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IPOTESI SULLA REALTA'

PREMESSA

Che cos'è la mente? Scienza, filosofia e religione cercano da secoli di rispondere a questa domanda, ma le diverse soluzioni proposte sono sempre state parziali e spesso in contrasto reciproco: in pratica mai nessuna spiegazione è risultata davvero valida ed esauriente. Gli stessi psicologi sono poco soddisfatti delle teorie e delle tecniche sviluppate dalla loro disciplina nel corso degli ultimi decenni.

Vediamo allora di partire da qualche punto fermo.

Al di là delle convinzioni personali e religiose, oggi la scienza ci informa con ragionevole certezza

che il processo del pensiero è dovuto a fenomeni chimici e fisici che avvengono nel cervello e nel sistema nervoso a livello microscopico, ovvero a livello molecolare ed atomico.

Il funzionamento della natura a livello atomico e sub-atomico è governato dalle leggi della cosiddetta "meccanica quantistica", una teoria fisica sviluppata agli inizi del secolo ventesimo, che risulta molto valida e precisa ma che presenta risvolti molto strani o perfino paradossali [nota

1].

A livello sub-atomico la materia perde le familiari proprietà

come un gioco di forze e di onde. Chi ha studiato un po' di chimica sa che l'atomo è molto stabile

e può essere considerato una pallina "solida". Il modello fondato su particelle "dure" però fallisce

quando si analizza la struttura interna dell'atomo: la "solidità" dell'atomo è creata in realtà da un gioco di forze che si crea al suo interno tra gli elettroni, i quali non si comportano come vere e proprie "particelle" o "corpuscoli" materiali ma si distribuiscono spazialmente in determinate "nuvole elettroniche" o "orbitali".

"materiali" e si manifesta invece

In realtà la questione è più complessa di quanto si può dedurre da questa semplice descrizione:

tali orbitali in realtà sono delle "onde risonanti" che obbediscono alle leggi della meccanica quantistica, le quali presentano diversi aspetti paradossali. Tutto questo sarà esposto meglio negli articoli successivi [nota 2].

E' vero che il "capriccio" di voler accostare il funzionamento della mente alla meccanica

quantistica sembra una specie di "moda", diffusa specialmente tra gli scienziati con propensioni "new age", ma vi sono diverse conferme scientifiche a riguardo (v. note finali dell'Articolo di Presentazione Scientifica) ed in questo sito saranno portati ulteriori argomenti molto validi a sostegno di tale supposizione [nota 3].

Se la mente umana è veramente capace di agire a livello quantistico, essa può avere delle grandi potenzialità inespresse (nettamente superiori a quanto generalmente si ritiene). Che cosa si intende esattamente?

Centinaia di ricerche scientifiche (pubblicate fin dal 1970, per esempio su Le Scienze n.45 del Maggio 1972) hanno dimostrato che una certa tecnica mentale molto semplice, chiamata TM, è capace di "ripulire" il sistema nervoso stesso da stress e tensioni, apportando effetti benefici di grande portata sull'organismo, sia a livello fisiologico che psicologico [nota 4]. Alcuni scienziati sostengono che la TM agisce sul sistema nervoso a livello quantistico e riesca portarlo al suo stato di "minima eccitazione".

Si tratta di una "tecnica-gioiello" che implica e riassume in sé le conoscenze di varie scienze,

dalla fisica alla psicologia, dalla neurologia alla filosofia

un'integrazione ed una sintesi di varie discipline, oltre ad avere di per sé una straordinaria utilità pratica. Inoltre essa comporta l'esistenza di ulteriori fenomeni straordinari, a cui si accennerà

E quindi presuppone anche

negli articoli successivi.

Tra gli ambiziosi obiettivi di Ipotesi sulla Realtà vi è anche quello di creare una visione unificata delle varie scienze, che oggi risultano ancora piuttosto scorrelate. Immaginiamo che fisica,

medicina, psicologia e filosofia possano fondarsi su un comune principio fondamentale

Utopia?

Chiediamo al lettore di concederci provvisoriamente una certa fiducia o almeno di assumere un atteggiamento del tipo "NON E' VERO MA CI CREDO". Leggendo i primi quattro articoli (cioè questo più i tre successivi) il visitatore dovrebbe acquisire una visione abbastanza completa sulle tematiche proposte e probabilmente concluderà che la questione merita effettivamente ulteriori ricerche.

In ogni caso chiediamo di voler guardare a questo lavoro con rispetto [Nota 5].

Note.

1 - Solo pochi scienziati nutrono ancora dei dubbi sul fatto che la meccanica quantistica giochi

effettivamente un ruolo determinante nel processo del pensiero, ma per contro molti altri (a partire da Bohr, Eddington e Wigner negli anni '20, per arrivare a Wheeler e Penrose) hanno fortemente sostenuto questa tesi ed oggi vi sono fortissimi indizi a suo favore ed anche alcune conferme (v. note finali dell'Articolo di Presentazione Scientifica)

2 - Occorre ribadire che la meccanica quantistica, nonostante le sue apparenti stravaganze, ha

sempre dimostrato una straordinaria validità (nell'ambito di sua pertinenza). Senza voler considerare i controversi risultati ottenuti dalla fisica nucleare, la teoria quantistica ha permesso di creare tecnologie importantissime ed oggi familiari, dal laser ai semiconduttori (che hanno permesso uno sviluppo enorme dell'elettronica, specialmente in ambito digitale, con la conseguente rivoluzione informatica degli ultimi decenni).

3 - Un fisico, forse riferendosi ironicamente proprio al nostro sito, ha scritto sul newsgroup

it.scienza:

- non comprendiamo che cosa sia il pensiero cosciente;

- non comprendiamo il vero significato della meccanica quantistica, in particolare il ruolo dell' "osservatore". Allora vi sono buone probabilità che le due cose siano collegate

4 - Per maggiori informazioni si troveranno diversi link nella pagina di "Riepilogo".

5 - Fino a poco tempo fa la pagina di presentazione conteneva affermazioni "sensazionalistiche", che poi abbiamo dovuto cancellare per le eccessive critiche da parte di alcuni visitatori particolamente scettici (pochi, per la verità). Ad esempio:

Per molte persone "Ipotesi sulla realtà" è stata un'autentica rivelazione. Le straordinarie scoperte della scienza contemporanea, integrate con le conoscenze di antiche tradizioni, possono:

- fornire una comprensione completa dell'universo;

- rivoluzionare lo studio della mente;

- portare colossali benefici pratici nella vita dell'uomo."

PRESENTAZIONE GENERALE

Le scoperte della fisica del ventesimo secolo hanno profondamente cambiato la visione della realtà naturale. La teoria della relatività di Einstein ha dimostrato che la materia è una forma di energia e la meccanica quantistica ne ha evidenziato la natura "ondulatoria". Per esempio l'atomo può essere descritto come un sistema formato da onde recanti energia ed "informazione": a

questo livello la natura rivela la sua intima intelligenza.

Pertanto è legittimo chiedersi se lo studio della mente umana possa trovare risposte valide in termini di fisica fondamentale. Alcuni fisici si sono già posti questa domanda, in seguito ad alcuni paradossi evidenziati dalla meccanica quantistica. D'altra parte una spiegazione fisica della coscienza deve pur esistere, se non si vuole ricadere in una concezione metafisica che separi la mente dal resto del mondo. Ebbene, oggi sappiamo che l'attività mentale è dovuta a processi chimici e fisici che avvengono nel cervello e nel sistema nervoso, a livello molecolare, atomico e forse anche subatomico, cioè a livelli descritti dalla meccanica quantistica.

Le teorie più recenti della fisica intendono dimostrare che le quattro forze fondamentali (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare forte e nucleare debole) sono aspetti di un solo "campo unificato", come era già stato ipotizzato da Einstein. Quindi è ragionevole cercare la relazione tra la mente dell'uomo ed il campo unificato, che è l'ambito fondamentale in cui avvengono i fenomeni quantistici.

La M.U.M. (Maharishi University of Management, Fairfield, Iowa, USA) svolge ricerche proprio in questo campo, avvalendosi della collaborazione di vari scienziati, i quali ipotizzano che la coscienza dell'uomo sia una proprietà che emerge direttamente dal campo unificato. In altre parole il Campo Unificato presenterebbe "sintomi" di coscienza: in questo stadio primordiale tali "sintomi" si identificherebbero semplicemente con una proprietà elementare del Campo Unificato, l'autoriferimento, grazie al quale il Campo può "percepire" ed interagire con se stesso. Il cervello umano sarebbe capace di amplificare e sviluppare tale qualità primordiale, formando così la mente individuale.

Questa ipotesi, che può sembrare audace, sembra avvalorata dai notevoli risultati pratici ottenuti dalla M.U.M. sul funzionamento della mente e del sistema nervoso, come per esempio l'eliminazione dello stress con opportune tecniche di meditazione (esistono centinaia di articoli scientifici a riguardo, si veda per esempio Le Scienze n.45, 1972).

La coscienza sarebbe una proprietà fisica fondamentale che il cervello saprebbe "evidenziare" ed "elaborare". Le onde cerebrali sarebbero così un raro epifenomeno di effetto quantistico che si manifesta direttamente nella realtà comune invece che a livello atomico (altri effetti quantistici "macroscopici" sono ad esempio la superconduttività o la superfluidità, che presentano aspetti sorprendenti per il profano, come ad esempio l'assenza di dissipazione di energia per attrito).

Anche la luce (funzione d'onda elettromagnetica) è un fenomeno quantistico, di cui tutti possono avere esperienza. Ma la luce ordinaria non evidenza totalmente le sue proprietà intrinseche, poiché è "luce incoerente": le sue oscillazioni sono "sfasate", cioè disordinate.

Il laser invece emette "luce coerente": le sue oscillazioni sono in fase e rivelano completamente

le

eccezionali proprietà delle onde elettromagnetiche (potenza, precisione, ecc.). Per analogia, se

si

potessero rendere "coerenti" le onde cerebrali, si potrebbero rivelare aspetti superiori del

funzionamento della mente, del tutto naturali, ma che normalmente rimangono inespressi.

La M.U.M. ha condotto numerose ricerche su alcune tecniche di meditazione che permettono di aumentare la coerenza delle onde cerebrali in modo semplice ed efficace. Tali tecniche sono tratte dalla tradizione di conoscenza dei Maestri Vedici dell'antica India e sono state riportate alla loro purezza originaria. La loro metodologia merita di essere considerata "scientifica" per esattezza e riproducibilità, nonostante sia nata in un ambiente così lontano dalla scienza occidentale. La coerenza cerebrale indotta da queste tecniche produce un funzionamento più ordinato, unitario e naturale della mente e del sistema nervoso, con grandi effetti positivi nella vita pratica (a livello neurologico, psicologico e fisiologico), verificati da centinaia di ricerche scientifiche condotte presso diverse Università ed Istituti di ricerca.

Le tecniche in questione sono Meditazione Trascendentale (MT, in inglese TM) ed il programma

di MT-Siddhi, così come sono stati insegnati da Maharishi Mahesh Yogi, laureato in fisica, che ha

trattato questi temi con celebri scienziati (Wigner, Eccles, Josephson, Prirogine, ecc.). Tali tecniche sono prive di implicazioni mistiche o religiose (pur contenendo alcuni aspetti tradizionali propri della loro cultura di origine): la loro funzione è quella di portare la mente a sperimentare il cosiddetto stato di "trascendenza", ovvero il livello di minima eccitazione del sistema nervoso, il più profondo possibile in natura ed al quale tutte le potenzialità del "campo unificato" sono aperte. Secondo la M.U.M., ciò è possibile poiché la coscienza è una proprietà del campo unificato ed è naturale che la mente possa accedere all'ambito quantistico ed acquisirne alcune proprietà.

Qualcuno potrebbe dubitare del fatto che la coerenza cerebrale osservata sia veramente prodotta dal campo unificato e potrebbe supporre che essa sia causata invece da "banali" fenomeni psico- fisiologici, secondari rispetto alla fisica fondamentale. Ebbene, se siamo realmente in presenza di fenomeni quantistici, dovremmo assistere ad un altro fatto straordinario: un "effetto di campo" della coscienza, ovvero una propagazione della coerenza dalla mente di una persona nell'ambiente circostante. La coerenza cioè potrebbe estendersi ad altre persone, rendendo più naturale e ordinato il funzionamento della loro mente. Questo sorprendente effetto è stato realmente osservato, sebbene si tratti di una tematica difficile da accettare per molti occidentali (quasi un "tabù" dovuto alla nostra formazione culturale e che tende a negare fenomeni di questo tipo).

Le prime verifiche di questo effetto risalgono agli anni '70, quando una ricerca dell'FBI indicò una netta riduzione della criminalità in alcune città degli USA nelle quali almeno l'uno per cento degli abitanti praticava la MT, mentre nelle altre città di controllo (tenute sotto osservazione per confronto) la criminalità era in netto aumento. Negli anni seguenti, altre ricerche hanno confermato l'esistenza dell'Effetto Maharishi dell'1% anche su altri indici sociologici: non solo si ha una diminuzione degli episodi criminali, ma anche

di incidenti, malattie, eccetera: sono tutti effetti riconducibili alla riduzione di stress, dovuta

all'induzione di coerenza nel funzionamento del sistema nervoso. Con l'introduzione del potente programma MT-Siddhi si riscontrò poi che per ottenere questi risultati era sufficiente una percentuale perfino inferiore di praticanti.

Ora ci si potrebbe chiedere come un'influenza di questo tipo sia possibile: su questo punto i pregiudizi contrari sono molto forti. Ma non va dimenticato che anche la mente deve essere

considerata un'entità fisica che obbedisce alle leggi naturali, se non si vuole ricadere nella metafisica.

In realtà si tratta di un effetto che non è più strano di quello prodotto da una banale calamita, che

crea un campo magnetico esterno in virtù del suo ordine interno a livello microscopico. Noi viviamo costantemente immersi in un calderone di campi fisici, come il campo gravitazionale, che fa cadere gli oggetti al suolo, il campo magnetico terrestre, che orienta le bussole, e gli innumerevoli campi elettromagnetici che portano i segnali radiotelevisivi, dei telefoni cellulari, eccetera. Perfino la materia, a livello microscopico (sub-atomico), è una condensazione di campi (quantistici), che a livello atomico formano strutture stabili e pertanto costruiscono strutture molecolari che a livello macroscopico mostrano un aspetto "solido" .

Ebbene, perché mai una struttura fisica come il sistema nervoso dell'uomo dovrebbe rimanere estranea alle normali interazioni tra i diversi campi naturali? Chi nega questa possibilità assume un atteggiamento chiuso, dogmatico e, in sostanza, anti-scientifico. Va sottolineato che l'esistenza di tale effetto, che sembrerebbe comportare una rivoluzione concettuale e filosofica, è comunque compatibile con qualunque convinzione religiosa (in altre parole è accettabile sia dagli atei che dai credenti di qualsiasi religione).

L'effetto di campo della coscienza, detto "Effetto Maharishi", è già stato verificato molte volte ed è uno dei fenomeni sociologici più netti che siano stati mai misurati.

Si tratta di un effetto fisico, di un'induzione di coerenza nelle onde cerebrali, che prescinde dai

contenuti del pensiero e che, essendo naturale, non produce "forzature" sulla volontà, ma anzi

elimina le influenze negative (dovute a stress o altro), permettendo il ripristino delle funzioni naturali. Per fare un paragone banale con una semplice funzione fisiologica (la respirazione), può essere considerata come una ventata di aria pura che spazza via lo smog: chi mai potrebbe considerare questo come una "forzatura" sul processo della respirazione?! La differenza è che tale "purificazione" avviene direttamente a livello delle onde cerebrali, e di nuovo, questo può sembrare strano o inaccettabile per i nostri pregiudizi, pur essendo perfettamente naturale.

Per concludere, un amichevole appello agli scettici: l'invito è di stare attenti a sottovalutare o addirittura deridere queste tematiche. Non rischiate di compromettere la vostra credibilità: tenete conto che in un futuro non lontano tutto ciò potrebbe diventare una normale realtà quotidiana. Oggi siamo abituati a tecnologie straordinarie (Internet, telefoni cellulari, ecc.) che fino a qualche anno fa erano impensabili per la maggior parte delle persone. Ebbene, è possibile che il futuro della ricerca si sposti nella direzione indicata da questo sito, visto che i fenomeni citati, sebbene sorprendenti, sono già stati verificati e risultano attendibili e reali.

D'altronde una straordinaria conferma della possibile influenza della consapevolezza umana su dispositivi fisici è già stata ottenuta nell'ambito del progetto PEAR presso la Princeton University (in particolare a riguardo dei disposivi REG), mentre il neurofisiologo Jacobo Greenberg- Zylderbaum ha dimostrato l'esistenza di influenze reciproche negli elettroencefalogrammi di persone in sintonia emozionali tra di loro. In entrambi i casi, si tratta di ricerche estranee e indipendenti dagli studi condotti sulla MT e sull'Effetto Maharishi.

Fin dalla sua nascita, avvenuta nel XVII secolo, la Scienza moderna ha escluso il concetto di "mente" dal mondo oggettivo che intendeva studiare. Dovendo spiegare tutto in termini rigorosamente materialistici, nei secoli successivi la Scienza ha inevitabilmente considerato la mente come un aspetto secondario della natura, nato per caso sul nostro pianeta e confinato nel

cervello dell'uomo e degli animali superiori. Perfino la psicologia, scienza nata nel XIX secolo con

il proposito di indagare i fenomeni mentali, ha adottato questo atteggiamento, che è talmente radicato nella mentalità occidentale da sembrare ovvio e scontato.

Ma le sorprendenti scoperte della fisica del ventesimo secolo potrebbero sconvolgere questa

vecchia concezione. Al livello della fisica sub-atomica esistono solo campi di energia, che vibrano

o si propagano per onde (come la luce): l'aspetto "solido" della materia è solo un risultato grossolano dovuto al gioco delle forze sub-atomiche, le quali derivano da un unico campo fondamentale che Einstein definì "campo unificato". In pratica, l'universo che sembrava intrinsecamente materiale ha rivelato che la sua essenza fondamentale è pura energia immateriale.

A sua volta tale energia possiede un ordine intrinseco che rivela, al livello del campo unificato,

l'intelligenza più profonda della natura. Inoltre la fisica quantistica, che descrive questi livelli fondamentali della realtà, presenta incredibili paradossi che coinvolgono l'osservatore cosciente:

l'universo non si trova in uno stato puramente "oggettivo", ed un sistema fisico può comportarsi in modi diversi a seconda della conoscenza che ne ha l'osservatore! Negli ultimi anni tale inaspettata natura della realtà fisica è stata confermata da vari esperimenti ma l'argomento è rimasto pressocché sconosciuto all'opinione pubblica (e perfino a molti scienziati). Per fortuna alcuni semplici esperimenti condotti recentemente su dei fasci di luce laser ha reso più comprensibile questa tematica (Le Scienze n.235, 1988; Le Scienze n.289, 1992).

Molti scienziati non se ne rendono conto, ma tali scoperte (che riguardano fatti reali ed incontrovertibili ed hanno permesso concrete innovazioni tecnologiche) ci riportano verso una concezione immateriale dell'universo, simile alla visione di vari filosofi "idealisti" (da Platone a Schelling, da Berkeley a Fichte e ad Hegel, con i dovuti aggiustamenti), secondo cui la realtà naturale è una manifestazione di un principio mentale universale. La concezione della realtà che

sembra delinearsi da queste scoperte, pur ritrovandosi in tutte le tradizioni del mondo, presenta straordinarie affinità con le concezioni della tradizione orientale, che ha perfino ricercato un riscontro scientifico delle sue teorie sulla mente.

Procedendo in questa ricerca con la cautela della Scienza occidentale, che accetta solo fatti certi

e documentati, troviamo degli articoli che fin dal 1970 (in italiano dal 1972, Le Scienze n.45)

evidenziano gli effetti benefici di una tecnica mentale molto semplice, nonostante il nome altisonante (transcendental meditation o TM, in italiano meditazione trascendentale o MT). Questo esercizio mentale, introdotto da Maharishi Mahesh Yogi (laureato in fisica), che ha dimostrato di produrre notevoli effetti benefici sulla psicologia e sulla fisiologia dei praticanti, come documentato ormai da centinaia di ricerche scientifiche . Maharishi sostiene che con questa tecnica la mente può percepire i livelli più sottili della realtà fisica (fino al "campo unificato") e può raggiungere uno stato "quantistico" che produce "coerenza" nelle onde cerebrali. Questo è il campo di studio delle Università Maharishi, come la M.U.M, con cui collaborano celebri scienziati.

Un effetto straordinario, più volte verificato da vari Istituti di ricerca , è il cosiddetto Effetto Maharishi: in certe condizioni la coerenza generata da soggetti in meditazione si propaga nello spazio (il che è perfettamente accettabile nella nuova concezione), influenzando positivamente la popolazione circostante! Esso non provoca forzature della volontà ma solo un piccolo incremento dell'ordine mentale (che permette un funzionamento cerebrale più naturale e libero da stress) ed

è rivelabile statisticamente dalle conseguenze sugli indici sociologici (minori incidenti e malattie, minore criminalità, miglioramenti economici, ecc.).

D'altronde una straordinaria conferma della possibile influenza della consapevolezza umana su dispositivi fisici (REG, Random Event Generators) è già stata ottenuta presso la Princeton University nell'ambito del Progetto PEAR e del Progetto Noosphere . Negli anni '70 gli scienziati Targ e Puthoff avevano già dimostrato l'esistenza di influenze reciproche tra persone distante (ad es. Nature 18/10/1974) ed in seguito i neurofisiologi Greenberg-Zylderbaum e Ramos avevano evidenziato influenze reciproche negli elettroencefalogrammi di persone in sintonia emozionale tra di loro.

Questi incredibili riscontri scientifici, che purtroppo sono ancora ignorati dalla stragrande maggioranza delle persone (e degli stessi scienziati), e che devono scontrarsi contro pregiudizi colossali e granitici, avvalorano al di là di ogni dubbio la nascente concezione fondata nuovamente sulla mente, o meglio, come preferiscono dire le Università Maharishi, sulla consapevolezza.

Note.

- Per informazioni sulla Meditazione Trascendentale di Maharishi Mahesh Yogi:

www.meditazione.com ; www.antistress.usa.gl; Transcendental Meditation ; www.tm.org (con tanto di presentazione audio/video in inglese).

- Alcuni riferimenti scientifici sulla Meditazione di Maharishi: International Journal of Neuroscience, 14, 1981; Psychosomatic Medicine, 49, 1987; Journal of Clinical Psychology, 45, 1989; Journal of Social Behavior and Personality, 6, 1991; Journal of Crime and Justice, 4, 1981; Journal of Conflict Resolution, 32, 1988; Social Science Perspectives Journal, 2(4), 1988;

e moltissimi altri.

- Collegamenti al sito MUM:

Bibliografia completa delle ricerche sulla MT

Ricerche scientifiche sull'Effetto Maharishi

- L'unica tecnica alternativa che ottiene gli stessi risultati è la Tecnica Naturale Anti-stress.

- Data l'importanza che queste conoscenze possono avere sulla vita pratica, sia sul piano sociale

che economico, il celebre fisico teorico John Hagelin si è perfino candidato alla Presidenza degli

USA allo scopo di diffondere queste importantissime conoscenze: esiste anche un sito dedicato

alla sua candidatura ( www.hagelin.org

IL SEGRETO DELL'UNIVERSO

Introduzione

Cap. 1 - Il contrasto tra scienza e religione

I - La spiegazione mancante.

II - Scienza e religione sono conciliabili?

III - Visione tradizionale del mondo secondo la religione.

IV - Rivoluzione astronomica e nascita della scienza.

V - Sviluppi della scienza nei secoli XVII e XVIII.

VI - Meccanicismo, illuminismo e diffusione dell’ateismo.

VII - La svalutazione del ruolo dell’uomo nell’universo.

VIII - La fisica del ventesimo secolo.

IX - Le profezie sulla morte della religione.

X - La patologica duplicità della cultura contemporanea.

Cap. 2 - Breve storia della scienza

I - L’intelligibilità della natura.

II - Scienza moderna e fisica.

III - Chimica e biologia.

IV - Fisica classica: meccanica e determinismo.

V - Energia e calore.

VI - Disordine ed entropia.

VII - Elettricità e magnetismo.

VIII - La teoria atomica.

IX - ‘Numerologia’ atomica.

X - Transizione da fisica classica a fisica moderna.

XI - La teoria della relatività di Einstein.

XII - L’equivalenza massa-energia.

XIII - L’ipotesi dei quanti.

XIV - L’atomo di Bohr.

XV - La meccanica quantistica.

XVI - L’indeterminazione quantistica.

XVIII

- Fisica quantorelativistica, nucleare e subnucleare.

XIX - Campi, particelle virtuali, vuoto quantistico.

XX - L’unificazione dei campi fisici fondamentali.

XXI - Cosmologia.

XXII - Breve storia della psicologia.

XXIII - I fenomeni ciclici.

XXIV - Cicli, vibrazioni, onde.

XXV - Onde elettromagnetiche.

XXVI - ‘Onde’ subatomiche.

XXVII - Cicli biologici.

XXVIII - Analisi delle onde.

XXIX - Fenomeni di risonanza.

Cap. 3 - Le scoperte della fisica quantistica

I - La meccanica quantistica.

II - Stati quantistici e misurazione fisica.

III - Stati ed autostati.

IV - Il principio di indeterminazione.

V - La realtà è in parte creata dall'osservatore?

VI - Interpretazione di Copenaghen e prime reazioni.

VII - La reazione di Einstein.

VIII - Il libero arbitrio.

IX

- Realismo e località di Einstein.

XI

- Interferenza quantistica.

XII

- La spiegazione ‘operativa’ non è esauriente.

XIII

- L'esperimento ‘a scelta ritardata’ di Wheeler.

XIV

- Un incredibile paradosso astronomico.

XV

- La ‘conoscenza’ di un sistema ne altera lo stato.

XVI

- Altri esperimenti.

XVII

- Conclusioni.

Cap. 4 - Breve storia della filosofia antica

I - La filosofia.

II - I filosofi ionici o naturalisti.

III - I primi razionalisti: Pitagora ed Eraclito.

IV - L’Essere di Parmenide.

V - Il paradosso di Zenone.

VI - Le filosofie pluralistiche.

VII - L’atomismo meccanicistico di Democrito.

VIII - Confronto tra atomismo antico e moderno.

IX - Materialismo e idealismo.

X - I filosofi umanisti: i Sofisti e Socrate.

XI - Platone ed il mondo delle idee.

XII - Aristotele.

XIII - Epicuro, Stoici, Scettici.

XIV - Il paradosso di Epimenide.

XV - Filosofia romana.

XVI - Il neoplatonismo di Plotino.

XVII - La certezza di Sant’Agostino.

XVIII - La Scolastica e San Tommaso d’Aquino.

Cap. 5 - Breve storia della filosofia moderna

I - Umanesimo e Rinascimento.

II - Leonardo da Vinci, precursore della scienza moderna.

III - I filosofi della natura: Telesio, Bruno, Campanella.

IV - Nascita della scienza moderna: Bacone e Galileo.

V - Cartesio ed il razionalismo.

VI - La dualità cartesiana mente-materia.

VII - Spinoza e l’identità tra cose e idee.

VIII - Hobbes e l’empirismo.

IX - Locke e l’indagine dell’intelletto.

X - La frattura tra cose e idee nell’empirismo.

XI - Hume e lo scetticismo.

XII - Berkeley e l’empirismo idealistico.

XIII - Leibniz e le monadi.

XIV - L’illuminismo.

XV - Kant ed il criticismo.

XVI - Fichte e l’idealismo trascendentale.

XVII - Idealismo contro dogmatismo.

XVIII - Schelling e l’idealismo oggettivo.

XIX - Hegel e l’idealismo logico.

XX - Reazione ad Hegel: Schopenhauer ed esistenzialisti.

XXI - Marx ed il materialismo dialettico.

XXII - Il positivismo.

XXIII - Neoidealismo e spiritualismo.

XXIV - Posizioni contrapposte in filosofia.

Cap. 6 - Filosofie orientali

I

- L’approccio empirico e psicofisico dello Yoga.

II

- Il quarto stato di coscienza.

III

- Samkhya e neoplatonismo.

IV

- Verfiche scientifiche sulle tecniche Yoga.

V

- La tecnica di MT.

VI

- La scienza vedica.

VII

- Altre tecniche Yoga e non Yoga.

VIII

- Esperienze soggettive del quarto stato.

XIX

- Stati superiori di coscienza.

X

- Il mantra e l’unità psicofisica dell’individuo.

XI

- Il mantra come risonanza nel sistema nervoso.

XII

- L’eliminazione di stress dal sistema nervoso.

XIII

- La concezione real-idealistica dell’universo.

XIV

- Materia, energia, mente ed assoluto.

XV

- Il Vedanta.

XVI

- Unità e molteplicità.

XVI

- La concezione della fisica contemporanea.

XVIII - Noi dentro l’universo e viceversa.

XIX - Sintesi generale.

XX - Sintesi sulla scienza vedica.

XXI - Note conclusive.

Cap. 7 - Ipotesi sulla Realtà

I

- Realtà virtuale e fantascienza.

II

- Un mondo software.

III

- I cervelli in una vasca.

IV

- La ricerca della realtà fondamentale.

V

- Transizione di fase materiale e sociologica.

VI

- Il progetto PEAR dell’Università di Princeton.

VII

- Il progetto Noosphere dell’Università di Princeton.

VIII

- L’effetto Maharishi.

XIX

- Stati sociologici ordinati.

X - L’azione della volontà sulla materia.

XI - Una gerarchia delle realtà.

XII - Il ‘mito della caverna’ di Platone.

XIII - Una via psicofisica alla conoscenza.

XIV - Ipotesi sulla realtà.

XV - Superfluidità e superconduttività.

XVI - Attività mentale e fisica quantistica.

XVII - Coerenza, ordine e diminuzione di entropia.

XVIII - Oltre il concetto grossolano di ‘materia’.

Cap. 8 - L’universo oggettivato

I - Ricominciamo da zero.

II - Intelligibilità e oggettivazione, basi della scienza.

III - Individuazione del soggetto.

IV - Il principio ‘nascosto’ dell’oggettivazione.

V - La scienza ha senso in funzione del soggetto.

VI - Il maggiore prodigio dell’universo.

VII - Il teatro in cui tutto si rappresenta.

VIII - Una rappresentazione davanti a panche vuote.

IX - Un racconto metafisico.

X - Finalismo e principio antropico.

XI - Il principio antropico debole.

XII - Una mente universale e capillare.

XIII - L’impersonalità dovuta all’oggettivazione.

XIV - La necessità di compensare l’oggettivazione.

XV - Mancanza di valori, significati, scopi.

XVI - L’origine della consapevolezza.

XVII - Un universo psicofisico.

XVIII - L’oggettivazione, caratteristica dell’intelletto.

XIX - Fisici idealisti.

XX - Riepilogo.

Cap. 9 - Causalità, meccanicismo e libero arbitrio

I - Precisazioni iniziali.

II - L’antinomia tra causalità e libero arbitrio.

III - L’intelligibilità totale porta al determinismo.

IV - Indeterminazione quantistica e libero arbitrio.

V - La ‘Dottrina della scienza’ di Fichte.

VI - I due elementi dell’esperienza: cosa e intelligenza.

VII - I due modelli della realtà: materialismo e idealismo.

VIII - Il vantaggio dell’idealismo sul materialismo.

IX - Le argomentazioni del materialista.

XI

- La scelta tra materialismo e idealismo.

XII - Presa di posizione a favore dell’idealismo.

XIII - Il compromesso tra materialismo e idealismo.

XIV - ‘Il caso e la necessità’ del biologo Monod.

XV - La solita rappresentazione davanti a panche vuote.

XVI - La vita come accidente o come proposito.

XVII - L’equivoco tra scientificità e meccanicismo.

XVIII - Vita ed entropia.

XIX - Le formidabili ‘prove’ addotte dai materialisti.

XX - Il vedente può scegliere di vedere o di non vedere.

XXI - La materia come informazione codificata.

XXII - La mente è limitata al cervello?

XXIII - Descrizione ad alto e a basso livello.

XXIV - Ognuno è libero nel suo modo di essere.

XXV - Il postdarwinismo.

Cap. 10 - La nuova concezione della realtà

I - Il real-idealismo di Schelling.

II - L’intelligenza della natura.

III - La razionalità e l’intelligibilità della natura.

IV - L’Io universale e la spiegazione della vita.

V - La ‘Fenomenologia dello spirito’.

VI - La ragione ritrova se stessa nel mondo oggettivo.

VII - Assoluto e relativo.

VIII - I neuroni ed il processo del pensiero.

