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Raffaella Bedini. La solitudine dell'amore. Dall'autrice del bestseller Sei parte di me.

I CONFINI DEL CUORE SONO UN PAESE SCONOSCIUTO. MA FINO A DOVE PU SPINGERSI L'AMORE? Un romanzo dove i sentimenti sono forti e le emozioni l'unica cosa per cui valga la pena di vivere o morire. la Repubblica. Raffaella Bedini una sognatrice errante e la sua penna, dura e leggera al tempo stesso, parla la lingua sincera e tagliente di emozioni troppo spesso soffocate dalla realt. la Voce. ANAGRAMMA. La solitudine dell'amore.

Yuki una ragazza solitaria, di quelle diffidenti e inavvicinabili, presuntuosa. Yuki una ragazza sola; cresciuta in fretta e senza amore, indurita da una vita di rifiuti e angherie.Yuki una ragazza dal passato oscuro. Un giorno, un giorno uguale a tutti gli altri,Yuki incontra Tiago, un giovane affascinante, sicuro di s, forse non bello ma di quelli che si fanno notare.Tiago fidanzato ma vive una relazione ormai stanca e senza pi emozioni, intrappolata nella prospettiva di un futuro grigio. Anche Tiago, a modo suo, un ragazzo solo. Eppure sar la sua caparbiet a fare breccia nel cuore freddo di lei. Mentre la sfuggevolezza di Yuki e la sua fragilit risveglieranno in Tiago passioni forti come un pugno allo stomaco: desideri insaziabili che Raffaella Bedini racconta con ritmo incalzante e amarezza, dando corpo a una storia che scava nei luoghi pi nascosti dell'anima, per consentire ai suoi protagonisti di continuare a vivere e ad amare. Raffaella Bedini, autrice per la Newton Compton del bestseller Sei parte di me, nata a Modena nel 1974 ma si sbagliata, avrebbe voluto nascere a Tokyo e difendere la terra a bordo di un robot. Grande appassionata di anime e manga fin dalla prima infanzia, nella vita ha un solo punto fermo: viaggiare. Le citt che chiama casa oltre Modena sono Londra, San Diego e ovviamente Tokyo. Tra le cose che ama di pi fare c' buttarsi gi dalle montagne con lo snowboard e sognare a occhi chiusi. Oggi vive a Milano dove lavora in una bella agenzia di pubblicit, domani non si sa. Copertina: grafica di Alessandro Tiburtini. Foto Coco Amardeil/Zefa/Corbis. www.newtoncompton.com

Della stessa autrice Sei parte di me. Prima edizione: marzo 2009. 2009 Newton Compton editori s.r.l. Roma, Casella postale 6214. ISBN 978-88-541-1412-8. www.newtoncompton.com

Raffaella Bedini. La solitudine dell'amore. Newton Compton editori.

Agli amori lasciati alle spalle. ***

Era il parco che si vestiva di colori diversi ogni stagione. Eravamo noi due soli. Era il cuore che ci accompagnava. Era l'elettricit e quelle ruote della bicicletta che giravano sul selciato, verso casa. Era il rumore dei passi. Erano le parole... parole di allora che forse ancora echeggiano tra gli alberi. E forse l'immagine di noi rimasta l. Si dice che le anime rimangano legate al luogo della loro morte. E noi restiamo intrappolati sotto le fronde degli alberi; perch quei giorni non torneranno mai pi, perch la nostra visione di noi non sar mai pi la stessa. Ma se ci guardi attentamente, magari mentre ripasserai per i sentieri di quel parco, ci vedrai ridere, scherzare, avvicinarci ogni passo di pi. Per ricordi? Poi il parco finiva, le strade si dividevano, il tempo a nostra disposizione si esauriva. I secondi scorrevano inesorabili come gli ultimi istanti di uno sdolcinato cartone animato per bambine, ha fine era palpabile e mentre le note della sigla entravano sugli ultimi fotogrammi del nostro sceneggiato un bacio furtivo sigillava la fine della nostra giornata. Meno 5... 4... 3... 2... 1: time is over. E allora SIGLA.' Asu nante konai you ni to negatta yoru, kazoe kirenai Yume mo ai mo nakushi, ame ni utareta marna, naiteru, naiteru, naiteru... {Anna Tsuchiya, Kuroi Namida).

***

CAPITOLO 1 Tu non eri previsto, io non ti avevo calcolato. Non c'era spazio dentro di me per un'altra persona. Il mio cuore in quel momento era talmente irrigidito da rifiutare qualunque sentimento. Dopo aver trascorso una vita chiusa su me stessa, mi mostravo scostante per mettermi al riparo da ferite sempre troppo dolorose, ulcere sanguinanti malate di emofilia. Ma il tempo passa e la vita adulta e indipendente, una vita che basta a se stessa, lascia spazio a una piccola, leggera decompressione del cuore. Quando il fluido del tempo trascina via con s gran parte del malumore e del risentimento, dell'angoscia e della rabbia, il cuore riprende a gonfiarsi, si espande e respira per prepararsi ad accogliere una piccolissima speranza d'amore, io mi trovavo proprio in quell'istante. E in quell'istante sei arrivato tu. Nello stato embrionale della mia nuova vita passavo giornate opache come gusci di uova. Le persone che incontravo e con cui mi relazionavo mi sembravano tanti manichini di stoffa, senza forma n sesso. Un branco di corpi senza identit, impegnati a tenere la testa in superficie, concentrati sui loro futili problemi quotidiani oppure imprigionati nei pregiudizi legati alla mia diversit. Non facile impegnarsi a conoscere le persone, e la gente comune non ha nessuna voglia di faticare a capire chi le sta attorno, io allora non avevo interesse per nessuno. Non ti avevo neppure notato. Avevo solo sentito parlare dell'arrivo di un nuovo ragazzo carino al terzo piano ma erano voci di corridoio: parole confuse tra le altre miriadi di parole senza importanza.

Poi, un pomeriggio, nella coffee area dell'agenzia in cui ero stata chiamata a lavorare... Scusa, avresti mica venti centesimi da cambiare?. La coffee area di questa agenzia squallida come le persone che ci lavorano: quattro pareti cieche color ospedale, un banchetto sgarruppato, rubato in una scuola media poco distante, e due macchinette per niente invitanti posizionate una di fronte all'altra, quasi stessero l a fissarsi tutto il giorno e a fare a gara per capire chi di loro riusciva a proporre il ristoro pi deprimente. Sono arrivata a concludere che lo squallore di questa stanza sia fatto apposta per inibire le persone: un ambiente poco accogliente non invoglia i dipendenti a sostarci, per cui un minor tempo trascorso nella coffee area dovrebbe equivalere a pi lavoro. Ma non stata calcolata la variante. Pi che inibire le persone, questa coffee area le invoglia invece a uscire dall'agenzia per rifugiarsi nel bar a fianco... Le macchinette, allora, rimangono immobili e impettite per molto tempo, in attesa di situazioni di emergenza per riprendere il servizio. Come oggi. Non mi piace lavorare qui. Scusa, avresti venti centesimi? La macchinetta continua a risputarmeli!. Una richiesta. Devo essermi addormentata davanti alle merendine, nemmeno mi sono accorta che entrato qualcuno... La macchinetta, devo ammettere, esercita su di me una certa inquietudine perch quotidianamente mi pone di fronte a uno dei grandi interrogativi della mia esistenza: cosa posso prendere per saziarmi se ho solo sessanta centesimi in tasca? E da quando avevo diciotto anni che faccio i conti con le monetine per arrivare dignitosamente alla fine del mese. All'inizio stata dura, per l'accademia e l'appartamento non c'erano grandi problemi, tra la borsa di studio e i soldi avuti da mio padre me la cavavo; ma per tutto il resto la conta degli spiccioli era fondamentale. Facevo lavoretti saltuari, passavo da commessa precaria stagionale

a cameriera al pub... non ho mai patito tanto sonno come in quel periodo. Ora per fortuna non ho pi grossi problemi, ho imparato a gestirmi meglio per coprire anche i periodi di poco lavoro. Ho imparato a fare una spesa sensata senza bruciarmi tutto in patatine. Ho imparato che ce la posso fare. Da sola. Resto concentrata e senza distogliere troppo l'attenzione dall'ardua scelta tra una Fiesta e un Bueno, sventolo una chiavetta in direzione della tua voce: Tieni, con questa puoi prendere quattro caff gratis al giorno. Te lo offro io, ne ho bevuti solo due.... La chiavetta dispensatrice di caff gratis viene sfilata dalla mia mano, mentre Fiesta e Bueno continuano a combattere nella mia testa. Resto sulle mie, ormai sono abituata alla gente che frequenta questo palazzo, aggrappata con le unghie alla propria poltroncina, agguerrita fino al punto di abolire persino le pi elementari norme di buona educazione. Anche io mi sono adeguata. Qui semplicemente ci si ignora. Si arriva, si produce il proprio pezzettino di lavoro e poi si torna a casa. Non c' bisogno di stringere rapporti. E solo lavoro. Per fortuna io non sono costretta a venire qui tutti i giorni. Essendo una free-lance mi chiamano solo quando c' bisogno. Sfortunatamente, ma anche fortunatamente, questa volta sono coinvolta su un progetto a lungo termine che mi vedr impegnata qui per qualche mese: fortuna per i soldi, sfortuna per tutta quella serie di fastidi legati alla necessit di avere a che fare con questi patetici arrivisti della poltroncina. Oggi poi stata una di quelle giornate interminabili senza pausa pranzo; o meglio, con il pranzo ordinato sul sito dei tramezzini e ingurgitato frettolosamente davanti al computer. A me non piacciono i tramezzini, un miscuglio di verdura, affettato e tonno imbevuti di maionese e schiacciati tra due fette di pane moscio. Non mi piace la maionese n il pomodoro, n la lattuga, n il bianco dell'uovo sodo... e non esiste un tramezzino senza uno di questi ingredienti!

Ho saltato il pranzo, quindi ora vorrei capire cosa il mio stomaco preferisce inglobare e risalire in ufficio. Voglio finire e uscire da qui. Voglio prendere un po' di ossigeno. Sono molto stanca. Non tanto affaticata, proprio stanca... questo posto ti succhia le energie vitali, ti mastica riducendoti come un chewing-gum ciucciato che ha perso tutto il suo sapore. Sar colpa dei designer che abitano il sesto piano, un branco di reginette perennemente mestruate, totalmente incapaci di gestire un progetto ma altamente in grado di accaparrarsi ogni merito quando le cose vanno bene. Una corte inaccessibile di checche isteriche eterosessuali che si sentono chiss cosa perch loro sono i designer (che pronunciano fastidiosamente dizaina). Si credono talmente fighi che immagino mi chiamino cos di frequente a lavorare per loro perch fa pi figo avere una collega esteticamente diversa. Se non fosse per i soldi li avrei gi mandati a cagare da un pezzo. Per pagano bene. E io non posso di certo permettermi di snobbare un'entrata cos cospicua. Ci fosse uno che fosse un po' meno di una testa di cazzo con cui parlare... sarebbe gi un ottimo risultato, ma qui persino le segretarie se la tirano fino all'ignoranza e fanno fatica a salutare. Insomma, sono tutti pronti a spalare cacca su chiunque, indistintamente, per paura di perdere quel pezzettino di osso gi spolpato che si sono guadagnati. Non mi piace lavorare qui, appena si mette piede al sesto piano si percepisce immediatamente quell'atmosfera finta e di rarefatta perfezione che mi fa venire voglia di compiere atti vandalici contro cose, persone e dizaina: magnifici, splendenti, insopportabili. Non mi piace la perfezione, non mi piacciono look e atteggiamenti rifiniti, preferisco i difetti. Il senso per la sbavatura una qualit che ho sviluppato nel tempo, probabilmente una reazione a Clelia, la mia matrigna, all'apparenza celestiale e zuccherosa, in realt una borghesuccia stile donnina del dado Star che ti serve sorridente il brodo con il grembiulino immacolato e il filo di perle

al collo. Una donna arida e falsa come la tinta ramata dei suoi capelli. La odiavo, lei e la sua collezione di uova simil Faberg squisitamente disposta. Ne possedeva in numero esagerato e credo che quei pochi slanci di attenzione di cui era capace li sfogasse tutti sulle sue uova. Un interesse che, sono sicura, dipendeva direttamente dalla sua infertilit, una specie di compensazione artistica ai suoi ovuli raggrinziti. Io non riesco a essere sempre impeccabile. A parte che essere impeccabile richiede uno sforzo non indifferente tutte le mattine e io mi sento sempre carente di sonno; fare la bambolina di porcellana-figa di legno non mi appartiene. Anche a me piacciono i bei vestiti e soprattutto gli accessori, ma preferisco abbinarli a modo mio, creare il mio stile, aggiungere la mia piccola imperfezione. Non voglio pi cercare di uniformarmi, essere uguale agli altri, ci ho persino provato qualche volta ma la verit che non mi sento uguale a nessuno. La moda per chi non ha idee. La tua immagine, ancora non identificata, si frappone tra me e la macchinetta delle merendine: Grazie. Sono Tiago, faccio il grafico al quarto. Una testa, un corpo, una voce dal leggero sentore spagnolo continuano a riempire la mia visuale. Ti guardo senza notarti. Oggi non proprio giornata. Rispondo un po' antipatica: Ciao, sono Yuki. Sono un'illustratrice, free-lance. Credo di avere soddisfatto i fondamenti delle buone maniere. Ora per favore togliti da l. Alzo una mano e ti invito gentilmente a farti da parte. Mi sto lentamente trasformando in un'iincagabile abitante del sesto piano. La mia mano ancora a mezz'aria quando ti sposti. Finalmente. Due secondi di tranquillit subito interrotta dalla tua voce: Sei giapponese?.

Sono infastidita davvero. possibile che uno non capisca quando non il momento. Tanto lo so che a breve trasmuterai anche tu in una reginetta con le mestruazioni perenni e camminerai con il naso al di sopra di tutti. Allora lascia perdere adesso, ti giuro che la via pi semplice. Se evitiamo di parlarci fin da subito poi eviteremo il seccante passaggio al non parlarci pi. Sono giapponese? No!. Ti sposti contrariato e torni davanti al distributore di bevande calde. Siamo l'uno dietro l'altra e ci diamo la schiena. Io fisso gli snack, tu i pulsanti delle miscele. Silenzio. Silenzio. Sembriamo in punizione, solo che al posto della lavagna c' una Gourmand selection. Improvvisamente alle mie spalle la tua voce si mette a elencare tra s e s la lista delle opzioni selezionabili, consapevole comunque di essere udita: Caff nero. Caff nero lungo. Caff macchiato. Caff macchiato lungo.... Istintivamente, senza comunque girarmi, seguo la cantilena e completo l'elenco: Cappuccino. Cappuccino col cioccolato. Ciocco-caff. Marocchino. T al gusto di limone.... Merda le so a memoria! La tua voce incalza, ansioso di terminare la lista per primo. Mi interrompo. Brodo. Bicchiere vuoto... brodo?. La voce brodo nei distributori mi ha sempre messo un certo ribrezzo e allo stesso tempo mi ha sempre incuriosita. Vorrei davvero conoscere una persona, dico una, che l'abbia mai preso il brodo. Brodo? Liofilizzato di dado vorrai dire. Brodo... provo a immaginarmi una scena tra due colleghi che parlano del pi e del meno, sono alla loro scrivania, uno di quei momenti di relax in cui si socializza e si spara anche qualche minchiata. Risolini. Uno dei due forse ci sta provando con l'altra e, nel tentativo di guadagnare un po' di intimit, se ne esce con un sornione: Dai andiamo a berci un bel consomm nella brodino-area!. Oppure, all'improvviso un collega si sente poco bene. E l, pallido alla sua postazione, trema, di quei brividi freddi che preannunciano

una bella influenza stagionale... o forse ha mangiato un panino con il tonno avariato del signor Antonio, proprietario del bar a fianco... forse forse sta anche per svenire. Tutti sono intorno a lui per cercare di rianimarlo quando ecco che la segretaria al piano, un donnone appariscente sempre agghindato con paccottiglia color oro, avanza tutta trafelata verso la piccola folla e cosa gli porge? Un bel brodetto della macchinetta fatto di dado in polvere e acqua stagnante! Un sorso, due sorsi... la folla resta con il fiato sospeso... un terzo sorso, la stanza si illumina, nell'aria si diffonde un coro celeste poi, come per magia, l'uomo si rianima e riacquista tutto il suo vigore. Allora, rinfrancato, il malato si solleva dalla sedia e con tono impostato da reclame dichiara: Brodetto della macchinetta... aaaahhhhh che sollievo!. Basta supposizioni. E gi abbastanza alienante conoscere a memoria tutte le voci del distributore. Rido sarcastica. Ti sei meritato la mia attenzione. Mi giro e ci mettiamo a chiacchierare. Mi accorgo che probabilmente sei un po' spaesato e stai cercando di capire meglio le persone con cui ti dovrai confrontare da ora in poi. Scopro che sei arrivato da un paio di giorni e che ti hanno sistemato al quarto piano, quello degli ingrigiti. E il piano degli uomini-ombra, gente scavata con il volto verdognolo e i vestiti che sembrano lisi e tristi pure loro. Impiegati trasandati che vengono al lavoro con le scarpe da spiaggia, quelle aperte, a met tra una ciabatta e un Birkenstock con le stringhe a strappo. Sei qui da solo due giorni e gi ti sei accorto che si tratta di individui rassegnati, che arrivano senza dire nulla e che si spengono del tutto non appena accendono il loro computer. A pranzo poi non si alzano dalla scrivania e hanno ingegnato un piano diabolico per risparmiare i ticket restaurant. Durante la pausa, infatti, non vanno mai al bar, non vanno mai al ristorante, non vanno mai da nessuna parte ma se ne stanno in ufficio, zitti-zitti, chini davanti al monitor. Non escono dall'ufficio per non cadere in tentazione e spendere i preziosi buoni pasto; anzi, li risparmiano avidamente giorno dopo giorno per accumulare mazzette da usare per

pagare la spesa. Comprano pane, affettato, maionese e verdurine varie... Conosco il genere, praticamente pagano con i ticket gli stessi ingredienti destinati a farcire lo stesso panino che comprerebbero al bar allo stesso prezzo! E si compiacciono della loro trovata ma allo stesso tempo subiscono la frustrazione di un meccanismo a perdere che li costringe a mangiare per settimane sempre lo stesso identico panino, senza mai staccare il culo dalla sedia. Tutto il contrario dei dizaina che frequentano esclusivamente sushi bar e spiluccano soltanto finger food. Si pu essere pi patetici nella loro spasmodica ricerca di essere alla moda? Gli ingrigiti invece non si muovono dalla loro postazione, fanno i segregati e alle sei spaccate sono gi spariti dall'agenzia. Volatilizzati. O meglio, smaterializzati. puff... In effetti il quarto davvero il piano degli avviliti. Sono gli assunti a tempo indeterminato, con un contratto preistorico e di ferro, che nessuno riesce a licenziare. Cos li scaricano al quarto piano, gli affidano un lavoro inutile e li ignorano, sperando che magari qualcuno finisca per andarsene di sua spontanea volont o, nella migliore delle ipotesi, che tiri le cuoia. strano per che uno appena assunto venga depositato immediatamente al quarto piano. La cosa mi incuriosisce: Ma che ci fai al quarto? Ti hanno appena assunto e gi ti sbattono nel dimenticatoio? Ahahahaa! No, vogliono lanciare una rivista di digital design e mi hanno chiesto di dargli una linea grafica. Una risata vera... raro che se ne senta una da queste parti. Da quanto tempo che non rido io? Capisco. Ti mettono tra gli zombi per mancanza di spazio... chiss quante ispirazioni!. Pi la conversazione va avanti pi inizio a identificarti. Grazie a un bicchiere di brodo emergi dalla nebulosa dei senza-volto. Ora vedo i tuoi occhi furbi e penetranti; i capelli ricci e castani, soffici

come una nuvola, un viso imperfetto ma intrigante, con una minuscola cicatrice sulla gota destra. Mi piace persino il tuo stile sono-trasandato-ma-ci-tengo... s, sei carino con quel tuo fare da "sono figo e lo so ma non mi va di fare il figo". S ora ti ho notato. Ma al momento sono indecisa se trovarti irritante o interessante. Per ti ho notato. Perch tu non sei perfetto, sei particolare. Ma qui normale fare pause cos lunghe? E tu invece? Sei appena arrivato e gi ti imboschi nella coffee area? Ahahahahahahah... sto aspettando che finiscano di sistemare la mia postazione e che finalmente mi colleghino il computer. Un classico. Non capisco perch quando in questa agenzia arriva uno nuovo non gli facciano trovare la sua postazione gi operativa. Voglio dire, lo sapranno bene che arriva una persona e che gli serve un computer funzionante con tutti i programmi istallati. Bah, mistero della fede. Perch alle volte bisogna davvero crederci per non sclerare in un posto come questo. E del sesto hai conosciuto qualcuno?. Fai cenno di no con la testa. La nuvola di riccioli scuri si scompone. Colpa dei soliti dizaina che nemmeno si sprecano a presentarsi. Io non li sopporto, soprattutto quando passano le giornate a fare i giochini al computer per otto ore, poi sfacchinano durante la notte per mettersi in pari, e perch? Per potersi mettere in mostra a breve distanza di udito del capo con frasi tipo: Guarda che occhiaie, ma sai ieri ho lavorato fino a tardi perch questo progetto troppo importante. Per l'idea che mi sono fatta di te al momento, spero che tu non cada in questa rete. Sarebbe bello ogni tanto avere qualcuno con cui parlare qui al lavoro. Resti a fissarmi per un po' poi richiami la mia attenzione: Hai deciso cosa prendere?. Me ne stavo dimenticando... Fiesta o Bueno? Fiesta o Bueno? fiesta!

Tra un discorso e l'altro mi restituisci la chiavetta, le tue dita sfiorano, forse involontariamente, le mie. Oddio, non sarai mica un lumacone? Inserisco la chiavetta. Digito il numero corrispondente alla merendina. Non che la Fiesta mi faccia proprio impazzire ma a occhio la cosa pi sostanziosa e voluminosa che il distributore offra. E dire che diciotto anni fa la Fiesta non la volevo nemmeno vedere! Era la merendina pi sfigata che un bambino potesse ritrovarsi in cartella. A parte che se avevi una Fiesta eri troppo out e tutti ti dicevano Bleah, hai una Fiesta!, quella merendina mi faceva proprio schifo, sapeva di alcol all'arancia. Le volte che Clelia me la rifilava a tradimento la tenevo nascosta e me ne stavo a stomaco vuoto fino all'ora di pranzo. Tanto per lei una merendina valeva l'altra e se non la mangiavo quella volta l'avrei consumata il giorno dopo. Infatti, quando Clelia scopriva che non avevo fatto merenda andava su tutte le furie obbligandomi a conservare nello zaino quello che non avevo nessuna intenzione di mangiare. Cos, al sabato, mi ritrovavo con una merendina smaciullata che finiva comunque rigorosamente nell'immondizia. Faccio per andarmene. Ma non vuoi mollare il colpo: E quindi non sei giapponese... Il tuo nome, per, sembrerebbe giapponese... sei cinese? coreana?. Rispondo male: No!. E sono tutti cos scostanti al sesto o un'esclusiva dei non giapponesi? Sono italiana!. Uhm... non hai un look molto mediterraneo.... Ma che cavolo vuoi? Non ti ho gi cagato abbastanza? Mollami! Non sono giapponese, sono mezza italiana!. E cos spero che tu mi lasci perdere. Come ti permetti di aggredirmi.

Lasciami perdere che oggi poi il mio spirito di sopportazione sotto le scarpe. Io sono met spagnolo, da parte di padre. Faccio un sorriso di circostanza come se me ne fregasse qualcosa. da stamattina alle nove che non stacco gli occhi dal computer e che mi ritrovo circondata da designer che starnazzano impazziti e agitati per la presentazione di domani. Hanno fatto un progetto che non ha senso e se ne accorgono solo a mezza giornata dall'incontro con il cliente... giornata delirante. Ci manchi solo tu che mi rompi le palle nella coffee area. Ma chi ti conosce. Torna al tuo piano triste e lasciami in pace. Ve Ve Ve Scarto velocemente la Fiesta. Il mio stomaco prende coscienza della desolazione al suo interno e, sollecitato dal rumore della confezione che si apre, inizia a farsi sentire. Un morso... due morsi, tre, ed gi finita. Ti saluto e me ne vado indispettita. Prendo l'ascensore e mi dirigo verso l'olimpo del sesto piano. Ho ancora fame. ***

CAPITOLO 2. Ero rassegnata al mio destino. Quando ti dicono che non vali nulla, alla fine finisci per convincertene. Ma io non avevo bisogno di essere salvata. Foglie che fremono. Foglie morenti sui tigli resistono alle sferzate del vento aggrappandosi ai rami e chiedendo disperatamente un altro giorno di vita. I rami ormai spogli si stendono verso il cielo e le punte, come dita ossute di morti, grattano un cielo uggioso e inespressivo. Odore di foglie umide e bagnate, odore di terra, odore di autunno che bagna le narici; niente a che vedere con il profumo intenso e dolcissimo dei tigli a primavera. Odore di solitudine. Attraverso il parco come ogni sera, stagione dopo stagione. Forse un po' incauto per una ragazza addentrarsi nei parchi a quest'ora ma per fortuna questo fazzoletto di verde frequentato tutto l'anno e mi sento abbastanza sicura. Sempre meglio che respirare direttamente i gas di scarico delle auto all'ora di punta, comunque. Cammino, cammino da sola. Cammino mentre la testa prende un'altra direzione. Rifletto. Rifletto su me stessa. Camminare mi aiuta a fare il punto, mi aiuta a non lasciare scivolare via un'altra anonima giornata. Camminare si porta dietro la solitudine. Chi

sono, dove sono, cosa faccio. Ripenso a situazioni, luoghi, persone e brutte scopate. Vuoti da colmare. Vuoti da svuotare. Sono una persona vuota. Cosa ha da offrirmi questa citt? Niente. Un lavoro. Che poi finir. Amici? Pochi e ormai blindati in relazioni prematrimoniali del cazzo. Affetti? Nessuno o pochi, se una scopata ogni tanto significa affetto. Soldi? Abbastanza, ma soddisfano solo i bisogni primari di autocompiacimento. Rabbia? Meno di qualche anno fa. Libert? La libert non esiste. Un motivo per restare? Voglio andare via. Lontano. A cercare cosa? Non lo so ma il viaggio allontana e attutisce la solitudine. Per questo cammino. Cammino ogni giorno. Camminare da sola mi fa sentire meno sola che essere circondata da gente sui mezzi pubblici. Cosa lascerei? Un appartamento. Un giro di free-lance consolidato. Posso anche trovarli altrove. La testa grida. Grida di andare via. A trovare un posto dove sentirmi in pace. Niente mi lega qui. Amore? Che cos' l'amore? La certezza di un uomo in mezzo alle gambe? O qualcuno con cui stare bene? Non sono ancora stata cos bene. Allora non sono mai stata innamorata. Non cos tanto. Ragazzi nel letto. Sopra, mai a fianco. Un barlume di complicit esaurito gi alle prime luci dell'alba. Non sento pi niente. Mi sento senza sentimenti, apatica. Forse ho perso la capacit di provare emozioni molto, molto tempo fa. Allora perch sento gridare la mia voce? Insoddisfatta ma anche debole. Consapevole ma anche con le braccia protese in avanti, in difesa di una realt a cui non mi sento di appartenere. Compressa, come se dovessi liberarmi da un velo bigio come questo cielo. Le foglie sguisciano sotto i piedi, viscide. Il parco si presenta tetro e cimiteriale. Scheletri floreali. Scheletri dell'animo. Il vento trapassa ostile il mio cappotto nero e, a ogni passo, l'umidit mi storpia le ossa. Scheletri. Proseguo tutta contratta rimuginando su me stessa. Un giorno andr via o trover un buon motivo per restare. Non so dove andare. Non mi va di tornare subito a casa. Non ho voglia di andare per negozi. Non ho voglia di niente. In giornate come questa non mi sopporto. Non so dove andare. Andr a casa. Che palle!

Cammino, cammino senza badare a nulla, solo il rumore di motorini smarmittati mi entra dispettoso nelle orecchie, arriva invadente da lontano. Saranno i soliti ragazzetti tamarri di periferia che ancora credono sia figo avere il motorino truccato. Il rombare acuto e spavaldo dei motori si fa sempre pi vicino. Sempre pi vicino. Chiassoso. I motori degli sgasoni mi superano. Mi sposto sul ciglio del sentiero per non farmi investire. Resto concentrata sui miei pensieri. Guardo il segno fresco delle gomme sul fango finch non mi accorgo delle ruote ferme davanti a me. I due bulletti mi bloccano la strada. Cerco un conforto, qualcuno che possa soccorrermi. Non c' nessuno. A parte qualche vecchietto, forse gi morto sulle panchine. Mantengo la calma. Magari non vogliono nulla da me. Provo a passare oltre. Un ragazzino sgasa per intimorirmi. Cazzo! Provo a tornare indietro. I due mi seguono a passo d'uomo. Accelero ma loro restano vicino a me. Cazzo! Prendo il cellulare, magari riesco a chiamare aiuto... ma chi chiamo? Cazzo! Devo mantenere la calma. Ora scappo. Loro restringono il mio campo d'azione. I due iniziano a minacciare infarcendo interi discorsi di "minchia", "figa" e altri sinonimi di genitali. Faccio persino fatica a capire cosa vogliono. Tengo in pugno il cellulare, con le dita vicine al 113. Con il braccio stringo a me la borsa. Cazzo! Stasi. Loro mi fissano. Io non reagisco, finch tra varie minchie, fighe e sacramenti riesco a intuire che proprio il cellulare la cosa che mi vogliono fregare. Che vita di merda! Per... poteva andarmi peggio. Inconsciamente penso che tra le varie ipotesi di aggressione lo scippo del cellulare la pi accettabile. Scippo o rapina? Devo mantenere la calma. Provo a giocarmi la carta "straniera". In certe occasioni gli occhi a mandorla possono tornare utili, tipo quando mi hanno beccato con il biglietto del tram scaduto e ho fatto finta di non capire... cerco allora di svicolare ma i miei aggressori non mi lasciano scampo. Provo a spiegare: vorrei dire che il mio cellulare talmente vecchio da non avere nemmeno il display a colori... ma non mi lasciano

parlare, riesco solo a dare fiato a qualche lettera mozza e indefinita. Sgrano le mie mezze mandorle orientali, attonita. Una parte del mio cervello non deve ancora aver capito bene la situazione. Intanto continuo a non vedere nessuno che possa aiutarmi a uscire da questa situazione. Inizio ad avere paura. Uno dei due ragazzi con il motorino, un bestione faccia da porco, brufoloso e ingelatinato, cresciuto a "minchia!" e merendine, si avvicina spavaldo e aggressivo. Provo a gridare ma mi esce uno squittio sottomesso. Lui si fa grosso, io invece divento minuscola. Uno spintone. Due spintoni. Che cazzo faccio?! Uno spintone violento. Cado rovinosamente a terra mentre d'istinto continuo a tenere il cellulare stretto nelle mani. Cazzo, tra tutto quello che mi potrebbero fare mi sto davvero preoccupando del telefonino? Nella caduta sbatto il polso. Una scossa di dolore mi sale lungo il braccio. Mi sono rotta qualcosa, forse. Sono a terra, in mezzo al fango, non ho via d'uscita e non so come andr a finire. Prego solo che passi qualcuno. Ma in questo parco non c' nessuno! Una lacrima. Seguita da un'altra. Tremo, e non per il freddo. Mi fa male il polso, tanto. Il cuore terrorizzato e si impietrisce. S'inceppa, poi con un botto riparte rumoroso e s'inceppa di nuovo. Il bestione ingelatinato e brufoloso mi ruggisce addosso. All'improvviso il secondo ragazzetto, brufoloso pure lui ma in modalit cappellino da baseball-giubbino in finta pelle-scarponi pump, interviene. E per un momento la tragedia si trasforma in farsa, drammatica per. Oh scemo, lasciamola stare, non vedi che mongoloide!. No, minchia cinese!. Oh figa c'hai ragione! una cinese mongoloide!. Vorrei rispondere: Ma che cazzo dici! Ignorante di merda!. La rabbia mi sale fino al cervello. Devo stare calma. Dovrei stare calma, invece reagisco. Con tutta la forza che ho lancio il cellulare in direzione del bestione e colpisco la sua faccia grufolante e brufolosa. Ma che cazzo faccio! Non approfitto neppure della frazione di secondo di incredulit dei due per fuggire. Non riesco nemmeno a sollevarmi dal fango. "Faccia da porco" mi si rivolta contro e riprende a insultarmi. Intimidazione fisica e verbale. Resto

come una scema impalata a piangere mentre i due continuano a prendermi in giro. Poi Faccia da porco mi afferra per i capelli. "Cappellino da baseball" invece mi inveisce contro perch il mio cellulare un modello troppo vecchio e fa cagare. In giro non c' proprio nessuno. Mi fa male la testa. Il ciccione continua a scuoterla... Minchia ma cosa c'hai nella testa... minchia che ti rivolti contro... minchia te la faccio pagare!. L'altro incalza: Minchia tornatene in Cina a mangiare i cani! Minchia!. Non so proprio come andr a finire. Mi aggrappo alle mani del brufoloso, lo graffio sperando che molli la presa. Pi conficco le unghie pi mi tira i capelli. E in questo momento mi odio perch mi accorgo che non ho modo di cavarmela. Non sono forte. Non sono un uomo. Non riesco a fare altro che tremare. Forse a forza di scuotere e tirare mi si staccher la testa. Morir e mi lasceranno andare. Morir e mi seppelliranno in questo parco, scaveranno una buca profonda e mi getteranno dentro. Soffocher nel fango. Se avessi un mitra farei saltare quelle vostre facce da cazzo che vi ritrovate e farei fuori anche quei due scarafaggi dei vostri genitori che vi hanno cagato al mondo. Ma ancora una volta, una volta ancora, sono indifesa. Il bestione si prepara a scaricarmi una manica di botte. Intimidazione. Morir massacrata. Non mi resta che sperare che si limiti alle botte. Sono spaventata ma sono lucida. Sono lucida ma non del tutto e non tutto mi sembra reale. Piango. Piango senza sosta. Odio questa vita. Odio questa citt. Odio che nessuno si accorga della mia morte. Odio i miei occhi. Odio i miei occhi. Odio. Oh minchia, l'hai fatta piangere!. Ehi minchia, che c'hai due anni, figa!. All'improvviso, tra gli insulti degli animali che mi circondano, si insinua un rumore stridulo. il freno arrugginito di una bicicletta. Le ruote sterzano sul selciato umido e si mettono in mezzo di prepotenza. Un paio di Adidas familiari avanza contro Faccia

da porco e Cappellino da baseball. Un cappotto scuro. Un paio di jeans larghi e un po' trasandati. Ora capisco chi sei. Dei capelli ricciolosi accompagnano impetuosi una spallata contro il bestione che finalmente lascia la presa. L'animale indietreggia solo di qualche centimetro. Vibra un pugno. Ho paura. Tremo e non smetto di piangere. Ancora spintoni e spallate. Una mezza zuffa, due contro uno. Grida, minacce e una catena brandita in mia difesa, una catena con un grosso lucchetto. Due contro uno. L'arma metallica colpisce il ragazzo pi magro che accusa il colpo al volto. Un fiotto di sangue. Uno a zero. Faccia da porco si getta all'attacco. Una botta allo stomaco, un rumore pieno. Uno pari. Grido di farla finita ma la mia voce giunge flebile, inascoltata. Raccolgo il mio coraggio e mi rialzo. Recupero la catena abbandonata poco distante da Cappellino da baseball, che ancora si tocca la mascella dolorante, e la lancio contro l'animale brufoloso. Il lucchetto colpisce la sua testa lanciando nel parco l'eco di un colpo sordo. il momento giusto: attacchi. Un pugno, due pugni. Ti riappropri della catena. Il secondo ragazzetto salta sul motorino e fugge. Mi faccio da parte dolorante. Mi fa male la testa. Mi fanno male i capelli. Mi brucia terribilmente il polso destro. E mi brucia l'orgoglio. Faccia da porco vomita parolacce e sacramenti. La catena impazzita frusta il bestione. Rimango pavida nelle retrovie. La catena si risolleva, pronta a colpire ancora, ma il bullo si getta sul motorino e scappa via. Rimani a guardarlo scomparire all'orizzonte. Tiro un sospiro di sollievo. Mi lecco le ferite. E ancora una volta mi odio. Tutto bene?. Ancora tremo. Tremo di paura e di rabbia. S... credo di s.... Sono mortificata di averti coinvolto. Ma ti sono anche grata di avermi salvata. Mi asciugo le lacrime che non si fermano e mi odio anche perch

non voglio farmi vedere cos da una persona che lavora con me. Sarebbe stato meglio essere soccorsa da uno sconosciuto. Invece immagino che domani, quello che successo, lo sapr tutta l'agenzia: avr gli occhi dei colleghi puntati addosso e sar ancora una volta vulnerabile. Tu, intanto, recuperi la bici. La catena con cui mi hai difeso torna a essere un banale antifurto. Ti avvicini per assicurarti che sia davvero tutto a posto. Un respiro profondo accompagna la tua voce sofferente: Che colpo ! Non avevo mai affrontato nessuno prima.... Ti guardo dubbiosa: Davvero? Per chi mi hai preso? Non sono un rissoso io... guarda.... Allunghi una mano verso di me: stai tremando. Accenno un sorriso anche se gli angoli della bocca mi sembrano di pietra. Ho il cappotto sporco di fango, i capelli in disordine, il viso lacrimoso... mi sento uno schifo. Che situazione imbarazzante... odio apparire vulnerabile. Provo a ricompormi e sento che il dolore al polso non mi passato, lo muovo per valutare i danni... Ti fa male? S.... Vuoi che ti accompagni al pronto soccorso? No... a casa provo con il ghiaccio. Se non passa, vado domani... e tu? Stai bene? S, se non rido non mi fa troppo male.... Tanto non c' niente da ridere.... Merda che colpo.... Silenzio di incredulit. Silenzio di imbarazzo. Silenzio che sottolinea il silenzio. Poi di nuovo la tua voce: Stavi andando a casa? S!. E di nuovo silenzio, imbarazzo addirittura. Per fortuna che passavo di qua.... Vorrei essere pi loquace ma dalla bocca mi escono solo monosillabi: Gi!. Fai spesso questa strada? S.

Anche io passo sempre per il parco... ti va di fare la strada insieme?. Annuisco. E tu, intuendo il mio imbarazzo, aggiungi sottovoce: Non parliamone pi.... Ok. Sai, mi da fastidio averle prese!. Uh. Non c' niente da fare. Non riesco ad articolare un discorso, faccio fatica a smozzicare due parole. D'altronde se aprissi di pi la bocca scoppierei in un pianto disperato e non voglio, proprio non voglio piangere. Camminiamo ancora scossi. Molto scossi. Scossi come le foglie secche che tremano spaventate sui tigli. tutto un fremere di foglie: fruscii gelati come il sangue che mi scorre nelle vene. Il mio cervello ragiona velocemente, collegando pensieri che non vanno da nessuna parte. La mia mente non trova un appiglio su cui sostare. Qualcuno mi dia un buon motivo per non scappare lontano. Le gambe mi sembrano di cemento, ogni passo diventa pesantissimo, faccio fatica a stare in piedi. Non vedo l'ora di chiudermi in casa e sbattere la porta in faccia a questa citt. Voglio buttarmi sotto le coperte e rimanere l, rannicchiata. Ho bisogno di calmarmi, tranquillizzarmi. Per questo accolgo volentieri la domanda con cui tu cerchi di abbattere la tensione: Allora fino a quando resti in questa agenzia? Fino alla fine di agosto. E farai ancora la strada del parco? S. ...Non ti lascer mai pi andare a casa da sola!. Un'offerta di protezione. Un'offerta di compagnia. Mi piace. Non so se solo una reazione allo spavento, per mi piace. Ti guardo meglio con la coda dell'occhio per non farmi notare: un viso imperfetto ma intrigante, il naso non drittissimo, le labbra belle, gli occhi verde scuro, profondi, dei ricci castani e soffici. Sei carino... s, carino... Una lucina affiora timorosa nel buio del mio animo. Lentamente avverto uno spiraglio acerbo di emozioni. L'effetto devastante della paura deve aver risvegliato anche le mie sensazioni pi docili.

