per farne pali da staccionata, che in poco tempo emettono radici e foglie, di modo che dopo pochi anni c' un altro filare d'alberi lungo la strad a o il campo. Molte piante grasse come i Sedum emettono radici dagli internodi, se vengono appese in aria, e le foglie di queste ed altre piante succulente - se deposte a terra - cacceranno radici alla base del piccilo. Una foglia di begonia al contatto del terreno emetter radici dalle nervature, specialmente se sono sta te tagliate. Una pianta cui capiti di perdere le foglie per qualche disgrazia, ne produce spe ssissimo di nuove in punti inaspettati; gli alberi, ad esempio, possono rigenera re le foglie sui tronchi. L'abbattimento di un tronco o l'eliminazione di un ger moglio stimolano di norma la produzione di nuova verzura, come sa chiunque abbia tagliato piantine di lapazio o di tarassaco, che possono rigenerarsi quasi all' infinito da un fittone reciso, o che abbia tolto di mezzo il tronco principale d i un prugno con il solo risultato di trovare nuovi germogli che spuntano per tut to il giardino dalle radici sotterrate. Questa forma di rigenerazione ricorda le numerose specie animali che riformano n uove parti del corpo o nuovi arti quando uno viene danneggiato, come accade nell e stelle marine. Le larve degli anfibi e i tritoni rigenerano le zampe perdute, le lucertole fanno ricrescere all'occasione una coda nuova, ma questa possibilit non esiste negli animali pi progrediti. Le caratteristiche principali della crescita vegetale si adeguano a un modello g enerale indipendentemente dalla grandezza di una pianta, tanto che si tratti di un'esile piantina annuale quanto di un grosso albero di foresta. Ma al vertice d i questo modello e di questa programmazione genetica che sortisce il risultato p er cui una specie vegetale ha una sua fisionomia caratteristica, sta il fatto ch e la crescita di una pianta governata da ritmi di vario genere, e principalmente da quelli derivanti dalle 24 ore della giornata. Esattamente come negli animali , non c' alcun dubbio che le piante sentono il tempo astronomico, o danno l'ora esat ta. In realt le piante sono orologi viventi. Questo senso del tempo noto da molto tempo. Linneo (nato nel 1707) elabor un orol ogio fiorale basato sull'orario di apertura e chiusura di vari fiori, che venne ritenuto esatto con lo scarto di una mezz'ora. La diffusa conoscenza dell'orario dei fiori si riflette nei nomi popolari dati a certe piante, ad esempio - nei P aesi di lingua inglese - la gialappa, Mirabilis jalapa, che si schiude all'ora d el t e viene chiamata la pianta delle quattro, o la cicoria selvatica detta barba d i becco, ribattezzata nei Paesi di lingua inglese Gianni va a dormire a mezzogior no. L'esempio pi sensazionale del tempismo di una pianta dev'essere comunque quello d ella sempreverde arbustiva Wormia suffruticosa malese, detta localmente "Simpoh a cespuglio". Anzitutto, una volta adulta fiorisce ogni giorno per tutta la dura ta della sua vita, cio per mezzo secolo o pi. Il suo orario prevede l'apertura dei boccioli alle tre del mattino; essi sono completamente fioriti un'ora prima del levar del sole, e i petali cadono alle quattro del pomeriggio dello stesso gior no. I frutti maturano in cinque settimane esatte, e si aprono fendendosi in molt e strette strisce alle tre del mattino del trentaseiesimo giorno. I ritmi principali che si osservano nelle piante sono quelli giornalieri e stagi onali. Oltre ai movimenti si nota nei fiori la produzione di profumo e di nettar e, iniziata ed interrotta secondo un orario diverso; la produzione di linfa nell e radici; e il sonno notturno delle foglie, osservato per la prima volta nel 1729. Esso si rende evidente di solito per il fatto che le foglie si rilassano dalla loro posizione eretta, e si verifica in un ampio assortimento di piante: una spe cie americana, la Madia elegans, si addormenta due volte al giorno, mentre la Ma

ranta leuconeura chiamata la pianta che prega, perch congiunge le sue foglie dall'a bituale posizione orizzontale diurna. Alcune piante come la samanea o albero dell a pioggia sudamericano ripiegano le foglie non soltanto di notte ma anche con tem po nuvoloso, e lo stesso fanno molte piante sensibili al sole. La genziana delle nevi si chiude ogni volta che passa una nuvola e si riapre quando viene di nuov o illuminata dal sole, ripetendo pi volte questa operazione. Anche piante di struttura semplicissima possono mostrare di possedere questo rit mo, come il caso dell'alga flagellata Euglena e di alcune diatomee fototattiche, che cio vanno su e gi nel fango, dove vivono, per approfittare della luce del gio rno ai fini della fotosintesi, ritirandosi verso il basso quando annotta. Il rit mo giornaliero regola anche la produzione delle spore in alcune alghe semplici, e almeno in un caso accertato un tasso ritmico nella fotosintesi di un'alga unic ellulare. Notiamo tra l'altro che non si osservano indizi di analoghi ritmi nei batteri o nelle alghe verdiazzurre. E" importante avvertire che i ritmi giornalieri si originano dall'interno e "non " vengono imposti da condizioni esterne, e che infine si conservano per qualche tempo in condizioni artificiali, quali l'oscurit assoluta. Questi ritmi biologici si dicono "circadici", o "circadiani"; cio pressappoco giornalieri, dove la parola pressappoco serve a ricordarci che i ritmi possono anche non avere la durata di 2 4 ore esatte, sebbene i tassi di crescita raggiungano di solito l'apice in un ri tmo di 24 ore. L'intervallo tra un ritmo e l'altro pu accorciarsi o allungarsi al quanto in condizioni artificiali, quando le cellule non hanno pi l"avviamento auto matico dato dalla successione regolare della luce naturale e del buio, finch viene a mancare qualsiasi ritmo nelle cellule di piante illuminate senza interruzione . Talvolta esse non seguono esattamente il ritmo dettato dalla lunghezza del gio rno. Si annoverano tra queste ultime certe alghe marine il cui ritmo appare cond izionato dal moto delle maree, per cui le loro attivit sono regolate secondo il g iorno solare e lunare. Certe diatomee fototattiche rivelano analoghi movimenti r egolati sulle maree, e risalgono alla superficie del fango con la luce del giorn o, quando c' bassa marea. Si tratta di una forma di adattamento assai razionale, se si considera l'habitat di queste piante: le piantine microscopiche verrebbero spazzate via a marea alta. Ma in ogni caso una manifestazione notevole di crono metria biologica. Questi ultimi esempi sono chiaramente utili alla pianta e in rapporto funzionale con la sua giornata lavorativa, trascorsa nell'ossequienza a ritmi circadici gi ornalieri accertati; ma pare che esistano ben poche motivazioni a giustificare i l sonno notturno delle foglie. Esso sembra abbastanza naturale agli occhi di chi h a una mentalit antropomorfica, e Darwin credeva che servisse a proteggere le fogl ie dagli effetti del freddo notturno. E" stato dimostrato che ci avviene effettiv amente, in una certa misura, nelle regioni temperate, ma non spiega perch tante p iante tropicali sembrano mettersi a sonnecchiare. Forse giova a ridurre l'evapor azione dalle foglie delicate. A volte pare che i movimenti delle foglie si possa no spiegare razionalmente, come nel caso della "pianta del telegrafo", cos chiama ta per la somiglianza con i semafori di una volta provvisti di bracci, che fa on deggiare in ogni direzione le sue foglie grandi e piccine. Ritchie R. Ward ha avanzato l'ipotesi che un organismo a ritmo circadico assomig li a un cervello elettronico sincrono controllato da un orologio generale. Quest i cervelli elettronici tratteranno anche un certo numero di pratiche accessorie per usare il gergo dei calcolatori - alcune delle quali sono pi lente di altre. S e la diversa velocit delle pratiche accessorie perde troppo il ritmo, pu riuscire utile consegnarle in modo che possano riprendere a funzionare tutte insieme non ap pena viene data via libera. Una notte di riposo verrebbe considerata indice di sca rsa efficienza in un calcolatore elettronico fabbricato dall'uomo, ma pause di q uesta durata non hanno praticamente nessuna importanza con l'infinit di tempo a d isposizione delle piante in termini evolutivi, specialmente se si tiene conto ch e solo la luce del mattino pu rimettere in moto il meccanismo della fotosintesi. (Per il resto della notte sono alla pari con l'uomo.) Gli scienziati hanno ident ificato i dati di fatto della situazione, ma - citiamo ancora G. E. Fogg - finora , per cos dire, abbiamo studiato solo le lancette di questi orologi biologici, ma non conosciamo la natura del vero e proprio meccanismo di orologeria. C' comunque

un rapporto tra i movimenti di sonno e gli altri ritmi, e se ne accenner pi diffu samente nel seguito di questo capitolo. Abbiamo qualche prova che le piante fiorenti talvolta siano influenzate pi dai pe riodi lunari che non da quelli solari e un ricercatore americano, il professor F . A. Brown junior, sicuro che un ritmo regolato sui quarti di luna sia ampiament e diffuso sia tra le piante che tra gli animali. Uno dei suoi pi recenti esperime nti dimostra che l'acqua contenuta nelle fave strettamente correlata alle fasi l unari. Va citata di passaggio la radicata credenza antroposofica nell'influsso d ella luna sulla crescita delle piante. Chi convinto dell'azione della luna sul r egno vegetale crede ad esempio che certe piante daranno foglie pi precoci se si s emineranno con luna crescente, o radici robuste se piantate a luna calante; la s emina a luna crescente favorisce in linea di massima la crescita e il raccolto s uccessivi. Ignoro per se questi esperimenti antroposofici siano mai stati ripetut i da scienziati spassionati in condizioni controllate. Pare comunque che i periodi stagionali siano di gran lunga i pi importanti per le piante, in linea generale. I ritmi stagionali sono quelli che controllano le at tivit a lunga scadenza, quali la produzione delle gemme e dei bocci, lo sviluppo delle foglie, lo spuntare e l'aprirsi dei fiori, la caduta delle foglie dagli al beri cedui o il momento d'entrare in riposo per le altre specie vegetali. Un gia rdiniere sa che queste attivit, e i periodi principali di crescita, non vengono i nfluenzati sensibilmente dal tempo atmosferico. Un momento di gran freddo pu arre stare per breve tempo la schiusa delle gemme fogliari e dei primi boccioli, ma s e continua la gelata avverr ugualmente l'apertura, anche se ci comporter la distruz ione immediata di foglie e fiori. Analogamente un'ondata di gran caldo nei primi mesi dell'anno indurr le piante a dare foglie e fiori precoci, ma le variazioni dalla media si misurano di solito in giorni soltanto. Si pu misurare l'anno dall'attivit delle piante, come ricorda questo brano di una relazione storica del 1920 scritta da W. W. Garner e H. A. Allard: "Tra le caratteristiche pi tipiche della crescita delle piante fuori delle region i tropicali va annoverata l'accentuata tendenza di varie specie a dare fiori e f rutti solo in date epoche dell'anno. Questo comportamento cos costante che certe piante finiscono con l'identificarsi con ognuna delle varie stagioni, proprio co me la primavera e l'autunno si fanno corrispondere all'arrivo e alla partenza de gli uccelli migratori". Presso certe comunit primitive qualche data attivit di un albero locale, come l'em issione delle foglie o dei fiori, o la maturazione dei frutti, da il segnale per ch cominci qualche attivit umana stagionale. F. R. Irvine ha raccolto parecchi ese mpi in Africa, come l'esplosione dei boccioli rigonfi della Griffonia, che serve da segnale agli agricoltori per l'inizio delle operazioni di semina. Nei climi temperati si osserva uno schema netto di crescita basato su un periodo annuale di riposo. Questo schema vale principalmente per le piante annuali, che trascorrono la loro esistenza entro l'unit di tempo di un anno e passano il peri odo d'inattivit sotto forma di semi; per le erbacee perenni, che producono tronch icini o steli annu; e infine per gli arbusti ed alberi a foglia caduca che perdon o il fogliame in inverno. Nel corso di questa trasformazione notevole e rapida, che comporta il passaggio dalla fase di industria funzionante a pieno ritmo a qu ella di ristagno completo, le piante riducono sostanzialmente il loro metabolism o. Tuttavia le radici di rado sono del tutto inattive, e riprendono presto a lav orare con la nuova stagione di crescita per pompare nutrimento indispensabile al l'emissione di nuove foglie prefabbricate e al nuovo ciclo di accrescimento. Le piante a foglie caduche cresciute nei climi tropicali hanno un comportamento str ano. I peri piantati a Giava diventano sempreverdi, ma le gemme possono adottare cicli individuali non sincronizzati tra una gemma e l'altra. Gli alberi tropicali si attengono sovente a regole personali. Se vanno in riposo completo - il che significa perdere le foglie per breve tempo - possono farlo a titolo personale senza sincronizzarsi con i vicini anche della stessa specie. U no pu fiorire in cicli di 10 mesi, e un altro in cicli di 14; alcune piante fiori scono ininterrottamente, spesso un ramo alla volta, mentre altre possono fiorire

una sola volta in 10-15 anni. Tutto ci concorda con il loro ambiente accomodante e soggetto a scarsi mutamenti, dove ha poca importanza rispettare un orario. Co me ha osservato l'esploratore Henry Bates, in Inghilterra un bosco ha un suo aspe tto primaverile, estivo, autunnale e invernale a seconda della stagione. Nelle f oreste equatoriali uguale, o pressappoco uguale, ogni giorno dell'anno: gemme e boccioli, frutti e caduta delle foglie sono sempre presenti contemporaneamente i n una specie o nell'altra. Il fatto che i nuovi germogli degli alberi delle regioni temperate siano dannegg iati talvolta dalle gelate tardive potrebbe sembrare argomento a sfavore dell'us anza di avere foglie cedue. La maggior parte delle conifere, nonch altre sempreve rdi, conservano le foglie in inverno; le conifere specialmente vivono in climi f reddi e rigidi, e le loro foglie funzionano ogniqualvolta lo consentono le condi zioni. Ma in questo caso le foglie sono adattate a resistere all'essiccazione e a perdere vapore acqueo con molta lentezza, specialmente se le radici non riesco no ad assorbire umidit a causa del terreno secco o gelato - e questo il motivo pr incipale per cui le piante cedue perdono le loro foglie, che sono molto pi grandi di quelle persistenti, altrimenti perderebbero acqua con velocit molto maggiore di quella che occorrerebbe alle radici per far fronte alla situazione. Notiamo a questo proposito che la foresta pi fredda e pi settentrionale di tutte, in Siberi a, composta di larici dahurian, che sono conifere a foglie cedue. Abbiamo tuttavia pochi indizi che le piante siano consapevoli del trascorrere di un anno, e in ogni caso sarebbe difficilissimo darne una dimostrazione reale. M a se ci non si pu dimostrare, o non succede, cosa misurano le piante in realt? La l unghezza della notte. La consapevolezza da parte della pianta di questo periodo di cambiamento regola le attivit stagionali prima accennate, e in modo particolar e l'avvio alla fioritura. Si trovato che possibile dividere le piante in tre gru ppi secondo la lunghezza della notte, sebbene si descrivano usando la parola gior no per maggiore comodit: piante brevidiurne, che fioriscono con luminosit diurna di 12 ore o meno, piante longodiurne, che richiedono pi di 12 ore di luminosit giorn aliera, e mesodiurne, o neutrodiurne, nelle quali la fioritura viene avviata da fattori climatici che prescindono dalla lunghezza del giorno e della notte. Cos n elle Ande equatoriali non c' cambiamento nella lunghezza delle giornate o nella t emperatura media nel corso delle stagioni, sebbene l'escursione giornaliera dell a temperatura di circa 13 gradi centigradi assicuri alle piante l"estate ogni gior no e F inverno ogni notte. In questo clima il controllo della fioritura annuale vi ene effettuato imperiosamente dalla stagione piovosa. Anche il ritmo sessuale de lla maggior parte delle alghe marine viene influenzato dalla temperatura dell'ac qua, sebbene queste sempreverdi del mare - a somiglianza delle conifere - non si ano mai in inattivit completa. Questa ripartizione condizionata chiaramente dalla distribuzione geografica di u na data specie: nelle regioni tropicali, dove le giornate mantengono pi o meno 12 ore di luce, potranno dare buona riuscita solo le brevidiurne o le neutrodiurne , mentre alle alte altitudini ritroveremo le longodiurne e ancora le neutrodiurn e. Piante strettamente imparentate tra loro possono avere esigenze affatto diver se per quanto riguarda la lunghezza del giorno o della notte. Esempi di piante brevidiurne sono i crisantemi e i piretri, piante annuali di or igine tropicale, e la maggioranza delle specie delle regioni temperate che fiori scono in primavera e in autunno; tra le longodiurne si annoverano frumento, pata ta, lattuga, bietola e le specie delle regioni temperate a fioritura estiva, men tre esempi di neutrodiurne sono il grano turco, il pomodoro e le numerose piante tropicali che danno fiori e foglie per tutto l'anno, non avendo di fatto un rit mo annuale specifico. Sappiamo che la foglia a controllare la fioritura della pianta, a seconda delle giornate lunghe o brevi. Per dimostrare questo asserto sono stati compiuti esper imenti affascinanti che hanno incluso innesti di foglie. E" possibile condiziona re le piante trattandole con illuminazione artificiale in modo che siano pronte a fiorire, o a non fiorire per niente. Se s'innester una foglia di pianta prossim a alla fioritura su un'altra non disposta a fiorire, quella sola foglia provoche r la fioritura nella pianta innestata. Nel corso di un solo esperimento una fogli a proveniente da una pianta condizionata nel senso della fioritura venne innesta

ta successivamente su sette piante condizionate negativamente, e provoc la fiorit ura in ciascuna di esse! Se una sola foglia di lappola riceve il trattamento bre vidiurno che le occorre per fiorire, e il resto della pianta viene tenuto in con dizioni longodiurne, tutta la pianta comincer a fiorire. E" anche divertente nota re che la fioritura delle piante parassite dipende da quella delle piante parass itate, con le quali hanno raramente rapporti di parentela. Questo fatto significa indubbiamente che la foglia, in condizioni adatte, elabor a un messaggio di natura chimica che si pu definire il fattore di fioritura ed ugua le anche in piante non imparentate. Ma come fa la foglia a stabilire che cos biso gna fare? L'ipotesi pi credibile tira in causa i cicli giornalieri gi descritti. S e immaginiamo che la pianta possieda effettivamente un meccanismo d'orologeria d i 24 ore - come pare si possa dedurre dai ritmi circadici - possiamo ipotizzare che durante le 12 ore della media notturna (la notte va esattamente dalle 6 di s era alle 6 del mattino all'equatore) la pianta ricerchi il buio, mentre nelle al tre 12 ore ricerchi la luce: sia cio rispettivamente lucifuga e fotofila. Mantenendo la nostra similitudine meccanica, possiamo ancora immaginare che esista incorpor ato in questo orologio un interruttore a contatto destinato ad avviare la fiorit ura. La luce che arriva all'orologio fogliare nella fase lucifuga - specialmente all'inizio di tale periodo - aziona P interruttore staccando il contatto nelle pi ante brevidiurne ed inserendolo nelle longodiurne. (E" un paragone molto semplif icato: di fatto le longodiurne hanno una fase critica lucifuga pi corta che non l e piante brevidiurne.) A questo punto assumono una certa importanza i movimenti di sonno gi citati, perc h dalla posizione delle foglie si pu stabilire se la pianta sia in fase fotofila o lucifuga. Salvo il caso della Madia elegans, di cui gi sappiamo che fa due sonni n el corso delle 24 ore, troviamo che la fioritura pu iniziarsi in giornate corte o lunghissime, ma non in giorni di lunghezza intermedia. Sono occorsi molti esperimenti complicati per costruire questa teoria avanzata d a E. Bnning nel 1936, il che significa che ci deve essere un orologio nelle piante che misura la lunghezza dei giorni e delle notti nel loro susseguirsi, facendo s cattare un comando che d il via al processo di fioritura quando la lunghezza dell e giornate assicura condizioni opportune. Questo portaordini chimico non stato a ncora isolato, ma vi sono varie teorie sul modo con cui possibile che operi. Talvolta la reazione della pianta vincolata dalle condizioni di temperatura, spe cialmente notturne. La temperatura esercita un effetto di particolare importanza su alcune plantule, cio su alcune piantine appena sgusciate dal seme. Si annover ano tra queste i cereali vernenghi che resistono all'inverno: fioriranno prima s e le plantule hanno sopportato temperature prossime allo zero. Ci accade naturalm ente in inverno se la semina stata effettuata in autunno, e la fioritura avverr n ell'estate successiva, ma se la semina si fa a primavera non ci sar fioritura est iva. Uguale effetto si osserva nella bietola e in altre piante biennali, dove la rosetta, prodottasi di solito nel primo anno, ha bisogno di refrigerazione inve rnale per fiorire nell'estate successiva. Questo raffreddamento invernale si dic e vernalizzazione, ed limitato alle piante delle regioni fredde e temperate. Il riso, tra le altre piante tropicali, richiede viceversa temperature elevate a un a data epoca perch possa avere fioritura tardiva. Va aggiunto che le piante devono raggiungere una certa maturit prima di poter com inciare a produrre fiori in ogni circostanza. Fanno eccezione alcune specie, ad esempio l'arachide precoce che non ha pubert, dal momento che i primissimi indizi dei fiori si formano non appena germina il seme. Una volta accertata l'esistenza di questi ritmi e dispositivi di avviamento, l'u omo ha potuto manipolarli per i suoi fini, specialmente per controllare la fiori tura e di conseguenza l'epoca di produzione dei frutti e del raccolto, e ne ripa rler al capitolo 27. I ritmi giornalieri, o fluttuazioni, o periodi giornalieri, come preferite chiam arli, sono evidentissimamente interni, o endogeni, ma devono essere stati impost i nel corso dei millenni dall'effettivo alternarsi del giorno e della notte, di cui le piante dovettero tenere conto nel loro stesso interesse man mano che si a vventuravano dalla foresta tropicale in regioni ad inverni pi freddi e notti pi lu nghe, e a stagioni pi differenziate. Solo nelle regioni tropicali in cui le condi

zioni permangono uniformi per tutto l'anno, le piante godono perennemente delle condizioni ideali e fioriscono pi o meno ininterrottamente. Nelle piante si osservano periodi che riesce difficile capire. Molti funghi hann o ritmi di 24 ore, ma altri ne hanno di molto pi lunghi. I funghi sono organismi antichissimi, e pu darsi che un ritmo di quattro giorni costituisca un ricordo at avico di tempi in cui il giorno aveva lunghezza molto diversa da quella attuale, o di un procedere incerto verso un ritmo di 24 ore. Infatti le recenti ricerche geofisiche sui fossili precambriani detti stromatoliti, che mostrano anelli di accrescimento giornalieri, sembrano autorizzare l'ipotesi che due miliardi e mez zo di anni orsono il mese lunare durasse 40-45 giorni, e ogni giorno fosse di ci nque ore soltanto. Inoltre anche l'esame dei coralli fossili lascia sospettare c he circa 600 milioni di anni fa l'anno cambriano avesse 425 giorni. All'estremit opposta nella dinamica dei ritmi si trovano molti bamb con cicli di f ioritura piuttosto straordinari, che spesso si misurano in decenni; in certi Pae si asiatici dire di una persona che ha visto fiorire due volte i bamb significa c he molto vecchia. Dalle registrazioni pi antiche pare di capire che i bamb fiorisc ono dopo un numero d'anni costante, ma ci non succede in realt, e i bamb possono fi orire ad epoche molto distanziate tra loro, ma irregolari; si sa ad esempio che l'Arundinaria falconeri fiorita nel 1876, 1890, 1929 e 1936, cio ad intervalli di 14, 39 e 7 anni. Alcuni bamb - certamente non tutti - muoiono dopo la fioritura, per cui forse non sarebbe appropriato parlare di un ritmo in questo caso, ma pi uttosto di costruzione dell'edificio della pianta finch si offrono condizioni ada tte che le consentono di mettere fiori, a somiglianza di quanto succede in altre piante monocarpiche come le agavi giganti. Eppure straordinario come piante del la stessa schiatta, ma in condizioni climatiche assai disparate, riescano a fior ire contemporaneamente. C' dunque un orologio incorporato in queste schiatte, fun zionante a lunga scadenza e alquanto a casaccio? E" stata avanzata l'ipotesi che e entrino in qualche modo le macchie solari; ma questi cicli a unga scadenza, c he ricordano quelli delle cicale e delle cavallette, rappresentano un enigma che non abbiamo ancora risolto. Uno dei molti aspetti tuttora inspiegati della cres cita delle piante. Capitolo 11. COMANDI E COMUNICAZIONI. Ogni direttore di fabbrica deve essere al corrente - giorno per giorno, e a lung a scadenza - della situazione del movimento merci in uscita dallo stabilimento, sia in materie prime che in prodotti finiti, nonch di ogni singola lavorazione de i vari reparti, grazie ai rapporti dei capisala. Deve esserci un analogo control lo dietro ogni fase della crescita delle piante, esteso dalla semplice moltiplic azione cellulare fino alla formazione di organi complessi. Da qualche parte devo no venir emanate disposizioni per la produzione di alte radici, germogli o fogli e, perch compaiano fiori e frutti, e le foglie cadano alla stagione giusta, e inf ine per controllare che queste attivit si svolgano nella misura opportuna. In par ole povere, avvengono nelle cellule certi processi chimici - ed eventualmente an che di natura fisica - che rilevano le situazioni esistenti all'esterno e provve dono a fabbricare sostanze che in quantit infinitesimali trasmettono ordini alle parti della pianta. Queste sostanze incaricate di controllare o regolare la cres cita, di cui a volte si sospetta vagamente la natura ormonale, si possono parago nare effettivamente agli ormoni animali secreti dalle ghiandole endocrine nella circolazione sanguigna, dove esercitano analoga funzione di controllo della cres cita e del funzionamento organico e sistematico. Alcune di queste sostanze si ri trovano tanto nelle piante quanto negli animali: ad esempio le auxine sono prese nti nell'urina umana. Anche le vitamine hanno altrettanta importanza per le piante come per gli animal i, consentendo loro di utilizzare le sostanze nutrienti grezze ai fini della cre scita, per cui vanno considerate alla stregua di ormoni dell'accrescimento di ti po diverso dalle auxine. Esistono pure sostanze inibenti della crescita quali l' acido abscicico, che un tempo aveva la denominazione pi pittoresca di "donnina". Vi sono anche numerosissimi ormoni, alcuni dei quali non sono stati ancora isola

ti, sebbene non si possano spiegare in modo soddisfacente certe attivit delle pia nte se non se ne ammette l'esistenza. Sono compresi tra questi elusivi ormoni i presunti stimolatori della fioritura detti "florigeno" e "vernalina", il quale u ltimo stimola la fioritura dopo un periodo di freddo. Almeno in alcune longodiur ne gli estrogeni - ormoni sessuali che fino ad epoca recente venivano attribuiti esclusivamente agli animali - si formano mentre fioriscono le piante. Non si pr oducono estrogeni invece quando le condizioni di fioritura sono sfavorevoli, cio nelle giornate corte. In certi casi l'applicazione di questo ormone sessuale fem minile universale far fiorire la pianta molto pi in fretta del solito. Si sa che a ltri ormoni animali legati all'attivit sessuale si ritrovano largamente nelle pia nte, ma la loro funzione ancora incerta mentre vengono scritte queste righe. Tutte queste sostanze si influenzano reciprocamente e intervengono nei processi di ricambio della pianta, ma il loro funzionamento estremamente complesso tutt'a ltro che chiaro in ogni suo aspetto. Esistono nelle piante semplici e nei funghi , dove di solito agiscono le vitamine invece delle auxine. Le auxine si formano e si trovano pi concentrate specialmente in corrispondenza d ei punti di accrescimento o meristemi della pianta, siano essi foglie o germogli o radici. I meristemi costituiscono zone dove le cellule sono permanentemente a llo stato embrionale, ed effettuano la divisione cellulare con processo spontane o o sotto l'effetto di uno stimolo. Dai meristemi le sostanze regolatrici della crescita si diffondono alle altre parti della pianta, dove vengono utilizzate o distrutte, ma non vengono mai rimesse in circolazione. Esse circolano principalm ente nei canali del floema, che erogano le sostanze nutritive, muovendosi spesso in una sola direzione. Gli ormoni che stimolano la produzione dei frutti vengon o emessi dai semi in via di sviluppo. Ogni meristema controlla un territorio abbastanza ristretto, a differenza di qua nto fa una singola ghiandola animale che in grado di diffondere i suoi comandi i n tutto il corpo per via sanguigna. Anche in questo caso i meristemi si trovano in fase di equilibrio, e ogni eccesso o mancanza di ormone in qualsiasi punto vien e rimediato ad opera dei meristemi vicini. Il fatto dimostrato da un esempio ben noto ai giardinieri. Su un germoglio - poniamo di un albero da frutto - di soli to si sviluppa la gemma terminale, mentre quelle laterali lungo tutto il germogl io restano inattive. Se per si toglie la gemma terminale, cominciano immediatamen te a svilupparsi le gemme laterali pi vicine. Semplificando un po'"le cose, si pu dire che la gemma terminale produce auxina molto concentrata, che stimola la cre scita del germoglio dalla gemma stessa, e contemporaneamente si diffonde gi per l o stelo impedendo ogni sviluppo delle gemme laterali. Se si toglie la gemma term inale, viene a mancare l'effetto inibitorio, e le gemme situate pi in basso comin ciano a produrre auxina per conto proprio con azione stimolante sui rispettivi g ermogli, mentre l'eccesso di auxina che si diffonde gi per lo stelo blocca a sua volta la crescita delle altre gemme laterali sottostanti. Spesso un giardiniere riesce ad ottenere la crescita di una gemma togliendo una piccola mezzaluna di c orteccia a monte, in modo da impedire all'auxina di raggiungerla. Viceversa potr arrestarne la crescita togliendo la corteccia a valle di una gemma, o sempliceme nte premendo un coltello nella scorza per accumularvi auxina. Questa pratica pu e ssere opportuna ad esempio quando si coltivano alberi da frutto, e ad essa si de ve il vecchio detto dei giardinieri per cui "cane, moglie e pianta di noce, pi si picchiano, meglio sortiscono", dove la battitura dei tronchi ha l'effetto presumibile di arrestare la discesa d ell'auxina, aumentando di conseguenza la produzione di fiori e frutti. Le auxine entrano in causa anche quando i rami vengono distesi in senso orizzontale e ne viene favorita analoga produzione di fiori e frutti. Vediamo quindi che questi messaggeri chimici svolgono varie funzioni coordinate. Operando a distanza (e questo il criterio vitale di una sostanza che controlla la crescita) bilanciano i fattori esterni che interessano la pianta - quali alim ento, acqua, temperatura, luce - e controllano il tasso di crescita a seconda de llo sviluppo delle diverse parti della pianta (come la crescita di germogli inve

ce dello sviluppo dei fiori), e infine, con una frase presa a prestito da L. J. Audus, grande esperto in materia, provvedono a distribuire il capitale della pia nta, consistente nelle materie prime che fabbricano protoplasma, pareti cellular i e cos via. Queste sostanze provvedono anche ad orientare le diverse parti della pianta nell a giusta posizione, dirigendo le radici verso il basso e i germogli verso l'alto . Regolano la direzione della crescita a seconda della luce, della temperatura, dell'umidit o di altri stimoli esterni. Fanno funzionare i viticci o gli altri di spositivi di appiglio, e dispongono perch i tentacoli delle specie insettivore af ferrino le loro vittime. Formano tessuto cicatrizzante in caso di lesione. Fanno nascere i fiori e ne controllano il sesso (se si tratta di specie unisessuate), regolano la fioritura secondo la lunghezza delle giornate, dirigono i tubicini pollinici verso gli ovari, stimolano la produzione dei frutti, facendo cadere fr utti e foglie quando la stagione; e impediscono ai semi di germinare per motivi vari. Non c' fase o parte dello sviluppo di una pianta che sfugga alla loro azion e di controllo. I meccanismi interessati in questa attivit sono invariabilmente complessi, quando non addirittura astrusi e incomprensibili: ne sono un buon esempio quelli che p rovocano la caduta delle foglie. Prima che ci avvenga diminuisce la concentrazion e delle auxine nelle foglie, e si forma etilene nello strato di rescissione, dove avviene il distacco della foglia dal piccilo quando cellule adiacenti interrompon o la loro continuit. C'entra anche l'acido abscicico, che compare per bloccare la sintesi delle proteine, e cos facendo accelera lo spoglio delle foglie ormai con dannate. L'acido abscicico funziona anche per produrre gemme inattive ed organi di accumulo. A questo riguardo l'etilene si rivela una sostanza notevole. Si tratta di un sem plice idrocarburo (C2 H4) in grado d'influenzare la crescita delle piante gi a co ncentrazioni di 0,06 parti per milione nell'aria. Ricordo di aver visto una gran de mostra di garofani dove era stata sistemata anche una modesta esposizione di mele. Prima che fosse trascorso il pomeriggio i garofani erano tutti appassiti a causa dell'etilene emesso dai frutti. L'etilene influisce in quasi tutti i feno meni connessi alla crescita delle piante, ivi compresi il germogliamento dei sem i, l'allungamento delle cellule e dei germogli in accrescimento, l'inizio della fioritura e la maturazione dei frutti. Abitualmente si trova in fase d'equilibri o molto delicato con la concentrazione delle auxine. Nel caso della caduta delle foglie si crede che la produzione di etilene venga scatenata da un'altra sostan za ipotetica nota con il nome di fattore di invecchiamento. Tra le reazioni pi straordinarie da parte di una pianta, nelle quali entri in cau sa l'etilene, c' la produzione di questa sostanza quando una pianta riporta qualc he lesione. Anche la lieve strigliatura con una spazzola fine fa aumentare la pr oduzione di etilene fino a 30 volte oltre il tasso normale nello spazio di mezz' ora. Dato che l'etilene controlla la curvatura degli steli, questo probabilmente il motivo per cui i viticci si arrotolano attorno a un sostegno non appena lo h anno toccato; ma non chiaro perch avvenga produzione supplementare di etilene dop o una lesione o ferita qualsiasi. Notiamo di passaggio che i frutti non si limitano a cadere quando sono maturi. C ome sanno tutti i frutticoltori, possono cadere anche i giovani frutti appena fo rmati, e spesso si verifica la caduta di giugno dei frutti immaturi: il sistema ad ottato dalla pianta per regolare la produzione di frutti entro limiti funzionali in rapporto alle condizioni del momento in fatto di alimenti ed umidit. Tra le sostanze pi interessanti per il controllo della crescita ve n' una detta ci netina, attivatrice della divisione cellulare. Si trova nel latte di cocco, che l'unico prodotto naturale di origine vegetale che possa stimolare la crescita in frammenti di tessuto di pianta; si pu anche ricavare concentrandola dal lievito e dallo sperma di pesce, e c' motivo di ritenere che piccole quantit esistano in t utte le piante superiori. Ho dato scarse notizie dei meccanismi che scatenano la formazione iniziale di au xine, sostanzialmente perch il procedimento tuttora avvolto nel mistero. Prendend o ad esempio il movimento degli organi delle piante rispetto alla luce, si deve supporre l'esistenza di una sostanza fotosensibile di natura chimica che reagisc

e alla luce scatenando il meristema perch produca auxina. I possibili concorrenti sono numerosi, ed annoverano tra l'altro anche le sostanze caroteniche e la rib oflavina, che entrano in gioco per assicurare la facolt visiva degli animali, men tre l'ultima in modo speciale presente dovunque nel regno vegetale. Il movimento fisico di corpuscoli all'interno delle cellule, probabilmente granuli di amido, rappresenta certamente una reazione alla legge di gravita. A un certo punto le cellule devono cessare di estendersi; probabilmente c' un lim ite massimo di grandezza per la pianta nel suo complesso, e l'et adulta rappresen ta un importante fattore limitante. Per arrestare l'iperattivit delle auxine semb ra probabile che si formi un enzima non appena quelle superino un dato limite qu antitativo. Quando si instaurato un certo equilibrio tra le auxine e l'enzima in attivante, l'enzima le distrugge e l'operazione riequilibrante cessa. Sicurament e per entrano in gioco anche altri meccanismi in questo ridimensionamento assai i mportante. Questo capitolo potr sembrare un resoconto alquanto insoddisfacente del sistema d i comandi chimici in uso tra le piante, ma devo sottolineare un'altra volta che non comprendiamo ancora completamente il loro meccanismo d'azione, e le teorie a vanzate al riguardo incorrono spesso in palesi contraddizioni. L'esempio fornito ci da un organismo semplicissimo come la muffa fungina acquatica Achyla potr fors e dimostrare quanto sia complessa la situazione. In questa specie troviamo filamenti maschili e femminili, nonch sostanze chimiche di natura ormonale cui affidato il controllo dell'accoppiamento delle parti ses suate. Dapprima la parte femminile emette un attivatore chimico, e quella maschi le un inibitore. Quando queste sostanze hanno raggiunto adatta concentrazione, l 'attivatore femminile induce i filamenti maschili ad emettere corti ramoscelli s essuati, che, una volta cresciuti, producono a loro volta un altro ormone, il qu ale torna a diffondersi alla pianta femminile facendole emettere ramoscelli ispe ssiti, che costituiscono gli organi femminili. Si forma ora un terzo ormone che passa dalla femmina al maschio e induce i filamenti dell'ultimo a crescere verso la prima, fino a stabilire il contatto e a creare una cellula sessuale maschile . Gli ingranaggi dell'oscuro meccanismo continuano a girare ed entra in scena un quarto ormone, stavolta fabbricato da questa cellula sessuale, il quale trasmet te un messaggio per cui i filamenti femminili emettono organi sessuali ed uova. Avviene infine la fecondazione con il passaggio di nuclei maschili lungo un tubi cino con cui la parte maschile si collega alla cellula femminile. Basta una part e su dieci miliardi di ormone o attivatore femminile iniziale perch i rami maschi li diano l'avvio a tutto il ciclo. Un sistema ormonale tanto complesso in un organismo cos elementare - ed operazion i altrettanto complicate sono documentate per certe alghe unicellulari - induce a sospettare fortemente che nelle piante fiorenti quasi certamente debbano esist ere meccanismi di gran lunga pi macchinosi di quelli indagati finora. Nel complesso delle attivit umane i regolatori della crescita sono importantissim i perch siamo riusciti a sintetizzarne molti, ottenendo cos che le piante si compo rtino come vogliamo noi, producendo radici per talea, o fiori e frutti fuor di s tagione. Manipolazioni ormonali di questo genere sono descritte con maggiori par ticolari al capitolo 27. Le cariche elettriche potenziali complicano ulteriormente lo studio delle sostan ze che regolano la crescita delle piante. Cos un tempo si credeva che le auxine r esponsabili dei movimenti dipendenti dalla forza di gravita funzionassero sotto l'effetto di impulsi elettrici, perch un organo vegetale posto orizzontalmente sv iluppa sulla superficie inferiore una carica elettrica distinta di segno positiv o. Per stato dimostrato in seguito che questa carica il risultato e non la causa dei movimenti auxinici. E" stata formulata l'ipotesi che questo potenziale elett rico possa avere importanza nei movimenti rapidissimi compiuti dalle piante, a s omiglianza di quanto accade nel collasso delle foglie della sensitiva. Recenteme nte stato anche dimostrato che avvengono fluttuazioni regolari di tensione nelle piante, somiglianti a pulsazioni ritmiche ad intervalli di 1-10 secondi. Ma fin ora solo oggetto di congettura se questo potenziale elettrico governi la produzi one delle sostanze regolatrici dell'accrescimento o non ne sia piuttosto il risu ltato, o se addirittura sia solo un effetto secondario della produzione di energ

ia da parte delle piante. Bisogna concludere infine che i regolatori chimici dell'accrescimento rappresent ano i soli veri dispositivi di comunicazione nelle piante di ogni genere. Gi si a ccennato al fatto che analoghe sostanze esistono anche negli animali. Non solo c i sono secrezioni delle ghiandole endocrine per controllare la crescita, ma esis tono all'interno dei tessuti nervosi anche veri e propri trasmettitori di natura chimica. Pare possibile - anche se controverso - che certe sostanze chimiche ne gli animali convoglino messaggi emotivi generali, ad esempio la scotofobina di c ui si afferma che incuta ai topi la paura del buio e si possa trasmettere sommin istrando estratti di tessuto cerebrale - proprio come si possono trasmettere ad altre piante mediante innesto la vernalina e il florigeno. Le piante non hanno b isogno di un sistema nervoso: vanno bene cos come sono, e la natura di rado inven ta qualcosa che sia assolutamente superfluo. Capitolo 12. LE PIANTE SENTONO? "La casta Mimosa se ne sta, delicata e dai sensi gentili ritrae le timide mani da ogni rude tocco..." Cos scriveva Erasmo Darwin a proposito della sensitiva (Mimosa pudica), di cui og nuno pu vedere come sia sensibile al tocco. A somiglianza di molti giardinieri, cos tantemente in intima comunanza con le piante, lo scrittore pensava alle piante i n termini umani. Esse indubbiamente concepiscono, nascono, passano dall'infanzia alla pubert e all'et matura, mostrano segni d'invecchiamento e alla fine muoiono. In tutte queste fasi di sviluppo si muovono, e questi loro movimenti possono mo strare notevole determinazione. Il fatto stesso che un organismo si muova presup pone di per s un certo tipo di sensazioni fondamentali. Gli animali superiori mostrano di avvertire il caldo e il freddo, il vento e la pioggia, lo sforzo e il dolore, nonch varie gradazioni di amicizia, affetto e pia cere sessuale. A queste sensazioni gli individui della specie umana aggiungono p ercezioni emotive e intellettuali di ogni genere e sfumatura, e si potrebbe anch e dire grovigli confusi di sensazioni. In questo senso le piante non sentono; ma se applichiamo una delle definizioni principali della parola sensi - percepire o avere coscienza attraverso sensazioni fisiche (dizionario Webster) - allora le p iante indubbiamente sentono ed hanno sensi. All'estremit pi bassa della scala troviamo piante unicellulari che si muovono in s enso fototropo e fotofobo, e sono anche in grado di muoversi in risposta a stimo li di natura chimica o dipendenti dalla temperatura. Gli stimoli principali che causano movimenti - o tropismi, come si chiamano in linguaggio tecnico - nelle p iante superiori sono la gravit e la luce. La reazione alla legge di gravit, che pu manifestarsi in senso positivo o negativo, spinge la crescita delle radici verso il basso e quella delle plantule o germogli verso l'alto; tale da far crescere in direzione orizzontale le radici carnose sotterranee del giaggiolo e gli stolo ni superficiali delle fragole, mantenendo a profondit notevolmente costante sotto terra i tronchi carnosi ipogei della podagraria, condizionando infine la posizio ne dei gambi fiorali. Questi ultimi possono mutare la loro posizione a seconda d ello stadio di accrescimento; ad esempio il gambo fiorale dell'arachide comincia con geotropismo negativo, cio crescendo verso l'alto, ma dopo che avvenuta la fe condazione del fiore il tropismo s'inverte, per cui il gambo si rivolge verso il basso e affonda il frutto nel terreno. Allo stesso modo la linaiola fogliad'ede ra si sforza di cacciare i suoi frutti nelle spaccature di rocce o muri perpendi colari sui quali cresce. La reazione alla luce induce abitualmente le piante a crescere sviluppandosi in direzione della fonte luminosa o di massima intensit, oppure guida l'orientamento di parti della pianta in tale senso. L'alga unicellulare galleggiante Chlamydom onas si muove verso la luce proprio come di norma le sue foglie rivolgono la mas sima superficie in direzione fototropa. L'angolo del piccilo fogliare condizionat o dalla luce, e lo stesso accade nei nasturzi dove le foglie rotonde vengono por tate ad angolo retto rispetto alla sorgente luminosa. I viticci aderenti di cert

e piante rampicanti sfuggono la luce per avere migliori possibilit di trovare una superficie cui attaccarsi, e le radici aeree dell'edera si originano sul lato o mbreggiato del tronco. A volte la luce e la gravit si sommano e influenzano la po sizione di parti della pianta con azione combinata, specialmente in condizioni a normali; questo il motivo per cui gli stoloni di fragola crescono verso l'alto s e sono tenuti al buio. Sembrerebbe logico aspettarsi che le radici debbano evita re la luce, invece ci accade raramente. Una volta sotto terra, le radici trovano la direzione regolandosi in parte a sec onda dell'umidit disponibile. L'apice radicale muta direzione sia per cercare acq ua che per evitare gli ostacoli, e Darwin rimase tanto impressionato dalle sue i nclinazioni da scrivere che non esagerato dire che la punta delle radichette cos d otata, e capace di dirigere i movimenti delle parti adiacenti, funziona come il cervello di un animale inferiore. I parassiti delle piantine alla ricerca di un ospite si comportano analogamente reagendo a secrezioni chimiche emesse dall'ospite, sebbene talvolta basti la sua umidit. La risposta di una pianta al tocco forse pi inaspettata della sua reazione alla l uce o alla gravita. Essa tuttavia d'importanza vitale per molte piante rampicant i. Quelle che effettuano ampi movimenti a scopa per trovare un sostegno comincia no ad arrotolarvisi attorno non appena lo toccano, formando un avvolgimento a sp irali di grandezza completamente diversa per avvinghiarsi strettamente. Un vitic cio o un gambo fogliare prensile mostra un'analoga rapidissima reazione quando a rriva ad una superficie adatta; la sensibilit si riduce spesso a un breve tratto in vicinanza della punta. I tronchi o steli avvolgenti agiscono con sufficiente rapidit quando vengono a contatto di un sostegno, ma i viticci sono ancora pi velo ci. Il primato sembra spettare comunque alla Cyclanthera pedata, i cui viticci c ominciano a incurvarsi attorno a un sostegno entro 20 secondi dal contatto inizi ale, e compiono la prima spira completa attorno al sostegno nello spazio di quat tro minuti. Un aspetto interessante, in tutte queste reazioni di risposta al toc co, consiste nel fatto che la semplice pressione raramente provoca una reazione: dev'essere qualcosa che dipende dallo sfregamento o dal movimento a stimolare l a pianta. Questo movimento quello che attiva i peli tentacolari, appiccicosi e d igerenti delle drosere carnivore, e fa s che si calino sulla preda viva. La rapida reazione dei viticci dopo lo stimolo tattile si effettua grazie al rit mo di crescita di quello che in seguito diventa il lato esterno della curvatura, che aumenta fino a 200 volte la sua velocit normale, mentre contemporaneamente p u arrestarsi lo sviluppo del lato interno della curva. In molti casi questo tasso differenziato di crescita rifluisce lungo il viticcio per parecchi centimetri. Una volta che il viticcio s' allacciato al sostegno, s'ispessisce per acquistare forza, mentre in certe rampicanti l'estremit del viticcio produce dischi simili a ventosa, dopo che si verificato il contatto. Quando la pianta rampicante ha tro vato il sostegno e si aggrappata per avvolgimento o per la stessa attivit del vit iccio, si sviluppa tutto il tessuto meccanico, il quale tende a rafforzare il pu nto d'appiglio aumentando il volume del tronco, mentre contemporaneamente moltip lica la capacit conduttrice in vista di un'ulteriore crescita in altezza. Nella c uscuta parassita gli organi che penetrano nella pianta ospitante - austori - si formano solo se il tronco viene a contatto con quello della pianta che verr paras sitata. La pianta classica fornita di sensi , come si gi detto, la Mimosa pudica o sensitiva , definita anche in certe regioni con il termine sognante di pianta umile o pudica. In realt esistono parecchie piante sensitive, per lo pi imparentate con la Mimosa succitata, ma vi si annoverano anche delle acetoselle. Queste piante non solo dor mono di notte, come si gi accennato in precedenza, ma sono anch'esse sensibili al tocco. In natura significa che normalmente sono sensibili alle gocce di pioggia, al vento forte o al contatto di animali; in domesticit si osserva che il calore emanato dalla fiamma di un cerino basta a procurare loro il collasso. La foglia della sensitiva si compone di parecchie foglioline che si irraggiano dall'apice di un gambo fogliare, e ogni fogliolina porta numerosi piccoli segmenti situati uno di fronte all'altro. Un lievissimo tocco pu far muovere uno di questi segment i a forma piumata; l'aumentato disagio far s che tutta una fogliolina ripieghi i s

egmenti, e l'esempio viene imitato abitualmente da tutte le foglioline adiacenti . Se l'urto abbastanza violento, il ripiegamento si diffonde al gambo fogliare e agli altri gruppi di foglie lungo lo stelo. Avviene cos un processo chiaro di tr asmissione, che si verifica in tutte le altre piante sensitive. Il meccanismo del procedimento ben noto, e di fatto costituisce solo l'estension e del movimento effettuato dal pulvino - che l'area rigonfia alla base del gambo fogliare - in altre piante, il quale controlla i movimenti di sonno o gli altri m olto meno spettacolari necessari per orientare le foglie in modo soddisfacente r ispetto alla luce. Nelle piante sensitive il pulvino contiene cellule a pareti s ottilissime che circondano i bordi inferiori flessibili del gambo fogliare altri menti rigido. Lo stimolo fa muovere l'acqua in grandi spazi vuoti intercellulari . In questo modo si perde il rigido effetto di mongolfiera del pulvino, e il gambo fogliare si affloscia. Questo meccanismo presenta somiglianza - salvo essere pi veloce - con quello che controlla l'apertura e chiusura degli stomi o pori respi ratori. Dopo un certo tempo le cellule del pulvino riassumono acqua, si ristabil isce la rigidit, e foglioline e gambo ritornano alla loro primitiva posizione ere tta. Si pu dimostrare che tutta una piantina si affloscia a velocit variabile fino a tr e centimetri al secondo. La trasmissione dell'impulso si pu verificare in parti d i stelo troncate, nonch attraverso piccoli orifizi sott'acqua. L'evidenza dei fat ti induce a sospettare fortemente la presenza di un messaggio di natura chimica, sebbene sembrino intervenirvi anche mutamenti di natura elettrica. Va sottoline ato il grande divario esistente tra la trasmissione dello stimolo, che avviene i n queste piante alla velocit di 3 centimetri al secondo, e i 10000 centimetri al secondo che tale trasmissione impiega nel sistema nervoso umano. Non si tratta soltanto del modo con cui funziona il meccanismo in questione, ma anche del punto in cui avviene. E" stato dimostrato che nel caso di avvenimenti che provochino rotture, come ad esempio una grandinata, le foglie delle sensitiv e evitano il danno che tocca invece alle foglie vicine, ma esistono specie altre ttanto delicate che in analoghe circostanze sopravvivono perfettamente anche sen za disporre di questo dispositivo. Come ogni pianta cespugliosa, la sensitiva es posta in larga misura al pericolo degli animali erbivori. L'avvicinarsi del best iame fa afflosciare foglie e steli, di modo che laddove le vacche trasecolate cr edevano di scorgere un florido ciuffo di succulenta verzura, si vedono ora solo grami ramoscelli grigiastri - la piantina si resa invisibile. Altri esempi notev oli di sensibilit ci vengono offerti dalle cuscute, dalla dionea e da certe altre piante carnivore alle quali viene riservato pi ampio spazio al capitolo 24. Ma i n linea di massima questa vivace sensibilit va considerata alla stregua di un alt ro esperimento effettuato dal regno vegetale, e poco progredito. Movimenti assai pi utili si effettuano quando la pianta sente troppa luce, o troppo caldo. Piante diverse tra loro, quali il tiglio argentato e l'acetosella, afflo sciano le foglie alla luce solare intensa per evitare ustioni, mentre in altre, quali le fave e certi alberi delle leguminose, le foglie si mettono in posizione verticale durante le ore calde della giornata. Particolare considerazione merit a il meccanismo di chiusura e apertura presente nelle foglie delle piante erbace e, inteso a evitare la traspirazione eccessiva in condizioni di siccit. La foglia in questo caso allungata e sostanzialmente piatta, sebbene la superficie intern a sia tipicamente nervata, con stomi nascosti nelle scanalature risultanti. Con l'aria umida la foglia resta piatta, di modo che la fotosintesi pu svolgersi a ri tmo soddisfacente; invece con l'aria secca la foglia si arrotola a tubo, e il te nero tessuto di fotosintesi viene ripiegato al centro: allora si verifica scarsi ssimo movimento d'aria attraverso gli stomi e la parte esterna, ben protetta da una corazza formata da spessa cute e cellule esterne di rivestimento. Questo movimento non viene controllato dai pulvini, ma dall'assunzione od emissi one d'acqua ad opera di gruppi di cellule posti attorno al fondo delle scanalatu re sulla parte inferiore del lembo fogliare. Ogni nervatura ha uno strato tipico trasversale formato da tessuto robusto, non adatto alla fotosintesi, il quale f unziona come il cardine centrale di una cerniera, mentre le cellule sull'uno o s ull'altro lato aprono o richiudono la foglia, rispettivamente espandendosi o per dendo umidit. La struttura di un'ampia foglia erbacea con molte nervature ricorda

molto da vicino quella di certe porte ripiegabili delle autorimesse, composte d i strisce di metallo che si avvolgono a tapparella. Le erbe non sono specie spet tacolari sul tipo della dionea insettivora - altro esempio di pianta che indubbi amente sente e reagisce a velocit incredibile - ma il loro meccanismo a cerniera offre punti di somiglianza e di raffronto. Questi accorgimenti rappresentano pro babilmente il massimo punto di avvicinamento attuato dalle piante, nella loro ve rsione, ai muscoli e alle giunture presenti nel regno animale. Molta parte dei movimenti delle piante si effettua, come si gi spiegato nel caso dei viticci, ad opera dei diversi ritmi d'accrescimento. Il fenomeno si applica ad esempio ai fiori con apertura e chiusura giornaliera. L'apertura del fiore il risultato tipico del fatto che i petali avvertono l'aumento della temperatura. Un aumento di temperatura di 10 gradi centigradi di solito fa aumentare da due a c inque volte il ritmo normale di crescita. Ma sotto lo stimolo della temperatura l'interno del petalo accelera la crescita 20-30 volte oltre la norma; si ripiega in modo che il fiore si apra non appena il sole lo riscaldi. Di notte l'accresc imento della parte esterna del petalo rispetto a quella interna fa chiudere il f iore. Alcune piante aprono e chiudono i fiori parecchie volte al giorno se si al ternano nuvole e sole, ad esempio le vistose gazanie, le margherite di Livingsto ne ed analoghe specie sudafricane. I fiori compiono anche altri movimenti. La Sparmannia africana, tiliacea coltiva ta a scopi ornamentali, ha un mozzo centrale di stami disposti a struttura raggi ata: se un insetto vi si posa o lo tocca, tutti gli stami si muovono subito dal centro verso l'esterno, presumibilmente trattandosi di un dispositivo inteso a d istribuire il polline sull'insetto visitatore. Invece un insetto che visiti i fi ori del crespino e tocchi gli stami, li fa scattare verso l'interno. Esistono mo lti altri analoghi meccanismi a scatto nei fiori, con i quali essi sentono la pres enza di un visitatore ed agiscono di conseguenza spolverandolo di polline. Queste risposte al tocco e gli stimoli meno diretti dimostrano che le piante per cepiscono e reagiscono a quanto avvertono al tatto. Alcune reagiscono anche in u n modo che assomiglia a una vera e propria risposta o atto positivo a situazioni affatto insolite, ad esempio producendo foglie sul tronco se le foglie esistent i vengono distrutte, o radici dalle foglie se queste vengono amputate dal tronco , oppure sul tronco se questo viene privato delle radici. Una pianta erbacea pie gata o spezzata in modo che lo stelo giaccia sul terreno torner a ripiegare lo st elo in posizione verticale se appena funziona il suo sistema circolatorio, in mo do che il fiore riprenda la sua posizione corretta rispetto al suolo. Questa ope razione viene effettuata da una parte di stelo che non aveva, per cos dire, nessu na esperienza precedente della necessit di piegarsi. Analogamente un albero che i n seguito a qualche incidente venga a trovarsi disposto in senso orizzontale, em etter spesso germogli verticali - e perfino radici perpendicolari - dal tronco di steso, in posizioni che non vengono assunte normalmente da germogli e radici. Tra le reazioni pi strane delle piante c' quella dei tulipani recisi, scoperta dai fiorai. Di solito diventano flosci e mosci quando vengono messi in acqua dopo e ssere stati tagliati, perch l'acqua negli steli si trova in fase di grande tensio ne durante il processo di crescita, e il taglio provoca una bolla d'aria. Di sol ito i fiori devono passare molto tempo in acqua da quando stato reciso lo stelo prima che tornino a sollevarsi, ma se s'infila uno spillo appena sotto il fiore lo stelo si raddrizza rapidamente. L'effetto di questa agopuntura vegetale non h a ancora trovato una spiegazione scientificamente valida. Agli occhi della maggior parte dei fitofisiologi le molteplici reazioni delle pi ante si possono di norma spiegare adeguatamente in termini di tropismi e di un s istema di messaggi di natura chimica, anche se non si capiscono ancora perfettam ente molti particolari di questi procedimenti. Parecchi ricercatori per hanno cer cato di stabilire se le piante possiedono qualcosa, oltre al loro sistema di com unicazioni chimiche, che veramente si avvicini a un sistema nervoso. L'indiano J . Chunder Bose ha effettuato centinaia d'esperimenti attorno a questa tesi nella prima met del nostro secolo, provando con sua soddisfazione che le piante dispon gono di un sistema nervoso situato nei conduttori floematici, e che la trasmissio ne d'impulsi eccitanti nelle piante sostanzialmente simile a quella degli impuls i nervosi negli animali. Nel corso dei suoi esperimenti punzecchi e tagli piante, i

l che impediva l'accrescimento per periodi di varia lunghezza; praticando un tag lio a una pianta si poteva ottenere una contrazione convulsa. Bose iniett anche all e piante sostanze ad effetto stimolante o deprimente. Secondo il ricercatore l'a lcool faceva barcollare le piante come un ubriaco qualsiasi, la caffeina le toni ficava, il cloroformio le calmava, al punto da rendere possibile il trapianto di un grosso albero senza le solite precauzioni. Uguale lavoro stato effettuato pi recentemente da diversi ricercatori. Nel 1970 s ono state pubblicate relazioni di ricerche effettuate presso l'Accademia di agri coltura di Mosca, dalle quali si dedurrebbe che le piante hanno impulsi di natur a elettrica affini a quelli nervosi dell'uomo, autorizzando perfino l'ipotesi ch e posseggano un centro memorizzatore in corrispondenza del colletto radicale, puls ante come un cuore d'animale secondo le citate relazioni. Non sorprende il fatto che sulle pagine dei giornali - Pravda compresa - la registrazione elettronica di piccoli mutamenti di natura elettrica si sia trasformata, nella versione giorna listica, in piante che parlano e si lamentano. Dagli ultimi comunicati di fonte russa pare di capire che queste ricerche sono progettate per contribuire ai prog rammi spaziali: se le comunicazioni elettroniche non funzioneranno, speriamo che gli astronauti possano scambiarsi messaggi tramite piante portate a bordo dei v eicoli spaziali. I russi affermano anche di poter accertare elettronicamente quali piante possegg ano pregevoli caratteristiche ai fini delle colture, anche senza disporre di alc una informazione genetica. Negli Stati Uniti stata resa di pubblico dominio, nel 1972, la notizia che un te cnico esperto di apparecchi rivelatori e registratori ha compiuto esperimenti de l genere. I suoi strumenti lo avevano persuaso che le piante di cui aveva avuto cura restavano in comunicazione con lui in sua assenza, e dimostravano agitazion e quando egli decideva di tornare a casa. Un esperimento effettuato con la parte cipazione di un'amica partita per un viaggio in aereo rivel forti reazioni da par te delle piante in risposta alle emozioni avvertite dalla donna ogni volta che l 'aereo decollava o atterrava nelle fasi di un viaggio conclusosi a circa 5000 ch ilometri di distanza. Gli altri esperimenti dell'esperto, stando a quanto ne ha riferito un inviato de l Wall Street Journal, a quanto pare indicano che, oltre a una specie di sistema di comunicazione telepatica, le piante hanno anche qualcosa di molto simile ai sen timenti e alle emozioni... Sono contente quando vengono innaffiate. Si preoccupa no dell'avvicinarsi di un cane. Svengono quando il loro benessere viene minaccia to con la violenza. E si addolorano quando viene fatto del male ad animali e ins etti loro vicini. Nel corso di un esperimento, elettrodi a poligrafo scrivente ve nnero collegati a tre esemplari di verdura: uno venne preso e gettato in acqua b ollente. "Prima di venir toccato" l'esemplare prescelto registr sul foglio a scor rimento dell'apparecchio registratore un violento movimento verso l'alto, seguit o bruscamente da una linea retta, che venne interpretata come svenimento. Analogo esperimento, con scottatura di una foglia di cavolo, era gi stato effettuato molt o tempo prima presso la Royal Society, e aveva convinto Bernard Shaw che le pian te possono provare sensazioni. Venne effettuata un'altra ricerca, nel corso dell a quale uno studente distrasse una delle due piante situate in una stanza, tagli uzzandola a pezzettini. Un apparecchio registratore collegato alla pianta supers tite non rivel alcuna reazione quando altri studenti entrarono in seguito nella s tanza, ma mostr reazione di svenimento quando entr lo studente assassino. Un chimico addetto a ricerche con apparecchi I. B.M. ripet gli esperimenti, e rif er che le piante non reagivano quando gli studenti parlavano di argomenti di lavo ro, ma facevano sobbalzare l'ago del registratore se la conversazione si spostav a su questioni di sesso o di fantasmi. Un tecnico di apparecchiature I. T.T. fec e registrare in effetti reazioni letteralmente incontrollate alle sue piante emp atiche quando raggiunse l'orgasmo con la sua ragazza a parecchie miglia di dista nza. Nel corso di un altro esperimento un filodendro reag in modo che venne definito di malumore quando venne insultato telepaticamente, mentre uno scienziato giappones e colleg un apparecchio registratore a un cactus con aghi da agopuntura, e gli fe ce fare la somma di una serie di numeri - con successo, a giudicare dal fatto ch

e le reazioni della pianta si manifestavano come una serie di sobbalzi del penni no scrivente sul foglio scorrevole dell'apparecchio registratore. Si assicura in oltre che un altro sperimentatore, tecnico e ricercatore elettronico, sia riusci to a far cambiare direzione alla corsa di un trenino elettrico facendo funzionar e gli scambi con ordini trasmessi tramite una pianta. E" facile liquidare questi esperimenti con un cenno di mano, dal momento che alc uni di loro sembrano ridicoli e coinvolgono le piante nella telepatia, fenomeno tuttora inspiegato negli individui della specie umana, e sembrano perfino farle partecipare a una certa capacit di giudizio e valutazione. Tuttavia l'elettricit s volge certamente una sua funzione nelle cellule delle piante a livello molecolar e, come avviene nelle cellule animali, mentre il processo di base della fotosint esi comporta movimento di elettroni quando l'energia della luce si trasforma in energia chimica potenziale. E" stato anche dimostrato chiaramente che possibile evidenziare un potenziale el ettrico nelle foglie della dionea e nei viticci fogliari aderenti ("non" nelle f oglie vere e proprie) della drosera, quando queste piante vengono stimolate, men tre le pulsazioni di questo potenziale, registrate in forma visibile, ricordano molto da vicino quelle dei nervi periferici dei vertebrati. Tale attivit - basata sulle cellule esistenti e non su qualcosa con struttura simile a quella delle c ellule nervose - ricorda l'analoga attivit degli animali inferiori, come gli idro zoi e magari le spugne; i primi hanno fibre nervose elementari, a differenza del le spugne, che ne sono sprovviste. Con ogni probabilit questo potenziale esiste i n molte cellule e sistemi vegetali: qualcosa di simile stato rilevato negli stim mi dopo l'impollinazione, e cellule elementari mobili fornite di ciglia o flagel li - non solo esemplari del plankton, ma anche cellule sessuate mobili nelle pia nte meno evolute - vengono probabilmente attivate in questo modo. Le piante hann o infatti quello che i biologi nelle loro ricerche hanno definito un sistema neur oide primitivo, e manca loro un qualsiasi "centro" nervoso, a differenza degli id roidi; dobbiamo pure tenere presente la differenza quantitativa che intercorre t ra i due processi, cio il periodo temporale del potenziale elettrico di una piant a, misurabile in secondi, e non in millisecondi, come nei nervi di una specie an imale. Fino a questo momento nessuno ha ancora avanzato l'ipotesi che spugne ed idroidi emettano lamenti silenziosi quando vengono divelti o tagliati. Pare non sussista alcun motivo per cui tali sistemi elementari di trasmissione d egli stimoli non debbano esistere nelle piante e negli animali inferiori, che do po tutto hanno cominciato parallelamente i rispettivi cicli evolutivi. Si pu anch e precisare che un sistema nervoso in animali nobili ed evoluti di indubbio valo re ai fini della sopravvivenza, mentre non avrebbe uguale importanza nelle piant e. La necessit di un certo tipo di sensi si presentata alle piante in circostanze del tutto diverse: sviluppare la sensazione del dolore andrebbe contro tutto il loro modo di vivere complessivo, dato il loro genere d'esistenza, in cui posson o venir danneggiate con tanta facilit da fattori esterni che vanno dai temporali e dal fulmine alle morsicature dei bruchi e all'attivit degli erbivori al pascolo , contro i quali non hanno possibilit di fuga. Va detto infine che attribuire svenimenti e capacit telepatiche alle piante corri sponde a un pio desiderio di antropomorfismo, cio al desiderio da parte dell'uomo di raffigurare gli altri organismi quanto pi possibile a sua immagine e somiglia nza, forse perch cos gli riescono meno estranei e magari meno paurosi. Fa anche mo lto fantascienza, e viene in mente un racconto di Roald Dahl in cui un uomo sent e gridare l'erba mentre la falcia; e infine c' quel brillante parto della fantasi a di John Wyndham costituito dai trifdi, piante che camminano e posseggono un sis tema primitivo di comunicazione, nonch una certa facolt di prevedere il futuro, ol tre alla capacit di colpire quasi infallibilmente e sempre fatalmente con le loro punture scoccate come dardi. Tuttavia, anche ammettendo che le piante sentano e siano capaci di gridare e sve nire, dubbio che ci basterebbe a far desistere la maggior parte della gente dal m angiare verdura e cogliere fiori. Come ha scritto un corrispondete del Garden New s dopo la notizia degli esperimenti russi del 1970, la gente dir: "Se t'importa tan to di quello che provano le piante, perch le mangi?'. Al che risponder: "Ho fame e il mio cervello pi forte delle piante, perci comando i. Una ragazza che mangia gli