IX - Chopra: il pensiero plasma il corpo.

X - Chopra: intelligenza quantistica.

XI - Presentazione generale (1): fisica e mente.

XII - Presentazione generale (2): tecnica di MT.

XIII - Presentazione generale (3): effetto Maharishi.

XIV - Presentazione scientifica.

XV - Hagelin: parallelismo tra ragione e leggi fisiche.

XVI - Hagelin: panoramica sulla fisica contemporanea.

XVII - Hagelin: insufficienze della fisica classica.

XVIII - Hagelin: una teoria scientifica della mente.

XIX - Hagelin: un campo unificato della coscienza.

XX - Hagelin: i due campi unificati alla base della realtà.

XXI - Hagelin: l’effetto di risonanza nella coscienza.

XXII - Hagelin: dove nascono gli errori.

XXIII - Hagelin: applicazioni pratiche alla vita moderna.

Cap. 11 - Il segreto dell’universo

I - Raccomandazione.

II - Il pianeta magico e la sua perfezione.

III - I vari aspetti dell’unica verità.

IV - Perdita della perfezione.

V - Lo stadio dell’imperfezione.

VI - Nascita della scienza.

VII - La riscoperta della perfezione.

Cap. 12 - La rivoluzione prossima ventura I - Il nascondiglio dell’assoluto.

II - L’appercezione pura.

III - Precisazioni sulla tecnica di MT.

IV - Tecnica di MT e morale.

V - Precisazioni sull’effetto Maharishi.

VI - Annunci sui gruppi di coerenza.

VII - La rivoluzione prossima ventura.

VIII - Scienza, filosofia e religione.

IX - La mente universale scesa in campo.

X - L’eterna domanda dell’uomo.

XI - Il me stesso di tutti i me stesso.

XII - La chimica del pensiero.

XIII - Chi cerca trova.

XIV - Non coinvolgimento e paradossalità dell’assoluto.

XV - Insegnamento della tecnica di MT.

XVI - Il segreto di Pulcinella.

XVII - Conclusioni.

Introduzione

Sarò così breve, che ho già finito. Salvador Dalì, pittore.

Quante parole di 4 lettere si possono scrivere utilizzando i caratteri a, m, o, r? Una branca della matematica, chiamata analisi combinatoria, ci risponde che sono possibili 24 parole. Di queste, alcune hanno un significato in italiano, come ramo, orma o Roma, mentre altre non hanno alcun significato, come oram o rmoa. Se ora ampliamo il gioco ed accettiamo anche parole più corte o più lunghe di 4 caratteri, in cui una stessa lettera possa comparire più di una volta (come ad esempio in oro o in ramarro), il numero di combinazioni diventa molto più grande. Infine, se utilizziamo tutte le lettere del nostro alfabeto e non solo le lettere a, m, o, r, il numero di combinazioni diventa enorme. Nel racconto fantastico La Biblioteca di Babele lo scrittore Borges sviluppa un’idea del genere (originariamente proposta dal filosofo Lasswitz) e descrive un’immensa biblioteca contenente un numero enorme di libri, miliardi di miliardi di miliardi, ovvero tutti quelli che si possono ottenere dalle combinazioni delle lettere dell’alfabeto e della punteggiatura essenziale. La maggior parte dei libri contiene sequenze di caratteri senza senso, come ad esempio “asdfgh zxcvbnm qwe”, ma qua e là possono capitare anche parole dotate di significato, o frasi di senso compiuto, come ad esempio “domani piove”. Infatti la biblioteca contiene tutte le combinazioni possibili dei vari caratteri (tali combinazioni non sono infinite poiché Borges pone dei limiti alla lunghezza dei libri, che qui non è il caso di specificare). Poiché la biblioteca contiene tutte le combinazioni possibili, potremo trovare dei libri che contengono intere pagine di senso compiuto, e addirittura le copie esatte di libri a noi noti, come la Divina Commedia o la Bibbia, ed anche libri che contengono verità a noi ancora sconosciute. In un certo scaffale, dice il protagonista del racconto, “deve esistere un libro che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri”, ovvero “un libro totale” che contenga tutta la conoscenza possibile. Questo pensiero lo conforta e lo rende felice: la Verità esiste, anche se noi non la conosciamo ancora, e si trova scritta su uno dei libri della Biblioteca di Babele. Ebbene, per evitare al lettore la fatica di cercare tale Biblioteca e di andare a pescare il libro giusto tra i miliardi e miliardi di libri in essa contenuti, è stato pubblicato Il segreto dell’universo: così adesso il “libro chiave” auspicato da Borges è disponibile a tutti.

Scherzi a parte, Il segreto dell’universo è il tanto atteso “riassunto” del libro Ipotesi sulla realtà, arricchito con nuovi argomenti (soprattutto quelli esposti nei capitoli 3, 4, 5 e 7). Ipotesi sulla realtà è stato pubblicato per la prima volta nel 1991 dall’Editore Lalli, e nel corso degli anni è stato molto apprezzato da migliaia di lettori. Lusinghiere recensioni lo hanno definito convincente, semplice, comprensibile, avvincente, completo, all’altezza dei migliori pubblicati negli Stati Uniti o addirittura il miglior testo in materia. Purtroppo però la sua eccessiva lunghezza ne ha ostacolato la diffusione: pur avendo meno di 500 pagine, Ipotesi sulla Realtà contiene molte parti scritte in caratteri piccoli, e praticamente equivale ad un tipico volume di 700 o 800 pagine. D’altra parte un riassunto troppo breve del libro non riuscirebbe a rendere comprensibili e convincenti i temi trattati. Infatti i brevi articoli riassuntivi comparsi negli anni ’90 su diverse riviste sono stati apprezzati molto meno del libro. Anche i numerosi articoli disponibili dal 1996 sul sito www.ipotesi.net sono stati apprezzati poco. Eppure quelle stesse persone che, dopo aver sottovalutato gli articoli del sito, hanno letto l’intero libro, hanno ammesso che i temi trattati erano molto più interessanti e credibili di quanto potesse sembrare. Il segreto dell’universo è un compromesso tra i due estremi: intende essere relativamente breve ma anche abbastanza completo, quel tanto necessario da trasmettere perfettamente il vero contenuto di Ipotesi sulla Realtà.

Poiché l’esperienza ha dimostrato che Il segreto dell’universo non si può rivelare in poche righe o in poche

pagine, dobbiamo rassegnarci a seguire una specie di corso, come quando si impara a guidare l’automobile. Le istruzioni sembrano molto facili: premi la frizione, metti la marcia, premi l’acceleratore, eccetera. È tutto molto semplice da capire, ma per imparare davvero a guidare ed acquisire la padronanza dell’autovettura occorre il tempo opportuno. Nel caso de Il segreto dell’universo bastano pochi giorni o forse poche ore, ma certamente non si può pretendere di capire tutto in pochi minuti.

Il

sito www.ipotesi.net è stato visitato da migliaia di persone che dopo due minuti dicevano “ho capito

tutto

,

mentre in realtà non avevano capito nulla, e andavano in giro per Internet ed Usenet a comunicare le

loro impressioni superficiali, i loro fraintendimenti ed i loro pregiudizi. Questo libro intende ovviare a tali

inconvenienti ed eliminare tutti i possibili equivoci.

Per questi motivi pregherei chi inizia a leggere il libro di proseguire fino alla fine, evitando di giudicarlo dopo poche pagine. Inoltre è necessario seguire l’ordine naturale dei capitoli, resistendo alla tentazione di saltare subito alle parti che sembrano più interessanti, che il lettore non sarebbe ancora in grado di capire, e che probabilmente fraintenderebbe, aggiungendosi alla lista di coloro che affermano di aver capito tutto senza aver capito nulla.

Il libro è strutturato in modo da essere facilmente comprensibile ad una persona media, che ha delle

conoscenze scientifiche non particolarmente approfondite, ma ha fiducia nella scienza: anche la sequenza dei capitoli è stata opportunamente studiata affinché la lettura sia agevole e logica. Alcune parti sono stampate in caratteri più piccoli: esse sono poco importanti e possono essere ignorate ad una prima lettura.

Per quanto riguarda i riferimenti a diversi testi, articoli, fonti, si è scelto di ridurli al minimo, visto che oggi siamo nell’epoca di Internet e chiunque può ritrovare facilmente ogni tipo di informazione, tramite i migliori motori di ricerca: quando per esempio entreremo dei dettagli di certi fenomeni fisici e diremo che il ponte di Tacoma nello stato di Washington crollò nel 1940 per un insolito “fenomeno di risonanza”, o quando diremo che Weiss ha evidenziato che le onde cerebrali nelle analisi elettroencefalografiche rivelano un modello “quantizzato” del cervello, chiunque può trovare i relativi articoli specialistici attraverso una ricerca avanzata su www.altavista.it o su www.google.it o su un altro motore di ricerca serio.

Un’ultima cosa: molte persone mi hanno sconsigliato di adottare questo titolo, Il Segreto dell’Universo,

poiché troppo presuntuoso ed altisonante. Pare che tale titolo sia già stato utilizzato con scarso successo da Asimov, il celebre divulgatore scientifico e scrittore di fantascienza. Ho meditato a lungo sulla questione, ma alla fine ho deciso che questo era veramente il titolo più indicato. So che ciò comporterà diverse critiche e derisioni, ma questo non ha alcuna importanza.

E a questo punto

possiamo partire nella nostra avventura alla scoperta del Segreto dell’universo.

Capitolo 1

Il contrasto tra scienza e religione

Voglio conoscere il pensiero di Dio quando ha creato il mondo. Albert Einstein, fisico.

I - La spiegazione mancante. Immagina di comprare una nuova automobile, una nuova lavatrice o un nuovo impianto stereofonico. Appena giunto a casa, apri il pacco con trepidazione e trovi il tuo bellissimo stereo integrato e compatto. Cerchi il manuale di istruzioni, ma stranamente non lo trovi: cerchi e ricerchi, ma il manuale non c'è. Allora torni precipitosamente al negozio per chiedere spiegazioni. Ma il negoziante ti risponde che il manuale di istruzioni non esiste! Mentre tu ascolti incredulo, il negoziante illustra la strana situazione: per ovviare all’inconveniente del manuale mancante, diverse organizzazioni hanno provveduto a pubblicare dei manuali non ufficiali. Purtroppo però le rispettive interpretazioni si trovano in disaccordo sull’uso e sullo scopo di varie funzioni dello stereo. Vi sono perfino dei tasti che non trovano spiegazione in alcuna delle diverse interpretazioni.

Continui perplesso ad ascoltare il negoziante, che accenna perfino a diverse controversie legali tra le diverse organizzazioni Assurdo? Non tanto. Quando un bambino nasce, non porta con sé alcun manuale: non vi sono istruzioni

in dotazione. In compenso esistono varie dottrine religiose, filosofiche e scientifiche che tentano di ovviare a

tale inconveniente e spiegano che cosa devono fare gli esseri umani nella loro vita. Il guaio è che le diverse dottrine non sono sempre in accordo tra di loro: anzi, spesso si trovano in contrasto, e nel corso della storia

vi sono state perfino delle guerre o delle rivoluzioni proprio per questi dissensi!

È vero che vi sono alcuni principi su cui tutti concordano: per fare un esempio semplicissimo, tutti concordano sul fatto che gli esseri umani devono mangiare per poter sopravvivere. Ma perfino in questo caso così ovvio e incontestabile, esistono delle controversie. Senza spingerci fino ad incredibili

testimonianze a riguardo di esperti di Yoga che sarebbero in grado di sopravvivere senza mangiare, ed anche trascurando i dissidi tra vegetariani e sostenitori della carne come componente fondamentale dell'alimentazione, possiamo ricordare che i musulmani non possono mangiare carne suina né bere alcool, gli induisti non possono mangiare carne bovina, eccetera. Questo ci dimostra che sarà arduo fare chiarezza sulla questione: ma noi certamente non ci spaventiamo

né ci scoraggiamo per questo e vogliamo giungere a scoprire il segreto della vita e dell’universo.

II - Scienza e religione sono conciliabili? Le concezioni oggi dominanti in Europa e negli altri paesi occidentali sono essenzialmente due: la tradizionale visione della religione cristiana, basata sulla Bibbia, e la concezione scientifica che emerge dalle sensazionali scoperte degli ultimi quattro secoli. Secondo molti scienziati ed anche secondo molte persone comuni tali due concezioni sono in conflitto. Non manca però chi le ritiene compatibili ed auspica il superamento delle apparenti discordanze. Vi è addirittura qualcuno che nega l’esistenza di una contraddizione. Chi ha ragione? L’ambizioso titolo di questo libro presuppone che esista una soluzione a tale dilemma. Ma prima di arrivare ad essa, dovremo analizzare in dettaglio l’intera questione. La confusione è molta e per poter procedere nella nostra analisi abbiamo bisogno di semplificare: pertanto per adesso ci limiteremo alla sola cultura occidentale.

III - Visione tradizionale del mondo secondo la religione. Quando eravamo bambini ci hanno insegnato che Dio creò l'universo in sette giorni: il primo giorno creò

la luce, la separò delle tenebre e nacque così il ciclo del giorno e della notte. Il secondo giorno creò il cielo,

il terzo giorno la Terra, il quarto giorno il Sole e la Luna, il quinto giorno gli animali che vivono nell'acqua ed i volatili, il sesto giorno gli animali che vivono sulla terra e l'uomo. Infine, il settimo giorno, si riposò. Secondo questa storia della creazione, tratta dal primo libro della Bibbia, la Genesi, l'uomo fu formato dalla polvere (Genesi 2,7) e tuttavia fu creato ad immagine e somiglianza di Dio (1,26), il Quale era puro Spirito (1,2). In seguito il primo uomo e la prima donna, Adamo ed Eva, commisero il "peccato originale" e per questo motivo Dio li scacciò dal Paradiso terrestre condannandoli ad una vita di fatiche e di stenti: "Col sudor di tua fronte mangerai il pane, finché ritornerai alla terra da cui sei stato tratto, poiché tu sei polvere e in polvere ritornerai!" (3,19). Nei secoli seguenti gli uomini abusarono del "libero arbitrio" di cui Dio li aveva dotati e commisero peccati di ogni genere. Così si rese necessaria la nascita di Gesù, Figlio di Dio, per redimere le colpe dell'umanità. Questo è l'insegnamento che ci ha dato la religione cristiana e che ha dominato l'Europa per secoli, permettendo un certo sviluppo morale, civile, sociale (e conseguentemente anche economico), sia pure tra diversi problemi e tante ingiustizie. Intorno al 1600 o al 1700, con la nascita della scienza moderna, tale concezione tradizionale iniziò ad essere messa seriamente in discussione. Per essere precisi, la ricerca di indipendenza ed il processo di allontanamento dalla “dittatura” teologica medievale erano già iniziati intorno al 1500, con l’Umanesimo ed il Rinascimento. Il primo passo fondamentale che doveva capovolgere la concezione tradizionale dell’universo fu dovuto alla cosiddetta rivoluzione astronomica.

IV - Rivoluzione astronomica e nascita della scienza. Fino al sedicesimo secolo si riteneva che la Terra fosse al centro dell’universo (modello geocentrico di Tolomeo). Dante, che pure era dotato di conoscenze non banali sul movimento apparente degli astri ed era conscio della sfericità della Terra, nella semplice struttura cosmologica della Divina Commedia aveva posto la Terra stessa al centro dell’universo: l’Inferno si trova così sotto la superficie terrestre, il Purgatorio si trova sulla Terra ma agli antipodi rispetto al Mediterraneo, ed il Paradiso si trova nei cieli: esso comprende la Luna ed i pianeti allora noti (da Mercurio a Saturno) e si estende oltre le stelle fisse, che erano considerate dei semplici punti luminosi stampate sulla “sfera celeste”. Nel corso del sedicesimo secolo Copernico propose un modello eliocentrico (in realtà già concepito nell’antichità dall’astronomo Aristarco di Samo), secondo cui il Sole si trovava al centro dell’universo e la Terra era un semplice pianeta che ruotava, come gli altri, intorno al Sole. Il frate e filosofo Giordano Bruno sostenne tale modello estendendolo a tutte le stelle, immaginando che esse fossero altri Soli come il nostro e che ciascuna stella fosse il centro di un sistema solare che includeva pianeti abitati: si trattava di una visione modernissima che gli costò la condanna al rogo da parte della Chiesa, anche perché nel suo furore romantico Bruno aveva spiritualizzato tutta la Natura giungendo ad una sorta di panteismo (tutte le cose sono divine). Galileo, fondatore della scienza moderna, portò prove evidenti della validità del modello eliocentrico grazie alle sue osservazioni col cannocchiale, un nuovo strumento che egli aveva praticamente inventato o enormemente migliorato. Ad esempio egli scoprì quattro satelliti che orbitavano intorno a Giove, smentendo il principio secondo cui tutto doveva ruotare intorno alla Terra; ed osservò le fasi del pianeta Venere, simili alle fasi lunari, le quali dimostrarono la validità del modello eliocentrico di Copernico a scapito dell’antico modello geocentrico di Tolomeo. Ma non fu solo la “rivoluzione astronomica” a cambiare il modo di vedere l’universo. Galileo infatti, con le sue ricerche di fisica elementare, fondò la scienza moderna. Osservando la superficie della Luna per mezzo del suo cannocchiale, egli si era reso conto che vi erano pianure (o “mari”) e montagne che producevano ombre variabili a seconda della posizione del Sole. Così egli dedusse che i cieli non erano “divini” e “incorruttibili” come si era creduto fino ad allora, sulla base dell’antica dottrina del filosofo Aristotele (si ricordi che il Paradiso di Dante includeva la Luna, i pianeti e le stelle fisse!). Sulla base delle sue osservazioni, Galileo immaginò che l’universo fosse regolato da leggi matematiche, che pur essendo di origine divina erano le stesse sia sulla Terra che nei cieli. Così egli iniziò a studiare il comportamento fisico dei cosiddetti “oggetti volgari”, ovvero semplici oggetti materiali come sassi, palline, piani inclinati di legno su cui far rotolare le palline, o secchi d’acqua da cui filtravano gocce d’acqua che fungevano da cronometro rudimentale Grazie ai suoi esperimenti, Galileo misurò l’accelerazione di gravità (egli iniziò lanciando oggetti dalla Torre di Pisa, almeno secondo la leggenda); scoprì l’isocronia del pendolo (osservando i lampadari nel Duomo di Pisa); ed in generale evidenziò che il movimento ed il comportamento degli “oggetti volgari” era comprensibile e prevedibile in termini matematici. Egli ebbe l’inestimabile merito di creare il metodo sperimentale o metodo scientifico: da un grande numero di prove particolari Galileo traeva delle leggi

generali (metodo induttivo), da cui era poi possibile fare previsioni su altri casi particolari (metodo deduttivo). Ciò univa mirabilmente la sperimentazione empirica tipica degli ingegneri (ed in questo furono decisive le influenze di Leonardo da Vinci e del filosofo Francis Bacon) con il razionalismo degli antichi greci, che pretendevano di capire tutto con la ragione, senza preoccuparsi di verificare accuratamente le loro affermazioni per mezzo di esperimenti concreti (per questo non raggiunsero in fisica gli stessi risultati straordinari che avevano ottenuto nello studio della geometria). Galileo enunciò i primi principi fondamentali della fisica come il principio di inerzia o il principio di relatività (che tre secoli più tardi verrà generalizzato da Einstein). Nacque così la fisica come scienza vera e propria, in contrapposizione alla fisica di Aristotele, basata solo sui suoi ragionamenti e sulle sue convinzioni e quindi di scarsissima validità. Occorre riconoscere però che alcune ricerche e scoperte dell’antichità meritano di essere considerate pienamente valide e scientifiche: è questo il caso degli studi di Archimede sulle leve o sul galleggiamento dei corpi, degli studi di Pitagora riguardo all’acustica, o di certi studi specifici di alcuni astronomi (anche se collocati in un erroneo sistema geocentrico).

V - Sviluppi della scienza nei secoli XVII e XVIII. Galileo dimostrò che gli “oggetti volgari” si adeguavano a delle leggi meccaniche ben determinate e precise. Pertanto si poteva scorgere una struttura matematica anche nel comportamento dei banali oggetti materiali sulla Terra e non solo nel movimento degli astri nel cielo. Da allora lo sviluppo della fisica e delle altre scienze fu grandioso ed inarrestabile. Il filosofo, matematico e fisico Cartesio contribuì in maniera decisiva a tale sviluppo. Keplero enunciò le leggi fondamentali del moto dei pianeti, evidenziando che le loro orbite erano ellittiche e non esattamente circolari (come si credeva fino ad allora sempre in virtù della convinzione che le caratteristiche dei cieli fossero perfette). Si tratta ancora in un’epoca di transizione, in cui si cerca di far convivere le convinzioni teologiche tradizionali con le nuove conoscenze scientifiche che pure sembrano superarle inesorabilmente. Non manca inoltre l’influenza di una concezione magica del mondo che si era diffusa durante il Rinascimento, grazie a filosofi come Bruno: così per noi è sorprendente il fatto che Galileo e Keplero conoscessero bene l’astrologia e compilassero oroscopi. Forse Galileo intendeva solo arrotondare il suo magro stipendio in lire veneziane, ma sicuramente Keplero era convinto della validità dell’astrologia, o almeno concepiva l’universo in termini mistici. Newton continuò il lavoro di Galileo ampliandolo in misura enorme e sistemandolo nella meccanica

classica. Anzitutto riprese gli studi di Galileo sulla caduta dei “gravi” (cioè degli oggetti pesanti) giungendo

a formulare la grandiosa teoria della gravitazione universale, che unifica la gravità terrestre con la gravità

celeste, ovvero fornisce contemporaneamente una spiegazione del peso degli oggetti terrestri e della loro tendenza a cadere verso il basso, e del moto dei pianeti e di tutti gli astri nel cielo. In apparenza si tratta di due fenomeni completamente diversi, che fino ad allora nessuno aveva pensato di associare. Newton inoltre diede una definizione matematica esatta del concetto di forza, che permette di dedurre esattamente il movimento degli oggetti, e diede contributi decisivi per lo sviluppo dell’ottica e dell’analisi matematica. Con le nuove conoscenze di fisica i progressi della tecnica divennero inarrestabili: presto sarebbero arrivate la macchina a vapore ed altre invenzioni, impensabili nei secoli precedenti, da cui seguì la “rivoluzione industriale”, tappa fondamentale del progresso umano.

Il secondo capitolo di questo libro sarà dedicato ad un’analisi più approfondita degli sviluppi della fisica

e marginalmente anche delle altre scienze che nel frattempo stavano nascendo o venivano riformate in base

al metodo sperimentale galileiano (chimica, biologia, medicina, astronomia, eccetera). La presente panoramica generale invece intende evidenziare gli effetti dello sviluppo della scienza sulle convinzioni e sulla mentalità dell’uomo occidentale: il progresso della scienza e della tecnica sembrava coincidere con una svalutazione sempre più netta della teologia e della religione, i cui insegnamenti sembravano essere superati o espressamente contraddetti dalle nuove scoperte. Già Galileo aveva dovuto fare i conti con la Chiesa, che lo condannò all’isolamento ad Arcetri per aver sostenuto e difeso il modello eliocentrico, che veniva considerato eretico dalla Chiesa. Infatti esso non si accordava col principio che l’uomo fosse stato creato ad immagine e somiglianza di Dio e si trovasse al centro dell’universo, come sottinteso nella Bibbia (visione antropocentrica). Galileo, a differenza di Bruno, fu condannato all’isolamento e non a morte perché rinnegò l’eliocentrismo. Ma rimase celebre la frase che egli avrebbe bofonchiato alla fine del processo, riferendosi evidentemente al moto della Terra intorno al Sole: “Eppur si muove”.

VI - Meccanicismo, illuminismo e diffusione dell’ateismo. I successi della fisica meccanicistica influenzarono enormemente le convinzioni degli intellettuali del diciottesimo secolo. Nacque così l’illuminismo, una corrente di pensiero che riponeva fiducia illimitata nella

fiducia dell’uomo, rinnegando i dogmi tradizionali della religione. Ad esempio il concetto di “fede”, che si fonda sul sentimento e non sulla ragione, era inaccettabile per gli illuministi, che sulla base dei risultati della scienza sostenevano che l’approccio alla verità doveva essere di natura razionale e non emotiva. Nacquero così strane forme di religioni “razionali” come il deismo, e si ebbe una larga diffusione dell’ateismo, più che in ogni altra epoca precedente. Alcuni filosofi, come La Mettrie, portarono alle estreme conseguenze le convinzioni materialistiche, meccanicistiche ed ateistiche, rifiutando e negando l’esistenza di ogni forma di “spirito” e dichiarando che l’uomo e gli animali sono semplici macchine mosse dalle leggi della fisica, in maniera simile a degli orologi o dei congegni meccanici particolarmente complessi:

praticamente degli automi. Secondo questa visione, la mente dell’uomo è solo una conseguenza secondaria

di tali movimenti meccanici, una sorta di fenomeno spurio causato accidentamente dalle combinazioni della

materia e dal suo movimento interno. Tali affermazioni di La Mettrie possono essere comprese se si considerano i risultati che la fisica e l’ingegneria stavano ottenendo in quell’epoca. La meccanica di Newton infatti può prevedere con precisione straordinaria il movimento non solo dei pianeti, ma, in maniera perfettamente analoga, di qualsiasi altro oggetto o sistema meccanico, purché si conoscano esattamente le forze che agiscono sul sistema in questione. L’evoluzione di un sistema meccanico quindi risulta prevedibile e predeterminata, con una precisione eccezionale, che apparentemente non sembra soggetta ad alcuna limitazione (determinismo). Laplace, grande matematico e fisico, nel 1802 ebbe modo di esporre a Napoleone la teoria materialistica e deterministica su cui si basava la concezione della fisica. Alla fine Napoleone rimase meravigliato poiché Dio non era stato menzionato, e perciò domandò a Laplace quale fosse il ruolo di Dio in quel sistema del mondo. Laplace rispose: “non ho avuto bisogno di codesta ipotesi”. Alla fine del diciottesimo secolo nasce la chimica, basata sulla teoria atomica: si scopre che tutta la materia, allo stato solido, liquido o aeriforme, è composta da particelle piccolissime, chiamate “atomi”, in conformità al termine usato nell’antichità dai filosofi Leucippo e Democrito. La chimica risulta subito in grado di dare una spiegazione delle proprietà di tutti i materiali conosciuti, e porterà presto alla creazione di nuovi materiali. Nella stessa epoca si sviluppano gli studi sull’elettricità e sul magnetismo, che permetteranno ulteriori straordinari sviluppi della tecnologia.

VII - La svalutazione del ruolo dell’uomo nell’universo. Per quanto riguarda gli studi scientifici sugli esseri viventi, già nel secolo diciassettesimo Hooke aveva scoperto che essi sono costituiti da migliaia di piccole particelle chiamate “cellule”, visibili solo al microscopio. La teoria cellulare, sviluppata nel diciannovesimo secolo, evidenziò che le cellule a loro volta sono costituite di composti chimici che contengono elementi materiali ordinari (carbonio, ossigeno, idrogeno, azoto, eccetera), ovvero sono costituite di atomi proprio come la materia inanimata, sebbene mostrino una insolita capacità di organizzazione. Così la scienza non riusciva a trovare nell’uomo l’anima di cui parlavano le religioni, ma solo elementi materiali.

Nel corso del diciannovesimo secolo Darwin diede un’ulteriore stoccata alla vanità dell’uomo. Con la sua teoria dell’evoluzione biologica evidenziò che gli esseri viventi si sono evoluti nel corso di milioni di anni

da organismi semplici ad organismi sempre più complessi, fino ad arrivare all’uomo. Darwin commentò

tutto questo con le seguenti parole: “Nella sua arroganza l'uomo attribuisce la propria origine a un piano divino; io credo più umile e verosimile vederci creati dagli animali”. Oggi la biologia evoluzionistica afferma che l’uomo discende dalle scimmie, le quali discendono da organismi più semplici, e così via, fino a retrocedere a semplici cellule che si ritengono nate per caso sulla Terra circa tre miliardi di anni fa, grazie a combinazioni chimiche accidentali avvenute in acque poco profonde e ricche di elementi, che costituivano il cosiddetto brodo organico primordiale. Secondo la biologia ufficiale, lo sviluppo della vita dal brodo primordiale è avvenuta per caso: scontri accidentali tra le molecole hanno formato strutture sempre più elaborate, formando organismi sempre più complessi. La macromolecola del DNA, che contiene il codice genetico di ogni organismo, ha gradualmente subito delle mutazioni accidentali, e si sono conservate solo quelle combinazioni che fortuitamente si rivelavano più adatte a sopravvivere nell’ambiente circostante, mentre le altre sono scomparse, secondo un cinico meccanismo chiamato selezione naturale. Nel corso del diciannovesimo secolo si comprende definitivamente anche che il Sole non si trova al centro dell’universo. La rivoluzione astronomica aveva sostituito il Sole alla Terra al centro del nostro sistema planetario (detto appunto sistema solare), ma si continuava ancora a credere che esso fosse al centro

dell’universo (solo pochi, come Bruno, credevano all’esistenza di innumerevoli sistemi solari, nessuno dei quali poteva ritenersi centrale). All’inizio del ventesimo secolo risulta ormai chiaro che il nostro Sole è una stella comune, di dimensioni medio-piccole, situata in una zona semi-periferica di una galassia qualsiasi, chiamata Via Lattea. L’uomo perde sempre più importanza rispetto all’immensità dell’universo materiale. E siccome le disgrazie non vengono mai sole, in questi anni arriva pure la psicoanalisi di Freud, che evidenzia che la psiche dell’uomo è fortemente condizionata dalle pulsioni inconsce (di natura praticamente animale), solo di poco mitigate dalla moralità collettiva.

VIII - La fisica del ventesimo secolo. Nel corso del ventesimo secolo la fisica continua il suo sviluppo. La teoria della relatività di Einstein implica l’esistenza di alcuni paradossi che sembrano contraddire il comune buonsenso e costringono i fisici

a rivedere i concetti di spazio e di tempo. Tale teoria inoltre evidenzia che la materia è una particolare forma di energia: la celebre formula di Einstein E=mc 2 , che tutti conoscono ma di cui pochi sanno il significato, in termini semplici significa proprio questo. La massa di ogni particella materiale equivale ad una certa energia, ed in particolari circostanze le particelle possono disintegrarsi e liberare l’energia corrispondente (si pensi alla bomba atomica). Intanto gli studi sulla struttura dell’atomo rivelano che esso è un sistema fisico costituito da particelle

ancora più piccole in movimento, il protone, il neutrone e l’elettrone. Tali particelle elementari obbediscono

a strane leggi, descritte dalla cosiddetta meccanica quantistica, e rivelano che la loro natura non è puramente

“corpuscolare” (cioè non si tratta di vere e proprie particelle materiali paragonabili a piccole palline dure) ma

è anche “ondulatoria”, ovvero sono descrivibili in termini di onde che si propagano nello spazio: questo è

uno dei tanti paradossi della meccanica quantistica, che rivela i limiti della concezione materialistica e meccanicistica ottocentesca e propone nuovi modelli della realtà fisica. Secondo alcuni autori particolarmente audaci la fisica contemporanea apre prospettive completamente nuove e spiana addirittura la strada a concezioni dell’universo in cui la figura dell’uomo cosciente può essere inaspettatamente riabilitata: si pensi alle teorie audaci di fisici come Fritjof Capra (Il Tao della Fisica, Adelphi 1975) o Fabrizio Coppola (Ipotesi sulla Realtà, Lalli 1991).