Emergono timidamente ma sono ancora impacciate. Ci vorr molta cura perch possano manifestarsi sicure. Sapr avere la pazienza necessaria per prendermi cura di loro? Il parco spettrale e infido scompare dietro di noi. Le lacrime ormai si sono asciugate. Il polso non mi fa pi male. Il cuore si quieta. Il cervello collega pensieri semplici e plausibili. Un bivio: Da che parte vai? A destra, tu?. Rispondi premuroso: Sinistra... vuoi che ti accompagni?. Non me la sento di accettare la tua offerta, mi sembra di approfittare di te, di esagerare: Qui c' sempre un sacco di gente. Non ti preoccupare.... Come vuoi.... Ti saluto imbarazzata, ancora non riesco a guardarti dritto negli occhi: Grazie. A domani!. A domani!. Mi confondo tra la folla. Cammino svelta. Sono ancora spaventata ma l'essere stata difesa, almeno, mi permette di sperare. S... sperare... anche se ancora non so bene cosa voglia dire. ***

CAPITOLO 3. E cos sei arrivato tu. Tu. Siamo arrivati noi, nomi riconoscibili tra volti anonimi. Complicit. Ferite. Un segreto da condividere. L'aver accettato la tua presenza ha concesso nuove possibilit alla realt. Il relazionarsi con le persone, infatti, lascia scaturire sempre nuove alternative di vita; tocca a noi saper accogliere o rifiutare l'invito. Tu ora ricerchi la mia compagnia. Tu ora sei l per me. E intorno a noi un piccolo mondo, da spoglio e indifferente, inizia a vestirsi di certezze, di quotidianit, di piccoli gesti e attenzioni e voglia di ritrovarsi, memorizzare quei dettagli che ci caratterizzano, che ci consentono di riconoscerci. Tu sei: pelle scura, occhi furbi e penetranti, nuvola di capelli, cicatrice sulla gota destra, Adidas Superstar. Tu sei un bel sorriso. Tu sei: il caff macchiato freddo, la pausa sigaretta delle 11,30 senza sigaretta, una scrivania piena di fogli in disordine, la traccia sette dell'album Fisherspooner #1, il panino senza pomodori crudi, disegni in bianco e nero appesi alla parete. Tu hai: una bicicletta scassata, una passione per la pittura, una cucina con le pareti arancioni, un appartamento che chiami casa, una ragazza che si chiama Livia. Tu non hai mai troppa fretta di rincasare. Noi siamo: un pranzo appartato per poter parlare in libert, un sorriso pieno di progetti ed entusiasmo per i nostri lavori, parole di ridicolo verso i nostri colleghi, risate.

Noi siamo: la strada del ritorno, un parco che non fa pi paura, il sentiero che fa risuonare i nostri passi e una panchina sotto un tiglio poderoso e nodoso. Noi siamo un piccola realt alternativa che inizia a raccontare la sua storia. ***

CAPITOLO 4. Quando arriva la neve ci si meraviglia sempre un po' e si resta col naso all'ins a guardare i fiocchi che ovattano la citt. uno splendore immacolato la neve, viene voglia di giocare, divertirsi, di affondarci dentro le mani. Quando ero piccola anche la bellezza mi spaventava. Se cadeva la neve avrei voluto strapparmi via gli occhi. Ti piace la neve?. La ruota della bicicletta avanza a fatica sul sentiero del parco ricoperto di bianco. Il prato, i rami degli alberi, i tetti delle case intorno, la nostra panchina. Anche l'aria bianca, come la piccola e calda nuvoletta di fiato candido che ci scappa di bocca a ogni parola. Forse vero, a ogni respiro perdiamo sempre un po' di anima. Non dico niente. Appoggio la mano sul tuo braccio mentre continui a spingere in avanti la bici. Un gesto di familiarit instintiva, forse inappropriata. Arrossisco e ritraggo la mano. Per poi ci pensa la tua, di mano, a prendere stretta la mia. Posso sentire il tuo calore attraversare i guanti e sfiorarmi la pelle. Ci sono volute molte settimane per accorgermi di te. All'inizio eri solo una presenza interessante in mezzo al brulichio di impiegati

anonimi e donne stitiche. Eri solo quel ragazzo che mi alleggeriva le giornate in un'agenzia ostile e chiusa dentro se stessa. Non so bene cosa stato ma ci siamo riconosciuti a prima vista, come due caramelle rosse in un sacchetto di glaciali alla menta. Poi quel giorno tu mi hai salvata. E io ho imparato a chiamare il tuo nome. Allora ti va se facciamo la strada insieme? Abitiamo abbastanza vicini, lo sai?. E cominciato tutto cos, davanti al portone dell'agenzia. Una semplice domanda uscita con leggerezza dalle tue labbra. Fare la stessa strada, tra colleghi, vuol dire qualcosa di pi, suggerisce una simpatia naturale. Non una simpatia che sa di alleanza. Succede in ogni ambiente, quando si lavora con altre persone si cercano consensi, legami di pseudo amicizia ma una volta usciti dall'ufficio... finito, ognuno va per la propria strada, ognuno va per la propria vita. Estranei come prima. Ecco perch io torno sempre a casa a piedi, non ho voglia di incontrare colleghi sui mezzi pubblici, dovermi sforzare di ignorarli o, peggio ancora, essere costretta a intrattenere con loro una conversazione banale. Chiss perch poi, solo per il fatto di essere colleghi, molte persone si sentano in obbligo di attaccare pezza e sciolinare chiacchiere insulse solo per rompere l'imbarazzo del silenzio. Meglio il silenzio. Per questo decidere di fare la strada insieme a un collega vuol dire qualcosa di pi, vuol dire che si ha ancora voglia di passare del tempo con quella persona, anche dopo le obbligatorie otto ore istituzionali. uno sforzo che implica un interesse non retribuito. E cos, dopo l'agguato, abbiamo continuato ad attraversare il parco insieme e iniziato a conoscerci meglio. Le prime chiacchierate riguardavano principalmente pettegolezzi e opinioni sui colleghi d'ufficio ma lentamente ci siamo avvicinati, esplorando nuovi territori di conversazione. Confidenze. E cos sono uscite allo scoperto le nostre vere persone. Non il grafico e l'illustratrice ma Tiago e Yuki, diversi nell'aspetto: tu maschio caldo e mediterraneo e io femmina pallida e fredda, ma simili nel bisogno di trovare qualcuno in grado di capire e colmare le solitudini che tutti in qualche modo ci portiamo appresso.

A me piace la neve, mi d un senso di serenit. La prima volta che da bambino ho visto la neve ho dovuto assolutamente assaggiarla subito... come se mi servisse mangiarla per capirne davvero il significato. Yuki vuol dire neve vero? S, ma lo devi pronunciare bene altrimenti significa coraggio. Per quando ero piccola avrei voluto un nome normale, sai, di quelli anonimi, tipo: Elisa, Chiara, Silvia... volevo essere come le altre bambine... volevo essere una Silvia, con i capelli biondi, gli occhi azzurri e i vestitini rosa fru fru... volevo ispirare dolcezza e sorrisi... s, volevo essere una Silvia.... Riflessioni. La tua mano si fa pi complice nella stretta, come se ti bastasse toccarmi per capire la mia frustrazione infantile, quel senso di esclusione... ci si pu sentire molto soli anche a otto anni, durante la mezz'ora di ricreazione. Yuki... Yuki... Yuki.... Nuvolette calde di respiri compongono il mio nome scrivendolo nell'aria fredda del parco. In lontananza un cane zampetta in mezzo al manto bianco, ci soffermiamo un attimo a guardarlo... sembra un piccolo puntino nero che salta impazzito su un foglio di carta. Qualche tempo fa forse gli sarei corsa incontro e avrei iniziato ad accarezzarlo e strapazzarlo: mi piacciono i cani, sono semplici e immediati. Sono fedeli. Certo, qualche tempo fa avremmo giocato tutti e tre insieme, ma ora com' che non voglio lasciar andare la tua mano? Quando ero piccola avrei voluto strapparmi via gli occhi, una lettera scarlatta cucita sul mio volto. Non odiavo i miei capelli neri e dritti, non odiavo la mia pelle sempre troppo pallida. Odiavo i miei occhi, quella mezza mandorla bastarda, non italiana, non giapponese; odiavo quelle due fessure che mi ricollegavano a un passato che non mi apparteneva e che mi rendeva vulnerabile. Mi

sentivo strana. Come ero strana per le madri dei miei compagni delle elementari, che mi guardavano sempre con una certa diffidenza mentre continuavano a ripetere: Ma che bella cinesina!. Non sono cinese! Sono met giapponese, imbecilli; davvero non vedete la differenza? Racconto il mio risentimento sui soliti stereotipi sugli orientali, che secondo i "bianchi": Sono tutti uguali, e mi infervoro perch, cavolo!, i qualunquismi delle persone mi fanno sempre male. Le mie parole si accendono, la mia voce diventa dura e sono sicura che se ora mi ritrovassi di fronte alle vecchie madri dei miei compagni delle elementari non esiterei a colpirle e a insultarle con tutte le mie forze. E non tanto per la loro totale ignoranza, ma per il modo in cui si atteggiavano, per quel voler nascondere un'offesa dietro a un apparente complimento. Un insulto travestito da apprezzamento che sottolineava una diversit. Diversit che, in quanto tale, non poteva essere confrontata con la bellezza delle altre bambine. Devo ammettere che non mi ancora passata. Mi ricordo uno dei primi giorni di terza elementare, era la ricreazione. Me ne stavo in cortile sotto una quercia gigante a giocare con la mia compagna di banco... sai quelle bambine paffute, tutte riccioli e lentiggini... che invidia che mi faceva! Insomma, ci facevamo gli affari nostri, quando arriv l'anonimo bambino Luca, un ragazzino nuovo che mi disse: "Ma tu sei mongoloide? Mia madre mi ha chiesto se sei mongoloide. Resti ammutolito, commenti solo con un incuriosito: E tu? E io come una scema cosa gli rispondo? "Io non sono della Mongolia stupido! ". Una risata amara. Vabb, avevo otto anni, ero ancora ingenua all'epoca.... Le nostre mani si cercano, si trovano e, ancora una volta, si stringono. Solo dopo qualche anno, ripensandoci, ho capito la malignit

della madre di quel Luca... pronta a spacciare i miei occhi per una sindrome!. Per molto tempo, in realt, non riuscii proprio a comprendere per quale motivo quella donna mi avesse voluto offendere. Cosa le avevo fatto? Cattiveria gratuita suppongo. O stupidit. Ma se io ero mongoloide, lei, cos "sana", aveva messo al mondo un bambinetto gracile, con le spalle strette e il nasone. Non una cima, un bambino gregario che non aveva mai giochi divertenti da proporre e se gli altri maschi formavano le squadre per giocare a calcio lui veniva lasciato sempre per ultimo: peggio per lui! Alle volte ancora mi rimprovero di non essermi saputa difendere.... Faccio una pausa e abbandono il racconto, prima che mi torni su il dispiacere di quei giorni, quando mi sentivo ferita e abbandonata e non avevo nessuno da cui poter correre a farmi consolare. Il mio viso deve essere tutta una smorfia perch mi guardi serio. Credo di essermi sbilanciata troppo, non vorrei che tu la vivessi come un'aggressione. Chi sono io per vomitarti addosso tutte queste rivelazioni? E chi sei tu? Posso fidarmi di te? La ruota della tua bicicletta, che spingi per camminare insieme a me, si ferma lasciandosi alle spalle il segno del nostro passaggio: una lunga linea che separa il cammino di due persone. Poi un lungo sospiro... Accenni un sorriso per tranquillizzarmi. Concludo il discorso tra me e me: Comunque tutta colpa di questi occhi!. Tu non rispondi. Avvicini il tuo viso al mio, incuriosito. Sei troppo vicino, non so cosa aspettarmi. Distolgo lo sguardo e indietreggio. Mi sento a disagio, non mi piace tanto essere fissata. A me sembrano bellissimi i tuoi occhi a mandorla!, mi dici. Borbotto vergognosa: Mezza mandorla!. Ti avvicini ancora un po': A me sembra una mandorla tutta intera.... No, mezza!. Rimaniamo cos, come sospesi uno di fronte all'altra: i nostri volti inequivocabilmente troppo vicini. Per quanto tempo? Non

lo so, mi accorgo solo che le tue pupille, sotto i riflessi della neve, lasciano trasparire delle sottili venature dorate e mi ritrovo a pensare che uno sguardo cos bello forse non l'ho mai incrociato. In lontananza il puntino nero impazzito abbaia entusiasta e corre incontro al suo padrone. Con un pizzico di imbarazzo riprendiamo le nostre posizioni. Ora tocca a te: Io invece mi stressavo tutte le sere, leggevo e rileggevo i compiti per correggere i difetti di pronuncia, cos mi incaponivo a ripetere e a scandire la Z, la C, la R e a non aspirare la J.... Poi ti metti a elencare una serie di parole con la zeta facendo battere la lingua tra i denti: azzurro, zucchero, zenzero, zitto, zebra... Il risultato effettivamente abbastanza ridicolo. Ti guardo divertita e, senza farmi notare, provo a pronunciare quelle parole allo stesso modo. E dire che, se non avessi perso quasi del tutto il mio accento, ora sarei considerato pi interessante... una specie di... non so come dire... esterofilia sessuale!. Sull'esterofilia sessuale" ti parte una risata. Resto perplessa sul fatto che un accento straniero renda le persone pi interessanti sessualmente, mi sembra una qualit notata e messa in risalto solo da quelle persone che nella vita non hanno nulla da dire. Tu invece? Non parli giapponese? Vivo qui da quando avevo cinque anni. Non ricordo quasi nulla e comunque quella lingua non significa nulla per me. Ma met di te.... Cosa ne vuoi sapere tu? un peccato per.... In realt mio padre mi ha costretto a studiare giapponese per dieci anni. Lo odiavo, non capivo il senso di doverlo imparare a tutti i costi. E in pi, le poche volte che con mio padre ci scambiavamo qualche frase in giapponese, Clelia si imbestialiva e alla prima

occasione mi dava dei pizzicotti terribili sulle braccia. Ho lasciato perdere, che senso aveva imparare una lingua che ti fa venire i lividi sulle braccia? E poi, come ti ripeto, quella lingua non significa nulla per me e quindi non la parlo!. E tuo padre? Parli solo di Clel.... Ti accorgi di aver osato troppo, perch trattieni il respiro come se ti volessi rimangiare le tue ultime parole. Io faccio finta di non aver notato il tuo imbarazzo: Che dirti... in realt a casa non c'era mai... sempre in viaggio per lavoro... e i tuoi invece? Uhm. Normali, i classici genitori... severi ma affettuosi, bravi... ecco, forse... all'inizio si sentivano in colpa per avermi portato via dalla Spagna, dai nonni, dagli amici.... E tu hai sofferto il distacco?. Rispondi pensieroso: Quale bambino non soffre il distacco?. Camminiamo. Camminiamo. Intorno a noi regna il silenzio. Il parco non dice nulla. Il prato immobile e praticamente immacolato. La neve ha ripreso a cadere volteggiando, quasi volesse ricoprire e sigillare vite ormai lontane. Mi rendo conto come, rispetto alle cattiverie che mi hai raccontato, la mia ostinazione infantile perda importanza... per.... E lasci la frase a met. Ormai ci capiamo: sappiamo tutti e due quanto possa essere difficile accettare di scoprirsi "diversi". Forse successo anche a te, io arrivavo alla sera sfinita, con la testa che mi si spaccava, piena di parole che non capivo. Una valanga infinita di verbi, aggettivi, avverbi che mi entrava nelle orecchie. Mi chiudevo in camera per trovare un po' di silenzio. Lo spagnolo, in realt, abbastanza simile all'italiano, ma posso intuire l'effetto... tipo quando in un discorso di tre minuti afferri al massimo due parole.... Mi sentivo alienata... anche se all'epoca la parola "alienata" non faceva certo parte del mio vocabolario.

Parlo. E penso a quello che dico ripetendomi le parole nella testa: "Alienata", un termine irreale come una citt ferma sotto il volo di mille cristalli di neve, che fluttuano nell'aria seguendo una loro armonia. Che musica ha la neve? Forse la stessa che si nasconde nelle nostre parole. Parole. Le parole ci portano a casa, come se fossimo costretti a consumarle tutte prima di separarci. Ma la strada troppo breve per costringerci al silenzio. Fa freddo. Un vento pungente ci stringe pi stretti. Camminiamo. Le mie dita istintivamente ti accarezzano la mano. E vorrei che questa strada non finisse mai. La ruota della tua bicicletta avanza a fatica sul sentiero del parco ricoperto di bianco. Il prato, i rami degli alberi, i tetti delle case intorno, la nostra panchina che ormai si allontana, le nostre strade che si dividono... Indugiamo ancora qualche secondo. Le mani ancora strette. E solidariet il calore che passa attraverso i guanti? amicizia? E se non amicizia che cosa ? Le mani si allontanano. Un saluto, a domani. Yuki, mi chiami ancora. S? Comunque per essere un fiocco di neve hai molto coraggio.... Ora che ti sento pi vicino non so trovare le parole per definirti. Ma credo certamente di iniziare a volerti bene. ***

ATTO PRIMO. Non avevo mai raccontato tante cose di me, finch non sei arrivato tu ad ascoltarmi. Ascoltare me: la bambina nell'angolo. Parco. Esterno sera. Yuki e Tiago camminano verso casa, sono pi vicini che mai. Chiunque li guardasse non potrebbe fare a meno di scambiarli per una coppia di fidanzati. Lui dice a lei: Ho notato che ti vesti sempre di nero... ti piace lo stile goth? Mi piace il nero, un colore protettivo. Ti nasconde... poi mi piace il contrasto con la mia pelle chiara. Tiago parla a bassa voce, sapendo di introdurre un argomento doloroso per Yuki: Sai, l'altro giorno ripensavo a quello che mi hai raccontato sulla tua infanzia.... Yuki accenna un sorriso amaro. Tiago si sente incoraggiato a proseguire: Mi viene voglia di starti vicino e proteggerti.... Un guizzo di orgoglio colpisce Yuki, deve ribadire il personaggio forte e intoccabile che si costruita anno dopo anno: Non ho bisogno di protezione... non ne ho mai avuta. Tiago sussurra dispiaciuto. Si accorge di aver toccato un argomento ancora troppo doloroso per Yuki: Per....

Yuki ritrova il suo aspetto imperturbabile ma ogni parola le pesa in gola come un macigno di catrame nero. Si ferma davanti a lui per chiarire le cose: Ora, non devi pensare che mi maltrattassero a casa, a parte i pizzicotti. Non ho mai preso nemmeno un ceffone... in realt, se ripenso a quel periodo, vedo una bambina. Una bambina in un angolo. Sola? Ignorata. Sopportata. Un'estranea. Ecco come mi sentivo. Non c'era un grande dialogo in famiglia, c'erano loro. Io ero una cosa in pi. Tiago corregge Yuki: Una presenza in pi. No, una cosa... una presenza pi difficile ignorarla!. E non hai mai provato a fare qualcosa per farli avvicinare a te? .... Tiago si rende conto di aver fatto un'altra gaffe. Distoglie lo sguardo da Yuki: Scusa, che domanda idiota!. Yuki continua, di sicuro non vuole essere compatita ma finalmente sente di potersi sfogare con qualcuno: Sai cos', dopo un po' anche la persona pi caparbia e risoluta si stanca di lottare per farsi accettare. E io non sono n caparbia n risoluta. Poi diciamo la verit, stare in un angolo offre grande protezione se ci pensi. Hai sempre le spalle coperte!. Tiago cerca di provocarla per farla parlare ancora: Gi, per porta con s anche un'infinita solitudine.... Se devo dirla tutta non avevo nemmeno tanti amici. Clelia raccontava alle madri degli altri bambini cose orribili sulla mia vera madre e, per reazione, quelle donne non facevano avvicinare troppo i loro figli a me. Tu faresti giocare tua figlia con la bambina di una "donnaccia"?. La parola donnaccia stona nell'aria: Io.... Yuki torna dentro la sua corazza. distaccata nel parlare, quasi stesse raccontando la storia di un'altra persona: Non rispondere, probabilmente reagirei allo stesso modo. Immagino si possa definire protezione.... E quindi cosa facevi?

Studiavo un sacco. Ma non che volessi essere particolarmente brava a scuola, lo facevo per riempirmi le giornate. Poi guardavo un sacco di cartoni animati, mi facevano immaginare un'infanzia che non avevo. Tiago sdrammatizza per riportare la conversazione su un piano pi leggero e non far soffrire Yuki. Io invece ero un falso primo della classe.... Hahaha. Come un "falso primo della classe"? Mi iscrissi al linguistico per fare meno fatica. Lo spagnolo lo conoscevo gi.... Ma Tiago non ha tanta voglia di parlare di s. E Yuki ci che davvero gli interessa: E quindi scusa, tu cosa facevi quando non studiavi? Imparavo a farmi gli affari miei ! Naturalmente ero piuttosto introversa come adolescente, un po' presuntuosa persino... non mi andava bene nessuno... forse ancora adesso sono cos... le altre ragazzine, comunque, dicevano che avevo lo sguardo superbo. Tiago, sornione: E io? Io ti vado bene?. Yuki, maliziosa: Non lo so, ci devo riflettere.... Tiago insiste con le domande per cercare di capire meglio la ragazza che ha di fronte: Ma ogni tanto li senti o si fanno sentire, i tuoi "genitori"?. Yuki resta sulle sue: Perch dovrei... e perch dovrebbero? A diciotto anni, esauriti i loro obblighi legali, mi hanno dato un assegno e mi hanno augurato buona fortuna.... Tiago, resta senza parole. Poi, appassionato, continua: E tu come hai reagito? Ho guardato dritto in faccia mio padre, lentamente gli ho sfilato l'assegno dalle dita e gli ho girato le spalle... ricordo che improvvisamente cambi espressione. Impallid, quasi avesse visto un fantasma... "Sei la sua copia esatta"... sussurr spaventato. Poi non disse pi nulla.... La copia... ? Di tua madre? Gi....

Gli hai mai chiesto com'era? Secondo te?. Tiago resta in silenzio. Yuki ne approfitta per spostare su di lui il centro della conversazione: E tu cosa hai fatto a diciotto anni?. Il passato del ragazzo non pu che dirsi tranquillo. E lui sembra quasi volersi giustificare per questo: Uhm... Non molto... a parte prendere la patente... Scusa se ti sembro poco interessante!. Hahaha... ma no, mi sembri normale, non ti preoccupare. L'atmosfera si distende, i due si incamminano pi allegri verso casa. Yuki, senza farsi notare, fissa Tiago compiaciuta per qualche secondo; apprezza la sua compagnia. I due escono di scena quando sullo sfondo la sera si fa pi profonda. Sipario. ***

CAPITOLO 5. Io ero come un cane, che triste e tiene il muso quando si sente abbandonato, ma comunque sempre pronto a scodinzolare a ogni tua dimostrazione di interesse. La giornata iniziata male perch oggi non ti vedr. E mi sembra di essere tornata indietro di mesi, quando me ne stavo da sola a sopravvivere fino a fine giornata. Per non ho voglia di pranzare da sola, sar... ma dopo che ti ho conosciuto non fa poi cos schifo venire a lavorare qui, quasi quasi faccio la brava e accetto anche l'invito di altre due colleghe e pranzo insieme a loro. Ma forse il mio solo un modo per non sentire la tua mancanza... Appena scattano le tredici, "Collega 1" e "Collega 2" si presentano alla mia scrivania, ansiose della mia compagnia. Non mi sono particolarmente simpatiche, non ho neanche ben capito perch vogliano a tutti i costi essere mie amiche: non abbiamo un granch in comune ma dalla prima volta che ho messo piede qui dentro che mi assillano. E dire che io nemmeno mi ricordo i loro nomi! Diffido sempre dei colleghi che appena metti piede in un posto nuovo si dimostrano fin troppo disponibili ad aiutarti... in genere, a comportarsi cos, sono i pi sfigati: quelli che nessuno si fila e che quindi sperano di farsi amici gli ultimi arrivati o i free-lance.

Forse dovrei essere proprio io la prima a capire queste persone ma a dirla tutta mi danno fastidio, non riescono a rendersi conto di non essere considerati? Stanno l a elemosinare l'attenzione di qualcuno, speranzosi di essere inclusi nella vita degli altri, sicuri che sia una vita pi eccitante della loro... patetici. Finora ho sempre trovato delle scuse per evitarli... a me, poi, a pranzo piace farmi gli affari miei. Anche se da quando ci sei ho capito quanto bello farmi gli affari miei in tua compagnia. Scendiamo e ci infiliamo nel bar dietro l'ufficio, non il Caf Chic frequentato dai designer ma un vecchio bar un po' in disparte: un bancone spesso e attaccaticcio, con le impronte acquose dei bicchieri, una parete a specchio con appiccicate delle mensole ricche di bottiglie polverose e scadenti. Il proprietario - un omone con il fisico del macellaio, i capelli neri arruffati, la barba incolta e un vocione gutturale con cui ogni mattina saluta per nome e professione ogni cliente si avvicina e ci indica un tavolo accompagnando il movimento con le spalle quadrate e i bicipiti di uno abituato a sollevare quarti di bue. Poi si pulisce nel grembiule unto le mani grassocce con cui smanetta indistintamente piatti e sandwich, tazzine sporche, soldi, panini e ricariche telefoniche. Che schifo! Perch ho accettato di venire qui? Magari perch nei paraggi ci sono solo locali e ristoranti nei quali per mangiare una bistecchina con patatine fritte ti chiedono duecento ticket. Ci sediamo. Il signor Antonio si avvicina al nostro tavolino traballante: Buongiorno ragazze, cosa vi porto?. Collega 1, con un impeto di coraggio che non le avrei mai attribuito, sceglie un'insalata di tonno. Per rimanere leggera, dice lei, ma secondo me, fissata com' con le diete, spera di prendersi un bel virus intestinale e perdere almeno quattro chili in un paio di settimane restando incollata alla tazza del cesso.

Collega 2 prende un piatto di pasta "ppp": panna-prosciutto-piselli. Se azzardata l'insalata... figuriamoci la panna! Comunque C2, al contrario di C1, non bada alla forma: per lei pi il piatto pieno meglio , non importa se la pasta buona o cattiva, scotta o cruda, basta che sia abbondante! L'aspetto di C2, d'altronde, lo specchio della sua filosofia culinaria: ogni giorno viene al lavoro sciatta e poco curata come i maccheroncini flosci che il signor Antonio le propone a ora di pranzo. Io, per ridurre il rischio gastrite, mi accontento di un semplice panino al prosciutto cotto. Ma non riesco a dargli neppure un morso che gi rimpiango la tua assenza. Se tu fossi stato qui avremmo potuto farci un giro e prendere un po' d'aria. Quasi quasi mi alzo, trovo una scusa e me ne vado. Invece dopo pochi minuti siamo tutte servite. Mi basta un'occhiata e mi gi passata la fame. Mi prendo un po' di tempo prima di rassegnarmi al panino al sapore di sporco, di soldi, di tazzine usate e acqua di risciacquo. Le mie colleghe parlano, parlano, parlano e non so bene di cosa stiano parlando ma sono gi annoiata. Replico come posso: Vi ho detto che stamattina ho messo a sedere un dizaina che mi criticava un'illustrazione mentre il cliente l'ha apprezzata moltissimo? Vi ho detto che mi ha chiamata un'altra rivista per una collaborazione? Vi ho detto che hanno scelto una mia illustrazione per quel libro di grafica?. Parole... molto diverse da quelle che avrei potuto dirti oggi! Aspetto una tua chiamata. Anche se non mi hai proprio detto che mi chiamerai, hai accennato solo un timido: Magari ti faccio uno squillo a pranzo. Resto in attesa che la tua telefonata irrompa in questa mia giornata amorfa. Apro la borsetta, sia mai che se squilla non senta il cellulare. "Fuori Milano". Stranamente quello che prima mi sembrava un luogo nei pressi della citt, ora mi appare lontanissimo e oscuro. Quanto durer questa tua presentazione fuori Milano? Sarai proprio via tutto il giorno?

L'orologio tondo, omaggio della ditta Campari appeso trionfalmente alla parete dell'orrido bar dove mangiamo, segna le ore 13,40. La pausa pranzo sta per finire. Sistemo il cellulare sul tavolo, davanti al bicchiere. Do un morso al panino. Il pane secco e bruciacchiato, mi fa venire la nausea e se guardo C1 sforchettare allegramente foglie untuose di insalata e pezzetti di tonno che il signor Antonio ha personalmente spezzettato con le sue manone mi viene da vomitare. Per non parlare della pasta di C2. Ore 13,43. Evidentemente ti sei dimenticato di chiamarmi. Ore 13,45. C1 e C2 non stanno zitte un attimo, non ne posso pi. Speravo mi chiamassi. Ore 13,47. Il telefono non suona. Non suona. Ore 13,49. Mi sento dimenticata. Come quella volta che Clelia mi dimentic al supermercato. Mi ero fermata incantata davanti alle tavolette di cioccolata e, quando mi sono girata, lei non c'era pi. non C'era pi! Mi aveva abbandonata? In fondo per lei io non ero niente: dov'era finita? E se mi avesse davvero lasciata l, mio padre si sarebbe accorto della mia assenza? Io non capivo nemmeno quello che mi diceva la gente. Correvo tra le corsie e lei non c'era. Lo sapevo che mi sopportava a fatica ma non era colpa mia. Non era colpa mia se mia madre era morta, non era colpa mia se dovevo vivere insieme a lei. Scoppiai a piangere. Non era colpa mia. Ma perch lei era cos cattiva con me? Finalmente, dopo un bel po' di trambusto tra i clienti, lei riapparve e mi mise in malo modo a sedere sul carrello. Infine ci dirigemmo alla cassa e ci allontanammo. Ancora oggi sono convinta che il suo fosse stato un maldestro tentativo di liberarsi di me. Devo essere diventata scura perch mi sento come se mi stesse cadendo la faccia. Ore 13,51. Scruto il cellulare, sempre muto. Il salvaschermo rimane imperturbabilmente fermo. Ore 13,52. Non c' niente di pi assordante di un telefono che non suona!

Mi butto sul panino cercando di concentrare la mia attenzione sulle sue parti fallate. Tolgo il grasso bruciato. Tolgo la mollica rinsecchita. Tolgo mollica e grasso in eccesso. Mi concentro sullo stomaco che a piccoli bocconi si sta riempiendo. Non devo lasciare nessuno spazio vuoto nello stomaco, cos la tua assenza non sapr pi dove fare il nido. Eppure ogni pezzetto di panino che ingoio mi fa l'effetto di un macigno da seimila tonnellate. Mi sento pesantissima. Ma cos' che mi fa stare cos? la delusione di essere stata dimenticata o solo una questione d'orgoglio? la routine che ormai si era creata tra noi? una sensazione che prova piacere nel rendersi conto di essersi abituata a te? In verit mi accorgo che mi manca la tua presenza, qui vicino a me. Mi manca quella boccata d'ossigeno che mi estranea dall'ambiente viziato dell'ufficio, mi manchi tu. Ore 13,53. Cerco di intervenire sull'accesa discussione riguardante il colore ideale degli accessori. Le scarpe argento sono chic o out? Quale tonalit accettabile e quale no? Ne risulta che l'argento scuro elegante mentre l'argento brillante da estetista. Il color oro, invece, assolutamente fuori discussione. Non una discussione seria ovviamente. Ma lo shopping il qualunquismo dei nostri giorni. Quando non si hanno argomenti si ricade sempre sulla moda. La voce di Collega 1 irrompe allarmata nei miei pensieri: Non vorrai mica presentarti al lavoro con le scarpe platform... mamma mia, mi viene la pelle d'oca!. Collega 2, in realt, potrebbe farlo benissimo. Anzi una volta gliele ho persino viste addosso, delle orrende platform surrogato Buffalo stile tamarro di periferia anni Novanta. Insomma, quelle orribili calzature erano out gi all'epoca! Ma alla fine va bene cos. In fondo siamo semplici colleghe, non ci conosciamo molto bene e questo genere di chiacchiere rappresenta

la via pi semplice e veloce per entrare in contatto senza sbilanciarci su aneddoti pi o meno belli o tristi o felici o dolorosi che risulterebbero solo inopportuni. Ore 13,54. I miei commenti disinteressati si limitano a un allah, o al massimo a un pi complesso gi, tanto che Collega 1, sempre all'erta nel percepire gli umori delle persone, per trovare spunti di pettegolezzo da condividere con le sue vere amiche mi incalza con un: Tutto ok?, pi falso di una banconota da sette euro. Ricordo che uno dei primi argomenti tra noi - quando "noi" non eravamo ancora "noi", quando "noi" nemmeno eravamo amici ma solo due colleghi che facevano la stessa strada insieme fu proprio la sciatteria di Collega 2, con quei capelli sfibrati e i vestiti stile "90210". Il gilet di jeans sopra la maglietta bianca, i leggings rosa carne sotto la minigonna di jeans e gli orrendi stivaletti in jeans chiaro... gi slavata, con la carnagione chiarissima, gli occhi azzurrini tendenti al bianco e i capelli biondo cenere, se poi si veste di colori pallidi... diventa un'inutile macchia sbiadita. Ore 13,54. No. Non tutto ok ma questo di certo a C1 non glielo dico. Non voglio darle soddisfazione e diventare per lei la poveretta invaghita di un collega fidanzato... Invaghita? Sono davvero invaghita? E cosa provi allora tu per me? Ore 13,55. Il telefono tace. Non posso chiamarti. Non ce n' motivo. Non voglio starti con il fiato sul collo. Non voglio disturbare. Non voglio rischiare di beccarti con la tua ragazza. Forse non stai pensando a me. E questo mi fa stare ancora peggio. 13,55. Non posso fare a meno di desiderare una tua telefonata. Una tua telefonata adesso! Abbandono la met del mio fetido panino che proprio sembra non voler andare gi. Nonostante i litri di Coca che ci tracanno dietro, il pane rimane bloccato in gola come se lo facesse apposta ad aggrapparsi alle pareti per non cadere gi ed essere digerito.

Ore 13,55. la mia ansia che non ne vuole sapere di essere digerita. Sono gi le 13,56. Ancora nessun segnale. Rimango con il fiato sospeso, le parole di C1 e C2 mi riempiono le orecchie ma non riesco ad afferrarne il senso e sinceramente non ne posso pi di ascoltarle. I discorsi futili delle persone sono davvero irritanti quando tu sei in apprensione per qualcosa. Basta! Ore 13,57: Io esco, questo panino fa proprio schifo!. Trovo una scusa banale ma convincente. Lascio un po' di euro sul tavolo, poi mi dirigo verso la porta. Torno verso l'ufficio cercando un angolo tranquillo dove poter fissare in pace il telefono. Meglio non tornare alla mia postazione, se qualcuno rimasto dentro a mangiare non mi va che ascolti i cazzi miei. Per fortuna vicino all'agenzia ci sono dei giardinetti disadorni, sporchi e abbandonati. Mi dirigo in quel luogo e, come immaginavo, non incontro nessuno: molto bene! Continuo a tenere il cellulare in mano, cos se suona sono prontissima a rispondere. Ore 13,58: niente. Il mio cervello inizia a fare mille congetture al secondo mentre dovrei rientrare e sedermi alla scrivania. Invece mi siedo sul marciapiede, appoggio il telefono a terra e mi metto a fissarlo con tutta l'intensit di cui sono capace. Uno-due-tre... suona dai! Tre-due-uno... suona, forza, suona! E tutto inutile. Il mio telefonino continua a fissarmi stupido e muto. Ore 13,59. Continuo a fissare un cellulare che non d segni di vita. Ora l'idea di provare a chiamarti non mi fa pi cos schifo. Quasi quasi potrei trovare una scusa. Inventarmi una cosa tipo: Ciao, tra poco ho una riunione, dopo stacco il telefono.... No. Lo stratagemma sarebbe troppo macchinoso e poco credibile. Aspetta: potrei mandarti un sms! No. Perch se poi non mi rispondi ci sto ancora peggio. Magari potrei chiamarti e dirti: Ciao, ho dimenticato il cellulare spento e allora.... No, non ci siamo. Se tu mi avessi cercata mi sarebbe arrivato l'avviso di chiamata. A meno che non ti chiami dall'ufficio dicendo:

Ciao, ho dimenticato il cellulare a casa... mi hai chiamata per caso?. No, non mi piace. Ma... ecco! Ce l'ho! Ti dir: Ciao, ho trovato una chiamata senza numero. Eri tu?. Questa mi sembra buona. Anche onesta. Cio, plausibile almeno. S, questa funziona. Cazzo se funziona! Se me la ripeto ancora un po' ci credo pure io che vero: ho trovato una chiamata senza numero e quel "senza numero" potresti essere tu! Ore 14,00. Agguanto il Nokia. Ho il cuore che ha iniziato a palpitare cos forte che potrebbe anche venirmi un infarto. Muoio. Muoio. Respiro profondamente, molto profondamente, sento i polmoni che si aprono all'estremo. Respiro. Respiro. Respiro, neanche dovessi partorire da sola seduta sul marciapiede. Ho i crampi alla pancia e non so pi se per l'agitazione o il panino del signor Antonio. Se stringo la pancia con il braccio forse mi passa. Forse mi sta venendo una congestione. Sudo freddo. Respiro. Forse se sto seduta rannicchiata mi passa. ufficiale, mi sto sentendo male ed tutta colpa tua. Sei tu che mi fai venire i crampi. Sei tu che se non mi chiami mi fai sentire invisibile. Basta. Prendo il telefono, tolgo il blocco e digito spedita le prime tre cifre del tuo numero. Alla quarta cifra, per, il mio cuore accelera la sua corsa. La mano indugia. Non ce la faccio. Non riesco a finire il numero ma lascio il 335 in stand by. Le 14 ormai sono passate da diversi minuti. Il telefono sembra aver definitivamente perso la voce. Brandisco ancora il cellulare, sempre con l'idea che prima o poi trover il coraggio di andare oltre il 335. Sono una vigliacca. Che vigliacca! Tanto vale che eviti di interagire con il mondo. Le relazioni non fanno per me. Ho paura di sbilanciarmi. Se non voglio mettermi in gioco tanto vale abbandonare la partita. Mi spaventa una telefonata? Povera piccola bambina lascia stare e torna all'asilo. Al limite puoi prendere per mano un amichetto ma non infilarti nel

suo letto, finiresti soffocata sotto le coperte. Ma perch ho cos paura? Le congetture continuano a sovrapporsi, forse la presentazione gi finita, forse ti sei preso tutta la giornata per scopare con la tua fidanzata. Forse nemmeno con la tua fidanzata. Ti immagino abbracciato a questa tipa riccioluta e mediterranea e non so pi dire se sia la tua fidanzata o chiss chi. Ho preso coscienza di ci che voglio da te. 14,30. Ancora niente. Mi sto rassegnando. Me ne faccio una ragione. Non ti farai sentire, ormai lo so. Lascio scivolare avvilita il Nokia nella tasca e cerco di raggiungere il mio ufficio. Sono pure in ritardo. Faccio di nuovo lunghi respiri per espellere tutta la delusione che provo. Torno al mio computer, l'agenzia si ripopola a singhiozzo. E avvilente notare come le persone tornino sorridenti dalla pausa pranzo e poi, nel corso del pomeriggio, si spengano davanti alle loro postazioni. Un abbrutimento irreversibile che si compie puntualmente ogni giorno. Ormai non guardo neanche pi l'orologio o meglio mi sforzo di non guardarlo ma so che ormai la situazione rester immutabile. Che giornata di merda. Adesso vorrei solo andare a letto e buttarmi sotto le coperte e rimanere l rannicchiata a dormire per un tempo infinito e tramortirmi di sonno finch il mio corpo non ne potr pi. Giocherello con Illustrator senza combinare nulla di serio. Per fortuna che non ci sono consegne imminenti. Adesso non mi resta che fare il conto alla rovescia e controllare i minuti che mi separano da casa mia. Divento sempre pi grigia e brutta, ho come la netta impressione che il monitor dei computer assorba la luminosit delle persone. Andr a finire che mi sposteranno al quarto piano, lo so. Tiro un'immagine selezionata a destra. Poi la rimetto in basso. Poi ricambio idea e la sposto a sinistra finch non la riposiziono al suo posto. Ti sei dimenticato di chiamarmi, questa la verit. ***

CAPITOLO 5 E 1/2. S, ero come un cane, sempre in guardia ma docile e arrendevole sotto le tue carezze. Ore 18,30. Il mio dovere, per oggi, mi sembra di averlo fatto. Se "dovere" significa trascinare su e gi delle immagini in attesa dell'ispirazione e di qualche dritta pi concreta sullo stile che vogliono dare a 'sto packaging, s l'ho fatto. Sono molto delusa e annoiata. Il cellulare non d segni di vita. Basta, me ne vado. Ormai ho gli occhi quadrati a forza di fissare inutilmente lo schermo. Raccolgo le mie cose, spengo il computer e scendo. Mi sembra di non aver concluso niente oggi e in effetti non ho concluso nulla, potevo anche starmene a casa a rimbecillirmi di televisione, il risultato finale sarebbe stato lo stesso: occhi quadrati. Prendo le scale. Non le prendo quasi mai, sono tetre e fredde, ma stavolta mi danno la possibilit di gettare un occhio al quarto piano, il tuo. sesto piano... una rampa... due rampe... quinto piano... una rampa... tentenno. Le gambe vacillano e sento una strana fitta sulla punta delle dita. Non dovrei essere cos agitata, non c' motivo. Per se il tempo ci ha resi un po' speciali

l'uno per l'altra, allora ho ragione di essere delusa. Ma forse si tratta solo di una mia congettura. Non mi sono mai sentita cos insicura. E se adesso guardo dentro e tu sei l e non ti sei fatto sentire, che ti dico? Passo oltre? Poi per dovr ignorarti per tutta la vita. QUARTO PIANO. Non vorrei guardare ma la porta l, volgarmente spalancata sul tuo ufficio, come una puttana che mette in mostra la sua merce ai lati della strada. Mi fa quasi schifo penetrare con gli occhi in cerca del punto G, ma la tentazione troppo forte. Devo sapere. Devo sapere se ci sei. Il mio cuore ha bisogno di conferme. O di confermare l'amarezza, uguale. Sporgo il capo buttando fuori dai polmoni tutta l'aria che ho dentro. La puttana sempre nello stesso posto che mi invita con le gambe spalancate: Dai, guarda non voglio un soldo, solo le tue speranze. Accetto l'invito e, con un'occhiata fugace, passo in rassegna tutto l'ufficio. Il mio sguardo si insinua rapidamente in ogni angolo, tocca con un pizzico di pura lascivia la tua sedia, il tuo tavolo e i fogli su cui stai lavorando prima di ritirarsi quasi furtivo. Non ci sei. Incamero nuova aria. Mi sento meglio, il fatto di non averti trovato mi libera da una lunga serie di domande, elucubrazioni e ragionamenti macchinosi che sentivo gi pronti al via. Resta il fatto che se non mi hai cercata vuol dire che nemmeno mi hai pensata. Prendo l'ascensore al piano e finalmente esco dall'agenzia. In questo istante, mentre sento le porte automatiche richiudersi alle mie spalle, percepisco la tua totale mancanza. Alla fine, la speranza di poterti parlare mi ha tenuto compagnia, ma adesso che mi trovo di fronte un tragitto solitario ed tardi e tu probabilmente sei gi con la tua fidanzata, mi rendo conto di quanto io possa essere poco importante per te. Il mio cuore, evidentemente, si spinto troppo oltre. Prometto che da domani far qualche passo indietro.

