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Karel apek Favole Titolo dell'opera originale Devatero pohdek Traduzione dal ceco Luisa De Nardis Universale Economica

Feltrinelli Copyright Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano Prima edizione nell'"Universale Economica" febbraio 1994 Feltrinelli Ognuna di queste favole situata in un ambiente diverso ed popolata da personaggi tipici della tradizione favolistica boema (principesse, negromanti, omini delle acque, ondine), animali impertinenti, e anche figure di oggi (postini, tagliaboschi, poliziotti, dottori). Persino il linguaggio usato un miscuglio di termini antichi e moderni, di ardite metafore e buffi neologismi. Quelle di apek non sono favole classiche, ma un'ironica accozzaglia di figurine favolistiche e personaggi della vita quotidiana. Un libro poetico e divertente per grandi e piccini. Karel apek (1890-1938), promotore delle avanguardie artistiche degli anni venti, stato uno dei maggiori scrittori cchi del periodo tra le due guerre e l'inventore del termine "robot". La sua produzione comprende anche dei deliziosi racconti per bambini, illustrati dal fratello pittore e filosofo Josef (1887-1945). Di apek stato tradotto in italiano: Rur & L'affare Makropulos (Einaudi 1971), La fabbrica dell'assoluto (Theoria 1984), La guerra delle salamandre (Lucarini 1987), La vita e l'opera del compositore Foltyn (Marietti 1988), Il libro degli apocrifi (Editori Riuniti 1989), Novelle (Giunti 1991), Racconti da una tasca (Atkis 1992), Viaggio al Nord (Atkis 1992), Daenka. La vita di un cucciolo (Vascello 1992), Fogli italiani (Sellerio 1992), Racconti tormentosi (Sellerio 1992). N'B': per la grafia dei nomi e dei termini cechi si adottata la segnografia Braille originale. La grande favola gattesca 1. Come fu che il re compr una gatta Nella terra dei Bricconi, regnava un re, e possiamo dire che regnava felicemente, perch, quando serviva, tutti i sudditi gli ubbidivano volentieri e con amore. Solo una persona ogni tanto non gli dava ascolto: questa era la sua figlioletta, la principessina. Il re le aveva ben ordinato di non giocare a palla sulle scale del castello; macch! Una volta che la sua balia si era appena appisolata

un momentino, la principessa and subito sulle scale con la sua palla, e qui, fosse il Signore Iddio che la pun o il diavolo che le afferr un piede, cadde e si fece male a un ginocchio. Seduta sulle scale piangeva... se non fosse stata la principessa, si sarebbe detto che gridava smoderatamente. E allora, si capisce, scesero subito di corsa per le scale le dame di corte con catinelle di cristallo e bende di seta, i dieci medici del re e i tre cappellani di corte, ma nessuno di loro pot far cessare il dolore alla principessa. In quel momento, si trascinava per la strada una vecchia, che, quando vide la principessa piangere sulle scale, si inginocchi accanto a lei e disse calma: "Su, non piangete, principessa. Se vi portassi un animale, che ha occhi di smeraldo, eppure nessuno glieli pu rubare, baffi cos, eppure non un uomo, una pelliccia che fa scintille, eppure non lo pu bruciare, zampette di seta, eppure non gli si possono rovinare, e nelle taschine sedici coltelli, eppure non li usa per tagliare la carne, smettereste allora di piangere?" La principessa guard la vecchia, da uno dei suoi occhi azzurri ancora le scendevano le lacrime, ma l'altro gi sorrideva per la gioia. "Ma nonna," dice, "un animale cos sulla terra non c'." "C' invece," disse la vecchia, "se il re mi desse ci che chiedo, ve lo porterei subito." Cos disse e lentamente zoppic via. La principessa rimase seduta sulle scale, ma non piangeva pi; pensava solo a come poteva essere quell'animale. E qui inizi a dispiacersi di non averlo, del fatto che la vecchia non le avrebbe portato niente, e ricominci a piangere piano. Avvenne che il re guardasse proprio dalla finestra, perch voleva vedere per quale motivo la principessa gridava tanto, e cos vide e sent tutto. Quando vide che la vecchia aveva calmato la principessa tanto bene, si risedette sul trono in mezzo ai suoi ministri e consiglieri, ma quell'animale non gli usciva dalla testa. "Ha occhi di smeraldo," continuava a ripetersi, "eppure nessuno glieli pu rubare, baffi cos, eppure non un uomo, ha una pelliccia che fa scintille, eppure non lo pu bruciare, ha zampette di seta, eppure non gli si possono rovinare, e nelle taschine ha sedici coltelli, eppure non li usa per tagliare la carne; che cos'?" Quando i ministri videro che il re continuava a bisbigliare qualcosa, scrollava la testa e indicava con le mani sotto il naso dei grossi baffi, non riuscirono a capire cosa gli stesse succedendo, finch il vecchio cancelliere non interrog direttamente il re. "Stavo riflettendo," disse il re, "su come pu essere un animale cos: ha occhi di smeraldo, eppure nessuno glieli pu rubare; baffi cos, eppure non un uomo; ha una pelliccia che fa scintille, eppure non lo pu bruciare; ha zampette di seta, eppure non gli si possono rovinare, e nelle taschine ha sedici coltelli, eppure non li usa per tagliare la carne; che cos'?" Allora i ministri e i consiglieri si risedettero: scrollavano il capo e indicavano con le mani sotto il naso dei grossi baffi, ma nessuno poteva indovinare che tipo di animale fosse. Alla fine, il vecchio cancelliere dice per tutti ci che aveva detto la principessa alla vecchia: "Ma, Vostra Altezza, un animale cos sulla terra non c'". Ma il re non si fece persuadere e mand il suo corriere pi veloce a cercare la vecchia. Il corriere vola a cavallo, vola, tanto che sprizzano le scintille dagli zoccoli, e qui, ecco, sta la vecchia, seduta davanti alla sua casetta. "Nonna," grid il corriere dal cavallo, "il re deve avere quell'animale." "Avr, quel che vuole," dice la vecchia, "se mi dar tanti scudi quanto entra del migliore argento nella cuffia della madre del re." Vola il corriere di nuovo a palazzo, tanto che la polvere si alza fino al cielo. "Vostra Altezza," dice, "la vecchia porter

quell'animale se le darete tanti scudi quanto entra del migliore argento nella cuffia di vostra madre." Non sar molto, pens tra s il re, e giur con solenne giuramento che avrebbe dato alla vecchia tutti quegli scudi; ma subito and da sua madre. "Mamma," dice, "riceveremo una visita. Mettetevi quella bella cuffietta, la pi piccola di tutte, che vi copre solo la crocchietta." E la vecchia madre segu il volere del figlio. La vecchia dunque arriv a palazzo portando sulle spalle una gerla ben avvolta con un fazzoletto. Nel salone aspettavano gi il re, sua madre e la principessina; ma anche tutti i ministri, i consiglieri segreti, i comandanti e i presidenti aspettavano, nemmeno fiatavano per la curiosit. La vecchia, piano piano, svolse il fazzoletto; il re in persona salt gi dal trono, per vedere da vicino quell'animale. Alla fine la vecchia strapp il fazzoletto, e rovesci dalla gerla una gatta nera, che con un salto sedette sul trono. "Ma nonna," grid il re deluso, "voi ci state ingannando: questa solo una gatta!" La vecchia si mise la mano sul fianco: "Come sarebbe, vi sto ingannando? Date un po' un'occhiata," disse e indic la gatta. Mentre la gatta stava seduta sul trono, i suoi occhi verdi brillavano come i pi bei smeraldi. "Date un po' un'occhiata," disse allora la vecchia, "ha o non ha occhi di smeraldo? E quelli, Vostra Altezza, non glieli pu rubare nessuno. E ha anche i baffi, ma non un uomo." "Ma," obiett il re, "per, nonna, ha la pelliccia nera e non fa scintille." "Aspettate un attimo," si difese la vecchia e carezz la gatta contropelo. Davvero si poteva sentire il crepitio di piccole scintille elettriche. "E le zampette," disse poi la vecchia, "le ha di seta. Neanche la principessina, seppure andasse scalza e in punta di piedi, potrebbe correre pi silenziosamente." "Bene," ammise il re, "ma comunque non ha nessuna taschina, n sedici coltelli." "Le taschine," dice la vecchia, "le ha nelle zampe, e in ognuna un affilato coltello-artiglietto. Contatele un po' e vedete se non sono sedici." Il re allora fece un cenno al vecchio cancelliere, perch contasse gli artiglietti alla gatta. Il cancelliere si inginocchi accanto alla gatta e le afferr una zampa, per contare; ma la gatta soffi e lo graffi proprio vicino a un occhio. Il cancelliere si tir su, tenendosi l'occhio, e disse: "Io, Vostra Altezza, ho gi gli occhi deboli, ma penso che di quegli artiglietti ce n' molti. Di quattro so con certezza." Qui il re fece un cenno al primo cameriere, perch contasse gli artiglietti alla gatta. Il cameriere afferr la gatta per contare, ma subito si sollev tutto rosso, si tast il naso e disse: "Ce ne sono, Vostra Altezza, perlomeno dodici. Io ne ho contati otto, quattro per ogni lato". Qui il re fece un cenno al suo pi alto presidente, perch contasse gli artiglietti alla gatta; ma appena quel venerabile signore si chin sulla gatta, subito si ritir su, si carezz il mento graffiato e disse: "In verit, ce ne sono esattamente sedici, Vostra Altezza. Gli ultimi quattro li ho contati proprio io". "Be', inutile," sospir il re, "allora devo comprare la gatta. Ma voi, nonna, siete una bella birbante." E allora non rimase al re che snocciolare sul tavolo gli scudi d'argento; poi prese dalla testa di sua madre quella piccola cuffietta, la pi piccola di tutte, e la pos sugli scudi. La cuffietta era talmente piccola che ci entrarono solo cinque scudi in tutto. "Ecco, nonna, i vostri cinque scudi. Ora potete andare, addio,"

disse il re ed era contento di essersela cavata tanto a buon mercato. Ma la vecchia scosse il capo e disse: "Non eravamo d'accordo cos, Vostra Altezza. Voi mi dovete dare tanti scudi quanto entra del migliore argento nella cuffia di vostra madre". "Vedete bene," si difese il re, "che nella cuffia entrano solo cinque scudi in tutto del migliore argento." La vecchia prese la cuffietta in mano, la carezz, la attorcigli sul palmo e disse lentamente: "Penso, Vostra Altezza, che il miglior argento al mondo siano i capelli d'argento di vostra madre". Il re guard la vecchia, guard la madre e disse piano: "Avete ragione, nonna". Qui la vecchia mise la cuffietta bene in testa alla madre del re, le carezz i bianchi capelli e disse: "E ora, Vostra Altezza, datemi tanti scudi quanti sono i capelli d'argento che entrano nella cuffia di vostra madre". Il re rimase di stucco, il re si rabbui, il re alla fine sorrise e disse: "Ma voi, nonna, siete una grandissima birbona". Be', bambini, un giuramento un giuramento, e cos il re dovette pagare alla vecchia ci che chiedeva. Chiese allora a sua madre di sedersi e ordin al suo pi esperto contabile di contare quanti capelli d'argento entrassero in quella cuffietta. Il contabile conta, conta, e la madre del re resiste bene, nemmeno si muove, e improvvisamente - sapete: la vecchiaia ama il sonno e si appisola facilmente - per farla breve, la madre del re si addorment. Mentre dormiva, il contabile contava capello per capello; e quando ebbe contato giusto il primo migliaio, forse tir pi forte un capello d'argento, fatto sta che la madre del re si svegli. "Ahi," grid, "perch mi svegliate? Stavo facendo un sogno che sembrava vero; sognavo che il futuro re stava attraversando i confini della nostra terra." La vecchia trasal. "E' strano," proruppe, "giusto oggi mi deve far visita il mio nipotino dal reame vicino." Ma il re non stava nemmeno a sentire ed esclam: "Mamma, da dove, da dove verr il futuro re della nostra terra? Da quale corte reale?" "Questo non lo so," disse la madre del re, "perch mi avete svegliato senza complimenti." Intanto l'esperto contabile continuava a contare, e la madre del re si riaddorment. Il contabile conta, conta fino a duemila, e qui gli trem ancora la mano e tir forte un capello d'argento. "Ma gente," grid la madre del re, "perch mi avete svegliato? Stavo sognando che il futuro re verr portato qui da nessun altro se non da quella gatta nera." "Andiamo, mamma," si meravigli il re, "ma quando mai si sentito dire che una gatta porti qualcuno in una casa?" "Eppure, sar cos," disse la madre del re, "ma ora lasciatemi dormire." Si riaddorment la madre del re, e si rimise a contare il contabile. Quando ebbe contato il tremillesimo e ultimo capello, gli trem la mano e, senza volerlo, di nuovo tir forte. "Ah, mascalzoni," grid la madre del re, "non lasciate dormire un attimo una povera vecchia. Stavo giusto sognando che il futuro re verr qui con tutta la sua casa." "Mi dovete perdonare, mamma," disse a questo punto il re, "ma non credo che andr cos. Chi potrebbe portare con s un intero castello reale?" "Parole al vento, ragazzo," lo rimprover la madre. "Uno non sa mai cosa pu succedere." "Eh gi," assent la vecchia, "dice bene la vostra signora madre, Vostra Altezza. Alla buonanima di mio marito, che Dio lo abbia in gloria, una zingara aveva predetto: "Un giorno un gallo ti beccher

tutto il podere". E qui il babbo, poveretto, si mise a ridere e disse: "Sapete che vi dico, zingara, non credo che andr cos". Proprio come voi, Vostra Altezza." "E che avvenne, invece?" chiese il re avidamente. La vecchia cominci ad asciugarsi le lacrime. "Be', un giorno poi vol da noi un gallo rosso come il fuoco e ci becc tutto. Il babbo poi era come fuori di s e diceva continuamente: "La zingara aveva ragione! La zingara aveva ragione!" E ora sono gi vent'anni che in grazia di Dio, poveretto." Qui la vecchia si mise a piangere; ma la madre del re le mise un braccio intorno al collo, le carezz il viso e disse: "Non piangete, nonna, oppure comincer anch'io". Il re ebbe paura e perci inizi subito a far sonare i soldi. Mise sul tavolo scudo dopo scudo, finch non furono tremila, proprio il numero di capelli d'argento che entravano nella cuffia della madre del re. "Ecco, nonna," disse, "siete servita e che il Signore Iddio vi benedica; ma con voi uno certo non si arricchirebbe." La vecchia rise e tutti risero con lei, e inizi a mettere gli scudi in saccoccia. Ma figuriamoci se la saccoccia bastava! Dovette ammassare gli scudi nella gerla, ed era talmente piena che la vecchia non riusciva a portarla. Due comandanti e il re in persona la aiutarono a mettersi la gerla sulle spalle, e qui la vecchia si inchin graziosamente a tutti, si accomiat dalla madre del re e si volt solo a guardare per l'ultima volta la sua gatta nera Jra. Ma Jra non si vedeva da nessuna parte. La vecchia si gira, chiama facendo "mio-mio": della gatta neanche l'ombra. Ma dietro il trono spuntano i piedini di qualcuno; la vecchia ci va in punta di piedi e vede: la principessa si era addormentata in un cantuccio dietro il trono e sulle sue ginocchia dorme e fa le fusa la preziosa Jra. Allora la vecchia ficc la mano in tasca e mise nel palmo della principessa uno scudo; se voleva darglielo per ricordo, allora si era sbagliata di grosso, perch quando la principessa si svegli e si trov sulle ginocchia la gatta e in mano uno scudo, prese in braccio la gatta e insieme andarono di filato a comprarsi uno scudo di leccornie. Ma forse anche questo la vecchia lo sapeva gi. Mentre la principessa dormiva ancora, la vecchia era gi a casa da un pezzo, contenta di avere tanti soldi, di aver lasciato Jra in buone mani, e soprattutto perch proprio allora un vetturino aveva portato dal reame vicino suo nipote Vaek. 2. Tutto quello che la gatta sa fare Allora, sapete gi che la gatta si chiamava Jra, ma la principessa la chiamava in diversi altri modi: micia e micetta, pussi, pussi-pussi e pussina, leccatina, gattina e gattuccia, nerina, pippi e palletta, e da questo potete gi vedere che le voleva molto bene. La mattina, appena apriva gli occhi, gi la micia stava sul suo piumino: Jra, pigrona, ci poltriva e faceva le fusa, tanto per dare l'impressione che faceva qualcosa. Tutte e due poi si lavavano insieme, la gatta di certo molto pi a fondo, sebbene solo con la zampetta e la lingua; in compenso rimaneva pulita pi a lungo, quando gi la principessa si era insudiciata ben bene da capo a piedi, come sanno fare solo i bambini. Al tempo stesso, Jra era una gatta come qualsiasi altra: solo che le piaceva stare sul trono a pisolare, cosa che agli altri gatti generalmente non capita. Forse in quei momenti ricordava che il suo lontano zio, il leone, il re degli animali. Oppure sembrava solo che lo ricordasse; bastava che un topo mettesse fuori il naso da un buco... con un balzo Jra lo acchiappava e andava a metterlo fiera ai piedi del trono, perch fosse visto dal maggior numero possibile di

gente importante. Un giorno il re doveva decidere una disputa tra due signori molto potenti. Ambedue stavano in piedi davanti al gradino del trono e litigavano a pi non posso su chi di loro avesse ragione. Mentre erano sul pi bello, arriv Jra, mise per terra un topo che aveva catturato, aspettando con orgoglio di essere lodata. Il primo signore non le fece neanche caso, il secondo, invece, si chin rapidamente e carezz Jra. Aha, si disse subito il re, questo quello che ha ragione, perch tiene in considerazione ogni merito. E diamine, si dimostr che aveva ragione. Dunque, il re a palazzo aveva due cani, uno si chiamava Buffo e l'altro Buffino. Quando videro per la prima volta Jra sonnecchiare sulla soglia, si guardarono come se volessero dirsi: Senti, collega, questa non dei nostri. E come se si fossero messi d'accordo, si gettarono sulla povera Jra. La gatta indietreggi verso il muro e rizz la coda, che era grossa come una ramazza. Se Buffo e Buffino fossero stati pi furbi, avrebbero saputo cosa pensa un gatto quando rizza cos la coda; ma siccome erano stupidi, vollero prima annusarla. Innanzi tutto Buffo, ma aveva appena cominciato che si era gi preso un colpo al naso: inizi a guaire, agit la coda e si diede alla fuga, tanto che continu a correre per un'intera ora senza fermarsi e due giorni dopo ancora tremava per il terrore. Quando Buffino vide tutto questo, rest un po' meravigliato, ma pens che doveva fare l'eroe. "Senti, aborto," dice a Jra, "non ti conviene attaccar briga con me, perch io so abbaiare tanto che perfino la luna in cielo ha paura di me." E come dimostrazione abbai tanto forte, che a un miglio di distanza si incrinarono i vetri di tutte le finestre. Ma Jra non batt ciglio, e quando Buffino ebbe finito di abbaiare, disse: "Be', a gridare te la cavi, ma quando io soffio, anche a un serpente si agghiaccia il sangue nelle vene per la paura". E allora soffi in modo tanto terribile, che a Buffino per la paura si rizz tutto il pelo. Quando si fu un po' ripreso, ricominci: "Va bene, soffiare non certo una prodezza; ma guarda come so correre!" E quando meno la gatta se lo aspettava, corse intorno al palazzo cos velocemente che perfino al palazzo girava la testa. Jra se ne meravigli molto, ma fece come se niente fosse. "Be'," dice, "almeno so come correrai davanti a me; ma se mi attaccasse qualcuno centomila volte pi forte di te, io gli scapperei cos." E con tre balzi fu in cima a un albero altissimo, tanto in alto che Buffino fu preso da una terribile vertigine. Quando ritorn in s, disse: "Sai, un cane per bene non si arrampica certo sugli alberi; ma se vuoi sapere quel che so fare, fa' attenzione: fiuto, fiuto che la regina del regno vicino cuoce per pranzo dei piccioni, e noi domani a mezzogiorno avremo arrosto d'oca". La gatta pure di nascosto aveva fiutato, ma non aveva sentito niente; allora si meravigli oltremodo dello straordinario fiuto del cane, ma non si trad. "Be'," disse, "questo niente in confronto al mio udito; io, per esempio, sento che proprio ora alla nostra regina caduto in terra un ago e che nel regno vicino tra un quarto d'ora suoner mezzogiorno." Buffino nuovamente ne rest stupito, ma per non rassegnarsi cos, disse: "Sai che ti dico? Non ci abbaieremo pi contro. Non avere paura di me e scendi". "Io," dice allora Jra, "non ho affatto paura di te. Ma sai che ti dico? Tu non avere paura di me e sali qui sull'albero da me." "Io," dice Buffino, "salirei subito; ma prima devi, in segno di amicizia, agitare la coda cos come facciamo noi cani." Intanto

inizi a scodinzolare tanto velocemente, che si sentiva un sibilo. Jra ci prova, ci prova, ma non c' niente da fare; s'intende, il fatto che il Signore Iddio l'ha insegnato solo ai cani! Eppure, per non compromettersi rivelando un qualche timore, scese dall'albero e and da Buffino. "Noi gatti," dice, "quando non abbiamo nessun cattivo pensiero, facciamo le fusa cos. Potresti provarci un po', per amicizia verso di me." Buffino allora cerc di fare le fusa, macch! Gli usciva un tale mugolio, che lui stesso se ne vergognava. "Su," disse subito, " meglio andare davanti al portone ad abbaiare alla gente; cara mia, uno spasso favoloso!" "Penso," osserv Jra modesta, "che non ne sarei affatto capace; ma se non hai niente in contrario, andiamo a sederci sul bordo del tetto, per vedere bene dall'alto tutto quel che succede." "Scusa," disse Buffino imbarazzato, "ma quando sto in alto, ho come una specie di capogiro. Sarebbe meglio se insieme andassimo a caccia di lepri." "Una lepre," dice la gatta, "non la saprei cacciare; io non ho zampe come le tue, bello. Ma se venissi con me, ti potrei mostrare un albero dove potremmo acchiappare insieme qualche uccelletto." Buffino era triste e pensieroso. "Ehi, Jra," dice alla fine, "insieme non possiamo fare niente. Sai che ti dico? Io continuer a fare il cane nel bosco e in strada, e tu continuerai a fare il gatto sugli alberi e sul tetto. Ma qui a palazzo e in cortile e in giardino non saremo cane e gatto, ma due amici." Cos fu, e tutti e due si abituarono tanto a stare insieme, che modificarono persino le proprie maniere. Cos Jra impar a correre dietro alla principessa come un cane, e Buffino, quando vide che la gatta portava ai piedi del re i topi catturati, gli inizi a portare davanti al trono trionfalmente le ossa che rastrellava nell'immondezzaio o trovava in strada. Comunque non veniva per questo tanto lodato come la gatta per i suoi topi. Una notte, era buio pesto, Buffino stava dormendo nella sua cuccia; sapete, bambini, un cane del re ha una cuccia di legno di cedro e di mogano. Stava giusto sognando di vedere una lepre e di gettarsi all'inseguimento, tanto che perfino nel sonno le zampe gli sussultavano, quando sent un leggero buffetto sul naso. "Ah," disse nel sonno, "ah, che succede?" "Pst," sussurr una voce nota, "fa' un po' silenzio." Buffino riconobbe Jra; era pi nera della notte, solo i suoi occhi verdi e intelligenti brillavano eccitati. "Ero seduta sul tetto," raccont Jra sottovoce, "e stavo meditando, come al solito; e qui, conosci bene il mio udito, sento dei passi lontano, nel giardino reale." "Ah," esclam Buffino. "Piano," sibil Jra. "Credo, Buffino, che sia un ladro. Sai che ti dico? Andiamo ad acchiapparlo." "S," abbai il cane infervorato, "s, corriamo." Si avviarono e insieme andarono in giardino. Era una notte scurissima. Buffino voleva correre avanti, ma al buio era impacciato e inciampava a ogni passo. "Jra," sussurr impaurito. "Jra, non vedo a un palmo dal naso!" "Io," disse Jra, "vedo di notte come di giorno. Andr avanti e tu seguimi fiutando." Cos fecero. "Oho," proruppe Buffino all'improvviso, "fiuto le orme di qualcuno." Col naso per terra correva ora dietro le orme, come se vedesse chiarissimamente. Jra dietro. "Pst," sussurr dopo un attimo, "lo vedo gi. E' proprio davanti a te." "Aha," grid Buffino con un vocione, "su, su, addosso, addosssso! Ah, ah, mascalzone, ah birrrbone, ah furfante, ah tu, gaglioffo! Strrrrozzalo, strangolalo, bastonalo, pestalo, rrrrimboccati le

maaaaniche e strrrrazialo! Ah! Ah, ah!" Quando il ladro lo sent, morto di paura si diede alla fuga. Buffino dietro: gli addent un polpaccio, strapp le brache, gli salt tra i piedi e lo fece cadere, in pi gli morse un orecchio. Il ladro fece appena in tempo a rimettersi in piedi e ad arrampicarsi terrorizzato su un albero. Ma allora fu il turno di Jra: si arrampic dietro a lui, gli salt alla nuca e graffi, addent, gratt, tagli, appena solo pot. "Pfff," soffiava intanto e fischiava, "te la far pagare sssalata, ti ammazzer, ti ssspaccher, ti sssbrandeller." "Ah," abbaiava gi Buffino, "strangolalo, colpiscilo, fallo a pezzi, gettamelo, uccidilo, picchialo, legalo, mordi, non lo mollare!" "Mi arrendo," url il ladro preso da un'ansia mortale e cadde dall'albero come un sacco, si inginocchi, alz le mani e chiese: "Non mi uccidete, vi prego, ormai mi sono arreso. In nome di Dio, conducetemi dove volete!" Allora si misero sulla strada del ritorno: avanti Jra con la coda ritta come una sciabola, poi il ladro con le mani alzate e in ultimo Buffino. A met strada andarono loro incontro delle vedette con le lucerne, perch il rumore li aveva svegliati, e si aggregarono al corteo. Cos Jra e Buffino condussero il ladro al castello con grande fasto. Il re in persona e la regina si erano svegliati e guardavano dalla finestra, solo la principessa dormiva e perse tutta la scena, e avrebbe perso anche la colazione, se Jra, come ogni mattina, non fosse andata a riposarsi sul suo piumino, con un musetto tanto grazioso, come se non fosse successo niente durante la notte. Jra sapeva fare anche altre cose, ma la favola non finirebbe mai. Perci vi dir in fretta che a volte con la zampetta pescava dei pesci in un rivoletto, mangiava di gusto l'insalata di cetrioli, acchiappava gli uccelletti, sebbene le fosse stato proibito, e intanto prendeva un'aria da angelo e sapeva giocare tanto bene che uno l'avrebbe guardata tutto il giorno. Chi volesse sapere qualcos'altro di Jra, che guardi solo con amore un gatto qualsiasi; ognuno ha in s una parte di Jra e ognuno capace di migliaia di tiri belli e divertenti, e non li tiene nascosti a nessuno purch non lo maltratti. 3. Come gli agenti segreti diedero la caccia a un mago Se abbiamo gi raccontato tutto ci che la gatta sapeva fare, dobbiamo aggiungere, per, ancora qualcosa. La principessa una volta aveva sentito che, se un micio cade dall'alto, atterra sempre sulle zampe e quindi non si fa niente. E un giorno prese Jra, sal con lei in solaio e, per fare la prova, da una finestrella altissima lasci cadere la cara Jra. Poi guard subito se la sua micetta fosse caduta davvero sulle zampe; ma Jra non era caduta sulle zampe, perch era caduta sulla testa di un signore che stava passando per la strada. Forse Jra, cadendo, gli graffi in qualche modo la testa, oppure chiss cos'altro non gli piacque... per farla breve, non si tenne la gatta sulla testa, come, forse la principessa pensava avrebbe fatto, ma la prese, se la mise sotto il cappotto e a passo veloce spar. Piangendo a pi non posso, la principessa corse gi dal solaio e and direttamente da suo padre il re. "Bu, buu," piangeva, " passato un signore e ci ha rubato J-Jraa!" Al che il re si spavent. In un modo o in un altro, pensava, quella gatta deve portarci il futuro re. Non vorrei mai perderla, pensava. Subito fece chiamare il capo della polizia. "Cos e cos," gli racconta, "qualcuno ci ha rubato la nostra gatta nera Jra. L'ha messa sotto il cappotto e pare se ne sia andato l da quella parte."

Il capo della polizia aggrott le sopracciglia, riflett una mezz'ora e poi disse: "Vostra Altezza, io trover quella gatta, con l'aiuto del Signore Iddio, della polizia pubblica e di quella segreta, di tutto l'esercito, dell'artiglieria, della marina, dei vigili del fuoco, dei sottomarini, dei dirigibili, degli indovini, delle cartomanti e di tutto il resto della popolazione". Subito il capo della polizia fece chiamare i suoi migliori agenti segreti. Un agente, bambini, un signore che fa parte della polizia segreta ed vestito come ogni altra persona, ma in realt sempre travestito, perch nessuno lo riconosca. E un agente scopre tutto, trova tutto, raggiunge chiunque, sa fare tutto e non ha paura di niente. Come vedete, non tanto facile essere un agente. Allora, il capo della polizia chiam subito i suoi migliori agenti. Erano tre fratelli: Ficcanaso, Prezzemolo e Saputone; poi l'astuto italiano Signor Furbetti, l'allegro e grasso olandese Mynheer Van Tond, il gigante slavo Leonev e il cupo e taciturno scozzese Mister Nevrley. Due parole e gi sapevano di cosa si trattava; e chi acciuffer quel ladro, dice, otterr una lauta ricompensa. "S," esclam Furbetti. "Jaa," disse l'allegro Van Tond. "Mm," borbott Leonev. "Well," aggiunse Nevrley laconico. Ficcanaso, Prezzemolo e Saputone si fecero solo un cenno con gli occhi. Dopo un quarto d'ora, Ficcanaso aveva saputo che il signore con la gatta nera sotto il cappotto era sulla via Spalen. Dopo mezz'ora, Prezzemolo riport che il signore con la gatta nera sotto il cappotto aveva girato in direzione di Vinohrady. Dopo un'ora, Saputone corse a riferire che il signore con la gatta nera sotto il cappotto era in un'osteria di Stranice davanti a un boccale di birra. Furbetti, Van Tond, Leonev e Nevrley saltarono su un'auto l pronta e si precipitarono a Stranice. "Ragazzi," disse Furbetti, quando vi furono arrivati, "un malvivente tanto scaltro dobbiamo prenderlo con l'astuzia. Lasciatemi agire." In quel momento, per, il furbone pensava esclusivamente a prendere lui solo il premio promesso. Allora si travest in fretta da cordaio, che vende le corde, e si rec nell'osteria. Vede l seduto uno sconosciuto, vestito di nero, con capelli e baffi neri, gote pallide e incantevoli bench malinconici occhi. "E' lui," cap subito l'agente. "Signor cavaliere," inizi a snocciolare in un ceco storpiato, "vendo corde, corde belle forti: non si strappano, non si snodano, corde di ferro." Intanto mostrava le sue corde, in modi diversi le esponeva, tendeva, allungava, svolgeva, passava da una mano all'altra, ma nel frattempo i suoi occhi badavano solo a lanciare in fretta una corda annodata sulle mani dello sconosciuto, annodare alla svelta e stringere. "Non mi servono," disse lo sconosciuto e scriveva qualcosa sul tavolo col dito. "Date solo un'occhiata, signore," recitava Furbetti ancor pi infervorato e agitava, tendeva, svolgeva le corde ancor pi velocemente, "date solo un'occhiata a come sono lunghe, come sono forti, come sono sottili, come sono resistenti, come sono bianche, come sono buone, come sono... come sono... Diavolo," grid all'improvviso angosciato, "che succede?" Mentre agitava le corde e le allungava, tendeva e rovesciava, gli iniziarono a ingarbugliarcisi le mani in maniera sorprendente; e proprio le sue corde lo annodavano, allacciavano, ingarbugliavano, intricavano, legavano,

stringevano, e all'improvviso (aveva l'espressione di un matto) si ritrov lui stesso con le mani legate ben strette. Furbetti stava gi sudando per l'angoscia, ma pensava ancora di potersi cavare d'impaccio. Inizi a contorcersi e torcersi, dimenarsi e agitarsi, saltava, si piegava e si girava per sbrogliarsi in qualche modo da quelle corde, e intanto ripeteva sempre pi veloce: "Guardate, guardate che bel lavoro, che forza, che solidit, che resistenza, che lunghezza, che elasticit, che bellezza, che corde, perdio!" E mentre si contorceva e saltava in quel modo, le corde sempre pi fortemente e velocemente gli si avvolgevano e arrotolavano intorno, annodavano e stringevano, finch ansante, con mani e piedi legati, fasciato e allacciato dappertutto, il Signor Furbetti rotol a terra. Lo sconosciuto sedeva, senza battere ciglio, non alz nemmeno gli occhi tristi, sembrava solo che disegnasse col dito qualcosa sul tavolo. Intanto, di fuori, gli altri agenti erano meravigliati nel vedere che Furbetti non tornava. "Mm," esclam Leonev risoluto e si precipit nell'osteria. Guarda: Furbetti legato in terra e al tavolo lo sconosciuto, col capo chino, disegna qualcosa col dito sulla tovaglia. "Mm," borbott il gigante Leonev. "Cosa volete dire con questo?" chiese lo sconosciuto. "Che vi arresto," disse Leonev brusco. Lo sconosciuto alz solo i suoi incantevoli occhi. Leonev stava gi stendendo il suo enorme pugno, ma davanti a quegli occhi si sent quasi male. E ficc tutte e due le mani nelle tasche e disse: "Io immagino che preferiate venire con le buone. Perch quando afferro qualcuno, non gli rimane neanche un ossicino intero in tutto il corpo". "Davvero," disse lo sconosciuto. "Eh gi," continu l'agente. "E se do a qualcuno una manata sulla spalla, quello resta storpio per sempre. Mi chiamano Leonev il Forte." "Caro signore," dice lo sconosciuto, "questo in verit bene, ma la forza non tutto. E se parlate con me, potreste per gentilezza tirar fuori le mani dalle tasche." Leonev si vergogn un po' e cerc subito di tirar fuori le mani dalle tasche. Ma che succede? Non riesce in nessun modo a tirarle fuori. Prova con la destra: sta in tasca come fosse attaccata. Prova con la sinistra: come se pesi di quintali la tenessero nella tasca. E anche se fossero quintali, riuscirebbe a tirarle fuori, ma non pu e non pu tirare fuori le mani dalle tasche, per quanto tiri e strappi e spasimi. "Questi sono scherzi cattivi," borbottava Leonev impotente. "Nemmeno tanto cattivi come pensate," disse lo sconosciuto piano e continu a disegnare sul tavolo col dito. Mentre Leonev si sforzava e sudava e si contorceva per tirar fuori le mani dalle tasche, gli altri agenti erano sorpresi di non vederlo tornare. "Andr io," disse Van Tond per farla breve, e si precipit nell'osteria in tutta la sua larghezza. Guarda: Furbetti legato in terra, Leonev, con le mani nelle tasche, balla per la stanza come un orso e al tavolo lo sconosciuto, col capo chino, scarabocchia il tavolo col dito. "Venite ad arrestarmi?" si fece sentire lo sconosciuto prima che Van Tond potesse dire qualcosa. "Agli ordini," esclam con piacere Van Tond e tir fuori dalla tasca delle manette di ferro. "Vogliate solo, Vossignoria, stendere le mani, le ammanetteremo, per favore, con delle belle manette fresche, delle manettine quasi nuove, Vossignoria, dell'acciaio pi

fine, con una bella catenella corazzata, tutto della migliore qualit." Nel frattempo, lo scherzoso Van Tond faceva tintinnare le manette e le passava da una mano all'altra, come per mostrare l'articolo. "Vogliate scegliere," continuava a ripetere allegro, "non costringiamo nessuno, salvo un pochino colui che da solo non vuole; braccialetti finissimi, Vossignoria, con un lucchetto di sicurezza che chiude bene, non d mai fastidio e non stringe mai." Qui Van Tond cominci a diventare rosso e a sudare e a passarsi le manette sempre pi velocemente da una mano all'altra. "Eccellenti ma-manette, fatte proprio per un signore, ohi, caspita, caspita! di ac-ac-acciaio di cannone, signore, temprato nel oh-oh-oh-oh caspita! nel fuoco, nel pi ro-ro-ro-ohi! rovente fo-fooo-foocolare e ...diaamine!" url a un tratto Van Tond e butt le manette a terra. Come non buttarle, poveretto! e come non agitarle in mano! le manette, infatti, erano incandescenti: appena caddero a terra, bruciarono il pavimento, poco manc che non prendesse fuoco. Intanto, fuori, Nevrley era gi stupito di non veder tornare nessuno. "Well," esclam risoluto, tir fuori un revolver e penetr nell'osteria. Guarda: ovunque fumo, Van Tond salta per la stanza dal dolore e si soffia il palmo, Leonev si contorce con le mani in tasca, Furbetti legato in terra e al tavolo lo sconosciuto, col capo chino, scarabocchia qualcosa sulla tovaglia. "Well," fece Nevrley e and col revolver dritto verso lo sconosciuto. Lo sconosciuto alz su di lui il suo sguardo dolce e pensieroso. Nevrley sent che davanti a quegli occhi gli tremava la mano, ma si vinse e da vicinissimo spar tutti e sei i colpi del revolver in mezzo agli occhi dello sconosciuto. "Avete finito?" domand lo sconosciuto. "Ancora no," replic Nevrley, tir fuori un secondo revolver e spar ancora sei colpi in fronte allo sconosciuto. "Fatto?" chiese lo sconosciuto. "S," disse Nevrley, gir i tacchi e, a braccia conserte, si sedette in un canto su di una panca. "Il conto," grid lo sconosciuto e fece sonare una monetina da venti centesimi sul bicchiere. Nessun cameriere venne. Si erano tutti nascosti nel solaio per la paura, quando avevano sentito i colpi. E lo sconosciuto lasci i venti centesimi sul tavolo, salut gli agenti e se ne and tranquillo. In quel momento, da una finestra apparve la testa di Ficcanaso, da una seconda quella di Prezzemolo e da una terza quella di Saputone. Per primo salt nella stanza attraverso la finestra Ficcanaso. "Ragazzi," dice, "l'avete proprio preso!" E si mise a ridere. Dalla seconda finestra salt dentro Prezzemolo. "Mi sembra," rise, "che Furbetti si rotoli l in terra." Dalla terza finestra salt dentro Saputone. "A me," dice, "che Van Tond sia un po' nervoso." "Io penso," intervenne Prezzemolo, "che Nevrley non abbia l'aspetto di un leone." "E io ancora," aggiunse Ficcanaso, "che Leonev non sia proprio furbo." Furbetti si sedette sul pavimento. "Ragazzi," si difese, "non come sembra. Il ladro mi ha legato senza toccarmi con un dito." "E a me," borbottava Leonev, "ha inchiodato le mani nelle tasche." "E a me," si lamentava Van Tond, "ha infuocato le manette nelle mani." "Well," aggiunse Nevrley, "tutto ci non niente. Ma io gli ho sparato dodici colpi in fronte e non ha nemmeno un graffio." Ficcanaso, Prezzemolo e Saputone si guardarono. "Mi sembra..." inizi Ficcanaso. "...che il ladro..." continu Prezzemolo.

