Sei sulla pagina 1di 112

BOILEAU-NARCEJAC LE VITTIME (Les Victimes, 1964)

Personaggi principali

PIERRE BRUUN lui CLAIRE JALLU lei RENÉ JALLU l'altro MANOU l'altra BLÈCHE ingegnere

1

Come mi venne il sospetto che Manou mi avesse ingannato? Soltanto un'ora prima pensavo a lei con tristezza, perché eravamo separati da mi- gliaia di chilometri, perché non sapevo se si sarebbe decisa a raggiungerci, perché gli innamorati sono sempre tristi quando iniziano a porsi delle do- mande. Ma non era ancora vero dolore. Soffrivo come al solito, come a Pa- rigi, né più né meno. Non so chi ha inventato la storia delle frecce di Cupi- do, ma non c'è nulla di più vero. Soltanto non è una verità piacevole. È una verità atroce. Da due settimane, minuto dopo minuto, ora dopo ora, prova- vo al cuore la fitta lancinante della separazione. Tuttavia Manou mi amava. Avrei dovuto essere felice. E in effetti lo ero, quando era con me. Ma quando aprivo le braccia per lasciarla partire, il supplizio ricominciava, a volte così insopportabile che mi mancava il respiro, come un moribondo. E cominciavo ad aspettare. In ufficio, in strada, a tavola, al telefono, la aspet- tavo. Manou! Ero come un cane senza padrone. Pensavo, consumando o- gni ora, consumandomi contro ogni ora: "Questa è la felicità. Non proverai mai più un sentimento così forte. Soffri, vecchio mio. Sforzati". Percorrevo a lunghi passi la mia stanza. Non prendevo più l'autobus. Avevo sempre bisogno di camminare. L'amore è tutto qui: camminate irrequiete senza so- sta. Le mie dita erano chiazzate di tabacco. Entravo in un bar e bevevo grandi bicchieri di acqua minerale che mi raggelavano senza dissetarmi. Penso che tutti gli uomini abbiano conosciuto questa sete. Ma Manou non era una donna come tutte le altre. Ed ecco che il dubbio si abbatté su di me, come una manganellata im- provvisa. Ricordo ancora il punto preciso. Avevamo appena lasciato la

strada, quella che in quel Paese si chiama una strada, per imboccare la pi-

sta che conduceva alla diga.

Jaii era al volante. Accanto a lui, Jallu sonnecchiava a capo chino. La

sua nuca sotto il casco coloniale pareva ora quella di un vecchio, incavata, con una ragnatela di rughe e qualche capello grigio sparso qua e là. Attor-

no a noi, la montagna. Ma non la nostra montagna con la sua ridicola fin-

zione di nudità. La montagna delle origini, di un'epoca in cui gli uomini ancora non c'erano. Roccia bruta, a perdita d'occhio, cotta dal sole, screpo-

lata dal gelo, conciata come una pelle, orribilmente insensibile e assente.

Una massa enorme che colmava l'orizzonte, le cui vette non celavano che altre vette, e quelle altre ancora fino all'infinito. Non un'ombra. Il sole a picco. E sempre un'aquila, immobile nel cielo terso, come fosse ogni volta la stessa. "Mi ha ingannato." La frase si formò da sola dentro di me, come se qualcuno mi avesse parlato. Ma Jaii era ancora aggrappato al volante della Land-Rover e Jallu si era affondato contro la portiera, folgorato dal sonno. Non ebbi nemmeno il tempo di organizzare una qualche difesa. La certez-

za mi aveva già avvelenato il sangue. Certo che mi aveva ingannato. Sin

dall'inizio. Non mi aveva tradito con un altro. No. Era molto più grave, an-

che se non riuscivo ancora a formulare chiaramente l'accusa. Non era nemmeno un'accusa. Semplicemente ora la mia angoscia si era fatta più acuta, più tagliente. Mi trafiggeva come un colpo di sciabola, e io mi chi-

navo in avanti, gli occhi chiusi, le braccia serrate contro i fianchi, come se cercassi di tamponarne la ferita. Manou! Parla! Dimmi qualcosa! Non è possibile! Gli occhiali da sole mi scivolarono in grembo. Me li infilai di nuovo, e

mi protesi ancora a ricevere in volto l'aria rovente. Troppo tardi! Ormai a-

vrei dovuto convivere con quel dolore, fare i conti con lui, in una lotta fatta d'inganni e sotterfugi, che mi avrebbe visto alla fine sconfitto. La jeep ci scrollava come dei sacchi di farina. Il lago comparve a monte della diga, azzurro intorno alle rive, color mercurio al centro. Da noi, l'acqua fa nasce- re piante e uccelli. In maggio, persino un lago di montagna fa la sua toilet-

te,

si orna di fiori e di foglie, trattiene una nube. Qui, l'acqua è un elemen-

to,

un materiale, una massa che si anima soltanto alla cascata della diga.

Qui ritrova la sua grazia, la sua luce e la sua voce mentre precipita in un bacino di roccia. Ma subito il cielo la beve, ed è una valle pietrosa che di- grada verso un arido altipiano. Jallu si raddrizzò. In un batter d'occhio, ritornò a essere il padrone, men-

tre riprendeva a guardare la diga. La sua diga. Non pensava a Manou, lui.

Eppure lei era sua moglie. Ma la diga era lui stesso. Era la sua febbre, la sua ambizione, la sua ragion d'essere imprigionata in una colata di cemen- to. Ora la contemplava come Dio Padre, giudicandola buona. Se mi avesse letto nel pensiero mi avrebbe disprezzato. Detestava i sognatori, i cacciato- ri di stelle. Quando diceva di qualcuno: "È un dilettante" aveva pronuncia- to l'estrema condanna, lo aveva cancellato. Guardava la sua diga senza a- micizia, senza gioia, senza fierezza; quei sentimenti non sono che dei fron- zoli. Ma era in cuor suo felice di aver saputo opporre alla spinta dell'acqua la resistenza intelligente della pietra abilmente disposta. E i suoi occhi gri- gi (lo vedevo di profilo alla mia destra) seguivano soddisfatti la curva netta della costruzione. Quel muro che sgorgava dal lago come un molo e si ar- rotondava ardito da una riva all'altra, non più largo in centro del cammi- namento di ronda che lo coronava, aveva la purezza astratta di un teorema. Era fatto di cifre, più che di cemento. Jallu non stava contemplando una diga, verificava il risultato di un'equazione. Lo odiavo e avevo paura di lui. Avevamo abbordato i primi tornanti, e ora scendevamo verso la centrale elettrica. Vista dalla valle, la diga era una porta scintillante e prodigiosa, che sigillava la gola. C'era da soffocare a osservare lo scontro titanico tra la pietra e l'acqua, a misurare stupefatti la profondità del bacino di raccolta. In basso, la centrale elettrica sembrava minuscola. I tralicci dell'alta ten- sione si perdevano a vista d'occhio, verso l'orizzonte vuoto e desolato. Nient'altro esisteva in quel luogo che quel gigantesco muraglione. Era l'u- nico a vivere, perché viveva alla sua maniera, esprimendosi con la sua cur- va, come una cattedrale con le sue arcate. La cascata fumava. Il suo rumo- re assordante copriva il motore della jeep. Eravamo arrivati. Erano quindici giorni che abitavo lì, accanto a Jallu. Parigi era come una

