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Daniel Jonah Goldhagen I VOLONTEROSI CARNEFICI DI HITLER

I tedeschi comuni e l'Olocausto


"Hitler's Willing Executioners"

INDICE

PRIMO VOLUME Nota dell'editore Premessa all'edizione tedesca Introduzione: Ripensare gli aspetti principali dell'Olocausto Note all'Introduzione Parte prima CAPIRE L'ANTISEMITISMO TEDESCO: LA MENTALITA' ELIMINAZIONISTA 1. Rivedere la concezione dell'antisemitismo: uno schema d'analisi 2. L'evoluzione dell'antisemitismo eliminazionista nella Germania moderna 3. L'antisemitismo eliminazionista: il senso comune della societ tedesca nel periodo nazista Parte seconda IL PROGRAMMA ELIMINAZIONISTA E LE STRUTTURE 4. L'aggressione nazista agli ebrei: carattere ed evoluzione 5. Gli agenti e i meccanismi della distruzione Parte terza I BATTAGLIONI DI POLIZIA: TEDESCHI COMUNI, VOLONTEROSI ASSASSINI 6. I battaglioni di polizia: agenti del genocidio 7. Il Battaglione di Polizia 101: gli uomini e le loro azioni 8. Il Battaglione di Polizia 101: gli uomini e le loro motivazioni 9. I battaglioni di polizia: la vita, gli eccidi, le motivazioni SECONDO VOLUME Parte quarta IL LAVORO DEGLI EBREI COME ANNIENTAMENTO 10. Fonti e logiche del lavoro degli ebrei nel periodo nazista 11. La vita nei campi di lavoro 12. Lavoro e morte Parte quinta LE MARCE DELLA MORTE: FINO AGLI ULTIMI GIORNI 13. Sulla via della morte 14. Marciare verso che fine? Parte sesta L'ANTISEMITISMO ELIMINAZIONISTA: TEDESCHI COMUNI, VOLONTEROSI CARNEFICI 15. La condotta dei realizzatori: interpretazioni a confronto 16. L'antisemitismo eliminazionista come motivazione al genocidio

Epilogo Appendice 1 NOTA METODOLOGICA Appendice 2 SCHEMA DELLE TEORIE DOMINANTI IN GERMANIA SUGLI EBREI, I MALATI DI MENTE E GLI SLAVI Ringraziamenti

NOTA DELL'EDITORE

"I volonterosi carnefici" di Hitler uno dei casi pi clamorosi nella storiografia degli ultimi decenni. Uscito negli Stati Uniti nel marzo 1996, questo libro di un giovane e sconosciuto professore di Harvard ha suscitato un intenso dibattito ed entrato - fatto senza precedenti per un saggio di storia europea - nella classifica dei best seller americani. In Germania dove stato pubblicato nell'agosto seguente, ha determinato un vero choc nazionale paragonabile soltanto a quello provocato dallo sceneggiato televisivo "Holocaust". Ma perch si attirato, allo stesso tempo, critiche feroci e consensi entusiastici? Perch Daniel J. Goldhagen, nel suo tentativo di rispondere a un interrogativo inquietante che eravamo abituati a considerare chiuso come ha potuto il popolo tedesco, una delle grandi nazioni civili della civile Europa, compiere il pi mostruoso genocidio mai avvenuto? -, pare ad alcuni riproporre la tesi della colpa collettiva. A suo avviso nessuna delle spiegazioni finora date la follia criminale di Hitler, la segretezza in cui furono condotte le operazioni di sterminio, l'educazione alla disciplina che avrebbe spinto militari e burocrati a eseguire gli ordini - pu essere giudicata soddisfacente. Egli esamina da vicino le figure degli esecutori e reinterpreta la societ tedesca fra il 1933 e il '45 e il suo radicato antisemitismo. Attingendo a materiale non ancora vagliato o trascurato da altri studiosi, nonch a testimonianze dirette degli esecutori, Goldhagen dimostra che, contrariamente a quanto spesso si pensa, i responsabili dell'Olocausto non furono solo S.S. o membri del Partito nazista, ma tedeschi comuni di ogni estrazione, uomini (e donne) che brutalizzarono e assassinarono gli ebrei per convinzione ideologica e per libera scelta, sovente con zelo e con gratuito sadismo. E che, per di pi, si comportarono cos, non perch costretti, n perch ridotti alla stregua di schiavi, n perch tremende pressioni sociali e psicologiche li inducessero a adeguare la loro condotta a quella dei compagni. Lo fecero perch l'antisemitismo germanico era talmente diffuso, maligno, nutrito nei secoli di miti razzisti e false teorie scientifiche da disumanizzare gli ebrei, da trasformarli nell'immaginario collettivo in una

sorta di malattia, addirittura di forza demoniaca che si doveva eliminare a ogni costo dalla Germania. Attraverso le parole degli stessi carnefici Goldhagen ci presenta un quadro sconvolgente e immediato: la loro organizzazione della vita quotidiana, il modo di torturare e uccidere e le reazioni alle scene di morte. Vero e proprio atto di accusa, "I volonterosi carnefici di Hitler" un'opera scientifica nel metodo e provocatoria nelle conclusioni, che d'ora in avanti si riveler fondamentale per comprendere il pi profondo dramma dell'et moderna. Daniel Jonah Goldhagen professore di Government and Social Studies all'universit di Harvard ed membro del Minda de Gunzburg Center for European Studies. La sua tesi di dottorato, su cui si basa questo libro, ha ricevuto nel 1994 il prestigioso Gabriel A. Almond Award dell'American Political Science Association come miglior studio nel campo della politica comparata.

PREMESSA ALL'EDIZIONE TEDESCA [Questo saggio stato pubblicato in edizione tedesca nell'agosto 1996.] Dato il particolare interesse con cui i lettori tedeschi potranno affrontare la lettura di queste pagine e i suoi temi, mi sembra utile far precedere l'edizione tedesca da alcune parole di introduzione sullo scopo del libro, sulla natura e sui punti focali della trattazione, sulla questione della colpa e sulla Germania odierna. Nei "Volonterosi carnefici di Hitler" sposto il fulcro della ricerca sull'Olocausto dalle organizzazioni impersonali e dalle strutture astratte agli agenti stessi, agli esseri umani che hanno commesso i crimini e alla comunit dalla quale questi uomini e queste donne provenivano. Evito, tuttavia, le astoriche e generali spiegazioni sociopsicologiche - per esempio quelle secondo le quali gli uomini obbediscono a ogni forma di autorit o sono disposti a tutto sotto la pressione del gruppo dei loro pari - a cui si fa automaticamente riferimento non appena si consideri l'operato dei realizzatori. Al contrario, riconosco l'individualit e l'umanit degli agenti, uomini che, riguardo alla politica del regime, avevano opinioni che informarono le loro scelte come collettivit e come singoli. Anzi, tutta questa analisi si fonda sull'idea che ognuno ha sempre scelto come trattare gli ebrei. A questo proposito, ho seriamente considerato anche il contesto storico nel quale i realizzatori hanno sviluppato quelle convinzioni e quella concezione del mondo, che sono state determinanti nella loro interpretazione di ci che fosse giusto e necessario nel modo di trattare gli ebrei. Per tale motivo importante sapere quanto pi possibile sull'immagine che i realizzatori tedeschi avevano delle vittime e sulle loro motivazioni; al tempo stesso deve essere esaminata a fondo l'idea degli ebrei che dominava, in generale, nella societ. In questo libro, quindi, pongo dei quesiti fondamentali per la comprensione dell'Olocausto, ai quali, tuttavia, non stata finora rivolta la dovuta attenzione. In sostanza portano in due direzioni. Da un lato, verso i realizzatori: come vedevano gli ebrei? li consideravano pericolosi, nemici malvagi, o li giudicavano piuttosto esseri umani degni di

compassione che subivano un'ingiustizia? credevano veramente che ci che riservavano loro fosse giusto e necessario? Dall'altro lato, riguardano i tedeschi al tempo del nazismo: quanti erano antisemiti? che carattere aveva il loro antisemitismo? che opinione avevano delle misure antiebraiche degli anni Trenta? quanto sapevano dello sterminio degli ebrei, e che cosa ne pensavano? Colpisce il fatto che negli studi sull'Olocausto, salvo in alcune eccezioni, non siano stati esplicitamente sollevati questi importanti interrogativi sulla mentalit degli agenti, n siano stati elaborati in modo sistematico e approfondito. Laddove il tentativo stato fatto, le risposte, soprattutto quelle relative ai realizzatori, sono state date in modo superficiale, senza l'esposizione e la valutazione accurata dei documenti che, invece, per altri temi sono date per scontate. Tuttavia, nessuno studio che eluda questi interrogativi potr mai spiegare come e perch l'Olocausto abbia potuto realmente essere perpetrato. Tentando invece di rispondere a queste e ad altre domande, io presento qui nuove prove e argomentazioni che mettono in dubbio molte opinioni convenzionali su quel periodo e sugli agenti. "I volonterosi carnefici di Hitler" tratta della visione del mondo, delle azioni, delle decisioni individuali, della responsabilit che ogni singolo ha quale autore delle proprie azioni e della cultura politica dalla quale coloro che compirono l'Olocausto mutuarono le loro convinzioni. Esso mostra che una serie di idee sugli ebrei si era gi ampiamente diffusa fra i tedeschi e si era integrata nella vita culturale e politica della Germania ben prima che i nazisti arrivassero al potere, e che proprio tali idee determinarono quello che i tedeschi comuni, come singoli e come collettivit, furono disposti a tollerare e a fare durante il periodo hitleriano. Il carattere e lo sviluppo di una cultura politica sono sempre condizionati dalla storia; un tale contesto si evolve e si trasforma, come accaduto anche nella Germania federale. In questo senso nulla immutabile. Perci, nel libro non si sostiene affatto che esiste un eterno carattere nazionale dei tedeschi; non si tratta di una sorta di fondamentale e determinata disposizione psicologica dei tedeschi. Io rifiuto espressamente simili idee e le argomentazioni su cui si fondano; nel mio libro non ce n' traccia. Come l'esame della cultura politica di una societ non implica n si fonda su nozioni di caratteristiche immutabili, allo stesso modo qualsiasi affermazione generale su un popolo non presuppone n si basa su alcun concetto di etnia o razza.

Le generalizzazioni sono fondamentali per il nostro modo di pensare. Senza di esse non potremmo riconoscere strutture sensate n nel mondo n nelle nostre esperienze. Quando vogliamo parlare di gruppi o societ, generalizziamo sempre. La maggioranza dei tedeschi, oggi, davvero democratica. Prima della guerra civile americana, la maggior parte dei bianchi del Sud era convinta che i neri, per la loro costituzione, fossero inferiori sia intellettualmente sia moralmente, e che proprio per questo si prestassero a diventare bestie da soma e schiavi. La maggior parte dei bianchi del Sud era razzista, e il razzismo ha improntato le loro opinioni riguardo alla condizione sociale adeguata ai neri e al giusto tipo di rapporti da instaurare con loro. Tutte queste generalizzazioni sono vere. Il punto, perci, non quello della correttezza del procedimento di generalizzazione "in s", ma della veridicit e della dimostrabilit della base su cui si opera la generalizzazione. Non c' niente di razzista n tanto meno di improprio nell'affermare che oggi la maggior parte dei tedeschi sarebbe democratica; e altrettanto lecita l'affermazione secondo la quale la stragrande maggioranza dei bianchi americani del Sud, prima della guerra civile, fosse razzista o che la maggior parte dei tedeschi, negli anni Trenta, fosse antisemita. La sola cosa che conta in tali generalizzazioni la loro correttezza, se cio sono fondate empiricamente e se l'analisi da cui risultano rigorosa. In questo libro si presentano prove e le si interpretano per chiarire perch e come l'Olocausto ha avuto luogo, e perch, soprattutto, stato possibile che si realizzasse. E' un'opera di interpretazione storica, non un giudizio morale. Il mio punto di partenza assodato: l'Olocausto ha avuto origine in Germania, quindi principalmente un fenomeno tedesco. Questo un fatto storico. Chi vuole spiegare l'Olocausto deve concepirlo come una fase evolutiva della storia tedesca. Tuttavia, esso non ne stato un risultato inevitabile. Se Hitler e i nazisti non avessero raggiunto il potere, non ci sarebbe stato alcun Olocausto. E probabilmente non sarebbero arrivati al potere, se in Germania non ci fosse stata una crisi economica. Numerose circostanze, nessuna delle quali era inevitabile, hanno dovuto verificarsi perch l'Olocausto potesse essere perpetrato.

Nessuna spiegazione legata a un'unica causa potr mai essere adeguata per l'Olocausto. Molti fattori hanno contribuito a creare le condizioni necessarie a renderlo possibile e a realizzarlo. La maggior parte di tali fattori - come i nazionalsocialisti arrivarono al potere, come sconfissero l'opposizione interna, come assoggettarono l'Europa, come crearono le strutture preposte al genocidio e organizzarono lo sterminio - ben nota e perci non presa in esame in questo libro, dove ci si concentra invece sul problema della motivazione all'Olocausto. La mia tesi che la volont di uccidere gli ebrei, sia in Hitler sia in coloro che hanno realizzato i suoi piani omicidi, derivasse principalmente da un'unica sorgente comune: da un virulento antisemitismo. Il suo manifestarsi dipeso da diversi altri fattori - materiali, situazionali, strategici e ideologici - che discuter approfonditamente, in particolare illustrando lo sviluppo della politica antiebraica e il carattere del lavoro ebraico nel periodo nazista. Il regime e i realizzatori concepirono provvedimenti e comportamenti ostili agli ebrei complessi e a volte apparentemente contraddittori, proprio perch agivano in accordo con i loro sentimenti di odio antisemita, e perch dovevano muoversi in un ambito politico, sociale ed economico in cui, spesso, la loro libert operativa era limitata. Inoltre, mentre impostavano e realizzavano la politica antisemita, dovevano pensare agli altri loro obiettivi pratici e ideologici. Per questo motivo, se si vuole spiegare l'Olocausto in tutti i suoi aspetti, non ci si pu limitare all'antisemitismo, ma si devono considerare numerosi altri fattori. Tuttavia, qualunque effetto questi possano aver avuto sullo sviluppo e sulla realizzazione del programma antisemita dei nazisti, la "volont" del governo e di molti tedeschi comuni di perseguitare effettivamente gli ebrei e di ucciderli, mettendo in atto i piani politici, non riconducibile a nessuno di essi. Determinante fu l'antisemitismo comune a tutti gli agenti. I tedeschi trovarono la motivazione per perseguitare e, quando fu loro richiesto, per uccidere gli ebrei in una forma virulenta di antisemitismo che rappresentava la visione dominante degli stessi ebrei in Germania durante e prima del periodo nazista. Tuttavia, senza l'avvento dei nazisti al potere, tale antisemitismo sarebbe rimasto latente. L'Olocausto si potuto, perci, verificare in Germania solo perch tre fattori hanno interagito.

Primo: in Germania presero il potere gli antisemiti pi criminali e malvagi della storia dell'umanit e decisero di porre al centro della politica dello stato le loro follie omicide private. Secondo: essi lo fecero in una societ in cui la loro immagine degli ebrei era ampiamente condivisa. L'Olocausto, per lo meno nella forma nella quale stato realizzato, ha potuto avere luogo solo perch questi due fattori si sono verificati. L'odio pi selvaggio, sia esso antisemitismo o altra forma di razzismo o pregiudizio, porta allo sterminio sistematico solo quando un governo politico mobilita coloro che lo condividono e organizza un programma di morte. Ancora una volta: senza i nazisti e senza Hitler, l'Olocausto non sarebbe, quindi, stato possibile. Tuttavia, altrettanto fondamentale si dimostrata la grande disponibilit della maggior parte dei tedeschi comuni a tollerare prima e sostenere poi, spesso persino collaborando attivamente, la furiosa persecuzione degli ebrei negli anni Trenta, e a partecipare, infine, anche al loro sterminio (ci vale, almeno, per coloro che ne avevano ricevuto l'ordine). Senza tale disponibilit, il regime non avrebbe potuto uccidere sei milioni di ebrei. Entrambi questi fattori - la presa del potere da parte dei nazisti e la disponibilit dei tedeschi a sostenere la politica antisemita dello stato erano necessari. Uno solo non sarebbe stato sufficiente. E unicamente in Germania arrivarono a coincidere. Per tale motivo, la diffusione e la profondit dell'antisemitismo in altri paesi non hanno alcuna rilevanza, se si vuole spiegare quello che accadde in Germania e le azioni dei tedeschi. Naturalmente, c'era antisemitismo anche in Francia, Polonia e Ucraina; in nessuno di questi paesi, tuttavia, arriv al potere un regime che mirasse allo sterminio degli ebrei. L'antisemitismo di un popolo, da solo, non porta al genocidio, a meno che non venga utilizzato per una politica statale di violenta persecuzione e di morte. Non servono, quindi, studi comparati per spiegare perch proprio in Germania, e in nessun altro luogo, esso abbia avuto conseguenze cos catastrofiche. Inoltre, siccome per la realizzazione dell'Olocausto furono necessari entrambi i fattori - una popolazione antisemita e un regime risoluto allo sterminio di massa degli ebrei - (ossia uno solo non sarebbe bastato),

l'evidente assenza in altri paesi di una delle due condizioni fondamentali (il regime) rende inutile, dati gli scopi di questo libro, valutare il grado di presenza dell'altra (il virulento antisemitismo eliminazionista). Voglio per sottolineare che la diffusione ovunque in Europa dell'antisemitismo permette di chiarire perch i tedeschi abbiano trovato, in altri paesi, cos tanti uomini disposti e smaniosi di aiutarli nello sterminio degli ebrei. Un terzo fattore dimostra che l'Olocausto, soprattutto come programma di sterminio che abbracciava l'intera Europa, avrebbe potuto avere origine solo in Germania. Solo il Reich tedesco aveva la forza militare per conquistare il continente europeo, e quindi solo il governo tedesco poteva, impunemente e senza alcun timore della reazione degli altri paesi, iniziare lo sterminio degli ebrei. Era perci improbabile che un altro stato, anche dominato da un regime simile a quello nazista, avviasse una tale politica di sterminio. Persino Hitler, un uomo che si era votato all'annientamento degli ebrei, era cauto nel muovere i propri passi contro di loro negli anni Trenta, ossia finch la Germania era ancora vulnerabile dal punto di vista militare e diplomatico. Allora una soluzione della questione ebraica non era praticabile. Ci non significa che il genocidio degli ebrei non sarebbe stato pensabile anche in un altro paese; significa solo che sarebbe stato improbabile a causa delle limitazioni che abbiamo ricordato. Fatto sta che altrove non arrivato al potere alcun regime analogo a quello nazista che fosse risoluto a sterminare gli ebrei del proprio paese. L'antisemitismo virulento, in altri popoli, si trasformato in azione solo quando i tedeschi hanno iniziato a perseguitare e a uccidere gli ebrei nei territori conquistati. "I volonterosi carnefici di Hitler" non vuole essere una storia completa dell'Olocausto, della Germania nazista, n, tanto meno, degli sviluppi o della cultura politica tedesca in epoca recente. Molti risvolti di tali temi hanno dovuto essere tralasciati. Questo libro si concentra infatti sugli aspetti fondamentali e predominanti della questione, e a volte perci riporta solo brevemente, o addirittura tralascia, i singoli casi o le eccezioni. Tuttavia non vuole sostenere che tali singolarit o eccezioni non abbiano avuto luogo; molte peraltro, ad esempio le varie forme di resistenza contro Hitler, sono gi note. Il compito che mi sono prefisso quello di chiarire perch e come si sviluppato l'Olocausto e di illustrarne gli aspetti generali, fondamentali e

predominanti, che finora, a mio avviso, non sono stati sufficientemente spiegati. Poich mio scopo la spiegazione storica e non il giudizio morale, non sollevo mai direttamente le questioni della colpa e della responsabilit. Io illustro come la gente pens e ag, e perch lo fece, ma non dico come dobbiamo giudicarla. Infatti il giudizio morale non rientra in un'opera interpretativa di questo genere. Inoltre ho la sensazione che avrebbe confuso lo scopo e le conclusioni della ricerca. D'altra parte non ho neanche la competenza necessaria per potermi esprimere in materia e voglio quindi lasciare la valutazione etica, da un lato, a coloro che hanno maggiore esperienza, quali i filosofi morali, e, dall'altro, al lettore stesso perch si faccia un'opinione, secondo le sue convinzioni. Tuttavia, per il pubblico tedesco, devo illustrare brevemente la mia visione di questioni cos importanti in Germania, quali quella della colpa e della responsabilit. Rifiuto categoricamente la nozione di colpa collettiva. In questo modo, a prescindere dal comportamento, l'accusa colpisce una persona esclusivamente perch egli o ella appartiene a una collettivit, in questo caso perch un tedesco o una tedesca. Ora, non possiamo considerare colpevoli dei gruppi, ma solo gli individui, appunto colpevoli per quello che hanno fatto personalmente. Il concetto di colpa dovrebbe essere utilizzato quando qualcuno ha davvero commesso un crimine, poich il termine in tale accezione ha connotazione giuridica, ossia rimanda alla colpa per aver commesso un reato. In Germania, come negli Stati Uniti, gli uomini non sono dichiarati colpevoli, e quindi perseguibili per legge, per il fatto che hanno determinate idee, che odiano altri gruppi (nella Repubblica federale non possono per esprimerlo) o che approvano i crimini che altri commettono. Neppure la semplice disponibilit a commettere un crimine, qualora ne capitasse l'occasione, sufficiente per una condanna. Ci dovrebbe valere anche per i tedeschi che hanno vissuto nel periodo nazista; e conformemente a tale principio ha proceduto la giustizia federale tedesca con i criminali nazisti. In questo libro dimostro che la complicit individuale era pi diffusa di quanto molti hanno supposto finora.

Se si considerano, inoltre, tutti i crimini commessi contro i non ebrei durante il periodo nazista, allora il numero dei tedeschi che hanno agito in modo criminale enormemente alto. Tuttavia, si dovrebbero considerare colpevoli solo coloro che realmente si sono comportati in modo criminale. Con "I volonterosi carnefici di Hitler" voglio oppormi all'opinione cos spesso sostenuta nella letteratura scientifica, secondo la quale i tedeschi avrebbero agito come automi, come rotelle prive di volont, di un ingranaggio. Io li considero agenti responsabili, che erano nella condizione di decidere e per questo furono i veri artefici delle proprie azioni. Sottolineo che ogni uomo o donna decise singolarmente come comportarsi nei confronti degli ebrei. E perci nella mia analisi non solo respingo il concetto di colpa collettiva ma fornisco anche importanti argomentazioni per confutarlo. Il giudizio morale sui tedeschi - e anche sui polacchi, sui francesi e sugli ucraini -, che erano antisemiti o che approvarono diverse fasi della persecuzione degli ebrei e che, se fossero stati membri di una struttura genocida, avrebbero intenzionalmente ferito o ucciso ebrei, ma non lo fecero, viene lasciato al singolo che vi sia interessato. Non diversamente ci si comporta oggi nei confronti dei contemporanei che hanno convinzioni e tendenze riprovevoli. Va da s che i tedeschi, nati dopo la guerra o che durante la guerra erano bambini, non possono essere colpevoli, n in alcun modo responsabili per i crimini commessi allora. Forse la Germania e i tedeschi dovrebbero risarcire gli ebrei e i non ebrei, o i loro parenti sopravvissuti, per i crimini che da altri tedeschi furono commessi. Ma questo molto diverso dal ritenerli diretti responsabili di un crimine. Nei cinquant'anni trascorsi dalla fine della seconda guerra mondiale la cultura politica dei tedeschi cambiata. Il mutamento riguarda soprattutto due aspetti, strettamente collegati tra loro: la cultura politica della Repubblica federale tedesca e la maggior parte dei tedeschi sono, nel frattempo, diventate profondamente democratiche. Anche l'antisemitismo molto diminuito e ha cambiato essenzialmente il proprio carattere. In particolare, al giorno d'oggi sono scomparsi quegli elementi deliranti che attribuivano agli ebrei poteri e propositi demoniaci - tipici del fenomeno nel periodo nazista e nel precedente.

L'indebolimento generale e costante e il mutamento dell'antisemitismo nella Repubblica federale tedesca, come risulta chiaramente dalle inchieste condotte, possono essere compresi, dal punto di vista storico, utilizzando lo stesso schema adottato in questo studio per spiegare la sua grande persistenza in Germania durante e prima del nazismo. Grazie alla sconfitta bellica e alla costruzione di un sistema democratico nella Germania del dopoguerra, sono potute subentrare nuove convinzioni e valori democratici, nell'ambito pubblico, al posto delle vecchie concezioni antidemocratiche e antisemite. Al contrario di quanto fecero le istituzioni politiche e sociali che prima del 1945 propagarono e rafforzarono idee antidemocratiche e antisemite, quelle della Repubblica federale tedesca hanno promosso idee di politica e di umanit opposte all'antisemitismo del periodo nazista e del precedente e lo hanno delegittimato. La societ tedesca ha subito un cambiamento graduale. Alla giovent stata trasmessa la convinzione generale che tutti gli uomini sono uguali; non le stato pi insegnato che l'umanit composta da una gerarchia di razze, le quali sono diverse per capacit, devono essere trattate secondo criteri morali differenti e si trovano l'una contro l'altra in un inesorabile conflitto. Dal momento che gli uomini traggono, in larga misura, le proprie convinzioni fondamentali dalla societ in cui vivono e dalla sua cultura, la creazione di nuova cultura politica in Germania, unitamente al cambio generazionale, ha portato al risultato atteso: un indebolimento e anche un mutamento di fondo dell'antisemitismo. Da quando questo libro stato pubblicato in lingua inglese, mi stato spesso chiesto a che cosa miravo veramente nello scriverlo. La risposta, che si articola in due parti, semplice: vorrei ampliare le nostre conoscenze sul passato, e perci ho descritto e interpretato l'Olocausto e le figure dei realizzatori quanto pi precisamente sono riuscito. E vorrei permettere a tutti coloro che vogliono farlo di imparare dal passato, dando loro l'opportunit di affrontare queste conoscenze in modo diretto e obiettivo. Daniel Jonah Goldhagen Cambridge, Massachusetts, Luglio 1996. I VOLONTEROSI CARNEFICI DI HITLER A Erich Goldhagen, mio padre e maestro

"Non conviene combattere lo spirito della propria epoca e del proprio paese; e, per quanto forte un uomo possa essere, difficilmente indurr i suoi contemporanei a condividere sentimenti e idee che vanno contro il corso generale delle speranze e dei desideri." Alexis de Tocqueville, "La democrazia in America".

AVVERTENZA Nella traduzione si deciso di rispettare la distinzione dell'autore tra i termini "executioner", "perpetrator", "executor" e "actor" o "agent", che sono stati resi rispettivamente con carnefice, realizzatore, esecutore e agente o agente materiale. In particolare si scelto di tradurre "perpetrator" con realizzatore, e non con esecutore, per sottolineare la volontariet della condotta dei tedeschi, che non si limitarono a eseguire degli ordini, ma agirono, e si industriarono allo scopo, in base a profonde convinzioni personali.

Introduzione RIPENSARE GLI ASPETTI PRINCIPALI DELL'OLOCAUSTO

Il capitano Wolfgang Hoffmann fu uno zelante carnefice di ebrei: comandante di una delle tre compagnie del Battaglione di Polizia 101, insieme ai suoi ufficiali guid i soldati - che non erano S.S., ma tedeschi comuni - nelle operazioni di deportazione e di truce massacro, in Polonia, di decine di migliaia di uomini, donne e bambini. Eppure una volta lo stesso Hoffmann, nel bel mezzo delle sue attivit genocide, disobbed platealmente a un ordine superiore che considerava moralmente reprensibile. L'ordine imponeva ai membri della compagnia di firmare una dichiarazione che era stata mandata loro. Hoffmann si oppose per iscritto: leggendone il testo, afferm, aveva pensato a un errore, perch per me un atto di insolenza pretendere che un buon soldato tedesco firmi una dichiarazione in cui si impegna a non rubare, a non saccheggiare, a non prendere nulla senza pagare.... Era una richiesta inutile: i suoi uomini, proseguiva il capitano, mossi tutti dalle giuste convinzioni ideologiche, sapevano benissimo che quelli erano reati punibili. Hoffmann espose quindi ai superiori il suo giudizio sul carattere e sull'operato dei propri uomini, che comprendeva, dobbiamo supporre, il modo in cui si comportavano nel massacro degli ebrei. L'adesione dei suoi soldati alle norme di moralit tedesca, annotava, deriva da una libera scelta, non dalla ricerca di vantaggi o dal timore di punizioni. E concludeva, con un certo tono di sfida: Come ufficiale me ne dolgo, ma la mia personale opinione contrasta con quella del comandante del Battaglione e non mi permette di eseguire l'ordine, in quanto lesivo del mio senso dell'onore. Devo quindi rifiutarmi di firmare una dichiarazione generale (1). La lettera di Hoffmann sconcertante e istruttiva per pi ordini di ragioni. Quest'ufficiale aveva guidato i suoi uomini nelle operazioni genocide di decine di migliaia di ebrei, eppure considerava offensivo che qualcuno osasse supporre che lui e i sottoposti potessero rubare cibo ai polacchi! Qui si feriva il suo onore di assassino genocida, e lo si feriva doppiamente, in quanto soldato e in quanto tedesco: nella sua mente i doveri di un buon

cittadino germanico nei confronti dei subumani polacchi erano dunque incommensurabilmente maggiori di quelli nei confronti degli ebrei. Hoffmann, va aggiunto, era persuaso che l'istituzione da cui dipendeva fosse abbastanza tollerante da permettergli di contestare un ordine, e persino di registrare per iscritto quella sfacciata insubordinazione, in quanto a suo giudizio un giudizio certo basato sulla condotta complessiva dei soldati, genocidio incluso - i suoi uomini non agivano per timore della punizione, ma per consapevole consenso: ci che facevano corrispondeva al loro convincimento, alla loro fede interiore. Il rifiuto scritto di Hoffmann pone in netta evidenza alcuni aspetti importanti, e non abbastanza considerati, dell'Olocausto - la flessibilit di molte strutture dello sterminio, la possibilit di opporsi agli ordini (anche a quello di uccidere) e, non ultima, l'autonomia morale dei realizzatori - e getta luce sulla mentalit di coloro che lo compirono, nonch sulle motivazioni che li indussero a uccidere. Quel documento ci dovrebbe costringere ad affrontare interrogativi, da troppo tempo rimossi, sulla visione del mondo e sul contesto istituzionale che potevano produrre una dichiarazione di questo genere: dichiarazione che, pur riguardando, nella sua apparente eccentricit, un argomento marginale, rivela tutta una serie di aspetti caratteristici del modo in cui i tedeschi perpetrarono l'Olocausto. Capire gli atti e il sistema di valori delle decine di migliaia di tedeschi che, come il capitano Hoffmann, si trasformarono in assassini genocidi, appunto quanto questo libro si propone. Nel corso dell'Olocausto i tedeschi tolsero la vita a sei milioni di ebrei e, se la Germania non fosse stata sconfitta, ne avrebbero annientati altri milioni. L'Olocausto fu il tratto caratterizzante della vita e della cultura politica tedesche nel periodo nazista, l'evento pi sconvolgente del ventesimo secolo e il fenomeno meno comprensibile dell'intera storia della Germania. La persecuzione degli ebrei culminata nell'Olocausto dunque l'aspetto saliente della realt tedesca nel periodo nazista, non tanto perch ci lascia retrospettivamente esterrefatti di fronte all'evento pi traumatico del secolo, ma per il significato che ebbe per i tedeschi del tempo e per i motivi che indussero tanti di loro a prendervi parte. Fu, quell'evento, il segnale della loro uscita dal consorzio dei popoli civili (2): un'uscita che non pu rimanere senza spiegazione. Spiegare l'Olocausto il problema intellettuale fondamentale per la comprensione della Germania durante il nazismo.

Al confronto relativamente semplice capire tutti i passi compiuti dal nazionalsocialismo: in che modo conquist il potere, come elimin la sinistra, come rilanci l'economia, come struttur e gest lo stato, come condusse la guerra. L'Olocausto, invece, e il mutamento di sensibilit che ne deriv sfidano ogni interpretazione. Non esiste nella storia del ventesimo secolo, e anzi in tutta la storia dell'Europa moderna, un fatto paragonabile. Al suo confronto la genesi di ogni altro grande evento nella storia e nell'evoluzione politica della Germania, indipendentemente dal dibattito che suscita, di una trasparenza cristallina. Spiegare come avvenne un'impresa ciclopica, sul piano empirico ma ancor pi su quello teorico, tanto che alcuni hanno sostenuto, a mio avviso erroneamente, che l'Olocausto inspiegabile. La difficolt teorica data dalla sua natura assolutamente nuova, dall'incapacit della teoria sociale di allora (o di quanto passava per senso comune) di cogliere il bench minimo preavviso non soltanto di ci che sarebbe avvenuto, ma neanche della sua possibilit. La teorizzazione retrospettiva non ha fatto molto meglio, gettando modeste luci su quelle tenebre. Questo libro si propone di spiegare perch l'Olocausto avvenne e perch fu possibile che avvenisse. Il successo dell'impresa dipende da un certo numero di elaborazioni accessorie, che sostanzialmente consistono nella reimpostazione di tre temi di ricerca: i realizzatori dell'Olocausto, l'antisemitismo tedesco e la natura della societ tedesca nel periodo nazista. In primo luogo, i realizzatori dell'Olocausto. Sono sicuramente pochi i lettori di questo libro che non si siano interrogati sui motivi che li spinsero a uccidere; e pochi avranno evitato di darsi una risposta, che in genere avranno desunto - per forza di cose - non da una conoscenza profonda dei realizzatori stessi e dei loro atti, bens soprattutto dalla propria personale concezione della natura umana e della vita sociale. E' comunque probabile che pochi dissentiranno sulla necessit di studiarli. Fino a oggi, per, i realizzatori, la categoria pi importante tra i responsabili dello sterminio degli ebrei d'Europa dopo il gruppo dirigente stesso del regime nazista, sono stati oggetto di ben poca attenzione sistematica negli studi che ricostruiscono quegli eventi, proponendosi di spiegarli.

Nella vasta letteratura sull'Olocausto sorprendente l'esiguit delle informazioni sulle persone che lo perpetrarono: sappiamo poco su chi fossero, sui dettagli e le circostanze di molte loro azioni, per non parlare delle motivazioni. Nessuno mai arrivato a una stima attendibile del numero di persone che contribuirono al genocidio, dei realizzatori veri e propri; alcune strutture dello sterminio e le persone che le facevano funzionare sono state a malapena prese in considerazione. E a causa di questa generale mancanza di conoscenze che sui realizzatori abbondano malintesi e leggende di ogni genere, tanto pi gravi in quanto influiscono sulla pi generale percezione, e comprensione, di ci che furono l'Olocausto e la Germania in epoca nazista. Dobbiamo quindi riportare l'attenzione, e tutte le energie intellettuali finora dedicate ad altri aspetti, sui realizzatori, sugli uomini e le donne che contribuirono, essendone intimamente consapevoli, alla strage degli ebrei (3). Dobbiamo studiare e spiegare nei dettagli il loro operato: non basta considerare le strutture dello sterminio, tutte insieme o una per una, come meri strumenti della volont dei dirigenti nazisti, macchine ben lubrificate, semplici internamente, che il regime attivava, come schiacciando un interruttore, per far eseguire i propri ordini, di qualsiasi cosa si trattasse. Gli uomini e le donne che insieme davano vita a quelle inerti forme istituzionali, che occupavano le strutture del genocidio, devono diventare il tema centrale negli studi sull'Olocausto e assumere, in quell'indagine, lo stesso ruolo fondamentale che ebbero nella realizzazione del genocidio. Queste persone erano in larghissima e schiacciante maggioranza tedeschi. Se vero che nello sterminio degli ebrei furono affiancati da esponenti di diverse comunit nazionali, questi per non furono indispensabili per il compimento del genocidio, n venne da loro l'iniziativa e la spinta a portarlo avanti. Certo, se i tedeschi non avessero trovato negli altri paesi d'Europa (soprattutto orientale) persone disposte ad aiutarli, l'Olocausto si sarebbe svolto in modo differente, ed probabile che essi non sarebbero riusciti a uccidere tanti ebrei. Ma furono comunque tedesche le decisioni, la pianificazione e le risorse organizzative; tedeschi, in grande maggioranza, i realizzatori. Per comprendere e spiegare come avvenne l'Olocausto occorre dunque capire che cosa spingesse "i tedeschi" ad ammazzare gli ebrei.

Qui l'attenzione si concentra sui realizzatori tedeschi perch quel che vale per loro non vale per nessun'altra singola nazione, n per tutte le altre nazioni considerate insieme: cio, senza tedeschi non si d Olocausto. Per fare dei realizzatori la chiave interpretativa dell'Olocausto, il primo passo consiste nel restituire loro un'identit trasformando la forma grammaticale passiva in attiva al fine di evitare che proprio loro, gli agenti materiali, siano estraniati dalle azioni che compirono (come quando si dice, per esempio, che cinquecento ebrei furono uccisi nella citt di X alla data Y) (4), e rifiutando certe etichette comode ma spesso inesatte e fuorvianti come nazisti o S.S., per chiamarli in causa invece per ci che realmente erano: tedeschi. La definizione "generale" pi corretta, anzi l'unica corretta, dei tedeschi che perpetrarono l'Olocausto tedeschi (5). Erano tedeschi che agivano nel nome della Germania e del suo popolarissimo leader, Adolf Hitler. Alcuni erano nazisti, perch iscritti al Partito nazionalsocialista o per convinzione ideologica; altri non lo erano. Alcuni appartenevano alle S.S., altri no. I realizzatori uccisero o comunque contribuirono al genocidio sotto l'egida di molte strutture diverse dalle S.S. Il minimo comun denominatore tra loro era di essere tedeschi impegnati a realizzare gli obiettivi politici nazionali della Germania, che, in questo caso, coincidevano con il genocidio degli ebrei (6). Certo, talvolta corretto fare riferimento a qualifiche e ruoli istituzionali o professionali, cos come ai pi generici termini di realizzatori o assassini, ma sempre e soltanto partendo dal presupposto che tali persone erano prima di tutto tedeschi, e solo in secondo luogo S.S., poliziotti o guardie dei campi. Il secondo passo consiste, di conseguenza, nel rivelare qualcosa circa l'ambiente da cui provenivano, ricostruendo la natura e le caratteristiche della loro vita di assassini genocidi, riportando alla luce il loro mondo. Cosa facevano "esattamente", quando uccidevano? Cosa facevano, all'interno delle strutture preposte allo sterminio, quando non erano materialmente impegnati a uccidere? Fino a quando non saremo bene informati sui dettagli di quelle esistenze e di quelle azioni, non potremo capire n le persone n il modo in cui perpetrarono i loro delitti. Svelare come vivevano, presentare una descrizione di un certo spessore, in luogo della solita immagine appiattita, del loro operato sono passi importanti e necessari di per s, ma specialmente come basi di partenza

verso l'obiettivo principale di questo libro: trovare una spiegazione di quegli atti (7). La mia tesi che questo sia impossibile se innanzi tutto non si arriva a capire la societ tedesca prima e durante il periodo nazista, e in particolare la cultura politica che produsse i realizzatori e le loro azioni. Un obiettivo vistosamente assente da altri lavori che si sono proposti di motivare quegli atti e che sono perci condannati a trovare solo spiegazioni contingenti e si concentrano quasi esclusivamente sulle influenze sociali e psicologiche pi immediate, istituzionali, spesso considerate pressioni irresistibili. Invece, le persone che divennero i realizzatori dell'Olocausto si erano formate e operavano all'interno di un contesto storico e sociale particolare e, con quel contesto, avevano in comune una complessa visione del mondo ereditata dal passato, che va indagata se si vogliono capire i loro atti. Il momento fondamentale di questa indagine deve dunque essere un riesame del carattere e dell'evoluzione dell'antisemitismo in Germania nel periodo nazista e in quello precedente, che a sua volta impone una nuova valutazione teorica della pi generale natura dell'antisemitismo. Ora, gli studi sull'Olocausto peccano di una scarsa comprensione e di un'insufficiente teorizzazione dell'antisemitismo. Antisemitismo un termine generico, usato sempre in modo impreciso, che comprende una vasta gamma di fenomeni diversi: questo fatto pone un problema di non poco conto, perch una fase fondamentale in ogni tentativo di spiegare l'Olocausto stabilire se e in quale misura l'antisemitismo ne abbia prodotto e influenzato i molteplici aspetti. Ritengo che la nostra interpretazione dell'antisemitismo, e del suo rapporto con il (mal)trattamento degli ebrei, sia carente. Dobbiamo riprendere questi argomenti, elaborando un apparato concettuale descrittivo e analitico capace di affrontare le cause ideative dell'azione sociale. Il capitolo 1 di questo libro dedicato appunto ad avviare tale riesame teorico. Lo studio dei realizzatori impone inoltre un analogo riesame, e anzi un radicale ripensamento, del carattere della societ tedesca prima e durante l'epoca nazista. L'Olocausto fu il tratto distintivo del nazismo, ma non suo soltanto: in quel periodo caratterizz l'intera societ tedesca, nella quale non rimase indenne dalla prassi antiebraica nessun ambito di rilievo, dall'economia e dalla politica alla cultura, dagli allevatori ai commercianti, dagli

amministratori delle piccole citt agli avvocati, ai medici, ai fisici, agli insegnanti. E' impossibile analizzare la societ tedesca, comprenderla o definirla, se non si pongono al centro dell'attenzione la persecuzione e lo sterminio degli ebrei. Le fasi iniziali del programma, con la sistematica esclusione degli ebrei dalla vita economica e sociale della Germania, si svolsero alla luce del sole, viste con approvazione dall'opinione pubblica e in pratica con la complicit di tutti i settori della societ tedesca, dagli ambiti professionali - giustizia, sanit, insegnamento - alle chiese, la cattolica come la protestante, all'intera gamma dei gruppi e delle associazioni economiche, sociali e culturali (8). Furono centinaia di migliaia i tedeschi che contribuirono al genocidio e all'ancor pi vasto sistema di sottomissione costituito dai campi di concentramento; e, nonostante i poco convinti tentativi del regime di nascondere le stragi alla vista della maggioranza, erano milioni a sapere delle esecuzioni in massa (9). Hitler dichiar pi volte, con grande enfasi, che la guerra si sarebbe conclusa con lo sterminio degli ebrei (10): gli eccidi venivano accettati, se non approvati, da tutti. Nessun'altra impresa (di portata simile o maggiore) fu condotta con uno zelo tanto tenace, con cos poche difficolt, tranne forse la guerra stessa. L'Olocausto non definisce soltanto la storia degli ebrei negli anni centrali del ventesimo secolo, ma anche quella dei tedeschi; se esso modific irrevocabilmente l'ebraismo e gli ebrei, la sua realizzazione fu possibile sostengo - perch i tedeschi erano "gi" cambiati. La sorte degli ebrei fu forse la conseguenza diretta, il che non significa comunque inesorabile, di una visione del mondo condivisa dalla grande maggioranza del popolo tedesco. Ognuna di queste revisioni concettuali - dei realizzatori, dell'antisemitismo tedesco e della societ in Germania nel periodo nazista in s complessa, richiede una difficile elaborazione teorica e una base considerevole di materiale empirico, e meriterebbe in definitiva un libro a s stante. Inoltre sebbene tutte e tre siano singolarmente giustificabili sul piano teorico e su quello empirico, sono per convinto che ciascuna di esse, poich trattano temi interconnessi, risulti rafforzata dalle altre due. Insieme, ci invitano a un deciso ripensamento di alcuni momenti importanti della storia tedesca, della natura della societ in Germania nel periodo nazista e della realizzazione dell'Olocausto.

Per far questo, bisogna ribaltare le idee convenzionali su svariati argomenti, considerando in una luce nuova e alquanto diversa certi aspetti essenziali dell'epoca che siamo abituati a dare per risolti. Per spiegare perch avvenne l'Olocausto occorre una radicale revisione di tutto quanto stato scritto finora: questo libro, appunto. Tale revisione ci impone di individuare ci che per tanto tempo stato negato o sfumato dai ricercatori, accademici o meno che fossero: il fatto, cio, che le convinzioni antisemite dei tedeschi furono la causa principale dell'Olocausto, e non soltanto della decisione hitleriana di annientare l'ebraismo europeo (che molti condivisero), ma anche della disponibilit dei realizzatori a uccidere e brutalizzare gli ebrei. Questo libro giunge alla conclusione che fu l'antisemitismo a indurre molte migliaia di tedeschi comuni - e altri milioni ne avrebbe indotti, se si fossero trovati al posto giusto - a massacrare gli ebrei. Non la crisi economica, non i poteri coercitivi di uno stato totalitario, non la pressione sociale o psicologica, non immutabili tratti del carattere, bens le idee sugli ebrei che da decenni pervadevano la Germania indussero della gente qualunque ad ammazzare sistematicamente, senza misericordia, migliaia di uomini, donne e bambini ebrei inermi e indifesi. Di quali sviluppi dovrebbe tener conto una spiegazione esauriente dell'Olocausto? Per arrivare allo sterminio degli ebrei, dovevano darsi quattro condizioni generali: i nazisti - cio il gruppo dirigente, e in particolare Hitler - dovevano 1) decidere di intraprendere lo sterminio (11); 2) assumere il controllo degli ebrei, cio del territorio in cui essi risiedevano (12); 3) organizzare lo sterminio, dedicandovi risorse sufficienti (13); 4) indurre un gran numero di persone a compiere gli eccidi. La vasta letteratura sul nazismo e sull'Olocausto tratta approfonditamente i primi tre fattori, insieme con altri come le origini e la natura delle convinzioni genocide di Hitler, e l'ascesa al potere dei nazisti (14). Il quarto invece, il tema di questo libro, stato considerato, come ho gi detto, in modo approssimativo e preconcetto. E' quindi importante prendere in esame alcune questioni analitiche e interpretative fondamentali nello studio dei realizzatori dell'Olocausto. Non sorprende, data la scarsa attenzione dedicata all'argomento, che le poche interpretazioni esistenti in merito siano in genere nate in una specie di vuoto empirico: fino a poco tempo fa non esistevano ricerche sui realizzatori, con l'eccezione che per i capi del regime nazista. Negli ultimi anni sono apparse pubblicazioni che trattano di qualche singola categoria, ma lo stato generale delle conoscenze rimane ancora carente (15).

Sappiamo poco su molte strutture preposte allo sterminio, poco su molti aspetti della realizzazione del genocidio, e ancor meno su coloro che lo perpetrarono. Su questi ultimi abbondano quindi i miti e i malintesi, popolari o accademici che siano. Eccone uno: comune l'idea che gli ebrei siano stati quasi tutti uccisi nelle camere a gas (16), e che senza camere a gas, mezzi di trasporto moderni e una burocrazia efficiente i tedeschi non sarebbero riusciti a eliminarne a milioni. Permane la convinzione che sia stata la tecnologia a rendere in qualche modo possibile l'orrore su questa scala (17): catena di montaggio della morte una delle frasi ricorrenti nella letteratura scientifica. Si convinti che, grazie alla loro efficienza (che a sua volta viene, e molto, esagerata), le camere a gas fossero uno strumento necessario per il genocidio, e che i tedeschi le avessero costruite proprio perch avevano bisogno di mezzi pi funzionali per uccidere gli ebrei (18). Si creduto a lungo (e ancora recentemente), tra gli studiosi come tra i profani, che i realizzatori fossero innanzi tutto e soprattutto S.S., i nazisti pi fanatici e brutali (19). Si diffusamente pensato (di nuovo, fino a tempi recenti) che se un tedesco si fosse rifiutato di uccidere gli ebrei, lui stesso sarebbe stato ucciso, o mandato in campo di concentramento, o severamente punito (20). Tutte queste idee, elementi fondamentali nell'interpretazione dell'Olocausto, sono state condivise acriticamente, come se si trattasse di verit lapalissiane. Autentici articoli di fede (desunti da fonti estranee alla ricerca storica), esse si sono sostituite alla vera conoscenza, distorcendo l'interpretazione di quel periodo. La mancanza di attenzione per la figura dei realizzatori sorprende per tutta una serie di ragioni, una delle quali l'ormai pi che decennale dibattito sull'"avvio" dell'Olocausto, noto col termine improprio di dibattito intenzionalista-funzionalista (21). Nel bene e nel male, intorno a tale dibattito che si venuta organizzando buona parte della letteratura scientifica; ma sebbene esso sia servito a chiarire l'esatta cronologia della persecuzione e dell'eccidio degli ebrei, proprio per i termini in cui viene esposto ha reso pi confusa l'analisi delle cause (su questo ritorneremo nel capitolo 4), non aggiungendo nulla a quanto sappiamo dei realizzatori. Uno soltanto tra gli studiosi che per primi hanno definito i temi fondamentali del dibattito ha ritenuto opportuno chiedersi perch, una volta

dato l'avvio (comunque fosse) alla strage, chi ebbe l'ordine di uccidere obbed (22). Per un motivo o per l'altro, tutti coloro che sono intervenuti nel dibattito danno per scontato che il fatto di eseguire quell'ordine non ponesse problemi n agli agenti materiali, n poi agli storici e agli studiosi di scienze sociali. La nostra scarsa conoscenza del periodo, e dunque la nostra limitata capacit di comprendere, si evidenzia nel semplice fatto che, indipendentemente dalla definizione del termine realizzatore, il numero delle persone che lo furono ci ignoto. Non esiste una stima attendibile - non esiste anzi alcuna stima di quante persone parteciparono consapevolmente al genocidio. Su questo, inspiegabilmente, gli studiosi non azzardano cifre, n rilevano che, data l'importanza dell'argomento, si tratta di una grave lacuna nelle nostre conoscenze (23). Eppure, se tra i tedeschi i realizzatori furono diecimila, allora la realizzazione dell'Olocausto, e l'Olocausto stesso, furono un fenomeno di un certo tipo, forse l'opera di un gruppo selezionato e poco rappresentativo. Ma se furono cinquecentomila, o un milione, allora si tratt di un fenomeno di altro tipo, che probabilmente faremmo meglio a concepire come un progetto nazionale tedesco. In base al numero e all'identit dei tedeschi che parteciparono al genocidio, la sua spiegazione ispirer o imporr generi diversi di interrogativi, indagini e sistemi teorici. Comunque, la scarsit delle conoscenze, non soltanto sui realizzatori ma anche sul funzionamento delle strutture cui facevano capo, non ha impedito ad alcuni studiosi di prendere posizione in proposito (colpisce peraltro che siano tanto pochi anche i rapidi accenni, per non dire le trattazioni approfondite). La letteratura scientifica distilla inoltre interpretazioni congetturali, bench non sempre definite chiaramente, o elaborate in modo sistematico (capita spesso, anzi, una commistione di elementi di ipotesi diverse, a discapito della coerenza). Alcune sono state proposte per spiegare il comportamento del popolo tedesco in generale, applicandole anche al problema dei realizzatori. Non riporteremo la posizione di ciascuno degli studiosi; presentiamo invece una sintesi analitica delle argomentazioni pi rilevanti, facendo riferimento ai portavoce di ciascuna. Possiamo riassumerle in cinque categorie principali.

La prima teoria si basa sulla costrizione esterna: i realizzatori furono coartati. La minaccia della punizione non lasciava loro scelta: dopo tutto, facevano parte di organizzazioni militari e poliziesche, con una rigida struttura di comando che imponeva ai sottoposti di eseguire gli ordini e che avrebbe punito severamente ogni insubordinazione, anche con la morte. E' opinione comune che chiunque abbia una pistola puntata alla testa sia disposto a uccidere gli altri per salvare se stesso (24). La seconda teoria vuole che i realizzatori non fossero altro che ciechi esecutori degli ordini. Sulla o sulle origini di questa presunta disposizione all'obbedienza sono state avanzate numerose ipotesi: il carisma di Hitler (l'incantesimo, per cos dire, che avrebbe fatto su di loro) (25), la generale tendenza dell'uomo a obbedire all'autorit (26), una reverente propensione all'obbedienza peculiare ai tedeschi (27), o la capacit di una societ totalitaria di ottundere il senso morale dell'individuo, condizionandolo a svolgere qualsiasi compito sia considerato necessario (28). Esiste dunque una proposizione comune, cio che gli uomini obbediscono all'autorit, con una variet di ipotesi sul motivo per cui lo fanno; ed ovvio che l'idea che l'autorit, in particolare quella dello stato, abbia la capacit di imporre obbedienza, merita la massima considerazione. Secondo una terza teoria, i realizzatori furono sottoposti a tremende pressioni sociali e psicologiche, esercitate su ognuno di loro dai camerati e/o dalle aspettative che accompagnavano il ruolo istituzionale da loro occupato. E' estremamente difficile per un individuo resistere alle pressioni che lo inducono a conformarsi, pressioni che possono costringerlo a prendere parte ad azioni che per proprio conto non compirebbe, anzi aborrirebbe. Inoltre esiste una vasta gamma di meccanismi psicologici che consentono di razionalizzare gli atti compiuti in tali condizioni (29). Una quarta teoria vede nei realizzatori dei meschini burocrati, o dei tecnocrati senz'anima, che guardavano al proprio interesse, o ai propri obiettivi tecnocratici, con fredda indifferenza per le vittime. E questo vale per i funzionari di Berlino come per il personale dei campi di concentramento: tutti dovevano far carriera e, data la propensione psicologica di chi si sente un ingranaggio in una macchina ad attribuire ad altri la responsabilit dell'indirizzo generale, potevano dedicarsi tranquillamente al proprio avanzamento o ai loro particolari interessi materiali e istituzionali (30).

Non occorre certo insistere sull'effetto ottundente delle istituzioni sul senso di responsabilit individuale da un lato n, dall'altro, sulla tendenza dell'individuo ad anteporre i propri interessi a quelli degli altri. La quinta teoria vuole che, data la frammentazione dei compiti, i realizzatori non potessero comprendere la vera natura del loro operato; non potessero accorgersi che i loro incarichi limitati rientravano di fatto in un programma di sterminio globale, e che, quand'anche se ne fossero resi conto, la frammentazione fosse tale da consentire loro di negare a se stessi l'incidenza del proprio apporto, scaricando la responsabilit su altri (31). E' noto che dovendo intraprendere un compito sgradevole o moralmente dubbio gli uomini tendono ad attribuirne la colpa agli altri. E' possibile reinterpretare queste teorie sulla base del valore che ciascuna di esse assegna alla volont degli agenti materiali. La prima (la coercizione) comporta che gli assassini non potessero dire no; la seconda (l'obbedienza) e la terza (la pressione ambientale) implicano che i tedeschi fossero psicologicamente incapaci di dire no; la quarta (l'interesse personale) vuole che i tedeschi avessero sufficienti incentivi personali a uccidere per non voler dire no; la quinta (la miopia burocratica) sostiene che i realizzatori non percepissero nemmeno di essere impegnati in un'azione che poteva porli di fronte alla responsabilit di dire no. Ognuna di queste teorie convenzionali pu apparire plausibile, e in alcune c' ovviamente una parte di verit. Dove sta dunque l'errore? A parte i difetti particolari (sui quali ci soffermeremo in dettaglio nel capitolo 15), vale la pena di accennare qui ad alcuni presupposti ed elementi di incerta validit che sono "comuni" a tutte. Le teorie convenzionali "danno per scontato" un atteggiamento neutro o negativo dei realizzatori rispetto al loro operato, fondandosi sul presupposto che occorra dimostrare in quale modo una persona possa essere indotta a commettere atti su cui non interiormente consenziente, che non considera necessari o giusti. Nella formazione della disponibilit a uccidere, esse ignorano, confutano o minimizzano l'importanza dell'ideologia dei nazisti e forse anche dei realizzatori, dei loro valori morali, del loro stesso modo di concepire le vittime. E inoltre alcune di queste teorie convenzionali forniscono un'immagine caricaturale dei realizzatori, e dei tedeschi in generale, trattandoli come uomini privi di senso morale e incapaci di prendere decisioni e difenderle. Non li concepiscono come persone dotate di volont, bens come esseri guidati esclusivamente da forze esterne o da tendenze psicologiche

metastoriche e invariabili come la ricerca del pi servile e meschino interesse personale. A questo si aggiungono altri due gravi errori concettuali. Da un lato non viene sufficientemente riconosciuto il carattere del tutto straordinario di un atto come la strage: "si d per scontato" e implicito il fatto che, in fondo, indurre la gente a uccidere non sia diverso dall'indurla a fare una qualsiasi altra cosa sgradita o disdicevole. Dall'altro lato, non pare che l'"identit" delle vittime abbia alcuna importanza: "si presuppone" che i realizzatori avrebbero riservato un identico trattamento a ogni altro gruppo di vittime designate; che fossero gli ebrei - cos vorrebbe la logica di queste teorie - irrilevante. Io sostengo invece che qualunque teoria che non tenga conto della capacit degli agenti materiali di intendere e di giudicare, cio di comprendere e valutare il significato e la moralit delle loro azioni, che non consideri fondamentali le loro convinzioni e i loro valori, che non indichi con la massima evidenza l'autonoma forza motivante dell'ideologia nazista, e in particolare della sua componente portante, l'antisemitismo, non pu in alcun modo farci capire perch i realizzatori abbiano agito come in realt agirono. Una teoria che ignori la natura specifica di quelle azioni - il massacro e la brutalizzazione sistematici e su vasta scala - o l'identit delle vittime si rivela inadeguata per una serie di ragioni. Tutte le interpretazioni che come le teorie convenzionali tralasciano questi aspetti sono quindi carenti nell'individuazione dei due fattori umani presenti nell'Olocausto: l'umanit dei realizzatori, cio la loro capacit di giudicare e scegliere di agire in modo disumano, e quella delle vittime, persone con identit specifiche, non animali o cose, che subirono le conseguenze del loro operato. La mia interpretazione - una novit tra gli studi sull'argomento (32) - che i realizzatori, i tedeschi comuni, furono mossi dall'antisemitismo, da una particolare "forma" di antisemitismo che li induceva a concludere che gli ebrei dovevano morire (33). Le loro convinzioni, quella particolare forma di antisemitismo, furono dunque una causa decisiva e indispensabile, seppure ovviamente non l'unica, di quanto fecero, e vanno poste al centro di qualsiasi tentativo di spiegazione. In poche parole i realizzatori, indotti dalle proprie convinzioni morali a considerare giusto lo sterminio degli ebrei, non vollero dire no.

Studiare la realizzazione dell'Olocausto impresa difficile sul piano interpretativo come su quello metodologico, e impone subito di affrontare una serie di questioni nel modo pi aperto e diretto. Espongo quindi gli elementi fondamentali del mio approccio all'argomento, specificando con chiarezza la gamma degli atti che richiedono un'interpretazione. Il discorso verr ripreso nell'Appendice 1, dove discuter alcuni aspetti accessori che possono essere privi di interesse per il lettore non specialista: nel libro ho scelto, invece, di presentare i temi, i casi e alcuni altri problemi di interpretazione e di metodo che potessero risultare interessanti per tutti. Gli studiosi commettono un grave errore quando non accettano di credere che la gente potesse massacrare intere popolazioni - specie quando queste, a un qualsiasi esame obiettivo, non rappresentavano alcuna minaccia - per sola convinzione ideologica. Perch continuare a credere nell'impossibilit che persone comuni abbiano potuto sanzionare il massacro su vasta scala di esseri umani o, peggio ancora, prendervi parte? La storia, dall'antichit al presente, ricca di testimonianze della disinvoltura con cui gli uomini possono uccidere altri uomini, e persino trarre piacere dalla loro morte (34). Non c' motivo di ritenere che l'uomo moderno, occidentale, persino cristiano sia incapace di condividere ideologie che svalutano la vita, auspicandone l'annientamento, ideologie peraltro simili a quelle propugnate dagli esponenti di tanti movimenti religiosi, culturali e politici in tutto il corso della storia, compresi - per fare soltanto due esempi calzanti tra gli antenati dell'Europa cristiana del ventesimo secolo - i crociati e gli inquisitori (35). Chi mette in discussione che gli assassini degli oppositori dei recenti regimi autoritari in Argentina e in Cile fossero convinti che le vittime meritassero di morire? Chi dubita che i tutsi che massacravano gli hutu in Burundi, o gli hutu che ammazzavano i tutsi in Ruanda, o la milizia libanese che eliminava i sostenitori civili della milizia avversaria, o i serbi che uccidevano croati e musulmani bosniaci, lo facessero nella convinzione della giustezza dei loro atti? Eppure, perch non vogliamo riconoscerlo anche per i realizzatori tedeschi dell'Olocausto? I molteplici problemi di un saggio sull'Olocausto iniziano con la scelta dei principi ai quali informare la ricerca sulla societ tedesca; su questo ritorneremo pi a lungo nel capitolo 1. La decisione forse pi importante se si debba o meno presupporre, come fa la maggioranza degli studiosi, che fosse una societ pi o meno normale, funzionante in base a norme di senso comune simili alle nostre.

In questa prospettiva, perch delle persone siano disposte a ucciderne altre, devono essere mosse dalla pi cinica brama di potere e ricchezza o essere dominate da una fortissima ideologia cos tautologicamente falsa da poter essere condivisa solo da pochi squilibrati (oltre che da coloro che la sfruttano a fini opportunistici). E quei pochi potranno anche riuscire a prendere in giro la maggioranza, semplice e perbene, di un popolo moderno, ma non certo a conquistarla. In alternativa, questo periodo pu essere affrontato evitando di porre tale presupposto, ma esaminandolo con l'occhio critico dell'antropologo che sbarca in una terra sconosciuta, aperto all'incontro con una civilt radicalmente diversa dalla propria e consapevole dell'eventualit di dover elaborare interpretazioni che non si adattano al suo senso comune, o che persino lo contraddicono, per poter capire la struttura di quella civilt, i comportamenti intolleranti, i progetti e i prodotti comuni all'intera collettivit. In tale ottica risulta possibile affermare che un gran numero di persone, nel caso specifico i tedeschi, possa aver ucciso, o fosse disposto a uccidere, altre persone, nel caso specifico gli ebrei, in tutta coscienza. Un simile approccio che, diversamente da quello adottato in quasi tutti gli studi finora svolti, non si pone l'obiettivo predeterminato di individuare ci che costrinse delle persone ad agire contro la propria volont (o, indipendentemente da qualsiasi volont, come automi) si potrebbe, invece, rivelare necessario per spiegare in quale modo i tedeschi siano divenuti volontariamente potenziali assassini di massa e come il regime nazista abbia saputo sfruttare questa catastrofica potenzialit. A tale approccio, appunto, che rifiuta l'idea fondamentale nell'antropologia come nelle scienze sociali - dell'universalit del nostro senso comune (36), improntata questa ricerca (37). Scarteremo perci i presupposti metodologici e sostanziali che, considerati basilari e di regola indiscussi, hanno ispirato quasi tutti gli studi sull'Olocausto e su coloro che lo perpetrarono, in quanto insostenibili sia sul piano teorico che su quello empirico. Questo libro d, invece, importanza alla consapevolezza e ai valori degli agenti materiali del genocidio, investigando l'operato dei realizzatori alla luce del criterio della scelta: un'impostazione che, se riferita all'Olocausto, pone una serie di domande di teoria sociologica che, sia pur brevemente, vanno affrontate. I realizzatori operavano all'interno di strutture che assegnavano a ciascuno un ruolo e dei compiti, lasciando per margini di scelta, individuali e collettivi.

Occorre dunque individuare, analizzare e integrare in qualsiasi spiegazione o interpretazione generale questo margine di scelta, e soprattutto i modelli che determinarono le decisioni. Idealmente si dovrebbe rispondere alle seguenti domande: che cosa fecero davvero i realizzatori del genocidio? che cosa fecero in pi di quanto era necessario? che cosa si rifiutarono di fare? che cosa si sarebbero potuti rifiutare di fare? che cosa avrebbero preferito non fare? (38) in quale modo svolsero i loro compiti? quanto agevolmente procedettero nel complesso le operazioni? Nello studio dei modelli di comportamento dei realizzatori alla luce dei ruoli istituzionali e della struttura incentivante, occorre seguire due fili conduttori che vanno oltre il semplice atto di uccidere. In primo luogo, al di l del colpo letale i tedeschi fecero subire agli ebrei (e ad altre vittime) una lunga serie di azioni: per comprendere il genocidio, importante definire la "gamma" di tali azioni. Su questo tema ritorneremo subito nel dettaglio. In secondo luogo, anche il comportamento dei realizzatori nei momenti in cui "non" erano impegnati nel genocidio fornisce informazioni preziose: le indicazioni sul loro carattere in generale e sulla loro disposizione ad agire, oltre che sul contesto sociopsicologico in cui vivevano, ricavate da un'analisi delle attivit non omicide, potrebbero rivelarsi indispensabili per comprendere i modelli dell'azione genocida. Si pone quindi un interrogativo di fondo: nella gamma di tutti gli atti compiuti dai realizzatori, quali costituiscono quell'universo di azioni che richiedono un'indagine? Di regola gli studiosi si sono concentrati su un solo aspetto delle azioni dei tedeschi: quello di uccidere. Questa prospettiva limitata va allargata. Si immagini che i tedeschi avessero deciso di non sterminare gli ebrei, ma di limitarsi a infliggere loro tutti i maltrattamenti cui di fatto li sottoposero nei campi di concentramento, nei ghetti, ai lavori forzati. Si immagini che oggi, nella nostra societ, qualcuno eserciti sugli ebrei o sui cristiani, sui bianchi o sui neri, un trattamento che abbia anche soltanto un centesimo della brutalit e della crudelt che i tedeschi, a prescindere dall'assassinio, fecero subire agli ebrei: chiunque riconoscerebbe la necessit di chiederne ragione. Se i tedeschi non avessero perpetrato un genocidio, l'attenzione si sarebbe concentrata sulle privazioni e sulle crudelt inflitte agli ebrei, che sarebbero state considerate come un oltraggio, un'aberrazione, una perversione della storia tali da non poter rimanere senza spiegazione.

E, invece, quelle stesse azioni sono scomparse all'ombra del genocidio e sono state ignorate dai precedenti tentativi di capire gli aspetti pi significativi di questo evento (39). La scelta di concentrarsi sullo sterminio e di escludere tutte le altre azioni dei realizzatori a esso correlate ha portato a definire gli obiettivi stessi del lavoro interpretativo in maniera radicalmente distorta. Per ovvi motivi, lo sterminio deve rimanere al centro di tutti gli studi; tuttavia non l'unico aspetto del trattamento riservato dai tedeschi agli ebrei che richieda un'indagine interpretativa sistematica. Non si devono spiegare soltanto i massacri, ma anche il modo in cui vennero effettuati: il come fornisce spesso preziose indicazioni sul perch. L'assassino pu rendere la morte altrui pi o meno dolorosa, fisicamente ed emotivamente, a seconda se la consideri giusta o ingiusta. Il modo in cui i tedeschi, a livello collettivo e individuale, cercarono nella pratica, o anche solo nelle intenzioni, di alleviare o acuire le sofferenze delle loro vittime deve occupare un posto di rilievo in qualsiasi tentativo di interpretazione. Qualunque teoria, che pure colga i motivi che portarono i tedeschi ad ammazzare gli ebrei ma non tenga conto del modo in cui lo fecero, inevitabilmente inadeguata. Se vogliamo fare un'analisi chiara, dobbiamo individuare con la massima precisione le azioni da prendere in esame. Possiamo perci ricorrere a uno schema classificatorio che, per raggrupparle in quattro tipologie principali, si presenta a due dimensioni: la prima indica se l'azione compiuta da un tedesco fu la conseguenza di un ordine preciso o di un'iniziativa personale; la seconda se con essa il realizzatore tedesco commise un atto di crudelt (40). Nel contesto della Germania dell'epoca, gli atti compiuti per ordini superiori, come il rastrellamento, la deportazione e l'uccisione degli ebrei, in assenza di eccessi e di crudelt gratuite, erano motivati da un intento utilitaristico: sono gli atti che avrebbe compiuto il proverbiale (e mitico) buon tedesco, che si limitava a eseguire servilmente gli ordini ricevuti. Gli atti di iniziativa personale e gli eccessi, invece, sono entrambi di fatto azioni volontarie, in cui non ci si limitava a eseguire gli ordini: il loro comune aspetto saliente consiste nel derivare appunto dalla volont dei singoli realizzatori. Ci che li differenzia soltanto il grado di crudelt: gli atti di iniziativa personale sono le azioni di un freddo carnefice, gli eccessi quelle del tedesco che, presumibilmente, traeva un piacere particolare dalle sofferenze che infliggeva.

L'ultima categoria comprende le azioni intraprese per ordine dei superiori, il cui unico scopo era far soffrire gli ebrei. Si tratta di azioni interessanti, su alcune delle quali ritorneremo in specifici capitoli, perch mettono in dubbio la tesi della razionalizzazione retrospettiva avanzata da molti realizzatori dopo la fine della guerra. Una mente nazificata alla ricerca di una qualche motivazione utilitaristica del genocidio poteva forse anche credere alle diverse false giustificazioni dell'eliminazione degli ebrei che venivano in genere proposte allora ai realizzatori (e dagli stessi realizzatori, dopo la guerra): gli ebrei come minaccia per la Germania, partigiani e banditi, diffusori di malattie e via dicendo. Ma l'ordine di torturare le vittime avrebbe dovuto suscitare qualche dubbio sulla legalit e la ragionevolezza della presunta logica del trattamento generale riservato agli ebrei. Tale trattamento, che giungeva fino a comprendere la loro uccisione, era costituito da diversi tipi di azioni, ognuno dei quali richiede un'interpretazione, e di ognuno dei quali deve tenere conto qualsiasi teoria complessiva sul contributo tedesco al genocidio. Nelle numerose categorie di azioni che vanno analizzate rientrano quelle che abbiamo classificato secondo le due dimensioni, per ordini superiori e crudelt: 1) tutte le azioni compiute per ordini superiori senza crudelt inutili, e in particolare quelle che contribuirono direttamente al genocidio; 2) crudelt commesse per direttive dell'autorit: gli atti di crudelt istituzionali, strutturati, sono pi importanti di quelli compiuti in situazioni contingenti da individui o piccoli gruppi; 3) azioni che richiedevano da parte del realizzatore un'iniziativa che andava oltre la lettera di quanto ordinato o richiesto dall'autorit, ma non contrassegnate da eccessiva crudelt; 4) crudelt commesse per iniziativa personale del realizzatore. Per quanto utile, questa schematizzazione oggettiva comunque insufficiente sia sul piano descrittivo e classificatorio, sia come base per un'interpretazione. In assenza di ulteriori specificazioni, infatti, tale modello analitico, cos come le teorie precedenti, presuppone che eseguire gli ordini sia una categoria non problematica; e, invece, bisogna riconoscere che esistono diversi tipi di comportamenti - ad esempio il fatto che un individuo, pur eseguendo gli ordini omicidi, non obbedisca ad altri - che possono gettar luce sul significato dell'espressione eseguire gli ordini in questo particolare contesto. In altre parole, se i tedeschi operavano delle distinzioni tra gli ordini che sceglievano, o no, di eseguire, e tra le modalit della loro esecuzione,

bisogna esaminare e interpretare tanto la loro obbedienza quanto i loro modi di esprimerla. Inoltre, tale classificazione non tiene conto delle occasioni che potevano presentarsi ai realizzatori di evitare situazioni o di uscire da strutture nelle quali pi alta era la probabilit di ricevere incarichi sgraditi (41). Le ingenue categorie dell'obbedienza o dell'esecuzione degli ordini finiscono, insomma, per astrarre i comportamenti dei realizzatori dal pi ampio contesto sociale, politico e istituzionale, che invece indispensabile cogliere per comprendere la loro disponibilit a obbedire agli ordini. Per questo, dobbiamo valutare quanto segue: la prima categoria di azioni e le sue varianti, quella dell'obbedienza, non di per s non problematica. I tedeschi potevano tentare di evitare le corve omicide, o di ridurre le sofferenze delle vittime; perch, e fino a che punto, non approfittarono di tale possibilit? Quanto al secondo tipo di azioni, le crudelt imposte da autorit superiori, dovremmo chiederci per quali motivi, in Europa, in pieno Novecento, delle organizzazioni di massa si vennero strutturando in modo tale da infliggere intenzionalmente - nella misura in cui ciascuna di esse lo fece - spaventose sofferenze ad alcune popolazioni. Tutte queste organizzazioni, per la loro natura e il loro modo di funzionare, dipendevano infatti necessariamente dal loro personale. Bisogna ovviamente spiegare anche il terzo tipo di azioni, gli atti di iniziativa personale, volontari, in quanto possiamo supporre che chi era contrario alla strage si limitasse a fare il minimo indispensabile di quanto imposto dall'alto. Va da s, infine, che occorre interpretare il quarto tipo di azioni, le crudelt per iniziativa personale (42). Occorre poi tener conto di altri due aspetti della questione. In primo luogo, vanno valutati la riluttanza o lo zelo con cui i realizzatori tedeschi svolsero i compiti loro assegnati, anche quando si trattava di azioni eseguite per ordine superiore: chi obbedisce pu farlo con gradi ben diversi di dedizione, di precisione, di perfezionismo. Rastrellando gli ebrei nascosti, i tedeschi potevano impegnarsi il pi possibile per scoprirli, o invece cercarli in modo distratto, poco convinto. Lo zelo con cui lo fecero rivela molto sulla loro motivazione, e necessita a sua volta di essere spiegato. Il secondo aspetto legato all'orrore dei loro atti. Perch l'orrore, la brutalit delle stragi, spesso raccapriccianti, non servirono a fermare la mano dei realizzatori o quanto meno a farli esitare? Quelle operazioni non ci appaiono tanto terrificanti, ovviamente, per un particolare tipo di azioni compiute dai realizzatori, ma per il fatto che il loro

orrore non influ in misura significativa sulle scelte di chi le port a termine (43). Fatte queste precisazioni, bisogna comunque allargare la prospettiva oltre la categorizzazione oggettiva, integrandola con un'indagine delle motivazioni che indussero i tedeschi - in particolare coloro che si possono considerare esecutori di ordini - a compiere azioni di un determinato tipo. Indipendentemente dalla categoria in cui viene correttamente inserita un'azione, l'atteggiamento di chi la compie e la motivazione che lo muove rimangono comunque importanti, poich modificano la natura stessa dell'azione (44). Alla categorizzazione oggettiva va, dunque, aggiunta quella soggettiva della motivazione, della grande variet di ragioni compatibili con l'azione compiuta per ordine superiore, con le manifestazioni di iniziativa personale, con l'eccesso o con il fatto che un dato compito venga svolto bene o male. E in questo fondamentale appurare se i realizzatori ritenessero o meno che quanto facevano agli ebrei fosse giusto, e, se cos fu, perch (45). La sfera delle motivazioni indispensabile per comprendere la disponibilit dei realizzatori ad agire, ed in buona misura un prodotto della costruzione sociale della conoscenza (46). Quale tipo di azione un individuo sia disposto a eseguire - per ordine diretto, per iniziativa personale, per desiderio di eccesso o per zelo dipende dalla sua motivazione; ma le azioni vere e proprie non corrispondono "necessariamente" alle motivazioni, poich sono influenzate dalle circostanze e dalle occasioni. E' evidente che, mancando l'occasione, la motivazione personale a uccidere o torturare non potr realizzarsi; ma anche vero che non basta l'occasione per far l'uomo assassino o torturatore. Sostenere che ogni azione (socialmente rilevante) debba essere motivata non significa che tutti gli atti siano il semplice risultato delle convinzioni acquisite da chi agisce circa l'opportunit e la giustizia dell'azione stessa. Significa solo che una persona deve decidere di compiere un'azione, che un determinato calcolo mentale (forse nemmeno percepito come tale) la induce a non astenersi dal compierla. Il calcolo potr tener conto del desiderio di far carriera, o di non sfigurare di fronte ai compagni, o di non farsi fucilare per insubordinazione. Si pu uccidere qualcuno senza essere convinti che sia giusto farlo, quando si sufficientemente motivati, per quanto consapevoli dell'ingiustizia, da altre considerazioni come quella della propria sicurezza: volersi salvare la vita, ad esempio, un'ottima ragione.

In quanto tali, invece, le strutture, gli incentivi o le sanzioni, formali e informali, non possono mai essere motivazioni: si limitano a fornire stimoli ad agire o a non agire, di cui l'agente potr tener conto al momento di decidere (47). E' vero, certo, che in determinate situazioni la stragrande maggioranza delle persone si comporta nello stesso modo, apparentemente indifferente alle convinzioni e alle finalit precedenti. Di fronte a casi come questi, molti sono stati tentati di concludere, erroneamente, che siano le strutture a determinare l'azione (48): ma le strutture sono sempre interpretate da coloro che agiscono, ed prevedibile che, quando questi condividono convinzioni e valori ( un valore desiderare di salvarsi la vita o di vivere in una societ razzialmente pura, o di fare carriera, o di diventare ricchi, o di essere a tutti i costi uguali agli altri), vi si attengano in genere allo stesso modo. Ci nonostante, non tutti anteporranno la sicurezza personale ai principi; n tutti violeranno una profonda convinzione morale perch i compagni non la condividono. Se invece succeder, si dovr vedere nei valori che li inducono a farlo che non sono valori, n tanto meno disposizioni sociopsicologiche universali - un elemento interpretativo fondamentale. C' chi, per gli altri, disposto a rischiare la vita, a rinunciare a una promozione, a dissentire con parole e fatti dai camerati. Gli oggetti inanimati non producono autonomamente conoscenze e valori; tutte le nuove conoscenze e i nuovi valori derivano da una struttura preesistente di conoscenze e di valori che attribuisce significato alle circostanze materiali della vita. E sono le conoscenze e i valori, e soltanto questi, che in ultima istanza inducono un uomo a levare volontariamente la mano contro un altro uomo. Indipendentemente dalla struttura delle conoscenze e dei valori degli individui, un cambiamento in quella degli incentivi, in cui i realizzatori operano, potrebbe indurli - e in molti casi li induce - a modificare le proprie azioni, in quanto essi calcolano il comportamento da assumere alla luce delle loro conoscenze e valori, e delle possibilit di concretizzarli in diverse combinazioni. Va sottolineato che ci non significa che sia la struttura degli incentivi in s a provocare le azioni, ma solo che essa "concorre con la struttura di conoscenze e di valori" nel provocarle. Per comprendere il comportamento dei realizzatori bisogna dunque valutare con attenzione la loro realt fenomenologica.

Dobbiamo tentare la difficile impresa di immaginarci al loro posto, ad agire come essi agirono, a vedere ci che essi videro (49). Per far questo, dobbiamo tenere sempre a mente la natura essenziale di quanto fecero: ammazzavano uomini, donne e bambini indifesi, gente che palesemente non rappresentava la minima minaccia militare, spesso debole ed emaciata, in preda a un'inequivocabile agonia fisica ed emotiva, e che a volte implorava di aver salva la propria vita, o quella dei propri figli. Troppi interpreti di questo periodo, specie quando si lanciano in elucubrazioni psicologiche, considerano gli atti dei tedeschi come se fossero reati di poco conto, come se si trattasse di spiegare per quale motivo, di tanto in tanto, un brav'uomo ruba nei negozi (50), e ne perdono di vista il carattere radicalmente diverso, straordinario. In molte societ, comprese quelle occidentali, il tab che impedisce di ammazzare gli indifesi e i bambini forte; i meccanismi psicologici che consentono alla brava gente di commettere piccole trasgressioni morali, o di chiudere un occhio su quelle, anche gravi, commesse da altri, soprattutto se lontani, non possono essere applicati - a meno che non si ritenga che abbiano un'autentica validit esplicativa - a chi compie un genocidio, a chi sta a guardare il massacro di centinaia di persone. Per comprendere il genocidio dobbiamo quindi tenere sempre a mente due considerazioni. Scrivendo o leggendo a proposito di quelle operazioni omicide, fin troppo facile divenire insensibili al vero significato delle cifre: diecimila morti qui, quattrocento l, quindici da un'altra parte. Ciascuno di noi dovrebbe soffermarsi a pensare che se ci furono diecimila morti vuol dire che i tedeschi ammazzarono diecimila persone - uomini disarmati, donne, bambini, vecchi, giovani, ammalati -, che per diecimila volte privarono un essere umano della vita. Ciascuno di noi dovrebbe riflettere sul significato che tutto questo pu aver avuto per i tedeschi che presero parte allo sterminio; se penso al senso di angoscia, di orrore o repulsione, di indignazione morale che io stesso provo di fronte all'assassinio di una sola persona, o a un omicidio di massa contemporaneo, una ventina di persone - a opera di un serial killer o di un sociopatico che scarica un fucile semiautomatico in un fast-food -, riesco a intravedere qualcosa della realt che ebbero di fronte quei tedeschi. Le vittime ebree non erano dati statistici, come ci appaiono sulla carta: per i loro assassini gli ebrei erano persone che un attimo prima respiravano, e ora giacevano senza vita, spesso ai loro piedi. E tutto questo avveniva indipendentemente dalle operazioni militari.

La seconda considerazione da non dimenticare mai data dall'orrore di ci che facevano i tedeschi. Chiunque appartenesse a un reparto addetto alle eliminazioni, sia che sparasse lui stesso, sia che stesse a guardare i suoi compagni che ammazzavano gli ebrei, si trovava immerso in scene di orrore indicibile. Una descrizione meramente oggettiva delle operazioni omicide inquadra in una prospettiva sbagliata la fenomenologia della strage, svuotando le azioni delle loro componenti emotive e impedendone la comprensione. In qualsiasi interpretazione dei fatti tuttavia indispensabile una descrizione adeguata, capace di ricreare la realt fenomenologica degli assassini. Per questo motivo, rifiuto l'approccio meramente oggettivo e tento di comunicare l'orrore, il raccapriccio "per i realizzatori" (il che naturalmente non significa che essi fossero sempre inorriditi): schizzi di sangue, frammenti di ossa e di cervello che spesso ricadevano sugli assassini, insozzandone la faccia e i vestiti; grida e lamenti di gente in attesa del massacro imminente o in preda agli spasimi della morte che riecheggiavano nelle orecchie dei tedeschi. Queste scene - non le descrizioni asettiche proposte dalla semplice cronaca delle operazioni - furono la realt di molti realizzatori; per poter comprendere il loro mondo fenomenologico dovremmo raccontare a noi stessi ognuna delle immagini raccapriccianti che essi videro, ognuna delle grida di angoscia e dolore che udirono (51). L'analisi di ogni operazione, di ogni singola morte dovrebbe ridondare di questo tipo di descrizioni; ma ci non possibile, naturalmente, non solo perch renderebbe troppo vasto qualsiasi studio sull'Olocausto, ma anche perch ben pochi riuscirebbero ad arrivare in fondo alla lettura di resoconti tanto orripilanti; un fatto, quest'ultimo, che di per s un efficace commento alla straordinaria fenomenologia dell'esistenza dei realizzatori, e alla forza delle motivazioni che poterono imporre ai tedeschi di mettere a tacere tali emozioni per uccidere e torturare gli ebrei e i loro bambini. Le convinzioni e i valori comuni nella cultura tedesca, e in particolare quelli che diedero forma all'atteggiamento nei confronti degli ebrei - la cui comprensione il passaggio essenziale nella spiegazione dell'Olocausto -, costituiscono il tema portante della prima parte del libro. I primi tre capitoli propongono uno schema per analizzare l'antisemitismo. Seguono due capitoli dedicati a una discussione dell'antisemitismo tedesco rispettivamente nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo, in cui si dimostra che ben prima dell'avvento al potere dei nazisti si era affermata in

Germania una virulenta variante eliminazionista dell'antisemitismo, che chiedeva appunto l'eliminazione dell'influenza ebraica, o degli ebrei stessi, dalla societ tedesca. Quando i nazisti presero il potere, si videro padroni di una societ gi intrisa di convinzioni sugli ebrei adatte alla pi estrema forma di eliminazione che si potesse immaginare. La seconda parte passa in rassegna le decisioni che portarono alla sofferenza e alla morte degli ebrei, e le strutture che le concretizzarono. Il primo capitolo di questa parte propone una nuova interpretazione dell'evolversi dell'aggressione dei tedeschi contro gli ebrei, dimostrando che al di l dell'effettiva o apparente alternanza di indirizzo, quella politica si conform sempre ai precetti dell'antisemitismo eliminazionista tedesco. Il secondo capitolo fornisce una descrizione sintetica delle strutture dello sterminio, definisce la gamma delle categorie dei realizzatori e si sofferma sulla pi emblematica delle strutture tedesche della morte: il campo. Insieme, i due capitoli delineano il contesto pi ampio all'interno del quale vanno studiati e compresi i temi centrali di questo libro, le strutture della morte e i realizzatori. I capitoli compresi tra la terza e la quinta parte presentano casi specifici riguardanti le tre strutture dello sterminio - i battaglioni di polizia, i campi di lavoro e le marce della morte - esaminando nel dettaglio le azioni dei loro componenti, nonch i contesti organizzativi di quelle azioni. Tale indagine consente una conoscenza approfondita degli atti dei realizzatori, nonch dei contesti contingenti e delle strutture incentivanti nella loro vita di assassini genocidi, conoscenza indispensabile per l'analisi e l'interpretazione dell'Olocausto. Il primo capitolo della sesta parte analizza sistematicamente le azioni dei realizzatori, dimostrando quanto siano inadeguate, sul piano teorico e pratico, le spiegazioni convenzionali dei fatti rilevati dagli studi empirici. Ne risulta che l'antisemitismo eliminazionista basta a spiegare la condotta dei realizzatori, e che la medesima spiegazione si presta a consentirne l'interpretazione in tutta una serie di prospettive comparate. Il secondo capitolo approfondisce il carattere dell'antisemitismo eliminazionista, capace di indurre nel gruppo dirigente nazista, nei realizzatori dell'Olocausto e nel popolo tedesco, l'assenso e, ciascuno a suo modo, la partecipazione al programma di eliminazione. Il libro si conclude con un breve epilogo, un riassunto delle lezioni che si possono trarre dallo studio dei realizzatori che propone la necessit di ripensare la natura della societ tedesca nel periodo nazista, suggerendo alcuni tratti portanti di una nuova impostazione.

"I volonterosi carnefici di Hitler" incentrato sui realizzatori dell'Olocausto. Per spiegare le loro azioni, integra la micro, la meso e la macroanalisi, dall'individuo alle strutture, alla societ. Gli studi precedenti, e in pratica tutte le interpretazioni delle azioni dei realizzatori, sono nati in laboratorio, o sono stati desunti da un qualche sistema filosofico o teoretico, o ancora hanno trasferito alla sfera individuale conclusioni (spesso a loro volta erronee) tratte dall'analisi del livello sociale o istituzionale. Per questo affrontano troppo superficialmente le ragioni di quelle azioni, e non riescono a giustificarne, e nemmeno a specificarne (52), la variet e le varianti. E ci vale in particolare per tutte le interpretazioni strutturali, non cognitive: pochi studiosi si sono occupati della microfisica dell'Olocausto, che invece il necessario punto di partenza per un esame delle azioni dei realizzatori (53). Questo libro mette a nudo quelle azioni e ne d ragione analizzandole nei rispettivi contesti organizzativi e sociali e alla luce della loro collocazione sociopsicologica e ideale. Occorre una motivazione per uccidere qualcuno, altrimenti non si uccide. Quali furono le condizioni culturali ed etiche che in quel periodo della storia tedesca resero plausibili le motivazioni del genocidio? Quale fu la struttura di convinzioni e valori che rese intelligibile e ragionevole l'aggressione genocida contro gli ebrei per i tedeschi comuni che divennero i realizzatori? Poich qualsiasi spiegazione deve render conto sia delle azioni di decine di migliaia di tedeschi delle pi disparate provenienze, che operavano in organizzazioni di tipo diverso, sia di una vastissima gamma di azioni (non soltanto degli omicidi), bisogna individuare una struttura comune a tutti che sia in grado di spiegare l'intera variet delle loro azioni. Questa struttura di conoscenze e di valori era presente nella cultura tedesca, e ne era parte integrante: la sua natura e la sua evoluzione sono il tema dei prossimi tre capitoli.

NOTE ALL'INTRODUZIONE N. 1. Confronta lettera del 30 gennaio 1943, S.t.A., Amburgo 147 Js 1957/62, pagine 523-24. N. 2.

Essi divergevano da questo modello - effettivamente alquanto vago - sia nell'accezione comune della parola civilt, sia in quella di teoria sociale di Norbert Elias della civilizzazione come controllo esterno, e soprattutto interiore, sulle manifestazioni emotive, comprendendo in queste le esplosioni di violenza distruttiva. Confronta "The Civilizing Process", 2 volumi, New York, Pantheon, 1978 (trad. it. "Il processo di civilizzazione", Bologna, Il Mulino, 1988). N. 3. Per la definizione e i contenuti della categoria dei realizzatori, confronta capitolo 5. N. 4. L'indifferenza degli studiosi per il problema dei realizzatori assume forme pi sottili della semplice mancanza di attenzione. E' il linguaggio stesso - usato in modo consapevole, semiconsapevole o del tutto inconsapevole - a farli scomparire dalla pagina; l'uso dei verbi al passivo cancella gli agenti dalla scena del macello, delle azioni da essi commesse, tradendo l'interpretazione che gli autori danno degli eventi e condizionando quella dei lettori: un'interpretazione in cui sparisce l'agente umano. Per una discussione di questa tendenza nel lavoro di Martin Broszat, uno dei pi influenti studiosi della Germania nazista e dell'Olocausto, confronta Martin Broszat e Saul Friedlnder, A Controversy about the Historicization of National Socialism, in "Reworking the Past: Hitler, the Holocaust, and the Historians Debate", a cura di P. Baldwin, Boston, Beacon Press, 1990, pagine 102-34. N. 5. Non esitiamo, e a ragione, a definire americani i cittadini degli Stati Uniti che combatterono in Vietnam per gli obiettivi voluti dal loro governo. Il medesimo motivo altrettanto valido nel caso dei tedeschi nell'Olocausto, i cui realizzatori erano tedeschi cos come i soldati in Vietnam erano americani, sebbene non tutti, in entrambi i paesi, sostenessero la causa della loro nazione. E' questo l'uso in casi analoghi, questa la definizione pi accurata e corretta; e dunque la scelta del termine tedeschi non soltanto legittima, ma obbligata. Tanto pi che nella stragrande maggioranza dei casi le vittime ebree concepivano e definivano i loro persecutori non come nazisti, ma come tedeschi. Con questo non si vuole affermare che il termine comprenda tutti i tedeschi (cos come americani non coinvolge ogni singolo americano),

perch vi furono tedeschi che si opposero ai nazisti e alla persecuzione degli ebrei. Ma ci non modifica l'identit dei realizzatori dell'Olocausto, n la parola che meglio li definisce. Si pone invece un reale problema terminologico quando tedeschi viene contrapposto a ebrei, poich l'uso di tedeschi potrebbe far pensare che gli ebrei di Germania non fossero anch'essi tedeschi. Sia pure con qualche perplessit, ho comunque deciso di usare semplicemente tedeschi, evitando espressioni farraginose come tedeschi non ebrei: quando utilizzo ebrei in riferimento agli ebrei tedeschi, do quindi per implicita la loro germanit. N. 6. Molti non tedeschi contribuirono al genocidio degli ebrei, in particolare diverse formazioni di ausiliari dell'Europa orientale che operavano a fianco dei nazisti e sotto la loro supervisione. I pi famigerati erano forse i cosiddetti "Trawniki", gli ausiliari ucraini che parteciparono in misura consistente alla decimazione degli ebrei nel Governatorato generale, contribuendo alle deportazioni e alle fucilazioni in massa e lavorando nei campi di sterminio di Treblinka, Belzec e Sobibr. I tedeschi trovarono zelanti collaboratori in Lituania, in Lettonia, nelle diverse regioni conquistate dell'Unione Sovietica, in altri paesi dell'Europa centrale e orientale, e anche nell'Europa occidentale. In genere questi realizzatori sono stati trascurati dalla letteratura scientifica. Occorre certo uno studio comparato (come spieghiamo brevemente nel capitolo 15), che per non pu fare parte integrante di questo volume, per due ordini di motivi. Il primo, gi detto, che furono i tedeschi, non altri, i promotori e i realizzatori principali dell'Olocausto. Il secondo una considerazione di carattere pratico: il libro gi abbastanza ambizioso, e dunque bisognava delimitarne la prospettiva per mantenerlo entro dimensioni maneggevoli. Lo studio dei realizzatori non tedeschi, che comprendono un gran numero di persone di molte nazionalit diverse, merita un progetto a s stante. Per una discussione sulle tendenze delle minoranze tedesche di altri paesi durante la guerra, confronta Valdis O. Lumans, "Himmler's Auxiliaries: the Volksdeutsche Mittelstelle and the German National Minorities of Europe, 1933-1945", Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1993; sul contributo dei "trawniki", gli ausiliari dell'Europa orientale che operavano nei campi di sterminio di Bekec, Treblinka e Sobibr, e che uccisero o

brutalizzarono decine di migliaia di ebrei deportandoli dai ghetti polacchi o partecipando direttamente alle fucilazioni, confronta la Sentenza contro Karl Richard Streibel e altri, S.t.A., Amburgo 147 K.s. 1/72; sull'Unione Sovietica, confronta Richard Breitman, "Himmler's Police Auxiliaries in the Occupied Soviet Territories", in Simon Wiesenthal Center Annual, 7, 1994, pagine 2339. N. 7. Confronta Clifford Geertz, Thick Description: Toward an Interpretative Theory of Culture, in "The Interpretation of Cultures: Selected Essays", New York, Basic Books, 1973, pagine 3-30 (trad. it. "Interpretazione di culture", Bologna, Il Mulino, 1987). N. 8. Confronta capitolo 3. N. 9. Confronta Hans-Heinrich Wilhelm, "The Holocaust in NationalSocialist Rhetoric and Writings: Some Evidence against the Thesis that before 1945 Nothing Was Known about the Final Solution", in Y.V.S., 16,1984, pagine 95-127; e Wilhelm Benz, The Persecution and Extermination of the Jews in the German Consciousness, in "Why Germany? National Socialist AntiSemitism and the European Context", a cura di John Milfull, Providence, Berg Publishers, 1993, pagine 91104, in particolare pagine 97-98. N. 10. Confronta, ad esempio, Max Domarus, "Hitler. Reden und Proklamationen", Mnchen, Suddeutschen Verlag, 1965 (trad. ingl. "Speechs and Proclamations, 1932-45", London, I.B. Tauris, 1990, vol. 1, p. 41), e C.C. Aronsfeld, "The Text of the Holocaust: a Study of the Nazis' Extermination Propaganda, from 1 9Z 9-1945", Marblehead Mass., Micah Publications, 1985, pagine 34-36. N. 11. E' questo l'oggetto del dibattito intenzionalistafunzionalista di cui si discuter pi oltre. Sulle motivazioni della decisione di sterminare gli ebrei d'Europa, confronta Erich Goldhagen, "Obsession and Realpolitik in the Final Solution", in Patterns of Prejudice, 12,1978, n. 1, pagine 1-16; e Eberhard Jckel, "Hitler's World View: a Blueprint for Power", Cambridge Mass., Harvard University Press, 1981. N. 12. Fu una conseguenza dell'espansione militare tedesca. N. 13.

Questo uno degli argomenti fondamentali di Raul Hilberg, "The Destruction of the European Jews", New York, New View-points, 1973 (trad. it. "La distruzione degli ebrei d'Europa", Torino, Einaudi, 1996). N. 14. Naturalmente sono i biografi di Hitler coloro che pi si confrontano con questo problema. Confronta in proposito Alan Bullock, "Hitler. Eine Studie ber Tyrannei", Dsseldorf, 1971 (trad. it. "Hitler. Studio sulla tirannide", Milano, Mondadori, 1975); Robert G.L. Waite, "The Psychopathic God: Adolt Hitler", New York, Signet Books, 1977; Joachim C. Fest, "Hitler. Eine Biografie", Frankfurt/M. Berlin - Wien, 1973 (trad. it. "Hitler", Milano, Rizzoli, 1975). Quanto a Hitler spiegato da lui stesso, confronta "Mein Kampf", Mnchen, 1934 (trad. it. "Mein Kampf. La mia battaglia", a cura di G. Marden, Monfalcone, Sentinella d'Italia, 1990). Per due trattazioni dell'ascesa al potere dei nazisti confronta Karl Dietrich Bracher, "Die Auflsung der Weimarer Republik", Villingen, Schwarzwald Ring Verlag, 1964, e William S. Allen, "The Nazi Seizure of Power: The Experience of a Single German Town: 1922-1945", New York, Franklin Watts, 1984, ed. riveduta (trad. it. "Come si diventa nazisti. Storia di una piccola citt 1930-1935", Torino, Einaudi, 1968). N. 15. Questi argomenti saranno discussi nel capitolo 5. N. 16. Intitolando il suo articolo "The Forgotten Part of the Final Solution: the Liquidation of Ghettos" (Simon Wiesenthal Center Annual, 2,1985, pagine 31-51), Wolfgang Scheffler allude al fatto che ci si interessati quasi esclusivamente alle camere a gas, a scapito di altri aspetti dell'Olocausto, fatta eccezione per gli studi sulle "Einsatzgruppen". N. 17. E' questa un'opinione comune, il cui principale sostenitore Raul Hilberg, "The Destruction of the European Jews" cit. N. 18. Confronta il recente contributo di Uwe Dietrich Adam, The Gas Chambers, in "Unanswered Questions: Nazi Germany and the Genocide of the Jews", a cura di Franois Furet, New York, Schocken Books, 1989, pagine 134-54, il quale inizia il suo saggio con queste parole: Ancora oggi, persino negli studi storici pi autorevoli, continuano a circolare idee false e malintese generalizzazioni sull'esistenza, la dislocazione, il funzionamento e l'"efficienza" delle camere a gas, che ingenerano confusione ed errori.

N. 19. Lo dimostra la generale assenza nella letteratura di una chiara indicazione del fatto che molti dei realizzatori non erano S.S.; se ci fosse stato compreso, sarebbe certo stato considerato uno degli aspetti salienti del genocidio. N. 20. E' stupefacente l'indifferenza per la documentazione facilmente disponibile su questo argomento: nessuno degli studi generali sull'Olocausto, compresi i pi recenti, vi fa il minimo cenno. Il tema viene ripreso e approfondito, a proposito dei battaglioni di polizia, nella parte terza e nel capitolo 15 di questo volume. N. 21. Sulla posizione dei principali protagonisti, confronta Tim Mason, Intention and Explanation: a Current Controversy about the Interpretation of National Socialism, in "Der Fhrerstaat: Mythos und Realitt", a cura di Gerhard Hirschfeld e Lothar Kettenacker, Stuttgart, Klett-Cotta, 1981, pagine 23-40; Ian Kershaw, "The Nazi Dictatorship: Problems and Perspectives of Interpretation", London, Edward Amold, 19933, pagine 80107; Michael R. Marrus, "The Holocaust in History", Hanover, University Press of New England, 1987, pagine 31-51 (trad. it. "L'Olocausto nella storia", Bologna, Il Mulino, 1994). N. 22. Hans Mommsen, The Realization of the Unthinkable: the "Final Solution" of the Jewish Question in the Third Reich, in "The Policies of Genocide: Jews and Soviet Prisoners of War in Nazi Germany", a cura di Gerhard Hirschfeld, London, Allen & Unwin, 1986, pagine 98-99. N. 23. Ad esempio, non mi risulta che l'"Encyclopedia of the Holocaust", diretta da Israel Gutman, 4 volumi, New York, Macmillan, 1990 - un tentativo di riassumere e codificare lo stato delle conoscenze sull'Olocausto, che fornisce statistiche su un ampio spettro di materie -, affronti l'argomento, n fornisca una stima in proposito. N. 24. E' ovviamente assai diffusa nel pubblico la convinzione che i realizzatori dovessero scegliere tra uccidere o essere uccisi, ma sono pochi gli studi pi recenti che lo affermino in modo cos esplicito. Lo fa, ad esempio, Sarah Gordon, "Hitler, Germans and the Jewish Question", Princeton, Princeton University Press, 1984, p. 283, a proposito della partecipazione dell'esercito tedesco al genocidio. N. 25.

Confronta Saul Friedlander, "Histoire et psychanalyse", Paris, Seuil, 1975 (trad. it. "Storia e psicoanalisi", a cura di M. Tejera, Roma, Il Pensiero Scientifico, 1977). N. 26. Confronta Stanley Milgram, "Obedience to Authority: an Experimental View", New York, Harper Colophon, 1969 (trad. it. "Obbedienza all'autorit. Il celebre esperimento di Yale sul conflitto tra disciplina e coscienza", Milano, Bompiani, 1974); e Herbert C. Kelman e V. Lee Hamilton, "Crimes of Obedience: Toward a Social Psychology of Authority and Responsibility", New Haven, Yale University Press, l989. N. 27. Si supposto talvolta che questa propensione si sia formata nel corso della storia. Confronta Erich Fromm, "Escape from Freedom", New York, Avon Books, 1965 (trad. it. "Fuga dalla libert", Milano, Mondadori, 1987); G.P. Gooch et al., "The German Mind and Outlook", London, Chapman & Hall, 1945. N. 28. Confronta Hannah Arendt, "Le origini del totalitarismo", Milano, Edizioni di Comunit, 1983, rist. 1996. Hans Mommsen (The Realization of the Unthinkable cit., pagine 98-99) segue una linea di ragionamento affine, come pure Rainer C. Baum ("The Holocaust and the German Elite: Genocide and National Suicide in Germany, 1871-1945", Totawa, N.J., Rowman & Littlefield, 1981). N. 29. Il pi recente e considerato contributo di questo genere Christopher R. Browning, "Ordinary Men: Reserve Police Battalion 101 and the Final Solution in Poland", New York, Harper Collins, 1992 (trad. it. "Uomirli comuni. Polizia tedesca e soluzione finale in Polonia", Torino, Einaudi, 1995). Di fatto presenta la stessa posizione di Raul Hilberg in "The Destruction of the European Jews" cit. Robert Jay Lifton, che ha studiato i medici tedeschi di Auschwitz in "The Nazi Doctors: Medical Killing and the Psychology of Genocide", New York, Basic Books, 1986 (trad. it. "I medici nazisti", Milano, Rizzoli, 1988), fornisce una spiegazione psicoanalitica dei motivi che trasformarono dei terapeuti di professione in assassini, degli uomini per altri versi perbene in esseri capaci di tanto male.

Anche tale interpretazione tiene conto di fattori contingenti e meccanismi psicologici e perci, nonostante le sue valenze psicoanalitiche, pu essere ricondotta a questa teoria. N. 30. Hans Mommsen, The Realization of the Unthinkable cit.; Gtz Aly e Susanne Heim, "Vordenker der Vernichtung: Auschwitz und die deutsche Plne fr eine neue Europaische Ordnung", Hamburg, Hoffman und Campe, 1991; nonch Sarah Gordon, "Hitler, Germans and the Jewish Question" cit., p. 312. N. 31. Questa teoria tanto insostenibile a fronte delle azioni degli assassini come sparare a bruciapelo contro gente indifesa - che vale la pena di citarla soltanto perch qualcuno ha ritenuto opportuno proporla. Marrus, per esempio, scrive con sicurezza del tutto ingiustificata: Come ben sanno da tempo gli studiosi dell'Olocausto, l'estrema divisione del lavoro nell'ambito del processo omicida contribuiva a stemperare la responsabilit personale dei realizzatori. Confronta Michael R. Marrus, "The Holocaust in History" cit., p. 47. Nella (scarsa) misura in cui ci vero, applicabile soltanto a una minima parte di quanto avvenne e non, come pare sostenere Marrus, a pressoch ogni caso. N. 32. Una parziale eccezione costituita da Herbert Jger ("Verbrechen unter totalitarer Herrschaft: Studien zur nationalsozialistischen Gewaltkriminalitt", Olton, Walter-Verlag, 1967) il quale riconosce che una percentuale dei realizzatori ag per convinzione ideologica (pagine 62-64). Egli tuttavia sostiene che questa non era la motivazione della maggioranza (pagine 76-78). Nell'insieme, come indica peraltro il titolo del suo libro traducibile con Delitti sotto un potere totalitario -, Jger accetta il modello totalitario della Germania nazista in voga negli anni Cinquanta (confronta pagine 186-208), utilizzando concetti come mentalit totalitaria ("totalitre Geisthaltung", p. 186). Tale modello - radicalmente errato, giacch continua a nascondere agli occhi di molti l'ampio margine di libert e pluralismo di fatto esistente nella societ tedesca - fuorvia spesso l'analisi di Jger, per altri versi ricca e acutissima. Per revisioni e critiche all'applicabilit del modello totalitario alla Germania nel periodo nazista, e per il dibattito sui problemi generali della classificazione stessa del nazismo, confronta Ian Kershaw, "The Nazi Dictatorship" cit., pagine 17-39.

Anche Hans Safrian, nell'introduzione al suo recente studio sui subalterni di Adolf Eichmann nella deportazione degli ebrei europei verso la morte, ha messo in discussione l'idea, generalmente accettata, che i realizzatori non fossero motivati dall'antisemitismo, ma non approfondisce n sviluppa questa sua posizione. Confronta "Die Eichmann-Mnner", Wien, Europaverlag, 1993, pagine 1722. N. 33. Naturalmente anche altri hanno riconosciuto e messo in rilievo l'importanza dell'ideologia politica e dell'antisemitismo nella decisione nazista di intraprendere lo sterminio totale degli ebrei. Per un ampio spettro di interpretazioni di questo tema, confronta "Der Mord an den Juden im Zweiten Weltkrieg: Entschlussbildung und Verwirklichung", a cura di Eberhard Jckel e Jrgen Rohwer, Stuttgart, Deutsche Verlag-Anstalt, 1985; Lucy Dawidowicz, "The War against the Jews", 1933-1945, New York, Bantam Books, 1975; Gerald Fleming, "Hitler and the Final Solution", Berkeley, University of California Press, 1984, e l'introduzione di Saul Friedlander al volume; Klaus Hildebrand, "Das Dritte Reich", Mnchen, 1979 (trad. it. "Il Terzo Reich", Bari, Laterza, 1989). Anche chi assume questa posizione, per, o non si curato di prendere in esame i realizzatori, oppure ha negato che in quanto gruppo essi fossero mossi da convinzioni analoghe. Michael R. Marrus ("The Holocaust in History" cit.), citando con approvazione Hans Mommsen, si fa portavoce del generale consenso degli storici: E' evidente che l'indottrinamento antisemita non costituisce una risposta sufficiente, perch sappiamo [sic] che molti funzionari addetti all'amministrazione dell'eccidio arrivarono all'incarico senza dar prova di sentimenti antisemiti particolarmente intensi. Anzi, in alcuni casi pare che nella loro storia personale non si fosse mai manifestato odio contro gli ebrei e che considerassero le loro vittime con freddo distacco ("The Holocaust in History" cit., p. 47). Erich Goldhagen costituisce invece un'eccezione e, pur non avendo mai pubblicato nulla in proposito, nelle sue lezioni e nelle nostre numerose conversazioni ha ribadito esattamente quanto mi propongo di sostenere. Per qualcuno la mia tesi non sar forse una grande novit, ma di fatto essa si pone in netta contrapposizione con la letteratura scientifica esistente. N. 34. Per uno sguardo generale su numerosi casi del passato lontano e recente confronta Frank Chalk e Kurt Jonassohn, "The History and Sociologu of

Genocide: Analyses and Case Studies", New Haven, Yale UniversitY Press, 1990. N. 35. Confronta Cecil Roth, "The Spanish Inquisition", New York, W.W. Norton, 1964. e Malise Ruthven, "Torture: the Grand Conspiracy", London, Weidenfeld & Nicolson, 1978. Fu nel nome di Ges che nel Nuovo Mondo gli spagnoli si resero responsabili del genocidio degli indigeni: Bartolom de Las Casas, "Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie", ed. it. Milano, Mondadori, 1989. N. 36. Confronta Clifford Geerk, Common Sense as a Cultural System, in Local Knowledge: Further Essays in Interpretative Antropology", New York, Basic Books, 1983 (trad. it. "Antropologia interpretativa", Bologna, Il Mulino, 1988). N. 37. Nel capitolo 1 viene trattato il tema fondamentale della misura in cui differenti presupposti di partenza influenzano le conclusioni perch necessitano, per essere confutati, di tipi diversi di dimostrazioni. In linea generale, quanto pi scarsi sono i dati concreti di cui si dispone su un determinato argomento, tanto pi pregiudiziali sono i presupposti. E, poich le interpretazioni di una questione dipendono spesso dalla lettura delle conoscenze degli agenti - che sono dati concreti -, occorre prestare la massima cura alla giustificazione dei presupposti: possibile infatti che tutti i presupposti, tra loro incompatibili, circa per esempio l'atteggiamento dei tedeschi risultino inconfutabili; inoltre spesso difficile trovare dati che consentano generalizzazioni sicure su gruppi rilevanti di tedeschi, sicch chi parte da un certo presupposto pu sempre considerarli aneddotici, e dunque insufficienti per confutare, appunto, il suo presupposto. N. 38. Si tratta ovviamente di un interrogativo cui si pu rispondere solo con supposizioni; tuttavia dovrebbe indurci a una riflessione sulla natura specie se la conclusione che di fatto esistessero dei limiti che i realizzatori non avrebbero mai superato - della loro disponibilit ad agire. N. 39. Primo Levi ("I sommersi e i salvati", Torino, Einaudi, 1986) tra coloro che si sforzano, pur senza riuscirci del tutto, di comprendere la crudelt dei tedeschi. N. 40.

E' comunque difficile analizzare e definire la crudelt nell'ambito dei fenomeni che insieme costituiscono l'Olocausto ovvero, in senso pi lato, la persecuzione tedesca degli ebrei europei. Le azioni dei tedeschi furono tanto fuori dal mondo, da sfuggire alle nostre strutture di riferimento. Perci, se in generale pu essere giusto considerare un atto di crudelt uccidere persone innocenti, o costringere gente denutrita e debilitata a eseguire un lavoro manuale molto faticoso, in epoca nazista questi stessi atti erano aspetti ordinari - normali - delle attivit che i tedeschi si erano prefissi, e dunque ragionevole distinguerli (nel contesto specifico) dagli atti di crudelt gratuita come i pestaggi, la derisione, la tortura o l'imposizione di fatiche prive di senso e debilitanti, compiuti al solo scopo di aumentare le sofferenze degli ebrei. N. 41. Herbert Jger ("Verkrt chen unter totalitrer Herrschaft" cit., pagine 76-160) consapevole di questi aspetti, che stato tra i primi a trattare nella letteratura edita. Un altro contributo in proposito Hans Buchheim, Command and Compliance in Helmut Krausnick et al, "Anatomy of the S.S. State", London, Collins, 1968, pagine 303-96. N. 42. La crudelt tedesca verso gli ebrei non si manifest solamente nel corso delle operazioni di eliminazione fisica. Questa un'ulteriore ragione per cui la crudelt (analogamente agli altri tipi di azioni) va concepita come variabile analiticamente distinta dall'omicidio vero e proprio. N. 43. L'orrore un fattore significativo anche per un altro motivo. A partire da Hannah Arendt, si diffusa l'interpretazione - implicita o esplicita - per cui i realizzatori erano affettivamente neutrali, cio non provavano emozioni nei confronti degli ebrei. Tutte le teorie che non danno rilevanza all'identit delle vittime implicano, quanto meno potenzialmente, che l'opinione che di esse avevano i realizzatori non avesse, come causa, alcuna importanza. Tuttavia, se neppure l'eccidio fosse bastato di per s a costringere i realizzatori a riflettere sul loro operato, di fronte a tanto orrore per loro doveva essere virtualmente impossibile non maturare un'opinione qualsiasi sull'opportunit del massacro.

Sono disposto ad asserire che psicologicamente impossibile che i realizzatori avessero un atteggiamento del tutto neutrale nei confronti degli ebrei. E se non erano neutrali, che cosa pensavano delle vittime, quali emozioni riversavano nell'eccidio? E in quale modo questi pensieri, queste emozioni, influenzarono il loro agire? Dicendo ci, si vuole soltanto insistere sulla necessit di indagare pi a fondo sulle convinzioni dei realizzatori, proprio sulle loro convinzioni comuni; se infatti riconosciamo che non potevano essere neutrali riguardo alle loro azioni e vittime, dobbiamo anche considerare i loro pensieri e sentimenti come cause del loro operato. N. 44. Confronta Max Weber, "Economia e societ", Milano, Edizioni di Comunit, 1995, vol. 1, pagine 10 e seguenti. N. 45. Non facile suddividere per categorie gli eccidi e gli assassini. Una domanda da porsi : in quale modo, e per quale motivo, un ordine come fa ci che puoi per uccidere gli ebrei, che non prevedeva sanzioni n ricompense, poteva spingere il singolo tedesco ad agire? questi sarebbe rimasto immobile? o si sarebbe dedicato al compito senza troppo impegno? si sarebbe dimostrato efficiente nell'uccidere? o, infine, si sarebbe votato anima e corpo allo sterminio del maggior numero possibile di ebrei? N. 46. E' ovvio che, per trovare risposta ai quesiti che guidano questa indagine, non basta spiegare le motivazioni di chi stabiliva la linea politica o di chi stava ai vertici delle strutture genocide. Le motivazioni e le azioni dell'lite sono comunque importanti, ed quindi positivo il fatto che gi si sappia parecchio su molti suoi esponenti. Confronta per alcuni esempi: Robert G.L. Waite, "The Psychopathic God" cit.; Richard Breitman, "The Architect of Genocide: Himmler and the Final Solution", New York, Alfred A. Kupf, 1991 (trad. it. "Himmler", Milano, Mondadori, 1991); Matthias Schmidt, Albert Speer: "Das Ende eines Mythos. Speers wahre Rolle im Dritten Reich", Bern, 1982; Ruth Bettina Birn, "Die hheren S.S.-und Polizeifhrer: Himmlers Vertreter im Reich und in den besetzen Gebieten", Dsseldorf, Droste Verlag, 1986. N. 47. Scrive Anthony Giddens in "The Constitution of Society: Outline of the Theory of Structuration", Berkeley, University of California Press, 1984 (trad. it. "La costituzione della societ", Milano, Edizioni di Comunit, 1990, p. 178): Il vincolo strutturale non si esprime in quelle implacabili forme causali che hanno in mente i sociologi strutturalisti quando sottolineano con tanta forza l'associazione della "struttura" col "vincolo".