"...sia un vero mago," termin Saputone. "Macch, ragazzi," disse ancora Ficcanaso, "ormai in trappola. Abbiamo portato con noi mille soldati..." "...e abbiamo fatto circondare questa osteria," continu Prezzemolo. "...tanto che nemmeno un topo riuscirebbe a filarsela di qui," termin Saputone. In quell'attimo fuori echeggiarono i colpi di mille fucili, come se si trattasse di tuoni. "E' gi morto," esclamarono tutti gli agenti come un sol uomo. Si spalanc la porta e salt dentro la stanza il comandante di quei soldati. "Faccio noto rispettosamente," fece, "che abbiamo circondato l'osteria. Ho dato l'ordine che nemmeno un topo potesse uscire dall'osteria. E qui, ragazzi, schizzata fuori dalla porta una colombella bianca con gli occhi dolci e ha iniziato a volarmi intorno alla testa." "Ah," esclamarono tutti; solo Nevrley disse: "Well". "Ho colpito con la sciabola quella colombella," continu il comandante, "e contemporaneamente tutti e mille i soldati le hanno sparato. La colombella andata in mille pezzi, ma da ogni pezzo nata una farfalla bianca e dibattendosi tutte e mille sono sparite. Faccio noto rispettosamente, e ora?" A Ficcanaso brillarono gli occhi. "Bene," ordin, "radunate tutto l'esercito, le riserve e la milizia territoriale, mandateli in giro ad acchiappare quelle farfalle." Cos fu, e possiamo anticipare che ne scatur una raccolta di farfalle molto bella, che ancor oggi esposta nel Museo Nazionale. Chi a Praga, pu andarla a vedere. Ma intanto Prezzemolo disse agli altri: "Ragazzi, ormai voi qui non avete pi niente da fare, troveremo noi qualcosa anche senza di voi". E se ne tornarono indietro tristi e a mani vuote: Furbetti, Van Tond, Nevrley, Leonev. Ficcanaso, Prezzemolo e Saputone si consultarono a lungo su come regolarsi con il mago. Intanto fumarono un quintale di tabacco, mangiarono e bevvero tutto quello che era disponibile a Stranice, ma non arrivarono a nulla. Alla fine Saputone disse: "Ragazzi, cos non va. Dobbiamo prendere una boccata d'aria". Allora uscirono, ed erano appena arrivati davanti all'osteria quando videro, indovinate chi, il mago in persona. Se ne stava seduto l e guardava con grande curiosit quel che avrebbero fatto. "Eccolo," grid Ficcanaso con gioia e con un salto afferr il mago per una spalla. Ma in quell'attimo il mago si trasform in un serpente argentato, e Ficcanaso per lo spavento cadde a terra. Accorse subito Prezzemolo e gett sul serpente il suo cappotto. Ma il serpente divenne una mosca dorata e da un'asola sgusci all'aria aperta. Saputone fece un salto e acchiapp la mosca dorata col berretto, ma la mosca divenne un rivoletto argenteo e corse, corse via con tutto il berretto. Tutti si precipitarono dentro l'osteria per prendere dei bicchieri e farci entrare il rivoletto. Ma ormai il rivoletto argenteo era scappato e si era gettato nella Vltava. Per questo anche oggi la Vltava, quando di buon umore, di un argento tanto bello: in ricordo del mago, mormora pensierosa e brilla da far girare la testa a chi passa. Prezzemolo, Saputone e Ficcanaso, intanto, se ne stavano in piedi in riva alla Vltava e riflettevano sul da farsi. Qui venne fuori dall'acqua la testa di un pesce argentato, e li guardava con degli occhi neri e raggianti, proprio gli occhi del mago. E i tre agenti si comprarono delle canne da pesca e iniziarono a pescare nella Vltava.

Anche oggi li si pu vedere: stanno tutto il giorno in barca con la canna, pescano e non dicono una parola, e non avranno pace finch non prenderanno il pesce argentato con gli occhi neri. Molti altri agenti cercarono di prendere il mago, ma invano. Accadeva sempre che, quando correvano con la macchina per prenderlo, all'improvviso dalla boscaglia usciva la testa di un capriolo, e li guardava con gli occhi neri, dolci e curiosi; e quando volavano in aeroplano, volava dietro di loro un'aquila e non gli staccava di dosso i suoi fieri, fiammeggianti occhi; e quando erano in barca, saltava fuori del mare un delfino e fissava su di loro il suo intelligente, calmo sguardo; e quando erano nei loro uffici a riflettere, accadeva che i fiori sul tavolo iniziavano a brillare e guardavano gli agenti con curiosit e leggiadria, oppure il loro cane-poliziotto alzava a un tratto la testa e volgeva verso di loro degli occhi tanto umani e belli come mai aveva avuto. Da ogni parte, sembrava loro, il mago li guardava, li guardava e poi spariva: come avrebbero potuto prenderlo? 4. Come il famoso Sidney Hall acciuff il mago Il famoso Sidney Hall, detective americano, lesse tutto questo sul giornale, riflett a lungo e decise di provare lui ad acciuffare il mago. Si travest allora da milionario, si mise in tasca un revolver e part per l'Europa. Quando vi arriv, si present subito al capo della polizia. Quello allora gli raccont di come avevano dato la caccia al mago, e termin: "Dopo tutto questo ormai del tutto impossibile portare quello scellerato davanti allo scranno del giudice". Sidney Hall sorrise: "Entro quaranta giorni ve lo porter arrestato". "Impossibile," esclam il capo della polizia. "Scommettiamo un piatto di pere," disse Sidney Hall, che andava matto per le pere e anche per le scommesse. "D'accordo," esclam il capo della polizia. "E come ci riuscirete, per favore?" "Prima di tutto," dice Sidney Hall, "far il giro del mondo. Ma per questo mi servirebbero un sacco di soldi." Allora il capo della polizia gli diede un sacco di soldi e, per sembrare furbo, disse: "Aha, indovino gi il vostro piano. Ma dobbiamo tenere la cosa segreta, perch il mago non venga a sapere che gli diamo la caccia". "Al contrario," disse il detective, "domani, fate subito sapere a tutti i giornali del mondo che il famoso Sidney Hall si impegnato ad acciuffare il mago entro quaranta giorni. Nel frattempo, ho l'onore di congedarmi da voi." Quindi il signor Sidney Hall and direttamente da un celebre esploratore, che gi aveva fatto il giro del mondo in cinquanta giorni, e disse: "Scommettiamo che far il giro del mondo in quaranta giorni". "Impossibile," disse l'esploratore. "Il signor Fox ha fatto il giro del mondo in ottanta giorni, io stesso in cinquanta giorni, e pi in fretta non proprio possibile." "Scommettiamo mille scudi," disse Sidney Hall, "che ci riuscir." Allora restarono d'accordo cos. Gi quella notte Sidney Hall part. Dopo una settimana, arriv un suo telegramma da Alessandria d'Egitto: "Sono sulle tracce. Sidney Hall". Dopo sette giorni arriv un nuovo telegramma da Bombay in India: "Il cerchio si stringe. Tutto va a meraviglia. Seguir una lettera. Sidney Hall".

Un po' pi tardi arriv una lettera da Bombay, ma era in un codice che nessuno capiva. Dopo altri otto giorni arriv un piccione viaggiatore da Nagasaki in Giappone con un biglietto appeso al collo: "Mi avvicino alla meta. Aspettatemi. Sidney Hall". Poi arriv un dispaccio da San Francisco in America: "Ho il raffreddore. Il resto a posto. Preparate le pere. Sidney Hall". Il trentanovesimo giorno dopo la partenza, infine, arriv un telegramma da Amsterdam in Olanda: "Arrivo domani sera alle sette e quindici minuti. Preparate le pere. Possibilmente butirre. Sidney Hall". Il quarantesimo giorno, alle sette e quindici della sera, arriv rumorosamente il treno alla stazione. Dal treno salt gi il signor Sidney Hall, e dietro di lui scese il mago, serio, pallido e con gli occhi bassi. Tutti gli agenti aspettavano alla stazione e si meravigliarono molto nel vedere che il mago non era nemmeno legato. Ma Sidney Hall fece loro un cenno e disse: "Aspettatemi stasera, ragazzi, all'osteria Al cane azzurro. Devo solo portare questo signore in prigione". Sal poi con il mago in un taxi, ma gli venne in mente un'altra cosa e grid dalla macchina: "E portatemi le pere!" La sera, quindi, un piatto di meravigliose pere, circondato da tutti gli agenti, aspettava il signor Sidney Hall. Ormai gi tutti pensavano che non sarebbe venuto, quando in quel momento si apr la porta dell'osteria ed entr un vecchio stravecchio, decrepito, che vendeva pesciolini e cetrioli nelle osterie. "Nonno," gli dissero gli agenti, "noi non vogliamo comprare niente." "Peccato," disse il vecchietto, e all'improvviso inizi a tremare tutto e a sobbalzare, rantolava, tossicchiava, soffocava, e cadde senza fiato su una sedia. "Perdio," grid un agente, "questo ci muore qui!" "No," tossicchiava il vecchietto e si contorceva, "non resisto pi!" E qui tutti videro che in realt il vecchietto stava ridendo cos saporitamente che non riusciva neanche a smettere. Piangeva, la voce dava in falsetto, le guance erano diventate blu, e ormai gemeva solamente: "Bambini, bambini, non resisto pi!" "Nonno," dissero gli agenti, "che volete qui?" Allora il vecchietto si alz, barcoll fino al tavolo, si scelse dal piatto la pera pi bella, la sbucci e in un colpo solo la mangi. Poi si tolse la barba finta, il naso finto, la parrucca bianca e gli occhiali scuri e apparve il volto ben rasato e sorridente di Sidney Hall. "Ragazzi," disse Sidney Hall scusandosi, "non ve la prendete con me; ma ho dovuto rinunciare a ridere per quaranta giorni interi." "Quando avete acciuffato il mago?" chiesero gli agenti come un sol uomo. "Solo ieri," disse il famoso Sidney Hall, "ma gi dall'inizio mi metteva di buon umore il modo in cui l'avrei imbrogliato." "E come ci siete riuscito, per favore?" insisterono gli agenti. "Be'," disse Sidney Hall, "eccovi tutta la storia. Ve la racconter, ragazzi, ma fatemi prima mangiare quest'altra pera." Quando l'ebbe mangiata, inizi cos: "Ascoltate, colleghi: prima di tutto e cosa pi importante vi dir che un agente come si deve non pu essere un asino". Intanto si guard intorno, come se potesse forse trovare un asino tra i presenti. "E poi?" chiesero gli agenti. "Poi?" disse Sidney Hall. "In secondo luogo, deve essere furbo. E in terzo luogo," continuava, sbucciandosi un'altra pera, "deve avere gli occhi ben aperti. Sapete per caso come si prende un topo?" "Con del lardo," dissero gli agenti.

"E sapete con cosa si prende un pesce?" "Con un verme o un lombrico." "E sapete con cosa si prende un mago?" "No." "Un mago," disse Sidney Hall come se stesse tenendo una lezione, "si prende come qualsiasi altro uomo: cio con la sua debolezza. Prima bisogna scoprire quale sia la sua debolezza. E sapete, ragazzi, qual era la debolezza del mago?" "No." "La curiosit," dichiar il signor Sidney Hall. "Il mago sapeva fare tutto, ma era curioso. Enormemente curioso. Ma ora mi devo mangiare questa pera." Quando l'ebbe mangiata, continu: "Voi avete tutti pensato di inseguire il mago. Ma invece era il mago a inseguire voi. Vi veniva dietro e non vi perdeva d'occhio. Era terribilmente curioso e voleva sapere tutto quello che facevate contro di lui. Girava sempre dietro a voi, quando gli davate la caccia. E sulla sua curiosit ho basato il mio piano." "Che piano?" gridarono gli agenti avidi. "Be', questo. Il viaggio intorno al mondo, ragazzi, era solo un viaggio di piacere. Gi da tempo volevo fare un viaggio intorno al mondo. Solo non ne avevo mai avuto l'occasione. Ma quando sono venuto qui, ho capito subito che il mago mi sarebbe sempre venuto dietro, per sapere come l'avrei acciuffato. In ci consiste la sua curiosit. Ebbene, mi sono detto, me lo porter dietro intorno al mondo; io stesso, intanto, vedr qualcosa di nuovo e non lo perder d'occhio. Cio lui non perder d'occhio me. E perch la sua curiosit fosse ancora pi grande, ho scommesso che ce l'avrei fatta in quaranta giorni. Ma ora mi manger questa bella pera." Quando l'ebbe mangiata, disse: "Niente di meglio delle pere. Allora ho preso un revolver e i soldi, mi sono travestito da commerciante svedese e sono partito. Prima per Genova; sapete, ragazzi, in Italia, e per arrivarci uno vede tutte le Alpi. Sono di un'altezza eccezionale, le Alpi; quando da una cima delle Alpi si stacca una pietra, ci mette tanto tempo a rotolare gi, che intanto si copre di muschio, prima di arrivare a terra. E da Genova poi mi venuta voglia di andare in nave fino ad Alessandria d'Egitto. Genova un porto bellissimo, tanto bello che ogni barca gi da lontano lo raggiunge da sola. A cento miglia da Genova si smette di far andare il vapore, si fermano le ruote e si ammainano le vele, ma la barca cos impaziente di arrivare a Genova che ci arriva da sola. La mia nave doveva partire alle quattro in punto del pomeriggio. Alle tre e cinquanta corro al porto, ma per la strada vedo una bambinetta che piange. "Tesoruccio," le dico, "perch piangi?" "Buu," dice il tesoruccio, "mi sono pedduta!" "Se ti sei perduta," dico, "allora cercati." "Ma io ho pedduto la mamma," mugola la mammoletta, "e non so dov'." "Allora diverso," dico, prendo la bambina per la mano e mi metto a cercare sua madre. Ragazzi, ho corso un'ora per tutta Genova prima di trovarla. E adesso? Erano le quattro e cinquanta. La mia nave doveva essere partita da un pezzo. Per quel tesoruccio, pensavo, ho perso tutto il giorno. Vado fino al porto sconsolato e l che vedo? La mia nave c' ancora. Ci salgo subito. "Be', svedese," mi dice il capitano della nave, "non vi siete certo affrettato. Ce ne saremmo gi andati da un pezzo, se stranamente non ci si fosse incagliata l'ancora sul fondo, tanto che per un'ora intera non siamo riusciti a tirarla su." Io, si capisce, ne fui molto contento. Ma ora potrei

forse mangiarmi una pera". Quando l'ebbe finita, disse: "Cari miei, era proprio buona. Cos allora abbiamo preso il Mediterraneo, che di un azzurro tanto bello che uno non capisce dov' il cielo e dov' il mare. Per questo sia le barche che la riva sono piene di tavolette su cui scritto dov' l'alto e dov' il basso. Altrimenti uno farebbe confusione. Eppure, ci raccont il capitano, ci fu una nave che fece confusione e invece di andare per mare, and per il cielo; e poich il cielo infinito, ancora non tornata e nessuno sa dov'. E per quel mare siamo arrivati ad Alessandria. Alessandria una grande citt, perch fu fondata da Alessandro il Grande. Da Alessandria ho mandato il telegramma, perch il mago pensasse che mi interessavo a lui. Io, invece, non me ne interessavo affatto, ma sentivo la sua presenza ovunque. Quando i gabbiani o i cormorani sorvolavano la nave o un albatros in lontananza solcava il cielo con le sue veloci ali, sapevo che probabilmente tra di loro c'era il mago che mi scortava. Quando un pesciolino fissava su di me gli occhi dal profondo del mare, sentivo che con quegli occhi era lui a guardarmi. E quando le rondini, nel loro volo attraverso il mare, si posavano sul pennone della nostra nave, avevo subito la certezza che quella bianca tra di loro, la pi bella di tutte, era lui. E quando ero gi ad Alessandria, feci una gita sul sacro Nilo fino al Cairo, che una citt tanto grande, che essa stessa non si orienterebbe se non ci fossero delle moschee e dei minareti altissimi. Li si vede da una tale distanza, che anche le casette pi lontane grazie a loro sanno dove sono. Al Cairo sono andato a fare il bagno nel Nilo, perch ci fa molto caldo. Avevo solo il costume e il revolver, e il resto dei vestiti l'avevo lasciato a riva. Qui strisci sulla riva un immenso coccodrillo e si mangi i miei vestiti, senza lasciare niente, nemmeno l'orologio e i soldi. Allora mi avvicino a lui e gli sparo sei colpi di revolver. Ma le pallottole rimbalzarono sulla sua corazza, come fosse d'acciaio. E il coccodrillo mi rise in faccia di cuore. Ma ora mi mangio una pera". Quando ebbe finita la pera, il signor Sidney Hall continu il suo racconto: "Sapete tutti, gente, che i coccodrilli sanno piangere e gridare come bambini. Cos adescano la gente in acqua: uno pensa che un bambino stia affogando e corre ad aiutarlo, allora il coccodrillo lo afferra e se lo mangia. Ma quel coccodrillo era talmente vecchio e saggio che aveva imparato non solo a piangere come un bambino, ma anche a bestemmiare come un marinaio, a cantare come una cantante d'opera e a parlare davvero come un uomo. Pare avesse anche abbracciato la fede turca. Ma io ero un po' angosciato. Che fare senza vestiti e senza soldi? A questo punto, uscito da non si sa dove, mi ritrovai accanto un negro arabo che disse al mostro: "Tu, coccodrillo, hai mangiato i vestiti con tutto l'orologio?" "S," disse il coccodrillo. "Stupido," dice l'arabo, "l'orologio non era nemmeno carico. A che ti serve un orologio che non cammina?" Il coccodrillo rimase un attimo soprappensiero e poi mi disse: "Tu, io aprir un po' la bocca: infilami la mano nello stomaco, tira fuori l'orologio, caricalo e rimettilo a posto". "E perch dovrei farlo?" dico io. "Tu potresti staccarmi la mano con un morso. Sai che ti dico? Ti metter un bastone tra le fauci, di modo che tu non possa chiudere la tua brutta bocca." "Io non ho una brutta bocca," disse il coccodrillo. "Ma se non si pu fare diversamente, metti il bastone tra le mie fauci venerabili e sbrigati." Io, si capisce, lo feci, gli tirai fuori dallo stomaco non solo

l'orologio, ma anche i miei vestiti, le scarpe e il cappello, e dissi: "Il bastone, vecchio, te lo lascio in bocca per ricordo". Il coccodrillo voleva bestemmiare, ma non poteva, perch aveva la bocca spalancata, e dentro il bastone come puntello; voleva mangiarmi e non poteva; voleva pregare e non poteva. Io mi sono rivestito tranquillamente e gli ho detto: "E perch tu lo sappia, hai una bocca brutta, schifosa e stupida," e ci sputai dentro. Qui il coccodrillo inizi a piangere. Quando mi voltai verso l'arabo che mi aveva aiutato tanto astutamente, era sparito. E il coccodrillo ancora oggi nuota per il Nilo con la bocca spalancata. Da Alessandria mi imbarcai per Bombay, travestito da ragi indiano, ovvero da principe. Ragazzi, come mi donava! Prima abbiamo attraversato il Mar Rosso, che si chiama cos perch si vergogna sempre di non essere pi grande. Quando tutti i mari erano ancora giovani e piccoletti e dovevano crescere in fretta, il Mar Rosso si mise a giocare sulla riva con dei bambini arabi e gli pass il tempo tanto piacevolmente che si dimentic di crescere, sebbene il Signore Iddio gli avesse preparato tutto intorno nei deserti della bella sabbia perch ci si facesse il fondo. Solo all'ultimo momento se ne ricord, ma pot crescere semplicemente in lunghezza, e lasci una striscia di arida terra tra s e il Mar Mediterraneo, con cui avrebbe dovuto congiungersi. Si torturava tanto di questa cosa che la gente ne ebbe piet e un i due mari con un canale. Da quel giorno il Mar Rosso non pi tanto rosso. Quando gi l'avevamo superato, una notte dormivo nella mia cabina e all'improvviso qualcuno buss alla mia porta. Vado ad aprire: nel corridoio non c' nessuno. Aspetto un momento, e a questo punto sento che si avvicinano alla mia cabina due marinai. "Uccidiamo il ragi," sussurra uno, "e rubiamogli le perle e i diamanti che porta addosso." Sul mio onore, ragazzi, tutte le mie perle e i miei diamanti erano di vetro. "Aspetta un po'," sussurra l'altro marinaio, "ho dimenticato di sopra il coltello." Mentre correva a prendere il coltello, afferrai il secondo marinaio per il collo, gli tappai la bocca, lo travestii da ragi e lo misi legato nel mio letto. Poi presi i suoi vestiti e mi misi al suo posto accanto alla porta. Quando arriv l'altro con il coltello, gli dico: "Non c' pi bisogno del tuo coltello, l'ho strangolato io il ragi; ma va' a rubargli le perle e i diamanti, mentre io faccio la guardia". Appena il secondo fu entrato nella mia cabina, subito lo chiusi dentro a chiave e andai dal capitano. "Capitano," dico, "ho avuto una strana visita." Quando il capitano vide cos'era successo, fece frustare i due marinai; ma io chiamai gli altri, mostrai loro le mie perle e i miei diamanti e dissi: "Perch sappiate, bambini e mascalzoni, quanto poco contano per un saggio perle e diamanti, gi!" E gettai tutte le mie gioie di vetro in mare. Qui tutti iniziarono ad adorarmi e gridavano: "Oh, saggio il ragi e nobile!" Ma chi buss alla mia cabina e mi salv la vita, non l'ho mai saputo. E ora mi manger questa bella perona". Non l'aveva ancora finita, che gi riprese a parlare con la bocca piena: "Cos arrivammo felicemente a Bombay in India. L'India, ragazzi, una terra grande e straordinaria. Fa un tale caldo, che quando ci arriva anche l'acqua completamente secca e deve annaffiarsi per non evaporare. I boschi sono tanto fitti che non c' posto nemmeno per gli alberi, e tutto questo prende il nome di foresta vergine. Quando piove, tutto cresce a dismisura; dalla terra nascono perfino interi templi, come da noi i funghi, e per questo a Benares per esempio ci sono tanti templi. E le scimmie l sono come da noi i passeri, e sono tanto mansuete che vi entrano perfino in camera. A volte uno si sveglia al mattino presto e trova nel letto al

suo posto una scimmia. Le bestie sono davvero mansuete. E ci sono serpenti tanto lunghi, che quando un serpente vede la sua coda, non riconosce nemmeno che la sua coda e pensa che lo stia inseguendo un serpente pi grande di lui; allora si d alla fuga e muore miseramente per la stanchezza. E non vi ho ancora detto niente degli elefanti, che sono grandi come palazzi. Insomma, ragazzi, l'India una terra grande. Da Bombay ho mandato un altro telegramma e poi la lettera in codice, perch il mago pensasse che avevo dio sa che in mente". "Che c'era scritto nella lettera?" chiesero gli agenti. "Io," si vant subito un agente, "ho decifrato la vostra lettera a met." "Allora siete pi furbo di me," fece il famoso Sidney Hall, "perch io stesso non potrei decifrarla. Erano solo degli scarabocchi, che dovevano sembrare una lettera in codice. Ma da Bombay andai poi col treno a Calcutta. In India, sui treni, al posto dei sedili ci sono delle vasche da bagno, perch uno non senta tanto caldo. Attraversammo deserti e foreste. Nelle macchie vedevo brillare gli occhi terribili delle tigri e nei guadi fluviali incontravo lo sguardo intelligente dei nobili occhi dell'elefante bianco. Un'aquila rupestre sopravanzava il nostro treno e una farfalla iridescente svolazzava accanto alle finestre del treno. In tutto questo, ragazzi, sentivo la vicinanza del mago. Presso Calcutta passammo accanto al sacro Gange, un fiume tanto largo che se gettate una pietra sull'altra riva, per arrivarci impiega un'ora e mezza. Proprio mentre lo costeggiavamo, c'era una donna che lavava della biancheria. Forse si sporse troppo o chiss che, fatto sta che cadde in acqua e stava per affogare. Subito salto gi dal treno in marcia e tiro a riva quella tonta indiana. Penso, ragazzi, che l'avrebbe fatto ognuno di voi." Tra gli agenti ci fu un mormorio di assenso. "Be'," continu Sidney Hall, "per essere franco, non me la cavai tanto a buon mercato. Mentre ero nell'acqua trascinando la donna, mi venne addosso una carogna di alligatore e mi morse orrendamente una mano. Portai la donna a riva, ma io stesso svenni a terra. Quattro giorni mi curarono delle vecchie indiane, e... per farla breve... qui ho come ricordo un anello d'oro. Insomma, ragazzi, ovunque al mondo la gente sa essere grata, anche se sono neri pagani d'India, e gente cos, che va in giro nuda, non peggiore di noi in niente, e buona notte ai suonatori. Ma niente da fare, persi cinque giorni. E con quelli avevo perso anche la mia scommessa. Seduto sulla riva pensavo: Ora non ce la far in quaranta giorni. Mille scudi di scommessa al vento. E anche un piatto di pere. E mentre pensavo a questo, arriv una, be', si chiama giunca, una stupida barchetta con le vele di rafia intrecciata. E sopra tre energumeni bruni, malesi, che mi sorridono mostrando i denti, come se fossi da mangiare. "Nia nania pche chem Nagasaki," mi farfuglia uno di loro. "Ehi tu, buffone," dico, "credi forse che ti capisca?" "Nia nania pche chem Nagasaki," ripete e mi sorride in un modo che gli doveva sembrare grazioso. Ma "Nagasaki" l'avevo capito. E' un porto del Giappone in cui volevo andare. "Fino a Nagasaki," dico, "in quella botte? Non se ne parla." "Nai," fa lui, e cinguetta ancora qualcosa, mostrando la sua giunca, il cielo, il suo cuore, e per farla breve che andassi con lui. "Nemmeno per un piatto di pere," dico. E qui quei tre satanassi bruni mi saltarono addosso, mi atterrarono, mi impacchettarono nella vela e mi gettarono nella loro giunca come un pacco. In quel momento non pensai a niente di bello, ma alla fine in quelle vele mi addormentai. Quando mi svegliai, non ero nella giunca, ma in riva al mare, sulla testa al posto del sole

un gran crisantemo, e gli alberi intorno erano ben laccati, ogni granellino di sabbia sulla riva ben lavato e levigato, e da quella pulizia capii che ero in Giappone. E quando incontrai il primo sempliciotto giallo col codino, gli chiesi: "Dove sono, di grazia, cittadino?" E quello sorride e dice: "Nagasaki"." "Ragazzi," continu il signor Sidney Hall pensieroso, "dicono che non sono stupido. Ma per capire come avevo fatto in una notte ad arrivare da Calcutta a Nagasaki in una misera giunca, quando la nave pi veloce ci mette dieci giorni, per questo, perdonatemi, sono un po' stupido. Ma ora mi manger questa pera." Quando l'ebbe accuratamente sbucciata e mangiata, continu: "Il Giappone una terra grande e straordinaria, e la gente allegra e abile. Sanno fare delle tazze da t di porcellana tanto fini, che per farle non serve nemmeno la porcellana, si prende un dito, lo si gira in aria, poi si dipinge il tutto con cura, e la tazza pronta. E se vi dicessi come sanno dipingere i giapponesi, non mi credereste nemmeno. Ho visto un pittore cui era caduto il pennello dalla mano su un foglio bianco; e mentre il pennello rotolava per il foglio, dipingeva un paesaggio con casette e alberi, gente per la strada e in cielo oche selvatiche. Quando ne rimasi stupito, mi disse il pittore: "Questo niente in confronto a ci che sapeva fare il mio defunto maestro. Una volta infang le sue venerabili pantofole sotto la pioggia. Quando il fango si fu un po' seccato, ce le mostr: su una pantofola erano disegnati col fango dei cani e dei cacciatori che inseguivano una lepre, e sull'altra dei bambini che giocavano alla scuola e al maestro". Da Nagasaki sono andato poi con un vaporetto a San Francisco in America. Durante il viaggio non avvenuto niente di particolare, salvo che il nostro vaporetto naufragato in una tempesta ed affondato. Saltammo subito tutti nelle scialuppe di salvataggio, ma quando erano gi completamente piene, due marinai gridarono dalla barca che stava affondando: "Qui c' ancora una signora. Non c' un posto per lei nella scialuppa?" "No," urlarono alcuni; ma io gridai: "Ce l'abbiamo, datecela qui!" Allora quelli mi gettarono in acqua per fare posto alla donna sulla scialuppa. Be', ragazzi, non mi sono nemmeno difeso molto; una signora, pensavo, ha sempre la precedenza. Quando la barca fu affondata e le scialuppe se ne furono andate, rimasi solo soletto nel vasto mare. Mi sedetti su un'asse e mi dondolavo tra le onde; sarebbe stato anche abbastanza bello, se non ci fosse stata un'umidit tremenda. Galleggiai cos un giorno e una notte, e avevo oramai come l'impressione che la cosa sarebbe andata a finire male. Ma qui arriva fino a me galleggiando una scatola di latta e dentro c'erano dei razzi. E che farci? pensai dapprima, delle pere sarebbero state pi gradite. Ma poi escogitai qualcosa di meglio. Quando fu notte fonda, accesi il primo razzo. Vol altissimo e splendeva come una meteora. Il secondo razzo sembrava una stella e il terzo il sole; il quarto razzo suon e il quinto vol tanto in alto che si impigli tra le stelle e brilla l ancor oggi. Mentre mi divertivo in questo modo, arriv una grande nave e mi prese a bordo. "Sapete," mi dice il capitano, "se non fosse stato per quei razzi, sareste annegato. Ma quando da una distanza di dieci miglia abbiamo visto splendere i razzi, abbiamo pensato che qualcuno aveva bisogno del nostro aiuto." E in ricordo di quel buon capitano ora manger questa pera". Quando l'ebbe mangiata, continu allegro: "A San Francisco ho messo piede sul suolo americano. L'America, ragazzi, la mia patria e... per farla breve, l'America l'America. Se vi raccontassi qualcosa dell'America, non mi credereste ugualmente, tanto grande e straordinaria. Dir solo che presi la linea Gran Pacifico e arrivai a New York. L ci sono case tanto alte che non si possono nemmeno