vita precedente, un sogno, un altrove che non riuscivo più a collocare. Per- sino Manou non era che un'immagine corrosa dall'assenza. Quando ero so-

lo, cercavo di riafferrarla, di restituirle i colori della vita. Ci riuscivo anco-

ra. Sentivo i passi di Manou, la vedevo in piedi accanto alla finestra, che

osservava la strada. Quando uscivo dalla mia stanza, non sapevo più dove

mi trovavo. Il frastuono della cascata mi restituiva alla realtà. Uscivo sulla

terrazza, e gli spruzzi d'acqua erano un pulviscolo gelido sulle mie guance.

Ero a sessanta chilometri da Kabul e di Manou non mi restava che quella fitta fin troppo familiare che mi faceva camminare con una mano sul costa-

to, come un malato. Ero malato di Manou.

Quando la segretaria mi aveva annunciato la sua visita, le avevo rispo-

sto: "Le dica di attendere". E mi ero immerso di nuovo nella corrispondenza. Erano passati

mio

Dio, soltanto quattro mesi. L'otto gennaio. Le dieci del mattino. Una mat-

tinata grigia, appiccicata alle finestre come carta sporca. Svolgevo il mio lavoro abituale, e intorno a me continuava la vita di tutti i giorni. I profani immaginano che una casa editrice sia una sorta di Parnaso, lontano dalla banalità dell'esistenza quotidiana, un crocevia del destino attraversato da esseri eccezionali. A volte è vero. Manou ne è la prova. Comunque, lavo- ravo da un anno nello stesso ufficio, con il sottofondo degli stessi rumori:

lo scatto secco dell'ascensore, il crepitio delle macchine per scrivere, la voce deformata del direttore letterario nell'interfono: "Può venire un mo-

Finora non avevo conosciuto che la piccola schia-

mento, signor Brulin

vitù di un lavoro noioso. Dirigevo una nuova collana, Est/Ovest, che tar- dava ad affermarsi. Leggevo dei manoscritti insipidi, che respingevo anno- iato. Quel mattino, Manou attendeva il mio verdetto, il cuore in tumulto, mentre finivo una sigaretta. Non avevo provato nulla, non un presentimen- to. Ma il suo manoscritto mi era sembrato non privo di interesse. Final-

mente qualcuno che conosceva un po' l'Oriente! Le avevo chiesto di passa- re nel mio ufficio. Sì, avevo osato farla aspettare, la mia adorata Manou! Poi era entrata. Una giovane donna bruna, alta, graziosa. Una giovane donna come tante altre. Mi aveva interessato, non di più. Si era seduta sull'orlo della poltrona con molta naturalezza, ma le sue mani tremavano.

".

Mi

pare che avesse una pelliccia, non so di che animale, non sono cose a

cui

bado. Aveva i capelli raccolti in una crocchia, il volto dal colore delica-

to di un confetto. I suoi occhi mi guardavano aperti e franchi, occhi scuri e

luminosi, dallo sguardo un po' triste. Il destro era leggermente più piccolo del sinistro, forse per l'emozione. Assaporavo quel momento come uno sciocco. Ero il padrone del suo destino. Con una sola parola potevo cam- biare l'espressione di quegli occhi. Dio, com'era confusa! «Ho letto il suo manoscritto, signora.» Non mi corresse, era dunque sposata. «Mi ha fatto un'ottima impressione » I suoi occhi non mi abbandonavano più. Batté le ciglia una volta, e subi- to le si bagnarono di lacrime. Ma la gioia divorava il suo pianto. Mi guar- dava incredula, stupefatta. «È vero» proseguii. «Ha scritto un'opera notevole.» Ebbe un sospiro che rassomigliava a un singhiozzo e io m'innamorai. Quella scena mi ripassa incessantemente davanti agli occhi come un film,

e io studio Manou in una sequela infinita di primi piani. No, in quel mo- mento Manou non era che felicità. Anche lei mi ha amato da allora, me l'ha detto più tardi. La mia vita sta tutta in quel secondo, nei nostri occhi che non volevano più lasciarsi. Mosse le labbra e compresi che mi stava rin- graziando. «Si figuri. Non deve ringraziarmi.» Non riuscivo più a star fermo. Le offrii una sigaretta, feci il giro della scrivania per avvicinarmi a lei. «È veramente stata a Bombay?» «Sì, mi ero appena sposata. È stato quel viaggio a darmi l'idea.» Parlava a bassa voce, con aria colpevole, e spiava tutti i miei movimenti con una specie di timore, come se io potessi da un momento all'altro cam- biare idea e strapparle la speranza che le avevo appena regalato. «È il mio primo libro.» «Le faccio tutti i miei complimenti. Non voglio dire che sia tutto perfet- to. Qualche dettaglio da rivedere, qualche particolare da limare. Agli esor- di è inevitabile. Ho visto che si firma Emmanuelle. Secondo me è un erro- re, non sta scrivendo per una rivista di moda »

«Sta sognando, vecchio mio. Nostalgia di casa?» Blèche! Ancora lui. Non potevo restar solo un momento che subito ve- niva fuori pieno di storie, di pettegolezzi, di segreti ridicoli. Una diga è come una petroliera, va avanti anche senza il nostro intervento. Devi sol- tanto tener d'occhio qualche manometro, e le ore non passano mai per l'e- quipaggio. Non c'è altro da fare che frugare la vita dei propri compagni. In quello Blèche era un asso. Mi girava intorno perché fiutava qualcosa di al- lettante da scoprire e divulgare. Non c'era modo di evitarlo. La parte abita-

bile della centrale elettrica non era più grande di un quadrato ufficiali. Ci ritrovavamo tutti insieme fatalmente alla mensa, al bar, nella sala da fumo. Tutti! Non eravamo poi tanti, una quindicina di ingegneri e di tecnici. Il personale indigeno stava nelle baracche sulla riva destra. Blèche era il solo francese. Sovrintendeva ai sistemi di sicurezza. Gli in- gegneri erano tedeschi e i tecnici inglesi e olandesi. Per la maggior parte erano taciturni e diffidenti. In servizio tutti parlavano inglese, ma ognuno ritornava alla sua lingua durante le pause. "La nostra piccola Europa" la chiamava scherzando Blèche. Mi trascinò verso il bar.

