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Saggio Breve - Il Male Di Vivere

Saggio Breve - Il Male Di Vivere

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"Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera." (S.

Quasimodo, Poesie e discorsi sulla poesia, Mondadori, Milano,1998). In poche, emblematiche parole si condensa un senso di opprimente inadeguatezza che caratterizza tutto il Novecento. Il mal di vivere è un tema costante in un secolo martoriato da due guerre e da un periodo post-bellico privo di qualsivoglia speranza. La figura del poeta, ormai non più relegata ad una ambientazione bucolico-immaginaria, si ritrova vittima del suo tempo, vate di un avvenire quanto mai cupo. In questo scenario eccelse menti poetiche si sviluppano: anche se non tutte sperimenteranno in prima persona l' orrore della guerra, avvertiranno la presenza di questo spettro persino nei luoghi cittadini meno toccati dal conflitto. Ormai privi di certezze (già demolite in precedenza da Nietzsche e Freud), l' uomo novecentesco sembra rassegnato ad una condizione esistenziale assurda, totalmente priva di senso in cui si muove senza spostarsi. Camillo Sbarbaro, in ugual modo, esprime questo disagio: "[...] La vicenda di gioia e di dolore / non ci tocca. Perduto ha la voce / la sirena del mondo, e il mondo è un grande / deserto. // Nel deserto / io guardo con asciutti occhi me stesso. " (da Taci, anima stanca di godere, C. Sbarbaro, L' opera in versi e in prosa, Garzanti, Milano, 1985). Ridotto quindi alla polvere di sè, l' uomo stesso tenta di rovesciare la sua condizione ma si traduce sempre nell' inazione: Vladimiro ed Estragone in "Aspettando Godot" sono l' espressione lampante del nonsense quotidiano, della conversazione sterile atta a riempire vuoti su vuoti in attesa di un momento che mai arriva. Contemporaneamente all' uscita di Ossi di seppia (1925), T. S. Eliot sul fronte britannico esprimeva il suo horror vacui : "Siamo gli uomini vuoti / siamo gli uomini impagliati / che appoggiano l' un l' altro / la testa piena di paglia [...] (da Gli uomini vuoti, T.S. Eliot, Poesie, Bompiani, Milano, 1994). L' angoscia di vivere nella neo-società di massa è palpabile in quanto essa stessa regola esistenze liquide, votate unicamente ad evaporare via in un meccanico susseguirsi di azioni che perseguono un obiettivo inesistente. L' immagine montaliana della foglia che, riarsa, si accartoccia su sè stessa riesce ad inquadrare miriadi di condizioni esistenziali, ormai non più legate alla semplice parola ma all' immagine, al simbolo. Simbolica è anche la deformazione dell' "omuncolo" del Munch nel suo Urlo, straziato dal suo dolore e dalla sua incapacità di esprimerlo. Quasi predicendo l' orrore dell' Olocausto, Saba colloquia con la "capra dal volto semita" e scorge nella stessa un dolore fraterno, lo stesso mal di vivere che accomuna tutti gli uomini. L' incomunicabilità quindi diventa un momento centrale di queste poetiche: la difficoltà di comprensione, il lessico scarno sottolineano la volontà di rendere questo mal di vivere "elitario", accessibile a pochi attraverso diverse mediazioni culturali; abolite anche le tematiche di ordine civile ed etico. Linea condruttrice dei testi presi in esame è l' essere stati scritti durante il ventennio; in tutti gli scritti è rintracciabile l' avversione alla retorica futurista, rea di proporre miti e modelli dell' industrializzazione e facili nazionalismi, attraverso una resistenza passiva: Montale con la sua Divina indifferenza, proponendo l' uomo come statua semiviva, con vitalità ridotta; Quasimodo attraverso la speranza (" [...]Sei ritornata limpida ai balconi / delle case distrutte, a illuminare / le tombe ignote, i derelitti resti / della terra fumante. [...] E solitaria volgi verso il nord [...] e tu resisti"); Ungaretti e Saba con la ricerca del vero con intenti diversi, l' uno tentando di svelare il mistero della vita e comprendendone il disagio (" Questa solitudine in giro / titubante ombra dei fili tranviari / sull' umido asfalto) e l' altro con la totale accettazione della realtà attraverso un rapporto onesto con la realtà.

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