I vincoli strutturali non operano indipendentemente dai moventi e dalle ragioni che hanno gli attori per fare quello che fanno. Non possono essere paragonati all'effetto, per esempio, di un terremoto, che distrugge una citt e i suoi abitanti senza che essi possano farci assolutamente nulla. Nelle relazioni sociali umane, i soli oggetti in movimento sono gli agenti individuali che impiegano delle risorse per far accadere, intenzionalmente o no, delle cose. Le propriet strutturali dei sistemi sociali non "agiscono su" alcuno come forze della natura, cos da "costringerlo" a comportarsi in un determinato modo. N. 48. Un esempio di questo tipo di ragionamento dato da Theda Skocpol, "States and Social Revolutions: A Comparative analysis of France, Russia, and China", Cambridge, Cambridge University Press, 1979 (trad. it. "Stati e rivoluzioni sociali. Un'analisi comparata di Francia, Russia, Cina", Bologna, Il Mulino, 1981). N. 49. Una proposizione, questa, che si muove nel solco weberiano dell'aspirazione a verstehen. Confronta Max Weber, "Economia e societ" cit., vol. 1, pagine 5-26. N. 50. Confronta Michael R. Marrus, "The Holocaust in History" cit., p. 51. N. 51. Il fatto che tanti non siano riusciti a comprendere gli assassini e le forze motrici dell'Olocausto probabilmente dovuto in parte al rifiuto sistematico, se non consapevole, di affrontare l'orrore fenomenologico del genocidio. Nelle interpretazioni compaiono ben poche scene raccapriccianti, e quando ci sono, in genere sono accompagnate da analisi molto sommarie: l'orrore rimane muto, inesplorato, mentre la discussione si sposta verso altri argomenti, spesso di tipo logistico. Quando si parla di rastrellamenti e deportazioni, di eccidi e camere a gas, spesso ci si limita a dire che avvennero. Non si sottolinea in modo adeguato l'orrore delle specifiche operazioni, per cui risulta difficile percepirne la portata per i realizzatori, la frequenza con cui se ne trovavano circondati e le conseguenze complessive sulla loro personalit.

Dell'orrore tengono invece il dovuto conto i sopravvissuti, e gli studiosi che si sono occupati di loro. Di regola, per, non si preoccupano di spiegare le azioni dei realizzatori, se non in modo impressionistico e incidentale. E' interessante osservare, negli studi sull'Olocausto, il livello minimale di sovrapposizione e intersezione tra chi scrive dei realizzatori e chi studia le vittime. E in questo senso nemmeno il mio lavoro costituisce un'eccezione. N. 52. Herbert Jger, "Verbrechen unter totalitrer Herrschaft" cit., rappresenta una evidente eccezione, cos come - ma in misura minore Christopher R. Browning, "Ordinary Men" cit. Anche Hermann Langbein, "Menschen in Auschwitz", Frankfurt am M., Ullstein, 1980 (trad. it. "Uomini ad Auschwitz. Storia del pi famigerato campo di sterminio nazista", Milano, Mursia, 1985), prende atto delle variet dei comportamenti dei realizzatori. N. 53. Coloro che, come Christopher R. Browning in "Ordinary Men" cit., non sono riusciti a integrare adeguatamente le loro ricerche con i due livelli superiori di analisi.

PRIMO VOLUME

Parte prima CAPIRE L'ANTISEMITISMO ELIMINAZIONISTA

TEDESCO:

LA

MENTALITA'

"Alla comunit di Ges non consentito di udire l'orribile sorte degli ebrei se non nell'umilt, nella pietosa compassione e nel sacro terrore ... Per un cristiano non pu quindi darsi un atteggiamento di indifferenza, in questa materia [l'antisemitismo]." Il pastore protestante tedesco Walter Hchstdter in un vano appello ai soldati tedeschi, distribuito clandestinamente nel giugno-luglio 1944. "Com' possibile che le nostre orecchie, orecchie di cristiani, non rimbombino al cospetto delle ... sofferenze e dei tormenti [inflitti agli ebrei]?" Karl Barth, lezione tenuta nel dicembre 1938 a Wipkingen, in Svizzera.

"Di regola gli ebrei non ci piacciono, e dunque non ci risulta facile estendere anche a loro il nostro amore generale per l'umanit..." Karl Barth, lezione tenuta nel luglio 1944 a Zurigo.

Capitolo 1 RIVEDERE LA CONCEZIONE SCHEMA D'ANALISI

DELL'ANTISEMITISMO:

UNO

Quando si pensa all'antisemitismo tedesco, si tende a partire da alcuni importanti e sottaciuti presupposti riguardo ai tedeschi prima e nel corso del nazismo, che andrebbero analizzati e rivisti. Sono presupposti che nessuno adotterebbe per studiare una comunit analfabeta dell'Asia, o i tedeschi del quattordicesimo secolo, e che invece vengono applicati alla Germania dell'Otto-Novecento.

Possiamo riassumerli cos: i tedeschi erano pi o meno simili a noi, o meglio erano simili a come noi amiamo rappresentarci: figli sobri e razionali dell'Illuminismo, non guidati dal pensiero magico, bens radicati nella realt oggettiva. Come noi, erano uomini economici e a volte, certo, potevano essere mossi da motivazioni irrazionali, dall'odio prodotto dalla frustrazione economica o da certi ineliminabili vizi umani, quali la sete di potere o la superbia. Tutti moventi comprensibili e che, in quanto comuni sorgenti di irrazionalit, ci paiono rientrare nel senso comune. Abbiamo buone ragioni per mettere in dubbio la validit di questi presupposti, come faceva gi nel 1941 un educatore americano che conosceva a fondo le scuole e la giovent naziste. La scuola nazista, sosteneva, ha prodotto una generazione tanto diversa dai normali giovani americani da far risultare impossibile un mero confronto accademico, rendendo estremamente difficile qualsiasi valutazione del sistema educativo nazista (1). Che cosa giustifica dunque i diffusi presupposti sull'affinit tra noi e i tedeschi prima e durante il periodo nazista? Non dovremmo forse ripensarli, verificando se davvero l'idea che abbiamo di noi stessi corrisponda a quello che erano i tedeschi del 1890, del 1925, del 1941? Ammettiamo senza difficolt che popolazioni alfabete credessero gli alberi animati da spiriti buoni e cattivi, capaci di trasformare il mondo circostante, che gli aztechi ritenessero necessari i sacrifici umani per far sorgere il sole, che nel Medioevo gli ebrei fossero considerati come agenti del diavolo (2); perch allora non dobbiamo ammettere che molti tedeschi del ventesimo secolo credessero in cose che ci appaiono patentemente assurde; che anche i tedeschi, quanto meno in una sfera specifica, fossero propensi al pensiero magico? Perch non guardare alla Germania con gli occhi dell'antropologo che studi un popolo di cui si sa poco? Dopo tutto, questa societ ha prodotto un cataclisma, l'Olocausto, che non era stato previsto e che, con rare eccezioni, nessuno considerava possibile. L'Olocausto fu una frattura radicale con tutto quanto si sapeva della storia dell'uomo, con qualsiasi altra forma di pratica politica precedente. Fu un insieme di azioni, e un orientamento ideale, in totale contrasto con il fondamento intellettuale stesso della civilt europea moderna, l'Illuminismo, oltre che con le norme etiche e comportamentali cristiane e laiche che reggevano le societ occidentali. In questa luce appare evidente che lo studio della societ che produsse un evento tanto imprevisto e imprevedibile ci impone di mettere in discussione il presupposto dell'affinit tra quella societ e la nostra.

Ci impone di rimettere in discussione la certezza che essa condividesse l'orientamento economico razionale che impronta a s l'immagine, scientifica e popolare, della nostra societ. Un riesame che rivelerebbe come buona parte della societ tedesca riflettesse s, a grandi linee, le caratteristiche della nostra, ma che dimostrerebbe anche come in alcuni settori essa fosse radicalmente diversa. Il "corpus" della letteratura antisemita tedesca nell'Otto-Novecento con le sue interpretazioni folli e allucinate della natura degli ebrei, del loro potere praticamente illimitato, della loro responsabilit per tutti, o quasi, i mali del mondo - anzi tanto lontano dalla realt che qualsiasi lettore fatica a non giungere alla conclusione che si tratti dell'opera collettiva di internati in un manicomio. Nessun altro aspetto della Germania ha urgente bisogno di questo tipo di rivalutazione antropologica pi dell'antisemitismo del suo popolo. Sappiamo che in molte societ alcune credenze cosmologiche e ontologiche hanno assunto una valenza quasi universale: sono apparse e uscite di scena societ in cui tutti credevano in Dio, nelle streghe, nel sovrannaturale, erano convinti che gli stranieri non fossero esseri umani, che la razza determinasse le qualit morali e intellettuali dell'individuo, che gli uomini fossero moralmente superiori alle donne, che i neri fossero inferiori, che gli ebrei fossero malvagi; e la lista potrebbe proseguire. A questo proposito ci sono due punti, diversi, da chiarire. Il primo che anche se molte di queste credenze sono oggi considerate assurde, a loro tempo la gente le sostenne a spada tratta come articoli di fede e da esse desunse una mappa, considerata infallibile, del mondo sociale che us per interpretare i confini dei paesaggi circostanti, come guida per attraversarli e se necessario come fonte di ispirazione dei progetti destinati a modificarli. Il secondo punto, altrettanto importante, che queste credenze, per assurde che fossero alcune di esse, potevano essere e di fatto erano condivise dalla grande maggioranza, se non dalla totalit, della popolazione di una data societ. E sembravano cos tautologicamente vere da entrare a far parte del mondo naturale della gente, dell'ordine naturale delle cose. Nella societ cristiana del Medioevo, per esempio, un dibattito su qualche aspetto della teologia o della dottrina poteva scatenare violenti conflitti tra vicini, senza per questo mettere in discussione - se non da parte di pochi, intellettualmente e psicologicamente ai margini della societ - quella fede fondamentale in Dio e nella divinit di Ges che li accomunava nel cristianesimo.

Per altre societ la fede nell'esistenza di Dio, nell'inferiorit dei neri, nella superiorit costituzionale dei maschi, nel carattere determinante della razza, o nella malvagit degli ebrei, ha assunto la funzione di assioma. E in quanto assioma, cio norma indiscussa, intrecciata nel tessuto stesso dell'ordine morale della societ, non pi suscettibile di dubbio di quanto lo sia per noi una delle nostre idee fondanti, che cio la libert sia un bene (3). Nel corso della storia, tutte o quasi le societ hanno posto al centro delle proprie teorie cosmologiche e ontologiche della vita delle convinzioni assurde, sostenute come assiomi da tutti i membri; eppure si tende generalmente a escludere, come punto di partenza per lo studio del periodo nazista, la possibilit che questo sia avvenuto anche in Germania. Pi specificamente, due "presupposti" prevalgono: che la maggioranza dei tedeschi non potesse condividere quella definizione degli ebrei come razza diabolicamente astuta, parassita e malevola, causa di grandi sventure per il popolo tedesco, che Hitler formul in "Mein Kampf" e altrove; e che la maggioranza dei tedeschi non potesse nutrire sentimenti antisemiti cos violenti da indurla a prendere in considerazione lo sterminio degli ebrei. Sulla base di questi presupposti, l'onere della prova stato scaricato sulle spalle di chi sostiene il contrario. Perch? Alla luce dell'ovvia possibilit, e anzi probabilit, che l'antisemitismo fosse un assioma per la societ tedesca nel periodo nazista, due motivi ci inducono a confutare l'interpretazione predominante di quell'antisemitismo in quel periodo. La Germania di allora era un paese in cui la politica del governo e le manifestazioni pubbliche di ogni altro genere, compresi gli scambi verbali tra le persone, erano profondamente, quasi ossessivamente antisemite. Anche uno sguardo superficiale basta a far pensare a un osservatore obiettivo, a chiunque creda all'evidenza dei suoi sensi che quella era una societ impregnata di antisemitismo. In poche parole, nella Germania nazista l'antisemitismo veniva gridato ai quattro venti: Gli ebrei sono la nostra disgrazia, dobbiamo sbarazzarcene. Come interpreti di questa societ, varr la pena di accettare come indicazioni sulla natura delle convinzioni dei suoi membri sia l'assordante vociferare degli antisemiti - che emanava non soltanto dal vertice di quella che era politicamente una dittatura, ma anche, e in larga misura, dalla base sia le violente politiche discriminatorie da loro adottate. Dopo tutto molto probabile che una societ che proclami l'antisemitismo a piena voce, mettendoci a quanto sembra tutta l'anima, sia davvero antisemita.

Il secondo motivo che induce a adottare una prospettiva diversa da quella predominante riguardo all'antisemitismo in Germania si fonda sulla conoscenza della storia della societ e della cultura tedesche. Ora, nel Medioevo e agli inizi dell'Evo moderno, di sicuro fino all'Illuminismo, quella societ fu profondamente antisemita (4). E per la cultura tedesca, nonch per quasi tutta la cultura cristiana, era assiomatico che gli ebrei fossero fondamentalmente diversi e maligni (un tema che riprenderemo nel prossimo capitolo). Questo giudizio sugli ebrei era condiviso dalle lite e, ci che pi conta, dalla gente comune; perch non dovremmo presumere che convinzioni culturali tanto radicate, direttrici cos ben tracciate per l'ordine sociale e morale del mondo potessero persistere, a meno che non ci venga dimostrato che cambiarono o scomparvero? Quando mancano dati inconfutabili sulla natura di un sistema di credenze, gli storici e gli scienziati sociali interessati a stabilirne le cause e i modi di imporsi dovrebbero guardarsi dal proiettare i tratti della propria societ indietro nel tempo, come fanno invece spesso gli studiosi dell'antisemitismo tedesco moderno. Dovrebbero invece scegliere un punto di partenza ragionevole, procedendo poi per linee storiche, in modo da scoprire che cosa accadde veramente. Se dovessimo optare per questo approccio, partendo dal Medioevo per verificare se, dove, come e quando i tedeschi rinunciarono all'antisemitismo, allora onnipresente in quella cultura, si modificherebbe del tutto la nostra prospettiva sull'argomento. Gli interrogativi che ci porremmo, i tipi di fenomeni che useremmo come testimonianze, la valutazione delle testimonianze stesse, tutto risulterebbe diverso. Saremmo costretti a rinunciare al "presupposto" secondo cui, tutto considerato, i tedeschi dell'Ottocento e del Novecento non erano antisemiti, dovendo invece "dimostrare" come si fossero affrancati dall'antisemitismo che in precedenza aveva permeato la loro cultura, se pure tale affrancamento era mai avvenuto. Se, invece di lasciarci guidare dal diffuso presupposto che i tedeschi fossero simili a noi, facessimo partire la nostra analisi dalla posizione opposta, e molto pi ragionevole - cio che nel periodo nazista i tedeschi in genere fossero devoti al credo antisemita allora pervasivamente prevalente , diverrebbe impossibile dissuaderci da questa convinzione iniziale. Non esiste in pratica alcun dato che contraddica l'idea che l'intensa e continua proclamazione pubblica dell'antisemitismo si riflettesse nelle convinzioni personali della gente.

Prima di cambiare opinione chiederemmo, invano, di vedere qualche professione di dissenso dal credo antisemita, o la scoperta di lettere e diari che attestino una concezione degli ebrei diversa da quella pubblica. Vorremmo attendibili attestazioni di come i tedeschi considerassero davvero gli ebrei che vivevano nelle loro terre come membri a pieno titolo della loro comunit e del genere umano. Vorremmo che ci venisse dimostrato che i tedeschi si opposero inorriditi alla miriade di provvedimenti, di leggi, di atti persecutori contro gli ebrei, che giudicavano un grave delitto incarcerarli nei campi di concentramento, strapparli alle case e alle comunit per deportarli dall'unica terra che avessero mai conosciuto verso una sorte terrificante. E non basterebbero episodi isolati di dissenso: chiederemmo molti casi, sufficienti a giustificare considerazioni generali su settori o gruppi rilevanti della societ tedesca, prima di convincerci che la nostra posizione sbagliata. Non nemmeno lontanamente possibile pensare che la documentazione esistente risponda a questi requisiti. Quale dei due punti di partenza giusto? Quello in netto contrasto con ci che sappiamo dalle dichiarazioni e dagli atti pubblici e privati? O quello che invece vi corrisponde? Quello che "presuppone" la scomparsa di un antico orientamento culturale? O quello che richiede un supplemento di indagine e che, prima di proclamare la scomparsa dell'antisemitismo, vuole dimostrato e spiegato il processo che l'avrebbe determinata? E allora, perch mai l'onere della prova non ricade su chi sostiene che la societ tedesca sub una trasformazione e si liber dell'atavico antisemitismo? Ci nonostante, poich si "presuppone" che i tedeschi fossero simili alla nostra immagine ideale di noi stessi, poich si presuppone la normalit del popolo tedesco, di fatto l'onere della prova spetta a chi sostiene che nella Germania del periodo nazista esisteva un antisemitismo spaventoso. Dal punto di vista metodologico, questo approccio sbagliato e insostenibile, e dunque va rigettato. A mio giudizio se, conoscendo della Germania soltanto il dibattito pubblico e la politica di governo nel periodo nazista, nonch la storia dell'evoluzione politica e culturale del paese, fossimo costretti a trarre conclusioni sull'entit del suo antisemitismo in quell'epoca, sceglieremmo giudiziosamente di limitarci a ritenere che esso fosse assai diffuso nella societ e che avesse una fisionomia nazista. Per fortuna non dobbiamo accontentarci di questo bagaglio di conoscenze, e dunque non dipendiamo in tutto e per tutto dai ragionevoli presupposti che portiamo con noi nello studio del periodo.

La conclusione che l'antisemitismo nazista fosse parte integrante delle convinzioni dei tedeschi comuni (del tutto ragionevole, anche se fondata soltanto sulla conoscenza storica generale suffragata da un'analisi della vita pubblica nel periodo nazista) trova abbondanti, ulteriori conferme, sia empiriche sia teoriche. Ecco dunque un'altra base sulla quale poggiare la convinzione che in Germania quell'antisemitismo generale, culturale si perpetuasse nel ventesimo secolo; tale base si aggiunge a quella data dall'impossibilit, a tutt'oggi, di provare l'effettiva comparsa di un processo che portasse all'attenuamento e alla scomparsa del fenomeno. Come verr illustrato nei prossimi due capitoli, esistono abbondanti dimostrazioni "positive" di come l'antisemitismo, sia pure con contenuti che si evolvevano col mutare dei tempi, continuasse a costituire un assioma nella cultura tedesca per tutto l'Ottocento e il Novecento, e che la sua versione imperante nel periodo nazista non fu che una forma accentuata, intensificata e rielaborata di un modello di base gi largamente accettato. Una difficolt che si incontra quasi sempre quando si ricercano gli assiomi culturali e gli orientamenti cognitivi perduti di societ ormai scomparse o trasformate deriva dal fatto che spesso essi non vengono articolati con la chiarezza, la frequenza e la forza che parrebbero richieste dalla loro rilevanza per la vita di una data societ e dei suoi singoli membri. Per citare uno studioso della cultura tedesca nel periodo nazista, nella Germania hitleriana l'essere antisemita era un luogo comune che passava praticamente inosservato (5). Proprio perch date per scontate, le idee che hanno un ruolo fondamentale nella visione del mondo e nel funzionamento di una certa societ spesso non vengono espresse in forma commisurata alla prevalenza e alla rilevanza che di fatto esse assumono, e quando pure vengono enunciate nessuno le considera degne di un'osservazione o di un appunto (6). Pensiamo alla nostra societ. Che la democrazia (comunque la si voglia intendere) sia una cosa buona, la forma di governo pi desiderabile, una affermazione praticamente indiscussa: tanto indiscussa, e incontestata anche nel linguaggio e nella pratica politica contemporanea, che se dovessimo applicare a una valutazione del credo democratico nel nostro paese i criteri prevalenti tra gli studiosi dell'antisemitismo tedesco arriveremmo forse alla conclusione che la maggioranza delle persone non la sottoscrive. Per quanto infatti passiamo al setaccio le dichiarazioni, pubbliche e private, le lettere e i diari degli americani, vi troviamo ben poche professioni di fede democratica.

Perch? Proprio perch sono opinioni incontestate, perch fanno parte del senso comune della societ. Com' ovvio, scopriremmo poi che la gente partecipa alla vita democratica del paese, cos come constatiamo che i tedeschi si adeguarono in massa, aderendovi con entusiasmo nei modi pi diversi, alle istituzioni, alle leggi e alle politiche antisemite del loro paese: al suo apogeo il partito nazista, un'organizzazione profondamente antisemita, contava "otto milioni di iscritti" (7). Espressioni di sensibilit democratica si possono trovare nelle dichiarazioni di uomini politici e di governo americani, cos come si trovano - molto pi numerose, con ogni probabilit incessanti dichiarazioni del credo antisemita da parte dei loro corrispettivi tedeschi prima e durante il periodo nazista; ed espressioni di fede democratica compaiono nei libri, nelle riviste e nei rotocalchi americani, anche in questo caso assai meno frequenti delle analoghe manifestazioni di antisemitismo in Germania. Il confronto potrebbe proseguire a lungo. Ma resta comunque il fatto che se osservassimo la qualit e la quantit delle espressioni personali e private del sentimento democratico, avendo gi sposato l'idea che gli americani credono poco nelle istituzioni e nei principi della democrazia, faticheremmo parecchio a convincerci che il nostro preconcetto sbagliato. Ed proprio perch la fede democratica incontestata, cos come in Germania (lo dimostreranno i prossimi due capitoli) la fede antisemita era essenzialmente fuori discussione, che riscontriamo meno prove dell'esistenza e della natura delle convinzioni di ciascuno dei due popoli in merito alle rispettive credenze. Riportare alla luce assiomi culturali perduti problematico, perch per sua natura il fenomeno rimane relativamente nascosto, e dunque occorre guardarsi dal rischio di escluderne l'esistenza. Analogamente non si pu dare per scontato che i "nostri" assiomi vengano condivisi da altri popoli. Commettendo questo errore fin troppo comune si apre la strada a un fondamentale malinteso sulla societ che viene studiata (8). Uno strumento efficacissimo per cogliere la vita cognitiva, culturale e persino, sia pure in modo parziale, politica di una societ dato da quella che chiameremo conversazione (9): tutto quanto sappiamo della realt sociale attinto dall'ininterrotto flusso di scambi verbali che la costituisce. E come potrebbe essere altrimenti, se non ascoltiamo n apprendiamo null'altro? Con l'eccezione di poche persone particolarmente originali, gli

individui hanno una visione del mondo che in accordo con i contenuti della conversazione che si tiene nella loro societ. Molti tratti assiomatici di questi contenuti non sono immediatamente percepibili, persino per un orecchio esperto. Tra questi, la grande maggioranza dei modelli cognitivi condivisi. I modelli cognitivi convinzioni, punti di vista, valori, siano o meno articolati esplicitamente - forniscono nondimeno la struttura della conversazione di ogni societ. Generalmente costituiti da un numero ridotto di oggetti concettuali e dai reciproci nessi (10), i modelli cognitivi informano a s le percezioni che ciascuno ha di tutti gli aspetti della propria vita e del mondo, e le loro espressioni pratiche. Nella comprensione delle emozioni (11), nel compimento di atti quotidiani come l'acquisto di un oggetto in un negozio (12), nello scambio diretto interpersonale (13), nella condotta nei rapporti sociali pi intimi (14), nel tracciare una mappa del paesaggio sociale e politico (15), nell'operare scelte in merito alle istituzioni e alle politiche pubbliche, comprese le questioni di vita o di morte (16), gli individui sono indirizzati, nel pensiero come nell'azione, da modelli cognitivi condivisi, dei quali spesso sono vagamente o per nulla consapevoli, modelli quali il nostro concetto, affatto culturale, dell'autonomia personale, della quale disponiamo in misura inimmaginabile per le culture con concezioni diverse degli esseri umani e dell'esistenza sociale (17). Quando la conversazione monolitica, o quasi, su certi argomenti e tra questi sono da comprendere i modelli cognitivi sottostanti, non espressi -, i membri della societ incorporano automaticamente tali elementi della conversazione nell'organizzazione della propria mente, li fanno entrare tra gli assiomi fondamentali che utilizzano (pi o meno consapevolmente) per percepire, capire, analizzare e affrontare tutti i fenomeni sociali. I dogmi della conversazione sociale, cio gli indirizzi fondamentali in base ai quali una societ concepisce e si rappresenta l'ordine del mondo e gli schemi dell'esistenza sociale, si riflettono nella maturazione di ciascuno, poich solo a questa fonte pu attingere una mente in evoluzione: come avviene per il linguaggio. Durante il periodo nazista, e anche molto tempo prima, la maggioranza dei tedeschi non poteva generare modelli cognitivi estranei alla sua societ un determinato modello mentale di un popolo aborigeno, ad esempio - pi di quanto non potesse parlare fluentemente in romeno senza averlo mai sentito.

L'antisemitismo, che spesso possiede lo status, e dunque le propriet, di modello cognitivo, viene compreso soltanto in modo molto vago. Nonostante i volumi dedicati all'argomento, la nostra percezione di ci che esso , di come vada definito, di ci che lo produce, di come vada analizzato, di come funziona, ancora carente. In larga misura, questo una conseguenza delle difficolt insite nello studio della sfera che lo ospita, quella della mente: nota la difficolt di accedere ai suoi dati e l'esito, anche in condizioni ottimali, incerto e ingannevole (18). Possiamo comunque incrementare la nostra conoscenza di quel fenomeno multiforme: le prossime pagine espongono un approccio che pu contribuire allo scopo. L'antisemitismo - cio le convinzioni e le emozioni negative nei confronti degli ebrei in quanto tali - stato sempre considerato senza mezzi termini: si antisemiti oppure no. Nella misura in cui viene avanzata una prospettiva pi sfumata, in genere il suo valore ai fini analitici limitato, se non fuorviante. Ad esempio, si distingue spesso tra l'antisemitismo astratto e quello cosiddetto reale (19): il primo sarebbe rivolto contro l'idea degli ebrei o dell'ebraismo in quanto entit collettiva, ma non contro gli ebrei come persone, ambito quest'ultimo che sarebbe riservato al secondo. Quale analisi dei diversi tipi di antisemitismo, questa distinzione capziosa (20). L'antisemitismo sempre fondamentalmente astratto nel senso che non deriva dalle qualit effettive degli ebrei, ma nel contempo reale e concreto nelle conseguenze. Che cosa sarebbe, tale antisemitismo astratto, per non avere conseguenze concrete? Un antisemitismo legato alla parola o al concetto di ebreo, e mai a una persona? In quest'ottica, dovrebbe darsi la seguente condizione: ogni volta che un antisemita astratto incontra un ebreo, valuter l'ebreo, le sue qualit personali e il suo carattere morale, con la stessa apertura, la stessa assenza di pregiudizio, con cui giudica un non ebreo. Il che evidentemente falso. L'antisemitismo astratto di fatto "concreto" perch indirizza la percezione, la valutazione e la disponibilit all'azione; si applica agli ebrei in carne e ossa, e in particolare a quelli che il suo portatore non conosce. E finisce per definire, agli occhi dell'antisemita, la natura degli ebrei in carne e ossa.

L'antisemitismo sempre "astratto" quanto a concettualizzazione e origine (che non hanno nulla a che fare con gli ebrei in carne e ossa) e sempre concreto e "reale" nelle sue conseguenze. Poich le conseguenze dell'antisemitismo sono determinanti nel definirne la natura e l'importanza, tutti gli antisemitismi sono reali (21). Non appena si esamini il significato di tale distinzione, risulta chiaro che essa pu bastare soltanto per un abbozzo approssimativo delle sfere sociale e psicologica. Nemmeno categorie complesse, come odio dinamico e appassionato nei confronti degli ebrei (22), che pure descrivono la qualit manifesta di alcuni tipi antisemiti di fatto esistenti, possono costituire una base per l'analisi. Spesso sussiste una contraddizione fra percezione e categorizzazione sovente di natura idealtipica -, da un lato, ed esigenze dell'analisi che hanno carattere dimensionale, dall'altro. L'analisi dimensionale ridurre un fenomeno complesso alle parti che lo compongono - imprescindibile non solo ai fini della chiarezza, ma anche per gettar luce su diversi aspetti dell'antisemitismo, compresi i suoi flussi e riflussi, e sul rapporto tra questi diversi aspetti e l'operato degli antisemiti. Il dibattito sull'antisemitismo, e su quello tedesco in particolare, reso confuso dall'assenza di una specificazione analiticamente distinta delle sue diverse dimensioni, che sono tre (23). La prima dimensione comprende le tipologie dell'antisemitismo, definisce cio quale sia per l'antisemita la "fonte" delle qualit malefiche dell'ebreo, qualunque esse siano. Che cosa, secondo l'antisemita, produce l'inadeguatezza o la perniciosit dell'ebreo? La razza, la religione, la cultura o le presunte deformit provocate in lui dal suo ambiente? La valutazione della fonte dei difetti degli ebrei influisce sul modo in cui l'antisemita analizza la "Judenfrage" (questione ebraica), oltre che sull'eventuale adeguamento della sua percezione degli ebrei agli altri sviluppi di carattere sociale e culturale. Ci vero, fra le altre ragioni, perch ogni fonte si colloca all'interno di una vasta struttura metaforica che estende automaticamente la sfera dei fenomeni, delle situazioni e degli usi linguistici riferibili all'antisemitismo. Il pensiero analogico che accompagna strutture metaforiche differenti informa a s la definizione delle situazioni, la diagnosi dei problemi, la prescrizione delle linee di condotta adeguate. Per esempio, la metafora biologica al centro dell'antisemitismo nazista, (che vuole che il male degli ebrei risieda nel loro sangue, e li descrive, fra le altre cose, come parassiti o bacilli) fortemente suggestiva (24).

La seconda dimensione, quella del "latente-manifesto", si limita a quantificare l'interesse del nostro antisemita per gli ebrei. Se le idee antisemite solo di rado occupano i suoi pensieri e improntano le sue azioni, allora si tratta di un antisemita, o di un antisemitismo, allo stato latente. Se invece gli ebrei hanno un ruolo centrale nei suoi pensieri di ogni giorno e (forse) anche nelle sue azioni, allora antisemitismo manifesto. L'antisemitismo pu esistere in tutte le forme intermedie, da quella di chi non pensa quasi mai agli ebrei a quella di chi ne ha fatto un'ossessione. La dimensione del latentemanifesto rappresenta la misura del tempo dedicato a pensare agli ebrei, nonch i tipi e la variet delle circostanze che evocano i pregiudizi antisemiti: rappresenta cio la posizione pi o meno centrale occupata dagli ebrei nella coscienza di una persona. La terza dimensione, il livello o l'intensit dell'antisemitismo, data dalla scala che rappresenta la presunta "perniciosit" degli ebrei. Per l'antisemita gli ebrei sono semplicemente degli avari che hanno un troppo forte spirito di clan o invece dei cospiratori che mirano al dominio della vita politica ed economica? Come sa anche il pi superficiale degli studiosi dell'antisemitismo, le qualit attribuite agli ebrei che vanno a costituirne la presunta perniciosit complessiva variano molto sul piano dei contenuti. Le accuse lanciate contro gli ebrei nel corso dei secoli sono infinite per numero e variet, dalle pi banali alle pi fantasiose; ma non occorre discuterne qui, quando l'aspetto fondamentale da capire che ciascun antisemita ha una qualche idea circa la misura della perniciosit degli ebrei. Se si potessero misurare e quantificare con precisione le sue convinzioni, potremmo arrivare a calcolare un indice della perniciosit presunta (25). Le singole accuse sulle malefatte degli ebrei potranno certo suscitare reazioni diverse nell'antisemita in contesti particolari, ma ci che conta per capire in quale modo le sue convinzioni ne informino le azioni la sua percezione complessiva della minaccia ebraica. Antisemiti che hanno posizioni analoghe su quest'ultima scala possono averne diverse sulla scala latente-manifesto. Due antisemiti possono scaricare entrambi nel modo pi ossessivo e plateale la colpa dei propri guai sugli ebrei, ma mentre uno crede che essi siano dovuti al fatto che gli ebrei si aiutino a vicenda e diano lavoro solo ad altri ebrei, il secondo convinto che gli ebrei tramino per conquistare e distruggere la sua societ. Nella loro diversit, questi antisemitismi sono manifesti e anzi hanno una funzione fondamentale per i rispettivi portatori.

Allo stesso modo, ciascuna delle due convinzioni circa le intenzioni e le azioni degli ebrei pu essere propria non soltanto degli antisemiti manifesti, ma anche di quelli latenti, i cui sentimenti forse non affiorano perch essi hanno di rado contatti con gli ebrei. Per restare sul primo tipo, una persona pu essere convinta che gli ebrei tendano a discriminare chi non dei loro, senza per pensarci troppo: per esempio nei periodi di prosperit economica, quando tutti, compreso l'antisemita, se la cavano bene. Pu persino credere che gli ebrei vogliano la distruzione della sua societ, ma se occupato a seguire i suoi affari di ogni giorno, e per di pi non si interessa di politica, queste convinzioni rimangono nel profondo della sua coscienza. Per ritornare alla dimensione della fonte, le due diverse considerazioni della perniciosit degli ebrei, in stato relativamente manifesto o latente che siano, possono fondarsi su percezioni diverse della causa delle loro azioni. Un antisemita pu credere che gli ebrei agiscano in un determinato modo perch spinti a farlo dalla razza, cio dalla loro condizione biologica, o perch indotti dai dogmi della loro religione, compreso il rifiuto di Cristo. Lo studio dell'antisemitismo deve sempre specificare come ogni sua manifestazione si collochi rispetto a ciascuna di queste dimensioni. Occorre resistere alla tentazione di considerare le due dimensioni progressive del latente-manifesto e della perniciosit come dicotomiche, come proposizioni alternative. Esistono naturalmente alcune combinazioni ricorrenti delle diverse componenti, ma la loro utilit in quanto tipi ideali deriva da questa analisi dimensionale, che promette maggiore chiarezza e precisione, nonch preziose indicazioni sulla natura e il funzionamento dell'antisemitismo. Allo schema generale di classificazione dell'antisemitismo si sovrappone, condizionandolo, una distinzione fondamentale. Tutte le forme di antisemitismo possono distinguersi sulla base di una discriminante che converr considerare come dicotomia (sebbene, a rigore, non sempre sia cos): alcune sono intessute nell'ordine morale della societ, altre no. Per quanto intense, molte forme di avversione per gli ebrei - si tratti dei blandi stereotipi che caratterizzano tanti conflitti tra gruppi o dell'idea che gli ebrei cospirino, per esempio controllando la stampa in una data nazione non sono parte integrante della percezione individuale dell'ordine morale o del cosmo. Si pu essere convinti che gli ebrei siano una minaccia per il proprio paese, o che lo siano i neri, o i polacchi, o qualsiasi altro gruppo,

considerandolo uno fra tanti, con le sue caratteristiche pi o meno spregevoli o dannose: la classica antipatia reciproca che caratterizza di norma i conflitti tra gruppi. In questi casi la percezione della natura degli ebrei non li bolla come violatori dell'ordine morale della societ. Il classico pregiudizio all'americana, io sono italiano, irlandese, o polacco, lui ebreo, e non mi piace, una proclamazione di differenza e di disgusto, ma non segnala una violazione dell'ordine morale da parte dell'altro. Accade che gli ebrei siano soltanto uno dei tanti gruppi etnici che costituiscono la societ. Nella cristianit medioevale, invece, con la sua visione rigorosamente non pluralistica e intollerante dei fondamenti morali della societ, gli ebrei rappresentavano una violazione dell'ordine del mondo. Poich avevano rifiutato Ges, mettendolo a morte, erano un'insolente contraddizione dei principi universalmente accettati di Dio e dell'Uomo, denigravano e insozzavano con la loro stessa esistenza tutto ci che era sacro, finendo per rappresentare, a livello simbolico e discorsivo, il ricettacolo di tutto il male del mondo. E non soltanto lo rappresentavano, ma ne erano il sinonimo, erano i consapevoli agenti del male (26). L'antisemitismo che inquadra gli ebrei nella dimensione dell'ordine morale del mondo ha conseguenze vastissime. Identificandoli con il male, bollandoli come violatori della sacralit e oppositori del bene assoluto verso il quale tutti dobbiamo tendere, esso li demonizza, insediandoli, sul piano linguistico, metaforico e simbolico, nella vita degli antisemiti. Gli ebrei non vengono soltanto "valutati" secondo i principi e le norme morali di quella cultura, ma divengono "costitutivi" dell'ordine morale stesso e degli elementi cognitivi fondamentali che delineano il campo del sociale e dell'etico, la cui coerenza viene cos a dipendere, in misura parziale ma significativa, dal predominante modo di concepirli. Integrati dai non ebrei nell'ordine morale e dunque nella struttura simbolica e cognitiva di base della societ, questi modi di concepire gli ebrei assumono livelli di significato sempre pi vasti, crescendo di continuo in coerenza e solidit strutturale. Molti aspetti del bene vengono definendosi in contrapposizione agli ebrei, e dunque a loro volta dipendono dalla persistenza di quella concezione. Per i non ebrei diventa difficile modificare la propria percezione degli ebrei senza modificare anche una struttura simbolica ampia e integrata che comprende importanti modelli cognitivi, sui quali poggia la loro idea della

societ e della morale; diventa difficile non vedere in qualsiasi azione degli ebrei, nella loro stessa esistenza, un atto di dissacrante profanazione. In certe forme di antisemitismo gli ebrei sono peggio che semplici violatori delle norme morali (trasgressioni, queste, di cui vengono accusati da tutti gli antisemiti): sono esseri la cui stessa esistenza costituisce una violazione del tessuto morale della societ. La natura di fondo di questo tipo di antisemitismo spicca nella vasta gamma degli antisemitismi privi di quella connotazione (27): coloro che la condividono sono pi accaniti, passionali, provocano e sostengono uno spettro maggiore di accuse pi gravi e devastanti contro gli ebrei, e riempiono queste accuse di un potenziale ben maggiore di violenza e volont omicida. Chi concepisce gli ebrei come distruttori dell'ordine morale e li demonizza si basa su varie e differenti concezioni dell'origine della loro perniciosit, che naturalmente comprendono sia quella religiosa sia quella razziale: la prima fu determinante nella cristianit medioevale, la seconda nella Germania del periodo nazista. Oltre che all'"impianto analitico" sinora delineato, la nostra analisi dell'antisemitismo tedesco si rif a tre fondamentali proposizioni "autosufficienti" sulla sua natura: 1) L'esistenza dell'antisemitismo e il contenuto delle accuse contro gli ebrei vanno considerati come espressioni della cultura non ebraica e non sono il risultato di una valutazione oggettiva delle azioni degli ebrei, neanche quando la litania antisemita incorpora qualche loro caratteristica reale o aspetti di conflitti reali. 2) L'antisemitismo un tratto saliente della civilt cristiana (certamente a partire dalle prime crociate) fino a tutto il ventesimo secolo. 3) L'incidenza assai alterna delle espressioni di antisemitismo in diversi momenti di un periodo storico delimitato (venti o cinquant'anni) in una societ particolare non dovuta alla scomparsa o alla ricomparsa del fenomeno, alla presenza di gruppi pi o meno numerosi di persone che sono o diventano antisemite, bens alla maggiore o minore manifestazione di un sentimento generalmente costante, legata soprattutto al mutare delle condizioni politiche e sociali che la favoriscono o la ostacolano. Ognuna di queste proposizioni meriterebbe una trattazione a parte, che qui possiamo affrontare solo in modo superficiale. Le prime due trovano conferma in tutta la letteratura; la terza una novit di questo studio. L'antisemitismo non ci dice nulla degli ebrei, ma molto degli antisemiti e della cultura che li produce.

Basta uno sguardo alle qualit e ai poteri che nei secoli gli antisemiti hanno attribuito agli ebrei hanno poteri soprannaturali; ordiscono cospirazioni internazionali; sono capaci di devastare intere economie; usano il sangue dei bambini cristiani per i loro riti, li uccidono, persino, per cavar loro il sangue; hanno fatto un patto con il diavolo; muovono le leve, allo stesso tempo, del capitale internazionale e del bolscevismo - per capire che le fonti culturali cui attingono sono fondamentalmente "indipendenti" dalla natura e dalle azioni degli ebrei, i quali finiscono per essere definiti da preconcetti di origine culturale che gli antisemiti proiettano su di loro. Questo meccanismo sotteso all'antisemitismo vale in generale per tutti i pregiudizi, ma i voli di fantasia di cui hanno ripetutamente e continuamente dato prova gli antisemiti trovano pochi eguali nei voluminosissimi annali della storia del pregiudizio. Questo non la conseguenza delle azioni o degli attributi del suo oggetto, non un qualche obiettivo disgusto per la reale natura dell'oggetto. Nella sua forma classica, l'oggetto pu fare tutto, o il contrario di tutto: il bigotto glielo rinfaccer comunque. La fonte del pregiudizio sta nel portatore di quella convinzione, nei suoi modelli cognitivi e nella sua cultura. Il pregiudizio espressione della ricerca (individuale e collettiva) del "significato" (28). Non ha senso, se si vuole comprendere la genesi e la persistenza di certe convinzioni bigotte, prendere in considerazione la natura reale del loro oggetto: nel nostro caso, gli ebrei. Servirebbe soltanto a offuscare la comprensione del pregiudizio: nel nostro caso, l'antisemitismo. Poich esso scaturisce dal profondo della cultura degli antisemiti, e non dal carattere delle azioni degli ebrei, non sorprende che in ogni societ la natura dell'antisemitismo tenda ad armonizzarsi con i modelli culturali che improntano anche la contemporanea concezione del mondo. Perci, in epoche dominate dalla teologia, l'antisemitismo tende a condividere i presupposti religiosi prevalenti; in epoche dominate dalle teorie darwiniane, tende a adeguarsi alle nozioni dell'immutabilit (certi tratti si considerano innati) e del conflitto totale che coinvolge le nazioni (il mondo lotta per la sopravvivenza). Proprio perch gli stessi modelli cognitivi stanno alla base sia della visione generale del mondo di una data societ, sia della natura del suo antisemitismo, quest'ultimo riprende taluni aspetti dei modelli culturali dominanti.

Quanto pi l'antisemitismo occupa un ruolo centrale nella visione del mondo di quella societ - e cos stato piuttosto spesso, specie in ambito cristiano -, tanto pi probabile sar la sua congruenza con quei modelli, perch se vi fosse conflitto esso andrebbe a scapito della coerenza psicologica ed emotiva generale, creando gravi dissonanze cognitive. Gli antisemiti esprimono il loro odio profondo nei termini del linguaggio prevalente, incorporando nella loro litania talune caratteristiche culturali reali degli ebrei o certi elementi costitutivi della loro comunit. E' prevedibile; sarebbe sorprendente se cos non fosse. Gli studiosi non dovrebbero quindi lasciarsi andare alla tentazione di rifarsi alle poche formule della litania antisemita dominante che, sia pur vagamente, sembrano riecheggiare la realt, cercandone una qualche origine nelle azioni degli ebrei; finirebbero per confondere il sintomo con la causa. E' comune, in questo contesto, l'errore di far risalire l'esistenza dell'antisemitismo all'invidia provocata dal successo economico degli ebrei, mentre si dovrebbe riconoscere che quell'invidia invece conseguenza di un'antipatia preesistente. Tra i molti difetti dell'interpretazione dell'antisemitismo in chiave economica, varr la pena di segnalarne due, uno concettuale, l'altro empirico. L'ostilit economica di questo tipo dipende per forza di cose dal fatto che gli ebrei siano gi stati bollati come diversi, identificandoli non in base ai tanti (e pi rilevanti) aspetti della loro identit, bens in quanto ebrei, e utilizzando poi questa etichetta come elemento definitorio, procedimento che impedisce perci di considerarli alla stessa stregua di altri componenti della societ, come semplici concittadini (29). In assenza di tale concezione preesistente, pregiudiziale, la gente non avrebbe giudicato il fatto di essere ebrei una categoria economica degna di nota. Il secondo difetto sta nel fatto che, nella storia, molti gruppi minoritari hanno assunto il ruolo di intermediari nell'economia di vari paesi - i cinesi in Asia e gli indiani in Africa, per esempio - e, se pure sono stati oggetto di pregiudizi che comprendevano l'invidia e l'ostilit economica, questi pregiudizi non hanno immancabilmente prodotto (anzi, non le hanno prodotte quasi mai) le accuse allucinate che hanno investito di norma gli ebrei (30). Non quindi possibile che il conflitto economico sia la causa principale dell'antisemitismo, che storicamente ha quasi sempre fatto perno appunto su quelle accuse allucinate.

L'indicazione forse pi rivelatrice a sostegno della tesi che l'antisemitismo non abbia in fondo nulla a che fare con le azioni degli ebrei, e dunque con la conoscenza che ha l'antisemita della loro reale natura, la sua diffusa presenza, nella storia passata e ancora oggi, in forme persino violente, l dove non esistono ebrei, tra persone che non hanno mai incontrato un ebreo. Anche questo fenomeno ricorrente difficilmente spiegabile in una interpretazione sociologica della conoscenza e del pregiudizio diversa da quella qui proposta, l'idea cio che tali conoscenze e pregiudizi siano costruzioni sociali, aspetti della cultura e dei modelli cognitivi in essa integrati che si trasmettono di generazione in generazione. Persone che non avevano mai conosciuto un ebreo erano convinte che gli ebrei fossero agenti del diavolo, nemici di tutto ci che bene, responsabili di molti degli effettivi mali del mondo, votati al dominio e alla distruzione della societ. L'Inghilterra nei secoli compresi tra il 1290 e il 1656 un esempio eclatante, ma nient'affatto raro, del fenomeno. Per tutto quel periodo fu in pratica "judenrein", ripulita degli ebrei, avendoli espulsi al culmine della campagna antiebraica scatenata alla met del secolo precedente. Eppure, la cultura inglese rimase profondamente permeata dall'antisemitismo. Per quasi quattro secoli il popolo inglese non entr che di rado, o mai, in contatto con gli ebrei in carne e ossa. Eppure considerava gli ebrei una maledetta congrega di usurai, alleati del diavolo, colpevoli di qualsiasi crimine che l'immaginazione popolare riuscisse a escogitare (31). Che l'antisemitismo abbia potuto persistere nella cultura inglese per quasi quattrocento anni un fatto degno di nota e a prima vista forse persino sorprendente; ma se si tiene conto del rapporto che lega l'antisemitismo al cristianesimo e, insieme a questo, della trasmissione sociale dei modelli cognitivi e dei sistemi di valori, si comprende che sarebbe invece sorprendente se esso fosse scomparso. Come componente del sistema morale della societ inglese, l'antisemitismo rimase tra i pilastri del cristianesimo, anche se non c'erano ebrei in Inghilterra, anche se il popolo inglese non aveva mai conosciuto un ebreo in carne e ossa (32). L'antisemitismo senza ebrei fu la norma generale nell'Europa medioevale (33); persino dove si permetteva loro di vivere con i cristiani, ben pochi li conoscevano o avevano l'occasione di osservarli da vicino.

I cristiani segregavano gli ebrei nei ghetti, limitandone le attivit con una pletora di leggi e consuetudini, costringendoli all'isolamento fisico e sociale. L'antisemitismo non si basava su alcuna familiarit con gli ebrei reali: essa non sarebbe stata possibile. E' probabile che anche la maggioranza dei violenti antisemiti nella Germania di Weimar e del periodo nazista avesse avuto scarsi contatti con gli ebrei, o non ne avesse avuti affatto. Gli ebrei erano praticamente assenti da alcune regioni, dove costituivano meno dell'uno per cento della popolazione, e di questa esigua percentuale il settanta per cento viveva nelle grandi aree urbane (34). Le convinzioni e le emozioni di tutti quegli antisemiti non potevano certo fondarsi su una valutazione obiettiva di loro, ma per forza di cose su ci che avevano "sentito dire" (35), assistendo e partecipando alle occasioni sociali di conversazione, dove non ci si preoccupava certo di darne una rappresentazione fedele, ma se ne forniva un'immagine con una genesi, una vita e una forma indipendenti dagli ebrei che si pretendeva di descrivere. La seconda proposizione autosufficiente sull'antisemitismo, fondamentale per questo studio, che esso sempre stato una caratteristica pi o meno "costante" del mondo occidentale. Nei paesi cristiani senza alcun dubbio la forma di odio e pregiudizio che si trova al primo posto nelle classifiche di ogni epoca. Vi sono diverse ragioni per questo, che tratteremo nel prossimo capitolo. Riassumendo: fin dall'inizio dell'Evo moderno e dall'avvento del laicismo (nonch, in misura minore, anche dopo), le convinzioni sugli ebrei erano parte integrante dell'ordine morale della societ cristiana. I cristiani si definivano, in parte, differenziandosi da loro, e spesso ponendosi in diretta contrapposizione; le idee sugli ebrei erano fuse nel sistema morale della cristianit, che in quelle societ stava alla base dell'ordine morale pi generalmente inteso, finendo in pratica per coincidervi (sia pure approssimativamente) per buona parte della storia dell'Occidente. Perci le convinzioni sugli ebrei non necessariamente cambiano con maggiore facilit rispetto ai precetti cristiani che oggi come ieri aiutano la gente a definire e affrontare la vita sociale. Per certi versi, anzi, l'antisemitismo si dimostrato un fenomeno pi duraturo. Per gran parte della storia occidentale era in pratica impossibile essere cristiani senza essere antisemiti di qualche sorta, senza pensar male del popolo che rifiut e rifiuta Ges e dunque l'ordine morale del mondo derivato dai suoi insegnamenti, dal suo verbo rivelato.

Tanto pi che i cristiani consideravano gli ebrei responsabili della sua morte. Il fatto che questa profonda antipatia fosse parte integrante dell'ordine morale della societ spiega non soltanto perch l'antisemitismo abbia persistito cos a lungo, con una carica emotiva tanto forte, ma anche perch abbia avuto una natura cos mutevole. La latente necessit di pensar male degli ebrei, di odiarli, di desumere significati da questa presa di posizione emotiva, intrecciata nel tessuto stesso del cristianesimo, insieme con la conseguente idea che gli ebrei si contrappongano all'ordine morale nella sua definizione cristiana, generano un'apertura, una disponibilit, se non una disposizione, a credere che essi siano capaci di qualsiasi nefandezza: tutte le accuse contro di loro divengono plausibili (36). Di che cosa non sono capaci gli ebrei, gli assassini di Cristo che perseverano nel rifiutarne gli insegnamenti? Quale emozione, paura, ansia, frustrazione, fantasia non si potrebbe proiettare su di loro? E, poich l'antipatia di fondo per gli ebrei storicamente legata alla definizione dell'ordine morale, nei momenti di trasformazione della cultura, della societ, dell'economia e della politica, che hanno vanificato alcune accuse loro rivolte, nuove accuse hanno facilmente rimpiazzato quelle vecchie. Cos avvenne, per esempio, in tutta l'Europa occidentale nel corso del diciannovesimo secolo, quando l'antisemitismo gett alle ortiche buona parte dei suoi paramenti religiosi medioevali, adottando il nuovo abito del laicismo. L'antisemitismo ha dato prova di un'inconsueta adattabilit, di un'inconsueta capacit di modernizzarsi, di tenere il passo coi tempi. Quando l'esistenza del diavolo nella sua forma tangibile, corporea cess di commuovere le grandi masse, l'ebreo nella veste di agente diabolico fu soppiantato senza difficolt da un correligionario altrettanto pericoloso e maligno che portava una pi laica marsina. Senza dubbio, la definizione in termini cristiani dell'ordine morale, di cui l'ebreo sarebbe nemico giurato, stata (fino a tempi recenti) il fattore singolo pi efficace nella genesi dell'antisemitismo endemico. A questo hanno contribuito due concause che qui ci limiteremo a menzionare. In primo luogo le funzioni sociali e psicologiche - che l'odio per gli ebrei, una volta messe radici, viene ad assumere nell'economia mentale delle persone - finiscono per rafforzare l'antisemitismo stesso, perch rinunciarvi comporterebbe un'inquietante riconcettualizzazione dell'ordine sociale.

In secondo luogo, sul piano politico e sociale gli ebrei sono storicamente un facile bersaglio di odio e aggressione fisica e verbale, che implicano per l'antisemita costi assai inferiori rispetto all'ostilit verso altri gruppi o strutture della societ (37). Queste due cause sono andate a supportare quella cristiana, la fondante, producendo un odio profondo e duraturo - del tutto sproporzionato a qualsiasi conflitto materiale o sociale oggettivo - che non trova riscontro in nessun'altra forma di ostilit per un gruppo nella storia occidentale. Una terza proposizione autosufficiente impronta questo studio: distinta dalla seconda, ma potrebbe esserne un corollario. Non vero che nell'arco di un certo periodo l'"antisemitismo" - un insieme di convinzioni e modelli cognitivi che si rif a una fonte metaforica fissa e a una data percezione della presunta perniciosit degli ebrei compare, scompare e ricompare all'interno di una societ. L'antisemitismo sempre presente, ma pu essere pi o meno manifesto: ad aumentare o scemare sono la sua incidenza cognitiva, l'intensit emotiva, l'"espressione" (38), una fluttuazione in larghissima misura determinata dall'andamento delle condizioni politiche e sociali. In genere simili ondate vengono attribuite a una crescita dell'antisemitismo - cio del numero di persone che prima non ne erano toccate e d'un tratto diventano antisemite - dovuto a questa o quella causa; quando poi l'onda si ritira, la minore virulenza viene attribuita a una diminuzione, o alla scomparsa, delle convinzioni e dei sentimenti antisemiti. Tale interpretazione sbagliata: non l'"antisemitismo" che cala o cresce, bens la sua "espressione" che si modifica (39). Perci, la diffusa manifestazione dell'antisemitismo "in qualsiasi momento" di un dato periodo storico va correttamente interpretata come prova della sua esistenza, sia pure solo latente, in quell'intera epoca. E' impossibile arrivare a una spiegazione adeguata delle esplosioni di antisemitismo se si parte dal presupposto che sia l'antisemitismo stesso a comparire e sparire. Che cosa sta a dimostrare che le convinzioni alla base di quelle azioni espressive o di altro genere siano svanite? Cos come una data azione ha la sua genesi, pu anche avvenire che un individuo cessi di agire in un certo modo, oltre che per il dissiparsi delle convinzioni che prefiguravano quella data condotta, anche per molti altri motivi. Un uomo che continua a credere in Dio pu smettere di andare in chiesa per tutta una serie di ragioni che nulla hanno a che fare con la sua fede immutata: pu non piacergli il nuovo prete, pu aver fatto lui stesso qualcosa che gli impedisce di apparire in pubblico nella sua comunit, pu

avere la necessit (per difficolt economiche, ad esempio) di dedicare il suo tempo ad altre attivit, e cos via. Limitarsi a presumere, come fanno tanti, che nel caso dell'antisemitismo azione e convinzione siano sinonimi, che la scomparsa della prima segnali la scomparsa della seconda, del tutto ingiustificato. Se le convinzioni antisemite fossero davvero svanite, da dove potrebbero rinascere? Le espressioni dell'antisemitismo riemergente utilizzano sempre le immagini, le credenze e le accuse che erano state al centro delle precedenti recrudescenze (40). E come potrebbe essere ci, se fossero davvero scomparse? Specie quando si tratta di convinzioni che sono frutto, e capita spesso, di allucinazioni - i poteri magici e maligni, impercettibili all'occhio umano, che vengono attribuiti agli ebrei -, sarebbe forse possibile che si rimaterializzassero tali quali erano, in forma quasi identica, se fossero davvero svanite del tutto? Nei mesi, o anni, di intervallo tra le recrudescenze di un odio appassionato, gli antisemiti considerano forse gli ebrei buoni vicini, cittadini, persone? Nutrono forse sentimenti positivi nei loro confronti? Imparano a vederli come loro connazionali? Fanno forse il bench minimo passo verso un atteggiamento rigorosamente neutrale rispetto al loro essere ebrei, ancora considerato come tratto caratterizzante? E nell'improbabile ipotesi che i vecchi antisemiti cambino davvero, che cosa accade poi? Che d'un tratto si rendono conto (tutti insieme) che la loro opinione positiva sugli ebrei era sbagliata, e che l'antico odio da sempre la giusta via? Nulla sta a testimoniare oscillazioni di questa portata, a livello individuale o collettivo. E' dunque in errore chi sostiene, per scegliere la spiegazione pi diffusa dell'antisemitismo, che esso sia causato dalla crisi economica. Si tratta dell'interpretazione degli ebrei come capri espiatori, che, tra i suoi molti difetti empirici e teorici, trascura il fatto che non sarebbe stato possibile mobilitare il popolino contro nessuna persona o nessun altro gruppo. Non un caso che gli ebrei, indipendentemente dalla loro posizione economica e dalle loro azioni, anche laddove sono in genere poveri, divengano di norma il bersaglio di frustrazioni e aggressioni legate al disagio economico. Per la maggioranza della gente, l'antisemitismo gi parte integrante di una visione del mondo prima ancora dell'avvento della crisi, sia pure allo stato latente: le crisi economiche rendono pi esplicito l'antisemitismo, lo "stimolano" all'espressione aperta.

Le convinzioni preesistenti incanalano disgrazie, frustrazioni e ansie nella direzione di coloro che sono gi oggetto di disprezzo: gli ebrei. La notevole malleabilit dell'antisemitismo, che gi abbiamo rilevato, di per s riprova della sua costante presenza. Che possa andare e venire, trovando forme diverse di espressione, riemergendo quando ormai sembrerebbe non albergare pi in una data societ, induce decisamente a ritenere che esso stia sempre in agguato, pronto a lasciarsi stuzzicare e scoprire. Se si manifesta di pi in un dato momento, e meno in un altro, ci non significa che sia l'antisemitismo stesso a sparire e ripresentarsi, bens che, come accade per tante convinzioni, la sua "importanza" per gli individui e per la loro disponibilit a "esprimerlo" varia col variare delle condizioni sociali e politiche. Per fare un rapido paragone, un'altra ideologia (e le emozioni che stanno alla sua base) che sembra apparire e scomparire di continuo il nazionalismo. Come nel caso dell'antisemitismo, non vero che il nazionalismo, cio l'insieme di forti convinzioni ed emozioni di chi considera la nazione come categoria politica e oggetto di lealt assoluta, si sia materializzato per poi a pi riprese svanire: soltanto si sono di volta in volta modificate la sua centralit ideale e le sue espressioni. Le convinzioni e le emozioni del nazionalismo rimangono come in letargo e, analogamente all'antisemitismo, possono essere attivate rapidamente, senza difficolt e spesso con conseguenze devastanti, quando le condizioni sociali o politiche sono tali da risvegliarle. E' importante tenere a mente i repentini risvegli (41) del sentimento nazionalistico avvenuti ripetutamente, anche di recente, nella storia d'Europa e della Germania (42), specie durante il periodo nazista, e non soltanto perch vanno in parallelo con quanto si detto sinora dell'antisemitismo. Nella storia, soprattutto tedesca, l'espressione del nazionalismo si sempre accompagnata a quella dell'antisemitismo, perch la nazione si definiva, in parte, nella contrapposizione con gli ebrei. In Germania, e altrove, nazionalismo e antisemitismo erano ideologie complementari, che calzavano l'una all'altra come un guanto (43). - Conclusione. Allo studio dei tedeschi e del loro antisemitismo prima e durante il periodo nazista occorre avvicinarsi come farebbe un antropologo a uno sconosciuto popolo analfabeta e alle sue credenze, dimenticando soprattutto

il preconcetto per cui i tedeschi corrisponderebbero esattamente, in ogni dimensione concettuale, all'immagine ideale che abbiamo di noi stessi. Dobbiamo quindi, innanzi tutto, portare alla luce i modelli cognitivi che fondavano e informavano a s le idee dei tedeschi in ambito sociale e politico, e in particolare sugli ebrei. Si tratta essenzialmente di costrutti sociali, derivati e trasmessi a livello linguistico e simbolico dalla conversazione. In ogni societ la conversazione definisce e forma buona parte della percezione individuale del mondo. Quando convinzioni e immagini sono incontestate, o anche soltanto predominanti in una data societ, vengono generalmente accettate come tautologie: cos come oggi si accetta che la Terra giri intorno al Sole, e un tempo si accettava che fosse il Sole a girare intorno alla Terra, molte persone hanno accettato certe immagini diffuse ovunque dell'ebreo. La capacit individuale di divergere dai modelli cognitivi prevalenti ulteriormente ridotta dal fatto che sono questi gli elementi che costituiscono l'edificio della comprensione individuale, incorporati nella struttura della mente come la grammatica della lingua parlata. L'individuo apprende i modelli cognitivi della sua cultura, come la grammatica, con sicurezza e senza sforzo. Ognuno di essi - se non avviene, nel caso dei modelli cognitivi culturali, che l'individuo a un certo punto si applichi a riconfigurarli - indirizza la percezione e la produzione di forme che da essi dipendono, contribuendo alla generazione, per la grammatica, di frasi e significati e, per i modelli cognitivi, di modi di percepire il mondo sociale e di articolare convinzioni in proposito. Nell'ambito di una societ, i portatori pi importanti della conversazione generale sono le istituzioni, compresa quella cruciale della famiglia. E' all'interno di tutte le istituzioni, e in particolare di quelle addette alla socializzazione dei bambini e degli adolescenti, che si impartiscono agli individui i sistemi di valore e i modelli cognitivi, compresi quelli che riguardano gli ebrei. Senza un qualche appoggio da parte delle istituzioni straordinariamente difficile per l'individuo raggiungere convinzioni contrarie rispetto a quelle prevalenti e difenderle a fronte di una diffusa - per non dire quasi unanime disapprovazione sociale, simbolica e linguistica. Poich di regola, per la stritolante inerzia di ogni societ, gli assiomi e i modelli cognitivi di base tendono a riprodursi (44), partiamo dal presupposto che l'assenza di qualsivoglia dimostrazione di un cambiamento avvenuto in quelli dei tedeschi riguardo agli ebrei stia a indicare con forza

che i modelli e il complesso di convinzioni che ne derivava si erano riprodotti e continuavano a esistere; una prospettiva che si distacca dal pi diffuso presupposto per cui, se non si riscontrano prove (del resto tutt'altro che facili da individuare) della presenza costante di modelli cognitivi un tempo imperanti, ci significa che i modelli - nel nostro caso, quello sugli ebrei - sono stati superati. E infine, sosteniamo che i modelli cognitivi sugli ebrei ebbero fondamentale importanza nel generare i tipi di soluzioni che i tedeschi prospettavano alla "Judenfrage" e i tipi di iniziativa che di fatto essi intrapresero. Abbiamo proposto una sociologia della conoscenza, una struttura analitica per lo studio dell'antisemitismo (specificando le tre dimensioni della fonte, della perniciosit, del grado di manifestazione) e qualche nozione autosufficiente di base, perch sono questi gli elementi, articolati o meno che siano, che danno forma a qualsiasi conclusione in merito. L'impostazione dell'approccio che si intende utilizzare importante a maggior ragione perch, per molti versi, i dati da cui vengono tratte le conclusioni sono tutt'altro che perfetti. Per difenderle non baster dunque addurre i dati stessi, e il modo in cui sono stati utilizzati, ma anche l'impostazione generale utilizzata per comprendere convinzioni e cognizioni, e l'antisemitismo. Va detto che questa analisi non potr essere definitiva: non esistono dati adeguati, tanto pi che qui non ci proponiamo semplicemente di ricostruire il carattere dell'antisemitismo nelle lite politiche e culturali, bens di valutarne la natura e la portata nel pi vasto ambito della societ tedesca. Persino i pi approssimativi sondaggi di opinione, con tutti i loro difetti, costituirebbero un'integrazione illuminante, ricca, ai dati esistenti. La nostra analisi delinea solo alcuni aspetti dell'antisemitismo e ne indica la probabile portata sociale. Si appunta sulle tendenze fondamentali dell'antisemitismo tedesco, non soltanto per l'esiguit dei dati ma anche nella convinzione che occorra gettar luce sul "filo cognitivo dominante" dal quale nacque il tessuto intricatissimo, ma dal disegno chiarissimo e messo perfettamente a fuoco, delle azioni antiebraiche. Soffermarsi sulle eccezioni alla regola - che tutto sommato furono solo aspetti secondari, o terziari, del modo in cui i tedeschi consideravano agli ebrei - sarebbe fuorviante, poich distrarrebbe l'attenzione dalle tendenze pi importanti nell'evoluzione dell'antisemitismo. Dedicheremo inoltre meno spazio del consueto anche all'analisi dei suoi contenuti, perch ve ne sono gi molte a disposizione e perch ne lasceremo

di pi alla delimitazione delle dimensioni, della portata e della forza dell'antisemitismo come fonte dell'azione. Nei due capitoli che seguono rielaboriamo la nostra conoscenza dell'antisemitismo nella Germania moderna, applicando i principi teorici e metodologici generali qui enunciati, compresa la struttura dimensionale, a un'analisi pi specifica della storia dell'antisemitismo del periodo nazista prima e poi durante tale periodo. La ricostruzione storica necessaria se si vuole chiarire perch il popolo tedesco fu tanto pronto ad accettare i dogmi antisemiti del nazismo e a sostenerne le politiche antiebraiche. Poich la raccolta dei dati problematica, l'argomentazione fa capo, fra l'altro, a una strategia di indagine su casi cruciali, cio sulle persone o i gruppi che (basandosi su altri criteri di valutazione) meno si prestavano a corrispondere alle interpretazioni e spiegazioni qui proposte. Se si potr dimostrare che anche gli amici degli ebrei concordavano con gli antisemiti in aspetti essenziali della percezione della natura dell'ebreo, in buona misura perch le loro idee derivavano da modelli cognitivi simili, diverr difficile non convincersi che l'antisemitismo era endemico nella societ e nella cultura tedesche. Una volta completato lo studio della sua natura e della sua diffusione, si proceder ad allargare i limiti dell'analisi dimensionale, per evidenziare i collegamenti tra l'antisemitismo e l'azione antiebraica. La discussione si conclude con un esame del rapporto che lega l'antisemitismo nel periodo nazista con le misure adottate dai tedeschi contro gli ebrei. La conclusione di questi capitoli che nella Germania nazista era presente a livello pressoch universale una concettualizzazione degli ebrei che costituiva quella che possiamo definire un'ideologia eliminazionista, la convinzione cio che l'influenza degli ebrei, per la sua natura distruttiva, andasse eliminata irrevocabilmente dalla societ. Nel periodo nazista tutte le iniziative politiche dei tedeschi, e tutte in pratica le loro iniziative pi importanti contro gli ebrei, per quanto diverse potessero apparire quanto a natura e intensit, furono al servizio - e anzi ne furono espressioni simbolicamente equivalenti - del desiderio, della consapevole esigenza di portare a termine l'impresa dell'eliminazione.

NOTE AL CAPITOLO 1 N. 1.

Gregor Athalwin Ziemer, "Education for Death: the Making of the Nazi", London, Oxford University Press, 1941, pagine 193-94. N. 2. Confronta Emile Durkheim, "The Elementary Forms of the religious Life", New York, Free Press, 1965 (trad. it. "Le forme elementari della vita religiosa", Milano, Edizioni di Comunit, 19823); Jacques Soustelle, "Daily Life of the Aztecs", trad. ingl. London, Weidenfeld & Nicolson, 1961, in particolare pagine 96-97; Joshua Trachtenberg, "The Devil and the Jews: the Medieval Conception of the Jew and its Relation to Modern AntiSemitism", Philadelphia, Jewish Publications Society of America, 1983. N. 3. Confronta Orlando Patterson, "Freedom", vol. 1, "Freedom in the Making of Western Culture", New York, Basic Books, 1991. N. 4. Sebbene i diversi stati tedeschi ancora non fossero stati unificati, ha comunque senso parlare di Germania quando si tratta di molti (non di tutti, per) aspetti sociali, culturali e politici, cos come ha senso parlare di Francia, nonostante le sue varianti regionali e locali. N. 5. Ian Kershaw, "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich: Bavaria, 1933-1945", Oxford, Oxford University Press, 1983, p. 370. N. 6. Su questo punto cos scrivono Dorothy Holland e Naomi Quinn in Culture and Cognition, alle pagine 39-40 del volume "Cultural Models in Language and Thought", curato dalle stesse, Cambridge, Cambridge University Press, 1987, p. 14: La nostra visione culturale del mondo si fonda su molti presupposti sottaciuti. Questa conoscenza culturale di base risulta, per citare Hutchins, "spesso trasparente agli occhi di chi ne fa uso. Una volta acquisita, diventa 'ci per cui si vede', ma ben di rado 'ci che si vede'". Tale "trasparenza referenziale" fa s che la conoscenza culturale rimanga indiscussa per chi ne portatore, ma nel contempo pone un affascinante problema metodologico: come, e in base a quali elementi, ricostruire i modelli culturali che la gente utilizza, ma su cui spesso non riflette e che non articola esplicitamente. Il problema da sempre centrale per l'antropologia della conoscenza, ma sono cambiati i modi di affrontarlo. Questa proposizione vale sia per i presupposti culturali condivisi - che vengono articolati assai meno di quanto vorrebbe la loro rilevanza, proprio

perch non si sente la necessit di enunciare una verit -, sia per i modelli cognitivi di pensiero sottostanti, di cui in genere non si consapevoli N. 7. Michael Kater, "The Nazi Party: a Social Profile of Members and Leaders, 1919-1945", Cambridge Mass., Harvard University Press, 1983, p. 263. N. 8. Un altro esempio pu essere dato dalla convinzione, diffusa tra la popolazione nell'Inghilterra del secolo diciannovesimo, dell'inferiorit di neri e asiatici. La misura in cui questa opinione veniva espressa, soprattutto da parte di singoli individui, ben lontana dall'essere rappresentativa della sua diffusione. E inoltre, quanta parte di quelle dichiarazioni potuta arrivare fino a noi? N. 9. Rom Harr, "Personal Being: a Theory for Individual Psychology", Cambridge Mass., Harvard University Press, 1984, p. 20. Il termine conversazione include tutta la produzione linguistica, tanto orale quanto scritta, nonch la categoria dei simboli (che sono sempre inquadrati e interpretati sul piano linguistico, e dunque dipendono dalla conversazione, pur facendone anche parte integrante). N. 10. Roy D'Andrade, A Folk Model of the Mind in "Cultural Models in Language and Thought" cit., p. 112. N. 11. Confronta George Lakoff e Zoltn Kvecses, The Cognitive Model of Anger Inherent in American English, in "Cultural Models in Language and Thought" cit., pagine 195-221. N. 12. Scrive Roy D'Andrade, A Folk Model of the Mind cit., p. 112: Il modello culturale dell'acquisto costituito dall'acquirente, dal venditore, dalla merce, dal prezzo, dalla vendita e dal denaro. Tra queste parti esistono diverse relazioni: l'interazione tra acquirente e venditore, che richiede la cornunicazione del prezzo all'acquirente, l'eventuale trattativa, l'offerta d'acquisto, il trasferimento della propriet della merce e del denaro, e cos via. Lo stesso modello necessario per comprendere non soltanto l'acquisto, ma anche altre attivit e strutture culturali quali il prestito, l'affitto, il noleggio, la truffa, il venditore, il profitto, il negozio, la puhblicit, e via dicendo. N. 13.

Erving Goffman ha dedicato buona parte del suo lavoro a portare alla luce i modelli cognitivi dei quali siamo ignari, ma che strutturano e agevolano la nostra interazione con chi ci sta di fronte: confronta "The presentation of Self in Everyday Life", Garden City, Anchor Books, 1959 (trad. it. "La vita quotidiana come rappreserltazione", Bologna, li Mulino, 19862) e Relations in Public, New York, Harper Colophon, 1971 (trad. it. "Il comportamento in pubblico", Torino, Einaudi, 1982). N. 14. Confronta Naomi Quinn, Convergent Evidence for a Model of American Marriage, in "Cultural Models in Language and Thought" cit., pagine 17392. N. 15. La disamina di Alexander George sul codice operazionale un parziale ma brillante tentativo di concettualizzare gli elementi che compongono la percezione, la valutazione, le convinzioni e l'azione a fini politici: "The Operational Code: a Neglected Approach to the Study of Political Leaders and Decision Making", in International Studies Quarterly, 13,1969, pagine 190-222. L'esemplare studio sul nazionalismo di Benedict Anderson mostra come si cre un nuovo modello cognitivo, la nazione appunto, che, una volta culturalmente condiviso come senso comune, giunse a conformare il modo in cui la gente percepisce il mondo politico e sociale: "Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism", London, Verso, 1983. N. 16. John Boswell in "The Kindness of Strangers: the Abandonment of Children in Western Europe", New York, Pantheon, 1988, specie alle pagine 26-27 (trad. it. "L'abbandono dei bambini nell'Europa occidentale", Milano, Rizzoli, 1991), lo dimostra per quanto riguarda il modo, storicamente molto diverso, di trattare i bambini, e anzi per la concezione stessa della categoria del bambino. N. 17. E' questo l'argomento addotto da Rom Harr in "Personal Being" cit. Confronta anche Takeo Doi, "The Anatomy of Dependence", Tokio, Kodansha International, 1973 (trad. it. "Anatomia della dipendenza", Milano, Raffaello Cortina, 1991), per il carattere radicalmente differente della psicologia e dell'individualit giapponesi. N. 18.

Molti ne sono stati indotti a distogliere lo sguardo, e a proporre descrizioni dell'esistenza umana che si limitano a negare ogni rilievo a questa sfera. Una posizione del genere potr anche recare conforto e soddisfazione a chi spera di ottenere sinteticit e un'apparente efficacia metodologica rimuovendo del tutto le variabili pi difficili da affrontare, ma di fatto crea una visione del mondo artificiosa e immancabilmente fuorviante. A dispetto delle difficolt e delle frustrazioni interpretative che ne derivano, capire che cosa ha in mente la gente comunque necessario, indipendentemente dai fuochi artificiali delle voghe metodologiche. N. 19. Una distinzione proposta, per esempio, da Ian Kershaw a proposito del popolo tedesco dopo la Notte dei cristalli nel suo "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., p. 272: L'opinione pubblica era sempre pi avvelenata contro gli ebrei, quantomeno in senso astratto; si diffondeva la convinzione dell'effettiva esistenza di una "Judenfrage". N. 20. Se anche si intende dire che l'antisemitismo astratto non deriva dalla conoscenza reale degli ebrei, bens da pregiudizi diffusi a livello culturale, non cambia nulla, perch quelle convinzioni servono comunque da criterio guida nel rapporto con gli ebrei. N. 21. Sulla natura e le conseguenze degli stereotipi, confronta Gordon W. Allport, "The Nature of Prejudice", New York, Anchor Books, 1958 (trad. it. "La natura del pregiudizio", Firenze, La Nuova Italia, 1976). Di fatto l'idea di un antisemitismo astratto, distinto da quello reale, non coglie quasi nulla delle varianti di antisemitismo esistenti, limitandosi a riflettere il fatto che si pu essere antisemiti e avere conoscenti e amici ebrei, cos come si possono nutrire profondi pregiudizi contro i neri e sostenere che una particolare persona nera non poi cos male. Gli studiosi che ricorrono alla categoria dell'antisemitismo astratto confondono le dimensioni analitiche, o meglio non si rendono conto che la gente ammette le eccezioni alla regola, ma che si tratta per l'appunto di eccezioni, rare e di significato marginale, perch chi le ammette continua a pensare a milioni di ebrei in carne e ossa nei termini postulati dal suo antisemitismo astratto. N. 22. Ian Kershaw, "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., p. 274; in un certo senso Kershaw segue le tracce di Michael Mller-

Claudius, "Der Antisemitismus und das deutsche Verhngnis", Frankfurt am Main, Verlag Josef Knecht, 1948, pagine 7678. Ogni modello analitico deve tenere ben distinta la dimensione cognitiva da quella dell'azione, ma Mller-Claudius non riesce a farlo. N. 23. Una utile disamina nonch un'analisi alternativa delle dimensioni del fenomeno antisemita sono in Helen Fein, Dimensions of Antisemitism: Attitudes, Collective Accusations and Actions, in "The Persisting Question: Sociological Perspectives and Social Contexts of Modern Antisemitism", a cura della stessa, Berlin, Walter de Gruyter, 1987, pagine 68-85. N. 24. Per la storia di una di queste metafore, quella dell'ebreo parassita, confronta Alexander Bein, "Der Jdische Parasit", in V.f.Z, 13,1965, n. 2, pagine 121-49. Una discussione sulla logica delle metafore in George Lakoff e Mark Johnson, "Metaphors We Live By", Chicago, University of Chicago Press, 1980. N. 25. Questo effettivamente stato tentato da studiosi dell'antisemitismo, soprattutto Theodor W. Adorno et al., "La personalit autoritaria", 4 volumi, Milano, Edizioni di Comunit, 1982. N. 26. Confronta Joshua Trachtenberg, "The Devil and the Jews" cit.; Malcolm Hay, Europe and the Jews: the Pressure of Christendom over 1900 Years", Chicago, Academy Chicago Publishers, 1992. N. 27. E' questa la distinzione fondamentale nell'antisemitismo, contrariamente a quanto sostiene Langmuir, che vede tale forma del fenomeno nel momento in cui esso comincia a fondarsi sulle fantasie: Gavan I. Langmuir, Toward a Definition of Antisemitism, in "The Persisting Question" cit., pagine 86127. Sono molti i tipi di antisemitismo radicati nelle fantasie, ma sfociano in azioni e conseguenze ben diverse. N. 28. Confronta il classico studio di Gordon W. Allport, "The Nature of Prejudice" cit. Per le teorie sulla natura e le origini dell'antisemitismo confronta Helen Fein, "The Persisting Question" cit. e "Error Without Trial: Psychological Research on Antisemitism", a cura di Werner Bergmann, Berlin, Walter de Gruyter, 1988.

N. 29. Una spiegazione alternativa vorrebbe che si divenisse antisemiti per invidia del successo economico, procedendo poi a inventare tutte le fantastiche accuse mosse agli ebrei. Confronta, ad esempio, lo studio di Hillel Levine sull'antisemitismo polacco, "Economic Origins of Antisemitism: Poland and its Jews in the Early Modern Period", New Haven, Yale University Press, 1991. Ma perch dovrebbe avvenire cos, e qual il meccanismo per cui l'invidia oggettiva del successo economico dovrebbe trasformarsi in una teoria folle sugli ebrei, che con l'economia non ha nulla a che fare? Perch altre forme di antipatia di gruppo, anche quelle con una forte componente di concorrenza economica, non producono a loro volta la gamma di accuse cos comuni tra gli antisemiti? A quanto mi dato di sapere, nessuna spiegazione che individui la fonte dell'antisemitismo in un conflitto oggettivo capace di dare una risposta a questi quesiti. N. 30. Per un quadro generale, confronta Walter P. Zenner, Middleman Minority Theories: a Critical Review in "The Persisting Question" cit., pagine 25576. N. 31. Bernard Glassman, "Anti-Semitic Stercotypes without Jews: Images of the Jews in England, 1290-1700", Detroit, Wayne State University Press, 1975, p. 14. N. 32. Bernard Glassman, ibid., infatti, mette in rilievo l'importanza cruciale dei sermoni cristiani per la divulgazione e la promozione dell'antisemitismo in Inghilterra. N. 33. Per il lungo elenco dei provvedimenti di espulsione degli ebrei, confronta Paul E. Grosser e Edwin G. Halperin, "Anti-Semitism: the Causes and Effects of a Prejudice", Secaucus, Citadel, 1979, pagine 33-38. N. 34. Un profilo sociale della presenza ebraica in Germania in Avraham Barkai, "Vom Boykott zur Entjudung. Der wirtschaffliche Existenzkampf der Juden im Dritten Reich, 1933-1943", Frankfurt/M, 1988, pagine 11 e seguenti. N. 35. Sull'Inghilterra all'epoca dell'espulsione Bernard Glassman, in "AntiSemitic Stereotypes without Jews" cit., p. 11, scrive quanto segue: Poich in quel periodo gli ebrei in Inghilterra erano cos poco numerosi, l'inglese medio era costretto a formarsene un'opinione sulla scorta di quanto

ascoltava dal pulpito, vedeva sul palcoscenico o assorbiva dal menestrello o dal cantastorie girovago. Questa tradizione orale, integrata da diversi trattati e libelli, fu un'importante fonte di informazione sugli ebrei, e nella societ non esisteva in pratica nulla che potesse controbilanciarne l'influenza, fondata com'era su centinaia d'anni di insegnamento cristiano. Il capitolo successivo sostiene che questo quadro dell'Inghilterra assai pi calzante di quanto non si creda per la Germania del periodo nazista. N. 36. Ne scrive in modo convincente Joshua Trachtenberg in "The Devil and the Jews" cit. N. 37. Sui capri espiatori, confronta Gordon W. Allport, "The Nature of Prejudice" cit., pagine 235-249. N. 38. Per espressione antisemita (o termini equivalenti) si intende una manifestazione verbale o fisica; per antisemitismo la mera esistenza di convinzioni antisemite. Molti covano l'antisemitismo, senza che esso trovi espressione per lunghi periodi di tempo; e spesso gli studiosi confondono i due aspetti, finendo per interpretare un'insorgenza di espressione antisemita come insorgenza di antisemitismo. N. 39. Con ci non si vuole sostenere che l'istituzionalizzazione, soprattutto politica, dell'antisemitismo non infonda nuova intensit alle convinzioni e alle emozioni che muovono gli antisemiti o non possa attribuire loro nuove forme: anzi, cos di fatto avviene spesso. Ma perch possano verificarsi queste variazioni, e persino trasformazioni, il nucleo centrale del credo antisemita deve gi sussistere; altrimenti quegli appelli cadrebbero nel vuoto. N. 40. Nell'Europa orientale comunista, e soprattutto nell'ex Unione Sovietica, dove le tradizionali espressioni di antisemitismo erano state di regola bandite dalle istituzioni e dai dibattiti pubblici, non appena rimossi quei vincoli, dal fondo della societ si sollevata un'ondata violenta di espressioni antiebraiche. Il fenomeno presenta una serie di aspetti rilevanti: 1) tra il numero degli ebrei presenti nel paese e l'intensit o il carattere dell'espressione antisemita non esiste alcun rapporto; 2) le immagini fantastiche degli ebrei e le accuse farneticanti sono marcatamente simili a quelle correnti prima che il

comunismo ne inibisse l'espressione pubblica; 3) l'antisemitismo, l'articolazione dei suoi contenuti e i modelli cognitivi di base risultano quindi essere stati appoggiati, alimentati e trasmessi alle nuove generazioni dalla famiglia e dalle altri microistituzioni sociali; 4) basandosi sulle sue espressioni nel periodo comunista, ben poco stava a indicare la pervasivit e la profondit dell'antisemitismo di fatto esistente in quei paesi. Confronta, per esempio, Newsbreak, bollettino della Conferenza nazionale degli ebrei sovietici. N. 41. Molti autori si sono sforzati di dimostrare come sia l'edificio dei nostri presupposti a interpretare e creare il nostro vissuto della realt. Per quanto ne so, nessuno ha cercato di dimostrare invece che quello stesso edificio pu essere manipolato in modo repentino e imprevisto per produrre una radicale alterazione della sensibilit e le azioni che ne conseguono. Cos avvenuto per molte esplosioni di violenza persecutoria, omicidi in massa e genocidi; cos avvenne ai tedeschi. Edward O. Wilson, in "On Human Nature", Cambridge, Harward University Press, 1978, pagine 99-120 (trad. it. "Sulla natura umana", Bologna, Zanichelli, 1980), propone una spiegazione evoluzionistica delle esplosioni improvvise di aggressivit. Naturalmente, sebbene corretta per quanto riguarda l'aggressivit, questa spiegazione non getta luce sulle trasformazioni repentine dei sistemi di credenze. N. 42. L'esempio pi significativo forse la sua insorgenza allo scoppio della prima guerra mondiale, quando molti marxisti, a dispetto del loro internazionalismo, si scoprirono accesi nazionalisti. N. 43. Una trattazione del rapporto tra nazionalismo e antisemitismo in Shmuel Almog, "Nationalism and Antisemitism in Modern Europe", 1815-1945, London, Pergamon Press, 1990. N. 44. Il gi citato studio di Roy D'Andrade (A Folk Model of the Mind, p. 138) conclude che un modello mentale cognitivo condiviso in grado di riprodursi per secoli.

Capitolo 2 L'EVOLUZIONE DELL'ANTISEMITISMO NELLA GERMANIA MODERNA

ELIMINAZIONISTA

In Europa l'antisemitismo un corollario del cristianesimo: non appena questo si fu affermato nell'Impero romano, i suoi portavoce si diedero a predicare contro gli ebrei, ricorrendo a condanne esplicite, di grande effetto retorico e cariche di emotivit. L'impellente esigenza psicologica e teologica dei cristiani di differenziarsi dagli adepti alla religione dalla quale la loro si era distaccata si rinnovava a ogni generazione, perch gli ebrei persistevano nel rifiutare la rivelazione di Ges, sfidando cos, involontariamente, la certezza cristiana di quella rivelazione. Se gli ebrei, il popolo di Dio, rigettavano il Messia che Dio aveva loro promesso, doveva esserci qualcosa di poco chiaro: o il Messia era falso, oppure quel popolo, forse tentato dal diavolo in persona, aveva proprio perduto la retta via. Per i cristiani la prima ipotesi non era nemmeno da prendere in considerazione, e dunque optarono con tutto il cuore per la seconda. Gli ebrei erano ribelli alla religione in un mondo in cui religione e ordine morale si identificavano, e che considerava qualsiasi deviazione come una trasgressione grave (1). La ragione psicologica di questo antagonismo trova conferma in una seconda serie, parallela e complementare, di considerazioni. Per i cristiani la loro religione era il superamento dell'ebraismo; dunque gli ebrei in quanto tali dovevano sparire dalla faccia della terra: dovevano diventare cristiani. E invece rifiutavano caparbiamente di farlo. Cristiani ed ebrei si trovavano dunque a condividere un patrimonio comune - la cui parte pi importante era la Bibbia ebraica, con le sue parole ispirate da Dio - del quale davano interpretazioni contrastanti. Di qui un inestinguibile antagonismo sul suo significato, sull'interpretazione della Bibbia e della parola di Dio, di tanti degli stessi testi sacri, antagonismo che incitava vieppi i cristiani a denigrare gli ebrei, a impugnare la loro concezione di quel territorio sacro conteso. Se gli ebrei erano nel giusto, i cristiani erano nell'errore: l'interpretazione stessa dell'ordine sacro e dei suoi simboli, e dell'ordine morale che ne derivava, dipendeva dalla certezza che tutti i cristiani fossero convinti dell'errore degli ebrei.

Scrive Bernard Glassman: "I chierici credevano che se il cristianesimo era in effetti la vera fede, e i suoi seguaci la nuova Israele, l'ebraismo andasse screditato agli occhi dei fedeli. Nei sermoni, nelle rappresentazioni teatrali, nella letteratura religiosa del Medioevo gli ebrei venivano spesso descritti come gli avversari della chiesa, coloro che fin dal tempo della Crocefissione costituivano una minaccia per i buoni cristiani" (2). Gli ebrei vennero cos a rappresentare buona parte di tutto ci che era antitetico all'ordine morale del mondo cristiano (3). Un terzo motivo della costante ostilit dei cristiani, e del disprezzo autoindotto che riversavano sugli ebrei, dato dalla convinzione assiomatica che essi fossero gli uccisori di Cristo, e che responsabili della sua morte fossero non soltanto gli ebrei dell'epoca, ma quelli di ogni altro tempo. Gli ebrei contemporanei, infatti, rifiutavano Ges come Messia e come figlio di Dio non meno dei loro antenati i quali, stando agli appassionati e indefessi insegnamenti cristiani, lo avevano ucciso. Assumendo questa posizione negativa, si rendevano tutti complici del delitto originato dal rifiuto degli antenati di riconoscere la divinit di Ges. Gli ebrei erano dunque il simbolo degli uccisori di Cristo, approvavano, si credeva, quel delitto e anzi si riteneva che fossero capaci, avendone l'occasione, di ripeterlo. E dunque il loro continuo, quotidiano rifiuto di Ges era un sacrilego atto di sfida, un guanto gettato apertamente, con sfacciato disprezzo, ai cristiani (4). Questa opinione degli ebrei, fondamentale nella teologia e nell'insegnamento cristiano fino all'Evo moderno, aveva gi forma compiuta nel quarto secolo, quando la chiesa venne ufficializzata nel mondo romano. Giovanni Crisostomo, uno dei Padri della chiesa che esercit influenza pi a lungo, predicava in termini che sarebbero divenuti i ferri del mestiere dell'insegnamento e della retorica antiebraici, condannando gli ebrei a vivere in un'Europa cristiana che li disprezzava e li temeva: "L dove si riuniscono gli uccisori di Cristo, si ride della Croce, si bestemmia Dio, si rinnega il Padre, si insulta il Figlio, si respinge la grazia dello Spirito santo ... Se i riti ebraici fossero sacri e venerabili, allora il nostro modo di vivere sarebbe erroneo.

Ma se vero, come vero, che la nostra via giusta, la loro falsa. Non parlo delle Scritture: lungi da me! Perch esse conducono a Cristo. Parlo della loro empiet e follia di oggi" (5). La diatriba di Giovanni esprime proprio quei motivi di ostilit per gli ebrei di cui si appena detto, radicati nel tessuto teologico e psicologico del cristianesimo. Questo passo proclama senza equivoci l'essenziale, inesorabile contrapposizione tra la dottrina cristiana e quella ebraica, e tra i cristiani e gli ebrei: Se i riti ebraici fossero sacri e venerabili, allora il nostro modo di vivere sarebbe erroneo. Dall'affermazione di Giovanni, dalla sua logica di assoluto rigore, emanano tutto il disagio e l'incertezza di cui il cristiano rischiava di farsi carico quando prendeva in considerazione la possibilit che gli ebrei fossero nel giusto. In questo passo di Giovanni Crisostomo, nella sua visione (e in quella della chiesa) del rapporto tra la cristianit e l'ebraismo, immanente l'esigenza psicologica di deprecare gli ebrei. E non questa l'unica fonte di antagonismo. Il fatto che gli ebrei - gli uccisori di Cristo - si radunino per pregare e praticare il culto viene letto come un atto denigratorio del cristianesimo, un blasfemo gesto di scherno. E' evidente che considerare in questi termini le loro adunanze comporta il rifiuto totale degli ebrei e dell'ebraismo (poich l'adunanza uno degli aspetti costitutivi dell'essere ebreo), la cui stessa esistenza viene percepita come un intollerabile affronto. Giovanni fa persino riferimento alla necessit di rivendicare l'interpretazione cristiana dell'Antico Testamento, demolendo quella ebraica. Se letti correttamente, i Libri non distolgono dalla retta via e, di conseguenza, gli ebrei ne danno una lettura errata. Diversamente da altre forme di empiet non cristiana, quella degli ebrei, per Giovanni Crisostomo e per chi la pensava come lui, non derivava semplicemente dall'ignoranza o dall'incapacit di distinguere la retta via: era una sorta di follia. Giovanni, teologo influente, non fu che un esempio precoce di quel rapporto di fondo del mondo cristiano con gli ebrei che si sarebbe perpetuato fino all'et moderna inoltrata. Occorre ancora una volta sottolineare che questa ostilit non appartiene alla categoria che conosciamo fin troppo bene, quella degli stereotipi e dei pregiudizi poco lusinghieri (che possono avere una forza tutt'altro che

trascurabile) nutriti da un certo gruppo nei riguardi di un altro e finalizzati a rafforzare la fiducia in s di chi li sostiene. La concezione cristiana degli ebrei, invece, era intessuta negli elementi costitutivi dell'ordine morale del cosmo e della societ; quell'ordine che, per definizione, essi avversavano, portandolo alla rovina. Lo stesso essere cristiani comportava un'ostilit totale e viscerale nei confronti degli ebrei (6), cos come del male e del diavolo: non sorprende che nel Medioevo si arrivasse a considerarli come agenti di entrambi. Dall'epoca di Giovanni Crisostomo all'et moderna l'atteggiamento dei gentili verso gli ebrei sub frequenti rettifiche di rotta, come avvenne peraltro per la dottrina e la vita cristiane (7). Ma se pure si davano cambiamenti nella teologia e nella pratica, la fede di fondo nella divinit di Ges rimaneva salda. E saldo rimaneva l'antisemitismo. Cambiavano, nei cristiani, le convinzioni elaborate riguardo agli ebrei e il trattamento a essi riservato, ma persisteva, trasmessa di generazione in generazione, la concezione essenziale della loro natura di assassini di Ges e di blasfemi. L'interpretazione del rapporto tra cristianesimo ed ebraismo, e tra cristiani ed ebrei, era sempre basata sulla fondamentale contrapposizione morale espressa da Giovanni Crisostomo. James Parkes, storico dell'antisemitismo, riconosce che non esiste rottura nel filo che conduce dagli esordi della denigrazione degli ebrei, nel periodo formativo della storia cristiana, attraverso la privazione della parit civile, nel periodo dei primi trionfi della chiesa nel quarto secolo, fino agli orrori del Medioevo (8). Indipendentemente dalle mutazioni avvenute nella dottrina e nella pratica - che furono consistenti e significative - l'atteggiamento del mondo cristiano nei confronti degli ebrei rimaneva fondato sui modelli cognitivi del cosmo e dell'ordine morale che avevano informato a s gli enunciati di Giovanni Crisostomo (9). Il nostro resoconto dell'antisemitismo cristiano e delle sue espressioni nel Medioevo e all'inizio dell'Evo moderno sar, per forza di cose, breve e toccher gli aspetti pi importanti soltanto per evidenziarne la natura nel corso delle sue metamorfosi nonch per analizzare il rapporto tra quelle convinzioni e il modo in cui i cristiani trattavano gli ebrei. Per il mondo medioevale gli ebrei erano in posizione del tutto antitetica rispetto alla cristianit. La chiesa, sicura del controllo teologico e pratico che esercitava sulle potenze d'Europa, coltivava nondimeno aspirazioni totalitarie; alla sfida

simbolica al proprio predominio che individuava negli ebrei, essa reagiva con una ferocia stemperata o acutizzata dalle condizioni contingenti. Alla particolare posizione che occupavano in quanto popolo reo insieme di aver rifiutato la rivelazione di Ges e di averlo ucciso - anche se proprio loro avrebbero dovuto essere i primi a riconoscerlo e a seguirlo come Messia - gli ebrei dovevano l'odio costante e profondo della chiesa, del clero e dei popoli d'Europa. L'odio della chiesa era dunque doppiamente intenso: da un lato aveva l'asprezza del settarismo, del confronto tra due rivali simili che lottano per conquistare il controllo sulla corretta interpretazione della tradizione comune; dall'altro la ferocia di una guerra apocalittica, in cui si giocavano le sorti del mondo, dell'anima umana. La chiesa, rappresentante di Ges sulla terra, combatteva sotto il suo vessillo; e gli ebrei, pur non costituendo in s - degradati, sottomessi, numericamente insignificanti e indifferenti al proselitismo com'erano - una minaccia concreta, divennero il simbolo materiale dell'agente che lanciava la vera sfida all'egemonia della chiesa sulla vita e l'anima del suo popolo: il diavolo. Cos voleva la logica dei Padri della chiesa, e quella che accompagn l'antisemitismo nella sua graduale evoluzione verso il momento, nel tredicesimo secolo, in cui l'ebreo divenne sinonimo del diavolo (10). Grazie al controllo assoluto che esercitava sulla cosmologia e sulla morale in Europa, la chiesa diffuse tale idea per mezzo dei suoi portavoce, i vescovi, e soprattutto i parroci, creando una concezione universale e relativamente uniforme, paneuropea, in cui gli ebrei, creature del demonio, finiscono per non far parte nemmeno dell'umanit. Davvero dubito, dichiarava Pietro il Venerabile di Cluny, che l'ebreo possa essere umano, poich non si piega al ragionamento degli uomini, n si accontenta degli enunciati dell'autorit, divina o ebraica che sia. (11). L'odio per gli ebrei nell'Europa medioevale era tanto intenso, e tanto avulso dalla realt, che ogni disastrosa evenienza poteva essere imputata al loro maligno operato. Gli ebrei rappresentavano tutto ci che era discorde: di fronte a una calamit naturale o sociale dunque si reagiva automaticamente ricercandone la presunta origine ebraica. L'antisemitismo di Martin Lutero fu tanto feroce ed ebbe cos vasta influenza da guadagnargli un posto d'onore nel pantheon della categoria, ma non gli valse a nulla presso la chiesa sua avversaria, che denunci lui e i suoi seguaci come eretici ed ebrei (12).

La logica di quelle fantastiche convinzioni era tale che, conclude Jeremy Cohen, fu quasi inevitabile che la colpa della Peste nera ricadesse sugli ebrei, e molte delle loro comunit in Germania furono sterminate in modo totale e definitivo (13). Nel Medioevo le aggressioni e le espulsioni degli ebrei erano all'ordine del giorno, tanto che alla met del Cinquecento i cristiani potevano dire di averli cacciati con la forza da buona parte dell'Europa occidentale (14). Riguardo agli ebrei, il mondo moderno ha ereditato dal Medioevo, per citare Joshua Trachtenberg, un odio tanto vasto e abissale da lasciarci senza fiato di fronte alla sua incomprensibilit (15). Nondimeno, non si tentava di ucciderli, perch la chiesa, sensibile alla comune origine del cristianesimo e dell'ebraismo, riconosceva loro il diritto di vivere e praticare la religione, pur condannandoli a una condizione degradata come punizione per aver rifiutato Ges (16). In ultima analisi, la chiesa non voleva sterminare gli ebrei, che considerava redimibili, bens convertirli e, cos facendo, riaffermare la supremazia del cristianesimo. Questa fu la "logica" dall'antisemitismo cristiano premoderno. Le evoluzioni dell'antisemitismo nella Germania dell'Ottocento furono straordinariamente complesse. Quanto a carattere e contenuti, per tre quarti di secolo esso fu in una condizione di fluidit continua, mentre procedeva la metamorfosi dalla sua incarnazione religiosa medioevale a quella razziale moderna. La storia di questa metamorfosi, con tutte le sue forme intermedie, si adatta perfettamente al concetto di cambiamento nella continuit. Mentre il contenuto cognitivo adottava nuove forme al fine di modernizzare l'antisemitismo, di armonizzarlo con il nuovo paesaggio sociale e politico della Germania, il modello cognitivo culturale esistente garantiva una notevole costanza di base agli enunciati culturali e ideologici che venivano elaborati. Il modello culturale preservava o, diversamente inteso, era una persistente espressione dell'atteggiamento emotivo nei confronti degli ebrei condiviso dalla stragrande maggioranza dei tedeschi, derivato a sua volta dall'"animus" medioevale che era il substrato della loro concezione degli ebrei. In termini funzionali, l'apparente contenuto dell'antisemitismo nella sua nuova forma andrebbe inteso come poco pi che un'appendice del pervasivo sentimento antiebraico che offriva alla gente un minimo dell'antica coerenza nel mondo moderno, un mondo fluido che metteva in discussione i modelli di vita sociale e le nozioni culturali in una sconcertante variet di modi.

Per centinaia d'anni l'antisemitismo aveva dato coerenza e orgoglio all'immagine di s del mondo cristiano; nell'Ottocento in Germania molte vecchie certezze si andavano sgretolando, e l'importanza dell'antisemitismo come modello di coerenza culturale, e poi come ideologia politica, crebbe in modo spaventoso, insieme con le sue qualit salvifiche per una societ che stava perdendo gli ormeggi (17). La trasformazione linguistica e cognitiva dell'immagine degli ebrei, e della visione metaforica che ne stava alla base, si era gi verificata all'inizio del diciannovesimo secolo. Balza all'occhio confrontando la descrizione degli ebrei contenuta in due scritti tra i pi originali e influenti dell'antisemitismo: "Entdecktes Judentum" (L'ebraismo smascherato) di Johann Andreas Eisenmenger, pubblicato nel primo Settecento, e "ber die Gefhrdung des Wohlstandes und des Charakters der Deutschen durch die Juden" (Della minaccia al benessere e al carattere dei tedeschi che viene dagli ebrei) di Jakob Friedrich Fries, pubblicato nel primo Ottocento. Eisenmenger, preilluminista, considerava ancora gli ebrei, nei termini tradizionali della teologia, come eretici; la loro perfidia stava nella fede religiosa, la loro natura derivava dagli effetti corrosivi di quella fede. Fries, un secolo dopo, gi nel 1816 aveva adottato il vocabolario laico dell'antisemitismo moderno, sostituendo alle idee informate ed elaborate dalla teologia una prospettiva sociale e politica che insisteva sul degradato carattere morale degli ebrei: secondo Fries, un gruppo di asociali fondamentalmente immorali, votati a sovvertire l'ordine della societ per strappare il controllo della Germania dalle mani dei tedeschi. Gli ebrei erano, a suo avviso, non tanto un gruppo religioso (sebbene riconoscesse questa dimensione della loro identit), ma una nazione e un'associazione politica (18). Nei primi tre quarti dell'Ottocento il dibattito sugli ebrei fu dedicato, sia pure non per consapevole intenzione, a forgiare una concezione comune di ci che costituiva la loro identit. La definizione religiosa faceva sempre meno presa, pur continuando a echeggiare e trovare consenso nel popolino. Tramite la letteratura antisemita circolava l'idea che gli ebrei fossero o una nazione o un gruppo di interesse politico. Gi nella prima met dell'Ottocento si dava voce alla definizione che sarebbe emersa nella seconda met del secolo dal confuso conflitto delle concettualizzazioni, per cui gli ebrei erano una razza (19).

Contava molto come i tedeschi concepissero gli ebrei, poich ogni concettualizzazione comportava conseguenze diverse sul potenziale trattamento che avrebbero riservato loro. Sebbene in Germania, nella contesa sulle definizioni, vi fosse un evidente dissenso su ci che faceva degli ebrei quel che erano, su ci che li impregnava delle loro presunte qualit nocive, regnava una totale unanimit su una convinzione di fondo: che fossero effettivamente nocivi (20). In pratica quelli che presero parte al verboso e prolisso dibattito sugli ebrei e sul posto che dovevano occupare nella societ tedesca - compresi coloro che ne difendevano l'emancipazione e il diritto a risiedere in Germania - concordavano sul fatto che essere ebrei ed essere tedeschi (a prescindere dalla rispettiva definizione) fossero realt reciprocamente incompatibili; o, con maggior precisione, che essere ebrei significasse essere ostili e deleteri, se non minacciosi per l'esistenza stessa, di tutto quanto fosse tedesco (21). Meditava un amico liberale degli ebrei: L'ebreo si presenta ... come una distorsione, un'ombra, il lato oscuro della natura umana (22). Il modello culturale tedesco di base dell'ebreo ("der Jude") era costituito da tre concetti: l'ebreo diverso dal tedesco, l'opposto binario del tedesco, e non un diverso innocuo, bens maligno e pernicioso. Lo si concepisse in termini di religione, nazione, gruppo politico o razza, l'ebreo era sempre un "Fremdkrper", un corpo estraneo alla Germania (23). Questa concezione era predominante e cos radicata che gli antisemiti cominciarono a vedere in tutto ci che non andava nel paese, dall'organizzazione sociale ai movimenti politici, alle turbolenze economiche, un collegamento, spesso causale, con gli ebrei. Ne deriv la loro identificazione con le disfunzioni sociali: la percezione simbolica dell'ebreo si potrebbe ridurre appunto all'idea che questi fosse tutto ci che non andava, e lo fosse intenzionalmente (24). E tali, va ribadito, non erano solo le opinioni dei polemisti antisemiti pi in vista, bens quelle prevalenti nell'intera societ tedesca. L'odio onnipresente e profondo per gli ebrei ghettizzati era parte integrante della cultura di una Germania che emergeva dal Medioevo, e dunque la rielaborazione del tema del pericolo ebraico fu una reazione quasi naturale alle proposte di emancipazione iniziate alla fine del Settecento, alle misure lente e parziali dell'Ottocento in quella direzione e ai dibattiti a tutti i livelli sociali sull'opportunit di concedere loro dapprima qualche diritto civile, poi altri. Con questo lo status quo era stato pregiudicato e poi sovvertito, e gli oppositori dell'integrazione civile dedicarono energie, intelligenza e

notevoli talenti polemici a mobilitare i compatrioti contro l'ondata della presunta infiltrazione ebraica che minacciava di abbattere i pilastri dell'identit sociale e culturale dei tedeschi. Ne risult una conversazione sociale sempre pi carica di emotivit, e sempre pi fissata sulla definizione, il carattere e la valutazione degli ebrei, tutto nella prospettiva del rapporto con i tedeschi, i quali erano per assunto diversi da loro, se non incompatibili (25). Non c' gruppo minoritario in grado di trasmettere una buona immagine di s in un dibattito svolto in queste condizioni e in questi termini, nel cui ambito esso resta definito come il gruppo di diversi di gran lunga pi chiuso all'interno di una maggioranza sociale per il resto omogenea, e gravato di un carico emotivo cos pesante. L'immagine degli ebrei ne usc particolarmente malconcia perch il modello di riferimento, ereditato dalla cultura cristiana del Medioevo tedesco, costituiva il substrato dell'intero dibattito. Dalla prima emancipazione degli ebrei in uno stato tedesco, nel 1807 (26), all'estensione dell'eguaglianza civile completa a tutti gli ebrei della Germania, nel 1869-71, la discussione fu alimentata in larga misura dal tentativo, da parte politica, di suscitare sentimento antisemita nelle incessanti battaglie legislative e parlamentari sullo statuto civile degli ebrei. A Berlino come nel Baden, a Francoforte o in Baviera, i tentativi di conferire loro lo statuto di sudditi o di cittadini tedeschi furono accompagnati da aspri scontri politici (27). Com' ovvio, il dibattito non riguardava soltanto gli ebrei ma anche in egual misura l'identit dei tedeschi, il carattere della loro nazione e la forma politica in cui essa doveva trovare espressione. In Germania antisemitismo e nazionalismo divennero e rimasero - fino a dopo la seconda guerra mondiale - un intreccio del tutto inestricabile (28). Il conflitto formale sul riconoscimento della cittadinanza tedesca agli ebrei rafforz, e di fatto sanc, il carattere vieppi politico nell'immagine negativa degli ebrei - un assioma della cultura tedesca - che era in continua evoluzione. E' indubitabile che a partire dal primo Ottocento i conservatori e i nazionalisti "vlkisch", che costituivano la grande maggioranza della popolazione, fossero profondamente antisemiti: le testimonianze sovrabbondano, come dimostra ampiamente la letteratura sul periodo (29). L'attestazione pi chiara dell'ubiquit dell'antisemitismo comunque la sua presenza anche tra gli amici degli ebrei, i liberali, i filosemiti, gli strati progressisti della societ tedesca.

Il libro che esercit una maggiore influenza a favore dell'emancipazione, e degli ebrei in generale, "ber die brgerliche Verbesserung der Juden" (Del progresso civile degli ebrei) di Wilhelm von Dohm, pubblicato in Germania nel 1781 (30), riconosceva la necessit che gli ebrei si emendassero, non solo sul piano politico ma anche su quello morale. Per Dohm l'emancipazione era un affare da concludere: gli ebrei avrebbero ottenuto l'eguaglianza politica in cambio della disponibilit a riformare i loro usi e costumi, in particolare il codice morale e i traffici economici clandestini. A suo vedere, una volta affrancati dal debilitante isolamento sociale e giuridico, in condizioni di piena libert, essi avrebbero accettato lo scambio senza esitazione: Se l'oppressione che egli [l'ebreo] ha subito per secoli l'ha reso moralmente corrotto, un trattamento pi equo lo redimer (31). Dohm, il migliore amico degli ebrei, concordava con i peggiori nemici sulla loro corruzione morale: in quanto ebrei non erano adatti a godere della cittadinanza tedesca, a prender posto in seno alla societ del paese. Dagli antisemiti pi inflessibili si discostava perch riconosceva il potenziale universale della "Bildung", la possibilit cio di educare gli ebrei; e ne era convinto soprattutto perch glielo consentiva la sua interpretazione dell'origine della loro presunta perniciosit. La sua era una concezione ecologica della natura degli ebrei, che lo induceva a trovare la soluzione alla "Judenfrage" in una modificazione ambientale. Per quanto benintenzionata, questa difesa non richiesta dell'ebreo, che pi uomo di quanto non sia ebreo (32), tradiva un'accettazione del modello cognitivo culturale tedesco: essere ebreo era in contrasto con le qualit positive, le qualit umane; per parlare bene di un ebreo, occorreva negarne l'ebraicit. Dopo la pubblicazione dell'opera di Dohm l'idea che l'ebraicit andasse sradicata fu assorbita dal pensiero liberale, ed entr persino tra le condizioni dell'emancipazione. L'editto di emancipazione del Baden, ad esempio, nel 1809, conteneva parole gravide di oscuri presagi per un popolo al quale veniva concessa l'eguaglianza: L'eguaglianza giuridica diverr pienamente operativa solo quando voi tutti [ebrei] vi sarete sforzati di esserne all'altezza nella formazione politica e morale. Per essere certi di questo sforzo, garantendo nel frattempo che la vostra eguaglianza non si ripercuota a danno degli altri cittadini, legiferiamo in proposito quanto segue... (33).

Gli ebrei venivano sottoposti a una prova, non solo nel Baden e non solo perch cos volevano i loro nemici, bens in tutta la Germania e in ottemperanza alle prescrizioni che i loro pi accaniti sostenitori avevano desunto dalla convinzione che si dovessero riabilitare (34). Una prova che non sarebbe mai terminata e che, anche agli occhi dei loro amici, non avrebbero mai superato se non avessero rinunciato del tutto alla propria ebraicit. I liberali, gli amici degli ebrei, condividevano i dogmi fondamentali dell'immagine antisemita. Per quanto impegnati a ottenerne l'emancipazione e la piena eguaglianza civile, anch'essi erano convinti, e lo sostenevano esplicitamente, che gli ebrei fossero diversi dai tedeschi, a loro ostili e perniciosi, che fossero estranei alla Germania e che in sostanza dovessero sparire. Si distinguevano dagli antisemiti dichiarati in quanto ritenevano che l'origine di quella diversit fosse correggibile, che gli ebrei potessero rinnovarsi e che loro stessi, i liberali, sarebbero riusciti, allettandoli con la prospettiva di una piena integrazione nella societ tedesca, a persuaderli a cancellare origini e identit per diventare tedeschi. Come sostiene David Sorkin, alla base dei dibattiti sull'emancipazione stava l'immagine di un popolo ebraico corrotto e degradato; a causa di questa immagine l'emancipazione si sarebbe collegata all'idea della rigenerazione morale degli ebrei. Il dibattito verteva essenzialmente sulla possibilit di tale rigenerazione, su chi dovesse esserne responsabile, su quando e in quali condizioni dovesse avvenire (35). La differenza pi rilevante tra i liberali che proponevano l'emancipazione e i loro oppositori stava nella teoria sociale razionalista dell'Illuminismo che convinceva gli amici degli ebrei della possibilit di educarli, rinnovarli e rigenerarli, trasformandoli in esseri umani morali. I liberali si distinguevano anche, come risulta implicito nella loro presa di posizione, per il grado di perniciosit che attribuivano agli ebrei: il potenziale corrosivo di questi ultimi per la Germania era per loro meno temibile e la loro avversione emotiva era meno profonda. Si poteva quindi contemplare un periodo di transizione in cui gli ebrei avrebbero dovuto spogliarsi progressivamente della loro ebraicit. I liberali, qualunque fosse la loro idea di se stessi, erano antisemiti camuffati da agnello e, sul finire del secolo, avrebbero gettato quel mantello cos poco calzante, rivelandosi non tanto diversi dai loro antichi avversari, gli spudorati antisemiti conservatori (36).