«Ha una faccia

"Lui" era Jallu. Blèche non lo chiamava mai per nome. Diceva: il boss, il

Ha litigato con Lui?»

grande capo, il nonno o lo stronzo. Hassan ci servì un whisky, come al so- lito. Sin dalla fine della prima settimana, avevo preso delle piccole abitu- dini, delle preferenze per un posto a tavola o una poltrona sulla terrazza. I giorni si ripetevano immutabili. Era forse il frastuono continuo, ossessio- nante della cascata? Il tempo qui non è una misura ma un elemento solido, una materia spessa e vischiosa. In realtà aspettavo Manou; un giorno o l'al- tro sarebbe venuta. Anche Jallu l'aspettava. È per questo che mi ero messo a bere, cercando di pensare ad altro. Ma ritornavo sempre a quel problema:

chi era Manou? Che cosa aveva voluto nascondermi? «Scusi. Ho mal di testa.» «È il calore» rispose Blèche. «Non ha ancora visto nulla, in agosto am- mazza gli uccelli in pieno volo.» Presi il bicchiere e mi sedetti accanto alla finestra, da dove potevo vede- re la cascata fino al graticcio. I flutti bianchi e scintillanti mi affascinava- no, e mi aiutarono a rientrare in quel sogno a occhi aperti in cui Manou era ancora accanto a me. L'avevo invitata a pranzo in un ristorantino del boulevard Saint- Germain. Adoravo la sua luce soffusa, i paioli di rame alle pareti, i tavolini stretti, i vetri fumé. Dovevamo chinarci in avanti per parlare, e ogni frase significava molto di più di quel che apparisse. Si era tolta i guanti e la pel- liccia. Era magra e sottile nel suo tailleur nero con la camicetta molto scol- lata. Ero affascinato dalla grazia del suo piccolo seno e dalla dolcezza del suo viso. Ascoltavo le sue prime confidenze con una tale attenzione febbri- le che congedai seccamente il maître che era venuto a prendere le ordina- zioni. Più tardi! Non avevamo fame, non quel genere di fame. Aveva la vi- vacità e la franchezza di una ragazzina, mentre mi raccontava i suoi errori, i capitoli venti volte riscritti, e non mi stancavo di guardare quegli occhi in cui covava il fuoco di una tenerezza che ancora ignoravo. Sembrava vo- lermi aprire tutta la sua vita, tuttavia dovetti interrogarla. «È vedova?» «No. Perché?» «C'è un piccolo segno bianco, al suo anulare. Come se una volta lei a- vesse portato la vera.» Abbassò gli occhi sul dito che le stavo carezzando dolcemente. «Non è il caso che mi risponda. Non mi riguarda.» «Sono sposata» sussurrò «ma sono anni che non porto più la vera.» Il maître ci osservava da lontano. Senza dubbio comprese che avevamo raggiunto un momento di una particolare importanza, e che ci occorreva

ora un attimo di tregua, di silenzio, perché si avvicinò sorridente, compli- ce. Non ricordo cosa ordinammo. Ma le sue parole, ogni sua frase, le posso sentire e le sentirò sino alla fine di questa vita che ora non ha più senso. Mi raccontò che il primo anno del suo matrimonio aveva viaggiato a lungo. «È stato a causa del lavoro di mio marito.» Ma non volle precisarmi la natura di quel lavoro, né mi rivelò il suo no- me, la sua età, il suo indirizzo. Il manoscritto che ci aveva inviato portava quest'unica indicazione: EMMANUELLE, CASELLA POSTALE 71/17 - PARIGI. Non le feci alcuna domanda, tanto ero sicuro che ci saremmo ri- visti. Non badai alla sua reticenza. Ero abbacinato. A volte la mia mano si posava sulla sua, e lei sorrideva, riconoscente. «È proprio sicuro che lo pubblicheranno?» «Certamente, tra qualche giorno le manderò una lettera di conferma, con il contratto.»

«Sono pazza di gioia. Se sapesse

«E poi ci siamo incontrati. Emmanuelle e Pierre.»

«Posso chiamarla Pierre?»

Stamattina morivo di paura, e poi

»

«Mi farebbe piacere.» Levai il bicchiere in un brindisi. Lei mi imitò, i nostri sguardi ancora una volta si unirono.

«Grazie

Non sorrideva più.

Pierre.»

Qualcuno aveva aperto la porta e il frastuono della cascata spazzò via le nostre voci. Il whisky era ancora intatto. Non mi ero nemmeno tolto gli occhiali da sole. Mi girai a guardare l'orologio elettrico. Jallu mi fece un cenno. Era ora di pranzo. Lo seguii in sala mensa. «Sembra stanco, signor Brulin.» «Un po'. Fatico parecchio ad acclimatarmi.» Ero furioso di essere stato sorpreso, ma forse esistevo per Jallu? Senza dubbio ancor meno degli uomini che pranzavano in silenzio a tavoli sepa- rati: gli inglesi, i tedeschi, gli olandesi, e Blèche che era costretto a man- giare da solo. Facevano finta di non occuparsi di noi, ma non perdevano nessuno dei nostri movimenti. Jallu per loro era il nemico. E io che cos'e- ro? Rollam, il domestico afghano, servì le portate: pernice con riso e cavo- li, ananas sciroppato. Serviva tutto insieme, per ordine di Jallu che detesta- va aspettare. «Tuttavia lei è già stato in Oriente?» continuò Jallu.

