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Ordinanza Su Richiesta Di Applicazione Di Misure Cautelari

Ordinanza Su Richiesta Di Applicazione Di Misure Cautelari

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proc. n. 9762\11 RGNR DDA proc. n. 1037\12 RG GIP n.

___\12 OCC DDA

TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA
Sezione dei Giudici per le indagini preliminari

-------- oo000oo -------ORDINANZA SU RICHIESTA DI APPLICAZIONE DI MISURE CAUTELARI - artt. 273 e ss. c.p.p. -

Il giudice dott. Francesco Petrone, letta la richiesta depositata in data 23.3.2012 dal P.M. distrettuale in sede per l'applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di: 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. PESCE Giuseppe, inteso “testuni”, nato a Cinquefrondi il 07.12.1980, già latitante per altra causa; BERRICA Giovanni Luca, nato a Taurianova, il 10.04.1978 e residente a ROSARNO, Via Eschilo 2, difeso di fiducia dall’Avv. Marina Mandaglio del foro di Palmi; FORTUGNO Domenico, nato a Cinquefrondi il 20.07.1981, e residente a ROSARNO Via Fogazzaro 6, difeso di fiducia dall’Avv. Michele Novella del Foro di Palmi; FABRIZIO Giuseppe, nato a Taurianova (RC) il 18.11.1974; ANGILLETTA Maria Rosa, nata a Cinquefrondi (RC), il 26.8.1983; FORTUGNO Demetrio, nato a Palmi il 2.5.1952; SPATARO Maria Carmela, nata a Cinquefrondi, il 25.1.1987;

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D’AGOSTINO Maria Carmela, nata a Taurianova (RC), il 31.7.1980.

in relazione ai seguenti delitti per i quali sono, rispettivamente, INDAGATI A) PESCE Giuseppe cl. 1980, BERRICA Giovanni Luca, FORTUGNO Domenico, con MARAFIOTI Saverio, MESSINA Rocco, ALVIANO Giuseppe, MUZZUPAPPA Francescantonio, TOCCO Francesco Antonio, D’AMICO Danilo, DELMIRO Biagio, RAO Giuseppe, oltre che con ARENA Domenico, BASSOLAMENTO Marco, CAPRIA Carmelina, CONSIGLIO Salvatore, D’AGOSTINO Francesco, DI MARTE Francesco, DI MARTE Giuseppe, FERRARO Angela, FERRARO Giuseppe, FERRARO Mario, FILARDO Giuseppe, FORTUGNO Andrea, , GIOVINAZZO Francesco, GIOVINAZZO Rocco, LEOTTA Domenico, LUCIA Claudio, MATALONE Roberto, MESSINA Maria Grazia, MUBARAKSHINA Elvira, ODIERNA Yuri, PALAIA Rocco, PESCE Antonino cl. 1953, PESCE Francesco cl. 1978, PESCE Francesco cl. 1979, PESCE Francesco cl. 1984, PESCE Francesco cl. 1987, PESCE Giuseppina, PESCE Marcello, PESCE Maria Grazia, PESCE Marina, PESCE Rocco cl. 1957, PESCE Rocco cl. 1984, PESCE Salvatore, PESCE Vincenzo cl. 1959, PESCE Vincenzo cl. 1986, PETULLÀ Alberto, RAO Franco, RAO Rocco, SIBIO Domenico, STANGANELLI Maria, TIRINTINO Antonino e VARRÀ Domenico (per i quali si è proceduto separatamente) del reato p. e p. dall’art. 416 bis – commi I, II, III, IV, V e VI – c.p., per aver preso parte, con il ruolo e le funzioni di seguito specificati, alla associazione di tipo mafioso denominata 'ndrangheta, nell’ambito della cosca detta “ndrina Pesce”, operante, all’interno del cd. Mandamento tirrenico, nel territorio di Rosarno, zone limitrofe e altre località del territorio nazionale, contribuendo alla realizzazione degli scopi del sodalizio, attraverso la forza di intimidazione promanante dal vincolo associativo e le conseguenti condizioni di assoggettamento ed omertà che ne derivavano nei territori su cui è insediata la consorteria criminale, con la commissione di delitti contro il patrimonio e grazie anche alla ampia disponibilità di armi; scopi, in particolare, diretti: - al controllo delle attività economiche, anche attraverso la gestione di interi settori imprenditoriali e commerciali finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti; - al conseguimento, infine, per sé e per gli altri affiliati di ulteriori profitti e vantaggi ingiusti, attraverso attività delittuose, quali omicidi, estorsioni, rapine, sistematicamente esercitate ai danni di imprenditori privati. 1) PESCE Giuseppe cl. 80, perché, già partecipe al sodalizio criminoso, dopo l’arresto del fratello PESCE Francesco cl. 78, avvenuto in data 9 agosto 2011, vi assumeva funzioni di organizzatore, capo e promotore, con compiti di decisione, pianificazione e di individuazione delle azioni da compiere, degli obiettivi da perseguire, delle attività

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economiche da avviare e attraverso cui riciclare il denaro e le altre utilità provento delle dette azioni delittuose, in riferimento all’intera organizzazione criminale; 2) MARAFIOTI Saverio per avere partecipato al sodalizio criminale quale punto di riferimento per le comunicazioni tra il detenuto PESCE Francesco cl. 78 ed i sodali ancora in regime di libertà, con funzioni esecutive delle direttive inerenti la ripartizione dei proventi illeciti della cosca e la redistribuzione della cariche all’interno della stessa, nonché per avere svolto funzioni di ausilio qualificato nel supporto logistico ai capi organizzatori del gruppo che si sono sottratti ai provvedimenti coercitivi. 3) MESSINA Rocco per avere partecipato al sodalizio criminale, con funzioni direttamente esecutive delle direttive di PESCE Francesco cl. 78 e, dopo il suo arresto, del fratello latitante PESCE Giuseppe cl. 80, nonché per avere svolto funzioni di ausilio qualificato nel supporto logistico ai capi organizzatori del gruppo che si sono sottratti ai provvedimenti coercitivi. 4) RAO Giuseppe per avere partecipato al sodalizio criminale, con funzioni direttamente esecutive delle direttive di PESCE Francesco cl. 78 e, dopo il suo arresto, del fratello latitante PESCE Giuseppe cl. 80, in particolare, per avere collaborato direttamente e personalmente al finanziamento dell’organizzazione, attraverso il delitto di riciclaggio, in quanto, stabilmente dedito alla ricezione di assegni bancari provento delle attività illecite del gruppo, restituendo denaro contante o altri assegni bancari, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa. 5) ALVIANO Giuseppe per avere partecipato al sodalizio criminale, con funzioni direttamente esecutive delle direttive di PESCE Francesco cl. 78 e, dopo il suo arresto, del fratello latitante PESCE Giuseppe cl. 80, nonché per svolto funzioni di intestatario fittizio di beni riconducibili al gruppo criminale. 6) MUZZUPAPPA Francescantonio per avere partecipato al sodalizio criminale, con funzioni direttamente esecutive delle direttive di PESCE Francesco cl. 78 e, dopo il suo arresto, del fratello latitante PESCE Giuseppe cl. 80, nonché per svolto funzioni di intestatario fittizio di beni riconducibili al gruppo criminale. 7) D’AMICO Danilo per avere partecipato al sodalizio criminale, con funzioni direttamente esecutive delle direttive di PESCE Francesco cl. 78 e, dopo il suo arresto, del fratello latitante PESCE Giuseppe cl. 80, nonché per avere svolto funzioni di ausilio qualificato nel supporto logistico ai capi organizzatori del gruppo che si sono sottratti ai provvedimenti coercitivi. 8) DELMIRO Biagio per avere partecipato al sodalizio criminale, con funzioni direttamente esecutive delle direttive di PESCE Francesco cl. 78 e, dopo il suo arresto, del fratello latitante PESCE Giuseppe cl. 80, nonché per avere svolto funzioni esecutive in materia di armi e di ausilio qualificato nel supporto logistico ai capi organizzatori del gruppo che si sono sottratti ai provvedimenti coercitivi. 9) TOCCO Francesco Antonio per avere partecipato al sodalizio criminale, con funzioni direttamente esecutive delle direttive di PESCE Francesco cl. 78 e, dopo il suo arresto, del fratello latitante PESCE Giuseppe cl. 80.

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10) FORTUGNO Domenico per avere partecipato al sodalizio criminale, con funzioni direttamente esecutive delle direttive di PESCE Francesco cl. 78 e, dopo il suo arresto, del fratello latitante PESCE Giuseppe cl. 80, nonché per avere collaborato direttamente e personalmente al finanziamento dell’organizzazione, attraverso il delitto di riciclaggio, in quanto, stabilmente dedito alla ricezione di assegni bancari provento delle attività illecite del gruppo, restituendo denaro contante o altri assegni bancari, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa, nonché per svolto funzioni di intestatario fittizio di attività commerciali riconducibili al gruppo criminale. 11) BERRICA Luca per avere partecipato al sodalizio criminale, con funzioni direttamente esecutive delle direttive di PESCE Francesco cl. 78 e, dopo il suo arresto, del fratello latitante PESCE Giuseppe cl. 80. Con l’aggravante dell’essere l’associazione armata. Con l’aggravante che le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, il profitto di delitti. In Rosarno ed altri luoghi con condotta accertata il 12 agosto 2011 e tuttora permanente; per PESCE Giuseppe e FORTUGNO Domenico, a far data dal 12 agosto 2011 (data del sequestro nei confronti di PESCE Francesco cl. 78, del biglietto manoscritto di cui appresso in motivazione). B) FORTUGNO Domenico, FABRIZIO Giuseppe e ANGILLETTA Maria Rosa, del reato di cui all’art. 12 quinquies Legge n. 356 del 1992, 7 L. n. 203 del 1991, perché, in concorso tra loro, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, FORTUGNO Domenico, per il tramite e con il contributo causale e consapevole di FABRIZIO Giuseppe e ANGILLETTA Maria Rosa, attribuivano fittiziamente a questi ultimi la titolarità formale della “CALABRIA TRASPORTI SAS DI FABRIZIO Giuseppe & C”., con sede legale in Rosarno, contrada Testa dell’Acqua n. 66, partita iva 02420920809, avente per attività trasporto merci in conto proprio e in conto terzi, essendone, in realtà, FORTUGNO Domenico il reale titolare. Con l’aggravante di aver agevolato l’attività della consorteria mafiosa denominata cosca PESCE e avvalendosi del metodo mafioso. Fatto commesso in Reggio Calabria il 25.1.2007 (data di iscrizione nel registro delle imprese) C) FORTUGNO Domenico, FORTUGNO Demetrio, SPATARO Maria Carmela, D’AGOSTINO Maria Carmela del reato di cui all’art. 12 quinquies Legge n. 356 del 1992, 7 L. n. 203 del 1991, perché, in concorso tra loro, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, FORTUGNO Domenico, per il tramite e con il contributo causale e consapevole del padre FORTUGNO Demetrio, della moglie SPATARO Maria Carmela e di D’AGOSTINO Maria Carmela attribuivano fittiziamente a questi ultimi la titolarità formale della “MEDMA TRANS S.A.S. DI FORTUGNO DEMETRIO & C”, con sede legale in Rosarno, in via Tintoretto n. 1, partita iva 02645920808 avente per attività trasporto merci in conto proprio e in conto terzi essendone, in realtà, FORTUGNO Domenico il reale titolare. Con l’aggravante di aver agevolato l’attività della consorteria mafiosa denominata cosca PESCE e avvalendosi del metodo mafioso. Fatto commesso in Reggio Calabria il 29.9.2010 (data di iscrizione nel registro delle imprese)

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OSSERVA

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I SULL’AMMISSIBILITA’ DELLA RICHIESTA CAUTELARE FORMULATA NEI CONFRONTI DI BERRICA LUCA E FORTUGNO DOMENICO.Occorre premettere che in data 8.2.2012 il P.M. distrettuale in sede emetteva decreto di fermo a carico di 11 persone che veniva eseguito – tra gli altri - anche nei confronti degli indagati BERRICA e FORTUGNO; nei confronti di quest’ultimo (dopo un’iniziale irreperibilità dell’indagato durata qualche giorno) solo in relazione al delitto di cui al capo A. L’esecuzione della misura precautelare ha quindi determinato il P.M. a rivolgere la richiesta di adozione della misura cautelare, ai sensi degli artt. 291 comma 2, 390 comma 1 e 391 comma 5 c.p.p., al Giudice per le indagini Preliminari presso il Tribunale di Palmi, giudice competente in ragione dei luoghi in cui i fermi erano stati eseguiti (compresi nel circondario di quel Tribunale). Espletati gli interrogatori degli indagati, tuttavia, il GIP palmese non convalidava il fermo e rigettava la richiesta cautelare per difetto dei gravi indizi (nei confronti del BERRICA, con l’ordinanza 11.2.2012, nei confronti del FORTUGNO con l’ordinanza 15.2.2012.) Proprio l’infruttuoso esito per il requirente dell’azione cautelare esercitata con il decreto di fermo innanzi al GIP della convalida, pone a questo punto il problema di verificare l’ammissibilità dell’odierna nuova proposizione della medesima richiesta in seno al medesimo procedimento. Va subito detto che, a parere di questo GIP, non risulta del tutto pertinente il richiamo fatto dal P.M. a quella giurisprudenza della S.C. [il riferimento è principalmente alla seguente massima “Il provvedimento di rigetto della richiesta di misura cautelare adottato dal giudice delle indagini preliminari, competente per la convalida del fermo eseguito fuori dal circondario, non preclude al p.m. territorialmente competente la reiterazione della suddetta richiesta al giudice naturale, in quanto, qualora il luogo dell'arresto o del fermo sia diverso da quello della commissione del reato, l'eventuale ordinanza coercitiva emessa dal g.i.p. competente per la convalida ha efficacia provvisoria, ex art. 27 c.p.p., che si applica anche ai provvedimenti adottati in esito all'udienza di convalida del fermo o dell'arresto, senza che

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rilevi la formale dichiarazione di incompetenza del giudice con riguardo al reato in contestazione; ne consegue che, nell'ipotesi di provvedimento di rigetto della misura, non si forma alcun giudicato cautelare.” (Cass. penale, sez. VI, 28/04/2006, n. 24639), ed alla pronuncia della stessa S.C. (n. 3147/2010 del 22.12.2010, in atti) nel procedimento c.d. ALL INSIDE] che ritiene sempre riproponibile al giudice territorialmente competente la richiesta cautelare già rigettata dal giudice della convalida incompetente ratione loci commissi delicti. Nella fattispecie, infatti, il GIP palmese (diversamente da quello milanese nel caso del fermo di alcuni indagati evocati nel procedimento ALL INSIDE) non era incompetente per territorio [giacché non v’è dubbio che l’associazione mafiosa oggetto di indagine ha - storicamente - nel circondario di Palmi il proprio radicamento territoriale (tant’è che il processo ALL INSIDE si sta celebrando proprio innanzi all’A.G. di quel circondario)], ma - solo funzionalmente incompetente trattandosi di procedimento di cui all’art. 328 co. 1 bis c.p.p. (rimesso alla cognizione del GIP distrettuale). Del resto, la non assimilabilità del rigetto della richiesta cautelare da parte del GIP della convalida non incompetente per territorio, a quello proveniente dal GIP territorialmente incompetente, si apprezza ulteriormente non appena si consideri che l’esercizio da parte del P.M. del potere di appello verso quest’ultimo rigetto importa comunque lo svolgimento del relativo giudizio innanzi a Tribunale della Libertà parimenti incompetente per territorio. È quanto si verificò nell’ambito del proc. ALL INSIDE nel giudizio cautelare che vide accolte le ragioni del PM appellante da parte del T.d.L. di Milano, ma poi l’annullamento senza rinvio da parte della S.C. con la decisione n. 3147/2010 del 22.12.2010 (vicenda espressamente citata dal requirente). Nella specie, invece, non v’è dubbio che impugnando il rigetto del GIP di Palmi, il P.M. investirebbe (ed è pure accaduto in seno al procedimento ALL INSIDE) il T.d.L. di Reggio Calabria certamente competente per territorio a decidere l’appello e dunque, in caso di accoglimento dei motivi di impugnazione, ad emettere la misura cautelare nei confronti degli indagati. La questione dell’ammissibilità della nuova domanda cautelare qui in esame – diversamente da quanto argomentato dal P.M. - non può quindi giovarsi

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delle - agevoli - soluzioni promananti dalla giurisprudenza che nega effetto preclusivo alle ordinanze di rigetto delle richieste cautelari adottate da GIP territorialmente incompetente, evocando piuttosto il tema – decisamente più complesso – dei contenuti e degli ambiti delle preclusioni discendenti dalle decisioni in materia cautelare. Nell’affrontare la delicata questione del c.d. “giudicando cautelare” ci si può tuttavia giovare di quanto recentemente statuito e soprattutto argomentato dalle Sezioni Unite della S.C. nella nota sentenza 16.12.2010 n. 7931, contenente anche ricostruzione degli approdi della materia. Ha scritto infatti il Supremo Collegio: “(…) Ad avviso del Collegio, per cogliere con esattezza i limiti di operatività del c.d. giudicando cautelare (…) è indispensabile partire dalla considerazione che la relativa problematica è inscindibile dal tema - di cui è in qualche modo una diramazione - del c.d. giudicato cautelare. E' dunque su quest'ultimo che va focalizzata ora l'attenzione. Come noto, le condizioni e i limiti di operatività nell'incidente cautelare dei principi fissati dagli artt. 648 e 649 cod. proc. pen. sono stati via via affermati e precisati da una serie di pronunzie delle Sezioni Unite (Sez. U, n. 11
del 01/07/1992, dep. 10/09/1992, imp. Grazioso, Rv. 191183; Sez. U, n. 14 del 18/06/1993, dep. 21/07/1993, imp. Dell'Orno, Rv. 194312; Sez. U, n. 20 del 12/10/1993, dep. 08/11/1993, imp. Durante, Rv. 195354; Sez. U, n. 26 del 12/11/1993, dep. 27/01/1994, imp. Galluccio, Rv 195806; Sez. U, n. 11 del 08/07/1994, dep. 28/07/1994, imp. Buffa, Rv. 198211-213; Sez. U, n. 2 del 15/01/1999, dep. 31/03/1999, imp. Liddi, Rv. 212807; Sez. U, n. 14 del 31/05/2000, dep. 23/06/2000, imp. Piscopo, Rv. 216261; Sez. U, n. 18339 del 31/03/2004, dep. 20/04/2004, imp. Donelli, Rv. 227359; Sez. U, n. 29952 del 24/05/2004, dep. 09/07/2004, C. fall, in proc. Romagnoli, Rv. 228117; Sez. U, n. 14535 del 19/12/2006, dep. 10/04/2007, imp. Librato, Rv. 235908),

giurisprudenza in

alla luce della cui complessiva elaborazione il c.d. va inteso come una preclusione

"giudicato

cautelare"

endoprocessuale operante esclusivamente allo stato degli atti e con riguardo soltanto alle questioni esplicitamente o implicitamente dedotte. In tal senso la giurisprudenza di legittimità riconosce che le decisioni assunte a seguito delle impugnazioni cautelari, "in quanto accertamenti interni al procedimento de libertate, assumano un'efficacia preclusiva, che vincola il

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giudice e le parti ad assumere per definite le questioni effettivamente esaminate" (così espressamente la sentenza Piscopo cit.), fermo restando che tale preclusione non può essere tout court assimilata a quella conseguente all'assunzione dell'autorità di cosa giudicata dei provvedimenti irrevocabili del giudizio principale di cognizione, e ciò in ragione della naturale instabilità di quelli adottati nell'incidente cautelare, riflesso dell'esigenza, espressamente sancita dalle disposizioni del codice di rito, del costante adeguamento dell'intervento cautelare all'eventuale evoluzione dei presupposti di fatto che legittimano la restrizione della libertà. La preclusione del giudicato cautelare, dunque, opera esclusivamente rebus sic stantibus, e cioè solo in caso di sostanziale immutazione della situazione presupposta, e solo in riferimento alle questioni dedotte e non anche a quelle deducibili (ma non dedotte). Coerentemente a tale impostazione, questa Corte ha anche chiarito che la preclusione del giudicato cautelare attiene propriamente alle singole questioni, potendo in particolare il procedimento cautelare essere sempre attivato dall'interessato (in questo senso oltre alle già citate sentenze Piscopo e
Romagnoli delle Sezioni Unite, può richiamarsi ex multis soprattutto Sez. 5, n. 40281 del 19/10/2005, dep. 08/11/2005, imp. Notdurfter, Rv. 232798),

attraverso l'istituto della

revoca ex art. 299 cod. proc. pen., inteso come strumento teso a consentire non solo la valutazione ex ante delle condizioni di applicabilità delle misure, ma altresì quella ex post della persistenza delle medesime condizioni, nell'ottica (già evidenziata) di garantire la costante corrispondenza dello status libertatis dell'imputato all'effettiva attualità dei presupposti edittali, probatori o cautelari che legittimano l'adozione delle misure. Conseguentemente il giudice adito con la richiesta di revoca, o con la successiva impugnazione di una decisione di diniego della revoca, può limitarsi, per la giurisprudenza dominante, a richiamare le decisioni conclusive di precedenti procedure de libertate, qualora rilevi la riproposizione di questioni già valutate in precedenza, ma è sempre tenuto ad accertare d'ufficio la sussistenza di ragioni, pur diverse da quelle prospettate dall'interessato, indicative dell'insussistenza dei presupposti della misura (v. soprattutto le sentenze Piscopo e Romagnoli citt. e Sez. 5, n. 28437 del

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10/06/2004, dep. 24/06/2004, imp. Aitale, Rv. 228897, la quale ha sottolineato come in tal senso quella del giudicato cautelare non può intendersi come una preclusione in senso proprio con riguardo al procedimento di revoca, ancorché il giudice investito della relativa istanza non possa contraddire le decisioni già assunte in una precedente impugnazione de libertate in assenza di sopravvenienze o di prospettazioni non già dedotte in precedenza).

La riconduzione del problema degli effetti delle pronunce sui provvedimenti cautelari alla categoria, non del "giudicato" in senso proprio (evocante una situazione di immutabilità e definitività, ritenuta, come detto, incompatibile con la natura contingente dei provvedimenti cautelari), ma della (mera) preclusione processuale (mirante ad impedire ulteriori interventi giudiziari in assenza di un mutamento del quadro procedimentale di riferimento), ha comportato anche la conseguenza che tale "effetto preclusivo viene ad essere determinato solo dall'esistenza di un provvedimento decisorio non più impugnabile", in riferimento al quale siano stati cioè esauriti i previsti mezzi di impugnazione, "e non anche nell'ipotesi della mancata attivazione degli strumenti processuali di controllo" (così espressamente la sentenza Romagnoli cit.,
che sulla base di queste premesse ha cristallizzato il principio, già affermato dalla sentenza Buffa, per cui "la mancata tempestiva proposizione, da parte dell'interessato, della richiesta di riesame avverso il provvedimento applicativo di una misura cautelare reale non ne preclude la revoca per la mancanza delle condizioni di applicabilità, neanche in assenza di fatti sopravvenuti").

Sulla stessa linea la sentenza Buffa cit., escludendo la

natura impugnatoria dell'istanza di revoca ex art. 299 cod. proc. pen., ha affermato che la sua presentazione non preclude la successiva proposizione dell'istanza di riesame. La categoria della preclusione processuale è stata in alcune pronunzie espressamente elaborata con riferimento, più che al generale principio del ne bis in idem di cui all'art. 649 cod. proc. pen. (cui più esplicitamente si richiamano le più risalenti pronunzie, anche delle Sezioni Unite), alla preclusione disciplinata dall'art. 666 c.p.p., comma 2, per il procedimento di esecuzione. In tal senso, ad esempio, Sez. 2, n. 4042 del 28/09/1999, dep. 05/11/1999, Cieri, Rv. 214578, anticipando i contenuti poi ribaditi dalla sentenza Romagnoli, ha affermato che, nel caso di istanza di revoca della misura avanzata dall'interessato, è imposto al giudice il dovere di esaminare

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qualsiasi elemento e questione attinente alla legittimità del mantenimento della misura, con l'unica preclusione derivante dalla circostanza che il controllo delle condizioni di applicabilità sia stato già in concreto effettuato. Per la sentenza Cieri, infatti, la precedente decisione, anche se priva dell'effetto del giudicato, non può che produrre nei confronti delle parti interessate un'efficacia analoga a quella prevista dall'art. 666 c.p.p., comma 2 (secondo cui è inammissibile la proposta di incidente di esecuzione consistente nella mera riproposizione di una richiesta già rigettata basata sui medesimi elementi), che pone un principio di carattere generale (applicabile anche al di fuori del procedimento di esecuzione per cui è dettato), preclusivo, allo stato degli atti, di una nuova pronuncia giurisdizionale in ordine alle questioni già trattate (negli stessi termini, soprattutto con riguardo al
richiamo all'art. 666, da ultima si veda Sez. 3, n. 14236 del 21/02/2008, dep. 04/04/2008, imp. Vinciullo, Rv. 239661).

La disciplina del menzionato art. 666 si muove senza dubbio nell'ambito di esigenze comuni allo stesso principio del ne bis in idem (in questo senso ex
multis e da ultima Sez. 1, n. 3736 del 15/01/2009, dep. 27/01/2009, P.M. in proc. Anello, Rv. 242533),

ma il profilo specificamente valorizzato non è quello della garanzia

della stabilità ed immutabilità della decisione divenuta definitiva, ma quello della tutela dell'economia processuale attraverso la prevenzione della formazione di contrasti tra decisioni e della strumentalizzazione delle forme processuali (in questo senso tra le altre la sentenza Romagnoli cit. e la sentenza
Librato cit., che sottolinea come in assenza di preclusione risulterebbe vanificata la previsione legislativa dei termini per impugnare i provvedimenti cautelari. Il parallelismo tra giudicato cautelare e giudicato esecutivo (fondato sull'inidoneità dei provvedimenti adottati nei relativi procedimenti a costituire un vero e proprio giudicato ai sensi dell'art. 648 cod. proc. pen.) è stato di recente evocato, sebbene ad altri fini, anche da Sez. U, n. 18288 del 21/01/2010, dep. 13/05/2010, P.G. in proc. Beschi, Rv. 246651, la quale ha affermato che l'elemento di novità idoneo a superare la preclusione determinata dalla decisione non più impugnabile assunta nei suddetti procedimenti può essere costituito anche dal mutamento giurisprudenziale segnato da un intervento delle Sezioni Unite.)

Circa in particolare gli effetti del giudicato cautelare sul potere d'iniziativa del pubblico ministero per è oramai consolidato in giurisprudenza l'orientamento cui l'ulteriore esercizio

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dell'azione cautelare per lo stesso fatto, ed immutato lo stato degli atti, è precluso dalla caducazione del precedente provvedimento cautelare per ragioni non formali e cioè da una decisione negativa sui presupposti applicativi della misura assunta all'esito dei giudizi incidentali di impugnazione (per tutte si vedano le sentenze Grazioso e Durante cit.). Quanto all'immutazione dello stato degli atti, che legittima invece la reiterazione dell'iniziativa cautelare (con le limitazioni previste dall'art. 297 cod. proc. pen. in ordine alla durata della custodia cautelare), la Corte ha precisato che la stessa può essere determinata anche da sviluppi investigativi relativi a circostanze maturate prima della deliberazione del giudice del gravame (così Sez. 6, n. 4112 del 30/11/2006, dep. 01/02/2007, imp. Di
Silvestro, Rv. 235610).

(…) Tirando ora le fila dal lungo discorso che precede, può osservarsi che se, da un lato, appaiono senza dubbio stringenti e pienamente condivisibili le argomentazioni della sentenza Donati circa l'immanenza nell'ordinamento processualpenalistico di un generale principio di preclusione, di cui la regola dell'art. 649 cod. proc. pen. è solo una particolare pregnante espressione, e che opera quindi anche in altri ambiti procedurali, dall'altro è intuitivo che ai caratteri e meccanismi di tali ambiti esso si adegui nell'esplicazione dei propri effetti. Per quanto concerne in particolare il procedimento cautelare, lo stesso ha insita nella propria ratio - come si è già avuto modo di ricordare - la natura contingente dei provvedimenti e la necessità del loro tendenziale adeguamento al mutare delle situazioni. Ciò è evidente, e di forte significato garantistico, per le tutele poste a presidio dell'indagato, attivabili e reiterabili con grande facilità e adottabili in vari casi anche d'ufficio. Ma vale, seppure in termini non sovrapponibili, anche dalla parte dell'accusa. Ne consegue che l'"idem" il cui "bis" è precluso non può concretarsi ed esaurirsi, in ambito cautelare, come avviene invece nel processo cognitivo, nella mera identità del fatto (per la cui precisa nozione v. in particolare la sentenza
Donati cit.),

ma ricomprende necessariamente anche l'identità degli elementi

posti (e valutati) a sostegno o a confutazione di esso e della sua rilevanza cautelare.

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Tale

conclusione,

pacificamente

accolta,

come

si

è

visto,

per

la

determinazione dei limiti del giudicato cautelare, non può non valere simmetricamente, per comunanza di ratio, anche in tema di giudicando cautelare. Sarebbe, invero, oltremodo illogico, e contrario alle esigenze di tempestività tipiche del settore in discorso, negare, a causa di una pendenza in atto, l'immediato utilizzo dei nova utili a sostenere una determinata posizione, rinviandolo ex lege alla cessazione di quella pendenza. E' del resto prassi corrente, della cui legittimità non si dubita, la proposizione, da parte dell'indagato, di istanze di revoca o sostituzione della misura, purché basate su elementi nuovi, mentre è in corso, non importa in quale fase, un procedimento cautelare relativo alla stessa contestazione; con quanto poi ne può conseguire, in termini di interesse, sulla sorte di quest'ultimo. La soluzione non può essere diversa quando i nova siano fatti valere dal pubblico ministero. Le esigenze di una pronta tutela della collettività, costituenti il pendant di quelle che presidiano il favor libertatis, sono parimenti incompatibili con improprie e inutili dilazioni, quali quelle che deriverebbero da intralci di tipo procedurale, a volte anche di lunga durata, e magari non nella disponibilità dell'accusa. Le situazioni che si possono presentare nella realtà sono evidentemente le più varie e possono condizionare le scelte concrete del p.m. e riflettersi sulle conseguenze delle medesime sulla sorte dei procedimenti. Il punto fermo è comunque che l'autonomo utilizzo dei nova non può essere paralizzato da una pendenza in atto sullo stesso fatto, mentre a sua volta ne determina la non riversibilità dei medesimi in essa, operando, nell'identità degli elementi addotti, il meccanismo preclusivo. (…) La conclusione stessa è anche conforme, malgrado qualche ingannevole apparenza, all'effettivo tenore della sentenza Donelli. Quest'ultima, come si è sopra ricordato, chiamata a esaminare una fattispecie in cui erano stati, in sede di appello cautelare del p.m., prodotti dal medesimo e concretamente utilizzati elementi probatori sopravvenuti all'adozione del provvedimento impugnato, reiettivo della richiesta di misura,

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ritenne legittima la situazione descritta, e si fece carico degli inconvenienti cui tale soluzione poteva dar luogo, superando in particolare l'obiezione collegata alla possibilità che lo stesso pubblico ministero potesse contemporaneamente decidere di ricominciare l'azione cautelare richiedendo al g.i.p. l'emissione di una nuova misura cautelare fondata sugli stessi elementi riversati nel giudizio d'appello - del duplice rischio di un potenziale contrasto di decisioni e della potenziale concorrenza di due titoli cautelari dall'identico contenuto, con il rilievo che le diverse opzioni assegnate alla pubblica accusa si ponevano in rapporto non di concorrenza ma di "alternatività". Il riferimento a tale concetto, letto in correlazione alla fattispecie concreta esaminata e alla puntualizzazione che "nuovi", ai fini in discussione, erano tutti gli elementi comunque non dedotti, indipendentemente dal momento della loro emersione, fosse anche posteriore alla stessa proposizione dell'impugnazione, rende chiaro che per la decisione in esame - al di là della sintetica formulazione del relativo principio di diritto dalla stessa enucleato il p.m. resta libero di scegliere il "veicolo" in cui utilizzare i nova ai fini del perseguimento del suo obiettivo, ma che, una volta operata la scelta, non può più, per lo stesso utilizzo, fare ricorso al veicolo alternativo (con quanto di conseguenza, in termini di preclusione, sul suo avvio o prosieguo), scongiurandosi così anche il rischio del conseguimento di un duplice titolo per lo stesso fatto e sulla base degli stessi elementi. In tale chiarita ottica interpretativa la relazione di preclusione posta dalla sentenza Donelli rivela il suo genuino carattere biunivoco, riassumibile nel brocardo electa una via non datur recursus ad alteram, e può ritenersi coerentemente estensibile a qualsiasi ipotesi di impugnazione incidentale de libertate, ivi comprese quelle introdotte dall'indagato, tra cui in particolare il riesame (nell'ambito del quale è ormai pacifico che anche il pubblico ministero può
introdurre gli elementi di prova a carico sopravvenuti all'applicazione della misura cautelare: v. ex multis Sez. 1, n. 6165 del 29/11/1995, dep. 27/12/1995, imp. Biasioli, Rv. 203164; Sez. 1, n. 4689 del 06/07/1999, dep. 13/09/1999, imp. Piroddi, Rv. 214095; Sez. 4, n. 15082 del 24/02/2010, dep. 19/04/2010, P.M. in proc. Testini, Rv. 247023).

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La conclusione così assunta può trovare espressione nel seguente principio di diritto: "Qualora il pubblico ministero, nelle more della decisione su una impugnazione incidentale de libertate, intenda utilizzare, nei confronti dello stesso indagato e per lo stesso fatto, elementi probatori "nuovi", preesistenti o sopravvenuti, può scegliere se riversarli nel procedimento impugnatorio o porli a base di una nuova richiesta di misura cautelare personale, ma la scelta così operata gli preclude di coltivare l'altra iniziativa cautelare". Vi sono a questo punto solo due ulteriore aspetti che, connessi all’esame della specifica questione di ammissibilità rimessa allo scrivente GIP, meritano di essere considerati ed approfonditi nel quadro comunque di quanto argomentato dalle Sezioni Unite circa “l'immanenza nell'ordinamento processualpenalistico di un generale principio di preclusione”, di cui la regola dell'art. 649 cod. proc. pen. è solo una particolare pregnante espressione, e che opera quindi anche in altri ambiti procedurali adeguandosi ai connotati propri di essi nell'esplicazione dei propri effetti e che per quanto concerne in particolare il procedimento cautelare risente della natura contingente dei provvedimenti e della necessità del loro tendenziale adeguamento al mutare delle situazioni [essendone evidente il forte significato garantistico, per le tutele poste a presidio dell'indagato, attivabili e reiterabili con grande facilità e adottabili in vari casi anche d'ufficio, ma anche dal punto di vista dell’accusa, per le esigenze di una pronta tutela della collettività immanenti nella ratio delle misure cautelari]. In particolare ed in primo luogo, occorre considerare la diversità delle conseguenze per lo status libertatis dell’indagato che la scelta (assolutamente discrezionale come detto dalla S.U. anche se preclusiva dell’iniziativa pretermessa) compiuta dal P.M. di far valere i nova in sede di impugnazione del rigetto di prime cure ovvero in una nuova richiesta al GIP. Ed infatti, nel caso in cui i nova determinino l’accoglimento dell’appello del P.M. e dunque l’adozione della misura ricusata in prime cure, l’efficacia esecutiva di quest’ultima, risulterà sospesa sino “a che la decisione non sia divenuta definitiva” (art. 310 co. 3 c.p.p.); qualora invece gli stessi nova vengano posti a fondamento di una nuova richiesta e ne determino

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l’accoglimento, la misura cautelare già negata risulta immediatamente esecutiva ed efficace. Orbene, tale considerazione impone, a parere dello scrivente GIP, di realizzare una sorta di bilanciamento della facoltà discrezionale attribuita al P.M. di “giocarsi” diversamente gli “elementi nuovi” con un coefficiente più elevato di rigore interpretativo/valutativo circa la qualità dei nova posti a fondamento della nuova richiesta. Orbene, a parere dello scrivente GIP, in primo luogo, non deve trattarsi di “nova” apparenti, ovvero di emergenze in realtà già presenti nel compendio di elementi di fatto portato al vaglio del GIP che pronunciò il rigetto e tuttavia da questi non considerate o sottovalutate non v’è dubbio infatti che, in un caso del genere, il P.M. potrebbe solo dolersi, con l’appello, dell’omissione di valutazione di quelle emergenze e/o dell’erroneità di quella sottovalutazione. Ancora, pur se autenticamente nuovi (ovvero non compresi nel compendio di elementi già vagliati), deve trattarsi di emergenze di fatto che, anche se non sufficienti a sostanziare da sole i presupposti necessari (in termini di gravità indiziaria e/o di esigenza cautelare) per l’adozione della misura invocata, siano comunque dotate della intrinseca efficienza di determinare una concreta amplificazione della capacità dimostrativa del compendio di elementi di fatto già vagliato (negativamente) in una lettura combinata e complementare con le emergenze nuove; in sintesi, deve trattarsi di nova in grado davvero di provocare la positiva rivalutazione della richiesta cautelare già rigettata. Infine, è ancora necessario che tale “sostanza” del novum sia il più possibile obiettivamente riconoscibile ed apprezzabile, ovvero una variabile massimamente indipendente (naturalmente nei limiti di relativizzazione propri del giudizio incidentale cautelare) da considerazioni eminentemente soggettive del giudicante. Va da sé infatti che i prefati requisiti “di sostanza” dei nova, valgono a contenere il rischio di un uso strumentale della facoltà di scelta tra appello e nuova richiesta concessa (dalle citate pronunce giurisdizionali) al P.M.; questi, infatti (per ottenere subito l’esecutività della misura, od anche solo perché gli sono sfumati i termini per l’appello verso il primo rigetto) potrebbe

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essere indotto a proporre quali nova fondanti la nuova richiesta elementi di fatto dalla portata dimostrativa intrinsecamente modesta, quando non a “vestire di nuovo” dati già noti e valorizzati, sol proponendoli in contenuto di maggior dettaglio in esito a più recenti ed approfondite note informative sollecitate alla P.G.. Non è chi non veda, peraltro, come la pretesa di una cifra di rigore nell’apprezzamento dell’intrinseca qualità del novum e soprattutto dell’obiettiva - più possibile – sua efficienza dimostrativa nel determinare la rivalutazione della richiesta, sia tanto più avvertita nei casi (come appunto quello in esame, per ragioni di competenza funzionale), in cui diversa sia la persona fisica del GIP cui viene proposta la nuova richiesta. In questi casi, infatti, è sempre presente il pericolo di una rivalutazione positiva della richiesta non tanto indotta dalla portata del novum, quanto dalla diversa considerazione da parte del nuovo GIP, in primo luogo per effetto degli argomentati (e magari condivisibili) rilievi proposti dal requirente verso la prima ordinanza di rigetto, di quelle medesime emergenze già valutate negativamente da parte del primo GIP. Occorre in altre parole prevenire il rischio (obiettivamente più contenuto quando si proponga la nuova richiesta al medesimo giudice) di trasformare la “nuova” richiesta cautelare in un surrettizio giudizio di gravame verso la prima ordinanza, dissimulato dietro lo schermo di qualche novum appositamente proposto (magari proprio perché confezionato a verifica in fatto dello sviluppo argomentativo seguito dal giudice per motivare il primo rigetto). Alle riferite linee interpretative, dunque, questo GIP si atterrà nel valutare nel prosieguo la richiesta cautelare nei confronti degli indagati BERRICA e FORTUGNO, stante la necessità di superare il rigetto delle relative richieste già (oltre che di recente) pronunciato dal GIP di Palmi all’esito del giudizio di convalida del fermo nei confronti dei predetti disposto. Con una ulteriore, essenziale, precisazione. Se nel caso di nova apparenti è senz’altro lecito, ed anzi doveroso, ritenere integralmente perfezionato ed operativo il meccanismo preclusivo del giudicando/giudicato cautelare, e dunque concludere sancendo

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l’inammissibilità della richiesta che si fondi esclusivamente sul novum apparente, di gran lunga più ardua risulta tale conclusione negli altri casi – che appena sopra s’è cercato di delineare – di nova privi di obiettiva efficienza determinante la rivalutazione. In casi del genere, infatti, si potrebbe gravare il P.M. di una preventiva verifica circa la valenza dimostrativa del novum, forse non del tutto impossibile, ma probabilmente dagli esiti troppo incerti per farne un onere dell’accusa (ma il discorso, mutatis mutandis, vale anche per le istanze ex art. 299 c.p.p. provenienti dai “cautelati”); non bisogna infatti dimenticare che in tali casi (fuori cioè dai casi dei nova apparenti) ci trova comunque al cospetto di elementi di fatto certamente nuovi, ovvero non considerati (perché appunto non considerabili) in occasione del primo rigetto. Se ne deve far conseguire che tale - minimo - connotato di “novità” possa senz’altro costituire un valido ostacolo alla declaratoria di inammissibilità della richiesta, e tuttavia la valutazione di ammissibilità non pregiudicherà lo svolgimento del giudizio di corrispondenza del novum ai parametri sopra specificati (e dunque la salvaguardia di quelle esigenze di garanzia cui s’è fatto cenno e cui quel giudizio è appunto indirizzato) giacché l’apprezzamento finale della modestia significativa del novum, la valutazione negativa della sua efficienza dimostrativa, determinerà necessariamente il rigetto (di merito) della richiesta. Non è chi non veda, peraltro, come la prefata diversità di conseguenze per nei casi di reiterata richiesta cautelare fondata sui “falsi” nova (ovvero, declaratoria di inammissibilità, nel caso di nova apparenti, rigetto di merito, nel caso, di nova privi di oggettiva efficienza ribaltante le primitive conclusioni di rigetto) si collochi, anche formalmente, nell’alveo degli insegnamenti della Suprema Corte in materia di giudicando/giudicato cautelare.

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II ALCUNE CONSIDERAZIONI DI METODO Tanto chiarito, ancora in premessa pare opportuno, sul piano metodologico, evidenziare che [come peraltro espressamente chiarito dallo stesso P.M. che a quei provvedimenti ha fatto (a pag. 5) integrale richiamo nella sua richiesta] costituiscono antefatto logico-fattuale e giuridico dell’azione cautelare oggi in esame il decreto di fermo del P.M. 8.2.2012 (contenente la dettagliata esposizione di tutti i risultati investigativi sin qui sviluppati nel procedimento), le ordinanze cautelari provvisoriamente emesse, in via d’urgenza, dal GIP di Palmi in data 11.2.2012 e 15.2.2012 e soprattutto l’ordinanza emessa da questo GIP a termini dell’art. 27 c.p.p. in data 25.2.2012. In particolare, si può nei paragrafi seguenti in primo luogo riprodurre, almeno nella parte qui di interesse, quanto dedotto in seno a quest’ultima ordinanza (nei CAPITOLI 1 e 2, ai §§ 1.1., 1.2., 2.1. e 2.2.) in ordine alla sussistenza del reato associativo, alla efficienza dimostrativa delle fonti di prova acquisite ed all’impulso genetico dato all’indagine dal sequestro nella Casa Circondariale di Palmi del, ormai noto, biglietto manoscritto attribuito a PESCE Francesco cl. 78 Testuni.

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CAPITOLO I
NOTE INTRODUTTIVE

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1.1. I precedenti cautelari nel procedimento c.d. ALL INSIDE. Le O.C.C. 20.5.2010 e 15.11.2010 e la sentenza GUP 21.9.2011 per le conclusioni circa la sussistenza del reato associativo.Prima di addentrarci nell’esame peraltro, ancora in premessa è appena il caso di evidenziare - e lo fa per vero puntualmente il P.M. nell’incipit del provvedimento di fermo che ha innescato la presente vicenda cautelare - come la richiesta in esame costituisca lo sviluppo dell’indagine compendiata nel procedimento n. 4302/06 RGNR DDA c.d. ALL INSIDE che ha registrato plurime iniziative cautelari del requirente distrettuale cui sono seguiti diversi provvedimenti giurisdizionali, spesso sovrappostisi tra loro per le necessità processuali conseguenti all’adozione (per vero raramente giustificabile) delle misure precautelari e dei successivi provvedimenti cautelari d’urgenza ex art. 27 c.p.p.. In questa sede, peraltro, pare necessario (ancor prima che utile sul piano espositivo e metodologico) operare riferimento alle due ordinanze emesse da questo GIP distrettuale rispettivamente in data 20.5.2010 (n. 36/10 O.C.C.) e 15.11.2010 (n. 42/10 O.C.C.) nell’ambito del prefato procedimento (4302/06 RGNR DDA e 3567/07 R.G.Gip DDA), parte integrante del compendio degli atti posti a sostegno della presente richiesta. E tanto non certo per (e si confida nel credito del lettore) attaccamento agli approdi del giudizio cautelare raggiunti da questo stesso giudice in quei provvedimenti, ma per due ordini di ragioni. Per essere tali ordinanze ricognitive/ricostruttive dell’insieme delle emergenze procedimentali acquisite [naturalmente prima degli sviluppi investigativi conseguenti alla collaborazione di di PESCE Giuseppina e CACCIOLA Maria Concetta che, insieme alle indicazioni dell’ormai noto “biglietto” vergato da PESCE Francesco durante la sua breve permanenza nel carcere di Palmi successiva all’arresto, sostanziano gli elementi fondanti l’odierna richiesta] e dunque loro compiuto “contenitore”, ma anche per la constatazione che, non essendosi registrate all’esito delle valutazioni in seconda istanza innanzi al Tribunale della Libertà, riforme delle conclusioni assunte con i prefati provvedimenti custodiali (se non – dopo l’accoglimento di alcuni appelli del P.M. - nella direzione di implementare il numero di misure custodiali emesse), pare lecito ritenere dette ordinanze un autentico punto fermo anche del presente giudizio cautelare.

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Del resto, occorre considerare che tale conclusione ha ricevuto ulteriore fondamentale riscontro dagli sviluppi “di merito” del processo ALL INSIDE, che ha visto in esito alla celebrazione dell’udienza preliminare del 23.4.2011, il rinvio a giudizio innanzi al Tribunale di Palmi (dove è in corso di celebrazione il dibattimento) di tutti gli imputati (diverse decine) che non avevano richiesto di essere giudicati nelle forme del giudizio abbreviato e soprattutto, nei confronti di questi ultimi, dalla sentenza pronunciata in data 20 settembre 2011, dallo stesso GUP di Reggio Calabria. Tale pronuncia, infatti, per quanto mette conto in questa sede evidenziare, contiene l’affermazione di penale responsabilità degli imputati del reato associativo di cui all’art. 416 bis c.p. colà contestato, ovvero dell’associazione alla cosca di ‘ndrangheta armata e pluriaggravata c.d. Pesce storicamente operante in Rosarno e luoghi limitrofi ma con diramazioni operative in varie parti di Italia, e soprattutto del riconoscimento del ruolo di promozione, organizzazione e direzione attribuito a PESCE Francesco cl. ’78 (condannato – anche per gli altri delitti contestatigli ritenuti commessi nel vincolo della continuazione - alla pena, diminuita per il rito, di anni venti di reclusione - v. dispositivo in atti). Se ne deve far necessariamente discendere che la conclsusione contenuta nelle ordinanze emesse da questo GIP in seno al procedimento 4302/06 RGNR circa la permanente esistenza ed operatività della cosca di ‘ndrangheta Pesce [la cui sussistenza era già stata riconosciuta con diverse sentenze irrevocabili pronunciate nell’ultimo trentennio nei Tribunali del distretto], l’essere la stessa armata (art. 416 bis co. 4 e 5 c.p.) ed attivamente impegnata nel reimpiego in attività economiche lecite dei capitali prodotto e/o profitto dei delitti-fine dell’associazione (art. 416 bis co. 6 c.p.), ha ormai rinvenuto avallo anche nel giudizio di merito (sia pure di primo grado), notoriamente necessitante di un coefficiente dimostrativo di maggior peso rispetto a quello della gravità indiziaria (c.d. probatio minor) necessario (e sufficiente) per l’adozione delle misure cautelari personali. Tanto si riverbera evidentemente sul presente giudizio cautelare, almeno riguardo alla parte relativa alla sussistenza del reato associativo provvisoriamente contestato anche con la presente nuova richiesta cautelare, giacché tale giudizio può davvero limitarsi a mutuare, rinnovandole e riproponendole, le conclusioni già raggiunte in quei precedenti giurisdizionali.