animali che uccide e riesce a tollerare la produzione in massa di polli, vitelli e porci con sistemi alquanto sgradevoli, non si preoccuper eccessivamente dei mu ti lamenti di una carota o di un cavolo. Naturalmente esistono molti giardinieri assolutamente convinti del fatto che le piante reagiscono se si parla loro, se vengono incoraggiate, blandite, minacciat e, e perfino intrattenute con il canto. Alcuni altri estratti di corrispondenze inviate al Garden News illustrano ulteriormente il concetto in questi termini: Natu ralmente alle piante piace che venga loro rivolta la parola. Moltissime volte ho osservato che una pianta sofferente rispondeva a discorsetti d'incoraggiamento. Moltissime donne dicono istintivamente: "Scusam se per caso danneggiano una pian ta. Guardate con quanta tenerezza un giardiniere tratta i suoi "pupill. Guardate co me il giardiniere si cruccia di doversi allontanare da casa per fare qualcos'alt ro. Guardate come la pianta si rattrista per i suoi proprietari. Tutti i giardinie ri appassionati credono che le piante capiscano, e parlano alle loro piante, non sempre a voce alta, ma mentalmente. Nel corso di un recente esperimento di conver sazione, gruppi di identiche piantine tenute in uguali condizioni di coltura venn ero apostrofate rispettivamente in termini cortesi e con espressioni brusche: le pri me crebbero meglio e pi in fretta. In un libro pubblicato recentemente s'immagina che un giorno, rincasando, potrem o far aprire la porta dell'autorimessa da una pianta, e ci sar un nuovo paradiso terrestre una volta che avremo imparato a comunicare con le piante nella maniera giusta. Il libro descrive un giardino di Findhorn, in Scozia, i cui proprietari sono convinti che le piante siano colme di archetipi di forze creatrici - spirit i della natura, fate, gnomi e folletti, su un piano alquanto diverso rispetto agl i apparecchi registratori con pennino scrivente e agli astronauti russi. Tali co nvinzioni ricordano piuttosto precedenti ricerche compiute in California da un p rofessore universitario di scienze naturali, il quale in capo a due anni d'indag ini era giunto alla conclusione di poter definire con precisione lo stato d'anim o, o disposizione emotiva, delle piante. Ad esempio patate, pomodori e cavoli ri spondevano meglio se li si trattava con parole cortesi o perfino li si adulava, mentre orchidee e gladioli vennero definiti piante estrose e nervose. Risultati strabilianti sono stati riferiti da Findhorn dopo osservazioni effettuate su spe cie vegetali comprendenti cavoli giganti e grano, al cui proposito un esperto at tendibile e competente ha scritto che il vigore, la buona salute e il rigoglio de lle piante nel cuore dell'inverno su terreno composto quasi soltanto da sabbia s terile non si possono spiegare con l'applicazione di qualsiasi metodo di coltura organica conosciuto. Davvero siamo in presenza di un mistero in questo caso: i c oltivatori affermano che si ottengono risultati quando entrano in comunicazione c on gli spiriti che animano le loro piante. E" stato affermato che anche la preghiera rappresenta un mezzo per comunicare co n le piante, ed alcune personalit ritengono di poter fare prosperare o morire le piante pregando, proprio come certe trib primitive assicurano di essere in grado di distruggere con rituali magici i frutteti e le messi del nemico. Una rassegna del Sunday Times del 1972 ha rivelato che il 14% della gente riteneva che l'effic acia della preghiera potesse influenzare materialmente la crescita delle piante. Di recente gli americani hanno compiuto un altro esperimento sotto il controllo di uno scienziato che studia il tasso di crescita delle piante: per cinque minu ti un gruppo di persone si concentrato in preghiera su di una pianta distante 13 00 chilometri. Un apparecchio registratore ha segnato un aumento immediato nella crescita, che nel giro di 12 ore ha superato per pi di otto volte l'accresciment o normale! Si potrebbe obiettare che sentimenti e convinzioni del genere ci forniscono pi ra gguagli sulle persone interessate che non sul sistema nervoso delle piante; e vi ene da chiedersi quale possa essere l'organo psichico o spirituale di una pianta , e come possa imparare il nostro linguaggio. Indubbiamente certi giardinieri pr ovano una fortissima simpatia per le piante, che si riflette nel modo con cui le piante rispondono alle cure che noi definiamo in termini spicci come pollice ver de. Ma certo non si tratta altro che di un bagaglio di conoscenze derivante in va ria misura da esperienza ed intuito, paragonabile a quanto si osserva in certi i ndividui che riescono in elettronica, suonano strumenti musicali o imparano ling

ue straniere senza sforzo evidente. Si pu sorridere di compatimento delle signore che parlano alle loro violette afri cane, ma c' un briciolo di verit dietro tutto questo modo d'agire. Il fatto non ha nulla a che vedere con la comunicazione, ma pare assai probabile che le piante in certo qual modo siano stimolate a crescere dalle vibrazioni esterne, come pos sono essere quelle che si formano parlando. Anche stavolta si sono registrati ca si in cui il modo di effettuare gli esperimenti ha fatto ridere il prossimo. Il modo pi semplice di produrre onde sonore che creino vibrazioni aeree , tutto somma to, quello di suonare strumenti musicali o dischi fonografici. Effettivamente fa sorridere la maggior parte di noi l'idea di un giardiniere australiano che ogni mattina d concerti di violino alle sue piante per mezz'ora, o quella di una biol oga indiana che ogni giorno fa un quarto d'ora di danze tradizionali tra i vasi di crisantemi - e afferma di aver ottenuto un aumento in altezza del 60% in pi ri spetto alle piante non trattate - e viene fatto di domandarci se le piante preferi scano Beethoven o Stravinsky (che forse pi indicato per i cacti), o se la musica pop sia meglio della musica classica. Un esperimento ha fatto pensare che i fior i preferiscano il violino, a differenza degli ortaggi che amano i toni pi bassi. In un'altra indagine le piante hanno risposto effettivamente meglio a Bach e all a musica classica indiana suonata con il "sitar", mentre esposte a un agro rock-" nroli (sic) si raggrinziscono voltandosi bruscamente dalla parte opposta al suon o, e muoiono in poche settimane. Viene fatto di domandarsi se un giorno non ci sa ranno magari degli agronomi specializzati nel programmare concerti per determina te colture... Scherzi a parte, si sono ottenuti indubbiamente risultati notevoli. Ricerche eff ettuate in India nel 1958 hanno studiato le vibrazioni generate da un motore ele ttrico, asserendo di aver conseguito, rispetto alle piante non trattate, un aume nto in altezza del 30-50% in pi, fioritura anticipata anche di due settimane, rac colti quadruplicati. Seguirono sperimentazioni evidentemente produttive a base d i radiodiffusioni musicali su risaie. (Gli Indiani hanno una lunga tradizione a questo riguardo, perch gli antichi manuali indiani di giardinaggio danno istruzio ni sulla pratica della "dohada", con cui si intrattengono piante o alberi con ca nti e rappresentazioni, trattandoli in vario modo a seconda delle circostanze, o anche prendendoli a calci per favorirne la crescita.) Nel 1972 si saputo dagli Stati Uniti che, esponendo le messi dei campi a rumori laceranti, si ottengono m igliori raccolti. Le prove pi convincenti dell'effetto favorevole esercitato dalle vibrazioni sulla crescita delle piante provengono dalle osservazioni casuali di gente attiva in settori completamente diversi, dalla constatazione di una differenza nei risulta ti che resterebbe altrimenti inspiegabile. I tecnici di propagazione di specie v egetali usano sovente telaietti chiusi, in cui i campioni di terreno vengono ris caldati dal di sotto da fili metallici ad alta o bassa tensione. In condizioni a pparentemente uguali diversi tecnici hanno osservato risultati alquanto variabil i nell'emissione di radici e nella conseguente crescita delle piantine. Si trova to che i risultati migliori si ottenevano costantemente con fili percorsi da bas sa tensione, perch in questo caso i fili metallici vibrano, diversamente da quant o succede con l'alta tensione. Tuttavia certi indizi contraddicono gli asseriti benefici effetti esercitati dal le vibrazioni sulle piante. Gli abitanti delle Isole Salomone sostengono di pote r uccidere gli alberi - dei loro nemici, presumibilmente - arrampicandovisi prim a dell'alba e lanciando improvvisamente urla agghiaccianti in vicinanza del tron co. Dopo un mese, a quanto asseriscono gli isolani, l'albero muore, in conseguen za dello shock provocato da questi frequenti risvegli violenti. Un esperimento c ondotto con criteri pi scientifici nel 1972 ha preso le mosse dall'osservazione c he gli alberi sul ciglio delle foreste hanno caratteristicamente forma pi corta e tozza degli alberi riparati nel folto. Piantine identiche vennero fatte crescer e in condizioni uguali, ma met di esse veniva scossa violentemente per 30 secondi ogni mattina: dopo un mese le piantine scosse erano cresciute in media di centi metri 4,3, quelle lasciate in pace di centimetri 20. Risultati alquanto simili s i sono ottenuti a conclusione di un altro esperimento, nel corso del quale uno s cienziato soffregava i tronchicini di varie piante per dieci secondi due volte a

l giorno, accertandosi di tenere la mano leggera quanto bastava ad evitare lesio ni di natura meccanica. Alcune piante, ma non tutte, interruppero la crescita at tiva nello spazio di tre minuti, e non la ripresero per 3-4 giorni dopo tale tra ttamento. Nella sensitiva l'arresto della crescita e il conseguente rachitismo f urono tali da impedire la fioritura. Questi scossoni e sfregamenti ovviamente sono di grado molto diverso dalle vibra zioni prodotte dagli strumenti musicali o dai rumori radiodiffusi, che evidentem ente esercitano azione pi benefica sul protoplasma o sulla divisione cellulare. Se ne conclude che effettivamente le piante hanno un loro modo di percepire sens azioni, e che il pi resta ancora da scoprire circa le modalit con cui si effettua questo processo. Le loro reazioni si possono paragonare a quelle di molti organi smi animali, specialmente dei pi semplici, per i quali gli uomini non hanno mai p rovato la necessit d'immaginare reazioni emotive o capacit telepatiche. Ma va dett o che di rado gli uomini mantengono con amebe e vermi gli stretti contatti che h anno con piante tenute per svago od utilit pratica. Le piante prosperano in condi zioni adatte, senza che ci significhi piacere o gioia. Un uomo pu dire: Penso, dunq ue esisto, mentre per una pianta baster la versione: Cresco, dunque esisto. Capitolo 13. SESSO E VITA. Tennyson scriveva del fiore selvatico di una vita senza colpe, mentre Blake trovav a tutto il Cielo in un fiore selvaggio. Nella letteratura i fiori hanno raffigurat o spesso immagini poetiche e simboliche, grazie alla loro innocenza e freschezza , e alla loro effimera bellezza. Ma, come ho gi accennato nel capitolo 9, Linneo ha dimostrato che i fiori non sono altro che organi sessuali, di norma vistosame nte esposti, che agiscono - come dice Croizat - alla stregua di marito e moglie i n spensierata libert. L'accoppiamento un avvenimento importante per la maggior par te delle piante, perch spazza via tutte le imperfezioni: la prole pi vigorosa ha m aggiori probabilit di sopravvivenza che non i rampolli deboli, mentre lo scambio dei caratteri per via sessuata rispetto ai metodi asessuati dispone di probabili t di gran lunga pi numerose per produrre variazioni con attitudini e capacit nuove, o con l'adattabilit necessaria a far fronte al mutare delle condizioni. Nelle piante pi progredite - che di solito sono anche le pi conosciute - i gameti maschili si formano all'interno dei granuli di polline, che sono progettati per assicurare il trasporto a distanza. Nei tipi pi semplici, come i pini, il polline viene affidato al vento, a volte con l'ausilio di speciali sacche aeree per la spinta ascensionale, ma occorre una produzione enorme perch esso possa raggiunger e gli statici organi femminili con l'aiuto della fortuna. Questo lo scotto che d eve pagare la pianta per il suo metodo casuale, adottato anche da piante pi evolu te, quali betulle e noccioli, con i loro ben noti amenti. L'impollinazione ad op era del vento - o anemofila - di gran lunga la forma predominante quando scarseg gino gli insetti impollinatori, per le condizioni climatiche caratterizzate da f reddo e umidit, o per la natura del luogo, esposto al vento. Alcune parole di spiegazione sull'impollinazione. Si tratta del mezzo con cui i gameti maschili vengono portati a contatto delle parti femminili: di per se stes sa non rappresenta la conclusione, bens il preludio all'unione sessuale o feconda zione. I granuli di polline raggiungono la superficie dell'organo femminile, le cui secrezioni (specifiche per ogni pianta) li stimolano a germinare in forma un po'"somigliante a un piccolissimo seme; o perfino fanno venire in mente la germ inazione e la crescita della spora d'un fungo. I gameti maschili si sviluppano a ll'interno del tubo pollinifero che si formato (a volte se ne formano anche pi d' uno). Nelle conifere questi gameti vengono rimessi in libert al di sopra delle ce llule ovulari; nelle piante fiorenti il tubo pollinifero deve farsi strada anzit utto attraverso i tessuti dell'organo femminile (pistillo), che lo nutre mentre esso lavora. Non appena il tubo si trova molto vicino al gamete femminile rinchi uso nell'ovulo, i gameti maschili vengono liberati, ed avviene l'unione sessuale . Dato che l'autofecondazione annulla le prospettive di scambio implicite nella ri produzione sessuata cui abbiamo prima accennato, stata avanzata l'ipotesi che, i

n termini evolutivi, i fiori autoimpollinati siano condannati, anche se attualme nte sembra che possano sopravvivere bene. Darwin stesso scriveva che la natura... rifugge dall'autofecondazione perpetua. Eppure non era nel vero. Come verr spiega to ulteriormente nel capitolo 21, quando gli insetti impollinatori sono pochi, p u capitare che vi sia un bisogno reale dell'autoimpollinazione per certe categori e di piante, originando notevoli vantaggi che sono tra i fattori di successo di certe erbacce. E" interessante il fatto che molto spesso specie vegetali stretta mente imparentate tra loro adottino sia l'autoimpollinazione che l'impollinazion e operata dagli insetti. Le piante di una data specie che vengano autoimpollinat e di continuo in habitat ristretti, possono originare schiatte di purezza genealog ica tale da formare specie virtualmente nuove, e un botanico locale specializzat o spesso in grado di riconoscere la popolazione locale da cui deriva un esemplar e di pianta. Detto ci, va notato come siano numerosi i fiori ermafroditi provvisti di elaborat i dispositivi atti ad impedire l'autoimpollinazione. L'accorgimento pi semplice c onsiste nel far maturare gli stami e rendere ricettivi gli stimmi in epoca diver sa. Tuttavia in alcuni fiori di questo tipo esiste un dispositivo che interviene in caso di mancata impollinazione esterna, ad esempio un movimento finale degli stami per assicurare l'autoimpollinazione come estrema risorsa - meglio il prop rio seme che niente. Ne un esempio la Cobaea scandens, la gi nominata vite a piatt oetazza, abitualmente impollinata dai pipistrelli, ma che tuttavia ricorre all'au tofecondazione poco prima della caduta della corolla. Un altro dispositivo di sicurezza dato dalla cleistogamia, che significa lettera lmente fioritura chiusa, ed indica fiori che non sbocciano mai e che possono fecon darsi senza aiuto esterno. Le nostre viole ed acetoselle indigene usano questo s istema quando la volta di verzura degli alberi sotto i quali crescono produce tr oppa ombra perch le possano visitare gli animali impollinatori, mentre in primave ra fioriscono normalmente. In certe foreste dell'Africa centrooccidentale fa tro ppo caldo a fior di terra (70-80 gradi C.) perch vi si possano trovare insetti, m a sulle cime degli alberi la temperatura inferiore ai 40 gradi C, e una grossa v espa e molti uccelli fungono da agenti fecondatori per alberi d'ogni specie. Di sotto i fiori sono tutti cleistogami, sebbene queste piante siano per la maggior parte a fiori aperti in condizioni ambientali meno sfavorevoli. Una di queste p iante, una Commelina, giunge a produrre fiori chiusi pieni di fanghiglia, i qual i pertanto si sviluppano in realt sottoterra. Un metodo semplice per evitare l'autoimpollinazione dato dalla disposizione alte rnata degli stami e degli stimmi, come nella primula resa famosa da Darwin, nell a quale si trovano fiori con occhi disposti a spillo, cio con lo stimma situato all a sommit del tubo fiorale e gli stami disposti a mezza strada al di sotto, e fior i con occhi disposti a filacce, dove le posizioni sono invertite. Come ha dimostra to Darwin, molto pi facile che un insetto impollini reciprocamente, ovvero in mod o incrociato, due fiori diversi che non due uguali. Altri fiori possono anche av ere stami e stimmi di tre lunghezze e posizioni diverse, come nella salcerella. In casi del genere vi sono spesso granuli di polline di diversa grandezza che si adattano meglio a un dato tipo di stimma, quello cio che assicura esogamia massima . In certe piante, ad esempio nel lino, il polline non germina mai sullo stimma dello stesso fiore. Nell'avocado i fiori ermafroditi si schiudono due volte ciascuno. Alla prima sch iusa solo gli organi femminili sono ricettivi e maturi; alla seconda maturo il p olline. Nuovi fiori si formano per tutta la stagione, ma l'epoca di fioritura re golata in modo tale che il polline di un albero non riesce mai ad arrivare sui s uoi fiori. Esistono alberi di due tipi: nel primo le parti femminili sono ricett ive al mattino e quelle maschili al pomeriggio, al contrario di quanto si verifi ca nel secondo tipo. In questo modo assicurata l'impollinazione incrociata, e ne lle colture fatte a scopi commerciali i due tipi vengono piantati alternatamente . Alcune piante producono fiori maschili e femminili diversificati, che possono av ere varie fasi con diverse caratteristiche di sviluppo. Ad esempio nel Poncirus trifoliata i primi fiori portano solo stami; in seguito si hanno fiori maschili, femminili ed ermafroditi; da ultimo fiori con soli stimmi. In questo caso la pi

anta sembra voler spingere all'eccesso le sue esigenze di efficienza, e lo stess o dicasi delle specie che portano fiori maschili e femminili su piante completam ente diverse. Ci non solo complica le cose, dal momento che piante maschili e fem minili non possono riunirsi come succede tra specie animali, ma sembra anche sig nificare lo spreco della met dei rappresentanti di una data specie: situazione ul teriormente peggiorata nel caso di molti alberi che impiegano dieci o pi anni pri ma di arrivare alla maturit sessuale. Va rilevato in ogni caso che anche le piante decisamente esogame hanno molte pro babilit di venir impollinate da specie strettamente imparentate, perch in media il polline non copre grandi distanze. Nel caso degli alberi i rapporti sessuali ha nno luogo probabilmente con il vicino pi a portata di mano. Ma, qualunque sia la dinamica del processo, la soluzione del problema del trasporto del polline costi tuisce una delle grandi realizzazioni tecniche operate dal regno vegetale. Come abbiamo visto in precedenza, l'evoluzione pu apportare reciproci benefci a gruppi di organismi assai diversi tra loro. Cos l'avvento degli insetti ha indotto le pi ante ad elaborare fiori semplici produttori di polline, tali da convincere gli i nsetti a visitarli e - dietro adeguata ricompensa - a portare il polline da un f iore alle parti femminili di un altro. Uccelli, pipistrelli e pochi altri animal i sono entrati nel ciclo dell'impollinazione in maniera analoga. La strabiliante variet di fiori specializzati trova adeguata corrispondenza nel numero delle spe cie animali che provvedono ad impollinarli. Nei casi in cui si ha il rapporto di un dato fiore con un solo determinato animale impollinatore, due ricercatori am ericani hanno definito la situazione con la similitudine appropriata del rapport o che intercorre tra chiave e serratura. Questi animali impollinatori sono assai pi attendibili, e si molto pi sicuri che v erranno visitati i fiori di piante diverse. Il lato difficile della faccenda sem pre stato quello di persuadere l'impollinatore a visitare fiori dello stesso tip o invece di vagare indiscriminatamente, nel qual caso la sua attivit di poco migl iore di quella del vento. Ma gli animali possono avere istinti radicati, per cui ritornano regolarmente ai fiori della stessa specie, e i fiori da parte loro im primono profondamente questi istinti assumendo aspetto e caratteristiche che li differenziano il pi possibile dai vicini. Gli animali potranno servirsi della vis ta e dell'olfatto per trovare il bottino, qualunque esso sia. Quando l'impollinazione deve avvenire ad opera di animali, deve cambiare anche i l polline. Quello portato dal vento ha piccolezza e leggerezza massime, ed ogni granulo si separa dagli altri in modo da garantire la massima dispersione. In ca si eccezionali il polline pu percorrere anche 5000 chilometri, spesso ad altezze superiori ai 2000 metri. Invece il polline diffuso dagli animali deve essere dis posto in posizione strategica, in modo da venire a contatto con qualche parte de l corpo dell'animale visitatore, e dev'essere inoltre adesivo, filamentoso o vis coso, o anche radunato in massa compatta. Avviene un cambiamento anche in tutta la base del fiore. Le piante impollinate dal vento hanno numerose parti maschili produttrici di molto polline, ma poche parti femminili: queste ultime avranno s pesso uno stimma esteso, come il fiore piumoso del granoturco, e soltanto pochi ovuli, quando non addirittura uno solo, dal momento che solamente un unico granu lo di polline vi potr arrivare. I fiori impollinati dal vento possono contare su una produzione astronomica di polline: una sola pianta maschile della mercorella , pianta annuale alta solo pochi centimetri, produce, secondo i calcoli che sono stati fatti, un miliardo e trecento milioni di granuli, mentre alberi come le b etulle e i noccioli producono rispettivamente 5 milioni e mezzo e 4 milioni di g ranuli di polline per ogni singolo amento. Viceversa i fiori impollinati dagli animali hanno di solito relativamente poco p olline a disposizione, mentre le parti femminili potranno avere numerosi ovuli, perch finch bussa il postino ci sono molte probabilit di fecondazione. Gli stimmi sar anno relativamente forti e tozzi, in modo da non impacciare l'animale e da non e sserne eventualmente danneggiati. Tra gli animali, gli insetti rappresentano gli impollinatori pi numerosi, ed possibile riconoscere fiori progettati per scarabe i, api, calabroni, tignole, farfalle, vespe e mosche. Si conoscono insetti d'ogn i tipo e grandezza dediti all'impollinazione dei fiori, dalle enormi falene fino a minuscoli moscerini e perfino a specie non alate. Una specie d'insetto saltat

ore con un balzo fortunato pu atterrare felicemente nel fiore di una pianta d'alt ra specie - ad esempio la sassifraga dorata o crisosplenio - e mangiarne il poll ine. Quando l'insetto o l'animale ha bisogno di attaccarsi al fiore o di introdurvisi , come nel caso delle api, il fiore ha una piattaforma d'atterraggio o qualche alt ro appiglio solido, che manca invece quando l'animale pu visitare il fiore standose ne librato in volo. Tra gli appigli pi strani va notato quello offerto dalla pedi cularia di Groenlandia, detta anche testa d'elefante, perch il fiore assomiglia ver amente al capo di un pachiderma. L'ape siede a cavalcioni della proboscide protesa in avanti, e si rifornisce dal fiore principale. L'estremit ricurva della probos cide, dalla quale sporge lo stimma, s'infila sotto l'ala dell'ape, tra torace ed addome, come se volesse farle il solletico, e cos viene a contatto del polline a ccumulato in precedenza dall'insetto. I fiori pi arcaici di cui siamo a conoscenza, quali le magnolie, vengono impollin ati da insetti relativamente primitivi, che in genere sono scarabei; i loro orga ni femminili tendono ad essere grandi e forti. Le piante della famiglia delle An nonaceae si affidano a piccoli scarabei che divorano gli stami, mentre nelle nin fee giganti sono i maggiolini a mangiucchiare gli stami: ma sugli scarabei banch ettanti resta abbastanza polline da venir poi soffregato sugli stimmi. Alcuni fi ori si richiudono sui ghiottoni per controllare che paghino la consumazione ment re si avviano all'uscita: usanza adottata dalla ninfea gigante. In fiori di ques to tipo il polline fine a se stesso. Molte altre piante, invece, come certe spec ie di Cassia, offrono un polline nutriente fasullo accanto al polline vero e pro prio. Certe piante imparentate con la Tibouchina hanno stami di due tipi diversi , di cui uno con polline vero che aderisce all'insetto intento a gustare il poll ine di tipo alimentare. Fiori aperti e appiattiti, come rose ed anemoni, sono im pollinati facilmente da scarabei. Anche quel bizzarro relitto che la Welwitschia ha a sua disposizione, nel suo difficile habitat, una profusione di insettucci mangiatori di polline, sebbene sussistano dubbi che essi siano i veri agenti del l'impollinazione. Ma gli scarabei, che molto spesso si mangiano tutto il polline e si sdraiano nel fiore, come in un'orgia dell'antica Roma, senza passare ad al tri fiori, riescono i meno efficienti tra gli animali impollinatori. Talvolta agli impollinatori, e segnatamente agli scarabei, viene offerto un past o d'altro genere. Una parte del fiore pu avere aspetto attraente: l'aracea gigant e Amorphophallus piena di piccoli scarabei, i quali, come dicono Proctor e Yeo, i ndugiano per intere giornate sulla parte inferiore della spata sbocconcellando c ellule speciali piene di amido ed olio. Nella specie affine Typhonium trilobatum vengono fornite agli scarabei delle esche gialle a forma d'uncini poste sullo spad ice. L'ape , ovviamente, la pi grande raccoglitrice di polline e visita i fiori con est rema frequenza per portare polline alle sue larve affamate di proteine; dal punt o di vista energetico costa di pi a un fiore produrre polline in eccesso che non il nettare, di cui dovremo riparlare, ma secondo ogni evidenza l'evoluzione dell e api ha costretto i fiori ad agire di conseguenza. Come fanno i fiori per adescare i visitatori? Ai nostri occhi il mezzo pi ovvio r appresentato dall'imbonimento diretto: diventano pi grandi, pi vistosi, pi vivaci, e si colorano in modo attraente ed accogliente. Possono produrre escrescenze ond eggianti come banderuole al vento, come nel caso delle lievi volute lunghe 10 ce ntimetri della Hodgsonia heteroclita, parente tropicale del cetriolo, o di quell e anche pi lunghe, ma meno numerose, che si osservano in certi fiori d'orchidea. Queste code sono particolarmente seducenti agli occhi delle mosche, e a volte eman ano forti esalazioni odorose come nelle specie affini ai gigari, tanto che si po trebbero definire banderuole aromatiche. Talvolta questi vessilli sono situati est ernamente ai fiori stessi, come nel caso delle foglie fiorali scarlatte (brattee ) della Poinsettia, e delle brattee spesso colorate che circondano i fiori di al tre Euforbie; la davidia, detta albero dei fazzoletti, ha ricevuto questo nome per ch la piccola escrescenza dei veri fiori viene segnalata ai visitatori da una gra ndissima brattea bianca e da un'altra assai pi piccola. Brattee vistose compaiono anche sui cornioli e le bougainvillee. Queste brattee, tecnicamente parlando, n on fanno parte del fiore, ma ne sono inseparabili. In altri casi piccole infiore

scenze feconde sono circondate da altre sterili di maggiori dimensioni che fungo no da segnali per gli insetti visitatori: ne sono un esempio certe ortensie. In alcune specie affini al cerfoglio selvatico le infiorescenze sulla parte esterna del capolino fiorale sono molto pi sviluppate di quelle interne per la stessa ra gione. In alcune bromeliacee, come Nidularium e Neoregelia, il centro delle rosette di colore di fondo verde trascolora in rosso quando compaiono i fiorellini al centr o, mentre molte altre bromeliacee, quali Vriesie e Tillandsie, portano fiorellin i riuniti in un capolino a spiga o a forma di mazza, dove la colorazione brillan te proviene in maggior parte dalle brattee esterne. I fiori portano anche disegni di macchie o linee destinati a fornire agli insett i direttrici di marcia per arrivare al nettare, e da l agli organi sessuali, a so miglianza delle piste a luci lampeggianti che guidano gli atterraggi e i decolli sugli aeroporti. Ne sono un esempio gli ippocastani, l'eufrasia e il mimolo mus chiato. Queste piste non sono sempre visibili ai nostri occhi, perch molti insett i - e segnatamente le api - percepiscono i raggi ultravioletti; infatti illumina ndo i fiori con luce ultravioletta si sono rivelati ai nostri occhi molti disegn i di questo genere, prima insospettati. I fiori sanno cosa vedono i loro visitator i. La parte centrale del fiore, e talvolta gli stami, sono illuminati in questo mo do a beneficio degli insetti. Il colore dei fiori pu comparire diverso ad occhi u mani o d'insetti: ad esempio il tarassaco, secondo ogni evidenza, ha colorazione porporina per le api. Le api in modo particolare apprezzano i contrasti cromati ci vivaci. Gli insetti riescono anche a distinguere piccole variazioni nelle sfu mature dei colori. Anche la forma dei fiori pu influenzare gli insetti. E" stato dimostrato che le a pi mellifere preferiscono i fiori con struttura simmetrica raggiata, mentre i ca labroni amano invece fiori simmetrici sul piano verticale. Le api inoltre prefer iscono fiori a profilo mosso o addirittura spampanati, rispetto a quelli a conto rno circolare o lievemente lobato. Oltre alle indicazioni visive, esistono anche richiami tattili, che spesso inizi ano dalla piattaforma d'atterraggio con vari manicotti, peli, frange o scanalatu re, e sono tutti accorgimenti intesi a mettere l'insetto nella giusta posizione; presso il centro del fiore vi possono essere indicatori segnaletici sotto forma di linguette, specialmente se il nettare situato all'interno di uno stretto ori fizio o di un infossamento. Di solito i fiori appartenenti a diverse famiglie hanno aspetto molto tipico, tu ttavia vi sono casi in cui evidente un po'"d'imitazione. Una piccola eufrasia ch e vive sparsa in mezzo all'erica le assomiglia per colorazione e disposizione fi orale, il che presumibilmente ricorda la sua esistenza agli insetti. Molti fiori a ssomigliano al ranuncolo e hanno cinque o pi petali che formano come un basso sco dellino; probabilmente questi fiori hanno messo a punto lo stesso metodo pubblici tario, perch i loro elementi d'impollinazione non sono molto specializzati e si as somigliano tra loro. Il mimetismo ad uso degli insetti delle orchidee il pi notev ole oggi conosciuto, e verr descritto nel capitolo seguente. Altri elementi d'attrazione per gli animali vengono creati dal fiore con l'emana zione di odori da varie parti fiorali; questi odori a volte risultano gradevoli per la specie umana, ma a volte accade il contrario. Noi troviamo piacevoli cert i profumi, come quello delicato del mughetto, o quello pi denso del lill, del gels omino o della plumeria o gelsomino rosso. L'Elaeagnus angustifolius dalle foglie argentate, detto "zinzeyd" o "zungeed "in Persia, emana una fragranza ritenuta un tempo cos inebriante, che i Persiani tenevano chiuse in casa le loro donne qua ndo la pianta era in fioritura. Tra gli odori sgradevoli alle nostre nari vanno citati quelli emanati dal gigaro e dal suo parentado che comprende anche la puzz olente dragonea delle regioni mediterranee (Dracunculus) con lo spadice e la spa ta esterna di colore rosso scuro, l" Helicodiceros dei deserti del Medio Oriente a spate screpolate a tinta rossobruna somiglianti a sangue rappreso, e infine q uell'enormit verticale di metri 1,80 che il loro parente tropicale Amorphophallus titanum, nel quale un enorme spadice conico si slancia verso l'alto da una spat a svasata a bordo rilevato, emettendo un lezzo che stato paragonato a quello di una miscela di pesce marcio e zucchero bruciato. Gli scarabei che impollinano qu

esto mostro vegetale non possono uscire prima dell'avvenuta impollinazione, trat tenuti da un'improvvisa cortina; il fiore comincia ad appassire prima che essi r iescano ad evadere. Oltre al fiore, questo puzzolente gigante ha foglie lunghe d ue metri e tuberi di diametro superiore al metro e mezzo. Le stapelie africane sono piante grasse con fiori quasi sempre a forma di stella marina e diametro che arriva fino a 40 centimetri, che hanno odore e aspetto di carne in putrefazione, allo scopo di attirare tafani e soci. Come appare dalla famosa acquatinta della Stapelia verminosa nell'opera "Tempio di Flora" di Thornto n, le mosche ne sono tanto ingannate da deporre spesso le uova sui fiori. Ci vor rebbe la fantasia di un Salvador Dal per immaginare una stapelia, se gi non avesse provveduto la natura, con quelle combinazioni di colori e disegni spesso ricope rte od orlate di peli somiglianti a muffe che crescano su roba fradicia, e in pi l'odore. In certi casi vi sono peluzzi che si muovono al minimo soffio d'aria, p er cui sembra che i fiori pullulino di moscerini: accorgimento adottato anche da specie affini e da qualche orchidea. Tuttavia questa famiglia vegetale comprend e anche le Stephanotis e le viti ceree, che emanano invece una fragranza delizio sa! E" interessante notare tra l'altro che le mosche carnarie preferiscono il colore giallo e l'arancio quando manca l'odore, ma non appena compare puzzo di carogna o di escrementi i gusti si spostano verso le tinte porporine o marrone scuro. I l massimo fiore adescatore di mosche del mondo quello della pianta parassita tro picale Rafflesia, che ha un diametro di pi di un metro, colore da rossoscuro a br unoporporino, con zone in rilievo biancastre e irregolari sparse su tutta la sup erficie. Ho gi accennato agli accorgimenti ingannevoli che talvolta inducono le mosche a d eporre addirittura le uova sui fiori di stapelia. Ci non giova agli insetti, perc h le larve che sgusciano dalle uova non trovano alcuna provvista alimentare. Tutt avia in certi casi viene accordato un premio di natura alimentare ai giovani inset ti, ad esempio nella pianta di cacao, dove i gusci seminiferi in disfacimento as sicurano un terreno ricco di nutrimento alle tarme impollinatrici; o nell'aracea Alocasia pubera, nelle cui spate le mosche prolificano e s'impupano; o infine n ell'Artocarpus heterophylla, parente dell'albero del pane, dove le mosche impoll inatrici si riproducono nei fiori maschili caduti dopo aver adempiuto alla loro funzione, che hanno odore di frutta. Queste provvidenze garantiscono la presenza ininterrotta di animali impollinatori nei pressi delle piante. Ci sono due casi classici di rapporto tra animale impollinatore e pianta, che co stituiscono esempi di virtuale simbiosi o convivenza (argomento che verr trattato p i diffusamente al capitolo 22), o almeno di quanto i biologi chiamano mutualismo. L e piante di fico hanno minuscoli fiori unisessuali disposti sulla superficie int erna di ricettacoli cavi carnosi provvisti di un'angusta apertura sul mondo este rno. Il frutto del fico che noi mangiamo - involuto, introflesso, fiorente tutto all'interno e con fibrille d'aspetto uterino, con un solo orifizio... un frutto somigliante a un grembo maturo tanto per citare D. H. Lawrence - in realt un'infio rescenza. I fiori sono di tre tipi diversi: maschile, femminile e neutro. L'anim ale impollinatore la piccolissima vespa del fico lunga un solo millimetro, e a q uanto pare ogni specie di fico ha la sua specie di vespa specializzata. La femmina della vespa del fico depone uova attraverso un lunghissimo tubo ovode positore all'interno dei fiori neutri (in realt false femmine) entro fichi di gall a. Cos facendo inietta una goccia di un liquido speciale che trasforma il fiore in una galla, per cui il tessuto carnoso che si forma alimenta le larve in corso d i sviluppo. Quando queste sgusciano dalle uova all'epoca della maturazione del fico, compaio no le vespe del fico di sesso maschile e femminile. I maschi sono sprovvisti di ali e muoiono poco dopo senza uscire dal fico, dopo avere fecondato le femmine i n una piccola orgia al buio nell'interno del frutto. Le femmine si spingono all' esterno attraversando l'orifizio del fico, e passando si soffregano contro i fio ri maschili impolverandosi di polline. Alcune femmine volano ai fichi di galla e ripetono il ciclo, mentre altre trovan o i veri fichi femminili; ma stavolta i fiori hanno forma diversa e frustrano gl i sforzi delle piccole vespe che intendono deporre le uova. Imbarazzate e deluse

le vespe vagano da un fiore all'altro e vi diffondono il polline, con conseguen te maturazione di fichi provvisti di semi. Comunque vada il procedimento, le fem mine della vespa del fico muoiono all'interno dei fichi senza aver mai mangiato nulla dalla nascita. Prima che si coltivassero i fichi mangerecci, ibridi, che resero superflua l'imp ollinazione, c'era l'abitudine - ricordata da Teofrasto - di appendere sull'albe ro fruttificante un ramo di fico selvatico, in modo che le vespe di galla potess ero provvedere alla fecondazione incrociata dei due tipi, altrimenti i fichi man gerecci cadevano prima di maturare. Il fico selvatico commestibile noto con il n ome di caprifico, presumibilmente per il suo odore, che ricorda quello della cap ra. In certe parti del mondo tuttora praticata la caprificazione. La seconda forma classica di simbiosi con impollinazione offerta dalle yucche am ericane con certe falene, la maggior parte delle quali si limita ad una sola spe cie di yucche. La femmina della falena, attirata sul fiore dal suo profumo fonda mentalmente notturno, si arrampica successivamente su parecchi stami e ne gratta via il polline facendone una pallottola. Quindi trasporta la sua dotazione di p olline su un altro fiore, ispezionandolo accuratamente per accertarsi che lo sti mma sia ricettivo e che nessun'altra falena l'abbia preceduta. Se tutto a posto, la falena depone da uno a quattro uova in ognuna delle tre cellule dell'ovario, applicando infine il polline sullo stimma. Gli ovuli nei quali sono state spinte le uova crescono in modo anormalmente gran de e costituiscono la riserva di cibo a disposizione delle larve di falena quand o nascono; tuttavia ne restano molti destinati a formare i semi. Quando questi m aturano le larve di falena, che ora sono cresciute, scendono dalle piante per im puparsi nel terreno. Non solo le falene adulte compaiono quando fioriscono le yucche locali, ma anche le pupe continuano a comparire per tre stagioni, caso mai venga un'annata eccez ionale in cui le yucche non fanno la fioritura. La pianta provvede a che le larv e di falena abbiano cibo e rifugio, e la falena dal canto suo garantisce l'impol linazione della yucca. Animale e pianta vivono cos in dipendenza reciproca comple ta. Tra l'altro c' anche una falsa falena della yucca che copia la specie vera so lo depositando le uova negli ovuli. Queste associazioni ci appaiono cos complesse ed improbabili che viene davvero da domandarsi se possano esistere e svilupparsi; ci nonostante esistono. Ma devo tornare agli altri metodi. Il nettare un'altra cospicua fonte d'attrazio ne di cui dispongono i fiori: si tratta di una secrezione zuccherina di composiz ione varia (che in casi eccezionali pu arrivare a contenere fino al 74% di zucche ri), che ovviamente rappresenta una delizia sopraffina per molti insetti, formic he comprese, nonch per pipistrelli e uccelli. Molte piante secernono zuccheri da vari punti mediante apposite ghiandole nettarifere, non sempre situate nel fiore ; possibile che questo fatto abbia attratto anticamente degli insetti primitivi che non facevano altro che arrampicarsi qua e l, imbattendosi nei fiori di tanto in tanto. Pi sottilmente il nettare viene prodotto solamente nel fiore, disposto in modo che l'insetto debba usare la lingua per estrarlo. A volte, come nei casi del cerfoglio selvatico, delle palme e di altre piante che hanno numerosi fiore llini raggruppati assieme, c' solo pochissimo nettare in ogni fiore, di modo che gli insetti vanno dall'uno all'altro per fare un vero pasto, e cos facendo impoll inano pi attivamente. Va notato per che i grandi tavoli fiorali di questi fiori, com e dicono Proctor e Yeo, sono ideali per gli insetti fannulloni che non hanno anc ora raggiunto un rapporto specializzato, per cui succede che alcuni dei numerosi ssimi insetti visitatori servano poco o nulla ai fiori. Effettivamente sono tant i gli insetti che vanno a mangiare o a riposare sulle ombrelle fiorali, che ques te sono visitate spesso anche da altre specie predatrici. Viceversa possibile ch e il nettare venga prodotto in tanta abbondanza, che bastano allo scopo meno fio ri; ad esempio il Melianthus sudafricano - letteralmente il fiore del miele - prod uce tanto nettare che lascia grondare una vera pioggia di dolcezza quando viene scosso. E" tutta questione di specializzazione e del grado di monopolio naturale elaborato per adattamento evolutivo. Quanto pi il nettare si trova in posizione nascosta e d inaccessibile, tanto pi lunghe saranno le parti boccali dell'insetto, e pi spint

o l'adattamento simbiotico. Il nettare situato in un condotto tubolare, come nel la nota aquilegia, sta ad indicare di solito la concomitanza di un solo insetto impollinatore; infatti quando Darwin vide un'orchidea detta Angraecum sesquipeda le, trovata a Madagascar e provvista di un dotto lungo 30 centimetri, del quale gli ultimi 4 centimetri erano colmi di nettare, suppose che doveva esistere una falena con proboscide di lunghezza corrispondente. Sebbene gli entomologi del te mpo si mettessero a ridere a questa prospettiva, la falena venne scoperta a suo tempo, completa di proboscide e tutto. Non basta: capitato anche il contrario in Sudamerica, dove venne scoperta un'altra falena con proboscide lunga pi di 30 ce ntimetri. Dopo molti anni si scopr anche il fiore adatto, fornito di un dotto di 30 centimetri, un'orchidea Habenaria di abitudini terrestri. I fiori impollinati da falene sono con ogni probabilit quelli provvisti di strett i lobi che s'irraggiano dall'ingresso centrale, e in questo modo indicano l'obie ttivo alla proboscide dell'insetto che se ne sta librato in volo; le api non si curano dei fiori a contorno arrotondato n di quelli - come il fiore di vetro o nol i me tangere, o la digitale - in cui devono introdursi completamente, perch sono i n grado di arrampicarsi sulle infiorescenze. Va aggiunta una breve nota sulla ra pidit straordinaria con cui lavorano certi insetti: uno smerintocolibr stato visto visitare 106 fiori della viola farfalla alpina nello spazio di 4 minuti. Molte mosche vengono attratte dalle goccioline luccicanti di liquido simile a qu ello che trasuda dalle muffe della sostanza in disfacimento. Alcune piante sono venute al corrente di questa segnaletica, ad esempio la gramigna di Parnasso. Al l'interno del petalo esterno vi sono cinque petali nettariferi somiglianti a mani, bordati da piccoli gambi (staminoidi) sormontati da un bottoncino rosso che sec erne liquido e luccica per questa gocciolina d'umore. Viene emanato anche profum o. Le mosche ricevono un compenso reale, perch i petali nettariferi hanno anche d el nettare situato in vicinanza del centro del fiore, in modo che la mosca inten ta a banchettare si soffrega contro gli organi sessuati. Certe specie esotiche h anno anche una vera frangia di questi peli provvisti di goccioline. Di per se stessi i petali nettariferi non rappresentano una novit, e formano ad e sempio un anello di minuscole sacche all'interno dei fiori dell'elleboro. Tra i nettarii pi notevoli vanno segnalati quelli della fritillaria imperiale, dai fior i penduli campanulati, ognuno dei quali porta alla base sei gocce luccicanti all oggiate in ciotole bianche aventi il diametro di circa 5 millimetri, pendenti a di spetto della legge di gravit. Molto tempo fa l'erborista Gerard le aveva paragona te a belle perle orientali, commentando al riguardo che se si tolgono le gocce, ne compaiono subito altre uguali, e che inoltre queste gocce non cadono mai, nemmeno se si colpisce la pianta fino a spezzarla. Ancora pi notevoli dal punto di vista visivo sono le marcgravie tropicali, i cui cespugli epifiti dai fiori dondolanti assomigliano a una giostra da circo. I num erosi fiori sono portati su un disco orizzontale a m di ruota, sotto il quale pen dono a perpendicolo cinque sacche nettarifere di forma allungata. I colibr che vi sitano questi tubi erogatori di zucchero possono andarsene solo alzandosi e tocc ando i fiori con la testa, il che basta ad assicurare l'impollinazione. Molti insetti - nonch gli uccelli che verranno nominati in seguito - dispongono d i accorgimenti che consentono loro di predare il nettare senza pagare lo scotto, s pecialmente pungendo il fiore o praticandovi fori, o introducendo la lingua in f essure non progettate a questo scopo. Alcune api hanno perfezionato anche un sis tema di furti di polline da fiori che in realt non sono destinati ad essere fecon dati dai raccoglitori di polline. In alcuni fiori esistono dispositivi di protez ione contro furti del genere, quali calici duri o rigonfi. Il semplice rovesciam ento di un fiore, in modo da mantenerlo in posizione pendula, incoraggia le api, ma tiene lontane le mosche. A volte si osservano anche falsi nettarii, appronta ti per tenere lontani dai fiori gli insetti indesiderati; talvolta ancora peli v iscosi provvedono ad intrappolare i razziatori che si avvicinano strisciando con la speranza di infiltrarsi dal gambo o dal tronco. Nel mondo dei fiori, dominato dalla concorrenza, naturalmente importante la prod uzione massiccia di questi mezzi di adescamento. Infatti un'indagine effettuata sui fiori alpini in Canada ha rivelato che gli insetti impollinatori abbondano a maggio quando sbocciano i primi fiori dopo lo scioglimento delle nevi, e lottan

o attivamente per contendersi la disponibilit relativamente esigua di polline e n ettare. Ma gi ai primi di giugno prendono il sopravvento specie come il salice e il tarassaco, erogatrici di quantit illimitate di nettare e polline - vere specie di cornucopie, dal punto di vista degli insetti - e cos gli insetti abbandonano qu esti fiori precoci a basso rendimento. Finite le specie del tempo della cuccagna subentrano altri fiori a farsi concorrenza per attirare l'attenzione degli inse tti. Oltre alle attrazioni del profumo, del polline e del nettare, certi fiori emanan o anche calore. Esso un sottoprodotto tipico della produzione del puzzo - tenete presente che il fetore pu costituire un richiamo per gli insetti -, ma non senza scopo. Cos l'odore d'escrementi emanato da certi fiori nostrani per attirare ins etti impollinatori, quali moscerini che si riproducono negli escrementi in disfa cimento, si forma attivamente entro lo spadice (che la spiga interna ed eretta d el fiore), ed alza la temperatura fino a 15 gradi C. La camera fiorale sottostan te di poco pi calda dell'esterno, ma basta ad offrire un rifugio allettante per m olti insetti. Analogo rifugio viene offerto da una curiosa pianta della Malesia, la Cryptocoryne griffithii, che ha abitudini acquatiche. Il suo sottile tubo fi orale, lungo all'incirca 30-45 centimetri, sporge appunto dall'acqua; un odore s offocante e un debole calore incoraggiano una specie di scarabeo a pernottare in un localino subacqueo, secondo l'espressione elegante di E. J. H. Corner, e cos si effettua l'impollinazione. Tuttavia una porta a trappola impedisce ogni fuga fi nch non sia stata compiuta l'impollinazione. Per tornare ai nostri gigari, osserviamo che in queste aracee il dispositivo pri ncipale escogitato di fatto una trappola, la cella fiorale formata alla base del la grande spata verticale carenata che rinchiude lo spadice. I fiori sono dispos ti attorno alla base dello spadice, un gruppo di fiori femminili disposto a cerc hio sul fondo, e un altro di fiori maschili di sopra. Al di sopra di tutti, in c orrispondenza del collo della cella fiorale, sta un cerchio di peli che si piega no verso il basso, in modo che gli insetti possano discendere ma non risalire. M oscerini e tignuole si dirigono anzitutto verso il punto che emana odore pi acuto , proprio al di sopra della cella fiorale; la superficie di questa e la parte in feriore della spata producono goccioline oleose, in modo che gli insetti non pos sono fare a meno di scivolare oltre i peli disposti come una nassa per aragoste, che sono anche unti. Una volta che gli insetti sono dentro, gli stimmi sono ric ettivi al polline che essi possono gi avere addosso. Il giorno dopo gli stimmi si asciugano, e cos facendo offrono ciascuno una gocciolina di nettare, elargita al l'insetto a compenso della temporanea reclusione. Allora maturano gli stami sopr astanti: ognuno apre due fessure e lascia uscire il polline. Dopo di che, di sol ito al terzo giorno, i peli avvizziscono e gli insetti coperti di polline riesco no a sgusciare all'esterno, subito attirati verso un altro fiore ricettivo. Di solito restano intrappolate in un solo fiore una dozzina o due d'insetti, ma a volte assai di pi. Un primato in tale senso dato da non meno di 4000 moscerini osservati in una cella fiorale di 6 centimetri cubici. Inutile aggiungere che in casi del genere la maggior parte dei visitatori perisce, e lo stesso accade ad insetti vagabondi di passaggio, specialmente scarabei che vi hanno cercato ripar o. La temperatura pi elevata mai osservata in uno spadice riguarda un Arum orient ale, dove il calore non era inferiore a 43 gradi C. con temperatura esterna sui 15 gradi: si tratta del caso pi notevole di riscaldamento registrato nel regno ve getale. L'emanazione di calore, detto di passaggio, non costituisce prerogativa esclusiv a degli Arum puzzolenti; certe piante artiche creano posti accoglienti aumentand o la temperatura del fiore - ad esempio i Dryas montani visitati da zanzare che si nutrono di nettare, e i papaveri artici che offrono soltanto calore. Molte aracee creano calore ed emanano odori attraenti per gli insetti, mentre no n molto diffuso il meccanismo a trappola. L'Arisarum proboscideum detto anche "c oda di topo" perch le sue spate porporine e provviste di cappuccio hanno un prolu ngamento sottile e lunghissimo che le fa assomigliare veramente a topolini tra l e foglie. Molte aracee hanno questi accentuati prolungamenti, in particolare le Arisaema dell" Himalaya; di solito sono situati sul cappuccio, ma a volte anche sullo spadice stesso, e fungono da guide olfattive per gli insetti visitatori.

Ho gi accennato al pericolo di soffocamento che incombe sugli animali impollinato ri. Le Arisaema serpentine costituiscono un rischio ancora pi grave. Queste piant e hanno fiori maschili e femminili distinti, che vengono impollinati da certi pa ppatacci fungini. Se le cose vanno lisce gli insetti entrano nel fiore maschile svasato e non devono fare altro che lasciarsi scivolare lungo una superficie sdr ucciolevole impolverandosi di polline nella caduta, uscendo da un'apertura nel f ondo. Identico meccanismo funziona per i fiori femminili, salvo che non c' uscita , e la pianta spietata lascia morire i suoi impollinatori una volta che hanno ad empiuto alla loro funzione. I fiori delle Arisaema per la loro struttura si trov ano a met strada dai nepenti insettivori. Molte di queste aracee a testa di cobra h anno un tessuto speciale che - per riflessione e rifrazione - concentra la luce sull'ingresso spesso marcato da un contorno scuro che conduce alla spata tubolar e, e in questo modo funge da richiamo. Dispositivi trappolatori molto simili si trovano anche nelle aristolochie o pipe olandesi, non imparentate con le specie precedentemente accennate. In queste pian te troviamo una piattaforma di atterraggio, somigliante a quelle delle stazioni spaziali, dirimpetto a un lungo tubo sovente incurvato come il cannello d'una pi pa, interamente orlato all'interno di peli rivolti all'indentro. Per la disposiz ione ricorda esattamente una nassa per anguille. Un odore seducente per gli inse tti - che nell'Aristolochia grandiflora ricorda quello del pesce marcio - attira i moscerini fino agli organi sessuali situati in basso, dove, come accade nei g igari, le parti femminili maturano per prime, quelle maschili diffondono success ivamente il polline, e i peli avvizziscono per consentire l'evasione finale degl i insetti. Il processo in molti casi si accompagna al ripiegamento del tubo vers o il basso, di modo che gli insetti vengono materialmente messi alla porta. Il r ischio di morire soffocati da parte degli insetti visitatori molto maggiore con le aristolochie che non con le aracee; anzi il caso di dire che le aristolochie sono diventate quasi troppo brave al riguardo. Per il nostro olfatto l'odore delle aristolochie sgradevole, quando riusciamo ad avvertirlo. Alcune specie di piante che crescono nelle steppe dell'Asia occiden tale frequentate dalle capre hanno fiori che non solo si confondono all'aspetto con escrementi caprini, ma ne hanno anche lo stesso odore. Altra astuzia adottat a da certe aristolochie costituita dalla presenza di un'area trasparente nella p arete del tubo, verso la quale si affollano gli insetti intrappolati sperando ch e si tratti dell'uscita, mentre il segnale luminoso non fa altro che condurli ag li stimmi. Molte piante hanno finestre del genere. Se ne trovano ad esempio nelle gi citate Cr yptocorynee e nelle Ceropegie della famiglia delle Asclepiadi, dove si hanno fio ri che per forma ricordano elaborati paralumi di epoca edoardiana con frange e t utto, con aperture situate al di sotto della estremit esterna chiusa del fiore e dei punti che emanano richiami odorosi, attorno o all'interno di questi punti. I n questi fiori c' uno scivolo sdrucciolevole transitabile in una sola direzione, e il carcere sottostante spesso lascia filtrare la luce attorno alle parti sessu ate. Gli insetti disorientati girano a tentoni e si agitano in questa parte del fiore, dove trovano un po'"di nettare e si ricoprono di polline; ma devono aspet tare talvolta per parecchi giorni prima che il fiore appassisca, inclinandosi in modo tale che ora lo scivolo favorisce l'evasione. Alcune genziane dalla corolla a forma di tromba hanno finestrature allungate tra slucide, ma stavolta sono d'indole pi cortese: l'illuminazione prevista perch le a pi impollinatrici possano trovare il nettare in quello che conosciuto come un fi ore tipo pistola a rotazione, alla base del quale un anello di stretti tubicini so miglianti alle camere di scoppio delle vecchie seicolpi a tamburo vengono a trov arsi dirimpetto all'insetto, che cos si nutre in parecchie posizioni diverse, e r accatta il quantitativo massimo di polline. Aquilegie e convolvoli fanno lo stes so. Una trappola di genere completamente diverso da quelle gi citate in uso presso va rie asclepiadacee quali le asclepiadi tipiche tropicali, il vincetossico ed altr e. In queste specie si osservano masse di polline riunite in coppie e associate ad una ghiandola appiccicosa, disposte immediatamente al di sopra di fessure che portano allo stimma. Gli insetti vengono attirati dal nettare in grandi tazze,

e mentre si muovono qua e l intenti a sorbire nettare, succede invariabilmente ch e una zampa - talvolta anche la proboscide - entri in una fessura. In teoria la farfalla non deve fare altro che toglierne la zampa con il polline che vi rimast o attaccato e andare su un altro fiore per depositare il polline su uno stimma. Ma la fessura tanto profonda e stretta che gli insetti pi deboli non riescono a l iberarsi, e si dibattono in questo trabocchetto troppo funzionale finch muoiono. L'Araujia nota anche con il nome di "pianta crudele", perch spessissimo intrappol a falene e tignuole prendendole in questo modo per la proboscide succhiante. Molti fiori assumono una vera e propria iniziativa invece di limitarsi a disporr e passivamente trappole. Parecchi hanno stami disposti in modo che il tocco d'un insetto li muova rapidamente schizzando il polline sul visitatore; gli stilidii australiani sono conosciuti come piantegrilletto grazie a questa reazione. Pare cchie Berberis, cui appartiene ad esempio il crespino, hanno stami a scatto di q uesto tipo. Molte piante leguminose dispongono di meccanismi ingegnosi: alcune, tra le quali la ginestra e l'erba medica, hanno un tubo staminifero avvolto a spir ale che comprende anche lo stilo - cio il gambo che sorregge lo stimma - e l'inse tto lo fa scattare mentre si addentra nel fiore. L'insetto viene colpito sulla sch iena, con conseguente scrollone dell'insetto e degli stami, di modo che il polli ne viene spolverato sulle parti inferiori del visitatore. Si sa che le api melli fere rubano nettare dai fiori d'erba medica perforandoli, il che pu benissimo cor rispondere a un mezzo molto semplice per procurarsi del cibo senza il disagio de i bruschi colpi inferti sistematicamente sull'addome. L'alloro montano Kalmia latifolia possiede stami esplosivi, e lo stesso disposit ivo arma certe specie affini all'ortica - la Pilea muscosa chiamata addirittura in certi posti la "pianta artigliera" o "sparacannone" per gli sbuffi di polline che emette quando toccata. Altri stami invece sono meno violenti: quelli della sparmannia africana formano un rilievo semicircolare, e si muovono dolcemente al l'infuori se vengono toccati, spruzzando polline su ogni visitatore. Gli stami d ei cacti, viceversa, fanno la mossa contraria, e si concentrano su un punto cent rale quando vengono disturbati. Fiordalisi e centauree hanno un sistema ingegnos o per lanciare il polline, e lo fanno funzionare a ripetizione se si toccano i l oro filamenti sensibili. Passando ora dagli insetti ad altre specie animali, si trovano molti uccelli alt amente adattati all'impollinazione, alla stessa stregua degli insetti. Di norma amano il nettare e non sono attirati dai richiami olfattivi. I fiori impollinati dagli uccelli tendono ad avere tinte brillanti e pure, talvolta anche vistose, spesso a sfumature rosse, talvolta anche in combinazioni smaglianti di verdeross ogiallo, e spesso con indicazioni segnaletiche. Inoltre tendono a mostrare costi tuzione robusta, con molto nettare piuttosto acquoso, che talvolta costituisce l a fonte principale di liquido per uccelli anche grossi. Ad esempio gli alberi del corallo della specie Erythrina indica producono tanto nettare da venir chiamati f iori per bambini che frignano, e ricevono numerose visite da parte degli uccelli nella stagione asciutta quando sono in fiore. Ogni fiore del giglio lanceolato o Doryanthea excelsa produce tanto nettare da riempire un bicchierino da liquore. Le Protea portano molti fiorellini in una tazza di brattee strettamente aderenti l'una all'altra, che contengono vere cucchiaiate di nettare. I fiori impollinati da uccelli possono anche mostrare tendenza alla forma tubolare o conica, adatta a contenere molto liquido. Alcuni di questi fiori sono penduli, ad esempio le f uchsie, oppure stanno eretti in modo che i colibr possano succhiare il nettare st ando sospesi in volo librato. Le enormi spighe della gigantesca Puya raimondii o ffrono ai colibr delle Ande 20000 punti di degustazione dallo sfavillo metallico. I colibr, tra l'altro, sono sensibili al pari delle api a colori che l'occhio uma no non distingue. Altri fiori impollinati dagli uccelli hanno struttura robusta, in modo che i vis itatori vi si possano appollaiare in adatta posizione, utilizzando i fiori stess i o pi sovente il nudo stelo o il gambo, la brattea o il germoglio. Alcuni fiori hanno perfezionato dei posatoi laterali, come ad esempio l'Antholyza ringens del SudAfrica, dove il gambo fiorale si allunga sopra il fiore consentendo ai colib r locali di aggrapparvisi e d'introdurre il becco nel fiore rovesciato. Questi uc celli sono specialisti in acrobazie quando vanno alla ricerca del nettare. Nel c

aso degli sfarzosi fiori di strelitziaregina l'uccello sta posato su una piattaf orma grande a forma di doccia, ed estrae il nettare dal centro del fiore, ignaro che gli stami gli premono il polline sulle zampe perch venga trasferito sullo st imma di un altro fiore in uguale posizione. I numerosi fiori prodotti sporgono a loro volta dalla doccia, di modo che un fiore a pieno sviluppo viene ad assomig liare a un ventaglio semiaperto. Le specie di vischio tropicali sporgono i fiori brillanti dai rami delle piante che le ospitano, per cui si raggruppano e pendono verso il basso in modo ideale per gli uccelli visitatori. Un gruppo di piante parassite indonesiane ha gemme p rovviste di un piccolo pertugio, dove gli uccelli del gruppo dei Dicaeum, detti appunto beccafiori o uccelli del vischio, hanno imparato che vi si nasconde una prov vista di nettare. Essi vi infilano il becco, e il fiore letteralmente scoppia lo ro in faccia, inondandoli di polline: altro esempio di strettissimo rapporto tra animale e fiore - vedremo infatti che gli stessi uccelli divorano e diffondono anche i semi. Molto spesso ci capita di osservare che le specie tropicali di una famiglia di p iante vengono impollinate dagli uccelli, mentre le loro parenti delle regioni te mperate si affidano agli insetti. Dato che l'evoluzione dei fiori cominciata qua si certamente nella foresta tropicale, si pensato che l'impollinazione ad opera degli uccelli abbia avuto inizio prima di quella degli insetti, ma l'opinione og gi corrente che siano stati gli insetti ad avviare tutto il processo. E" il caso di dire che spesso gli uccelli trovano un'altra fonte di cibo negli insetti dir ettamente associati ai fiori; essi sono anche emeriti ladri di nettare, e il bec co aguzzo consente loro di perforare facilmente il fianco del fiore. A volte sem bra perfino che usino questa pratica con i fiori abituali fornitori di nettare, semplicemente per evitare sfregamenti o spruzzi di polline sulle piume. Molti insetti hanno abitudini notturne, pertanto i fiori che essi visitano si ap rono di notte, di solito accompagnati da odore acutissimo a scopo di richiamo. L 'effluvio pu anche venir emesso, o almeno aumentato d'intensit, soltanto di notte, per servire da attrazione per gli insetti, mentre il nettare fa s che vi indugin o. Qualche volta gli insetti hanno abitudini particolari. Ad esempio l'ipomea ch e fiorisce di notte viene visitata in certe localit dalla falena testa di morto. Un amico residente a Malta mi ha informato che a momenti poteva regolare l'orolo gio dall'orario di queste farfalle: arrivavano alle 6,15 del pomeriggio, quando imbruniva, e alle 6,30 non se ne vedeva pi una, sebbene i fiori bianchi dell'ipom ea restino aperti per quasi tutta la notte. Come l'ipomea, i fiori impollinati a l crepuscolo sono per la maggior parte bianchi o a tinte pallide. Di notte i pipistrelli prendono largamente il posto degli uccelli, che a loro vo lta sono i supplenti alati degli insetti. I fiori da loro visitati si aprono di notte, e spesso l'attrazione iniziale data da un odore forte, talvolta assai rip ugnante per l'uomo: pu essere aspro o rancido, o sapere di pesce, ma sono stati n otati anche odori di cetriolo e di latte acido. I pipistrelli non distinguono i colori, e perci i fiori sono spesso in bianco e nero, o in una serie speciale di colori - gradazioni di porpora, marrone e rosso scuro - nel qual caso si combina no all'odore di marcio. Possono avere grandi aperture a favore dei pipistrelli g offi e sprovvisti di becco, o pendere su lunghi gambi in modo tipico, dal moment o che i pipistrelli possono aggrapparsi, ma valgono molto meno ai fini di una ma novra impeccabile d'atterraggio. L'esempio estremo dato dall'albero tropicale Mu cuna gigantea che arriva ai 20 metri d'altezza, i cui gambi fiorali possono onde ggiare fino a un metro di distanza da terra, ben discosti dai rami. Quando i fio ri poggianti su gambi cos lunghi sono seguiti da grossi frutti, come nella Kigeli a africana pinnata, che ha ricevuto il nome appropriatissimo di "albero dei sala mi", si ottiene un risultato doppiamente bizzarro. Molti fiori impollinati dai pipistrelli hanno forma sferica oppure, come nel cas o del baobab, hanno masse tondeggianti di stami cui i pipistrelli possono aggrap parsi; essi devono produrre grande quantit di nettare a profitto dei loro avidi v isitatori, nonch molto polline ugualmente mangereccio. Il baobab, l'albero del co tone, il durian e molte piante delle bignonie vengono impollinati dai pipistrell i. La curupita della Guyana, detta anche albero delle palle di cannone, dispone di una speciale spazzola di stami eccentrici che le consente di giovarsi della visit

a dei pipistrelli. Il famoso cacto cereo a fioritura notturna (Selenicereus gran diflorus) o "regina della notte" - altro fiore scelto da Thornton per il suo Temp io di Flora - viene visitato dal piccolo pipistrello vampiro, e il gigantesco cac to saguaro dal rinolofo, un pipistrello dal naso lungo. Si conoscono esempi di p ipistrelli che tendono a stare sospesi in volo invece che ad aggrapparsi. Alcuni fiori impollinati dai pipistrelli sono molto grandi: quelli dell'albero di bals a sono lunghi centimetri 12 con diametro di 8 centimetri, mentre i fiori dell'al bero dei salami sono lunghi centimetri 7, con diametro di 12 centimetri. Altre bestiole danno letteralmente una mano ai fiori nell'impollinazione. Cos ci so no agili scimmiette che visitano i fiori penduli del baobab durante le ore della notte in cui essi sono aperti. Una pianta viene impollinata dai topi: il caso d el pino hawaiiano Freycinetia, i cui capi fiorali conici sono circondati da molt e foglie rossoaranciate, carnose e dolci alla base. Oltre agli uccelli e ai pipi strelli che abitualmente impollinano questi fiori, i topi mangiano queste foglie fiorali, e cos facendo s'impollinano baffi e zampe, passando infine il polline d ai fiori maschili a quelli femminili. Altre freycinetie hanno analoghe foglie fi orali succulente che attirano i cani volanti imparentati con i pipistrelli. Le b anksie australiane vengono impollinate da certi topolini marsupiali e dagli opos sum del miele, tutte bestiole arrampicatrici fornite di lunghe lingue per cibars i di nettare, e di morbide pellicce per raccogliere il polline. L'animale impollinatore pi strano la lumaca, che si crede porti il polline dell'a spidistra dall'uno all'altro dei suoi scialbi fiori a forma di tazza che fiorisc ono raso terra, per cui il fatto pare possibile. La gigliacea Rhodea japonica pu re impollinata da questi gasteropodi che mangiano le appendici carnose dei fiori - ammassati l'uno presso l'altro e odoranti di pane raffermo - portando il poll ine da uno stimma all'altro. Di solito i fiori si chiudono quando piove per evitare danni al polline, o perch la pioggia pu tenere lontani gli animali impollinatori. Ma alcune piante si servo no della pioggia ai propri scopi; fatto osservato alle isole Faro, dove quasi non esistono insetti impollinatori. Nel ranuncolo strisciante le gocce di pioggia f anno cadere il polline dalle antere, e il liquido scorrendo finisce nel centro d el fiore, che ha la forma di una tazza, e vortica attorno agli stimmi depositand ovi il polline. Nell'asfodelo di palude la pioggia viene catturata dai lunghi pe li che crescono sui filamenti degli stami, e l'acqua forma un ponte tra l'antera e lo stimma sul quale pu galleggiare il polline. Le vere piante acquatiche hanno problemi speciali, ma in realt ne esistono alcune che portano i fiori sotto la superficie dell'acqua, principalmente quelle speci e notevoli che sono le erbe galleggianti, che hanno di nuovo invaso il mare per fare concorrenza alle alghe antenate. In queste condizioni i fiori non hanno pi b isogno di colori, profumo o nettare, e spesso diventano piccolissimi. L'adattame nto principale in queste specie consiste nel produrre polline idroresistente in lunghi cordoni destinati ad arrotolarsi attorno ai lunghi stimmi una volta messi in libert. La maggior parte delle piante acquatiche produce fiori aerei che vengono impolli nati dal vento o dagli insetti; il polline che cade sull'acqua di solito marcisc e, sebbene capiti ogni tanto anche l'impollinazione vera sulla superficie dell'a cqua o sott'acqua, come nel caso di certe lingue d'acqua. In tal caso il polline h a una superficie aculeata o spinosa che racchiude aria e mantiene la polvere del polline asciutta e galleggiante. La pianta acquatica pi notevole per modalit di fioritura forse la vallisneria euro pea, che produce foglie nastriformi lunghe fino a 80 centimetri, e vive in acque all'incirca altrettanto profonde. I fiori femminili sono portati su sottili ste li che partono dalla base delle foglie, mentre i bocci vengono indirizzati sicur amente verso l'alto in una vescicola impermeabile di brattee a chiusura stagna. Giunti alla superficie i fiori si aprono in tre lobi di forma navicolata, in ogn uno dei quali c' uno stimma a forma di spazzola. Anche i fiori maschili si forman o entro vescicole, ma sono situati molto pi in basso. A maturazione la vescicola si apre e i bocci si staccano da soli e salgono in superficie come altrettanti t uffatori, ciascuno con una bolla d'aria fermamente rinchiusa entro i segmenti fi orali. Una volta all'aria questi segmenti si capovolgono, in modo da fungere da

galleggianti per i due stami sporgenti obliquamente verso l'alto. Se queste navi celle toccano un fiore femminile, succede facilmente che s'infilino tra due lobi , nel qual caso il polline viene proiettato sullo spazzolino femminile sporgente . Questa pianta sorprendente ha anche un altro trucco a sua disposizione: una vo lta avvenuta l'impollinazione, il fiore femminile viene tirato in basso, alla ba se della pianta, dall'avvolgimento a spirale del gambo. Le Ruppie mettono in libert il polline racchiuso in bollicine di gas quando esso maturo, e non appena giunge a contatto dell'aria, si spande su tutto il pelo del l'acqua, dove sono esposti anche gli stimmi. In ogni pianta il fiore non serve pi a nulla dopo avvenute l'impollinazione e l'e ventuale fecondazione finale, per cui finisce per appassire o lasciar cadere la corolla. Alcuni possono indicare ai visitatori tardivi che sono gi stati impollin ati, in modo che possano recarsi su altri fiori senza perdere tempo. Il cacto Pe yote chiude davvero i suoi fiori nello spazio di cinque secondi dalla fecondazio ne. I fiori della Magnolia virginiana imbruniscono entro mezz'ora. La veronica m aggiore da azzurra diventa porporina quando il nettare finito, mentre la poligal a rossa, o bosso strisciante, arrossisce dopo la fecondazione. I fiori profumati di solito aboliscono molto rapidamente l'effluvio odoroso che richiama gli inse tti, una volta avvenuta l'impollinazione. Nelle piante che hanno parecchi fiori riuniti in gruppi il mutato colore dei fiori impollinati pu agire da richiamo per gli insetti a vantaggio di quelli non ancora impollinati: ad esempio nel trifog lio ibrido i fiori nuovi sono bianchi, mentre quelli impollinati sono di un bel colore rosso acceso. Pu anche capitare d'osservare che i fiori impollinati di un' infiorescenza si scostano da quelli non ancora impollinati, in modo da rendere s empre pi facile l'accesso degli insetti a questi ultimi. Cosa accade se un fiore perde il suo animale impollinatore? L'orchidea Ophrys ap ifera, nostra pianta indigena, pare non avere alcun animale impollinatore in Gra n Bretagna, e pertanto ricorsa all'autoimpollinazione. Si sa che le Cyanea, pare nti delle lobelie, hanno perduto gli animali che le impollinavano, certi uccelle tti delle Hawaii detti rampichini del miele, andati estinti. Anch'esse hanno pot uto ritornare all'autoimpollinazione, fatto abbastanza notevole dal punto di vis ta dell'evoluzione, tanto pi che la soluzione si dovuta trovare in fretta. Anche stavolta alcuni fiori fanno puntate nei due sensi. Il tarassaco ha un nett are dolcissimo associato a un polline denso e nutriente molto gradito alle api, e ha escogitato un metodo ingegnoso per assicurare l'impollinazione incrociata, in cui compaiono per primi gli stami e quindi, come un pistone, l'organo femmini le si spinge attraverso la parte maschile spargendo gli stimmi tutto al di sopra . Ci nonostante il tarassaco e l'affine ieracio molto spesso - e in certi gruppi sempre - ricorrono all'apomissa, cio producono semi vitali senza bisogno di fecond azione, sebbene possa occorrere l'impollinazione a m di stimolo. Naturalmente l'a pomissa distrugge la possibilit di rimescolare le caratteristiche dei genitori nel gioco dell'eredit, che quanto conferisce versatilit di adattamento a una specie; ma il tarassaco e gli ieraci, nonch altre piante non imparentate con essi, quali l'alchemilla e il rovo, possiedono una variabilit intrinseca che passa alla disce ndenza assieme all'elevata capacit di effettuare mutazioni improvvise, nelle qual i le caratteristiche subiscono alterazioni permanenti - tanto che specie apparte nenti a questi generi si contano a centinaia o anche a migliaia in posti dove so lo pochi botanici si sono accorti di quanto stava succedendo. L'apomissa si verifica nei suoi aspetti pi tipici negli habitat aperti e instabili , e probabilmente cominciata nelle difficili condizioni che hanno caratterizzato molte regioni durante il Pleistocene. All'occasione le piante producono frutti detti partenocarpi, in cui non si forma no semi. Il pero nella sua variet detta della Conferenza ne fa molto spesso, produc endo frutti a forma di salami, ed anche i banani sono partenocarpi. Si tratta di casi speciali nei quali uno scherzo di natura aiuta noi e non la pianta, sebben e i banani rampollino con grande prontezza dai polloni. Come non mancher di descr ivere in seguito, si possono talvolta stimolare artificialmente le piante in mod o che producano frutti senza bisogno d'impollinazione. Capitolo 14.