finire di costruire. Prima che salgano i muratori e i copritetto da gi a su, per le scale, gi mezzogiorno; cos mangiano lass il pranzo che si sono portati, e poi tornano gi per essere la sera a letto, e cos giorno dopo giorno. Insomma, niente di meglio dell'America; e chi non ama la sua patria come io l'America un vecchio asino. E dall'America sono andato con la nave ad Amsterdam in Olanda. In viaggio... in viaggio... be', in viaggio mi accaduta la cosa pi bella e divertente. Caspita, ragazzi, il meglio di tutto il mio racconto". "Cosa?" gridarono gli agenti avidi. "Be', ecco," disse il signor Sidney Hall e si fece rosso, "mi sono fidanzato. Sulla nave c'era una signorina, s, molto carina, insomma, si chiama Alice e nessuno al mondo, nemmeno uno di voi, pi bello di lei. No, certamente no," aggiunse il signor Sidney Hall dopo aver riflettuto profondamente. "Ma non pensate che le abbia detto quanto mi piaceva. Era gi l'ultimo giorno di viaggio e non le avevo ancora detto niente. E ora mi manger questa pera." Quando l'ebbe gustata per bene, cos continu il signor Sidney Hall: "Allora, quell'ultima sera passeggiavo in coperta, e all'improvviso venne da me di sua spontanea volont la signorina Alice. "Signor Sidney Hall," mi dice, "siete forse stato a Genova?" "S signorina," rispondo. "E non avete visto una bambinetta che aveva perso la mamma?" chiede Alice. "Ebbene, signorina," dico, "l'ho vista; l'accompagnava un vecchio pazzo." Alice tacque per un po' e poi disse: "E siete stato anche in India, signor Sidney Hall?" "S signorina," rispondo. "E non avete visto," dice lei, "che un ragazzo coraggioso si buttato dal treno in marcia nel Gange per salvare una lavandaia che affogava?" "L'ho visto," dico imbarazzato, "era un vecchio matto, signorina; una persona sana di mente non l'avrebbe fatto." Alice tacque per un po', guardandomi negli occhi in modo singolare e delizioso. "E che mi dite, signor Sidney Hall," dice ancora, " vero che un uomo generoso si sacrificato in mare per fare posto sulla scialuppa a una donna che annegava?" Io, ragazzi, gi mi stavo sentendo male. "Be', signorina," dico, "se non mi sbaglio quella vecchia testa matta qualche giorno fa faceva il bagno in mare." Alice mi porse le mani, si fece rossa e disse: "Sapete, signor Sidney Hall, che siete un uomo estremamente buono? E che per ci che avete fatto per la bambina genovese, la lavandaia indiana e la sconosciuta tutti vi dovrebbero volere bene?" Qui, ragazzi, fu il Signore Iddio a darmi un colpo sulla spalla perch abbracciassi Alice. E, quando ci fummo fidanzati, dissi: "Ascolta, Alice, chi ti ha raccontato tutte queste sciocchezze su di me? Io, Dio mi testimone, non me ne sono vantato con nessuno." "Sai," mi disse Alice, "stasera guardavo il mare profondo e pensavo un po' a te. Qui mi si avvicinata una donnina nera e mi ha raccontato tutto di te." Abbiamo cercato poi la donna nera per ringraziarla, ma non l'abbiamo trovata. E cos, ragazzi, sulla nave mi sono fidanzato," termin il signor Sidney Hall e si stropicci gli occhi raggianti. "E il mago?" gridavano gli agenti. "Il mago?" replic il famoso Sidney Hall. "Quello rimasto vittima della sua curiosit, come avevo previsto. Mentre pernottavo, ad Amsterdam, all'improvviso qualcuno bussa alla mia porta ed entra. Era proprio il mago, pallido e inquieto. "Signor Sidney Hall," mi dice, "non ce la faccio pi; ditemi, per favore, come mi volete acciuffare." "Signor mago," rispondo grave, "non ve lo dir. Se ve lo dicessi,

rovinerei il mio piano, e voi mi sfuggireste." "Ah," si lamentava il mago, "abbiate piet! Non riesco a dormire per la curiosit di conoscere il vostro piano." "Sapete cosa?" gli dico. "Ora ve lo dir; ma prima mi dovete giurare che da adesso siete mio prigioniero e che non cercherete di sfuggirmi." "Giuro," grid il mago. "Caro mago," dissi alzandomi, "in questo attimo il mio piano si compiuto. Allora sappi, vecchio asino, che contavo solo sulla tua curiosit. Sapevo che mi seguivi per mare e per terra, per sapere cosa facevo contro di te. Sapevo che alla fine saresti venuto da me, come stato, e avresti fatto volentieri a meno della libert pur di appagare la tua curiosit. E ora tutto si compiuto!" Il mago impallid, si incup e disse: "Signor Sidney Hall, voi siete un gran furfante; avete raggirato perfino un mago". E questa, ragazzi, tutta la mia storia." Quando Sidney Hall ebbe finito di raccontare, tutti gli agenti si misero a ridere forte e si congratularono con il fortunato americano per il suo successo. Il signor Sidney Hall sorrideva tranquillo e si stava scegliendo dal piatto una bella pera. All'improvviso capit su di una incartata. La scart e sulla carta trov scritto: "Un ricordo per il signor Hall dal tesoruccio genovese". Il signor Sidney Hall prese subito il piatto, trov un'altra pera incartata, la scart e trov scritto: "Buon appetito dalla lavandaia del Gange". Il signor Sidney Hall scart una terza pera e lesse: "Un ringraziamento dalla signora del mare al suo nobile salvatore". Per la quarta volta Sidney Hall prese il piatto, scart una quarta pera e lesse: "Penso a te. Alice". Nel piatto rimaneva una quinta pera, la pi bella. Il signor Sidney Hall la tagli e all'interno trov una lettera piegata. Sulla busta c'era: "Al signor Sidney Hall". Hall apr subito la lettera e lesse: "Un uomo che ha un segreto deve guardarsi dalla febbre. Un detective ferito sulla riva del Gange spiffer, in preda alla febbre, il suo piano segreto. Era il piano di un vecchio asino. Il vostro amico non voleva privarvi della ricompensa che era stata offerta per la sua testa, e perci si fatto arrestare volentieri. La ricompensa che ve ne verr il suo regalo di nozze per Voi". Il signor Sidney Hall rimase di sasso e disse: "Ragazzi, ora tutto chiaro. Sono un vecchio asino. Era il mago in persona a trattenere l'ancora della nave sul fondo, mentre correvo per Genova con la bambina che si era persa. Era il mago che sotto forma di arabo mi aiut col coccodrillo. Era il mago che mi svegli, quando i due marinai volevano assassinarmi. Il mago sent il mio piano, quando, mentre ero ferito, deliravo presso il Gange. Il mago mi mand la giunca misteriosa perch mi portasse in tempo a Nagasaki. Il mago mi mand la scatola di razzi che mi salv la vita in mare. Il mago, sotto forma di donnina nera, mi fece conquistare il cuore di Alice. E alla fine, volentieri si finse stupido e curioso, per aiutarmi a ottenere la taglia messa sulla sua testa. Volevo essere pi furbo di un mago, ma il mago pi furbo di me, e a parte questo, pi nobile. Niente di meglio del mago! Ragazzi, gridate con me: Lunga vita al mago!" "Gloria al mago," gridarono gli agenti cos forte che in tutta la citt tremarono i vetri delle finestre. 5. Come il mago se ne stava in prigione Quando allora, come gi sapete, il famoso Sidney Hall port il mago

arrestato, fu aperto il processo per il furto della gatta. Da un alto tavolo troneggiava il giudice Dottor Corpus Juris, tanto grasso quanto severo. Sul banco degli imputati sedeva il mago ammanettato. "Alzati, carogna," ton verso di lui il Dottor Corpus. "Sei accusato di aver rubato la gatta della principessa, Jra, quivi nata, di anni uno. Confessi, mascalzone?" "S," disse il mago piano. "Menti, furfante," ton il giudice, "non credo a una sola parola. Bisogna dimostrarlo. Ehi, portate qui la testimone, la nostra serenissima principessa." Portarono la principessina perch testimoniasse. "Principessina," cinguett Corpus amabilmente, " stato questo manigoldo a rubare la vostra preziosa gatta Jra?" "S," disse la principessa. "Vedi, farabutto," ton il giudice verso il mago, "sei smascherato! E allora, pendaglio da forca, come l'hai rubata?" "Be'," disse il mago, "mi caduta da sola sulla testa." "Menti, infame," si mise a gridare contro di lui il giudice e si rivolse alla principessa con una vocetta: "Principessina, come ha rubato questo scellerato la vostra serenissima gatta?" "Proprio come ha detto," disse la principessa. "Allora vedi, bandito," grid il giudice verso il mago, "ora sappiamo come l'hai rubata! E perch l'hai rubata, briccone?" "Perch cadendo si era rotta una zampetta. Me la sono messa sotto il cappotto per sistemarle la zampetta e fasciarla." "Canaglia," url il Dottor Corpus, "non dici altro che bugie! Portate qui il testimone, l'oste di Stranice." Allora portarono il testimone. "Ehi, oste," grid il giudice, "che sai dunque di questo malfattore?" "Solo che," disse l'oste timoroso, " venuto nella mia osteria, illustre giudice, ha tirato fuori da sotto il cappotto 'na gatta nera e le ha fasciato una zampetta." "Hm," borbott il Dottor Corpus, "credo che tu menta. E cosa ne ha fatto poi di quel nobile animale?" "Poi," disse l'oste, "l'ha lasciata, e la gatta corsa via." "Ah, torturatore di animali," il giudice assal il mago, "l'hai lasciata scappare! Dov' ora la gatta reale?" "Forse corsa l dove nata," disse il mago. "I gatti, si sa, lo fanno spesso." "Ah, delinquente," rugg il giudice, "a chi vuoi dar lezioni? Principessina," si rivolse di nuovo alla principessa con la vocetta, "quanto valutate la vostra stimatissima gatta Jra?" "Non la darei neanche per la met del regno," dichiar la principessa. "Vedi, mascalzone," ton il giudice verso il mago, "hai rubato mezzo regno. Per questo, infame, c' la pena di morte!" Qui la principessa ebbe piet del mago. "Forse," disse subito, "potrei dare Jra per un pezzetto di torta." "E quanto , principessa, un pezzetto di torta?" "Be'," dice la principessa, "di nocciola dieci centesimi, di fragola venti e di panna trenta centesimi." "E per quale tipo di torta, principessina, dareste Jra?" "Forse per quella di panna," disse la principessa. "Ah, assassino," grid il giudice al mago, " come se avessi rubato trenta centesimi. Per questo, carogna, avrai tre giorni di gattabuia, come prevede la legge. In gattabuia, marsh, arcimascalzone, per tre giorni, ribaldo, ladro, bandito! Cara principessina," si rivolse di nuovo alla principessa, "ho l'onore di ringraziarvi per la vostra

saggia e sagacissima testimonianza. Trasmettete, per favore, a vostro padre il saluto pi devoto del suo pi ubbidiente, pi fedele e pi leale giudice Dottor Corpus." Quando condussero il mago in gattabuia, gli diedero un pezzo di pane muffito e una brocca di acqua puzzolente. Ma il mago se ne stava seduto e sorrideva, e i suoi occhi brillavano sempre di pi. A mezzanotte si alz e fece un gesto con la mano. Qui rison una melodia dolcissima e l'aria profumava di mille fiori. E infatti, ecco, nel deserto cortile del carcere, all'improvviso crebbero piante di rose fiorite, cespi di gigli alzarono le loro corolle verso la bianca luna, fiorirono aiole di viole e di mughetti, un viburno fiorito e una peonia dondolavano i loro pesanti fiori, un biancospino sbocci bianco e rosso e tra i suoi rami si mise a cantare un usignolo. Allora, nella sua cella, un assassino condannato si svegli, e un incendiario sul suo duro giaciglio si spolver il sonno dagli occhi; un rissaiolo punito si alz meravigliato, un ladro grid per lo stupore e un truffatore, che scontava l la sua pena, giunse le mani, senza capire cos'era successo. Poich le fredde e umide pareti della prigione si erano aperte e modellate a forma di un ben costruito e leggiadro porticato; lo sporco letto dei reclusi si era coperto di lino candido, non c'erano pi chiavistelli n inferriate, ma dei gradini di pietra conducevano direttamente al giardino fiorito. "Franta," mormor l'assassino all'incendiario, "dormi?" "No, amico," disse l'incendiario, "ma ho delle visioni; mi sembra di non essere pi in galera." "Ragazzi," grid il rissaiolo, "penso di essere gi morto e di essere arrivato in cielo!" "In cielo," grid il truffatore, "c' forse un cielo per me? Ma anch'io sto facendo un bel sogno, come se fossi in paradiso." "Non un sogno," dice il ladro, "ragazzi, toccate, tutto vero, sto proprio toccando un giglio. Ah, se potessi coglierlo!" "Coglilo," echeggi una voce potente e gentile, e accanto ai reclusi c'era il mago con una tunica bianca. "E' per te, amico!" "Signore," chiese l'incendiario timoroso, "voi siete un carceriere?" "Sono un recluso come voi, compagni," rispose il mago. "Condannato come voi. Il giardino per noi. Per noi sotto gli alberi ci sono delle tavole imbandite. Per noi canta l'usignolo e fioriscono le rose. Andiamo a cena!" Tutti si sedettero a un ricco tavolo e iniziarono a banchettare. Il mago li serviva con cibi rari e vino. Quando vers il vino al truffatore, questo chin gli occhi e disse piano: "No, signore, a me no!" "Perch non vuoi del vino?" chiese il mago. "Perch non l'ho meritato, signore. Ho depredato molte, molte persone. Ah, signore, come potrei provare piacere nel bere?" Allora gli occhi del mago brillarono, ma egli non disse nulla e serv gli altri. Quando vers una coppa all'assassino, trem la mano dell'assassino e alcune gocce di vino rosso caddero sulla tovaglia. "Signore," esclam l'assassino disperato, "perch il vino mi ricorda il sangue? Ah, quanto sangue innocente ho versato! Ohim misero!" Il mago non disse nulla, ma i suoi occhi si accesero ancora di pi. Quando vers il vino al rissaiolo, quello grid: "Signore, lo merito forse? Ho ucciso gente per temerariet e li ho storpiati per capriccio; ho colpito la mano che mi offriva amicizia, e ho maltrattato quelli che mi amavano di pi!" Una luce si propag sul viso del mago, ma egli non disse nemmeno una parola, si gir verso il ladro e gli offr un piatto di frutta

magnifica. "Prendi, amico," disse di cuore, " tua." "Signore," esclam il ladro, "ho preso quello che non mi spettava; permettimi di non prendere ci che forse mi spetta!" Il mago fece un largo sorriso e si avvicin all'incendiario: "Prendi tu, per favore," gli disse, "ti ristorer". "Mio signore," si difese l'incendiario, "ho incendiato le case sulla testa di coloro che mi avevano fatto del bene; ora sono mendicanti e chiedono un tozzo di pane. Ah, se potessi ristorare coloro che ho danneggiato!" Allora gli occhi del mago raggiarono come stelle ed egli si lev in alto e disse: "Ragazzi, per anni avete avuto fame e sete, per anni non avete gustato dolcezze per il palato e gioie nel cuore. Perch ora non dovreste mangiare e bere, banchettare ed essere felici? Prendete ci che volete, vostro!" Ma in quel momento nel giardino si sent come il rumore di molti passi, e a coloro che banchettavano si avvicin una folla di poveracci, storpi e mendicanti. "Dio mio," grid il truffatore, "sono quelli che ho depredato!" "E io," esclam l'assassino un po' impaurito e un po' contento, "vedo quello che ho ucciso!" "Perdio," si fece sentire il rissaiolo, "questi storpi e feriti, signore, sono quelli che ho maltrattato!" "Ed eccovi," esclam il ladro esaltato, "voi tutti che un giorno ho derubato!" "Ahim," grid l'incendiario, "sono questi, signore, i mendicanti ai quali ho bruciato la casa sulla testa!" Qui scatt in piedi il truffatore e inizi a portare cibi e vini a quelli che una volta aveva depredato; l'assassino strapp la tovaglia, si inginocchi accanto a colui che aveva ucciso, lav le sue ferite con le sue lacrime e le bend; il rissaiolo vers del vino e dell'olio sulle ferite di coloro che aveva maltrattato; il ladro raccolse le suppellettili d'oro e d'argento e le consegn a coloro che aveva derubato; e quando l'incendiario lo vide, si mise a piangere e disse: "Ahim, che vi dar io, mendicanti, che vi ho privato di tutto?" E all'improvviso raccolse tutti i fiori del giardino e li mise tra le braccia dei mendicanti. Quando il truffatore ebbe saziato e dissetato quelli che aveva depredato, quando l'assassino ebbe fasciato le ferite dell'assassinato e il rissaiolo curato i feriti, quando il ladro ebbe fatto regali ai derubati e l'incendiario ebbe coperto di fiori i cenci dei mendicanti, essi stessi non mangiarono niente, ma condussero i loro ospiti nel palazzo, li misero nei letti coperti di candide lenzuola e si stesero accanto a loro sulla nuda terra. Solo il mago rimase in giardino a mani giunte e con gli occhi che brillavano come stelle. Un dolce e tranquillo sonno scese sul carcere. A quel punto rimbombarono forti colpi e dalla porta della galera entr un carceriere. "Alzatevi, furfanti," grid, "sono tre giorni che dormite e non vi si riesce a svegliare!" I reclusi all'improvviso ripresero i sensi. E videro che stavano per terra accanto ai loro duri e sporchi giacigli; le belle colonne erano ridiventate umide mura, e dal cortile deserto era sparito tutto ci che poteva assomigliare a un fiorellino o a un albero in fiore; solo sul pavimento c'era ancora qualche foglia di rosa e di giglio. "Abbiamo dormito tre giorni?" disse meravigliato l'assassino. "Che!" grid l'incendiario, "era solo un sogno?" "Signor carceriere," chiese il ladro, "non c'era nessuno qui a parte noi?" "C'era quello," borbott il carceriere, "che ha rubato la gatta reale. Tre giorni stato nella sua cella immobile e i suoi occhi

brillavano come stelle. Stamattina, scontata la pena, sparito. Era un bel tipo! Prima di sparire ha fatto un incantesimo al nostro venerabile giudice, Dottor Corpus, che ora ha orecchie d'asino. Ma adesso su, mascalzoni, alzatevi!" Cos per i reclusi ricominci la solita vita in galera. Ma qualcosa, per, era cambiato: l'acqua puzzolente della brocca sembr loro per sempre il vino pi dolce, il pane muffito si cambi nelle loro bocche nel piatto pi gustoso, il gradevole profumo dei fiori non and pi via dalle celle, e di notte, quando si sdraiavano, i loro giacigli si coprivano della biancheria pi pulita. Ogni notte poi calava sul carcere un sonno di pace senza rimorsi e sofferenze. 6. La fine della favola Quando la principessa seppe dal giudice che forse la sua gatta Jra era fuggita l dove era nata, mand subito un corriere alla casetta della vecchia. Vola il corriere a cavallo, tanto che sprizzano le scintille dagli zoccoli, e qui, ecco, vede davanti alla casetta della vecchia il nipote Vaek con la gatta nera in braccio. "Vaek," grid il corriere, "la principessa rivuole la sua gatta Jra." A Vaek piangeva il cuore al pensiero di perdere Jra, ma disse: "Signor corriere, la porter io stesso alla principessa". Allora Vaek corse al castello con Jra in un sacco e and subito dalla principessa: "Ecco, principessa," disse, "porto la nostra gatta. Se la vostra Jra, tenetela". Vaek apr il sacco, ma Jra non salt fuori tanto impetuosamente come aveva fatto la prima volta dalla gerla della vecchia; zoppicava, poverina, da una zampetta. "Io non so," disse la principessa, "se la nostra Jra. Jra non zoppicava neanche un po'. Ma sai cosa? Chiamiamo Buffino." Quando Buffino vide Jra, inizi a scodinzolare per la gioia tanto velocemente che si sentiva un sibilo; ma cosa le disse e cosa rispose Jra, questo nessuno dei presenti lo cap. "E' Jra," esclam la principessa. "Buffino l'ha riconosciuta. Ma Vaek, cosa vuoi in cambio, per averla riportata? Vuoi dei soldi?" Vaek si fece rosso e disse subito: "No, principessa. La nonna ne ha tanti che non sa che farsene". "Oppure... oppure... vorresti un pezzo di torta?" chiese la principessa. "No, no," dice Vaek, "col nostro forno possiamo prepararci ci che vogliamo." "Oppure... oppure..." rifletteva la principessa, "non vorresti sceglierti qualcuno dei miei giochi?" "Macch," fece un gesto con la mano Vaek. "Guarda, ho qui un bel coltello e mi ci faccio da solo quel che voglio." La principessa non sapeva davvero pi che cosa offrire a Vaek. "Ma Vaek," dice alla fine, "dimmelo tu cosa vuoi." "Be', principessa," disse Vaek e si fece rosso come un pomodoro. "Allora, parla, Vaek," insist la principessa. "Non posso dirlo," si difese Vaek, rosso fino alle orecchie. Allora anche la principessa divenne rossa come un papavero. "E perch," dice, "non potresti dirlo?" "Perch," disse il povero Vaek, "non me lo daresti lo stesso." La principessa arross come una rosa. "E se invece te lo dessi?" dice imbarazzata. Vaek scosse la testa: "Non me lo darai". "E se te lo dessi?" "Non puoi," dice Vaek triste. "Io non sono un principe." "Guarda qui, Vaek," disse svelta la principessa, e quando Vaek si

gir, si alz in punta di piedi e gli diede un bacetto sulla guancia. Prima che Vaek si riprendesse, la bambina era gi in un cantuccio, prese Jra e nascose la faccina nel suo pelo. Vaek era raggiante e color della fiamma. "Il Signore Iddio vi ha ispirata, principessa," disse, "e io ritorner." "Vaek," sussurr la principessa, "era questo ci che volevi?" "S, principessa," ammise Vaek premurosamente. Qui arrivarono nella stanza le dame di corte e Vaek ebbe cura di sparire subito. Trottava Vaek allegro verso casa; si trattenne solo nel bosco il tempo di intagliare col coltello una bella barchetta di corteccia, e con la barchetta in tasca corse a casa. Quando arriv a casa... Jra seduta l sulla soglia e si lava con la zampetta malata. "Nonna," lanci un grido Vaek, "avevo appena portato Jra al castello!" "Be', ragazzo," dice la vecchia, "questa la natura dei gatti: tornano l dove sono nati, anche se sono cento miglia di strada. Domattina corri a riportarla al castello." Al mattino Vaek corse con Jra di nuovo al castello. "Principessa," disse senza fiato, "riporto Jra. Vi scappata, la canaglietta, per tornare da noi a casa." "Tu, ragazzino," dice la principessa, "sai correre come il vento!" "Principessa," disse confuso Vaek, "vorreste questa barchetta?" "Dammela," disse la principessa. "E che ti devo dare oggi per Jra?" "Non so," rispose Vaek e subito si fece rosso fino alla punta dei capelli. "Su, parla," sussurr la principessa e arross ancora di pi. "No." "Dai!" "No." La principessa scosse il capo e pass il dito sulla barchetta. "Vorresti forse," disse alla fine, "la stessa cosa di ieri?" "Forse," ammise Vaek in fretta; e quando l'ebbe avuto, corse felice a casa. Si trattenne solo un po' presso un salice e ne ricav un bel fischietto. Quando arriv a casa... Jra seduta l sulla soglia e si accarezza i baffi con una zampetta. "Nonna," grid Vaek di nuovo, "Jra ancora qui!" "E allora prendila," dice la nonna, "e corri domani a riportarla al castello. Forse poi si abituer." Al mattino, allora, Vaek corse di nuovo al castello, portando sulle spalle un sacco con Jra dentro. "Principessa," disse subito, "Jra di nuovo scappata da noi." Ma la principessa aveva il broncio e non disse niente. "Guarda, principessa," disse confuso Vaek, "ieri ho fatto questo fischietto." "Dammelo," disse la principessa e continuava a tenere il broncio. Vaek era nervoso e non sapeva perch la principessa era arrabbiata. La principessa soffi nel fischietto e ne usc un suono tanto melodioso che disse: "Tu, ragazzino, io so che con quella gatta lo fai apposta, perch io... per... per avere in cambio la stessa cosa di ieri". Vaek si incup, prese il berretto e disse: "Principessa, se pensate questo, allora bene; qui io non ci torner mai pi". Triste e a passo lento se ne torn Vaek a casa. Appena arriv... Jra di nuovo seduta sulla soglia e lecca, come se bevesse del latte. E Vaek le si sedette accanto, la prese in braccio e tacque. Qui, hop, hop, arriv al galoppo un corriere del re. "Vaek," grid, "il re manda a dire di portare Jra al castello."

"E' inutile," disse Vaek, "la gatta torna sempre l dove nata." "Ma la principessa, Vaek," dice il corriere, "la principessa ti manda a dire di portarla anche tutti i giorni." Vaek scosse la testa. "Le ho detto che non sarei mai ritornato." Allora usc sulla soglia la vecchia e dice: "Signor corriere, il cane legato all'uomo, ma il gatto alla casa. A questa casetta Jra rester sempre fedele". Il corriere volt il cavallo e galopp al castello. Il giorno dopo arriv davanti alla casetta della vecchia un grande carro, tirato da cento cavalli. Un cocchiere scese e chiam la vecchia. "Nonna," dice, "il re manda a dire che se il gatto legato alla casa, devo portare la gatta e la casa e voi e Vaek. Dice che la casetta star benissimo nel giardino reale." Si radun molta gente che aiut a sistemare la casetta sul carro. Il cocchiere fece schioccare la frusta e grid "arri"; i cento cavalli partirono e il carro con la casetta si mosse velocemente verso il castello. Sul carro, sulla soglia della casetta sedevano la vecchia, Vaek e Jra. Allora la vecchia si ricord che la madre del re aveva sognato che Jra avrebbe portato al castello il futuro re e che il futuro re sarebbe arrivato con tutta la sua casa. Se ne ricord, ma non disse niente. Accolsero con grande gioia al castello il carro, sistemarono la casetta nel giardino e poich Jra era legata alla casetta, non le successe pi di fuggire. Viveva l con la vecchia e Vaek come a casa. Quando la principessa voleva giocare con lei, doveva andare nella casetta; e poich, a quanto pare, voleva molto bene a Jra, ci andava ogni giorno e divenne amicissima di Vaek. Cosa successe poi, questo gi non riguarda pi la nostra favola. Ma se Vaek divenne davvero re di quel paese quando fu cresciuto, non fu, bambini, n per la gatta, n per l'amicizia con la principessa, ma per le azioni importanti e valorose che, da grande, Vaek comp per tutto il paese. La favola canina Finch il carro di mio nonno, quello che era mugnaio, trasport il pane per i villaggi, riportando al mulino del buon grano, tutti conoscevano Vowek; s, Vowek, ve l'avrebbe detto chiunque, quel cagnetto che siede a cassetta accanto al vecchio ulitka e sta attento, come se conducesse il carro; e se si sale il monte pian pianino, inizia ad abbaiare, e subito le ruote girano pi velocemente, ulitka schiocca la frusta, Ferda e E'anka, cio i due cavalli di nostro nonno, riprendono a camminare, e quindi l'intero carro corre gloriosamente al villaggio, spandendo il meraviglioso odore di quel ben di dio. Cos, bambini, quella buon'anima di Vowek andava di parrocchia in parrocchia. Davvero, ai suoi tempi non esistevano ancora quelle matte automobili; allora si andava piano, ordinatamente, e ci si faceva sentire. Nessun autista sa far schioccare la frusta tanto bene come la buon'anima di ulitka, che Dio lo abbia in gloria, n staffilare i cavalli come sapeva fare lui; e accanto a nessun autista c' il saggio Vowek che guida, abbaia, fa paura, niente. Un'automobile passa al volo e puzza, ma guarda gi dov'; non la si vede nemmeno per la polvere. Be', Vowek guidava con pi seriet; gi mezz'ora prima la gente tendeva l'orecchio, fiutava e diceva: "Aha!" Sapevano gi che stava arrivando da loro il pane, e si mettevano sulla soglia per dargli il loro "'ngiorno". Ed ecco che il carro del nonno corre davvero al villaggio, ulitka schiocca la lingua, Vowek a cassetta abbaia e all'improvviso: hop, salta sul di dietro di E'anka (ma era un di dietro, Dio lo benedica!, largo come un tavolo, ci avrebbero potuto mangiare quattro persone), e adesso balla sulla groppa di

E'anka, corre dal collare alla coda, dalla coda al collare e quasi si strappa la bocca per la gioia: bau, bau, ragazzi, caspita, ne abbiamo fatta di strada insieme, io, E'anka e Ferda; evviva! E i ragazzi sgranano gli occhi; ogni giorno arriva del pane e sempre con una tale pompa, Dio mio, come se arrivasse un imperatore! Davvero, come dicevo, gi da un pezzo non si va pi in giro tanto seriamente come ai tempi di Vowek. E Vowek sapeva abbaiare che sembravano gli spari di una pistola. Paffete! ecco che a destra le oche corrono per lo spavento, corrono e si fermano giusto al mercato di Police, tutte meravigliate come se fossero cascate dalle nuvole; paffete! ecco che a sinistra i piccioni volano via da tutto il villaggio, fanno un giro e si posano da qualche parte sul E'altman, per non parlare della Prussia; tanto forte sa abbaiare Vowek, misero cagnetto, ed un miracolo poi che la coda non gli voli via, per quanto l'agita gioioso mentre lo fa. Be', aveva di che essere fiero; una voce tanto forte non ce l'ha nemmeno un generale e neanche un deputato. Eppure ci fu un tempo in cui Vowek non sapeva abbaiare nemmeno un po', sebbene fosse gi adulto e avesse denti tali da mordere gli stivali della festa del nonno. E qui dovete sapere come il nonno pesc Vowek, ovvero pi esattamente come Vowek pesc il nonno. Una sera tardi il nonno tornava a casa dall'osteria; poich era notte ed era contento, e forse anche per cacciare gli spiriti malvagi, per la strada si mise a cantare. All'improvviso, al buio, perse la giusta nota e dovette fermarsi a cercarla. E mentre la cerca, sente un piagnucolio, un pigolio, un mugolio in terra ai suoi piedi; si fece il segno della croce e tast per terra per sapere cos'era. Tast un gomitolo caldo e peloso, gli stava nel palmo, ed era morbido come il velluto; e appena l'ebbe preso in mano, smise di guaire e gli ciucciava il dito, come se fosse di miele. Devo dargli un'occhiata, pens il nonno, e se lo port a casa, al mulino. La nonna, poveretta, aspettava il nonno per potergli dare la buonanotte; ma prima che potesse protestare a dovere, quel volpone del nonno disse: "Guarda, Helena, che ti porto". La nonna fece luce e... guarda! era proprio un cucciolo, santa pace! un cuccioletto di cane ancora cieco e giallo come una noce sgusciata. "Ebbene," si meravigli il nonno, "cagnolino, di chi sei?" Il cagnolino, si sa, non disse niente; tremava sul tavolo come un pulcino bagnato, persino la codina da topolino gli sussultava, e pigolava tristissimo; e allora, accidenti, si form sotto di lui una pozzangheretta che si espandeva come la cattiva coscienza. "Karel, Karel," accenn la nonna al nonno grave, "dove hai lasciato il cervello? Il cucciolo morir senza la mamma." Allora il nonno si spavent. "Presto, Helena," dice, "scalda un po' di latte e prepara un po' di pane." La nonna prepar tutto, il nonno bagn un po' di mollica nel latte, la avvolse nel pizzo di un fazzoletto e ne fece un ciuccio tanto efficace che il cucciolo lo ciucci finch non gli fu venuta una pancetta come un tamburo. "Karel, Karel," accenn di nuovo la nonna, "dove hai lasciato il cervello? Chi scalder il cucciolo perch non muoia di freddo?" Ma figuriamoci il nonno! Non gli si possono fare osservazioni! Prese il cucciolo e and dritto nella stalla; e in fede mia, ci faceva caldo per quanto Ferda e E'anka l'avevano scaldata col fiato! Ambedue i cavalli gi dormivano, ma quando arriv il padrone alzarono la testa e lo fissarono con occhi intelligenti e gentili. "E'anka, Ferda," disse il nonno, "non fate del male al nostro Vowek, intesi? Ve lo affido." E con questo mise il piccolo Vowek nella paglia davanti a loro. E'anka annus la strana creaturina e ci sent le buone mani del padrone; e sussurr a Ferda: "E' dei nostri!" E fine. Cos Vowek crebbe nella stalla, nutrito con un ciuccio fatto con

un fazzoletto, finch non apr gli occhi e pot bere da solo dal piattino. E stava al caldo come se avesse la mamma, e cos divenne in fretta un piccolo monello sventato, insomma un cucciolo; non sa neanche dove ha il sederino su cui sedersi, si siede sulla testa e si stupisce che pesi; non sa che fare della coda, e poich sa contare solo fino a due, fa confusione tra le sue quattro zampe; alla fine stramazza a terra stupefatto e tira fuori una bella linguetta rosa come una fettina di prosciutto. Ma i cuccioli sono tutti cos, proprio come i bambini. E'anka e Ferda vi potrebbero dire di pi; vi direbbero come faticoso per un vecchio cavallo stare sempre attento a non pestare un cagnetto matto; sapete, gente, uno zoccolo non una pantofola e bisogna appoggiarlo piano piano, con leggerezza, perch in terra qualcosa non inizi a strillare e a lamentarsi per il dolore. Davvero, una croce con i piccoli, vi direbbero E'anka e Ferda. E ormai Vowek era gi un bel cagnone, allegro e con tanti denti come ogni altro, ma qualcosa in lui non andava: nessuno lo aveva mai sentito abbaiare n ringhiare. Faceva solo una specie di pigolio e di mugolio, ma di certo non abbaiava. Un giorno la nonna disse: perch Vowek non abbaia? Per tre giorni gir per casa come un'anima in pena, arrovellandosi, e il quarto giorno disse al nonno: "Perch Vowek non abbaia mai?" Si arrovella il nonno, per tre giorni gira per casa scuotendo il capo. Il quarto giorno dice a ulitka, il cocchiere: "Perch il nostro Vowek non abbaia mai?" ulitka la prese sul serio; and all'osteria e rimase l a meditare tre giorni e tre notti; il quarto giorno gli venne sonno, aveva la testa confusa, e chiam l'oste e tir fuori della tasca dei quattrini per pagare. Contava, contava, ma doveva essercisi messo di mezzo il diavolo in persona, non riusciva a venirne a capo. "Be', ulitka," dice l'oste, "perch tua madre non ti ha insegnato a contare?" In quell'attimo ulitka lasci i soldi, si diede una pacca in fronte e corse dal nonno. "Padrone," gridava sulla porta, "ci sono! Vowek non abbaia perch sua madre non gliel'ha insegnato!" "Infatti," disse il nonno, " vero; Vowek non conosce sua madre, Ferda e E'anka non gli hanno insegnato ad abbaiare, non c' nessun cane nel vicinato, e cos Vowek non sa nemmeno che significa abbaiare. Sai, ulitka," dice, "devi insegnargli ad abbaiare." ulitka si sedette nella stalla davanti a Vowek e gli insegn ad abbaiare. "Bau, bau," gli spiegava, "sta' attento a come si fa; prima vrrrr qui in gola, e poi di scatto lo fai uscire dai denti: bau, bau. Vrrrr, vrrrr, bau, bau, bau!" Vowek drizzava le orecchie, quella era una musica che gli piaceva, nemmeno lui sapeva perch; e d'un tratto, con grande gioia, abbai. Abbaiava in modo un po' strano, sembrava un coltello che scorre su di un piatto, ma ogni inizio un po' difficile; anche voi non avete mica imparato subito la prima volta l'abicidi. Ferda e E'anka ascoltavano come il vecchio ulitka abbaiava; alla fine scossero le spalle e non diedero pi peso a ulitka. Ma Vowek aveva un enorme talento nell'abbaiare, impar presto e quando usc per la prima volta sul carro, allora paffete a sinistra, paffete a destra, come lo sparo di una pistola; e giammai Vowek si stanc di abbaiare, e abbai ogni santo giorno; tanto era contento di aver imparato cos bene. Ma andare con ulitka e guidare, questo non era l'unica cosa di cui Vowek doveva occuparsi. Ogni sera ispezionava il mulino e il cortile, per vedere se tutto era a posto, faceva paura alle galline, perch non facessero pi coccod come comari al mercato, e poi si accucciava accanto al nonno, scodinzolava e guardava significativamente, come se volesse dire: Va' pure a dormire, Karel, io star attento a tutto. Il nonno allora lo elogiava e andava a dormire nel timore di Dio. Di giorno, invece, il nonno andava spesso per i villaggi e le cittadine, per comprare grano e altre cose, per