Per tutta la prima met dell'Ottocento i liberali continuarono dunque a difendere gli ebrei fondandosi sull'inquietante affermazione della loro potenzialit di rigenerazione morale e sociale. Infatti la loro concezione della natura nociva degli ebrei rispecchiava per molti aspetti quella degli antisemiti (37): essi speravano di poterli umanizzare, di poterne rivoluzionare la natura. Difendendo gli ebrei e sostenendone i diritti erano quindi in malafede; il messaggio di fondo era: Vi difenderemo purch rinunciate a essere voi stessi, e per questo l'unica via consisteva nella rinuncia all'ebraismo, perch anche i tedeschi di orientamento laico erano convinti che l'impurit degli ebrei derivasse almeno in larga parte dai dogmi di una religione che il giudizio della cultura tedesca considerava priva di amore e umanit. Dovevano cessare di essere ebrei per convertirsi a una religione della ragione ("Vernunftreligion"); sarebbero stati ammessi nella nazione tedesca quando fossero riusciti a corrispondere ai canoni cristiani, agendo secondo le virt cristiane e rinunciando a quella loro concezione egocentrica e presuntuosa di Dio (38). Sul finire del secolo i migliori amici degli ebrei, i liberali, li avevano ormai in buona parte abbandonati. La teoria sociale che prometteva la rigenerazione - sintetizzata nel 1831 da un ecclesiastico lungimirante, secondo il quale saremo disposti a essere giusti verso gli ebrei solo quando non esisteranno pi (39) - si era rivelata infondata (40); ed era stata questa teoria a distinguere i liberali dagli antisemiti, a indurli a conclusioni sul futuro degli ebrei differenti da quelle della maggioranza dei tedeschi, con la quale essi condividevano il modello culturale che negli ebrei vedeva una minaccia estranea all'esistenza stessa della Germania. I liberali avevano considerato gli ebrei esseri razionali che, una volta affrancati dalle menomazioni prodotte dall'ambiente - cio le restrizioni sociali e giuridiche cui erano soggetti -, si sarebbero spontaneamente rinnovati rinunciando, fra l'altro, alla seconda fonte della loro presunta asocialit, la religione ebraica. Per citare Uriel Tal, storico dei rapporti tra cristiani ed ebrei in Germania, la tenacia con cui gli ebrei tedeschi conservavano la propria identit contraddiceva l'idea liberale del progresso materiale, dell'illuminazione spirituale, del destino della nazione; i liberali presero dunque a considerarli, in quanto prototipi del particolarismo, come il principale impedimento all'unit spirituale della nazione (41).

Gli ebrei, ormai moderni in ogni altra accezione, li sconcertavano non reagendo alle nuove condizioni ambientali nel modo promesso dalla loro teoria sociale della redenzione. Svanito l'ottimismo, rimaneva il modello culturale degli ebrei come estranei e prendeva piede l'unica spiegazione convincente dell'origine della loro perniciosit, ormai considerata inalterabile: gli ebrei erano una razza (42). Avvenne cos il passaggio dei liberali da un filosemitismo con intenzioni eliminazioniste benigne a un antisemitismo che propendeva per soluzioni assai meno benigne. La trasformazione principale era data da una diversa concettualizzazione dell'"origine" della natura degli ebrei. Basta il fatto che la ristretta lite intellettuale e politica dei liberali, il gruppo di tedeschi con l'atteggiamento pi positivo nei confronti degli ebrei, corrispondesse alla definizione di antisemita filosemita - tale almeno fino a quando dur la fede in una teoria sociale redentrice -, che cio i migliori amici degli ebrei li considerassero come agenti estranei all'interno del corpo sociale tedesco, per dimostrare nel modo pi convincente l'esistenza in Germania di un modello culturale antisemita. E non certo l'unica riprova di come la societ tedesca, nella prima quanto nella seconda met dell'Ottocento, fosse assiomaticamente antisemita. La gamma delle organizzazioni e dei gruppi che praticavano e predicavano l'antisemitismo nella Germania dell'epoca toccava tutti o quasi i settori della societ. La grande maggioranza delle classi inferiori, che vivessero in citt o in campagna, continuava a sottoscrivere il modello cognitivo culturale dell'ebreo. I sentimenti da educande sul potenziale del popolo tedesco, espressi nel 1845 dal giornale democratico progressista Mannheimer Abendzeitung, risultano commoventi nella loro ingenuit: l'attuale voce del popolo, azzardava il foglio, non quella autentica; una volta illuminato, il popolo abiurer il suo odio profondo per gli ebrei e l'idea che essi siano la fonte di tutti i mali. Spogliata di ogni ottimismo, questa valutazione rivela l'atteggiamento culturale dell'epoca. Analogamente il presidente della Bassa Baviera, nel 1849, sosteneva che l'avversione per l'eguaglianza degli israeliti era alquanto diffusa. Nelle citt e nelle borgate la predicazione e le agitazioni antisemite erano un aspetto ordinario della vita e delle istituzioni sociali.

Dalle confraternite universitarie (incubatrici dell'lite, dei professionisti e dei pubblici amministratori) alle organizzazioni omologhe riservate agli adulti, le societ patriottiche, alle associazioni economiche dei piccoli commercianti e artigiani, ai punti di riferimento della vita sociale, come le osterie e le taverne, l'antisemitismo era parte strutturale dell'opinione pubblica e del dibattito, e anzi veniva attivamente predicato e diffuso. Il vituperio antiebraico che emanava dal pulpito, specie nelle campagne, era tanto virulento che alla met dell'Ottocento le autorit di governo, e naturalmente le comunit ebraiche, della Germania intera, dalla Prussia alla Renania, alla Baviera, vedevano in quell'agitazione motivo di grave preoccupazione. Per garantire l'ordine pubblico gli amministratori che ricoprivano cariche elettive, fino al livello dei sindaci delle citt, si impegnavano a mantenerla entro i limiti della discussione, ma questo non imped anche a molti di loro di prendervi parte attiva. Nelle campagne, l'antisemitismo endemico veniva riattizzato dagli artigiani e dai membri delle corporazioni cristiane (43). Che cosa doveva pensare, il popolo tedesco? Era stato svezzato e nutrito dalla cultura antisemita del proprio tempo, ancora pesantemente condizionata dalla tradizionale concezione cristiana dell'ebreo, alla quale si sovrapponeva ora tutta una serie di nuove accuse: che gli ebrei, identificati con i francesi - la cui conquista della Germania aveva prodotto in alcune zone direttamente, in altre indirettamente la loro emancipazione (44) -, sabotassero le aspirazioni nazionali tedesche, che volessero demolire l'ordine sociale, che fossero responsabili dei dissesti provocati dalle trasformazioni dell'economia e della societ, e cos via. E intanto tutte le istituzioni sociali continuavano a recitare la litania antisemita: le chiese, fonti ancora formidabili di autorit e consiglio, accendevano gli animi contro gli ebrei (45); le organizzazioni professionali ed economiche erano antisemite per definizione (46); i punti di riferimento principali delle attivit ricreative e del dibattito sulla morale e la politica - le associazioni culturali e sportive, le taverne - erano animati da discorsi ed emozioni antisemite (47). E chi si alzava a difendere gli ebrei, di fronte a questo devastante fuoco di sbarramento verbale? Pochi fogli liberali, i quali, anche nel sostenere la concessione dei diritti, spesso scimmiottavano i sentimenti antisemiti che alimentavano l'avversione culturale. In quale modo, per iniziativa di chi, il popolo tedesco - che nella grande maggioranza dei casi non conosceva gli ebrei, o quanto meno non aveva con essi contatti degni di nota avrebbe dovuto costruirsene una concezione

diversa? Per di pi, anche i tedeschi colti, l'lite intellettuale e culturale della Germania, a conti fatti non erano pi illuminati riguardo agli ebrei di quanto lo fossero i non illuminati (48). La pressione esercitata dal pi ampio contesto tedesco sugli ebrei culturalmente pi affermati per indurli a rinunciare all'ebraismo era tale che verso la met dell'Ottocento si calcola che due terzi di essi si siano convertiti al cristianesimo (49): troppi di loro, finch erano rimasti ebrei, si erano visti sbarrare le porte dell'accettazione sociale e professionale da parte dei loro pari e del pubblico illuminato, consumatore di cultura. La Germania era inospitale persino per i pi colti di loro, i pi occidentali, pi raffinati, pi degni di ammirazione, pi tedeschi. Finora abbiamo passato rapidamente in rassegna lo stato della societ tedesca nella prima met dell'Ottocento; rispetto all'eruzione che avrebbe infiammato gli ultimi due decenni del secolo, l'antisemitismo del periodo precedente, per quanto gi profondo, fu in genere un odio sommesso, una tendenza culturale la cui espressione sociale era affare di ordinaria amministrazione, ma che ancora non si era trasformata in una forza politica potente e organizzata. Nei due decenni che seguirono la rivoluzione del 1848, anzi, sobboll su una fiamma ancor pi bassa di un tempo, con esplosioni meno frequenti e, in generale, giocando un ruolo di minor rilievo nella vita pubblica della societ tedesca. La devastante esplosione degli anni Settanta colse molti, e gli ebrei tra questi, di sorpresa (50). Uno dei tanti fili che legano la storia sociale e politica dell'antisemitismo nell'Ottocento dato dalla serie di campagne per la raccolta di firme contro l'emancipazione e i diritti civili. Il 14 dicembre 1849 la camera bassa del Parlamento bavarese approv una legge che concedeva piena eguaglianza agli ebrei; subito, in tutta la Baviera, si scatenarono la stampa e l'opposizione popolare, e contro la legge fu organizzata una raccolta di firme spontanea, autentica, su base estremamente vasta. Con una straordinaria prova di attivismo politico, nelle difficili condizioni di un inverno rigido, in solo tre mesi furono raccolte le petizioni di millesettecento comunit bavaresi (cio, quasi un quarto del totale), con le firme, secondo un calcolo prudenziale, di una percentuale compresa tra il dieci e il venti per cento dei cittadini maschi adulti dell'intera Baviera (51). Le forze popolari a favore dell'emancipazione, invece, erano praticamente inesistenti: in tutta la Baviera solo tre comunit, due delle quali ospitavano

una numerosa popolazione ebraica, inviarono petizioni favorevoli alla legge (52). Lo studio di James Harris sulla campagna di petizioni conclude che, in una regione bavarese, i tedeschi contrari all'emancipazione erano cinque o sei volte pi numerosi di quelli a favore (53). Questa esplosione di sentimento antiebraico e di indignazione all'idea che gli ebrei non dovessero essere pi trattati come pericolosi estranei, ma come tedeschi, si verific in un periodo in cui l'antisemitismo si esprimeva in modo relativamente sommesso rispetto ad altri momenti, specie successivi. Secondo Harris, dalle petizioni risulta chiaro che molti bavaresi cristiani temevano gli ebrei. Odiavano la loro religione, ne rispettavano il talento e i successi, e li consideravano irrimediabilmente diversi. In molte petizioni, che attingevano a tutto il campionario di accuse antisemite che costituivano il senso comune della cultura tedesca contemporanea, si legge che gli ebrei sono ladri, che il loro talento rappresenta una grave minaccia per il benessere dei tedeschi, e che non si assimileranno mai. Parecchie asseriscono, con diverse formulazioni, il loro carattere inalterabilmente estraneo, e ricorre pi volte la frase: Gli ebrei restano ebrei. Una dopo l'altra, sempre presupponendo che ogni legge a beneficio degli ebrei debba necessariamente danneggiare i cristiani, le petizioni esprimono il modello manicheo su cui si fondava in larga misura il pensiero tedesco in materia (54). I firmatari prospettano senza esitazioni quelle che, secondo loro, sono le prevedibili e orrende conseguenze della malignit ebraica qualora le si dia mano libera. Scrive Harris: "Alcune petizioni si limitavano a esprimere dubbi riguardo all'effetto positivo dell'emancipazione sugli ebrei, ma per la maggior parte avanzavano prospettive decisamente pessimistiche. Le cose vanno male, scrivevano dalla Svevia; se verr l'emancipazione andranno peggio. Diverse petizioni ribadivano lo stesso tema: emancipati gli ebrei, la Baviera sar al loro servizio; emancipati, gli ebrei ci prenderanno per la gola; emancipati gli ebrei, diventeremo schiavi; emancipata, quella gente raffinata occuper tutti gli uffici; emancipati, gli ebrei domineranno. Diverse altre sostenevano che non si trattava del futuro: erano i bavaresi a doversi subito emancipare dagli ebrei, non gli ebrei dai cristiani.

Il controllo, il predominio in senso generale, non soltanto economico, degli ebrei sui cristiani era un motivo ricorrente" (55). Una delle petizioni definiva la follia della legge di emancipazione asserendo che riconoscere la piena eguaglianza degli ebrei equivaleva a mettere una volpe in un pollaio (56). Trent'anni dopo i tedeschi dell'intero paese resero nota la loro convinzione che quell'iniziativa popolare antiebraica della Baviera fosse stata saggia e lungimirante. Nel 1880 una campagna nazionale per la revoca dei diritti agli ebrei nella Germania ormai unita raccolse duecentocinquantaseimila firme, e perci il Parlamento, il Reichstag, prese in considerazione la richiesta discutendola animatamente per due giorni. E' significativo che la maggioranza dei firmatari non fosse costituita da esponenti delle classi inferiori, maleducate e non illuminate, bens da proprietari terrieri, preti, insegnanti e pubblici amministratori (57). Alla luce della costruzione sociale della conoscenza, sorprende non tanto il fatto che i tedeschi fossero fondamentalmente antisemiti quanto l'importanza che, nella loro mente e nelle loro emozioni, attribuivano agli ebrei sul piano culturale e su quello politico. L'aspetto forse pi evidente del dibattito sul posto da assegnare agli ebrei in Germania dato dall'attenzione ossessiva all'argomento, dalla marea di parole a esso dedicate, dalla passione che vi fu spesa. Dopo tutto, nel periodo pi esplosivo del vituperio antisemita gli ebrei erano soltanto l'uno per cento circa della popolazione tedesca; intere regioni della Germania ne erano praticamente prive (58). E allora dove stava il problema? Perch tanto trambusto? Ludwig Brne, un noto ebreo battezzato che per se stesso e per gli altri era ancora ebreo, cos commentava in una lettera del 1832 l'ossessione dei tedeschi: E' come un sortilegio! L'ho vissuto centinaia di volte, eppure mi appare sempre nuovo. C' chi mi fa una colpa di essere ebreo; un altro mi perdona; un terzo arriva perfino a congratularsi; ma tutti ci pensano. E' come se fossero chiusi da un incantesimo nel cerchio magico dell'ebreo, nessuno pu uscirne (59). Nessun tedesco poteva liberarsi dall'incantesimo che inchiodava la sua attenzione sugli ebrei. Senza dubbio l'impossibilit di trovare una spiegazione sufficiente a giustificare l'ossessione intensificava la meraviglia di Brne di fronte a quel sortilegio.

La sua testimonianza non si riferiva a un'esperienza strettamente personale: il vortice del dibattito sugli ebrei non avvolgeva soltanto lui, ma l'intera Germania. Per tutto l'Ottocento gruppi sostenuti da un'ampia base popolare continuarono a premere per la revoca di quanto gli ebrei avevano conquistato con l'emancipazione e nel periodo successivo. Quelle pressioni non trovano riscontro in altri paesi occidentali, il che di per s efficace testimonianza del carattere peculiare e delle profonde radici culturali dell'antisemitismo tedesco. La "Judenfrage" rivestiva un interesse particolare per i teologi e gli uomini politici dell'Ottocento, che ne enfatizzavano l'importanza fino a farle assumere dimensioni tanto fantastiche che nel corso del dibattito sull'emancipazione nel Parlamento della Renania (per fermarsi a un solo esempio) si arriv ad affermare in tutta seriet che essa riguardava il mondo intero (60). La cesura nel tessuto culturale rappresentata per i tedeschi dagli ebrei che in verit i tedeschi stessi crearono con il loro modo di concepire e trattare gli ebrei - era tanto grave che quando si trattava di loro anche i tab culturali perdevano efficacia. Ne sono un esempio ovvio, e di rado ricordato, le incitazioni all'annientamento nel corso del diciannovesimo secolo (di cui si dir tra poco). Colpiscono anche le frequenti digressioni sul tema della sessualit, che collegavano gli ebrei con la prostituzione e con ogni forma di depravazione, e in particolare li accusavano di insidiare le ignare vergini tedesche (61). Le accuse di omicidio rituale, quell'antichissima fandonia antisemita, e i processi che ne conseguivano continuavano a tormentare la comunit ebraica; in Germania e nell'Impero austroungarico tra il 1867 e il 1914 se ne tennero dodici (62). Anche i giornali liberali si misero a pubblicare ogni sorta di voci e accuse contro gli ebrei, comprese quelle di omicidio rituale, come se si fosse trattato di fatti dimostrati (63). Al contenuto rivelatore dell'antisemitismo espresso dai tedeschi si aggiungono i fiumi di inchiostro versati sulla "Judenfrage". Eleonore Sterling, tra i massimi studiosi dell'antisemitismo in Germania durante la prima met del diciannovesimo secolo, scrive: "La dottrina dell'odio viene disseminata nel popolo da una miriade di volantini, manifesti e articoli di giornale.

Nelle strade e nelle taverne i mestatori pronunciano odiosi discorsi e fanno petizioni incendiarie ... l'agitazione viene tenuta viva non solo dagli oratori da strada e da taverna, ma persino da chi ama considerarsi cristianissimo" (64). Il fuoco di sbarramento divenne ancor pi spaventoso nell'ultimo quarto del secolo, quando in Germania si scriveva della "Judenfrage" con una passione e una frequenza senza eguali in nessun altro dibattito politico. In quei trent'anni si calcola che siano uscite milleduecento pubblicazioni a essa dedicate, nella stragrande maggioranza espressioni del fronte esplicitamente antisemita. Secondo un altro calcolo, il numero delle pubblicazioni incentrate sul rapporto tra la nazione e le minoranze (nelle quali gli ebrei figuravano necessariamente in primo piano) fu superiore a quello complessivo delle pubblicazioni politico-polemiche su "ogni altro argomento" (65). Giudicando soltanto dal volume e dalla natura della produzione letteraria e verbale di quella societ, sarebbe inevitabile concludere che essa era concentrata su un'impellente minaccia mortale, un allarme totale: tanto centrale era il ruolo di quella questione oggettivamente insignificante nel dibattito pubblico della societ tedesca. L'atteggiamento ostile nei confronti degli ebrei, sia sul piano emozionale sia su quello cognitivo, era assiomatico, ma il "contenuto" dell'antisemitismo fu per tutto il secolo in uno stato di evoluzione continua. In qualsiasi momento, e tanto pi nell'arco di qualche decennio, la litania era costituita da una grande variet di concetti, non tutti armonizzati. Sono comunque individuabili taluni aspetti e indirizzi fondamentali. L'immagine predominante degli ebrei li voleva maligni, potenti e pericolosi; erano parassiti, che non davano nulla alla societ - un'idea cruciale, ripetuta ossessivamente, era che scansavano la fatica, che non svolgevano alcun lavoro produttivo - pur vivendo di quella societ, nutrendosi a spese dell'ospite. La loro impurit comprendeva anche un'altra dimensione: erano ancor pi dannosi dei parassiti, che in fondo si limitano a prendere senza restituire; gli ebrei sabotavano attivamente, con intenzione, l'ordine della societ, corrodendone i costumi e la coesione e introducendo disordine e disarmonia in un insieme altrimenti ben integrato. Erano rapaci; ovunque estendessero la loro influenza, cominciava il saccheggio (66). Ed erano organizzati.

Per l'opinione pubblica prevalente non erano soltanto un insieme di singoli principi di decomposizione, ma un gruppo di interesse che agiva di concerto, come mosso da un'unica volont. Per i tedeschi il pericolo che rappresentavano, la capacit di far danno, era colossale, soprattutto per il loro particolare talento nell'infiltrare l'economia, che li avrebbe portati ad accumulare potere; gli effetti, per citare un liberale del primo Ottocento, un amico degli ebrei (parole improntate al linguaggio naturalista, organicista, tanto amato dagli antisemiti di ogni colore), erano spaventosi. Gli ebrei erano una pianta parassita in rapida crescita, avvinta intorno all'albero ancora sano per succhiargli la linfa vitale finch il tronco, rinsecchito e divorato dall'interno, crolla nella decomposizione (67). Poich li concepivano in termini cos organici, come singole parti di un unico corpo estraneo articolato che occupava invasivamente la Germania, i tedeschi erano riluttanti a considerare gli ebrei come individui e a riconoscere a ciascuno di essi i requisiti della germanit (comunque questi venissero intesi) che davano diritto all'integrazione nella loro societ. Quanto pi tendevano a concepirli in termini collettivi, tanto meno erano disposti ad accettare che gli ebrei adottassero un'impronta tedesca, compreso il cristianesimo, a riprova della loro fedelt alla Germania e dell'appartenenza alla nazione. Col procedere del diciannovesimo secolo, si percepiscono nel carattere dell'antisemitismo tedesco numerosi cambiamenti interrelati (68). Ricorreva sempre pi spesso la metafora naturalistica, di cui si appena detto; la diagnosi del rapporto sociale ebrei-tedeschi pass dall'idea del primo Ottocento che gli ebrei volessero invadere le case dei tedeschi alla convinzione che le avessero gi occupate; il messaggio diffuso prima dell'emancipazione, teneteli lontani, divenne cacciateli (69); si giunse man mano a considerarli pi come una nazione che come una comunit religiosa (70). Con tutto questo coincise, ovviamente, l'integrazione del germanesimo con il cristianesimo, per cui la nozione stessa di tedesco comprendeva l'elemento cristiano (71). Le fusioni, contemporanee e interrelate, dell'ebraismo con la nuova idea degli ebrei come nazione da un lato, del cristianesimo con la germanit dall'altro, annunciavano l'erezione di una barriera cognitiva, e di conseguenza sociale, praticamente insuperabile per l'ebreo che avesse voluto farsi accettare quale tedesco.

Come se questo ostacolo cognitivo non fosse abbastanza imponente, nella seconda met del secolo l'antisemitismo punt su un altro concetto portante: la razza. Qualit immutabile, la razza escludeva che un ebreo potesse mai diventare un tedesco (72). Il concetto di razza diede coesione ai diversi e mutevoli filoni dell'antisemitismo che disputavano sulla collocazione degli ebrei nella mappa evolutiva del paesaggio sociale e politico della Germania. Pu essere visto anche come il vertice ideologico di una linea di argomentazione proposta dagli antisemiti contro l'emancipazione: si demolivano le fondamenta concettuali dell'idea liberale della correggibilit, proclamando l'immutabilit della natura degli ebrei. Le ragioni della "Bildung" erano forti; ora ricevevano l'assalto di una replica altrettanto forte. Pur riconoscendo validit alle posizioni razionaliste, umaniste e universaliste dell'Illuminismo, gli antisemiti asserivano che queste qualit non appartenevano, data la loro natura peculiare, agli ebrei (73). Gi prima dell'emancipazione furono avanzate, in risposta alla posizione favorevole del libro di Dohm, argomentazioni basate sull'esistenza di caratteristiche innate (74). I sostenitori della concezione essenzialista degli ebrei cominciarono a usare il vocabolario e i fondamenti concettuali della razza gi negli anni Quaranta dell'Ottocento (75). L'ideologia "vlkisch", che fungeva da surrogato del fattore di coesione nazionale, sostituto misero ma efficace di una vera politica unitaria, acquis ulteriore vigore nel corso dell'Ottocento. Con la scoperta, alla met del secolo, delle razze germanica ed ebraica, la stessa concettualizzazione del "Volk", sino ad allora basata su criteri linguistici e di nazionalit, sub una trasformazione, abbracciando i principi essenzialisti e apparentemente scientifici della razza. Nel 1847 uno dei polemisti "vlkisch" e antisemiti pi popolari e influenti bene coglieva i termini della metamorfosi, spiegando che il senso del vigore e l'amor di patria si fondavano sullo spirito cristiano germanico e sull'unit razziale germanica ("gennanische Blutseinheit"). L'ebreo, per ricorrere all'immagine del sangue, autentico elisir del pensiero razziale tedesco, era l'eterno purosangue dell'estraneit (76). Il concetto di razza forniva all'antisemitismo moderno una coerenza sino ad allora mai raggiunta. In precedenza, quando in reazione al movimento per l'emancipazione la "Judenfrage" era stata collocata al centro della scena politica, l'esplosione di

risentimento si era risolta in una ridda confusa di accuse contro gli ebrei e di interpretazioni dell'origine della loro perniciosit. Ora invece compariva finalmente, con la razza, un concetto unitario, facile da capire, di grande potenza metaforica, che integrava quei filoni variegati e incoerenti in una spiegazione completa e logica della natura degli ebrei e del loro rapporto con la Germania (77). Il modello cognitivo alla base dell'idea di razza presentava numerose propriet particolarmente confacenti all'antisemitismo, e pericolose per gli ebrei, che ne facilitavano l'innesto sull'antico tronco antisemita (78). Contrapponendo la germanicit all'ebraicit, quel modello cognitivo rilanciava la contrapposizione assoluta e binaria che da sempre gli antisemiti tradizionali individuavano tra cristianesimo ed ebraismo. Come nel Medioevo, la nuova divisione manichea trasformava delle persone, gli ebrei, in un simbolo culturale fondamentale, il simbolo di tutto ci che non quadrava nel mondo. Secondo entrambe le concezioni, peraltro, non si trattava di meri simboli inanimati, bens di agenti attivi che minacciavano in piena consapevolezza il sacro ordine naturale del mondo. Un'immagine maligna che bast a fare degli ebrei il diavolo di quella visione laica del mondo, allo stesso modo - sia pure con un'articolazione meno esplicita - in cui la mentalit cristiana del Medioevo li aveva identificati con il diavolo, la magia e la stregoneria. L'antisemitismo razziale si appropri, riproducendola, della "forma" del modello cognitivo cristiano, iniettandovi un nuovo "contenuto". Per questo la trasformazione fu promossa e accettata senza alcuna difficolt da un popolo massicciamente antisemita. Il nuovo antisemitismo era il naturale successore moderno di un'animosit secolare, la cui elaborazione cognitiva cristiana riecheggiava nell'atmosfera sempre pi laica dell'epoca con una forza ben poco ridimensionata. Per mantenere il ruolo centrale che aveva in passato nel nuovo clima politico, l'animosit contro gli ebrei richiedeva giustificazioni attualizzate capaci di tener conto del mutare delle condizioni sociali (79). Occorreva rimetterne a nuovo il modello cognitivo, affinch non entrasse in conflitto con altri concetti fondamentali per la societ. La rielaborazione dell'antica ostilit serv anche a trasformarla; il nuovo contenuto dell'antisemitismo, e soprattutto la nuova interpretazione dell'"origine" della perniciosit degli ebrei, che li rendeva del tutto inadatti al buon vicinato, portarono con s una nuova concettualizzazione della "Judenfrage" che, a sua volta, implicava diversi tipi di possibili soluzioni (80).

Il linguaggio e le accuse dell'antisemitismo razziale non lasciano dubbi sul fatto che l'ebreo fosse visto come la fonte di tutto ci che non andava nella societ, e finisse per esservi identificato. Come nel Medioevo, la litania comprendeva tutti o quasi i mali sociali, politici ed economici della Germania (81), ma nella sua forma moderna l'antisemitismo attribuiva agli ebrei una nuova e ancor pi grande importanza cosmologica. Certo nel Medioevo essi erano stati considerati responsabili di molti mali, ma erano sempre rimasti in una posizione un po' periferica, ai margini, spaziali e teologici, del mondo cristiano, fattori non rilevanti della sua interpretazione dei turbamenti terreni. Gli antisemiti moderni invece, vedendo in loro la fonte primaria del disordine e della decadenza, potevano dichiarare che finch gli ebrei non fossero stati debellati non ci sarebbe stata pace nel mondo. I cristiani medioevali non avrebbero potuto dire altrettanto poich, seppure gli ebrei fossero scomparsi, il diavolo, origine ultima del male, sarebbe rimasto. Nell'antisemitismo moderno invece, proprio perch l'ebreo si era trasformato da agente del diavolo nel diavolo stesso, le descrizioni e le raffigurazioni del danno che si presumeva recasse alla Germania potevano essere tanto spaventose. Da come venivano definiti, con grande abbondanza di metafore sulla decomposizione organica, si fatica a capire che si trattava di esseri umani. In poche parole, gli ebrei erano veleno. E queste accuse, come si gi detto, percorrevano ossessivamente e senza sosta la societ tedesca, cos universalmente ripetute da esser date sempre pi spesso per vere persino da chi un tempo era stato alleato degli ebrei. Nella seconda met del secolo divenne impossibile parlare del "Volk" tedesco senza evocare l'idea della razza, e dunque dell'esclusione degli ebrei dalla Germania. I concetti di "Volk" e di razza si sovrapponevano intrecciandosi, tanto che risulta difficile definire con precisione la differenza nell'uso e nel significato dei due termini. E inoltre la fusione del cristianesimo con il germanesimo vanificava l'antica risorsa del battesimo, tratta dal repertorio dell'antisemitismo religioso, che consentiva agli ebrei di mondarsi dei loro presunti peccati, e di rinunciare alla loro presunta natura. Rimaneva l'animosit di stampo cristiano contro gli assassini di Cristo, resisteva la potenzialit delle vecchie fandonie di suscitare l'odio contro gli

ebrei, ma le mutate idee sulla natura dei presunti deicidi e sulla sua origine escludevano ormai la possibilit della redenzione. La forza simbolica e le implicazioni metaforiche del nuovo concetto portante della razza conferivano cos all'antisemitismo una rinnovata carica esplosiva. La pervasivit e la forza della nuova concezione "vlkisch", di stampo razziale, della germanit erano tali da riuscire a scalzare uno dei precetti fondamentali del cristianesimo, incapace di tenere le proprie posizioni di fronte alla nuova visione egemonica. L'ontologia del modello cognitivo che alimentava la visione essenzialista, razzista, del mondo contraddiceva, escludendola, quella cristiana, che per tanti secoli aveva dettato legge. Gli antisemiti razzisti negavano l'antica idea cristiana che tutte le anime potessero salvarsi attraverso il battesimo e la possibilit che la conversione rimuovesse l'unica differenza esistente tra tedeschi ebrei e cristiani. Al culmine di un'ondata antisemita, nel 1881 Johannes Nordmann, un popolare e influente pamphlettista, esprimeva in termini inequivocabili la presunta barriera fisiologica che impediva agli ebrei il passaggio al cristianesimo: la conversione non poteva trasformarli in tedeschi pi di quanto si potesse far diventare bianca la pelle di un nero (82). E i tedeschi presero a considerare la conversione come uno stratagemma, un imbroglio: dato il modo di essere degli ebrei, non poteva essere altrimenti. La conversione divenne dunque irrilevante ai fini della definizione di chi fosse ebreo, e del valore morale della persona. Anche alcuni teologi cristiani cominciarono a porre limiti alla potenza del battesimo, collocando la coscienza del popolo ("vlkisches Bewusstsein"), per definizione negata agli ebrei, tra i requisiti dell'essere tedesco (83). L'ineluttabilit del conflitto tra l'ebreo e la Germania, gli indefessi tentativi degli ebrei di conquistare e distruggere il paese erano parte integrante della concezione razziale "vlkisch" che si coagul nell'ultima parte del diciannovesimo secolo. L'assenza di ogni alternativa allo scontro frontale con gli ebrei era implicita in un testo fondamentale per quell'ideologia, redatto nel 1877. I tedeschi devono convincersi, vi si diceva, che anche l'ebreo pi onesto, spinto dall'influenza ineludibile del suo sangue, portatore della moralit semitica ["Semitenmoral"] del tutto opposta alla vostra, non pu far altro che operare ovunque per la sovversione e la distruzione della natura tedesca, della moralit tedesca, della civilt tedesca (84).

Sulla sostanza di questa proclamazione avrebbero potuto essere d'accordo tutti gli antisemiti tedeschi del tardo Ottocento e in realt anche del Novecento: sia che si considerassero esplicitamente razzisti "vlkisch", o cristiani (con qualche eccezione), oppure, ed probabile che cos avvenisse per la maggioranza non intellettuale, semplicemente come impauriti nemici degli ebrei, il loro odio si fondava sulla convinzione che gli ebrei fossero, e facessero, esattamente ci che le parole sopra citate proclamavano. L'urgenza del pericolo ebraico era chiara a tutti; meno chiaro il modo per affrontarlo. La mentalit eliminazionista che contraddistingueva quasi tutti coloro che si espressero sulla "Judenfrage" a partire dalla fine del diciottesimo secolo un'altra costante del pensiero tedesco sugli ebrei (85). Per una Germania ordinata, tenuta sotto controllo e, nell'opinione di molti, sicura, la presenza ebraica doveva essere eliminata dalla societ tedesca. Che cosa si intendesse per eliminare - cio liberare la Germania da quella presenza - e in quale modo si dovesse procedere risultava poco chiaro e confuso agli occhi di molti, e per tutta l'epoca dell'antisemitismo tedesco moderno non vi fu consenso in proposito (86). La necessit di eliminare la presenza ebraica era comunque evidente per tutti e conseguiva dall'idea degli ebrei come invasori estranei del corpo sociale tedesco. Quando due popoli sono considerati alla stregua di opposti binari, e vengono attribuite le qualit del bene all'uno, quelle del male all'altro, l'esorcismo di quel male, con qualsiasi mezzo, dallo spazio sociale e temporale che essi condividono diviene un imperativo urgente. Il "Volk" tedesco scriveva un antisemita poco prima della met del secolo ha bisogno solo di sbaragliare gli ebrei per diventare libero e unito (87). Le elaborazioni ottocentesche della reazione antisemita alla minaccia ebraica sono interessanti per una variet di motivi. Poich si credeva che la "Judenfrage" fosse il problema pi grave e urgente per la Germania, non sorprende che esse riecheggiassero spesso, e con forza, gli appelli all'azione. Si rimane invece sconcertati dal fatto che un'alta percentuale di antisemiti non proponesse alcun genere di azione, pur essendo convinti che gli ebrei fossero nemici terribili e potenti. La met circa dei libelli e dei discorsi del tardo Ottocento non avanza proposte sulla soluzione della "Judenfrage" (88). Alla fine del diciannovesimo secolo, quando gli ebrei si erano gi integrati nella vita economica e professionale, alcuni, come Wilhelm Marr inventore del termine antisemitismo, autore tra i pi quotati sull'argomento -

, erano ormai convinti che la causa della purificazione della Germania fosse perduta: Noi tedeschi abbiamo portato a termine, con l'anno 1848, la nostra abdicazione ufficiale in favore dell'ebraismo ... La guerra dei Trent'anni ufficialmente dichiarata contro di noi dagli ebrei nel 1848 ... non lascia nemmeno la speranza di una disgustosa pace di Westfalia (89). Gli ebrei avevano occupato le case dei tedeschi e non si sarebbe mai pi riusciti a cacciarli: gli ebrei avevano gi vinto. E' probabile che per alcuni non avesse senso proporre soluzioni che non fossero nemmeno remotamente possibili; ed probabile che altri ancora, in quest'epoca che non aveva conosciuto l'Olocausto, non osassero enunciare quella che consideravano l'unica soluzione alla "Judenfrage" che corrispondesse alla loro concezione degli ebrei. Poich nessuna soluzione intermedia poteva essere soddisfacente, perch avanzare proposte? Le ipotesi talvolta moderate avanzate da chi pure azzard una soluzione erano in contrasto cos clamoroso con il mortale pericolo che i loro autori identificavano negli ebrei da indurci a pensare che certi antisemiti, per quanto feroce fosse il loro odio per gli ebrei, non riuscirono a compiere il salto concettuale e morale necessario per contemplare la violenza di massa, oppure rimasero prigionieri delle inibizioni etiche di un'epoca che ancora non aveva allentato tutti i freni all'espressione della fantasia. O forse, costretti entro i limiti reali imposti all'azione dallo stato tedesco, fecero come avrebbe fatto anche Hitler nei primi anni al potere, inchinandosi al pragmatismo per proporre ricette assai meno radicali di quanto avrebbero in cuor loro desiderato. Le soluzioni proposte dagli antisemiti in quel periodo andavano dall'antica speranza liberale nella scomparsa degli ebrei per totale assimilazione, alla richiesta di nuove forme legali di emarginazione fino alla revoca dell'emancipazione, all'espulsione forzata e violenta, e anche all'annientamento completo. Per quanto assai differenti, sono soltanto variazioni della mentalit eliminazionista. Sul piano funzionale, dal punto di vista degli antisemiti (anche se non da quello degli ebrei), e fatte salve le differenze, queste soluzioni erano pi o meno equivalenti: emanavano dalla comune convinzione che in un modo o nell'altro la Germania dovesse essere purificata dagli ebrei, diventare "judenrein". La mentalit eliminazionista fu il prodotto logico e reale di quella convinzione.

Le soluzioni considerate pi opportune dipendevano dalla natura della particolare variante dell'antisemitismo adottata da chi si impegnava per la ristrutturazione della societ, oltre che dalle pi generali teorie sociali ed etiche che lo ispiravano. Il contenuto dell'antisemitismo si andava coagulando intorno alla convinzione che gli ebrei fossero una razza e che rappresentassero un pericolo mortale.E negli ultimi anni dell'Ottocento i pi autorevoli autori antisemiti si arresero sempre pi alla logica delle proprie convinzioni, che portava direttamente alla richiesta dello sterminio: "Le voci che, tutte d'accordo nel dare un giudizio assolutamente negativo sull'essere ebraico, incitavano alla persecuzione e all'annientamento senza piet, erano la stragrande maggioranza, e di decennio in decennio il loro seguito aumentava. Gli ebrei erano vermi, parassiti da sterminare. Si doveva strappar loro di mano le ricchezze che avevano accumulato col furto e l'imbroglio, e poi, con grande vantaggio, deportarli definitivamente in qualche remoto angolo della terra, per esempio in Guinea. Alcuni propugnavano la soluzione pi semplice: ammazzarli, perch il dovere di difendere ... moralit, umanit e cultura imponeva una battaglia senza quartiere contro il male ... L'annientamento degli ebrei coincideva, per molti antisemiti, con la salvezza della Germania. Erano evidentemente convinti che l'eliminazione di una minoranza avrebbe posto fine a tutte le disgrazie, e il popolo tedesco sarebbe stato di nuovo padrone in casa propria" (90). Klemens Felden, l'autore del passo citato, ha analizzato i contenuti di cinquantuno autorevoli pubblicazioni di scrittori antisemiti distribuite in Germania tra il 1861 e il 1895. I risultati sono sconcertanti (91). In ventotto casi si propongono soluzioni alla "Judenfrage"; di queste, ben diciannove prevedono lo "sterminio fisico degli ebrei". Nell'era pregenocida della civilt europea - quando ancora non esisteva la consapevolezza della carneficina dei due conflitti mondiali, n tanto meno del genocidio come strumento della politica nazionale - oltre due terzi di questi noti antisemiti portavano alle estreme conseguenze le proprie convinzioni emettendo, o meglio reclamando, una sentenza genocida. Dei quaranta autori che offrono un'interpretazione dell'unit della comunit ebraica, solo uno la considera una comunit puramente religiosa, e appena sei citano come fattore unificante la religione insieme con altri attributi.

Viceversa, trentadue concepiscono come "immutabile" la natura degli ebrei, e ventitr li presentano come una razza. L'affinit elettiva tra lo sviluppo del concetto della natura immutata e immutabile degli ebrei, elaborato soprattutto in termini esplicitamente razziali, e la scelta dell'annientamento fisico come soluzione della "Judenfrage" inequivocabile. "La mentalit eliminazionista tendeva a un'altra fondata sullo sterminio" (92). E cos era gi nell'Ottocento, prima della nascita politica di Hitler. Anzi, gi alla fine del Settecento Dohm riconosceva che la logica della definizione antisemita degli ebrei implicava la necessit di spazzare via gli ebrei dalla faccia della terra (93). Due soli degli autori che chiedevano lo sterminio (e che formulavano la propria interpretazione della natura degli ebrei) non utilizzavano esplicitamente il linguaggio della razza, trattandosi invece per entrambi di una nazione. Gli antisemiti razziali erano davvero convinti, osserva Felden, che lo sterminio degli ebrei fosse la salvezza della Germania, e dunque non sorprende che sul finire del secolo crescessero la frequenza e l'intensit degli appelli in quella direzione. Nel 1899 il programma politico della sezione amburghese dei partiti antisemiti uniti ne fornisce un esempio con queste profetiche parole: Grazie allo sviluppo dei moderni mezzi di comunicazione la "Judenfrage" diventer, nel corso del ventesimo secolo, un problema globale, e in quanto tale verr risolto in modo concertato e definitivo dalle altre nazioni, con la totale segregazione, e infine (se lo imporr la legittima difesa) con l'annientamento del popolo ebraico (94). Nelle loro proposte di redenzione, gli antisemiti razziali dell'Ottocento e del primo Novecento rimanevano fedeli alle conseguenze logiche della concettualizzazione dell'ebreo. Sul finire dell'Ottocento, insomma, la convinzione che gli ebrei costituissero un pericolo estremo per la Germania, e che l'origine di tale pericolo fosse immutabile, cio razziale, insieme con la sua conseguenza, che gli ebrei dovessero essere "eliminati" dalla Germania, era estremamente diffusa. La tendenza a considerare e proporre la forma di eliminazione pi radicale, lo sterminio, era gi forte e tutt'altro che silenziosa; la societ tedesca continuava a essere profondamente antisemita, come all'inizio del secolo, ma la natura trasformata, modernizzata, dell'antisemitismo razziale proponeva per la presunta "Judenfrage" soluzioni pi complete, radicali e persino esiziali.

Con l'inizio del nuovo secolo, i semi dell'antisemitismo nazista e delle politiche antiebraiche del nazismo erano stati gettati ovunque, erano germogliati e gi si scorgevano le prime fioriture. Si esprimevano soprattutto a parole, e con azioni discriminatorie individuali, ma anche attraverso un'intensa attivit politica. Per quanto forte e potenzialmente violento, comunque, in questo periodo l'antisemitismo non esplose in un'aggressione concertata e sistematica perch non vigevano condizioni tali da trasformarlo in un programma di violenza fisica: lo stato non avrebbe mai acconsentito a proporsi come base di un'azione sociale collettiva di questo genere. La Germania guglielmina non avrebbe tollerato la violenza organizzata che gli antisemiti sembravano desiderare (95). Bloccato sul piano della mobilitazione politica, in genere per gli ebrei l'antisemitismo - pur restando un aspetto molto rilevante, ed estremamente spiacevole, della cultura e della vita tedesche, che comportava continue aggressioni verbali, discriminazioni sociali, traumi psicologici - non minacciava per la sicurezza fisica. Per tutto il secolo, e in particolare nella seconda met, nessuna immagine alternativa, non antisemita, degli ebrei raccolse mai (con la parziale eccezione del Partito socialdemocratico) il bench minimo sostegno a livello istituzionale; e ci vale non soltanto per le istituzioni politiche, ma anche per la substruttura tocquevilliana della societ, le associazioni che costituivano per la popolazione il terreno di esercizio dell'attivit politica. Per citare lo storico dell'antisemitismo tedesco Werner Jochmann, abbondano gli esempi a dimostrazione di come, negli anni Novanta, l'antisemitismo avesse infiltrato "fino all'ultima" tutte le organizzazioni di cittadini, penetrando nelle associazioni popolari come in quelle culturali (il corsivo mio). Era ormai questa l'ideologia dominante per la maggioranza delle aggregazioni borghesi, comprese quelle di natura economica. Ed era tanto forte che nel 1893, alla prima assemblea generale del sindacato nazionale tedesco dei commessi di negozio, un'associazione che si definiva nata dall'antisemitismo, il consiglio direttivo dichiarava: Non possiamo evitare quest'ondata [antisemita] e anzi faremmo bene a lasciarcene trascinare (96). Questa come altre organizzazioni, economiche o meno, si dichiaravano "judenrein", poich escludevano gli ebrei dall'iscrizione indipendentemente dalla posizione economica comune (97).

L'antisemitismo era anzi un agente stimolante cos diffuso e potente da essere usato a piene mani dalla pi svariata gamma di gruppi in cerca di sostenitori da mobilitare. Negli anni Novanta l'Associazione degli agricoltori, proponendosi di organizzare interessi disparati, da quelli dei grandi proprietari a quelli delle piccole aziende e degli artigiani di settore, si accorse che l'antisemitismo pareva essere quasi l'unico modo per reclutarli e tenerli insieme. I cattolici, ai ferri corti con l'anticattolico governo centrale, lo accusavano di essere prussianizzato e giudaizzante (98). Dichiarando che gli ebrei erano nemici, o che i propri nemici parteggiavano per gli ebrei, si raccoglievano tante adesioni che questa tesi divenne una parte fissa nel repertorio politico e sociale del tardo Ottocento. Una forte animosit antiebraica sotterranea aveva gi fatto parte del modello cognitivo culturale tedesco degli ebrei nel momento in cui la Germania aveva intrapreso il combattuto cammino della rivoluzione industriale e del processo politico che la avrebbe portata all'unit, processo alla base del quale stava il concetto esclusivista del "Volk". Nell'ampia misura in cui l'argomento degli ebrei entrava nella conversazione pubblica della societ, la stragrande maggioranza degli scrittori e degli oratori tedeschi ne trattava in una luce sinistra, se non demoniaca, impiegando il linguaggio razzista e deumanizzante allora di moda. Come annotava nel 1882 Ludwig Bamberger, capo dei liberali nazionali, parlando dell'antisemitismo, gli organismi che sono la vita stessa della nazione - l'esercito, le scuole, il mondo accademico - ne sono pieni fino a traboccare...; e dunque non sorprende che l'antisemitismo si fosse trasformato in un'ossessione che non pu non toccarti (99). Nonostante l'emancipazione, gli ebrei continuavano a subire forme di emarginazione di ogni genere, pubbliche, evidenti ed estremamente significative, che indicavano a tutti come essi non fossero veri tedeschi, ma persone non abbastanza affidabili per appartenere a pieno titolo alla societ. E' nota l'esclusione sistematica degli ebrei dal servizio nell'istituzione che pi si identificava con il patriottismo tedesco, il corpo degli ufficiali dell'esercito, e nel settore che guidava, tutelava e governava collettivamente il popolo, la pubblica amministrazione, e in particolare la magistratura (anche se in quest'ultima formalmente erano ammessi) (100): un segnale costante e inequivocabile di come essi non fossero davvero tedeschi, ma estranei inidonei a partecipare alla spartizione del potere. Queste forme di emarginazione, applicate o persino attivamente promosse dai funzionari, dai giudici, dagli insegnanti, erano cos diffuse e debilitanti

che un autorevole giurista arriv a definire quella che di fatto era una parziale revoca dell'emancipazione il ribaltamento della Costituzione a opera dell'amministrazione (101). L'antisemitismo, onnipresente nel 1800 e nel 1850, divenne pi intenso, e sicuramente micidiale, sul finire del secolo, con il progresso economico e tecnologico della Germania. Qui antisemitismo e modernit erano perfettamente compatibili, perch il concetto fondante della comunit politica che costituiva la Germania era il "Volk", concetto che trovava anche una base pseudoscientifica moderna nelle teorie razziste e darwiniane allora correnti in tanta parte della cultura europea (102). Come abbiamo gi detto, con la fine del secolo quelli che poco prima erano stati i migliori amici degli ebrei, i liberali, avevano in buona misura abiurato l'antisemitismo filosemita, la loro versione assimilazionista della mentalit eliminazionista, optando per il modello, il linguaggio e le opinioni dell'antisemitismo moderno, con le sue proposte assai meno benevole. I soli a non adeguarsi furono gli esponenti del nucleo sempre pi esiguo dei liberali di sinistra, che rimasero fedeli ai principi dell'Illuminismo; ma proprio l'adesione a quei principi in un paese tanto antisemita li ridusse all'irrilevanza politica, a una continua perdita di terreno presso l'antico elettorato liberale. In alcune zone della Germania la maggioranza degli elettori borghesi si schierava con i partiti antisemiti (103): i conservatori (che vanno distinti da chi si riconosceva quasi esclusivamente nell'antisemitismo) condividevano da sempre, e fino in fondo, quel sentimento. Nella campagna per le elezioni nazionali del 1884, il Partito conservatore dichiarava apertamente che gli ebrei stavano in contrapposizione binaria con i tedeschi: la loro lealt andava a potenze internazionali, non t edesche, e questo deve finalmente convincere ogni uomo che sia veramente tedesco del fatto che gli ebrei non daranno mai la priorit agli interessi della patria germanica (104). L'antisemitismo razziale era gi di rigore negli ambienti protestanti, e si insinuava anche in quelli cattolici (105). Gli unici gruppi di qualche rilievo identificabile che abiurassero ufficialmente le opinioni predominanti, e che ne fossero relativamente immuni, erano il vertice del movimento socialista, i suoi dirigenti e intellettuali, e l'lite liberale di sinistra, politicamente irrilevante. Questi piccoli gruppi erano mossi da una controideologia che negava le premesse dell'antisemitismo (106).

E' dunque incontestabile che i fondamenti dell'antisemitismo nazista, l'ambiente in cui si svilupp la concezione nazista degli ebrei, avessero radici profonde in Germania, facessero parte integrante del modello cognitivo culturale e della cultura politica. E' incontestabile che in Germania l'antisemitismo razziale fosse la forma dominante, ovunque un elemento della conversazione pubblica della societ. E' incontestabile che, in diverse occasioni, esso abbia disposto di un sostegno istituzionale e politico enormemente vasto e solido (come dimostrano le elezioni, le petizioni e le manifestazioni sociali) (107). E' incontestabile che l'antisemitismo razziale che vedeva negli ebrei una minaccia mortale per la Germania fosse gravido di furia omicida. L'unico dato non accertabile, ferma restando la massiccia presenza di questa opinione, il numero esatto dei tedeschi che la professarono nel 1900, nel 1920, nel 1933 o nel 1941. Da sempre, fin dal tardo Settecento, la "Judenfrage", se agli occhi degli antisemiti era anche un problema economico e sociale, fu soprattutto una questione politica, in quanto la scelta di una o dell'altra delle soluzioni al problema era demandata alle autorit politiche che alla fine davano loro sanzione giuridica; e come tale richiedeva una risposta politica. Che si trattasse della revoca formale dell'emancipazione, dell'espulsione o dello sterminio, l'agente primario del cambiamento doveva essere lo stato. Considerata la mobilitazione di massa che accompagn l'evoluzione del parlamentarismo nella Germania guglielmina, non sorprende quindi che l'antisemitismo divenisse un tema fondamentale nelle campagne elettorali e in Parlamento. L'ascesa (come vedremo tra poco) e persino il declino dei partiti politici antisemiti in Germania e in Austria confermano due concetti importanti. Nei primi decenni del ventesimo secolo l'antisemitismo era una componente diffusa della societ in quei paesi, ed era fondamentale nelle rispettive culture politiche; ed era anche una forza potente, decisiva per le fortune politiche di partiti e regimi. Negli anni Ottanta dell'Ottocento furono fondati, per contestare le elezioni parlamentari in Germania, alcuni partiti che non si limitarono a offrire spazio all'antisemitismo ma che si autodefinirono esplicitamente innanzi tutto antisemiti (108). Ancor pi significativa della loro comparsa, e dei successi elettorali che ottennero, fu la "dichiarazione formale" di antisemitismo del Partito conservatore - il principale sostenitore di Bismarck e del Reich guglielmino

in Parlamento - nel Programma di Tivoli, del dicembre 1892: Combattiamo l'influenza invadente e disgregante degli ebrei sulla vita del nostro popolo. Chiediamo un'autorit cristiana per il popolo cristiano, insegnanti cristiani per i figli dei cristiani (109). Il profondo antisemitismo dei conservatori era peraltro da tempo riconosciuto, come osservavano i Preussische Jahrbcher: I conservatori sono sempre stati fondamentalmente antisemiti ... Dichiarandosi tale, il partito non ha rinnovato nulla ... nei suoi contenuti, ma si dato alla demagogia (110). Il richiamo elettorale esercitato dai partiti antisemiti - cio quelli che proclamavano l'antisemitismo come propria ragion d'essere - fin per imporre, a sua volta, ai conservatori, pena l'ulteriore perdita di consensi, l'adozione formale di un'identit e di un programma antisemiti. Nelle elezioni del 1893, i partiti dichiaratamente antisemiti ottennero la "maggioranza" al Reichstag e i conservatori fecero la parte del leone. In Sassonia, dove nel 1880 la popolazione ebraica corrispondeva a un infinitesimale 0,25 per cento, conservatori e partiti antisemiti raccolsero insieme il 42,6 per cento dei voti, e gli antisemiti da soli misero insieme il 19,6 (111). Le fortune elettorali dei partiti antisemiti, ma non dei conservatori, declinarono nel primo decennio del Novecento. Questa instabilit deriv soprattutto da due fattori: la cooptazione del loro messaggio da parte dei conservatori e il temporaneo riorientamento dell'attenzione pubblica sulla politica estera. Ora che l'antisemitismo era parte determinante nella visione di tutti i non socialisti, i partiti che ne facevano una bandiera si ritrovavano un'arma spuntata e avendo ben poco altro da offrire sul piano programmatico, svanirono dall'orizzonte. Poich inoltre in quegli anni il potente richiamo delle avventure e dei conflitti in politica estera distoglieva l'attenzione dei tedeschi da ogni altro interesse o aspirazione, l'antisemitismo entr in crisi, riducendo le sue manifestazioni e la capacit di mobilitazione politica (112). L'affermazione dei partiti antisemiti, e la conversione di quelli istituzionali alla professione aperta o alla tacita accettazione dell'antisemitismo, dimostrano la forza della presenza di quest'ultimo nella societ tedesca. La successiva crisi dei partiti antisemiti non indicava dunque una crisi dell'antisemitismo poich essi avevano gi svolto la loro funzione storica trasferendolo dalla strada e dalle tavolate della birreria alla cabina elettorale e al Parlamento, o, per dirla con Max Weber, alla casa del potere.

Avevano posto la questione sul tappeto (113); e ora potevano quietamente dileguarsi, lasciando libero il terreno politico a successori pi potenti, pi adatti alla nuova esplosione di manifestazioni e azioni antisemite. Il declino di quei partiti coincise anche con una temporanea eclissi cognitiva e politica dell'antisemitismo a seguito delle spettacolari vicende della politica estera; ancora una volta, per, ci non significava che esso si fosse dissolto, ma soltanto che era meno dibattuto, e dunque si nascondeva in parte alla rilevazione. Sarebbe riesploso, con forza dirompente, nel giro di pochi anni. E' ovvio che questa breve storia dell'evoluzione del carattere dell'antisemitismo non pretende di essere definitiva, di argomentare appieno ognuna della sue affermazioni, n di introdurre tutte le precisazioni e le sfumature che entrerebbero in una rassegna pi estesa. Dato lo spazio limitato che possiamo dedicare a un tema cos vasto, non potrebbe essere altrimenti. Ci siamo proposti di ridisegnare l'interpretazione dello sviluppo dell'antisemitismo tedesco moderno mettendo insieme vicende ben note avvenute in diversi periodi, che in genere vengono osservate separatamente, e riconcettualizzandole alla luce della nuova struttura analitica e interpretativa enunciata nel capitolo precedente. Da questa impostazione deriva una nuova concezione dell'antisemitismo, in base alla quale esso fu assai pi costante e pervasivo nella societ tedesca moderna di quanto si sia spesso voluto sostenere. Abbiamo inoltre concentrato l'attenzione sull'esistenza, la diffusione e i contenuti dell'antisemitismo tedesco - perch questo era necessario e pertinente all'analisi che ci accingiamo ad affrontare -, e non sull'elaborazione di una sociologia storica completa che studi il fenomeno sullo sfondo di tutte le vicende politiche, sociali ed economiche della Germania. N si tratta, ovviamente, di sociologia storica comparata, perch la diffusione e la natura dell'antisemitismo in altri paesi non riguarda questo studio (114). Scopo della trattazione stato fissare e mettere a fuoco gli "aspetti fondamentali" dell'antisemitismo nella Germania dell'Ottocento (e non le eventuali eccezioni alla norma), giacch furono questi a indirizzare la storia della Germania nel Novecento: 1) Dall'inizio dell'Ottocento l'antisemitismo era presente ovunque in Germania: era il suo senso comune. 2) La preoccupazione per gli ebrei presentava le caratteristiche dell'ossessione.

3) Gli ebrei erano il simbolo e l'incarnazione di ogni e qualsiasi cosa che non andasse nella societ tedesca. 4) L'immagine dominante degli ebrei li rappresentava come maligni e potenti, tra le cause principali, se non la principale, di tutti i mali della Germania, e dunque come un pericolo per il benessere dei tedeschi: un'idea ben diversa da quella cristiana medioevale, per la quale gli ebrei erano s malvagi e causa di danni gravi, ma rimanevano pur sempre in una posizione periferica. Gli antisemiti tedeschi moderni potevano invece affermare che non ci sarebbe stata pace sulla terra fino a quando gli ebrei non fossero stati debellati. 5) Nella seconda met del diciannovesimo secolo il modello culturale si coagul intorno al concetto di razza. 6) Questa corrente dell'antisemitismo usava immagini particolarmente violente e propendeva per la violenza fisica. 7) La sua logica la spingeva a promuovere l'eliminazione degli ebrei con qualsiasi mezzo fosse necessario e possibile nei limiti dei valori etici predominanti. In termini pi generali, questa rassegna si propone di dimostrare due punti: che il modello cognitivo dell'antisemitismo nazista aveva preso forma ben prima dell'ascesa del nazismo al potere, e che per tutto l'Ottocento e il primo Novecento quel modello fu estremamente diffuso in tutte le classi e i settori della societ tedesca, perch profondamente radicato nella vita e nella conversazione culturale e politica, e integrato nella struttura morale della societ. (115). L'idea fondante del pensiero politico popolare, il "Volk", era concettualmente collegata - e in parte ne dipendeva - con la definizione degli ebrei come propria antitesi. Di quel concetto, la deprecazione degli ebrei, incarnazione di tutte le qualit e gli ideali, anche morali, negativi da cui il "Volk" era immune, era parte integrante. Tra i fondamenti concettuali e morali della vita politica tedesca c'era dunque l'idea della perniciosit degli ebrei, che offriva nuove ragioni di persistenza e forza politica al modello cognitivo culturale antisemita. Quanto si detto va a ulteriore conferma della tesi avanzata nel capitolo precedente, per cui l'antisemitismo, pur subendo importanti trasformazioni nel corso del secolo, e pur essendo sempre presente in Germania, si fece pi o meno "manifesto" a seconda delle vicende della societ tedesca, e in particolare delle sorti dell'economia (116).

E' questa storia - caratterizzata, nonostante i cicli di grande ascesa, di regressione e poi di ripresa del fenomeno, da una continuit delle concezioni e dei motivi di avversione - che impedisce di vedere nei mutamenti dell'espressione antisemita i sintomi di un'oscillazione dei tedeschi tra l'antisemitismo e il suo rifiuto. L'attestazione di un dibattito pubblico dai toni prepotentemente antisemiti, che presentava agli occhi del popolo tedesco soltanto immagini negative degli ebrei, dipingendoli come esseri velenosi, malvagi, eternamente estranei, come infiltrati sovversivi, sabotatori con mire e poteri demoniaci, dibattito al quale i tedeschi "partecipavano attivamente" -, non lascia poi dubbi sul fatto che nel corso del secolo furono ben pochi i motivi che potessero indurre le concezioni e le emozioni prevalenti nella societ a dissolversi. Poich la maggioranza dei tedeschi non aveva di fatto rapporti con gli ebrei, e comunque non poteva certo dire di conoscerli bene, gli unici ebrei che incontrava erano quelli dei discorsi, degli scritti, delle caricature e dei dibattiti antisemiti con i quali era stata allevata. Le fiabe, la letteratura, la stampa popolare, i pamphlet e le vignette politiche, portatori di immagini prepotentemente antisemite, formavano la mefitica "forma mentis" antiebraica centrale nella cultura tedesca (117). Nell'Ottocento i promotori dell'emancipazione ebraica non parlavano certo per la maggioranza dei tedeschi; vinsero la loro battaglia, ma di stretta misura (118). Nell'idea stessa dell'emancipazione costruita su un modello culturale degli ebrei derivato dall'ostilit cristiana - era insita la convinzione che essi sarebbero scomparsi. Poich non vollero farlo, le false promesse dell'emancipazione servirono solo a determinare la rinnovata virulenza dell'antisemitismo (alla vista degli ebrei che, per usare il linguaggio dell'epoca, invadevano le case dei tedeschi divenendo oggetto di feroce invidia per il loro fulmineo riscatto dalla condizione di paria), la sua metamorfosi cognitiva in concomitanza col mutare delle condizioni della societ tedesca e della posizione degli ebrei al suo interno e poich era inevitabile che con i provvedimenti per l'emancipazione non si dessero difficolt economiche e scompensi sociali una sua intensificazione e la connessa mobilitazione politica. Questo fu il lascito antisemita dell'Ottocento, che avrebbe informato a s la societ e la politica della Germania nel secolo successivo. Non stupisce dunque che nessuno sia ancora riuscito a "dimostrare" che in un qualsiasi momento dato la grande maggioranza dei tedeschi, o almeno una minoranza degna di rilievo (fatti salvi pochi gruppi d'lite), abbia mai

rinunciato al patrimonio culturale dell'animosit antiebraica, affrancandosi dal modello cognitivo dell'ebreo che dominava la Germania. Non basta infatti presupporlo o asserirlo, o ripescare gli scritti di pochi intellettuali liberali, come hanno fatto altri interpreti dell'antisemitismo tedesco. Come ho gi detto, in questa dimostrazione - che fornisce "prove" dell'atrofizzarsi del fenomeno quanto a dimensioni e intensit - si dovrebbe misurare l'effettiva entit dell'antisemitismo tedesco. Entit che non ancora stata valutata. Rimane il fatto che, con l'avvicinarsi degli anni Venti e della presa del potere da parte dei nazisti, l'orientamento del popolo tedesco nei riguardi degli ebrei era cos pericolosamente ostile come non era mai stato fin dall'alba della modernit.

NOTE AL CAPITOLO 2 N. 1. Confronta Robert Chazan, Medieval Anti-Semitism, in "History and Hate: the Dimensions of Anti-Semitism", a cura di David Berger, Philadelphia, Jewish Publications Society, 1986, pagine 53-54. N. 2. Bernard Glassman, "Anti-Semitic Stereotypes without Jews" cit., p. 152. L'autore si riferisce specificamente all'Inghilterra, dove l'antisemitismo era assai meno radicato che nelle aree di cultura tedesca dell'Europa centrale. N. 3. Una rassegna della complessa demonologia cristiana sugli ebrei e sugli infiniti mali loro attribuiti in Joshua Trachtenberg, "The Devil and the Jews" cit., in particolare pagine 153-54. N. 4. Confronta Robert Chazan, Medieval Anti-Semitism cit., pagine 61-62. N. 5. Citato da Jeremy Cohen, Robert Chazan's "Medieval AntiSemitism": a Note on the Impact of Theology, in "History and Hate" cit., p. 69. N. 6. Scrive Jeremy Cohen, ibid., pagine 68-69: Fin dagli esordi della chiesa cattolica, i chierici cristiani considerarono la polemica contro gli ebrei come loro dovere religioso.

Anche laddove essi non costituivano alcuna minaccia immediata per la chiesa, e persino dove erano del tutto assenti, la tradizione "Adversus Judaeos" continu a fiorire: la logica paleocristiana imponeva infatti l'affermazione del cristianesimo attraverso la negazione dell'ebraismo. N. 7. Joshua Trachtenberg, "The Devil and the Jews" cit., p. 79; Robert Chazan, Medieval Anti-Semitism cit., p. 50. N. 8. James Parkes, "Antisemitism", Chicago, Quadrangle Books, 1969, p. 60. Confronta anche Jeremy Cohen, "The Friars and the Tews: the Evolution of Medieval Anti-Judaism", Ithaca, Cornell University Press, 1982, p. 155, e Bernard Glassman, "Anti-Semitic Stereotypes without Jews" cit., p. 153. N. 9. Joshua Trachtenberg ("The Devil and the Jews" cit., in particolare pagine 32-43,124-39,191-92) segue attraverso i secoli le tracce delle pi radicate immagini cristiane dell'ebreo, ciascuna delle quali dipende da questo modello cognitivo. N. 10. Ibid. N. 11.Citato da ibid., p. 18. N. 12. Ibid., p. 186. Quanto all'antisemitismo di Martin Lutero, si legga "Degli ebrei e delle loro menzogne". N. 13. Jeremy Cohen, "The Friars and the Jews" cit., p. 245. Scrive Joshua Trachtenberg, "The Devil and the Jews" cit., pagine 42-43: N stupisce che gli ebrei venissero accusati dei pi infami delitti, poich era Satana il loro istigatore. Nel "Racconto della priora" Chaucer attribuiva la responsabilit ultima per l'uccisione di un bambino cristiano per mano di un ebreo al "nostro primo nemico, Satana il Serpente, che negli ebrei ha allevato il suo nido di vespe" ... Tutti sapevano che Satana e gli ebrei operavano di concerto. Per questo era tanto facile condannarli a priori per ogni concepibile malefatta, anche se non aveva il bench minimo senso. N. 14. Jeremy Cohen, "The Friars and the Jews" cit., p. 245.

Un repertorio europeo delle violenze antisemite e delle espulsioni in Paul E. Grosser e Edwin G. Halperin, "Anti-Semitism: the Causes and Effects of a Prejudice" cit. N. 15. Joshua Trachtenberg, "The Devil and the Jews" cit., p 12. N. 16. Malcolm Hay, "Europe and the Jews" cit., pagine 68-87. N. 17.Il mio esame dell'antisemitismo si concentra sulle "tendenze fondamentali", e non presenta tutte le riserve, le sfumature e le eccezioni che comparirebbero in una discussione pi estesa. Per motivi di spazio, inoltre, non affronta i dibattiti proposti dalla letteratura sul carattere dell'antisemitismo tedesco nell'Ottocento: anche negli studi citati compaiono numerose divergenze. La mia interpretazione, informata com' dalle mie posizioni teoriche e metodologiche, sottolinea la continuit di fondo dell'antisemitismo e ne asserisce l'onnipresenza, con enfasi maggiore di quella data in qualsiasi altro studio di cui io sia a conoscenza; fanno forse eccezione Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps als soziale Norm durch die brgerliche Gesellschaft Deutschlands (1875-1900)", tesi di dottorato, Heidelberg, RuprechtKarl-Universitt, 1963, dalla quale ho attinto a piene mani; Rainer Erb e Werner Bergmann, "Die Nachtseite der Judenemanzipation: der Widerstand gegen die Integration der Juden in Deutschland, 1780-1860", Berlin, Metropol, 1989, in particolare p. 11; e Paul Lawrence Rose, "Revolutionary Antisemitism in Germany from Kant to Wagner", Princeton, Princeton University Press, 1990, il quale, forse perch la sua analisi si appunta su un gruppo ristretto di intellettuali e scrittori, ha una percezione diversa della natura della continuit, percezione che, come tutto il resto del suo studio, non si fonda su un'analisi delle idee di altri gruppi e strati della societ tedesca. N. 18. Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., pagine 18-19. N. 19. Confronta Eleonore Sterling, "Judenhass: die Anfnge des politischen Antisemitismus in Deutschland (1815-1850)", Frankfurt am Main, Europische Verlagsanstalt, 1969, pagine 11,126 e, sull'uso del termine da parte dei liberali, pagine 86-87; Rainer Erb e Werner Bergmann, "Die Nachtseite der Judenemanzipation" cit., pagine 48-52. Per la storia del concetto di razza, Werner Conze, Rasse, in "Geschichtliche Grundbegriffe.

Historisches Lexikon zur politischsozialen Sprache in Deutschland", a cura di Otto Brunner, Werner Conze e Reinhart Koselleck, Stuttgart, KlettCotta, 1984, 5, pagine 135-78. N. 20. Confronta Jacob Katz, "From Prejudice to Destruction: AntiSemitism, 1700-1933", Cambridge Mass., Harvard University Press, 1980, pagine 148-49, e David Sorkin, "The Transformation of German Jewry, 17801840", New York, Oxford University Press, 1987, pagine 22-23. N. 21. Jacob Katz, "From Prejudice to Destruction" cit., pagine 149151. N. 22. Citato da ibid., p. 150. N. 23. Conclude Jacob Katz, ibid., p. 87: L'ebreo come alieno un tema ricorrente nelle polemiche antisemite. N. 24. Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotips" cit., pagine 19-20. Paul Lawrence Rose ("Revolutionary Antisemitism in Germany from Kant to Wagner" cit., p. 57) sostiene qualcosa di analogo, pur ritenendo che i tedeschi considerassero gli ebrei insieme simbolo di tutto ci che ostacola la redenzione ed effettivi ostacoli concreti alla redenzione stessa. N. 25. Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit.; e Eleonore Sterling, "Judenhass" cit.; anche Nicoline Hortzitz ("FrhAntisemitismus in Deutschland (1789-1871/72): strukturelle Untersuchungen zu Wortschatz, Text und Argumentation", Tbingen, Max Niemeyer Verlag, 1988) riprende pi volte questo tema. N. 26. Inizi il Wrttenberg, il Baden segu nel 1809, Francoforte nel 1811, la Prussia nel 1812 e il Mecklemburgo, sia pure in forma limitata, nel 1813: confronta David Sorkin, "The Transformation of German Jewry" cit., p. 29. Per una panoramica generale sull'emancipazione - e su quanti degli iniziali provvedimenti in tal senso furono pi tardi annullati -, confronta Werner E. Mosse, From "Schutzjuden" to "Deutschen Staatsbrger Jdischen Glaubens": the Long and Bumpy Road of Jewish Emancipation in Germany, in "Paths of Emancipation: Jews, States, and Citizenship", a cura di Pierre Birnbaum e Ira Katznelson, Princeton, Princeton University Press, 1995, pagine 59-93, nonch Reinhard Rurup, "The Tortuous and Thorny Path to Legal Eguality: Jews Laws and Emancipatory Legislation in

Germany from the Late Eighteenth Century", in Leo Baeck Institute Yearbook, 31,1986, pagine 3-33. N. 27. Sulla Baviera, confronta James F. Harris, "The People Speak! AntiSemitism and Emancipation in Nineteenth-Century Bavaria", Ann Arbor, University of Michigan Press, 1994; sul Baden, Dagmar Herzog, "Intimacy and Exclusion: Religious Politics in Pre-Revolutionary Baden", Princeton, Princeton University Press, 1996. Un rendiconto dei tumulti antiebraici (i cosiddetti Hep Hep) di Wrzburg, Francoforte e Amburgo , tra gli altri, in Jacob Katz, "From Prejudice to Destruction" cit., pagine 92-104. N. 28. Confronta Shmuel Almog, "Nationalism and Antisemitism in Modern Europe" cit., pagine 13-16, e Peter G.J. Pulzer, "The Rise of Political AntiSemitism in Germany and Austria", New York, John Wiley & Sons, 1964, pagine 226-33. N. 29. Confronta Eleonore Sterling, "Judenhass" cit., pagine 105-29; Jacob Katz, "From Prejudice to Destruction" cit., pagine 51-104; Nicoline Hortzitz, "Frh-Antisemitismus in Deutschland" cit. N. 30. Christian Wilhelm Dohm, "ber die brgerliche Verbesserung der Juden", Berlin, Friedrich Nicolai 1781. N. 31. Citato da David Sorkin, "The Transformation of German Jewry" cit., p. 25. N. 32. Citato da ibid. In uno spirito simile, un elogio dell'Editto di tolleranza austriaco di Giuseppe Secondo, che pur conservando una rigorosa distinzione concettuale e giuridica tra ebrei e non ebrei di fatto aboliva una serie di pesanti restrizioni, cos inneggiava all'imperatore: Avete fatto dell'ebreo un essere umano.... Confronta Paul Lawrence Rose, "Revolutionary Antisemitism in Germany from Kant to Wagner" cit., pagine 77-79. N. 33. Citato da David Sorkin, "The Transformation of German Jewry" cit., pagine 30-31. N. 34.

Di fatto, in tutti gli stati tedeschi l'emancipazione procedette per gradi: alcuni concessero agli ebrei maggiori diritti, mentre altri avrebbero revocato quanto era stato inizialmente concesso dai francesi. Anche dopo l'emancipazione giuridica, politica e sociale, gli ebrei continuavano quindi a rimanere distinti, come diversi e inferiori, rispetto agli altri tedeschi. Confronta ibid., p. 36. N. 35. Ibid., p. 23. Confronta anche Rainer Erb e Werner Bergmann, "Die Nachtseite der Juden emanzipation" cit., pagine 27-28, e i tre capitoli seguenti, per una discussione sul lato oscuro dell'emancipazione e sulle argomentazioni su cui si fondava. Per una disamina delle ragioni di stato - derivate dalle concezioni illuministiche dello stato, della modernit e della cittadinanza - che indussero i diversi stati tedeschi (anche quando i loro stessi ministri condividevano il modello culturale cognitivo dominante dell'ebreo come essere fondamentalmente e sgradevolmente alieno), confronta Werner E. Mosse, From "Schutzjuden" to "Deutschen Staatsbrger Jdischen Glaubens" cit., pagine 68-71, 84-87. N. 36. Confronta Uriel Tal, "Christians and Jews in Germany: Religion, Politics, and Ideology in the Second Reich, 1870-1914", Ithaca, Cornell University Press, 1975, pagine 295-98. N. 37. Scrive Paul Lawrence Rose, "Revolutionary Antisemitism in Germany from Kant to Wagner" cit., p. 77: Il rischio particolare insito in molte opere "filoebraiche" tedesche sta nel fatto che spesso le virt degli ebrei sono soltanto l'aspetto manifesto di un pi generale sistema argomentativo di cui i loro vizi nascosti sono parte integrante. Nella sua lodevole esposizione degli argomenti in favore della concessione dei diritti agli ebrei, Dohm utilizzava comunque termini che accettavano implicitamente la percezione della loro "estraneit" cos radicata nella cultura tedesca. N. 38. Mi riferisco qui a un paragrafo in Eleonore Sterling, "Judenhass" cit., p. 85. Nei primi anni Quaranta un giornale tedesco cos riassumeva la promessa dell'emancipazione, la fusione liberale dell'ebreo moderno: grazie all'emancipazione l'ebraismo perir ... l'essenza stessa dell'ebraismo ne sar

sbaragliata, rimuovendo il terreno in cui si radica la loro religione, che dunque avvizzir spontaneamente: le sinagoghe diverranno case di preghiera cristiane. N. 39. Ibid., pagine 85-86. Confronta anche Alfred D. Low, "Jews in the Eyes of Germans: from the Enlightenment to Imperial Germany", Philadelphia, Institute for the Study of Human Issues, 1979, pagine 246-47. N. 40. Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., pagine 109-12; Jacob Katz, "From Prejudice to Destruction" cit., pagine 257-59, 267-68. N. 41. Uriel Tal, "Christians and Jews in Germany" cit., p. 296. N. 42. Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., p. 39, Eleonore Sterling, "Judenhass" cit., pagine 6887,117,126. N. 43. Il materiale degli ultimi due paragrafi si basa su Eleonore Sterling, "Judenhass" cit., pagine 143-44, 148-56, 161. N. 44. Confronta Werner E. Mosse, "From "Schutzjuden" to "Deutschen Staatsbrger Jdischen Glaubens" cit., pagine 68-71. N. 45. Sul modo di vedere gli ebrei dei cristiani, confronta Eleanore Sterling, "Judenhass" cit., pagine 48-66. N. 46. Sugli artigiani, confronta Shulamit Volkov, "The Rise of Popular Antimodernism in Germany: the Urban Master Artisans, 17831869", Princeton, Princeton University Press, 1978, in particolare pagine 215-29. N. 47. Eleonore Sterling, "Judenhass" cit., p. 146. N. 48. Alfred D. Low conclude il suo studio sull'antisemitismo tedesco ("Jews in the Eyes of Germans" cit., pagine 413-14), che si concentra sulle opinioni dell'lite politica, degli intellettuali e degli scrittori, con una devastante ammissione della sua onnipresenza, osservando che pochi tedeschi evitarono una prolungata fase antisemita, e molti ... non ne uscirono mai ...

Furono molti i tedeschi che rimasero prigionieri per tutta la vita dei loro pregiudizi; altri riuscirono in una certa misura a superarli; pochi se ne liberarono del tutto. N. 49. Jacob Katz, "From Prejudice to Destruction" cit., p. 176. N. 50. Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., pagine 34-35; Jacob Katz, "From Prejudice to Destruction" cit., pagine 2-3. N. 51. Un'analisi della campagna in James F Harris, "The People Speak!" cit., pagine 123-49, in particolare 123-26. Eleonore Sterling ("Judenhass" cit., pagine 160-62) rileva che l'attendibilit di queste campagne come indicazione delle opinioni dei bavaresi riguardo la concessione dei diritti agli ebrei fu contestata all'epoca dai sostenitori dell'emancipazione, convinti che le petizioni a essa favorevoli fossero state confiscate dalle autorit locali. L'indagine del governo bavarese concluse che non tutte le regioni, n tutte le persone, erano contrarie, e che anzi molti erano indifferenti alla questione, quando le loro passioni non venivano risvegliate dai preti o da altri agitatori antiebraici. Questa conclusione, pur mostrando che l'antisemitismo della popolazione non era uniformemente profondo, comunque indicativa della diffusione del sentimento in Baviera, proprio perch agli agitatori fu cos facile provocarne l'espressione. N. 52. James F. Harris, "The People Speak!" cit., p. 166. N. 53. Ibid., p. 169. N. 54. Ibid., pagine 128, 132-37, 142. N. 55. Ibid., p. 142. N. 56. Ibid., p. 137. N. 57. Jacob Katz, "From Prejudice to Destruction" cit., p. 268. Oltre ai movimenti genericamente antiebraici, i tedeschi lanciarono numerose campagne per bandire diverse pratiche specifiche, in particolare la "shehitah", la macellazione rituale necessaria per garantire che la carne sia "kasher".

Le campagne contro pratiche considerate fondamentali per l'esistenza dagli ebrei ortodossi equivalevano ad aggressioni simboliche contro l'ebraismo in s, in quanto dichiaravano che taluni suoi aspetti fondanti violavano la morale provocando inutili sofferenze agli animali. Confronta Isaac Lewin, Michael Munk, Jeremy Berman, "Religious Freedom: the Right to Practice Shchitah", New York, Research Institute for Post-War Problems of Religious Jewry, 1946. N. 58. Nel 1871, 512 mila ebrei vivevano nei territori dell'Impero tedesco, pari all'1,25 per cento della popolazione. Intorno al 1910 il loro numero era salito a 615 mila unit, che per, data la crescita della popolazione tedesca, equivalevano a meno dell'1 per cento. Confronta Peter G.J. Pulzer, "The Rise of Political Anti-Semitism" cit., p. 9. N. 59. Citato da Nicoline Hortzitz, "Frh-Antisemitismus in Deutschland! cit., p. 61. N. 60. Eleonore Sterling, "Judenhass" cit., p. 51. Che il problema assumesse dimensioni cosmiche era dovuto al fatto che i tedeschi vedevano negli ebrei una minaccia all'ordine morale della societ, ordine che, nella mentalit cristiana, era imprescindibile da quello naturale: per questo anche la minaccia era globale. N. 61. Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., p. 20. N. 62. Peter G.J. Pulzer, "The Rise of Political Anti-Semitism" cit., p. 71. L'idea, di natura culturale, che gli ebrei usino sangue cristiano per le loro pratiche rituali ha antichi precedenti, che risalgono fino al Medioevo. Confronta R. Po-chia Hsia, "The Myth of Ritual Murder: Jews and Magic in Reformation Germany", New Haven, Yale University Press, 1988. N. 63. Confronta, ad esempio, Eleonore Sterling, "Judenhass" cit., pagine 14445, e Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., p. 44. N. 64. Eleonore Sterling, "Judenhass" cit., p. 146. N. 65.

Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., p. 38. N. 66. Confronta ibid., pagine 35-36, 47-71. N. 67. Citato in Jacob Katz, "From Prejudice to Destruction" cit., p. 150. N. 68. Per una analisi dei cambiamenti, Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit.; Nicoline Hortzitz, "FrhAntisemitismus in Deutschland" cit.; Jacob Katz, "From Prejudice to Destruction" cit. N. 69. Tutto questo si basa, tra le altre fonti, sulla lettura dei documenti raccolti da Nicoline Hortzitz, "Frh-Antisemitismus in Deutschland" cit. Una manifestazione particolarmente istruttiva del sentimento antiemancipazionista quella di un prete del Baden che, negli anni Trenta, dichiar che avrebbe preferito il colera nella sua comunit all'emancipazione degli ebrei (Rainer Erb e Werner Bergmann, "Die Nachtseite der Juden emanzipation" cit., p. 193). N. 70. La concezione tedesca degli ebrei come nazione, con un proprio specifico - e nocivo - carattere nazionale, sta al centro dell'argomentazione di Paul Lawrence Rose circa la continuit e la natura dell'antisemitismo tedesco moderno ("Revolutionary Antisemitism in Germany from Kant to Wagner" cit., pagine 3-22). Rose, tuttavia, ritiene che questa concezione dominante abbia assunto un ruolo centrale prima dell'emancipazione, e che nel corso del diciannovesimo secolo essa non abbia subito alterazioni di fondo, fatta salva la sovrapposizione dell'idea pseudoscientifica della razza. N. 71. Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., p. 41. N. 72. Ibid., p. 71 N. 73. Jacob Katz, "From Prejudice to Destruction" cit., p. 8. N. 74. David Sorkin, "The Transformation of German Jewry" cit., p. 28; Paul Lawrence Rose, "Revolutionary Antisemitism in Germany from Kant to Wagner" cit., pagine 12-14. N. 75. Eleonore Sterling, "Judenhass" cit., p. 126.

Confronta anche Rainer Erb e Werner Bergmann, "Die Nachtseite der Juden emanzipation" cit., pagine 18-52, nel quale gli autori scrivono che, in quel periodo, nella stampa popolare era presente un "razzismo prerazzista" (p. 50). N. 76. Citato in Eleonore Sterling, "Judenhass" cit., p. 120. N. 77. Su questo punto confronta Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., p. 34. N. 78. Scrive Steven Aschheim in "Brothers and Strangers: the East European Jew in German and German Jewish Consciousness, 1800-1923", Madison, University of Wisconsin Press, 1982, p. 78: In Germania l'immagine storica dell'ebreo non era mai morta, ed era pronta per essere sfruttata nei pi opportuni momenti di crisi strutturale. Alla paura e alla diffidenza tradizionali del Talmud e dell'ebreo del ghetto si sovrapponeva l'idea dell'ebreo moderno, privo di carattere e mosso da intenzioni distruttive. N. 79. Confronta Peter G.J. Pulzer, "The Rise ot Political AntiSemitism" cit., p. 50. N. 80. Ibid., p. 70. Pulzer coglie sinteticamente, ma con scarsa precisione, il rapporto tra quello che definisce l'antisemitismo preliberale, rivolto al passato e il sentimento post-liberale, di massa: E' probabile che l'immagine vaga e irrazionale che il pubblico aveva degli ebrei come nemici non si modificasse troppo quando gli oratori cessarono di definirli "assassini di Cristo" e cominciarono a parlare invece di leggi del sangue. La differenza stava negli effetti: l'antisemitismo poteva cos diventare pi elementare e intransigente. La conclusione logica fu il passaggio dal pogrom alla camera a gas. N. 81. Una rassegna delle accuse in Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., pagine 47-70. N. 82. Ibid., p. 51. L'insistenza sulla base fisiologica, razziale dell'ebraicit degli ebrei divenne ancor pi pronunciata nell'ultima parte del secolo.

L'iconografia presentava gli ebrei regolarmente in forme sinistre e demoniache. Confronta, ad esempio, Eduard Fuchs, Die luden in der Karikatur, Munchen, Albert Langen, 1921. N. 83. Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., p. 66. N. 84. Citato da ibid., p. 51. N. 85. Confronta Eleonore Sterling, "Judenhass" cit., pagine 11314,128-29. N. 86. Uriel Tal, "Christians and Jews in Germany" cit., p. 304, scrive che l'antisemitismo razziale e il cristianesimo tradizionale, pur partendo da poli opposti e a prima vista inconciliabili, erano mossi da un impulso comune diretto alla conversione o allo sterminio degli ebrei. Per un esame del rapporto tra le varie proposte per liberare la Germania dagli ebrei, confronta Paul Lawrence Rose, "Revolutionary Antisemitism in Germany from Kant to Wagner" cit., pagine 35-39. N. 87. Citato in Eleonore Sterling, "Judenhass" cit., p. 121. N. 88. Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., p. 68. N. 89. Citato in Peter G.J. Pulzer, "The Rise of Political AntiSemitism" cit., p. 50. N. 90. Klemens Felden ("Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., p. 69) parafrasa qui una quantit di autori diversi. N. 91. Confronta ibid., la tabella all'ultima pagina (non numerata) del volume. L'analisi di questi dati mia. N. 92. Non v' dubbio che la concezione eliminazionista fosse capace di prendere in considerazione diverse alternative. Come molte altre, le convinzioni eliminazioniste sono multipotenziali, e la scelta dell'azione da intraprendere dipende da una serie di altri fattori, cognitivi e no.

Qui intendo affermare soltanto che di per s quelle convinzioni precedenti lo stato nazista, e da esso ovviamente indipendenti - erano decisamente orientate a una soluzione genocida. Casi significativi sono riportati ibid., pagine 150-51, Nicoline Hortzitz, "Frh-Antisemitismus in Deutschland" cit., p. 283; Eleonore Sterling, "Judenhass" cit., pagine 113-14. N. 93. Rainer Erb e Werner Bergmann, "Die Nachtseite der Juden emanzipation" cit., pagine 26-27. N. 94. "Deutsche Parteiprogramme", a cura di Wilhelm Mommsen, Mnchen, Isar Verlag, 1960, vol. 1, p. 84. N. 95. Werner E. Mosse From "Schutzjuden" to "Deutschen Staatsbrger Jdischen Glaubens" cit., p. 90) scrive che negli anni Ottanta e Novanta dell'Ottocento se lo stato non si fosse mantenuto neutrale, e non avesse tutelato l'ordine pubblico, ove necessario anche con la forza, indubbio che la Germania sarebbe stata spazzata da un'ondata di pogrom dai risultati incalcolabili. Un vivace ritratto di un uomo che anelava ad aggredire fisicamente gli ebrei, ma era trattenuto dai limiti imposti dallo stato, in Erich Goldhagen, "The Mad Count: a Forgotten Portent of the Holocaust", in Midstream, 22, febbraio 1976, n. 2. Scrive Goldhagen (pagine 61-62): Le parole, per, non bastavano a soddisfare il conte: aveva sete di azione. Ma il piacere di colpire fisicamente gli ebrei gli era negato dal governo imperiale che, pur concedendo che si abbaiasse contro di loro, non tollerava i pestaggi. Il conte Pueckler scelse quindi di esprimere le sue passioni con la finzione. Alla testa di un reparto di contadini a cavallo, da lui selezionati appositamente per queste occasioni, al suono di una fanfara, comandava cariche di cavalleria contro ebrei immaginari, abbattendoli e calpestandoli sotto gli zoccoli: uno spettacolo che era l'equivalente psicologico dell'omicidio. E inoltre, un'efficace prefigurazione della Soluzione finale. N. 96. Werner Jochmann, Structure and Functions of German AntiSemitism, 1878-1914, in "Hostages of Modernization: Studies on Modern Antisemitism, 1870-1933/39", a cura di Herbert A. Strauss, Berlin, Walter de Gruyter, 1993, pagine 52-53. N. 97.

Confronta Hans Rosenberg, Antisemitism and the "Great Depression", 1873-1896, in "Hostages of Modernization" cit., p. 24. N. 98. Werner Jochmann, Structure and Functions of German AntiSemitism, 1878-1914 cit., pagine 54-55, 58. N. 99. Citato da Hans-Ulrich Wehler, Anti-Semitism and Minority Policy, in "Hostages of Modernization" cit., p. 30. N. 100. Confronta Peter G.J. Pulzer, "Jews and the German State: the Political History of a Minority", 1848-1933, Oxford, Basil Blackwell, 1992, pagine 44-66. N. 101. Werner Jochmann, Structure and Functions of German AntiSemitism, 1878-1914 cit., p. 48. N. 102. Confronta George L. Mosse, "The Crisis of German Ideology: Intellectual Origins of the Third Reich", pagine 88-107 (trad. it. "Le origini culturali del Terzo Reich", Milano, Il Saggiatore, 1984). N. 103. Werner Jochmann, Structure and Functions of German AntiSemitism, 1878-1914 cit., p. 58. N. 104 Hans-Ulrich Wehler, Anti-Semitism and Minority Policy cit., p. 30. N. 105. Klemens.Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., p. 85. N. 106. Peter G.J. Pulzer, "Jews and the Gennan State" cit., pagine 148-67. N. 107. Dal 1890 sia il Partito nazional-liberale che il Partito del centro cominciarono a inserire appelli antisemiti nelle rispettive campagne politiche. Confronta Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., p. 46. N. 108. Il Programma di Erfurt del Partito popolare antisemita di Bckel si apriva con un'esplicita dichiarazione della sua identit e della sua aspirazione fondamentale: Il Partito antisemita ... vuole la revoca, con mezzi legali,

dell'emancipazione degli ebrei, la loro subordinazione a una Legge sugli stranieri, e la creazione di una pi sana legislazione sociale. Sui diciotto punti del programma, confronta Peter G.J. Pulzer, "The Rise of Political Anti-Semitism" cit., pagine 339-40. N. 109. Citato da ibid., p. 119. N. 110. Citato da ibid., p. 120. N. 111. Ibid., pagine 121-123. Naturalmente il Partito conservatore sosteneva anche molte altre cose, ma in Germania l'antisemitismo era simbolicamente e concettualmente intrecciato con molteplici aspetti della vita politica, compreso il nazionalismo. N. 112. Per una discussione di questi temi, confronta ibid., pagine 194-97. Peter G.J. Pulzer rileva che persino i partiti liberali, che pure non erano apertamente razzisti, erano giunti tacitamente ad accettare l'antisemitismo, se non altro perch si rendevano conto che molti dei loro sostenitori erano antisemiti. N. 113. Scrive Peter G.J. Pulzer (ibid., p. 290): Nella misura in cui erano riusciti a impregnare vasti settori della popolazione con le idee antisemite, quei partiti avevano conseguito il loro obiettivo ma di fatto si trovavano ora disoccupati. N. 114. Di questo argomento si discuter nel capitolo 16. Confronta Jacob Katz, "From Prejudice to Destruction" cit., per una trattazione comparata dell'evoluzione dell'antisemitismo in numerose regioni europee. N. 115. Rainer Erb e Werner Bergmann ("Die Nachtseite der Juden emanzipation" cit., p. 196) concordano sul fatto che nel periodo da loro considerato (1780-1860) la maggioranza dei tedeschi intratteneva, sia pure in varia misura, la comune convinzione della perniciosit degli ebrei, e che gli appelli allo sterminio nascevano da questo modello culturale condiviso. N. 116. Hans Rosenberg, Antisemitism and the "Great Depression", 1873-1896, cit., pagine 19-20. N. 117.

Confronta Alfred D. Low, "Jews in the Eyes of the Germans" cit., per abbondanti testimonianze scritte di antisemitismo; quanto all'iconografia dell'ebreo, confronta Eduard Fuchs, "Die Juden in der Karikatur" cit. N. 118. Scrive Werner E. Mosse (From "Schutzjuden" to "Deutschen Staatsbrger Jdischen Glaubens" cit., p. 72): Di fatto, nei decenni che seguirono l'emancipazione, divenne assiomatico - e non senza ragione - che il grosso della popolazione, soprattutto nelle zone rurali in cui risiedeva la maggioranza degli ebrei, li detestasse e fosse contrario a ogni ulteriore concessione.

Capitolo 3 L'ANTISEMITISMO ELIMINAZIONISTA: IL SENSO COMUNE DELLA SOCIETA' TEDESCA NEL PERIODO NAZISTA

Alla vigilia della prima guerra mondiale si registrava un ormai trentennale dibattito - cio discussioni inquadrabili in uno schema fisso, con punti di riferimento, immagini ed elaborazioni chiare ampiamente accettate - sugli ebrei. L'affermarsi di questo dibattito, la formazione di un insieme di presupposti e convinzioni comuni, e la cristallizzazione degli ebrei come simbolo di corruzione, di malvagit, di volont malefica resero quasi impossibile pensarli se non all'interno di tale quadro di riferimento. Nelle pubblicazioni antisemite di tardo Ottocento, quando compariva qualche nuova accusa o argomentazione in proposito, essa veniva subito incorporata nelle nuove edizioni di altre opere antisemite uscite prima di quel fresco contributo al "corpus" del pensiero antiebraico (1). Per certi versi il discorso si fondava sull'idea diffusissima, praticamente assiomatica, che esistesse una "Judenfrage", una questione ebraica (2). Il termine presupponeva e conteneva in s una serie di concetti interrelati. I tedeschi ebrei erano essenzialmente diversi da quelli non ebrei. La presenza ebraica nel paese costituiva un grave problema per la Germania; e la responsabilit del problema era degli ebrei, non degli altri tedeschi. In conseguenza a questi fatti, era necessario e urgente un radicale cambiamento nella natura degli ebrei o altrimenti della loro posizione in Germania.

Chiunque accettasse l'esistenza di una "Judenfrage", anche chi non era appassionatamente avverso agli ebrei, sottoscriveva queste idee, elementi costitutivi del modello cognitivo. Ogniqualvolta venisse pronunciata, ascoltata o letta l'espressione "Judenfrage" (o qualsiasi altra parola o frase a essa associata), chi prendeva parte alla conversazione attivava il modello cognitivo necessario per comprenderla (3). Un cambiamento di qualche tipo era ritenuto necessario, ma i tedeschi consideravano immutabile la natura degli ebrei a causa della loro razza: era opinione predominante che essi appartenessero a una razza inesorabilmente estranea a quella germanica. L'evidenza empirica, inoltre, mostrava ai tedeschi che gli ebrei si erano gi assimilati, avendo assunto i modi, l'abbigliamento e il linguaggio della Germania moderna, e dunque gi avevano goduto di ogni possibilit di diventare buoni tedeschi, ma non ci erano riusciti (4). Questa convinzione assiomatica dell'esistenza della "Judenfrage" era un presagio di un'altra, altrettanto assiomatica, circa la necessit di eliminare gli ebrei dalla Germania quale unica soluzione al problema. Persino coloro che, fedeli ai principi dell'Illuminismo, avevano opposto resistenza alla demonizzazione degli ebrei ora pagavano lo scotto di quei decenni di antisemitismo verbale, letterario, istituzionale e politico. La "forma mentis" eliminazionista era talmente diffusa che l'inveterato antisemita e fondatore della Lega pangermanica Friedrich Lange poteva giustamente proclamare l'universale credenza nella "Judenfrage", osservando che l'unico elemento di dubbio e disaccordo riguardava ormai i mezzi della soluzione, non l'esistenza del problema: Asserisco che l'atteggiamento dei tedeschi colti verso l'ebraismo totalmente mutato rispetto a pochi anni fa ... La "Judenfrage" oggi non riguarda pi i "se", ma i "come" (5). L'assioma della perniciosit degli ebrei e della necessit di eliminarli dalla Germania trov nuova e intensa espressione in un contesto imprevisto, in uno di quei tipici momenti in cui si forgia e si irrobustisce la solidariet nazionale, e i conflitti sociali vengono soffocati e rinviati: l'emergenza di una guerra totale. Durante la prima guerra mondiale i tedeschi accusarono gli ebrei di scansare l'arruolamento nell'esercito, di non difendere la patria, rimanendo invece al sicuro nelle loro case e approfittando dello stato di guerra per sfruttarli e ridurli in miseria con la borsa nera. Il risentimento antiebraico era talmente forte che nel 1916 le autorit prussiane provvidero al censimento degli ebrei nelle forze armate per

valutarne il contributo allo sforzo bellico, un'iniziativa umiliante che attesta senza possibilit di equivoci la precariet della loro posizione sociale e la costante importanza data alla "Judenfrage" (6). E, proprio perch da tanto tempo gli ebrei venivano considerati pericolosi estranei, la solidariet sociale intorno alla quale i tedeschi strinsero i ranghi non port a un calo dell'animosit, ma a una recrudescenza di espressioni e aggressioni antisemite. Quanto pi incerti erano i tempi - cos voleva la logica antisemita - tanto pi pericolosi e dannosi erano gli ebrei. Franz Oppenheimer cos riassumeva l'atteggiamento dei tedeschi verso gli ebrei, che gli ebrei stessi non potevano modificare in senso favorevole neppure dedicandosi con il massimo fervore alla causa patriottica: Non illudetevi: voi siete e rimarrete i paria della Germania (7). C'era sempre stata una componente autistica nella concezione antisemita degli ebrei; quell'autismo era destinato ad aggravarsi. La Repubblica di Weimar si costitu nel 1919, dopo la sconfitta militare, l'abdicazione del sovrano tedesco e lo sgretolamento del secondo impero germanico. Con l'eccezione di qualche personaggio di spicco, il contributo ebraico alla fondazione e al governo di Weimar fu marginale; ci nonostante, come tutte le cose che si odiavano in Germania, la Repubblica fu identificata dogmaticamente dai suoi molti nemici con gli ebrei, un metodo efficacissimo per delegittimare la democrazia. Le privazioni economiche dei primi anni di Weimar, squassati dalla penuria di cibo e dall'inflazione, furono spaventose; e i tedeschi nel modo pi scontato, abitudinario e diffuso - scaricarono la colpa delle loro sofferenze individuali e collettive sugli ebrei. Lo attesta un gran numero di rapporti provenienti da ogni parte della Germania, in cui i funzionari pubblici parlano di un odio per gli ebrei talmente virulento da essere esplosivo. Il capo del governo della Svevia, per esempio, cos riferiva nel marzo 1920: Non posso esimermi dal rimarcare con insistenza l'agitazione e la discordia straordinarie e continue di cui preda la popolazione nelle citt e nelle campagne a seguito del costante aumento dei prezzi ... Ovunque si sente dire che "il governo ci sta consegnando agli ebrei". Da Monaco un rapporto sul clima politico nell'ottobre 1919 avvertiva che l'umore della gente rendeva del tutto ipotizzabili i pogrom contro gli ebrei. Due anni dopo, nell'agosto 1921, un altro rapporto generale di polizia sosteneva che l'atteggiamento dei tedeschi era, se possibile, ancor pi

minaccioso: I rapporti concordano sulla diffusione sistematica "in tutte le parti del paese" della voglia di pogrom antiebraici (corsivo mio) (8). Da una rassegna della vita politica e sociale di Weimar risulta evidente che tutte o quasi le pi importanti istituzioni e aggregazioni, compresi le scuole e le universit, le forze armate, la burocrazia e la magistratura, le associazioni professionali, le chiese e i partiti politici, erano permeate dall'antisemitismo. Molte arrivavano a dichiararlo apertamente e con orgoglio. Basta un'occhiata alle istituzioni forse pi rivelatrici, quelle dell'istruzione, per capire che gli adolescenti e i giovani della Germania di Weimar costituivano una vasta base di quadri per l'imminente governo nazista. Nelle scuole pullulavano le parole e i simboli antisemiti, sia tra gli insegnanti sia tra gli allievi, tanto che nel 1919-22 i ministeri della Pubblica istruzione di numerosi stati tedeschi proibirono la divulgazione della letteratura e dei simboli antisemiti come la svastica. Ma molti insegnanti continuarono a predicare elementi della litania, compreso quello fondamentale dell'esistenza in Germania della "Judenfrage", con tutti gli avvertimenti, impliciti ed espliciti, di pericolo che gli ebrei rappresentavano per il benessere dei tedeschi (9). Le universit erano ancor pi travolte dall'ondata antisemita che agitava l'intera societ. Per tutta la durata della Repubblica di Weimar le organizzazioni e le corporazioni studentesche nell'intero paese diedero prova di virulenti sentimenti antiebraici. In un ateneo dopo l'altro, le associazioni degli iscritti vennero occupate, gi nei primi anni della Repubblica, dalle forze nazionaliste, "vlkisch" e antisemite, spesso con maggioranze elettorali comprese fra i due terzi e i tre quarti. Molte di esse, con ben poca opposizione interna, adottarono poi gli "Arierparagraphen", clausole di regolamento che rivendicavano l'esclusione - o quanto meno rigorose restrizioni degli ebrei sia dalle organizzazioni studentesche sia dai corsi universitari. Nel 1920, per esempio, due terzi dell'assemblea dell'Universit tecnica di Hannover approvarono la richiesta di escludere gli studenti di discendenza ebraica. L'ostilit verso gli ebrei da parte di studenti e professori, e i numerosi atti di discriminazione che l'accompagnavano, furono descritti con allarme nel 1920 dal ministro prussiano per le Scienze, le arti e l'istruzione popolare

come una massiccia lievitazione delle tendenze antisemite nelle nostre universit. Qualche mese prima Max Weber osservava in una lettera che l'atmosfera nell'accademia si fatta estremamente reazionaria, e per di pi radicalmente antisemita (10). Tutto ci sarebbe ulteriormente peggiorato dieci anni dopo, quando molte di queste organizzazioni avrebbero accettato con grande entusiasmo di lasciarsi guidare dagli studenti nazisti, e la Lega degli studenti nazionalsocialisti avrebbe conquistato la maggioranza in Germania e in Austria. I professori, a loro volta nient'affatto insensibili ai modelli culturali prevalenti sugli ebrei, di rado criticavano l'antisemitismo razzista che costituiva la norma pi diffusa nelle universit. Persino il grande storico Friedrich Meinecke, di idee politiche liberali e democratiche, era un antisemita (11). Nella Germania di Weimar l'antisemitismo era endemico, cos diffuso che non esisteva quasi gruppo politico che non escludesse gli ebrei; questi, bench ferocemente attaccati, non trovavano pressoch nessun difensore nella societ tedesca. I discorsi comuni su di loro erano in genere del tutto negativi. Albert Einstein, che qualche anno prima, precedentemente al suo arrivo in Germania, non era mai stato molto consapevole del suo essere ebreo, n sensibile all'antisemitismo, era talmente convinto della disperata situazione da prevedere gi nel 1921 che sarebbe stato costretto a lasciare la Germania entro dieci anni (12). Un rapporto generale di polizia dell'ottobre dell'anno dopo prevedeva un brillante futuro per il Partito nazista, perch la sua attenzione al pericolo rappresentato dagli ebrei era condivisa largamente, e non soltanto da qualche gruppo ristretto: E' innegabile che l'idea antisemita sia penetrata nei pi ampi livelli della classe media, e a fondo anche nella classe operaia (13). Dopo una rassegna del decennio 1914-24, Werner Jochmann conclude che gi nei primi anni della Repubblica l'inondazione antisemita aveva travolto tutte le dighe della legalit. Ancor pi grave era la devastazione nella sfera dello spirito. Persino i partiti democratici e i governi della Repubblica si convinsero di poter allentare la pressione cui gli ebrei erano sottoposti, consigliando loro di astenersi dalla vita politica e sociale, e deportando o internando quelli provenienti dall'Europa orientale (14).

La situazione all'avvento di Weimar and aggravandosi con il procedere della storia della Repubblica: i tedeschi non si scatenarono soltanto a parole, ma anche con violenti tumulti, a partire gi dal 1918 a Monaco e a Berlino, dove la folla aggred gli ebrei durante la rivoluzione. Un'altra ondata di tumulti, esplosa nel 1923-24, fece qualche morto tra gli ebrei (15). Considerate l'ubiquit e l'intensit del sentimento antisemita in Germania, che in seguito il regime nazista avrebbe mobilitato e incanalato verso l'aggressione violenta e omicida, indubbio che le restrizioni imposte dal governo di Weimar impedirono ai continui attacchi verbali di trasformarsi in violenza fisica pi spesso di quanto non sia avvenuto. Di fatto, in una societ che definiva in modo cos costante e clamoroso gli ebrei e i tedeschi come entit contrapposte, che della condizione dei primi in Germania faceva un problema politico fondamentale (e non soltanto un tema riguardante la societ civile), era praticamente impossibile non schierarsi, non avere un'opinione su come risolvere la "Judenfrage" e, schierandosi, non adottare il linguaggio manicheo prevalente. Siccome i dirigenti dei partiti sapevano che i loro elettori, anche nella classe operaia, erano antisemiti, alla fine dell'esperienza di Weimar nessuno pot rinfacciare a Hitler di esserlo, anche se molto altro gli veniva rinfacciato (16). Il rapporto di forze configuratosi al tramonto di Weimar stato cos riassunto: Per l'antisemitismo centinaia di migliaia di persone erano disposte a salire sulle barricate, a scatenare risse nei luoghi pubblici, a dimostrare per le strade; contro l'antisemitismo nessuno, o quasi, muoveva un dito. Gli slogan che pure venivano lanciati contro Hitler parlavano di altre cose, non della repulsione per il suo antisemitismo (17). In Germania gruppi pi propensi a nutrire opinioni favorevoli, o quanto meno diverse, sugli ebrei furono, o si sentirono, costretti a tenere per s le proprie idee di fronte all'antisemitismo che permeava la societ, le istituzioni e la politica. Gli ebrei rimanevano soli e abbandonati, mentre la Germania si accingeva, nel 1933, a cancellare ogni equivoco su quanto era vero gi da tempo, e cio, secondo le parole del grande banchiere ebreo Max Warburg, sulla sua squalifica dai ranghi dei popoli civili ["Kulturvlker"] per prendere posto in quelli dei paesi soggetti a pogrom ["Pogromlnder"] (18). Fra i partiti politici che conquistarono il potere nella storia d'Europa, quello nazista fu certamente il pi radicale; ed significativo che, a dispetto del suo radicalismo scopertamente omicida, esso lo abbia conquistato attraverso le elezioni.

Il Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi - questa la denominazione ufficiale - fu fondato come Partito dei lavoratori tedeschi a Monaco il 5 gennaio 1919, durante il torbido periodo di disfatta, rivoluzione e ricostruzione successivo alla prima guerra mondiale. Il ventinovenne Adolf Hitler, che viveva a Monaco dopo aver partecipato al conflitto con il grado di caporale, ne divenne il settimo iscritto nel settembre dello stesso anno. Gli fu affidato ben presto il settore propaganda, e nel 1921 egli assunse la direzione politica, oltre che intellettuale e ideologica, del partito; con le sue grandi doti di oratore, Hitler era il suo pi efficace portavoce pubblico. Come Hitler, fin dall'inizio il partito fu votato alla distruzione della democrazia repubblicana, alla revisione del Trattato di Versailles, al revanscismo, all'antibolscevismo, al militarismo e, in modo particolare e indefesso, all'antisemitismo. Gli ebrei, come recitavano ossessivamente Hitler e i nazisti, erano la causa primaria di tutte le altre sofferenze della Germania, compresi la sconfitta in guerra, l'abbattimento delle sue forze con l'imposizione della democrazia, la minaccia bolscevica, le fratture e il disorientamento prodotti dalla modernit, e quant'altro. I venticinque punti del programma, promulgato nel febbraio 1920 (e mai modificato), comprendevano numerosi attacchi agli ebrei e appelli a escluderli dalla societ e dalle istituzioni tedesche, e a bloccarne l'influenza. Il punto quattro recitava: Solo chi appartiene alla nazione pu essere cittadino dello stato. Solo chi ha sangue tedesco, qualsiasi sia la sua fede, pu appartenere alla nazione. Di conseguenza nessun ebreo pu appartenere alla nazione. Il programma, stilato da Hitler e Anton Drexler, fondatore del partito, concepiva gli ebrei in termini esplicitamente razzisti: il partito si votava a combattere lo spirito giudaico-materialista e, di fatto, a propugnare un progetto eliminazionista (19). Esso diveniva cos il partito di Hitler, ossessivamente antisemita e apocalittico nella retorica che rovesciava sui nemici. L'importanza dell'antisemitismo nella sua visione del mondo, nel programma e nella retorica rispecchiava - sia pure in forma pi elaborata e scopertamente violenta - i sentimenti della cultura tedesca: la sua affermazione, alla fine del decennio, sarebbe stata fulminea. Nei primi anni, i nazisti rimasero una piccola organizzazione popolare; nel periodo formativo, la loro comparsa pi rilevante sulla scena politica nazionale fu il "Putsch" della birreria, l'8-9 novembre 1923, quando Hitler e

due-tremila accoliti tentarono di rovesciare la Repubblica di Weimar, ma furono immediatamente bloccati. Non fosse stato per il successivo trionfo del nazismo, questa rivoluzione donchisciottesca, quasi comica, verrebbe a malapena ricordata. Il processo giudiziario che segu il "Putsch" conquist a Hitler una nuova visibilit a livello nazionale (un tribunale molto accondiscendente gli consent di usarlo come megafono), e i nove mesi che egli trascorse in carcere gli fornirono il tempo per scrivere la sue memorie, in cui formulava in modo pi sistematico le idee sulla politica, sulla Germania e sugli ebrei che tanto spesso aveva proclamato nei suoi instancabili e popolarissimi comizi. "Mein Kampf" fu davvero una traccia per le sue successive imprese alla guida della Germania. Con un linguaggio spaventoso, omicida, Hitler si presentava come un capo visionario, offrendo ai tedeschi il futuro di una societ razzialmente armoniosa, monda da ogni conflitto sociale e, soprattutto, dagli ebrei; e proponeva a gran voce l'antisemitismo razzista come suo principio portante. In un passo indicativo, cos spiegava il motivo per cui, nella sua interpretazione della storia e del mondo contemporaneo, la salvezza della nazione era possibile soltanto adottando provvedimenti micidiali: "Non principi n favorite di principi brigano e mercanteggiano per i confini degli stati, ma gli inesorabili ebrei di tutto il mondo lottano per il loro predominio sui popoli". Nessun popolo pu liberarsi dalla stretta alla gola se non mettendo mano alla spada. Soltanto le forze riunite e concentrate di una vigorosa, ribelle passione nazionale possono sfidare l'internazionale schiavit dei popoli. Tale processo , e rimane, un processo sanguinario (20). Riguardo alla parte avuta dagli ebrei tedeschi nella prima guerra mondiale, egli ragionava in termini generalmente omicidi: Se all'inizio delle ostilit o durante la guerra dodicimila o quindicimila di questi ebrei corruttori del popolo fossero stati sottoposti a gas velenosi, allora milioni di veri tedeschi sarebbero stati risparmiati (21). Negli scritti, nei discorsi e nella semplice conversazione, Hitler era chiaro e diretto: i nemici interni ed esterni della Germania dovevano essere distrutti o messi in condizione di non nuocere. A nessuno che l'avesse letto o ascoltato poteva essere sfuggito un messaggio tanto cristallino. Pochi anni dopo la scarcerazione di Hitler e la rinascita del Partito nazista, quest'ultimo sarebbe diventato la forza politica dominante a Weimar.

Esso ottenne i primi, piccoli successi con le elezioni nazionali e regionali a cominciare dal 1925; poi, con quelle nazionali del 14 settembre 1930, si conquist un consenso di tutto rispetto: 6,4 milioni di voti, pari al 18,3 per cento, 107 seggi al Reichstag su 577. Da un momento all'altro i nazisti erano diventati il secondo partito politico del paese. La Repubblica di Weimar, che molti tedeschi non avevano mai considerato legittima, era ormai ridotta al lumicino, a causa di una crisi economica che nel 1932 vide un buon 30,8 per cento della forza lavoro disoccupata. In quei momenti difficili la figura carismatica di Hitler e il messaggio antisemita, antinternazionale, antibolscevico e antiWeimar dei nazisti guadagnavano consensi sempre maggiori. Alle elezioni del 31 luglio 1932 quasi "14 milioni" di tedeschi, il 37,4 per cento dei votanti, si schierarono con Hitler, incoronando i nazisti quale primo partito politico della Germania, con 230 seggi al Reichstag. All'inizio del 1933 il presidente della Repubblica di Weimar, Paul von Hindenburg, dopo un'altra elezione che a dire il vero aveva visto una flessione del 4 per cento dei voti nazisti, offr a Hitler di diventare cancelliere e di formare un governo. I nazisti furono portati al potere dal convergere di diversi fattori, tra i quali la crisi economica, l'aspirazione della Germania a vedere la fine dei disordini e della violenza di strada organizzata che avevano tormentato gli ultimi anni di Weimar, l'astio diffuso per la Repubblica democratica pi in generale, l'apparente minaccia della presa di potere da parte delle sinistre, l'ideologia visionaria del nazismo e la personalit stessa di Hitler, il cui odio feroce sbandierato apertamente esercitava un'attrazione forte, e persino irresistibile, per numerosi tedeschi. Il catastrofico disordine politico ed economico fu certo la causa immediata della sua vittoria finale; molti votarono per il nazismo perch era l'unica forza politica nel paese che sembrasse loro capace di ripristinare l'ordine e la pace sociale, debellando i nemici interni e restituendo alla Germania la sua posizione di grande potenza internazionale (22). Nell'assumere il cancellierato, Hitler convoc le ultime elezioni nazionali per il 5 marzo 1933. Non furono certo elezioni libere, n oneste (il Partito comunista era fuori legge, e le intimidazioni contro l'opposizione furono continue), eppure n queste tattiche antidemocratiche, n la violenza gi scatenata contro gli ebrei e la sinistra ebbero alcun effetto deterrente sugli elettori, tanto che i nazisti raccolsero 17 milioni di voti, pari al 43,9 per cento (23).