IX - Le profezie sulla morte della religione. Ma invece di seguire teorie azzardate, torniamo alla nostra analisi storica. Agli inizi del ventesimo secolo l’immagine che l’uomo ha di se stesso nell’universo è davvero desolante: egli è nato per motivi accidentali dal “brodo primordiale” e si trova a vivere in una realtà materiale e meccanica impersonale e del tutto insensibile alla sua esistenza. Questa immagine sembra scaturire dall’indagine scientifica della realtà, che ottiene successi straordinari dal 1600 in poi fino a portare alla straordinaria tecnologia attuale, che rende possibili i viaggi spaziali, l’elaborazione di suoni, immagini ed informazioni tramite il computer, la loro trasmissione praticamente istantanea da una parte all’altra del mondo, ed altri miracoli La visione tradizionale insegnata dalla religione a questo punto sembra lontanissima dalla realtà. L’ateismo si diffonde sempre più e molti si chiedono come possano esistere milioni di persone che continuano a credere nell’esistenza di Dio. Già nel diciottesimo secolo l’illuminista Voltaire aveva profetizzato che entro un secolo la religione cristiana sarebbe scomparsa. Nel secolo diciannovesimo altri filosofi, alcuni anche antitetici tra di loro come Marx e Nietzsche, attaccarono il cristianesimo e tutte le religioni, prevedendo la loro fine imminente. Tuttavia la religione cristiana esiste ancora oggi, anche se non esercita più quel ruolo egemonico tipico dei secoli passati. Questo non fa altro che acuire il contrasto da cui abbiamo iniziato la nostra analisi: la domanda formulata nel secondo paragrafo (chi ha ragione?) rimane irrisolta. Da un lato la scienza con i suoi straordinari successi sembra aver superato la concezione tradizionale dell’universo imposto dalla religione. Dall’altro lato la religione gode di buona salute (anche se non ottima), ed è sopravvissuta nonostante le profezie dei filosofi citati. Forse la religione non è “l’oppio dei popoli”, come sosteneva Marx, bensì un’esigenza insita nell’animo umano o almeno sentita da una grandissima parte dell’umanità. Sembra che la concezione religiosa soddisfi l’uomo da un punto di vista emotivo, mentre quella scientifica lo soddisfi da un punto di vista razionale. Purtroppo però le due spiegazioni non sono coordinate tra di loro e appaiono in contrasto reciproco. Sarebbe facile calarsi nella polemica ed assumere una posizione su uno dei due fronti. Ad esempio si potrebbe aderire alla posizione espressa dal seguente detto, che circola negli ambienti ateistici di Internet:

“mi rifiuto di adorare un Dio che mi ha creato imperfetto per potermi un giorno punire”.

Oppure si potrebbe rispondere alle accuse di Marx sottolineando che le nazioni in cui è stato imposto l’ateismo non hanno raggiunto risultati utili al progresso civile, sociale, morale, politico ed economico come da lui previsto o auspicato. Ma non è nostra intenzione schierarci da una o dall’altra parte, anche perché le posizioni all’interno dei due grandi blocchi (atei e credenti) sono varie ed articolate. L’unico nostro desiderio è fare chiarezza sull’intera questione.

X - La patologica duplicità della cultura contemporanea. Lo sviluppo storico che abbiamo visto nei paragrafi precedenti rispecchia ciò che abbiamo imparato

durante l’infanzia e l’adolescenza: da una parte ci hanno insegnato i precetti della religione cristiana, dall’altra ci hanno illustrato le scoperte della scienza, che sembrano inquadrarsi in una concezione diversa e forse incompatibile con la prima. Infatti secondo la religione l’uomo ha un ruolo di stretta parentela con Dio, e può quindi vantare un’origine nobilissima (anche se parzialmente compromessa dal peccato originale). Secondo la visione sottintesa dalla scienza invece l’uomo ha un’origine ben poco nobile, essendo un animale evolutosi in seguito a combinazioni accidentali e prive di scopo da una brodaglia di elementi chimici. Mettiamo quindi a confronto le due verità che ci hanno insegnato:

- L'uomo è stato creato da Dio Stesso a sua immagine e somiglianza e riveste un ruolo di primaria

importanza nell'universo, e tuttavia è solo un animale particolarmente evoluto, che discende dalle scimmie e

da altri organismi più semplici e primitivi nati accidentalmente in seguito a mutazioni genetiche casuali; un animale che avrebbe anche potuto non esistere senza cambiare praticamente nulla nel quadro generale dell’Universo.

- La vita è sacra ed eterna poiché è la suprema manifestazione dello Spirito Divino, e tuttavia è

temporanea, caduca e priva di significato poiché è nata per puro caso in seguito ad interazioni chimiche accidentali tra elementi puramente materiali nel cosiddetto “brodo primordiale”.

- La Terra è un luogo di importanza fondamentale nell’Universo, poiché Dio vi ha fatto nascere gli

uomini, creati a Sua immagine e somiglianza, e tuttavia è un piccolo ciottolo sperduto nell'immensità del

cosmo materiale, arido, freddo ed impersonale; un ciottolo che avrebbe anche potuto non esistere senza cambiare praticamente nulla nel quadro generale dell’Universo.

- L'Universo è una meravigliosa manifestazione della Suprema Intelligenza Divina, e tuttavia è un

congegno materiale abbandonato a se stesso, che si muove come un mero meccanismo senza scopo né significato. Tutto logico e coerente, vero? Benissimo: il lettore che non vede alcuna contraddizione in tutto ciò, non ha alcun motivo di leggere questo libro. Alcune persone invece vedono un contrasto ma lo ritengono facilmente sanabile: tra questi è inevitabile menzionare il celebre fisico Antonino Zichichi, la cui posizione a tal riguardo risulta incomprensibile per altri scienziati (che la considerano insostenibile). C’è poi chi accetta solo una delle due concezioni, scartando l’altra, e ritiene che non vi sia altro da aggiungere. Ebbene, io non mi rivolgo a costoro. Mi rivolgo invece a coloro che scorgono chiaramente una contraddizione in questa doppia verità, che la percepiscono come un’ambiguità, una dissociazione patologica o perfino una “schizofrenia” che affligge alla base la cultura contemporanea, e che sentono che vi dev'essere una spiegazione più profonda, valida e completa, capace di soddisfare contemporaneamente mente e cuore, e non uno o l'altro separatamente. Non vogliamo giungere agli estremi di negare o ignorare l’evoluzione biologica, come si fa in certe scuole private di ispirazione cristiana, o di imporre l’ateismo come si è fatto in

diverse nazioni. Ebbene, nel corso del libro arriveremo a riconoscere che le due concezioni sono solo aspetti parziali di una verità più ampia. Ma allo stadio attuale la soluzione del dilemma potrebbe risultare incomprensibile o ridicola, perciò occorre procedere per gradi. È strettamente necessaria una indagine lucida e determinata che faccia chiarezza su diversi punti cruciali.

Capitolo 3

Le scoperte della fisica quantistica

L'universo comincia a sembrare più simile ad un grande pensiero che non a una grande macchina. James Jeans, astronomo e fisico.

I - La meccanica quantistica. Nel capitolo 2, nei paragrafi tra il XIII e il XVII, abbiamo visto che la meccanica quantistica delinea un quadro insolito della realtà fisica a livello microscopico, cioè molecolare, atomico, e subatomico. Eppure, nonostante le sue stranezze, la teoria "funziona" perfettamente ed ha permesso grandi progressi scientifici e tecnologici. In questo capitolo esamineremo alcuni "paradossi" quantistici che sembrano mostrare i limiti della consueta concezione oggettiva e materialistica dell'universo. Alle scale microscopiche la natura non si comporta in conformità alle leggi della fisica classica, che descrive i fenomeni che coinvolgono i familiari oggetti della vita quotidiana. Come abbiamo visto, il nome della teoria deriva dal concetto di "quanto", introdotto da Planck nel 1900 e ripreso da Einstein nel 1905. La teoria della meccanica quantistica fu sostanzialmente completata intorno al 1930, ma le ricerche sui suoi paradossi vengono effettuate ancora oggi. La lettura dei primi paragrafi di questo capitolo può risultare difficile, ma si consiglia di proseguire pazientemente per poter comprendere perfettamente i sorprendenti paradossi descritti nella parte finale. Per rendere chiari gli esperimenti, alcuni concetti sono stati ripetuti più volte. Chi trova particolarmente ostica la

lettura dei primi paragrafi, può saltare direttamente al paragrafo XI, ma in tal caso non potrà capire il significato

di alcuni termini.

II - Stati quantistici e misurazione fisica. In fisica classica non vi sono limitazioni di principio alla misurazione delle caratteristiche di un sistema fisico: per esempio ad ogni istante possiamo misurare la posizione di un certo oggetto in movimento, la sua

velocità, la sua energia, eccetera. È vero che esistono delle limitazioni "tecniche" o "operative", dovute alla limitata precisione degli strumenti di misura che impieghiamo, ma nulla ci impedisce di costruire strumenti più precisi e sofisticati. Per esempio, per misurare la velocità di un'automobile su una strada e rivelare eventuali eccessi di velocità,

la Polizia Stradale adopera dei dispositivi elettronici. Un dispositivo di questo tipo è capace di misurare con

buona precisione la velocità dell'auto nell'istante in cui la macchina transita davanti all'apparecchiatura. Non vi è

nulla che ci impedisce di rendere ancora più precisa tale misurazione, impiegando dispositivi migliori. Occorre sottolineare che tale dispositivo effettua anche una misura di posizione (perché ovviamente rivela che in quell'istante l'automobile si trovava in quel punto). Con semplici calcoli, è possibile stimare la posizione dell'automobile pochi istanti prima e pochi istanti dopo il transito davanti al dispositivo (poiché in quei pochissimi secondi, per inerzia, la velocità dell'automobile rimarrà approssimativamente la stessa). Vi sarà una certa "approssimazione" o "errore" in questa stima, poiché la velocità in quei pochi secondi potrà variare leggermente, però si tratterà di un errore piuttosto piccolo. Non è così nella meccanica quantistica: gli oggetti "quantistici" (atomi, elettroni, quanti di luce, ecc.) si trovano in certi "stati" indefiniti, descritti da certe entità matematiche (come la "funzione d'onda" di Schrödinger).

Soltanto all'atto della misurazione fisica lo "stato", precedentemente astratto e indefinito, fornisce un valore reale; ma finché la misura non viene effettuata, l'oggetto quantistico rimane in uno stato che è "oggettivamente indefinito", sebbene sia matematicamente definito: esso descrive solo una "potenzialità" dell'oggetto o del sistema fisico in esame, ovvero contiene l'informazione relativa ad una "rosa" di valori possibili, ciascuno con la sua probabilità di divenire reale ed oggettivo all'atto della misura. Per fare un paragone con l'automobile di prima, quando essa viene rivelata dal nostro dispositivo possiamo dire che l'auto si trova veramente in quel punto (misura di posizione). Ma in meccanica quantistica vi sarebbero delle forti limitazioni alle misure che possiamo effettuare: per esempio non potremmo conoscere precisamente la velocità dell'oggetto in quell'istante (per il principio di indeterminazione di Heisenberg). Inoltre, non potremmo prevedere la posizione dell'auto dopo due secondi: potremmo solo dare una stima molto approssimativa, ovvero potremmo solo prevedere l'evoluzione della sua "funzione d'onda". La funzione d'onda però ci darà solo una vasta "rosa" di posizioni possibili per l'automobile, e per sapere con certezza dove l'automobile si troverà realmente, dovremo effettuare una nuova misura. La "rosa" di possibilità talvolta può dare risultati sorprendenti o incredibili. È il caso del cosiddetto effetto tunnel, che è uno dei tanti fenomeni quantistici "stravaganti". Esso è impiegato anche nelle tecnologie dei semiconduttori ed è responsabile anche della emissione di particelle da parte dei materiali radioattivi. L'effetto tunnel permette alle particelle quantistiche di avere una probabilità di trovarsi fuori dai confini imposti dalla fisica classica.

Per fare un esempio facilmente comprensibile, consideriamo una piscina vuota, con una palla in movimento al suo interno. La palla si sposta da una parte all'altra della piscina rimbalzando contro le pareti e sul fondo, senza però avere l'energia necessaria per uscire. Ad esempio, la piscina è profonda due metri ed i rimbalzi disordinati della palla arrivano al massimo ad un metro di altezza. Ammettiamo pure che non vi sia perdita di energia per attrito, cioè la palla sia perfettamente elastica e la resistenza dell'aria sia del tutto trascurabile (in realtà la dissipazione di energia per attrito tende a ridurre la velocità della palla, che dopo pochissimi minuti si fermerà del tutto). Anche in tale caso ideale la palla non potrà uscire dalla piscina, poiché non potrà comunque superare il metro di altezza: si dice che le pareti della piscina rappresentano una "barriera di energia potenziale". Ebbene, in ambito quantistico, una particella in una situazione analoga avrebbe comunque una certa probabilità (seppure minima) di trovarsi al di fuori delle barriere di energia potenziale, cioè di uscire dalla piscina!

III - Stati ed autostati. Questo è il paragrafo più difficile del capitolo e forse dell'intero libro. Ogni particella o sistema fisico in ogni istante si trova in uno stato ben definito. Matematicamente gli stati quantistici sono elementi di uno spazio di Hilbert, uno spazio astratto che alcuni fisici definiscono come uno "spazio delle potenzialità" o delle "possibilità". Le grandezze fisiche che possono essere misurate (posizione, velocità, energia, momento magnetico, eccetera) sono chiamate osservabili. Per fissare le idee, immaginiamo che l'osservabile che vogliamo misurare sia l'energia di un elettrone. Nel linguaggio della meccanica quantistica, si dice che all'atto della misura dell'osservabile energia lo stato collassa in uno dei tanti potenziali autostati ammessi da quell'osservabile (l'energia). Che cosa significa? Che cosa sono gli autostati? Gli autostati sono quei particolari stati che forniscono una misura oggettiva della nostra osservabile. Invece gli altri stati non possono dare un valore definito della nostra osservabile, poiché prevedono una rosa di risultati diversi (ciascuno con la propria probabilità), e vengono detti stati di sovrapposizione. In termini estremi, possiamo dire che rispetto alla nostra osservabile solo gli autostati danno un valore "oggettivo" nella realtà fisica, mentre gli altri stati non possono dare valori "oggettivi", prevedibili e certi, pur descrivendo perfettamente il sistema quantistico in esame.

Proviamo a vedere un semplice esempio. Consideriamo un elettrone che si trova in un certo sistema fisico e cerchiamo di misurare

la sua energia in un dato istante. Prima della misura, esso non avrà un'energia definita, ma si troverà in uno stato potenziale che contiene (ad esempio):

- l'autostato di energia 850 eV, con probabilità del 20%;

- l'autostato di energia 860 eV, con probabilità del 35%;

- l'autostato di energia 870 eV, con probabilità del 45%.

Nota: eV significa elettron-Volt ed è un'unità di Energia utilizzata in fisica atomica, nucleare e sub-nucleare. Per inciso, sono possibili stati molto più complessi di questo. All'atto della misura del valore dell'energia, la natura dovrà "scegliere" uno dei tre possibili "autostati" dell'energia, ciascuno dei quali ha il suo valore (chiamato "autovalore"): 850 o 860 o 870 eV. Essi sono valori "quantizzati", ovvero discreti o discontinui (in parole povere non sono possibili valori intermedi, come 865 eV). Pertanto lo stato iniziale è oggettivamente "indefinito" rispetto all'osservabile energia, poiché è una combinazione (o sovrapposizione) di tre autostati diversi, ed all'atto della misurazione dovrà "collassare" in uno dei tre possibili "autostati", che danno valori validi dell'energia nella realtà fisica oggettiva. Ogni volta il risultato potrà essere diverso, e ciascun "autovalore" ha la sua probabilità di uscire. La cosa strana è che lo stato in questione, che non ha un

valore oggettivamente definito rispetto all'osservabile energia, potrebbe essere un autostato rispetto ad un'altra osservabile, cioè potrebbe dare un valore oggettivo, definito e certo.

Un esempio molto importante è quello dei noti orbitali atomici che si studiano in chimica. Gli orbitali atomici sono degli autostati o delle autofunzioni d'onda dell'energia (e del momento angolare, ma non approfondiamo). Consideriamo la distribuzione degli elettroni in un atomo di idrogeno. Chi ha studiato un po' di chimica sa che l'elettrone non percorre traiettorie definite, cioè non segue un'orbita determinata intorno al nucleo dell'atomo, ma si trova "sparpagliato" intorno al nucleo, ovvero occupa un certo orbitale (per esempio l'orbitale chiamato 1s, oppure 2s, oppure 2p ecc.). Alcuni testi divulgativi di chimica dicono (impropriamente) che "l'elettrone è così veloce che non può essere localizzato in un punto ma appare distribuito in una nuvola elettronica". Gli orbitali infatti assumono l'aspetto di una sorta di "nuvola", detta appunto nuvola elettronica, con forme determinate: ad esempio una sfera sfumata (orbitale 1s) oppure degli ovali appuntiti e sfumati (orbitali 2p), eccetera. In realtà tale descrizione pittoresca, data per necessità di esposizione, non è scientificamente valida: non è fisicamente corretto dire che "l'elettrone è così veloce che non può essere localizzato in un punto ma appare distribuito in una nuvola elettronica". Sarebbe più corretto dire che l'elettrone è la nuvola elettronica stessa, ma anche questa descrizione sarebbe impropria. L'unica descrizione veramente valida è quella puramente matematica: l'orbitale 1s (o l'orbitale 2s o 2p, eccetera) è un autostato rispetto all'osservabile energia, ma non è un autostato per l'osservabile posizione, rispetto alla quale risulta invece uno "stato di sovrapposizione": perciò l'elettrone in questo stato non può avere una posizione definita ed appare sparpagliato nello spazio, ovvero appare come una "nuvola elettronica". La distribuzione spaziale di tale nuvola viene detta funzione d'onda. In realtà descrivere in termini appropriati ciò che la funzione d'onda rappresenta richiederebbe una lunga trattazione matematica, ma per semplicità possiamo dare la seguente immagine, sempre pittoresca ma meno imprecisa di quella data da molti testi divulgativi: la funzione d'onda in generale è una specie di un'onda distribuita nello spazio e variabile nel tempo, che in alcuni casi rappresenta una "densità di probabilità" di rivelare l'elettrone in un certo punto, ed in altri casi si comporta come un'onda vera e propria (i fisici perdoneranno il fatto che per semplificare la descrizione non si è fatto riferimento al modulo quadro, così come perdoneranno anche altre piccole approssimazioni). Nel caso specifico dell'orbitale atomico, l'onda "si ripiega" su se stessa a causa dell'attrazione del nucleo, ed invece di sfuggire e propagarsi nello spazio, si manifesta come nuvola elettronica (ma si tenga sempre presente che anche questa è una descrizione piuttosto pittoresca). Un'altra domanda a cui non è immediato rispondere è la seguente. Noi sappiamo che le onde hanno bisogno

di un "supporto materiale" per esistere e propagarsi: per esempio le onde del mare si propagano nell'acqua, le

onde sonore (i suoni) si propagano nell'aria (o anche in altri materiali) e le onde che danno origine al suono di

una chitarra nascono nelle onde che percorrono le corde della chitarra stessa. La funzione d'onda invece non ha un supporto materiale, poiché essa stessa rappresenta e costituisce la cosiddetta materia, ed è una sorta di vibrazione nella struttura dello spazio-tempo, da cui noi possiamo ottenere delle previsioni in termini probabilistici.

IV - Il principio di indeterminazione.

Vediamo adesso un esempio simile a quello dell'automobile visto in precedenza. Si consideri la posizione di un elettrone nello spazio (cosa che in fisica classica è ovvia e perfettamente definita). In meccanica quantistica l'elettrone non avrà una posizione definita, come l'automobile, ma avrà una "rosa" di posizioni possibili, descritta collettivamente da una "funzione d'onda". All'atto della misura, l'elettrone verrà rivelato solo in un punto tra quelli possibili, ovvero la "funzione d'onda" collasserà in quel singolo punto. La fisica non è in grado di prevedere quale punto verrà scelto, cioè è incapace di spiegare perché un punto venga preferito ad un altro, e quindi sembra essere presente un elemento casuale, la famosa indeterminazione. Per ragioni di principio, non è possibile prevedere quale valore effettivo si avrà all'atto della misura: a priori

si ha soltanto una rosa di probabilità su certi valori definiti, chiamati autovalori (i quali però sono definiti con

grande precisione). Vi è quindi una "indeterminazione" sui valori della misura. In realtà ciò non altera l'utilità delle applicazioni della meccanica quantistica, che in certi campi, come in spettroscopia, ottiene delle precisioni

sbalorditive sul comportamento collettivo delle particelle. In altre parole, la statistica permette risultati estremamente precisi sul comportamento collettivo del sistema, ma indeterminati sulle singole particelle. Questa strana proprietà dei sistemi quantistici fu espressa da Heisenberg nel 1927 col celebre principio di indeterminazione. Per esempio se misuriamo con grande precisione la posizione di una particella, avremo una certa indeterminazione sulla sua velocità, e viceversa.

V - La realtà è in parte creata dall'osservatore?

In definitiva, gli oggetti quantistici si trovano in certi stati che non sono sempre definiti oggettivamente: per

introdurre una definizione apparentemente audace, ma che verrà giustificata in seguito (dal paragrafo XI in poi),

le caratteristiche reali ed oggettive del sistema fisico sono definite solo quando vengono misurate, e quindi sono "create" in parte dall'atto dell'osservazione. Questa affermazione può sembrare bizzarra, ma ha una validità molto più profonda di quanto si possa immaginare. Molti fisici (tra cui Einstein, paragrafo VII), hanno inizialmente rifiutato questa insolita interpretazione, ma gli esperimenti hanno evidenziato che questa è l'unica soddisfacente. Ciò verrà esaurientemente dimostrato a partire dal paragrafo XI.

La meccanica quantistica quindi introduce due elementi nuovi ed inaspettati rispetto alla fisica classica: una è

appunto l'influenza dell'osservatore, che costringe lo stato a diventare un autostato; l'altra è la casualità nella

scelta di uno tra i diversi possibili autostati (ognuno con una propria probabilità). Il primo elemento inaspettato è la violazione dell'oggettività. Il secondo è l'indeterminazione, che rappresenta

un'inaspettata violazione della perfetta intelligibilità deterministica. Entrambi gli elementi sono estranei alla mentalità della fisica classica, cioè rispetto a quella concezione ideale (galileiana, newtoniana e perfino einsteiniana) che pretende che l'universo sia perfettamente oggettivo ed intelligibile.

La prima interpretazione della meccanica quantistica, che fu proposta da alcuni scienziati negli anni '20,

includeva la figura dell'osservatore come parte del sistema fisico osservato! Così la figura dell'osservatore cosciente fece capolino in una scienza fino ad allora considerata rigorosamente oggettiva (la fisica). Non a caso le grandezze fisiche misurabili in meccanica quantistica, come la posizione, l'energia, la quantità di moto, eccetera, vengono chiamate osservabili. Infatti si sottintende che la loro esistenza ha senso solo in funzione di una possibile osservazione. Questo rivela la strana situazione in cui gli scienziati si trovano nell'analisi dei sistemi quantistici. Con la meccanica quantistica la scienza sembra essere arrivata a rivelare quella misteriosa frontiera tra soggetto ed oggetto che in precedenza era stata del tutto ignorata a causa del principio (nascosto e sottinteso) dell'oggettivazione. Fino agli anni ‘20 la realtà poteva essere considerata del tutto "oggettiva" ed indipendente dall'osservazione di eventuali esseri coscienti. Ma con la formulazione della meccanica quantistica sembrò che si dovesse tener conto necessariamente della figura dell'osservatore cosciente!

VI - L'interpretazione di Copenaghen e le prime reazioni.

La concezione che abbiamo intravisto alla fine del paragrafo precedente è la prima versione della cosiddetta

interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica. Copenaghen è la città di Bohr, in cui operavano anche altri importantissimi scienziati come Heisenberg, Pauli, Born. Tutti questi fisici sono considerati i fondatori della meccanica quantistica insieme a Planck, allo stesso Einstein (che poi criticò i fondamenti di tale teoria), a De Broglie, Schrödinger e Dirac.

Occorre precisare che la meccanica quantistica, pur segnando la fine del concetto di oggettività classica, permette ancora di parlare di "oggettività degli stati quantistici". Infatti gli stati quantistici rimangono sempre esattamente definiti da un punto di vista matematico. Il problema è che si tratta di un tipo di "oggettività" ben diversa e limitata rispetto a quella familiare e sottintesa nella fisica classica, ed è per questo molti fisici preferiscono parlare espressamente di "non-oggettività". Ma torniamo all'interpretazione di Copenaghen.

Vi furono subito delle reazioni a tale concezione, poiché in fisica era sottinteso da sempre che l'universo

esiste oggettivamente, indipendentemente dal fatto che noi lo osserviamo o meno. In effetti, la scienza ebbe il suo grandioso sviluppo fin dal 1600 proprio grazie all'ipotesi dell'oggettivazione. Così i fisici degli anni '20 e '30 cercarono delle soluzioni concettuali per sfuggire a tale insolita situazione (che nella cornice dell'oggettivazione appare del tutto paradossale).

Le reazioni in questione furono numerose ed energiche, e misero a confronto le convinzioni di grandissimi

scienziati, come Einstein (che riteneva che la meccanica quantistica fosse incompleta o comunque inaccettabile

in questa forma) e come Bohr (che sosteneva invece la validità della teoria in questione).

Bohr volle subito eliminare la figura di un osservatore cosciente, troppo scomoda per una scienza ritenuta puramente oggettiva. Così l'interpretazione di Copenaghen fu presto modificata con degli artifici che sostituissero la figura dell'osservatore cosciente. Tale iniziativa si rese necessaria anche per la critica rivolta da Schrödinger con il suo scherzoso "paradosso del gatto", che per brevità qui non citeremo (per inciso, è singolare che Schrödinger assumesse una posizione critica verso la necessità di un "soggetto cosciente" nella teoria quantistica, mentre invece nelle sue considerazioni filosofiche egli considerava l'intero universo come un "prodotto del pensiero"!). In pochi anni così fu messa a punto la versione definitiva della "interpretazione di Copenaghen" della meccanica quantistica. Secondo la versione definitiva dell'interpretazione di Copenaghen, la realtà quantistica resta in uno stato indefinito e "non-oggettivo" (almeno rispetto ai canoni della fisica classica), ma non per questo è necessaria la figura di un osservatore cosciente (anche se nella prima versione essa sembrava necessaria): è sufficiente che avvenga una "reazione termodinamica irreversibile" affinché lo stato non oggettivo diventi uno stato oggettivo. Nel capitolo precedente abbiamo visto che molti fenomeni risultano irreversibili in fisica classica: se per esempio io vengo filmato mentre frullo una mela e poi tale filmato viene proiettato a rovescio (cioè col tempo invertito), tutti possono riconoscere che c'è qualcosa che non va, poiché è impossibile che il frullato possa ricomporre perfettamente la mela originaria. Un altro esempio di fenomeno irreversibile è quello che avviene su una pellicola quando viene scattata una fotografia: non è possibile far ritornare la pellicola allo stato iniziale. Ebbene, quando un elettrone viene "visto" in un rivelatore, lascia dei segni irreversibili o sul rivelatore stesso oppure su un suo supporto (carta fotografica o altro): ciò comporta una "reazione termodinamica irreversibile" tra l'elettrone ed il rivelatore o la carta fotografica, e ciò è sufficiente a rivelarlo nel "mondo oggettivo" della fisica classica senza la necessità di un soggetto cosciente che testimoni tale evento. Fu anche proposta un'interpretazione "operativa" del principio di indeterminazione: per poter misurare una caratteristica di un oggetto fisico, occorre necessariamente interagire con esso, e questa interazione "perturba" inevitabilmente lo stato originario, creando appunto la piccola "indeterminazione". In questo modo, secondo gli scienziati di Copenaghen, si ottiene un'interpretazione del tutto ragionevole ed accettabile dell'indeterminazione. In realtà tutto questo non spiega il "mistero" della non-oggettività delle caratteristiche fisiche prima della misura (e vedremo più avanti che tale non-oggettività è strettamente necessaria per la coerenza della teoria con gli esperimenti e crea degli incredibili paradossi). Inoltre l'espediente di Copenaghen, nato al puro scopo di eliminare la figura del soggetto cosciente dalla teoria, si scontra con varie difficoltà. Anzitutto sembra impossibile che l'esistenza del mondo microscopico, cioè subatomico, debba dipendere da eventi termodinamici irreversibili, ovvero eventi "macroscopici" nell'ambito della fisica classica, mentre in realtà è il mondo macroscopico ad essere costituito da un insieme di eventi microscopici! La situazione è chiaramente contraddittoria, poiché il mondo macroscopico (dei nostri oggetti familiari) è costituito di oggetti microscopici (cioè di atomi e dei suoi costituenti, cioè elettroni ed altre particelle), e non è chiaro come poi l'esistenza stessa di tali oggetti microscopici possa a sua volta essere sancita solo da eventi termodinamici che sono propri ed esclusivi del mondo macroscopico! Nel capitolo precedente infatti avevamo visto che ovviamente la "termodinamica" osservata a livello macroscopico in realtà era prodotta dalla statistica sugli eventi microscopici. Qui viceversa si suppone che la "realtà" del mondo quantistico (microscopico) sia subordinata alla realtà dei fenomeni termodinamici (macroscopici), il che lascia una profonda lacuna concettuale, se non una chiara ed evidente contraddizione. Per questo ed altri motivi, Wigner, Von Neumann ed altri fisici restarono fedeli alla prima versione dell'interpretazione di Copenaghen, secondo la quale occorre la coscienza umana affinché uno stato possa "collassare" in un autostato! Va infine sottolineato che negli anni '90 il gruppo di Chiao, dell'Università di Berkeley, ha dimostrato che il "collasso della funzione d'onda" può essere reversibile, e non è sempre irreversibile come credevano gli

scienziati di Copenaghen (cosa che i fisici degli anni '20 e '30 non potevano ancora sapere

definitivamente la scappatoia basata sui fenomeni termodinamici irreversibili, e ripropone in tutta la loro

stranezza e stravaganza i paradossi quantistici. Ma questi argomenti verranno ripresi più avanti.

). Questo confuta

VII - La reazione di Einstein.

La critica di Einstein e di altri fisici fu molto più radicale: essi sostennero che la meccanica quantistica era una teoria incompleta e provvisoria, che avrebbe dovuto essere perfezionata col tempo per eliminare alcuni aspetti indesiderati, sebbene funzionasse perfettamente sul piano sperimentale. Le obiezioni di Einstein appaiono molto "logiche" e "realistiche", ma erano errate. Col senno di poi, possiamo dire che questa fu una delle poche intuizioni errate di Einstein: la sua "fedeltà" alla concezione puramente oggettiva dell'universo fu così forte da indurlo a dubitare di una teoria - la meccanica quantistica - che lui stesso aveva contribuito a fondare! Anzitutto Einstein non accettava che esistesse un'indeterminazione sulle misure quantistiche, ovvero che i risultati non fossero pienamente determinabili in anticipo: ciò, secondo Einstein, introduceva nella fisica l'influenza del "caso cieco", per lui assolutamente inaccettabile. A questo proposito è rimasta celebre la sua frase: "Dio non gioca a dadi con il mondo". Meno famosa è la risposta di Bohr: "Non è compito degli scienziati dire a Dio come funziona il mondo, ma solo scoprirlo". Inoltre Einstein non credeva alla possibilità di caratteristiche fisiche "non-oggettive", ma riteneva che i valori delle osservabili esistessero oggettivamente anche prima della misura, indipendentemente dal fatto che venissero misurati o meno. Insomma, secondo Einstein (come probabilmente secondo il lettore o qualsiasi persona che non abbia ancora accettato il nuovo messaggio implicito nella meccanica quantistica) l'universo deve esistere oggettivamente, sia che noi l'osserviamo o meno! Per questo egli considerava la meccanica quantistica "incompatibile con ogni concezione ragionevole e realistica dell'universo".

VIII - Il libero arbitrio. Riallacciandoci alla frase di Einstein sulla presunta casualità insista nella meccanica quantistica, occorre precisare quanto segue. Nel libro Ipotesi sulla realtà viene ripresa un'ipotesi già formulata da vari fisici fin dagli anni '20 (per esempio Jordan, Eddington, Bohm): il libero arbitrio dell'uomo e degli animali è riconducibile all'indeterminazione quantistica. In particolare, in Ipotesi sulla realtà si propone che la scelta dei differenti autovalori non sia casuale ma sia una "scelta cosciente" dovuta ad una piccola "volontà della natura", che ha un piccolo margine per deviare il corso degli eventi dal determinismo assoluto (in cui la fisica credeva fino al 1927, cioè prima del principio di indeterminazione). In altre parole, l'indeterminazione quantistica permette un piccolo margine per un "libero arbitrio" della natura, che poi viene "amplificato" e "valorizzato" negli organismi biologici e quindi nell'uomo. Questo punto assume un'importanza filosofica colossale, perché solo in questa ipotesi l'uomo viene ad assumere una vera libertà nelle sue azioni. Altrimenti egli è solo un burattino in balia delle leggi meccaniche della fisica. Questo argomento verrà sviluppato nel capitolo 9.