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Si reputa conseguentemente utile, per evitare l’appesantimento della presente trattazione rinviare, in partibus quibus, al contenuto delle predette ordinanze. Ed in particolare, quanto alla concreta evidenza degli elementi che imponevano di ritenere, ed impongono oggi anche nella diversa dimensione temporale del reato associativo provvisoriamente contestato nella nuova richiesta cautelare, ancora esistente ed operativa la cosca PESCE di Rosarno si rinvia il lettore ai §§ 3-15 dell’Ordinanza 15.11.2010 (n. 42/10 O.C.C.; 4302/06 RGNR DDA e 3567/07 R.G.Gip DDA). Ci si limiterà in questa sede solo a riproporre quanto suo tempo dedotto in seno all’Ordinanza 20.5.2010 circa le premesse teoriche che, secondo questo GIP, costituiscono il quadro di riferimento tecnico-giuridico entro il quale la questione della sussistenza del reato associativo, ma soprattutto le condotte dei singoli associati devono essere inquadrate per potersi concludere circa la sussistenza del presupposto dei gravi indizi di colpevolezza in relazione ai singoli indagati. Si tratta infatti della concreta specificazione dei criteri cui ci si atterrà nella valutazione delle odierne richieste del P.M.. 3. Una premessa in diritto.Al capo 1 della provvisoria contestazione il P.M. postula la commissione, da parte dei soggetti indicati del delitto di associazione di stampo ‘ndranghetistico armata. Anticipando le conclusioni della verifica, rimessa al GIP, circa la sussistenza del presupposto della gravità indiziaria in relazione a tale addebito, si può senz’altro riconoscere che le emergenze investigative acquisite e portate dal P.M. riscontrino l’ipotesi d’accusa ben oltre quanto necessario (e sufficiente) ai fini del giudizio incidentale cautelare e con i soli ridimensionamenti oggettivi e soggettivi di cui si darà conto nel prosieguo. A tale scopo è peraltro innanzitutto necessario svolgere alcune considerazioni di segno eminentemente tecnico-giuridico in ordine alla condotta incriminata dalla fattispecie in contestazione. Sul punto, infatti, il P.M. (al Capitolo III del fermo – pagg. 20 e ss.) propone una ricostruzione della condotta punita dal delitto in esame

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che, a parere del giudicante (e senza che, per vero, ne discendano particolari conseguenze sulla concreta valutazione rimessa) risulta sostanzialmente condivisibile, solo che la si emendi da un approccio eccessivamente proiettato sulla prospettiva soggettiva della condotta e che trascuri invece la dimensione collettiva della condotta incriminata. Tanto premesso il dato di partenza non può che essere quello normativo. L’art. 416 bis del codice penale, sotto la rubrica ASSOCIAZIONE DI TIPO MAFIOSO, al primo comma punisce “chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso, formata da tre o più persone”; al comma 2, peraltro lo stesso articolo, punisce più gravemente quanti “promuovono, dirigono od organizzano l’associazione” mentre il comma 3 specifica che “l’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza d’intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto od indiretto la gestione o, comunque, il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali”. Non ci si soffermerà in questa sede sulle ragioni di politica criminale, anche simboliche in chiave di evidenziazione del particolare disvalore della criminalità mafiosa, oltre che di indole pratica ed applicativa [connesse alla necessità di apprestare rimedio alla lamentata inadeguatezza della ipotesi delittuosa di cui all’art. 416 c.p. rispetto al contrasto di fenomeni criminali di così rilevanti dimensioni quantitative e qualitative] che determinarono l’introduzione nel nostro ordinamento di tale fattispecie. Piuttosto, mette conto subito evidenziare come il delitto in questione risponda a ragioni di tutela di più oggettività giuridiche; ed infatti, proprio gli identificativi attribuiti all’associazione di tipo mafioso dal comma 3 dell’articolo in esame, evidenziano come le associazioni in

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parola presentino connotati di plurioffensività, recando minaccia oltre che al bene dell’ordine pubblico, ad altre oggettività di rango costituzionale, come le libertà di mercato e di iniziativa economica, l’imparzialità ed il buon andamento della pubblica amministrazione, il libero esercizio dell’elettorato attivo e passivo, la proprietà. Pure con questi connotati di plurioffensività pare indubbio che la fattispecie incriminatrice in argomento abbia mantenuto quella ratio spiccatamente preventiva tipica dei delitti associativi; il legislatore incriminando l’associazione in se stessa infatti tende appunto a prevenire, a rimuovere il pericolo che venga attuato il programma associativo, e soprattutto che tale realizzazione avvenga mediante l’impiego del c.d. metodo mafioso, ovvero con avvalimento della forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva, sostanziante l’autentico fulcro della fattispecie incriminatrice “l'‘in sé’ in dell'associazione ciò del resto di tipo mafioso” il (secondo tratto la felice espressione di Cass. Pen., Sez. I, 25 febbraio 1991, Grassonelli). Proprio risiede principale distintivo dell’associazione in parola rispetto al genus dell’associazione a delinquere. Nella fattispecie prevista e punita dall’art. 416 c.p. infatti tutto il disvalore penale viene incentrato sulle finalità del sodalizio, ovvero la commissione di più delitti, nell’associazione di stampo mafioso invece ciò che massimamente qualifica il sodalizio criminoso è rappresentato dal “…modus operandi dell'associazione, caratterizzato dall'avvalersi della diffuso forza intimidatrice che promana dalla sociale esistenza e, stessa una dell'organizzazione, alla quale corrisponde, con nesso causale, un assoggettamento nell'ambiente dunque, situazione di generale omertà (…)” (Cass. Pen., Sez. VI, 10 febbraio 2000, n. 54, Ferone e altro), “…e non già negli scopi che si intendano perseguire, atteso che questi, nella formulazione della norma, hanno carattere indicativo ed abbracciano solo genericamente i ‘delitti’, comprendendo una varietà indeterminata di possibili tipologie di condotte, che possono essere costituite anche da attività lecite, che

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hanno

come

unico

comune

denominatore

l'attuazione

od

il

conseguimento del fine attraverso l'intimidazione e l'insorgere nei terzi di situazione di omertà, che può derivare anche soltanto dalla conoscenza della pericolosità del sodalizio”. (Cass. Penale, Sez. VI, 31 gennaio 1996, n. 7627, Alleruzzo; cfr. altresì, Cass. Pen., Sez. VI, 6 dicembre 1994, Imerti). In ogni caso, ciò che preme evidenziare è che la “…forza di intimidazione del vincolo associativo è un elemento strumentale, e non già una modalità della condotta associativa…” (Cass. Pen., Sez. II, 15 aprile 1994, Matrone e altro) che da questo punto di vista, quello specificamente materiale, non si distingue affatto dalla condotta associativa incriminata dall’art. 416 c.p.. Si può a questo punto meglio specificare il contenuto della condotta tipica del delitto in esame che il legislatore, al primo comma, definisce con la locuzione, riferita all’agente, “fa parte”. Si errerebbe infatti – a parere di chi scrive - ove si ritenesse che la condotta punita sia quella, eminentemente individuale, di partecipazione ad un associazione di tipo mafioso, quasi che ai fini della rilevanza penale fosse sufficiente l’opzione, appunto del singolo agente, di aderire al programma ed all’attività di un sodalizio mafioso. Corrisponde, invece, alla generale sociologia dell’associazionismo, anche quello lecito (incentivato od anche solo tollerato dall’ordinamento statale) la sua configurazione come fenomeno umano collettivo e non meramente individuale, come l’incontro di più soggetti che decidono di mettere insieme le proprie energie volitive e materiali per realizzare uno scopo comune che altrimenti, da soli non potrebbero realizzare o comunque realizzerebbero con maggior sforzo e difficoltà. Ma tanto impone di interpretare in stretta la locuzione con “fa le parte” parole necessariamente persone…”, della condotta. ponendola relazione

successive, “…di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più cogliendone immediatamente l’unica dimensione significativa razionalmente possibile, ovvero la dimensione collettiva

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Trova così conferma quanto s’è anticipato sopra circa l’identità della condotta tipica, almeno nella sua dimensione più strettamente materiale, nella fattispecie di cui all’art. 416 bis ed in quella di cui all’art. 416 del codice penale. La condotta incriminata è infatti, comunque e sempre, quella – collettiva - dell’associarsi fra tre o più persone ferme restando le diverse caratteristiche distintive proprie dell’associazione mafiosa rispetto all’associazione a delinquere, proprie appunto dell’organismo associativo costituito e dunque dell’evento causalmente riconducibile alla condotta associativa (e come tali oggetto di necessaria rappresentazione e volontà da parte degli associati), ma non elemento della condotta incriminata. In altri termini, la condotta incriminata è appunto quella definita dalla rubrica dell’articolo in esame, di associazione di stampo mafioso e non di partecipazione ad associazione di stampo mafioso, fermo restando che ciò non significa affatto che il reato si realizzi esclusivamente nel momento in cui più (di tre) persone, mettendo insieme stabilmente volontà ed azioni positive e, in molti casi, anche beni e risorse (danaro, mezzi, armi, etc.), danno vita, costituiscono la struttura organizzata e permanentemente mafioso. La condotta associativa, infatti, si realizza anche quando, già sussistendo la struttura permanente ed organizzata di stampo mafioso, ad essa un determinato soggetto decida di aderire. Anche in questo momento successivo, infatti, la condotta non perde la sua dimensione collettiva, essendo sempre necessario che l’adesione del nuovo membro venga accettata dagli altri associati, e dunque si realizzi l’incontro – appunto collettivo – delle volontà dei membri in cui risiede l’essenza del fenomeno associativo, a poco rilevando, peraltro, se per l’ingresso del nuovo adepto (ovvero per manifestare l’accettazione dei membri già associati), siano o meno previste particolari formalità (presentazione da parte di altri associati, cerimonie orientata alla realizzazione del programma criminoso (esplicitato nel comma 3) mediante l’impiego del c.d. metodo

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di affiliazione, deliberazioni degli organi direttivi, etc.,), come per vero di norma accade per le associazioni di cui all’art. 416 bis c.p., connotate da elevatissimi livelli di segretezza [“La condotta di partecipazione all'associazione di tipo mafioso consiste nel ‘fare parte’ dell'associazione, cioè nell'esserne divenuto membro attraverso un'adesione alle regole dell'accordo associativo e un inserimento, di qualunque genere, nell'organizzazione, con carattere di permanenza. Inoltre l'adesione deve trovare un riscontro da parte dell'associazione, nel senso che questa a sua volta deve riconoscere la qualità di associato alla persona che ha manifestato l'adesione. Non occorrono atti formali o prove particolari dell'ingresso nell'associazione, che può avvenire nei modi più diversi ed anche solo mediante un'adesione di qualunque genere ricevuta dal capo, ma occorre che un ingresso ci sia stato, che cioè una persona sia divenuta "parte" dell'associazione, e non è sufficiente che con l'associazione essa sia entrata in rapporti trovandone giovamento o fornendo un contributo fattivo ad alcuni associati” (Cassazione penale , sez. I, 01 settembre 1994)]; del resto, ragionando a contrario, il mancato rispetto delle particolari formalità previste per l’adesione al gruppo non varrebbe certo ad escludere la consumazione del delitto in esame qualora si accerti, su un piano eminentemente oggettivo, che l’associazione si sia realizzata [“In tema di associazione è del tutto irrilevante, ai fini del riconoscimento o meno dell'intervenuta adesione di taluno al sodalizio criminoso, il fatto che, secondo le regole proprie di quest'ultimo, il soggetto non sia da considerare un associato a pieno titolo, dovendosi invece aver riguardo soltanto all'obiettività della sua condotta, onde verificare se essa sia o meno rivelatrice, alla stregua della logica e della comune esperienza, di una adesione che, nei fatti, si sia comunque realizzata”. (Cassazione penale , sez. I, 25 ottobre 1993, Santoriello)]. In ultima analisi, al di là della non felicissima formulazione dell’articolo in esame [risulta invero di più agevole comprensione lo schema descrittivo impiegato dall’art. 416 c.p. in cui chiaramente si evidenzia, nella prima parte, la condotta collettiva incriminata – quella appunto

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associativa - pur risultando adeguatamente delineata la differenza, in termini di disvalore penale, della condotta dell’associato promotore, organizzatore e direttore dell’associazione (anche in quel caso più gravemente punita) rispetto a quella dell’associato partecipe dell’associazione; schema peraltro efficacemente riproposto nell’ipotesi associativa di cui all’art. 74 DPR 309/1990], rimane indubbio che la condotta tipica, anche nell’associazione di tipo mafioso, è l’associarsi di tre o più persone cui è riconnesso l’evento della nascita dell’associazione o comunque del suo rafforzamento, determinandosi con l’adesione successiva di nuovi membri l’aumento del numero degli associati e dunque la pericolosità del gruppo. Del resto, non v’era ragione alcuna di concepire l’associazionismo di stampo mafioso, dal punto di vista della condotta tipica con connotati diversi dalle altre associazioni punite. Gli elementi specializzanti risiedono infatti tutti nei connotati propri dell’evento realizzato, ovvero nell’associazione che “si caratterizza, dal lato attivo, per l'utilizzazione da parte degli associati dell'intimidazione nascente dal vincolo associativo e, dal lato passivo, per la condizione di assoggettamento conseguenza per ed il omertà, singolo che sia costituiscono all'esterno l'effetto che e la all'interno

dell'associazione” con la conseguenza che “la tipicità del modello associativo delineato dall'art. 416-bis c.p. risiede nella modalità attraverso cui l'associazione si manifesta concretamente e non già negli scopi che si intendono perseguire, atteso che questi, nella formulazione della norma, hanno un carattere indicativo ed abbracciano solo genericamente i ‘delitti’, comprendendo una varietà indeterminata di possibili tipologie di condotte, che possono essere costituite anche da attività lecite, che hanno come unico comune denominatore l'attuazione od il conseguimento del fine attraverso l'intimidazione e il conseguente insorgere nei terzi di quella situazione di soggezione, che può derivare anche soltanto dalla conoscenza della pericolosità di tale sodalizio” (Cassazione penale, sez. I, 10 febbraio 1992, D'Alessandro e altro).

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Naturalmente potrà pure continuare a definirsi la specifica condotta associativa (c.d. base), considerata dal punto di vista del singolo associato come “partecipazione” (del resto la responsabilità penale rimane pur sempre una declinazione singolare), purché si abbia sempre chiara la dimensione collettiva e non individuale della condotta, e tanto per evitare di sovrapporre elementi fattuali ulteriori e soprattutto estranei rispetto alla condotta incriminata. A questo punto, si crede, si sono poste le basi per rimuovere quello che, a parere del giudicante, costituisce uno degli equivoci interpretativi più ricorrenti nella lettura della fattispecie incriminatrice in argomento, proprio facente leva su un malinteso concetto di “partecipazione”. Invero, si sente spesso ripetere (ed argomentare con richiamo, tutt’altro che esente da equivoci, a pronunce della Suprema Corte) che, ai fini dell’affermazione della penale responsabilità per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. sia assolutamente necessario l’accertamento dello specifico ruolo attribuito al singolo in seno al sodalizio criminoso, dello specifico e fattuale contributo portato dal medesimo alla realizzazione del programma criminoso; tant’è che ci si spinge pure sino a sostenere la necessità che detto specifico ruolo venga delineato già nel capo di imputazione, Invero, tale pena la sua genericità è ed indeterminatezza il frutto (con violazione del disposto degli art. 417 lett. b o 552 co. 1 lett. c). affermazione piuttosto dell’erronea sovrapposizione di piani di indagine assolutamente distinti (e che tali devono invece rimanere), ovvero della confusione tra la condotta incriminata ed il percorso dimostrativo della effettiva realizzazione della condotta da parte dell’imputato (nel caso dell’indagato); in ultima analisi, si confonde il fatto punito (e che può dirsi sufficientemente descritto ipotizzando l’associazione di quel particolare soggetto a quel particolare sodalizio criminoso di stampo mafioso operante in un determinato contesto spazio temporale) con la prova che quel fatto sia stato commesso dall’imputato/indagato.

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Tale confusione è indotta (oltre che dalla già evidenziata infelice formulazione letterale del comma primo dell’art. 416 bis c.p.) dalle ordinarie difficoltà di acquisire, in seno al giudizio penale, la diretta dimostrazione dell’effettiva associazione del singolo al sodalizio mafioso, difficoltà evidentemente connesse al pressoché impenetrabile tegumento di omertà e segretezza posto a protezione di essi sodalizi e che impone, tanto nella dimostrazione della loro esistenza che nell’individuazione dei partecipi, il ricorso alle prove indirette ed ai percorsi cognitivi inferenziali. Accade di sovente, infatti, nei processi di criminalità organizzata (in genere, ma soprattutto in quelli) di stampo mafioso che per offrire ragione in fatto della ritenuta associazione, della partecipazione del singolo, al gruppo mafioso, si argomenti da elementi fattuali reputati significativi (secondo ordinarie regole di esperienze e di conoscenza pregressa delle dinamiche di tali associazioni) dell’adesione all’associazione, elementi di fatto quali la partecipazione del soggetto alla commissione di delitti fine o comunque il compimento da parte dello stesso di attività sostanzianti contributo fattivo o comunque genericamente di attività ausiliatrici della realizzazione degli scopi dell’associazione e/o strumentali all’esercizio del metodo mafioso. Ma tanto non deve trarre in inganno. Occorre comunque aver presente che la condotta punita rimane sempre quella associativa, l’essere divenuti “parte” dell’associazione, essendo l’accertamento del contributo causale alla realizzazione del programma del sodalizio od all’esercizio del metodo mafioso, meri elementi sintomatici, significativi, dell’intervenuta associazione e non elementi costitutivi della condotta incriminata. A seguire l’opinione che qui si contrasta, del resto, si potrebbe (si ritiene, assurdamente) del fatto pervenire da parte alla conclusione per della difetto non di commissione dell’imputato

accertamento in ordine al ruolo attribuito al medesimo in seno all’organigramma del sodalizio mafioso e pure in presenza della piena e diretta dimostrazione della sua (consapevole e volontaria) associazione

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al gruppo (con riconoscimento ed accettazione da parte degli altri associati). Dal punto di vista della condotta tipica, si reputa allora lecito affermare che l’associazione a sodalizio mafioso sia qualcosa di meno rispetto alla partecipazione intesa come realizzazione concreta di un contributo fattivo all’estrinsecazione del metodo mafioso e/o alla realizzazione del programma associativo; come detto, infatti all’integrazione del delitto sarà sufficiente che il singolo, abbia aderito all’associazione divenendo parte di essa, che si sia realizzato il suo inserimento nell’organigramma del sodalizio e così la stabile e permanente messa a disposizione del gruppo della propria capacità di contribuire all’esercizio del metodo mafioso e delle finalità sociali. In altri termini, l’adesione al gruppo mafioso già realizza la condotta incriminata nella misura in cui realizza le condizioni perché il singolo membro possa esprimere, anche in termini di mera (anche se concreta e riconosciuta dagli altri adepti) potenzialità, la propria capacità contributiva agli scopi ed all’azione del sodalizio, e sempre che ciò sia chiamato a fare appunto dall’interno del sodalizio medesimo, con connotati di stabilità e permanenza. Al tempo stesso, però, non v’è dubbio che l’associazione a sodalizio mafioso sia qualcosa di più rispetto alla mera “appartenenza” ad associazione mafiosa, condizione soggettiva elevata dall’art. 1 della L. 575/1965 a specificazione della pericolosità sociale qualificata presupposto dell’applicazione delle misure di prevenzione antimafia; quest’ultima condizione infatti, lungi dal presupporre l’effettivo e stabile inserimento nel gruppo, individua tutte quelle situazioni di vicinanza, di contiguità, di adesione (questa sì individuale e non collettiva) all’associazione stessa che risultino variamente funzionali agli interessi della struttura criminale (eventualmente anche integranti il c.d. concorso esterno) e come tali denotanti la pericolosità sociale specifica sottendente il trattamento prevenzionale (cfr. Cass. Pen., sez. I, 16 gennaio 2002, n. 5649, Scamardo).

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Anche il reato associativo in esame è come s’è detto di pericolo (e dunque opera in chiave preventiva della lesione dei beni tutelati) e tuttavia per la sua consumazione è necessario che si realizzi, non la mera appartenenza, quanto l’effettiva e stabile compenetrazione organica del singolo nel sodalizio di cui all’art. 416 bis c.p.: “in tema di associazione di tipo mafioso, la condotta di partecipazione è riferibile a colui che si trovi in rapporto di stabile e organica compenetrazione con il tessuto organizzativo del sodalizio, tale da implicare, più che uno ‘status’ di appartenenza, un ruolo dinamico e funzionale, in esplicazione del quale l'interessato "prende parte" al fenomeno associativo, rimanendo a disposizione dell'ente per il perseguimento dei comuni fini criminosi” (Cass. Pen., Sez. Un., 12 luglio 2005, n. 33748, Mannino; nello stesso senso Cass. Pen. Sez. I, 11.12.2007, 1470). Dalla massima citata peraltro può desumersi che la compenetrazione organica è però pure sufficiente all’integrazione del reato, giacché reputata dal legislatore contributo fattivo alla permanenza in essere dell’associazione, la quale esprime la propria capacità offensiva degli interessi tutelati, in primo luogo, nell’incremento delle fila dei propri membri, i quali “rimanendo a disposizione dell'ente per il perseguimento dei comuni fini criminosi” e per l’esercizio del metodo mafioso, realizzano per ciò solo il pericolo che la norma intende prevenire. Ed infatti, il “…personale inserimento in un organismo collettivo con soggezione alle sue regole e comandi” non esprime solo l’appartenenza del singolo al gruppo criminale ma costituisce “…altresì la prova del contributo causale, che è immanente nell'obbligo di prestare ogni propria così la disponibilità potenzialità al servizio e la della cosca, di accrescendone operativa capacità

inserimento nel tessuto sociale anche mercé l'aumento numerico dei suoi membri” (Cass. Pen. Sez. II, 28.1.2000, n. 5343, Oliveri; cfr. pure, Sez. I, 25.2.1991, Grassonelli).

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È in questo senso che va interpretata l’affermazione ricorrente nella giurisprudenza della Suprema Corte secondo cui non è necessario “perché si realizzi la condizione di partecipazione dei singoli associati, (…) che ciascuno utilizzi la forza di intimidazione né consegua direttamente per sé o per altri il profitto o il vantaggio da realizzare attraverso l'associazione, che è contrassegnato dal connotato dall'ingiustizia” (Cass. Pen., Sez. II, 15 aprile 1994, Matrone; nello stesso senso, Sez. I, 25.2.1991, Grassonelli). La conclusione cui s’è pervenuti ha delle immediate ricadute su quello che è il giudizio di fatto nei processi/procedimenti in cui risulta contestato il delitto di cui all’art. 416 bis c.p.. Poiché infatti la condotta tipica incriminata è proprio costituita dall’associarsi in un, o ad un, sodalizio che abbia i connotati propri dal comma 3 dell’art. 416 bis c.p., deve reputarsi necessario e sufficiente ai fini dell’integrazione della materialità della condotta punita dalla fattispecie: a) l’accertamento della realizzazione dell’evento, ovvero l’accertamento della sussistenza di un’associazione di stampo mafioso, ovvero di un gruppo organizzato che composto da tre o più persone presenti i tratti distintivi delineati dal comma 3 dell’art. 416 bis c.p.; b) dal punto di vista del soggetto imputato/indagato, la dimostrazione dell’intervenuta sua “associazione” (naturalmente consapevole e volontaria, trattandosi di delitto doloso), ovvero il suo stabile inserimento nel gruppo già reputato ex lege contributo causale alla realizzazione dell’evento sopradetto. Solo nell’ipotesi in cui al soggetto sia pure contestata la fattispecie associativa aggravata di aver esercitato in seno al gruppo uno dei particolari ruoli (di promozione, direzione od organizzazione) delineati dal comma 2, l’accertamento dovrà pure necessariamente orientarsi verso la concreta verifica del ruolo o dei compiti concretamente svolti in seno all’organizzazione mafiosa. **************

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Come si verificherà nel prosieguo, le emergenze acquisite riscontrano appieno l’ipotizzata esistenza, nel periodo di tempo in contestazione, di una cosca di ‘ndrangheta armata detta ‘ndrina Pesce operante in Rosarno e zone limitrofe, oltre che – per il tramite di sua articolazione nel milanese. A tal fine si reputa davvero sufficiente fare riferimento a quanto argomentato dal P.M. nel provvedimento di fermo [il riferimento era evidentemente al fermo del 26.4.2010]. In un secondo momento [distinguibile logicamente, più che concretamente, essendo il più delle volte le emergenze in fatto al tempo stesso significative in direzione oggettiva e soggettiva], si verificherà se le emergenze acquisite consentano anche di concludere per l’effettiva associazione (intesa appunto come compenetrazione organica e messa a disposizione) dei singoli indagati alla cosca in argomento, dovendosi peraltro in relazione ad alcuni di essi effettuare la verifica aggiuntiva circa l’effettivo assolvimento degli specifici compiti di promozione-organizzazione della cosca loro attribuiti nel capo d’accusa. Sin da ora peraltro, occorre chiarire come anche il presente giudizio cautelare, in punto di fatto (secondo quella che appare essere una costante dei procedimenti di criminalità organizzata di stampo ‘ndranghetistico caratterizzati generalmente da un modesto apporto dei collaboratori di giustizia), si gioverà massimamente di prove indirette e tanto sia quanto al momento della verifica concernente la sussistenza dell’associazione, sia con riferimento alle posizioni dei singoli associati. Si tratta tuttavia di un percorso ricostruttivo che, anche in relazione a tale specifico momento, ha già registrato l’avallo esplicito della Suprema Corte (e peraltro in un contesto quello del giudizio di merito, ben più pregnante dal punto di vista della verifica fattuale). È stato infatti osservato che l’associazione a sodalizio di cui all’art. 416 bis c.p. può essere desunta da indicatori fattuali dai quali, sulla base di attendibili regole di esperienza attinenti propriamente al fenomeno

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della criminalità di stampo mafioso, possa logicamente inferirsi l’organica appartenenza al sodalizio criminoso; il limite è solo quello ordinario sancito dall’art. 192 co. 2 c.p.p.: deve trattarsi di “indizi gravi e precisi (…) idonei senza alcun automatismo probatorio a dare la sicura dimostrazione della costante permanenza del vincolo, con puntuale riferimento, peraltro, allo specifico la periodo S.C. temporale ha pure nelle rituale, considerato pregresse fasi dall'imputazione”, di ‘osservazione’ che e

esemplificativamente indicato ne “i comportamenti tenuti ‘prova’, l'affiliazione

l'investitura della qualifica di ‘uomo d'onore’, la commissione di delittiscopo, oltre a molteplici, e però significativi facta concludentia” (cfr. motiv. Sezioni Unite, 12.7.2005, cit.).

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1.2. La genesi dell’indagine, gli elementi di prova ed i loro criteri di valutazione.Prima di passare alla valutazione del merito della richiesta si reputa utile mutuare integralmente le considerazioni di metodo svolte dal GIP palmese circa i criteri seguiti nella ricostruzione delle emergenze in fatto e diritto. (…) Ha infatti considerato il primo GIP [nell’ordinanza 11.2.2012, n.d.e.]: Fatte le premesse che precedono, sotto il versante metodologico si evidenzia che la complessità dei fatti di causa ed i limiti temporali di un tempestivo intervento del Giudice impongono procedure semplificate di illustrazione dei fatti. In ragione di ciò, attesa la completezza della richiesta del P.M. e la bontà delle valutazioni in diritto dallo stesso articolate – e che si condividono- si procederà ad un richiamo pressoché integrale delle varie parti della stessa, riservandosi questo Giudice le sue valutazioni conclusive, che verranno espresse alla fine di ogni singola sezione dedicata ai vari indagati. Del resto, si osserva che questa metodica operativa, per nulla inusuale in procedure di tal genere, risulta in linea con i principi affermati dalla Suprema Corte, sez. IV, nella sentenza 14 novembre 2007 - 28 gennaio 2008 n. 4181, imp. Benincasa, laddove si afferma che “la motivazione "per relationem" di un provvedimento giudiziale è da considerarsi legittima quando: a) faccia riferimento ad altro atto del procedimento, la cui motivazione risulti congrua rispetto all'esigenza di giustificazione propria del provvedimento di destinazione; b) fornisca la dimostrazione che il giudice ha preso cognizione del contenuto delle ragioni del provvedimento di riferimento ritenendole coerenti con la sua decisione; c) l'atto di riferimento sia conosciuto dall'interessato o almeno a lui ostensibile”. Orbene, nel caso specifico, si evidenzia come il P.M. nelle premesse del suo lavoro ha specificato l’origine di questa indagine; ha illustrato le varie fonti di prova (costituite in principal modo da intercettazioni telefoniche ed ambientali); ha riportato diligentemente i principi di diritto comunemente adottati in materia (e che si fondano sulle pronunce pressoché uniformi della Suprema Corte) in tema di valutazione da dare ai materiali captativi, distinguendo la loro differente portata dimostrativa a seconda che si tratti di intercettazioni autoaccusatorie, parzialmente autoaccusatorie o totalmente eteroaccusatore; ha, poi, illustrato compiutamente i profili di identificazione delle voci dei conversanti (legati all’utilizzo di schede telefoniche a loro nome; dal riferimento specifico alle rispettive identità effettuate da molti di loro nel corso dei colloqui che venivano di volta in volta captati; dalla pregressa conoscenza che gli inquirenti avevano dei singoli indagati, comprensiva dei rispettivi soprannomi; dalla “familiarità” acquisita con le loro voci durante il lungo periodo di l’ascolto, che spesso veniva confortata da puntuali servizi di osservazione dinamica sul territorio); ha, infine, riassunto i principi di diritto uniformemente espressi dalla Suprema Corte in tema di valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di Giustizia (quali sono, nel caso specifico, Cacciola Maria Concetta, Pesce Giuseppina e Facchinetti Salvatore).[Si vedrà oltre che le dichiarazioni della CACCIOLA meritano in realtà altro inquadramento tecnico-processuale, n.d.e.] Insomma, si tratta di un inquadramento preliminare dell’indagine e dei metodi di valutazione della prova che, proprio perché attinge a parametri largamente condivisi e che questo Giudice fa propri, viene riportata nella sua interezza, salve le valutazioni di merito che verranno

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analiticamente compiute nella sezione conclusiva di questo lavoro, allorché cioè saranno passate in rassegna le posizioni dei singoli indagati, rispetto ai quali vi sarà un controllo ad opera di chi scrive che sarà maggiormente e doverosamente penetrante ed incisivo, nei termini già accennati in precedenza. In ultimo, si rammenta che la richiesta cautelare del P.M. si divide sostanzialmente in due distinte parti, che ricalcano i due filoni di indagini convergenti di cui si diceva. E così nel primo di essi si affronterà la genesi e ed il triste epilogo della collaborazione di Cacciola Maria Concetta, mentre nella seconda parte si illustrerà lo sviluppo investigativo compiuto con riferimento al famoso “ pizzino” sequestrato a Pesce Francesco, cl. 78. Non resta, quindi, che richiamare la richiesta del P.M. che, nel merito del primo troncone di indagine, così si è espresso. PREMESSA In data 26 aprile 2010 la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria emetteva un provvedimento di fermo di indiziato di delitto nei confronti di 40 indagati (qui da intendersi integralmente riportato), per il reato associativo sopra indicato ed altri reati fine, nell’ambito del procedimento 4302/06 RGNR DDA (cd. ALL INSIDE), che consentiva, attraverso un’articolata e complessa attività di indagine interforze, la disarticolazione di una delle più potenti ed egemoni cosche operanti nell’ambito dell’associazione di tipo mafioso denominata 'ndrangheta: la cosca PESCE di Rosarno. L’attività di indagine “All Inside” riusciva a dimostrare che PESCE Francesco cl. 78 – a causa della lunga detenzione protrattasi sin dal 1993 del padre Antonino, storico leader del gruppo criminale,– aveva di fatto assunto la guida della potente cosca mafiosa, che dominava con lucidità ed efferatezza, con compiti di decisione, pianificazione e di individuazione delle azioni da compiere, degli obiettivi da perseguire, delle attività economiche da avviare e attraverso cui riciclare il denaro e le altre utilità provento delle dette azioni delittuose, in riferimento all’intera organizzazione criminale. PESCE Francesco cl. 78 era riuscito - insieme ai suoi più stretti collaboratori, tra cui il fratello PESCE Giuseppe cl. 80, tuttora latitanti - a sottrarsi alla esecuzione del provvedimento coercitivo in data 28.4.2010. Il provvedimento di fermo del 26.4.2010 veniva confermato sia dal Gip presso il Tribunale di Palmi, che dal Gip presso il Tribunale di Reggio Calabria ex art. 27 cpp, ad eccezione di alcune marginali posizioni. Il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria confermava tutti i provvedimenti coercitivi. In data 24 novembre 2010, venivano, altresì, contemporaneamente eseguiti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 15 indagati e

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un provvedimento di fermo di indiziato di delitto per altri nove soggetti (atti qui da intendersi integralmente richiamati). Anche questi provvedimenti coercitivi venivano confermati dal Gip di Palmi (competente per il fermo di indiziato di delitto) e successivamente dal Gip di Reggio Calabria ex art. 27 c.p.p., ad eccezione delle posizioni di SIBIO Domenico ed ARENA Domenico. Il Tribunale della Libertà confermava anche questi provvedimenti coercitivi. In data 23 marzo 2011, veniva depositata richiesta di rinvio a giudizio per tutti gli imputati ed, in data 23 aprile 2011, all’esito della celebrazione dell’udienza preliminare, il GUP presso il Tribunale di Reggio Calabria emetteva decreto che dispone il giudizio nei confronti di tutti gli imputati che non chiedevano di essere giudicati con il rito abbreviato, innanzi al Tribunale di Palmi, ove il dibattimento è attualmente in corso. In data 9 agosto 2011, i Carabinieri del Nucleo Investigativo Reparto Operativo e del ROS di Reggio Calabria, all’esito di complessa attività di indagine, procedevano alla cattura del latitante PESCE Francesco cl. 78, rifugiatosi all’interno di un bunker dotato di ogni comfort e di un sofisticato sistema di videosorveglianza, con ben 16 telecamere a raggi infrarossi. Il bunker era sito in Rosarno, all’interno di un’area adibita a deposito giudiziale, di pertinenza di PRONESTI’ Antonio (tratto in arresto con l’accusa di favoreggiamento aggravato dall’art. 7 D.L. n. 152/91), a dimostrazione che la potente forza di intimidazione, il controllo del territorio, la capacità di penetrazione nei vari livelli della società civile della cosca PESCE avevano consentito al giovane boss di trascorrere il lungo periodo di latitanza senza allontanarsi dal territorio di Rosarno, così come del resto già accaduto in passato per gli altri latitanti del gruppo. Nei confronti di PRONESTI’ Antonio veniva emessa ordinanza di custodia cautelare in carcere. In data 20 settembre 2011, infine, sulla base dell’eccezionale compendio investigativo raccolto nell’indagine “All Inside” ed a conferma della solidità del quadro accusatorio, il GUP di Reggio Calabria pronunciava sentenza di condanna nei confronti di tutti gli imputati (ad eccezione di una posizione marginale). PESCE Vincenzo cl. 59 e PESCE Francesco cl. 78, con la diminuente del rito abbreviato, venivano condannati alla pena di anni 20 di reclusione ciascuno, per il reato di appartenenza all’associazione mafiosa (di cui sono stati ritenuti esponenti di vertice) e numerosi reati fine (v. dispositivo in atti). Per quanto attiene l’esistenza della cosca mafiosa PESCE, pertanto, si fa espresso rinvio ai provvedimenti coercitivi ed alla sentenza in sede di rito abbreviato (qui da intendersi integralmente riportata e condivisa) del Gip

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presso il Tribunale di Reggio Calabria, in data 20 settembre 2011, emessi nell’ambito del procedimento 4302/06 RGNR DDA (cd. All Inside). LE FONTI DI PROVA Il presente provvedimento di fermo si fonda su molteplici ed eterogenei elementi di prova, che convergono in modo univoco e concludente per la partecipazione di tutti gli indagati alla cosca di ndrangheta PESCE: - dichiarazioni rese dalla testimone di giustizia CACCIOLA Maria Concetta; - dichiarazioni rese dalla collaboratrice di giustizia PESCE Giuseppina; - dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia FACCHINETTI Salvatore; - intercettazioni tra presenti all’interno dell’autovettura VW Golf targata DJ874ZM in uso a MARAFIOTI Saverio; - sequestro, in data 11/08/2011, di un “pizzino” nella disponibilità di PESCE Francesco cl. 78; L’ATTIVITA’ DI INTERCETTAZIONE Il materiale probatorio che analizzeremo si fonda anche sulle conversazioni tra presenti registrate all’interno dell’autovettura autovettura VW Golf targata DJ874ZM, in uso al MARAFIOTI e su intercettazioni telefoniche. Va subito rilevato che, con riferimento alle intercettazioni eseguite all’interno della predetta autovettura, l’identificazione dei singoli interlocutori si rivelava assai agevole, in quanto, gli stessi conversanti facevano ripetuti riferimenti personali che consentivano agli investigatori di risalire agevolmente alla identità dei colloquianti. Anche l’identificazione dei dialoganti nelle telefonate intercettate non poneva particolari problemi, trattandosi di soggetti che utilizzavano utenze intestate a se stessi o a familiari. L’esattezza dell’identificazione veniva assicurata anche dalle notizie fornite dai medesimi conversanti, dati conoscitivi opportunamente sviluppati, ad esempio, quali l’uso di nomi o dei diminutivi corrispondenti ai nomi di battesimo ovvero di soprannomi perfettamente conosciuti dalla PG operante sul territorio e, comunque, poi facilmente conoscibili attraverso la ripetuta lettura delle conversazioni intercettate ed il confronto fra esse. La combinazione di tali elementi, o anche solo di alcuni di essi, consente di conferire adeguato valore di affidabilità anche al riconoscimento vocale soggettivo esperito dagli operanti, che - adusi alla voce - sono in grado di

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procedere alla identificazione, per familiarità, dell’interlocutore e con una soglia elevata di affidabilità. LA VALENZA DELLE CONVERSAZIONI INTERCETTATE Con particolare riferimento alle conversazioni tra presenti registrate all’interno dell’autovettura in uso a MARAFIOTI Saverio, evidente è la spontaneità delle stesse, circostanza che si desume chiaramente dallo stesso contenuto degli argomenti affrontati nel corso dei dialoghi, come a breve si evidenzierà. Il tenore insolitamente esplicito di alcuni dialoghi captati é certamente da attribuire al fatto che i conversanti ritenevano di parlare in un luogo assolutamente sicuro e proprio per tale ragione abbandonavano ogni prudenza ed affrontavano con assoluta chiarezza questioni di eccezionale interesse investigativo. Il criterio interpretativo delle conversazioni intercettate Prima di analizzare il materiale probatorio è opportuno precisare che, nel corso dei colloqui registrati all’interno dell’autovettura sopra indicata sono state captate dichiarazioni sia autoaccusatorie sia eteroaccusatorie. Per cui appare preliminarmente necessario chiarire quale sia stato il criterio utilizzato da questo Ufficio nell’interpretazione delle conversazioni intercettate. In proposito occorre innanzitutto rilevare che é indiscutibile generale dei soggetti intercettati, desumibile dal loro stabile nell’associazione a delinquere denominata ‘ndrangheta, che si dal rapporto di estrema fiducia che lega MARAFIOTI Saverio al Francesco cl. 78, che dall’esame complessivo del contenuto conversazioni captate. l’affidabilità inserimento desume sia boss PESCE di tutte le

Nulla quaestio con riferimento alle c.d. dichiarazioni autoaccusatorie intercettate -rivelatesi intrinsecamente attendibili e logicamente credibiliche non necessiterebbero di alcun elemento di riscontro o di conferma, che pure spesso in concreto è stato acquisito. Per quanto attiene MARAFIOTI, le dichiarazioni registrate costituiscano nella quasi totalità dei casi una piena ammissione di responsabilità quale associato mafioso. Non é emersa ragione alcuna, del resto, per ritenere che le dichiarazioni autoccusatorie registrate fossero oggetto di invenzione o fantasia, tenuto anche conto dell’assoluta delicatezza e importanza delle questioni oggetto dei dialoghi.

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Quanto alle dichiarazioni eteroaccusatorie, é evidente che queste abbiano una maggiore e più pregnante valenza probatoria soprattutto quando la fonte conoscitiva del soggetto conversante sia diretta. Andranno distinti, ovviamente, i casi in cui la dichiarazione eteroaccusatoria si sia risolta in una scarna e isolata affermazione da quelli in cui sia stato possibile valutare compiutamente tutto un complesso di dichiarazioni -o di elementi di conferma- che si integrano, si raccordano e si riscontrano tra loro, disvelando un compiuto quadro probatorio. Il giudizio, pertanto, è di massima affidabilità e di massima valenza indiziaria non emergendo, ripetesi, ragioni di calunnia o millanteria, di cui non vi è traccia in atti. Si tratta, perciò, di acquisizioni probatorie particolarmente credibili, indicative e concludenti, generalmente suscettive di fornire una ricostruzione degli eventi in maniera la più aderente ai reali accadimenti. La necessità di valutare con la dovuta attenzione le dichiarazioni eteroaccusatorie non deve, tuttavia, far ritenere indispensabile l’acquisizione di riscontri estrinseci ed intrinseci richiesti dal legislatore nell’ipotesi di chiamata in correità, prevista dall’art. 192, terzo comma, cpp, come del resto ha pacificamente chiarito e ribadito anche la più recente giurisprudenza di legittimità: “il contenuto di una intercettazione, anche quando si risolva in una precisa accusa in danno di terza persona, indicata come concorrente in un reato alla cui consumazione anche uno degli interlocutori dichiara di aver partecipato, non è in alcun modo equiparabile alla chiamata in correità e pertanto, se va anch'esso attentamente interpretato sul piano logico e valutato su quello probatorio, non è però soggetto, nella predetta valutazione, ai canoni di cui all'art. 192, comma terzo, cod. proc. pen.” (Sez. 4, sent. n. 35860 del 28.09.06, DELLA VENTURA; negli stessi termini Cass., Sez. V, sent. nr. 603 del 14.10.03, GRANDE ARACRI). Particolarmente interessante risulta la parte della motivazione della sentenza nr. 603 del 14.10.03, sopra citata, in cui la Corte spiega in maniera chiarissima le ragioni per le quali una dichiarazione etero-accusatoria intercettata non è in alcun modo equiparabile alla chiamata in correità: “Non è fondata la tesi - secondo motivo di impugnazione - secondo la quale le parole dei conversanti debbano essere suffragate da altri elementi ai sensi dell'articolo 192 comma 3^ c.p.p.. La parificazione tra conversanti e chiamanti in correità è, infatti, improponibile.Il chiamante in correità è persona che interrogata da un giudice o da un ufficiale di polizia giudiziaria accusa altre persone di avere commesso reati. Si tratta di una situazione di indubbia delicatezza, perché molte possono essere le motivazioni che spingano una persona ad indicare altri come autori di un reato e non si può, quindi, escludere che ciò venga fatto a scopo di calunnia. La situazione si è resa ancora più delicata da quando le norme tese a favorire il c.d. fenomeno del pentitismo hanno previsto misure premiali anche consistenti per chi, pur autore di gravi delitti, decida di collaborare con gli organi di giustizia. Queste sono senz'altro indicazioni assai preziose che più volte hanno consentito di individuare gli autori di gravissimi delitti rimasti impuniti per molti anni. È

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evidente, però, specialmente quando i collaboranti provengano da ambienti di criminalità organizzata, la necessità di una valutazione attenta e prudente di tali prove. Ed è per tale ragione che il legislatore, pur non mettendo in dubbio il principio del libero convincimento del giudice e pur non volendo introdurre nel processo penale forme di prova legale, ha ritenuto di dettare precisi criteri di valutazione di prove siffatte che sono quelli indicati dall'articolo 192 comma 3^ c.p.p.. La giurisprudenza di legittimità, sensibile alla complessa problematica, ha poi, in applicazione della norma citata, ulteriormente precisato detti criteri, che impongono ai giudici una prudente valutazione di tali prove. Il discorso fatto non vale ovviamente per i c.d. conversanti. In questo caso, infatti, si tratta di persone che non scelgono deliberatamente di accusare qualcuno all'Autorità Giudiziaria, ma di persone, che, non sapendo che le loro conversazioni sono intercettate, parlano liberamente di vari argomenti, spesso anche irrilevanti ai fini del processo per il quale è stata disposta la intercettazione. Tra le tante questioni discusse capita, quando vengano intercettate conversazioni di persone appartenenti ad organizzazioni criminali, che i soggetti intercettati discutano di problemi di lavoro, come del resto capita di fare a molte donne c.d. uomini, ovvero di imprese criminali già realizzate o da porre in essere e dei soggetti che hanno compiuto reati e con i quali loro siano in contatto. La differenza tra le due categorie di persone - collaboratori di giustizia e conversanti - appare del tutto evidente, perché nel caso dei conversanti non vi è alcuna consapevolezza di accusare qualcuno e l'intento di chi parla non è quello di accusare, ma essenzialmente quello di scambiare libere opinioni con un sodale. È allora evidente che tutte le riserve e tutte le prudenze necessarie per valutare la genuinità delle dichiarazioni del collaboranti non sussistono quando si tratta di conversazioni intercettate, perché in siffatte situazioni la spontaneità e la genuinità sono più semplici da accertare. Una volta accertato che i conversanti non sanno di essere intercettati, infatti, i criteri da utilizzare per la valutazione della prova sono quelli ordinari e non può farsi riferimento ai criteri indicati dall'articolo 192 comma 3^ c.p.p. Del resto la Suprema Corte ha già chiarito che il contenuto di una intercettazione, anche quando si risolva in una precisa accusa in danno di una terza persona, indicata come concorrente in un reato alla cui consumazione anche uno degli interlocutori dichiara di avere partecipato, non è in alcun modo equiparabile alla chiamata in correità e pertanto, se va anche esso attentamente interpretato sul piano logico e valutato su quello probatorio, non va però soggetto, nella predetta valutazione, ai canoni di cui all'articolo 192 comma 3^ c.p.p. (così Cass. Pen. 19 gennaio 1991, Primerano, CED 218392; Cass. Pen. 2 aprile 1992, Filice, in Cass. Pen. 93, 2590; Cass. Pen. 3 maggio 2001, Corso, in CED 220227, che ha sostenuto che le dichiarazioni, captate nel corso di attività di intercettazione regolarmente autorizzata, con le quali un soggetto si accusa della commissione di reati, hanno integrale valenza probatoria)”. [OMISSIS]

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Si darà quindi conto a questo punto di quanto dedotto dal P.M., in termini ancora generali, circa le ulteriori fonti dichiarative valorizzate nel procedimento, ovvero l’apporto dei collaboratori di giustizia FACCHINETTI Salvatore e PESCE Giuseppina, peraltro preceduto da una ricognizione dei criteri ermeneutici prescritti dalla Suprema Corte di Cassazione per valutare un tal tipo di propalazioni accusatorie che non è certo inutile riproporre. CHIAMATA IN CORREITA’ Criteri di valutazione. Tra gli elementi di prova sui quali si fonda il presente provvedimento di fermo, vi è la chiamata in correità dei collaboratori di giustizia PESCE Giuseppina e FACCHINETTI Salvatore. Va, pertanto, necessariamente premesso che costituisce ormai dato giurisprudenziale acquisito, che la stessa abbia natura di prova e, precisamente, di prova rappresentativa, seppure abbisognevole di elementi estrinseci di conferma e, non già di mero indizio (Cfr., tra le tante: Sez. II, 19.2 – 26.4.1993, Fedele ed altri). La qualificazione giuridica della chiamata in correità - quale elemento di prova, come è dato desumere dall’espressione “altri elementi di prova”contenuta nel terzo comma dell’art. 192 c.p.p., pur con l’intrinseca limitazione contenutistica che attiene soprattutto alla credibilità concettualmente dubitativa, della necessità di riscontro e di rinforzo con ulteriori elementi di prova, ha restituito dignità alla stessa rispetto alle acquisizioni giurisprudenziali anteriori, consentendo l’eliminazione di ogni dubbio sulla sua utilizzabilità e ne ha ridotto la distanza rispetto alla testimonianza, al cui livello di efficacia probatoria è in grado di porsi con l’ausilio del riscontro convalidante, che può ben essere omologo e, cioè, elemento di prova della stessa specie. (Cass., Sez. I, 30.1.1992, Abate ed altri; Cass., Sez. VI, Sent. n.2775 del 12.1-16.3.1995). La Corte, infatti, ha più volte affermato che il valore da attribuire alle dichiarazioni del collaborante sia di piena prova (v. Cass. Sez. 4, Sentenza n.5821 del 10/12/2004; Cass. 1.10.1996, Pagano), rimanendo condizionata la loro utilizzabilità al reperimento di riscontri tali da confortare l’attendibilità del dichiarante, non in senso generale, ma con riferimento particolare al singolo fatto oggetto della dichiarazione, riscontri sulla cui natura poi il giudice rimane libero di valutare. La funzione del riscontro, pertanto, sarebbe semplicemente quella di fornire il supporto ad un ragionevole convincimento che il dichiarante non abbia mentito (Cass. Pen., n. 3255 del 10/12/2009; Cass. 23.4.1992).

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I riscontri, pertanto, non devono essere forniti di autonoma valenza indiziante, ma possono consistere in apporti di qualsiasi natura, atti a confortare un giudizio di attendibilità specifica delle dichiarazioni del collaborante (Cass. Pen., n. 3255 del 10/12/2009; Cass. 1.7.1994, n. 3263). Ragionando diversamente, infatti, si sarebbe giunti ad una assoluta superfluità della chiamata di correo come autonomo elemento di prova (Cass., Sez. I, 21.9-9.11.1990, n. 14669, Fidenzia; Cass., Sez. II, 7.12.199317.1.1994, n. 4947, Alessandrino; Cass., Sez. IV, n. 9509, 11.5-20.10.1993, Ameglio) né, del resto, tale interpretazione sarebbe stata consentita dal secondo comma dell’art. 192 c.p.p. che, in tema di valenza probatoria indiziaria, ha ritenuto necessario esplicitare rigidi requisiti, volutamente tralasciati, invece, per le dichiarazioni dei collaboranti. Tali riscontri, in caso di unica chiamata in correità, devono essere individualizzanti, come affermato dalla Suprema Corte, secondo cui: “In caso di unica chiamata di correità, le dichiarazioni rese a carico dell'imputato debbono trovare riscontri probatori individualizzanti; questi, tuttavia, possono essere dedotti dagli elementi di causa e la valutazione del giudice può basarsi anche su rilievi logici che in modo coerente e fondato riconducano all'imputato riscontri singolarmente non univoci rispetto alla sua persona.” (Cass. Pen., n. 3255 del 10/12/2009; Cass pen. Sez. 1, Sentenza n.1263 del 20/10/2006; SEZ. 2 - SENT. 21621 DEL 28/05/2001). Sempre sul tema dei riscontri si richiamano i principi affermati dalla S.C., secondo cui: “La chiamata in reita' fondata su dichiarazioni "de relato", per poter assurgere al rango di prova pienamente valida a carico del chiamato ed essere posta a fondamento di una pronuncia di condanna, necessita del positivo apprezzamento in ordine alla intrinseca attendibilita' non solo del chiamante, ma anche delle persone che hanno fornito le notizie, oltre che dei riscontri esterni alla chiamata stessa, i quali devono avere carattere individualizzante, cioe' riferirsi ad ulteriori, specifiche circostanze, strettamente e concretamente ricolleganti in modo diretto il chiamato al fatto di cui deve rispondere, essendo necessario, per la natura indiretta dell'accusa, un piu' rigoroso e approfondito controllo del contenuto narrativo della stessa e della sua efficacia dimostrativa.” (Cass. SS.UU. SENT. 45276 del24/11/2003 -UD. 30/10/2003 - RV. 226090). Per quanto attiene alle caratteristiche che la chiamata in correità deve presentare affinché il giudice possa ritenerla intrinsecamente attendibile, la giurisprudenza le ha individuate nella: genuinità – non alterazione del suo contenuto da interventi di terzi - , spontaneità – non coartazione da parte di terzi -, disinteresse – assenza di motivi di astio tra il chiamante ed il chiamato in correità, tali da far ritenere che il primo abbia in tutto o in parte distorto i fatti riferiti a danno del secondo -, costanza – cioè reiterazione conforme ed in più sedi delle dichiarazioni accusatorie ed assenza di ritrattazioni attendibili -, logica interna del racconto – assenza di interne

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contraddizioni o di dichiarazioni di per se stesse scarsamente attendibili -, precisione, completezza e diffusione descrittiva. Altro oggetto di valutazione è poi costituito dal grado di partecipazione del dichiarante agli eventi narrati, partecipazione che può essere più o meno diretta, totale o parziale, sino a giungere alla chiamata in correità cosiddetta “de relato”(v. Cass., Sez. VI, 2.6 – 24.8.1993, n. 7997, Geido ed altri; Cass., Sez. Un., 21.10.1992 – 22.2.1993, Marino). Con la sentenza delle Sezioni Unite del 1992, anzi, la Suprema Corte ha ampliato l’area di giudizio in ordine all’attendibilità intrinseca della chiamata in correità, alla “credibilità” della persona del dichiarante in relazione, fra l’altro, alla sua personalità, alle sue condizioni socio economiche e familiari, al suo passato, ai rapporti con i chiamati in correità ed alla genesi remota e prossima della sua risoluzione alla confessione e dell’accusa dei coautori e complici. Quanto al rapporto tra attendibilità intrinseca da un lato e riscontri esterni dall’altro e, per altro verso, a quello degli effetti probatori della valutazione della chiamata stessa, è costante l’insegnamento secondo il quale la valutazione della medesima – dopo che se ne sono esaminati tutti i profili particolari – deve essere globale ed unitaria e che, qualora tale valutazione sfoci in un giudizio positivo di attendibilità sufficientemente riscontrata, le dichiarazioni del chiamante in correità possano fungere da prova piena del fatto. Da tale valutazione globale derivano conseguenze in ordine al menzionato rapporto attendibilità intrinseca/riscontri esterni: “La norma è perciò tutta bilanciata sull’obbligo della considerazione unitaria degli elementi emersi, con la conseguenza che lo stesso pacifico criterio che distingue l’approfondimento accertativo, riguardante l’attendibilità estrinseca, non può sottrarsi al criterio della congiunta analisi, sicché sarebbe inesatto attribuire al primo esame, se di esito incerto e contraddittorio, valenza esclusiva, a priori, del confronto con ulteriori elementi, proprio perché dal coevo apprezzamento dell’attendibilità estrinseca potrebbero derivare elementi di conferma in grado di bilanciare le risultanze del primo approccio. In tale senso spinge, del resto, anche il rilievo che l’articolazione del terzo comma in esame mostra di indirizzarsi nella direzione di una limitazione della rilevanza dell’esame di credibilità intrinseca, mettendo in evidenza la sola necessità della valutazione unitaria degli elementi di prova, ai fini dell’accertamento di attendibilità” (Cass., sez. I, Abate, cit.). Ovviamente l’art. 192 c.p.p. pone limiti ineludibili di esistenza di entrambi i requisiti: anche posta la massima credibilità del chiamante in correità, non per questo il requisito della concorrenza di convergenti elementi di prova potrà essere annullato e, viceversa, un fatto non potrà dirsi provato, quali che siano i riscontri acquisiti, qualora il chiamante in correità sia privo di qualsiasi attendibilità. E’ stato, infatti, affermato che: “L’esistenza di eventuali imprecisioni della chiamata in correità non è di per sé sufficiente

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ad escludere l’attendibilità del collaborante allorché, alla luce di altri obiettivi riscontri, il giudice di merito valuti globalmente, con prudente apprezzamento, il materiale indiziario e ritenga, con congrua motivazione, la prevalenza degli elementi che sostengono la credibilità dell’accusa” (Cass. Sez. 1, Sentenza n.46954 del 04/11/2004; Cass., Sez. I, 17.1-11.3.1994, n. 242, Pistillo). Del resto, il complessivo effetto probatorio derivante da una chiamata in correità che sia valutabile positivamente sotto il profilo intrinseco, potrebbe essere inficiato qualora siano acquisiti elementi probatori estrinseci, anche di natura logica, che contrastino con le dichiarazioni rese dal collaborante. Contemporaneamente è stato affermato che l’eventuale smentita che il dichiarante riceva per una parte delle sue dichiarazioni non comporti automaticamente l’inattendibilità delle dichiarazioni nel loro complesso: “E’ perfettamente legittima la valutazione frazionata delle dichiarazioni accusatorie provenienti da taluno dei soggetti indicati ai commi terzo e quarto dell’art. 192 c.p.p., con attribuzione, quindi, di piena attendibilità e valenza probatoria a tutte e solo quelle parti di esse che risultino suffragate da idonei elementi di riscontro” (Cass., Sez. I, Sent. n. 6992 del 30.116.6.1992, Altadonna); ed ancora: “L’attendibilità di un chiamante in reità, ancorché denegata per una parte delle sue dichiarazioni, non coinvolge necessariamente anche le altre parti, essendo compito del giudice verificare e motivare in ordine alle diversità delle valutazioni eseguite a proposito delle plurime parti di dichiarazioni rese da uno stesso soggetto” (Cass., sez. I, Sent. n. 1429 del 1.4-12.5.92, Genovese ed altri). Tali principi giurisprudenziali sono stati ribaditi dalla Suprema Corte Sezione VI con la sentenza 10.3.1995 n. 4162 e, più recentemente da Cassazione Sez. 6, Sentenza n .6425 del 18/12/2009 Sezione I, secondo cui: “In tema di chiamata di correo, è legittima la valutazione frazionata delle dichiarazioni accusatorie relative ad una parte del racconto, soprattutto quando i fatti narrati siano per lo più lontani nel tempo e si riferiscano ad una serie di episodi talora appresi non direttamente, ma solo in conseguenza delle rivelazioni degli autori materiali dei singoli reati”; ed ancora Cass. Pen. SENT. 02884 DEL 09/03/2000 (UD.20/01/2000) - RV. 215505, secondo cui: “In virtù del principio della cosiddetta "frazionabilità" delle dichiarazioni rese da chiamanti in correità, l'attendibilità della dichiarazione accusatoria, anche se negata per una parte del racconto, non ne coinvolge necessariamente quelle che reggano alla verifica del riscontro.” In tema di valutazione della chiamata in correità proveniente da soggetti che abbiano reso dichiarazioni complesse, oggetto della valutazione, inoltre, è la dichiarazione complessiva del chiamante, relativamente ad un determinato episodio criminoso nelle sue componenti oggettive e soggettive, e non ciascuno dei punti riferiti dal chiamante, sicché, per stabilire l’attendibilità di una dichiarazione complessa di un coimputato, concernente più chiamate strettamente collegate, si può tenere conto anche solo di alcuni aspetti significativi di esse, in guisa che, una volta effettuata l’operazione con esito

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positivo, legittimamente il giudice di merito può, previa adeguata valutazione, riconoscere valore probatorio a tutta la dichiarazione e non solo a quella specificamente riscontrata. Inoltre “i riscontri richiesti dalla legge non debbono riguardare ogni aspetto oggettivo e soggettivo della vicenda, ma piuttosto apparire idonei a sorreggere la ragionevole convinzione che il chiamante non abbia mentito” (Cass. Sez. VI Sent. N. 7845 del 8.8.1997). In merito alla natura dei riscontri esterni, ancora, la S.C. ha precisato che – qualora il dichiarante abbia percepito direttamente i fatti riferiti e non abbia solo riferito circostanze “de relato” – è sufficiente che tali riscontri rendano verosimile il contenuto delle dichiarazioni del correo: “La dichiarazione accusatoria "de relato", resa da un collaboratore di Giustizia, puo' integrare la prova della colpevolezza solo se e' sorretta da adeguati riscontri estrinseci che - a differenza di quanto e' richiesto per la chiamata in correità - devono riguardare specificatamente il fatto che forma oggetto dell'accusa e la persona dell'incolpato, in quanto il minore tasso di affidabilita' di una dichiarazione resa su accadimenti non direttamente percepiti dal dichiarante rende necessaria l'individualizzazione del riscontro.” (Cass. 10.5.2002 n. 17804 – RV. 221695). Va, infine, precisato che non può desumersi l’inaffidabilità delle complessive affermazioni del dichiarante nell’ipotesi in cui queste, pur trovando positive conferme nei confronti di taluni soggetti, non abbiano trovato riscontri oggettivi e individualizzati su altri, non potendosi ritenere che la impossibilità di utilizzare in termini di prova, ai sensi dell’art. 192 c.p.p., tali dichiarazioni, si traduca automaticamente nella non veridicità delle stesse. LA COLLABORAZIONE CON LA A.G. DI PESCE GIUSEPPINA In data 14.10.2010, l’allora indagata PESCE Giuseppina, detenuta presso la Casa Circondariale di Milano – San Vittore, veniva sentita, su sua richiesta, dal PM e nella circostanza manifestava l’intenzione di collaborare con l’Autorità Giudiziaria, iniziando a rendere dichiarazioni concernenti il contesto mafioso di appartenenza. PESCE Giuseppina motivava la sua scelta con la volontà di assicurare ai figli minori (di 4, 9 e 15 anni) un futuro diverso da quello a loro riservato dall’appartenenza alla famiglia PESCE. PESCE Giuseppina, figlia di PESCE Salvatore cl. 64, nell’ambito del procedimento 4302/06 RGNR DDA (cd. ALL INSIDE), è accusata di avere svolto, in qualità di partecipe, un delicato ruolo di collegamento e trasferimento di comunicazioni ed ordini tra il padre detenuto e gli altri associati; in particolare, per avere svolto il ruolo di intermediaria circa le specifiche disposizioni date da PESCE Salvatore ed il fratello Francesco cl. 84 sui destinatari e le modalità delle attività estorsive poste in essere dalla

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cosca, nonché per avere partecipato all’attività di intestazione fittizia di beni e reimpiego dei capitali illeciti del gruppo criminale. Sin dal primo interrogatorio, PESCE Giuseppina riconosceva le proprie responsabilità, ammettendo di aver svolto il ruolo di intermediaria tra il padre detenuto e gli altri sodali, circa disposizioni e direttive relative alle attività criminali della cosca, oltre ad essersi prestata a intestare fittiziamente attività commerciali, per eludere provvedimenti ablativi della A.G. Più in particolare, PESCE Giuseppina: - ammetteva l’esistenza della potente cosca di ndrangheta, operante sul territorio della città di Rosarno e con ramificazioni nel nord del paese; - dalla posizione privilegiata di figlia di PESCE Salvatore (fratello di PESCE Antonino cl. 53, storico capo dell’omonima consorteria criminale), sorella di PESCE Francesco cl. 84, dedito alle attività estorsive gestite dalla famiglia; cugina di PESCE Francesco cl. 78, attualmente latitante, figlio di Antonino cl. 53 e temibile successore al vertice della cosca, ricostruiva l’intero organigramma della potente famiglia mafiosa, descrivendo il ruolo di ciascun componente, compresi i suoi stretti congiunti; riferiva circa le vicende relative alla successione al vertice della cosca, a causa della detenzione dello zio PESCE Antonino cl. 53, precedente capo indiscusso del gruppo; - descriveva l’ascesa al potere del pericoloso cugino PESCE Francesco cl. 78, sottrattosi al provvedimento coercitivo del 28.4.2010 e tuttora latitante [in realtà è stato catturato il 9.8.2011, n.d.e.]; - indicava dettagliatamente attività economiche riconducibili alla cosca mafiosa, così contribuendo al sequestro – in sede di misure di prevenzione – dell’ingente patrimonio riconducibile direttamente o indirettamente alla cosca mafiosa, per un valore complessivo di 224 milioni di euro. Il ruolo svolto da PESCE Giuseppina all’interno della potente famiglia mafiosa e lo stretto legame di sangue che la lega ai sodali rendono il contributo da lei fornito eccezionalmente significativo, nell’ambito di una realtà criminale difficilmente penetrabile e poco permeabile a fenomeni collaborativi. Le dichiarazioni rese dalla PESCE sono apparse analitiche e dettagliate, logicamente compatibili con le pregresse acquisizioni investigative e riguardano sia fatti nei quali la medesima è stata personalmente coinvolta, per avervi direttamente preso parte od assistito, sia fatti conosciuti in via indiretta, esplicitando sempre le proprie fonti di conoscenza e mettendo, quindi, in condizione questo Ufficio di poter avviare ogni utile verifica al riguardo.