All'epoca Hitler aveva gi abolito di fatto le libert civili, la Repubblica di Weimar e qualsiasi meccanismo politico che avrebbe potuto consentire la sua deposizione, escludendo il ricorso alla violenza. I nazisti erano al potere: era giunto il momento di cominciare a realizzare il programma rivoluzionario di Hitler, che i tedeschi, con qualche parziale riserva, avrebbero fatto proprio con entusiasmo. Nel giorno fatale in cui Hitler assunse il cancellierato, il 30 gennaio 1933, i nazisti scoprirono che quanto meno per un aspetto centrale - il pi importante, forse, dal loro punto di vista - non sarebbe stato necessario riformare i tedeschi: al di l della loro opinione su Hitler e sul suo movimento, al di l dei motivi che potevano indurli a detestare questo o quell'aspetto del nazismo, in larga maggioranza essi sottoscrivevano il suo modello degli ebrei, e in questo senso (i nazisti ne erano ben consapevoli) erano gi nazificati. Non sorprende - a dir poco - che sotto l'ala del nazismo la grande maggioranza dei tedeschi continuasse a essere antisemita, che l'antisemitismo fosse sempre vigoroso e razzista, e che la soluzione socialmente condivisa alla "Judenfrage" fosse sempre di tipo eliminazionista. Non vi fu nulla, nella Germania nazista, che potesse scalzare o erodere il modello cognitivo culturale degli ebrei che per decenni era stato alla base degli atteggiamenti e delle emozioni dei tedeschi nei confronti della spregevole minoranza che stava in mezzo a loro. Tutto ci che veniva detto e fatto in pubblico confermava la validit del modello (24). Nella Germania nazista la presunta malignit degli ebrei si respirava nell'aria, se ne parlava incessantemente, era considerata all'origine di ogni male che avesse colpito la nazione e di ogni pericolo imminente. L'ebreo, "der Jude", era una minaccia insieme metafisica ed esistenziale, reale come poteva essere quella di un potente esercito nemico schierato lungo i confini della Germania e pronto all'attacco. Melita Maschmann, in una confessione autobiografica rivolta a uno scomparso amico d'infanzia ebreo, riassume perfettamente il carattere, l'ubiquit e la logica operativa dell'antisemitismo tedesco nel periodo nazista. Militante fedele della sezione femminile della Giovent hitleriana, la Maschmann era tutt'altro che una zotica, figlia di un laureato e di una donna cresciuta in un'agiata famiglia di commercianti.

Parlando del modo in cui vedeva gli ebrei al tempo della sua giovinezza, comincia con il dire che la concezione comune non aveva alcuna base empirica. "'Quegli' ebrei erano e rimanevano qualcosa di misteriosamente e minacciosamente anonimo. Non erano la somma di tutti gli individui ebrei ... Erano una potenza maligna, con tutti gli attributi di uno spauracchio, che non si poteva vedere, ma che stava l, come una forza attiva del male. Da bambini ci avevano raccontato le favole per farci credere ai maghi e alle streghe; ora eravamo troppo grandi per prendere sul serio la stregoneria, eppure continuavamo a credere agli ebrei cattivi. Non si erano mai manifestati concretamente, ma l'esperienza quotidiana ci insegnava che gli adulti ci credevano. Dopo tutto, non potevamo verificare nemmeno se la Terra era davvero rotonda e non piatta, o meglio, era una proposizione che non consideravamo necessario verificare. Gli adulti sapevano, e noi assorbivamo questa conoscenza con piena fiducia. Sapevano anche che gli ebrei erano malvagi, e che la loro malvagit era rivolta contro il benessere, l'unit e il prestigio della nazione tedesca, che avevamo imparato ad amare fin da piccoli. L'antisemitismo dei miei genitori era una parte della loro visione del mondo che davamo per scontata ... Per quanto potevamo ricordare, gli adulti avevano vissuto questa contraddizione con assoluta disinvoltura. Si era amici dei singoli ebrei che ti piacevano, cos come, da protestanti, si era amici dei singoli cattolici. Ma, mentre non succedeva che qualcuno fosse ideologicamente ostile verso i cattolici, questo capitava, e sistematicamente, con 'gli' ebrei. Con tutto ci, nessuno pareva preoccuparsi di non avere le idee affatto chiare su chi fossero, 'gli' ebrei. Erano ebrei i battezzati e gli ortodossi, i trafficanti di roba usata che parlavano yiddish e i professori di letteratura tedesca, gli agenti comunisti e gli ufficiali della prima guerra mondiale decorati con le massime onorificenze, i sionisti entusiasti e i nazionalisti tedeschi sciovinisti ... Dall'esempio dei miei genitori avevo imparato che si potevano avere opinioni antisemite senza che ci inficiasse i rapporti personali con i singoli ebrei. Potrebbe sembrare che in questo atteggiamento rimanesse qualche vestigia di tolleranza, ma proprio a tale confusione io imputo il fatto di

essere poi riuscita a dedicarmi anima e corpo a un sistema politico disumano, senza che mi sorgesse il bench minimo dubbio sulla mia correttezza personale. Quando predicavo che tutte le miserie della nazione erano dovute agli ebrei, o che lo spirito degli ebrei era sedizioso, e che il loro era un sangue corruttore, non mi sentivo portata a pensare a te, o al vecchio signor Lewy, o a Rosel Cohen: pensavo solo all'Uomo nero, l'Ebreo. E quando sentivo dire che gli ebrei venivano cacciati dal lavoro e dalle loro case, e rinchiusi nei ghetti, nella mia mente scattava automaticamente il meccanismo che mi faceva evitare il pensiero che lo stesso destino poteva travolgere anche te o il vecchio Lewy. Il perseguitato, quello che veniva reso inoffensivo, era soltanto l'Ebreo" (25). Meglio di qualsiasi analisi scientifica che io conosca, il resoconto della Maschmann esprime tutti gli aspetti fondamentali dell'antisemitismo tedesco: l'immagine allucinatoria degli ebrei; lo spettro del male che pareva facessero aleggiare sulla Germania; l'odio virulento nei loro confronti; il carattere astratto delle convinzioni che determinavano il modo in cui l'antisemita trattava gli ebrei "reali"; e la logica eliminazionista che induceva i tedeschi ad approvarne la persecuzione, la ghettizzazione e lo sterminio (l'evidente significato dell'eufemismo rendere inoffensivi). Non si pu dubitare che molti, in Germania, assorbissero l'antisemitismo con il latte materno, come parte della coscienza collettiva intesa in termini durkheimiani; nell'acuta ricostruzione di questa donna, si trattava di una parte della loro visione del mondo che davamo per scontata. Le conseguenze di tali opinioni, di tale mappa ideologica si possono verificare nel successo sfrenato della persecuzione antisemita eliminazionista - nient'affatto dissimulata - che prese avvio con l'ascesa al potere dei nazisti. Nel periodo nazista, l'antisemitismo tedesco segu un percorso prevedibile. Ormai sfruttati ai fini di uno stato occupato dagli antisemiti pi violenti e irriducibili che mai avessero assunto il controllo di una nazione moderna (26), gli odi e le invidie, un tempo tenuti entro i limiti imposti da una societ civile in paesi che non avevano voluto servirsi di quei sentimenti brucianti per una persecuzione sistematica, divennero i principi informatori della sua politica, con una serie di conseguenze tutt'altro che inaspettate: 1) l'imposizione di pesanti ed estese restrizioni legali all'esistenza degli ebrei in Germania; 2) aggressioni fisiche e verbali, sia spontanee da parte di tedeschi comuni sia orchestrate dalle strutture di governo e di partito; 3)

l'intensificazione dell'antisemitismo nella societ; 4) la trasformazione degli ebrei in esseri socialmente morti (27); 5) il consenso generale sulla necessit di annullare l'influenza ebraica in Germania. Tutto questo non riguardava soltanto i capi del nazismo, bens la grande maggioranza del popolo tedesco, la quale, informata di quanto il governo e i compatrioti stavano facendo agli ebrei, concordava su quelle misure e, quando se ne presentava l'opportunit, partecipava attivamente alla loro applicazione. La serie di decisioni e di provvedimenti legali da parte tedesca in chiave antiebraica fu avviata quasi subito dalle aggressioni fisiche, quasi sempre brevi e ancora sporadiche, contro gli ebrei, le loro propriet, i cimiteri e i luoghi di culto, e dalla costituzione di campi di concentramento irregolari per loro e per la gente di sinistra (28). Lasciando da parte le gravissime aggressioni verbali del regime e dell'opinione pubblica, il primo attacco organizzato su vasta scala, con forti valenze simboliche, alla comunit ebraica tedesca venne due solo mesi dopo l'ascesa al potere di Hitler: il boicottaggio nazionale dei negozi ebraici, il primo aprile 1933, fu un segnale che annunciava a tutti i tedeschi che i nazisti facevano sul serio (29). Gli ebrei sarebbero stati trattati cos come imponeva la concezione tanto spesso enunciata della loro natura di estranei al corpo sociale tedesco, nemici del suo benessere. La retorica doveva trasformarsi in realt. Come reagirono i tedeschi al boicottaggio? Un ebreo racconta che qualcuno os esprimere la sua solidariet agli ebrei assediati, ma queste proteste non furono molto diffuse. L'atteggiamento generale della gente si riassume in un episodio avvenuto in una farmacia. Entr una signora, accompagnata da due nazisti in uniforme. Portava dei prodotti che aveva acquistato qualche giorno prima, e chiese di essere rimborsata. "Non sapevo che foste ebrei" dichiar "non voglio comprare niente dagli ebrei" (30). E cos il "Volk" tedesco, organizzato dallo stato tedesco, boicottava collettivamente un intero gruppo di cittadini tedeschi perch quel gruppo, in combutta con i suoi confratelli di razza all'estero, operava per il male della Germania (31). I nazisti annunciavano nel modo pi chiaro e insistito - il boicottaggio un esempio fra tanti che in Germania il tempo degli ebrei stava per finire. A questo boicottaggio, che ebbe effetti devastanti sulla posizione degli ebrei, ormai proclamati pubblicamente e ufficialmente, e anche trattati,

come popolo paria, segu una serie di provvedimenti legali che diede l'avvio alla loro esclusione sistematica dalla vita economica e culturale, dall'esistenza pubblica nella societ tedesca (32). Pochi giorni dopo i nazisti promulgarono la Legge per il ripristino dell'ordine professionale nel pubblico impiego, che port al licenziamento immediato di migliaia di ebrei imponendo il criterio della razza come requisito per aspirare a un lavoro statale (33). Ancora una volta, la valenza simbolica risultava chiarissima: questa legge, una delle prime in assoluto emesse dai nazisti, era rivolta contro gli ebrei, mirava alla purificazione dello stato, a eliminare la loro presenza nell'istituzione forse pi identificata con il benessere comune e collettivo del popolo, quella che appunto serviva il popolo; e gli ebrei, per definizione, non potevano servire (perch servire significa anche aiutare) il popolo tedesco. Ci furono cittadini del Reich che criticarono la violenza aperta contro gli ebrei e il boicottaggio (che si riteneva avesse danneggiato l'immagine della Germania all'estero, ed era stato accompagnato da grande brutalit), ma in genere le critiche non tradivano n dissenso rispetto alla concezione alla base dei provvedimenti, n alcuna solidariet con le loro vittime (34). La legge che escludeva gli ebrei dall'impiego pubblico, siccome non comportava manifestazioni esplicite di brutalit, fu accolta con grande favore popolare (35), soprattutto tra i colleghi degli esclusi. L'aver lavorato per anni al loro fianco non aveva dunque generato fra i tedeschi, come avviene invece di consueto, sentimenti di cameratismo e compassione (36). Thomas Mann, gi da tempo aperto oppositore dei nazisti, era comunque in qualche sintonia con loro quando si trattava di eliminare l'influenza degli ebrei dalla Germania: Non una gran disgrazia, dopo tutto, che ... si sia posto fine alla presenza ebraica nella magistratura (37). Il modello culturale cognitivo degli ebrei e la mentalit eliminazionista che esso aveva generato erano dominanti in Germania. Nei due anni che seguirono, i tedeschi, al governo e fuori dal governo, riuscirono a rendere praticamente insopportabile la vita agli ebrei, subissati da una miriade di leggi, decreti e violenze contro le loro fonti di sostentamento, la loro posizione sociale e le loro stesse persone (38). L'aggressione, voluta da un'intera societ, procedeva per ancora in modo scoordinato: per certi versi era imposta dall'alto, per altri veniva dal basso, in genere, ma non sempre, da parte di nazisti dichiarati. I suoi promotori principali, ma non unici, erano gli uomini delle S.A., le truppe d'assalto in camicia bruna del regime, che nei mesi centrali del 1933

scatenarono attacchi concretamente devastanti e simbolici contro gli ebrei in tutta la Germania. Le aggressioni coprivano l'intera gamma di quello che sarebbe diventato il repertorio tedesco. Le violenze verbali erano talmente diffuse da diventare normali, da non meritare nemmeno attenzione: la condizione di paria degli ebrei veniva rinfacciata loro con segnali pubblici espliciti e univoci. In tutta la Franconia, per esempio, all'ingresso di molti paesi e nei ristoranti e negli alberghi erano affissi cartelli che proclamavano Qui non vogliamo ebrei o Ingresso vietato agli ebrei (39). Alla periferia di Monaco, gi nel maggio 1933, i cartelli avvertivano che gli ebrei non erano desiderati (40). Negli anni Trenta, molte citt in tutta la Germania proibirono ufficialmente l'ingresso agli ebrei, e quei segnali divennero un elemento quasi immancabile del paesaggio tedesco. Cos li vide, nel 1938, uno storico: "Anche se non ci sono ordinanze ufficiali [che bandiscono gli ebrei da una localit], i manifesti affissi lungo le strade principali che portano in citt sortiscono lo stesso effetto. Gli ebrei entrano a loro rischio e pericolo, E' severamente vietato agli ebrei l'ingresso in citt, Borseggiatori ed ebrei, in guardia!, sono tra i pi comuni. I poeti vengono invitati, per questi annunci, a trovare rime con porco, aglio, puzza; agli artisti si offre la possibilit di illustrare sul manifesto la sorte che attende ogni ebreo abbastanza incauto da non curarsi dell'avvertimento. Questi manifesti sono ovunque in Assia, nella Prussia orientale, in Pomerania e in Meclemburgo, e altrove si registrano nella met circa delle citt (non se ne trovano, invece, in localit turistiche come Baden-Baden, Kissingen o Nauheim). Le stazioni, gli edifici pubblici e tutte le grandi strade ripetono lo stesso ritornello. Nei pressi di Ludwigshafen, una curva pericolosa viene cos segnalata agli automobilisti: Guidare con prudenza, curva stretta. Ebrei, 150 chilometri all'ora!" (41). Tale pubblica diffamazione (42) e umiliazione esprimevano l'intento eliminazionista dei tedeschi. Alle aggressioni verbali se ne accompagnavano di fisiche dallo spaventoso contenuto simbolico, iniziate nei primi mesi dell'epoca nazista e

continuate finch essa non si concluse: tra queste, il taglio della barba e dei capelli. Un profugo ebreo ricorda di aver visto, in un ospedale di Berlino all'inizio del 1933, un vecchio con strane ferite in faccia: Era un povero rabbino della Galizia; l'avevano fermato per strada due uomini in uniforme. Uno lo prese per le spalle, l'altro gli afferr la lunga barba, tir fuori di tasca un coltello e gliela tagli. Per raderlo a fondo, gli aveva strappato diversi brani di pelle. Al medico che gli domandava se l'aggressore avesse detto qualcosa, il vecchio rispose: Non lo so. Mi gridava in faccia: "Morte agli ebrei!" (43). Gli attacchi ai negozi, alle sinagoghe e ai cimiteri erano opera sia di individui sia di gruppi organizzati. A Monaco nel 1934, per esempio, un uomo che non aveva alcun rapporto con i nazisti provoc una folla di tedeschi a dimostrare contro i negozianti ebrei, e la manifestazione fin nella violenza. I pestaggi, le mutilazioni e gli omicidi di ebrei divennero anch'essi fatti fin troppo normali in quegli anni (44). Un episodio emblematico ci viene riferito dalla figlia di un mercante di bestiame di una cittadina nella Prussia orientale, che nel pieno di una notte del marzo 1933 si trov di fronte a cinque uomini delle S.A. armati fino ai denti: Quello delle S.A. prima picchi mio padre, poi mia madre, poi me con un manganello di gomma. Mia madre ebbe un taglio profondo sulla testa, e anch'io avevo una lacerazione in fronte ... Sul portone si accalcavano tutti i concorrenti di mio padre, che si comportavano in modo talmente indecente che una ragazzina come me non pu riferirlo... (45). Le aggressioni non erano limitate certo alle citt: nei primi anni del regime gli ebrei che vivevano in campagna o nei paesi furono tanto perseguitati dai vicini, e subirono tali violenze, che prima o poi finirono tutti per fuggire verso l'anonimato delle citt pi grandi o all'estero (46). Tali aggressioni dei vicini, di gente che accanto agli ebrei aveva vissuto, lavorato, partorito, seppellito i suoi morti, erano feroci. Quanto avvenne in due cittadine dell'Assia fu tutt'altro che straordinario (47). In una di queste, Gedern, vivevano al momento dell'ascesa al potere nazista quaranta famiglie di ebrei.

Gi meno di due mesi dopo, la notte del 12 marzo 1933, alcuni tedeschi irruppero nelle loro case e li picchiarono; uno fu tanto malmenato che poi dovette rimanere per un anno in ospedale. Quando, in occasione delle uniche elezioni nazionali del periodo nazista, furono scoperte su un ponte delle scritte che invitavano a votare per il capo (dichiarato fuori legge) del Partito comunista, i tedeschi locali trascinarono un gruppo di ebrei, a passo di marcia, fino al ponte per farglielo ripulire, poi li bastonarono. In quello stesso periodo un ragazzino ebreo fu aggredito per strada e perse un occhio. Qualche tempo dopo due uomini furono costretti a sfilare di fronte alla cittadinanza, tormentati con le fruste fornite da un ricco agricoltore. I tedeschi del luogo manifestarono il proprio desiderio di liberarsi degli ebrei con un'altra azione simbolica inequivocabile, molto diffusa nella Germania dell'epoca: l'abbattimento delle lapidi nel cimitero. Tutti gli ebrei di questa cittadina fuggirono da tale intollerabile situazione ben prima della Notte dei cristalli; l'ultimo se ne and il 19 aprile 1937. E mentre quel povero derelitto si accingeva a partire, nessuno dei vecchi vicini volle dargli qualcosa da mangiare (48). Anche nella seconda cittadina, Bindsachsen, l'offensiva contro l'esistenza degli ebrei non si fece aspettare. La sera del 27 marzo 1933 una consistente parte degli abitanti si radun per guardare un gruppo di S.A. che massacravano di botte la vittima prescelta, un ebreo che tutti conoscevano; la gente, entusiasmata dalla sua sofferenza, incitava a gran voce le S.A. Poi si scaten l'assalto generale (49). Una cronaca delle aggressioni di tutti i tipi subite dagli ebrei in questo periodo (non coordinate dallo stato o dal partito) richiederebbe molti volumi; gli esempi che qui riportiamo non erano per nulla straordinari. Dal momento in cui il nazismo fu nella posizione di poter scatenare la sua passione antisemita prima trattenuta, questi fatti divennero parte normale, quotidiana, della vita in Germania (50). Le violenze erano in larga misura provocate, per iniziativa spontanea, dalla truppa delle S.A., ansiosa di sfogare impunemente il proprio odio: lo stato aveva dichiarato caccia aperta agli ebrei, esseri che bisognava eliminare dalla societ tedesca con qualsiasi mezzo, compresa la forza. Le S.A. sono sempre state rappresentate come un'organizzazione di canaglie in uniforme, gente brutale ai margini della societ, piena di risentimento e animata da impulsi violenti (51).

La descrizione in buona parte veritiera, ma va sottolineato che le S.A. annoveravano circa "due milioni" di uomini, corrispondenti pi o meno al dieci per cento dei civili maschi nelle fasce d'et interessate all'arruolamento (52). Bastano queste cifre per indicare che le S.A. raccoglievano una percentuale elevata del popolo tedesco. Inoltre, come sempre avviene per questo genere di organizzazioni marziali estremiste, i brutali antisemiti delle S.A. potevano contare sulle simpatie di molti tedeschi esterni, disposti anche a partecipare alle aggressioni agli ebrei. L'esempio del disumano pestaggio dell'ebreo di Bindsachsen illustra questo fenomeno comune: le S.A. prendevano l'iniziativa, e venivano incitate e aiutate dalla popolazione locale, che con ogni probabilit non faceva parte dell'organizzazione. Nei primi anni di governo nazista le offensive furono cos diffuse, e sostenute da una base cos ampia, che sarebbe un gravissimo errore attribuirle soltanto ai picchiatori delle S.A., come se i tedeschi pi in generale non avessero alcuna influenza, n alcuna parte, nelle violenze. Un rapporto della Gestapo da Osnabrck, dell'agosto 1935, smentisce qualsiasi ipotesi sulla sua innocenza. Scrive Robert Gellately: "Nella citt e nel circondario avvenivano massicce dimostrazioni contro i negozi ebraici, marchiati e assediati da folle; chi li frequentava veniva fotografato, e la sua immagine era esposta al pubblico. Nelle strade un'agitazione continua, parate e via dicendo ... L'apogeo della lotta contro gli ebrei - per citare il rapporto fu un comizio il 20 agosto, in cui venticinquemila persone convennero per ascoltare il Kreisleiter [governatore distrettuale] Mnzer sul tema Osnabrck e la "Judenfrage". La situazione divenne per tanto esplosiva che la Gestapo e altri funzionari dello stato dovettero chiedere a Mnzer di mettere freno alle azioni individuali; Mnzer pubblic un avviso su tutti i giornali locali, e il 27 agosto quelle azioni furono ufficialmente vietate" (53). Le aggressioni agli ebrei, e i tentativi di accelerare il programma eliminazionista, non venivano certo soltanto dalla feccia della societ tedesca, da quel dieci per cento che stava al fondo della scala socioeconomica, messo da parte con troppa leggerezza dagli interpreti del periodo come gente immorale e amorale dalla quale non ci si poteva aspettare un comportamento diverso.

L'iniziativa di escludere gli ebrei dal contatto sociale con i tedeschi fu intrapresa anche dalle municipalit e da gruppi della pi eterogenea estrazione di classe, ben prima che venisse imposta dallo stato: gi nel 1933, per esempio, citt grandi e piccole avevano interdetto agli ebrei le piscine o i bagni pubblici (54). Le misure ostili e le offensive provocate in questo periodo iniziale dal ceto dei piccoli commercianti furono per talmente tante da indurci a considerare quella categoria come la fonte della maggioranza degli atti persecutori promossi da privati cittadini (55). Ma all'eliminazione dell'influenza ebraica dalla societ si dedicavano anche i professionisti pi colti e prestigiosi. Le strutture e le associazioni mediche, per esempio, manifestarono il loro odio escludendo i colleghi ebrei ancor prima che il governo decidesse di imporlo (56). In tutta la Germania gli amministratori delle universit, i collegi dei docenti e gli studenti si adeguavano con entusiasmo a questa tendenza generale, espellendo i colleghi ebrei dai rispettivi posti (57). I giudici e gli iscritti agli ordini professionali del settore giuridico erano talmente ansiosi di purgare la patria e le loro strutture dalla presenza ebraica che gi nei primi mesi del governo nazista prevennero spesso i decreti ufficiali del regime. Nell'ottobre 1933 un tribunale di Berlino ratific che un ebreo fosse escluso dall'amministrazione di una propriet, stabilendo che l'odio diffuso per gli ebrei rende inopportuno mantenere l'incarico a uno di loro, anche in assenza di una legge specifica in proposito. Poco prima, in luglio, un altro tribunale berlinese aveva elaborato una giustificazione di pi ampio respiro per le iniziative dei giudici nella lotta contro gli ebrei. Secondo Die Juristische Wochenschrift", il pi importante periodico giuridico tedesco, questo tribunale aveva fatto rilevare, con evidente tono di approvazione, che una legislazione rivoluzionaria [i nazisti erano al potere da solo sei mesi] contiene ovviamente delle scappatoie che vanno arginate dal tribunale applicando i principi della "Weltanschauung" nazionalsocialista (58). La magistratura tedesca - i cui esponenti erano entrati a farne parte per lo pi nell'epoca weimariana, e dunque non erano, almeno formalmente, giudici nazisti - era costituita da antisemiti razzisti cos accesi che i capi del partito (convinti che il programma eliminazionista dovesse svolgersi nella legalit) giunsero a censurare le violazioni della legge cui li aveva condotti il loro ardore eccessivo.

Lo stesso ministro degli Interni Wilhelm Frick tent di frenare, nell'ambito sottoposto alla sua giurisdizione - che comprendeva molti reduci di Weimar -, l'estendersi dei provvedimenti eliminazionisti oltre i limiti posti dalle leggi del regime (59). Il generoso contributo della magistratura alla persecuzione degli ebrei nel periodo nazista ne denuncia gli esponenti come zelanti esecutori e promotori dei provvedimenti eliminazionisti: i giudici costituivano evidentemente un gruppo che al tempo di Weimar era animato da odio antiebraico, e che poi, con l'ascesa al potere di Hitler, si trov libero di agire secondo le proprie convinzioni (60). In questo senso, a dispetto della cultura e della formazione giuridica, i giudici non erano diversi da tanti altri gruppi tedeschi: nel loro caso, la metamorfosi risulta soltanto pi madornale. Nei primi anni del nazismo, il carattere asistematico dei provvedimenti legislativi contro gli ebrei e, in particolare, le aggressioni scoordinate e spesso selvagge - che, stando agli stessi rapporti del governo, si verificarono in ogni distretto amministrativo e, in pratica, in ogni localit (61) provocarono disagio in molti tedeschi. Alcuni erano contrari alla violenza gratuita, e molti, all'interno e all'esterno del governo e del partito, non avevano un'opinione certa su quali azioni contro gli ebrei fosse opportuno intraprendere o tollerare. Le Leggi di Norimberga del settembre 1935 e i decreti successivi misero ordine in quello stato di cose, definendo con precisione chi dovesse essere considerato ebreo, o parzialmente ebreo, e imponendo un'ampia serie di divieti coerenti con il programma eliminazionista. Soprattutto tali leggi resero esplicita, e in buona misura codificarono, l'eliminazione degli ebrei dalla vita civile e sociale della Germania, creando una separazione ormai quasi insuperabile tra loro e gli appartenenti al "Volk". I due provvedimenti da cui erano composte, la Legge sulla cittadinanza del Reich e quella per la protezione del sangue e dell'onore tedesco, spogliavano gli ebrei della cittadinanza e proibivano i nuovi matrimoni e i rapporti sessuali al di fuori dei matrimoni gi in atto fra tedeschi ed ebrei (62). Furono disposizioni molto popolari, accolte con favore dai tedeschi perch davano coerenza a un contesto tra i pi scottanti, e ancor pi per il tenore del loro contenuto. Un rapporto della Gestapo di Magdeburgo coglieva bene gli umori popolari osservando che la popolazione considera la regolazione dei rapporti con gli ebrei un atto emancipatorio, che porta chiarezza e, nel

contempo, maggiore fermezza nella tutela degli interessi razziali del popolo germanico (63). Il programma eliminazionista riceveva insieme l'enunciazione pi coerente e l'impulso pi energico. Le Leggi di Norimberga promettevano di realizzare quanto da decenni ormai era soltanto oggetto di discussioni ed esortazioni "ad nauseam". In questo momento di codificazione della religione tedesca nazista, il regime esponeva davanti agli occhi di tutti le tavole della sua legge. Erano scritte in un linguaggio ben noto, e molti chiedevano l'accelerazione del programma, come comunica un rapporto della Gestapo da Hildesheim nel febbraio 1936, pochi mesi dopo la loro promulgazione: Molti sostengono che in Germania gli ebrei siano ancora trattati con eccessiva umanit (64). Dopo le Leggi di Norimberga, le violenze diminuirono, e mantennero un'intensit ridotta per tutto il 1937. Continuavano le aggressioni verbali e fisiche agli ebrei, e procedeva la loro esclusione giuridica, economica, sociale e professionale dalla vita della Germania, ma cal il volume complessivo della violenza. Nel 1938, comunque, questa calma relativa fu interrotta da una ripresa delle offensive di ogni tipo, e dell'impegno delle istituzioni dello stato e del partito per la soluzione della "Judenfrage". Per dare un'idea dell'intensit dell'attivit antisemita, si pu ricordare che nelle due settimane di una campagna concertata dal partito con lo slogan Un "Volk" spezza le sue catene, nella sola Sassonia si tennero 1350 riunioni antiebraiche (65). Il 1938 fu caratterizzato da una recrudescenza di aggressioni fisiche, distruzioni di beni, pubbliche umiliazioni e arresti cui faceva seguito l'internamento nei campi di concentramento. L'ostilit della gente comune era tale che ormai per gli ebrei era impossibile vivere al di fuori delle grandi citt, gli unici luoghi in cui potevano sperare nell'anonimato. Secondo un rapporto del Partito socialdemocratico, nel luglio 1938, a seguito del costante fuoco di sbarramento antisemita, gli ebrei tedeschi non possono pi rimanere nelle piccole localit di provincia. Sono sempre pi numerosi i paesi che si proclamano "judenrein" (66). E non furono soltanto le zone rurali a liberarsene: una gradita conseguenza dell'impegno che il regime e la gente comune dedicavano a rendere loro la vita impossibile fu l'incremento dell'emigrazione degli ebrei dalla Germania.

La popolazione in genere rispondeva con favore agli obiettivi e ai provvedimenti eliminazionisti, anche se spesso disapprovava la brutalit pi incontrollata. Tuttavia, con qualche rara eccezione per i conoscenti diretti, i tedeschi non davano prova di grande compassione per la sorte degli ebrei (67). La ripresa delle aggressioni aveva segnalato a tutti che la relativa calma dei due anni precedenti era stata un'aberrante fase di passaggio; la bench minima speranza per gli ebrei presenti in Germania fu comunque frantumata in tutto il paese dalla violenza, senza precedenti nella storia moderna, della Notte dei cristalli. Tenuto conto delle persecuzioni e delle violenze gi avvenute in tutta la Germania (specie rurale), quello non fu che il momento culminante del selvaggio terrorismo interno inflitto dai tedeschi agli ebrei. Il ministro per la Propaganda Joseph Goebbels orchestr l'attacco presentandolo come una rappresaglia per l'uccisione di un diplomatico tedesco per mano di un ebreo disperato i cui genitori erano stati deportati in Polonia insieme con altri quindicimila ebrei polacchi (68). La notte del 9-10 novembre i tedeschi delle citt, delle borgate e dei villaggi nell'intero paese furono svegliati dal rumore dei vetri infranti, dai bagliori e dal fetore delle sinagoghe che bruciavano, dalle grida di agonia degli ebrei massacrati dai loro concittadini. L'entit delle violenze e delle distruzioni, l'enormit (rispetto ai criteri dell'epoca, in cui la situazione non era ancora del tutto precipitata) del salto di qualit operato in quella notte si riflettono nelle statistiche. Gli esecutori, soprattutto uomini delle S.A., ammazzarono circa cento ebrei e ne trascinarono altri trentamila nei campi di concentramento; incendiarono e demolirono centinaia di sinagoghe, quasi tutte quelle che non erano ancora state distrutte; e fracassarono le vetrine di circa 7500 negozi e magazzini ebraici, da cui il nome Notte dei cristalli (69). Come reag il popolo tedesco? Nelle piccole citt le S.A. furono accolte a braccia aperte da molta gente del luogo, ben felice di approfittare dell'occasione per partecipare all'offensiva. La consapevolezza che in quel giorno gli ebrei erano "caccia aperta" ["vogelfrei"] si comunic a cittadini che non facevano parte delle truppe speciali ["Einsaztruppen"], e nemmeno del partito ... E alcuni si lasciarono prendere la mano, accanendosi sugli ebrei tormentati e indifesi (70). La gente comune partecip spontaneamente, senza essere provocata o incoraggiata, a quelle brutalit; persino i ragazzi e i bambini fecero la loro parte, alcuni sicuramente con la benedizione dei genitori.

Altri, centinaia di migliaia, rimasero a guardare le violenze di quella notte e del giorno dopo, con le solenni sfilate di ebrei in marcia verso i campi di concentramento (71). Le S.A., con o senza l'aiuto dei volontari, diedero uno spaventoso spettacolo di sfrenata brutalit, letale per gli ebrei e inquietante per molti tedeschi. Quella violenza selvaggia, coordinata dalle autorit, suscit critiche da ogni parte, anche all'interno del partito. Ci furono sicuramente tedeschi che si impietosirono alla vista delle vittime picchiate e terrorizzate, ma tutto dimostra che nella stragrande maggioranza dei casi le critiche non erano mosse da una disapprovazione di principio per le sofferenze inflitte agli ebrei, dalla convinzione che fosse stata commessa un'ingiustizia. In linea di massima, le critiche e qualche raro gesto di indignazione dei tedeschi dopo la Notte dei cristalli furono mossi da tre motivazioni. Molti aborrivano l'uso di una violenza cos sfrenata nella vita quotidiana: la vista delle S.A. e dei loro accoliti in preda agli istinti pi selvaggi, che portavano morte e distruzione nelle strade delle loro comunit, era talmente inquietante che per la prima volta qualche tedesco non ebreo e non di sinistra cominci a domandarsi se un movimento cos radicale non avrebbe finito per ritorcersi anche contro il "Volk" (72). Molti, interpretando gli eventi nei termini della propria percezione allucinatoria dell'onnipotenza ebraica, erano inoltre preoccupati dalla prospettiva che essi potessero vendicarsi sulla Germania (73). Nel suo diario un tedesco ricorda che il giorno dopo la Notte dei cristalli una zia lo accolse con parole solenni: Noi tedeschi pagheremo caro quello che stato fatto agli ebrei stanotte. Distruggeranno le nostre chiese, le nostre case, i nostri negozi. Puoi starne certo (74). E infine, ai tedeschi faceva orrore la distruzione di tanti beni (75): se pure erano convinti che gli ebrei stessero subendo la tempesta di vento da loro stessi provocata, essi pensavano comunque che fosse inutile disperdere tutti quei patrimoni (76). Si calcola che i danni ammontassero a centinaia di milioni di marchi (77). La deprecazione per le distruzioni materiali dissennate era cos profonda anche nella classe operaia - che "si presuppone" in genere, sulla base di scarsi elementi, sia uno dei gruppi meno antisemiti - che il movimento comunista clandestino tent di guadagnarsi simpatie criticando soprattutto i costi materiali della Notte dei cristalli.

In un loro appello i comunisti dissociavano ottimisticamente il popolo tedesco da quelle azioni, sostenendo che in nessun modo potevano essere attribuite all'"ira del popolo". Come potevano esserne certi? Non perch credevano che la gente provasse simpatia e solidariet per i concittadini ebrei, ma perch i lavoratori stanno calcolando le ore di straordinario che dovranno fare per riparare il danno inflitto al patrimonio della nazione tedesca. Le mogli degli operai ... hanno visto quello scialo con grande amarezza (78). I dissensi contro le violenze sfrenate e le distruzioni inutili della Notte dei cristalli, che pure erano diffusi in tutta la Germania, vanno intesi come critiche limitate a un indirizzo eliminazionista che la stragrande maggioranza dei tedeschi considerava fondamentalmente legittimo, ma che in questa occasione aveva imboccato la via sbagliata. A tale moderata opposizione si contrapponevano il generale entusiasmo per il programma eliminazionista, che prosegu senza tregua dopo la Notte dei cristalli, e l'enorme soddisfazione con cui molti tedeschi avevano accolto quegli eventi. Il giorno dopo a Norimberga, per esempio, si tenne un comizio in cui quasi centomila persone convennero spontaneamente per ascoltare le invettive antiebraiche di Julius Streicher, l'editore di Der Strmer noto come il pi fanatico antisemita di Germania. Nelle fotografie del raduno gli uomini in uniforme sono relativamente pochi; si vedono invece i volti dei tedeschi comuni - ossia della gente di Norimberga e di tutto il paese - accorsi per esprimere la loro ardente adesione al governo e al programma eliminazionista. Dopo la guerra, un osservatore rifletteva su quel comizio sostenendo che la stragrande maggioranza degli uomini e delle donne di Norimberga si sarebbe potuta tenere alla larga senza rischiare rappresaglie; invece, scelsero di andare ad acclamare i criminali del governo (79). La Notte dei cristalli stava davanti agli occhi non solo della Germania, ma anche dell'intero mondo occidentale. E il mondo reag con repulsione e indignazione morale. Il popolo tedesco non diede prova di altrettanta repulsione e indignazione - n di un dissenso di principio dal modello antisemita alla base di quelle devastazioni -, anche se tutto ci era avvenuto in suo nome, sotto i suoi occhi, a spese dei suoi concittadini, per di pi indifesi. Fu questo il momento in cui per tutti i tedeschi divenne evidente che il governo non avrebbe esitato a ricorrere ai mezzi pi radicali per garantire l'eliminazione degli ebrei e della loro influenza dalla Germania.

Per citare Alfons Heck, a suo tempo membro della Giovent hitleriana, dopo la Notte dei cristalli nessun tedesco abbastanza grande da camminare poteva pi dire di ignorare la persecuzione, e nessun ebreo poteva pi illudersi che Hitler si sarebbe accontentato di qualcosa di meno di una Germania "judenrein" (80). Criticare la Notte dei cristalli non era affatto impossibile, e vi furono tedeschi che espressero, apertamente e senza mezzi termini, la loro delusione di fronte allo spreco e all'ottusa brutalit di quell'aggressione; quindi significativo che nessuno di loro levasse la voce contro l'enormit dell'ingiustizia, che non pareva toccarli. Vi fu indignazione morale tra gli insegnanti di religione bavaresi, per esempio, ma non per ci che i compatrioti avevano fatto agli ebrei, che evidentemente aveva la loro approvazione: nella Media e Alta Franconia un buon 84 per cento dei protestanti e il 75 per cento dei cattolici si astennero dalle lezioni in segno di protesta per l'assassinio del diplomatico tedesco, non per le immani sofferenze inflitte agli ebrei innocenti (81). Questo fu forse il giorno pi rivelatore dell'intera epoca nazista, quello in cui il popolo tedesco ebbe l'occasione di manifestare la propria solidariet per i concittadini ebrei, ma prefer sigillarne la sorte facendo percepire alle autorit la propria adesione all'impresa eliminazionista, sia pure avanzando, anche ad alta voce, qualche obiezione contro alcuni dei suoi aspetti. E' ancora Melita Maschmann a consentirci di cogliere i meccanismi mentali con cui i tedeschi tentarono di farsi una ragione dell'orrore che in quella notte li aveva risvegliati dal sonno. "Per un istante mi resi chiaramente conto che era successo qualcosa di terribile, qualcosa di spaventosamente brutale. Ma quasi subito giunsi a pensare che quanto era avvenuto si era ormai concluso, e non richiedeva riflessioni critiche. Dissi a me stessa: gli ebrei sono i nemici della nuova Germania; la notte scorsa si sono accorti di ci che questo significa. Speriamo che l'Ebraismo Mondiale, che ha deciso di ostacolare i nuovi passi verso la grandezza della Germania, prenda atto dell'avvertimento. Se gli ebrei seminano odio contro di noi in tutto il mondo, devono sapere che teniamo degli ostaggi nelle nostre mani" (82). E' evidente che, al di l delle condanne espresse sulla natura della sentenza e sui modi in cui era stata eseguita, la grande maggioranza dei tedeschi concordava sulla colpevolezza degli ebrei. La progressiva esclusione degli ebrei dalla societ, avviata fin dall'ascesa al potere dei nazisti, acquis nuovo impeto con la Notte dei cristalli.

I tedeschi erano giunti a trasformare gli ebrei che non avevano cercato scampo fuori dalla Germania in una comunit da evitare e deridere, alla stregua dei lebbrosi nel Medioevo (83). Il contatto con loro, ridotto al minimo da tutti o quasi, era visto comunemente e ci si rifletteva nel comportamento individuale - come qualcosa di inquinante, di pericoloso per il benessere. Perch, altrimenti, una Legge per la protezione del sangue e dell'onore tedesco, legge promulgata dopo che molti tedeschi l'avevano chiesta, e che godeva di immensa popolarit, non soltanto per aver codificato una volta per sempre quali fossero i rapporti leciti con gli ebrei? Non sorprende inoltre la frequenza delle cause per disonore della razza ("Rassenschande") cio le relazioni sessuali extraconiugali tra ebrei e tedeschi, assolutamente proibite - promosse dalla gente comune contro gli ebrei (84). La storia di Emma Becker, riferita da David Bankier, illustra in modo particolarmente efficace quell'implacabile ostilit. La Becker era un'ebrea, ma si trovava in una condizione che potrebbe sembrare insolitamente propizia per ricevere un trattamento decente da parte dei compatrioti tedeschi: sposata con un cattolico, si era convertita alla fede del marito, rinunciando alla propria identit religiosa originaria e troncando ogni legame formale con l'ebraismo. Ci nonostante, nel 1940 i vicini le fecero chiaramente capire di non gradire di vivere accanto a lei che, nelle loro menti inficiate dal razzismo, era ancora un'ebrea. L'unica persona che andasse da lei era il suo confessore; e per questo atto di gentilezza, che peraltro faceva parte dei suoi doveri di sacerdote, lui stesso fu insultato dai vicini. Emma racconta le esplicite espressioni di odio che le venivano rivolte, e l'ostracismo totale dalla comunit cristiana, che giunse a trattarla come un'emarginata lebbrosa nella sua stessa chiesa. Fu cacciata dal coro, che non voleva cantare le lodi del Signore a fianco di quell'ebrea, e i suoi correligionari rifiutavano di inginocchiarsi o di prendere la comunione accanto a lei; persino i preti, gli uomini di Dio, che dicevano di credere nel potere del battesimo, la evitavano. Questi tedeschi comuni, tra i quali c'erano anche istruiti impiegati pubblici, si spinsero ben oltre quanto prescritto dal regime; come convertita sposata a un cattolico, la Becker era "tutelata dalla legge" contro la persecuzione generale (85). La legge le consentiva di vivere dove viveva, di intrattenere normali rapporti sociali, e certamente di andare in chiesa.

Quei tedeschi esprimevano, senza possibilit di equivoci, il loro odio per gli ebrei, un odio fondato su una concezione della razza che bollava una persona come ebrea indipendentemente dalla sua religione, dall'identit che lei stessa si attribuiva e dal fatto che avesse rinunciato a ogni legame con l'ebraismo. E dire che, fra tutti i tedeschi, i cattolici, dominati dall'antica idea dell'origine religiosa della malignit ebraica, erano coloro che avrebbero dovuto opporre maggiore resistenza a quel modello cognitivo razziale! Invece, la diffusa persecuzione verso gli ebrei convertiti dimostra comunque che anch'essi avevano accettato i dogmi dell'antisemitismo razzista (86). La sorte della Becker fu un caso tutt'altro che isolato; nell'intera Germania le chiese protestanti e cattoliche, in genere raccogliendo le esplicite proteste dei tedeschi che non volevano pregare o prendere la comunione insieme con gli ebrei, cercavano il modo di separare i convertiti dal resto della congregazione (87). Il popolo tedesco si era talmente allontanato dai precetti cristiani che la chiesa confessante di Breslavia distribu in tutta la Germania volantini che incitavano a non discriminare gli ebrei convertiti, e suggeriva le misure da prendere per evitare che i convertiti venissero aggrediti in chiesa! (88). Tanto basta per evidenziare che la gerarchia ecclesiastica - nella sua componente ancora fedele alla dottrina cristiana della salvezza per il battesimo - sapeva bene quanto devoto fosse il suo gregge alle idee dell'antisemitismo razzista eliminazionista. L'ultima fase della soluzione finale, cos come fu messa in scena per gli ebrei tedeschi nella Germania propriamente detta, fu la loro deportazione verso l'Est, nei luoghi dove avrebbero trovato la morte, che incominci nell'ottobre 1941 e continu fino all'inizio del 1943 (89). Le deportazioni, la misura eliminazionista pi esplicita e inequivocabile tra quante erano state fino ad allora prese in territorio tedesco, furono assai gradite, con qualche eccezione, dal popolino. A quel periodo, quando i tedeschi avevano gi scovato o deportato la maggioranza degli ebrei, e altri milioni ne stavano ammazzando nel resto d'Europa, risale un episodio emblematico, riferito da una donna non ebrea nel suo diario. Stoccarda, ottobre 1942: "Ero in tram. Affollatissimo. Poi sal un'anziana signora. Aveva i piedi cos gonfi che parevano esplodere nelle scarpe.

Portava la stella di Davide sul vestito. Mi sono alzata per farla sedere, e con questo ho provocato - come poteva essere altrimenti? - la cos diffusa furia popolare. Qualcuno ha gridato Fuori!; poi c' stato un coro di Fuori!. Nel chiasso delle voci ho sentito le parole indignate di Serva degli ebrei! Gente senza dignit!. Il tram si fermato tra una fermata e l'altra e l'autista ha ordinato Fuori tutt'e due!" (90). Tale era l'odio spontaneo per una disgraziata figlia di un popolo che proprio allora veniva massacrato. La passione antisemita era cos profonda che a Berlino, quando venivano riuniti gruppi di ebrei rastrellati che poi sarebbero stati deportati, si verificavano aperte ed entusiastiche manifestazioni di soddisfazione per la sorte che li attendeva. Ne fu testimone una tedesca: Purtroppo devo anche riferire che c'era gente sulla porta di casa che dava libera espressione alla sua gioia di fronte a quella processione di infelici. "Guardate quegli ebrei impudenti" gridava uno. "Adesso ridono ancora, ma ormai la loro ultima ora suonata" (91). Come era accaduto dopo la Notte dei cristalli o in altri casi di violenza gratuita nelle strade, qualche tedesco esprimeva la propria disapprovazione per la brutalit, palesemente superflua, dei suoi compatrioti impegnati nelle deportazioni. Lo stesso direttore di Das Schwarze Korps, giornale ufficiale delle S.S., tutt'altro che amico degli ebrei, scrisse a Heinrich Himmler per lamentare che, in un'impresa cos degna e ben indirizzata, si fosse dato prova di tanta brutalit davanti agli occhi dei civili, delle donne e persino degli stranieri, perch dopo tutto non vogliamo fare la figura dei sadici deliranti (92). Ben pochi, all'epoca, potevano farsi illusioni sulla sorte degli ebrei; le voci sulle stragi che avvenivano nelle zone orientali circolavano per tutta la Germania. Il 15 dicembre 1941 un insegnante trascriveva nel suo diario l'ovvio significato delle deportazioni: E' chiaro come il sole che questa una campana a morto. Li porteranno in qualche landa deserta e devastata della Russia, e li lasceranno morire di fame e di freddo. I morti non parlano (93). Una donna che si adoper per salvare degli ebrei a Berlino scrive nel diario, il 2 dicembre 1942: Gli ebrei spariscono a frotte. Corrono voci orrende sulla sorte degli evacuati: fucilazioni in massa e morti per fame, torture e gas (94).

Nessuno poteva credere che la sorte in attesa di quegli uomini, donne, vecchi e bambini che il governo tedesco, nel bel mezzo della guerra, trasferiva con la forza, e spesso con brutalit, verso est, sarebbe stata men che tragica. L'entusiasmo manifestato dai tedeschi, l'evidente mancanza di ogni compassione per quei disgraziati che erano vissuti in mezzo a loro e l'assenza di un diffuso sentimento di disapprovazione o di opposizione alle deportazioni stanno a indicare il loro assenso alle misure destinate a rendere "judenrein" la Germania, anche se questo avrebbe probabilmente comportato lo sterminio degli ultimi ebrei rimasti (95). Dopo il gennaio 1933 non si sosteneva in Germania alcuna opinione diversa da quella predominante, che ora si esprimeva nella sua pi ossessiva elaborazione nazista. In ogni istituzione nazionale di qualche importanza, in ogni sede di pubblico dibattito veniva promossa l'idea della loro irrimediabile ostilit e perniciosit per la Germania. La concezione degli ebrei come razza a parte e una pervasiva interpretazione razzista della storia e delle differenze tra gli uomini costituivano il comune sentire di tutta la cultura politica, fatta eccezione, talvolta, per la chiesa cattolica. E persino nella chiesa - a dispetto dell'inconciliabilit della sua grande e coerente visione del mondo con il razzismo germanico nazista - troppi dimostrarono, abbandonando a loro stessi o perseguitando gli ebrei convertiti, la loro adesione alla retorica e alla cultura razzista del momento (96). Quel modello, infatti, era talmente forte, in Germania, che anche la chiesa cattolica tedesca fin pi o meno per accettarlo, introducendolo nel suo insegnamento. Nel febbraio 1936 le istruzioni ufficiali dell'episcopato tedesco ai catechisti proclamavano che razza, patria, sangue e popolo sono preziosi valori naturali creati dal Signore, che ne ha affidato la tutela a noi tedeschi (97). L'ossessivo antisemitismo ufficiale si sovrapponeva al sentimento che aveva sostanzialmente dominato l'evoluzione ideologica della societ civile tedesca nella recente storia prenazista, consolidando una concezione razzista egemonica dalla quale ben pochi dissentivano. La dimostrazione pi semplice data da quei gruppi che si tenderebbe a considerare meno disposti ad accettare tale concezione degli ebrei. Come abbiamo gi detto, tutte o quasi le categorie professionali di maggiore prestigio - cio i pi colti, abituati a pensare in modo indipendente

e dotati della preparazione necessaria per distinguere il vero dalle fandonie diedero prova di essersi votate all'antisemitismo. I lavoratori, molti dei quali avevano aderito al marxismo ed erano quindi oppositori ideologici del nazismo, sulla questione degli ebrei erano in genere d'accordo con gli avversari, come dovettero riconoscere con sconforto gli stessi informatori clandestini del Partito socialdemocratico (nell'insieme restii a sottolineare i segnali che davano per disperata la loro causa). In Sassonia, regione particolarmente antisemita, un rapporto del gennaio 1936 concludeva che "l'antisemitismo si senza dubbio radicato in vasti settori della popolazione. Se la gente compera ancora nei negozi degli ebrei, non per aiutarli, ma per dare fastidio ai nazisti. La generale psicosi antisemita colpisce anche le persone pi riflessive, e i nostri stessi compagni. Tutti sono decisamente contrari alla violenza, ma la gente comunque favorevole a stroncare una volta per sempre la supremazia degli ebrei, costringendoli entro particolari campi di lavoro. [Julius] Streicher [l'editore dello Strmer] viene universalmente deprecato, ma in fondo si sostanzialmente d'accordo con Hitler. Gli operai dicono che nella Repubblica [di Weimar] e nel partito [socialdemocratico] gli ebrei erano diventati troppo potenti" (98). Sebbene alcuni altri rapporti informativi dipingano un quadro pi roseo dell'atteggiamento degli operai tedeschi, i curatori del volume che li raccoglie hanno concluso che opinione comune che esista una "Judenfrage" (99). La diffusione pressoch universale di questa convinzione, e quindi del modello cognitivo di cui si parlato in precedenza, non pu dunque essere messa in dubbio (100). La bancarotta morale delle chiese tedesche, protestante e cattolica, riguardo agli ebrei fu tanto grave e abietta da meritare un'attenzione ben pi approfondita di quella che le viene dedicata in questa sede. Gi al tempo di Weimar l'antisemitismo delle chiese in quanto istituzioni, del clero nazionale e locale, e dei fedeli era minacciosamente diffuso; il 7080 per cento dei pastori seguiva il Partito nazionalpopolare tedesco, e anche prima che i nazisti venissero mandati al potere con le elezioni il loro antisemitismo permeava la stampa protestante (101).

Questa, con i suoi milioni di lettori, esercitava un'enorme influenza e ci fornisce utili indicazioni sia sulla mentalit e sull'umore degli ecclesiastici sia su quanto essi propinavano al loro gregge. Negli anni Venti il volume e l'intensit della propaganda antisemita da parte protestante videro un enorme incremento, mentre il fenomeno pi in generale si acutizzava nella turbolenta atmosfera politica di Weimar. I mezzi di comunicazione religiosi pi attivi e influenti nella diffusione del sentimento antiebraico erano i "Sonntagsbltter", i settimanali della domenica che insieme raggiungevano una circolazione di 1,8 milioni di copie e i cui lettori, secondo una stima prudenziale, erano pi del triplo (102); una circolazione che spiega la loro funzione determinante nella formazione delle opinioni collettive del laicato protestante, che nel 1933 costituiva circa il 63 per cento della popolazione tedesca. (103). Una rassegna di sessantotto "Sonntagsbltter" pubblicati tra il 1918 e il 1933 rivela la centralit dei temi degli ebrei e dell'ebraismo, che venivano trattati quasi invariabilmente in tono ostile. Quei fogli religiosi, destinati a edificare i lettori e a coltivare la piet cristiana, predicavano che gli ebrei erano i naturali nemici della tradizione nazional-cristiana, che erano stati loro la causa del crollo dell'ordine cristiano e monarchico, nonch i responsabili di una pletora di altri mali. Ino Arndt, autore di questo studio, ne conclude che l'incessante diffamazione dei settimanali protestanti fin certamente per ottundere in milioni di lettori ogni sentimento umano, e in definitiva cristiano verso gli ebrei (104). Non sorprende che quei cristiani potessero guardare con occhio impietoso gli ebrei che venivano aggrediti, tormentati, degradati e ridotti alla condizione sociale dei lebbrosi. Dalla fine del 1930 sino alla presa di potere nazista l'orientamento antiebraico di quasi tutti i "Sonntagsbltter" divenne di gran lunga pi acceso di quanto non fosse mai stato. Incoraggiati e influenzati dall'atmosfera sempre pi intensamente antisemita, i giornali emulavano, in ingiurie e toni violenti, la retorica del Partito nazista, la cui vittoria si annunciava imminente. Giunti al potere, i nazisti si sarebbero adoperati per sincronizzare le convinzioni e la condotta di tutti i tedeschi con i dettati della nuova fede. Le chiese e le organizzazioni cristiane non erano disposte a piegarsi a questa pretesa con obbedienza militaresca; anzi, opposero resistenza alla sincronizzazione in tutte le materie importanti in cui i loro valori cozzavano contro quelli nazisti.

Quando per si giungeva alle convinzioni e all'atteggiamento nei confronti degli ebrei, i nazisti e i fogli protestanti della domenica non erano poi cos distanti, ma anzi qualitativamente affini. E dunque in questo settore la sincronizzazione pot procedere senza ostacoli. Anche prima della presa del potere da parte di Hitler, che appariva man mano sempre pi probabile, i direttori di quei devoti fogli cristiani si sforzavano di armonizzare la loro gi violenta retorica antisemita con quella dei nazisti, e lo facevano di propria iniziativa, senza alcuna sollecitazione e con innegabile passione ed efficienza. E' ovvio che la stampa protestante non avrebbe potuto ammannire al popolo tedesco una zuppa antisemita cos spietata, volgare e nazisteggiante, se le autorit religiose cristiane non l'avessero approvato. Anzi, le alte gerarchie protestanti, ben prima dell'avvento di Hitler, gi concepivano gli ebrei come i pi temibili nemici del cristianesimo e della Germania (105). In una lettera scritta poco dopo il boicottaggio dell'aprile 1933, una delle guide spirituali della nazione, il sovrintendente generale della diocesi di Kurmark della chiesa evangelica (luterana) di Prussia, il vescovo Otto Dibelius, dichiarava di essere sempre stato antisemita. Non si pu mancare di rilevare continuava che in tutte le manifestazioni pi corrosive della civilt moderna gli ebrei hanno un ruolo determinante (106). Nel 1928, cinque anni prima dell'ascesa al potere di Hitler, Dibelius aveva persino dato espressione alla logica dominante dell'antisemitismo eliminazionista proponendo la seguente soluzione alla "Judenfrage". L'immigrazione degli ebrei dall'Europa orientale doveva essere vietata perch, entrato in atto quel divieto, sarebbe cominciato il declino dell'ebraismo. Le famiglie ebree hanno pochi figli. Il processo di estinzione si sviluppa in modo sorprendentemente rapido (107). Diversamente da Hitler, che voleva ucciderli, il vescovo luterano desiderava dunque che gli ebrei si estinguessero pacificamente, senza spargimento di sangue. Wolfgang Gerlach, pastore evangelico tedesco e storico delle chiese cristiane nel periodo nazista, osserva che i sentimenti antisemiti del vescovo Dibelius erano abbastanza emblematici della cristianit tedesca all'inizio del 1933 (108).

Questo giudizio a posteriori viene confermato da quello contemporaneo del grande teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, disperato di fronte all'ondata di antisemitismo che travolgeva anche i suoi colleghi. Poco dopo la presa del potere da parte dei nazisti, Bonhoeffer scriveva a un amico teologo che sul tema degli ebrei anche la gente pi ragionevole ha perduto la testa e il senso stesso della Bibbia (109). Nonostante si registrasse un certo dissenso personale ai massimi livelli della gerarchia ecclesiastica per alcuni aspetti della dottrina nazista sugli ebrei e per la componente di morte propria dell'impresa eliminazionista riflesso comunque del pi vasto e generale conflitto con un regime deciso a spezzare il suo potere -, la chiesa cattolica tedesca in quanto istituzione fu sempre profondamente e pubblicamente antisemita. Lo dichiarava il cardinale Michael Faulhaber di Monaco nei suoi sermoni per l'Avvento del 1933, e la sua sarebbe potuta ben essere la voce dei cattolici in generale. Bench difendesse la religione ebraica e gli ebrei vissuti prima di Ges, Faulhaber metteva bene in chiaro che andavano distinti da quelli vissuti dopo Ges, tra i quali vi erano i contemporanei. L'anno dopo, quando alcuni stranieri interpretarono male le sue parole sostenendo che si era fatto campione degli ebrei tedeschi, il cardinale lo neg con la massima enfasi (110). Prima e durante l'epoca nazista le pubblicazioni cattoliche, destinate al laicato, agli ecclesiastici o ai teologi, diffondevano la litania antisemita in termini spesso indistinguibili da quelli usati dai nazisti, giustificando il desiderio di eliminare i corpi estranei ("Fremdkrper") ebrei dalla Germania. Prendere provvedimenti contro gli ebrei, secondo gran parte di quelle pubblicazioni, era un atto di legittima difesa dalle caratteristiche e dalle influenze dannose della razza ebraica (111). Nel marzo 1941, quando gi i tedeschi avevano inflitto spaventose sofferenze agli ebrei di Germania e d'Europa, l'arcivescovo Konrad Grber pubblic una lettera grondante di antisemitismo, in cui accusava gli ebrei di aver ucciso Cristo, il che giustificava quanto essi stavano subendo: La maledizione autoimposta degli ebrei, "Il Suo sangue ricada su di noi e suoi nostri figli", si avvera nel presente, oggi (112). Grber non era certo un antisemita isolato, nella chiesa cattolica. Malgrado le autorit cattoliche criticassero apertamente molti aspetti della politica nazista, non emisero mai una condanna ufficiale della persecuzione eliminazionista degli ebrei, n degli eventi che annunciarono l'avvio del programma; non vi furono inoltre proteste formali per il boicottaggio dell'aprile 1933, n per le Leggi di Norimberga, n per le devastazioni della

Notte dei cristalli e nemmeno per le deportazioni degli ebrei destinati alla morte (113). Non sorprende quindi che i vescovi cattolici, nonostante avessero fatto qualche denuncia pubblica del trattamento riservato agli stranieri e addirittura di uccisioni da parte nazista, non si pronunciassero esplicitamente contro lo sterminio degli ebrei (di cui erano pienamente consapevoli), limitandosi a vaghe formulazioni che potevano riferirsi a chiunque, compresi i cristiani slavi, in quell'Europa imbarbarita dai tedeschi e dilaniata dalla guerra. Allo stesso proposito le autorit protestanti furono ancor meno sensibili (114). Comunque, mai un vescovo tedesco, cattolico o protestante, parl in pubblico in favore degli ebrei, come fece invece l'arcivescovo cattolico francese di Tolosa, Jules-Grard Salige: Al nostro tempo stato dato in sorte di assistere al triste spettacolo di bambini, donne, padri e madri trattati come bestiame; alla separazione di membri della stessa famiglia, portati via verso ignote destinazioni ... Gli ebrei sono uomini, le ebree sono donne ... Non possono essere maltrattati a discrezione ... Fanno parte del genere umano. Sono nostri fratelli allo stesso titolo di tanti altri. Un cristiano non pu dimenticarlo (115). Pur contrapponendosi con energia al regime su molte questioni, le chiese tedesche abbandonarono del tutto gli ebrei; in questo senso le autorit religiose della Germania furono prima tedeschi, e poi uomini di Dio - tale era la forza del modello antisemita -, perch furono incapaci di proclamare che gli ebrei fanno parte del genere umano, denunciando al loro gregge l'inammissibilit della sospensione delle leggi morali nei loro confronti. Profondamente antisemiti, questi tedeschi, uomini di Dio, non soltanto non si ersero a difesa degli ebrei pur vedendoli braccati, picchiati, cacciati da casa e dalla patria e infine assassinati dai loro parrocchiani, ma contribuirono anche attivamente al progetto eliminazionista. E non si tratt soltanto dei tanti sermoni antisemiti con i quali quei tutori della moralit della nazione confermavano e consacravano l'odio dei tedeschi comuni. L'elemento fondante delle Leggi di Norimberga era dato dalla capacit del regime di determinare e dimostrare l'entit delle ascendenze ebraiche di ciascuno, di sapere chi fosse ebreo; la loro applicazione dipendeva quindi dagli archivi genealogici conservati presso le chiese locali. Scrive Gnther Lewy, storico della chiesa cattolica:

"L'importante questione se la chiesa cattolica dovesse prestare il suo aiuto allo stato nazista per individuare le persone di discendenza ebraica non fu mai dibattuta; anzi. Abbiamo sempre lavorato altruisticamente per il popolo senza pensare alla gratitudine o all'ingratitudine, scriveva un prete sul Klerusblatt nel settembre 1934. Faremo del nostro meglio per contribuire a questo servizio reso al popolo. E la cooperazione della chiesa continu per tutti gli anni della guerra, quando il prezzo dell'essere ebreo non era pi il licenziamento dall'impiego pubblico e la perdita del reddito, ma la deportazione e la completa distruzione fisica" (116). Le chiese tedesche collaborarono di buon grado a quell'iniziativa palesemente eliminazionista e spesso omicida. Se i fari morali, le coscienze della Germania, operavano spontaneamente al servizio delle politiche antisemite, come aspettarsi che i loro fedeli fossero da meno? Quelle stesse autorit religiose si opposero in modo deciso ed esplicito ai cosiddetti assassini per eutanasia, e ad altre iniziative del governo come la tolleranza per la pratica del duello e per la cremazione dei defunti (ma non ai forni crematori di Auschwitz, di cui pure erano al corrente) (117). Mentre in tutta Europa, comprese Danimarca, Olanda, Norvegia e Francia, occupate dai tedeschi, le istituzioni ecclesiastiche condannavano la persecuzione e lo sterminio degli ebrei, invitando (a volte invano) i loro compatrioti a non prendervi parte (118), in Germania li abbandonarono al loro destino (talvolta con l'eccezione dei convertiti) o contribuirono persino in modo diretto alla persecuzione eliminazionista (119). Le ottimistiche divagazioni del vescovo Dibelius sull'eventuale estinzione incruenta degli ebrei furono solo il preludio dell'esplicita consacrazione, da parte di un consistente numero di autorit religiose tedesche, dei provvedimenti eliminazionisti pi radicali e violenti, proprio mentre il regime li andava applicando. Un autorevole esponente protestante, il vescovo Martin Sasse della Turingia, pubblic, poco dopo l'orgia antiebraica della Notte dei cristalli, un compendio del vetriolo antisemita di Martin Lutero, nell'introduzione al quale plaudiva al rogo delle sinagoghe compiuto in coincidenza con un giorno cos propizio: Il 10 novembre 1938, compleanno di Lutero, in Germania bruciano le sinagoghe.

E incitava il popolo tedesco a prestare ascolto alle parole del massimo antisemita del suo tempo, colui che mise in guardia il suo popolo dal pericolo rappresentato dagli ebrei (120). Poich questo era lo spirito che pervadeva le chiese protestanti, non sorprende che persino molti autorevoli membri della gerarchia ecclesiastica gettassero il proprio peso morale sul piatto di iniziative antiebraiche ancor pi radicali di quelle della Notte dei cristalli. I tedeschi diedero inizio allo sterminio sistematico degli ebrei d'Europa nel giugno 1941 in Unione Sovietica. Alla fine dell'anno il massacro era gi ben avviato, ed era fatto ben noto ai milioni di tedeschi trasferiti a Est quali soldati o coloni, ma anche a quelli rimasti in patria, come attesta il parroco della chiesa americana di Berlino, Stewart Herman, rimasto in Germania fino al dicembre di quell'anno: Era risaputo con certezza, grazie ai soldati di ritorno dal fronte, che nella Russia occupata e in particolare a Kiev [luogo del massacro di Babi-Yar, alla fine di settembre, in cui furono uccisi pi di 33 mila ebrei] i civili ebrei - uomini, donne, bambini venivano allineati e abbattuti a migliaia con le mitragliatrici (121). La notizia delle stragi giungeva anche alle autorit ecclesiatiche: lo dichiar esplicitamente il vescovo protestante Teophil Wurm scrivendo nel dicembre 1941 al ministro del Reich per le Chiese Hanns Kerrl a proposito delle voci sulle uccisioni in massa nell'Est che erano arrivate all'orecchio del popolo (122). Ma nemmeno questo serv a limitare l'ostilit delle gerarchie della chiesa per gli ebrei, n la loro adesione alle politiche del regime. Il 17 dicembre di quell'anno i maggiori esponenti della chiesa evangelica protestante del Meclemburgo, della Turingia, della Sassonia, dell'AssiaNassau, dello Schleswig-Holstein, dell'Anhalt e di Lubecca pubblicarono una dichiarazione congiunta che negava agli ebrei la possibilit di ottenere la salvezza attraverso il battesimo, a causa della loro condizione razziale, e li accusava di essere responsabili della guerra e nemici per nascita del mondo e del Reich ("geborene Welt- und Reichsfeinde"). Essi propugnavano quindi l'adozione delle pi severe misure nei confronti degli ebrei e la loro cacciata dai territori tedeschi (123). Com' logico, il superlativo le pi severe misure implica che gli ebrei erano passibili delle pene peggiori, estreme, compresa la morte. E poich il contesto era quello apocalittico della guerra con l'Unione Sovietica e del gi avviato sterminio degli ebrei russi, il significato di tali parole era soltanto uno: le autorit ecclesiastiche protestanti di buona parte della Germania ratificavano di propria iniziativa - implicitamente, ma in

modo collettivo, istituzionale, con tutta l'autorit della carica lo sterminio in massa degli ebrei (124). Anche gli ecclesiastici pi autorevoli che si opposero attivamente al regime potevano essere antisemiti fin nel profondo di s, condividendo taluni elementi centrali dell'immagine nazista degli ebrei. Lo esprime nel modo pi efficace il discorso che segue: Parliamo dell'"ebreo eterno", evocando l'idea di un irrequieto vagabondo, senza patria e senza pace. Vediamo un popolo di grande talento, che produce di continuo nuove idee a beneficio del mondo; ma tutto ci che esso intraprende diventa velenoso, e tutto ci che raccoglie odio e disprezzo, perch di tanto in tanto il mondo si accorge dell'inganno e si vendica alla sua maniera (125). Non sono parole di un ideologo del nazismo, bens di uno dei suoi maggiori e celebrati oppositori, il pastore protestante Martin Niemller, che le pronunci durante un sermone al suo gregge, quando Hitler era gi al potere. Come molti antinazisti, nonostante l'odio per il regime, egli ne condivideva la visione del mondo in almeno un aspetto fondante: gli ebrei erano un male eterno (126). Persino il giustamente ammirato e riverito pastore Heinrich Grber un ecclesiastico profondamente umano, pietoso e caritatevole, responsabile di un ufficio creato dalla chiesa protestante per aiutare gli ebrei convertiti, che nel 1940 fu arrestato per le sue proteste contro le deportazioni -, persino questo tedesco eroico aveva opinioni sugli ebrei simili a quelle dei nazisti. In un'intervista a un giornale dei Paesi Bassi del primo febbraio 1939 rimproverava agli olandesi di non voler accettare l'idea dello sradicamento degli ebrei, un'idea, aggiungeva con approvazione, di cui si discute senza problemi nella Germania nazionalsocialista. Grber si dichiarava convinto che la maggioranza degli ebrei che vivevano in Germania era senza radici. Non facevano lavori produttivi, ma solamente "affari" [cio affari loschi]. La perniciosit degli ebrei era data da qualcosa di pi grave del semplice sradicamento. Furono questi ebrei a governare la Germania nella finanza, nell'economia, nella politica, nella cultura, nella stampa, dal 1919 al 1932. Si pu davvero parlare di un predominio ebraico. Pur riconoscendo che molti israeliti, rimasti fedeli alle leggi di Mos, sono migliori di questi, Grber voleva che gli olandesi si convincessero dell'effettiva esistenza di una "Judenfrage" mondiale, e si astenessero dal

criticare la Germania, che aveva dato un esempio di come essa poteva essere affrontata. Chiunque voglia contribuire alla soluzione non dovrebbe lasciarsi influenzare da sentimenti di simpatia o antipatia, ma collaborare con altri uomini di buona volont per favorire l'emigrazione degli ebrei verso quei paesi dove c' bisogno di loro (127). Grber era un tipico tedesco nella misura in cui, prodotto di una comune cultura, condivideva le convinzioni antisemite dei compatrioti, ma non lo era affatto in quanto aderiva a un'etica autenticamente cristiana, che lo induceva a adoperarsi per alleviare le sofferenze degli ebrei malgrado gli enormi danni che riteneva avessero arrecato alla Germania. Anche il grande teologo Karl Barth, personaggio di spicco della chiesa confessante protestante e accanito oppositore del nazismo, era antisemita. Con l'avanzare degli anni Trenta, considerazioni teologiche lo spinsero invece a prendere le difese degli ebrei, nonostante i suoi sentimenti profondi, che nel sermone d'Avvento del 1933 lo avevano indotto a denunciarli come popolo ostinato e malvagio (128). Occorre sottolineare che - come dimostrano le dichiarazioni di questi e molti altri esponenti del clero cristiano, oppositori o sostenitori del regime che fossero - nell'ambiente non erano certo gli antisemiti a costituire l'eccezione; rari erano piuttosto coloro che potevano dirsi indenni da quel sentimento. I pochi che presero le difese degli ebrei si trovarono di fatto del tutto isolati. Grber, che aiut davvero i perseguitati, ricordava che da qualche assemblea della chiesa confessante si lev in effetti un appello alla protesta. Ma furono pochi a protestare, rispetto ai milioni che collaborarono o rimasero in silenzio, e nella migliore delle ipotesi fecero come gli struzzi o strinsero i pugni nelle tasche (129). Nei riguardi degli ebrei c'era di fatto ben poca differenza tra le chiese protestanti tradizionali e gli scissionisti Cristiani tedeschi, dichiaratamente razzisti e antisemiti, che aspiravano a fondere la teologia cristiana con gli altri principi del nazismo. Tutte le numerose lettere in cui i pastori protestanti tradizionali spiegano i motivi del loro dissenso con quel movimento insistono sull'inammissibilit della commistione tra religione e politica, ma neanche una critica la persecuzione in atto degli ebrei, momento centrale della teologia e dell'ideologia politica dei Cristiani germanici (130). Come osserva uno storico, le pi impavide dichiarazioni e azioni individuali [in favore degli ebrei] non dovrebbero mascherare il fatto che la

chiesa divenne una compiacente collaboratrice della politica ebraica nazista (131). Dopo la guerra, finalmente consapevole del carattere malefico dell'antisemitismo tedesco, Martin Niemller avrebbe concordato con questo giudizio devastante: in una lezione del marzo 1946 a Zurigo dichiar che la comunit cristiana tedesca ha di fronte a Dio una responsabilit maggiore di quella dei nazionalsocialisti, delle S.S. e della Gestapo. Avremmo dovuto riconoscere il Signore nel fratello sofferente e perseguitato, nonostante fosse comunista o ebreo ... Non abbiamo forse noi cristiani colpe ben pi gravi, non sono io ben pi condannabile di tanti che hanno immerso le mani nel sangue?. A parte le iperboli, Niemller enunciava la dura verit: la comunit cristiana tedesca non aveva saputo vedere nella radicale persecuzione eliminazionista una trasgressione morale. Il problema aveva radici sostanzialmente cognitive: i pastori della chiesa e i tedeschi in generale non erano riusciti a capire che gli ebrei non sono per natura una trib maligna (132). Gli esponenti della tanto decantata resistenza a Hitler, con le loro critiche esplicite e violente al nazismo, sarebbero dovuti essere, fra i tedeschi, i pi propensi a rifiutare il modello cognitivo culturale dominante e il programma eliminazionista; e invece, come Niemller e Barth, anch'essi finirono in genere per lasciarsi condizionare dalla comune concezione degli ebrei. Le misure eliminazioniste adottate negli anni Trenta prima del genocidio, che privavano gli ebrei della cittadinanza e di ogni diritto, riducendoli in miseria, le violenze cui furono sottoposti, la deportazione nei campi di concentramento, la caccia spietata che li costringeva a emigrare dalla Germania, tutto questo non bast a suscitare l'indignazione, o un'opposizione degna di rilievo, tra i futuri esponenti dei maggiori gruppi di resistenza. Anzi, secondo Christof Dipper, massimo esperto dell'argomento, la Gestapo, nel valutare gli autori dell'attentato a Hitler del 20 luglio 1944 (basandosi sulle dichiarazioni rese sotto interrogatorio), sottolinea giustamente che essi condividevano la concezione degli ebrei promossa dal regime, pur dissentendo sul modo in cui essi sarebbero dovuti essere trattati: "I cospiratori, pur aderendo in linea di principio all'antisemitismo, criticavano i metodi con cui veniva applicato. In parte si trattava di considerazioni umanitarie: i provvedimenti non erano abbastanza rispettosi della dignit umana e non corrispondevano al carattere dei tedeschi.

In parte essi ponevano questioni di opportunit, attribuendo la tensione nei rapporti con il resto del mondo al rigore e alla subitaneit con cui gli ebrei erano stati rimossi" (133). In sostanza, l'opposizione e la resistenza al nazismo non furono mosse da un dissenso di principio per l'eliminazione degli ebrei dalla societ tedesca. Stando alla testimonianza del fratello di un personaggio della caratura di Claus von Stauffenberg, l'uomo che colloc la bomba destinata a uccidere Hitler, nella sfera della politica interna condividevamo per la gran parte i dogmi fondamentali del nazionalsocialismo ... Il concetto della razza ci pareva sano e molto promettente; l'unica obiezione era contro la sua applicazione esagerata e portata troppo avanti (134). A nome della maggioranza degli oppositori non comunisti e non socialisti, lo zio di Stauffenberg, il conte xkll, cos riassumeva le intenzioni del gruppo di resistenza pi numeroso e influente, quello conservatore e militare che faceva capo a Stauffenberg e Carl Goerdeler: Dobbiamo sostenere, nella misura del possibile, il concetto della razza (135). Nella Germania nazista l'affermazione della razza come principio organizzatore della vita sociale e politica coincideva con l'adesione al modello cognitivo culturale dominante degli ebrei. Uno dei pi importanti documenti della resistenza antihitleriana - stilato al principio del 1943 per iniziativa di Dietrich Bonhoeffer dal Circolo di Friburgo, formato da autorevoli teologi e docenti universitari protestanti, e portato a conoscenza di Goerdeler - comprendeva un'appendice intitolata "Proposte per la soluzione della Judenfrage in Germania", in cui si affermava la legittimit delle misure che lo stato postnazista avrebbe intrapreso per tutelarsi dall'influenza calamitosa di quella razza sulla comunit popolare ["Volksgemeinschaft"]. Pur condannando esplicitamente il genocidio, il documento tradisce inequivocabili derivazioni dall'antisemitismo eliminazionista: ovunque si trovassero, gli ebrei creavano problemi alla nazione ospite. In quel testo si riconoscevano l'esistenza di una "Judenfrage", i danni che gli ebrei avevano arrecato alla Germania, nonch la necessit di una soluzione che impedisse danni ulteriori per il futuro. Si azzardava inoltre l'ipotesi che forse sarebbe stato possibile concedere agli ebrei di ritornare in Germania con pieni diritti. Perch? Perch i nazisti ne avevano uccisi a sufficienza: Il numero degli ebrei sopravvissuti che rientrerebbero in Germania non sarebbe tale da dover continuare a considerarli una minaccia per la nazione tedesca (136).

Quasi tutti i pronunciamenti e i programmi dei gruppi della resistenza, sovente antisemita, ipotizzavano una Germania senza ebrei o che avrebbe negato loro i diritti fondamentali come la cittadinanza (137). Il loro dissenso rispetto alle pratiche omicide del regime era dovuto a inibizioni etiche e a considerazioni pragmatiche, non a una concezione diversa, pi benevola degli ebrei. La persecuzione eliminazionista e, in definitiva, persino lo sterminio degli ebrei non valsero a mobilitare non soltanto i congiurati conservatori e religiosi dell'attentato a Hitler, ma neanche la resistenza antinazista della classe operaia (138). Il fatto che i delitti pi atroci non avessero effetto nemmeno su molti oppositori convinti del nazismo risulta meno bizzarro alla luce della storia e della pervasivit dell'antisemitismo in Germania. Inoltre attesta nel modo pi convincente la netta separazione delle due sfere, grazie alla quale anche gli antinazisti pi accesi potevano accettare e applaudire l'eliminazione e persino lo sterminio degli ebrei (139). Se era impossibile individuare una concezione favorevole o quanto meno neutrale degli ebrei sia tra i pastori della morale cristiana sia tra i nemici mortali di Hitler, dove altro cercarla nella societ tedesca? Il modello cognitivo culturale degli ebrei apparteneva in eguale misura ai nazisti e ai non nazisti. La madornale assenza di una protesta, o di un dissenso anche a livello privato, riguardo al modo in cui gli ebrei venivano trattati e al massacro genocida non fu dovuta n a un lavaggio del cervello nazista, n all'impossibilit per i tedeschi di esprimere la propria insoddisfazione per il regime e le sue scelte: entrambe le ipotesi non sono infatti in alcun modo suffragate dalle testimonianze contemporanee. In molte altre sfere e su molte altre questioni, i nazisti non riuscirono a indottrinare il popolo - per dirla con parole diverse, non riuscirono a convincerlo della bont e della giustizia delle loro prese di posizione -; e i tedeschi si fecero sentire, esprimendo dissenso e opposizione. Queste differenti reazioni - da un lato accettazione e sostegno del programma eliminazionista, dall'altro disapprovazione e persino sabotaggio delle scelte dei nazisti in altri campi - dimostrano in modo inequivocabile che i tedeschi furono tutt'altro che pedine passive o vittime terrorizzate del governo: ne furono invece gli agenti consenzienti, a seguito di scelte consapevoli determinate da valori e convinzioni che, per quanto in continua evoluzione, erano comunque preesistenti.

Certo, erano soggetti a limiti imposti dal regime, ma quegli stessi limiti si ritrovavano anche in altre sfere o questioni e tuttavia non influenzavano le loro azioni, cos come avvenne nel rapporto con gli ebrei. A tale proposito rivelatore il modo in cui furono trattati gli stranieri non ebrei, che anche nel caso di popoli considerati dai nazisti e dalla maggioranza dei tedeschi inferiori o persino subumani, come i polacchi, fu alquanto diverso e assai migliore (140). Che nei campi di concentramento e in altri contesti ai non ebrei fosse riservata una sorte assai migliore di quella degli ebrei un dato che riflette l'atteggiamento generale della popolazione civile tedesca: ne parleremo diffusamente nei capitoli che seguono. L'applicazione delle leggi e dei regolamenti razziali dipendeva in larga misura dalle informazioni fornite spontaneamente dalla gente alla Gestapo, un'istituzione che - a differenza della sua immagine comune - era terribilmente a corto di personale e non sarebbe stata in grado di controllare la societ tedesca con le sue sole forze. La misura diversificata della collaborazione che i tedeschi offrirono alla Gestapo nel perseguire i vari gruppi di vittime rivela da un lato che in questa sfera la loro azione fu del tutto spontanea, dall'altro che di tali gruppi essi nutrivano concezioni ben distinte. Collaborarono all'attivit di polizia contro gli ebrei - che risiedevano in Germania da sempre - con zelo e diligenza assai maggiori che non a quella contro gli stranieri, compresi i subumani slavi (141). Analogamente il popolo tedesco, che tanto contribu alle misure eliminazioniste contro gli ebrei, fu piuttosto restio a prestare aiuto alle autorit nell'applicazione della politica razziale ai subumani polacchi (142). Non soltanto la collaborazione fu dunque sistematicamente differenziata, ma fu diverso lo stesso rapporto diretto con i non ebrei e con gli ebrei, e spesso gli stranieri non ebrei furono trattati in modo cos benevolo da violare la legge. Il divieto dei rapporti sessuali con i milioni di stranieri, in maggioranza slavi, che lavoravano come schiavi in Germania era rigoroso quanto quello che dal 1935 inibiva i rapporti con gli ebrei. Ma se i tedeschi tennero sempre gli ebrei a debita distanza, come fossero lebbrosi, il loro comportamento con i lavoratori stranieri diede invece molto da fare alla Gestapo. Tra il maggio e l'agosto 1942, per esempio, i casi di rapporti vietati fra tedeschi e stranieri furono 4960; l'anno dopo, tra luglio e settembre, la Gestapo arrest 4637 tedeschi rei di aver socializzato con lavoratori stranieri (143).

Queste cifre, del tutto inimmaginabili nei rapporti fra tedeschi ed ebrei, indicano peraltro solo i casi scoperti dalla polizia, che possiamo considerare una minima parte di quelli effettivi. In favore dei polacchi, ma non degli ebrei, alcuni tedeschi - spesso preti presero anche apertamente posizione (144); bisogna dire che i polacchi erano cattolici, ma la condizione e la sorte degli ebrei, assai peggiori della loro, rendevano i secondi assai pi bisognosi di aiuto. Sul finire del 1944 le autorit giudiziarie di Bamberga, colpite dall'inanit del compito di obbligare i tedeschi al rispetto delle leggi sulla tutela del sangue dall'incrocio con stranieri non ebrei, avevano pressoch rinunciato a qualsiasi speranza in quella direzione. In una curiosa descrizione del comportamento dei tedeschi, che nessun ebreo avrebbe mai potuto immaginare, scrivevano che in molti casi la persona razzialmente straniera vive - soprattutto nelle campagne - sotto lo stesso tetto del camerata tedesco; il tedesco non vede in lui il membro di uno stato straniero o nemico, bens un prezioso compagno di lavoro in un momento di penuria di manodopera. La piet e la carit sono il frutto di questa falsa prospettiva e del sentimentalismo dei tedeschi (145). Sono uomini anche loro! un'osservazione critica nei confronti del regime raccolta spesso tra i tedeschi che assistevano alle impiccagioni di polacchi per reati considerati troppo lievi per giustificare una simile punizione (146). Le affermazioni sull'umanit degli ebrei o le espressioni di sincera e autentica compassione nei loro confronti erano invece talmente rare nella Germania votata al nazismo da balzare subito all'occhio. Ancora una volta, proprio in questo dichiarare le proprie idee in tanti modi diversi, i tedeschi dimostravano di non aver subito alcun lavaggio del cervello, di nutrire opinioni contrarie a quelle del regime e di essere spesso disposti a esprimerle. Non stupisce che il Gauleiter nazista di Wrzburg, scrivendo nel dicembre 1939 del modo in cui venivano trattati i lavoratori polacchi e i prigionieri di guerra, arrivasse a concludere che l'atteggiamento della popolazione lascia molto a desiderare (147). L'antisemitismo non era un mero pregiudizio nei confronti di una minoranza degradata; se i tedeschi fossero stati cos malleabili e acritici da divorare avidamente qualsiasi pastoia ideologica ammannita loro dal regime, avrebbero adottato un atteggiamento altrettanto inflessibile anche verso i polacchi.

Nessuna spiegazione sociopsicologica semplicistica, che non tenga conto delle particolarit della complessa, secolare, allucinata concezione tedesca dell'ebreo, pu, dunque, dar conto di quegli atteggiamenti e di quelle azioni. Le attestazioni della capacit dei tedeschi di opporsi alle decisioni che disapprovavano si estendono a molti altri contesti della vita sociale e politica. Le aggressioni pubbliche dei nazisti al cristianesimo, per esempio, provocarono molta insoddisfazione nel popolo, soprattutto nelle regioni cattoliche. I tentativi dei funzionari nazisti locali di limitare le pratiche di culto e di eliminare i crocifissi dalle scuole bavaresi produssero tanta indignazione e proteste talmente feroci da costringerli il pi delle volte a revocare i provvedimenti (148). Vale la pena di notare che questo accadeva mentre gli ebrei venivano aggrediti in ogni parte della regione, senza che i bavaresi pronunciassero una sola parola di dissenso, per non dire di protesta. Gi nel 1934 i ripetuti sforzi del partito di mobilitare il popolino per le adunate e le parate politiche cominciarono a scontrarsi con critiche e resistenze organizzate. Pur approvando in linea di massima la direzione verso cui la Germania nazista si era avviata, i tedeschi si opponevano a gran voce alle esortazioni del regime a una maggiore partecipazione, come attesta nel 1934 un rapporto del governatore del distretto di Coblenza: La gente delle campagne proclama che fino a quando non verranno effettivamente imposti dei cambiamenti significativi, a dispetto delle favole sui progressi continui raccontate dal partito, non avr alcun senso prendere parte alle adunate (149). La disaffezione per molte iniziative politiche e di propaganda non era certo limitata alla popolazione rurale; anche gli operai delle industrie reagivano con esplicita insoddisfazione ai tentativi di indottrinamento e, ancor peggio, alle imposizioni della politica economica nazista (150). Inoltre, il malcontento si trasformava in azioni di sciopero. Tra il febbraio 1936 e il luglio 1937, per esempio, una tabella di fonte governativa, peraltro incompleta, registra ben centonovantadue scioperi in tutta la Germania (151): erano proteste aperte contro scelte politiche che i lavoratori consideravano ingiuste. Molte volte il regime accondiscese alle loro richieste. Su un piano pi generale, il costante desiderio del popolo tedesco di ottenere notizie da fonti straniere basta a indicare le riserve, e persino la sfiducia, che esso nutriva nei confronti del regime (152).

E la presenza di migliaia di agenti in tutto il paese, incaricati di sondare gli umori della gente - non di effettuare arresti -, basta a dimostrare che il regime era pienamente consapevole che il popolo alimentava dissensi di non poco conto sulla politica del paese, e che intendeva esprimerli: i rapporti di questi agenti lo confermano appieno, e senza peli sulla lingua (153). Ian Kershaw rileva con stupore il gran numero di persone disposte a esprimere critiche aperte nonostante il clima intimidatorio, e la frequenza con cui i rapporti riferiscono quei commenti in modo evidentemente fedele (154). L'episodio di protesta pi noto scatur dalla diffusa indignazione contro il programma di eutanasia (detto T4, dall'indirizzo del suo quartier generale berlinese, al 4 di Tiergarten Strasse), nel corso del quale i medici tedeschi uccisero pi di settantamila persone che a loro giudizio conducevano una vita indegna di essere vissuta, perch malati di mente o con difetti fisici congeniti. La protesta, iniziata dai parenti degli uccisi, si diffuse in tutto il paese, e fu portata avanti da preti e vescovi. I tedeschi 1) riconobbero che la strage era ingiusta, 2) manifestarono le loro opinioni in proposito, 3) protestarono apertamente chiedendo la fine degli omicidi, 4) non subirono alcuna rappresaglia per questo e 5) riuscirono a ottenere la revoca formale del programma, salvando la vita ad altri tedeschi (155). Ecco un modello - messo in pratica dalle stesse persone che rimanevano a guardare l'applicazione del programma eliminazionista di possibile risposta alla persecuzione e al genocidio degli ebrei: valutazione e presa di coscienza morale, manifestazione di tali opinioni, protesta e poi, chiss, il successo. Questo processo, il cui effettivo verificarsi cos facilmente identificabile in reazione alla strage dei malati congeniti e mentali, dovrebbe essere altrettanto facile (pi facile anzi, date l'enormit e la durata assai maggiore dell'Olocausto) da riconoscere nel caso degli ebrei tedeschi, se le stesse azioni fossero mai state intraprese. E invece, con qualche rara eccezione, non se ne trova traccia (156). In un'unica occasione si verific una protesta su vasta scala in favore degli ebrei, quando migliaia di donne tedesche convennero a Berlino dove manifestarono per tre giorni chiedendo la liberazione dei mariti ebrei recentemente incarcerati. Come reag il regime a questa protesta popolare? Fece marcia indietro: i seimila ebrei furono liberati e le donne non subirono alcuna conseguenza (157).

E' evidente che, se i tedeschi si fossero curati della sorte degli ebrei, non soltanto saremmo venuti a saperlo, ma anche la capacit del regime di perseguire il suo programma di eliminazione ne sarebbe risultata alquanto limitata (158). Il lungo e significativo elenco delle manifestazioni di dissenso provocate da "particolari" provvedimenti dei nazisti non si trasform in alcun modo in un'opposizione "generale" al regime stesso (159), al sistema nazista e al suo obiettivo prioritario di una Germania razzialmente pura e militarizzata, in grado di riaffermarsi nel consesso europeo. Il regime fu assai popolare nei suoi primi anni di vita e ottenne consensi ancor pi entusiastici sul finire del decennio, grazie alla politica estera e agli iniziali successi militari di Hitler (160). Come osserva Ian Kershaw, anche i cattolici bavaresi, per quanto contrariati dagli attacchi del regime alla loro chiesa, erano in buona parte ardenti sostenitori degli obiettivi portanti del nazismo: "Quella stessa regione in cui era tanto vigorosa l'opposizione popolare alla politica religiosa del nazismo continuava di fatto a presentarsi come un fertile terreno di coltura del pi maligno antisemitismo popolare, non dava alcun segno di aver ridotto la sua totale adesione alla politica estera sciovinistica e aggressiva del regime, ed era sempre un bastione dei pi ardenti sentimenti filohitleriani. Nel conflitto sulla chiesa l'opposizione era in larghissima misura diretta non contro il regime in quanto tale, ma semplicemente contro un unico aspetto sgradito e - si riteneva - del tutto superfluo della sua politica" (161). Nemmeno gli scontri pi aspri, che provocarono proteste popolari prolungate e determinate contro il regime, poterono intaccare la solidit del consenso tedesco per il nazismo e, in particolare, per il suo programma eliminazionista. Analogamente, l'episodica opposizione a certi aspetti dell'aggressione agli ebrei non deve essere intesa come indicazione di un rifiuto diffuso e generalizzato dell'ideale e del programma eliminazionista. Non sorprende certo che nella Germania degli anni Trenta si levassero voci di dissenso e disagio per quelle misure senza precedenti, anche se quasi mai per il fondamento ideale che le aveva generate. Molti studiosi del periodo hanno usato queste critiche per dimostrare che una parte consistente del popolo tedesco non era antisemita o che molti tedeschi disapprovavano per principio la persecuzione degli ebrei. E' un'interpretazione sbagliata (162).

Ed sbagliata non soltanto per il carattere e la schiacciante abbondanza delle controprove (che qui possiamo addurre solo in minima parte), infinitamente pi numerose delle insignificanti espressioni di dissenso per quelli che, a un esame pi attento, risultano essere in genere solo aspetti specifici del pi vasto programma eliminazionista, e non per i principi che lo governavano. Se infatti prendiamo in considerazione il loro contenuto, quelle critiche rivelano anche, e soprattutto, che l'insoddisfazione non nasceva quasi mai dal rifiuto dell'antisemitismo, dell'idea che gli ebrei avessero danneggiato intenzionalmente e gravemente la Germania e continuassero a danneggiarla, della convinzione che i tedeschi potessero e dovessero trarre immenso profitto dall'eliminazione di quella gente e della sua influenza. Se vi fu insoddisfazione, essa nasceva quasi sempre da altre considerazioni. Poteva trattarsi di riluttanza a subire le difficolt finanziarie derivanti dal taglio dei fondamentali legami economici con gli ebrei. Per esempio, durante gli anni Trenta rimase in generale inascoltato l'appello del regime a non frequentare i negozi degli ebrei, molti dei quali offrivano merci e servizi a prezzi favorevoli; e, soprattutto nelle zone rurali, dove spesso gli agricoltori tedeschi dipendevano per i loro rapporti commerciali dagli ebrei, tali legami non furono spezzati (163). Oppure poteva trattarsi di una condanna della brutalit gratuita, da pogrom, che turbava la quiete delle strade, di fronte alla quale molti tedeschi si ritraevano d'istinto, considerandola illegittima, indecorosa, inutile e indegna, nella sua atavica ferocia, di una societ civile. Nell'agosto 1935 un rapporto della Gestapo da Hannover riferisce che nelle ultime settimane il clima antisemita si andato notevolmente diffondendo in ampi strati della popolazione. Fatta eccezione per pochi casi privi di seguito, la drastica soppressione delle intromissioni ebraiche viene accolta ovunque e da tutti con sollievo. La grandissima maggioranza della popolazione, per, non comprende certi insensati atti individuali di violenza e terrorismo, che purtroppo si sono recentemente riscontrati, proprio ad Hannover (164). Il rapporto continua riferendo che la polizia era stata costretta a intervenire in nome della legge e dell'ordine ed esprime poi il timore che, avendo il popolino sentito i terroristi gridare servi degli ebrei ("Judenhrige") e amici degli ebrei ("Judenfreunde") ai poliziotti, l'autorit dello stato potesse risultarne diffamata. Non che un esempio dei tanti modi in cui gli antisemiti potevano esprimere una condanna degli atti insensati di terrorismo.

L'agente della Gestapo stesso dimostra l'assenza di contraddizione tra le due posizioni: era cos antisemita, e sapeva quanto antisemita fosse il popolino, da temere che il solo accenno al fatto che la polizia potesse proteggere gli ebrei l'avrebbe resa sospetta, diminuendone l'autorit; ma anche lui, come la gente di cui riferiva, aveva evidentemente disapprovato gli atti insensati di terrorismo (165). Anche l'ansia per la vendetta che i tedeschi, nelle fantasie del loro delirio antisemita, si attendevano dagli ebrei per le persecuzioni subite induceva alcuni a un giudizio ambivalente sull'aggressione eliminazionista. La preoccupazione fu espressa pi volte durante gli anni Trenta, e poi durante la guerra, soprattutto in relazione ai bombardamenti della Germania. Nel novembre 1943 il presidente della Corte suprema del Braunschweig riferiva che molti attribuivano al Partito nazista la colpa dei bombardamenti a tappeto, provocati dal modo in cui erano stati trattati gli ebrei (166). La paura, gi negli anni Trenta, di una rappresaglia da parte degli onnipotenti ebrei e poi la distruzione del paese nella guerra, che i tedeschi ritenevano da loro provocata, ebbero ripercussioni di tale imponenza da indurre anche alcuni tra i pi zelanti antisemiti a domandarsi se la persecuzione fosse stata davvero opportuna. Il fatto che essi potessero attribuire la responsabilit per la distruzione delle citt tedesche agli ebrei, oggettivamente impotenti, di per s prova incontrovertibile della loro adesione all'antisemitismo nazificato (167). Un'altra forma di critica ad aspetti particolari del programma eliminazionista era da ricondursi al desiderio di alcuni tedeschi di imporre qualche eccezione per i propri conoscenti: un fenomeno ben noto, che coesiste senza difficolt, nelle stesse persone, con l'odio pi profondo verso il gruppo nel suo insieme. Un rapporto del 1938 da un distretto della Sassonia fornisce un esempio perfetto di questo atteggiamento, mostrando tutta l'irrilevanza delle riserve che potevano derivarne rispetto all'adesione pressoch assiomatica dei tedeschi al progetto eliminazionista e ai principi sui quali esso si fondava: Nel nostro distretto gli ebrei sono pochi. Quando la gente legge delle misure prese contro gli ebrei nelle grandi citt, sempre d'accordo. Ma quando viene colpito un ebreo che appartiene al circolo pi ristretto delle loro conoscenze, le stesse persone piagnucolano contro il terrorismo del regime e si sentono di nuovo rimescolare dalla compassione (168).

L'aspetto fondamentale dato dall'atteggiamento verso gli ebrei nelle grandi citt, cio verso gli ebrei in generale: quando si tratta di loro, tutti i tedeschi approvano le misure eliminazioniste. Questa testimonianza non dimostra un allontanamento dai precetti e dalle pratiche del nazismo, ma al contrario ne attesta la pi completa accettazione. L'ultima forma di dissenso, in questo caso riferito soltanto all'aspetto pi radicale del programma eliminazionista, si manifestava nelle obiezioni di carattere pragmatico o etico all'applicazione di una sentenza di morte collettiva, al genocidio come politica dello stato. Le obiezioni pragmatiche si riscontravano, come abbiamo gi visto, tra gli oppositori conservatori di Hitler; quelle etiche assumevano maggiore rilievo tra le autorit ecclesiastiche (169). Nel luglio 1943, quando i tedeschi avevano ormai massacrato buona parte delle loro vittime ebree, il vescovo Wurm si decise finalmente a scrivere a Hitler una lettera privata di protesta contro lo sterminio, nella quale peraltro non menzionava esplicitamente gli ebrei; riguardo a loro, comunque, lo stesso Wurm aveva pi volte dichiarato di condividere gli aspetti essenziali della concezione nazista. In quell'occasione egli non contestava i principi e gli obiettivi del progetto, ma il modo disumano in cui il regime lo stava mettendo in pratica. Tre mesi prima aveva spiegato al ministro degli Interni Frick che le critiche sue e di altri cristiani alla politica del regime non erano ovviamente dovute a una qualsiasi forma di preferenza per gli ebrei, la cui influenza sproporzionatamente enorme sulla vita culturale, economica e politica al tempo [di Weimar] ... era stata riconosciuta come disastrosa quasi soltanto dai cristiani (170). Inoltre, in una lettera al capo della Cancelleria di Hitler, Hans Lammers, alla fine del 1943, Wurm dichiar esplicitamente che il suo interlocutore (oppure noi stessi) non doveva assolutamente interpretare quelle obiezioni etiche al genocidio come indici di un suo dissenso rispetto alla demonizzazione degli ebrei, condivisa, a suo dire, da tutti i cristiani. Wurm e i cristiani che la pensavano come lui non erano mossi da una qualche propensione filosemita, ma soltanto da sentimenti religiosi ed etici (171). Questi scrupoli, nella misura in cui si manifestarono, erano reazioni perfettamente comprensibili a diverse caratteristiche di un programma di eliminazione radicale. Particolari aspetti della pratica antisemita nazista incontrarono, infatti, qualche opposizione persino tra coloro che realizzarono l'Olocausto.

Per esempio, durante una riunione del 12 novembre 1938, dopo la Notte dei cristalli, Hermann Gring, al quale Hitler aveva affidato il coordinamento del programma eliminazionista, rimprover ad alcuni dei presenti gli enormi danni materiali che avevano contribuito a provocare, ma non certo le aggressioni contro le persone: Avrei preferito che aveste ammazzato duecento ebrei, senza distruggere tutto quel bendidio (172). Chi muoveva tale genere di rimproveri non rifiutava certo l'antisemitismo, n si opponeva all'Olocausto: accade spesso - e non soltanto nella Germania nazista che anche chi sostiene i principi di un programma di governo, pure non radicale, ritenga di dover criticare il modo in cui questo viene eseguito. Pertanto possiamo dire che, rispetto alla sorte degli ebrei e alla nostra comprensione dell'atteggiamento dei tedeschi nei loro confronti, gli scrupoli suscitati in pochi individui da eventi particolari non possono essere interpretati come espressione di un'opposizione di principio al programma eliminazionista n, soprattutto, alle convinzioni che lo avevano generato (173). L'eccezione pi significativa data da quei tedeschi che, per diversi ordini di motivi, aiutarono i circa diecimila ebrei che tentarono di sfuggire alla deportazione nascondendosi: l'isolamento di questi e dei loro connazionali che rimasero al fianco del proprio coniuge ebreo fa capire quanto rari fossero i loro casi nell'ambito dell'intera popolazione (174). Con queste eccezioni, pressoch tutte le critiche alla persecuzione, rivolte quasi sempre ad aspetti particolari, ebbero carattere epifenomenico, nel senso che - come dimostrano gli esempi riportati - non derivavano (e dunque non lo segnalano) da un rifiuto dei due momenti fondamentali nella determinazione della sorte degli ebrei: l'antisemitismo eliminazionista e la sua conseguenza pratica, il programma che doveva cancellare ogni influenza ebraica dalla Germania. Gli scrupoli che si manifestarono tradiscono quasi sempre un'adesione essenziale alla concezione nazificata degli ebrei. Se molti tedeschi avessero dissentito dal modello cognitivo di cui si detto sinora, saremmo stati senza dubbio in grado di accertarlo, cos come abbiamo potuto verificare il loro dissenso circa il trattamento riservato ad altri gruppi. Durante la guerra gli stessi servizi di sicurezza del regime documentano notevoli espressioni di compassione della gente per gli stranieri ai lavori forzati e per i prigionieri, nonostante le gravi pene previste per chi intratteneva qualsiasi rapporto con loro; ma nulla o quasi riferiscono di una sensibilit analoga nei confronti degli ebrei, anche se lo sterminio in corso era ampiamente noto (175).

Le informazioni di cui disponiamo sulla Germania nel periodo nazista stanno tutte a indicare che il consenso di principio per l'antisemitismo e il progetto eliminazionista fu praticamente illimitato, mentre le espressioni di dissenso non furono che esempi isolati e atipici: voci che gridavano in un desolato deserto. Lasciando da parte le aggressioni fisiche, probabile che mai nella storia un gruppo minoritario abbia subito, da parte della societ in cui viveva, una violenza verbale pi concentrata, frequente e intensa (176). Tenendo conto degli orrori a venire, facile - per quanto sbagliato sottovalutare il peso di questa forma di violenza; i suoi effetti, il tributo che impose agli ebrei, ma anche ai tedeschi, furono immensi. Una violenza verbale di volume e intensit tali - basti pensare all'affissione ovunque di cartelli, esposti ogni giorno alla vista degli ebrei come dei tedeschi, che proibivano la presenza fisica e sociale dei perseguitati in determinate localit e strutture - deve essere considerata in s come un'aggressione a pieno titolo, in quanto intesa a infliggere un profondo danno emotivo, psicologico e sociale profondo alla dignit e all'onore degli ebrei. Le ferite sofferte da chi deve subire sotto gli occhi di tutti (specie se quelli dei figli) questo tipo di vituperio senza poter reagire possono essere dolorose quanto l'umiliazione di un pubblico pestaggio (177). I tedeschi dell'epoca lo sapevano bene, cos come se ne accorge oggi qualsiasi tedesco o americano quando si trova di fronte a una manifestazione anche minima del fenomeno. A quel tempo chiunque prendesse parte o assistesse a tali aggressioni senza provarne orrore affermava la propria convinzione che gli ebrei meritavano le umiliazioni pi abbiette. Come si vedr nel prossimo capitolo, la deportazione e la violenza fisica non furono un momento di rottura radicale, bens un corollario del danno monumentale costantemente e consapevolmente inflitto dai tedeschi agli ebrei attraverso il mezzo del linguaggio (178). In questo fuoco di sbarramento di violenza verbale e nelle opinioni espresse era insito un potenziale letale. Alcuni acuti osservatori predissero infatti gi negli anni Trenta che i tedeschi avrebbero tentato di sterminare gli ebrei. Nel 1932, prima ancora dell'ascesa dei nazisti al potere, quando nemmeno era certo che vi sarebbero riusciti, lo scrittore ebreo tedesco Theodor Lessing inquadr la logica eliminazionista che attanagliava gran parte della Germania: i tedeschi, prediceva, avrebbero risolto la "Judenfrage" con la violenza, perch cerchiamo sempre la via pi facile.

E' pi facile negare o eliminare ci che non ci fa comodo. La cosa pi facile sarebbe ammazzare quei dodici o quattordici milioni di ebrei (179). Non era, in alcun senso della parola, la soluzione pi facile, ma era certo quella finale, e forse Lessing intendeva proprio questo; nel 1932, l'unica osservazione oggettiva possibile era che l'animosit dei tedeschi verso gli ebrei fosse tale da poter motivare un genocidio. Il critico letterario ebreo americano Ludwig Lewisohn riusc a cogliere l'essenza del progetto nazista fin dai suoi primi passi. Defin il nazismo la ribellione contro la civilt, intitolando cos un articolo penetrante e profetico pubblicato nel 1934. Fra le altre cose, si riferiva al mito della pugnalata nella schiena, che incolpava gli ebrei per la sconfitta nella prima guerra mondiale: Per quanto possa sembrare incredibile alle persone sane di mente nel resto del mondo, c' chi "ci crede davvero". Se coltivano queste e altre fantasie, com' possibile - si domandava Lewisohn - che i tedeschi tollerino la convivenza con gli ebrei? Potrebbe sembrare un'orribile farsa se non costituisse un pericolo tanto grave per l'intera civilt, se non stesse corrompendo l'anima e manipolando il cervello di un'intera generazione in Germania. Oggi ormai chiaro che i tedeschi seguiranno i loro miti. E' cominciata. Stanno sacrificando il capro espiatorio; l'ebreo crocifisso (180). In un saggio pubblicato nello stesso volume la giornalista Dorothy Thompson, avendo colto la continuit dell'idea eliminazionista, ipotizzava che soltanto impedimenti materiali avrebbero potuto trattenere i nazisti dallo sterminio degli ebrei (181). Inoltre prevedeva che, nella prospettiva dei tedeschi, l'emigrazione forzata fosse soltanto la migliore operazione eliminazionista realisticamente pensabile nelle condizioni degli anni Trenta. Diversamente dall'opinione pi diffusa, che rifiutava di credere a ci che aveva davanti agli occhi, la Thompson e Lewisohn davano pieno credito ai pronunciamenti dei nazisti, riconoscendo l'impulso eliminazionista e genocida dell'antisemitismo razziale tedesco per quello che era. Lessing, pur non avendo ancora visto la persecuzione del dopo Weimar, aveva percepito il potenziale genocida presente nei tedeschi ancor prima che Hitler avesse avuto la possibilit di incanalarlo ai propri fini. Il potenziale genocida preesistente, intrinseco all'antisemitismo eliminazionista germanico, e dunque ai tedeschi stessi, non compare soltanto nei saggi di autori come Lessing, Lewisohn e la Thompson, o nelle

parole del giornalista americano Quentin Reynolds, che in una testimonianza resa al Congresso alla met del 1939 prediceva l'annientamento degli ebrei in un pogrom totale (182). Altre fonti confermano la diffusa e profonda marca letale della corrente ideale antisemita. Il primo giugno 1933 il maggior teologo protestante e studioso della Bibbia, Gerhard Kittel, tenne a Tubinga una lezione pubblica dal titolo "Die Judenfrage", che fu poi pubblicata. Kittel delinea con chiarezza gli elementi fondamentali del modello cognitivo culturale tedesco degli ebrei, sviluppato nel diciannovesimo secolo e ora pienamente realizzato con i nazisti. Gli ebrei, dichiara come se si trattasse una ben nota questione di buonsenso, sono un corpo razzialmente estraneo all'interno della Germania. Invece di renderli pi adatti alla societ tedesca, l'emancipazione e l'assimilazione hanno consentito loro di infettare nel sangue e nello spirito il popolo tedesco, con conseguenze disastrose. Quale potrebbe essere la soluzione alla "Judenfrage"? Kittel ne prende in considerazione quattro. Il Sionismo, la creazione di uno stato ebraico in Palestina, impraticabile. L'assimilazione deve essere rifiutata in quanto male in s, perch per definizione favorisce l'inquinamento del ceppo razziale. A questo punto lo sterminio viene esplicitamente, e significativamente, prospettato come potenziale soluzione: Si potrebbe tentare di sterminare ["auszurotten"] gli ebrei. Non potendo ancora concepire uno sterminio sistematico organizzato dallo stato, Kittel valuta questa soluzione riferendosi al modello del pogrom, il che lo induce a giudicarla impraticabile, una politica che non pu funzionare. La scelta cade quindi sulla soluzione eliminazionista dello statuto di estraneit ("Fremdlingschaft"), cio la separazione degli ebrei dai popoli che li ospitano (183). Che gi nel giugno 1933 un eminente teologo potesse ipotizzare pubblicamente lo sterminio degli ebrei - quasi di sfuggita, senza troppe elaborazioni e giustificazioni, un'opzione come altre, da discutere liberamente quando si trattava di escogitare una soluzione alla "Judenfrage" rivela tutta la marca letale dell'antisemitismo eliminazionista dominante e la sua banale normalit come argomento di conversazione per i tedeschi nei primi anni Trenta.

A quello stesso periodo iniziale dell'influenza nazista risalgono prese di posizione ancor pi agghiaccianti e istruttive delle meditazioni di Kittel sull'opzione genocida. Una lettera di protesta del presidente americano del Consiglio cristiano universale per la vita e il lavoro a un alto funzionario dell'ufficio esteri della chiesa protestante tedesca rivela che "l'estate scorsa a Berlino alcuni rappresentanti ufficiali delle chiese hanno assicurato a certi miei colleghi che la politica [tedesca] potrebbe essere definita di sterminio umanitario ... Per dirla francamente, i cristiani d'America non possono concepire come umanitario nessuno sterminio di esseri umani. E trovano ancor pi difficile capire come sia possibile, in qualsiasi terra e in qualsiasi tempo, che degli uomini di chiesa favoriscano deliberatamente, con la propria influenza, la realizzazione di una politica siffatta ... E invece abbiamo dovuto rilevare che anche prima della rivoluzione, quando la libert di parola era ancora una realt in Germania, non ci stato dato di udire alcuna protesta di ecclesiastici tedeschi contro il violento antisemitismo dei nazionalsocialisti. Da allora abbiamo ricevuto un gran numero di apologie della situazione, ma nessun comunicato ufficiale, e ben poche dichiarazioni personali, in cui si percepisca qualche sensibilit ai fattori morali in gioco" (184). Quegli innominati, antisemiti rappresentanti ufficiali delle chiese erano talmente fuori di s da non esitare a rivelare l'impulso allo sterminio che muoveva loro e la loro societ ad autorevoli visitatori cristiani americani. Parrebbe fossero convinti che i colleghi di oltreoceano avrebbero compreso e approvato lo sterminio umanitario come soluzione alla "Judenfrage", una politica che sapevano perfettamente in linea (quanto meno per la parte che riguardava lo sterminio) con il nocciolo eliminazionista del programma dei nazisti. Non ipotizzabile che queste dichiarazioni fossero metaforiche n che gli americani le avessero male intese: la lettera di protesta chiarissima, cos come chiara la risposta. Se l'idea che l'americano si era fatto della posizione dei tedeschi fosse stata il frutto di confusioni o malintesi, certo che le autorit ecclesiastiche tedesche avrebbero cercato di chiarirla, di convincere i colleghi americani che quegli uomini di Dio tedeschi non sanzionavano la politica dello sterminio umanitario.

Per chiunque non fosse un sostenitore di quella soluzione sarebbe stato motivo di vergogna, allarme e dolore pensare che le sue opinioni e intenzioni fossero state tanto travisate. Ma, anzich fornire questi chiarimenti, il rappresentante tedesco della Congregazione internazionale delle chiese che rispose alla lettera si limit a osservare, con evidente disprezzo per quegli incorreggibili americani, che ogni ulteriore scambio di corrispondenza con il presidente era da considerarsi inopportuno. Le rivelazioni contenute nella lettera dell'americano e nella risposta che ottenne sono ulteriori indicazioni del potenziale micidiale presente nell'antisemitismo eliminazionista tedesco prima dell'epoca nazista e nei suoi primi mesi, quando il regime era ancora ben lontano dall'avviare la politica di sterminio. L'ideologia eliminazionista, derivata dal modello cognitivo culturale degli ebrei, fu alla base della politica ebraica negli anni Trenta sostenuta da tutto il popolo tedesco. Il programma genocida degli anni di guerra poggiava sulla stessa ideologia, sullo stesso sistema cognitivo: era una soluzione pi estrema a un problema sulla cui diagnosi l'intera Germania concordava. In questa luce, il passaggio dall'adesione alla politica eliminazionista degli anni Trenta all'approvazione della soluzione genocida fu meno lungo di quanto lo si sia voluto, quasi unanimemente, considerare (185). Per alcuni superare le inibizioni etiche di fronte a una strage totale non fu cosa di poco conto, ma le fondamenta motivazionali di una soluzione cos radicale erano state gettate da tempo e pretendevano dai tedeschi il coraggio delle proprie convinzioni, confidando nella capacit di Hitler, il Fhrer, di risolvere la questione senza compromettere nel lungo periodo il bene della Germania. Non sorprende, quindi, che la diffusione in tutto il paese delle notizie degli eccidi suscitasse qualcosa di pi di un mero disagio, dovuto da un lato al timore residuo in gente allevata nel rispetto del comandamento non uccidere che un'iniziativa cos spaventosa non poteva non suscitare e, dall'altro, alla paura di ci che avrebbero fatto ai tedeschi quegli esseri considerati tanto potenti, gli ebrei, se l'impresa fosse fallita (186). L'alternativa alla vittoria sul campo di battaglia, nell'allucinata visione del mondo che l'ex giovane hitleriano Heck condivideva con i compatrioti, era la notte infinita della schiavit giudaico-bolscevica, troppo orribile per poter essere contemplata (187).