IX - Realismo e località di Einstein. Secondo il "realismo" di Einstein, gli stati quantistici devono esistere oggettivamente, indipendentemente da tutte le limitazioni imposte dalla teoria quantistica, che perciò secondo Einstein è incompleta e provvisoria. Esisterebbero quindi delle "variabili nascoste" che descrivono la realtà oggettiva dei sistemi quantistici, ma non sono ancora riconosciute dall'attuale teoria. Per fare un paragone banale, immaginiamo che in una partita di carte il vostro avversario abbia in mano una certa carta. Noi deduciamo che tale carta può essere l'asso di denari o il re di cuori, ma siccome non possiamo vederla, non sappiamo quale delle due sia realmente. Questa, secondo Einstein è la "conoscenza incompleta" che

ci può dare la meccanica quantistica. Comunque, dice Einstein, la carta in questione è di fatto una delle due

carte, ad esempio l'asso di denari (variabile nascosta), anche se noi non sappiamo ancora per certo se sia l'una o l'altra (indeterminazione). All'atto della misura noi possiamo finalmente constatare di quale carta si tratta, ma secondo Einstein la carta era quella già prima della misura. Secondo la meccanica quantistica invece non è così! La carta in precedenza era in uno stato indefinito: "50%

asso di denari e 50% re di cuori", e solo all'atto della misura la carta è "diventata" (per esempio) l'asso di denari. Se si ritorna a quello stesso identico stato fisico e si rieffettua la misura, stavolta la carta potrebbe diventare un

re di cuori! Secondo Einstein questi "giochi di prestigio" quantistici erano del tutto inaccettabili, e per dimostrare questo negli anni '30 egli iniziò a formulare vari paradossi concettuali, che però Bohr risolveva ogni volta, salvando così la validità della meccanica quantistica.

Rimase insoluto solo un paradosso, il cosiddetto paradosso E.P.R., così chiamato perché Einstein lo sviluppò insieme ai fisici Podolski e Rosen. Esso non sarà qui descritto poiché è piuttosto difficile, ma in sostanza il suo significato è questo: se la meccanica quantistica è valida, essa implica che in certi esperimenti specifici esistano necessariamente influenze istantanee ("non-locali") tra particelle lontane, in barba al fatto che la velocità della luce sia la velocità massima consentita nell'universo. Le influenze in questione si propagherebbero con velocità praticamente infinita e questo veniva considerato "inaccettabile" da Einstein, Podolski e Rosen. In termini tecnici, si avrebbe avuto una violazione del cosiddetto "principio di località", che Einstein considerava intoccabile: perciò secondo lui la teoria quantistica era "inquietante" ed insensata, e pertanto doveva essere considerata incompleta e incoerente. Bohr rispose che questa non era un argomento sufficientemente valido per dimostrare l'insensatezza della meccanica quantistica, e la controversia rimase sospesa poiché a quei tempi non era ancora possibile realizzare in pratica un esperimento cruciale per stabilire chi avesse ragione e chi torto a riguardo di questa specifica obiezione di Einstein, Podolski e Rosen (sebbene la meccanica quantistica continuasse a dimostrarsi validissima nelle sue applicazioni e a permettere grandi innovazioni tecnologiche). Negli anni '60 il fisico Bell propose un certo esperimento, leggermente diverso dall'esperimento EPR originario, ma che poteva essere effettivamente compiuto in laboratorio. In base al cosiddetto "teorema di Bell", se tale esperimento desse certi risultati (che qui per semplicità non esporremo), l'obiezione di Einstein verrebbe respinta, e verrebbe confermata la validità della meccanica quantistica con tutti i suoi "giochi di prestigio". Negli anni '70 l'esperimento di Bell fu realizzato da vari ricercatori, che finalmente verificarono la validità della meccanica quantistica con i suoi paradossi e la sua non-oggettività! Alcuni fisici però obiettarono che gli esperimenti non erano stati condotti in maniera rigorosa, adducendo varie critiche. Così furono effettuati esperimenti sempre più sofisticati e precisi, fino all'esperimento condotto da Aspect et al. nel 1982, che viene considerato decisivo per la validità della meccanica quantistica nella forma non gradita ad Einstein. Il principio di "località" di Einstein può essere violato in certi casi che si riscontrano in particolari sistemi quantistici, anche se le influenze "istantanee" sono soggette a molte limitazioni e non intaccano la validità della teoria della relatività: in parole povere, non è possibile accelerare una particella fino a farle raggiungere la velocità della luce o velocità superiori. Però possono esistere delle strane influenze non-locali tra particelle quantistiche che in origine erano connesse e che poi sono state allontanate. Un articolo interessante sulle tematiche trattate fino a questo punto si trovano in un articolo su Le Scienze n.235, 1988. Molti esperimenti condotti recentemente hanno dimostrato pienamente l'esistenza dei "giochi di prestigio" quantistici. Negli anni '90 Rarity e Tapster del Royal Signals and Radar Establishment hanno finalmente condotto un'esperimento reale che risulta equivalente al paradosso EPR nella sua forma originaria. In estrema sintesi, in questo esperimento un laser emette un fotone, cioè un quanto di luce, il quale viene diviso in due fotoni di energia dimezzata da un dispositivo chiamato convertitore verso le basse frequenze. I due fotoni gemelli vengono allontanati tra di loro: ebbene, l'esperimento ha evidenziato che resta una correlazione tra i due fotoni, sebbene possano essere lontanissimi tra di loro, cosicché una misura effettuata su uno dei due fotoni può alterare lo stato dell'altro! Avviene cioè proprio ciò che Einstein aveva definito assurdo e impossibile quando aveva proposto l'esperimento EPR.

X - Pregiudizi ancora diffusi. Data la stranezza della questione, alcuni fisici, nonostante il risultato degli esperimenti citati, sono rimasti convinti della validità del realismo e della località di Einstein. Per comprendere quanto sia grande l'influenza di certi pregiudizi, anche tra gli scienziati, si può considerare un sondaggio effettuato nel 1985 (quindi ben tre anni dopo l'esperienza di Aspect) tra un campione di fisici (riportato da A.Masani: La fisica e la realtà, L'Astronomia n.73, 1988). La "località di Einstein" veniva accettata ancora dal 57% degli intervistati; solo il 30% non l'accettava più; il 13% era indeciso. Il "realismo di Einstein", ovvero la convinzione che l'universo sia comunque "oggettivo", veniva accettato ben dall'86% degli intervistati, non veniva più accettato solo dal 2%, mentre il 12% trovavano ambigua la domanda. Eppure l'esperimento di Aspect avrebbe dovuto modificare le convinzioni sul "realismo" e la "località" di Einstein! Negli anni seguenti furono condotto molti altri esperimenti sui fondamenti della realtà quantistica. Diversi esperimenti condotti negli anni '90 risultano ancora più sconcertanti e ormai riducono a zero la possibilità che la

località ed il realismo di Einstein siano validi (quindi oggi lo stesso sondaggio dovrebbe ottenere risultati ben diversi da quelli del 1985). Sorprendentemente tali esperimenti riportano decisamente alla ribalta la figura del soggetto cosciente, nonostante il provvisorio rimedio che negli anni '20 Bohr pose a tale "problema". Resta il fatto che questi incredibili esperimenti (che esamineremo nei prossimi paragrafi) restano sconosciuti ai profani, ed anche alla maggior parte degli scienziati (cioè i non fisici), che continuano ingenuamente a credere all'oggettività della fisica classica. Ma il fisico Pagels avverte (Il codice cosmico, Bollati Boringhieri, cap.9 pag.134/137): "La vecchia idea che il mondo esista effettivamente in uno stato definito non è più sostenibile. La teoria quantistica svela un messaggio interamente nuovo: la realtà è in parte creata dall'osservatore". Ed inoltre: "La situazione si presenta paradossale al nostro intuito, perché stiamo cercando di applicare al mondo reale un'idea dell'oggettività che sta solo nelle nostre teste, una fantasia".

XI - Interferenza quantistica. Iniziamo ad analizzare alcuni esperimenti quantistici davvero incredibili. Molti dei seguenti esperimenti sono descritti in un ottimo articolo pubblicato su Le Scienze n.289 del 1992, La filosofia dei quanti di J.Horgan. Seguiamo attentamente. Partiamo da un esperimento di importanza fondamentale. Consideriamo una sorgente di particelle "classiche" che vengono inviate su un bersaglio: per esempio una mitragliatrice che spara verso di un muro distante 10 metri (non in una direzione fissa, ma in modo da coprire tutto il muro). Quindi frapponiamo una "maschera" tra la

sorgente ed il bersaglio, ovvero uno schermo forato, a circa 2 metri dal bersaglio: la maschera può essere una lastra di metallo con due fori rettangolari stretti e lunghi (che chiameremo "fenditure"), disposte come in figura

1.

Fig.1 - La maschera con le due fenditure

È evidente che sul bersaglio (sul muro) giungeranno solo i proiettili in corrispondenza dei due fori, mentre gli altri verranno fermati dalla maschera. In definitiva, i proiettili che colpiranno il bersaglio formeranno due rettangoli stretti e lunghi che saranno la "proiezione" sul bersaglio dei due fori della maschera (figura 2).

Fig. 2 - La maschera ed il bersaglio nel caso dei proiettili

Siamo nell'ambito della fisica classica ed è tutto chiaro e comprensibile. Ora ripetiamo l'esperimento con delle onde al posto dei proiettili, per esempio delle onde sonore. In tal caso le onde colpiranno il bersaglio non soltanto in corrispondenza dei due fori, ma anche in altre parti del muro; se si potessero visualizzare le parti colpite con maggiore e minore intensità, vedremmo una tipica figura a frange detta figura di interferenza, che si estende ben oltre la proiezione delle fenditure. Ciò è dovuto ad un fenomeno ondulatorio detto interferenza: grazie a tale fenomeno, le onde possono colpire regioni del bersaglio che sarebbero irraggiungibili per i proiettili.

Fig. 3 - La figura di interferenza nel caso delle onde

Va aggiunto che se si tappa una delle due fenditure, l'interferenza non può più avere luogo, e la distribuzione delle onde sul bersaglio diventerà simile a quella dei proiettili, ovvero sullo schermo si vedrà la proiezione dell'altra fenditura, quella aperta (in realtà apparirà un po' dispersa a causa di un fenomeno ondulatorio chiamato diffrazione, ma questo non cambia il nocciolo della questione). Si usa dire che in tal caso la figura di interferenza viene "distrutta". Anche questo è perfettamente comprensibile in termini di fisica classica. Passiamo adesso al caso quantistico: consideriamo degli elettroni e ripetiamo un esperimento simile, ovviamente su scale molto più piccole. La sorgente emette elettroni distinti, cioè particelle e non onde, e quindi ci aspettiamo di avere la stessa situazione che si presentava nel caso dei proiettili: gli elettroni dovrebbero colpire solo due zone rettangolari in corrispondenza delle fenditure. Invece otteniamo una figura di interferenza come nel caso delle onde! Eppure non si tratta di onde, ma di particelle distinte. Proviamo a rallentare il processo ed inviare un singolo elettrone alla volta: ovvero aspettiamo che un elettrone giunga sul bersaglio prima di far partire il successivo. Esso viene emesso come una particella singola;

supera la maschera; e raggiunge il bersaglio come particella singola. Esso però può colpire zone del bersaglio irraggiungibili ad una particella, come se fosse un'onda! Continuando ad inviare singoli elettroni, uno alla volta, alla fine essi ricostruiscono la figura di interferenza tipica delle onde! Sebbene si tratti di particelle singole, nell'attraversare la maschera ciascuna di esse si comporta come un'onda estesa che produce interferenza.

Fig. 4 - Gli elettroni formano la figura di interferenza!

Ma com'è possibile che un singolo elettrone si comporti come un'onda e faccia interferenza con se stesso?! E da quale dei due fori passa il singolo elettrone? Per poter produrre l'interferenza, esso deve essere un'onda e

passare contemporaneamente dai due fori, il che secondo noi non è possibile per una particella singola. In questo ragionamento chiaramente applichiamo all'elettrone il concetto di "particella classica", ma esso non è più valido in meccanica quantistica.

In realtà, finché l'elettrone non viene rivelato sul bersaglio, esso non esiste in uno stato definito (cioè in un

autostato), ma esiste in uno stato potenziale astratto descritto da una funzione d'onda, e che si propaga appunto come un'onda.

De Broglie e Schrödinger tentarono di descrivere tutto il mondo quantistico in termini di onde, abolendo il concetto di particella. Bohr ed altri fisici però obiettarono che all'atto della rivelazione l'elettrone si comporta come una particella e non un'onda (la funzione d'onda collassa in un punto) e fecero notare altri aspetti tecnici che rendono vana la spiegazione puramente ondulatoria.

A questo punto possiamo immaginare di "smascherare il trucco" andando a vedere che cosa fa realmente

l'elettrone nell'attimo in cui attraversa la maschera. Nella nostra convinzione infatti l'elettrone deve oggettivamente passare da uno dei due fori e non dall'altro (questo è il cosiddetto "realismo" di Einstein), e noi vogliamo "coglierlo" in quell'attimo per scoprire il suo segreto: sarebbe come osservare attentamente un prestigiatore e riuscire a scoprire l'attimo in cui effettua il suo trucco. Ma per cogliere l'elettrone sul fatto, dobbiamo rivelarlo. Per far ciò, possiamo inviare sull'elettrone una debole luce e verificare se viene riflessa da esso. Quindi poniamo una debole sorgente luminosa dietro uno dei due fori, e vediamo se riusciamo a cogliere l'elettrone. Questo è sperimentalmente possibile, ma così facendo la figura di interferenza scompare! Infatti: o l'elettrone passa dal nostro foro, quindi viene rivelato dalla nostra luce, e in quell'attimo diventa "particella reale"; oppure passa dall'altro foro, ma quando passa da un foro solo - sia esso onda o particella - non può produrre interferenza! La meccanica quantistica non ci permette di avere contemporaneamente la figura di interferenza e la conoscenza del singolo foro da cui l'elettrone è passato. O l'uno o l'altro: o l'elettrone viene rivelato come particella oggettiva, e quindi non produce interferenza, o è un'onda estesa, ed in tal caso non passa da un solo foro, bensì da tutte e due (ma anche quest'ultima affermazione ha delle limitazioni e dovremmo dire: "è come se fosse passata da tutte e due").

XII - La spiegazione 'operativa' non è esauriente. Alcuni fisici in passato tendevano a sottovalutare tale fenomeno e preferivano dare una spiegazione "operativa" di quello che succede: per vedere l'elettrone mentre passa da un foro, dobbiamo osservarlo, quindi

inevitabilmente dobbiamo perturbare il sistema e la figura di interferenza scompare. I fisici "realisti" quindi non si meravigliavano più di tanto: abbiamo perturbato il sistema con una misura "invasiva", ed esso si è adeguato:

che cosa c'è di tanto strano?

In realtà questa spiegazione, pur essendo parzialmente valida, ignora alcune implicazioni molto più profonde,

rivelabili solo con altri esperimenti. Infatti è possibile fare scomparire la figura di interferenza con un'azione molto più "evanescente" di quella considerata finora, ovvero senza una misura invasiva. In pratica basta solo la "minaccia" di una misura a far cambiare stato al sistema! A tal proposito analizzeremo poco più avanti gli strabilianti esperimenti del gruppo di L.Mandel e di altri gruppi. Prima però rimaniamo sull'esperimento dei due fori per notare un aspetto incredibile previsto da Wheeler, che smentisce l'apparente "ragionevolezza" della spiegazione "operativa" dell'esperimento (basata sul fatto che la misura è "invasiva"). Gli esperimenti in questione possono essere effettuati indifferentemente su elettroni o su "fotoni"; i fotoni sono "quanti di luce". Infatti a livello quantistico le particelle che noi chiamiamo "materiali" si comportano in un modo che per molti versi è simile a quello in cui si comportano i "campi di forze", come per esempio i campi elettromagnetici (la luce è appunto un campo elettromagnetico che si propaga come un'onda).

Ovviamente vi sono varie differenze tra cosiddette "particelle materiali" e "campi di forze" (per esempio i primi sono "fermioni" e i secondi "bosoni", il che crea delle differenza nel loro comportamento collettivo): tali differenze però non sono determinanti negli esperimenti che stiamo analizzando. In definitiva l'esperienza dei due fori si può effettuare anche con dei fotoni (quanti di luce), ed anzi risulta molto più semplice che con gli elettroni (è sufficiente utilizzare un laser). Ed ora analizziamo l'esperimento proposto da Wheeler.

XIII - L'esperimento 'a scelta ritardata' di Wheeler. Immaginiamo un fotone che passa attraverso i due fori, come un'onda, e fa interferenza con se stesso. Come abbiamo visto, per distruggere la figura di interferenza, è sufficiente osservarlo "subito dopo" che è passato da un foro: in tal caso esso non è più un'onda ma una particella e quindi non può passare anche dall'altro foro. E poiché non può passare dall'altro foro la figura di interferenza scompare. Perciò noi possiamo "decidere" se osservare il fotone come particella o se permettergli di fare la figura di interferenza come un'onda. Benissimo. Abbiamo detto che riveliamo il fotone "subito dopo" che è transitato dal primo foro. "Subito dopo" significa che è passato pochissimo tempo dal transito nel foro. Ma per quanto piccolo sia il tempo trascorso, il fotone comunque ha già oltrepassato il foro; inoltre fino a questo momento esso è rimasto un'onda perché non l'abbiamo ancora rivelato. Perciò nel frattempo l'onda ha già imboccato anche l'altro foro e lo ha oltrepassato. E allora come fa il fotone ad essere rivelato "tutto intero" vicino al primo foro? Che fine fa il fronte d'onda che aveva appena oltrepassato il secondo foro? Scompare nel nulla? Sembra proprio di sì, ma com'è possibile? Per chiarire questo punto, Wheeler propose di fare così: lasciamo che il fotone passi attraverso la maschera, come un'onda, passando da entrambi i fori. A questo punto, dopo che il fronte d'onda ha superato la maschera, inseriamo un rivelatore non lontano dal primo foro, ma neanche tanto vicino (cioè quanto basta per essere sicuri che nel frattempo tutto il fronte d'onda sia già sicuramente transitato dalla maschera). In pratica vogliamo effettuare la scelta di osservare il fotone come particella, però dopo che esso è transitato da entrambi i fori come un'onda. Infatti l'esperimento è chiamato "a scelta ritardata". L'esperimento è stato realmente effettuato da alcuni scienziati dell'Università del Maryland. Ebbene, inserendo il rivelatore dopo che l'onda è transitata dalla maschera, esso individua il fotone come particella e perciò la figura di interferenza non si crea. Ma allora che fine fa la parte dell'onda già transitata dal secondo foro?! Scompare nel nulla, poiché il fotone viene rivelato interamente vicino al primo foro! Eppure, diciamo noi, l'onda era transitata sicuramente anche dal secondo foro: infatti, se non si inserisce il rivelatore (lasciando inalterato tutto il resto), si forma la figura di interferenza (che può formarsi solo se l'onda transita da entrambi i fori). E allora com'è possibile?! La realtà è che anche stavolta cerchiamo di fornire un'immagine oggettiva di ciò che accade: ma un'immagine oggettiva non è adeguata. Non ha senso dire che "l'onda è già passata", perché solo all'atto della misura possiamo dire che qualcosa è avvenuto: prima della misura il fotone rimane in uno stato indefinito di potenzialità o di non-oggettività (qualcuno preferisce dire perfino di irrealtà). Quando poi inseriamo il rivelatore, allora possiamo dire con certezza che il fotone era passato solo dal primo foro e non dal secondo foro, e infatti non c'è interferenza. Quando invece non inseriamo il rivelatore, e riveliamo dei fotoni sul bersaglio (con figura di interferenza), allora possiamo dire che ciascun fotone ha fatto interferenza come se fosse un'onda transitata da entrambi i fori; ma questo lo possiamo dire solo dopo che il fotone viene rivelato sul bersaglio (in un punto raggiungibile solo da un'onda ma non da una particella), cioè dopo la misura. La cosa che a noi appare incredibile è che ciò che il fotone ha deciso di fare sulla maschera (passare da un foro solo o entrambi) dipende da una scelta successiva al transito stesso! Infatti il rivelatore viene inserito dopo che il fronte d'onda è transitato dalla maschera. Come dice Wheeler, la "scelta" di far passare il fotone da un solo foro o da entrambi è "ritardata", cioè avviene dopo che il fotone è passato! Affinché la cosa non risulti incredibile, dobbiamo ammettere che ciò che è successo prima non è definito. Occorre specificare che l'esperimento condotto nell'Università del Maryland non è stato impiegato uno schermo con due fori ma un'apparecchiatura concettualmente equivalente: un fascio laser è stato diviso in due fasci separati, uno dei quali attraversava un rivelatore (che poteva essere "acceso" o "spento"), ed infine i due fasci venivano fatti convergere nel rivelatore finale, dove si poteva verificare l'eventuale interferenza.

XIV - Un incredibile paradosso astronomico.

Come sottolinea Wheeler, l'esperimento sopra analizzato fornisce un risultato assurdo se continuiamo a considerare "oggettivo" l'universo. Per rendere ancora più strabiliante questa assurdità, Wheeler fa notare che l'esperimento in questione, se considerato su scala astronomica, può produrre risultati sbalorditivi. Ecco un esempio. Oggi conosciamo alcuni oggetti astronomici lontanissimi, chiamati quasar. Per giungere fino a noi, la luce di

un quasar impiega miliardi di anni. Se nel percorso incontra una galassia di grande massa, che in base alla relatività generale di Einstein può funzionare da "lente gravitazionale", il fascio di luce si divide in due fasci che aggirano la galassia da due parti opposte (infatti noi dalla Terra otteniamo delle immagini sdoppiate di alcuni quasar). Immaginiamo che il quasar si trovi a dieci miliardi di anni luce di distanza e la galassia-lente a otto miliardi.

Se noi sulla Terra vogliamo osservare il quasar, possiamo scegliere di far produrre interferenza ai due fasci,

oppure di rivelare i singoli fotoni di ciascun fascio. Il concetto è identico a quello dell'esperimento precedente. Proviamo a chiederci se otto miliardi di anni fa il singolo fotone è passato da entrambi i lati rispetto alla lontana galassia (come un'onda) oppure da un lato solo (come una particella). Ebbene, se continuiamo a mantenere una concezione oggettiva dell'universo, la risposta dipende da come decidiamo di osservarlo noi oggi! Se oggi noi scegliamo di rivelare la figura di interferenza, allora otto miliardi di anni fa il fotone ha deciso di percorrere entrambi i cammini. Viceversa, se noi scegliamo di vedere il singolo fotone su un singolo cammino, allora otto miliardi di anni fa il fotone ha scelto di comportarsi come una particella! Nel momento in cui noi cambiamo idea e lo osserviamo in un modo invece che nell'altro, il fotone che sta arrivando è già preparato alla nostra scelta! In pratica, come dice l'articolo di J.Horgan (Le Scienze n.289), "i fotoni devono aver avuto una sorta di premonizione, per sapere come comportarsi in modo da soddisfare una scelta che sarebbe stata fatta da esseri non ancora nati su un pianeta ancora inesistente"! Ciò che risolve il paradosso è che l'universo non si trova in uno stato pienamente oggettivo, ma le sue caratteristiche fisiche sono in parte determinate dall'osservatore cosciente (anche se solo a livelli quantistici si riesce a rivelare chiaramente tale piccola influenza).

XV - La 'conoscenza' di un sistema ne altera lo stato. All'inizio degli anni '90 Mandel dell'Università di Rochester ed i suoi collaboratori hanno compiuto un esperimento straordinario, che potremo analizzare in un certo dettaglio. Nel paragrafo XII avevamo visto che alcuni fisici in passato davano una banale interpretazione "operativa" dell'esperimento con le due fenditure: poiché la misurazione è necessariamente "invasiva", è inevitabile che il sistema fisico alteri il suo stato. Ma l'esperimento di Mandel ed altri a cui accenneremo più avanti hanno dimostrato che è sufficiente

qualcosa di molto più evanescente di una misurazione per far cambiare lo stato fisico di un sistema: è sufficiente

la conoscenza potenziale che possiamo avere di tale sistema! Magia? No, fisica contemporanea.

Horgan, nel suo articolo su Le Scienze n.289, riporta il commento scherzoso dei fisici Jaynes e Scully, che hanno parlato addirittura di "negromanzia medievale" a proposito di questi esperimenti. Lo stesso Horgan parla

di "fotoni psichici" e si ricollega alla filosofia del celebre vescovo Berkeley (secolo XVIII), che può essere

definita un "empirismo idealistico". Berkeley affermò Esse est percipi, ovvero "esistere è essere percepito". Berkeley intendeva dire che l'esistenza di una qualsiasi entità in natura può essere solo testimoniata da una percezione cosciente, per cui tutta la realtà può essere ridotta ad atti di consapevolezza, ovvero a idee, senza che sia necessario che la materia esista oggettivamente! Ma torniamo agli aspetti pratici e vediamo l'esperimento di Mandel. Anzitutto ricreiamo una situazione simile a quella del fotone che transita attraverso le due fenditure, ma per mezzo di un dispositivo diverso, cioè uno specchio semi-riflettente (detto anche divisore di fascio): esso trasmette la luce al 50%, ovvero solo metà dell'intensità luminosa riuscirà ad attraversare lo specchio, mentre l'altra metà sarà riflessa. Analizzando i singoli fotoni, in una descrizione tradizionale diremmo che la probabilità che un fotone attraversi lo specchio (invece di essere riflesso) è del 50%. Se consideriamo 100 fotoni, secondo la logica convenzionale ci aspettiamo statisticamente che circa 50 fotoni attraversino lo specchio, mentre gli altri 50 vengano riflessi: il fascio iniziale di 100 fotoni quindi sarà diviso in due fasci diversi che percorrono cammini diversi. Questo però è vero solo se abbiamo modo di rivelare esplicitamente i singoli fotoni, altrimenti

dobbiamo ammettere che ciascun fotone si troverà in uno strano "stato di sovrapposizione", cioè al 50% attraverserà lo specchio ed al 50% sarà riflesso. In altre parole, il percorso di ciascun fotone sarà indefinito, poiché "per metà" passerà attraverso lo specchio e "per l'altra metà" verrà riflesso, sebbene esso sia indivisibile! Se noi non misuriamo esplicitamente il percorso seguito dal fotone e facciamo incidere i due percorsi potenziali su uno schermo, otterremo la solita figura di interferenza: ovvero il fotone (pur rimanendo una particella singola) passerà da entrambi i percorsi e alla fine produrrà interferenza con se stesso. Fin qui avviene ciò che abbiamo descritto nel paragrafo XI, anche se stavolta il misterioso sdoppiamento del singolo fotone non è causato dalle due fenditure bensì dallo specchio semi-riflettente. Come si vede nella figura 5, il laser (1) emette un fotone, lo specchio semi-riflettente (2) "divide" il fotone in due parti fantasma, e ciascuno delle due parti fantasma percorre un percorso diverso (3 e 4). Gli specchi nei punti 3 e 4 sono "normali" (non semi-riflettenti) e servono solo a indirizzare in maniera opportuna i due percorsi.

Fig. 5 - Schema dell'incredibile esperimento di Mandel

Su ciascun percorso vi è un "convertitore verso le basse frequenze", di cui abbiamo parlato nel paragrafo IX. Ciascun convertitore (5 e 6) divide il proprio fotone fantasma in due fotoni gemelli di energia dimezzata. Uno viene chiamato "fotone segnale" ed è indicato con S, mentre l'altro viene chiamato "fotone ausiliario" ed è indicato con A. Infine, i due percorsi S vengono rivelati sullo schermo (9), mentre i due percorsi A vengono indirizzati sul rivelatore ausiliario (8). In realtà, per ragioni tecniche, il sistema realmente usato dall'equipe di Mandel è leggermente più complicato, ma è concettualmente equivalente a quello appena descritto. Vediamo allora come funziona l'intero sistema: il laser (1) spara un singolo fotone alla volta che incide sullo specchio semi-riflettente (2). Poiché noi non misuriamo quale percorso viene effettuato dal fotone, esso fantomaticamente passa da entrambi i percorsi (3 e 4), e nei convertitori 5 e 6 il fotone fantasma viene diviso in due fotoni gemelli di energia dimezzata. Alla fine, i due percorsi "segnale" (indicati con S) incidono sullo schermo (9) dove il fotone S farà interferenza con se stesso (cioè con l'altra parte di se stesso passato dall'altro percorso). In seguito dal laser spareremo altri fotoni, uno alla volta, ed alla fine come risultato vedremo una chiara figura di interferenza sullo schermo (9). La situazione è simile a quella dell'esperimento con le due fenditure (paragrafo XI) e l'unica differenza è che qui la situazione è "raddoppiata" (grazie ai convertitori 5 e 6), cioè abbiamo anche i due percorsi "ausiliari" (indicati con A), per cui, ogni volta che un fotone colpirà lo schermo (9), contemporaneamente riscontreremo l'arrivo di un fotone anche sul rivelatore ausiliario (8), ovvero registreremo una cosiddetta "coincidenza". In quest'analisi abbiamo presupposto che non vi sia ancora un ostacolo nel punto 7, che si trova sul percorso di uno dei fasci ausiliari. Benissimo: ora viene il bello. Vediamo che cosa succede se si inserisce appunto un ostacolo nel punto 7. Una volta che i percorsi sono stati divisi, ci aspettiamo che essi siano indipendenti: perciò l'ostacolo nel punto 7 non dovrebbe alterare la figura di interferenza nello schermo (9) poiché il punto 7 si trova su un altro percorso, che porta al rivelatore ausiliario (8) e non allo schermo (9). Ma se inseriamo l'ostacolo nel punto 7, interrompendo così il percorso di un fascio ausiliario, la figura di interferenza dei fasci segnale nello schermo (9) scompare! Eppure non abbiamo effettuato misure sui fasci segnale (che finiscono sullo schermo, 9), ma solo su un fascio ausiliario (che finisce nel rivelatore, 8)! Anche se allontaniamo moltissimo i due fasci (A e S) tra di loro, quando operiamo sui fasci A incredibilmente produciamo un'influenza sui fasci S, che contraddice la località di Einstein. Com'è possibile? Che cos'è cambiato rispetto al caso precedente quando non vi era un ostacolo nel punto 7? È cambiata la "conoscenza potenziale" che abbiamo sui fasci segnale: poiché il percorso che passa dall'ostacolo 7 è interrotto, quando riveliamo un fotone sul rivelatore degli ausiliari (8) esso deve provenire necessariamente dal percorso che passa per lo specchio 3 (non può provenire dal percorso dello specchio 4 appunto perché interrotto nel punto 7). Perciò, misurando la sua coincidenza col fotone segnale sullo schermo (9) noi saremmo in grado di dire con certezza che quel fotone segnale proveniva dal percorso dello specchio 3, cioè sapremmo che il fotone è passato "interamente" da questo percorso e conseguentemente non può essere passato dal percorso dello specchio 4: per questo non può fare interferenza (come nel caso delle due fenditure). Questo spiega perché la figura di interferenza nello schermo (9) viene distrutta se inseriamo un ostacolo (7) sul fascio ausiliario. Il fatto notevole è che si tratta di una sconcertante "azione fantomatica a distanza": agendo sul punto 7 alteriamo lo stato fisico in un luogo diverso, cioè sullo schermo (9), dove la figura di interferenza

viene distrutta, e questo è dovuto al fatto che ora noi sappiamo o possiamo dedurre quale percorso avrà seguito

il fotone che inciderà sullo schermo (9): è dovuto cioè a una conoscenza, ad un'informazione, ad un atto di

consapevolezza, e non ad un intervento materiale diretto. Questa "conoscenza potenziale" è sufficiente ad

alterare lo stato fisico sul rivelatore dei segnali, distruggendo la figura di interferenza.

Nota: alcune persone, potrebbero obiettare che vi può essere una qualche azione fisica retroattiva sul fascio di luce: tale presunta azione tornerebbe indietro dal punto 7 fino al punto 6 o addirittura al punto 2, ed influenzerebbe il risultato sullo schermo 9 senza bisogno di "azioni fantasma". Ma tale spiegazione non ha alcun senso fisico: non vi è nulla che torna indietro, i fotoni si muovono in avanti, e per giunta non costituiscono un fascio continuo poiché i fotoni sono quantizzati, e viene emesso solo un fotone alla volta.

