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inchiesta_rifiuti_2012

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La provincia dei rifiuti

di Filiberto Mayda Nevica a Parona, nevica a Sannazzaro de' Burgondi. Neve in questi due piccoli comuni della Lomellina che distano l'uno dall'altro non più di una ventina di chilometri. Nevica, eppure il cielo è solo nascosto da una sottile nebbia alta. A trasformare l'aria in fiocchi bianchi è un fenomeno dovuto alla condensazione di vapori emessi da due grandi impianti, che fanno paura: il termodistruttore di Parona e la raffineria dell'Eni. La gente del posto ci ha fatto l'abitudine, ma c'è ancora chi prima si stupisce e poi si spaventa. E mette insieme storie e fatti che raccontano come la Lomellina, terra di riso e di cascine, si stia trasformando nella pattumiera della provincia di Pavia, in una delle zone che politica ed affari hanno deciso di eleggere territorio dei rifiuti e dell'inquinamento. La Lomellina, d'altro canto, ha una serie di vantaggi: non è densamente abitata, ha buone vie d'accesso per quanto riguarda il trasporto su asfalto, ha una situazione di povertà industriale e di disoccupazione che rendono difficile contestare anche il peggiore dei progetti se porta soldi e magari qualche posto di lavoro. Lomellina, terra di discariche e di inceneritori. Non lo diciamo noi, lo dice l'Arpa Lombardia, presentando la situazione ambientale della provincia di Pavia: “Il numero di imprese industriali vede la provincia di Pavia all’ottavo posto nel panorama regionale, con una concentrazione delle attività, di tipologia estremamente varia, in Lomellina, ove si localizza anche il maggior numero di discariche”. I numeri possono aiutare. E sono solo i numeri recenti, quelli disponibili tra le carte di un'amministrazione provinciale che negli ultimi vent'anni ha fatto di tutto salvo programmare la gestione e la raccolta dei rifiuti. Sono quelli degli impianti di trattamento rifiuti e in esercizio nel 2011 appena trascorso, la bellezza di 110, ossia uno ogni 5.000 abitanti, uno ogni 26 chilometri quadrati. Insomma, in una giornata limpida ci si potrebbe guardare attorno certi di posare lo sguardo, prima o poi, su un piccolo o grande impianto. Veniamo ai numeri più dettagliati, dunque. Ci sono 9 impianti autorizzati per trattamento e recupero fanghi in agricoltura, 10 autorizzati per solo stoccaggio di rifiuti, 7 per termodistruzione, 7 di discarica, 5 di compostaggio, 19 di autodemolizione, 10 di selezione e cernita, 53 di recupero rifiuti vari, 3 di depurazione rifiuti liquidi, 4 di inertizzazione, 10 piattaforme per rifiuti urbani, 53 piazzole ecologiche di Comuni, 1 gassificatore. “Questi impianti – spiegano all'assessorato provinciale alle politiche ambientali - possono essere autorizzati contemporaneamente a più di una delle citate attività contemporaneamente”. Vi sono poi quelli autorizzati ed in esercizio: 7 impianti mobili di triturazione rifiuti e 81 impianti di recupero in procedura semplificata. Negli ultimi 3 anni sono stati rilasciati (non considerando le autorizzazioni di rinnovo e per varianti sostanziali agli impianti) atti di iscrizione al registro impianti di recupero per 14 nuovi impianti in procedura semplificata e autorizzazioni per 34 nuovi impianti in procedura ordinaria (vi sono comprese quelle per le piazzole per rifiuti urbani e gli impianti mobili). Negli ultimi 3 anni, infine, sono state respinte 2 istanze di iscrizione in procedura semplificata, cancellati 2 impianti dal registro dei recuperatori in semplificata e revocate 2 autorizzazioni per impianti in procedura ordinaria. Sono, come vedremo, affari importanti, spesso milionari. L'utile, in questi progetti, è altissimo, la tecnologia richiesta spesso non supera quella artigianale, i costi bassi. Ma in provincia di Pavia la conquista del territorio è anche per la produzione di energia elettrica alternativa. Ecco gli impianti fotovoltaici e a biomasse autorizzati al 31 luglio 2011: Digestore anaerobico Consorzio Powerfeed (Albuzzano e Costa de’ Nobili), La Pratolina (Badia), Alfa Alfa (Barbianello), Santa Caterina (Bastida Pancarana), Bosia Roberto (Carbonara), Bioflora e Valorizzazione ambientale (Dorno), Della Giovanna (Corana),

Castello (Gambarana), Marchetti Paolo Angelo (Gambolò), Genzone Energia (Genzone), La Darsena (Giussago), Ardemagni (Gravellona), Fri-El Grupellum (Gropello), Gorgona (Landriano), Belvedere (Lomello), Tavazzani (Marzano), Federico Radice Fossati (Mezzana Bigli), Fri-El Mortara (Mortara), Cairo (Pieve del Cairo), Rgp Lombardia (San Giorgio), Il Cascinino (Sant’Angelo Lomellina), Ghiselli (Sartirana), Av Green (Valle Lomellina), Alan (Zinasco) Fotovoltaico a terra Gelc e Ca Energy (Alagna), G&G, Butterfly e Montana (Arena), Piffer (Barbianello), Revi, Italcave, Cei Ugo, azienda agricola “Cei Ugo”, Irma Solar e Arizzi Fonderie San Giorgio (Casei Gerola), Masone (Casteggio), Agrisun (Castelnovetto), M&T Solare (Ceretto), Corte Nuova (Cervesina), Sv VII (Costa de’ Nobili), Sir Power e Prina Massimo (Dorno), Comune di Ferrera Erbognone, Toninelli Roberto (Langosco), Matti Immobiliare (Lungavilla), Ecotechno (Montebello), Afelio (Ottobiano), Curti Ezio (Pieve del Cairo), Afib (Robbio), Quaglia (Rosasco), Agropadana e Simply Energy (Santa Cristina), Icna e Anci (Trivolzio), Montana (Trovo), Il Gelso (Stradella), Sempio Marta (Valeggio) Villa Meris (Verrua), Vicos Costruzioni, Bi.Esse e Savi (Vigevano), Fabbrica Energia (Voghera), Wolf 424 e Poweo (Zeme) Fotovoltaico integrato in capannone Solar Plus (Stradella) Fotovoltaico su capannone Lomellina Risorse (Gambolò) Gassificatore Contagri Cegni (Santa Margherita), Centro Energia Pulita (Vistarino), San Vittore (Vigevano) Idroelettrico Icg (Ceretto) Impianto di combustione Area Uno (Confienza), Enac (Cura Carpignano), Parboriz e Società italiana truciolati (Mortara), Biolevano (Olevano), Riso Scotti (Pavia) Impianto di combustione motore endotermico Casteggio Energia (Casteggio), Oxon Italia (Mezzana Bigli), Er (Olevano) Modulo verde Orc integrato nell’impianto industriale Società italiana pellets (Corana) Recupero biogas da reflui industriali “Egidio Galbani” di Corteolona, Recupero biogas processo industriale Casteggio Lieviti (Casteggio). Un ultimo dato numerico: negli ultimi dieci anni la Regione Lombardia ha esaminato per la provincia di Pavia 82 procedure di diverso tipo che sono poi state autorizzate. Lo scenario è impressionante. Per tornare alla “neve” di Parona, basti dire che intorno al paese, a far ala al termodistruttore, ci sono un'industria di prodotti chimici, una di produzione di vernici, una fonderia di alluminio e una di ghisa. Parona, centraline, uova e diossina. E soldi spesi male Sulle pagine della Provincia Pavese compare questa lettera, scritta da un ex residente di Parona: “Rileggo sul giornale in questi giorni articoli che per me sono brucianti. Egregio sindaco Colli, Lei offende la sua intelligenza: si meraviglia di quello che succede nel suo Comune e dà la colpa all’Asl che non la informa? E’ come tenersi in casa un maiale (con tutto il rispetto per il nobile suino) e chiedersi come mai si sente puzza di animale. Si faccia ogni tanto un bel giro non dico sul territorio ma tra le vie del paese, farebbe delle belle scoperte. Mi era piaciuta Parona mi sentivo “integrato” ma... c’erano tanti ma. Ora abito ancora a Vigevano, in periferia, in una cascina, preferisco l’aroma della stalla vicina, so cos’è e da dove proviene: meglio che sentire l’aria inquinata e vedere come è ridotto il paese delle offelle”. E in effetti, dalle analisi dell'Asl, siamo nell'inverno del 2011, si trovano delle uova, coltivate da agricoltori di Parona, nelle quali vengono rilevate tracce di diossina. Il sindaco vieterà il consumo sia di uova sia di pollame allevato in paese. Certo che Parona soffre di questa situazione, di questo inquinamento continuo. I dati, ancora una volta, valgono più delle analisi: a Parona l'aria è più inquinata rispetto a Milano. Sembra un paradosso, ma chi dovesse arrivare da Milano lascerebbe una metropoli meno inquinata in alcune zone, come Città Studi. Senza che il sindaco di Parona, Silvano Colli (per legge responsabile della salute dei suoi concittadini) abbia ancora preso