Cento passi indietro. Alzer di nuovo le barriere. Mi arrendo di fronte all'evidenza che tu sei veramente-veramente fidanzato. Ti sarai fatto anche tu delle domande perch innegabile la complicit che ci unisce, ma probabilmente questa la risposta: no. Hai una casa, una compagna, una relazione in stato avanzato, aggiungo che avrete a un certo punto fatto dei progetti e che immagino siate universalmente riconosciuti come coppia. Allora che c'entro io? Perch mi ostino a darti un senso? Meglio farsi indietro finch si pu. C' solo la strada, le vie di Milano: indaffarate, indifferenti, indigeste come la tua assenza. Macchine che vengono, macchine che vanno, semafori che cambiano colore a intervalli regolari e poi il parco... ho quasi paura ad attraversarlo, se tu non ci sei diventa minaccioso e desolato. Dove sto andando? Verso una casa vuota, verso un divano, una televisione, una cena per uno? Sei davvero tu che mi manchi o sei solo un antidoto alla solitudine? Perch allora sento una fitta che mi trafigge tutto il corpo? Sono ancora quella bambina sbagliata che si aggrappa a ogni barlume di calore? Sto vivendo una vita immaginaria che non trova riscontro nella realt. Rimango ai bordi del parco a fissare il prato, gli alberi, i recinti per i cani, riflettendo sull'ennesimo aspro boccone della mia vita. Un boccone pieno di spine. Cosa vuoi da me? Non lo so. Ma non me la sento di andare oltre. Sei un vigliacco? No. E che lei significa ancora qualcosa per me. E allora cosa vuoi da me?. Mi costruisco un lungo dialogo tra di noi ma non trovo risposte. Credo sia davvero tutto una mia supposizione. Cammino. Cammino. I pensieri si incatenano tra di loro. Sospensione. Intuizione di un sentimento. Paura di ammetterlo.

Mi siedo su una panchina in segno di autocommiserazione. Alle volte ho bisogno di gesti plateali per reagire. Perch adesso devo capire quanta sofferenza mi provoca questa situazione. Penso a te. E anche alla tua fidanzata. Adesso sarete l, nel vostro appartamentino dal sapore anni Cinquanta, con i mobili deliziosamente disposti. Probabilmente ti sei dato pace scegliendo la via meno complicata. Restare vuol dire non dover affrontare litigi, spiegazioni, pianti tagliavene. Ti sei dato pace perch alla fine stare con lei la colpa minore. Comodo. E allora io cosa ci faccio in un parco da sola? Chiss se lei si accorta di un tuo cambiamento. O sei cos bravo da non lasciare trapelare nulla? Si sar chiesta perch rientri sempre pi tardi del solito? Mentre continuo a tormentarmi l'anima, ho ripreso meccanicamente a camminare. La panchina si allontana, il parco si esaurisce dietro di me. Manca poco e potr buttarmi sul letto e spegnermi. sera inoltrata. Le luci dei lampioni si accendono regalando a quest'angolo di citt il fascino antico di una Milano vissuta e fatiscente. Poi la vedo. una bici legata al palo della luce. Una bici scassata. La tua bici. Alzo lo sguardo. Gli occhi si riattivano, le labbra si spingono incontrollate verso un sorriso: Che ci fai qui? Mi sei mancata. Be', potevi sempre farmi uno squillo!. Lo so ma guarda.... Mi mostri il cellulare per sottolineare la veridicit delle tue parole: Mi morto il telefono... scusa. Decido di credere alle tue scuse non appena mi domandi: Mi perdoni?. Ti avvicini per darmi un bacio sulla guancia. Non un bacio di saluto. Ma un bacio tenero. Poi la tua voce ripete con un tono basso che sa di gote arrossate: Mi sei mancata oggi!. Anche tu. ***

CAPITOLO 6. Lo senti? qui vicino. Talmente vicino che quasi lo si pu toccare. ,E il bene latente che ci unisce in questo istante. Una tiepida notte di primavera, il mio vestitino nero dall'apparenza vagamente leziosa lascia spazio a un sottile vento di aprile, una finestra spalancata, la luce gialla dei lampioni che entra nella stanza buia. C' una citt complice l fuori, che si muove in punta di piedi e mormora di noi. Il naviglio ovattato, irreale, immobile, trapela IRREQUIETEZZA. incredibile come all'improvviso le distanze si siano accorciate tra di noi e il tempo passato insieme ci abbia fatto capire che forse, chiss... Ma le nostre strade sono due parallele, corrono affiancate e non si incontrano mai... alle volte per sembra che queste strade possano unirsi, vedo la tua mano dondolare ritmica di fianco alla mia... dondola... dondola... dondola... ma io non riesco a fermarla. Sensazioni in divenire. Certezze insicure. Emozioni che non lasciano spazio ad altri pensieri. Tu e io seduti mollemente sul divano. Le parole spezzano il silenzio. Escono contate, ponderate. La voce bassa lascia intuire un tumulto del cuore. Indecisione. Smarrimento. Paura. Forse un accenno d'amore. Il tuo corpo che sfiora il mio. Un brivido inconsulto di piacere. E un corpo conosciuto, gi

toccato in fugaci abbracci di saluto. Ora mi rendo conto che gi in quelle braccia tese, strette in un impeto d'affetto fragile e incerto, stava nascendo la frustrazione del bene latente. Come vorrei tenerti stretto...Ti voglio bene, ti voglio bene, ti voglio bene... Essere qui e non desiderare altro che essere qui con te. In questo istante crudele e dolcissimo. questo che vuol dire essere felice? Non lo so, ma tu sei la cosa che pi si avvicina alla felicit. Perch con te sto bene, perch tu mi fai stare bene. Perch tu adesso mi prendi stretta la mano. come un tepore disarmante che ci circonda. Ci unisce, uno negli occhi dell'altra. Le gote si accendono quasi fossimo due adolescenti al primo incontro. Sguardi morbidi che accarezzano la pelle e scivolano languidi, sinuosi, a tratti indiscreti mentre il tuo respiro sussurra: Sto impazzendo dalla voglia di fare l'amore con te. Parole spontanee. Parole innocenti, parole semplici che urlano il bisogno di stare vicini. Rimango indifesa. Non le aspettavo ancora. Nel mio profondo so che prima o poi sarebbero arrivate. Ma cosa significherebbe ora lasciarmi compiacere da te? A cosa servirebbe accettarti dentro di me se poi domattina tu non sarai qui al mio fianco? sbagliato. sbagliato anche solo che tu sia in casa mia adesso. Una frase, dieci parole. Sono bastate dieci delle tue parole per farmi sentire bella. Non mi sono mai sentita bella, semmai particolare. Anche nelle relazioni passate ho sempre avuto la certezza che il mio compagno fosse attratto dalla mia diversit, non da me. Ora il palmo della tua mano si appoggia rovente sulla mia guancia: Ti desidero da morire.... Parole pesanti, esagerate forse. Stai uscendo allo scoperto. Ma ancora non so se quelle lettere manifestano una spontaneit recuperata o piuttosto sono un'arma che utilizzi tutte le volte che ti infili tra le gambe della tua fidanzata. Non voglio che questo momento

tra di noi sia frutto di una pratica messa a punto su altre. Non voglio che la parola "altro" si infili tra di noi. Faccio per alzarmi. Mi trattieni. Non riesco a non pormi mille paranoie. Forse dovrei semplicemente trascinarti nel mio letto e poi lasciarti andare per sempre. Anche io ho voglia di fare l'amore con te, sentire il tuo corpo stretto al mio, farti stare bene, dimostrare di essere qui per te. La tua mano mi accarezza la pancia, solletica l'ombelico, scende pi in basso. Il tuo respiro spezzato sta gridando "ti voglio!". Chiudo gli occhi per un istante. Immagino le tue labbra sfiorarmi la bocca, la lingua morbida e calda scivolare lentamente sulla pelle. Il battito accelera, troppo forte. Ora so che sarebbe stato il perfetto appagamento dopo tanto cercarsi. Riapro gli occhi. E il bene latente ancora l, ancora l che ci spinge insieme, sempre pi presente, sempre pi concreto, perch il bene ha preso le tue sembianze. Un abbraccio sincero. Mi appoggio al tuo petto, il tuo cuore batte forte, fa quasi male ascoltarlo. Ti voglio, ti voglio, ti voglio bene, molto bene, oltre il comune senso del bene... allora perch so che sbagliato volerti bene? E perch so che sbagliato che tu mi stia dicendo che mi vuoi bene? LACRIME. Lacrime dentro. Perch devo rinunciare? Perch devo perderti adesso che ti ho trovato? Perch il destino ci ha fatto incontrare proprio quando non posso averti? giusto strapparti da un'altra relazione? giusto che tu sia qui con il respiro spezzato quando hai un'altra vita a cui tornare? Sono pronta ad accettare la battaglia? Resto a guardarti un istante. Dirti di no la cosa pi difficile, mi rompe le corde vocali. Questa non pi la mia voce. Il respiro si sblocca, improvvisamente, come se tutta l'aria dovesse uscire dai polmoni in un colpo solo. E i pensieri riacquistano forma, la ragione riprende forza. La finestra sempre aperta, la stanza sempre buia, tutto ancora al suo posto. Allora dove sono i nostri cuori adesso?

Ti abbraccio amorevolmente, con tutta la cura che si usa per le cose care... Noi due stretti forse per l'ultima volta: E meglio se vai a casa. S, forse meglio.... L'atmosfera precipita e diventa pesantissima. dura vederti andare via. dura leggere la delusione esasperata dalla realt dei fatti. Non mi compatire. Non far finta di voler restare quando si vede che hai paura a farlo. Mentre richiudo la porta alle tue spalle mi sento anche io quasi serena, come se avessi fatto una buona azione. Forse proprio giusto che tu te ne vada da lei anche se dentro ancora dilaga la tua voce rosa che si colora di passione. Ma cosa succeder domani? Sono come un vaso di cristallo, un giorno cadr in mille pezzi. Ma ormai tu mi hai intrappolata in questa farsa spietata. Mi sono messa in gioco senza voler partecipare. Non mi sento pronta. una relazione a tempo. una bugia. una forzatura che lacera le membra. Mi faccio forza. Ma non mi sono mai sentita cos fragile come in questo momento. *** RICORDARE. Ricordare di aver voluto bene. Ricordare di volerti bene. Ricordare che per un breve istante i nostri cuori si sono toccati davvero. Terr stretto il ricordo del tuo cuore. Quello di un amico che gi un rimpianto. Di sentimenti spezzati a mezz'aria e ferite ancora aperte. Lasciamo perdere finch siamo in tempo, lasciamo perdere. E sul finire di questa primavera infinita ripenso alle due parole che non posso dirti. ***

ATTO SECONDO. Esterno sera. Un tiglio, una panchina, un fazzoletto di terra, il parco ristretto a pochi elementi e sembra sospeso nello spazio e nel tempo. Forse quel parco non esiste. Tiago tiene abbracciata Yuki che quasi scompare dentro la felpa di lui. E un abbraccio triste che ha il sapore dell'addio. Yuki, con la voce spezzata: Lasciami andare.... Tiago le sussurra all'orecchio: Non posso!. Lasciami andare... o rimarr per sempre legata a te.... Ti prego resta.... Lasciami andare prima di farmi del male... anche tu. Non voglio farti del male. Non c' luogo per noi... fuori da questo parco. Ci sar.... Quando? Non abbiamo pi tempo.... .... Ci stiamo solo ingannando. Mi piaci da morire. Non ti piaccio abbastanza!. Le mani di Yuki premono contro la schiena di Tiago. Non dice nulla, a ogni parola sente il cuore sgretolarsi di dolore. Solo un lungo sospiro. Tiago si aggrappa a lei: Mi piaci. Mi piaci. Mi piace la tua pelle pallida e liscia. Mi piacciono i tuoi capelli neri. Mi piacciono i tuoi occhi scuri e profondi. Mi piacciono quando sono

arrabbiati e si fanno vitrei e duri. Mi piacciono quando mi guardi e diventano macchie di inchiostro languide e amorevoli. Mi piace il tuo collo lungo e la tua figura esile. Mi piacciono le tue gambe magre dalla linea imperfetta. Mi piacciono le tue labbra rosa. Mi piace il broncio che fai quando ti senti attaccata. Mi piace quando ti nascondi e perdi le espressioni. Mi piace la tua piccola smorfia quando non ti va bene qualcosa... con l'angolo della bocca che spinge in su la guancia. Mi piace quando ridi e ti vergogni e copri la bocca con un gesto teatrale, imparato chiss dove. Mi piace come ti vesti, lo stile Yuki, nero rigido ma con piccoli particolari che lo rendono tacitamente provocante, non lo vedrei su nessun'altra. Mi piace quando ti annoi e si vede. Mi piace quando ti senti piccola. Mi piace quando stringi i pugni e ti senti invincibile. Mi piaci quando non so cosa pensi ma sei riflessiva. Mi piace quando mi manchi e quando ci sei e mi sento vivo. Mi piace sentirti tra le mie mani. Mi piace questo momento, anche se mi chiedi di lasciarti andare. Anche se mi si sta fermando il cuore.... Il corpo di Tiago rimane proteso su quello di Yuki, che ora sente sciogliersi tra quelle braccia. Vorrebbe scappare e mettersi in salvo ma il suo cuore troppo arrendevole. Le ragioni di Yuki si perdono sotto le lusinghe di Tiago, resta solo lo spazio per un guizzo di realt. Yuki: Mi piace... quando ci sei. Tiago l'abbraccia pi forte. Un gesto di consolazione, dispiacere, debolezza. Un abbraccio pi forte per sentirsi meno in colpa. Ve Ve Ve Il parco, quella panchina, quel tiglio, quel fazzoletto di prato e quella coppia di amanti si perdono nel tempo. L'immagine si allontana all'orizzonte fino a scomparire. Buio in scena. Sipario. ***

CAPITOLO 7. Spesso gli andamenti degli eventi futuri si possono prevedere anche da un piccolo, insignificante dettaglio. Se lei quel giorno mi avesse dimostrato un minimo di simpatia, io mi sarei sicuramente fatta indietro. Non si pu pi tornare indietro. Domani espongo delle mie tele al Binario 0, ti va di venire? Boh, s... ma.... Sono solo.... Il tuo invito mi risuona ancora in testa. Sapevo che dipingevi tele ma non immaginavo fossi cos bravo da esporre. Come potevo saperlo? Non ho mai avuto l'occasione di vederle, le tue tele. E una parte della tua vita che ancora mi resta preclusa. una parte della tua vita che ancora appartiene a un'altra persona. E ora questo invito... forse un'occasione per mostrarmi un'altra parte di te? Non riesco a stare calma, quante volte mi hai parlato di questa tua passione? Quante volte mi hai parlato di come il contrasto del nero sul bianco ti aiuti a creare figure pi armoniche e delicate, silhouette sfumate e impalpabili... di come il colore renderebbe tutto pi volgare e materico... di come, in qualche modo, c' qualcosa di me nelle tue creazioni. Voglio confrontarmi con queste tue intuizioni, voglio essere l per sostenerti, voglio vedere come si sta al tuo fianco in un'altra situazione, lontano dal lavoro, lontano da quel parco. Ma d'altra

parte non riesco a non notare che mi ritrovo a occupare uno spazio lasciato da un'altra. Il mio cuore spera, anche se... Che strana questa notte. una notte gi vista, come se qualcuno avesse alzato il sipario su un film di seconda visione. Qualcosa stona. Ma per una volta faccio finta che vada tutto bene. Che strana questa notte, sembra che qualcuno stia parlando, stia dicendo di tornare a casa. Ma io provo a ignorarlo. Notte di luce gialla, notte immobile, poca gente, vento vellutato e io cammino con il cuore che batte forte: Tornatene a casa... tornatene a casa.... S, il cuore batte forte. Ma con te le cose vanno prese come vengono. Non c' spazio alla spontaneit libera. Solo spontaneit calcolata. E con la mente divisa tra sentimenti e razionalit ti aspetto fuori dal caseggiato. un malessere che avverto chiaro: sono concretamente consapevole di come qualcosa non vada. E, mentre ti aspetto, continuo a pensare che dovrei allontanarmi, camminare lungo la strada vuota, svoltare l'angolo dei graffiti e andarmene via. Non sei solo. Non ho idea di come faccia a saperlo ma il mio cuore, la mia testa, i miei occhi lo sanno gi. Sensazioni. E adesso mi basta un'occhiata, mi basta guardarti mentre mi vieni incontro per non riuscire pi ad alzare gli occhi. Tu sei l, di fronte a me, ma qualcosa stona. Ti lancio un amo di salvezza a cui aggrapparti, lo butto l per agevolarti il compito... Sei triste, tutto a posto? No, niente. Se non c' niente affronta le tue paure. Affronto le mie paure: Mi dai il pass allora?. Tentenni. Mentre mi lego il pass alla cintura della gonna, tentenni. Perch non me lo dici chiaramente: meglio che non entri perch c' anche lei.... cos difficile? Sei forse cos debole? O vuoi metterci a confronto?

Preferisco che tu me lo dica ora. Cos me ne posso andare indenne. Ma sei senza parole, con lo sguardo sfuggente. Forse pi umano. Forse anche tu stai prendendo contatto con la realt e non sai bene come reagire. Magari ti sto solo scusando. Disagio. Percepisco il tuo disagio e ti lascio indietro mentre rendo tangibili le mie sensazioni. Salgo le scale senza indugio, mi affaccio nella stanza e lei l, seduta, scocciata, annoiata, vuota come questo centro sociale. E mi rendo conto che quella che finora era soltanto un'entit astratta, una presenza nell'ombra, un nome da evitare, davvero una persona in carne e ossa. Eccola la bambolina, la sorellina, la palla al piede, l'amore ormai frigido incapace di suscitarti emozioni. Che c'entro io allora? Mi rendo conto veramente solo adesso di essere un'intrusa. Cosa posso mai pretendere io? Cosa ci faccio qui? Faccio un giro tra le tavole e quadri appesi in bella mostra, c' anche una piccola fiera del fumetto; cerco qualche volume inedito tra le bancarelle. Anche io mi sento in mostra perch percepisco i suoi occhi posati su di me ma non mi volto mai. Non so veramente se mi sta guardando, se ha capito qualcosa, non so cosa pensare, ma poi, cosa c' da pensare? Non trovo nessun fumetto decente ma probabilmente il disagio che mi sento appollaiato sulla schiena a non farmi apprezzare nulla. Tu te ne stai al tuo banchetto e io non oso avvicinarmi. Quella che doveva essere una serata nostra, una mia occasione per starti vicino in qualcosa che ti appartiene, si trasformata in un'infinita agonia. Malumore. Scazzo. Delusione. Serata inutile. La sala grande sembra sempre pi deserta. Guardo un'ultima volta se trovo un fumetto. Niente. Cerco di mandare gi il rospo, lo spingo talmente in fondo che lo sento gracidare nello stomaco. La delusione invece sale sempre pi velocemente: basta! Me ne vado.

Trovo il coraggio di avvicinarmi e ti allungo il pass. Sto per vomitare. Il rospo annaspa nella bile. Vai gi via? Non ho trovato quello che volevo. Me ne torno a casa!. Gli occhi si incrociano brevemente. Ti avvicini per salutarmi. Un bacio sull'angolo della bocca, uno sulla gota. Baci mascherati da saluto di circostanza che, per, si svelano morbidi, colpevoli e dispiaciuti, premurosi in un certo senso. L'ultima occasione per dire qualcosa. Perch non dici niente? Mi giro e me ne vado a mani vuote e la testa piena di rabbia. Ciao. Sento i tuoi occhi guardarmi andar via ma il mio orgoglio ha deciso di non girarsi. Silenzio. Silenzio nel corridoio del Binario 0, silenzio nel mio cuore. Ma c' una nota che continua a stonare. E quando la testa parla, bisognerebbe ascoltarla. La stessa testa che adesso mi sta urlando di correre a casa, ma io incosciente decido di fermarmi un attimo a riprendere fiato e recuperare l'uso delle gambe, che fremono insistentemente. Mi precipito fuori dal portone e mi appoggio al muro qualche secondo prima di lasciarmi tutto alle spalle. Infilo una mano nella tracolla in cerca di uno specchietto. Ho bisogno di guardare la mia faccia; devo essere bruttissima, sento il viso che mi tira, con due fessure tese al posto degli occhi. Potevo essere pi spavalda, farmi sotto e affrontarla a viso aperto. Spiattellarle tutto sotto il naso e mandare la storia affanculo. Il mio ego ne avrebbe sicuramente giovato. Non mi sono mai sentita cos piccola, nemmeno quando ero piccola e non facevo mai nulla di giusto solo per il fatto che la mia presenza era sbagliata. Ho bisogno per un attimo di appoggiare le spalle al muro e riposare. Il cuore cavalca a ritmo impazzito, ora potrei scoppiare a piangere e singhiozzare ma le lacrime mi si fermano a met. Le fessure degli occhi sono talmente strette che non lasciano passare liquidi. Pensavo che il giorno in cui l'avrei vista sarei rimasta impassibile e distante, sarei riuscita a difendere il mio cuore, il mio orgoglio,

me stessa. Ma ora, ora che tu, con le tue attenzioni, le tue parole, il tuo modo di starmi vicino e conoscermi, mi hai trascinata allo scoperto, ora fa davvero male. Un male che non provavo pi da tanto tempo. Quando ero piccola bastava poco per ferirmi: una parola scortese, un'occhiata sbagliata, un gesto sgarbato, l'indifferenza. Ogni giorno mi sentivo in balia di persone ostili finch a un certo punto, esausta, decisi di reagire: mi raffreddai. Persi completamente le emozioni, agivo senza sentimenti... ero solo un corpo che si muoveva, cresceva e interagiva meccanicamente. Solo infierire sugli altri mi permetteva di percepire ancora una scossa molto simile alla vendetta. Cos, con la mente diabolica di una ragazzina, mi misi ad architettare piccole vendette, a cominciare dal piccolo Luca che l'anno prima mi aveva insultata e che io, di certo, non avevo dimenticato. Nella mia classe, la maestra non assegnava compiti: aveva un'idea progressista dell'insegnamento, era assolutamente certa che i bambini sapessero gestirsi da soli. Al posto degli esercizi, c'erano le schede di cartoncino. Il sistema delle schede di cartoncino era molto semplice. Ogni settimana si dovevano fare un numero prestabilito di schede, ad esempio: cinque di operazioni, cinque di grammatica, due di lettura, tre di problemi... eccetera. Ogni bambino poteva autogestirsi e decidere quanto e cosa fare ogni giorno, l'importante era che alla fine della settimana il numero delle schede fosse quello giusto. Non c'erano regole tranne una, una sola, un'unica insindacabile regola: bisognava assolutamente firmare a matita sul retro per dimostrare di aver compiuto l'esercizio. L'uso della matita era fondamentale affinch la maestra, una volta terminato lo spazio disponibile, potesse cancellare i nomi e rimettere in circolo il cartoncino. Chi si sbagliava e firmava a penna era punito con cinque schede in pi ogni volta che veniva beccato.

Ovviamente tutti i bambini stavano ben attenti a usare la matita, tanto che prima di firmare, presi dall'ansia della punizione, controllavano e ricontrollavano di stare effettivamente usando una matita e non una biro. Quale bambino cos stupido da rischiare cinque schede di punizione? E l intervenivo io. Una volta alla settimana, qualche volta anche due, nascosta nella luce della abat-jour della mia camera, prima di andare a dormire, aprivo il mio astuccio, rovistavo tra pennarelli, pastelli, gomme e temperini, e sceglievo la penna che pi mi ispirava: se ero abbastanza di buon umore usavo la blu, se ero di umore medio usavo la nera, se ero nera usavo la rossa che spiccava benissimo sul colore grigio-riciclato del cartoncino delle schede. Poi scorrevo avidamente i nomi dei miei compagni che avevano precedentemente avuto tra le mani gli stessi esercizi: Fabrizio C... Chiara S... Carlotta S... Luca B... eccolo! Biro blu, nera o rossa? Biro blu, nera o rossa? Biro blu, nera o rossa? Era il turno della rossa... era quasi sempre il turno della rossa. Allora sfilavo lentamente il cappuccio e, con un'attenzione da certosino amanuense, iniziavo a ripercorrere a penna le linee del nome del compagno da "punire". Tutta d'un fiato, la biro rossa correva lungo il tratto a matita, come una macchinina elettrica sulla pista Polistil, senza incertezze, fluida, finch il nome non fosse completamente e perfettamente ricalcato: Luca B. Che bel lavoro: "Te lo sei proprio meritato! ". Poi aspettavo impazientemente che l'inchiostro asciugasse. Ci soffiavo. Lo sventolavo. E ci risoffiavo. Infine, con un angolo della gomma, testavo che il nome fosse effettivamente secco e procedevo a cancellare il segno a matita tracciato sotto il rosso. A conclusione dell'opera, da brava bambina diligente, autografavo, ovviamente a matita, il mio compito. Poi, ridendo da sola, ripetevo: "Chi far cinque schede in pi domani?". Puntualmente, il giorno dopo, quando la maestra Franca ritirava le schede e le controllava, me ne stavo zitta zitta, impassibile e

impenetrabile, seduta tranquilla al mio posto come se niente stesse per accadere. In realt morivo dall'impazienza e fremevo: dentro di me gi ridevo a crepapelle. Ma fuori non trapelava nessuna emozione. La maestra Franca era davvero molto severa, in classe non volava mai una mosca, non ammetteva brusio e, quando nel silenzio di quelle mura azzurrine, echeggiavano i suoi rimproveri, tutti tremavano. Anche i bambini delle classi adiacenti tremavano. Ma io no. Io, sadicamente, mi pregustavo il calvario dell'insulso bambino Luca. Allora bambini, non mi sono spiegata. Come al solito qualcuno ha di nuovo firmato a penna.... E ci mostrava il retro della scheda di grammatica, sulla quale spiccava un solo nome: rosso come la vergogna. L'anonimo bambino insulso, allora, cercava di difendersi, di spiegare, incredulo di quanto gli veniva sventolato sotto il naso: Ma io ho scritto a matita, lo giuro... io... io non capisco!. Mi divertivo gustando la mia rivincita mentre lui si arrovellava cercando di venirne a capo, di trovare una giustificazione. Ma i fatti parlavano da soli e cinque schede in pi, come d'incanto, si materializzavano sul banco di Luca. Qualche tentativo di convincere la maestra della sua estraneit ai fatti, poi rassegnato e avvilito infilava la punizione in cartella. E io, dal mio posto, mi beavo del sapore agrodolce della vendetta. Ma pi crescevo, pi affinavo la tecnica delle vendette invisibili, i miei bersagli preferiti erano i vestiti di Clelia, che io bruciacchiavo, strappavo, bucherellavo, maltrattavo a sua insaputa. Senza farmi vedere, mi infilavo con il fiato sospeso in camera sua e di mio padre, sceglievo un capo di abbigliamento a cui lei teneva particolarmente, lo "rapivo" e lo portavo nella mia stanza. L infierivo su di esso, poi, senza farmi beccare, tornavo nella sua camera, ripiegavo perfettamente il vestito e, con indifferenza, me ne tornavo alla mia scrivania. Come quella volta che le rubai un pellicciotto di visone e, con un rasoio, sfoltii in modo casuale il retro di una manica; poi aspettai pazientemente che Clelia si buttasse nella vasca

da bagno e rimisi tutto a posto. I peli di visone, li gettai il giorno dopo nel cesso della scuola. Il visone giacque dimenticato per una stagione, tanto che vedere rovinata la grande soire a teatro di Clelia qualche mese pi tardi fu una sorpresa e una soddisfazione inenarrabile. Rivedendole adesso, le mie povere vendette da bambina, mi faccio quasi tenerezza... con il passare del tempo, in realt, persi il pi totale interesse per la rivalsa. Automa. Mi trasformai in un automa. E giorno dopo giorno una robotica sequenza di azioni sacrificava la sua innocenza sull'altare della pubert. Sono con le spalle al muro. Con la coda dell'occhio, intravedo una figura: una bambolina annoiata che esce dal portone. lei. Si avvicina svogliata, a testa bassa, la frangetta penzola scomposta mentre con due dita spigolose estrae una sigaretta dal pacchetto. La studio senza farmi notare: magliettina, jeans slim a vita bassa, cinturone largo, All Star... mediamente alla moda come la media delle ragazze di Milano. Mi chiaro subito il tipo. una di quelle ragazze spigliate, abituate a essere al centro dell'attenzione, quelle con la grafia cicciona e tondeggiante, quelle che al liceo avevano la "Smemo" piena zeppa di scritte e testi delle canzoni. Quelle con le migliori amiche sempre a fianco, quelle che detestavo ma che in fondo invidiavo profondamente. La bambolina tira una boccata sofferta alla sigaretta, come se la noia la stesse davvero uccidendo. Il fumo viene espirato verso il cielo. Anche lei mi sta studiando. Accenno un sorriso per abbattere la tensione. Se lei ora contraccambia non ho motivo di odiarla. Se lei ora cerca un qualche contatto di amicizia mi schierer in sua difesa. Se lei ora, per amore del suo fidanzato o per strategia, cerca anche solo di tenermi buona e portarmi dalla sua parte, io mi ritiro. Ma tra tutte le mosse possibili la sfida quella che detta il comportamento della mia rivale. Dalla sua bocca, una domanda retorica esce innervosita: Tu sei Yuki?.

S, sarei stata dalla sua parte... sarei stata dalla sua parte se almeno avesse pronunciato bene il mio nome... A ogni bivio, compiamo una scelta, questo sicuro: ma qual l'evento che ha creato il primo bivio? Io so che quel giorno al parco avresti potuto non accompagnarmi, io avrei potuto decidere di non farmi avvicinare da te. Io so che oggi avrei potuto starmene a casa. E da domani Livia sapr che oggi avrebbe potuto lasciarmi perdere. Chiudo lo specchietto. Incrocio le braccia e assumo il mio atteggiamento distaccato e intoccabile. Penso: "Cosa vuoi da me? Oggi sono stata sconfitta no?". La mia gonna fruscia leggermente mentre incrocio le gambe. Ci scrutiamo per qualche secondo. Se abbasso lo sguardo capir che ho qualcosa da nascondere. Ribatto: Tu sei Livia?. Lei fa una smorfia. Poi fa un altro tiro di sigaretta. La tensione emerge dalla nuvola di fumo. Antipatia reciproca, a pelle... sono sicura che se anche non ci fossi di mezzo tu non ci saremmo lo stesso sopportate a vicenda. Comunque ha capito e se non ha capito proprio tutto almeno intuisce qualcosa. Sposto la mia attenzione sul lato opposto della strada, come se la sua presenza avesse perso il mio interesse. La nicotina della noia si consuma in poche boccate. Il mozzicone precipita a terra, rotola e muore sotto il peso dell'All Star. L'ultima scia di fumo si disperde confondendosi nel grigio della citt. Livia si fa avanti accompagnata da un tono finto amichevole: Allora per te che ha fatto a botte.... Ok. Normale che lei sappia dell'accaduto, avrai dovuto dare spiegazioni una volta arrivato a casa, e all'epoca non c'era nulla da nascondere. E quel per te che suona storto, geloso e invidioso anche se camuffato da un sorrisetto. Seguo la sua intenzione ipocrita ma taglio corto per non dare spazio a fraintendimenti: Gi.... Livia insiste, indaga, dice e non dice... insinua: Ti nomina spesso... si vede che andate d'accordo.... Mi irrigidisco, non c' pi nulla di amichevole nel suo tono. Non faccio trapelare nessuna reazione, n di soddisfazione per il

fatto che mi nomina spesso n di difesa sulla supposizione andate d'accordo. Resto impassibile. Non ricevendo soddisfazione, e nemmeno risposte esaurienti, Livia si indirizza verso il portone per tornare nel tuo stand. E evidente che non per la sigaretta che uscita. E tu cosa stai facendo l dentro? Ti stai chiedendo da che parte stare? E io, perch non sono scappata subito a casa? Forse nel mio subconscio desideravo uno scontro con lei? Non lo so, forse in questo momento te che odio e non lei. Sono confusa. Mi sento prigioniera nel ruolo dell'amante e nemmeno abbiamo mai fatto l'amore! Io non voglio essere "l'amante". Livia fa per andarsene. Poteva finire qui. Zero a zero. E invece lei ci tiene a mettere le cose in chiaro e attacca di nuovo. Mi squadra da capo a piedi prima di ritirarsi: Non sei niente di speciale!. Resto ancora impassibile anche se vorrei farle sapere che il suo fidanzato la descrive come una bambolina frigida e asciutta. Rimango zitta e incasso il colpo, in fondo sono io dalla parte del torto e se lei ha compreso la complicit che c' tra noi allora posso capirla, ma se lei di noi non sa niente o non si accorta di niente... allora una grande stronza! ***

ATTO TERZO. Esterno sera. Un parco silenzioso. Le ruote della bicicletta rallentano davanti a una panchina. Yuki e Tiago si fermano. Le luci si abbassano. Entriamo nella conversazione. Parla Tiago: Ma tu sei felice? Non lo so. Ma se lo fossi, me ne accorgerei? Le teste dei due si alzano all'unisono, come due girasoli che si illuminano a vicenda, Tiago di slancio: Voglio renderti felice!. E come farai? Ancora non lo so. Le teste si abbassano di nuovo, la luce si spegne. Silenzio. .... .... E tu, invece, sei felice? Non lo so.... Yuki punzecchia Tiago mestamente: Quante cose che non sai.... So che a casa mia non mi sento pi a casa... non so come spiegarti.... Parole avvilite che lasciano trapelare uno spiraglio di apertura. Forse sarebbe il momento di giocarsela fino in fondo. Ma giusto farlo? Yuki cerca le lettere migliori da assemblare insieme, per non svelare il suo ingresso in campo. Poi azzarda: un'altra cosa che non sai... ho capito! Ma scusa, posso chiederti una cosa?. Tiago fa un cenno con la testa. Yuki prende la mano di Tiago, alza lo sguardo verso gli occhi di lui: Ora come ti senti?

Sto bene ora... ma questo mi mette addosso un sacco di dubbi. Yuki accenna un impercettibile allontanamento. Tiago prosegue: Sono tre anni che viviamo insieme... ma ormai... non so come dire, si spento qualcosa.... Yuki incalza: E allora cosa ti tiene l? L'abitudine? Forse. Per le voglio bene. Yuki incalza ancora: E ti basta? Volerle solo bene? Lo devo ancora capire. .... Allora cosa vuoi da me? Yuki si allontana un altro po'. Tiago riprende a parlare per non farla andare via: Io provo qualcosa... qualcosa di forte... per te. E ti spaventa? Tiago rimane immobile. .... Tu, hai troppa paura.... Tiago cerca di abbracciarla: Ti voglio ben.... Yuki lo interrompe decisa: Ma non ti basta. Tu cerchi certezze che io non posso darti. Come puoi paragonarmi a tre anni di convivenza? Lo so. Ormai poi la vedo come una sorellina... non mi viene pi voglia di.... Perch mi dici queste cose?. Tiago cerca di riavvicinarsi, sta zitto. Yuki arrabbiata: Mi stai chiedendo di scopare? Io non ti chiedo nulla. Sono io che devo capire. Ma vaffanculo! Sei solo un molle. Non decidi per non avere sensi di colpa. Tiago impietrito: Pu darsi. Yuki prende la sua borsa appoggiata sulla panchina e se ne va: Dio mio quanto sei molle! Sai cosa ti dico? Resta con la tua bambolina frigida. Non ti meriti altro. Tiago si alza. Yuki continua categorica: Non mi seguire!. La ragazza si allontana con passo svelto e imbronciato. Tiago grida: Aspetta!.

Ma Yuki gi lontana. la prima volta che discutono veramente, i cuori vibrano ancora, le anime restano scosse mentre si allungano le distanze tra i due. Yuki esce di scena. Tiago si siede turbato sulla panchina con il viso tra le mani. Per qualche secondo la luce indugia su di lui. Poi le luci si spengono. Sipario. ***

CAPITOLO 8. A un certo punto mi sono convinta che vivevamo in una dimensione parallela, dove tutto sembrava plausibile, dove per qualche ragione divina non potevamo stare insieme e in quel poco tempo a nostra disposizione tutto ci sembrava concesso. Ma nella realt c'era una ragazza che ogni sera attendeva il tuo ritorno. Trasformarsi in amante un processo lento e impercettibile dove le molteplici vie d'uscita che ci vengono offerte restano disattese. E ora io mi ritrovo a scivolare inerme verso un amore senza finestre. Forse anche mia madre si era sentita cos quando, quell'estate giapponese di ventisei anni fa, rimase intrappolata sotto le lenzuola di mio padre. Solo adesso inizio a capire quanti sentimenti irruenti e contrastanti devono averle riempito il cuore. Forse il ruolo dell'amante una maledizione che ci portiamo nel sangue. Un destino che scorre nelle mie vene e mi impedisce di fare scelte sensate. Quando mor mia madre io avevo solo cinque anni e, siccome non c'era nessuno che potesse occuparsi di me, nonna Urne mi sped in Italia da mio padre. Nonna Urne, in realt, non era mia nonna: era una signora anziana che si occupava di me quando mia madre non poteva. Ora so che la piccola e ossuta Urne mi teneva in casa sua ogni volta che le crisi di mal di testa di mia madre diventavano insopportabili. I miei veri nonni non li ho mai conosciuti, forse mia madre, una

volta scoperto di essere incinta, era scappata di casa o era stata cacciata via. Possiedo solo dei ricordi vaghi e sconnessi di quei momenti. Ero troppo piccola. Non riesco a ricostruire un vero e proprio periodo giapponese della mia vita. Diventare l'amante di qualcuno come essere trascinati via da un fiume. E piacevole farsi trasportare dalla corrente finch le rapide non diventano troppo impetuose e nuotare verso la riva si rivela impossibile. Mi hai cullato di parole e premure, mi hai venduto i tuoi abbracci come merce preziosa, mi hai regalato minuti spacciandoli come ore, mi hai relegata a un'attesa che, nei sogni, chiamavamo felicit. Il trauma della mia fuga dal Giappone, al contrario della mia infanzia nipponica, ben presente nella mia testa. C'erano due uomini quel giorno in casa, un vecchio giapponese tarchiato e un occidentale alto e biondo. Il vecchio mi indic al biondo, che mi trascin via. Serio e rigido, il vecchio spar subito. Rimasi con il tizio alto. La sua mano sconosciuta mi strattonava lungo i corridoi dell'aeroporto, di corsa. Dove stavamo andando cos di fretta? Stavamo scappando? Da cosa? Quanto freddo passava da quella mano... Ogni tanto alzavo lo sguardo per sbirciare il volto dell'occidentale ma lui non si girava mai per guardarmi in faccia. Nonna Urne mi aveva spiegato a grandi linee la mia condizione di semi-orfana e io l'avevo accettata con rassegnazione: Tua madre purtroppo morta, presto andrai a vivere per un po' con tuo padre.... Quella parola, padre, cosa voleva dire? Cosa voleva dire per me? Di padri, certo, avevo avuto modo di conoscerne pi di qualcuno: c'era il pap di Koji, basso e con i capelli radi. Con il suo buffo modo di ridere mi faceva pensare a una grande balena che spalancava

la sua bocca enorme e si lasciava andare in un grasso BUWHAHAHA! Poi c'era il signor Saito, del ristorante di ramen, che mi fissava sempre con uno sguardo severo mentre mi chiedeva di contare fino a cinque... ichi, ni, san, shi, go... ma com'era mio padre? Per quanto mi sforzassi, non riuscivo ad associarlo a nessuna idea di padre. Incertezza e frustrazione. Cosa pu mai fare una bambina di cinque anni di fronte a ci che le accade? La mano dell'occidentale continuava a strattonarmi. Avrei mangiato oggi? Nessuno mi aveva dato nulla prima di partire. Perch mia madre era morta? Domande, mille domande; ma io avevo paura a rivolgere la parola all'uomo che mi stava portando via, cos rimasi zitta per tutto il viaggio, e per molto tempo dopo. Anche adesso, a volte, ho paura a parlare. Ho paura a chiederti di fare le cose insieme perch un'amante non pu aspettarsi nulla, perch l'impossibilit una risposta che mortifica quanto un rifiuto. Mia madre era una "donnaccia" perch aveva preteso cose non consone a un'amante? Mi sento soggiogata dalle tue paure, anche prenderci per mano diventa un affare proibito, da tenere nascosto. Tu, poi, sei cambiato, ora scambi la paura per prudenza. Se hai paura di essere scoperto da lei, perch sei qui con me? Il parco la nostra unica oasi di sicurezza. Tutte le sere camminiamo lungo il solito vialetto alberato, con la ruota della bicicletta che continua a lasciare il segno sul terreno bagnato di pioggia. Una lunga linea fangosa divide i nostri passi. Chiacchiere. Chiacchiere. Oggi sembri di buon umore, come se mi dovessi raccontare tutta la tua giornata minuto per minuto. Ti ascolto sorridente, mi piace sentire la tua voce che ride, sembra quasi che le parole si illuminino e prendano forma. La panchina ancora un po' umida ma va

bene, il freddo ci fa stare pi vicini. Tutto intorno c' odore di erba bagnata, dolciastro e pesante: mi piace, ha il sentore di qualcosa di lontano; come quando sogni qualcuno ma non riconosci il viso. Ti ascolto. Le parole continuano a svolazzare intermittenti come lucciole che si mettono in mostra prima di accoppiarsi. Poi la luce si affievolisce, la voce si abbassa e si scalda finch anche il silenzio non si scalda con le tue labbra morbide. Piccolo e appassionato, lento e infinito. Un bacio. Le labbra giocano. Si cercano. Elettricit. Le farfalle volano impazzite nello stomaco. La tua mano mi stringe il ginocchio, poi sale fiduciosa. Allontano le labbra e fermo la mano. Sospiri di insoddisfazione. sera ormai, so gi che tra qualche minuto dirai di dover andare. Insoddisfazione. Voglio stare con te, questa situazione mi sta stretta. Voglio ma non posso. Quando potr? Il sedile dell'aereo mi sembrava enorme. Ero spaventata, fissavo quelle mani gelide che tenevano una rivista, me ne stavo rannicchiata al mio posto, come se stessi per sprofondare tra quei cuscini in finta pelle. Quando quelle mani mi strinsero la cintura di sicurezza rimasi impietrita. Il volo mi terrorizzava, l'ignoto mi terrorizzava, anche quell'uomo che non mi aveva mai sorriso mi terrorizzava. Volevo piangere ma chi mi avrebbe ascoltata? A un certo punto una hostess mi port una coperta e un cuscino in pi. Mi addormentai sfinita e rimasi incosciente per tutto il viaggio. Nessuno mi svegli per la cena. La tua voce cerca una spiegazione al mio rifiuto: Cosa succede? Niente. .... che... siamo imprigionati in questo parco....