esempio semi di trifoglio, di lenticchie o di papavero; e allora Vowek gli andava dietro correndo, e quando la sera tornavano a casa, non aveva paura di niente e si orientava anche quando perfino il nonno perdeva la strada. Un giorno, dunque, il nonno doveva comprare dei semi da qualche parte, doveva essere qui a Zliko; compr e decise di fare un salto all'osteria. Vowek lo aspettava davanti all'osteria; e qui gli arriv al naso qualcosa di buono, be', un odorino dalla cucina cos buono che dovette andare a vedere. E, sul mio onore, la gente di casa stava mangiando salsiccia di fegato; Vowek si appost nell'attesa che cadesse sotto il tavolo una bella pellicina. E mentre aspettava, si ferm davanti all'osteria il carro di un amico del nonno, come si chiamava... forse Joudal; Joudal trov il nonno nella taverna, una parola tira l'altra e i due si buttarono sul carro per tornare insieme a casa. Uscirono, e il nonno si scord del tutto di Vowek, mentre Vowek in cucina stava sulle zampe posteriori davanti alle salsicce di fegato. Quando la gente di casa ebbe finito di mangiare, gett la pelle delle salsicce al gatto sul forno; Vowek dovette rassegnarsi e solo allora si ricord che aveva lasciato il nonno. Cerc, annus per tutta l'osteria, ma del nonno neanche l'ombra. "Vowek," disse l'oste, "il tuo padrone andato per di l," e indic. Vowek cap e si avvi verso casa solo; prima prese la strada, ma poi si disse: Devo essere matto; l per il monte arriver prima. Allora pass per il monte e per il bosco. Si fece sera, si fece notte; ma Vowek non aveva affatto paura. A me nessuno porter via niente, pensava. Ma aveva una fame cane. Era gi notte e c'era la luna piena; e quando in un punto gli alberi si fecero meno folti o si diradarono, apparve la luna sulle cime, ed era tanto bello, tanto argenteo, che a Vowek palpit il cuore per lo stupore. Il bosco fremeva piano piano, come se suonasse l'arpa. Vowek correva per il bosco come fosse un corridoio nerissimo; ma all'improvviso davanti a lui ci fu una luce d'argento, il suono dell'arpa divenne pi forte e a Vowek si rizz fino all'ultimo pelo; e si acquatt a terra guardando affascinato. Davanti a lui c'era un prato argenteo e su di esso danzavano delle naiadi con sembianze di cani. Erano dei bei cani bianchi, ma interamente bianchi, addirittura diafani, e cos leggiadri, che non scossero nemmeno la rugiada dall'erba; insomma, erano naiadi sotto forma di cani, Vowek lo cap subito, perch mancava loro quell'odorino sicuramente attraente dal quale un cane riconosce un vero cane. Vowek sta accucciato nell'erba bagnata e quasi gli schizzano fuori gli occhi. Le naiadi ballano, scorazzano, fanno la lotta tra loro o girano in tondo dietro la loro coda, ma tutto con tale leggerezza, tale leggiadria, che nemmeno un fuscello si piegava sotto il loro peso. Vowek stava ben attento: se qualcuna di loro inizia a grattarsi o ad addentare una pulce, allora non una naiade, ma un cane bianco. Ma nessuna si grattava, n addentava pulci; allora erano sicuramente naiadi. Quando la luna fu bella alta, le naiadi alzarono la testa e iniziarono a gridare e a cantare soavemente e con bravura; macch, nemmeno l'orchestra del Teatro Nazionale sa fare di meglio. Vowek piangeva per la commozione e avrebbe cantato anche lui se non avesse temuto di rovinare tutto. Quando ebbero finito di cantare, si accucciarono intorno a una vecchia cagnetta dall'apparenza nobile, doveva essere una ninfa potente o una maga, tutta argentea e decrepita. "Racconta," chiesero tutte le naiadi. La vecchia ninfa si concentr e poi disse: "Vi racconter come i cani crearono l'uomo. Quando il Signore Iddio cre tutto il mondo e tutti gli animali, mise a capo di tutti il cane, perch era il

migliore e il pi saggio. Tutti gli animali vivevano e morivano in paradiso e rinascevano felicemente e con soddisfazione, ma i cani erano sempre pi tristi. Allora il Signore Iddio chiese ai cani: "Perch siete tristi, mentre gli altri animali sono felici?" E disse il cane pi vecchio: "Sai, Signore Iddio, agli altri animali non manca niente; ma noi cani abbiamo un po' di cervello qui nella testa, e con quello capiamo che c' qualcuno pi in alto di noi, cio tu, o Creatore. Possiamo odorare tutto, ma non Te, e questo a noi cani manca molto. Perci, o Signore, esaudisci il nostro desiderio e creaci un dio che possiamo odorare". E sorrise il Signore Iddio e disse: "Portatemi degli ossi e io vi creer un dio che potrete odorare". E corsero in giro i cani e ognuno port un osso: uno di leone, uno di cavallo, uno di cammello, uno di gatto, per farla breve, di tutti gli animali, tranne che del cane; poich nessun cane tocca carne di cane, n ossa di cane. Cos c'erano tantissime ossa, e con quelle ossa Dio fece l'uomo, perch i cani avessero il loro dio da poter odorare. E poich l'uomo fatto con le ossa degli animali, tranne che con quelle del cane, ha le capacit di tutti gli animali: ha la forza del leone, l'operosit del cammello, l'astuzia del gatto e la generosit del cavallo, ma la fedelt del cane no, la fedelt del cane no!" "Racconta qualcos'altro," chiesero le naiadi di nuovo. La vecchia ninfa si concentr e poi inizi: "Ora vi racconter di come i cani capitarono in cielo. Sapete che le anime della gente dopo la morte vanno alle stelle, ma per le anime dei cani non rimaneva nessuna stella, e cos le anime dei cani dopo la morte andavano a dormire nella terra. Questo avvenne fino ai tempi di Ges Cristo. Quando Ges Cristo venne frustato alla colonna, rimase molto sangue, molto sangue. E un cane affamato e senza padrone arriv e lecc il sangue di Ges Cristo. "Maria Vergine," gridarono gli angeli del cielo, "quel cane ha bevuto il sangue di Ges!" "Se ha bevuto il sangue di Ges," disse Dio, "prendiamo la sua anima in cielo." E fece una nuova stella, e perch si vedesse che era per l'anima di un cane, le fece la coda. E appena l'anima del cane arriv sulla stella, ne fu talmente contenta che inizi a correre, a correre, a correre per il cielo spazioso, come un cane in un prato, e non ordinatamente per la sua strada come le altre stelle; e queste stelle canine, che corrono per il cielo e scodinzolano, si chiamano comete". "Racconta qualcos'altro," chiesero le naiadi per la terza volta. "Ora vi racconter," inizi la vecchia ninfa, "che tanto tempo fa i cani avevano sulla terra un regno e un grande castello canino. Ma poich gli uomini invidiavano ai cani il loro regno, fecero tali sortilegi, che il regno canino e il castello sprofondarono nella terra. Ma chi scavasse nel posto giusto, troverebbe la caverna dove sta il tesoro canino." "E che tesoro canino ?" chiesero le naiadi avide. "Be'," disse la vecchia ninfa, " un salone di enorme bellezza. Le colonne sono delle migliori ossa, ma non ossa spolpate, macch; sopra hanno tanta carne quanta su una coscia d'oca. Poi c' un trono di carne affumicata con dei gradini di lardo purissimo. E su quei gradini c' un tappeto di budella di salsicce di fegato, e su quelle budella c' dell'impasto grosso un dito..." Questo Vowek non lo pot sopportare. Salt fuori nel prato e grid: "Ah, ah, dov' il tesoro? Ah, ah, dov' il tesoro canino?" Ma in quel momento tutte le naiadi sparirono d'un colpo e anche la vecchia ninfa. Vowek si strofin gli occhi; c'era solo un praticello argentato, nemmeno un fuscello era stato spostato dalla danza delle naiadi, nemmeno una gocciolina di rugiada era caduta a terra. Solo la tranquilla luna brillava sul bel prato, e tutto intorno il bosco pareva una palizzata nerissima.

Allora Vowek si ricord che a casa lo aspettava almeno del pane inzuppato nell'acqua, e corse a casa il pi velocemente possibile. Ma da allora, quando a volte andava ancora col nonno per prati o boschi, si ricordava ogni tanto del tesoro canino sprofondato nella terra, e iniziava a scavare, a scavare freneticamente con tutte e quattro le zampe una buca profonda nella terra. E poich senza dubbio lo svel anche ai cani del vicinato, e questi a loro volta ad altri, e gli altri ad altri ancora, accade a tutti i cani del mondo che da qualche parte nei campi si ricordino del regno canino perduto e scavino una buca nella terra e guardino, guardino se dal profondo della terra arriva l'odore del trono di carne affumicata dell'antico impero canino. La favola pennuta Dunque, bambini, voi non sapete cosa si raccontano gli uccelli. Certo, loro parlano con voce umana solo di buon mattino, al sorgere del sole, quando voi ancora dormite; pi tardi, di giorno, non hanno tempo per parlare: lo sapete, la vita non facile, beccare un granellino qui, scavare un lombrico l, oppure acchiappare al volo una mosca. Un pap uccello si consuma le ali a furia di volare, mentre la mamma uccello a casa deve badare ai piccoli. Perci gli uccelli si fanno dei racconti solo di buon mattino, quando aprono le finestre dei loro nidi, fanno prendere aria ai piumini e si preparano la colazione. "'Ngiorno," grida il merlo, che ha il nido su un pino, al vicino passerotto, che abita su una grondaia. "E' gi ora." "S, s, s," dice il passero. "Pista, pista, volo dove chiss se piglio, piglio, piglio un pizzico di miglio, giusto?" "Infatti, infatti," borbotta il piccione sul tetto. "C' di che preoccuparsi, fratello. Poco grano, poco grano." "S, s," accentua il passero uscendo dal lettino. "E' colpa delle auto, giusto? Finch ci sono stati pi cavalli, ovunque era pieno di grano, ma ora? Ora le auto vanno come il vento e non lasciano niente dietro di loro, niente, niente!" "Solo puzza, solo puzza," tuba il piccione. "Una vita di crucci, brr! Meglio lasciar perdere questo lavoraccio, gente! Io svolazzo e tubo, e che ne ho in cambio? Nemmeno una manciatina di grano. E' una brutta situazione." "Pensi che i passeri se la passino meglio?" si adira il passero. "Io ti dico che se qui non avessi famiglia, volerei via da qualche parte..." "Come il passero di Dejvice," si fece sentire nel folto uno scricciolo. "Di Dejvice?" disse il passero. "Ci conosco uno, si chiama Filip." "Non lui," disse lo scricciolo. "Il passero che vol via si chiamava Pepk. era un passerotto cos ispido, non si lavava mai per bene, n si pettinava, non faceva altro che bestemmiare tutto il giorno: a Dejvice, dice, ci si annoia e ci si rompe, e invece gli altri uccelli, quelli, dice, d'inverno volano al sud, in Riviera o in Egitto, come gli storni e le cicogne e le rondini e gli usignoli, solo il passero deve sfacchinare tutta la vita a Dejvice. "Ma non lascer che sia cos," gridava quel passero che si chiamava Pepk; "se pu volare in Egitto quella rondine che abita a Ruko, perch non dovrei volarci io, gente? E s che ci voler, perch lo sappiate, giusto il tempo di preparare lo spazzolino da denti e la camicia da notte e la racchetta e le palline, per poter giocare a tennis. Aspettate di vedere come batter a tennis campioni come Cochet e Koeluh e Tilden; contro di loro user l'astuzia e la finta: far finta di giocare le palline, ma al posto della palla voler io, e

quando mi tireranno dietro la racchetta, allora gli scapper ovvero mi dileguer, sai? sai? sai? E quando li avr battuti tutti, mi sposer con una ricca americana e poi mi comprer il palazzo di Valdtejn, e sul tetto mi ci far il nido, ma non con della normale paglia, con paglia di riso e fuscelli e ratafi ed erba marina e crini di cavallo e codine di scoiattolo, guardate un po'!" Cos si dava arie il passerotto, e ogni mattina strepitava che di Dejvice ne aveva fin sopra la testa e che sarebbe volato in Riviera." "E ci volato?" chiese dal pino il merlo. "S," continu nel folto lo scricciolo. "Aspett giusto il ventotto ottobre, per sentire suonare le bande militari - per quello aveva un debole - e subito al mattino si diresse al sud. i passeri, per, non volano mai al sud e perci non conoscono la strada giusta. E quel Pepk non aveva neanche penne n soldi a sufficienza, per poter pernottare in una locanda; sapete, i passeri da che mondo mondo fanno parte della classe operaia, perch sono capaci solo di fare tutto il giorno gli scioperati sui tetti. Per farla breve, il passero Pepk arriv solo fino a Kardaova Reice e non pot pi proseguire, non aveva il becco di un quattrino; fu ancora fortunato che il passero anziano di Kardaova Reice gli disse amichevolmente: "Tu, volpone vagabondo, tu, fannullone, tu pensi che a Kardaova Reice abbiamo abbastanza cacca e sterco di cavallo per ogni vagabondo, ambulante, bighellone o randagio? Se vuoi che ti permettiamo di stare a Kardaova Reice, allora non devi beccare in piazza, n davanti all'osteria, n in strada, come noi che abitiamo qui da tempo, ma solo fuori del villaggio; e per alloggio ti viene assegnato d'ufficio un mucchietto di paglia nella legnaia del numero civico cinquantasette. Allora firma il foglio di residenza e fila, che non ti veda pi". E cos avvenne che il passero Pepk di Dejvice, invece di volare in Riviera, rimase a Kardaova Reice." "E ci sta ancora oggi?" chiese il piccione. "S," disse lo scricciolo. "Ci abita una mia zia che mi ha raccontato di lui. Dice che non fa altro che canzonare i passeri di Kardaova Reice e strepitare: una vera noia e una rottura, dice, essere passero a Kardaova Reice, non c', dice, neanche un tramvai come a Dejvice, n tante auto, n i campi di calcio dello Slavia e dello Sparta, gi, proprio niente; e che non ha affatto in mente di marcire ancora per molto a Kardaova Reice, perch ha un invito per la Riviera e che aspetta solo che gli arrivino dei soldi da Dejvice. E ha raccontato talmente tante cose di Dejvice e della Riviera, che anche a Kardaova Reice i passeri hanno iniziato a credere che starebbero meglio altrove, e perci non badano pi a beccare e non sanno far altro che pigolare e strepitare e brontolare, come fanno i passeri di tutto il mondo, e dicono: "Ovunque meglio che qui, meglio, meglio!"" "In effetti," si fece sentire la cinciallegra, seduta su un cespuglio di corniolo, "ci sono degli uccelli davvero strani. Qui, presso Koln, in quella fertile regione, viveva una rondine, che lesse sul giornale che da noi si fa tutto male, mentre in America s che ci sono dei furbacchioni, che sanno tutto, e cose del genere. Allora la rondine si mise in testa di andare a dare un'occhiata a questa America. E ci and." "Come?" chiese d'un fiato lo scricciolo. "Questo non lo so," disse la cinciallegra, "probabilmente in nave. O forse in dirigibile. Poteva farsi un nido sulla pancia del dirigibile o una cabina con una finestrella per potersi sporgere e magari anche sputare gi. In breve, un anno dopo torn e diceva che era stata in America e che l era tutta un'altra cosa che da noi; dice che non c' da fare un confronto dove arrivato l il progresso, per esempio dice che non ci sono allodole e le case, dice,

sono talmente alte, che se un passero avesse il suo nido sul tetto e da quel tetto gli cadesse un uovo, l'uovo ci metterebbe tanto a cadere, che nel frattempo farebbe in tempo a schiudersi e il passero nato a crescere, a sposarsi, ad avere una caterva di piccoli, a invecchiare e a morire in tarda et, cosicch sul marciapiede, invece di un uovo di passero, cadrebbe un vecchio passero morto; tanto alte sono le case, dice. E la rondine diceva anche che in America si fa tutto con il cemento, e che lei aveva imparato; che vengano tutte le rondini a guardare e lei mostrer come si costruisce un nido di rondine col cemento, e non certo col fango, come delle stupide rondini hanno fatto fin qui. Cos si radunarono le rondini, perfino dal castello di Mnichov, da slav e Pwelou, da esk Brod e da Nymburk, perfino da Sobotka e da elkovice; c'erano talmente tante rondini, che la gente a causa loro dovette stendere diciassettemilatrecentoquarantanove metri di filo telefonico e telegrafico, perch le rondini potessero sedersi da qualche parte. E quando furono riunite tutte le rondini, disse la rondine americana: "Allora, signore e signori, prestate attenzione a come si costruiscono col cemento le case o i nidi in America. Prima di tutto si porta un sacco di cemento. Poi si porta un sacco di sabbia. Poi ci si versa dell'acqua e si fa una specie di pappa e con quella pappa si costruisce un moderno nido. Ma se non avete cemento, allora non potete costruire un nido in cemento, ma solo in calcina. Si fa un composto di calce e sabbia, ma la calce deve essere spenta. Prima di tutto vi mostrer come si spegne la calce". Detto questo, frnk, vol su una nuova costruzione che stavano costruendo dei muratori, per prendere la calce viva. Prese un granello di calce nel becco e frnk, torn indietro. Ma siccome il becco umido, la calce inizi a spegnerglisi in bocca e a friggere e a bruciare. La rondine si impaur, moll il granello di calce e grid: "Allora, ormai gi sapete come si spegne la calce. Caspiterina, come brucia! Perbacco, come pizzica! Diamine ahim cavolo oh oh oh ahi la la la ohi accidenti ahim uh maledizione mondo cane signooore santo ahim misero ohi ohi ahi ahi veramente ammappelo uff madonna santa mannaggia ohim mamma acciderba eh eh gente brrr ostrega uhi uhi dio mio diavolo oh oh ahi ahi porca miseria, dunque la calce si spegne cos!" Quando le altre rondini la sentirono imprecare e lamentarsi tanto, non aspettarono il seguito, scrollarono la codina e volarono a casa. Ci mancherebbe altro, si dissero, che ci bruciassimo anche noi il becco! E perci ancora oggi le rondini si costruiscono il nido col fango, e non col cemento, come voleva insegnar loro la rondine americana. Ma ora, gente, bisogna che voli a fare la spesa." "Comare cinciallegra," si fece sentire la moglie del merlo, "se volate al mercato, compratemi un chilo di lombrichi, ma belli lunghi; io oggi non ho tempo, perch devo insegnare a volare ai miei piccoli." "Volentieri, cara," disse la cinciallegra. "Lo so bene, tesoro, quanta fatica procura insegnare ai piccoli a volare come si deve." "Sapete chi ha insegnato a volare a noi uccelli?" disse lo storno su una betulla. "Ve lo dir io; me l'ha detto un corvo di Karltejn, che vol qui quando ci furono i grandi geli. Quel corvo ha gi cento anni e l'ha sentito da suo nonno, al quale lo aveva detto il suo bisnonno, che l'aveva saputo dal prozio di sua nonna dal lato materno, cosicch la sacrosanta verit. Come gi sapete, a volte di notte si pu veder cadere una stella. Ma qualcuna di quelle stelle cadenti non una stella; sono le uova d'oro degli angeli. E poich l'uovo cade addirittura dal cielo, si infiamma per la caduta e brilla come il fuoco. Ed la sacrosanta verit, perch me lo ha detto il corvo di Karltejn. Ma gli uomini chiamano quelle uova angeliche in un altro modo, qualcosa come metro o montatore, mentore o motore o

roba simile." "Meteore," disse il merlo. "Giusto," concord lo storno. "E allora gli uccelli non sapevano ancora volare, ma correvano come galline. E quando videro cadere dal cielo quelle uova degli angeli, si dissero che avrebbero voluto covarle per vedere che tipo di uccelli ne sarebbe venuto fuori. E questa la verit vera, perch l'ha detto il corvo. Una sera stavano parlando proprio di questo, quando dietro il vicino bosco bum!, cadde dal cielo con un sibilo un uovo d'oro brillante. Allora tutti ci si precipitarono, prima di tutti la cicogna che ha le gambe lunghe. E la cicogna trov l'uovo d'oro e lo prese in mano; ma era tanto rovente per la caduta, che la cicogna si bruci le manine, eppure riusc a portare l'ovetto infocato tra gli uccelli. Poi subito hop! salt in acqua, per rinfrescarsi le manine bruciate. Perci da allora le cicogne vagano nell'acqua, per rinfrescarsi le unghiette. Me lo ha detto il corvo." "E che ti ha detto d'altro?" chiese lo scricciolo. "Poi," continu lo storno, "arriv dondoloni l'oca selvatica per covare l'uovo ardente. Ma l'uovo era ancora molto rovente, cosicch l'oca si bruci il pancino e dovette saltare nello stagno per rinfrescarsi il pancino. Perci le oche ancora oggi nuotano con la pancia nell'acqua. E poi giunse un uccello dopo l'altro e si mise sull'uovo angelico per covarlo." "Anche lo scricciolo?" chiese lo scricciolo. "Certo," disse lo storno. "Tutti gli uccelli del mondo si misero su quell'uovo per covarlo. Ma quando dissero alla gallina che era il suo turno di covare, la gallina disse: "Come? Come? Cosa, cosa, cosa devo fare? Io devo beccare. Macch! macch! Ci, ci, ci mancherebbe altro! Sarei una sciocca". E non and a covare l'uovo angelico. E quando tutti gli uccelli si furono dati il cambio su quell'uovo d'oro, ne usc un angelo divino. E quando usc dal guscio, non inizi a beccare, n a pigolare come tutti gli altri uccelli, ma vol dritto in cielo, cantando Alleluia e Osanna. Poi disse: "Uccelli, che vi posso dare in cambio, per avermi covato con tanto amore? Per questo, da oggi, volerete come angeli. Su, dovete agitare cos le ali e hop, funziona. Attenti: uno, due, tre!" E quando disse "tre", tutti gli uccelli iniziarono a volare e volano ancora oggi. Solo la gallina non sa volare, perch non volle covare l'uovo angelico. E questa la santa verit, perch l'ha detto il corvo di Karltejn." "Attenti," disse il merlo. "Uno, due, tre!" E allora tutti gli uccellini scrollarono la coda, agitarono le ali e si alzarono in volo, ognuno dietro al suo canto e alla sua esistenza, come aveva insegnato loro l'angelo divino. La favola degli omini delle acque Se pensate, bambini, che gli omini delle acque non esistano, allora vi dico che esistono, eccome! Per esempio proprio da noi, l dove, diciamo, siamo nati, ne viveva uno nel fiume pa, sotto la chiusa, e ce n'era uno a Havlovice, vicino al ponte di legno, e uno stava al torrente di Rade, era un tedesco tedesco, non sapeva nemmeno una parola di ceco; ma un giorno and da mio padre per farsi strappare un dente, e in cambio gli port un cestino di trote argentate e rosate ben coperte di ortiche, per mantenerle fresche; e che fosse un omino delle acque era chiaro perch, quando se ne fu andato, ci accorgemmo che la sedia era umida. E uno stava al mulino del nonno a Hronov, e quello teneva sotto la chiusa, sott'acqua, sedici cavalli; perci gli ingegneri dicevano che l, in quel punto, il fiume Metuje aveva la forza di sedici cavalli. Quei sedici cavalli bianchi tiravano e tiravano sempre, perci il mulino girava sempre; e quando una notte

nostro nonno mor, l'omino delle acque and a staccare piano piano tutti e sedici i cavalli, e il mulino si ferm per tre giorni. Nei grandi fiumi ci sono omini delle acque che hanno pi cavalli ancora, per esempio cinquanta o cento; ma alcuni sono talmente poveri che non hanno nemmeno un cavalletto. Un omino delle acque importante, a Praga, nella Vltava, certo enormemente ricco ed un gran signore; per esempio ha anche una barca a motore e d'estate va al mare. Eppure a Praga anche un comune scialacquatore ha a volte soldi a palate e corre in automobile, bip, bip, finch schizza il fango. Ma ci sono anche dei buoni a nulla omini delle acque da niente che hanno una pozzangheretta grande quanto il palmo della mano, e dentro una rana, tre zanzare e due girini brontoloni; oppure hanno la loro attivit in un rivoletto tanto misero, che persino un topo non riuscirebbe a bagnarcisi la pancia; alcuni in un anno intero non acchiappano altro se non un paio di barchette di carta e una fascia da bambini, che sfuggita alla mamma mentre faceva il bucato. Be', una miseria. E invece un omino delle acque di Romberk ha per esempio duecentoventimila carpe, e oltre a questo tinche, coregoni, triglie e qualche luccio pieno di denti. Be', non esiste giustizia al mondo. Gli omini delle acque sono solitari, ma una volta o due l'anno, quando c' l'acqua alta, si radunano da tutta la zona e tengono, come si dice, una conferenza distrettuale. Dalla nostra zona si sono sempre riuniti durante l'acqua alta sui prati presso Hradec Krlov, perch l c' una bella pianura e ottimi stagni e meandri e bracci ciechi coperti del miglior fango doppio zero. Deve essere un fango giallo o tendente al marrone; se rosso o grigio, non cos liscio, proprio come unguento. In un bel posto cos umido, dunque, si incontrano e si raccontano le novit: che l a Suchovrice gli uomini fanno un incanalamento, cosicch il locale omino delle acque, il vecchio Jireek, deve espatriare; che le stoviglie e i nastri sono rincarati che un orrore; che un omino delle acque, se vuole prendere qualcuno, deve comprare trenta corone di nastri e un pentolino costa almeno tre corone, e in pi robaccia; meglio lasciare il mestiere e dedicarsi a qualcosa d'altro. E allora gli omini delle acque si raccontano che Faltys, l'omino delle acque di Jaromw, quello roscio, si dato al commercio e vende acque minerali, e Slepnek lo zoppo diventato idraulico e fa condutture per l'acqua, e altri se la cavano con altre professioni. Si capisce, bambini, un omino delle acque pu fare solo un mestiere che abbia a che fare con l'acqua; cos per esempio pu essere un subacqueo o uno scialacquatore, pu dipingere acquerelli o vivere acquattato, pu fare l'acquisitore o spacciarsi per un acquirente o per un quacquero... insomma dell'acqua ci deve entrare. Come vedete, ci sono molte possibilit per un omino delle acque, e perci il loro numero cala costantemente; perci nelle loro conferenze annuali si contano e si dicono tristemente: "Siamo di nuovo cinque in meno; giovanotti, cos la nostra professione lentamente morir". "Be'," dice il vecchio Kreuzmann, di Trutnov, "non pi come prima. Caro te, sono passati migliaia di anni; a quei tempi tutta la Boemia era sott'acqua, e l'uomo, ovvero l'omino delle acque, poich allora gli uomini ancora non esistevano, eh gi, erano altri tempi... diamine, dove ero rimasto?" "Che la Boemia era tutta sott'acqua," lo aiutava l'omino delle acque di Skalice Zelinka. "Aha," disse Kreuzmann. "A quei tempi tutta la Boemia era sott'acqua, anche i monti E'altman e Crven Hra e Krkorka e tutte le altre montagne; e uno dei nostri, restando bagnato, poteva andare sott'acqua per esempio da Brno a Praga. Perfino il monte Snka era

coperto da un braccio d'acqua. Gente, quelli s che erano bei tempi." "Gi," ricord Kulda, omino delle acque a Ratibow. "A quei tempi noi omini delle acque non eravamo ancora tanto solitari ed eremiti come oggi. A quei tempi avevamo citt subacquee, costruite con mattoni d'acqua, e il mobilio era tagliato nell'acqua dura, e i piumini erano di morbida acqua piovana, e c'era l'acqua calda; e non c'era fondo, n riva, n superficie dell'acqua; c'era solo l'acqua, e noi." "In effetti," disse Lika detto Hejkavec, l'omino delle acque del pantano di E'abokrky, "e che acqua era! Avresti potuto tagliarla come il burro, e farne una palla, e filarci un filo e ritorcere poi delle corde; era come acciaio, e lino, e vetro, e vapore, e spessa come yogurt, e resistente come quercia, e scaldava come una pelliccia. Tutto era fatto di acqua. Caro te, un'acqua cos oggi non esiste nemmeno in America, macch!" E il vecchio Lika sput formando una pozza profonda. "Una volta," disse Kreuzmann pensieroso, "una volta l'acqua era bellissima, ma era ancora... cosa... assolutamente muta." "Cio?" si meravigli Zelinka, che non era vecchio quanto gli altri. "Be', era muta," disse Lika Hejkavec. "Non aveva ancora voce. Non sapeva ancora parlare. Era cos silenziosa e muta come adesso quando ghiaccia. Oppure come quando cade la neve ed mezzanotte e non si muove niente; e allora c' un tale silenzio, un tale completo silenzio, che hai perfino paura, e allora metti fuori la testa dall'acqua e ascolti; e allora il cuore ti si stringe per quell'atroce silenzio. A quei tempi c'era un silenzio cos, quando l'acqua era ancora muta." "E come mai," chiese Zelinka, che era vecchio solo di settemila anni, "come mai non pi muta?" "Successe questo," disse Lika. "Me lo ha raccontato il mio bisnonno, e diceva che fu milioni di anni fa. Cos a quel tempo viveva un omino delle acque, come diavolo si chiamava? Rkosnk, Rkosnk no, Minawk, neanche, Hampl, neanche Hampl, Pavlsek, neanche, signore, come si chiamava?" "Arion," disse Kreuzmann. "Arion," assent Lika. "Ce l'avevo proprio sulla punta della lingua. Si chiamava Arion. E quell'Arion aveva un dono singolare, un'abilit datagli dal Signore Iddio, be', una disposizione, sapete? Sapeva parlare e cantare tanto bene, che a uno saltava il cuore e si metteva a piangere quando cantava. Un musico eccezionale." "Un poeta," rettific Kulda. "Musico o poeta," disse Lika, "ma ci sapeva fare, caro mio. Diceva il bisnonno che tutti piagnucolavano quando si metteva a cantare. Quell'Arion aveva nel cuore un grande dolore. Nessuno sa quale. Nessuno sa cosa gli era accaduto di brutto. Ma doveva essere un dolore terribile, per cantare tanto bene e in modo tanto triste. E mentre cantava e gemeva sott'acqua, tremava ogni gocciolina d'acqua, come se fosse una lacrima. E in ogni stilla rimase qualcosa del suo canto, per quanto quel canto si faceva largo attraverso l'acqua. Ogni gocciolina afferrava un pezzetto della sua voce. E perci l'acqua non pi muta. Perci suona, tintinna, sussurra e bisbiglia, mormora e gorgoglia, sciacquetta, freme, scroscia, fiotta, geme e si lamenta, ruggisce, urla, strilla e tona, piange e sospira e ride, sembra che suoni un'arpa d'argento, gorgheggia come una balalajka, canta come un organo, soffia come un corno da caccia e parla come un uomo contento o addolorato. Da allora l'acqua parla tutte le lingue del mondo e racconta cose che nessuno capisce per quanto sono strane e belle. E tanto meno le capiscono gli uomini. Ma finch non arriv Arion e non insegn all'acqua a cantare, era muta, cos come muto il cielo."