UN KAMASUTRA DEI FIORI. "Se mai la natura ha mostrato il suo carattere giocoso nel dare forma alle piant e, lo si pu constatare nel modo pi lampante tra le orchidee... Prendono forma ed a spetto d'uccelletti, di lucertole, d'insetti; talvolta somigliano a un uomo, o a una donna, talaltra a un severo lottatore dall'aria poco rassicurante, o a un b uffone da circo che ci fa ridere. Riproducono l'immagine di una pigra tartaruga, di un rospo malinconico, di una scimmia cicalante senza posa. La natura ha mode llato i fiori d'orchidea in modo tale che, se proprio non ci muovono al riso, in dubbiamente si guadagnano la nostra massima ammirazione". Cos scriveva il botanico tedesco Breynius nel diciassettesimo secolo. Ma egli non era un osservatore acuto come si potrebbe immaginare, perch il carattere giocoso nel dare forma alle piante d'orchidea dissimula una vita sessuale tanto elaborata da ricordarci il Kamasutra, il codice d'amore degli antichi Indiani. Mentre mol te altre famiglie vegetali dipendono dagli insetti che praticano l'impollinazion e, le orchidee si sono spinte tanto oltre e in misura tanto straordinaria, che d avvero possiamo considerare i loro fiori alla stregua di altrettanti dispositivi elaborati per servirsi degli insetti. In termini antropomorfici possiamo dire a ddirittura che se l'insetto impollinatore ottiene di solito qualche forma di com penso, quello che ottiene dalle orchidee di essere sconcertato e beffato nel ver o senso della parola. Sebbene non c'entri per nulla con l'elaborata vita sessuale delle piante, in un certo senso appropriato che la parola orchidea derivi dal vocabolo greco "orchis ", che indica i testicoli. Ci deriva dal fatto che le orchidee terrestri che si r itrovano nelle regioni del Mediterraneo hanno tipicamente due tuberi arrotondati somiglianti effettivamente a testicoli. Un altro caso classico dato dal Satyrio n. Nell'Inghilterra medievale le orchidee venivano dette testicoli di cane o scroto di toro - e Shakespeare scriveva delle lunghe porpore d'Ofelia, a differenza dei p astori sboccati che usano un termine pi sconcio. Il simbolismo univa l'uomo alla natura: se una pianta assomigliava a una parte del corpo umano, doveva necessari amente avere qualche effetto tonico o curativo su di essa. Non sorprende il fatt o che questa dottrina - fiorente gi molto prima di Cristo - abbia reso i tuberi d 'orchidea molto richiesti per la composizione di bevande afrodisiache, e l'orchi dea simboleggiava il sesso in opere d'arte quali l'Arazzo del Liocorno. Cos stanno le cose. Le orchidee costituiscono una delle famiglie pi cospicue nel r egno vegetale, e comprendono forse 35000 specie, tra le pi recenti in termini evo lutivi e tuttora probabilmente in attiva evoluzione. Molta gente pensa alle orch idee come ad ibridi vistosi ottenuti dalle mani dell'uomo nei negozi dei fiorist i - orchidee da seno, come le ha definite un giardiniere -, mentre la realt che ess e variano moltissimo in grandezza, passando da fiori relativamente mostruosi a p iccolissimi esemplari del diametro di pochi millimetri. Le piante abitualmente p ortano numerosi fiori riuniti in infiorescenze, o pendenti. Un coltivatore d'orc hidee ha registrato il caso dell'Oncidium carthaginense che produsse un esemplar e con gambo fiorale lungo 4 metri, carico di parecchie centinaia di fiori. Molte orchidee conducono vita epifita appollaiate sugli alberi; altre stanno a terra; alcune sono saprofite e sostanzialmente prive di foglie, e vivono di sostanza v egetale in disfacimento, mentre sono note due specie di orchidee che passano tut ta la loro esistenza sotto terra, e delle quali non si sa nulla per quanto rigua rda il modo d'impollinazione. La maggior parte di esse, come verr spiegato in un capitolo seguente, ha un rapporto curioso di odioamore con i funghi. Ma ora ci o ccupiamo di quella che realmente si pu definire la loro meccanica sessuale, accon tentandoci di pochi esempi, perch altrimenti si dovrebbero moltiplicare fino a un numero quasi uguale a quello delle specie d'orchidee. I fiori d'orchidea sono diversi da tutti gli altri per la forma, e specialmente per il modo con cui portano gli stami e i pistilli. Essi si sono fusi originando una colonna che porta due stimmi funzionali e di solito una o talvolta due antere funzionali, mentre uno dei sei segmenti fiorali - il labbro - di solito relativ amente grande. Gli animali impollinatori delle orchidee sono quasi soltanto gli insetti, e molt

e singole specie si affidano ad una sola specie d'insetto, tanto spinto il loro adattamento. All'occasione pochi altri animali possono effettuare l'impollinazio ne delle orchidee, comprese certe lumachine. Il richiamo principale per gli inse tti arriva spesso sotto forma di profumo, che di solito risulta molto gradito an che all'uomo. Alcune orchidee cambiano il profumo a seconda della clientela che sperano di attirare in diversi momenti della giornata: un'orchidea impollinata d alle falene emana odore di mughetto di giorno e profumo di rosa di notte; un den drobio odora abitualmente di eliotropio, ma profuma di lill quando viene buio. Co me accade con gli altri fiori, l'odore di certe orchidee ci ripugna: ve n' una ch e odora di naftalina, mentre altre sanno di carogna. La maggior parte dei fiori d'orchidee dura a lungo se non avviene l'impollinazione, emanando profumo se la specie ne dotata: tre mesi di durata non sono infrequenti, ed ho sentito dire di certe che perdurano anche sei mesi in serra. Ma altre hanno vita breve; ad esem pio le Stanhopee, bizzarre, pendule e somiglianti per forma agli insetti, durano in fiore solo tre giorni. Queste orchidee risolvono il problema della fecondazi one emanando odore tanto acuto da richiamare rapidamente gli insetti per vasto r aggio; una volta impollinate aboliscono le emanazioni odorose cos attraenti, alcu ne mutano colore e nella maggioranza appassiscono con grande rapidit. I profumi o gli odori delle orchidee di solito sono estremamente specifici per u n dato gruppo d'insetti. Nella famiglia delle orchidee si conoscono almeno 50 so stanze aromatiche, e le specie se le scambiano solo in limitate composizioni. Qu esto fatto inteso ad impedire l'ibridazione cui le orchidee sono tanto disposte - anche a livello di generi, e non soltanto tra specie - come stato accertato ne lle coltivazioni artificiali, in cui sono stati combinati fino a quattro generi diversi per creare fiori completamente nuovi. Indubbiamente giova ad impedire gl i incroci anche tra specie strettamente imparentate, impollinate da insetti di s pecie tra loro affini. Alcune orchidee per attirare le mosche emanano odore di carne marcia, cui assomi gliano anche per colore, ad esempio nel caso dell'orchidea delle carogne conside rata nel capitolo precedente. Il Bulbophyllum macranthum trasuda una sostanza di grande richiamo per le mosche, che accorrono a leccarla. Le mosche atterrano su lle punte riunite dei petali esterni, ma percorrendoli s'accorgono che i sepali scivolosi si scostano sempre pi. Perci passano sul labbro apparentemente robusto s enza accorgersi che esso delicatamente imperniato in modo da gettarle in basso e poi indietro, perch vengano a contatto degli organi sessuali. Un'orchidea del ti po carne marcia, la Masdevalila fractiflexa, imbroglia le mosche carnarie limitand osi ad attirarle con l'odore nella posizione adatta ad effettuare l'impollinazio ne, senza poi fornire nessun delizioso umore. Per l'odore accompagnato quasi sempre da un compenso alimentare, che pu essere per fino del nettare posto addirittura in una doccia o in una coppa, o che addirittu ra scorre lungo una scanalatura al centro del labbro, come si nota nell'orchidea Listera ovata. Il nettare o l'essudato alimentare si pu trovare anche sui tessut i o all'interno di essi - dove l'insetto deve andare a cercarlo - oppure qualche parte del fiore pu essere attraente dal punto di vista mangereccio. Alcune orchi dee hanno peli speciali ricchi di sostanze proteiche, altre invece creste od esc rescenze che vengono rosicchiate dagli insetti; oppure gli insetti possono limit arsi a masticare la struttura della base; sono diversi modi di offrire la propri a carne fiorale all'agente sessuale. A somiglianza di quanto usano certi ragni, si dice che indigene primitive a tendenze matriarcali divorassero i mariti dopo che questi avevano recitato la loro parte, ma offrire parte della propria carne all'agente sessuale qualcosa che sembra preso da un film dell'orrore. Le orchidee attirano gli insetti, anche con il loro aspetto - il colore, il dise gno, le frange pelose, le masse di peli tremolanti, le lunghe parti erette ed es ili o dondolanti - e il caso pi sensazionale quello dell'orchidea detta codino cin ese, con petali nastriformi lunghi 75 centimetri, che spesso pendono fino a terra . Spesso hanno anche percorsi che guidano gli insetti, tracce visibili di nettar e o rilievi fisici quali creste o canali; tanto che tutto il complesso apparato stato descritto come un giro dell'oca o un percorso ad ostacoli in una sola direzi one, in cui l'insetto viene condotto infallibilmente in un punto dove non pu asso lutamente fare a meno di raccogliere polline o - nel caso che lo abbia gi raccolt

o - di depositarlo sullo stigma. Oltre ad obbligare l'insetto prescelto a seguir e un determinato percorso, il giro dell'oca in questione progettato in modo da i mpedire che i visitatori non addetti allo scopo entrino nei fiori, prendano un c ompenso non dovuto, o se non altro vengano a contatto del polline. Un altro motivo per cui le usanze sessuali delle orchidee risultano tanto intere ssanti che questi fiori ricorrono a tecniche molto avanzate per evitare l'autoim pollinazione, sebbene nella maggioranza dei casi i due sessi siano portati dallo stesso fiore, ed alcune orchidee adottino l'autoimpollinazione quando siano fal liti tutti gli altri mezzi. Quando si hanno i sessi separati, i rispettivi fiori maschili e femminili sono tanto diversi tra loro, che una volta i botanici li a vevano creduti appartenenti a specie diverse. Questo errore si rivelato tale sol o in rari casi - come nel Cycnoches od "orchidea a collo di cigno", e nel Catese tum - in cui fiori maschili e femminili compaiono sulla stessa pianta. Il primo baluardo contro l'autofecondazione viene opposto da una struttura detta rostello, che forma una barriera fisica. In altri casi esiste un piccolo batten te o coperchio che si chiude sopra lo stimma non appena il polline viene preleva to da un insetto. E" il caso di avvertire che il polline tra l'altro viene porta to via di solito in masserelle solide antiurto, chiamate "pollinii". Molto spess o essi aderiscono a un disco appiccicoso a mezzo di un rilievo a forma di gambo, oppure viene versata loro addosso della sostanza vischiosa in seguito a rottura di un minuscolo sacchetto. In molti casi, come si pu osservare nell'orchidea purpurea Orchis mascula e nelle specie affini delle Isole Britanniche, il disco attaccaticcio aderisce alla tro mba succhiante dell'insetto - in questo caso un calabrone che sta ispezionando l a doccia del fiore. Il disco porta sulla parte inferiore una sostanza vischiosa che fa presa molto solida nello spazio di pochi minuti. Ma i cornetti dei pollin ii si trovano ora in posizione quasi verticale al di sopra della proboscide dell 'insetto, e se questi visita un altro fiore non far evidentemente che spingere i primi pollinii su quelli nuovi, e non sullo stimma sottostante. Per ovviare a qu esta possibilit l'orchidea ha un asso nella manica: nello spazio di mezzo minuto il gambo dei pollinii si piega in avanti, avvicinandosi ad angolo retto. Cos appo stati, i pollinii vengono soffregati sullo stimma del prossimo fiore visitato. C harles Darwin ha notato che si pu controllare questo meccanismo sbalorditivo serv endosi di una matita. Nell'orchidea piramidale (Anacamptis pyramidalis) il dotto lungo e sottile ha un 'apertura molto stretta, ma due rilievi lo mettono in evidenza e guidano la prob oscide succhiante della falena o farfalla in ispezione, a guisa di un infilaaghi dell'epoca vittoriana. La guida accurata d'importanza vitale perch per operare c on successo i pollinii devono attaccarsi simmetricamente alla tromba dell'insett o. Nell'orchidea purpurea i pollinii cambiano posizione poco dopo essersi fissat i. A volte si vedono insetti con parecchie paia di pollinii attaccate alla tromb a succhiante - Darwin un giorno ne cont 11 paia - che li mettono evidentemente a disagio, e possono effettivamente condurli a morte nel caso in cui i pollinii im pediscano loro di arrivare al nettare. In certe orchidee, ad esempio nella "farfalla minore", il cui colore bianco e il cui forte profumo notturno attirano le falene della notte, i pollinii si incoll ano ai lati della testa della falena, e a volte anche agli occhi. Nella maggior parte delle orchidee l'insetto scende sul segmento fiorale detto l abbro. Sebbene questo in realt sia uno dei tre petali, di solito molto pi grande d elle altre parti, e spesso ha una forma molto caratteristica. A volte il labbro svolge una funzione attiva, come ad esempio nelle Pterostylis, dove una cerniera alza il labbro in modo da impedire all'insetto di andarsene, e da obbligarlo a percorrere il giro dell'oca all'interno. Il labbro ritorna alla posizione original e ed pronto per un nuovo visitatore in mezz'ora circa. Nella Caleana australiana , detta orchidea ad anatra volante, gli insetti visitatori vengono trattenuti per un certo tempo dopo essere stati proiettati nel centro del fiore da uno scossone del labbro della testa d'anatra. Anche i Bulbophyllum hanno labbra cos mobili che un insetto che vi atterri viene scaraventato letteralmente nel centro del fiore, Nelle Epipactis di palude e specie affini la cerniera si trova al centro del la bbro. L'insetto vi atterra facendo abbassare l'estremit esterna, avanza e gusta i

l nettare. Ma ha fatto scattare il dispositivo: non appena cerca di decollare, l a parte terminale del labbro scatta bruscamente contro il suo addome, e l'insett o pu soltanto procedere verso l'alto. La parte posteriore della testa rompe il sa cchetto della sostanza collante, e i movimenti continuati verso l'alto fanno usc ire i pollinii, che finiscono con l'attaccarsi alla testa dell'insetto. Sul fior e successivo, quando si trova in posizione per mangiare, l'insetto nel posto ada tto per irrorare lo stimma di polline. Altro ingannevole e sconcertante meccanismo quello apprestato dalle orchidee pen dule Gongora, dove l'ape viene attirata da un profumo dolce che sembra prometter e nettare, solo per accorgersi che non riesce a fare presa sul fiore per la sua superficie levigatissima. Deve affrontare una breve, ripida discesa sul dorso lu ngo il pozzetto ricurvo di caduta della colonna, al fondo della quale trova i po llinii. L'ape va ora a visitare un altro fiore tenendo i pollinii attaccati al d orso - ne sporgono a guisa di cornetti - dove un'analoga discesa capitombolante sortisce l'effetto di soffregarli sullo stimma vischioso, pure situato presso la base della colonna. Le orchidee Cypripedium, conosciute con il nome di pianella della Madonna, hanno u n labbro saccate provvisto di nettare sotto il bordo esterno. Le api entrano nel la sacca e si accorgono di non poter uscire dalla parte per cui sono entrate, tr oppo sdrucciolevole e strapiombante. Ma le fenestrature traslucide che lasciano passare la luce guidano gli insetti verso la colonna, accanto alla quale alcuni peli rigidi consentono un appiglio; cos gli insetti sorpassano lo stimma e le mas se di polline sporgenti sui due lati delle uniche uscite accessibili. Il meccanismo pi straordinario tra tutti i congeneri, atto a figurare vistosament e accanto alle soluzioni d'ingegneria di Heath Robinson, il labbro inventato da un a Coryanthes centroamericana chiamata "orchidea a secchio". Il labbro - che pu ra ggiungere il diametro di parecchi centimetri - si infossato formando letteralmen te una specie di secchio, sospeso ad una vera staffa rigida ad angolo retto e pr ovvisto di uno stretto orifizio a forma di doccia. Proprio sopra questo orifizio un'altra parte del labbro formata a tondino fa una piega ad angolo retto: sulla superficie inferiore vi sono nicchie contenenti lo stimma e i pollinii. Pi in al to sul tondino c' un paio di ghiandole secernenti gocce di liquido. La scena pronta. I calabroni richiamati dai fiori colorati e molto profumati (pe ndenti sotto la pianta) vengono attirati su un'area di tessuto commestibile, dov e possono anche raccogliere un liquido aromatico che li ubriaca letteralmente, t anto da farli cascare nel liquido stesso. Ma i fianchi sono ripidi e la sola usc ita possibile data dall'orifizio. Gli insetti devono arrabattarsi indecorosament e per passare attraverso la doccia e il tondino piegato ad angolo retto, e cos fa cendo raccolgono polline sul dorso, oppure depongono sullo stimma quello ammassa to in precedenza. La prima ape che entra in un fiore vergine deve faticare molto per evadere, perc h il rostello tende a tenerla inchiodata sul posto. Talvolta occorrono a un'ape n on meno di 30 minuti prima che riesca a districarsi e scappare all'aperto. Per il rostello non oppone pi tante difficolt dopo che sono stati rimossi i pollinii, e le api successive - di cui alcune teoricamente cariche di pollinii di altri fior i - possono passare alla svelta. Abitualmente si osserva una vera processione di api sbronze e dalle ali inzuppate, che escono faticosamente dal bagno. Sembra che il fiore disponga di un dispositivo che interrompe l'emanazione odoro sa se un'ape impiega troppo tempo ad andarsene. Un osservatore vide un giorno ch e un'ape impiegava 45 minuti per portare a termine la sua evasione alla Stanlio e Ollio o da mago Houdini: al momento dell'epilogo non c'era pi profumo, e nulla avrebbe potuto persuadere l'insetto a tornare nel fiore. Il mattino dopo il fior e era ancora profumato, e pu darsi benissimo che si tratti di un dispositivo appr estato contro le eventualit di autofecondazione. Altre orchidee trasformano gli animali impollinatori in altrettanti drogati: ad esempio le Gongora, le Stanhopea, i Catasetum, o le orchidee collo di cigno, che sparano i pollinii su qualche parte del corpo degli insetti. Come al solito c' u n motivo dietro questo comportamento. Le api abitualmente sono di modi bruschi e goffi, e ubriacandole o drogandole i fiori riescono pi facilmente a piegarle ai l oro voleri, di modo che i pollinii vengono collocati o tolti con la massima preci

sione. La sostanza inebriante naturalmente piace molto alle api interessate, che posson o raccoglierla e radunarla in tasche di tessuto spugnoso situate sulle loro zamp e. C' una teoria che sostiene che l'ape maschio usi questa sostanza oleosa per de limitare il territorio personale di corteggiamento, a somiglianza di alcuni anim ali che usano identica pratica marcando il loro territorio con le ghiandole odor ifere o l'urina. Altri indizi suggeriscono invece che essa viene lasciata in pos ti adatti ad attirare api dei due sessi. Nei Catasetum il rostello sviluppa due antenne funzionanti da grilletti o meccanis mi di scatto; abbastanza curioso il fatto che in certe specie solo una delle due antenne sensibile. Toccando anche lievemente uno di questi meccanismi, scatta u n dispositivo a catapulta, che scaglia tutta la massa di polline preceduta dal s uo disco vischioso alla distanza minima di un metro dal fiore. Nessun altro urto fa scattare la catapulta. Le orchidee Catasetum sono visitate da insetti relati vamente grossi che rosicchiano i fiori, e questo schizzo piuttosto violento da l a certezza che i pollinii possano attaccarsi saldamente ai visitatori. Alcune orchidee assomigliano notevolmente alle trappole per insetti osservate pr esso le aracee, sia per forma che per colore. Ne sono esempi la Pterostylis falc ata e la Masdevallia muscosa, dove le parti fiorali, intrecciandosi e sovrappone ndosi, formano un ricettacolo a forma di brocca sormontato da un cappuccio. Il l abbro ha dimensioni molto ridotte e funge da trappola e molla di scatto, potendo restare chiuso per una trentina di minuti. Come nelle Arisaema, l'ingresso ha s pesso aspetto relativamente vivace, mentre le orchidee tipo pianella della Madon na sono trappole fiorali di tipo leggermente diverso. Forse il metodo d'impollinazione pi stravagante quello adottato dalle Ophrys, che compongono la confraternita d'orchidee impollinate dalle api in Europa e nelle regioni mediterranee. Le loro abitudini sono condivise dalle Cryptostylis austra liane, dalle Paragymnomma sudamericane, e forse da un paio d'altre specie. Quest e orchidee non hanno nettare, n sostanze oleose o parti commestibili, tuttavia ve ngono visitate alacremente da api, mosche ed insetti affini. Effettivamente nota da molto tempo la somiglianza esistente tra questi fiori e gli insetti. C' il fa tto che l'orchidea impollinata dalle api in Inghilterra in grado di ricorrere al l'autoimpollinazione dopo che l ha perduto il suo impollinatore animale; motivo p er cui un'autorit botanica ha avanzato l'ipotesi (nel 1831) che i suoi fiori abbi ano assunto la forma d'insetti per tenere lontani i visitatori. La verit forse no n sarebbe piaciuta ai pudibondi biologi vittoriani: l'autoimpollinazione che abb iamo vista solo l'ultimo ritrovato del mondo delle orchidee, e le ripetute osser vazioni sono giunte alla conclusione che gli insetti maschi effettuavano l'impol linazione tentando di accoppiarsi con i fiori. Si notato che i maschi degli inse tti in causa di solito uscivano dallo stato pupale prima delle femmine, oppure s i verifica va una tipica sovrabbondanza di maschi. Sta di fatto che qui s'incontrano piante che si possono definire solo delle pros titute. L'aspetto visivo generale dei fiori progettato per richiamare i maschi d egli insetti; spesso c' una macchia rifrangente che aiuta l'insetto ad atterrare, a somiglianza dei fari degli aeroporti, e si trovano anche punti luccicanti a for ma d'occhio, petali ridottissimi con antenne simulate, sovente anche lobi latera li sul labbro, somiglianti alle ali ripiegate di un insetto. Ma il richiamo prin cipale per i maschi degli insetti, tale da farli avvicinare ai fiori quanto bast a ad indurli a posarvisi, dato da un odore simile a quello emanato dalle femmine della loro specie. Questo odore cos forte che i maschi cercano e trovano fiori a nche avvolti in fogli di carta, e c' almeno una specie in cui i maschi preferisco no le orchidee alle loro compagne reali. Una volta posato sul labbro dell'orchid ea l'insetto trova le curve giuste, le sporgenze e i peli che lo convincono di a vere trovato effettivamente una femmina e lo inducono a tentare l'accoppiamento - attivit nota con il termine di pseudocopula - praticandolo prolungatamente e vi gorosamente. L'orchidea comunque non mai del tutto seducente per gli insetti innamorati, i qu ali infatti non eiaculano, sebbene i loro organi sessuali siano sufficientemente stimolati, al punto che i maschi li espongono e li sfregano sul fiore compiendo movimenti d'accoppiamento. Ci nonostante volano speranzosi da un fiore all'altro

effettuando tentativi d'accoppiamento - magari divertendosi - e intanto diffond ono polline molto efficacemente. Ogni tanto pare che l'ape s'accorga che non tut to va come dovrebbe. Allora la pseudocopulazione pi prolungata e violenta del sol ito, e pu anche succedere che l'ape morda rabbiosamente il labbro del fiore. Queste orchidee hanno labbro di forma e modello assai variabile a seconda dei lo ro specifici compagni di vita sessuale; alcune hanno - tanto per ricorrere a ter mini antropomorfici - spalle o anche seni sporgenti dal labbro, e nell'orchidea corn uta si osserva un paio di sottili cornetti sporgenti di un centimetro e pi in pos izione di spalla. Varia anche la pelosit, e gli esempi pi notevoli sono forniti fors e dalle orchidee dette "specchio di Venere", nelle quali la grande chiazza lucen te e rifrangente tutta orlata di spessi peli bruni o rossicci che si estendono a lle sue braccia pronunciate, mentre nelle sottospecie si trovano labbra pi strette con ciurli di peli che assomigliano esattamente a tafani. L'Orchidea lutea costituisce una curiosa eccezione. Ha una zona scura in rilievo con due segni azzurrognoli lucenti nel bel mezzo del labbro di colore giallo br illante. Gli animali che la visitano si mettono sempre a testa in gi sul fiore, c on le terga sollevate presso gli organi sessuali dell'orchidea. In questo caso s embra che il mimetismo imiti un'ape femmina in riposo su un fiore, con la testa rivolta dalla parte opposta alla colonna. Pu darsi che queste Ophrys siano delle prostitute, ma in tal caso farebbero certo migliori affari se pensassero ad assicurarsi una clientela pi variata; alcune di pendono al completo da una sola specie d'insetto, e se questo insetto non dispon ibile, l'orchidea di norma non ha possibilit d'esistenza nell'area in questione, per quanto possano essere favorevoli le condizioni climatiche e il terreno. Pur tuttavia l'imitazione della forma e dei peli di un animale e la produzione di em anazioni odorose uguali a quelle delle femmine degli insetti da parte di queste Ophrys, rappresentano una delle forme pi notevoli dell'adattamento evolutivo che mai siano state registrate - tanto pi notevoli in quanto in realt molto difficile immaginare le fasi intercorse tra le specie attuali e un'orchidea capostipite, for se dotata di profumo e nettare atti a richiamare un'ape adulta. In effetti mi ca pit una volta di tenere una conferenza su questo particolare argomento, a conclus ione della quale venni avvicinato da una persona che mi inform di non aver mai ud ito n visto dimostrazione migliore delle sue convinzioni in una creazione istantan ea. Invece queste Ophrys, a somiglianza delle altre orchidee, sono chiaramente esemp i notevolissimi dell'adattamento, e per ristabilire l'equilibrio mi sia consenti to di fare un'altra citazione dall'opera "Impollinazione dei fiori" di Proctor e Yeo, che cos affermano: "E" sempre arrischiato dare una spiegazione semplice di qualsiasi parte della bi ologia di una specie o famiglia, perch qualsiasi tratto caratteristico - quale la produzione dei semi o il meccanismo d'impollinazione - influenza e viene influe nzato a sua volta da tanti altri fattori che interagiscono tra loro. Tuttavia pa re giusto dire che la soluzione particolare trovata dalle orchidee per vivere in un mondo dominato dalla concorrenza molto vicina a una conclusione suggerita da lla logica". Capitolo 15. LO SCOPO FINALE. La natura largamente prodiga di materiale riproduttivo, specialmente presso cert e piante inferiori. Si calcolato che un comune fungo commestibile produce circa 16000 milioni di spore, che vengono messe in libert al ritmo di 100 milioni all'o ra, mentre una vessia di lupo gigante di medie dimensioni - sui 30 centimetri di diametro - pu produrre fino a 7000 miliardi di spore. Il numero di spore dell'es emplare massimo mai osservato quasi incalcolabile - una vessia di lupo alta 24 c entimetri, aveva il diametro di 160 centimetri nella parte pi larga e 135 nella p arte pi ristretta. E" stato anche calcolato che le spore di vessia potrebbero ven ire diffuse dalle correnti aeree su quasi mezzo milione di chilometri, mentre le spore delle felci, alquanto pi grosse, devono forse limitarsi a 20000 chilometri

. La cifra va confrontata con i 10 chilometri in media dei semi aerei del tarass aco, sebbene in occasione di temporali essi possano coprire una distanza di 200 chilometri. La dispersione a lunga distanza in realt non necessariamente auspicabile, perch pu portare le spore sul mare, o in ambienti inadatti, o lontano dagli animali che l i impollinano, quando esistono. Le spore rappresentano la discendenza tipica della fase asessuata delle piante i nferiori, e vengono diffuse in molti modi diversi. I funghi, come le citate vess ie di lupo, non sono altro che sacchetti i quali a maturazione avvizziscono e sc oppiano, mettendo in libert il loro carico polverulento. I "geastri" o astri della terra hanno due strati, dei quali quello interno forma la sacca sporifera; in ce rte specie viene spinto all'ins quando viene a maturazione in seguito alla rottur a e all'estroflessione dello strato esterno. I funghi lamellati, come quelli nor mali che vediamo in cucina, portano le spore sui lati delle lamelle, dalle quali vengono espulse mediante esplosioni accuratamente calcolate - a circa un decimo di millimetro, distanza condizionata dal modesto scartamento esistente tra una lamella e l'altra, dove vanno a cadere le spore. I funghi coprini hanno lamelle deliquescenti, dove il cappello subisce un graduale processo di autodigestione e s i trasforma in un liquido contenente le spore. Le Coppe, funghi a forma di nido d'uccello, rappresentano un gruppetto affascina nte nel quale le spore sono portate in corpi detti peridioli che non mettono in libert le spore finch non vi siano condizioni adatte. Tra queste il Crucibulum ass omiglia a un cestino dai lati quasi verticali; quando maturo il coperchio si dis secca e lascia vedere all'interno i peridioli ovaleggianti. Il Cyathus ha forma somigliante ma pi aperta, con fianchi lievemente assottigliati. I peridioli sono assicurati da principio a un filo che nel Cyathus pu raggiungere anche i 18 centi metri di lunghezza, mentre tutta la coppa ha al massimo due centimetri di diamet ro. Questi funghi hanno scoperto il modo di utilizzare l'energia sviluppata da u na goccia di pioggia. La loro forma tale che una goccia d'acqua di grandezza e v elocit media viene fatta risalire per il fianco del nido, e cos facendo trascina con s i peridioli; nel Cyathus vengono portati alla distanza di almeno 60 centimetri , e a volte fino a 200 centimetri. Il filo di ancoraggio si srotola quando il pe ridiolo viene gettato a distanza, pressappoco come si cava un filo da un tessuto a maglia; alla fine si rompe alla base e, appiccicoso com', si attacca o si aggr oviglia a qualunque foglia o gambo incontri per strada. Il peridiolo vi resta ad erente finch non si verifichino condizioni favorevoli all'emissione delle spore. Nel fungo Sphaerobolus si ritrova un impressionante meccanismo a catapulta. Le s pore sono riunite a palla e trattenute fintanto che la pallottola forma all'inte rno una coppa a molti strati. Un poco per volta si origina una tensione tra ques ti strati, in modo che il cappello del fungo alla fine rovescia di colpo la part e interna all'esterno, proiettando la pallottola alla distanza di 5 o 6 metri. Molti funghi, ivi compresa la "segale cornuta" - temibile parassita fungino di q uesto cereale - formano gocce di liquido sotto ogni bolo sporifero, da dove spun tano le spore cariche di nettare ad attirare gli insetti incaricati della diffus ione. E" degno di nota il sistema di dispersione delle spore adottato da un gruppo di funghi conosciuti con il termine appropriato di Phalloidaceae, cio "falloidi". Es si producono spore esterne contenute in una pellicola di muco odorante di feci o di carogna in putrefazione, come nel noto Phallus impudicus, satirone o corno fe tido, come viene chiamato in varie localit. I botanici amano dire pane al pane e v ino al vino, e il nome latino di questa pianta, Phallus impudicus, molto indovin ato, perch da una massa sotterranea ovale morbida spunta un organo fruttificante dalla forma notevolmente somigliante a un pene umano, formato da una sostanza fr agile alquanto simile al polistirene espanso nell'aspetto esterno. Altrettanto n otevole la velocit di questa pianta: pu spuntare in un'ora e mezza o due. Naturalm ente si tratta dell'espansione di una struttura preformata, come succede in un f ungo, e non di vera e propria crescita. Si forma muco sul cappello conico. Le mosche si radunano attorno a questo appeti toso banchetto esattamente come fanno con i fiori puzzolenti delle aracee o dell e stapelie, divorando il muco con spore e tutto. Le spore attraversano indenni i

l corpo delle mosche e vengono abbandonate come Pollicino in un'altra parte del b osco. Una mosca pu espellere in una sola volta pi di 20 milioni di spore! Anche i l umaconi apprezzano il viscido festino e riescono a localizzare un satirone con l 'olfatto alla distanza di 5-6 metri. Una volta eliminato il muco, il fungo emana odore relativamente dolciastro. Altro appartenente a questa trib e affine al precedente il Mutinus caninus. Mutin us era uno dei nomi di Priapo, dio del sesso presso gli antichi Romani, e "canin us" si riferisce alla straordinaria rassomiglianza del fungo a un pene di cane, tanto pi che lo stretto cappello di colore rosso. L'odore di questo fungo, sebben e molto meno forte di quello del suo parente gi citato, nauseabondo in modo indes crivibile. Ma esistono anche numerosi parenti nelle regioni tropicali, alcuni dei quali han no un velo perforato sotto il cappello a m di camicia. Non c' da sorprendersi che le popolazioni primitive rimanessero colpite dalla rassomiglianza di tali funghi con le loro parti intime e li usassero per i riti di fecondit, in uno dei quali la cenere dei funghi carbonizzati veniva sfregata sulla vagina delle donne steri li. Altre specie imparentate non hanno cappello ma assomigliano piuttosto ad ane moni di mare dagli spessi tentacoli; si annovera tra queste un fungo straordinar io, che un tempo si vedeva con una certa frequenza nei vecchi locali adibiti a s tufa, dove viveva sulla scorza di quercia in fermentazione usata come combustibi le, e ancora segnalato in Inghilterra e in Europa - il Clathrus ruber, dove una sfera cava a traliccio, di colore rosso vivo o rosato, erompe dal rivestimento e sterno. Tra i muschi si nota maggior precisione nella dispersione delle spore, contenute in linde capsule fornite talvolta di coperchietto di squisita fattura. Negli sf agni il coperchio e le spore contenute all'interno vengono espulsi e soffiati lo ntano dalla pressione dell'aria che si sviluppa dentro la capsula man mano che l a met inferiore si dissecca. L'Andraea fornita di capsula con fessure che si apro no solo in condizioni di aridit, provvedendo a che le spore vengano emesse solo c on tempo asciutto, in modo che possano restare pi facilmente sospese in aria. Le variazioni dell'umidit atmosferica vengono sfruttate da altri muschi, dove la cap sula ha una serie di dentini sotto il coperchio. I cambiamenti d'umidit influisco no sulla tensione interna dei dentini facendoli girare bruscamente, in modo che le spore si riversino con forza all'esterno. Il Polytrichum ha un anello di fore llini nel bordo della capsula su cui posa il coperchio finch le spore sono mature , dopo di che la capsula funziona come una pepaiola e ricorda in modo sensaziona le il meccanismo di dispersione dei semi adottato dai papaveri. Le spore degli equiseti hanno un lungo dispositivo a forma di X, ed esse vi stan no attaccate proprio al centro della X. Quando vengono messe in libert, i bracci del dispositivo stanno avvolti attorno alla spora, ma si aprono appena si trovan o in aria, perch il cambiamento d'umidit provoca improvvisi mutamenti di forma, at ti ad assicurare notevole mobilit. I vari gradi di tensione derivanti dallo stato asciutto sono utilizzati anche da varie felci, a volte soltanto per aprire le fessure del corpo sporifero, ma nel la Dryopteris per azionare un fascinoso meccanismo di catapulta che ricorda le m acchine da getto usate dagli antichi Romani. Una striscia di cellule speciali si tuata su un lato e sulla sommit della capsula esercita forza tale da far staccare gradualmente dalla base il sommo della capsula contenente le spore. Un improvvi so allentamento della tensione fa scattare ancora in avanti la sommit della capsu la, e le spore vengono gettate fuori. Questo movimento improvviso causato dalla trasformazione istantanea dell'acqua in vapore nelle cellule speciali. Invece nelle piante superiori si cede il passo ai semi. Il seme ha molte pi cellu le della spora, e in generale contiene un embrione con una cappa esterna protett iva. Il grado di sviluppo dell'embrione pu variare, ed altrettanto quello del riv estimento esterno; alcuni semi hanno una riserva di nutrimento, mentre altri - a d esempio quelli delle orchidee - ne sono sprovvisti. Certi embrioni d'orchidea hanno inizialmente solo 120 cellule. In certi casi eccezionali, come nel "Ginkgo ", pu anche capitare che i semi non vengano nemmeno fecondati prima di cadere dal l'albero genitore. I semi mostrano grandissime variazioni di grandezza. Il pi piccolo, sempre tra le

orchidee, ha lunghezza inferiore a 1/4 di millimetro, ed tanto leggero che ne o ccorrono circa tre milioni per dare un grammo di peso. Semi cos piccoli vengono p rodotti spesso in quantit ugualmente incredibili; una sola capsula di "orchideacu lla" (Anguloa) o di "collo di cigno" contiene circa 4 milioni di semi, e il comu ne Cymbidium dei fioristi pu averne un milione e mezzo. Semi cos polverulenti hann o un'area di dispersione paragonabile per ampiezza alle distanze coperte dalle s pore. Naturalmente i commercianti in semi trovano impresa molto ardua maneggiare semi cos minuscoli, o quelli delle begonie e delle calceolarie, per citare solo due gruppi vegetali conosciutissimi, per cui spesso smerciano confezionamenti al l'interno dei quali c' una bustina con un pizzico di semi a malapena visibile, da l quale tuttavia si pu ricavare un'intera serra di piante. All'estremit opposta nella scala di grandezze si trovano piante che producono poc hi grossissimi semi, il massimo dei quali dato dal cocco delle Seychelles, o coc co doppio. Detto anche cocco di mare, per il fatto che in qualche occasione veni va trasportato per il mondo dalle onde marine - e anticamente spuntava prezzi as tronomici perch lo si riteneva una rarit con doti afrodisiache -, esso in realt una palma il cui gigantesco seme pu raggiungere la lunghezza di 45 centimetri e supe rare il peso di 30 chilogrammi, e il cui tempo di maturazione supera i dieci ann i. E" notevole per la sua sorprendente rassomiglianza con un bacino femminile, s ia visto di fronte che da tergo; i suoi fiori maschili sono sorretti da uno stre tto spadice ad infiorescenza lungo pi di un metro, e pertanto hanno naturalmente un forte simbolismo sessuale. Dal punto di vista tecnico questo seme gigantesco un frutto, ma solo una questio ne di terminologia, in quanto tutto il rivestimento esterno della noce rinchiude u n solo embrione. Si noti che in questo capitolo user la parola frutto con maggior e libert, rispetto al suo senso casalingo di semi incorporati in una massa molto pi voluminosa di tessuto commestibile. Il seme pi grosso di tipo ortodosso forse q uello della Mora excelsa dell'America Meridionale, piatto e misurante centimetri 12 per 7. La grandezza del seme non indicativa del tempo richiesto per maturare. Alcune or chidee impiegano fino a 18 mesi prima che maturi la capsula seminifera. La produ zione dei semi ovviamente pi rapida nelle piante annuali cui concessa una breve s tagione dalla germinazione alla fioritura e alla produzione dei semi, o nelle pi ante perenni cui le condizioni esterne impongono un periodo brevissimo per cresc ere. Credo che il primato sia detenuto da un esemplare norvegese del ranuncolo a lpino Ranunculus nivalis, fiorito entro cinque giorni dalla sua comparsa dal man to di neve invernale, che produsse semi maturi dopo diciassette giorni. Il gigan tesco cacto messicano Pseudomitrocereus matura i semi entro 27 giorni dalla fior itura. Le piante annue sono progettate per produrre semi e poi morire, ma se vengono po tate anche dopo che avvenuta la maturazione dei semi, ributtano spesso fiori e r innovano il procedimento; e tutti i buoni giardinieri sanno che capitozzare una pianta operazione essenziale per tenerla in fiore il pi a lungo possibile. Altre piante si dicono invece monocarpiche: crescono per un certo numero di anni, fior iscono e muoiono. Le grandi agavi americane sono state chiamate piante dei cento anni perch si credeva che fiorissero - prima di morire - solo una volta per seco lo; alcune vi impiegano certamente decine d'anni, come la Puya raimondii, una gi gantesca bromeliacea somigliante ma non imparentata con le precedenti. Fioritura e produzione dei semi sono spesso la risorsa finale di una pianta che s ente che sta per morire, e i giardinieri approfittano anche di questo fatto per t enere certe piante in vasetti piccolissimi: ad esempio clivie a radici carnose, piante bulbose come ippeastri e nerine. Se si concede a queste piante molto spaz io per mettere radici, non fanno che produrre molte foglie, con scarse probabili t di fioritura; ma costringendole in spazio limitato, si incoraggia il loro istin to di dare fiori. Spesso le radici asciutte in un dato momento costituiscono un buono stimolo ad avviare la fioritura: il caso di molti bulbi che spesso hanno u na stagione di riposo asciutta nel loro habitat naturale, o delle lattughe che s i affrettano a fare semi quando vengono costrette all'asciutto. Una volta che una pianta ha fatto i semi, pochi o molti che siano, deve adottare certe misure per distribuirli pi lontano che pu. Non diversamente dalla fecondazi

one, la dispersione dei semi pu essere passiva e casuale o rappresentare invece i l risultato dell'adattamento evolutivo con gli animali. E" interessante osservar e che in molti casi piante a meccanismo d'impollinazione sviluppatissimo - le or chidee ne sono ancora un esempio lampante - possano invece essere prive di dispo sitivi speciali d'adattamento ai fini della dispersione dei semi. I minuscoli se mi delle orchidee vengono sparpagliati al vento, ma in questo caso esiste un mot ivo valido perch possano atterrare vicino al fiore che li ha generati, perch l hann o la probabilit d'incontrare il fungo senza del quale di norma non possono germin are, come vedremo in seguito. Infatti il vento rappresenta il principale mezzo di diffusione dei semi, alcuni dei quali si sono ridotti ad avere peso e grandezza di spore polverulente e poss ono cos coprire grandi distanze. Moltissime piante hanno messo a punto semi alati di vario genere, sebbene la loro autonomia di volo sia spesso limitatissima. Qu esti ritrovati aerodinamici possono essere costituiti da una semplice membrana s u un piano attorno al seme, o da perfezionati alianti come le note samare del fr assino o i semi filanti dell'acero pseudoplatano, che ricordano tanto da vicino i vecchi autogiri. Alcuni semi volanti dispongono di una sola membrana od ala, a volte anche di un dispositivo a biplano; mentre altri, come quelli del Dryobalanops, hanno un ciur lo composto di parecchie alucce per consentire a un seme relativamente grosso e pesante di andarsene planando almeno a una certa distanza dalla pianta genitrice . L'ala pi sviluppata appartiene al Centrolobium robustum brasiliano, lunga 17 ce ntimetri, mentre la Cavanillesia, pure del Brasile, ha parecchie ali con diametr o anche di 9 centimetri, disposte sui fianchi dei frutti in modo da conferire lo ro un movimento di rotazione. Le bignonie di solito hanno semi alati opportuname nte confezionati in una lunga capsula o baccello. I semi di certe conifere hanno ali, mentre altri, fatto alquanto strano, restano incorporati in grandi pigne legnose, finch queste letteralmente marciscono o si fanno aprire al fuoco. Le pigne del Pinus attenuata finiscono col restare imprig ionate dalla crescita della corteccia, e non trovano la libert prima che l'albero non sia morto, caduto e marcito! La pigna a dimensioni massime, a proposito, qu ella del Pinus coulteri lunga fino a 35 centimetri, che pu toccare il peso di un paio di chili. Le scabiose e le statici ricavano dal calice secco piccole membrane pieghettate somiglianti ai volani usati per gioco dai ragazzini, che contengono i semi, ment re molte specie di trifoglio hanno calici rigonfi. Questi dispositivi costituisc ono veri e propri palloni aerostatici, pur ammettendo che molta parte del loro s postamento fatta di capitomboli e ruzzoloni per terra. La sena vescicolata (Colu tea arborescens) ha grossi baccelli rigonfi, mentre il Cardiospermum noto anche con il nome di "vite dei palloncini" per i ricettacoli sferici rigonfi dei semi; in tutti e due i casi baccelli e ricettacoli si staccano e vengono portati lont ano. Questi volani ed aerostati sono a met strada dal paracadute, dispositivo gi noto d al tarassaco e dal caprifoglio ma adottato da tutte le altre famiglie vegetali, ivi compreso il leucodendro argentato del SudAfrica, il cui grosso seme dalla te sta piumosa sta appeso a un gambo sottile. Le alternative al paracadute sono rap presentate da piumini di peli sottili come nel lino delle fate alpine, il cui pi umino (tecnicamente una barba) pu raggiungere la lunghezza di un metro. Il Myzode ndron, pianta parassita dell'Antartico, possiede un triplice piumino che di fatt o uno stame molto modificato e pu arrivare alla lunghezza di parecchi centimetri, conferendo a queste piante il nome di "vischio piumato". Moltissime piante qual i gli epilobi, la clematide, la valeriana, l'erioforo, il salice e la sala di pa lude hanno semi tenuti per aria da una massa di peli finissimi in grado di sorre ggere i semi - necessariamente piccoli - per chilometri e chilometri sul filo de lle correnti aeree. Piumini e paracadute si rivelano molto pi funzionali delle al i ai fini della dispersione. Certe piante semplicemente si sradicano quando fanno i semi, e una volta secche vengono portate dal vento qua e l, disseminando i semi cammin facendo. Nel Libro d'Isaia c' un cenno alla cosa che rotola davanti al turbine di vento. Il profeta er a buon osservatore della natura, perch vi sono molte specie di cose che rotolano, e

i botanici attuali le chiamano piante vaganti a distribuzione anemofila specialme nte nelle regioni steppose o desertiche. La tipica pianta ruzzolante ha steli che formano una rozza sfera, che quanto a s ecchezza sono sufficientemente duri da permettere alla palla di rotolare al soff io del vento. L'ispida salsola che si ritrova tanto in America quanto nelle step pe asiatiche (ma oriunda britannica) un tipico arbusto ruzzolante - talvolta oss ervata in masse aggrovigliate grandi come i mucchi di fieno ammassati durante la fienagione - e non fa meraviglia che questi grovigli siano detti anche streghe d el vento. Molti cardi si comportano allo stesso modo. Nella Gundelia tournefortii del Vicino Oriente - una specie di carciofo del povero - sono i capi spinosi ch e si spezzano e s'intrecciano, formando grandi masse rotolanti. E" questa probab ilmente la cosa che rotola del profeta Isaia. Un racconto descrive come alla stagio ne adatta migliaia di... questi globi vegetali... arrivano velocemente sulla pia nura rotolando, saltando e rimbalzando con grande fracasso, con spavento per il cavallo e il cavaliere. In Indonesia ed Australia i capi seminiferi a raggiera de ll'erba Spinifex s'intrecciano assieme formando palle di vento. Una palla di vento nel senso letterale della parola data dalla zucca amara o coloq uintide dei deserti dell'Africa Settentrionale e del Vicino Oriente. A maturazio ne i suoi frutti, simili a meloni di 10 centimetri, si staccano dagli steli secc hi e si fanno rinsecchiti e leggeri. La loro superficie sferica e liscia permett e al vento di farli rotolare sulla sabbia. Quando si arrestano in una depression e del terreno, o contro i cespugli o i sassi, scoppiano e disperdono i semi neri al calore del sole. L'acqua costituisce ovviamente un altro mezzo di trasporto dei semi. La diffusio ne della specie noli me tangere o fiore di vetro introdotta lungo i corsi d'acqua inglesi in questi ultimi decenni, un esempio vistoso della facilit di questo meto do, che tuttavia presuppone la presenza di un seme galleggiante che non si limit i a germogliare per il semplice fatto che bagnato. Semi di questo tipo di solito hanno superfici impermeabili o idrofughe, come nel giaggiolo tedesco, e conteng ono aria, talvolta in fossette superficiali o in spazi aerei all'interno, o sono provvisti di tessuti sugherosi che assicurano il galleggiamento. Il loto indian o ha un capolino seminifero a forma di galleggiante conico con aperture nella su perficie superiore, dove si possono vedere i semi staccati che sbatacchiano rumo rosamente. Esso si rompe staccandosi dal gambo, e galleggia fino a quando si dec ompone; allora i semi eventualmente ancora contenutivi se ne vanno galleggiando ciascuno per proprio conto, favoriti da microscopiche formazioni cerose che impe discono loro di affondare. L" Hodgsonia heteroclita una pianta rampicante parente del cetriolo, che cresce lungo le rive dei fiumi. I suoi grossi frutti a forma di zucche legnose sono cop erti da un feltro grigiastro che impedisce loro di bagnarsi quando cadono in acq ua; inoltre la polpa oleosa all'interno riveste i semi in modo che possano galle ggiare indisturbati se cadono in acqua isolatamente. I semi che vengono portati al mare invece che nei fiumi devono tollerare la sals edine ed avere costituzione assai pi robusta per resistere ai disagi e a lunghi p eriodi di galleggiamento. Il comune cocco forse il frutto pi noto che venga trasp ortato per via marina: non solo ha uno spesso guscio fibroso adatto al galleggia mento, ma dispone anche di una speciale riserva nutriente - il latte - che gli c onsente di germogliare insediandosi su spiagge aride. Ma molti semi assai pi picc oli si diffondono via mare: ad esempio alcune specie australiane della trib della "Veronica" a semi piccolissimi hanno colonizzato il Cile grazie alla loro resis tenza al galleggiamento. Due specie di Caesalpinia parenti del pisello hanno sem i durissimi come ciottoli che possono galleggiare addirittura per anni senza per dere nulla della loro capacit germinante; motivo per cui queste piante sono diffu se in pratica in tutte le regioni tropicali. Ma il caso pi strano di semi galleggianti che raggiungono un luogo per la germina zione forse quello offerto dalle piante che si ostinano a stare a galla attorno alle isole Cocos. Qui le fregate o albatros si nutrono di pesce che abitualmente ottengono con minacce dalle sule, costringendole a rigettarlo. Quando le sule a bbandonano le isole dopo che i loro nidiaci sono diventati atti al volo, le freg ate non trovano pi una facile fonte di cibo. Evidentemente inghiottono allora gra

ndi quantit di semi galleggianti somiglianti ai piselli, che danno loro l'impress ione di fare una bella mangiata, ma come arrivano a terra non fanno che rigettar li! La mangrovia una pianta dei corsi d'acqua e delle riviere marine tropicali, e pr oduce un grosso frutto a forma di pera. Molto prima di staccarsi dall'albero que sta pera forma per un lungo germoglio sottile. Non si tratta di una vera e propri a radice; in linguaggio tecnico si dice ipocotilo, e si trova all'estremit di una foglia seminale tubolare o cotiledone. Questo germoglio cresce per un periodo var iabile da sette a nove mesi, finch cio ha una lunghezza di circa 50 centimetri e d iametro di 3 centimetri, un poco pi spesso all'estremit inferiore. Proprio sotto i l punto dal quale esce dal frutto c' un anello di cellule che si rompono e lascia no cadere il frutto quando l'ipocotilo ha raggiunto un peso sufficiente. Se tutt o procede senza inconvenienti, l'ipocotilo ispessito si affonda come un pugnale nel fango sottostante, e in questo modo bellamente s'insedia. All'estremit superi ore le foglie si spiegano alla base, si formano le radici, e comincia a crescere una mangrovia nuova. In realt molti semi non effettuano un vero sbarco, n cadono effettivamente in acqua, perch le mangrovie sono piante di localit soggette all'az ione delle maree, e allora la pera galleggiante consente ai semi di venire traspor tati dalle correnti, finch approdano in un posto adatto al loro sviluppo. Altre piante provvedono in un modo o nell'altro a disseminare i propri semi, e a lcune tra queste si possono vedere anche pi sotto casa, come l'erodio selvatico e il geranio ad esso affine, che devono certi nomi popolari anglosassoni - becco d'airone, becco di cicogna - alla presenza di un lungo filamento o barba su cias cun seme, che a maturazione si raggruppa formando una massa a forma di becco. Un a volta maturi e secchi si staccano, dapprima presso la base dove c' il seme, e i nfine - girandosi mentre si staccano - all'apice del rostro o becco. A questo pu nto le code avvolte a spirale sono diventate abbastanza leggere da venire in aiuto ai semi, perch possano vagare portati dal vento; alla fine si posano in mezzo ai detriti o ad altre piante. La coda sensibilissima ai cambiamenti d'umidit, e que lla che porta il seme viene spostata su e gi e tutt'attorno a seconda dei mutamen ti meteorologici. Se il seme tocca terra, questi movimenti sono tali da infilare il seme nel terreno: i peli rigidi di cui fornito fanno venire in mente le barb e direzionali della cocca d'una freccia, e perci non facile cavarlo da terra una volta che vi arrivato, dove anzi germoglia. I becchi di cicogna pi lunghi sono quel li dell'Erodium gruinum delle regioni mediterranee, che toccano i 5 centimetri. I cereali selvatici hanno analoghe barbe spinate che provvedono a piantare i sem i con grande rapidit dopo che si sono staccati, e la lunga barba della stipa pinn ata opera anche come la manopola di un trapano sull'estremit del seme avvolta a s pirale. Alcune piante - una trentina di specie in tutto - forzano letteralmente i semi n el terreno allungando verso il basso gambi o steli dopo la fioritura. Tra le pap ionate questa caratteristica stata sviluppata nel modo pi rilevato. La famiglia ve getale che comprende i piselli ha perfezionato gagliardamente questa caratterist ica: l'arachide ne rappresenta un esempio classico, ma esempi del genere si ritr ovano in parecchie famiglie che non hanno tra loro alcun vincolo di parentela. A prima vista pu sembrare insoddisfacente il fatto che ci sia una massa di germogl i che spuntano e si fanno concorrenza tutti allo stesso posto, ma nel caso parti colare delle piante dei deserti serve a mantenere le colonie vegetali nelle cond izioni pi favorevoli di crescita in regioni abitualmente inospitali. La Gymnarrhe na del deserto del Negev si assicura il meglio di due ambienti, perch produce una serie di frutti sotterranei resistentissimi alla siccit, ed altri frutti aerei c he possono venire portati lontano dal vento, ma non offrono alcuna resistenza al la siccit. Nel caso delle piante che vivono in condizioni di vera aridit naturalmente molto importante che i semi vengano emessi solo quando piove. Ci si verifica nell'Anast atica hierochuntica, specie appartenente alla famiglia della senape, spesso chia mata anche rosa di Gerico, con riferimento a una leggenda che vuole che tutte le piante sbocciassero e fiorissero alla nascita di Cristo. Si tratta di una piant a a steli sparsi che quando si disseccano si appallottolano come un cestello sfe rico, mentre con l'umidit si aprono ed emettono i semi. Per queste caratteristich

e la pianta viene spesso venduta come una curiosit sotto il nome di "pianta della Risurrezione", e lo stesso accade con qualche altra specie vegetale, una delle quali una Selaginella. Naturalmente sono tutte piante morte, prescindendo dalla loro capacit di aprirsi e chiudersi. A volte la rosa di Gerico viene divelta dal suolo ad opera del vento, comportandosi come una pianta rotolante. L'umidit ha una sua funzione anche nel caso della piantaggine di Creta, e pu lette ralmente farla uscire da terra. Quando i semi cominciano a maturare, gli steli s i curvano in fuori e in basso, spingendosi raso terra quanto basta a liberare le radici dal terreno asciutto. La pianta ora arrotolata a palla ed presto portata via dal vento. I Mesembryanthemum, piante grasse sudafricane molto ricche d'umore, formano caps ule seminifere bellissime i cui intrecci somigliano quasi a quelle bocce cinesi contenute all'interno di altre sfere pi grandi. Col tempo asciutto stanno chiuse in modo assolutamente ermetico, ma l'umidit fa aprire le loro valve raggiate come una stella - altro dispositivo igroscopico. Ma questo solo il principio. La cap sula aperta congegnata in modo che, a somiglianza di quanto succede nel piccolo fungo Cyathus gi descritto, quando una goccia di pioggia colpisce una delle valve , esercita una spinta sulla poca acqua contenutavi fin da prima, facendola schiz zare fuori assieme ai semi, anche a distanza di qualche metro. Varie specie hann o perfezionato in diversi modi ingegnosi questa applicazione dell'idrodinamica. Non ogni seme viene dilavato all'esterno; ce n' sempre qualcuno situato in posizi one tale che difficilmente potr venire espulso, e in un gruppo (Apatesia) alcuni semi si formano in cavit speciali discoste dalle valve principali che producono i semi, per cui non hanno probabilit di venire gettati all'esterno. Questo accorgi mento sembra ispirato da una tattica prudenziale. La maggior parte dei semi vien e dilavata via con grande facilit in occasione di un acquazzone improvviso, che t uttavia pu essere di breve durata e venire seguito da un periodo di grande calore , di modo che i germogli spuntati possono perire. I pochi semi rimasti nelle cap sule vi stanno finch l'involucro si rompe, cos che finiscono con il germogliare in un periodo di pioggia come la maggior parte dei semi. Un gruppo di piante (Hyme nogyne) si spinto oltre la fase del complesso meccanismo d'ingegneria necessario per far funzionare queste capsule simmetriche, ed ha riunito tutti i semi su un cilindro circolare, dove essi se ne stanno rinchiusi in strette strutture a sca tola. Queste si staccano ben presto, ma i semi vi restano imprigionati; le paret i delle cellule sono provviste di fori attraverso i quali entra l'acqua ed escon o alla fine le radici, di solito l'anno successivo a quello in cui si staccato i l seme. Tra le crocifere parenti del comune crescione si trovano specie dotate di baccel li orizzontali che funzionano come leve per scagliare lontano i semi quando sono colpiti da una goccia di pioggia: un tiro di 80 centimetri stato segnalato nell a tlaspide fogliosa. Presso i lamii, invece, un labbro del calice spesso disteso per funzionare da leva sotto l'azione di una goccia di pioggia, mentre ad esemp io nella specie di salvia Salvia lyrata si registrano casi in cui i semi sono st ati gettati fino a due metri di distanza. Molti semi sono mossi dall'acqua piovana che scorre sulla superficie del suolo: ci accade diffusamente nei deserti dove i rari violenti acquazzoni possono origin are fiumane ed allagamenti temporanei. I semi di certe piante grasse dette pietre vive (Lithops) contengono una sacca d'aria che permette loro di galleggiare per parecchi giorni; oltre al trasporto effettuato occasionalmente dai rovesci d'acq ua piovana, pare probabile che certe specie vengano trasportate dai fiumi. Comun que le specie di massima distribuzione si ritrovano nelle regioni pi piovose. Certi semi trasudano sostanza mucillaginosa quando vengono bagnati; questo accor gimento li fa aderire al suolo non appena ne vengono a contatto, in modo che non avvengano altri spostamenti quando inizia la germinazione. Moltissime piante hanno capsule, baccelli, carpelli e cos via, che si aprono a ma turazione del seme. I semi vengono rovesciati fuori in massa o, pi tipicamente, u n po'"alla volta, man mano che il capolino seminale viene scosso dal soffiare de l vento. Le pepaiole o i turiboli dei papaveri, con il loro anello di fori d'uscita tutto attorno al bordo superiore del capolino seminale, ne sono un esempio class ico, e sono in grado di diffondere largamente i semi. L'erba cornetta ha un mazz