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Quanto riferito da PESCE Giuseppina, del resto, trovava importantissime conferme negli esiti di attività di investigazione autonomamente svolte dalla polizia giudiziaria e nell’attività di riscontro prontamente avviata, che consentiva tra l’altro il rinvenimento di ben 3 bunker, di cui uno all’interno dell’abitazione del (allora, n.d.e.) latitante PESCE Francesco cl. 78, nella esatta allocazione indicata dalla PESCE, gli altri due rinvenuti all’interno delle abitazioni del latitante LEOTTA Domenico e del suocero di questi. Sempre su indicazione della PESCE, veniva rinvenuta e posta sotto sequestro, all’interno della casa coniugale della donna, una pubblicazione su gradi e gerarchie della ‘ndrangheta. Sotto tale profilo - e tenuto conto del già delineato contesto di acquisizioni investigative nel quale trovava origine e sviluppo l’avviato rapporto di collaborazione - può senz’altro sottolinearsi la rilevanza, la novità e l’attendibilità di tale collaborazione. La collaboratrice, a conferma della genuinità della scelta collaborativa, effettuava precise e circostanziate chiamate di correo anche nei confronti dei suoi più stretti congiunti (il padre PESCE Salvatore, la madre FERRARO Angela, i fratelli Francesco cl. 84 e Marina), confermando il pesante quadro indiziario nei loro confronti. Giova ribadire che, dalla posizione privilegiata di figlia di PESCE Salvatore (fratello di PESCE Antonino cl. 53, storico capo dell’omonima consorteria criminale), sorella di PESCE Francesco cl. 84, dedito alle attività estorsive gestite dalla famiglia; cugina di PESCE Francesco cl. 78, attualmente latitante, figlio di Antonino cl. 53 e temibile successore al vertice della cosca, PESCE Giuseppina risulta essere a conoscenza dell’organigramma della potente famiglia di ndrangheta, di cui individuava componenti e ruoli. PESCE Giuseppina riferiva, altresì, di avere appreso dal fratello e dal marito che, all’interno della ndrangheta esistono gerarchie e gradi, che si acquisiscono attraverso la commissione di reati. Chi dimostra maggiore capacità criminale acquisisce il grado superiore. La collaboratrice dichiarava che il fratello le aveva confidato di avere la “santa”. PESCE Giuseppina riferiva, altresì, che il marito ed il fratello partecipavano ad incontri che si tenevano a casa di Domenico Oppedisano, detto “zio Mico”. La donna precisava di avere chiesto spiegazioni al marito sulla natura di questi incontri, il quale l’aveva però liquidata parlando di semplici cene tra amici. PESCE Giuseppina precisava di avere compreso la reale natura di quegli incontri, nel momento in cui Oppedisano veniva arrestato nell’ambito dell’operazione CRIMINE. [OMISSIS]

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Al fine di sottolineare l’eccezionale apporto conoscitivo reso da PESCE Giuseppina e la dirompente portata dei fatti da lei narrati, appare emblematico un passo dell’interrogatorio reso dalla donna in data 8.2.2011: Pesce Giuseppina: “E’ uno… cioè uno… i Cacciola fanno parte, cioè, della famiglia vicino ai Bellocco, una famiglia vicino ai Bellocco…” Procuratore Aggiunto: “Eh, e come lo sa?” Pesce Giuseppina: “Lo so perché, come le ripeto, le dicevo ci sono le squadre, no?, e quindi loro sono i tifosi, ci sono le persone vicine alla famiglia Pesce, cioè ha le su famiglie, e la famiglia Bellocco ha le famiglie di cui parlavo prima, gli Ascone, i Cacciola, adesso mi sfugge… Olivieri, e i Cacciola sono… lui, la sua famiglia insomma, fanno parte di quelle famiglie vicine ai Bellocco, insomma…” Pubblico Ministero: “Questo lei come lo ha appreso?” Pesce Giuseppina: “Sempre (incomprensibile – basso tono di voce) le squadre rivali, cioè nel senso, si capisce no?, chi è… la persona che sta vicino ai Pesce e la persona che sta vicina ai Bellocco, è una cosa…” Pubblico Ministero: “Da cosa si capisce?” Pesce Giuseppina: “Eh, cioè… è difficile spiegarlo!, non è che è una cosa… certo sicuramente lo deve dire qualcuno, la parola si deve sentire, però si percepisce, cioè si sa che questa persona fa parte della famiglia vicina ai Bellocco e che non sono amici dei Pesce, è normale, cioè è una cosa… per noi è normale, per noi è una cosa… cioè io la so ma non ho, tipo, una spiegazione da darle, cioè è una cosa che so…” Procuratore Aggiunto: “Cioè una cosa che lei sa in quanto cosa?” Pesce Giuseppina: “In quanto, cioè, essendo dentro la famiglia Pesce, facendo parte della famiglia dei Pesce, cioè sentendo discorsi magari, facendo, sentendo fare delle annotazioni: «Ah, loro hanno questo…», cioè da questo, però sapere una cosa precisa e dire: «ah, hanno detto che…» no, però stando dentro, stando dentro una famiglia che di questi discorsi ne senti, dove vai, anche… cioè anche non facendone parte, non prendendo parte ai discorsi però li senti, è così!” Procuratore Aggiunto: “Sì, sì” Pesce Giuseppina: “Foto numero quaranta…” Procuratore Aggiunto: “(incomprensibile – basso tono di voce)”

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Pesce Giuseppina: “Eh, bisogna viverci! Non vuol dire però che si condividono, eh, questo volevo puntualizzare…” Procuratore Aggiunto: “No!” Pesce Giuseppina: “…le so però non vuol dire che sono cose che… cioè, magari, fa anche male saperli e anche male sentirli e anche respirarle” La ‘ndrangheta raccontata da PESCE Giuseppina, pertanto, ‘ndrangheta “respirata”. “Respirata” tra le mura di casa. è una

Tale circostanza consente di comprendere la reale portata delle dichiarazioni auto ed etero accusatorie rese da PESCE Giuseppina, nonché la natura delle sue conoscenze. Quanto fin qui riferito dalla PESCE rappresenta granitico riscontro e naturale completamento del compendio investigativo raccolto nel provvedimento di fermo del 26.4.2010, in larga parte confermato dalle ordinanze di custodia cautelare emesse dai GIP competenti e consacrate dalle varie pronunce del Tribunale della Libertà di Reggio Calabria che ne sono seguite. L’attività di riscontro successiva alla collaborazione è compendiata nelle note del R.O.N.I. CC di RC del 2 e 5 aprile 2011, in atti. Giova qui sottolineare che l’attendibilità di PESCE Giuseppina veniva consacrata da tutti i Giudici della fase cautelare che sono stati chiamati a valutare le sue dichiarazioni: - Gip presso il Tribunale di Palmi competente per le convalide dei fermi eseguiti il 23 novembre 2010 ed emessi proprio sulla base delle dichiarazioni accusatorie rese dalla PESCE (occ del 26 novembre 2010); - Gip presso il Tribunale di Reggio Calabria adito ex art. 27 c.p.p. (OCC del 13 dicembre 2010); Tribunale della Libertà di Reggio Calabria adito ex art. 309 c.p.p. dalle difese dei vari indagati. Ma veniamo agli ultimi recenti sviluppi: dopo 6 mesi di proficua collaborazione, PESCE Giuseppina, improvvisamente, nel corso dell’interrogatorio in data 11 aprile 2011, interrompeva la collaborazione con la A.G., rifiutandosi di firmare il verbale illustrativo e avvalendosi della facoltà di non rispondere. PESCE Giuseppina, come già visto, ha collaborato proficuamente con la A.G. per 6 mesi e le sue dichiarazioni sono state riscontrate e ritenute attendibili da tutti i Giudici chiamati a valutarle.

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Cosa è improvvisamente accaduto: - con missiva datata 2 aprile 2011 (prodotta in atti) indirizzata al Gup presso il Tribunale RC e trasmessa all’Ufficio di Procura (soltanto) il 12 aprile 2011, PESCE Giuseppina manifestava la volontà di interrompere la collaborazione con la A.G, dichiarando di essere stata indotta a rendere dichiarazioni false dagli organi inquirenti; - in data 4 aprile 2011 veniva sottoposta ad interrogatorio del PM (che non era ancora a conoscenza dell’esistenza della missiva) e rispondeva regolarmente alle domande, proseguendo il suo proficuo apporto collaborativo; - nel corso dell’interrogatorio del 11 aprile 2011, PESCE Giuseppina dichiarava di voler interrompere la collaborazione con la A.G. ed alla domanda del PM se quanto dichiarato nei precedenti interrogatori corrispondesse o meno alla verità, si avvaleva della facoltà di non rispondere. Contrariamente a quanto sostenuto nella missiva del 2 aprile 2011, pertanto, la donna non sosteneva di aver precedentemente reso dichiarazioni false ma, a specifica domanda del Pm sul punto, si avvaleva della facoltà di non rispondere. Per quanto attiene, infine, le motivazioni sottostanti tale decisione, la stessa PESCE, in sede di interrogatorio del 11 aprile 2011, ammetteva di avere intrattenuto, nel corso della collaborazione, continui contatti telefonici con la madre FERRARO Angela, la sorella PESCE Marina ed i familiari del marito PALAIA Rocco (tutti coimputati nel procedimento ALL INSIDE, nei cui confronti la PESCE aveva reso dichiarazioni accusatorie) e che i familiari del marito le avevano offerto sostegno economico per le spese legali e per tutto ciò di cui – rinunciando alla protezione dello Stato – avrebbe necessitato per sé ed i figli minori. I continui contatti tra Giuseppina PESCE ed i familiari venivano, altresì, confermati dalla sorella PESCE Marina, nel corso dell’interrogatorio di garanzia innanzi al Gup di Reggio Calabria, in data 17 aprile 2011. Il 10 giugno 2011, PESCE Giuseppina veniva tratta in arresto dai Carabinieri di Aprilia per evasione dagli arresti domiciliari. Successivamente, PESCE Giuseppina chiedeva di essere sentita dal PM. Nel corso degli interrogatori innanzi ai PM del 7 luglio e 2 agosto 2011, PESCE Giuseppina spiegava le motivazioni che l’avevano indotta a interrompere l’attività di collaborazione con la A.G. ed esprimeva la volontà di riprendere il percorso collaborativo intrapreso.

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La donna dichiarava di essere stata indotta a retrocedere dalla collaborazione, in quanto, la scelta collaborativa non era stata condivisa dai figli, in particolare, dalla figlia maggiore, Angela. La ragazza aveva così ripreso i contatti con la famiglia di origine del padre PALAIA Rocco, i cui componenti l’avevano indotta ad influire sulla decisione della madre. Contemporaneamente, i PALAIA ed, in particolare, PALAIA Gaetano e PALAIA Gianluca, rispettivamente suocero e cognato di PESCE Giuseppina, avevano offerto alla donna sostegno (anche) economico, nel caso in cui avesse deciso di interrompere la collaborazione con la A.G. La donna, dietro le pressioni dei figli, aveva quindi accettato. I PALAIA le avevano così nominato un nuovo difensore di fiducia (dagli stessi retribuito), insieme al quale veniva concertata l’interruzione della collaborazione con la A.G. (attraverso la missiva del 2 aprile 2011), nonché la campagna stampa su un quotidiano locale. Dal 7 luglio 2011, PESCE Giuseppina riprendeva la collaborazione con la A.G. Da quella data, la donna veniva sottoposta ad una serie di interrogatori, nel corso dei quali confermava tutte le dichiarazioni rese in precedenza. Nel corso dell’interrogatorio del 13 dicembre 2011, PESCE Giuseppina specificava, altresì, che tra i motivi che l’avevano indotta ad interrompere la collaborazione con la A.G. vi erano stati anche i seri timori per l’incolumità dei suoi tre figli minori. La collaboratrice raccontava, infatti, che, alla data del 11 aprile 2011, i cognati l’avevano raggiunta presso il domicilio protetto e, mentre lei rendeva interrogatorio innanzi al P.M., questi erano rimasti in compagnia dei tre minori ad attendere il suo rientro. PESCE Giuseppina precisava di non essere stata minacciata espressamente dai familiari del marito, ma di essere assolutamente consapevole che se quel giorno avesse regolarmente risposto alle domande del PM, non avrebbe più rivisto i figli. La collaboratrice riferiva che le precise disposizioni che aveva ricevuto dai cognati e dal loro legale di fiducia erano: - chiedere al Pm l’interruzione dell’interrogatorio e l’immediato intervento del legale di fiducia dei PALAIA; - rifiutare la firma del verbale illustrativo; - dichiarare di avere precedentemente raccontato circostanze non rispondenti alla realtà.

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PESCE Giuseppina, in quella occasione, osservava solo in parte alle disposizioni ricevute: non richiedeva, infatti, l’intervento del legale dei PALAIA ed alla domanda se quanto dichiarato corrispondesse o meno alla verità, come già visto, si avvaleva della facoltà di non rispondere. Tale atteggiamento, però, si rivelava ricongiungimento con i tre figli minori. sufficiente a garantirle il

In data 21 dicembre 2011, infine, PESCE Giuseppina sottoscriveva il verbale illustrativo della collaborazione ex art. 16 quater d.l. 8/1991 convertito con modificazione nella l. 82/1991, modificata con la l. 45/2001. *********************** Segue a questo punto nel decreto di fermo (e viene riproposto integralmente nell’ordinanza 11.2.2012 del GIP di Palmi) l’evidenza da parte del P.M. del contenuto delle dichiarazioni rese dalla PESCE concretamente rilevanti ai fini dell’azione cautelare esercitata nei confronti dell’indagato MARAFIOTI Saverio. Analogamente a quanto già fatto in relazione alle dichiarazioni della CACCIOLA, reputa il GIP più opportuno rinviare l’evidenza di tali emergenze dichiarative proprio al successivo momento in cui si tratterà della posizione del MARAFIOTI e tanto per consentire al lettore una migliore – e dunque più proficua - sinossi degli elementi portati dall’accusa a carico dell’indagato. Sembra invece più utile concludere questa parte della trattazione ribadendo quanto già da questo GIP sostenuto in seno all’ordinanza 13.12.2010 emessa in seno al procedimento 4302/06 RGNR DDA e 3567/07 RG.Gip circa la intrinseca credibilità/attendibilità della collaboratrice di giustizia PESCE Giuseppina, quantunque quella conclusione venne raggiunta dal GIP ben prima delle “perturbazioni” nel percorso di collaborazione della donna che bene ha descritto il P.M.. È tuttavia indubbio che dell’ “andirivieni” compiuto dalla PESCE nella sua opzione di collaborare con la giustizia, il requirente, proprio scandendone gli sviluppi del tutto coerentemente con le risultanze delle indagini anche in ordine a tale aspetto, ha fornito ampia e logica spiegazione. In particolare, sono emersi chiaramente i pesanti condizionamenti esercitati sulla collaboratrice dall’azione combinata della madre e della sorella da una parte, e dalla famiglia dei suoceri dall’altra (che non hanno esitato ad azionare sulla donna la potente leva degli affetti familiari e filiali), e come ad un certo punto la donna,

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ricredendosi rispetto alla sua primitiva convinzione, abbia ritenuto che rispondesse davvero al bene proprio e dei figli mettere in discussione la scelta di collaborazione. Ora non sfugge certo al giudicante l’estrema delicatezza e difficoltà della scelta compiuta dalla PESCE (ed oggi ribadita) che s’è trovata praticamente con la sola assistenza e solidarietà della rete di protezione assicuratagli dagli inquirenti e dai presidi di legge, mondo che praticamente per tutta la vita era stata educata a considerare non solo alieno, ma anche gravemente ostile a sé ed alla propria famiglia, ad affrontare le conseguenze di una scelta che significava contrapposizione aperta e soprattutto distruttiva del sistema di affetti e valori in cui sino a quel momento s’era dibattuta ed aveva costruito tutta la propria esistenza. Dopotutto, la Pesce accusava per primi padre, madre, fratello, sorella e via via una pletora di prossimi congiunti. È dunque perfettamente comprensibile che la donna, anche per l’effetto del “bombardamento” di emozioni cui ella stessa ebbe a sottoporsi mantenendo (o meglio non riuscendo a recidere) il contatto con la famiglia di origine, abbia avuto un ripensamento della scelta di collaborazione. Ma tanto, anche la di là della sua presente opzione di ricusare quel ripensamento (con l’attuale più convinta adesione alla scelta di rottura con il suo passato e di collaborazione con la giustizia), non può evidentemente incidere minimamente sulla valutazione di credibilità/attendibilità personale della PESCE nelle dichiarazioni già acquisite.

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CAPITOLO 2
LA RICHIESTA CAUTELARE

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2.1.

Il sequestro nella Casa Circondariale di Palmi del biglietto manoscritto da

PESCE Francesco cl. 78.Scrive il P.M. nel decreto di fermo. Come già accennato, le complesse indagini condotte attraverso un’ampia piattaforma tecnica coniugata a numerosi servizi di O.C.P. permettevano, nella serata del 9 agosto 2011, di giungere alla cattura di PESCE Francesco inteso “testuni”. Il giovane boss – già inserito nell’elenco dei latitanti più pericolosi – aveva trovato rifugio all’interno di un bunker abilmente occultato sotto un piazzale di cemento armato, protetto da una botola telecomandata e costruito all’interno della “DEMOLSUD di Pronestì Antonio & C. s.a.s.”. Il nascondiglio in argomento era un vero e proprio appartamento dotato di tutti i comforts (impianto di climatizzazione ed hi-fi, televisore, frigorifero, vini, giornali e riviste…) ed era tutelato da una cornice di sicurezza composta da ben sedici telecamere a circuito chiuso. Nella circostanza, veniva tratto in arresto anche PRONESTÌ Antonio1, proprietario della ditta in argomento e possessore di un telecomando per l’apertura della botola del bunker, per il reato di favoreggiamento personale aggravato dall’art. 7 della Legge nr. 203/1991. Sia PESCE Francesco che PRONESTÌ Antonio, dopo gli adempimenti di rito, venivano tradotti presso la Casa Circondariale di Palmi. La sera del 11.08.2011, presso la Casa Circondariale di Palmi, si realizzava un eccezionale risultato investigativo: la Polizia Penitenziaria procedeva al sequestro di un biglietto manoscritto, che PESCE Francesco, in partenza per altro penitenziario, aveva tentato di consegnare ad un altro detenuto rosarnese, tale GIOVINAZZO Salvatore2. Il contenuto delle relazioni di servizio redatte dalla Polizia Penitenziaria chiariva sin dall’immediatezza i contorni della vicenda. In particolare, l’agente che aveva materialmente assistito al passaggio di mano del “pizzino” testualmente riferiva: “… alle ore 19.45 venivo chiamato… per fare preparare il detenuto Pesce Francesco, in quanto lo stesso doveva essere accompagnato presso la sala perquisizioni per il controllo degli indumenti e varie, in quanto, partente. Alle ore 20.10… nel fare uscire il detenuto Pesce Francesco, dalla propria cella, mi accorgevo che lo stesso, in modo molto discreto, consegnava un biglietto nella mano del detenuto Giovinazzo Salvatore… Dopo quanto accaduto provvedevo immediatamente a rinchiudere il detenuto Pesce
1 2 PRONESTÌ Antonio nato Villefranche S.S. (Francia) il 27.03.1967. GIOVINAZZO Salvatore nato a Rosarno il 11.10.1975.

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Francesco nella propria cella e a farmi consegnare il biglietto del detenuto Giovinazzo Salvatore. In seguito, il detenuto Pesce Francesco mi supplicava di dargli il biglietto, dicendomi testuali parole: “DATEMI STU BIGLIETTO C’A GIÀ SUGNU ROVINATO, vi giuru c’a u sciancu davanti a vui”…” 3. Successivamente, alla luce della caratura criminale del detenuto e della “delicata situazione” che si era venuta a creare, veniva informato il Comandante del Reparto di Polizia Penitenziaria che giungeva subito dopo in Istituto e dava “disposizione di perquisire il detenuto PESCE Francesco…”. Il giovane PESCE non demordeva e “…durante il tragitto… chiedeva continuamente di strappare il bigliettino in quanto era rovinato di suo e con il suddetto biglietto si aggravava di molto la sua posizione giudiziaria...”. Il personale operante scriveva che durante le operazioni di perquisizione “il detenuto era nervoso e tanto preoccupato, solo ed esclusivamente per il rinvenimento del bigliettino”, tanto che “il Comandante… disponeva l’immediato allocamento del detenuto presso il reparto infermeria” 4. La vicenda sopra ricostruita poneva in luce, sin dall’immediatezza, sia la natura criminale delle disposizioni impartite da PESCE Francesco nel “pizzino”, che la caratura dei destinatari delle stesse: il giovane boss – consapevole dell’imminente trasferimento in struttura penitenziaria lontana dal territorio d’origine e della possibile applicazione del regime detentivo di cui all’art. 41bis Ord. Pen. (effettivamente verificatasi in data 13.8.2011), con conseguente captazione dei colloqui in carcere – si era premurato di impartire gli ordini essenziali per il mantenimento dell’operatività dell’associazione criminale da lui comandata, spiazzata dal suo recente arresto. Tale ipotesi investigativa prendeva ulteriore corpo già qualche giorno dopo il sequestro del pizzino, quando, in data 25 agosto 2011, l’agente che aveva proceduto al sequestro del biglietto subiva l’incendio della propria autovettura privata “con modalità tali… da lasciar presagire con ragionevolezza l’intervento doloso di terzi”5. Il giorno successivo, inoltre, il detenuto GIOVINAZZO Salvatore – evidentemente colpevole di aver consegnato il manoscritto alla guardia – veniva “accerchiato da una decina di altri detenuti”6 e solo l’intervento della Polizia Penitenziaria interrompeva un vero e proprio “linciaggio”.
3 4 5 6 Vds. relazione, in All. n. 1. Vds. relazione, in All. n. 2. Vds. nota informativa, in All. n. 4. Vds. relazione di servizio, in All. n. 5.

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La nota informativa7, del 27.08.2011 del comandante del Reparto di Polizia Penitenziaria di Palmi evidenziava che i due eventi delittuosi di cui sopra erano correlati e costituivano la ripercussione di quanto accaduto la sera del 11.08.2011: l’incendio della macchina e l’aggressione al detenuto erano la logica conseguenza di “un avvenimento che evidentemente ha avuto estremo risalto negli ambienti ‘ndranghetistici della Cosca Pesce” 8. L’aggressione perpetrata ai danni di GIOVINAZZO Salvatore nel cortile passeggi, la mattina del 25.08.2011, non era stato un episodio casuale, bensì la manifestazione concreta della “dura condanna nei confronti del GIOVINAZZO per aver ceduto il pizzino al Poliziotto Penitenziario che gli ordinava di consegnarglielo. Evidentemente, per i sodali di Pesce Francesco, il GIOVINAZZO mai avrebbe dovuto obbedire all’ordine ricevuto, ma distruggere piuttosto il pizzino…”9. Evidentemente, l’ordine di scuderia impartito ai detenuti era che il giovane rosarnese dovesse pagare l’affronto patito da PESCE Francesco e “solo la presenza solerte e la celerità della Polizia Penitenziaria ha evitato che l’infausto episodio producesse danni ben più gravi delle – già di per sé non trascurabili – percosse patite dal detenuto” 10. Le valutazioni degli agenti di vigilanza presenti sul posto al momento dell’aggressione, infatti, convergevano nel descrivere l’episodio come un tentativo di “linciaggio”, ad opera di un vero e proprio commando (“una decina di detenuti”). GIOVINAZZO, pur riportando “escoriazioni al dorso e narici del naso, discromie rossastre… escoriazioni al gomito sx superficiale”11 negava decisamente di essere stato aggredito e sosteneva essersi trattato di una caduta accidentale: “benché questi abbia recisamente negato responsabilità di terzi… le relazioni del Personale in servizio lasciano ben pochi margini di elucubrazione, relegando le di lui dichiarazioni a quel classico stile omertoso di negare gli eventi che gli appartenenti alla ‘ndrangheta tanto pervicacemente perseguono”12. Il sequestro del pizzino aveva, pertanto, scatenato una reazione a catena che andava ben oltre la posizione processuale del singolo detenuto PESCE Francesco, investendo gli equilibri criminali dell’intera famiglia mafiosa. Il clima di tensione creato all’interno del carcere era talmente palpabile per gli operatori penitenziari che veniva avanzata richiesta di trasferimento per tutti i sodali della cosca PESCE: “le drammatiche dinamiche che ormai si sono create tra gli appartenenti alla cosca Pesce e questa struttura
7 8 9 10 11 12 Vds. nota informativa, già in All. n. 4. Ibidem. Ibidem. Ibidem. Vds. certificazione sanitaria, in All. n. 6. Vds. nota informativa, già in All. n. 4.

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Penitenziaria e questo Reparto in particolare” fanno ritenere “che sia impossibile, se non a rischio di gravissime ripercussioni, che gli stessi continuino ad essere quivi ristretti ovvero quivi appoggiati per processo” 13. Lo stesso giorno, il Direttore dell’Istituto richiedeva al Provveditorato Regionale dell’A.P. “l’urgente trasferimento del detenuto” GIOVINAZZO Salvatore “per motivi di incolumità personale”14. La conferma della corretta interpretazione degli accadimenti da parte della Polizia Penitenziaria di Palmi giungeva qualche giorno dopo, nel corso del colloquio in carcere del 19 agosto 2011 del detenuto CONSIGLIO Giuseppe, nato a Rosarno (RC) il 01.01.1952 (v. annotazione di servizio n. 32/N del 24.8.2011 del Reparto Polizia Penitenziaria di Palmi). CONSIGLIO Giuseppe GIOVINAZZO Antonina CONSIGLIO Annunziata CONSIGLIO Francesco […] = Giuseppe = Antonina = Antonina = Francesco = Frasi irrilevanti

Inizio intercettazione ambientale ore 09.12’.41” Dalle ore 09.12’.41” alle ore 09.21’.04” irrilevante + incomprensibile Dalle ore 09:21:05” alle ore 09:22:07” ********* Giuseppe: (Rivolgendosi al figlio Francesco) Lo sai che ha combinato? Francesco: Chi? Giuseppe: (Abbassando sensibilmente il tono di voce) (Incomprensibile) Pepparedu (fonetico) Pisci (fonetico)? Antonina: Mh. Francesco: (Rivolgendosi alla madre) Zitta. Giuseppe: (Rivolgendosi al figlio Francesco e abbassando sensibilmente il tono di voce) (Incomprensibile) Pepparedu (fonetico) Pisci (fonetico). Ha dato un biglietto a Turi. Lo pizzica la guardia. Antonina: E adesso a quello lo hanno cacciato? Giuseppe: (Rivolgendosi alla moglie e facendole cenno di tacere) Lo hanno mandato… non so. (Rivolgendosi nuovamente al figlio Francesco) Lo hanno pizzicato e gli hanno fatto rapporto. Ha mandato un’ambasciata Ciccio, di non parlarlo nessuno nell’aria (riferimento al cortile passeggi, luogo in cui i detenuti usufruiscono dell’ora d’aria). Queste non sono cose. Francesco: Di non?
13 14 Ibidem. Vds. lettera, in All. n. 7.

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Giuseppe: Di non parlare nessuno con Salvatore, all’aria (riferimento al cortile passeggi, luogo in cui i detenuti usufruiscono dell’ora d’aria). ha mandato l’ambasciata a Pepparedu. non sono cose. Antonina: (Rivolgendosi al marito) Apposta… apposta che… Giuseppe: (Rivolgendosi al figlio Francesco) ma (incomprensibile) la metà… più della metà gli parla. Antonina: (Rivolgendosi al marito) Sì, ma questo sai perché? Apposta… apposta che a quello lo hanno cacciato. Giuseppe: (Rivolgendosi al figlio Francesco) Non solo che ha preso… non solo che ha preso… coso… rapporto. Ancora, ha mandato l’ambasciata: all’aria (riferimento al cortile passeggi, luogo in cui i detenuti usufruiscono dell’ora d’aria) di non parlarlo. È sbagliato. Meno male che non sono andato per là, sennò lo avrebbe dato a me e avrebbero pizzicato me. Però più della metà gli parla, gli pare male pure per me stesso. Antonina: (Rivolgendosi al marito) Ma questo… il più sai perché? Perché questo qua dice: “Per te mi hanno cacciato”. Giuseppe: (Rivolgendosi al figlio Francesco) Questi cristiani qua… li vedi questi cristiani qua? (Abbassando sensibilmente il tono di voce) Alla larga. Gli interlocutori, pertanto, nel commentare il rinvenimento del biglietto, citavano le direttive impartite da PESCE Francesco cl. 78 finalizzate ad “isolare“ il detenuto GIOVINAZZO Salvatore, colpevole di avere consegnato il “pizzino” all’agente di custodia. Emblematiche le parole pronunciate dal detenuto CONSIGLIO, a conferma del potere esercitato da PESCE Francesco, le cui direttive non avrebbero potuto essere disattese, né messe in discussione: “Meno male che non sono andato per là, sennò lo avrebbe dato a me e avrebbero pizzicato me”.

ANALISI DEL PIZZINO SCRITTO DA PESCE FRANCESCO Si passa ora a compiutamente analizzare il contenuto del biglietto consegnato da PESCE Francesco cl. 78 al detenuto GIOVINAZZO, all’evidente fine di trasmettere all’esterno del carcere le sue volontà. L’eccezionale rinvenimento ha rappresentato, al contempo, granitica conferma della associazione di MARAFIOTI Saverio alla cosca PESCE, nonché prova della partecipazione degli altri indagati sopra indicati alla potente cosca di ‘ndrangheta.

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Sin dall’immediatezza, sul contenuto del “pizzino” si sono concentrati gli sforzi investigativi, nella assoluta consapevolezza dell’importanza del biglietto e dei messaggi ivi contenuti. Il testo del “pizzino” contiene, infatti, una serie di nominativi e precise direttive impartite dal giovane boss ai sodali in libertà, che hanno consentito lo svelarsi delle logiche interne alla cosca e la successione al vertice della stessa. La reazione di PESCE Francesco al rinvenimento del biglietto da parte della Polizia Penitenziaria, nonché il successivo pestaggio subito dal detenuto GIOVINAZZO – reo di non averne impedito il sequestro - confermano tale interpretazione. Il testo del “pizzino” può essere ripartito in quattro sezioni corrispondenti ad altrettante precise direttive. La prima parte riportava i nomi di sei soggetti - “ROCCO MESSINA, PINO ROSPO, MUZZUPAPPA NINAREDO, FRANCO TOCCO, DANILO, PAOLO DANILO” - e si conclude con una precisa indicazione riguardante il latitante PESCE Giuseppe cl. 80, fratello di PESCE Francesco cl. 78: “FIORE X MIO FRATELLO”.

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Nella seconda parte del pizzino PESCE Francesco disponeva che “BIASE” consegnasse ad una donna straniera (“POLACCA”) del denaro; la mancata determinazione della somma, indicata genericamente con il termine “SOLDI”, dimostra che si trattava di un riconoscimento economico prestabilito e caratterizzato dalla continuità nel tempo, il cui importo doveva essere stornato da alcuni assegni (“ASS. FORTUG.”).

La terza indicazione riguardava l’affiliazione (“SANTINO”) di un nuovo soggetto tra gli uomini d’onore della cosca. L’aspirante veniva indicato genericamente come “GEOMETRA LUCA”:

Nella parte conclusiva del biglietto veniva indicato il nome di colui che avrebbe dovuto trasmettere fuori dal carcere il biglietto, nonché l’esecutore delle volontà del giovane boss (“SAVERIO TUO COGNATO”). L’ordine impartito dal PESCE era chiaro: una cospicua somma di denaro (“I 7”), normalmente introitata nella cassa della cosca tramite “PEPPE RAO”, da quel momento, doveva essere destinata al suo nucleo familiare (“LI DA A ME”)

I SOGGETTI MENZIONATI NEL “PIZZINO” Nel corpo del manoscritto si faceva riferimento complessivamente a ben 14 soggetti indicati in modo più o meno esplicito mediante l’associazione nome/cognome, oppure per nome,pseudonimo ovvero pronome personale. Già da una prima lettura, il pizzino risultava di chiara interpretazione: PESCE Francesco, intuendo un imminente trasferimento dalla Casa Circondariale di Palmi e temendo che eventuali suoi colloqui in carcere potessero essere sottoposti a monitoraggio da parte della A.G., si premurava di impartire gli ordini essenziali per il mantenimento dell’operatività della cosca – spiazzata dal suo recente arresto – e le disposizioni necessarie a garantire sostegno economico a persone (polacca) a lui evidentemente vicine. Come già visto, il “pizzino” conteneva, innanzitutto, sei nomi di persona: “ROCCO MESSINA, PINO ROSPO, MUZZUPAPPA NINAREDO, FRANCO TOCCO,

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DANILO, PAOLO DANILO” e, subito dopo, l’espressione: “FIORE PER MIO FRATELLO”. E’ apparso, pertanto, sin da subito che quell’elenco di nomi non potesse che rappresentare una formale investitura disposta dal boss detenuto ai sodali in regime di libertà sui quali, evidentemente, PESCE riponeva particolare fiducia. PESCE Francesco, evidentemente, consapevole del lungo periodo detentivo a cui andava incontro, attraverso il “pizzino”, aveva attuato tutte le cautele necessarie per consentire al fratello minore Giuseppe (latitante) di guidare il gruppo criminale durante la sua detenzione, attraverso uomini di estrema fiducia. Tale interpretazione è confermata dalla successiva frase “FIORE PER MIO FRATELLO” che, non a caso, segue l’elencazione dei precedenti sei nominativi.

PESCE GIUSEPPE CL. 80 - “FIORE PER MIO FRATELLO” Proprio la frase: “FIORE X MIO FRATELLO”, infatti, ha sin da subito svelato l’eccezionalità del risultato investigativo, per le motivazioni efficacemente sintetizzate nella nota del ROS CC Reggio Calabria, depositata in data 15 novembre 2011, qui sul punto integralmente riportata: “L’incipit del manoscritto trattava una questione che stava in cima ai pensieri di PESCE Francesco: ormai in carcere, il giovane boss doveva legittimare criminalmente l’unico maschio15 libero della sua famiglia – il fratello Giuseppe, latitante – e, quindi, provvedeva a promuoverlo (“FIORE PER MIO FRATELLO”) al grado di capobastone. Il rispetto della regola secondo cui la successione al comando di una famiglia ‘ndranghetista fosse strettamente legata all’anzianità anagrafica e coinvolgesse solo i soggetti di sesso maschile di una casata mafiosa era stato già ampiamente verificato nel corso delle indagini a carico della stessa “cosca PESCE”, nell’ambito del proc. pen. 4302/06 RGNR DDA di Codesta D.D.A. (“operazione ALL INSIDE”), poiché lo stesso PESCE Francesco cl. 78 era stato investito della leadership direttamente dal padre Antonino16 detto “testuni”. Ennesima riprova dell’unitarietà della ‘ndrangheta, nel corso delle indagini di cui al proc. pen. 1095/10 RGNR DDA di Codesta Procura della Repubblica (“operazione REALE”), la stessa prassi veniva riscontrata anche nel mandamento jonico: PELLE Giuseppe17, intercettato nella propria abitazione, spiegava chiaramente ai suoi interlocutori di essere diventato il
15 PESCE Antonino cl. 53 inteso “testuni” (detenuto dal 07.02.1993), infatti aveva avuto quattro figli: Francesco cl. 78 (detenuto dal 9 agosto 2011), Giuseppe cl. 80, Maria Grazia cl. 82 e Danila cl. 90. PESCE Giuseppe, quindi, sebbene latitante, è l’unico maschio della famiglia dei PESCE “testuni” temporaneamente scampato alle maglie della Giustizia. 16 17 PESCE Antonino nato a Rosarno il 16.03.1953, in atto detenuto. PELLE Giuseppe nato a San Luca il 20.08.1960.

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reggente della “cosca PELLE gambazza”, successivamente alla morte del padre Antonio cl. 32 ed all’arresto del fratello, primogenito, Salvatore (“se io compare avevo a mio fratello Salvatore qua al tavolo, o c’era mio padre, io non parlavo, e voi l’avete visto, io per tanti anni sono stato zitto, voi l’avete visto, perché c’è uno più anziano di me, più responsabile, e parla lui. Quando ci sono i responsabili, i piccoli devono stare zitti, come quando parlo io i miei fratelli devono stare zitti, e stanno zitti perché stanno zitti, se ho torto se ho sbagliato…”18). A conferma di quanto sostenuto da questa Polizia Giudiziaria, si riferisce che il termine “FIORE”, nella simbologia mafiosa, è normalmente collegato ai gradi della gerarchia e viene usato in luogo del termine “dote”, quando un affiliato ne acquista una superiore; infatti, si usa dire che l’appartenente alla ‘ndrangheta che propone l’attribuzione di una dote superiore per un altro affiliato è proprio colui che offre un “fiore”. Quanto detto trovava pieno riscontro nelle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, nonché in varie inchieste condotte dall’Arma dei Carabinieri – tra cui l’operazione convenzionalmente denominata “IL CRIMINE”19 – dalle quali emergeva inconfutabilmente che “FIORE” nelle usanze mafiose era inteso quale simbolo dell’autorità e del prestigio di un affiliato chiamato a rivestire un grado di vertice e che solo il “capo locale o il capo società può concedere l’assenso affinché uno ‘ndranghetista sia elevato al grado superiore”: Nel 1993, MARCENO’ Calogero20 forniva dichiarazioni in merito alle articolazioni della ‘ndrangheta, alle “cariche” ed alle “doti” dei suoi affiliati 21: “…All'interno di ciascun "locale" esistono due strutture separate, la "società maggiore" e la "società minore", quest'ultima è strumentale rispetto alla prima, nel senso che si occupa della commissione di reati, prevalentemente di non particolare rilevanza, in esecuzione di ordini provenienti dalla prima… Gli affiliati all'organizzazione, all'interno delle due "società", possono essere chiamati a ricoprire cariche funzionali, come appresso specificherò; ciascun affiliato, inoltre, può salire di grado, ottenendo "doti" o "fiori".” (…) “… Quando un affiliato passa da una "dote" a un'altra, riferendosi alla nuova "dote" che deve ricevere si usa dire che gli si vuole dare un "fiore"…””. Sempre nel 1993, un altro collaboratore di giustizia – PICCOLO Luciano22 – descriveva il suo ingresso nell’organizzazione “’ndrangheta” ed il conferimento del “fiore”23: ”… Nel periodo in cui mi trovavo in carcere a Locri - parlo di tanti anni fa, ben prima che mi trasferissi a Trento, non mi ricordo le date - ero detenuto con IURATO Giuseppe (originario di Portigliola ed abitante a S. Ilario Marina). Lo stesso mi "ha preso in grazia" perché mi
18 19 20 21 22 23 Rif. proc. pen. 1095/10 RGNR-DDA, conversazione autorizzata con decreto RIT n. 1626/09, linea 1971, progr. 5769. Procedimento penale nr. 1389/2008 RGNR-DDA. MARCENO’ Calogero nato a San Cataldo il 12.11.1952. Rif. O.C.C. in carcere n. 8317/92 RGNR-DDA e n. 2155/93 RGGIP del Tribunale di Milano (“operazione FIORI DELLA NOTTE DI SAN VITO”). PICCOLO Luciano nato a Sant’Ilario dello Ionio il 02.05.1959. Rif. O.C.C. in carcere n. 112/96 RGNR-DDA e n. 155/97 RGGIP del Tribunale di Reggio Calabria (“operazione PRIMA”).

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considerava un ragazzo sveglio e simpatico. Ad un certo punto mi accennò: "dato che sei un bravo ragazzo del mio paese, avrei piacere di darti “un fiore”… Io in quel periodo non capivo bene cosa significasse tale discorso ed in particolare cosa fosse "il fiore". (…) Dopo avermi bene indottrinato con la cultura della 'ndrangheta per diversi giorni, IURATO Giuseppe, il quale a quell'epoca era ‘una persona di rispetto’ ben nota a S. Ilario e dintorni, mi comunicò che aveva deciso di ‘battezzarmi’. Siccome mi disse che mi aveva preso a cuore, continuò dicendomi che mi avrebbe dato "un fiore", però date le circostanze, visto che doveva fare un passo, aveva deciso di farlo bene e completo e quindi mi nominò direttamente ‘sgarrista’ (saltando i livelli più bassi ossia ‘picciotto’ e ‘camorrista’). In virtù di tale imposizione io potevo, secondo le regole della 'ndrangheta, avere una certa autonomia che mi permetteva anche di battezzare altre persone ed assumermi le relative responsabilità; inoltre uno ‘sgarrista’ può fare il ‘capo società’, cioè fondare a sua volta una società con altri uomini di onore, cioè una 'ndrina (…)””. Il richiamo al “fiore” inteso come “dote” e, quindi, come avanzamento di grado all’interno dell’organizzazione criminale calabrese veniva fatto anche da un altro collaboratore di giustizia, TRIPODORO Pasquale24, nel 199425: “”…Voglio spiegarvi quando e come mi è stata concesso la SANTA. Ciò è avvenuto sicuramente tra il 1980-1982 (…). Fu MOSCATELLI Cosimo di Crotone, appartenente ai VRENNA, che mi venne a trovare a Rossano e mi comunicò che CIRILLO aveva deciso di regalarmi un altro “fiore” e che mi era stata conferita la SANTA …””. Nel 1998, nell’informativa di reato nei confronti di Alvaro+8326, redatta dal R.O.N.O. del Comando Provinciale Carabinieri di Reggio Calabria, si riportava: “”… Con riferimento all’esistenza di gradi indipendenti dalle cariche ricoperte, risulta fondamentale il CONCETTO DI “FIORE” INTESO QUALE SIMBOLO DELL’AUTORITÀ, DEL PRESTIGIO DI UN ‘NDRANGHETISTA CHE RIVESTE APPUNTO UN GRADO SUPERIORE. A questo proposito si può ricordare che in una lettera sequestrata al detenuto BARBARO Domenico cl.1937, lo scrivente, PAPALIA Domenico cl.1945 (ergastolano), così si esprimeva: “... sono contento per il “fiore” che ti hanno dato, vedi che ci sono pochi ad averlo in Platì e devono saperlo solo coloro che ce l’hanno, cioè io, “cicciu ù Spiritu” (BARBARO Francesco cl.1927 - u Castanu), “Rosi” (BARBARO Rosario cl.1940), “peppe” (GRILLO Giuseppe cl.1920), “U nigru” (BARBARO Antonio cl.1920) e pochi altri…”. OVVIAMENTE, IL “FIORE “RAPPRESENTA IL SIMBOLO DI APPARTENENZA ALLA “CUPOLA” MAFIOSA DI PLATÌ, IN QUALITÀ, AL PARI DEI RESTANTI, DI “CAPO” DELLA PROPRIA COSCA…””. L’attualità dell’utilizzo del termine “fiore” nell’accezione sopra argomentata emergeva anche nel provvedimento di fermo emesso nell’ambito del procedimento penale nr. 1389/2008 RGNR DDA (“operazione IL CRIMINE”): “”…In data 11.07.2008, si assiste ad una viaggio effettuato da GATTUSO
24 25 26 TRIPODORO Pasquale nato a Rossano il 09.04.1939. Rif. Verbale di interrogatorio del 27.09.1994, nell’ambito del proc. pen. 925/93 RGNR-DDA. Rif. O.C.C. in carcere n. 112/96 RGNR-DDA e n. 155/97 RGGIP del Tribunale di Reggio Calabria (“operazione PRIMA”).

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Nicola e BOSCHETTO Saverio. Gli stessi, a bordo dell’autovettura MERCEDES targata DH*050*AD in uso al GATTUSO, (RIT 1205/07 DDA) si recheranno nelle zone di Siderno e Roccella Jonica; in tale sede ci si limiterà unicamente a dei cenni sulle conversazioni più rilevanti intercorse, durante il tragitto, tra Nicola ed il cognato. (…) La conversazione prosegue al progressivo 2210 delle ore 19.57 (RIT 1205/07 DDA) (…) Nicola manifesta delle perplessità sulla LOCALE del cognato in relazione alle parole di Pino (Sai che va dicendo Pino - apposta per queste cose fate ridere pure…-"non gli abbiamo dato quel "FIORE" che ci eravamo aggiustati in quella maniera, ma che dici, apposta dico non ha, non ha testa, non capo nè coda. Ma che gli dici, hanno dato il "FIORE" il "FIORE" te l'ha dato ...inc..)(…) Il 5.10.2008 (…)si assiste ad una telefonata27 tra OPPEDISANO e NESCI Bruno, nella quale si evidenzia ancora la terminologia usata per indicare il conferimento di un grado. Il personaggio cui fa riferimento NESCI viene ancora indicato con il termine “pianta” e il conferimento del grado col termine “fiore”. Ovviamente le parole di NESCI sono inequivocabilmente riferite a ‘ndranghetisti (pianta) cui è stato conferito un grado (fiore). Decriptato il linguaggio dei conversanti la frase che segue non trova altra logica interpretazione: “a uno che ... come devo dire…. na...na... na pianta che è qua con noi... la sotto.…. gli hanno dato .…. cose senza chiedere ordini a nessuno…….. perchè se se una cosa …... .se uno si merita un fiore, devo saperlo io (inc.)... se è qua, no che glielo diano loro senza (inc.)...per me quello non se ne meritava”. Ancora è possibile evidenziare come i due stiano parlando di gradi di ‘ndrangheta conferiti a una persona (…)”. È fin troppo chiaro che l’oggetto del dialogo sia un personaggio al quale, senza l’assenso di NESCI, è stato conferito un grado superiore. In sostanza, solo il capo locale o il capo società può concedere l’assenso affinché uno ‘ndranghetista sia elevato al grado superiore. In definitiva NESCI avrebbe dovuto sapere preventivamente e, quindi, fornire consenso affinché questo personaggio, ricevesse l’elevazione del grado ovvero, ricevesse un “fiore”. (…). È quindi norma che prima di elevare il grado ad uno ndranghetista è obbligatorio chiedere il parere al capo società o al capolocale cui questi appartiene (…)””. Del resto, sempre nell’ambito del procedimento cd. CRIMINE, era emerso l’utilizzo del termine “pianta” come sinonimo di nuova affiliazione anche per i componenti la cosca PESCE, tra cui proprio PESCE Francesco cl. 78. In data 17 dicembre 2009, infatti, veniva intercettata una importante conversazione tra presenti (conversazione ambientale linea 1203 al progressivo nr.67 delle ore 16:37:33, allegato 40 volume 2 all’informativa “Patriarca”), tra OPPEDISANO Domenico e PRIMERANO Giuseppe, da cui emergeva in maniera inequivocabile il conferimento della “dote” a PESCE Francesco cl. 78 ed ai suoi cugini, figli di PESCE Vincenzo cl. 59, definiti degli interlocutori “nuove piante”.

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Telefonata nr. 2629 del 05.10.2008 sull’utenza 0966712293 di Oppedisano Domenico RIT 2377/07.

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Si riporta il passaggio d’interesse della conversazione ambientale nr. 67 (periferica convenzionalmente denominata “stufa”) captata in Rosarno il 17.12.2009, nel terreno di Oppedisano Domenico RIT 2459/08 OMISSIS [16:50:17] OPPEDISANO Domenico: (inc)....ora là sono quattro gatti, per parte, noi a Rosarno siamo più di 250, ci sono settimane che non ne facciamo, l'altra sera ne abbiamo fatto sette...."di nuove piante" .... sette "nuove piante" "pisciareddu" (inc).... PESCE PRIMERANO Giuseppe: OPPEDISANO Domenico: PRIMERANO Giuseppe: OPPEDISANO Domenico: OPPEDISANO Domenico: PRIMERANO Giuseppe: (inc)... Ciccio PESCE OPPEDISANO Domenico: (inc).... carcerati (inc).... Nino... Nino....mi pare il figlio di Nino... i figli di Cenzo....tutti e tre Vincenzo con me...(inc)...amici che era .... sì....sì...sì era là sì...sì!

PRIMERANO Giuseppe: (inc)....

PRIMERANO Giuseppe: (inc)......pure con Nino quando ....(inc)....in galera con Cenzo.....era con Rocco OPPEDISANO Domenico: sì...sì....sì!