"Ma non fu Arion che port nell'acqua il cielo," disse il vecchio Kreuzmann. "Fu pi tardi, ai tempi di mio padre, che Dio l'abbia in gloria, e lo fece l'omino delle acque Gragragragroax, e fu per amore." "E come fu?" chiese l'omino delle acque Zelinka. "Cos. Gragragragroax si era innamorato. Gragragragroax aveva visto la principessa Gragragrina e si era acceso d'amore per lei, gra. Gragragrina era bella. Aveva un pancino giallo da ranocchia, dei piedini da ranocchia e delle belle guanciotte da ranocchia, ed era tutta umida e fredda: una vera bellezza. Non ce ne sono pi cos." "E allora?" chiese Zelinka avido. "Be', cosa doveva succedere? Gragragrina era bella e superba. Non faceva altro che vantarsi e dire gra. Gragragragroax era impazzito. "Sposami," le disse, "ti dar ci che vorrai." E lei disse: "Allora portami l'azzurro del cielo, gra!"" "E che fece Gragragragroax?" chiese Zelinka. "Be', che doveva fare? Si sedette sott'acqua e gemeva: Gra gra gra gr, gra gra gra gr. E poi voleva togliersi la vita. Perci salt dall'acqua nell'aria, per annegarcisi, gra. Nessuno prima di lui era mai saltato nell'aria. Gragragragroax fu il primo." "E che fece nell'aria?" "Niente. Si guard intorno e vide sulla sua testa il cielo azzurro. Guard gi e vide sotto di lui sempre il cielo azzurro. Gragragragroax rimase di stucco. Ancora nessuno sapeva che il cielo si rifletteva nell'acqua. Quando Gragragragroax vide che sull'acqua c'era il cielo azzurro, grid per lo stupore "gra" e ricadde in acqua. E poi prese Gragragrina sulle spalle e salt insieme a lei nell'aria. Gragragrina vide nell'acqua il cielo azzurro e grid per la gioia "gragra". Perch Gragragragroax le aveva portato l'azzurro del cielo." "E poi?" "Poi niente. Vissero felici e contenti ed ebbero molte uova. E da allora gli omini delle acque escono dall'acqua per vedere che il cielo c' anche dove sta la loro casa. Quando qualcuno lascia la propria casa, che sia solo chi lo vuole, e poi si guarda indietro, come Gragragragroax guard nell'acqua, vede che l, a casa, c' veramente il cielo. Sai, il cielo azzurro e bello. Gra." "E chi l'ha dimostrato?" "Gragragragroax." "Evviva Gragragragroax!" "E Gragragrina!" In quel momento passava di l un uomo e pens: Oggi le rane non fanno che gracidare! E prese una pietra e la gett in quel pantano. L'acqua schizz alta, spruzz, e poi fu tutto silenzio: tutti gli omini delle acque erano saltati nell'acqua, e solo l'anno prossimo avranno un'altra conferenza. La favola brigantesca Il fatto avvenne molto molto tempo fa, davvero molto, nemmeno la buonanima del vecchio Zelinka, che Dio l'abbia in gloria, se lo ricordava, e quello si ricordava perfino la buonanima del mio grasso bisnonno. Allora, il fatto avvenne molto molto tempo fa, quando sui monti Brendy regnava un famoso e cattivo brigante, Furfantone, il pi crudele di tutti gli assassini, con i suoi ventuno scagnozzi, cinquanta ladri, trenta ladruncoli e duecento complici, contrabbandieri, ricettatori. Cos questo Furfantone stava in agguato sulla strada per esempio per Pow o per Kostelec o anche per Hronov, finch non passava di l un carrettiere, un mercante, un ebreo o un cavaliere a cavallo; poi gli saltava addosso urlando e gli

toglieva tutto, e il malcapitato poteva anche essere contento che Furfantone non lo sgozzasse, non gli sparasse o lo impiccasse a un albero. Tanto assassino e inumano era Furfantone. Un piccolo mercante va per la strada, dice ai cavalli "arri" e "ih" e non vede l'ora di vendere la sua merce a Trutnov. E, mentre passa per il bosco, ha un po' paura dei briganti, ma per non pensarci fischia una bella canzoncina. E all'improvviso salta fuori dal bosco un omone grosso come una montagna, pi largo del signor mejkal o del signor Jahelka, ma pi alto di almeno due teste, e inoltre barbuto, tanto che lui stesso non riesce a vedersi la bocca; allora un omaccione del genere vi si piazza davanti al cavallo e ruggisce: "O la borsa o la vita," e punta sul mercante una pistola grande quanto un mortaio. Si capisce, il mercante d la borsa, e Furfantone in pi gli porta via anche il carro e la merce e i cavalli, ma gli soffia anche il cappotto, i calzoni e gli stivali, e ci aggiunge un paio di frustate, perch il poveretto corra pi velocemente a casa. Come dicevo, quel Furfantone non era altro che un uomo da capestro. Ma poich per un bel pezzo l intorno non c'era nessun altro brigante (solo nei pressi di Marov ce n'era uno, ma era solo un acciarpone in confronto a Furfantone), le attivit brigantesche andavano molto bene a Furfantone, cosicch presto fu pi ricco di qualsiasi cavaliere e perfino industriale. E poich aveva un figlio giovane, si disse il vecchio brigante: "Be', lo mander da qualche parte a studiare; che costi anche un paio di biglietti da mille, me lo posso permettere; che impari il tedesco e il francese, che sappia dire correttamente "bittescen" e "orevuar", e suonare il piano, e ballare la danza scozzese o la quadriglia, e mangiare in un piatto e soffiarsi il naso col fazzoletto, come si conviene. Io sono solo un brigante, certo, ma mio figlio sia un conte. Questa la mia ultima parola, e basta!" Detto questo, fece salire davanti a s sul cavallo il giovane Furfantone e galopp a Broumov. l fece scendere il figliolo da cavallo, davanti al convento dei padri benedettini e, facendo un terribile rumore con gli speroni, and dritto dal frate priore. "Maestosit," disse con un vocione, "vi porto questo ragazzino da educare, perch gli insegniate a mangiare, a soffiarsi il naso e a ballare, e a dire "bittescen" e "orevuar" e tutto quel che si conviene a uno che nato cavaliere; e qui," disse, "c' un sacco di ducati, di luigi, di fiorini, di piastre, di rupie, di dobloni, di rubli, di talleri, di napoleoni d'oro, di ghinee, di oboli d'argento e di fiorini olandesi e di pistole e di sovrane, perch qui da voi stia come un principino." Detto questo, gir i talloni e via nel bosco, lasciando in cura ai padri benedettini il giovane Furfantone. Cos dunque il giovane Furfantone studi con molti principini, duchini, e altri giovanetti ricchi, in quel convento dei padri benedettini; e il grasso padre Spiridion gli insegn a dire "bittescen" e "gheorsamerdiner" in tedesco, e padre Dominik, per il francese, gli ficc in testa i vari "tresciarm" e "silvupl", e padre Amadeus gli insegn tutti i complimenti, i minuetti e le maniere cortesi, e il signor maestro del coro Kraupner gli insegn a soffiarsi il naso, perch suonasse tenuemente come un flauto o soave come una zampogna, e non strombazzasse come un controfagotto, un trombone, una tromba di Gerico, un pistone o un'automobile, cos come faceva il vecchio Furfantone; in breve, gli insegnarono le maniere pi fini e la delicatezza di un vero cavaliere. Ma il giovane Furfantone, vestito di velluto nero col collettino di merletto, era un gran bel ragazzo, e aveva dimenticato che era cresciuto in una caverna di briganti sulle selvagge montagne Brendy, e che suo padre, il vecchio assassino e bandito Furfantone, vestiva con pelli di bue e

puzzava di cavallo e mangiava carne cruda con le mani, come fanno i briganti. In breve, il giovane Furfantone fioriva di conoscenze e forbitezze, e proprio quando era al massimo degli studi, risuon lo zoccolo di un cavallo davanti al convento di Broumov e dal cavallo salt gi uno scagnozzo irsuto, picchi alla porta e, quando il frate portiere lo fece entrare, disse con voce rozza che era venuto a prendere il giovane signor Furfantone, che il suo padrone, cio il vecchio Furfantone, era in punto di morte e chiamava a s il suo unico figlio, perch prendesse in mano le sue attivit. Qui allora il giovane Furfantone con le lacrime agli occhi si accomiat dai venerabili padri benedettini, cos come dagli altri giovani signorini e studenti, e segu lo scagnozzo sui monti Brendy, meditando su quale fosse l'attivit che suo padre voleva lasciargli, e ripromettendosi in cuor suo di occuparsene devotamente, nobilmente e con la dovuta cortesia verso tutti. Cos arrivarono sui Brendy, e lo scagnozzo condusse il giovane signore al letto di morte di suo padre. Il vecchio Furfantone era steso in un'enorme caverna su un mucchio di pelli di bue non conciate ed era coperto con una coperta da cavallo. "Allora, Vincek, fannullone," protest forte, "hai gi portato mio figlio?" "Caro padre," esclam il giovane Furfantone inginocchiandosi, "che Dio abbia la compiacenza di conservarvi lunghi anni per la felicit dei vostri simili e l'inespresso orgoglio della vostra stirpe." "Piano, ragazzo," disse il vecchio bandito. "Oggi andr all'inferno e non ho molto tempo per le tue smancerie. Avevo pensato di lasciarti un patrimonio molto grande, perch tu potessi vivere senza lavorare. Ma, caspita, ragazzo, che anni miserabili sono stati questi per la nostra professione." "Ah, padre," sospir il giovane Furfantone, "non sapevo che viveste in miseria." "Eh, gi," borbott il vecchio. "Sai, ho la gotta e non ho potuto pi allontanarmi di qui. E i mercanti, quei furboni, evitavano in qualche modo le strade pi vicine. E' giunto il momento che prenda il mio posto qualcuno pi giovane." "Caro padre," disse il giovane premuroso, "vi giuro su qualsiasi cosa al mondo che continuer il vostro lavoro e lo far con onore, volentieri e con la maggior cortesia verso tutti." "Io non so come riuscirai con la cortesia," borbott il vecchio. "Io lo facevo cos: sgozzavo solo quelli che volevano difendersi. Ma inchini, figliolo, non ne ho fatti a nessuno; sai, pare che non si addica alla mia attivit." "E qual , caro padre, la vostra attivit?" "Il brigantaggio," disse il vecchio Furfantone, e mor. Cos il giovane Furfantone rimase solo al mondo, desolato nell'anima da un lato per la morte del padre, dall'altro per la promessa che gli aveva fatto di essere brigante come lui. Dopo tre giorni venne da lui lo scagnozzo irsuto Vincek, perch, dice, non c'era niente da mangiare e si doveva, dice, ricominciare il normale lavoro. "Caro scagnozzo," disse il giovane Furfantone lamentoso, "deve dunque davvero essere cos?" "Si capisce," rispose Vincek scortese. "Qui, signorino, nessun fraticello ci porta piccioni ripieni. Chi vuole mangiare, che lavori." Allora il giovane Furfantone prese una bellissima pistola, salt a cavallo e and sulla strada, be', facciamo la strada presso Batovice. L si mise in agguato nell'attesa che passasse qualche mercante per depredarlo. E in effetti dopo circa un'oretta pass per

quella strada un mercante di tele, che portava delle tele a Trutnov. Il giovane Furfantone usc dal suo nascondiglio e fece una gran scappellata. Il mercante si stup che un bel giovane come quello lo accogliesse, si scappell anche lui e disse: "Vi ossequio, giovane signore". Furfantone si avvicin e si scappell di nuovo. "Permettete," disse dolcemente, "spero di non disturbarvi." "Dio mio, no," dice il mercante, "e in che cosa posso servirvi?" "Vi prego, signore, quanto pi supplichevolmente," continu Furfantone, "di non avere paura. Sono in effetti un brigante, il terribile Furfantone dei Brendy." Il mercante era astuto e non ebbe neanche un po' di paura. "Ma guarda," disse allegro, "allora siamo colleghi. Anch'io sono un brigante, Lametta il Sanguinario di Kostelec. Di certo mi conoscete, no?" "Non ho l'onore," si scus Furfantone imbarazzato, "oggi il primo giorno che sono qui, collega. Ho rilevato l'attivit del mio signor padre." "Aha," disse il mercante Lametta, "del vecchio Furfantone dei Brendy, no? E' una vecchia e rinomata ditta brigantesca. Una ditta molto solida, signor Furfantone. Le mie congratulazioni. Sapete una cosa, io sono stato molto amico della buonanima di vostro padre. Ci siamo incontrati qui, e lui dice: "Sai che? Lametta il Sanguinario, siamo vicini e colleghi; be', facciamo una equa spartizione: questa strada da Kostelec fino a Trutnov sar tua e ci potrai fare il brigante solo tu." Cos disse e ci accordammo in questo modo, ecco!" "Ah, vi chiedo mille volte perdono," si scus cortesemente il giovane Furfantone. "Davvero non sapevo che qui la vostra riserva. Mi dispiace enormemente di esserci entrato." "Be', per stavolta non importa," dice l'astuto Lametta. "Ma vostro padre disse ancora: "E sai, Lametta il Sanguinario, se io o qualcuno dei miei dovessimo solo mettere il piede qui, allora potresti prendergli la pistola e il berretto e il cappotto, perch si ricordi che questa la tua strada". Cos disse il vostro vecchio intrigante, e mi diede la mano in segno di accordo." "Se cos," rispose il giovane Furfantone, "devo chiedervi molto rispettosamente di accettare questa pistola intarsiata, la mia berretta con vere piume di struzzo e questo cappottino di velluto inglese in ricordo e come prova della mia pi profonda stima, come anche del dispiacere di avervi causato un tale fastidio." "Va bene," rispose Lametta, "datemi qui, e io vi perdoner. Ma che non vi veda mai pi da queste parti, signorino. Arri, cavallucci. Addio, signor Furfantone." "Dio vi accompagni, nobile e paterno signore," grid dietro di lui il giovane Furfantone, e torn sui Brendy non solo senza bottino, ma anche senza cappotto. Lo scagnozzo Vincek, poi, lo sgrid a brutto muso e lo avvis di sgozzare e derubare il giorno dopo il primo che avesse incontrato. Il giorno dopo, dunque, il giovane Furfantone si appost col suo spadino sulla strada presso Zbenk. e poco pi tardi passa di l un carrettiere con un enorme carico di merce. Il giovane Furfantone salt fuori e grid: "Mi dispiace, signore, ma devo sgozzarvi. Per favore, preparatevi in fretta e recitate una preghiera". Il carrettiere cadde in ginocchio a pregare e intanto pensava a come uscire da quell'impiccio. Disse il primo padrenostro, poi il secondo, e non gli veniva ancora in mente niente di furbo. Era gi al decimo e poi al ventesimo, ma ancora niente. "Allora, signore," esclam il giovane Furfantone, dandosi un'aria severa, "siete gi pronto a morire?"

"Macch," disse il carrettiere, battendo i denti. "E' che sono un grandissimo peccatore, per trent'anni non sono stato in chiesa, ho bestemmiato come un pagano e ho imprecato e ho giocato d'azzardo e ho peccato a ogni passo. Ma se potessi confessarmi a Police, allora forse Dio mi perdonerebbe i miei peccati e non getterebbe all'inferno la mia anima. Sapete che facciamo? Io ora vado di corsa a Police e, quando mi sar confessato, torner qui e voi mi sgozzerete." "Bene," acconsent Furfantone, "allora io intanto vi aspetto accanto al vostro carro." "S," disse il carrettiere, "ma per favore prestatemi il vostro cavallino, perch io possa tornare pi in fretta." Anche a questo accondiscese il cortese Furfantone, e cos il carrettiere mont sul suo cavallino e and a Police, mentre il giovane Furfantone stacc i cavalli del carrettiere e li lasci pascolare nel prato. Ma quel carrettiere era un briccone e non and a Police per la confessione, ma solo all'osteria pi vicina, e l raccont che sulla strada lo stava aspettando un brigante; e in quell'osteria bevve per farsi coraggio e con tre stallieri si gett su Furfantone. E quei quattro bastonarono per bene il povero Furfantone e lo ricacciarono sulle montagne, e cos il brigante cortese torn alla caverna non solo senza bottino, ma anche senza cavallo. La terza volta, Furfantone si rec sulla strada per Nchod e aspettava di vedere quale bottino il caso gli avrebbe portato. Ed ecco passare di l un carretto coperto con un telo, e dentro c' un cuore di panforte che un mercante sta portando alla fiera di Nchod. E di nuovo il giovane Furfantone si mette in mezzo alla strada e grida: "Ehi, tu, arrenditi, sono un brigante". Cos infatti gli aveva insegnato l'irsuto Vincek. Il mercante si ferm, si gratt la testa sotto il berretto e poi sollev il telo del carro e grid verso l'interno: "Vecchia, c' qui 'n signor brigante". Allora il telo si apr e dal carretto sbuc una vecchia e grassa signora, si mise le mani sui fianchi e sgrid il giovane Furfantone: "Tu anticristo, tu assassino, tu ateo, tu balordo, tu bandito, tu briccone, tu bruto, tu buono a niente, tu Caino, tu canaglia, tu cannibale, tu criminale, tu diavolo, tu Erode, tu fannullone, tu flagello, tu furbacchione, tu furfante, tu gaglioffo, tu Giuda, come ti salta in testa di aggredire cos gente onorata e per bene?" "Scusate, madame," mormor Furfantone desolato, "non avevo idea che nel carro ci fosse una signora." "Certo che c'," continuava la donna, "e che signora, tu indiano, tu insidiatore, tu intrigante, tu ladro, tu Lucifero, tu lupo mannaro, tu malandrino, tu maniaco, tu mascalzone, tu masnadiere, tu mostro, tu mozzateste." "Vi chiedo mille volte perdono per avervi spaventato, signora," si scusava Furfantone molto imbarazzato. "Tresciarm, madame, silvupl, vogliate credere al mio pi profondo rincrescimento per... per..." "Vattene, nefando," gridava la rispettabile signora, "oppure ti dir che sei una nullit, un omicida, un orco e un pagano, un peccatore, un perverso, un pirata, un piromane e un predone, un quadrumane e un questuante, un raggiratore, un rapinatore, un rozzo, un saccheggiatore, un sanguinario, un satanasso, uno scampaforche, uno scellerato e uno strafurfante, un tagliaborse, un tagliagole, una tigre, un triviale, un truffatore, un turco, un ubriacone, un untuoso e un usuraio..." Il giovane Furfantone non sent oltre, poich si era gi dato alla fuga, e non si ferm fino ai monti Brendy; e gli sembrava ancora che il vento gli portasse qualcosa come: "...un villanzone, una vipera, un viscido, un vizioso, un volgare, un volpone e un vorace, uno

zerbino, uno zero, uno zingaro, uno zoticone e una zucca..." E ogni volta era la stessa cosa. Presso Ratibowice, il giovane brigante assal una carrozza dorata, ma dentro c'era una principessa di Ratibowice ed era tanto bella, che Furfantone se ne innamor e le prese solo - e in pi con le buone - un fazzolettino profumato. E si capisce, la sua banda sui Brendy quel profumo non lo poteva mangiare. E un'altra volta, presso Suchovrice, assal un macellaio, che portava una vacca al macello di pice, e voleva ucciderlo; ma il macellaio chiese di riferire ai suoi dodici orfani questo e quello, e mandava a dire loro cose tanto commoventi, nobili e toccanti, che Furfantone si mise a piangere e lasci andare il macellaio, non solo con la vacca, ma gli diede anche dodici ducati, perch, dice, ne desse uno per uno ai suoi bambini in ricordo del terribile Furfantone; e per di pi il macellaio, furbetto, era un vecchio scapolone e non aveva nemmeno un gatto, altro che dodici figli! Insomma, per farla breve, ogni volta che Furfantone voleva uccidere o derubare qualcuno, succedeva sempre qualcosa che faceva emergere la sua cortesia e la sua delicatezza d'animo, cosicch non prendeva niente a nessuno, e oltretutto aveva dato via tutto il suo. Cos la sua attivit non poteva proprio andare; i suoi scagnozzi, compreso l'irsuto Vincek, si dispersero e preferirono lavorare onestamente; lo stesso Vincek divenne garzone in un mulino di Hronov, che ancora oggi esiste sotto la chiesa. Il giovane Furfantone rimase solo nella caverna dei briganti sui Brendy e aveva fame e non sapeva a che santo votarsi. Allora si ricord del frate priore dei benedettini di Broumov, che gli voleva un gran bene, e si rivolse a lui per chiedergli un consiglio su ci che doveva fare. Quando arriv da lui, si inginocchi e pianse e raccont che aveva promesso a suo padre di fare il brigante, ma che era stato educato alla cortesia e alla gentilezza, e che quindi non poteva e non poteva uccidere qualcuno, n derubarlo contro il suo volere. Cosa doveva fare allora? Il frate priore annus dodici volte il tabacco e dodici volte si concentr e poi disse: "Figliolo caro, lodo la tua cortesia e amabilit verso il prossimo; ma non puoi rimanere un brigante, da un lato perch peccato mortale, dall'altro perch non ne sei capace. Ma per adempiere il giuramento che hai fatto al tuo signor padre, devi continuare ad assalire la gente, ma in tutta onest. Prenderai in affitto un ufficio della dogana, aspetterai sulla strada, e quando passer di l qualcuno, gli comparirai davanti e gli chiederai due soldi di dazio. Ecco qui. E nel tuo lavoro potrai essere cortese come sai e desideri". Poi il frate priore scrisse una lettera al signor sottoprefetto di Trutnov, intercedendo perch il signor prefetto avesse la compiacenza di affidare al giovane Furfantone un qualche ufficio doganale. E con quella lettera Furfantone si rec alla prefettura di Trutnov, e ottenne davvero un ufficio doganale sulla strada per Zles. Cos il cortese brigante divenne daziere stradale e fermava i carri e le carrozze per prendere in tutta onest due soldi di dazio. Molti anni dopo, il frate priore di Broumov andava con un calesse a pice in visita al signor curato. Era impaziente di vedere alla dogana di Zles il cortese Furfantone e di chiedergli come stava. E infatti alla dogana si para davanti alla sua carrozza un uomo baffuto - era proprio Furfantone - e borbotta qualcosa stendendo la mano. Il priore mise la mano in tasca, ma siccome era un po' grasso, doveva con una mano sollevare la pancia, per trovare i pantaloni con l'altra mano; e la cosa andava un po' per le lunghe, prima di tirar fuori i soldi. E allora Furfantone disse con voce grossa: "Be', ci siamo? Quanto deve aspettare uno prima di avere due monete?"

Il frate priore frugava nel borsellino e dice: "Ma io non ho due soldi; per favore, brav'uomo, riducetemi a venti centesimi". "Accidenti a voi," grid Furfantone, "se non avete i due soldi, allora come diavolo siete arrivato sin qua? O mi date i due soldi, o filate indietro." "Furfantone, Furfantone," disse il priore dispiaciuto, "non mi riconosci? Dov' finita la tua cortesia?" Furfantone si stup, poich solo a quel punto riconobbe il priore. E borbott qualcosa di molto brutto, ma si ferm e disse: "Maestosit, non vi stupite se non sono pi cortese. Avete mai visto un doganiere, un guardaponti, un esattore o un esecutore che non fosse un po' brontolone?" "E' vero," disse il priore. "Non si mai visto." "Allora vedete," borbott Furfantone. "E adesso potete andare al diavolo." Cos finisce la favola del brigante cortese; forse gi morto, ma incontrerete i suoi discendenti in molti e molti posti, e li riconoscerete perch sono dispostissimi a prendervi a male parole, anche senza un motivo. E non dovrebbe essere cos. La favola vagabonda C'era una volta un povero signore ovvero un uomo, il cui vero nome era Francesco Re, ma lo chiamavano cos solo quando lo arrestava una guardia per vagabondaggio e lo portava al commissariato, dove scrivevano il suo nome su grossi libri e lo lasciavano dormire su una panca, e al mattino lo rispedivano fuori; alla polizia, allora, lo chiamavano Francesco Re, ma gli altri lo chiamavano diversamente: il girovago, il nomade, il vagabondo, il randagio, il cialtrone, lo straccione, il cenciaiolo, il pezzente, il giramondo, lo scansafatiche, lo spiantato, l'altrovista, l'esule, il trasandato, lo sciatto, lo zingaro, il fannullone, il bighellone, l'affamato, lo squattrinato, la canaglia, e con molti altri nomi: se ogni nomignolo fosse valso almeno una corona, avrebbe potuto comprarcisi delle scarpe gialle e forse anche un cappello, ma cos non ci poteva comprare nulla e aveva solo quello che gli dava la gente. Come gi chiaro, il suddetto Francesco Re non godeva della migliore fama, e davvero non era altro che un vagabondo, che rubava solo il tempo al Signore Iddio (il quale Signore Iddio, che eterno, di tempo ne ha tanto che non gli faceva certo un'acca di danno) e non sapeva far altro se non il "canta che ti passa". Sapete cos' il "canta che ti passa"? E' cos: uno al mattino ha la bocca secca, a pranzo non ha niente da mettere sotto i denti e la sera al posto della cena si stuzzica i denti; e quando poi lo stomaco gli brontola per la fame, allora si dice: canta che ti passa. Francesco Re lo sapeva fare tanto bene che avrebbe potuto dare dei concerti; in altre parole era una pasta d'uomo, anche se di pasta non ne vedeva mai! Se aveva un pezzo di pane, lo mangiava, e se gli dicevano una brutta parola, allora inghiottiva anche quella; tanta era la sua fame. E quando non aveva niente, si stendeva da qualche parte dietro una siepe, si copriva con l'oscurit e pregava le stelline perch stessero attente a che nessuno gli rubasse il berretto. Un girovago del genere sa un sacco di cose della vita; sa dove trover da mangiare, sa dove trover chi gli urla dietro o dove sono i cani pericolosi, che fanno la posta ai vagabondi pi dei gendarmi. Ma io vi dir che c'era una volta un cane, come diavolo si chiamava, aha, Fox, ma ormai gi nel numero dei pi, poveretto. Allora questo Fox stava al castello di Che ed era tanto strano che, se vedeva un girovago, abbaiava per la gioia, gli ballava intorno e lo portava dritto alle cucine del castello; ma se arrivava a cavallo un gran signore, diciamo un barone, un conte, un principe, oppure un

arcivescovo di Praga, Fox gli abbaiava furiosamente e lo avrebbe fatto a pezzi, se il cocchiere non lo avesse subito chiuso nella scuderia. Vedete, dunque, anche tra i cani ci sono varie differenze; come tra gli uomini. E visto che stiamo parlando di cani, sapete, bambini, perch il cane scodinzola? Ecco. Quando il Signore Iddio ebbe creato la terra e tutto il resto, inizi ad andare da una creatura divina all'altra per chiedere molto amabilmente se si trovasse bene sulla terra e se non gli mancasse niente e cose del genere. Arriv, quindi, anche dal primo cane al mondo e gli chiese se non gli mancasse niente. Il cane voleva scuotere la testa per dire che, grazie a Dio, no, non gli mancava niente, ma poich aveva odorato qualcosa di enormemente interessante (era, penso, il primo osso o la prima pellicina di salsiccia, ancora calda, come se fosse appena uscita dalle mani del Creatore), il cane si confuse e dimen con fervore la coda. Da quel giorno il cane scodinzola, mentre gli altri animali, per esempio il cavallo e la vacca, sanno scuotere la testa come gli uomini. Solo il maiale non sa oscillare n scuotere la testa, e questo perch, quando il Signore gli domand se stava bene sulla terra, continu a grattarsi col grugno la pancia e scosse impaziente la codina, come per dire: Pardon, un momento, ora non ho proprio tempo. Da quel giorno il maiale scuote e agita sempre la codina in questo modo, finch vive, e la sua codina ancor oggi per punizione si mangia coi ravanelli o con la senape, perch gli pizzichi anche dopo morto. E' cos dalla creazione del mondo. Ma oggi non volevo parlarvi di questo, bens del vagabondo che si chiamava Francesco Re. Allora quel vagabondo andava in giro per il mondo; era stato a Trutnov, dove ci sono gi i tedeschi, a Hradec Krlov, e a Skalice, e perfino a Vodolov e a Marov e in altre lontane citt di tutto il mondo. Un tempo aveva servito anche da mio nonno a E'ernov, ma sapete, un vagabondo un vagabondo; aveva preso il suo fagottello ed era andato oltre, a Starkoe o ai confini del mondo, e di lui non si seppe pi nulla; tanto il suo sangue era irrequieto. Gi vi ho detto che la gente lo chiamava vagabondo, pezzente, randagio e in molti altri modi; ma a volte gli dicevano anche che era un disonesto, un ladro, un mascalzone o un bandito, ma gli facevano un gran torto. Francesco Re non aveva preso, n rubato e nemmeno sgraffignato mai niente a nessuno. In fede mia, neppure una cicca. Proprio perch era tanto onesto, alla fine raggiunse una grande notoriet; ma proprio questo che voglio raccontarvi. Allora, un giorno Francesco il vagabondo stava ai margini di una cittadina e rifletteva se andare dai Vlkov per un panino o dal vecchio signor Prouz per un cornetto. E qui gli passa accanto un signore elegante, forse era un industriale di fuori o un commesso viaggiatore, con in mano una valigetta di pelle. All'improvviso ci fu una ventata che fece volare a quel signore il cappello e lo fece rotolare per la strada. "Sentite, tenetemi questa un attimo," grid subito il signore e diede a Francesco il vagabondo la valigetta di pelle; e in quattro e quattr'otto spar all'inseguimento del cappello, forse fino a Sychrov. Francesco Re sta l con la valigetta in mano e aspetta che il signore ritorni. Aspetta mezz'ora, aspetta un'ora, ma del signore neanche l'ombra. Francesco non ha nemmeno il coraggio di fare un salto a prendersi il panino, per paura che il signore lo manchi quando torna a prendere la valigetta. Aspetta due ore, tre ore, e allora: canta che ti passa. Il signore non torna, e gi si fa notte. In cielo brillano le stelline, tutta la cittadina dorme acciambellata come un gatto dietro la stufa, e manca poco che non faccia le fusa per come sta bene sotto il piumone. Ma Francesco il vagabondo

ancora l in piedi, indolenzito, guarda le stelline e aspetta che il signore ritorni. Batteva la mezzanotte, quando si sent dietro di lui una terribile voce: "Che fate qui?" "Aspetto un forestiero," disse Francesco. "E che avete in mano?" domand la terribile voce. "E' la valigetta di quel signore," spieg il vagabondo. "Gliela devo tenere fino al suo ritorno." "E dov' quel signore?" chiese per la terza volta la terribile voce. "E' corso dietro al suo cappello," disse Francesco. "Oh oh," disse la spaventosa voce. "C' qualcosa di losco. Venite con me." "Non possibile," si difese il vagabondo. "Devo aspettare qui." "In nome della legge vi dichiaro in arresto," ton il vocione, e qui Francesco Re cap che si trattava del signor Boura, la guardia, e che quindi doveva ubbidire. Allora si diede una grattata, sospir e and col signor Boura al commissariato. L scrissero il suo nome sui grossi libri e lo chiusero in gattabuia: la valigetta, invece, la chiusero a chiave finch il giorno dopo non fosse arrivato il signor giudice. Il mattino dopo portarono il vagabondo davanti al signor giudice; ed era proprio il signor consigliere Schulz, davvero... oggi anche a lui la testa non fa pi male. "Tu fannullone, tu cialtrone, tu buono a niente," disse il signor giudice, "di nuovo qui? Non nemmeno un mese che ti abbiamo messo dentro per vagabondaggio. Ges, sei una vera croce! Allora, ti hanno pescato di nuovo a vagabondare?" "Ma no, signor giudice," dice Francesco il vagabondo, "il signor Boura mi ha preso perch stavo l in piedi." "Ecco, canaglia," dice il signor giudice, "perch stavi l in piedi? Se non fossi stato l, non ti avrebbero preso. Ma sento che ti hanno trovato una valigetta. E' vero?" "Prego, signor giudice," dice il vagabondo, "la valigetta me l'ha data un forestiero." "Oh oh," esclam il signor giudice. "Lo conosciamo gi questo forestiero. Quando qualcuno ruba qualcosa, poi dice che l'ha avuta da un forestiero. Caro te, non ci caschiamo. E che c' nella valigetta?" "Non lo so, sul mio onore," disse Francesco il vagabondo. "Razza di furfante," dice il signor giudice, "ma ci daremo un'occhiata da soli." E il signor consigliere apr la valigetta e fece un salto per lo stupore. C'era un mucchio di soldi, e quando li cont erano un milione e trecentosessantasettemilaottocentoquindici corone, novantadue centesimi, e in pi uno spazzolino da denti. "Acciderba," grid il signor giudice, "di', dove l'hai rubati?" "Prego, signor giudice," si difese Francesco Re, "me li ha dati da tenere quel forestiero che doveva inseguire il cappello che gli aveva portato via il vento." "E tu, ladro dei ladri," grid il signor giudice, "pensi davvero che ci creda? Mi piacerebbe vedere chi potrebbe credere a uno straccione come te: un milione e trecentosessantasettemilaottocentoquindici corone, novantadue centesimi, e in pi uno spazzolino da denti! Marsch, in gattabuia! Nel frattempo stiamo gi indagando per sapere a chi hai rubato la valigetta." E cos avvenne che chiusero il povero Francesco in gattabuia per un periodo terribilmente lungo. Pass l'inverno e se ne and la primavera, e non riuscivano a trovare qualcuno che richiedesse quei soldi; e allora il signor consigliere Schulz, la signora guardia

Boura e gli altri signori del tribunale e della polizia pensarono che Francesco Re, vagabondo senza tetto e senza fissa dimora, molte volte punito e insomma un furfante matricolato, avesse ucciso e sepolto da qualche parte lo sconosciuto e gli avesse preso la valigetta coi soldi. E quindi, quando furono passati un anno e un giorno, Francesco Re fu portato davanti al giudice per l'omicidio dello sconosciuto e il furto di un milione e trecentosessantasettemilaottocentoquindici corone, novantadue centesimi e uno spazzolino da denti. Signore mio, bambini, per cose del genere c' il capestro. "Tu mascalzone, tu bandito, tu disgraziato," dice il signor giudice all'accusato, "allora, diamine, confessa dove hai ucciso e sepolto quell'uomo; morirai meglio se confessi." "Ma io non l'ho ucciso, signor giudice," si difendeva il povero Francesco; "lui solo corso dietro al cappello e frnk, era gi sparito; volato via come un'anima dannata e mi ha lasciato la valigetta nelle mani." "Be'," sospir il signor giudice, "se lo vuoi proprio a tutti i costi, ti impiccheremo anche senza confessione. Signor Boura, allora impiccate questo malfattore impenitente, e che Dio vi assista." Aveva appena detto queste parole, quando si apr la porta e apparve il forestiero, tutto impolverato e senza fiato. "Si trovato," proruppe. "Chi si trovato?" chiese il signor giudice con voce grave. "Il cappello," disse il forestiero. "Gente, che pasticcio! Un anno fa passo per questa cittadina e all'improvviso il vento mi porta via il cappello. Lascio la mia valigetta non so neanche a chi, e via, volo dietro al cappello. Ma il cappello, una carognetta bella e buona, si rotola attraverso il ponte verso Sychrov e oltre Sychrov verso Zles e verso Rtyn e attraverso Kostelec verso Zbenk e attraverso tutta Hronov verso Nchod e in quella direzione costeggiando il confine prussiano. Io sempre dietro; l'ho quasi preso, quando alla frontiera mi acchiappa un finanziere e mi chiede perch corro cos. Dico che sto dietro al cappello. Prima di averglielo spiegato, il cappello di nuovo sparito. Allora ho pernottato l e il mattino dopo mi sono lanciato all'inseguimento del cappello in Prussia, a Levn e a Kudowa, Dio mio che acqua puzzolente c'..." "Aspettate," disse il signor giudice. "Questo un tribunale e non una lezione di geografia." "Allora finir il racconto in due parole," disse il forestiero. "A Kudowa vengo a sapere che il mio cappello ha bevuto un bicchiere d'acqua, s' comprato un bastone e poi salito sul treno per Svdnice. Si capisce, gli vado dietro. A Svdnice il cappello, quel monello, ha pernottato in un hotel, non ha pagato neanche il conto e poi partito per chiss dove. Dopo ulteriori indagini sono venuto a sapere che se ne va in giro per Cracovia e, per finire, che si vuole sposare una vedova. Allora vado a Cracovia dietro a lui." "E perch lo avete inseguito tanto?" chiese il signor giudice. "Be'," disse il forestiero, "era un cappello seminuovo, e poi avevo nascosto nella fettuccia il mio biglietto di ritorno Svatoovice-Starkoe. Era in gioco il mio biglietto di ritorno, signor consigliere." "Aha," disse il signor giudice, " giusto." "Lo credo," disse il forestiero. "Non comprer certo un biglietto due volte. Dove ero rimasto? Aha, quando andavo a Cracovia. Bene, allora arriv l, e intanto il cappello, quel mascalzone, andato in prima classe a Varsavia, spacciandosi per un diplomatico." "E' un vero imbroglio," esclam il signor giudice. "Ho anche denunciato il fatto," dice il forestiero, "e la polizia di Cracovia ha telegrafato a Varsavia perch fosse arrestato. Ma

intanto il mio cappello si era comprato una pelliccia, perch iniziava l'inverno, si era lasciato crescere i baffi ed era andato a Mosca." "E che faceva a Mosca?" domand il signor giudice. "Be', cosa doveva fare?" disse il forestiero. "Faceva della politica, il furfante. Era diventato giornalista. Poi si mise in testa di prendere il potere, ma i russi lo arrestarono e lo condannarono alla fucilazione; ma mentre lo portavano al patibolo, inizi a soffiare il vento e qui lui, quel vagabondo, cominci a rotolarsi per la strada e se la svign tra le gambe dei soldati e si rotol per la madre Russia fino a Novoerkask. l si mise in testa un berretto di pelo e divent ataman dei cosacchi del Don. Io gli vado dietro e alla fine lo acchiappo; e qui lui, carogna, fa un fischio ai suoi cosacchi e ordina loro di fucilarmi." "E poi?" chiese il signor giudice avido. "Be', poi io dico loro," disse il forestiero, "che noi non abbiamo paura dei cosacchi, che con i gallinacci come loro ci facciamo le minestre. Io non so, signor consigliere, se anche qui da voi crescono i gallinacci..." "Crescono eccome," disse il signor consigliere. "Soprattutto a Libatov, e in generale l dove crescono le betulle e le tremule." "Il gallinaccio un buon fungo," disse il forestiero, "seppure ha un gambetto un po' legnoso. Cos io dico che da noi i gallinacci li cuociamo nella minestra o li facciamo a pezzettini e li secchiamo; i cosacchi, quei gallinacci, si spaventano tanto che mi lasciano. Ma intanto il mio cappello, buono a niente, era saltato su un cavallo e si era lanciato al galoppo verso est. Io dietro, si capisce. E lui a Orenburk sale sul treno e va a Omsk e attraversa tutta la Siberia, ma a Irkutsk mi si eclissa; pare fosse andato l per dei soldi, ma poi lo avevano acchiappato i briganti Chunchuzovi e gli avevano portato via tutto, cosicch aveva salvato solo la pelle. Poi lo incontrai per strada a Blagoveensk, ma lui, furbone, se la diede a gambe e rotol per tutta la Manciuria, fino al Mar Cinese. In riva al mare l'ho raggiunto, perch aveva paura dell'acqua." "Allora l'avete acciuffato l?" chiese il signor giudice. "Macch," disse il forestiero. "Corsi verso di lui sulla riva del mare, ma in quel momento si alz il vento e il cappello rotol di nuovo a ovest. Io dietro, e cos l'ho inseguito attraverso la Cina e il Turkestan, in parte a piedi, in parte in lettiga, a cavallo o col cammello, finch a Takent ha preso il treno per tornare a Orenburk. da l andato a Charkov e a Odessa, e di l in Ungheria, poi si diretto a Olomouc e a esk Twebova e a Tnit e alla fine di nuovo qui da noi. E allora, cinque minuti fa, l'ho acchiappato in piazza, proprio mentre voleva andare all'osteria per uno spezzatino. Cos, eccolo." E mostr il cappello; era tutto rotto, altrimenti nessuno avrebbe detto che si trattava di un furfante di tre cotte. "E ora guardiamo," esclam il forestiero, "se c' ancora sotto la fettuccia il biglietto di ritorno Svatoovice-Starkoe." E cerc dietro la fettuccia e tir fuori il biglietto. "Eccolo," grid vittorioso. "Bene, ora almeno torner gratis a Starkoe." "Ma signore," disse il signor consigliere, "il biglietto ormai scaduto!" "Come?" si meravigli il forestiero. "Be', un biglietto di ritorno vale solo tre giorni e questo, a quanto vedo, vecchio di un anno e un giorno. In fede mia, ormai non vale pi." "Accidenti a lui," disse il forestiero, "non mi venuto in mente. Ora devo comprare un altro biglietto, e non ho nemmeno un soldo." Il forestiero si gratt la testa. "Ma aspettate, ho dato da tenere la