Un Oriente piacevole

in confronto a questa regione.» Chiaramente non mi ascoltava. Lo osservavo di sottecchi. Sapevo che

aveva quarant'anni, ma era impossibile dargli un'età. Con i capelli a spaz- zola, i solchi profondi delle rughe, le guance smunte, sembrava un missio- nario. Aveva lo sguardo di un navigatore del passato, occhi vacui che guardavano lontano, verso l'orizzonte, a volte febbrili, sempre carichi d'an- sia. Blèche mi aveva spiegato il perché. Da quando in Portogallo una delle sue dighe era crollata, erano sorte delle voci, delle maldicenze. Blèche era addirittura convinto che tutte le dighe costruite secondo le teorie di Jallu avrebbero presto ceduto una dopo l'altra, come un castello di carte. Con un gessetto mi aveva tracciato uno schizzo sul tavolo della terrazza. "Il punto debole del suo muro a conchiglia, vede, non è dov'è sottile. Anzi, in questo caso dovremmo rendere omaggio al Vecchio, è pur sempre qualcuno. Ma la spinta laterale è eccessiva. Basta che il terreno si smuova

un pelo, e tutto va a farsi fottere. E il terreno si smuove comunque, a di-

spetto di tutte le iniezioni di cemento che ci possiamo mettere. Un terre-

Sa cosa voglio di-

moto lontano, un assestamento delle falde sotterranee

re, roba così" a questo punto Blèche aveva percosso pesantemente il pavi-

Ma

mento col piede. "Non dico di no, dureranno quindici anni, vent'anni

tra cinquant'anni, eh? Ne so qualcosa, perché tocca a me controllare la so-

lidità di queste opere. Le conosco come le mie tasche. Bene, scommetto quel che vuole che avremo delle sorprese. Quando ne ha fatta una a Bom-

bay, c'ero anch'io. È là che abbiamo iniziato a scontrarci. L'anno scorso hanno dovuto risistemare la riva destra, hanno trivellato fino a trecento

metri

Doveva vedere che lavoro! Certo così si abbattono i costi, si va più

in fretta. Nei Paesi poveri questo conta qualcosa. Ma al suo posto avrei gli

incubi!"

Jallu mangiava in fretta. Non riuscivo mai a tenergli dietro, ero sempre in ritardo e mi irritava molto quando mi diceva con finta tolleranza: «Non

è il caso che si affretti. Lei non deve correre, signor Brulin. Io invece

E con questo voleva dire senza dubbio che in fondo non ero che un turi- sta, un perdigiorno, forse persino un importuno. Sì, lo odiavo, istintiva- mente, tuttavia non ero geloso. Non riuscivo a immaginarlo come suo ma-

rito. Non li avevo mai visti insieme. E soprattutto sapevo che tra di loro non c'era più alcuna intimità, e per me quella era una rivincita. Sì, adesso posso riconoscerlo, subivo il suo ascendente come tutti gli altri. Ma allora

mi sarei fatto uccidere piuttosto di confessarlo. Non capivo niente del suo

«Sì, ma in Turchia, in Israele, una volta a Ceylon

»

lavoro e lui non capiva niente del mio. Ritenevo che la partita fosse chiusa, pari e patta. Per questo mi irritava di non riuscire a sostenere il suo sguar- do. Avrei voluto disobbedirgli una buona volta. Ne avevo il diritto, non ero il suo servo. Ma quando mi diceva: "Conto su di lei, questo pomeriggio, signor Brulin" chinavo il capo troppo rapidamente, mio malgrado. Se mi avesse adulato, forse avrei potuto rispettarlo. Ma teneva le distanze. Per lui non ero che una specie di segretario-interprete, capace ma trascurabile. Così, durante i nostri viaggi giornalieri a Kabul, mi costringevo a pensare a Manou con tutte le mie forze, quasi disperatamente, per vendicarmi di lui e segretamente umiliarlo. Ma non umiliavo che me stesso. Tuttavia quel giorno i modi di Jallu mi lasciavano indifferente. Il mio problema era Manou. Da un'ora, lentamente, il sospetto aveva preso corpo, fino a diventare opprimente: Manou si era servita di me. Ma questo non si- gnificava niente. A quale scopo si era servita di me? Per fare pubblicare il suo libro? Assurdo. E allora? L'avevo rivista il giorno dopo. Avevamo lavorato insieme nel mio uffi- cio, poi l'avevo invitata a casa mia. Aveva accettato con la consueta natu- ralezza. Il mio tono le aveva fatto capire che desideravo realmente lavorare con lei e per lei, senza il minimo sottinteso equivoco. Abitavo nell'alloggio che avevo ereditato da mio padre, in rue d'Alésia. Dopo la sua morte avevo ristrutturato il salone e la biblioteca, e l'aspetto era ora abbastanza gradevo- le pur rimanendo un po' austero a causa dei libri. Invadevano tutto l'appar- tamento e Manou ne fu molto impressionata. «Lei è uno studioso!» «No» protestai. «Doveva conoscere mio padre, lui sì che era un vero studioso. Parlava un'infinità di lingue. Vede, le sue opere occupano tre scaffali, su quella parete. Ero ancora bambino che già m'insegnava il per- siano.» «La compiango» rispose. «A quell'età mia madre m'insegnava il nome dei fiori e degli uccelli. La verità è che non so niente. Forse la deludo » Era una frase che ritornava sovente sulle sue labbra. Manou era fiera, di una fierezza ombrosa che ci causò numerose discussioni. Ma quel momen- to non era ancora venuto. Ci cercavamo con emozione e tutto in noi era

gioia. Non dimenticherò mai quei primi incontri di lavoro

Mi chiedo

perché rimuovere quelle ceneri! Mentre spiegavo a Manou i suoi errori, vedevo che il suo volto s'illuminava. "Sì, capisco" esclamava congiungen- do le mani come se le avessi offerto un regalo troppo costoso che non ave- va il coraggio di accettare. Mi comprendeva al volo, e le correzioni che