Questo week-end sono da solo.... Parole azzardate, escono incerte. Cosa mi vuoi dire? Che finalmente usciremo da questo parco? Cosa dovremmo mai fare questo week-end? Siamo ancora in tempo per tornare indietro se ci fermiamo ora... Se ci fermiamo forse riusciamo a non fare male a nessuno. Io ci penso a lei, a lei che ogni giorno aspetta ignara il tuo ritorno a casa. E anche se l'ho solo incrociata una volta, anche se nemmeno mi simpatica, non posso che provare dispiacere. Anche se tu mi dici che ormai una relazione spenta, anche se affermi che il bene che le vuoi quasi fraterno, anche se lei non fa nulla per tenerti stretto, io mi sento in colpa. Se un giorno finalmente vi lascerete, sar per colpa mia. Sono una stronza. Basta. Come faccio a sopportare questa situazione quando per tutta la vita mi stata rinfacciata la mia nascita bastarda, frutto di una relazione extraoceanica? Come posso essere qui a rincorrere il tuo amore quando per una vita ho rinnegato mia madre e maledetto mio padre? Se vero che non si pu scappare da quello che siamo, io ho il gene della rovina famiglie dentro il mio corpo. E ancora una volta mi guardo allo specchio e odio questi occhi a mezza mandorla. In realt sono troppo debole per salvarmi e fermare tutto. Sento che ti desidero ma che sbagliato desiderarti, quindi me ne sto nell'ombra e mi lascio trascinare inerme dalla corrente. Vorrei uscire insieme a te questo week-end ma giusto chiedertelo? Non sarebbe pi giusto darti un aut-aut? Non sarebbe pi opportuno dirti di tornare dalla tua fidanzata? Raccolgo tutto il mio coraggio, scendo dalla panchina e, sfoderando la mia finta aria sicura, ti comunico: Sabato ci sono i Linea 77. Io vado a vederli. Non mi aspetto che tu venga. La butto l con il tono di chi "ha gi un impegno e se ti va puoi unirti anche tu" ma la verit che tiro in ballo i Linea 77 come pretesto per passare del tempo insieme lontano da qui. Ho il cuore in gola, se non misuro le parole rischio di sputarlo fuori. Batte talmente forte che mi sento stanchissima

e se non dici subito qualcosa svengo. E dire che qualche mese fa credevo di non avercelo pi, un cuore. Per ora dammi una risposta, se non ti va di venire non fa niente... ma se avevi intenzione di tirarti indietro, come mai mi hai lasciato sperare? Hai paura delle conseguenze di questa serata? Hai paura di quello che potrei fare io o di quello che potresti fare tu? Io non ho nulla da perdere. Saltello poggiando le mani sulle tue ginocchia mentre tu rimani seduto sullo schienale della panchina. La pioggia una costante dei miei momenti tristi. Pioveva anche il giorno in cui finalmente arrivai a casa di mio padre. I goccioloni facevano un rumore gonfio contro il mio ombrellino di plastica trasparente: TOC-TOC-TOC-TOC-TOC-TOC. Mi sentivo sperduta, completamente sola in un paese sconosciuto: cosa ne sarebbe stato di me? Chi era quella signora che mi veniva incontro seccata? Ma soprattutto: com' possibile che a una bambina di cinque anni venga chiesto di dare alla solitudine il nome di "mamma"? Ti sto offrendo una via d'uscita. Sto cercando di capire quanto sei determinato a metterti in gioco. Voglio vedere se esiste la possibilit di far sbocciare i sentimenti che sto provando o se rimarranno per sempre sopiti, se sia il caso di continuare e compromettersi del tutto o indietreggiare per sempre e lasciarti dove sei. Poi, finalmente, quando ormai penso di aver perso tutte le energie arriva la risposta. L'odore della pioggia quasi scomparso. Il parco si allontana mentre la ruota sul selciato ci accompagna verso casa e lascia alle nostre spalle una lunga scia fangosa. Questa volta per tieni la bicicletta sull'altro lato. Ora i nostri passi non sono pi separati da una lunga linea ma uniti e delimitati nella stessa porzione di sentiero, come se quella linea ci tenesse separati dal resto del mondo. ***

CAPITOLO 9. Sei quello che stato, il mio passato che non torner, tutto quello che desideravo avere tempo fa... tutto quello che voglio ricordare di quella sera sono le piastrelle fredde contro la mia pelle. Ai concerti mi piace stare nel mucchio e avvertire quel leggero senso di pericolo che crea l'onda scomposta di persone che pogano. Flusso di scarico energetico e ricaricamento: saltare, vivere ogni nota. Spingere, respingere, sgomitare. E, alla fine dei giochi, ci si sente stanchissimi ma rigenerati, come se uno avesse lottato per la propria vita e ne fosse uscito vincitore. Da adolescente andavo a pi serate possibili, mi servivano a mandare gi e sputare fuori tutta la rabbia che covavo verso la mia famiglia. Ma non andavo ai concertini pop del cazzo, seguivo i gruppi death metal o punk, dove la musica grida pi forte, martella le orecchie e ti riempie di grinta e adrenalina; e io tutta vestita di nero, frangia sugli occhi e trucco pesante, mi annullavo tra la folla. Alla fine la gente che frequenta i locali underground finisce per essere sempre la stessa e si forma una specie di community di persone che, nel loro modo pi intimo e personale, si sentono diverse. Finalmente potevo essere diversa, uguale a tutti gli altri.

Se non ci fossero stati i gruppi rock avrei sicuramente commesso un omicidio. Avrei ucciso Clelia e l'avrei fatto nel modo pi banale e convenzionale possibile, probabilmente l'avrei persino umiliata per la banalit del mio omicidio. Avrei usato un semplice coltello da cucina. Nessuna fantasia. Nessuna stranezza. Nessun diabolico progetto. Sarebbe bastato un suo momento di distrazione e io avrei iniziato a infierire. D'impulso. Sarei stata fredda e indifferente, come se a compiere il gesto non fossi nemmeno io. Nessun rimpianto. Nessun rimorso. All'inizio avrei dovuto tenere il manico ben saldo e il polso rigido ma una volta dentro, probabilmente mi sarei anche stupita per la facilit con cui la lama si insinua nelle viscere. Immagino la sua faccia, dapprima sconcertata, incredula... ma poi, avrebbe capito e accettato... Sayoonara. E quando il peso del suo corpo senza forze l'avrebbe trascinata a terra, io avrei mollato la presa. Cara Clelia, nell'ultimo alito di vita, avresti finalmente capito tutti i tuoi errori? Io sarei rimasta a fissarti con i miei occhi "strani" per assicurarmi che tu li vedessi bene per l'ultima volta. Quando riversi odio e risentimento addosso a una bambina non puoi aspettarti compassione. Quello che non capivo e ancora non capisco perch mio padre mi avesse riconosciuta. Lui non mi voleva bene, non me ne ha mai voluto. Non gli assomiglio, non ho nulla che richiama i suoi lineamenti, nemmeno nel carattere ho nulla a che vedere con il suo fare intraprendente e spudorato. Perch mi aveva riconosciuta se ero soltanto la figlia della sua infedelt? Forse per evitare uno scandalo, salvare la sua carriera diplomatica? Avrei ucciso anche lui dopo Clelia? Perch avrei dovuto risparmiare quel padre scostante e sconosciuto, quella stretta di mano poco familiare che mi aveva trascinato dall'altra parte del mondo per poi ignorarmi? Sei la sua copia esatta, si limit a dirmi mio padre. Ma la copia di chi? Di mia madre? Perch non mi ha mai raccontato niente di lei ma ha sempre lasciato che Clelia infangasse il suo ricordo? L'aveva mai amata? Sei la sua copia esatta: ci fu un'altra occasione in cui mio padre us quella frase. Io ero appena adolescente e, fatta la doccia,

me ne stavo in piedi davanti al lavandino con l'accappatoio aperto. Mi stavo strofinando i capelli bagnati con un asciugamano quando lui si affacci sulla porta. Rimase a fissarmi pensieroso. Poi entr in bagno dicendo: Faccio io e si mise a pettinarmi lentamente i capelli e a strofinare l'accappatoio contro il mio corpo acerbo... Mi sentii a disagio. Quell'improvvisa vicinanza, quello strano gesto paterno, quell'insolito slancio premuroso mi diede fastidio. Quei gesti non erano familiari, quelle mani estranee, quel viso rispecchiato insieme al mio non mi comunicava nulla se non inquietudine. E l, mentre fissava il mio corpo senza forme, mi disse quella frase: Sei la sua copia esatta.... La sua copia? Come potevo essere la sua copia se ero poco pi di una bambina? Lo sguardo di mio padre fissava il mio corpo riflesso nello specchio ma era come se guardasse oltre, perso in un'immagine ad almeno dodici anni di distanza da dove ci trovavamo in quel momento. Mi chiusi l'accappatoio e mi rifugiai in camera confusa. S, i concerti mi hanno salvata. Mentre pogavo mi sembrava di prendere a pugni e calci quella donna frigida e stitica che mi feriva a ogni minimo gesto, a ogni mio sguardo. Odiava i miei "occhi strani" e quell'aria di superbia che secondo lei esprimevano. Come poteva la sua vita perfetta, con il suo matrimonio perfetto e i suoi capelli perfettamente raccolti aver subito una tale offesa? Io, la figlia di un'altra donna, non ero altro che il segno della sua imperfezione. Un difetto impossibile da cancellare. I Linea 77 sono nel pieno del loro repertorio. Saltano, incitano, si muovono potenti sul palco e la folla li segue ipnotizzata. Non c' spazio per respirare, il palazzetto gremito, ci muoviamo tutti

scomposti appiccicati gli uni agli altri. C' caldo e un'afa soffocante. Cantiamo a squarciagola. Saltiamo. Mi sto divertendo. Sul pavimento si creata la solita patina sporca e scivolosa; dopo anni di concerti mi sono accorta che direttamente proporzionale alla validit dell'esecuzione: pi il concerto esaltante, pi patina si forma sul fondo. S, mi sto divertendo. Non l'avrei detto, credevo si sarebbe formato un po' di imbarazzo tra di noi, invece sembriamo davvero due amici che si godono un'uscita. Amici... davvero quello che voglio? Amici... mi va bene? Non hai ancora provato a baciarmi... amici. Vorrei che mi baciassi. Mi giro pi volte verso di te ma sei concentrato sul concerto. Solo un bacio, un cenno che dia una svolta a questa serata. Un bacio. Un pensiero che accende l'eccitazione di averti qui al mio fianco. Devo trovare il modo. Il mio cuore batte ma questa volta sono sicura che solo per la musica. Approfitto della calca per provare la sensazione di te. All'improvviso le tue parole scavalcano le note: Ti va se prendiamo qualcosa da bere?. Ci facciamo largo tra la folla saltante, attratti dall'insegna luminosa in fondo alla sala. La tua mano traina la mia tenendola stretta. Hai paura di perdermi, forse. E io mi sento quasi felice. Schivo e spintono persone, adolescenti con lo zaino pieno di bottiglie Coca e rhum, ragazze che ballano invasate per mettersi in mostra e un paio degli orribili tipi a petto nudo, sudato, che pogano qua e l. I tipi nudi e sudati sono il peggio che si possa avere vicino a un concerto live. A parte l'odore, sentirsi toccare da pelle estranea e umida rivoltante. Ma la condizione peggiore : adolescente smisuratamente alto e con lo zaino davanti, tipo nudo sudato da un lato, tipo ubriaco e barcollante dall'altro, tipo che ne approfitta per strusciarsi dietro; ma questa una sorta di congiunzione astrale che per fortuna si verifica raramente. Fa caldo, troppo caldo, sembra quasi abbiano acceso il riscaldamento; nel palazzetto ormai si formata una fitta nebbiolina composta di sudore, fiato, fumo e calore, che rimane sospesa a mezz'aria sopra le nostre teste; per poi ricadere, riappiccicarsi sui corpi ed evaporare e risalire di nuovo. Braccia... spalle... busti... avanziamo. L'insegna del bar sempre

pi vicina, pesto piedi, borse, bicchieri di plastica, tenendomi saldamente a te per non inciampare. Qualcuno mi tocca il sedere. Mi chiedo se davvero esistono persone la cui unica occasione di toccare un culo sia andare ai concerti. Sposto la mano senza dargli nemmeno troppa importanza, tanto ormai mi hai gi trascinato via. Finalmente raggiungiamo la meta, ci facciamo largo nella fila e arriviamo al bancone. Ti metti alle mie spalle per proteggermi e farmi scudo contro tutte le altre persone che cercano di farsi notare dalla barista. Sento il tuo corpo contro il mio, non troppo attaccato per non essere invadente; una presenza avvolgente ma discreta, calda. Chiudo gli occhi per un secondo, focalizzando ogni centimetro di questo contatto... Dammi un bacio. Dammi un bacio sul collo. Ti avverto dietro di me. Arrossisco per i pensieri che mi salgono in mente. Non mi piace essere invasa. In tutti questi anni ho alzato le difese e imparato a creare la mia palizzata e a far entrare solo chi mi va a genio. Sono molto poche le persone di cui sento di potermi fidare. Molto poche. Troppo poche. Praticamente nessuno. Era Clelia che muoveva i fili, era lei che per giustificare la sua imperfezione di moglie raccontava alle madri dei miei compagni di classe che ero figlia di una donnaccia orientale; una poco di buono che aveva irretito suo marito per costringerlo a mantenerla con il ricatto della gravidanza. Era lei, sempre lei, Clelia, che insinuava nelle menti delle altre comari che con il mio sguardo tagliato forse non ero del tutto normale. Ha gli occhi strani, la sentii, un giorno, mormorare a un'altra donna: una signora grassa e arcigna, con i capelli cotonati e un vistoso neo cicciuto sul collo. E questa, con aria compassionevole, annu a Clelia facendole intendere che era una santa ad avermi accolta in casa sua. Non si sa mai cosa pensa, vedr uno di questi giorni ci taglier la gola..., continu Clelia. Vedr se non far la fine di sua madre....

Parole sussurrate, parole affilate come pugnali, fendenti come serpenti che si aggrovigliano nei meandri del cervello. Serpenti a sonagli, che dal buio della mente muovono la coda. Campanelli d'allarme. Minacce di un futuro che scorre nel sangue. Condanna. Staccai la spina per non udire ulteriori cattiverie. Creai vuoti. Ho creato il vuoto. Ma il vuoto dilaga, crea diffidenza, ti sfugge di mano e prende il sopravvento. Sono arrivata a non fidarmi pi di nessuno. Poi sei arrivato tu. E ora odio questo vuoto. Odio. Odio. Odio profondo come graffi sulla faccia, come artigli che passano la pelle, dentro le palpebre, sui bulbi. Mi ritrovo in questo limbo, a met strada, dove la tua assenza genera un nuovo vuoto e la tua presenza alimenta il vuoto passato. Sono persa nel vuoto. Non mi riconosco pi. Per, puoi invadermi se vuoi. Afferro una bottiglietta d'acqua e una birra e ci spostiamo sul fondo: il mio corpo ha sete. Riprendo fiato. Ci godiamo un attimo di tranquillit. I Linea 77 continuano sul palco, la folla come un tappeto di teste che viene sbattuto ritmicamente. Lasci cadere il tuo bicchiere vuoto mentre dobbiamo sforzare la voce al massimo per riuscire a scambiarci qualche parola. Mi riprendi la mano. E gi finita la pausa? Vorrei prendere un altro po' d'aria prima di ributtarmi in mezzo. Vorrei restare ancora qualche minuto qui con te. Rumore di plastica che si frantuma. Un tuo passo pesta il bicchiere. Stai camminando nell'altra direzione. Il palco si allontana. La mia mano incatenata alla tua. Un corridoio spento, secondario. Ti seguo. E pi fresco qui, la musica arriva leggermente attutita, donando una dimensione al buio. Bevo l'ultimo sorso d'acqua senza perderti di vista. Le tue mani si appoggiano delicate alla mia vita. Lascio cadere il braccio tenendo ancora stretta la bottiglia. Respiro profondamente. All'improvviso il muro si scontra con la mia schiena. L'acqua rimbalza nella bottiglia semivuota. La bottiglia rotola a

terra. Gli amici Yuki e Tiago sono rimasti a pogare al centro del palazzetto. Quello che mi trovo davanti ora il Tiago spavaldo, irruente, in cerca di qualcosa. Finalmente! I miei occhi strani, tagliati, leggono un desiderio languido nei tuoi. Il basso rimbomba forte, fino a far vibrare le pareti. Anche io sto vibrando. Riconosco il tuo corpo prepotente contro il mio. Prendo coscienza della tua fisicit. Il tuo viso diventa serio e concentrato sulla voglia che spinge dal basso. Una frazione per decidere. Per decidere se respingerti e tornare a quei Tiago e Yuki amici che saltano allegramente sotto il palco o rimanere l e accogliere la tua invasione. A questo punto qual la soluzione che pu farmi meno male? I Linea 77 continuano a graffiare le chitarre sul palco... canto ammiccante alcune strofe: Non c' pi spazio per le indecisioni: prendere o lasciare, accettare di cadere ancora, ancoraaa.... Scelgo di cadere, ti stringo, lascio che la tua eccitazione mi tocchi... Un alito caldo. Il tuo respiro che si avvicina al volto. Il bacio sta arrivando. Il mio cervello si scollega, la mia bocca si socchiude in piena autonomia. La tua lingua si insinua, mentre il tuo corpo preme contro il mio, sempre di pi. La canzone continua a urlare, ma noi, nascosti nel buio di un corridoio spento, lontano dalla paura di essere scoperti, ci sentiamo finalmente liberi di seguire le nostre pulsioni. Corpo contro corpo, l'eccitazione sale. Passione. La tua mano solleva la canotta appiccicata alla mia pelle; stringe il fianco, poi sale. Sale. Sfiora il reggiseno e infine riscende e si aggrappa al sedere. Lascio scivolare la mia mano sui tuoi pantaloni. Sembriamo due ragazzini nascosti che non hanno altro luogo dove scoprirsi. Ma questo non solo scoprirsi. Questa fame, sfida, conquista: pura e incontenibile voglia di sesso che si bagna. Un piacevole contrasto. Piastrelle fredde e la mia schiena accaldata, ormai rimasta mezza svestita. Le dita si cercano, si stringono. Ti voglio. Non c' pi via di uscita. La mente non ragiona correttamente. Voglio intrappolarti dentro di me. Le labbra si sfregano, si mordono, sorridono. Torpore della lingua, come se avesse

assaggiato della polvere, ti assaporo. La tua bocca rovente. Tu che ti spingi ondeggiando contro di me. Piastrelle fredde. Mi tengono agganciata alla realt. Spalle al muro. Ti tengo saldo a me. Potremmo anche soddisfarci a vicenda adesso. La tua mano preme in mezzo alle gambe. Sotto alla gonna. Le dita si fanno spazio tra gli slip. Non mi dai pi scampo. Ti seguo nel tuo percorso. Ti abbasso la zip. La mano s'insinua nei pantaloni. Dentro i boxer. Ti tocco. Un gemito. Un respiro basso. Aliti pregni di eccitamento. Aumento la presa. Movimenti armonici. Gemiti. Non sono pi i Linea 77 a dare il ritmo. Sono le dita, il bacino, i sensi. Sei pronto. Un barlume di lucidit. Un pensiero sadico. Punizione. E questo il momento giusto. Mi fermo. Non voglio farlo qui. Ma voglio che tu muoia dalla voglia di farlo qui. Dillo ancora una volta che mi desideri da morire. A fatica sposto le labbra per respirare. Devo fare appello a tutta la mia buona volont e richiamare al lavoro il mio cervello per riuscire a fermarmi. Devo scacciare il confluire di energie pre-orgasmo e allontanarmi. uno sforzo disumano, sarebbe pi facile spostare un palazzo a calci che staccarmi da te. La mia mano esce dai pantaloni e blocca la tua. Devo metterci tutta la mia forza per convincerti di smetterla. Basta. Lettere si compongono in una frase che suona con la tua voce: Cosa c' che non va?. Contrattacco con una domanda: Cosa stiamo facendo?. Bastano poche parole per riportarci dove siamo, nascosti come clandestini nel corridoio buio di un palazzetto gremito di gente, nel tuo week-end di libert. Delusione da parte tua. Un certo compiacimento dalla mia. Ti aspettavi davvero che "te la dessi" cos, senza avere nulla sul piatto da ricevere in cambio? meglio lasciar perdere. Ci sono ancora troppe questioni in sospeso: se mi vuoi cos tanto perch non scegli me? Sono solo una scopata? Ti sei mai chiesto queste cose? E io, sono davvero come mia madre? Ho bisogno di intrufolarmi in spazi lasciati vuoti da altre? I serpenti a sonagli agitano la coda all'impazzata, quasi non riesco pi a sentire i miei pensieri. Sono io che ho voluto questa serata,

sono io che decido dove arrivare. Ed qui che voglio arrivare. Il mio cervello ha ripreso a svolgere le sue funzioni. Il mio cuore invece sta vibrando, ma mi rendo conto che non pi per la musica. Insoddisfazione. visibile sul tuo viso ma c' anche una certa comprensione sul tuo volto. Faccio per dirigermi verso il concerto per farti capire che ho bisogno di distaccarmi un attimo. Ti lascio solo ma in realt mi aspetto che tu mi segua. Se veramente mi vuoi fatti avanti: cinque... quattro... tre... due... uno... la tua mano afferra la mia accompagnando il gesto con un sussurro: Non mi prendi pi per mano?. Nella sala principale il concerto sta per finire. Il microclima tropicale di nebbiolina alcolica e sudata ha raggiunto i duecento gradi. Se ripenso ai gemiti di poco prima provo un po' di vergogna ma non ho nessun rimpianto. Ho creato una distanza fatta di dubbi e incertezze. Ho tessuto una trama per legarti pi stretto. Quanto sentimento c'era? Si pu pesare o misurare in un qualche modo? Quanto male mi far questo giochetto? Ci ributtiamo in mezzo alla ressa per saltare sulle ultime canzoni. Per ancora non vuoi lasciare andare la mia mano. ***

CAPITOLO 10. Nella notte i pensieri non conoscono vergogna. Ogni notte il mio corpo parlava con il tuo, sul letto dei sogni. Ve Ve Ve Chiudi gli occhi e sdraiati vicino a me. Chiudi gli occhi e fatti cullare dal respiro. La vedi? E la proiezione di noi. Sono le nostre anime, sospese nello spazio e nel tempo della tua mente. Sono le nostre anime che stanno facendo l'amore. shhhh, silenzio, non c' bisogno di dire niente..., avvicinati ancora un po' e abbracciami perch adesso voglio che tu sia affettuoso. Stringimi. Devo sentire il calore del tuo corpo sul mio. Un tepore familiare che passa attraverso i vestiti. TUTUM-TUTUM-TUTUM... il cuore accelera, sta correndo. Le tue labbra mi stanno cercando. Sono le labbra pi morbide che abbia mai assaggiato. Tepore sensuale. Insinua la lingua nella mia bocca, perch adesso voglio sapere che mi vuoi baciare. Muoviti piano. Voglio assaporarti ancora. Lentamente. Come se stessi mangiando il dolce pi buono del mondo. Ogni contatto deve risultare squisito, lieve e infinito. Bollenti, i vestiti sono diventati bollenti. I corpi bruciano. Lascia scivolare le mani sulla pancia, sulle gambe. Le tue dita lungo la schiena, mi sento morbida e rilassata. La mano passa sul fianco e sale su, fino a sfiorarmi un seno. Appoggio la mia fronte sulla tua. Ti passo un dito sulle labbra. Sospensione. Il cuore palpita all'impazzata. Ti piace la mia pelle?

Rallenta e fermati. Una sopra all'altro. Senza pudori, senza difese. Armoniosi. Respiro affannato. Occhi appannati. Lascia che mi muova sinuosa sopra di te. Voglio esplorarti, crearmi un'immagine del tuo corpo esplorando i suoi confini con le dita. La mia lingua ti accarezza, dolcemente... La fronte... Il naso... La bocca... Il collo... Il petto... Lo stomaco... La pancia si contrae, il respiro si spezza pi gi... Piano. TUTUM-TUTUM-TUTUM. Pulsazioni. Pulsazioni. Toccami. Toccami a fondo perch adesso voglio scoprire che mi vuoi. Toccami piano. Toccami deciso... T-O-U-C-H... Una scossa leggera mi attraversa la pelle. Una scintilla. Un fremito. Il battito di mille farfalle nello stomaco. Lo senti? Se avvicini l'orecchio puoi sentire sbattere le loro ali. Rallenta e fermati. Voglio vedere i tuoi occhi riflessi nei miei prima di affondare di nuovo nelle tue labbra. Poi i muscoli si contraggono. Tienimi stretta, perch devo avere la conferma della tua presenza. Ti spingi su di me e mi sento ondeggiare in un mare calmo e tiepido. Ti

sento premere contro il mio corpo. Mi piace, mi piace accorgermi del mio effetto su di te. Ti accarezzo mentre tu ti muovi ritmico nella mia mano. I respiri si fondono, si lacerano, i sensi si liberano della ragione, insieme. Voglio ascoltare il desiderio che cresce, voglio guardarti mentre con gli occhi mi supplichi di continuare. Attesa e desiderio. Il piacere cerca la sua strada tra gemiti e sussurri. Non fermare la musica perch adesso voglio continuare a danzare. E quando sarai tra le mie gambe, io sar nella tua testa, nei tuoi occhi, nei tuoi sensi, nella tua bocca... e ti soffier via l'anima. ***

CAPITOLO 11. Quel giorno imparai che il cuore di un amante non deve mai abbassare la guardia. Ve Ve Ve Non ho voglia di andare stasera, proprio ora che sta iniziando l'estate e vorrei starmene alla finestra a sentire il profumo di vacanza nell'aria. Non sopporto le cene formali di agenzia, dove si deve fare finta di essere tutti amici mentre, durante il giorno, a malapena ci si rivolge la parola. Facciata! Una ridicola impalcatura traballante di sorrisi e parole gentili pronunciate tra i denti. E tutto per mostrare al presidente, al megapresidente della casa madre americana e a qualche altro personaggio, dal titolo pomposo e impettito come la sua abituale postura, che questo s che davvero un gruppo affiatato. Come se per lavorare bene bisognasse anche essere amici fuori dal posto di lavoro. Che ipocrisia! Sono dell'idea che quando uno ha finito di lavorare, ha finito di lavorare e basta. Invece, a peggiorare le cose, c' anche il fatto che queste cene odiose sono aperte a compagni, sposi, fidanzati vari... perch siamo tutti una grande famiglia! Un pretesto per studiarti, conoscerti e poi arrivare a impossessarsi persino della tua vita privata! Io ovviamente non ho nessuno da portare... e comunque questa sera tu sarai con me. un sollievo perch comunque, se voglio assicurarmi collaborazioni future, importante che io vada, con un bel sorrisone di circostanza stampato sulla faccia naturalmente.

Per fortuna potr sempre contare sulla tua vicinanza. Si tratta solo di una cena di lavoro, vero, ma ho voglia di aggiungere questa serata ai momenti passati insieme: per questo che sono uscita da casa. Per calarmi nel personaggio ho iniziato ad allenarmi a reggere una smorfia da "ma che bella serata" non appena messo il naso fuori dalla porta. Arrivo alla cena che ho la faccia di pietra e mi duole la mascella. I miei colleghi sono gi davanti al ristorante. Le segretarie sono in pole position con le loro nuove scarpette di Versace, comprate su Yoox ed evidentemente fuori moda da almeno due stagioni. Ti cerco tra la piccola folla. Non sei ancora arrivato. Speravo di presentarmi alla cena dopo di te, cos non avrei dovuto aspettarti da sola in mezzo alle iene. Tra loro tutto un risuonare di saluti: Ciao ma come sei bella stasera!; Ciao lo sai che ti sta d'incanto il giallo?. Falsi! Resto a bordo folla mentre i dizaina scandagliano ai raggi X tutte le mise. Questa volta non mi sono fatta fregare e, per evitare il confronto aperto di stilisti (D&G vs Miu Miu, Armani vs Prada ecc...), ho deciso di andare direttamente sopra le righe e indossare un look nero interamente vintage con un haori ultra leggero come pezzo portante e obi legato in vita, di sicuro effetto. E un po' mi innervosisco a dover sfruttare il mio lato orientale ma una mossa strategica: uno dei pochi pregi di avere un aspetto come il mio che le reginette mi attribuiscono virt che magari nemmeno sapevo di possedere. So di essere brava nel mio lavoro ma non cos figa come credono loro. Ma se c' da scegliere tra un normale illustratore italiano o una giapponese per loro la risposta abbastanza immediata. Il Giappone universalmente riconosciuto come il regno di tutto ci che riguarda il disegno e la grafica... quindi avere me aumenta la "figaggine" dell'ufficio. Non importa a che prezzo. Che scemi! I miei primi cinque anni di vita, trascorsi in Giappone, non sono certo stati per me i pi significativi, almeno

dal punto di vista professionale; l'abilit nel disegno, in fondo, l'ho acquisita qui. E persino il giapponese che conosco frutto delle lezioni che ho preso in Italia, obbligata da mio padre. Rifletto sul peso dei pregiudizi mentre raccolgo i miei capelli. Voglio essere graziosa per te e, in effetti, il risultato finale piuttosto gradevole. Ho voglia di piacerti. Ho voglia di sentirmi i tuoi occhi addosso. Ho voglia che a fine serata con una scusa tu salga sul mio taxi... chiss, pu darsi che finiremo a casa mia... forse faremo l'amore... Un momento di imbarazzo, la mia immaginazione corre troppo veloce. Desideri. Desideri. Ma prima c' uno scotto da pagare. Una reginetta casual-chic qualsiasi mi fa una smorfietta invidiosa. Un ghigno simile a un sorriso con il naso rifatto tutto arricciato... Senza neanche bisogno di una spinta il mio abbigliamento mi catapulta verso il centro dell'attenzione. E per una volta ho intenzione di rimanerci. La folla si apre con fare rispettoso e il presidente, neanche fosse Mos che divide le acque, mi si avvicina sciolinando, un po' da viscidone, complimenti su complimenti, ignorando schiere di scarpe e vestiti pacchianamente firmati. Poi mi prende sotto braccio... non mi piace. Non mi piace essere toccata. Questa serata sta gi diventando insopportabile. Ma quando arrivi? C1 e C2, le mie pseudoamiche, a questa cena non potevano proprio mancare. Come sempre ostentano il loro cattivo gusto, sottolineandolo con pericolosi abbinamenti di stili e materiali. Ai piedi di C2, per esempio, spuntano un paio di scarpe argento brillante... ma non erano da estetista? Come al solito C1 e C2 cercano la mia alleanza, io gi non le sopporto... ma per lo meno servono a mettere in fuga il viscido presidente tutto-mani, che dopo pochi passi viene inghiottito dal vortice delle segretarie arriviste. I futili discorsi di C1 e C2 non mi danno tregua. Le loro voci squittiscono indistinte nelle mie orecchie.

Chiacchieriamo del pi e del meno, o meglio, C1 ci fa la telecronaca di tutti gli arrivi e di tutti gli abbigliamenti quando, all'improvviso, appare il tuo solito look "sono figo e tormentato". Finalmente! Non ce la facevo pi a stare qui senza di te. Perch non saltiamo la cena e andiamo via noi due? Ti fisso dritto in volto, hai lo sguardo assente. Sembri appena svegliato... Hola!. Il tuo saluto aperto a tutti i presenti. Vagamente freddo. Ricambiamo. E me ne esco con un ciao civettuolo che sorprende pure me. Mi scappa una risatina che per trova solo un mezzo sorriso da parte tua. Gelo. Mi rimangio la risatina. Sei arrabbiato? Non ti piaccio? Cosa hai? Il tuo atteggiamento mi fa star male. Vorrei avvicinarmi ma trattengo il mio slancio. Mi faccio indietro. La cena butta male. I miei desideri si ridimensionano frettolosamente, ora vorrei solo un minimo di attenzione da parte tua. Ma sembri pi interessato alle voci stridule di C1 e C2. Annuisci ai loro convenevoli, assecondi la loro voglia di protagonismo. Quando mai siete stati amici? Rimango ai margini di questo nostro gruppetto ristretto, sono tagliata fuori come quando a scuola le altre bambine si chiudevano a cerchio per non farmi sentire i loro discorsi. Faccio la scocciata e l'indifferente come se tutta la serata non avesse per me alcuna importanza e fossi l solo perch obbligata, quando alle tue spalle fa capolino una testolina bionda e quel visetto rifinito tipo musetto da bestiolina troppo carina accompagnato da una frangetta. Si stringe a te e la presenti a tutti: Lei Livia.... Non hai bisogno di sottolineare che si tratta della tua fidanzata. fin troppo evidente da come lei ti tiene la mano, con le dita intrecciate, intricate, quasi saldate le une con le altre. La serata diventata decisamente inaffrontabile. Posso andarmene? Tu fai finta di nulla e rimani a debita distanza, irraggiungibile, lontano, mentre stringi una mano che non la mia. Sento una fitta allo stomaco, come se si stesse sgretolando da dentro. l'obi annodato troppo stretto. Non respiro. Non respiro.

Sono l'amante silenziosa che deve fingere disinteresse. Sono l'amante che non merita nemmeno di essere salutata come si deve. Sono l'amante obbligata a rimanere in silenzio. Perch l'hai portata qui stasera? Perch non mi parli? Hai paura di ferirla? O di ferirti? Perch non hai pensato a me? Sulla porta, Livia mi scruta, poi fugge via con lo sguardo. Io, C1 e C2, tu e lei entriamo nel locale. Tutti si sbrigano a sedersi tatticamente vicino alle persone pi appropriate. Spontaneamente ci fiondiamo alla fine del tavolo per stare il pi lontano possibile dai wannabe del sesto. C2 si piazza a capotavola, io e C1 ci mettiamo sul lato destro, tu e Livia esattamente di fronte. Ma lo fai apposta? Sono arrabbiata, potevi anche sederti da un'altra parte. E invece devo guardarti tutta la sera mentre lei fa la gatta morta con te marcando il suo territorio senza mai rivolgermi la parola ma limitandosi, di tanto in tanto, a lanciarmi un'occhiatina del tipo: Tiago mio, carina!. La odio. Ti odio. Forse tu le hai detto qualcosa? Ma tra noi non successo quasi niente, almeno per il momento. Scommetto che hai continuato a tirarmi in ballo una volta pi del necessario nei racconti riguardanti l'agenzia. E cos l'hai messa in guardia una volta per tutte. Guarda che bella situazione tesa che hai creato. Le portate si susseguono. Non mangio quasi nulla di quello che mi viene propinato. La nouvelle cuisine mi fa cagare, i piatti sono composti al novanta per cento da ingredienti che evito e sono senza sapore. Giocherello con il cibo, cercando di raggranellare bocconcini privi di salse. Dal lato opposto della tavolata, invece, giungono grandi apprezzamenti di gradimento da parte degli abitanti del sesto piano. Continuo non curante a scavare nel piatto. C2, come

al solito, sforchetta allegramente lamentandosi soltanto della quantit. Intanto la mia trovata dell'haori sta avendo un notevole successo, viene persino gente dagli altri tavoli a chiedermi di fare una foto insieme, disseminando invidia e aumentando il risentimento nei miei confronti, non solo tra i colleghi ma anche sulla faccia dell'odiosa Livia-gatta morta. Se c' una cosa che mi fa godere un sacco mettere gli altri nella condizione di rodersi un pochino il fegato. E adesso mi sembra di stare seduta con una mandria di piccoli cricetini che "crunch crunch" non la smettono di lavorare con gli incisivi. Li senti rosicare? Persino il megapresidente della casa madre, evidentemente gi brillo, si alza e viene da me dicendo: Voglio fare un brindisi con questa bella cinesina!. Sorrido mordendomi la lingua. Idiota sono mezza giapponese! Se non riconosci i tratti somatici, almeno fa' uno sforzo con il costume tradizionale... il rosicchio dei dizaina diventa talmente forte che sono sicura di aver visto schizzare qualche dente. Dalla nostra parte del tavolo, invece, la tensione si pu tagliare con il coltello: Livia mi fissa imbronciata e non mi parla. Io non le rivolgo la parola. Perch dovrei? Tu te ne stai zitto, concedendo solo qualche intervento sui discorsi delle colleghe reiette. Mi sento ferita. Da te. Nel mio orgoglio. Da te. Per ingraziarmi il mega-presidente mi alzo lasciando svolazzare le grandi maniche dell'haori. Chiss se anche mia madre indossava un abbigliamento del genere quando mio padre la usava per tradire Clelia... Livia, intanto, segue la scena con evidente insofferenza. La sua faccia lascia trasparire desideri omicidi nei miei confronti. Le risate ubriache del megapresidente riempiono la tensione. Poi, inaspettatamente, come obbedendo a un ordine che nessuno ha ascoltato, tu - proprio tu! - salti in piedi e assecondi il capo: Brindiamo!. Vorrei sprofondare. Mi sento a disagio. Ti avvicini a noi due, e ti aggiungi all'abbraccio amicone del megapresidente. Perch i maschi sono cos stupidi da non accorgersi quando il momento di restare in disparte?