mia valigetta coi soldi a un signore quando mi sono lanciato all'inseguimento del cappello." "Quanti soldi c'erano?" chiese subito il signor giudice. "Se non mi sbaglio," disse il forestiero, "c'erano un milione e trecentosessantasettemilaottocentoquindici corone, novantadue centesimi e uno spazzolino da denti." "E' esatto," disse il signor giudice. "Abbiamo noi la vostra valigetta con i soldi e lo spazzolino da denti. E c' anche l'uomo al quale avete affidato la vostra valigetta. Si chiama Francesco Re, e io e il signor Boura l'abbiamo appena condannato a morte per avervi derubato e ucciso." "Ma andiamo," rispose il forestiero, "cos, poveretto, lo avete tenuto in galera? Be', almeno non ha speso tutti i soldi che erano nella valigetta." Qui il signor giudice si alz in piedi e disse solennemente: "solo ora mi accorgo che Re Francesco non ha rubato, non ha sottratto, non ha trafugato, non ha sgraffignato, non ha pizzicato e parimenti non si appropriato dei soldi a lui affidati di neanche una lira, un soldo, un centesimo o un quattrino, uno spicciolo, una moneta, n un baiocco, sebbene, come poi accertato, non avesse di che comprarsi una rosetta o una ciriola e nemmeno una treccia, una michetta o altri generi alimentari o voluttuari, detti anche prodotti del fornaio, alla latina "cerealia". Dichiaro pertanto Re Francesco innocente dei reati di assassinio, omicidio, alla latina "homicidium", uccisione, occultamento di cadavere, furto, violenza, latrocinio, insomma di ruberia; ma, al contrario, ha aspettato un giorno e una notte sul luogo, per restituire onestamente e interamente il milione e trecentosessantasettemilaottocentoquindici corone, novantadue centesimi e lo spazzolino da denti. Perci dichiaro che assolto da ogni accusa, amen. Caspita, ho parlato un sacco, vero?" "In effetti," disse il forestiero. "Ma avreste potuto far parlare questo onesto vagabondo." "Cosa potrei dire?" disse Francesco Re modesto. "Che sono vivo, che non ho mai preso a nessuno neanche una mela marcia. Sono fatto cos." "Amico," dichiar il forestiero, "tra i vagabondi e l'altra gente voi siete una rarit, come una cornacchia bianca." "Lo penso anch'io," aggiunse la signora guardia Boura, che, come avete notato, fino a quel momento non aveva ancora aperto bocca. Cos finalmente Francesco Re torn in libert; ma come ricompensa per la sua onest, il forestiero gli diede tanti soldi da potercisi comprare una casa con un tavolo, sul tavolo un piatto e nel piatto una salsiccia di fegato bollente. Ma poich Francesco Re aveva la tasca bucata, perse i soldi e si ritrov senza niente. Cos camminava andando dove lo portavano le gambe e per la strada cantava perch gli passasse. Ma la cornacchia bianca non gli usciva dalla testa. Per la notte si stese in una garitta e dorm come un sasso; e quando al mattino mise fuori la testa, c'era il sole, tutta la terra splendeva di rugiada fresca e sulla staccionata davanti alla garitta c'era una cornacchia bianca. Francesco non aveva ancora mai visto una cornacchia bianca, e cos la guardava sbigottito, non respirava nemmeno. Era bianca come la neve, aveva occhi rossi come rubini e zampette rosa, e si pettinava le ali col becco. Quando scorse Francesco, scroll le ali, come se volesse volare via, ma rimase l a guardare con diffidenza con un solo occhio color rubino l'irsuta testa di Francesco. "Tu," proruppe all'improvviso, "non mi colpisci con una pietra?" "No," disse Francesco, e solo allora si rese conto stupito che la cornacchia parlava. "Come mai sai parlare?" "Non mica difficile," disse la cornacchia. "Noi cornacchie bianche sappiamo tutte parlare. Le cornacchie nere sanno solo

gracchiare, ma io so dire tutto ci che vuoi." "Ma va'" disse meravigliato Francesco il vagabondo. "Allora di' per esempio "crepa"." "Crepa," disse la cornacchia. "Ora di' "cripta"" sollecitava Francesco. "Cripta," ripeteva la cornacchia. "Allora vedi che so parlare. Noi cornacchie bianche non siamo come le altre. Le comuni cornacchie sanno contare solo fino a cinque, ma una cornacchia bianca sa contare fino a sette. Guarda: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette. E fino a quanto sai contare tu?" "Be', almeno fino a dieci," disse Francesco. "Ma va'! Fa' sentire!" "Ecco, per esempio: nove mestieri, la decima necessit." "Ragazzi," esclam la cornacchia bianca, "sei un uccello molto intelligente. Noi cornacchie bianche, per, siamo i migliori uccelli. Hai visto che gli uomini hanno dipinto nelle chiese enormi uccelli con ali bianche d'oca e becchi umani?" "Aha," disse Francesco, "intendi gli angeli." "S," disse la cornacchia. "Sai, sono proprio cornacchie bianche; solo che sono in pochi ad aver visto una cornacchia bianca. In fede mia, siamo molto poche." "Per dirti la verit," disse Francesco, "anch'io sono una cornacchia bianca." "Be'," disse la cornacchia in tono scettico, "molto bianco non sei. E chi ti ha detto che sei una cornacchia bianca?" "Ieri me lo ha detto il signor consigliere Schulz del tribunale, e un signore di fuori, e la signora guardia Boura." "Vediamo," si meravigli la cornacchia bianca. "Chi sei davvero?" "Sono solo Re Francesco," disse il vagabondo timidamente. "Re? Sei un re?" grid la cornacchia. "Tu scherzi, vero? Pure nessun re tanto cencioso." "Ma sai," disse il vagabondo, "io sono proprio un Re cencioso." "E in quale paese sei re?" chiese la cornacchia. "Be', ovunque. Io sono Re qui e, quando sono a Skalice, anche l sono Re, e anche a Trutnov..." "E in Inghilterra?" "Anche in Inghilterra sarei Re." "Ma in Francia no." "Anche in Francia. Ovunque sono Re Francesco." "Questo non possibile," disse la cornacchia. "Di': sul mio onore." "Sul mio onore," giur Francesco. "Di': il Signore mi testimone," chiese la cornacchia bianca. "Il Signore mi testimone," disse Francesco. "Che possa morire d'un colpo se non la verit. Che mi caschi la lingua." "Basta," lo interruppe la cornacchia. "E oseresti essere re anche tra le cornacchie bianche?" "Anche tra le cornacchie bianche," disse lui, "verrei solo come Re Francesco." "Allora aspetta," disse la cornacchia, "oggi sul monte Krkorka abbiamo una riunione, nella quale vogliamo scegliere il re di tutte le cornacchie. Il re di tutte le cornacchie sempre una cornacchia bianca. E poich tu sei una cornacchia bianca, e in pi un vero re, forse eleggeremo te. Sai cosa? Aspetta qui fino a mezzogiorno; e a mezzogiorno voler a dirti come sono andate le elezioni." "Allora aspetto," disse Francesco Re; e la cornacchia bianca stese le ali bianche e come un lampo vol sul Krkorka. Francesco Re aspettava e si scaldava al solicello; sapete, bambini, quando ci sono le elezioni, le cose vanno sempre per le lunghe, e cos le cornacchie bianche, riunite sul Krkorka, litigarono e si

beccarono a lungo, e non riuscivano a mettersi d'accordo, finch da Sychrov suon mezzogiorno nelle fabbriche. Allora le cornacchie scelsero subito il loro re, e naturalmente elessero Francesco Re re di tutte le cornacchie. Ma Francesco Re si era gi stufato di aspettare e aveva fame, perci per mezzogiorno si era messo in cammino verso Hronov, da mio nonno mugnaio, per un pezzetto di pane fresco e profumato. E quando la cornacchia bianca vol da lui a dirgli che era stato eletto re, era gi laggi, dietro monti e valli. E le cornacchie si lamentavano di aver perso il loro re; e le cornacchie bianche ordinarono alle nere di volare per il mondo a cercarlo e chiamarlo e portarlo sul trono delle cornacchie, che nel bosco del Krkorka. Da allora le cornacchie volano per il mondo e gridano continuamente: "Re, re!" E giusto in inverno, quando ce n' molte in giro, all'improvviso tutte si ricordano e volano su campi e boschi gridando: "Re! Ree! Reee! Reeee!" La grande favola poliziesca Di certo sapete, bambini, che in ogni guardina o stazione di polizia alcune guardie restano sveglie tutta la notte, nel caso succedesse qualcosa, come per esempio se dei ladri cercassero di entrare da qualche parte o se dei malfattori volessero aggredire qualcuno. Perci le signore guardie stanno in guardina, sveglie fino al mattino, mentre altre guardie, che sono come si suol dire di ronda, vanno per le strade e tengono d'occhio i ladri, i malfattori, i fantasmi e simili altri disordini. E quando a queste guardie di ronda iniziano a far male i piedi, tornano in guardina e un'altra guardia esce in strada in perlustrazione. Cos per tutta la notte; e per passare meglio il tempo, le guardie che stanno in guardina fumano la pipa e si raccontano ci che hanno visto di particolare. Cos una volta, mentre fumavano e chiacchieravano, torn dal giro di ronda una guardia, aspetta... era il signor Halaburd, e disse: "Salve, ragazzi! Ho un mal di piedi tremendo". "Allora siedi," lo esort la signora guardia pi anziana, "e al posto tuo andr a fare la ronda il nostro signor Holas. e ora, Halaburd, raccontaci che c' di nuovo nella tua zona e in quali avventure ti sei trovato in nome della legge." "Stanotte non successo molto," disse il signor Halaburd. "In via tpnsk si sono azzuffati due gatti; allora li ho dispersi e rimproverati in nome della legge. Poi in via E'itn caduto da un nido un passerotto, residente al numero 23. Ho chiamato i pompieri di Staromsto, perch con la scala rimettessero il suddetto passero nel nido. I genitori sono stati esortati a fare pi attenzione. E mentre scendevo per via Jen, mi si attaccato qualcosa alle brache. Guardo e vedo uno gnomo. Sapete, quello coi baffi di piazza Carlo." "Quale?" chiese la signora guardia pi anziana. "Ce ne sono parecchi l: Mydlifousek, Kolbaba detto Nonno, midrkal, Padrholec, Pumprdlk, Kvek detto Pipa, Kuwinoka e Tintra, quello che si trasferito da Apolinwe." "Quello che mi tirava per i pantaloni," disse il signor Halaburd, "era Padrholec, che abita in quel vecchio salice." "Aha," fece la signora guardia pi anziana. "Ragazzi, un folletto molto gentile, quel Padrholec. quando qualcuno perde qualcosa in piazza Carlo, per esempio un anello, una palla, una sfera o un pallone, ecco che Padrholec lo porta sempre al guardiano da onesto cittadino. Continua." "Allora, lo gnomo, quel Padrholec," continu la guardia Halaburd, "mi dice: "Signora guardia, non posso tornare a casa, perch in casa mia, nel salice, entrato uno scoiattolo e non mi vuole far

passare". Allora ho tirato fuori la sciabola, sono andato con Padrholec al suo salice e in nome della legge ho intimato allo scoiattolo di lasciare quell'abitazione e di non commettere simili effrazioni, reati e trasgressioni, come il disturbo di possesso, disturbo dell'ordine pubblico, violenza e ladrocinio. Al che lo scoiattolo ha detto: "Aspetta e spera". Allora mi sono tolto la cinta e l'impermeabile e mi sono arrampicato sul salice. Quando sono arrivato all'altezza del foro nella nodosit nel quale abita il signor Padrholec, lo scoiattolo ha iniziato a piangere: "Signora guardia, per favore, non arrestatemi! Mi sono solo riparato qui dal signor Padrholec perch nel mio appartamento pioveva". "Niente da fare, signore," dico io, "prendete le vostre cinque prugne o ghiande e andatevene dall'abitazione privata del signor Padrholec. E se la cosa si ripetesse ancora, se vi intrometteste con la forza o a tradimento, senza permesso e consenso nella sua privacy, allora chiameremo rinforzi, vi accerchieremo, vi arresteremo e vi condurremo al commissariato in manette. Quindi muovetevi!" E questo, gente, tutto ci che ho visto stanotte." "Io in vita mia non ho mai visto uno gnomo," intervenne la guardia Bambas. "Finora ho avuto la zona di Dejvice e l, in quelle casette nuove, non ci sono simili creature, esseri o, come si suol dire, fenomeni soprannaturali." "Qui ce n' un mucchio," disse la signora guardia pi anziana. "E prima ce n'erano, eccome! Per esempio, alla chiusa di tkov, c'era da una vita un omino delle acque. La polizia non aveva mai avuto a che fare con lui, era un omino delle acque per bene. L'omino delle acque di Libe un gran furbone, ma quello di tkov era proprio una persona come si deve. L'ufficio della centrale idraulica di Praga lo aveva nominato omino delle acque capo della citt e gli pagava un mensile. L'omino delle acque di tkov badava a che la Vltava non si prosciugasse; non causava piene, quelle le fanno gli omini delle acque di provincia nella Vltava superiore, per esempio quello di Vydra, di Krumolov e di Zvkov. Ma l'omino delle acque di Libe, per gelosia, gli rompeva le scatole, perch chiedesse alla citt di Praga il titolo e lo stipendio di consigliere della magistratura per tutti i suoi servigi; e quando al municipio gli dissero che non era fattibile, perch pare non avesse una cultura superiore pertinente, l'omino delle acque di tkov si offese e se ne and da Praga. Ora pare che si occupi dell'acqua a Drd'any. Si sa, tutti gli omini delle acque dell'Elba in Germania fino ad Amburgo sono cechi come ceppi (*). E da quel giorno alla chiusa di tkov non ci sono pi omini delle acque. Perci a Praga di solito c' poca acqua. Poi in piazza Carlo, di notte, ballavano dei fuochi fatui. Ma poich davano scandalo e la gente ne aveva paura, il comune di Praga giunse all'accordo che si sarebbero trasferiti a Stromovka e l li avrebbe accesi e al mattino spenti un impiegato del gas. Solo che l'impiegato che li accendeva dovette andare in guerra e cos ci si dimentic dei fuochi fatui. Per quanto riguarda le ondine, solo a Stromovka ce n'erano diciassette; ma tre di loro si diedero alla danza, una al cinema e una spos un ferroviere di Stweovice. Tre ondine sono nel giardino Kinsk, due agiscono a Grbovka e una sta nel fossato dei cervi. Il giardiniere comunale dei giardini Riegrov voleva portare un'ondina nel suo parco, ma nessuna gli ci voleva stare; penso che fosse per il troppo vento. Alla polizia di Praga, poi, sono iscritti trecentoquarantasei gnomi, che hanno domicilio in edifici pubblici, parchi, monasteri e biblioteche, senza contare i folletti delle case private, che non sono segnalati. Una volta a Praga di fantasmi ce n'erano a palate, ma ora sono stati aboliti, perch stato dimostrato scientificamente che non esistono fantasmi. Solo a Mal Strana, dice, la gente

conserva di nascosto e fuori legge alcuni antichi fantasmi nei solai, come mi diceva un collega del commissariato di Mal Strana. E per quanto ne so, questo tutto." "A parte quel drago ovvero quel mostro," disse la guardia Kubt, "che uccisero a E'ikov nei forni ebrei." "E'ikov," fece la guardia pi anziana, "non mai stata la mia zona, cos di quel drago non ne so molto." "Io c'ero," disse la guardia Kubt, "ma il collega Vokoun si occup dell'intera faccenda e scrisse il rapporto. E' gi passato un sacco di tempo, all'epoca era ancora capo della polizia il signor Bienert. allora, una sera, stava parlando con questo Vokoun una vecchia signora, era la signora stkov, la tabaccaia, ma in realt, perch lo sappiate, una strega, una profetessa, una parca, allora, la signora stkov disse al collega Vokoun di aver letto nelle carte che nei forni ebrei il drago Huldabord teneva prigioniera una bellissima vergine, rapita alla famiglia; e quella vergine, dice, una principessa di Murcia. "Murciana o no," rispose la guardia Vokoun, "il drago deve restituire la ragazza ai genitori, o proceder contro di lui secondo regolamento, ovvero ordine di servizio, direttive o istruzioni." Detto questo, cinse la sciabola d'ordinanza e and ai forni ebrei. Io penso che lo avrebbe fatto ognuno di noi." "Penso," fece la guardia Bambas. "Ma io a Dejvice e a Stweovice non ho mai avuto nessun drago. Continua." "Allora il collega Vokoun," continu la guardia Kubt, "cinse l'arma e nel cuor della notte and ai forni ebrei. E, sul mio onore, da uno di quei buchi o spelonche sente gridare dei gran vocioni. A quel punto si accese la torcia di servizio e vide un terribile drago a sette teste; e le teste parlavano tra di loro, si rispondevano e a volte si prendevano a parolacce e si insultavano... sapete, i draghi non conoscono le buone maniere, solo le cattive. E in un angolo di quella caverna davvero piangeva una bellissima vergine e si tappava le orecchie, per non sentire le teste del drago parlare tra loro con quelle vocione. "Ehi, voi, un momento," grid il collega Vokoun al drago, piuttosto cortesemente, ma con la fermezza prescritta, "identificatevi; avete dei documenti, un foglio di domicilio, un libretto di lavoro, un porto d'armi o altre carte?" Qui una delle teste del drago si mise a sghignazzare, una a bestemmiare, una a imprecare, una a ingiuriare, una a inveire, una a insultare e una a tirar fuori la lingua a Vokoun. Ma il collega Vokoun tenne duro e grid: "In nome della legge, preparatevi e venite immantinente con me al commissariato, voi e la ragazza che l dietro". "Stai fresco!" grid una delle teste del drago. "Lo sai, omiciattolo, chi sono io? Sono il drago Huldabord." "Huldabord delle montagne di Granada," disse la seconda testa. "Detto anche il Gran Mostro di Mulhacn," grid la terza testa. "E io ti sparecchier come un lampone," rugg la quarta. "Ti far a pezzetti, a minuzzoli, a briciole, a peperini, e oltre a questo ti spaccher in due come un'aringa, finch i tuoi granelli non si disperderanno," ton la quinta testa. "E poi ti torcer il collo," rimbomb la sesta. "E servirai come mangime per gli uccelli," aggiunse la settima testa con una voce terribile. Cosa pensate che fece allora, ragazzi, il collega Vokoun? Ebbe paura? Macch! Quando vide che la cosa non si risolveva con le buone, prese il manganello, ovvero lo sfollagente di servizio, e ci colp una zucca del drago dopo l'altra con quanta forza aveva; e di forza ne ha da vendere. "Ecco," disse la prima testa, "questo non male!"

"Mi pizzicava proprio il cocuzzolo," disse la seconda. "Mi deve aver punto la nuca una piattola," fece la terza. "Tesoro," disse la quarta, "solleticami ancora con quel bastoncino!" "Ma picchia pi forte," consigli la quinta, "perch scricchioli un po'." "E pi a sinistra," chiese la sesta, "l ho un gran prurito." "Per me la tua cannuccia troppo tenera," osserv la settima. "Non hai qualcosa di pi duro?" Allora la guardia Vokoun sfoder la sciabola e colp sette volte, una volta per testa, finch le squame su di esse non iniziarono a strepitare. "Cos andava gi meglio," disse la prima testa del drago. "Almeno hai tagliato l'orecchio a una pulce," si mostr soddisfatta la seconda testa; "comunque ho animaletti d'acciaio." "E a me hai tagliato il capello che mi dava prurito," disse la terza. "E a me hai fatto un taglio di capelli alla militare," si mostr soddisfatta la quarta testa. "Con quel tuo pettinino potresti grattarmi ogni giorno," bofonchi la quinta. "Eppure quella piuma non l'ho nemmeno sentita," disse la sesta. "Ragazzo d'oro," disse la settima testa, "fammi ancora un po' di solletico!" Allora la guardia tir fuori un revolver e spar sette volte, una volta per ogni testa del drago. "Diamine," proruppe il mostro, "non gettarmi addosso la sabbia, mi si riempiranno i capelli! Caspita, il tuo granello mi entrato in un occhio! E invece a me la tua briciola andata tra i denti! Be', ora ne ho davvero abbastanza," mugg il drago, toss con tutte e sette le gole e dalle sette fauci lanci fuoco contro il collega Vokoun. Il collega Vokoun non ebbe paura; tir fuori il regolamento di servizio e lesse cosa deve fare una guardia quando ha di fronte a s uno pi forte di lui; trov che in simili casi deve chiamare rinforzi. Poi guard cosa deve fare quando divampa il fuoco e trov che in simili circostanze deve telefonare ai pompieri. Appena ebbe letto tutto ci che doveva fare, chiam i pompieri e i rinforzi. Come rinforzi accorsero al galoppo sei dei nostri, i colleghi Rabas, Holas, Matas, Kudlas, Firbas e io, e il collega Vokoun ci disse: "Ragazzi, dobbiamo liberare la ragazza dalle grinfie del drago. Si tratta di un drago corazzato, e contro di lui non serve la sciabola, ma ho notato che il drago un po' pi debole sulla nuca, per potersi piegare. Quando dir: "tre", dovete tutti sciabolarlo sulla nuca. Ma prima i pompieri devono spegnere il drago, perch altrimenti potremmo bruciarci l'uniforme". Detto questo, in quel momento giunsero ai forni ebrei sette pompe a motore con sette pompieri. "Pompieri, attenzione," grid valorosamente la guardia Vokoun, "quando dir: "tre", ognuno di voi comincer a pompare contro ogni testa del drago; dovete farlo direttamente in gola, dove il drago ha le tonsille, perch da l che viene fuori il fuoco. Allora, attenzione: uno, due, tre!" E quando disse "tre", i pompieri lanciarono sette torrenti d'acqua dritti nelle sette bocche del drago, dalle quali il fuoco usciva come da un cannello ossidrico. Shhh, che sibilo! Il drago sbavava, sbuffava e fremeva, tossiva, tossicchiava e bestemmiava, rantolava, aveva l'affanno e grugniva, ansimava, smaniava, sibilava e chiamava "mamma", e sbatteva la coda, ma i pompieri non smettevano e pompavano e pompavano, finch dalle sette teste del drago, invece del fuoco a vampate, venne fuori del vapore, come dalle locomotive, ed era talmente tanto che non si vedeva a un palmo dal naso. Poi il vapore si dirad, i pompieri smisero di pompare e tornarono alla base

strombazzando; e il drago, tutto zuppo e avvilito, non faceva altro che sbavare e sputare e togliersi l'acqua dagli occhi borbottando: "Fermi, voi, non ve la far passare liscia!" Ma qui il collega Vokoun grid: "Attenzione, ragazzi: uno, due, tre!" E appena ebbe detto "tre", noi tutti colpimmo con le sciabole le sette teste del drago alla nuca e le sette teste rotolarono a terra; e dai sette colli usciva l'acqua e sprizzava come da degli idranti, tanto che per poco il drago non ci annegava. "Su, andiamo," disse il collega Vokoun alla principessa murciana, "ma fate attenzione a non inzaccherarvi il vestitino." "Ti ringrazio, nobile eroe," disse la principessa, "di avermi liberata dalle grinfie di quel mostro. Stavo con le mie compagne nel parco di Murcia giocando a pallavolo, a pallamano, a volano e a nascondino, quando arriv in volo il grasso vecchio drago e mi port dritto fin qui." "E per dove siete passati, signorina?" chiese il collega Vokoun. "Per Algeri e Malta e Zagabria e Belgrado e Vienna e Znojmo e slav e Zbhlice e Stranice fin qui, in trentadue ore, diciassette minuti e cinque secondi non stop e al netto," disse la principessa murciana. "Allora il drago ha stabilito il record di volo sulla distanza con un passeggero," disse meravigliato il collega Vokoun. "Congratulazioni, signorina. Ma ora devo telegrafare a vostro padre perch mandi qualcuno a prendervi." Aveva appena finito di dire queste parole, quando si ferm l un'auto e ne scese il re di Murcia con la corona in testa e l'ermellino e il broccato, e per la gioia inizi a saltare su un piede e a gridare: "Tesoro santo, finalmente ti trovo!" "Aspettate, altezza," lo ferm il collega Vokoun. "Con la vostra auto avete superato i limiti di velocit, mi spiego? Pagate sette piotte di multa!" Il re murciano inizi a frugarsi le tasche e borbottava: "Devo essere matto, credevo di avere con me settecento dobloni, piastre, ducati, mille pesetas, tremilaseicento franchi, trecento scudi, ottocentoventi marchi e milleduecentosedici corone cecoslovacche e novantacinque centesimi, e ora in tasca non ho nemmeno un soldo, n una lira, n un quattrino, n una moneta. Probabilmente ho speso tutto durante il viaggio, per la benzina e le multe per eccesso di velocit. Valoroso cavaliere, mander il mio vizir a prendere quelle sette piotte". Quindi il re di Murcia toss, si mise la mano sul petto e disse al collega Vokoun: "Vedo dalla tua uniforme, cos come dal tuo nobile aspetto, che sei un potente campione, un principe oppure un ufficiale. Per aver liberato mia figlia e stecchito la terribile idra di Mulhacn dovrei darti la mano di mia figlia, ma hai gi alla mano sinistra una fede, dal che deduco che sei sposato. Hai figli?" "S," disse Vokoun. "Ho un bambino di tre anni e una bambina in fasce." "Congratulazioni," disse il re murciano. "Io ho solo questa figlia. Allora aspetta, ti dar almeno la met del mio regno. Fa in cifra tonda settantamilaquattrocentocinquantanove chilometri quadrati di superficie con settemilacentocinque chilometri di ferrovia, dodicimila chilometri di strade e ventidue milioni settecentocinquantamilanovecentoundici abitanti dei due sessi. Che dici, d'accordo?" "Sire," disse allora il collega Vokoun, "ci sono dei problemi. Io e i miei compagni abbiamo ucciso il drago in servizio, perch non aveva ubbidito alle mie intimazioni ufficiali e non mi aveva voluto seguire al commissariato. E per regolamento nessuno di noi pu accettare una ricompensa, non possibile! Gi, ci proibito."

"Aha," disse il re. "Ma forse potrei offrire la met del mio regno tutto compreso alla polizia praghese in segno della mia regale gratitudine." "Sarebbe meglio," osserv il collega Vokoun, "ma anche questo creerebbe dei problemi, sire. Noi abbiamo l'intera zona di Praga fino a un certo limite, ed gi difficile percorrerla e sorvegliarla tutta! Se avessimo anche met dell'impero di Murcia e dovessimo sorvegliarla, allora dovremmo fare un sacco di corse e ci farebbero male i piedi. Sire, noi vi ringraziamo tanto, ma ci basta Praga." "Be', ragazzi," disse il re di Murcia, "almeno vi dar questo pacchetto di tabacco che mi ero portato per il viaggio. E' vero tabacco murciano e basta giusto per sette pipe, se le fate piene. Allora, figlia mia adorata, salta in macchina e andiamo." E quando della macchina non rimase che il polverone - e il re ne alzava un mucchio - noi, cio i colleghi Rabas, Holas, Matas, Kudlas, Firbas, Vokoun e io andammo in guardina e ci riempimmo le pipe con quel tabacco murciano. Ragazzi, non avevo mai fumato un tabacco simile; non era neanche troppo forte, ma profumava come il miele, la vaniglia, il t, la cannella, l'incenso, il garofano e le banane, ma poich le nostre pipe puzzavano, quel profumo non lo sentivamo nemmeno. E il drago doveva essere portato al museo, ma prima che lo venissero a prendere era diventato gelatina, poich si era inzuppato e imbevuto di acqua, e si era rovinato. E questo tutto quel che so." Quando la guardia Kubt ebbe finito di raccontare la storia del drago dei forni ebrei, tutte le guardie rimasero per un po' in silenzio a fumare; forse pensavano al tabacco di Murcia. Poi si fece sentire la guardia Chodra: "Visto che il collega Vokoun vi ha raccontato del drago di E'ikov, io vi racconter dell'idra di via Vojtsk. Una volta ero di ronda in via Vojtsk e all'improvviso vedo nell'angolo vicino alla chiesa un enorme uovo. Era tanto grande che non mi sarebbe entrato nemmeno nell'elmo di servizio, e pesante come il marmo. Accidenti, mi sono detto, forse un uovo di struzzo o una cosa del genere, lo porter all'ufficio oggetti smarriti della polizia e far indagini; forse il proprietario lo sta cercando. Allora in quell'ufficio lavorava il collega Pour, che aveva la lombaggine per il freddo; si accendeva la stufa di ghisa cos forte che ci faceva caldo come in un forno, in una fornace, in un essiccatoio. "Salute, Pour," dico, "qui stai al caldo come la nonna del diavolo. Ti annuncio che ho trovato in via Vojtsk un uovo." "Mettilo da qualche parte," disse il collega Pour, "e siediti; ti devo raccontare quanto mi fanno soffrire questi dolori alla schiena." Be', abbiamo parlato un po', del pi e del meno; poi iniziato a imbrunire e all'improvviso sentiamo venire da un angolo come uno scricchiolio e uno scroscio. Allora abbiamo fatto luce e abbiamo visto che da quell'uovo era uscita un'idra: probabilmente l'uovo si era schiuso per quell'enorme calore. Non era pi grande, diciamo, di un barboncino o di un fox terrier, ma era un'idra, ce ne siamo accorti subito, perch aveva sette teste; da questo, infatti, si riconosce un drago. "Santo Dio," disse il collega Pour, "che ne facciamo ora? Bisognerebbe telefonare all'accalappiacani, perch ci sbarazzi di quest'animale." "Sai, Pour," gli dico io, "quest'idra un animale molto raro; io penso che potremmo mettere un'inserzione sul giornale, perch il suo padrone la venga a reclamare." "Va bene," disse Pour, "ma intanto come la nutriamo? Proviamo con del latte e del pane a pezzetti; ai piccoli fa sempre bene il latte." Cos le sbriciol sette panini in sette litri di latte; e dovevate vedere come la draghetta ci si avvent affamata; una testa cacciava

via dal piatto l'altra e tutte le teste si ringhiavano e trangugiavano il latte finch non ebbero sbrodolato tutto l'ufficio; poi una testa dopo l'altra si lecc, e si misero a dormire. In seguito il collega Pour chiuse a chiave l'idra nel suo ufficio, dove erano depositate tutte le cose perse e ritrovate in tutta Praga, e mise questa inserzione su tutti i giornali: "Un cucciolo di drago, appena uscito dall'uovo, stato trovato in via Vojtsk. Ha sette teste, a righe gialle e nere. Il suo proprietario pregato di presentarsi in questura, ufficio oggetti smarriti." Quando al mattino il collega Pour arriv al suo ufficio, disse solo: "Caspita maledizione dannazione santi numi Cristoforo Dio mio mannaggia Dio del cielo al diavolo santa pace perbacco accidenti miseria e per carit, non farmi bestemmiare!" E' che l'idra, durante la notte, aveva mangiato tutte le cose perse o ritrovate a Praga: anelli e orologi, borsellini, tortellini e agendine, palle e matite, penne e portapenne e libri di scuola e boccini da gioco e bottoni e compassi e guanti, e oltre a tutto ci tutti i documenti, gli atti, i protocolli e le liste d'ufficio, insomma tutto ci che c'era nell'ufficio di Pour, perfino la pipa di Pour, la paletta per il carbone e la riga con cui Pour sottolineava i documenti: l'idra aveva mangiato tanto che era ormai una palla e alcune sue teste si sentivano male. "Questo proprio non va," dice il collega Pour, "non posso lasciare qui quell'animale." E telefon alla Protezione animali perch la suddetta rispettabile associazione desse rifugio al cucciolo di drago, come soleva fare per cagnetti e gattini smarriti. "Perch no," disse l'associazione, e prese il drago nel suo asilo. "Ma mi piacerebbe sapere," disse poi l'associazione, "cosa si d da mangiare a un'idra. Nei libri di storia naturale non c' niente in proposito." Cos fecero dei tentativi e nutrirono il drago con latte, hot dogs, salame, uova, carote, pappette, cioccolata, sangue d'oca, piselli, fieno, minestra, grano, wrstel, pomodori, riso, panini, zucchero, patate e frutta secca; il drago spolver tutto e in pi divor libri, giornali, quadri, chiavi e tutto ci che avevano; e crebbe tanto che era pi grande di un sanbernardo. Ma intanto arriv all'associazione un telegramma da Bucarest in cui era scritto a lettere negromantiche: "Il cucciolo di drago un essere umano incantato. Pi dettagli a voce. Arrivo di corsa tra trecento anni alla stazione di Wilson. Il mago Bosko" Allora la Protezione animali si gratt dietro le orecchie e disse: "Piano, se l'idra un essere umano incantato, allora una persona, e noi non la possiamo tenere qui. Dobbiamo mandarla a un brefotrofio o a un orfanotrofio". Ma i brefotrofi e gli orfanotrofi dissero: "Piano, se un essere umano incantato sotto forma di animale, allora non pi un uomo, ma un animale, perch incantato sotto forma di animale. Ergo un uomo incantato non fa parte della nostra sezione, ma della Protezione animali." E poich non si accordavano sul fatto se un uomo incantato sotto forma di animale fosse pi uomo o pi animale, non volevano tenere l'idra n gli uni n gli altri, e la povera idra non sapeva di chi era veramente; cos era talmente dispiaciuta, che smise di mangiare, soprattutto la terza, la quinta e la settima testa. Ma in quell'associazione c'era un omino piccolo e sottile, insignificante e dimesso come un baccello vuoto, il cui nome iniziava per N: Novek o Nerad oppure Nohejl... oppure, no, si chiamava signor Trutina; e quando il signor Trutina vide che una testa dopo l'altra dell'idra appassiva per la denutrizione, disse all'associazione: "Signori, che sia uomo o animale, io vorrei portarmi l'idra a casa e occuparmi di lei come si deve".