etto di follicoli simili a baccelli che si aprono all'estremit superiore e funzio nano con lo stesso metodo a scuotimento. Il trasporto ad opera di animali contribuisce a diffondere i semi assieme all'ac qua e al vento: nelle sue forme pi elementari si effettua quando semi caduti per terra vengono prelevati da un piede o da uno zoccolo infangato, e funziona con p articolare efficacia quando il piede una zampa d'uccello, perch allora pu coprire grandi distanze. Gli uccelli sovente rappresentano un fattore importante per il r imboschimento delle isole: ad esempio 35 piante superiori possono essere arrivate all'isola di Macquarie, 950 chilometri a sudovest della Nuova Zelanda, solo a b ordo di uccelli, cio sotto forma di semi attaccati alle loro zampe, o di frutti a gganciati o appiccicati alle piume. L'albero Pisonia grandis viene largamente di ffuso da uccelli marini grandi volatori, che trasportano i frutti attaccati alle penne. Moltissimi semi si attaccano prontamente alla pelliccia, ai peli o al piumaggio degli animali, perch sono provvisti di uncini, di barbe o di una copertura di fin issime setole. I semi delle erbe forniscono esempi notevoli a questo riguardo, i n quanto molto spesso non si tratta di dispositivi semplici, ma di doppi o tripl i uncini, magari con corredo di barbe di contenzione identiche a quelle di un ra mpone eschimese. Tra gli esemplari pi grossi di frutti o semi che chiedono un pass aggio aggrappandosi a una specie animale, vanno citate le capsule delle Proboscid ee americane, che a volte si trovano in vendita a titolo di curiosit vegetale; lu nghe circa 15 centimetri, hanno prolungati ganci ricurvi adatti a trovare appigl io nella lana delle pecore. La Trapella cinese ne una versione acquatica, ma non si sa ancora con certezza se gli uncini le servano per attaccarsi ad animali ac quatici, o piuttosto ad ancorare i semi nel fango. L'innovazione pi sgradita attuata dalla natura in questo senso - monopolizzata la rgamente dalle due famiglie delle Pedaliacee e delle Martyniacee - rappresentata dai congegni di diffusione per calpestamento. Nella loro forma pi elementare ess i sono costituiti da grosse spine acutissime sporgenti dai semi e destinate ad i nfilzarsi nelle zampe degli animali. C' un gruppo di frutti foggiati a somiglianz a del piede di corvo usato a scopi bellici nei tempi andati - un dispositivo di fe rro a quattro punte costruito in modo che una punta fosse sempre rivolta verso l 'alto, in qualunque modo venisse gettato per terra, per trafiggere gli zoccoli d ei cavalli della cavalleria nemica. Uno ce n', il Tribulus, che in volgare ha il termine appropriato di tribolo e danneggia spesso le zampe delle pecore. Un ordi gno di particolare cattiveria si ritrova in certe piante del Madagascar note con il nome di "alberi uncinanti". Le capsule dei semi sono coperte di uncini a mol la che s'intersecano e lasciano affondare lo zoccolo di una gazzella, ma poi inf ilano le punte aguzze sempre pi profondamente nei nodelli dell'animale quanto pi q uesti cerca di scuotersi di dosso quelle dolorose appendici. I dispositivi descritti finora sono sostanzialmente passivi, per quanto ingegnos o possa essere il loro meccanismo. Molte piante per hanno escogitato apparecchi p i attivi, e diffondono i semi ricorrendo alle esplosioni. Nella maggior parte dei casi l'esplosione dipende dalla tensione formatasi nelle strutture seminifere m an mano che maturano e seccano. La ginestra spinosa, o ginestrone, a somiglianza di molte altre leguminose che producono baccelli duri, un esempio comune di que sto fatto: quando il baccello secco si spacca di colpo in due parti e si ripiega a spirale gettando i semi in varie direzioni. I parenti tropicali dei piselli s coppiettano come un fuoco di fucileria quando fanno scoppiare i loro grossi bacc elli. Analoghe abitudini hanno molte piante di balsamo - una chiamata anche noli me tan gere ("non mi toccare") o fiore di vetro, ed i frutti maturi scoppiano torcendosi in parecchi cordoni di forma speciale al minimo tocco. Come nella felce Dryopte ris gi descritta, le piante superiori dispongono di meccanismi ad imbracatura: ne ll'acetosella gli strati di cellule a tensione speciale forniscono l'energia qua ndo vengono attivati, come se fossero elastici, e si trovano incorporati nei sem i stessi che frantumano la capsula. L'acanto fornisce all'esplosione della capsula energia supplementare grazie a un a vera e propria fionda in sembianza di struttura rigida a gancio, sporgente dal la divisione centrale del frutto. La capsula esplode con uno scoppio rumoroso ed

i ganci provvedono a mandare in una direzione precisa i semi lunghi 3 centimetr i, che vengono proiettati anche a distanza di 9-10 metri. Tra i distributori di semi pi rumorosi va annoverata la Hura crepitans, una piant a tropicale della famiglia delle euforbie, detta anche albero spolverino o gong del le scimmie. I semi lunghi fino a 2 centimetri possono venire scagliati fino alla distanza di 14 metri, come la capsula dei semi, lunga fino a 8 centimetri e solc ata da numerose nervature, che detta anche spolverino perch un tempo serviva come barattolo della polvere usata per asciugare l'inchiostro: si frantuma in pezzi spigolosi. Tuttavia il cocomero asinino dei Paesi mediterranei e alcune zucche imparentate delle regioni tropicali preferiscono emettere silenziosamente i loro semi. Il co comero asinino ha fiorellini gialli e foglie somiglianti a quelli del cetriolo, mentre i frutti lunghi 5 centimetri somigliano a goffi cetriolini pelosi, o maga ri a un uovo verde irsuto pendente da un gambo ricurvo. Man mano che il frutto m atura, la massa di semi all'interno si gonfia, e i tessuti all'estremit del gambo s'indeboliscono, consentendo all'estremit del piccilo del frutto - che ricorda un po'"la forma di un tappo - di allentarsi. Essa si stacca del tutto quando il pe so del frutto basta a tale scopo, o quando viene toccata da un animale. Mentre i l tappo si stacca, lo strato di cellule in tensione si espande e comprime improv visamente il frutto, schizzando in un fiotto violento attraverso il cocchiume la mucillagine amara che contiene i semi. Secondo un autorevole botanico, i semi p ossono venire sparati a 7-8 metri di distanza. In quest'ultimo caso lo stato di maturit o il tocco a far sparare il mortaio natu rale del cocomero asinino. Il tocco sufficiente anche in varie specie di balsamo , mentre con i semi pi esplosivi l'agente finale che fa scattare il dispositivo i l sole caldo che compie le ultime operazioni di essiccazione e caricamento per l o sparo. I semi di solito contengono una riserva nutritizia per sopperire alle esigenze d el germoglio nelle prime fasi di crescita. Anche nei frutti troviamo spesso una riserva alimentare di genere diverso, in cui sono incorporati i semi: la polpa. Scopo di questa polpa di richiamare gli animali, che mangeranno il frutto, e cos facendo disperderanno i semi, o pi spesso li ingeriranno e li elimineranno dopo a verli fatti passare per il loro canale digerente - di solito assieme agli escrem enti che forniscono una ricca scorta di fertilizzante per l'inizio della germina zione. Questo processo si potrebbe definire di dispersione attraverso i rifiuti. I frutti hanno messo a punto odori e sapori appropriati alle specie che li mang iano: cos i frutti destinati ai pipistrelli sono probabilmente quelli che sanno d i rancido o di muffa. Insomma, sia pure con minore precisione, hanno seguito un metodo analogo alla combinazione attuata tra fiori ed animali impollinatori. Il frutto polposo pi grosso tra l'altro quello dell'artocarpo o albero del pane, che pu pesare pi di 30 chili. I pipistrelli sono grandi divoratori di molti tipi di frutta; possono trasportar li a grandi distanze, talvolta da un'isola all'altra, e svolgono un'azione dispe rdente di particolare importanza, perch i frutti in causa sono spesso trascurati dagli uccelli che pure si nutrono di frutta. Alcuni frutti non vengono subito riconosciuti come buoni da mangiare per l'uomo; cos molti parenti tropicali dei nostri piselli hanno baccelli coriacei ma nutrie nti, nonch semi spessissimo molto duri e resistenti alla masticazione. Altri frut ti mangiati dagli animali - scimmie comprese - possono sembrarci sgradevoli, di sapore acre o nauseabondo. Talvolta i frutti sono incredibilmente dolci, ed una bacca stata battezzata con il nome divertente di bacca alla saccarina grazie alla presenza di una proteina che, a parit di peso, risulta 300 volte pi dolce dello zu cchero. Alcuni semi hanno accessori detti arilli, di solito carnosi e commestibili, inve ce di una massa esterna di sostanza mangereccia come nelle prugne o nelle mele. Il tasso nostrano e frutti tropicali quali i lici e i mangostini hanno arilli ch e sono immediatamente accessibili nei primi, e circondati da una buccia esterna nei secondi. In certe liane tropicali - ad esempio nelle Connaracee - succede ta lvolta che i semi vengano proiettati fuori dagli arilli, oppure vi restino appes i, e cos riescono ad attirare meglio l'attenzione degli uccelli. Molto spesso que

sti frutti sono colorati vivacemente, in rosso o in arancio, e anche i semi poss ono essere a tinte vistose o in bicrome brillanti come bianco e rosso, o nero e g iallo. Quando gli animali arrivano alla polpa dei frutti, staccano facilmente an che i semi. In certe regioni dove molte specie vegetali hanno frutti arillati, si trovano pi ante che li imitano e producono semi aventi identici colori caratteristici, ma s pesso durissimi ed immangiabili. Ci si accorge di questi imbrogli nei posti dove si trovano molte piante a bacche commestibili. Due frutti arillati sono particolarmente degni di nota. Uno il frutto della noce moscata, il cui arillo detto anche stecca e viene mangiato dai colombi carpofagi. Il desiderio originario della Compagnia delle Indie Orientali era quello di acc aparrarsi tutto il mercato della noce moscata, e faceva divieto a chiunque di co ltivarne fuori di aree determinate sotto il controllo della compagnia stessa. Ma i colombi carpofagi la diffusero fuori degli appezzamenti riservati, con spiace voli conseguenze per gli indigeni, sul cui terreno germogliavano semi non richie sti. La polpa esterna della buccia del durian odora di miscuglio di cipolle, fognatura e gas di carbone secondo Corner, ma l'arillo proprio attorno ai semi inodoro e h a gusto deliziosissimo, dove l'aroma di frutto si unisce a un sapore cremoso ind escrivibile. Il dottor Corner mi perdoner se lo cito un'altra volta, ma egli inse risce brillantemente questo frutto nel contesto del suo ambiente tropicale. "Di solito i frutti si staccano quando maturano e si spiaccicano a terra, dove l a polpa si guasta in un paio di giorni. In Malesia l'odore degli alberi in frutt o nella foresta attira gli elefanti, che si radunano per fare la prima scelta; a rrivano quindi tigri, cinghiali, cervi, tapiri, rinoceronti, e gli uomini che ab itano nella giungla. Gibboni, scimmie, orsi e scoiattoli mangiano i frutti dall' albero; l'orangutang l'anfitrione dominante a Sumatra e nel Borneo, mentre formi che e scarabei ripuliscono i resti per terra". Le scimmie sono notevoli divoratrici di semi, e attivi agenti di diffusione dei semi. In realt questa commestibilit non giova eccessivamente al durian, sebbene al cuni semi vengano espulsi in seguito assieme alle feci di grossi animali quali e lefanti e rinoceronti; la maggioranza dei semi resta nelle immediate vicinanze d ell'albero progenitore, dove comincia subito a germogliare. Questa immediatezza un'altra caratteristica degli alberi relativamente primitivi della foresta tropi cale, dove le condizioni restano inalterate per tutto l'anno. Un numero sufficie nte di rampolli si fa strada verso l'alto per godere alfine della luce, finora p rerogativa dell'albero che li ha generati, e basta ad assicurare il rinnovamento della foresta in condizioni naturali. Esistono frutti arillati in versioni speciali quando i semi debbano venire dispe rsi ad opera delle formiche. Questi hanno una parte commestibile polposa, e spes so aderente, detta eleosoma, normalmente oleosa e contenente acidi grassi, che e sercita un richiamo speciale per le formiche. Dopo avere divorato la polpa, le f ormiche trasportano i semi nei loro formicai sotterranei o superficiali. I cicla mini ne forniscono un esempio, reso ancor pi ingegnoso dal modo con cui il gambo fiorale si avvolge come una molla verso il basso finch la capsula contente i semi non sia arrivata proprio a livello del suolo. I poponi possono inscenare uno spettacolo di grande attrazione per gli animali, spaccandosi a maturazione: la rappresentazione di massimo effetto opera della Mo mordica charantia, che cresce diffusamente nelle regioni tropicali, ed una gross a zucca dai semi colorati vivacemente in tinta cremisi, con polpa arancione. Avrete notato che i frutti del durian richiamano un'ampia gamma di specie animal i. Ci dipende dalla natura oleosa dei frutti, caratteristica che induce a mangiar li tanto i carnivori quanto gli erbivori; i gatti selvaggi e i giaguari cercano i frutti caduti di avocado, mentre zibetti e scoiattoli delle palme divorano le noci della palma da olio. Queste del resto sono apprezzate anche dagli avvoltoi, e certi uccelli sudamericani sono detti appunto uccelli dell'olio per analoghi gu sti alimentari. Cani e gatti selvaggi, corvi e gazze mangiano olive. Questi frutti oleosi che attirano gli animali carnivori aumentano il numero di a

nimali diffusori inconsapevoli, ma ricordano anche i vecchi legami dei tempi and ati con i rettili, quando questi ingerivano e diffondevano semi quali quelli del le cycadine, del ginkgo e di altre antiche gimnosperme. Si sono scoperti rettili fossili con molti semi ancora intatti nello stomaco. Anche i pesci indubbiamente mangiano molti semi, e sempre quelli tipicamente ole osi; si segnalano tonni che inghiottono i frutti somiglianti alle olive della Po sidonia, una delle poche piante marine che producano fiori. Tuttavia non si sa p er certo se i semi inghiottiti dai pesci vengano poi eliminati intatti, sebbene la cosa sembri pi che probabile. Dal punto di vista del frutto, naturalmente opportuno che non venga mangiato pri ma che siano maturi i semi. Le tinte rosse e purpuree del frutto maturo s'imprim ono nella mente degli animali, mentre invece i frutti acerbi hanno colore verde - utile a scopi mimetici - e sono amari, talvolta anche spinosi. Il sapore amaro , prodotto spesso da alcaloidi, acidi e tannini, giova a tenere lontani maggioli ni, bruchi ed api troppo curiose. I frutti cilindrici della Monstera deliciosa p rima della maturazione contengono frammenti aguzzi come pezzetti di vetro. Il du rian possiede uno spesso rivestimento esterno di aculei. Entra ancora in scena i l dottor Corner: Un giovane frutto non ha possibilit di sopravvivenza se non ben m imetizzato, corazzato, o immangiabile. Avete mai visto le scimmie, come vanno in cessantemente in cerca di cibo dall'alba al tramonto, e tutta la roba che buttan o gi dall'alto?. Anche da noi sono noti i disastri che possono combinare gli scoia ttoli, sebbene abitualmente lascino in pace i frutti acerbi. Ci nonostante in date occasioni la natura sembra prendere qualche cantonata al ri guardo. Le bacche rosse del mezereo, un cespuglio da giardino, vengono mangiate abitualmente dagli uccelli con polpa e tutto, mentre i semi duri vengono espulsi in seguito. I verdoni prendono parte all'operazione. Purtroppo i verdoni - alme no quelli inglesi - ultimamente hanno preso gusto ai frutti acerbi, e se li papp ano al completo con i semi, di modo che ora molto pi infrequente di un tempo trov are bacche mature sulle piante da giardino. Si capisce abbastanza facilmente come semi durissimi tipo quelli del mezereo, o del tasso, possano passare attraverso gli intestini di un uccello; possono venir mangiati anche i noccioli di ciliegia e di prugna, quando non vengono buttati d opo mangiata la polpa. Certe piante, come il biancospino, contengono nella polpa del frutto molti piccolissimi semi, fidando nel modo frettoloso di mangiare di molti uccelli od animali, che consente a buona parte dei semi di venir espulsi i nalterati; a volte questo procedimento assicura addirittura la felice germogliaz ione del seme. In questo modo semi assolutamente immangiabili come quelli dei Me sembryanthemum del deserto vengono inaspettatamente espulsi e diffusi dagli stru zzi. Occasionalmente pi di una specie animale partecipa al ciclo di diffusione, e Darwin ha segnalato che i pesci inghiottono avidamente i semi di piante che cre scono sulle rive dei fiumi come il miglio, dopo di che i pesci vengono mangiati dalle cicogne, e i semi germogliano una volta espulsi da questi uccelli. Cos pure i vermi - che certamente ingeriscono piccoli semi con il terriccio e li portano sotto terra - possono venir mangiati dagli uccelli, e i semi riappaiono quando vengono espulsi dall'animale che ha mangiato i vermi. Le noci non si prestano a venire mangiate: la loro dura parte esterna, attorno a lla polpa che tanto ci piace, viene frantumata con difficolt da molte specie anim ali. Tuttavia molti animali le mangiano, e la natura accetta una percentuale di perdite, come del resto succede con tutti i semi. Per fortuna molti animali che mangiano noci hanno l'istinto di ammassare scorte, nascondendo molta parte di qu anto raccolgono, salvo poi dimenticarsi dei loro nascondigli alimentari. Querce, faggi, noccioli, noci, castagni, pini ed araucarie sono altrettanti esempi di p iante diffuse da animali con tendenza a nascondere le provviste, tra i quali son o compresi scoiattoli, sorci, topi, marsupiali, criceti ed istrici. Il cincill si ritrova allo stato libero solo dove crescono i frutti di algorabilla. I tapiri sotterrano i semi di un'araucaria dell'Amazzonia, e cos danno origine a boschetti e ciuffi d'alberi che compaiono nei posti pi imprevedibili. Anche numerosi uccelli accumulano noci, segnatamente la ghiandaia. Osservazioni effettuate dai tedeschi hanno fissato sulle 4600 ghiande la media nascosta da og ni singola ghiandaia in una sola stagione volando a volte fino alla distanza di

4 chilometri. Il picchio della California nasconde le noci di pecan infilandole nelle fenditure della corteccia degli alberi: questa pratica non giova molto ai semi interessati, ma molti vengono poi rubati e sotterrati dai roditori. Sempre parlando di noci, il caso pi straordinario quello che riguarda la noce del Brasile e le specie affini, dove si trovano fino a due dozzine di noci confezio nate quasi perfettamente, come gli spicchi d'arancia, in una capsula rotonda for nita di coperchio, che si stacca quando il frutto - pesante fino a 2 chili - si fracassa al suolo. A questo punto interviene l'aguti con il suo istinto di nasco ndere roba, che ha parte cospicua ai fini della dispersione. Invece una capsula di noci che non si spacchi cadendo a terra pu restare intatta sul posto per anni ed anni prima di marcire mettendo in libert le noci. Certi semi riescono a non farsi mangiare: il caso della Sloetia streblus, una pa rente tropicale delle nostre ortiche. Quando maturano i semi, i lobi fiorali si rigonfiano verso l'alto e diventano dolci e sugosi. Se un uccello od altro anima le becca o morde questi lobi polposi, la noce viene sparata via da uno scoppio, senza ricevere alcun danno da parte dell'animale, e cadendo a una certa distanza dall'albero. La diffusione operata dagli animali pu sortire risultati stupefacenti. H. N. Ridl ey, all'epoca in cui dirigeva l'Orto Botanico degli Stabilimenti degli Stretti i n Malesia, scriveva che vari alberi del giardino finivano con il venire circonda ti da una schiera d'altre piante, portatevi in forma di semi principalmente da u ccelli ed anche da scoiattoli. Un grosso fico alla fine si trov attorniato da 14 piante avventizie. Si noter che i meccanismi di dispersione dei semi e gli animali associati formano un complesso altrettanto specializzato di quelli osservati a proposito dell'imp ollinazione, e mostrano di possedere accentuate tendenze evolutive. I semi pi pri mitivi sono quelli degli alberi nelle foreste piovose tropicali, circa met dei qu ali sono portati da frutti commestibili come il durian di cui gi si detto, e i cu i semi restano per lo pi ai piedi dell'albero progenitore quando gli animali che divorano la polpa hanno fatto a pezzi il frutto. Ad esempio la Mora excelsa ha g rossi semi piatti che non rotolano n si possono diffondere in altro modo. In ques ti casi i germogli spuntano, ma restano in fase di sviluppo ritardato, finch l'et o il caso consentono alla luce di arrivare fino a loro: allora crescono tutti in sieme, e i pi forti e meglio piazzati vincono la corsa alla luce. L'evoluzione ha perfezionato i semi rendendoli atti a resistere al freddo e alla siccit, e dando loro piccole dimensioni per consentire agli alberi di crescere lontano dalla fo resta tropicale. Tra i metodi pi specializzati per la dispersione dei semi si ann overano quelli delle piante parassite, di cui si dar descrizione in sede appropri ata al capitolo 23. Va rilevato anche che in molti casi possono intervenire vari meccanismi. I semi del fiore di vetro, o noli me tangere, vengono espulsi da un meccanismo a esplosio ne, e in seguito possono venire trasportati pi lontano dall'acqua. I semi dell'Ag ropyrum junceiforme, o gramigna degli arenili, le cui propriet consolidanti posso no originare la formazione di dune costiere, vengono prima portati in giro dal v ento, e poi mossi sovente lungo le coste dal gioco delle correnti operanti al la rgo. I frutti di cacto possono venire mangiati da uccelli, roditori e formiche, mentre vento e pioggia trasportano i semi rimasti allo scoperto. In alcune piante lo stesso capo fiorale pu elaborare dispositivi assai variati. C erte parenti delle margherite hanno due - e nella comune calendula selvatica anc he tre - diversi tipi di flosculi, quelli tipicamente interni con un pappo piumo so per la dispersione per via aerea, e quelli esterni senza pappo, che restano m olto pi a lungo nel capo fiorale e vengono scossi all'esterno tutto attorno alla pianta genitrice. La Fedia cornucopiae, piantina delle regioni mediterranee, pro duce frutti di tre tipi diversi che si disperdono con l'aiuto del vento, dell'ac qua, dei grossi animali e delle formiche. Nella maggior parte dei casi si osservano anche la consueta sovrapproduzione e g li sperperi vigenti in natura. Semi e spore, cui non concessa la scelta del post o e delle condizioni in cui dovranno insediarsi, dovranno affrontare rischi imme nsi. Ma se una piccola percentuale dei semi - forse uno su un milione, per le or chidee - riesce a germogliare felicemente, basta a perpetuare la specie.

Capitolo 16. LA NASCITA. E" stato fatto il conto che se giungessero a maturazione tutte le spore emesse d a una vessia di lupo gigante di media mole, ne risulterebbero tante che, messe i n fila, potrebbero compiere cinque volte il giro dell'equatore; e se ciascuna di queste producesse a sua volta spore che andassero anch'esse tutte a buon fine, si otterrebbe una massa corrispondente ad 800 volte il peso della Terra. Per for tuna solo una minuscola percentuale di spore o semi giunge a maturazione e basta ad assicurare la continuazione della specie. Alcuni possono ritenere che la produzione effettiva di semi o spore sia in realt una nascita, mentre essa rappresenta di fatto uno stadio intermedio tra una pian ta adulta e un'altra - un periodo in cui questi disseminuli, come a volte li chi amano i botanici, riescono in qualche modo (casuale o sofisticato) a trovare un posto dove insediarsi definitivamente. Qui avviene la nascita o la germinazione, in condizioni favorevoli. Il periodo intercorrente tra la produzione dei semi e la germinazione non propri o tutto dedicato alla diffusione e alla ricerca di condizioni adatte per germogl iare; pu anzi trattarsi di un periodo molto lungo, e i semi dipendono spesso da c erti fattori esterni per poter germogliare. Nella maggior parte dei casi questi intervalli e i meccanismi d'avviamento esterni s'incaricano di assicurare la germi nazione al momento giusto, o di prolungarla o differirla in un lungo periodo di tempo. Una semplice spora di alga, muschio, felce o fungo, dotata di scarsissima riserv a nutritizia, emette una sottile escrescenza cava non particolarmente differenzi ata, che un po'"per volta passa alla fase vegetale successiva; uso questa espres sione perch gi abbiamo visto che molte delle piante pi primitive hanno una fase ses suata ed una asessuata. Invece la maggior parte dei semi dispone di una riserva alimentare, che nei cere ali e in molte leguminose pu corrispondere al 90% del peso del seme, e garantirgl i l'autosufficienza per parecchie settimane, mentre gli animali - noi compresi battono cassa per avere cibo subito. Anche nel caso di semi abbastanza piccoli, come sono quelli della lattuga, la riserva alimentare permette all'embrione di svilupparsi senza alcun aiuto per alcuni giorni. All'estremit opposta della scala vegetale troviamo il cocco, le cui noci hanno riserve cos ingenti che i germogli cresciuti al buio, e perci incapaci di fabbricare una nuova scorta alimentare, d opo 15 mesi hanno consumato solo la met della loro dotazione di nutrimento. In qu esto modo il cocco pu insediarsi in posti forniti di pochissima acqua dolce. I minuscoli semi d'orchidea non dispongono di riserve nutritizie, e in realt sono fatti solo di poche cellule non differenziate, ma la germinazione e lo sviluppo delle orchidee dipendono dall'associazione con un fungo - come vedremo in segui to -, per cui si tratta di un caso speciale. Il seme del ginkgo ben sviluppato e d ha una grossa scorta alimentare, ma pu essere privo dell'embrione, perch magari non stato nemmeno fecondato quando caduto dall'albero. Ma di solito presente qua lche tipo di pianta embrionale: si pu osservare l'inizio tipico della radice e de l germoglio accanto alle foglie seminali o cotiledoni, nelle quali viene spesso immagazzinata la riserva nutritizia, e queste plantule sovente sono molto divers e dalle forme adulte. I semi pi sviluppati sono quelli delle erbe, dove le radici con foglie e stelo embrionali mostrano gi il modello di quella che sar la pianta adulta; per la prontezza con cui avviano il processo di germinazione, questi sem i si possono paragonare a un feto di mammifero. Prima di germogliare i semi non hanno in pratica nessuna attivit interna. Ci si de ve al loro contenuto d'acqua estremamente basso, variabile dal 5 al 20% rispetto all'80-95% delle piante in accrescimento attivo. Inoltre l'acqua contenuta in u n seme viene controllata rigorosamente da forze interne, che non vengono meno pr ima che abbia funzionato il meccanismo scatenante della germinazione: i semi son o praticamente incongelabili, ed possibile estrarne l'acqua di solito solamente con metodi artificiali, quali la bollitura o il vuoto spinto, nessuno dei quali ha probabilit di verificarsi in natura. Questo l'ovvio motivo per cui i commercia

nti di sementi pi aggiornati vendono molti semi in confezionamenti sigillati e im permeabilizzati, preparati in condizioni di bassissima umidit atmosferica dopo ac curata essiccazione. Il contenuto d'acqua dei semi confezionati si aggira sul 4% . Certi semi in pratica vanno essiccati prima che possano germogliare. I semi per p resentano ampi scarti di tolleranza all'essiccazione. Semi di betulla sono stati conservati per lunghi periodi senza perdere la loro vitalit, sebbene il contenut o d'acqua, gi basso, si abbassasse fino allo 0,01%, sia pure in via eccezionale. Ma i semi dell'acero da zucchero muoiono se il loro contenuto d'acqua scende al di sotto del 30% circa, e lo stesso accade per i semi di riso selvatico e di cer ti agrumi. I semi dello sparto arenicolo Spartina maritima perdono la loro vital it in 40 giorni all'asciutto, ma restano vivi per almeno 8 mesi se vengono conser vati in acqua di mare! Altri semi invece si possono bagnare ed asciugare parecch ie volte senza danno, anche se hanno gi cominciato a germogliare, come accade per i fagioli e il grano. L'inerzia iniziale del seme e delle spore significa che per un certo tempo sono in grado di sopportare difficili condizioni ambientali. La maggior parte delle s pore in grado di germinare e germoglia molto rapidamente, sebbene ci non sia in a lcun modo indispensabile: si sa ad esempio che le spore del licopodio possono so pravvivere fino ad otto anni. I semi possono durare per periodi molto diversi. A lcuni sono vitali - cio capaci di germogliare - solo per poche settimane. I semi di molte erbacce possono restare vitali per decenni, ed esiste un'ampia gamma di semi che riescono a germogliare anche dopo un secolo o due. Sono stati fatti ge rmogliare semi di loto indiano che certamente non avevano meno di 1000 anni. Nel 1951 sono stati trovati in Giappone tre semi vivi di loto assieme ai resti di u na canoa in fondo a un lago; la datazione con il radiocarbonio aveva attribuito al legno della canoa pi di 3000 anni di et, e se i semi hanno uguale et, come proba bile, il limite di longevit di questa pianta risulta notevolmente prorogato. Ma l a vitalit massima conosciuta attualmente quella dei semi di lupino artico scopert i nel permafrost polare, che si possono datare a 6000, o fors'anche 10000 anni f a. Per quanto riguarda la sola durata si possono prendere in considerazione i ba tteri: specie mobili trovate congelate nell'Antartico, e fatte risalire a milion i di anni fa, sono state successivamente fatte rivivere. Molti fattori possono contribuire alla perdita di vitalit di un seme, e non dobbi amo occuparcene in questa sede, tanto pi che l'invecchiamento e la morte dei semi ci sono tutt'altro che noti in ogni loro aspetto. In ogni partita di semi vecch i si trovano percentuali crescenti di semi morti. In alcuni casi - ad esempio ne lla lattuga, nel granoturco, nel cavolo e nel trifoglio - le piante sviluppate d a semente vecchia possono essere striminzite o dare minore resa, ma in certe alt re succede il contrario, come nei fagioli "mungo" tropicali. Molto dipende dalle condizioni in cui sono stati conservati i semi vecchi, per cui non sorprende ch e ne possano venire colpite le capacit germinative. Le esigenze fondamentali di un seme ai fini della germinazione sono date da acqu a, ossigeno e giusta temperatura. Alcuni semi germogliano non appena maturano, s pecialmente quelli di piante tropicali come il durian e la mangrovia. Il fatto c he molti semi non germoglino necessariamente, non appena sussistano condizioni i deali, altrettanto interessante dei primati di vitalit. Numerosi fattori motivano un periodo di quiescenza. A volte non si tratta che di un accorgimento inteso a garantire che i semi possano germogliare nella primavera successiva alla loro m aturazione, quando ci sono buone prospettive di crescita, piuttosto che in analo ghe condizioni d'autunno, quando l'inverno pu distruggere i teneri germogli, ad e sempio nelle piante annue e nella maggior parte delle piante delle specie alpine . Il fenomeno controllato tipicamente da un periodo di tempo freddo ma abbastanz a umido. Molte piante mediterranee non germogliano sotto l'azione di un periodo iniziale a temperatura elevata, che impedisce ai germogli di trovarsi esposti al l'arsura estiva. In molti altri casi il letargo prolungato fa s che in una partit a di semi una certa percentuale possa germogliare ogni anno su un lungo arco di tempo. In molte piante, come ad esempio in certe specie di trifoglio, la semente programmata in modo che una parte germoglia subito, mentre il resto spunta come se nel seme agisse un meccanismo ad effetto ritardante. Lo Xanthium pennsylvani

cum, che una specie di lappola americana, produce due semi per ogni capsula, dov e quello inferiore germoglia rapidamente mentre quello pi in alto ha la caratteri stica innata di osservare un lungo periodo di letargo. Il notissimo spinacio sel vatico ha un seme grosso che germoglia subito, e piccoli semi di tre tipi divers i germoglianti a varia scadenza. L'indugio invernale dipende di solito da un processo detto di svernatura, o vern azione, che pu essere controllato dalla temperatura - il fattore di gran lunga pi comune - o dalla graduale putrefazione, o dilavamento, o putrefazione delle sost anze chimiche ad azione inibente incorporate. Non esiste nulla di simile nel reg no animale, dove, una volta avvenuta l'unione sessuale, si ha la produzione imma ncabile di prole ad epoca data, buone o cattive che siano le condizioni. Come ha scritto P. A. Thompson, molte piante hanno messo a punto meccanismi che consento no loro anzitutto d'ignorare il presente e di prevedere il futuro, e inoltre di misurare il passare del tempo rilevando il sopraggiungere e il trascorrere dell' inverno. Il freddo invernale il principale agente di controllo della svernatura, ma anche gli sbalzi di temperatura tra il giorno e la notte hanno spesso importa nza cruciale. Le temperature dei deserti sono collegate all'andamento stagionale, e regolano l a germogliazione di piante concomitanti: cos se piove nel deserto del Colorado e la temperatura si aggira sui 10 gradi C., germogliano prevalentemente erbe annua li di tipo vernengo, mentre tra i 26 e i 30 gradi C. spuntano quelle di tipo est ivo. I cacti in regioni cos calde spuntano meglio tra 30 e 40 gradi C., e si trat ta di un avvenimento rapidissimo, perch le piante possano insediarsi prima che ve nga meno l'umidit. Un fatto piuttosto sorprendente che occorre anche la luce perch possano germoglia re molti semi, quali quelli del tabacco, della digitale, di molte primule e di c erte lattughe. Il letargo di queste ultime, provocato con l'oscurit, si pu interro mpere con l'illuminazione bassissima anche di un solo minuto. Alcuni semi attiva ti dalla luce devono restare esposti alla luminosit di giornate lunghe o brevi pr ima di poter germinare: cos i semi di betulla devono avere 16 ore di luce al gior no prima di entrare in germogliazione. Lo spuntare delle digitali nelle radure dei boschi rappresenta sovente un avveni mento spettacoloso, e induce a credere che i semi riescano a distinguere le vari azioni d'intensit luminosa, essendo inutile che una digitale spunti sotto una den sa cupola di fogliame. Questa capacit di fotocellula effettua infatti la misurazion e qualitativa della luce, e fa s che sia assicurato il letargo alla luce rossa ch e filtra attraverso il fogliame. Altri semi invece non tollerano la luce: le cipolle ne sono un esempio casalingo . Una chiara finalit si rileva dalla fotofobia della zucca amara o coloquintide, che vive tipicamente sui macereti sabbiosi e ghiaiosi. L'umidit fa scattare il me ccanismo di germogliazione, ma solo in assenza completa di luce, il che fa s che il germoglio se ne stia sotto terra, con qualche probabilit di poter mettere radi ci prima di trovarsi esposto al calore bruciante del deserto. I semi che hanno b isogno di oscurit per germogliare possono riprendere il loro stato di letargo se vengono esposti a un breve bagliore luminoso. Anche le piante acquatiche hanno bisogno di luce sufficiente per germogliare. Il che significa disponibilit di acqua poco profonda, dove i germogli hanno molto m aggiori probabilit di crescere e sopravvivere. Alcuni germogli di piante acquatic he galleggiano, e dispongono in questo modo di un altro sistema di dispersione: lo si trova in molte piante delle regioni temperate che vivono lungo le rive dei fiumi, in alcune piante delle lagune salmastre e nel loto giallo indiano. Un anno di semente e sette anni di erbacce assicura un vecchio giardiniere. Le erb acce sono insuperabili nello scaglionare la loro vitalit di germogliazione sull'a rco d'interi decenni, spuntando ogni qualvolta vengano portate alla superficie d el suolo dai lavori agricoli; la luce il fattore principale che le porta a germi nare, come succedeva durante la prima guerra mondiale, quando le granate aravano il terreno delle Fiandre, originando fantastiche fioriture di piante annuali di papaveri. E" stato calcolato che per ogni ettaro di terreno coltivato ci sia al meno un miliardo di semi d'erbacce nascosto nella terra umida, in attesa che ven ga la luce a liberarli dalla loro prigionia. Una parte importante tocca anche al

la temperatura e al contenuto in gas a diverse profondit nel suolo. I duri rivestimenti esterni dei semi, impermeabili all'acqua, e talvolta anche a ll'ossigeno, possono ammorbidirsi per il mutare delle condizioni di umidit e temp eratura, o possono scortecciarsi muovendosi su superfici dure. Altri si sfascian o per la putrefazione causata da batteri o funghi. Alcuni semi, ad esempio quell i del loto, contengono vere e proprie sostanze antibiotiche per ritardare anche questa eventualit! Molti semi devono passare attraverso i visceri di un animale p rima di mettersi a germogliare prontamente, come nel caso di molte specie i cui semi sono ingeriti dagli uccelli; questo passaggio di norma elimina le sostanze che inibiscono la germinazione. Tra gli esempi pi strani a questo riguardo c' quel lo di un pomodoro che cresce solo alle isole Galpagos, che germoglia solo dopo es sere passato attraverso l'intestino delle testuggini elefantine - ma non se vien e ingerito ed eliminato da qualsiasi altro animale! Questa gigantesca tartaruga ha movimenti lenti, ma anche la sua digestione lenta, e cos il pomodoro viene dif fuso molto efficacemente in questo modo. Un altro meccanismo scatenante il fuoco - causato in natura dal fulmine - come r isulta dagli esempi forniti da molte piante, tra le quali va incluso il pisello mirabile (Clianthus dampieri) dell'Australia, che spunta in abbondanza dopo un i ncendio nella foresta, e sembra imitare il rosseggiare delle fiamme con i suoi f iori brillanti. Nelle regioni dei tropici certe acacie ed albizzie costituiscono la nota dominante del paesaggio, perch il suolo viene incendiato ad intervalli r egolari, e il fuoco stimola i semi a germogliare. Il fuoco inoltre un metodo app licabile per far uscire i semi da robustissime pigne - come quelle del pino da p inoli - che non si aprono con altri metodi pi ortodossi. Dopo il fuoco altri fatt ori favoriscono la rapida germinazione: la luce, l'aria e l'abbondanza di nutrim ento. In Gran Bretagna l'epilobio si chiama anche erba del fuoco, perch spunta prontame nte dove stato acceso il fuoco. Perci questa pianta si diffusa lungo i tracciati delle nuove ferrovie, e poco dopo ha seguito le prime automobili lungo le strade rotabili, perch gli automobilisti accendevano fuochi quando si fermavano a fare il picnic. Ho sentito dire che l'epilobio comparso in certi posti sull" Himalaya dove stato acceso il fuoco, e dove non si era mai vista questa pianta a memoria d'uomo. Alcuni semi rivelano forme di adattamento ancora pi astute. Cos nella Valle della Morte e in analoghe localit dei deserti della California si trovano molte piante annue. I piccoli acquazzoni non vi sono infrequenti, ma i semi di queste piante deserticole riescono a fare la distinzione tra una successione di modeste acquat e e un vero nubifragio, anche se in ambedue i casi s'inzuppano allo stesso modo. La motivazione di questo comportamento pare risieda nel fatto che l'acqua dilav a via un inibitore della germinazione, ma questa sostanza viene ricostituita in qualche modo tra un acquazzone e l'altro. Molti semi passano certamente pi volte dalla fase di via a quella di alt. Una pioggia artificiale anche vigorosissima non riesce a imbrogliare i semi del deserto, ingranati in quella che Bnning ha indicata come la struttura temporale de ll'ambiente, e inoltre provvisti di inibitori chimici della germogliazione che va nno dilavati al completo. In questo modo si creano quei manti di fiori che compa iono dopo le piogge in certe parti del Nordafrica, e si dicono giustamente effim eri, perch possono appassire nello spazio di poche settimane dopo aver fatto fior i e semi. Le piante annue a fioritura invernale sono le specie tipiche - e talvo lta uniche - dei deserti pi aridi, perch possono ricevere la pioggia anche una sol a volta in parecchi anni. I semi delle piante del deserto sono forse quelli pi sofisticati e truccati di tutt i, e ne hanno bisogno. Molte piante hanno semi di due tipi. Una salsola, la Sals ola volkensii, ha un primo tipo di seme verde con un embrione contenente clorofi lla, e un altro seme giallo senza clorofilla. Il primo germoglia dopo la pioggia , mentre l'altro ha incorporata la capacit d'ibernazione fino a cinque anni senza perdere nulla della sua potenza germinativa. Nella composita nana Gymnarrhena i frutti di due tipi diversi sono rispettivamente aerei e sotterranei. Nella magg ioranza sono del primo tipo, provvisti di un piccolo paracadute o pappo, che li po rta lontano con l'aiuto del vento, e li fa germogliare come e dove possono, sogg

etti ad elevata mortalit, ma con buona capacit di dispersione. I frutti sotterrane i sono prodotti da fiori situati appena al di sotto della superficie del suolo, sono sprovvisti di pappi ed hanno maggiori dimensioni, e restano nel tessuto del la pianta genitrice morta e lignificata, di modo che germogliano sul posto. Essi formano germogli molto pi grandi e resistenti alla siccit dei semi aerei, e il lo ro sviluppo si avvantaggia del fatto che le radici morte della pianta genitrice da principio si raggrinzano e formano dei capillari nel terreno. Basta una lieve pioggerellina a riempirli d'acqua rapidamente, di modo che le radici morte l'as sorbono gonfiandosi e mantenendo l'umidit. Cos i semi sotterranei che non sono and ati dispersi hanno l'acqua, e non sono esposti all'evaporazione superficiale. Altro esempio particolare. Lo Pteranthus dichotomus, dalle infiorescenze spinose , produce frutti di tre tipi, a seconda della crescita che fa in una particolare stagione. Dopo una cattiva annata si trovano solo i frutti del tipo che germogl ia subito alla prossima stagione piovosa. Dopo annate buone, invece, frutti di t re tipi hanno insita la capacit di germogliare subito, a media scadenza e molto d opo, ma a questo scopo occorrono diverse combinazioni di luce e temperatura. Que sto mirabile meccanismo di regolazione dilazionata assicura la presenza ininterr otta di semi vitali nel terreno, pronti all'occasione quando concorrano adatte c ircostanze climatiche. Condizioni del genere potrebbero essere attuate anche dal le peste dei cammelli, che offrono alle piantine riparo e suolo pi compatto - di modo che la sabbia trattiene l'acqua pi a lungo - e infatti si vedono spesso le o rme lasciate dalle carovane pullulanti di germogli. La germinazione comincia con l'assorbimento dell'acqua, e non pu avvenire senza d i essa. La prima fase di questa assunzione d'acqua non necessariamente regolata dal seme; anche i semi morti possono assorbire acqua, e il processo pu avvenire a nche quando non vi sia disponibilit d'ossigeno tale da permettere lo sviluppo del seme. Un rivestimento molto duro o impermeabile impedisce ovviamente al seme d' assorbire acqua, e il giardiniere pu accelerare la germinazione togliendo o frant umando tale copertura, come si fa tipicamente con i baccelli dei piselli odorosi . In questa fase operano forze succhianti vigorosissime, e si segnalano primati fino a 2000 atmosfere. Per, non appena il seme ha un adatto contenuto d'acqua - p ari al 50-60% del peso -, questa cosiddetta imbibizione colloidale viene sostituit a da forze osmotiche, e all'incirca in questo momento ricomincia la vita del sem e, mentre i tessuti interessati si riattivano in vario modo. Le fasi d'attivazio ne che entrano in gioco man mano che si bagnano i tessuti, con successiva immiss ione di enzimi latenti, ricordano in certo qual modo le varie fasi d'accensione di un razzo destinato a entrare in orbita, o le operazioni necessarie per memori zzare i dati in un cervello elettronico. Quando tutti i sistemi hanno ricevuto il via, le cellule cominciano a moltiplicars i, mentre le strutture della radice iniziale, o radicola, si spingono verso il b asso, condizionate dalla forza di gravit e indipendentemente dalla posizione del seme; poco dopo il primo germoglio, o plumula, si dirige verso l'alto, ugualment e condizionato dalla luce e dalla forza di gravita - negativamente in quest'ulti mo caso. Molto spesso lo stelo della plumula piegato ad uncino; si tratta di un uncino relativamente duro che si fa strada scavando nel terreno, finch esce all'a perto e la punta della plumula, molto pi delicata, pu raddrizzarsi. I grossi semi di molti alberi delle foreste tropicali possono issare la loro plumula fino all' altezza di un metro o pi - una specie arborea malese fino a tre metri -, in modo che il germoglio sia ben libero dai detriti circostanti, e possa disporre di un trampolino adatto al suo balzo verso l'alto, dove la luce riesca a penetrare att raverso la densa volta del fogliame. Questi semi hanno grosse riserve nutritizie atte a consentire ai germogli di superare questa fase cruciale con pochissima l uce. La clorofilla comincia a formarsi di solito quando il germoglio o le foglie del seme arrivano a vedere la luce. In alcune piante fiorenti i cotiledoni embrional i gi contengono clorofilla, e i germogli di conifere possono produrla anche al bu io. Alcuni semi di conifere, anzi, possono mettersi a germogliare quando sono an cora nella pigna, e non impresa molto agevole. In certe piante, segnatamente in alcune variet d'agrumi, l'embrione sessuato deri vante dalla fecondazione del fiore pu risultare accresciuto, o anche soppresso, d

a parecchi embrioidi asessuati che derivano da altre parti dell'ovulo (cellule nuc ellari). Ne derivano germogli identici alla pianta genitrice. Il successo del seme dipende naturalmente dalle possibilit della radicola di trov are umidit e nutrimento in quantit adatte, ma per un certo tempo - come abbiamo gi visto - il seme si mantiene con le scorte nutritizie incorporate. Il motivo per cui i cocchi e i semi di altre palme possono sopravvivere tanto a lungo, dipende dal fatto che il cotiledone cresce "dentro" la scorta nutritizia fino ad assorb irla completamente, impiegando questo tempo per emettere radici esterne, mentre contemporaneamente spinge in alto un germoglio e le foglie. Alcune plantule, in particolare quelle di specie che producono bulbi sotterranei , tuberi o radici di deposito, nel loro primo anno possono limitarsi ad espander e le foglie cotiledonari del seme, concentrando gli sforzi sullo sviluppo delle parti sotterranee. Certe gigliacee possono anche non spuntare nemmeno dal suolo. Ma nella maggior parte dei casi le foglie adulte tengono dietro ben presto alle foglie cotiledonari, e il processo di crescita continua ininterrotto per dare l uogo alla pianta adulta. Capitolo 17. GLI OPPORTUNISTI. Opportunismo, nella descrizione datane dal dizionario Webster, la politica od abi tudine di adattare le proprie azioni... alle circostanze... per favorire i propr i interessi immediati, senza tenere conto dei principi fondamentali o delle cons eguenze finali. Quanto sopra calza perfettamente per molte piante le quali, sempr e puntando su opposte probabilit, hanno messo a punto altri mezzi di sviluppo - d el tipo noto tecnicamente come vegetativo - che sovente integrano il seme. Quest o tipo di diffusione quello che d tanto successo a molte erbacce, o la misura del la loro malvagit secondo i vari punti di vista. Questi metodi vegetativi si ritrovano spesso nelle piante colonizzanti che si sv iluppano dai semi in un nuovo ambiente e lo trovano insoddisfacente per la fiori tura e la produzione dei semi. Infatti certe piante che si moltiplicano in quest o modo sono o diventano sterili. Questo spesso il caso delle piante acquatiche. Ne un esempio il calamo aromatico, introdotto in Europa dall'uomo, che deve la s ua ampia diffusione ai rizomi che si spezzano e galleggiano sull'acqua. Altro es empio quello dell'elodea canadese, introdotta in Inghilterra nel 1842, che a un dato momento blocc i corsi d'acqua dopo essersi sviluppata rapidissimamente da pa rti spezzate; la pianta introdotta era unisessuata e incapace di riprodursi. Tra le piante pi o meno sterili che si sono trasformate in erbacce di successo o col onizzatrici, va compresa la strisciante "veronica filiforme", flagello dei prati da gioco, assolutamente sterile; varie specie di menta, che emettono semi raram ente e si moltiplicano per radici sotterranee; i bamb dalla rapida diffusibilit, c he danno fiori e semi solo a lunghissimi intervalli; mentre le lenticchie di pal ude fioriscono di rado e vengono trasportate dalle zampe degli uccelli palustri. Molte piante primitive hanno occhi o gemme di crescita staccabili. Nell'epatica Ma rchantia queste gemme sono alloggiate in minuscole coppe, e le gocce di pioggia, colpendole, possono sbalzare le gemme a un metro di distanza. Certi muschi port ano gemme del genere in una rosetta di foglie disposte a tazza, altri invece in un ciuffo su un lungo gambo. Analoghe coppe a percussione si ritrovano anche in alcuni funghi, e rappresentano i precursori dei dispositivi congeneri elaborati per espellere i semi dalle piante fiorenti. Altre piante a struttura pi semplice si rigenerano prontamente dai loro frammenti, compresi i muschi palustri e certe alghe. Due specie di sargassi possono moltiplicarsi solo in questo modo. I funghi, se non altro quelli di maggiori dimensioni che forniscono i comuni fun ghi mangerecci ed altri corpi fruttificanti, tendono ad espandersi a raggera. La loro diffusione raggiata dipende dal fatto che essi esauriscono il terreno e po ssono trovare nuovo alimento solo fuori del loro punto d'origine. Ne derivano i c erchi delle streghe o delle fate, di alcuni dei quali si sa che hanno parecchi seco li di vita. Si trova un anello tipico d'erba pi rigogliosa e scura proprio all'es terno del cerchio fungino, creato dall'attivit dei fili fungini, o micelio, nel t erreno di cui essi si nutrono, con emissione di ammoniaca e formazione di sali a

mmonici che a loro volta stimolano la crescita dell'erba. Talvolta all'interno d el cerchio pi scuro si osserva un altro anello di terreno completamente spoglio: ci dipende dal fatto che il suolo si dissecca completamente quando tutto invaso d i cordoni fungini, ed quello che ha fatto pensare a streghe o fate danzanti in t ondo. Man mano che i cordoni fungini muoiono, si decompongono, e in seguito al l oro disfacimento si pu originare un altro cerchio verdeggiante d'erba scura e rig ogliosa. Questo il modo normale ed inesorabile di diffusione dei funghi terragnoli. Altri funghi invece si moltiplicano nel legno, vivo o morto, con altrettanta inesorab ile progressione. Qualche specie appresta anche speciali condutture. Le armillar ie, dette anche funghi del miele, sono parassiti mortali degli alberi, temuti da i giardinieri e dai forestali, e producono nere radici sotterranee dette rizomorfi , la cui comparsa spiega il nome che viene dato loro in certe parti di funghi a s tringhe da scarpa. I rizomorfi possono invadere il terreno per parecchi metri all a ricerca di nuove radici d'albero. A volte queste stringhe s'infiltrano nelle c ondutture dell'acqua come radici d'albero, e si segnala un caso di ostruzione di una tubatura del diametro di 15 centimetri per la lunghezza di circa due metri, a quattro metri di profondit sotto terra. Altro temibile fungo dotato di analoghe capacit il "fungo della carie secca", che divora e polverizza il legno morto, come ben sanno parecchi padroni di casa. An che in questo caso si formano cordoni rizomorfi in grado di attraversare per par ecchi metri una sostanza inerte come il cemento alla ricerca di nuove fonti di n utrimento sotto forma di travicelli o assiti. Quella curiosa associazione tra un fungo e un'alga che il lichene, cresce sulle rocce nude ed ha spesso forma circolare, ma mentre l'et di un cerchio delle streg he si misura a spanne o in decimetri, quella di un lichene si calcola in frazion i di centimetro. Altri licheni a tendenze tridimensionali pi accentuate si spezze ttano, e anche in questo caso abbiamo a che fare con le usanze e credenze popola ri. I licheni crostosi del genere Lecanora crescono in tutte le steppe e i deser ti asiatici. La crosta di lichene crescendo si arrotola e si spezza: i frammenti vengono portati in giro facilmente dal vento, e se viene un temporale sono port ati via dall'acqua. Succede cos che grandi masse di licheni si depositano negli a vvallamenti del terreno quando l'acqua se ne va, e si segnalano casi di mucchi e normi che hanno consentito di raccoglierne anche a 5 chili per volta. Questo tip o di lichene si pu macinare e cuocere come il grano, e rappresenta la spiegazione pi accettabile della manna citata nella Bibbia: i botanici comunque lo chiamano lichene della manna. Le piante superiori hanno radici, molte delle quali possono mettere gemme e germ ogliare ad intervalli. Questa capacit viene sfruttata prontamente da piante quali il pioppo tremolo e il ciliegio, o da arbusti quale l'olivello spinoso; per cui si originano nuove piante fino a quasi 30 metri di distanza dal tronco progenit ore. Pi insidiose sono le piante erbacee che vanno pi lontano e pi in fretta, forma ndo un guaio perenne di erbacce inveterate: felce aquilina, gramigna, podagraria , vilucchio e temibili equiseti, le cui parti sotterranee sono pi germoglio che r adice, e penetrano fino alla profondit di 20 metri sotto terra. Ad intervalli por tano dei piccoli tuberi che si staccano se le piante vengono divelte dal suolo, fungendo da punti di ricaccio se un erbicida selettivo elimina la parte superior e del germoglio. E" stato detto che sarebbe impossibile misurare una sola pianta vecchia di felce aquilina, tanto esteso il suo sviluppo. Se si distrugge la par te aerea, vi sono subito gemme di crescita di et diversa pronte a subentrare con nuove fronde. Una pianta si diffonde verso l'esterno di un metro all'anno, e il viluppo sotterraneo di radici stato valutato sui 2500 chili per ettaro. Alcune piante introdotte originariamente a titolo ornamentale hanno rivelato ide ntiche tendenze infestanti - quali l'enorme poligono giapponese, i bamb messicani, varie euforbie, l'acanto e la romneya o papavero arboreo. Molto spesso piccoli f rammenti di radice possono rigenerare la pianta intera, come accade anche per ce rte erbacce dalle radici provviste di cuffia radicale (piloriza), ad esempio nel tarassaco. Certe piante si muovono in una sola direzione, con tattica che ricorda quella de i funghi che fabbricano i cerchi delle streghe ed esauriscono le riserve nutriti

zie del terreno: tra queste il lampone, che pu estendersi per un paio di metri al l'anno. Altre producono una massa cos compatta di radici, da non lasciar crescere niente altro in mezzo. Ad esempio le ortiche, la verga d'oro e la canna comune di palud e. Il farfaraccio associa la produzione in massa di radici alla formazione di fo glie tanto lussureggianti, da non lasciare ad altri germogli la possibilit di spu ntare. Abitudine condivisa da molti parenti tropicali dei gigari. Tuberi e bulbi carnosi sono solo versioni migliorate di una gemma radicale, e fo rniscono abbondante sostentamento ai rampolli. Ne un esempio il topinambur, che trova una replica nei tropici ad opera della Thladiantha imparentata con le zucc he. In quest'ultima si formano cordoni di 5-10 tuberi lungo i germogli sotterran ei, con bulbilli ad una certa distanza dalla pianta genitrice. La diffusione di questi bulbi sotterranei dal capostipite centrale causata qualche volta - ad ese mpio nell'Allium paterfamilias somigliante ai porri - dalle contrazioni di lungh e radici orizzontali al di l dei bulbilli, che vengono cos trascinati verso l'este rno. Efficientissime in termini di opportunismo, e mortali in veste di erbacce, sono poi certe piante che producono masse di bulbilli sciolti, cio minuscoli bulbi min iaturizzati. Esse sono particolarmente efficienti nei terreni coltivati, dove l' aratura disperde la progenie su ampio raggio. Ne sono esempi certi parenti delle cipolle, la ficaria e specialmente varie specie di acetosella. E" piuttosto buf fo il fatto che la maggior parte delle infestanti acetoselle sia sfata introdott a in vari Paesi in veste di piante ornamentali, quali la rosea Oxalis floribunda in Gran Bretagna, e la gialla O. pescaprae nei Paesi mediterranei. Chiunque abb ia visto questa acetosella gialla pi di capra - cos detta, ovviamente, da uno dei su oi mezzi di diffusione - tappezzare vigneti ed oliveti, si render conto di come l 'Oxalis pescaprae sia una pianta di successo. I bulbilli sciolti vengono dissemi nati tutt'attorno ad ogni tentativo di sradicare la pianta capostipite, oppure s i sparpagliano sulla superficie asciutta del suolo in estate, o possono venir tr ascinati in basso dalle contrazioni del tubero conico carnoso progenitore, alla fine della stagione. La sfogliatura non fa che stimolare la produzione di nuovi bulbilli. Fino a poco tempo fa non esisteva alcun mezzo chimico efficace contro l'acetosella, ed anche oggi le prospettive sono alquanto aleatorie. Prima che ve nisse introdotta nelle Isole Britanniche, il Ministero dell'Agricoltura raccoman dava di far pascolare maialetti sui terreni infestati - suini giovani perch il lo ro apparato digerente distruggeva i bulbilli, a differenza di quello dei porci a dulti. Questa soluzione non mai sembrata molto felice agli occhi dei giardinieri . C' una certa ironia nel fatto che la pianta originaria introdotta nel bacino de l Mediterraneo (a scopo ornamentale a Malta) fosse una forma sterile: la sua inn umerevole progenie non fa semi. Alla superficie del suolo il modo pi facile di diffusione concesso a una pianta s embra essere a mezzo di stoloni, quei germogli a basse arcate che originano plan tule ad intervalli, come nelle fragole, o gettate molto pi lunghe che infine si p iegano verso il basso e mettono radici in cima, come nel rovo. Introdotto in Nuo va Zelanda, dove ha trovato condizioni di crescita ideali, il rovo a more nere s i rivelato una delle piante infestanti pi maligne del Paese, ed ha originato la s toria secondo la quale si tratta di due sole piante di rovo, una che avvolge tut ta l'Isola Settentrionale, mentre l'altra avviluppa l'intera Isola Meridionale; e manca poco che sia verit. Varie specie di piante procedono analogamente, con la tattica dei balzi successivi, ivi comprese le attraenti felci ambulanti o adian ti, e il Chlorophytum elatum, noto come pianta d'appartamento sotto il nome di H artwegia. Questa progenie, tuttavia, resta collegata con la pianta genitrice finch gli stol oni marciscono e, sebbene si formino vaste colonie, il metodo non assicura abitu almente ampia diffusione. Ci si verifica solo quando si formano virgulti che si s taccano presto dalla pianta originaria. Certe piante primitive possiedono questa capacit, che tuttavia si manifesta in tutta la sua eleganza nelle piante acquati che. La piantina galleggiante del "morso di rana" emette stoloni che da principi o formano nuove piantine adulte, mentre sul finire della stagione nuovi stoloni portano spesse gemme. Queste, una volta giunte a maturazione, si liberano e cala

no sul fondo, da dove spuntano a primavera. Naturalmente quando sono in fase gal leggiante possono venir portate lontano dalle correnti d'acqua. Anche la "lingua d'acqua" emette identiche gemme invernali, quando i gambi annuali cominciano a marcire in autunno. Molte piante di terra hanno parti aeree staccabili, che possono essere bulbilli, come accade in molte cipolle, dove i bulbetti possono sostituire completamente i fiori. Anche alcune gigliacee producono bulbilli; nel giglio croceo alpino que sto sistema sostituisce spesso completamente la produzione dei semi, perch questo bellissimo fiore cresce su praterie falciate per la fienagione molto prima che si possano formare i semi. La sassifraga inclinata vive in posti cos freddi che n on sempre riesce a fare i semi. I bulbilli possono avere grandissima resistenza: quelli della poa sinaica possono tollerare temperature di 80 gradi C., ed emett ere radici nello spazio di poche ore quando cade la pioggia. A volte i bulbilli vengono ingeriti dagli uccelli come se fossero semi, e traversano il loro corpo pi o meno indenni: cos la pernice di Scozia mangia quelli del "poligono viviparo" alpino. Altra rassomiglianza con i semi si nota nella Ramusatia tropicale, i cui bulbilli sono provvisti di uncini e formano lappole, in modo che gli animali li possono trasportare a distanza. Si osservano anche veri parti vivipari, in cui vengono date alla luce forme giov anili perfettamente sviluppate. Parecchie erbe, come la poa alpina, originano pl antule di questo genere, pronte a svilupparsi con foglie e radici, queste ultime parzialmente formate; alcune hanno nomi pittoreschi quali la sassifraga stoloni fera o madre di mille, dove le forme giovanili sono portate da lunghi steli esilis simi, o la Tolmiaea Menziesii o "toccaeattacca", la cui prole compare sulle vecc hie foglie e mette radici non appena tocca il suolo. Parecchie felci hanno gemme riproduttive di questo tipo. Alcune delle piante grasse Kalancho portano i rampolli attorno ai bordi o sulla p unta delle foglie. Essi si staccano facilmente al tocco, ma la Kalancho tubiflora dispone di una speciale attrezzatura di lancio. I rampolli si formano su certi corti piccili presso la punta delle foglie cilindriche. Queste minuscole piante h anno foglie arrotondate che formano una specie di coppa staccata. Se la colpisce una goccia di pioggia, viene spinta verso il basso: il gambo funziona come un t rampolino, e scatta in su, gettando la plantula fino alla distanza di un metro e mezzo. Non soddisfatta del suo capo fiorale alto sette metri, la Furcraea foetida del B rasile produce masse di plantule in mezzo ai fiori. La spettacolosa infiorescenz a lunga due metri della imparentata Agave attenuata si piega formando un grande arco, portando fiori nella met inferiore e plantule nella parte ricurva superiore . Le agavi muoiono dopo la fioritura, per raggiungere la quale possono anche imp iegare parecchi anni, e di solito producono anche stoloni vaganti attorno alla r osetta progenitrice, a somiglianza di quanto fanno molte altre piante affini. Tra le piante infestanti acquatiche di maggior successo si annoverano il famiger ato "giacinto d'acqua" ed una salvinia appartenente alle cosiddette felci d'acqu a. Il primo ha una vescica gonfia alla base di ogni foglia della sua rosetta, me ntre la seconda produce foglioline piatte appaiate. Ambedue si moltiplicano per divisione semplice. Il giacinto d'acqua, nella forma introdotta artificialmente, rappresenta un altro caso di pianta sessualmente sterile, ed ha ostruito innume revoli corsi d'acqua tropicali, mentre la felce d'acqua preferisce gli specchi d 'acqua tranquilli come quello formato dalla diga di Kariba, dove forma densi e c ompatti tappeti lunghi letteralmente chilometri e chilometri, sui quali crescono altre piante; le foglie in via di disfacimento sotto il frondame vivo conferisc ono grande spessore al tappeto vegetale, e sono stati visti perfino bufali morti sostenuti da queste isole d'erbe. Queste erbe acquatiche non solo rendono i fiumi intransitabili, ma tolgono loro la luce, e consumano tutto l'ossigeno contenuto nell'acqua, in modo da distrugge re ogni forma di vita acquatica; il che a sua volta influisce sull'esistenza del le popolazioni umane che vivono di pesca. A tutt'oggi non si riusciti a distrugg ere queste piante con nessun mezzo che non sia quello di spazzarle via meccanica mente, ma in ogni caso restano mucchi di materiale maleodorante a imputridire su lle rive.

Le piante grasse hanno un altro trucco a loro disposizione, quello di spezzarsi facilmente. Le foglie dei Sedum, ad esempio - rodiola, erba di San Giovanni, erb a pignola, pinocchiello, eccetera - assieme alle Crassulae loro congiunte e ad a ltre piante succulente affini, si rompono con estrema facilit. Anche semplicement e giacendo alla superficie del suolo producono radici all'estremit spezzata, che si abbarbicano al terreno, si tirano dietro la foglia, e danno origine a una nuo va piantina. Molte piante a tronco succulento possiedono capacit rigenerative alt rettanto strabilianti, come ben sa chiunque abbia cercato di coltivarle. Alcune specie si affidano alla fragilit dei loro germogli, ad esempio il Senecio o "pian te delle candele", che ha giunture cos precarie tra un germoglio rigonfio e l'alt ro, e cos fragili che si possono spezzare e staccare, quando il germoglio pi in al to troppo pesante, o per un forte colpo di vento, o per l'urto di un animale. Un a volta caduti al suolo, si sviluppano radici da ogni punto di contatto. Alcuni semprevivi formano rosette in miniatura che si staccano con uguale facilit, sebbe ne in certe specie esse siano collegate alla pianta originaria a mezzo di uno st olone: il caso del Sempervivum soboliterum, cui questa caratteristica ha valso a nche il nome di chioccia e pulcini. Il "muschio spagnolo" cos diffuso nell'America tropicale - in realt si tratta di u na bromeliacea di aspetto simile a un muschio - si moltiplica in parte grazie ag li uccelli che ne usano i lunghi gambi flessibili come materiale per costruirsi il nido. Va notata infine la mirabile capacit dei rami spezzati a formare radici, come nel salice e nell'olivello spinoso, e da frammenti di radici di giunco, carice e co s via. Divelti dagli uragani possono venire trasportati a distanza di chilometri dall'acqua di un torrente, e riescono a mettere radici dando vita a nuove piante , se appena vengono deposti in un luogo fornito di sufficiente umidit. Questa inn ata vitalit la forza che si agita dietro ogni aspetto dell'opportunismo vegetale. Anthony Huxley. IL PIANETA DELLE PIANTE. Arnoldo Mondadori Editore, Milano. Prima edizione aprile 1975. SECONDO VOLUME. Traduzione di Lino Penati. Copyright Anthony Huxley 1974. Copyright Arnoldo Mondadori Editore 1975. Titolo dell'opera originale: "Plant and Planet". INDICE DEL SECONDO VOLUME. 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 24. 26. 27. 28. 29. 30. Il tempo assegnato. La comunit delle piante. Sfruttamento dell'ambiente. Girovaghi alla ventura. Convivenza. Strangolatori, parassiti e scrocconi. Le piante assassine. Corazza e veleno. Gli sfruttati. L'uomo manipolatore. Guerra dei mondi. Un rapporto incestuoso. Uno sguardo al futuro.