Cos'? Trovi solo ora il coraggio di avvicinarti? Solo ora che hai una scusa per farlo? La tua mano ne approfitta per allacciarsi con cautela alla mia vita. Codardo. Ma gli occhi di Livia sono radar a cui non sfuggono le tue dita che si insinuano tra le pieghe dell'obi premendo prudentemente il mio fianco. Suggeriscono intimit, le tue dita. E io divento di pietra. Tengo il volto fisso in avanti ma sento le gote scaldarsi. Che stronzo! Perch mi fai questo? Perch fomenti il confronto? Sei qui con la tua fidanzata... chi stai cercando di umiliare? Ti odio. Cosa vuol dire questo tocco furtivo? Mi stai dando un contentino? Cosa vuoi? Cosa vuoi? Cosa vuoi da me? E mentre tutti alzano il calice per il brindisi, Livia indispettita esce dal locale. Vedi cosa stai facendo? C' sempre qualcuno che ti scappa. Ma tu da che parte stai? Avanti, corrile dietro. Siamo a una cena di lavoro, non conveniente creare gossip. Non lo per nessuno. Per fortuna le reginette sono troppo indaffarate a compiacere il megapresidente per accorgersi delle sfumature. Solo C1 azzarda un: Poverina, deve essersi sentita poco bene..., e cos ti vedo correrle dietro. Non puoi proprio scegliere me. Mi rimetto a sedere al mio posto e finisco la cena. Faccio finta di niente. Ma tu non torni. Arriviamo al caff e la tua sedia resta vuota. State litigando? Te la sei proprio cercata! Poi finalmente ci raggiungi per salutarci con un frettoloso: Mi spiace ma Livia ha un forte dolore alla testa, e te ne vai. Mi sento mortificata. Mi sento abusata. Mi sento l'amante. Mi sento mia madre. Mi sento tradita. La cena finisce inutilmente. Ho perso anche questa sera. Il taxi mi riporta a casa da sola. Dopo un'ora, un tuo messaggio appare sul cellulare: SCUSA AVREI VOLUTO VIVERE UNA SERATA DIVERSA. MI MANCHI. Stacco il telefono. ***

CAPITOLO 12. Se ripenso a quella sera la coloro della stessa tonalit dell'amarezza, come un cielo senza vita riflesso nell'abisso di un canale, ha notte del black out. Livida la notte. E solitaria. Una notte sospesa su un appartamento fluttuante nell'afa. Finestre spalancate che boccheggiano alla ricerca di un sospiro d'aria mentre le tende cadono a strapiombo appesantite dalla temperatura gravida di umidit. I miei piedi nudi immaginano sul pavimento un refrigerio assente. L'appartamento muto, la TV riposa, la radio dorme, solo il frigorifero nell'altra stanza lavora senza sosta, avvertendomi a intervalli regolari della sua presenza con un tonfo vibrante e metallico... sembra il respiro di un malato terminale... agonia meccanica... devo ricordarmi di farlo controllare. Mi affaccio alla finestra. La balaustra fuori scala, quando hanno architettato questo palazzo l'altezza media delle persone doveva essere notevolmente inferiore a quella attuale. Se decidessi di suicidarmi questo sarebbe un ottimo modo. Mi basta sporgermi appena un po' per provare la sensazione di volare sopra la gente: un gregge di pecore agghindate di magliette cool e flip flop fluorescenti. Resto a fissare amici, famiglie, fidanzati, coppie legittime e ufficiali che si divertono o almeno fingono di farlo ma io resto sopra le loro teste con lo sguardo fisso in avanti mentre sento alle mie spalle il vuoto del mio appartamento centuplicare le sue dimensioni.

Sono convinta che un giorno il vuoto smisurato mi porter lontano da tutti regalandomi la certezza di non essere mai esistita. Dove sei ora? Cosa stai facendo? Perch ancora una volta non sei qui con me? Finalmente un sussurro di vento mi accarezza le gambe sotto al vestito leggero. Mi piace immaginare che provenga da te, un modo per farmi sapere che s, certo, mi stai pensando... Alzo i capelli per farmi sfiorare anche il collo, il soffio sale verso le tempie. Bisbigliami qualcosa mentre io ti desidero: ti prego, parlami. Quando ero piccola cercavo di non desiderare mai niente, limitavo al massimo gli oggetti dei miei sogni perch sapevo che da quei due genitori aridi avrei ottenuto molto poco. Una bambola, un vestito nuovo, una parola di approvazione, rinnegavo tutti i miei desideri con una scusa: Ce l'hanno tutti; Non mi sta poi bene; Potevo fare meglio. Mi concentravo su queste giustificazioni. Ma in fondo, cosa potevo pretendere da due persone che non mi volevano? Per loro ero solo un fastidio, un'espiazione da sopportare. Imparai presto a starmene al mio posto e a comprendere che quello che per gli altri era una dimostrazione d'affetto, per me era un premio irraggiungibile da sudarmi ogni maledetto secondo. Soltanto a Natale o per il mio compleanno potevo avere un regalo, uno soltanto. Non dovevo aspettarmi che loro si sforzassero di farmi una sorpresa; in casa mia il Natale o il compleanno o qualsiasi ricorrenza che mi riguardasse erano diventati una seccatura da

superare con il minore sforzo e la minore perdita di tempo possibili. Per assecondare il clima, mi impegnavo a scremare i miei desideri per trovare il numero uno, quello per cui non sarei riuscita a immaginare nessun alibi. Non potevo sbagliare, altrimenti avrei dovuto aspettare un'altra innumerevole manciata di mesi prima di poter chiedere qualcos'altro. Una volta scelto, comunicavo chiaramente quale regalo avrei voluto ricevere. Il giorno della festa Clelia o mio padre, dipende da chi si era disturbato ad andare al negozio, me lo consegnava con un frettoloso: Tieni. La scatola mi veniva data cos, nuda e fredda, senza una carta o un fiocco o un bigliettino di auguri. Era un regalo senza attenzione, senza sentimenti. E siccome non c'erano sentimenti da spendere in parole, virai sugli oggetti ogni mia attenzione. All'et di otto anni capii che non potevo assolutamente fare a meno del Dolceforno Harbert e, come da copione, espressi la mia richiesta. Il Dolceforno Harbert era il corrispettivo femminile del Galeone Playmobil, un oggetto affascinante e senza eguali, da invidiare e farsi invidiare. E non c'era possibilit di errore perch nella denominazione del giocattolo era contenuta anche la marca del prodotto; non erano il "Dolceforno" e basta o il "Galeone" e basta; erano "Il Dolceforno Harbert" e "Il Galeone Playmobil". Insomma avevano un'identit ben specifica che li contraddistingueva da tutto un mondo di imitazioni. Figuriamoci, il giorno del mio ottavo compleanno, come rimasi delusa e amareggiata quando la parola "tieni" accompagn una volgare scatola di cartone con una volgare finta Barbie made in Italy dentro. Certo, era un regalo come un altro. Ma per chi pu ricevere un solo dono e ha speso notti insonni di riflessioni ponderate per ottenerlo, quella fu una vera e propria cattiveria gratuita. Ancora posso ricomporre nella mia testa la voce di Clelia che dice sbrigativa e indifferente alla giocattolaia: Ma s, mi dia quella che costa meno.... In quegli anni ho imparato a non aspettarmi niente dalle persone che ho attorno. In quegli anni ho smesso di desiderare perch non desiderare un dolore pi semplice da sopportare, un'assicurazione personale contro gli infortuni dell'anima.

Non sono pi una bambina. Io adesso ti desidero. Ti desidero sopra ogni cosa. Anche se ora pi che mai so che sbagliato desiderare e il tuo pensiero un tormento che penetra la carne e toglie il respiro. Ma pi ti penso, pi questo tormento nutre il mio spirito assetato. Bisbigliami ancora qualcosa... usa il vento per dirmi che mi ami: Aishiteru... aishiteru... aishiteru.... Ma le parole fatte d'aria finiscono troppo presto, il vestito torna a riappiccicarsi alle gambe. Conto le piastrelle che mi portano verso il frigo: sono quarantasette. Tengo il frigo aperto per quindici secondi mentre bevo tre sorsi di acqua fresca lunghi sei secondi ciascuno. Quanto tempo manca prima di rivederci? Non faccio in tempo a darmi un risposta, il frigo e tutti gli apparecchi elettrici esalano all'unisono un ultimo respiro. Che palle, saltata la corrente! Disagi, solo disagi per me. Dalla strada un boato, accompagnato da fischi di esultanza, fa capire che tutto il quartiere si trova nella medesima situazione. Torno alla finestra a controllare. La folla che prima si accalcava sotto le mie finestre sta scemando rapidamente. E strano come le persone conservino questa specie di istinto primordiale verso l'oscurit improvvisa; come animali, che subiscono l'effetto dell'eclissi di sole, abbandonano strade e locali per rintanarsi al sicuro nelle proprie case. Black out totale. Black out della mente. E la ragione lascia spazio alle paure come se chiss quale spirito maligno ci aspetti nelle tenebre. Non niente, forse solo la sensazione della morte che ci si siede accanto. Come un usignolo che pigola ripiegando il becco sul petto rigonfio, mi rannicchio sul divano in attesa che ricompaia la spia rossa del televisore. Silenzio. Ma se tu ora fossi qui, appollaiato sullo stesso ramo insieme a me, potremmo stringerci l'un l'altra lasciando l'inquietudine fuori dal nostro sonno.

La notte entra in casa prepotente e riempie la stanza. Torno a riaffacciarmi. Livida la notte. Solitaria e ancestrale. La stessa notte che tutti gi chiamano "la notte del black out". Livida la notte, con un cielo senza luna e senza stelle. Mi soffermo sul naviglio che cupo e nero come l'oblio e sono certa che se qualcuno o qualcosa ci cadesse dentro in questo istante verrebbe risucchiato dal nulla e nessuno lo troverebbe pi. L'acqua si muove producendo onde simili alla melma. E la melma dell'inferno. affascinante e spaventosa e io non riesco, mio malgrado, a distogliere lo sguardo. Chiss, se mi ricordassi bene il volto di mia madre, forse lo vedrei affiorare, o forse sarebbe quello di mio padre? Tra l'amante e il traditore, chi dei due pi facile che finisca agli inferi? TRRRRTRRRR... TRRRR-TRRRR ..., vibra il cellulare. Quanto tempo manca prima di rivederci? Adesso ho la risposta: cinque secondi! Infilo le infradito e mi scapicollo gi per le scale alla cieca, corro talmente veloce che vado a sbattere contro il portone chiuso. Allora mi ricompongo per ridarmi una parvenza di dignit e apro. Ancora black out. Di nuovo black out. La mente seleziona ricordi in tempo reale, scartando situazioni marginali, inutili collegamenti tra una scena e l'altra. So solo che ora tu sei qui di fronte a me, la solitudine si ritira e l'appartamento tutto d'un tratto ritrova la giusta misura, riprende vita e finalmente sa di casa. La tua voce spezzata mentre ti avvicini di un altro passo. E un altro passo. E un altro ancora. Non riesco a prestare attenzione alle tue parole, l'importante ora che sei qui, di fronte a me. La notte infuocata, la sento ardere. Ora dovrei allontanarmi e allontanarti ma la tua mano mi accarezza i capelli e sei di un altro passo pi vicino a me. Lo so cosa stai cercando qui ma so anche che il tuo cervello non in pace. Sono consapevole che tu non tornerai single domani. Per, sento la brace sotto la pelle e in fondo non quello che ho aspettato finora? Che ho desiderato, sperato, sognato, immaginato? Ora tu sei qui. E se non amore chiamiamola passione, inventiamoci

un nome per questa attrazione che sa di tradimento ma che fa battere il cuore ancora pi forte. Oppure non nominiamolo mai questo desiderio che odora di colpa ma ci lega pi stretti. E pericoloso spingerci un passo oltre il confine, quel confine che ci ha lasciato troppe volte insoddisfatti. Per, sembra cos naturale averti qui che non c' pi tempo per il limbo dell'amicizia. Accettare o lasciare il gioco, questo il momento di scegliere: sesso o integrit, dannazione o risolutezza, tu o io. Forse, proprio questo l'attimo giusto per dire basta, per tirarsi indietro e chiudere per sempre, conservando solo il bello di un amore embrionale. Ma la notte livida e cos, come due anime maledette che si avvinghiano e si contorcono e spasimano tra piacere e dolore, ci trasciniamo all'inferno. Le mani si cercano frenetiche, si aggrovigliano ai corpi. Di nuovo con le spalle al muro. Di nuovo uno di fronte all'altra. Di nuovo il freddo della parete. Il corpo caldo. La stessa sensazione, come se riprendessimo il discorso da dove l'avevamo lasciato tempo fa, in quel corridoio vuoto. Nudi o quasi, per la prima volta senza difese... gli slip neri scendono lungo le mie gambe mentre sento il tuo alito percorrere la pelle fino alle caviglie e di nuovo su, verso l'interno delle cosce. Accarezzami. Prendo il tuo dito medio e lo accompagno dentro di me. Spingo, ti spingo a toccarmi dove ancora non mi conosci. Mi sento languida e dilatata... il fuoco dilaga. Allungo le braccia sopra la testa, contro la parete per non rischiare di volare via. Il corpo si flette. Continua a tenermi ancorata a te. Il piacere fuoriesce dalle labbra. Continua... alzo la gamba sulla tua spalla. Continua... Poi la lingua chiede permesso in mezzo alle gambe. I respiri e l'afa si mischiano e ci avvolgono. Morbida, calda, impetuosa, non so pi distinguere dove finisce la tua bocca e dove inizia il mio io. Il muro diventa di gomma, mi sembra di sprofondare e riemergere... sprofondare e riemergere. Tutto intorno silenzio o forse siamo noi che siamo volati chiss dove. Tutto intorno silenzio ma la mia testa grida di piacere. Mi

rannicchio su di te mentre la schiena si inarca e l'orgasmo inizia a dischiudersi compulsivo. E devo usare tutta la mia forza per allontanare la tua bocca prima che sia troppo tardi. Ti spingo sul materasso. Mi attiri sul tuo petto. Sdraiati sul futon, seguo ritmica i tuoi movimenti. Siamo un'onda. Siamo un mare. Siamo uno tsunami. Siamo tormenta. La notte l che ci osserva dai bordi del letto, come volesse proteggerci dal ritorno della luce, della ragione. Ora la tua immagine mi sovrasta. Ti accarezzo e percepisco i tuoi muscoli tesi, il corpo sotto sforzo. Mi piaci. Le mie gambe abbracciano il tuo bacino, toccano il sedere, non piccolissimo ma sodo e ben costruito. Mi piace: Ho voglia di fare l'amore con te!. Parole retoriche che escono dalle mie labbra ma che ti danno il permesso di seguire l'istinto, di abusare del mio corpo: Entra, entra ora. Ti spingi in profondit, un frammento di dolore... le due parti di noi che prendono le misure... un tuo bacio guarisce la ferita. E il mio corpo inizia a tremare animato da una scossa incontenibile. Voglio sentirti dentro di me in tutte le posizioni: Su e gi... avanti e indietro. Ti sento fino alla punta dei capelli. Siamo una cosa sola. Ti guardo e mentre i tuoi occhi annegano nei miei posso vedere la tua anima che arde. Serpenti di fiamme, demoni del sesso si agitano dentro di noi e scuotono lo spirito, lo divorano, lo annientano, lo sublimano... e ringrazio Dio di avermi fatta donna. Amore desiderato. Amore rinnegato. Amore sbagliato. Amore illusorio. Amore che non ha nulla a che fare con l'amore: ti amo. Vieni adesso. Vieni con me. Una spinta possente. Il tuo calore che mi invade... l'orgasmo spalanca le sue porte: come un'onda travolgente e magnetica che ci stacca lo spirito, lo solleva e ce lo ricaccia dentro a forza. Apnea. L'onda sparisce. Aria. tornata l'aria. Respiriamo affannati come se fossimo in debito d'ossigeno. Un bacio. Poi un abbraccio che mi tiene forte e rimane

l. Ti fisso per un po', ti sfioro delicatamente. "bene" quello che provo, un bene pieno di buoni propositi. Voglio prendermi cura di te. Un bacio e ti sposti di fianco. Intimit. Il tuo respiro lentamente diventa pi discreto, sereno. Gli occhi dell'amore non distolgono lo sguardo, le mie palpebre non cedono alla stanchezza. Mi raggomitolo al tuo fianco, poi sento il tuo braccio che mi circonda amorevolmente. L'ultima cosa che ricordo il sorriso delle mie labbra. Non vuoi tornare a casa tua? Si dorme cos bene qui con te.... Dal bordo del futon la notte risale a coprirci come una coperta di oblio. No. Non ho voglia di tornare a casa. Aspetto qualche secondo vederti andar via, poi chiudo la porta alle tue spalle. In casa c' una luce morbida e assonnata. Il frigorifero continua instancabile a emettere il suo ruggito sordo e metallico. Bevo un sorso d'acqua. Torno in camera e mi butto sul letto. La notte si ormai dissolta e dagli scuri la luce fredda delle prime ore filtra nella camera. Sul soffitto si sussegue un carosello di luci e ombre provenienti dalla strada, corre veloce e vorticoso come questa serata. Non so perch ma tu mi fai sempre sorridere, anche se so che da qualche parte, in qualche angolo remoto del mio cervello, si stanno annidando interrogativi che non trovano mai voce: Non voglio che parlino ora. SHHHH, SHHHH!. Un destino ipotetico che si dilata, si mescola e si compromette a suo piacimento. Un destino che ha spostato qualche tassello di questa serata per vedere cosa sarebbe successo. Ed accaduto esattamente quello che i nostri istinti bramavano da mesi. Soddisfazione. O meglio appagamento. Completamento. Liberazione. Piacere. Sesso. Carne proibita. Orgasmo. Colpa. Espiazione. Abisso. Anestesia. Torpore. Poi di nuovo attrazione irrefrenabile. Una giostra di pulsioni che ci spinge e ci attrae e ci respinge;

poi ci lega e ci fa stare abbracciati senza bisogno di chiederci perch. Quando sto con te non riesco a concentrarmi su niente di concreto. Stanotte eravamo soli nella nostra area di difesa. Una zona protetta dove ci sono i veri io e te, quelli che sfuggono per non farsi raggiungere. Una zona che poche persone conoscono perch lasciarle entrare potrebbe fare troppo male. Guardo il carosello di luci e scopro che sono immagini di noi: contorte, fugaci, grottesche a tratti. Ho imparato a capirti: sotto quei ricci, dietro quell'aria disinvolta, si nasconde l'insicurezza verso l'et adulta, verso una vita che ormai sembra decisa, verso la paura di aver capito come andr a finire. Sono forse il tuo ultimo appiglio di tarda adolescenza? Sono la tua via d'uscita? Non ho voglia di ragionare. Perch ancora non posso averti? Proprio ora che capisco meglio chi sei. Proprio ora che vorrei potermi fidare. Guardo ancora il soffitto. Ormai si fatto giorno, il carosello di ombre rallenta. Un'ultima sagoma. Sono io che aspetto qualche secondo vederti andar via, poi chiudo la porta alle tue spalle. Cosa rimarr domani? ***

CAPITOLO 13. Alle volte basta muovere un tassello anche di un centimetro perch la situazione di stallo apparente si rompa e trascini con s il resto degli eventi. Non ci dato sapere per da che parte cadranno tutti gli altri tasselli, in bilico tra estasi e tormento. una giornata luminosa oggi. Sento il sole attraversarmi le palpebre mentre ancora indugio nel letto. Oggi non devo lavorare, l'agenzia chiusa per un allagamento ed bello pensare che luned mattina e posso rimanere a crogiolarmi sotto le coperte. Niente dizaina, niente segretarie stitiche, niente C1 e collega C2 sul collo. Niente. Forse un segno del destino, non mandarmi a lavorare oggi. Resto avvolta nel ricordo del piacere; affondo il viso nelle lenzuola... avverto ancora il tuo odore, sa di bagnoschiuma alla mandorla. Ci vedremo oggi? Pensavo che vederti andare via avrebbe generato nella mia testa un nuovo concatenamento di paure, dubbi e domande; invece percepisco come giusta e onesta la tua giustificazione di abbandono. Giusta e onesta... non riesco pi a distinguere dov' l'errore. Il vizio di forma, l'inganno. Forse sono talmente concentrata su di te, sul desiderio di averti, che mi sono dimenticata di me. Ma ha importanza ora? Allungo braccia e gambe verso lo spazio che fino a poco tempo fa occupava il tuo corpo, richiamo alla mente il tuo tepore. Sembro un gatto che flessuoso tende gli artigli e si allunga, fa stretching,

si compiace. Forse sono solo una sciocca ma ora che sono nuda e senza difese; ora che ho accettato il gioco devo vivere al massimo ogni barlume di positivit per trovare la forza di essere pronta a combattere in seguito. Torpore dei sensi. Il sole si insinua tra le persiane, non so dire che ore siano, sembra quasi che il tempo sia sospeso, in attesa che io mi alzi e decida di capire cosa succeder. Non ho voglia di alzarmi. Indugio. Mi sento debole e i muscoli mi fanno male. Questo stato decisamente quello che intendo per "fare l'amore": corpi che si intrecciano, osano, si muovono all'unisono. Penso non sia semplice trovare un livello di intesa che soddisfi entrambi, fino a oggi gli uomini con cui ho diviso il letto mi sono sembrati dei cani, cani sovraeccitati che sfregano il loro piccolo pene contro le gambe del primo sventurato che gli fa una carezza. Senza passione, troppo frettolosi o troppo sacrali. Come se dopo un'adolescenza masturbatoria io fossi una specie di premio da non consumare in fretta. Se ripenso a quegli individui vedo solo un tentativo di riempire l'altra met del letto, non certo amore . Cosa cambiato? Forse ci siamo davvero trovati. Forse sei tu che sai come muoverti. Forse sono io che ho deciso di metterci il cuore. Cosa stai facendo ora? Vorrei sapere se mi stai pensando oppure no. Voglio godermi questa giornata. Voglio dar vita a questa specie di autocelebrazione. Voglio illudermi che vada tutto bene. Ho voglia di essere carina, mangiare bene, fare una passeggiata in centro. Se ci sono nubi e sofferenze nel cielo di domani, voglio lasciarle a domani. C' bisogno di una pausa dal tormento che ci ha trascinato tanto a lungo. Ho bisogno di una doccia. Mi alzo dal futon, mi gira un po' la testa. Ho sete. Mi scappa una risatina quando vedo i miei slip che

penzolano dal com. Vergogna, vergogna di non provare vergogna e non avere sensi di colpa. Mi dirigo scalza verso il bagno... s, mi ci vuole una doccia. Attraverso trasognata le poche stanze del mio appartamento quando mi accorgo di aver pestato qualcosa. Carta. Ruvida. Spessa. Carta? Abbasso lo sguardo. Con il piede sto schiacciando una busta marrone. La portinaia deve averla infilata sotto la porta. Una busta marrone con stampato sopra il suo bravo timbro "air mail". Ma chi cavolo ? Chi che al giorno d'oggi scrive ancora lettere di carta? Raccolgo la busta e la schiaccio con la mano per farmi un'idea del suo contenuto: un messaggio che ha attraversato mezzo mondo e, stipato al buio insieme ad altre buste, stato smistato, ispezionato, selezionato, dichiarato idoneo, sballottato in una borsa e, ormai esausto, lasciato scivolare con poca attenzione sotto una porta sconosciuta. Povera busta, mi fa quasi pena. La osservo con un briciolo di compassione. Su di lei c' qualche francobollo raffigurante una gru. Repulsione. Si tratta di una lettera dal Giappone. Mi sento trasalire. Il cuore si ferma. Gli occhi diventano vitrei. Chi sar mai? Ripercorro con la mente quei pochi volti appartenenti a un passato ormai defunto: il padre di Koji, il signor Saito del ristorante di Ramen, nonna Urne che ormai sar pure passata a miglior vita... No, nessuno ha i requisiti giusti. Nessuno ha un qualunque motivo per scrivermi. Rimango a fissare la busta con lo sguardo assente. La giro e la rigiro. Poi l'appoggio sul tavolo e decido: no. Oggi non ho bisogno di altre emozioni. Vado a farmi la doccia. L'acqua scende generosa, fresca e rigenerante, scivola lungo il mio corpo portandosi dietro una notte di amore; lavando via sesso e sudore, piacere nero di tradimento, residui di passione. Cosa resta ora? La certezza del tradimento e illusioni in divenire. E ancora presto per riprendere contatto con la realt. Resto con il viso

in apnea sotto il getto, gli occhi ben chiusi. Una folla di immagini proibite si sussegue a ritmo incessante. Affiora anche la faccia spocchiosa di Livia che mi apostrofa fuori dal Binario. Non riesco proprio a trattenermi dal ridere. Quando esco dalla doccia la busta ancora sul tavolo. Mi butto sul divano continuando a fissarla da lontano. La luce scende adeguandosi alle ore che passano, poi il cellulare vibra. Un messaggio: TI PENSO. HO UNA GRAN VOGLIA DI VEDERTI! TUTTO BENE?. Ne deriva un breve scambio di informazioni: NON LO SO. TE LO DICO DOMANI. ANCHE IO HO VOGLIA DI VEDERTI!. SE VUOI PASSO DA TE. MA SEI DA SOLO? NO. MA SE VUOI ARRIVO!. NO DAI CI VEDIAMO DOMANI. COME VUOI. UN BACIO!. KISS!. Mi spiace liquidarti cos ma adesso devo capire cosa vogliono da me dal Giappone. Devo trovare il coraggio per aprire la busta. bella spessa... sar un certificato? Ma cosa potrebbe certificare mai? Non pu essere una bolletta... poi chi che mi manda delle bollette da Tokyo... non ha senso! Magari mia madre, oltre a essere planetariamente conosciuta come "meretrice", era pure morosa e ora io mi ritrovo a dover pagare i suoi debiti materiali oltre che morali. Non si finisce mai di pagare ma ha sempre meno senso! Lasciamo per un attimo l'ipotesi della bolletta, forse un'eredit, perch no? Peccato che all'epoca non c'era nessuno al funerale di mia madre e, da quel poco che ricordo, la casa dove vivevamo era tutt'altro che lussuosa. Sarebbe meglio se aprissi la lettera. A dire il vero mi crea una certa inquietudine, mi sento la coscienza sporca e non so per cosa. Ho lasciato Tokyo che avevo cinque anni, troppo piccola per commettere una rapina o un omicidio o

chiss cos'altro. Perch allora, dopo tanto tempo, il Giappone si presenta a casa mia? Cosa ci sar mai dietro? Viste le difficolt che questi occhi a mezza mandorla mi hanno portato finora non riesco a pensare a nient'altro che a dei guai. Deve essere Dio che mi riporta con i piedi per terra, ricordandomi che essere un'amante non porta nulla di buono. Mi ricorda da dove vengo e probabilmente, con una certa cattiveria, mi dimostra che la mela marcia non cade mai lontano dall'albero malato. Io non sono una gran credente. Ma se questo ragionamento avesse un senso dovrei chiedermi: Dio, forse, abita a Tokyo? Mi fa simpatia pensare a un dio che vive in una determinata citt e per ammonimenti, castighi e punizioni divine di un certo peso si affida alle poste terrene: C' una raccomandata da parte di Dio... sarebbe un modo senz'altro pi umano di amministrare la giustizia divina, senza considerare che, per quanto riguarda gli affari mondiali, Dio non dovrebbe far altro che guardare il telegiornale per tenersi sempre aggiornato. Visto l'andazzo globale, per, il mittente non pu certo essere il dio con la D maiuscola. Magari potrebbe trattarsi di una divinit giapponese minore che tiene d'occhio i giapponesi nel mondo. Un po' come Miss Italia: c' il concorso classico, quello in diretta sulle reti nazionali, con abiti sfarzosi, personaggi famosi e opinionisti, gioielli scintillanti e TG ansiosi di annunciare la vincitrice; poi c' Miss Italia nel Mondo, che si svolge pi in sordina, con celebrit meno celebri, vestiti al limite del pacchiano e un misero annuncio sui giornali. Dio mio che noia i concorsi di bellezza! Ma basta temporeggiare. Non ho pi scuse, devo vedere di cosa si tratta. Ho fatto di tutto per dimenticarmi da dove vengo, nonostante Clelia continuasse a spiattellarmelo in faccia a ogni occasione. Ho fatto di tutto per vedere solo quella invisibile parte occidentale di me, quella senza colpe. Esister davvero questa parte? Ho fatto di tutto per ignorare chi era mia madre. Ma poi, meglio essere cliente o meretrice? E soprattutto perch allora mio padre mi ha riconosciuta? Mi batte forte il cuore, forse il contenuto di quella lettera potrebbe

rimettere in discussione tutta la tranquillit che mi sono faticosamente costruita. Alla fine, l'idea di una bolletta insoluta mi sembra la soluzione migliore, pi in linea con me stessa. La notte nera di passione e dedizione sembra ormai svanita a mille anni luce di distanza. Afferro la busta e la metto in borsa. Ho bisogno di un appoggio morale per aprirla. Spero tu sia pronto a darmelo, significherebbe molto per me. L'idea di farmi carina, trattarmi bene e farmi una passeggiata, scemata. E sera ormai, e io sono ancora in accappatoio. Mi vesto frettolosamente e scendo a comprarmi un kebab. Mi spengo davanti a una sit-com qualunque, mentre la busta giapponese resta in agguato dentro la mia borsetta. ***

ATTO QUARTO. Esterno notte. Il parco scuro e impenetrabile: un luogo indefinito, dove dubbi irrisolti e incertezze si rincorrono a mezz'aria. Il luogo dell'inconscio che, spaesato, ricerca la sua realt. Certezze. Yuki e Tiago sono uno di fianco all'altra. Una luce tenue illumina i due personaggi a capo chino. Yuki alza la testa: Non so pi chi sono, a cosa appartengo.... Tiago Alza la testa: Tu sei Yuki. Quale Yuki? Quella che esiste o quella che vorrebbe essere? Sei quella che sei. Io non sono niente. Non hai mai cercato di sapere chi sei? Cosa sono? Chi sono? Tu sei Yuki. Non dimenticarlo. Io sono un guaio. Un disagio. Un peso. Un errore. Sono un pacco postale. Un difetto da nascondere. Una cicatrice mai rimarginata. Sono un'amante. Una seconda scelta. Un'ossessione da soddisfare. Sono ancora la Yuki nell'angolo. Yuki riabbassa la testa. Tiago avanza di un passo: E cosa vorresti? Voglio essere speciale. Voglio essere amata. Vorrei abbandonare quell'angolo.... Yuki rialza la testa e continua: Altrimenti voglio essere un'onda e travolgere tutto, spazzare via il passato. Nel bene. Nel male. Voglio essere finalmente me stessa.

Tiago: E chi sei tu? Io sono Yuki. Non dimenticarlo mai. Ti ho nel cuore. E nella mente. Allora io chi sono per te? Tu sei mia, ma ancora non posso averti.... Tiago indietreggia di un paio di passi, Yuki lo invita: Sono qui. Prendimi. Tiago allunga le braccia verso Yuki ma non arriva a toccarla. Yuki alza la testa al cielo: Sono cos irraggiungibile? Delle volte non so chi sei... un fiocco di neve che perde il suo coraggio. Non posso lottare da sola!. Sto lottando con me stesso!. Lotter per me stessa!. E cosa farai? Voglio ritrovare il mio passato. Quello pi lontano, fatto di sensazioni sbiadite.... Allora forse dovresti aprire quella lettera. L'immagine di una busta da lettere affiora dallo sfondo nero: S dovrei aprire quella lettera. Silenzio. Il parco scuro e impenetrabile: il luogo dell'inconscio che ricerca certezze. Yuki e Tiago si girano a fissare la busta con il timbro giapponese. Yuki ora si trova dietro al ragazzo e avanza qualche passo per raggiungerlo. Tiago la prende per mano. Sipario. ***

CAPITOLO 14. Pensandoci bene credo che tu mi avessi fatto come una magia, per tenermi tutto quel tempo legata a te senza darmi mai nulla. Ma a un certo punto il sortilegio finito e io ho aperto gli occhi. Quando si avvicina la risoluzione del contratto mi sento sempre carica di nuove energie. Non sono di quelle che si affezionano a un posto fisso, ai colleghi, alla routine; se fosse cos mi sarei trovata un contratto a tempo indeterminato. A me piace cambiare, mi piace sapere che finito un periodo di staticit mi aspetta un nuovo inizio. E quando c' un gap temporale tra un contratto e l'altro ne approfitto per rilassarmi, guardarmi intorno, ascoltare cosa succede in giro, rinfrescarmi le idee. Quando poi si tratta di questa agenzia, mi prendo sempre un periodo per riposarmi e liberarmi dalle tensioni generate dal branco di reginette isteriche che la dominano. Ne ho bisogno, ho bisogno di lasciarmele alle spalle e riprendermi. Ancora non so come faccia a sopravvivere chi, in quegli uffici, ci lavora giorno dopo giorno, per anni. Fare la free-lance aiuta a mantenere le giuste distanze. la stessa sensazione che si ha con i figli degli altri: ci giochi, li ascolti e dai loro retta... ma quando iniziano a urlare, a fare i capricci e a dare di matto bello sapere che loro non sono i tuoi. Ho come l'impressione che non sarei una brava madre, d'altronde non ho avuto un grande esempio. Se avessi la certezza di diventare come Clelia abortirei dopo nemmeno un secondo. Non

tratterei mai cos male un bambino. L'indifferenza anche pi dolorosa dell'odio. Forse, allora, anche io potrei essere una buona madre. Se un giorno potessi darti un bambino, lo amerei alla follia solo perch assomiglia a te. Gli farei capire che un figlio voluto. Gli darei la certezza di una presenza su cui contare. Lo terrei sempre stretto vicino al mio cuore. Un appartamento luminoso. Il calore di un arredamento vissuto, che non vuol dire trasandato, vuol dire l'opposto di quelle stanze fredde, composte e minimali da single; quelle stanze occupate solo per dormire. Tanti libri, tanti giocattoli, tanta complicit. Noi due con qualche anno in pi. Una famiglia. Ecco, se penso a tutto questo, intravedo la serenit. Raggiunger mai la serenit? Se solo potessi averti ti ascolterei, ti farei entrare nel mio mondo per seguirti nel tuo. Ti racconterei le mie giornate e amerei ogni istante passato insieme. E non sarei mai stanca di dimostrarti il bene che ti voglio. Non ci sarebbe monotonia perch non sarebbe mai un'abitudine, sarebbe ogni giorno la scoperta del piacere nel fare cose insieme. Starti vicino, averti al mio fianco. E una semplice promessa di amore che ti faccio nella mia testa. E non riesco a immaginare nessun altro nel tuo ruolo. Proprio non riesco a immaginarlo. passato quasi un anno. La mia collaborazione con questa agenzia giunge al termine ma adesso pi difficile lasciare tutto. E quasi passato un anno. Un anno carico di vita e di emozioni. Un anno di lacrime. Un anno di affetto. Un anno di insoddisfazioni e soddisfazioni. Un anno di te. Come faremo se non percorreremo pi insieme la strada verso casa? Con chi passerai il tuo tempo? Ti affezionerai a un'altra ragazza? Il parco rimarr l, ma dove saremo noi?

Ti aspetto all'uscita. Poi come ogni sera le ruote della bicicletta ci indicano il percorso. La solita panchina ci attende. La tua mano rovista nella tua borsa: Ho una cosa per te... una cazzata, forse meglio che non te la dia, forse ti arrabbi. Tentenni. Non sopporto le tue indecisioni. Mi sto gi arrabbiando. Che cosa vuol dire: Forse ti arrabbi? Mi fai solo agitare per niente. Mi sembra un giochetto del cazzo, mi vuoi dare una cosa che sai che mi far arrabbiare e me lo dici pure: ma perch cavolo me la vuoi dare allora? Faccio la sostenuta: Se non vuoi pi darmela non fa niente. E che ho paura che poi la prendi nel modo sbagliato. Come faccio a prenderla nel modo sbagliato? Non so cos'!. Be' te la do! Anzi no.... La tua indecisione mi innervosisce. Sono gli ultimi giorni che ci vediamo in questo modo e tu ti metti a fare i giochini. A tratti non ti sopporto. Ti do il regalo anzi no. Sto con te anzi no... anzi no. Anzi no. Anzi no. Quando voglio rendermi antipatica ci riesco benissimo. Ti inserisci nei miei attacchi: Ok, fa lo stesso.... Anzi no!. Ti ho fatto arrabbiare. Un po' me ne compiaccio. Di scatto chiudi la borsa, ti alzi e te ne vai. Finalmente una reazione! Appoggio la schiena alla panchina e incrocio le braccia. Te ne stai andando davvero? Cinque, quattro, tre, due... non ti volti indietro. Te ne vai davvero? Vediamo. Mi alzo con aria di sfida e con tono acido grido nella tua direzione: Anzi no!. La bicicletta percorre lanciata qualche metro poi cade a terra inerme. Passi veloci. Passi arrabbiati. Passi decisi. Ti avvicini. Ti avvicini. Arrabbiato. Forse ho esagerato ma mi rimane sul viso un ghigno di soddisfazione. Ti ho riportato dove volevo. Sguardo cupo. Pugni chiusi. Un impeto. Il tuo petto sbatte contro il mio. Indietreggio. Le tue mani ferme mi afferrano e mi spingono contro

l'albero. Abbasso lo sguardo e resto immobile, come si fa con i cani quando ti ringhiano inferociti e pronti ad attaccare. Mi preparo a ricevere uno schiaffo a cinque dita. Me lo merito. Non posso muovermi d'altronde, non posso difendermi, mi blocchi con le mani e con tutto il corpo. Ancora una volta la tua figura sovrasta la mia. Mi fai male, le dita stringono le braccia con tutta la loro forza. Potrei gridare ma il tuo ventre schiaccia il mio. Mi fai male. La corteccia dell'albero mi graffia la pelle. Mi fai male. La tua testa si appoggia con durezza sulla mia fronte. Mi fai male. Provo a liberare le braccia ma tu stringi la presa. Testa e corpo. In un modo o nell'altro riesci sempre a immobilizzarmi. Vuoi davvero farmi del male? Guardami!. Un ordine. La tua voce esce rigida e asciutta. Non cedo, tengo gli occhi bassi ma trovo il fiato per rispondere: Lasciami!. Il tuo corpo spinge ancora di pi: Guardami!. Alzo gli occhi. Gli sguardi si penetrano, si sfidano. Chi ceder per primo? Sento il tuo respiro alternarsi con il mio. Chi si calmer per primo? La tensione resta al massimo. Mi fai male. Gli occhi non si arrendono. La tua bocca si socchiude. Un suono inizia a uscire. Un accenno di parola. Le labbra restano tese, la bocca quasi non si muove. Poi un respiro profondo che sembra arrivare dal centro della terra. Dolore. La collera non si arresta e frantuma le corde vocali. E dolore quello che provi? Allora sputa quello che hai da dirmi poi lasciami andare. Sospensione. Alla fine il silenzio si spezza: TI... AMO!. Due parole. Cinque lettere. La prima volte che te le sento pronunciare. Ora so che non mi farai del male. Non reagisco. Lascio che quell'insieme di suoni rimbalzi nelle mie orecchie, dentro alla testa, in fondo al cuore. Ti allontani qualche centimetro, la testa si sposta, il tuo respiro scalda il mio collo, le dita perdono energia; riesco facilmente a divincolarmi. Le mie mani ora risalgono le tue braccia, arrivano alle spalle, sfiorano il collo, le orecchie, i capelli.

Gli sguardi si incrociano nuovamente. Non c' pi sfida. Ti passo l'indice sulle labbra e premo leggermente: Liberami.... Ora posso respirare, mentre i battiti esplodono a ogni colpo. Il petto mi fa male. Ora che mi hai detto quelle due parole vorrei scappare via. Ora che mi hai detto quelle cinque lettere aspetti una risposta ma non riesco a capire cosa mi pi conveniente: ripeterti Ti amo e legarmi ancora di pi a questa utopia o rimanere zitta e rinviare il confronto. Vorrei scappare lontano finch una frase mormorata mi costringe ancora una volta a rimanere: Sto lasciando Livia. Le ho detto ci che provo e quello che non provo pi. Dovrei esultare ma in realt provo un incolmabile senso di paura, di colpa e di angoscia. E lei cosa ti ha detto? impazzita, passava dal pianto disperato all'incazzatura, dal gridarmi in faccia al supplicarmi di ripensarci. Ma le hai detto di noi.... Non voglio tirarti in mezzo. Voglio che capisca cosa manca tra me e lei, non quello che c' tra me e te. E cosa succede ora? Mi ha chiesto una settimana per trovare un'altra sistemazione. Non sar facile... io intanto dormir in un'altra stanza. Ho la nausea a pensarci. Riesco a visualizzare i giorni futuri, me li sento addosso carichi di dispiacere e ripicche e risentimento. I tentativi di ignorarsi. Livia che cerca di recuperare... lei che prover a farti sentire in colpa. Lei che si offrir a te, disponibile come non lo mai stata. Lei lo sa gi di noi, inutile il tuo tentativo di tenermi nascosta. Un tradimento lo si sente scorrere nelle vene. E come un virus che si moltiplica e ti contamina fino ad arrivare al cervello. Ho la nausea per quando ti sentirai vacillare. Ormai, in questa situazione, i ruoli erano chiari e, nonostante tutto, era una situazione di comodo per tutti e tre: nessuno aveva ci che voleva ma tutti ne avevano un pezzettino. Adesso si rimette in gioco ogni cosa. Vincer chi conserver un briciolo di sanit mentale.