proponeva erano sempre acute. Aveva molto più talento di quel che cre- desse. Ero costretto a interrompere quel duro lavoro per ricordarle che a- vevamo anche diritto a una tazza di tè. Allora insisteva per prepararlo lei stessa; s'impadroniva d'autorità della cucina, lasciandomi sul divano. Non la contrastavo, mi bastava guardarla. Ogni giorno indossava un vestito nuovo, ma lo portava senza ostentazione e quasi senza civetteria. I suoi gioielli erano semplici, orecchini intonati all'abito e un pesante braccialetto d'oro che si toglieva per lavorare e che le aveva segnato il polso con una leggera quadrettatura. «Viene dall'Oriente?» le chiesi una volta. «Sì, l'ho comprato a Bombay.» Ma cambiò rapidamente il soggetto della conversazione, interrogandomi sulla mia infanzia, sui miei genitori. Con la tazzina in mano, percorreva gli scaffali della biblioteca, leggendo qualche titolo, palpando con sensualità inconsapevole gli oggettini che ricordavano i viaggi di mio padre. Una sera le regalai un minuscolo budda d'avorio che non aveva mai cessato di am- mirare, e per poco non si mise a piangere. «Oh, Pierre» ripeteva «che meraviglia! È troppo gentile.» Fu più forte di lei, improvvisamente mi si strinse al collo, con un gesto impulsivo da ragazzina felice, e mi baciò dolcemente sulle tempie. L'at- trassi verso di me. Subito si liberò. «No» disse «no, Pierre.» Rimise il budda sullo scaffale. «Lo accetti» insistetti. «La prego.» Avevo già paura di perderla. Ebbi in quel momento la lancinante intui- zione che sarebbe sempre stata per me un animaletto selvatico che non si avvicina se non ha la sicurezza di una finestra aperta dietro di sé. Se ne an- dò immediatamente, impedendomi di accompagnarla. Ma l'indomani fu Stavo per scrivere la mia amante. No. Fu la mia sposa. Le chiesi di divor- ziare. «Se potessi, Pierre» rispose seguendo col dito il disegno delle mie lab- bra. «Signor Brulin, al telefono.» Era Aman, il centralinista indigeno. Jallu si alzò. «Dev'essere per me.» Corremmo insieme all'apparecchio. Jallu prese la cornetta. Aveva il vol- to delle brutte giornate, gli occhi grigi senza espressione.

«Pronto! Jallu

Ah, sei tu Claire?»

Ebbi una fitta alla bocca dello stomaco. Arretrai. «Mi scusi» dissi.

Dallo spiraglio della porta, non potevo distogliere lo sguardo dalla schiena di Jallu, e immaginavo Claire nella villa di Neuilly, nel salotto dai mobili ricoperti come fantasmi, parlare al telefono con voce annoiata, reti- cente, stanca, con quell'aria che aveva gli ultimi giorni, prima della mia partenza.

Arriverà certo con la

Temevo che non durasse a lungo, povera

Qui

tutto bene

strada buona.» Caricavo coscienziosamente la pipa come se, assorbito dalle mie preoc- cupazioni, non mi accorgessi nemmeno di poter essere indiscreto.

Grazie, sei gentile, ma non ci serve nul-

la

Jallu si girò e mi chiamò. Feci dapprima finta di non aver sentito, poi mi avvicinai senza fretta, continuando a caricare la pipa. «Signor Brulin, mia moglie mi chiede se ha bisogno di qualcosa.» Per poco non rischiai di tradirmi. La gioia mi colpì come un pugno allo stomaco. Arrossii, e fu come se sanguinassi. Dovevo rispondere una cosa qualunque, senza riflettere. «Una stilografica. La mia non funziona più.» Non riuscii nemmeno a ringraziare. Non ascoltavo più. Mi amava anco- ra, e l'avrei presto rivista. Se non aveva preso l'aereo con noi a Orly era proprio per la ragione che mi aveva detto suo marito, la vecchia zia malata

di leucemia, e non perché all'ultimo momento si fosse rifiutata di accom-

Non sapevo cosa

pagnarmi. Il mio timore era stato senza fondamento

pensare. Le mie mani tremavano, dovetti rinunciare ad accendere la pipa. Salii in camera, misi in moto il ventilatore e mi gettai sullo stretto lettino

da campo, un letto da caserma o da collegio che sapeva ancora di vernice.

Manou! Come avevo potuto credere che non avesse voluto partire? Non stavo forse per rovinare tutto, isolando nei miei ricordi qualche parola, un

silenzio, un atteggiamento, che, uniti arbitrariamente, potevano suggerire l'idea di un tradimento del tutto immaginario? Perché sempre quella mania

di voler interpretare gli altri, di voler tradurre il loro comportamento? "Tu

vuoi sempre capire" mi rimproverava a volte Manou, quando con una ma-

prossima posta

donna. Capisci, la leucemia, alla sua età

Sì, le trattative vanno a rilento, è normale, ma siamo sulla

«No» rispondeva Jallu. «Non ho ricevuto niente

Quando vuoi

Però non stancarti troppo

«Sì, ho dei buoni collaboratori

Aspetta, gli chiedo

»

no le sollevavo il volto per studiarla nel profondo del suo animo, mormo- rando: "Chi sei?". Quella domanda continuava ad assillarmi. Certo, era pu- erile chiederselo, ma in Manou c'era un mistero che andava al di là del

semplice mistero dell'animo femminile. Come esprimerlo? Quando Manou se ne andava, richiudendo la porta, non ero più sicuro di nulla. Manou di- ventava un'idea, un'astrazione. Le prime tre settimane non sapevo nemme- no come si chiamasse né dove vivesse. In realtà la sua casa non l'ho vista

che una volta. Manou si dava a me senza aprirsi. Né io la interrogavo. Ero

troppo preso, troppo meravigliato. Solo la sua presenza m'importava. Che lei fosse tra le mie braccia, quella era per me la verità assoluta. Le sue a- micizie, il suo passato, i suoi amori non m'interessavano. Manou era mia e

mia soltanto. Io l'avevo inventata, io l'avevo rivelata e soltanto questo con- tava. Quando arrivavamo al tragico momento del distacco, solitamente mi turbava, dicendo: "Adesso passo dalla vita alla morte." Sì, aveva ragione, mille volte ragione. Senza di lei la vita non era vita,

ma una semplice esistenza scandita dalle lancette dell'orologio in cui la

minima azione diventava un peso insopportabile. La corvée del lavoro, la corvée del tempo libero, e la corvée del ristorante e la corvée del riposo. Un'esistenza fatta di attese e di ricordi. Ma anche di angoscia, perché ogni nuovo arrivederci mi sembrò ben presto un addio, perché tutto nei nostri incontri era precario e periclitante, perché un giorno forse Manou non sa- rebbe tornata, e allora per lei come per me sarebbe cominciata la morte nella vita, un'eternità priva di amore. Non mi era mai capitato nulla del ge- nere. Prima di Manou avevo avuto delle avventure, a volte felici, a volte malinconiche, ma sempre prive di intensità. Fu Manou che m'insegnò l'in- quietudine e il tormento. Arrivava, come dalla nebbia nel suo lungo man- tello di pelliccia, e anche il suo viso era lungo, pallido e quasi dolente a

causa degli occhi troppo scuri, del trucco troppo levigato che le faceva una maschera delicata come una conchiglia. Sembrava provenire dall'inverno, dall'assenza, da un paese ignoto abitato soltanto da vedove. La nostra fre- nesia serviva a difenderci da un segreto timore. Sapevamo di non potere mai considerare il futuro. E ogni pomeriggio alle sei, Manou scompariva.