provvedimenti per contenere l’emissione di polveri sottili nell’aria. Anzi, Colli, tirandosi addosso anche le critiche di Comuni confinanti, come Vigevano, nega che si tratti di un problema specifico di Parona, tutto quel Pm10 ad alte concentrazioni: “Il Pm10 non è statico, gira nell’aria. Gli altri non hanno il problema semplicemente perché non hanno le centraline di rilevamento, quindi non lo sanno” è la giustificazione di Colli. Ma come si spiega che a metà dicembre 2011 non ce ne sia stato uno solo, a Parona, con le polveri sottili entro il limite di 50 microgrammi al metro cubo, secondo i dati rilevati dalla centralina dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale)? Tra l’altro, dal 9 dicembre, tutti i giorni il Pm 10 a Parona ha superato i 100microgrammi al metro cubo, il doppio della soglia limite. Il sindaco ha una sua idea: colpa dei camion posteggiati male. E infatti, poco prima della fine dell'anno, ha istituito il divieto di parcheggio per i camion in via della Miseria: potrebbero “falsare il monitoraggio della centralina dell’Arpa posta nelle vicinanze”. L’ordinanza è “per motivazioni di carattere ambientale e di tutela della salute pubblica”. La centralina di monitoraggio delle polveri sottili (anidride solforosa, Pm10 e diossido di azoto) gestita dall’Arpa controlla la situazione dell’aria riferita all’intero territorio comunale e ne misura la media giornaliera. Risultato? Nessuno, il Pm10 è rimasto alto come al solito e come per tutto l'inverno del 2011. A metà febbraio 2012 si raggiunge un vero e proprio record negativo: 225 microgrammi al metro cubo di polveri sottili, oltre quattro volte la soglia limite. Qualche giorno dopo, poi, le analisi dell'istituto Negri di Milano confermano la presenza, oltre i limiti normali, di diossina (nell'aria) e di cromo (nell'acqua). Difficile vivere a Parona? Beh, un po' come a Sannazzaro o Ferrera Erbognone, dove quanto arrivi l'odore della raffineria dell'Eni si annuncia subito, forte. Ma in quei paesi, negli ultimi dieci anni, sono entrati milioni e milioni di contributi dell'Eni, che – diciamo così – s'è fatta perdonare la sua presenza non solo attraverso i posti di lavoro e tutto l'indotto di una così grande azienda, ma anche con versamenti ai Comuni sotto diverse forme, in modo comunque trasparente. A Parona, per i cittadini, è andata un po' diversamente. Qui i soldi arrivati dalla costruzione dell'inceneritore sono finiti in diversi inutili rivoli. Mal spesi, diranno i giudici della Corte dei Conti. Tutto inizia con la costruzione del termovalorizzatore, insomma l’inceneritore, nel lontano 2000. Con Lomellina Energia, infatti, si firma una convenzione che prevede un primo finanziamento di opere pubbliche per 3 milioni di euro. Cifra importante, ma neppure clamorosa: sarebbe stato sufficiente prendere i soldi e appaltare le opere. Invece viene costruita una società di scopo, la Parona Servizi Spa. E passi, diranno dunque i giudici, è prevista dalla normativa. Insomma, con quei soldi Parona Servizi fa le opere. Non è così. In realtà la società va a cercare finanziamenti bancari, inizialmente, per un somma complessiva di 6 milioni di euro, quindi il doppio di quanto comunque sarebbe arrivato da Lomellina Energia. Qui nasce il pasticcio finanziario, poco “trasparente”, faranno notare i giudici, anche perché a versare i soldi alla società, al 100% del Comune, sarà il Comune stesso. Per la Corte dei Conti siamo di fronte ad un gioco di prestigio contabile, “uno spostamento dell’indebitamento dal bilancio comunale al bilancio della società partecipata”. Non solo. Quando la Parona Servizi va a cercare soldi dalle banche, non avendo alcun patrimonio, ottiene dal Comune le garanzie. Di fatto, se non pagasse le rate, ne risponderebbe l’amministrazione comunale. Con questa operazione, aggirando i divieti normativi sugli indebitamenti degli enti locali, “l’indebitamento formalmente ricade sulla società ma gli oneri passivi derivanti da detta esposizione debitoria, in violazione di legge, vengono sostenuti dal Comune sotto forma di erogazione di contributo alla sua partecipata”. Non solo: questo comportamento “espone il Comune a una sua