Ai fini della identificazione dei personaggi nominati “nuove piante” sono fondamentali le esternazioni di PRIMERANO, il quale riferisce [16:50:56] di essere amico di Vincenzo, come pure di Nino e di Rocco. Tali informazioni, lette in relazione al contesto criminale di OPPEDISANO, consentono di ritenere, al di là di ogni ragionevole dubbio, che i colloquianti facevano riferimento alla famiglia PESCE. Il tenore della conversazione è chiarissimo: ogni qual volta ci si riferisca a Vincenzo o a Cenzo, i colloquianti si riferivano a PESCE Vincenzo. Gli elementi che consentono di concludere in tal senso sono molteplici: - l’utilizzo esplicito del cognome PESCE riferito alle “nuove piante”; - l’elencazione dei nomi dei fratelli di PESCE Vincenzo, Nino e Rocco: “il figlio di Nino..” “Ciccio” è da identificarsi in PESCE Francesco cl. 78, figlio di PESCE Antonino cl. 53; “i figli di Cenzo tutti e tre”. PESCE Vincenzo, infatti, ha tre figli di sesso maschile:

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PESCE Francesco nato a Cinquefrondi il 02.06.1987; PESCE Savino nato a Cinquefrondi il 27.07.1989; PESCE Antonino nato a Cinquefrondi il 14.04.1992. La conversazione dimostra, pertanto, che in quell’occasione le “nuove piante” cioè le “nuove affiliazioni” avevano riguardato i tre figli maschi di PESCE Vincenzo cl. 59 e PESCE Francesco cl. 78, il “figlio di Nino”. Nella frase “FIORE PER MIO FRATELLO” inserita nel “pizzino” si celava, pertanto, l’ordine di avanzamento di grado gerarchico (‘ndranghetista) di PESCE Giuseppe cl. 80, necessario per il passaggio di consegne dal giovane boss detenuto PESCE Francesco cl. 78 al fratello ancora latitante. PESCE Francesco, quindi, una volta ristretto presso la Casa Circondariale di Palmi, consapevole che lo stato detentivo rischiava di fargli perdere o, comunque, indebolire la leadership, intimava ai sodali in stato di libertà di conferire il grado gerarchico più elevato al fratello Giuseppe, ancora latitante. Cosi facendo, in omaggio alle logiche di successione tipiche dell’associazione mafiosa ndrangheta, PESCE Francesco trasmetteva all’esterno il chiaro messaggio che le redini della cosca devono rimanere in mano ad un “Testuni”, Giuseppe cl. 80, l’unico maschio della famiglia ancora in libertà. Come un autorevole capo che si appresta – seppur momentaneamente – ad uscire di scena, PESCE Francesco si preoccupava di garantire la sopravvivenza della cosca e di individuare il suo successore nel fratello minore. PESCE Giuseppe cl. 80 è stato attinto da provvedimento restrittivo nell’ambito del procedimento 4302/06 RGNRDDA ed è latitante dal 28 aprile 2010. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere (allegata) è stata confermata dal Tribunale della Libertà di Reggio Calabria. Su di essa, pertanto, si è formata il cd. “giudicato cautelare”. Nell’ambito di quel procedimento – per il quale pende il dibattimento innanzi al Tribunale di Palmi – PESCE Giuseppe è accusato di aver preso parte alla cosca mafiosa, in qualità di partecipe, per avere collaborato direttamente e personalmente al finanziamento dell’organizzazione, attraverso il delitto di riciclaggio, grazie a condotte finalizzate ad occultare la illecita provenienza del denaro, attraverso l’investimento in attività commerciali ed imprenditoriali. Nell’ambito del procedimento 4302/06 RGNR DDA, la contestazione per il reato associativo è stata temporalmente definita al 23 aprile 2011, data del rinvio a giudizio di tutti gli imputati.

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L’attività di indagine successiva, compendiata nella informativa del ROS CC del 10 gennaio 2012, ha consentito di svelare la successione al potere della cosca e l’assunzione del ruolo di reggente da parte di PESCE Giuseppe cl. 80, per diretta investitura del fratello.

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2.2.

Alcune considerazioni preliminari sul contenuto del biglietto. I gravi indizi

di colpevolezza a carico dei soggetti indicati nella sua prima parte.Sin qui dunque le prime evidenze investigative circa il contenuto del “biglietto” sequestrato a PESCE Francesco cl. 78. Ora va detto che in ordine a tale contenuto il GIP di Palmi ha svolto una serie di considerazioni che per la loro puntualità e ragionevolezza questo GIP reputa di dover integralmente condividere e soprattutto proporre, appunto come fatto da quel giudice, quali “valutazioni preliminari” (anche per le ragioni espositive pure evidenziate dallo stesso giudice). Ha scritto il primo GIP. Prima di procedere all’analisi dell’attività investigativa che è stata compiuta per identificare i sei nomi di persona che venivano indicati nella prima parte di quel “pizzino” e che sono stati posti in diretta correlazione con l’ulteriore espressione con cui si diceva “FIORE PER MIO FRATELLO”, occorre fare una breve valutazione preliminare, che sarà di ausilio allorché saranno esaminate le singole posizioni interessate dal contenuto di quel biglietto. Innanzitutto va evidenziato che gli inquirenti, per come si dirà a breve, hanno ritenuto di individuare in quei sei nominativi le persone di: MESSINA ROCCO, ALVIANO Giuseppe (detto Pino U Rospo), MUZZUPAPPA Francescantonio (meglio noto come Muzzupappa Ninaredo), TOCCO Francesco Antonio, D’AMICO Danilo (detto Danilo) e DANIELE PAOLO (indicato come“PAOLO DANILO”). La necessità di procedere in via preliminare ad una valutazione sulla pregnanza della indicazione di quei sei nominativi che è stata compiuta da Pesce Francesco su quel biglietto è tutta incentrata sul fatto che è proprio quella specifica menzione a costituire il titolo sulla base del quale si è ritenuto che si trattasse di persone che erano a lui legate da un vincolo di compartecipazione all’associazione di cui trattasi. Non sfugge a chi scrive la delicatezza e la potenziale pericolosità delle conclusioni a cui sono pervenuti gli inquirenti, in quanto è di tutta evidenza che la mera designazione di un nome su un biglietto di per sé potrebbe avere numerose possibili interpretazioni, di tal che privilegiarne una rispetto a tutte le altre ed inferirne da essa una valenza così importante (quel è quella di ritenere che i menzionati fossero associati alla cosca Pesce) è un procedimento logico, sotto il versante indiziario, che deve essere analizzato nei minimi dettagli, per non correre il rischio che le soluzioni a cui si giunge possano essere considerate come arbitrarie. Orbene, nonostante tutta la necessaria prudenza che chi scrive ha inteso imporsi nella lettura dei fatti di causa – com’è doveroso che sia – ritiene comunque questo Giudice che le conclusioni cui sono giunti gli inquirenti possano essere ritenute condivisibili e che siano immuni da forzature per le seguenti ragioni.

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Il primo punto da cui partire è quello che impone di verificare la serietà o meno delle frasi che erano scritte su quel “pizzino” sequestrato dalla Polizia penitenziaria in data 11.08.2011: su questo aspetto la risposta viene data personalmente da Pesce Francesco e la si ricava da una precedente dichiarazione estratta da un colloquio carcerario sottoposto ad intercettazione e che quest’ultimo ha intrattenuto in data 16.01.2009 con il fratello Giuseppe, laddove commentando con lui il contenuto delle cose che era solito scrivere per abitudine, così gli rappresentava: “Io quando una cosa me la scrivo è quella… con certezza”. Ora, al di là del dato dichiarativo di cui si è appena detto, che fotografa l’attitudine di Francesco Pesce di avvalersi di appunti da lui stesso manoscritti per gestire gli interessi della cosca, ai quali egli stesso attribuisce la più piena affidabilità, non vi è dubbio che la forte preoccupazione che egli ha nutrito allorché quel biglietto gli è stato sequestrato, confermi oltre misura che quel “ pizzino” conteneva dichiarazioni importanti per la vita della sua consorteria, che lo avrebbero esposto ad un appesantimento della sua condizione processuale, ove fossero state interpretate rettamente dagli inquirenti. E’ per questo, infatti, che nell’immediatezza di quel sequestro egli ha tentato in tutti i modi di far distruggere quel “pizzino”, che era stato consegnato dal Giovinazzo all’agente di polizia penitenziaria che aveva scoperto la cessione di quel documento, tanto da indurlo a dire: “DATEMI STU BIGLIETTO CA GIÀ SUGNU ROVINATO, vi giuru c’a u sciancu davanti a vui”…” Tra l’altro, la successiva rappresaglia che ha visto protagonisti, in qualità di vittime, sia l’agente di polizia penitenziaria che ha disposto il sequestro di quel documento (e a cui nei giorni seguenti veniva dolosamente incendiata l’autovettura), che il Giovinazzo Salvatore (miracolosamente sfuggito ad un serio tentativo di linciaggio, compiuto perché considerato responsabile di aver consegnato quel biglietto, tanto da essere isolato da tutti i detenuti all’interno del penitenziario), sono elementi che attestano oltre ogni ragionevole dubbio l’assoluta serietà di quel messaggio. Altro profilo da considerare è quello connesso alla specifica valenza indiziaria che lo stesso Pesce Francesco ha attribuito a quel documento, tanto da indurlo a supplicare l’agente che lo aveva rinvenuto di distruggerlo, in quanto altrimenti temeva di poter essere rovinato sotto il versante processuale. Se, quindi, quello che si è appena detto è vero – come senz’altro lo è - non vi è dubbio che quel “pizzino” non poteva essere certamente considerato come un biglietto qualunque, dal contenuto innocuo, perché conteneva delle specifiche disposizioni che erano in grado di “ rovinare” il suo autore, dal momento che attraverso quello scritto si poteva dimostrare efficacemente che quelle direttive indirizzate all’esterno del carcere altro non erano che precisi ordini impartiti da colui che aveva un peso apicale all’interno della organizzazione omonima, così come asserivano gli inquirenti che ne avevano chiesto ed ottenuto l’arresto. A tanto può essere solo aggiunta la seguente ulteriore considerazione. PESCE Francesco cl. 78 non è certamente uno sprovveduto né un visionario; è anzi leader indiscusso di una delle cosche di ‘ndrangheta più pericolose del panorama internazionale, che nelle fasi concitate del suo trasferimento in altro luogo di detenzione ad appena due giorni dal suo arresto dopo un lungo periodo di latitanza ha

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sentito la necessità (verosimilmente proprio per il timore di non riuscire ad avere dopo le stesse possibilità di comunicazione che aveva nel carcere di Palmi) di affidare a brevissime note vergate su un biglietto con linguaggio sintetico ed allusivo una serie di disposizioni per i sodali in libertà che evidentemente reputava di una urgenza, rilevanza e serietà tali da indurlo ad accettare i rischi - sempre esistenti - di intercettazione e sequestro del biglietto. Il che non può che rendere vieppiù percettibile la rilevanza dimostrativa del biglietto, proprio perché evidentemente contenente una serie di indicazioni da far pervenire all’esterno che il PESCE riteneva di non potere liberamente e tranquillamente comunicare durante un colloquio con un familiare, ovvero affidandole ad un colloquio telefonico o ad una lettera; si trattava di indicazioni che dovevano appunto rimanere segrete, da nascondere alla polizia penitenziaria ordinariamente deputata al controllo delle sue comunicazioni, od addirittura alla polizia ed all’autorità giudiziaria (qualora i suoi colloqui fossero stati assoggettati ad intercettazione); e tanto non può che sostanziare in sé indizio della pertinenza di dette indicazioni agli affari propri della cosca diretta da Testuni. Tanto premesso sulla serietà di quello scritto, sulla indiscutibile portata indiziaria del suo contenuto e sulla natura dispositiva dello stesso, con cui venivano impartiti all’esterno ordini provenienti dal capocosca verso coloro che erano rimasti in libertà, non resta che esaminare le singole espressioni da cui quel biglietto è composto e che, per come si diceva, sono raggruppabili in quattro distinte parti. La prima di esse è quella che si sta esaminando in questa sede, nella quale cioè Pesce Francesco ha inteso indicare sei nominativi e, immediatamente dopo, ha aggiunto la frase “FIORE PER MIO FRATELLO”. E’ di tutta evidenza che quei nomi di cui si diceva non sono stati scritti a caso, né sono stati riportati per indicare puramente e semplicemente le identità di quelle sei persone di cui Pesce Francesco si fidava di più, perché a lui vicine, in quanto quello era senz’altro un dato noto a tutti coloro che erano rimasti in libertà e che appartenevano al suo gruppo e che non avrebbe avuto bisogno di essere indicato in un documento di quel genere. Se, quindi, quei sei nominativi dovevano avere un senso, potevano averlo solo se la loro indicazione fosse stata raccordata alla successiva frase con cui si diceva“ FIORE PER MIO FRATELLO”, che raffigurava la precisa attività che era loro demandata dal capocosca. Il P.M.,infatti, per come si è evidenziato in precedenza, ha fornito una plausibile interpretazione dell’azione che quei sei avrebbero dovuto compiere, asserendo che, con ogni probabilità, quei fidati soggetti che sono stati nominati dal loro capo avevano la funzione di sollecitare un avanzamento della carriera criminale del di lui fratello Giuseppe che, essendo l’unico della

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famiglia ad essere rimasto in libertà, ancorché da latitante, doveva assumere la reggenza dell’organizzazione ed era quindi giusto che lo facesse ricoprendo un ruolo apicale di maggior peso, che la ndrangheta avrebbe dovuto riconoscergli, perché era una progressione criminale che veniva sollecitata dallo stesso reggente di quella consorteria, temporaneamente impedito nel poter efficacemente coordinare e dirigere il gruppo, anche in vista della sua possibile sottoposizione ai rigori penitenziari derivanti dall’applicazione del regime dell’art. 41 bis ordin pen.. Tra l’altro rilevava il P.M. che con quel termine di “ fiore” si è spesso fatto riferimento, anche nel corso di altre indagini, al conferimento di una carica mafiosa, oltre al fatto che quello specifico lessico non era sconosciuto al gruppo dei Pesce, per come si ricava dal tenore della intercettazione sopra richiamata ed intercorsa in data 17.11.2009 tra Oppedisano Domenico e Primerano Giuseppe. Cionondimeno, rileva questo Giudice che, pur potendosi condividere le argomentazioni della Pubblica Accusa sul possibile significato dell’azione che quei sei soggetti avrebbero dovuto compiere nell’interesse di Pesce Giuseppe, residua, tuttavia, un’altra possibile interpretazione da dare a quella prima parte del biglietto, laddove si traduca il termine di “ fiore” non già come espressione di carica mafiosa, ma come sinonimo di tangente. E’ infatti dato notorio, ricavabile dalle innumerevoli indagini sul fenomeno ‘ndrangheta, ormai concluse con sentenze definitive, che con quell’espressione di “fiore” a volte i singoli partecipi ad un’associazione a delinquere di stampo mafioso sogliono indicare il “pizzo” (o tangente) che viene imposta agli operatori economici, vittime di estorsione. Orbene, dal contenuto degli atti di cui si dispone è da escludersi con certezza che i sei nominativi di cui si diceva possano essere stati menzionati quali vittime di taglieggiamenti di natura estorsiva, perché trattasi di persone fidate di Pesce Francesco, spesso legate a lui da vincoli di parentela più o meno diretta, alcuni dei quali lo hanno peraltro assistito durante la sua latitanza. In più, va evidenziato che i sei soggetti menzionati nella prima parte di quel “pizzino” sono gli stessi che già figuravano in altri appunti sequestrati a Pesce Francesco nell’anno 2007: ebbene, esaminando quel carteggio, è possibile notare che accanto a quei nominativi di cui si diceva vi erano indicate delle somme, alcune delle quali, di basso importo, facevano supporre che si trattassero di compensi che il Pesce corrispondeva loro per finanziare le rispettive attività di partecipi alla sua organizzazione, dal momento che quei nomi figuravano accanto a quello del fratello Giuseppe, sotto la voce “ uscite”; altre volte, invece, quegli stessi nominativi erano inclusi in liste nelle quali figuravano anche esercizi commerciali (quali il Supermercato MD Discount, la Galleria del Mobile FIASCHE’ Antonino; la farmacia ALESSIO Raffaele e altri esercizi similari), i cui titolari sono stati considerati dagli inquirenti quali possibili parti offese dei delitti di estorsione. In ragione di quanto si è fin qui detto, non può quindi realisticamente escludersi che allorché Pesce Francesco ha fatto i nomi di quelle sei persone, aggiungendo in ultimo l’espressione “FIORE PER MIO FRATELLO”, abbia potuto indirizzare gli uomini della sua cosca a versare i compensi estorsivi che sarebbero stati riscossi (ovverosia i “fiori”) a suo fratello Giuseppe, che avrebbe gestito l’organizzazione durante la sua detenzione.

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Che, del resto, una lettura di tal genere possa non considerarsi forzata, lo si ricava dal fatto che il contenuto del “pizzino”, nel suo complesso, ha, per come si vedrà, una impostazione di prevalente natura economica, con il quale gli accoscati sono stati indirizzati a compiere azioni che hanno tutte un contenuto patrimoniale. Ad ogni modo è certo che sia nel caso in cui il Pesce Francesco avesse inteso rivolgersi a quelle sei persone per sollecitare una progressione della carriera criminale del fratello Giuseppe (così come sostiene il P.M.), sia che lo abbia fatto per invitarli a versare al germano i proventi delle estorsioni, nella sua nuova veste di reggente della consorteria, non vi è però dubbio che i destinatari di quei suoi ordini non fossero persone qualunque, ma soggetti di cui egli sapeva di potersi fidare, perché erano a lui legati da vincoli associativi di stampo mafioso, che si desumono facilmente dalla scomposta ed altrimenti ingiustificabile reazione che egli ebbe allorché gli venne sequestrato quel “pizzino” di cui si discute. Ad analoghe conclusioni si potrà giungere anche con riferimento a tutte le altre persone menzionate nelle restanti parti di quel documento, alle quali il loro capocosca ingiungeva il compimento di particolari azioni che verranno commentate a tempo debito. Al momento si è ritenuto opportuno effettuare in via anticipata questa conclusione sulla valenza partecipativa dei singoli soggetti per cui si procede ed inclusi in quel “pizzino”, perché a questa valutazione di sintesi ci si richiamerà alla fine della trattazione di ogni posizione, al fine di evitare ripetizioni narrative che appesantirebbero inutilmente questa ordinanza cautelare. In ultimo, e per motivi di completezza, vuol solo rammentarsi che tra i sei nominativi indicati nella prima parte di quel biglietto, Pesce Francesco aveva anche menzionato la persona di “PAOLO DANILO”, soggetto che gli inquirenti hanno ritenuto di poter identificare in DANIELE PAOLO, nato a Taurianova il 12.12.1972, seppure nei suoi confronti il P.M. non ha inteso avanzare alcuna richiesta coercitiva, ritenendo non convincenti gli elementi che sono stati raccolti allo stato sul suo conto ai fini di una sua corretta identificazione. Nella parte restante di questo lavoro si procederà invece ad illustrare la complessa ed efficace attività compiuta dai Carabinieri per identificare i nominativi di coloro che figuravano su quel “pizzino”, nonché per spiegare le ragioni che rendono plausibile il loro pieno coinvolgimento partecipativo all’interno della cosca Pesce, nei termini indicati nella provvisoria imputazione. Non rimane, quindi, che riportare il prosieguo della richiesta del P.M., che così evidenziava. ****************** S’è già detto che questo giudicante reputa integralmente sottoscrivibili le considerazioni svolte dal primo GIP, in primo luogo quanto alla corretta valorizzazione del significato del biglietto sequestrato, a motivo del contesto ambientale e temporale di suo confezionamento ed alle finalità che evidentemente gli si attribuivano da parte del PESCE (come testimoniato dalla reazione dallo stesso avuta al suo sequestro, ed alle ulteriori “conseguenze” innescate dall’atto ablativo doverosamente assunto dall’agente di polizia penitenziaria).

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Parimenti, riguardo alla possibile lettura alternativa proposta dal GIP palmese dell’annotazione “FIORE X MIO FRATELLO”, occorre convenire che la stessa risulta obiettivamente e logicamente sostenibile e soprattutto sul fatto che essa non solo non stravolge, ma anzi conferma la valenza significativa del biglietto nell’indiziare gravemente i sei soggetti indicati dell’associazione alla cosca capeggiata dal PESCE Francesco cl. 78, associazione in seno alla quale un ruolo di vertice veniva comunque riconosciuto anche al PESCE Giuseppe cl. 80. Reputa peraltro possibile questo GIP proporre anche un’ulteriore lettura della parte in esame del “pizzino” in argomento. In particolare, pare possibile pur mantenendo ferma l’interpretazione attribuita dagli inquirenti al “fiore” come carica di ‘ndrangheta, invertire i destinatari dell’indicazione e dell’attribuzione del “fiore”; in altre parole l’annotazione può essere letta come un messaggio inviato dal boss ormai detenuto al fratello ancora latitante (“X MIO FRATELLO”) di dare appunto un “fiore”, una promozione ‘ndraghetista, ai sei soggetti indicati nella prima parte del biglietto. Se tale interpretazione infatti propone obiettivamente una costruzione “al contrario” dell’ordine del boss rispetto a quella proposta dal requirente, essa a parere di chi scrive propone almeno due aspetti di interna razionalità. Il primo è legato al fatto che, come si vedrà meglio oltre, con ogni probabilità proprio i sei soggetti nominativamente indicati nel pizzino sono stati tra i più prossimi sodali del PESCE Francesco dopo che l’esecuzione dei provvedimenti restrittivi emessi in seno alle operazioni ALL INSIDE ed ALL INSIDE 2 avevano non solo costretto il giovane boss alla latitanza insieme al fratello e ad altri esponenti di spicco della consorteria (tra cui proprio i più fedeli collaboratori del PESCE Francesco), ma anche di fatto decimato o comunque chiaramente posto sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori i soggetti tradizionalmente più vicini al PESCE; è dunque probabile che tale situazione abbia indotto il boss ad avvalersi della collaborazione di altri intranei alla cosca il cui ruolo non era stato sino a quel momento messo a fuoco nelle indagini. Dopo il suo arresto dunque, con il biglietto in esame e prima che le sue comunicazioni con l’esterno potessero diventare più difficili, il PESCE Francesco potrebbe aver inteso “premiare” appunto con un “fiore” la fedeltà dimostratagli da quei soggetti nei difficili mesi della sua latitanza, demandando proprio al fratello di adempiere, quale nuovo reggente della cosca, a questo suo “debito d’onore” [il biglietto andrebbe

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dunque letto così: “ROCCO MESSINA PINO ROSPO MUZZUPAPPA NINAREDO FRANCO TOCCO DANILO PAOLO DANILO - FIORE” poi il destinatario dell’indicazione “X MIO FRATELLO”]. A suffragio di tale interpretazione depone poi la considerazione secondo cui appartiene ormai al patrimonio di conoscenza di chi scrive (per costituire un portato dei processi di criminalità organizzata da anni celebrati nel distretto) oltre a risultare indirettamente anche dalle stesse indicazioni proposte dal requirente sopra, che solo un affiliato sovraordinato nelle gerarchie di ‘ndrangheta può promuovere un avanzamento, ovvero può dare un “fiore”, al “contrasto onorato” (ovvero il soggetto da affiliare), ovvero ad un affiliato di grado inferiore. Se ne ha che a voler seguire l’interpretazione proposta dal P.M. i sei soggetti nominati nell’incipit del “pizzino”, per poter dare un “fiore” a PESCE Giuseppe avrebbero dovuto già rivestire una carica di ‘ndrangheta superiore a quella propria del primo. Sennonché una tale prospettazione mal si concilia con l’essere PESCE Giuseppe il secondogenito di PESCE Antonino cl. 53 Testuni, storicamente al vertice del ramo egemone della ‘ndrina di famiglia, e fratello – e braccio destro - proprio di PESCE Francesco cl. 78 che, in costanza di detenzione del padre e dello zio PESCE Giuseppe cl. 56 Pecora (deceduto nell’agosto 2010 dopo essere stato colpito nuovamente da provvedimento restrittivo nel procedimento ALL INSIDE) aveva assunto la reggenza del clan; è in altri termini lecito credere che il PESCE Giuseppe sia, per così dire naturaliter, sovraordinato ai sei nominati e, tanto anche (per conseguenza) dal punto di vista del possesso di cariche di ‘ndrangheta. Certo rimane la possibilità di ritenere che con il biglietto in questione proprio il PESCE Francesco avesse inteso promuovere, dare un “fiore”, al fratello minore, ma a parte la non corrispondenza del mezzo usato rispetto ai riti di ‘ndrangheta, risulta difficile comprendere perché Francesco avesse avvertito la necessità di comunicare questa sua investitura del fratello ad altri affiliati che con ogni probabilità, già per la comune associazione alla cosca PESCE, non potevano comunque mancare di riconoscere a Giuseppe, soprattutto dopo l’arresto di Ciccio, quel ruolo di primo piano da sempre attribuito ai testuni in seno alla ‘ndrina. Anche vista da tale prospettiva, dunque, la lettura qui proposta sembra rivestire profili di maggiore, intrinseca, ragionevolezza.

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Ad ogni buon conto, quale che sia la lettura/interpretazione che si voglia prediligere, ovvero quella proposta dagli investigatori e dal requirente, quella decisamente alternativa proposta dal GIP palmese, ovvero quella che inverte i termini destinatari del messaggio/destinatari del “fiore”, sommessamente proposta da questo GIP, pare indubbio che rimane assolutamente integra per i sei soggetti in questione, oltre che per il PESCE Giuseppe, l’enorme valenza indiziaria dell’annotazione del loro nome in stretta relazione con quella che rimane comunque, in seno al testo del biglietto manoscritto dal PESCE Francesco, la più tipica disposizione da boss di ‘ndrangheta. Sussistono già per ciò solo, a parere del GIP, i gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato associativo loro provvisoriamente ascritto per i sei soggetti indicati nella prima parte del “pizzino”. Si tratta di una prima conclusione di merito cautelare che nel prosieguo si specificherà ulteriormente guardando agli ulteriori elementi raccolti dagli investigatori, in primo luogo, circa la loro compiuta identificazione, ma anche circa le emergenze che ulteriormente la corroborano.

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2.3. Sul reato associativo di cui al capo A. PESCE Giuseppe.Completata l’evidenza dei passaggi, in fatto e diritto, più significativi (naturalmente ai fini dell’odierno giudizio cautelare) dell’ordinanza 25.2.2012 di questo GIP, ci si può a questo punto addentrare nel merito della richiesta del P.M. prendendo le mosse dalla contestazione associativa (cui principalmente si riferiscono le riflessioni mutuate dall’ordinanza 25.2.2012) e dalla posizione di PESCE Giuseppe cl. 80. In particolare, pare indubbio che quel passaggio argomentativo riportato in chiusura del paragrafo precedente secondo cui, quale che sia la lettura/interpretazione che si voglia dare a quel passaggio “FIORE X MIO FRATELLO” conclusivo della prima parte del biglietto, rimane assolutamente integra per i soggetti menzionati in quella parte “…l’enorme valenza indiziaria dell’annotazione del loro nome in stretta relazione con quella che rimane comunque, in seno al testo del biglietto manoscritto dal PESCE Francesco, la più tipica disposizione da boss di ‘ndrangheta”. E tanto vale in primo luogo proprio per PESCE Giuseppe cl. 80, ovvero per quel “MIO FRATELLO” espressamente indicato dal PESCE Francesco. S’è già ricordato da parte del P.M. che nei confronti del PESCE Giuseppe è ancora esecutiva l’Ordinanza custodiale emessa da questo GIP il 20.5.2010 in seno al procedimento 4302/06 RGNR DDA c.d. ALL INSIDE proprio per il delitto di associazione alla cosca di ‘ndrangheta armata PESCE, procedimento che attualmente trovasi nella fase dibattimentale (con permanenza del reato associativo tuttavia – ovvero diversamente da quanto dedotto dal P.M. e come meglio si argomenterà oltre – non interrotta alla data del rinvio a giudizio). Ora non v’è dubbio che permangano integri a carico del PESCE (essendo anzi ulteriormente confermati dalla lunga latitanza e dal rinvio a giudizio) gli indizi di colpevolezza già apprezzati in seno a quel provvedimento custodiale, risultando ora rivitalizzati per effetto delle emergenze desumibili dal “pizzino” sequestrato al germano Francesco. Quanto all’ammissibilità della richiesta del P.M. di emissione di nuovo titolo custodiale per il delitto associativo in questione, la valutazione non può che essere positiva, non per l’interruzione della permanenza del reato (in realtà

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non intervenuta) e dunque per la consumazione di un nuovo delitto associativo, ma solo per la verificata, con più che adeguata gravità indiziaria (quale che sia la lettura che si voglia dare al biglietto sequestrato) acquisizione in capo al PESCE Giuseppe, ultimo dei testuni ancora a piede libero (solo perché latitante) dei compiti di direzione, promozione ed organizzazione della cosca di famiglia. Quale che sia, infatti, la lettura/interpretazione (quella proposta dagli inquirenti, quella del GIP di Palmi e quella proposta dal questo GIP nell’Ordinanza 25.2.2012) che si voglia dare al passaggio del “pizzino” più specificamente riferibile, tra gli altri, a PESCE Giuseppe, non v’è dubbio che lo stesso sancisca un passaggio di competenze proprie del capo cosca, e nella specie del boss PESCE Francesco cl. 78 delegante, al fratello minore Giuseppe, ultimo del ramo Testuni (egemone nella ‘ndrina) dei PESCE ancora in libertà, e dunque la piena assunzione in capo all’indagato di compiti sovraordinati di direzione, promozione ed organizzazione della cosca. Nessun dubbio poi che la condotta associativa sovraordinata di che trattasi non fu oggetto della contestazione per la quale venne emesso il titolo custodiale nel processo ALL INSIDE e per la quale il PESCE Giuseppe è stato rinviato a giudizio, e viene punita a termini del comma 2 dell’art. 416 bis c.p. non quale aggravante della condotta associativa punita dal primo comma, ma quale autonoma fattispecie di reato, sicché in relazione alla stessa è senz’altro lecito accogliere la presente domanda cautelare, fatti salvi naturalmente gli effetti del vincolo della continuazione in sede di giudizio di merito. Certo dunque il presupposto di gravità indiziaria, è senz’altro sufficiente in punto di valutazione delle esigenze cautelari ribadire quanto già assunto in seno all’ordinanza custodiale rimasta ineseguita, ferma restando la presunzione di pericolosità sancita dall’art. 275 co. 3 c.p.p. quanto mai inverata riguardo al PESCE Giuseppe.

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2.4. (Segue). BERRICA Luca.Nei confronti di BERRICA Luca il P.M. esercita l’azione cautelare in relazione alla contestazione, sia pure con i connotati provvisori della fase, di essersi associato alla cosca di ‘ndrangheta armata facente capo alla famiglia Pesce “…con funzioni direttamente esecutive delle direttive di PESCE Francesco cl. 78 e, dopo il suo arresto, del fratello latitante PESCE Giuseppe cl. 80”. S’è già fatto cenno alla circostanza che, nei confronti del BERRICA, si è in presenza di una riedizione dell’iniziativa cautelare già esercitata per il medesimo fatto con il decreto di fermo del 9.2.2012, rigettata tuttavia dal GIP del Tribunale di Palmi con ordinanza 11.2.2012 in esito al giudizio di convalida del fermo, per difetto di gravità indiziaria. Qui vale la pena ricordare anche la genesi di quell’iniziativa rinveniente causa nell’attribuzione da parte degli investigatori proprio al BERRICA del seguente passo dell’ormai noto pizzino “GEOMETRA LUCA SANTINO”, la cui foto qui di seguito, a beneficio del lettore, si ripropone

Seguendo, a questo punto, l’impostazione del P.M. vale la pena riproporre il contenuto della richiesta del P.M., il quale ha correttamente preso le mosse proprio da quanto scritto nel decreto di fermo 8.2.2012.

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“GEOMETRA LUCA SANTINO” – BERRICA LUCA Il “GEOMETRA LUCA” è stato identificato in BERRICA Giovanni Luca nato a Taurianova il 10.04.1978 residente a Rosarno in via Eschilo n. 2, nipote di ARTUSO Giuseppe (soggetto del quale si è già parlato ai paragrafi precedenti, per via del suo legame con DELMIRO Biagio). Il termine “SANTINO” accostato alla indicazione “GEOMETRA LUCA” conferma l’interpretazione del “pizzino” sinora esposta. Come è noto, il termine “SANTINO”, nel linguaggio ‘ndranghetista, rappresenta l’affiliazione all’onorata società di un giovane “contrasto onorato”. Tradizionalmente, durante la cerimonia di affiliazione, l’aspirante picciotto è chiamato a prestare un giuramento di fedeltà28 stringendo tra le mani un santino, spesso costituito dalla rappresentazione iconografica di San Michele Arcangelo. Le relazioni semiotiche applicabili alla simbologia legata al “SANTINO” trovavano larghe conferme nelle indagini sulla ‘ndrangheta: nell’O.C.C. in carcere n. 37/96 RGNR-DDA e n. 38/97 R. G.I.P. (“operazione PRIMAVERA”) del Tribunale di Reggio Calabria - Ufficio Del Giudice per le Indagini Preliminari - veniva riportato un passo ricavato dalle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia PICCOLO Luciano, in cui quest’ultimo descriveva la sua personale esperienza di affiliazione alla ‘ndrangheta: “Durante le fasi del battesimo (questo può essere chiamato anche con il termine “rimpiazzo” o “rimpiazzare” oppure “fare qualcuno malandrino”) (…) Nel corso del rito di iniziazione mi praticarono un taglio a forma di croce sulla parte superiore del pollice destro vicino all’unghia (…) dal mio dito destro dovevano cadere tre gocce di sangue dentro un piatto, quindi ...omissis... prese un santino di S. Michele Arcangelo, lo bruciò parzialmente e mise la cenere sulla ferita in modo tale che essa guarisse…”; in Germania, durante il sopralluogo effettuato dagli investigatori nella notte di ferragosto del 2007, a seguito della cd. “strage di Duisburg”, venivano rinvenuti “accanto alla sala del ristorante “Da Bruno” (…) un locale chiaramente destinato alle pratiche di affiliazione (…) nel portafogli di una delle vittime, Tommaso Venturi (…) un santino di San Michele parzialmente bruciato; chiaro indizio di un’affiliazione celebrata poco prima. Non sarà inutile al proposito ricordare che qualche ora prima, il 14 agosto, il giovane Venturi aveva festeggiato il diciottesimo compleanno potendosi da ciò desumere che l’ingresso formale nella consorteria mafiosa era
28 “Io giuro dinanzi a questa società di essere fedele con i miei compagni e di rinnegare padre, madre, sorelle e fratelli e se necessario, anche il mio stesso sangue”.

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stato fatto coincidere (secondo una tradizionale attenzione ai dettagli simbolici) con il passaggio alla maggiore età…”29. La direttiva del boss contenuta nel pizzino, pertanto, riguardava la nuova affiliazione del “GEOMETRA LUCA”. L’identificazione dell’aspirante picciotto avveniva grazie allo stesso PESCE Francesco “testuni”, che, durante il colloquio in carcere30 del 26.09.2011 consigliava al suocero STANGANELLI Ippolito31 di rivolgersi al “geometra Luca” per effettuare una perizia: Francesco: Volevo dirti una cosa io… cioè… che io… che io… me l’ero appuntato pure su un foglio di carta, tra le altre cose… del fatto che sono venuti i Carabinieri a casa e hanno rotto tutta la casa, c’è quel figliolo, il geometra Luca… no… ma già l’abbiamo fatta la perizia… noi ah… l’hai fatta? si… è gli abbiamo dato tutto ad un ingegnere… … ah è venuto un ingegnere?… già avete messo un ingegnere?… sì è venuto l’ingegnere… … sennò c’era quel figliolo dal quale io mi stavo comprando la casa una volta da questo figliolo… Luca… il geometra… Luca... sì … sì… quello che sta a fianco di mio fratello... sì… sì … mettevamo a questo figliolo, ti faceva una perizia e gli cercavamo i danni al Tribunale… sì… sì… ora la facciamo... ah… la state già facendo…? sì… sì….

Ippolito: Francesco: Ippolito: Francesco: Ippolito: Francesco: Ippolito: Francesco: Ippolito: Francesco: Ippolito: Francesco: Ippolito:

PESCE Francesco – ormai in carcere e sottoposto al duro regime previsto dall’art. 41-bis della Legge del 26 luglio 1975, n. 354 – cercava di sfogarsi in qualche modo contro i Carabinieri che lo avevano arrestato, quindi, meditava di richiedere un risarcimento per i danni arrecati alla casa di via Leoncavallo dai militari nel corso di una perquisizione (“sono venuti i Carabinieri a casa e hanno rotto tutta la casa … una perizia e gli cercavamo i danni al Tribunale…”), che aveva condotto al rinvenimento di un bunker in perfetto stato di conservazione32.
29 Vds. Relazione annuale sulla ‘ndrangheta, approvata dalla Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalita` organizzata mafiosa o similare, nella seduta del 19 febbraio 2008. Relatore: on. Francesco FORGIONE. 30 Rif. Decreto nr. 2140/11 RGNR DDA e nr. 1641/11 RIT DDA emesso in data 18.08.2011 dalla Procura della Repubblica - Direzione Distrettuale Antimafia - di Reggio Calabria. Vds. All. n. 41. 31 32 STANGANELLI Ippolito, nato a Rosarno il 09.05.1962. Vds. Verbale di perquisizione, in All. n. 42.

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PESCE dimostrava di nutrire profonda stima e fiducia nelle capacità di “quel figliolo, il geometra Luca”, del quale forniva anche l’indirizzo: “quello che sta a fianco di mio fratello...”. Effettivamente, il geometra BERRICA Giovanni Luca risiede ed ha il suo studio professionale in via Eschilo n. 2, proprio accanto all’abitazione del latitante PESCE Giuseppe. L’analisi delle comunicazioni intercettate nell’ambito del proc. pen. 4302/06 RGNR-DDA33 aveva già evidenziato i contatti del BERRICA con alcuni soggetti di interesse investigativo facenti parte dell’entourage di PESCE Francesco “testuni”: D’AMICO Danilo, SPATARO Giuseppe (zio del predetto PESCE Francesco) e SIBIO Domenico34 (soggetto già destinatario di misure restrittive nelle operazioni “ALL INSIDE” e “ALL INSIDE 2” per il reato p.p. dall’art. 416 bis c.p., nonché recentemente denunciato a piede libero dalla G.d.F. nell’ambito dell’operazione “ORO NERO”35 ). Infine, il fatto che il geometra BERRICA sia un uomo a disposizione della “cosca PESCE” veniva confermato la mattina del 19.10.2011, allorquando alcuni militari effettuavano una perquisizione nell’abitazione del latitante PESCE Giuseppe al cui interno, all’atto dell’intervento, vi era BELLOCCO Ilenia36 moglie del predetto e figlia del boss rosarnese BELLOCCO Umberto37 inteso “assu i mazzi”: le operazioni in parola erano finalizzate al rintraccio del ricercato ed alla localizzazione di eventuali bunker all’interno dello stabile; poco dopo l’ingresso degli operanti, la donna convocava il “GEOMETRA LUCA” BERRICA, il quale prontamente si presentava sul posto per perorare la causa dei PESCE fornendo, addirittura, la planimetria dell’immobile perquisito38. L’inserimento, da parte del boss PESCE Francesco cl. 78, del nome del “GEOMETRA LUCA” nella lista di cui al “pizzino”, con l’indicazione “SANTINO”, pertanto, dimostra la volontà del boss detenuto di inserire nell’organigramma della cosca l’odierno indagato, nei cui confronti si ritiene così cristallizzata la gravità del quadro indiziario per l’appartenenza alla cosca mafiosa.

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All’interno del predetto proc. pen. confluivano le risultanze dei procedimenti penali 502/09 RGNR e n. 8391/09 RGNR. SIBIO Domenico nato a Taurianova il 14.05.1978.

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Rif. proc. pen. n. 5361/10 RGNR-DDA. All’interno del provvedimento di fermo di indiziato di delitto, a SIBIO Domenico veniva contestato: “…il reato p. e p. dagli artt. 81 cpv, 110 c.p., 40 D. Lgs 504 del 26 ottobre 1995 comma 1° lett. c., perché, in concorso fra loro e con i fratelli Camastra, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, ricoprendo i ruoli di cui al superiore capo A), acquistando gasolio in contrabbando ovvero esercitando il ruolo fondamentale di intermediari nel commercio in contrabbando di carburante e provvedendo ciascuno nella propria area territoriale di competenza a distribuire prodotto petrolifero agevolato a soggetti non aventi titolo a fruirne, destinavano ad usi soggetti ad imposta, ovvero a maggiore imposta, il gasolio esente o ammesso ad aliquote agevolate procacciando al Gruppo Camastra ingenti profitti illeciti ai danni dell’Erario e del mercato concorrenziale. (…) Più precisamente: SIBIO Domenico nella qualità di cliente, per avere acquistato gasolio in nero versando all’organizzazione nel periodo dal 18/02/2008 al 02/02/2010 profitti illeciti per un importo pari ad Euro 1.752.240,39. (…)Per i profili soggettivi di RACHELE e SIBIO Domenico si rimanda al comparto “Rapporti tra il gruppo CAMASTRA e le cosche mafiose reggine, vibonesi e catanzaresi” – “Cosca PESCE di Rosarno (RC)”.
BELLOCCO Ilenia nata a Cinquefrondi (RC) il 19.06.1989, domiciliata a Rosarno alla Via Eschilo nr.4. BELLOCCO Umberto nato a Rosarno il 17.12.1937, in atto detenuto. Vds. Verbale di perquisizione, in All. n. 43.

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*********** A questo punto il P.M. propone il contenuto dell’ulteriore nota informativa redatta dal ROS dei Carabinieri di Reggio Calabria in data 9.2.2012 proprio riguardo alla posizione del BERRICA, e contenente ulteriori emergenze rispetto a quelle sopra evidenziate poste a base del decreto di fermo. Va peraltro subito sottolineato che il contenuto di tale informativa, e dunque le relative emergenze (“nuove” rispetto al contenuto del decreto di fermo) furono fatte oggetto di puntuale specifica contestazione al BERRICA, da parte del GIP di Palmi, già in sede di interrogatorio di convalida; sicché le stesse (peraltro oggetto di specifica valutazione) non costituiscono certamente novum rispetto alla richiesta cautelare già vagliata da quel GIP. Continua il P.M.. ************ Sul conto del geometra BERRICA Giovanni Luca, oltre a quanto contenuto nel decreto di fermo, si riporta qui di seguito il contenuto di ulteriori accertamenti compiuti nei suoi confronti dai carabinieri del ROS di Reggio Calabria e compendiati nella nota del 09.02.2012, nel corpo della quale così si evidenziava: 1. “Il nominato in oggetto è fratello di BERRICA Pasquale39, coniugato con ARENA Sonia Regina40, a sua volta sorella di ARENA Tiziana41, defunta moglie dell’attuale latitante PESCE Marcello42 inteso “u ballerinu”. L’analisi del traffico telefonico intercorso sulle utenze intercettate nell’ambito del procedimento penale n. 4302/2006 RGNR-DDA di Codesta A.G. ha posto in rilievo diversi contatti tra BERRICA Luca Giovanni e soggetti affiliati alla “cosca PESCE” o favoreggiatori dell’allora latitante PESCE Francesco cl. 78 inteso “testuni”: In data 09.05.2009, alle ore 09:23, sull’utenza intercettata43 3487899134 in uso a SIBIO Domenico44 veniva registrato uno squillo di telefono verso l’utenza 3299276696 intestata ed in uso a BERRICA Giovanni Luca. In sottofondo si percepiva la voce di SIBIO Domenico il quale, rivolgendosi ad una persona presente nei suoi pressi chiedeva se “Luca dorme”. SIBIO Domenico è stato destinatario di misure restrittive nelle operazioni “ALL
BERRICA Pasquale, nato a Vivo Valentia (VV) il 19.08.1974, residente in Via Spinoza nr.16. ARENA Sonia Regina, nata a Reggio Calabria il 26.04.1978. ARENA Tiziana nata a Melito Porto Salvo il 01.11.1964, defunta a Rosarno il 15.12.1991. PESCE Marcello nato a Rosarno (RC) il 12.03.1964, latitante. Decreto nr.4302/2006 RGNR DDA e nr.936/09 RIT DDA della Procura della Repubblica – Direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. SIBIO Domenico, nato a Taurianova il 14.05.1978 residente a Rosarno alla Via Sardegna n. 14.

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INSIDE” e “ALL INSIDE 2” per il reato p.p. dall’art. 416 bis c.p. e nello stesso processo, attualmente, risulta imputato “per avere svolto, in qualità di partecipe, il ruolo di sovrintendente e controllore, per conto di Pesce Francesco, cl. 1978, delle modalità operative connesse alla gestione dei mezzi di trasporto, con cui la CE.DI. SISA S.p.A. svolgeva le attività di logistica”; recentemente, è stato denunciato a piede libero dalla G.d.F., nell’ambito dell’operazione “ORO NERO”45, con il seguente capo di imputazione: “…il reato p. e p. dagli artt. 81 cpv, 110 c.p., 40 D. Lgs 504 del 26 ottobre 1995 comma 1° lett. c., perché, in concorso fra loro e con i fratelli Camastra, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, ricoprendo i ruoli di cui al superiore capo A), acquistando gasolio in contrabbando ovvero esercitando il ruolo fondamentale di intermediari nel commercio in contrabbando di carburante e provvedendo ciascuno nella propria area territoriale di competenza a distribuire prodotto petrolifero agevolato a soggetti non aventi titolo a fruirne, destinavano ad usi soggetti ad imposta, ovvero a maggiore imposta, il gasolio esente o ammesso ad aliquote agevolate procacciando al Gruppo Camastra ingenti profitti illeciti ai danni dell’Erario e del mercato concorrenziale. (…) Più precisamente: SIBIO Domenico nella qualità di cliente, per avere acquistato gasolio in nero versando all’organizzazione nel periodo dal 18/02/2008 al 02/02/2010 profitti illeciti per un importo pari ad Euro 1.752.240,39. (…) Per i profili soggettivi di RACHELE e SIBIO Domenico si rimanda al comparto “Rapporti tra il gruppo CAMASTRA e le cosche mafiose reggine, vibonesi e catanzaresi” – “Cosca PESCE di Rosarno (RC)”. In data 09.05.2009, alle ore 09:29, sull’utenza intercettata46 3487899134 in uso a SIBIO Domenico47 veniva registrato un altro tentativo di contattato verso l’utenza 3299276696 intestata ed in uso a BERRICA Giovanni Luca. In data 25.05.2009, alle ore 11:37, sull’utenza intercettata48 3294082850 in uso a D’AMICO Danilo49 veniva registrato uno squillo di telefono da parte dell’utenza 3299276696 intestata ed in uso a BERRICA Giovanni Luca. In data 25.05.2009, alle ore 11:42, sull’utenza intercettata 3294082850 in uso a D’AMICO Danilo venivano registrati degli squilli di chiamata senza risposta da parte dell’utenza 3299276696 intestata ed in uso a BERRICA Giovanni Luca.

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Rif. proc. pen. n. 5361/10 RGNR-DDA.
Decreto nr.4302/2006 RGNR DDA e nr.936/09 RIT DDA della Procura della Repubblica – Direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. SIBIO Domenico, nato a Taurianova il 14.05.1978 residente a Rosarno alla Via Sardegna nr.14. Decreto nr.4302/2006 RGNR DDA e nr.936/09 RIT DDA della Procura della Repubblica – Direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. D’AMICO Danilo, nato a Taurianova il 19.07.1977

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In data 25.05.2009, alle ore 11:58, sull’utenza intercettata 3294082850 in uso a D’AMICO Danilo venivano registrato un tentativo di chiamata verso l’utenza 3299276696 intestata ed in uso a BERRICA Giovanni Luca. In data 21.01.2011, alle ore 16:49, sull’utenza intercettata 3470064282 in uso a SPATARO Giuseppe50 quest’ultimo riceveva chiamata da parte dell’utenza 3299276696 in uso a BERRICA Luca Giovanni; quest’ultimo invitava SPATARO Giuseppe a recarsi al suo studio ma questi precisava che non avrebbe potuto perdere molto tempo. SPATARO Giuseppe, è zio acquisito di PESCE Francesco cl. 78 inteso “testuni”, suocero del ricercato FORTUGNO Domenico51 e cugino in primo grado di MARAFIOTI Saverio52. In data 01.02.2011, alle ore 19:21:10, sull’utenza intercettata 3470064282 in uso a SPATARO Giuseppe venivano registrati degli squilli di telefono da parte dell’utenza 3299276696 in uso a BERRICA Luca Giovanni. In data 01.02.2011, alle ore 19:21:55, sull’utenza intercettata 3470064282 in uso a SPATARO Giuseppe venivano registrati, ancora una volta, degli squilli di telefono da parte dell’utenza 3299276696 in uso a BERRICA Luca Giovanni. In data 28.03.2011, alle ore 09:07, l’utenza intercettata 3470064282 in uso a SPATARO Giuseppe veniva contattava dall’utenza 3299276696 in uso a BERRICA Luca Giovanni. I due interlocutori discutevano della produzione di un atto per il quale avevano appuntamento alla 17:00 in Gioia Tauro.

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L’esperienza investigativa maturata dal personale di questo Reparto nel corso delle diverse indagini condotte nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata ha più volte posto in evidenza come il ricorso agli squilli di telefono e/o ai semplici tentativi di chiamata rappresentino un’efficace metodologia di comunicazione utilizzata dai soggetti appartenenti alla criminalità organizzata, che ricorrono a tali stratagemmi per fissare appuntamenti ed incontri, al fine di eludere le intercettazioni della P.G.. 3. Il geometra BERRICA Giovanni Luca risiede ed ha il suo studio professionale in via Eschilo n. 2, proprio accanto all’abitazione del latitante PESCE Giuseppe cl. 80, situata al civico n. 4 della stessa via.

50 51 52

SPATARO Giuseppe, nato a Rosarno (RC) il 26.07.1957, ivi residente alla Via Abruzzi nr.12. FORTUGNO Domenico nato a Cinquefrondi il 20.07.1981, in atti ricercato. MARAFIOTI Saverio nato a Rosarno il 09.04.1965.