XVI - Altri esperimenti. Non c'è possibilità di spiegazione "tradizionale" in un mondo oggettivo nel senso classico del termine. Sembra che si debba ammettere che il nostro mondo "oggettivo" tridimensionale sia una sorta di "proiezione" di una realtà più profonda, o uno spazio psico-fisico astratto composta da stati quantistici che tengono conto della conoscenza dell'osservatore cosciente! Il gruppo di R.Chiao, dell'Università di Berkeley, ha condotto altri esperimenti straordinari, i quali dimostrano che il "collasso della funzione d'onda" è reversibile (mentre Bohr e gli altri fisici di Copenaghen pensavano che fosse irreversibile, tant'è vero che su questo fatto, oggi inaccettabile, essi basarono la loro

interpretazione, in modo da aggirare la scomoda figura dell'osservatore cosciente). Il fenomeno in questione è stato chiamato "cancellazione quantistica" (ciò che si può cancellare è appunto il collasso della funzione d'onda, che negli anni '20 veniva considerato irreversibile). Sfruttando "giochi di prestigio quantistici" di questo genere, i fisici P.Kwiat, H.Weinfurter e A.Zeilinger hanno dimostrato che sono possibili delle "misure senza interazione", ovvero ci si può accorgere della presenza

di un oggetto macroscopico (cioè "classico" e non quantistico) utilizzando le caratteristiche quantistiche dei

fotoni e la loro non-oggettività (nota: nel caso di un oggetto macroscopico la sua esistenza "oggettiva" è probabilisticamente elevatissima, cioè praticamente certa; però l'esperimento sfrutta le qualità di non-oggettività quantistica del fotone rivelatore, che così rivela l'oggetto senza interagire con esso!). Misure senza interazione potrebbero avere applicazioni importantissime in campo medico, per ridurre

fortemente l'intensità delle radiazioni nell'osservazione specialistica di tessuti organici. Si immagini per esempio

di

poter fare una radiografia a tutti gli effetti, ma riducendo drasticamente l'esposizione ai raggi X. Un'articolo

su

questo tema è stato pubblicato su Le Scienze n.342 del 1997.

Per capire come ciò sia possibile, ci si può ricollegare all'esperimento di Mandel descritto sopra. Immaginiamo che l'oggetto da rivelare sia l'ostacolo inserito nel punto 7: ebbene, noi possiamo rivelare la presenza dell'oggetto verificando se sullo schermo (9) si forma o meno la misura di interferenza! Si tratta quindi di una misura indiretta che non coinvolge esplicitamente l'oggetto. Purtroppo l'oggetto verrà comunque colpito da un fotone nel 50% dei casi (poiché statisticamente nel 50% dei casi lo specchio semi-riflettente 2 lascerà passare un fotone che attraverso il percorso 4 colpirà effettivamente l'oggetto nel punto 7). L'esposizione alla radiazione però può essere ridotta a piacere sfruttando un metodo ingegnosissimo detto "Effetto Zenone quantistico": Weinfurter e Zeilinger sono già riusciti a ridurre dell'83,3% la radiazione necessaria, lasciando un'esposizione solo del 16,7%.

Inoltre vi sono altre applicazioni pratiche di questi "giochi di prestigio quantistici". Per esempio il teorema di Bell permette l'esistenza di una "crittografia quantistica" assolutamente sicura, poiché decifrabile solo da chi possiede la chiave originale. Ma non basta. Sono già allo studio dei "computer quantistici" basati sui qubit, ovvero su "bit quantistici" che possono sfruttare gli stati di sovrapposizione quantistica. Infine, grazie alle caratteristiche paradossali della realtà quantistica, sono stati condotti perfino esperimenti di "teletrasporto", cioè di trasporto a distanza! Il sogno fantascientifico di trasmettere gli oggetti a distanza (si pensi al film Star Trek) è in linea di principio realizzabile, almeno per le particelle quantistiche, ed i primi esperimenti sono già stati effettuati con successo (si veda l'articolo di Zeilinger su Le Scienze n.382, Giugno

2000).

XVII - Conclusioni. I paradossi quantistici che abbiamo brevemente descritto sembrano evidenziare che la "consapevolezza" dell'osservatore gioca un ruolo decisivo ai livelli fondamentali della realtà. Come abbiamo già visto, Horgan sostiene che questi esperimenti si accordano con la concezione di George Berkeley, filosofo del secolo XVIII, secondo il quale "Esse est percipi" (esistere significa essere percepito): si tratterebbe di una concezione immateriale dell'universo, che in filosofia viene detta "empirismo idealistico". In effetti sembra che la meccanica quantistica dia un messaggio nuovo sulla struttura della realtà, e che sancisca la fine del "realismo" oggettivo e materialistico a favore di una concezione "idealistica", in cui gli oggetti esistono in uno stato "astratto" e "ideale" che rimane teorico finché la percezione di un soggetto

conoscente non lo rende reale. Oppure, senza farla tanto grossa, possiamo limitarci a notare che il classico modello materialistico è inadeguato a descrivere la realtà quantistica ed occorre rivolgersi a modelli che concepiscono l'universo in termini di "informazione" piuttosto che di "materia". Sono state proposte anche altre vie d'uscita da questa strana situazione. Per esempio, per aggirare la difficoltà filosofica dovuta all'apparente "casualità" insita nell'indeterminazione quantistica, il fisico Everett propose l'esistenza di infiniti universi. Secondo Everett, ogni qual volta viene effettuata una "scelta" quantistica, l'universo si divide in due, uno che prosegue la sua storia con una delle due scelte, e l'altro che prosegue la sua storia con l'altra scelta! In realtà la teoria di Everett è un po' più completa di come è stata brevemente descritta sopra, e si basa su stati di sovrapposizione quantistici tra universi diversi. Essa è molto apprezzata da alcuni fisici, ma a me personalmente sembra perfino più folle dell'accettare un principio mentale alla base della realtà fisica. Inoltre essa risulta difficilmente verificabile, poiché non è chiaro come sarebbe possibile effettuare un esperimento che confermi o confuti la tesi proposta (nota: il filosofo Popper preferisce parlare di falsificabilità invece di verificabilità, perché ogni teoria scientifica deve permettere almeno un esperimento che sia in grado di evidenziare l'eventuale erroneità della teoria). Comunque sia, non possiamo accettare così di punto in bianco una nuova visione della realtà: siamo consapevoli che si tratterebbe di una rivoluzione concettuale di portata colossale. La questione è molto delicata e non vogliamo trarre conclusioni affrettate: perciò terremo conto dell'esistenza di questi sconcertanti paradossi quantistici ma nei prossimi capitoli proseguiremo la nostra ricerca con prudenza attraverso i territori della scienza e della filosofia. Quindi è venuto il momento di rivisitare l'intera storia della filosofia per vedere se vi è qualche idea o qualche concezione che riesca a inquadrare adeguatamente i risultati che emergono della meccanica quantistica.

Capitolo 4

Breve storia della filosofia antica

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. Dante Alighieri, poeta (Inferno, XXVI).

I - La filosofia. In questo capitolo e nel prossimo ripercorreremo velocemente tutta la storia della filosofia, prestando maggiore attenzione agli aspetti più vicini alla scienza, cioè quelli che riguardano alla struttura intima della realtà, lasciando in secondo piano altri aspetti importanti della filosofia, come quello etico o politico. Alcune persone si chiedono: “a che cosa serve la filosofia?!”, talvolta anche con un atteggiamento polemico:

per costoro, si tratta di un inutile esercizio intellettuale adatto a chi ha già la pancia piena e non ha nulla da fare. In realtà tale atteggiamento può già essere considerato una posizione filosofica! In un certo senso è riconducibile alla concezione marxista, secondo cui prima di tutto viene l’economia, ovvero la trasformazione della materia ai fini di soddisfare i bisogni corporali dell’uomo, mentre tutto il resto è conseguenza e sovrastruttura. Ma lo stesso Marx viene considerato un filosofo, ed un marxista come Gramsci diede questa ottima risposta alla domanda in questione: “La maggior parte degli uomini sono filosofi in quanto operano praticamente, e nel loro pratico operare è contenuta implicitamente una concezione del mondo, una filosofia”. In realtà tutti siamo filosofi: ciascuno di noi, consciamente o inconsciamente, ha una propria visione del mondo ed opera di conseguenza. Perfino chi si dichiara agnostico (cioè non si chiede quali siano i fondamenti della realtà o ritiene che essi siano inconoscibili) sta comunque esprimendo un’opinione filosofica. E perfino il positivismo, atteggiamento secondo cui dobbiamo solo rifarci ai fatti empirici ed abbandonare ogni speculazione filosofica, viene considerata una forma di filosofia! La ricerca filosofica quindi è implicita nell’animo umano (perfino di coloro che negano ciò). Ma solo in certe persone dotate di una certa sensibilità, la ricerca filosofica diventa consapevole e spontanea, e queste persone possono essere considerati veri e propri filosofi nel senso più elevato del termine.

II - I filosofi ionici o naturalisti. La filosofia occidentale nacque nelle colonie dell’antica Grecia. I primi filosofi della storia del pensiero occidentale furono i cosiddetti filosofi ionici, Talete, Anassimandro e Anassimene, che vissero intorno al 600 a.C. La loro filosofia viene detta naturalismo monistico: “monistico” significa che tutta la realtà viene spiegata sulla base di un unico principio. Le visioni dualistiche si basano invece su un dualismo spirito-materia, mentre le visione pluralistiche si basano su diversi principi fondamentali. Il fondamento dell’universo secondo i filosofi ionici è un unico principio primo detto arché: esso è considerato un elemento materiale, ma contemporaneamente capace di sviluppare la vita e l’intelligenza. In parole povere, secondo i filosofi ionici la materia contiene in sé una forza intrinseca che le permette di assumere forme diverse e addirittura di divenire mente, coscienza. Questa concezione è chiamata ilozoismo o anche animismo. Le visioni dei filosofi ionici oggi possono sembrare ingenue, ma la loro importanza resta enorme poiché le loro teorie costituiscono le prime riflessioni razionali sulla realtà: prima di allora infatti la visione del mondo era dominata dalla mitologia. I filosofi ionici cercarono di spiegare la realtà in termini di leggi razionali comprensibili: in altre parole, essi formularono inconsciamente il principio di intelligibilità della natura, che è alla base del pensiero scientifico.

Talete fu un matematico, ingegnere ed astronomo, e riuscì a predire vari eventi, tra cui un’eclissi di Sole ed un abbondante raccolto di olive. Egli inoltre è ricordato per il teorema che in geometria porta il suo nome. Secondo Talete, la sostanza primordiale o principio primo (arché) è l’acqua. Essa può assumere varie forme, non solo ghiaccio o vapore, ma, secondo Talete, anche qualsiasi altra forma materiale o mentale, il che spiega la varietà del mondo che conosciamo. Anassimandro inventò la meridiana (o orologio solare), disegnò la prima carta geografica e propose la prima teoria dell’evoluzione biologica!

Secondo Anassimandro l’arché, la sostanza primordiale, non è una sostanza che può essere percepita direttamente dai nostri sensi, come l’acqua, bensì un qualcosa di più “sottile” che dà origine a tutto. Egli chiamò apeiron questa sostanza: essa è infinita per quantità e indeterminata per qualità, ma è capace di strutturarsi in modo da creare le caratteristiche di ogni sostanza conosciuta.

Vi è una stretta affinità tra il concetto di apeiron di Anassimandro ed il concetto di campo unificato

formulato dai fisici contemporanei. Infatti il campo unificato della fisica dovrebbe essere in grado di spiegare

ogni manifestazione in natura, compresa quindi la mente dell’uomo. Ma vi è anche una differenza tra le due visioni: oggi gli scienziati ritengono che la mente sia un sottoprodotto molto particolare della natura, contingente e accidentale (cioè che avrebbe anche potuto non esistere senza cambiare l’essenza dell’universo), quindi “distante” dai livelli fondamentali dalla realtà e non direttamente connessa con essi. Invece i filosofi ionici concepivano l’arché come un principio materiale e mentale insieme. La concezione che sarà proposta da questo libro sarà molto vicina a questa: la consapevolezza verrà considerata come una proprietà latente direttamente derivata dal campo unificato (o comunque dai livelli fondamentali della realtà); ma per poter comprendere e giudicare adeguatamente tale idea, occorrerà una lunga trattazione preliminare su vari argomenti, che verrà portata avanti in questo e nei prossimi capitoli. Anassimene, l’ultimo dei filosofi ionici, propone come principio primo l’aria, che attraverso una condensazione o una rarefazione può formare tutti gli altri materiali e perfino gli dei e le cose divine!

III - I primi razionalisti: Pitagora ed Eraclito.

Pitagora è ben noto per i suoi importantissimi studi di aritmetica e geometria. Ma egli fu anche astronomo, scienziato, filosofo e mistico. La sua scienza si basava su quattro discipline fondamentali: aritmetica, geometria, acustica ed astronomia.

La sua Scuola Italica era una sorta di comunità religiosa, che credeva nella reincarnazione o metempsicosi:

secondo tale teoria, l’anima dell’uomo sopravvive dopo la morte e rinasce nuovamente sulla Terra, affinché la sua evoluzione spirituale possa continuare dal punto che ha raggiunto nella vita precedente. La metempsicosi verrà accettata anche da Platone ed è uno dei fondamenti dell’induismo e di altre religioni orientali. Secondo Pitagora il principio primo della realtà è il numero: l’arché quindi non è più un elemento materiale ed oggettivo, come nei filosofi ionici, bensì un principio razionale. Egli scorge un’armonia fondamentale nei fenomeni dell’universo, basata appunto sulle proprietà dei numeri, che possono spiegare ad esempio la “magia” della musica (Pitagora possedeva notevoli conoscenze di acustica) o l’armonia dei moti degli astri. Il termine “filosofia”, che significa “amore per il sapere”, fu coniato proprio da Pitagora. Eraclito è conosciuto come il “filosofo del divenire”. Egli vede in tutta la realtà un continuo mutamento:

secondo Eraclito, nell’universo tutto cambia e tutto scorre (pànta rèi). Il presente è solo un momento di congiunzione tra ciò che non è più e ciò che non è ancora, quindi solo il divenire è l’unica realtà dell’universo. Il divenire si attua attraverso i contrari (caldo e freddo, luce e buio, bene e male, eccetera), e non avviene in maniera caotica ma secondo un’armonia superiore, conforme a leggi create da una Mente Divina o Logos (Ragione). Secondo Eraclito il principio primo (arché) è il Fuoco, inteso non in senso materiale, ma come principio razionale, manifestazione del Logos. Attraverso il Logos Eraclito vede un’unità nella varietà e degli incessanti fenomeni dell’universo. Non possiamo dimenticare che anche le leggi che oggi stanno alla base della fisica e delle altre scienze cercano, esattamente come il Logos di Eraclito, di trovare un principio razionale unitario che spieghi i fenomeni dell’universo.

IV - L’Essere di Parmenide.

I filosofi di Elea o Eleati, Senofane, Parmenide e Zenone, al contrario di Eraclito, ritengono che il divenire sia solo illusorio e considerano come principio primo dell’universo ed unica realtà, un’entità assoluta ed immutabile chiamata semplicemente Essere. Senofane afferma che l’universo è uno, immobile, immutabile e si identifica con Dio. Parmenide è il più importante dei filosofi di Elea, e tradizionalmente la sua filosofia viene considerata opposta a quella di Eraclito. Secondo Parmenide, il divenire non può esistere perché implicherebbe mescolanza

di Essere e Non-essere, ma solo l’Essere esiste, mentre il Non-essere, per definizione, non esiste: quindi il

divenire è impossibile, perché manca uno dei due termini di passaggio. Perciò ogni divenire è illusorio, e l’unica realtà è l’Essere, che è unico, indivisibile, eterno, immobile, immutabile e completo. La filosofia di Parmenide sembra molto astratta e del tutto incapace di descrivere l’effettiva realtà che ci circonda, la quale non ci appare certamente immobile e immutabile. Ma evidentemente Parmenide si riferiva ad una realtà più profonda, che starebbe alla base dei fenomeni che ci appaiono nella vita di ogni giorno. Da alcuni frammenti sembra che l’Essere di Parmenide si possa considerare come puro pensiero, ovvero come un principio puramente mentale che sarebbe l’unica realtà veramente esistente e capace di dare origine a tutti i fenomeni dell’universo. Quando esamineremo la filosofia indiana, vedremo che il concetto di Essere di Parmenide è affine al concetto di Brahman, mentre il divenire di Eraclito è affine al concetto di Maya. Il termine Maya viene spesso tradotto come “illusione” ma forse una migliore interpretazione è “manifestazione” o “realtà fenomenica”. Il Brahman è l’entità fondamentale dell’universo, assoluto, autonomo e completo, che però dà origine anche

a Maya, l’aspetto manifesto, fenomenico, mutevole e relativo della realtà. Vedremo che le prime manifestazioni del Brahman sono: Sat (esistenza, quindi “essere”); Chit (coscienza, quindi capacità di pensare e percepire); Ananda (beatitudine, perché così essa viene percepita dai saggi che riescono a sperimentare direttamente la sua essenza). Ma per ora torniamo all’antica filosofia greca.

V - Il paradosso di Zenone. Zenone intende sostenere la tesi di Parmenide riguardo all’immobilità dell’Essere. Per far ciò egli si propone

di mostrare la contradditorietà insita nel concetto di movimento e per questo illustra dei presunti paradossi, che

però oggi sono facilmente risolubili con i metodi dell’analisi matematica. Il più celebre paradosso è quello di Achille e la tartaruga: Achille, camminando con una velocità maggiore rispetto alla tartaruga, la rincorre e cerca di raggiungerla senza però potervi riuscire. Immaginiamo che Achille abbia una velocità doppia della tartaruga ed inizialmente il suo svantaggio sia di venti metri. Quando Achille avrà percorso i venti metri, nel frattempo la tartaruga avrà già percorso altri dieci metri. E mentre Achille percorre questi dieci metri, la tartaruga avrà percorso altri cinque metri. Il vantaggio della tartaruga quindi diventa sempre più piccolo, ma non può mai essere annullato, poiché ripetendo questo procedimento per un numero infinito di volte, la tartaruga conserverà sempre e comunque un piccolissimo vantaggio!

Alla base di questo ragionamento vi è un “imbroglio” concettuale che può essere compreso grazie alla seguente barzelletta. Un paracadutista si lancia dall’aereo ed il paracadute non si apre. Egli allora vede la terra avvicinarsi sempre più e pensa spaventato: “solo mille metri”; poi: “cinquecento metri”; poi: duecento; cento;

cinquanta; venti; dieci; cinque; due; uno

“Un metro? Beh, ma a questo punto posso fare anche un saltino!”.

Il racconto in questione si sofferma su tempi sempre più brevi, e perciò esso fa “rallentare” il tempo. Ebbene,

il metodo di Zenone è un ingegnoso artificio che descrive il moto di Achille e della tartaruga “rallentando” il

tempo, senza che l’ascoltatore se ne renda conto. Quindi l’inghippo sta nel modo in cui il paradosso viene raccontato. Ma secondo lo scrittore Borges ogni spiegazione convenzionale è insufficiente a risolvere il paradosso di Zenone e l’unica soluzione è ammettere che spazio e tempo siano entità ideali in cui i fenomeni si proiettano dando l’illusione dell’esistenza di una realtà oggettiva: si tratta di una interpretazione non lontana da quella che sottintendeva Zenone stesso, e che filosoficamente si definirebbe idealistica, poiché colloca alla base della realtà, invece del mondo oggettivo della materia, una proiezione di idee che si manifestano nella nostra coscienza. In realtà a sostegno di tale tesi di Borges si potrebbero portare argomenti ben più convincenti e significativi del banale paradosso di Zenone, vale a dire i paradossi quantistici descritti nel capitolo 3. In ogni caso il commento di Borges è senza dubbio suggestivo: “Noi (la indivisa divinità che opera in noi) abbiamo sognato il mondo. Lo abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e fermo nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità, per sapere che è finto”.

Zenone viene considerato il fondatore della dialettica, intesa come arte del parlare razionalmente argomentando le proprie tesi e dimostrando l’inconsistenza delle tesi degli avversari. Due millenni più tardi il concetto di dialettica verrà considerato dal filosofo Hegel il modo in cui si manifesta l’intera realtà! Infatti la filosofia idealistica di Hegel concepisce la vita come un’immensa avventura dello spirito (o Idea), che si manifesta contemporaneamente come mente razionale (Idea in sé) e come mondo materiale oggettivo (Idea alienata da sé, ovvero Idea nella forma dell’essere “altro da sé”). Tutto l’universo quindi è basato sulle leggi del pensiero, che a loro volta si sviluppano secondo un metodo dialettico. La dialettica intesa in questo senso, cioè come movimento intrinseco a tutti i fenomeni dell’universo, che nel loro divenire uniscono gli opposti in un’unica realtà, è già rintracciabile nella filosofia di Eraclito.

VI - Le filosofie pluralistiche. Ma torniamo all’antica filosofia greca. Finora abbiamo visto solo concezioni monistiche, cioè basate su un unico principio alla base della realtà (arché): l’acqua secondo Talete, l’apeiron indeterminato secondo Anassimandro, l’aria secondo Anassimene, il numero secondo Pitagora, il Fuoco (simbolo ed origine del divenire) secondo Eraclito, l’Essere immutabile secondo Senofane, Parmenide e Zenone. Adesso vedremo alcune concezioni pluralistiche, basate cioè su diversi principi fondamentali alla base della realtà. Esse tentano di conciliare l’antitesi tra Essere e divenire, ovvero tra le esigenze della ragione, che cerca di ridurre tutto a principi primi, e l’esperienza dei sensi, secondo cui la realtà è molteplice ed in continuo mutamento. I filosofi che stiamo per analizzare propongono tutti un naturalismo pluralistico. Si tratta ancora di un naturalismo perché il principio primo della realtà è inteso come un qualcosa di oggettivo e materiale. Empedocle sostiene che esistono quattro sostanze primordiali: fuoco, aria, terra e acqua, dominate da due forze universali, una di attrazione (amore) e una di repulsione (discordia). Dal gioco di questi quattro elementi e delle due forze nasce l’intero universo con la sua attività. Anassagora sostiene che tutte le cose sono formate di particelle materiali piccolissime e innumerevoli, chiamate omeomerie. Esse sono di tante specie diverse quante sono le sostanze stesse esistenti in natura: si tratta quindi di una concezione pluralistica estrema. Esiste però un intelletto divino ordinatore, chiamato Nous, che dirige il movimento di tali omeomerie. Questo concetto anticipa quello di atomo di Leucippo e Democrito: la differenza sta nel fatto che gli atomi sono considerati indivisibili (infatti questo è proprio il significato del termine atomo). Leucippo fu il primo a concepire una teoria atomica dell’universo: secondo lui tutto è costituito da particelle piccolissime, indivisibili, diverse da sostanza a sostanza, chiamate appunto atomi. La sua teoria verrà ripresa e sviluppata da Democrito.

VII - L’atomismo meccanicistico di Democrito. Democrito riprese e sviluppò la teoria atomica di Leucippo. Secondo Democrito gli atomi hanno solo due caratteristiche: forma e grandezza. Perciò le differenze tra gli atomi sono solo quantitative e non qualitative. Democrito sottintende che la sostanza materiale fondamentale che costituisce gli atomi è una sola, ma essa si suddivide in maniera diversa creando atomi diversi per forma e grandezza, ed è proprio questo che dà origine alle differenze tra le sostanze materiali che conosciamo. Gli atomi sono eterni e indistruttibili (come l’Essere di Parmenide) ma muovendosi nello spazio vuoto, si urtano, si uniscono, si separano, dando così origine a tutti i fenomeni dell’universo (cioè il divenire di Eraclito). Il movimento degli atomi non è generato da alcun principio divino, ma è naturale e meccanico: essi obbediscono solo alle forze naturali, che agiscono sugli atomi secondo il principio di causa-effetto. Essendo costretti a muoversi in un modo meccanico, senza possibilità di deviazione, il principio di causa-effetto è la legge della necessità: il movimento degli atomi è quello che deve essere per inevitabili ragioni meccaniche, e non potrebbe essere diverso. Pertanto la concezione di Democrito porta fatalmente al determinismo: tutti i movimenti degli atomi, e quindi di tutti gli oggetti dell’universo (perché tutto è composto da atomi), seguono leggi rigide e predeterminate. Abbiamo già trattato del determinismo nel capitolo 2, e abbiamo visto come la fisica classica sottintenda la validità di un determinismo assoluto: si ricordino le convinzioni di Laplace in proposito. Ma il principio di indeterminazione di Heisenberg (1927), caposaldo della meccanica quantistica, ha evidenziato che il determinismo assoluto non è più sostenibile. Il principio di causa-effetto ovviamente è ancora valido, ma esso non porta a risultati rigidamente predeterminati. Torniamo a Democrito. Egli pretende di spiegare in termini di atomi anche l’esistenza della mente: secondo lui esistono particolari atomi che sono simili a quelli del fuoco e hanno la capacità di “percepire”: essi sono gli

atomi psichici, che compongono la psiche degli uomini e degli animali. Si tratta di una visione ingenua che riduce anche la mente ad una sostanza materiale. Un concetto di importanza fondamentale è quello delle qualità oggettive e soggettive, che in seguito verranno

chiamate qualità primarie e secondarie. Secondo Democrito l’unica realtà risiede negli atomi, che sono dotate

di alcune proprietà o qualità oggettive: ad esempio la forma, la grandezza, la durezza, e tutte le altre qualità che

derivano dalla diversità quantitativa degli atomi. Ma l’uomo è capace di percepire, oltre alle suddette qualità oggettive, anche altre qualità, che Democrito

definisce soggettive: il colore, l’odore, il sapore, il suono, ed altre qualità che non derivano direttamente dagli atomi bensì dalle particolari interazioni che avvengono tra gli atomi e i sensi dell’uomo (ad esempio il sapore acido sarebbe dovuto alla forma appuntita degli atomi). Ebbene, Democrito sostiene che nella realtà esistono solo le qualità oggettive o qualità primarie, mentre le qualità soggettive o qualità secondarie sono parzialmente illusorie o comunque non direttamente connesse con

la realtà oggettiva. Perciò Democrito sostiene che le qualità primarie sono alla base della verità e della scienza,

mentre le qualità secondarie sono alla base dell’opinione e della conoscenza fallace. Questa distinzione sembra molto valida ed utile, ma purtroppo genera dei problemi filosofici che analizzeremo più avanti. Per esempio Berkeley evidenzierà che tutte le qualità del mondo oggettivo sono percepite dall’uomo attraverso i sensi, e quindi in realtà tutte le qualità sono soggettive, cioè secondarie. Ma per adesso torniamo al grandioso sistema di Democrito.

VIII - Confronto tra atomismo antico e moderno. Ovviamente vi sono notevoli differenze tra gli atomi come li immaginava Democrito e come sono stati poi scoperti dalla scienza moderna. Anzitutto la teoria di Democrito era frutto della sua immaginazione e non era basata su solidi risultati sperimentali. Inoltre l’atomo secondo Democrito doveva essere (per definizione)

indivisibile, mentre oggi sappiamo che l’atomo è composto di particelle più elementari: l’elettrone, il protone ed il neutrone (e queste ultime due particelle a loro volta, secondo i modelli della fisica contemporanea, sono composti di quark). Infine secondo Democrito la differenza tra i diversi materiali conosciuti era dovuta alla dimensione e alla forma degli atomi, mentre oggi sappiamo che ciò che cambia le proprietà chimiche dei vari materiali (e quindi le loro caratteristiche) è il numero di elettroni e protoni di ciascun atomo, detto numero atomico. Cambiando tale numero si hanno elementi che a livello macroscopico appaiono completamente diversi. Dopo aver riconosciuto le differenze tra l’atomismo di Democrito e quello della scienza attuale (che specificatamente coinvolge chimica e fisica), dobbiamo riconoscere però che l’atteggiamento di Democrito nei confronti della realtà è lo stesso adottato da Galileo e dagli scienziati di oggi: l’universo viene considerato puramente oggettivo, materiale, ed in movimento secondo precise leggi meccaniche. Inevitabilmente in questa visione la mente dell’uomo (che pure è quella che “vede” l’universo) viene messa

in disparte, come un puro spettatore che però non ha un ruolo importante nella realtà oggettiva: l’universo

sarebbe esistito comunque anche senza l’esistenza di una mente che lo percepisse. Si tratta del principio nascosto dell’oggettivazione, che è stato ben evidenziato dal fisico Schrödinger. Esso permette di sviluppare un modello puramente oggettivo dell’universo, che è di enorme utilità per lo sviluppo della fisica classica e di altre scienze esatte: si pensi al perfetto realismo di Einstein, di cui abbiamo ampiamente parlato nel capitolo 3. Come conseguenza di tale atteggiamento però l’importanza dell’uomo cosciente nell’universo diventa praticamente nulla: le azioni umane non hanno significato, ed anzi, sono illusorie, poiché sono il prodotto di leggi meccaniche di causa-effetto, cioè del più rigido determinismo! Così, la perfetta razionalità del mondo oggettivo viene ottenuta a spese dell’importanza dell’uomo, della sua mente, della sua volontà: egli agisce come un burattino in balia delle leggi della fisica. Questo punto di importanza cruciale verrà ripreso e ampiamente dibattuto nel capitolo 8. Qui basterà evidenziare che un tale “funzionamento” dell’universo, che è perfettamente ordinato dal punto di vista meccanico, appare come del tutto insensato da un punto di vista puramente umano, poiché è privo di scopi o finalità: le varie catene di causa-effetto che agiscono sui diversi oggetti materiali, si intersecano tra loro dando luogo ad effetti che la mente cosciente può solo subire, senza poter indirizzare, e creano delle combinazioni complesse che non hanno un significato reale in termini umani. Per questo motivo nel corso dei secoli vari commentatori hanno considerato la concezione di Democrito come equivalente ad una basata sul caso cieco! Aristotele dirà: “Democrito riconduce tutte le cose alla necessità, omettendo di indicare il fine”. E Dante: “Democrito che il mondo a caso pone” (Inferno, IV, 136).

L’atteggiamento meccanicistico di Democrito è ancora oggi alla base della scienza, compresa la biologia, per

cui anche la teoria dell’evoluzione biologica viene considerata in termini di “necessità” e di “caso”. Lo sviluppo

di forme di vita sempre più complesse e intelligenti non viene considerata come frutto di una volontà divina o

almeno di un’intelligenza intrinseca alla natura, bensì come un qualcosa di accidentale, che avrebbe anche potuto non accadere, essendo basato appunto solo su Il caso e la necessità: questo è esattamente il titolo del celebre libro del grande biologo Monod. Viene escluso ogni scopo ed ogni finalismo, e rimane solo il rigido meccanismo di causa-effetto (necessità) ed il caso. Possiamo facilmente capire perchè nel corso dei secoli il modello di Democrito abbia suscitato grande ammirazione per il suo atteggiamento quasi scientifico e per la sua concezione unitaria dell’universo (perché

l’apparente pluralismo si risolve in realtà in un monismo materialistico), ma ha anche ottenuto diverse critiche per la svalutazione della vita umana e dello spirito al grado della materia inerte. In definitiva il grandioso sistema filosofico di Democrito riunisce mirabilmente tutta la filosofia precedente

in una concezione logica e quasi scientifica che esclude definitivamente il mito e la fantasia: esso comprende il

monismo degli ionici, il pluralismo di Empedocle e Anassagora, il principio matematico di Pitagora, il divenire

di Eraclito e l’Essere immutabile di Parmenide. Ma il prezzo da pagare per una concezione così logica e rigorosa

è la totale svalutazione della figura dell’uomo cosciente e del suo presunto libero arbitrio.

IX - Materialismo e idealismo. La filosofia di Democrito costituisce il primo sistema materialistico della storia, ed è praticamente contemporaneo al primo sistema idealistico, quello di Platone, che vedremo nel paragrafo XI. Ovviamente i termini materialismo e idealismo vanno intesi nel loro significato filosofico e non nel senso con cui oggi vengono usati comunemente: oggi si parla di “materialismo” come di tendenza alla ricerca dei soli piaceri materiali, e di “idealismo” come la tendenza ad avere nobili ideali ed agire in conformità ad essi. Invece per noi, così come in filosofia, “materialismo” significherà “concezione che pone l’origine della realtà nella materia”, mentre “idealismo” significherà “concezione che pone l’origine della realtà nell’intelligenza, o Idea”. In alcuni casi si possono perfino creare degli equivoci basati sullo scambio dei due termini. Ad esempio molti marxisti o comunisti si definiscono “idealisti” (nel senso che hanno dei forti ideali ed agiscono in base a quelli) mentre di fatto aderiscono ad una filosofia “materialistica”. Viceversa, esistono diverse persone che ricercano la ricchezza materiale pur aderendo ad una filosofia “idealistica”.