responsabilità pressoché illimitata per i debiti contratti dalla società medesima”. Complessivamente, per 9,8 milioni di euro (per la sola parte capitale, ci sono poi da aggiungere gli interessi). Questa cifra di indebitamento è persino superiore a quanto versato da Lomellina Energia dal 2000 al 2007, ossia 8 milioni e 363mila euro. Perché cercare soldi in banca, allora, pagando fior di interessi e fior di (costosi) intermediatori? Scrivono infatti i giudici, sorpresi: “Premesso che il Comune ha solo 2.060 abitanti, è di non facile comprensione la considerevole esposizione debitoria della sua partecipata verso le banche, visto che il Comune ha goduto di una costante “liquidità” per i contributi erogati da Lomellina Energia”...”. Per tacere dei costi aggiunti e forse inutili. Ad esempio i 150mila euro pagati dal Comune alla Parona Servizi (la quale non ha liquidità sufficiente) per la parcella a favore delle società “A&R Project Consulting” e “Banca Profilo” per “la pratica di un finanziamento andato a buon fine e per il quale hanno prestato la loro consulenza”. C’è poi il caso della nascita della Parona Multiservizi, fusione tra la vecchia società e la società Casa per l’Anziano che “non trova alcuna giustificazione logica”. D’altro canto, la prima appaltava lavori per le strade, la seconda gestiva una residenza per anziani. Ma come, dirà il Comune, “la fusione ha generato risparmi fino a 80mila euro annui”. I giudici replicano e insistono: “Argomentazione generica e priva di qualsiasi riscontro” Anche qui, la Corte ha il sospetto che la fusione sia servita a “rendere non facilmente intellegibili le entrate e le uscite finanziarie connesse”. www.saluteambienteparona.it http://sites.google.com/site/futurosostenibileinlomellinait http://www.vigevanosostenibile.org http://www.nuovastagione.eu A come amianto. A come affari: Ferrera Tutto nasce da una comprensibilissima esigenza: smaltire l'amianto. Si chiama Pral, Piano Regionale Amianto Lombardia: le stime sulla presenza di amianto nella regione sono di circa 2.800.000 mc3, ma nel 2007 ne sono stati rimossi e smaltiti solo 150.000 mc3. La presenza di amianto è un problema serio, gli esperti citano la situazione epidemiologica della Lombardia che, “quanto a malattie asbesto correlate è piuttosto grave. Dal Registro dei Mesotelioma risulta che le persone colpite da mesotelioma superano ogni anno le 300 unità e sono in costante aumento; una stima prudente che prende in esame altre forme tumorali asbesto correlate ci dice che sono circa un migliaio i morti per amianto in Lombardia”. Tra questi, ci sono le vittime dell'ex Fibronit: un procedimento penale in corso, la necessità di bonificare, ci vorranno 30 milioni di euro, quell'area nella cittadina di Broni e di smaltire l'amianto. C'è il problema dei costi, dunque, ma anche su dove fare (sotto il profilo territoriale) la discarica speciale per accogliere non soltanto le circa 1.500 tonnellate di cemento/amianto della ex Fibronit, ma anche le restanti 3.500 tonnellate di amianto presente in provincia. E' l'estate del 2010, ancora si parla dei siti di Cava Manara/San Martino, di Ferrera Erbognone, di Gambolò. C'è chi ha già le idee chiare. Come l'assessore provinciale all'Ambiente, Ruggero Invernizzi (Pdl), lomellino doc. Smaltire amianto è un ottimo affare. Tra i generi di smaltimento è quello che ha il migliore rapporto costi/utili. E' ovvio che gli imprenditori privati siano interessati da questo genere di operazioni. “I privati certamente, ma anche le amministrazioni locali - sottolinea

l'assessore provinciale Ruggero Invernizzi -. Noi, come Provincia, non possiamo identificare un sito, compito che è della Regione. Personalmente, tuttavia, posso esprimere l'auspicio che si trovi un accordo tra il pubblico e il privato, perché è giusto che il ritorno economico venga condiviso”. Un accordo tra pubblico e privato? L'assessore vede lontano: l'accordo pubblico-privato è proprio quello che tanto vorrebbero – rappresentanti pubblici e imprenditori privati – per fare un ottimo affare. Capita a Ferrera Erbognone, ad esempio. Qui la società Acta decide di costruire una discarica di amianto. In Lombardia è iniziato infatti il percorso per l'approvazione della nuova legge sull'amianto. La situazione è decisamente grave. In tutto ci sono 44004 siti con presenza di amianto, di cui 1663 di amianto friabile. Di questi 28601 sono ancora da bonificare, 8566 in fase di bonifica e 7377 già bonificati,che rappresentano un incremento del 50 per cento rispetto all'anno 2008. E di discariche non ce ne sono. O quasi. L'unica presente in Lombardia è a Cavriana in provincia di Mantova che in tre anni si è saturata. E' stata così rilasciata l'autorizzazione alla Profacta a Brescia per realizzarne una nuova dalle dimensioni limitate (80mila metri cubi) a Brescia. I tempi però stringono visto che l'amianto dev'essere bonificato completamente entro il 2015 e le società tedesche che se ne occupano per contro della Lombardia hanno già fatto sapere che non potranno più farlo oltre. I metodi sono tre. Si può incenerire, il più pericoloso per la salute, inertizzare e utilizzare come fondo stradale, oppure creare le discariche in sicurezza. L'ultimo sembra essere quello che più attrae e Regione Lombardia, seppure non mancano progetti che hanno allarmato la popolazione. Come quello illustrato alla fine del 2011 dall’assessore regionale al Territorio Daniele Belotti (Lega). Il quale, ribadendo che soldi non ce ne sono, ha lanciato l'ipotesi di un impianto sperimentale di inertizzazione privato (progettato da Aspireco amianto di Brescia e Zetadi di Varese) che brucerebbero le fibre a temperature elevatissime per farne materiale riutilizzabile nell’edilizia e che quindi porterebbe a Broni le risorse necessarie per sostenere finalmente i costi della bonifica. Con quel forno per l'amianto Broni, che ha già dato un pesantissimo contributo in vite umane, dovrebbe convivere per sette anni. Al di là del fatto di riportare a Broni un'altra attività industriale legata al trattamento dell'amianto, è evidente che un impianto del genere, per essere remunerativo, dovrà bruciare non solo l'amianto bronese, ma anche quello di altre province. Messo da parte questo progetto, non restano, per Broni, che altre due soluzioni: una discarica nell'area Fibronit (solo per il materiale di Broni), oppure un sito più grande a Broni o nei paesi vicini per smaltire materiale a livello provinciale. A questo proposito la società Broni-Stradella ha fatto uno studio che ha individuato il luogo migliore: su questo studio c'è un impenetrabile top secret. Ad oggi due discariche sono già autorizzate e quattro sono in via di autorizzazione. Riusciranno a smaltire 2 milioni e mezzo di metri cubi, ma non sarà sufficiente. Attualmente in Lombardia ci sono venti siti di stoccaggio dai quali l'amianto parte verso ventuno siti tedeschi. Mandarlo in Germania amianto costa 120 euro alla tonnellata, in Italia si smaltirebbe a 100. Il risparmio toccherebbe anche i privati cittadini,che oggi per ogni metro quadro spendono tra i 15 e i 20 euro. Una è stata autorizzata a Montichiari e si chiama Ecoeternit smaltirà 480mila metri cubi. La speranza è di partire in tempi brevi. A Brescia alla Profacta invece l'unico ostacolo è un ricorso al Tar. Se il pronunciamento dovesse essere positivo verrebbero smaltiti 80 mila metri cubi. La battaglia più dura, anche con i comitati si giocherà però su quelle in via di autorizzazione. A Cremona in località Cappella Cantone attendono l'autorizzazione per 261mila metri cubi per una cava