Per i tedeschi risultavano altrettanto spaventose da contemplare le conseguenze di un eventuale fallimento del programma di sterminio degli ebrei. Fatte queste riserve del tutto prevedibili, e comunque di poco conto, nel 1939 i tedeschi comuni erano pronti a lasciare che il loro antisemitismo razziale venisse incanalato verso il genocidio e ad attivarsi per il progetto genocida. L'antisemitismo e l'ideologia eliminazionista li avevano davvero preparati a portare quelle convinzioni al pi logico e radicale estremo? Sarebbero stati davvero disposti, trovandosi di fronte a quel male che molti di loro conoscevano soltanto da lontano, a sanarlo nell'unico modo veramente finale? La struttura teorica che abbiamo elaborato per interpretare l'antisemitismo ci induce a rispondere di s, perch i fondamenti ideali di quella soluzione stavano nella stessa idea demonizzata degli ebrei dalla quale erano nate le tante e popolarissime misure intraprese negli anni Trenta dal regime e dalla gente comune di ogni ceto e provenienza per degradare e immiserire gli ebrei, escludendoli dalla societ tedesca. Ma questa valutazione teorica non di per s sufficiente; occorre anche un'indagine empirica. Per questo, dopo l'analisi del modo in cui l'antisemitismo eliminazionista indirizz l'evoluzione della politica antiebraica del nazismo, passeremo ora a un esame dettagliato delle azioni compiute da quei tedeschi comuni quando si videro proiettati nell'impresa dello sterminio. Che i tedeschi fossero posseduti da un antisemitismo razziale, demonologico non pu essere messo in dubbio; ma quanta potenza motivante emanava da quel tratto comune? in che modo li avrebbe indotti ad agire quando sarebbero stati chiamati a trasformarsi in assassini genocidi volontari?

NOTE AL CAPITOLO 3 N. 1. Klemens Felden, "Die bernahme des antisemitischen Stereotyps" cit., p. 47.N. 2. Confronta Werner Jochmann, Die Ausbreitung des Antisemitismus in Deutschland, 1914-1923, in "Gesellschaftskrise und Judenfeindschaft in Deutschland" cit., p. 99. Alexander Bein ("Die Judenfrage.

Biographie eine Weltproblems", Stuttgart, 1980, p. 3) data intorno al 1880 l'aumento improvviso nell'uso del concetto di "Judenfrage": Ancora una volta, nei numerosi scritti usciti in quel periodo, il concetto di "Judenfrage" veniva usato soprattutto dai nemici degli ebrei, agli occhi dei quali la loro esistenza e la loro condotta apparivano quanto meno problematiche, e forse persino pericolose. N. 3. Anche il linguaggio degli ebrei era soggetto alle costrizioni dei modelli cognitivi e linguistici del momento, e dunque anch'essi si videro costretti a includere la parola "Judenfrage" nel loro lessico e nelle pubblicazioni. "Das Jdische Lexikon. Ein enzyklopdisches Handbuch des jdischen Wissens in vier Bnden" (Berlin, 1929) definiva il concetto di "Judenfrage" come la totalit dei problemi originati dalla coesistenza degli ebrei con altri popoli. Una definizione idiosincratica, neutra, che negava la responsabilit degli ebrei rispetto ai problemi loro imputati dal modello cognitivo del termine. Tuttavia, sebbene i curatori del lessico rifiutassero di riconoscerne e codificarne il vero significato, indubbio che quando gli ebrei - in quanto membri di questa societ - lo udivano o lo leggevano erano comunque in grado di coglierne tutte le implicazioni. Confronta Leonore Siegele-Wenschewitz, Aus ein ander setzungen mit einem Stereotyp: die "Judenfrage" im Leben Martin Niemllers, in "Die Deutschen und die Judenverfolgung im Dritten Reich", a cura di Ursula Bttner, Hamburg, Hans Christians Verlag, 1992, p. 293. Sull'uso del termine "Judenfrage" presso tedeschi ed ebrei, confronta Alexander Bein, "Die Judenfrage" cit., p. 3 N. 4. A partire dal tardo Ottocento i tedeschi presero a considerare gli ebrei dell'Europa orientale residenti in Germania come portatori dell'essenza stessa dell'ebraicit. Scrive Steven Aschheim in "Brothers and Strangers" cit., p. 76: Mentre l'ebreo in caffettano evocava un passato misterioso, quello in cravatta simboleggiava un presente spaventoso. Nella mentalit diffusa in Germania la razza accomunava gli ebrei orientali a quelli tedeschi, sicch i primi erano un monito costante della presenza misteriosa e incombente del ghetto, visti dagli antisemiti come incarnazioni di una cultura fondamentalmente estranea, e persino ostile (pagine 58-59), a conferma del loro modello cognitivo culturale degli ebrei. N. 5. Peter G.J. Pulzer, "The Rise of Political Anti-Semitism" cit., p. 288. N. 6.

Confronta la trattazione delle accuse tedesche contro i loro connazionali ebrei durante la guerra in Werner Jochmann, Die Ausbreitung des Antisemitismus in Deutschland cit., pagine 101-17. Confronta inoltre Saul Friedlander, Political Transformations during the War and their Effect on the Jewish Question, in "Hostages of Modernization" cit., pagine 150-64. Erano accuse velenose, e al tempo di Weimar erano talmente radicate a livello culturale che la comunit ebraica si ritenne obbligata a confutare con dati statistici le argomentazioni degli antisemiti. Confronta Jacob Segall, "Die deutschen Juden als Soldaten im Kriege, 1914-1918: Eine statistische Studie", Berlin, Philo-Verlag, 1921. N. 7. Citato da Werner Jochmann, Die Ausbreitung des Antisemitismus in Deutschland cit., p. 101. N. 8. Citato da Uwe Lohalm, Vlkisch Origins of Early Nazism: AntiSemitism in Culture and Politics, in "Hostages of Modernization" cit., pagine 178, 192. N. 9. Ibid., pagine 185-86. N. 10. Ibid., pagine 186-89, da cui tratto il materiale per questo paragrafo. N. 11. Heinrich August Winkler, Anti-Semitism in Weimar Society, in "Hostages of Modernization" cit., pagine 201-2. N. 12. Citato da Robert Craft, "Jews and Geniuses", in New York Review of Books, 36, n. 2 (16 febbraio 1989), p. 36. Nel 1929, riferisce Einstein, arrivato in Germania [da Zurigo] quindici anni fa, scoprii per la prima volta di essere ebreo. Devo questa scoperta pi ai gentili che agli ebrei. N. 13. Citato da Uwe Lohalm, Vlkisch Origins of Early Nazism cit., p. 142. N. 14. Werner Jochmann, Die Ausbreitung des Antisemitismus in Deutschland cit., p. 167. Il saggio fornisce una valutazione terrificante sull'ubiquit dell'antisemitismo nella societ tedesca nel periodo di Weimar. N. 15.

Michael Kater, "Everyday Anti-Semitism in Prewar Nazi Germany: the Popular Bases", Y.V.S., 16,1984, pagine 129-59, in particolare pagine 3334. N. 16. Confronta Heinrich August Winkler, Anti-Semitism in Weimar Society cit., pagine 196-98. L'eccezione, ancorch politicamente insignificante, era costituita dal Partito popolare. Persino la S.P.D. fece poco per combattere l'antisemitismo nazista: confronta Donna Harsch, "German Social Democracy and the Rise of Nazism", Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1993, p. 70. N. 17. Franz Bhm, "Antisemitismus", conferenza del 12 marzo 1958, citata da Werner Jochmann, Antisemitismus und Untergang der Weimarer Republik, in "Gesellschaftskrise und Judenfeindschaft in Deutschland" cit., p. 193.N. 18. Lettera di Max Warburg a Heinrich von Gleichen del 28 maggio 1931, citata da Werner Jochmann, Antisemitismus und Untergang der Weimarer Republik cit., p. 192. N. 19. Il programma del Partito nazionalsocialista riportato in "Nazism" cit., pagine 14-16. N. 20. Adolf Hitler, "Mein Kampf" cit., p. 738. N. 21. Ibid., p. 772. N. 22. E' difficile stabilire, nella commistione dei molti fattori che attirarono tanti tedeschi verso il nazismo, quale fu l'apporto dell'antisemitismo al suo definitivo successo elettorale. La base elettorale del nazismo viene analizzata in Jrgen W. Falter, "Hitlers Whler", Mnchen, Verlag C.H. Beck, 1991; Thomas Childers, "The Nazi Voter: the Social Foundations of Fascism in Germany", 1919-1933, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1983; Richard F. Hamilton, "Who Voted for Hitler?", Princeton, Princeton University Press, 1982. Se indubbio che i motivi immediati del richiamo esercitato dal nazismo fossero le impellenti e drammatiche questioni del momento - la crisi economica, il caos politico, il collasso istituzionale di Weimar -, certo altres che, a dir poco, l'antisemitismo virulento e dichiaratamente mortifero di Hitler non imped a milioni di tedeschi di passare dalla sua parte.

N. 23. Sui risultati elettorali, confronta Jrgen W. Falter, "Hitlers Whler" cit., pagine 31, 36. N. 24. Ci sono numerose analisi generali dell'antisemitismo tedesco e degli atteggiamenti rispetto alla persecuzione degli ebrei. Ovviamente non tutte sono concordi, n coincidono con le mie conclusioni. La pi importante quella di David Bankier ("The Germans and the Final Solution: Public Opinion under Nazism", Oxford, Blackwell, 1992) che contiene una massa di dati concreti a supporto delle mie posizioni assai pi cospicua di quanto lo spazio qui disponibile non mi consenta di riportare; e, anzi, Bankier presenta persino alcuni aspetti della tesi che sto sostenendo, sebbene tra la sua interpretazione e la mia permangano importanti differenze. L'assenza nel suo libro, per esempio, di un'indagine teorica o analitica sull'antisemitismo, o di una discussione pi generale sulla natura delle conoscenze, delle convinzioni e delle ideologie, e del loro rapporto con l'azione pratica, induce Bankier a dare dell'evidenza dei fatti interpretazioni che possono essere contestate. Un campione della letteratura esistente pu essere offerto dalle molte pubblicazioni di Ian Kershaw, tra le quali Antisemitismus und Volksmeinung: Reaktionen auf die Judenverfolgung, in "Bayern in der N.S.-Zeit", a cura di Martin Broszat ed Elke Frlich, Mnchen, R. Oldenbourg Verlag, 1989, vol. 2, pagine 281-348; "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., capitoli 6 e 9; German Popular Opinion and the "Jewish Question", 1939-1943: Some Further Reflections, in "Die Juden im nationalsozialistischen Deutschland. The Jews in Nazi Germany, 19331943", a cura di Arnold Paucker, New York, Leo Baeck Institute, 1986, pagine 365-86. Confronta inoltre Otto Dov Kulka e Aron Rodrigue, "The German Population and the Jews in the Third Reich: Recent Publications and Trends in Research on German Society and the Jewish Question", in Y.V.S., 16,1984, pagine 421-35; Michael "Kater, Everyday AntiSemitism in Prewar Nazi Germany" cit.; Robert Gellately, "The Gestapo and German Society: Enforcing Racial Policy, 1933-1945", Oxford, Clarendon Press, 1990. Due fonti a stampa cui si fa ripetutamente ricorso in molti degli studi qui citati sono "Deutschland-Berichte der Sozialdemokratischen Partei Deutschlands (Sopade), 1934-1940", 7 volumi, Salzhausen-Frankfurt am Main, Verlag Petra NettelbeckZweitausendeins, 1980, e "Meldungen aus

dem Reich, 1938-1945: die geheimen Lageberichte des Sicherheitsdienstes der S.S.", a cura di Heinz Boberach, 17 volumi, Herrsching, Pawlak Verlag, 1984. N. 25. Melita Maschmann, "Fazit. Kein Rechtfertigungsversuch", Stuttgart, 1963, pagine 45 e seguenti. N. 26. Un'indagine sulle attestazioni praticamente infinite della qualit e dell'ossessivit dell'antisemitismo razzista dei nazisti pu ben cominciare da Adolf Hitler, "Mein Kampf" cit.; confronta inoltre, dell'autorevole teorico nazista Alfred Rosenberg, "Der Mythus des zwanzigsten Jahrhunderts", Mnchen, Hohelichen Verlag, 1944 (trad. it. "Il mito del ventesimo secolo", Genova, Il Basilisco, 1981); pi divulgativa l'opera di Hans Gnther, "Die Rassenkunde des deutschen Volkes", Mnchen, Lehmann Verlag, 1935. Si noti anche il morboso antisemitismo razziale del giornale di Julius Streicher, Der Strmer, che nel momento della massima diffusione vantava una circolazione di ottocentomila copie, e un pubblico parecchie volte pi numeroso; anche il giornale ufficiale del Partito nazista, il Vlkischer Beobachter, grondava antisemitismo razziale. Per l'analisi critica confronta Eberhard Jckel, "Hitler's World View: A Blueprint for Power" cit., ed Erich Goldhagen, "Obsession and Realpolitik in the Final Solution" cit., pagine 1-16. William L. Combs, "The Voice of the S.S.: A History of the S.S. Journal Das Schwarze Korps", New York, Peter Lang, 1986, passa in rassegna l'antisemitismo virulento e implacabile dell'organo ufficiale della guardia pretoriana del movimento nazista. N. 27. Per una discussione del concetto di morte sociale, confronta Orlando Patterson, "Slavery and Social Death: A Comparative Study", Cambridge Mass., Harvard University Press, 1982, specie pagine 1-14. Della morte sociale degli ebrei nella Germania nazista si parla nel capitolo 5. N. 28. Per una rassegna delle aggressioni nei mesi iniziali, confronta Rudolf Diels, "Lucifer Ante Portas: Zwischen Severing und Heydrich", Zrich, Interverlag, s.d. N. 29. Questo boicottaggio nazionale fu preceduto all'inizio di marzo da boicottaggi locali in almeno dodici citt tedesche: confronta Robert Gellately, "The Gestapo and German Society" cit., p. 102.

N. 30. "Why I Left Germany", di anonimo scienziato tedesco, London, M.M. Dent & Sons, 1934, pagine132-33. L'autore, che seppe cogliere l'aria che tirava, fugg dalla Germania nel 1933; il clima di odio pressoch universale per gli ebrei non gli lasciava speranze in un miglioramento, e neppure in una stabilizzazione, della loro posizione. Pi avanti, egli medita sulla reale diffusione della responsabilit morale ed effettiva di quel clima e dei provvedimenti antiebraici: "E' giusto considerare responsabile tutto il popolo per ogni delitto che viene commesso in suo nome?", mi chiedevo. E dentro di me una voce rispondeva: "In questo caso l'intera nazione responsabile del governo che ha portato al potere, e al quale la gente, pienamente consapevole di ci che avviene, inneggia a gran voce ogni qualvolta viene commesso un atto di violenza o un'ingiustizia" (p. 182). N. 31. Avraham Barkai, "Vom Boykott zur Entjudung" cit., p. 27. N. 32. Uno sguardo generale in Raul Hilberg, "The Destruction of European Jews" cit., pagine 43-105, e in Reinhard Rrup, Das Ende der Emanzipation: die antijdische Politik in Deutschland von der "Machtergreifung" bis zum Zweiten Weltkrieg, in "Die Juden im nationalsozialistischen Deutschland", pagine 97-114. Sull'esclusione e lo strangolamento economico degli ebrei, confronta Avraham Barkai, "Vom Boykott zur Entjudung" cit. Sulla professione medica, confronta Michael Kater, "Doctors under Hitler", Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1989, pagine 177221. N. 33. David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., p. 68; Raul Hilberg, "The Destruction of European Jews" cit., pagine 5657. N. 34. Scrive David Bankier in "The Germans and the Final Solution" cit., p. 68: Sebbene l'opinione pubblica in generale riconoscesse la necessit di una qualche soluzione alla "Judenfrage", vasti settori aborrivano il ricorso alla persecuzione. N. 35. Ibid., pagine 69-70. N. 36. Ian Kershaw, "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., pagine 142-43.

N. 37. Citato da Fritz Stern, "Dreams and Delusions: National Socialism in the Drama of the German Past", New York, Vintage Books, 1987, p. 180. N. 38. Per un repertorio delle molteplici proibizioni e restrizioni di legge imposte dai tedeschi alla vita degli ebrei di Germania, confronta "Das Sonderrecht fr die Juden im N.S.-Staat: eine Sammlung der gesetzlichen Massnahmen und Richtlinien - Inhalt und Bedeutung", a cura di Joseph Walk, Heidelberg, C.F. Mller Juristischer Verlag, 1981. N. 39. Robert Gellately, "The Gestapo and German Society" cit., p. 105. N. 40. Michael Kater, "Everyday Anti-Semitism in Prewar Nazi Germany" cit., p. 145. N. 41. Marvin Lowenthal, "The Jews of Germany: a Story of Sixteen Centuries", Philadelphia, The Jewish Publication Society of America, 1938, p. 411. N. 42. Questa espressione tratta da una lettera di protesta di un ebreo di Wrzbug datata 1934, riportata da Robert Gellately, "The Gestapo and German Society" cit., p. 105. N. 43. "Why I Left Germany" cit., p. 82. N. 44. Per una rassegna di molti avvenimenti descritti in questo paragrafo, confronta Michael Kater, "Everyday Anti-Semitism in Prewar Nazi Germany" cit., pagine 142-50. N. 45. Citato da ibid., pagine 144-45.N. 46. "Selbstbehauptung und Widerstand: deutsche Juden im Kampf um Existenz und Menschenwrde, 1933-1945", a cura di Konrad Kwiet e Helmut Eschwege, Hamburg, Hans Christians Verlag, 1984, p. 44. N. 47. Robert Gellately, "The Gestapo and German Society" cit., p. 103, descrive effetti analoghi di una simile violenza in Franconia, concludendo che gli ebrei in Germania abbandonarono questo paese, e in special modo le zone rurali, per timore che si facesse violenza alle loro persone e propriet. La notizia di un pestaggio, di un arresto o di un danno alle cose circola veloce nell'ambiente rurale o della piccola citt. N. 48.

L'episodio narrato nei dettagli in Herbert Schultheis, "Die Reichskristallnacht in Deutschland: nach Augenzeugenberichten", Bad Neustadt am der Saale, Rtter Druck und Verlag, 1986, pagine 158-59. Per vicende simili in un'altra citt, Ober-Seemen: confronta ibid., pagine 159-60. N. 49. Wolf-Arno Kropat, "Kristallnacht in Hessen: der Judenpogrom vom November 1938", Wiesbaden, Kommission fr die Geschichte der Juden in Hessen, 1988, p. 245. N. 50. Su questo punto, confronta Michael Kater, "Everyday AntiSemitism in Prewar Nazi Germany" cit., p. 148. N. 51. Gli impulsi alla violenza avevano comunque bersagli specifici, non scelti a caso. Una canzone delle S.A., che risuonava assai spesso, cos esprimeva i loro istinti omicidi nei confronti degli ebrei: Quando il sangue ebreo sprizza dalla lama / tutto va per il meglio. / Il sangue deve scorrere fitto come un acquazzone. E' forse possibile che chi apparteneva a tale istituzione, o anche soltanto chi aveva ascoltato questa e altre canzoni sanguinarie dei nazisti, potesse dubitare che quella gente, quel movimento, faceva sul serio? Com'era possibile sostenerlo senza condividere l'interpretazione nazista della natura degli ebrei? N. 52. Michael Kater, "Everyday Anti-Semitism in Prewar Nazi Germany" cit., p. 142. N. 53. Robert Gellately, "The Gestapo and German Society" cit., p. 109. N. 54. Sull'esclusione degli ebrei dai bagni pubblici, confronta Michael Kater, "Everyday Anti-Semitism in Prewar Nazi Germany" cit., pagine 156-58. Confronta pure "Nazism" cit., p. 531, per un rapporto della polizia bavarese circa una manifestazione spontanea nel 1935, in cui i tedeschi chiesero che gli ebrei fossero esclusi dalla loro piscina. N. 55. Questa la conclusione di Michael Kater, "Everyday Antisemitism in Prewar Nazi Germany" cit., p. 154. N. 56. Ibid., pagine 150-54; Id., "Doctors under Hitler" cit., pagine 177-221. N. 57.

Confronta, per esempio, Arye Carmon, "The Impact of Nazi Racial Decrees on the University of Heidelberg", in Y.V.S., 11,1976, pagine 13163. N. 58. Citato da "The Jews in Nazi Germany: a Handbook of Facts Regarding their Present Situation", New York, American Jewish Committee, 1935, pagine 52-53. N. 59. Confronta Ingo Mller, "Furchtbare Juristen. Die unbewltigte Vergangenheit unserer Justiz", Mnchen, 1987, p. 99. N. 60. Il libro di Ingo Mller, citato alla nota precedente, pagine 120-25, lo documenta ampiamente. E' inoltre evidente che molti giudici condividevano in generale la teoria biologica razziale cos diffusa in Germania, tanto da sostenere le micidiali politiche eugenetiche del nazismo (pagine 120-25). N. 61. Otto Dov Kulka, "Die Nrnberger Rassengesetze und die deutsche Bevlkerung im Lichtegeheimer N.S.-Lage- und Stimmunysberichte, in V.f.Z. 32, 1984, p. 623. N. 62. Per i testi di queste leggi, confronta "Nazism", pagine 535-37. Una disamina delle Leggi di Norimberga e dei tentativi di assegnare all'ebreo una definizione generale in Raul Hilberg, "The Destruction of European Jews" cit., pagine 43-53; confronta inoltre Lothar Gruchmann, "Blutschutzgesetz und Justiz: zur Entstehung und Auswirkung des Nrnberger Gesetzes vom 15. September 1935", in V.f.Z., 31,1983, pagine 418-42. N. 63. Citato da Robert Gellately, "The Gestapo and German Society" cit., pagine 109-10 e 108-11. Gellately fa notare che sebbene vi fosse nei ceti medi qualcuno che considerava troppo estreme quelle leggi, in linea di massima esse furono accolte con favore. Per una disamina pi completa delle reazioni tedesche, confronta Otto Dov Kulka, "Die Nrnberger Rassengesetze" cit., pagine 582-624. N. 64. "Gestapo Hannover meldet..: Polizei- Und Regierungsberichte fr das mittlere und sudliche Niedersachsen zwischen 1933 und 1937", a cura di Klaus Mlynek, Hildesheim, Verlag August Lax, 1986, p. 524.

Questo rapporto fu provocato da un'esplosione di rabbia popolare seguita all'uccisione di un leader nazista svizzero per mano di un ebreo. N. 65. "Sopade", luglio 1938, A76. N. 66. Ibid., luglio 1938, A78. N. 67. David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., pagine 83-85. N. 68. Confronta Der Judenpogrom 1938. Von der Reichskristallnacht zum Vlkermord", a cura di Walter H. Pehle, Frankfurt/M., 1988, soprattutto i saggi di Wolfgang Benz, Trude Maurer e Uwe Dietrich Adam; uno studio su base regionale Wolf-Arno Kropat, "Kristallnacht in Hessen" cit. N. 69. Avraham Barkai, The Fateful Year 1938: the Continuation and Acceleration of Plunder, in "Der Judenpogrom 1938" cit., pagine 11617. N. 70. Wolf-Arno Kropat, "Kristallnacht in Hessen" cit., p. 187. N. 71. Ibid., pagine 66-74, 243-44. N. 72. David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., p. 86. Spiegava un volantino comunista clandestino: I cattolici erano inorriditi nel constatare come l'incendio delle sinagoghe fosse spaventosamente simile alle aggressioni delle squadracce di Hitler contro le sedi vescovili di Rothenburg, Vienna e Monaco. N. 73. Wolf-Arno Kropat, "Kristallnacht in Hessen" cit., p. 243. N. 74. Bernt Engelmann, "Im Gleichschritt marsch. Wie wir die Nazizeit erlebtell, 1933-1939", Kln, Kiepenheuer & Witsch, 1982, p. 300 e seguenti. N. 75. Ian Kershaw, "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., pagine 267-71; David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., pagine 85-88; Robert Gellately, "The Gestapo and German Society" cit., p. 122. N. 76. Scrive Ian Kershaw ("Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., p. 269): Una diffusa ostilit verso gli ebrei, un'approvazione acritica dei decreti antisemiti del governo, ma una netta condanna del

pogrom per i danni materiali che ne derivavano e per il volgare carattere teppistico dell'"azione" intrapresa dalla "feccia", caratterizzarono la reazione di ampi settori della popolazione Anche molti antisemiti, compresi iscritti al partito, consideravano disdicevole il pogrom, pur approvandone le cause di fondo e le conseguenze. N. 77. Confronta Avraham Barkai, "Vom Boykott zur Entjudung" cit., p. 151. N. 78. David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., p. 87. N. 79. Hermann Glaser, Die Mehrheit htte ohne Gefahr von Repressionen fernbleiben knnen, in "Niemand war dabei und keiner hat's gewusst die deutsche ffentlichkeit und die Judenverfolgung 1933-1945", a cura di Jrg Wollenberg, Mnchen, Piper, 1989, pagine 26-27. N. 80. Alfons Heck, "The Burden of Hitler's Legacy", Frederick Colorado, Renaissance House, 1988, p. 62. N. 81. Ian Kershaw, "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., p. N. 82. Melita Maschmann, "Fazit. Kein Rechtfertigungsversuch", cit., p. 61. N. 83. Il paragone di Erich Goldhagen. N. 84. Confronta David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., pagine 77-78. Sulla persecuzione legalizzata del disonore della razza in una regione tedesca confronta Hans Robinsohn, "Justiz als politische Verfolgung: die Rechtsprechung in Rassen schandefllen beim Landgericht Hamburg, 19361943", Stuttgart, Deutsche VerlagsAnstalt, 1977. N. 85. La vicenda narrata in questo paragrafo tratta da David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., pagine 122-23. N. 86. Sebbene alcuni potessero abiurare formalmente il razzismo in quanto contrario all'universalismo insegnato dalla chiesa, accettavano per il dogma centrale dell'opinione razzista (di cui le implicazioni eliminazioniste erano parte integrante) circa l'impossibilit della redenzione per gli ebrei. N. 87. David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., p. 122.

Confronta inoltre Gnter Lewy, "The Catholic Church and Nazi Germany", New York McGraw-Hill 1964, pagine 285-86 (trad. it. "I nazisti e la Chiesa", Milano, Il Saggiatore, 1965) e Richard Gutteridge, "The German Evangelical Church and the Jews, 1879-1950", New York, Harper & Row, 1976, p. 233. N. 88. David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., p. 122. N. 89. Ci vale per tutti, facendo eccezione, naturalmente, per gli ebrei esentati per aver contratto matrimoni misti, o perch figli di genitori misti, per quelli rinchiusi nei campi di concentramento entro i confini della Germania, e per il ritorno di decine di migliaia di ebrei alla fine della guerra con le marce della morte (di cui si parla nei capitoli 13 e 14). N. 90. Anne Haag, "Das Glck zu Leben", Stuttgart, Bonz, 1967 (alla data del 5 ottobre 1942). E' difficile capire perch David Bankier che riporta anch'egli l'episodio in "The Germans and the Final Solution" cit., p. 130 - arrivi a concludere che incidenti di questa sorta convalidano l'idea che il contatto quotidiano con un clima violento e antisemita and progressivamente ottundendo la sensibilit della gente di fronte alla sorte del suo prossimo ebreo. Come molti altri, questo incidente non evidenzia una sensibilit ottusa bens le convinzioni profonde dei tedeschi e la loro disponibilit a manifestarl. Che ci fosse mai stata nella Germania nazista, se non in pochissimi, una sensibilit della gente di fronte alla sorte del suo prossimo ebreo un presupposto che non trova conferma alcuna nella realt, e che anzi, per come la vedo io, viene inficiato dai fatti concreti che Bankier espone in tutto il suo libro. N. 91. "Wir haben es gesehen: Augenzeugenberichte ber Terror und Judenverfolgung im Dritten Reich", a cura di Gerhard Schoenberner, Hamburg, Rtten & Loening Verlag, 1962, p. 300. N. 92. David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., p. 135. N. 93. Karl Ley, "Wir glauben ihnen: Tagesbuchaufzeichnungen und Erinnerungen eines Lehrers aus dunkler Zeit", Siegen-Volnsberg, Rebenhain Verlag, 1973, p. 115. N. 94.

Ruth Andreas-Friedrich, "A Berlin sous les Nazis", Paris, Flammarion, 1966. Scrive Ian Kershaw (German Popular Opinion and the "Jewish Question" cit., p. 380) che quanto sappiamo circa la conoscenza della sorte riservata agli ebrei dimostra quindi in modo schiacciante che le informazioni in proposito erano largamente disponibili. Su un rapporto interno alla cancelleria del Partito nazista, nel novembre 1942, circa le notizie che circolavano ampiamente in Germama sul massacro degli ebrei, confronta "Die Ermordung der Europischen Juden: Eine umfassende Dokumentation des Holocaust, 1941-1945", Mnchen, Piper, 1989, pagine 433-34. L'idea che pochi in Germania sapessero del sistematico eccidio degli ebrei perpetrato dal loro paese viene chiaramente confutata dai documenti, e ci rende ancor pi sorprendente il fatto che questo mito venga ancora coltivato e propagato. Confronta in proposito Hans-Heinrich Wilhelm, "The Holocaust in National-Socialist Rhetoric and Writings" cit., pagine 95-127, e Wolfgang Benz, The Persecution and Extermination of the Jews in the German Consciousness cit., pagine 91-104 e soprattutto pagine 97-98; un'opinione contraria di Hans Mommsen, Was haben die Deutschen vom Vlkermord an den Juden gewusst, in "Der Judenpogrom 1938", a cura di Walter H. Pehle cit., pagine 176-200. N. 95. Marlis Steinert, "Hitlers Krieg und die Deutschen: Stimmung und Haltung der deutschen Bevlkerung im Zweiten Weltkrieg", Dsseldorf, Econ Verlag, 1970, pagine 238-39. David Bankier ("The Germans and the Final Solution" cit., pagine 13337) esamina anche i casi di alcuni tedeschi che manifestarono compassione per gli ebrei. Secondo Bankier molti tedeschi furono indifferenti - deliberatamente indifferenti, sottolinea - di fronte a un'azione criminale (p. 137). Come sostengo dettagliatamente nel capitolo 16, il concetto di indifferenza non ha adeguato supporto teorico e non corretto applicarlo ai tedeschi nel periodo nazista, che non potevano evitare di avere opinioni e di prendere posizione in merito agli infiniti aspetti della persecuzione degli ebrei, compresa la deportazione. N. 96. Mentre i cattolici in genere tendevano ad abbandonare a loro stessi gli ebrei convertiti al cattolicesimo, le pi alte gerarchie della chiesa tennero fede invece alla dottrina del battesimo.

Confronta Gnther Lewy, "The Catholic Church and Nazi Germany" cit., pagine 284-87. N. 97. Citato da ibid., p. 163; confronta pagine 162-66 per ulteriori attestazioni di come la chiesa cattolica adottasse e predicasse la retorica della razza (pur continuando a rivendicare il primato della legge divina sulle leggi razziali dell'umanit). N. 98. "Sopade", gennaio 1936, A18. N. 99. Ihid., A17. N. 100. Scrive lan Kershaw (German Popular Opinion and the "Jewish Question" cit., p. 370): La sensazione che esistesse davvero una "Judenfrage", che gli ebrei fossero davvero un'altra razza, che si fossero meritati tutti i provvedimenti presi per contrastarne l'illecita influenza, e che dovessero essere del tutto esclusi dalla Germania, si era ormai [1938-1939] minacciosamente diffusa. Sull'antisemitismo degli operai tedeschi, confronta David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., pagine 89-95. La sua analisi degli operai pi circostanziata della nostra breve disamina, ma le sue conclusioni coincidono con quelle qui esposte: Non stupisce che gli operai reagissero ai provvedimenti antisemiti allo stesso modo di altri settori della societ tedesca. Sorprende invece l'altro aspetto che si evidenzia ... nelle ricerche di "Sopade": che il regime nazista riuscisse a indurre parti significative della classe operaia a condividere l'odio antiebraico e persino ad appoggiare la sua politica antisemita (p. 94). N. 101. Richard Gutteridge, "The German Evangelical Church and the Jews" cit., pagine 35, 39. Anche nel momento della contrizione, dopo la guerra, non sempre si riusc a soffocare quel profondo antisemitismo. Il vescovo August Marahrens dichiar: Per quanto in fatto di fede fossimo forse assai lontani dagli ebrei, e bench una parte di loro abbia forse provocato gravi danni al nostro popolo, non si sarebbe comunque dovuto aggredirli in quel modo disumano (p. 300. La struttura logica della frase merita un commento: gli ebrei provocano danni ai tedeschi, ma i realizzatori del genocidio, noi, o i tedeschi, cedono all'impersonale quando si tratta della disumana aggressione agli ebrei). Il modello cognitivo culturale dell'ebreo fatica a sparire.

Alcuni estratti dalle antisemitiche "Parole sulla Judenfrage" del Consiglio dei Confratelli della chiesa evangelica di Germania del 1948 (Crocefiggendo il Messia, Israele ha rigettato la sua elezione e la sua vocazione [di popolo eletto]) sono in Julius H. Schoeps, "Leiden an Deutschland: Vom antisemitischen Wahn und der Last der Erinnerung", Mnchen, Piper, 1990, p. 62. N. 102. Wolfgang Gerlach, "Als die Zeugen schwiegen: Bekennende Kirche und die Juden", Berlin, Institut Kirche und Judentum, 19932, pagine 30 e seguenti. N. 103. "Die Katholiken und das Dritte Reich", a cura di Klaus Gotto e Konrad Repgen Mainz, Matthias-Grunewald-Verlag, 1990, p. 199. N. 104. Citato da Wolfgang Gerlach, "Als die Zeugen schwiegen" cit., pagine 3233. N. 105. Werner Jochmann, Antijudische Tradition im deutschen Protestantismus und nationalsozialistische Judenvervolgung, in "Gesellschaftskrise und Judenkindschaft in Deutschland" cit., p. 272. Secondo Jochmann, negli anni precedenti l'ascesa al potere di Hitler l'antisemitismo protestante era talmente forte che tutti gli appelli degli ebrei alla coscienza dei cristiani caddero nel vuoto. Un rabbino di Kiel, per esempio, invi nel maggio 1932 un appello al locale Ufficio ecclesiale chiedendo collaborazione nella lotta contro un antisemitismo sempre pi intenso e potente: non ebbe nemmeno risposta (pagine 272-73). N. 106. Citato da Wolfgang Gerlach, "Als die Zeugen schwiegen" cit., p. 42. N. 107. Wolfgang Gerlach, Zwischen Kreuz und Davidstern: Bekennende Kirche in ihrer Stellung zum Judentum im Dritten Reich, tesi di dottorato, Facolt Evangelica-Teologica dell'Universit di Amburgo, 1970, p. 11 nota. N. 108. Wolfgang Gerlach, "Als die Zeugen schwiegen" cit., p. 43. N. 109. Citato da Julius H. Schoeps, "Leiden an Deutschland" cit. p. 58. N. 110. Friedrich Heer, "God's First Love", Worcester, Trinity Press, 1967, p. 324 (ed. orig. "Gttes erste Liebe. 2000 Jahre Judentum u. Christentum", Mnchen, Bechtle, 1967).

N. 111. Bernd Nellessen, Die schweigende Kirche: Katholiken und Judenverfolgung in "Die Deutschen und die Judenverfolgung im Drittem Reich", a cura di Ursula Bttner, cit., p. 265. N. 112. Citato da Gnther Lewy, "The Catholic Church and Nazi Germany" cit., p. 294. N. 113. Bernd Nellessen, Die schweigende Kirche cit., p. 261. N. 114. Gnther Lewy, "The Catholic Church and Nazi Germany" cit., pagine 29192; Richard Gutteridge, "The German Evangelical Church and the Jews" cit., in particolare pagine 153, 267-313; J.S. Conway, "The Nazi Persecution of the Churches, 1933-1945", New York, Basic Books, 1968, pagine 261-67. N. 115. Saul Friedlnder, "Pius XII and the Third Reich: A Documentation", New York, Alfred A. Knopf, 1966, p. 115 (trad. it. "Pio Dodicesimo e il Terzo Reich - documenti", Milano, Feltrinelli, 1965, ed. orig. "Pie Douze et le Troisime Reich - documents", Paris, Editions du Seuil, 1964). N. 116. Gnther Lewy, "The Catholic Church and Nazi Germany" cit., p. 282. La chiesa protest soltanto perch la legge sovraccaricava di lavoro i preti senza remunerarli. N. 117. Friedrich Heer, "God's First Love" cit., p. 323.N. 118. Sui protestanti, confronta Johan M. Snoek, "The Grey Book: A Collection ot Protest Against Anti-Semites and the Persecution of Jews Issued by NonRoman Catholic Churches and Church Leaders During Hitler's Rule", Assen, Van Gorcum, 1969; sui cattolici, confronta Gnther Lewy, The "Catholic Church and Nazi Germany" cit., p. 293; sulla Francia, Michael R. Marrus e Robert O. Paxton, "Vichy France and the Jews", New York, Schocken Books, 1983, pagine 262, 270-75. N. 119. Non un solo cattolico tedesco fu scomunicato mentre commetteva, o per aver commesso, alcuni dei crimini pi gravi nella storia. Confronta Friedrich Heer, "God's First Love" cit., p. 323. N. 120. Confronta Julius H. Schoeps, "Leiden an Deutschland" cit., p. 60. N. 121.

Stewart.W. Herman, "It's Your Souls We Want", New York, Harper and Brothers, 1943, p. 234. Herman parla esplicitamente anche dell'eccidio degli ebrei lituani e lettoni. N. 122. "Landesbischof d. Wurm und der Nationalsozialistiche Staat, 1940-1945: Eine Dokumentation", a cura di Gerhard Schfer, Stuttgart, Calwer Verlag, 1968, p. 15 N. 123. "Kirkliches Jahrbuch fr die Evangelische Kirche in Deutschland 1933-1944", Gtersloh, Bertelsmann Verlag, 1948, p. 481. Il loro razzismo era esplicito: Dalla crocefissione di Cristo a oggi, gli ebrei hanno combattuto, insultato o falsificato il cristianesimo per conseguire i loro egoistici scopi. Il battesimo cristiano non modifica in alcun modo il carattere razziale dell'ebreo, la sua appartenenza a quel popolo o il suo essere biologico. Ci non significa che tutti i membri della gerarchia ecclesiastica concepissero gli ebrei in termini razziali; a questo proposito esistevano divergenze all'interno delle chiese, e senza dubbio c'era molta confusione e vaghezza di fronte all'erosione dell'antico tipo di antisemitismo predominante da parte del nuovo modello culturale. In merito, confronta Richard Gutteridge, "The German Evangelical Church and the Jews" cit., pagine 35-90. Se pure tra le due visioni del mondo esistevano fondamentali momenti di congruenza e identit - a ci si doveva la grande attrazione esercitata dal nazismo sul clero e sul laicato cristiano -, si davano anche divergenze altrettanto fondamentali, divergenze che venivano represse, negate, evitate o ricomposte nei modi pi disparati. N. 124. Senza dubbio qualcuno sosterr che queste persone non sapevano dello sterminio e sottolineer che l'invito a bandire gli ebrei dai territori tedeschi non rappresenta un loro cenno di consenso al genocidio. L'idea che gli ecclesiastici non fossero al corrente delle stragi in corso difficile da accettare, data l'ormai enorme diffusione delle notizie sugli stermini in massa e i molteplici canali di informazione di cui disponevano le autorit della chiesa, per molti versi il gruppo meglio informato del paese. Al momento del proclama, la notizia del massacro sistematico degli ebrei era sulla bocca di tutti; i tedeschi avevano gi ammazzato centinaia di migliaia di ebrei in Unione Sovietica (e verso quella direzione gli alti gradi della chiesa, ricorrendo all'eufemismo nazista allora corrente, volevano bandirli).

Milioni di soldati tedeschi in Unione Sovietica sapevano del genocidio, perch molte stragi si erano svolte all'aperto, in mezzo ai reparti dell'esercito e perch l'esercito stesso aveva preso pienamente parte alle operazioni. Dello sterminio erano al corrente anche i preti e i pastori inquadrati nell'esercito, che sicuramente ne avevano riferito ai loro superiori. Il vescovo Wurm, in contatto costante con altri vescovi, d per indiscutibile il fatto che la notizia degli eccidi fosse giunta ai vertici della gerarchia. Perci, tenendo conto delle ripetute ed esplicite dichiarazioni che Hitler aveva reso delle proprie intenzioni di sterminio, estremamente improbabile che ecclesiastici di questa levatura, in un proclama collettivo accuratamente calibrato, potessero usare l'espressione misure pi severe senza intendere sterminio. Le parole successive, la loro cacciata da tutti i territori tedeschi, in questo contesto non sono che un eufemismo per un'eliminazione del tipo ormai comune ovunque, di chiara interpretazione per ogni tedesco coinvolto nel genocidio. Il linguaggio velato imposto dal regime vietava di chiamare il genocidio con il suo vero nome in pubblico e anche nella corrispondenza ufficiale. Espressioni come trasferimento, o spostamento all'Est divennero quindi codici e sinonimi di sterminio. Poich allora la Germania era in guerra e non c'era posto in cui potesse bandire gli ebrei - e quegli ecclesiastici lo sapevano bene -, l'unico modo per bandirli era ucciderli. N. 125. Martin Niemller, "Alles und in allem Christus. 15 Dahlemer Predigten", Berlin, 1935, p. 87. In questo sermone Niemller attacca persino i nazisti (senza nominarli) paragonandoli agli ebrei! Quanto malvagi sono gli ebrei? Sono i responsabili, secondo Niemller, non soltanto del sangue di Ges e del sangue di tutti i suoi messaggeri, ma di ben altro, del sangue di tutti gli uomini giusti che furono assassinati per aver testimoniato la santa volont di Dio contro la tirannica volont dell'uomo (p. 89). Niemller un esempio perfetto di militante antinazista che fu anche militante antisemita. N. 126. Diversamente dalla maggioranza degli antisemiti tedeschi, Niemller assumeva una posizione etica che lo induceva a non cercare la vendetta sugli ebrei, che spettava soltanto, nella sua opinione, a Dio.

Detto questo, comunque, proseguiva la sua inviperita condanna di quegli ebrei che, fra le altre cose, erano maledetti per l'eternit per aver crocifisso Ges. Sull'antisemitismo di Niemller confronta Richard Gutteridge, "The German Evangelical Church and the Jews" cit., pagine 100-4. N. 127. Citato da Hartmut Ludwig, "Die Opfer unter dem Rad Verbinden: Vorund Entstehungsgeschichte, Arbeit und Mitarbeiter des Bro Pfarrer Grber", Berlin, Tesi di abilitazione, 1988, pagine 73-74. N. 128. Citato da Julius H. Schoeps, "Leiden an Deutschland" cit., p. 58. In una lettera del 1967 Barth confessava che nei miei incontri diretti con ebrei viventi (persino con ebrei cristiani!) ho sempre dovuto, per quanto mi ricordi, reprimere un senso di avversione del tutto irrazionale (Karl Barth, "Briefe 1961-1968", a cura di Jrgen Faugmeier e Heinrich Stoevesandt, Zrich, Karl Kupisch, 1975, vol. 5, pagine 420 e seguente). N. 129. Johan M. Snoek, "The Grey Book" cit., p. 113. N. 130. Werner Jochmann, Antijudische Tradition im deutschen Protestantismus und nationalsozialistische Judenverfolgung cit., pagine 273-74. N. 131. Julius H. Schoeps, "Leiden an Deutschland" cit., p. 61. N. 132. Citato da Richard Gutteridge, "The German Evangelical Church and the Jews" cit., p. 304. In un sermone del 1945 Niemller espresse una condanna analoga per l'antisemitismo che pervadeva la chiesa. Se i quattordicimila pastori evangelici della Germania, dichiar, avessero riconosciuto dall'inizio delle persecuzioni contro gli ebrei ... che era Ges Cristo Signore il perseguitato ... pu ben darsi che il numero delle vittime non avrebbe superato le diecimila (pagine 3034). Secondo Niemller, il rifiuto delle autorit cristiane di pronunciarsi e di agire in favore degli ebrei non fu dovuto soprattutto alla paura del regime, bens a un motivo pi profondo: gli uomini di tonaca non condannavano i provvedimenti eliminazionisti che venivano applicati anche in loro nome.N. 133. Rapporto del 7 agosto 1944, citato da Christof Dipper, "The German Resistance and the Jews", Y.V.S., 16,1984, p. 79. N. 134.

Citato da ibid., p. 78. N. 135. Citato da ibid., p. 79. N. 136. "In der Stunde Null: Die Denkschrift des Freihurger BonhoefferKreises", a cura di Helmut Thielicke, Tbingen, Mohr, 1979, pagine 147-51. Un'analisi del livello di questa proposta in Christof Dipper, "The German Resistance and the Jews" cit., p. 77. N. 137. La descrizione della resistenza qui abbozzata trova conferma ibid., soprattutto alle pagine 60, 71-72, 75-76, 81, 83-84, 91-92. N. 138. Konrad Kwiet e Helmut Eschwege, "Selbstbehauptung und Widerstand" cit., p. 48. Sulla diffusione dell'antisemitismo e dell'adesione al programma eliminazionista nella classe operaia, confronta David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., pagine 89-95. N. 139. David Bankier ("The Germans and the Final Solution" cit., p. 94) rileva questo fenomeno nella classe operaia, sostenendo che molti sedicenti non nazisti concordavano nondimeno con la drastica riduzione dei diritti degli ebrei e con la loro esclusione dalla nazione tedesca. Anche parecchi socialisti, contrari ai metodi brutali del Terzo Reich, erano convinti per che "non tanto terribile trattare gli ebrei a questo modo" . N. 140. Confronta il capitolo 11 per una discussione pi approfondita in merito. N. 141. Robert Gellately, "The Gestapo and German Society" cit., p. 251. N. 142. Ibid., pagine 216-52. N. 143. Ibid., pagine 226-27. N. 144. Ibid., p. 252. N. 145. Citato da ibid., pagine 248-49. N. 146. Ibid., pagine 242-43. Robert Gellately sostiene che queste critiche vennero soprattutto dai tedeschi religiosi.

N. 147. Citato da ibid., p. 226. N. 148. Ian Kershaw, "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., pagine 205-208. Confronta anche Jeremy Noakes, The Oldenburg Crucifix Struggle of November 1936: a Case Study of Opposition in the Third Reich, in "The Shaping of the Nazi State", a cura di Peter D. Stachura, London, Croom Helm, 1978, pagine 210-33. Un conflitto ancor pi aspro intorno ai crocefissi avvenne in Baviera tra l'aprile e il settembre 1941, in coincidenza con l'inizio dei massacri genocidi di ebrei. Il conflitto si concluse con una sonora sconfitta del regime. Confronta Ian Kershaw, "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., pagine 340-57. Nonostante la violenta opposizione alla politica religiosa del regime, l'"adesione ideologica" dei protestatari ai suoi obiettivi pi generali era chiarissima, con frequenti espressioni di appassionato anticomunismo e, meno frequenti, di razzismo. Una cartolina anonima inviata al presidente della Regione bavarese riecheggia l'assiomatica attribuzione della colpa del bolscevismo agli ebrei, esprimendo nel contempo sostegno al regime: La campagna contro il giudeo-bolscevismo ci appare come una crociata. Era firmata: I cattolici di Baviera (ibid., p. 356). N. 149. David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., p. 17. N. 150. Confronta Ian Kershaw, "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., pagine 66-110. N. 151. Ibid., p. 90. N. 152. David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., pagine 20-26. N. 153. "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., di Ian Kershaw, si basa molto su questi rapporti. Pubblicati nei 17 volumi delle "Meldungen aus dem Reich, 1938-1945" cit., contengono un diluvio di espressioni di dissenso sulle iniziative politiche del governo, e di malcontento sulla pi ampia gamma di argomenti. N. 154.

Ian Kershaw, "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., p. 8. Questa e molte altre testimonianze documentano che la misura dell'intimidazione cui erano sottoposti i tedeschi comuni nel periodo nazista stata in genere esagerata. N. 155. Confronta Henry Friedlander, "The Origins of Nazi Genocide: From Euthanasia to the Final Solution", Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1995, pagine 111 e seguenti; Michael Burleigh, "Death and Deliverance: Euthanasia in Germany c. 1900-1945", Cambridge, Cambridge University Press, 1994, pagine 162-80; Ian Kershaw, "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., pagine 334-40; Gnther Lewy, "The Catholic Church and Nazi Germany" cit., pagine 263-67; ed Ernst Klee, "Euthanasie im N.SStaat: Die Vernichtung lebensunwertes Lebens", Frankfurt am Main, Fischer Verlag, 1983, pagine 294-345. Nonostante la sospensione formale, il regime continu a eliminare le vite indegne di essere vissuteo in modo pi discreto, con il programma noto come Aktion 14f13. Comunque sia, l'opposizione morale e la protesta politica dei tedeschi contro questi assassini serv a salvare molte vite. N. 156. Ovviamente l'opposizione all'eliminazione dei malati mentali e degli handicappati fu una conseguenza del rifiuto di taluni aspetti importanti del razzismo biologico nazista. Queste vittime erano tedeschi come gli altri, e in quanto tali godevano del diritto alla vita e a un'assistenza decente. Si tratta di un esempio particolarmente efficace dell'incapacit del regime nazista di trasformare le convinzioni e i valori pi radicati nei tedeschi, inducendo la gente ad accettare in silenzio qualsiasi decisione politica soltanto perch lo stato la considerava opportuna o necessaria. E basta questo esempio per smentire la tesi del lavaggio del cervello relativamente all'antisemitismo, cos diffusa tra gli studiosi. N. 157. Confronta Nathan Stoltzfus, "Dissent in Nazi Germany", The Atlantic Monthly, 270, 3, settembre 1992, pagine 86-94. N. 158.Per la consistente influenza dell'opinione pubblica sulle scelte del regime, confronta David Bankier, "The Germans and the Final Solution" cit., pagine 10-13. N. 159. Lo sostiene anche David Bankier, ibid., p. 27.

N. 160. Confronta Ian Kershaw, "Der Hitler Mythos. Volksmeinung und Propaganda", Stuttgart, 1980, in particolare p. 112. N. 161. Ian Kershaw, "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., pagine 176-77. Kershaw ne conclude che, se pure tra i protestanti era diffuso il rifiuto dell'indirizzo anticristiano del nazismo, a esso si accompagnava un entusiastico sostegno per molti obiettivi politici nazionali condivisi con i nazisti (p. 184). L'insoddisfazione esplicita nel ceto medio per talune scelte del regime era del tutto compatibile con la pi entusiastica adesione al nazismo, e infatti spesso la accompagnava (pagine 131, 139) N. 162. Tra le fonti principali, se non la pi importante, per queste dichiarazioni di malcontento ci sono i rapporti del Partito socialdemocratico sulla Germania ("Sopade"), che bisogna trattare con circospezione per due ordini di motivi correlati. E' ovvio che gli agenti del partito avevano tutto l'interesse e la predisposizione ideologica a cogliere nel popolo tedesco - e specialmente nella classe operaia - i segni del dissenso. Ed ancor pi probabile che gli autori dei rapporti fossero portati a commettere gli stessi errori interpretativi - di cui ora si dir nel testo - in cui cadono gli storici quando tentano di capire le critiche mosse dai tedeschi all'impresa eliminazionista. Erano portati a interpretare le critiche ad alcune iniziative politiche specifiche come segnali di un generale rifiuto dell'antisemitismo e dei progetti eliminazionisti. Se anche gli storici, addestrati all'analisi e all'interpretazione, commettono questo errore, non sorprende certo che sbagliassero quei cronisti motivati dalle speranze della socialdemocrazia. Le valutazioni e i giudizi generali che compaiono nei rapporti sono quindi assai meno attendibili degli episodi particolari che vi vengono riferiti e sui quali dobbiamo presumere si basassero appunto le valutazioni. Sono giudizi positivi gi filtrati attraverso la lente deformante della convinzione che la dittatura terroristica del nazismo esercitasse una draconiana repressione sulla maggioranza del popolo tedesco. I singoli episodi riferiti dagli agenti - i dati meno toccati dall'interpretazione - corrispondono in genere a una delle categorie di cui ora diremo e dunque non confermano le interpretazioni generali

esageratamente positive proposte dai socialdemocratici, tendenti a mettere in dubbio l'antisemitismo dei tedeschi. Occorre inoltre rilevare che i rapporti contengono molte esplicite indicazioni e dichiarazioni sulla diffusione dell'antisemitismo nel popolo tedesco; ne abbiamo riportate alcune in questo stesso capitolo. N. 163. Ne portano alcuni esempi Hans Mommsen e Dieter Obst, Die Reaktion der deutschen Bevlkerung auf die Verfolgung der Juden, 19331945, in "Herrschaftsalltag im Dritten Reich: Studien und Texte", a cura di Hans Mommsen e Susanne Willems, Dsseldorf, Schwann, 1988, pagine 378-81. N. 164. "Gestapo Hannover meldet...", a cura di Klaus Mlynek cit., p. 411. N. 165. Critiche analoghe venivano mosse al tipo di antisemitismo propugnato costantemente da Der Strmer. Il taglio quasi pornografico, morboso dei suoi aneddoti e delle caricature suscit le proteste degli antisemiti pi accaniti e di nazisti di ogni rango, che lo trovavano osceno e dannoso per la salute morale dei tedeschi e in particolare della giovent. Das Schwarze Korps, l'organo ufficiale delle S.S., il giornale nazista pi ideologicamente radicale - e antisemita, naturalmente -, nel giugno 1935 richiamava all'ordine Der Strmer con un articolo dal titolo "L'antisemitismo che ci danneggia". Persino il comandante di Auschwitz, Rudolf Hss, che presiedeva all'eccidio in massa di centinaia di migliaia di ebrei, era disgustato da quel tipo di antisemitismo. E' evidente che da un'obiezione contro certi aspetti di carattere formale o politico non derivava necessariamente, n tanto meno frequentemente, un rifiuto generale dell'antisemitismo eliminazionista. Confronta "Kommandant in Auschzwitz: Autobiographische Aufzeichnungen des Rudolf Hss", a cura di Martin Broszat, Mnchen, Deutscher Taschenbuch Verlag, 51963, p. 112 (trad. it. "Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Hss", Torino, Einaudi, 1960). N. 166. Heinz Boberach, Quellen fr die Einstellung der deutschen Bevlkerung und die Judenverfolgung, 1933-1945, in "Die Deutschen und die Judenverfolgung im Dritten Reich", a cura di Ursula Bttner cit., p. 38. N. 167.

Accadde anche che, dopo un bombardamento, i tedeschi aggredissero gli ebrei in cui si imbattevano per caso. Confronta Ursula Bttner, Die deutsche Bevlkerung und die Juden Verfolgung, 1933-1945, in Ursula Bttner, "Die Deutschen und die Judenverfolgung im Dritten Reich" cit., p. 78. N. 168. "Sopade", febbraio 1938, A67N. 169. Qualche generica dichiarazione di carattere etico da parte delle autorit cattoliche tedesche contro gli eccidi si trova in Burkhard van Schewick, Katholische Kirche und nationalsozialistische Rassenpolitik, in "Die Katholiken und das Dritte Reich", a cura di Klaus Gotto e Konrad Repgen cit., p. 168; e in Gnter Lewy, "The Catholic Church and Nazi Germany" cit., pagine 291-92. N. 170. "Landesbischof D. Wurm und der Nazionalsozialistische Staat", a cura di Gerhard Schfer, cit., p. 162. N. 171. Ibid., p. 312. Bisogna dire che, sul piano confessionale, le dichiarazioni di Wurm non erano meri costrutti artificiosi, escogitati per solleticare la sensibilit del pubblico: rappresentavano invece le sue vere convinzioni. Confronta Richard Gutteridge, "The German Evangelical Church and the Jews" cit., pagine 186-87, 246. N. 172. Nur. Doc. 1816-P.S., I.M.G., vol. 28, p. 518; confronta anche pagine 499500. N. 173. Una rassegna, un inventario e molti esempi delle fonti e dei dati esistenti sull'atteggiamento dei tedeschi verso gli ebrei e la loro persecuzione sono in Heinz Boberach, Quellen fr die Einstellung der deutschen Bevlkerung und die Judenverfolgung cit., pagine 31-49. In questa sede non vi lo spazio per analizzare pi dettagliatamente le dichiarazioni di tedeschi interpretate da molti come indicazioni di un loro rifiuto dell'antisemitismo o del programma eliminazionista. Nella maggioranza dei casi non difficile dimostrare che quelle critiche non muovevano da prese di posizione di principio, allo stesso modo degli esempi che ho gi presentato in questo capitolo (parlando della Notte dei cristalli, delle chiese o della resistenza antihitleriana). Come ho gi messo in evidenza quei pochi scrupoli manifestati dai tedeschi tradiscono quasi sempre il loro antisemitismo eliminazionista. N. 174.

Di alcuni di questi personaggi si parla in Wolfgang Benz, berleben im Untergrund, 1943-1945, in "Die Juden in Deutschland, 1933-1945: Leben unter nationalsozialistischer Herrschaft", a cura dello stesso, Mnchen, Verlag C.H. Beck, 1988, pagine 660-700. Karl Ley, un insegnante, che raccont nel diario della sua opposizione alla persecuzione eliminazionista degli ebrei, sapeva che quelle opinioni erano tanto rare da annotare, il 15 dicembre 1941, di aver finalmente scoperto di non essere del tutto solo: una collega si era dichiarata contraria alla persecuzione. Confronta Karl Ley, "Wirglauben Ihnen" cit., p. 116. N. 175. Secondo Heinz Boberach, i dati sui sentimenti del pubblico tedesco indicherebbero una diffusione dell'antisemitismo minore rispetto a quella che io ho ipotizzato, ma a contraddirlo basta questa impressionante differenza nei commenti dei tedeschi sugli stranieri non ebrei e sugli ebrei, che lui stesso rileva nel paragrafo conclusivo del suo saggio (Quellen fr die Einstellung der deutschen Bevlkerung und die Judenverfolgung cit., p. 44). Qualche esempio di tedeschi che espressero la loro solidariet in Konrad Kwiet, Nach dem Pogrom: Stufen der Ausgrenzung, in "Die Juden in Deutschland", a cura di Wolfgang Benz cit., pagine 619-25. N. 176. Un compendio illustrativo in C.C. Aronsfeld, "The Text of the Holocaust" cit. N. 177. Un'analisi dei danni inflitti alla dignit delle persone in James C. Scott, "Domination and the Art of Resistance: Hidden Transcripts", New Haven, Yale University Press, 1990, pagine 112-15. N. 178. Dopo l'analisi degli atti di parola elaborata da John L. Austin in "How to Do Things with Words", Cambridge Mass., Harvard University Press, 1962 (trad. it. "Come fare con le parole. Le William James Lectures tenute alla Harvard University nel 1955", Genova, Marietti, 1987), la netta distinzione tra parlare e agire crollata. La parola, specie quando intesa a persuadere o a fare del male, azione almeno quanto lo alzare le mani in un momento d'ira. La violenza verbale, con la sua riconosciuta capacit di ferire, va dunque giudicata come una continuazione dell'atto di violenza fisica.

E, anzi, ci sono promesse violente (un noto omicida che minaccia di uccidere qualcuno, per esempio) che vanno indubbiamente considerate pi dannose di certi atti di violenza fisica. N. 179. "Die Unlsbarkeit der Judenfrage", citato in Ludger Heid, Die Juden sind unser Unglck!: Der moderne Antisemitismus in Kaiserreich und Weimarer Republik, in "Der ewige Judenhass: christlicher Antijudaismus, deutschnationale Judenfeindlichkeit, rassistischer Antisemitismus", a cura di Christine von Braun e Ludger Heid, Stuttgart, Barg Verlag, 1990, p. 128. N. 180. Ludwig Lewisohn, The Assault on Civilization, in "Nazism: An Assault on Civilization", a cura di Pierre van Paassen e James Waterman Wise, New York, Harrison Smith and Robert Haas, 1934, pagine l56- 17. N. 181. Dorothy Thompson, "The Record of Persecution", cit., p. 12. Nel novembre 1935 il quotidiano britannico The Times proponeva un'osservazione analoga: Se non si far qualcosa, in alto loco, per tentare di controllare la ferocia dei fanatici antisemiti, gli ebrei saranno condannati, per cos dire, a correre alla cieca fino alla morte. E' questa la situazione per la quale stato coniato il termine "pogrom a freddo" (citato da Robert Gellately, "The Gestapo and German Society" cit., pagine 108-109). Un'altra predizione dello sterminio degli ebrei in Friedrich Heer, "God's First Love" cit., p. 323. N. 182. Citato in "Hunter and Hunted: Human History of the Holocaust", a cura di Gerd Korman, New York, Viking, 1973, p. 89. N. 183. Un'analisi della lezione di Kittel in Robert P. Ericksen, "Theologians Under Hitler: Gerhard Kittel, Paul Althaus and Emmanuel Hirsch", New Haven, Yale University Press, 1985, pagine 55-58; e in Ino Arndt, Machtbernahme und Judenboykott in der Sicht evangelischer Sonntagsbltter, in "Miscellanea: Festschrift fr Helmut Krausnick zum 75. Gekurtstag", Stuttgart, Deutsche Verlags-Anstalt, 1980, pagine 27-29. N. 184. Citato da Wolfgang Gerlach, "Als die Zeugen schwiegen" cit., p. 112. N. 185. Persino David Bankier ("The Germans and the Final Solution" cit., p. 156) che riconosce la diffusione dell'antisemitismo razzista in Germania e le sue conclusioni eliminazioniste, scrive: L'esortazione nazista ad appoggiare la soluzione della "Judenfrage" non fu dunque raccolta.

N. 186. Ian Kershaw, "Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich" cit., p. 370. N. 187. Alfons Heck, "The Burden of Hitler's Legacy" cit., p. 87.

Parte seconda IL PROGRAMMA ELIMINAZIONISTA E LE STRUTTURE "Questa gente deve sparire dalla faccia della terra". Heinrich Himmler, da un discorso ai capi del Partito nazista, Posen, 6 ottobre 1943.

Capitolo 4 L'AGGRESSIONE NAZISTA AGLI EBREI: CARATTERE ED EVOLUZIONE

L'aspirazione eliminazionista di Hitler e dei nazisti fu sempre chiara e costante, anche prima dell'ascesa al potere, ma l'evoluzione delle loro intenzioni immediate e delle misure pratiche contro gli ebrei non fu lineare ne coerente. La cosa non deve sorprendere: era salito al potere un regime determinato a compiere un'impresa - l'eliminazione degli ebrei da ogni aspetto della vita sociale tedesca, ma anche l'annullamento della loro presunta capacit di danneggiare la Germania - enormemente complessa e senza precedenti in epoca moderna. La sua realizzabilit era condizionata da tutta una serie di limitazioni, e si trovava a competere, o persino a entrare in conflitto, con altri obiettivi importanti. I nazisti avevano preso il potere in circostanze difficili, nel pieno di una depressione, assediati dall'ostilit di potenze straniere e con il pensiero rivolto a un insieme di obiettivi revanscisti e rivoluzionari. Ritenere che qualsiasi regime, specie in un contesto siffatto, potesse perseguire l'eliminazione degli ebrei dalla Germania, dall'Europa, dal mondo, senza le abituali contorsioni della politica, senza compromessi tattici, senza adattamenti pragmatici, senza differire gli obiettivi a lungo termine in favore del conseguimento di vantaggi a breve o a medio in altri settori, significa farsi un'idea decisamente non realistica della natura del governo; significa attribuire ai nazisti una capacit prodigiosa di tradurre nella pratica i loro ideali, di dare sbocco politico alle loro aspirazioni.

Com'era inevitabile, la persecuzione nazista degli ebrei non si conform a questa concezione idealizzata, caricaturale dell'andamento della politica. La strategia antiebraica fu caratterizzata da apparenti incoerenze e da conflitti tra le diverse sedi concorrenziali del potere decisionale. C' stato per chi ha concluso, attenendosi ai provvedimenti presi di volta in volta, che l'evoluzione della politica nazista fu disarticolata, che di fatto nessuno ne aveva il controllo, che la decisione di annientare gli ebrei fu la mera conseguenza di esigenze contingenti e indesiderate, che ebbe ben poco a che fare con le intenzioni dei capi del partito o di Hitler, che non era organica alla visione nazista del mondo. E' un'idea del tutto sbagliata: la politica ebraica dei nazisti fu coerente e tesa al conseguimento di obiettivi precisi. Le intenzioni e le decisioni furono sempre fondate su una concezione degli ebrei articolata e condivisa: l'antisemitismo razziale eliminazionista. E' sufficiente riconoscere la presenza di questa ideologia - dalla quale derivavano la diagnosi del presunto problema e le diverse soluzioni pratiche possibili alla base del pensiero e dell'azione dei nazisti - perch i contorni della loro politica antiebraica divengano subito assai meno enigmatici, assai pi intenzionali, assai pi facili da comprendere per ci che di fatto erano: "il tentativo concertato, ma flessibile e necessariamente sperimentale, nato da un'intenzione consapevole di eliminare il presunto potere e l'influenza degli ebrei nel modo pi radicale e definitivo possibile". Fu consapevole in quanto scopertamente, e frequentemente, enunciato; concertato perch furono in molti a perseguirlo con coerenza e dedizione; sperimentale e flessibile perch i tedeschi si videro costretti a concepire, impostare e applicare la loro politica muovendosi in un territorio inesplorato e soggetto a un gran numero di condizionamenti empirici. Se anzi si tiene conto di tutte le limitazioni e le incertezze che condizionano l'attivit politica, quella nazista appare "estremamente coerente", pi di quanto ammettano gli studi recenti, pi di quanto si sarebbe potuto ragionevolmente immaginare. Per dimostrare questa tesi, e "insieme" per cogliere il senso della politica antiebraica dei nazisti, occorre reimpostare alcuni problemi, ricorrendo a una nuova struttura interpretativa (1). Prima di affrontare l'evoluzione di tale politica, dobbiamo delineare rapidamente alcune questioni concettuali e analitiche. La nozione di intenzionalit, il rapporto di Hitler con i suoi seguaci e il metodo per valutare il grado di coerenza interna di un insieme di azioni questioni tutte della massima importanza - sono stati esplicitamente o

implicitamente oggetto, e con ogni probabilit continueranno a esserlo, di discussioni, e dunque vale la pena di soffermarvisi per chiarirle. Il sistema politico della Germania nazista era insieme dittatoriale e consensuale: dittatoriale in quanto non esistevano meccanismi formali - le elezioni, per esempio - per controllare il potere di Hitler o per rimuoverlo dal suo incarico; consensuale in quanto il ceto dirigente, cos come a grandi linee l'intera opinione pubblica tedesca, accettavano il sistema e l'autorit hitleriana come fatti positivi e legittimi (2). All'interno di questo vasto consenso sussistevano tuttavia divergenze e conflitti in molti ambiti, compresa la politica antiebraica, dovuti a tre motivi principali. In primo luogo esistevano dei condizionamenti reali, che imponevano compromessi e il rinvio degli obiettivi politici al momento in cui si fossero presentate, o fossero state create, le circostanze favorevoli. In secondo luogo lo stile di comando di Hitler, sovente non interventista, lasciava ampio potere decisionale ai sottoposti, spesso appartenenti a strutture diverse, e mossi da idee non sempre coincidenti (3). Il terzo motivo era dato dalle naturali tensioni e disarticolazioni che si presentano ogniqualvolta si intraprende una nuova e difficile iniziativa su scala nazionale, alla quale prendono parte istituzioni concorrenti (nel caso specifico, con giurisdizioni confuse e sovrapposte) in assenza di un forte organismo centrale di controllo (4). E infine, quanto alla politica ebraica dei nazisti, come se gi questi tre aspetti del sistema politico non fossero sufficienti per produrre incoerenze e contraddizioni, l'ideologia eliminazionista era in grado di contemplare un'ampia variet di soluzioni, ognuna delle quali senza precedenti e di difficile realizzazione. In conseguenza di tutto ci, coloro che impostavano e mettevano in pratica la politica antiebraica, pur concordando sui principi generali, avevano idee diverse sui dettagli, sul modo migliore per applicarla alla luce di altri obiettivi generali, su quali fossero i suoi obiettivi a breve, medio e lungo termine e sui tempi di attuazione di ciascuno di essi. Non stupisce dunque che i nazisti avanzassero verso la soluzione della loro "Judenfrage" procedendo a tentoni. Questi aspetti del sistema rendono pi complesso il tentativo di comprendere quali fossero davvero le intenzioni dei nazisti nei confronti degli ebrei in Germania e in Europa e, indipendentemente dalle intenzioni, quali considerazioni li abbiano indotti a adottare le decisioni e i provvedimenti che di fatto finirono per scegliere.

Il metodo analitico oggi prevalente consiste nella costruzione di una concatenazione plausibile, non soltanto dei provvedimenti effettivi ma anche delle intenzioni, fondata su quanto veniva fatto "in ogni singolo momento", e su ci che parevano sapere i diversi protagonisti circa le intenzioni sottostanti a ciascun provvedimento. Ogni fase di tale svolgimento viene quindi spiegata con riferimento alle configurazioni politiche, istituzionali, territoriali e militari del momento, alle quali le intenzioni e le azioni dei rispettivi agenti materiali si sarebbero informate. Si tratta di un metodo funzionale per comprendere le concettualizzazioni e gli atti dei realizzatori a un livello minimale e medio. Tuttavia, se non viene integrato da uno schema interpretativo di pi ampio respiro, esso finisce per accentuare i fattori materiali e contingenti, sopravvalutando le deviazioni secondarie rispetto alla linea principale, e perdendo di vista il carattere complessivo del nazismo e della sua politica eliminazionista. La prospettiva dal basso estremamente istruttiva nonch necessaria - ma pu solo integrare, non sostituire, la visione panoramica dall'alto. Tenendo conto di questi problemi interpretativi, la mia impostazione si fonda sulle considerazioni che seguono. Ogni valutazione degli eventi deve partire da Hitler. Vorremmo sapere molto di pi circa il suo ruolo nel processo decisionale, ma risulta comunque chiaro che Hitler fu il primo motore della persecuzione che culmin nel genocidio, in quanto fu lui a compiere personalmente le scelte cruciali in quella direzione (5). Detto questo, possiamo far seguire due affermazioni ulteriori. In primo luogo, le massime e le intenzioni eliminazioniste di Hitler non vacillarono mai; gi il 13 agosto 1920, in un discorso dal titolo "Perch siamo antisemiti", le aveva formulate in pubblico, proclamando che il primo passo sarebbe consistito nel riconoscimento della natura dell'ebreo, al quale sarebbe dovuta seguire la nascita di un'organizzazione che un giorno proceder al fatto; la nostra determinazione a compiere quel fatto irremovibile. Esso si chiama allontanamento degli ebrei dal nostro "Volk" (6). In secondo luogo, fu l'irremovibile determinazione di Hitler a fornire il modello della politica ebraica in Germania (egli non pens mai, n propose seriamente, che i tedeschi potessero vivere in pace e in armonia con gli ebrei); una determinazione che non pu certo stupire, considerata la sua antica e immutabile valutazione della gravit della minaccia ebraica.

Il pericolo era tale - come dichiar pubblicamente nel 1920 di fronte a milleduecento persone che non sarebbe arretrato di fronte a nulla pur di sbarazzarsi degli ebrei. E proclamava sinistramente: Siamo animati dall'inesorabile risoluzione di estirpare il Male [gli ebrei] alla radice, per sterminarlo ["auszurotten"] fino all'ultimo. Per ottenere questo scopo non dobbiamo fermarci di fronte a nulla, anche se dovessimo allearci con il diavolo (7). Proclamandosi disposto ad allearsi con il diavolo, Hitler affermava che avrebbe fatto tutto ci che era necessario, ricorrendo anche ai mezzi pi inusitati ed esecrandi, per arrivare all'eliminazione degli ebrei; il linguaggio dello sterminio totale non gli era certo sfuggito per errore. La questione di fondo quindi questa: in che modo Hitler riusc a trasformare le sue intenzioni nei presupposti concreti dell'azione, alla luce non solo del mutare delle circostanze e dei condizionamenti esterni, ma anche dei suoi stessi obiettivi e valori che potevano entrare in conflitto con la politica eliminazionista? Per valutare la portata delle questioni in gioco, occorre operare e tenere a mente una serie di distinzioni concettuali. Gli ideali sono le immagini ottimali che ciascuno si fa di ci che auspicabile in un mondo non gravato dai condizionamenti dell'esistenza fisica e sociale. Le intenzioni sono i progetti che si formulano per intervenire sul mondo reale a fronte di determinate situazioni e condizionamenti effettivi o potenziali. Le scelte sono le direttrici di azione decise in una situazione contingente determinata e storicamente condizionata. Nessuno dei tre concetti riflette per forza perfettamente gli altri due. In assenza di barriere insormontabili, le intenzioni seguono in genere gli ideali, e le azioni, cio le scelte, vengono in genere formulate per realizzare le intenzioni. Ci non toglie che gli ideali siano spesso in palese contraddizione con quanto conseguibile nella realt; le intenzioni si approssimano quindi assai poco agli ideali, perch si costretti a fare ragionevoli concessioni alla realt; e spesso le scelte sono un pallido riflesso delle intenzioni, per non dire degli ideali, perch le decisioni sulle azioni da intraprendere devono concedere alla realt ancor pi di quanto non conceda persino la pi prudente delle intenzioni. Le scelte naturalmente possono essere articolate tenendo conto di una serie di ideali e intenzioni alternativi, nel qual caso pu anche sembrare che

la persona non nutra determinate intenzioni, che invece sussistono e possono essere ben risolute. E' dunque possibile coltivare l'ideale di un mondo libero dall'influenza degli ebrei e avere la ferma intenzione di realizzarlo non appena si verifichino le condizioni propizie. Tuttavia, temporaneamente si possono seguire linee politiche non orientate in quella direzione, soltanto perch si ritiene che in quel particolare momento l'ideale non sia praticabile. Prendere tempo adottando scelte intermedie o non pienamente soddisfacenti una risposta razionale e prudente di fronte a un ostacolo insormontabile; e non incompatibile con quell'ideale, con quell'intenzione ultima. E pertanto non vale come dimostrazione della loro assenza. Alla luce di quanto detto, possiamo senz'altro sostenere che Hitler fu il motore della politica antiebraica che port alle persecuzioni e allo sterminio degli ebrei. Nei primi anni di governo egli dovette adattarsi a soluzioni di compromesso per l'evidente impossibilit immediata, e persino a lungo termine, di risolvere la "Judenfrage" come avrebbe desiderato. Tutte le soluzioni perseguite da lui e dai suoi sottoposti derivavano in modo diretto e immediato dalla medesima diagnosi del problema, l'antisemitismo razziale eliminazionista espresso in uno degli slogan pi frequenti dell'intero periodo nazista: Ebreo perirai!. Le scelte politiche dei tedeschi nei confronti degli ebrei non furono che variazioni sul comune tema eliminazionista, variazioni che pur comportando conseguenze enormemente diverse per le vittime, dal punto di vista funzionale dei realizzatori erano fondamentalmente equivalenti. Avevano il medesimo significato e, cos come veniva espresso dall'antisemitismo razziale eliminazionista hitleriano in uno degli slogan pi diffusi in epoca nazista, scaturivano da un medesimo intento: questo l'elemento chiave per spiegare l'andamento della persecuzione. I realizzatori avevano tutti lo stesso modello cognitivo culturale degli ebrei, da cui derivavano la logica, la spaventosa energia e le direttrici essenziali di tutti i provvedimenti concreti. L'insieme delle misure intraprese dai tedeschi contro gli ebrei in Germania e in Europa rivela la presenza di due obiettivi comuni che furono componenti costanti della politica ebraica, indipendentemente dal contenuto concreto dei provvedimenti: 1) trasformare gli ebrei in esseri morti per la societ - esseri da dominare con la violenza, alienati per nascita, disonorati da tutti -, e quindi trattarli come tali (8); 2) allontanarli nel modo pi

radicale e permanente possibile dal contatto fisico con il popolo tedesco, e dunque annullarli come fattore della vita della Germania. La convinzione della validit di questi obiettivi costituiva l'assioma di quella politica, il suo modello cognitivo di base. Il conseguimento degli obiettivi comport scelte e provvedimenti diversi, talora in concomitanza con altri: 1) aggressione verbale; 2) aggressione fisica; 3) provvedimenti giuridici e amministrativi per isolare gli ebrei dai non ebrei; 4) emigrazione forzata; 5) deportazione e trasferimento forzato; 6) separazione fisica nei ghetti; 7) morte per fame, debilitazione e malattia (prima della formalizzazione del programma genocida); 8) lavoro in condizione di schiavit fino alla morte; 9) genocidio, soprattutto fucilazioni in massa, denutrizione calcolata e camere a gas; 10) marce della morte.Nessuna di queste misure e di altre ancora si discostava dai due obiettivi centrali: la morte civile degli ebrei e l'eliminazione della loro presenza dai territori dominati dai tedeschi. Nondimeno, le prime tre - l'aggressione verbale e fisica e le restrizioni giuridiche e amministrative - sono di particolare rilievo perch contribuirono in modo simbiotico e simultaneo al conseguimento di entrambi gli obiettivi. Non v' dubbio che nel 1939 la Germania fosse ormai riuscita a conseguire la morte civile degli ebrei. L'aggressione verbale, ovvero la misura pi coerente, reiterata e pervasiva applicata dal governo tedesco, viene riconosciuta e discussa, ma di rado analizzata come parte integrante della politica antiebraica. Da tutti i mezzi di comunicazione tedeschi, dai discorsi di Hitler, dalle trasmissioni radiofoniche, dai giornali, dalle riviste, dai film, dai libri scolastici, dai manifesti, scaturiva un fiume costante, onnipresente, di contumelie antisemite. Dell'effetto di questo fuoco di sbarramento sull'immagine che i tedeschi avevano degli ebrei si gi detto nel capitolo precedente; qui analizzeremo i suoi scopi politici e sociali. Esso era soprattutto l'espressione, la dichiarazione delle convinzioni pi profonde di Hitler e dei suoi seguaci, che proclamavano l'intenzione di liberare la Germania dal presunto giogo ebraico. Una violenza verbale rivolta al pubblico tedesco, ma anche agli ebrei, tesa com'era a confermare il primo nelle sue convinzioni e insieme a infondere spavento nei secondi; queste misure terroristiche avevano lo scopo emotivamente gratificante di far precipitare gli ebrei nella paura, e quello programmatico di indurli ad abbandonare la Germania e, si sperava, a lasciarla in pace per il futuro.

L'aggressione verbale contribu alla medesima stregua delle altre misure a trasformare gli ebrei in esseri socialmente morti, completamente privi di dignit e onore, e nei confronti dei quali i tedeschi non avevano alcun obbligo morale. Un sopravvissuto cos ricorda questo aspetto della politica nazista nel periodo successivo al boicottaggio del primo aprile: Il fuoco di sbarramento della propaganda si riversava sugli ebrei con immutata violenza e intensit. Incessante, ripetitiva, l'idea che gli ebrei fossero creature subumane, fonti di ogni male, veniva conficcata a forza nella mente dei lettori e degli ascoltatori (9). La violenza verbale faceva parte integrante di due degli obiettivi prioritari di Hitler: la morte civile degli ebrei (che preparava i tedeschi alle pi drastiche misure eliminazioniste) e la riduzione della loro influenza sulla Germania, inducendoli a emigrare. L'aggressione fisica perdur per tutto il periodo nazista, compresi gli anni Trenta, bench in modo pi saltuario. Il regime pratic, incoraggi e toller la violenza contro gli ebrei, che negli anni Quaranta divenne parte della loro esistenza quotidiana, ma che gi nel decennio precedente poteva esplodere in qualsiasi momento. A volte assumeva la forma di proditori pestaggi e umiliazioni ritualizzate per iniziativa di qualche funzionario locale; altre volte si trattava di violente campagne terroristiche, seguite dall'internamento nei campi di concentramento, organizzate dalle autorit centrali. Come si gi detto, le aggressioni fisiche, al pari della violenza verbale, dimostravano a tutti che gli ebrei erano al di fuori della comunit morale e che avrebbero fatto bene a togliersi di mezzo. Non solo: preannunciavano la dura sorte che poteva attenderli. Fra tutte le misure intraprese, la separazione giuridica e amministrativa degli ebrei dalla comunit tedesca poteva considerarsi l'equivalente non verbale dell'aggressione verbale. Diversamente da quanto fecero per tanti altri provvedimenti antiebraici, i tedeschi passarono all'azione in questo campo quasi nell'istante stesso in cui i nazisti presero il potere, portando avanti senza sosta un programma che and assumendo fra gli anni Trenta e Quaranta un ritmo sempre pi implacabile. L'esclusione graduale e sistematica degli ebrei dalla sfera pubblica politica, sociale, economica, culturale ebbe su di essi un effetto di logoramento grave quanto la sofferenza provocata dalle difficolt economiche che ne derivavano (10).

Una settimana dopo il boicottaggio del primo aprile 1933, i tedeschi cominciarono con l'escluderli dalla pubblica amministrazione attraverso la Legge per il ripristino dell'ordine professionale nel pubblico impiego del 7 aprile, cui fece seguito, nelle settimane successive, il bando da molte attivit professionali (11). L'esclusione dalla sfera economica progred durante i primi anni del regime nella misura consentita dalle esigenze generali del paese, per poi prendere nuovo slancio nel 1938 (12). Il 22 settembre 1933 i tedeschi cacciarono gli ebrei dagli ambienti della cultura e della stampa, che molti ritenevano particolarmente infettati dalla loro presenza. Sotto il nazismo i tedeschi proscrissero di fatto ogni tipo di relazione fra ebrei e tedeschi, cos come le pi significative pratiche religiose dell'ebraismo, attraverso una pioggia di leggi restrittive che regolavano puntigliosamente cosa fosse consentito e cosa vietato. Il 21 aprile 1933, a poche settimane dalla presa del potere da parte dei nazisti, i tedeschi proibirono la macellazione rituale, e poich essa era un elemento caratterizzante dell'identit ebraica, vietarla equivaleva a dichiarare che l'essere ebrei costituiva di per s una violazione dell'ordine e delle norme morali della societ. A conti fatti, i tedeschi furono testimoni della promulgazione di quasi duemila leggi e provvedimenti amministrativi diretti a degradare e immiserire gli ebrei: norme senza precedenti, per qualit e quantit, in secoli e secoli di storia delle minoranze in Europa (13). L'anello pi significativo di questa catena sempre pi soffocante di limitazioni fu l'annuncio delle Leggi di Norimberga nel settembre 1935 che, insieme con altri decreti successivi, definirono giuridicamente l'essere ebreo, fornendo per la prima volta un'indicazione chiara, a livello nazionale, su quali fossero le persone soggette alle leggi e ai decreti relativi. Fedeli ai fondamenti razziali della concezione del mondo e degli ebrei predominante, i criteri adottati poggiavano essenzialmente sulle linee ereditarie, non sull'identit religiosa: quando la quota dell'ascendenza ebraica di un determinato individuo corrispondeva ai criteri fissati, la legge tedesca considerava ebreo anche chi (grazie alla conversione dei genitori) era invece cristiano, indipendentemente dall'assenza di qualsiasi identificazione psicologica o sociale con il mondo ebraico (14). Le Leggi di Norimberga privavano inoltre gli ebrei della cittadinanza e proibivano - fatto questo di enorme rilevanza simbolica oltre che pratica - i nuovi matrimoni e i rapporti sessuali extraconiugali tra ebrei e non ebrei.

Le leggi, i regolamenti e le misure degli anni Trenta miravano a privare gli ebrei di ogni mezzo di sostentamento, a precipitarli nella disperazione, a isolarli dalla societ nella quale si erano mossi liberamente fino a pochi anni prima. Gli ebrei erano socialmente morti. A partire dal primo settembre 1941, la politica che mirava a isolare gli ebrei tedeschi, e a farne degli esseri socialmente morti, fu intensificata con il decreto del governo che imponeva loro di portare in pubblico una grande stella di Davide gialla sulla quale spiccava, in nero, la parola "Jude". Gli effetti erano ovvi. Il marchio aggravava l'umiliazione, gi pesantissima, e nel bel mezzo di un popolo cos ostile li trasformava in veri e propri bersagli, accrescendo ulteriormente la loro insicurezza: i passanti tedeschi potevano ora identificarli senza difficolt, e per questo gli ebrei, soprattutto i bambini, subivano aggressioni verbali e fisiche ancor pi frequenti. Una donna ebrea di Stoccarda ricorda che portare la stella gialla, con la quale fummo marchiati dopo il 1941, era una forma di tortura. Ogni giorno, quando uscivo per strada, dovevo lottare per conservare la mia dignit (15). La stella gialla consentiva ai tedeschi di riconoscere, controllare ed evitare chi recava il marchio della morte civile; non sorprende che la sua degradante imposizione divenisse uno dei tratti caratteristici dell'occupazione tedesca in Europa (16). La segregazione sociale, con tutte le sue componenti, e la violenza verbale (e fisica) interagivano accrescendo gli effetti globali. Mentre la violenza verbale proclamava tanto ai tedeschi quanto agli ebrei la cesura morale che li separava, i provvedimenti giuridici enunciavano e imponevano una divaricazione fisica e sociale. Insieme, concorrevano a trasformare gli ebrei in esseri socialmente morti, in una comunit di lebbrosi contro la quale era lecita qualsiasi azione. E rendevano tanto dura, difficile e degradante l'esistenza quotidiana degli ebrei da indurli a fuggire dal paese: dei 525 mila che vivevano in Germania nel gennaio 1933, 130 mila emigrarono nei cinque anni successivi. Nel 1938 anche i pi illusi dovettero convincersi che vivere in Germania non era pi possibile: l'esodo si intensific nel 1938-39, con l'emigrazione di altri 118 mila ebrei, che ormai accettavano di trasferirsi in qualsiasi paese disposto ad accoglierli; dopo l'inizio della guerra riuscirono a fuggire dalla Germania altre 30 mila persone circa (17).

I tedeschi erano riusciti ad allontanare con la forza pi di met della popolazione ebraica - che in genere se ne andava rinunciando a beni, propriet e ricchezze - da quella che un tempo era stata una patria diletta. Bench l'"ideale" di Hitler nel corso degli anni Trenta rimanesse sempre l'eliminazione di qualsiasi forma di potere ebraico, le sue intenzioni immediate, cos come si riflettevano nelle scelte dei tedeschi, si riducevano al pi modesto obiettivo di una Germania "judenrein". Era questa la politica pi efficace, per quanto non soddisfacente in ultima istanza, nel contesto internazionale degli anni Trenta. La Germania assediata, debole, di quel periodo non avrebbe potuto intraprendere misure pi radicali senza rischiare una guerra che non aveva alcuna speranza di vincere. Negli anni Trenta il paese stava faticosamente riprendendosi dalla depressione economica, si riarmava, e nella seconda parte del decennio, con la diplomazia e la forza delle armi, conseguiva i primi successi territoriali e in politica estera: l'abrogazione di fatto delle condizioni imposte dal trattato di Versailles, la rimilitarizzazione della Renania nel 1936, l'annessione dell'Austria nel marzo 1938, lo smembramento della Cecoslovacchia nel 1938 e nel 1939. Un'aggressione sistematica, totale, contro gli ebrei tedeschi avrebbe minacciato di impedire alla Germania di ricostruire tutta la sua potenza, requisito essenziale perch Hitler potesse conseguire i suoi numerosi obiettivi apocalittici, compreso l'annientamento dell'ebraismo mondiale. Se anche Hitler e i suoi compatrioti avessero deciso di non tener conto di alcuna limitazione, procedendo all'eliminazione degli ebrei tedeschi, sarebbe stata soltanto una vittoria di Pirro, non la soluzione finale della "Judenfrage", perch l'ebraismo nel mondo ne sarebbe stato a malapena toccato. Cos Paul Zapp, futuro comandante del "Sonderkommando" 11a che massacr gli ebrei nell'Ucraina meridionale e in Crimea, esprimeva questa verit lapalissiana: Si potr cominciare a pensare in assoluto alla soluzione della "Judenfrage" quando avremo inferto un colpo decisivo al giudaismo mondiale. La direzione politica e diplomatica di Adolf Hitler ha costruito le basi per la soluzione della "Judenfrage" in Europa. Da questo punto di partenza potr essere contemplata la soluzione mondiale (18). Era prevedibile che il giudaismo internazionale, che si riteneva controllasse sia l'Unione Sovietica sia le democrazie occidentali, e gli Stati

Uniti in particolare, mobilitasse il resto del mondo per sconfiggere e distruggere la Germania (19). Hitler si aspettava una resa dei conti finale con gli ebrei, ma i tempi e i modi sarebbero dovuti essere stabiliti dai tedeschi. L'eccidio degli ebrei in Germania negli anni Trenta, se anche fosse stato possibile, avrebbe limitato gli obiettivi di Hitler, sarebbe stato un atto prematuro e in definitiva controproducente. Hitler e i nazisti erano completamente preda di un'ideologia allucinata, ma non erano certo pazzi. Puntavano con straordinaria determinazione all'obiettivo principale, la ricostruzione della societ tedesca e del contesto internazionale in conformit ai loro ideali. Se anche Hitler e i suoi compatrioti avessero desiderato con tutto il cuore di ammazzare fino all'ultimo ebreo fin dal momento dell'ascesa al potere dei nazisti, tutto quanto sappiamo del modo calcolatissimo in cui si mossero negli anni Trenta, e anche durante la guerra, in altri contesti che non riguardavano gli ebrei, ci induce a ritenere che non lo avrebbero fatto, preferendo invece rinviare l'azione al momento pi propizio. Il governo tedesco si adatt quindi temporaneamente a misure eliminazioniste complementari come l'isolamento giuridico e amministrativo degli ebrei e le pressioni per indurli a emigrare. Queste misure, coordinate dall'alto, procedevano con rapidit, frenate soltanto da considerazioni interne quali il mantenimento di un'apparenza di legalit e l'esigenza di limitare al massimo i danni dovuti all'esclusione degli ebrei dall'attivit economica, nonch dal peso esercitato dall'opinione pubblica mondiale sulla situazione e le prospettive internazionali della Germania (20). La Notte dei cristalli ("Kristallnacht"), il pogrom su scala nazionale del 910 novembre 1938, fu un evento di straordinaria rilevanza. Le misure intraprese fino ad allora non erano riuscite a scacciare del tutto gli ebrei dal paese; era dunque giunto il momento di essere pi duri, di inviare un messaggio, un avvertimento inequivocabile: andatevene, o sar peggio per voi. In questo senso la Notte dei cristalli - un'aggressione su scala nazionale contro gli ebrei, i loro mezzi di sostentamento e i simboli e le strutture fondamentali della loro comunit - fu per il regime nazista un prevedibile passo avanti (21); e fu anche un sinistro presagio del futuro. Con la Notte dei cristalli i tedeschi chiarirono in modo definitivo due questioni che peraltro erano sotto gli occhi di tutti: in Germania non c'era pi posto per gli ebrei, e i nazisti anelavano allo spargimento di sangue.

Dal punto di vista psicologico, distruggere le istituzioni di una comunit equivale quasi a distruggere la sua gente, ed quasi altrettanto appagante. Come atto di pulizia generale delle sinagoghe tedesche, la Notte dei cristalli fu un'aggressione protogenocida. Dopo quella notte la politica eliminazionista dei tedeschi cominci a sviluppare in modo costante intenzioni immediate pi vaste e micidiali, e misure a esse corrispondenti. Ma furono molte le fasi del percorso in cui Hitler e i suoi compatrioti dimostrarono delle incertezze sul modo migliore di realizzare quelle intenzioni e di elaborare decisioni e piani adeguati. Il mutare della situazione strategica sul campo di battaglia tradizionale e su quello della guerra agli ebrei e la difficolt di concretizzare quello che stava trasformandosi in un programma eliminazionista su scala continentale quale mai prima di allora era stato seriamente concepito o tentato, rendevano ardua la pianificazione. Come interpretare, dunque, nel modo pi corretto il corso della politica antiebraica dopo la Notte dei cristalli? Le scelte che i tedeschi avrebbero adottato furono formulate da Das Schwarze Korps due settimane dopo quell'orgia di violenza nazionale, dopo quell'equivalente psicologico del genocidio (22). Un editoriale del foglio ufficiale delle S.S., la struttura che pi di ogni altra organizzava e portava avanti la politica di eliminazione e di sterminio, proclamava minacciosamente: Gli ebrei devono essere cacciati dai nostri quartieri residenziali e segregati in luoghi dove vivranno soltanto loro, con il minimo contatto possibile con i tedeschi ... Lasciati a loro stessi, questi parassiti si ridurranno in miseria.... Secondo l'organo delle S.S., per, era necessario compiere un passo ulteriore; l'editoriale proseguiva: "Nessuno si illuda, tuttavia, che rimarremo imbelli, limitandoci a guardare. Il popolo tedesco non ha alcuna intenzione di tollerare la presenza nel proprio paese di centinaia di migliaia di delinquenti, che non solo si assicurano di che vivere con il delitto, ma pretendono anche di farsi vendetta ... Centinaia di migliaia di ebrei impoveriti diventerebbero un fertile terreno per il bolscevismo, e per tutta la cricca subumana dei criminali politici ... In una situazione siffatta ci troveremmo di fronte alla dura necessit di sterminare la malavita ebraica allo stesso modo in cui, governati come

siamo dalla legge e dall'ordine, siamo abituati a sterminare ogni tipo di criminale: col ferro e col fuoco. L'esito sarebbe l'effettiva e definitiva scomparsa del giudaismo in Germania, il suo annientamento totale" (23). Non sappiamo se fosse questa, all'epoca, la politica di lungo termine decisa dai tedeschi, anche se la prima parte dell'editoriale riecheggiava chiaramente il contenuto di una riunione ai vertici tenuta il 12 novembre 1938 per esaminare la sorte degli ebrei tedeschi. Fu Gring stesso, che aveva convocato la riunione per ordine di Hitler, affidando a Reinhard Heydrich un ruolo di primo piano, a indicare che la guerra avrebbe avuto conseguenze disastrose per gli ebrei: Se in un futuro prevedibile il Reich tedesco dovesse vedersi coinvolto in un conflitto internazionale, fuori questione che per prima cosa noi tedeschi procederemmo a una grande resa dei conti con gli ebrei (24). Das Schwarze Korps enunciava e auspicava per il futuro una linea d'azione che estrapolava da intenzioni note e da provvedimenti gi in atto; delineava il crescendo concepibile, misurato, graduale di un programma eliminazionista indiscutibile, in cui ogni passo non sarebbe stato che il superamento di un nuovo limite in perfetta consonanza con l'antisemitismo eliminazionista imperante (25). Che queste fossero le intenzioni di fondo dei nazisti confermato dal console britannico in Germania. Pochi giorni prima dell'editoriale, un autorevole esponente della Cancelleria di Hitler gli aveva dichiarato senza possibilit di equivoci che la Germania intendeva sbarazzarsi dei suoi ebrei, inducendoli a emigrare o, se necessario, affamandoli e uccidendoli, poich non poteva rischiare l'eventualit di una guerra avendo all'interno del paese una minoranza tanto ostile. Il funzionario aveva aggiunto che la Germania intendeva espellere o eliminare gli ebrei in Polonia, in Ungheria e nell'Ucraina una volta assunto il controllo di quei paesi (26). Pochi giorni dopo la Notte dei cristalli Hitler comunic al ministro dell'Economia e della Difesa sudafricano che, in caso di guerra, gli ebrei sarebbero stati uccisi (27). Meno di tre mesi dopo, nell'anniversario della sua ascesa al potere, avrebbe tradotto questi concreti ammonimenti in una solenne profezia. Nel discorso al Reichstag del 30 gennaio 1939, pubblicato dal maggiore quotidiano del partito, il Vlkischer Beobachter, e in uno speciale opuscolo, Hitler spiegava che gi in passato gli ebrei avevano riso delle sue precedenti profezie, per poi vederle avverarsi di fronte ai loro occhi.

Oggi sar profeta ancora una volta: se i finanzieri internazionali ebrei in Europa e altrove dovessero riuscire a precipitare le nazioni in un'altra guerra mondiale, il risultato non sar la bolscevizzazione della terra, e dunque la vittoria del giudaismo, bens l'annientamento della razza ebraica in Europa! (28). Va sottolineato che, come nel caso dell'editoriale di Das Schwarze Korps, questo non era l'annuncio di un programma da rendere immediatamente operativo. Era piuttosto l'esplicita dichiarazione di un ideale e, presentandosene l'occasione, di un'intenzione; una dichiarazione che Hitler era pronto a rendere non soltanto alla cerchia ristretta dei suoi collaboratori ma anche in un discorso rivolto a tutta la nazione tedesca, o nel contesto di una seria discussione con i rappresentanti dei governi stranieri: il nesso tra la guerra totale e lo sterminio degli ebrei si era gi cristallizzato nella sua mente (29). Con lo scoppio della guerra dovevano verificarsi altri sviluppi (e circostanze) perch la sua ferma risoluzione potesse concretizzarsi, cionondimeno era ovvio che il conflitto militare avrebbe indotto Hitler a adottare nei confronti degli ebrei una linea politica ancora pi drastica di quella messa in atto negli anni Trenta. Che gi a quell'epoca Hitler e altri nazisti stessero contemplando l'idea di una soluzione finale genocida risulta inequivocabile dalle loro stesse parole. E che lo sterminio in massa di chi era considerato inadatto alla convivenza umana rientrasse gi, o sarebbe rientrato di l a poco, nel repertorio delle scelte praticabili, divenne evidente con l'avvio, nell'ottobre 1939, del cosiddetto programma di eutanasia (30). E' assai poco plausibile che Hitler e i realizzatori di quel programma si accingessero a uccidere decine di migliaia di tedeschi non ebrei affetti da malattie mentali senza pensare, o meglio senza credere con certezza quasi religiosa, che gli ebrei - considerati ben pi maligni e pericolosi - dovessero condividere quella sorte. I prescelti per il macello nel programma di eutanasia (a parte una piccola percentuale di ebrei che ne furono vittime) conducevano forse una vita indegna di essere vissuta, ma erano considerati assai meno pericolosi per la Germania che non gli ebrei. I portatori di malattie congenite e i pazzi mettevano a repentaglio l'igiene della nazione in due modi: perch potenzialmente potevano trasmettere l'infermit alle nuove generazioni, e in secondo luogo perch consumavano cibo e altre risorse utili (31). Acqua fresca, questa, rispetto alla presunta minaccia costituita dagli ebrei che - a differenza delle vittime dell'eutanasia - erano intenzionalmente

perfidi, potenti, e propensi, o forse anche pronti, a distruggere il popolo tedesco nella sua totalit. Fino a quando gli ebrei non fossero stati schiacciati, la Germania sarebbe stata afflitta dalla loro peste. Per citare Hitler, innumerevoli malattie sono causate da un solo bacillo: gli ebrei!, e dunque diverremo sani quando li avremo eliminati (32). Credere che Hitler e altri capi nazisti potessero intraprendere il programma di eutanasia senza avere le stesse intenzioni nei confronti degli ebrei equivale a credere che la stessa persona che capace di schiacciare un pidocchio preferisca non uccidere la vedova nera che sa nascosta in casa sua (33). A dispetto delle audaci profezie di Hitler e di altri tedeschi, nel settembre del 1939 non era ancora giunto il momento propizio per intraprendere un programma di sterminio; e pertanto si cercavano, procedendo anche a tentoni, le migliori soluzioni intermedie consone alle mutevoli condizioni geostrategiche. Fino all'avvio del programma di sterminio sistematico nell'estate del 1941 si tratt di una politica incerta, portata avanti contemporaneamente da strutture prive di coordinamento e spesso concorrenziali (34), una politica che produsse in linea di massima una serie di misure e provvedimenti tesi a isolare, ghettizzare, trasferire gli ebrei, decimandoli con la denutrizione e le malattie a essa connesse: in sostanza, fu l'attuazione delle prime due fasi cos autorevolmente delineate da Das Schwarze Korps dopo la riunione con Gring. Se l'isolamento giuridico in Germania e l'emigrazione all'estero furono a un tempo le massime strategie eliminazioniste praticabili negli anni Trenta, e quelle effettivamente praticate, la conquista della Polonia offr nuove e migliori occasioni, delle quali Hitler e i suoi seguaci furono pronti a trarre profitto. Ora si poteva dare l'avvio a soluzioni ben pi finali, in due sensi diversi: da un lato i tedeschi controllavano, o prevedevano di conquistare in tempi brevissimi vasti territori nei quali far confluire un gran numero di ebrei; dall'altro tenevano in pugno non pi centinaia di migliaia, bens milioni di ebrei. Non per tutto il ceto politico e militare tedesco il controllo su cos tanti ebrei si presentava nei termini esclusivi di una buona occasione, in quanto la loro gestione poneva enormi problemi pratici e creava difficolt quotidiane agli incaricati della "Judenfrage" (35). Ma la prospettiva di sbarazzare l'Europa dei milioni di ebrei ora in mano ai tedeschi non era vissuta come un onere sgradito, bens come

un'opportunit di redenzione da non lasciar cadere, un'opportunit che scaten l'immaginazione di chi elaborava le proposte di soluzione verso misure pi estreme e definitive, di fatto assai pi consone agli ideali eliminazionisti. I deliri di onnipotenza, l'idea di spostare interi popoli da un lato all'altro del continente europeo, trasformandoli in masse di iloti, la prospettiva di decimare quelli pi pericolosi o indesiderati: nulla di tutto ci era pi consono alla mentalit nazificata (36). Gli ebrei, figure demoniache centrali nell'escatologia nazista, si trovarono inevitabilmente a mal partito quando i tedeschi diedero libero sfogo ai loro sentimenti eliminazionisti, ai sogni di ricostituzione del paesaggio sociale e della sostanza umana d'Europa, a tutta la loro fantasia nell'escogitare soluzioni ai problemi. Ma come fare per eliminare i quasi due milioni di ebrei della parte occupata della Polonia e l'altro milione e pi che viveva sotto l'autorit tedesca? (37). Esistevano due sole possibilit: deportarli tutti in qualche regione deputata, o ucciderli. Nel 1939 e nel 1940 il genocidio non era praticabile. Uccidere gli ebrei tedeschi e polacchi non avrebbe risolto il problema, cos come i nazisti lo concepivano, ma anche se Hitler fosse stato disposto a correre il rischio di quella soluzione parziale, altre considerazioni imprescindibili lo avrebbero dissuaso dal metterla in pratica. C'era lo scomodo patto di non aggressione, basato sul vivi e lascia vivere, con l'Unione Sovietica: le truppe sovietiche di stanza nel cuore della Polonia sarebbero state immediatamente informate di un'aggressione genocida contro gli ebrei polacchi, e poich Hitler era convinto dell'onnipotenza degli ebrei in Unione Sovietica - il bolscevismo era meglio definito come giudeo-bolscevismo, in quanto mostruoso prodotto degli ebrei (38), e docile strumento nelle loro mani - era anche convinto, data la sua visione del mondo, che quell'aggressione avrebbe probabilmente scatenato una guerra con l'Unione Sovietica prima che lui fosse pronto per affrontarla. Inoltre, poich Hitler stava ancora pensando a una pace separata con l'Inghilterra, era prevedibile che il piano sarebbe naufragato se la Germania avesse intrapreso lo sterminio in massa di civili ebrei (39). Fino a quando la Germania avesse dovuto continuare a tener conto delle reazioni delle altre potenze, il genocidio non sarebbe stata una politica praticabile.

Immediatamente dopo la capitolazione della Polonia, il 21 settembre 1939 Heydrich emise l'ordinanza che autorizzava la ghettizzazione degli ebrei polacchi. Il documento esordiva con una distinzione tra obiettivi a lungo termine e misure intermedie: "Occorre una precisa distinzione tra 1. l'obiettivo finale (che richieder un tempo prolungato), e 2. le fasi che porteranno a conseguire l'obiettivo stesso (che possono essere espletate a breve scadenza). Le misure previste esigono la massima preparazione sia in senso tecnico sia in senso economico". Heydrich continuava: "1. La prima misura preliminare per il conseguimento dell'obiettivo finale il concentramento degli ebrei dalla campagna nelle grandi citt. La sua realizzazione dovr essere immediata" (40). Non fu tanto immediata; ma la ghettizzazione avvenne comunque, in tutta la Polonia, tra il 1940 e la primavera del 1941 (41). Qualunque fosse il suo non dichiarato obiettivo finale, l'ordinanza, insieme con la selva di restrizioni giuridiche imposte dalle autorit di occupazione, segnalava la risoluzione dei tedeschi a impedire che gli ebrei continuassero a vivere all'interno della societ nella Polonia occupata (42). Qualunque fosse l'obiettivo finale - e non poteva essere altro che la deportazione in massa o lo sterminio - il concentramento degli ebrei veniva inteso come misura preliminare che avrebbe facilitato la realizzazione di ogni futura politica eliminazionista. Il responsabile dell'amministrazione civile del distretto di Lodz, Friedrich belhr, discutendo nel dicembre 1939 il piano per la costituzione del ghetto locale, cos articolava la comune interpretazione del rapporto tra obiettivi di breve e di lungo termine, nonch del carattere pregenocida dell'ordinanza di Heydrich: Ovviamente la creazione del ghetto non che una misura transitoria. Sar io a stabilire in quale momento e con quali mezzi il ghetto dovr essere ripulito dagli ebrei. L'obiettivo finale, comunque, deve essere la completa cauterizzazione di questo bubbone pestilenziale (43). Poich nel 1939-40 il genocidio ancora non era praticabile (e poteva continuare a non esserlo, in un futuro prevedibile, data la situazione geostrategica), Hitler e i suoi sottoposti ripiegarono sulla migliore soluzione

provvisoriamente alternativa: la pianificazione di una deportazione in massa. Qualche progetto per il trasferimento degli ebrei, in particolare dal Warthegau, il territorio polacco annesso al Reich, fu proposto, preso in considerazione e persino impostato operativamente, per poi essere abbandonato. I due piani pi organici che riscossero maggiore interesse riguardavano la creazione di una riserva, una discarica, per gli ebrei nella regione di Lublino, in Polonia orientale, o alternativamente l'organizzazione di un trasferimento generale in Madagascar. Ma nessuna delle proposte di deportazione in massa, comprese queste, fu mai qualcos'altro, per citare Leni Yahil, che un fantasma di soluzione, un passo intermedio sulla via del genocidio; in altre parole, una forma di genocidio incruento. Chi ideava i progetti non concepiva i possibili luoghi di discarica come ambienti abitabili in cui gli ebrei si sarebbero potuti fare una nuova vita: lo rivela l'allora governatore del distretto di Lublino, comunicando nel novembre 1939 che il distretto, con il suo territorio assai paludoso, potrebbe ben servire come riserva per gli ebrei ["Judenreservat"], producendo con ogni probabilit una drastica decimazione ["starke Dezimierung"] (44). Nella migliore delle ipotesi, le riserve sarebbero state immense prigioni come i ghetti murati in cui i tedeschi avrebbero rinchiuso gli ebrei polacchi -, territori privi di risorse economiche in cui i reclusi, isolati dal resto del mondo, si sarebbero gradualmente estinti. Chi concepiva i piani sapeva bene che i luoghi di destinazione proposti non avrebbero certo potuto mantenere le folle di ebrei che si prevedeva di ammassarvi. E inoltre, specie nel caso di Lublino, non c' nulla che dimostri che quelle destinazioni dovessero essere qualcosa di pi che stazioni di transito, in attesa che i tedeschi fossero pronti a disfarsi definitivamente degli ebrei. I mesi tra il settembre 1939 e l'inizio del 1941 non furono un intermezzo nel programma eliminazionista (45), bens un periodo di sperimentazione che produsse una serie di misure considerate in definitiva insoddisfacenti: per i tedeschi, quelle non erano soluzioni finali praticabili. I momenti eliminazionisti centrali del periodo furono i primi eccidi sistematici dell'autunno del '39, la creazione dei ghetti, in particolare dei due pi grandi, a Varsavia nel novembre 1940 e a Ldz' nella primavera dello stesso anno, la decimazione degli ebrei con la politica della denutrizione calcolata (46), e qualche impacciato tentativo di trasferimento generale in

qualche luogo lontano, un enorme ghetto che a tempo debito si potesse trasformare in un enorme cimitero. Gi nel 1939-41 i tedeschi non avevano alcuna intenzione, nel lungo periodo, di concedere agli ebrei di vivere in Germania o nei territori annessi al Reich - si trattasse in quel momento del loro luogo di residenza abituale, o meno - e per molti versi avevano preso a trattare quei morti sociali in modo ancora pi apocalittico, come se gi fosse stata emessa una sentenza di morte collettiva. In questo periodo fu decisa la sorte degli ebrei, perch fu allora che i sottoposti di Hitler iniziarono a elaborare piani concreti per la soluzione finale, una soluzione che non avrebbe lasciato scampo agli ebrei non soltanto nei confini del Reich, ma nemmeno nelle sempre pi vaste aree di occupazione tedesca. Fino a quel momento, l'eliminazione degli ebrei dal continente europeo era stata un ideale, un'aspirazione programmatica; di fronte alle nuove opportunit che ora si presentavano, i tedeschi avviarono subito una pianificazione pi concreta. E, in quel momento, la soluzione "migliore" consisteva nel rinchiudere le vittime in lebbrosari ermeticamente sigillati e privi di risorse economiche, che non avrebbero ricevuto rifornimenti alimentari adeguati alle necessit: era, sul piano psicologico e ideologico, l'equivalente funzionale, se non ancora effettivo, del genocidio. Mentre procedevano i piani per la guerra contro l'Unione Sovietica, nella prima met del 1941, i progetti di Hitler sui provvedimenti immediati nei confronti degli ebrei presero una nuova piega. A differenza dei dodici-quindici mesi precedenti, nei quali erano state prese in considerazione le pi disparate proposte per la soluzione della "Judenfrage", la fantasia eliminazionista si trov imbrigliata: ogni rimuginazione di ipotesi meno drastiche fu cancellata quando Hitler si rivolse alla soluzione pi finale che si potesse immaginare (47). Ormai aveva rinunciato a ogni idea di invadere la Gran Bretagna, o di concludere una pace separata, e guardava verso est, alla resa dei conti con l'Unione Sovietica e con il giudaismo. Dopo tanto tempo, si apriva la possibilit di realizzare la sua profezia, di mantenere la promessa di far coincidere la guerra con l'annientamento degli ebrei. Tra la fine del 1940 e l'inizio del 1941 Hitler prese la definitiva risoluzione di trasformare il suo ideale in realt, giunse alla decisione di uccidere tutti gli ebrei d'Europa (48).

Alla fine di gennaio Heydrich, incaricato di elaborare un piano adeguato, gli present il suo progetto di soluzione finale ("Endlsungsprojekt") (49). Non fu un caso che proprio in quel periodo Hitler riprendesse in pubblico la sua profezia del 30 gennaio 1939; ma per la prima volta non la present come una predizione riferita a un futuro indefinito, bens come una ferma intenzione che si sarebbe realizzata al pi presto. Il 30 gennaio 1941, in occasione dell'ottavo anniversario della presa del potere, e a due anni esatti dall'enunciazione di quella profezia apocalittica, Hitler ricord alla nazione tedesca di aver a suo tempo predetto che se l'altro [sic] mondo fosse stato trascinato in guerra dal giudaismo, non ci sarebbe stato pi nulla da fare per gli ebrei in Europa. Potranno ancora riderne, cos come hanno riso a suo tempo delle mie profezie; ma "i mesi e gli anni" a venire dimostreranno che avevo ragione (50). Poco meno di tre mesi prima, l'8 novembre 1940, Hitler parlava ancora della sua profezia come di una prospettiva lontana all'orizzonte (51); ora, invece, poteva dichiarare che avrebbe cominciato a realizzarla nei mesi a venire (52). E questa volta afferm chiaramente un concetto su cui non aveva insistito in passato, ma che divenne uno dei suoi "leit-motiv" ogniqualvolta accennava alla profezia, mentre i tedeschi avevano avviato lo sterminio degli ebrei in Europa. Ora che aveva deciso di realizzare il suo sogno genocida, poteva anche schernire gli ebrei, cos come avrebbe continuato a fare mentre i suoi seguaci li stavano massacrando in massa. Ridessero pure, dichiar in pubblico, cos come avevano riso delle sue profezie precedenti: lui aveva deciso, ed era certo di sapere chi avrebbe riso per ultimo. Una volta che Hitler prese l'unica decisione veramente consona al proprio ideale eliminazionista, nuovi organismi assunsero un ruolo di primo piano. Se non cessarono le aggressioni verbali, le restrizioni giuridiche e i ghetti, strutture portanti della politica antiebraica fino al 1941, ora essi passavano in second'ordine rispetto ai plotoni d'esecuzione, ai campi di concentramento e di lavoro, alle camere a gas. Nella primavera del 1941 i tedeschi pianificarono e prepararono una duplice aggressione contro l'Unione Sovietica: assai diverse quanto a portata, complessit e numero di uomini e risorse da impiegare, nella mente di Hitler la vastissima campagna militare e quella pi limitata dello sterminio erano operazioni parallele e interconnesse.