Mi fu sempre impossibile trattenerla più a lungo. Provai una volta, una

volta sola. La vidi così addolorata, così agitata, così implorante che l'aiutai

io stesso a rivestirsi e a fuggire da me. Gli amanti adorano la notte. Noi in- vece non avevamo che frammenti di mattinata, brandelli di pomeriggio. Spesso mi telefonava. Sapeva perfettamente come passavo il mio tempo e dove raggiungermi quando voleva, mentre io, se avessi avuto un incidente,

se fossi stato in pericolo di vita, non sarei nemmeno riuscito ad avvertirla. Sarei stato meno infelice se avessimo fissato in anticipo l'ora del prossimo appuntamento. Ma quando le chiedevo: «Allora, ci vediamo domani?» Lei sorrideva tristemente, mi metteva un dito sulle labbra: «Ti telefono io. Promesso.» E mi lasciava nell'incertezza e nella disperazione. A volte mi gettavo sul letto in cui mi aveva reso così felice, cercando il suo profumo; gli occhi mi si riempivano di lacrime sotto le palpebre serra- te. Quanto avrei dovuto aspettare quella telefonata? E nel frattempo biso-

gnava cenare, dormire, lavarsi, radersi, andare in ufficio

chiamato in ufficio? Forse no. E poi il telefono squillava, il trillo mi si con- ficcava nella carne. «Pronto! Sei tu?» La sentivo respirare dentro di me, così vicina e tuttavia incorporea come un'anima. Mi indicava l'ora dell'appuntamento in fretta, a bassa voce, come se la spiassero, e non mancava mai di aggiungere dopo una breve pausa:

"Ti amo". Ed era così bello sentire quelle parole, che la distanza rendeva minuscole come miniature, ma che conservavano miracolosamente il calo- re, la vita, la fuggevole realtà di Manou, e lasciavano sulle mie tempie, do- ve mi aveva baciato la prima volta, l'invisibile impronta delle sue labbra. Erano quelli i momenti in cui le scrivevo. Le scrivevo delle sciocchezze, parole d'amore senza importanza, per essere già con lei. Prendevo il primo pezzo di carta, i fogli intestati della casa editrice, l'orribile carta da lettere dei caffè, magari una fattura, e mi liberavo delle parole che mi riempivano la testa e il cuore, frizzanti e inebrianti come il vino. Le frasi sgorgavano in una schiuma effervescente, tanto che la mia mano non riusciva a scrivere così velocemente. Se entrava qualcuno, di scatto nascondevo il foglio co-

me uno scolaretto preso in fallo. Indirizzavo i miei vaniloqui alla sua ca- sella postale, poiché non sapevo dove abitava, poiché non conoscevo nemmeno il suo numero di telefono. Del resto, quando me lo diede, mi vie- tò tassativamente di usarlo, talmente temeva un'imprudenza da parte mia. Conducevamo una vita pazzesca. Non uscivamo mai di casa, Manou teme- va sempre di essere riconosciuta. Mi obbligava a chiudere la porta a chia- ve, spiava la strada dall'angolo della finestra. Ma il mio vecchio apparta- mento le piaceva terribilmente e il suo gusto non aveva tardato a trasfor- marlo. Avevamo modificato ridendo la posizione di tutti i mobili, e quelle stanze in cui errava un tempo l'ombra austera di mio padre erano ora di- ventate un "interno" come diceva Manou; su sua indicazione acquistai dei

Mi avrebbe

tappeti, dei soprammobili, delle lampade, molte lampade perché non si sentiva felice che a tende tirate. A volte illuminavamo completamente l'al- loggio, a volte cercavamo la penombra propizia alle carezze. Oppure, per calmare il desiderio di una vita in comune, organizzavamo degli spuntini, anche se entrambi avevamo mangiato da poco. «Vedi» provavo a dirle «come sarebbe bello » «Smettila, Pierre. Non facciamoci del male.» Per un momento i nostri sguardi si evitavano. Quella finzione di felicità

mi pareva così crudele che un giorno non riuscii a controllarmi.

«Ma allora divorzia, Manou

«Bada a quello che dici, Pierre» mi rispose. Fu la nostra prima lite. Per

Che cosa t'impedisce di divorziare?»

la

prima volta intuivo che Manou non era soltanto la donna tenera, sensibi-

le,

raffinata che amavo. C'era anche un'altra Manou, violenta, ostinata, che

in

ogni istante poteva divenire mia nemica. Mi guardai bene dall'insistere.

Quando ci separammo,

ci eravamo riconciliati. Il giorno dopo le regalai un cofanetto di sigarette

americane lunghe e sottili, che erano le sue preferite. Ero sempre affascina-

to dal modo in cui manifestava la sua gioia. Restava senza fiato, congiun-

geva lentamente le mani. Bisognava dirle: «Prendi E lei mormorava, soffocata dall'emozione: «Pierre

Ma anche questo era un gioco. Come i suoi progetti. Con un'incoscienza che mi torturava, parlava spesso del nostro futuro: «Se avrò successo, se

diventerò ricca, sai cosa vorrei fare? Potremmo andarcene tutt'e due dalla

Francia. Faremmo dei viaggi

In quei momenti si dimenticava di non voler divorziare. Fumava una si- garetta con gli occhi socchiusi, le gambe ripiegate sul divano, e forse scri- veva già il suo secondo libro, sola nel suo sogno. Mentre la guardavo trat-

tenevo il respiro per non spezzare l'incanto. «Londra, la sera, che meraviglia! Cammineremmo accanto sotto lo stes-

so ombrello. Saremmo liberi, nessuno ci conoscerebbe. Andremmo insie-

me a teatro » Attraverso il fumo della sigaretta vedeva cadere la pioggia di Londra. In- torno a noi, un silenzio da mettersi a urlare. Restavo immobile, addolorato ma già pronto a credere. E se provavo a dire: «Davvero, Manou?» Lei si arrovesciava sulla schiena, cercava la mia mano: «Vieni, vieni Pierre!» La cascata scrosciava lontana dietro le mura della fortezza. Il ventilatore ronzava come uno sciame di maggiolini. Gli altri vivevano, almeno. Molti

Manou mi abbracciò, mi mordicchiò un orecchio

È per te!» Marito mio!»