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Gli accertamenti effettuati hanno permesso di documentare che la lussuosa casa all’interno della quale vive la famiglia dell’attuale reggente della cosca PESCE, un tempo, apparteneva ai BERRICA53. PESCE Giuseppe è intestatario dell’unità immobiliare sita a Rosarno alla via Eschilo nr. 4, riportata in catasto fabbricati al foglio 23, particella 1520, composta dal sub. 2, piano S1, categ. C/6, classe 2, consist. mq. 80, rendita catastale €. 148,74, nonché dal sub. 3, piano T-1, categ. A/7, classe 2, consist. vani 7, rendita catastale €. 488,05. La casa è stato acquistata da PESCE Giuseppe con la sottoscrizione, in data 11.8.2008, di un mutuo del valore di € 117.146,1254, nonostante il reale valore di mercato dell’abitazione si aggirasse attorno ai 220.000 euro, sia in virtù della metratura dell’immobile che per il pregio delle rifiniture. L’analisi reddituale di PESCE Giuseppe dimostrava che il predetto, per l’anno 2008, aveva dichiarato complessivamente € 15.225,00 percepiti da un rapporto di lavoro dipendente. Nello stesso anno: a) b) la spesa media annuale (alimentare e non alimentare - come da ISTAT per la Calabria) del nucleo familiare del PESCE (quantificata su una famiglia tipo di 2 unità) risultava di €. 11.394,00; PESCE Giuseppe aveva acquistato l’immobile in argomento con l’accensione di un mutuo di €. 117.146,12, da restituire con rate mensili di €. 795,49 cadauna (corrispondenti ad un totale annuo di €. 9.545,88); PESCE Giuseppe, in data 17.10.2008, presso la Ubi Assicurazioni S.p.A., aveva stipulato una polizza assicurativa ramo malattia, recante nr. 6570/001353780, della durata di 25 anni, con premio lordo annuo pari ad €. 480,00. Similmente, in data 17.10.2008, presso la Ubi Assicurazioni S.p.A., stipulava altra polizza assicurativa ramo perdite pecuniarie di vario genere, recante nr. 6570/001353780/1, della durata di 10 anni, con premio lordo annuo pari ad €. 1.569,00. Infine, in data 6.12.2008, presso la Aviva Vita S.p.A., apriva un’altra una polizza assicurativa ramo vita, recante nr. 5350831, della durata di 25 anni, con premio lordo annuo pari ad €. 5.095,00;

c)

PESCE Giuseppe solo per pagare le rate del mutuo ed i contratti assicurativi sottoscritti doveva sostenere, in un anno, una spesa di €. 16.689,88 a fronte di un reddito complessivo di € 15.225,00. Il dato in esame diventa ancor più incoerente se si considera che tutt’oggi viene onorato mensilmente il pagamento delle rate del mutuo, anche se dall’aprile 2010 il predetto PESCE Giuseppe è latitante e la moglie BELLOCCO Ilenia, casalinga dal 2008, non
53

BERRICA Biagio nato a Rosarno (RC) il 3.2.1948, ARTUSO Carmela nata a Rosarno (RC) il 30.7.1953 (genitori del geometra BERRICA Giovanni Luca), BERRICA Francesco nato a Rosarno (RC) il 13.2.1956 e CIURLEO Rosaria nata a Rosarno (RC) il 22.12.1957.
Al tasso annuo 6,5%, concesso dalla Banca Carime S.p.A. della durata di 25 anni, da restituire in rate mensili del valore di € 795,49

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ha mai avuto redditi che le consentissero di sopportare l’acquisto dell’immobile effettuato”. **** Queste essendo dunque le emergenze (ovvero quelle indicate nel decreto di fermo e poi nella nota del ROS in data 9.2.2012) già oggetto di contestazione in occasione della prima iniziativa cautelare assunta nei confronti del BERRICA innanzi al GIP di Palmi, investito della richiesta di convalida della misura precautelare già assunta nei confronti del medesimo indagato, va a questo punto evidenziato quanto argomentato da quel giudice (naturalmente considerando quelle emergenze anche alla luce delle dichiarazioni rese dall’indagato nel corso dell’interrogatorio di garanzia del 10.2.2012, pure in atti) del Berrica per rigettare la richiesta. Per ciò che concerne la posizione di questo indagato, va evidenziato che in questa indagine si procede nei suoi confronti unicamente per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. (in relazione al quale gli viene attribuita la qualifica di mero partecipe). Cionondimeno, dall’insieme degli elementi di cui si dispone, che sono stati valutati unitamente alle dichiarazioni dallo stesso rese in sede di interrogatorio di garanzia, non è stato possibile riconoscere a suo carico l’esistenza di gravi indizi di colpevolezza relativi al delitto che gli viene contestato, per le seguenti ragioni: Innanzitutto vanno richiamati sinteticamente gli elementi di accusa che sono stati posti a suo carico nel decreto di fermo, nonché nella nota dei Carabinieri del ROS del 09.02.2012: - il primo di essi è costituito dalla esatta identificazione nel Berrica di quel “ geometra Luca” che viene menzionato nel “pizzino” sequestrato a Pesce Francesco: a ciò si è giunti sia perché questo indagato effettivamente svolge attività di geometra, sia perché è stato menzionato da Pesce Francesco negli stessi termini del biglietto, ovverosia come “il geometra Luca ”, nel corso della conversazione ambientale del 26.09.2011, durante la quale ha anche aggiunto sul suo conto un ulteriore elemento individualizzante, costituito dal fatto che è persona “che sta a fianco di mio fratello ”; circostanza, quest’ultima che di fatto è stata accertata dai Carabinieri, i quali hanno attestato nella nota in atti del 09.02.2012 che il predetto geometra risiede ed ha uno studio professionale in Rosarno, in via Eschilo, proprio accanto alla abitazione del latitante Pesce Giuseppe, cl. 80. Altro elemento menzionato a suo carico sarebbe costituito dal fatto che il Berrica è ritenuto essere un soggetto molto vicino alla cosca di cui ci si occupa, perché ne

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frequenterebbe numerosi componenti, con alcuni dei quali ha anche intrattenuto contatti telefonici, che sono meglio specificati nella predetta informativa del 09.02.2012, in cui si evidenziano quelli con D’AMICO Danilo, che peraltro è uno dei soggetti inclusi nel “pizzino” sequestrato in carcere. Si aggiunge, inoltre, sul suo conto che è legato da indiretti legami parentali con la famiglia Pesce, dal momento che il di lui fratello, a nome BERRICA Pasquale, è coniugato con Arena Sonia Regina, sorella Arena Tiziana (persona ormai defunta), già moglie del latitante Pesce Marcello, detto “ u ballerinu”. Infine, nell’interesse della predetta cosca, il BERRICA si sarebbe prodigato a più riprese per rendere i suoi servigi professionali di geometra, per come è attestato sia dal contenuto della già menzionata intercettazione ambientale del 26.09.2011 (quando cioè Pesce Francesco comunicava al suo interlocutore che era possibile servirsi del professionista in questione per ottenere un risarcimento dal Tribunale, la cui somma avrebbe dovuto essere liquidata sulla base di una consulenza di parte predisposta dal Berrica medesimo, che avrebbe valutato i danni cagionati dai Carabinieri durante le loro perquisizioni), sia dal suo pronto intervento a casa di Pesce Giuseppe cl. 80 (all’epoca già latitante), quando in data 19.10.2011 venne effettuata una perquisizione per cercare un bunker o altro luogo similare ove il ricercato potesse nascondersi. In altre parole, secondo quanto rappresentato dal P.M., la piena disponibilità del Berrica nei confronti della cosca di cui ci si occupa non sarebbe confinata in un ambito squisitamente professionale, ma assumerebbe una connotazione più marcata, e cioè quella di piena cooperazione con quel gruppo, per come sarebbe incontrovertibilmente dimostrato dal fatto che Pesce Francesco si preoccupa di formalizzarne l’ingresso nella cosca tramite un rituale battesimo, da compiersi attraverso la bruciatura dell’immagine di un “Santino”, di cui si parla a chiare lettere nel pizzino sequestrato. *** Interrogato l’imputato in data 10.02.2012 su ogni singolo elemento di accusa che veniva posto a suo carico, lo stesso riusciva a fornire giustificazioni appaganti che ne escludevano ogni responsabilità in ordine al reato per cui si procede. Ed, infatti, con riferimento alla sua lontana parentela con la famiglia Pesce, in ragione del matrimonio del latitante Pesce Marcello con Arena Tiziana, sorella di Arena Sonia, che ha sposato il di lui fratello Berrica Pasquale, l’indagato spiegava che il matrimonio del germano con Arena Sonia era avvenuto quando già la sorella di lei, a nome Tiziana, era morta da molto tempo, di tal che lui non aveva mai avuto rapporti con la famiglia del predetto latitante. Spiegava, poi, con dovizia di particolari, che i contatti telefonici che gli venivano imputati con Sibio Domenico, con D’Amico Marcello e con Spataro Giuseppe erano giustificati solo da motivi professionali, perché il primo dei tre lo aveva contattato per un preventivo, ma non si era più fatto risentire, mentre per gli altri due aveva curato alcune pratiche di frazionamento e accatastamento di terreni, funzionali al passaggio di

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proprietà , che si riservava di documentare, seppure di essi forniva indicazioni specifiche e convincenti nel verbale di interrogatorio, al quale si rinvia. In merito, poi, al fatto che lo stesso abitasse in una casa contigua a quella di Pesce Francesco, che l’aveva acquistata da lui al prezzo di € 117.146,12 (che è stato ritenuto inferiore a quello di mercato, considerato pari ad € 220.000) e con riferimento alla circostanza che il predetto Pesce non percepisse redditi leciti per pagare il suo debito, il Berrica osservava che la casa in cui abita la famiglia del detenuto era stata costruita dal di lui padre Berrica Biagio, che, in qualità di imprenditore, anni prima aveva edificato su un terreno che aveva in comunione con il fratello- quattro villette a schiera, una delle quali era stata venduta al Pesce, che l’aveva pagata loro integralmente accedendo ad un mutuo, mentre un’altra era rimasta al Berrica Luca come abitazione familiare. In altre parole, egli segnalava di avere ricevuto integralmente il pagamento delle somme dovutegli e che non si gli poteva certo addebitare da parte degli inquirenti il fatto che il Pesce pagasse un mutuo senza avere un reddito adeguato che gli permettesse di saldare le rate mensili, perché egli con quest’ultimo non aveva alcun rapporto, ed anzi era stato sempre di ausilio agli investigatori, quando questi ne avevano avuto la necessità, nel corso dei diversi sopralluoghi compiuti dai Carabinieri per la ricerca dell’allora latitante. Quanto, poi, alla menzione del suo nome sul “pizzino”, ove si legge “GEOMETRA LUCA SANTINO”, lo stesso escludeva radicalmente ogni possibile connessione tra lui e la criminalità organizzata e riteneva inverosimile la possibilità che di lui si potesse parlare come di un soggetto da affiliare attraverso un rituale battesimo, nei termini suggeriti dal P.M. Evidenziava, poi, che con il termine di “SANTINO” il Pesce con ogni probabilità aveva inteso riferirsi ad un nome di persona, che egli riusciva pure ad indicare in Santo PENSABENE, che è persona che da anni si reca al suo studio per commissionargli pratiche di vario tipo ed il cui nome risultava memorizzato nel suo cellulare come “ Santino”. A tale scopo l’indagato, tramite il suo difensore, produceva il prospetto di alcuni fascicoli di ufficio, dove si menzionava il predetto Santo Pensabene, che risultava essere effettivamente suo cliente a far data dal 2001. Spiegava, inoltre, il Berrica che non era certo del fatto che il suddetto Pensabene conoscesse il Pesce, ma non era inverosimile che fosse così, perché a Rosarno si conoscevano un po’ tutti. Aggiungeva, poi, che non sapeva se dietro la cura di quelle pratiche che egli aveva compiuto nell’interesse del Pensabene ci fosse o meno Pesce Francesco, né a che titolo. Era certo, però, che egli con il predetto Pesce non aveva alcun collegamento. Quel che però è stato considerato più significativo da questo Giudice nel corso dell’interrogatorio di cui si diceva è costituito dal fatto che il Berrica ha svolto quel tipo

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di difesa a suo favore senza sapere che agli atti quel termine “SANTINO” non si trova solo sul “ pizzino” in sequestro, ma anche sul carteggio sequestrato nell’anno 2007 a Pesce Francesco, cl. 78: ebbene, scorrendo la minuziosa contabilità che egli aveva annotato su quei documenti, chi scrive ha avuto modo di rilevare che su due dei fogli in sequestro si leggono le seguenti espressioni: “SANTINO x Scalea + INGEGN ” ed ancora “SANTINO x TEK ”. Evidenziato ciò all’indagato, lo stesso ha fatto presente che il profilo da ultimo rilevato da parte di chi lo interrogava poteva senz’altro giovare alla sua causa, perché era di tutta evidenza che la indicazione di quel nome “SANTINO” si accompagnava sempre a prestazioni di natura tecnica, tant’è che in un caso il Pesce lo aveva accostato al termine INGEGN (che potrebbe significare ingegnere) e l’altra al termine TEK (che potrebbe stare per tecnico). Ma non basta: ed, infatti, allorché questo Giudice faceva rilevare all’indagato che nella documentazione sequestrata nel 2007 il termine SANTINO figurava due volte, nei termini anzidetti, lo stesso si accorgeva, in modo del tutto occasionale e spontaneo (che chi scrive può testimoniare), che in quella stessa documentazione, allorché compariva il nome di Santino, più oltre si faceva pure il nome di Pensabene. Tra l’altro si osserva che la stessa struttura della frase che interessa questo indagato è ben diversa da quella della prima parte del “pizzino”, dove si parla del possibile conferimento di una carica mafiosa a Pesce Giuseppe: ed infatti in quest’ultimo caso si dice “FIORE PER MIO FRATELLO”; mentre nel caso del BERRICA non vi è scritto “SANTINO PER GEOMETRA LUCA”, ma GEOMETRA LUCA SANTINO, il che ben potrebbe significare – così come sostiene l’indagato- che Santo Pesanbene, per volere di Pesce Francesco, avrebbe dovuto mettersi in contatto con il Berrica, seppure per ragioni che allo stato si sconoscono. *** Alla luce delle convincenti giustificazioni addotte dall’indagato nel corso del suo interrogatorio, che non hanno fatto residuare a questo Giudice alcun dubbio circa un suo possibile coinvolgimento con l’organizzazione di cui trattasi; tenuto altresì conto della profonda dignità dimostrata dal Berrica nel difendersi, accompagnata anche da una marcata presa di distanza dalla cosca mafiosa per cui è giudizio, si ritiene che non sussistano i gravi indizi di colpevolezza a suo carico per l’accoglimento della richiesta cautelare avanzata dal P.M., la quale va pertanto rigettata, con conseguente sua scarcerazione ed immediata remissione in libertà, se non detenuto per altra causa. ******** Sin qui dunque i contenuti, gli sviluppi e gli esiti della prima iniziativa cautelare esercitata dal P.M. nei confronti del BERRICA per il medesimo fatto posto in provvisorio addebito al predetto ed elevato a fondamento dell’odierna azione cautelare.

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In particolare, poi il requirente reitera l’iniziativa sulla base: A) dei seguenti argomenti: Sul punto, occorre sin da subito fare una serie di considerazioni: 1) per quanto attiene i contatti telefonici tra l’indagato e gli altri componenti della cosca – che BERRICA ha ritenuto di giustificare in virtù dell’attività professionale svolta – il Gip non ha tenuto conto – né in questi termini ha chiesto spiegazioni all’indagato – che trattavasi di meri “squilli”, a cui non è mai seguita alcuna comunicazione. La circostanza è di indubbia valenza indiziaria: se i contatti con i componenti della cosca fossero limitati a rapporti di tipo professionale, non sarebbe stato necessario il ricorso (ripetuto nel tempo) a quelle modalità criptiche di comunicazione; 2) non corrisponde al vero quanto dichiarato dall’indagato in merito all’assenza di rapporti con PESCE Giuseppe cl. 80, tanto che la mattina del 19.10.2011, come già visto, nel corso di una perquisizione nell’abitazione del latitante, alla presenza della moglie BELLOCCO Ilenia55, la donna convocava il “GEOMETRA LUCA” BERRICA, il quale, prontamente, si presentava sul posto per perorare la causa dei PESCE fornendo, addirittura, la planimetria dell’immobile perquisito; 3) i rapporti professionali tra il geometra BERRICA e tale PENSABENE Santino sono stati meramente asseriti e non dimostrati; 4) in ogni caso, anche ove fossero dimostrati tali rapporti professionali (e così non è come si dirà da qui a poco) la circostanza non servirebbe a spiegare le motivazioni per cui PESCE Francesco cl. 78 – detenuto – si sarebbe dovuto preoccupare di dare disposizioni (sulla cui natura lo stesso indagato non ha saputo fornire chiarimenti) circa rapporti professionali leciti intercorrenti tra BERRICA e PENSABENE. Tale ricostruzione è assolutamente inverosimile e in totale contrasto con l’attività investigativa che ha consentito di svelare la logica di quel prezioso “pizzino”. In realtà, così come correttamente evidenziato dal Gip di Reggio Calabria nel provvedimento ex art. 27 c.p.p., il mero inserimento dei nominativi nel corpo del biglietto manoscritto da PESCE Francesco costituisce grave indizio di appartenenza all’associazione mafiosa: “PESCE Francesco cl. 78 non è certamente uno sprovveduto né un visionario; è anzi leader indiscusso di una delle cosche di ‘ndrangheta più pericolose del panorama internazionale, che nelle fasi concitate del suo trasferimento in altro luogo di detenzione ad appena due giorni dal suo arresto dopo un lungo periodo di latitanza ha sentito la necessità (verosimilmente proprio per il timore di non riuscire ad avere dopo le stesse possibilità di comunicazione che aveva nel carcere di Palmi) di affidare a brevissime note vergate su un biglietto con linguaggio sintetico ed allusivo una serie di disposizioni per i sodali in libertà che evidentemente reputava di una urgenza, rilevanza e serietà
55 BELLOCCO Ilenia nata a Cinquefrondi (RC) il 19.06.1989, domiciliata a Rosarno alla Via Eschilo nr.4.

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tali da indurlo ad accettare i rischi - sempre esistenti - di intercettazione e sequestro del biglietto. Il che non può che rendere vieppiù percettibile la rilevanza dimostrativa del biglietto, proprio perché evidentemente contenente una serie di indicazioni da far pervenire all’esterno che il PESCE riteneva di non potere liberamente e tranquillamente comunicare durante un colloquio con un familiare, ovvero affidandole ad un colloquio telefonico o ad una lettera; si trattava di indicazioni che dovevano appunto rimanere segrete, da nascondere alla polizia penitenziaria ordinariamente deputata al controllo delle sue comunicazioni, od addirittura alla polizia ed all’autorità giudiziaria (qualora i suoi colloqui fossero stati assoggettati ad intercettazione); e tanto non può che sostanziare in sé indizio della pertinenza di dette indicazioni agli affari propri della cosca diretta da Testuni”.
B) delle seguenti nuove emergenze: ELEMENTI INDIZIARI SOPRAVVENUTI A CARICO DI BERRICA LUCA All’esito delle dichiarazioni rese dall’indagato innanzi al Gip di Palmi e nonostante l’irragionevolezza del racconto, il PM ha ritenuto di emettere una delega di indagine, al fine di riscontrare le dichiarazioni rese, in particolare, sulla natura dei rapporti tra BERRICA e tale Santo Pensabene, tirato in causa per giustificare l’accostamento del termine “santino” alla dizione “geometra luca” contenuta all’interno del “pizzino”. Il ROS CC di Reggio Calabria ha evaso la delega con nota n. 63/52-10-2011 del 9.3.2012, qui di seguito integralmente trascritta: “Ad evasione della delega di indagini in oggetto indicata, di seguito, si riferiscono le verifiche effettuate sul conto di PENSABENE Santo56: 1. ACCERTAMENTI ANAGRAFICI Dalla consultazione degli archivi anagrafici dei Comuni di Rosarno e Reggio Calabria, è emerso quanto segue: Stato di famiglia originario NOME PENSABENE (padre) MESSINA (madre) PENSABENE (interessato) PENSABENE (fratello)
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CO. NASCIT. Antonio Reggio 04/05/1932 Calabria Caterina 12/03/1941 Rosarno Santo Vibo 06/01/1963 Valentia Rocco 13/09/1964 Rosarno

DT. NASCIT.

PADRE Santo

MADRE

CAMA Rosina TOCCO Maria Rocco Rosa MESSINA Antonio Caterina Antonio MESSINA Caterina

PENSABENE Santo, nato a Vibo Valentia il 06.01.1963, residente a Rosarno alla via Francesco Cilea n. 3.

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PENSABENE (sorella)

Rosa 11/08/1966 Rosarno Antonio MESSINA Caterina

A seguito di matrimonio contratto dai germani PENSABENE Santo, Rocco e Rosa, si venivano a creare i seguenti nuclei familiari: Stato di famiglia acquisito dell’interessato PENSABENE Santo NOME PENSABENE Santo VARDE' Angiolina DT. NASCIT. CO. NASCIT. Vibo 06/01/1963 Valentia Vibo 15/05/1964 Valentia PADRE Antonio Giuseppe Santo Santo Santo Santo MADRE MESSINA Caterina CAMPENNÌ Domenica VARDÈ Angiolina VARDÈ Angiolina VARDÈ Angiolina VARDÈ Angiolina

PENSABENE Caterina 05/04/1986 Tropea PENSABENE Antonio Domenico 04/08/1988 Tropea Vibo PENSABENE Marika Pia 16/04/2002 Valentia PENSABENE Miriam Vibo Rosa 16/04/2002 Valentia

Stato di famiglia acquisito di PENSABENE Rocco (fratello dell’interessato) NOME PENSABENE Rocco PENSABENE Greta PENSABENE Antonio DT. NASCIT. CO. NASCIT. PADRE Antonio Rocco Rocco MADRE MESSINA Caterina PELLEGRINO Grazia PELLEGRINO Grazia

13/09/1964 Rosarno 13/07/1993 Polistena Reggio 27/12/1997 Calabria

Stato di famiglia acquisito di PENSABENE Rosa (sorella dell’interessato) NOME MADULI Antonio DT. NASCIT. Giuseppe 09/07/1959 Taurianova 11/08/1966 Rosarno 23/08/1988 Polistena 14/06/1992 Polistena Vincenzo Antonio Giuseppe Ant. Giuseppe CO. NASCIT. PADRE MADRE VECCHIO Giuseppa MESSINA Caterina PENSABENE Rosa PENSABENE

PENSABENE Rosa MADULI Vincenzo MADULI Biagio

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Ant. 2. ACCERTAMENTI FISCALI

Rosa

Dalla consultazione delle BB.DD. della Camera del Commercio e dell’Agenzia delle Entrate, orientati a verificare la sussistenza in capo a tutti i predetti soggetti di eventuali ditte/società operanti nel settore edile e/o similari, emergeva che: - MESSINA Caterina (madre di PENSABENE Santo) risultava intestataria dell’omonima ditta individuale57, ad oggi ancora attiva, operante nel settore dell’abbigliamento; - PENSABENE Santo risultava intestatario dell’omonima ditta individuale58, creata in data 06.09.2011, attiva nel settore del commercio di autovetture; - PENSABENE Caterina (figlia di Santo) risultava socio amministratore della ditta “ALBA BLU di PRONESTÌ e PENSABENE – S.n.c.”59, ad oggi ancora attiva ed operante nel settore turistico; - PENSABENE Antonio Domenico (figlio di Santo) risultava titolare dell’omonima impresa individuale60 operante nel settore del commercio di calzature, articoli di pelletteria, abbigliamento ed accessori; - MADULI Giuseppe Antonio (cognato di Santo) risultava titolare dell’omonima impresa individuale61 operante nel settore delle colture agrumicole. 3. RAPPORTI PROFESSIONALI TRA BERRICA GIOVANNI LUCA ED I PENSABENE Dalle verifiche condotte presso l’Ufficio Tecnico del Comune di Rosarno, finalizzate a riscontrare eventuali recenti opere edili in corso e/o in sanatoria presentate dai PENSABENE risultava che62: in data 24.03.2000, in favore di PENSABENE Santo era stata rilasciata una concessione edilizia in sanatoria n. 174 per il fabbricato distinto al N.C.E.U.63 al foglio n. 23 part. 1067 sub 14. La pratica era stata trattata dall’arch. SCRIVA Domenico; in data 24.03.2000, in favore di PENSABENE Rosa (sorella di Santo) era stata rilasciata una concessione edilizia in sanatoria n. 175 per il fabbricato distinto al N.C.E.U. al foglio n. 23 part. 1067 sub 12. La pratica era stata trattata dall’arch. SCRIVA Domenico;

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Ditta individuale MESSINA Caterina, con sede locale in Rosarno alla via Carlo Alberto n. 76, partita iva 00242240802, con luogo di esercizio in Rosarno alla via Provinciale n. 151. Vds. all. n. 1.

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Ditta individuale PENSABENE Santo, con sede legale in Rosarno alla via Provinciale snc, partita iva 02566370801, con luogo di esercizio a Nicotera in località Filuppella. Vds. all. n. 2. Società in nome collettivo “ALBA BLU di PRONESTÌ e PENSABENE – S.n.c.”, con sede legale a Nicotera (VV) alla via Stazione snc, partita iva 02929530794, inattiva dal 03.02.2011. Vds. all. n. 3.

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Ditta individuale PENSABENE Antonio Domenico, con sede legale in Rosarno alla via Francesco Cilea n. 5, partita iva 02481990808. La ditta ha due unità locali: la prima con sede a Reggio Calabria, frazione Gallico in via Nazionale 248 e la seconda in Rosarno alla via Francesco Cilea n. 3. Vds. all. n. 4.

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Ditta individuale MADULI Giuseppe Antonio, con sede legale in Rosarno alla via Ligabue n. 5, partita iva 02320670801. Vds. all. n. 5. Vds. Nota del Comune di Rosarno, in All. n. 6. Nuovo Catasto Edilizio Urbano.

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in data 24.03.2000, in favore di PENSABENE Rosa (sorella di Santo) era stata rilasciata una concessione edilizia in sanatoria n. 176 per il fabbricato distinto al N.C.E.U. al foglio n. 23 part. 1067 sub13. La pratica era stata trattata dall’arch. SCRIVA Domenico; in data 08.08.2000, in favore di PENSABENE Santo era stata rilasciata una concessione edilizia in sanatoria n. 226 per il fabbricato distinto al N.C.E.U. al foglio n. 21 part. 1603 sub 4. La pratica era stata trattata dal geom. BERRICA Giovanni; in data 19.09.2000, in favore di PENSABENE Santo era stata rilasciata una concessione edilizia in sanatoria n. 235 per il fabbricato distinto al N.C.E.U. al foglio n. 21 part. 1603 sub 1 e 2. La pratica era stata trattata dal geom. BERRICA Giovanni; in data 19.09.2000, in favore di PENSABENE Santo era stata rilasciata una concessione edilizia in sanatoria n. 245 per il fabbricato distinto al N.C.E.U. al foglio n. 21 part. 1603 sub 3. La pratica era stata trattata dal geom. BERRICA Giovanni; in data 18.09.2003, in favore di PENSABENE Rosa (sorella di Santo) era stato rilasciato un permesso di cosruire in sanatoria n. 31 per il fabbricato distinto al N.C.E.U. al foglio n. 19 part. 504 sub 3 e 4. La pratica era stata trattata dall’arch. SCRIVA Domenico; in data 21.10.2003, in favore di PENSABENE Rocco (fratello di Santo) era stato rilasciato un permesso di costruire in sanatoria n. 37 per il fabbricato distinto al N.C.E.U. al foglio n. 23 part. 498 sub 9. La pratica era stata trattata dall’arch. SCRIVA Domenico; in data 22.10.2003, in favore di PENSABENE Santo era stato rilasciato un permesso di cosruire in sanatoria n. 36 per il fabbricato distinto al N.C.E.U. al foglio n. 23 part. 498 sub 8. La pratica era stata trattata dall’arch. SCRIVA Domenico; in data 19.07.2007, in favore di VARDE’ Angiolina (moglie di PENSABENE Santo) era stato rilasciato un permesso di costruire n. 36/2007 per la realizzazione di un fabbricato ricadente al N.C.E.U. al foglio n. 37 partt. 627 e 629. In data 11.08.2011, il Comune di Rosarno avallava delle variazioni al progetto originario, accordando, in relazione al fabbricato da edificare, un permesso di costruire in variante (avente n. 40). Nel concreto, all’interessata veniva concesso il cambio della destinazione d’uso dell’immobile da usi commerciali ad usi civili. La pratica, nel suo complesso, era stata trattata dall’arch. BUSCETI Francesco. 4. CONCLUSIONI L’analisi della documentazione presente negli uffici del Comune di Rosarno permetteva di accertare che i rapporti professionali tra il geom. BERRICA e l’intero nucleo familiare di PENSABENE Santo erano limitati a soli tre casi su undici ed alla data odierna non risulta alcun incarico affidato al predetto geometra, il cui ultimo incarico affidato dai PENSABENE risaliva ad oltre undici anni addietro (anno 2000).

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Infine, nel corso dell’attività di intercettazione telefonica64 a carico del geom. BERRICA non era stato mai registrato alcun contatto né con l’arch. BUSCETI (a sostegno che non vi sia alcun rapporto di collaborazione tra gli studi dei due professionisti) né, tantomeno, con PENSABENE Santo o i suoi familiari”. L’attività di indagine successivamente effettuata, pertanto, smentisce l’assiduità e l’attualità dei rapporti tra BERRICA e PENSABENE Santo. Né si comprende – come sostenuto dal Gip di Palmi – come l’aver rinvenuto, nella documentazione del 2007, il nome proprio “Santino” collegato a “prestazioni di natura tecnica” : “SANTINO x Scalea + INGEGN” ed ancora “SANTINO x TEK” possa in alcun modo essere utilizzato in senso favorevole all’indagato, in quanto, secondo il Gip “Evidenziato ciò all’indagato, lo stesso ha fatto presente che il profilo da ultimo rilevato da parte di chi lo interrogava poteva senz’altro giovare alla sua causa, perché era di tutta evidenza che la indicazione di quel nome “SANTINO” si accompagnava sempre a prestazioni di natura tecnica, tant’è che in un caso il Pesce lo aveva accostato al termine INGEGN ( che potrebbe significare ingegnere) e l’altra al termine TEK (che potrebbe stare per tecnico). L’attività di indagine successivamente svolta ha smentito quanto asserito: l’attività professionale esercitata da PENSABENE nulla ha a che vedere con attività edili: egli e la sua famiglia sono venditori di abbigliamento e di scarpe; nulla hanno e possono avere a che fare con “ingegneri” e “tecnici” come ipotizzato dal Gip. Negli appunti del 2007, inoltre, non si rileva mai la correlazione tra BERRICA e il Santo PENSABENE. In ogni caso, non si comprende come il nome proprio “Santino” contenuto in appunti personali risalenti a cinque anni orsono debbano essere necessariamente letti in correlazione con il termine “santino” utilizzato nel “pizzino” sequestrato. Trattasi, infatti, di documenti redatti con finalità del tutto differenti: di contabilità interna nel primo caso; di impartire disposizioni all’esterno nel secondo. Il tentativo di autodifesa del BERRICA, pertanto, non ha retto al riscontro delle indagini successivamente espletate. Nel “pizzino” il termine “santino” associato alla dizione “geometra Luca” non può che avere il significato di investitura formale che ne hanno dato originariamente gli investigatori. Né deve sorprendere la modalità scelta dal giovane boss per l’affiliazione: era l’unica modalità consentita dallo stato detentivo in cui si trovava e, temporalmente, l’ultimo momento utile per far conoscere all’esterno le sue volontà. Attraverso il “pizzino” PESCE Francesco, consapevole dell’imminenza del trasferimento e dell’applicazione del regime di cui all’art. 41bis Ord. Pen., ha impartito gli ultimi ordini e disposizioni, tra cui l’investitura di tutta una serie di soggetti quali componenti della ndrina riconducibile al fratello PESCE Giuseppe (non a caso, trattasi di 7 individui, numero minimo di
64 Rif. Decreto n. 9762/11 RGNRDDA e n. 227/12 RITDDA emesso il 06.02.2012.

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uomini per costituire una ndrina) e una serie di disposizioni patrimoniali i cui destinatari, all’evidenza, non possono che ricoprire un ruolo di fiducia all’interno della cosca mafiosa. Va, inoltre, ricordato che i vari contrasti (di cui si è avuta contezza nell’ambito del procedimento cd. ALL INSIDE) tra PESCE Francesco cl. 78 e altri componenti apicali dell’organizzazione non rendevano così automatico il passaggio della leadership al giovane fratello. I componenti della famiglia in regime di libertà, così come l’abile cugino PESCE Marcello, ancora latitante, approfittando dello stato detentivo di PESCE Francesco cl. 78, avrebbero potuto tentare il sopravvento. Attraverso il “pizzino”, pertanto, PESCE Francesco cl. 78 ha voluto lanciare un forte monito all’esterno: la leadership resta ai “Testuni”, attraverso il fratello Giuseppe. Ciò all’evidente fine di scongiurare il pericolo che qualche altro ramo della famiglia potesse avvantaggiarsi della sua assenza e prendere il controllo della cosca, che è retta dai “Testuni” dalla morte del vecchio boss Giuseppe cl. 23. In questo contesto, PESCE Francesco ha ritenuto di affiliare formalmente il geometra Luca, evidentemente, meritatosi la sua fiducia. Si ritengono, pertanto, sussistenti a carico di BERRICA Luca gravi indizi di colpevolezza per l’appartenenza all’associazione mafiosa PESCE. VALUTAZIONI DEL GIP Reputa il giudicante che la considerazione della prima parte dello sviluppo argomentativo del P.M., [quella - per intendersi che sopra s’è riportata sub A)] così come – in gran parte - degli ultimi capoversi contenenti le conclusioni del requirente, debbano essere per il momento accantonati. E non solo per contenere essi evidenti profili rescindenti della motivazione posta dal primo GIP a fondamento delle proprie conclusioni reiettive, che risultando di fatto pienamente assimilabili alle censure proprie dei motivi di appello, finiscono per rendere vieppiù manifeste le difficoltà di contenere la richiesta, e dunque anche il presente giudizio, dell’autentica sopravvenuti, mascherato. Invero, ogni ulteriore considerazione, per le ragioni ampiamente sviluppate sopra (al § I), dev’essere necessariamente preceduta dalla valutazione dell’ammissibilità della richiesta sotto il profilo della novità delle emergenze mera rivalutazione da esso dell’azione ogni a bandendo surrettizio negli ambiti propri dei di nova appello cagione profilo

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portate e, poi, di fondamento della richiesta dal punto di vista della qualità sostanziale del novum allegato. Il che impone di concentrare l’attenzione proprio sul contenuto della nota Informativa del ROS dei CC del 9.3.2012. Si tratta di nota (come puntualmente evidenziato dallo stesso requirente) redatta su espressa delega di indagine del P.M. evidentemente diretta proprio a verificare alcune circostanze

emerse in seno all’interrogatorio 10.2.2012 del BERRICA e (tra altre) valorizzate dal GIP per rigettare la richiesta. Ora non v’è dubbio che in tale nota vengano riprodotte circostanze certamente nuove rispetto a quanto già vagliato dal primo GIP e tanto, sempre in ossequio alle linee interpretative che ci si è dati supra, porta ad escludere che il presente giudizio possa esitare con una declaratoria d’inammissibilità della richiesta. Ciò non significa però che, passando ad esaminare la qualità dei nova prodotti, l’iniziativa del P.M. possa ritenersi in grado di superare quel vaglio di sostanza cui questo GIP reputa debba essere subordinata la reiterazione della richiesta cautelare (per evitare che si trasformi in un surrettizio gravame verso la prima decisione legittimamente adottata da altro giudice). Non v’è dubbio infatti che gli elementi nuovi allegati dal P.M. [sostanzialmente nulla più che 1) lo sviluppo delle relazioni anagrafiche di PENSABENE Santo; 2) l’individuazione delle attività economico-professionali riconducibili al predetto ed ai familiari; 3) la ricostruzione delle relazioni professionali tra il Berrica ed il PENSABENE od i familiari di questi ] non appaiano tali da determinare (certamente non da soli, ma nemmeno se considerati in combinazione con quelli già valutati) una rivisitazione del percorso argomentativo sviluppato dal primo giudice per rigettare la domanda (tanto da portare a ritenere che, ove dal primo GIP conosciuti, lo avrebbero indotto ad accogliere, anziché rigettare la domanda cautelare).

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Per dar conto di tale conclusione è sufficiente porre mente al fatto che il GIP di Palmi non ha affatto rigettato la richiesta sulla base dell’assunto che il SANTINO accostato al GEOM LUCA nel biglietto sequestrato a PESCE Francesco cl. 78, fosse certamente e proprio il PENSABENE Santo emerso ad un certo punto nel corso dell’interrogatorio del BERRICA. Piuttosto, il GIP ha considerato, anche in ragione del fatto che riferimenti a SANTINO erano disseminati anche negli appunti sequestrati a PESCE Francesco nel 2007, che della frase GEOM LUCA SANTINO annotata nel “pizzino” non fosse del tutto fuori contesto del la lettura/interpretazione da formalizzare [alternativa con il a quella proposta dagli inquirenti alludente all’affiliazione mafiosa BERRICA, appunto SANTINO] offerta dall’indagato come di un incarico di relazionarsi con il GEOM LUCA mandato dal Pesce ad un non meglio identificato soggetto a nome SANTINO, in relazione ad un qualcosa che stava a cuore al boss e che doveva essere noto, oltre che a questi, al destinatario del pizzino stesso. È stato quindi (solo) ipotizzato che il SANTINO in questione potesse essere proprio il PENSABENE in ragione del fatto che questi era l’unico rispondente al predetto nome di battesimo di cui il BERRICA si ricordasse come cliente [peraltro non solo in relazione ad attività edilizie quali quelle verificate dai CC presso l’Ufficio Tecnico di Rosarno, ma anche per altre pratiche (come frazionamenti, misurazioni, accatastamenti) non impegnanti l’Ufficio tecnico compulsato dai Carabinieri; senza contare che non si dovevano necessariamente riscontrare contatti telefonici nel periodo di intercettazione del BERRICA (nell’ultimo scorcio del 2011) con lo studio dell’arch. BUSCETI per attività professionali in ipotesi risalenti anche ad alcuni anni prima] ma non si può certo escludere che il SANTINO citato nel biglietto potesse essere altro soggetto che non aveva avuto ancora alcun contatto professionale con il GEOM LUCA, e quindi a questi (a tutt’oggi) sconosciuto.

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Se ne ha che, l’avere il P.M. cercato (ma l’operazione - come s’è visto - non sembra nemmeno del tutto riuscita) con i “nuovi” elementi allegati di contestare l’assunto proposto dal BERRICA (e ritenuto ragionevole dal GIP palmese) che il (come) il PENSABENE Santo, non vale a SANTINO citato quella potesse essere non una carica di ‘ ndrangheta ma una persona, determinare necessaria ed oggettiva rivisitazione del quadro cautelare che sola giustificherebbe la reiterazione in prime cure dell’azione cautelare. Vero è che lo sviluppo argomentativo del primo GIP si articola lungo una più complessiva considerazione degli elementi a carico portati dall’accusa che, muove certamente dal pizzino [con la lettura alternativa della parola SANTINO, che evidentemente pone in discussione ma quella che proposta non dall’accusa nemmeno nei la termini diversità già di considerati, trascura

collocazione nello scritto del riferimento alla parola (in particolare s’è fatto riferimento alla distanza rispetto alla prima parte in cui si fa cenno al conferimento di cariche di ‘ndrangheta, laddove la comunanza di argomento ne avrebbe giustificata la vicinanza)], ma che contesta anche – pure in ragione delle difese del BERRICA - la valenza significativa degli ulteriori elementi a carico portati dall’accusa. Si tratta di uno sviluppo argomentativo che si può pure – legittimamente - reputare non convincente od addirittura errato, ma che non mette conto a questo GIP di rivalutare in difetto di nuove allegazioni che valgano davvero a rimetterlo in discussione. Se ne deve far conseguire il rigetto (per difetto di novità di rilievo sostanziale) della domanda cautelare proposta nei confronti di BERRICA Luca.

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2.5. (Segue). FORTUGNO Domenico.Nei confronti del Fortugno Domenico il P.M. esercita l’azione cautelare in relazione alla contestazione, sia pure con i connotati provvisori della fase, di essersi associato alla cosca di ‘ndrangheta armata facente capo alla famiglia Pesce “…con funzioni direttamente esecutive delle direttive di PESCE Francesco cl. 78 e, dopo il suo arresto, del fratello latitante PESCE Giuseppe cl. 80, nonché per avere collaborato direttamente e personalmente al finanziamento dell’organizzazione, attraverso il delitto di riciclaggio, in quanto, stabilmente dedito alla ricezione di assegni bancari provento delle attività illecite del gruppo, restituendo denaro contante o altri assegni bancari, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa, nonché per svolto funzioni di intestatario fittizio di attività commerciali riconducibili al gruppo criminale”. S’è già fatto cenno alla circostanza che, nei confronti del FORTUGNO, si è in presenza di una riedizione dell’iniziativa cautelare già esercitata per il medesimo fatto [anche per l’indagato la genesi di quell’iniziativa rinvenne causa nell’attribuzione da parte degli investigatori proprio al FORTUGNO Domenico del seguente passo “ASS FORTUG” dell’ormai noto pizzino, passo preceduto al rigo prima dalla frase “BIASE SOLDI POLACCA” (dove “BIASE” è stato identificato in DELMIRO Biagio e la “POLACCA” nella cittadina rumena CONSTIN Camelia) e seguito al rigo successivo dalla frase GEOMETRA LUCA SANTINO] con il decreto di fermo del 9.2.2012, rigettata tuttavia dal GIP del Tribunale di Palmi con ordinanza 15.2.2012 in esito al giudizio di convalida del fermo, per difetto di gravità indiziaria. Lo stesso P.M. ha peraltro ricordato nella richiesta (ma lo aveva già fatto in seno al decreto di fermo del 9.2.2012) che il FORTUGNO Domenico era già stato coinvolto nel procedimento c.d. ALL INSIDE proprio in quanto associato alla cosca di ‘ndrangheta armata dei Pesce [in particolare con “funzioni operative” massimamente relative alla “esecuzione … di atti intimidatori…”]; tant’è che lo stesso colpito dal decreto di fermo del 26-28.4.2010, s’era visto applicare la misura custodiale prima da parte del GIP di Palmi competente per la convalida e poi da questo GIP con l’Ordinanza ex art. 27 c.p.p. emessa in data 20.5.2010. Il P.M. ha quindi ricostruito le successive vicende

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cautelari, con l’annullamento (con ordinanza 2.8.2010) del titolo custodiale da parte del T.d.L. e ricordato che, nel giudizio di merito, il FORTUGNO è stato rinviato a giudizio con decreto del GUP di Reggio Calabria in data 21.4.2011 innanzi al Tribunale di Palmi, proprio per il delitto associativo di che trattasi (processo allo stato pendente nella fase dibattimentale). In ultima analisi dunque, l’iniziativa cautelare qui in esame con particolare riferimento al reato associativo di cui al capo A (giacché al FORTUGNO si addebitano nel presente procedimento anche altre condotte illecite, quelle di cui ai capi B e C, certamente non oggetto di contestazione nel processo ALL INSIDE), registra quindi, nuovamente, la richiesta cautelare in relazione al delitto di associazione al sodalizio di ‘ndrangheta armato facente capo alla famiglia PESCE di Rosarno per il quale il FORTUGNO è indagato nel presente procedimento (c.d. CALIFFO), essendo nel contempo pure imputato innanzi al Tribunale di Palmi nel procedimento c.d. ALL INSIDE. Tanto non è evidentemente sfuggito al P.M. che già nelle premesse dell’odierna richiesta ha inteso chiarire che il reato contestato a quest’ultimo in seno al citato procedimento sarebbe stato “accertato sino a quella data” ovvero sino alla data del rinvio a giudizio decretato il 21.4.2011; del resto, proprio per evidenziare la diversità del tempus commissi delicti rispetto alla contestazione nel procedimento ALL INSIDE, il P.M. ha diversamente specificato, nel presente procedimento, la dimensione temporale della condotta provvisoriamente contestata al capo A in relazione agli indagati già indagati in quel procedimento [ha scritto infatti “per PESCE Giuseppe e FORTUGNO Domenico, a far data dal 12 agosto 2011 (data del sequestro nei confronti di PESCE Francesco cl. 78, del biglietto manoscritto di cui appresso in motivazione)”]. La precisazione consente di ritenere acquisito come nemmeno il requirente dubiti che dal punto di vista degli altri elementi, oggettivi e soggettivi, della fattispecie associativa in contestazione vi sia sostanziale sovrapponibilità della condotta contestata al FORTUGNO in seno al processo ALL INSIDE e quella per la quale è indagato nell’ambito del presente procedimento: viene infatti in considerazione, evidentemente, sempre e comunque l’associazione del medesimo, con ruolo di mero partecipe, al medesimo sodalizio di

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‘ndrangheta, la “cosca c.d. PESCE” tradizionalmente operante in Rosarno e territori limitrofi, ma con importanti articolazioni territoriali anche in Lombardia ed in altri luoghi non solo del territorio nazionale; d’altro canto, la diversa e più puntuale specificazione dei ruoli demandati al FORTUGNO in seno all’organizzazione criminale di che trattasi compiuta dal P.M. in seno alla presente indagine (rispetto al procedimento ALL INSIDE), specificazione peraltro in gran parte conseguenza delle più recenti emergenze relative agli ulteriori – rispetto a quello associativo – addebiti mossi all’indagato nel presente procedimento (capi B e C), non determina concretamente alcuna variazione (e novità) nella dimensione oggettiva della condotta in contestazione, in ragione di quanto supra evidenziato (al § 1.1.) circa i connotati della condotta punita dall’art. 416 bis c.p. [appunto l’associarsi al sodalizio criminale, comportamento prescindente dal ruolo concretamente svolto nell’organigramma della consorteria, rilevante solo a fini di prova dell’associazione]. In altre parole, l’unico, ma fondamentale, tratto di “diversità” del fatto associativo per cui si indaga, rispetto al fatto per cui il FORTUGNO è in atto imputato nel processo ALL INSIDE, sarebbe dato, nella prospettiva del P.M., dalla diversa dimensione temporale del reato associativo. È infatti pacifico che “il delitto di associazione per delinquere - e ovviamente anche quello di associazione mafiosa - è un reato permanente che non si esaurisce nell'atto con cui l'associato presta la sua adesione all'organizzazione, ma perdura nel tempo finché l'adesione non venga meno mediante la dissociazione. E ciò perché il bene giuridico tutelato dalla normativa penale sulla materia è il pericolo di turbativa dell'ordine pubblico derivante potenzialmente dall'organizzazione criminosa, pericolo che non cessa fino a quando l'associazione è in vita o comunque, con riferimento specifico all'attività partecipativa del singolo aderente, finché questi non sia uscito dall'organizzazione facendo venir meno il suo personale apporto (…)”; peraltro la permanenza del reato “(…) non pregiudica un nuovo giudizio che abbia per oggetto la condotta successiva. Diversamente opinando dovrebbe pervenirsi alla conclusione che l'associato, pur continuando a partecipare, dopo il primo giudizio, alla realizzazione delle finalità dell'organizzazione

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contribuendo quindi alla compromissione dell'ordine pubblico, dovrebbe per tale ulteriore attività rimanere impunito (…)” con la conseguenza che il primo giudizio “(…) equivarrebbe ad una ‘licenza’ di associarsi – ‘rectius’: di permanere associato - ad una organizzazione criminosa” (Corte Assise Siracusa, 26 febbraio 1996, Grado). Il tema attiene quindi al frazionamento in più fatti penalmente rilevanti di una condotta, quella associativa, che potrebbe anche, sul piano concreto, rimanere unica, per non essere venuta meno l’associazione criminale e per non avere inteso l’affiliato, nemmeno dopo essere stato chiamato a rispondere di tale condotta in un processo penale, recedere dal sodalizio. Sul piano formale, non può revocarsi in dubbio che proprio alla contestazione sia rimesso il compito di delimitare l’ambito del fatto già a giudizio o giudicato, e quindi anche del reato permanente [hanno infatti chiarito le S.U. sin dal 1994: “Quando il capo di imputazione contenuto nel decreto di rinvio a giudizio relativo ad un reato permanente si limiti ad indicare soltanto la data iniziale del fatto o quella della denuncia, ma non anche la data di cessazione della permanenza, l'intrinseca idoneità di tale tipo di reato a durare nel tempo, anche dopo l'avverarsi dei suoi elementi costitutivi, comporta che l'originaria contestazione si estenda all'intero sviluppo della fattispecie criminosa e che l'imputato sia conseguentemente chiamato a difendersi, fin dall'origine, non soltanto in ordine alla parte già realizzatasi di tale fattispecie, ma anche con riguardo a quella successiva, perdurante fino alla cessazione della condotta o dell'offesa e comunque non oltre la sentenza di primo grado.” (Cassazione penale, sez. un., 11/11/1994)]. Non v’è dubbio, quindi, che ove si ritenesse nella fattispecie che il P.M. abbia effettivamente “chiusa” la contestazione associativa nel procedimento ALL INSIDE in una fase antecedente al 12.8.2011, data di inizio dell’odierna contestazione associativa, ci si troverebbe innanzi ad un nuovo reato associativo pendente in fase di indagini preliminari. Così però non è.

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Diversamente da quando segnalato dal P.M. infatti, l’imputazione formulata nel decreto dispositivo del giudizio pronunciato da questo GUP distrettuale in data 21.4.2012 nei confronti, tra gli altri, di FORTUGNO Domenico non contiene alcuna indicazione di chiusura della contestazione associativa; gli imputati del delitto contestato al capo 1 sono stati infatti rinviati a giudizio, rispettivamente, per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. co. 1, 2, 3 4, 5 e 6 c.p., indicato come commesso “In Rosarno, Milano ed altri luoghi con condotta accertata sino ad almeno il 28.4.2010 e tuttora perdurante”. Ora è indubbio che tale ultima locuzione sancisca proprio il carattere “aperto” della contestazione, che deve pertanto ritenersi, “in attesa di chiusura” per effetto della sentenza definitiva del giudizio di primo grado [tale opzione interpretativa, a partire dalla Sezioni Unite citata è fatta propria dalla giurisprudenza maggioritaria, tanto da poterla definire costituisce ormai ius receptum allorquando si sia “...in presenza di un reato permanente nel quale la contestazione sia stata effettuata nella forma cosiddetta ‘aperta’ (…)” (così, Cass. penale, sez. I, 17 novembre 2005, n. 46583; cfr. altresì, Sez. V, 19 marzo 2009, n. 31111; Sez. V, 1 luglio 1996, n. 3331, Aiello; Sez. VI, 4 dicembre 2003, n. 7191)]. Ai fini che ci occupano la prima conclusione che discende da tale verifica concerne il rilievo di un bis in idem, essendo il medesimo il reato associativo per cui il P.M. procede nei confronti del FORTUGNO in seno all’odierno procedimento e quello per il quale il predetto è in atto imputato sottoposto a giudizio di primo grado nel processo ALL INSIDE. L’aver poi verificato che per tale addebito risulta già esercitata l’azione penale e che il relativo procedimento pende innanzi al Tribunale di Palmi in composizione collegiale impone di individuare proprio in quell’ufficio “…il giudice che procede” competente, a termini dell’art. 279 c.p.p., per l’applicazione della misura cautelare richiesta dal P.M.. In conclusione, si impone la declaratoria di incompetenza funzionale del GIP adito essendo appunto il Tribunale di Palmi in composizione collegiale competente a (eventualmente) applicare la misura custodiale richiesta dal P.M. nei confronti del Fortugno in relazione al capo A, essendo già stato per

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tale reato il predetto rinviato a giudizio (pendente appunto innanzi a quel giudice). Il riconoscimento dell’incompetenza funzionale, peraltro, preclude in via preliminare ogni ulteriore valutazione di questo giudicante in ordine all’ammissibilità/accoglibilità [in particolare quanto agli aspetti della verifica di cui s’è detto supra (al § I)] della richiesta in relazione al capo in questione; difettano infatti chiaramente, per le considerate vicende dell’iniziativa cautelare già promossa (infruttuosamente) nei confronti del FORTUGNO in relazione al capo in questione con il decreto di fermo del 9-14.2.2012, le ragioni d’urgenza che legittimerebbero l’adozione in via provvisoria, a termini dell’art. 27 c.p.p., della misura custodiale. Occorre pertanto in relazione all’addebito in esame ordinare, a termini dell’art. 22 c.p.p., la restituzione degli atti al P.M..

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2.6. Sui reati di cui ai contestazioni.-

capi B e C. Le due “facce” delle

Ai capi in questione, si contestano due fatti di intestazione fittizia di imprese penalmente rilevanti a termini degli artt. 12 quinquies L. 356/1992 e 7 L. n. 203/1991, in quanto finalizzati all’elusione delle misure di prevenzione patrimoniali, entrambi ruotanti intorno alla persona di FORTUGNO Domenico. In particolare, al capo B, il delitto si contesta al predetto in concorso con FABRIZIO Giuseppe e ANGILLETTA Maria Rosa, ed in relazione alla titolarità delle quote sociali della “CALABRIA TRASPORTI SAS DI FABRIZIO Giuseppe & C”, società commerciale avente quale oggetto l’attività trasporto merci in conto proprio e in conto terzi, che formalmente in testa a questi ultimi, ipotizza il requirente essere nella concreta ed effettiva proprietà del FORTUGNO. Il capo C vede invece nuovamente indagato il FORTUGNO, questa volta in concorso con il padre FORTUGNO Demetrio, la moglie SPATARO Maria Carmela e D’AGOSTINO Maria Carmela, in relazione alla titolarità delle quote sociali della “MEDMA TRANS S.A.S. DI FORTUGNO DEMETRIO & C”, società commerciale di più recente costituzione e pure avente quale oggetto l’attività trasporto merci in conto proprio e in conto terzi, che formalmente in testa a questi ultimi, ipotizza il requirente essere nella concreta ed effettiva proprietà del FORTUGNO Domenico. Va subito detto che quanto mai inverata risulta nella fattispecie la provvisorietà della contestazione. La “costruzione” di entrambe le ipotesi delittuose ruota infatti – come detto – intorno alla persona del Fortugno Domenico e la si ipotizza in relazione alla possibilità (per vero tutt’altro che remota) di applicazione proprio a quest’ultimo delle misure di prevenzione patrimoniali previste per gli indiziati di appartenenza ad associazione mafiosa, in ragione del suo coinvolgimento, ancor prima che nel presente procedimento (per come evidenziato nel paragrafo precedente), nel procedimento c.d. ALL INSIDE, dove lo stesso è imputato del delitto di associazione alla cosca PESCE; negli stessi termini, peraltro si specifica la contestazione dell’aggravante di cui all’art. 7 L. 203/91, ovvero di aver agevolato (sempre attraverso il tramite del Fortugno)

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l’attività della consorteria mafiosa denominata cosca PESCE [al contrario, si può sin d’ora ed in radice, escludere la possibilità di ipotizzare (la contestazione formale deve peraltro reputarsi frutto di un refuso dal momento che lo stesso P.M., come si vedrà oltre, non s’è spinto oltre la motivazione della finalità di agevolazione) l’aggravante in parola sub specie del contestato avvalimento del metodo mafioso: già per l’oggettiva impossibilità di immaginare, nella fattispecie ma già in astratto, una condotta di falsa intestazione (che da parte dell’agente portatore dell’interesse principale si volesse davvero efficiente e proficua) posta in essere avvalendosi del metodo mafioso]. È però sufficiente guardare alla formulazione del reato associativo in addebito provvisorio al FORTUGNO al capo A [in cui si specifica il contributo associativo portato dal medesimo alle dirette dipendenze del boss PESCE Francesco, e dopo l’arresto di questi del germano Giuseppe, “…per avere collaborato direttamente attraverso e il personalmente delitto di al finanziamento in quanto, dell’organizzazione, riciclaggio,

stabilmente dedito alla ricezione di assegni bancari provento delle attività illecite del gruppo, restituendo denaro contante o altri assegni bancari, in modo attività da ostacolare l’identificazione riconducibili al della gruppo loro provenienza nel e delittuosa, nonché per svolto funzioni di intestatario fittizio di commerciali criminale”] considerare che gli elementi elevati a fondamento della stessa sono in massima parte i medesimi posti a fondamento degli addebiti in esame, perché i contorni delle condotte sostanzialmente (ovvero in termini di notitia criminis) in contestazione al FORTUGNO individuino quest’ultimo stesso quale tramite esecutivo di più specifici interessi propri della cosca. In altre parole, il FORTUGNO sarebbe propriamente il personaggio che [dall’interno o dall’esterno rispetto all’organigramma della cosca è questione, per le ragioni esplicitate al paragrafo precedente, che non mette conto qui verificare], per conto e su mandato dei vertici della cosca PESCE (in primo luogo di Francesco cl. 78 Testuni), avrebbe dato vita alle due imprese di trasporti sopra specificate, con fondi messi a disposizione dalla cosca stessa (perciò oggetto di riciclaggio) ed intestandole fittiziamente a terzi, e

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provvedendo materialmente alla loro gestione, non avrebbe solo assicurato alla cosca fonti “lecite” di reddito, ma anche messo a disposizione dei “soggetti economici” in grado, a richiesta, di “ripulire” i proventi illeciti delle attività criminali della cosca medesima. Se ne ha che le condotte di intestazione fittizia in esame non rileverebbero solo in relazione alle finalità di elusione delle misure di prevenzione patrimoniali, ma anche riguardo alla finalità di agevolazione della commissione dei reati di ricettazione, riciclaggio e reimpiego. Tanto premesso si può sin d’ora anticipare come il GIP reputi che le acquisizioni investigative probabilmente autorizzino anche il superamento della dimensione, per così dire, “minimale” della provvisoria contestazione dei fatti in esame, ma non v’è dubbio che già mantenendo l’approccio alla domanda cautelare nei termini anzidetti si debba pervenire alla conclusione del ricorso della gravità indiziaria, certamente, circa la sussistenza dei fatti in contestazione ed il coinvolgimento in qualità di agente principale del FORTUGNO Domenico, mentre qualche approfondimento ulteriore meriterà invece il coinvolgimento degli altri soggetti indagati. Per l’evidenza delle emergenze acquisite si può a questo punto seguire la richiesta del P.M..