X - I filosofi umanisti: i Sofisti e Socrate. I filosofi considerati fino a questo punto erano prevalentemente naturalisti, cioè ricercavano la spiegazione della realtà in un principio oggettivo, appartenente cioè al mondo oggettivo della natura. Nel frattempo però alcuni filosofi avevano adottato un altro atteggiamento, che si può definire umanistico: essi infatti rivolgevano l’attenzione e l’interesse a se stessi in quanto esseri umani, trascurando o ignorando l’indagine della natura. I Sofisti pongono al centro del loro interesse la retorica, cioè l’arte del parlare. Essi ritengono che ogni conoscenza sia “sensibile”, cioè derivi dai sensi, e pertanto sia individuale, soggettiva, mutevole e non universale. In altri termini non si può dire nulla di certo e di assoluto: non esiste una verità universale riconoscibile da tutti, ma ognuno può esprimere una propria verità personale, che può essere messa in dubbio dagli altri. Ogni conoscenza è soggettiva e relativa. Ovviamente in tale visione anche i valori morali vengono considerati relativi

e privi di validità. Il termine “sofista” significa “sapiente” o “saggio”, ma in seguito alla critica di Platone esso assumerà un significato negativo, cioè di “falso sapiente”. I principali sofisti sono Protagora, che interpreta tutto appunto in termini di soggettività e relativismo (ciascun uomo è “misura di tutte le cose”), e Gorgia, che approda ad un vero e proprio scetticismo, secondo cui non esiste nulla di assoluto o di immutabile, e quand’anche esistesse, non potrebbe essere conosciuto o comunicato agli altri. In parole povere, secondo i sofisti un libro dal titolo Il segreto dell’universo non avrebbe alcun motivo di esistere Anche Socrate trascura l’indagine della natura e si rivolge all’uomo, però rifiuta le conclusioni relativistiche

o scettiche dei sofisti. Il motto su cui si fonda la filosofia di Socrate è: “conosci te stesso” (che si trovava inciso sul tempio di Delfi). Attraverso un’indagine interiore, Socrate supera l’aspetto superficiale rivelato dai sofisti e scopre nell’uomo un’essenza più profonda, che è la ragione. Egli non rifiuta il dubbio, ma invece di porlo come

conclusione dell’indagine filosofica (come fatto dai sofisti) lo adotta come metodo per ricercare e raggiungere la verità. In tale ricerca, condotta attraverso un dialogo razionale con un interlocutore, egli adotta l’arte dell’ironia per

evidenziare le eventuali tesi sbagliate dell’interlocutore, e l’arte della maieutica per far “partorire” all’interlocutore delle tesi valide e veritiere. E che cos’è veritiero secondo Socrate? È veritiero tutto ciò che è universale, cioè valido per tutti, sempre ed in ogni luogo. Per esempio egli desidera estrarre il concetto universale di giustizia dal racconto di varie azioni giuste, o il concetto di bellezza dalla contemplazione di varie cose belle, eccetera. Socrate giunge a tali concetti universali attraverso un processo di induzione e di astrazione. L’induzione consiste nell’intuire un concetto universale a partire da tanti esempi particolari. L’astrazione consiste nel conservare solo le caratteristiche essenziali comuni

ai vari fatti particolari.

Occorre notare che l’induzione è uno dei due fondamenti della scienza moderna: infatti il metodo di Galileo, attraverso l’analisi di vari fenomeni particolari, giunge a formulare una legge fisica che si suppone universale, cioè sempre valida, in tutti i casi particolari. L’altro pilastro della scienza moderna è la deduzione, che si attua secondo la logica e la matematica, e che dalla legge generale è capace di prevedere dei fenomeni particolari. In definitiva Socrate evidenzia che la verità consiste proprio in quei concetti universali che i sofisti avrebbero negato, poiché avevano ridotto la realtà ad un insieme di fatti particolari e relativi.

XI - Platone ed il mondo delle idee. Platone continua la ricerca di Socrate sulla ragione umana e sulla ricerca della verità al di là delle apparenze sensibili (cioè derivate dai sensi). Prendendo spunto dall’universalità del concetto evidenziata da Socrate, egli

giunge a formulare l’esistenza di un mondo delle idee, o Iperuranio, in cui si trovano tutti i concetti universali, come la giustizia, la virtù, la bellezza, eccetera. Esiste una gerarchia delle idee, e la più elevata di tutte è quella del Bene. Seguono poi le idee di rango inferiore, come le idee geometriche, fino a giungere ad idee piuttosto banali, come ad esempio la gallinità, l’idea astratta ed universale che contraddistingue tutte le galline individuali (che avranno sempre qualcosa di particolare che è diverso tra di loro, ma tenderanno tutte ad assomigliare ad una gallina ideale che evidentemente

si trova nel mondo delle idee). Una volta un sofista criticò Platone mostrandogli una gallina e dicendogli: “In questo momento io vedo

chiaramente la gallina, ma non riesco a vedere la gallinità”. Platone rispose: “Neanch’io riesco a vedere la stupidità, ma vedo chiaramente uno stupido”. Platone concepisce l’anima dell’uomo come immortale e aderisce ad una concezione mistica simile a quella

di Pitagora, basata sulla reincarnazione o metempsicosi (l’anima sopravvive alla morte del corpo e

successivamente rinasce con un altro corpo per proseguire la sua evoluzione spirituale). La sua visione oggi può apparire piuttosto ingenua, poiché egli concepisce il mondo delle idee come un regno reale (Iperuranio), separato dal mondo sensibile (quello in cui viviamo); quest’ultimo si ispira al mondo delle idee senza però riuscire a raggiungerne la perfezione. Questa concezione quindi sottintende un dualismo tra il mondo perfetto delle idee (da cui deriva l’anima) e il mondo materiale (in cui vive il corpo) che, pur modellandosi sul mondo delle idee, resta separato da esso. Secondo Platone le idee sono innate nell’anima umana, cosicché ogni possibile conoscenza dell’uomo non è altro che reminiscenza (anamnesi) di un sapere preesistente. Il sistema idealistico di Platone vuole conciliare il divenire di Eraclito e l’Essere di Parmenide, ma lo fa in maniera ben diversa da Democrito: il mondo delle idee rappresenta l’Essere immutabile di Parmenide, mentre il mondo materiale e fenomenico rappresenta il divenire di Eraclito: ma tale divenire è inteso non in senso meccanico, bensì in senso finalistico (l’universo tende ad un fine, che è la riconquista della perfezione ideale).

Il modo in cui Platone spiega la struttura della materia è molto interessante: egli ammette l’esistenza dei quattro elementi di Empedocle (fuoco, aria, terra ed acqua) a cui aggiunge l’etere. Egli però li riconduce tutti ad un principio unitario, che è un triangolo ideale e perfetto. In natura esistono solo combinazioni di triangoli di questo tipo, e le combinazioni possibili sono soltanto cinque, equivalenti alle cinque figure solide regolari: il cubo, che corrisponde all’elemento terra (le particelle di terra cioè sarebbero dei piccolissimi cubi); il tetraedro, che corrisponde al fuoco (e la sua forma appuntita sarebbe responsabile delle qualità del fuoco); l’icosaedro, che corrisponde all’acqua (e la sua forma quasi sferica spiegherebbe la mobilità dell’acqua); l’ottaedro (aria) e il dodecaedro (etere). Ciascuna figura ha caratteristiche diverse, ma può essere “smontata” e ridotta a triangoli fondamentali, che costituiscono l’elemento ideale alla base della materia: ecco quindi come si spiega la molteplicità dall’unità e la materialità dall’idealità. Tale ingegnoso modello affascinò l’astronomo Keplero (che aveva tendenze mistiche e si considerava un pitagorico) ed il fisico Heisenberg

(che concepiva l’universo come una struttura ideale, anche se basata sulle onde-particelle della meccanica quantistica e non più sui solidi geometrici di Platone).

XII - Aristotele. Aristotele, discepolo di Platone e precettore di Alessandro Magno, si propone l’arduo e colossale compito di classificare tutto il sapere. Così la sua filosofia è molto vasta, complessa, ed anche ostica: per questo Aristotele può risultare noioso e pedante. I tre campi principali di cui Aristotele si interessò sono: logica, fisica, e filosofia prima o metafisica. Uno dei meriti di Aristotele è quello di aver sistemato la logica. La sua logica formale si basa su tre semplici principi primi, e distingue il ragionamento induttivo dal ragionamento deduttivo.

Uno dei tre principi è il principio di non contraddizione: A non può essere contemporaneamente non-A. Ad esempio un oggetto caldo non può essere contemporaneamente freddo. Si potrebbe obiettare che vi sono casi in cui l’oggetto si può raffreddare, e quindi potrà essere caldo e freddo: ma in tal caso distingueremo un primo momento in cui esso è caldo, ed un secondo momento in cui esso è freddo. Aristotele direbbe che il corpo è caldo in atto e freddo in potenza.

Aristotele ammette l’esistenza del divenire, che avviene tramite il passaggio dalla potenza all’atto: potenza è

la possibilità di assumere una certa forma; atto è assumerla effettivamente. Per esempio un seme è seme in atto

(perché è già un seme), ma è albero in potenza, perché l’albero può crescere dal seme. Secondo Aristotele, la materia informe rappresenta la potenza, mentre la forma rappresenta l’atto. Per fare un altro esempio, nella fisica contemporanea (che Aristotele non poteva ancora conoscere) gli stati quantistici offrono una rosa di valori possibili per la misura, cioè valori in potenza, mentre i cosiddetti autostati danno una misura effettiva, un valore in atto (si veda il capitolo 3).

Anche in fisica classica si può trovare un esempio a cui si applica il concetto di potenza ed atto: l’energia potenziale ed il lavoro sono rispettivamente lavoro in potenza e lavoro in atto. Più in generale, il termine energia in fisica significa proprio lavoro in potenza. Anche se questi esempi fisici si adattano bene ai concetti di potenza ed atto, la fisica di Aristotele non ha validità scientifica, come vedremo poco più avanti. Torniamo alla logica. Il ragionamento induttivo permette di ricavare una legge generale da una serie di osservazioni particolari, secondo un procedimento simile a quello illustrato da Socrate nella sua ricerca dei concetti universali. Il ragionamento deduttivo invece permette di dedurre e prevedere dei fatti particolari dalle leggi generali. Come abbiamo visto fin dal primo capitolo, Galileo unirà mirabilmente i due procedimenti nel suo metodo scientifico. Aristotele chiama sillogismo la forma tipica del ragionamento deduttivo, che è composta da tre termini: premessa, termine medio e conclusione. Ad esempio: 1) Tutti i filosofi hanno la barba - 2) Socrate è un filosofo - 3) Socrate ha la barba. Poiché contiene un termine intermedio tra la premessa e la conclusione, il sillogismo è detto anche ragionamento mediato, per distinguerlo dal giudizio che invece congiunge direttamente i due termini, soggetto e predicato: ad esempio, Socrate è saggio. Esistono delle regole precise che riguardano la costruzione del sillogismo, per evitare conclusioni errate, come nel seguente caso: 1) Tutti i gatti hanno i baffi; 2) Socrate ha i baffi; 3) Socrate è un gatto. La logica formale di Aristotele è considerata valida ancora oggi, anche se nel corso della storia alcuni filosofi hanno proposto logiche alternative, come Hegel con la sua dialettica, che ammette una sorta di coincidenza degli opposti, o almeno uno sviluppo attraverso una dinamica degli opposti.

La fisica di Aristotele oggi non è più accettabile: essa non ha alcuna validità scientifica. Aristotele distingue il mondo celeste, cioè il mondo perfetto dei cieli composto dall’elemento etere, dal mondo terrestre, cioè il mondo imperfetto della Terra composto dai soliti quattro elementi di Empedocle (terra, acqua, aria e fuoco). Ovviamente nella cosmologia di Aristotele la Terra si trova al centro dell’universo (geocentrismo). Nella sequenza delle opere di Aristotele, quelle che riguardano la filosofia prima sono state classificate dopo quelle della fisica, e per questa collocazione sono state contrassegnate dal termine metafisica (dopo la fisica). Oggi molti scienziati e filosofi della corrente del positivismo considerano il termine metafisica in senso negativo, come un insieme di fantasticherie filosofiche che “vanno al di là della fisica” e risultano pertanto antiscientifiche. Di fatto la metafisica (detta anche ontologia, che significa scienza dell’essere) indica quella parte della filosofia che indaga ciò che è al di là dell’esperienza dei sensi, cioè la struttura dell’essere in generale, e che però dà origine all’intera realtà, compresi gli stessi fenomeni percepibili dai sensi. Aristotele considera la filosofia prima una “scienza difficilissima”, perché “ciò che conosce è massimamente lontana dai sensi”. Inaspettatamente questa definizione potrebbe essere attribuita anche alla fisica teorica contemporanea, che pur basandosi su risultati sperimentali, indaga realtà che sembrano lontanissime dal buonsenso comune Questa non è soltanto una battuta: paradossalmente anche la scienza si serve, più o meno inconsapevolmente,

di concetti metafisici ogni qual volta generalizza ed arriva ad una legge o ad un concetto astratto: semplici leggi

fisiche come la conservazione dell’energia, o concetti poco intuitivi come lo spazio di Hilbert in meccanica quantistica, stanno al di là dei singoli fatti sperimentali, pur risultando indispensabili per la loro comprensione.

Ma torniamo ad Aristotele: anzitutto egli ritiene che il mondo delle idee non sia separato dal mondo sensibile ma ne costituisca l’essenza. In termini semplici, Aristotele sostituisce il concetto di idea con quello più pratico e concreto di sostanza. In termini filosofici, egli sostituisce la trascendenza di Platone con l’immanenza (presenza dell’idea all’interno degli oggetti visibili). Perciò, se Platone si può definire un idealista, Aristotele si può definire un realista. Per questo motivo al centro dello stupendo affresco La Scuola di Atene di Raffaello (Musei Vaticani), che raffigura i principali filosofi dell’antichità, Platone indica il cielo ed Aristotele indica la terra. Un altro punto di distacco dalla filosofia di Platone è la negazione dell’esistenza di idee innate nell’anima umana, che Aristotele paragona ad una tabula rasa (una tavoletta inizialmente vuota, come una pagina bianca). Secondo Aristotele l’anima è mortale perché non è disgiunta dal corpo: l’anima infatti è la caratteristica dei corpi capaci di vivere, e viene detta anche entelechia; questa concezione che separa nettamente ciò che è animato da ciò che è inanimato è detta vitalismo, ed è diversa dall’ilozoismo o animismo ingenuo dei filosofi ionici, secondo i quali la vita era latente in tutto l’universo. Torniamo ad Aristotele: egli distingue quattro tipi di cause. Per i nostri scopi sarà sufficiente analizzarne due: la causa efficiente, che significa semplicemente causa nel senso comune del termine (ciò che dà origine ad un effetto); e la causa finale, che è lo scopo, il fine o il proposito di un’azione. Nella concezione meccanicistica di Democrito esistono solo le cause efficienti e non vi è posto per le cause finali: gli atomi si muovono meccanicamente perché costretti dalla legge di necessità, cioè di causalità, e non hanno uno scopo predefinito. Secondo Democrito quindi nell’universo non vi è alcuna finalità, e i nostri presunti scopi sono solo un’illusione che si crea nel nostro cervello in seguito alle interazioni meccaniche tra gli atomi materiali.

Sebbene Aristotele non creda all’immortalità dell’anima umana, egli ammette l’esistenza di Dio, e Lo definisce in tre modi: atto puro (Dio è già perfetto e non ha nulla in potenza); motore immobile (Dio è immobile ma è la causa del movimento e del divenire dell’universo); pensiero di pensiero (pensiero che contempla se stesso e non può aver interesse per nulla di inferiore). Con questa definizione, Aristotele si sbilancia verso una concezione idealistica, poiché il suo concetto di Dio è affine al mondo delle idee di Platone: spunta di nuovo così il dualismo tra idee e realtà che Aristotele inizialmente aveva rifiutato. Un altro dualismo in Aristotele si ha tra gli organismi viventi (dotati di entelechia) e la materia non vivente; ed ancora un altro dualismo si ha nella sua cosmologia, che contrappone la perfezione eterea dei cieli all’imperfezione del mondo terrestre, e che poi Galileo confuterà. Ma nel frattempo, la sua filosofia dominerà l’Europa per due millenni.

XIII - Epicuro, Stoici, Scettici. Epicuro sostiene riprende la concezione materialistica della realtà di Democrito, ma vi aggiunge l’importantissimo concetto di parènclisi; questo stesso concetto verrà poi chiamato clinamen da Lucrezio, filosofo romano. Che cos’è il clinamen? Democrito immaginava che gli atomi si muovessero lungo traiettorie precise e inevitabili. Epicuro e Lucrezio invece ammettono la possibilità di una piccola deviazione, detta appunto clinamen, rispetto a tali traiettorie. Il clinamen non è determinato dalla legge di causa-effetto ma è un atto spontaneo compiuto dagli atomi: in altre parole la natura non è rigidamente meccanica, ma ha un piccolo margine di libertà entro cui può manifestare la sua volontà cosciente. È proprio facendo leva sul clinamen che gli uomini e gli animali possono agire liberamente: al funzionamento prevalentemente meccanico si affianca così un piccolo margine per compiere delle azioni libere, e questo può spiegare l’esistenza del libero arbitrio. Il concetto di clinamen ricorda il principio di indeterminazione di Heisenberg, caposaldo della meccanica quantistica. Anche se quest’ultimo non riguarda propriamente una “deviazione” da una “traiettoria” (come nel caso del clinamen), esso comunque permette una violazione dal perfetto corso deterministico degli eventi, ed è quindi in grado di giustificare l’esistenza del libero arbitrio negli esseri umani. Questo argomento, già introdotto nel capitolo 3, verrà ripreso nel capitolo 9. Epicuro è rimasto famoso soprattutto per la sua filosofia pratica: egli consiglia di preferire la serenità (atarassia) ai piaceri sfrenati ed attribuisce una grande importanza al sentimento dell’amicizia. Molto interessante è anche il quadrifarmaco, un “medicinale” filosofico costituito da quattro massime: non occorre aver timore né degli dei né della morte, il bene si può ottenere facilmente, ed il male si può sopportare altrettanto facilmente. Anche gli Stoici professano una concezione materialistica dell’universo, caratterizzata però da un principio divino e finalistico. Secondo gli Stoici infatti la materia è permeata di un principio attivo di natura divina (pneuma), per cui la loro concezione può essere definita una forma di panteismo (Dio è in tutte le cose).

Il principio divino si manifesta come forza di coesione nella materia inerte, come capacità di crescita nei vegetali, come capacità di percezione negli animali, e come ragione nell’uomo. Questo ricorda un celebre passo delle Upanishad (le antiche scritture indiane): “Il Brahman dorme nelle pietre, respira nelle piante, pensa negli animali e discerne negli uomini”. Gli Stoici inoltre negano la contraddizione tra necessità e finalismo, ed affermano che essi si conciliano nella razionalità di Dio, che è insieme fato e provvidenza. Nell’attività pratica, gli Stoici professano l’imperturbabilità di spirito davanti alle difficoltà, ed il rigore nel seguire la virtù: questa loro condotta spiega il significato con cui oggi si intende l’aggettivo “stoico”. Gli Scettici ripropongono il dubbio già introdotto dai Sofisti, in particolare da Gorgia. Il significato originario del termine scetticismo è indagine, ma lo scettico Pirrone, per mezzo di argomentazioni simili a quelle dei Sofisti (soggettivismo, relativismo, eccetera), conclude che nessun metodo è capace di fornire una conoscenza valida ed universale: così Pirrone conclude la sua indagine col dubbio sistematico, che è un dubbio assoluto, radicale, che non permette di arrivare ad alcun tipo di conoscenza, da cui segue la sospensione di ogni giudizio (epochè). È evidente una auto-contraddizione nelle conclusioni di Pirrone: se occorre dubitare di qualsiasi cosa, com’è possibile affermare con certezza la validità del dubbio stesso?! Gli scettici successivi furono meno radicali di Pirrone: un esempio è Carneade, citato da Alessandro Manzoni nel capitolo VIII dei Promessi Sposi come esempio di filosofo poco noto. Carneade sostiene che l’uomo non dovrebbe prendere nulla per certo, ma dovrebbe regolarsi sul principio della verosimiglianza e della probabilità: si tratta di un atteggiamento ben più costruttivo ed utile di quello di Pirrone, e vicino allo spirito della scienza moderna.

XIV - Il paradosso di Epimenide.

La contraddizione logica insita nel ragionamento di Pirrone è la stessa che si ha nel cosiddetto paradosso di Epimenide, un saggio di Creta vissuto diversi secoli prima degli scettici. Epimenide (che era cretese), una volta affermò: “I cretesi sono bugiardi”. Ebbene, quest’affermazione è auto-contraddittoria ed è priva di significato. Vediamo perché. Le possibilità sono due: o Epimenide ha detto la verità, o ha mentito. Ammettiamo che abbia detto la verità:

allora i cretesi sono bugiardi, ed anch’egli, essendo cretese, è bugiardo, quindi non può aver detto la verità; conclusione: se Epimenide ha detto la verità, ne consegue che non ha detto la verità! Ammettiamo invece che Epimenide sia effettivamente bugiardo ed abbia mentito. Ma se ha mentito, non è vero che i cretesi sono bugiardi, quindi Epimenide ha detto la verità; conclusione: se Epimenide ha mentito, ne consegue che non ha mentito! Una forma sintetica del paradosso di Epimenide è la seguente: “Io sto mentendo”. Si può comprendere facilmente che tale affermazione si auto-contraddice. Ebbene, torniamo a Pirrone: la sua affermazione totalmente scettica è chiaramente contraddittoria. Egli dice:

“La verità non può essere conosciuta e l’unica certezza possibile è il dubbio”. Ma se egli ha ragione, la sua affermazione fa decadere la validità di ogni possibile affermazione, compresa la sua stessa affermazione, che pertanto diventa falsa! In poche parole il dubbio sistematico si falsifica da solo. Lo stesso ragionamento si può applicare all’affermazione dei sofisti: “La verità non esiste”.

XV - Filosofia romana. La filosofia romana fu prevalentemente stoica: i maggiori esponenti dello stoicismo romano furono Seneca, Epitteto e l’Imperatore Marco Aurelio. Invece Lucrezio fu un epicureo, e Cicerone fu un eclettico. L’eclettismo è un tentativo di conciliare ed armonizzare varie filosofie in un’unica concezione, anche se la matrice dominante resta quella stoica: così Cicerone afferma l’esistenza di Dio e concepisce un ordine finalistico nell’universo. Egli sostiene che nella ragione umana è implicita la legge naturale, che suggerisce ciò che è bene e ciò che è male. Egli infatti concepisce la ragione come qualità dell’anima, che è dotata di idee innate (in questo Cicerone si distacca dagli stoici, che aderiscono alla teoria della tabula rasa). È straordinario notare l’elevatissima concezione morale raggiunta dagli antichi filosofi greci e romani solo con l’aiuto della ragione e dell’intuizione, prima di poter conoscere le rivelazioni del cristianesimo.

Il Neoplatonismo è l’ultimo indirizzo filosofico prima dell’affermazione del Cristianesimo nell’Impero

Romano. Questo indirizzo si rifà non solo a Platone ma anche agli Stoici, e pertanto presenta una tendenza al monismo piuttosto che al dualismo platonico.

Il maggiore filosofo neoplatonico fu Plotino, il quale ebbe modo di viaggiare anche in Persia e in India e di

assimilare così i concetti filosofici orientali, che risultano evidentissimi nella filosofia di Plotino, e perfino più

importanti della stessa influenza platonica! La filosofia di Plotino presenta infatti strette affinità col sistema filosofico indiano del Vedanta.

Plotino concepisce la realtà divina come unità assoluta, totalità, e completezza: la molteplicità è solo un’apparenza, e solo l’Uno esiste. È evidente l’affinità con l’Essere assoluto di Senofane e di Parmenide e con il Brahman della filosofia indiana. Non si può veramente descrivere l’Uno, poiché esso è ineffabile (al di là delle parole). Infatti ogni giudizio che possiamo dare sarà tipico del mondo fenomenico, sensibile (dei sensi), mentre l’Uno è assoluto e indescrivibile in termini di attributi relativi, essendo del tutto trascendente rispetto alla realtà relativa dei fenomeni quotidiani. Questo concetto di ineffabilità è identico a quello espresso dalle Upanishad (le antiche scritture indiane) a proposito del Brahman. L’Uno si potrebbe definire approssimativamente come Pensiero puro, ma ciò presupporrebbe la distinzione o dualità tra soggetto pensante ed oggetto pensato, mentre l’Uno è assoluta unità. Nonostante questa apparente inaccessibilità, l’uomo può “sentire” o “cogliere” in se stesso l’Uno per mezzo

di un’intuizione immediata. Si tratta di un processo cosciente che supera la ragione dell’uomo, cioè il suo lato

razionale, insufficiente a comprendere l’Uno. L’Uno è del tutto trascendente rispetto al mondo molteplice dei fenomeni, eppure dà origine a tale mondo

attraverso un processo di emanazione. Si tratta di un concetto paradossale che, di nuovo, si ritrova nel concetto indiano di Brahman, il quale è assoluto e del tutto slegato rispetto a Maya, il mondo fenomenico, eppure è all’origine di Maya. Per poter comprendere tale concetto paradossale, io personalmente mi sono sempre aiutato con delle domande di questo tipo: Mestre è Venezia o no? La Sardegna è Italia o no? Brooklyn è New York città o no? La notte fa parte del giorno o no? In tutti tre casi la risposta può essere o no a seconda del grado di esattezza desiderato. In senso stretto Mestre non è Venezia ed è nettamente separata da Venezia. In senso lato, Mestre fa parte della città di Venezia. Lo stesso si può dire nel caso del giorno e della notte: la notte e il giorno sono distinti ed antitetici, però in senso lato la notte fa parte del giorno, inteso come ciclo completo di 24 ore. Ebbene, la stessa relazione “paradossale” si ha nel caso del Brahman e di Maya: in senso stretto Maya non è il Brahman, ma in senso lato sì. In senso stretto Venezia non comprende Mestre, ma in senso lato sì. Venezia città è nettamente separata da Mestre, eppure Mestre fa parte di Venezia. In questi esempi quindi si ha un superamento della logica convenzionale di Aristotele. Ma torniamo a Plotino ed al suo processo di emanazione, per mezzo del quale l’Uno crea la realtà relativa e molteplice pur rimanendo disgiunta e trascendente rispetto ad essa. Egli propone diversi paragoni per illustrare

la questione: ad esempio un’unica sorgente infinita che dà origine a diversi fiumi, il fiore che diffonde il suo

profumo, la luce del Sole che illumina luoghi diversi. Potremmo aggiungere l’esempio della luce che attraversa vetri di colore diverso e crea un effetto di molteplicità da un’origine unitaria. Le Upanishad a questo proposito descrivono come perfettamente pieni sia il Brahman sia Maya, anche se Maya è generato dal Brahman: “Pieno è Quello, Pieno è Questo. Se si estrae il Pieno dal Pieno, tuttavia rimane intatto il Pieno”. Occorre notare che il processo di emanazione è diverso dal processo di creazione, come quello descritto dalla Bibbia. Il processo di emanazione è implicito, necessario, inevitabile nella struttura stessa dell’Uno. La realtà relativa in un certo senso è la stessa realtà assoluta vista però in maniera rifratta attraverso le lenti

dell’incompletezza, della parzialità, per cui solo un aspetto alla volta viene colto, il che dà luogo alla nascita della molteplicità dall’unità.

Si tratta di un concetto piuttosto astratto, che però può essere capito con vari esempi tratti dalla fisica

contemporanea: abbiamo già detto che ogni materiale conosciuto può essere espresso in termini di sole tre

particelle, elettrone, neutrone e protone. Si ha quindi una riduzione dell’infinita molteplicità del mondo materiale ad un insieme di sole tre particelle.

A livello più profondo il processo di unificazione prosegue, ed oggi possiamo dire che ogni manifestazione

fisica, particella o forza, è semplicemente una perturbazione del vuoto quantistico. Il livello più profondo e

definitivo dell’unificazione si avrebbe se le diverse perturbazioni del vuoto quantistico si potessero esprimere in termini di un’unica entità, il campo unificato studiato oggi dai fisici teorici. Torniamo a Plotino: l’emanazione dall’Uno procede per gradi successivi. Il primo gradi di emanazione è l’Intelletto. Nell’Intelletto l’Uno si sdoppia nel soggetto pensante (intelligenza) e nell’oggetto pensato (intelligibile). Ecco quindi che dalla perfetta unità si crea la dualità soggetto-oggetto. Quando noi pensiamo a noi stessi si ha questa dualità, perché concepiamo noi stessi come oggetto del nostro pensiero, pur restando soggetto del pensiero stesso. Questo processo in generale si può applicare all’intera realtà, compresa la realtà materiale: ad esempio quando io guardo un oggetto, per esempio una mela, in realtà l’Uno (che è anche in me) vede l’Uno (che è anche nella mela), e si ha così una dualità (io-mela) nonostante l’unità dell’Uno (il Tutto) non venga intaccata. Il secondo grado di emanazione è l’Anima del mondo, che plasma ed organizza tutte le cose, dando loro una forma ed un ordine. L’ultimo grado dell’emanazione è il mondo sensibile, ovvero il mondo che possiamo percepire con i sensi. Esso è formato dalla materia informe, priva di qualità (perché le qualità provengono dai gradi superiori). La materia quindi è considerata da Plotino come assoluta passività, inerzia, negatività, privazione dell’essere, o in breve, come il non-essere. Si tratta di un totale rovesciamento della concezione materialistica di Democrito, che considera la materia come unico essere. La concezione di Plotino è essenzialmente idealistica, poiché considera il pensiero e l’Intelletto superiori alla materia, la quale non è altro che passività destinata solo ad essere strumento dell’intelligenza, che attraverso di essa può percepire un mondo apparentemente oggettivo. Plotino porta alle estreme conseguenze la svalutazione della materia: mentre l’Uno è il bene, la materia è il male. Va detto però che secondo Plotino il male non esiste di per sé, ma è solo mancanza di bene, ovvero è un concetto relativo generato dalla rarefazione delle qualità superiori che emergono dall’Uno. Questa interpretazione del male verrà ripresa da Sant’Agostino e da Leibniz. Secondo Plotino lo scopo ed il compito dell’uomo è riscoprire la sua natura essenziale, che è la perfezione dell’Uno. Questo deve avvenire attraverso quattro gradi: esercizio delle virtù nella vita pubblica; contemplazione dell’arte e dell’amore; contemplazione filosofica; ed infine estasi. L’estasi equivale al concetto indiano di ananda (normalmente tradotto come beatitudine) e viene raggiunta attraverso la riunione con l’Uno, il che equivale al concetto indiano di illuminazione. Abbiamo già visto, nel paragrafo dedicato a Parmenide, che l’Uno indiano (Brahman) ha come sue prime manifestazioni Sat-Chit- Ananda (Essere, Coscienza, Beatitudine).

XVII - La certezza di Sant’Agostino. Nei primi secoli dopo Cristo la religione cristiana si diffonde nell’Impero Romano. Essa muove dalla fede e non dalla ragione, e quindi si basa sulla rivelazione contenuta nelle Sacre Scritture (la Bibbia), la quale consiste in un insieme di dogmi: un dogma è un principio che non può essere dimostrato e non può essere messo in discussione, ma dev’essere accettato così com’è. Ad esempio: Dio è Uno ma è anche Trino, cioè si manifesta nelle tre Figure della Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo. Un altro dogma, considerato un mistero superiore alle possibilità della comprensione razionale, è il seguente: Gesù è contemporaneamente vero Dio e vero uomo. La religione cristiana si basa sulla fede e sul sentimento, ma i filosofi cristiani intendono ugualmente ricercare la verità per mezzo della ragione, mantenendosi entro i limiti indicati dalla rivelazione e senza porsi in contraddizioni con i dogmi. Sant’Agostino sostiene che fede e ragione sono complementari e si completano a vicenda. Egli in gioventù fu un manicheo, ovvero un seguace del filosofo persiano Mani, che ammetteva l’esistenza nel mondo di due forze nettamente distinte e contrapposte, il Bene e il Male: si tratta di una visione piuttosto ingenua e banale, ma col pregio della semplicità e della chiarezza. Mani inoltre considerava la materia come luce imprigionata: anche questa sembra una definizione sciocca, se considerata nei termini della fisica classica ottocentesca, ma inaspettatamente può essere compatibile con la visione della fisica contemporanea (pur rimanendo soltanto una descrizione pittoresca). Oggi infatti si direbbe che la materia consiste di funzioni d’onda “imprigionate”, mentre la luce consiste di funzioni d’onda in un certo senso “libere”. In seguito Sant’Agostino si convertì al cristianesimo. La sua intuizione più importante è quella che capovolge la posizione dello scettico Pirrone. Se gli scettici avessero ragione, ciò che penso potrebbe essere privo di valore, cioè potrei ingannarmi. Ragionando su questa possibilità, io sono assalito dal dubbio. Ma

proprio da questo dubbio scaturisce una certezza indiscutibile: non posso dubitare del fatto che io stia dubitando, cioè devo necessariamente affermare che io esisto: quindi, anche se mi inganno, comunque io esisto (Si fallor sum). Il concetto espresso da Sant’Agostino ricorda la contradditorietà del paradosso di Epimenide, ma egli lo usa per evidenziare che esiste almeno ad una certezza assoluta, e cioè che io sicuramente esisto. Questo è un punto cruciale della filosofia, che verrà ripreso oltre mille anni più tardi da Campanella e quindi da Cartesio, col suo celebre Cogito ergo sum (penso, quindi esisto). Sant’Agostino così denuncia la contraddizione degli scettici ed afferma che la verità esiste (nel senso che esiste almeno una verità inoppugnabile, e cioè che io esisto). Da ciò Sant’Agostino deduce che l’uomo può trovare la verità rivolgendosi all’interno di se stesso, ovvero nella propria interiorità, e che tale verità è la luce di Dio, che si trasmette all’uomo attraverso un rapporto misterioso che egli chiama illuminazione. Tale criterio di verità non si basa sui sensi ma riguarda la capacità di giudicare e di dare giudizi validi. Un problema filosofico di grande importanza è il seguente: se Dio ha creato il mondo ed egli è perfettamente Buono, com’è possibile l’esistenza del male nel mondo? Sant’Agostino rifiuta la tesi dei manichei, secondo cui il Male sarebbe una sorta di divinità autonoma e contrapposta al Bene: ammettere ciò infatti sarebbe in contrasto con l’onnipotenza di Dio. La sua risposta è simile a quella già data da Plotino e che verrà ripresa anche da Leibniz: il male non esiste di per sé ma è solo assenza o limitazione di bene. Il male comunque ha una finalità positiva perché sollecita l’uomo a ricercare la sua vera natura, che è puro bene (per fare un esempio banale, si pensi ai numerosi casi in cui il dolore fisico risulta utile). Il concetto in questione a me ricorda le macchie solari. Sulla superficie del sole vi sono delle macchie scure che possono essere osservate con strumenti ottici semplici ma appropriati. Ebbene, in realtà anche le macchie solari sono luminose, però, essendo meno luminose rispetto alle zone circostanti della superficie solare, per contrasto ci appaiono scure. Sant’Agostino distingue tre tipi di male: male metafisico, morale e fisico. Il male metafisico è dovuto al fatto che gli esseri finiti, come l’uomo, sono limitati e incompleti rispetto a Dio infinito, e quindi la loro imperfezione è inevitabile: si tratta però solo di una mancanza di completezza e non un male che esiste di per sé. Gli altri due tipi di male derivano dal male metafisico. Il male morale è il peccato, ovvero un cattivo uso della libera volontà ed un giudizio errato sulle cose: anch’esso è prodotto dal fatto che gli esseri finiti sono parziali, incompleti. Il male fisico è un mezzo di purificazione e quindi permette un avvicinamento dell’uomo a Dio.