Allora tutti dissero: "Evviva," e il signor Trutina si port l'idra a casa sua. Si pu proprio dire che se ne occupava come necessitava: la nutriva e la spazzolava e l'accarezzava... che il signor Trutina amava molto gli animali; e ogni sera, quando tornava a casa dal lavoro, la portava a fare una passeggiata per farla correre a saziet; e quella gli trottava dietro come un cagnolino e scodinzolava e rispondeva al nome di Amina. Una sera li incontr il signor accalappiacani e disse: "Alt, signor Trutina, di che animale si tratta? Se una fiera o una belva o un animale selvaggio, allora non potete portarlo per la strada; ma se un cagnolino, allora dovete comprargli una medaglietta e mettergliela al collo". "E' una razza di cane molto rara," disse il signor Trutina, "detto pinch dragato o levriere idroso o cane a sette teste, vero Amina? Non preoccupatevi, signor accalappiacani, gli comprer la medaglietta." E gli compr la medaglietta, bench, poveretto, dovesse spendere l'ultima moneta che gli restava. E di nuovo incontr il signor accalappiacani, che disse: "Signor Trutina, cos non va; se il vostro cane ha sette teste, deve avere una medaglietta per ogni testa, perch obbligo che ogni cane abbia al collo una medaglietta!" "Ma signor accalappiacani," si difese il signor Trutina, "Amina ce l'ha la medaglietta, al collo di mezzo!" "Fa lo stesso," disse il signor accalappiacani, "ma le altre sei teste vanno in giro senza medaglietta al collo e questo non posso tollerarlo. Vi devo confiscare il vostro cagnolino." "Per favore, signor accalappiacani," disse il signor Trutina, "aspettate ancora tre giorni, comprer le medagliette ad Amina." E torn a casa infelice pi che mai, perch non aveva pi neanche un centesimo. A casa si sedette e quasi piangeva per la tristezza; si diceva che il signor accalappiacani gli avrebbe preso la sua Amina e l'avrebbe venduta a un circo o uccisa. E mentre si tormentava e sospirava, gli si avvicin l'idra e gli mise tutte e sette le teste in grembo e lo guardava negli occhi con degli occhi belli e tristi; ogni animale ha occhi tanto buoni e proprio umani, quando guarda una persona con amore e fiducia. "Non ti dar via, Amina," disse il signor Trutina e accarezzava le sette teste dell'idra; e poi prese l'orologio di suo padre e i vestiti della festa e le sue scarpe migliori e vendette tutto, in pi prese a prestito altri soldi e con tutti quei soldi compr sei medagliette e le appese ai collari della sua idra. E quando poi usc con lei in strada, tutte le medagliette tintinnavano e suonavano, come una slitta con i campanelli. Ma quella sera and dal signor Trutina il suo padrone di casa e disse: "Signor Trutina, il vostro cagnolino non mi piace. Io non ci capisco molto di cani, ma la gente dice che un drago; e io questo nella mia casa non posso tollerarlo". "Signor padrone di casa," disse il signor Trutina, "eppure Amina non ha fatto male a nessuno!" "Mi fa un baffo," disse il padrone di casa, "ma un drago non deve stare in una casa per bene, e buonanotte ai suonatori. Se non volete dar via il cane, allora dal primo del mese siete sfrattato. Servo vostro, signor Trutina." E sbatt la porta dietro di s. "Vedi, Amina," si mise a piangere il signor Trutina, "ora per di pi dobbiamo traslocare; ma io non ti dar via." Allora l'idra gli si avvicin zitta zitta e gli occhi le brillavano talmente che il signor Trutina non resse pi. "Su, su," disse, "lo sai, vecchia, che ti voglio bene." Il giorno dopo and al lavoro preoccupatissimo: era scrivano in una banca; e l lo chiam il suo capo. "Signor Trutina," disse il capo, "non voglio immischiarmi nei vostri affari privati, ma qui girano strane voci: pare che alleviate un drago in casa. Guardate, nessuno dei vostri superiori alleva un drago. Un drago se lo pu permettere solo un re o un sultano, ma non cosa per gente comune. Signor

Trutina, voi vivete molto al di sopra dei vostri mezzi. O date via il drago, o dal primo del mese siete licenziato." "Signore," disse Trutina piano, ma fermamente, "io non dar via Amina." E and a casa tanto afflitto da non potersi dire. A casa, senza fiato, si sedette e dagli occhi gli sgorgarono le lacrime. Ora sono finito, si disse, e piangeva. E in quel momento sent che l'idra gli metteva una testa sulle ginocchia; non la vedeva per le lacrime, ma la accarezz e sussurr: "Non temere, Amina, non ti dar via". E mentre l'accarezzava, gli sembr che la testa fosse morbida e riccioluta; e si asciug gli occhi e guard: ecco che al posto dell'idra era inginocchiata ai suoi piedi una bellissima vergine, poggiava il mento sulle sue ginocchia e lo guardava dolcemente negli occhi. "Signore," grid il signor Trutina, "dov' Amina?" "Io sono la principessa Amina," disse la vergine, "finora ero un'idra perch ero stata superba e cattiva. Ma ora ormai, signor Trutina, sar buona come una pecorella." "Amen," si sent dalla porta, dove stava il mago Bosko. "Voi l'avete liberata, signor Trutina. Ogni amore libera uomini e animali dai loro incantesimi. Caspita, bambini, tutto finito bene! Signor Trutina, il padre di questa signorina vi manda a dire che dovete andare nel suo regno a succedergli sul trono. Allora su, non dobbiamo perdere il treno." Questa la fine dell'avventura dell'idra della via Vojtsk," aggiunse la guardia Chodra. "Se non ci credete, chiedete al collega Pour." NOTE: (*) Espressione che significa: essere intransigente, tutto d'un pezzo. (N'd'T') La favola postale Vorrei sapere una cosa: se ci possono essere favole su tutti i tipi di mestieri e attivit dell'uomo, sui re e sui principi e sui briganti, i pastori e i cavalieri e i negromanti e i giganti e i taglialegna e gli omini delle acque, perch non ci deve essere per una volta anche una favola su un postino? Eppure l'ufficio postale un posto quasi incantato; ci sono scritte tipo "vietato fumare" e "vietato l'ingresso ai cani" e molti altri cartelli: io dico che nemmeno i maghi e i draghi hanno nei loro uffici tanti avvisi e divieti. Da questo risulta chiaro che la posta un luogo segreto e potente. E poi, bambini, chi ha mai visto cosa succede di notte alla posta, quando chiusa? Ehi, vorremmo darci un'occhiata! Ma un signore - perch lo sappiate era il signor Kolbaba, di professione postino e portalettere - ci guard davvero e lo raccont agli altri portalettere e postini e quelli lo riraccontarono, finch la cosa arriv fino a me; e io non sono tanto egoista da tenermelo per me. Cos, carte in tavola, si comincia. Allora, al signor Kolbaba, di professione portalettere e postino, era venuto in certo modo a noia il mestiere di postino: un portalettere, dice, non ha un attimo di riposo, corre a pi non posso, trotta, si stanca avanti e indietro, galoppa e cammina sempre; giorno per giorno, dice, deve fare ventinovemilasettecentotrentacinque passi, nei quali sono compresi ottomiladuecentoquarantanove gradini su e gi, e in pi le lettere che porta, dice, sono moduli e fatture e altre inutilit che non piacciono a nessuno, e anche l'ufficio postale un luogo triste e insignificante, dove non si svolge nemmeno una favola. Di queste e di altre cose si lamentava il signor Kolbaba circa il suo lavoro di postino. E un giorno, per la tristezza, si sedette accanto alla stufa della posta e si addorment, non accorgendosi che erano gi le sei; e

quando batterono le sei, gli altri postini e portalettere se ne andarono e chiusero la posta, e il signor Kolbaba rimase chiuso dentro a dormire. Poteva essere circa mezzanotte, quando lo svegli un rumore tipo quello dei topi che zampettano sul pavimento. Ehi, si disse il signor Kolbaba, ci sono i topi; bisognerebbe mettere delle trappole. Ma quando guarda verso i topi, vede che non sono affatto topi, ma gnomi della posta. Sono degli omini piccolotti e barbuti, grandi circa quanto la pi piccola gallina "wyandotka" o come uno scoiattolo o una lepre, cos all'incirca; e in testa hanno i cappelli da postini come veri postini e portano impermeabilini come veri portalettere. Accidenti, si disse il signor Kolbaba, ma poi non fiat nemmeno, n apr la bocca, e nemmeno sussurr per non farli scappare. Caspita, uno gnomo metteva a posto le lettere che al mattino il signor Kolbaba doveva distribuire; un altro classificava la posta, un terzo pesava i pacchi e ci attaccava delle etichette; un quarto si lamentava che una scatola non era stata imballata secondo il regolamento, un quinto sedeva a uno sportello e contava i soldi come fanno gli impiegati della posta. "Me lo immaginavo," borbottava lo gnomo, "l'impiegato si di nuovo sbagliato di un centesimo; lo devo correggere." Un sesto folletto sedeva al telegrafo e inviava dispacci del tipo: tactac tac tac tactactac tac. Ma il signor Kolbaba capiva cosa stava telegrafando; in parole povere era: "Pronto, il Ministero delle Poste? Qui il folletto della posta numero centotrentuno. Tutto in ordine stop. Il collega elfo Briciolino ha la tosse, si dato malato, non entrato in servizio stop. Ciao caro stop". "Qui c' una lettera per la citt di Bambolimbonanda nel reame dei cannibali," si fece sentire un settimo gnomo. "Dov'?" "E' via Beneov," disse un ottavo nanetto. "Scrivici sopra, collega: Reame dei cannibali, stazione della linea Trebisonda inferiore, ultima posta Palazzina Gattesca. Via aerea. Ecco fatto. Allora, signori, che ne dite di giocare un po' a carte?" "Perch no," disse il primo gnomo e cont trentadue lettere. "Le carte sono qui, possiamo cominciare." Il secondo gnomo prese le lettere e le mescol. "Alzo io," disse il primo folletto. "Da' le carte," disse il secondo. "Figurati," borbott il terzo, "ho pescato un brutto foglio!" "Calo," disse il quarto e butt una lettera sul tavolo. "Te la mangio," fece il quinto e mise il suo foglio su quello. "Caro te, non abbastanza forte per me," disse il sesto e butt il suo foglio. "Oho," disse il settimo, "io ho una carta ancora pi forte di quella." "E io ho un asso di briscola," esclam l'ottavo e butt il suo foglio sugli altri. A questo punto, bambini, il signor Kolbaba non riusc pi a trattenersi e proruppe: "Permettetemi, signori ragnetti, di interrompervi, ma che razza di carte avete?" "Ah, signor Kolbaba," disse il primo gnomo. "Non volevamo svegliarvi, signor Kolbaba, ma visto che ormai siete sveglio, venite a giocare con noi. Facciamo solo una normale mariaccia." Il signor Kolbaba non se lo fece dire due volte e si sedette tra i folletti. "Eccovi le carte," disse il secondo folletto, e gli diede alcune lettere, "potete iniziare." Il signor Kolbaba guard quelle lettere che gli avevano messo in mano e disse: "Non abbiatevela a male, signori folletti, ma in mano non ho carte, ho solo delle lettere non recapitate."

"Appunto," rispose il terzo nanetto, "sono le nostre carte da gioco." "Hm," disse il signor Kolbaba, "non vi adirate, signori, ma le carte da gioco devono avere come pi bassa un sette, poi un otto, poi un nove e un dieci, un fante e una regina, un re e come pi alta un asso. Ma qui su queste lettere non c' niente di simile." "Vi sbagliate di grosso, signor Kolbaba," disse il quarto omino. "Dovete sapere che ogni lettera vale pi o meno a seconda di ci che vi scritto." "La carta pi bassa," spieg il primo folletto, "il cosiddetto sette o scartina, sono le lettere in cui la gente si inganna e finge." "La seconda carta pi bassa l'otto," continu il secondo pupazzetto, "e sono quelle lettere che la gente scrive solo per dovere e obbligo." "La terza carta bassa il nove," fece quindi il terzo esserino, "e sono quelle lettere che la gente scrive solo per cortesia." "La prima carta alta il dieci," disse il quarto. "Sono le lettere in cui la gente si scrive qualcosa di interessante e di nuovo." "La seconda carta alta il fante o cavallo," disse il quinto. "Sono le letterine che la gente si manda quando vuole far piacere a un altro." "La terza carta alta la regina o donna," disse il sesto. "Sono le lettere tra buoni amici." "La quarta carta alta il re," aggiunse il settimo. "E si tratta delle lettere d'amore." "E la carta pi alta ovvero l'asso," termin l'ottavo gnomo, " una letterina con la quale uno d tutto il suo cuore a un altro. E' la carta che batte e supera tutte le altre. Queste lettere, signor Kolbaba, sono quelle di una mamma al figlio o di una persona a un'altra che ama pi di se stesso." "Aha," disse il signor Kolbaba. "Ma ora mi piacerebbe sapere come fate a sapere cosa c' scritto nelle lettere. Mi dispiacerebbe scoprire, signori, che aprite le lettere e le leggete. Non si deve, omini, violereste il segreto epistolare e dovrei denunciarvi alla polizia, se foste tanto canaglie. Per tutti i numi, sarebbe un enorme peccato se qualcuno aprisse lettere che non gli appartengono!" "Lo sappiamo anche noi, signor Kolbaba," disse il primo folletto. "Ma noi, caro lei, sentiamo col tatto attraverso la busta chiusa cosa la lettera contiene. Gli scritti indifferenti risultano gelati al tatto, mentre quanto pi amore c' nella lettera, tanto pi questa calda." "E se noi folletti ci appoggiamo alla fronte una lettera chiusa," aggiunse il secondo, "possiamo dirvi quel che c' scritto parola per parola." "Allora diverso," disse il signor Kolbaba. "Ma visto che siamo qui tutti insieme, vi vorrei chiedere una cosa. Spero che non ve la prendiate a male, signori." "Proprio perch siete voi, signor Kolbaba," rispose il terzo gnomo, "potete chiedere ci che volete." "Mi piacerebbe sapere," disse il signor Kolbaba, "cosa mangiano in effetti gli gnomi." "Molte cose," fece il quarto folletto. "Noi gnomi che viviamo nei diversi uffici, viviamo come gli scarafaggi, con quello che voi uomini scartate: briciole di pane, o pezzetti di brioche. Sapete, signor Kolbaba, non molto quel che cade di bocca a voi uomini." "Ma noi gnomi delle poste," disse il quinto nanetto, "non ce la passiamo tanto male. Ci cuociamo le fettucce telegrafiche come pasta e le condiamo con la colla; ma deve essere colla di destrina." "Oppure possiamo leccare i francobolli," osserv il sesto. "E'

buono, ma ci si incolla un po' la barba." "Ma soprattutto, pappiamo tutti i pezzettini," spieg il settimo ometto. "Sapete, signor Kolbaba, per questo negli uffici si scopa tanto raramente, per lasciarci i pezzetti." "E se posso osare," chiese ancora il signor Kolbaba, "dove passate, insomma, la notte qui?" "Questo non ve lo diremo, signor Kolbaba," disse l'ottavo vecchino. "Se la gente sapesse dove abitiamo noi folletti, ci caccerebbe di l. No, non potete saperlo." Be', se non me lo volete dire, allora tenetevelo per voi, pens il signor Kolbaba. Ma io star attento a dove andrete a dormire. E si sedette di nuovo accanto alla stufa con gli occhi ben aperti. Ma ci si era appena accomodato, quando iniziarono a chiuderglisi le palpebre, e in un lampo il signor Kolbaba si addorment e dorm come un sasso fino al mattino. Il signor postino Kolbaba non disse a nessuno ci che aveva visto, perch alla posta, sapete, in verit non si potrebbe dormire. Ma da quel giorno non gli dispiacque pi portare le lettere alla gente. Questa lettera, si diceva, cos insignificante, ma quella brucia davvero per quanto calda; probabilmente la lettera di una madre. E un giorno alla posta stava classificando le lettere che aveva scelto dalla buca delle lettere per distribuirle. "Ehi," disse all'improvviso, "questa lettera in busta sigillata, ma sulla busta non c' n indirizzo, n francobollo." "Aha," disse il signor direttore, "qualcuno ha di nuovo messo nella cassetta una lettera senza indirizzo." Proprio in quel momento c'era alla posta un signore per mandare una raccomandata alla madre; il signore sent e disse: "Be', deve essere un babbeo, un matto, un tontolone, uno sciocco, un tordo, un fannullone e uno zuccone, se manda una lettera e non ci scrive l'indirizzo". "Ma no," disse il signor direttore, "di lettere cos, signore, in un anno ne arriva un mucchio. Non ci credereste, signore, quanto la gente sbadata. Scrive una lettera, signore, e poi si precipita alla posta e si dimentica, signore, di guardare se ha scritto l'indirizzo. Caspita, signore, succede pi spesso di quanto pensiate." "Be'," si meravigli il signore, "e che ne fate delle lettere senza indirizzo?" "Le teniamo qui, signore," disse il direttore, "perch non possiamo consegnarle, signore." Il signor Kolbaba, intanto, si rigirava tra le mani la lettera senza indirizzo, e borbottava: "Signor direttore, questa lettera calda, deve esserci di certo scritto qualcosa di sincero. Io penso che si dovrebbe consegnare la lettera solo a colui al quale appartiene." "Se non c' scritto l'indirizzo, non possibile e basta," obiett il signor direttore. "Forse allora potreste aprire la lettera," consigli lo sconosciuto, "e guardare chi la manda." "Non va, signore," disse il signor direttore severo, "perch sarebbe, signore, una violazione del segreto epistolare, e non si deve." E con questo pensava di aver chiuso la faccenda. Ma quando lo sconosciuto se ne fu andato, il signor Kolbaba torn dal signor direttore: "Se posso osare, signor direttore, qualcuno dei folletti postali ci potrebbe forse aiutare con le pagine di questa lettera". E poi raccont che una notte aveva visto lavorare i folletti postali, che sanno anche leggere le lettere senza aprirle. Il signor direttore ci pens un po' su e poi disse: "Diamine, potrebbe andare. Tentate, signor Kolbaba; se il folletto ci dir cosa c' scritto in quella lettera chiusa, forse capiremo a chi

appartiene". Cos quella notte il signor Kolbaba si fece chiudere dentro la posta e si mise ad aspettare. Poteva essere mezzanotte, quando sent degli zampettii sul pavimento, come quando i topi corrono; e poi vide di nuovo gli gnomi classificare le lettere e pesare i pacchi e contare i soldi e telegrafare i dispacci. E quando ebbero finito, si sedettero in terra e si misero a giocare a carte. In quell'attimo il signor Kolbaba si fece sentire: "'Nasera, signori gnomi". "Ah, il signor Kolbaba," disse il folletto pi anziano. "Venite a giocare con noi a carte." Il signor Kolbaba non se lo fece dire due volte e si sedette in terra con loro. "Calo," disse il primo gnomo e mise gi la sua carta. "Ti batto," fece il secondo. "Ti supero," dice il terzo. Ora era il turno del signor Kolbaba, che mise la lettera chiusa senza indirizzo sulle altre tre. "Avete vinto, signor Kolbaba," disse il primo diavoletto, "perch avete la carta pi alta, un asso sincero." "Se posso osare," rispose il signor Kolbaba, "ma siete certi che sia una carta cos alta?" "Come non riconoscerla," disse il folletto. "E' una letterina scritta da un giovane alla ragazza che ama pi di se stesso." "Non mi sembra," disse apposta il signor Kolbaba. "Invece s che cos," rispose il nanetto. "Se non ci credete, vi legger la letterina." E prese la lettera, se la mise sulla fronte, chiuse gli occhi e lesse: "Carissima Mawenka, ti scrivo per dirti che o (qui c' un errore di ortografia, disse lo gnomo, manca l'acca) avuto il posto di autista cosi se voi posiamo sposarci scrivi mi se mi voi sempre bene scrivi mi subbito tuo fedele Frantk." "Vi ringrazio, signor folletto," disse il signor Kolbaba, "mi serviva saperlo. Mille grazie." "Non c' di che," disse l'omino. "Ma se volete saperlo, ci sono otto errori di ortografia. Questo Frantk non deve aver imparato molto a scuola." "Vorrei solo sapere di che Mawenka e di che Frantk si tratta," borbott il signor Kolbaba. "Non posso esservi utile, signor Kolbaba," disse la creaturina. "Questo non c' scritto." Il mattino dopo il signor Kolbaba rifer al signor direttore che la lettera senza indirizzo era scritta da un autista di nome Frantk a una certa signorina Mawenka e che il signor Frantk voleva sposare la signorina. "Perbacco," esclam il signor direttore, " una lettera di grande importanza, la signorina la deve ricevere!" "Le porterei subito la letterina," disse il signor Kolbaba, "se solo sapessi come si chiama di cognome questa signorina Mawenka e in che citt, in che via e a che numero abita." "Questo lo saprebbe fare chiunque, signor Kolbaba," disse il signor direttore. "Per questo non ci sarebbe nemmeno bisogno di essere postino. Ma io vorrei che la signorina ricevesse la lettera." "D'accordo, signor direttore," esclam il signor Kolbaba, "allora cercher l'indirizzo della ragazza, anche se dovessi correre un intero anno e fare il giro del mondo." Detto questo, si mise a tracolla la borsa con la lettera e una fetta di pane e si mise in cammino per il mondo.

Cos il signor Kolbaba camminava camminava e ovunque chiedeva se non abitasse l una signorina Mawenka che aspettava una lettera da un autista di nome Frantk. E cos si fece tutta Litomwice e Louny e il distretto di Rakovnk e Plze e Domalice e Psek e Budjovice e Prlou e Tbor e slav e la sottoprefettura di Hradec e il distretto di Jin e Boleslav; and a Kutn Hora, Litomysl, Twebon, Vodany, Suice, Pwbram, Kladno e Mlad Boleslav, e a Votice e a Trutnov e a Sobotka e a Turnov e a Slan e a Pelhwimov, e perfino a Dobruka e a pice e a Hronov e a Settecase, e anche sul Krkorka e a Zles, insomma, ovunque e dappertutto chiedeva della signorina Mawenka. E ne trov molte in Boemia di signorine Mawenka, in totale quarantanovemilanovecentottanta, ma nessuna di loro aspettava una lettera da un autista di nome Frantk; alcune di loro aspettavano effettivamente una lettera da un autista, ma che non si chiamava Frantk, bens Tonk o Ladislav o Vclav, Josef o Jarolm o Lojzk oppure Florin, anche Jirka o Johan o Vavwinec, perfino Dominik e Vendeln ed Erazim, ma Frantk no; e ancora, altre signorine Mawenka aspettavano lettere da un certo signor Frantk, ma che non era autista, bens fabbro o sergente, falegname o conduttore, eventualmente anche droghiere, tappezziere, barbiere oppure sarto, ma autista proprio no. E cos il signor Kolbaba gir per un anno e un giorno, ma non pot consegnare la lettera alla signorina Mawenka giusta. Impar molte cose: vide villaggi e citt, campi e boschi, il sorgere e il calare del sole, il ritorno delle allodole e l'arrivo della primavera, la semina e il raccolto, funghi nel bosco e prugni in fiore, vide il luppolo a E'atec e a Mlnk le vigne e le carpe a Twebon e a Pardubice il panpepato, ma quando ormai la sua inutile ricerca durava da un anno e un giorno, si sedette sul ciglio della strada sconfortato e si disse: "E' tutto inutile ormai, non trover mai questa signorina Mawenka". Era tanto triste che gli veniva da piangere. Compativa la signorina Mawenka che non aveva ricevuto la lettera dal giovane che l'amava pi di se stesso; compativa l'autista Frantk, perch non poteva consegnare la sua lettera; compativa anche s, che si era dato tanto da fare e aveva camminato sotto la pioggia e col caldo e con un tempo da cani e tra i disagi fino a consumarsi i piedi, e tutto era stato invano. E mentre sedeva sul ciglio della strada compatendo tutti, vide venire un'auto. Andava piano piano, forse a sei chilometri all'ora, e il signor Kolbaba si disse: Be', deve essere una vecchia carretta se cammina cos piano. Ma quando l'auto fu pi vicina, vide che, perdio, era una bellissima Bugatti a otto cilindri e al volante sedeva un autista triste e vestito di nero, e nella macchina un signore triste e vestito di nero. E quando il signore triste vide sul ciglio della strada l'afflitto signor Kolbaba, ordin di fermare e disse: "Venite, signor postino, vi do un passaggio". Il signor Kolbaba fu contento, perch dopo avere camminato tanto a lungo gli facevano male i piedi; si sedette accanto al signore triste vestito di nero e la macchina piano si mise in moto tristemente. Quando ebbero fatto circa tre chilometri, si fece sentire il signor Kolbaba: "Se posso osare, signore, andate forse a un funerale?" "No," disse il signore triste con voce cupa. "Perch pensate che andiamo a un funerale?" "Be'," disse il signor Kolbaba, "perch voi, signore, sembrate molto triste." "Sono cos triste," disse il signore con voce d'oltretomba, "perch la mia auto va piano e tristemente." "Infatti," disse il signor Kolbaba, "ma perch una Bugatti cos

bella va cos piano e tristemente?" "Perch la guida un autista triste," disse il signore in nero mesto. "Aha," fece il signor Kolbaba. "Permettetemi di chiedervi, eccellenza, perch mai l'autista tanto triste?" "Perch non ha avuto risposta alla lettera che ha impostato un anno e un giorno fa," rispose il signore in nero. "Sapete, scrisse alla sua amata, ma lei non ha risposto; cos pensa che lei non gli voglia pi bene." Quando il signor Kolbaba lo sent, proruppe: "Se posso osare, il vostro autista si chiama per caso Frantk?" "Si chiama Frantiek Svoboda," rispose il signore triste. "E la signorina si chiama Mawenka, vero?" chiese ancora il signor Kolbaba. A questo punto intervenne l'autista triste e disse con un sospiro di desolazione: "Signorina Marie Novkov si chiama l'infedele, che ha scordato il mio amore." "Aha," grid il signor Kolbaba felice, "caro, cos voi siete quel babbeo, quel pazzo, quella rapa, quell'impiastro, quel minchione, quel tonto, quel rimbambito, quella zucca, quel balordo, quello stupido, quell'idiota, quell'imbecille, quel sempliciotto, quell'asino, quell'allocco, quel matto, quel citrullo, quel fesso, quel carciofo, quello gnocco, quel somaro, quel salame, quel beota, quel tonno, quel torsolo, quel mammalucco, quel bietolone, quel merlo, quel pecorone, quello scimunito, quel pollo, quel confusionario che ha messo nella nostra cassetta postale una lettera senza francobollo e senza indirizzo? Caspita, sono contento di avere l'onore di conoscervi! Come diavolo poteva rispondere la signorina Mawenka, se non ha ancora ricevuto la vostra lettera?" "Dov', dov' la mia lettera?" grid il signor autista Frantk. "Be'," disse il signor Kolbaba, "se mi dite dove abita la signorina Mawenka, allora la lettera sar in viaggio verso di lei, se volete saperlo. Mondo cane, gi un anno e un giorno che ho la lettera in borsa e cerco per tutto il mondo la giusta signorina Mawenka! Benedetto giovanotto, ora datemi subito e immantinente, senza dilazioni e di volata, l'indirizzo della signorina Mawenka e io andr a consegnarle la letterina." "Non andrete da nessuna parte, signor postino," disse il signore, "poich sar io a portarvici. Allora, Frantk, ora dai gas e si va dalla signorina Mawenka." Aveva appena finito di dire queste parole che il signor autista Frantiek diede gas, la macchina sobbalz e subito, gente, filava a sessanta, settanta, ottanta, cento, centodieci, centoventi, centocinquanta chilometri orari, sempre pi veloce, tanto che il motore fischiava, urlava, esultava e fremeva per la gioia e il signore in nero si dovette reggere con le due mani il cappello perch non gli volasse via, e il signor Kolbaba si teneva con le due mani al sedile e il signor Frantk gridava: "Capo, va una meraviglia, no? Centottanta chilometri! Caspita, ormai non andiamo, voliamo in presa diretta nell'aria, guardate, capo, dove abbiamo lasciato la strada! Capo, capo, abbiamo le ali!" E mentre volavano in un attimo alla velocit di centottantasette chilometri all'ora, apparve un villaggio bello bianco - davvero, era proprio Libatov - e il signor autista Frantk dice: "Capo, ci siamo". "Allora fermatevi," disse il signore in nero, e l'auto torn sulla terra al limitare del villaggio. "Questa Bugatti va una bellezza, no?" si compiaceva il signore. "E ora, signor Kolbaba, potete consegnare la lettera alla signorina Mawenka." "Forse," osserv il signor Kolbaba, "il signor Frantk preferisce

dire a voce ci che scritto nella lettera. Oltretutto ci sono otto errori di ortografia." "Neppure per sogno," si difese il signor Frantk, "mi vergogno a comparirle davanti agli occhi, perch in tutto questo tempo non ha ricevuto nessuna mia lettera. E poi," aggiunse afflitto, "magari mi ha gi dimenticato e non mi vuole pi neanche un po' di bene. Guardate, signor Kolbaba, abita in quella casetta che ha le finestrelle trasparenti come l'acqua." "Allora vado," disse il signor Kolbaba e si mise a gridare: "Arriva, arriva il postino, arriva, arriva il portalettere" e fece un passo con il piede destro verso la casetta. E l, dietro la finestrella pulita, sedeva una ragazza pallida e si cuciva un vestito. "Salve, signorina Mawenka," esclam il signor Kolbaba. "Vi cucite l'abito da sposa?" "Ma no," disse triste la signorina Mawenka, "mi sto cucendo un lenzuolo per la bara." "Andiamo, andiamo," disse compassionevole il signor Kolbaba, "caspita, caspiterina, capperi, capperetti, cavolo, va tutto cos male? Siete per caso malata, signorina?" "No," sospir la signorina Mawenka, "ma ho il cuore in pezzi per il dispiacere." E intanto si mise una mano sul cuore. "Dio santo," esclam il signor Kolbaba, "signorina Mawenka, aspettate ad avere il cuore in pezzi! Se posso osare, perch il vostro cuore sta male?" "Perch gi un anno e un giorno," disse piano la signorina Marie, " gi un anno e un giorno che aspetto una lettera che non arriva." "Non ve ne preoccupate," la consolava il signor Kolbaba. "In quanto a me, io da un anno e un giorno porto qui nella mia borsa una lettera e non so a chi consegnarla. Sapete cosa, signorina Mawenka, la dar a voi." E intanto le stava dando la lettera. La signorina Marie sbianc ancora di pi. "Signor portalettere," disse piano, "la lettera non deve essere per me, non c' nemmeno l'indirizzo!" "Guardateci dentro," ordin il signor Kolbaba, "e se non per voi, me la ridarete e fine." La signorina Marie apr la lettera con le mani che le tremavano e, appena inizi a leggerla, le torn il colore in viso. "Allora?" chiese il signor Kolbaba. "Mi ridarete la lettera o no?" "No," sospir la signorina Marie, e dagli occhi le scendevano le lacrime per la gioia. "Signor postino, proprio la letterina che aspetto da un anno e un giorno! Signor portalettere, non so neanche che cosa darvi in cambio!" "Ve lo dir io," disse il signor Kolbaba. "Datemi due corone di multa, perch la lettera non era affrancata debitamente, va bene? Accidenti, con questa lettera ho corso un anno e un giorno, perch la posta ricevesse queste due corone di affrancatura! Mille grazie," disse, quando ebbe le due corone, "e qui c' qualcuno che aspetta la vostra risposta, signorina." E intanto fece un cenno all'autista Frantk, che stava dietro l'angolo. E mentre il signor Frantk riceveva la risposta, il signor Kolbaba si sedette col signore in nero e gli disse: "Un anno e un giorno, eccellenza, ho corso con quella lettera, ma ne valeva la pena; anche per tutto quello che ho visto. C' per esempio una zona cos bella, vicino Plze o Howice o Tbor... Ma ecco che il signor Frantk ritorna. E' che una cosa del genere si risolve pi velocemente a voce che con una lettera senza indirizzo." Il signor Frantk non disse niente, ma gli brillavano gli occhi. "Allora, si va, capo?" chiese. "Si va," disse il signore. "Prima riportiamo il signor Kolbaba alla

posta." L'autista salt in macchina, mise in moto e pest sulla frizione e il gas, e la macchina si mise senza difficolt in moto leggera come in un sogno. Subito la freccetta del contachilometri segn centoventi. "Questa macchina va che una bellezza," si compiaceva il signore in nero. "Deve essere che fila cos perch la porta un autista felice." E tutti arrivarono a destinazione felicemente, e noi anche. La grande favola medica E' gi passato molto tempo da quando il mago Mag conduceva la sua magica attivit sul monte Hejovina. Come sapete, ci sono maghi buoni, che si chiamano incantatori o taumaturghi, e maghi cattivi, che si chiamano negromanti. Mag era una via di mezzo: a volte era tanto buono che non faceva affatto incantesimi, ma altre volte faceva incantesimi con tale potenza, che tonava e lampeggiava; una volta gli venne in mente di far piovere sassi e un'altra volta, per finire, fece piovere dei piccoli ranocchi. In breve, dite quel che volete, un mago cos non un vicino piacevole, e, anche quando la gente giurava di non credere alla stregoneria, preferiva stare alla larga dall'Hejovina; erano solo scuse quando dicevano che ci voleva molto fino alla collina: naturalmente non volevano confessare di aver paura di Mag! Allora, un giorno quel Mag stava seduto davanti alla sua grotta e mangiava prugne, delle enormi prugne viola e ben brinose, mentre nella grotta il suo aiutante, il lentigginoso Vincek, ovvero Vincenc Nyklek di Zliek, mescolava sul fuoco delle pozioni magiche a base di pece, zolfo, valeriana, mandragola, radice di serpe, centaurea, ira di donna e spezia del diavolo, sugna e pietra infernale e tremendite e salnitro e alloro caprifoglio, pungiglioni di vespa, baffi di ratto, zampette di falena e semino di Zanzibar, cio di spezie magiche, ingredienti, intrugli e malerbe. E Mag non faceva altro che guardare il lentigginoso Vincek mescolare, e mangiava prugne. Ma il povero Vincek dimentic di mescolare o che, per farla breve: le pozioni gli si attaccarono al pentolone, si bruciarono, si stracossero, presero di bruciato, insomma si abbrustolirono e ne venne fuori un terribile puzzo. "Balordo imbranato," voleva gridargli Mag, ma per la fretta forse gli and qualcosa di traverso, o fu la prugna che aveva in bocca, per farla breve: inghiott la prugna con l'osso e l'osso gli and per storto e gli rimase conficcato in gola, non andava n gi n su; e cos Mag ebbe tempo solo di ruggire: "Balo..." e non pot pi proseguire, non riusciva a emettere neanche un suono. Poteva solo rantolare roco, come quando fischia il vapore nella pentola, e farsi rosso in viso e agitare le braccia e tossicchiare, ma l'osso non ne voleva sapere di muoversi; cos saldamente e profondamente gli si era incastrato nella laringe. Vincek si spavent terribilmente quando vide che il padrone Mag stava per strozzarsi e disse cortesemente: "Capo, aspettate qui, volo a Hronov a chiamare il dottore". E si precipit gi dall'Hejovina: peccato che non ci fosse nessuno a cronometrarlo; sarebbe stato certamente il record del mondo di corsa sulla lunga distanza. Quando arriv a Hronov dal dottore, non riusciva nemmeno a prendere fiato; ma poi lo dovette prendere dal verso giusto e vuot subito il sacco: "Signor dottore, dovete venire subito, ma subito e di corsa dal signor mago Mag, oppure si strozzer. Diamine, se sono stanco!" "Da Mag sull'Hejovina?" borbott il dottore di Hronov. "Accidenti, non ne ho molta voglia, ma se ha bisogno di me a tutti i costi, bisogna andare." E and. Sapete, un dottore non pu negare il