Bibliografia essenziale. ***

Capitolo 18. IL TEMPO ASSEGNATO. Diremo di una pianta di fragola che immortale solo perch si moltiplica teoricamen te per sempre senza attivit sessuale? e lo stesso di una felce aquilina che diffo nde all'infinito i suoi steli sotterranei per la campagna? o di quella colonia d i mirtilli della Pennsylvania che ha un diametro di due chilometri e si ritiene sia collegata con la pianta originaria colonizzatrice, ed abbia ora la bella et d i 13000 anni? Stando cos le cose, dove comincia e dove finisce una singola pianta ? Le piante sono troppo varie perch si possa fare la media della loro longevit; non si pu applicare per loro il criterio approssimato usato per la nostra specie, di cui si dice che uno campa all'incirca una settantina d'anni. La durata della vita dei minuscoli esserini del plankton si pu misurare in giorni o anche in ore - seb bene sia difficile affermare che si tratta di singoli individui quando i process i di divisione, gemmazione ed altri meccanismi creano tanto rapidamente nuove vi te da altre precedenti. Ma non appena si passa alle piante multicellulari, la lo ngevit aumenta: le alghe possono avere struttura relativamente primitiva, ma un s ingolo esemplare pu svilupparsi per un tempo notevolissimo, e lo stesso dicasi de i funghi e dei licheni che possono vivere per secoli. Con tutto questo siamo anc ora alle piante che possono frammentarsi e rigenerarsi prontamente, mentre molte piante superiori - lo abbiamo visto nel capitolo precedente - conservano una no tevole capacit di rigenerazione, nonch di formazione di gemme o di piantale. Sicur amente esistono piante da giardino d'et veneranda che da secoli vengono perpetuat e dalla mano dell'uomo grazie a loro frammenti. Tutte le parti di queste piante, biologicamente parlando, sono identiche all'originale, sia che la moltiplicazio ne si faccia per divisione, per stoloni staccati, per margotta o per innesto. Al cune piante d'olivo coltivate devono avere migliaia d'anni, ed anche nel nostro Paese abbiamo vecchie variet di meli che hanno parecchi secoli d'et. Naturalmente interesse del giardiniere o del coltivatore propagare un dono finch esso resta vi goroso, perch pu derivare da un ibrido o da una forma selvatica speciale, o rappre sentare forse il risultato di una mutazione: magari non si potrebbe ottenere pro genie uguale dal seme, quando non si tratta addirittura di un tipo sterile. Qui ci che conta la vitalit, perch non c' dubbio che certi cloni coltivati - e sicur amente altri spontanei - si deteriorano con il passare degli anni. Talvolta ques to processo rapidissimo; i crisantemi e le dalie delle attuali esposizioni di so lito non vivono pi di una decina d'anni, dopo di che la loro vitalit incomincia a declinare. Qualche volta questa decadenza causata dalle malattie, segnatamente d ai virus, come diremo in seguito, a volte invece probabilmente dall'instabilit ce llulare che altera il numero effettivo dei cromosomi man mano che la pianta cres ce e si moltiplica - fenomeno che spesso sembra accompagnarsi a un'eccessiva pro pagazione. A volte il fenomeno si potrebbe solo definire come una specie di sene scenza, e in questi casi di breve vitalit degno di nota il fatto che tutti i sing oli individui di un clono si estinguono pi o meno contemporaneamente. E" nota la longevit di una pianta annuale: si tratta di una stagione di crescita, che talvolta pu andare da un anno all'altro. Una pianta biennale impiega di norm a due stagioni per il suo sviluppo, la prima per fabbricare le parti vegetative, e la seconda per produrre fiori e semi. Altre piante monocarpiche si sviluppano su tempi pi lunghi, ma a volte - come nelle Puya giganti, nelle agavi e in certe palme - pu passare quasi un secolo prima che la pianta fiorisca, faccia i suoi s emi e muoia. Si pu parlare di longevit in un senso pi vicino a quello inteso per le specie anima li a proposito delle piante che abitualmente continuano a dare una produzione re golare di fiori e di semi, e crescono ogni anno, regolate a volte da circostanze esterne, nonch dalle loro intrinseche caratteristiche. Anche nei luoghi dove pia nte del genere si moltiplicano in via vegetativa, c' spesso una pianta progenitri ce o capostipite, che consente di osservare le sue abitudini di vita separatamen te dalla sua progenie. Per in molte classi di piante non si manifestano doti intr inseche di longevit. L'et di certi funghi si pu desumere approssimativamente dal di ametro dei cerchi delle streghe che formano, ma nella maggior parte delle piante in

feriori non se ne ha prova alcuna, e ci vale anche per un gran numero di piante sup eriori - piante erbacee che non hanno tronco, palme ed altre piante monocotiledon i che non formano anelli annuali di crescita. Ora si crede che il primato di lon gevit di una pianta singola sulla Terra - all'opposto delle colonie collegate e i n espansione continua, come quelle dei mirtilli americani, della felce aquilina e del rovo a more nere - spetti alla pianta giapponese di Cryptomeria japonica d ell'isola di Yakusima, che all'analisi del radiocarbonio-14 rivela di avere pi di 7200 anni di vita, seguita dai 5000 anni del pino a pigne ruvide o Pinus arista ta americano, che ci da la registrazione visibile dei suoi anelli; ma possibile che esistano piante in realt pi vecchie, come qualche alga gigante del Pacifico, q ualche dracena di Sumatra, certe liane dell'America Meridionale o certi cocchi d elle isole Seychelles. E" stata avanzata anche l'ipotesi che alcune Cycadine pos sano avere quasi 14000 anni, ma l'ipotesi appare improbabile. Piante cos smisurate indubbiamente muoiono di pura vecchiezza: hanno un limite ma ssimo condizionato dall'accumulo di prodotti di rifiuto e dal declino del ricamb io a somiglianza di quanto avviene negli animali. Come in questi, esistono anche nelle piante invecchiamento, malattia e morte. Ci detto, si costretti a chieders i se circostanze del genere non possano essere imposte da circostanze esterne, p articolarmente dallo sfruttamento al massimo limite possibile del terreno su cui cresce la pianta - nel quale caso le alghe, letteralmente nutrite dall'acqua ch e le circonda, potrebbero avere le maggiori probabilit di esistenza lunghissima. La morte avviene sicuramente per la sopravvenuta incapacit di procurarsi altro nu trimento dal suolo, di estendere ulteriormente le radici - in realt per inedia. L ogorio e lacerazioni ad opera di elementi esterni entrano pure in gioco; gli alb eri vengono spezzati o abbattuti dagli uragani, colpiti dal fulmine, inceneriti dal fuoco, sepolti dalle frane. Le piante possono perire in conseguenza di una s iccit inaspettata, a meno che - come fanno le piante grasse o i bulbi - non dispo ngano di riserve speciali e di accorgimenti per conservarle. Un'alluvione pu asfi ssiare le radici o semplicemente ucciderle, se l'acqua salata o altrimenti miner alizzata. Le specie relativamente delicate periranno se verr una gelata ecceziona le, ma a volte accade quanto si osservato in occasione dell'ultima disastrosa on data di gelo nei Paesi mediterranei, che ulivi apparentemente del tutto morti so pra il livello del suolo poterono rispuntare dalle loro enormi vecchissime radic i. Alcune malattie interne possono colpire le piante, ma sono pi curiose che nocive, e raramente ne menomano il vigore. Si classificano come affezioni teratologiche , cio mostruosit o malformazioni. Molti giardinieri avranno visto tronchi appiatti ti o multipli riuniti a fascio: il processo pu estendersi anche ai fiori, il cui numero si moltiplica enormemente oltre la quantit normale. Altre manifestazioni m ostruose sono i processi di proliferazione, in cui minuscoli flosculi supplement ari si formano attorno al fiore normale, e dalla fillodia dove i fiori sono sost ituiti da foglioline ridotte. Esempi ben noti ai floricoltori di mostruosit sono le margheritine a capolini multipli e la calendula di Scozia, e di fillodia la p iantaggine maggiore nella variet a rosetta. Nella peloria i fiori normalmente irr egolari diventano la regola, e a volte sono anche molto pi grandi: l'esempio pi no tevole ci offerto dalla digitale purpurea pelorica, nella quale i fiori superior i vengono sostituiti da un unico grandissimo fiore campanulato. Ogni tanto si ve rifica spontaneamente il raddoppiamento dei fiori, in cui il centro del fiore stes so pieno di petali in numero superiore al solito, originando talvolta la formazi one di un fiore all'interno di un altro, con un conseguente effetto a manicotti c oncentrici. Naturalmente i risultati sono apprezzati dai giardinieri: molti dei l oro fiori doppi hanno aspetto pi vistoso e durano di pi. Il fenomeno della fasciatura o affastellatura causato da una lesione o affezione che danneggia un momento della crescita; spesso impossibile identificarne la ca usa esatta, ma essa pu essere d'origine meccanica, o derivare da sostanze chimich e quali i diserbanti selettivi, o magari anche da radioattivit, quale quella dei raggi cosmici. Pu colpire un solo germoglio di una pianta per il resto normale, e si ritrova di rado nelle piante erbacee. Cacti fasciati o crestati, spesso in una strana foggia di cresta di gallo, e felci crestate si ritrovano allo stato libe ro e sono apprezzati dagli amatori. Le altre alterazioni mostruose derivano dall

e mutazioni genetiche e si possono propagare, di solito in via vegetativa, ma ta lvolta anche con i semi. Oltre a questi fattori di rischio naturali, le piante hanno molti nemici. Un numer o incredibile d'animali vive a spese delle piante, dai minuscoli acari, zecche, vermi nematodi, insetti fino agli animali erbivori che vanno dai lumaconi all'el efante, il quale un commensale sprecone quanto nessun altro, che spesso abbatte gli alberelli per impadronirsi delle fronde, o sventra i tronchi come quelli del baobab per averne i succhi (i quali sorprendentemente contengono un'alta percen tuale d'acido tartarico e sembrano particolarmente apprezzati dall'elefante). Un acaro rosso invisibile ad occhio nudo si moltiplica cos in fretta che in breve tempo la foglia infestata non ha pi linfa, ingiallisce e non serve pi a nulla. Ne ssun giardiniere ha bisogno di essere messo al corrente dell'esistenza di questi succhiatori di linfa, che comprendono afidi verdi, rossi, neri e lanosi, cimici farinose, cimicioni somiglianti a bottoni o capsule, insetti simili a scaglie c he s'insediano in un posto come minuscole cozze, ed hanno tutti poderosi stilett i cavi per penetrare nel tessuto fogliare e suggerne i succhi. Meno noto tra questi dannosi succhiatori un minuscolo verme nematode detto angui llula, anch'esso dotato di uno stiletto perforante. Le anguillule entrano spesso nei tessuti delle piante e si muovono all'interno di esse. Possono essere prese nti in numero astronomico nel terreno, nonch nelle piante quando vi fanno il loro ingresso: ne sono stati trovati due milioni in una sola cipolla. Quando la pian ta muore, le femmine producono uova all'interno del loro corpo, quindi muoiono a loro volta e la cute si trasforma in un guscio duro o cisti. Queste cisti posso no restare inerti nel terreno per molti anni, ma non appena arrivano nelle vicin anze le radici di una specie vegetale adatta, le sostanze chimiche emesse dalle radici stimolano le uova ad aprirsi, dando il via a una nuova invasione. E" stat o accertato che la specie che attacca le patate induce la pianta a modificare le sue cellule esterne, trasformandole in cellule di scambio che affrettano il passa ggio del flusso di linfa al nematode ogni volta che questo vuole mangiare. Altri animali nocivi fin troppo noti sono i bruchi che scavano gallerie tra le d ue facce fogliari, mentre grossi bruchi in superficie ed altri filiformi sotto t erra rodono voracemente i tessuti delle piante. Talvolta, quando si verifica un' invasione di processionarie in un bosco, si pu sentire il rosicchiare di migliaia di minuscole mascelle e l'incessante caduta degli escrementi e rifiuti degli in vasori. I bruchi possono spogliare fino all'ultima foglia una foresta o un frutt eto, e questa sfogliatura pu anche uccidere gli alberi: le conifere sono particol armente sensibili. Ne risulta una situazione che pu dare il via a una reazione a catena per cui cresce notevolmente il pericolo degli incendi e dell'erosione, co n conseguente distruzione dell'habitat della fauna selvatica. Da quando l'uomo ha cominciato a coltivare specie vegetali per averne un raccolt o, la distruzione della vegetazione ad opera di nuvole di cavallette un avvenime nto scontato dell'esistenza nel Medio Oriente e in Africa: dobbiamo solo rilegge re quanto scritto nell'Esodo biblico: Coprirono la faccia di tutta la terra, in m odo che il paese ne fu oscurato; divorarono ogni filo d'erba della terra, e tutt i i frutti degli alberi... e non rimase alcuna verzura sugli alberi o sulle erbe dei campi per tutta la terra d'Egitto. Anche i molluschi - chiocciole e lumaconi - attaccano le piante in gran numero c on la loro lingua a raspa costantemente rinnovantesi. Particolare voracit hanno l e chiocciole tropicali, che possono raggiungere la lunghezza di 25 centimetri. C ' inoltre una moltitudine di limacce, molte delle quali trascorrono sotto terra g ran parte della loro vita, affiorando in superficie di notte per mangiare: a tut t'oggi virtualmente impossibile distruggerle. Problemi d'importanza relativamente minore vengono causati da insetti come i fil lotomi, che resecano parti intere di foglie, per rivestirne i nidi in cui depong ono le uova. Molti insetti depongono le uova direttamente nel tessuto della pian ta, che reagisce formando galle. Queste sono costituite da corpi di tessuto plan tare di forma e dimensioni assai varie, ed ogni associazione tra una data pianta e un determinato insetto provoca la formazione di galle diverse e riconoscibili . Talvolta le galle non cominciano a svilupparsi finch la larva non sia sgusciata dall'uovo e non abbia cominciato a mangiare; la crescita s'arresta quando la la

rva s'impupa. Le galle possono presentarsi come ispessimenti, pieghe, tazze o sfere, mentre l' uovo e la successiva larva dell'insetto possono trovarsi nei tessuti o alla supe rficie della pianta. Possono spuntare sulle foglie, sui tronchi o sulle radici, e su quest'ultima sede sono opera tipica di nematodi od acari. A volte sono molt o elaborate, ad esempio quelle dei liquidambar delle parti occidentali del Norda merica, dove le galle sono costituite da sfere cave all'interno, con trabeazioni irraggianti da una capsula centrale concamerata, dove si sviluppa la larva. Mol to di rado queste galle provocano danni seri alla pianta ospitante, ma quando so no molto numerose possono indurre la pianta a dare fiori e frutti con una prodig alit innaturale, come se la pianta ospitante avesse il presagio di poter morire. L'insetto procaccia rifugio e provvista di cibo alla sua prole, per cui la piant a non ha possibilit di scampo. La formazione delle galle sembra rappresentare in gran parte la reazione della pianta intesa ad isolare il parassita con le eventu ali sostanze tossiche prodotte; le galle hanno accrescimento limitato e non sono di natura tumorale. Certe piante parassitano altre specie vegetali con risultati paurosi e talvolta rapidi, come nel caso dell'orobanche, che succhia la vita di interi raccolti di fagioli o di trifoglio, oppure prolungati, come nel vischio e nella maggioranza delle specie parassite arboree - dov' nell'interesse della specie parassitaria ch e la pianta ospitante resista per un periodo ragionevolmente prolungato. Altre s pecie avviluppano le piante ospitanti fino a farle morire, come il caso dei Ficu s soffocanti, e in misura assai minore dell'edera, che in realt di solito si limi tano ad uccidere gli alberi quando gi stanno per andarsene. Si parler pi estesament e di queste piante in seguito. I funghi aggrediscono gli alberi vivi; anch'essi sono parassiti, ma non si accon tentano di attingere nutrimento dalla pianta ospitante a somiglianza del vischio ; ne distruggono invece attivamente le strutture interne, rammollendo il legno i n modo da facilitare l'accesso agli insetti e ad altri distruttori secondari, e impedendo ai vari sistemi circolatori di convogliare acqua e nutrimento come inv ece dovrebbero. Questi funghi hanno grossi corpi fruttificanti - gli orecchioni ch e compaiono all'esterno degli alberi, e abitualmente rappresentano il sintorno i nfallibile della presenza di un nemico insanabile all'interno dell'albero. Una v olta che hanno finito di uccidere l'albero - che di solito viene abbattuto da un uragano e mostra la parte centrale fradicia - altri funghi saprofiti non tardan o ad aggredire il legno morto. Su un tronco di faggio, pochi mesi dopo che era c aduto al suolo, ho contato pi di 30 specie di tali funghi, oltre al fungo assassi no originario, rappresentato da un orecchione. Nelle regioni tropicali le onnipres enti termiti sono le prime a trarre vantaggio dal legno ucciso da un fungo, e si ritrovano ben presto in ogni parte di un albero malato. Anche i funghi minori attaccano le piante pi tenere con un assortimento terrifica nte di ruggini, carbonchi, mal della golpe e cos via, spesso in misura totalmente sterminatrice, se i coltivatori non ricorrono ad opportune contromisure. Il vig ore riproduttivo di questi funghi si calcola in cifre astronomiche: un centimetr o quadrato di una foglia di rosa colpita dalla ruggine pu produrre mezzo milione di spore. I funghi danneggiano o distruggono ogni anno almeno il 10% delle coltu re di tutto il mondo, e attaccano in uguale misura anche il legname: si calcola che nei soli stati dell'Oregon e di Washington non meno del 35% degli abeti bian chi sia colpito da ruggine vescicolare, per cui ogni anno vanno perduti almeno t re milioni di metri cubici di legname. Il castagno stato completamente annientat o nelle regioni orientali del Nordamerica, dove un tempo formava grandi foreste, ad opera di funghi; il mal del carbone - cos detto perch annerisce le foglie come se fossero bruciate - ha ucciso moltissimi meli, peri ed altri alberi della fam iglia delle rosacee sul continente europeo. I funghi sono i distruttori principali del legno morto, sia che si tratti di un albero caduto, della sua ceppaia o di legname tagliato; il legno morto emana sos tanze volatili che favoriscono effettivamente la crescita dei funghi. Nelle fore ste tropicali la decomposizione rapidissima, mentre nei climi freddi e asciutti il legno pu durare per secoli. Le spore fungine vengono trasportate diffusamente dall'aria, e la loro leggerezz

a garantisce la possibilit di coprire grandi distanze. Recentemente stato dimostr ato che anche gli uccelli possono trasportarne in misura assai grande. Perci stat a formulata l'ipotesi che la ruggine dei cereali in America venga portata dai me rli che cominciano a migrare nel periodo in cui le ruggini sono infettanti nel M essico, e il loro passaggio diretto a nord attraversa in pieno le principali reg ioni cerealicole degli Stati Uniti e del Canada nel volo stagionale di ritorno. Le galle possono essere provocate anche dai funghi: alcune forme costituiscono a ffezioni serie come la melanomicosi delle patate, che le copre di escrescenze sc ure, o la puccinia, un fungo che compie lo sviluppo su due specie ospitanti, e a ggredisce i cereali dopo aver formato galle a coppa sulle piante di crespino. Se mpre causate dai funghi sono certe formazioni - definite con il termine appropri ato di scope delle streghe - e rigonfiamenti che compaiono sul tronco degli alberi . I funghi possono entrare nelle piante attraverso lesioni del tronco, o possono i nvadere le radici. Sembra che le specie fungine che attaccano le foglie vi entri no attraverso gli stomi respiratori. Pare possibile che la germinazione delle sp ore fungine e il loro successivo ingresso nei tessuti attraverso i pori siano re golati in parte dalla concentrazione gassosa in prossimit delle aperture. Alcuni funghi sembrano veramente conoscere la parola magica che consente loro di aprire i pori delle foglie. Ci accade sicuramente per il cancro dei mandorli e dei peri, i cui sintomi si manifestano con l'avvizzimento delle foglie; stato dimostrato c he l'affezione colpisce allo stesso modo parecchie piante che non hanno affinit t ra loro, ed stata isolata dal fungo una sostanza - la fusicoccina - ora usata pe r far appassire artificialmente l'erba medica, accelerandone cos l'essiccazione. Anche i batteri provocano malattie delle piante che possono avere esito letale, e le misure di difesa antibatteriche sono ancora pi difficili da attuare che non nel caso dei funghi. Anche in questo caso questi organismi elementari possono pr ovocare la formazione di galle. Note con il nome di galle della corona, si prese ntano come escrescenze irregolari di aspetto e comportamento tumorali, che si sv iluppano pi rapidamente dei tessuti normali. Le galle secondarie che insorgono su lle piante infestate sembrano causate da sostanze chimiche formate nella galla o riginale e fatte circolare attraverso la linfa. Le galle della corona possono ca usare la morte della pianta; impressionante la loro rassomiglianza con certe for me cancerose delle specie animali. Tuttavia i nemici pi insidiosi delle piante sono costituiti dai virus. Questi ess eri piccolissimi, di cui in passato si dubitato che avessero la vita stessa, sono in grado d'invadere le cellule e moltiplicarvisi, talvolta modificando evidentem ente la sostanza del nucleo, di modo che le cellule assumono un comportamento an ormale. Certi virus delle piante si trovano nel terreno e possono infettare dire ttamente le radici, ma di solito si rinvengono soltanto nelle cellule. Per lo pi vengono diffusi da una pianta all'altra ad opera d'insetti che succhiano la linf a, da nematodi sotterranei analoghi succhiatori di linfa, e talvolta dagli uccel li. Pu capitare saltuariamente che essi vengano diffusi anche per mano d'uomo, in modo tipico con gli attrezzi usati per l'innesto e la potatura, ma anche con le dita, come quando un'intera serra di pomodori viene pacciamata e spollonata a m ano; invece il virus "nicotiana", che colpisce tabacco, pomodori e molte altre p iante, si pu trasmettere alle piante dopo che le dita hanno toccato sigarette inf ette. Alcune ricerche russe hanno suggerito l'ipotesi che le cellule comunichino tra loro emettendo raggi ultravioletti. Si crede che ci possa moltiplicare il nu mero delle divisioni cellulari, trasmettendo contemporaneamente malattie ed infe zioni come nel caso dei virus. Cellule sane sono state infettate da virus di cel lule infette loro vicine, ma separate da pareti di quarzo. I virus attaccano - o se preferite, abitano - quasi ogni genere di piante, spess o conferendo loro aspetto macchiettato o screziato, e talvolta contorcendone le fronde o i tronchi (esiste una curiosa malattia da virus che colpisce i meli e s i dice del legno gommoso), spesso angariando seriamente le piante e quasi invariab ilmente indebolendole. Di tanto in tanto provocano la formazione di galle legnos e dall'aspetto tumorale, di solito solo se la pianta gi infetta viene lesionata d all'esterno. Talvolta non si hanno sintomi visibili, ma prove comparate con pian te non infette hanno dimostrato che queste infezioni virali dissimulate riducono

effettivamente l'accrescimento e la resa economica delle piante. E" stata formu lata l'ipotesi che forse non esiste un solo vecchio albero da frutto che non sia infetto da virus, e pertanto produca al di sotto delle capacit potenziali. E" quasi impossibile distruggere un virus una volta che una pianta infetta, ma a l capitolo 28 si descrivono alcuni mezzi per metterli nel sacco. Vedi caso, i vi rologi hanno dimostrato recentemente che alcuni virus degli animali e delle pian te hanno tra loro una forte somiglianza superficiale, tanto che certi virus dell e specie animali possono colpire le piante. Si sa gi che certi virus delle piante possono moltiplicarsi nel corpo degli insetti che li propagano, e a volte posso no anche portarli a morte. Forse va anche tenuto presente che certe piante ornamentali variegate e screziat e devono la loro decorazione supplementare a un virus che non le indebolisce olt re misura, come nel caso dei tulipani battezzati dagli amatori Rembrandt, Bybloe m, Bizzarri, eccetera, dove i fiori sembrano portare spruzzi o pennellate di alt ri colori. Questi tulipani sono tra i pi vecchi coltivati che si conoscano, perch risalgono ai primi anni del diciassettesimo secolo, e sono sopravvissuti fino ad oggi nonostante il nemico che portano in corpo. Naturalmente esistono virus delle specie animali come ne esistono per le piante. E" stato scoperto di recente che altri organismi gi noti soltanto negli animali, quali i micoplasmi e gli spiroplasmi - uno dei quali causa la pleuropolmonite i nfettiva dei bovini - sono responsabili di un gruppo di affezioni delle piante n ote con il nome collettivo di giallume, il quale provoca serie perdite in colture importanti e disparate quali cocco, agrumi, cotone e riso, che prima si credeva dipendesse dai virus. Essi causano l'ingiallimento delle foglie, ritardo ed anomalie della crescita e specialmente produzione di foglie invece di fiori. A somiglianza dei virus, ques ti organismi vengono diffusi normalmente dagli insetti e dalle loro punture dopo aver soggiornato su piante o raccolti infetti. I micoplasmi rappresentano le pi piccole cellule note a moltiplicazione spontanea, e, sebbene assomiglino ai batt eri, possiedono soltanto un quinto dei loro geni. Normalmente risiedono nei tubi cribrosi delle piante, sviluppandosi entro la sostanza viva, o citoplasma, dell e piante. In certi casi possibile controllare questi organismi insidiosi con gli antibioti ci della serie tetraciclinica, come possibile combatterli nelle specie animali q uando non ci siano di mezzo i virus. Con questo non s'intende dire che gli antib iotici rappresentano il rimedio per le colture infette: un trattamento del gener e sarebbe costoso e potrebbe originare residui indesiderati, stimolando nei cons umatori la formazione di organismi antibioticoresistenti. Come nel caso dei viru s, a tutt'oggi la linea d'attacco principale contro i micoplasmi deve sviluppars i contro gli insetti contagianti, mentre in certi casi si ottengono buoni risult ati con il trattamento al calore. Virus, micoplasmi e spiroplasmi sono esempi classici di organismi virulenti tras messi da una pianta all'altra quasi esclusivamente ad opera degli animali. Abbia mo gi osservato che le malattie da funghi possono essere veicolate dagli uccelli, e che entrano in gioco altri animali, come uno scarabeo che abita la corteccia degli alberi e diffonde il morbo olandese degli olmi, malattia che attualmente sta decimando gli olmi d'Inghilterra e d'Europa. Il morbo uccide bloccando i canali che distribuiscono la linfa all'albero, e causandone cos la morte per inedia; le spore vengono trasportate nella massa dei peli sensoriali situati attorno alla testa ed alla bocca dei giovani scarabei, le cui larve scavano gallerie nella co rteccia. Un'analoga associazione tra scarabeo e fungo colpevole della morte di m olti faggi delle Isole Britanniche. Con il morbo degli olmi, tra l'altro, sono c omparsi ceppi pi virulenti di quelli segnalati in precedenza, che riescono ad inf ettare variet di olmi allevati appositamente per la loro resistenza. I virus hanno dimensioni ultramicroscopiche, ma esiste una moltitudine di organi smi appena pi grossi - funghi microscopici, fermenti, batteri ed alghe unicellula ri - che vivono sulla superficie delle foglie. Essi non sono parassiti diretti n vettori di malattie, e possono vivere delle sostanze contenute nel rivestimento esterno originario delle foglie, talvolta anche in concorrenza con i parassiti d elle piante; ma alcuni riescono certamente a degradare il rivestimento ceroso de

lla cuticola fogliare, con conseguente aumentata fuga di umidit, mentre molti alt ri utilizzano i materiali che trapelano dall'epidermide della foglia. Certi orga nismi trasudano sostanze che favoriscono la crescita e presumibilmente possono t urbare l'accrescimento delle piante, per cui sembra probabile che questo esercit o insospettato di minuscoli occupanti abusivi affretti il processo d'invecchiame nto delle foglie. Bisogna inoltrarsi nella foresta tropicale per rendersi conto del peso bruto del l'attacco sferrato alle piante vive dagli organismi antagonisti. Anthony Smith h a descritto una foresta di questo tipo in "Mato Grosso" con questi termini: "Per molti aspetti si tratta di una foresta della morte, pi che del trionfo della vita che ci si sarebbe aspettati sorvolandola dall'alto. Vi sono grandi tronchi morti, distesi o appoggiati ad altri tronchi vivi, o sorprendentemente ritti se nza alcun sostegno. Ci sono i fradici rami bassi, e le spoglie dei giganti della foresta di un tempo. Alcuni alberi alti, vivi e prosperi in cima, si sostengono su tronchi mezzo marci, molli e polverosi all'esterno, o con un duro involucro che rinchiude un interno cavernoso. Si desidera trovare un albero intero, un alb ero dalla corteccia intatta come un abete di Norvegia, con foglie non mordicchia te e corrose, con l'interno sano. E" difficile trovare anche una sola foglia int era: ci pensano gli insetti". Il giornalista di viaggi Brian Jackman descrive questa foresta definendola piena di un acre odore di serra... di piante che imputridiscono e si rigenerano in una specie d'interminabile anarchia di foglie. Per una ragione o per l'altra gli alberi delle foreste tropicali possono essere debolissimi. Un amico mi ha riferito di aver osservato squadre di forestali nell 'Ecuador mentre si tracciavano dei passaggi in una foresta, senza dei quali non avrebbero potuto usare i loro arnesi di lavoro. Nello spazio di 24 ore questi an gusti corridoi erano disseminati di alberi caduti, perch ogni albero si appoggiav a a quelli vicini e non era in grado di stare ritto da solo. Anche nelle foreste tropicali allo stato naturale questo mio amico notava il rumore quasi ininterro tto degli alberi che cadevano. Naturalmente l'uomo tra i nemici principali delle piante, spesso aiutato dal bes tiame domestico: egli se ne serve per ricavarne cibo e una variet grandissima di altri prodotti utili. Pu adottare i metodi culturali del disboscamento e dell'inc endio per procurarsi temporaneamente aree coltivabili nel cuore di una foresta, o pu sventrarla senza ombra di rimorso con le ruspe per costruire citt, strade, fe rrovie, aeroporti. Le foreste sono i suoi obiettivi in guerra, e indirettamente l'uomo le pu anche distruggere con i sottoprodotti delle sue attivit, cio con l'inq uinamento mediante fumi e scarichi. Ne tratter pi estesamente alla fine del libro. E" in gran parte colpa dell'uomo se le piante si estinguono, sebbene certe speci e a limitata diffusione - endemiche locali -siano comunque da ritenere gi condann ate per un complesso di fattori d'ogni genere, spesso antichi di millenni. Le piante dispongono per la verit di certe difese contro i nemici naturali, ma po ssono rivelarsi indifese - e il fatto non sorprende - contro un attacco combinat o delle cavallette o dell'uomo. Il capitolo 25 da una descrizione esauriente del la loro corazzatura e dei loro veleni. Nelle piante esistono certe sostanze a funzione non sempre chiara. C' tutta un'in tera serie di olii, di lattici o linfe ad aspetto latteo, di gomme e di resine. E" stata avanzata l'ipotesi che si tratti di sottoprodotti, per cui la resina ad esempio fungerebbe da veicolo delle eccedenze di carboidrati. E" altrettanto po ssibile che costituiscano una riserva di nutrimento. Le piante che producono res ina o lattice hanno canali appositamente riservati a queste sostanze, che si ram ificano per ogni parte della pianta, come nelle foglie di conifere provviste di speciali canalicoli resiniferi. L'apparato potrebbe sembrare troppo complicato p er semplici prodotti di rifiuto. D'altronde dimostrabile come questi prodotti ve ngano eliminati attivamente dalla pianta con modalit evidentemente escretoria: co s un comune ginepro pu perdere fino a 30 grammi d'olio etereo al giorno, mentre l' albero della gomma emette fino a 50 grammi di zucchero dai nettarii situati all' esterno dei fiori.

Una recente indagine condotta sugli alberi tropicali che producono gomma, compre si quelli del vasto gruppo delle acacie, fa pensare che la gomma si produca con processo naturale alla caduta delle foglie, conservando l'acqua all'interno dei tessuti della pianta. La maggior parte delle gomme lega dal 12 al 15% d'acqua; ci s ignifica che un albero provvisto di gomma nel sistema non si dissecca mai del tu tto, il che un fattore di evidente importanza ad esempio per le acacie che vivon o nei deserti. Il fatto potrebbe anche spiegare perch la Cryptomeria japonica nel le regioni calde del Giappone contenga resina in quantit sette volte superiore ri spetto agli esemplari della stessa specie che crescono nelle regioni fredde. Ma si pensato anche che la resina aumenti la resistenza della pianta al freddo, e l 'idea calzerebbe a proposito delle conifere, che sono alberi tipici dei climi fr eddi. Alcune di queste sostanze rendono le piante indubbiamente sgradite al palato deg li animali, e altrettanto indubbiamente sigillano rapidamente le lesioni, impede ndo l'ingresso alle spore fungine, ai batteri e agli insetti. Il lattice esposto all'aria indurisce seccando; l'oppio allo stato originario, con il suo aspetto di polvere granulosa, altro non che lattice essiccato essudato dalle fessure pra ticate nelle capsule seminifere dei papaveri, mentre resine e gomme formano una massa appiccicosa che indurisce con il tempo. Quest'ultima trattiene l'acqua, e perci non soltanto sigilla le lesioni inferte alle capsule, ma protegge anche i t essuti danneggiati da un nocivo disseccamento. In ogni caso le ferite vengono richiuse alla fine - specialmente nelle piante le gnose - dalla formazione del tessuto calloso, che uno strato sugheroso formato d alle cellule del cambio subito sotto la corteccia. Questo processo tuttavia rich iede tempo, e costituisce un'operazione di restauro a lunga scadenza pi che un ra pido mezzo di chiusura protettiva. Le piante dispongono anche di sorprendenti poteri di rigenerazione quando vengan o danneggiate. Gi si fatto cenno agli ulivi colpiti dal gelo che germogliano dall e radici, e lo stesso fanno spessissimo gli alberi mozzati o spezzati, oppure si mettono a far spuntare gemme latenti sulle radici. Queste gemme latenti si trov ano nei punti pi imprevisti, specialmente delle piante legnose. Ricordo di avere visto durante l'ultima guerra alberi che, in seguito alle esplosioni delle bombe , avevano perduto tutte le foglie e la maggior parte dei rami; dopo poche settim ane i tronchi erano ricoperti di foglie nuove, e a suo tempo spuntarono nuovi ra mi. Un antenato di Galileo gi notava questo fatto scrivendo nel 1424: Il legno del l'albero un'immagine della speranza: ferito, erompe in foglie e si ricopre nuova mente. Una pianta morta di solito svanisce rapidamente e silenziosamente dalla scena, p erch sovente biodegradabile. Si trovano tronchi d'albero conservati nelle torbier e, ed altri che si sono fossilizzati, ma si tratta di eccezioni. Anche il pi gran de albero di una foresta si dissolve a poco a poco, polverizzato dagli insetti, dai funghi e dai batteri che si nutrono delle sue spoglie. Pu accadere che un albero in disfacimento fornisca un asilo e un vivaio per giova ni rampolli di propria ed altrui specie; nelle foreste dei climi temperati si po ssono trovare file diritte di alberelli che riescono inspiegabili, finch non si s corgono plantule che spuntano da un tronco caduto e mezzo fradicio. Un posto not evole per osservare questo fatto l'Olympic National Park nella parte nordocciden tale degli Stati Uniti, l'unica foresta piovosa delle regioni temperate esistent e al mondo, dove i detriti a fior di terra costituiscono un severo impedimento p er i germogli d'albero. Nell'isola giapponese piovosissima di Yakusima i semi ge rmogliano spesso sui rami pi alti degli alberi vivi pi annosi, e i giovani rampoll i calano le radici lungo la corteccia dell'albero ospitante, di modo che, quando i l vecchio albero muore e marcisce, si ha l'impressione che quello nuovo cresca s ui trampoli. Le piante tenere diventano terra nella terra molto pi in fretta; spesso basta il gelo a ridurne i tessuti in poltiglia, e anche gli steli fibrosi marciranno molt o presto, come ben sa chiunque abbia fatto un mucchio di terriccio e strame per mutarlo in concime. Ci penseranno presto i vermi e gli altri animali grossi e pi ccoli che vivono nel terreno. Il mucchietto di terriccio e strame ci ricorda come i resti delle piante morte n

utrono la generazione ventura, perch si sono ridotte in elementi utili. Risultato ancora pi apprezzabile, questa materia organica decomposta termina la sua carrie ra trasformandosi in humus, cio in una sostanza la cui struttura chimica a tutt'o ggi non stata accertata dalle ricerche. L'humus, tuttavia, ha composizione collo idale o gelatinosa, per cui si rigonfia quando bagnato e si contrae quando asciu tto; esso riveste le particelle del suolo ed ha importanza fondamentale per mant enere la buona consistenza del terreno, rendendolo spugnoso ed atto a ritenere l 'acqua, ma ci nonostante zolloso e accessibile e invitante all'avanzata delle rad ici. Infine i batteri scindono l'humus nelle materie chimiche elementari che ven gono assorbite dalle piante come nutrimento, e cos continua il ciclo della vita. Capitolo 19. LA COMUNITA" DELLE PIANTE. Non esiste discriminazione di alcun genere nel mondo vegetale, e non costituisce blasone lo stato raggiunto da una pianta nella scala evolutiva, qualunque esso sia. Socialmente, se non sessualmente, i diversi gruppi di piante si mescolano l iberamente, influenzandosi a vicenda in vari modi. Alcune vivono raggruppate in comunit della propria specie, altre sono invece individualiste. Alcuni habitat so no fisiologicamente impossibili per quasi tutte le piante - cos solo certe alghe verdiazzurre riescono a resistere a temperature superiori ai 55 gradi C. - Di mo do che esistono ambienti apparentemente impenetrabili dove invece riescono ad in trodursi piante esteriormente inadatte, quali la Posidonia oceanica, pianta super iore che forma intere praterie nel Mediterraneo fino alla profondit di 60, ed ecce zionalmente di 100 metri. Qualche altra pianta superiore forma grandi comunit in posti dove si crederebbe possano vivere solo alghe marine, ad esempio la talassi a o erba delle testuggini marine, e la Cymodocea. Invece nessuna alga riuscita a t rovare una nicchia abitabile sulla terra asciutta, sebbene esistano specie che r iescono a sopravvivere con immersioni giornaliere del 5%. Nessuna pianta, d'altronde, ha tanto successo da riuscire ad occupare pi di una p iccola frazione di tutto l'habitat possibile, anche se alcune hanno grandissima diffusione in certe aree; quelle pi diffuse sono le piante molto adattabili e cap aci di migrare o di approfittare delle occasioni offerte dalla dispersione occas ionale. Fattori esterni concorrono a limitare le possibilit potenziali di diffusi one d'una pianta, mentre un gran numero di fattori pu agire ed interagire per def inire la posizione di una data pianta nel mondo. Lo studio di questi fattori, che consentono scambi assai pi ampi di quelli che av vengono tra i giocatori su un campo sportivo durante una partita di calcio, si d ice ecologia, che in sostanza significa il rapporto degli organismi viventi con l'ambiente nel suo complesso. Per una definizione pi comprensiva potremmo adottar e quella datane dal grande biologo tedesco Ernst Haeckel, il quale ha scritto ch e l'ecologia - o oecologia, come si diceva allora - era "la conoscenza della somma dei rapporti degli organismi con il mondo esterno cir costante, con le condizioni organiche ed inorganiche d vita; la cosiddetta "econo mia della natura", la correlazione tra gli organismi conviventi nella stessa loc alit, il loro adattamento all'ambiente circostante, con le modificazioni che assu mono nella lotta per l'esistenza..." I fattori che influenzano le piante si dividono in quattro gruppi principali, e cio: clima - caratteristiche fisiche e topografiche (o fsiografiche) - caratterist iche del terreno (condizioni edafche) - e infine l'azione esercitata dagli organi smi viventi, comprese le altre piante (fattori biotici). La variabilit del clima mondiale significa anzitutto possibilit di divari enormi d i temperatura, per cui abbiamo piante che prosperano nel calore soffocante dei t ropici ed altre che allignano in condizioni di freddo intenso. Certe piante hann o un margine sufficientemente ampio di tolleranza al variare della temperatura, ma in generale le piante dei climi temperati non crescono nelle regioni tropical i, e viceversa per le specie tropicali. Si possono coltivare rose e mele in Afri ca, ma solo quando il calore viene moderato dall'altezza sul livello del mare; e

questo fatto ci ricorda come gli effetti della latitudine si possano riprodurre in senso verticale, per cui scalare una montagna sortisce pressappoco l'effetto che si ottiene migrando verso il Polo. Tale effetto pi evidente sulle cime tropi cali quali il Kilimangiaro e il monte Kenya, dove la flora tropicale delle falde cede finalmente il passo alla flora alpina man mano che ci si avvicina alla vet ta, ma quella che si pu osservare ugualmente sulle montagne dei Paesi mediterrane i e delle regioni a clima temperato. Non per nulla gli annunci pubblicitari che reclamizzano il Libano o la Sierra Nevada in Spagna informano che si pu sciare al mattino e fare il bagno in mare al pomeriggio. La successione tipica delle spec ie vegetali temperate su una montagna, in Europa, comporta la brusca scomparsa d elle piante a foglia caduca all'altezza di circa 2000 metri sul mare. Le prateri e di foraggere si spingono un po'"pi in alto, il limite delle conifere sui 2500 m etri, mentre i bassi cespugli finiscono a 3500 metri. In media il limite vegetal e non supera l'altitudine massima dei 4000 metri. E" vero che riusciamo a far crescere come piante annuali nei nostri giardini cer te piante che amano il caldo, ma il gelo le fa morire: ci che pu crescere in un gi ardino dipende dall'audacia o dalla delicatezza di una data pianta. Nelle isole Scilly prosperano all'aperto piante grasse che non riescono a sopravvivere nelle parti orientali o settentrionali della Gran Bretagna. Gli Stati Uniti d'America hanno diversit climatiche ancora maggiori, di modo che i giardinieri devono tene r presenti almeno una mezza dozzina di zone climatiche. Rispetto alle regioni temperate i paesi tropicali hanno anche un numero diverso di ore di luce solare. All'equatore le giornate hanno sempre uguale lunghezza pe r tutto l'anno, e vi sono dodici ore di luce al giorno. Man mano che si procede verso il nord o verso il sud, troviamo stagioni con giornate corte in inverno, e giornate lunghe in estate, per cui all'estremo nord si hanno in estate giornate in cui la luce del giorno splende quasi ininterrottamente. Un altro importante fattore climatico, specialmente nei paesi caldi, dato dalla piovosit, a seconda che la pioggia sia distribuita uniformemente durante le stagi oni, oppure cada in modo da determinare stagioni asciutte alternate a stagioni p iovose. Un altro fattore molto importante rappresentato dalla quantit totale di p ioggia, mentre altri fattori comprendono la nuvolosit, l'evaporazione, il vento e le nevicate stagionali. Il fuoco un fattore esterno di sorprendente importanza, e le ricerche hanno asso dato che il fulmine ha causato regolarmente numerosi incendi prima ancora che en trasse in scena l'uomo, con il contributo pi localizzato anche dell'attivit vulcan ica. Nel marzo 1965 si osserv in Australia un esempio d'incendio causato spontane amente dal fulmine, in cui bruciarono ben 300 mila ettari di foreste in localit q uasi inaccessibili nei monti del Gippsland in seguito a 75 focolai separati form atisi per caduta di folgori durante un violento temporale. La successione regolare degli incendi per cause naturali s'intensifica con il co siddetto clima da incendi, caratterizzato dalle scarse piogge annuali (25-150 cent imetri) e da un periodo di completa siccit non inferiore ai cinque mesi. L'Austra lia ha questo clima: venti caldissimi e secchi, con il concorso di temperature g i elevate e della vegetazione inaridita, possono trasformare facilmente una scint illa in un braciere, alimentando l'incendio a velocit allarmante. I tipici eucali pti resinosi rappresentano un'esca tra le pi infiammabili al mondo: producono inf atti grandi quantit di foglie, corteccia e detriti di rami - tutti combustibiliss imi - a fior di terra, nonch sostanze gassose che s'incendiano con estrema facili t, e permettono all'incendio di avanzare tra gli alberi con balzi di centinaia di metri. Gli incendi delle praterie australiane si diffondono con velocit da cinqu e a dieci volte superiore a quella di un incendio nella boscaglia, e sono state misurate avanzate di 13 chilometri all'ora. Nel 1968 nell'Australia centrale pre sero fuoco i pascoli per la caduta di un fulmine durante una siccit, e andarono b ruciati pi di due milioni di ettari. L'Africa un altro continente dove si trovano grandi aree esposte agli incendi, ivi comprese la savana e la foresta asciutta. Tuttavia molte piante si sono adattate alla comparsa regolare degli incendi. Gli eucalipti sono in grado di resistere a un incendio di media intensit, e certe sp ecie sembrano addirittura avere bisogno di una fuocata occasionale per restare i n vita. Molti lembi di foresta africana sono circondati da macchioni di Erythrin

a resistentissimi all'incendio. Per lo stesso motivo l'acacia una pianta coloniz zatrice di grande successo. Gli alberi resistenti al fuoco hanno sovente una spe ssa corteccia sugherosa. L'ohia lehua un albero delle Hawaii che pu venire ricope rto quasi completamente dalle ceneri incandescenti delle eruzioni vulcaniche, se nza perdere la capacit di rigermogliare; fatto ancora pi straordinario, riforma su bito nuove radici a diversa altezza, proprio sotto la superficie delle braci app ena cadute. Molte piante perenni dei paesi caldi fanno spuntare un nuovo gambo e rbaceo o parzialmente lignificato - di solito non pi alto di un metro - non appen a comincia la stagione delle piogge: esso fiorisce nello spazio di alcune settim ane, e s'inaridisce ogni volta che sopraggiunge la stagione secca. Queste piante hanno talvolta grandi tronchi legnosi sotterranei, che danno vita ogni anno a v eri boschetti di giovani germogli, e possono rappresentare un'alea imprevista pe r le colture. Nel SudAfrica molte specie dei gigli bulbosi palladifuoco fanno una fioritura pi copiosa dopo gli incendi, e l" Haemanthus canaliculatus addirittura non fiorisce se non passa il fuoco. Questa specie stata scoperta solo nel 1961 dopo che un i ncendio aveva bruciato una regione normalmente paludosa durante una siccit; i bul bi dovevano essere in letargo da decenni, ma dopo 4-5 giorni fecero spuntare le loro vivaci infiorescenze rosse. I nepenti americani fioriscono pi profusamente s e viene bruciato lo strato pi superficiale della palude dove crescono, dopo che s eccata la parte della pianta cresciuta nella stagione precedente. Cespugli ed alberi bruciacchiati producono spesso fiori in quantit eccezionale e cospicua messe di semi; come gi abbiamo osservato, molti semi germogliano molto m eglio dopo gli incendi, quando addirittura non occorre il fuoco per farli germin are. Anche certi funghi sono stimolati dal fuoco, e tra questi quella leccornia da bu ongustai che la morchella. In passato i contadini europei avevano l'usanza di da re fuoco alle radure delle foreste per procurarsi un raccolto di morchelle, arre stando il fuoco quando minacciava di estendersi agli alberi. Dopo la prima guerr a mondiale trincee abbandonate e case incendiate si riempirono di questi curiosi funghi. Il fattore fsiografico decisivo a seconda se l'area terrestre in esame costituita da una grande massa continentale, oppure risente della vicinanza dell'oceano. A ltro elemento importante dato dalla presenza di montagne, e la conformazione di un pendio pu causare diversit assai vistose - una cresta montana pu avere una fores ta sul lato controvento, che pertanto sar pi piovoso, e una prateria asciutta dall 'altro. Altre varianti sono date da deserti, lagune salmastre, acquitrini, lande , savane ed atolli corallini, n va scordato lo stesso habitat acquatico - marino o di acqua dolce, stagnante o in movimento, la diminuzione quantitativa e i camb iamenti qualitativi della luce, man mano che aumenta la profondit, e infine la di sponibilit d'ossigeno per il gioco delle correnti o l'affioramento. Il terreno fornisce un'altra vasta gamma di condizioni regolatrici. Non v' giardi niere che ignori come le variazioni nella composizione del terreno possano influ enzare le sue piante: vi sono tutte le sfumature, che vanno dalla sabbia ai terr eni ghiaiosi e, attraverso quel bel medio impasto, indicato come un ideale di perf ezione, finiscono alle argille pesanti e non ossigenate, che restano inzuppate p er tutto l'inverno e si induriscono come la roccia nelle calde giornate estive, a malapena consentendo di scavarle in favorevoli condizioni meteorologiche. La v ita vegetale risente anche della presenza od assenza di materia decomposta sotto forma di humus, che favorisce enormemente la microfauna e la flora del terreno: gli animaletti microscopici del terreno scindono la materia in forme prontament e assimilabili con l'aiuto di funghi, enzimi e batteri contenuti nel suolo. Gli animali pi grossi, segnatamente i vermi, possono esercitare sul terreno un'azione di grandissima portata, migliorandone la composizione e l'aerazione e rendendo i minerali pi accessibili alle radici delle piante. Importanza cruciale riveste a nche il tenore di acidit del terreno, determinato dalla presenza od assenza di ca lcio libero: molte piante sono rigidamente calciofile o calciofobe. Grande importanza pu avere anche la presenza od assenza di altri minerali: ad ese mpio l'eccesso di sale riduce drasticamente il numero delle specie potenziali. A lcune sostanze chimiche possono influire anche in quantit minima sulla comunit veg

etale, tanto che si dicono elementitraccia od oligoelementi. Cos il boro e il mol ibdeno anche in piccolissime quantit sono d'importanza vitale per le piante: altr i oligoelementi sono ferro, rame, manganese e zinco. Tanto l'eccesso quanto la s carsit di questi elementi agiscono di norma in senso inibitorio sulla crescita de lle piante. Nel settore biotico - cio nel complesso degli organismi che agiscono sulle piante - abbiamo tutto un assortimento di specie, dai batteri ai funghi ed animaletti microscopici fino alle specie superiori pi disparate, dagli afidi verdi all'elefa nte, rispettivamente animali nocivi e predatori. Spessissimo l'esistenza stessa di una pianta pu dipendere dall'assenza di animali che rappresentino serio perico lo di parassitismo e predazione: di modo che una specie vegetale pu sparire da un a data regione se tali specie vi arrivano, o vi vengono introdotte. L'introduzio ne del coniglio in Australia ha sortito il risultato di cancellare progressivame nte e inesorabilmente la vita vegetale da determinate regioni. I cambiamenti sop ravvenuti nella densit demografica dei conigli in Inghilterra in seguito alla mix omatosi, nonch i diminuiti effetti della malattia, hanno alterato visibilmente l' aspetto ambientale in molte regioni centrali del Paese, specialmente quando i fa ttori succitati si sono accompagnati alla diminuzione del numero delle pecore al pascolo: molti distretti si sono trasformati in distese di macchia e boscaglia, perch non vengono pi brucati sollecitamente i germogli dei cespugli e degli alber i. Questo fatto a sua volta distrugge l'habitat di certe specie vegetali quali l e orchidee terrestri. Il pascolo regolare rappresenta da sempre un fattore impor tante dell'evoluzione, e finisce con il trasformare la foresta in savana. L'uomo tuttavia rappresenta senza dubbio il fattore pi importante e deleterio tra tutti i fattori di natura biotica con cui le piante hanno avuto a che fare a tu tt'oggi; i suoi effetti relativamente recenti sul regno vegetale verranno tratta ti esaurientemente nei capitoli seguenti. I fattori biotici non sono naturalmente tutti dannosi. Nella formula pi elementar e gli escrementi lasciati dagli animali al pascolo gioveranno a certe piante, e nei capitoli precedenti stato dimostrato in quale misura le piante dipendano da varie specie animali per l'impollinazione incrociata e la dispersione dei semi. Questi pochi esempi servono ad illustrare quanto siano complessi i fattori che c ontribuiscono a determinare la presenza o l'assenza di date specie vegetali. Pi i mportanti ancora della specie originaria sono comunque le comunit specificamente adattate a determinate circostanze che si verifichino in tutti i vari habitat. U na comunit di piante in una giungla sudamericana non sar la stessa di una foresta in Malesia, ma ambedue possono avere in comune certe caratteristiche fondamental i; e lo stesso accadr, poniamo, in associazioni di piante alpine nell'America Set tentrionale e in Nuova Zelanda. E" stato redatto un imponentissimo vocabolario e cologico per descrivere queste comunit ed i vari tipi di associazioni vegetali ch e si possono incontrare. Un autorevole botanico - Nicholas Polunin - riconosce 1 7 tipi principali di vegetazione appartenenti alla foresta tropicale piovosa, al la landa, al deserto, e alle foreste a mangrovie, e sei elementi per classificar e questi tipi in ordine discendente di condizione ecologica - cio formazioni, assoc iazioni, faciazioni, consociazioni, societ e trib. Lo studio dell'ecologia secondo questa terminologia e classificazione rammenta Debrett, o magari la sfilata di una maggiolata vegetale; ma bisogna stare attenti a non spingere troppo oltre le analogie tra societ umane e vegetali, salvo che tutte e due le collettivit cercan o di usare nel miglior modo possibile le rispettive nicchie abitabili. Bisogna considerare anche lo sviluppo di una comunit cominciando da una colonizza zione od insediamento elementare; si possono riconoscere delle "successioni" net te di comunit, finch si arriva a un "momento culminante" od ottimale, che pu venir travolto da qualche disastro o interferenza, per poi ricominciare, di solito per il peggio. Una successione tipica pu avere dieci fasi partendo dal terreno nudo, e passare dal riuscito insediamento iniziale alla fase della concorrenza e dell a successiva reazione fino al momento ottimale stabile. Nei climi temperati una situazione del genere potrebbe cominciare da un lago d'a cqua dolce che viene colonizzato da piante acquatiche di vario tipo, compresi i muschi. L'accumulo di materiale morto sul fondo si somma a quello di deposito po rtato dall'acqua e solleva il fondo del lago fino a che questo ha profondit non s

uperiore ai tre metri; allora possono entrare nel lago piante acquatiche a fogli e galleggianti come le ninfee, che sono relativamente voluminose, e fabbricano v elocemente il materiale che andr ad accumularsi sul fondo con il passare delle ge nerazioni. La fase successiva data da un'acqua poco profonda esposta a un'eventu ale invasione di piante palustri, tra le quali i giunchi rappresentano specie ti piche a rapida attitudine colonizzatrice. Ma, nonostante la loro efficienza, con tinuano a sollevare il livello del fondo ammucchiando materiale in disfacimento e trattenendo i sedimenti convogliati dall'acqua, finch si rendono la vita imposs ibile, ed il momento in cui i banchi di giunchi vengono spodestati da piante com pletamente terrestri. Dapprima si tratta di piante erbacee ed a lento accrescime nto - di solito falaschi ed erbe - quindi, man mano che il terreno si solleva pe r i successivi depositi, vi si insediano i cespugli e finalmente gli alberi. Que sti apparterranno dapprima a specie idrofile quali ontani, pioppi e salici, e ma n mano che il suolo si prosciugher verranno sostituiti dalle forme del momento ot timale o climax, cio da una foresta composta d'alberi che preferiscono terreno alqu anto pi asciutto. Gli inizi sono molto pi ardui in un ambiente roccioso, ed i primi occupanti saran no i licheni con i muschi pi resistenti; man mano che questi si decompongono e si raccoglie terriccio attorno alle loro colonie, si forma il posto dove le piante di maggiori dimensioni possono insinuare lentamente le loro radici. Attecchiran no meglio le piante che si possono introdurre nelle piccole spaccature delle roc ce, come tante specie alpine ed artiche. La spiaggia costituisce spesso un esempio perfetto di climax graduato, dove le g randi alghe fluttuanti se ne stanno lungo la linea pi bassa di marea, lunghe e ro buste e viscide, per muoversi indenni nell'acqua ricca di elementi nutritizi, ma esposte all'aria e al sole solo per piccola parte del giorno; le urginee e vari e altre alghe pi in alto, con fronde pi corte sempre pi resistenti al disseccamento man mano che occupano livelli sempre pi prossimi alla linea superiore della bttim a. Prendono infine il sopravvento i licheni resistenti alla salsedine e i muschi pi robusti, e sopra questi vengono altre piante fiorenti alofle - cio capaci di re sistere alla concentrazione salina e all'esposizione all'aria di mare - quali le armerie, i campioni del mare ed altre erbe. Non per nulla il mondo della finanza viene paragonato talvolta a una giungla. Ne lla piovosa foresta tropicale, a ritmi stagionali poco differenziati, la vita de lle piante in massimo rigoglio. La vegetazione pu esservi foltissima, come dimost rato dal fatto che nel 1972 nella foresta pluviale di Cotobato, nelle Filippine, stata scoperta una trib detta dei Tasaday, alla quale 25 chilometri di foresta a vevano assicurato un isolamento evidentemente totale dall'et neolitica. E" il caso di osservare che le piogge tropicali possono raggiungere tra l'altro intensit incredibile se giudicate con i criteri delle regioni temperate. Il prima to pi ragguardevole stato misurato nella catena collinosa dei Khasi nell'Assam, d ove la pioggia cade alla media annua di 1150 centimetri, ma sono stati registrat i anche massimi oltre i 2500 centimetri. Il botanico Hooker ha misurato una volt a 75 centimetri di pioggia caduti in una sola notte - quanti cio cadono in certe parti dell'Inghilterra orientale in un anno! In una foresta tropicale si distinguono spesso tre piani diversi di vegetazione (o strati). Il pi basso dato da alberelli a larghezza decrescente che cercano di spingere la chioma nello strato medio, ma non riescono a tanto, perch sui loro 515 metri d'altezza sovrastano i 15-30 dello strato medio, dove le chiome formano una volta quasi ininterrotta. Al di sopra di questo torreggiano spesso pochi gi ganti vegetali alquanto distanziati tra loro. Talvolta molti di questi alberi pi alti formano una volta sotto la quale s'accucciano le piante di grado gerarchico inferiore, compreso lo strato pi vicino al suolo di felci arboree, palme e simil i. Sebbene s'incontrino a volte gruppi monospecifici, molto pi frequente il caso in cui non si osserva dominanza di una data specie vegetale sulle altre, che mag ari si pu ritrovare in una paio di esemplari per ettaro, e talvolta addirittura c on estrema rarit. Ho accennato in precedenza come le antofile erbacee discendano quasi sicuramente dagli alberi delle foreste tropicali; questa veduta confortata dal numero di fa

miglie vegetali che si trovano in una foresta dei tropici. Come ha notato l'espl oratore Richard Spruce nella foresta amazzonica, vi sono rappresentati alberi app artenenti quasi ad ogni ordine vegetale esistente in natura: erbe alte 18 metri o pi, viole grandi come piante di melo, margherite con gambi come tronchi d'ontan o. Va aggiunto forse che molte famiglie rappresentate nei tropici non si diffondo no alle regioni temperate. Ma in certe foreste tropicali pu succedere il contrario. Ad esempio, in Estremo O riente esistono foreste pluviali sviluppatesi da acquitrini torbosi, dove l'acqu a contiene poche sostanze minerali in soluzione e la falda freatica molto vicina alla superficie del suolo per tanta parte dell'anno, e talvolta pu anche coprirl a per parecchi mesi. Qui possibile che la scena sia dominata pi o meno completame nte da una sola specie arborea, ma pi sovente si trovano frammischiati anche pini e palme. Ci accade anche nelle foreste a mangrovie, che si formano sulle spiagge e sugli atolli corallini, sulle rive dei corsi d'acqua e attorno alle lagune e alle paludi salmastre, spuntando su pianori fangosi abitualmente ricoperti d'acq ua salata con marea alta. Queste foreste sono di solito impenetrabili a causa de lle radici e degli stoloni aerei tipici di queste piante perfettamente adattate all'ambiente. La mangrovia spesso la prima pianta che cresce su un atollo corallino o su un ba nco di fango al largo della spiaggia, grazie alle caratteristiche dei suoi semi ed alla sua capacit di germogliare in acqua salata: se ci avviene, la mangrovia ab itualmente avr il monopolio della situazione per parecchi anni, contribuendo lett eralmente a fabbricare l'isola man mano che sabbia, detriti e sedimenti si racco lgono tra le sue radici a trampoli, finch il centro dell'isola si solleva e si pr osciuga troppo per questa pianta. Se invece s'insediano prima altre piante come le "Cordia" o la palma "nipa", la mangrovia pu non avere alcuna probabilit di succ esso. Nei casi in cui va distrutta una parte di tali foreste monospecifiche, spe sso sorprendente osservare come nello spazio rimasto vuoto possano spuntare le p iante pi disparate, di cui non si sospettava neppure la presenza. Si conoscono es empi di acquitrini in Florida, dove un uragano aveva sfogliato tutte le mangrovi e; non appena la luce solare ebbe toccato il suolo rimasto in ombra per molto te mpo, spuntarono semi di varie piante rampicanti, quali la liana della luna Calonyc tion tuba, che si affrettarono a ricoprire i tronchi spezzati. Dopo l'esplosione atomica sull'atollo di Bikini, le palme da cocco e gli alberi del pane rimasero in gran parte distrutti, e quelli rimasti erano senza chioma, dando inoltre minore produzione di frutti. Ma subentr una densa coltre di cespugl i e liane - magnolie alofle, ipomee, pandani -, cos spessa che dopo 18 anni i tecn ici incaricati di effettuare ricerche dovettero aprirsi il passaggio in mezzo a grandissime difficolt. In questi ultimi anni una parte di questa vigorosa coltre vegetale stata rimossa con le ruspe perch si potessero ripiantare cocchi, banani, alberi del pane ed altre specie utili. Un ambiente del tutto nuovo pu venir colonizzato rapidissimamente. Un terreno ver gine pu restare allo scoperto in seguito alla ritirata di un ghiacciaio, per la c aduta di una frana o il cambiamento del letto di un fiume. Un esempio forse clas sico dato dall'isola vulcanica di Krakatoa, letteralmente esplosa nel 1883. Dopo l'esplosione rimasero tre isolette minori, ricoperte di ceneri fino a un'altezz a di 80 metri. Nella prima estate dopo il cataclisma comparvero alcuni fili d'er ba; tre anni dopo erano presenti 34 specie vegetali, comprese alcune alghe verdi azzurre, muschi, felci e alcune spermofite. Nel 1897 c'erano 61 specie, e molte antofite erano specie erbacee; nel 1906 ve n'erano 108, e 276 nel 1928. Oggi la vegetazione ha aspetto simile a quello del climax tipico di foresta che si osser va altrove nell'arcipelago malese, sia per densit che per numero di specie. La colonizzazione di ceneri e lave vulcaniche apparentemente ostili si pu osserva re regolarmente alle Hawaii, dove le piante inferiori - alghe verdiazzurre e di altro tipo, muschi, licheni e felci - precedono quasi sempre le specie spermofit e. Le felci riescono a spuntare sulle lave ancora caldissime sei settimane dopo un'eruzione. Nelle foreste piovose tropicali molte piante minori approfittano degli alberi. A nche nei boschi delle regioni temperate alghe, muschi, licheni e felci crescono o si aggrappano sui tronchi e sui rami; nelle regioni tropicali si aggiungono a

queste specie altre piante pi spettacolari, quali orchidee e bromeliacee, che s'i nsediano sui rami e godono la luce assorbendo l'acqua attraverso le foglie - com e nelle bromeliacee -, o grazie a speciali radici aeree che pendono nell'atmosfe ra umida, o si attaccano alla corteccia dell'albero ospitante, assorbendo un poc o d'acqua di scorrimento lungo il tronco. Altre piante vivono in piccole sacche di humus create dalle foglie in decomposizione tra l'intreccio dei rami. Queste piante non sono per nulla parassite, e tutt'al pi si possono definire specie ader enti o incrostanti: questo del resto il significato della denominazione tecnica di "epifite", denotante piante che vivono insediate su un'altra specie vegetale. A ltre epifite minori si dicono "epifille", e sono per lo pi epatiche fogliari sott ilissime che ricoprono le vere foglie degli alberi di formazioni che intercettan o la luce. Le piante che riescono ad evitare veramente l'ordinamento stratificato sono anco ra le rampicanti, in senso letterale. Gi sono state descritte al capitolo 8 le li ane che si gettano sulle piante pi basse, vi si attaccano insinuandosi al vertice delle chiome: da molto tempo certe liane possono concorrere al titolo di piante pi lunghe del mondo, vantando una lunghezza accertata di pi di 200 metri. A volte collegano come catene le chiome di parecchi alberi, in modo che un albero morto non cada al suolo. Tuttavia di rado queste piante rampicanti danneggiano quelle che le sostengono, salvo rallentarne la crescita o deformarne la chioma in qual che caso. In linea di massima sorprende la scarsa concorrenza che si fanno le radici nella giungla. Sebbene le descrizioni date finora possano aver ingenerato l'impressio ne di un infelice coacervo di piante ai livelli pi bassi, un fatto che esse in re alt si sono perfettamente adattate alla progressiva diminuzione della luce: ognun a ha abbastanza luce, aria, umidit, terreno per le proprie necessit, anche se il l ivello di sussistenza in queste condizioni pu essere molto inferiore a quello dei giganti della foresta. Gli habitat acquatici possono rivelarci altrettanta concorrenza di quella che si osserva nella giungla. Lo stadio di vegetazione in acqua profonda - per lo pi co lmo di piante sommerse che mettono radici nel fondo - pu essere quasi impenetrabi le, e in molti laghi in India e in Oriente si pu osservare qualcosa che assomigli a molto a un climax, dove poche piante sommerse devono cavarsela nella pochissim a luce filtrante attraverso la densissima popolazione galleggiante, dove possono essere presenti lingue d'acqua, lenticchie palustri, lattughe d'acqua o pistie, giacinti d'acqua e felci galleggianti come le Salvinia e le Azolla. Sopra quest e piante si stende la volta formata dalle grandi foglie cerose del loto sacro, d i modo che si ritrova un sistema stratificato simile a quello osservato nella fo resta pluviale tropicale. Come nel caso delle epifille, minuscole alghe che rico prono le piante acquatiche di una guaina semitrasparente. A volte le piante si dimostrano vere forme di antipatia. Cos certe piante della f amiglia delle margherite riducono indubbiamente la concorrenza, emettono sostanz e tossiche per le radici, a volte in quantit piccolissime. Questa famiglia, detta delle "composite", comprende erbacce pi di quanto occorra, come ben sappiamo tut ti, e questa caratteristica di avvelenare le radici pu rappresentare benissimo un fattore importante del loro successo. Esse continuano i loro attacchi anche dop o essere state recise, e chi si occupa di disposizione di fiori fa molta attenzi one a non mettere specie di questa famiglia - ad esempio la margherita Shasta o crisantemo massimo - assieme agli altri fiori, per non farli appassire. Altri es empi di questa tecnica bellica tra radici sono citati al capitolo 25. Le piante sono comunemente in concorrenza tra loro, o con l'ambiente: gli estrem i sono rappresentati dal rigoglio della foresta tropicale e dallo squallore dell a tundra artica, ma in ambedue i casi sopravviveranno i pi adatti. Nella foresta il fattore decisivo forse rappresentato dalla luce; nella tundra o sui monti dip ende invece dalla natura e disponibilit del terreno, dalla presenza di anfratti o crepacci, e dall'intensit di concorrenza operata dalle radici che una pianta pu s ostenere. In ambedue i casi l'inaridimento del terreno pu procurare condizioni cr itiche. Ad esempio, nei climi temperati o freddi, i faggi asciugano e ombreggian o il terreno a tal punto che sotto di essi non riesce a crescere quasi nulla; le conifere aggiungono a quanto sopra uno strato di foglie morte aghiformi assai s

favorevole alla crescita di altre piante superiori. In questo capitolo ho adoperato piuttosto spesso la parola concorrenza, e ci ha for se lasciato sottintendere lotta ed antagonismo costanti. Indubbiamente esistono molti tipi di habitat, specialmente nelle regioni tropicali dove le piante cresc ono in fretta, dove letteralmente si verificano molte forme di lotta e specialme nte le plantule trovano molte difficolt per sopravvivere. Ma va sottolineato inta nto che una comunit vegetale pu esistere solo perch ciascuno dei membri che la comp one si adattato ad una particolare nicchia abitabile - alcune piante richiedono luce ed acqua in quantit molto minori di altre, le epifite possono vivere sui ram i, le radici penetrano a profondit diversa, si possono trovare bulbi affondati so tto terra e piante annuali alla superficie, e cos via. L'integrazione vi molto sv iluppata. Si osservano anche molti esempi di piante dalle esigenze vitali apparentemente u guali che si dividono felicemente un territorio dove invece ci si aspetterebbe c he dovrebbero osteggiarsi. In casi del genere la situazione tenuta sotto control lo da diversi fatti biologici. Ad esempio vi sono dei Penstemon americani che co nvivono a grande altezza con identiche esigenze per quanto riguarda l'habitat e le condizioni di crescita; tuttavia certe specie hanno fiori rossi e gola strett a impollinati dai colibr, mentre hanno ampi fiori azzurri visitati dai calabroni. Nelle aquilegie di bosco americane sono ancora i colibr ad impollinare le specie a fiori rossi, e gli smerinti quelle dai fiori bianchi. Capita cos in questo cas o che i calabroni vadano sull'uno o sull'altro fiore, creando quindi degli ibrid i, la cui impollinazione dipende dal colore del fiore. Non sorprende il fatto che quanto pi specializzato e difficile l'habitat, tanto p i specializzate dovranno essere anche le piante che ci vivono, e in certi posti t anto minore sar il numero delle specie. Valga l'esempio dei deserti, delle paludi salmastre e delle tundre alpine. Il mondo ha quindi un'infinit di habitat potenziali per le piante, alcuni molto e stesi, ed altri assai localizzati. Le nicchie che ne risultano possono essere gr andi o piccole, e studiandole non vanno persi di vista i microhabitat causati da qualche speciale concorso di circostanze di natura locale. Queste possono rives tire importanza massima in situazioni molto disagevoli, ad esempio nell'Artico, dove un masso o una zolla possono avere sul loro lato meridionale temperature su periori di 20 gradi C. a quella del lato rivolto a settentrione, di modo che le specie vegetali crescono solo a sud, mentre tutto attorno gela. In questi posti anche i massi sono frequentati dagli uccelli; i loro escrementi arricchiscono il suolo e possono portare dei semi, facendo prosperare gruppi lussureggianti di p iante fiorenti. I giardinieri sono perfettamente al corrente dell'esistenza dei microclimi. Gli appassionati di piante pi delicate le insedieranno ai piedi di un muro rivolto a sud, dove esse avranno tutto il sole disponibile, e troveranno di solito suolo p iuttosto asciutto. Qui prospereranno piante bulbose, come le "Nerine" e certi gi aggioli, e verranno bene anche piante da frutto - esotiche, nelle Isole Britanni che - quali albicocchi e peschi. Un incavo o una buca formeranno una sacca di ge lo, perch il gelo tende a scendere verso il basso come un liquido; anche un muret to su un pendio potr formare una sacca del genere, se non c' un cancello o un'inte rruzione. I giardini della costa occidentale dell'Inghilterra risentono gli effe tti della Corrente del Golfo e pertanto sono pi tiepidi, ma anche pi umidi grazie ai venti dominanti. Talvolta giardini distanti poche miglia tra loro potranno of frire contrasti sorprendenti - i giardini del distretto rurale di Kew a Wakehurs t Place, nel Sussex, hanno molte colture di specie delicate, mentre mi risulta c he un giardino a sole cinque miglia di distanza deve limitarsi a piante molto re sistenti alle rigide invernate locali. Lo studio delle piante che vivono in comunit - e delle societ vegetali da loro for mate - affascinante di per se stesso. Vi intravvediamo costantemente il delicato equilibrio naturale, che noi ignoriamo a nostro rischio ogni qualvolta ci metti amo a pasticciare con le associazioni naturali. Capitolo 20. SFRUTTAMENTO DELL'AMBIENTE.