della Cavenord. Autorizzazione che non arriverà mai peraltro, dal momento che si tratta di una delle cave oggetto di indagine nella questione dell'assessore Nicoli Cristiani, finito in carcere per corruzione. A Travagliato sono in attesa di una discarica di 435mila metri cui e la procedura di Valutazione di impatto ambientale è già stata completata. Entro un anno dovrebbe partire. Il gruppo che la realizza si chiama Cerca. A Treviglio la Team sta attendendo il via libera per una discarica di amianto da 480mila metri cubi, mentre la più grande della Regione è quella di Cava Manara con 770mila metri cubi e che sarà realizzata dalla Risorse futuro,anche se un primo progetto è già stato bocciato. I proprietari sono infatti tornati alla carica. E poi c'è la questione Ferrera Erbognone, dove è appena iniziato l'iter per portare una discarica di amianto nel paese al confine tra Lomellina e Oltrepo, presso la cascina Gallona. Il problema qui sorge con i comitati, ma anche con i politici locali. Ad esempio l'assessore provinciale all'ambiente Alberto Lasagna, che poca competenza ha sulla questione eternit, i cui permessi sono regionali. “Per l'autosufficienza della provincia di Pavia, basterebbe metà dell'impianto di Ferrera, ma qui ne vogliono fare tre”. Tra i comitati molto attivo è proprio quello del paesino sul cui territorio sorgerà. “Non vogliamo la discarica _ dice Mariagrazia Giordana, una delle esponenti _ perché è in una zona già piena di impianti. Abbiamo una raffineria di petrolio dell'Eni, una centrale elettrica e tra poco nella vicina Lomello sorgerà un impianto per lo smaltimento fanghi. Ci sembra troppo. Non vogliamo altre cose che creino problemi all'ambiente. A breve arriveranno i fanghi a Lomello e l'aria peggiorerà in modo consistente”. Ma sono agguerriti soprattutto i cittadini di Sannazzaro, presi tra la raffineria, un impianto di smaltimento fanghi, e uno in procinto di nascere a pochi chilometri, uno per le ceneri a Galliavola, ai quali va aggiunto l'andirivieni di autoarticolati che trasportano rifiuti. A chi giovi la discarica è difficile da stabilire. Il sindaco di Ferrera Erbognone se n'è fatto promotore, mentre quello di Sannazzaro è contrario, ma scavando tra le carte e nei progetti si scopre,che soprattutto ne trae giovamento il proprietario del terreno. I coniugi Giovanni Allevi e Carola Maggi stanno per vendere il terreno dove sorgerà la discarica di amianto a un prezzo dieci volte maggiore di quello di mercato grazie a un intervento di Regione Lombardia e del Consorzio rifiuti della Lomellina (Clir). Il pioppeto si trova davanti alla raffineria dell'Eni e ha una dimensione di 130.075 metri quadrati e sarà venduto, stando al piano finanziario che compare sul sito della Regione e redatto dalla ditta Acta, acquirente del terreno, a 4 milioni di euro. Qui la società Acta, presso la cascina Gallona, decide di costruire una discarica di amianto che potrebbe rendere 50 milioni di euro. Il problema sorge subito con i comitati locali. «Non vogliamo la discarica - dice Mariagrazia Giordana, una delle esponenti – perchè è in una zona già piena di impianti. Abbiamo una raffineria, una centrale elettrica e nella vicina Lomello c’è ora un impianto per lo smaltimento fanghi. Ci sembra troppo». Per non dire del vicino impianto di Galliavola, dove vengono smaltite le ceneri del termovalorizzatore di Parona. A chi giovi la discarica è difficile da stabilire. Il sindaco di Ferrera Erbognone se n'è fatto promotore, mentre quello di Sannazzaro è contrario, ma scavando tra le carte e nei progetti si scopre,che soprattutto ne trae giovamento il proprietario del terreno. I coniugi Giovanni Allevi e Carola Maggi stanno per vendere il terreno dove sorgerà la discarica di amianto a un prezzo dieci volte maggiore di quello di mercato. Il pioppeto si trova davanti alla raffineria dell'Eni e ha una dimensione di 130.075 mq e sarà venduto, stando al piano finanziario che compare sul sito della Regione e redatto dalla ditta Acta, acquirente del terreno, a 4 milioni di euro. In pratica un terreno definito come agricolo, con un valore quindi di 3 euro al metro quadro, verrà venduto a circa 30. Chi ha interesse a spendere così tanti soldi per comprare un pioppeto? Ad esempio lo stesso proprietario del pioppeto. Infatti, di Acta fanno parte con 17.500 quote la moglie di Allevi, e altre due società Argitek e Tirsi, rispettivamente con 55.000 quote e 27.500 quote, che hanno sede proprio alla cascina Gallona. Completano il quadro Bruno