Senti, Londra ti piacerebbe?»

avevano portato la famiglia a Kabul. Molti erano senza problemi e forse senza desideri. Guadagnavano del denaro, si costruivano giorno per giorno

un futuro da piccoli risparmiatori di cui non parlavano mai. E il mio futu- ro? Non avevo futuro, come un uomo che ha perso la sua ombra. Manou

mi aveva sottratto il futuro. Ed ecco che tornava nella mia mente, era lei la

fonte del mio dolore. Manou, quando smetteva di sognare, mi poneva delle domande precise. Si può guadagnare molto con un libro? E se viene tradotto in altre lin- gue? E se ne faranno un film? Non osavo dirle che doveva essere paziente,

che le occorreva ancora consolidare il suo talento. Le mie risposte evasive la irritavano, come se il suo successo non dipendesse che da me. Non che

mi rimproverasse: semplicemente diventava distratta, sembrava perdersi in

calcoli, valutare non so che cosa. Viveva allora in un mondo dal quale ero escluso, il che mi faceva soffrire terribilmente. Quali erano i suoi progetti in quei momenti in cui mi confinava in un presente alquanto incerto? Ma non erano che ombre, e le braccia di Manou attorno al mio collo le ricac- ciavano facilmente. Tuttavia Tuttavia la mia tristezza cominciava a prendere corpo. Ma non riuscivo ancora a esplicitarla. Impiegai molto tempo prima di capire che Manou non mi idolatrava. Quella parola mi venne in mente proprio quel giorno, mentre, le braccia incrociate sotto la nuca, nella mia cella di cemento, pri- gioniero della diga, cercavo di evadere nel passato. No, Manou non mi idolatrava. Non mi anteponeva al resto del mondo, mentre lei per me era il mondo, la natura, Dio e le sue stelle. E quella parola illuminò la tenebra in cui mi trovavo. Per esempio, l'impazienza di Manou quando le dicevo che il suo contratto non era ancora pronto «Non hai fiducia in me?» le ripetevo. «L'affare è sicuro. Ma la Casa ha

le sue tradizioni. Non bisogna far fretta al Grande Capo.» Manou mi ascoltava fissando un punto al di là delle mie spalle. Odiavo quello sguardo perso, che mi cancellava dalla stanza. «Hai bisogno di denaro?»

Glielo avevo chiesto timidamente. Manou si sarebbe sicuramente irrita- ta. Ma, senza osare confessarlo nemmeno a me stesso, cercavo in fondo una di quelle liti salutari che stanano il verme del sospetto e permettono di schiacciarlo definitivamente. Manou non rispose. Sapevo di aver colpito nel segno, e non potei più controllarmi: «Hai bisogno di denaro? Tu?» E volevo dire: tu che sei ricca, molto più ricca di me, che sei abituata a

un lusso che io sono incapace di darti. Ero offensivo. Ma lei non si offese.

Al contrario, tornò a includermi nel suo sguardo, che si era fatto spento

come se fosse miope. «Sì» disse. «Tu capisci tutto. Non c'è nessuno al mondo come te.»

Non ci voleva altro per farmi perdere il senso della misura. Aveva biso- gno di me! Ero pazzo di gioia. «Vuoi che ti dia un anticipo io stesso? È molto semplice, Manou. Lo sai, non hai che da parlare.» Le feci un assegno. Lo prese. «Presto te lo restituirò, Pierre.» Subito comprese di avermi ferito e cercò di rimediare.

«Ti spiegherò

Fidati di me, caro

Se sapessi che vita difficile

»

Troppo tardi. Quella frase era stata così gelida, mi respingeva. Natural- mente dopo le inventai mille giustificazioni. Mi ricordo di averle scritto una lettera interminabile, chiedendole scusa per la mia suscettibilità. Ero sincero, mi sentivo in colpa. Per tre giorni Manou non diede segno di vita. Il terzo giorno ero alla deriva. E poi il telefono suonò. Manou ritornò da me. Ero folle di gioia, non notai nemmeno che aveva dimenticato di scu-

sarsi, e quando me ne accorsi, scacciai quel pensiero con una violenza che

mi stupì. Come se Manou avesse avuto bisogno di scusarsi! Era già così

Mi

sfortunata, con un marito che la sorvegliava, le controllava le spese

raccontavo dettagliatamente la vita di Manou come la immaginavo, e il mio amore aumentò ancora d'intensità. Del resto fa parte del mio lavoro

inventare delle storie. Ma quel marito, al quale di solito non volevo pensa-

re, a poco a poco si frappose tra lei e me. Dal momento che era il respon-

sabile della strana condotta di Manou, decisi di assumere delle informa- zioni su di lui. Cominciai con l'interrogare Manou, balbettando per l'imba- razzo. Lei cedette subito, e io compresi, o piuttosto credetti di comprende-

re, che la mia riservatezza era stata maldestra e che Manou preferiva piut-

tosto un atteggiamento più franco, anche se scortese. In un improvviso ac- cesso di fiducia, mi disse tutto, a cominciare dal suo nome. Da tempo si era stancata di Jallu. Per lui non esisteva che il suo lavoro. Guadagnava

molto, tuttavia viveva nel timore perpetuo di un futuro meno fortunato.

«Ma

Tutti i tuoi vestiti? I tuoi gioielli?»

Facevano parte della facciata, della posizione sociale. Jallu era potente e doveva dimostrarlo. Sua moglie era un oggetto di lusso da mostrare con segreto compiacimento. Ma verificava anche la minima spesa, passava i conti al setaccio, era lui stesso a trattare con i fornitori, teneva d'occhio se- veramente la cameriera, una ragazzina di quindici anni che aveva fatto ve-

nire dall'Alvernia perché costava meno. Manou aveva così poco denaro con sé che era spesso costretta a prendere la metropolitana. «Capisci, Pierre?» Sì, credevo di capire ed ero felice per aver indovinato così esattamente la verità. Tornai di nuovo alla carica. «Mi chiedo perché resti ancora con lui.» Impossibile strapparle una spiegazione. Di colpo, era il muro completo. Iniziava a guardare l'ora, aveva fretta di andarsene. Dopo, passavo delle ore a farmi delle domande. Che cosa la tratteneva accanto a quell'uomo? Soffriva come me, ne ero sicuro. Ma avremmo potuto cercare insieme una soluzione. E mi resi conto che in fondo non mi aveva detto nulla. Cercai il nome di Jallu nel Who's Who.