Le strutture rispettivamente incaricate di metterle in atto - le forze armate per la prima, le S.S. per la seconda - siglarono prima dell'invasione un accordo che definiva le reciproche giurisdizioni e i campi operativi, e che comport una piena cooperazione (53). Alle quattro aree geografiche in cui i tedeschi avevano ripartito, da nord a sud, il territorio sovietico conquistato, furono assegnati reparti di entrambe le forze. L'esercito, le "Einsatzgruppen" (si veda pi avanti) e le altre forze di sicurezza erano consapevoli che questa non sarebbe stata una guerra come le altre. Lo scopo non era la semplice conquista militare bens l'annientamento totale, la distruzione, la cancellazione dell'avversario: per le forze armate si trattava dell'esercito e dello stato sovietico; per le "Einsatzgruppen" degli ebrei. Per procedere nella campagna contro gli ebrei, Himmler, capo di stato maggiore delle coorti genocide, costitu quattro "Einsatzgruppen" mobili, che avrebbero guidato lo sterminio. Ognuna era suddivisa in unit minori, chiamate "Einsatzkommandos" e "Sonderkommandos". Gli eccidi in massa degli ebrei, inizialmente eseguiti con la partecipazione di altre unit di sicurezza e di polizia, cominciarono nei primissimi giorni dell'Operazione Barbarossa (il nome in codice per l'attacco all'Unione Sovietica). Sebbene non risulti chiaro quali fossero gli ordini iniziali delle "Einsatzgruppen", n in quale modo fossero stati successivamente modificati, l'interpretazione pi attendibile suggerisce la seguente ricostruzione degli eventi. Pochi giorni prima dell'attacco, Heydrich e i suoi immediati sottoposti arringarono gli ufficiali delle "Einsatzgruppen" in due diverse occasioni, la prima a Berlino, la seconda a Pretzsch, dove i reparti si addestravano per la campagna imminente (54). Gli ufficiali furono informati dei loro compiti, che consistevano a grandi linee nel garantire la sicurezza delle retrovie occupate da un esercito in perenne avanzata: per questo avrebbero dovuto identificare ed eliminare i principali rappresentanti del regime comunista, e chiunque potesse fomentare oppure organizzare la resistenza all'occupazione (55). In quel momento gli ufficiali seppero anche della decisione di Hitler di sterminare gli ebrei sovietici (56). Walter Blume, comandante del "Sonderkommando" 7a, cos descrive quella scena solenne: Heydrich in persona spieg che la campagna di Russia

era imminente, che era prevedibile una guerra partigiana, e che in quella regione vivevano molti ebrei che bisognava liquidare. Quando uno dei presenti grid: "Ma come faremo?", lui rispose: "Lo scoprirete presto". Continu dicendo che il giudaismo dell'Est, in quanto "incubatrice" ["Keimzelle"] del giudaismo mondiale, doveva essere annientato. Non c'era possibilit di equivoco: tutti gli ebrei andavano sterminati, senza riguardi per l'et o il sesso (57). Era una decisione strategica con un piano di battaglia ancora da definire, i cui dettagli tecnici sarebbero stati comunicati alle "Einsatzgruppen" in base a quanto imposto dall'evolversi della situazione (58). Come indicano le riserve avanzate da Otto Ohlendorf, comandante dell'"Einsatzgruppe" D, in merito alle previste fucilazioni in massa, lui e altri ufficiali non erano certi che i loro uomini avessero sufficiente pelo sullo stomaco per eseguire ordini cos spaventosi, e temevano che ne sarebbero stati abbrutiti loro stessi, diventando inadatti alla convivenza umana (59). Per questo era ragionevole, nella fase iniziale, lasciare un certo margine discrezionale a chi comandava gli "Einsatzkommandos" quanto alle modalit di esecuzione dell'ordine genocida. Come primo passo, per esempio, potevano tentare di scaricare il lavoro sporco sui lituani, sui lettoni, sugli ucraini, risparmiando ai tedeschi un compito tanto ingrato, ma rafforzando anche la loro determinazione a uccidere quella gente inerme facendola assistere alla giusta vendetta dei locali per le presunte malefatte degli ebrei. Heydrich incoraggi il ricorso a scherani locali nei suoi ordini scritti ai comandanti delle "Einsatzgruppen" (60) perch, anche agli occhi dei realizzatori del genocidio, scopo di questa misura era la tutela dell'equilibrio psicologico dei nostri... (61). Gli ufficiali potevano inoltre condurre per gradi i loro uomini verso la nuova professione di assassini genocidi. In primo luogo, se avessero cominciato fucilando solo ebrei maschi, giovani o adulti, si sarebbero assuefatti alle esecuzioni di massa senza subire lo shock provocato dall'eccidio di bambini, donne e ammalati. Secondo Alfred Filbert, comandante dell'"Einsatzkommando" 9, l'ordine di Heydrich comprendeva con assoluta chiarezza ... anche le donne e i bambini, ma non v' dubbio che in un primo momento le esecuzioni fossero in genere limitate agli ebrei maschi (62). Mantenendo inizialmente piuttosto basso (rispetto ai criteri tedeschi) il numero delle vittime dei massacri - qualche centinaio, o magari un migliaio

- era meno probabile che i realizzatori si lasciassero travolgere emotivamente dall'enormit degli infernali bagni di sangue a venire. Potevano convincersi che stavano uccidendo solo gli ebrei pi pericolosi, una misura che in quella guerra apocalittica poteva anche apparire ragionevole. E, una volta che gli ufficiali avessero abituato i loro uomini ad ammazzare gli ebrei maschi e in piccole quantit, avrebbero avuto meno difficolt nell'allargare la portata e l'entit delle operazioni (63). La gradualit con la quale fu eseguito l'ordine genocida era dovuta anche, e in misura probabilmente maggiore, a due considerazioni interconnesse. I tedeschi prevedevano di sbaragliare l'Unione Sovietica in poco tempo, e la distruzione degli ebrei non rientrava fra le priorit immediate. Per questo Himmler si content di affidare la fase d'avvio della campagna, su scala ridotta, a un contingente abbastanza forte per farvi fronte, ma non certo per attuare una pi vasta impresa genocida. All'inizio le "Einsatzgruppen" erano costituite da circa tremila uomini: Himmler, Heydrich e gli stessi comandanti dei reparti mobili sapevano bene che erano troppo pochi per provvedere all'eccidio totale e immediato degli ebrei sovietici (64). All'inizio di luglio, in occasione del primo eccidio compiuto dall'"Einsatzkommando" 8 a Bialystok, il comandante Otto Bradfisch spieg a uno dei suoi sottoposti che sebbene il "Kommando" avesse il compito di pacificare i territori conquistati, non occorreva farlo troppo a fondo, perch arriveranno reparti pi numerosi per occuparsi di quel che resta (65). In secondo luogo, il programma di annientamento totale era un'impresa tanto nuova che i tedeschi dovevano prima tastare il terreno imparando con l'esperienza la migliore organizzazione logistica degli eccidi e le tecniche pi efficaci. Dopo tutto, non esistevano modelli per questa impresa senza precedenti. Non stupisce quindi che essi avviassero l'operazione con forze inferiori rispetto a quelle prevedibilmente necessarie, e che avrebbero aperto la strada a una rapida espansione delle coorti genocide con l'arrivo di nuove unit di S.S. e di polizia. Nelle prime settimane gli "Einsatzkommandos" rivestirono la funzione di pattuglie di esploratori del genocidio, quelli che sperimentavano le tecniche, addestravano i realizzatori alla loro nuova professione e, pi in generale, verificavano la fattibilit complessiva dell'impresa (66). Il primo eccidio per mano di un "Einsatzkommando" avvenne nel terzo giorno dell'Operazione Barbarossa, quando un "Kommando"

dell'"Einsatzgruppe" A fucil duecentouno persone, in maggioranza ebrei, nella citt di Garsden (Gargzai), sulla frontiera con la Lituania. Nei giorni e nelle settimane successive i "Kommandos" orchestrarono una serie ininterrotta di eccidi in massa di ebrei: alcuni li commisero autonomamente, altri con la collaborazione di ausiliari organizzati sul posto; altri ancora, soprattutto in Lituania e in Ucraina, lasciando che gli abitanti locali (sorvegliati dai tedeschi) si scatenassero in devastazioni e massacri nello stile dei pogrom, in cui gli ebrei venivano macellati a centinaia, o a migliaia (67). I tedeschi, aiutati dai loro scherani lituani, massacrarono migliaia di ebrei a Kovno (Kaunas) tra la fine di giugno e i primi giorni di luglio; a Leopoli, insieme con gli ucraini, ne uccisero qualche altro migliaio (68). E' probabile che la prima grande fucilazione in massa eseguita direttamente dagli "Einsatzkommandos" fosse quella avvenuta il 2 luglio nella citt ucraina di Lutsk, dove gli uomini del "Sonderkommando" 4a uccisero millecento ebrei; essa era stata comunque preceduta dall'orgia omicida perpetrata dal Battaglione di Polizia 309 a Bialystok il 27 giugno (69). Le tecniche adottate per questi primi eccidi erano alquanto varie, perch si trattava di esperimenti alla ricerca della formula perfetta dello sterminio. Da buon comandante generale, Himmler passava in rassegna le sue truppe sulla scena delle stragi, consultandosi con gli ufficiali e assistendo persino, a Minsk, all'intero svolgimento di un'operazione (70). I rapporti che riceveva dalle "Einsatzgruppen" e le sue ispezioni sul posto furono sufficienti a dimostrare che le prime sortite genocide avevano ottenuto risultati positivi: gli uomini erano disposti ad ammazzare gli ebrei in massa, e le tecniche impiegate erano per il momento adeguate alla bisogna. Himmler ordin quindi di passare dalla fase embrionale del genocidio al massacro senza limiti (71). Un aspetto significativo di questa fase di transizione verso il massacro indiscriminato la sua normalit agli occhi degli uomini che appartenevano agli "Einsatzkommandos" e agli altri reparti che partecipavano al genocidio. Nelle testimonianze rese dopo la guerra, gli assassini non sembrano dare rilievo alcuno al fatto che ora i massacri comprendevano anche donne, bambini e vecchi, n all'aumento delle dimensioni e della rapidit degli eccidi. E' evidente che per i realizzatori questi cambiamenti, di dimensione e di velocit, non modificavano in modo sostanziale la qualit del compito loro assegnato.

Nessuno di essi dice: All'inizio uccidevamo solo "ebrei bolscevichi", "sabotatori", o "partigiani"; poi, d'un tratto, ci ordinarono di annientare intere comunit, compresi le donne e i bambini. Sebbene alcuni accennino al disagio provato ricevendo per la prima volta l'ordine di uccidere e rendendosi conto di che cosa significasse, o al turbamento di fronte alla prima strage, generalmente i tedeschi parlano quando lo fanno - dell'escalation e dell'espansione del massacro in termini del tutto neutri; e la cosa non sorprende giacch, pur essendo un compito nuovo e in qualche modo diverso, in fondo non modificava la loro percezione di quanto stavano facendo. Per questo, di norma, i realizzatori non parlano mai di cambiamento (72). Himmler, pragmatico come sempre, aveva cominciato impegnando gli "Einsatzkommandos" in spedizioni di prova, per verificarne la determinazione e mettere a punto le tattiche; concluso il battesimo del fuoco, li lanci all'assalto frontale, senza quartiere, un assalto le cui linee essenziali e i cui obiettivi ognuno di loro sapeva imminenti. Il mutamento in atto non meritava attenzione o commenti maggiori di quelli riservati da qualsiasi soldato all'ordine di una nuova azione offensiva in una guerra in cui gi si trovava impegnato. Della nuova portata degli eccidi parla invece esplicitamente l'intendente dell'"Einsatzkommando" 9. In un primo momento, dichiara, si uccidevano soltanto gli ebrei maschi, poi, dalla seconda met di luglio, si cominci anche con le donne e i bambini; e non ha dubbi sul fatto che Filbert, il comandante, li avesse informati degli ordini riguardanti le esecuzioni "prima" dell'attacco all'Unione Sovietica. Non certo, invece, se Filbert avesse parlato di "tutti gli ebrei" o solo degli "ebrei maschi" (73). La successiva inclusione negli eccidi delle donne e dei bambini fu ovviamente un semplice sviluppo operativo, non una modifica radicale nella percezione degli uomini dell'"Einsatzkommando" 9 di quanto stessero facendo. Se fosse stato altrimenti, quest'uomo e i suoi camerati ricorderebbero senza alcun dubbio se l'ordine iniziale avesse imposto loro di partecipare allo sterminio di tutti gli ebrei sovietici, o soltanto dei maschi. La sua testimonianza e quella di altri membri degli "Einsatzkommandos" e dei battaglioni di polizia che uccisero gli ebrei nell'Unione Sovietica confermano che i comandanti avevano comunicato loro l'ordine di sterminio "prima dell'attacco all'Unione Sovietica o nei giorni immediatamente successivi"; quindi inconfutabile che l'ordine generale fu diramato, e che

Hitler aveva preso la decisione genocida, prima dell'avvio dell'Operazione Barbarossa (74). Ma anche se questa interpretazione dell'ordine iniziale alle "Einsatzgruppen" fosse sbagliata, anche se avesse ragione chi dubita che fin dall'inizio fosse stato ordinato lo sterminio totale degli ebrei sovietici, ritenendo che l'ordine iniziale si limitasse ai maschi adulti, si tratt comunque di un ordine genocida, percepito come tale dai realizzatori. Gi nella prima met di luglio, per esempio, gli uomini del Battaglione di Polizia 307 ebbero l'ordine di rastrellare gli ebrei maschi di Brest-Litovsk in et compresa tra i sei e i sessant'anni; ne radunarono da sei a diecimila e li fucilarono a causa della loro razza (75). Uccidere i maschi adulti di una comunit equivale a distruggerla, specie se alle donne viene proibita la gravidanza (nell'ipotesi affatto improbabile che i tedeschi avessero esitato a massacrare al pi presto anche loro). Preparando l'attacco militare all'Unione Sovietica, Hitler e i suoi sottoposti avevano varcato il Rubicone morale del genocidio, e per tutti gli ebrei d'Europa il dado era tratto. Per i tedeschi si trattava soltanto di elaborare i piani operativi, organizzare le risorse logistiche e procedere al genocidio a pieno ritmo (76). La seconda fase operativa del piano richiedeva un rafforzamento del personale assegnato da Himmler ai diversi comandi superiori delle S.S. e della polizia (H.S.S.P.F.) in Unione Sovietica, sotto la cui giurisdizione operavano gli "Einsatzkommandos". Con le modifiche apportate da Himmler agli ordini operativi, gli "Einsatzkommandos", le S.S., la polizia e persino alcuni reparti dell'esercito iniziarono una serie di massacri di proporzioni mostruose, decimando sistematicamente intere comunit ebraiche. Le foto numeri 11-12 del nostro inserto mostrano due scene dello sterminio degli ebrei del ghetto di Mizoc, il 14 ottobre 1942. Nella prima un gruppo di donne e bambini si stringono le une agli altri in attesa dell'esecuzione; nella seconda due tedeschi si fanno strada tra i cadaveri per dare il colpo di grazia a chi fosse sopravvissuto alla prima salva, come la donna sulla sinistra, che solleva la testa e il busto.Ecco qualche esempio dei massacri compiuti dai tedeschi: 23.600 ebrei a Kamenec-Podol'skij il 27-28 agosto 1941; 14 mila a Minsk, in due diverse operazioni, nel novembre 1941; 21 mila a Rovno il 7-8 novembre 1941; 25 mila nei pressi di Riga il 30 novembre e l'8-9 dicembre 1941; da 10 a 20 mila a Charkov nel gennaio 1942; e, nella pi grande delle fucilazioni in massa, pi di 33 mila nell'arco di due giorni a BabiYar, alla periferia di Kiev, alla fine del settembre 1941.

Hitler fece il passo definitivo verso la variante genocida dell'ideologia eliminazionista, una decisione che da tempo si annidava nella sua mente, nel momento in cui concep l'attacco all'Unione Sovietica, o nel periodo della sua preparazione. Una volta lanciato l'attacco, fu chiaro a tutti i tedeschi in esso impegnati, dagli ufficiali alle reclute, che l'ideologia eliminazionista doveva essere infine realizzata nella sua forma pi assoluta e pi logica. Non certo, ma estremamente improbabile che Hitler avesse deciso di annientare gli ebrei sovietici senza decidere, allo stesso tempo, che era giunto il momento di sterminare tutti gli ebrei d'Europa. Considerando la sua idea della "Judenfrage", non avrebbe avuto alcun senso fermarsi a met dell'opera. Era giunto il momento di mantenere la promessa, di avverare la profezia di distruggere gli ebrei d'Europa; lo sterminio come soluzione per gli ebrei sovietici comportava la medesima soluzione per tutti gli ebrei (77). Non quindi affatto sorprendente che l'elaborazione dei piani operativi per l'estensione su scala europea del programma di sterminio incominciasse al pi tardi nel periodo compreso fra la met e la fine di luglio, in cui Himmler modific gli ordini alle "Einsatzgruppen" per intensificare l'uccisione degli ebrei in Unione Sovietica (78). Dopo qualche settimana di operazioni genocide, dopo che le "Einsatzgruppen" avevano dimostrato la fattibilit degli eccidi sistematici, e dopo aver completato i piani per l'attacco contro gli ebrei sovietici, Himmler, gli altri capi nazisti e le S.S. potevano ora rivolgersi alla realizzazione del genocidio nell'intero continente, alla creazione di una realt nazista pi vicina ai loro ideali. Fino a quel momento avevano dedicato attenzione ed energie a progettare, organizzare ed eseguire l'impresa nell'area operativa pi importante, ma una volta avviato l'eccidio in Unione Sovietica si poteva pensare al resto d'Europa: l'estensione del genocidio ad altre regioni era ormai soltanto questione di dettagli operativi, di logistica e di organizzazione dei tempi. I tedeschi dovevano preoccuparsi solo delle questioni pratiche, e di far s che il genocidio si svolgesse senza ostacolare gli altri obiettivi strategici ed economici che avrebbero condotto alla trasformazione nazista del mondo (bench non sempre la cosa fosse facile). Sulla scorta dell'esperienza che andavano accumulando in Unione Sovietica, si resero conto della necessit di intervenire sulle modalit operative.

Himmler aveva visto bene: uomini e strutture si stavano rivelando all'altezza dell'impresa genocida, sterminando gli ebrei sovietici e cancellando le loro comunit a un ritmo frenetico. Tuttavia, sia gli ufficiali sul campo sia i comandi superiori non erano pi troppo soddisfatti del metodo di massacro; per quanto dediti alla causa, su parecchi tedeschi appartenenti ai plotoni di esecuzione quell'eccidio apparentemente infinito di uomini, donne e bambini disarmati cominciava ad avere pesanti effetti psicologici. La preoccupazione espressa da Ohlendorf quando aveva saputo della decisione genocida, che un macello di quelle dimensioni potesse avere conseguenze negative per i tedeschi che vi prendevano parte, trovava parziale conferma (79). Himmler, attento come sempre al benessere di chi era impegnato a trasformare in realt le visioni apocalittiche sue e di Hitler, cominci a cercare un modo per uccidere che risultasse meno gravoso per i realizzatori. Coerentemente con i tentativi iniziali - poi abbandonati - di uccidere gli ebrei sovietici architettando dei pogrom, e con la progressiva escalation del massacro degli ebrei sovietici, i capi nazisti si dimostrarono, ancora una volta, disposti alla massima flessibilit tattica nel perseguire il loro obiettivo strategico. Dopo qualche esperimento con altri metodi omicidi, dopo l'invenzione dei furgoni a gas, con i quali gli "Einsatzkommandos" e altri reparti uccisero decine di migliaia di ebrei, i tedeschi decisero di costruire impianti a gas permanenti (80). Diversamente da quanto in genere si ritiene, la decisione di usare il gas, in impianti mobili o permanenti, non fu dettata da considerazioni di efficienza, ma dalla ricerca di un metodo che sollevasse i tedeschi di una parte del peso psicologico degli eccidi (81). Gli impianti permanenti erano preferibili a quelli mobili perch pi efficaci, perch consentivano ai tedeschi di uccidere lontano dalla vista degli immancabili e indesiderati osservatori che assistevano ai massacri degli "Einsatzkommandos" in Unione Sovietica, e perch potevano essere affiancati da impianti per l'eliminazione dei cadaveri, un problema che si era rivelato di difficile soluzione per le due strutture mobili del genocidio, i plotoni di esecuzione e i furgoni a gas. La preparazione della seconda fase operativa del programma avvenne tra l'estate del 1941 e i primi mesi del 1942 (82). La novit pi significativa fu la costruzione dei campi della morte. I tedeschi fecero il primo esperimento con la piccola camera a gas di Auschwitz, il 3 settembre 1941, utilizzando il Zyklon B (cianuro di

idrogeno) per uccidere circa ottocentocinquanta persone, di cui seicento prigionieri di guerra russi. L'uccisione sistematica degli ebrei con il gas inizi ad AuschwitzBirkenau nel marzo 1942. La prima camera a gas permanente cominci a operare su base non sperimentale a Chelmno, dove i tedeschi avevano iniziato a uccidere gli ebrei di Ldz' nei furgoni a gas l'8 dicembre 1941. Nei campi della morte dell'"Aktion Reinhard" il gas fu usato per la prima volta nel 1942, a Belzec il 17 marzo, a Sobibr agli inizi di maggio, a Treblinka il 23 luglio. I tedeschi collocarono i campi della morte in Polonia soprattutto perch quello era il centro demografico dell'ebraismo europeo, e dunque il luogo logisticamente pi indicato per gli impianti dello sterminio (83). La collocazione di ognuno dei campi della morte aveva precise ragioni strategiche, in quanto ognuno era destinato a eliminare gli ebrei di una data regione: quelli del Warthegau a Chelmno, i due milioni di ebrei del Governatorato generale nei tre campi dell'"Aktion Reinhard", Belzec, Sobibr e Treblinka, e quelli dell'Europa occidentale, meridionale e sudorientale ad Auschwitz. Una volta avviati i piani e la costruzione degli impianti, e dopo una serie di incontri e provvedimenti preparatori, Heydrich convoc finalmente a Berlino tutti i rappresentanti delle amministrazioni interessate. Alla conferenza di Wannsee, il 20 gennaio 1942, essi vennero informati dei loro compiti nello sterminio degli ebrei d'Europa, che avrebbe dovuto provocare un totale di undici milioni di vittime. Per la stessa ragione per cui a Hitler non era bastato limitare il genocidio all'Unione Sovietica, le apocalittiche intenzioni rivelate da Heydrich non riguardavano soltanto gli ebrei soggetti al dominio nazista in quel momento. La lista dettagliata delle future vittime dei tedeschi comprendeva gli ebrei turchi, svizzeri, inglesi e irlandesi: una volta verificata la realizzabilit dell'impresa non si davano mezze misure (84). Nell'arco di un anno dall'inizio dell'attivit dell'"Aktion Reinhard" contro gli ebrei polacchi residenti nel Governatorato generale, i tedeschi avevano gi ucciso il 75-80 per cento di tutte le vittime che sarebbero riusciti a eliminare. Da sola l'"Aktion Reinhard" fu responsabile del massacro di circa due milioni di ebrei polacchi, utilizzando le fucilazioni in massa delle "Einsatzgruppen", ma soprattutto le camere a gas di Belzec, Sobibr e Treblinka, destinazione quest'ultima degli abitanti del ghetto di Varsavia.

Nel frattempo Auschwitz aveva fatto centinaia di migliaia di vittime tra gli ebrei rastrellati nell'Europa occupata. In tutto, i tedeschi massacrarono, con le fucilazioni e il gas (nei furgoni), pi di due milioni di ebrei nei territori strappati all'Unione Sovietica. In questo periodo l'opzione di sterminio del programma antiebraico ebbe la precedenza sugli altri obiettivi della Germania: i tedeschi, negli alti comandi come a livello esecutivo, perseguivano la distruzione degli ebrei con una determinazione che, di regola, metteva da parte qualsiasi altra considerazione. Ora che il fine prioritario di una Germania libera dalla presunta minaccia ebraica appariva davvero raggiungibile, i compromessi tattici imposti in precedenza da altri obiettivi decisivi non erano pi considerati necessari, e divenivano sempre pi rari. L'annientamento dell'ebraismo in Europa era divenuto, insieme con la guerra e in certi casi ancor pi della guerra, la missione fondamentale del Moloch tedesco. All'intensificazione dello sterminio corrispose una forte espansione del sistema dei campi, e del numero di ebrei e non ebrei condannati a subirne gli orrori. Per far fronte alla sempre pi grave penuria di manodopera provocata dall'economia di guerra, i tedeschi fecero ricorso allo schiavismo; ma ne erano vittime soprattutto non ebrei, perch l'impiego degli ebrei nella produzione - che non aveva mai avuto grande peso nei piani dei tedeschi nei loro confronti - era sempre pi raro, sebbene la carenza di manodopera lo rendesse "economicamente" sempre pi necessario. E' un dato significativo, questo, in quanto dimostra al di l di ogni dubbio che agli occhi di Hitler e dei capi nazisti, come a quelli di chi comandava e gestiva il sistema dei campi di concentramento e di lavoro, la priorit attribuita allo sterminio degli ebrei era tale da indurre i tedeschi a distruggere una forza lavoro produttiva insostituibile, di cui avevano bisogno disperato, mettendo a serio repentaglio la possibilit della vittoria militare. Una volta divenuta praticabile, l'eliminazione degli ebrei ebbe priorit persino rispetto alla tutela stessa della sopravvivenza del nazismo (85). La priorit dello sterminio era tale da essere perseguita fino agli ultimi rantoli di agonia del regime. La sua adeguatezza e la sua necessit come la soluzione alla "Judenfrage" erano talmente accettate e interiorizzate dai tedeschi che a ogni livello presero parte al massacro, da indurli a perseguire il loro obiettivo anche mentre assistevano al crollo del mondo nazificato.

L'ultima grande comunit nazionale ebraica decimata dai tedeschi fu quella ungherese, in buona parte deportata ad Auschwitz nell'estate del 1944. La guerra era gi perduta, eppure tra il 15 maggio e il 9 luglio i tedeschi ammassarono 437 mila ebrei ungheresi in 147 convogli di materiale rotabile distolto da ben pi essenziali impieghi bellici. Poi li uccisero quasi tutti nelle camere a gas, nelle pi grande e concentrata orgia omicida mai avvenuta ad Auschwitz; molti altri sarebbero scomparsi in diversi campi, o nelle marce della morte (86). Queste ultime, che tratteremo a fondo nei prossimi capitoli, sono un attestato ancor pi terribile della determinazione genocida dei tedeschi che operavano a tutti i livelli nelle istituzioni pi disparate. Nate dalla necessit di evacuare le aree minacciate dall'avanzata sovietica negli ultimi mesi del 1944, aree che nelle settimane finali della guerra erano ormai il cuore della Germania stessa, quelle marce forzate in condizioni brutali e senza cibo uccisero migliaia di ebrei, e di non ebrei, caduti sotto i colpi e le percosse dei tedeschi, o morti di fame o di fatica. Forse nulla meglio delle marce della morte illustra la fanatica dedizione di Hitler e dei tedeschi impegnati a realizzare la soluzione dello sterminio alla "Judenfrage" (87). Cos come aveva inaugurato la sua tirannia con le invettive verbali e con l'aggressione simbolicamente eliminazionista alla comunit ebraico-tedesca di Germania nel boicottaggio del primo aprile 1933, Hitler poneva termine al suo potere e alla sua vita - mentre ancora, fino all'ultimo, i suoi fedeli seguaci massacravano gli ebrei comunicando il 29 aprile 1945 al popolo tedesco il suo testamento, che si chiudeva con un richiamo alla preoccupazione da sempre al centro della sua visione del mondo, e del suo progetto dominante: "Il vero responsabile di questo conflitto omicida: il giudaismo! Non ho nascosto a nessuno il fatto che questa volta non si sarebbe consentito che milioni di figli delle nazioni ariane d'Europa morissero di fame, che milioni di uomini adulti subissero la morte, che centinaia di migliaia di donne e bambini venissero arsi vivi nelle citt o morissero sotto i bombardamenti, senza che il vero colpevole pagasse il fio del suo delitto, sia pure con metodi pi umani. Prima di ogni altra cosa chiedo ai capi della nazione e ai loro seguaci di osservare scrupolosamente le leggi razziali, e di opporsi implacabilmente al veleno universale di tutti i popoli, il giudaismo internazionale" (88).

Qualunque impressione ci facciano, sarebbe un errore considerarle come le ultime parole di un pazzo disperato di fronte alla morte. Esse rivelano invece i pi saldi ideali di Hitler, le sue intenzioni, e i fondamenti di ogni aspetto del suo programma eliminazionista, indipendentemente dalle scelte politiche contingenti. Sono parole che esprimono le convinzioni che avevano trasfuso in un paese e in un popolo la guida e le energie necessarie a perseguire per dodici anni l'annientamento di ogni influenza ebraica in Germania. Sono le parole pi significative del lascito che Hitler riteneva di dover trasmettere al popolo tedesco, perch, come avevano fatto in passato, potessero indirizzarlo, guidarlo e ispirarlo nell'azione futura. - Conclusione. Nel momento in cui si profil la praticabilit dell'unica soluzione davvero finale, Hitler non si lasci sfuggire l'occasione di realizzare il suo "ideale" di un mondo per sempre libero dall'ebraismo, e decise di compiere il salto verso il genocidio. Il momento venne quando si present la possibilit di conquistare quella che, insieme con la Polonia, i tedeschi consideravano la sorgente stessa dell'ebraismo, l'Unione Sovietica. Una volta istituite le opportune correlazioni fra i provvedimenti antiebraici dei tedeschi (basati sulle loro intenzioni presunte o desunte), gli stati psicologici e mentali di Hitler, e le fortune militari della Germania, il nesso che emerge con maggiore chiarezza rispetto agli altri (rispetto a" tutti" gli altri) ci porta ad affermare che Hitler decise il genocidio non appena quella scelta divenne praticabile. Che fino a quel momento i tedeschi avessero praticato o considerato altre soluzioni non significa in alcun modo che le ritenessero preferibili o migliori: erano decisioni imposte da condizioni che non si prestavano alla resa dei conti genocida con l'ebraismo mondiale. Anche prima del 1941 Hitler e i capi nazisti elaborarono e imposero le misure eliminazioniste pi radicali ed estreme, approfittando sistematicamente di ogni occasione per concepire piani esaustivi e finali. Il modo migliore per spiegare la politica antiebraica hitleriana non consiste nell'esclusiva analisi strutturale del sistema, o nell'attribuire soverchia importanza ai presunti mutamenti di umore di Hitler e degli altri nazisti dovuti al successo o al fallimento dei loro tentativi di conquistare e ricostruire l'Europa, bens nel prendere sul serio gli ideali dichiarati e le intenzioni ultime di Hitler (89). L'evolversi dell'impresa eliminazionista - in cui ogni provvedimento tedesco contro gli ebrei si andava conformando ai presupposti e agli

obiettivi ideologici - si spiega nel modo pi ovvio, come prodotto delle convinzioni e degli ideali antisemiti di Hitler, condivisi dalla societ e in essa profondamente radicati, e resi operativi nel mutevole contesto delle opportunit e delle considerazioni strategiche. L'essenza del programma e la sua evoluzione si possono sintetizzare nel mero enunciato della relazione causale tra i quattro aspetti fondamentali della politica antiebraica di Hitler, e dunque della Germania. 1) Hitler espresse un ossessivo antisemitismo razziale eliminazionista fin dagli esordi della sua vita pubblica. Il suo primo scritto politico pubblicato era dedicato all'antisemitismo (90), e cos il suo ultimo testamento al popolo tedesco. L'antisemitismo eliminazionista, ed egli lo afferm in "Mein Kampf" e in mille altre occasioni, era il perno della sua visione del mondo, l'aspetto pi coerente e appassionato del suo pensiero politico. 2) Assumendo il potere, Hitler e il suo regime tennero fede alle precedenti dichiarazioni, traducendo l'antisemitismo eliminazionista in radicali provvedimenti perseguiti con inflessibile vigore. 3) Prima dello scoppio della guerra, e poi pi volte nel corso del conflitto, Hitler enunci la sua profezia, o meglio la sua promessa: la guerra gli avrebbe offerto l'occasione per sterminare l'ebraismo europeo (91). 4) Quando i tempi furono maturi, quando l'occasione si present, Hitler realizz le sue intenzioni, riuscendo a trucidare circa sei milioni di ebrei. Il genocidio non fu generato dagli umori di Hitler, n da iniziative locali, n dall'apporto impersonale di ostacoli strutturali, bens dall'ideale hitleriano dell'eliminazione del potere ebraico, un ideale ampiamente condiviso in Germania. Di rado il capo di una nazione ha avuto modo di annunciare in maniera tanto aperta, frequente ed enfatica un'intenzione apocalittica, e poi di mantenere la promessa. E' degno di nota, e per la verit quasi inspiegabile, che oggi ci siano studiosi disposti a cavillare sulla sua profezia, sulla dichiarata intenzione di distruggere gli ebrei, interpretandola come una semplice metafora, o come una sparata priva di significato. E' evidente che Hitler stesso considerava la sua profezia del 30 gennaio 1939 come una precisa dichiarazione di intenti, che pi volte reiter, come per assicurarsi di non essere frainteso. A dispetto di chi vorrebbe non tener conto di quelle parole, tutto ci induce a privilegiare l'interpretazione che Hitler stesso forniva alle proprie intenzioni, a dare cio per assodata l'evidente congruenza tra le sue

dichiarate intenzioni di annientamento e la realt dei fatti che seguirono (92). Prima della guerra, Hitler aveva gi indicato i due gruppi che avrebbe eliminato in caso di conflitto: gli ebrei e gli affetti da malattie congenite. Gi nel 1935 aveva comunicato al "Reichsrtzefhrer", l'archiatra del Reich, che il problema dell'eutanasia sarebbe stato ripreso e risolto sotto la copertura della guerra (93). Una dichiarazione di intenti seguita da un'azione fedele all'enunciato: in entrambi i contesti, dimostrazione convincente dell'intenzione omicida di Hitler e insieme della sua capacit di attendere con pazienza il momento opportuno per realizzare una volont preesistente. Quale altra prova di premeditazione dovremmo ragionevolmente aspettarci? La volont di uccidere gli ebrei non fu trasmessa a Hitler e ai suoi seguaci da condizioni esterne: profondamente radicata nella loro concezione degli ebrei, sgorg spontaneamente dal loro intimo, spingendoli all'azione non appena se ne present l'opportunit. L'antisemitismo razziale demonologico fu la forza motrice del programma eliminazionista, che lo indirizz alle sue logiche conclusioni genocide non appena la potenza militare dei tedeschi riusc a creare le condizioni adeguate. Nell'esaminare l'andamento della politica antiebraica dei tedeschi, non dobbiamo mai perdere di vista questa verit di fondo. Il senso comune nazista - gli ebrei devono sparire per sempre se vogliamo l'avvento del millennio - fu alla radice dell'impulso genocida, forn l'energia necessaria per il tentativo, durato dodici anni, di realizzare la delirante visione di una Germania e di un mondo liberi da ogni influenza ebraica. E non fu soltanto l'origine dell'impulso allo sterminio, ma anche il fattore che indusse a considerare il genocidio l'opzione preferibile tra tutte le soluzioni eliminazioniste.

NOTE AL CAPITOLO 4 N. 1. Poich questo capitolo propone una nuova interpretazione di vicende note e di dati esistenti, non citer in modo dettagliato le fonti primarie, le diverse posizioni di altri studiosi, e nemmeno gli argomenti (e i dati) che potrebbero essere addotti contro la mia linea interpretativa: per questo, baster rifarsi alla bibliografia esistente.

Le note che seguono forniscono quindi i riferimenti indispensabili alle opere che contengono informazioni sulle vicende prese in esame, anche quando, come accade spesso, l'interpretazione offerta in conflitto con la mia. N. 2. Sull'immensa popolarit di Hitler, e sulla legittimazione che ne deriv per il regime, confronta Ian Kershaw, "Der Hitler Mythos" cit., in particolare p. 132. N. 3. Una rassegna, e una saggia valutazione, delle diverse posizioni su questo tema sono in Ian Kershaw, "The Nazi Dictatorship" cit., pagine 59-79. N. 4. Su questo tema, confronta Edward N. Peterson, "The Limits of Hitler's Power", Princeton, Princeton University Press, 1969, e Dieter Rebentisch, "Fhrerstaat und Verwaltung im Zweiten Weltkrieg", Wiesbaden, F. Steiner Verlag, 1989. N. 5. Confronta, a ulteriore conferma di questa tesi, David Bankier, "Hitler and the Policy-Making Process in the Jewish Question", H.G.S., 3, n. 1, 1988, pagine 1-20; confronta inoltre Avraham Barkai, "Vom Boykott zur Entjudung" cit., sull'evoluzione della politica ebraica negli anni Trenta, e Christopher R. Browning, Beyond "Intentionalism" and "Functionalism": The Decision for the Final Solution Reconsidered, in "The Path to Genocide: Essays on Launching the Final Solution", Cambridge, Cambridge University Press, 1992, in particolare le pagine 120-21 sul periodo tra il 1939 e il 1942. N. 6. Reginald H. Phelps, "Hitlers Gundlegende Rede ber den Antisemitismus", V.f.Z., 16, n. 4,1968, p. 417. Vale la pena osservare che per allontanamento" Hitler us la parola "Entfernung", che significa anche, eufemisticamente, liquidazione, nel senso di eliminazione. Hitler disse con sarcasmo che avrebbe concesso agli ebrei il diritto di vivere (come se occorresse concederlo), e sarebbe stato felice che continuassero a esistere in altri paesi. N. 7. Confronta "Hitler: Smtliche Aufzeichnungen 1905-1924", a cura di Eberhard Jackel, Stuttgart, Deutsche Verlags-Anstalt, 1980, pagine 119-20. Le parole di Hitler sono conservate negli appunti presi alla riunione da un agente del servizio informazioni della polizia.

N. 8. Il concetto di morte civile ripreso da Orlando Patterson, "Slavery and Social Death: A Comparative Study" cit., in particolare pagine 1-14. Sul carattere della morte civile degli ebrei ci soffermeremo nel capitolo successivo. N. 9. Avraham Barkai, "Vom Boykott zur Entjudung" cit., p. 35. N. 10. Avraham Barkai, "Vom Boykott zur Entiudung" cit., pagine 57 e seguenti, 125-33, dimostra in modo convincente l'insostenibilit delle tesi secondo cui il processo dei provvedimenti antiebraici fu discontinuo, e spesso indotto da pressioni nate a livello locale. Gli elementi principali dei provvedimenti giuridici, sociali, culturali ed economici contro gli ebrei furono decisi a Berlino, e furono applicati in modo sempre pi rigido per tutti gli anni Trenta, a un ritmo costante, se non sempre omogeneo. Sul ruolo di Hitler in tutto questo, confronta David Bankier, "Hitler and the Policy-Making Process in the Jewish Question" cit. N. 11. Avraham Barkai, "Vom Boykott zur Entjudung" cit., pagine 35 e seguente. N. 12. Ibid., pagine 54-108, 116-33. N. 13. Un elenco in "Das Sonderrecht fr die Juden im N.S.-Staat" cit.N. 14. Una discussione in proposito in Raul Hilberg, "The Destruction of European Jews" cit., pagine 43-53; e Lothar Gruchmann, "Blutschutzgesetz und Justiz" cit., pagine 418-42. N. 15. "Nazism" cit., p. 1109. N. 16. Confronta Philip Friedman, The Jewish Badge and the Yellow Star in the Nazi Era, in "Roads to Extinction: Essays on the Holocaust", Philadelphia, Jewish Publication Society, 1980, pagine 1133. N. 17. Avraham Barkai, "Vom Boykott zur Entiudung" cit., p. 156. N. 18. Citato in Richard Breitman, "The Architect of Genocide" cit., p. 154. N. 19. Confronta Adolf Hitler, "Mein Kampf" cit., pagine 700-705 per le sue idee su come gli ebrei mobilitino le altre grandi potenze contro la Germania.

N. 20. Di diverso avviso sono Karl A. Schleunes, "The Twisted Road to Auschwitz: Nazi Policy Toward German Jews, 1933-1939", Urbana, University of Illinois, 1990; Uwe Dietrich Adam, "Judenpolitik im Dritten Reich", Dsseldorf, Droste Verlag, 1972; Hans Mommsen, The Realization of the Unthinkable cit. N. 21. Sulla Notte dei cristalli confronta Walter H. Pehle (a cura di), "Der Judenpogrom 1938" cit.; e Herbert Schultheis, "Die Reichskristallnacht in Deutschland" cit. N. 22. Considerando l'annuncio immediato di quelle intenzioni e il discorso di Hitler del 30 gennaio 1939 (di cui si parla pi avanti), senz'altro possibile che la Notte dei cristalli venisse interpretata come l'esordio di una nuova, pi micidiale fase eliminazionista. N. 23. Das Schwarze Korps, 24 novembre 1938, citato in Richard Breitman, "The Architect of Genocide" cit., p. 58. N. 24. Nur. Doc. 1816, I.M.T., vol. 28, pagine 538-39. N. 25. Le idee genocide erano certo nell'aria, specie in quella respirata dalle S.S. Richard Breitman ha dimostrato che all'interno dell'organizzazione si parlava esplicitamente dello sterminio come soluzione della "Judenfrage" gi prima dell'inizio della guerra ("The Architect of Genocide" cit., pagine 55-65). N. 26. Mister Ogilvie-Forbes a Lord Halifax, segretario agli Esteri, 17 novembre 1938, in C.C. Aronsfeld, "The Text of the Holocaust" cit., p. 78, nota 280. N. 27. Il 21 gennaio 1939 Hitler disse la stessa cosa al ministro degli Esteri ceco. Confronta Werner Jochmann, Zum Gedenken an die Deportation der deutschen Juden, in "Gesellschaftskrise und Judenkindschaft in Deutschland" cit., p. 256. N. 28. "Nazism" cit., p. 1a49. N. 29. Werner Jochmann, Zum Gedenken an die Deportation der deutschen Juden cit., p. 256. N. 30.

Sul programma cosiddetto di eutanasia confronta Ernst Klee, "Euthanasie im N.S.-Staat" cit. N. 31. Robert N. Proctor, "Racial Hygiene: Medicine under the Nazis", Cambridge Mass., Harvard University Press, 1988, pagine 177-85; confronta le pagine 95-117 sulla sterilizzazione di circa quattrocentomila persone considerate inadatte a riprodursi. N. 32. Werner Jochmann (a cura di), "Adolf Hitler: Mollologe im FhrerHauptquartier, 1941-1944", Hamburg, Albrecht Knaus Verlag, 1980, p. 293. N. 33. Eppure, per quanto implausibile, sembrerebbero convinti di questa tesi tutti coloro che sostengono che Hitler concep per la prima volta il desiderio di sterminare gli ebrei d'Europa nel 1941. N. 34. Su quegli anni confronta Christopher R. Browning, Nazi Resettlement Policy and the Search for a Solution to the Jewish Question, 1939-194 in "The Path to Genocide" cit., pagine 3-27; Richard Breitman, "The Architect of Genocide" cit., pagine 116-44; e Philippe Burrin, "Hitler and the Jews: The Genesis of the Holocaust", London, Edward Arnold, 1994, pagine 6592 (trad. it. "Hitler e gli ebrei. Genesi di un genocidio", Genova, Marietti, 1994; ed. orig. "Hitler et les Juifs. Gense d'un gnocide", Paris, Editions du Seuil, 1989). N. 35. Confronta Ian Kershaw, "Improvised Genocide? The Emergence of the Final Solution in the Warthegau", Transactions of the Royal Historical Society, 6, n. 2, 1992, pagine 56 e seguenti; e Christopher R. Browning, Nazi Resettlement Policy cit. N. 36. Confronta "Der Generalplan Ost", V.f.Z., 6,1958, pagine 281325; e Christopher R. Browning, Nazi Resettlement Policy cit. N. 37. "Nazism" cit., p. 1050; e Christopher R. Browning, "The Final Solution and the German Foreign Office: A Study of Rekrat D IlI of Abteilung Deutschland, 1940-1943", New York, Holmes & Meier, 1978, p. 38. N. 38. "Adolf Hitler", a cura di Werner Jochmann, cit., p. 41. N. 39. Sulle idee geostrategiche di Hitler in questo periodo, confronta Klaus Hildebrand, "The Foreign Policy of the Third Reich", Berkeley, University

of California Press, 1973, pagine 91-104; Norman Rich, "Hitler's War Aims: Ideology, the Nazi State, and the Course of Expansion", New York, Norton, 1973, 1, pagine 157-164; di opinione contraria Gerhard L. Weinberg, "Hitler and England, 1933-1945; Pretense and Reality", German Studies Review, 8,1985, pagine 299309. N. 40. Nur. Doc. 3363-P.S. cit. in "Nazism" p. 1051. N. 41. Confronta Raul Hilberg, "The Destruction of the European Jews" cit., pagine 144-56; Helge Grabitz e Wolfgang Scheffler, "Letzte Spuren: Ghetto Warschau, S.S.-Arbeitslager Trawniki, Aktion Erntefest", Berlin, Edition Hentrich, 1988, pagine 283-84; e la voce Ghetto, in "Encyclopaedia of the Holocaust" cit., pagine 579-82. Dissente Christopher R. Browning, Nazi Ghettoization Policy in Poland, 1939-1941, in "The Path to Genocide" cit., pagine 28-56. N. 42. Confronta Raul Hilberg, "The Destruction of the European Jews" cit., pagine 125-74; Czeslaw Madajczyk, "Die Okkupationspolitik Nazideutschlands in Polen, 1939-1945", Berlin, Akademie-Verlag, 1987, pagine 356-71; Christopher R. Browning, Nazi Resettlement Policy cit., pagine 8 e seguenti; e Id., "Denkschrift Himmlers ber die Behandlung der Fremdrblkischen im Osten (Mai 1940)", V.f.Z., 5, n. 2,1957, p. 197. N. 43. Raul Hilberg, "The Destruction of the European Jews" cit., p. 149. N. 44. Rapporto di Seyss-Inquart, 20 novembre 1939, Nur. Doc. 2278P.S., in I.M.T., vol. 30, p. 95. La citazione dal rapporto una parafrasi delle parole del governatore distrettuale. A questo proposito confronta Philip Friedman, The Lublin Reservation and the Madagascar Plam, in "Roads to Extinction" cit., pagine 34-58; Jonny Moser, "Niskop: The First Experiment in Deportation", in Simon Wiesenthal Center Annual, 2,1985, pagine 1-30; Leni Yahil, Madagascar Phantom of a Solution for the Jewish Question, in Bela Vago e George L. Mosse (a cura di), "Jews and Non-Jews in Eastern Europe, 1918-1945", New York, John Wiley & Sons, 1974, pagine 315-34. N. 45. Christopher R. Browning, in Nazi Resettlement Policy cit., ha indubbiamente ragione di sostenere che questo periodo non vada

considerato come un intermezzo (pagine 26-27), ma la sua interpretazione globale del periodo suscita nondimeno qualche perplessit. N. 46. Isaiah Trunk ("Judenrat: The Jewish Councils in Eastern Europe under Nazi Occupation", New York, Stein & Day, 1977, p. 104) scrive: In nessuno dei ghetti era possibile sostentarsi con le razioni assegnate. Non solo le razioni normali erano infinitesimali, ma molti ghetti furono lasciati del tutto privi di rifornimenti alimentari per lunghi periodi, o furono riforniti con grossi quantitativi di derrate inadatte al consumo umano. Sulle condizioni generali nei ghetti, gi micidiali a quell'epoca, confronta pagine 149-55. N. 47. Non fu probabilmente una coincidenza nemmeno il fatto che nel marzo e nell'aprile del 1941 si assistesse alla ghettizzazione degli ebrei nel Governatorato generale, intesa come fase preparatoria per l'Operazione Barbarossa e per la sistematica aggressione contro gli ebrei che era destinata ad accompagnarla. Sull'andamento della ghettizzazione confronta Helge Grabitz e Wolfgang Scheffler, "Letzte Spuren" cit., pagine 283-84. N. 48. Richard Breitman fa risalire la decisione hitleriana di massacrare gli ebrei in Unione Sovietica e in tutta l'Europa a questo periodo: confronta "The Architect of Genocide" cit., pagine 153-66, 247-48, e Id., "Plans for the Final Solution in Early 1941", German Studies Review, 17, n. 3, ottobre 1994, pagine 483-93, per ulteriori conferme di come la decisione di sterminare gli ebrei d'Europa fosse gi stata presa nei primi mesi del 1941. Su posizioni diverse Christopher R. Browning, che riproduce parte dell'ormai estesa controversia in "The Path to Genocide" cit., in particolare Beyond "Intentionalism" and "Functionalism", e in The Decision Concerning the Final Solution, in "Fateful Months: Essays on the Emergence of the Final Solution", New York, Holmes & Meier, 1985, pagine 8-83; confronta inoltre Id., "The Euphoria of Victory and the Final Solution: Summer-Fall 1941", German Studies Review, 17, n. 3, ottobre 1994, pagine 473-81; e Philippe Burrin, "Hitler and the Jews" cit., in particolare pagine 115-31. N. 49. Richard 13reitman, "Plans for the Final Solution in Early 1941" cit., pagine 11-12.

L'autore sostiene persuasivamente che quel progetto di soluzione finale non poteva essere altro che il programma di sterminio sistematico che fu poi avviato nell'estate e nell'autunno (pagine 11-17).N. 50. Max Domarus, "Hitler: Reden und Proklamationen, 1932-1945", Mnchen, Suddeutscher Verlag, 1965, vol. 4, p. 1663 (il corsivo mio). N. 51. Durante la celebrazione dell'anniversario del Putsch della birreria, Hitler ricord ai suoi ascoltatori che ho affermato ... pi e pi volte la mia convinzione che verr l'ora in cui cacceremo quella gente [gli ebrei] dai ranghi della nostra nazione (in Eberhard Jackel, "Hitler's World View: a Blueprint for Power" cit., 1981, p. 62). N. 52. Non mi risulta che nessuno abbia rilevato la locuzione diversa usata da Hitler nel riprendere la sua profezia del 30 gennaio 1939, n il suo significato. In un riferimento ancora successivo al primo discorso, ripet che sarebbe stato lui a ridere per ultimo; pareva particolarmente piccato del fatto che non gli avessero creduto quando aveva proclamato l'intenzione di annientare gli ebrei nel caso fosse scoppiata la guerra. Per il discorso dell'8 novembre confronta C.C. Aronsfeld, "The Text of the Holocaust" cit., p. 36. N. 53. Sull'accordo, confronta Direttiva Brauchitsch, 28 aprile 1941, Nur. Doc. NoKw-2080; Walter Schellenberg, 11/26/45, 3710-P.S.; Otto Ohlendorf, 4/24/47, NO-2890; sulla attiva complicit dell'esercito nel massacro degli ebrei sovietici confronta Helmut Krausnick e HansHeinrich Wilhelm, "Die Truppe des Weltanschauungskrieges: Die 'Einsatzgruppen' der Sicherheitspolizei und des S.D., 1938-1942", Stuttgart, Deutsche-Verlag Anstalt, 1981, pagine 205-78; e le numerose pubblicazioni di Jrgen Frster, tra le quali "The Wehrmacht and the War of Extermination Against the Soviet Union", Y.V.S., 14, 1981, pagine 7-34. N. 54. Esistono molte testimonianze contraddittorie sui partecipanti e sulle notizie trapelate nelle diverse occasioni. Per una sintesi parziale, confronta il Procedimento contro Streckenbach, Z.S.t.L., 201 A.R.-Z 76/59 (d'ora in avanti Streckenbach), pagine 178-91; per le posizioni dei due maggiori protagonisti del dibattito, confronta Helmut Krausnick e Hans-Heinrich Wilhelm, "Die Truppe des Weltanschauungskrieges" cit., pagine 150-72, e Hitler und die Befehle an die "Einsatzgruppen" im Sommer 1941 in "Der Mord an den Juden im

Zweiten Weltkrieg" cit., pagine 88-106; e Alfred Streim, "Die Behandlung sowjetischer Kriegsgefangener im Fall Barbarossa. Eine Dokumentation", Heidelberg, C.F. Mller Juristischer Verlag, 1981, pagine 74-93; Zr Erffnung des allgemeinen Judenvernichtungsbefehls gegenber den "Einsatzgruppen", in "Der Mord an den Juden im Zweiten Weltkrieg" cit., pagine 107-19, e "The Tasks of the S.S. Einsatzgruppen", in Simon Wiesenthal Center Annual 6,1989, pagine 311-47; un tentativo diverso di sintetizzare questo materiale poco consistente in Christopher R. Browning, Beyond "Intentionalism" and "Functionalism" cit., pagine 99111; per l'interpretazione di Philippe Burrin, "Hitler and the Jews" cit., pagine 90-113. N. 55. Tali compiti furono codificati nell'ordine scritto di Heydrich del 2 luglio 1941 allo H.S.S.P.F. Confronta "Nazism" cit., pagine 1091-92. Seguendo la prassi in uso, in base alla quale gli ordini per lo sterminio degli ebrei non venivano messi per iscritto, ma trasmessi a voce, l'ordine parla solo delle uccisioni in qualche modo collegabili a presunte necessit militari. N. 56. Quali ordini ricevessero le "Einsatzgruppen", da chi e quando sono interrogativi che suscitano controversie tra gli studiosi. Non possibile presentare qui tutti i dati e le argomentazioni necessari per una discussione esauriente delle diverse interpretazioni sulle fonti a disposizione. Confronta la nota 54 per i riferimenti bibliografici, e la nota 74 per indicazioni sulle fonti a disposizione. N. 57. Streckenbach, p. 261. N. 58. Confronta Walter Blume, Z.S.t.L., 207 A.R.-Z 15/58, vol. 4, p. 981. Egli sostiene che all'epoca non avevano ricevuto istruzioni sui dettagli operativi, e quindi non sapevano come eseguire gli ordini. Prevedevano di ricevere le istruzioni in un momento successivo. N. 59. "Official Transcript of the American Militan/ Tribunal No. 2-A in the Matter of the United States of America Against Otto Ohlendorf et a, defendants sitting at Nuernberg Germany on 15 September 1947", pagine 633, 526. N. 60. "Einsatzbefehl" n. 1, 29 giugno 1941; Heydrich riproponeva lo stesso provvedimento nel suo ordine del 2 luglio agli H.S.S.P.F. in Unione Sovietica.

N. 61. Un membro dell'"Einsatzgruppe" A, in "Schne Zeiten Judenmord aus denr Sicht der Tter und Gaffer", a cura di Ernst Klee, Willi Dressen, Volker Riess, Frankfurt am Main, S. Fischer Verlag, 1988, p. 82 (trad. it. "Bei tempi. Lo sterminio degli ebrei raccontato da chi l'ha eseguito e da chi stava a guardare", Firenze, Giuntina, 1990). N. 62. Alfred Filbert, Streckenbach, vol. 2, pagine 7571-7572; confronta anche la sua dichiarazione in Streckenbach, vol. 6, pagine 1580-1585. N. 63. Nelle prime settimane l'andamento degli eccidi delle "Einsatzgruppen" appare casuale. Alcune eseguirono massacri notevolmente maggiori di altre, e persino il medesimo "Einsatzkommando" si comportava in modo alquanto diverso con gli ebrei dell'una o dell'altra citt. Variava anche il metodo usato per uccidere: in alcuni casi venivano impiegati ausiliari locali, in altri si agiva direttamente; e da un "Kommando" all'altro variavano la logistica e le tecniche. E infine diversa fu l'escalation verso eccidi sempre pi massicci, e verso l'inclusione indiscriminata delle donne e dei bambini. L'unica ragione che mi pare spieghi tanta variet che i comandanti delle "Einsatzgruppen" o gli H.S.S.P.F. sotto la cui giurisdizione esse operavano potessero decidere discrezionalmente il modo in cui avrebbero applicato un ordine di sterminio gi annunciato. Che godessero di tale capacit discrezionale rende ancora pi plausibile l'ipotesi che gli uomini si dovessero abituare gradatamente agli eccidi, per passare, una volta superata questa fase, a massacri di maggiori dimensioni. Poich questo modo di procedere per gradi venne applicato anche altrove, come in Galizia nel novembre 1941, quando non poteva esserci dubbio che l'ordine dello sterminio totale fosse gi stato impartito, il fatto che gli "Einsatzkommandos" non uccidessero subito tutti gli ebrei non dimostra che Hitler non avesse ancora emanato quell'ordine generale. Anche dopo l'avvio del programma di sterminio su scala europea, i tedeschi non uccisero immediatamente tutti gli ebrei di ogni paese, regione e comunit, cos come non uccisero immediatamente tutti gli ebrei dell'Unione Sovietica. Pensare che lo potessero fare, in Europa come in Unione Sovietica, irrealistico.

Sull'eccidio di Nadvornaija, Galizia, confronta Sentenza contro Hans Krger e a., Schwurgericht Mnster 5 K.s. 4/65, pagine 137-94, in particolare p. 143. Rassegne degli eccidi delle "Einsatzgruppen" in Helmut Krausnick e Hans-Heinrich Wilhelm, "Die Truppe des Weltanschauungskrieges" cit., pagine 173-205, 533-39; e "The Einsatzgruppen Reports: Selections from the Dispatches ot the Nazi Death Squads' Campaign Against the Jews in Occupied Territories of the Soviet Union, July 1941-January 1943", a cura di Yitzhak Arad, Shmuel Krakowski e Shmuel Spector, New York, Holocaust Library, 1989. N. 64. Sul problema del personale confronta Christopher R. Browning, Beyond "Intentionalism" and "Functionalism" cit., pagine 101-106; e Yehoshua Bchler, "Kommandostab Reichsfhrer S.S.: Himmler's Persorlal Murder Brigades in 1941", H.G.S. 1, n. 1, 1986, pagine 11-25. N. 65. Accusa contro A.H., S.t.A. Frankfurt/M 4 Js 1928/60, p. 15. N. 66. Scoprirono tra l'altro che la fucilazione non era in definitiva il metodo migliore, perch troppo raccapricciante e psicologicamente onerosa per gli uomini; per questo si pass al gas. Confronta Sentenza contro Friedrich Pradel e Harry Wentritt, Hannover, 2 K.s. 2/65, p. 33; e Mathias Beer, "Die Entwicklung der Gaswagen beim Mord and den Juden", V.f.Z. 35, n. 3, 1987, pagine 403-17. N. 67. Il resoconto di un pogrom organizzato allo stesso modo a Grzymalow, in Ucraina, dove le S.S. armarono gli ucraini e li scatenarono per le strade della citt, si trova in Sentenza contro Daniel Nerling, Stuttgart 2 K.s. 1/67, p. 17. Sui grandi pogrom coordinati dai tedeschi in Lettonia, confronta Sentenza contro Viktor Arajs, Hamburg (37) 5/76, pagine 16-26, 72-107,145; e Accusa contro Viktor Arajs, Hamburg 141 Js 534/60, pagine 22-25, 73-89. N. 68. Una rassegna degli eccidi delle "Einsatzgruppen" in Helmut Krausnick e Hans-Heinrich Wilhelm, "Die Truppe des Weltanschauungskrieges" cit., pagine 173-205, 533-39 (su Kovno, pagine 205-209; su Leopoli, pagine 186-87). N. 69. Dell'eccidio di Bialystok si dir pi avanti, nel capitolo 6.

Su Lutsk, confronta Alfred Streim, "Das Sonderkommando 4a der Einsatzgruppe C und die mit diesem Kommando eingesetzten Einheiten whrend des Russland-Feldzuges in der Zeit von 22. 6 1941 bis zum Sommer 1943", Z.S.t.L. 11, 4 A.R.-Z 269/60, Abschlulssbericht, pagine 153-58. Il Rapporto situazione operativa URSS n. 24 delle "Einsatzgruppen", del 16 luglio 1941, afferma "erroneamente" che furono gli ucraini a sparare ("Einsatzgruppen Reports" cit., p. 32). Le informazioni contenute in questi rapporti sono spesso fuorvianti o incomplete. Sono comunque una fonte preziosa, ma Philippe Burrin, "Hitler and the Jews" cit., p. 105, sbaglia a sostenere che in genere questi rapporti sono completi e precisi. I tedeschi che li redigevano erano spesso guidati da scopi diversi dalla verit. Paul Zapp, comandante dell'"Einsatzkommando" 12a, depose al suo processo che tutti i comandanti avevano avuto l'ordine di mascherare le operazioni genocide nei loro rapporti, nel caso che questi fossero caduti in mano al nemico (dagli appunti di Erich Goldhagen sulla deposizione di Zapp, 17 febbraio 1970, al processo contro di lui e altri membri dell'"Einsatzkommando" 11a). I tedeschi volevano presentare l'eccidio di Lutsk come una vendetta degli ucraini per i presunti crimini subiti per mano degli ebrei, sicch mistificarono la verit dicendo che furono gli ucraini a sparare. Chi si affida a questi rapporti, come Philippe Burrin e Christopher R. Browning (Beyond "Intentionalism" and "Functionalism"), senza immergersi nei matenali assai pi completi delle indagini giudiziarie del dopoguerra, interpreta gli eventi sulla base della versione intenzionalmente e pesantemente distorta presentata dai tedeschi. N. 70. Richard Breitman, "The Architect of Genocide" cit., pagine 19096.N. 71. Sull'aspetto logistico, confronta Christopher R. Browning, Beyond "Intentionalism" and "Functionalism" cit., pagine 106-111. N. 72. Questa conclusione si basa su una vasta (sia pure non esauriente) lettura dei materiali delle indagini e dei processi in Z.S.t.L. relativi a "tutte" le "Einsatzgruppen", compresa la voluminosa indagine del processo a Kuno Callsen e ad altri membri del "Sonderkommando" 4a, Z.S.t.L., 204 A.R.-Z 269/60, costituita da cinquanta volumi e diecimila pagine. Solo per problemi di spazio, non ho inserito in questo volume un capitolo dedicato alle "Einsatzgruppen".

Un'eccezione alla conclusione generale qui formulata costituita dall'"Einsatzkommando" 8. Dopo la guerra alcuni dei suoi uomini riferirono di essersi infuriati quando, a met luglio, vennero a sapere che avrebbero dovuto uccidere anche donne e bambini: li disturbava l'aspetto inedito della nuova fase operativa. Anche a loro, comunque, era chiaro fin dall'inizio che uccidendo i maschi avevano eseguito un ordine esplicitamente genocida. Confronta Sentenza contro Karl Strohhammer, Landgericht Frankfurt 4 K.s. 1/65, p. 10. N. 73. W.G., Streckenbach, vol. 11, p. 7578. La sua deposizione e quella di Filbert, di cui si detto sopra, si confermano a vicenda. N. 74. E' sorprendente che nessuno abbia sinora citato questa testimonianza fondamentale, per certi versi assai pi significativa delle deposizioni degli ufficiali delle "Einsatzgruppen", alle quali altri si sono affidati in modo esclusivo. Per un minuscolo campione delle altre testimonianze in proposito, confronta per l'"Einsatzgruppe" A, W.M., Streckenbach, vol. 7, p. 7088; per l'"Einsatzkommando" 8, C. R., Streckenbach, vol. 7, p. 7064, e Sentenza contro Strohhammer, Landgericht Frankfurt 4 K.s. 1/65, p. 9; per l'"Einsatzgruppe" C, K.H., Streckenbach, vol. 8, p. 7135; per il "Sonderkommando" 4b, H.S., Streckenbach, vol. 18, pagine 8659-8660; sul "Sonderkommando" 11a, K.N., Streckenbach, vol. 12, p. 7775. E' particolarmente significativo che il comandante del Battaglione di Polizia 309 (ne parleremo nel capitolo 6) annunciasse agli ufficiali di compagnia, "prima dell'attacco all'Unione Sovietica", che Hitler aveva dato l'ordine ("Fhrerbefehl") di sterminare tutti gli ebrei, uomini, donne e bambini. Poco tempo dopo almeno uno dei comandanti di compagnia comunic l'ordine ai suoi uomini. Confronta Sentenza contro Buchs e a., Wuppertal, 12 K.s. 1/67, pagine 29-30; H. G., Z.S.t.L. 205 A.R.-Z 20/60 (d'ora in avanti Buchs), pagine 36364; A.A., Buchs, p. 1339R; e E.M., Buchs, p. 1813R. Ancora prima dell'attacco, quindi, la notizia della decisione genocida era stata comunicata al di fuori della cerchia ristretta delle "Einsatzgruppen". Plausibili o non plausibili che siano (non plausibili, a mio vedere) le motivazioni che avrebbero indotto dopo la guerra i comandanti delle

"Einsatzgruppen" a inventare un ordine generale di sterminio iniziale, impossibile attribuire le stesse motivazioni ai loro subordinati, mossi soprattutto dal desiderio di negare di essere stati a conoscenza del carattere genocida della loro attivit. Molti uomini degli "Einsatzkommandos", e persino alcuni comandanti, negano incredibilmente, e di fronte alla pi patente evidenza - di aver mai saputo delle intenzioni genocide, e di aver ucciso degli ebrei. N. 75. Abschlulssbericht, Z.S.t.L. 202 A.R.-Z 82/61, vol. 5, pagine 769-843. Sia pure con diverse argomentazioni, Christopher R. Browning (Beyond "Intentionalism" and "Functionalism" cit., p. 102) e Philippe Burrin ("Hitler and the Jews" cit., pagine 105-106, 113) sostengono entrambi che nelle prime settimane - per citare Browning la stragrande maggioranza delle vittime degli "Einsatzkommandos" furono i maggiorenti e gli intellettuali maschi, il che, a loro modo di vedere, corrispondeva all'ordine di Heydrich del 2 luglio. Si tratta di una tesi insostenibile, smaccatamente smentita sia dalle azioni degli "Einsatzkommandos" (e dei battaglioni di polizia) sia dalle deposizioni dettagliate rese dai realizzatori su chi e su come uccidessero, nonch sull'interpretazione che essi davano a ci che facevano. I tedeschi spesso radunavano e uccidevano tutti gli uomini ebrei, non i maggiorenti e gli intellettuali (una categoria elastica e virtualmente priva di significato che pu aiutare a comprendere la realt alla stessa stregua di tante altre espressioni ingannevoli usate dai tedeschi a proposito dell'annientamento degli ebrei d'Europa). Che in qualche caso iniziale essi si siano limitati a uccidere l'lite non ha importanza (poich comunque non tutti gli eccidi erano totali). Che invece uccidessero abitualmente uomini ebrei non appartenenti all'lite fondamentale, perch rivela la portata genocida dei loro ordini. Browning e Burrin si sono lasciati ingannare, prendendo alla lettera le espressioni ingannevoli dei rapporti delle "Einsatzgruppen". Confronta, per esempio, sull'"Einsatzkommando" 8, la deposizione di K.K., Z.S.t.L., 202 A.R.-Z 81/59, che riferisce in dettaglio il rastrellamento degli ebrei di Bialystok ai primi di luglio (vol. 6, pagine 1228-1229). Un esempio riferito al "Sonderkommando" 4a in Sentenza contro Kuno Callsen et al., Z.S.t.L., 204 A.R.-Z 269/60, pagine 161-62. Anche il primissimo eccidio degli "Einsatzkommandos", a Garsden, riguard tutti gli uomini ebrei che riuscirono a scovare. Confronta F.M., Z.S.t.L., 207 A.R.-Z, 15/58, vol. 2, p. 457.

Questi primi massacri genocidi indiscriminati di ebrei furono perpetrati non soltanto dagli "Einsatzkommandos" ma anche dai battaglioni di polizia. Il 13 luglio, a Bialystok, pochi giorni dopo il massacro effettuato dall'"Einsatzkommando" 8, i Battaglioni di Polizia 316 e 322 eseguirono l'ordine permanente emesso due giorni prima dal comandante di reggimento, di radunare e fucilare tutti gli ebrei maschi della regione compresi tra i diciassette e i quarantacinque anni: a Bialystok finirono nella rete in pi di tremila. Philippe Burrin ("Hitler and the Jews" cit., p. 111), senza tener conto del carattere di questi e altri eccidi macroscopici, accetta i mascheramenti verbali dei tedeschi - l'ordine avrebbe imposto di uccidere tutti gli ebrei in quella fascia di et "che si fossero resi colpevoli di sciacallaggio" - come se questo fosse stato il vero significato di quell'ordine. Il tribunale tedesco che discuteva il caso giudic l'idea che l'ordine riguardasse solo gli sciacalli un'evidente giustificazione pretestuosa, una trasparente mascheratura del vero scopo dell'ordine omicida. Confronta Sentenza contro Hermann Kraiker et al., Schwurgericht Bochum 15 K.s 1/66, pagine 144-178, e specialmente 153-155; e Sentenza contro Hermann Kraiker e a., Dortmund 45 Js 2/61, pagine 106-108. L'ordine non dimostra ci che Burrin vorrebbe fargli dimostrare, ma l'esatto contrario, cio l'esistenza di un piano di sterminio. Il massacro di sei-diecimila ebrei perpetrato a Brest-Litovsk dal Battaglione di Polizia 307 nella prima met di luglio un altro caso di genocidio indiscriminato. L'argomentazione di Browning e Burrin non tiene inoltre conto degli eccidi, compresi donne e bambini, compiuti dai tedeschi (in qualche caso con l'aiuto dei locali) nelle regioni baltiche e in Ucraina. Molti di questi eccidi, anche quelli di grande portata come a Krottingen, non meritarono di essere menzionati nei rapporti di situazione operativi delle "Einsatzgruppen". Browning e Burrin li presentano come pogrom, e li trattano sbrigativamente nelle loro analisi, anche se i tedeschi organizzarono, sostennero e coordinarono i massacri, intervenendovi anche direttamente. Un lituano, P.L., per esempio, riferisce che i tedeschi annunciarono l'ordine di uccidere gli ebrei, donne e bambini compresi, e poi descrive l'eccidio di Krottingen, perpetrato sotto il controllo dei tedeschi (Z.S.t.L. 207 A.R.-ZS 15/58, pagine 2744-2745). La portata degli eccidi organizzati dai tedeschi nel Baltico indica l'avvio gi nelle primissime settimane dell'attacco all' Unione Sovietica della politica genocida precedentemente decisa da Hitler.

Per una conferma confronta Z.S.t.L. A.R.-Z 15/58. N. 76. L'idea che Hitler iniziasse il massacro sistematico su vasta scala degli ebrei, per poi bloccarlo, va contro tutto quanto sappiamo circa la sua psicologia, il suo modo di condurre la guerra (e in questi termini concepiva il suo conflitto con gli ebrei), per non dire delle sue convinzioni sul modo di neutralizzare la presunta minaccia ebraica. Il momento storico cruciale fu dunque quello in cui Hitler decise di sterminare gli ebrei sovietici. N. 77. Richard Breitman, "Plans for the Final Solution in Early 1941" cit., dimostra che gi a quel punto era stato ordinato, ed era in corso di preparazione, un programma di sterminio per tutti gli ebrei europei, e non soltanto sovietici. Anche Christopher R. Browning ritiene che le due decisioni fossero contemporanee, ma le fa cadere alla met di luglio (Beyond "Intentionalism" and "Functionalism" cit., p.113). N. 78. Una ricostruzione di quegli eventi in Christopher R. Browning, Beyond "Intentionalism" and "Functionalism" cit., pagine 111-20. Secondo Browning il cambiamento non fu operativo bens strategico. N. 79. Otto Ohlendorf temeva pi che altro che gli uomini si abbrutissero e divenissero inadatti alla convivenza nella societ civile. Ci non avvenne nella stragrande maggioranza dei casi, ma a qualcuno tutto quel sangue versato fece effettivamente saltare i nervi. Un esempio in Daniel Jonah Goldhagen, "The Cowardly Executioner: On Disobedience in the S.S.", Patterns of Prejudice, 12, n. 1, 1978, pagine 1-16. N. 80. Sull'impiego dei furgoni sul campo confronta "Nationalsozialistische Massettungen durch Giftgas. Eine Dokumentation", a cura di Eugen Kogon, Hermann Langbein e Adalbert Rckerl, Frankfurt, 1983 pagine 81-109. N. 81. Di fatto i tedeschi continuarono le fucilazioni in massa degli ebrei per tutto il corso della guerra. Non affatto scontato che il gas fosse un mezzo pi efficiente della fucilazione; in molti casi risulta evidente il contrario. I tedeschi preferivano il gas per motivi estranei a un qualsiasi calcolo economico genocida, il che induce a pensare - contrariamente sia

all'interpretazione storiografico-scientifica sia a quella comune dell'Olocausto - che le camere a gas fossero in realt un epifenomeno nel massacro degli ebrei. Erano uno strumento pi pratico, ma non uno sviluppo essenziale. Se i tedeschi non le avessero inventate, avrebbero probabilmente ammazzato lo stesso numero di ebrei: conta prima di tutto la volont, poi il mezzo. N. 82. Confronta Christopher R. Browning, Beyond "Intentionalism" and "Functionalism" cit., pagine 111-20. N. 83. Su questa questione confronta Czeslaw Madalczyk, Concentration Camp as Tool of Oppression in Nazi-Occupied Europe, in "The Nazi Concentration Camps: Structure and Aims. The Image of the Prisoner, The Jews in the Camps", Jerusalem, Yad Vashem, 1984, pagine 55-57. N. 84. Le minute della riunione sono in "Nazism" cit., pagine 11271135. Chi pu dubitare che se i tedeschi avessero vinto la guerra e fossero riusciti a sterminare gli ebrei d'Europa, Hitler avrebbe incaricato Himmler di preparare i piani per l'annientamento di tutti gli ebrei del mondo, e soprattutto di quelli statunitensi? Secondo la logica di chi scrive come se le intenzioni non esistessero fino a quando non vengono documentati piani e preparativi concreti, dovremmo "presumere" che Hitler non avesse alcun desiderio di sterminare ci che restava dell'ebraismo mondiale, anche se la Conferenza di Wannsee codificava i suoi piani di annientamento degli ebrei europei. N. 85. Sui temi di questo paragrafo ritorneremo nella Parte quarta di questo libro. N. 86. Randolf L. Braham, "The Politics of Genocide: The Holocaust in Hungury", New York, Columbia University Press, 1981, vol. 2, pagine 79293. N. 87. Confronta la Parte quinta di questo libro. N. 88. Citato in Eberhard Jackel, "Hitler's World View: a Blueprint for Power" cit., pagine 65-66. N. 89.

Interpretazioni diverse, che si soffermano sugli umori ondivaghi di Hitler, sono in Christopher R. Browning, (Beyond "Intentionalism" and "Functionalism" cit., pagine 120-21 e Philippe Burrin, "Hitler and the Jews" cit., pagine 133-47. N. 90. Lettera a Adolf Gremlich del 16 settembre 1919, cit. in Ernst Deurlein, "Hitlers Eintritt in die N.S.D.A.P. und die Reichswehr", V.f.Z., 7,1959, pagine 203-205. N. 91. E' degno di nota che Hitler usasse la parola profezia. Una profezia non e un semplice desiderio: la divinazione di un futuro probabile. Anche Goebbels e altri la consideravano una "profezia", e non una spacconata. Dopo un incontro con Hitler il 19 agosto 1941, Goebbels si richiam esplicitamente alla profezia, annotando nel suo diario che si sta realizzando in queste settimane, in questi mesi, con una precisione che appare quasi arcana. A Est, gli ebrei stanno per pagare, in Germania hanno gi pagato in parte, e pagheranno ancora nel futuro (in Martin Broszat, "Hitler und die Genesis der Endlsung: Aus Anlass der Thesen von David Irving", V.f.Z., 25, n. 4,1977, pagine 749-50). N. 92. Non riesco a pensare a un altro caso nella storia in cui il capo di una nazione abbia dichiarato le sue intenzioni su una materia di tale portata con una convinzione tanto evidente e poi, fedele alla parola, le abbia messe in pratica, di fronte al quale gli storici abbiano asserito che le sue parole non vanno prese alla lettera, che Hitler non aveva alcuna intenzione di fare ci che aveva annunciato al mondo intero (un annuncio che avrebbe poi enfaticamente reiterato). Questa distorsione interpretativa davvero bizzarra: forse la curiosa posizione avrebbe un minimo di giustificazione se l'azione non fosse corrisposta al personaggio. Ma Hitler era uomo dalle spaventose capacit omicide, nel pensiero, nelle parole e nei fatti: il suo era il carattere di un uomo che sogna di uccidere i nemici, e poi tenta di trasformare i sogni in realt. N. 93. Lothar Gruchmann, "Euthanasie und Justiz im Dritten Reich", V.f.Z. 20, n. 3, 1972, p. 238.

Hitler aveva affermato chiaramente, gi nel 1931, che la guerra sarebbe stata l'occasione della resa dei conti finale, dichiarando che se gli ebrei avessero provocato un'altra guerra sarebbero andati incontro a una brutta sorpresa: lui avrebbe frantumato l'ebraismo mondiale. Confronta Edouard Calic, "Ohne Maske: Hitler-Breiting Geheimgesprache 1931", Frankfurt, Societats Verlag, 1968, pagine 94-95 (trad. it. "Hitler senza maschera. Le interviste segrete Hitler-Breiting del 1931", Firenze, Sansoni, 1959).

Capitolo 5 GLI AGENTI E I MECCANISMI DELLA DISTRUZIONE

Come si definisce una struttura del genocidio? E come un realizzatore del genocidio? Strutture del genocidio sono tutte quelle strutture che fecero parte del sistema della distruzione. Realizzatori sono tutti coloro che contribuirono scientemente all'uccisione di massa degli ebrei (1) e in generale coloro che lavorarono in una struttura genocida. Sono realizzatori dunque tutti coloro che uccisero materialmente, e tutti coloro che allestirono lo scenario dell'ultimo atto letale, o il cui operato fu funzionale a determinare la morte degli ebrei. Realizzatori sono tutti coloro che fucilarono gli ebrei in un plotone di esecuzione; coloro che li rastrellarono, che li deportarono (conoscendone la sorte) verso un luogo di morte, o che, pur non partecipando direttamente agli eccidi, lavorarono per isolare le zone all'interno delle quali i loro compatrioti sparavano. Furono realizzatori i macchinisti e gli amministratori delle ferrovie che sapevano di portare gli ebrei alla morte. Furono realizzatori tutti i funzionari ecclesiastici i quali sapevano che contribuendo all'identificazione degli ebrei come non cristiani li avrebbero mandati alla morte. E fu realizzatore l'ormai proverbiale assassino da tavolino ("Schreibtischtter"), che forse non vide nemmeno una delle vittime, ma lubrific col suo lavoro burocratico gli ingranaggi della deportazione e dell'eliminazione. In molti casi non difficile stabilire se determinati individui o categorie vadano o no considerati come realizzatori del genocidio.

Chiunque lavorasse in un campo della morte, o appartenesse a un "Einsatzkommando", a un battaglione di polizia o a qualche altra forza di sicurezza che massacr gli ebrei o li deport nei campi della morte, o a un reparto dell'esercito che effettu operazioni genocide, e chiunque uccidesse un ebreo di propria iniziativa, sapendo che la Germania aveva optato per il genocidio, fu un realizzatore. Ma che dire dei tedeschi, poliziotti o civili, che sorvegliavano o amministravano i ghetti, le discariche per gli ebrei destinati all'estinzione? In molti ghetti le condizioni erano di per s micidiali, ma formalmente non si trattava di strutture genocide. E che dire ancora dei tedeschi che sfruttavano gli ebrei come schiavi, sapendo bene (e dopo il 1941 dovevano saperlo praticamente tutti) che quel lavoro era solo una tregua in attesa della morte, e che li trattavano con estrema brutalit? Persino le guardie di certi campi, alcuni dei quali erano campi di lavoro, per quanto violente possono non aver contribuito in modo diretto alla morte degli ebrei. Come classificarli, dunque? E' evidente che la questione si presta al dibattito. La nostra definizione parte dal presupposto che chiunque lavor all'interno di una struttura che faceva parte di quel sistema di coercizione brutale e micidiale, sistema il cui vertice era costituito dalle strutture direttamente coinvolte nell'eccidio, vada considerato un realizzatore del genocidio, perch sapeva che la sua azione era funzionale a quel risultato (2). Perch fu disposto a partecipare a iniziative che rientravano nel programma genocida e ad agire in modo da accelerare la morte di quegli ebrei? Come riusc a fare ci che fece, sapendo che le sue azioni avrebbero favorito l'obiettivo tedesco dell'eliminazione del popolo ebraico? Sono interrogativi, questi, che valgono tanto per i tirannelli dei ghetti quanto per i boia di Treblinka. Per grandi che siano le differenze psicologiche tra i rispettivi ruoli, non per questo l'uno pu essere considerato meno responsabile dell'altro. Sono differenze di cui tener conto solo quando si tratta di spiegare i motivi delle azioni individuali (3). I realizzatori del genocidio operavano nell'ambito di un numero impressionante di strutture diverse, e contribuirono nei pi svariati modi all'impresa. Se l'attenzione generale, dell'opinione pubblica e degli studiosi, si concentrata sulle camere a gas nei campi della morte (4), dal punto di vista analitico tale prospettiva, salvo restando l'orrore dei mattatoi concepiti per

l'omicidio in catena di montaggio, ha avuto due effetti deleteri: ha fatto passare in secondo piano le altre strutture genocide, studiando le quali si sarebbe scoperto molto di pi intorno alle questioni fondamentali del periodo, e ha contribuito a ridurre la rilevanza dei realizzatori. Le mostruose camere a gas e i crematori, e i mostri Hitler, Himmler, Eichmann e pochi altri sono diventati cos i protagonisti negativi di questo orrore novecentesco, mentre sfumavano dalla scena le figure che operavano nell'immensa rete dei campi non attrezzati con impianti per lo sterminio in massa, e ancor pi quelle impegnate nelle strutture genocide meno famigerate. Questo libro non si concentra sui tedeschi che operarono nei campi della morte, n sugli assassini da tavolino, n su chi stava ai margini della categoria dei realizzatori del genocidio perch, come chiariremo, non sono queste le persone pi importanti dal punto di vista analitico, nonostante la loro enorme rilevanza storica. I campi di concentramento - non tanto, per, il personale che li gestiva sono stati oggetto di una vasta letteratura (5); le altre strutture, invece, fino a tempi recenti hanno purtroppo ricevuto scarsa attenzione analitica (6): solo nel 1981 uscita una buona monografia sulle "Einsatzgruppen" (7), che pure dice ben poco sugli uomini che vi prestarono servizio. Uno studio sistematico sui tedeschi che controllavano i ghetti continua a mancare, e i ghetti stessi rimangono territorio esclusivo dei memorialisti e di chi si occupa della vita dei loro abitanti ebrei (8). Fino a tempi recentissimi la "Ordnungspolizei" (ORPO, Polizia d'ordine) stata a malapena menzionata nella letteratura, sebbene i suoi uomini abbiano contribuito alla morte di milioni di ebrei; la prima monografia su uno dei rami in cui era ripartita, i battaglioni di polizia, uscita da poco, ma in buona parte limitata alle vicende di un unico reparto (9); del secondo ramo, la "Gendarmerie", che fu anch'essa tra i protagonisti del genocidio, la letteratura esistente ci dice ben poco. Un contributo importante al massacro stato dato da uomini e donne appartenenti alle varie amministrazioni e istituzioni civili tedesche che operavano in diversi paesi, soprattutto in Polonia, ma anche di loro ci si dimenticati; e le grandi aziende tedesche e il relativo personale meritano a loro volta uno studio ben pi approfondito di quanto abbiano ricevuto fino a oggi (10). Solo negli ultimi anni abbiamo cominciato a sapere di pi delle imprese genocide dell'esercito tedesco, ma siamo ancora a un livello troppo generico (11).

Gli uomini e le donne che tiranneggiavano gli ebrei nei campi di lavoro sono rimasti senza volto, e persino il personale delle S.S. e dei loro diversi corpi di sicurezza richiede uno studio pi vasto e approfondito (12). Questa breve rassegna delle strutture che impongono ricerche ulteriori non indica soltanto quanto poco sappiamo dei realizzatori dell'Olocausto, ma anche il gran numero di strutture e persone che furono coinvolte nel genocidio. Con qualche esagerazione, si potrebbe sostenere che in pratica tutte le strutture tedesche nell'Europa orientale occupata, e soprattutto in Polonia, si prestarono a favorire gli eccidi. Contando anche i membri dell'esercito che se ne resero complici, il numero delle persone impiegate da queste strutture era nell'ordine dei milioni: fu un'operazione di dimensioni spropositate. Anche il numero dei realizzatori diretti fu altissimo (13): i tedeschi che parteciparono all'immenso sistema di sottomissione violenta in cui vissero e morirono ebrei e non ebrei furono centinaia di migliaia. Se includiamo coloro che utilizzavano e reclutavano la manodopera degli schiavi (pi di 7,6 milioni nel Reich, nell'agosto 1944) (14), i tedeschi che si resero colpevoli di gravi delitti si potrebbero contare a milioni. Di questi i realizzatori diretti dell'Olocausto (nell'accezione che abbiamo scelto di utilizzare) furono certamente pi di centomila, ma non sorprenderebbe scoprire che superavano il mezzo milione. Qualche cifra sulle strutture del genocidio e il personale che vi era impiegato pu bastare, per quanto incompleta, a far capire le dimensioni del sistema di distruzione allestito dai tedeschi. Un recente studio su tutti i diversi campi (compresi i ghetti) ne ha identificati con certezza 10005, ma si sa bene che ne esistevano molti altri, ancora non scoperti (15). Di quei diecimila, entro i confini odierni della sola Polonia c'erano 941 campi di lavoro forzato destinati specificamente agli ebrei. Altri 230 campi speciali per gli ebrei ungheresi furono allestiti sul confine austriaco. I tedeschi crearono 399 ghetti in Polonia, 34 nella Galizia orientale e 16 nella piccola Lituania. Da soli, quindi, i campi di lavoro e i ghetti riservati agli ebrei di cui siamo a conoscenza erano pi di 1600. A questi si devono aggiungere i 52 grandi campi di concentramento, con un totale di 1202 sottocampi ("Aussenlager") (16).

Non conosciamo il numero dei tedeschi che costituivano il personale di ognuno di questi campi e ghetti: la sola Auschwitz, con i suoi 50 sottocampi, impieg in diversi momenti 7000 guardie (17). Nell'aprile 1945 Dachau impiegava 4100 tra guardie e amministratori, e nello stesso periodo il personale tedesco di Mauthausen e dei suoi sottocampi contava pi di 5700 persone (18). Secondo una stima, in un sottocampo occorrevano 50 guardie per 500 prigionieri, un rapporto di uno a dieci (19). Se vogliamo applicare questo rapporto ai pi di diecimila campi tedeschi, coi loro milioni di internati, o anche al numero pi esiguo dei campi in cui erano rinchiusi gli ebrei, evidente che il personale addetto alla gestione del sistema di distruzione raggiunge cifre sbalorditive. Passiamo ora alle strutture mobili: le "Einsatzgruppen" cominciarono con 3000 uomini (20), con una certa rotazione del personale. L'inventario dei ruoli dei reparti conservato alla Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen zur Aufklrung nationalsozialistischer Verbrechen in Ludwigsburg (Z.S.t.L., Ufficio centrale amministrativo della giustizia regionale per l'indagine sui crimini del nazionalsocialismo di Ludwigsburg) assegna loro pi di 6000 effettivi. I 38 battaglioni di polizia dei quali ho accertato la partecipazione al genocidio degli ebrei d'Europa contavano 19 mila uomini, ma ne utilizzarono probabilmente di pi, tenendo conto delle rotazioni di personale (21). Nell'Unione Sovietica dal 1941 al 1943 furono impiegate nel massacro degli ebrei tre brigate S.S., in tutto 25 mila effettivi al comando diretto di Himmler (22). Al genocidio contribuirono, nelle loro diverse funzioni amministrative, migliaia di altri tedeschi ignoti: funzionari delle ferrovie, soldati dell'esercito, uomini della polizia e di altri corpi di sicurezza che deportarono gli ebrei dalla Germania e dall'Europa occidentale, e i tanti che fecero quanto poterono per liquidare gli schiavi ebrei che lavoravano ai loro ordini negli impianti produttivi. Lo schedario ("Einheitskartei") del Z.S.t.L. che cataloga gli appartenenti alle diverse strutture genocide conta 330 mila voci individuali e contiene informazioni su 4105 strutture coinvolte, o sospettate di coinvolgimento, nei crimini nazisti (non soltanto nei confronti degli ebrei). Se si tiene conto delle persone al corrente dell'impresa genocida che costituivano quelle strutture e svolgevano quelle funzioni, nonch della gente impegnata nel pi generale sistema di coercizione - delle cui enormi dimensioni i diecimila campi sinora identificati non sono che un indizio -

impossibile evitare di concludere che il numero dei tedeschi che si resero complici della natura fondamentalmente criminale del regime, o pi genericamente che ne erano al corrente, fu sbalorditivo. Eppure di loro sappiamo pochissimo. Le strutture della morte erano organizzate in modi diversi e perseguivano i loro obiettivi con differenti procedure; altrettanto diversificati erano dunque gli ambienti in cui operavano i realizzatori, i contatti con le vittime, la routine di lavoro. A dispetto di tante distinzioni, le accomunava comunque un elemento cruciale: il fatto di essere organismi che gestivano, e talvolta ospitavano, degli esseri considerati dai tedeschi come morti alla societ, e insieme malvagi, potenti, pericolosi. Questi due (per i tedeschi) dati di fatto concernenti gli ebrei - il primo dei quali sanciva uno status formale, il secondo rimandava a una teoria sociale che proponeva anche la soluzione al problema - diedero forma alle strutture della morte allo stesso modo in cui la progettazione architettonica organizz le loro sedi fisiche.La morte sociale uno status formale. Secondo Orlando Patterson, consiste nel sottomettere con la violenza persone aliene per nascita e indegne agli occhi di tutti. Si tratta a un tempo di una concezione del socialmente morto condivisa a livello culturale, e di un insieme di azioni pratiche nei suoi confronti. I due aspetti sono inseparabili e interdipendenti. Coloro che sono morti per la societ vengono considerati privi di alcuni attributi sostanziali dell'essere umano e immeritevoli delle essenziali tutele sociali, civili e giuridiche. I socialmente morti sarebbero incapaci di dignit, e dunque la societ gliela nega, trattandoli in modo tale da escludere persino la possibilit che la dignit civile venga loro riconosciuta, possibilit che condizione dell'appartenenza a pieno titolo a una comunit sociale. Poich si tratta di esseri socialmente indegni, gli oppressori non riconoscono loro molti diritti comunitari elementari, compreso soprattutto il diritto al rispetto dei legami familiari costituiti: questa violazione si fonda sull'alienazione per nascita. Quei legami non vengono quindi riconosciuti come tali, sicch gli oppressori si ritengono in diritto di separare in modo definitivo le famiglie con la medesima indifferenza con cui separerebbero degli aspiranti a un posto di lavoro capitati per caso ad attendere sullo stesso marciapiede. Perch coloro che sono morti per la societ rimangano tali, gente indegna agli occhi di tutti e aliena per nascita, gli oppressori devono sottometterli con la massima violenza o con la minaccia di farvi ricorso.

La morte sociale dunque uno status formale che denota chiunque subisca quelle tre forme estreme di privazione di diritti sociali. La categoria pi nota, per la quale stato coniato il termine, quella degli schiavi, ma tanti altri nella storia sono entrati a far parte dell'universo della morte sociale (23). Gli schiavi sono persone socialmente morte che per, nella maggioranza delle societ schiaviste, vengono concepite come esseri umani, e che hanno un preciso, e cospicuo, valore materiale. Nella Germania nazista gli ebrei erano persone socialmente morte soggette a dominazione violenta, aliene per nascita e ritenute incapaci di dignit - che non facevano parte del genere umano e alle quali non veniva attribuito il bench minimo valore materiale. Nella storia gli schiavi non sono stati necessariamente considerati malvagi, o moralmente depravati; anzi, in genere avvenuto il contrario. Per la maggioranza dei tedeschi, invece, gli ebrei erano entrambe le cose. Agli schiavi, concepiti in genere come persone utili e moralmente neutre, si chiedeva di obbedire e lavorare; agli ebrei, concepiti dai tedeschi come malvagi distruttori dell'ordine morale e sociale, si chiedeva di soffrire e morire. Gli schiavi dovevano essere nutriti in modo adeguato e tenuti in buona salute, perch potessero produrre; gli ebrei venivano affamati perch perdessero le forze fino a morire. La morte sociale riguardava entrambe le categorie, ma i rispettivi oppressori ne avevano una concezione ben diversa, e ben diverso era dunque il trattamento che a esse riservavano. Per un aspetto (di importanza decisiva), gli schiavi non subivano una morte sociale assoluta - per quanto tale concetto sia stato creato per definire lo schiavismo -, perch da loro dipendeva il livello produttivo, e persino la dignit, delle societ schiaviste. Inoltre spesso accaduto che gli schiavi vivessero all'interno di quelle societ, e che alcuni, se non molti, avessero rapporti e legami sociali con gli oppressori, non escluse le relazioni pi intime, di amore. Gli ebrei, invece, erano davvero morti per la societ. A loro i tedeschi non chiedevano nulla, se non di soffrire e morire; non ammettevano di dover dipendere dalla loro produzione, non accettavano la convivenza con loro, tentavano in ogni modo di evitare di avere rapporti sociali con loro (e cercavano persino di separarli dalla maggioranza degli altri popoli inferiori, come i polacchi). La differenza tra gli schiavi in qualsiasi epoca storica e gli ebrei in epoca nazista non data dallo status formale della morte sociale, che

condividevano, bens dalla concezione che di loro avevano i rispettivi oppressori: era la cognizione dell'oppressore a determinare la qualit della persona morta per la societ. Che vi siano persone che altre considerano morti per la societ ci dice quindi molto, ma ancora troppo poco circa il trattamento che esse ricevono dagli oppressori. I modelli cognitivi culturali che gli oppressori applicano ai socialmente morti improntano in misura decisiva le misure concrete che prenderanno. E dato il modello cognitivo culturale degli ebrei prevalente fra i tedeschi, era praticamente inevitabile che le strutture destinate a rinchiuderli e controllarli sarebbero divenute luoghi di disperazione senza fine e, a tempo debito, di morte. La gamma di quelle strutture era vasta, e dunque non sar possibile esaminarle tutte in dettaglio. Una di esse comunque, il "Lager", il campo, merita di essere trattata in termini generali perch per molti versi fu la struttura paradigmatica del genocidio. E fu anche, non certo per caso, la struttura paradigmatica della Germania nel periodo nazista: in ci il campo, spesso chiamato genericamente, e non del tutto correttamente, campo di concentramento, non ebbe rivali degni di nota. Fu emblematico perch tanti suoi elementi caratteristici erano simboli e rappresentazioni dei tratti salienti della Germania di allora, e perch proprio nei campi si realizzavano taluni aspetti fondamentali della rivoluzione nazista. Il campo era il luogo in cui pi chiaramente si esprimeva il carattere della futura Europa nazificata. Che cos'era un campo, e quali erano gli elementi costitutivi dell'universo del "Lager"? Un campo (che era altra cosa rispetto a una prigione) era un reclusorio che ospitava in forma permanente o semipermanente ebrei e non ebrei, e che in sostanza non era sottoposto al controllo della legge. Come ben sapeva la popolazione tedesca, i campi erano le nuove strutture speciali del regime, destinate al conseguimento degli speciali obiettivi di cui ora diremo, obiettivi diversi da quelli di una prigione, cos come le S.S. erano diverse dall'esercito guglielmino. Questa particolarit era comune a tutti i tipi di campi creati dai tedeschi, per quanto diversi fossero i loro obiettivi e l'identit di chi li occupava: campi attrezzati per lo sterminio, campi di concentramento, campi di lavoro, campi di transito, ghetti... per fare solo qualche esempio (24).

Il campo fu la prima grande innovazione strutturale caratterizzante dopo l'ascesa al potere di Hitler: fu l'atto creativo simbolico del nazismo, il primo segnale della sua enorme potenzialit distruttiva. Nel marzo 1933 il regime apr una serie di campi provvisori per rinchiudere le 25 mila persone rastrellate in seguito all'incendio che aveva distrutto il Reichstag, soprattutto comunisti, socialdemocratici e sindacalisti. Il 20 marzo Himmler convoc una conferenza stampa per annunciare l'istituzione, a Dachau, del primo campo di concentramento ufficiale, destinato a contenere 5000 prigionieri. Il regime, tutt'altro che propenso a dissimulare le sue violenze, non faceva nulla per nascondere la nascita della nuova struttura (25). Anche sul piano delle dimensioni - ed fatto ancor pi significativo - il campo fu la pi importante innovazione strutturale del periodo nazista. Basta il numero dei "Lager" costruiti, controllati e gestiti dai tedeschi e disseminati in tutto il continente europeo, ma soprattutto nell'Europa orientale (pi di diecimila), per lasciarci interdetti. La sola Polonia, sede principale del genocidio degli ebrei, e regione che i tedeschi stavano trasformando in un'immensa azienda a conduzione schiavistica, ne comprendeva pi di 5800. Diversamente da quanto peraltro induce a pensare buona parte della letteratura, il regime non fece alcun serio tentativo per risparmiare al popolo tedesco la vista di quelle strutture di violenza, oppressione e morte. Nella stessa Germania, davanti agli occhi del suo popolo, cre una gigantesca rete di campi che copriva l'intera nazione: un'infrastruttura criminale della sofferenza che fu componente altrettanto intrinseca alla natura della Germania negli anni Quaranta quanto ogni altro aspetto strutturale del paese; e che pure non bast per delegittimare il regime. Non sappiamo quanti fossero i "Lager" in Germania, perch non esistono ricerche che lo stabiliscono. Si sa che nella piccola Assia ben 606 campi - uno per ogni 90 chilometri quadrati dell'intero territorio - attribuivano un'aura apocalittica a tutto il panorama fisico e sociale (26).La stessa Berlino, capitale e vetrina del paese, ne ospitava 645, contando soltanto quelli di lavoro forzato (27). Sarebbe interessante calcolare quale fosse la distanza fisica media che separava ogni tedesco dal campo pi vicino, e quale fosse il punto della Germania pi distante da uno qualsiasi di essi. Questo allucinante sistema detentivo - che rinchiudeva, controllava, tormentava, sfruttava e uccideva milioni di persone innocenti, del tutto incapaci di costituire una minaccia fisica o militare - fu la maggiore creazione istituzionale della Germania nel periodo nazista.

La maggiore non soltanto per l'enorme numero degli impianti, per i milioni di persone che soffrirono in quell'universo, dei tedeschi e dei loro scherani che lavoravano nei e per i campi, ma anche perch costituiva un sottosistema sociale completamente nuovo. Secondo varie interpretazioni, le societ industriali moderne sono composte da pi sistemi diversi (28). In genere si ritiene che si tratti di sistemi politici, sociali, economici e culturali, i cui confini sono talvolta difficili da determinare con precisione, e ognuno dei quali interagisce con gli altri pur conservando proprie organizzazioni, modalit organizzative generali, norme direttrici (formali e informali) e modelli di comportamento. Da ognuno di questi sistemi dipendono altri sottosistemi. Nel periodo nazista, per la prima volta in Europa occidentale (l'Unione Sovietica aveva il Gulag), la Germania cre un nuovo sistema sociale a s stante: quello dei campi, distinto dagli altri in quanto dotato di strutture proprie, di una propria particolare organizzazione, di proprie norme direttrici altamente caratterizzate e di altrettanto caratteristici modelli di comportamento. Il sistema dei campi non poteva essere sussunto in alcun altro sistema sociale, e non ha senso considerarlo se non come dimensione a s stante. Negli anni Quaranta fu a un tempo parte integrante della vita tedesca e dimensione nettamente separata dagli altri sistemi sociali, in buona misura perch ospitava e sottoponeva a oppressione violenta una popolazione che in essi non aveva alcun posto (se non, in qualche caso, come manodopera servile economicamente produttiva). Il sistema dei campi era tanto diverso dalle strutture di tutte le altre dimensioni della societ tedesca, i presupposti sui quali si fondava e che indirizzavano la sua azione erano in cos forte contrasto con quello che in Germania passava allora per normale, che pur essendo parte integrante della natura della Germania nazista esso rimase un universo a s. Il mondo dei campi fu la creazione istituzionale pi vasta, pi originale e pi significativa della Germania negli anni del nazismo; la sua diversit rispetto a ci che lo circondava era tanto pronunciata e profonda che chi vi abitava avrebbe ben potuto pensare di vivere su un altro pianeta. Era un mondo in continua espansione, sempre pi importante, sempre pi organico ai meccanismi della nuova Germania, sempre pi caratterizzante dell'identit del paese. Se il fattore che definisce una democrazia spesso il sistema politico con le istituzioni della rappresentanza e le garanzie di certe libert fondamentali - e non, diciamo, quello culturale, il sistema dei campi fu

senza dubbio, e in misura crescente, uno almeno dei tratti caratteristici della Germania nel periodo nazista. Un sistema che definiva la Germania perch in esso si svolgevano alcune delle sue attivit pi tipiche ed essenziali, perch in esso veniva forgiata e si manifestava chiaramente la vera natura dell'evoluzione di quel regime e di quella societ. La letteratura sui campi ha affrontato in genere l'argomento in termini restrittivi, concentrandosi sui loro aspetti strumentali, in particolare sulla loro funzione di macchine di violenza e di luoghi di produzione economica (29). Se invece consideriamo il mondo dei campi come un "sistema" della societ tedesca, diviene evidente la necessit di una concettualizzazione pi sfaccettata. Occorre prendere in esame la vera natura di quel mondo, insieme con tutti i diversi scopi strumentali ai quali fu destinato, e con i comportamenti di libero sfogo degli istinti che si verificavano al suo interno. Il sistema dei campi presentava quattro caratteristiche principali: 1) era un mondo in cui i tedeschi portavano a termine determinati compiti violenti e perseguivano una serie di obiettivi concreti; 2) era il luogo della pi libera espressione di s, dove i tedeschi non erano impastoiati dalle restrizioni borghesi che il nazismo stava rapidamente superando con la sua morale anticristiana; 3) era un mondo in cui i tedeschi rimodellavano le vittime sull'immagine che avevano di loro, confermando cos la propria visione del mondo; 4) era un mondo rivoluzionario, in cui si realizzavano con il massimo zelo la trasformazione sociale e la trasmutazione di valori che stavano al centro del programma nazista. Dei primi tre tratteremo ora; del quarto nell'Epilogo. La prima caratteristica del sistema dei campi era data dagli evidenti obiettivi strumentali ai quali era destinato, obiettivi di cui erano al corrente tutti i tedeschi che vi prendevano parte (e milioni di altri che ne erano estranei), e che sono l'aspetto pi spesso trattato dalla letteratura sull'argomento: l'eccidio sistematico dei nemici designati, soprattutto gli ebrei, la riduzione in schiavit di persone, prevalentemente subumane, per profitto economico, e l'incarcerazione e la punizione dei nemici della nuova Germania. Al vertice del sistema c'erano i campi di sterminio di Auschwitz, Belzec, Chelmno, Sobibr e Treblinka. Qui i tedeschi costruirono strumenti di sterminio per annientare gli ebrei d'Europa, la stragrande maggioranza delle vittime, e li ammazzarono a centinaia di migliaia.

Come funzionassero le camere a gas e i forni crematori cosa ben nota, e non occorre soffermarvisi ancora (30). Ma i tedeschi operarono massacri in massa anche in altri "Lager", diversi da quelli che poi divennero noti come campi della morte. Dopo l'inizio del 1942 l'intero sistema dei campi divenne letale per gli ebrei: che li ammazzassero subito nelle camere a gas di un campo di sterminio, o che li facessero morire di fatica e di fame in campi non costruiti espressamente per lo sterminio (quelli di concentramento o di lavoro), il loro tasso di mortalit fu sempre a livelli genocidi, e sempre di gran lunga superiore a quello di altri gruppi che stavano rinchiusi al loro fianco. Una volta avviato il programma genocida, la distinzione tra i campi di sterminio (allestiti dai tedeschi espressamente per uccidere "gli ebrei") e agli altri campi divenne per gli ebrei - bench non per altri popoli puramente accademica. A Mauthausen tra la fine del 1942 e il 1943 il tasso mensile di mortalit degli ebrei fu del cento per cento. Formalmente Mauthausen non era un campo di sterminio e di fatto non lo fu per i non ebrei, il cui tasso di mortalit alla fine del 1943 era al di sotto del due per cento (31). I campi che ospitavano ebrei lo facevano in via temporanea, perch i tedeschi avevano destinato tutti gli ebrei alla morte. Poteva variare il tasso relativo dello sterminio, non l'obiettivo. Se l'uccisione di gruppi predestinati il pi impressionante dei compiti che spettavano ai campi, non fu certo l'unico e nemmeno il principale obiettivo del sistema. In un'economia di guerra bisognosa di braccia, il sistema dei campi divenne soprattutto il mondo dello sfruttamento economico di milioni di schiavi. La schiavit era in perfetta armonia con la cosmologia e il modello di umanit dominanti in Germania, fondati sulla diseguaglianza nel valore morale e nelle capacit dei popoli. Quasi tutti gli schiavi erano slavi, popoli che nell'ideologia nazista, e secondo una teoria diffusissima in Germania, erano esseri inferiori, subumani, destinati appunto allo sfruttamento. Per lo pi i tedeschi li detenevano nel sistema dei campi (molti furono anche assegnati alle aziende agricole nella campagna tedesca), anche se il settore formalmente denominato di concentramento ne assorb soltanto una percentuale ridotta - 750 mila persone nel momento culminante - dei milioni che furono rapiti, imprigionati e costretti a lavorare in condizioni che nella migliore delle ipotesi erano difficili, nella peggiore micidiali (32).

Se l'annientamento e l'asservimento per la produzione economica erano gli scopi prioritari del sistema, non erano certo gli unici. I campi venivano usati per incarcerare gli oppositori tedeschi del nazismo e i non tedeschi che si battevano contro l'occupazione. In Germania come nei paesi occupati, il sistema serviva come struttura del terrore: tutti conoscevano l'orrenda sorte che attendeva chi, per le sue azioni o per la sua identit, vi fosse precipitato. Lo spettro del campo di concentramento instill un timore paralizzante in molti esponenti di quella piccola minoranza di tedeschi che si sarebbero potuti opporre attivamente all'oppressione nazista. Indipendentemente dagli aspetti del genocidio e dello sfruttamento, il sistema dei campi era dunque un'istituzione carceraria, di pena e di terrore, utilizzata per garantire il predominio della Germania sui popoli assoggettati e sull'esigua minoranza di tedeschi che, dopo i primissimi anni, aspiravano ad abbattere il regime nazista. Per i tedeschi che lo dirigevano, il sistema dei campi non fu per soltanto uno strumento per conseguire questi dichiarati obiettivi: fu anche - ed questo la sua seconda caratteristica, anche se non fu mai esplicitata e per molti, forse per la maggioranza, nemmeno concettualizzata in questi termini - un mondo senza freni, un mondo in cui chi comandava poteva esprimere con le parole e con i fatti le sue pulsioni pi barbare, assaporando fino in fondo il piacere e la soddisfazione psicologica del dominio sugli altri. Ognuna delle guardie tedesche era padrona indiscussa, incontrollata, assoluta degli internati. Poteva dar libero sfogo a qualsiasi impulso, degradando, torturando o uccidendo i prigionieri a proprio piacimento, senza timore di subirne le conseguenze. Poteva concedersi orgiastiche manifestazioni di crudelt, gratificando le sue pi basse pulsioni aggressive e sadiche. I campi divennero quindi strutture nelle quali i tedeschi potevano dare libera espressione a ogni comportamento dettato dall'ideologia o dall'impulso psicologico, usando il corpo e la mente degli internati come strumenti di lavoro e come oggetti di gratificazione. Era un mondo senza legge, in cui i tedeschi potevano sfogare il loro odio profondo, esercitando una signoria assoluta sugli inferiori e sui nemici e applicando liberamente la morale nazista della violenza spietata sui subumani. Ma l'annullamento di ogni restrizione al libero sfogo degli impulsi e la gratificazione che i tedeschi ne ricavavano non erano soltanto espressione dei pi bassi istinti che possano albergare nella mente di un uomo. Certo, il

sistema dei campi non soltanto autorizzava, ma promuoveva quel genere di tendenze; il trattamento riservato agli internati era per determinato dalla diversa concezione che i tedeschi avevano delle varie categorie di vittime, che costituiva per loro il criterio di misura dello sfogo degli istinti aggressivi o sadici. All'interno del sistema dei campi il trattamento degli internati fu alquanto differenziato, variando in durezza e brutalit sulla base delle teorie, ufficiali o informali, circa il valore relativo delle diverse razze. Gli europei occidentali ricevevano il trattamento migliore, seguiti nell'ordine da quelli del Sud, poi - con un notevole distacco - dai polacchi, dai russi e dagli altri slavi dell'Est e infine dagli zingari, che tra i non ebrei subivano la sorte pi crudele (33). Quanto agli ebrei - considerati come incarnazioni del diavolo -, venivano trattati in modo tanto orrendo da non consentire paragoni con gli altri. Indipendentemente dallo scopo, dall'organizzazione e dalle attivit di un dato campo, gli ebrei, se pure si trovavano strutturalmente nelle medesime condizioni degli altri internati, soffrivano immancabilmente pi di tutti: un fatto sempre rilevato dai sopravvissuti, ebrei e non ebrei (34). Il sistema dei campi era un mondo in cui non valevano le regole e i costumi morali che reggevano la normale societ tedesca. In quel nuovo mondo il tedesco e la tedesca nazisti potevano trattare i non tedeschi cos come pareva loro giusto, in base alla concezione ideologica che avevano delle vittime, e ai pi bassi e profondi impulsi personali. Il nazismo, nel mondo dei campi, lasciava loro mano libera. La terza caratteristica fondamentale del sistema era data dalla sua trasformazione delle vittime in conformit all'immagine che i nazisti avevano di loro. Poich i tedeschi miravano a trasformare gli internati dei campi in un popolo di iloti, non sorprende che facessero di tutto per disumanizzarli. Privavano i prigionieri della loro individualit, sia perch cos diventava pi facile trattarli con brutalit, sia perch lo ritenevano giusto, conforme all'ordine morale del mondo: per i tedeschi i prigionieri non meritavano quel rispetto elementare che comporta il riconoscimento della personalit individuale. Rasavano loro i capelli, per trasformarli ancor pi in una massa indistinta; senza capelli, e in condizioni di estrema denutrizione, diventa infatti quasi impossibile distinguere una persona dall'altra. Quasi mai si presero la briga di conoscere i nomi degli internati; ad Auschwitz si negava persino l'esistenza di quei nomi - segno di umanit - e

si tatuava su ognuno un numero che, con l'eccezione di pochi privilegiati, diventava l'unico elemento di identificazione usato dal personale del campo. Ad Auschwitz non c'erano Mos, Ivan o Lech, ma solo internati con numeri come 10431o 69771. Disumanizzare le persone privandole della loro individualit, facendo di ciascuna, agli occhi degli aguzzini, soltanto uno dei tanti corpi in una massa indistinta, costituiva per i tedeschi il primo passo nella costruzione della categoria dei subumani. Gli internati del sistema dei campi venivano precipitati in condizioni fisiche, mentali ed emotive di disperata miseria, assai peggiori di quanto non si fosse visto in Europa da secoli. Negando alla popolazione dei campi un'alimentazione adeguata, e anzi riducendo molti alla fame, costringendoli a fatiche sfiancanti con orari impossibili, fornendo loro abiti e alloggi del tutto insufficienti, per non parlare dell'assistenza medica, e infliggendo loro violenze costanti nel corpo e nella mente, i tedeschi riuscirono a far s che molti internati assumessero l'aspetto - compresi le ferite infette e i segni delle malattie - e i comportamenti confacenti alla subumanit che veniva loro attribuita (35). La violenza sfrenata del sistema dei campi aveva due obiettivi principali. Il primo, di cui si detto, consisteva nella sua natura di sfogo espressivo, di mezzo di gratificazione per il nuovo tedesco. Il secondo consisteva nel contributo che essa doveva dare alla ricostruzione dell'immagine dei prigionieri. La violenza che questi subivano confermava per molti versi nei tedeschi la convinzione della loro subumanit. In quanto li feriva, la violenza marchiava i corpi degli internati con un richiamo costante alla loro abiezione e li indeboliva ancor di pi, aggiungendosi agli effetti disumanizzanti della denutrizione, dell'esposizione alle intemperie e della fatica. E da quella violenza derivava anche una pletora di conseguenze psicologiche. Generava terrore, inducendo i prigionieri a umiliarsi alla presenza dei loro signori tedeschi, a umiliarsi come nessuno farebbe mai di fronte a un suo pari. La vista - frequente, nei campi di un uomo che subisce un brutale pestaggio senza nemmeno alzare una mano per difendersi (era espressamente vietato) non poteva che confermare nei tedeschi la convinzione che quelle creature fossero del tutto prive di dignit, che non fossero esseri umani degni di rispetto e di considerazione morale.