2.7. (Segue). L’ “appartenenza” di FORTUGNO Domenico alla cosca Pesce già nel procedimento ALL INSIDE.Prima però, pare utile lumeggiare le relazioni del FORTUGNO con i germani PESCE Francesco e Giuseppe quali già erano emerse in seno al procedimento c.d. ALL INSIDE. Si reputa utile riproporre di seguito quanto a suo tempo scritto da questo GIP (e prima ancora dal PM nel fermo del 26-28.4.2010 e dal GIP di Palmi nell’ordinanza del 1.5.2010) nell’ordinanza 20.5.2010 con cui venne

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applicata al predetto la misura custodiale per il delitto di associazione alla cosca PESCE. Si tratta dell’addebito per cui il FORTUGNO è – come più volte ripetuto – in atto imputato innanzi al Tribunale di Palmi; s’è pure ben consapevoli che quanto ritenuto ed affermato nella prefata Ordinanza 20.5.2010 per ritenere i gravi indizi di colpevolezza a carico del FORTUGNO Domenico ha subito revisione da parte del T.d.L. a seguito del riesame dell’indagato (tant’è che il Fortugno risponde nel processo ALL INSIDE “a piede libero”); sennonché, non si tratta qui di riproporre la questione della sussistenza dei gravi indizi di associazione alla cosca (questione evidentemente ormai superata dalla pendenza del giudizio di merito in cui, con ben altra cifra di approfondimento, verrà fatta oggetto di verifica anche alla luce delle emergenze investigative successive), quanto piuttosto di evidenziare come i prefati indizi, anche a non volerli ritenere idonei alla prova di merito dell’associazione, risultavano allora (e vieppiù oggi alla luce di quanto si dirà oltre) senz’altro idonei ad indiziare il FORTUGNO della “appartenenza” (categoria i cui connotati s’è già provveduto a tracciare sopra – al § 1.1.) alla cosca PESCE, presupposto necessario e sufficiente per l’applicazione delle misure di prevenzione antimafia, anche di segno patrimoniale. Del resto, è noto che “Ai fini della configurabilità del reato previsto dall'art. 12 quinquies, comma 1, d.l. 8 giugno 1992 n. 306, (…) il dolo specifico richiesto dalla fattispecie incriminatrice, consistente (fra l'altro) nel fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione, può sussistere non solo quando sia già in atto la procedura di prevenzione - che darebbe luogo automaticamente a indisponibilità dei beni attraverso le cautele previste dagli art. 2 bis e 2 ter l. 31 maggio 1965 n. 575, rendendo il più delle volte impossibile la condotta di fittizia intestazione in cui si sostanzia sotto il profilo oggettivo il reato - ma anche prima che la procedura sia intrapresa, quando l'interessato possa fondatamente presumerne imminente l'inizio”. (Cass. pen., sez. I, 26.4.2007, n. 21250; nello stesso senso, più di recente, Sez. II, 14.7.2010, n. 29224; Sez. V, 15.1.2009, n. 5541).

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Vale la pena evidenziare poi che sono stati volutamente pretermessi nel brano dell’ordinanza di seguito proposto le emergenze ed i passaggi argomentativi più specificamente riferiti al soprannome all’epoca attribuito dagli investigatori al FORTUGNO (Ferruzzeddu), aspetto che – per essere ritenuto non sufficientemente dimostrato - determinò l’annullamento da parte del T.d.L., e tanto per evidenziare come, anche prescindendo da quei riferimenti, si rinvenissero nelle intercettazioni elementi senz’altro idonei a fondare una conclusione (se non di “associazione” come allora ritenuto da questo GIP) di vicinanza, contiguità, e dunque di “appartenenza” dell’indagato alla cosca PESCE. S’era scritto. FORTUGNO Domenico (…) fa parte dell’organizzazione in questione, in quanto, collaboratore di PESCE Francesco. Pregiudicato per i reati di furto, rapina, estorsione, ricettazione e violazioni in materia di armi e di traffico di sostanze stupefacenti, è stato controllato più volte in compagnia di pregiudicati ed elementi di spicco della criminalità organizzata rosarnese, in particolare della famiglia PESCE (quali PESCE Salvatore cl. 61 e PESCE Francesco cl. 84). Di rilievo il colloquio del 13-02-2009 intercorso tra PESCE Francesco cl.78 e PESCE Giuseppe cl.80, di cui si riporta la parte di interesse.
Francesco: Domenico: Francesco: Domenico: Francesco: Domenico: Francesco: Domenico: Francesco: (subito dopo si alza in piedi indispettito e chiama a sé Fortugno Domenico presente nella sala e gli dice) vieni qua che ti dico una parola---// (Si alza dalla sua postazione, lo raggiunge)---// (Bisbiglia all’orecchio del FORTUGNO) …inc…---// (di tanto in tanto annuisce con il capo)---// Proprio cosi gli devi dire ---// Va bene, va bene---// tu prendi i soldi e glieli porti subito, cosi gli devi dire, che non siete nessuno, proprio cosi---// (si riavvicina a Francesco e gli sussurra all’orecchio qualcosa)…inc…(si siede) e non andasse dietro a nessuno, gli dici, proprio così gli devi dire, che non andasse dietro a nessuno, gli devi dire, perché nessuno, nessuno mi può dire a me, quello che devo fare, proprio cosi gli devi dire Domenico: (annuisce con il capo)---//

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Francesco: Francesco: Giuseppe: Francesco: Giuseppe: Domenico: Francesco: Domenico: Francesco:

Gli devi dire prendi, pulito, pulito, e vai dove li ha presi, dove li hanno presi, …///… gli devi dire proprio cosi---// (rivolgendosi al fratello) ma allora non valgono proprio niente---// Nooooo….---// Niente spudorati---// Poi…dice…---// (si alza dal suo posto e si avvicina a Giuseppe dicendogli qualcosa all’orecchio) …inc.. (sussurra qualcosa a Domenico e poi dice) sai con chi puoi andare? ah... sai con chi puoi andare?... con Mimmo …inc… Con chi? Con Mimmo, se lui non viene, vai tu, gli dice io devo andare lo stesso, gli dici, se viene, viene gli devi dire, io devo andare, gli devi dire, pure che ti dicono di non andare, tu vai lo stesso---//

Domenico: Francesco: Giuseppe: Francesco: Giuseppe: Francesco:

(Annuisce con il capo guarda Giuseppe e ritorna al proprio posto)---// hai capito---// …inc…---// Sono una vergogna---// Assolutamente…inc…---// (si avvicina a Giuseppe e gli sussurra qualcosa al fratello) …inc…,non valgono neanche un cottone spellato,tu così gli devi dire, e devi dirlo pure a quello così (e indica con il dito qualcuno con i baffi), te (zio?) tu non comandi niente, gli devi dire, ma te la senti di dirglielo-//

Giuseppe: Francesco: Giuseppe: Francesco: Giuseppe: Francesco: Giuseppe: Francesco: Giuseppe: Francesco: Giuseppe: Francesco:

eh…inc…---// É un imbasciata, ambasciatore non porta pene, tu non vali niente, perché queste cose qua, passao mai nessuno, solo tu gli devi dire, non vali niente, proprio così gli devi dire---// No, ma…---// Ma glielo devi dire, ma non ti devi trattenere, tu gli devi dire che il livello questo è…è zero, il livello di questo zero---// Questo qua proprio …---// Di zero, il livello è zero …inc… Cosa? (sussurra all’orecchio di Francesco)…inc.. e lo prendi di petto a petto gli dissi io,…inc… ---// Che vergogna, Non andare a parlarci, incarta come è solito suo …inc…non se ne prende più …inc…vanno da lui, questo qua si sta sempre…inc…---// eh…inc…non lo avvicinare più di niente da lui, non lo avvicinare senti a me, lascialo perdere, non andare di niente vicino da queste persone qua, statti lontano per i fatti tuoi, fatti la vita tua, comunque, lontano, lontano dalla mala gente, di tutti, di tutti sti mali, cosi lordi---//”.

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Ulteriore colloquio di rilievo quello tra PESCE Francesco cl.78 ed il cognato MATALONE Roberto del 03.02.2009.
Verbale di trascrizione d’intercettazione ambientale audio-video operata all’’interno della sala colloqui della Casa Circondariale di Palmi (RC) in data 03.02.2009, tra il detenuto PESCE Francesco, nato a Gioia Tauro (RC) il 21.01.1978, la sorella PESCE Maria Grazia, nata a Cinquefrondi (RC) il 10.03.1982, il cognato MATALONE Roberto, nato a Rosarno (RC) il 25.06.1977, la fidanzata STANGANELLI Maria, nata a Cinquefrondi (RC) il 23.03.1987.--// in esecuzione al decreto d’intercettazione ambientale 3864/08 R.G.N.R. Mod.21 e nr. 202/2008 R.I.T. Mod.37. emesso in data 22/12/2008 dalla Procura della Repubblica – presso il Tribunale - di Palmi (RC).--// LEGENDA INTERLOCUTORI: PESCE Francesco = Francesco MATALONE Roberto = Roberto PESCE Maria Grazia = Maria G. STANGANELLI Maria = Maria OMISSIS Trascrizione d’interesse da minuti 09.41.37 a minuti 09.43.06 Francesco: Maria G.: Roberto: Francesco: Maria G.: Roberto: Francesco: Maria G.: Francesco: Roberto: Francesco: Roberto: Francesco: Roberto: Francesco: No…--// No non sta andando dietro…--// Quelli non valgono neanche un so…, ma sai che vuol dire? neanche, non sono buoni neanche che ci si prenda un caffè con loro.--// No, non va con loro.--// Ormai li hanno “sventati” tutti questi …..///….. che sono finiti, finiti Su queste cose che lui penso che non …inc…--// Peppe?--// (annuisce col capo).--// Digli a Peppe che ancora beve… beve latte, che io… io capisco bene …..///….. tutto …..///….. capisco. --// …inc… venerdì come viene lui ti dice, ti spiega …inc…--// Non deve parlare, tu gli devi dire a lui che …inc… non deve parlare perché loro lo sai che fanno? Io li conosco bene, lo fanno arrestare, lo fanno arrestare. Gli devi dire così, non così, lo fanno arrestare. Gli devi dire, senti, gli devi dire che non deve parlare di niente che esco, tanto non fa niente io, trent’anni ho, esco.--// …..///….. …inc…--// E Peppe cosa ha fatto? Cosa fa?--// No no, lui ci ha portato stamattina a me e a lei.--// …inc…--// Pressa…, a come, ah si. (Rivolgendosi alla sorella Maria Grazia) Pressalo tu, Pressalo anche tu …..///…. pressalo anche tu …..///….. e non vada dietro a quei soggetti là eh!

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Roberto: Francesco:

E allora non esci!--// Non esco oggi, esco domani, posso fare sei mesi, un anno, due! Esco, non è che non esco. Quando esco me la sbrigo io. Tu digli solo non gli deve dare neanche retta di parlare …..///….. perché …..///….. al colloquio vanno domani?

OMISSIS Trascrizione d’interesse da minuti 09.48.21 a minuti 09.49.26 Roberto: Francesco: Roberto: Francesco: Roberto: Francesco: Roberto: Francesco: Roberto: Francesco: Roberto: Francesco: Roberto: Francesco: Roberto: Francesco: Roberto: Francesco: OMISSIS Quello… quello di Gioia, …inc… (nega col capo).--// Lascialo stare, sembra che io sono morto qua! Pare che io non so dove lo devo… allora.--// Dice che …inc…--// Fai una cosa …..///….. fai una cosa, fai andare… …..///….. a fo… …..///….. a FORTUGNO, a MICO, di fronte a CONDELLO ha lo studio.--// (annuisce col capo).--// L’avvocato, non è uno che denuncia, …inc… di quel ragazzo che giocava con me, hai capito?--// (annuisce col capo).--// Non è uno che denuncia. Fatti accompagnare adesso, con Fortugno, che ha lo studio… (sottovoce) di fronte Condello.--// (annuisce col capo) lo so, lo so …inc…--// Fai che vadano là a dirgli quattro parole, e gli dicono…--// E ma non c’è nessuno, è sempre chiuso.--// Il pomeriggio sono aperti, falli andare, io, sono andato io tremila volte, io li trovo. Altrimenti sai dove stanno? A Gioia, come si scende dal comune.--// Si.--// Vedi come si scende a Gioia dal comune?--// va bo, ma lo troviamo non è che…--// Eh, dove sta. Tu vai …inc… dove sta, che lui è. --// …inc… ha detto “verso il dodici ci vediamo”.--// So dove stanno, pare che io non so dove stanno! Io, io quando …inc… so dove stanno, dove stanno.

VALUTAZIONE DEL GIP Ha scritto il GIP di Palmi “Integrata la gravità indiziaria in ordine al ruolo di FORTUGNO Domenico di intraneo al sodalizio criminale con il ruolo di esecutore delle attività estorsive, esplicitamente citate durante il colloquio del 13-02-2010, nel corso del quale PESCE Francesco cl.78 adirato per la mancata osservanza da parte delle vittime degli obblighi imposti – per averne avuta contezza in quel frangente dal fratello Giuseppe –

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commissionava all’indagato, casualmente presente nella sala colloqui per una visita al fratello Andrea, di riscuotere una somma di denaro, provento di attività estorsiva come desumibile dalle suggerite modalità dell’incasso. Il ruolo di intraneo è altresì corroborato dalle risultanze del colloquio del 302-2010, nel corso del quale Francesco PESCE cl.78, indica al cognato MATALONE Roberto di avvalersi di Domenico FORTUGNO per il compimento di una attività illecita (lo si desume dalla rassicurazione che la vittima non avrebbe denunciato il fatto, e dalle modalità perentorie dell’azione compulsata dal mandante). (…). Il giudicante reputa di dover integralmente sottoscrivere le conclusioni del GIP palmese. Va peraltro aggiunto che, nel corso dell’interrogatorio di garanzia l’indagato, se per un verso s’è limitato a negare ogni addebito (…) ed ha tentato di fornire una ricostruzione alternativa di quanto riferitogli all’orecchio dal PESCE Francesco cl. 78 che deve ritenersi quanto mai generica [ha riferito infatti che il Pesce l’aveva incaricato di una non meglio precisata missione relativa ad una ragazza di Gioia Tauro a nome “Giusy” che avrebbe dovuto controllare] e soprattutto palesemente fantasiosa, visto che del tutto avulsa dal chiarissimo contesto illecito del discorso [anzi: dei discorsi, visto il richiamo esplicito al Fortugno che viene compiuto anche nel dialogo tra il Pesce Francesco ed il Matalone] in cui il Pesce Francesco ed il fratello Giuseppe risultavano impegnati prima e dopo il coinvolgimento del Fortugno; del resto, mal si concilia con una presunta missione lecita la cautela usata nelle comunicazioni dai soggetti in questione (e tra essi dello stesso Fortugno), cautela che li spinge addirittura sino a parlarsi negli orecchi. Ancora, proprio il Fortugno ha svelato l’esistenza di un legame di “parentela” acquisita, sconosciuto o comunque non valorizzato dagli investigatori e del requirente, del predetto con i Pesce (avendo egli sposato una cugina di Pesce Francesco cl. 78); si tratta di un dato significativo che, coniugato con le accertate frequentazioni anche con altri esponenti di primo piano dei Pesce (come Pesce Salvatore ed il figlio Francesco cl. 84), rivela l’esistenza di un legame dell’indagato con quella “famiglia” ed è nota la rilevanza di tale dato

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nelle associazioni di ‘ndrangheta, notoriamente strutturate appunto su base familistica. Orbene, tale “nuova” emergenza e la sostanziale assenza di ricostruzioni alternative del contenuto (peraltro chiarissimo) dei dialoghi dell’indagato contestazione. Già in epoca risalente ai primi mesi del 2009, quindi, le relazioni del FORTUGNO con la cosca dei PESCE, “certificate” dalle frequentazioni con esponenti di spicco della consorteria mafiosa ed ulteriormente rafforzate dalla “parentela” acquisita con PESCE Francesco cl. 78, avrebbero potuto benissimo attirare le attenzioni degli investigatori sulla persona dell’indagato; e di ciò non poteva non essere lo stesso FORTUGNO pienamente consapevole, e quindi anche del rischio di essere ritenuto (anche sulla base di un mero rapporto dell’Autorità di P.S.) “appartenente” alla cosca rosarnese e perciò soggetto a misura di prevenzione antimafia. di gravi indizi di colpevolezza in ordine al intercettati reato in dunque, rafforzano ulteriormente la conclusione circa la sussistenza a carico

2.8.

(Segue).

La

ricostruzione

dei

dati

investigativi

e

le

argomentazioni del requirente.Tanto premesso, si può passare in rassegna quanto dedotto dal P.M. nell’odierna richiesta. Va detto al riguardo che questi ha, in primo luogo, riproposto quanto già posto a base del decreto di fermo del 9.2.2012 [contenente già la sintesi delle emergenze dell’indagine c.d. CALIFFO] pure spiccato nei confronti del FORTUGNO e quindi preso le mosse, nell’evidenziazione degli elementi a carico, dall’attribuzione da parte degli investigatori proprio all’indagato del

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passo “ASS FORTUG” [passo preceduto al rigo prima dalla frase “BIASE SOLDI POLACCA” (dove “BIASE” è stato identificato in DELMIRO Biagio e la “POLACCA” nella cittadina rumena CONSTIN Camelia)] dell’ormai noto “pizzino” sequestrato a PESCE Francesco nel Carcere di Palmi, la cui foto, ancora una volta per comodità del lettore, di seguito si riproduce.

Il P.M. ha così in primo luogo ripercorso quanto aveva dichiarato sul conto del FORTUGNO [OMISSIS] Nei confronti di FORTUGNO Domenico, la collaboratrice di giustizia PESCE Giuseppina, il 12 ottobre 2011, riferiva che era “sposato con una cugina di Ciccio…testuni”: (…) Pesce Giuseppina: Pesce Giuseppina: “Foto numero nove. Fortugno Domenico” “E’ il fratello di Fortugno Andrea” Domenico dalla collaboratrice PESCE Giuseppina prima dell’esecuzione del fermo.

Pubblico Ministero: “Chi è questo signore” Pubblico Ministero: “Sì, cosa sa di lui?” Pesce Giuseppina: “Allora, di lui, prima che si sposasse era un amico, insomma, più... più attivo, insomma, di mio fratello” Pubblico Ministero: “Quindi era un amico di suo fratello” Pesce Giuseppina: “Sì, sì, sì”

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Pubblico Ministero: “Prima che si sposasse lui o suo fratello” Pesce Giuseppina: “Prima che si sposasse lui, sì, poi si è sposato eh... e tipo, Andrea si è avvicinato più a mio fratello e lui, insomma, è diventato più... lui si è sposato con una cugina di Ciccio, una cugina di Ciccio testuni” Pubblico Ministero: “Sì” Pesce Giuseppina: “Eh... vabbè, la frase che sentivo dire spesso che lui era... era sistemato, che suo cugino l' ha sistemato” Pubblico Ministero: “Suo cugino chi?” Pesce Giuseppina: “Ciccio Testuni” Pubblico Ministero: “L' ha sistemato in quale ambito?” Pesce Giuseppina: “Nell’ambito, lui aveva i camion pure che lavoravano, tipo queste cose qua, questo lo ricordo perché una volta lui ha mandato dei soldi a mio fratello...” Pubblico Ministero: “Sì” Pesce Giuseppina: Pesce Giuseppina: “Ha mandato 300 euro...” “Sì, sì” Pubblico Ministero: “Uh, quando suo fratello era in carcere?” Pubblico Ministero: “E glieli ha mandati direttamente o tramite voi?” Pesce Giuseppina: “Tramite... sì, tramite... no, non mi ricordo il passaggio, adesso, mi ricordo che sono arrivati a me quei soldi...” Pubblico Ministero: “Sì” Pesce Giuseppina: “...è stato il periodo che io porta... andavo da mio fratello a Palermo...” Pubblico Ministero: “Sì” Pesce Giuseppina: “...e mi ricordo che io glielo dissi a mio fratello, insomma: «Ti hanno mandato dei soldi», così e così e la frase di mio fratello che mi aveva... disse: «Tanto –dice- mica li ha sudati», ha detto così” Pubblico Ministero: “Suo fratello” Pesce Giuseppina: “Sì” Pubblico Ministero: “Ma quindi, lei dice: «Aveva dei camion», ma lei sa in particolare dove l’avrebbe sistemato Ciccio Testuni a Fortugno?” Pesce Giuseppina: qualcosa sul ferro” Pesce Giuseppina: Pesce Giuseppina: Pesce Giuseppina: “Io non so, lui ha un legame, non so, adesso col ferro, io sentivo parlare di

Pubblico Ministero: “Quindi che si occupasse di qualcosa attinente al ferro” “Sì, sì, sì, ma non...” “No” “No, no” Pubblico Ministero: “Non sa dove...” Pubblico Ministero: “...in che ambito, in quale ditta...”

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Pubblico Ministero: “...niente, però, ecco, il dato di fatto è che lui ha mandato in carcere i soldi a suo fratello...” Pesce Giuseppina: “Sì, lui...” Pubblico Ministero: “...e suo fratello ha risposto: «Non li ha sudati»” Pesce Giuseppina: “Sì, «Tanto –dice- non è che li ha sudati», io gli ho detto: «Poverino, ti ha mandato 300 euro», io all’epoca gli ho comprato gli occhiali con quei soldi, ho detto: «Poverino...» dice: «E poverino, mica li ha sudati, tuo cugino –dice- l' ha sistemato», è stata questa la frase che mi...” Pubblico Ministero: “Quindi, comunque era sotto l’ala protettrice di Ciccio quest’uomo” Pesce Giuseppina: “Sì”

La collaboratrice conosceva il FORTUGNO – in quanto, prima di sposarsi con la SPATARO, era stato un intimo amico di suo fratello – e lo definiva come il soggetto “più attivo” a disposizione della cosca PESCE: “lui, prima che si sposasse era un amico, insomma, più... più attivo, insomma, di mio fratello”. Il matrimonio aveva cambiato la vita di FORTUGNO Domenico; da quando era diventato cugino acquisito in primo grado di “Ciccio testuni”, non aveva più pensieri legati a possibili ristrettezze economiche. A Rosarno, tutti sapevano che ormai il FORTUGNO si era “sistemato”, o meglio, che PESCE Francesco “suo cugino l' ha sistemato”. FORTUGNO era diventato un personaggio noto nel settore del trasporto su gomma (“lui aveva i camion pure che lavoravano”) e disponeva di denaro contante, tanto che una volta, quando il fratello della collaboratrice era in carcere a Palermo, le aveva consegnato “300 euro” da portare in carcere ed il fratello detenuto aveva stigmatizzato il motivo di tanta prodigalità, sintetizzando che erano soldi facili, in quanto, venivano da “Ciccio u testuni” (“poverino, mica li ha sudati, tuo cugino… l' ha sistemato”). Ha quindi proseguito il P.M. nell’individuazione delle altre emergenze più specificamente riferibili agli esiti dell’attività intercettiva disposta nei confronti dell’indagato e che hanno consentito di verificare la diretta gestione da parte del predetto delle aziende di trasporti meglio specificate nei capi di imputazione. FORTUGNO Domenico, da accertamenti effettuati presso la Banca Dati INPS, risulta dipendente della “MEDMA TRANS S.A.S. DI FORTUGNO DEMETRIO & C.” con sede legale a Rosarno via Tintoretto n.1 ed avente per attività “autotrasporti di cose per conto terzi”65. Nel corso di varie telefonate, intercettate nel primo quadrimestre del 2011, l’indagato si interfacciava per questioni lavorative (trasmissione documenti, rilascio fatture e disposizioni per i camion e la merce da trasportare) con clienti e dipendenti della predetta società, palesando un’autonomia decisionale che travalicava le mansioni e le responsabilità correlate al ruolo di un semplice impiegato.
65 Vds. Visura camerale, in All. n. 38.

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La mattina del 15.02.2011, FORTUGNO veniva contattato da un cliente66: Fausto: Pronti? Fortugno Domenico: E, Fausto? Fausto: Si Fortugno Domenico: Allora, Domenico sono! Mi mandi… Fausto: Si, certo, te li inserisco, li sto compilando adesso, due secondi perché, siccome stiamo cambiando il sistema informatico ti stavo reinserendo come fornitore nel nuovo sistema… Fortugno Domenico: Ah.. Fausto: E te lo spedivo, due secondi e ce l’hai là, Ok? …incompr… Fortugno Domenico: Aspetta, ascolta, ascolta una cosa, ma tu hai altri carichi oltre a quello senza da lì? Fausto: Cosa? Fortugno Domenico: Hai, possono uscire altri carichi oggi oltre quelli lì? Fausto: Oltre i due là, no, no no, quei due là no, oltre quei due carichi che dissi, ti ho dato io e basta, …incompr… Fortugno Domenico: Vedi che il fax, il numero di fax è cambiato e pure la ragione sociale, ti devo mandare tutte cose Fausto: Non è più “Calabria Trasporti“ …incompr.. di FABRIZIO Giuseppe? Fortugno Domenico: No! Medma, Medma, “Medma Trans di Fortugno Demetrio” è! Mandami, Mandami il Fax con il numero, che si legge il numero di fax così ti giro tutta la documentazione subito, segnati sto numero Fausto: Io, io, ma io... 0966780526, non è più lo stesso? Fortugno Domenico: No! 0966 Fausto: Si Fortugno Domenico: 77 Fausto: Si Fortugno Domenico: 30 Fausto: Si Fortugno Domenico: 87 Fausto: 773087?
66

Decreto d’intercettazione nr. 4302/2006 RGNR DDA e nr. 264/11 R.I.T. D.D.A. emesso dalla Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia - di Reggio Calabria. Conversazione in entrata registrata al prog. 1721 del 15.02.2011, delle ore 08:31:03, della durata di 00.01.48, linea 3280. Vds. All. n. 39.

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Fortugno Domenico: Si, 0966 77 va bene? Fausto: E’ cambiata come intermittente sociale …incompr... partita IVA? Fortugno Domenico: Si, si, ti mando tutte cose, vettoriale, tutto, va bene? Fausto: Si, si, me lo mandi tutto quanto dopo, ok? Fortugno Domenico: Ok FORTUGNO chiariva ad un suo cliente che da quel momento tutto era cambiato (“il numero di fax è cambiato e pure la ragione sociale”) e si sarebbe dovuto rapportare con la “MEDMA TRANS”. Le pregresse indagini e gli accertamenti effettuati davano un senso al contenuto della conversazione intercettata: FORTUGNO Domenico, fino alla data del suo arresto avvenuto il 28.04.2010, risultava impiegato della “CALABRIA TRASPORTI SAS DI FABRIZIO Giuseppe & C.”, ma, dal gennaio 2011 ad oggi migrava alla “MEDMA TRANS S.A.S. DI FORTUGNO DEMETRIO & C.”. L’attività di intercettazione telefonica effettuata nell’ambito del proc. pen. n. 8391/06 RGNRDDA (poi confluito nel proc. pen. n. 4302/06 RGNR-DDA “ALL INSIDE”) ed intercorse tra FABRIZIO Giuseppe67 – titolare della “CALABRIA TRASPORTI” – e FORTUGNO Domenico dimostrano che tra i due, di fatto, non vi era alcun rapporto di dipendenza gerarchica o funzionale. Il pomeriggio del 06.04.2007, FORTUGNO contattava FABRIZIO, per metterlo al corrente di un problema di natura economica68: FABRIZIO Giuseppe: FABRIZIO Giuseppe: FABRIZIO Giuseppe: FABRIZIO Giuseppe: FORTUGNO Domenico: ho dato [ndr 400,00 €] FABRIZIO Giuseppe: sono scordato. Dimmi Mico. Ah? Non ci sono, non ci sono, non ci sono... E.. ma che ca.... I soldi di che... I quattrocento euro dell'assegno che ti ...(inc)... alla banca Mico... minchia mi e

FORTUGNO Domenico: Dove sei? FORTUGNO Domenico: Dove sei? FORTUGNO Domenico: E come facciamo... mi servono i soldi Pino...

FORTUGNO Domenico: Mannaia alla madosca senza soldi ia [ndr. vrs "è andato"]
67 FABRIZIO Giuseppe nato a Taurianova il 18.11.1974.

68

Decreto nr.8391-06 RGNR-DDA e nr.687/07 RIT-DDA, emesso dalla Procura della Repubblica-DDA di Reggio Calabria. Conversazione telefonica registrata alle ore 17:39:33 del 06/04/2007, con progressivo 1212 della linea 276, sull’utenza +393922523883 [FABRIZIO Giuseppe], in Entrante, con l’utenza +393358724835 [FORTUGNO Domenico] (nr.687/07 RIT-DDA). Vds. All. n. 4.

124

FABRIZIO Giuseppe: risolviamo, ciao.

E adesso... adesso in qualche maniera la

FORTUGNO Domenico: Ohu... questo qua... Ad aprile 2007, formalmente, FORTUGNO Domenico, risultava disoccupato (dati desunti dall’I.N.P.S.69), ma dal tenore della conversazione in argomento si chiariva che era socio in affari con FABRIZIO Giuseppe: di certo, i due uomini quel pomeriggio dovevano versare del denaro in banca (“alla banca Mico”), per evitare scoperture, ma erano in difficoltà (“come facciamo”) perché FABRIZIO si era dimenticato di versare un assegno che gli aveva dato FORTUGNO (FORTUGNO:“I quattrocento euro dell'assegno che ti ho dato…”; FABRIZIO: “…minchia mi sono scordato.”). L’uso dei verbi alla prima persona plurale non era casuale, perché i due uomini confermavano la condivisione di intenti ed obiettivi finalizzati alla gestione dell’impresa: “come facciamo… in qualche maniera risolviamo…”. Dopo soli quattro giorni, i due si risentivano per una nuova esigenza legata alla “CALABRIA TRASPORTI”70: FABRIZIO Giuseppe: FORTUGNO Domenico: Ah. FABRIZIO Giuseppe: Non lo chiudere l'ufficio che gli ho lasciato le chiavi, che alle due... deve venire Cosimo che glieli prende ‘ddocu, che deve andare a scaricare... FORTUGNO Domenico: E allora lascia che vado ad aprirlo FABRIZIO Giuseppe: chiavi là dentro FABRIZIO Giuseppe: FORTUGNO Domenico: Ah. FABRIZIO Giuseppe: FORTUGNO Domenico: No. FABRIZIO Giuseppe: A no? FORTUGNO Domenico: Cazzo va... è tutto bloccato là sopra La suddetta conversazione dimostra che FORTUGNO Domenico, senza alcun formale titolo, frequentava ed aveva addirittura le chiavi degli uffici della “CALABRIA TRASPORTI” (“non lo chiudere l’ufficio… lascialo aperto”). Inoltre, nel corso dello stesso dialogo – contrariamente ai dati presenti in banca dati ACI – emergeva che il predetto disponeva di un camion (“parte il camion tuo?”).
69 Vds. accertamenti INPS, già in All. n. 1.

Mico?

Eh... lascialo aperto che io gli ho lasciato le

FORTUGNO Domenico: Va bene. Ciao Va bo'... è partit... ohu... È partit... parte il camion tuo?

70

Decreto nr. 8391-06 RGNR-DDA e nr.687/07 RIT-DDA, emesso dalla Procura della Repubblica-DDA di Reggio Calabria. Conversazione telefonica registrata alle ore 11:16:12 del 10/04/2007, con progressivo 1487 della linea 276, sull’utenza +393922523883 [FABRIZIO Giuseppe], in Uscente, con l’utenza +393358724835 [FORTUGNO Domenico] (nr.687/07 RIT-DDA). Vds. All. n. 5.

125

La mattina del 18.04.2007, FORTUGNO convocava FABRIZIO alla fabbrica di canditi dei PALAIA71: FORTUGNO: Senti a me.

FABRIZIO: Dimmi. FORTUGNO: Ma non... ma non... ma non me lo hai sistemato il viaggio a me? FABRIZIO: E ancora non è uscito niente... se esce... ho chiamato dove dovevo chiamare FORTUGNO: FORTUGNO: Hai chiamato? E passa dalla fabbrica da PALAIA. FABRIZIO: Si, se esce. FABRIZIO: Adesso vado... ma tu... per forza a me vogliono? a te non ti vogliono? FORTUGNO: FABRIZIO: eh. Il dialogo confermava che nell’asse aziendale della “CALABRIA TRASPORTI” FORTUGNO aveva conferito un camion (di cui tratta la precedente conversazione): “ma non me lo hai sistemato il viaggio a me?”. FORTUGNO Domenico aveva telefonato a FABRIZIO Giuseppe per avvisarlo che era stato convocato da PALAIA Gaetano72 (“Tano il muto”). FABRIZIO, però, si mostrava titubante, perché probabilmente non voleva andarci da solo: “ma tu... per forza a me vogliono? a te non ti vogliono?”. Queste ultime parole fornivano ulteriori conferme in merito all’esistenza di un rapporto societario tra i due. Tre giorni dopo, FORTUGNO ricontattava FABRIZIO73: Pino: Pino: Pino: Dimmi Mico. cu è? E vedi a quanto vuole fatto l'assegno che glielo facciamo. A te vogliono. "Tano il muto" ti vuole.

Domenico: Ma mi fa l'assegno Gaetano? Domenico: Tu.. hai detto ...(inc)...? Domenico: A quanto lo vuole fatto?!
71

Decreto nr. 8391-06 RGNR-DDA e nr.687/07 RIT-DDA, emesso dalla Procura della Repubblica-DDA di Reggio Calabria. conversazione telefonica registrata alle ore 10:51:46 del 18/04/2007, con progressivo 3028 della linea 276, sull’utenza +393922523883 [FABRIZIO Giuseppe], in Entrante, con l’utenza +393358724835 [FORTUGNO DOMENICO] (nr.687/07 RIT-DDA).Vds. All. n. 6.
E’ opinione di questa P.G. che il soggetto in questione possa identificarsi in PALAIA Gaetano nato a Taurianova il 24.05.1976, pluripregiudicato per reati associativi ed altro, titolare dell’azienda “DERIVATI AGRUMARI SANTA LUCIA DI PALAIA GAETANO”, sequestrata nel dicembre scorso da quest’Arma.

72

73

Decreto nr. 8391-06 RGNR-DDA e nr.687/07 RIT-DDA, emesso dalla Procura della Repubblica-DDA di Reggio Calabria. Conversazione telefonica registrata alle ore 11:43:33 del 21/04/2007, con progressivo 3709 della linea 276, sull’utenza 3922523883 [Pino FABRIZIO (alias sindaco) ], in Entrante, con l’utenza +393358724835 [FORTUGNO Domenico] (nr.687/07 RIT-DDA).Vds. All. n. 7.

126

Pino: Pino:

Eh E io che so!

Domenico: A quanto lo vuole fatto, secondo te? Domenico: MATALONE secondo te come lavora? [pausa di silenzio] Pino: Pino: Vedi tu... Lasciami stare a me... vedetevela voi ‘ddocu. Domenico: ...(inc)... Domenico: Ah... ce la vediamo noi? va bene! FORTUGNO chiedeva a FABRIZIO un parere in merito ad un assegno che avrebbe dovuto incassare (“mi fa l'assegno Gaetano?”), ma quest’ultimo delegava il suo socio occulto (“vedi a quanto vuole fatto l'assegno che glielo facciamo”), dandogli carta bianca sul da farsi (“Lasciami stare a me... vedetevela voi ‘ddocu”). Ancora una volta, in presenza di importanti decisioni da prendere, i due si consultavano utilizzando una terminologia che veicolava l’esistenza di una cointeressenza economica: “vedi a quanto vuole fatto l'assegno che glielo facciamo”. In considerazione dei legami creatisi nel 2007 e consolidatisi nel corso del tempo, FABRIZIO Giuseppe e FORTUGNO Domenico, evidentemente, convenivano sulla necessità di formalizzare la costante presenza di quest’ultimo presso gli uffici della “CALABRIA TRASPORTI”, nonché giustificare i suoi quotidiani contatti con fornitori. A tal fine, nel mese di giugno 2009, il FORTUGNO veniva assunto con la qualifica di impiegato74, con contratto a tempo determinato. FORTUGNO Domenico veniva tratto in arresto dai Carabinieri la sera del 28.04.2010. Tornando in libertà il 02.08.2010, con il presumibile intento di eludere successiva attività di indagine, creava una nuova impresa, ricorrendo a dei prestanome: la “MEDMA TRANS S.A.S. DI FORTUGNO DEMETRIO & C.”. Nel corso di varie telefonate, intercettate nel primo quadrimestre del 2011, FORTUGNO si interfacciava per questioni lavorative (trasmissione documenti, rilascio fatture, disposizioni per i camion) con clienti e dipendenti della “MEDMA TRANS”, dimostrando una piena autonomia decisionale in tutte le questioni; inoltre, a conferma di quanto riferito nei paragrafi precedenti, in molti casi FORTUGNO Domenico, pur avendo cessato il suo formale rapporto d’impiego con la “CALABRIA TRASPORTI”, continuava a disporre del nome, dei mezzi e del conto corrente di quell’impresa. La mattina del 4 febbraio 2011, FORTUGNO veniva contattato75 da OPPEDISANO Rocco76:

74

Vds. accertamenti INPS, già in All. n. 1.

75

Decreto nr. 8391-06 RGNR-DDA e nr.687/07 RIT-DDA, emesso dalla Procura della Repubblica-DDA di Reggio Calabria. Conversazione telefonica registrata alle ore 10:37:22 del 04/02/2011, con progressivo 7 della linea 3280, sull’utenza 3358724835 [FORTUGNO Domenico], in Entrante, con l’utenza 3891007272 [OPPEDISANO ROCCO] (nr.264-11 RIT-DDA).Vds. All. n. 8.
OPPEDISANO ROCCO nato in CANADA il 21.05.1976.

76

127

FORTUGNO: UOMO: FORTUGNO:

ma senti a me! ma tu sei in ferie? o.... ancora!! io domani parto!!!....inc.... ...no... così vado dal consulente e ti metto in ferie!

UOMO: eh, ma dimmi... tu mi hai assunto, come mi hai assunto? A nome tuo!? mò?... o a nome suo?... come siamo? FORTUGNO: UOMO: FORTUGNO: a nome della "Calabria Trasporti" siamo! ancora!?...ehhh! fa... inc... uh!....inc..... e vieni qui!!

Il dialogo tra OPPEDISANO e FORTUGNO Domenico, senza mezzi termini, faceva luce sul ruolo giocato da quest’ultimo: FORTUGNO era il dominus della “MEDMA TRANS”, ma aveva avuto un peso considerevole anche nell’azienda di FABRIZIO Giuseppe; OPPEDISANO era autista della “CALABRIA TRASPORTI”, ma stava trattando le condizioni della sua assunzione77 nella neonata “MEDMA TRANS” (“ma dimmi… tu mi hai assunto, come mi hai assunto?”). Le domande del camionista confermavano la riconducibilità della “MEDMA TRANS” in capo a FORTUGNO Domenico (“A nome tuo!? mò?...”), ma al contempo ribadivano – come se ce ne fosse stato ancora bisogno – la natura promiscua della “CALABRIA TRASPORTI” (“A nome tuo!? mò?... o a nome suo?... come siamo?”; FORTUGNO: “a nome della "Calabria Trasporti" siamo!”). Quella stessa mattina, FORTUGNO Domenico telefonava78 ad un ragioniere, al quale si presentava per nome e per conto della “CALABRIA TRASPORTI”, pur non sussistendo ormai alcun rapporto formale d’impiego l’impresa: RAGIONIERE: FORTUGNO: me lo passi? RAGIONIERE: FORTUGNO: fattura no?!! (…) Dopo circa un’ora, FORTUGNO era al telefono79 con un’altra persona che si interfacciava con lui per lavoro e riteneva che fosse il proprietario della “MEDMA TRANS” (UOMO: “di Domenico”; FORTUGNO: “no, no, di Demetrio FORTUGNO!”):
77 In merito al rapporto di dipendenza di OPPEDISANO Rocco dalle due imprese di trasporto in argomento, si rifersice che il predetto autotrasportatore dal 03.12.2009 al 30.05.2011 ha lavorato presso la “CALABRIA TRASPORTI”, mentre dal 01.06.2011 a tutt’oggi risulta dipendente della “MEDMA TRANS”. Vds. All. n. 9.

Pronto?!! ehh!... Ciao, "Calabria Trasporti" sono! Il ragioniere sono io! ah! ciao... senti!.. ma tu qui mi hai mandato una.. una

78

Decreto nr. 8391-06 RGNR-DDA e nr.687/07 RIT-DDA, emesso dalla Procura della Repubblica-DDA di Reggio Calabria. Conversazione telefonica registrata alle ore 10:07:15 del 04/02/2011, con progressivo 1 della linea 3280, sull’utenza 3358724835 [FORTUGNO Domenico], in Uscente, con l’utenza 0968453945 [PIRAINA Vincenzo] (nr.264-11 RIT-DDA).Vds. All. n. 10. Decreto nr. 8391-06 RGNR-DDA e nr.687/07 RIT-DDA, emesso dalla Procura della Repubblica-DDA di Reggio Calabria. Conversazione telefonica registrata alle ore11:11:33 del 04/02/2011, con progressivo 12 della linea 3280, sull’utenza +393358724835 [FORTUGNO Domenico], in Uscente, con l’utenza +393493203004 [Agostino] (nr.264-11 RIT-DDA). Vds. All. n. 11.

79

128

(…) UOMO: FORTUGNO: UOMO: Medma? FORTUGNO: UOMO: FORTUGNO: UOMO: FORTUGNO: UOMO: FORTUGNO: UOMO: (…) Sempre la stessa mattina, si intercettava un’altra telefonata80 chiarificatrice. Un fornitore contattava FORTUGNO Domenico per una questione legata a delle note di credito della “CALABRIA TRASPORTI”. FORTUGNO si faceva carico di risolvere personalmente il problema (“io pomeriggio vado di presenza e te li sbrigo subito e facciamo la nota di credito!”): FORTUGNO: GERARDO: FORTUGNO: ohh! Gerry!...... dimmi! eih! Domenico!! dimmi tutto!! ...inc... come la devono registrare Medma? no... si, si, Medma, Medma la devi registrare! ...mi sembra che non ce l'ho il timbro!..inc.., Medma Tra..., Medma Trans fas.... Medma ... Trans Fas, via Tintoretto numero 1! ...inc... via Tintoretto 1 di Domenico ...inc... no!! 890... no, no, di Demetrio FORTUGNO! va bene, da… dammi il numero dell'albo!

GERARDO: di far chiamare per favore, l'amministrazione di "Calabria Trasporti!" FORTUGNO: eh! perchè? GERARDO: perchè devono fare due note di credito, tra un po’ sta... scade il pagamento e se non me le fanno io non posso pagarli! FORTUGNO: GERARDO: e dimmi, sai che fai!? Gerardo!?.. l'e-mail ce l'hai? ascoltami tu a me! abiamo già mandato delle comunicazioni

FORTUGNO: ...inc... (si accavallano le voci)... dammi… sai che fai? segnati questo indirizzo e-mail, un attimo! o questo fax… e me li giri a me! GERARDO: no!
80

Decreto nr. 8391-06 RGNR-DDA e nr.687/07 RIT-DDA, emesso dalla Procura della Repubblica-DDA di Reggio Calabria. Conversazione telefonica registrata alle 11:38:50 del 04/02/2011, con progressivo 22 della linea 3280, sull’utenza +393358724835 [FORTUGNO Domenico/FORTUGNO Domenico], in Entrante, con l’utenza +393336761321 [ /SRL FUTURA SRL] (nr.264-11 RITDDA). Vds. All. n. 12.

129

FORTUGNO: no!?... così io pomeriggio vado di presenza e te li sbrigo subito e facciamo la nota di credito! GERARDO: ...ascoltami tu! a me! Io non mi segno più niente! Il mio numero dell'ufficio ce l'hai!! L'amministraz...inc.... si chiama Cristiana, fai chiamare subito! FORTUGNO: e che devono fare? GERARDO: due note di credito come le nostre comunicazioni fatte in precedenza!! (…) Per risolvere la questione di cui sopra, FORTUGNO contattava 81 l’amministrazione della “FUTURA srl”, presentandosi ancora una volta per nome e conto della “CALABRIA TRASPORTI” (“sono Domenico Calabria Trasporti!!”), ma chiedendo alla ragazza di mandare un fax al numero 0966773087, intestato al padre FORTUGNO Demetrio82 ed attestato presso la sede legale della “MEDMA TRANS”: FORTUGNO: Cristiana DONNA: DONNA: FORTUGNO: si Buongiorno, sono... volevo parlare con la signora

si, con chi parlo? sono Domenico Calabria Trasporti!!

FORTUGNO: mi diceva Gerardo che dovevi fare delle note di credito… che Calabria Trasporti ti doveva fare delle note credito… DONNA: si un attimo che gliela passo pronto? Cristiana? si CRISTIANA: FORTUGNO: CRISTIANA:

FORTUGNO: mi diceva Gerardo... Domenico sono, Calabria Trasporti, che dovevi fare delle note credito... Calabria ti doveva fare delle note credito… CRISTIANA: si, piccola, è di 50 euro sulla fattura di Novembre e di Dicembre perchè poi qui ...inc... il 30 novembre e se non ho ... FORTUGNO: fax CRISTIANA: FORTUGNO:
81

me la giri per favore questa nota credito a questo allora aspetta un secondo che la prendo in mano ...dimmi così te la fai....0966

Decreto nr. 8391-06 RGNR-DDA e nr.687/07 RIT-DDA, emesso dalla Procura della Repubblica-DDA di Reggio Calabria. Conversazione telefonica registrata alle ore 11:58:23 del 04/02/2011, con progressivo 30 della linea 3280, sull’utenza +393358724835 [FORTUGNO Domenico/FORTUGNO Domenico], in Uscente, con l’utenza +390431614695 [/SRL FUTURA SRL] (nr.264-11 RITDDA). Vds. All. n. 13.
FORTUGNO Demetrio nato a Palmi il 02.05.1952.

82

130

CRISTIANA: FORTUGNO:

0966 773087

CRISTIANA: 3087...773087 io ti mando il fax qui, poi quando tu hai fatto me lo mandi via fax così io chiudo la posizione e poi il pagamento è a posto per .... FORTUGNO: ok? (…) Il 17 febbraio 2011, veniva intercettata una terza telefonata83 tra FORTUGNO e i dipendenti della “FUTURA srl”: STEFANIA: buongiorno, sono Stefania della Futura. FORTUGNO: Buongiorno STEFANIA: buongiorno... io chiamavo per la fattura che ho ricevuto, di gennaio… FORTUGNO: eh STEFANIA: Io la fattura me l'aspettavo come “Calabria Trasporti” no come “Medma Trans”!! FORTUGNO: ...inc... STEFANIA: eh! però noi il trasporto l'abbiamo affidato a “Calabria Trasporti”, cioè per me è un errore ricevere la fattura da “Medma Trans”!! FORTUGNO: E LO SO, PERÒ SICCOME IL TRASPORTO L'HA AFFIDATO A ME NON È CHE....NOI PRIMA ERAVAMO CON CALABRIA TRASPORTI ADESSO CI SIAMO DIVISI!! STEFANIA: si FORTUGNO: quindi il trasporto l'ho fatto, capito? ... no Calabria… STEFANIA: ma di questo.... FORTUGNO: ehhhh...di questo? STEFANIA: si! ma di questo avevate parlato già con qualcuno? perchè per me… FORTUGNO: no! STEFANIA: eh...eh ...si è un errore per me questo FORTUGNO: non è un errore cambia....cambia il vettore e l'errore ... è superato! STEFANIA: eh! ma non è una cosa coerente, perchè se io affido il trasporto a un vettore FORTUGNO: ma lui ...il trasporto... Gerard… il trasporto lo ha affidato a me, no a “Calabria Trasporti” capito? Siccome prima noi eravamo... lavoravamo con Calabria Trasporti, poi, da gennaio, non lavoriamo più insieme a loro… STEFANIA: si
83

appunto, appunto...così chiudiamo questa .....posizione

Decreto nr. 8391-06 RGNR-DDA e nr.687/07 RIT-DDA, emesso dalla Procura della Repubblica-DDA di Reggio Calabria. Conversazione telefonica registrata alle 14:55:57 del 17/02/2011, con progressivo 2255 della linea 3280, sull’utenza +393358724835 [FORTUGNO Domenico], in Entrante, con l’utenza +390431614695 [SRL FUTURA SRL] (nr.264-11 RIT-DDA). Vds. All. n. 14.

131

FORTUGNO: quindi... STEFANIA: uh...uh FORTUGNO: ah..ah STEFANIA: si ma io ... io non capisco “Calabria Trasporti” non... non c’entra più niente... no, per capire! FORTUGNO: no, no.... STEFANIA: per capire anch'io FORTUGNO: no!...no!...no!...no!..no! non c’entra più niente STEFANIA: non è che Calabria Trasporti è diventata Medma Trans? No! Calabria Trasporti esiste ancora, Medma Trans è un'altra azienda! FORTUGNO: un'altra azienda, giusto, esatto! STEFANIA: eee... non so… io provo a parlare qui con... i miei responsabili e vediamo. Se ci sono problemi, richiamo… va bene? (…) La conversazione sopra illustrata era illuminante: si era registrato un problema amministrativo, perché FORTUGNO Domenico – che per la “FUTURA srl”, evidentemente, era il titolare della “CALABRIA TRASPORTI” – aveva assunto una commissione in nome di quest’ultima azienda, ma aveva emesso una fattura con l’intestazione della “MEDMA TRANS”. La dipendente, quindi, contattava allarmata il FORTUGNO, pensando che ci fosse stato un errore: “Io la fattura me l'aspettavo come “CALABRIA TRASPORTI” no come “ MEDMA TRANS”!! … eh! però noi il trasporto l'abbiamo affidato a “CALABRIA TRASPORTI”, cioè per me è un errore ricevere la fattura da “Medma Trans”!!”. La banale questione burocratica costringeva FORTUGNO a sottolineare che quel lavoro era stato affidato personalmente a lui (“affidato a me”) dai vertici aziendali della “FUTURA srl (“Gerard… il trasporto lo ha affidato a me, no a “Calabria Trasporti” capito?”); in tal modo, per l’ennesima volta, si raccoglievano indiscutibili elementi circa il ruolo direttivo ricoperto nella “Calabria Trasporti” già all’epoca in cui simulava di essere alle dipendenze di FABRIZIO Giuseppe. Per far fronte alle insistenti rimostranze dell’impiegata (“io non capisco “Calabria Trasporti” non... non c’entra più niente... no, per capire!”), FORTUGNO si trovava costretto ad ammettere che, un tempo, lui era stato di fatto consorziato con la “CALABRIA TRASPORTI”: “Siccome prima noi eravamo... lavoravamo con Calabria Trasporti, poi, da gennaio, non lavoriamo più insieme a loro…”. La dipendente della “FUTURA srl” non si lasciava convincere facilmente ed avanzava un dubbio: “non è che Calabria Trasporti è diventata Medma Trans?”. Ad ogni buon fine, la risoluzione del problema non era facile e richiedeva il parere i responsabili dell’ufficio (“non so… io provo a parlare qui con... i miei responsabili e vediamo.”). Il 02.03.2011, a distanza di quasi un semestre dalla costituzione della “MEDMA TRANS”, FORTUGNO Domenico si presentava84 ancora ai suoi interlocutori, dicendo “Buongiorno, sono Calabria Trasporti”:
84

Decreto d’intercettazione nr. 4302/2006 RGNR DDA e nr. 264-11 R.I.T. D.D.A. emesso dalla Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia - di Reggio Calabria. Conversazione in entrata registrata al prog. 4499 del 02.03.2011, delle ore 11:00:35, della durata di 00.05.26, linea 3280. Vds. All. n. 15.

132

Uomo: Esso Card, Buongiorno Fortugno Domenico: E, Buongiorno, sono Calabria Trasporti. Ieri abbiamo chiamato che avevamo perso una carta, no, però poi l’abbiamo ritrovata e abbiamo richiamato per dirle di sbloccarla… Uomo: Fortugno Domenico: Uomo: Fortugno Domenico: Uomo: della carta? Fortugno Domenico: l’ho sotto mano.. Uomo: postale? Fortugno Domenico: Uomo: Fortugno Domenico: Uomo: Fortugno Domenico: Uomo: Fortugno Domenico: Uomo: Fortugno Domenico: (…) Si, perfetto Eh, eh, vi posso dare il numero di targa? Si grazie... BE E, mi da cortesemente prima il numero Il numero della carta un attimo che non ce Allora, aspetti, il CAP codice di avviamento 89025 Si, il nome della società è? Calabria Trasporti SAS La targa del veicolo? BE Si 378 Si Como, Domodossola

FORTUGNO Domenico contattava il numero verde “ESSO CARD”, per sbloccare una full card precedentemente smarrita (“avevamo perso una carta, no, però poi l’abbiamo ritrovata e abbiamo richiamato per dirle di sbloccarla”). La carta era intestata alla “Calabria Trasporti SAS” e riferibile al camion targato BE378CD (“BE… 378 … Como, Domodossola”). Gli accertamenti posti in essere da questa P.G. chiarivano che a quella targa corrispondeva un trattore stradale marca DAF TRUCKS di proprietà della società “CALABRIA TRASPORTI”, a nome della quale risultava stipulata e pagata la relativa polizza RCA85. A distanza di quasi sei mesi dalla data di costituzione della “MEDMA TRANS”, FORTUGNO non solo continuava a spendere il nome della “CALABRIA TRASPORTI”, ma aveva piena disponibilità di mezzi e risorse della predetta società. Il 12 marzo 2011, veniva intercettata un’altra telefonata86 in cui FORTUGNO ammetteva di utilizzare i mezzi della “CALABRIA TRASPORTI”: (…)
85 A seguito di consultazione della banca dati ANIA, si evinceva che la copertura assicurativa era stata stipulata presso la ERGO ASSICURAZIONI - Agenzia 293, con scadenza al 31.03.2012. Il cui premio assicurativo era stato versato dalla “CALABRIA TRASPORTI”.

86

Decreto d’intercettazione nr. 4302/2006 RGNR DDA e nr. 264-11 R.I.T. D.D.A. emesso dalla Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia - di Reggio Calabria. Conversazione in entrata registrata al prog. 6429 del 12.03.2011, delle ore 17:59:52, della durata di 00.00.48, linea 3280. Vds. All. n. 16.

133

CANNATA’ Domenico:

Ah! ah! Dimmi Mimmo, Dimmi..

FORTUGNO Domenico: Eh, Eh.. Sentimi a me! Ma quel libretto della cella di.. di Calabria Trasporti , quello con la porta laterale, dove è? CANNATA’ Domenico: FORTUGNO Domenico: CANNATA’ Domenico: FORTUGNO Domenico: Quello che abbiamo nel piazzale noi? Eh.. Nell’ufficio, chiama a… Rocco …incompr… E non ce l’hai il numero di Rocco, tu? devi

CANNATA’ Domenico: Io non ce l’ho il numero di Rocco, chiamare… quello di Diego ce l’hai tu?