Un deserto a cacti ha un aspetto particolare: i cacti vi crescono sparpagliati e radi, e vi sono molti metri di sabbia tra una pianta e l'altra. Ma se fosse pos sibile capovolgerlo, assomiglierebbe ad una giungla, tanto l'intrico delle radic i che s'intersecano in cerca d'acqua; e questo un esempio impressionante delle p ressioni esterne esercitate da un ambiente. Ogni pianta ha una sua soluzione per sonale per questi problemi, ed un suo modo per sfruttare la situazione traendone il massimo vantaggio. Caratteristica essenziale del fatto che i problemi vengan o risolti a questo livello naturalmente la capacit della pianta di mutare a lunga scadenza, producendo l'individuo che all'occasione riesce a sopportare una situ azione lievemente diversa: il che costituisce il nucleo della teoria della selez ione naturale. Ad esempio la capacit di crescere in un clima caldo o freddo costituisce un carat tere genetico condizionato da una serie di mutazioni. Possiamo immaginare come q ualche pianta primitiva abbia potuto diffondersi a poco a poco in un'area pi cald a o pi fredda, o forse sia stata sorpresa da un graduale cambiamento del clima, c ui abbia dovuto adattarsi progressivamente per non venir eliminata. Nell'habitat naturale di una pianta il freddo o il caldo esagerati sono estremam ente insoliti. Solo quando ci mettiamo a coltivare piante di altri paesi ci acco rgiamo del modo diverso con cui rispondono a condizioni superficialmente uguali. Una pianta alpina od artica tetragona al freddo, ma pu benissimo morire se viene esposta ad inverni umidi o a lievi cambiamenti di temperatura, quando abituata al freddo costante. Cespugli ed alberi portati in un altro paese possono essere perfettamente resistenti a piena crescita, ma le gelate tardive dopo che cominci ato lo sviluppo potranno danneggiare i germogli e impedire la fioritura. In Gran Bretagna il comune agrifoglio viene considerato pianta resistentissima, mentre nelle regioni orientali degli Stati Uniti verr guardata con apprensione, perch soc combe alle scottature causate dal riverbero solare sulla neve, che l rimane sul s uolo molto a lungo. I veri danni causati dal freddo dipendono dai cristalli di ghiaccio che si forma no all'interno delle cellule o nello spazio intercellulare. Nel primo caso i cri stalli causano probabilmente danni meccanici, mentre nel secondo viene sottratta acqua alle cellule, che si prosciugano e deformano. Le piante pi resistenti sono quelle il cui protoplasma possiede resistenza congenita alla formazione di cris talli di ghiaccio, e probabilmente provengono da regioni dove la temperatura sce nde rapidamente al di sotto del punto di congelamento, che quello attorno al qua le si forma pi rapidamente il ghiaccio. Probabilmente queste piante hanno anche u na linfa cellulare molto concentrata, che abbassa il punto di congelamento - pro prio come l'uso del sale sulle strade fa gelare la neve a temperatura molto pi ba ssa, che pertanto si verifica molto pi di rado in condizioni naturali. E" alto an che il contenuto di proteine, sebbene il loro contributo ai fini della resistenz a al gelo possa solo essere soggetto di congetture. Alcune piante pi primitive sono anche le pi tenaci. Le sole piante che crescano su lla neve sono certe alghe microscopiche gialle, verdi e rosse - queste ultime ti piche dell'Antartide, dove curiosamente vivono sulla polvere del guano portato d al vento dalle scogliere e dalle isole sudamericane. Le alghe unicellulari flage llate possono sopravvivere a temperature di 15 gradi sotto zero. I funghi posson o crescere a 9 gradi sotto zero, e all'estremo opposto ve n' un altro del tipo a ombrello trovato al Wadi Rum in Giordania, in grado di sopportare 64 gradi di ca lore. A temperature pi elevate possono vivere solo alghe verdiazzurre, e infine i batteri - questi ultimi fino a 77 gradi C. Alcune spore batteriche devono prima venir letteralmente bollite perch poi possano germinare. I laghi o lagune molto salati possono favorire la vita del solo plankton unicellulare, ma certe alghe d i maggiori dimensioni riescono a vivere su incrostazioni saline dove l'acqua con tiene sali disciolti a concentrazioni superiori al 30 96. Un batterio scoperto m olto recentemente riesce a vivere in soluzioni fortemente alcaline di idrossido sodico a concentrazioni dieci volte superiori a quelle tollerabili da qualsiasi batterio prima conosciuto; un organismo di questo tipo potrebbe vivere presumibi lmente in un ambiente ostile come quello di Giove. Fitoplankton ed alghe maggiori abbondano nelle acque polari, dove il primo costi

tuisce un elemento di grande importanza nell'alimentazione dei pesci. A fior di terra le alghe verdiazzurre rappresentano una componente importante della vegeta zione dell'Artico, dove sono spesso le prime a colonizzare rocce e pietre, mentr e il loro viscido muco fornisce rifugio ad altri minuscoli organismi che sembran o scivolare in modo inesplicabile sulla loro superficie. Sulle rocce nude cominc iano a comparire anche i licheni, che sono presenti sulle alte vette montane, no nch in vaste regioni dell'Artico e dell'Antartide. I pi cesposi, come quello grigi oargenteo detto appropriatamente il lichene delle renne, sono d'importanza vitale per l'alimentazione delle renne e di altri erbivori; tra questi, il lichene isla ndico, ricco di carboidrati amidacei, costituisce un cibo passabile anche per l' uomo. Anche muschi comuni e licopodii vivono in queste regioni aride e fredde. Le piante superiori pi tenaci sono le piante artiche ed alpine, che in molti casi passano sotto la neve la maggior parte dell'anno, refrigerate a temperatura cos tante ed isolate dagli altri elementi. In queste epoche dell'anno il terreno qua si sempre gelato, per cui le radici non possono assumere acqua, e la pianta in l etargo: certe piante alpine delle Ande possono restare vive anche per parecchi a nni sotto la neve, fiorendo infine liberamente quando vengano esposte all'aria e al sole. La pianta alpina classica nana, e forma un cuscino arrotondato o un tappeto distes o che offre la minima resistenza al vento, con caratteristiche di adattamento ch e le consentono di resistere alla siccit. A volte questi cuscini possono ingrandi rsi notevolmente, come quelle piante dette pecore vegetali che si trovano sulle An de o in Nuova Zelanda: certi vecchi esemplari formano cumuli che hanno letteralm ente le dimensioni di una pecora, e sono coperti di minuscole rosette fogliari. Una pianta alpina ha anzitutto gambo o tronco molto ridotto, per cui ha aspetto molto schiacciato: molti cardi alpini e specie affini sono virtualmente sessili o acauli, cio sprovvisti di gambo. La pianta alpina ideale ha forma assai compatta, spesso dura, composta di foglioline spesso embricate - un paio disposto ad ango lo retto rispetto al paio successivo, molto ravvicinati - o a rosetta, cio in for mazioni che raggruppano le foglie e giovano a ridurre l'evaporazione. Queste fog lie sono abitualmente protette ed isolate dagli elementi da spessi rivestimenti cerosi, da depositi di muco, o da peli. Spesso sono di colore bianco per riflett ere l'eccessiva luce solare, e specialmente i raggi ultravioletti. La formula es trema d'isolamento offerta dalle saussuree dell" Himalaya, quali ad esempio la S aussurea sacra, dove ogni parte della pianta ricoperta da un vello cos spesso che impossibile distinguerne le varie parti. Alla sommit di questo vero thermos vege tale arrotondato - talvolta parzialmente sepolto nella neve - si trova un'apertu ra che permette l'accesso dei calabroni ai fiori; questi insetti passano spesso la notte in tale rifugio. Le piante alpine hanno spesso radici profonde e molto diffuse, o almeno radici i n grado di passare nelle minime fenditure delle rocce. Sono comuni le lunghe rad ici con cappucci apicali, specialmente nelle specie che crescono sui ghiaieti do ve le pietre tendono a rotolare continuamente verso il basso e si tirano dietro la parte fogliare della pianta, come se questa cercasse di tenersi esposta all'a ria. Di modo che si vede spesso la radice lunga e spessa che si sporge rivolta a monte come un cavo d'ancoraggio. La zolla o il ciuffo erbosi rappresentano altre ottime forme per piante alpine. Ci succede perch le vecchie foglie e basi fogliari morte e in disfacimento formano una massa infeltrita alla base del ciuffo, ed proprio l che sono sepolte le nuov e plantule dalle tenere gemme. Misurazioni effettuate su ciuffi erbosi ad altezz e superiori ai 4000 metri sulle montagne dell'Africa Centrale hanno fatto rileva re una temperatura interna di 2,5 gradi C., mentre quella esterna era di 5 gradi sotto zero. Questi ciuffi svolgono anche un'eccellente funzione tamponante cont ro le variazioni d'umidit, trattenendola entro la massa infeltrita. L'isolamento termico importantissimo in questo habitat particolare dove le condizioni locali favoriscono il criosisma, cio il sollevamento del terreno per azione del gelo, che naturalmente potrebbe danneggiare le radici o renderne precaria la sopravvivenza . Il tepore emanato dai ciuffi erbosi incoraggia una specie di colibr a fare il n ido all'interno di essi sul monte Kenya. Le piante alpine di maggiori dimensioni possono avere foglie lucenti adatte a riflettere le eccessive irradiazioni ultr

aviolette, e di solito si accompagnano ad una spessa cute esterna. Per molte piante alpine non adottano precauzioni del genere, come certe piante d' aspetto comunissimo, quali primule, aquilegie ed adonidi. Ovviamente queste pian te crescono di solito in posti pi riparati di quelli frequentati da cuscini e tap peti vegetali, ma non sempre cos: una fotografia scattata da Oleg Polunin a circa 6000 metri d'altezza, che all'incirca rappresenta il limite massimo altitudinal e raggiunto dalle piante alpine nel Nepal Occidentale, mostra un intero assortim ento di piante erbacee, delle quali solo un paio sono striscianti o formano tapp eti vegetali, mentre le altre sono piantine basse ma diritte. Vi sono anche lich eni. Non sempre la natura fa quello che ovvio, per quanto efficiente esso possa sembr are: sulle montagne dell'Africa Centrale e sulle Ande avviene addirittura un rov esciamento completo della logica. Qui crescono piante gigantesche assolutamente fuori del comune: grotteschi senecioni arborei e lobelie da fantascienza alte fi no a 6 metri, eriche ed iperici ancora pi alti, questi ultimi fino a 12 metri. I senecioni hanno foglie ricoperte di lanugine a fini d'isolamento, mentre certe l obelie, quali la Lobelia telekii, si proteggono i fiori azzurri impollinati dai colibr africani con lunghe brattee lanose somiglianti a foglie, di modo che la pi anta a pieno sviluppo viene ad assumere un aspetto di spazzola spettrale o, seco ndo la descrizione datane una volta da Patrick Synge, di un enorme bruco peloso p ietrificato e rimasto diritto sulla sua estremit. In altri casi le infiorescenze s ono dure e lucenti. Sulle Ande esistono piante simili a queste, in particolare l a fantastica Puya raimondii, alta 9 metri ed impollinata dagli uccelli, con un t ronco da palma, una gonna lacera di foglie allungate, e un capo fiorale affusola to come un razzo lungo quattro metri e mezzo e anche pi: la pianta muore dopo la fioritura. Si trovano anche enormi piante di lupini (appartenenti alle leguminos e, come i piselli), ed espeletie imparentate con il senecione, a caratteristiche affini a quelle delle lobelie africane - esempio impressionante di evoluzione p arallela. Su queste montagne equatoriali la temperatura media quasi uguale per tutto l'ann o. Possono esistere tuttavia grandi sbalzi dal giorno alla notte: stato giustame nte osservato che ogni notte inverno ed ogni giorno estate. Sulle Ande lo scarto giornaliero di temperatura pu essere di 40 gradi centigradi, e la temperatura pu scendere molto sotto lo zero di notte. Inoltre il calore intenso e le radiazioni solari fanno aumentare molto rapidamente la temperatura nelle ore diurne. Quest e condizioni mettono veramente a dura prova la resistenza delle piante locali, c he si spingono fino a 4300 metri d'altezza. Sia le lobelie giganti che i senecioni arborei hanno le foglie disposte in modo da formare gemme notturne che ogni sera si ripiegano strettamente attorno al germo glio in sviluppo o al capo fiorale, in modo da assomigliare ad un mostruoso carc iofo globoso. Mackinder ha segnalato nel 1900 come le lobelie chiudevano di notte i loro cespi di foglie, proprio come le margherite. Al mattino si vedono le fogl ie spiegarsi dalla parte esposta al sole non appena sono toccate dalla luce. Le giovani foglie dei senecioni arborei formano nella parte centrale un cono sopra la punta del germoglio, in modo da assicurare protezione ininterrotta. Alcuni di questi senecioni hanno una densa lanugine solo sulla parte inferiore del lembo fogliare, ci che ha messo in imbarazzo i primi osservatori finch non si scoperto c he questa imbottitura viene a trovarsi all'esterno della gemma notturna, e quind i al posto giusto ai fini dell'isolamento termico. Essa ricopre anche gli stomi o pori respiratori, e riduce la traspirazione funzionando da strato coibente con tro le correnti d'aria. Il dispositivo forse pi strano dato dal serbatoio d'acqua di alcune lobelie. Le f oglie disposte a rosetta sono intrecciate cos strettamente tra loro, da poter con tenere del liquido come una ciotola. Questo liquido viene fabbricato indubbiamen te dalla pianta, perch lo si ritrova anche con tempo asciutto. Il serbatoio pu ess ere profondo fino a 10 centimetri e circonda la punta della piantala. Con il fre ddo notturno la parte superiore del liquido gela, ma quella sottostante non gela mai - riparata com' da due o tre strati di pezzetti di ghiaccio che possono ragg iungere anche lo spessore di un centimetro, di modo che la temperatura resta alm eno un grado, forse anche due o tre gradi al di sopra del punto di congelamento.

Oltre alle gemme di crescita, i senecioni arborei devono affrontare anche il pro blema di proteggere dal rapido gelo notturno il loro impianto di tubature, cio i ca nali e i dotti convogliatori nei loro alti tronchi. Essi hanno risolto il proble ma adottando quello che si potrebbe definire un impianto autonomo di rivestimento. Le foglie vecchie sul tronco muoiono, ma non cadono dall'albero, e formano uno strato pendulo di molte superfici sovrapposte, avente su ogni lato spessore alme no uguale a quello del tronco protetto. E" stata registrata nel midollo una temp eratura di 3 gradi C. mentre all'esterno era di 5 gradi sotto zero. E" degno di nota il fatto che i senecioni arborei il cui rivestimento di foglie morte sia st ato distrutto dal fuoco, soccombono facilmente all'inclemenza degli elementi. L' unica specie che non conserva le sue foglie morte ha una spessissima corteccia s ugherosa che assicura analogo isolamento. Certe piante andine hanno grosse corte cce scagliose per lo stesso motivo. E" un mistero perch queste piante alpine delle regioni equatoriali abbiano assunt o dimensioni cos gigantesche, ma fuor di dubbio che esse hanno risolto il problem a determinato dal clima rigidissimo in modo altrettanto efficiente di qualsiasi pianta nana a cuscino. Prima di abbandonare le montagne dell'Africa equatoriale, vale la pena di citare due altre curiose soluzioni di questo problema. Gi si detto che i criosismi - ci o i sollevamenti del terreno operati dal gelo, una delle sollecitazioni del suolo - rappresentano una caratteristica locale per i violenti cambiamenti di tempera tura, e in certi terreni sono accompagnati dalla formazione di ghiaccioli lunghi almeno un centimetro e strettamente affastellati insieme in senso verticale. Og ni notte questo strato solleva la superficie del suolo. Una piantina detta Subul aria sviluppa abbastanza calore da impedire che si formi del ghiaccio tutto atto rno alle rosette fogliari erette, e cos sopravvive sotto forma di tubetti vertica li. Questo calore generato dal ricambio della pianta si pu osservare in molte piante alpine d'Europa, come le soldanelle e i crochi, che sembrano fondere la neve per praticarvi dei fori a vantaggio dei loro fiori nelle chiazze di neve in ritirat a. E" stato impossibile calcolare la temperatura vera sviluppata da questi fiore llini sotto il manto nevoso, ma si riusciti ad effettuare prelievi di temperatur a su altri fiori alpini. Si constatato cos che un fiore di genzianella aveva temp eratura interna di 10,6 gradi C. proprio prima dell'alba, mentre quella esterna era di 8,4 gradi. Una campanula ed un aconito rivelarono temperature rispettivam ente di gradi 16,6 e 14,6 in ambiente aperto dove l'aria aveva temperatura di 13 ,2 gradi C; una carlina ancora chiusa fece registrare temperatura di ben 20,4 gr adi C. rispetto ai 13,2 gradi dell'aria ambientale. Un'altra curiosit africana data dal modo con cui parecchie piante di struttura pi primitiva superano la difficolt del sollevamento del terreno ad opera del gelo se guendolo nel suo spostamento: non sono attaccate al suolo. Questa tattica adotta ta dai licheni, dall'alga verdeazzura "Nostoc" e specialmente da parecchi muschi ; questi ultimi formano pallottole di muschio quasi sferiche del diametro di cen timetri. 1-3, che con i loro spostamenti notturni assicurano alla specie possibi lit di crescita ininterrotta, comunque si mettano le cose. Anche molte piante del le tundre settentrionali devono affrontare il problema dei criosismi. Quindi le piante alpine devono resistere in modo speciale al freddo, poi alla ra pida successione del caldo e del freddo, all'eventuale rischio di disseccamento, all'irradiazione eccessiva, e infine spesso agli sconvolgimenti di natura mecca nica. Nei luoghi esposti possono trovarsi alla merc del vento. Questo problema tu ttavia riguarda molte piante di specie diverse: non abbiamo che da guardare sull e nostre coste per vedere l'azione dei venti dominanti sugli alberi; questa azio ne sempre evidente sul bordo superiore del limite arboreo alpino e al limite pi s ettentrionale delle foreste artiche, dove anche il freddo contribuisce a formare alberi contorti tipo "bonsai". Dove essi sono stati solamente ridotti a dimensi oni nane l'ecologo li chiama con un certo garbo foreste degli elfi, mentre quando sono veramente contorti usa il termine tedesco Krummholz, legno incurvato. L'alber o tipico delle regioni fredde la conifera dai rami profondamente piegati in bass o, perfettamente sagomati per lasciar cadere l'eccesso di neve. Nei climi temperati il problema tipico dato da un inverno relativamente rigido.

Molte piante perenni superano questo frangente morendo, fino a ridursi a un ciuf fo di radici, e tirando avanti quasi in stato d'ibernazione, resistendo cos abbas tanza bene alle condizioni avverse. Le piante a foglia caduca vanno in letargo p erdendo le foglie. Le piante acquatiche possono ridursi a mozziconi sommersi di tessuto, mentre le piante annuali sfuggono ai rigori dell'inverno sotto forma di semi. Tuttavia l'adattabilit delle piante risalta nel modo pi vistoso quando occo rra affrontare problemi di gravit estrema: alle piante alpine ed artiche tocca tu tta una serie di questi problemi, cui va aggiunta l'ultima calamit della siccit. L e piante adattate ad ogni forma di siccit si dicono "xerofite". La siccit colpisce molte aree: pu dipendere dalle caratteristiche intrinseche dell 'habitat, qual quello delle dune di sabbia costiere, ma nella sua formula estrem a si attua nei deserti. Nelle condizioni di deserto assoluto non cresce nulla, m a certe piante riescono a sopravvivere a situazioni di aridit incredibile, come a ttestano le erbe di cui si nutrono i cammelli dei Beduini nelle regioni del Quar to Vuoto d'Arabia. Vi sono piante che crescono nelle zone pi micidiali del Sahara , dove la temperatura diurna pu salire a 60 gradi scendendo quasi a zero nelle or e della notte, e possono passare quattro anni prima che cada una goccia di piogg ia; condizioni analoghe si verificano nell'Africa sudoccidentale. La maggiore difficolt di questi ambienti deriva dal variare delle condizioni di v ita da un anno all'altro. Ad esempio, nel deserto del Negev si pu avere umidit suf ficiente per quattro mesi in un'annata buona, e per non pi di 5-6 settimane in una c attiva. Spesso si forma la rugiada - e sempre nel Negev osservata per 180 notti i n un anno -, ma pare che serva pochissimo alle piante superiori, sebbene basti a d alimentare quelle primitive. Anche la rugiada sotterranea causata dalla condensa zione pu essere benefica. E" probabile che le riserve principali d'acqua in un de serto senza falda freatica sotterranea siano invece le sacche d'acqua sotto le pie tre, e spesso si osservano radici avvolte attorno a queste fonti d'approvvigiona mento idrico. Si trovano indubbiamente piante primitive in deserti d'aspetto implacabile. Lemb i d'alghe microscopiche verdeggiano improvvisamente dopo gli allagamenti provoca ti dagli acquazzoni, mentre in seguito non resta di loro che una finissima crost a scura tra le particelle di terreno. Spesso si trovano pezzi di pietra incrosta ti di alghe. Si osservato che queste piante elementari possono perdere, in condi zioni di aridit, quasi tutto il loro contenuto interno d'acqua, passando in letar go completo e resistendo anche a temperature altissime; cos essiccate possono res istere almeno due anni e mezzo, e forse molto pi a lungo. Ogni acqua disponibile viene assorbita rapidamente dalle alghe, che cos possono gonfiarsi e riprendere l a normale attivit metabolica: una resurrezione che l'uomo non ancora riuscito a p rocurarsi con le sue tecniche d'ibernazione! Queste alghe certamente si avvalgon o della rugiada o anche semplicemente della umidit atmosferica. Inoltre vivono sp esso sulle parti pi basse delle pietre o anche sotto di esse, e sono in grado di servirsi della bassissima luminosit che filtra sotto i sassi: alcune operano ad i ntensit luminosa inferiore a quella del chiaro di luna. Risalendo la scala vegetale troviamo i licheni in veste di diffusi colonizzatori , che si comportano come tali nelle regioni artiche o alpine, e in altri deserti sassosi. Nei suoi "Diari dall" Himalaya" sir Joseph Hooker segnal di avere visto a circa 6500 metri d'altezza un lichene che aveva notato precedentemente alla T erra di Kerguelen nell'Antartide. Alcuni licheni vivono all'interno di rocce dal la superficie poco coerente, e contribuiscono a frantumarle. Come le alghe loro sorellastre, i licheni possono resistere all'alternarsi di secchezza e di acqua: questa resistenza particolarmente necessaria se si considera che un lichene bagn ato riesce a sopportare solo una temperatura sui 30 gradi, mentre un lichene diss eccato riesce a sopravvivere ad ottanta gradi e pi. Entro 10 minuti da quando sta to bagnato, un lichene siffatto aumenta del 50% il proprio peso iniziale assumen do acqua: ne un esempio la specie cesposa "Ramalina" che riesce ad effettuare la fotosintesi anche a 10 gradi sotto zero, cio a una temperatura alla quale geler u n poco delle sua acqua interna. Certi muschi hanno capacit analoga, disseccandosi fino a sembrare del tutto morti e tornando in vita come se niente fosse non app ena vengono inumiditi. In condizioni di siccit le piante superiori devono affrontare due problemi divers

i. Queste piante assumono naturalmente acqua attraverso le radici e la perdono a ttraverso i pori respiratori per il fenomeno di traspirazione, per cui devono tr ovare un equilibrio tra i due sistemi: senza la traspirazione non possono effett uare la fotosintesi, e di conseguenza non possono provvedere alla produzione di fiori e semi, e tanto meno alla crescita. Il problema numero uno dato dall'aridi t effettiva del suolo, con insufficiente umidit per le radici; alcuni terreni dese rtici sono in condizioni di siccit permiana, esattamente come altri delle regioni a rtiche sono in gelo permiano o permafrost. Il problema numero due, la secchezza dell 'aria, pu verificarsi anche quando il terreno abbastanza umido, perch la pianta pe rde pi umidit per traspirazione di quanta possa assorbirne attraverso le radici. L a fotosintesi pu interrompersi completamente se una pianta si disidrata, proprio come avviene quando le cellule vengono danneggiate dal gelo. Si vedr che - citando dal Negev - ogni pianta del deserto attiva durante la stagione asciutta si trova permanentemente pericolante tra Scilla e Cariddi, rappresenta te rispettivamente dalla minaccia di morte per mancanza d'acqua e dalla morte pe r mancanza di materia organica, per cui la traspirazione si potrebbe considerare un male necessario. Per certe piante, a parte la necessit della fotosintesi, trasp irano per mantenersi fresche, in modo molto simile a quanto facciamo noi sudando ; la zucca amara o coloquintide - che ha fatto gridare ai personaggi biblici (Li bro dei Re, 2:4) cui era stata servita una zuppa: C' la morte nella marmitta! - ha foglie larghe e sottili a traspirazione cos intensa, che la loro temperatura risu lta abbassata di ben 7 gradi rispetto a quella dell'aria circostante, in base al principio di evaporazione dei recipienti di terraglia usati nel buon tempo anti co per raffreddare il latte. Indubbiamente la fotosintesi procede di buon passo se vi acqua a sufficienza, in modo che le piante crescono rapidamente in buone condizioni, preparandosi per l 'eventualit di tempi avversi. Le piante hanno in serbo molte soluzioni per i loro problemi; sta di fatto che quanto pi ardue sono le condizioni di vita, tanto pi n umerose sono le reazioni delle piante alle caratteristiche di un dato habitat. I n una data pianta non c' soltanto una capacit generale di adattamento, ma anche un a notevole duttilit. Si potrebbe dire che ogni pianta aggiorna continuamente la s ituazione del suo bilancio idrico; dare e avere vengono totalizzati tutte le 24 ore, con bilancio in attivo di notte e in passivo il giorno dopo. Oppure accade che il bilancio idrico venga redatto di anno in anno: in questo caso la sopravvi venza dipende dalla sopportazione di livelli minimi di acqua che manderebbero in fallimento una pianta normale; livelli che possono essere bassissimi alla fine della stagione asciutta. Una stranezza di molte piante del deserto sta nella loro enorme capacit potenzial e di crescita. Esse di solito crescono con estrema lentezza e, come diremo in se guito, possono anche fare a meno di crescere per buona parte delle stagioni; ma se ricevono acqua ininterrottamente, crescono in misura assolutamente estranea a lla loro natura di piante del deserto. Piante di capperofava irrigate nel modo s uccitato crebbero da 2 centimetri d'altezza fino a quasi mezzo metro in dieci me si, mentre il loro accrescimento normale in una buona annata di tipo desertico si aggira sui 5 millimetri. Si sa che queste piante possono vivere fino a 300 anni, ed una pianta di questa et non supera normalmente l'altezza di 70 centimetri. Ve rrebbe fatto di chiedersi perch mai non vadano a colonizzare habitat migliori, se possono crescervi tanto bene. Invece niente, se ne stanno l nel loro durissimo a mbiente abituale come profeti del Vecchio Testamento. Le vecchie piante sopravvivono dove possono perire invece i loro rampolli: perci occorre una buona produzione di semi, e sono pure indispensabili dispositivi (ne l maggior numero possibile) per diffondere la semente tanto nello spazio quanto nel periodo adatto alla germogliatura. Quando troppe plantule germogliano assiem e, si fanno una concorrenza cos spietata per l'umidit che molte muoiono: accaduto cos che sullo spazio delimitato di un metro quadrato siano sopravvissute solo 40 piantine di salsola su 850 germogliate, sebbene i germogli appena spuntati possa no resistere 25 ore allo stato secco. Questa salsola una pianta annua; una sua v icina del Negev, un'artemisia perenne, riesce a far germogliare pochissime plant ule, ma queste hanno un'alta percentuale di sopravvivenza. Nel caso dei capperif ava sopra citati i ricercatori hanno accertato che le probabilit di felice insedi

amento si verificano in media una volta ogni 5-7 anni: quanto basta alla specie per mantenere il popolamento. Le piante del deserto gi descritte al capitolo 16 possiedono molti dispositivi pe r assicurare la germogliazione dei semi al momento pi propizio, o per scalarla ne l tempo. Spesso hanno semi di due o tre tipi, uno programmato per germogliare su bito, l'altro in seguito, oppure a seconda delle mutevoli combinazioni di umidit, luce e temperatura. Altri dispositivi possono far s che i semi di piante del des erto evitino di mettersi a germogliare in risposta a lievi acquazzoni fuori di s tagione. Le piante adulte possono far fronte al deserto con la caduta totale delle foglie . Ne sono esempi le piante alternanti, o ad attivit stagionale seguita da periodi d 'inerzia, quali molte specie di ginestra, che hanno tronchi verdi contenenti clo rofilla, e portano stomi con cui possono effettuare la fotosintesi. Spesso i tro nchi presentano sezione di taglio circonvoluta, e il motivo principale dipende d al fatto che gli stomi sono situati alla base di solchi e scanalature dove sono al riparo dal sole accecante e dalle correnti d'aria, fattori che accelerano la traspirazione. Di solito le erbe xerofite hanno foglie che si arrotolano in condizioni di secch ezza, nascondendo all'interno del tubo fittizio cos formato la superficie circonv oluta sulla quale sono situati gli stomi. Con l'umidit si distendono facilmente. Difatti molte xerofite hanno foglie, spesso pi o meno carnose, con cellule elasti che a pareti sottili, che possono contrarsi o gonfiarsi a seconda della disponib ilit di acqua. Molte piante del deserto possiedono alcune caratteristiche delle p iante grasse, anche se ci non appare vistosamente; ricordo che alcuni campioni di piante raccolti nel deserto della Giordania rifiutarono di essiccare avvolti in carta da giornale per parecchie settimane, a dispetto del caldo, e sebbene la c arta venisse rinnovata costantemente. Le foglie di acacia del deserto contengono circa il 50% d'acqua allo stato libero, di modo che offrono alle gazzelle cibo e bevanda contemporaneamente. I cespugli del deserto possono troncare in senso letterale le perdite causate da lla stagione secca, separandosi da qualche parte del loro corpo. Nel chenopodio del deserto la parte esterna dello stelo verde, il quale effettua la fotosintesi , si stacca come un'epidermide una volta esaurita l'acqua di un tessuto funziona nte da serbatoio; disseccandosi, questo tessuto assume aspetto sugheroso, ed eli mina la pelle verde esterna, isolando contemporaneamente la parte centrale resid ua. Queste e molte altre piante si privano di rami grossi e piccoli, mentre le p iante frondose perdono le foglie. Molte piante alternanti hanno foglioline minut e che vengono eliminate immediatamente; un'artemisia grigia lascia cadere le fog lie invernali grandi e profondamente incise, lunghe un paio di centimetri, mentr e quelle che spuntano nella stagione secca si riducono sempre pi di dimensioni, f ino a piccoli abbozzi di un millimetro o due. La salsola spinosa perde fino al 9 0% del proprio peso corporeo, eliminando rami e foglie. Il capperofava perde la maggior parte delle foglie, e rimane solo il tronco provvisto di stomi; una volt a sparito il resto delle foglie, l'ispessimento della superficie esterna comprim e i pori respiratori sotto la pelle, di modo che non possono pi aprirsi del tutto . In tal modo questa specie vegetale riduce drasticamente la traspirazione di no n meno del 96%. Il capperofava ha un altro asso nella manica, che consente un trucco alquanto pi gaglioffo del primo. Si tratta della sopravvivenza per morte parziale, ed adottata anche da altri cespugli del deserto. Un metodo insolito di crescita interna per mette al tronco principale di svilupparsi in parecchie strisce indipendenti, ogn una con un proprio sistema radicale e ciuffo terminale di rami e foglie. Dopo un certo tempo queste strisce si incurvano staccandosi l'una dall'altra, tenute in sieme solo dal terreno alla base. Alcune possono perire, mentre le altre sopravv ivono. Altre piante invece eliminano la delicata parte apicale e si ritirano al sicuro sotto terra durante le stagioni secche. Sono le piante a radici carnose: bulbi, cormi, tuberi o rizomi a seconda della loro struttura. Da una profondit sotterran ea che spesso di 30-40 centimetri spuntano in gran fretta quando sono inumidite dalla pioggia, di solito con i fiori gi formati: si annoverano tra queste specie

alcuni dei fiori del deserto tra i pi vivaci e brillanti, quali tulipani, giaggio li e gigli Eremurus. Se le piogge sono scarse, possono restare in letargo per al meno una stagione, a somiglianza delle piante alpine delle Ande che trascorrono anni interi sotto la neve. Parecchie piante bulbose mettono fiori alla fine dell 'estate asciutta, maturano i semi e tornano in letargo, emettendo foglie quando cominciano le piogge principali, o le grandi piogge. Alcune piante hanno bulbi p i o meno esposti all'aria, come le nerine e le "bulbine". La scilla, o cipolla ma rina del Mediterraneo, dai bulbi enormi a volte voluminosi come un pallone da ca lcio, pu sopravvivere per molti anni fuori del terreno, emettendo foglie ogni ann o. I Greci appendono i bulbi di questa pianta nelle loro case come simbolo di fe condit. Il letargo di queste radici favorito dagli strati esterni isolanti di tessuto mo rto o sugheroso, per cui esse riescono a sopportare talvolta temperature molto e levate: la poa del Sinai ha bulbilli che allo stato letargico resistono a 80 gra di. Entro dodici ore da quando caduta la pioggia emettono radici, mentre entro 2 4 ore dalle prime gocce di pioggia il terreno attorno al carice Carex pachystili s tutto infiltrato di radici. Infatti questa specie di carice non perde mai le f oglie: la parte superiore avvizzisce, mentre la base rimane verde, sia pure allo stato letargico. Il tubero pi straordinario del deserto forse anche il pi piccino. Si tratta di una pianta parente della castagnola, conosciuta con il nome bizzarro di Chamaegigas intrepidus, e nota da una localit dell'Africa sudoccidentale, dove la stagione s ecca pu prolungarsi da maggio a gennaio. I suoi tuberi hanno le dimensioni di una capocchia di spillo, e si ritrovano negli stagni disseccati. Letteralmente, ent ro pochi "minuti" dalla caduta dei primi goccioloni di pioggia, questi tuberi fa nno spuntare foglie cilindriche della lunghezza di un centimetro. Il giorno dopo la pianta produce una rosetta di quattro foglie ovali di un centimetro, gallegg ianti alla superficie dello stagno, al centro della quale compare presto un fior e violaceo di 8 millimetri. Le vere piante grasse trasformano ogni parte del loro corpo in riserve d'acqua. Si notano fasi di succulenza in cespugli legnosi a foglie carnose, tipo il cappe rofava gi citato, e specie cespugliose dei Mesembryanthemum sudafricani, fino all e piante frondose con tronchi o steli completamente succulenti come le Crassula. Partendo da queste, e segnatamente nella famiglia dei Mesembryanthemum, possiam o identificare una serie completa di piante in cui le foglie diminuiscono di num ero e di grandezza, terminando in una successione di sei o quattro foglie strett amente compresse, o di paia isolate, oppure in una massa sferoidale di un corpo plantare originatosi da due foglie: il solo indizio dato da una scanalatura o fe ssura centrale, dalla quale emerge il fiore. Si annoverano tra queste specie le ben note "piante rocciose" del SudAfrica ed altre specie imparentate. Nella defo rme Muiria, che si presenta come una massa sferoidale completamente verde, la fe ssura cos nascosta, che si ha l'impressione che il fiore spunti strappando la pel le. Quando queste piante supergrasse vanno in riposo nel periodo asciutto, la lo ro cute sovente s'indurisce e sbiadisce, formando come un guscio spesso e rifran gente, al cui riparo quello che nella stagione ventura sar il corpo della pianta si sviluppa ben protetto dal calore eccessivo. Esistono piante a foglie carnosissime, dette piante fenestrate, che in natura vi vono sepolte nella sabbia, in modo che solo la sommit delle foglie pianeggianti e sposta al sole. Nella specie opportunamente chiamata "Fenestraria" si trova una f inestra composta d'uno strato sottocutaneo di cristalli di ossalato di calcio, ch e riduce l'ardore dei raggi solari, filtrandone quanto basta perch raggiunga il p rofondo strato di clorofilla sottostante. Queste foglie, a somiglianza delle piante alpine delle grandi altezze, dispongon o spesso di un impianto d'isolamento a funzione antisolare, come fiori cerosi, cut e molto ispessita, strati supplementari di cellule esterne intesi a proteggere l a clorofilla, lanugine folta come una pelliccia, cute bianca o argentea, talvolt a anche superficie bernoccoluta o tubercolata. La pianta del sale americana ha uno strato esterno di sale. In molti casi le foglie avvizziscono molto nella stagio ne asciutta man mano che viene esaurita la scorta d'acqua. Molte piante grasse, ivi compreso il tenace semprevivo spesso ad abitudini di vi

ta alpine, adottano la disposizione delle foglie a rosetta, che consente di effe ttuare la massima fotosintesi con la minima superficie spaziale. Spesso le fogli e si richiudono in condizioni di aridit, allo scopo di conservare l'umidit e ridur re drasticamente la traspirazione; alcuni tipi di semprevivo si comportano in qu esto modo, ed anche certi loro parenti tropicali, come le greenovie, hanno l'asp etto di gemme di rosa ancora chiuse. Le rosette, le forme schiacciate delle foglie, e infine il corpo plantare composto di foglie strettamente congiunte, segnano le varie tappe verso la formula ultim a di resistenza alla siccit data dalla sfera o dal cilindro, dove la minima area superficiale si accompagna al volume massimo per consentire l'accumulo di acqua. E" questa la forma tipica dei cacti e di parecchie famiglie non unite da rappor ti di parentela, quali le euforbie e le stapelie, che per evoluzione parallela s ono giunte a un'identica conclusione finale in risposta a condizioni uguali. Un piccolo numero di cacti emette foglie normali - ne un esempio la Pereskia, consi derata la specie pi primitiva e fors'anche il capostipite della famiglia, che ass omiglia ad una camelia con le spine; altri cacti invece hanno foglie effimere ch e vanno perdute man mano che la pianta diventa adulta, e sono un ricordo delle o rigini remote, come le branchie embrionali dei mammiferi. La maggioranza dei cac ti per ha smesso le foglie, e possiede tronchi verdi in grado di effettuare la fo tosintesi, con uno spesso rivestimento di cera, lanugine o peli, e relativamente pochi stomi - barili o cilindri isolati e tappati, colmi d'umidit. Alcuni cacti vivono in giungle umide dove i problemi sono di genere del tutto di verso: essi restano senza foglie, ma il tronco si appiattito ed ha preso l'aspet to delle foglie, come in molte specie assai note. Probabilmente queste piante so no rientrate nella foresta primigenia dopo un'esperienza evolutiva all'aperto. L a maggior parte dei cacti si perfettamente adattata ai diversi habitat aridi, me ntre presso le euforbie - come pure nelle altre famiglie vegetali, cui apparteng ono margherite, gigli, gerani, vite, eccetera - la caratteristica delle piante s ucculente o grasse compare soltanto in pochi generi che, se cos si pu dire, hanno superato la soglia delle xerofite, le cui caratteristiche non rappresentano nece ssariamente i tratti distintivi della famiglia nel suo insieme: alcune specie co nservano le foglie, mentre altre sono a foglia caduca. Quando scompaiono le foglie, i gambi o tronchi verdi si assumono il compito di e ffettuare la fotosintesi e la traspirazione, come accade nelle piante alternanti: essi si proteggono facilmente in modo analogo a quello descritto a proposito de lle foglie, e spessissimo hanno anche peli. Molti cacti hanno tronchi costoluti o crestati, e nei lunghi periodi di siccit si nota come queste costole siano pi sp orgenti e serrate, man mano che il corpo della pianta si restringe: i tronchi ri piegati a fisarmonica sono progettati perfettamente per questo andirivieni. Le pa le piatte e arrotondate e a forma di foglia dei fichi d'India non fanno altro che assottigliarsi sempre di pi finch cadono, e molte - specialmente quelle delle spi nosissime "chollas" - di norma perdono le pale o le giunture in prossimit delle t erminazioni del tronco, in condizioni di aridit: altro aspetto delle automutilazi oni delle piante. Gli stomi dei cacti e delle piante grasse a struttura affine si trovano in fondo alle pieghe della fisarmonica, dove il movimento dell'aria viene ridotto al min imo specialmente in condizioni di siccit. Inoltre si aprono principalmente di not te, e dato che allora non c' luce, l'anidride carbonica immagazzinata non si pu tr asformare subito in zucchero, come avviene nella fotosintesi normale. Essa viene convertita temporaneamente in un acido organico, che viene poi scisso per produ rre zucchero il giorno dopo. L'acidit dei tessuti della pianta aumenta incessante mente di notte per questo metabolismo acido delle crassulacee, come viene chiamato , e ritorna alla norma di giorno. I tronchi dei cacti e delle euforbie grasse si sono formati quasi certamente e a nzitutto per la riduzione degli spini e delle foglie in conseguenza delle condiz ioni ambientali di aridit. Si pu accertare che molte altre piante spinose diventan o ancora pi dense di aculei quando debbano crescere in condizioni di siccit; ne un esempio la comune ginestra spinosa, che ha foglie normali se cresce in ambiente ricco di umidit. Recentemente si dimostrato che gli spini di certi cacti funzion ano da organi di assorbimento dell'acqua presente anche sotto forma di rugiada:

si tratta probabilmente di un processo d'adattamento secondario. Altrettanto sec ondaria, sebbene spesso efficacissima, la protezione accordata dagli aculei cont ro molti animali: ci nonostante molti riescono ugualmente a mangiare parti di que ste piante, o a perforarle per farvi il nido come il picchio. Oltre a resistere al caldo e alla siccit, molti cacti resistono anche al grande f reddo; tanto per cominciare molti deserti apparentemente caldissimi possono aver e temperature notturne prossime allo zero, e molte specie crescono sulle Ande a pi di 3000 metri d'altezza. Certi cacti sono molto grandi, come il saguaro dell'Arizona, che pu raggiungere l 'altezza di 15 metri e il peso di 10 tonnellate, o il vecchio del Messico, ed altr e specie di forma cilindrica che possono essere alti anche 12 metri. In Africa a lcune euforbie sono veri alberi con un grosso tronco e una chioma rotondeggiante di molti rami, come l'Euphorbia ingens che passa i 10 metri. Ne consegue che qu este piante grasse gigantesche hanno struttura rigida, e quelle di grandi dimens ioni hanno scheletro legnoso. La succulenza non una caratteristica limitata sostanzialmente alle piante molli. Gi se ne fatto cenno al capitolo 9 a proposito di certe piante rampicanti che ha nno una grossa base destinata ad accumulare acqua di riserva, dalla quale spunta no i tronchi o gambi annuali, con riferimento alle piante troppo grasse, nonch alle piante a bottiglia dai tronchi rigonfi contenenti acqua. Le radici delle xerofite sono naturalmente di vitale importanza per queste piant e. In un deserto a cacti alcune radici si diffondono in senso orizzontale a poca profondit dalla superficie del terreno, mentre altre si calano in profondit fino a raggiungere una falda freatica; alcune piante combinano i due tipi di radici a seconda delle circostanze. La ginestra bianca del Medio Oriente, o "retama", pu avere radici orizzontali disposte a forma raggiata e lunghe fino a due metri, pi un fittone verticale di un metro. Un capperofava che ricopre una superficie di d ue metri quadrati sopra il suolo pu avere un apparato radicale che si estende fin o a 35 metri quadrati e si spinge fino a profondit notevole. Le piante delle dune di sabbia hanno un sistema di radici molto esteso, come risulter chiaramente a c hiunque cerchi di svellere una plantula - poniamo di erba San Pietro. Una pianta d'erba San Pietro cresciuta ha radici che si spingono fino a tre metri di profo ndit. Queste piante reagiscono prontamente quando vengono sepolte sotto la sabbia , e spuntano ben presto all'aperto. Il baobab che vive nelle localit aride ha radici orizzontali che possono estender si per un centinaio di metri attorno all'albero, cos come molti alberi e cespugli delle regioni desertiche dispongono di radici penetranti: esse di solito non va nno oltre i 10-15 metri di profondit, ma durante i lavori di scavo per la realizz azione del canale di Suez si sono registrati casi di radici di tamerici spintesi fino a 50 metri sotto terra. Le radici delle xerofite sono degne di nota anche per il fatto che, a differenza della maggioranza delle radici normali, che producono peli radicali per assorbi re acqua solo in prossimit dell'apice radicale di accrescimento, fanno spesso spu ntare peli radicali per tutta la lunghezza delle radici pi giovani, non appena il terreno venga inumidito dalla pioggia. Molte volte nel deserto le piante devono far fronte non soltanto all'aridit, ma a nche alla salinit del terreno; lo stesso sale ed altri minerali si accumulano in molte situazioni ambientali del deserto, come ben sanno quanti cercano di pratic are l'irrigazione e le colture idroponiche nel deserto. Una salinit superiore all o 0,5% dannosa alla maggior parte delle piante: il sale, oltre ad essere tossico , rende pi difficile alle radici l'estrazione dell'acqua dal suolo, a causa delle inadatte pressioni osmotiche che si verificano quando la concentrazione dei sal i pi alta all'esterno che non all'interno delle radici. E" possibile che l'elevat a concentrazione salina della linfa di certe piante grasse, e in modo tipico dei cacti, derivi da una situazione del genere. La palma Hiphaene tipica delle acqu e salmastre in Africa, mentre la tamerice pu prosperare in localit dove la falda f reatica contiene pi del 20% di sali; la pianta dispone di ghiandole che evidentem ente secernono l'eccesso di sale, ma il dispositivo sembra insufficiente a spieg are come questo cespuglio possa vivere in condizioni di cos sostanziale tossicit. Lo stesso vale naturalmente anche per le piante delle paludi salate e del litora

le marino. Molte specie di piante si sono adattate a vivere in queste condizioni , come certe erbe, le armerie, la piantaggine marina e vari suffrutici. Esistono anche piante grasse degli stagni salati, come la sueda e la salicornia, che rim ediano alla bassa percentuale d'acqua assimilabile accumulandola nel tronco. I d epositi alcalini e gessosi rappresentano frequentemente problemi ambientali a cu i certe piante devono trovare una soluzione. Altre specie vegetali riescono a vivere felicemente in luoghi in cui abitualment e si trovano quantit tossiche di metalli pesanti concentrate nel terreno. Ci pu ver ificarsi in natura quando vi siano giacimenti metalliferi in affioramento, ma si osserva in larga misura nei pressi delle vecchie miniere - alcune delle quali s ono magari in attivit da secoli e secoli, e perfino da migliaia di anni. Le erbe sembrano le pi adattabili, e giungono a un'intesa con piombo, zinco, rame o niche lio, al caso anche con due di questi metalli insieme. Acetose e piantaggini sono altre ostinate colonizzatrici, mentre altre resistono benissimo al rame, quali certi ceppi di armeria e di renaiola di primavera in Gran Bretagna, o di mimolo muschiato negli Stati Uniti d'America. Alcune specie di "astragalo" accumulano s elenio, una specie di silene apprezza il cobalto, mentre l'alisso o erba matta Aly ssum bertolonii e l" Hybanthus floribundus - un cespuglio neozelandese - sono gh iotti di nichelio: possono assorbire questo metallo fino al 10% del loro peso a secchezza. Ora molti cercatori di risorse minerarie dal senso d'osservazione svi luppato tengono conto della presenza di piante notoriamente tolleranti nei rigua rdi dell'uno o dell'altro metallo! L'adattamento a minerali abitualmente tossici contenuti nel terreno il risultato di una serie di mutazioni, e gli esperimenti effettuati al riguardo hanno dimos trato che forse tre o quattro plantule su mille possiedono resistenza iniziale. Essa aumenta rapidamente in modo da formare ceppi completamente resistenti nello spazio di pochi anni. Il colmo dato da alcuni ceppi che ottengono il massimo ri goglio solo in presenza del metallo in causa. Ma mentre una pianta potr adattarsi - poniamo - a un'elevata percentuale di piombo puro, non detto che il ceppo res istente al piombo lo sia anche nei riguardi dello zinco o del rame, e molto faci lmente non prosperer in un buon terreno privo di piombo. E" interessante osservare che il materiale di scavo delle miniere spesso assai c arente delle normali sostanze nutrienti delle piante, in modo particolare di azo to e fosforo. I ceppi resistenti ai metalli riescono a superare anche questa dif ficolt, nonch la secchezza che di solito contraddistingue terreni del genere. Oltr e alla loro naturale opera di colonizzazione, questi ceppi resistenti si possono usare naturalmente per ricoprire cumuli di sfasciume minerario antiestetico, o di materiale di sterro, in modo da formare il primo stadio di una nuova coltre v egetale man mano che vi si accumula altro terreno. Ai margini delle aree vulcaniche vivono altre piante resistenti a condizioni di evidente tossicit. Ne un esempio il Rhododendron kiusianum, un rododendro dell'is ola giapponese di Kyusciu che prospera in mezzo a vapori e fumi sulfurei. Un altro grosso problema si presenta quando le piante devono vivere con le radic i in un suolo asciutto o tossico, e un'altra ardua difficolt si verifica quando o ccorra vivere in mancanza completa di terreno. E" questo il caso delle epifite, piante che si attaccano ai rami degli alberi, e talvolta alle rocce, senza che l e radici vi possano penetrare. In un certo qual modo queste piante si possono pa ragonare alle alghe, perch le loro radici talvolta non sono altro che un appiglio , mentre le foglie, immerse in un'atmosfera umida, possono assorbire l'acqua dir ettamente. Sta di fatto che molte epifite, e segnatamente le orchidee, mettono a punto delle radici aeree carnose che riuniscono la funzione d'ormeggio a quella dell'assorbimento dell'ambiente atmosferico. La tipica radice aerea di un'orchidea di un bel colore verdeargenteo lucente, do ve la colorazione argentea dipende da uno strato esterno di cellule contenenti a ria o "velame", in cui lo strato d'aria funge da isolamento antitermico, mentre il potere rifrangente del velame disperde l'intensit dell'insolazione. Se la radi ce tocca una superficie umida, sviluppa peli radicali bianchi sul lato dove avvi ene il contatto. Queste radici svolgono funzioni di appiglio ed assorbimento: in certi casi un sistema radicale sviluppato pesa almeno quanto le foglie e tutto il resto della pianta. Questi peli radicali assorbono tutta l'umidit possibile, s

otto qualunque forma arrivi - quasi come il lucignolo di un lume - come pioggia, come umidit sgocciolante lungo la corteccia, ed eventualmente come nebbia. Quand o l'acqua assorbita dalla corteccia contiene facilmente varie sostanze minerali provenienti dal disfacimento delle foglie e da escrementi di animali. La cortecc ia dell'albero si asciuga poco dopo cessata la pioggia, ma i materiali di rifiut o si depositano spesso sotto la parte centrale della pianta, e in certi casi att orno all'intreccio delle radici. Inoltre i muschi epifiti presenti sul tronco as sicurano spessissimo una riserva d'umidit. Le felci Platycerium hanno foglie di due tipi completamente diversi - foglie di tipo piatto, che si diffondono sulla corteccia dell'albero come una lastra o un piatto dove si raccolgono i rottami umidi a beneficio del sistema radicale della pianta; e foglie a forma di corna di cervo, che sporgono in fuori svolgendo la loro normale funzione di foglie e portando le spore. Nell'asplenio, o felce a ni do d'uccello, le foglie formano come un vaso di forma conica, e combaciano stret tamente alla base, in modo che vi si possano raccogliere l'acqua e i detriti. Le radici assorbenti attraverso la base delle foglie penetrano in questo materiale e lo utilizzano a loro vantaggio. Molte orchidee vivono in regioni che hanno una stagione asciutta, e quando quest a sopravviene le radici s'induriscono, mentre gli apici assorbenti si coprono di velame, in modo da venirne protetti ed isolati. In molti casi le radici giungono infine al suolo e vi penetrano, e lo stesso acc ade a piante rampicanti quali i filodendri e le "monstera". A questo punto tutta la radice si avviluppa in una pelliccia di peli radicali, ad eccezione della li scia punta d'accrescimento. In alcune orchidee le radici sono in grado di effettuare la fotosintesi, e sono di colore verde; probabile che in queste esista un velame molto pi sottile sopra le cellule contenenti clorofilla. Vi sono pure dei casi estremi in cui le radici si sono assunte al completo le funzioni normalmente svolte dalle foglie, di mod o che la pianta si compone solamente di uno spiegamento raggiato di radici, e ta lvolta di un modesto gambo o stelo legnoso: i fiori si formano dal centro della stella radicale o dal gambo. Nel Campylocentrum i fiori sono piccolissimi e sono sorretti da mazzi di esili infiorescenze; invece nella Polyrhiza sono lunghi fi no a 12 centimetri e di forma assolutamente fuori del comune, con un labbro un p o'"a forma di navicella, terminante in un paio di lunghi lobi ricurvi, per cui t utto il fiore viene alquanto ad assomigliare a una rana che salta. L'effetto dat o da queste stravaganti realizzazioni notevolissimo, e sembrerebbe quasi incredi bile che si tratti di fiori. Esiste una forma intermedia, il Taeniophyllum, in c ui il minuscolo gambo possiede foglie disposte come i gradini di una scala, tra i quali sono portati i fiori lunghi 6 millimetri. Le radici aeree di questa pian ta irreale possono raggiungere la lunghezza di parecchi metri. Le bromeliacee costituiscono un altro vasto gruppo di piante principalmente epif ite. Queste specie bizzarre, ma estremamente ornamentali, sono largamente coltiv ate ed hanno fiori vistosissimi. Esse cominciano con foglie dure e coriacee resi stenti alla siccit, ed hanno radici intese principalmente a fini di ancoraggio, p rescindendo da un certo numero di specie terrestri che hanno comuni radici assor benti. Nelle specie aeree l'acqua si raccoglie quasi sempre in un vaso fogliare, t anto che spesso si dicono anche piante vascolari, a vaso o ad urna, oppure anche pini aerei in inglese, con termine derivato dal vocabolo usato per indicare l'ana nasso, che pure appartiene alle bromeliacee. Il vaso ha una tenuta d'acqua eccel lente. Esso spesso fornito di speciali cellule assorbenti in prossimit dell'inter no delle basi fogliari, attraverso le quali vengono immessi nel sistema i minera li provenienti dai detriti che si accumulano nel vaso. La bromeliacea pi straordinaria forse la Tillandsia usneoides, il cosiddetto musch io spagnolo. Il termine "Usnea" indica infatti un gruppo di licheni, e questa bro meliacea assomiglia esattamente a un lichene argenteo ramificato, fino a quando non produce i suoi fiorellini minuscoli ma caratteristici. Essa tuttavia ha dime nsioni molto maggiori e compone festoni con le sue formazioni filiformi lunghe f ino a 7-8 metri, che drappeggiano ad esempio i cipressi di palude della Florida, e riescono a prosperare anche sui fili del telefono. Queste formazioni, che con molto sforzo si potrebbero chiamare foglie, sono ricoperte di piccole scaglie c

he trattengono ogni minima traccia di umidit atmosferica; non c' ombra di radici. Ho dedicato molto spazio alle piante che devono lottare contro la siccit per una causa qualsiasi, perch in realt la scarsit d'acqua costituisce uno dei problemi pi g ravi che devono affrontare le piante in generale. Mi sia consentito aggiungere a ncora qualche riga di commento agli habitat acquatici. L'acqua si potrebbe consi derare l'ideale delle piante, ma presenta anche dei problemi. Uno il movimento d ell'acqua; la rigidit un errore in un ambiente acquatico, mentre hanno importanza essenziale la resistenza alla torsione e l'elasticit. Le onde che s'infrangono s u una costa rocciosa presuppongono nelle piante che vi crescono massima robustez za e caratteristiche di ancoraggio solidissimo; caratteristiche cui si adeguano largamente le alghe ed erbe marine, dalle enormi laminarie serpeggianti, fino al la pi inconsistente lattuga di mare. La grande Postelsia americana, di aspetto si mile alla palma, insolita per il suo tronco grandissimo ma elastico e pieghevole , dalla sommit del quale pende un ciuffo di foglie. In acqua dolce le piante tend ono a sviluppare foglie lunghissime e nastriformi, oppure ad avere foglie fineme nte frastagliate, caratteristica che evita danni al lembo fogliare, ma favorisce anche il massimo assorbimento possibile di minerali ed ossigeno. L'ossigeno riveste importanza vitale tanto per le piante acquatiche quanto per q uelle terrestri, e la maggior parte di queste piante dispone di vasti spazi per il movimento dell'aria all'interno dei tessuti; ad esempio, si trovano vere e pr oprie condutture nei gambi delle ninfee. La Jussiaea repens una pianta acquatica che si fabbrica da s una sua piccola giungla sommersa: ha gambi lunghi e grossi che crescono di traverso e portano foglie sopra il pelo dell'acqua, mentre al di sotto lasciano pendere radici verticali, ed emettono germogli altrettanto verti cali, terminanti in una punta bulbosa proprio sopra il livello dell'acqua. Si tr atta di una specie di radice rovesciata allo scopo specifico di assorbire aria e di trasmetterla attraverso grandi spazi aerei alle diverse parti della pianta. Forse l'esempio pi notevole di adattamento acquatico si osserva nella famiglia de lle Podestomacee. Queste piante fiorenti, di aspetto molto simile alle alghe, vi vono nei paesi tropicali e subtropicali; sembra che quasi ogni rapida o cataratt a ne ospiti una specie diversa. Esse si attaccano alle pietre e alle rocce con s peciali peli radicali che secernono una sostanza collosa. Le foglie sono esiliss ime e pieghevolissime, ed hanno grande capacit di rigenerazione quando ricevono u n danno. Nella stagione piovosa i Podestomon hanno solo le foglie. Quando per il livello d ell'acqua si abbassa, esse emettono fiori, e una volta che sono fuori dall'acqua fanno fiori e frutti nello spazio di 24 ore: il vento o gli insetti provvedono abitualmente all'impollinazione. Al calore del sole le piante avvizziscono prest o; cadono gli strati esterni di cellule, e restano solo i fasci vascolari che si lignificano. I semi sparpagliati sulle rocce vi rimangono attaccati grazie al r ivestimento mucillaginoso dei semi, che ben presto si dissecca, lasciando i semi saldamente attaccati in attesa che le acque tornino a crescere alla stagione de lle piogge successiva, formando allora delle plantule. Alghe ed erbe marine sono molto degne di nota per il modo con cui reagiscono al diminuire dell'intensit della luce man mano che si scende sotto la superficie del l'acqua. Il problema intricato, perch man mano che aumenta la profondit, vengono a ssorbiti ed eliminati i diversi colori che compongono la luce bianca. In prossim it della superficie tutti i colori sono presenti con intensit massima, e il rosso fortissimo: per questo motivo predominano le alghe verdi, che assorbono il rosso . Quanto pi si scende, le alghe rosse prendono il sopravvento su quelle verdi, pe rch filtra ancora la luce verde e azzurra, sia pure con sempre minore intensit. An che le diatomee prosperano fino a profondit abbastanza notevoli, in quanto prefer iscono questi colori, mentre il plankton di alghe verdi si trova per lo pi in pro ssimit della superficie. Le alghe rosse (Rhodophyceae) in un certo qual modo hann o aggirato il problema della colorazione, perch si ritrovano ad ogni profondit, do vendo solo adattarsi alla decrescente intensit luminosa. Alghe ed erbe marine pre sentano anche notevole diversit di tolleranza al variare della concentrazione sal ina nell'acqua; quelle che vivono in pozze presso la battima a marea alta, posso no trovarsi esposte ad alte concentrazioni di sale quando evapora l'acqua marina , o virtualmente in acqua dolce dopo un violento acquazzone.