I tedeschi modificarono quindi i nomi, i corpi, lo spirito, il comportamento sociale, le condizioni stesse di vita di chi stava nel mondo dei campi, trasformando costoro in esseri che dovevano soltanto faticare, soffrire e, per alcuni gruppi, morire. In un processo di autogratificazione, crearono degli esseri che a loro sembravano davvero subumani, in quanto privi di una serie di attributi essenziali dell'uomo. In quel mondo, quindi, si potevano vedere non soltanto i nuovi tedeschi, ma anche i nuovi subumani del futuro, in cui i tedeschi, se avessero vinto la guerra, avrebbero trasformato i popoli dell'Est europeo. - Conclusione. La trasformazione del sistema dei campi, dalle origini modeste ma di sinistro auspicio al traguardo di vero e proprio nuovo sistema della societ tedesca, rispecchi nel suo evolversi la messa in opera dei dogmi ideologici fondamentali del nazismo, e in particolare dell'antisemitismo eliminazionista. In un primo momento i campi furono luoghi di tortura e di assassinio episodico, secondo l'estro e il piacere delle guardie: le loro dimensioni erano ancora insignificanti (meno di 25 mila internati in tutto il sistema nel 1939), e cos il loro effetto complessivo, eccezion fatta per la paura che ispiravano agli oppositori del regime e agli ebrei. Inizialmente anche la realizzazione dell'ideologia antisemita eliminazionista fu altrettanto modesta, con provvedimenti in genere non micidiali, che diedero spazio di tanto in tanto a gratificanti esplosioni di violenza omicida, il cui scopo principale stava nel rendere la vita abbastanza difficile agli ebrei da indurli ad andarsene dalla Germania. I campi furono uno strumento importante di questo progetto. Come i provvedimenti eliminazionisti, all'inizio anche le uccisioni nei campi furono episodiche. E come per l'ideologia eliminazionista, quando i tempi maturarono i tedeschi resero operativi i campi di sterminio. Il sistema dei campi crebbe parallelamente all'attuazione delle parti pi apocalittiche del credo nazista: l'evoluzione della politica eliminazionista e l'affermazione dei campi procedettero per logiche coerenti; anche in questo senso il campo fu l'istituzione emblematica della Germania nazista, cos come lo sterminio degli ebrei ne fu l'emblematico progetto nazionale. In quanto tale, e in quanto struttura paradigmatica dell'Olocausto, il campo serve come sfondo per lo studio pi dettagliato di altre strutture della morte.

I battaglioni di polizia, i campi di lavoro e le marce della morte evidenziano in modo diverso gli stessi "aspetti generali" dell'Olocausto che si riscontrano anche nel mondo dei campi. Che i campi fossero tanto numerosi, per esempio, significa che il personale tedesco addetto alla loro gestione era ancor pi numeroso; e ci vale soprattutto per i campi sorti nel territorio della Germania. Una quantit enorme di gente comune, tedeschi che non avevano alcuna affiliazione particolare con le strutture naziste come il partito o le S.S., and a costituirne il personale. Insieme con gli altri tedeschi delle S.S. e del partito, essi uccisero, torturarono e avvilirono gli abitanti involontari dei campi. Ma per quanto rivelatore possa essere il mondo dei campi, il ruolo del popolo tedesco nell'Olocausto e la rilevanza della sua partecipazione si comprendono assai meglio studiando altre strutture del genocidio: quelle costituite in larghissima maggioranza appunto da tedeschi comuni, come i battaglioni di polizia.

NOTE AL CAPITOLO 5 N. 1. Questa definizione dei realizzatori corrisponde approssimativamente a quella usata dai tribunali della Repubblica federale di Germania per stabilire chi fosse perseguibile per complicit nell'eccidio degli ebrei. Una sintetica discussione in proposito in Sentenza contro Wolfgang Hoffmann et al., Landgericht Hamburg (50), 20/66, p. 243. Ci che ci interessa qui la persecuzione, la tortura e il massacro perpetrati dai tedeschi sugli ebrei, non i maltrattamenti e le uccisioni da loro commessi ai danni di altri popoli. La decisione deriva da pi ordini di motivi. Al di l di tutti gli altri atti di brutalit, dei crimini e degli assassinii, gli ebrei occupavano un posto centrale nella visione del mondo dei tedeschi, nell'evoluzione delle loro politiche, nella costruzione delle fabbriche della morte ad Auschwitz, a Treblinka, a Belzec, a Sobibr, a Chelmno; lo stesso non si pu dire per qualsiasi altro gruppo di vittime. Nessun altro popolo, di fatto, occupava tanto spazio nell'immaginario pubblico e privato dei tedeschi, n nelle loro imprese omicide su scala continentale.

Un secondo motivo che induce a considerare separatamente gli ebrei il trattamento sistematicamente peggiore, di cui ora si dir, al quale furono sottoposti. Agli occhi dei tedeschi gli ebrei erano "sui generis", ed dunque opportuno a fini analitici considerarli anche qui allo stesso modo, anche se di tanto in tanto presenteremo qualche confronto esplicativo con altri gruppi di vittime. N. 2. Occorre fare eccezione per quegli individui all'interno delle strutture tedesche di reclusione degli ebrei che si astennero dalla generale brutalit che le caratterizzava, come le guardie capaci di una certa gentilezza, o altri che in realt con gli ebrei non avevano alcun contatto, come qualche cuoco. Confronta Schne Zeiten cit., pagine 8 e seguenti per una diversa concezione dei realizzatori.N. 3. Abbiamo gi motivato la definizione pi estesa; uno dei suoi vantaggi collaterali comunque dato dal fatto che essa coglie un elemento essenziale tanto della Germania che dell'Olocausto: che tante persone ne fossero implicate, collegate e informate. Un'accezione pi ristretta creerebbe differenze eccessive tra, per esempio, i membri dei plotoni di esecuzione degli "Einsatzkommandos" e le guardie che sorvegliavano i ghetti o i treni delle deportazioni. Dopo tutto, i tedeschi non faticavano a passare da un ruolo all'altro; nella stragrande maggioranza dei casi fu la sorte, non un atto di volont, a stabilire chi, nell'ambito di un gruppo socialmente omogeneo di tedeschi, sarebbe entrato o meno a far parte di una delle strutture della morte. E' inevitabile che le definizioni siano persuasive, e occorre quindi garantirsi che quella prescelta lo sia nel modo pi auspicabile e difendibile. N. 4. Non conosco una sola trattazione seria dell'Olocausto che non dedichi attenzione alle camere a gas, ma molte affrontano le fucilazioni in massa degli ebrei e altri aspetti importanti della sua esecuzione in modo approssimativo (con l'eccezione degli eccidi delle "Einsatzgruppen" in Unione Sovietica), o li trascurano del tutto. Anche Raul Hilberg, "The destruction of the European Jews" cit., minimizza quegli eccidi (confronta, per esempio, il suo capitolo sulle deportazioni dalla Polonia). I tedeschi uccisero qualcosa come il 4050 per cento delle loro vittime con mezzi diversi dalla camera a gas, e i realizzatori implicati nei pi diversi contesti in questi eccidi furono assai pi numerosi di quelli che si occupavano delle camere a gas.

Alcune stime in proposito sono in "Encyclopedia of the Holocaust" cit., pagine 461-63, 1799, e Wolfgang Benz, "Dimension des Vlkermords: die Zahl der jdischen Opfer des Nationalsozialismus", Mnchen, R. Oldenbourg Verlag, 1991, p. 17. L'eccessiva attenzione dedicata alle camere a gas va compensata. N. 5. Confronta, rappresentative della vasta letteratura sui campi, le oltre settecento pagine di atti del convegno su "The Nazi Concentration Camps" cit., che dicono ben poco sui realizzatori (fatta eccezione per l'articolo di Robert Jay Lifton sui medici ad Auschwitz). Il recente volume "Anatomy of the Auschwitz Death Camp", a cura di Israel Gutman e Michael Berenbaum, Bloomington, Indiana University Press, 1994, dedica una sezione all'argomento, costituita per soltanto da un profilo sociologico del personale del campo, da un altro saggio sui medici, e da due interventi distinti sul comandante Rudolf Hss e su Josef Mengele. A parte i dati demografici e quelli sul personale, il volume contiene scarse informazioni sui realizzatori, per non dire di un'analisi sistematica delle loro azioni e motivazioni. Esiste qualche importante eccezione all'indifferenza generale sull'argomento: confronta, tra gli altri Adalbert Ruckerl, "Nntionalsozialistische Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse: Belzec, Sobibr, Treblinka, Chelmno", Mnchen, Deutscher Taschenbuch Verlag, 1977, e Hermann Langbein, "Menschen in Auschwitz" cit., pagine 311-522. N. 6. Per un'esame delle strutture della morte, confronta Heinz Artzt, "Mrder in Uniform: Nazi-Verbrecher-Organisationen", Rastatt, Verlag Arthur Moewig, 1987: confronta anche Richard Henkys, "Die Nationalsozialistischen Gewaltverbrechen: Geschichte und Gericht", Stuttgart, Kreuz Verlag, 1964. Su coloro che lavoravano nell'ufficio di Eichmann e presso il ministero degli Esteri, confronta rispettivamente Hans Safrian, "Die EichmannManner" cit., e Christopher R. Browning, "The Final Solution and the German Foreign Office" cit. N. 7. Helmut Krausnick e Hans-Heinrich Wilhelm, "Die Truppe des Weltanschauungskrieges" cit. Una breve trattazione preliminare in Alfred Streim, Zum Beispiel: die Verbrechen der "Einsatzgruppen" in der Sowjet-union, in "N.S.-Prozesse:

Nach 25 Jahrtin Strafoerfolgung", a cura di Adalbert Rckerl, Karlsruhe, Verlag C.F. Mller, 1971, pagine 65-106. N. 8. Confronta, ad esempio, Israel Gutman, "The Jews of Warsaw, 19391943: Ghetto, Underground, Revolt", Bloomington, Indiana University Press, 1989. Un ottimo studio sul ghetto di Varsavia, che per dice ben poco dei tedeschi che lo sorvegliavano. N. 9. Pubblicata di recente (1990), l'"Encyclopedia of the Holocaust" cit. non contiene una voce sui battaglioni di polizia, e ne ha una brevissima e scarsamente utile sulla "Ordnungspolizei". Vi accennano appena opere fondamentali sull'Olocausto quali Raul Hilberg, "The destruction of the European Jews" cit., Lucy Dawidowicz, "The War against the Jews" cit., o il recente e monumentale lavoro di Leni Yahil, "The Holocaust: the Fate of Europenn Jewry, 1932-1945", Oxford University Press, New York, 1990. Yitzhak Arad, "Belzec, Sobibor, Treblinka: the Operation Reinhard Death Camps", Bloomington, Indiana University Press, 1987, tratta dei battaglioni di polizia solo sporadicamente, sebbene i successi dell'"Aktion Reinhard" fossero in buona parte dovuti alla loro partecipazione. Christopher R. Browning, "Ordinary Men" cit., ha dato un grande contribuito alla nostra conoscenza delle attivit genocide dei battaglioni di polizia, ma poich si concentra soprattutto su un unico battaglione non ne fornisce un resoconto sistematico o esauriente. Qualche altro dato, meno interessante, stato pubblicato di recente. N. 10. Negli ultimi anni sono apparse diverse buone pubblicazioni, fra cui Ulrich Herbert, "Fremdarbeiter: Politik und Praxis des AuslnderEinsatzes in der Kriegswirtschaft des Dritten Reiches", Berlin, Verlag J.H.W. Dietz Nachf., 1985; "Europa und der Reichseinsatz: Auslndische Zivilarbeiter, Kriegsgefangene und K.Z.-Hftlinge in Deutschland, 1938-1945", a cura di Ulrich Herbert, Essen, Klartext Verlag, 1991; "Das Daimler-Benz Buch: ein Rstungskonzern im Tausenjahrigen Reich und Danach", Norlingen, ECHO, 1988 (edizioni della Hamburger Stiftung fr Sozialgeschichte des 20. Jahrhunderts); Klaus-Jorg Siegfried, "Das Leben der Zwangsarbeiter im Volkswagenwerk, 1939-1945", Frankfurt am Main, Campus Verlag,1988. N. 11. Confronta Helmut Krausnick e Hans-Heinrich Wilhelm, "Die Truppe des Weltanschauungskrieges" cit.; Omer Bartov, "The Eastern Front, 1941-

1945: German Troops and the Barbarization of Warfare", London, Macmillan, 1985; "Gott mit uns: der deutsche Vernichtungskrieg im Osten, 1939-1945", a cura di Ernst Klee e Willi Dressen, Frankfurt am Main, S. Fischer Verlag, 1989; Theo J. Schulte, "The German Army and Nazi Policies in Occupied Russia", Oxford, Berg Publishers, 1989; Jrgen Frster, Das Unternehmen "Barbarossa" als Eroberungs- und Vernichtungskrieg, in "Militargeschichtlichen Forschungsamt, Das Deutsche Reich und der Zweite Weltkrieg", Stuttgart, Deutsche VerlagsAnstalt, 1983, pagine 413447; Alfred Streim, "Sowjetische Gefangene in Hitlers Vernichtungskrieg: Berichte und Dokumente, 1941-1945", Heidelberg, C.F. Mller Juristischer Verlag; Christian Streit, "Keine Kameraden: die Wehrmacht und die sowjetischer Kriegsgefangenen, 19411945", Stuttgart, Deutsche VerlagsAnstalt, 1978. N. 12. Occorre sapere di pi sulla gente che ader alle S.S., sulla vita nei diversi settori che le componevano, sul loro modo di vedere il mondo, e via dicendo: di loro ci serve una descrizione spessa. Su questo argomento, le due principali opere esistenti sono: Bernd Wegner," The Waffen-S.S.: Organization, Ideology, and Function", Oxford, Basil Blackwell, 1990, e Herbert F. Ziegler, "Nazi Germany's New Aristocracy: the S.S. Leadership, 1925-1939", Princeton, Princeton University Press, 1989. N. 13. Fin dall'inizio della mia ricerca ho deciso che l'elaborazione di una stima attendibile del numero dei realizzatori avrebbe preso pi tempo di quanto potessi dedicarle, alla luce degli altri obiettivi che mi ero posto. Mi sento comunque di poter affermare tranquillamente che fu enorme. La sede di gran lunga migliore per lavorare a questa stima la Z.S.t.L. di Ludwigsburg, che ha coordinato e smistato le indagini e i procedimenti per i crimini nazisti fin dalla sua fondazione, nel 1958. Lo schedario nominativo ("Namenskartei") dello schedario centrale ("Zentralkartei") contiene 640.903 schede (al 2 dicembre 1994) riferite a persone citate o convocate a testimoniare nel corso delle indagini. Lo schedario ("Einheitskartei"), contenente i nomi delle persone la cui appartenenza a una struttura della morte accertata o sospettata, conta 333.082 schede riferite alle 4105 unit e organizzazioni individuate dalle autorit giudiziarie. La tabulazione numerica delle persone effettivamente riferibili alle diverse strutture sarebbe un compito difficile, perch il numero delle schede

dello schedario per unit non pu essere considerato completo n all'interno di ciascuna struttura, n come indicazione generale. Molti elenchi sono lacunosi (spesso in modo grave), e sono numerosi i doppioni, i nomi di realizzatori non tedeschi e quelli di persone che non appartenevano ad alcuna struttura (per la compilazione di una scheda basta che il nome sia stato fatto in una testimonianza). Oltre a questo, occorre considerare che alcune di quelle strutture, e delle persone che ne facevano parte, erano implicate, o sospettate di esserlo, in crimini diversi dalla strage degli ebrei (il cosiddetto programma di eutanasia, per esempio). Anche se non sussistessero i difficili problemi legati alla classificazione degli individui e dei gruppi di individui (dovuti a diversi tipi di carenza di informazione), il semplice calcolo del numero delle persone che appartennero a ciascuna struttura genocida sarebbe un compito assai laborioso e dispersivo. E non si dimentichi che un buon numero di strutture non mai stato sottoposto ad alcuna indagine. N. 14. Ulrich Herbert, "Fremdarbeiter" cit., p. 271. N. 15. Gudrun Schwarz, "Die nationalsozialictischen Lager", Frankfurt am Main, Campus Verlag, 1990, p. 221. Non sappiamo per esempio quanti fossero i ghetti in Bielorussia o in Ucraina (p. 132). Va osservato che le dimensioni dei campi erano assai varie, dall'immenso complesso di Auschwitz a quelli in cui i tedeschi rinchiudevano poche decine di persone. N. 16. Ibid, pagine 221-22, per uno schema di sintesi dei campi appartenenti alle diverse categorie. N. 17. Aleksander Lasik, Historical-Sociological Profile of the Auschwitz S.S., in "Anatomy of the Auschwitz Death Camp" cit., p. 274. Lasik dimostra che una cospicua minoranza era costituita da tedeschi non nati in Germania (pagine 279-81), che si erano votati al nazismo. N. 18. Wolfgang Sofsky, "Die Ordnung des Terrors: Das Konzentrationslager", Frankfurt am Main, Fischer Verlag, 1993, pagine 341-42, note 20,18 (trad. it. "L'ordine del terrore. Il campo di concentramento", Roma-Bari, Laterza, 1995).

19 Ibid., p. 121. N. 20. Confronta Helmut Krausnick e Hans-Heinrich Wilhelm, "Die Truppe des Weltanschauungskrieges" cit., p. 147, per una disamina della loro composizione iniziale. N. 21. Si tratta di una stima prudenziale, perch estremamente probabile che un numero ancora maggiore di battaglioni di polizia partecipasse agli eccidi, e perch i 500 effettivi individuati come la forza media di ogni battaglione sono forse pochi (molti avevano pi uomini, e si deve tener conto delle rotazioni di personale). Di questo, e delle fonti utili a una stima, si discuter nel capitolo 9. N. 22. Yehoshua Bchler, Kommandostab Reichsfhrer-S.S. cit., p. 20, n. 1. Bchler stima in almeno 100 mila gli ebrei uccisi da costoro: possiamo considerarlo un calcolo prudenziale. N. 23. Confronta Orlando Patterson, "Slavery and Social Death" cit., specie pagine 1-14. Il termine morte sociale qui distinto da morte civile, cio il rifiuto o la revoca di determinati diritti civili, come quello di votare. La morte sociale un fenomeno qualitativamente diverso. N. 24. Su due tipologie di campi, confronta Gudrun Schwarz, "Die nationalsozialistischen Lager" cit., pagine 70-73, e Aharon Weiss, Categories of Camps - Their Character and Role in the Execution of the "Final Solution of the Jewish Question", in "The Nazi Concentration Camps" cit., pagine 121-27. N. 25. Confronta Falk Pingel, "Haftlinge unter S.S.-Herrschaft: Widerstand, Selbsthehauptung und Vernichtung im Konzentrationslager", Hamburg, Hoffmann und Campe, 1978, pagine 30-35, sulla fase iniziale dei campi. N. 26. "Die nationalsozialistischen Lager" cit., p. 72. N. 27. Ibid., p. 222. Senza dubbio alcuni di essi erano piuttosto piccoli, e relativamente poco appariscenti. N. 28. Si discute di questo in Daniel Bell, "Die Zukunft der zoestlichen Welt. Kultur und Technologie im Widerstreit", Frankfurt, 1976.

N. 29. Esempi rappresentativi in Konnilyn G. Feig, "Hitler's Death Camps", New York, Holmes & Meier, 1981, e nei saggi contenuti in "The Nazi Concentration Camps" cit. Wolfgang Sofsky ("Die Ordnung des Terrors" cit.) non considera i campi in questa prospettiva troppo strumentale, ma il suo tentativo di analisi ha il grave difetto di estrapolarli dal loro reale contesto, la societ tedesca, trattandoli in genere come episodi da essa isolati. N. 30. Per un esame generale confronta "Nationalsozialistische Massettungen durch Giftgas" cit., pagine 73-204. I ricordi di un ebreo sopravvissuto che lavor nelle strutture di sterminio ad Auschwitz si trovano in Filip Mller, "Sonderbehandlung. 3 Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz", Mnchen, 1979. N. 31. Falk Pingel, "Hftlinge unter S.S.-Herrschaft" cit., p. 186. N. 32. Per questo fuorviante utilizzare campi di concentramento come termine generico, a meno di non dichiarare esplicitamente il riferimento agli altri tipi di campi. I temi qui accennati saranno trattati nei capitoli 10 e 11. N. 33. Wolfgang Sofsky ("Die Ordnung des Terrors" cit., p. 135) lo rappresenta in una tabella, che per crea a sua volta dei problemi sia per la collocazione degli ebrei (come dir nel capitolo 15 essi non erano infatti meri subumani), sia per l'individuazione di un "continuum" vita-morte che invece non tale, bens una serie di valori discreti e mutevoli. N. 34. Di questo si discute in Falk Pingel, "Hftlinge unter S.S.Herrschaft" cit., pagine 91-96, 133-34. N. 35. Per una analisi generale, confronta "Survivors, Victims, and Perpetrators: Essays on the Nazi Holocaust", a cura di Joel E. Dimsdale, Washington, Hemisphere, 1980, capitoli 4-10. Una indagine sulle condizioni e la vita sociale dei prigionieri ad Auschwitz in Hermann Langbein, "Menschen in Auschwitz" cit., pagine 83-128.

Parte terza I BATTAGLIONI DI VOLONTEROSI ASSASSINI

POLIZIA:

TEDESCHI

COMUNI,

"Vorrei anche spiegare che non mi venne mai in mente che quegli ordini potessero essere ingiusti. So bene che tra i doveri della polizia c' anche la protezione degli innocenti, ma allora ero convinto che gli ebrei non fossero innocenti, ma colpevoli. Credevo che, come diceva la propaganda, tutti gli ebrei fossero criminali e subumani, e che fossero loro la causa del declino della Germania dopo la prima guerra mondiale. Il pensiero che ci si dovesse sottrarre o si dovesse disobbedire all'ordine di prender parte allo sterminio degli ebrei non mi pass mai nemmeno per la mente". Testimonianza resa l'8 novembre 1961 da Kurt Mbius, gi membro di un battaglione di polizia in servizio a Chelmno.

Capitolo 6 I BATTAGLIONI DI POLIZIA: AGENTI DEL GENOCIDIO

La "Ordnungspolizei" (Polizia d'ordine) prese parte all'esecuzione dell'Olocausto al medesimo titolo delle "Einsatzgruppen" e delle S.S. Era costituita dalla "Schutzpolizei", dalla quale dipendevano i battaglioni, e dalla "Gendarmerie" (1). I battaglioni furono i reparti della "Ordnungspolizei" pi direttamente coinvolti nel genocidio: diversamente da altri settori del corpo, la loro mobilit ne faceva uno strumento flessibile, adattissimo ai pi diversi impieghi. Il carattere di queste unit e le azioni da loro compiute gettano una luce eccezionalmente chiarificatrice su alcuni aspetti centrali dell'Olocausto. Per valutare la rilevanza dell'apporto dei battaglioni di polizia all'eccidio degli ebrei non occorre conoscere a fondo l'evoluzione strutturale della "Ordnungspolizei" e dei battaglioni stessi nel periodo nazista.

Baster tenere presenti tre aspetti di quei reparti: 1) Un'alta percentuale dei tedeschi che vi appartenevano era costituita da gente di scarse doti, non selezionata per la sua affidabilit militare o ideologica, bens destinata ai reparti in modo spesso del tutto casuale, attingendo al settore meno qualificato della riserva; a volte era persino inabile al servizio militare. E per di pi non veniva sottoposta ad alcun genere di selezione ideologica. 2) Arrivati ai reparti, questi improbabili soldati ricevevano un addestramento inadeguato nell'uso delle armi, nella logistica e nelle procedure, mentre l'addestramento, o indottrinamento, ideologico fu sempre scarsissimo, toccando a volte livelli di superficialit e inefficacia vicini al ridicolo. 3) I battaglioni di polizia non erano strutture naziste. I loro uomini non potevano dirsi nazificati in alcun senso, se non in quanto rappresentanti, nei termini pi generici, della societ tedesca nazificata. La "Ordnungspolizei" pass da un totale di 131 mila uomini alla vigilia della guerra (2) a 310 mila all'inizio del 1943, dei quali 132 mila (42 per cento) riservisti (3). una struttura di sicurezza di tutto rispetto quanto a dimensioni e rilevanza. Al rafforzamento numerico e alle nuove esigenze di sorveglianza dei territori popolati da razze inferiori corrisposero compiti aggiuntivi, come la guerra ai partigiani, la deportazione delle popolazioni e, sebbene i rapporti organizzativi non ne parlino, l'uccisione di civili, nella stragrande maggioranza ebrei; compiti che produssero una struttura radicalmente diversa, nel 1942, rispetto a ci che era stata prima della guerra. Nella organizzazione essa rimase essenzialmente immutata, ma rispetto al 1938 quadruplicarono gli effettivi, e quella che era stata una forza di polizia effettiva, relativamente decentrata, stanziata soprattutto nelle rispettive citt e regioni d'origine, si trasform in una struttura sempre meno professionale, dedita alla dominazione coloniale, i cui reparti erano sparsi nell'intera Europa continentale in mezzo a popoli ostili, con lingue, costumi e aspirazioni diversi. Rispetto a ci che era stata nel 1938, nel 1942 la "Ordnungspolizei", quanto a dimensioni, composizione, attivit e spirito di corpo, era ormai irriconoscibile. I battaglioni di polizia, effettivi e di riserva, rappresentarono il riferimento organizzativo per un gran numero di tedeschi (4) Le unit contavano in media pi di 500 uomini, addetti a un'ampia gamma di compiti nelle regioni occupate e in Germania.

Inizialmente erano costituiti da quattro compagnie pi lo stato maggiore di battaglione, comandato da un capitano o da un maggiore (poi le compagnie furono ridotte a tre). Ogni compagnia era divisa in tre plotoni, a loro volta suddivisi in gruppi di 10-15 uomini. Nel 1939 svolgevano compiti di polizia e di guarnigione, regolavano il traffico, sorvegliavano gli impianti e partecipavano alla deportazione dei civili nelle zone occupate, come in Polonia nel 1940 (5). Inoltre, a seguito di un accordo con l'esercito, in caso di necessit dovevano prender parte alle operazioni militari (e combattere i partigiani dietro le linee). I battaglioni parteciparono alla campagna di Polonia nel 1939, a quella del 1940 in Europa occidentale, e a tutte le battaglie dell'offensiva tedesca contro l'Unione Sovietica. Con l'eccezione forse dell'azione militare vera e propria, questi erano i normali compiti di un corpo di polizia in tempo di guerra. La scarsa attenzione attribuita alle loro esigenze di effettivi, l'armamento leggero, e soprattutto l'addestramento spesso inadeguato stanno a indicare la modesta normalit poliziesca che si pretendeva da loro. Nulla induce a ritenere, a giudicare dai documenti, dalle dichiarazioni e dai comportamenti, che nel 1939 si stesse in qualche modo preparando l'intervento dei battaglioni di polizia nel genocidio. Gli uomini venivano reclutati e addestrati alla meno peggio, a conferma della scarsa considerazione attribuita alla "Ordnungspolizei" nella gerarchia delle forze militari e di sicurezza tedesche (6), nonch dei problemi di personale che la afflissero per tutto il corso della guerra. Nel novembre 1941 il comando della polizia calcolava una carenza di quasi 100 mila uomini (all'epoca il totale degli effettivi non raggiungeva i 300 mila), e un fabbisogno immediato di 43 mila (7). Non potendo attingere alla riserva di uomini pi abili, per far fronte a quelle esigenze che si facevano pressanti la polizia doveva rassegnarsi sempre pi spesso a reclutare gente dal profilo assai meno militaresco (8), accettando anche uomini che avevano superato l'et per prestare servizio, e altri che non erano riusciti ad arruolarsi perch non possedevano i requisiti fisici. Questi compromessi venivano giustificati adducendo le attuali carenze di personale della "Ordnungspolizei" (9). Si raschiava davvero il fondo del barile, esaurendo le ultime riserve disponibili: il Battaglione 83, per esempio, non trovando pi nessuno da

arruolare nella sua citt, Gleiwitz, nella Germania orientale, fu costretto a rinunciare alla ricostituzione completa dei ranghi di una delle sue unit (10). Il regime dunque fece ben poco per fornire alla "Ordnungspolizei" e ai suoi battaglioni uomini particolarmente abili, o che gli avessero dato una prova di fedelt maggiore di quella che poteva venire da un qualsiasi gruppo di tedeschi scelto a caso; e anche l'addestramento di quella gente dimostra che da loro ci si aspettava ben poco. Non erano reclute promettenti: nella maggioranza dei casi non avevano alcuna esperienza militare; molti, come si visto, non corrispondevano ai requisiti fisici e, data l'et, avevano gi una vita familiare e professionale consolidata. Erano perci assai meno manovrabili dei ragazzotti tanto ricercati dalle strutture militari e di polizia: un'esperienza millenaria insegna che i giovani sono pi malleabili, pi facili da trasformare in portatori dello spirito e delle pratiche di un'istituzione. Ci nonostante, bench sul piano operativo le aspettative fossero scarse, nell'addestramento la "Ordnungspolizei" doveva far fronte a un compito immane, reso ancor pi arduo dalla scarsit di tempo, per la pressante esigenza di avviare al pi presto gli uomini al servizio attivo. L'addestramento delle nuove reclute era peraltro affrettato e superficiale al limite della negligenza. Anche quando veniva completato (ma spesso cos non fu) durava solo tre mesi circa, un tempo insufficiente per unit di questo tipo, per le quali prima della guerra era previsto un anno (11). La sua inadeguatezza complessiva viene attestata da un ispettore, secondo il quale sei mesi dopo l'arruolamento un terzo dei riservisti dei Battaglioni di Polizia 65 e 67 ancora non poteva dirsi addestrato (12). Il fatto viene peraltro confermato dalle dichiarazioni rese da molti membri dei battaglioni stessi. Durante il periodo di addestramento, alla preparazione ideologica venivano in genere dedicate due misere ore alla settimana. Le lezioni riguardavano diversi argomenti (pi di uno per volta), elencati nelle direttive per gli istruttori. C'erano molti dei temi ideologici portanti del nazismo (Versailles, la protezione del sangue, l'egemonia del Reich), ma scarseggiava il tempo per poterli trattare a fondo (13). E' improbabile che un'istruzione cos superficiale, che di fatto serviva appena a far conoscere ai nuovi proseliti le leggi che codificavano i principi ideologici, potesse avere effetti maggiori dell'ascolto di un paio di comizi di Hitler, un'esperienza attraverso la quale tutti erano indubbiamente gi passati.

In quelle settimane di addestramento intensivo e spossante, possibile che le misere sedute di enunciazione ideologica servissero pi come momenti di riposo che di indottrinamento (14). L'addestramento ideologico sarebbe continuato per tutta la guerra: per gli uomini dei battaglioni di polizia erano previste sessioni di indottrinamento quotidiane, settimanali e mensili. Quelle quotidiane, da tenersi quanto meno a giorni alterni, servivano per comunicare le notizie politiche e militari; quelle settimanali dovevano dar forma alle opinioni ideologiche e rafforzare il carattere degli uomini; una volta al mese, poi, veniva trattato in modo approfondito un tema specifico di grande attualit ideologica, indicato dall'ufficio di Himmler. A prima vista tutto questo parrebbe costituire una dose massiccia di ideologia, ma nell'arco della settimana prendeva ben poco tempo, ed probabile che, quand'anche fosse stata ammannita nei modi prescritti dagli ordini, i suoi effetti fossero scarsi. L'istruzione quotidiana si limitava a comunicare e interpretare le notizie, e probabilmente riguardava soltanto le vicende militari. Quella settimanale doveva essere articolata in modo da presentare con chiarezza gli obiettivi educativi del nazionalsocialismo. Si suggerivano tre tipi di impostazione: una breve lezione su un'esperienza di guerra, o sulle imprese della "Ordnungspolizei"; la lettura di passi da un libro edificante come "Pflichten des deutschen Soldaten" (I doveri del soldato tedesco); oppure la discussione dei materiali contenuti negli opuscoli didattici delle S.S. Sono istruzioni piuttosto malfatte, che non potevano certo produrre sessioni di indottrinamento particolarmente efficaci. Un'impressione, questa, confermata quando si scopre che a chi doveva tenerle non era richiesta alcuna preparazione particolare: tutte le sessioni non venivano organizzate da insegnanti professionisti ma dagli ufficiali dei battaglioni, digiuni di preparazione didattica. Le sessioni settimanali, momento fondamentale del costante impegno di educazione ideologica, duravano soltanto dai trenta ai quarantacinque minuti e, nei casi in cui disturbassero o ostacolassero la concentrazione e la ricettivit spirituale, potevano essere sospese (15). La "Ordnungspolizei" nel suo insieme, e in particolare la sua riserva, il serbatoio di uomini per i battaglioni, non era un corpo scelto. L'et media degli uomini aveva ben poco di marziale - troppo vecchi, in genere, per una struttura militare - e l'addestramento era inadeguato. Una buona parte delle reclute era riuscita a evitare il servizio militare vero e proprio (nelle S.S. o nell'esercito), il che non era certo indice di una

particolare predisposizione alla disciplina e alle imprese marziali, eccidi compresi. Nei ranghi c'erano molti padri di famiglia, quanto di pi diverso possa esistere, in un'organizzazione militare, dai diciottenni senza alcuna esperienza di vita che si adattano cos facilmente alle esigenze di un esercito. Passato il tempo delle spacconate giovanili, erano uomini abituati a pensare per s: per et, situazione familiare e predisposizione, probabile che i componenti della "Ordnungspolizei", e della riserva in particolare, fossero gente con un'autonomia personale superiore alla norma della Germania nazista. Il corpo, inoltre, non era una struttura "nazista", cio forgiata dal regime a propria immagine. Gli ufficiali non erano nazisti particolarmente accesi, rispetto ai canoni tedeschi dell'epoca, e ancor meno lo era la truppa, n si faceva alcunch per colmare i ranghi con persone particolarmente devote al nazismo. Il fattore ideologico era praticamente assente nel funzionamento quotidiano della "Ordnungspolizei", salvo che, in minima parte, per gli ufficiali in odore di promozione (16). L'organizzazione non discriminava le reclute in base alle loro opinioni, ed improbabile che le scarne istruzioni ideologiche che impartiva potessero intensificare in modo percettibile le convinzioni naziste in chi gi le aveva; quanto poi a convertire chi non era convinto... A confronto con la dieta ideologica quotidianamente ammannita all'intera societ tedesca, quella della "Ordnungspolizei" lasciava alquanto a desiderare. Nei suoi ranghi era accolto chiunque si lasciasse accalappiare: gente che, dati i processi di selezione e la qualit degli aspiranti disponibili, era tutt'altro che ideale per il mestiere del poliziotto e che, messa in gruppo, era sicuramente meno nazificata della media nella societ. La "Ordnungspolizei" non allevava spiriti marziali, n superuomini nazionalsocialisti. L'immagine degli uomini dei battaglioni non era dunque particolarmente indicativa di fede nazista, e la struttura che li inquadrava non li indirizzava volutamente in quella direzione, n tanto meno li preparava al genocidio. Eppure il regime li avrebbe ben presto destinati a quell'incarico scoprendo che, come previsto, i tedeschi della "Ordnungspolizei", gente comune, dotata di un bagaglio culturale che era per lo pi quello allora corrente in Germania, potevano trasformarsi senza fatica in assassini genocidi.

La nostra conoscenza dell'azione dei battaglioni di polizia durante la guerra frammentaria e parziale. Non stata pubblicata alcuna indagine, n sistematica n di altro genere, del loro contributo agli eccidi. E' comunque possibile tracciare uno schema generale delle loro operazioni nelle zone occupate (17). Sul piano amministrativo i battaglioni erano sottoposti all'Alto Comando S.S. e polizia (H.S.S.P.F.) della regione in cui operavano, comando dal quale dipendevano tutte le S.S., la polizia e le forze di sicurezza (eccetto i reparti dell'esercito) presenti nella sua giurisdizione (18). Gli ordini relativi alle operazioni di messa a morte venivano trasmessi quasi sempre a voce (direttamente o per telefono); a seconda della natura dell'operazione e dell'identit delle altre strutture eventualmente coinvolte, gli ufficiali e i soldati dei battaglioni di polizia disponevano poi di diversi gradi di autonomia nella scelta delle modalit di esecuzione. Le operazioni potevano richiedere l'intero battaglione, o una sola compagnia, o anche semplicemente pochi uomini. Poich il suo compito principale era la tutela dell'ordine nella zona assegnata (spesso ostile), il battaglione era in genere di stanza in una citt, o distribuiva le sue compagnie a guarnigione di diverse citt e paesi di una regione, che servivano come basi per le sortite nelle zone circostanti. I battaglioni operavano per proprio conto, ma spesso anche in appoggio ad altre forze - l'esercito, gli "Einsatzkommandos", il Servizio di Sicurezza (S.D.) delle S.S., il personale dei campi di concentramento, la "Gendarmerie", l'amministrazione civile tedesca -, in poche parole di tutti gli organi governativi e di sicurezza presenti nelle zone occupate. Poteva capitare che un battaglione rimanesse di stanza nello stesso luogo per parecchio tempo, ma la sua era comunque un'esistenza errabonda, perch le forze di polizia tedesche erano sempre a corto di uomini, e quando occorrevano rinforzi in una data localit accadeva spesso che il vuoto venisse colmato trasferendovi uomini del battaglione di polizia pi vicino. I battaglioni si dedicavano alle pi disparate attivit ma, nella maggior parte dei casi, e per la maggior parte del tempo, non di carattere genocida: normali servizi di polizia, sorveglianza a impianti e edifici, guerra ai partigiani, talvolta persino servizio al fronte a fianco dell'esercito. Ma provvedevano anche ai rastrellamenti, deportavano i civili per trasferirli altrove, li avviavano ai lavori forzati in Germania, o verso uno dei tanti campi, spesso di sterminio. E ammazzavano la gente a sangue freddo, sovente con esecuzioni in massa.

Una volta eseguiti gli ordini della giornata, agli uomini dei battaglioni rimaneva parecchio tempo libero: questo un aspetto della loro vita che non dobbiamo trascurare, pur non sapendo molto in proposito. Per capirli, e per capire le loro azioni, dobbiamo studiare la vita che conducevano in tutti i suoi aspetti, evitando di isolarli dai loro rapporti sociali e di ridurli cos a mere caricature. I tedeschi inquadrati nei battaglioni di polizia non erano individui solitari o oppressi: nei periodi di servizio attivo andavano in chiesa e al cinema, e anche in licenza, praticavano sport, scrivevano a casa. Frequentavano bar e locali notturni, bevevano, cantavano e avevano rapporti sessuali; e parlavano. Come tutti, avevano opinioni sulla vita che conducevano e sul proprio operato; come tutti i dipendenti di un'istituzione militare o di polizia, discorrevano tra loro - in gruppi, in cerchie ristrette, a quattr'occhi - di tutti gli argomenti del giorno, e tra questi naturalmente della guerra, ma anche di quelle azioni omicide che, lo sapevano bene, vinto o perduto che fosse il conflitto, sarebbero divenute il tratto distintivo di quel periodo storico, del loro paese, di quel regime, delle loro vite. Di fatto, mentre si rendevano colpevoli di genocidio, i tedeschi dei battaglioni di polizia conducevano un'esistenza relativamente facile, se non allegra, tranne forse nei brevi intervalli in cui erano impegnati nei massacri. La partecipazione dei battaglioni agli eccidi su vasta scala, al genocidio inizi con l'attacco tedesco all'Unione Sovietica. Le stragi compiute in precedenza da alcuni battaglioni in Polonia non ebbero carattere sistematico, e non rientravano in un formale programma genocida. Gli uomini del Battaglione 9 andarono a colmare, con una compagnia per ciascuno, i ranghi di tre delle quattro "Einsatzgruppen", gli squadroni della morte tedeschi che furono gli agenti principali del genocidio in Unione Sovietica. Le compagnie furono ulteriormente ripartite tra i diversi "Einsatzkommandos" e "Sonderkommandos", sicch tra i 100-150 uomini di ogni "Kommando" il contingente di polizia era costituito da un plotone di 30-40 uomini. Nel dicembre 1941 il Battaglione 9 fu sostituito nelle "Einsatzgruppen" dal Battaglione 3. Gli uomini dei battaglioni erano alle dipendenze operative degli squadroni della morte, e svolgevano i loro stessi compiti e le loro stesse operazioni (19).

Nei territori conquistati dell'Unione Sovietica, le "Einsatzgruppen" ammazzarono pi di un milione di ebrei; e gli uomini dei battaglioni di polizia, quasi tutti riservisti, che stavano al loro fianco, contribuirono a pieno titolo alla strage. I due battaglioni assegnati alle "Einsatzgruppen" non furono gli unici che massacrarono gli ebrei nell'Unione Sovietica. Altri parteciparono all'uccisione di decine di migliaia di persone, a volte in collaborazione con gli squadroni della morte, altre volte per proprio conto. I battaglioni dei Reggimenti di Polizia 10 (45, 303 e 314) e 11 (304, 315 e 320), tutti al comando dell'H.S.S.P.F. della Russia meridionale, parteciparono alla decimazione degli ebrei ucraini (20), mentre i tre battaglioni del Reggimento di Polizia della Russia centrale (307, 316 e 322) lasciarono una scia di morte e distruzione attraverso tutta la Bielorussia (21). Uno dei primi eccidi della campagna genocida scatenata contro gli ebrei sovietici fu perpetrato da un altro battaglione, il 309: pochi giorni dopo l'inizio dell'Operazione Barbarossa, i tedeschi di quel battaglione accesero un immane e simbolico rogo infernale nella citt di Bialystok. Ufficiali e soldati di una almeno delle compagnie del battaglione sapevano, fin dal momento in cui posero piede sul territorio strappato all'Unione Sovietica, della parte che avrebbero dovuto sostenere nella distruzione pianificata degli ebrei (22). Entrato a Bialystok il 27 giugno - la citt, come tante altre, fu presa senza colpo ferire - il comandante del battaglione, maggiore Ernst Weis, ordin il rastrellamento di tutti i maschi ebrei della citt. Bench lo scopo per cui gli ebrei venivano radunati fosse quello di ucciderli, al momento i tedeschi non avevano ordini specifici sulle modalit dell'eccidio. L'intero battaglione prese parte al rastrellamento, che fu effettuato con grande brutalit e gratuita violenza. I tedeschi potevano finalmente scatenarsi senza freni contro gli ebrei. Racconta un sopravvissuto che il reparto era appena entrato in citt che gi i soldati sciamavano ovunque, sparando all'impazzata, forse anche per terrorizzare la gente. Gli spari incessanti erano spaventosi. Tiravano alla cieca, alle case e alle finestre, senza curarsi di colpire qualcuno in particolare. La sparatoria ["Schiesserei"] dur per l'intera giornata (23).

I tedeschi di questo battaglione irrompevano nelle case di persone che non avevano mosso un dito contro di loro, le trascinavano fuori colpendole con gli stivali e i calci dei fucili, poi le uccidevano. Le strade erano disseminate di cadaveri (24). Da ogni punto di vista queste brutalit, questi assassinii per autonoma iniziativa individuale erano del tutto inutili. Perch avvennero, allora? Gli stessi tedeschi, nelle testimonianze rese dopo la guerra, non dicono nulla in proposito. Ma conosciamo episodi rivelatori. Durante il rastrellamento, un ebreo apr di uno spiraglio la porta di casa per veder meglio quella scena gravida di minaccia. Un tenente si accorse della fessura e ne approfitt per sparargli, colpendolo in pieno (25). Gli ordini gli chiedevano soltanto di portare quell'ebreo al punto di raccolta; lui invece prefer sparargli. E' difficile immaginare che questo tedesco fosse in preda a rimorsi morali, mentre con un colpo da maestro colpiva il bersaglio. Un altro gruppo di tedeschi del battaglione costrinse dei vecchi ebrei a ballare: al divertimento che parevano trarre dalla coreografia, i tedeschi aggiungevano il piacere di sbeffeggiare, umiliare e tiranneggiare quegli ebrei, tanto maggiore in quanto si trattava di vecchi, persone anziane che di regola vanno trattate con rispetto e riguardo. Per loro grande malasorte, gli ebrei non riuscirono a ballare a un ritmo abbastanza vivace, e per questo i tedeschi bruciarono loro la barba (26). Nei pressi del quartiere ebraico, due ebrei disperati caddero in ginocchio di fronte a un generale tedesco, implorandolo di proteggerli. Un soldato del Battaglione 309, che aveva assistito alle suppliche, decise di intervenire con quello che considerava il commento pi adatto alla situazione: si apr i calzoni e orin loro addosso. A tal punto erano arrivati tra i tedeschi lo spirito e la prassi dell'antisemitismo che quest'uomo poteva sfacciatamente esibirsi di fronte a un generale per compiere un gesto pubblico di disprezzo praticamente insuperabile. E infatti nulla doveva temere, per quella violazione della disciplina militare e della decenza: nessuno, nemmeno il generale, fece nulla per impedirglielo (27). Altri momenti del massacro di Bialystok furono altrettanto rivelatori. I tedeschi, per esempio, setacciarono un ospedale alla ricerca di pazienti ebrei da uccidere, gente che ovviamente non poteva costituire la bench minima minaccia fisica.

E d'altra parte, a dimostrare che il loro scopo non era l'eliminazione di tutti i nemici della Germania, ma solo del fittizio nemico ebreo, basta il fatto che non manifestarono alcun interesse per i feriti uzbeki dell'esercito sovietico, ricoverati in quell'ospedale (28). Gli uomini del Battaglione 309 ammassarono gli ebrei nella piazza del mercato, nei pressi del loro quartiere. Nel pomeriggio un ufficiale dell'esercito tedesco, indignato per quel selvaggio massacro di civili inermi, aggred con violenza il capitano comandante della Prima Compagnia del battaglione, ordinandogli di rilasciare i prigionieri. Il capitano rifiut di obbedire, sostenendo che l'ufficiale non aveva alcuna autorit su di lui e i suoi uomini, e disse di avere ordini precisi e di volerli eseguire (29). Centinaia di ebrei furono quindi trasferiti dalla piazza in altri luoghi vicini, dove cominciarono le fucilazioni (30). Ma l'eccidio procedeva troppo a rilento, a giudizio dei tedeschi: gli ebrei affluivano nei punti di raccolta nella piazza e di fronte alla sinagoga pi rapidamente di quanto si riuscisse a ucciderli. Cominciavano a essere troppi: occorreva improvvisare su due piedi un'altra soluzione. Privi di ordini precisi sui metodi da impiegare, i tedeschi agirono di propria iniziativa (come tanto spesso avrebbero fatto nel corso dell'Olocausto) escogitando un nuovo procedimento. La sinagoga principale di Bialystok, una struttura squadrata in pietra, sormontata da una cupola, era un simbolo imponente della vita ebraica, la pi grande sinagoga della Polonia. Alla ricerca di un modo per sbarazzarsi della massa di prigionieri radunata all'ombra di quella possente testimonianza della vita del nemico ebreo, i tedeschi adottarono una soluzione che avrebbe distrutto contemporaneamente entrambi, gli ebrei e la loro casa spirituale e simbolica: un'ovvia conclusione, per quelle menti infiammate dall'antisemitismo (31). Dal tempo della Notte dei cristalli i roghi delle sinagoghe erano un motivo ricorrente nell'azione antiebraica, e dunque non occorreva un grande sforzo di fantasia per trasformare quella casa di culto in un mattatoio; anzi, era un tocco di ironia nell'esordio della campagna che i tedeschi sapevano destinata a concludersi con l'estinzione dell'ebraismo. Gli uomini della prima e terza Compagnia del Battaglione 309 spinsero le loro vittime nella sinagoga, con generosi colpi di incoraggiamento ai pi recalcitranti, fino a riempire l'intero edificio.

Gli ebrei, tremanti, cominciarono a cantare e pregare ad alta voce. I tedeschi cosparsero di benzina l'esterno dell'edificio e appiccarono il fuoco; uno di loro gett dell'esplosivo attraverso una finestra, per innescare l'eccidio. Le preghiere degli ebrei si trasformarono in grida. Cos uno dei tedeschi avrebbe poi descritto la scena di cui fu testimone: "Ho visto il fumo che usciva dalla sinagoga; si sentiva la gente rinchiusa gridare chiedendo aiuto. Ero a circa settanta metri di distanza. Vedevo l'edificio, e la gente che cercava di scappare dalle finestre. Gli sparavano. La sinagoga era circondata da poliziotti, evidentemente un cordone per isolarla, e per essere certi che non ne uscisse nessuno" (32). La sinagoga in fiamme era circondata da cento, centocinquanta uomini del battaglione, che insieme fecero in modo che nessun ebreo sfuggisse all'inferno e rimasero a guardare mentre pi di settecento persone morivano in quel modo orribile, ascoltando le loro grida di agonia. Le vittime erano quasi tutti uomini, ma c'erano anche donne e bambini (33). Qualcuno evit di bruciare vivo impiccandosi o tagliandosi le vene. Almeno sei ebrei uscirono di corsa dalla sinagoga, con gli abiti in fiamme, e furono abbattuti a fucilate: torce umane che finirono di consumarsi sotto gli occhi dei tedeschi (34). Quali furono le emozioni degli uomini del Battaglione di Polizia 309 di fronte a questa pira sacrificale al credo dello sterminio? Uno esclam: Brucia, brucia, bel fuocherello ["schnes Feuerlein"]; che spasso!. E un altro: Magnifico! Dovrebbe bruciare cos tutta la citt (35). Gli uomini di questo battaglione, molti dei quali non erano nemmeno poliziotti di professione e avevano scelto il servizio in polizia per evitare la coscrizione nell'esercito (36), si trasformarono in un istante in combattenti della "Weltanschauung", sterminando in quella sola giornata 2000-2200 ebrei, uomini, donne e bambini (37). I metodi del rastrellamento, i pestaggi e gli omicidi gratuiti, le strade di Bialystok disseminate di cadaveri insanguinati, e la decisione, improvvisata su due piedi, della conflagrazione purificatrice furono davvero tipici da combattenti della "Weltanschauung", o meglio, da guerrieri dell'antisemitismo. Gli uomini eseguirono quell'ordine senza disgusto n esitazioni, ma anzi con evidente piacere dell'eccesso.

Il maggiore aveva ordinato di rastrellare gli ebrei maschi, pur sapendo bene che Hitler aveva destinato gli ebrei dell'Unione Sovietica allo sterminio totale, gli uomini di propria iniziativa ampliarono la portata dell'ordine inserendo nel mucchio anche parecchie donne e bambini. Questi tedeschi agivano di propria volont nell'uccidere e brutalizzare pi di quanto richiedessero gli ordini specifici; agivano nello spirito di un ordine pi generale, nello spirito dell'epoca. Gli uomini del Battaglione di Polizia 309 eseguirono quello che possiamo considerare l'esordio emblematico del genocidio formalizzato. Erano tedeschi comuni che, non appena ebbero carta bianca per agire contro gli ebrei, nemici mortali della Germania, non esitarono ad approfittarne fino in fondo, destinando molte vittime al supplizio, inutilmente atroce, del rogo. Un altro reparto mobile che partecip alla prima ondata genocida fu il Battaglione di Polizia 65. Arruolato a Recklinghausen, una citt di medie dimensioni nella Ruhr, cuore industriale della Germania, era composto in buona parte da riservisti (38). Inizialmente di stanza in Europa occidentale, il 26 maggio 1941, nel pieno dei preparativi per l'Operazione Barbarossa, il battaglione fu trasferito a Heilsberg, nella Prussia orientale, suo trampolino di lancio per l'imminente campagna. Il 22 giugno entr insieme con la 285a Divisione di sicurezza nella regione baltica, marciando su Tilsit, con l'incarico di rastrellare gli sbandati sovietici e garantire retrovie sicure all'avanzata tedesca. Il 26 giugno la prima e seconda Compagnia del battaglione si acquartierarono a Kovno, mentre la terza era di stanza a Siauliai (Schaulen). Prima di riprendere la marcia nel territorio sovietico, il Battaglione di Polizia 65 ebbe il suo battesimo del fuoco genocida. A Kovno, sotto gli occhi di tutti - tedeschi e lituani - avvenne una strage indescrivibile. L'aggressione contro una comunit ebraica ignara, inerme e del tutto innocua si scaten subito dopo l'ingresso in citt dell'esercito tedesco, che incalzava la ritirata sovietica. Incoraggiati e aiutati dai tedeschi, i lituani massacrarono 3800 ebrei in una frenetica orgia di spari, bastonate e coltellate per le strade della citt; tra i molti tedeschi testimoni del macello, due compagnie del Battaglione di Polizia 65. Nella prima settimana di luglio reparti lituani al comando di tedeschi fucilarono a Kovno altri 3000 ebrei.

Selvaggio o sistematico che fosse, il massacro ebbe qualcosa dello spettacolo da circo: i passanti si fermavano a contemplare gli ebrei che venivano sgozzati o bastonati a morte, un po' come un tempo le folle si divertivano a guardare i gladiatori che uccidevano le bestie feroci (39). Diversi uomini del Battaglione 65 ebbero poi a riferire quanto videro durante i massacri di Kovno; per esempio, il bel lavoro compiuto dai lituani una domenica mattina, quando noi stavamo su una collinetta, e gi in basso, vicino alla cittadella, un centinaio di persone (uomini e donne) venivano abbattute a colpi di mitragliatrice e di fucile (40). Se alcune unit della Prima e Seconda Compagnia dovettero attendere ancora qualche tempo prima di prender parte direttamente a operazioni come quelle che a Kovno avevano potuto soltanto osservare, altri elementi di quelle compagnie collaborarono al massacro isolando la zona intorno alla cittadella, dove i lituani fucilavano gli ebrei (41). Per gli uomini della Terza Compagnia, invece, l'iniziazione al genocidio non ebbe nulla di graduale. Siauliai era una citt di medie dimensioni, situate a un centinaio di chilometri a nord di Kovno; qui, e nell'area circostante, la Terza Compagnia esegu numerosi massacri, a cominciare gi dalla fine del giugno 1941, uccidendo a quanto pare anche delle donne. Non conosciamo molti dettagli, ma in linea generale le operazioni risultano chiare (42): sovente erano gli stessi uomini della compagnia a rastrellare gli ebrei, cercandoli casa per casa (43), per poi trasportarli sui camion nei boschi vicini, dove li fucilavano. Gi in questa fase iniziale del genocidio si verific un fenomeno fra i tedeschi che ricomparir di continuo, pur non costituendo una regola ferrea: allo sterminio dei nemici mortali della Germania, che pure era un imperativo, avrebbero provveduto soltanto i tedeschi disposti a farlo. Riferisce un riservista: Ricordo ancora con certezza che il sergente S. convoc due o tre volte (due volte di sicuro) i plotoni d'esecuzione ... Ci tengo a dire che i plotoni erano costituiti "esclusivamente" da volontari [il corsivo nell'originale] (44). L'orrore delle fucilazioni in massa a bruciapelo era tale che all'inizio persino alcuni volontari, indubbiamente ben disposti a uccidere, ne rimanevano disgustati. Di un riservista, esecutore volontario, si racconta che ritorn da un'operazione molto scosso: L'ho fatto una volta, ma mai pi! Non riuscir a mangiare per tre giorni (45). A parte le reazioni viscerali all'iniziazione, il genocidio procedeva senza intoppi: pochi giorni dopo l'arrivo della Terza Compagnia, Siauliai fu

coperta di manifesti che proclamavano: Questa citt libera dagli ebrei!! ("Diese Stadt ist judenfrei!!") (46). In seguito non sarebbero certo mancate altre occasioni per esporre dichiarazioni celebrative di questo genere, poco dopo l'arrivo dei tedeschi in una citt sovietica. Per tutta l'estate e l'autunno del 1941 le tre compagnie del Battaglione 65 parteciparono allo sterminio degli ebrei baltici, a volte uccidendoli direttamente, a volte lasciando ad altre unit la fase dell'esecuzione, mentre loro provvedevano a rastrellare, sorvegliare o trasportare le vittime. Le squadre della morte non erano sempre costituite da uomini che si erano offerti volontari per quel compito specifico, ma nulla sta a indicare che esitassero a uccidere, o che fossero necessarie forme di coercizione per costringerli a eseguire gli ordini (47). Durante l'avanzata a nord-est, verso l'Unione Sovietica, continuarono a uccidere: a Raseiniai, a Pskov, in molte altre localit per le quali non esistono resoconti dettagliati (48). Dopo aver riferito di un eccidio a Siauliai, un riservista riassumeva cos le loro imprese autunnali: Fucilazioni di questo genere sono avvenute pi volte durante la marcia verso Luga (49). La quantit stessa dei massacri offuscava i ricordi dei tedeschi sui singoli episodi. Arrivato in settembre a Luga, una citt 120 chilometri a sud di Leningrado, il Battaglione di Polizia 65 allest i quartieri invernali. Per quattro mesi dedic le sue energie alla sorveglianza di alcuni impianti e alla guerra ai partigiani, a Luga e nel circondario, e ai turni di guardia in un campo di prigionieri di guerra sovietici. Fedeli alla loro nuova vocazione, i suoi uomini presero parte ad almeno un massacro di uomini, donne e bambini ebrei, e all'uccisione dei prigionieri sovietici riconosciuti come ebrei (50). I tedeschi impiegavano i prigionieri di guerra sovietici come servitori, relegandoli nelle cucine e nei servizi degli acquartieramenti (51); i prigionieri ebrei venivano regolarmente maltrattati, e quando si scopriva che uno degli sguatteri era un ebreo, o un commissario sovietico, veniva immediatamente ucciso. Giunti a Luga, gli uomini del Battaglione 65, o quanto meno molti di loro, avevano ormai interiorizzato l'esigenza di ammazzare gli ebrei: li consideravano fondamentalmente diversi dagli altri cittadini sovietici, e la differenza non stava in una data azione o tratto caratteriale, bens nella razza, nel semplice fatto che una persona avesse genitori ebrei, sangue ebraico.

Accampati a Luga, uccisero degli ebrei che avrebbero potuto facilmente risparmiare. Uno degli assassini racconta persino di essere stato mandato da solo, in un bosco, con un ebreo; nessuno lo sorvegliava, e se fosse stato contrario alla guerra di pulizia razziale quella sarebbe stata un'occasione perfetta per lasciar fuggire una delle vittime designate. E invece gli spar (52). Non sarebbe stato difficile, per i tedeschi, evitare di scoprire che alcuni domestici erano ebrei; nella tranquillit dei quartieri invernali, nessuno imponeva loro di farlo; e invece lo facevano, immancabilmente. Anche i pestaggi che infliggevano alle vittime erano gratuiti: a un ebreo tocc non soltanto di essere malmenato ("misshandelt"), ma anche deriso e umiliato dagli uomini del battaglione, che lo costrinsero a ballare con un orso impagliato trovato nei loro alloggi; poi gli spararono (53). Quei tedeschi trattavano gli ebrei sulla base dei criteri che avevano interiorizzato, che potevano applicare a discrezione, poich era stata loro concessa piena autonomia nelle decisioni di vita o di morte. Per gli uomini del Battaglione di Polizia 65 era ormai un dato assiomatico che tutti gli ebrei (e tutti i commissari sovietici) dovessero sparire dalla faccia della terra. Non occorrevano sollecitazioni n permessi per indurli a uccidere ogni ebreo che riuscivano a scovare (54). E' sorprendente tanta autonomia, perch in genere le organizzazioni militari e di polizia si guardano bene dall'autorizzare le reclute a prendere le decisioni capitali, normalmente riservate agli ufficiali. Ma per gli ebrei le regole normali non avevano valore: per loro ogni tedesco era inquisitore, giudice e boia. Ancor pi che all'annientamento degli ebrei sovietici, l'intervento dei battaglioni di polizia contribu in modo decisivo al successo dell'"Aktion Reinhard", il nome in codice dell'operazione di eliminazione sistematica degli ebrei residenti nella regione polacca che i tedeschi chiamavano Generalgouvernement, o Governatorato generale (55). In meno di due anni, dal marzo 1942 al novembre 1943, furono uccisi circa due milioni di ebrei polacchi, la stragrande maggioranza dei quali trov la morte nelle camere a gas di Treblinka, Belzec e Sobibr, i campi istituiti appositamente per prosciugare quel vasto serbatoio dell'ebraismo. A migliaia non arrivarono nemmeno ai campi, per, perch i tedeschi non si presero la briga di deportarli, preferendo ucciderli nelle citt dove risiedevano o nelle immediate vicinanze.

Tanto il trasporto per ferrovia fino a un campo della morte, quanto le fucilazioni ai margini delle citt richiedevano vaste risorse di personale, per rastrellare gli ebrei e per garantire che arrivassero alla destinazione designata, che fosse una fossa comune o un forno crematorio. Il personale fu assai spesso fornito da diversi reparti della "Ordnungspolizei", e soprattutto dai battaglioni di polizia (56). Concentrando l'attenzione sull'azione della "Ordnungspolizei" in generale, e dei battaglioni in particolare, in uno dei cinque distretti del Governatorato generale, quello di Lublino, si delinea il ritratto collettivo di una struttura immersa sino al collo nel genocidio. Le unit che operavano nel distretto dipendevano dal comandante della "Ordnungspolizei" di Lublino (K.d.O. Lublin). Esse rientravano in tre categorie. La prima era composta dallo stato maggiore di reggimento e dalle unit che ne dipendevano direttamente. La seconda comprendeva sette battaglioni diversi: i tre che componevano il Reggimento di Polizia 25 - numeri 65, 67 e 101-, il Battaglione di Polizia 41, il Battaglione di Polizia 316, e inoltre altre due unit mobili, ciascuna equivalente a un battaglione, il Terzo Squadrone Polizia a cavallo e il Battaglione Gendarmerie motorizzato. Gli ultimi due erano adibiti a compiti analoghi a quelli dei battaglioni, ai quali corrispondevano per composizione e funzioni, e parteciparono all'eccidio di decine di migliaia di ebrei: ai fini di questa analisi li considereremo quindi alla stessa stregua dei battaglioni. C'erano infine formazioni ausiliarie mobili, i cosiddetti "Schutzmannschaftsbataillone", composti da volontari dei paesi occupati, anch'essi dipendenti dal K.d.O. di Lublino. La terza categoria era costituita dalla "Gendarmerie" e dalla "Schutzpolizei", reparti stanziali assegnati alla guarnigione e alla sorveglianza di citt o installazioni particolari (57). Come per tante organizzazioni tedesche nel periodo nazista, le unit della "Ordnungspolizei" di Lublino non erano dirette da un'unica struttura di comando (58). Tale irregolarit, insieme al fatto che gli ordini degli eccidi venivano trasmessi a voce e non per iscritto, rende spesso difficile accertare da chi e in quale modo quegli ordini arrivassero alle diverse unit. Due erano i tipi di ordini che la "Ordnungspolizei", e i battaglioni in particolare, ricevevano per attuare le stragi.

Il primo era l'ordine di eseguire una deportazione o una fucilazione di massa in una particolare citt, in un giorno specifico: a questo dovuta la maggior parte delle vittime. Posso dire quanto segue circa il contenuto di quegli ordini ricorda un ex impiegato dello stato maggiore del K.d.O. di Lublino. Veniva stabilito un giorno in cui la popolazione ebraica di una data localit doveva essere deportata. L'incarico veniva assegnato a un dato battaglione ... Gli ordini stabilivano inoltre che in caso di fuga o resistenza si doveva sparare senza preavviso (59). Oltre a tali operazioni organizzate su vasta scala, c'era poi un ordine generico permanente detto "Schiessbefehl" (ordine di fuoco), che prescriveva di sparare contro tutti gli ebrei scoperti fuori dai ghetti o dai "Lager" - sulle strade di campagna, nei boschi, nascosti in una casa o in una fattoria. Lo "Schiessbefehl" rendeva tutti gli ebrei, compresi i bambini, "vogelfrei", fuorilegge automaticamente soggetti alla pena di morte. L'ordine comunicava senza possibilit di equivoco alla polizia che a nessun ebreo era consentito di essere libero, che la pena per l'ebreo che tentasse di conquistare la libert era la morte, e che il paesaggio sociale andava mondato anche dalla pi infinitesimale presenza ebraica. Tale ordine, nonostante il suo grande peso simbolico, era tutt'altro che simbolico; e le unit al comando del K.d.O. si comportavano di conseguenza (60). Gli uomini della "Ordnungspolizei", e soprattutto i battaglioni, lo eseguivano anzi tanto spesso che l'uccisione di ebrei isolati divenne un aspetto costante della loro vita quotidiana. Dai reparti il K.d.O. riceveva regolari comunicazioni sulle loro azioni, comprese quelle genocide, rapporti settimanali e mensili cui si aggiungevano quelli particolari su circostanze eccezionali; l'ufficiale operativo provvedeva poi a collazionarli e sintetizzarli nel rapporto mensile ai superiori del K.d.O. (61). Le comunicazioni, che giungevano in varie forme, sono di per s rivelatrici. Le relazioni scritte comprendevano elenchi delle persone uccise, dove di regola si tenevano distinti gli ebrei, colpiti dallo "Schiessbefehl", dai non ebrei coinvolti nelle operazioni di repressione dell'azione partigiana e degli altri tentativi di resistenza.

Ovviamente i fatti venivano presentati sotto la copertura dei consueti espedienti linguistici: si comunicava spesso, per esempio, che gli ebrei erano stati trattati secondo gli ordini ("befehlsgemss behandelt"). In genere gli eccidi e le deportazioni non comparivano nei rapporti scritti: il K.d.O. ne veniva informato a voce, o in un linguaggio tanto velato che risulta difficile capire se i tedeschi avessero fucilato gli ebrei sul posto o li avessero deportati in un campo della morte (62). Non importava, comunque; tutti sapevano che all'atto pratico le due cose si equivalevano. Sono stati conservati i rapporti settimanali della Prima Compagnia del Battaglione 133 dal 25 luglio al 12 dicembre 1942. In quel periodo la compagnia disseminava di cadaveri i dintorni di Kolomyia, nella Galizia orientale. I rapporti, in tutto simili a quelli che i reparti inviavano al K.d.O. di Lublino (63), confermano che il numero degli ebrei uccisi per iniziativa degli uomini della compagnia nelle loro missioni di ricerca ed eliminazione fu impressionante: 780 persone scovate e ammazzate, grosso modo 6 per ogni soldato. Si riferiva che tra il primo novembre e il 12 dicembre gli uomini avevano ucciso 481 ebrei, in media 80 alla settimana, 11 al giorno. Gli ebrei venivano sempre elencati a parte, distinti dalle altre categorie di vittime: banditi e loro complici, mendicanti, ladri, vagabondi, malati di mente e asociali. E i motivi addotti per la loro uccisione erano sempre irrilevanti, altrettanto lontani dalla realt quanto lo erano le professioni di pacifismo di Hitler dai propositi tedeschi di spartizione della Cecoslovacchia. Sfaccendati, endemicamente pericolosi, circolava senza la fascia al braccio, tentata corruzione, saltato dal mezzo di trasporto, vagabondo, si allontanato senza autorizzazione dal luogo di residenza, deportato, sfuggito alla deportazione; in molti casi l'unica motivazione addotta era ebreo, evidentemente considerata di per s sufficiente (64). Se cos era, tutte le altre motivazioni risultavano superflue, perch gli uomini di questo battaglione uccidevano qualsiasi ebreo incontrassero, indipendentemente dalla sua presunta pericolosit endemica. Essere ebreo era motivo sufficiente; ogni altra ragione, per un verso o per l'altro, era puro pretesto. Quella struttura cos poco pretoriana, la "Ordnungspolizei", si era dunque immersa nell'azione genocida e nella sua gestione.

La catena di comando trasmetteva di continuo ordini per lo sterminio di una comunit dopo l'altra, e ogni operazione forniva il suo apporto al quadro generale dell'annientamento degli ebrei di intere regioni. Rapporti regolari risalivano poi quella stessa catena per riferire dei successi conseguiti dai reparti. La "Ordnungspolizei" intratteneva stretti rapporti di collaborazione con altre strutture come la "Sicherheitspolizei" (Polizia di sicurezza) e i Comandi S.S. e polizia (S.S.P.F.), i cui membri collaboravano tutti alla realizzazione di quel grande progetto nazionale. Il genocidio e le sue azioni collaterali (rapporti da compilare, munizioni da requisire, mezzi di trasporto da confiscare per il parco macchine) erano ormai parte integrante della "Ordnungspolizei" e della vita dei suoi uomini. I battaglioni del Reggimento di Polizia 25, che svolsero un ruolo di primo piano nel genocidio, ebbero storie diverse, fino al momento del rispettivo trasferimento nel Governatorato generale; su due di esse ci soffermeremo: quella del Battaglione 65 e quindi, ancora pi a fondo, quella del Battaglione 101 (nota 65). Il Battaglione di Polizia 65 faceva da ponte tra due degli epicentri dell'Olocausto, l'Unione Sovietica e il Governatorato generale. Dopo le stragi della sua avanzata, nel 1941, attraverso i territori sovietici del Nord, il nuovo anno riserv al battaglione un compito ben pi pericoloso che non portare al massacro della gente inerme. Nel gennaio 1942 buona parte degli effettivi fu distaccata al gruppo Scheerer, impegnato in duri combattimenti intorno a Cholm, a oltre 150 chilometri a sudest del quartier generale del battaglione, che si trovava a Luga. Rimasero al fronte per pi di tre mesi, combattendo a fianco dell'esercito in un feroce confronto con l'armata sovietica; l'intero battaglione, completamente circondato dai sovietici, rischi di essere annientato. All'inizio di maggio altre truppe tedesche sfondarono l'accerchiamento, e il battaglione, che aveva subito fortissime perdite, fu ritirato dal fronte (66). Per il suo valore in battaglia, la denominazione ufficiale fu modificata in Battaglione di Polizia 65 Cholm, e ai sopravvissuti fu consegnata la relativa decorazione, il "Cholm-Schild". Una partecipazione cos massiccia alle ostilit non era la norma per i battaglioni di polizia addetti al genocidio. All'inizio di giugno lo sparuto battaglione fu trasferito da Luga a Brunowice, presso Cracovia, e chi aveva preso parte alla battaglia fu mandato a casa in licenza; poi, per tutti, un periodo di svago e lezioni di sci

a Zakopane, al confine meridionale della Polonia: circa otto settimane di riposo (67). Mentre i veterani erano altrove, a Brunowice si addestravano i rimpiazzi freschi di arruolamento, che avrebbero riportato il battaglione alla sua forza normale. Dal giugno 1942 al maggio 1943 il Battaglione 65 fece il suo secondo, e ben pi significativo, turno di servizio come struttura genocida, partecipando alla decimazione degli ebrei polacchi prima nella regione di Cracovia, poi intorno a Lublino. In quel periodo i campi della morte facevano gli straordinari, consumando nei loro forni una comunit ebraica dopo l'altra: il Battaglione di Polizia 65 aliment sia i crematori di Auschwitz sia quelli di Belzec. Poco dopo l'arrivo a Brunowice, il comandante aveva fatto un annuncio al battaglione. Secondo quanto riferisce un soldato della Prima Compagnia, aveva detto: Qui a Cracovia ci stato assegnato un incarico speciale; la responsabilit ricade sulle autorit superiori. Un messaggio criptico, il cui significato per non poteva certo sfuggire agli incalliti assassini del battaglione. Il testimone ammette di aver pensato subito che si trattava di uccidere gli ebrei (68). Quei tedeschi sapevano che, dopo cinque mesi di intervallo, al fronte e in licenza, si doveva riprendere l'eccidio. Nella regione di Cracovia il Battaglione 65 partecip ripetutamente a stragi di vario tipo, di molte delle quali sappiamo poco o nulla: abbastanza, comunque, perch la qualit della sua permanenza in Polonia risulti ben chiara. Nell'ambito dell'"Aktion Reinhard", rastrellava gli ebrei dei ghetti, li caricava sui carri bestiame e li depositava ai cancelli di una fabbrica della morte; pi volte le sue compagnie si alternarono nel trasporto degli ebrei di Cracovia allo smistamento merci, o di quelli delle citt circostanti alle rispettive stazioni, dove li caricavano sui vagoni come sempre facevano i tedeschi in quegli anni, tanti da non lasciare nemmeno lo spazio per sedersi. Un distaccamento, una trentina di uomini circa, accompagnava poi il convoglio alla sua destinazione, Auschwitz o Belzec, un viaggio che in genere durava cinque ore (69). Un riservista, all'epoca trentaquattrenne, cos racconta uno di quei trasferimenti:

Nel novembre 1942 tutti gli uomini disponibili della compagnia furono assegnati a un trasporto di ebrei ['Judentransport']. Dovevamo presentarci per prendere in consegna una colonna di ebrei che stavano portando fuori dal ghetto [di Cracovia]. Li scortammo fino ai carri bestiame in attesa, dove c'era gi una gran folla. Gli ebrei (uomini, donne e bambini) furono ammucchiati nei vagoni nel modo pi disumano; noi stavamo di guardia sul treno. Non ricordo bene la destinazione; sono certo che non era Auschwitz. Qualcuno ha detto Belzec; mi pare pi probabile, un nome che ho gi sentito. Arrivati alla destinazione finale, scendemmo dal treno e salirono le S.S. Il treno si ferm davanti a un reticolato, o una grata, poi le S.S. lo portarono dentro con una locomotiva. In tutta la zona si sentiva distintamente un puzzo di cadaveri. Ci immaginavamo la sorte che aspettava quella gente; capivamo che era un campo di sterminio. Prima ci avevano detto che venivano trasferiti in nuovi territori" (70). Molti che ebbero occasione di stare nelle vicinanze di un campo della morte, con incarichi operativi o semplicemente come osservatori, parlano dell'inconfondibile puzza di morte che aleggiava nell'aria per un raggio di chilometri e chilometri. I poliziotti sapevano quale sarebbe stata la sorte degli ebrei ben prima di arrivare ai cancelli di quell'inferno: i diversi eufemismi usati per definire la strage erano noti a tutti coloro che vi erano coinvolti. Quanto agli uomini del Battaglione 65, essi sapevano meglio di altri che cosa significasse il trasferimento degli ebrei, essendo stati tra i primi tedeschi a perpetrare massacri in Unione Sovietica, pi di un anno prima di questa particolare deportazione (71). Alle porte di Auschwitz questi uomini scesero dal convoglio, affidandolo alle cure del personale del campo, poi ebbero qualche ora di riposo in attesa del viaggio di ritorno: erano in libera uscita davanti ai cancelli di una fabbrica della morte, una struttura che non aveva precedenti nella storia dell'umanit, costruita, messa a punto e continuamente rimodernata allo scopo esplicito di liquidare vite umane. Quell'intervallo di riposo offriva ai tedeschi un invito quasi irresistibile alla riflessione. Si erano appena sbarazzati di un carico umano destinato ai forni; voltando le spalle ad Auschwitz chiudevano l'ennesimo capitolo di sangue nelle cronache della loro nazione: avevano appena dato il loro contributo a una

piccola, ma percettibile, modificazione del mondo, con un atto di grande portata morale. Nessuno di loro, specie la prima volta che si trov davanti a quei cancelli, poteva non rendersene conto. Qual era la valutazione morale che attribuivano a ci che avevano fatto? Con quali emozioni rimanevano a guardare il convoglio che entrava nel campo della morte? Quali commenti facevano tra loro, guardando il fumo che saliva, i sensi aggrediti dall'odore inconfondibile della carne che brucia? Uno di loro, un riservista trentaquattrenne richiamato nel 1940, il sabato prima di Pentecoste, cos ricorda quel momento: "C'era una puzza terribile, dappertutto. Facemmo una pausa in un ristorante. Venne da noi un uomo delle S.S. ubriaco (parlava male il tedesco); e ci raccont che gli ebrei dovevano spogliarsi, poi gli dicevano che dovevano andare alla disinfestazione. In realt, li gasavano, e poi bruciavano i corpi. Chi non camminava abbastanza veloce veniva spinto avanti a frustate. Ricordo perfettamente questa conversazione. Da quel momento seppi che i campi di sterminio per gli ebrei ['Judensvernichtungslager'] esistevano veramente" (72). Quel riservista sapeva gi che i tedeschi ammazzavano gli ebrei in massa; e di fronte ai cancelli di Auschwitz aveva scoperto finalmente come funzionavano le fabbriche della morte, fino ai dettagli degli stratagemmi usati per trascinare le vittime nelle camere a gas. Per esperienza diretta, e nelle discussioni tra loro, gli agenti dell'Olocausto acquisivano informazioni continue sulla portata e i metodi del massacro degli ebrei, e di pari passo aumentava la consapevolezza del ruolo individuale di ciascuno nell'ambito della grande impresa nazionale. In quel ristorante gli assassini parlavano apertamente delle tecniche del loro mestiere: parlavano tra loro di lavoro, insomma, come fanno tutti. Non sorprende che quell'uomo, e tanti altri come lui, definisse Auschwitz un campo di sterminio per gli ebrei, anche se vi perirono molti non ebrei. Gli assassini sapevano che i tedeschi erano impegnati ad annientare gli ebrei, a ripulire il mondo da quella presunta minaccia, sicch nella loro mente le strutture della morte erano specificamente destinate all'eliminazione del popolo ebraico. Rispetto all'operazione principale, l'uccisione dei non ebrei era un fatto marginale, un mero aspetto tattico.

E questa immagine del "Lager" era del tutto corretta, anche perch Auschwitz era un campo di sterminio per gli ebrei nel senso pi pieno, non solo perch la stragrande maggioranza delle vittime erano ebree, ma anche perch il continuo perfezionamento delle sue strutture di sterminio non sarebbe nemmeno iniziato se i tedeschi non avessero intrapreso il genocidio degli ebrei. Non tutti gli ebrei che gli uomini del Battaglione 65 strapparono ai ghetti trovarono la morte nei campi di sterminio; capitava spesso che i poliziotti vi provvedessero direttamente. Sulla maggioranza di questi massacri disponiamo di poche informazioni, ma probabile che corrispondessero nelle linee generali a uno qualsiasi degli eccidi su cui esistono testimonianze: quanto meno dopo i primissimi esperimenti, i reparti finivano per operare secondo procedure codificate. Una mattina di quell'autunno, all'alba, gli uomini del Battaglione 65 rastrellarono gli ebrei di un ghetto nei pressi di Cracovia, dopo averlo circondato per evitare fughe. Poi li portarono nei boschi fuori citt e li fucilarono. Uomini, donne e bambini furono costretti a spogliarsi sul ciglio della buca che sarebbe divenuta la loro fossa comune; un plotone di dieci tedeschi li fucilava a gruppi, finch il lavoro non fu finito. Dopo che ogni gruppo era caduto nella fossa, uno dei tedeschi sparava in testa a chiunque desse ancora segni di vita. In quella giornata furono ammazzate 800 persone (73). A quanto risulta, l'operazione era stata organizzata dalle S.S. e dal S.D. Quasi sempre (ma non di regola) i battaglioni di polizia operavano in base ai piani, e talvolta con la supervisione, dei locali comandi S.S. e S.D. Cos fu per una serie di fucilazioni in massa nell'autunno 1942, quando gli uomini del Battaglione 65 ammazzarono i ricoverati di un ospedale israelitico. Uno dei partecipanti, che all'epoca aveva trentanove anni, racconta che gli eccidi si svolsero in cinque o sei ondate. Ogni volta, un distaccamento di circa venticinque uomini della Prima Compagnia si trasferiva nei boschi alla periferia di Cracovia; i tedeschi si dividevano poi in due gruppi, uno addetto alla sorveglianza della zona, l'altro all'uccisione dei ricoverati, che venivano portati sul posto da dieci uomini delle S.S. e del S.D. Nel corso di ognuna delle operazioni fucilarono fino a 150 ebrei, persone anziane o malate e anche alcuni bambini. L'assassino che rifer questa vicenda fu assegnato a tutte le missioni, anche se dichiar di aver sempre fatto parte del gruppo che non sparava.

Comunque, quest'uomo and per cinque volte consecutive con i suoi camerati a massacrare i ricoverati di un ospedale, gente che ovviamente non costituiva alcuna minaccia per i tedeschi, gente in condizioni che in altri avrebbero fatto scattare un istinto di protezione: ma non in questi uomini (74). Gli uomini del Battaglione 65 vennero a sapere di questa e altre missioni genocide dagli avvisi affissi su una bacheca nei loro acquartieramenti: tanto ordinaria, tanto naturale appariva la cosa a coloro che realizzarono gli eccidi. Di certo passavano davanti alla bacheca assieme agli amici, per informarsi sulle prossime azioni: che osservazioni si scambiavano, mentre venivano a sapere dell'imminenza dell'ennesima puntata nella distruzione degli ebrei, mentre leggevano i nomi di chi avrebbe dovuto prendervi parte? Borbottavano imprecazioni contro il destino che li trasformava in massacratori? Compiangevano la sorte degli ebrei? Non abbiamo alcuna testimonianza in proposito, nessuno riferisce di reazioni particolari di fronte alle odiose informazioni affisse sulla bacheca del genocidio. Eppure, se quello fosse stato concepito come il luogo in cui si annunciavano notizie catastrofiche, senza dubbio pensieri ed emozioni sarebbero rimasti fissi nella loro memoria (75). Oltre a rastrellare gli ebrei dei ghetti per il tiro al bersaglio immediato o per la deportazione nei campi della morte, gli uomini del Battaglione 65 intrapresero numerose missioni di ricerca ed eliminazione nelle campagne, sia nella zona di Cracovia sia, nei primi mesi del 1943, in quella di Lublino: si trattava di setacciare i boschi alla ricerca di ebrei in fuga, per ucciderli poi sul posto (76). Poich erano fuggiti in molti, dai ghetti del Governatorato generale, la caccia impegn - con grande successo - numerosi battaglioni di polizia e altri reparti di S.S. (77). Del numero spropositato di assassinii commessi dalla Prima Compagnia del Battaglione 133 durante queste missioni si gi detto. I tedeschi scovarono tanti ebrei grazie allo zelo che mettevano nel lavoro: quando si manda qualcuno a cercare in un pagliaio un ago che lui non desidera trovare, non trovarlo la cosa pi facile del mondo. Nel maggio 1943 il Battaglione 65 fu trasferito a Copenaghen, dove si occup di una serie di operazioni preliminari al genocidio: rastrellamenti, deportazioni, sorveglianza per impedire le fughe (78). Nel febbraio 1944 pass in Iugoslavia, dove rimase fino alla fine dell'anno, combattendo contro i partigiani e fucilando ostaggi; qui sub perdite consistenti.

Nella primavera del 1945 il battaglione ripieg verso la Germania, e alla fine della guerra si arrese alle forze britanniche nella zona di Klagenfurt, in Austria (79). I battaglioni e gli altri reparti della "Ordnungspolizei" avevano cominciato gli eccidi in massa in coincidenza con l'apertura delle ostilit a un tempo contro l'Unione Sovietica e contro i suoi ebrei, e vi si dedicarono fino all'ultimo, fino a quando continu l'eliminazione sistematica degli ebrei. E' impossibile stabilire con precisione di quante morti essi si resero complici: certamente pi di un milione, forse pi di tre (80).

NOTE AL CAPITOLO 6 N. 1. Non ancora stata scritta una storia generale della "Ordnungspolizei" durante il periodo nazista, e nemmeno una storia delle vicende di quell'organizzazione che prescinda dal suo contributo agli omicidi in massa. Karl-Heinz Heller (The Reshaping and Political Conditioning of the German Order Police, 1935-1945: a Study of Techniques Used in the Nazi State to Conform, dissertazione di dottorato, University of Cincinnati, 1970) focalizza l'attenzione sull'indottrinamento dei poliziotti. Quanto al volume "Zur Geschichte der Ordnungspolizei, 1936-1945", che contiene i saggi di Georg Tessin, Die Stabe und Truppeneinheiten der "Ordnungspolizei", e di HansJoachim Neufeldt, Entstehung und Organisation des Hauptamtes "Ordnungspolizei", inadeguato dal punto di vista storiografico. N. 2. BAK R19/395 (8/20/40), p. 171. N. 3. Z.S.t.L. 206 A.R.-Z 6/62 (d'ora innanzi "J.K."), p. 1949. N. 4. I battaglioni di polizia venivano designati in modo diverso sulla base della rispettiva composizione. Quelli costituiti per la maggior parte da poliziotti di carriera erano battaglioni di polizia; quelli in cui la maggioranza era di riservisti, battaglioni della riserva; le formazioni appena costituite erano battaglioni di addestramento. Esistevano anche distinzioni basate sull'et media degli uomini: quelli in cui inizialmente gli effettivi erano pi anziani andavano dal numero 301 al

325 ed erano "Wachtmeisterbattaillonen" (battaglioni di graduati). (I battaglioni con numeri inferiori al 200 erano in genere della riserva, ma appartenevano alla riserva anche alcuni di quelli nella categoria dei 300.) Va comunque rilevato che fin dall'inizio la composizione contraddiceva spesso le designazioni ufficiali; col procedere della guerra le distinzioni formali andarono perdendo ogni significato, dato il ricambio continuo degli effettivi. Ho quindi deciso di attenermi per tutti alla generica definizione di battaglioni di polizia. N. 5. BAK R19/395 (8/20/40), p. 175. N. 6. Il rapporto contenente i risultati di un'ispezione a tre battaglioni di polizia nel maggio del 1940 (BAK R19/265, pagine 16869) riflette questo stato di cose. Confronta pure BAK R19/265 (5/9/40), p. 153. N. 7. BAK R19/395 (11 /20/41), pagine 180-83. N. 8. Confronta, ad esempio, Georg Tessin, Die Stbe und Truppeneinheiten der "Ordnungspolizei" cit., pagine 14-15. N. 9. BAK R19/311 (6/26/40), p. 165. N. 10. BAK R19/265 (5/23/40), p. 168. Analogamente, nel maggio del 1940, cinque battaglioni di polizia compreso il 65 di Recklinghausen e il 67 di Essen - disponevano soltanto rispettivamente dei due terzi e dei quattro quinti delle riserve necessarie. Il rapporto spiegava che in generale la situazione del reclutamento per le riserve di polizia critica. Confronta BAK R19/265, p. 157. N. 11. Confronta BAK R19/265 (12/22/37), pagine 91 e seguenti N. 12. BAK R19/265 (5/9/40), pagine 150-51. N. 13. Confronta, per esempio, un corso di addestramento ideologico per gli uomini dell'"Einzeldienst", in BAK R19/308 (3/6/40), pagine 36-43. Come risulta da quell'ordine, l'addestramento per i battaglioni di polizia costituiti da non riservisti era in parte diverso.

Un ordine successivo, del 14 gennaio 1941, impartiva istruzioni pi dettagliate sull'addestramento ideologico, indicando anche i numeri di pagina degli opuscoli da utilizzare come riferimento nella discussione di ciascun argomento. Da questo ordine risulta l'approssimazione dell'indottrinamento, che ben difficilmente poteva avere effetti durevoli sugli uomini. Per l'intero corso di addestramento, venivano indicate in tutto 65 pagine (con l'aggiunta dei materiali contenuti in due opuscoli sul tema dei contadini). Diversi temi venivano trattati in meno di quattro pagine di materiale scritto; alla voce Il problema ebraico in Germania, corrispondevano due sole pagine (in due opuscoli diversi), non certo sufficienti per modificare le opinioni di chicchessia. Confronta BAK R19/38 (12/20/40), p. 100. N. 14. Dell'addestramento ideologico scrive Christopher R. Browning ("Ordinary Men" cit., pagine 176-84), che discute pi dettagliatamente il materiale riguardante gli ebrei. Per Browning quell'indottrinamento fu pi efficace di quanto non lo consideri io, ma anche lui giunge alla conclusione che non furono quei materiali a indurre gli uomini a prender parte al genocidio (p. 184). N. 15. Confronta BAK R19/308 (2/8/41), pagine 267-68. Non azzardato supporre, dato che gli uomini dei reparti erano spesso dispersi su estesi territori, e dati i problemi, le esigenze e le distrazioni della vita al campo, che le sedute di istruzione funzionassero ancor peggio di quanto si desume da questi ordini. Confronta inoltre BAK R19/308 (6/2/40), pagine 250-54; sulle direttive riguardo all'educazione ideologica degli uomini dell'"Einzeldienst", confronta ibid, pagine 252-53. N. 16. Sull'importanza dell'iscrizione al partito ai fini della carriera, confronta BAK R19/311 (6/18/40), pagine 145-47,149. N. 17. Il materiale esistente sui battaglioni di polizia disperso nelle sedi del sistema giudiziario tedesco. Il Bundesarchiv di Coblenza non contiene quasi nulla di qualche valore sui loro eccidi. Mi sono sforzato di raccogliere tutto il materiale sui battaglioni in Z.S.t.L., ma nonostante la sua mole esso tutt'altro che esauriente.

Non stato facile nemmeno compilare una lista delle indagini giudiziarie relative ai crimim da loro commessi. Non posso pretendere di essere riuscito a tener conto di tutto, perch mi sono trovato a partire da zero con una massa impressionante di materiale. Sarei anzi sorpreso se non mi fosse sfuggito qualcosa che pure esiste in Z.S.t.L.. Ho compulsato le indagini riguardanti pi di trentacinque battaglioni di polizia. Su alcuni, come il 101, ho letto migliaia di pagine; su altri, solo poche centinaia. Oltre alla quantit, anche la qualit di quelle pagine non omogenea. Su alcuni battaglioni le informazioni sono scarsissime (anche per quanto riguarda le linee generali delle loro attivit); su altri il materiale abbondante, ma i dettagli sulle azioni dei singoli tedeschi che li componevano mancano in genere anche per i battaglioni meglio documentati.La mia analisi non quindi esauriente, pur facendo riferimento a una vasta base empirica. La partecipazione dei battaglioni di polizia all'Olocausto merita un approfondito studio a s stante. N. 18. Confronta Ruth Bettina Birn, "Die hheren S.S.- und Polizeifhrer" cit. Confronta anche Z.S.t.L. 204 A.R.-Z 13/60, vol. 4, pagine 397-99. N. 19. Confronta Helmut Krausnick e Hans-Heinrich Wilhelm, "Die Truppe des Weltanschauungskrieges" cit., p. 46; Alfred Streim, Das Sonderkommando 4a der Einsatzgruppe C und die mit diesem Kommando eingesetgen Einheiten whrend des Russland-Feldzuges in der Zeit vom 22.6.1941 bis zum Sommer 1943" cit. p. 36; e Georg Tessin, Die Stbe und Truppeneinheiten der Ordnungspolizei cit., p. 96. N. 20. Z.S.t.L. 204 A.R.-Z 13/60, vol. 4, pagine 402-3. N. 21. Z.S.t.L. 202 A.R. 2484/67, pagine 2397-506. Questi undici battaglioni di polizia non furono gli unici a operare nelle zone occupate dell'Unione Sovietica: vi intervennero, per esempio, anche i Battaglioni 11 e 65 (dei quali si parla pi avanti) nonch il Battaglione 91. N. 22. Il comandante del battaglione, il maggiore Weis, convoc i suoi ufficiali prima dell'attacco per informarli che Hitler aveva ordinato di uccidere tutti i commissari sovietici e di annientare gli ebrei.

Il comandante della Prima Compagnia, capitano H.B., lo comunic ai suoi uomini prima che entrassero in azione. E' possibile che altrettanto facessero gli altri ufficiali, ma la testimonianza non lo rivela. Confronta Z.S.t.L. 205 A.R.-Z 20/60 (citato come Buchs); A.A., in Buchs, p. 1339r; J.B., in Buchs, p. 1416, e J.B., in Z.S.t.L. A.R. 2701/65, vol. 1, p. 101; K.H., in Buchs, p. 1565r; H.G., in Buchs, pagine 363-64, e H.G. in Z.S.t.L. 202 A.R. 2701/65, vol. 1, p. 96; R.H., in Buchs, p. 681. Confronta anche l'autocontraddittoria testimonianza di E.M., in Buchs, pagine 1813r, 2794-95, 764, e Sentenza contro Buchs et al., Wuppertal, 12 Ks 1/67 (in seguito Sentenza Buchs), pagine 29-30, 62. Vale la pena di osservare che Christopher R. Browning ("Ordinary Men" cit., pagine 11-12) non fa cenno nella sua trattazione del battaglione a questo fatto fondamentale, che smentisce seccamente la sua idea che ancora non fosse stato emanato alcun ordine esplicitamente genocida. N. 23. E.Z., in Buchs, p. 1749 N. 24. Confronta le dichiarazioni di due sopravvissuti, S.J. e J.S., in Buchs, rispettivamente p. 1823 e p. 1830. N. 25. Sentenza Buchs, p. 43. N. 26. Ibid., p. 42, e J.J., in Buchs, p. 1828r. N. 27. Sentenza Buchs, p. 44. N. 28. Confronta A.B. e T.C., in Buchs, rispettivamente pagine 2875 e 2877-78. N. 29. Sentenza Buchs, pagine 51-52. Christopher R. Browning sostiene che questo massacro fu opera individuale di un comandante che aveva correttamente intuito e anticipato i desideri del suo Fhrer ("Ordinary Men" cit., p. 12), ma la cosa risulta poco credibile. Significa forse che il maggiore Weis prese personalmente l'iniziativa di massacrare parecchie centinaia di ebrei? Sostenendo che intu e anticip il desiderio di Hitler, si d per implicito che Weis non avesse avuto l'ordine di massacrare gli ebrei sovietici, ordine di cui anche l'ultimo dei suoi uomini era al corrente, come risulta dalle testimonianze (confronta sopra, nota 22). L'eccidio, fra l'altro, si pot consumare nonostante la strenua opposizione dei militari, che avevano giurisdizione su quella zona, e non fu diverso dalle

stragi perpetrate dai tedeschi in molte altre citt nel territorio sovietico occupato: l'intuizione non ebbe nulla a che fare con tutto questo. Va inoltre o sservato che l'interpretazione di Browning di questo eccidio, di cui dice che inizi come un pogrom per poi trasformarsi rapidamente in un massacro sistematico (p. 12), potrebbe far pensare che l'uccisione di quegli ebrei non fosse stata gi pianificata fin dall'inizio dell'operazione. N. 30. Sentenza Buchs, pagine 52-54. N. 31. Che il rogo della sinagoga fosse stato un'iniziativa spontanea dimostrato da E.M., in Buchs, pagine 1814r-15. N. 32. H.S., in Buchs, p. 1764. N. 33. Secondo la corte, furono almeno 700 (Sentenza Buchs, p. 57). L'atto d'accusa parla di almeno 800 (Buchs, p. 113). Fonti ebraiche riportano circa 2000 morti; un sopravvissuto calcola che per il 90 per cento fossero uomini, e per il 10 per cento donne e bambini. Confronta J.S., in Buchs, p. 1830, nonch I.A., in Buchs, p. 1835. N. 34. Sentenza Buchs, pagine 56-58.I tedeschi spinsero a forza almeno due persone, un uomo e una donna, nell'edificio gi in preda alle fiamme (confronta L.L., in Buchs, p. 1775). N. 35. Sentenza Buchs, p. 59. Quel desiderio fu poi soddisfatto: dalla sinagoga il fuoco si diffuse agli edifici vicini, e i tedeschi lasciarono che bruciasse buona parte del quartiere ebraico, facendo altri morti tra gli ebrei. Impedirono inoltre ai volontari di spegnere le fiamme, che continuarono a diffondersi nel quartiere, ardendo vivi altri uomini, donne e bambini (ibid., ed E.Z., in Buchs, pagine 1748r44). N. 36. Confronta, per esempio, J.B., in Buchs, p. 1415. Quando Christopher R. Browning dichiara che questi e altri uomini dei battaglioni numerati oltre il 300 erano volontari, ("Ordinary Men" cit., p. l0), rischia di essere frainteso. In genere si trattava di richiamati, o di gente che aveva anticipato la coscrizione per potersi arruolare nella polizia e non nelle forze armate o di sicurezza: non si tratta quindi di volontari in senso pieno.

Su questo battaglione di polizia, confronta, per esempio, H.H., in J.K, p. 1041; e A.A., "J.K.", p. 1339r. Poich Browning tratta proprio del Battaglione di Polizia 101- del quale diremo nei prossimi due capitoli - curioso che i commenti sulle espressioni di gioia dei tedeschi di fronte al rogo genocida non compaiano nella sua ricostruzione dell'eccidio ("Ordinary Men" cit., pagine 11-12). N. 37. Sentenza Buchs, p. 60. N. 38. Per quanto ne so, il Battaglione di Polizia 65 non stato preso in esame dalla letteratura sull'Olocausto. La fonte al riguardo "J.K." N. 39. Molte testimonianze e fotografie documentano la scoperta brutalit di quegli omicidi. Qualche esempio in Schne Zeiten cit., pagine 31-44. N. 40. P.K., in "J.K.", pagine 945-46. N. 41. "Verfgung", in "J.K.", pagine 2120-24. N. 42. Un sunto della testimonianza, e di quasi tutto quanto sappiamo sugli eccidi a Siauliai, in Sachverhaltsdarstellung, in "J.K.", pagine 1212-14. G.T., in "J.K.", pagine 1487-88, descrive una delle esecuzioni, in cui lui fu tra quelli che condussero gli ebrei alle fosse. N. 43. E' probabile che fossero i lituani a identificare gli ebrei, dato che i tedeschi non li conoscevano. Il sergente maggiore della compagnia rifer a un riservista che i tedeschi avevano dovuto occuparsi personalmente delle esecuzioni perch i lituani uccidevano in modo troppo brutale ("grausam"). H.H., in "J.K.", p. 1152. N. 44. J.F.,in "J.K.", p. 849. N. 45. H.K., in "J.K.", p. 733. K. sostiene che gli eccidi di Siauliai, come la maggioranza dei massacri di quell'autunno, furono perpetrati dai poliziotti di carriera (pagine 732-33). Aggiunge che quell'uomo, W., mor poco tempo dopo in una delle battaglie intorno a Cholm; non sappiamo se fosse riuscito a uccidere ancora. N. 46. J.F., in "J.K.", p. 849.

I manifesti mentivano, comunque, perch a Siauliai ci furono ebrei ancora per qualche tempo; ma esprimevano tutta l'aspirazione al finale gi annunciato, l'eliminazione totale degli ebrei dalla citt. N. 47. Ovviamente i singoli componenti di questo battaglione dichiarano di essere stati costretti a uccidere, o di essersi rifiutati di farlo. Vale la pena di riferire la testimonianza di uno di loro, che avendo rifiutato di prender parte all'eccidio di Siauliai fu invitato dal suo sergente a ripensarci entro quella sera. Il sergente poi lo convoc e, quando lui conferm il rifiuto, gli disse che almeno poteva condurre gli ebrei al luogo dell'esecuzione. Il testimone dice di aver ritenuto di non poter disobbedire a quell'ordine. Diversamente da tante altre, questa deposizione potrebbe essere sincera, perch il testimone ha invitato a verificarla con il sergente in persona, che ha confermato la sua versione. Dopo la strage di Siauliai, quest'uomo dichiara di non aver pi preso parte ad alcun eccidio. Se dobbiamo credergli, la cosa assume un significato particolare, perch nella testimonianza non compare il minimo accenno ad altri del battaglione che condividessero quell'atteggiamento, o che tentassero di non prender parte agli eccidi. Materiale relativo alla questione della coercizione in G.T., "J.K.", pagine 1487-88; H.M., "J.K.", p. 773; e "Verfgung", "J.K.", pagine 2196, 2209-10, 2212-14, 2138-39. N. 48. Per un riassunto di ci che sappiamo di questi eccidi, confronta "Verfgung", in "J.K." pagine 2120-71. N. 49. H.K., in "J.K.", p. 733. N. 50. "Verfgung", in "J.K.", pagine 2168-70. H.H., in "J.K.", p. 1152, riferisce di aver visto su un cartello la scritta Luga Judenfrei!. N. 51. "Verfgung", in "J.K.", p. 2157. N. 52. Ibid ., pagine 2159-62. N. 53. Ibid ., pagine 2166-68. N. 54. Data la motivazione demoniaca attribuita alle loro azioni, pare che questi tedeschi fossero disposti a credere che gli ebrei fossero ovunque, e dunque non occorrevano troppe prove per convincerli che qualcuno era ebreo.

A volte bastava un sospetto, come illustra questo episodio narrato da un riservista: Posso riferire come testimone oculare che nella citt di Iwanowskaja il riservista S. picchi a morte un prigioniero di guerra, o un disertore, solo perch sui suoi documenti stava scritto il nome Abraham. Alla fine comparve sulla scena un ufficiale dell'esercito; ma arriv troppo tardi (E.L., "J.K.", p. 783). Ovviamente a quel brutale assassino, che per le sue ripetute imprese si sarebbe guadagnato la fama di sadico, non accadde nulla; era padre di nove figli, nati tra il 1924 e il 1940. N. 55. Nel mondo alla rovescia della Germania nazista, dare a un'operazione genocida il nome di qualcuno - in questo caso quello di Reinhard Heydrich, da poco assassinato - significava rendergli onore.N. 56. Per un resoconto sulla "Aktion Reinhard", confronta Yitzhak Arad, "Belzec, Sobibor, Treblinka" cit.; sul distretto di Lublino, Dieter Pohl, "Von der Judenpolitik zum Judenmord: der Distrikt Lublin des Generalgouvernements, 1939-1944", Frankfurt am Main, Peter Lang, 1993. N. 57. Atto di accusa contro K.R., in Z.S.t.L. 208 A.R. 967/69 (d'ora in poi "K.R."), pagine 53-55. N. 58. Per le due distinte catene di comando, confronta ibid., pagine 19-22. N. 59. R.E., in "K.R.", pagine 36-37. N. 60. Ibid., p. 37. N. 61. Atto di accusa, in "K.R.", pagine 85-86. N. 62. Ibid., p. 89. N. 63. Ibid., p.103 e R.E., in "K.R.", p.39. N. 64. Confronta l'atto di accusa, in "K.R.", pagine 104-5, e Christopher R. Browning, "Ordinary Men" cit., p. 132. N. 65. Le vicende, la composizione e gli aspetti principali del Terzo Battaglione del Reggimento di Polizia 25, il Battaglione 67, non si distinguono da quelli degli altri due in misura sufficiente da poter contraddire il senso dell'analisi. Confronta Z.S.t.L. 202 A.R.-Z 5/63.

N. 66. "J.K.", pagine 2075-76. N. 67. H.K.,in "J.K.", p. 732. N. 68. "Verfgung", in "J.K.", p. 2202. N. 69. Confronta, per esempio, ibid., p. 2240. N. 70. A.W., in "J.K.", p. 1089. N. 71. Per quanto diffusa, la pretesa dei realizzatori di non aver avuto idea del fatto che trasferimento, significava morte, n del destino che attendeva gli ebrei che deportavano (anche quando erano loro stessi ad accompagnarli nei campi della morte), del tutto falsa. Le dimostrazioni del contrario (a parte quelle dettate dal buonsenso) sono massicce. Una parola definitiva in materia nell'atto di accusa, in "K.R.", p. 90: l'ex scrivano del K.d.O. dello stato maggiore di Lublino dichiara: Per "evacuazione" si intendeva il trasferimento degli ebrei nei campi o nei ghetti. Per sentito dire, sapevo che gli ebrei che finivano in un campo venivano in qualche modo uccisi. Non ero per al corrente dei dettagli. Delle camere a gas, soprattutto, sentii parlare soltanto pi avanti (R.E., in "K.R.", p. 35). N. 72. J.F., in "J.K.", p. 1086. N. 73. "Verfgung", in "J.K.", pagine 2199-202. Uno dei partecipanti racconta che prima e durante l'eccidio gli assassini bevevano "Schnaps", grappa. L'uso dell'alcol durante le esecuzioni difficile da dimostrare come da smentire, perch le testimonianze dei realizzatori in proposito sono spesso contrastanti. Non v' dubbio comunque che vi furono occasioni in cui i tedeschi consumarono alcol prima e durante gli eccidi, per non dire di quel che bevevano una volta finito il lavoro. Tra loro parlavano spesso di quelle operazioni, anche se sappiamo poco di ci che si dicevano. Uno dei realizzatori, un riservista trentatreenne di Dortmund richiamato nell'agosto 1939, riferisce quanto segue a proposito degli eccidi nella zona di Cracovia:

"Tra noi, si diceva sempre che nelle operazioni contro il popolo ebraico la Terza Compagnia era cos suddivisa: Primo plotone: Scavare le buche ['Lcher schaufeln']. Secondo plotone: Falciarli ['Legt um']. Terzo plotone: Coprire tutto e piantare gli alberi ["Schaufelt zu und pflanzt Bume]." Si tratta ovviamente di una descrizione alquanto fantasiosa dei fatti. I diversi plotoni si davano il cambio, i tedeschi non scavavano quasi mai le fosse (lo facevano fare agli ausiliari locali, o agli stessi ebrei), e certamente non piantavano alberi sopra le tombe. Da questo episodio trapelano comunque tre questioni importanti: i tedeschi parlavano degli eccidi abbastanza spesso da farvi nascere intorno delle leggende; cercavano di attribuire agli eccidi (alquanto frequenti) una forma qualsiasi che consentisse di integrarli nell'ordinaria amministrazione del tempo in cui non uccidevano; quando parlavano degli eccidi, li abbellivano con fantasie di cose belle e vitali: piantare gli alberi, che inconsapevolmente tradisce un'assenza di disapprovazione per il genocidio, e la comune idea (si ricordi che questa era la leggenda della Terza Compagnia) dell'eccidio come impresa rigeneratrice, purificatrice, bella. Confronta H.K., in "J.K.", p. 734. N. 74. "Verfgung", in "J.K.", pagine 2207-09. Si osservi che questo assassino sostiene che tutti, lui e i suoi camerati, disapprovavano gli eccidi, e che il comandante del battaglione aveva minacciato severi provvedimenti se non avessero eseguito gli ordini. Sui motivi per cui non si deve tener conto alcuno di queste dichiarazioni, confronta l'Appendice 1. N. 75. "Verfgung", in "J.K.", p. 2207. Le testimonianze sull'affissione dei bollettini degli eccidi nelle bacheche dei reparti ne parlano come se si fosse trattato di un qualsiasi ruolo dei turni di guardia. N. 76. Ibid., pagine 2260-75. N. 77. Confronta Shmuel Krakowski, "The War of the Doomed: Jewish Armed Resistance in Poland, 1942-1944", New York, Holmes & Meier, 1984. N. 78. "Verfgung", in "J.K.", pagine 2277-87. N. 79 Ibid., pagine 2078-79, 2288-99. N. 80.

Gli uomini dei battaglioni di polizia contribuirono al massacro di una parte consistente degli ebrei sterminati dalle "Einsatzgruppen", in tutto pi di un milione. Parteciparono inoltre alla strage di molti degli ebrei del Governatorato generale, in tutto circa due milioni, e di ebrei provenienti da altre parti d'Europa. Confronta al capitolo 9 la tabella che elenca alcuni dei loro eccidi principali.

Capitolo 7 IL BATTAGLIONE DI POLIZIA 101: GLI UOMINI E LE LORO AZIONI

Come il Battaglione 65 e le altre unit del Reggimento di Polizia 25, il 101 si dedic anima e corpo allo sterminio degli ebrei d'Europa (1). Il battaglione ebbe due vite: la prima dur fino al maggio 1941, quando fu ricostituito rimpiazzando quasi completamente il personale di poliziotti regolari con reclute fresche di arruolamento. Prima che questa vita si concludesse, il 101 aveva preso parte ad azioni omicide ma, rispetto a quel che lo attendeva, soltanto in modo sporadico. La seconda vita dur da maggio fino allo scioglimento del reparto, un arco di tempo in cui si verific la stragrande maggioranza dei suoi eccidi. Poich le due vite del battaglione sono separate da una sostituzione quasi completa del personale, la prima fase non ha grande rilevanza per le azioni che diedero forma alla sua identit nella seconda, quando divenne una "Vlkermordkohorte", una coorte genocida. Prima del genocidio, la vita del Battaglione 101 fu priva di eventi di rilievo (2). Costituito nel settembre 1939, era allora composto esclusivamente da agenti di polizia in servizio ("Polizeibeamten"). Distaccato da subito in Polonia, vi oper fino al dicembre 1939, controllando le zone occupate e sorvegliando prigionieri di guerra e impianti. Rientrato ad Amburgo, fu impegnato nei normali compiti di polizia. Nel maggio 1940 il battaglione ritorn in Polonia, per il secondo turno di pacificazione e ristrutturazione dei territori assoggettati.

Qui si occup soprattutto dell'evacuazione forzata dei polacchi dalla regione di Posen, dove si sarebbero reinsediati i tedeschi del Baltico e dell'Unione Sovietica, e della sorveglianza del ghetto di Ldz' . Uomini del 101 parteciparono quindi alla spoliazione, al pestaggio e anche all'uccisione di ebrei. Durante questa permanenza in Polonia, fino all'aprile 1941, fucilarono anche un certo numero di ostaggi polacchi (3). Rientrato alla sua base di Amburgo, il Battaglione 101 fu smembrato e gli uomini furono distribuiti in tre nuovi battaglioni appena costituiti, i numeri 102,103 e 104. I suoi ranghi furono colmati con soldati di leva, e come gli altri tre battaglioni locali fu assegnato alla riserva. Di guarnigione ad Amburgo, esso fu impegnato nei compiti normali, ordinari, dei poliziotti, fatte salve tre distinte occasioni in cui i suoi uomini provvidero alla deportazione di ebrei amburghesi verso le zone occupate dell'Unione Sovietica. Qui gli ebrei furono massacrati, e in un caso almeno qualche uomo del battaglione prese parte all'eccidio. A quanto risulta da alcune testimonianze, non furono in molti a opporsi all'idea di deportare gli ebrei verso la morte; anzi, era un incarico ambito. In una dichiarazione si sostiene che era riservato a una piccola cerchia di camerati favoriti (4). Nel giugno 1942 cominci il terzo turno di servizio in Polonia, che dur fino all'inizio del 1944. Sempre di stanza nella regione di Lublino, il battaglione trasfer il suo quartier generale da Bilgoraj, nel giugno 1942, a Radzyn Podlaski il mese dopo, a Lukw in ottobre, per poi tornare a Radzyn nell'aprile 1943, e infine a Miedzyrzec Podlaski nel 1944. Qualche compagnia o plotone rimaneva nella citt sede del quartier generale, ma in genere i reparti venivano distaccati negli abitati circostanti (5). Nel febbraio 1943 i pi anziani del battaglione, quelli nati prima del 1900, furono rimandati a casa e sostituiti da gente pi giovane. Nello stesso periodo gli ufficiali e la truppa erano impegnati tutti, e intensamente, nell'"Aktion Reinhard", intraprendendo numerose operazioni omicide contro gli ebrei, sia uccidendoli immediatamente, anche a migliaia, sia deportandone altre migliaia verso le camere a gas. Il Battaglione 101 era costituito dallo stato maggiore e da tre compagnie per un totale, in graduale rotazione, di circa 500 uomini.

Lo comandava il maggiore Wilhelm Trapp. Due delle compagnie erano al comando di capitani, la terza di un tenente; oltre al piccolo stato maggiore di compagnia, comprendevano tre plotoni, in genere comandati da due tenenti e da un sottufficiale. I plotoni erano divisi in pattuglie di circa 10 uomini, guidate da sottufficiali. Erano armati alla leggera solo quattro mitragliatrici per compagnia a rinforzo delle carabine individuali. Il battaglione disponeva di mezzi di trasporto propri, camion e biciclette per i servizi di pattuglia (6). Chi erano i suoi uomini? I dati biografici sono scarsi, ed quindi possibile tratteggiare soltanto un ritratto parziale del battaglione (7); non un problema troppo grave, comunque, perch esistono elementi sufficienti a delinearne il disegno di base. Gli uomini non si erano offerti volontari per una struttura notoriamente dedita alle uccisioni di massa, e dunque non necessario andare alla ricerca di quegli aspetti della loro passata esperienza che potrebbero giustificare l'eventuale scelta; i dati servono invece per valutare la loro rappresentativit rispetto agli altri tedeschi, e per decidere se le conclusioni a essi riferite possano valere anche per tutti i compatrioti. Il Battaglione di Polizia 101 era costituito in larga maggioranza da riservisti, uomini chiamati alla leva tra il 1939 e il 1941, mai appartenuti ad alcun'altra struttura militare o di sicurezza, dai quali era ben difficile aspettarsi lo spirito e il temperamento del soldato. Conosciamo la data di nascita di 519 dei 550 uomini che sappiamo in servizio nel battaglione durante la sua permanenza e la sua azione genocida in Polonia (8): la loro fascia d'et risulta estremamente alta per una struttura militare o di polizia, poich la media, quando ebbe inizio il genocidio, era di 36,5 anni. Solo 42, un magro 8,1 per cento, avevano meno di trent'anni; 153, poco meno del 30 per cento, ne avevano pi di quaranta; in nove pi di cinquanta. Ben 382, quasi tre quarti (73,6 per cento), appartenevano alle classi comprese tra il 1900 e il 1909, considerate in genere troppo anziane per il servizio militare, e nelle quali rientravano appunto quasi tutti i riservisti dei battaglioni di polizia. Il fatto che fossero anziani importante: non erano i diciottenni impressionabili, malleabili, che gli eserciti sono bravissimi a plasmare secondo le esigenze specifiche della struttura. Erano uomini maturi, con esperienza della vita, con famiglie e figli.