Approvazione. Ti lasci accarezzare i capelli, docile e ubbidiente ma si creata una piccola distanza. Silenzio. Ho aspettato talmente a lungo che non so come comportarmi. Non so pi dirti ti amo? Divento affettuosa, colmo la mia assenza di parole con gesti benevolenti. Non voglio che tu capisca la mia indecisione. Ho le energie per affrontare l'immediato futuro? Dovrei baciarti? Dopo quello che mi hai detto, mi sembra di cattivo gusto. Se ti baciassi ora mi sentirei una troietta in calore. Continuo ad accarezzarti i capelli per farti calmare, il rischio che io diventi la causa di tutta la sofferenza a cui andrai incontro. Proprio ora che la serenit che sognavo, l'appartamento luminoso, il calore di una famiglia, la complicit tra di noi, sono cos a portata di mano non devo rischiare di compromettere tutto. E pi il silenzio dilaga, pi temo che si produca uno strappo profondo in grado di farti tornare sui tuoi passi. Non voglio: Allora cos' che mi avevi preso?, riesco a chiederti. Dalla tua borsa spunta una maglietta. Con un mezzo sorriso me la apri davanti. La conosco bene quella maglietta la stessa che indossavi al concerto dei Linea 77. Volevo regalartela. Quando non lavoreremo pi vicini la potrai indossare se sentirai la mia mancanza.... Prendo la maglietta con tutta la cura del caso. La avvicino al viso. Sa di bagnoschiuma alle mandorle. Il cuore annega in una nuvola rosa. E perch avrei dovuto arrabbiarmi? Avevo paura che la prendessi come un addio. un addio quando si dice addio. I battiti hanno ripreso a galoppare. Le tue labbra si appoggiano morbide sulle mie. La mia bocca si dischiude, lasciandoti entrare in casa. E il bacio si tinge di una passione che non ha pi paura. Le tue braccia cingono la mia schiena. Mi siedo a cavalcioni sulle tue gambe. Di nuovo un impeto. I corpi si muovono, dondolano ritmici. La cognizione dello spazio si perde. Se non portassi i jeans

sono sicura che faremmo l'amore trascurando la realt del parco, delle persone, della citt. I corpi dondolano. Dondolano. Dondolano. Un piccolo dondolare impercettibile dall'esterno ma che diventa un'altalena dei sensi. E in quell'attimo di piacere, la mia bocca riesce ad articolare le due parole pi importanti. Mi avvicino lentamente al tuo orecchio: Aishiteru wa... Ti amo!. Il viso caldo, le gote arrossate, i tuoi occhi allagati. Ti amo, suona pi sincero: Ti amo. L'abbaiare festoso di un cane in lontananza ci fa riprendere coscienza di noi. Un ultimo bacio di felicit prima di alzarci e ricomporci. Guardandomi intorno provo un po' di vergogna, anche se la gente, in questo parco, troppo presa dalla propria quotidianit per accorgersi che a breve distanza l'amore stava compiendo il suo percorso. E comunque, per fortuna, non c' molta gente in giro. In lontananza un puntino nero saltella in un prato di margherite bianche. una scena gi vista mesi fa, forse il giorno che ancora inconsapevoli ci siamo innamorati. Ti va se domani ceniamo insieme... da te?. Annuisco tutta festosa come il cane in mezzo alle margherite. Afferro la maglietta rimasta seduta sulla panchina e la infilo in borsa. La mia mano tocca qualcosa. Carta ruvida. Carta rigonfia. Carta marrone. la busta arrivata dal Giappone. Potrei tirarla fuori e aprirla insieme a te. Mi prendi per mano. Troppe emozioni per oggi. Richiudo la cerniera. La busta resta a sonnecchiare nella borsa. Il mio cuore invece si risveglia con un tumulto. ***

CAPITOLO 15. Sai, all'inizio di una storia attribuiamo alla persona desiderata pi spessore d'animo di quanto essa in realt possegga; un giudizio dato sulla fiducia. In verit, solo un meccanismo di difesa dalla nostra paura di sentirci usati. La pausa pranzo oggi sembra non arrivare mai. Sono impaziente, faccio fatica a starmene seduta sulla sedia. In ufficio c' una strana calma, dopo la consegna del lavoro c' sempre quel momento in cui l'adrenalina si sgonfia e si avverte il vuoto di concentrazione. Sono tutti seduti alle proprie scrivanie a farsi gli affari propri, c' chi cura il proprio blog, chi guarda video su You Tube, chi guarda nemmeno troppo di nascosto video porno. Sono sulle spine. Dopo quello che mi hai detto ieri non vedo l'ora di poter stare tra le tue braccia e assaporare un briciolo di serenit. Ti ho aspettato, ti ho aspettato per tutto questo tempo e adesso vorrei che fosse gi sera. L'orario, scandito sullo schermo del computer, sembra paralizzato. I minuti non ne vogliono sapere di scorrere mentre, nel mio petto, i battiti rimbalzano animatamente. E una samba allegra e pimpante, mi immagino un gruppo di brasiliani chiassosi che danno vita a un carnevale dentro al mio cuore. troppo presto per cantare vittoria! meglio rimanere cauta, la rottura tra i due troppo fresca e potrebbe rimarginarsi. Per cos bello sperare, non mi ricordavo

pi cosa significasse sperare. Mi concedo un piccolo sorriso. Increspo appena le labbra eppure Collega 1 e Collega 2 si accorgono subito del mio umore e, pimpanti come la masnada di brasiliani che agitano maracas nel mio petto, si avvicinano alla scrivania per interrogarmi. C1 prende la parola: Ehi. Che successo?. Fatti i cazzi tuoi! Il mio spirito insofferente si sovrappone al mio sprazzo di felicit. un momento tutto mio, non ho voglia di condividerlo con chicchessia, tanto meno con la gente che popola questo palazzo. Rispondo elusiva: Niente, perch? Sei diversa, hai gli occhi che ridono. C1 ridacchia come per alludere a qualcosa. C2 la segue con un gridolino soffocato e divertito. Patetiche. Non voglio lasciar trapelare nulla, mi giro seccata: Cio?. C1 si lancia in una spiegazione mentre C2 annuisce con la testa come una povera scema: Be'. Di solito sei sempre cos seria. Ma cosa vuoi da me? Cosa credi che ti risponda? Pensi che io mi venga a confidare con te, poi proprio qui in mezzo alle carogne? Sei proprio scema, ecco perch nessuno ti caga qua dentro. Pian piano sento svanire il mio leggero sorriso di compiacimento e speranza dagli occhi e dalla bocca. Il viso mi torna serio. Grazie tante per esserti intromessa. C1 continua con la sua fastidiosa presenza: Pranzi con Tiago anche oggi?. Di sicuro non mi va di pranzare con te e quell'altra tonta che ti porti appresso. Taglio corto: S!. Poi mi giro di nuovo verso il computer. Le due si allontanano con un risolino lasciando intendere di aver capito qualcosa. Ma cosa volete aver capito? Se pensate che sia di buon umore perch io e Tiago abbiamo trombato mi sa che vi siete perse qualche puntata! Finalmente l'orologio sul computer segna le tredici. Era ora! Prendo la borsa e scendo. Tu mi stai gi aspettando di sotto. Faccio

un cenno con la mano per mantenere un contegno anche se vorrei saltarti addosso. Ci dirigiamo verso un baretto pi appartato. Tentiamo di intavolare qualche argomento neutro ma la discussione cade subito su questa sera. Allora anche tu non vedi l'ora! Sono felice perch se non avessimo gi fatto l'amore avrei il dubbio che tu non veda l'ora di infilarti nel mio letto, e probabilmente comunque non vedi l'ora di rinfilarti nel mio letto, ma avendolo gi fatto... allora direi che c' anche un sentimento che ti porta da me. Molto bene! Allora stasera passo da te? Ok. Cosa ti va di mangiare?. Mentre ti faccio questa domanda ripasso mentalmente le poche ricette che potrei cucinarti al volo. Vorrei preparare qualcosa di semplice e buono. No, non voglio un piatto elaborato, un piatto che si prepara solo nei momenti importanti, voglio preparare un piatto che ti faccia capire che anche nel quotidiano, con me, troverai qualcosa di buono da gustare. Anche una pasta semplice ma che ti trasmetta la mia volont di farti stare bene, di volermi prendere cura di te da oggi in poi. Tu non sei dello stesso parere: Cucinami qualcosa di... giapponese. Eh? Forse ho frainteso. Perch te ne esci con un attacco? Perch vuoi farmi questo? Sai benissimo che un argomento che non mi va di toccare. Mi metto in difesa e rispondo risentita: Vuoi farmi arrabbiare? Non so cucinare giapponese!. Lo so, ma potresti sempre imparare. Cosa sta succedendo? Cos' questa storia all'improvviso? Non siamo ancora ufficialmente una coppia e ti metti a dare ordini sul menu? Sei arrabbiato con me per una qualche ragione? Cinque minuti fa sembravi tranquillo. Se uno scherzo non sto ridendo anzi adesso sono proprio arrabbiata. Perch mi vuoi ferire? Ti ho detto che non voglio averci niente a che fare! Non mangio giapponese. Non mangi il sushi?. Anche tu sei fermo su questi stereotipi o mi stai solo provocando? Adesso mi dai fastidio anche tu, sbatto le posate sulla tavola.

Faccio per andarmene, la sedia striscia rumorosamente sul pavimento: Dio, perch siete tutti fissati con 'sto sushi come se in Giappone si mangiasse solo quello!. Mi blocchi con un braccio obbligandomi a rimanere. Non voglio fare una scenata, poi non sembri arrabbiato, per ti trovo irritante adesso. Mi siedo muta a fissarti. Non mi va pi di mangiare. Molto bene, la nostra relazione sta gi finendo? Una domanda esce dalla tua bocca, come una biscia trova la strada per innervosirmi ancora: E allora cosa mangiavi in Giappone?. Non so cosa successo. Non so quanto tempo passato ma la discussione si trascinata oltre il bar, oltre l'orario di lavoro e mi ritrovo a camminare insieme a te lungo il solito vialetto del parco. Camminiamo veloci: tu insisti nelle tue congetture, io vorrei solo che la smettessi di parlare. Di cosa mi devi convincere? Poi cos all'improvviso? Sei sempre stato cos insistente o un lato di te che scopro solo adesso? Perch di punto in bianco hai deciso di risolvermi la vita? Non ti vado bene cos come sono? Perch vuoi distruggere la mia stabilit? Rispondo annoiata: Uhm... ma che ne so, qualcosa con il curry. Mi apostrofi incredulo: Curry? Ma non indiano?. Giuro che a tratti non ti sopporto, perch devi fare il superiore? Vuoi sapere anche cosa mangiavo? Posso saperlo io o no?. Insisti: Era buono?. Comincio a pensare che sarebbe meglio che tornassi a casa dalla tua fidanzata: Non me lo ricordo. Se non ti fosse piaciuto ti ricorderesti di qualcosa di disgustoso, no?. Non capisco dove vuoi arrivare: Uhm. E allora? Allora qualcosa di buono della tua infanzia te la ricordi!. Dio mio, ti sei messo davvero a volermi risolvere la vita! Mi ricordo altre cose ma non vuol dire niente!. Anche riguardo a tua madre? No, non ricordo nulla. So quello che mi hanno raccontato !. Hai mai pensato che forse hai dei ricordi "pilotati"?

Uhm. Ora capisco dove vuoi arrivare: La mia met giapponese mi ha rovinato la vita!. Per, da quel che ho capito, non hai brutti ricordi di quel periodo... no? Be', quando mio padre mi trascin all'aeroporto non fu molto piacevole. Ma non c'entra tua madre per. Ok. E quindi? E quindi se tu facessi pace con l'altra tua met, forse saresti meno infelice. Psicoanalisi da quattro soldi. Io non odio mia madre, odio il fatto che si sia accoppiata con mio padre. Di questo sono stata io a pagarne le conseguenze!. Quindi odi tuo padre, non tua madre. Non ricordo nulla di lei. Come posso provare qualcosa per una persona che non ricordo!. Per provi risentimento. Ma vuoi lasciarmi stare o hai una laurea in psicologia che ignoro? Mi hai sempre detto che avevo paura di lasciare Livia... e l'ho lasciata! Ora tocca a te!. Ma cos' una gara? .... Cosa vuoi fare, salvarmi? Ma chi credi di essere? Qualcuno che ci tiene a te!. E cosa vuoi fare? Risolvermi la vita in due minuti?. Stiamo litigando e non capisco come mai. Se io aggiustassi la mia vita, forse tu ti sentiresti pi sereno nella tua scelta? Hai ancora bisogno di conferme? O forse vuoi aiutarmi per tamponare un tuo probabile ripensamento? Fare qualcosa di buono per me ti farebbe stare meglio? Sei spaventata. Io non ho paura!. Allora apri quella busta!. L'esclamazione di Tiago mi sconvolge: cosa ne sa lui della posta

che ricevo? E soprattutto, cosa ne pu sapere lui di cosa la semplice parola "Giappone" pu significare per me? Ora vorrei colpire Tiago con un pugno. Farlo cadere per terra, saltargli addosso e obbligarlo a confessare. Ma non facile, per me, tenere sotto controllo le sensazioni che sto provando in questo momento. per questo che a Tiago riesco solo a dire: Forse non mi interessa aprire quella busta!. Magari tua nonna ha qualcosa da dirti. Come fai a sapere chi il mittente?. Silenzio. Ti stai mordendo la lingua? Non lo so. Ho tirato a indovinare. Mi fermo di colpo. Quando ormai la strada arriva al nostro solito bivio. Ma questa volta le nostre strade non si dividono. Gelo. D'improvviso pensieri di ghiaccio raggelano l'estate. Non so cosa sai di quella maledetta busta di carta marrone ma non posso credere che tu ti sia intromesso nei cazzi miei. Non ti devi permettere. Non ti devi permettere. E i pensieri prendono voce: Spero tu non ti sia intromesso nei cazzi miei!. Fidati di me. Sono molto arrabbiata. Ripeto la frase scandendo ogni parola con freddezza: Spero-tu-non-tisia-intromesso-nei-cazzi-miei !. Fidati di me. .... Io non capisco, lui insiste: Non vorresti proprio ricordare chi Yuki? La neve? Lascia stare. Quella Neve che non pu essere confusa per nient'altro. Dio mio! Non fare il melenso!. Davvero non vuoi sapere chi sei? Anche se volessi non saprei come fare. Apri la busta.... No. Non mi va !. Allora hai paura!. S e allora?. Riprendi il discorso: Ti voglio aiutare.

Come? Se non sai da cosa iniziare... iniziamo dal curry!. Che stupidaggine!. Magari ti viene in mente qualcosa. Ma mica ho perso la memoria.... Dai, proviamo, se ti va stasera lo prepariamo insieme. Non ho la ricetta.... La cerchiamo su Internet e vado io a comprare gli ingredienti!. Non so.... Dai! Dai!. Sei cos entusiasta di scoprire chiss cosa di me, di fare qualcosa per me, che non riesco pi a controbattere. Mi arrendo. La voglia di stare insieme supera anche la mia avversione per l'affare Giappone. Ok. Io compro il dolce, male che vada ci mangiamo quello!. Le nostre strade si dividono, io mi indirizzo verso la gelateria, tu verso il supermercato. La gelateria sul Naviglio Pavese, dove entro ancora stordita, un negozietto che ricorda lontanamente le antiche botteghe artigianali, non c' un'infinita scelta di gusti per quelli proposti sanno davvero di ingredienti freschi; i sapori sono rotondi, pieni e appaganti, le brioche da farcire non sono le classiche pagnottelle confezionate che odorano di conservanti ma delle versioni mignon delle brioche siciliane, con il bottoncino di pasta sulla testa. Prendo una vaschetta media con un misto di gusti di crema e frutta che pago a peso d'oro. Il signore della gelateria, un uomo alto, moro e robusto con la voce un po' grossa, sempre estremamente gentile, sar per compensare il costo del gelato. Prendo il mio pacchettino ed esco. La mia parte l'ho fatta ora posso andare a casa ad aspettarti. Sono gi le otto, nell'attesa inizio a darmi da fare e tiro fuori alcune pentole che immagino possano andare bene per cucinare il curry. Apparecchio la tavola, dispongo i piatti, i bicchieri e le posate rigorosamente scompagnati. Quanto ci vuole a fare la spesa? Mi siedo paziente sul divano e guardo un po' di TV; inizio anche ad avere fame ma devo resistere, se spilucco ora poi mi passa la

voglia di cucinare. Mi metto alla finestra a guardare la gente, se mi tolgo dal divano ho pi probabilit di resistere. Passano biciclette, turisti in cerca di un ristorante, compagnie gi mezze brille di amici. Quanto ci vuole a comprare due cose in croce? Prendo il cellulare per capire a che punto della spesa sei. Uno squillo. Due squilli. Cinque squilli. Dieci squilli. Nessuna risposta. Perch non senti mai il telefono? Non riesco a stare ferma, cerco su Internet la famosa ricetta del curry: riso, patate, cipolle, carote, curry... Come ricordavo non un piatto molto estivo. La serranda del minimarket di fronte casa scende rumorosamente. Sono gi le nove. Dove sei? Inizio a preoccuparmi. Ricompongo il tuo numero ma continua a suonare a vuoto. Un gorgoglio imbronciato mi sale dallo stomaco. Ho fame. Cosa faccio? Mangio? Dove ti vengo a cercare se ti successo qualcosa? Mangio alcune cucchiaiate di gelato senza entusiasmo per placare i morsi della fame, poi riprendo il telefono e ricompongo il numero. Ancora squilla a vuoto. Insisto. Insisto finch non cade la linea. Allora ricompongo il numero da capo e ripremo il tasto verde. Il cellulare suona, suona e suona ancora, finch inaspettatamente la chiamata viene accettata: Ciao dov.... La mia frase viene interrotta bruscamente da una voce esasperata dall'altra parte del telefono: Non vuoi capire di lasciarci in pace. Smettila di chiamare!. Livia! Riaggancio d'impulso come se fossi stata beccata in flagrante, come se fossi ancora l'amante nascosta. Resto impietrita a guardare il display del cellulare che si spegne in modalit salvaschermo. Sono ancora l'amante nascosta? Non ci posso credere, non riesco a crederci. Perch Livia ha risposto al tuo cellulare? E cosa ci fai insieme a lei? Sono arrabbiata, mortificata e incazzata nera perch ancora riesci a farmi sentire un'intrusa. Scaravento il telefono dall'altra parte della cucina. Si spegne. Cazzo! Lasciaci in pace. Lasciaci in pace. Lasciaci in pace. Le parole di Livia mi rimbalzano in testa con prepotenza, la rabbia sale. Sale

fino al cuore. Non star qui nell'angolo. Cazzo! Basta. Non ci sono pi angoli dove nascondersi. Cazzo! Esco sbattendo la porta. Scendo le scale frettolosamente con estrema decisione, mi riverso in strada, focalizzata sulla mia meta. Attraverso strade e incroci senza badare alle macchine o al colore dei semafori. Tengo i pugni chiusi, decisa a riaprirli solo per suonare quel maledetto campanello con i vostri cognomi stampati sopra in bella mostra per gridare a tutto il palazzo la vostra convivenza. Tu non puoi illudermi di un inizio insieme se poi ti fai indietro dopo nemmeno un giorno. Tu non puoi ributtarmi nell'angolo. Tu non puoi deludermi ancora. Tu non puoi farmi del male. Senza nemmeno accorgermi del tragitto arrivo sotto casa tua. Apro la borsa e faccio per prendere il cellulare. Rovisto con la mano. Carta ruvida. Gi la lettera. Cerco ancora. Il telefono rimasto in pezzi sul pavimento della cucina. Ho la testa vuota, la mia anima volata via. Sono un corpo senza vita, faccio per suonare il campanello. I nomi sono l, uno sotto l'altro, vicini, familiari. Cosa ci faccio qui? Ritraggo la mano. Cosa ci faccio qui? Sono venuta per rivendicare tutti questi mesi in sospeso. Sono qui per dirti addio. Per sempre. Non cercarmi mai pi. Meccanicamente suono il campanello. Il cuore mi sale in bocca. Mi pento di quell'azione istintiva. Scappo? Non riesco a muovermi. Il cuore mi pulsa in bocca. Nessuno viene a rispondere al citofono. Indietreggio qualche passo. Rivolgo il viso verso la tua finestra. La luce accesa. Resto l. Senza motivo. Guardo in su senza mettere a fuoco nulla. Non so per quanto tempo resto sotto quella finestra accesa, immobile. Delle ombre passano dietro le tende tirate. Sono ancora immobile. Poi una tenda si scosta. La tua immagine si affaccia, rimaniamo a confronto pochi secondi e per l'ennesima volta io giro le spalle delusa e mi allontano. L'ennesima volta. Per l'ultima volta. Non provo niente. Nemmeno la delusione, probabilmente nel profondo me lo aspettavo che non ci sarebbe stato un lieto fine stasera.

yuki!. La tua voce mi sta chiamando. Non ceder questa volta. Questo non il solito trucchetto per farmi inseguire o per richiamarti a me. Al diavolo il curry. Al diavolo la cena a due. Al diavolo noi due. I tuoi passi di corsa tentano di raggiungermi. Sento il rumore della suola di gomma che sbatte a terra: Yuki!. Non voglio nemmeno sentire le tue giustificazioni. Questa la fine. Le mie gambe hanno ripreso a muoversi. Sto camminando come un automa. Mi allontano. Non mi accorgo di dove sto andando, so solo che la meta preimpostata nella mia mente. Mi allontano lasciandoti l o forse lasciandoti altrove o forse non accorgendomi nemmeno che eri l. Cammino, cammino, ora so dove sto andando, l'effige della mia meta ben presente nel mio inconscio. Ne conosco ogni minimo particolare, quante volte passando di l l'ho preso in considerazione, ho studiato, ho calcolato, ho valutato i punti deboli. Ed eccolo il ponte affacciato sulla ferrovia merci. come se il mio cervello avesse fatto CLICK, come se avesse registrato un cambiamento nell'ordine delle cose, come se senza accorgersene il mio occhio avesse incamerato l'immagine dell'assenza della grata di protezione e ora il mio subconscio avesse dato l'ordine definitivo. Dove sar finita quella grata, ieri era ancora l. Sono spenta. Piover. Cumuli minacciosi si raggrumano in cielo, l'odore di pioggia sempre pi presente, pi tangibile. Le macchine alle mie spalle sfrecciano disordinate e patetiche nella loro immotivata urgenza. Cosa avranno di cos importante da fare? Ogni tanto, una scia di clacson scorre nevrotica. Sono macchine cieche, cos concentrate sulla loro destinazione da non accorgersi di nulla. Osservo la ferrovia sotto i miei piedi. La mia mano si aggrappa alla grata sopravvissuta al mio fianco, la ferrovia corre dritta a perdita d'occhio, la linea poco trafficata, forse dismessa, in tanti anni non ricordo di aver mai visto passare un treno; ma basterebbe un

salto... il vento d'estate mi passa tra le gambe come se volesse aiutarmi nella spinta. Se io saltassi, chi piangerebbe il mio tragico gesto? Nessuno, non c' nessuno a cui farla pagare con la mia morte, ci sei solo tu che hai tradito la mia fiducia. Non ci sarebbero cuori straziati. Sarei solo una statistica, forse la notizia in prima pagina sulla cronaca locale, gi superata il giorno successivo. Sono ancora in piedi a cercare una motivazione, una ragione di vita ma trovo solo fastidio e risentimento. Cerco anche una ragione che mi dia la forza di accettare la quotidianit, un senso finale al susseguirsi degli anni. Cerco il motivo della mia nascita, un'appartenenza. Cosa ci faccio qui? Cosa ho fatto di male? Qual la mia ragione d'essere? La mia mano lascia lentamente la grata. Accenno un sorriso, i capelli si spostano in avanti come un sipario sul mio viso, i piedi perdono un po' l'equilibrio, la prospettiva sulla ferrovia cambia leggermente. Grumi di nubi nel cielo minacciano pioggia. Sar una morte fredda e squallida, cercher di irrigidirmi nella caduta in modo da non scompormi troppo. Non voglio risultare ridicola. Sar una morte anonima e silenziosa. La mia mano non tiene pi la grata ma libera di volare. Non vedo pi niente. Le pupille si chiudono in uno spillo. Sono libera di nuovo nella mia solitudine. Sono convinta che alcune persone nascano solo per fare numero, sono come comparse di un film, presenti solo per la scena corale ma di cui a nessuno interessa la storia, perch la loro storia non rilevante all'interno della trama. Per questo non devono interagire troppo con i personaggi principali, perch sono solo di passaggio. Qualcosa afferra il mio braccio. Una presa salda, ostinata, mi trascina a s. I miei piedi lasciano il parapetto e vengono spinti sul marciapiede. Una voce arrabbiata. Una voce spaventata. La tua voce: Ma che cazzo fai?!.

Le mie pupille si riaprono, riesco a metterti a fuoco. Hai il viso arrossato, stai tremando ma ancora non lasci andare il mio braccio. Ma che cazzo fai?!. Non dico niente. Cosa ho fatto? Sono ancora spenta. Una lacrima mi segna il viso. Seguita da un'altra e da un'altra ancora. Lacrime meccaniche. Un gesto premuroso, come tutte le volte che mi hai abbracciata con amore, ma questa volta c' un velo di colpevolezza dietro. colpa tua. La mia faccia affonda nella tua maglietta. E mentre sprofondo nel tuo petto cerco di conservare nella memoria questa ultima sensazione, anche se la ragione vorrebbe scansarti per proteggermi dal male. E ancora non vuoi lasciarmi andare. Lacrime bagnano il mio viso. Non sono le mie: Ti amo!. Non c' niente da dire. Non ho nulla da dire. Allontano il tuo corpo spingendoti via. C' il tempo solo per una tua ultima frase: Apri quella busta ti prego. Le suole di gomma si arrendono e smettono di inseguirmi. Le distanze tra noi si allungano finch non scompari per l'ennesima volta alle mie spalle. ***

ATTO QUINTO. Esterno sera. Il parco sembra gigantesco, sproporzionato. Yuki e Tiago sono una di fronte all'altro. Yuki tiene la mano destra ferma a mezz'aria, appoggiata al palmo sinistro di Tiago. Tiago, guardandola negli occhi, dice: Non ho mai avuto intenzione di ferirti. Yuki a bassa voce: Ho sempre saputo che non c'era spazio per noi fuori da questo parco. I due indietreggiano di un passo, i due palmi perdono gran parte del loro appoggio. Tiago: Non pensare che non ti ami pi. Yuki: Mi hai rimessa nell'angolo. I due si allontanano di un altro passo, ora solo la punta delle dita si tocca. Tiago dice: Sono tornato a casa per recuperare un progetto da presentare al lavoro. Yuki: Non mi hai pi raggiunta a casa!. Un altro passo indietro, le mani si staccano. Le braccia ricadono sul fianco degli attori. Tiago: Livia aveva qualcosa da dirmi. Yuki: Non voglio ascoltare. I due si allontanano ancora. Tiago: incinta.... Yuki si fa indietro di un paio di passi come se fosse stata spinta. Tiago: Non so cosa fare....

Yuki: Non c' nulla da fare. Yuki si allontana ancora. Tiago: Ti amo!. Yuki: Non ha pi importanza!. A ogni battuta indietreggiano, distanziandosi sempre pi. Tiago: Resta con me. Yuki: Tu avrai un figlio e io finirei per essere come Clelia. Tiago: Non ho altra scelta allora. Yuki: Non c' mai stata scelta. Tiago: Ho sbagliato!. Yuki: Sei vittima delle tue indecisioni. Tiago: Cosa posso fare per non perderti? Yuki: Mi hai gi persa. Tiago, citando le parole di Yuki pronunciate tempo prima: un addio quando si dice addio.... Yuki fa un flebile gesto con la mano: Addio!. Tiago e Yuki si danno le spalle ed escono di scena. Sipario. ***

CAPITOLO 16. Kuroi namida nagasu, watashi ni iva nani mo nasute, kanshisugite, kotoba ni sae nara nasute, karajuu ga itami dashite... Il giorno della fossa comune. Nuvole, nuvole cupe, nuvole violente all'orizzonte e sopra di noi. Il giorno in cui ti dico addio un giorno di pioggia ma io non so pi distinguere il rumore della pioggia dalle lacrime nere che affogano il mio cuore spezzato. Livia aspetta un bambino.... Non siamo pi i protagonisti di un fumetto. Non siamo pi attori di un destino avverso. Non siamo pi sospesi. Ora tutto questo reale. Ora ti affronto faccia a faccia e non nel palcoscenico della mente. Come puoi essere stato cos stupido da farti fregare? Come posso essere stata cos stupida da credere che il tuo letto rimanesse freddo di notte? Com' facile cercare di salvare se stessi nell'intimit altrui, dimenticare, annegare. Com' stupido cercare di trasformare quello che si ha in quello che si vuole. Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Sapevo che prima o poi sarei stata abbandonata un'altra volta. Ho sbagliato a fidarmi di te. Non riesco pi a guardarti in faccia e le lacrime si stanno gonfiando e preparando a straripare dagli occhi. Non voglio questo, non voglio che tu mi veda piangere. Resisto fino a casa. Addio!.

Addio..., una parola di chiusura totale paragonabile solo alla parola morte e sono stata io a pronunciarla. Mentre la mia mente si intestardisce speranzosa su un mantra infruttuoso: ti prego amami, ti prego amami. Ti prego non lasciarmi qui. Per io adesso ti dico addio. Che senso ha vederci ancora? Se tu finirai per sentirti costretto a rinnegare i tuoi sentimenti, soffocandoli sotto una posizione di vita pi semplice, respingendoli indietro. Che senso ha sentirsi ancora? Se tu occuperai il tuo tempo fatto di nulla per dimenticarmi pi in fretta. Che senso ha quando avrai un bambino e non sar il mio? Ho sperato per tutto il tempo e con tutte le mie forze che tu, alla fine, mi prendessi tra le tue braccia per amarmi come una sposa per il resto della vita. Non esiste un lieto fine. Non esiste perch questa non mai stata una favola. E stato solo un inganno dei sensi. Io non sono pi una tua amica, non chiedermi di ridiventarlo. Non farmi pi male di cos, ora che il mio cuore non trova pace. Non chiedermi un'amicizia per farmi subire l'umiliazione di un tiepido bacio sulla guancia per le feste comandate, mentre io vorrei ancora abbracciarti e baciarti e amarti. Che amara concessione. Non replicare, sai che ho ragione e non ti resta che accettare le conseguenze. So che ho ragione quando le lacrime nere iniziano a solcare il mio viso. Ha inizio il-funerale, il funerale di ci che resta di noi. Preghiere sommesse, inutili litanie accompagnano lo straziante rito della sepoltura mentre il cemento sigilla e zittisce per sempre la nostra storia d'amore, i miei sogni e le mie speranze. E ora che ti dico addio, io muoio a ogni battito del mio cuore. Non mi resta che seppellirti nel limbo dei ricordi, dovr dimenticare tutto di te e lasciarti vagare nell'oblio degli eventi passati, in quella nebulosa di spazio e tempo indefinito dove non ci sono pi nomi a identificare le persone, solo volti confusi, racchiusi dentro insiemi di persone: amici, genitori, parenti, genitori di amici, amici di parenti, compagni di scuola, compagni di sbronze. Quanta gente! Siete tutti invitati al funerale del nostro amore. Tutti mesti e rispettosi, prendete posto ma lasciatene uno in prima fila, cos che

tu prima di andartene possa osservare quello che mi hai fatto. Vedi il mio corpo senza speranza? Me l'hai strappato con un abbraccio. Vedi il mio sguardo vitreo? Non ha pi occhi in cui specchiarsi. Vedi le mie mani giunte? Non hanno pi nulla da stringere. E quando ti chiederai dov'eri nei miei momenti di solitudine, di inquietudine, di incolmabile bisogno d'affetto, allora, solo allora, ti accorgerai di tutto l'amore che avresti potuto darmi, che avresti potuto dedicare a noi. Ormai troppo tardi. Troppo tardi per dimostrare, troppo tardi per riparare. Ormai la mia anima sar volata via portando con s quel filo impercettibile di complicit che rendeva il mondo speciale. Nella vita come nella morte sempre troppo tardi. Cade la pioggia in questo giorno bigio e nel cimitero del nostro amore voglio almeno proteggere quegli ultimi istanti insieme, provo a tenderti una mano ma non riesco a muovermi; provo a dirti quanto mi mancherai ma non riesco a formulare parole. Ti prego amami, ti prego amami, ti prego amami, non lasciarmi qui... provo a concentrarmi sul mantra e mandarti un messaggio telepatico ma niente. Allora mi concentro per pensare pi forte: Ascoltami amore mio, non lasciarmi sola ti prego... ti prego non lasciarmi sola... portami con te.... Attimi di smarrimento e istanti di estrema lucidit si susseguono a ritmo serrato nella mia testa. Adesso l'ora della nostra morte: gi, davvero l'ora della nostra morte, mia e tua. Forse sarebbe pi facile se tu fossi davvero morto. Avresti la giustificazione di un imprevisto superiore che ti costringe lontano da me. Potrei vivere cos, tu che voli via mentre io rimango sospesa a met con il mio spirito a inseguirti e il mio corpo incatenato a terra. Non riesco a sopportare l'idea della sepoltura, della tumulazione...

dovrebbero proibirle. Dovrebbero tutelare la dignit delle persone dall'umiliazione della decomposizione. Marcire, putrefarsi, per poi finalmente dissolversi. Non voglio che il nostro amore debba subire tutto questo. Ma non c' via di scampo. Cenere alla cenere, meglio la cremazione e cos tramite il fumo si diventa cielo, terra, acqua. Cos potrei respirarlo e portarlo per sempre dentro di me. Ma non sarebbe giusto portare la croce di un amore ingannato. Scende la pioggia crudele, mentre cerco di togliermi dalla mente l'ipotetica immagine del tuo corpo immobile e senza colore, rinchiuso tra pareti fredde e sconosciute. Ti penser morto. Ti sentiresti solo? Non sentirti solo, il mio pensiero sarebbe l a scaldarti. Non sentirti perso, saresti sempre a casa dentro al mio cuore. Invece no, devo farmi forza e rinnegarti. Ti penser morto, un involucro di larva senza vita. Ti penser morto, concludendo che non sei mai esistito. Ma tu non sei morto, anzi sei tu che hai ucciso il nostro amore. E adesso non guardarmi con quegli occhi dispiaciuti. Non chiedermi scusa per avermi fatto del male. Per perdonami se adesso voglio solo scappare via. Scappo da te che mi hai tradita senza mai promettermi nulla. E mi sento una stupida perch mi fidavo di te e avevo fiducia in noi. Avevo fiducia che un giorno, non importa quale, finalmente saremmo stati insieme, senza sotterfugi, senza remore, senza sensi di colpa. La ghiaia del selciato scricchiola sotto i miei piedi in fuga. Voglio sparire dalla tua vista prima possibile e pi mi allontano pi sento la tua mancanza dilagare su tutta la citt. Non ci vedremo pi, non ci sfioreremo pi, non cercarmi mai pi. Per il mio cuore ancora spera che tu mi stia rincorrendo per fermarmi, per dirmi di restare, per dirmi che vuoi solo me. Ma i miei passi risuonano soli... disperatamente soli. Rallento e cammino. Sdraiata sul letto della mia stanza, il soffitto si congiunge alle pareti

che si congiungono al pavimento che si congiunge alle pareti che si ricongiungono al soffitto... e di nuovo da capo senza sosta. Quanti giorni sono passati? Trecentoventi o forse quindici, nella peggiore delle ipotesi solo due. Non c' pi la ragione del tempo. Ho smesso di fissare il telefono. Ho smesso di tendere l'orecchio in attesa di un tuo squillo. Ho smesso. Eppure perch quando suona il cellulare il respiro mi si blocca in gola? Lo spengo una volta per tutte e lo ripongo dentro il cassetto del comodino, imprigionando insieme al telefono anche l'ultimo barlume di insensata speranza. Sdraiata sul letto della mia stanza, il soffitto si congiunge alle pareti che si congiungono al pavimento che si congiunge alle pareti che si ricongiungono al soffitto... e di nuovo da capo senza sosta. Quanti giorni sono passati? Quattrocento... o forse quindici... nella peggiore delle ipotesi nessuno. Le lacrime nere solcano il viso. Le posso contare una a una mentre scivolano dagli occhi gi per le guance, fino al collo. Bruciano come lava nel loro triste percorso e ognuna porta con s un nostro ricordo: La prima volta che ci siamo parlati. Quando mi stringevi tra le tue braccia e io sentivo sciogliermi. Ho ancora la sensazione delle tue braccia. La panchina del parco, quella nascosta sotto il tiglio, dove ci rifugiavamo. Ti amo... sento ancora il suono della tua voce. Quando abbiamo fatto l'amore... non faremo mai pi l'amore. Mai pi. Che fatica. Che fatica rinnegare la volont di volerti ancora vicino. Che fatica dimenticare.

Sdraiata sul letto della mia stanza, il soffitto si congiunge alle pareti che si congiungono al pavimento che si congiunge alle pareti che si ricongiungono al soffitto... e di nuovo da capo senza sosta. Quanti giorni sono passati? Non lo so pi. Le lacrime scendono una a una disordinate, indugiano salate sulle labbra. La ferita nel mio cuore si riapre e si rimargina senza sosta. Nulla ha pi senso. Passa il tempo, trovo una scusa banale per saltare l'ultimo giorno al lavoro. Resto incosciente sul letto. Finch le lacrime non si asciugano. Non ho pi niente. Sto pian piano tornando un nessuno. Svanisco. Mi arrendo all'idea di non valere niente. Le lenzuola sanno di pianto: flosce, calde, umidicce... e il letto diventa insopportabile. Mi giro e mi rigiro, scalcio, scalpito, le lenzuola diventano una trappola. Fastidio. Mi giro e mi rigiro. Il letto rovente. E immobile. sfatto. Scalcio. Scalpito. Fastidio. Fastidio. Mi alzo e mi ributto sul materasso. Se mi alzo mi ritrovo ad affrontare il vuoto. Se resto sdraiata mi consumo nell'autocommiserazione. Mi giro e mi rigiro e scalpito e scalcio via le lenzuola flaccide che sanno di pianto, anche l'aria sa di pianto. Cosa far ora? Cosa faccio se mi alzo da questo letto? Meglio rimanere ancora un po' qui per capire. Non c' pi nulla da capire. Quanti giorni sono passati? Mi fanno male gli occhi. Mi brucia la testa. Ed tutta colpa tua. Ed tutta colpa mia, della mia inutile testa che si lasciata abbindolare da te. Mi giro e mi rigiro e mi contorco. Il soffitto si congiunge alle pareti che si congiungono al pavimento che si congiunge alle pareti che si ricongiungono al soffitto e ora sembrano schiacciarmi. La stanza sembra contrarsi, rimpicciolirsi come una scatola, come una bara. Mi brucia la testa. Mi bruciano gli occhi. L'aria pesante, difficile da respirare. Dovrei aprire le finestre e far entrare ossigeno ma ci significherebbe alzarsi e confrontarsi con la realt. Mi giro e mi rigiro. Mi giro e

mi rigiro. Mi giro e mi rigiro poi mi blocco supina. Respiro. Respiro. Affannosamente. Anche mia madre si sar sentita cos quando mio padre sal su un aereo abbandonandola per sempre? E ora di aprire quella busta. Appoggio i piedi sul pavimento, ben saldi. Devo trovare le energie per spingermi in piedi. Appoggio le mani sul materasso ma pi che darmi slancio affondano. Sono diventata di cemento. E difficile, difficile sollevarmi. Mi stacco qualche centimetro ma crollo come un sacco di piombo sul materasso. Forse la mia volont a non lasciarmi andare. Non ho sufficienti motivazioni per abbandonare il letto; perch muoversi? Per cosa poi? Non sarebbe meglio morire qui? La lettera. Non posso morire senza sapere cosa conteneva. Guizzo di curiosit. Avanti... meglio guardare avanti ma non troppo avanti, basta una piastrella alla volta. Passi stentati. Passi barcollanti. Passi drogati di lacrime. Sfinimento. Ogni passo ha bisogno di qualche secondo di riflessione per trovare stabilit. Mi trascino in cucina. La busta ancora nella borsa. Infilo la mano e rovisto tra una miriade di accessori, fazzoletti e cartacce. Poi, la ruvidit che cercavo: una ruvidit spessa e marrone; l'afferro dubbiosa. Non provo nulla, perch giorni fa mi spaventava cos tanto aprirla? Non ho pi niente da perdere. Non provo nulla e poi, peggio di cos non posso stare. Le mani si muovono in modo meccanico, strappano un'estremit. La apro. Fogli. Fogli di lettera, fogli vissuti, vagamente ingialliti e una miriade di ideogrammi scritti a mano. Scorro velocemente le pagine, fonemi e ideogrammi si alternano incongruenti, lasciando trapelare a volte una grafia sofferta, come se ogni tratto fosse stato pensato, ponderato, scolpito con attenzione; altre volte invece la penna risulta leggera e tremolante e incerta come se rivelasse un'evidente difficolt nello scrivere. Sono fogli che parlano, raccontano

verit passate. Sono fogli provenienti dall'aldil. Spiriti. Se ne pu avvertire la presenza filtrare dalla carta. So ancora leggere il giapponese? Fisso attentamente le prime righe. Ideogrammi. Hiragana e kanji compongono frasi, periodi, una storia. E dopo un'iniziale riluttanza, mi accorgo con sorpresa che, anche se a fatica, il significato di quell'insieme di segni affiora da un cassettino della memoria rimasto chiuso per anni. Tentenno e incespico su alcuni simboli ma, riga dopo riga, quella che dapprima era una traduzione a intuito, diventa una lettura precisa e definita. E la mia testa si ritrova a parlare un'altra lingua, trasportata a migliaia di chilometri da qui. Le lacrime nere riprendono a scendermi copiose, insieme alle parole che, lentamente, parlano di me. ***

TOKYO LOVE. Una lettera dal passato. Era l'autunno del 1985, me ne stavo seduta sul portico a guardare mio padre che bruciava un mucchietto di foglie secche; il parquet della casa, la terra umida del giardino, i tronchi di alberi e siepi, tutto era marrone, tutto andava confondendosi: la terra diventava portico, gli alberi diventavano staccionata e io mi trovavo costretta in un mondo che mi chiudeva in casa. Ero stanca di non uscire mai ma in certe giornate la mia testa non regalava abbastanza forze al mio fisico per permettermi di alzarmi, cos il mondo mi scorreva davanti sotto questo portico. Imparai ad apprezzare le piccole differenze che rendono ogni giorno irripetibile: era il colore delle foglie, il marrone che si mescolava al verde e sfumava nel giallo; o era il cielo che si raffreddava e diventava metallico. O erano le nubi che si rabbuiavano e si gonfiavano e mi entravano in testa; spingevano di prepotenza contro il cranio, mi comprimevano il cervello. Un giorno mi schizzeranno fuori gli occhi. Le fiamme ondeggiavano scoppiettanti quando un altro punto di colore rap la mia attenzione: una figura longilinea, delicata e armoniosa danzava sotto un gingko biloba, un leggero vento muoveva i suoi capelli lunghi e corvini. Mille ventagli dorati planavano nell'aria, aggraziati, in armonia con i movimenti della danza. Le mani si alzavano al cielo lentamente, le maniche del kimono scivolavano allora fino ai gomiti, rivelando le braccia sottili e la pelle luminosa e pallida; le dita, ora distese, ora mollemente piegate, sottolineavano i passaggi salienti del canto. Una voce sottile sembrava guidare magicamente i movimenti delicati del kimono grigioazzurro come quel cielo

metallico. Tutto era perfetto, quella figura era stupendamente perfetta, bellissima. Kaoru, questo era il suo nome. Kaoru, fiero e regale come il principe di un romanzo, dolce e delicato come una giovane geisha. Kaoru n uomo n donna, ambiguo come il suo nome. Kaoru, il mio vicino di casa, l'amore sospirato di una ragazzina acerba che si immaginava donna. Danza ancora dolce Kaoru, danza ancora per me anche domani e per i giorni a venire. Riempi di magia ed eleganza i giardini, i tetti e le vie circostanti, regala un tocco di antica poesia a questa citt che si dimena irrefrenabile. Per le vie di Tokyo si respirava un artificioso clima occidentale e le ragazze pi alla moda sfoggiavano acconciature e permanenti dall'aria americana, pettinature gonfie ed elaborate importate da scadenti telefilm statunitensi. Io portavo i capelli lisci, a volte raccolti in una lunga treccia con un sottile fiocco rosso. La mia famiglia era sicuramente una delle pi antiquate e conservatrici di tutto il Giappone e le stranezze provenienti dall'altro continente non erano tollerate. La vera bellezza non sta nelle frivolezze o nei capelli ricci, la vera bellezza sta nella compostezza e nell'educazione giapponese, diceva sempre mio padre, un ometto piccolo e tarchiato che incuteva timore a ogni sguardo. Una donna deve studiare, deve essere colta e intelligente ma nella famiglia che trova la sua massima espressione, mio padre era come un vecchio samurai cocciuto, se ne stava per ore inginocchiato in sala a meditare chiss cosa, forse a rimpiangere la gloriosa epoca dei feudatari; sempre pronto a battersi per la sua bandiera, per quel sole rosso e fiero che ti imprigiona nel suo occhio austero. Mio padre non sopportava molte cose moderne; tutto il contrario di mio zio Kenichi, che all'et di quattordici anni fugg di casa in cerca di avventura e di nuove esperienze.