Calzolai di Voghera, membro dell’Unione Industriali, Nicolò Criscuolo di Brescia e Mario Scevola di Milano.. La situazione è molto più complicata di quello che si pensi. Se si analizza la struttura societaria di Acta si entra in un dedalo di società, tutte Srl e con un capitale sociale che si aggira attorno ai 10mila euro. Acta è di proprietà di Argitek, di Tirsi e della signora Carola Maggi. I consiglieri sono Mario Scevola, Bruno Calzolai, Giovanni Allevi (niente a che fare con il musicista) e Nicola Criscuolo. Prima di continuare l'analisi del labirinto societario vale la pena chiarire chi sono due di questi personaggi. Bruno Calzolai è stato presidente dell'Unione Industriali pavese. Nicola Criscuolo è un mantovano con molti interessi ovviamente a Mantova ma non solo. A Carbonara Po è proprietario della Recuperi Industriali Srl. La Gazzetta di Mantova nel 2010 ha dedicato un paio di articoli a questa società per problemi di “rilevazione di molestie olfattive”. Nicola Criscuolo è un elemento cardine nella questione Sannazzaro. La Tirsi, che è partecipata della Acta è di proprietà di Alessandro Allevi, curioso caso di omonimia, ha l'usufrutto di alcuni terreni di proprietà di Mario Scevola, Anna Maria Scevola, Laura Scevola e Alessandra Allevi. Tirsi ha anche una partecipazione in Argitek a sua volta partecipata di Acta. Argitek ha come consiglieri Nicola Criscuolo e Michela Allevi ed è di proprietà della Ecofor (ma anche della Tirsi, di Giovanni e Michela Allevi), società che è nata anche per trattare rifiuti speciali. La Ecofor a sua volta è di proprietà di Recuperi Industriali (ancora Criscuolo), di Chiara e Bruno Calzolai, di Pietro Delaini (imprenditore edilizio bresciano) e di Franco Claudio Bosi, presidente dell'Unione Industriali di Voghera, che opera nel settore laterizi. Tutte queste aziende hanno nella ragione sociale il trattamento, il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti, ma mentre la Acta è inattiva Tirsi è un'impresa in fase di aggiornamento. Difficile capire il perchè sia stata costruita questa impalcatura di aziende, l'una controllata dall'altra come, quando sarebbe bastato un consorzio per aprire una discarica. Difficile anche capire il ruolo dell'ente che gestisce i rifiuti in Lomellina, il Clir, in tutto ciò. Infatti un ingresso nell'azienda che costruirà la discarica sembra far gola anche al Clir, consorzio di comuni che gestisce i rifiuti in Lomellina, cioè un ente pubblico. Al momento non vi nulla di definitivo, ma il consorzio ha già provato a votare una delibera in cui si dice pronto a rilevare il 25 per cento di Acta o comunque di partecipare al 25 per cento del progetto. Al momento è stata rimandata questa delibera. Si tratterebbe di soldi pubblici per comprare un terreno a prezzo maggiorato di un privato, dunque. Per la precisione il Clir dovrebbe da subito sborsare un milione di euro. Ma che qualcosa stia bollendo in pentola da tempo lo testimonia una riunione del Clir del 17 settembre 2010, nella quale non solo partecipano tutti i sindaci della zona, ma anche il deputato Marco Maggioni, leghista di Valle Lomellina. Il suo intervento è piuttosto chiaro: “Le sfide future sulle ex municipalizzate sono importanti e il territorio deve ragionare non solo sul domani, ma addirittura sul dopodomani per giocare d'anticipo”. Continua poi paventando l'ipotesi di una collaborazione alla realizzazione della discarica. “Il settore - dice - è un settore complicato e delicato che tocca la sfera dell'ambiente e della salute ed avere l'opportunità di controllare da parte dei sindaci è certamente qualcosa che segna un passo avanti”. Lo spunto offerto da Maggioni viene raccolto e tradotto in realtà dall'assemblea con una decisione finale che sa molto di sacrificio obtorto collo: “Il Clir delibera di riservarsi in successiva e apposita seduta l'approvazione definitiva di eventuali progetti concreti e di contenuto adeguato, in relazione agli obiettivi più sopra assegnati, anche in riferimento

agli eventuali atti costitutivi di una società di nuova costituzione, con una partecipazione del Clir che, ancorché eventualmente minoritaria, valga ad assicurare alla società pubblica funzioni di controllo e garanzia”. Insomma per meglio controllare chi fa la discarica è il caso di diventare suo socio, ma la prima cosa da controllare sembrano essere proprio i conti. Che la Lega in questo caso con Maggioni, politico entrato come primo degli esclusi a Montecitorio, controlla più che bene. Del resto a due passi da Sannazzaro, a Mede, c'è il feudo di Lorenzo Demartini, vicinissimo a Maggioni, e leghista presidente di Lombardia informatica, roccaforte ciellina in Regione, per la prima volta andata a un leghista. Insomma tutto torna, visto che Demartini che a lungo si è battuto contro l'impianto per le ceneri di Galliavola e contro la centrale a olio di Vigevano quand'era consigliere regionale, da sindaco di Mede è assolutamente favorevole alla discarica. D'altro canto, è una questione di soldi: chi non si metterebbe in affari quando l'utile previsto è di 50 milioni di euro? Sulla questione dell'utilità di una partecipazione pubblica nell'affare discarica, si può leggere la nota dell'associazione Futuro Sostenibile in Lomellina. (http://sites.google.com/site/futurosostenibileinlomellinait/). http://sites.google.com/site/futurosostenibileinlomellinait/amianto/discarica-di-ferreraerbognone-pv http://www.avani.it A come amianto, a come affari: Cava Manara Come avverrà qualche mese dopo per Gambolò, anche a Cava Manara e San Martino, i proponenti di una discarica di amianto giocano al limite. La società “Risorse future srl”, per conto dell'Ecodeco di Giussago, presenta un doppio progetto, in qualche modo: una “normale” discarica di inerti nella parte di territorio che cade, con tutti i suoi vincoli, nel Parco del Ticino, mentre la discarica per il cemento amianto finisce, si fa per dire, a due passi, a pochi metri dall'altra, ma fuori dai vincoli del Parco del Ticino e del comune, quindi, di San Martino Siccomario. Il progetto, tuttavia, spaventa: non solo e soltanto per la presenza dell'amianto, ma per i preannunciati passaggi di camion, 28 al giorno, con conseguente rischio di incidente e quindi di emergenza inquinamento. Perché, nelle discariche di amianto, il vero pericolo non è la gestione post discarica, bensì tutto ciò che precede l'interramento e l'inertizzazione dei materiali inquinanti. Peraltro questa discarica va a sorgere a due passi dal futuro “svincolone” dell'autostrada Broni-Mortara. Auto, traffico, pm10, polmoni che se ne vanno. E' così? Ancora dei numeri: quattordici camion da 25 tonnellate percorreranno ogni giorno la provinciale 193bis verso Zinasco per accedere, secondo il progetto presentato ieri sul tavolo di Comuni e Provincia, alla discarica di cemento amianto disegnata da Ecodeco per Risorse Future srl alla ex Cava Villa. Ventotto viaggi ogni giorno, quattro all’ora, trasportando per ognuno dei 330 giorni lavorativi ipotizzati circa 350 tonnellate di cemento amianto. Ovvero 220 metri cubi. In una zona dove già l'inquinamento da traffico veicolare è alle stelle. Una situazione che preoccupa anche i sindaci non direttamente coinvolti, deciso ad operare collettivamente contro il progetto. Il sindaco di Sommo Guido Zanaboni spiega i motivi della decisione: “È una cosa che va al di là della semplice realtà di Cava e San Martino, è un discorso di carattere territoriale: il fatto che siamo situati a 700 metri dall’impianto, che si trova fuori dai nostri confini non può significare nulla”. Tanto più che Ca’ Bianca è uno degli insediamenti più vicini all’area ove potrebbe essere realizzata la discarica. “Dobbiamo cercare di far prevalere una posizione comune di buon senso – spiega Zanaboni –. Ma per farlo prima

dobbiamo vedere le carte”. Il sindaco di Zinasco Giuseppe Miracca aggiunge: “Non possiamo che agire di comune accordo perché la discarica può essere utile o danneggiare tutto il circondario. E insieme avremo più forza per pesare nella discussione”. La stessa cosa succedeva a Ferrera Erbognone, dove la discarica dovrebbe nascere più vicina all'abitato di Sannazzaro che a quello della stessa Ferrera. E in qualche modo, anche a Gambolò, il cui progetto di discarica di amianto, più modesto rispetto a quelli di Cava e Ferrera, tocca anche la vicina Vigevano. Ma il Comune ducale non si muove più di tanto, saranno forse a contare anche i buoni rapporti tra l'amministrazione leghista e il gruppo imprenditoriale che propone il progetto, ossia la famiglia Righini. http://bronimortara.blogspot.com http://www.comitatoperlomello.it/