Sant’Agostino dà anche un’interessante soluzione al seguente problema filosofico: “Che cosa succedeva prima che Dio creasse il mondo?”. Secondo Sant’Agostino tale domanda non ha senso, poiché il tempo è una caratteristica che fa parte del mondo creato, e non può essere estrapolato ed applicato a presunti tempi anteriori alla creazione, proprio perché il tempo può essere concepito solo all’interno del creato stesso. In particolare, egli concepisce il tempo come “distensione dell’anima”, cioè come modo in cui la ragione umana può cogliere la realtà. In ultima analisi ciò equivale a concepire il tempo come un’entità psicologica o soggettiva. Questo ricorda la definizione che sarà data oltre un millennio più tardi da Kant.

XVIII - La Scolastica e San Tommaso d’Aquino. Dopo Sant’Agostino vi furono molti altri filosofi cristiani. La filosofia cristiana medievale fu chiamata Scolastica. Il principale filosofo di questo periodo fu San Tommaso d’Aquino, il quale (come anche altri scolastici) riadattò la filosofia di Aristotele al cristianesimo. Tommaso, come Sant’Agostino (e come tutti i filosofi scolastici), ritiene che fede e ragione non siano in contraddizione tra di loro e che la ragione può portare un grande contributo alla causa della fede. Per questo San Tommaso viene considerato un razionalista. Tra i temi principali della Scolastica, oltre alla conciliazione tra fede e ragione, vi furono: il tentativo di fornire delle dimostrazioni razionali dell’esistenza di Dio; ed il problema degli universali, che consiste nel capire se i concetti universali già evidenziati da Socrate e Platone esistono realmente o sono solo un’utile creazione dell’immaginazione umana. San Tommaso porta cinque prove per dimostrare l’esistenza di Dio. Ad esempio la quinta prova (o “quinta via”) è quella dell’ordinamento finalistico delle cose: nel mondo egli vede una successione regolare ed ordinata dei fenomeni, che rivelano un’armonia che non può essere prodotta dal caso. Egli vede questa tendenza anche in oggetti naturali che sono privi di intelligenza e quindi incapaci di volgersi intenzionalmente verso delle finalità (ad esempio le piante): questo fa presupporre l’esistenza di una Intelligenza ordinatrice, cioè di Dio.

Va ricordato che questo finalismo viene negato dalla biologia attuale, cioè considerato apparente ed illusorio,

in conformità al modello meccanicistico adottato dalla scienza moderna, che trova le sue radici nel sistema

filosofico di Democrito.

XIX - Il ‘rasoio’ di Occam. Durante il Medio Evo la cultura fu dominata dalla teologia cristiana e della filosofia scolastica, a discapito dello sviluppo della scienza e della tecnica. Intorno al 1300 però si iniziarono ad avere i primi tentativi di superare la Scolastica. Il frate Guglielmo di Occam separa di nuovo fede e ragione e sostiene che la fede, basata sui dogmi cristiani, riguarda l’ambito sovrannaturale, mentre la ragione, basata sulla rielaborazione delle esperienze dei sensi, riguarda l’ambito naturale, ovvero il mondo materiale. Alla base della sua filosofia vi è un metodo rigidissimo di economia di pensiero e di selezione dei concetti che è rimasto celebre come rasoio di Occam: tutto ciò che è superfluo deve essere tagliato e scartato. Egli perciò nega l’esistenza degli universali: infatti noi vediamo solo i fatti particolari e non i concetti universali, i quali quindi devono essere scartati e considerati puri nomi privi di una realtà intrinseca

(nominalismo). Egli inoltre afferma che l’unica fonte di conoscenza è l’esperienza sensibile, e tutto ciò che non può essere percepito con i sensi non può essere conosciuto: per questo l’anima, lo spirito e la realtà divina sono

di esclusiva pertinenza della fede.

Occam giunge a dichiarare che devono essere rifiutati perfino principi come quello di causa e il concetto di sostanza! Infatti noi possiamo essere certi soltanto dei fatti particolari che ci derivano dai sensi, e poi è la nostra ragione che li collega attraverso i concetto di causa e di sostanza. Ma tali concetti non esistono di per sé, sono solo un completamento creato dalla nostra immaginazione! Ad esempio, se mangio una mela, posso vederla, odorarla, assaporarla, e fondendo tutte queste impressioni dei sensi la mia ragione crede che la mela sia costituita di una reale sostanza oggettiva e materiale. Tale presunta sostanza però resta di per sé sconosciuta e non può essere oggetto di un’effettiva esperienza, poiché noi in realtà percepiamo solo delle sensazioni (tatto, odore, sapore) che attribuiamo a tale sostanza, ma non percepiamo la sostanza in sé. Oltre che al concetto di sostanza materiale, Occam rivolge la sua critica anche al concetto di sostanza spirituale (l’anima). Con queste argomentazioni egli anticipa di parecchi secoli la filosofia degli empiristi, ed in particolare l’indirizzo scettico dell’empirista Hume, che a sua volta porterà al grande problema filosofico della cosa in sé, evidenziato da Kant.

Capitolo 5

Breve storia della filosofia moderna

Nella filosofia moderna il pensiero, che prima era come dimentico di sé, si mette ora dinanzi a sé stesso e si conosce come l’elemento in cui la realtà si costituisce. Emanuele Severino, filosofo.

I - Umanesimo e Rinascimento. Nel secolo XV inizia un moto di rinnovamento che tende a superare la cultura medievale, chiusa nell’ambito della teologia, ed apre la strada all’età moderna. Siamo nel periodo dell’Umanesimo, in cui l’uomo rivolge il proprio interesse non esclusivamente a Dio ma anche a se stesso in quanto essere razionale e sovrano del proprio destino. Il secolo XVI segna poi l’epoca del Rinascimento, che fiorisce soprattutto in Italia, e porta alla rinascita delle arti, alla riscoperta del mondo antico, ed all’indagine scientifica della natura. Anche gli studi matematici subiscono un’accelerazione, e tutto ciò pone le basi della scienza moderna, che vedrà la sua nascita intorno al 1600 grazie all’inestimabile opera di Galileo Galilei. La visione rinascimentale della natura, che si diffonde già nel secolo dell’Umanesimo, è prevalentemente mistica ed influenzata dal panteismo, ovvero presenta caratteristiche neoplatoniche e stoiche. In altri termini la natura viene considerata come un’entità divina, in cui l’uomo è perfettamente integrato.

Uomo e natura sono chiamati rispettivamente microcosmo e macrocosmo: l’uomo infatti viene concepito come un piccolo universo che contiene in sé tutte le caratteristiche del grande universo, cioè dell’intera natura.

In quest’ottica si può facilmente comprendere il successo e la diffusione della magia e dell’astrologia in

quest’epoca, che rappresentano un inevitabile ponte di passaggio dalla teologia medievale alla nascente scienza

moderna. I principali filosofi neoplatonici del secolo XV sono Cusano e Ficino, che si ricollegano al misticismo di Plotino. Secondo Nicola Cusano ogni singolo essere, pur essendo particolare nella sua individualità, riflette in sé

l’intero universo e lo stesso Dio infinito. Poiché gli esseri finiti sono diversi l’uno dall’altro, ma devono conciliarsi e coincidere nel Dio infinito, Cusano afferma che in Dio ogni differenza e contrasto viene annullata e

si ha una coincidenza degli opposti. Già Eraclito aveva concepito l’universo come gioco dei contrari che, pur apparendo in lotta tra di loro,

trovano una loro unità nel divenire. In Eraclito però non era ancora pienamente espresso o valorizzato il concetto

di Dio come Entità in cui tutto si concilia, come invece avviene in Cusano, evidentemente influenzato dalla

teologia medievale. Egli però estende i caratteri divini da Dio all’uomo ed all’intera natura: per questo motivo l’uomo è microcosmo, ovvero immagine dell’intero universo e stadio intermedio tra natura e Dio, il che spiega perché Dio ha potuto manifestarsi come uomo, nella persona di Gesù. L’uomo quindi è un Dio, ma non in modo assoluto, cioè non completamente: egli è un “Dio umano”, ovvero una sorta di Dio parziale in cui la perfezione divina non è totalmente sviluppata. Come si vede, si tratta di una visione ardita che supera gli insegnamenti tradizionali della religione a riguardo di Dio e dell’uomo e che verrà continuata da Ficino. Marsilio Ficino tenta di conciliare la religione con la filosofia, in particolare col neoplatonismo. Egli infatti sostiene che la rivelazione divina, pur trovando la sua forma perfetta nell’insegnamento di Gesù, era stata anticipata da filosofi come Pitagora, Platone e Plotino. Già durante i primi secoli dopo Cristo alcuni Padri della

Chiesa avevano considerato la filosofia greca come un’anticipazione incompleta dell’insegnamento di Gesù, ma la loro voce non trovò poi un riconoscimento nella sistemazione definitiva della dottrina cristiana. Secondo Ficino, Dio manifesta direttamente la sua presenza nel mondo attraverso una forza divina che regge ed anima l’universo. Egli quindi è non solo trascendente, ma anche immanente, come già sostenuto da Plotino.

II - Leonardo da Vinci, precursore della scienza moderna. Leonardo da Vinci, genio versatile e multiforme, fu filosofo, scienziato, ingegnere ed artista. Leonardo anticipa il metodo scientifico di Galileo sostenendo che la scienza è sintesi di esperienza e ragionamento: egli così rifiuta le teorie costituite solo sul ragionamento e non verificate dall’esperienza, anche se portano il nome intoccabile di Aristotele. Ciò che permette di scoprire la razionalità della natura secondo Leonardo è il calcolo matematico, che egli concepisce come elemento di certezza. Occorre notare l’importanza decisiva dell’influenza della filosofia neoplatonica su Leonardo e Galileo, e quindi sulla nascita della scienza moderna: il neoplatonismo infatti concepisce la natura come un’unica entità interconnessa (per cui ogni evento causa degli effetti su altre parti della realtà), costituita in modo razionale, ovvero comprensibile (intelligibilità). Si tratta di una visione più ricca e completa della visione puramente meccanicistica di Democrito, che attribuisce realtà solo alla materia ed ai suoi processi meccanici, ignorando la razionalità dell’uomo e quindi la sua possibilità di comprendere la natura. In seguito la scienza moderna adotterà il modello di Democrito e si appiattirà su quello per motivi (per così dire) di convenienza tecnica. Ma la nascita della scienza moderna deve molto allo spirito neoplatonico (e neopitagorico) del Rinascimento, che vede la stessa razionalità presente nell’uomo e dispiegata nella natura, e genera così una naturale fiducia nella possibilità di comprendere l’universo in termini razionali.

III - I filosofi della natura: Telesio, Bruno, Campanella. Nel secolo XVI, che è l’epoca rinascimentale in senso stretto, i filosofi si interessano sempre più della natura e le attribuiscono la stessa essenza spirituale dell’uomo, giungendo così pienamente ad una forma di panpsichismo (tutto è spirito). Il Rinascimento è caratterizzato dai tre filosofi della natura: Telesio, Giordano Bruno e Campanella. Secondo Telesio la natura è autonoma ed egli si propone di studiarla secondo i principi che la costituiscono, rifiutando i postulati aristotelici (come il dualismo tra mondo celeste e mondo terrestre). Si tratta di un atteggiamento che anticipa quello della scienza moderna. Telesio si avvicina alla concezioni dei filosofi ionici, secondo cui la materia è fondamento della natura ma contiene in sé anche la potenzialità della vita e della mente (ilozoismo). Infatti non solo gli uomini, ma tutta la natura è dotata, in qualche misura, di una sensibilità. Ogni conoscenza infatti secondo Telesio deriva dai sensi. Nel primo capitolo abbiamo già parlato dell’adesione di Giordano Bruno all’eliocentrismo copernicano ed alla sua concezione neoplatonica e panteistica, che riprende la filosofia di Cusano e Ficino e spiritualizza l’intera natura. Infatti Dio, pur restando Uno, secondo Bruno presenta due aspetti: l’aspetto trascendente (mens super omnia, mente al di sopra di tutto), e l’aspetto immanente nell’universo (mens insita omnibus, mente insita in tutte le cose). Dio, in cui gli opposti coincidono, è insieme principio e causa efficiente dell’universo. Egli è Natura naturante, ovvero Anima del mondo che produce e forma l’universo, e contemporaneamente Natura naturata, ovvero l’universo nella sua molteplicità e nella sua illimitatezza (infatti nella visione romantica di Bruno l’universo è infinito ed ogni punto può essere considerato il suo centro). Tutti questi termini verranno ripresi da Spinoza. Bruno deduce che la materia sia “intelligente” dal fatto che essa, diventando cibo e quindi corpo degli animali e dell’uomo, può diventare cosciente! “Non vedete voi che quello che era seme si fa erba, e da quello che era erba si fa spica, da che era spica si fa pane, da pane chilo [sostanza digerita], da chilo sangue, da sangue uomo?”. Campanella muove dal naturalismo e dal sensismo di Telesio e giunge ad un’interessante analisi della coscienza umana. Secondo Telesio l’anima dell’uomo viene modificata dalla sensazione. Oggi sappiamo che l’udito è possibile perché la membrana del timpano, all’interno dell’orecchio, è in grado di vibrare simulando le vibrazioni originarie che hanno prodotto le onde sonore; in parole povere, la membrana del timpano riproduce le stesse vibrazioni che hanno creato il suono. In maniera del tutto analoga, Campanella immagina che in ogni percezione dei sensi l’anima assuma la forma dell’oggetto sentito. Nel linguaggio della tecnologia attuale si direbbe che l’anima è uno strumento analogico

Egli quindi rivolge il suo interesse all’anima ed alla sua capacità di essere cosciente. Il termine anima non ha necessariamente implicazioni religiose, ma può essere riferito semplicemente alla consapevolezza o alla psiche. Mentre l’attenzione degli animali si rivolge esclusivamente all’esperienza dei sensi, che offusca il senso della propria coscienza, l’uomo è capace di essere cosciente di sé: e secondo Campanella l’attività fondamentale dell’anima è proprio la coscienza di sé, o autocoscienza (sensus inditus). Per dimostrare ciò, egli riprende il dubbio di Sant’Agostino, dal quale segue una certezza inoppugnabile: l’esistenza del proprio sé che dubita. Tale argomentazione verrà ripresa qualche anno più tardi da Cartesio. Quindi Campanella, pur partendo da una concezione materialistica che attribuisce importanza fondamentale

ai sensi, evidenzia che ogni indagine filosofica accurata dovrà sempre giungere a coinvolgere la consapevolezza.

IV - Nascita della scienza moderna: Bacone e Galileo. Siamo ormai nel XVII secolo, epoca in cui nasce la scienza moderna ad opera di Galileo, il quale risente dell’influenza di Leonardo da Vinci e di Bacone (Francis Bacon). Secondo Bacone, “sapere è potere”, e solo chi conosce la natura può dominarla ed asservirla ai propri scopi (tecnologia). Così egli auspica il superamento dei pregiudizi (chiamati idoli) che ostacolano lo sviluppo di una vera scienza, che possa essere la base di una tecnologia sempre più evoluta. Bacone in particolare si oppone ai pregiudizi che derivano dalla filosofia aristotelica. Egli sostiene che la scienza deve fondarsi sul metodo induttivo, ma non attribuisce importanza al metodo deduttivo. Galileo Galilei invece unisce il metodo induttivo, basato sugli esperimenti, al metodo deduttivo, basato sul ragionamento e sulla matematica, fondando così il metodo scientifico o sperimentale. Si ha così l’effettiva nascita della scienza moderna, come abbiamo già visto nel primo capitolo. Galileo fu fisico, astronomo e filosofo. Egli rivolse le sue critiche non ad Aristotele bensì gli aristotelici del suo tempo, che continuavano a sostenere una filosofia secondo lui anacronistica. Galileo sostiene che Dio ha conferito all’universo un ordine matematico, che l’uomo può scoprire per mezzo del metodo scientifico. Perciò egli adotta il modello meccanicistico di Democrito, che egli vede adattissimo ad un’analisi di tipo matematico, superando così la visione rinascimentale di un universo animato ed il concetto aristotelico di finalità, attribuendo ogni fenomeno al principio meccanico di causa-effetto. Però occorre sottolineare che egli non nega l’esistenza di Dio e dell’anima dell’uomo. Galileo intende soltanto evidenziare che l’universo oggettivo può esistere come un’entità autonoma puramente materiale e meccanica, disgiunta da Dio (che pure l’ha creato) e dall’anima dell’uomo (che tuttavia può agire su di esso). Questo punto importantissimo sarà chiarito da Cartesio con la sua netta separazione tra spirito e materia, che domina ancora oggi la nostra cultura. In altri termini, Dio non è più immanente nell’universo, come nel neoplatonismo rinascimentale, ma è nettamente separato da esso. L’universo viene concepito quindi come una grande macchina, un immenso congegno meccanico simile ad un orologio perfetto. D’altronde Galileo è un astronomo, e la precisione del moto degli astri non può non influenzare la sua concezione. Galileo riprende da Democrito anche la distinzione tra qualità oggettive o primarie e qualità soggettive o secondarie, affermando che solo le prime sono reali, mentre le seconde sono soltanto accessorie e dovute all’interazione tra le qualità primarie e gli organi di senso dell’uomo. Egli così riduce ogni qualità alla quantità.

V - Cartesio ed il razionalismo. Con Cartesio ha inizio la filosofia moderna, ed in particolare l’indirizzo del razionalismo, che considera la ragione il fondamento della vera conoscenza, e si basa sul presupposto che nell’uomo esistano idee innate (come affermato da Platone). Quasi contemporaneamente nasce, ad opera di Hobbes, l’altro indirizzo della

filosofia moderna, l’empirismo, che considera l’esperienza sensibile il fondamento della vera conoscenza, cioè

si basa sulle impressioni date dai sensi e nega l’esistenza di idee innate nell’uomo, considerando la mente delle

uomo una tabula rasa (come affermato da Aristotele). Il razionalismo, con la sua fiducia nella ragione, richiama le antiche filosofie di Pitagora, Parmenide, Socrate, Platone. L’empirismo, che pone l’attenzione sulle esperienze date dai sensi, richiama le filosofie dei Sofisti, degli Scettici, di Occam e Telesio.

Cartesio (René Descartes) fu filosofo, matematico e fisico. Egli esalta l’importanza della matematica, di cui ammira la precisione e l’evidenza razionale, ed afferma che essa dovrebbe essere a fondamento di ogni scienza e

di ogni sapere. Egli quindi sostiene che occorre riconoscere come vere soltanto le conoscenze basate

sull’evidenza, cioè quelle che risultano chiare e distinte: questa regola si basa sull’intuizione, ma egli enuncia

anche altre regole, che si basano sulla deduzione, cioè sul ragionamento.

Ricercando l’evidenza, egli nota che i sensi sono imperfetti e talvolta ingannano, quindi le sensazioni devono essere considerate parzialmente illusorie ed incapaci di offrire una garanzia assoluta di validità. Egli quindi si propone di dubitare di tutto e di portare alle estreme conseguenze questo dubbio, che viene perciò chiamato dubbio iperbolico. Così egli non esclude che la mente umana possa essere influenzata da un demone potente che gli faccia credere vere cose che sono false. Questo concetto può ricordare il film di fantascienza Matrix, in cui gli uomini credono di vivere esperienze reali nel mondo oggettivo, mentre in realtà sono prigionieri in un mondo illusorio, una struttura software creata da un immenso computer! Il dubbio di Cartesio è provvisorio ed è solo uno strumento di ricerca della verità: infatti viene chiamato dubbio metodico. La conclusione che Cartesio trae da tale dubbio è che egli può dubitare di tutto, tranne di una cosa, e cioè del fatto stesso che egli stia dubitando! Quindi, riprendendo il procedimento logico già utilizzato da

Sant’Agostino e da Campanella, Cartesio non può dubitare del pensiero che dubita, da cui deduce che qualcosa esiste, e cioè il suo stesso pensiero, cioè la sostanza pensante che costituisce il suo stesso io: così conclude con

la celeberrima sentenza: “Penso, quindi esisto” (Cogito ergo sum). Questa è un’intuizione luminosa che si

impone come una certezza immediata e inconfutabile. Non mancarono però critiche a tale affermazione. Mersenne e Gassendi accusarono Cartesio di considerare l’uomo solo come essere pensante, ignorando che egli ha anche un corpo, e che il pensiero stesso potrebbe avere

un’origine materiale, cioè potrebbe derivare dal movimento delle particelle materiali all’interno del cervello. Il filosofo empirista Hobbes inoltre vide nell’affermazione di Cartesio un passaggio arbitrario ed azzardato dall’osservazione di un atto di pensiero all’esistenza di una sostanza pensante o addirittura di un’anima. In realtà tali obiezioni non colgono l’essenza puramente logica, e come tale inconfutabile, dell’affermazione

di Cartesio. Egli semplicemente deduce che non si può dire “io non sono niente” oppure “io non esisto”: la

propria esistenza viene confermata dal proprio pensiero, indipendentemente dal fatto che questo pensiero abbia un’origine spirituale o materiale o altro. Secondo Cartesio l’affermazione Cogito ergo sum rende il pensiero autosufficiente e cardine di ogni certezza. Per questo egli è l’iniziatore del cosiddetto razionalismo. Attraverso un lungo sviluppo che coinvolge gli altri filosofi razionalisti, come Spinoza e Leibniz, l’intuizione di Cartesio troverà la sua definitiva espressione nel pensiero di Kant e dei filosofi idealisti Fichte, Schelling ed Hegel, che porranno proprio l’io come principio autonomo ed assoluto alla base della realtà! È opportuno precisare il significato del termine Idea secondo Cartesio ed in tutta la filosofia moderna. Mentre in Platone le Idee sono i modelli eterni e perfetti dotate di realtà autonoma, ed in Aristotele sono le forme che si attuano concretamente negli oggetti, nella filosofia moderna Idea significa semplicemente immagine mentale soggettiva, che viene anche detta rappresentazione, poiché l’unico modo che noi abbiamo di percepire la realtà è che essa venga riprodotta o rappresentata all’interno della nostra consapevolezza, sotto forma di immagini, suoni, pensieri, eccetera, che sono pur sempre determinazioni della nostra coscienza, ovvero Idee. Qualunque nostro pensiero o percezione dei sensi o immaginazione può essere definita Idea o rappresentazione.

VI - La dualità cartesiana mente-materia. Torniamo a Cartesio: a questo punto egli si affida al concetto di Dio, in cui trova un garante per l’esistenza oggettiva del mondo materiale. Egli afferma che esistono due tipi di sostanza: la sostanza prima o infinita, che è Dio, causa di Se Stesso, e le sostanze seconde che costituiscono gli esseri finiti. Le sostanze seconde sono due: la sostanza pensante (res cogitans), ovvero il pensiero o lo spirito; e la sostanza estesa (res extensa), ovvero la materia, poiché egli identifica nell’estensione la proprietà della materia (essa occupa uno spazio). In parole povere, egli afferma la dualità spirito-materia. L’essenza della res cogitans (pensiero o spirito) è la libertà e la finalità: pertanto il libero arbitrio esiste poiché esso è intrinseco nella res cogitans. Invece l’essenza della res extensa (materia) è il meccanicismo, ovvero assenza di libertà e di finalismo. In questo modo egli concilia elegantemente il meccanicismo del mondo materiale studiato dalla scienza con l’esistenza del libero arbitrio nell’uomo. Questo è il compromesso ideale che Galileo aveva cercato (senza definirlo compiutamente) quando aveva affermato contemporaneamente il meccanicismo dell’universo materiale e l’esistenza di Dio e dell’anima dell’uomo.

Per inciso Cartesio, come Galileo, accetta anche la distinzione di Democrito tra qualità oggettive e soggettive. Per riassumere, Cartesio, pur partendo da un principio mentale (l’esistenza del proprio io), non conclude la sua filosofia con un monismo idealistico (che era dietro l’angolo e che verrà raggiunto solo nell’idealismo di Fichte, Schelling ed Hegel), bensì con un dualismo spirito-materia che caratterizza ancora oggi la nostra cultura. Il modello dualistico cartesiano, che separa il mondo materiale dal mondo spirituale, ha facilitato lo straordinario sviluppo della scienza e della tecnologia, le quali hanno potuto portare avanti liberamente le proprie ricerche nel proprio ambito, senza sconfinare nell’ambito del mondo spirituale, di pertinenza della religione. In altri termini, la nostra incredibile tecnologia attuale si è potuta sviluppare grazie a questa ingegnosa divisione dei compiti, che ha potuto “aggirare” le censure della Chiesa (questa “furbizia” mancò al monista Giordano Bruno, che fu condannato al rogo). Il dualismo cartesiano ha però anche dei risvolti negativi. L’attuale visione duplice, dissociata e “schizofrenica” della realtà, di cui si è parlato nel primo capitolo, deve molto al modello cartesiano, che pur essendo nato per mitigare il contrasto tra scienza e religione, per altri versi l’ha confermato e l’ha consacrato. Le conseguenze negative del modello cartesiano sono ampiamente trattate in Punto di svolta di Fritjof Capra e nel solito Ipotesi sulla realtà. Il dualismo tra spirito e materia lasciò perplessi già i filosofi contemporanei di Cartesio, che non si spiegavano come le due sostanze, autonome ed irriducibili l’una all’altra, potessero influenzarsi a vicenda: ad esempio, come fa il mio pensiero immateriale a muovere la penna sul tavolo, o qualsiasi altro oggetto che fa parte del mondo materiale? Oppure, come fa il vino ad ubriacarmi, cioè come fa una sostanza materiale ad alterare la mia mente? I materialisti, come vedremo, rispondono brutalmente negando la realtà dello spirito e riducendo tutto alla materia, cioè ad un unico principio (monismo). Ciò indubbiamente risolve i problemi in questione: questo è l’indubbio vantaggio del monismo rispetto al dualismo. Il materialismo però non è l’unico monismo possibile: esiste un altro possibile tipo di monismo, meno noto e familiare, che è quello esattamente opposto al materialismo, ovvero l’idealismo, che riduce tutto al pensiero o allo spirito, e che sarà proposto da Fichte. Esiste anche un compromesso tra queste due concezioni estreme, ovvero una sorta di monismo in cui la materia contenga in sé l’intelligenza, come quello dei filosofi ionici, i primi filosofi della storia, o del neoplatonismo rinascimentale, o del real-idealismo di Schelling, che vedremo più avanti. Tale compromesso presenta la realtà ancora in una paradossale duplicità oggettivo-soggettivo, che però appare molto meno rigida del netto dualismo cartesiano. Tornando a Cartesio, egli tentò di ovviare ai problemi dovuti al suo dualismo per mezzo di soluzioni nette e radicali. Così nel corpo umano egli localizzò il luogo di interazione tra res cogitans (spirito) e res extensa (materia) nella ghiandola pineale. Inoltre egli negò la coscienza agli animali, sostenendo che esse erano pure macchine biologiche non dotate di res cogitans: una soluzione estrema e pericolosa, che porterà alcuni filosofi, come La Mettrie, a definire anche l’uomo nello stesso modo (praticamente un automa). D’altronde in un dualismo netto di questo tipo non si comprende fino a che livello si debba estendere l’applicabilità della res cogitans (cioè l’esistenza dello spirito). Ad un certo punto bisogna pur fermarsi: lo spirito si limita ai mammiferi? Ai vertebrati? O si estende perfino ai vegetali? Ebbene, Cartesio tagliò corto e si fermò all’uomo. In realtà una soluzione migliore sarebbe quella di “diluire” la res cogitans all’interno della materia, attribuendo piccole dosi di spirito anche agli organismi inferiori, il che ci riporterebbe ad una concezione neoplatonica rinascimentale (alla Giordano Bruno). Ma d’altra parte Galileo e Cartesio avevano dovuto superare tale visione per motivi “tecnici” (l’applicazione del modello meccanicistico al mondo materiale), ed anche per la necessità di aggirare la censura della Chiesa.

VII - Spinoza: identità tra cose e idee. Spinoza, importante filosofo razionalista, rifiutò il dualismo cartesiano tra anima e corpo, riaffermando un monismo simile a quello rinascimentale di Giordano Bruno. Secondo Spinoza, la sostanza è unica, infinita ed increata, e coincide con Dio ed insieme anche con l’universo: egli dice Deus sive natura, che significa Dio ovvero la natura, cioè Dio e la natura si identificano. Il monismo assoluto di Spinoza quindi può essere definito un puro panteismo. Gli attributi di Dio sono infiniti, ma l’intelletto dell’uomo ne percepisce solo due: il pensiero e l’estensione, che corrispondono alle due sostanze cartesiane, che però non vengono considerate come separate ed autonome,

bensì come due aspetti dell’unica sostanza, che egli chiama Natura naturante e Natura naturata, termini ripresi da Bruno. Le singole realtà spirituali (coscienze individuali) ed i singoli oggetti materiali sono quindi modificazioni o modi dell’unica ed infinita sostanza. È evidente qui l’analogia con la concezione della fisica contemporanea, secondo cui ogni particella ed ogni forza è una perturbazione del vuoto quantistico, o una manifestazione particolare del campo unificato. La differenza è che nella fisica contemporanea non si include nelle potenzialità del campo unificato l’attributo della consapevolezza. Ciò è comprensibile, visto che la scienza nacque col proposito di studiare solo il cosiddetto “mondo materiale”, ovvero il mondo che (secondo il dualismo cartesiano) è composto dalla sola sostanza estesa o oggettiva. Perciò la mente dell’uomo oggi viene considerata come un sottoprodotto accidentale ed un epifenomeno

secondario, lontanissimo dai livelli fondamentali della fisica. Ma i paradossi quantistici ed altre straordinarie scoperte di cui parleremo più avanti forse possono essere compresi solo in un monismo che includa alla sua base anche la proprietà della consapevolezza, come nel modello di Spinoza. Spinoza afferma che l’ordine delle idee e l’ordine delle cose hanno una perfetta corrispondenza tra di loro:

ordo et connexio idearum idem est ac ordo et connexio rerum (l’ordine e la connessione delle idee è lo stesso che l’ordine e la connessione delle cose). Oggi la neurofisiologia ha evidenziato che ogni pensiero ha un corrispondente in termini di attività fisico- chimica all’interno del sistema nervoso e viceversa. Questo è ben comprensibile nella concezione di Spinoza, ma è ben più difficile da giustificare in termini del dualismo cartesiano, e per questo molti scienziati l’hanno abbandonato ed hanno preferito aderire ad un puro modello materialistico.