Mio zio Kenichi, il giovane, perch il vecchio era mio nonno, era in realt il pi anziano dei fratelli. A dire di mio padre, aveva uno spirito intraprendente e aveva lasciato la sua famiglia per seguire un vecchio Bonzo in un lungo pellegrinaggio per tutto il Paese. Ma poi, stanco di quella vita di stenti e meditazione, era tornato a Tokyo per buttarsi nel commercio illecito di perle, che gli avrebbe permesso in breve tempo di soddisfare la sua grande passione: il denaro. Nulla gli interessava e lo compiaceva di pi, neanche le donne, perch a dir suo: Le donne invecchiano, i soldi no. Kenichi teneva gli occhi sempre aperti, voleva conoscere tutte le novit in circolazione, in modo da poterle eventualmente sfruttare a proprio favore. Non poteva immaginare per che proprio a causa delle perle avrebbe incontrato il suo destino; ma questa un'altra storia. Mio padre invece era legato a tradizioni svanite da secoli e secoli, apprezzava a fatica persino il teatro kabuki, secondo il suo parere troppo popolare, nulla a che vedere con il serioso N. Per questo non vedeva di buon occhio neanche il nostro vicino, una delle pi formidabili giovani promesse del kabuki, venerato e idolatrato da donne e uomini che spesso formavano interminabili code all'uscita del teatro, solo per poter rivedere quel volto gentile un'ultima volta. E lui le accontentava tutte, faceva scivolare le mani bianche sul kimono e dopo un profondo inchino lasciava la sua voce aleggiare tra la gente: Arigatoo gozaimasu!, diceva con tono basso e caldo, per poi allontanarsi lentamente, sontuoso ed elegante come in una sfilata a corte. La prima volta che lo vidi in scena fu per me una giornata davvero speciale. Un'occasione per uscire la sera da sola insieme a mia madre, una serata mondana solo per noi due. Ce ne stavamo composte in fila per entrare, fu un raro momento di complicit, una delle poche volte in cui mi sembr davvero rilassata. Fu una delle poche volte in cui la vidi come una donna e non come la figura materna sempre oscurata dall'autorit di mio padre. C'era una gran folla che, come noi, aspettava di godersi lo spettacolo: donne anziane e consorti seriosi, giovani universitari, signore per

bene; davanti a noi un gruppetto di ragazze vestite alla moda, con grossi orecchini fluorescenti e braccialetti di plastica, attendeva fremente di entrare, le loro voci ci arrivavano distintamente, stridule ed emozionate: Non vedo l'ora che inizi!; Io sono qui solo per lui; Lo adoro!. Ognuna di queste ragazze diceva la sua; allora mia madre, tenendo stretta la sua borsetta finemente ricamata, si gir verso di me visibilmente divertita dalla freschezza sciocca di quei commenti. Provai vergogna. Ero anch'io ai suoi occhi solo un'adolescente esaltata dalla bellezza di Kaoru? Se non fosse stato per lui mi sarei mai interessata a un'arte vecchia di secoli e forse ormai sorpassata? La folla inizi lentamente a entrare. Notai un uomo, un occidentale. Lo notai perch i suoi capelli biondi spiccavano tra il fiume di teste nere che ci circondava. Non fece nulla di speciale, ci pass a fianco silenziosamente con fare vagamente altezzoso. Poi lo persi tra la folla. All'ingresso di Kaoru si sent in sala un brusio di eccitamento e approvazione. Il pubblico seguiva ammaliato i movimenti del giovane attore. Con un semplice gesto della mano li catturava, con un deciso colpo di ventaglio li attirava a s per imprigionarli poi definitivamente nel suo sguardo con studiata gestualit, una teatralit controllata alla perfezione. Ma i suoi occhi non brillavano. Forse quella sera fui l'unica persona ad accorgersene. Mio padre rispettava certo il nostro vicino per la sua scelta di portare avanti un'arte tradizionale ma non lo riteneva un uomo vero, concreto, in grado di mantenere una famiglia rispettabile. Non era una questione di soldi ma di onore. Quale padre concederebbe la propria figlia a un attore? Per questo non mi era permesso nemmeno di parlargli. Ma io ero incantata da quella persona. Allora ogni volta che Kaoru usciva in giardino a danzare mi limitavo a chinare cortesemente il capo in segno di saluto e lui, senza farsi notare dal mio genitore, inseriva

nei suo movimenti leggiadri un sorriso rivolto nella mia direzione. Avrei voluto godere delle evoluzioni di quel kimono tutti i giorni ma spesso rimanevo a letto con la testa affondata nel cuscino; i miei mal di testa non mi davano tregua, avevo anche smesso di andare a scuola, per l'ultimo anno la mia famiglia aveva assunto un insegnante privato. Durante gli attacchi riuscivo a mettermi in piedi soltanto per trascinarmi in bagno e vomitare. In un paio di mesi persi pi di cinque chili anche se con molta fatica continuavo a mangiare. Ma i bocconi mi si strozzavano in gola; e non era colpa mia se la mia bocca riusciva a ingerire cibo sempre pi piccolo, sempre pi piccolo... Alle volte avevo come l'impressione che il mio corpo avesse dimenticato come deglutire e dovevo ridargli il comando da capo. Semplicemente il mio organismo aveva deciso che in quei giorni non era in grado di assimilare nulla. All'inizio nessuno mi dava credito, i miei genitori, i dottori, gli insegnanti pensavano che la mia fosse una somatizzazione, una forma di protesta inconscia. Si sbagliavano. I dolori erano e sono tutt'oggi drammaticamente reali. Ricordo un vassoio con una ciotola di riso che mi attendeva pazientemente a fianco al futon. Ricordo che pi volte mi sforzai di finirlo, senza risultato. Dopo due bacchettate il mio stomaco chiuso mi costringeva a scivolare fino in bagno, come una lucertola che a quattro zampe fugge via. Odio e odiavo vomitare il riso, oggi ho imparato grazie alle medicine ad affrontare il cibo, ma la sensazione di ogni chicco che risale la corrente e mi gratta la gola ancora ben viva nella mia mente; sono tanti piccoli aghi acidi e disgustosi. Rimettevo talmente tante volte che i muscoli e i nervi dalla cervicale, fino a met della schiena, mi facevano un male atroce. Non riuscivano nemmeno pi a sostenere il peso della testa, che non la smetteva di farmi impazzire dal dolore. Per lo sforzo ogni volta mi scendevano le lacrime e mi gocciolava il naso. Come quel riso, anche io ero disgustosa. Verso sera l'odore del riso si trasformava in quello della zuppa di miso, riempiva la mia stanza, invadeva le mie narici senza troppi

complimenti; lo stomaco si stringeva sempre pi mentre la nausea dilagava. Dovevo tenere premuto il naso contro la federa finch, ormai fredda, la brodaglia perdeva il suo odore. Un giorno morir una cosa certa. Se non sar per colpa della mia testa, sar il mio fisico esile ad abbandonarmi. Tenevo la testa premuta sul cuscino tutto il giorno, al buio, al silenzio. Solo dopo molte ore, a volte giorni, il male si attenuava ed ero di nuovo in grado di fare qualche passo in posizione eretta. La prima cosa che facevo era guardare fuori dalla finestra in direzione di quel giardino. Un giorno morir, una cosa certa ormai e se mai un giorno tu leggerai queste pagine voglio che tu capisca chi era tua madre. Secondo il pensiero comune ho commesso degli errori, lo so, ho fatto del male a molta gente, anche a te; ma quando il tempo ti scorre via come sabbia tra le mani, non c' spazio per la morale. Io ero una ragazzina in fuga e in un certo senso sto ancora fuggendo. Volevo vivere a pieno, volevo amare ed essere amata, non avevo pi motivo di fare la brava bambina. Spero che un giorno tu questo possa comprenderlo e magari se vedendo un giglio bianco, tu penserai a me, al mio grande e unico amore, a tuo padre, io sar felice. Perdonami fin da ora per quello che leggerai in seguito. Le giornate si ripetevano sempre uguali nei modi, nella cadenza, nelle aspettative. Un pomeriggio... me ne stavo seduta e indebolita sul portico a guardare mio padre che con il rastrello graffiava prepotentemente il terreno, raccogliendo l'ultimo mucchietto di foglie secche della stagione. Restai a fissarlo, scompostamente inginocchiata sul parquet, mi sentivo ancora troppo fragile per compiere qualsiasi azione, allora lasciai vagare lo sguardo in giro. Lui, curioso, correva lungo i contorni della staccionata, la scavalcava e scivolava nel giardino vicino alla ricerca di piccole, grandi differenze, alla ricerca di Kaoru. La luce mi dava ancora fastidio e ogni tanto dovevo chiudere gli occhi per qualche secondo per riposare le pupille e tutelare la testa. A un certo punto, riaprendo le palpebre,

vidi una figura aggirarsi dall'altra parte della staccionata. Non un giapponese, un uomo, non pi un ragazzo, notevolmente alto, atletico, impettito; se ne stava immobile sotto l'albero spoglio di gingko biloba. Aveva un fare sicuro come se conoscesse gi quel luogo. Per me fu come un dj vu, una visione con svolgimento simile alla precedente ma diversa nei personaggi. Anche questa volta un leggero vento spettinava i capelli ma non lunghi e corvini, questi erano sottili, corti e biondi. Mille fili d'oro danzavano nell'aria, aggraziati, protesi in avanti seguendo la direzione del viso. Quell'uomo in completo grigio scuro, con la camicia bianca e la cravatta allentata portava alla bocca una sigaretta, lento e riflessivo, il fumo veniva soffiato fuori con delicatezza; un gesto premuroso, come se quell'uomo non volesse provocare dolore al fumo nell'espirarlo. Rimasi incantata per parecchi minuti a osservarlo: le dita, mollemente piegate, accompagnavano il rito del fumo; quella persona inusuale si sposava tuttavia armoniosamente con quel giardino, era come un fiore d'inverno che adornava il giardino del giovane Kaoru. All'epoca non sapevo ancora da dove provenisse quella persona, certamente da un paese lontano. Pensai fosse americano come la maggior parte degli uomini d'affari che dissacrano questa citt. Chi sei?, pensai incuriosita. Perch calpesti le sue impronte, invadi la sua aria? Vorrei anche io fare parte di quel giardino, dove sbocciano persone affascinanti. Pensieri sognati di una ragazzina ancora acerba che della vita conosceva ben poco. Poi apparve lui, come una manifestazione divina piena di grazia, gli si fece incontro con fare amichevole e sorridente, ma sempre regale, il principe Kaoru. Non indossava il kimono ma abiti normali, non l'avevo mai visto cos, con i jeans e la camicia leggermente aperta e lasciata fuori dai pantaloni; era pi maschile con i capelli raccolti, intrigante. Il mio cuore, dapprima dubbioso si apr subito alla versione contemporanea dell'oggetto dei suoi desideri.

L'uomo dai capelli dorati si gir e si lasci sfilare di mano la sigaretta. Kaoru fece un paio di tiri poi la spense subito. I due sparirono in casa. Notai che l'occidentale era sicuramente pi adulto del giovane attore, non di troppi anni; il suo volto risultava pi vissuto ma comunque piacevole alla vista. Cercai di capire che legame ci potesse essere tra i due. Come mai Kaoru conosceva un personaggio tale? Era stata la bellezza reciproca ad attirarli? Si erano conosciuti in un locale dopo una rappresentazione? In uno di quei posti fumosi ed esclusivi frequentati dal giovane giapponese? Me li immaginai seduti a un tavolo, bellissimi e desiderabili, circondati da ragazze alla moda pendenti dalle loro attenzioni. Concentrata sui miei pensieri chiusi di nuovo gli occhi per proteggerli dalla luce, quando li riaprii il giardino era di nuovo deserto e le luci della casa totalmente spente. Rividi quell'uomo spuntare in quel giardino un altro paio di volte nei giorni a seguire. Successe qualche settimana dopo. Avevo riacquistato un po' le forze e quindi decisi di fare una breve passeggiata. Me ne andai al tempio vicino casa. Il cielo solcato dalle nubi affievoliva tutti i colori, mi sembrava di camminare dentro una vecchia fotografia in bianco e nero; anche io, in un certo senso, mi sentivo un po' in bianco e nero dentro, mentre il resto dell'umanit respirava colori. Procedevo piano contando i passi, poi dopo aver compiuto meccanicamente il rito dell'acqua e quello dell'incenso, gettai qualche monetina, che risuon sulla griglia di legno prima di scivolare argentina nella cassetta delle offerte. E come al solito, come tutte le volte che lo sconforto mi abbracciava stretta, battei le mani e me ne rimasi, per un tempo indefinito, concentrata sulla mia richiesta. Fu quello, il momento in cui lo vidi di nuovo. Non me ne accorsi subito, all'inizio fu solo una presenza che si avvicinava e si fermava di fianco a me. Sbirciai con un occhio: una silhouette longilinea,

pelle bianca e capelli d'oro, mani affusolate giunte in preghiera. Era lui, l'uomo misterioso che frequentava la casa di Kaoru. Richiusi immediatamente gli occhi cercando di focalizzarmi di nuovo sulla mia richiesta ma il cuore ormai batteva velocissimo. Era la persona pi vicina al principe che "conoscevo", mi sembrava quasi di poterne sentire il profumo. Mi sentii agitata e l'unica cosa che feci d'istinto fu di inchinarmi, uscendo quasi subito, ma ormai non avevo pi energie. Camminavo lentamente cercando di nascondere l'imbarazzo che provavo per il mio cuore che sobbalzava senza motivo. Non avevo mai guardato gli stranieri con interesse, di solito il mio cuore reagiva alla vista del giovane giapponese con i capelli lunghi e corvini e i lineamenti dolci; invece in quell'istante batteva veloce per l'emozione e la paura. Quella persona un po' mi intimoriva, non avevo mai avuto a che fare con gli occidentali; mi sembrava avessero tutti un atteggiamento sgarbato e maleducato. Poi una voce profonda accompagnata da alcune frasi in giapponese scolastico pretese la mia attenzione: Sumimasen... tu abiti nella grande casa antica in fondo alla strada, vero?. Rimasi scossa dalla sfrontatezza di quell'approccio, perch mi stava dando del "tu", di certo non eravamo in confidenza. Annuii lo stesso educatamente nonostante la maleducazione di quella frase: Ti ho vista l'altro giorno seduta sotto il portico... sono un amico di Kaoru. Annuii di nuovo lasciando intendere che sapevo di chi stava parlando. Stai andando a casa? Se non ti reca disturbo, potremmo fare la strada insieme. Feci di nuovo un cenno con il capo e lasciai che mi accompagnasse, guardandomi pi volte intorno per la vergogna di quella compagnia. Come l'avrebbe presa mio padre se mi avesse vista insieme a uno straniero? E cos mi scort fino al cancello. Parlava solo lui con il suo strano accento ma con fare sicuro e spavaldo. Scoprii che era un diplomatico italiano e che aveva conosciuto il principe Kaoru dopo una rappresentazione,

come avevo immaginato. Il suo nome era Riccardo e aveva trentatr anni. Mi disse inoltre che quando veniva in Giappone frequentava spesso la casa dell'attore perch era un luogo dove poteva stare a "proprio agio". Non capii il senso di quell'affermazione ma non chiesi spiegazioni per non risultare impertinente e sfacciata. Io non riuscii a dire nulla. Per superato l'imbarazzo, per un attimo, lo fissai dritto in viso. Aveva i lineamenti minuti e puliti, gli occhi azzurri e un piccolo neo appena visibile sul sopracciglio destro. Sembrava uscito da un dipinto tanto era bello. Ma nonostante facesse di tutto per risultarmi simpatico ancora non riuscivo a fidarmi di lui; solo una frase non abbandon la mia mente, una frase che volle rivelarmi: Kaoru parla spesso di te. Un paio di notti dopo fu la pioggia a richiamarmi verso quel giardino. Non riuscivo a dormire nonostante fosse molto tardi. Era pioggia pesante, mista a neve, le gocce battevano sul tetto del portico a ritmo incessante. Provai a leggere un libro ma non riuscivo a concentrarmi, presto abbandonai la mia lettura. Delle voci provenienti dall'esterno stavano discutendo. Silenziosamente mi alzai e nel buio totale, per non svegliare i miei, andai verso il portico a vedere bene cosa stesse succedendo. La pioggia continuava a battere incessantemente. Nel cortile a fianco Kaoru stava rincasando con passo deciso, sembrava arrabbiato; i suoi movimenti sbrigativi avevano per un attimo abbandonato tutta la loro femminea raffinatezza. Dietro di lui una persona, con il volto a me nascosto dall'ombrello lo trattenne prepotentemente per un braccio, anche se non mi fu possibile riconoscere il viso, la sua statura trad la sua identit. Riccardo insistente e molesto, probabilmente ubriaco, richiamava l'attenzione del giovane attore. Lo afferr per la nuca, trascinando a s quel viso incantevole. Kaoru fece resistenza, poi lo scacci seccato. Con il cuore in gola mi ritirai prontamente in casa per evitare che il principe si accorgesse che lo stavo spiando.

Non riuscii a prendere sonno nonostante la situazione si fosse calmata. Alcune ore dopo, inquieta, mi affacciai alla finestra e vidi l'ombra di un ragazzo che rompeva la pioggia. Kaoru fermo sotto il nevischio teneva lo sguardo fisso nella mia direzione; immobile mentre il kimono si impregnava di malinconia. La prima volta che ci scambiammo qualche parola fu prima di Capodanno, proprio in quel tempio vicino casa, dove anche Kaoru si recava prima di ogni spettacolo. Lo vidi che parlava con un monaco e un pensiero mi avvolse: "Come vorrei diventare bella come lui". Poi lo notai girarsi dolcemente, spostando la lunga coda di capelli neri. Infine un usignolo mi bisbigli nelle orecchie: Tu sei la mia vicina di casa... Fukiko, scusa se tralascio tutte le formalit ma mi sembra di conoscerti da sempre, ti vedo spesso seduta sotto il portico: molto piacere, io mi chiamo Kaoru. Si inchin rispettosamente, io abbassai il capo. Ti andrebbe di fare un po' di strada insieme?. Cercando di dare contegno alla mia gioia sorrisi mestamente. Non potevo credere che stesse succedendo davvero. Che questo incontro fosse opera del signor Riccardo? Che si fosse accorto di una mia reazione nel rivelarmi quel piccolo segreto? Improvvisamente fui grata a quell'uomo spavaldo. Sulla breve via di casa parlammo di tante cose, mi raccont della sua famiglia di attori ormai da diverse generazioni, si vant un po' della sua fama. Io gli parlai di tutto ci che mi piace, dai fiori di ciliegio ai kimono di seta color pastello, alla curiosit per tutto ci che proviene da fuori. Fuori casa, fuori dal cancello, fuori dal Giappone. Gli confidai che anch'io non me la cavavo male con la musica ma che nell'arte dell'ikebana ero veramente un disastro. Ascolt interessato e divertito, poi mi disse: Vedi, il segreto dell'ikebana sta tutto in quello che vuoi esprimere. Secondo me il giglio deve essere sempre bianco e va sempre disposto ai lati, in modo che possa manifestare

tutta la sua gentilezza, la sua femminilit. Il giglio come la mano di una donna che si muove timida e aggraziata. Fu da quella volta che cominciai a frequentarlo, all'insaputa naturalmente di mio padre. Quando il mio male me lo permetteva, andavo spesso a casa sua a trovarlo, stavamo seduti in una stanza dalla luce fioca, piena di maschere e costumi di scena, io servivo il t e lui mi intratteneva suonando o raccontandomi la storia dei personaggi che interpretava. E la mia mente viaggiava... viaggiava lontano nel tempo e nei luoghi. Mi sentivo strana, gli volevo bene, forse come si vuole bene a un fratello o a una sorella maggiore o forse di pi, sentivo un grande trasporto e senso di libert quando stavo con lui. Sarebbe stato bello se anch'io avessi avuto il dono di essere ogni volta una persona diversa. Ma io non avevo nessun dono, solo un pesante fardello nebuloso. E un pensiero: "Principe Kaoru, come vorrei accarezzare il tuo viso delicato, la tua pelle liscia, accarezzare i tuoi capelli morbidi, farmi avvolgere nel tuo kimono color del cielo". Successe un pomeriggio a casa sua. Ce ne stavamo seduti, Kaoru suonava per me. Quando improvvisamente mi alzai di scatto e mi avvicinai a lui come ipnotizzata, poi mi abbassai sul suo volto. Lo shamisen smise di suonare. Il cuore mi batteva all'impazzata, sentivo il mio corpo leggero. Kaoru rimase in silenzio a guardarmi. Immobile. Aveva gli occhi profondi, una ciocca di capelli sfuggita alla coda gli sottolineava il viso. Quando le labbra si toccarono, avvertii il mio cuore fermarsi, stavo baciando le sue labbra rosa. Avevo lo sguardo sbarrato, non riuscivo proprio a credere a quello che stavo facendo. Il mio primo bacio e stavo baciando le labbra pi morbide di qualsiasi petalo, di qualsiasi rosa. Kaoru chiuse gli occhi. Io arrossendo mi allontanai. Allora lui mi sorrise, la fioca luce di una candela gli tingeva il volto di sfumature dorate, con la mano destra si sciolse i capelli, lasciandoli cadere sulle spalle: Cos mi lusinghi... grazie. Chiss cosa sarebbe successo se, in quel momento, non fosse rientrato l'amico italiano. La sua presenza si impose nella stanza; senza alcun imbarazzo infatti si sedette con noi versandosi una

tazza di t. Ci risedemmo tutti compostamente. Kaoru, il giapponese femmineo; io la ragazzina docile e delicata e Riccardo, l'uomo pi maturo e intraprendente. In un certo modo quel suo corpo atletico e quel suo viso rubato a un affresco completavano il quadro e un coro di angeli illumin la stanza. Riccardo, un nome che richiamava l'oro, un nome regale. Se Kaoru era un principe, il suo amico era decisamente un re. Ma c'era qualcosa di strano che mi inquietava e mi attraeva in quella persona, se fossi rimasta ancora probabilmente l'avrei scoperto ma ormai si era fatto tardi. Dopo poco corsi a casa. Il giorno dopo, i corvi gracchiavano funesti in lontananza. Le nubi, rimaste basse e rigonfie dentro la mia testa per tutto il giorno, avevano rimbalzato e pulsato violentemente contro le pareti del cranio, dentro al mio cervello e il cuore aveva continuato a battere accelerato, quasi volesse fuggire via dal mio corpo. Svenni. Quando ripresi conoscenza mi ritrovai in una stanza di ospedale mentre mi stavano facendo mille esami, sul cuscino c'erano alcune macchie di sangue, ne sentivo ancora il sapore il bocca. Avevo paura. Mio padre se ne stava serio con i pugni chiusi appoggiati sulle ginocchia, mia madre al suo fianco. Ero molto stanca, non riuscivo a stare sveglia molto a lungo, se non fosse stata per la paura, che a intermittenza mi risvegliava, forse sarei caduta in coma. Mi trattennero un paio di notti in attesa degli esami. La mattina che mi dimisero ci fu un lungo confabulare tra i medici e i miei genitori. Io ero stanca e debilitata, incosciente a tratti ma nei momenti di lucidit volevo solo andare a casa, volevo solo rivedere Kaoru e farmi consolare, magari con i petali delle sue labbra. Immaginavo gi il mio destino, non c'era bisogno di confabulare. La stessa sera udii la voce arresa e disperata di mio padre che si consultava con mia madre sul da farsi. La sentii chiaramente quella frase, quella frase sussurrata ma che giunse alle mie orecchie come gridata attraverso un megafono: Pochi anni di vita. Cosa voleva dire pochi anni? Quanti pochi? Improvvisamente mi si gel il sangue nelle vene ma, inspiegabilmente, mi alzai e scappai. Anche se non avevo forze, anche se le

gambe mi cedevano a ogni passo, anche se fuggire non mi avrebbe salvata, scappai. Corsi senza fiato lungo il corridoio buio, mi aggrappavo alle pareti, i miei polmoni cercavano aria ma mi arrivava solo l'odore vagamente viziato dei tatami. Inciampai su chiss quale oggetto dimenticato per terra, probabilmente inciampai sui miei stessi piedi. Caddi a terra respirando disperatamente. Dovevo alzarmi, dovevo andarmene. Non so dove trovai le forze. Saltai il gradino del portico atterrando sul terreno freddo e umido, stava nevicando. A terra iniziava a formarsi una sottile pellicola bianca. Arrivai agitata davanti alla casa di Kaoru: Kaoru... Kaoru, sono Fukiko... Aprimi ti prego. Apparve sulla porta, con gli occhi assonnati, i capelli leggermente spettinati ma come sempre bellissimo. Non riuscii a trattenere le lacrime, gli corsi incontro e gli caddi tra le braccia. Lui mi strinse a s, il tepore delle maniche della sua vestaglia mi copriva completamente la schiena. Cosa succede piccola Fukiko? Ho paura, tienimi con te.... Non trovai le parole per dire altro, mi tenni solo stretta a quella vestaglia e continuai a piangere. Allora lui, con la premura di una madre, mi strinse pi forte poi mi prese in braccio delicatamente ed entrammo in casa, nella sala delle maschere. Prese un grande cuscino rosso, lo adagi a terra e con tutta la cura del mondo mi ci mise sopra. Dentro a quella stanza preziosa ma calda e accogliente trovai un po' di pace. Poi si sedette di fronte a me e con un asciugamano mi asciug i piedi bagnati di neve, il suo tocco era dolce... lento... sensuale. Una volta finito, prese la teiera e l'appoggi su un antico braciere, mi guard serio e non disse nulla. Il fumo del t cominciava a uscire copioso emettendo un leggero sibilo, mi sentivo al sicuro, guardavo Kaoru mentre mi riempiva la tazza. Bevvi a piccoli sorsi, Kaoru prese il suo t e si spost di fianco a me, mi accarezz i capelli, poi una guancia, io appoggiai la mia testa sulla sua spalla e chiusi gli occhi. Sentivo la sua mano scivolare, il dorso delle sue dita sfiorarmi il viso. Che bella sensazione, gli presi la mano destra, l'appoggiai sulla mia, tra il pollice e l'indice, la baciai.

Sto per morire.... Sentii il suo viso avvicinarsi sempre di pi, il suo respiro caldo mi scioglieva pian piano. Il mio corpo si strinse al suo. Appoggiai il mio palmo sulla sua guancia e lo baciai di nuovo. Le sue labbra erano umide e morbide. La sua lingua inizi a toccarmi la bocca e le sue dita scivolavano sulle mie spalle, gi fino al braccio, e poi sotto la manica toccando la mia pelle. Io avventurai le mie dita e lo toccai sotto la vestaglia all'altezza della vita. Ci ritrovammo sdraiati l'uno sopra all'altra, il suo corpo era di seta e splendeva, brillava alla luce della candela, il profumo dolciastro, lascivo, dell'incenso ci invitava a continuare. I suoi occhi erano grandi e languidi, la sua schiena si muoveva sinuosa, coperta fino al bacino dai lunghi capelli sciolti. Piano piano, dolcemente, la paura si svuotava, riempiendosi di piacere. Continuammo a ondeggiare all'unisono, io mi sentivo bene, avevo perso ogni memoria del dolore, della paura, della morte. I nostri gemiti dipanavano le nubi, lasciando un cielo limpido di desiderio. La mia voce emetteva lamenti sommessi. La stanza si tinse improvvisamente di rosa, mi sentivo librare leggera nell'aria, nel cielo, insieme al principe Kaoru. Non avevo pi paura. Kaoru, il mio amore fiero e regale come un principe, dolce e delicato come una geisha. Kaoru. Ci spostammo in camera sua, sul suo futon e rimanemmo sdraiati l'una nelle braccia dell'altro, mezzi addormentati, con gli occhi sfumati dall'amore, dall'incenso, dalla pace di quel momento. Non avevo pi nulla da perdere, lasciai il mio cuore libero di parlare: Sukiyo. Lui mi baci la fronte, poi rispose: Watashi mo... Suki dayo. Chiuse gli occhi e io vidi la sua femminilit solcargli il viso. Quella fu la prima volta che facemmo l'amore: la notte in cui la neve scendeva generosa. Ci addormentammo. Qualche ora dopo mi accorsi dell'arrivo in casa di Riccardo, ubriaco, aveva il passo pesante e sbatteva involontariamente contro gli angoli dei mobili. Un risolino di donna echeggi volgare nella notte. Non ci feci troppo caso e richiusi gli occhi. Il principe Kaoru riposava meraviglioso anche nel respiro. Principe Kaoru portami nei tuoi sogni.

Il rumore della porta che scorreva discreta mi svegli di nuovo. Kaoru stava uscendo? La stanza era buia, la notte ancora profonda fuori dalla finestra. Kaoru era ancora l di fianco a me. Cercai di vedere meglio senza alzare la testa dal cuscino, dallo spiraglio della porta aperta si intravedeva una persona, una persona che ci spiava: Riccardo. Non fui in grado di distinguere la veglia dal sogno, la notte confondeva la vista, per rimasi turbata. Chiusi immediatamente gli occhi come si fa da bambini per paura dei fantasmi e mi nascosi sotto le coperte. Kaoru mi prese sotto la sua ala protettiva. Alle prime luci del mattino sgattaiolai di nuovo a casa mia, dietro la porta della camera da letto di Kaoru non c'era pi alcun fantasma. Dopo quella notte, altre si susseguirono, sempre con lo stesso schema: io attendevo che le luci si spegnessero in casa mia per sgattaiolare in quella di Kaoru. Presi confidenza con quelle stanze, quelle maschere, anche l'arrivo di Riccardo non destava in me pi alcuna inquietudine. Perch diventai anche io un fiore di quel giardino, ma ero un fiore notturno che sbocciava solo alla luce pallida della luna. Se Kaoru era garbato come un giglio bianco, Riccardo era pretenzioso come una rosa gialla e allora io ero minuta e discreta come un gelsomino di notte. Imparai a capire quel suo modo di fare cos diverso dalle nostre abitudini, un po' affettate e cerimoniose, e compresi infine cosa significava quella frase suggerita mesi prima all'uscita dal tempio. La casa di Kaoru, dove stare a proprio agio nei modi e nei costumi. Tra fumo, incenso e t le notti si consumavano attraverso racconti di vita da un altro continente, musica e shochu; per poi concludersi tra abbracci d'amore e gemiti di intimit nella stanza di Kaoru, e ogni volta avevo la sensazione di quella porta scostata e di occhi che spiavano, ingordi, avidi di immagini. Ma la lingua di Kaoru sapeva bene come distrarmi. Finch una notte mentre carezze preliminari preparavano i sensi a un amore pi profondo, le lenzuola si sollevarono. Kaoru ancora sopra di me si ferm di scatto; poi arrabbiato fece per alzarsi, proteggermi e scacciare quella

persona. Fui io a trattenerlo a me. Lo baciai con passione, affondando le mani nei lunghi capelli neri. I gemiti ripresero ritmici, vogliosi, ansimanti. Il lenzuolo si sollev di nuovo, indiscreto. Riccardo si infil nel letto. I nostri corpi si mescolarono. I respiri, le mani, i sessi si confusero nell'irrefrenabile ricerca del piacere. L'oriente contro l'occidente in un'affannosa battaglia di supremazia tra principi e re, quale Paese sarebbe stato l'invasore e quale l'invaso? L'uno contro l'altro, l'uno insieme all'altro. E come arbitro una sola regina, chi l'avrebbe conquistata? Non c'era battaglia, compii la mia scelta quando le parole dell'italiano mi divennero palesi e tangibili. Ora capivo cosa non ero riuscita ad accettare di quell'uomo. Per lui la casa di Kaoru, lo stesso Kaoru e adesso anche io eravamo solo giocattoli usa e getta; il Giappone stesso era solamente un posto dove soddisfare i propri comodi, le proprie deviazioni, per poi tornarsene indifferente nella propria nazione a continuare una vita impeccabile. Noi tutti non eravamo altro che la versione d'alta classe delle prostitute di Bangkok. Non sapevo perch Kaoru accettasse la sua compagnia, forse lo faceva per soldi o probabilmente ne era attratto e in un certo senso sopraffatto anche lui. Risvegliata da questi pensieri di risentimento, improvvisamente potevo distinguere le mani del mio amore da quelle sconosciute di Riccardo. Quelle mani estranee erano inopportune ma probabilmente avrei completamente assecondato questa debolezza di Kaoru se alle mie orecchie non avesse sussurrato alcune semplici parole: Ti voglio solo per me. Semplici parole che esprimevano con forza la sincerit dei suoi sentimenti. Quella notte, in quella stanza, dentro quella casa il principe divenne guerriero. Kaoru respinse con decisione l'insistenza dell'amico che chiedeva soddisfazione. I due litigarono furiosamente. Gli sguardi si tramutarono in parole dure e cattive. Le parole diventarono gesti violenti. Furono momenti di tensione. Infine, l'italiano, borbottando, riprese i suoi vestiti, poi sulla porta giur vendetta e abbandon offeso la casa. La rosa gialla venne estirpata dal giardino. Rimanemmo abbracciati nel letto finch il sonno non prese il sopravvento.

Nell'oblio addormentato percepivo avanzare il dolore alla testa, dalla nuca verso gli occhi. Ma il male furbo, sa farsi strada senza fare rumore mescolandosi ai sogni. Persi coscienza del tempo. Il rumore di una porta che sbatteva mi svegli di soprassalto. Era gi l'alba. Mi alzai di scatto, cercando di rivestirmi in tutta fretta, dovevo tornare a casa prima che i miei genitori si svegliassero. Dei rumori di passi frettolosi provenivano dal corridoio. Rumore di passi seguiti da altri passi. Erano passi pesanti, grintosi, arrabbiati. E fu da quei passi che un senso di ansia e terrore inizi a contorcersi nel mio stomaco, nel mio cuore. La testa mi pulsava e mi girava. Ricaddi sul letto. Sapevo cosa stava per accadere ma non ce la facevo ad alzarmi e scappare. Tremavo, le mie mani tremavano freneticamente, mi girai verso Kaoru che intanto si era svegliato e mi fissava impietrito. Un'ombra minacciosa apparve dietro la porta, l'ombra di un vecchio samurai ferito nell'orgoglio, l'ombra di cocciute tradizioni frantumate in mille pezzi. Mio padre irruppe nella stanza, aveva lo sguardo infuocato, il viso tirato, corrucciato in una smorfia diabolica. Ci guardava fissi. L'atmosfera nella stanza era greve, nessuno osava dire nulla. Ero mortificata, mai avrei voluto mi trovasse cos, seminuda e clandestina. Poi mio padre chiuse gli occhi, come se stesse meditando o raccogliendo le energie. Allora Kaoru, infilatosi prontamente la vestaglia, gli si avvicin a mani giunte e una volta accanto a lui si inchin rispettoso, poi alz il capo e lo sguardo. Il viso del giovane attore era pallido e puro, i suoi occhi ancora velati dal brusco risveglio brillavano comunque fieri e impavidi. Apr la sua bocca rosa e lasci volare libere le pi belle parole di questo mondo: Io amo sua figlia!. Quella voce musicale vibr potente tra le pareti, usc dalle finestre, dal tetto e si sparse su tutta Tokyo. Io me ne stavo in disparte in silenzio, terrorizzata, ma quelle parole arrivarono calde e dorate come il sole in primavera, erano l: materiali, vive, reali, potevo

quasi afferrarle e stringerle a me. Allora era proprio vero che Kaoru mi amava ed era pronto a sfidare mio padre. Il vecchio samurai continuava a fissarlo, senza lasciar trapelare alcuna emozione; come poteva essere rimasto indifferente alla dolce melodia di quella frase? Come poteva non vedere la regalit di quel momento? Io, lottando contro tutto il mio malessere, feci uno stentato passo in avanti per avvicinarmi, come per voler pacificare i due. Fui messa a sedere dallo sguardo del samurai. Nessuno fino ad allora aveva mai provato a contrariare mio padre; era un uomo influente che tutti rispettavano e cercavano di compiacere. Quale affronto... in un improvviso scatto d'ira, alz una mano e colp con violenza il viso del mio amato: Come osi tu, stupida geisha, infangare il nome della mia famiglia!. Kaoru cadde a terra. Sulla porta comparve l'altra persona, il proprietario del secondo rumore di passi che distinsi chiaramente alcuni minuti prima. Un completo giacca e pantaloni grigio scuro si appoggi allo stipite. La figura atletica di Riccardo si divertiva per la scena. Non dimenticher mai il sorriso vendicativo che gli tagliava la faccia. Freddo. Distaccato. Disse qualcosa di incomprensibile rivolto al giovane, poi si pass lascivo la mano nei capelli biondi. Mio padre continu a colpire il giovane attore, con tutta la rabbia, con tutta la forza, con tutto l'onore. Kaoru, esausto, si rialz a fatica, pronto a difendere la nostra unione e ad affermare il suo lato pi maschile. Corsi a sostenere Kaoru, ad assicurarmi che stesse bene. Barcollava, per lo sguardo era ancora fiero e deciso, tutto il suo disprezzo non era per mio padre ma era piuttosto rivolto verso l'amante che l'aveva tradito. Riccardo mi prese di peso e mi port a casa, non riuscii a fare resistenza. Le nubi di corvi funesti ripresero a invadere le mie tempie. Mio padre indugi ancora nella camera da letto annunciando con voce ferma parole secche di avvertimento, poi ci segu. Rimasi chiusa in casa per diversi giorni. Nessuno parlava con

me, solo mia madre ogni tanto compariva con qualcosa da mangiare. Diceva di portare pazienza che presto mio padre se ne sarebbe fatto una ragione elaborando, a suo modo, l'accaduto. Non mi era pi concesso di uscire n naturalmente di vedere Kaoru, nemmeno di stare sotto il portico. Solo di sera affacciandomi alla finestra riuscivo a fargli un cenno furtivo. Mi sentivo morire e non solo per il mal di testa e la nausea che non mi davano tregua. La mia malattia degener in fretta come del resto la situazione, quando scoprii di aspettare un bambino o meglio, una bambina. Una figlia concepita grazie ai candidi fiocchi di neve che quella notte si fusero all'amore di Kaoru. Ero causa di vergogna e questo non poteva essere sopportato. Mi aspettavo una ripercussione da parte di mio padre. Ma forse fu la malattia che mi condannava a morte a salvarci la vita. Qualche giorno dopo la notizia della mia gravidanza il giovane Kaoru fu ritrovato morto nel suo giardino. Non mi fu concesso di avvicinarmi a lui, anche se avrei voluto sfiorare quelle mani di seta per un'ultima volta in segno d'addio. Riuscii a vederlo solo da lontano, un istante prima che una folla di poliziotti, giornalisti e semplici curiosi si chiudesse famelica su di lui. Era regale anche nella morte, sembrava quasi che il dolore non avesse scalfito la sua innata bellezza. Indossava il kimono, quel kimono color del cielo che sapeva danzare al ritmo del vento. Pensai che fosse strana la scelta del colore azzurro, perch non c'erano rappresentazioni in programma per quel periodo, non c'erano scene da provare, non aveva motivo di usare quel kimono di cui avevo imparato cos bene il significato. Forse indoss quel kimono perch sapeva di dover morire. Immagino si fosse vestito con tutta l'accortezza e la solennit del caso e poi, imperturbabile, fosse andato incontro ai suoi assassini. Quel kimono era un segno del suo amore per me. E io non ero riuscita a dirgli addio. Giaceva a terra riverso su un fianco, come se stesse ascoltando la melodia della terra che impercettibile abbandona il suo letargo. La lunga coda corvina gli era stata tagliata in segno di umiliazione. Quei capelli che amavo accarezzare negli spasmi di passione erano stati profanati. Kaoru...