A come amianto, a come affari: Gambolò La storia è decisamente curiosa. Della discarica d'amianto, mica noccioline, all'inizio non ne sa niente nessuno. Quando, nell'inverno dello scorso anno, la notizia inizia a circolare, il primo fascicolo con il progetto arriva sul tavolo sbagliato, se così possiamo dire. Sul tavolo del sindaco Elena Nai (Pdl), amica di Alberto Righini e in ottimi rapporti con la famiglia (che ha realizzato la casa di riposo di Gambolò). Arriva lì e basta, per quel che si sa. Il sindaco conferma: è stato depositato, dice, è a disposizione delle forze di minoranza. Le quali si guardano bene dal renderlo pubblico. Nell'ufficio del sindaco quelle carte restano. Finché non è la Provincia Pavese a dare le prime anticipazione e poi a pubblicare l'intero progetto quando arriva in Regione e, in modo trasparente, viene messo a disposizione di chiunque ne fosse interessato. La seconda curiosità è che il progetto, come vedremo, viola (o violerebbe?) apertamente le norme del Parco del Ticino. Un po' come a Cava Manara / San Martino, per le stesse ragioni, per gli stessi vincoli. “Ma è davvero sicuro che non sia possibile fare una discarica di amianto in quella zona?”, ci butta lì il sindaco Nai quando l'andiamo a trovare per chiedere chiarimenti sul progetto. La replica del Parco del Ticino è secca e chiarissima. Dice il presidente del Parco, Milena Bertani: “Che si possa fare una discarica di amianto nel territorio del Parco, davvero non mi risulta. Certo, che imprenditori si muovano su presupposti normativi infondati mi sorprende, se uno conosce le regole di solito evita di prendere una strada complicata. Francamente non so se esistano altre scorciatoie, a meno che non sia stata approvata qualche strana norma nel bilancio che mi è sfuggita... E’ vero che è in corso un dibattito e un confronto tecnico su possibili modifiche, direi semplificazioni, delle procedure autorizzative. So anche che c’è chi vorrebbe modificare i confini. Ma credo davvero che nessuno, neppure chi verrà dopo questo Consiglio, voglia permettere che in un parco protetto si realizzino delle discariche”. Anche Luigi Duse, vice presidente del Parco, si dice sorpreso: “A quanto mi risulta il Ptc del Parco, quello del 2003, non permette questi interventi neppure nelle zone cosiddette G2, perché la discarica di cemento amianto non può essere considerata una discarica di inertimacerie. Detto questo, saranno i tecnici a valutare. Certo è che politicamente, per quanto riguarda il Parco, da sempre siamo contrari a iniziative di questo tipo... Mi chiedo poi cosa ne pensino la città di Vigevano e la sua amministrazione di questo progetto, che dovrebbe sorgere a seicento metri dalla frazione della Sforzesca, un luogo talmente prezioso anche dal punto di vista monumentale, oltre che ambientale, che prima o poi dovrà richiamare

l’attenzione e la preoccupazione delle associazioni che tutelano e nostri beni culturali ed architettonici”. “Vorrei anche aggiungere - sottolinea la Bertani - che il Parco del Ticino aveva già espresso un suo parere ufficiale in merito alla possibilità di aprire una discarica di cemento amianto quando fu presentato il progetto di Cava Manara-San Martino. E di fronte al nostro diniego, il progetto, se ben ricordo, venne modificato. Insomma, mi pare che il caso di Gambolò non sia diverso: nel Parco non si può fare”. Tutto chiaro, allora? Neppure per sogno. Le discariche di cemento-amianto possono essere equiparate a quelle di semplici materiali inerti, e quindi non ci sarebbero particolari divieti per realizzarle all'interno del Parco secondo una certa interpretazione della norma. Alla fine del gennaio 2012 la società IsolaVerde srl di Alberto Righini presenta l'intera documentazione alla Regione. E in questa documentazione c'è anche la replica indiretta alle tesi del Parco del Ticino. Se l’interpretazione della società fosse corretta, non vi sarebbero vincoli alla costruzione della discarica: “La variante generale al PTC del Parco Lombardo della Valle del Ticino - si legge nella documentazione depositata - prevede che nell’ambito dello stesso sia possibile la realizzazione di una discarica di inerti previa verifica della compatibilità ambientale e rispettando alcune prescrizioni”. Unico vincolo, in teoria, potrebbe essere la presenza, nelle vicinanze del sito di progetto, di un cosiddetto “bene di rilevante interesse naturalistico”. Nel caso ci sarebbe: ossia il platano della Sforzesca, pianta di dimensioni eccezionali e di forte impatto scenico. Ebbene, secondo la società IsolaVerde Srl “il progetto non interessa il bene in oggetto”, immaginiamo per una questione di distanza in linea d’aria, visto che i camion carichi di l’amianto passeranno tutti i giorni davanti a questo splendido platano. Controllando la documentazione on line sembra davvero che la discarica per il cemento-amianto, quindi con bassa presenza di fibre libere, possa essere considerata del tipo 2A, ossia per inerti. E quindi, ribadiamolo, compatibile con le norme del Parco del Ticino. Ora, se davvero è così, sorprende come l'imprenditore fosse al corrente, meglio degli uffici del Parco stesso, della presunta corretta interpretazione della norma. Sta di fatto che anche il progetto della terza discarica per amianto della Provincia di Pavia trova una strada aperta davanti a sé. A sorpresa, però, nel febbraio del 2012 la conferenza dei servizi boccia la proposta di discarica. La società potrà presentare un ricorso, ma il “no” sembra essere definitivo.