suo aiuto a nessuno, anche se lo chiamassero al capezzale del brigante Furfantone o da Lucifero in persona (Dio non ci castigare). Cos la professione di medico. Allora, il dottore di Hronov prese la borsa da medico, in cui stanno i bisturi e le tenaglie per i denti e le fasce e le polveri e le pomate e le stecche per le fratture e altri arnesi del genere, e and con Vincek sull'Hejovina. "Speriamo di non arrivare tardi," si preoccupava continuamente il lentigginoso Vincek, e cos camminavano uno due uno due attraverso montagne e pinete, uno due uno due attraverso pantani, uno due uno due collina o non collina, finch il lentigginoso Vincek disse: "Ecco, signor dottore, ci siamo". "Servo vostro, signor Mag," disse il dottore di Hronov, "allora, dove vi fa male?" Il mago Mag, invece di rispondere, riusc solo a rantolare, sibilare, sbuffare e indicare il suo collo, dove era il problema. "Aha, vi fa male il collo," disse il dottore di Hronov. "Be', diamo un'occhiata alla bua. Aprite bene la bocca, signor Mag, e dite aaa." Il mago si spost la barba nera e spalanc la bocca, ma non pot dire aaa, perch non gli veniva fuori alcun suono. "Su, da bravo, aaa," lo sollecitava il dottore. "Non ci riuscite?" Mag scosse la testa per far capire che non ci riusciva. "E caspita," disse il dottore, che era uno svelto, un furbo matricolato, un volpone smaliziato, un dritto, un imbroglione di tre cotte, uno scaltro e un astuto, poich aveva il cervello fino e qualcosa in mente, "caspita, signor Mag, la cosa grave se non potete fare aaa. Non so, non so," disse, e inizi a esaminare e a visitare Mag, gli tast il polso, gli guard la lingua, sotto le palpebre, gli fece luce nelle orecchie e nel naso con uno specchietto e intanto borbottava parole in latino. E quando ebbe finito la visita, prese un'espressione molto grave e disse: "Signor Mag, una cosa seria, non c' altro da fare che un'operazione immediata e tempestiva. Ma non posso e non devo farla da solo, mi serve assistenza. Se volete affrontare l'operazione, non c' niente da fare, dovete mandare a prendere i miei colleghi di pice, Kostelec, e Howice, e quando saranno qui, faremo un consulto o consilium e solo a mente freddissima potremo intraprendere l'operazione richiesta o operazione operandi. Rifletteteci, signor Mag, e se accetterete la mia proposta, mandate in fretta a prendere i miei onorevolissimi e dotti signori colleghi." Che doveva fare Mag? Fece un cenno al lentigginoso Vincek e Vincek scalpit tre volte, per correre meglio, e fil gi dall'Hejovina. Subito a Howice. E a pice. E a Kostelec. nel frattempo lasciamolo correre. La principessa solimana Mentre il lentigginoso Vincek trottava verso Howice e pice e Kostelec a prendere i dottori, il dottore di Hronov sedeva accanto al mago Mag e stava attento a che non si soffocasse. Perch l'attesa fosse meno spiacevole, si era acceso una virginia e fumava in silenzio. Dopo parecchio tempo, toss e continu a fumare. Poi, per ingannare la noia, sbadigli tre volte e sbatt gli occhi. Dopo un altro po' di tempo osserv: "Eh s". Una mezz'ora dopo si stir e disse: "Uah". Dopo un'oretta aggiunse: "Potremmo farci una partitina a carte nel frattempo. Signor Mag, avete delle carte?" Il mago Mag non poteva parlare e allora scosse solo la testa in segno di diniego. "No?" borbott il dottore di Hronov. "Peccato. Ma che mago siete, se non avete neanche le carte! Da noi all'osteria c'era un mago che dava degli spettacoli, aspettate, come diavolo si chiamava? Qualcosa

come Navrtil o Don Bosco o Magorello, una cosa cos, e quello sapeva fare con le carte dei trucchi tali, che sareste rimasto di stucco. Be', per fare gli incantesimi si deve essere capaci." Poi si accese un'altra virginia e disse: "Visto che non avete le carte, vi racconter la storia della principessa solimana, per passare il tempo. Se per caso la sapete, ditemelo e io mi fermer. Drindrin, si comincia. Come noto, oltre le montagne Corvine e il Mare dei Sargassi, ci sono le isole Dalmane e oltre c' il deserto Sciarivari, coperto di fitti boschi, con la principale citt zigana Eldorado; poi si estendono lungamente un meridiano e un parallelo e subito oltre un fiume, appena si attraversa un ponticello e poi si prende la stradina a sinistra, oltre un cespuglio di salice e un fossato di lappole, si stende il grande e potente sultanato solimano. Vi tutto chiaro oramai, no? Nel sultanato solimano, come evidente dal nome, regnava il sultano Solimano. Il sultano aveva un'unica figlia, di nome Zubejda; e improvvisamente la principessa Zubejda inizi ad avere una brutta cera e a stare male: tossiva, languiva e si consumava e dimagriva e impallidiva, era malinconica e sospirava, faceva pena a guardarla. Si capisce, il sultano convoc subito i suoi stregoni, esorcisti, maghi, megere, streghe, incantatori e astrologi, ciarlatani e ciurmatori, mediconzoli e medicastri e maniscalchi, ma nessuno di loro pot far ristabilire la principessa. Se fosse stato da noi, avrei detto che la ragazza soffriva di anemia, pleuritide e catarro bronchiale; ma nella terra solimana non c' una simile cultura e la medicina l non cos avanzata da poter ricorrere a nomi latini. Potete immaginarvi come era disperato il vecchio sultano. Accidenti, si diceva, speravo che la ragazza avrebbe condotto una fiorente attivit sultanesca dopo la mia morte, e invece, poveretta, mi si spegne e mi deperisce davanti agli occhi e io non posso aiutarla! E cos a palazzo e in tutto il paese si diffuse un'enorme tristezza. In quel periodo, giunse l un commesso viaggiatore di Jablonec, un certo signor Lustig, e, quando sent della malattia della principessa, disse: "Il sultano dovrebbe chiamare per lei uno dei nostri dottori europei, perch da noi la medicina pi avanzata; qui avete solo esorcisti, erbaioli e maghi, ma da noi, caro te, ci sono dei veri dottori, con la laurea". Quando lo venne a sapere il sultano Solimano, convoc questo signor Lustig, compr da lui un filo di perle di vetro per la principessa Zubejda e poi gli chiese: "Signor Lustig, da cosa si riconosce da voi un vero dottore, con la laurea?" "E' piuttosto facile," disse il signor Lustig. "Si riconosce dal fatto che davanti al nome ha Dr'. Per esempio Dr' Mann, Dr' Pelnw e cos via. E se non ha Dr', non un dottore con la laurea, avete capito?" "Aha," disse il sultano e ricompens generosamente il signor Lustig con delle sultanine; sapete, sono un buon tipo di uvette. E poi mand dei messi a cercare un dottore in Europa. "Ma ricordate una cosa," li ammon congedandoli, "che un vero dottore con la laurea solo colui che ha davanti la sillaba Dr'. Non mi portate qui un altro, altrimenti vi far tagliare le orecchie e la testa. Allora forza!" Se dovessi raccontare tutto quello che fecero e vissero i messi durante il loro lunghissimo viaggio fino in Europa, sarebbe una storia molto lunga, signor Mag. Ma dopo molti e molti tormenti, i messi giunsero alfine in Europa e iniziarono a cercare un dottore per la principessa Zubejda. Cos il corteo dei messi solimani, dei maledetti mammalucchi col turbante in testa e sotto il naso dei favoriti folti e lunghi come code di cavalli, si incammin per un bosco nero. Cammina cammina,

incontrarono un compare con un'ascia e una sega sulle spalle. "Dio vi conservi," li salut il compare. "Cos sia," dissero i messi. "Chi mai siete voi, compare?" "Be'," dice l'uomo, "grazie per la domanda. Sono solo Druso." I pagani drizzarono le orecchie e chiesero: "Eccellenza, allora un'altra cosa. Se voi avete l'onore di essere il Dr' Uso, allora vi dobbiamo chiedere di venire stando pede, immantinente e presto con noi nel regno solimano. Il sultano Solimano presenta i suoi complimenti e vi invita cortesemente alla sua corte; ma se doveste rifiutare o per caso protestare, vi ci porteremo per forza e questo, Vossignoria, diciamo che sarebbe peggio per voi". "Ma insomma," si meravigli Druso, "cosa vuole da me il sultano?" "Ha un lavoro per voi," dissero i messi. "Allora vengo," acconsent Druso. "Sto giusto cercando lavoro, signori. Perch lo sappiate, nel mio lavoro sono un drago." I messi si fecero un cenno con gli occhi e dissero: "Questo ci proprio utile, illustrissimo". "Un momento," disse Druso. "Prima vorrei sapere quanto mi pagher il sultano per il mio lavoro. Io non sono drastico, ma non voglio che il sultano faccia il dritto." I messi del sultano Solimano gli risposero cortesemente: "Non importa, eccellenza, se non siete Dr' Astico: da noi benvenuto anche il Dr' Uso; ma per quanto riguarda il nostro sultano Solimano, vi possiamo assicurare che non un Dr' Itto, ma solo un comune monarca e tiranno". "Allora d'accordo," disse Druso. "E per quanto riguarda il vitto, durante il lavoro io mangio come un dragone e bevo come un dromedario, intesi?" "Faremo tutto ci che in nostro potere, illustre signore," gli assicurarono i solimani, "perch anche da questo punto di vista vi troviate a vostro agio da noi." Poi condussero con grande fasto e riguardo Druso sulla nave e si misero in viaggio verso il regno solimano. Quando arrivarono, il sultano Solimano sal subito sul trono e ordin di condurli da lui. I messi si inginocchiarono davanti a lui e il pi vecchio, quello con la barba pi folta, inizi: "Nostro amatissimo sovrano e signore, principe di tutti i credenti, sultano Solimano! Dietro tuo nobile ordine ci siamo recati fino all'isola chiamata Europa, per cercare il pi dotto, il pi celebre e il pi famoso dottore per la principessa Zubejda. Ora l'abbiamo qui, amato sultano. E' l'illustrissimo e famosissimo Dr' Uso; perch sappiate che genere di dottore , nel lavoro un Dr' Ago, per i soldi un Dr' Astico, mangia come un Dr' Agone e beve come un Dr' Omedario. Questi, amato sultano, sono degli illustri e dotti medici, dal che risulta che ci siamo imbattuti in quello giusto. Hm, hm. dovrebbe essere tutto". "Benvenuto, Dr' Uso," disse il sultano Solimano. "Vi prego di andare a vedere mia figlia, la principessa Zubejda." Be', perch dovrei non andarci, si disse Druso; il sultano in persona lo condusse in una camera grigia e buia, coperta di bellissimi tappeti e cuscini e guanciali, e l riposava la principessa Zubejda, pallida come fosse stata di cera, e dormicchiava. "Caspita," dice Druso impietosito, "sultano, vostra figlia un po' palliduccia." "Gi," sospir il sultano. "Sembra malaticcia," disse Druso. "Quasi svenuta, vero?" "Infatti," annu il sultano tristemente. "Non mi vuole mangiare niente." "Magra come un palo," disse Druso. "Come una vecchietta. E non ha

colori, sultano. Io direi che questa ragazza sta male." "Certo che sta male," fece il sultano afflitto. "Per questo vi ho fatto venire qui, perch la salviate, dato che siete Dr' Uso." "Io?" si meravigli Druso. "Santo Dio, come posso guarirla?" "Questo affar vostro," disse il sultano Solimano con voce tenebrosa. "Perci siete qui, e buonanotte ai suonatori. Ma sappiate una cosa: se non la guarirete, vi far tagliare la testa e amen." "Ma non possibile," voleva difendersi Druso impaurito, ma il sultano non lo lasci nemmeno finire di parlare. "Niente scuse," fece severo, "non ho tempo, devo andare a governare. Mettetevi subito al lavoro e fate vedere che sapete fare." E and a sedersi sul trono e a governare. Un maledetto affare, si disse Druso, quando fu solo, mi sono cacciato in un bel pasticcio! Come riuscir a far guarire una principessa? So forse come si fa? Ora sto davvero fresco! Che mi prenda un colpo se so cosa devo fare! Se non guarisco la ragazza, mi taglieranno la testa. Se non fosse una favola, direi che non si pu tagliare la zucca a uno senza una ragione! Il diavolo era in debito con me, se sono capitato in una favola. Nella vita normale una cosa del genere non mi sarebbe potuta succedere! In verit sono molto curioso di sapere come me la sbroglier! Pensando a questo e ad altre cose preoccupanti, il povero Druso sedeva sulla soglia del castello del sultano e sospirava. Diamine, si disse, come possibile che io debba fare il dottore? Se mi avessero ordinato di abbattere quell'albero o quell'altro, io avrei mostrato loro quel che so fare! Mi sarei messo al lavoro fino a far schizzare le schegge! Ma vedo che intorno all'edificio ci sono tante piante quante in una foresta, non fanno neanche entrare il sole nelle stanze; in questa casa ci devono essere umidit e funghi e muffa e forbicette! Un momento, mostrer loro come so lavorare! Detto questo, si tolse la giacca, si sput sui palmi, afferr la sua ascia e la sua sega e cominci a tagliare gli alberi che crescevano intorno al palazzo del sultano. Macch, non erano peri n meli, n noci come da noi, ma palme e oleandri e palme da cocco, dracene, palme da olio e ficus e alberi di mogano e alberi alti fino al cielo, e altre piante esotiche. Dovevate vedere, signor Mag, come ci si mise d'impegno il nostro Druso! Quando batt mezzogiorno, intorno al palazzo c'era gi un'enorme radura; allora Druso si asciug il sudore con una manica, tir fuori dalla tasca un pezzo di pane nero e della caciotta che si era portato da casa e si mise a mangiare. In tutto questo tempo la principessa aveva continuato a dormire nella sua camera grigia; con quel chiaro che aveva fatto gi intorno al palazzo Druso con la sua ascia e la sua sega, aveva dormito come un papa. Si svegli non appena Druso ebbe finito di abbattere gli alberi, si fu accomodato su un mucchio di legna e si fu messo a mangiare il suo panino con la caciotta: era tornata la calma. Allora la principessa apr gli occhi e si meravigli: come mai nella stanza c'era tanta luce? Per la prima volta nella vita entrava il sole a fasci e la stanza grigia era piena del fulgore celeste. Quell'inondazione di luce quasi abbagli la principessa; intanto dalla finestra arrivava l'odore della legna appena tagliata ed era tanto forte e buono che la principessa respir a pieni polmoni e con piacere. E a quell'odore di resina se ne aggiungeva anche un altro, che la principessa ancora non conosceva: che cos'? Si alz e and a guardare dalla finestra: al posto dell'umida ombra c'era una radura arsa dal sole di mezzogiorno e l sedeva un grosso compare e con gran gusto mangiava qualcosa di nero e qualcosa di bianco; e questo era proprio ci che mandava quel buon odore sentito dalla principessa. Sapete quello che nel piatto del vicino sempre pi appetitoso.

La principessa non pot trattenersi; l'odore la attirava gi, davanti al palazzo, sempre pi vicino al compare che mangiava, per vedere cosa aveva di buono per pranzo. "Ah, principessa," si fece sentire Druso con la bocca piena. "Non volete per caso un pezzo di pane e caciotta?" La principessa arross e si agit; si vergognava di dire che desiderava ardentemente assaggiarlo. "Allora ecco," borbott Druso e tagli con un coltellaccio una bella fetta. "Chiappate." La principessa si guard intorno per vedere se qualcuno la stava osservando. "Grazie," proruppe in ringraziamento, morse la fetta e disse: "Hmm, una vera bont!" Vi prego, la principessa non aveva mai visto in vita sua un panino con la caciotta. In quel momento il sultano Solimano guard dalla finestra. Non credeva ai suoi occhi: al posto dell'umida ombra c'era una radura arsa dal sole di mezzogiorno, e l, su un mucchio di legna, sedeva la principessa con la bocca piena, sporca di caciotta fino alle orecchie e mangiava con un gusto mai mostrato prima. "Il Signore sia lodato," disse sollevato il sultano Solimano, "mi hanno proprio portato il dottore giusto, e con la laurea, per quella ragazza!" Da allora, signor Mag, la principessa inizi a rimettersi in forze, e le tornarono i colori in viso e mangiava come un leoncino. E' l'effetto della luce e dell'aria e del sole, se non lo avete capito. E vi dico questo perch voi vivete qui, in questa spelonca, dove non entra mai il sole e il vento non soffia; e non salutare, signor Mag. Questo vi volevo dire". Quando il dottore di Hronov ebbe finito la storia della principessa solimana, arriv di corsa il lentigginoso Vincek, conducendo con s il dottore di Howice, il dottore di pice e il dottore di Kostelec. "Eccoci qui," grid ancora da lontano. "Gente, quanto sono stanco!" "Benvenuti, signori colleghi," disse il dottore di Hronov. "Qui c' il nostro paziente, il signor negromante Mag. Come vedete al primo sguardo, il suo stato molto critico. Il paziente indica di aver ingoiato una susina o una prugna o un nocciolo. Secondo il mio modesto parere, affetto da susinite acuta." "Hm, hm," disse il dottore di Howice. "Penserei piuttosto a una prugnite asfissiante." "Non vorrei contraddire gli illustri colleghi," fece il dottore di Kostelec. "Ma direi che in questo caso si tratta di nocciolite laringea." "Signori," si fece sentire il dottore di pice, "suggerisco di accordarsi sulla diagnosi: il signor Mag affetto da una nocciosusinite prugnoasfissiante acuta." "Congratulazioni, signor Mag," disse il dottore di Howice. "E' una malattia molto rara e complicata." "Caso interessante," aggiunse il dottore di pice. "Caro collega," si fece sentire il dottore di Kostelec, "ho gi avuto spesso casi pi belli e pi interessanti. Avete gi sentito come ho guarito Ciuchino del Krkorka? Se no, allora ve lo racconto." Il caso di Ciuchino "Sono gi passati un paio d'anni buoni da quando nel bosco del monte Krkorka abitava Ciuchino. Sapete, uno dei fantasmi pi antipatici che siano mai esistiti. Uno di notte passa per il bosco e all'improvviso sente ragliare, nitrire, gemere, lamentarsi, urlare, ululare o ridere in modo terribile dietro di s. Si capisce, uno si spaventa a morte, preso da un tale terrore che corre, scappa, fugge, a malapena si salva dall'impazzire per la paura.

Questo dunque fa Ciuchino e da molti anni ne combinava di tutti i colori sul Krkorka, tanto che la gente aveva paura a camminare col buio. E una volta arriva nel mio studio un omino cos strano, tutta bocca, che gli va da un orecchio all'altro, e il collo fasciato con uno straccio, e parla con voce rauca, tossisce, rantola, gracchia, grugnisce ed afono, tanto che non si capisce una parola. "Che avete allora?" dico. "Signor dottore," bisbigliava l'ometto, "mi venuta, si figuri, un po' di raucedine." "Lo vedo," dico, "e chi siete?" Il paziente tergivers un po' e poi proruppe: "Sono, si figuri, quel Ciuchino del monte Krkorka." "Ah," dico, "cos siete quel volpone, quel maledetto che fa paura alla gente nel bosco? Caro mio, non mi stupisce che abbiate perso la voce! Sicuro, vi dovrei curare la vostra lari o faringite o latarro caringeo, voglio dire catarro laringeo, perch possiate di nuovo ragliare nel bosco e far venire alla gente le convulsioni! No no, rimanete rauco e tossite con l'aiuto di Dio, almeno ci lascerete in pace!" E qui Ciuchino inizi a pregare: "In nome di Dio, vi prego, signor dottore, curatemi questa raucedine, d'ora in poi sar buono, non far paura alla gente..." "Ve lo consiglio," dissi. "Per spaventare la gente avete gridato troppo e perci avete perso la voce, capito? Caro mio, far paura nel bosco non fa per voi; nel bosco freddo e umido e voi avete le vie respiratorie un po' delicate. Non so, non so; forse il vostro catarro si potrebbe curare, ma dovreste smettere per sempre di spaventare e trasferirvi da qualche parte lontano dal bosco; altrimenti nessuno vi guarir." Ciuchino si fece mesto e si gratt dietro l'orecchio: "E' una cosa dura, illustre signore, di che mi sostenter, se smetto di spaventare? Non so fare nient'altro che ragliare e ruggire, almeno finch ho voce". "Amico," gli dico, "con un organo vocale tanto raro come il vostro, potreste andare all'opera a cantare, o al circo come venditore o banditore; ma con questa voce splendida e stentorea fuori vi fa male, non credete? In citt potreste farne uso migliore." "Anch'io a volte me lo dico," ammise Ciuchino. "S, prover a farmi una posizione altrove, appena mi torner la voce." Allora, signori, gli spalmai la gola di iodio, gli prescrissi del clorokalium e del permanganato per gargarismi e di usare l'anginol e di mettere sul collo delle compresse. Da allora sul Krkorka non si sent nemmeno pi parlare di Ciuchino; si era davvero trasferito e aveva smesso di spaventare. Anni dopo ebbi sue notizie, e proprio dalla grande citt di Hurdyburda. Dice che il menzionato Ciuchino si era messo in politica e faceva discorsi alle assemblee con una voce tanto potente e con un tale successo, che era diventato deputato e lo ancora oggi con molta fortuna. Racconto questo ora, perch il signor Mag veda come il cambiamento di aria a volte fa miracoli per diverse malattie." Il caso dell'omino delle acque di Havlovice "Anch'io ho avuto un caso molto interessante," si fece sentire il dottore di pice. "Da noi, nell'pa, oltre il ponticello di Havlovice, in un groviglio di radici di salici e ontani, viveva un vecchio omino delle acque, di nome Joudal; era un gran brontolone, burbero, borbottone e bofonchione, a volte causava alluvioni e ogni tanto annegava anche dei bambini che facevano il bagno; in breve, la

gente non era affatto contenta di averlo nel fiume. Un giorno d'autunno viene nel mio studio un vecchio, con un giubbino verde e un fazzoletto rosso al collo, e geme, tossisce, starnutisce, freme, sospira, piagnucola e bofonchia: "Signor dottore, devo aver preso 'n raffreddore o 'n colpo di freddo; mi duole qui e mi fa male qua, ho mal di schiena, ho dolori reumatici alle articolazioni, ho la tosse, manca poco che stramazzi e ho un raffreddore da pazzi; sono venuto a chiedere una medicina". Io lo visito e dico: "Nonno, un reuma; io vi do questo unguento, un linimentum, perch lo sappiate, ma non ancora tutto. Dovete stare al caldo e all'asciutto, capite?" "S," borbott il vecchietto. "Ma di asciutto e di caldo, giovanotto, non se ne parla." "Perch?" gli chiedo. "Be'," dice il vecchio, "perch sono l'omino delle acque di Havlovice, signor dottore. Come posso stare all'asciutto e al caldo dentro l'acqua? Mi devo soffiare anche il naso con la superficie dell'acqua, dormo nell'acqua e mi copro con l'acqua; solo ora che sono vecchio ho messo sul letto l'acqua tenera invece della dura, per dormire pi comodo. Ma per quanto riguarda l'asciutto e il caldo, sar dura, gi." "Non c' niente da fare, nonno," dico, "nell'acqua gelata il reuma vi peggiorer. Sapete, le ossa vecchie vogliono il caldo. Quanti anni avete, signor ondino?" "Ahim," bofonchi l'omino delle acque, "signor dottore, sono qui gi dai tempi dei pagani... sar qualche migliaio d'anni e forse anche di pi. S, proprio un sacco!" "Allora vedete," gli dissi, "a questa et, nonno, dovete stare accanto a una stufa. Aspettate, ho un'idea! Avete mai sentito parlare delle sorgenti calde?" "Certo che l'ho sentito," brontol il vecchio omino delle acque. "Ma qui non ce ne sono." "Qui no," dico, "ma ce ne sono a Teplice e a Piet'any e in molti altri posti che stanno ben sotto terra. E queste fonti calde, perch lo sappiate, sono state fatte proprio per gli omini delle acque anziani e coi reumi. Voi vi mettete con semplicit su una sorgente calda come un ondino di acqua calda e intanto vi curerete i reumi." "Hm, hm," esitava il vecchio, "e cosa fa in definitiva un ondino d'acqua calda?" "Non molto," dico, "deve solo mandar su dal seno della terra l'acqua calda, perch non si raffreddi. E l'eccedenza di acqua calda la lascia in superficie. Questo tutto." "Si pu fare," borbott l'omino delle acque di Havlovice. "Allora cercher una di queste fonti calde. Mille grazie, signor dottore." E zoppic fuori dal mio studio: di lui rimase solo una pozzangheretta sul pavimento. E vedete, caro collega, l'ondino di Havlovice aveva cervello e ubbid; si install su una fonte calda slovacca e manda fuori dal profondo della terra acqua tanto bollente che in quel posto c' uno zampillo eternamente caldo. E in quella fonte calda la gente fa il bagno e anche a loro fa bene per i reumi; da tutto il mondo vanno l a curarsi. Prendete questo esempio, signor Mag, e ubbidite a tutto ci che noi dottori vi consiglieremo." Il caso delle naiadi "Anch'io ho un caso strano," disse il dottore di Howice. "Una notte, mentre dormivo come un sasso, qualcuno bussa alla finestra e grida: "Dottore! Dottore!" Aprii la finestra e dissi: "S, cosa c'? Qualcuno ha bisogno di me?"

"S," disse nell'oscurit una voce inquieta e dolce. "Vieni! Vieni e aiutami!" "Chi l?" chiedo. "Chi mi chiama?" "Io, la voce della notte," si sent nell'ombra. "La voce di una notte di luna piena. Vieni!" "Arrivo," dissi come in sogno e mi vestii in fretta. Quando uscii, davanti casa non c'era nessuno. Fui preso quasi dall'angoscia, signori. "Ehi," chiamavo a mezza voce, "c' qualcuno? Dove devo andare?" "Con me, con me," singhiozzava la soave e invisibile voce; e io andai dalla parte da dove veniva la voce, a rompicollo, attraverso prati rugiadosi e un bosco nero; splendeva la luna e tutto il mondo trasecolava in una gelida bellezza. Signori, io conosco il mio paese come il palmo della mano; ma quella notte di luna sembrava essere tanto irreale come un sogno. A volte succede che troviamo un altro mondo nei luoghi a noi pi vicini. Quando camminavo gi da un pezzo dietro a quella voce, mi dico: ecco, potrebbe essere la valle di Ratibowice. "Qui, dottore, qui," mi chiamava la voce: suonava come quando sul fiume risplende e schizza un'onda, e io sto in riva al fiume pa su un prato argenteo, nel fulgore della luna. In mezzo a quel prato qualcosa luccica; forse un corpo, forse solo la nebbia, forse sento un pianto sommesso, forse solo il rumore dell'acqua. "Allora," dico dolcemente, "dove siamo e chi sta male?" "Ah, dottore," si fece sentire con voce tremante il qualcosa che splendeva in terra, "io sono solo una ninfa, solo un'ondina-fata. Le mie sorelle ballavano, io con loro, e poi, io non so se sono inciampata su un raggio di luna, o sono scivolata sul luccicore che vibra sulle gocce di rugiada, io non so cosa mi successo; all'improvviso cado e non mi posso pi alzare, e la gambina mi fa male, male, male..." "Be', signorina," dissi, "deve essere una frattura o una rottura. Si pu mettere a posto. Cos voi siete una di quelle naiadi che ballano qui nella valle? Ecco, ecco! E se tra voi capita un giovanotto di E'ernov o di Slatina, voi lo fate ballare fino a morte, no? Hm, hm. sapete, ragazzina, che un abuso? Questa volta il vostro ballo vi costato caro, vero? Vi sta bene, cos imparate a ballare!" "Ah, dottore," gemette quella cosa chiara chiara sul prato, "se sapeste quanto mi fa male la gamba!" "Si capisce che fa male," dico, "una frattura deve far male." E mi inginocchiai accanto alla naiade per curarle la gamba. Cari colleghi, avevo gi trattato centinaia e centinaia di rotture, ma con una naiade un lavoro duro. E' che ha il corpo fatto solo di raggi e le ossa di raggi cosiddetti duri: non si pu prenderlo in mano, fine come un dito, come la luce, come la nebbia, e ora provate in qualche modo ad aggiustarlo, a tirarlo e a fasciarlo! Vi dico, fu una faccenda lunga e dannata. Tentai di bendarla con una ragnatela, ma la naiade gemeva: "Ahi! Taglia come una corda!" Volevo fissare la gambetta rotta con un petalo di fiore di melo, ma lei si mise a piangere, ah, ma pesa come un sasso! Che fare dunque? Alla fine sbucciai solo il fulgore, il luccicore metallico che sulle ali delle libellule o dei cavalocchi, e ne feci due stecche; divisi un raggio di luna in una goccia di rugiada nei sette colori iridati e con il raggio azzurro tenue legai le stecche alla gamba rotta della naiade. Fu un tale strapazzo che feci una gran sudata: mi sembrava che la luna piena bruciasse come il sole di agosto; e quando ebbi finito, mi sedetti accanto alla naiade e dissi: "Allora, signorina, ora dovete stare a riposo e non dovete dare colpi alla gamba finch non vi andr a posto. Ma ascoltate, cara, mi meraviglio che voi e le vostre signorine sorelle siate ancora qui.

Eppure tutte le ninfe e le naiadi che ci sono al mondo gi da molto tempo si sono trovate un posto migliore..." "Dove?" sospir la naiade. "Be', in America. A Hollywood," dissi. "Dove si fanno i film, sapete? Recitano e ballano nei film, e per un sacco di soldi, e tutto il mondo le guarda... be', hanno una fama enorme, signorina. Tutte le ondine e le ninfe si sono date da un pezzo al cinema e anche gli ondini e i naiadi, idem con patate. Se vedeste le toilette e i gioielli di quelle ninfe... macch, quelle non si metterebbero una semplice tunica come la vostra!" "Oho," si difese la naiade. "Questo vestito tessuto di luce di lucciole!" "Ma certo," dissi. "Ma oggi non si porta pi e la moda tutta un'altra." "Con lo strascico?" chiese la naiade avida. "Questo proprio non lo so," dico, "non sono un esperto. Dovreste almeno darci un'occhiata, a quella Hollywood. Ci si va via Amburgo o via Le Havre. Ma ora devo andare, tra poco far giorno; per quel che so, voi ondine potete esistere solo nell'oscurit, vero? Be', addio signorina, e fateci un pensierino su quel cinema." Non vidi mai pi l'ondina; forse l'osso rotto dello stinco le andato a posto. E ci credereste, da allora le ondine e le ninfe smisero di andare nella valle di Ratibowice. Devono essere andate davvero a Hollywood ed essersi date al cinema. Fateci bene caso al cinema: sembra che su quella tela si muovano signorine e signori, ma intanto non hanno corpo, non si pu tastarli, sono fatti solo di raggi; da ci evidente che non sono altro che naiadi. E perci al cinema si deve spegnere la luce e fare buio, perch le ninfe e gli altri spiriti temono la luce e vivono solo al buio. Da ci evidente che n i fantasmi, n altri fenomeni favolosi si addicono al mondo d'oggi, caso mai si trovano altri mestieri pi sensati. Di occasioni ne hanno a bizzeffe." Signore santo, bambini, con tutto questo racconto ci siamo un po' scordati del mago Mag! Ma sicuro, non poteva dire n a n ba, perch continuava ad avere la prugna in gola; poteva solo sudare per la paura, sgranare gli occhi e pensare a come quei quattro dottori avrebbero potuto aiutarlo! "Allora, signor Mag," disse finalmente il dottore di Kostelec, "ora passeremo all'operazione. Ma prima dobbiamo lavarci le mani, perch in chirurgia la cosa principale la pulizia." E i quattro dottori cominciarono a lavarsi le mani; prima con l'acqua calda, poi con l'alcol, poi con la benzina, poi col fenolo; poi si misero dei camici bianchi puliti... accidenti, bambini, ora comincia l'operazione! Chi non ha coraggio di assistere, che chiuda gli occhi. "Vincek," ordin il dottore di Howice, "tieni le braccia del paziente, perch non si muova!" "Siete pronto, signor Mag?" chiese gravemente il dottore di pice. Mag fece un cenno con la testa; ma intanto aveva una tale fifa che gli pareva di perdere la ragione. "Ecco!" esclam il dottore di Hronov. In quel momento il dottore di Kostelec alz il braccio e diede al mago Mag un tale colpo sulla schiena, una tale botta... ...che si sent un boato, come quando tuona, e la gente di Nchod, Starkoe, perfino quella di Smiwice guard se stava per arrivare una tempesta; ...che la terra trem, e a Svatoovice croll una galleria abbandonata e a Nchod oscill il campanile della chiesa; ...che in tutta la zona, fino a Trutnov e Police e forse anche

oltre, tutti i colombi si spaventarono e tutti i cani si rifugiarono per il terrore nelle loro cucce e tutti i gatti saltarono gi dalle stufe; ...che anche la prugna in gola a Mag usc con tanta forza e tanto violentemente che vol fino oltre Pardubice e solo presso Pwelou cadde a terra, uccidendo nel campo un paio di buoi e conficcandosi nella terra tre tese, due gomiti, un piede e mezzo, sette dita, quattro palmi e un quarto di virgola. Allora, prima usc la prugna dalla gola di Mag, e subito dopo arriv la parola: "...rdo imbranato!" Era cio la met che era rimasta in gola a Mag, quando voleva dire al lentigginoso Vincek: "Balordo imbranato!" Ma la parola non vol tanto lontano, cadde a terra subito dopo Josefov e comunque schiant un vecchio pero. Poi Mag si aggiust la barba e disse: "I miei rispettosi ringraziamenti". "Di niente," risposero i quattro dottori. "L'operazione riuscita." "Se non che," disse subito il dottore di pice, "per guarire completamente da questa malattia, dovete rimettervi un altro paio di centinaia d'anni, signor Mag. Vi prescrivo insistentemente un cambiamento d'aria e di clima, come all'ondino di Havlovice." "Concordo col caro collega," dichiar il dottore di Hronov. "Avete bisogno, per la vostra salute, di molto sole e molta aria, cos come la principessa solimana. Per questo motivo vi consiglierei caldamente di trasferirvi nel deserto del Sahara." "Per quanto mi riguarda," aggiunse il dottore di Kostelec, "sono dello stesso parere. Il deserto del Sahara sar per voi, signor Mag, straordinariamente salutare, gi solo perch non ci crescono prugni che potrebbero seriamente mettere in pericolo la vostra salute." "Mi associo ai miei illustri colleghi," concluse il dottore di Howice. "E visto che siete gi un mago, signor Mag, potete almeno esplorare quel deserto e pensare a come farci arrivare la pioggia e buoni raccolti, perch la gente ci possa vivere e lavorare. Allora sarebbe davvero una favola molto bella." Cosa doveva fare il mago Mag? Ringrazi molto i quattro dottori, imball i suoi incantesimi e si trasfer dall'Hejovina nel deserto del Sahara. Da quel giorno da noi non c' pi nessun mago o negromante, e questo un bene; ma il mago Mag ancora vivo e medita su come far crescere nel deserto campi e boschi e citt e villaggi. Forse voi, bambini, riuscirete a vederlo. Fine