FORTUGNO Domenico: Ma! Va bene dai, lascia che ti rintraccio a Rocco vai e mi prendi il libretto, dai.. Ciao. (…) FORTUGNO, chiedendo la carta di circolazione di una precisa cella frigorifera (“libretto della cella… con la porta laterale”), continuava ad ammettere di non aver mai tagliato il cordone ombelicale che lo legava alla “Calabria Trasporti”. Il 21 marzo 2011, FORTUGNO inviava un sms87 ad un numero intestato a “La Meridionale Ortofrutticola” e riportante il testo: “Coordinate bancarie calabria trasporti:banca carime rosarno iban:IT 40X0306781530000000010745”. Dalle conversazioni intercettate poco prima, si desumeva che FORTUGNO aveva inviato il suddetto messaggio di testo per permettere al titolare della “Meridionale Ortofrutticola” di effettuargli un bonifico bancario per un trasporto di merce da lui curato. Dalla conversazioni sopra riportate, pertanto, emerge che la “MEDMA” è stata creata ad hoc in data 23.09.201088, successivamente alla presa di coscienza in capo agli affiliati della cosca PESCE dell’esistenza di numerose indagini sul loro conto ed all’arresto dello stesso FORTUGNO Domenico nell’ambito dell’operazione “ALL INSIDE”. Le conversazioni dimostrano, altresì, che FORTUGNO continua ad operare anche per nome e per conto della CALABRIA TRASPORTI. Una prima conferma che dietro la creazione della MEDMA TRANS vi siano dei capitali di illecita provenienza si ricavava dalle verifiche effettuate tramite le BB.DD.FF.PP. e quella dell’Agenzia delle Entrate: FORTUGNO Demetrio89 (padre di FORTUGNO Domenico, nonché socio accomandatario e rappresentate legale), D’AGOSTINO Maria Carmela90 (socio accomandante) e SPATARO Maria Grazia (moglie di FORTUGNO Domenico, socio accomandante) non avrebbero potuto sostenere
87

Decreto d’intercettazione nr. 4302/2006 RGNR DDA e nr. 264-11 R.I.T. D.D.A. emesso dalla Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia - di Reggio Calabria. SMS in uscita registrato al progr. 7980 del 21.03.2011, delle ore 10:41:27, linea 3280. Vds. All. n. 17.
Vds. Visura, già in all. n. 38. FORTUGNO Demetrio nato a Palmi il 02.05.1952. D’AGOSTINO Maria Carmela nata a Taurianova il 31.07.1980.

88 89 90

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alcuna spesa per la creazione della società in argomento, poiché gli accertamenti fiscali a loro carico dimostravano la pressoché totale assenza di reddito per l’anno 200991: FORTUGNO Demetrio aveva dichiarato 447,00 euro, derivantigli da reddito d’impresa di un’omonima ditta individuale92, ma sottoscriveva una quota di partecipazione alla “MEDMA TRANS” pari a 15.300 euro; - D’AGOSTINO Maria Carmela aveva dichiarato solo 41,00 euro, derivantigli da reddito d’impresa della ditta individuale “Arte e Stile”93, ma sottoscriveva una quota di partecipazione alla “MEDMA TRANS” pari a 14.850 euro; - SPATARO Maria Grazia aveva dichiarato 580,00 euro, derivantigli da reddito da lavoro dipendente, ma sottoscriveva una quota di partecipazione alla “MEDMA TRANS” pari a 14.850 euro. La “MEDMA TRANS”, relativamente all’anno di imposta 2010, presentava all’Agenzia delle Entrate una dichiarazione di modello iva nella quale riportava solamente una passività pari a 74.160 euro; al contempo, risultava essere proprietaria di tre trattori stradali e quattro semirimorchi, di cui ben tre – precedentemente intestati alla “CALABRIA TRASPORTI” – erano stati acquistati in blocco, in data 13.10.2010, per un valore complessivo di euro 22.00094. Gli accertamenti effettuati – facendo luce sulla sperequazione reddituale dei soci della “MEDMA TRANS” – fornivano un utile riscontro a quanto dichiarato dalla collaboratrice PESCE Giuseppina sul conto del FORTUGNO (“…Nell’ambito, lui aveva i camion pure che lavoravano, tipo queste cose qua…”); dietro la “MEDMA TRANS”, per il tramite di FORTUGNO Domenico, c’era la longa manus di PESCE Francesco (“Ciccio Testuni… l’ha sistemato”), che sapeva che il cugino non si sarebbe opposto al suo diktat, riconoscendo a DELMIRO Biagio il denaro necessario per il mantenimento di Camelia COSTIN. La conferma della corretta identificazione del “FORTUG” di cui al “pizzino” in FORTUGNO Domenico si avrà con le risultanze documentali acquisite nel corso della perquisizione presso il domicilio di PESCE Francesco cl. 78 nell’anno 2007, che di qui a poco si andrà ad analizzare. In quel contesto, infatti, è stato rinvenuta documentazione relativa alla CALABRIA TRASPORTI (come dimostrato ora MEDMA TRANS) e plurimi riferimenti ad assegni con accanto il cognome FORTUGNO. Non sussiste, del resto, alcun rapporto lavorativo lecito che possa giustificare il continuo passaggio di assegni tra PESCE Francesco cl. 78 e FORTUGNO Domenico. La conferma definitiva della corretta identificazione del “FORTUG” di cui al “pizzino” in FORTUGNO Domenico si rinviene nelle stesse parole del boss PESCE Francesco cl. 78, nel corso di un colloquio in carcere registrato in data 30.12.2011, presso il carcere di Cuneo.
91 92 93 Vds. All. n. 40. Ditta individuale FORTUGNO Demetrio operante nel settore del commercio all’ingrosso di frutta e ortaggi, P.I. 02239300805, con sede legale a Rosarno in via Tintoretto n. 1. “ARTE E STILE DI D’AGOSTINO MARIA CARMELA”, operante nel settore del commercio al dettaglio di mobili per la casa, P.I. 02576880807, con sede legale in Rosarno via Kennedy n. 3. 94 Rif. ai semirimorchi targati AA94510 (cella frigo del valore dichiarato di euro 8.000), AC47842 (cella frigo del valore dichiarato di euro 4.000) e AC84808 (cassone ribaltabile del valore dichiarato di euro 10.000).

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(…) PESCE Francesco: siccome mi stanno facendo un’indagine difensiva, quando mi hanno arrestato, io… siccome io l’assicurazione delle macchine la facevo sempre che c’erano tutti questi autotrasportatori che facevano pacchetti d’assicurazione; per esempio, andavano da una compagnia di assicurazione per esempio e gli dicevano “io, in questo anno, ti garantisco 50 contratti” e avevano vantaggi sull’assicurazione… e io, per pagare poco, la facevo sempre per un anno e la facevo così! Ora, quando mi hanno arrestato… io, quando mi stavano trasferendo, scrissi un biglietto, no? Per esempio, siccome me li faceva fare sempre Domenico queste cose, FORTUGNO, mi faceva fare l’assicurazione… adesso l’avvocato sta svolgendo un’indagine difensiva per dirgli ecco “qua… questa è la parola che aveva scritto questo”… perché io avevo scritto… DOM puntato per l’assicurazione no, e se va dall’avvocato e gli dice la verità… e gli dice… se vuole andare sempre…che l’avvocato lo chiama, lo sta chiamando e gli spiega… gli sta spiegando la situazione per come è… se lui vuole… io la verità gli dico che deve dire, deve dirgli la verità che è vero che lui mi faceva… siccome fanno gli autotrasportatori, mi facevano fare sempre l’auto…l’assicurazione a prezzo (ndr scontato). STANGANELLI Ippolito: PESCE Francesco: STANGANELLI Ippolito: esterne… …inc...queste persone sono esterne manco i cani! cosa? queste persone sono esterne, l’assicurazione sono

PESCE Francesco: no… ma no c’è niente di male, lui la verità deve dire, non gli sto dicendo che deve dire una bugia, “si, è vero che io gli facevo l’assicurazione a prezzo vantaggiato, che io faccio l’autotrasportatore”. Sembra che qualcuno gli sta dicendo di dire una bugia… io la verità voglio che gli dica… però deve andare… perché è importante che mi discutono il 41 … digli di andare!!! STANGANELLI Ippolito: discussione del 41 Bis) PESCE Francesco: STANGANELLI Ippolito: (omissis) PESCE Francesco: il fatto dell’indagine difensiva… devi andare tu a dirgli che deve andare, se vuole andare, che questo si scorda Domenico, deve andare dall’avvocato STANGANELLI Ippolito: si..si..si! PESCE Francesco: che è importantissimo… pero’ deve andare che solo lui manca, che gli altri sono andati tutti per farla! (…) al dieci…al dieci…al dieci (ndr riferito alla

no al dieci!! deve andare prima del dieci. no dico…il dieci discutono il 41

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Lo stralcio del dialogo sopra riportato conferma l’esatta identificazione del soggetto a cui si faceva riferimento nel pizzino (“quando mi hanno arrestato… io, quando mi stavano trasferendo, scrissi un biglietto, no?”) in FORTUGNO Domenico. PESCE Francesco nel suo manoscritto lo aveva indicato con “ASS. FORTUG.”, ma durante il colloquio con il suocero forniva le generalità complete dicendo: “me li faceva fare sempre Domenico queste cose, FORTUGNO, mi faceva fare l’assicurazione”; poco dopo, il detenuto precisava, sbagliandosi, anche come lo aveva indicato nel pizzino: “io avevo scritto… DOM puntato per l’assicurazione no”. Altra conferma in tal senso derivava dall’indicazione dell’attività lavorativa del soggetto chiamato in causa dai presenti: “lui mi faceva… siccome fanno gli autotrasportatori, mi facevano fare sempre l’auto…l’assicurazione a prezzo”. Il senso delle parole intercettate era chiarissimo: PESCE Francesco - consapevole che il suo difensore stesse svolgendo attività istruttoria difensiva - con l’evidente intento di precostituirsi una tesi difensiva circa le disposizioni date nel pizzino, spiegava al suocero la versione dei fatti che il FORTUGNO avrebbe dovuto fare sua e riferire all’avvocato. PESCE Francesco, a suo dire, era solito assicurare la propria auto con la stessa società con la quale FORTUGNO Domenico assicurava i suoi camions, per risparmiare sul prezzo: “io l’assicurazione delle macchine la facevo sempre che c’erano tutti questi autotrasportatori che facevano pacchetti d’assicurazione; per esempio, andavano da una compagnia di assicurazione per esempio e gli dicevano “io, in questo anno, ti garantisco 50 contratti” e avevano vantaggi sull’assicurazione… e io, per pagare poco, la facevo sempre per un anno e la facevo così! Ora, quando mi hanno arrestato… io, quando mi stavano trasferendo, scrissi un biglietto, no? Per esempio, siccome me li faceva fare sempre Domenico queste cose, FORTUGNO, mi faceva fare l’assicurazione… adesso l’avvocato sta svolgendo un’indagine difensiva per dirgli ecco “qua… questa è la parola che aveva scritto questo”… perché io avevo scritto… DOM puntato per l’assicurazione no (…) lui mi faceva… siccome fanno gli autotrasportatori, mi facevano fare sempre l’auto…l’assicurazione a prezzo”. Gli accertamenti effettuati dal ROS CC di Reggio Calabria sconfessavano, però, la tesi fornita da PESCE Francesco: in base a quanto affermato dal detenuto, i mezzi in uso al suo nucleo familiare avrebbero dovuto avere un contratto assicurativo stipulato presso la stessa società con cui FORTUGNO Domenico assicurava i suoi camion (“pacchetti d’assicurazione; per esempio, andavano da una compagnia di assicurazione per esempio e gli dicevano “io, in questo anno, ti garantisco 50 contratti” e avevano vantaggi sull’assicurazione… e io, per pagare poco, la facevo sempre per un anno e la facevo così!”), ma le verifiche poste in essere dimostravano il contrario. Nello specifico: - l’unica autovettura riconducibile a PESCE Francesco è una Suzuki Vitara targata DH050AG (intestata alla nonna materna MESSINA Maria Grazia95 e già in uso al giovane boss fino all’aprile 2010) oggi utilizzata da STANGANELLI Maria96 e da PESCE Danila, rispettivamente moglie e sorella di Francesco cl. 78. Sulla Suzuki Vitara
95 96 MESSINA Maria Grazia, nata a Rosarno il 29.07.1942. STANGANELLI Maria, nata a Cinquefrondi il 23.03.1987.

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in argomento (immatricolata il 13.04.2007), da accertamenti presso la banca dati A.N.I.A., risulta stipulata una polizza assicurativa RCA con la società “FONDIARIA SAI”, con scadenza contrattuale prevista il 21.01.2012; - in banca dati A.C.I. non risultano automezzi intestati a FORTUGNO Domenico, mentre a nome della moglie SPATARO Maria Grazia97 vi è una FIAT Panda targata BT251BA, sulla quale è stata stipulata una polizza assicurativa con la società “LA FONDIARIA ASSICURAZIONI”. Come già precisato, FORTUGNO Domenico gestisce la società di autotrasporti “MEDMA TRANS S.A.S. DI FORTUGNO DEMETRIO & C.”, nella cui proprietà/disponibilità ricadono i seguenti veicoli industriali: trattore stradale, targato CV342NT, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; trattore stradale, targato CS980MM, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; trattore stradale, targato CY401TT, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; trattore stradale, targato BE378CD, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; semirimorchio, targato AA94510, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; semirimorchio, targato AC47842, assicurato con la “VIENNA INSURANCE”; semirimorchio, targato AD26081, non coperto da assicurazione RCA; semirimorchio con cassone ribaltabile, targato AC84808, assicurato con la “AURORA ASSICURAZIONI”;
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identici accertamenti venivano, inoltre, estesi anche sui camions della “CALABRIA TRASPORTI SAS DI FABRIZIO Giuseppe & C.” (società di trasporti formalmente intestata da FABRIZIO Giuseppe98), con la quale FORTUGNO Domenico ha cointeressenze di natura economica:
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semirimorchio, targato AA98997, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; trattore stradale, targato CJ277YP, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; semirimorchio, targato ME005301, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; semirimorchio, targato AB61245, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; trattore stradale, targato CV319NT, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; trattore stradale, targato CM265YE, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; semirimorchio, targato TN018662, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; semirimorchio, targato AA80279, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; trattore stradale, targato CJ545AZ, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; trattore stradale, targato CH375MD, assicurato con la “ERGO ASSICURAZIONI”; autocarro, targato BL450MB, assicurato con la “ASSICURAZIONI GENERALI”.

PESCE Francesco, nel corso del colloquio in carcere, precisava che “tutti questi autotrasportatori che facevano pacchetti d’assicurazione; per esempio, andavano da una compagnia di assicurazione per esempio e gli dicevano “io, in questo anno, ti garantisco 50 contratti” e avevano vantaggi sull’assicurazione…”.

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SPATARO Maria Grazia nata a Cinquefrondi il 25.01.1987, cugina in primo grado di PESCE Francesco “testuni”, poiché la madre di quest’ultimo - CAPRIA Carmelina - è sorella di CAPRIA Francesca, madre della predetta SPATARO

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FABRIZIO Giuseppe, nato a Taurianova il 18.11.1974.

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A conferma della cointeressenza tra la “MEDMA TRANS” e la “CALABRIA TRASPORTI”, la quasi totalità dei veicoli delle due società in esame avevano un contratto assicurativo stipulato con la stessa compagnia (“ERGO ASSICURAZIONI”). In conclusione, nessun mezzo riconducibile a FORTUGNO Domenico ha un contratto con la società assicuratrice “FONDIARIA SAI”, che copre i rischi RCA della Suzuki Vitara dei PESCE. Inoltre, in considerazione della data di scadenza dell’assicurazione della predetta autovettura (21.01.2012), appare poco verosimile che PESCE Francesco si potesse preoccupare del rinnovo del contratto assicurativo già alla prima decade di agosto (data di sequestro del “pizzino”), ben cinque mesi prima del suo naturale rinnovo. Ne deriva, pertanto, che la dicitura “ASS.” riportata sul pizzino non è da riferire al termine “assicurazione”, bensì, come già spiegato (e confermato da altro carteggio dello stesso PESCE Francesco) al termine “assegni”. **** Questo il quadro indiziario a carico di FORTUGNO Domenico al momento del fermo del 8.2.2012. [OMISSIS] Nel corso dell’interrogatorio di convalida del fermo, FORTUGNO non ha potuto che prendere le distanze da quella tesi difensiva, rivelatasi – all’esito dell’attività di indagine successiva – assolutamente infondata. ************ Il PM evidentemente si riferisce alla “tesi difensiva” cui fa cenno lo stesso PESCE Francesco nel corso del colloquio con il suocero intercettato il 30.12.2011 sopra riportato (intercettazione che è valsa la sicura identificazione del FORTUGNO Domenico come soggetto citato nel pizzino con l’annotazione FORTUG) e che si stava concretizzando, a detta del PESCE medesimo in indagini difensive che stava svolgendo il suo legale. *************** FORTUGNO, infatti, venuto a conoscenza della attività di intercettazione e degli accertamenti successivi che ne sono seguiti (mancata coincidenza tra società assicuratrice dei camion e quella della autovettura in uso al PESCE) non poteva che sfruttare nel proprio interesse tale dato, senza però riuscire a dare una logica spiegazione delle motivazioni che potevano avere indotto PESCE Francesco a parlarne con il suocero in carcere, né di ciò che potrebbe avere indotto lo stesso PESCE ad inserire quella annotazione nel “pizzino”. [OMISSIS]

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Del resto, non sussistono rapporti di lavoro lecito che consentono di giustificare il passaggio o la movimentazione di assegni tra FORTUGNO e PESCE Francesco cl. 78 e le scarne giustificazioni rese dall’indagato in sede di interrogatorio non appaiono idonee a scalfire il quadro indiziario a suo carico. [OMISSIS] ELEMENTI INDIZIARI SOPRAVVENUTI A CARICO DI FORTUGNO DOMENICO All’esito dell’esecuzione del provvedimento di fermo, sono sopravvenuti nuovi elementi indiziari a carico dell’indagato, compendiati nella nota ROS CC del 26.2.2012 nr. 63/52-8-2011. La notte del 9.2.2012, infatti, FORTUGNO Domenico si rendeva irreperibile all’esecuzione del provvedimento di fermo, fino al successivo lunedì 13.02.2012, quando si presentava presso la Tenenza Carabinieri di Rosarno accompagnato dal suo difensore di fiducia; nell’arco di tempo in argomento, gli investigatori riuscivano a raccogliere a carico dell’indagato ulteriori elementi indiziari, emersi dalla perquisizione presso gli uffici della “MEDMA TRANS” e dalle intercettazioni telefoniche sul cellulare in uso all’indagato.

1. LA PERQUISIZIONE ALLA “MEDMA TRANS”
Come già accennato, in occasione dell’esecuzione del provvedimento di fermo, alle prime ore del 09.02.2012, veniva effettuata una perquisizione99 nell’immobile sito in via Tintoretto n. 1 di Rosarno, al fine di localizzare il fuggiasco. All’interno dello stabile in argomento, oltre all’abitazione (posta al primo piano) del nucleo familiare originario di FORTUGNO Domenico, vi erano due ambienti dedicati ad uffici della “MEDMA TRANS”: una piccola stanza (posta al piano terra, all’interno di un più ampio ambiente destinato a garage/magazzino) ed una struttura prefabbricata (posta all’interno del cortile privato, pertinenza dell’immobile de quo). Nel corso della perquisizione, venivano rinvenute e sequestrate100 banconote per il valore di euro 91.150,00: come già visto, il denaro era stato sapientemente occultato all’interno di confezioni di plastica sottovuoto, nascoste nelle scatole di derivazione dell’impianto di illuminazione e del quadro elettrico principale del garage/magazzino. All’interno della struttura prefabbricata, venivano sequestrati due timbri (uno101 della “MEDMA TRANS SAS” ed un secondo102 della “CALABRIA TRASPORTI ”) e varia documentazione103:
99 100 Vds. Verbale di perquisizione, in All. n. 1. Vds. Verbale di sequestro, in All. n. 2.

101 102
103

N. 1 timbro riportante la dicitura “MEDMA TRANS SAS – Amministratore unico – Fortugno Demetrio”. N. 1 timbro riportante la dicitura “CALABRIA TRASPORTI S.A.S. – C/da Testa dell’Acqua – 89025 Rosarno (RC) – P. iva 02420920809 – Iscrizione All’Albo RC 8154174/H”.
Vds. Documentazione, in All. n. 3.

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copie fotostatiche di n. 7 assegni intestati alla “CALABRIA TRASPORTI S.a.s. di FABRIZIO Giuseppe & C.”104 ed in particolare: un assegno postdatato della Banca Popolare del Mezzogiorno dell’importo di euro 4.425,00, avente n. 0025733474-00, emesso dalla ditta “TASSONE ENTERPRISE S.r.l.” di Soriano Calabro in favore della “CALABRIA TRASPORTI S.a.s” e datato 31.03.2012; un assegno postdatato della Banca Popolare del Mezzogiorno dell’importo di euro 4.425,00, avente n. 0025733473-12, emesso dalla ditta “TASSONE ENTERPRISE S.r.l.” di Soriano Calabro in favore della “CALABRIA TRASPORTI S.a.s” e datato 28.02.2012; un assegno privo di data di emissione della Banca Nazionale del Lavoro, dell’importo di euro 2.000,00, avente n. 3008779159-09 emesso dalla ditta “MEDMA TRANS”, in favore della “CALABRIA TRASPORTI S.a.s. di FABRIZIO Giuseppe & C.”; un assegno privo di data di emissione della Banca Nazionale del Lavoro, dell’importo di euro 4.000,00, avente n. 3008779152-02 emesso dalla ditta “MEDMA TRANS” in favore della “CALABRIA TRASPORTI S.a.s. di FABRIZIO Giuseppe & C.”; un assegno privo di data di emissione della Banca Nazionale del Lavoro dell’importo di euro 8.400,00, avente n. 3008771624-01 emesso dalla ditta “MEDMA TRANS” in favore della “CALABRIA TRASPORTI S.a.s. di FABRIZIO Giuseppe & C.”; un assegno privo di data di emissione della Banca Nazionale del Lavoro dell’importo di euro 4.000,00, avente n. 3008776825-02 emesso dalla ditta “MEDMA TRANS” in favore della “CALABRIA TRASPORTI S.a.s. di FABRIZIO Giuseppe & C.”; un assegno privo di data di emissione della Banca Nazionale del Lavoro dell’importo di euro 3.000,00, avente n. 3008773939-02 emesso dalla ditta “MEDMA TRANS” in favore della “CALABRIA TRASPORTI S.a.s. di FABRIZIO Giuseppe & C.”; n. 4 Contratti di Trasporti intestati alla “CALABRIA TRASPORTI S.a.s. di FABRIZIO Giuseppe & C.”, con allegati vari documenti; nello specifico: contratto n. 2008/2010/SE, datato 12.04.2010, emesso dalla ditta “LEMS LOGISTICA”105 di Roma a favore della ditta “CALABRIA TRASPORTI”. L’analisi del documento in esame rivelava che il contratto era stato trasmesso a mezzo fax al numero 0966780526 (intestato106 a RAO Gaetano, marito di ANGILLETTA Maria Rosa107, formalmente socia di FABRIZIO Giuseppe108 nella “CALABRIA TRASPORTI S.a.s. di FABRIZIO Giuseppe & C” );
“CALABRIA TRASPORTI S.a.s. di FABRIZIO Giuseppe & C.” con sede a Rosarno in C.da Testa dell’Acqua snc, P.I. 02420920809. “LEMS LOGISTICA” con sede legale a Roma in via R. Pereira n. 129, P.I. 03112560135. L’utenza telefonica in argomento risultava attestata in via Provinciale n. 141 ed intestata ad una persona fisica identificata in RAO Gaetano nato a Taurianova il 21.12.1979 e residente a Rosarno in via Nazionale Nord n. 19; lo stesso risultava essere coniugato con ANGILLETTA Maria Rosa nata a Cinquefrondi il 26.08.1983, formalmente socia della “CALABRIA TRASPORTI S.a.s. di FABRIZIO Giuseppe & C”.

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ANGILLETTA Maria Rosa nata a Cinquefrondi il 26.08.1983. FABRIZIO Giuseppe inteso “u sindacu” nato a Taurianova il 18.11.1974.

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contratto emesso dalla ditta “C.L.T. TRASPORTI S.r.l.”109 di Settingiano a favore della ditta “CALABRIA TRASPORTI”, per una spedizione effettuata in data 11.05.2011. L’analisi del documento in esame rivelava che il contratto era stato inviato all’attenzione di “DOMENICO” ed era stato trasmesso a mezzo fax, il pomeriggio del 10.05.2011, dal n. 0961998286 (intestato alla “C.L.T. TRASPORTI S.r.l.”) verso il numero 0966773087 (attestato in via Tintoretto n. 1 di Rosarno ed intestato a FORTUGNO Demetrio, padre di Domenico); contratto emesso dalla ditta “C.L.T. TRASPORTI S.r.l.” di Settingiano a favore della ditta “CALABRIA TRASPORTI”, per una spedizione effettuata in data 14.05.2011. Anche in questo caso, il contratto era stato inviato all’attenzione di “DOMENICO” ed era stato trasmesso a mezzo fax, il pomeriggio del 16.05.2011, dal n. 0961998286 (intestato alla “C.L.T. TRASPORTI S.r.l.”) verso il numero 0966773087 (attestato in via Tintoretto n. 1 di Rosarno ed intestato a FORTUGNO Demetrio, padre di Domenico); contratto emesso dalla ditta “C.L.T. TRASPORTI S.r.l.” di Settingiano a favore della ditta “CALABRIA TRASPORTI”, per una spedizione effettuata in data 23.05.2011. Similmente agli altri contratti di trasporto, il documento in esame era stato inviato all’attenzione di “DOMENICO” ed era stato trasmesso a mezzo fax, il 23.05.2011, dal n. 0961998286 (intestato alla “C.L.T. TRASPORTI S.r.l.”) verso il numero 0966773087 (attestato in via Tintoretto n. 1 di Rosarno ed intestato, come persona fisica, a FORTUGNO Demetrio, padre di Domenico). n. 11 copie di fatture fiscali emesse dalla “CALABRIA TRASPORTI S.a.s. di FABRIZIO Giuseppe & C.” con annessi documenti e/o contratti di trasporto; nello specifico: n. 2 copie della fattura n. 439 del 18.06.2010, dell’importo totale di euro 1.896,00 indirizzata alla ditta “LEMS LOGISTICA srl”; n. 2 copie della fattura n. 71 del 31.01.2010, dell’importo totale di euro 1.560,00 indirizzata alla ditta “LEMS LOGISTICA srl”; n. 2 copie della fattura n. 140 del 31.03.2010, dell’importo totale di euro 1.896,00 indirizzata alla ditta “LEMS LOGISTICA srl”; n. 2 copie della fattura n. 70 del 31.01.2010, dell’importo totale di euro 2.160,00 indirizzata alla “CASTALDI TRASPORTI”110; n. 1 copia della fattura n. 148 del 31.03.2010, dell’importo totale di euro 1.380,00 indirizzata alla “CASTALDI TRASPORTI”; copia della fattura n. 138 del 31.03.2010, dell’importo totale di euro 1.560,00 indirizzata alla “TRANSIRON S.r.l.”111;
“C.L.T. TRASPORTI S.r.l.” con sede legale a Settingiano (CZ) in via Acqua degli Ulivi n. 14, P.I. 02911150791. “CASTALDI TRASPORTI” con sede legale a Roma in Largo G. Maccagno n. 7, P.I. 09388451008. “TRANSIRON S.r.l.” , con sede legale a San Giuliano Milanese in via Oglio n. 18/20, P.I. 03775530151.

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n. 1 lettera di trasmissione emessa dalla società “LPS BROKER S.r.l.”112 ed intestata alla “CALABRIA TRASPORTI SAS”, relativa al pagamento di quattro polizze assicurative (n. 5006827; n. 5005663; n. 30761870; 30824947), con annesse due ricevute della società “ARAG spa”113 relative al pagamento di due polizze assicurative (n. 30761870 e n. 30824947).

2. LE INTERCETTAZIONI TELEFONICHE
In data 06.02.2012, si dava inizio all’attività di intercettazione dell’utenza n. 335/8724835114, intestata ed in uso a FORTUGNO Domenico (decreto n. 9762/11 RGNR DDA e n. 227/12 RIT DDA). Le conversazioni intercettate rivelavano che la mattina del 09.02.2012, in considerazione dell’irreperibilità dell’indagato, la gestione della “MEDMA TRANS” veniva affidata ad APA Antonino115 inteso “Tonino”, marito di D’AGOSTINO Maria Carmela116 (la quale risulta socia accomandante dell’impresa in argomento), al quale veniva materialmente ceduto il cellulare aziendale di FORTUGNO Domenico, su cui erano soliti chiamare i vari committenti ed i dipendenti della “MEDMA TRANS”. APA Antonino, da accertamenti presso la banca dati INPS, dal mese di giugno del 2008 al giugno 2011, era stato alle dipendenze della “CALABRIA TRASPORTI S.A.S. di FABRIZIO GIUSEPPE & C.”, con la qualifica di autista. Le intercettazioni chiarivano come il predetto, che in un caso arrivava a presentarsi addirittura come “il socio” di Domenico, oltre ad essere sconosciuto ai referenti delle imprese che si interfacciavano quotidianamente con FORTUGNO, era completamente estraneo alle dinamiche gestionali della società di trasporti compartecipata dalla moglie. Già dalle prime battute, nella mattinata del 09.02.2012, APA Antonino confessava117 ad un autista della “MEDMA TRANS” di non essere al corrente delle informazioni basilari per la conduzione dell’impresa; infatti, mentre l’impiegato chiedeva chiarimenti in merito alla destinazione di un trasporto, “Tonino” rispondeva: “non so, ora vediamo perchè non so niente ... va bene? ... poi ci aggiorniamo!”: (…) Matteo: Tonino: Matteo:
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Oh Domenico! Oh! Tonino sono. Tonino! com'è?

“LPS BROKER S.r.l.” con sede legale a Verona in via Sommacampagna n. 59, P.I. 03813400235. “ARAG spa” con sede legale a Verona in viale delle Nazioni n. 9, P.I. 00243180239. Utenza intestata ed in uso a FORTUGNO Domenico, sottoposta ad intercettazione con decreto n. 9762/11 RGNR DDA e n. 227/12 RIT DDA emesso dalla Procura delle Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia – di Reggio Calabria in data 06.02.2012.

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APA Antonino, nato a Taurianova il 23.06.1976. D’AGOSTINO Maria Carmela, nata a Taurianova il 31.07.1980.

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Chiamata in uscita dall’utenza telefonica 335/8724835 (intestata ed in uso a FORTUGNO Domenico) sull’utenza 349/1941453 (intestata a STRANIERI Matteo, nato a Lamezia Terme il 16.03.1969) del 09.02.2012 alle ore 09:26:23 – decreto d’intercettazione n. 9762/11 RGNR DDA e n.227/12 RIT DDA. Vds. All. n. 4.

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Tonino: Verona? Matteo: Tonino:

Ehm... tutto a posto ... ascoltami ma tu sei quello ... tui sei a si! eh! e gli do il numero di targa ... ehm! non funzionano neanche i

Matteo: devi dargli? ... no perchè ... qua computers questa mattina… Tonino: Matteo: Tonino: Matteo: eh! si! e va bene va! gli devi mandare il numero di targa?

Tonino: si! Aspetta che ora gli mando il numero di targa ... ma tu devi caricare ancora? Matteo: Tonino: Ah? devi caricare ancora tu?

Matteo: si devo ancora caricare ... eh ... qua non funzionano i computers… Tonino: Matteo: va bene, va! ah! ... ma per Napoli il viaggio è, Tonino?

Tonino: e ora non so, ora vediamo perchè non so niente ... va bene? ... poi ci aggiorniamo! Matteo: Tonino: Matteo: ok ciao! ciao!

Alle ore 09:45, dello stesso giorno, un’altra conversazione telefonica118 poneva in risalto l’incapacità di Tonino nel fronteggiare le esigenze della ditta di trasporti. Lo stesso, infatti, alle domande del cliente rispondeva:” ah ... dimmi! ... quale doveva andare che non so quale doveva andare? “ (…) Tonino: Filippo: Tonino: Filippo: Dimmi Filippo! Domenico, ma dov'è il camion ... l'autista? Tonino sono .... Filippo! Ah Tonino!

Tonino: ah ... dimmi! ... quale doveva andare che non so quale doveva andare?
118 Chiamata in entrata sull’utenza telefonica 335/8724835 (intestata ed in uso a FORTUGNO Domenico) dall’utenza 393/9424836 (intestata alla ditta “DOLCIARIA MONARDO” con sede a Soriano Calabro) del 09.02.2012 alle ore 09:45:34 – decreto d’intercettazione n. 9762/11 RGNR DDA e n.227/12 RIT DDA. All. n. 5.

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Filippo: Tonino: Filippo: Tonino: Filippo: Tonino: Filippo: Tonino: Filippo: Tonino:

ma non c'è ... Ah? non c'è, Domenico non c'è ... Filippo… Ah! Eh! va bene ... Oh! ... quindi non è andato l'autista ... aspetta che vedo chi è ... e ti faccio sapere va bene, ciao grazie! ciao

Dopo circa un’ora, alle successive ore 10:49, il dialogo telefonico119 intercettato tra Tonino ed un altro autista della “MEDMA TRANS” poneva l’accento sulla figura di FORTUGNO Domenico, unico dominus nella gestione della ditta di trasporti, tanto da essere definito con l’appellativo “il principale”. Il camionista si trovava a Bologna ed era ignaro del fatto che nella notte il suo datore di lavoro si fosse dato alla macchia, ma si mostrava perplesso (“che cos'è successo ...inc...... ma ... che cosa è succeso?”) nel ricevere indicazioni da una persona diversa da FORTUGNO Domenico: (…) Tonino: Rocco: Tonino: Rocco: Tonino: Rocco: Tonino: Rocco: Tonino: Rocco: Tonino: Rocco: Tonino: Pronto! Ohu! zio Rocco? Ohu .. che c'è? che c'è? dov'è il principale? non c'è! che cos'è successo ...inc...? non c'è, che ti serviva? no .... qua ancora ho ...inc... e devo fare un'altra presa ... non ho capito, Rocco, dimmi! ...inc ... a Bologna ... eh!

Rocco: ... mi manca una presa e poi ne devo fare un'altra presa più tardi ... e siccome io sapevo ...(si accavallano le voci)
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Chiamata in entrata sull’utenza telefonica 335/8724835 (intestata ed in uso a FORTUGNO Domenico) dall’utenza 389/1007272 (intestata ed in uso a OPPEDISANO Rocco, nato in Canada il 21/05/1976) del 09.02.2012 alle ore 10:49:26 – decreto d’intercettazione n. 9762/11 RGNR DDA e n.227/12 RIT DDA. All. n. 6.

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Tonino:

... dove!

Rocco: ... a Bologna e poi devo andare ad Arezzo, sempre per Tassone, siccome io sapevo che dovevo fare una sola presa a Bologna ... Tonino: Rocco: eh! ... ora sono tre, no una!

Tonino: va bene, non fa niente Rocco, falle e poi quando vieni se ne parla, dai! Rocco: Tonino: Rocco: Tonino: Rocco: Tonino: ma ... che cosa è successo? eh .... niente, non c'è! ah, va bene ... ho capito! va bene! ciao! ciao!

Quello stesso pomeriggio, nel rapportarsi120 con un dipendente della “DELCOM S.R.L.”, APA Antonino si presentava come “il socio” di Domenico (“Tonino chi?” … “Tonino il socio”). La conversazione chiariva che la “MEDMA TRANS”, senza FORTUGNO, aveva perso ogni forma di operatività sul campo; l’uomo aveva bisogno di un preventivo, ma APA non era in grado di evadere la richiesta e cercava solo di temporeggiare (“dai possiamo farlo noi sto preventivo?...; no, passa e ci vediamo, così discutiamo un poco...”) (…) Tonino: Marco: Tonino: Marco: Tonino: Marco: Dimmi, Marco Domè, come va… tutto a posto? Tonino, Tonino sono, non c'è Domenico Ah non c'è Domenico? No non c'è Domenico... Com'è? Tutto a posto… tutto bene... tu?

Tonino: Si tutto a posto (affianco a Tonino si sente un soggetto dire qualcosa di incomprensibile) Marco: Tonino: Tonino chi? Tonino il socio

Marco: Ah... e niente io non... vabè Domenico... ci eravamo sentiti l'altro giorno per un preventivo, ma dato che ero qua in zona l'avevo chiamato Tonino:
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ehm... non c'è al momento, ma tu sei qua in zona sei?

Chiamata in entrata sull’utenza telefonica 335/8724835 (intestata ed in uso a FORTUGNO Domenico) dall’utenza 329/6883282 (intestata alla ditta “DELCOM S.r.l.” di Rende) del 09.02.2012 alle ore 14:48:13 – decreto d’intercettazione n. 9762/11 RGNR DDA e n.227/12 RIT DDA. All. n. 7.

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Marco: Tonino: Marco: Tonino:

eh si si eh l'ufficio lo sai dove è là sotto da noi? si, ci sono stato pure prima eh, cinque minuti e ci vediamo dai

Marco: e va bene dai possiamo farlo noi sto preventivo? come come dici tu... Tonino: Marco: Tonino: Marco: no, passa e ci vediamo, così discutiamo un poco... e va bene dai, allora ci vediamo... tra dieci minuti sono là va, dieci minuti… dai, ciao ciao, ciao!

Alle ore 15:06 dello stesso giorno, Tonino si rapportava121 con il titolare della ditta “VIRFRUTTA” di Germaneto. Le parole di APA confermavano che né lui né i formali intestatari della “MEDMA TRANS” potevano fronteggiare le numerose problematiche che incalzavano di continuo: (…) Pino: Tonino: Pino: Si, pronto? Pino? Dimmi!

Tonino: Pino, ascolta… ma ‘sta frutta chi l'ha caricata doveva scaricarla a Latina? Pino: No! Mannaggia la madonna, mannaggia! Tonino: E aggiornami, perchè non so… perchè ora chiamo a Rocco e quello non è l'autista che... inc... Pino: Tonino: Pino: Tonino: no, Rocco... inc... quello che... il mediatore! ah… hai capito? si… e mò sta frutta qua chi la doveva caricare?

Pino: E non lo so! Mi ha chiamato stamattina, però ora non mi ricordo come cazzo si chiama... non mi ricordo proprio... Tonino: Eh... perchè non so chi l'ha caricata… lascia che provo a chiamare l'altro autista… Pino: a me hanno chiamato quei ragazzi, che hanno scaricato stamattina, Pino e quell'altro là… Tonino:
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Michele? forse...

Chiamata in uscita dall’utenza telefonica 335/8724835 (intestata ed in uso a FORTUGNO Domenico) sull’utenza 33971866750 (intestata alla ditta “VIRFRUTTA” di Germaneto) del 09.02.2012 alle ore 15:06:28 – decreto d’intercettazione n. 9762/11 RGNR DDA e n.227/12 RIT DDA. All. n. 8.

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Pino: Tonino: Pino:

o Michele, vedi un attimo inc... Michele... inc... inc... che chiamo a Rocco... inc... fermo

Tonino: e chiama a lui e fammi sapere… se c'è qualcosa chiama l'autista, dai! In data 10.02.2012, alle ore 11:10, la conversazione122 intercettata chiariva la disperazione in cui versava APA Antonino: (…) Tonino: dimmi inc... Nato: ou ragazzi ditemi una cosa... ma il camion è arrivato da Bergamo? Tonino: Nato: Tonino: c'è arrivato? si quello che ha scaricato il 4x4 quello... Rocco doveva scaricare

Nato: La Mendola Rocco dico... Perchè lo dobbiamo caricare lunedì... se poi... abbiamo altre cose però Tonino: Nato: no? Tonino: Nato: Uomo: Tonino: (…) altre cose della VALFRUIT, come sei con la VALFRUIT tu siete messi non so nemmeno di chi è la VALFRUIT Ehehe inc... inc... eh... eh non lo so io

3. LA SITUAZIONE REDDITUALE
FORTUGNO Domenico – da verifiche sia presso la banca dati I.N.P.S. che quella dell’Agenzia delle Entrate – non risulta aver percepito alcun reddito dal 1997 al giugno 2008. Pur avendo costituito nel 2006 una ditta individuale operante nel settore delle colture agrumicole, il FORTUGNO non dichiarava alcun reddito; solo dall’anno 2009, nella qualità di dipendente della “CALABRIA TRASPORTI S.A.S. di FABRIZIO GIUSEPPE & C.”, l’indagato dichiarava un

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Chiamata in entrata sull’utenza telefonica 335/8724835 (intestata ed in uso a FORTUGNO Domenico) dall’utenza 388/9389348 (intestata a PALAIA Alessandro, nato a Cinquefrondi il 16/09/1984) del 10.02.2012 alle ore 11:10:22 – decreto d’intercettazione n. 9762/11 RGNR DDA e n.227/12 RIT DDA. All. n. 9.

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reddito imponibile pari ad euro 8.537,00123, mentre per il 2010 si attestava con un imponibile pari ad euro 6.649,00124. La “MEDMA TRANS” veniva creata il 23.09.2010 (dopo l’esecuzione del fermo 28.4.2010 nell’ambito del procedimento 4302/06 RGNR DDA, cd. ALL INSIDE), ma l’assetto economicopatrimoniale dei tre soci rivelava un’originaria sproporzione tra i redditi dichiarati e la disponiblità di risorse economiche; gli accertamenti fiscali a loro carico dimostravano una pressoché totale assenza di reddito per l’anno 2009, che mal si conciliava sia con la sottoscrizione delle rispettive quote di capitale per la creazione della società (pari ad euro 45.000) che per l’effettuazione delle spese necessarie all’avvio dell’attività commerciale (acquisto di camion, trattori stradali, semirimorchi, spese per il mantenimento dei mezzi): FORTUGNO Demetrio125 (padre di Domenico, socio accomandatario e rappresentate legale della MEDMA TRANS) aveva dichiarato 447,00 euro, derivantigli da reddito d’impresa di un’omonima ditta individuale126, ma sottoscriveva una quota di partecipazione alla “MEDMA TRANS” pari a 15.300 euro; SPATARO Maria Grazia127 (moglie di Domenico e socio accomandante della MEDMA TRANS) aveva dichiarato 580,00 euro, derivantigli da reddito da lavoro dipendente, ma sottoscriveva una quota di partecipazione alla “MEDMA TRANS” pari a 14.850 euro. D’AGOSTINO Maria Carmela128 (socio accomandante della MEDMA TRANS) aveva dichiarato solo 41,00 euro, derivantigli da reddito d’impresa della ditta individuale “Arte e Stile”129, ma sottoscriveva una quota di partecipazione alla “MEDMA TRANS” pari a 14.850 euro.

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-

La “MEDMA TRANS”, relativamente all’anno di imposta 2010, presentava all’Agenzia delle Entrate una dichiarazione di modello iva nella quale riportava solamente una passività pari a 74.160 euro; al contempo, dall’incrocio tra gli accertamenti e le intercettazioni telefoniche, risultava in capo ad essa la proprietà/disponibilità dei seguenti mezzi di trasporto: trattore stradale, marca VOLVO TRUCK, targato CV342NT, con inizio proprietà in data 13.10.2010 a seguito di scrittura privata con la “Calabria Trasporti di FABRIZIO Giuseppe e C.”, per un importo pari ad euro 20.000,00;

trattore stradale, marca VOLVO TRUCK, targato CS980MM, con inizio possesso a seguito di contratto di locazione con la società “VFS Servizi Finanziari”;

123 124 125 126 127

Vds. All. n. 10. Vds. All. n. 11. FORTUGNO Demetrio nato a Palmi il 02.05.1952. Ditta individuale FORTUGNO Demetrio operante nel settore del commercio all’ingrosso di frutta e ortaggi, P.I. 02239300805, con sede legale a Rosarno in via Tintoretto n. 1. SPATARO Maria Grazia nata a Cinquefrondi il 25.01.1987, cugina in primo grado di PESCE Francesco “testuni”, poiché la madre di quest’ultimo - CAPRIA Carmelina - è sorella di CAPRIA Francesca, madre della predetta SPATARO.

128 129

D’AGOSTINO Maria Carmela nata a Taurianova il 31.07.1980. “ARTE E STILE DI D’AGOSTINO MARIA CARMELA”, operante nel settore del commercio al dettaglio di mobili per la casa, P.I. 02576880807, con sede legale in Rosarno via Kennedy n. 3.

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semirimorchio isotermico, marca SEG SAMRO, targato AD26081, con inizio proprietà in data 31.05.2011 a seguito di scrittura privata con la ditta “RufCar” di Cosenza, per un importo pari ad euro 32.400,00;

semirimorchio isotermico, marca ACERBI, targato AA94510, con inizio proprietà in data 13.10.2010 a seguito di scrittura privata con la “Calabria Trasporti di FABRIZIO Giuseppe e C.”, per un importo pari ad euro 8.000,00;

semirimorchio isotermico, marca CARMOSINO ANHANGER, targato AC47842, con inizio proprietà in data 13.10.2010 a seguito di scrittura privata con la “Calabria Trasporti di FABRIZIO Giuseppe e C.”, per un importo pari ad euro 4.000,00;

semirimorchio con cassone ribaltabile, marca ADIGE, targato AC84808, con inizio proprietà in data 13.10.2010 a seguito di scrittura privata con la “Calabria Trasporti di FABRIZIO Giuseppe e C.”, per un importo pari ad euro 10.000,00;

trattore stradale, marca DAF TRUCKS, targato CY401TT, con inizio proprietà in data 21.04.2011 a seguito di scrittura privata e contratto di Leasing con la società “Commercio e Finanza”;

trattore stradale, marca DAF TRUCKS, targato BE378CD, con inizio proprietà in data 19.05.2007 a seguito di scrittura privata con la ditta “Calabria Trasporti di GIOVINAZZO Salvatore & C.”, per un importo pari ad euro 20.000,00. (Veicolo intestato alla “CALABRIA TRASPORTI DI FABRIZIO GIUSEPPE E C.”, ma in uso alla “MEDMA TRANS DI FORTUGNO DEMETRIO & C.”; dato ricavato dalle intercettazioni telefoniche a carico di FORTUGNO Domenico).

La capacità reddituale dei FORTUGNO appare appena sufficiente a garantire il mero sostentamento quotidiano; infatti, da accertamenti presso C.RI.F.130, relativamente ai dati creditizi su FORTUGNO Domenico ed i suoi congiunti, risultavano vari prestiti personali o per credito al consumo, attualmente in corso ovvero estinti da poco: FORTUGNO Domenico, pur in assenza di reddito, il 23.11.2006 aveva ottenuto dalla COMPASS un prestito finalizzato, estinto in data 13.08.2009 con il pagamento di rate mensili di euro 422,00 (pari ad euro 5.304 annui); il 18.07.2011, aveva ottenuto dalla FINDOMESTIC un altro prestito finalizzato con rata mensile da euro175,00 (pari ad euro 2.100 annui), tutt’oggi in corso; FORTUGNO Demetrio (padre di Domenico) per il 2009 aveva dichiarato un reddito di euro 447,00. Quello stesso anno, nel mese di luglio estingueva un prestito finalizzato concessogli da AGOS DUCATO, con rata di euro 55,00 (pari ad euro 660,00 annui); ma, nel maggio dello stesso anno, otteneva da BNL un prestito personale131 con rata mensile di euro 233,00 (pari ad euro 2.796 annui), tutt’oggi in corso;

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130 131

Vds. Informazioni della Centrale Rischi Finanziari, in All. n. 12. Soggetto coobbligato nel prestito, la moglie GARRUZZO Maria Rosa.

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GARRUZZO Maria Rosa132 (madre di Domenico) il 13.05.2011 otteneva da AGOS DUCATO un prestito personale133 con rata mensile di euro 157,00 (pari ad euro 1.884 annui), tutt’oggi in corso.

I dati sopra riportati appaiono, all’evidenza, in contrasto con il sequestro di oltre 91.000 euro – in banconote di vario taglio e suddivise in mazzette – effettuato la notte del 09.02.2011, dando così conferma che dietro la figura di FORTUGNO Domenico ci siano capitali di illecita provenienza. INTERROGATORIO DI PESCE GIUSEPPINA DEL 7 MARZO 2012 Nel corso dell’interrogatorio del 7 marzo 2012 (v. trascrizione in atti), la collaboratrice di giustizia ha effettuato il riconoscimento fotografico dell’indagato, precisando che era noto con il diminutivo “Mico”. La PESCE lo ha collocato all’interno della compagine associativa criminale, in particolare, in una prima fase quale persona di fiducia del fratello Francesco cl. 84; all’esito del matrimonio con la SPATARO, quale persona vicina al cugino PESCE Francesco cl. 78. La collaboratrice ha ribadito di conoscere bene FORTUGNO, in quanto, sino al fidanzamento (da lei collocato intorno agli anni 2004/2005) frequentava spesso la sua casa, a causa dell’amicizia con il fratello. PESCE Giuseppina ha precisato che FORTUGNO, nel corso di quegli anni, condivideva con PESCE Francesco cl. 84 una serie di attività criminose, dalle rapine al traffico di sostanze stupefacenti e che, intervenuto il matrimonio, PESCE Francesco cl. 78 lo “aveva sistemato” garantendogli redditi apparentemente leciti. La collaboratrice ha spiegato che uno degli intendimenti del cugino PESCE Francesco cl. 78 è sempre stato affidare la gestione di attività (come nel caso di specie, dei trasporti su strada) a persone “pulite”, cioè non coinvolte in procedimenti penali e di sua fiducia. In quest’ottica la modifica del ruolo svolto da FORTUGNO all’interno della cosca mafiosa: da rapinatore e spacciatore al fianco del “poco affidabile” PESCE Francesco cl. 84 a gestore dei trasporti merci all’esito del matrimonio con la cugina del giovane boss. La PESCE – a conferma, ancora una volta, della genuinità dell’apporto collaborativo - ha precisato di non essere a conoscenza se i capitali per l’attività di autotrasporti gestita dal FORTUGNO siano stati forniti o meno da PESCE Francesco cl. 78. Ha, però, segnalato che lo stesso prima del matrimonio non possedeva né si era mai occupato di camion. INTERROGATORIO DI FORTUGNO DOMENICO INNANZI AL GIP DI PALMI Nel corso dell’interrogatorio innanzi al Gip di Palmi, l’indagato ha negato di conoscere PESCE Giuseppina, se non per le comuni lezioni di piano risalenti ad un ventennio orsono; ha negato il rapporto intimo che lo legava a PESCE Francesco cl. 84 e la familiarità delle frequentazioni con i componenti della famiglia di PESCE Salvatore, all’evidente fine di sminuire la portata
132 133 GARRUZZO Maria Rosa nata a Rosarno il 24.02.1962. Soggetto garante del prestito, il marito FORTUGNO Demetrio.

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accusatoria delle dichiarazioni rese dalla collaboratrice e di evitare ulteriori coinvolgimenti nelle attività criminali già imputate a Francesco cl. 84. FORTUGNO ha, altresì, negato di avere mai inviato soldi a Francesco cl. 84 (all’epoca detenuto) per tramite della sorella. Su specifica domanda del Gip ha dapprima negato che i trasporti di cui si occupa abbiano mai avuto a che fare con il “ferro” (per come indicato dalla collaboratrice), per poi dover ammettere che si occupa di trasporti di “merce di qualsiasi tipo, mobili…”... “no, no ferro…no, no, che mi ricordi io no…” Sul punto il Gip ha tentato di approfondire il rapporto tra PESCE Francesco cl. 84 (ed i suoi periodi di detenzione) e la costituzione della società CALABRIA TRASPORTI, dimostrando però di confondere PESCE Francesco cl. 84 (fratello della collaboratrice) con PESCE Francesco cl. 78, quale finanziatore occulto dell’attività esercitata dal FORTUGNO (v. pg. 18 trascrizione interrogatorio). L’indagato non ha saputo spiegare la ragione per cui nella documentazione sequestrata nella disponibilità di PESCE Francesco cl. 78 nell’anno 2007 vi fosse la dizione “Fortugno pagamenti 6.970” ed ha precisato che l’unica forma di cointeressenza economica che lo legava a PESCE Francesco cl. 78 era la corresponsione di somme alla locale squadra di calcio in qualità di sponsor. La circostanza non spiega però la ragione per cui il boss accostasse il termine pagamenti (tra l’altro, di un’ingente somma di denaro, pari a 6.970,00 euro) al cognome Fortugno anziché a Fabrizio Giuseppe (titolare della società). L’indagato, infine, non ha saputo dare la minima spiegazione del perché il suo nominativo possa essere stato inserito nel “pizzino” da PESCE Francesco cl. 78. **** All’esito delle recenti acquisizioni investigative il quadro indiziario a carico del FORTUGNO si ritiene definitivamente cristallizzato sia per il reato di cui all’art. 416bis c.p. (inizialmente contestato in sede di fermo di indiziato di delitto) che per quello di intestazione fittizia di beni di cui di cui all'art. 12 quinquies Legge n. 356 del 1992 (trasferimento fraudolento di valori), secondo il quale, salvo che il fatto costituisca più grave reato, “chiunque attribuisce fittiziamente ad altri la titolarità o disponibilità di denaro, beni o altre utilità al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali o di contrabbando, ovvero di agevolare la commissione di uno dei delitti di cui agli artt. 648 bis e 648 ter c.p., è punito con la reclusione da due a sei anni”, aggravato dall’art. 7 L. 203/91. Ai fini di una maggiore chiarezza espositiva, appare opportuno dedicare un breve cenno ai caratteri essenziali della norma di cui all’art. 12 quinquies Legge n. 356 del 1992 che si ritiene applicabile nel caso di specie, introdotta dal legislatore, anche su impulso delle convenzioni internazionali cui l’Italia ha aderito, per contrastare il fenomeno dell’arricchimento delle organizzazioni criminali e dei loro singoli esponenti.