Soldi nel fango, il caso di Lomello Come per la discarica di Gambolò, anche per l'impianto di trattamento fanghi di Lomello pare che molti sapessero in anticipo mentre la popolazione non era informata. Anche qui, per l'imprenditore è un business non da poco e, salvo l'opposizione dei cittadini e dei comitati spontanei, non trova particolari ostacoli nel suo progetto. Anzi, viene persino aiutato, più o meno consapevolmente, dalla curia vigevanese e dal parroco di Lomello. I fanghi non piacciono a nessuno. Puzzano, quando vengono gettati nei campi. E puzzano, spesso, gli impianti che li trattano. In teoria, quindi, gli amministratori dei Comuni interessati a progetti del genere, ma anche quelli confinanti, dovrebbero allertarsi subito e informare i cittadini. Per poi decidere se combattere o meno una battaglia (civile, s'intende) contro l'impianto in questione. E invece, almeno apparentemente, la notizia che a Lomello, paese con un centro storico bellissimo e che tanto vorrebbe avere una vocazione anche turistica, la sanno in pochi. Certamente non trapela dal sindaco Giuseppe Piovera. Gli organi di informazione solo nel 2009 inizieranno ad occuparsene. Rodolfo

Verpelli, 44 anni, è amministratore dell'azienda Cre per conto di una società milanese. Si tratta della “Cordusio Fiduciaria SpA”, che proprio in quanto fiduciaria “nasconde” l’identità dei soci, salvo che nei casi previsti dalla legge (come la partecipazione agli appalti pubblici, e appartiene al Gruppo Bancario UniCredit); fino al 2009, in realtà, la Cre aveva dietro un'altra fiduciaria, la Sitios, del Lussemburgo. Non solo: Verpelli siede anche in Eal compost ed è pure amministratore unico di Gadfer Srl, che si occupa di rifiuti, e di Tango Duemila Srl, immobiliare che è partecipata dallo stesso Verpelli, in minima parte, e controllata dalla Cordusio fiduciaria per azioni, la quale è a sua volta è totalmente controllata da Unicredit private banking. Abbiamo dunque detto “solo nel 2009” perché Verpelli era alla ricerca di terreni, in Bassa Lomellina, dove costruire l’impianto per conto della Cre già dal 2004. Dunque, qualcuno - tra tecnici, amministratori o cittadini - sapeva quello che stava per accadere. A confermarlo è il sindaco di Galliavola, Luigi Borlone. In qualche modo, dunque, sembra dar corpo alle accuse rivolte al collega sindaco di Lomello, Giuseppe Piovera, ossia che l’amministrazione comunale del paese che oggi ospita il contestatissimo impianto di trattamento fanghi fosse al corrente da tempo del progetto e, in qualche modo, l’avesse tenuto nascosto ai cittadini. Eppure, proprio Borlone difende Piovera. “Andò così - racconta -. Verpelli si presentò in Comune, a Galliavola, nell’inverno del 2004, presentando il progetto per l’impianto di trattamento fanghi. Era interessato a realizzarlo nel nostro territorio, comunque al confine con Lomello. Si comportò con molta gentilezza e correttezza, e ci invitò ad andare a vedere l’impianto del Lodigiano, già operativo, simile a quello che avrebbe voluto costruire qui. Ci andammo, qualcuno portò persino la telecamera. Ma non servivano le immagini, ci bastò la puzza, che era impressionante”. Non fu sufficiente. Verpelli insistette e, la seconda volta, alla “visita guidata” parteciparono anche il sindaco, il vice sindaco e un assessore di Lomello. Il sindaco era Piovera. “Anche loro furono convinti che l’impianto non si dovesse fare a Galliavola, perché la puzza sarebbe stata condivisa - ricorda Borlone -. Poi, nel 2007, un bel giorno, vengo a sapere che lo stanno costruendo a Lomello...”. Insomma, il collega sindaco l’avrebbe tenuto nascosto. “No, non ci credo a queste accuse. Un sindaco non vede tutte le delibere, non può occuparsi di tutto. E poi Verpelli, insomma la Cre, acquistarono i terreni con una società apposita, una società agricola, e nessuno poteva immaginare che poi ci avrebbero fatto un impianto del genere”. Proprio nessuno? “Ora, la mia è un’illazione, ma ritengo che in Comune, a Lomello, forse qualcuno avrebbe dovuto sospettare, informando poi il sindaco di cosa stava succedendo. Ma, ripeto, sono illazioni: magari non era così facile collegare l’acquisto dei terreni con l’operazione seguente della Cre. Sono però quasi certo che a Lomello qualcuno sapesse dell’intera operazione, non fosse altro perché Verpelli, mi risulta. stava cercando anche degli immobili per spostare qui alcuni uffici”. Verpelli a Lomello si muove con discrezione, cerca consensi all'interno del paese. Certo, la ditta si muove secondo le regole, le autorizzazioni sono regionali, ma una battaglia contro l'impianto, se partisse in anticipo, farebbe fallire il progetto. Meglio attirarsi le ire della popolazione quando ormai, sotto il profilo dei procedimenti autorizzativi, è ormai impossibile bloccare la procedura. Verpelli ha anche bisogno di terreni, gli manca – nel terreno che ha acquistato – il passaggio per far transitare i camion che porteranno i fanghi da trattare a Lomello. Il terreno che gli serve è della curia. Che a sua volta, pare, si guarda bene dall'informare i fedeli che in paese sta per sorgere un impianto del genere. Il quale, lo si noti, è un impianto simile che, pochi mesi prima nel lodigiano, aveva portato all'intervento della procura della Repubblica, ma il caso era poi stato archiviato: “Pensi che persino la Boccassini aveva indagato su di noi – racconta Verpelli – e tutto è risultato regolare”.