Con questi mezzi vengono colonizzate le aree marginali dell'ambiente marino, e l e piante si servono al massimo di ogni sorta di fattori; altre risorse di cui gi si fatto cenno vengono adottate nelle regioni pi ardue della Terra da piante adat tate alle circostanze. Si trovano specchi d'acqua salata allo stato puro, e dese rti completamente aridi dove non possibile nessuna vita vegetale; ma ricoprono u n'area relativamente limitata rispetto alle regioni apparentemente inospitali do ve invece certe piante riescono a crescere, preferendo queste condizioni di vita perch vi si sono ormai adattate. Capitolo 21. GIROVAGHI ALLA VENTURA. A somiglianza dei vagabondi alla ventura, che vivono d'espedienti, come possono e dove possono, e - cos avverte il dizionario Webster - si accontentano di soluzio ni provvisorie, il mondo vegetale comprende i tipi aggressivi od opportunisti, i cittadini del mondo che noi chiamiamo erbacce. Questi intrallazzatori o barboni ve getali sono riusciti a sfuggire in qualche modo alle limitazioni di determinate condizioni ambientali, e riescono a vivere quasi dappertutto, soggiacendo quasi solamente all'azione del clima. Naturalmente un'erbaccia tale solo perch cos viene definita dall'uomo, e la defini zione dipende spesso dal suo genere di vita. Le erbacce spuntano sovente negli h abitat artificiali creati dall'uomo con le coltivazioni, gli incendi, la costruz ione di strade, lo scavo di cave e cos via. Qui le piante annuali rappresentano l e specie caratteristiche. Alcune delle attuali erbacce venivano usate una volta dall'uomo e sono state poi abbandonate, come la podagraria, introdotta in Inghil terra dai Romani in qualit di erba medicamentosa, alla stregua di tante altre pia nte; lo spinacio selvatico, un tempo bollito come verdura, e vari tipi di amaran ti tropicali e di leguminose a baccelli o silique. Altre invece sono state trasp ortate dall'uomo in localit diverse da quelle originarie, ed hanno cambiato il ca rattere in un ambiente nuovo caratterizzato da diversi rapporti di concorrenza. Tale trasporto pu essere avvenuto accidentalmente, come nel caso della piantaggin e importata nel Nordamerica dai Padri Pellegrini, che i Pellirosse chiamavano l'o rma dell'inglese; oppure deliberatamente a scopo utilitario od ornamentale, come nel caso della mora di rovo e del fico d'India in Australia. Le erbacce sono arrivate in sacchi di sementi, in forma di radici, attaccate a i ndumenti o a pellicce d'animali, entro borse d'attrezzi. Pi si sviluppavano i tra sporti, pi circolavano erbacce: hanno viaggiato sugli stivali, sui calessi e sui carri dei coloni, sugli autocarri dei tagliaboschi, sui vagoni ferroviari, attac cate ai pneumatici degli automezzi o a bordo d'imbarcazioni, e infine in aereo c on ogni comodit. I loro centri iniziali di diffusione sono i moli, gli smistament i ferroviari, e inoltre cartiere, concerie, fabbriche, depositi di legname, impi anti di raccolta dei rifiuti o di acque di scarico e - nei Paesi che si possono concedere simili lussi - chiunque offra del becchime agli uccelli pu osservare la comparsa di piante strane, compresa talvolta (con sgomento) la vietata canapa i ndiana. A volte la colpa degli orti botanici. Una piccola composita sudamericana, la Gal insoga parviflora, riuscita ad evadere dal famoso orto botanico di Kew, e nel se colo scorso ha trovato il modo di diffondersi estesamente a Londra e nell'Inghil terra meridionale. Veniva chiamata l'erbaccia di Kew, o anche Toey Hooker, dal n ome del direttore dell'orto botanico del tempo (che con ogni probabilit dovette r ispondere a molte domande al riguardo), e anche soldato valoroso, perch cos veniva s torpiato in inglese - gallant soldier - il difficile nome latino. Quel mezzo parente del pepe che il Piper aduncum, una specie arborea che arriva all'altezza di sei metri, stato introdotto a suo tempo in un orto botanico di Gi ava. Gli amenti fruttiferi si rivelarono di gusto irresistibile per i pipistrell i locali mangiatori di frutti, con il risultato che ora la pianta diffusa in tut ta la parte occidentale di Giava, e spesso supera numericamente la flora origina ria. E" impressionante con quale velocit pu avvenire la colonizzazione di date aree. Co s la pianta perenne Borreria laevis, altro esempio di una delle molte erbacce ori

unde dell'America tropicale, arrivata nel Vecchio Mondo nei primi anni del Novec ento, stando alle prime segnalazioni, ed era gi un'erba infestante molto diffusa a Giava nel 1924. Tra il 1925 e il 1929 ne venne confermata l'esistenza nella Nu ova Britannia, in Nuova Guinea, alle Filippine, a Samoa, nonch a Singapore e Suma tra, e nel 1945 si trovava gi alle isole Figi. Una semplice occhiata a una carta geografica indica a quali distanze si trovino l'una dall'altra alcune delle loca lit citate. Per avere successo una pianta infestante deve possedere aggressivit ed accentuata mancanza di specializzazione, in modo da poter colonizzare rapidamente e popola re durevolmente diversi ambienti e terreni. Siccit, estati calde e inverni freddi non dovranno ostacolarne la crescita e la fioritura, e lo stesso vale per la lu nghezza delle giornate. Se si tratta di una pianta annuale, essa potr produrre semi a profusione per un p eriodo prolungato, spesso cominciando questa attivit in et giovanissima, magari gi a due o tre settimane di vita. I semi disporranno di meccanismi atti a farli ger mogliare in un arco di tempo di molti anni, non appena e quando si offrano circo stanze favorevoli. I dispositivi di distribuzione dei semi sono spesso di tipo s ofisticato, come i paracadute delle composite o le capsule esplosive delle piant e di balsamo. C' un'evidente contraddizione nel fatto che le erbacce annuali di maggior success o siano autoimpollinate ed autofecondanti. Come gi stato fatto notare, la caratte ristica presenza di fiori maschili e femminili su piante distinte crea la variab ilit della discendenza, senza la quale viene a mancare la possibilit di un rapido adattamento a circostanze nuove o difficili. Praticare l'autoimpollinazione o pr odurre semi senza la fecondazione (apomissa), come nel caso del tarassaco, signif ica negare tali possibilit. Osserviamo per che ci libera le erbacce dalla sudditanz a verso gli insetti impollinatori, i quali possono anche non essere disponibili in condizioni atmosferiche sfavorevoli; constatiamo infatti che la maggior parte delle erbacce possiede innumerevoli ceppi, per cui un'unica specie apparentemen te pura comprende individui singoli in grado di far fronte a sfide di natura mol to disparata. Questi ceppi si sono formati in passato man mano che la specie si adattava ad una minore specializzazione, quando ancora l'impollinazione incrocia ta rappresentava presumibilmente la regola, mentre oggi solo un fatto occasional e. Le piante annuali che praticano l'autofecondazione sono in grado di riprendersi molto pi in fretta delle altre da un'annata disastrosa, che abbia molto ridotto l a consistenza numerica della specie. Inoltre l'autoimpollinazione, o almeno l'au tocompatibilit, favorisce la dispersione delle piante, significando che un unico esemplare pu dare semi e originare una nuova popolazione. Spesso le piante perenni evitano lo sforzo di dare frutti, e si affidano complet amente a metodi vigorosi di diffusione vegetativa, di modo che tutti gli individ ui della specie possono appartenere allo stesso ceppo. Anche le piantine pi modes te dei climi temperati possono crescere molto in fretta, come il ranuncolo stris ciante, che pu coprire quattro metri quadrati nello spazio di un anno, o il cinqu efoglie (Potentilla reptans), che si estende su 12 metri quadrati di terreno all 'anno con sottili stoloni raggiati lunghi un paio di metri, che emettono germogl i a pochi centimetri di distanza l'uno dall'altro. Il primato di diffusione dev' essere detenuto comunque dai bamb tropicali, i cui germogli possono crescere anch e di mezzo metro al giorno, spuntando in continuazione dalle radici sotterranee raggiate, e formando un esercito di lance protese. La diffusione sotterranea di solito alquanto pi lenta di quella a fior di terra, ma forse pi efficiente. La podagraria, ad esempio, colonizza solo circa tre metri quadrati in un anno, ma le sue radici si possono rigenerare da piccoli framment i, per cui ogni attacco sferrato contro l'erbaccia ha scarse probabilit di riusci ta. Le radici di certe erbacce si spingono molto in profondit: sono segnalate rad ici di vilucchio o campanelle a 7 metri di profondit, e di equiseto ad altrettant a profondit in terreni sciolti; quest'ultimo in grado di rigenerare tuberi ogni 2 -3 centimetri. Il "crespigno" si sviluppa in senso raggiato per 1-2 metri all'an no, e sono segnalati anche casi di crescita oltre i cinque metri; inoltre questa pianta dispone anche di un efficiente sistema di diffusione dei semi a mezzo di

paracadute. Anche le erbacce con radici a capsule apicali possono rigenerarsi, producendo pa recchi germogli nuovi, se vengono decapitate, per azione meccanica, dagli animal i o dal gelo. Romici, piantaggini, tarassaci e simili sono come l'Idra della leg genda, che rigenerava due teste per ogni testa che le veniva troncata. Il tarass aco si pu citare come esempio di erbaccia molto perfezionata. Oltre alla sua brav ura a rispuntare dopo che stato tagliato, anche funzionale per quanto concerne i semi. Noi pensiamo al tarassaco con il suo lieve palloncino di semi paracadutabil i, ma in molte specie esistono in realt due tipi di seme, il secondo sprovvisto d i paracadute e prodotto tutt'attorno al bordo del capo fiorale, dove una balza d i colore rosso attira gli uccelli. I semi possono germogliare entro tre giorni d a quando vengono bagnati, e le piante fioriscono entro sei mesi. Va tenuto presente che le piante infestanti non sono tutte specie erbacee: ci so no anche alberi che si comportano come erbacce, ad esempio un tipo di sicomoro, il Prunus Serotina, con tutta una schiera di specie tropicali che non tardano a spuntare dopo il taglio della foresta primitiva. Altri metodi di diffusione delle erbe infestanti sono stati descritti al capitol o 17 a proposito, ad esempio, dei bulbilli dell'erba brusca o acetosella, delle foglie delle crassulacee quali l'erba pignola, che si staccano prontamente ed at tecchiscono con altrettanta facilit, o dei giacinti d'acqua, che si suddividono a ll'infinito. La lattuga d'acqua, le felci d'acqua e le lenti palustri (queste ul time possono produrre 84000 piante per metro quadrato), sono erbacce d'acqua che devono in verit essere annoverate tra gli avventurieri erbacei di maggiore success o, dato che costituiscono ora una seria minaccia per i corsi d'acqua, i canali d 'irrigazione, gli scolmatori e le risaie in tutta l'Africa e l'Asia tropicali. A nche il bel loto indiano e le ninfee tropicali costituiscono spesso dei gravi fl agelli, insieme ad un certo numero di piante che vivono sommerse, come l'erba fi liforme, l'erbaccia degli stagni e le erbe che crescono tra le pietre. Tali erba cce ingorgano i corsi d'acqua, impediscono la navigazione, bloccano l'efficienza delle centrali idroelettriche, riducono il flusso idrico fin dell'80%, sottragg ono ossigeno e intorbidano l'acqua quando muoiono o marciscono, e gareggiano ser iamente col riso nelle risaie, riducendo i raccolti fin del 50%. Le erbacce non si limitano a occupare gli habitat disturbati, ma fanno concorren za attiva alle altre piante. Questa concorrenza motivata in parte dalla lotta fo ndamentale per l'accaparramento dell'acqua e delle sostanze nutrienti contenute nel terreno, lotta in cui la pianta infestante si trover spesso in posizione di v antaggio con il suo sistema radicale di ampia portata; e per il resto dipende da lle secrezioni delle radici, che ostacolano attivamente lo sviluppo delle radici e anche la germogliatura di altre specie. I primi lavori di ricerca sviluppati in merito hanno dimostrato che una sola piantina d'avena potrebbe sviluppare un apparato radicale di oltre 100 centimetri di lunghezza, se non fosse esposta all a concorrenza delle erbacce. Circondata da piante infestanti, una piantina d'ave na stata in grado di produrre invece complessivamente solo 500 metri di radici n el corso di una stagione. Infine le erbacce possono sviluppare una forte concorrenza per la luce. Le largh e foglie dei convolvoli tolgono la luce alle piante sulle quali si attorcigliano ; l'acanto dei Paesi mediterranei non lascia crescere nulla all'ombra delle sue lussureggianti foglie espanse, mentre il farfaraccio diffonde foglie cos grandi e spesse, da bloccare qualsiasi plantula che osi spuntare in mezzo ad esse. I giardinieri definiscono qualche volta le erbacce alla stregua di piante al post o sbagliato, e ci vero, almeno in un certo senso. Un fiore apprezzato in un giardi no, pu trasformarsi in una fonte di serie preoccupazioni in un altro; tutto dipen de dalle condizioni di crescita e specialmente dal terreno, perch anche le piante infestanti incontrano difficolt molto maggiori sui terreni argillosi che non su quelli sabbiosi. Anni fa la gente apprezzava le Candelabra, primulacee introdott e dall'Asia; ma io so di un giardino dove esse fiorirono cos esageratamente che i l proprietario dovette sterminarle con il clorato sodico. Ma in ogni caso le erb acce sono qualcosa di pi che semplici specie vegetali al posto sbagliato. Per l'agr icoltore possono rappresentare un grosso calo nel raccolto; basta ricordare la p ratica corrente di far crescere l'erba nei frutteti per arrestare la crescita vi

gorosa delle piante da frutto. All'ecologo conservatore le specie infestanti appaiono spesso nient'altro che pi ante brutte, appartenenti a pieno titolo ai vegetali di seconda categoria, che t urbano il fascino del paesaggio, e anzi lo imbruttiscono, ricordando il processo accelerato di scempio del mondo naturale. L'unica eccezione costituita forse da lle erbe infestanti annuali, che rendono cos belli i campi del Marocco o della Tu rchia quando fioriscono tra le messi - Delphinium o erba cornetta, fiordalisi, p apaveri, specchi di Venere, gladioli -, che la gente modesta, a malapena sfuggit a alla stretta del bisogno, se le porta a casa dai campi per coltivarle e tenerl e nei giardini. Ma in linea di massima, se non le terremo d'occhio, saranno le e rbacce ad ereditare il mondo. Capitolo 22. CONVIVENZA. Nel mondo delle piante si ritrovano tutte le sfumature dell'unione e del distacc o, che vanno dalla convivenza virtualmente perfetta ed ininterrotta al rapporto di odioamore, fino al limite del parassitismo in cui una parte si spinge oltre i l lecito. (Il parassitismo vero e proprio verr trattato nel prossimo capitolo.) Molto spesso le piante formano associazioni con altri esseri viventi oltre alle piante, partendo da organismi imparentati, come i batteri e i funghi, fino a com prendere tutto un assortimento di animali, dai protozoi ai mammiferi. Con il ter mine di associazione intendo le varie sfumature d'intensit con la quale letteralmen te si condivide l'esistenza, pi che non la semplice compartecipazione ad attivit q uali l'impollinazione e la dispersione dei semi, gi accennate in precedenza; tutt avia in alcuni di questi casi si pu gi parlare di un'esistenza strettamente condiv isa, come nelle associazioni a fini d'impollinazione nelle yucche e nei fichi, d escritte al capitolo 13. Si usano tre termini per indicare questo tipo di conviv enza. L'associazione pi fluida quella detta "commensalismo", in cui un organismo vive sopra, dentro o assieme a un altro organismo, di cui condivide in una certa misura il nutrimento. Nel "mutualismo" si osserva reciproco vantaggio per ambed ue gli organismi interessati. Esiste infine la "simbiosi", in cui due, o talvolt a pi organismi sono pienamente integrati in una convivenza equilibrata, con benef ici ideali per tutte le parti in causa. Accade facilmente in ogni contesto che g li organismi coinvolti abbiano caratteristiche assai diverse tra loro, e che nel la maggior parte dei casi ogni associato possa anche condurre un'esistenza indip endente. Alcune associazioni sono molto unilaterali, e quasi non rientrano nella categori a delle forme di convivenza. Appartengono a questo genere le piante epifite, che non fanno altro che posarsi su altri alberi, senza arrecare loro un vero danno, ma anche senza apportare alcun autentico vantaggio alla pianta ospitante, racco gliendo il materiale vegetale in disfacimento attorno alle loro radici in sostit uzione del terreno. Liane e rotang si servono del sostegno fisico degli alberi e retti; queste piante e, ancor pi direttamente le piante rampicanti, come edere e filodendri a radici aeree, possono finire col soffocare la pianta ospitante sott o il proprio fogliame, o col trascinarla a terra. Si possono trovare epifite anche in mare, con forme di rapporti in cui la pianta ospitante o l'epifita possono ripararsi dal mare grosso o dall'eccessiva illumi nazione; e, proprio allo stesso modo in cui le piante rampicanti degli ambienti terrestri possono soffocare o abbattere le piante che le ospitano, succede talvo lta che le epifite marine si sviluppino in misura cos esagerata, che la pianta os pitante sovraccarica venga strappata dai propri ormeggi. Anche certe specie animali hanno avviato una convivenza sotto la protezione spec ializzata di date piante. Ad esempio c' una specie di rana che vive nei vasi fogl iari delle bromelie, dove trova acqua sufficiente ai propri bisogni con animalet ti minori da mangiare: ha testa piatta e spinosa a forma d'elmo, di modo che, se un pericolo la minaccia, si rannicchia nel fondo del vaso, dove l'elmo cranico la protegge e mimetizza. Su scala molto minore l'epatica "Frullania" forma picco le strutture vascolari per immagazzinare acqua, dove viene spesso ad abitare un minuscolo rotifero.

Le formiche coabitano spesso con le piante, segnatamente con specie arboree, abi tandone di solito certe parti, sebbene all'occasione vi possano appendere nidi e sterni. I nidi di formiche comprendono quasi sempre terreno o detriti vegetali, questi ultimi molto indicati per assicurare la struttura del nido. Le abitazioni interne comprendono il cavo dei tronchi o dei gambi, o quelli da cui si pu togli ere facilmente il midollo, o grandi nodosit o spine cave, in cui le formiche poss ono entrare praticando un pertugio iniziale. A volte le formiche attuano un sist ema completo di comunicazioni all'interno di questi rami tubolari, mentre in alt ri casi tra i diversi formicai situati in cavit viene costruita una rete di cammi namenti esterni coperti. Gli spini fischianti - di cui esistono specie africane e sudamericane - sono aca cie aventi strutture rotonde e cave (stipule) alla base delle spine. Le formiche le perforano, svuotandole del tessuto in eccesso, e vi si insediano. Quando sof fia il vento si produce un irreale suono zufolante, per il passaggio dell'aria a ttraverso i fori praticati dalle formiche. Altre specie di formiche utilizzano le foglie, talvolta scollando le due superfi ci fogliari, come se si trattasse di una borsa di carta, per farsene un nido; o insediandosi nella sacca rigonfia pronta per l'uso, che si ritrova in certe pian te tra le nervature presso la base fogliare; oppure incollando assieme i bordi d elle foglie in modo da formare un luogo di residenza a struttura tubolare. Altre invece si fanno dei semplici nidi tra le grandi spate che avvolgono i capi fior ali dei rotang. Alcune specie di Hoya o vite cerea crescono con steli e foglie p remuti strettamente contro i tronchi degli alberi, e nelle sacche che cos vengono a formarsi si trovano spesso colonie di formiche. Altre tuttavia abitano le gal lerie che si sono formate all'interno degli anelli di spine appaiati e sovrappos ti di alcune specie di palme. Una specie di orchidea, la Schomburgkia, ha lunghi pseudobulbi cavi funzionanti da organi di deposito, in cui le formiche possono entrare praticando un pertugio alla base. Le formiche scavano anche i rizomi rig onfi e tubolari che immagazzinano acqua, in un paio di specie di felci tropicali epifite. Non c' ombra di dubbio che le formiche si comportino da smodate opportuniste quan do incontrano strutture favorevoli; tuttavia la loro presenza si rivela spesso v antaggiosa anche per gli alberi, svolgendo ad esempio estese funzioni difensive. In effetti un albero popolato di formiche dispone di un esercito sul piede di g uerra. Ogni attacco mosso contro di esso fa irrompere miriadi d'insetti, come po ssono pietosamente testimoniare molti botanici. Cito ancora un superbo brano scr itto da E. J. H. Corner sulla scorta delle sue osservazioni personali: "Ci fermiamo eccitati per l'emozione della prima spedizione nelle umide radure.. . e ci accorgiamo che un fioco stormire svanisce tra gli alberi. Ritorna e si at tenua. Pensiamo ai serpenti, alle vespe, alle api, e ci guardiamo attorno senza riuscire a scoprire una causa credibile del mistero. Ora il suono si ripete a de stra, a sinistra, da ogni parte, come una serie di bassi tintinnii tra i cespugl i e nella volta di fronde. Una sensazione strana scivola sui nostri corpi sudati cci, la sensazione di venir spiati da un'orda di presenze invisibili. Quello che abbiamo sotto i piedi un serpente o non piuttosto soltanto il tronco strisciant e di un vecchio rotang? Ci chiniamo ad esaminarlo con nostro sollievo e, proprio mentre il suono riprende, ecco una formichina battere le mandibole sul rivestim ento secco presso un foro praticato nella guaina di una foglia. Istantaneamente risuona uno stormire, un tintinnio, un fruscio dall'involucro fogliare, che riec heggia dal prossimo e poi dal prossimo ancora, su su per il tronco e tra gli alb eri... La sentinella ha dato l'allarme ai soldati, il segnale viene ripetuto da un avamposto all'altro, come una specie di ai posti di combattimento, perch vengano respinti gli invasori: l'allarme si propaga tra le fronde fino in cima agli alb eri. Solleviamo la liana, e dal di sotto irrompono formiche nere mordendo feroce mente". Le formiche possono tenere lontani molti insetti dannosi, bruchi, chiocciole ed altri animali - fors'anche mammiferi erbivori - e in modo speciale quei loro par enti tagliatori di foglie che impiegano tanto poco tempo per spogliare una piant

a. Oltre a fornire un alloggio sicuro alle formiche sopra il livello delle eventual i inondazioni in molte giungle, l'albero, all'occasione, garantisce anche il pas colo ad afidi e gorgoglioni che le formiche allevano e mungono. In alcuni casi str aordinari l'albero fornisce alle formiche anche lo stesso cibo, che si potrebbe paragonare alla tangente versata a un'organizzazione criminale in certe situazioni umane. La Cecropia peltata o albero delle trombe ha corpi alimentari che vengono offerti in omaggio sulla parte pi bassa del piccilo fogliare. Si tratta di vere e proprie imitazioni di insetti ad uso delle formiche carnivore che vivono nel tro nco cavo e trabecolato dell'albero. Le formiche mangiano questi corpi alimentari , che vengono sostituiti in continuit, e allevano entro il tronco certi tronchi c he ne succhiano la linfa, drenando ulteriormente le risorse dell'albero. Ma le f ormiche intanto tengono l'albero pulito dalle piante rampicanti - cui le cecropi e sono straordinariamente esposte per qualche loro oscura ragione -, e con molta probabilit le proteggono anche da specie erbivore quali afidi e bruchi: forma di coabitazione che costituisce un buon esempio di mutualismo. Negli spini fischianti l'estremit delle foglie produce un corpo alimentare che ra ssomiglia a un piattino, e non mancano nettarii sui piccili fogliari. Analoghi ne ttarii vengono fabbricati da certe specie di Macaranga, e vengono portati dalle formiche adulte alle larve depositate nel cavo del tronco. Anche questo caso rap presenta una buona forma di mutualismo: i tronchi cavi forniscono alle formiche occupanti cibo e rifugio, mentre le formiche garantiscono protezione sicura dagl i attacchi dei bruchi, cui queste specie vegetali sono sensibili. E" stato accertato che queste associazioni devono essere ormai di vecchia data, perch cecropie e spini fischianti hanno caratteristiche diverse dalle specie vege tali con cui sono pi strettamente imparentate, e che tuttavia non sono altrettant o mirmecofile: infatti le cecropie non hanno lattice, mentre gli spini fischiant i possiedono una linfa pi povera di sostanze chimiche ad azione insettifuga. Tra gli esempi pi strani di associazione mirmecofila c' quello di una falsa pianta carnivora detta "Dischidia". I suoi ascidii lunghi 10 centimetri non sono proge ttati allo scopo d'intrappolare insetti, come avviene nella maggior parte delle piante a struttura simile (con le quali comunque la "dischidia" non imparentata) . Le formiche portano spesso detriti nell'ascidio, che esse giudicano un'eccelle nte abitazione prefabbricata; pian piano vi sgocciola dell'acqua, e il piccilo fo gliare produce una radice che si sviluppa nell'ascidio per utilizzare questa raz ione supplementare di nutrimento ed umidit. Questo fatto importante per la pianta che cresce spesso in localit molto calde e poco protette, dove le radici esterne possono avvizzire facilmente. Anche quando c' poco humus negli ascidii, le formi che vi possono fare il nido ugualmente. Talvolta non vi possono nidificare a cau sa di una formica astutissima e di specie diversa domiciliata sulla scorza dell' albero, che raccoglie tutta la cera di cui sono rivestiti gli ascidii. Comunque le formiche provvedono spesso a raccogliere detriti vegetali dove le epifite ins inuano le radici, che in questo modo vengono a formare un'armatura rigida per un nido a vaso da fiori. Oltre ai servizi attuati dalle formiche per lo sviluppo del le radici, sembra davvero che a certe piante occorra la compagnia attiva di ques ti insetti. Si annovera tra tali piante l"orchideaasecchio, che difatti si coltiva con grande difficolt se le mancano le sue formiche, probabilmente perch queste le forniscono qualche elemento sostanziale. Se si mette in una serra un'orchidea d i questa specie, tutte le formiche del vicinato si raccolgono tra le sue radici, per cui possibile che anche la pianta fornisca loro qualche vantaggio. Queste o rchidee crescono naturalmente in libert sui formicai pensili sulle cime degli alb eri, e rappresentano - come scrive P. H. Allen nella sua "Flora di Panama" - un e lemento di grande rilievo in quell'opera unica in natura che sono i giardini arb orei delle formiche; ... queste associazioni comprendono sovente un Epidendrum a fiori purpurei o aranciati, e parecchie piante a foglie grasse non appartenenti alle orchidee ed evidentemente specializzate, tra le quali le pi frequenti sono le Peperomia e certe Gesneriacee. Le orchidee sono ben protette dalle bellicose fo rmiche, si possono raccogliere a prezzo di grandi sforzi, e si trasportano con f atica ancora maggiore. Sembra che le formiche inizino la costruzione del nido cem entando assieme dei detriti, poi si portano in casa i semi delle piante in quest

ione per mangiarne gli omaggi alimentari annessi, secondo la descrizione datane al capitolo 15. Infine i semi germogliano, e attorno alle radici si accumula rapid amente altro materiale ricco di sostanze nutrienti e assorbente umidit, di modo c he si creano presto quelli che in linguaggio tecnico si dicono i giardini pensili mirmecofili, cio attuati e favoriti dalla presenza delle formiche. Le stesse Gesnerie vivono spesso in associazione esclusiva con le formiche, e le specie pi comuni appartengono alle Codonanthe. Le plantule che vi si sviluppano spontaneamente cominciano il loro ciclo vitale in qualche modesta sacca di detri ti raccoltasi in una screpolatura della corteccia. Le formiche cominciano subito a fabbricarsi il nido attorno alla piantala, e questa attivit le fornisce altro humus. A tempo debito i semi della pianta cadono nel formicaio o giardino mirmec ofilo, e non tardano a germogliare; talvolta rientrano in scena le formiche per portare i semi tra i detriti. Le formiche si comportano allo stesso modo anche c on molte altre piante, rivelando chiaramente un vero e proprio interesse a crear e giardini mirmecofili. A volte nello stesso giardino vivono due o tre specie di formiche. Un altro raccoglitore, G. T. Prance, non diversamente da P. H. Allen, osserva co me le formiche passino immediatamente all'attacco non appena si tocchi una loro pianta: Dobbiamo carpire i nostri esemplari in tutta fretta prima che le formiche vi si possano arrampicare. E aggiunge di non aver mai visto una Codonanthe calca rata fuori di un giardino mirmecofilo. Nei nostri stessi giardini possiamo osservare le operazioni difensive praticate dalle formiche quando trovano da mangiare. Il lauroceraso e la rosa banksia, ad esempio, hanno nettarii sul tronco, i quali richiamano formiche che a loro volta si prodigano a tener lontani i divoratori di foglie come i bruchi. Parecchie ce ntauree europee secernono miele da ghiandole speciali situate sulle scaglie all' esterno dei fiori non ancora sbocciati. Si pu vedere anche una dozzina di formich e stazionare contemporaneamente sulle gemme, e spruzzare acido formico su certi grossi coleotteri che altrimenti andrebbero a mangiare nei capolini fiorali. Attivit alquanto simile si ritrova nel Platycerium, o felce a corna di cervo, che accanto a fronde d'aspetto pi normale produce foglie grandi e piatte, che si avv inghiano al tronco dell'albero. Nella sacca formata da queste foglie avvinghiant i si accumulano detriti di cui si giovano le radici della felce. Altri detriti e particelle di terreno vi possono essere portati dalle formiche, che poi nidific ano in gran numero in questi cestelli vegetali. Altro materiale si raccoglie e vie ne usato nella costruzione dei formicai nelle "felci a nido d'uccello" o aspleni i, il cui fogliame forma un ricettacolo eretto a forma di vaso. Molte altre piante aeree insediate sui rami pi alti degli alberi tropicali fornisco no rifugio alle formiche, in modo speciale i generi Myrmecodia e Hydnophytum, am bedue appartenenti alla famiglia vegetale che comprende la pianta del caff. Quest e piante hanno le parti inferiori molto rigonfie, di forma tuberosa, spesso spin ose, in cui le formiche si creano palazzi di spazi a galleria. La Myrmecodia, ch e assomiglia alquanto a un riccio dal quale con poca coerenza spuntino corti gam bi frondosi, affida alle formiche la diffusione dei propri semi, e fornisce nett are agli insetti che abitano sulla pianta. Un albero tropicale detto Goniothalamus ridleyi produce quasi tutti i suoi fiori alla base del tronco. Certe formichine abitualmente ammucchiano terra sui fiori fino a ricoprirli completamente mentre sono ancora in boccio; inutile dire che estraggono il nettare dai fiori, perch tutti quelli che sbocciano troppo in alto sull'albero per venir ricoperti di terra, hanno sempre attorno frotte di formich e. I fiori situati al piede dell'albero sono irraggiungibili agli altri insetti, per cui si ritiene che l'impollinazione sia effettuata dalle formiche. La mirmecofla e le sue varie forme di mutualismo sono limitate alle sole piante fi orenti e alle felci sopra citate. Oltre a trovare rifugio nelle piante occupandole abusivamente o incoraggiandole a fabbricare nidi a forma di vasi da fiori - e forse anche portandovi semi per aum entare le dimensioni dei nidi stessi - le formiche coltivano anche specie vegeta li per ricavarne cibo. Si tratta delle formiche sfogliatrici dell'America tropic ale, che riescono a spogliare del fogliame un grosso albero dalla sera alla matt ina. I pezzettini di foglie possono raggiungere il diametro di due centimetri, e

vengono ammassati in celle speciali nei nidi: un osservatore che ha potuto assi stervi ha scritto che le formiche avanzano come ragazzini della scoletta di catec hismo quando si recano in processione con gli stendardi. Le celle dei funghi, lun ghe fino a un metro, con larghezza ed altezza fino a 30 centimetri, possono trov arsi fino a 5 metri sotto la superficie del suolo, e tutto il formicaio pu occupa re complessivamente la superficie di 100 metri quadrati e anche pi. Nelle celle i brandelli di foglie vengono masticati e mescolati ad altri detriti vegetali e a gli escrementi delle formiche, in modo da formare un vero e proprio letto caldo sul quale cresce un fungo speciale: il principio corrisponde esattamente a quell o adottato per attuare i lettorini delle moderne coltivazioni di funghi. Le form iche operaie dedicano attente cure a questi funghi, strappando ogni erba che pos sa spuntare, e trapiantando i funghi in nuove celle man mano che queste diventan o disponibili. Nella saliva delle formiche c' qualcosa che impedisce la crescita di funghi indesiderati e forse favorisce anche lo sviluppo della specie fungina prescelta. Il fungo in questione, che costituisce il nutrimento principale di qu este formiche, una piccola specie sotterranea che non si vede mai fuori dei form icai. Ci pu dipendere benissimo dal fatto puro e semplice che non si sa dove cerca rlo, e non stato ancora accertato se il fungo viva spontaneamente nel terreno o piuttosto non vi sia stato portato deliberatamente in origine dalle formiche, o se non sia cresciuto per caso nei formicai e in seguito sia stato sottoposto a c oltura. Anche le termiti hanno orticelli tenuti a funghi, ma mancano prove altrettanto c hiare che la coltura avvenga per decisione deliberata. Il fungo in causa del tip o classico, con corpo fruttifero fornito di gambo e cappello. Dopo aver formato un micelio filiforme nelle celle del termitaio, il fungo sviluppa un gambo che s i fa strada a viva forza attraverso il termitaio, alto spesso un metro o due, co n l'aiuto di una sommit durissima talvolta foggiata a capezzolo. Una volta spunta to all'esterno, la sommit si dispiega a forma di cappello largo anche 60 centimet ri, che d a tutti l'impressione di un ombrello aperto sopra il termitaio. Le termiti sciamano sul cappello fungino e ne prelevano frammenti che ammassano all'interno del termitaio, dove esso costituisce una parte molto importante dell a loro alimentazione. Naturalmente all'interno del nido cadono spore che possono germogliare, producendo il micelio e ricominciando il ciclo. Ad intervalli le termiti gettano all'esterno masse di micelio, presumibilmente p erch ingrossano troppo ed ostruiscono il passaggio. Uno dei misteri della natura che i corpi fruttiferi prodotti all'esterno del termitaio da queste masse di mic elio espulso sono sempre piccolissimi, di misura completamente diversa dai gigan teschi ombrelli. Ci pu dipendere dalle condizioni particolarmente favorevoli di cui dispone il fungo all'interno dei termitai, dal materiale fornito dalle termiti o anche dall'intensit dei processi di coltivazione. Salvo questi rapporti con le formiche - e naturalmente quelli connessi con l'imp ollinazione - le piante e gli insetti non mantengono di norma relazioni particol armente cordiali. Al capitolo 18 ho precisato come gli insetti si nutrano a spes e delle piante o depongano all'occasione le uova nei tessuti vegetali, attivit cu i le piante reagiscono con la formazione di galle. Tuttavia le piante mantengono felicissimi rapporti di vario genere con molti alt ri animali. Sono note parecchie centinaia di associazioni tra invertebrati acqua tici ed alghe unicellulari, alcune delle quali rappresentano esempi perfetti di simbiosi. Vi si annovera quella di un verme marino (Convoluta roscoffensis), di un flagellato (Cyanophora paradoxa), e di un rizopodo (Paulinella chromatophora) , a ognuno dei quali l'alga fornisce carbonio e probabilmente azoto. Nel caso de l rizopodo non esiste neppure un meccanismo di alimentazione, mentre a proposito della Cyanophora le cellule dell'alga semplicemente non possono esistere in mod o indipendente, perch hanno perduto le pareti cellulari, e perch inoltre i due soc i in simbiosi si riproducono simultaneamente. Cos le alghe vengono ad assomigliar e a grossi cloroplasti, e si possono ritrovare in molti protozoi; tuttavia ancor a incerto se in questi casi si tratti di associazioni simbiotiche o di uno stadi o a mezza strada tra il regno animale e quello vegetale. Oltre a produrre cibo, il componente alga, o cloroplasto, di norma rende questi organismi fotosensibili. Questa particolarit si ritrova nelle associazioni di alg

he con i polipi dei coralli, anemoni di mare, spugne e meduse, in cui le alghe u tilizzano i prodotti di rifiuto dell'animale in cambio di carboidrati. Questi or ganismi si servono della fotosensibilit per equilibrare le esigenze alimentari di ogni simbionte, ma a quanto pare l'uso da parte dell'alga dei prodotti del meta bolismo animale non altro che l'impiego succedaneo in sostituzione dell'acqua di mare utilizzata in precedenza, e l'animale non dipende per nulla dall'alga. Tra gli sviluppi pi straordinari del fenomeno della simbiosi c' il caso dell'assoc iazione creatasi tra la Tridacna, un gigantesco mollusco bivalve, ed alghe micro scopiche di vario genere, che colorano il suo mantello con chiazze vivaci di ara ncione e porpora. Il mantello ha una fila di occhi azzurri che ha messo in imbaraz zo i biologi, finch non si scoperto che non si trattava di occhi nel senso letter ale della parola, bens di lenti impiegate per mettere a fuoco la luce su colonie di alghe all'interno dei tessuti, in modo che potessero effettuare la fotosintes i nel modo migliore! L'eccedenza demografica delle alghe viene invece digerita d al mollusco. Alcuni pesci portano alghe sulle loro branchie, dove l'aerazione massima; un'alt ra strana associazione si verifica tra un grosso bradipo e un'alga che gli rives te il pelo. In questo modo l'alga si procura un'abitazione mobile che presenta a spetti interessanti, mentre il bradipo ricava forse qualche piccolo vantaggio da questa forma di camuffamento. Sussistono numerosi legami tra piante inferiori e superiori, dove l'alga verdeaz zurra Nostoc rappresenta l'esempio tipico del socio minoritario, che pu abitare s acche alimentari della pianta superiore, mentre i suoi filamenti talvolta riesco no a penetrare anche nelle radici. L'alga fissa l'azoto atmosferico con benefici o dell'altra pianta, perch la Nostoc mantiene anche sottoterra il colore e la cap acit di fissare azoto. Tra le piante associate a quest'alga si annoverano epatich e, muschi, felci galleggianti, lemne, gigari, la Gunnera dalle foglie gigantesch e e molte delle vecchie Cycadine, e la simbiosi citata riveste importanza econom ica nella coltivazione del riso. La fissazione dell'azoto si presenta in forma a ncora pi tipica nell'associazione con un batterio detto Rhizobium, che forma nodu li sulle radici di piante, specialmente leguminose, ma anche di altre famiglie; ma viene effettuata anche da certi funghi in simbiosi con piante come l'ontano, l'olivello spinoso e la mirica. I noduli che si formano su queste piante legnose permanenti sono spesso assai grossi e si presentano raggruppati, sebbene non du rino all'infinito. Le cellule batteriche o fungine sembrano avviare un parassitismo superficiale ch e verosimilmente stimola le radici a produrre noduli, allo stesso modo in cui va ri organismi provocano la comparsa di galle. I batteri sembrano incapaci di fiss are l'azoto quando vivono allo stato libero; devono trovarsi dentro un nodulo do ve la pianta contribuisca in qualche modo alla loro esistenza. L'azoto assolutamente inerte e riluttante a formare composti allo stato naturale , per cui occorre molta energia per scindere i due atomi della sua molecola. Il processo chimico della fissazione dell'azoto comporta la combinazione dell'azoto libero con l'idrogeno, in modo da formare ammoniaca. L'idrogeno pu venire fabbri cato dai microorganismi, oppure essere disponibile in forma facilmente riducibil e. Vi partecipa anche l'oligoelemento molibdeno, probabilmente come catalizzator e, mentre il pigmento rosso all'interno dei noduli delle leguminose - vedi caso - una proteina strettamente imparentata con i globuli rossi del sangue. I noduli batterici si ritrovano principalmente sulle foglie delle rubiacee, ed e sercitano notevoli effetti sulla pianta interessata, che in assenza di essi va i ncontro a un processo di nanizzazione. In queste specie la pianta riesce a cresc ere normalmente solo quando entrata nel ciclo della simbiosi; da sola ha aspetto d el tutto anormale. La quantit totale dell'azoto atmosferico fissato da questi batteri produttori di noduli, specialmente delle piante leguminose, stata valutata sui 100 milioni di tonnellate annue. Tanto per citare George D. Scott, "viene da sudare freddo al pensiero che, se non fosse per l'avvento delle legumi nose e della loro associazione simbiotica con il Rhizobium, la condizione odiern a dell'azoto nel terreno sarebbe bassissima, e troppo bassa per poter sostenere

il manto di vegetazione naturale che copre oggi il mondo, per non parlare delle vaste aree soggette a coltura intensiva". Una buona coltura di leguminose adatte riesce a fissare 250 chilogrammi d'azoto per ettaro in una stagione, quantit corrispondente pressappoco a due tonnellate e mezzo di concimi. I funghi hanno un'importanza particolare in queste imprese in compartecipazione. Nel suolo formano associazioni d'ogni sorta con i batteri; sebbene si tratti di combinazioni casuali, ambedue gli organismi interessati ne ricavano grossi vant aggi, e ne riesce avvantaggiata anche la vita sul nostro pianeta, dal momento ch e molti batteri sono privi delle sostanze di accrescimento che invece i funghi p ossono fornire. La simbiosi comincia cos. L'esempio pi notevole di associazione fungina forse quello per cui in combinazion e con le alghe si formano i licheni. Nelle forme pi elementari le cellule o i fil amenti delle alghe si trovano semplicemente mescolati con i cordoni fungini, men tre nei casi pi evoluti la disposizione presenta notevole somiglianza con quella di una foglia in una pianta superiore, con uno strato di cellule fotosintetiche d'alga situato in prossimit della superficie superiore, sopra una massa di filame nti d'origine fungina. Talvolta il tallo del lichene, come viene chiamata la sua struttura, assomiglia anche nel contorno ad una pianta superiore: ad esempio ne lla Sticta filicina, dove alla somiglianza esterna si aggiunge la presenza di po ri aerei paragonabili a stomi. Oltre ad avere aspetto di foglie o scaglie, i lic heni possono formare anche croste sottili, oppure somigliare ai muschi, o cresce re in forma eretta, o ramificarsi nei modi pi complessi. Le specie simbionti si possono ritrovare anche separate e indipendenti, ma appar e probabile che le alghe in questione di norma non riescano a condurre una vita facile per proprio conto. Fungo ed alga possono incontrarsi, e spesso s'incontra no per puro caso, ma i licheni producono anche dei sored, pustolette contenenti t essuti dei due simbionti che si staccano facilmente dal tallo principale. In un caso o nell'altro il nuovo lichene comincia a crescere come una miscela di cellu le, ma nella maggior parte dei licheni si forma ben presto la disposizione del t ipo gi descritto. Il fungo continua a riprodursi come farebbe se stesse solo, e l a pianta combinata che forma punte fruttificanti tende in questo senso, ma l'alg a non si riproduce in forma sessuale quando convive con il suo socio incolore. In questa forma di simbiosi l'alga riceve protezione e sostanze nutrienti fondam entali, i carboidrati di provenienza fungina. Secondo ogni apparenza i licheni s ono in grado di estrarre sostanze minerali dalle rocce sulle quali sovente vivon o, alla stessa stregua di quanto fanno alcuni funghi per conto loro. Abbiamo gi v isto che i licheni presentano notevole resistenza a condizioni difficilissime d' esistenza, sopportando situazioni estreme di caldo, freddo e siccit. La tenace Ra malina del deserto del Negev riesce a sopportare pi di 80 gradi di calore allo st ato secco, e continua ad effettuare la fotosintesi anche quando parzialmente con gelata a 10 gradi sotto zero. L'integrazione completa tra le due diverse parti risulta con la massima chiarezz a dal modo in cui il lichene reagisce alla luce e all'umidit. Allo stato secco lo strato superficiale si contrae, e lo stesso fanno le cellule sottostanti di ori gine algale e fungina, di modo che giunge meno luce a ogni singola cellula. Quan do la pianta s'inumidisce, tutto il complesso si dilata, per cui viene esposta a lla luce una parte maggiore di ogni cellula - e in modo speciale delle cellule a lgali che effettuano la fotosintesi. Se si bagna un lichene grigio asciutto, si pu osservare come la superficie inverdisca rapidamente per questo processo. I lic heni sono in grado di assumere acqua allo stato libero con velocit sorprendente, assorbendo in 10 minuti pi del 50% del loro peso iniziale allo stato secco. Molti licheni hanno colori vivaci: giallo, arancione, nero e cos via. Queste tint e, usate da molto tempo dall'uomo a scopo colorante, derivano da un denso deposi to di acidi colorati dei licheni nelle cellule dello strato superficiale. Ci acca de nei licheni esposti ininterrottamente alla luce solare: all'ombra il lichene cresce di colore verde. In questo modo si evitano gli effetti dannosi della luce eccessiva, che viene filtrata dalla sostanza colorante. Si pu osservare anche ch e se un lichene viene messo all'ombra dopo che stato esposto alla luce, cambia i

l colore, passando dall'aranciato o dal giallo al verde, in seguito al riassorbi mento dei pigmenti. Questa facolt consente al lichene di rimediare alla mancanza di fotosensibilit per regolare la sua crescita effettiva, o al passaggio dalla lu ce all'ombra o viceversa. Per il colmo, tra i licheni, si osserva nel caso dello Sterocaulon, dove c' un'alg a verdeazzurra che si associa a una combinazione di base tra alga e fungo, produ cendo curiose formazioni superficiali di cui si sospetta che siano in grado di f issare l'azoto. Sta di fatto che molti autori ritengono che la maggior parte dei licheni operi in compartecipazione con batteri fissatori di azoto, e che forse non potrebbero nemmeno cominciare ad esistere senza la loro presenza. Questi licheni non sono soltanto esempi di un avvenuto notevolissimo e felicissi mo collegamento tra due forme di vita assai diverse tra loro, e che tuttavia pos sono vivere per parecchi secoli, ma sono anche importanti ai fini dell'insediame nto della vegetazione mondiale. Ho gi fatto notare come essi sovente compiano ope ra da pionieri in durissime condizioni climatiche e frantumino le rocce, facendo il primo passo per la formazione del terreno. I licheni sono importanti anche c ome alimento nell'emisfero settentrionale, dove renne euroasiatiche ed americane vivono largamente di cladonia, il cosiddetto lichene delle renne; nelle loro dure condizioni di vita i licheni forniscono il 95% del cibo disponibile. I Lapponi praticano con le loro mandrie un pascolo attento del lichene delle renne, e a vo lte ne fanno anche una vera fienagione, raccogliendolo come riserva alimentare per le loro bestie. Oltre ad associarsi alle alghe, i funghi entrano in coesistenza anche con le rad ici di un impressionante assortimento di piante superiori, dalle felci ed epatic he fino agli alberi delle foreste. Questa simbiosi viene praticata in due modi - all'esterno e all'interno delle ra dici. La denominazione micorriza, che significa semplicemente radice fungina, si app lica alla simbiosi principalmente esterna in cui una guaina di tessuto fungino c irconda le parti apicali delle radici dell'albero, formando anche una rete tra l e cellule degli strati esterni della radice. Questo manto lungo solo un centimet ro circa, ma la sua struttura feltrata le permette di assorbire l'acqua e di sos tituire efficientemente i peli radicali cui altrimenti spetterebbe questo compit o. Le radici a micorriza sono sempre pi corte e ramificate di quelle normali, e tal volta somigliano per l'aspetto a certe masse coralline. Nelle cicadacee questa m icorriza coralliforme si trova sulle radici anormali che crescono verso l'alto e si sviluppano alla superficie del suolo; abitata da funghi ed alghe verdiazzurr e, coesistendo parallelamente a comuni radici non infestate. Molti funghi del tipo a ombrello, sia mangerecci che velenosi, si associano agli alberi, specialmente alle conifere, e sono importanti perch li aiutano nella cre scita, particolarmente nella fase giovanile; numerose piantale su suolo sterile restano molto indietro nello sviluppo rispetto ad altre, che invece riescono ad avviare rapporti con i funghi. Certe combinazioni tra albero e fungo sono di tip o unico, ma moltissimi funghi diversi possono associarsi a moltissimi alberi div ersi con risultati sostanzialmente identici: ad esempio, per il pino di Scozia s ono stati registrati 119 soci di natura fungina. A volte un albero pu fare societ co n sei o sette funghi contemporaneamente, ed un fatto corrente che una specie di fungo ne sostituisca un'altra nella micorriza durante la vita di un albero. In queste combinazioni il fungo stimola la formazione della radice e consente al l'apparato radicale di assorbire pi nutrimento dal terreno, mentre a sua volta ri ceve carboidrati e composti glucidici dall'albero. E" stato dimostrato che certi funghi ne tengono lontani altri dannosi, impedendo loro d'infettare l'albero, p er cui agiscono di fatto come antibiotici. Alcuni funghi non sono pi in grado di produrre corpi fruttiferi sporigeni (ad esempio molti dei comuni funghi a ombrel lo commestibili o velenosi) se allontanati dal loro albero simbionte. Le micorri ze pertanto sono importanti specialmente nei terreni poveri, e se si tengono pre senti i grandi programmi di rimboschimento - principalmente a base di conifere dai quali dipende parte della nostra economia moderna, per produrre carta desti nata a giornali di valore effimero e di letteratura forse un po'"meno effimera, si tocca con mano quale importanza abbiano i funghi delle micorrize per l'uomo c ontemporaneo.

Le piante saprofite dipendono completamente dalle micorrize. Esse non hanno clor ofilla; sotto questo riguardo assomigliano ai loro soci fungini, ma per il resto sono piante superiori. Ne forniscono esempi certe monotrope dette nido d'uccell o o pipa indiana, (nomi che alludono rispettivamente alle radici nodose e alla f orma della parte epigea della pianta, quella che sta sopra la superficie del suo lo). Queste piante affidano a un fungo tutto il lavoro di assorbimento del carbo nio, e pare veramente che il fungo ricavi scarso giovamento da un rapporto di qu esto genere. I nidi d'uccello sono piante di bosco e foresta, e la cosa pi interess ante che si pu dire sul loro conto che il loro rapporto con i funghi condiviso an che con gli alberi. Il fungo stabilisce i suoi rapporti nutritivi a doppia direz ione con le radici degli alberi, e pare che i carboidrati ottenuti da queste mon otrope provengano in gran parte dagli alberi. Glucosio e fosfati contrassegnati co n preparati radioattivi sono stati iniettati negli alberi, e la loro presenza st ata identificata in seguito in certi nidi d'uccello dei paraggi. Parecchie orchidee saprofite, quali l'orchidea a nido d'uccello e la radice di c orallo, hanno analoghe radici somiglianti a formazioni coralline, e dipendono to talmente dall'associazione con un fungo. La radice di corallo, anzi, manca compl etamente di vere radici. Non certo, ma pare probabile che queste orchidee possan o dividere i loro funghi con gli alberi vicini. Due generi d'orchidee tra i pi notevoli conosciuti sono indubbiamente saprofiti, e sono costretti ad esserlo perch sono completamente sotterranei e non vedono mai la luce del giorno. Sono le Cryptanthemis e Rhizanthella australiane, i cui fio ri si formano, maturano e fanno semi alla profondit di un paio di centimetri sott oterra; incerto il modo d'impollinazione. Solo dopo la fecondazione i capolini c on i semi vengono spinti a fior di terra, presumibilmente allo scopo di assicura re la conveniente distribuzione dei semi. Essi hanno associazioni, eventualmente di tipo semiparassitario, con specie insediate sulle radici di vari alberi e ce spugli. Si pu anche dire che l'orchidea a nido d'uccello, indigena della Gran Bretagna, i n date occasioni pu anche spuntare e fiorire e formare semi fino a maturazione so tto terra, ma di solito questo accade per la presenza di qualche ostacolo, e l'e venienza eccezionale. Tra le orchidee saprofite pi spettacolari vi sono certe specie di Galeola che for mano tronchi rampicanti lunghi anche 30 metri, con grossi capi fiorali che posso no contenere parecchie migliaia di minuscoli fiorellini. Questi esempi di saprofitismo nelle piante superiori contribuiscono a rafforzare la teoria secondo la quale i funghi non sono altro che piante in cui andata per duta la clorofilla. Tuttavia sono i funghi interni, o endogeni, associati alla maggior parte delle o rchidee a darci una forma di associazioni tra le pi curiose, un vero rapporto di amoreodio. Nella combinazione entra a far parte di solito un fungo detto Rhizoct onia. Ho gi detto come sia semplice il seme d'orchidea, incapace di germogliare e crescere se non viene rifornito dall'esterno di nutrimento e vitamine. Questi s emi germogliano felicemente allo stato spontaneo solamente in presenza del fungo , assieme al quale crescono per un periodo di lunghezza variabile. (E" possibile far germogliare artificialmente semi d'orchidea mettendoli in un terreno di col tura a base di gelatina contenente zuccheri e sostanze minerali.) Il processo successivo alla germinazione naturale si potrebbe definire di recipr oca aggressivit. Il fungo penetra nella radice dell'orchidea, e i suoi filamenti si sviluppano accanto alle cellule dell'orchidea, che fornisce limitate quantit d i sostanze nutrienti essenziali in cambio di carboidrati. Tuttavia si osservano zone concentriche dove i filamenti fungini vengono digeriti dalle cellule dell'o rchidea; questo processo finisce con il respingere completamente il fungo nei ca si delle orchidee che riescono a vivere per proprio conto non appena la fotosint esi fornisce loro tutta l'energia necessaria. Prima che ci avvenga, succede talvo lta che l'orchidea riesca perfino a invertire il flusso delle sostanze nutrienti rifornendo il fungo di carboidrati. Invece altre orchidee, segnatamente quelle di tipo saprofito, continuano il loro rapporto simbiotico per tutta la vita. Altre specie di fungo talvolta fanno lega con le orchidee, e uno dei soci pi stra ni in questo rapporto associativo rappresentato dall'Armillaria mellea o fungo d

el miele, temuto assassino d'alberi, che si associa alla Gastrodia elata. I tube ri delle orchidee non possono incominciare a crescere se il fungo non li attacca in modo parassitico. Qui le parti sono invertite, e la pianta assorbe energia d al fungo per poter far spuntare i fiori. Proprio come l'armillaria mellea fa doppia vita stimolando le orchidee e contemp oraneamente uccidendo gli alberi, si pu citare il caso della Rhizoctonia che vive sull'orchidea di terra Dactylorchis purpurella rifornendola di carboidrati, ma che nella fase adulta o sessuata si trasforma in una malattia grave di specie co ltivate, quali la barbabietola da zucchero e la patata e, sotto il nome di Corti cium solarii, elimina vigorosamente i carboidrati dalla pianta che la ospita. In generale i rapporti dei funghi con le orchidee sono improntati a caritatevole b enevolenza, perch il fungo ricava ben poco dal suo altruismo. Si potrebbe dire ch e il fungo, all'occasione, muta registro, passando ad altre piante: un modo di v edere la vita alla Dottor Jekyll. Da questi due esempi si potr vedere come sia delicato l'equilibrio delle associaz ioni simbiotiche, e come sia vicino al parassitismo (che del resto stato definit o l'esempio pi raffinato della simbiosi). Si potrebbe considerare l'invasione dei t essuti radicali ad opera dei filamenti fungini nella micorriza alla stregua di u n tentativo di parassitismo, che stato controbilanciato, nel corso di chiss quant e migliaia d'anni di attacchi e contrattacchi, con un trattato finale. Un altro aspetto dell'associazione in simbiosi ci viene rivelato da un fungo det to Endogene, che vive nei sistemi radicali forse di ogni tipo di pianta verde sicuramente in una proporzione altissima di queste -, e risiede completamente al l'interno dei tessuti della pianta consociata. I filamenti si diffondono nei tessu ti, formando gruppetti cespugliosi di radici destinate alla funzione di assorbimen to, e sacchetti per accumularvi sostanze oleose, nonch corpi riproduttivi. Non v' dubbio che il fungo venga in aiuto alla pianta per assumere dal terreno certe so stanze nutrienti, specialmente i fosfati, spesso irraggiungibili per le radici, e pu darsi benissimo che abbia grande importanza nell'assicurare buona produzione e crescita soddisfacente alla pianta. Quest'equilibrio per ancora pochissimo con osciuto; comunque chiaro che anche il fungo ricava del nutrimento dalla pianta s tessa. Il finale imprevisto di questo rapporto consiste nel fatto che quasi semp re il fungo viene digerito a tempo debito dalla pianta ospitante: si tratta di u na forma di simbiosi che non andata fino in fondo. Va detto infine che le superfici fogliari sorreggono spesso vaste popolazioni di funghi microscopici, fermenti e batteri che, a giudicare dalle apparenze, condu cono un'esistenza non parassitaria: alcuni fissano l'azoto atmosferico - se ne t rovano ad esempio sulle foglie del pino Douglas -, mentre altri fanno concorrenz a ai parassiti, a tutto vantaggio della pianta. In date occasioni attaccano anch e la cute cerosa della foglia, il che pu rivelarsi nocivo, perch aumenta l'evapora zione delle foglie e le fa invecchiare. A momenti non si pu nemmeno parlare di si mbiosi nel caso di questa microflora superficiale, ma si tratta di una associazi one che probabilmente esiste dappertutto, e contribuisce al benessere delle pian te pi di quanto possiamo immaginare. Ma c' un caso particolare in cui si pu afferma re con sicurezza che ha effetti benefici: stato scoperto su un'erba della Costa d'Avorio, dove si trovato che - diversamente da quanto sarebbe logico aspettarsi - l'erba del pascolo accumulava azoto. I carboidrati vengono essudati dalle fog lie, quasi sempre bagnate per le condizioni climatiche locali, e scorrono a form are un concentrato mucillaginoso nelle guaine fogliari. Questa mucillagine alber ga colonie di batteri e funghi che agiscono in collaborazione, fissando azoto in quantit utili. In un certo senso, se si considera l'interdipendenza degli organismi in tutto l' ambiente naturale, si pu forse dire che la simbiosi non rappresenta un fenomeno i naspettato. Comincia da un incontro casuale, come succede alla gente che s'incon tra in un locale pubblico e scopre di avere qualcosa in comune, da cui pu derivar e forse qualcosa di utile per ambedue le parti. Si formano amicizie particolari che si attengono a un modello costante. Una combinazione perfetta come quella ch e da origine a un lichene, rappresenta per una realizzazione notevole da tutti i punti di vista, specialmente quando il risultato finale imita con tanta perfezio ne la forma e l'attivit di una pianta superiore, tanto lontana da un lichene in t

ermini di evoluzione. Le simbiosi pi semplici tra animali e piante, che comprendo no protozoi e celenterati, rappresentano dal canto loro altri esempi di soluzion i perfette di un problema che non stato ancora risolto dal normale processo dell 'evoluzione. Queste realizzazioni, per citare ancora George D. Scott, confortano chiaramente l'affermazione per cui dalla coesistenza con un organismo accompagna tore si origina un vantaggio biologico. Un'asserzione che potrebbe fare testo per il matrimonio. Capitolo 23. STRANGOLATORI, PARASSITI E SCROCCONI. In regime di convivenza accade fin troppo spesso che uno dei due individui che c ompongono una coppia si comporti da dominante nei riguardi dell'altro. Vivere an gariando un altro organismo costituisce una delle soluzioni pi tipiche adottate t anto nel regno vegetale quanto nel regno animale, un modo di vivere abituale che suscita in noi - che l'osserviamo e a volte ne soffriamo - un'onda di sentiment i discordanti. Le piante sono spesso in grado di farsi del danno l'un l'altra. Ci pu dipendere da semplice mancanza di tatto; la lotta per la sopravvivenza, per quanto riguarda le esigenze di luce, pu far s che le piante crescano da epifite addosso ad altre, e lottino insinuandosi l'una nell'altra, gettando germogli spinosi o liane aggro vigliate che magari finiscono con l'abbattere i loro stessi sostegni. I licheni sulla corteccia di cespugli o anche di alberi possono rallentarne o anche arrest arne la crescita, e i festoni penduli della Tillandsia usneoides, o muschio spag nolo, rallentano inevitabilmente l'attivit di fotosintesi della pianta ospitante. L'edera considerata spesso un'assassina d'alberi nel nostro Paese, ma ogni evide nza sta ad indicare che essa non fa altro che crescere rigogliosa ed opprimente sui vecchi alberi che comunque se ne stanno gi andando. Molte piante rampicanti t ropicali mostrano uguale vigore, e possono esercitare analoga azione di blocco s ulla chioma di un albero. L'unico gruppo che ricavi un vantaggio effettivo dalla propria posizione quello dei Ficus soffocanti. I semi sono lasciati cadere tra le fronde degli alberi da pipistrelli, uccelli, scimmie o scoiattoli. Da princip io il giovane Ficus spunta e cresce come una semplice epifita, a spese dei detri ti raccolti in qualche spaccatura. Ma, a differenza degli alberelli che si posso no vedere in situazioni analoghe nel nostro Paese, questi Ficus emettono radici che si attaccano ai rami, e si collegano formando un intreccio. Man mano che l'i ntreccio cresce di dimensioni, il giovane Ficus lascia scendere altre radici ver ticali, che alla fine arrivano a terra. Dopo di che la pianta ospitante condanna ta, perch il Ficus acquista forza rapidamente, calando a terra altre radici e for mando una rete intrecciata tutt'attorno all'albero. Le radici aumentano di dimen sioni e alla fine impediscono alla pianta ospitante ogni attivit di accrescimento , stringendola in un vero abbraccio mortale come le spire di un serpente boa veg etale. Con il tronco soffocato e la chioma oppressa, la pianta ospitante a poco a poco intristisce e muore. Quando alla fine il tronco marcisce, la pianta soffo cante rimane sola, e le sue radici formano un cilindro alto fino a 30 metri. E" stato calcolato che per un grosso albero in una foresta il processo di strangola mento pu durare anche un secolo. Una di queste tipiche piante strangolatrici o so ffocanti il Ficus benjamina, nota pianta d'appartamento dalle forme languide e d elicate, con foglie somiglianti a quelle dei salici. E" interessante notare che, se un Ficus soffocante spunta per terra, e non sulla chioma d'un albero, non riesce mai a formare un esemplare di pianta alta, n dimo stra di avere tendenze strangolatrici. Invece di crescere come epifite relativamente innocue, i Ficus soffocanti e poch e altre specie ad essi non imparentate, come le Clusia, si sono trasformati in a ltrettante piante assassine. Possiamo sospettare un'evoluzione di questo tipo da specie innocenti a specie dannose, dall'indipendenza alla dipendenza - nelle piante parassite che derivano il loro sostentamento, in tutto o in parte, da un' altra pianta. Esistono almeno sette od otto diversi gruppi di famiglie vegetali che sono passate alla vita parassitaria, il che significa che nel regno vegetale questa soluzione per il problema di vivere stata adottata almeno otto volte, e

tentata chiss quante altre volte. Vi sono interessate molte famiglie e generi, e talvolta un gran numero di specie - 700 solo tra i vischi - adattate a circostan ze d'ogni sorta. E" sorprendente notare che nell'ambito di tutte queste famiglie non si trovano m oltissimi metodi e gradi di parassitismo. Esistono piante semiparassite - gli sc rocconi del regno vegetale - con foglie verdi e un proprio sistema radicale, ed altre che hanno foglie, ma sistema radicale completamente trasformato, in modo d a succhiare linfa dalla pianta ospitante. Alcune piante parassite hanno foglie s omiglianti a scaglie e addirittura mancano di clorofilla verde, per cui dipendon o totalmente dalla pianta ospitante. Viene infine lo stadio in cui la pianta par assita vive esclusivamente entro i tessuti della pianta ospitante, dai quali esc e solo per fare fiori e frutti. Le piante parassite possono essere rappresentate da alberi o da erbacee perenni o annuali; quelle che vivono all'interno di un'ospite possono trasformarla in va ri modi, segnatamente a forma di scopa di strega, cio dando origine a forme di ac crescimento somiglianti a stecchi e mazzetti; oppure possono essere invisibili, salvo che quando sono in periodo di fioritura e i loro fiori affiorano irreali d alla corteccia, o sbucano a fior di terra dalle radici. I fiori, talvolta molto belli o vistosi, hanno sovente dimensioni relativamente enormi rispetto alle rad ici della pianta ospitante, come in quasi tutte le specie di orobanche e nella R afflesia, che fa il fiore pi grande del mondo; si potrebbero paragonare al cuculo , che di solito diventa molto pi grosso dei suoi genitori adottivi. L'impollinazione delle piante parassite non ha particolari rapporti con le loro abitudini da predoni. Tuttavia la dispersione dei semi di queste piante assai sp ecializzata, e per tale motivo ho deciso di trattarne in questo capitolo. Alcuni vischi sono da annoverare tra gli esempi pi rappresentativi, perch dipendon o per lo pi dagli uccelli. L'Arceuthobium nano, tuttavia, si sottratto a questa s udditanza, e si avvale di un dispositivo esplodente non diverso da quello del co comero asinino, in modo che i suoi frutti, mantenuti in posizione verticale, spa rano i semi da 3 millimetri fino a 15 metri di distanza alla velocit di 24 metri al secondo. Dato che il frutto lungo solo 4 millimetri, la pressione interna svi luppata prima dell'espulsione relativamente enorme. Come nella maggior parte dei semi di vischio, i semi dell'Arceuthobium sono coperti da una sostanza estremam ente appiccicosa che li fa restare attaccati, se vengono anche solo toccati nell a loro traiettoria da qualsiasi cosa, che molto spesso una foglia o un ramo dell a pianta ospitante. Potranno scivolare lungo la foglia fino a fermarsi tra la fo glia e il ramo, perch da principio questi semi sono viscidi. Ma ben presto seccan o, e la sostanza appiccicosa s'indurisce come una colla, in modo da garantire ch e il seme resti nella posizione giusta e sia pronto a germogliare con tempo umid o. Le caratteristiche di vischiosit dei semi sopra citate costituiscono il punto di forza delle specie dipendenti dagli uccelli. Essi sono cos appiccicosi che se ne ricava a tutt'oggi del vischio per uccellatori. Citiamo a questo riguardo Job Ku ijt, studioso che fa testo in fatto di parassitismo, il quale scrive che non era sfuggito agli antichi, che gi usavano vischio da uccellatori, la beffa implicita nella sorte di un uccello catturato con i frutti di una pianta di cui aveva prov veduto alla diffusione. Il detto latino "Turdus ipse sibi cacat malum" secondo i l quale cio con gli escrementi il tordo si fabbrica da s il proprio danno, viene att ribuito al romano Plauto. Comunque, ai tordi, ai beccofrusoni e a molti altri uc celli mangiatori di frutti piacciono le bacche del vischio per la loro polpa est erna (e lo stesso succede in molti posti alle martore e ai pipistrelli della fru tta). In certi casi gli uccelli depositano i semi sui rami sfregandovi contro il becco per liberarlo dalla polpa attaccaticcia dei frutti, nella quale possono e ssere restati dei semi. Ma nella maggior parte dei casi i semi attraversano il c anale digerente degli uccelli e vengono deposti sui rami assieme agli escrementi . Il vocabolo usato in tedesco per indicare il concime o letame, "Mist", tanto s imile a quello indicante il vischio, "Mistel", che quest'ultimo deve per forza b asarsi su un'antica osservazione del fatto. La velocit con cui i semi attraversano il canale digerente degli uccelli notevole , e fa pensare che un periodo troppo prolungato sotto l'azione dei succhi digere

nti potrebbe rivelarsi dannoso per il seme (e ci succede effettivamente nei polli e nei colombi, dove l'azione del ventriglio o stomaco muscolare - che tanto spe sso contiene ghiaietto - macina i semi fino alla loro dissoluzione totale). Un s eme attraversa il canale gastroenterico di un tordo in circa 30 minuti; in certi diceidi, beccafiori o uccelli del miele, i tempi osservati vanno da 12 fino a 4 min uti! A questo riguardo gi stata descritta la dipendenza di certi diceidi dal nett are dei fiori di vischio. Quando compaiono le bacche questi uccelli non mangiano niente altro, e lo stesso fanno alcune specie di eufonie e pigliamosche. Second o ogni apparenza le bacche esercitano un forte effetto sull'uccello, che di norm a se ne sta appollaiato tranquillamente dopo aver mangiato, e - almeno nel caso dei diceidi - soffrega l'ano contro i rami, e magari sui sassi, per mezzo metro o un metro, incollando letteralmente sulla corteccia i semi evacuati. L'eufonia ha il tratto digerente del tutto diverso da quello delle specie impare ntate, chiaramente progettato (senza valvole di chiusura interne) per consentire il passaggio delle bacche di vischio che costituiscono il suo unico cibo. Il di ceide ha messo a punto un meccanismo digerente abbinato, che lo mette in grado d i mangiare bacche di vischio da una parte, e insetti dall'altra. Il cibo di orig ine animale viene spinto in un ventriglio attraverso un orifizio troppo stretto per i semi di vischio, mentre le parti dure ed indesiderate degli insetti vengon o rigettate sotto forma di boli, come nei gufi. Solo allora un muscolo sfintere situato al di sotto del ventriglio consente ai resti ora fluidifcati di passare n el vero e proprio tratto digerente. Invece, quando vengono inghiottite le bacche di vischio, il muscolo sfintere non si chiude minimamente, e le bacche passano difilato al sistema digerente. Anche in tal caso ci si pu solo meravigliare al co spetto di questo processo evolutivo, che il pi specializzato tra quanti hanno a c he fare con semi di qualsiasi tipo. I semi di altre piante parassite sono mangiati da animali d'ogni specie, ma veng ono evacuati come gli altri semi a frutti commestibili, e devono affrontare risc hi ed avventure per trovare un posto adatto per germogliarvi; fatto che naturalm ente comporta la necessit della presenza di una specie ospitante. Molti semi sono colorati a tinte vivaci per attirare gli uccelli, e alcuni di questi (della fam iglia delle Santalacee, cui appartiene il sandalo) hanno fibre o setole attaccat e ai semi: quasi certamente si tratta di dispositivi che permettono ai semi di a ggrapparsi ai rami della pianta ospitante, e si possono paragonare alla colla del vischio. Le Idnoracee, dall'aspetto fantastico ed irreale, producono frutti polp osi contenenti amido, nei quali sono incorporati i semi: i frutti vengono divora ti da animali d'ogni specie - istrici, armadilli, volpi, sciacalli, babbuini, no nch molte popolazioni primitive. Pu accadere che i topi mangino i frutti del Pylosty les, che un parente della Rafflesia ed ha fiorellini minuscoli; probabilmente an che i semi di quest'ultimo fiore gigantesco vengono diffusi principalmente dalle formiche. Tuttavia stata anche avanzata l'ipotesi che essi possano venir traspo rtati a distanza dalle zampe dei cinghiali e perfino degli elefanti che frugano nella polpa marcescente del fiore, ma non si sa nulla di sicuro a questo riguard o, e - se tale supposizione, corrisponde a verit - si tratterebbe degli unici sem i che hanno affidato la loro diffusione a una specie di proporzioni cos ragguarde voli, le massime possibili! E" comunque accertato che le formiche trasportano i semi di molte piante parassite, di solito perch questi contengono amido ed ol in u n eleosoma di cui si gi detto in precedenza: tuttavia non mancato un naturalista (Lundstrm, nel 1887) il quale ha affermato che le formiche portano in giro i semi dell'erba fiamma (Melampyrum arvense) perch assomigliano alle loro pupe. Un mezzo ingegnoso per far s che il seme della pianta parassita abbia a portata d i mano una specie ospitante quello adottato dall'Orthocarpus, parente nordameric ano dell'orobanche. I semi dell'orecchio di gatto (Hypochoeris sp.), che la pian ta ospitante, hanno setole dilatate su un'estremit, mentre quelli della pianta pa rassita hanno un rivestimento esterno reticolato ben distinto dal seme. Sovente le setole dei semi della pianta ospitante crescono in questo reticolo, di modo c he i due semi si disperdono assieme e possono pertanto germogliare simultaneamen te. Molte piante parenti dell'orobanche nordamericano hanno semi con rivestimenti in fossati o intagliati, dall'aspetto elegantissimo sotto la lente del microscopio;

gli infossamenti intrappolano aria quando il resto del seme si bagna di pioggia , e cos i semi restano a galla sui rivoletti di acqua piovana che li trascinano n elle fenditure del terreno: e difatti finiscono in queste fenditure, come testim onia il ritrovamento di semi di Striga alla profondit di 150 centimetri in terren o sabbioso. Questa famiglia vegetale tende a produrre un numero enorme di piccol issimi semi, un po'"come usano le orchidee; l'Aeginetia contiene fino a 70000 se mi per capsula, e si calcolato che una sola pianta di Boschniakia produca all'in circa un terzo di milione di semi. Alcuni, ma non tutti i semi delle specie che parassitano le radici, reagiscono p iuttosto ovviamente a sostanze essudate spontaneamente dalle radici delle piante che le ospitano, come nel caso dei 17 aminoacidi messi in libert dalle radici de l pomodoro. Nel corso di un esperimento di notevole interesse, i semi d'orobanch e immersi in un estratto di radici di una pianta ritenuta specie potenzialmente ospitale germogliarono al 60% dopo un bagno di soli 30 secondi. E" probabile che nella maggior parte dei casi del genere la germinazione dipenda da un adatto pe riodo d'esposizione alle sostanze trasudate dalle radici, e alla loro concentraz ione. Dopo aver fatto germogliare i semi della pianta parassita, l'essudato radicale f unziona spesso anche da guida per lo sviluppo delle radichette parassite, presum ibilmente in conseguenza della sua crescente concentrazione in prossimit della ra dice. Tuttavia certe piante parassite contengono nei semi riserve nutrienti cos c ospicue, che sono in grado di germogliare anche senza questo dispositivo di scat to chimico, fidando di riuscir a trovare l'ospite adatto sia estendendo sostanzi almente le radici, come in certe orobancacee quali le erbacee Lathraea (bruciafa ve, dentaria, squamaria), sia facendo compiere alle plantule ampie spirali aeree , come la cuscuta. Una pianta di cuscuta pu vivere fino a sette settimane senza l a pianta ospitante, e frattanto cresciuta di 35 centimetri. Tuttavia le cuscute non compiono spirali a casaccio: le sostanze chimi che emananti dalla pianta osp itante esercitano su di esse un vero e proprio richiamo, riscontrato in via sper imentale anche nelle foglie staccate dalla pianta. Pu darsi tuttavia che una semp lice fonte di umidit serva ad attirare il gambo. Le cuscute effettuano spirali di due tipi, che di fatto continuano dopo che si sono fissate a una pianta: una st retta spirale avvolgente in senso verticale, e un'altra ad angoli ottusi. In que sta attivit, come accade in certe altre piante parassite che germogliano nel terr eno, la pianta perde le radici dello stadio infantile quasi subito dopo che il s uo stelo si attaccato felicemente a quello della pianta ospitante; a volte sembr a perfino che tiri fuori letteralmente le sue radici dal suolo. Le plantule parassite possono restare vive senza la specie ospitante per periodi molto vari. La cuscuta e la Cassytha resistono 7-8 settimane, mentre la piccola pianta alpina Tozzia, nonch la dentaria, possono vivere anche 2-3 mesi. Il visch io Gaiadendron possiede un organo tuberoso con funzioni di riserva, e probabilme nte riesce a sopravvivere per sei mesi senza la pianta ospitante, e la Nuytsia, in analoghe condizioni, per almeno un anno. Alcune parassite possono trascorrere molti anni sottoterra, come la Tozzia, che assomiglia a una pianta normalissima quando compare il germoglio fiorente, e muo re del tutto quando fatto il seme; e una Lathraea, che vive sulle radici degli a lberi e rimane sottoterra fino a dieci anni. Sopra il livello del suolo compaion o solo i fiori di questa pianta, e non esistono foglie verdi. A questo riguardo esso somiglia alle piante parassite, che trascorrono tutta la loro esistenza all 'interno delle piante ospitanti, salvo il periodo in cui fioriscono, come ad ese mpio la gigantesca Rafflesia. Queste due specie mostrano una curiosa somiglianza con i funghi nel corso della loro vita completamente sprovvista di clorofilla. I semi di vischio anzitutto non germogliano affatto al buio, dove anzi finiscono per morire. Quando germogliano sono controllati dalla presenza della luce e dal l'effetto della forza di gravit, ma questi due fattori agiscono in senso negativo , di modo che la radichetta di un seme situato sulla parte inferiore di un ramo crescer rivolta verso l'alto (cio contro la forza di gravit), o verso il basso se s i trova sul lato superiore del ramo (e in questo caso contro la luce). I semi ha nno una sufficiente riserva d'acqua incorporata, in modo da poter germogliare su l legno secco o su sostanze inanimate.