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La ratio di tale norma si fonda, tra l’altro, sull’interesse, da parte dello Stato, di impedire che le persone sottoposte a misure di prevenzione possano continuare a fruire dei patrimoni illecitamente accumulati; la stessa considerazione deve naturalmente valere, se ne sussistono le condizioni di legge, per i loro eredi e/o prestanome. Il legislatore, pertanto, si è preoccupato di assicurare, con una specifica sanzione penale, la efficienza del sistema delle misure di prevenzione patrimoniali, prevedendo altresì la confisca dei beni oggetto delle condotte incriminate. Deve rilevarsi come, secondo la più recente giurisprudenza della Suprema Corte, l’art. 12 quinquies delinea un’ipotesi di reato istantaneo con effetti di natura permanente, sicché, una volta realizzata l’attribuzione fittizia, il delitto perviene alla sua consumazione, senza che possa assumere rilevanza la situazione (anti)giuridica conseguente al trasferimento (cfr. Cass. Sez. Un. n. 8/01 secondo la quale “… il disvalore della condotta si esaurisce, sul piano del possibile giuridico, mediante l’utilizzazione di meccanismi interpositori in grado di determinare l’effetto traslativo del diritto sul bene, ovvero il conferimento di un potere di fatto sul bene stesso, così da determinarne, attraverso i modelli della simulazione o del negozio fiduciario, la solo formale attribuzione …”). La stessa Corte di Cassazione (cfr. Cass. Sez. II sent. n. 38733 del 09/07/2004 - dep. il 04/10/2004) ha poi precisato che quella prevista dall’art. 12 quinquies è “una fattispecie a forma libera” e che “sono molteplici e non classificabili in astratto i meccanismi attraverso i quali può realizzarsi l’attribuzione fittizia, senza che sia possibile ricondurli entro schemi tipizzati di tipo civilistico”. E', quindi, una fattispecie comprensiva di ogni condotta che comporti il concreto risultato di una volontaria attribuzione fittizia della titolarità o della disponibilità di denaro o altre utilità, al fine di eludere, tra le altre, le norme in materia di misure di prevenzione patrimoniali. In tal senso, è stato chiarito che, sebbene la dizione letterale della rubrica, “trasferimento fraudolento di valori”, faccia pensare ad un “passaggio” di titolarità di beni da un soggetto ad un altro con modalità fittizie o simulatorie, di modo che sembrerebbe necessario accertare, in primo luogo, se tale passaggio vi sia stato e, in secondo luogo, se esso rivesta carattere fittizio, la fattispecie di reato in esame va esattamente individuata attraverso il contenuto precettivo della disposizione normativa e alla luce della sua ratio, che consiste nell'intento di impedire l'elusione di misure di prevenzione patrimoniali o di contrabbando ovvero l'agevolazione di delitti di ricettazione, riciclaggio o impiego di beni di provenienza illecita. Pertanto, l'impiego dei termini “disponibilità” e “titolarità”, inidonei a caratterizzare soltanto la condizione del possessore o quella del proprietario, risponde all'esigenza di ricondurre nell'ambito della previsione normativa tutte quelle situazioni, anche non inquadrabili secondo precisi schemi civilistici, nelle quali il soggetto viene a trovarsi in un rapporto di signoria con il bene; inoltre, il termine “attribuzione” prescinde da un trasferimento in senso tecnico-giuridico o, per meglio dire, non descrive quali debbano essere le modalità della fittizia attribuzione, rimandando, non a negozi giuridici tipicamente definiti ovvero a precise forme negoziali, ma piuttosto ad una indeterminata casistica, individuabile soltanto attraverso l'accertamento che denaro, beni od altre utilità che appaiono nella “titolarità o disponibilità” di un soggetto in realtà siano riconducibili ad un soggetto diverso. Il fatto - reato nella sua struttura consiste, quindi, in una situazione di apparenza giuridica e formale della titolarità o disponibilità del bene, difforme dalla realtà, e nel realizzare consapevolmente e volontariamente tale situazione (Cass. Sez. III, sent. n. 1665 del 15/07/1993 - dep. il 23/09/1993).

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In questo senso, tra i molteplici meccanismi, attraverso i quali può realizzarsi l’“attribuzione fittizia”, può farsi rientrare anche l’ipotesi in cui un soggetto divenga socio occulto in un’attività già esistente, partecipando alla gestione ed agli utili di una ditta individuale o di una società (Cass. Sez. I, sent. n. 43049 dell’11/11/2003, Fiorisi). Il dolo specifico è poi indicato con precisione dalla norma (“al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali …”): sul punto, la Cassazione ha precisato, con riferimento alla fattispecie di cui all’art. 12 quinquies L. n. 356/92, che le misure di prevenzione indicate nell’art. 10 L. n. 575 del 1965, in quanto comportano l’inibizione del normale svolgimento dell’attività di impresa, implicano una deminutio patrimonii e, pertanto, sono di natura patrimoniale, pur se conseguenti all’applicazione di una misura di prevenzione di tipo personale (Cass. Sent. n. 29816 del 06/07/2001, Cutrupi ed altro). Infine, è da ritenersi pacifico in giurisprudenza che il delitto previsto dall’art. 12 quinquies, comma primo, D.L. 306/1992 possa essere commesso anche da chi non sia sottoposto a misura di prevenzione e anche prima che il relativo procedimento sia iniziato, ben potendo il dolo specifico previsto dalla citata norma “essere configurato non solo quando sia già in atto la procedura di prevenzione … ma anche prima che la detta procedura sia intrapresa, quando l’interessato possa fondatamente presumerne l’inizio”. **** Il nome di FORTUGNO era contenuto in una delle disposizioni dal contenuto patrimoniale impartite da PESCE Francesco cl. 78 all’interno del “pizzino”. PESCE Giuseppina lo inserisce all’interno della cosca mafiosa, con il ruolo di persona di estrema fiducia dapprima del fratello PESCE Francesco cl. 84, poi del cugino Francesco cl. 78. La collaboratrice precisa che, all’esito del matrimonio con la cugina del boss “testuni”, FORTUGNO aveva improvvisamente cambiato vita: dalle rapine e spaccio di sostanze stupefacenti alla società di autotrasporti, inquadrando temporalmente tale cambiamento tra il 2004 ed il 2005. L’attività di intercettazione avviata nei confronti del FORTUGNO dimostra in maniera inequivocabile che lui ha, a tutt’oggi, la totale disponibilità sia della CALABRIA TRASPORTI (ove, però, sino al settembre 2010 risultava essere un semplice dipendente) che della MEDMA TRANS, costituita proprio all’esito dell’arresto del FORTUGNO del 28.4.2010 e della successiva scarcerazione dell’agosto dello stesso anno. I soci della MEDMA TRANS - tra cui padre e moglie dell’indagato – non hanno, come gli accertamenti patrimoniali dimostrano, una capacità reddituale nemmeno lontanamente sufficiente per poter fronteggiare il pagamento delle quote sociali, né alcun ruolo attivo all’interno della società, totalmente nella disponibilità del “dipendente” FORTUGNO. Del resto, lo stesso indagato ha dichiarato al Gip di Palmi che lui non ha alcun introito dalla CALABRIA TRASPORTI e ciò, a maggior ragione, non spiega come mai a lui continui ad essere devoluta di fatto la gestione della società.

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Al contempo, FORTUGNO ha confermato la cointeressenza economica tra le due società: “ci prestiamo i soldi…” (v. pg. 36 trascrizione interrogatorio). Nel corso dell’interrogatorio, infine, la difesa – al presumibile fine di giustificare la presenza del nome Fortugno collegata a somme di denaro negli appunti sequestrati al PESCE nel 2007 - ha voluto far emergere la ripartizione degli utili della società e degli oneri per la sponsorizzazione della A.S. ROSARNO, all’interno della CALABRIA TRASPORTI. L’indagato ha così ammesso di avere partecipato alla ripartizione degli utili della società e di avere direttamente contribuito alla sponsorizzazione della squadra, in quanto, tali oneri venivano detratti dagli utili e ripartiti tra tutti. Tali circostanze, all’evidenza, risultano però in assoluto contrasto con la qualifica di dipendente rivestita da FORTUGNO all’interno della società e confermano la totale disponibilità della società in capo all’indagato. L’attività di intercettazione sul punto è decisiva: FORTUGNO è l’unico che si occupa (tuttora) sia della CALABRIA TRASPORTI che della MEDMA TRANS. Il rinvenimento, infine, nella disponibilità dell’indagato, della documentazione relativa ad entrambe le società e della ingente somma di denaro in contante, meticolosamente occultata, confermano la impostazione accusatoria. Le modalità di confezionamento e di occultamento della ingente somma di denaro in contante, del resto, depongono univocamente per la provenienza illecita della somma. La sussistenza del reato di intestazione fittizia di beni, del resto, appare in tutta la sua evidenza, avuto riguardo alle stesse vicende societarie. La cessazione (come già visto, meramente formale) del rapporto di FORTUGNO Domenico con la CALABRIA TRASPORTI e la costituzione della MEDMA TRANS sono immediatamente successive alla esecuzione del provvedimento coercitivo del 28.4.2010 nei suoi confronti (nell’ambito del procedimento cd. ALL INSIDE) ed, in particolare, alla scarcerazione avvenuta nell’agosto 2010, all’evidente fine di sottrarre le società ad eventuali misure di prevenzione. In questo contesto, gli intestatari fittizi delle società – tra cui, non a caso, padre e moglie dell’indagato, oltre a soggetti, comunque, legati da stretti rapporti con il FORTUGNO - non potevano che essere a conoscenza delle vicende giudiziarie del loro congiunto (peraltro assurte con un certo rilievo sulla stampa nazionale e locale) e, pertanto, del tutto consapevoli dell’intento elusivo dell’operazione di cui si sono resi volontariamente compartecipi. L’AGGRAVANTE DI CUI ALL’ART. 7 L. 203/91 Si ritiene sussistente, per il reato contestato a FORTUGNO Domenico, l’aggravante del “fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dall’art. 416 bis c.p.”, introdotta dalla L. n. 203 del 1991. A questo riguardo, deve richiamarsi quanto già emerso nell’ambito del procedimento 4302/06 RGNR DDA (cd. ALL INSIDE), a proposito della notevole capacità finanziaria dimostrata dalla

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cosca PESCE – e confermata dalla collaboratrice di giustizia PESCE Giuseppina - a fronte della sostanziale assenza di fonti di reddito ufficiali, circostanze, queste, che rendono evidente come le somme investite nei vari progetti imprenditoriali derivino dalle molteplici iniziative criminali del sodalizio mafioso di appartenenza. Premesso questo, deve aggiungersi che, nel caso di specie, è palese come l’agevolazione dell’attività della cosca PESCE sia attuata mediante una sistematica e risalente nel tempo strategia posta in essere dagli associati e dai familiari di questi e consistente nell’intestare fittiziamente a compiacenti prestanome tutte le attività imprenditoriali di volta in volta avviate onde sottrarre il patrimonio a provvedimenti dell’A.G.; strategia, quindi, caratterizzata oggettivamente dalla finalità di proteggere il patrimonio della cosca e di consentire il finanziamento delle spese di giustizia per gli affiliati detenuti in istituti penitenziari e di ulteriori iniziative criminose e, sotto il profilo soggettivo, dalla certa percezione da parte di tutti gli indagati, per via della notorietà e della statura criminale dei PESCE nella zona tirrenica della provincia reggina, del contributo offerto da tali sistematiche condotte alla permanenza ed alla vitalità dell’associazione criminale. Infine, deve sottolinearsi come, secondo la giurisprudenza delle Sezioni Unite (Cass. Sez. Un., sentenza del 28/03/2001, n. 10), l'aggravante è configurabile anche con riferimento ai reati fine commessi dai medesimi appartenenti al sodalizio criminoso. Con particolare riferimento agli intestatari fittizi si rileva che poco importa, ai fini della configurabilità del delitto ipotizzato, se gli stessi siano effettivamente (anche se solo in parte) partecipi alle attività commerciali sopra indicate. Nel caso di specie, l’attività di indagine ha dimostrato che totalmente fittizia sia l’intestazione della CALABRIA TRASPORTI e della MEDMA TRANS, tenuto conto che l’unico amministratore e gestore di entrambe le società è FORTUGNO Domenico, formalmente mero dipendente delle stesse.

2.9. (Segue). I gravi indizi di colpevolezza per tutti gli indagati.Reputa il GIP che i dati di fatto offerti dal requirente al giudizio cautelare integrino un compendio indiziario di consistenza e valore tale da superare non di poco il coefficiente minimo, necessario e sufficiente, per sostanziare i gravi indizi della commissione da parte degli indagati dei delitti loro provvisoriamente ascritti ai capi B e C. È sufficiente invero la mera disamina del contenuto delle conversazioni intercettate oltre che l’evidenza del rinvenimento e sequestro presso i locali della MEDMA TRANS nella disponibilità del FORTUGNO di timbro, titoli di

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credito e documentazione riferibile alla CALABRIA TRASPORTI, per concludere - senza tema di smentita - che sia stata certamente dimostrata dall’attività di indagine sin qui compiuta, quella divaricazione tra formale intestazione delle società indicate nei capi di imputazione e concreta disponibilità in capo ad altri delle imprese medesime e del relativo patrimonio aziendale che sostanzia la condotta materiale della fattispecie di intestazione fittizia in contestazione. La circostanza poi che tale concreta disponibilità sia stata verificata in capo al FORTUGNO Domenico, ovvero in capo a soggetto che [per le ragioni già evidenziate acquisizioni considerando, investigative, prima le ancora che a le suo più recenti già emergenze carico

formalizzate con l’ordinanza custodiale emessa da questo GIP in data 20.5.2010 in seno al procedimento c.d. ALL INSIDE] poteva subire, tanto sul versante personale che patrimoniale, l’applicazione delle misure di prevenzione antimafia, rende ampia ragione anche dell’esistenza di un più che adeguato coefficiente di gravità indiziaria intorno al ricorso del dolo specifico dei delitti in provvisorio addebito, ovvero del fine di elusione delle misure di prevenzione. E tanto oltre che - certamente - in capo al FORTUGNO ed ai suoi prossimi congiunti, in capo agli altri concorrenti apparenti intestatari. Se poi si volesse far riferimento a quella concezione, c.d. dinamica, del delitto in esame che considera, in relazione all’intestazione fittizia dei beni produttivi di reddito (come appunto le società), condotte penalmente rilevanti a termini della fattispecie in questione, oltre che - evidentemente la creazione/costituzione della situazione di apparenza, anche tutte le successive condotte di intestazione fittizia dei redditi/frutti della res produttiva (condotte illecite evidentemente unite dal vincolo della continuazione con la prima), si ha una proiezione della condotta illecita ancora sino ai giorni nostri che rende comunque vieppiù appariscente il dolo specifico del delitto in questione. Per vero, anche qualora non si voglia accedere a tale impostazione “dinamica” del reato e [dunque escludendo che la falsa intestazione iniziale di ciascuna delle società abbia determinato più reati di ugual natura e specie

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quante furono le false intestazioni dei profitti delle due società] considerare, secondo un’opzione interpretativa forse più rispettosa – almeno sul piano formale – degli insegnamenti giurisprudenziali in materia, le condotte accertate in questione secondo lo schema dei reati istantanei con effetti di natura permanente (così Cass. Sezioni Unite n. 8 del 28 febbraio 2001, Ferrarese), non si potrebbe comunque mancare di valorizzare sul piano dimostrativo del dolo specifico in questione questa proiezione di efficacia prolungata degli effetti del reato. Non v’è dubbio infatti che la consapevolezza, non solo in capo al FORTUGNO, ma anche in capo ai concorrenti apparenti intestatari, del rischio dell’assoggettabilità del predetto a misura di prevenzione, non poté non risultare implementata, anche dopo la costituzione delle due società, dalla notizia (certamente divenuta di dominio pubblico, soprattutto in Rosarno) del rinvio a giudizio del FORTUGNO per associazione alla cosca PESCE, e soprattutto della chiamata in correità rivolta nei confronti del predetto dalla collaboratrice Pesce Giuseppina [per inciso, non è superfluo ricordare che ai fini dell’applicazione della misura di prevenzione le chiamate in correità non necessitano dei riscontri di cui all’art. 192 co. 3 c.p.p.]. Si vuol dire che il non essersi il FABRIZIO e l’ANGILLETTA (prima ancora che il FORTUGNO Demetrio, la SPATARO e la D’AGOSTINO, che accettarono di apparire formali intestatari della MEDMA concorrendo alla sua costituzione in epoca successiva al coinvolgimento del FORTUGNO Domenico nel procedimento ALL INSIDE), attivati per porre rimedio alla situazione illecita che avevano concorso a creare nemmeno dopo ch’erano divenute di dominio pubblico le accuse rivolte al FORTUGNO di associazione alla cosca PESCE, non può che risolversi nella dimostrazione, certo logica ed indiretta, ma comunque più che idonea ed efficiente ai fini del presente giudizio cautelare, della specifica consapevolezza, e dunque volontà, in capo ai predetti di concorrere alla realizzazione del fine specifico di elusione delle misure di prevenzione. Nessun dubbio, dunque, circa l’integrazione della gravità indiziaria della commissione dei delitti provvisoriamente contestati ai capi B e C in relazione a tutti gli indagati.

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Piuttosto, con specifico riguardo all’intestazione fittizia di cui al capo B occorre dissentire dalla conclusione del requirente, secondo cui al FORTUGNO si dovrebbe riferire la “totale disponibilità” della CALABRIA TRASPORTI. In realtà, proprio le intercettazioni prodotte individuano chiaramente la cointeressenza del socio accomandatario FABRIZIO nella gestione della società; il FABRIZIO non è infatti un intestatario formale, ma viene dallo stesso FORTUGNO messo a parte di questioni gestionali concrete ed assumendo anche le iniziative reputate necessarie; e tanto evidentemente lo indica come direttamente interessato all’andamento della società ed alla sua gestione. Al contrario, gli elementi acquisiti al giudizio non consentono di individuare alcun contributo, nemmeno in termini di mera manifestazione di interesse alle vicende della CALABRIA TRASPORTI, da parte della socia accomandante della S.a.s., ovvero di quella ANGILETTA Maria Rosa, che si è appreso dall’interrogatorio reso dal FORTUGNO in sede di udienza di convalida del fermo essere moglie di un cugino di sua madre, tale RAO Gaetano. Anzi proprio le indicazioni promananti da tali dichiarazioni [il Fortugno ha infatti dichiarato che sarebbe stato proprio questo suo cugino Rao a coinvolgerlo nell’attività di trasporti invogliandolo a comprare dei camion da far lavorare sotto l’insegna della CALABRIA TRASPORTI, cosa che fece prima di mettersi “in proprio” (in realtà a nome dei terzi intestatari apparenti della MEDMA); tuttavia se non v’è traccia di un qualsiasi interesse del RAO o dell’ANGILLETTA negli affari della società, è “confesso” quello del FORTUGNO], lette in combinazione con i dati derivanti dalle intercettazioni e dalle perquisizioni, impongono di ritenere che proprio il FORTUGNO fosse il socio effettivo, in vece della Angilletta, del FABRIZIO nella CALABRIA TRASPORTI, in una misura che è lecito reputare non essere inferiore al 50%. Sin qui peraltro, s’è dato conto dell’esistenza della gravità indiziaria in relazione alla costruzione dei due addebiti lungo la direttrice corrispondente all’ipotesi “minimale” (come la si è definita al § 2.6.) concretamente sviluppata nella formulazione provvisoria dei capi B e C.

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E non v’è dubbio che già la verifica di tale costruzione riscontri il primo dei presupposti dell’azione cautelare esercitata. Come peraltro anticipato sopra, reputa tuttavia il GIP che gli elementi acquisiti autorizzino la conclusione circa l’esistenza di un’idonea cifra di gravità indiziaria anche rispetto alla ulteriore costruzione delle condotte di intestazione fittizia qui in esame (quella implicitamente desumibile da quanto addebitato al FORTUGNO in relazione al capo A). Ci si riferisce all’ipotesi che lo stesso FORTUGNO abbia “giocato” nella consumazione dei fatti in questione, non (come risulta dalla costruzione minimale anzidetta) il ruolo di portatore dell’interesse fondamentale all’elusione delle misure di prevenzione, ma piuttosto, quale agente per conto e su mandato dei vertici della cosca PESCE (in primo luogo di Francesco cl. 78 Testuni), “ripulire” fondi messi a disposizione dalla cosca stessa, creando realtà imprenditoriali, intestate fittiziamente a terzi ma materialmente gestite dallo stesso; così, il FORTUGNO, con la complicità dei soggetti dal medesimo coinvolti quali intestatari apparenti) avrebbe assicurato alla cosca fonti “lecite” di reddito, ma anche la permanente disponibilità di “soggetti economici” in grado, a richiesta, di “ripulire” i proventi illeciti delle attività criminali della cosca medesima. In altre parole, si può obiettivamente ritenere alla luce delle emergenze acquisite che il FORTUGNO sia il “personaggio chiave” di condotte di intestazione fittizia rilevanti non solo - e non tanto - in relazione alle finalità di elusione delle misure di prevenzione patrimoniali, ma soprattutto riguardo alle finalità (pure rilevanti a termini dell’art. 12 quinquies L. 356/92) di agevolazione della commissione dei reati di ricettazione, riciclaggio e reimpiego dei proventi della cosca PESCE. Per P.M.. -1In primo luogo, vengono in rilievo le dichiarazioni di PESCE Giuseppina. La collaboratrice [pur con i limiti intrinseci al suo contributo collaborativo discendenti dal mancato assolvimento all’interno della cosca PESCE di rendere conto dell’affermazione è sufficiente considerare, come convergano in tale direzione dimostrativa una pluralità di dati segnalati dal

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compiti operativi, fatta eccezione per quelli di generico supporto ai più stretti familiari accoscati] ha infatti descritto sostanzialmente due fasi della “appartenenza” del FORTUGNO alla cosca PESCE. Una prima fase, che la propalante (si veda il verbale di interrogatorio del 7.3.2012) ha collocato negli anni dal 2000 al 2004-2005, in cui il FORTUGNO frequentava assiduamente proprio la sua famiglia, operando per lo più in relazione con il padre della Pesce Giuseppina (Pesce Salvatore ‘u babbu) e soprattutto il fratello Francesco cl. 84 (“azionista” del gruppo PESCE) nelle attività criminali (le rapine, il traffico di droga, etc.) costituenti secondo la collaboratrice le ordinarie occupazioni di quest’ultimo [anzi la PESCE ha pure chiarito che, dopo l’allontanamento dal fratello PESCE Francesco cl. 84, era stato il fratello di FORTUGNO Domenico, Andrea – pure imputato nel processo ALL INSIDE – a prenderne il posto quale complice nelle attività illecite di PESCE Francesco cl. 84]. Una seconda fase, successiva al fidanzamento/matrimonio del FORTUGNO Domenico con la SPATARO Maria Carmela, cugina di PESCE Francesco cl. 78Testuni (e, naturalmente, di PESCE Giuseppe cl. 80), in cui proprio tale “avvicinamento” del FORTUGNO ai Testuni aveva determinato un mutamento sostanziale delle relazioni dell’indagato con la cosca. La collaboratrice ha infatti riferito che a partire da questo momento, pur senza recidere i rapporti di amicizia con il fratello [molto significativamente, nel verbale del 7.3.2012 la PESCE ha considerato “…era rimasta l’amicizia, cioè non è che ci siamo… cioè lui… non è che abbia cambiato clan alla fine, è quello il senso, cioè adesso stava col cugino ma non è che con mio cugino… con mio fratello avevano chiuso i rapporti” (pag. 34); proprio i permanenti sentimenti di amicizia spiegavano quindi l’episodio in cui, secondo la collaboratrice, in costanza di carcerazione del fratello Francesco cl. ‘84, gli aveva il FORTUGNO proprio tramite lei inviato 300,00 euro; il gesto era stato apprezzato dalla PESCE e commentato favorevolmente con il fratello Francesco, ma quest’ultimo ne aveva ridimensionato la portata dicendo sprezzantemente che certo non erano soldi “sudati” (ovvero – ci si passi la considerazione amara, ma evidentemente condizionata dal punto di vista di Francesco – prodotti con la “fatica” delle estorsioni, delle rapine e

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della droga, ma frutto del nuovo lavoro “pulito” datogli al FORTUGNO dal cugino Francesco cl. 78 Testuni] la “vicinanza” a Francesco cl. 78 Testuni ne aveva mutato le relazioni con la cosca; il FORTUGNO Domenico non faceva più il “lavoro sporco” come il fratello Andrea ed PESCE Francesco cl. 84, ma assolveva ai compiti “puliti” con i quali Ciccio Testuni lo aveva “sistemato”. Ora non v’è dubbio che la ricostruzione della PESCE, come dalla stessa rivelato, sia largamente affidata al ricordo di considerazioni svolte dal fratello Francesco, spesso nei discorsi fatti con il fratello del FORTUGNO, Andrea, cui la PESCE aveva assistito; si tratta peraltro di ricordi razionalmente elaborati anche alla luce delle obiettività dalla stessa collaboratrice direttamente verificate [come l’allontanamento dalla sua famiglia e l’avvicinamento ai Testuni], o comunque dedotte da vicende direttamente apprese: in particolare nel verbale del 7.3.2012 la PESCE ha chiarito che il riferimento dalla medesima fatto nel verbale del 12.10.2011 alla disponibilità in capo al FORTUGNO di camion [in relazione alla domanda del P.M. circa lo specifico “ambito” in cui s’era concretizzata la “sistemazione” dell’indagato da parte del cugino acquisito Francesco Testuni, la propalante aveva riferito “nell’ambito… lui aveva i camion pure che lavoravano” – pag. 19], derivava dalla circostanza che era a sua conoscenza che anche il FORTUGNO aveva dei camion che lavoravano nel CE.DI. SISA [solo per inciso mette conto ricordare come proprio la gestione dei trasporti SISA da parte della cosca PESCE abbia rappresentato uno dei momenti più significativi dell’accertamento condotto in seno al procedimento ALL INSIDE della capacità della cosca rosarnese di inserirsi nei gangli più vitali dell’economia della cittadina della Piana (sul punto è sufficiente rinviare il lettore a quanto dedotto in seno all’ordinanza custodiale emessa da questo GIP in data 20.5.2010 in atti)] giacché in un’occasione il fratello Francesco s’era appunto lamentato che il cugino Ciccio Testuni stava facendo pressioni per ridurre la presenza dei camion del primo (in particolare voleva che ne ritirasse uno) nella SISA mentre tale richiesta non era stata avanzata nei confronti del FORTUGNO [in particolare il commento malevolo di Francesco cl. 84 era stato “tiene più a questo cugino acquisito che al sangue suo” (v. pag. 36 int. 7.3.2012)].

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Ora non v’è dubbio che le affermazioni della PESCE circa la nuova “dimensione” assunta dalle relazioni del FORTUGNO con la cosca dopo il suo allontanamento dal ramo della cosca facente capo al Babbo ed il suo avvicinamento a quello dei Testuni e le (fondate) “deduzioni” della stessa circa la nuova “sistemazione” del giovane, per volontà di Ciccio Testuni, nel settore dei trasporti di diretto interesse di quest’ultimo (come emerso ampiamente, con particolare riferimento, alla CE.DI. SISA dei fratelli Garruzzo, nel procedimento ALL INSIDE) rinvengono ampi ed efficienti riscontri negli ulteriori elementi acquisiti all’indagine.

-2I dati circa la situazione reddituale lecita del FORTUGNO e del suo nucleo familiare non consentono di ritenere economicamente possibile che il predetto abbia potuto reperire lecitamente le provviste economiche necessarie a comprare i camion e ad avviare la fiorente attività di trasporti risultante dalle intercettazioni. È dunque fin troppo ragionevole ipotizzare che le considerevoli risorse finanziarie necessarie prima per partecipare (quale socio) alla costituzione della CALABRIA TRASPORTI e poi per costituire la MEDMA TRANS, non solo – evidentemente - derivino da provvidenze illecite ma, proprio alla luce dei dicta della PESCE, siano state messe a disposizione dell’indagato proprio dal “cugino” Ciccio Testuni. -3Del resto, non v’è dubbio che quanto dichiarato dalla PESCE circa la vicinanza del FORTUGNO prima al padre ed al fratello Francesco, poi al PESCE Francesco Testuni, rinviene riscontro già nell’evidenza delle emergenze (in particolare dati relativi alle frequentazioni ed intercettazioni) poste a fondamento della OCC 20.5.2010 nel proc. ALL INSIDE (che si sono riportate al § 2.7.); i dialoghi intercettati acclaravano infatti non solo la piena disponibilità del FORTUGNO ad assecondare qualunque richiesta di Ciccio Testuni, ma soprattutto la consapevolezza di quest’ultimo di poterla pretendere.

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-4Ancora, riscontrano obiettivamente (questa volta anche sul piano economico) le relazioni tra il FORTUGNO e PESCE Francesco cl. 78 rivelate dalla collaboratrice, anche le annotazioni rinvenute negli appunti sequestrati a quest’ultimo nel corso dell’anno 2007 quando ancora conviveva con la nonna materna Messina Maria Grazia (la compiuta ricostruzione di tali emergenze è contenuta nel § 2.10. dell’OCC emessa da questo GIP in data 25.2.2012 in seno al presente procedimento). È certamente vero che il FORTUGNO nel corso dell’interrogatorio di convalida del 14.2.2012 ha cercato di ridimensionare la portata significativa del dato riferendo le cifre annotate a sponsorizzazioni effettuate (ed a suo dire regolarmente fatturate) dalla CALABRIA TRASPORTI in favore della squadra di calcio della rosarnese, sponsorizzazioni remunerate dal PESCE con la dazione di biglietti omaggio per l’ingresso al campo in occasione degli incontri di calcio. Questo GIP non può infatti fare a meno di considerare che se la squadra di calcio della rosarnese è stata fatta oggetto di sequestro di prevenzione (in seno alla procedura c.d. ALL CLEAN) proprio in quanto riferibile proprio ai PESCE, non è nemmeno troppo difficile ipotizzare come proprio le sponsorizzazioni della squadra di calcio da parte di aziende “vicine” a (se non proprie de) i PESCE strumento finanziario utile (ma il potevano rappresentare uno tema merita obiettivamente

approfondimento investigativo) per il riciclaggio del denaro provento degli affari illeciti della cosca. -5D’altro canto, che le imprese di trasporti del FORTUGNO possano ragionevolmente - dirsi uno strumento nelle mani di PESCE Francesco cl. 78 e da questi appositamente create proprio per il riciclaggio ed il reimpiego degli enormi proventi illeciti incamerati dalla cosca con le sue plurime attività criminali, non può solo lecitamente argomentarsi dalle dichiarazioni della collaboratrice e dagli altri sopradetti elementi di fatto (non solo di riscontro alle prime ma pure dotati di autonoma valenza indiziaria); un dato di straordinaria valenza significativa è proprio costituito dal rinvenimento e sequestro presso i locali posti al piano terra del fabbricato adibito ad

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abitazione familiare dei FORTUGNO, di oltre 91.000,00 euro in contanti divisi in mazzette ed occultati all’interno del quadro principale e di sei cassette di derivazione dell’impianto elettrico. Si tratta all’evidenza di una notevole quantità di denaro contante che, anche per le modalità di occultamento conservazione, non solo è senz’altro più che giustificato ritenere provento di attività illecite, ma che non si fatica certo a mettere in relazione con gli ulteriori elementi acquisiti completando così quel quadro indiziario già ampiamente deponente per la destinazione delle imprese di trasporti gestite dal FORTUGNO al riciclaggio e reimpiego del denaro sporco della cosca PESCE. -6Ultimo, ma non certo per importanza (anche alla luce di quanto dedotto da questo GIP in seno all’OCC 25.2.2012), dato che giunge a suffragare ulteriormente (potremmo dire, definitivamente) il quadro indiziario sin qui descritto è poi evidentemente costituito dalla citazione del FORTUGNO in seno all’ormai famoso “pizzino” più volte citato. Premesso che non v’è dubbio alcuno che il FORTUG del testo debba identificarsi proprio nell’indagato [l’identificazione, al di là di tutto, è infatti giunta per effetto di una sorta di interpretazione autentica offerta dallo stesso PESCE Francesco nel corso dell’intercettazione del 30.12.2011; questi, peraltro, non ricordando probabilmente quanto scritto riferisce di aver scritto l’abbreviazione DOM, evidentemente allusiva al prenome dell’indagato Domenico, mentre aveva usata l’abbreviazione del cognome FORTUG], parimenti è indubbio che il nome di questi sia stato espressamente associato alla dazione di un assegno evidentemente destinato al PESCE medesimo [da cui verosimilmente BIASE, ovvero DELMIRO Biagio, avrebbe dovuto ricavare la provvista dei SOLDI destinati da PESCE Francesco alla “POLACCA”, CONSTIN Camelia, come emerge dal rigo precedente del biglietto sequestrato]. Orbene, premesso che risulta certamente irragionevole la spiegazione offerta dal PESCE in seno all’intercettazione anzidetta circa il senso e lo scopo dell’annotazione [al di là degli effetti demolitivi della puntuale indagine compiuta dai Carabinieri sul punto (i cui esiti sono stati riportati sopra),

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sarebbe stato quanto mai strano che il PESCE potesse preoccuparsi di affidare alla segretezza di un biglietto come quello sequestrato indicazioni per la stipula a buon prezzo della polizza assicurativa di un auto, quando v’è da credere che di ben altro spessore dovessero essere le sue preoccupazioni in quel momento] e che tale spiegazione è stata anche ricusata dal FORTUGNO, rimane invece il fatto – giustamente rimarcato dal requirente – che quest’ultimo non ha inteso fornire alcuna spiegazione del perché il suo nome fosse stato dal PESCE Francesco annotato accanto in un biglietto contenente chiare disposizioni per il fratello Giuseppe e gli altri sodali in libertà a due giorni dal suo arresto dopo un lungo periodo di latitanza [durante il quale peraltro il PESCE Francesco non aveva certo potuto occuparsi della rosarnese (peraltro alcuni mesi prima sequestrata)] e soprattutto per quale ragione il PESCE avesse fatto espresso riferimento a somme di denaro dovutegli dal FORTUGNO. Non è chi non veda dunque come anche il “pizzino” sequestrato e soprattutto l’associazione nello stesso compiuta della persona del FORTUGNO a titoli di credito di questi di cui il PESCE sapeva di poter disporre, finisca per costituire un ulteriore straordinario riscontro a quelle “relazioni” descritte dalla PESCE Giuseppina e, dal punto di vista qui in esame, della più che probabile riferibilità allo stesso PESCE Francesco delle imprese di trasporti risultate in tutto (la MEDMA) ed in parte (la CALABRIA) nella disponibilità di fatto del FORTUGNO. ********** In ultima analisi dunque, la sinergia dimostrativa degli elementi di prova considerati, facendo sì che le dichiarazioni della PESCE rinvengano riscontro negli altri dati obiettivi acquisiti all’indagine e costituendo pure esse stesse riscontro e chiave di più razionale lettura/interpretazione dei dati obiettivi medesimi (sottraendo valenza logica alle letture alternative – ove possibili -), offre al giudizio cautelare una sintesi finale che pare obiettivamente superare la conclusione di gravità indiziaria limitata alla concreta formulazione dei fatti di cui ai capi B e C, consentendo una prospettazione degli stessi fatti nei termini di intestazioni fittizie finalizzate al riciclaggio e

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reimpiego dei capitali illecitamente accumulati dalla cosca PESCE ed in particolare dal ramo egemone dei Testuni. Naturalmente il percorso argomentativo sviluppato per motivare tale (più ampia) conclusione, vale a rendere implicita ragione della ritenuta (e contestata) aggravante del fine di agevolazione della medesima cosca di ‘ndrangheta; e tanto sul piano oggettivo [giacché è indubbio che le attività di riciclaggio e reimpiego, come anche la semplice intestazione fittizia di beni poste in essere fossero comunque funzionali alla realizzazione degli scopi di nascondimento e riciclaggio di provviste finanziarie provento delle attività illecite poste in essere in forma associata, ed esisteva (ed esiste) certamente un interesse comune degli appartenenti alla cosca a che ciascuno di essi non creasse apparenza di risorse economiche che, per essere ingiustificate, potevano attirare i sospetti degli investigatori oltre che sul singolo associato sull’intero sodalizio] che soggettivo [anche qui per i medesimi argomenti già utilizzati sopra per ritenere la sussistenza del dolo specifico in capo a tutti gli indagati delle intestazioni fittizie poste in essere in concorso].

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2.10. Le esigenze cautelari.S’è pervenuti, in esito alla lunga trattazione sin qui condotta, alla conclusione circa la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in relazione agli indagati, PESCE Giuseppe, FORTUGNO contestatigli Domenico ai capi B (in e relazione C), ai soli delitti provvisoriamente FABRIZIO Giuseppe,

ANGILLETTA Maria Rosa, FORTUGNO Demetrio, SPATARO Maria Carmela e D’AGOSTINO Maria Carmela. Occorre convenire con il requirente circa la sussistenza al massimo livello delle esigenze cautelari per tutti i predetti indagati. Per quanto riguarda PESCE Giuseppe si può senz’altro rinviare a quanto già dedotto trattando specificamente della sua posizione (al § 2.3.), mentre in questa sede, dunque, si vogliono solo approfondire le ragioni della sottoscrizione delle conclusioni del requirente con le seguenti notazioni. Va subito detto che l’accertato – nei paragrafi precedenti - ricorso dei gravi indizi di colpevolezza in relazione a delitti aggravati ex art. 7 L. 203/91 dalla finalità di agevolare la cosca di ‘ndrangheta dei PESCE di Rosarno già sottrae ogni dubbio in ordine alla ricorrenza delle esigenze cautelari che giustificano l'emissione della misura restrittiva più afflittiva, siccome richiesta dal P.M. nei confronti di tutti gli indagati. Spiega infatti piena efficacia la presunzione ex lege di adeguatezza della misura della custodia cautelare in carcere di cui all’art. 275 co. 3 c.p.p., non constando peraltro elementi da cui dedurre il presupposto negativo dell’insussistenza di esigenze cautelari. Al contrario, non si può fare a meno di considerare come sugli indagati si riverberi integralmente proprio l’elevato coefficiente di pericolosità della cosca che hanno inteso agevolare con la loro condotta; detto sodalizio criminale ha infatti obiettivamente fatto mostra di potenzialità criminali davvero straordinarie, e tanto rende quanto mai attuali ed impellenti le esigenze di cautela che sostanziano la ratio della presunzione di cui al comma 3 dell’art. 275 c.p.p.. Occorre infatti considerare che proprio grazie all’apporto consapevolmente e volontariamente reso da soggetti quali gli odierni indagati (indipendentemente dal loro organico inserimento nei “ruoli” del sodalizio) la

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cosca PESCE (armata, estremamente agguerrita e pericolosa, che non esita a ricorrere a metodi sanguinari per la realizzazione dei propri obiettivi criminali) ha potuto e può continuare a svolgere proficuamente la propria attività criminale, per nulla intimorita dalle eventuali indagini in corso e/o dallo stato detentivo dei più dei propri sodali; il fattivo contributo di tali soggetti consente infatti alla cosca di predisporre le cautele reputate più utili per sottrarre agli investigatori e la percezione per dei flussi la dei capitali illecitamente introitati dunque assicurarsene permanente

disponibilità frustrando così gli effetti delle misure ablative previste dalla legge; e tanto persino durante l’esecuzione delle misure custodiali in carcere e la latitanza. Va da sé, quindi, che al di là degli effetti della presunzione di pericolosità ex art. 275 co. 3 c.p.p., gli elementi acquisiti rendono più che elevato il rischio della reiterazione delle condotte criminose già poste in essere o di altre della stessa indole funzionali all’agevolazione della cosca, e dunque il ricorso delle esigenze cautelari di cui all’art. 274 lett. c) c.p.p.. Occorre poi convenire con il P.M. circa il ricorso anche delle esigenze cautelari di cui alle lett. a), “desumibili dall’ovvia necessità di meglio approfondire i fatti per cui si procede ed altri a questi connessi, nonché di individuare ulteriori attività prestate dagli indagati a favore della cosca di appartenenza, in relazione alle quali è indispensabile sottoporre gli indagati alla più grave delle misure coercitive (essendo ben noto come la capacità d'inquinamento e d'intimidazione delle fonti di prova costituisca una caratteristica peculiare dell’associazione criminosa di cui i predetti soggetti sono dirigenti ovvero fanno parte)” e b) “certamente desumibili dalla gravità delle sanzioni concretamente irrogabili agli indagati, in ragione sia dei reati contestati (…), oltre che dalla particolare struttura del sodalizio mafioso, in grado di fornire diffusissimi appoggi ai suoi componenti”; del resto in relazione a tale ultimo aspetto ha giustamente considerato il requirente con specifico riguardo al FORTUGNO che lo stesso si era reso irreperibile rispetto all’esecuzione del fermo del 9.2.2012 e che “la circostanza – a prescindere dalla successiva decisione di presentarsi innanzi alla A.G. dimostra che

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l’indagato è nella concreta possibilità di sottrarsi al provvedimento coercitivo”. Occorre infine rilevare, in relazione a tutti gli indagati, che i fatti non risultano commessi in presenza di cause di giustificazione o di estinzione della pena, e che tenuto conto della pena edittale prevista per i reati contestati (e per avere alcuno di essi – come risulta dai casellari in atti - già in passato usufruito del beneficio), non vi sono elementi per ritenere che in caso di condanna gli indagati possano usufruire della sospensione condizionale o che le pene possa essere oggetto di integrale estinzione. In conclusione in relazione a tutti gli indagati si impone l’applicazione della massima misura custodiale.

2.11. Sulla richiesta di sequestro preventivo. Il dispositivo.Il P.M. ha pure richiesto che venga disposto il sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. delle due società di cui ai capi B e C, ovvero la CALABRIA TRASPORTI SAS DI FABRIZIO Giuseppe & C. e la MEDMA TRANS S.A.S. DI FORTUGNO DEMETRIO & C. oltre che della somma di denaro di euro 91.150,00 rinvenuta nella disponibilità dell’indagato. L’osservazione di partenza da cui si reputa opportuno muovere concerne la nota - non necessità della verifica, in sede di adozione della cautela di cui all’art. 321 c.p.p., dell’esistenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati; si suole infatti ripetere in giurisprudenza che “Il sequestro preventivo è legittimamente disposto in presenza di un reato che risulti sussistere in concreto, ed indipendentemente dall'accertamento della sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico dell'agente o della sussistenza dell'elemento psicologico, atteso che la verifica di tali elementi è

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estranea all'adozione della misura cautelare reale” (Cassazione penale, sez. I, 4 aprile 2006, n. 15298). Se ne ha che il giudice nel valutare la richiesta di sequestro preventivo debba ordinariamente limitarsi a verificare l’esistenza di elementi che giustifichino l’ipotesi d’indagine circa la commissione di un reato rispetto al quale la res che si vuole assoggettare a cautela sia in relazione, ma non deve verificare (né motivare circa) l’esistenza di specifici elementi di reità a carico degli indagati, come invece impone il disposto di cui all’art. 273 c.p.p. per le misure personali. Ora non v’è dubbio che l’avere verificato in relazione agli addebiti di cui ai capi B e C addirittura i gravi indizi di colpevolezza, consente certamente di ritenere superata la questione dell’accertamento circa il requisito del fumus per l’adozione della misura richiesta. Così ha poi il P.M. motivato circa il ricorso dell’ulteriore presupposto dell’urgenza di provvedere (periculum in mora). La discovery degli elementi investigativi sopra esposti, infatti, rende grave, specifico e concreto il pericolo di abili manovre idonee a provocare l’immediato svuotamento delle due società e dei mezzi ad essa pertinenziali. Già con riferimento al sequestro facoltativo di cose di cui è consentita la confisca ex art. 321 co. 2 c.p.p., del resto, la Suprema Corte aveva ritenuto in passato la sufficienza dell’esistenza di un mero nesso strumentale tra la res e la perpetrazione del reato, non essendo necessario che la cosa fosse strutturalmente funzionale alla commissione del reato nel senso che dovesse essere specificatamente predisposta, fin dall’origine o per successiva modifica, per l’azione criminosa (Cass. sez. VI, 11.12.96, n. 3334, Oliverio). (…) Nel caso di specie, le società CALABRIA TRASPORTI SAS DI FABRIZIO Giuseppe & C. e la MEDMA TRANS S.A.S. DI FORTUGNO DEMETRIO & C. costituiscono sia corpo del reato ai sensi dell'art. 253 c.p.p., in quanto “cose sulle quali o mediante le quali il reato è stato commesso” o prodotto o profitto del reato di cui all'art. 12 quinquies L. n. 356 del 1992. Le stesse, pertanto, sono confiscabili ai sensi dell’art. 240 c.p. e, quindi, devono altresì essere oggetto di sequestro preventivo ai sensi del secondo comma dell’art. 321 c.p.p., quali “cose di cui é consentita la confisca”. Appare evidente, tenuto conto delle specifiche modalità e circostanze dei fatti - reato e della personalità di FORTUGNO Domenico (che ha rivelato una notevole e consolidata “professionalità” nell'effettuare le operazioni fittizie oggetto del presente procedimento penale)

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come la libera disponibilità delle due società in capo all’indagato aggravi o protragga le conseguenze dell’illecito penale ed agevoli la reiterazione della condotta delittuosa, potendo in qualsiasi momento lo stesso: a) intestare tale attività commerciale ed i relativi beni (tutti gli elementi presenti nel patrimonio aziendale, i crediti, gli articoli risultanti dall’inventario, i beni strumentali, la denominazione aziendale, l’avviamento, le autorizzazioni all’esercizio dell’attività commerciale) a terzi estranei prestanome non facilmente individuabili; b) disfarsi di tali attività commerciali e dei relativi beni, trasferendoli a terzi che acquisterebbero in buona fede, sottraendo, pertanto, definitivamente il profitto derivante dalla cessione degli stessi. Si evidenzia, infine, che, nel concetto di attività commerciale quale cosa pertinente al reato di cui all'art. 12 quinquies L. n. 356 del 1992, devono ritenersi ricompresi: tutti gli elementi presenti nel patrimonio aziendale (i crediti, gli articoli risultanti dall’inventario, i beni strumentali, la denominazione aziendale, l’avviamento), i conti correnti, nonché tutte le autorizzazioni all’esercizio dell’attività commerciale concesse dalle Autorità competenti. La circostanza, peraltro, che il bene sopra indicato sia suscettibile di confisca, legittima di per sé l’applicazione di un provvedimento di sequestro preventivo, ricorrendo l’ipotesi specifica di cui al secondo comma dell’ art. 321 c.p.p., che consente di pervenire al sequestro dei beni prescindendo dalla necessità di operare un giudizio prognostico sulla pericolosità connessa alla libera disponibilità degli stessi, dovendosi ritenere che di per sé tali beni siano obiettivamente “pericolosi”. Sotto tale profilo, il tenore letterale della norma non lascia adito a dubbi e la giurisprudenza di legittimità offre una interpretazione assolutamente univoca e conforme: in particolare, per tutte, si ricordano Cass. Pen. Sez. VI 21 ottobre 1994, secondo cui “il sequestro preventivo delle cose di cui è consentita la confisca non presuppone alcuna prognosi di pericolosità connessa alla libera disponibilità delle cose medesime, le quali proprio perché confiscabili sono di per sé oggettivamente pericolose, indipendentemente dal fatto che si versi in materia di confisca facoltativa e obbligatoria” e, parimenti, Cass. Pen. Sez. VI 17 marzo 1995 n. 1022, secondo cui “per l’applicabilità del sequestro preventivo previsto dall’art. 321 c.p.p. non occorre necessariamente la sussistenza dei presupposti previsti dal comma I per il sequestro preventivo tipico ma è sufficiente il presupposto della confiscabilità…”. che analoga richiesta di sequestro preventivo va effettuata in relazione alla somma di denaro in contante rinvenuta nella disponibilità dell’indagato, in quanto, esiste il concreto pericolo dell’aggravamento o protrazione delle conseguenze del reato, generato dalla libera disponibilità del denaro, ove non sottoposto a vincolo reale, in quanto, all’evidenza, di agevole dispersione. Si tratta di considerazioni integralmente sottoscrivibili e che valgono certamente a giustificare l’accoglimento della domanda. Piuttosto occorre ricordare che avendo ritenuto supra (al § 2.9.) non verificata l’integrale riconducibilità della CALABRIA TRASPORTI al FORTUGNO (in realtà socio occulto del FABRIZIO, in vece del socio formale ANGILLETTA), ma solo nei limiti del 50%, occorre limitare il sequestro di tale ultima società alla metà delle quote e del patrimonio aziendale.

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P.Q.M. Visti gli artt. 22 e 272 segg. c.p.p., accoglie parzialmente la domanda cautelare del P.M. e per l’effetto APPLICA la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di: 9. PESCE Giuseppe (in relazione al delitto di cui al capo A); 10. 11. 12. C); 13. 14. C); 15. D’AGOSTINO Maria Carmela (in relazione ai delitti di cui ai capi B e C) Ordina agli Ufficiali ed Agenti di Polizia Giudiziaria di procedere alla cattura dei predetti e di condurli immediatamente in un Istituto di custodia con le modalità dettate dall'art. 285 comma secondo c.p.p. perché ivi rimangano a disposizione dell’Autorità giudiziaria. RIGETTA la richiesta di misura cautelare nei confronti di BERRICA Luca. DICHIARA la propria incompetenza funzionale a decidere sulla richiesta cautelare proposta nei confronti di FORTUGNO Domenico in relazione al capo A e, conseguentemente, ordina la restituzione degli atti al P.M. in sede in relazione a tale capo. Visto l’art. 321 c.p.p., dispone il sequestro preventivo dei seguenti beni ed attività 1. la somma di euro 91.150,00 rinvenuta nella disponibilità di FORTUGNO Domenico e già assoggettata a sequestro probatorio da parte del R.O.S. dei Carabinieri Reparto Anticrimine di Reggio Calabria in data 9.2.2012; FORTUGNO Demetrio (in relazione ai delitti di cui ai capi B e C); SPATARO Maria Carmela (in relazione ai delitti di cui ai capi B e FORTUGNO Domenico (in relazione ai delitti di cui ai capi B e C); FABRIZIO Giuseppe (in relazione ai delitti di cui ai capi B e C); ANGILLETTA Maria Rosa (in relazione ai delitti di cui ai capi B e

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2. il 50% delle quote sociali di CALABRIA TRASPORTI SAS DI FABRIZIO Giuseppe & C. (con sede legale in Rosarno, contrada Testa dell’Acqua n. 66, partita iva 02420920809, avente per attività trasporto merci in conto proprio e in conto terzi), e nella stessa percentuale tutti gli elementi presenti nel patrimonio aziendale (i crediti, gli articoli risultanti dall’inventario, i beni strumentali, la denominazione aziendale, l’avviamento), i conti correnti, nonché tutte le autorizzazioni all’esercizio dell’attività commerciale concesse dalle Autorità competenti; 3. la MEDMA TRANS S.A.S. DI FORTUGNO DEMETRIO & C., con sede legale in Rosarno, in via Tintoretto n. 1, partita iva 02645920808 avente per attività trasporto merci in conto proprio e in conto terzi, con tutti gli elementi presenti nel patrimonio aziendale (i crediti, gli articoli risultanti dall’inventario, i beni strumentali, la denominazione aziendale, l’avviamento), i conti correnti, nonché tutte le autorizzazioni all’esercizio dell’attività commerciale concesse dalle Autorità competenti; Manda al P.M. di provvedere, in sede di esecuzione della misura, in ordine alla custodia-amministrazione dei beni. Visti gli artt. 92 e 104 disp. att. c.p.p., dispone l’immediata trasmissione della presente provvedimento in duplice copia all'Ufficio della Procura della Repubblica presso il Tribunale in Sede - Direzione Distrettuale Antimafia (Dott. Michele Prestipino, proc. agg.) che ha richiesto la misura, per gli adempimenti (anche relativi alle annotazioni di cui all’art. 104 disp. att. c.p.p.) concernenti la sua esecuzione. Manda alla Cancelleria per gli altri adempimenti di competenza. Reggio Calabria, 14 aprile 2012.Il Giudice per le indagini preliminari (Dott. Francesco Petrone)

Depositato in Cancelleria oggi Il Cancelliere

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INDICE
EPIGRAFE E PROVVISORIA IMPUTAZIONE.I SULL’AMMISSIBILITA’ DELLA RICHIESTA CAUTELARE FORMULATA NEI CONFRONTI DI BERRICA LUCA E FORTUGNO DOMENICO.II ALCUNE CONSIDERAZIONI DI METODO - 18 - 6 -1

CAPITOLO 1
NOTE INTRODUTTIVE

1.1. I precedenti cautelari nel procedimento c.d. ALL INSIDE. Le O.C.C. 20.5.2010 e 15.11.2010 e la
sentenza GUP 21.9.2011 per le conclusioni circa la sussistenza del reato associativo.1.2. La genesi dell’indagine, gli elementi di prova ed i loro criteri di valutazione.-9 - 23

CAPITOLO 2
LA RICHIESTA CAUTELARE
2.1. Il sequestro nella Casa Circondariale di Palmi del biglietto manoscritto da PESCE Francesco cl. 78.2.2. Alcune considerazioni preliminari sul contenuto del biglietto. I gravi indizi di colpevolezza a carico dei soggetti indicati nella sua prima parte.2.3. Sul reato associativo di cui al capo A. PESCE Giuseppe.2.4. (Segue). BERRICA Luca.2.5. (Segue). FORTUGNO Domenico.2.6. Sui reati di cui ai capi B e C. Le due facce delle contestazioni.2.7. (Segue). L’ “appartenenza di FORTUGNO Domenico alla cosca PESCE già nel procedimento ALL INSIDE .2.8. (Segue). La ricostruzione dei dati investigativi e le argomentazioni del requirente.2.9. (Segue). I gravi indizi di colpevolezza per tutti gli indagati.2.10. Le esigenze cautelari.2.11. Sulla richiesta di sequestro preventivo. Il dispositivo.- 104 - 111 - 148 - 160 - 162 - 65 - 73 - 75 - 96 - 102 - 53

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