Così, tra la società agricola Asso srl (presieduta da Rodolfo Verpelli, titolare della Cre) e la Curia si firma un accordo nel quale, in buona sostanza, la diocesi di Vigevano cede un terreno alla società e in cambio ne riceveva un altro di minor valore. La permuta, inoltre, prevede da parte della Asso srl il versamento alla Curia di circa 50mila euro come conguaglio. Poi la Asso avrebbe affittato i terreni alla Cre. Per capirci. Se la Curia avesse rinunciato alla permuta senza inoltre concedere la servitù di passaggio, il progetto del centro di trattamento fanghi si sarebbe arenato. La curia si difende: il terreno non era stato ceduto alla Cre, ma ad un’altra società. Ma che fosse la stessa cosa, era un segreto di Pulcinella. Un segreto da 50mila euro. Ma torniamo alle date. Dopo le “ispezioni” e le “visite guidate” del 2004, il 22 settembre 2006, l’ingegner Rodolfo Verpelli, titolare della Cre, chiede al Comune la certificazione urbanistica dell’area dove intende costruire l’impianto. Tra il 10 ottobre 2006 e il 18 gennaio del 2007, il geometra Davide Guerreschi risponde alla Cre precisando l’assenza “di vincoli sui terreni”. Non si tratta, visto che nessuno ne ha mai fatto richiesta, di Zona di protezione speciale delle risaie della Lomellina. Certo, ne è ai confini, ma non dentro. Della questione gli uffici (e immaginiamo, anche la giunta) ne dovrebbero essere stati al corrente, tenendo conto che la corrispondenza tra società e amministrazione vede altre due lettere di precisazione e si parla esplicitamente di “incidenza ecologica degli interventi eseguibili sul territorio”. Un’altra data è significativa: è quella del 6 settembre 2007, quando il titolare della Cre propone la visita guidata all’analogo impianto di Maccastorna, in provincia di Lodi. L’ipotesi di traffico illecito di rifiuti in relazione all’impianto di trattamento fanghi da 125mila tonnellate annue della Cre a cascina Risi di Maccastorna - contestata nella primavera del 2010 dal pm di Lodi Paolo Filippini e poi passata, per una modifica nelle competenze di legge, alla Direzione distrettuale antimafia di Milano - è stata archiviata dal gip di Milano su richiesta della stessa procura. A renderlo noto è stato il legale rappresentante della Cre, Rodolfo Verpelli. “La Cre - ha sottolineato Verpelli - ha agito e agisce in totale legalità”. Nel frattempo, quel triangolo di terra di Lomellina, sperduta nella pianura padana, si trasforma nel regno degli imprenditori del rifiuto e del suo trattamento. C'è, a Lomello, l’”Officina dell’Ambiente”, in località Tenuta Grua: è un’azienda che si occupa del trattamento delle scorie da incenerimento e, secondo indiscrezioni, avrebbe già chiesto al Comune di Lomello la possibilità di ampliare la sua attività. E a proposito di nuove attività, sarebbe stata venduta l’area dell’ex Prefabbricati, alle porte del paese, lungo la strada che conduce a Mede, a pochi metri dall’area artigianale. Qui, potrebbe sorgere un altro impianto collegato alla gestione dei rifiuti. Accanto all’officina dell’ambiente, c’è la “ RisoTicino Società Cooperativa”, dove è già in funzione un inceneritore che brucia i resti della lavorazione del riso. Nel maggio 2011 la Riso Ticino ha chiesto alla Provincia la proroga della messa a regime di un impianto di gassificazione per il trattamento di rifiuti speciali non pericolosi. Un inceneritore che andrebbe ad aggiungersi all’attuale impianto alimentato a lolla di riso e “rifiuti plastici di polietilene”. Anche qui tutto regolare, ci mancherebbe. Ma a leggere con attenzione le carte si scopre che sarebbe bastata un po' di attenzione in più per impedire alla Cre di realizzare qui il suo impianto. Infatti, la Cre viene costruita accanto all’area protetta Zps (Zona di protezione speciale), in un quadrilatero di terreno che, secondo il Comitato per Lomello, che ha combattuto si dall'inizio la sua battaglia contro l'impianto, fu lasciato “stranamente” fuori dalla zona speciale. Se fosse stato inserito, nella programmazione urbanistica del Prg del 2005, dell’impianto di trattamento fanghi neppure si sarebbe parlato. Si sarà trattato di

una distrazione, oppure di una scelta non collegata alla Cre, ma evidentemente se una zona viene tenuta fuori dai vincoli è perché si ritiene di poterla utilizzare per altro. Che sia così, lo conferma la decisione del Comune di Lomello, nell’ottobre del 2010, di chiedere l’inserimento dei terreni nella Zps. Decisamente troppo tardi. Insomma, sarà difficile, per il Comitato, bloccare la costruzione dell’impianto. http://www.comitatoperlomello.it Colpa di chi? Una mancata e seria pianificazione provinciale della gestione dei rifiuti è forse la causa di quanto sta accadendo, del proliferare di domande per realizzare impianti di trattamento dei rifiuti e discariche per l'amianto. L'amministrazione provinciale di Pavia si è sempre difesa spiegando che non è era sua competenza (e non lo è tuttora) indicare i siti adatti a discariche per lo smaltimento dell'amianto. Tuttavia, attraverso il Piano provinciale di coordinamento e il Piano rifiuti, qualcosa si poteva fare. I criteri di localizzazione per le discariche di inerti ci sono (anche se nel Piano provinciale rifiuti il termine “amianto” non compare quasi mai), ma basati sul principio di escludere alcune aree non idonee, non assumendosi la responsabilità di indicare quelle idonee. E, in ogni caso – se si pensa ai casi di Ferrera e Cava Manara – diventa chiaro come tali criteri fossero perlomeno insufficienti o troppo generici. Lasciando quindi mano libera agli imprenditori interessati a realizzare una discarica. Insomma, come ci conferma l'attuale assessore provinciale all'Ambiente, Alberto Lasagna, “è mancata la pianificazione di lungo periodo prima da parte della Regione e poi della Provincia nel non sollecitare la stessa Regione. Con buona probabilità, anche se non posso averne a posteriori la certezza, una migliore pianificazione avrebbe evitato la situazione nella quale ci troviamo adesso”. All'inizio del 2012 proprio Lasagna ha cercato di convincere la Regione a dare una frenata di tre, quattro mesi alle conferenze di servizio sulle discariche di amianto per dare tempo alla Provincia di fare quello che non è stato fatto nel decennio precedente: fornire, insieme ai sindaci del territorio, un'indicazione appunto pianificatoria rispetto alle discariche per il cementoamianto. La guardia alta Siamo di fronte a vicende che hanno visto la popolazione pavese schierarsi contro i progetti, la politica a interrogarsi e gli imprenditori a difendersi. Tutto regolare sotto il profilo amministrativo e ovviamente penale. Eppure, in questi anni, si è sempre sentita la necessità di tenere la guardia alta. Anche perché, a volte, storie che sono al centro di storie giudiziarie hanno sfiorato la provincia di Pavia. E' il caso dell'inchiesta sull'assessore regionale Nicoli Cristiani. Da un colloquio intercettato, a un tavolo di ristorante, gli investigatori scoprono che imprenditori e politici si spartiscono la Lombardia. Meglio, gli affari sui rifiuti in Lombardia. Una vera e propria spartizione del territorio, una spartizione pare - a suon di mazzette. E in quel ristorante Nicoli Cristiani incontra due imprenditori, Pierluca Locatelli e Mauro Papa. I due si occupano di strade e di stoccaggio rifiuti, quale rapporto possano avere con le vicende strettamente pavesi è davvero difficile saperlo (sempre poi che questo legame ci sia davvero). Sta di fatto, dicono i carabinieri, che quel pranzo sancisce un accordo: le zone di Bergamo e Brescia vanno a Papa, quelle di Cremona e Pavia a Locatelli. Che poi questo “andare” significhi un diretto interessamento ai progetti locali o qualche forma indiretta di interesse, è ancora tutto da verificare. Ma,

appunto, la guardia va sempre tenuta alta.

(ha collaborato Andrea Ballone)

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