Non si venne mai a sapere chi comp lo scempio, chi priv Tokyo della sua giovane promessa; ma io sono sicura che dietro quella mano insanguinata c'era l'ordine di un vecchio samurai cocciuto, legato a regole e credenze appartenenti a un mondo scomparso da secoli. Volevo morire all'istante, avrei preferito mille volte perdere la vita su quel futon insieme al mio amore, piuttosto che vedere quel giardino violato. Anche il giglio fu estirpato con forza. In segno di lutto, in segno d'amore e per commemorare quella profanazione, recisi la mia treccia legata dal sottile fiocco rosso. Per giorni un corteo incessante di ammiratrici e ammiratori sfil in lacrime davanti al cancello di Kaoru, increduli di aver perduto per sempre l'attore, il principe, la geisha. Al suo funerale, a cui mi fu concesso di partecipare insieme a mia madre, pi per monito che per compassione, svenni per il dolore e persi conoscenza. Qualche settimana dopo mio padre mi convoc in sala. Quando entrai vidi il vecchio seduto di fronte all'italiano traditore. Nessuno dei due si volt a guardarmi. Mi andai a mettere in un angolo. Mio padre con i suoi modi molto convincenti di persona altamente influente, illustr la sua posizione a Riccardo. Da un lato c'ero io, una ragazzina compromessa, il disonore di una famiglia. Dall'altro c'era lui, un diplomatico in visita in un paese straniero con certe preferenze per i giovani e le bambine... per quello che ne sapeva mio padre, lui poteva anche aver abusato di me e avermi messa incinta. Mio padre sapeva come giocare le sue carte, sapeva che uno scandalo Riccardo non se lo poteva permettere. E poi nell'ombra c'era sempre la tragica morte di Kaoru. Non potevo credere a quello che stava avvenendo, mio padre preferiva darmi in pasto a un uomo torbido piuttosto che tenere in casa una ragazza madre. Aveva preferito eliminare Kaoru piuttosto che vedermi felice insieme a un uomo da poco. E poi c'eri tu bambina mia, che ogni giorno gli avresti ricordato il suo fallimento come

padre di famiglia, il mio comportamento dissoluto, la sua coscienza insanguinata. Riccardo era riluttante e replic che aveva gi una moglie in Italia. Aggiunse inoltre che il mio decesso in un paese straniero gli avrebbe causato non pochi problemi e sugger al vecchio che forse avrebbe comunque voluto starmi vicino nei miei ultimi giorni, nonostante fossi una figlia degenere. Si accordarono sul riconoscimento della bambina che sarebbe nata. Mio padre mise sul piatto anche una grossa somma di denaro affinch quello sconosciuto lo togliesse da quel fastidio. Riccardo concluse che un figlio avuto fuori dal matrimonio sarebbe stato meglio tollerato dalla moglie piuttosto che metterla a conoscenza dei suoi vizi extracontinentali. Mio padre, dal canto suo, decise che una figlia che subisce il fascino di un diplomatico fosse pi conveniente di una figlia legata a un attorucolo qualunque. Io non ebbi la facolt di oppormi. Con la complicit di mia madre, fuggii di casa la notte stessa, per non farci mai pi ritorno. Presi un minuscolo appartamento in affitto con i pochi soldi che mi diede lei e trovai un lavoro presso una locanda non lontano da casa. Fu un periodo molto duro, tra la gravidanza, il lavoro e la mia malattia che andava peggiorando. Ma strinsi i denti per te. Quando nascesti tu, decisi senza indugio di chiamarti Yuki, in onore di quella notte in cui la neve scendeva generosa. Se mai tu ti stessi chiedendo com'era tuo padre, baster guardarti allo specchio, rifletter i suoi occhi, quel suo sguardo nobile e fiero. Allora vivi fieramente anche se, dopo la mia morte, la tua vita non sar facile, anche se ti sentirai sola e abbandonata, ricordati che sei figlia di un amore intenso, gentile e malinconico. Forse le mie parole ora ti suoneranno un po' banali ma, mia piccola

Yuki, nella tua vita ama con tutta te stessa e non farti intrappolare da chi ha troppa paura di donarti la sua anima. Corvi neri, in un batter d'ali a ritmo ovattato. C' un silenzio innaturale tutto intorno, solo in lontananza un sommesso gracchiare funereo. ***

CAPITOLO 17. Rammenti quando non mi riconoscevo in nessuna delle persone che mi stavano intorno. Ora so chi sono. Io sono quella neve che scendeva generosa su un giardino immobile. Io sono Yuki. Le lacrime scendono senza sosta ma ora sono cristalline, depurate, purificate dalla malattia del cuore. Rimango a fissare la parete di fronte al divano, imbambolata. Sono incredula e spiazzata e senza parole. Ancora non so cosa ho letto. E tutto vero? Cosa significa questa lettera? E finzione? E reale? Non riesco ad afferrarne bene il significato; perch il significato annulla e azzera la mia esistenza finora. Se tutto fosse vero, se tutto fosse vero... Rileggo di nuovo la storia di Fukiko. Mia madre... per la prima volta quelle cinque lettere mi risuonano corrette, amorevoli in un certo senso. Leggo e rileggo la storia ancora, ancora e ancora. Con avidit. La leggo e la rileggo e mi emoziono e mi arrabbio e mi addolcisco. Frasi, confessioni, vicende riecheggiano da una parte all'altra del cervello. un vortice impetuoso. Quando la mia mente potr finalmente stare un po' ferma? Sono incerta su quale sentimento provare in questo momento. Soltanto, sono sicura che quella busta deve davvero avermela spedita Dio, e sono ormai consapevole che deve aver posizionato con secolare sapienza i tasselli del tempo per far s che decidessi proprio oggi, oggi che il mondo mi sembra senza speranza, di aprire

quella lettera. La sensazione della tua perdita, Tiago, si affievolisce, lenita da una nuova e pi potente rivelazione: Kaoru. Mio padre. Mia madre. Mio padre. Genitori dell'immaginazione. Una parentela originata da una narrazione. Un legame di sangue che si tinge d'inchiostro. Fukiko. Kaoru. Madre. Padre. Non so quanto peso devo dare a quelle parole, per se pronunciate tutte e quattro insieme, hanno il sapore dello zucchero. Non avevo capito niente. Non avevo capito niente perch non potevo sapere. Tradita, la mia innocenza era stata tradita. Tutte le convinzioni che mi si erano formate in testa erano frutto di pensieri errati. Tutto il mio malessere, il mio sentirmi sbagliata, il gene delle mie colpe era basato su una bugia astutamente ripetuta sempre uguale per anni e anni. Ero stata ingannata. Un inganno architettato per nascondere un passato ben pi torbido e viziato di mio padre. Non dovrei nemmeno pi chiamarlo padre. Lui, Riccardo, non pi mio padre. Mi sento disorientata. Ora posso ignorare quella lettera e restare con il mio passato, squallido e abbandonato ma comunque conosciuto. Oppure posso scegliere di credere a quegli ideogrammi e inventarmi un futuro azzurro come un kimono. Un futuro sereno a partire da adesso. Il mio cuore ha gi scelto. Nel formulare questo pensiero il mio spirito si sente risanato, in pace. In fondo, quell'uomo con quelle mani fredde e sconosciute e scostanti non era un padre. Non il mio. Sapevo che non poteva essere lui. Riccardo, in tutti questi anni non avevo mai accettato la sua presenza, non mi ero mai riconosciuta in lui. Non un tratto somatico ci accomunava, non un gesto, un atteggiamento, un'espressione del viso. Nulla. Se vero che ognuno ha i genitori che si merita, io avevo Fukiko e Kaoru. Io non ero pi sbagliata. Io non sono pi sbagliata. Io sono io. Io sono neve. Sono amore. Sono l'unione di un giglio e di un gelsomino. Io finalmente posso affermare con sicurezza chi sono. Io sono Yuki.

Leggo e rileggo la storia di Fukiko e ogni volta il racconto e gli ideogrammi diventano pi chiari, comprensibili, miei. Leggo famelica e il mio cuore risponde con una certa esaltazione a quelle parole. Sono figlia di una storia d'amore e non di una sordida relazione extraconiugale tra un viscido europeo e una meretrice asiatica. Non sono figlia di un ricatto. E pi ragiono, pi sento fare capolino un pizzico di comprensione anche per Clelia. In fondo, lei era stata tradita tre volte: da un uomo infedele che trovava piacere con giovani e ragazzine in giro per il mondo; dalla bugia del tradimento; dal motivo del mio arrivo nella sua casa. Anche se non la perdono, immagino non sia stato facile per lei tenere insieme i cocci di quella vita perfetta che ricercava cos assiduamente. Ho fatto bene a non ucciderla anni fa. Ora mi appare nella giusta prospettiva: una donnetta sterile ed esaurita, incapace di voler bene a una bambina non sua. Una donna ingannata, una donna tradita; ora capisco perch mi raccontava sempre la solita filastrocca, con sempre le stesse poche parole di disprezzo, perch anche a lei era stata raccontata la stessa identica menzogna. Leggo e rileggo quelle pagine e tutte le allusioni ai miei occhi e al mio aspetto che mi rivolgeva Riccardo non erano riferite a mia madre ma a mio padre. Sono ancora pi disgustata e arrabbiata e schifata da quelle attenzioni passate: Sei la sua copia esatta, aveva avuto il coraggio di dirmi. Chiss com'era davvero mio padre? Forse sarei con lui adesso se quella sera Riccardo non lo avesse tradito. Quanto disprezzo posso provare per quell'uomo di pi di quanto non ne abbia provato fino adesso? Non c' limite al disprezzo. Perch se non fosse stato per lui io ora forse sarei felice, abiterei in un paese fatto di persone come me, avrei una famiglia, avrei sicurezza, avrei stabilit. E invece tutto quello che ho un cuore amaro. La voce lumacosa di Riccardo si ripropone pi e pi volte alle mie orecchie, mi gira intorno, sussurra ambigua. Mi gira intorno come un fantasma biforcuto

che penetra nei timpani, subdolo ed equivoco si struscia nella mia mente: Sei la sua copia esatta... Sei la sua copia esatta. Chiss com'era Fukiko, e che viso aveva Kaoru? Mi alzo dal divano, da quel limbo sospeso tra narrazione e passato, e vado in camera, davanti allo specchio. Le spalline del vestitino nero scivolano sulle spalle. L'abito si stropiccia a terra. C' una ragazza riflessa nello specchio, una ragazza con i capelli lunghi e corvini, la guardo intensamente e lei non si muove. C' una ragazza nello specchio, con la pelle chiara e la figura esile, le gambe leggermente storte e il collo sottile. C' una ragazza nello specchio, con i capelli legati in una treccia da un fiocco rosso immobile e composta, delicata. C' una ragazza nello specchio che si porta una mano al viso; ed un ragazzo, con gli occhi fieri e la postura armoniosa. C' una ragazza nello specchio ed Kaoru ed Fukiko. C' una ragazza nello specchio ed la figlia di un amore. C' una ragazza nello specchio che si guarda intorno in una stanza dall'aria viziata di lacrime. Il letto disfatto, vissuto, le lenzuola appallottolate in malo modo, tristi e stanche. E una stanza in penombra; gli spazi che una volta sembravano dilatarsi a dismisura lasciando dilagare la solitudine, adesso sono insopportabilmente stretti e soffocanti. La ragazza nello specchio li osserva con compassione, non si ritrova pi in quella camera. Sembra riguardare un'altra vita, un altro mondo. Io non sono pi quella di un tempo. Cosa ci faccio qui? Forse questa esistenza non mi riflette pi, non mi mai appartenuta perch basata su fondamenta errate. Anche il nostro amore allora la conseguenza di un percorso viziato e sbagliato in partenza: ecco perch una storia senza lieto fine. Come se la linea del destino fosse stata colpita da un'interferenza e avesse creato un'esistenza possibile ma parallela. Per, pare che ora questa linea abbia ritrovato il suo giusto percorso. E stato l'intervento di Dio a ristabilire le giuste coordinate; di quel Dio che esiste davvero e

che abita a Tokyo e che ora mi restituisce un'identit. stata la morte del nostro amore a richiamare la sua attenzione? Sono state le lacrime? Sono stati i frammenti di un sentimento spezzato dispersi nel cosmo? Il nostro amore stato solo uno strumento per risvegliare le anime dei miei genitori? Ma il nostro era davvero amore? Sono ancora davanti allo specchio a meditare sulla mia identit. Ci sono ancora molte cose su cui meditare. Come dovrei prendere il fatto della morte dei miei genitori? Non so bene cosa provare: dolore... sconforto... malinconia... infelicit... disperazione... malumore... angoscia... amarezza... depressione... delusione... disillusione... tristezza... non trovo parole per dire quello che provo. Dispiacere... certo, ma in tutti questi anni mi ero fatta una ragione sull'essere orfana o met di essa per come mi era stata raccontata. Quello che stato non pu essere cambiato, ma ora posso liberamente odiare Riccardo. Fino a ora era comunque l'unica figura che rendeva concreta la mia esistenza. Non mi sentivo libera di rinnegarla fino in fondo. Adesso sono libera. Sono libera. Sono libera. Sono libera. Libera di essere Yuki. Una nuova coscienza di me apre l'orizzonte a una nuova visione del presente. Anche se molte domande ancora pretendono un riscontro. Com' arrivata questa busta fino a casa mia? Chi mi ha mandato le parole di mia madre? Chi dall'altra parte del mondo conosce il mio indirizzo? Dio? Ho bisogno di risposte. Riguardo meglio la busta. No, non c' nessun mittente. Riguardo meglio al suo interno. Nella foga ho estratto il mazzetto di fogli pi cospicuo, trascurando completamente un anonimo foglietto a quadretti, con un indirizzo e un numero di telefono e, avvolto dallo stesso foglietto, un biglietto aereo aperto per Tokyo... un biglietto aperto per Tokyo! Dio vuole davvero togliermi da questa situazione stagnante e lacrimosa e non bada a spese. Un biglietto. Partire mi aiuterebbe a

dimenticare pi in fretta. Partire vorrebbe dire lasciarti alle spalle e dimenticare il tuo nome. E partire significherebbe dire addio per sempre. Sono pronta a dire addio? Se restassi continuerei a sospirare dietro una relazione impossibile, un futuro che non mi appartiene. Partire potrebbe servire a rifare il punto e a rivedere tutto con pi lucidit. A volte partire da soli l'unica soluzione per non sentire l'angoscia della solitudine. So che se restassi non riuscirei pi ad attraversare quel parco. Partire vorrebbe dire fuggire? E stato giusto inseguire per un anno un amore pavido, una persona che evidentemente non mi riteneva "abbastanza" per donarsi completamente a me? Forse ero la prima a non ritenermi degna di nota? amore quello che provavo o un tentativo di scacciare la solitudine? Provo ancora amore nei tuoi confronti? Perch dopo tutto questo tempo le domande sul mio rapporto con te non sono mai cambiate? No, forse il tuo non era amore. Si pu tradire un'amante? Tu mi hai tradita! Allora meglio che io parta, prima che il germe della vendetta si intrometta tra noi, tra quello che era di noi. Potrei farti del male, potrei infierire su chi non ha colpe. Potrei usare parole che colpiscono e feriscono e mortificano. Potrei toglierti dignit agli occhi di colei che crescer tuo figlio. Potrei... invece io, per scelta, non ti tradir. Dio vuole che parta. Stringo stretto il biglietto aereo. Grazie Dio! ***

ATTO SESTO. Esterno sera. Il parco una piccola porzione di prato, un'isola in mezzo a un limbo nero. Yuki in piedi. Sola, in mezzo a quell'isola, aspetta. Monologo di Yuki: Sogni... si possono quasi respirare. Quanto cuore intrappolato tra i rami... quante illusioni palpitanti di speranze... non ci sono pi speranze ad alimentare questo parco, presto avvizzir. Yuki alza gli occhi, poi con lo sguardo segue una foglia secca che cade a terra. In lontananza si illumina un'altra isola di parco. Entra Tiago: Yuki!. La voce del ragazzo rimane inascoltata. Tiago chiama pi forte: Yuki!. La ragazza finalmente posa la sua attenzione su di lui. I due restano in silenzio per qualche secondo. Tiago cerca di raggiungerla e abbracciarla. Ma i piedi restano ben saldi a terra. Le braccia allora si tendono nel vano tentativo di toccarla. Yuki invece resta volontariamente a distanza. Yuki: Volevo salutarti. Io parto. Per sempre. Non te ne andare. Non c' pi futuro qui per me. Per noi. Mi mancherai. Non mi dai altra scelta. Ti amo !.

Non amore. Non lo pi!. Abbracciami!. Non posso!. Resta ti prego!. Yuki sussurra: Sono qui per ringraziarti: grazie.... Tiago cerca disperatamente di liberarsi per raggiungere Yuki ma l'impresa impossibile. Yuki continua a parlare: Grazie.... Non ho fatto nulla. Tu hai ritrovato Yuki. Ho solo fatto una telefonata... quella che il tuo orgoglio ti proibiva di fare. Ho ritrovato me stessa. Ho sempre saputo chi eri. Tu sei Yuki. Ho ritrovato il coraggio. Allora trova il coraggio di restare. Non puoi chiedermi di rimanere legata a te. In silenzio. Lo so.... Dal fondo del limbo nero una pioggia di foglie dorate brilla trasportata dal vento. Sono ventagli di gingko biloba. Yuki sentenzia: E ora di andare.... Poi si porta una mano sulle labbra e accenna un bacio; quindi gira le spalle a Tiago ed esce di scena. L'isola di Tiago resta la sola illuminata per qualche istante ancora. Il ragazzo resta a fissare il vuoto dove prima c'era Yuki. La luce si spegne. Buio. Sipario. ***

CAPITOLO 18. E adesso cerca di capire perch non posso; io non posso voltarmi indietro a guardare mentre sprofondi nell'abisso assoluto della memoria, nero e oscuro, languido e dilatato, inquieto come l'amore che in quei giorni ingannava i nostri sensi. Volare in aereo come finire in incubazione: dodici ore di gestazione dove schiere di viaggiatori, ordinati per numeri e file, attendono in posizione semifetale una nuova rinascita. Accoccolati sulle poltrone, perdiamo coscienza del mondo attendendo pazienti l'apertura di quella porticina che ci espeller verso la luce. Un parto indotto. Vola l'aereo, frettoloso verso un futuro ignoto. Non so cosa aspettarmi ma adesso non ho pi paura. Per resto sprofondata al mio posto mentre le hostess, con arroganza divina, pilotano il tempo, imponendoci la notte e il giorno insieme ai pasti, minuziosamente disposti su un vassoio di plastica. Alterno attimi di veglia a sonni riparatori. Il mio corpo stanco, la mia mente esausta hanno bisogno di riposo. Un meritato riposo. Dormo senza sogni, in volo verso l'ignoto, come quella bambina di tanti anni fa. L'aereo vola veloce, spogliandosi dalle abitudini, dalla quotidianit, dalle piccole sicurezze che nel profondo cullano l'animo. E io, confine dopo confine, perdo la cognizione di te. La tua presenza

svanisce, la sensazione del nostro amore si dissolve lentamente. Tutto, ora, sembra cos lontano... L'entusiasmo di un nuovo inizio si sostituisce gradualmente alla pesantezza del passato. La mia mano ha lasciato la tua per aggrapparsi a una diversa aspettativa di vita ma se chiudo gli occhi posso ancora sentire il tuo profumo. Presto canceller anche quello. E forse ad attendermi ci sar un nuovo abbraccio. E sar accogliente e sar caldo e sar come il sole che si fonde nel mare. L'atterraggio inizia il suo travaglio. Spuntano i carrelli con un tonfo. Il paesaggio scorre rapidamente, verde e intenso. Un sobbalzo poi di corsa in frenata. C' silenzio in aeroporto. Cammino lentamente per i corridoi. Mi sento in pace. Poi alla frontiera una scritta accoglie i viaggiatori: OKAERINASAI, BENTORNATA. Sono di nuovo quella Yuki che basta a se stessa ma il mio cuore, ora, pu ricominciare a respirare. ***

CAPITOLO 19. Ricordi quando non volevo parlare del Giappone, non ti sopportavo perch mi punzecchiavi apposta. Ora ci sono talmente tante cosa che non saprei da dove iniziare. Sono ormai parecchie settimane che mi trovo in Giappone. Tokyo una citt caotica e calda come un piatto di ramen in brodo. La gente brulica diligente e organizzata in ogni luogo e finalmente riesco a confondermi tra la folla. Vedo migliaia e migliaia di occhi: assonnati, allegri, imbronciati, assorti, non ci sono pi differenze. Mi piace stare qui. Mi sono presa un periodo per ambientarmi, girovago per la citt scoprendo templi, quartieri, angoli caratteristici. Tokyo una citt che puoi vivere a pi dimensioni. C' il silenzio e la solennit dei luoghi di culto, delle cerimonie, delle buone maniere che accompagnano ogni piccolo gesto. Si avverte un legame con l'antichit, con i secoli, con la cultura di un popolo. Poi ci sono i quartieri chiassosi e tecnologici, pieni di negozi strabordanti di oggetti, chincaglieria, vestitini troppo kawaii e commessi urlanti irashaimase... irashaimase: benvenuta! Grazie. Tutto sembra fumettoso, entusiasmante, surreale a tratti. Tutto mi sembra nuovo ma allo stesso tempo vagamente familiare. Sar gi stata qui? Frequentavo questa via? La risposta non ha importanza. Non questo il punto. Il punto finalmente che mi sento piena di iniziative, prospettive e fiducia,

come non lo sono mai stata. Domani andr in quella via. Quella via che grazie al tuo aiuto presto diventer un luogo tangibile. La notte scorre agitata nell'eccitazione di quello che accadr domani. Mi sento come una bambina la sera prima della partenza per la gita scolastica. Non riesco a stare ferma. Abbino vestiti, abbino scarpe, provo acconciature. Nulla mi soddisfa. Domani voglio sembrare me stessa. La solita gonnellina nera, quella che tu conosci bene, con un vago sentore di pizzo sui bordi andr benissimo. E buio fuori. strano come in una citt dai mille neon, la notte riesca ad apparire cos profonda. Mi butto sul letto a fare zapping tra pubblicit assurde, personaggi pi o meno noti che ridono e ridono e si divertono, e poi programmi di cucina, talk show sul cibo e reality di amici che si abbuffano in giro per ristoranti. Cibo. Cibo. Cibo. I giapponesi, nonostante l'apparente magrezza, devono essere in realt un popolo di mangioni... mi venuta fame. Apro la bento comprata alla stazione ed sorprendentemente squisita e squisitamente ordinata: soba, katsudon, edamame, gohan. Ogni pietanza ha una sua precisa collocazione, una vera e propria opera d'arte culinaria; quasi un peccato rovinarla. Divoro ogni cibo. Lo stomaco sazio scarica la mia eccitazione. Mi spengo in fretta e mi addormento. L'indirizzo scritto sul foglietto a quadretti che ho trovato nella busta marrone arrivata dal Giappone si riferisce a una localit appena fuori Tokyo. Il taxi si ferma davanti a uno stradello chiuso al traffico. La via leggermente in salita, costeggiata da una vegetazione rigonfia e trasandata che tracima da staccionate e muri di cortili selvaggi. Sembra una zona semi abbandonata. Le foglie caduche di alcuni rovi stanno iniziando ad avvizzire, ingiallire e raggrinzire.

A uno sguardo disattento possono apparire come tanti petali che fanno capolino tra i cespugli sempre verdi. Sono i primi giorni di autunno ma fa ancora piuttosto caldo, tanto che uso ancora il ventaglio, uno di quelli rigidi che regalano per strada per pubblicizzare i negozi. Salgo lentamente sventagliandomi di continuo, muovo aria umida e pesante. Intorno silenzio, strano come i rumori della citt risultino attutiti qui, in lontananza si avverte solo il gracchiare dei corvi. E un verso immobile e irreale che esce dal silenzio a intermittenza, fa venire la pelle d'oca. un suono che sa di cimitero. Man mano che mi faccio avanti comincio a intravedere il tetto di una grande casa. La costruzione emerge imponente in mezzo alla vegetazione che inizia a stempiarsi. Forse, dovrei tornare indietro, ho gi saputo quello che volevo, cosa sto cercando ancora? La voce dei corvi continua a gracchiare intermittente. Il cancello in legno spesso e scuro, la vernice marrone tuttavia scrostata in vari punti, mi fa pensare a una vecchia sentinella messa a guardia di un fortino dismesso. E se tornassi indietro? Suono il campanello. Cosa dir appena mi apriranno? Mi devo inchinare? Come mi accoglieranno? Il cancello si apre quel tanto che basta per farmi passare. Ad attendermi c'-una vecchietta dall'et indefinita, avvolta in un kimono nero. La vecchietta mi fa cenno di accomodarmi. Entro titubante. La signora mi studia per qualche secondo, poi si lascia sorprendere da un gridolino di stupore. Accenno un sorriso. Allora lei si avvicina, sorride e mi accompagna all'interno della casa. Continua a inchinarsi e a rilasciare piccoli gridolini di gioia. Mi inchino a mia volta e la seguo in casa. Il rumore incerto dei passi sulla ghiaia lascia trasparire la mia esitazione. Dubbiosa faccio l'unica domanda che mi viene spontanea in quel momento: Obaasan?. La vecchietta, continuando a sorridere, si inchina un paio di volte pi profondamente, si porta una mano alla bocca e gli occhi le annegano nella commozione. mia nonna.

C' uno strano odore in casa, di carta vecchia, di legno umido e di paglia. E una casa morta. Ci sediamo a bere un t caldo e ci ritroviamo faccia a faccia. Mia nonna una donnina piccola ed esile, con i capelli grigi compostamente raccolti in uno chignon basso. Mia nonna una signora d'altri tempi, una donna distinta, con le calzette bianche e le espressioni decise come quelle di una maschera. La osservo in ogni dettaglio, dalle rughe che rivelano sofferenza, alla pelle candida che suggerisce tradizione, alla postura rigida che dichiara onore. ansiosa di mettermi a mio agio, continua a riempirmi la tazza di t verde, le sorrido per rassicurarla che sono a posto. Allora la vecchietta inizia a riversare un fiume di parole tremolanti, parole che si era tenuta dentro per chiss quanti anni. Forse da molti anni prima che io nascessi. Provo una grande tenerezza per quella donnina ma non so bene come muovermi. Posso toccarle una mano in segno di compassione? Come posso manifestarle benevolenza? Non vorrei fare qualcosa che le risultasse scortese; cos ogni tanto mi inchino per comunicarle la mia vicinanza. La sua voce continua a tremolare di storie. Ascolto con attenzione tutto quell'insieme di ideogrammi che le esce di bocca, resto concentrata per capire bene. Vengo a sapere che mio nonno morto qualche anno fa, che lei per tutto questo tempo aveva pensato a me, ma non le era stato possibile cercarmi prima. Immagino fosse una donna ubbidiente al marito fino alla morte. Ora lui era morto. Dice che ogni tanto riceveva notizie sul mio conto ma che dopo i miei diciotto anni aveva perso le tracce, finch qualche mese fa un ragazzo l'ha contattata a mio nome. Ora lo so: sei stato tu; sei riuscito a dare un volto al mio passato... e ancora mi chiedo come hai fatto a farti ascoltare da Clelia,

da quella donna infastidita anche solo dal mio nome. Forse anche lei con gli anni aveva addolcito l'astio e il rancore? Forse dopo il mio allontanamento non ha pi trovato un motivo per odiarmi. E anche se in fondo non ti perdono perch ti sei messo in mezzo, non posso che essertene grata. Obaasan visibilmente emozionata come se non si fosse voluta illudere finora. E io finora non mi ero mai illusa di un passato finch tu non mi hai portata qui. Obaasan mi racconta della tua lettera giunta inaspettata in una mattina di fine luglio, scritta in inglese e quindi per lei incomprensibile. Mi spiega di come, quel giorno, si sia vestita di tutto punto per andare dall'altra parte di Tokyo da una sua amica, la cui nipote studia da interprete, e farsela tradurre. Chiedere un favore richiede un certo numero di attenzioni e lei immagino ci abbia messo tutto il suo impegno per avere una risposta in giornata. E da quello che ho capito lei non si sposta spesso da qui. Deve essere stato un giorno ricco di trambusto nella vita di questa vecchietta che, mossa dall'emozione, ha attraversato Tokyo con i suoi zoccoletti e le calzine bianche per ottenere una versione in giapponese della tua lettera. La nonna si alza e mi porta un vecchio album di famiglia, sobrio e tenuto con cura, e l finalmente la vedo, mia madre; una bella ragazzina all'et della scuola, con la divisa e la cartella tenuta stretta con tutte e due le mani. I suoi occhi sorridono sotto la frangia dal taglio netto. Le stata scattata prima che si ammalasse, dice mia nonna con un pesante velo di rammarico. Eccola Fukiko, con i lunghi capelli raccolti in una treccia, chiusa da un sottile fiocco rosso. E uno scontro con la realt. E un impatto violento che colpisce al cuore. Sembro io quella ragazzina, se non fosse per i colori sbiaditi, potrei essere io qualche anno fa. uno scontro violento con la realt, che stringe le budella e le rimescola. C' un senso di rifiuto nell'accorgermi che davvero fino a quel momento avevo vissuto dentro una menzogna. C' rimpianto. C' rabbia. Guardo quella ragazzina. La fisso con convinzione cercando di associare a lei la parola mamma. Non risulta cos naturale come supponevo. Ci vorr del tempo per lasciarsi alle

spalle Clelia e Riccardo insieme a tutta l'infanzia, molto tempo. L'album denso di fotografie, nonostante tutto doveva essere una figlia molto amata. Io non ho quasi foto della mia infanzia, pochissime se non conto le foto di classe e qualche foto tessera. Obaasan me ne passa un'altra, c' Fukiko in giardino con indosso uno yukata color pastello; sul retro si vede la staccionata che delimita il confine e dall'altra parte si intravede rigoglioso un gingko biloba. quello il giardino di Kaoru? Sono curiosa. Indico l'albero e chiedo se l'albero apparteneva a mio padre. La donna diventa scura in volto, poi annuisce lentamente. Padre... il cuore si ferma inaspettatamente. Quanto dolore porta con s questa parola... Bevo un sorso di t per buttare gi il magone che mi si sta formando. Obaasan mi fa cenno di aspettare e si assenta un attimo. Ne approfitto per guardarmi intorno, l'arredamento semplice, rigoroso, minimale, niente a che vedere con la casa borghese della mia finta famiglia, ricca di mobili e uova Faberg. Bevo un altro sorso. La nonnetta torna tenendo in mano un contenitore non pi grande di una scatola da scarpe. Lo poggia sul tavolo e mi chiede educatamente, con la mano piatta protesa in avanti, di aprirla. A differenza dell'album di Fukiko, il coperchio di questa scatola un po' logoro e impolverato. Sembra stata riposta per molto tempo, forse nascosta. La scoperchio. Dentro c' un altro album ma pi piccolo e notevolmente meno prezioso; dentro c' una cassetta, di quelle piccoline che si usavano nei mini registratori degli anni Ottanta, e una videocassetta. Mi fa tenerezza accorgermi della diversit di trattamento. Quello che resta di mio padre sono un mucchio di memorabilia ritagliate da una ragazzina. Sfoglio l'album che racchiude ritagli di giornali. Eccolo Kaoru, in qualche articolo ci sono foto di scena. Eccolo, con il suo bel viso, i capelli corvini, il suo sguardo fiero. Eccolo Kaoru che faceva battere i cuori. Eccolo Kaoru che si lasciava ammirare. Kaoru: mio padre!

Riprendo l'immagine di Fukiko e l'accosto a quella di mio padre. Sono belli insieme. Osservo le loro fotografie mentre Obaasan, annuendo, mi versa ancora del t. Vedo una famiglia che non c': un padre e una madre in divenire; due genitori a cui non sar mai data l'occasione di esserlo. E pi doloroso di quanto immaginassi, mi sento privata di una vita. Ripeto quella parola associando alla foto la parola "mamma"... In questo modo riacquisto il suo ricordo, la sensazione di lei, quando di notte mi teneva stretta al petto. S, ricordo del bene che mi voleva. S, ricordo chi era. Ora anche io so come fatta una madre. Prendo le due cassette e ne chiedo il contenuto. Il VHS la registrazione di uno spettacolo, la rappresentazione di fine corso dell'accademia teatrale, la data segnata sull'etichetta dice 1982, quindi prima del loro incontro; Fukiko doveva averne fatta una copia dall'originale di Kaoru. Per la cassetta audio, invece, Obaasan mi fa di nuovo cenno di aspettare. Nell'attesa torno a sfogliare l'album di mia madre, incontro lo sguardo severo e influente di mio nonno e vedo quello sottomesso di mia nonna. Ci sono anche foto di famiglia pi vecchie, uno di questi personaggi, tutti in posa in abiti tradizionali per il ritratto, doveva essere lo zio Kenichi: chiss cosa gli era successo. Passo in rassegna quei volti, sono un po' buffi, tutti seri e impenetrabili. Le et di mia madre, mia nonna, mio nonno si susseguono e si alternano, regrediscono. Io davvero appartengo a questa famiglia? Afferro un'immagine di mio padre e la stringo al petto, come per consolarlo di essere stato relegato in secondo piano, sigillato in una scatola da scarpe. Rinnegato. I suoi occhi fieri. Quegli occhi profondi e taglienti. Quello sguardo regale proveniente da un corpo efebico. Quel ragazzo ero io. E io di quel padre negato non conservavo alcun ricordo, non il suo viso, non la sensazione seppur nebulosa del suo abbraccio, non il suo profumo. Eppure quel ragazzo sono io: Sei la sua copia esatta, mi era stato detto.

Le pulsazioni accelerano nel mio corpo, un brivido mi trapassa da parte a parte: la paura di un legame di sangue bastardo che si scioglie. Come vorrei almeno per una volta aver avuto la possibilit di incontrarli. Almeno per una volta. Non ne avr mai la possibilit. Chiss se dall'aldil loro sanno che sono qui. Sussurro: Sono qui.... E lascio scivolare via le parole. Obaasan ricompare con un vecchio registratore a batteria e me lo porge. Poi esce di nuovo per lasciarmi sola. Eccomi in Giappone, con un mucchio di ricordi da imparare, con una nonna e una vecchia casa decadente. Eccomi a casa. Inserisco la cassetta... tentenno sul tasto play. Poi con tutte le forze avvio la registrazione. Il fiato mi si blocca in gola. Le prime note avanzano un po' rovinate e introducono una musica popolare e due voci melodiose che cantano all'unisono, divertite, complici, innamorate: Kaoru... e Fukiko, il giglio e il gelsomino. Mio padre interpreta le prime strofe con tutta la sicurezza di chi quella canzone la conosce bene, poi entra Fukiko, vagamente vergognosa sulle prime battute. Le voci si completano. Non riesco pi a trattenere le emozioni, mi alzo mentre la canzone risuona in ogni angolo, oltrepassa i muri di quella grande e vecchia casa vuota. Attraverso il corridoio e mi affaccio nella stanza di fronte, la porta aperta sul portico. Vedo il parquet, la staccionata, il giardino di fronte. strano come tutta la mia esistenza ritrovi una ragione. Le voci continuano armoniose e riecheggiano da un altro tempo. Un soffio di brezza scuote i rami del gingko biloba. Una pioggia di ventagli dorati fiocca nell'aria e in quell'istante una ragazzina dalla lunga treccia, inginocchiata mollemente sotto il portico, osserva sognante il suo principe, che fa danzare le maniche del kimono, azzurro come il cielo, al ritmo del vento. ***

CAPITOLO 20. Sai, avevo deciso che ti avrei odiato, che avrei fatto di tutto per azzerare il ricordo della nostra unione. Ti avrei annullato per annullare il dolore della separazione. Ma anche se forse non era amore, anche se forse era solo un'attrazione fisica che ci ingannava nel voler stare insieme, ora non posso che ripensarti con tenerezza e gratitudine. Nonostante le paure, le indecisioni, i battiti spezzati; nonostante la mia arrendevolezza e il bisogno di affermazione; nonostante quel parco che ci proteggeva e ci ingabbiava; se non fossi arrivato tu forse il mio cuore sarebbe rimasto chiuso in un pugno di risentimento. Se non fossi arrivato tu forse ora sarei ancora in bilico contro la balaustra troppo bassa di quell'appartamento sul naviglio. Ho sempre creduto che esistesse una ragione a guidare il caso. Nulla in realt accade per caso. Pensavo che fossi giunto da me per completarmi e invece sei la mano che ha cambiato il mio destino. Rimarr in questa vecchia casa d'oriente ancora per molto tempo. C' ancora tanto passato da scoprire. Dai a quel bambino tutto l'amore possibile, senza risparmiarti mai. Dimenticami se puoi, dimenticati di quello che avremmo potuto essere. Sii il migliore dei padri. Non sentirti in colpa e non avere rimpianti. Presto ti invier la mia ultima lettera. E quello che rester sar solo il ricordo di un bellissimo amore. ***

RINGRAZIAMENTI. Special thanks to: Cristiano Armati Gli amici bravi: Jacopo Cinti aka Jacoposh per esserci sempre Antonio Zuddas aka Anton Leroy per la mia foto Carlo Concato per il magnifico trucco Fabrizio Carcano per la casa e la pazienza Fulvia Caselgrandi per i consigli Alessandro Baronciani per l'illustrazione mancata Ryuta Naruse per la pazienza giapponese Le amiche lettrici: Ivana Monetti, Paola Spotti Gli amici ritrovati: Francesca Toni, Monica Meglioli, Elena Pradelli, Francesca Sarocchi, Giorgio Figus, Marco Catani E tutti gli amici. Credit: Foto dell'autrice: Antonio Zuddas Make up artist: Carlo Concato ***

INDICE. 7. Prologo 9. Capitolo uno 20. Capitolo due 29. Capitolo tre 31. Capitolo quattro 39. Atto primo 43. Capitolo cinque 52. Capitolo cinque e 5/2 56. Capitolo sei 60. Atto secondo 62. Capitolo sette 72. Atto terzo 75. Capitolo otto 81. Capitolo nove 90. Capitolo dieci 93. Capitolo undici 100. Capitolo dodici 108. Capitolo tredici 115. Atto quarto 117. Capitolo quattordici 124. Capitolo

quindici

136. Atto quinto 138. Capitolo sedici 146. Tokyo love. Una lettera dal 169. Capitolo diciassette 175. Atto sesto 177. Capitolo diciotto 179. Capitolo diciannove 187. Capitolo venti 188. Ringraziamenti

Raffaella Bedini. Sei parte di me. Raffaella Bedini nata a Modena nel 1974 ma si sbagliata, avrebbe voluto nascere a Tokyo e difendere la terra a bordo di un robot. Grande appassionata di anime e manga fin dalla prima infanzia, nella vita ha un solo punto fermo: viaggiare. Le citt che chiama casa oltre Modena sono Londra, San Diego e ovviamente Tokyo.Tra le cose che ama di pi fare c' buttarsi gi dalle montagne con lo snowboard e sognare a occhi chiusi. Oggi vive a Milano dove lavora in una bella agenzia di pubblicit, domani non si sa. Anagramma n.35 Volume di 176 pagine 8,90 Pu un romanzo d'amore non parlare d'amore? Quello che state per leggere s. Dimenticatevi le rose, i fiori e le nuvole rosa confetto. Questo romanzo vi porter in un mondo di sentimenti intensi e passionali, a volte taglienti, spesso crudi ma sempre sinceri. Una ragazza ci apre il suo cuore con tutta la,spiazzante ingenuit dell'adolescenza e ci porta per mano nella sua vita, dove i confini tra amore e odio sfumano e le canzoni scandiscono quasi sarcastiche ogni istante. Bene, male, desiderio e repulsione, tutto si confonde, si mescola nella nebbia. E quando vorremmo lasciare la sua mano lei ci strattona e ci trascina ancora pi a fondo nella logica della crew, un mondo chiuso, barricato su se stesso per lasciare fuori la quotidianit di una provincia affettata e benpensante.Tra concerti, prove, locali e feste, shopping e noia, alcool e fumo, ci narra, con un'ombra di malinconia e un linguaggio asciutto e scabro, un malessere esistenziale fin troppo acuto. Se amate lo stile fresco e dinamico lasciatevi coinvolgere da questi capitoli ritmati come le tracce di un cd, da questa playlist di situazioni, stati d'animo e sentimenti che si bloccano in gola... NEWTON COMPTON EDITORI

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