Il metodo fondamentale usato dalla pianta parassita per entrare e restare in con tatto con l'ospite consiste nell'impiego di un organo detto austorio, probabilme nte originatosi da una comune radice. Il termine piuttosto generico sta ad indic are un grande assortimento di forme funzionanti da ponte tra la pianta ospitante e quella parassita; citando ancora Job Kuijt, l'austorio rappresenta il canale spe cializzato attraverso il quale le sostanze nutrienti passano da un simbionte all 'altro. E" l'organo che in un certo senso personifica l'idea stessa del parassit ismo. Questo organo comincia come mezzo di penetrazione, come una massa spessa di tess uto che forma una specie di cuneo intento a saggiare la cute o corteccia della p ianta che lo ospita. La penetrazione avviene dopo che si formata una specie di d isco o di cono dalla radice o dallo stelo della pianta parassita a contatto con la pianta ospitante, o dalla plantula parassita che si aggrappa a quella con una presa cementante. Questa presa di importanza essenziale per bilanciare la spint a del cuneo, e forse, con l'aiuto di enzimi, contribuisce a sciogliere o a divar icare i tessuti epidermici della pianta parassitata, in modo da favorire la pene trazione del cuneo. Le foglie vengono invase prontamente, ma tronchi e steli pos sono resistere ai tentativi d'intrusione per un certo periodo di tempo, finch non si verifichi qualche spaccatura nella pelle o corteccia della pianta. Sembra ve rosimile che dopo un lungo lavorio di preparazione certe piante parassite sferri no un colpo all'improvviso con un rapido aumento delle cellule della parte centr ale, o del cuneo, che approfittano di ogni spaccatura; si trovano austeri con st rati successivi di tessuto del cuneo che, secondo ogni evidenza, non sono riusci ti ad entrare nel corso di precedenti tentativi. Una volta entrati, i cordoni conduttori della pianta parassita si fanno strada a viva forza tra le cellule della pianta ospitante, formando un collegamento nell e cellule conduttrici centrali della pianta ospitante, ovvero nello xilema. Come stato illustrato in precedenza, la circolazione xilematica contiene sostanze mi nerali ed altre sostanze nutrienti, che comprendono anche zuccheri e carboidrati . Perci la pianta parassita spilla sostentamento da una fonte ricchissima di nutr imento, e non ha bisogno di curarsi dell'altro flusso di nutrimento insediato ne l floema esterno, che scende dalle foglie. Una volta stabilito il collegamento, l'austorio - a struttura sostanzialmente uguale, sia che si tratti di un ramo o di una radice - avvolge la pianta parassitata provocando la formazione di un'esc rescenza strettamente aderente a forma di manto o di sella, oppure assume strutt ura assai massiccia e voluminosa, causando vera e propria fusione dei tessuti, c ome avviene nelle spettacolose rose del legno del Messico e dell'America centrale. Tagliata e seccata, la rosa del legno si presenta come una formazione a cono o a becco di flauto sul ramo della pianta parassitata, ed effettivamente fatta del tessuto della pianta ospitante; il complemento parassitario dei vischi interess ati - cio l'organo di assorbimento - forma una struttura di uguale grandezza a fo rma di cupola, che si stacca durante il processo di conservazione. Detti vischi producono una serie di formazioni chiamate appropriatamente pioli o co ntrappesi, piccoli coni stretti di tessuto della parte centrale collegati a livel lo della corteccia, i quali, se vengono separati dalla pianta parassitata, somig liano a un pezzo di graticcio o a una rastrelliera di legno. Un altro esempio notevole di collegamento di tessuti si verifica in un gruppo di piante parassite del tutto diverse, le Balanoforacee - piante irreali e fantast iche, per usare la definizione pi favorevole, che producono un capo fiorale spess o somigliantissimo a un fungo. Queste producono tuberi rigonfi, talvolta arroton dati e talaltra ramificati e bernoccoluti come coralli, di dimensioni molto magg iori di quelle delle radici che essi finiscono per avvolgere completamente, all' interno dei quali i tessuti dei due simbionti si presentano indissolubilmente ed armoniosamente intrecciati, dato che il tessuto conduttore della pianta parassi tata penetra difilato fino al tubero. A prima vista ci potrebbe far pensare a una simbiosi, come nel caso del lichene; ma la pianta parassita non ha nulla da off rire - non ha fatto altro che stimolare la pianta ospitante a produrre tessuto s upplementare, allo stesso modo in cui altre specie inducono la pianta parassitat a a produrre una rosa del legno, o almeno un'area ingrossata di tessuto attorno al punto d'ingresso dell'austere che succhia la linfa.

Specialmente nel caso delle piante parassite o semiparassite a radici sotterrane e e germogli con foglie sopra il livello del suolo, che per una ragione o per l' altra sono spesso tremendamente assetati d'acqua, le radici devono mettersi alla ricerca attiva di collegamenti con l'apparato radicale della pianta della speci e parassitata. Turner, nel suo "Grande Erbario" del 1526, a proposito dei colleg amenti radicali secondari, scriveva nel suo inglese arcaico quanto segue: Mi risu lta che nuove piantine d'orobanche spuntano dalle grosse radici in forma di nume rosi cordoncini che si aggrappano alle radici delle erbe che crescono nei paragg i. Le piante parassite annuali vanno incontro immancabilmente a un periodo alquan to disperato quando sono impegnate in questa impresa, in quanto le plantule devo no trovare a tutti i costi tale collegamento, pena la morte; tuttavia anche un n umero sorprendente di piante parassite perenni si mette ogni anno in cerca di ra dici accoglienti, perch marciscono molti dei loro vecchi collegamenti, e a volte anche tutti. L'orobanche non si limita a spillare sostanze nutrienti dalla pianta ospitante, ma ha trovato anche una maniera notevole per attingerne acqua. La sostanza nutri ente ricavata dalla pianta parassitata, poniamo una pianta di fagiolo, il saccar osio, ma l'orobanche lo tramuta in glucosio e fruttosio: questa trasformazione c himica ha l'effetto d'aumentare la pressione osmotica nell'orobanche, e di conse guenza fa affluire rapidissimamente acqua dalle cellule della pianta parassitata a quelle della pianta parassita. L'orobanche stende una rete di finissime radichette con piccoli raccordi. La Pho lisma, che una pianta parassita delle regioni desertiche, dispone un sistema rad icale molto spaziato alla profondit di circa mezzo metro sotto la superficie del suolo: a loro volta le radici producono radichette minori, che stabiliscono coll egamenti austori appena possono. Certe specie fabbricano un tessuto veramente st raordinario di radici parallele, veri e propri zerbini vegetali di cui non si co nosce lo scopo, a meno che le radici in questione non abbiano capacit d'immagazzi nare riserve. Le piante di sandalo sono veri alberi, a differenza di certe specie imparentate. Se la pianta progenitrice subisce qualche danno o muore, le radici sono spesso in grado di rigenerare dei germogli, alcuni dei quali sono stati osservati alla distanza di 6-7 metri. Questo fatto tuttavia piuttosto insolito, perch la maggior parte delle piante parassite non dispone di un apparato radicale molto esteso. I vischi hanno abbandonato la superficie del suolo - salvo un paio di casi - e v ivono esclusivamente sugli alberi. Questo fatto pu rappresentare un inconveniente , perch se l'albero parassitato (o qualcuno dei suoi vicini) cresce troppo, o fa troppa ombra alla pianta parassita, il vischio pu morire, o comunque non riuscire a fare la fioritura. Succede spesso d'osservare che il vischio cresce su alberi isolati o sul ciglio dei boschi, presumibilmente per le abitudini di vita degli uccelli che depositano i semi: ma questo fatto rappresenta un dispositivo utile ai fini del vischio. Altre specie di vischio, invece, aggirano il problema, eme ttendo lunghi germogli striscianti che possono ancorarsi ed avviare un collegame nto austorio su qualunque punto della pianta che lo alberga; altre ancora cammina no, cio possono emettere nuovi germogli da radici secondarie striscianti (diversi dalle radici penetranti originali). Un'altra specie strisciante avvolge il gambo fogliare attorno ad ogni cosa che tocchi, proprio come una clematide; ma dove i l gambo compie un giro, produce un austorio. Ci succede qualche volta su un'altra parte dello stesso vischio, e si verifica anche per le radici secondarie, ma no n importa - in un modo o nell'altro ne risulta una massa intrecciata ed inestric abile della pianta parassita, in grado di diffondersi ed estendersi sempre pi. I vischi che ancora mettono radici nel terreno sono di tipo affatto insolito. Un o di essi il ben noto albero di Natale australiano, Nuytsia floribunda, che cresce fino a formare un albero alto 10 metri ed esplode a dicembre in una fioritura d i fiori gialloarancione. Questa specie vive a spese di piantine come le erbe, ed in grado di emettere polloni dalle sue radici alla distanza di parecchi metri d alla pianta progenitrice. Sono inoltre note due altre specie, i cui semi germina no sul terreno nel modo tradizionale e poi si arrampicano su qualsiasi albero ch e si trovi molto vicino, e infilano austeri nei rami. A conclusione delle curiosit osservate tra le specie di vischio, va citato il Phr

ygilanthus del Brasile, che pu stendere una sua rete di radici sotterranee lunghe fino a 20 metri, che non vanno a parassitare le radici vere e proprie. Esse inv ece circondano la base degli alberi e stabiliscono collegamenti austori tutto at torno; stato segnalato il caso di un frigilanto che aveva parassitato cinque alb eri suoi vicini, tutti di specie diversa. Non stato accertato se questa specie s i origini su un albero e mandi radici nel terreno, o se accada invece il contrar io. Oltre ai vischi, tanto importanti nella magia e nelle tradizioni popolari dovunq ue crescano, che costituiscono l'argomento centrale del "Ramo d'oro" [N. d.T. Op era monumentale sulle credenze magiche e religiose di Sir James J. George Frazer (1854-1941). Trad. italiana: "Il ramo d'oro. Studio sulla magia e la religione" , Boringhieri, Torino 1965], il gruppo pi noto di piante parassite quello delle c uscute e delle specie ad esse imparentate. Le cuscute intrecciano reti incredibi li di steli sottilissimi che avviluppano la pianta disgraziatamente parassitata in un intreccio a maglie cos fitte, che a volte questa scompare completamente sot to un intrico di formazioni filiformi. Esse sono molto diffuse e, crescendo in c ontatto cos intimo con le piante che parassitano, si distribuiscono con grande fa cilit in forma di semi assieme a quelli delle specie coltivate; anzi, i semi dell e cuscute sono spesso somigliantissimi a quelli di specie utili, dai quali si se parano con molta difficolt. Di solito noi vediamo le cuscute sulle piante erbacee o annuali, ma possono infestare anche gli alberi, e sono stati segnalati casi d i alberi tropicali completamente ricoperti d'un velo giallo di cuscuta. Le cuscu te possono aggredire perfino piante acquatiche sommerse. La lunghezza totale del tronco prodotto da una sola pianta di cuscuta di dimensioni rappresentative della specie - intendendosi con il termine tra virgolette una pianta che comunque ren da bene l'idea di un esemplare della specie a sviluppo normale - supera gli 800 metri! Nel suo famoso componimento epico "L'orto botanico" Erasmo Darwin trova versi ag graziati per le cuscute: "Due ninfe adescatrici, biondeggianti cuscute, s'allietano in sofisticata negligenza e studiata rilassatezza; travestite in umili panni di modeste erbette, ad occhi bassi e con sorriso pudibondo con subdolo approccio stendono le loro pericolose male, avvolgendo la vittima nelle loro braccia tentacolari". Nel seguito del testo le paragona ai serpenti che hanno soffocato nelle loro spi re Laocoonte e i suoi figli: "I mostri coperti di scaglie s'avvinghiano a padre e figli spira su spira, in molte pieghe avviluppate, stringendo sempre pi le membra spasimanti e affondano i denti schiumanti nelle ferite intossicate". Le foglie delle cuscute sono ridotte a scaglie e gli steli giallognoli contengon o pochissima clorofilla, dopo che la plantula ha trovato una pianta da parassita re. Gli steli formano austori sulla pianta ospitante ogni volta che possibile, e gli austori continuano a crescere anche isolati, se gli steli si spezzano per l 'accrescimento della pianta parassitata o per qualche altro incidente. Si crede che le piante di cuscuta siano annue, ma pare probabile che gli austori possano restare tutto l'inverno sulla pianta parassitata e rimettersi a crescere con il ritorno della primavera. Le cuscute appartengono alle convolvulacee. In Australia c' la Cassytha, esterior mente somigliantissima alle cuscute, mentre in realt una pianta perenne delle lau racee: buon esempio di evoluzione parallela. Il gruppo pi straordinario delle piante parassite dato dalle specie che vivono co mpletamente all'interno delle piante parassitate, tranne che al momento della fi oritura. E" composto dalle rafflesie e dalle specie affini. La Rafflesia arnoldi i (o R. tuanmudae) ha il fiore pi grande del mondo, una grande coppa carnosa di p

i di un metro di diametro, e fa esplodere i suoi fiori diritti dalle radici, e ta lvolta addirittura dal tronco della pianta parassitata. Nessuno sa esattamente c ome avvenga la dispersione dei semi, perci un mistero anche la tecnica adottata d alle plantule per penetrare all'interno della pianta: sappiamo solo che la speci e parassita vive nel corpo della pianta ospitante sotto forma di sottili filamen ti notevolmente somiglianti a quelli dei funghi parassiti, che infiltrano virtua lmente tutte le parti e tutti gli organi della pianta parassitata. Le rafflesie non hanno austeri nel senso vero e proprio del termine, sebbene ne siano forse f ornite le plantule. Anche le gemme fiorali si formano all'interno dei tessuti pa rassitati e non alla superficie, come accade per altre piante parassite che infe stano le radici; e spuntano attraverso i tessuti all'esterno. Di solito la Rafflesia spunta sulle radici, di modo che i suoi fiori enormi comp aiono come una contraddizione sul terreno della giungla, mentre la fotosintesi v iene effettuata per conto suo a 50 metri d'altezza dal suolo; ma vive anche sull e liane, con il risultato che a volte si osservano fiori mostruosi pendenti dall 'alto. Alcune specie imparentate con le rafflesie hanno invece fiori pi delicati, come i l Mitrastemon giapponese, che fabbrica le sue scope da strega sulle radici sotte rranee, dalle quali i fiori spuntano come cerchi incantati. Piante di altri gene ri vegetali fanno spuntare invece i loro fiori dal tronco della specie parassita ta, come nel caso del Pylostyles dai fiorellini assai modesti. Esiste una specie , il Pylostyles haussnechtii, in cui i fiori della pianta parassita si distribui scono ad intervalli regolarissimi lungo i rami della pianta ospitante, una coppi a di fiori proprio al di sotto di ogni picciolo fogliare, mostrando ci che Kuijt definisce un'incredibile sincronizzazione del ritmo d'accrescimento tra pianta os pitante e pianta parassita. Sprovvisto di clorofilla, questo gruppo - a somiglian za delle orobancacee e delle balanofore - riesce a crescere benissimo nelle dens e foreste. Il parassitismo completo rappresenta evidentemente la meta ultima. Si possono citare alcune curiosit delle piante parassite - nel caso che non basti no i modelli fondamentali di parassitismo. C' un vischio, il Gaiadendron punctatu m, che cresce solo sulle epifite, e non sugli alberi parassitati da queste. A vo lte si trovano specie parassite che vivono a spese di piante a loro volta parass itanti, e fanno venire in mente i versi scritti da Swift a proposito della pulce : "Hobbes dimostra che ogni creatura vive in guerra per legge di natura: cos dicono i dotti che la pulce vien depredata da altra minore pulce, che angariata da altre pi piccine, e il processo continua senza fine". Si conosce almeno un caso di quattro parenti del vischio che crescono l'uno sull 'altro formando una catena di specie parassite, dove la specie di base parassita il Macrosolen, un albero dell'Indonesia. Il colmo per dato dal fatto che la spec ie parassita finale era attaccata da un fungo che a sua volta era parassitato da un'altra specie fungina! Un altro caso osservato nel Salvador riguardava una pa lma che veniva soffocata da un Ficus, ma la pianta soffocante portava una specie parassita a sua volta aggredita da un'altra. Anche in questo caso l'ultimo para ssita era punteggiato da un fungo, e questo agente patogeno era attaccato da un altro. Spessissimo pi di un parassita vive sullo stesso albero; presso l'erbario di Kew figura un ramoscello probabilmente unico di Nothofagus antarctica, una sp ecie di notofago, con i capolini fiorali ramificati di tre Myzodendron appartene nti a specie diverse. Ho gi accennato al fatto che un parassita attacca spesso le sue stesse radici o i propri rami affondandovi austeri provenienti da parti pi giovani; sembra che agi scano indiscriminatamente a questo riguardo, ma stavolta non arrecano danno e si limitano ad accrescere l'intrico delle maglie. Questa indiscriminatezza si este nde agli oggetti inanimati: sono stati osservati molti casi in cui si sono forma ti austori su radici morte (il che non sorprende trattandosi di materia organica

), ciottoli, granelli di sabbia. E in un caso da fantascienza l""albero di Natal e" australiano gi citato si prov ad intessere austori anulari su un cavo elettrico con isolamento in polimeri del diametro di circa 2 centimetri, e riusc a penetra rvi quanto bast a provocare un corto circuito. Molte piante parassite non sembrano eccessivamente schizzinose nella scelta dell a specie da parassitare: il vischio Dendrophtho stato osservato su 343 specie osp itanti diverse. Altre invece sono virtualmente specifiche: alcune crescono solo su olivi, pini, ginepri, cacti e cos via. Pare che ci accada con una certa facilit solo quando la specie parassitaria molto comune su un'area abbastanza grande. Le specie che parassitano le radici hanno gusti particolarmente eterocliti, e cres cono quasi su ogni cosa; tuttavia alcune hanno criteri curiosamente limitativi p er quanto concerne la classe vegetale di loro scelta - certune crescono solo sul le monocotiledoni, mentre altre le evitano alla stessa stregua di come schivano felci e conifere. Sembra che certe piante riescano a sfuggire al parassitismo grazie allo strato d i particolare spessore o durezza situato sotto la corteccia che respinge gli att acchi meccanicamente, oppure esercitando quella che pare un'incompatibilit chimic a, o pi esattamente biochimica. Begonie ed acetoselle hanno tessuti a tenore molt o acido e sembrano resistere totalmente agli attacchi delle cuscute. Deformazione, indebolimento e morte sono gli esiti tipici di una pianta parassit a. Alcune causano danni e perdite economiche enormi. Si vedono alberi selvatici accasciati sotto il peso di autentici drappeggiamenti, cappe e coltri di vischio . Le diverse specie di vischio rappresentano in molte localit un flagello per le foreste e le coltivazioni, perch attaccano colture di conifere, peri, noci nostra ni ed americani, cedri, agrumi in generale e cacao. Il danno arrecato dal solo g enere del vischio nano Arceuthobium alle diffuse colture di pino Ponderosa super a le perdite arrecate complessivamente da tutte le altre affezioni che colpiscon o quest'albero. Le cuscute sono considerate piante dannose in 47 stati U. S. A., segnatamente per le colture leguminose quali erba medica e trifoglio, nonch per il lino, che pu mandare in malora in pochissimo tempo. A Portorico l'affine Cassy tha definita il pericolo pubblico numero uno. Orobanche e ficarie parassite si oss ervano spesso intente alla loro opera di decimazione delle colture di fagioli e trifoglio, ma attaccano anche tabacco, pomodori e canapa. La specie d'orobanche pi distruttiva l'Aeginetia tropicale, che attacca riso, granoturco e canna da zuc chero in Asia, dove non si limita a menomare i raccolti ma - nel caso della cann a da zucchero - trasforma il pregevole saccarosio in zuccheri riducenti di nessu n valore. Queste piante sono particolarmente prodighe di semi. Le specie parassitanti del tipo succitato prosperano nelle colture specialmente in condizioni d'agricoltura arretrata, segnatamente laddove non praticata la rot azione agricola e non si usano i moderni metodi di selezione delle sementi. La l otta contro i parassiti vegetali a dir poco difficile: i diserbanti lasciano int ravvedere qualche prospettiva, mentre occorre una tecnica sofisticata di selezio ne dei semi per le cuscute; un altro metodo contempla l'uso di colture insidiose o colturetrappola, cio l'impiego di piante che stimolano i semi delle piante parassi te fino a farle germogliare, ma poi resistono ai loro attacchi. Pu darsi che si r iesca a selezionare colture resistenti. Abbiamo visto per che esistono moltissime specie parassite con numerosissimi modi di vivere, per cui difficilissimo tratt arle con un sistema che non sia un sistema specifico. Verrebbe da chiedersi infine se esistano piante che parassitano gli animali. La risposta no, eccezion fatta per i funghi. Questi possono causare affezioni cutan ee, ivi compresa la tricofizia, il piede d'atleta e certi spiacevoli morbi che a ffliggono gli esseri umani ai tropici; e infine varie allergie. I funghi causano anche le ben note formazioni dette mosche vegetali o bruchi vegetali, che parassita no gli insetti facendo sporgere dal corpo di questi le loro formazioni ramificat e cariche di spore. I funghi germinano sulla pelle umida di qualsiasi bruco e po ssono penetrare subito nel corpo, mentre i filamenti si ramificano e pervadono o gni parte dell'organismo. Alla fine una densa massa filamentosa riempie tutto il corpo, ed inutile dire che questo processo porta a morte l'insetto. Allora comp aiono i corpi fruttiferi: la specie europea di maggiore mole, ritrovata sulle la rve di scarafaggio, raggiunge la lunghezza di 14-17 centimetri. I corpi fruttife

ri possono spuntare dal bruco o dalla crisalide se la larva si impupata. Dato ch e la crisalide spesso sepolta sottoterra, i funghi possono dare l'impressione di sbucare dal terreno. Un tempo c'era una specie ritenuta medicina di grande valore in Cina, e si dice che certi esemplari venissero pagati in argento quattro volte il loro peso. Un b ruco vegetale australiano dai corpi fruttiferi neri lunghi fino a 40 centimetri veniva usato dagli aborigeni per i tatuaggi. Quindi moltissime piante sono diventate parassite di altre. Mentre le piante inf eriori possono stabilire tra loro e con le piante superiori forme di associazion i di reciproco vantaggio, le piante superiori sono evidentemente in grado di far e la stessa cosa tra loro. Viene in mente la frase citata al capitolo precedente , per cui il parassitismo la forma pi raffinata di simbiosi. Capitolo 24. LE PIANTE ASSASSINE. Era stato il compianto John Collier che aveva avuto l'idea di scrivere un raccon to in cui si dice di un'orchidea antropofaga, i cui fiori alla fine erano costit uiti dalle teste delle vittime. Ma altri racconti di viaggiatori favoleggiano di piante divoratrici di cani, quando non addirittura di esseri umani. Dobbiamo ra llegrarci del fatto che le piante antropofaghe esistano soltanto nei racconti di fantascienza, perch la realt su scala pi ridotta gi abbastanza macabra. Parecchie famiglie vegetali tra loro separate hanno assunto abitudini carnivore; la sola caratteristica posseduta in comune la tendenza a vivere in un habitat p overo d'azoto, di modo che le specie animali ingerite le aiutino a bilanciare la dieta. Sono note pi di 500 specie di piante insettivore che si possono suddivide re in tre gruppi distinti, e in ognuna di esse stata messa a punto una trappola di qualche tipo. Dire che il primo gruppo inattivo sottintende il macabro ingegno con il quale le trappole sono progettate e innescate. Si tratta delle piante carnivore otricola ri o ad ascidii, nelle quali alcune o tutte le foglie sono state modificate fant asiosamente. Alcune portano mazzetti di ascidii a fior di terra, diritti o pi o m eno coricati al suolo, talvolta in mezzo a foglie di forma ortodossa. Altre inve ce - piante rampicanti che si fanno largo in mezzo alla vegetazione della giungl a - portano i loro ascidii di forma vascolare su prolungamenti di foglie che per il resto hanno aspetto normale. Gli ascidii hanno forme varie: si possono paragonare a vasetti, urne, tazze o im buti a curvatura variabile. Di solito hanno un lembo rivoltato sopra l'orifizio per impedire che entri troppa pioggia. Ciascuno di questi dispositivi a trabocch etto ha tre elementi in comune: qualche mezzo per richiamare l'animale, che pu es sere di tipo visivo o commestibile, o di questi due tipi riuniti; qualche metodo quasi infallibile per trattenere il visitatore intrappolato come una nassa per aragoste; ed un sistema per rendere digeribili le carni delle vittime. Gli ascidii sono spesso colorati a tinte vivaci, o dispongono di appendici a m di petali per imbrogliare gli insetti - la maggior parte degli insetti volatori co mposta da raccoglitori di nettare - e far pensare loro di trovarsi al cospetto d i fiori. Quando sono pi vicini, gli insetti possono percepire un profumo gradevol e e spesso avvertire la secrezione di un succo dolce simile al miele, attorno al bordo dell'otricolo; spesso se ne trova anche lungo un passaggio verticale all' esterno, provvisto talvolta di scalini accuratamente disposti, tale da sedurre a nche insetti senz'ali o atteri, specialmente formiche. La sommit di molti ascidii spesso munita di nervature arrotondate molto sdrucciol evoli terminanti in aculei rivolti verso il basso. Un insetto che esplori il bor do alla ricerca di altro nettare non riesce a trattenersi dallo scivolare verso il basso. Una volta giunto all'interno, trova l'uscita sbarrata da vari ostacoli terribilmente ingegnosi. Nelle Sarracenia e Darlingtonia terrestri l'interno de ll'ascidio rivestito di aculei o peli che si protendono verso il basso con lieve angolazione, tale da impedire all'insetto di trovare un appiglio o di fermarlo decisamente mentre cerca di arrampicarsi verso l'alto. La Sarracenia psittacina assomiglia a una nassa per pesci; gli otricoli sono stesi a terra per richiamare

formiche, millepiedi e simili, per i quali, una volta entrati, lunghe setole si tuate in un imbuto che si restringe sempre pi segnano una strada in una sola dire zione. Nei Nepenthes tropicali - vascolati alle estremit delle foglie - i bordi d ella trappola sono circondati da barbe, e conducono a pareti cerose lisce come i l ghiaccio, che tolgono all'insetto la possibilit di qualsiasi appiglio. I botanici dell'et vittoriana, in particolare, hanno descritto questi dispositivi con particolare volutt, come risulter da questa citazione attinta dalla "Storia n aturale delle piante": "Ogni animale che desideri mettersi in salvo dall'ascidio di un Cephalotus dovr s uperare tre ostacoli: primo, una sporgenza circolare all'interno dell'ascidio; s econdo, un tratto di parete coperto di minuscole papille, aguzze, frastagliate e appuntite verso il basso, paragonabile nell'insieme a un pettine per cardare il lino; e infine sull'orlo circonvoluto attorno alla bocca dell'otricolo, un'altr a flangia composta da aculei aguzzi e incurvati protesi come una fila impenetrab ile di baionette a sbarrare il passo agli animaletti che siano riusciti a supera re i precedenti ostacoli". Presso le Sarracenia e le Darlingtonia gli ascidii si riempiono in parte d'acqua piovana, e gli insetti intrappolati muoiono annegati, dopo di che non fanno che andare in decomposizione. Cellule speciali situate sul fondo dell'ascidio assor bono il liquido che ne risulta come una specie di concime fluido. Altre piante, come le Nepenthes e i Cephalotus, secernono un liquido, paragonabile al succo ga strico dei mammiferi, che digerisce attivamente la preda, i cui resti fluidifica ti anche stavolta vengono assorbiti attivamente da cellule speciali. Possono venire intrappolate quantit grandissime d'animali. Si possono trovare asc idii pieni a met dei loro resti - le parti chitinose non digeribili. L'otricolo m assimo quello della Nepenthes rajah, che ha la lunghezza di mezzo metro e pu ragg iungere la larghezza di 16 centimetri con apertura di 10 centimetri di diametro - abbastanza grande da poter contenere un colombo! Tuttavia non mai stato segnal ato il caso che si sia trovato un uccello all'interno di un ascidio; quello di c ui ci stiamo occupando ora pu contenere fino a un paio di litri di liquido. E" il caso di osservare che si nota qualche reazione nel mondo degli insetti per quanto riguarda le piante otricolari. Un moscone - citiamo ancora Kerner ed Oli ver - ha su ogni zampa un'appendice speciale che si pu paragonare ai ramponi da gh iaccio degli scarponi dei montanari tirolesi, e consente al moscone di arrampicar si agevolmente tra i peluzzi incurvati dell'ascidio. Inoltre le sue larve abitan o l'ossario degli insetti in putrefazione, e quando sono pronti a impuparsi prat icano fori nell'ascidio ed evadono. C' anche una minuscola tignola fornita di ana loghi dispositivi sulle zampe, i cui bruchi ricoprono i peli di una sottile ragn atela. Possiamo accennare infine ai ragni che tessono le loro ragnatele nella pa rte superiore degli ascidi di Nepenthes per assicurarsi la prima scelta sugli in setti visitatori, e almeno uno di questi ragni ha una cute speciale che gli cons ente di mettersi al riparo nel liquido digestivo, quando venga minacciato. In modo molto diverso funzionano invece le otricolarie, cui appartiene ad esempi o la nostra erba vescica: sono principalmente piante acquatiche dalle belle fogl ie lievi e dai fiorellini gialli di forma insolita sporgenti dall'acqua. Non han no radici, ma galleggiano poco sotto la superficie. Sorrette da graziosi gambi, si trovano tra le foglie certe piccole vesciche di 2-5 millimetri di diametro, c he in realt sono trappole. Una piccola apertura vigilata da una valvola a forma d i labbro all'interno, la quale scorre a cerniera per facilitare l'entrata ma - c ome una porta - non si pu aprire dall'interno, nonostante ogni sforzo. Quando vie ne innescata dal contatto, la trappola si apre di scatto, e l'organismo che senza avvedersene ha bussato alla porta viene risucchiato all'interno con un fiotto d' acqua. Gli animaletti che entrano all'interno della vescichetta vi muoiono di fame o as fissia; marciscono, e il liquido che ne deriva viene assorbito da cellule a form a di stella situate sulla parete interna della vescicola. Le prede sono per lo p i minuscoli crostacei come le dafnie, che forse credono di trovarvi rifugio, o fo rse s'ingannano sulla vera natura della vescicola, ritenendola un altro crostace

o dalla somiglianza dell'aspetto. Questa rassomiglianza si estende anche alle an tenne e alle appendici natatorie dell'animale, imitate dalle setole che s'irragg iano tutto attorno all'apertura, e in tal modo impediscono anche agli animali pi grossi di forzare l'entrata attraverso il piccolo orifizio. In una sola vescicol a sono state ritrovate fino a due dozzine di crostacei. Alcune otricolarie vivono nel muschio umido e tra i detriti di roccia e cortecci a, dove piccolissime vescicole assicurano un rifugio mortale per molti animalett i. Una specie tra le pi interessanti vive nelle urne di una bromeliacea, la Tillandsia , gi descritta in precedenza. Come si gi accennato, l'urna colma d'acqua non assic ura soltanto l'umidit necessaria alla bromeliacea, ma fornisce anche rifugio a mo lti animaletti; il che offre all'otricolaria l'occasione adatta per vivere preda ndo queste piccole vite. Noto di passaggio che questa pianta emette propaggini p er riprodursi in forma asessuata; queste si piegano ad arco in aria e, con un po '"di fortuna, trovano da insediarsi su una vicina Tillandsia. Il gruppo pi vicino di piante insettivore si affida, per catturare gli insetti, i n parte alla vischiosit, e in parte a mosse adatte: il tipo di trappola predispos to da queste piante si potrebbe definire a carta acchiappamosche. Si tratta delle pinguicole (cos chiamate per il colore che hanno le foglie piatte e disposte a ro setta - che ricorda quello del burro grasso - e per l'uso che se ne fa per cagli are il latte). Le foglie sono coperte di ghiandole secernenti mucillagine, e se ne trova sempre un poco sulla loro superficie. Il contatto con un grosso corpo d i origine organica fa secernere alle ghiandole un quantitativo assai maggiore di succo appiccicoso, nonch un liquido acido - somigliante a quello emesso dalle pi ante otricolari pi evolute - in grado di digerire la sostanza animale. Gli insett i, specialmente quelli di piccole dimensioni, vengono catturati facilmente dall' appiccicosa insidia iniziale, e ben presto s'impiastricciano senza speranza, dop o di che vengono digeriti in poco tempo. La sola presenza di un insetto basta a far piegare all'indentro i bordi delle foglie. Questa dinamica serve in parte a spingere verso il centro qualsiasi creatura che sia venuta a impegolarsi sui bor di - al centro ci sono pi ghiandole! - e in parte a tenere ben salda la preda. Do po un po'"di tempo la foglia ripiega i suoi bordi nella posizione primitiva e to rna ad esporre la sua superficie piatta. Le drosere hanno foglie terminanti in una specie di placca arrotondata oppure lu nga e stretta, ricoperta di peli rossi, ognuno dei quali luccica in punta di una goccia di liquido chiaro. Questi peli tentacolari sono pi lunghi verso i bordi d ella foglia e pi corti al centro. Gli insetti sono attratti da questi tentacoli s cintillanti, forse perch le goccioline assomigliano al nettare, o fors'anche perc h imitano bene le muffe che crescono sulla carne in putrefazione - e ci spieghereb be anche il colore rosso dei peli e della foglia. Comunque sia, l'insetto condan nato non appena abbia toccato un tentacolo, perch le gocce sono assai attaccaticc e, e con ogni probabilit un insetto di qualsiasi mole tocca pi di un tentacolo, o addirittura pi di una foglia. Alcune fotografie scattate recentemente con l'aiuto del microscopio elettronico mostrano insetti caduti preda delle caruncole visch iose delle drosere o delle pinguicole: il quadro veramente agghiacciante, e semb ra ripreso da qualche scena di una pellicola di fantascienza, dei cosiddetti film dell'orrore. Questa la prima fase. Una volta che la preda impaniata, i tentacoli si ripiegano su di essa. Il processo piuttosto lento, perch un pelo in grado di piegarsi di 4 5 gradi in circa tre minuti, e di 90 gradi in 10 minuti. Ma un processo inesorab ile, con il risultato che entro un'ora la preda irretita nei tentacoli da ogni p arte, in anelli di tentacoli che si susseguono ad intervalli di una decina di mi nuti. Se due piccoli insetti atterrano sulla stessa foglia, i tentacoli si divid ono in due gruppi, in modo che ognuno dei due insetti venga trattenuto saldament e. Lo scopo del dispositivo di portare la preda a contatto delle ghiandole a sec rezione acida situate sulla superficie fogliare, e pi numerose verso il centro de lla foglia. Si potrebbe perfino dire che il ripiegamento verso l'interno dei ten tacoli delle drosere e l'arrotolamento delle foglie delle pinguicole rispondono allo scopo di fornire stomaci temporanei. Avvenuta la digestione dell'insetto - impresa che pu richiedere da due a parecchi

giorni - i tentacoli si raddrizzano con le punte asciutte: possono perci cadere le parti dure delle prede, dopo di che si riproduce il liquido. Vanno notate due caratteristiche interessanti delle drosere, oltre al fatto che i peli si possono muovere in ogni caso: la prima il modo con cui lo stimolo a ri piegarsi sulla preda si diffonde da un pelo all'altro verso l'esterno, e la seco nda l'estrema sensibilit dei peli. Kerner descrive un esperimento nel corso del q uale un frammento di capello umano fece ripiegare un tentacolo: il frammento di capello umano era lungo un quinto di millimetro e pesava un milligrammo. Invece la pioggia non provoca nessuna reazione e sembra non interessarli. I coltivatori d'orchidee si servono talvolta delle drosere subtropicali a grandi foglie per catturare insetti nelle loro serre. La specie di dimensioni maggiori , la Drosera regina sudafricana, ha foglie lunghe 60 era e pu reggere piccoli ani mali. Una sua parente australiana di analoghe dimensioni, la Byblis, cattura cer tamente le rane e le lucertole, e si ritiene che intrappoli conigli e scoiattoli quando le sue piante crescono abbastanza vicine l'una all'altra, in modo da for mare un ampio blocco. Certe piante dette Drosophyllum somigliano alle drosere perch hanno foglie tutte coperte di peli rossi vischiosi. Questi sono immobili, ma cos appiccicosi, che i contadini portoghesi delle localit dove la pianta comune usano tenere le foglie a ppese in casa a guisa d'acchiappamosche naturale. Altre piante invece hanno peli ghiandolari appiccicosi anche sul gambo, e secondo ogni evidenza digeriscono gl i insetti che vi restano attaccati; le Silene infatti sono dette spesso acchiapp amosche per questa loro particolarit. In certi casi gambi e steli appiccicosi esi stono certamente per impedire l'accesso ai fiori ad insetti indesiderati strisci anti sulla pianta: il fatto si verifica ad esempio nella spettacolosa spada d'arg ento delle Hawaii. Tuttavia la vera piantaprodigio tra le specie vegetali entomofaghe la "dionea pi gliamosche", molto nota in quanto viene venduta largamente a scopi di coltura: u na pianta piccola e bassa le cui foglie, una volta cresciute, si dispongono a ro setta, dove ogni foglia termina in un paio di lobi arrotondati dai bordi setolos i, che se ne stanno staccati e disposti quasi a piatto. Sulla superficie d'ogni lobo si trovano ghiandole che secernono all'esterno un liquido dolce, il quale r ichiama gli insetti, mentre altre ghiandole secernono all'interno un fluido a te nore molto acido. Ci sono anche tre peli su ogni foglia: e questi sono i grilletti, i meccanismi d i scatto. Se solo uno viene mosso, come succede ad esempio quando colpito da una goccia di pioggia, non succede nulla; ma se si toccano due peli, oppure se un p elo viene toccato pi d'una volta, i lobi della foglia si muovono rapidamente e si lenziosamente in perfetta concomitanza all'incirca entro un quarto di secondo, l e setole del bordo si chiudono come le dita di una mano, imprigionando fatalment e qualunque mosca sia atterrata sui lobi. Da principio i lobi s'infossano rinchi udendosi, ma una volta serrati, si appiattiscono, e schiacciano qualsiasi corpo morbido che vi si trovi in mezzo, fino a ridurlo in poltiglia. Allora inizia il lavoro delle ghiandole a secrezione acida, che alla fine digeriscono il liquido risultante, per disseccarsi quando la trappola si riapre e s'innesca per il pros simo colpo. Tutta l'operazione pu richiedere da otto a venti giorni, a seconda de lla mole della preda. Questa pianta non soltanto sa contare gli stimoli necessari prima di far funzion are la sua trappola, ma ha anche un dispositivo marcatempo incorporato: tra uno stimolo e l'altro non deve passare meno di un secondo e mezzo, e non pi di venti secondi. Anche parecchi stimoli luminosi provocano reazioni nella foglia, sia pu re pi lentamente. Il numero degli stimoli e il tempo richiesto perch funzioni il m eccanismo di chiusura dipendono dalla temperatura esterna. E" possibile far scat tare la trappola stimolandola artificialmente, ed anche somministrandole delle s ostanze proteiche sotto forma di una mosca viva o di un pezzetto di carne o di f ormaggio, in modo che la dionea pigliamosche possa reagire a stimoli sia meccani ci sia chimici. Tuttavia la secrezione del succo digerente non avviene in mancan za di materiale proteico a contatto delle ghiandole. Il funzionamento della dionea pigliamosche si svolge nelle fasi iniziali secondo la descrizione datane al capitolo 12, cio per impulsi di natura elettrica creati

si in seguito allo stimolo. Il meccanismo effettivo dipende dalla notevole tensi one preventiva accumulata nei tessuti, ed stato paragonato ad una piastrina bime tallica del tipo usato per creare un contatto elettrico ed interromperlo, a seco nda dei cambiamenti di temperatura. La dionea pigliamosche ha alcuni parenti che le assomigliano, ed una di queste s pecie l'Aldrovandia che vive in acqua dolce. Essa porta le sue trappole lobate p er tutta la lunghezza del suo gambo lungo e sottile; come le Utricularia, galleg gia senza possedere radici. Invece di setole funzionanti ad incastro, i bordi in terni dei lobi portano una serie di piccole formazioni coniche che fungono da ca tenacci, quando i lobi si richiudono sugli animaletti acquatici che hanno fatto scattare i numerosi peli situati sulla trappola con funzione di grilletti o mecc anismi di scatto. Questa attitudine carnivora, talvolta associata a capacit di movimento e a un'ins olita velocit di reazione, non comunque prerogativa delle piante superiori. Esist e almeno una cinquantina di specie fungine che vivono nel terreno, e sono in gra do d'intrappolare microscopiche anguillule o nematodi con un marchingegno funzio nante secondo il principio del nodo scorsoio, o del laccio dei cowboys. Questi f unghi producono degli anelimi sui cordoni pi grossi del micelio, in ognuno dei qu ali sono insediate tre caruncole sensibili. Se un'anguillula s'insinua nell'anel lo, le caruncole si gonfiano improvvisamente, afferrando e trattenendo l'animale tto. In alcuni casi viene emessa contemporaneamente una sostanza tossica, ed sta to dimostrato che questo veleno per anguillule funziona anche diluito in proporz ione di una parte per cinque milioni. Dopo di che l'anello fungino emette filame nti che penetrano nel corpo dell'anguillula e ne succhiano la vita. Invece altri funghi hanno filamenti vischiosi che immobilizzano le anguillule o i vermiciatt oli che li tocchino. Queste trappole primitive con ogni probabilit precedono di m ilioni di anni le piante superiori insettivore, e dimostrano una volta di pi come invenzioni sostanzialmente simili si possano ritrovare in organismi non legati da alcun vincolo di parentela. Capitolo 25. CORAZZA E VELENO. Nel secolo scorso gli abitanti dei villaggi situati tra le colline della Nigeria Settentrionale si trovarono esposti alle scorrerie di invasori mussulmani. In r isposta a questo stato di cose circondarono i villaggi di cinture difensive di u na specie d'euforbia, l'Euphorbia desmondii. I suoi tronchi spigolosi, grossi co me un braccio d'uomo e ricoperti di grosse spine, formano una barriera alta e im penetrabile. Tentare d'avventurarsi a colpi d'accetta in questo baluardo vegetal e pura follia, perch i tronchi contengono un lattice velenoso che piaga la pelle e pu far perdere la vista. Molte piante possiedono dispositivi di difesa passiva, come le spine e il veleno contro i predatori di vario genere: essi non sono intesi contro l'uomo in primo luogo, ma specialmente contro gli animali erbivori. La difesa pi ovvia consiste nell'impugnare le armi. Jucche, agavi, aloe e numerose bromelie possiedono fogli e rigide disposte a rosette e fornite di punte aguzze che s'irradiano in tutti i sensi. Tra le bromelie succitate si annovera la "puya gigante", che ora sta div entando rara nel Per - di cui indigena - specialmente perch i pastori del posto ne distruggono i giovani germogli: infatti le pecore v'incappano spesso e si bucan o gli occhi. Su scala pi ridotta si trovano piante d'altro genere, come certe erb e a foglie apparentemente tenere che terminano invece in pungiglioni aguzzi come aghi, quanto basta a tagliare le narici del bestiame al pascolo: il caso ad ese mpio della bassa festuca alpina, le cui colonie erbacee vengono distrutte dai pa stori con il fuoco. Altre foglie lunghe e strette - di altre erbe, e di molti fa laschi e calami - sono dotate di denti come quelli di una sega di vecchio tipo, per cui possono muoversi in una direzione sola e tagliare speditamente la bocca di un animale che le addenti. Moltissime piante hanno foglie spinose, come i notissimi cardi, le diffuse lappo le, le xantie dei paesi caldi, varie erbacce della famiglia delle solanacee che crescono in abbondanza, e l'acanto spinoso. Le ninfee giganti hanno grossi acule

i sulla superficie inferiore delle foglie, tali da tener lontane le chiocciole a cquatiche. Infine le foglie possono ridursi a semplici spine, in modo che tutta la pianta r icoperta da aculei, come nel caso del ginestrone nostrano. Nel pungitopo, nelle Colletia e affini, le foglie sono state esentate dall'obbligo di presenza, e gli steli che le sostituiscono - adattati alla fotosintesi - si sono molto induriti e ricoperti di spine. In molti casi le foglie si modificano secondo il ritmo st agionale in modo da proteggere i nuovi germogli e le gemme fiorali. Ne fornisce un esempio lo spinoso Astragalo tanto comune nelle steppe asiatiche, dove forma grovigli che ricordano i ricci. Nei cespugli delle regioni mediterranee i germog li fogliari dell'annata precedente diventano duri e spinosi: Teofrasto battezz qu este piante con il nome collettivo di frigane, e il nome ancora usato per un gru ppo di tale specie. Tipiche le salvastrelle, le ginestre spagnole, e le euforbie spinose nane. La riduzione delle foglie ad aculei, o addirittura la scomparsa d elle foglie a favore del tronco spinoso una caratteristica delle piante che vivo no in condizioni di aridit. Le spine si ritrovano comunemente anche sui tronchi, spesso appartenenti a piant e legnose dove, oltre a tenere lontani gli animali pascolanti, contribuiscono an che a respingere gli attacchi mossi a fior di terra da chiocciole ed altri anima li a ventre molle. Spesso le spine del tronco si radunano attorno a foglie tener e per impedire che vengano brucate dagli erbivori. Le palme hanno spesso aculei tremendi alla base delle foglie, disposti talvolta su due file. Le spine sono so vente fornite di barbe alla sommit o in tutta la loro lunghezza, in modo da infli ggere ferite dolorose. Opportunamente ingrandite, potrebbero servire - e forse s ono servite - da modello per qualcuna delle armi insidiose elaborate dall'uomo p er i combattimenti corpo a corpo. I cacti e certe piante grasse costituiscono ovviamente gli esempi per eccellenza delle piante spinose, e i bei fiori dei cacti affioranti in mezzo al loro arsen ale fanno venire in mente la Bella e la Bestia. Tuttavia gli aculei dei cardi no n mancano sovente di una loro bellezza, sia per la loro colorazione che per la l oro linea a curve aggraziate, come per la disposizione geometrica dei ciuffi spi nosi sulla pianta, costituita quasi sempre - come abbiamo gi notato - da un tronc o senza foglie. L'armamentario spinoso riveste eccezionale importanza per queste piante, che abitualmente risiedono in posti dove il foraggio verde e la linfa s ucculenta costituiscono autentiche rarit. Gli animali di maggiore mole girano di solito al largo da queste specie, e non c' viaggiatore che non abbia osservato co me fichi d'India, agavi, cacti colonnari ed euforbie a portamento eretto vengano usati correntemente per fare recinti per animali, quando non addirittura per ci ngere villaggi interi entro cinture vegetali invalicabili. I fichi d'India, tra l'altro, oltre alle spine di tipo normale, dispongono anche di masse di peli spinati incredibilmente piccoli, detti glochidi, che si stacca no facilmente e penetrano nella pelle con altrettanta allarmante facilit, produce ndovi irritazione intensa e persistente. Molte piante sono ricoperte da piccole setole apparentemente innocue, che tuttav ia causano sgradevole prurito e spesso infiammazioni quando vengono toccate, spe cialmente dalle delicate mucose della bocca: ne sono buoni esempi la buglossa e la consolida maggiore. Le varie specie di verbasco, tanto comuni nei Paesi medit erranei e dall'aria cos evidentemente succulenta, riescono a non farsi mangiare g razie al loro consueto rivestimento di densa lanugine grigia o argentata, che si stacca con la massima facilit e aderisce alla mucosa della bocca provocandovi un 'irritazione violenta. I peli pungenti rappresentano una versione perfezionata delle setole. Inutile ac cennare alle ortiche, ma esistono altre piante ad analoga azione urticante speci almente tra le loasacee e le euforbiacee. Talvolta i peli in questione sono appu ntiti, nel qual caso sembrano rappresentare il perfezionamento diretto di comuni peli di protezione; per nelle ortiche e nelle Loasa l'estremit terminale costitui ta da una minuscola perlina rotonda disposta obliquamente sul pelo, il quale forma to da una sola cellula cava. La sua parte superiore si irrigidita fino ad assume re la durezza del vetro, grazie a composti di silicio o di calcio. La minima pre ssione spezza questa punta dura lasciando dei bordi taglienti che penetrano attr

averso la pelle; frattanto la base tenera del pelo esercita una pressione sul co ntenuto, di modo che il liquido che si trova all'interno del pelo viene spinto n ella ferita che stata provocata, esattamente come un ago di siringa ipodermica. Nel liquido si trovano riuniti l'acido formico, che ha azione corrosiva, e l'ist amina, una sostanza che rappresenta forse la causa principale delle allergie nel la specie umana; sappiamo tutti infatti che una puntura d'ortica pu causare grave irritazione. Sta di fatto che certe ortiche tropicali sono tanto maligne da pot er provocare sintomi analoghi a quelli da morsicatura di serpente. Esistono anch e ortiche arboree, come la Laportea gigas della Polinesia, che possono passare i 13 metri d'altezza, e le cui grandi foglie a forma di cuore infliggono punture dagli effetti persistenti. La Loasa canarinoides, che una pianta rampicante dell'America Centrale, da puntu re velenose, mentre il Cnidoscolus urens, un'euforbiacea che vive nella stessa z ona della precedente, tanto virulenta da provocare la comparsa di pustole sulla pelle. Pu essere divertente ricordare che i soldati romani - a quanto si dice - si punge vano deliberatamente con le ortiche per provare l'impressione del caldo nella fr edda Inghilterra, mentre le ragazze greche nei tempi andati si battevano con le ortiche il Venerd Santo per fare penitenza, a ricordo della Passione di Cristo. N on sorprende pertanto che animali a bocca e froge delicate evitino queste piante altrimenti succulente e nutrienti. In alcuni casi la presenza delle spine serve ad altri scopi oltre a quelli prote ttivi. I rovi e le rose - che trovano la loro massima espressione nella Rosa gig antea dell" Himalaya, con tronchi di 20 metri - hanno spine per potersi aggrappa re ai cespugli e agli alberi. Qui le spine costituiscono un dispositivo a funzio ne analoga a quella dei polloni o dei viticci di altre specie vegetali. E" il caso di ricordare anche gli animali che si nutrono di piante spinose: i ca cti sono attaccati da uccelli e roditori, gli asini mangiano i cardi, e i cammel li brucano le spine di cammello - un'acacia con aculei di 8 centimetri duri come i l ferro - mentre uccelli e piccoli roditori scavano gallerie nel tronco dei cact i. Ma questi sono puri esempi di reazione animale di fronte a un problema specif ico; innegabile che spine, pungiglioni e aculei assicurano in linea di massima u na notevole protezione contro gli animali che pascolano e brucano. Tuttavia le s pine non forniscono protezione contro le specie erbivore in formato minore, gli in setti succhiatori di linfa; opportuno ricordare a questo punto che la coccinigli a servita a ridurre a miti consigli il fico d'India, dopo che esso era stato int rodotto in Australia con effetti disastrosi. Ho gi accennato in precedenza al gran numero di piante provviste di peli appiccic osi sul tronco, intesi sia per digerire attivamente gli insetti catturati - come nei Drosophillum - sia pi frequentemente per impedire che animali indesiderati a rrivino ai fiori e depredino il nettare o il polline. Alcune piante sembrano dav vero voler alzare barriere fisiche allo stesso scopo, come nel cardo dipsaco det to dei lanaiuoli, dove si formano pozze d'acqua piovana nelle tinozze create a tra tti lungo lo stelo dalle basi riunite di ogni paio di foglie. Questo dispositivo risulta approntato principalmente come opera difensiva antiformica. Altre piant e invece impiegano anelli di aculei o di spine, come in molte specie di palme. Altre piante hanno un deterrente incorporato all'interno in grado vario. Cos spec ie alpine come i rododendri e il mirtillo rosso hanno foglie a cute molto spessa con rinforzo siliceo, inteso specialmente a difesa contro i rigori del clima, m a d'effetto sgradevole o disgustoso anche per gli animali. La corteccia inoltre pu contenere sostanze sgradite al gusto, come il tannino, che riempie la scorza d elle sequoie e contribuisce a difenderle dai parassiti e dalle affezioni fungine . I frutti immaturi possono avere sapore amaro per far s che non vengano mangiati quando non il momento. Molte piante hanno anche una linfa di sapore estremament e acre. Ho gi citato la specie Peganum harmala, parente della ruta. L'oleandro me diterraneo, che sopravvive in condizioni di grande siccit quali poche altre piant e cespugliose riescono a sopportare, ha foglie amare e velenosissime che nemmeno le capre s'arrischiano a mangiucchiare. La Caralluma, pianta grassa africana, e mana un lattice velenoso che la rende sgradita al bestiame, capre comprese. Le genziane dei pascoli alpini sono specie che si sviluppano a buona altezza sul

le loro radici, contenenti un succo amaro di valore officinale, ma sono schivate imparzialmente dal bestiame pascolante a fior di terra e dai roditori sotterran ei, qualunque sia la loro fame. Le euforbie dal lattice disgustoso sono ugualmen te diffuse e rifiutate dagli animali al pascolo, ma non dai bruchi. Questo latti ce provoca la comparsa di bolle e piaghe sulla pelle dell'uomo o sulle mucose de gli animali, mentre la linfa acquosa di certe altre piante possiede notevole azi one corrosiva: cos il panace gigante provoca un'enorme bolla sulla pelle umana, l asciandovi un segno indelebile per mesi e mesi, ad opera di una sostanza tossica nascosta nei peluzzi diffusi sul tronco, che spesso provocano reazioni infiamma torie di tipo allergico senza emissione di linfa. Analoga dolorabilit intensa e d urevole si prova anche toccando l'edera velenosa americana (Rhus toxicodendron), un'anacardiacea affine al nostro scotano. Molte piante riuniscono in s il sapore sgradevole o aspro e la presenza di sostan ze molto velenose, come l'oleandro appena citato. A questo riguardo conviene ado ttare molta prudenza, perch non detto che quanto uccide un individuo della specie umana debba necessariamente risultare mortale per altri viventi, mammiferi comp resi. Ad esempio il veleno della maggior parte delle ranuncolacee - come l'aconi to giallo chiamato appropriatamente "luparia", "strozzalupo", "ammazzalupo", "am mazzavolpe" in tante lingue europee - agisce imparzialmente sull'uomo e sugli er bivori; il fungo micidialissimo Amanita falloide, od ovolo matto, viene mangiato i mpunemente dai conigli e dai lumaconi. Le bacche del gigaro o pan di serpe, fata li per molti animali, vengono inghiottite avidamente dai tordi che ne diffondono i semi, mentre i frutti della noce vomica, da cui si ottiene la stricnina, veng ono pure mangiati dalle scimmie. Per molti animali al pascolo vengono uccisi dalle piante velenose: ad esempio mol ti capi possono morire nelle Isole Britanniche in seguito a ingestione di foglie e frutti di tasso. In SudAfrica i cespugli bassi del Dichapetalum cymosum sono accusati d'aver provocato gravi perdite di bestiame, mentre in Nuova Zelanda gli arbusti di Coriaria ruscifolia si sono conquistati il loro posto nella storia p er il modo in cui hanno decimato le greggi dei primi coloni europei. Nel Nordame rica certe specie di Kalmia, abbastanza aggraziate da trovare spazio nei giardin i, sono note con il nome popolare di ammazzapecore o ammazzaagnelli. Gli animali che sopravvivono a un avvelenamento per ingestione di piante velenose contraggo no spesso una tendenza maniacale per la specie in causa - come avviene nei droga ti -, e si pu abitualmente constatare che tornano difilato alla pianta incriminat a, non appena gli allevatori li rimettono al pascolo. Alcuni animali ricevono indubbiamente un effetto eccitante da parte di determina te piante, e si constatato che circa venti specie prendono regolarmente le droghe. Le manguste mangiano certe radici e le strofinano inoltre sui loro corpi, caden do di conseguenza in uno stato di torpore. Gli elefanti mangiano il frutto dell' albero Umgana, che fermenta nei loro stomaci facendoli barcollare e commettere eno rmi stramberie, inducendoli a mandare urli udibili anche a chilometri di distanz a e provocandoli spesso alla rissa (Ronald Siegel). E" sorprendente il numero delle piante che contengono sostanze tossiche per i ma mmiferi. Ci sono quelle ovviamente velenose come la belladonna e l'elleboro, le sp ecie velenose non tanto ovvie come il laburno fetido, e quelle che ci sorprendon o perch annoverano specie d'importanza fondamentale per l'alimentazione. La manio ca una radice tropicale che deve subire un trattamento speciale per venire liber ata dal contenuto di cianuro; la stessa sostanza chimica si ritrova nelle mandor le, nei fagioli peruviani, nei semi di mela