Il sistema filosofico di Spinoza ispirò quei pensatori (come i filosofi idealisti) che tendono a Dio (o

comunque ad un’Entità assoluta ed eterna) solo con l’aiuto della ragione, senza dover accettare i dogmi e la rivelazione. Lo spinozismo costituisce una sistemazione coerente e razionale del neoplatonismo rinascimentale, anche se con alcune differenze: quella più vistosa è che Spinoza crede nel determinismo assoluto, a differenza dei rinascimentali (ed anche degli idealisti e dello stesso Cartesio), secondo i quali il libero arbitrio dell’uomo esiste realmente. Prima di passare ad un altro filosofo razionalista, Leibniz, iniziamo ad esaminare l’altro indirizzo della filosofia moderna, l’empirismo, che confida nella sensazione come strumento per conoscere la realtà invece che sulla ragione. La sua patria naturale è l’Inghilterra, nazione pratica e concreta, dove non a caso vi erano stati filosofi come Occam e Bacone.

VIII - Hobbes e l’empirismo. Hobbes rifiuta il dualismo cartesiano tra mente e materia ed ammette la sola realtà materiale, eliminando la res cogitans e riconducendo il pensiero ad una conseguenza secondaria (epifenomeno) dovuta al movimento della materia: si tratta di una tipica posizione materialistica, affine a quella di Democrito. La materia ed il suo moto sarebbero alla base di ogni fenomeno, sia naturale che psichico. La sensazione è dovuta al contatto della materia esterna con gli organi di senso, le cui modificazioni si propagano materialmente al cervello dove suscita una reazione e quindi la sensazione.

A molte persone questo atteggiamento può sembrare ragionevole, naturale ed in accordo con l’attuale

mentalità scientifica, ed infatti è adottato da molti scienziati. Esso però si rivela poco adatto alla comprensione dei paradossi della fisica contemporanea. Inoltre questo approccio così pratico ed apparentemente basato sul buonsenso rivelerà molti problemi ad un’analisi filosofica più approfondita, come vedremo. Paradossalmente un difetto di questo atteggiamento, che pure muove da un desiderio di perfetta oggettività dell’universo, è quello di riferirsi esclusivamente alla sensazione, la quale è individuale e conduce così ad un inevitabile soggettivismo!

In questo quadro si colloca ad esempio la contraddizione tra le qualità primarie (oggettive) e secondarie

(soggettive), che vedremo più avanti. Questi problemi verranno evidenziati dagli stessi filosofi empiristi, successivi ad Hobbes. Nel capitolo 9 giungeremo ad esaminare una serrata, appassionata e convincente argomentazione di Fichte che intende dimostrare che l’azione della materia sulla materia non è assolutamente in grado di spiegare la sensazione cosciente, e che quindi approcci puramente materialistici alla conoscenza, come quello di Democrito o di Hobbes, sono semplicistici, ingenui e incompleti.

Tornando ad Hobbes, egli riprende da Occam, oltre all’empirismo, anche il nominalismo, che considera i concetti universali creati dall’uomo non realmente esistenti ma solo un utile strumento per definire le conoscenze derivate dai sensi. Hobbes però trascura il fatto che Occam bilanciava la sua visione empiristica con il contrappeso della fede, che egli invece ignora, giungendo così ad una visione puramente materialistica, che vedremo essere unilaterale e parziale. Hobbes era un sostenitore della nuova scienza ed ammiratore di Galileo, al quale fece visita durante il suo isolamento ad Arcetri. Nel campo morale, Hobbes sostiene che l’attività pratica, così come quella conoscitiva, ha origine dalla materia esterna e si attua per mezzo di processi meccanici. Da questo egli deduce che il bene sta semplicemente nel cercare ciò che procura piacere. Ma tale ricerca può creare dei conflitti tra gli uomini, a causa del loro egoismo. In parole povere, Hobbes ha una concezione piuttosto bassa, selvaggia e conflittuale dell’uomo, che si riassume nella sua celebre sentenza: homo homini lupus (ogni uomo è un lupo per gli altri uomini). Per poter governare questa sorta di “giungla” umana, Hobbes dichiara che la soluzione ideale è una dittatura rigida ed assoluta, che Hobbes paragona ad un animale terribile, chiamato col nome biblico Leviatano. Spinoza rifiutò la visione di Hobbes ed preferì evidenziare il carattere socievole degli uomini invece della loro competitività egoistica.

IX - Locke e l’indagine dell’intelletto. Locke, continuando la filosofia empiristica di Hobbes, sostiene che le idee, cioè i nostri pensieri e tutte le altre rappresentazioni mentali, hanno origine dalla sensazione del mondo esterno, e non esistono idee innate. Egli perciò ripete la frase di Aristotele (e di San Tommaso d’Aquino) a sostegno della tabula rasa: nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu (nell’intelletto non vi è nulla che non sia già stato nei sensi). Ma prima di iniziare l’indagine filosofica, secondo Locke è necessario indagare lo stesso intelletto umano che intende esaminare la realtà. L’indagine dell’intelletto è detta critica, da non intendersi in senso negativo; essa anticipa la filosofia di Kant, che verrà chiamata criticismo. Locke distingue idee semplici, complesse e generali. Le idee semplici sono le impressioni derivate dalla sensazione immediata (senso esterno) e dalla riflessione dell’intelletto stesso (senso interno), che rielabora le sensazioni precedentemente acquisite dall’esterno. A riguardo delle sensazioni delle cose esterne, egli accetta la distinzione tra qualità oggettive (grandezza, forma, eccetera) e soggettive (colore, sapore, suono, eccetera), dovuta a Democrito ed accettata da Occam, Galileo, Cartesio ed Hobbes. È proprio Locke a definirle rispettivamente qualità primarie e secondarie. Secondo lui solo le qualità oggettive sono veritiere e quindi primarie, mentre le qualità soggettive sono secondarie, accessorie e spurie, ovvero un sottoprodotto creato dall’atto della sensazione, e non appartengono realmente agli oggetti. Le idee complesse sono le produzioni dell’intelletto, che riordina e rielabora le idee semplici. Tra queste vi è l’idea di sostanza, che quindi secondo Locke è creata dall’intelletto e non esiste effettivamente nella realtà oggettiva! Per esempio, sperimentando le singole qualità di un certo materiale, come un cristallo di sale, noi noteremo il suo colore, il suo sapore, il suo peso specifico, la sua durezza, eccetera, e diremo che quelle sensazioni hanno come substrato (ciò che sta sotto) una sostanza ben precisa, cioè appunto il sale. Ma da buon empirista, Locke interpreta la sostanza come un semplice nome vuoto con cui viene indicato qualcosa che resta inconoscibile! L’empirista scettico Hume giungerà perfino a negare l’esistenza della sostanza. Le idee generali sono essenzialmente i concetti universali che risalgono a Socrate e che verranno accettati da Platone (Idee) e dagli Scolastici, e negati da Occam e dagli empiristi: Locke infatti riconduce le idee generali alle idee semplici, cioè alla sensazione. Ma le sensazioni si proiettano nella nostra consapevolezza sotto forma di idee, e perciò egli si chiede: oltre alla rappresentazione soggettiva, esiste veramente la realtà esterna?! Egli risponde che oltre alle idee esistono realmente tre entità: l’io; Dio; e le cose. L’esistenza dell’io si dimostra mediante l’intuizione, in un modo analogo al Cogito ergo sum di Cartesio. L’esistenza di Dio si dimostra osservando che, se vi è l’effetto, vi dev’essere una causa, e la causa di tutte le cause è Dio. L’esistenza delle cose si dimostra attraverso la sensazione, poiché essa deve pur provenire da una realtà esterna. Però, dice Locke, finché osservo un oggetto, è evidente che esso esiste, ma successivamente, quando mi allontano o pongo la mia attenzione su un’altra cosa, allora non posso più essere certo che quella cosa esista ancora, e posso solo ritenerlo probabile! Oggi sappiamo che questo ragionamento apparentemente ingenuo di Locke, sulla non perfetta oggettività della realtà, è affine a ciò che è stato evidenziato dalla meccanica quantistica riguardo alla realtà atomica e

subatomica: la misura definisce esattamente lo stato fisico, ma dopo la misura l’oggetto quantistico si evolve come uno “stato di sovrapposizione” o una “funzione d’onda” che può dare solo un’informazione probabilistica dei possibili risultati di una eventuale nuova misura. Torniamo a Locke: per coerenza col suo atteggiamento empiristico, egli ammette che non si può dire se le idee abbiano una corrispondenza reale con gli oggetti esterni! In parole povere, chi mi garantisce che l’oggetto che sto guardando in questo momento sia proprio così come lo percepisco io? Secondo l’empirismo devo solo basarmi sulla sensazione, e non vi è alcun garanzia che tale sensazione corrisponda alla realtà dell’oggetto. Viceversa, nella filosofia di Spinoza, l’ordine contenuto nelle idee si identificava perfettamente con l’ordine contenuto negli oggetti. Ma questo non viene accettato dagli empiristi, e quindi secondo Locke l’unica cosa che si può ammettere è che effettivamente esistono delle cose esterne che generano la sensazione, ma non si può sapere quale sia la loro effettiva realtà!

X - La frattura tra cose e idee nell’empirismo. L’atteggiamento pratico dell’empirismo, basato su una concezione puramente materialistica della realtà (quella di Hobbes), risulta unilaterale: non essendoci più una corrispondenza naturale tra oggetti e idee, si crea una frattura tra di esse. Le concezioni dei razionalisti invece risultano più coordinate, integrate e complete, anche se devono ammettere l’esistenza di una razionalità che permea l’universo. Ecco quindi l’inevitabile difetto insito nell’empirismo: sottovalutando la mente, alla fine giunge anche a sottovalutare la materia, poiché essa è percepita dalla mente stessa. Le idee sono interpretate come il risultato dell’azione materiale dell’oggetto esterno sul nostro corpo, e quindi esse diventano un qualcosa di secondario e accidentale rispetto alla materia. Ma poiché le idee perdono importanza e valore, di conseguenza perdono valore anche le percezioni che abbiamo della materia stessa, e quindi si giunge a dubitare anche di essa! Locke apre così un colossale problema gnoseologico ed epistemologico (!), che costituirà il nocciolo della filosofia di Kant: le cose in sé possono essere veramente conosciute? I filosofi idealisti tenteranno di risolvere il dilemma affermando addirittura che la cosa in sé non esiste, e che nella realtà esiste solo l’intelligenza del soggetto! Il lettore materialista, che ovviamente riderà di tali sviluppi, dovrebbe però riconoscere che questi problemi filosofici sono la conseguenza dell’unilateralità della visione empiristica (che si basa solo sulla sensazione), e non si presentano nella concezione unitaria di Spinoza.

Locke infine, riprendendo il nominalismo di Occam e di Hobbes, sostiene che la lingua è un complesso di nomi creati artificialmente dall’uomo. I filologi attuali però, così come già il filosofo Vico, tendono a respingere tale visione e a evidenziare che le lingue sorgono spontaneamente come espressione naturale della civiltà e della mentalità di un popolo. Lo scarsissimo successo ottenuto dall’esperanto, lingua artificiale che fu molto pubblicizzata negli anni ’70, sembra confermare tale visione. Per inciso, nella filosofia indiana il sanscrito viene considerato addirittura la lingua perfetta che descrive perfettamente l’essenza della realtà! In tale lingua ogni nome (nama) corrisponderebbe perfettamente alla forma (rupa) o all’aspetto sottile e fondamentale dell’oggetto o del concetto espresso, e ciò spiegherebbe la potenza dei mantra, e dei sutra, le parole o le formule usate nella meditazione.

XI - Hume e lo scetticismo. Hume porta alle estreme conseguenze gli argomenti sviluppati da Locke a proposito della conoscibilità delle cose esterne, giungendo ad un vero e proprio scetticismo, che nega una realtà ad ogni tipo di substrato (sostanza materiale, sostanza mentale, e perfino spazio e tempo) ed afferma solo la realtà delle singole sensazioni. Dichiarando di voler rimanere dentro i limiti dell’esperienza, cioè basandosi esclusivamente sulla sensazione, Hume rifiuta la dimostrazione data da Locke sull’esistenza dell’io, di Dio e delle cose. Egli inoltre chiama impressioni quelle che Locke aveva chiamato idee semplici, e sostiene che le idee non sono altro che ricordi o copie sbiadite delle impressioni. Egli sostiene che nei fatti psichici le idee si associano, cioè si collegano tra loro per inclinazione naturale o per attrazione spontanea: si tratta dell’associazionismo, concetto che poi verrà ripreso dalla psicologia. Hume rifiuta il concetto di sostanza materiale, accettando gli argomenti di Locke, ed inoltre nega anche il concetto di sostanza spirituale, o coscienza, o io. Secondo Hume la nostra psiche è riducibile ad un insieme di impressioni e di ricordi (idee) senza un substrato che le raccolga. Vedremo che questa visione è diametralmente opposta a quella dell’idealismo, secondo cui l’Io è l’unica realtà, e della filosofia indiana, secondo cui la coscienza è il fondamento ed il presupposto di tutte le esperienze: queste infatti esistono solo perché si proiettano sullo schermo della consapevolezza. Hume inoltre critica perfino i concetti di spazio e di tempo! Egli sostiene che questi due concetti non hanno origine dalle impressioni, e cerca di dimostrare tale tesi per mezzo di complesse argomentazioni. Per quel poco

che ho capito, Hume dice che quando il soggetto guarda o tocca un oggetto, ad esempio una mela, vede dei punti colorati contigui e sente delle impressioni tattili, ma non percepisce direttamente lo spazio: è il soggetto che costruisce mentalmente un “contenitore” (lo spazio) in cui immagina immersi gli oggetti. Analogamente, se il soggetto ascolta dei suoni, non percepisce il tempo, il quale è solo una comoda costruzione del soggetto in cui inserire i suoni in sequenza. Spazio e tempo si dovrebbero supporre divisibili all’infinito, il che secondo Hume non ha senso, e per dimostrare questo egli usa delle argomentazioni che ricordano i paradossi di Zenone. Hume inoltre dubita perfino della validità del principio di causa-effetto! Egli vede separatamente i singoli fatti e sostiene che il loro collegamento tramite relazioni di causa-effetto è solo un atto arbitrario del soggetto. Hume quindi dice che la fiducia nell’uomo nel principio di causalità è solo dovuta all’abitudine, ma esso non ha alcuna validità poiché non garantisce che continuerà ad essere rispettato in futuro! Come si vede, applicando in maniera forse eccessiva il rasoio di Occam, Hume elimina tutto ciò che è substrato o contenitore ed anche tutti i concetti universali affermati dai razionalisti, lasciando però ben poco nella realtà, che rimane così un’accozzaglia confusa di fatti sconnessi tra di loro. Tutto ciò che correla, unisce e razionalizza i fatti viene definito da Hume come una costruzione arbitraria del soggetto. Ma Hume non spiega da dove venga tale tendenza del soggetto a razionalizzare, facendo così rimpiangere l’ordine naturale affermato dai razionalisti. Così l’empirismo, che nasce con la fiducia di Hobbes nella scienza come valido strumento per l’indagine dell’universo, giunge con Hume ad uno scetticismo che mina perfino i concetti base della scienza stessa! Va detto comunque che lo scetticismo di Hume non è radicale come quello di Pirrone, poiché secondo Hume la natura pratica dell’uomo lo induce comunque a “credere” ed “operare”.

XII - Berkeley e l’empirismo idealistico. Il vescovo Berkeley sviluppa l’empirismo di Locke in un’altra direzione rispetto ad Hume. Locke sosteneva che le idee semplici sono di due tipi: le sensazioni che provengono dall’esterno (senso esterno) e la riflessione che proviene dall’intelletto stesso (senso interno), il quale semplicemente rielabora le sensazioni esterne. Ma Berkeley capovolge questo rapporto e riconduce tutte le rappresentazioni al senso interno, cioè ad atti della coscienza, spiritualizzando e riducendo ad idee l’intera realtà (empirismo idealistico). Così non vi è più bisogno di ammettere l’esistenza di una sostanza materiale oggettiva, o di chiedersi se il nostro intelletto è capace di percepire realmente le qualità dell’oggetto o meno (dubbio implicito nella filosofia di Locke), poiché le cose esterne non esistono in maniera autonoma, e la loro esistenza è sancita solo dal soggetto. In breve, esse est percipi: esistere significa essere percepito. La realtà oggettiva non è indipendente dal soggetto, ma essa esiste solo perché percepibile e testimoniabile dal soggetto stesso: al di fuori di questa possibilità, l’oggetto non può avere altra realtà. Nel capitolo 3 abbiamo visto che il fisico Horgan considera l’interpretazione di Berkeley la migliore possibile per comprendere la realtà quantistica! Ovviamente in questa concezione la distinzione tra qualità primarie e secondarie non ha più alcun senso, poiché le qualità primarie (quelle puramente oggettive) non esistono più, e tutte le qualità sono secondarie, cioè tutto esiste solo in funzione del soggetto: l’oggetto esterno non può avere autonomamente ed isolatamente delle qualità, poiché esso può esistere solo in rapporto alla mente, che lo percepisce nella sua rappresentazione. Berkeley nega anche l’esistenza della sostanza materiale. Infatti non ha senso appoggiarsi ad un substrato che sia sostegno di niente (cioè delle inesistenti qualità primarie); di per sé la sostanza non è direttamente percepibile, essendo un’idea complessa, cioè una creazione del soggetto, utile soltanto ad aiutare la comprensione della realtà cosiddetta esterna. Berkeley aggiunge che anche se per assurdo esistesse, la sostanza materiale non potrebbe spiegare il pensiero, ovvero la riflessione o senso interno, poiché per definizione la materia è inerte e priva di pensiero. Così la materia secondo Berkeley è solo un nome vuoto e astratto. Resta solo la sostanza spirituale a giustificare il senso interno e l’intera esperienza della realtà: vedremo che queste sue affermazioni sono simili a quelle puramente idealistiche di Fichte. Ma a questo punto si presenta una grave difficoltà: se tutta realtà è composta di idee e nient’altro, come possiamo distinguere le nostre fantasie dalle idee reali? Ad esempio, se io immagino un oggetto fantastico, come una lucertola d’oro, esso non esiste nella realtà, mentre se vedo una mela, essa esiste nella realtà. Ma nella filosofia di Berkeley tutto si riduce a idee contenute nella mente: e allora che differenza vi è tra la lucertola d’oro, che è irreale, e la mela che vedo, che è reale?!

Per risolvere questo problema, Berkeley corregge in parte la sua filosofia, retrocedendo un poco verso un realismo oggettivo (tant’è vero Fichte stesso non considererà Berkeley un idealista). Egli ammette che le idee reali abbiano una propria esistenza. Infatti le idee reali si presentano al pensiero con ordine logico e coerente, e per questo esse devono derivare da uno spirito assoluto, cioè da Dio. Quindi, per uscire da questa difficoltà, Berkeley chiama a sostegno Dio come garante della realtà delle idee

reali: si tratta della stessa soluzione che fu adottata da Cartesio. In definitiva, Berkeley conclude con una specie

di

concezione oggettiva o realista, ma spiritualizzata del mondo, la cui realtà è garantita da Dio. In altri termini,

le

cose esistono “nella mente di Dio”, il che le rende oggettive e reali, ma non materiali. Compito della scienza

quindi è ricercare e scoprire l’ordine perfetto che Dio ha impresso nella natura. Una nota finale. Berkeley può essere considerato sia un filosofo idealista (tutto esiste nelle idee) sia un filosofo realista (esiste una realtà oggettiva). Il realismo generalmente si contrappone all’idealismo poiché

ammette l’esistenza di una realtà oggettiva esterna a noi, ma il caso di Berkeley è particolare ed è al confine tra

le due concezioni.

XIII - Leibniz e le monadi. Leibniz, matematico e filosofo razionalista, prende spunto dal sistema filosofico di Spinoza ma ne rifiuta l’assoluto monismo, che distrugge ogni individualità, e lo sostituisce con un pluralismo di esseri spirituali; e ne rifiuta il determinismo, che nega ogni libertà, volontà e finalità negli esseri coscienti. Egli così prospetta una concezione finalistica dell’universo che però non intende contraddire il principio di causa-effetto: Leibniz tenta di conciliare finalismo e causalità con una complessa argomentazione, che in estrema sintesi permette un margine di “contingenza” per l’azione di una libera volontà. La filosofia di Leibniz è detta idealistica perché ammette solo l’esistenza della sostanza spirituale e non di quella materiale. La materia viene spiegata da Leibniz come apparenza o fenomeno, cioè un modo in cui si manifesta l’energia spirituale. La sua spiegazione ricorda la definizione negativa di materia data da Plotino. Ciascun essere spirituale cerca di rappresentarsi il mondo, ma vi sono dei limiti alla sua capacità rappresentativa, e tali limiti appaiono come materia. Leibniz riprende da Sant’Agostino la definizione di male come assenza o rarefazione di bene: quindi il male

non esiste di per sé, ma appare reale solo per contrasto rispetto al bene assoluto, che è Dio. Leibniz infatti è ottimista e sostiene che Dio e gli altri esseri spirituali (tra cui l’uomo) agiscono affinché il mondo sia il migliore tra quelli possibili. Ma veniamo al punto cardine della filosofia di Leibniz, che richiede una grande capacità di astrazione per essere compreso: il concetto di monade. Come abbiamo detto, Leibniz sostituisce il monismo di Spinoza con un pluralismo di esseri spirituali, ed essi per l’appunto vengono chiamati monadi. Monade significa unità, o ciò che è unitario. A differenza degli atomi

di Democrito, che sono puramente materiali, le monadi sono puramente spirituali.

Leibniz sostiene che esistono infinite monadi, distinte secondo una gerarchia che parte da Dio e scende agli esseri umani, agli animali, al mondo vegetale e perfino a quello inorganico. Ogni monade è cosciente secondo il suo grado, e le monadi inferiori hanno soprattutto percezioni confuse: da ciò nascono le limitazioni della coscienza e l’illusione della materia. Esistono anche percezioni oscure, che la monade non avverte affatto ed a

cui reagisce senza accorgersene; ed esistono percezioni chiare, proprie della coscienza e della ragione, e contraddistinte dalla appercezione o autocoscienza.

Riguardo alla storica controversia filosofica tra idee innate (Platone e razionalisti) e tabula rasa (Aristotele

ed empiristi), Leibniz si schiera moderatamente con i primi, sostenendo che nelle monadi esistono delle “tracce”

o “venature” precostituite (cioè delle idee innate poco pronunciate) che possono essere riconosciute mediante la riflessione. Egli riprende l’affermazione di Locke, nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu

(nell’intelletto non vi è nulla che non sia già stato nei sensi), completandola con nisi intellectu ipse (a parte l’intelletto stesso), e quindi rovesciandone il significato: se si legge l’intera affermazione, risulta che nell’intelletto vi sono anche le idee innate, proprie dell’intelletto stesso. La cosa più difficile da comprendere nella dottrina di Leibniz è che le monadi sono chiuse, “senza finestre”, cioè non possono comunicare tra di loro, ed agiscono in base ad una “armonia prestabilita”. Il concetto di monade sembra fantasioso e arbitrario. Evidentemente Leibniz sottintende che noi viviamo in un mondo ideale e spirituale, che oggi chiameremmo virtuale o software, costituito solo da monadi, e molto diverso da quello che

ci appare nella vita quotidiana: le apparenze con cui si manifesta quest’ultimo sarebbero imputabili alle

percezioni confuse, responsabili di quelle limitazioni che noi percepiamo come “materia”.

Per capire meglio che cos’è una monade forse è utile aiutarsi con il concetto di ologramma, che è una sorta

di “fotografia tridimensionale” permessa oggi dalla tecnologia dei laser. “Fotografando” un’immagine con la

tecnica dell’olografia, che impiega un fascio di luce laser, si ottiene una lastra detta ologramma, che mostra un’immagine del tutto diversa da quella che dovrebbe raffigurare, ovvero una serie di frange di interferenza apparentemente prive di senso. Ma se si fa attraversare l’ologramma dalla luce dello stesso laser, si ottiene di nuovo l’immagine tridimensionale originale, grazie a dei fenomeni ottici che sfruttano le caratteristiche ondulatorie della luce. Il bello è che se si frantuma la lastra in tanti piccoli pezzi, ciascun frammento è capace di ricostruire l’intera immagine! L’unica perdita in tal caso riguarda la definizione dell’immagine, che sarà un po’ meno precisa e più sfocata di quella originaria. Quindi la lastra intera, che contiene più informazione dei suoi frammenti, ha solo il vantaggio di dare un’immagine più precisa e definita, ma l’intera immagine è già contenuta in ogni frammento! Questo ricorda il concetto di monade di Leibniz, ciascuna delle quali riflette l’intero universo, e spiega anche perché le loro percezioni possono essere confuse: la minore definizione è dovuta alla loro limitatezza. Il fisico Bohm ha costruito una teoria dell’universo olografico, ed insieme al neurologo Pribram ha ipotizzato che il cervello sia anch’esso una struttura olografica.

XIV - L’illuminismo. Il secolo XVIII è conosciuto soprattutto come il secolo dei lumi, cioè dell’illuminismo. Prendendo spunto dallo sviluppo della scienza moderna, gli illuministi pongono fiducia assoluta nei lumi della ragione. La ragione è luce rischiaratrice ed ha un carattere universale, in quanto patrimonio di ogni individuo. Grazie alla ragione l’uomo ha sviluppato il modello meccanicistico e lo ha applicato alla realtà naturale, dimostrando così nel campo della scienza e della tecnologia la validità e la potenza della ragione. Perciò gli illuministi sostengono che l’applicazione della ragione può essere estesa al campo umanistico, in modo da poter costruire una società migliore. Così gli illuministi rifiutano il tradizionalismo, poiché le tradizioni sono appesantite dai pregiudizi e dagli errori accumulati durante i secoli, ed auspicano il cosmopolitismo, cioè

l’abolizione delle differenze tra i popoli riguardo alla razza, ai costumi ed alla religione, che sono elementi irrazionali derivati dalle passioni e dai sentimenti, e radicati nelle tradizioni. Il moto di rinnovamento culturale professato dall’illuminismo sarà uno degli elementi determinanti che porteranno alla rivoluzione francese. Ovviamente gli illuministi rifiutano la rivelazione ed i dogmi della chiesa, sostituendola o con l’ateismo, o con una religione naturale e razionale (deismo), che ammette un Dio impersonale e privo di attributi, una sorta

di principio universale razionale all’origine della realtà, simile all’aspetto impersonale del Brahman indiano.

Nel capitolo 1 avevamo già visto che l’illuminista e deista Voltaire, intorno alla metà del secolo XVIII, profetizzò che entro un secolo la religione cristiana sarebbe scomparsa. L’illuminismo può sembrare la naturale continuazione del razionalismo, ma si distacca da esso nel rifiuto delle idee innate e di ogni concetto trascendente, e limita la propria indagine alla realtà naturale, fondandosi cioè sul principio dell’esperienza sensibile, avvicinandosi così all’empirismo. Infatti Locke e perfino lo scettico Hume possono essere considerati illuministi, oltre che empiristi. Viceversa, l’illuminista Condillac può essere considerato anche sensista ed empirista. Così l’illuminismo, a differenza del razionalismo, assume un atteggiamento prevalentemente pratico, e perciò

dimentica di spiegare l’origine della ragione, in cui ripone tanta fiducia. In parole povere, l’illuminismo è monco o incompleto, poiché fa nascere dal nulla il principio universale su cui poi fonda tutto, senza preoccuparsi di specificarne la provenienza, e per giunta nega l’esistenza delle idee innate. Una significativa reazione all’illuminismo ed all’empirismo dell’epoca è rappresentata dalla filosofia di Vico, di impronta umanistica, che tende ad interessarsi dei sentimenti e del significato della vita umana.

XV - Kant ed il criticismo. Alla fine del secolo XVIII tutti i temi della filosofia moderna confluiscono nella filosofia di Kant, che è piuttosto complessa ed ostica, e che noi riassumeremo in termini molto semplificati. Essa viene detta criticismo poiché Kant, come Locke, si propone di indagare la ragione, la sua capacità, ed i suoi limiti, sia nell’attività conoscitiva (ragion pura), che nell’attività pratica e morale (ragion pratica). Secondo Hume lo spazio ed il tempo non possono essere dedotti dall’esperienza ma sono solo dei substrati creati arbitrariamente dal soggetto conoscente. Kant riprende questa affermazione e dichiara che spazio e tempo non appartengono alla realtà oggettiva ma sono forme a priori del soggetto conoscente. In pratica essi sono dei “contenitori” esistenti nell’intelletto, entro cui si collocano i fenomeni percepiti dall’esterno. Kant paragona

spazio e tempo ad un recipiente che contiene un liquido, costringendolo ad assumere la propria forma, o a lenti colorate, che costringono l’oggetto ad assumere il proprio colore, o ad un timbro che modella la ceralacca. Così Kant sostiene di aver introdotto una rivoluzione copernicana nella filosofia. Egli infatti capovolge l’ordine soggetto-oggetto e sostiene che il soggetto (equivalente al Sole) non gravita intorno all’oggetto (equivalente alla Terra), raccogliendo dati da un mondo già precostituito con le sue leggi, bensì è il contrario:

così come la Terra gravita intorno al Sole, l’oggetto gravita intorno al soggetto, poiché il soggetto illumina la realtà oggettiva ordinando i dati che provengono dai sensi.

In altre parole l’ordine e la razionalità non stanno nell’oggetto bensì nel soggetto, che in tal modo diventa

legislatore della natura! Così i caratteri di universalità e necessità sono attribuiti al soggetto e non al mondo

oggettivo, e tutto ciò capovolge la visione tradizionale secondo cui ciò che riguarda il soggetto è particolare e non universale (si pensi al consueto significato negativo del termine soggettivo), mentre ciò che riguarda il mondo oggettivo è generale ed universale (si pensi al consueto significato positivo del termine oggettivo).

Si tratta di una inaspettata conseguenza della filosofia empirista di Locke e Hume, che aprirà la porta ad una

concezione totalmente idealistica, dove il soggetto è tutto (anche se Kant non arriva ancora a questo stadio). Occorre una precisazione. Qualcuno potrebbe rimanere confuso dall’analogia con il sistema copernicano:

infatti Copernico allontana l’uomo dalla sua presunta centralità nell’universo (sottintesa nella concezione antica e medievale), mentre la filosofia di Kant riavvicina l’uomo al centro della realtà, poiché il soggetto cosciente è il “Sole” rispetto al quale gli oggetti esterni gravitano! In poche parole, mentre Copernico si allontana dall’antropocentrismo, Kant sembra riavvicinarsi ad esso, o comunque verso una forma di “psicocentrismo”. Kant chiama categorie le forme a priori dell’intelletto, e la categoria suprema che organizza ed ordina tutta l’esperienza del soggetto è l’Io, chiamato anche Io penso trascendentale o appercezione pura. L’aggettivo trascendentale in Kant significa “ogni conoscenza che non si occupa degli oggetti, ma del nostro modo di conoscenza degli oggetti”.

A questo punto però si presenta il problema della cosa in sé: Locke aveva già affermato che non si può dire

se le nostre sensazioni (o idee) abbiano una corrispondenza reale con le cose esterne! Che cos’è veramente la cosa in sé? Non è possibile conoscerla, poiché noi percepiamo solo i fenomeni secondo le forme a priori proprie del nostro intelletto: ma il fenomeno è ciò che appare all’intelletto e non è ciò che realmente esiste, cioè non è la cosa in sé, o noumeno. Perciò il noumeno, che è la vera realtà, resta inconoscibile alla ragion pura. Questo è il cosiddetto agnosticismo kantiano: come già in Locke, la ragion pura rimane chiusa in se stessa e non può accedere alla realtà del noumeno. Kant denuncia anche altri limiti della ragion pura, cioè dei problemi non risolubili, che egli chiama antinomie della ragione, che contrappongono una tesi ad una antitesi altrettanto plausibile: l’antinomia più interessante è il solito contrasto tra libero arbitrio e principio di causa-effetto, che è lo stesso contrasto che si ha anche tra finalità e determinismo (o necessità). Secondo Kant la ragione è incapace di risolvere la contraddizione tra la tesi della libertà (la natura ammette l’esistenza del libero arbitrio) e l’antitesi della necessità (la natura è deterministica, come in Democrito).

Altre antinomie sono le seguenti. Il mondo è limitato nel tempo e nello spazio (tesi) oppure il mondo non ha limite ed è infinito nel tempo e nello spazio (antitesi); si ricorderà che secondo Sant’Agostino tale antinomia, almeno riguardo al tempo, è facilmente risolubile. Lo spazio è divisibile all’infinito (