Nella stragrande maggioranza erano gi adulti quando i nazisti salirono al potere: avevano conosciuto altre dottrine politiche, erano vissuti in altri climi ideologici. Non erano sempliciotti, pronti a credere a tutto ci che si sentivano raccontare. La categoria sociale, in base all'occupazione, pu essere accertata per 291 uomini (il 52,9 per cento) del Battaglione 101 (9). La gamma copriva quasi tutte le fasce della societ tedesca, escludendo quelle dell'lite. Sulla scorta di una variante del sistema di classificazione occupazionale pi consolidato per la Germania di questo periodo, la societ viene suddivisa secondo un modello tripartito: classe inferiore, classe mediobassa, lite. Quest'ultima rappresentava uno strato sottilissimo, meno del 3 per cento, mentre la stragrande maggioranza della popolazione apparteneva alle classi inferiore e medio-bassa. Ogni classe viene poi ripartita in sottogruppi in base alle professioni. La tabella che segue confronta lo spaccato delle fasce occupazionali della Germania con quello del Battaglione di Polizia 101 (i dati si basano in parte su informazioni tratte da M.H. Kater, "The Nazi Party" cit.) (10). TABELLA. [Per ogni classe indichiamo il sottogruppo per occupazione e le loro percentuali del totale rispetto alla Germania prima e al Battaglione di Polizia 101 poi] CLASSE INFERIORE 1. Operai non specializzati: in Germania 37,3%; nel Battaglione n. 64 pari al 22%. 2. Operai specializzati: in Germania 17,3%; nel Battaglione n. 38 pari al 31,1%. Subtotale: in Germania 54,6%; nel Battaglione n. 102 pari al 35,1%. CLASSE MEDIO-BASSA. 3. Artigiani (indipendenti): in Germania 9,6%; nel Battaglione n. 22 pari al 7,6%. 4. Professionisti non accademici: in Germania 1,8%; nel Battaglione n. 9 pari al 3,1%. 5.

Impiegati inferiori e intermedi: in Germania 12,4%; nel Battaglione n. 66 pari al 22,7%. 6. Impiegati statali inferiori e intermedi: in Germania 5,2%; nel Battaglione n. 59 pari al 20,3%. 7. Commercianti (indipendenti): in Germania 6,0%; nel Battaglione n. 22 pari al 7,6%. 8. Agricoltori (indipendenti): in Germania 7,7%; nel Battaglione n. 2 pari al 0,7%. Subtotale: in Germania 42,6%; nel Battaglione n. 180 pari al 61,9%. ELITE. 9. Dirigenti: in Germania 0,5%; nel Battaglione n. 1 pari al 0,3%. 10. Dirigenti statali: in Germania 0,%%; nel Battaglione n. 1 pari al 0,3%. 11. Professionisti accademici: in Germania 1,0%; nel Battaglione n. 1 pari al 0,3%. 12. Studenti (universit e scuole superiori): in Germania 0,5%; nel Battaglione n. 0 pari al 0%. 13. Imprenditori: in Germania 0,3%; nel Battaglione n. 6pari al 2,1%. Subtotale: in Germania 2,8%; nel Battaglione n. 9 pari al 3,1%. Totale: in Germania 100%; nel Battaglione n. 291 pari al 100%. Rispetto alla popolazione tedesca, tra gli uomini del Battaglione 101 era pi forte la presenza della classe medio-bassa, e minore quella inferiore, da un lato per la relativa scarsit nei suoi ranghi di operai non specializzati, dall'altro per la sovrabbondanza di dipendenti pubblici e privati di diverso rango. Nella fascia mediobassa, il battaglione presentava pochissimi agricoltori, il che non sorprende, trattandosi di un'unit che reclutava soprattutto in ambiente urbano. La rappresentanza dell'lite, 9 elementi, corrispondeva quasi esattamente (3,1 per cento) alla proporzione presente nella popolazione. A conti fatti, le differenze tra il profilo occupazionale del Battaglione 101 e quello della Germania intera non erano di grande rilievo (11).

Era pi bassa la percentuale di colletti blu e contadini, pi alta quella di colletti bianchi di livello inferiore; ma entrambe le categorie erano comunque rappresentate in modo significativo. La caratteristica individuale pi importante per la valutazione di ci che quegli uomini fecero, e della misura in cui, in quanto gruppo, furono rappresentativi della societ tedesca - cio tedeschi comuni data dal loro grado di nazificazione. Baster per questo accertare le affiliazioni istituzionali di ciascuno, che per quanto imprecise sono l'indice migliore di un grado di nazificazione superiore ai valori comuni della maggioranza dei tedeschi (specie quando si trattava della dimensione, a s stante, dell'antisemitismo). In poche parole, quanti uomini del Battaglione di Polizia 101 erano iscritti al Partito nazista o appartenevano alle S.S.? Su 550,179 erano iscritti al partito, un 32,5 per cento non troppo superiore alla media nazionale; 17 di questi appartenevano anche alle S.S.; altri 4 uomini delle S.S. non erano iscritti al partito. Tirando le somme, solo 22, un mero 3,8 per cento di questi uomini, per lo pi riservisti, erano S.S.: una percentuale infima, che pur essendo superiore alla media nazionale non riveste alcun significato per la comprensione delle azioni del battaglione. Il problema principale non comunque fissare la percentuale di uomini che possiamo considerare nazificati sulla base delle loro affiliazioni istituzionali, per poi confrontarla con la media nazionale e stabilirne la "rappresentativit" in questo contesto. Dal punto di vista analitico contano assai pi quanti non avevano alcuna affiliazione con i nazisti o le S.S., perch da loro (e dalle migliaia di altri come loro che militavano nei battaglioni di polizia) ci vengono indicazioni sulla probabile condotta degli altri tedeschi comuni ai quali fosse stato eventualmente richiesto di diventare genocida. In questo battaglione, "379 uomini non erano affiliati in alcun modo alle principali istituzioni naziste". Per di pi, non si pu nemmeno sostenere che l'appartenenza al partito indicasse in ogni singolo individuo una misura superiore di adesione ideologica al nazismo, perch molti erano stati indotti a iscriversi da ragioni tutt'altro che ideologiche. E' ovvio che l'appartenenza o meno al partito differenziava un tedesco dall'altro, ma i membri del partito nazificati al di l del livello comune in Germania costituivano comunque un sottoinsieme degli iscritti totali. All'epoca dei peggiori eccidi del Battaglione 101, oltre tutto, circa sette milioni di tedeschi potevano vantarsi di appartenere al partito, pi del 20 per

cento della popolazione maschile adulta: essere iscritto non era granch, come fattore di distinzione. Essere nazista era comune, in Germania. Il dato pi significativo rimane quindi che il 96 per cento di quegli uomini non faceva parte delle S.S., l'associazione dei duri e puri. Per la stragrande maggioranza, in quanto gruppo, gli uomini del Battaglione 101 erano tedeschi comuni, di entrambe le categorie: quelli del partito e, soprattutto, quelli che non erano nel partito. Il confronto delle fasce d'et e di occupazione tra iscritti e non iscritti al partito rivela notevoli coincidenze: gli iscritti avevano in media un anno di pi dei non iscritti (37,1 anni rispetto a 36,2), mentre lo spaccato occupazionale dei due gruppi presenta evidenti analogie. (La tabella si basa in parte su informazioni tratte da M. H. Kater, "The Nazi Party" cit.). TABELLA. CLASSE INFERIORE. 1.Operai non specializzati: iscritti 23,3%; non iscritti 20,6. 2. Operai specializzati: iscritti 10,2%; non iscritti 16,3%. Subtotale: iscritti 33,5%; non iscritti 36,9%. CLASSE MEDIO-BASSA. 3. Artigiani (indipendenti): iscritti 5,8%; non iscritti 9,2%. 4. Professionisti non accademici: iscritti 4,7%; non iscritti 1,4%. 5. Impiegati inferiori e intermedi: iscritti 19,3%; non iscritti 26,2%. 6. Impiegati statali inferiori e intermedi: iscritti 22,7%; non iscritti 17,7%. 7. Commercianti (indipendenti): iscritti 8,7%; non iscritti 6,4%. 8. Agricoltori (indipendenti): iscritti 0,7%; non iscritti 0,7%. Subtotale: iscritti 61,8%; non iscritti 61,7%. ELITE. 9. Dirigenti: iscritti 0,7%; non iscritti 0%. 10. Dirigenti statali: iscritti 0,7%; non iscritti 0%. 11. Professionisti accademici: iscritti 0,7%; non iscritti 0%.

12. Studenti (universit e scuole superiori): iscritti 0%; non iscritti 0%. 13. Imprenditori: iscritti 2,7%; non iscritti 1,4%. Subtotale: iscritti 4,7%; non iscritti 1,4%. Totale: 150 iscritti (100%); 141 non iscritti (100%). Gli uomini del Battaglione 101 provenivano prevalentemente da Amburgo e dintorni; un piccolo contingente, una dozzina, era lussemburghese (12). Poich la regione di Amburgo era in stragrande maggioranza di religione protestante evangelica, lo stesso doveva valere per la maggioranza del battaglione. Gli sparsi dati circa le affiliazioni religiose indicano che un certo numero di uomini aveva rinunciato alla chiesa, e si dichiarava "gottglubig" (credente in Dio), l'espressione promossa dai nazisti per chi nutriva un corretto sentimento religioso senza appartenere alle chiese tradizionali. Origini geografiche e affiliazioni religiose non ebbero quasi certamente nulla a che fare con la partecipazione di questi uomini al genocidio, poich i battaglioni di polizia e gli altri reparti della morte venivano arruolati in tutte le regioni della Germania, assorbendo senza distinzioni i protestanti, i cattolici e i "Gottglubige". L'et relativamente avanzata degli uomini riveste una certa importanza. Molti erano capifamiglia, avevano figli. Purtroppo i dati sugli stati di famiglia sono parziali e di difficile interpretazione. Conosciamo lo stato civile di 96 di loro: tutti tranne uno, cio il 99 per cento, erano sposati; tre quarti del totale, cio 72 uomini dei 98 di cui esistono i dati, avevano figli all'epoca degli eccidi. E' prudente ipotizzare che queste percentuali fossero pi alte rispetto alla media dell'intero battaglione: probabile che, in quella situazione poco favorevole alle notazioni autobiografiche, proprio chi aveva moglie, e soprattutto figli, fosse pi incline di altri a concedere qualche scarna informazione personale. E' impossibile dire in quale misura il campione esistente esageri la percentuale dei mariti e padri all'interno del battaglione, ma possiamo comunque supporre con certezza che molti fossero tali, cos come lo erano in maggioranza i tedeschi della loro et: nulla nelle loro storie personali indica qualcosa di anomalo in questo campo. Non possibile determinare le opinioni e le affiliazioni politiche precedenti, documentate in modo troppo vago nelle fonti disponibili.

Amburgo, la citt da dove in genere provenivano, era un tradizionale bastione della sinistra e il suo sostegno ai nazisti fu un po' meno entusiastico rispetto alla nazione nel suo insieme; possiamo quindi presumere che tra loro ci fosse una percentuale di ex socialdemocratici e comunisti superiore alla media in Germania. Che poi non fossero andati volontari in altre strutture militari forse indice di una certa freddezza verso il nazismo, anche se possibile che avessero preferito mantenersi liberi per far fronte alla responsabilit della famiglia. Comunque fosse, come gi si detto, quando il battaglione inizi le sue azioni genocide, l'impresa del grande riscatto nazionale godeva di enorme popolarit presso tutto il popolo tedesco, indipendentemente dalle convinzioni politiche precedenti. E' possibile che la percentuale minore di esponenti della classe inferiore, tradizionale serbatoio di consenso per la sinistra, servisse a controbilanciare la presunta freddezza verso il nazismo che le origini amburghesi avrebbero potuto lasciare nel battaglione. Si tratta comunque di mere congetture, per quanto credibili. Possiamo concludere con certezza soltanto che nel reparto alcuni uomini erano stati ed erano ancora sostenitori della politica del regime (come la maggioranza dei tedeschi), e altri no. A questo proposito, non c' molto altro da dire. Nella costituzione del battaglione, la "Ordnungspolizei" aveva attinto a un settore non anomalo della popolazione, che si distingueva pi che altro per l'et avanzata e per il mancato arruolamento nel servizio militare; qualcuno, anzi, era gi stato dichiarato inabile per motivi di et, o per un difetto fisico (13). Per i suoi battaglioni destinati a missioni di avanscoperta, il regime impiegava dunque uomini tra i meno adatti (fisicamente e per disposizione personale) che si potessero trovare. Data l'et avanzata, avevano vissuto pi a lungo da adulti indipendenti, conosciuto ordinamenti politici diversi, acquisito l'esperienza che deriva dal creare e mantenere una famiglia. Il numero degli iscritti al partito e alle S.S. era un po' superiore alla media nazionale, ma la grande maggioranza di loro non aveva affiliazioni naziste istituzionali. E' il contrario del ritratto del combattente della "Weltanschauung" selezionato tra mille che sarebbe emerso se si fossero davvero cercati gli uomini giusti per l'apocalittica missione di un eccidio di civili.

La "Ordnungspolizei" colm i ranghi del Battaglione 101 con un gruppo non molto promettente, eppure ben poco fu fatto per trasformarli, con l'addestramento fisico o ideologico, in uomini dal portamento fisico e morale di un vero soldato nazista: disponiamo di un coro di testimonianze sulla superficialit dell'addestramento. Qualcuno fu richiamato poche settimane, o pochi giorni, prima dell'avvio delle stragi, e fu precipitato direttamente nell'arena del genocidio. Uno di costoro aveva fatto fino all'aprile 1942 l'allevatore di bovini: fu richiamato, ebbe qualche giorno di addestramento, poi fu mandato al Battaglione 101, e prima ancora di accorgersene si trov nel pieno degli eccidi (14). Non esiste la bench minima indicazione del tentativo di verificare l'idoneit di questi uomini alle imminenti attivit genocide indagando sulle loro opinioni in merito ai temi ideologici fondamentali, e agli ebrei in particolare. Non abbiamo motivo di ritenere che la "Ordnungspolizei" ne fosse al corrente, ma alcuni dei membri di questo battaglione avevano in precedenza dimostrato ostilit verso il regime: uno era stato dichiarato inaffidabile dalla Gestapo, e altri avevano fatto opposizione attiva al nazismo nella S.P.D. e nei sindacati (15). Ma questo non contava pi: le carenze di personale imponevano alla "Ordnungspolizei" di arruolare chiunque, accontentandosi del fondo del barile. Il 20 giugno 1942 il Battaglione di Polizia 101 ricevette l'ordine di partenza per il terzo turno di servizio in Polonia; partirono 11 ufficiali, 5 amministrativi e 486 soldati (16). Percorsero in camion pi di 700 chilometri, arrivando qualche giorno dopo a Bilgoraj, una citt a sud di Lublino. Agli uomini non era stato ancora comunicato che sarebbero stati ben presto impiegati in attivit genocide, ma forse qualcuno, soprattutto tra gli ufficiali, cominciava a sospettare ci che lo attendeva. Dopotutto, il battaglione aveva gi scortato alla morte gli ebrei di Amburgo; gli ufficiali, durante il secondo turno in Polonia, avevano partecipato in prima linea all'applicazione della politica antiebraica dell'epoca; e molti, se non la maggioranza, erano certo al corrente degli eccidi di ebrei compiuti in Unione Sovietica e in Polonia dai loro camerati. Il comandante, maggiore Trapp, ricevette il primo ordine di eccidio con scarso preavviso rispetto alla data designata per l'operazione. Il giorno prima convoc gli ufficiali a rapporto e comunic loro gli ordini (17); possiamo presumere che i comandanti di compagnia non dovessero

informarne anticipatamente i soldati, ma evidentemente non tutti seppero tacere. Il capitano Julius Wohlauf, Prima Compagnia, presto destinato a diventare un entusiasta assassino di ebrei, non riusc a trattenere l'emozione dell'attesa: uno dei suoi riferisce di averlo sentito definire l'imminente operazione a Jzefw una missione estremamente interessante ("hochinteressante Aufgabe") (18). Senza specificare esplicitamente se fu allora che apprese del massacro imminente, un altro testimone racconta di aver sentito parlare di un aspetto dei preparativi che faceva presagire quale carattere avrebbe assunto la loro permanenza in Polonia: "Ricordo ancora chiaramente che la sera prima dell'azione ['Aktion'] a Jzefw furono distribuite delle fruste. Io non lo vidi di persona, perch ero in citt a fare acquisti. Venni a saperlo, comunque, dai camerati dopo essere tornato agli alloggi. Nel frattempo circolavano voci sul tipo di operazione che ci attendeva il giorno dopo. Le fruste dovevano servire per cacciare gli ebrei dalle loro case: erano di autentico cuoio di bue" (19). Chi aveva ricevuto quell'equipaggiamento sarebbe stato assegnato al compito di strappare gli ebrei dalle case per condurli fino al luogo di raccolta. Il testimone dice di non ricordare con precisione a quali compagnie appartenessero. Le compagnie partirono per Jzefw in camion, dopo la mezzanotte: una trentina di chilometri, due ore di viaggio. Chi gi conosceva la natura della missione ebbe tempo, sobbalzando nel camion lungo le strade sconnesse, per meditare sul suo significato, e sulla propria reazione. Gli altri avrebbero scoperto solo pochi istanti prima di entrare in quella bolgia dantesca di essere stati prescelti per portare a compimento il sogno del loro Fhrer, cos spesso enunciato da lui e da chi gli era pi vicino: il sogno dello sterminio degli ebrei. Il maggiore Trapp radun il battaglione; gli uomini gli si schierarono intorno su tre lati di una piazza, per ascoltare il suo discorso. "Nella localit che avevamo di fronte, annunci, avremmo eseguito una fucilazione in massa, e spieg chiaramente che quelli che dovevamo fucilare erano ebrei.

Ci invit a pensare alle donne e ai bambini rimasti in patria, costretti a subire i bombardamenti aerei; dovevamo tenere a mente soprattutto che durante quegli attacchi molte donne e bambini perdevano la vita. Pensando a questo sarebbe stato pi facile eseguire l'ordine durante l'azione imminente. Il maggiore Trapp osserv che l'azione non corrispondeva del tutto ai suoi sentimenti, ma che aveva ricevuto l'ordine dalle autorit superiori" (20). Questi tedeschi comuni ricevettero la richiesta esplicita di prendere parte a un eccidio di prima mattina, schierati nei pressi di una cittadina polacca addormentata, che si sarebbe risvegliata per assistere alle scene di un incubo superiore a qualsiasi immaginazione. Alcune testimonianze sostengono che Trapp giustific il massacro affermando che gli ebrei aiutassero i partigiani (21), un argomento palesemente pretestuoso: in quale modo le sorti dei partigiani, in quel momento fra l'altro nient'affatto rosee, potessero essere collegate all'ordine di ammazzare neonati, bambini, vecchi e malati non veniva spiegato. Il pretesto dell'attivit partigiana degli ebrei doveva rivestire quel massacro con una patina, per quanto sottile, di normalit militare, in quanto era prevedibile che la prima esperienza nell'eccidio di un'intera comunit ancora addormentata nei suoi letti potesse suscitare nei tedeschi qualche istante di esitazione. Anche il fatto di appellarsi agli ordini superiori aveva due serie di motivi. Innanzi tutto occorreva che gli uomini avessero ben chiaro che un ordine tanto grave proveniva dalle massime autorit, e aveva quindi la consacrazione dello stato e di Hitler. Ma parrebbe che Trapp esprimesse anche una sincera emozione personale: l'ordine l'aveva scosso. Pi avanti qualcuno lo ud esclamare, incontrando il medico del battaglione: Mio Dio, perch devo fare una cosa del genere? (22). Ma le riserve di Trapp non derivavano da un'opinione sugli ebrei divergente dal modello antisemitico dominante. Spiegando ai suoi uomini che gli ebrei, donne e bambini compresi, si dovevano ammazzare perch le citt tedesche venivano bombardate, egli dimostrava di ragionare da nazista. Come poteva avere un senso, per lui e per tutti quelli che lo ascoltavano, quell'affermazione? (23). La sua logica esatta non risulta chiara, ma sembra suggerire che il massacro degli ebrei fosse un giusto contrappasso per i bombardamenti, o forse invece un atto di rappresaglia che potesse avere qualche effetto positivo sui bombardamenti, o entrambe le cose insieme.

A quanto pare, per i tedeschi in procinto di spazzar via dalla faccia della terra quell'isolata e prostrata comunit, esisteva un nesso reale tra gli ebrei di una sonnolenta citt polacca e i bombardamenti alleati sulla Germania. Di fatto gli uomini del battaglione non fecero commenti sull'assurdit della giustificazione di Trapp, enunciata nel momento del loro battesimo di fuoco al genocidio. Le perversioni della mentalit tedesca plasmata dal nazismo erano tali che l'invito a pensare ai propri figli non era inteso n calcolato per suscitare in loro simpatia verso altri bambini ai quali era capitato di nascere ebrei, n sortiva - tranne qualche raro caso - questo effetto; il pensiero dei propri figli, al contrario, spronava i tedeschi ad ammazzare quelli degli ebrei (24). Il discorso di Trapp includeva istruzioni generali sulla condotta dell'operazione. I tedeschi - sia che fossero appena stati messi al corrente della nuova fase della loro vita in cui stavano entrando, sia che l'avessero saputo la sera prima - si rendevano perfettamente conto della portata di quanto stavano per fare: non si trattava di una normale operazione di polizia. Avevano ricevuto l'ordine esplicito di fucilare gli ebrei pi deboli vecchi, giovani, malati, donne e bambini - ma non gli uomini abili al lavoro, che andavano risparmiati (25). Erano disposti a farlo, quei tedeschi comuni? Ci fu qualcuno che brontol tra s che avrebbe preferito essere altrove, come fanno spesso gli uomini, anche se in uniforme, quando ricevono ordini gravosi o sgraditi? Per chi si sentiva cos, il proseguimento del discorso di Trapp venne come una benedizione dal cielo. Il loro amato comandante, pap Trapp, dava loro una via d'uscita, riservata quantomeno, in un primo momento, ai veterani del battaglione. "Concludendo il suo discorso, il maggiore chiese ai vecchi del battaglione se ci fosse qualcuno tra loro che non si sentiva all'altezza del compito. Dapprima nessuno ebbe il coraggio di farsi avanti; poi feci un passo io, per primo, e dichiarai di essere fra quelli non idonei. Solo allora se ne fecero avanti altri; rimanemmo in dieci o dodici, a disposizione del maggiore" (26). I protagonisti della scena erano certo in preda all'incertezza. Erano l per allestire l'eccidio totale di una comunit; stavano per accedere a un mondo morale nuovo. Chi di loro avrebbe mai immaginato, tre anni prima, di potersi trovare in quella localit della Polonia orientale, con l'incarico di ammazzare tutte le donne e i bambini che avesse trovato? Ma il Fhrer aveva ordinato l'eccidio, l'eccidio di quegli ebrei.

E adesso il comandante offriva, ad alcuni di loro almeno, la scelta di non uccidere; era un uomo sincero, che si prendeva cura dei suoi, da tutti i punti di vista (27). Qualcuno fece un passo avanti; quelli che esitavano, comunque, furono certo ulteriormente intimiditi dalla reazione del capitano Hoffmann. Colui che aveva raccolto per primo l'offerta di Trapp continua: A questo proposito, ricordo che il comandante della mia compagnia, Hoffmann, fu preso da una forte agitazione quando io mi feci avanti. Ricordo che disse qualcosa come "Quell'uomo andrebbe fucilato!". Ma il maggiore Trapp lo fece tacere... (28). Hoffmann, che avrebbe dato ottima prova di s come assassino zelante, se non coraggiosissimo, fu pubblicamente zittito e rimesso al suo posto da Trapp. Questi sapeva trattare il battaglione, non c'era dubbio. Tutti quelli che avevano fatto il passo avanti furono esentati dall'eccidio. Va rilevato comunque, e indubbiamente lo rilevarono anche i soldati, che con le sue aperte obiezioni contro chi aveva accettato l'offerta di Trapp, Hoffmann aveva messo pubblicamente in discussione un ordine superiore; non era certo un modello di obbedienza. Un altro testimone, Alois Weber, conferma che Trapp si offr di esentare dal servizio chi non voleva uccidere, ma sostiene che si rivolgeva non solo ai veterani bens all'intero battaglione: "La richiesta di Trapp non era un trabocchetto. Non occorreva tanto coraggio per farsi avanti. Uno della mia compagnia lo fece. Segu un diverbio violento tra Hoffmann e Papen ... Il passo avanti lo fecero in dodici, forse. A quanto ho sentito, non era consentito solo agli anziani. Anche qualcuno dei giovani lo fece. E come l'ho sentito io, che era lecito farsi avanti, devono averlo sentito tutti" (29). E' difficile stabilire quale delle due versioni sia vera. A mio vedere, pi probabile che l'offerta di rimpiazzo venisse fatta a tutti: non solo appare pi credibile, ma ci sono tre ulteriori elementi a conferma di questa conclusione. Nel corso delle operazioni genocide della giornata, a tutti gli uomini, e non solo ai veterani, si sarebbero presentate occasioni per evitare di uccidere.

In secondo luogo, Weber dichiara che anche i giovani si fecero avanti in risposta all'offerta di Trapp, un fatto improbabile se il maggiore non si fosse rivolto anche a loro. E infine, Weber si autoaccusa, ammettendo di non aver voluto evitare di diventare un assassino di ebrei pur sapendo di averne la possibilit, e pur avendo davanti agli occhi altri che decisero di non contribuire in quel modo al genocidio (30). Per un certo verso, non importa molto quale dei due testimoni dicesse la verit: se pure inizialmente l'offerta di Trapp fu rivolta solo ai veterani, anche agli altri divenne ben presto chiaro che la scelta di non uccidere non era riservata ai veterani. Una volta iniziato l'eccidio, peraltro, quando furono travolti da tutto l'orrore di quell'azione, l'incentivo emotivo alla scelta di non uccidere crebbe a dismisura, ma ebbe scarso effetto sulle decisioni dei tedeschi. L'adunata del battaglione fu seguita da una serie di incontri pi ristretti: Trapp assegn i compiti ai comandanti di compagnia, che li trasmisero agli uomini (la Prima Compagnia fu istruita da un sergente). Gli ordini prevedevano l'uccisione sul posto, cio nelle loro case, nei loro stessi letti, degli ebrei che avessero qualche difficolt a portarsi rapidamente al luogo di raccolta - i vecchi, i troppo giovani, i malati (31). Inizialmente la Prima Compagnia fu assegnata allo sgombero degli ebrei dal ghetto, poi alla formazione dei plotoni d'esecuzione. Fu dunque soprattutto la Seconda Compagnia a occuparsi dello sgombero, passando di porta in porta per costringere gli ebrei a correre verso il punto di raccolta, la piazza del mercato. La maggior parte della Terza Compagnia provvedeva a isolare la citt con un cordone sanitario, ma un plotone fu distaccato a dar man forte alla Seconda (32). L'organizzazione logistica iniziale si modificava col procedere dell'operazione. All'alba i tedeschi iniziarono il rastrellamento degli ebrei del ghetto di Jzefw, passandolo al setaccio in piccole pattuglie di due o tre uomini, e cacciando a forza gli ebrei dalle loro case. Quelli della Terza Compagnia avevano ricevuto direttamente dall'ufficiale le medesime istruzioni comunicate alle altre: Nel corso dell'evacuazione i vecchi, i malati, i neonati e i bambini piccoli che opponessero resistenza dovranno essere fucilati sul posto (33). I tedeschi agirono con incredibile brutalit, eseguendo con slancio l'ordine di non preoccuparsi se qualcuno non era in grado di camminare fino al luogo di raccolta: lo si ammazzava su due piedi.

Vidi circa sei cadaveri di ebrei, che i miei camerati avevano ucciso, secondo gli ordini, nel posto in cui li avevano trovati. Fra gli altri c'era una vecchia, uccisa nel suo letto (34). Quando i tedeschi ebbero finito, il ghetto era disseminato di corpi, nei cortili, sulle porte, lungo tutte le strade che portavano al mercato (35). Cos un soldato della Terza Compagnia riferisce di quelle prodezze: So che quell'ordine fu eseguito anche perch, attraversando il quartiere ebraico nel corso dell'evacuazione, vidi parecchi cadaveri di vecchi e bambini. So che tutti i ricoverati di un ospedale israelitico furono fucilati dalle truppe che setacciavano il quartiere (36). Sarebbe facile leggere queste due frasi, rabbrividire per un istante, e passare oltre. Ma proviamo a considerare quanto sarebbe stata forte la pressione psicologica a non uccidere quella gente se i poliziotti fossero stati davvero contrari all'eccidio, se davvero non fossero stati convinti che gli ebrei meritassero quella sorte. Avevano appena sentito dal loro comandante che chi avesse voluto tirarsi indietro sarebbe stato esentato. Invece di raccogliere quell'offerta, preferirono entrare in un ospedale, una istituzione di carit, per sparare agli ammalati, tremanti, inginocchiati a chiedere piet. E ammazzavano i neonati (37), anche se nessuno dei testimoni ha ritenuto opportuno riferire questi dettagli. Probabilmente l'assassino sparava al bambino in braccio alla madre, e magari anche alla madre, oppure, come piaceva a molti in quegli anni, lo sollevava per una gamba e gli sparava con la pistola. Forse la madre stava a guardare, inorridita, mentre il corpicino veniva gettato a terra, a marcire come un mucchietto di spazzatura. Sarebbe dovuto bastare l'orrore di un solo infanticidio, o di aver preso parte al massacro dei ricoverati nell'ospedale ebraico - per non parlare di tutti gli altri eccidi avvenuti o a venire in quella giornata - per indurre quelli tra i tedeschi che consideravano gli ebrei come parte della famiglia umana a informarsi se l'offerta di Trapp potesse essere ancora considerata valida anche per loro. A quel che sappiamo, nessuno lo fece. Completato il primo rastrellamento, i tedeschi setacciarono di nuovo il ghetto per assicurarsi che nessun ebreo potesse sfuggire al suo destino. Ovunque in Polonia, dopo l'esperienza personale e collettiva, fatta nei primi mesi del 1942, di ci che i tedeschi avevano in serbo per loro, gli ebrei avevano costruito nascondigli, spesso molto ingegnosi.

I tedeschi, aiutati con entusiasmo da parecchi polacchi, si dedicavano con grande zelo alla ricerca di quei rifugi, esaminando minuziosamente ogni parete e ogni zolla rivoltata: "Il quartiere fu perquisito un'altra volta. Spesso grazie all'aiuto dei polacchi, furono scoperti numerosi ebrei nascosti in stanze o alcove murate. Ricordo che un polacco mi fece notare un cosiddetto spazio morto tra le pareti di due stanze adiacenti. Un altro polacco ci parl di un nascondiglio sotterraneo. Gli ebrei scoperti in due nascondigli non furono uccisi subito, come prescrivevano gli ordini; fui io a decidere di farli portare nella piazza del mercato" (38). Se dobbiamo credergli, quest'uomo prefer che fossero altri a sporcarsi le mani, scegliendo di disobbedire all'ordine di uccidere chiunque opponesse resistenza, ma ottenendo comunque lo scopo in modo meno sgradevole (ci pensassero gli altri, a ucciderli). Ma se, oltre a trovarlo un compito spiacevole da eseguire personalmente, fosse stato contrario all'eccidio degli ebrei, non gli sarebbe stato difficile evitare di trovare quelli che avevano fatto il possibile per tenersi nascosti; dalla sua lunga testimonianza, invece, non risulta che n lui, n altri tedeschi abbiano finto di non vedere (39). I tedeschi avevano radunato gli ebrei nella piazza del mercato. Avevano impiegato parecchio tempo: era il primo eccidio del Battaglione 101, e le procedure andavano ancora perfezionate.Qualche ufficiale, insoddisfatto dell'andamento dell'operazione, correva da un punto all'altro spronando gli uomini: Siamo fuori tempo massimo! Pi in fretta, pi in fretta! (40). Finalmente, alle 10 del mattino, i tedeschi selezionarono i cosiddetti abili al lavoro ("Arbeitsfhigen"), circa 400 uomini, destinati a un campo di lavoro presso Lublino (41). A questo punto gli uomini del 101 erano pronti per affrontare la fase centrale della loro prima impresa genocida. Furono dati nuovi ordini, per prepararli all'eccidio sistematico. Gi durante l'adunata con Trapp avevano ricevuto istruzioni sulla tecnica della fucilazione. "Ricordo perfettamente il dottor Schoenfelder ... Come ho detto, stavamo in semicerchio intorno a lui e agli altri ufficiali.

Il dottor Schoenfelder disegn sul terreno - perch tutti potessimo vedere - il profilo di un torso umano, e segn sul collo il punto al quale si doveva sparare. Quell'immagine mi rimane impressa nella mente. Di una cosa non sono certo, se per fare il disegno avesse usato un bastone o qualcos'altro" (42). Il medico del battaglione, che insegn agli uomini il modo migliore per uccidere, evidentemente non riteneva che il giuramento di Ippocrate valesse anche per gli ebrei (43). Vi furono altre discussioni per perfezionare le tecniche del macello. Si parl di come si dovesse sparare. Ci si chiedeva se fosse meglio farlo con o senza la baionetta in canna ... La baionetta aiutava a prendere la mira, e manteneva un minimo di distanza tra il fucile e la vittima (44). A gruppi, i tedeschi trasferirono gli ebrei in camion dalla piazza ai boschi nei dintorni di Jzefw, dove i poliziotti di scorta ordinarono di saltare gi, e naturalmente, date le circostanze, diedero loro "una mano" ["nachgeholfen wurde"] a fare pi presto (45). Era il loro primo eccidio, ma stando alla testimonianza di questo assassino per gli uomini del Battaglione 101 era gi una cosa naturale picchiare gli ebrei (l'evidente significato dell'eufemistica mano, che anche nella deposizione compare tra virgolette). Tanto naturale che il testimone ne fa cenno di sfuggita, non considerando la cosa degna di attenzione o approfondimento. Intorno a mezzogiorno agli uomini della Prima Compagnia, inizialmente gli unici assegnati alle fucilazioni, si aggiunsero elementi della Seconda, perch il maggiore Trapp prevedeva che altrimenti non si sarebbe riusciti a portare a termine il massacro entro sera (46). L'aspetto materiale dell'eccidio fin quindi per essere condiviso da un numero maggiore di uomini di quanto il maggiore avesse progettato. Le modalit precise del trasporto e delle esecuzioni furono lievemente diverse da un'unit all'altra, e si modificarono nel corso della giornata. Per rimanere alla Prima Compagnia, i suoi plotoni si erano divisi in squadre di circa otto uomini. All'inizio la procedura seguiva pi o meno questo iter: la squadra si avvicinava a un gruppo di ebrei appena arrivati, all'interno del quale ogni tedesco sceglieva la sua vittima - un uomo, una donna, un bambino (47). Ebrei e tedeschi si avviavano poi insieme, in due file parallele in modo che ogni assassino marciasse al passo con la sua vittima, fino a una radura,

dove prendevano posizione e attendevano dal caposquadra l'ordine di far fuoco (48). La passeggiata nel bosco offriva a ognuno di quegli uomini un'occasione di riflessione; camminando a fianco delle loro vittime, essi potevano confrontare la figura umana accanto a loro con le proiezioni della propria mente. Qualcuno, naturalmente, aveva al fianco un bambino. E' estremamente probabile che a suo tempo, in Germania, questi stessi uomini avessero fatto passeggiate nei boschi con i propri figli, che correvano accanto a loro pieni di allegria e curiosit. Con quali pensieri, quali emozioni, potevano ora marciare, sbirciando di continuo accanto a loro la figura, diciamo, di una ragazzina di otto-dieci anni, che a un occhio non velato dall'ideologia sarebbe apparsa identica a qualsiasi altra ragazzina? Oppure vedevano soltanto un'ebrea, giovane certo, ma comunque un'ebrea? Si chiedevano forse, increduli, con quale giustificazione si apprestavano a farle saltare le cervella? O invece consideravano ragionevole quell'ordine, per la necessit di stroncare anche sul nascere la minaccia ebraica? Dopo tutto, quella bambina ebrea sarebbe diventata una madre di ebrei. L'eccidio vero e proprio fu raccapricciante. Dopo la passeggiata nel bosco, ogni tedesco puntava il fucile alla nuca di quello stesso volto, ora rivolto verso terra, che fino a un attimo prima aveva camminato al suo fianco; poi schiacciava il grilletto e rimaneva a guardare gli ultimi spasimi della vittima, a volte una ragazzina, finch rimaneva immobile. Occorreva restare impassibili di fronte alle grida, alle donne che piangevano, ai bambini che strillavano (49). Sparando quasi a bruciapelo, capitava spesso che i tedeschi si insozzassero di materia organica umana. Il colpo di grazia raggiunse il cranio con tanta forza da strappare via tutta la calotta posteriore, schizzando il tiratore di sangue, schegge d'ossa e materia cerebrale (50). Il sergente Anton Bentheim riferisce che non si tratt di un episodio isolato, ma di una condizione generale: I boia erano spaventosamente coperti di sangue, materia cerebrale e schegge d'ossa, che si attaccavano alle divise (51). Nonostante l'esperienza visceralmente ributtante, sufficiente a turbare anche il carnefice pi incallito, questi neofiti del macello ritornavano a prendere nuove vittime, altre ragazzine, per l'ennesima passeggiata nel bosco.

Per ogni gruppo di ebrei cercavano una nuova radura (52). In questo modo personalizzato, individuale, ognuno dei fucilatori uccideva in genere dai 5 ai 10 ebrei, per lo pi vecchi, donne e bambini. I circa 30 uomini del plotone del tenente Kurt Drucker, Seconda Compagnia, per esempio, nell'arco di tre-quattro ore ammazzarono dai 300 ai 400 ebrei (53). Fra una scarica e l'altra si concedevano qualche pausa per riposare, riprendersi e fumare una sigaretta (54). Diversamente dalle procedure tipiche delle operazioni omicide dei tedeschi, gli uomini del Battaglione 101 non costrinsero gli ebrei a spogliarsi, n raccolsero gli oggetti di valore: quel giorno il loro pensiero era fisso su un'unica missione. In tutto, tra il massacro incontrollato nel ghetto e le esecuzioni metodiche nei boschi, i tedeschi uccisero qualcosa come 1200 ebrei, forse qualche centinaio in pi. Lasciarono i cadaveri dove stavano, per le strade di Jzefw o nei boschi circostanti; ci pensasse il sindaco polacco, a organizzare la sepoltura (55). Tra le vittime erano numerosi gli ebrei provenienti dal nord della Germania, che parlavano tedesco con un accento simile a quello degli uomini del battaglione. E mentre l'estraneit linguistica degli ebrei polacchi (la maggioranza delle vittime) e la diversit dei loro costumi rafforzavano la monumentale barriera cognitiva e psicologica che impediva agli assassini di riconoscerne l'umanit, quelli che invece venivano dalla stessa regione tedesca, che si rivolgevano a loro nella cadenza della madrelingua, avrebbero dovuto suscitare quanto meno l'impulso a prenderla in considerazione, quell'umanit. Due uomini della Seconda Compagnia ricordano un ebreo di Brema, veterano della prima guerra mondiale, che implorava di aver salva la vita: non gli serv a nulla (56), cos come a tutti gli altri ebrei tedeschi l'essere tali serv soltanto a procurare loro quell'egualitario proiettile che - nell'opinione e nelle azioni dei tedeschi - parificava tutti gli ebrei, tedeschi o polacchi, maschi o femmine, vecchi o giovani che fossero. Quale effetto avevano gli eccidi sugli assassini? Che vi si dedicassero con zelo fuori di dubbio, considerando l'efficacia dei risultati. Alcuni provavano raccapriccio, ma non tutti. Uno di loro ricorda con particolare chiarezza un episodio di quella giornata: "Per ordine del sergente Steinmetz, gli ebrei furono portati nei boschi.

Noi andammo con loro. Dopo circa 200 metri Steinmetz ordin agli ebrei di distendersi a terra, in fila. Vorrei dire a questo punto che erano solo donne e bambini; soprattutto donne, e bambini sui dodici anni ... Io dovevo sparare a una vecchia, aveva pi di sessant'anni. Ricordo ancora che la vecchia mi chiese se avrei fatto presto ... Accanto a me c'era Koch ... Lui doveva sparare a un ragazzino, circa dodici anni. Ci avevano detto chiaramente che si doveva tenere la canna del fucile ad almeno quindici centimetri dalla testa ma evidentemente Koch non lo fece, e mentre ce ne andavamo dal luogo dell'esecuzione, i camerati mi presero in giro perch avevo la manica imbrattata di materia cerebrale del ragazzino. Io chiesi perch ridessero, e Koch, indicando la mia manica: Quella del mio; ha gi smesso di agitarsi. Lo disse con un evidente tono di vanteria..." (57). Questa ilarit, questa gioia aperta e infantile di fronte a un eccidio, non fu un caso isolato, che non ebbe a ripetersi. Dopo quell'ultimo commento, l'assassino osserva: Ne ho sentite parecchie, di porcherie ["Schweinereien"] di quel genere.... Alcuni rimasero comunque colpiti dall'orrore della scena del macello, su questo non possono esservi dubbi, e qualcuno ne fu profondamente scosso. Molti, anche tra i pi appassionati carnivori, si trovano a disagio quando entrano in un comune mattatoio per il bestiame; non sorprende che anche un certo numero di quegli assassini sentisse il bisogno di farsi esonerare, o di prendere fiato tra una scarica e l'altra. Un caposquadra, il sergente Ernst Hergert, riferisce che nel suo plotone due o cinque uomini chiesero di essere esentati dalle fucilazioni dopo che queste erano gi cominciate, perch non se la sentivano di sparare alle donne e ai bambini. Furono assegnati subito, da lui stesso o dal tenente, ad altri compiti di trasporto o di sorveglianza per tutta la durata della strage (58). Anche altri due sergenti, Bentheim e Arthur Kammer, esonerarono alcuni dei loro sottoposti (59). Un terzo sergente, Heinrich Steinmetz, prima dell'eccidio avvert esplicitamente gli uomini che non erano obbligati a uccidere: Vorrei inoltre ricordare che prima dell'inizio dell'esecuzione il sergente Steinmetz disse agli uomini del plotone che chi non si sentiva all'altezza del compito poteva farsi avanti. Nessuno, ne sono certo, chiese di essere esentato (60).

E' importante t enere a mente che quegli uomini avevano gi preso parte al brutale rastrellamento del ghetto, e dunque avevano gi avuto ampia possibilit di confrontarsi con la raccapricciante realt dell'impresa genocida; ma nessuno raccolse, in quel momento, l'offerta di evitare ulteriori uccisioni. Stando a uno dei suoi, Steinmetz rinnov l'offerta anche quando le fucilazioni erano ormai avviate; il testimone ammette di aver ammazzato da sei a otto ebrei, prima di chiedere al sergente di essere esentato. La richiesta fu accolta (61): il sergente Steinmetz non era un superiore indifferente ai sentimenti dei suoi uomini. Particolarmente significativo fu il rifiuto opposto da un ufficiale, il tenente Heinz Buchmann. A partire dall'eccidio di Jzefw, e in tutte le stragi successive, egli fece in modo di non partecipare direttamente alle esecuzioni, riuscendo a farsi assegnare altri compiti. A Jzefw comandava la scorta che port gli ebrei cosiddetti abili in un campo di lavoro presso Lublino. Nel battaglione tutti sapevano che quel tenente scansava i turni ai plotoni d'esecuzione; e il suo desiderio di non prendervi parte veniva riconosciuto dalla gerarchia di comando al punto che ogniqualvolta si prospettava un'operazione di quel genere il comandante della compagnia lo aggirava, passando gli ordini direttamente ai suoi subordinati (62). Appare ovvio che almeno alcuni degli uomini non ebbero alcuna esitazione a chiedere di rimanerne fuori; sta di fatto che non faticarono a farsi esentare dalle esecuzioni, ponendosi anche davanti agli occhi degli altri come esempi della possibilit di evitare quell'incarico orrendo. L'offerta di Trapp era stata fatta di fronte all'intero battaglione; uno almeno dei sergenti al comando di un contingente di carnefici l'aveva rinnovata ai suoi, e tenente e sergente di un altro reparto concedevano senza difficolt l'esenzione a chi ne faceva richiesta. Opportunit di evitare il coinvolgimento diretto negli omicidi furono offerte e raccolte sia di fronte all'adunata del battaglione sia nella maggiore intimit dei plotoni e delle squadre. E ci fu, come si visto, perfino un ufficiale che con la propria riluttanza dimostr alla truppa la possibilit di esimersi, senza alcun disonore, dagli orrori dell'eccidio. Dunque tutta la gerarchia del Battaglione di Polizia 101, dal vertice alla base, dava a quanto pare per scontato, in modo pi o meno formale, che chi non voleva uccidere non doveva esservi costretto (63).

Che le esenzioni potessero essere concesse a discrezione dei semplici sergenti, e non soltanto del comandante di battaglione, basta a dimostrare che la cosa veniva accettata senza difficolt. E dimostra anche che chi massacr gli ebrei, i bambini ebrei, lo fece di propria volont (64). Dopo quella giornata di duro lavoro, gli uomini ebbero il tempo di riflettere e di parlarne tra loro. Di ritorno a Bilgoraj, per esempio, misero al corrente delle loro gesta il furiere della compagnia, che era rimasto alla base (65). Ne parlavano, evidente; ed impensabile che quei tedeschi comuni, nei loro scambi di idee, non dessero un giudizio di valore ad azioni tutt'altro che neutre. Molti erano rimasti scossi dagli eccidi, qualcuno era anche depresso: Nessuno dei camerati faceva queste cose con gioia. Dopo, erano tutti molto depressi (66). Quel giorno nessuno aveva appetito: Ricordo ancora che al loro ritorno nessuno dei camerati gust il pranzo. Gustarono molto, invece, la razione supplementare di alcolici (67). E' chiaro che molti non reagirono con indifferenza alle azioni che avevano commesso: nelle testimonianze rese dopo la guerra parlano spesso con grande passione dello sconforto che colp loro e i loro compagni dopo il primo massacro. E' senz'altro vero che, all'inizio, qualcuno si sent infelice, nauseato e forse persino indignato nel vedersi imposto un compito tanto raccapricciante (68). Ma quanto essi riferirono dopo la guerra va considerato con una certa circospezione, evitando la tentazione di leggervi pi di quanto non stia scritto (69). Quello che li disgustava erano i crani che esplodevano, il sangue e le ossa che schizzavano, la vista di tanti cadaveri di gente che essi stessi avevano appena abbattuto (70). E rimanevano attoniti, o persino scossi, da quelle uccisioni di massa in cui commettevano azioni che li avrebbero modificati definitivamente, imprimendo loro un indelebile marchio sociale e morale. La reazione era simile a quella che tanti soldati provano al primo incontro con la truce realt della battaglia: nausea, vomito, perdita dell'appetito. Che lo provassero anche questi tedeschi nel momento dell'iniziazione a una forma cos orrenda di assassinio pi che comprensibile.

Ma difficile credere che la reazione derivasse da qualcosa di diverso dal raccapriccio del momento, come dimostra lo zelo con cui si dedicarono, pochi giorni dopo, a nuovi eccidi. Nonostante l'impressione e il disgusto, nessuno - l'ufficiale medico del battaglione ad attestarlo - ebbe problemi emotivi di qualche rilievo dopo il macello della comunit di Jzefw. L'ufficiale non seppe di nessuno che dopo quell'esperienza si fosse sentito male, o avesse sofferto di qualche disturbo anche lontanamente paragonabile a un esaurimento nervoso (71). L'immagine complessiva di questo battaglione uno scambio verbale continuo: uomini che esprimevano opinioni ed emozioni, con frequenti disaccordi, a volte anche, in qualche misura, tra persone a livelli diversi della gerarchia. Nel pieno delle esecuzioni, nel pomeriggio, esplose un acceso diverbio tra il tenente Hartwig Gnade, comandante della Prima Compagnia, e uno dei suoi sottotenenti sul luogo migliore per fucilare un gruppo di ebrei. Sentirono Gnade che gridava al subordinato recalcitrante che non avrebbe pi lavorato con lui, se rifiutava di obbedire agli ordini (72). Questo atto di insubordinazione - un ufficiale che litiga con il suo superiore, e per di pi davanti alla truppa, su una questione operativa di cos poca importanza, e l'evidente rifiuto, o incapacit, del superiore di asserire l'autorit assoluta che gli spettava - ci dice molto circa la disciplina tutt'altro che draconiana del battaglione: non era gente che tacesse sottomessa di fronte ai superiori, e ancor meno era gente che obbedisse a qualsiasi ordine senza pensare. Nonostante le evidenti difficolt che alcuni dei tedeschi incontrarono nell'eseguire la loro prima strage, nonostante il disgusto provocato dall'effetto dei colpi sparati nella nuca agli ebrei, e nonostante avessero avuto la possibilit di esimersi dalle esecuzioni, da quel compito macabro e raccapricciante, quasi tutti scelsero di andare fino in fondo. Se qualcuno disapprovava che gli ebrei, i bambini e i neonati ebrei, venissero uccisi, in una situazione in cui anche lo stomaco pi robusto faticava a reggere il sangue, le schegge d'ossa e la materia cerebrale di cui tutti si trovavano insozzati, risulta difficile capire non solo perch uccidesse, ma anche in quale modo fosse riuscito a imporsi di uccidere, e di continuare a farlo. La via d'uscita esisteva: persino chi non disapprovava in linea di principio l'uccisione degli ebrei, ma era solo sconvolto dal raccapriccio, riusciva a ottenere un'esenzione temporanea (73).

Per gli uomini del Battaglione di Polizia 101 la tregua nel contributo alla soluzione della "Judenfrage" dur solo pochi giorni; poi intrapresero numerose missioni minori nella zona intorno a Bilgoraj e Zamosc, trasferendo gli ebrei dai villaggi e dalle localit in centri di raccolta pi capienti. Furono operazioni frequenti, parrebbe, ma non ne conosciamo bene i dettagli, dei quali i realizzatori dicono poco (74). La seconda grande strage di una comunit, poco tempo dopo quella di Jzefw, fu messa all'ordine del giorno per il Battaglione 101 nella vicina citt di Lomazy. Mentre a Jzefw l'intero battaglione aveva partecipato all'eccidio, a Lomazy fu la sola Seconda Compagnia a farsi carico dell'operazione. Il giorno prima il comandante di compagnia convoc gli ufficiali di plotone a Biala Podlaska, sede del suo stato maggiore. In quel momento i plotoni erano dispersi in varie localit circostanti, e una squadra, al comando del sergente Heinrich Bekemeier, era stanziata a Lomazy gi dal 9 agosto. Il comandante, tenente Gnade, inform gli ufficiali dell'imminente operazione, ordinando loro di trasferire i reparti a Lomazy entro le 4 dell'indomani mattina, 19 agosto. Lomazy contava meno di tremila abitanti, pi della met dei quali, all'epoca, erano ebrei. La maggioranza dei 1600-1700 ebrei che i tedeschi vi trovarono non era del luogo, ma proveniva da altre zone, anche dalla Germania, alcuni persino da Amburgo (75). I tedeschi li avevano deportati laggi nei mesi precedenti, come primo passo di un'eliminazione che doveva svolgersi in due fasi. Non stavano rinchiusi in un ghetto murato, ma erano comunque concentrati in un loro quartiere. Gli uomini della Seconda Compagnia impiegarono circa due ore per radunare le vittime e portarle nel luogo di raccolta, un campo sportivo nei pressi della scuola. Il rastrellamento fu spietato; seguendo le istruzioni di Gnade, i tedeschi uccisero sul posto tutti quelli che non potevano raggiungere con le proprie forze il luogo di raccolta. Lo zelo con cui svolsero l'incarico viene cos riassunto nella sentenza del tribunale: "La perquisizione delle case fu condotta con straordinaria accuratezza. Le forze disponibili furono divise in pattuglie di 2-3 poliziotti.

Il testimone H. riferisce che avevano l'ordine di cercare anche nelle cantine e nelle soffitte. Gli ebrei, che non erano pi all'oscuro e sapevano ci che accadeva a quelli della loro razza in tutto il Governatorato generale, tentavano di nascondersi per sfuggire all'annientamento. Per tutto il quartiere ebraico si sentiva sparare. Il testimone H. cont nel suo solo settore, un isolato di case, circa 15 ebrei uccisi. Dopo due ore il quartiere, che era facile da controllare, era stato completamente evacuato" (76). I tedeschi sparavano ai vecchi, ai malati, ai bambini, per le strade, nelle case, nei loro stessi letti (77). La furia omicida manifestata nel rastrellamento di Lomazy degna di rilievo, perch il piano generale del massacro intendeva risparmiare ai tedeschi l'esecuzione finale delle vittime. Prima dell'operazione Gnade aveva annunciato che alle esecuzioni avrebbe provveduto, con la supervisione dei tedeschi, un'unit di Trawniki, noti anche come Hiwi (78) europei dell'Est, soprattutto ucraini, che operavano come ausiliari nello sterminio. Ogni ebreo che i tedeschi portavano al punto di raccolta era una vittima alla quale quel particolare tedesco non avrebbe dovuto poi sparare a bruciapelo, risparmiandosi la prova se davvero poteva considerarsi tale - di fucilare gli ebrei tremanti che tentavano di nascondersi, il vecchio nel suo letto, il neonato in fasce. Nel suo insieme, invece il gruppo di tedeschi che rastrellava gli ebrei non approfitt di quest'occasione di evitare di uccidere a bruciapelo, in modo diretto e personalizzato (79). Nel campo sportivo separarono gli uomini dalle donne. Si attardarono sul campo per ore, in attesa che venissero completati gli ultimi preparativi per la strage. Tre fotografie riprodotte nel nostro inserto fotografico sono immagini di quell'adunata, le prime due viste da vicino, la terza da una certa distanza. Nella prima foto un tedesco sta di fronte a una doppia fila di ebrei impugnando una frusta ripiegata; d le spalle ai suoi sorvegliati e guarda diritto verso il fotografo, dando l'impressione di essere fiero di quello che fa, di non voler nascondere l'immagine della sua partecipazione all'operazione genocida, ma anzi di volerla tramandare ai posteri. Sul retro della terza immagine il fotografo scrisse quello che qui riproduciamo: Vi si legge:

"Ebrei condannati / Lomartzie / 18 ago. 42 / 1600" Quest'uomo prendeva nota di tutto, per essere certo che anni dopo non avrebbe confuso o dimenticato i successi di quella giornata. In base ai suoi conti, uccisero 1600 ebrei (80). Dal campo sportivo, un distaccamento del Primo Plotone condusse un gruppo di circa 50-60 ebrei equipaggiati con pale e badili verso un bosco distante pi di un chilometro, dove sarebbe avvenuta l'esecuzione. I tedeschi costrinsero gli ebrei a scavare una grande fossa, quella che vediamo mezza piena d'acqua nella quarta foto (81). Anche sul retro di questa immagine una scritta identifica la scena a beneficio dei posteri: "Ebrei che scavano una fossa comune / Lomartczy 18 ago. 1942 / 1600" Con grave ritardo arrivarono gli Hiwi, 40-50 uomini (82), e fecero subito colazione. Di fronte allo spettacolo delle loro prossime vittime, si ingozzarono di cibo e di vodka, che li avrebbe resi ancor pi feroci. Anche Gnade e il tedesco che li comandava cominciarono a bere (83). Gli ebrei, che non potevano certo nutrire dubbi sulla sorte che li attendeva, guardavano gli assassini banchettare davanti a loro prima di dare inizio al massacro. Nonostante il calore intenso, i tedeschi li lasciarono senza cibo e senz'acqua. Cominci il trasferimento al luogo dell'esecuzione. Il grosso degli ebrei si avvi lungo la strada solo quando dei contadini polacchi ebbero portato una lunga corda che avevano preparato appositamente per quella marcia. Per qualche inspiegabile motivo, forse una bizzarria della logica nazista, i tedeschi strinsero la massa degli ebrei nel cerchio della corda, pensando che cos si sarebbero avviati ordinatamente, in fila per sei o per otto, sulla marcia della morte (84). I tedeschi sparavano a chiunque uscisse - in genere si trattava di qualcuno che restava indietro - dall'anello di corda in movimento. Avevano imposto un passo veloce, che i meno abili faticavano a tenere, e quindi in fondo all'anello si form subito una ressa. La vista dei ritardatari abbattuti a fucilate provocava tanto terrore che a un certo punto gli ebrei corsero avanti, travolgendo alcuni dei loro compagni; i caduti furono prima calpestati dagli altri, poi, nelle parole di uno dei

realizzatori, il sergente Bentheim, vennero spinti brutalmente avanti, e anche presi a fucilate (85). Prima di giungere sulla scena dell'esecuzione, i tedeschi decisero finalmente di fare a meno di quella corda, un'idea balzana e di nessuna utilit funzionale. Quando la colonna arriv sul posto, separarono gli uomini dalle donne, sistemandoli in due punti diversi, a circa un centinaio di metri dalla fossa. Poi li costrinsero a svestirsi parzialmente; gli uomini rimasero a torso nudo, qualcuno nudo del tutto. Strapparono loro anche tutti gli oggetti di valore (86). L'ignominia di denudarsi in pubblico era nulla rispetto a quanto attendeva gli ebrei, ma rimaneva comunque un'ignominia; e aveva anche altre conseguenze, poich si era alla met di agosto. Ricordo perfettamente l'immagine di quegli ebrei, quasi tutti a torso nudo, stesi per diverse ore a scottarsi sotto il solleone. Una volta spogliati, infatti, gli ebrei dovevano rimanere stesi a terra su una superficie piuttosto limitata, e non potevano muoversi (87). Quando finalmente tutto fu pronto per il massacro, quelli del Secondo Plotone si schierarono su due file che andavano dal luogo di attesa fino alla fossa. A gruppi successivi di 15-20 persone gli ebrei furono costretti a correre tra quelle due file fino alla fossa, sotto le grida e i colpi di calcio di fucile dei tedeschi (88). E come se terrorizzare e torturare cos le vittime negli ultimi istanti di vita ancora non bastasse, Gnade riserv un trattamento speciale ad alcuni ebrei molto facilmente identificabili come tali. Questo ricordo rimase indelebilmente inciso - e la cosa non sorprende nella mente di uno dei suoi uomini: "Durante queste esecuzioni vidi anche qualcos'altro che non dimenticher mai. Prima ancora che si cominciasse a sparare, il tenente Gnade in persona aveva scelto circa 20-25 ebrei anziani; esclusivamente uomini con lunghe barbe. Gnade costrinse quei vecchi a strisciare per terra di fronte alla fossa; e prima di ordinar loro di strisciare, li fece spogliare. Mentre gli ebrei, completamente nudi, strisciavano a terra, il tenente strill a quelli che gli stavano intorno: Dove sono i miei sottufficiali? Non c' nessuno che abbia un bastone?.

I sottufficiali corsero al limitare del bosco, si procurarono dei bastoni e poi coi bastoni tempestarono di colpi gli ebrei ... sono dell'opinione che tutti i sottufficiali della compagnia obbedirono all'ordine del tenente Gnade, e bastonarono gli ebrei..." (89). Dopo averli picchiati a sangue, ma non a morte, i tedeschi spararono ai vecchi, a quegli archetipi, nella loro mente nazificata, dell'ebraismo. Perch umiliare e torturare gli ebrei, e quei vecchi in particolare? Non bastava l'estinzione di una moltitudine di ebrei a soddisfare i tedeschi? Dei carnefici freddi, meccanici, si sarebbero limitati a uccidere. Degli uomini contrari all'eccidio non avrebbero prima torturato quei vecchi gi sofferenti, non avrebbero creato nuove miserie poco prima di porre fine alla loro vita. Questi tedeschi non erano certo dei funzionari indifferenti o riluttanti. Il luogo dell'eccidio presentava una scena indescrivibile. La fossa, che abbiamo visto scavare nella foto gi descritta, era profonda da un metro e mezzo a due metri, e larga circa 25 metri per 50 (90). Uno dei lati era in pendenza. Gli ebrei venivano costretti a scendere da quel pendio, per distendersi a faccia in gi sul fondo della fossa. Gli Hiwi, in piedi nella fossa col fucile in pugno, sparavano un proiettile nella nuca a ciascuno. L'ondata successiva doveva distendersi sopra i corpi insanguinati, col cranio fracassato, di quelli che l'avevano preceduta. Con questo metodo, la fossa andava riempiendosi. Gli Hiwi, che non avevano mai smesso di bere, erano ormai ubriachi e miravano male, anche tirando da vicino. Ne nacque una scena allucinante, un orrore difficile da immaginare e capire. Molti ebrei non rimanevano uccisi dai proiettili, e poich quel giorno i tedeschi avevano deciso di non somministrare colpi di grazia ("Gnadenschsse") a chi rimaneva vivo dopo la prima scarica, i gruppi successivi non dovevano distendersi soltanto su cadaveri sanguinolenti, ma anche su corpi in preda agli spasimi dell'agonia, che si agitavano esprimendo con grida umane la loro indicibile sofferenza. Come se l'orrore ancora non bastasse, la fossa era stata scavata su una falda: l'acqua saliva mescolandosi col sangue, e i cadaveri cominciarono a galleggiare. I carnefici Hiwi erano scesi nella fossa, e stavano immersi fino alle ginocchia nell'acqua insanguinata (91).

Molti tedeschi, che formavano un cordone intorno alla fossa, a una ventina di metri di distanza, furono testimoni di quell'orrore sempre pi insostenibile. Alla fine gli Hiwi erano tanto ubriachi che risult impossibile lasciarli continuare. Temevo che sparassero anche a noi, racconta un tedesco (92). Quando Gnade ordin ai due sottotenenti di rimpiazzarli coi loro uomini (93). i tedeschi sapevano gi che cosa si pretendeva che facessero. I sottotenenti "ci informarono che Gnade aveva ordinato di impiegare uomini della compagnia come tiratori ['Schtzen']. Dissero anche che dovevamo portare avanti l'esecuzione allo stesso modo degli Hiwi. Ci ribellammo, perch nella fossa c'era pi di mezzo metro d'acqua, ed era interamente coperta di cadaveri. Ricordo con particolare orrore che durante l'esecuzione molti ebrei non erano stati colpiti a morte e ciononostante venivano coperti dalle vittime successive senza ricevere il colpo di grazia ['ohne Abgabe von Gnadenschssen']". Quest'uomo ricorda che lui e i suoi camerati decisero tra loro di adottare una tecnica diversa. In questa riunione concordammo che l'esecuzione dovesse essere affidata a due gruppi, ognuno di ottodieci uomini. Diversamente dal "modus operandi" degli Hiwi, i due plotoni di esecuzione si sarebbe piazzati su due lati opposti della fossa, e da quella posizione avrebbero tirato a fuoco incrociato. Da ciascuno dei lati si sparava agli ebrei allineati sul lato opposto del fondo della fossa. Le squadre spararono per una buona mezz'ora, prima di avere il cambio. A uno dei lati provvedeva il Primo Plotone, mentre a far piovere proiettili dall'altro si alternavano il Secondo e Terzo Plotone. "Nel corso di questa operazione i membri del plotone venivano rimpiazzati di continuo. Cio, i dieci-dodici tiratori avevano il cambio ogni cinque-sei esecuzioni. Quando tutti gli uomini del plotone ebbero finito il proprio turno, si ricominci daccapo con i primi, sicch ogni gruppo fece per la seconda volta cinque o sei esecuzioni ...

Ritengo inoltre che, a parte i pochi uomini indispensabili per il servizio di guardia, a nessuno fu risparmiato di prender parte all'esecuzione, con l'eccezione di pochi che scapparono per i campi. Cosa che si poteva fare benissimo, perch i diversi plotoni erano in parte addetti ad altri compiti". Questo assassino ricorda che i tedeschi spararono per circa due ore e che poi gli Hiwi, i quali nel frattempo si erano ripresi - alcuni si erano addormentati sull'erba -, li sostituirono e ripresero a uccidere per almeno un'altra ora. Ora sparavano anche loro dall'alto della fossa, ma qualcuno volle comunque scendere ancora in quell'ammasso di cadaveri e sangue (94). La fossa ormai traboccava. Ho ancora davanti agli occhi la scena, racconta un tedesco. Ricordo di aver pensato che non saremmo mai riusciti a coprire di terra i cadaveri (95). Circa 1700 ebrei, tra uomini, donne e bambini, morirono in questo modo orrendo; molti di loro erano ebrei tedeschi provenienti, tra l'altro, da Amburgo, la patria del battaglione (96). Alcuni subirono fino a dodici ore di torture fisiche e psicologiche prima di ricevere il colpo alla nuca. Strappati dal letto dai razziatori tedeschi, avevano sopportato le ore di attesa al campo sportivo, e poi la marcia assassina fino al luogo dell'esecuzione. Solo il primo gruppo di vittime non ud le grida d'agonia dei compagni spinti a forza dai tedeschi verso la fossa, e poi costretti a scendere in quella bolgia infernale. Dopo aver ascoltato le grida e le scariche che annunciavano altre eliminazioni (per molte delle vittime l'incubo dur parecchie ore), ognuno degli ebrei fece a sua volta quel viaggio. Nel tardo pomeriggio i tedeschi e gli Hiwi avevano finalmente portato a termine lo spaventoso massacro; mancava soltanto un dettaglio. Una ventina di ebrei erano stati risparmiati per ricoprire di terra la fossa delle esecuzioni. Alcune delle vittime, che ancora si agitavano, furono sepolte vive; ma non se ne curarono certo i tedeschi, che subito eliminarono anche gli ebrei momentaneamente sopravvissuti per fare da becchini. Il massacro perpetrato dalla Seconda Compagnia a Lomazy consente alcune osservazioni interessanti. Per organizzazione logistica e carattere generale esso fu marcatamente diverso dall'eccidio di Jzefw; nelle intenzioni avrebbe dovuto

corrispondere pi da vicino al modello sperimentato dagli "Einsatzkommandos" (97). Secondo i piani, doveva essere meno individualizzato, meno impegnativo dal punto di vista psicologico per gli assassini, in quanto il lavoro sporco veniva delegato agli Hiwi, e alle esecuzioni individuali di Jzefw si sostituiva il metodo della catena di montaggio. Ripensando a Jzefw, appaiono evidenti le improvvisazioni di quel battaglione composto da reclute impreparate alla loro prima prova; solo pi tardi avrebbero appreso una tecnica pi adeguata, che consentiva agli assassini di tenersi a un minimo di distanza dalle vittime e dagli aspetti pi raccapriccianti dell'operazione. L'impreparazione di cui diedero prova nel massacro di Jzefw dimostra che il comando tedesco era andato incontro con una certa superficialit a queste azioni. Ritornando per a Lomazy, risulta chiaro che le procedure adottate per facilitare il lavoro agli assassini non furono di fatto necessarie, e furono ripetutamente trasgredite nel corso della giornata. Gli uomini di questa compagnia si erano gi adeguati alle esigenze del loro nuovo mestiere (98). L'eccidio di Lomazy istruttivo per altri motivi, oltre a quelli suggeriti dal confronto con il precedente eccidio di Jzefw. Innanzi tutto in questo caso i tedeschi non selezionarono, per risparmiarli e destinarli al lavoro, i cosiddetti ebrei abili: il loro unico ed esclusivo obiettivo era di ucciderli tutti. In secondo luogo, le crudelt compiute dai tedeschi nel corso dell'intera giornata indicano un preciso atteggiamento nei confronti delle vittime e della loro eliminazione. Ai loro scherani fu concesso di infierire senza sosta: Gli episodi di crudelt avvenivano tra il punto in cui venivano scaricati ["Abladeplatz"] e la fossa, ricorda uno dei tedeschi (99). In terzo luogo, quando Gnade ordin ai suoi uomini di sostituire gli Hiwi, essi rifiutarono di entrare nella fossa, non di eseguire l'ordine in quanto tale; a questo in parte disobbedirono, per la parte cio che consideravano ripugnante. E ottennero quello che volevano. In quarto luogo, curioso che i tedeschi tollerassero una condotta tanto sfrenata, poco professionale e persino pericolosa da parte degli Hiwi, tutt'altro che restii a uccidere la loro quota di ebrei. Infine, nessuna delle parti cerc di giustificare questo massacro in base a una logica militare: i tedeschi sapevano che la politica del loro paese in

Polonia era genocida, e che il genocidio, l'aspirazione a liberare il mondo dalla presunta maledizione ebraica, era giustificato in se stesso. Quella fu dunque per ognuno di loro l'occasione di togliersi qualche soddisfazione con gli ebrei, anche se per il gusto di alcuni le cose finirono per prendere una piega eccessiva. Quando ebbero ripulito Lomazy dagli ebrei, gli uomini della Seconda Compagnia ritornarono alla base. Il gruppo del sergente Bekemeier, q uello arrivato una settimana prima dell'eccidio, rimase sul posto. Dalle fotografie che ci rimangono, parrebbe che la permanenza a Lomazy fosse molto piacevole: formali foto di gruppo di fronte alla scuola, di fianco al campo sportivo usato come punto di raccolta degli ebrei prima del massacro (100), ma anche immagini meno ufficiali, compreso uno spigliato ritratto in cui i tedeschi sembrano piuttosto allegri. Altre istantanee li colgono di sorpresa, o in posa amichevole con qualcuno dei residenti, presumibilimente polacchi, di Lomazy - anche con dei bambini. Non sappiamo se queste foto ricordo siano state scattate prima o dopo il massacro che ridusse di pi della met la popolazione della cittadina; Bekemeier e i suoi posarono comunque per un'altra foto poco prima di andarsene definitivamente, parecchi giorni dopo. Il desiderio di conservare una testimonianza fotografica, e l'evidente allegria che esprimono di fronte all'obiettivo, furono all'epoca il loro ultimo commento sul periodo trascorso a Lomazy, il cui momento qualificante era stato l'aver ripulito dagli ebrei una citt abitata per pi di met da ebrei. Quegli uomini erano impegnati in una rivoluzione sociale profonda, e sono pochi i rivoluzionari sociali che guardino con rammarico alle vittime dei loro espropri: in questo caso, gli espropriati perdevano la vita. Ci siamo soffermati sui primi due eccidi di massa del Battaglione di Polizia 101 per cercare di capire in quale modo essi furono vissuti dai realizzatori. Se ci domandiamo in che modo i tedeschi poterono indursi ad agire come agirono, e perch non cercarono di evitare di prender parte ai massacri, dobbiamo conoscere nel dettaglio quelle azioni e le scelte che li indussero a compierle. Gli uomini del battaglione rastrellarono, deportarono e massacrarono ebrei in molte altre occasioni, e anche di queste si potrebbero riportare gli orrendi particolari, ricavati soprattutto dalle testimonianze degli stessi realizzatori; ma per ragioni di spazio dobbiamo limitarci a considerarne, molto schematicamente, soltanto alcune.

Con qualche variazione, stanno alla pari, quanto a crudelt e raccapriccio, con le operazioni di Jzefw e Lomazy; descriverle servirebbe solo ad accumulare elementi di conferma al ritratto del battaglione sin qui delineato. Nell'autunno 1942 gli uomini del Battaglione 101 eseguirono numerosi nuovi eccidi di massa e altre operazioni contro gli ebrei nella regione di Lublino: in qualche caso li fucilarono loro stessi; in altri casi li deportarono nei campi di sterminio. Che si concludessero con le fucilazioni in massa o con le camere a gas, le operazioni omicide seguivano procedure comuni. Cominciavano con rastrellamenti come quelli che abbiamo descritto, nel corso dei quali i tedeschi sparavano ai vecchi, ai malati e ai troppo giovani nelle loro case e nelle strade. Poi gli ebrei venivano condotti in qualche luogo centrale, come la piazza del mercato, dove spesso, ma non sempre, gli abili venivano selezionati e deportati in un campo di lavoro. ln molti casi gli ebrei passavano parecchio tempo in attesa che venissero completati i preparativi per l'eliminazione, e di norma i tedeschi, o gli Hiwi, o le altre forze di sicurezza che a volte operavano in collegamento con il Battaglione 101, impiegavano quel tempo per umiliarli e torturarli. Quando finalmente tutto era pronto, gli ebrei venivano avviati verso i carri bestiame in attesa, nei quali si ammucchiavano a forza di calci, pugni e frustate, o verso il luogo scelto per l'esecuzione, dove venivano fucilati, un gruppo dopo l'altro. In quell'autunno le principali operazioni omicide del battaglione contro gli ebrei furono le seguenti (101): Jzefw, luglio 1942, 1500 ebrei: fucilazione. Distretto di Lublino, dal luglio 1942, centinaia di ebrei: ripetuti rastrellamenti. Lomazy, agosto 1942, 1700 ebrei: fucilazione. Parczew, agosto 1942, 5000 ebrei: deportazione in campo della morte. Miedzyrzec, agosto 1942, 11000 ebrei: deportazione in campo della morte (nota 102). Serokomla, settembre 1942, 200 ebrei: fucilazione. Talcyn/Kock, settembre 1942, 200 ebrei, 79 polacchi: fucilazione. Radzyn, ottobre 1942, 2000 ebrei: deportazione in campo della morte. Lukw, ottobre 1942, 7000 ebrei: deportazione in campo della morte. Parczew, ottobre 1942, 100 ebrei: fucilazione. Konskowola, ottobre 1942, 1100 ebrei: fucilazione.

Miedzyrzec: - Biala Podlaska, ottobre e novembre 1942, 4800 ebrei: deportazione in campo della morte. - Provincia di Biala Podlaska, ottobre e novembre 1942, 6000 ebrei: deportazione in campo della morte. - Komarwka Podlaska, ottobre e novembre 1942, 600 ebrei: deportazione in campo della morte. - Wohyn, ottobre e novembre 1942, 800 ebrei: deportazione in campo della morte. - Czermierniki, ottobre e novembre 1942, 1000 ebrei: deportazione in campo della morte. - Radzyn, ottobre e novembre 1942, 2000 ebrei deportazione in campo della morte. Distretto di Lublino, da ottobre 1942, centinaia di ebrei: cacce all'ebreo. Lukw, novembre 1943, 3000 ebrei: deportazione in campo della morte. Poich con il nuovo anno i tedeschi erano ormai riusciti a uccidere buona parte degli ebrei della regione, nel 1943 il Battaglione 101 fu impegnato in un numero minore di eccidi e si dedic invece a stragi su scala pi ridotta. Le uccisioni di massa furono le seguenti: Miedzyrzec, maggio 1943, 3000 ebrei: deportazione in campo della morte. Majdanek, novembre 1943, 16500 ebrei: fucilazione. Poniatowa, novembre 1943, 14000 ebrei. fucilazione. L'anno culmin, in novembre, con l'immane strage di Majdanek e Poniatowa, nell'ambito di quella che i tedeschi avevano definito "Operation Erntefest" (operazione festa del raccolto). A conti fatti, gli uomini del battaglione presero parte a operazioni omicide nel corso delle quali, da soli o insieme con altri, fucilarono o deportarono verso la morte ben pi di 80 mila ebrei. Le uccisioni di massa e le deportazioni, che giustificavano la presenza del Battaglione 101 in Polonia, non furono per il suo unico contributo alla realizzazione del progetto genocida di Hitler. Ovunque fossero di stanza, gli uomini furono continuamente impegnati a uccidere i piccoli gruppi di ebrei che riuscivano a scovare nella zona. "Il nostro compito principale consisteva nell'annientamento degli ebrei. Con queste azioni venivano liquidati gli ebrei residenti in piccole localit, villaggi o tenute. Di tanto in tanto il plotone, al comando del sergente Steinmetz, partiva con i camion ... Nelle diverse localit si perquisivano le case alla ricerca degli ebrei.

Anche in questi casi i malati venivano uccisi in casa, e il resto degli ebrei alla periferia della localit stessa. In ognuna di queste operazioni si liquidavano da 10 a 40 persone, secondo le dimensioni della localit. Gli ebrei dovevano stendersi a terra e venivano uccisi con un proiettile nella nuca. In nessun caso fu scavata una fossa. Le operazioni di questo tipo, destinate esclusivamente ad annientare gli ebrei, saranno state in tutto una decina... C'era sempre qualche avventuriero disposto ad andare volontario con il sergente Steinmetz per occupare quegli edifici [sic] e per sparare agli ebrei" (103). Su scala minore, l'uccisione degli ebrei scoperti nelle piccole comunit, o nelle grandi propriet agrarie, seguiva le modalit degli eccidi. Ma se furono le operazioni su larga scala a lasciare negli assassini l'impressione pi profonda, sottolineando l'importanza storica delle loro azioni, la frequenza di quelle minori rendeva l'uccisione degli ebrei un normale elemento costitutivo delle giornate, e delle vite, di quegli uomini. Proprio la frequenza con cui essi vi si trovavano coinvolti faceva s, in buona parte, che questo e altri testimoni sapessero che la loro attivit prioritaria era lo sterminio degli ebrei. Al loro sentirsi prima di ogni altra cosa agenti del genocidio contribuivano inoltre i regolari servizi di pattuglia destinati a scovare e uccidere gli ebrei nascosti nelle campagne. Le missioni di ricerca ed eliminazione avevano un carattere diverso dai grandi eccidi di cui si parlato. Era diversa la scala, non soltanto per il numero delle vittime, a volte una o due soltanto, ma anche per quello dei tedeschi che vi erano addetti. Le missioni di ricerca richiedevano inoltre una misura di iniziativa individuale che nella distruzione dei ghetti si imponeva soltanto a chi (ma a volte erano molti) si occupava di scovare gli ebrei nascosti nelle case. Ricordo ancora perfettamente che ci trovavamo proprio di fronte alla galleria quando strisci fuori un bambino di cinque anni. Fu subito afferrato da un poliziotto che lo port da una parte, gli punt la pistola al collo e spar. Era un agente di polizia in servizio attivo ["Beamte"], allora come ordinanza medica: l'unica ordinanza medica del plotone (104). Come altri reparti tedeschi, il Battaglione 101 aveva ricevuto lo "Schiessbefehl" (105), che prescriveva di fucilare tutti gli ebrei sorpresi fuori dai ghetti e dalle altre aree della Polonia loro riservate, concedendo

anche all'ultimo fantaccino del battaglione discrezione assoluta nelle decisioni capitali riguardanti gli ebrei. Ognuno di loro era considerato degno di esserne il giudice e il carnefice: gli uomini del Battaglione 101 ebbero modo di dimostrare che tanta fiducia era ben riposta. Quando venivano a sapere (spesso da informatori polacchi), o sospettavano, che in una certa zona vivessero o si nascondessero degli ebrei, costituivano un distaccamento adeguato all'entit del lavoro previsto, cercavano gli ebrei e, quando li trovavano, li uccidevano (106). A volte le informazioni di cui disponevano erano molto precise, a volte molto vaghe. I distaccamenti impiegati nelle missioni di ricerca ed eliminazione andavano da un'intera compagnia a un pugno di uomini, ma si trattava di variazioni di poco conto nel quadro del rastrellamento continuo e coordinato delle campagne, indispensabile se la Polonia doveva davvero essere ripulita dagli ebrei. Queste missioni, iniziate nell'autunno 1942 e proseguite fino a tutto il 1943, insieme con i massacri degli ebrei che vivevano in gruppi ristretti nelle cittadine o nelle tenute, divennero la principale attivit operativa degli uomini del Battaglione 101, e la loro intensa frequenza confermata da molti testimoni. Anzi, cos numerosi furono le missioni e coloro che vi erano impegnati che dopo la guerra questi ultimi faticavano a ricordarne i dettagli, tendendo a confonderne una con l'altra (107). Riferisce un membro della Seconda Compagnia: Dalle diverse basi del nostro plotone, ogni settimana partivano parecchie operazioni. L'obiettivo era la cosiddetta pacificazione della zona assegnata. Non occorre dire che nel corso del pattugliamento stavamo all'erta per cogliere la presenza di ebrei, e se li trovavamo li fucilavamo sul posto (108). Secondo un altro, della Terza Compagnia, del tutto vero che dopo la conclusione di un'azione venivano spesso intraprese operazioni contro gli ebrei ... Pu darsi che io stesso abbia partecipato a dieci o dodici di quelle operazioni. Il numero delle vittime andava da due a venti. Il numero delle operazioni alle quali prendemmo parte io e Herr Nehring vale anche per tutti gli altri uomini del plotone (109). Le missioni furono tanto frequenti e tanto ben condotte che, secondo un altro uomo della Terza Compagnia, dalla fine dall'agosto 1942 all'agosto

1943 avveniva quasi ogni giorno che degli ebrei sbandati venissero fucilati sul posto dalla pattuglia nella quale si erano imbattuti (110). Gli uomini del Battaglione 101 provvedevano sia ai rastrellamenti finali dopo i grandi massacri sia alle missioni di ricerca ed eliminazione nella regione circostante. Cos fece il gruppo del sergente Bekemeier, rimasto a Lomazy dopo lo sterminio degli ebrei del luogo, avvenuto il 19 agosto. Qualche giorno dopo il massacro, quando il resto della Seconda Compagnia era gi ritornato nelle guarnigioni, gli uomini di Bekemeier passarono al setaccio quel ghetto che fino a poco prima pullulava di vita, e scovarono una ventina di ebrei, uomini, donne e bambini. Li portarono nel bosco, li costrinsero a distendersi a terra, senza spogliarsi, e li ammazzarono con un colpo di pistola alla nuca ("Genickschuss") (111). circa 20 uomini del distaccamento di Bekemeier agivano in modo autonomo, senza il controllo dei superiori; per il comando di battaglione era del tutto indifferente che scovassero qualche ebreo in pi o in meno, non avendo alcun modo per sapere quanti di loro fossero davvero rimasti in libert. E anche se il comando lo avesse saputo, gli uomini sul posto non avrebbero avuto difficolt a dichiarare le cifre che preferivano, non essendo richiesta n fornita alcuna documentazione. Gli omicidi erano tanto consueti e prevedibili che i tedeschi li consideravano parte del tessuto stesso della loro vita, e dunque non degni di nota. Gli ebrei scovati dagli uomini di Bekemeier non furono soltanto uccisi, ma dovettero subire anche gli scherni del sergente, come in questo episodio che stato cos descritto: "Ancora oggi mi rimane impresso nella memoria un fatto. Al comando del sergente Bekemeier dovevamo trasferire da qualche parte un gruppo di ebrei. Lui li costrinse a strisciare in una pozzanghera, cantando. Un vecchio non riusciva pi a camminare, dopo l'episodio della pozzanghera, e lui gli spar in bocca, a bruciapelo (112) ... Dopo il colpo, l'ebreo lev in alto le mani come per appellarsi a Dio, poi croll. Il cadavere rimase l; non ci occupavamo di quel genere di cose" (113). Una delle fotografie raccolte negli album di quei carnefici mostra Bekemeier e i suoi orgogliosamente in posa davanti alle biciclette, mentre si

accingono a uno dei servizi di pattuglia che tanto spesso si concludevano con un massacro di ebrei. Un'altra foto pubblicata nel nostro inserto mostra invece il tenente Gnade e i suoi uomini impegnati in una missione di ricerca ed eliminazione. Sono appunti fotografici dall'aria del tutto innocente, per i non iniziati, ma gravidi di significato per i tedeschi del Battaglione 101. Una delle missioni pi fruttuose, per la messe di cadaveri di ebrei, si svolse nei pressi di Konskowola. Hoffmann aveva mandato degli uomini della Terza Compagnia in una zona in cui risultava vi fossero degli ebrei nascosti. Si imbatterono in una serie di gallerie sotterranee, e cominciarono a gridare agli ebrei di uscire. Non ebbero risposta. Allora spararono delle granate lacrimogene, che offrirono loro qualche indicazione sull'identit delle vittime: Dalle gallerie uscirono grida e pianti di donne e bambini. Di nuovo ordinarono di uscire, ma non serv a nulla. Non usc nessuno, e allora si usarono le bombe a mano; ricordo che ne furono lanciate nella galleria a pi riprese, fino a quando dentro non ci fu pi segno di vita. Non posso indicare il numero esatto delle vittime perch non entrammo nella galleria alla fine dell'operazione, nemmeno per verificare se fossero tutti morti (114). Le operazioni organizzate di liquidazione dei ghetti, in cui i tedeschi si muovevano in grandi formazioni, erano pianificate in base agli ordini del comandante, il che poneva limiti all'azione dei singoli, anche se c'era sempre l'occasione per esprimere la propria personale e gratuita brutalit. Nelle missioni di ricerca ed eliminazione, invece, piccoli gruppi di camerati, soggetti a controlli minimi, si aggiravano a piedi o in bicicletta per le campagne, liberi di cercare con zelo o con indolenza, con puntiglio o nel modo pi distratto. E quando scovavano gli ebrei, potevano trattarli a discrezione, sia che il loro segreto desiderio fosse di ucciderli sia di lasciarli in vita. Potevano umiliarli e torturarli, prima di finirli, o ucciderli e basta; potevano eliminarli cercando di farli soffrire il meno possibile, o disinteressarsi del tutto di questo aspetto, o invece infliggere alle vittime umiliazioni e brutalit gratuite. Le testimonianze stesse degli assassini ci mostrano uomini che operavano con zelo, o quantomeno con assoluta indifferenza per le sofferenze delle vittime, che spesso erano donne e bambini.

Nessuno di questi tedeschi dichiara di aver volutamente omesso di scoprire un ebreo nascosto, o di aver fatto del proprio meglio per infliggere loro il minimo di sofferenze. Anzi, riferiscono con la massima naturalezza dei loro quotidiani successi nell'operazione di stanare e ammazzare gli ebrei, e dello spirito sprezzante con cui lo facevano. Come avrebbero potuto risparmiarli, visto l'inequivocabile ardore con cui si dedicavano a quel pattugliamento dichiaratamente genocida, tanto frequente che uno di loro definisce quel servizio, e dunque anche l'uccisione degli ebrei, pi o meno il nostro pane quotidiano? (115). Gli assassini ammettono che di norma c'erano sempre volontari per cercare, snidare e annientare ancora altri ebrei; tanti, anzi, che in genere erano di pi di quanti ne richiedesse la specifica missione (116). Possiamo affermare con sicurezza che questi tedeschi comuni desideravano uccidere gli ebrei. L'unica motivazione delle missioni di ricerca ed eliminazione era il genocidio, e la cosa era chiara per tutti: durante tutte le missioni intraprese dai tedeschi di questo battaglione di polizia, non vi fu un solo caso di resistenza armata da parte degli ebrei (117). Molti di quegli uomini parteciparono a numerosissime di quelle che consideravano pure e semplici battute di caccia per ripulire la campagna dagli animali dannosi: tra loro definivano significativamente le missioni di ricerca e distruzione "Judenjagd" (caccia all'ebreo) (118). L'uso del termine non casuale: esprimeva il modo in cui gli assassini concepivano la natura della loro attivit, e le emozioni che ne conseguivano. Era l'opera di disinfestazione di ci che restava di una specie particolarmente perniciosa, che doveva essere annientata. Tanto pi che la parola "Jagd" ha un "Gefhlswert" (valenza emotiva) positivo: la caccia un passatempo piacevole, avventuroso, che non comporta rischi per il cacciatore, il cui premio il conto degli animali abbattuti - nel caso degli uomini di questo battaglione di polizia e degli altri cacciatori di ebrei, il conto degli ebrei stanati e uccisi. Sulla base delle loro attivit e delle rivelazioni contenute nelle testimonianze rese, giusto definire gli uomini del Battaglione di Polizia 101 una coorte genocida ("Vlkermordkohorte"), ed indubitabile che si considerassero tali. Il nostro compito principale, tuttavia, consisteva tuttora nell'annientamento degli ebrei (119). L'ardore con cui vi si dedicarono fu tale che per continuare le missioni di ricerca ed eliminazione degli ebrei erano disposti a rinviare persino le

operazioni contro i veri partigiani, contro chi rappresentava un'autentica minaccia militare (120). Le descrizioni e le analisi delle loro azioni sin qui proposte inducono a ritenere che questi tedeschi vedessero in una luce positiva il genocidio, loro principale attivit in Polonia, e la parte che in esso dovevano svolgere. Pi volte diedero prova di iniziativa personale nell'uccidere, e non tentarono di scansare gli incarichi ricevuti, pur potendolo fare senza incorrere in punizioni. Davano priorit su tutto all'uccisione degli ebrei, lasciandosi anche trasportare dalla crudelt. Tanto erano votati al massacro genocida da persistere nonostante l'orrore che, se pure in queste pagine viene talvolta comunicato in termini impressionanti, e abbastanza particolareggiati, risulta forse impossibile da immaginare e comprendere per chiunque non abbia preso parte direttamente a scene di quel genere. E in buona parte si tratt di omicidi personalizzati, in cui si trovavano faccia a faccia con le vittime. E spesso la faccia che avevano di fronte era quella di un bambino.

NOTE AL CAPITOLO 7 N. 1. Le fonti principali riguardo al Battaglione di Polizia 101 sono due diverse e separate inchieste giudiziarie, quella su Wolfgang Hoffmann e altri, in UPA Amburgo 141 Js 1957/62 (d'ora in poi citata come Hoffmann) e quella su H.G. e altri, ibid., 141 Js 128/65 (d'ora in poi "H.G."). Altro materiale, meno approfondito, si trova presso l'Archivio di Stato di Amburgo (S.t.A.H.). Christopher R. Browning, "Ordinary Men" cit., autore di una ricostruzione assai completa e per molti versi ammirevole delle azioni del battaglione, ci risparmia di dover ripetere qui molti fatti ed episodi non direttamente pertinenti a quanto ci proponiamo. Ci evita inoltre l'obbligo di presentare nel dettaglio tutto il materiale che, ricostruito con un certo taglio (per quanto erroneo), puo mettere in dubbio la mia interpretazione di quel reparto, materiale che si trova senza difficolt nel libro di Browning. Dissento su aspetti essenziali del quadro delineato da quest'ultimo, su molte sue spiegazioni e interpretazioni di eventi particolari, persino su

alcune dichiarazioni di fatto, e soprattutto sulla sua concezione generale delle azioni degli uomini. Alcuni dei maggiori problemi del libro sono stati enucleati da Daniel Jonah Goldhagen, recensione a Christopher R. Browning, "Ordinary Men" cit., in New Republic, 207,1992, numeri 34, pagine 49-52. Il fatto pi grave che questo libro permeato dalle dichiarazioni infondate e autoassolutorie degli uomini stessi, che dicono di essersi opposti, di aver esitato, di aver rifiutato: dichiarazioni di cui qui ci rifiutiamo di tener conto per motivi metodologici (confronta Appendice 1), mentre Browning pare in genere averle accettate acriticamente, fondando su di esse la sua interpretazione del battaglione. Altri fondamentali problemi interpretativi sono: la costante equiparazione di ci che gli uomini dichiararono nelle testimonianze con i loro effettivi ricordi, e con ci che realmente accadde; l'assenza, o il fraintendimento, delle prove che documentano il volontarismo e il consenso generale per le attivit genocide; una sottovalutazione costante delle facolt mentali dei realizzatori; una inadeguata prospettiva comparata di altri battaglioni di polizia, e pi in generale delle strutture della morte. N. 2. Un riassunto della sua vicenda nella Sentenza contro Hoffmann e altri, in Hoffmann, pagine 8-10. N. 3. Confronta B.P., ibid., pagine 1912-14.I particolari su questo periodo non abbondano: confronta la trattazione dei primi tempi del battaglione in Cristopher R. Browning, "Ordinary Men" cit., pagine 3844. N. 4. Sentenza Hoffmann, in Hoffmann, pagine 24-26; B.P, ibid., pagine 193031; H.K., ibid., p. 2246; nonch Christopher R. Browning, "Ordinary Men" cit., pagine 42-43. Non molto chiaro un episodio di cui sarebbe stato protagonista il tenente Gnade, che avrebbe rifiutato di autorizzare i suoi uomini a prendere parte all'uccisione degli ebrei di uno dei convogli, affrettandosi a rientrare ad Amburgo. Se davvero fu cos, un rifiuto tanto diretto appare interessante, perch a quest'atto di insubordinazione avrebbe assistito un buon numero di uomini del Battaglione 101. Tra l'altro, Gnade sarebbe diventato uno degli assassini pi zelanti, dando prova di estremo accanimento e brutalit nei confronti delle vittime durante la vasta campagna di eccidi del battaglione in Polonia. N. 5.

Sulla dislocazione con compiti di guarnigione di ciascuna compagnia e dei relativi plotoni in Polonia confronta i capi di accusa contro Hoffmann e altri, in Hoffmann, pagine 209-13; per un resoconto pi dettagliato, Vermerk, ibid., pagine 2817-43. N. 6. Sentenza Hoffmann, ibid., pagine 24-25. N. 7. I dati relativi a questa sezione sono stati raccolti come segue. Partendo da diverse fonti si costruito un inventario degli uomini che fecero parte del battaglione durante la sua permanenza genocida in Polonia. La fonte principale data da un ruolo del 20 giugno 1942, con i nomi degli uomini che partirono per la Polonia. A questo si sono aggiunti altri nomi e dati desumibili dai verbali delle due inchieste (Hoffmann e "H.G.") sui crimini del battaglione, oltre alle informazioni contenute nei fascicoli personali in Z.S.t.L. Gli elenchi dei nomi, con luoghi e date di nascita, sono stati poi passati al vaglio dal Centro Documentazione di Berlino per accertare chi fosse stato iscritto al Partito nazista; si tenuto conto anche dei dati ulteriori forniti dalle tessere del partito e dagli eventuali fascicoli personali S.S. N. 8. Con un certo ricambio, pi di 500 uomini prestarono servizio nel battaglione al tempo delle sue attivit genocide: dato di un certo rilievo di cui Browning non parla. Quanti pi di 500, o dei 550 che sono riuscito a verificare, non ci dato di sapere. N. 9. Sappiamo pochissimo sui livelli d'istruzione. In linea di massima nella Germania del tempo occupazione e istruzione coincidevano, perch in genere ogni attivit professionale richiedeva un preciso tipo di preparazione. Come per la maggioranza dei loro contemporanei, probabile che una percentuale minima degli uomini del battaglione avesse studiato all'universit; e ben pochi dovevano aver completato l'"Abitur" (la maturit). Si deve presumere che la stragrande maggioranza avesse frequentato la scuola per otto anni, entrando poi direttamente nel mondo del lavoro come operai generici, o frequentando un programma di addestramento o apprendistato per un mestiere specifico nell'amministrazione o nel lavoro qualificato. N. 10.

Le categorizzazioni qui impiegate ricalcano quelle elaborate da Michael Kater, "The Nazi Party" cit., p. 241, dal quale abbiamo attinto il profilo occupazionale e le cifre generali per la Germania (estate 1933). L'unica differenza che qui le due categorie Artigiani specializzati e Altri operai specializzati sono riunite sotto una voce unica, Operai specializzati. Poich i dati individuali sono spesso approssimativi, sono consapevole di aver preso qualche decisione discutibile nella categorizzazione dei singoli, ma anche modificando queste scelte le differenze non sarebbero significative, perch questo spaccato si propone soprattutto di definire un profilo sociale generale del battaglione. N. 11. Il campione di Browning si riduce a 210 uomini, quelli che furono interrogati delle autorit giudiziarie, il che produce una significativa distorsione delle sue cifre; tanto pi che, non confrontando la struttura occupazionale particolare con quella generale della Germania, la composizione sociale del battaglione da lui proposta risulta errata. E' fuorviante affermare che gli uomini del Battaglione di Polizia 101 provenissero dai ceti inferiori della societ tedesca; pur non riflettendo con precisione la struttura occupazionale della Germania, possono comunque essere considerati uno spaccato sufficientemente rappresentativo della sua popolazione. Browning, inoltre, non dice nulla circa gli appartenenti alle S.S., se non nel caso di ufficiali e sottufficiali (Christopher R. Browning, "Ordinary Men" cit., pagine 45-48 e 199, nota 26). N. 12. Erano poliziotti giovani (l'et media era di ventun anni) in servizio attivo, la cui presenza risulta marginale rispetto alla vita del battaglione. Sappiamo ben poco di loro. N. 13. O.I., per esempio, era stato congedato dalla Wehrmacht perch troppo anziano - era nato nel 1896. Tempo due settimane, e la "Ordnungspolizei" l'aveva gi arruolato nella sua riserva (Hoffmann, pagine 2055-60, 3053-54). Confronta pure la testimonianza di H.Ri., che era stato dichiarato non idoneo al servizio dall'Afrikakorps ("H.G.", pagine 476-78) e H.Re., ibid., pagine 620-29. N. 14. Confronta l'accusa in Hoffmann, pagine 246-48, e H.Re., in "H.G.", pagine 441-50.

G.H. fu richiamato nel maggio del 1942 e trascorse due settimane di addestramento prima di raggiungere il Battaglione di Polizia 101 (ibid., pagine 536-42). N. 15. Uno degli uomini, B.D., fu perseguitato per un certo periodo nel 1933, presumibilmente a causa della sua attivit nel sindacato e nel Partito socialdemocratico. Era iscritto al sindacato dal 1923, e dopo la guerra rinnov l'iscrizione (sentenza Hoffmann, in Hoffmann, pagine 19-20). E.S., invece, era stato dichiarato persona sospetta dalla Gestapo (Centro Documentazione di Berlino). N. 16. Sentenza Hoffmann, ibid., pagine 27-28, nonch pagine 489-507. N. 17. Julius Wohlauf, ibid., p. 1880; H.B., ibid., p. 3355; A.K., ibid., p. 3356. N. 18. F.B., ibid., p. 2091. N. 19. Aggiunge che quella sera fu distribuita la grappa; pi o meno una bottiglia per ogni camerata. In ogni camerata c'erano otto uomini, che bevvero due o tre grappe ciascuno: non abbastanza per ubriacarsi (F.B., ibid., p. 3692). Browning accenna alla questione delle fruste, ma solo per metterne subito in dubbio l'autenticit: Nessun altro, comunque, ricorda le fruste (non dice nulla nemmeno dell'enfatico Ricordo ancora perfettamente... con cui il testimone apre la sua deposizione a proposito di Jzefw). Confronta Christopher R. Browning, "Ordinary Men" cit., p. 56. La questione delle fruste pone in evidenza i fondamentali aspetti interpretativi che differenziano sistematicamente la mia spiegazione dalla sua. La presenza e l'uso delle fruste sono proprio il tipo di dettaglio che gli uomini del battaglione avrebbero preferito non ricordare: l'immagine di un rastrellamento di donne e bambini condotto con la sferza di cuoio in pugno mal si adatta con quella di un'azione commessa con riluttanza o controvoglia, l'immagine di s che essi tentano di proporre, e che Browning disposto ad accettare. Che poi il silenzio di quegli uomini su un tema come la brutalit di cui si erano macchiati venga considerato come un segnale della loro disponibilit a ricordare ci invita a credere che quanto essi raccontano rifletta i fatti reali, e non ci che sceglievano di riferire ad ascoltatori ostili.

Questo problematico taglio interpretativo compare spesso nel libro di Browning quando tocca argomenti che andrebbero a confermare la volontaria brutalit degli uomini del battaglione. Sappiamo che essi avevano le fruste durante una delle deportazioni da Miedzyrzec, e che le usarono senza risparmio - un episodio riferito dallo stesso Browning (p. 108) - e tanto basta a rendere credibile che le avessero usate anche a Jzefw (e probabilmente altrove), cio fin dall'inizio delle loro attivit genocide. N. 20. F.K., in Hoffmann, p. 2482. N. 21. Confronta, per esempio, O.S., ibid., p. 4577. A.Z. riferisce che anche Gnade, parlando alla Seconda Compagnia dopo il rapporto generale di battaglione, offr la medesima giustificazione ("H.G.", p. 275). Ma si tratta di un'evidente falsificazione, poich all'epoca non c'erano attivit partigiane degne di questo nome. Confronta B.P., in Hoffmann, p. 1919; A.S., ibid., pagine 745-50; A.K., ibid., p. 2430. A.K. dichiara che le attivit antipartigiane iniziarono quando il massacro degli ebrei era gi stato quasi portato a termine. N. 22. F.E., in "H.G.", p. 874; confronta inoltre la sua testimonianza in Hoffmann, p. 1356. Molti sono i commenti sull'evidente disagio di Trapp di fronte all'ordine genocida: un testimone ricorda di averlo visto piangere come un bambino al suo posto di comando durante l'eccidio (E.G., in "H.G.", p. 383); un altro riferisce che una volta risparmi, per compassione, una bambina ebrea di dieci anni, gi coperta di sangue (O.S., in Hoffmann, pagine 1954-55). N. 23. Questa giustificazione stata ripetutamente addotta dai realizzatori dell'Olocausto. Dopo la guerra costoro "Einsatzkommandos", membri dei battaglioni di polizia e altri blateravano di continuo queste sciocchezze, pur sapendo che gli eccidi erano iniziati quando la Germania era ancora trionfante, e i bombardamenti erano di l da venire. N. 24. Secondo A.W., Trapp parl anche del boicottaggio delle merci tedesche che gli ebrei avevano tentato di organizzare con scarso successo negli Stati Uniti negli anni Trenta.

La prossima missione una misura di rappresaglia ["Vergeltungsmassnahme"] contro quelle macchinazioni (Hoffmann, pagine 2039-40). Era un'idea assurda, perch ormai gli Stati Uniti, e buona parte del mondo, erano in guerra con la Germania - e anche di questo la colpa ricadeva sugli ebrei. N. 25. Confronta, per esempio, O.S., ibid., p. 4577. N. 26. Ibid., p. 1953; confronta inoltre la sua testimonianza, ibid., p. 4577. Oualcuno dichiara che Trapp chiese prima dei volontari per il plotone d'esecuzione; A.B. sostiene che si presentarono pi volontari del necessario (ibid., p. 440). N. 27. Sull'affetto e il rispetto degli uomini per Trapp, confronta la sentenza Hoffmann, in Hoffmann, p. 28; W.N., ibid, p. 3927; H.H., ibid., p. 318. Quest'ultimo aveva fatto parte del K.d.S. Radzyn Podlaski, e pur non essendo del Battaglione 101 sapeva della reputazione di cui godeva Trapp nel suo reparto. N. 28. O.S., ibid., p. 1953; confronta inoltre la sua testimonianza, ibid., p. 4577. N. 29. A.W., ibid., p. 4592; confronta anche le dichiarazioni, ibid., pagine 204142, 3298, in cui ribadisce che l'offerta di Trapp riguardava l'esonero non soltanto dai plotoni di esecuzione, ma anche da altre operazioni, come il trasferimento degli ebrei dalle loro case alla piazza del mercato. N. 30. Confronta la disamina di Browning sulla testimonianza in "Ordinary Men" cit., p. 194 nota 3 [cap. 1] e p. 200, nota 9. Non capisco perch Browning (Ibid., p. 200, nota 9) sostenga che anche Weber la consider un'offerta per i soli riservisti pi anziani, quando lui stesso dichiara il contrario (A.W., in Hoffmann, p. 4592). N. 31. Una raccolta delle estese testimonianze in proposito sono W.G., in Hoffmann, p. 4362; E.G., ibid., p. 2502; B.G., ibid., p. 2019. N. 32. Sentenza Hoffmann, in Hoffmann, p. 35, e W.G., ibid., p. 2147. N. 33. E.H., ibid., p. 2716; confronta inoltre W.G., ibid., p. 2147, e E.G., ibid., p. 1639.

N. 34. E.G., ibid., p. 1639; confronta anche la sua testimonianza, ibid., p. 2502. N. 35. E.H., ibid., p. 2716. N. 36. B.G., ibid., p. 2019. Confronta inoltre F.B., ibid., p 2091; A.W., ibid., pagine 2041, 2044-45; F.V., ibid., p. 1539; H.J., in "H.G.", p. 415. N. 37. Confronta la discussione di Christopher R. Browning circa le contraddittorie testimonianze sulle fucilazioni di neonati in "Ordinary Men" cit., p. 59. Non vedo alcun motivo per dubitare delle testimonianze secondo le quali gli uomini del battaglione uccidevano i neonati. Il testimone che secondo Browning lo dichiarerebbe in realt molto esplicito: Ricordo di essere entrato in case che gi erano state perquisite parecchie volte, dove trovai dei malati e dei neonati uccisi a fucilate (F.B., in Hoffmann, p. 1579). N. 38. E.H., in Hoffmann, p. 2717.N. 39. Anche H.K. dichiara di aver chiesto ai suoi uomini, prima del rastrellamento iniziale, di fare il possibile per non uccidere gli ebrei sul posto, portandoli invece tutti, i malati sostenuti dai sani, nella piazza del mercato. Dice poi di non essere stato d'accordo sulla fucilazione di certe categorie di vittime, e aggiunge che come per tacito accordo, tutti gli uomini si astennero dallo sparare ai neonati e ai bambini piccoli, e di non aver visto cadaveri di neonati tra quelli che giacevano nelle strade intorno al ghetto (ibid., pagine 2716-17). E' difficile stabilire se fu davvero cos, ma se vero H.K. avrebbe rischiato una ramanzina per non aver eseguito gli ordini, cosa di cui non fa cenno; se vero, probabile che soltanto un'inibizione viscerale contro l'infanticidio, e non il rifiuto di ammazzare gli ebrei in generale, impedisse a quei tedeschi di uccidere i bambini nelle strade. I bambini in questione furono poi comunque fucilati (H.K., ibid, p. 2270). Un altro degli uomini del battaglione dichiara di aver risparmiato una vecchia e un bambino in una casa di Jzefw, che furono comunque uccisi dal sergente che li trov dopo di lui; il sergente lo avrebbe poi rimproverato per questo (H.K., ibid., p. 2270).

Non abbiamo alcun modo di valutare la veridicit di questa deposizione autoassolutoria. N. 40. E.H., ibid., p. 2717. N. 41. Tenente H.B., ibid., pagine 821-22; Capi d'accusa, ibid., pagine 216, 225. Confronta pure la disamina di Christopher R. Browning in "Ordinary Men" cit., p. 201, nota 31. Il distaccamento che li scortava era comandato dal tenente Buchmann, che rifiut di partecipare all'eccidio. A questo proposito, confronta oltre. A.W. r iferisce un episodio indicativo della discrezionalit di cui disponeva Trapp. Prima di dare inizio alle fucilazioni sistematiche, il direttore di una segheria gli present un elenco di 25 ebrei che lavoravano per lui; Trapp lo accontent, consegnandogli gli ebrei, che per il momento avrebbero continuato a lavorare (ibid., p 2042). N. 42. E.H., in "H.G.", p. 956, confronta inoltre le sue dichiarazioni, ibid., p. 507. N. 43. Come Trapp, anche il dottor Schoenfelder sarebbe stato turbato dalla missione omicida. In proposito F.E., ibid, p. 874. Che dei medici, per di pi disgustati dall'iniziativa, si prestassero al massacro genocida non certo sorprendente: nella Germania nazista non esisteva una professione che non fosse stata contaminata. Sulla complicit dei medici, confronta Robert Jay Lifton, "The Nazi Doctor", cit., e Ernst Klee, "Euthanasie im N.S.-Staat" cit. N. 44. Tenente K.D., in Hoffmann, p. 4337. N. 45. E.G., ibid., p. 2504. N. 46. Capi d'accusa, ibid., pagine 281-82. N. 47. Confronta il tenente K.D., ibid, p. 4337, che fu nella Prima Compagnia, per la descrizione delle procedure seguite dal suo plotone; nonch W.G., ibid, pagine 2148-49.

La mia ricostruzione degli aspetti logistici dell'intera operazione di sterminio estremamente sintetica; in proposito, confronta Christopher R. Brouming, "Ordinary Men" cit., pagine 60-69. N. 48. Su questo punto confronta A.Z., in "H.G.", pagine 276-77. N. 49. Tenente K.D., in Hoffmann, p. 4337. N. 50. E.H., ibid, p. 2719. Alcuni degli uomini avevano ricevuto istruzioni su come risolvere il problema degli schizzi di materia organica umana: Se si teneva troppo alto il fucile, volava via l'intera calotta cranica, spandenclo brandelli di cervello e schegge d'ossa in ogni direzione. Allora diedero l'ordine di sparare appoggiando al collo la punta della baionetta. Cos, di regola, non succedeva pi (M.D., ibid, p. 2538). Ma poteva ancora accadere: il raccapriccio era inevitabile. N. 51. A.B., ibid., p. 4348. N 52. Non fucilavamo gli ebrei sempre nello stesso posto; ogni volta si cambiava zona: W.G., ibid, p. 2149. Confronta pure E.H., ibid., p. 2718. N. 53. Sentenza Hoffmann, ibid., pagine 54-55, ed E.H., ibid., p 2720. N. 54. E.G., ibid., p 4344. N. 55. Tenente K.D., ibid, p. 4338. Negli eccidi successivi, i tedeschi lasciarono quasi sempre ai sindaci polacchi l'incombenza di sbarazzarsi dei cadaveri degli ebrei (confronta A.B., ibid., p. 442). Vale la pena osservare inoltre che a Jzefw i polacchi furono autorizzati a saccheggiare il ghetto dopo il rastrellamento (confronta E.H., ibid., p. 2717). Mentre distruggevano quella comunit, i tedeschi non si preoccuparono di accumulare bottino a beneficio del loro "Volk", anche se pare che molti dei carnefici si impossessassero a livello individuale degli oggetti di valore delle loro vittime (confronta A.B., ibid., p. 441).

Il vantaggio economico non era una motivazione, ma un corollario, spesso gradito, del vero motivo per cui si uccidevano gli ebrei; poteva quindi accadere che i tedeschi se ne dimenticassero, o semplicemente che non avessero tempo da dedicarvi, impegnati com'erano in ben altri compiti. Analogamente, non costrinsero gli ebrei a spogliarsi prima di fucilarli, rinunciando cos a impossessarsi dei loro abiti (confronta W.G., ibid., p. 2148). N. 56. R.B., ibid., p. 2534, e F.B., ibid., pagine 2951, 4357. Confronta anche F.V., ibid., p. 1540. N. 57. A.B., ibid., pagine 2518-20, nonch la sua testimonianza a p. 4354. N. 58. E.H., ibid., p. 2720. Pare che Hergert prendesse l'iniziativa di esentare gli uomini troppo provati dalla tensione dell'eccidio. Uno dei suoi riferisce: Io stesso ho preso parte a dieci eccidi, nei quali ho dovuto uccidere uomini e donne. Non riuscivo pi a sparare a nessuno, e il mio caposquadra, Hergert, se ne accorse, perch pi volte avevo sparato troppo alto. Per questo mi rimpiazz. Anche altri camerati finivano per essere rimpiazzati, perch proprio non ce la facevano pi (W.G., ibid., p. 2149). In un'altra deposizione dichiara di aver sparato a sei o otto ebrei in tutto (ibid p. 4362). N. 59. F.B., ibid., pagine 2092-93; W.I., ibid., p. 2237; A.B., ibid., pagine 269192, 4348; B.D., ibid., p. 1876. Si trattava di uomini pi anziani. F.B. racconta che due suoi camerati fecero richiesta di esenzione al comandante di compagnia, Wohlauf, che avrebbe minacciato di farli fucilare; gli stessi due uomini furono poi tra quelli esonerati dal sergente Kammer. Poich F.B. ammette di aver ucciso, e non dice che la minaccia di Wohlauf era rivolta a lui, bens a due altri, il suo racconto ha una certa credibilit. E' per strano: il comandante di compagnia avrebbe minacciato gli uomini che chiedevano di essere esentati (contravvenendo alle disposizioni del comandante di battaglione), mentre un umile sergente, suo sottoposto, poteva concedere a loro e ad altri quella stessa esenzione.

N. 60. E.G., ibid., p. 1640 e la sua testimonianza a p. 2505. N. 61. M.D., ibid., p. 2539, ed E.G., ibid., p. 2505. August Zorn riferisce l'episodio che lo indusse a chiedere di essere esentato. L'ebreo che aveva scelto era molto vecchio, e dunque i due rimasero indietro; quando raggiunsero gli altri, i suoi camerati avevano gi ucciso il loro ebreo. Alla vista dei cadaveri il vecchio si gett a terra, e a quel punto Zorn gli spar. Ma si era innervosito, e mir troppo in alto, colpendo il cranio. Il colpo strapp via la parte posteriore della calotta, esponendo il cervello del mio ebreo. Frammenti della calotta schizzarono in faccia al comandante di plotone, il sergente Steinmetz. Zorn dichiara di aver vomitato, e di aver chiesto al sergente di essere esonerato; per il resto dell'operazione fu messo di guardia agli ebrei ("H.G.", p. 277; confronta inoltre la sua testimonianza in Hoffmann, p. 3367). N. 62. Confronta il tenente H.B., in Hoffmann, pagine 2437-40. Sui particolari del rifiuto di quest'uomo e sulle sue conseguenze ritorneremo tra poco. N. 63. Per una disamina pi estesa dell'argomento, confronta Christopher R. Browning, "Ordinary Men" cit., pagine 64-69. N. 64. Che il capitano Hoffmann fosse meno accomodante cambia ben poco, perch di rado partecipava di persona agli eccidi, dando invece carta bianca ai suoi sottoposti; nelle altre compagnie peraltro, dove vigeva un atteggiamento relativamente permissivo quanto alla partecipazione degli uomini agli eccidi, furono pochi coloro che ne approfittarono. N. 65. H.E., ibid., p. 2167. N. 66. W.G., ibid., p. 4362. Confronta anche J.R., ibid., p. 1809. N. 67. A.S., ibid, p. 747.

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