Jallu René. Ingegnere. Nato a Paimpol il 25 marzo 1918. Sposato il 16 febbraio 1957 a Claire Lamy. Studi: Liceo di Ren- nes, Scuola Centrale. Costruttore e inventore delle prime dighe a pareti sottili: Santarelli, Sango, Pandharpur. Cavaliere della Le- gion d'Onore. Abitazione: 31 bis, rue de la Ferme, Neuilly-sur- Seine.

Troppo poco. Provai a chiedere a qualcuno. "René Jallu? Aspetta, mi ri- corda qualcosa." Ma nessuno sapeva chi era Jallu. Finalmente un giorno un inglese che ci aveva presentato un manoscritto notevole sul carbone bian- co, mi diede qualche informazione più precisa: «Jallu? Certo che lo cono- sco. Ha lavorato per delle società americane. Pare che creda di essere un Le Corbusier.» Un ingegnere dell'EDF mi parlò di lui, una sera a un cocktail, «Ha avuto il suo momento. Ma la sua tecnica in Europa non ha sfondato. Sarebbe troppo lungo entrare nei dettagli. Sa, c'è una moda nel cemento armato come nei vestiti. Adesso vanno di moda le dighe pesanti in cemen- to precompresso. Non so se Jallu sia un retrogrado o un precursore.» E aggiunse ridendo: «In ogni caso è un genio, può starne certo!» Le mie ipotesi avevano bisogno di qualche ritocco: no, Manou (non po- tevo chiamarla altrimenti) non era infelice, anzi lo ammirava. Lo amava ancora. Ricominciai a torturarmi. Attribuivo a Manou degli scrupoli, dei rimorsi, a volte persino un certo cinismo. Certo che mi desiderava come amante; si annoiava, cercava distrazioni, e io per lei ero l'evasione ideale dalla routine quotidiana. Ma prima di tutto teneva alla sua posizione. Chi

ero io ai suoi occhi? Uno scrittore mancato, un funzionario di basso rango, che non aveva neanche il potere di accelerare l'iter del suo contratto. Non ero ancora arrivato a provare rancore nei suoi confronti, ma i nostri silenzi

non avevano più lo stesso sapore. Ognuno di nascosto studiava l'altro, a parole giuravamo reciprocamente di essere sinceri, di dirci tutto, e in realtà cominciavamo a mentirci, o almeno a tacere i nostri tormenti. E ciascuno

di noi non trovava più nell'altro di che spegnere la sua sete.

Mi alzai da letto per andare a bere. Erano le tre del pomeriggio. Avrei dovuto rimettermi al lavoro, preparare per Jallu un riassunto degli incontri che avevamo avuto nei giorni precedenti con il rappresentante del re. Mi accorgo di non aver spiegato chiaramente quali erano i miei compiti alla diga. Facevo l'interprete. L'astuto Jallu aveva compreso che la sua impresa avrebbe ottenuto più facilmente l'appalto della costruzione di una nuova

diga a Landahar se lui avesse potuto trattare direttamente con i ministri in- teressati. Le società concorrenti avevano imposto l'inglese; grazie a me Jal-

lu svolgeva le sue trattative in afghano, e questo lo aveva sicuramente fa-

vorito. Ormai era praticamente sicuro di ottenere l'appalto. Ciononostante io non dipendevo da Jallu, ma dal mio editore, che mi aveva "prestato" all'ingegnere per un periodo di tre mesi, durante il quale avrei dovuto scri- vere un libro sull'Afghanistan. Così mi sentivo più libero, potevo andare dove volevo, e Jallu era obbligato a considerarmi un invitato, e non un di- pendente. Tutte le sere gli consegnavo un rapporto sugli incontri della mat- tinata, un lavoro leggero che avrei potuto sbrigare in un'ora, ma che curavo con estrema pignoleria per far sentire a Jallu che aveva bisogno di me. In- vece il mio libro andava a rilento. Mi annoiavo troppo. E poi la presenza invadente e ossessionante di Jallu mi inaridiva. Quel che avevo già sofferto

a causa sua! Ogni brandello di confidenza che ottenevo da Manou mi co- stringeva a chiudere gli occhi, a trattenere il respiro. Spesso erano cose che non avrei mai voluto "sapere. Per esempio, aveva scritto il suo libro sotto pseudonimo perché non voleva che i personaggi venissero identificati, in quanto lui era Jallu, e lei era Manou. Allora, dopo che se ne era andata, io correvo a rileggere il manoscritto, sezionandone amaramente ogni passag- gio. Sì, un tempo aveva amato Jallu, come ora amava me. Ma veramente allo stesso modo? Arrivavo al punto di soppesare ogni parola. C'erano del-

le descrizioni che mi ferivano, dei dettagli che letteralmente mi annienta-

vano. Quando ritornavo alla realtà, dopo un lungo istante di sconvolgimen-

to che mi lasciava privo di forze, provavo a ripetere a me stesso, percor-

rendo a lunghi passi la biblioteca: "Tutto questo è ormai finito da tempo, non conta più. Per lei è ormai solamente un estraneo". Provavo a immagi- narmelo, gli inventavo mille fisionomie. E Jallu non era che quell'uomo secco e taciturno, con il quale ora dividevo gran parte delle mie giornate e che mi sembrava totalmente incapace di amare. Ciò lo rendeva ancora più

inquietante. Osservavo le sue labbra, la sua fronte, il suo naso, le sue mani,

Ogni parte del suo corpo era un cifrario di cui solo Manou

conosceva la chiave. Non ce l'avevo con lui, ma con lei. A Parigi ero riu- scito a ritardare la firma del contratto di pubblicazione. Quell'uomo mi af- fascinava, ma il libro mi disgustava. Intuivo sin troppo chiaramente quali immagini d'amore avesse contemplato Manou nel profondo del suo animo, per poter poi trovare le frasi migliori, le più efficaci ed espressive. In quel momento aveva tradito inconsciamente l'uomo che più tardi avrebbe ama- to, e che ancora non conosceva. Così incominciai a odiarla.

le sue rughe

L'acqua dell'otre di pelle di capra era calda, e sapeva di asfalto. Era ridi- colo pensare che dietro quel muro c'erano milioni di tonnellate d'acqua, e noi usavamo ancora gli otri come i nomadi del deserto. Ma la diga era una fabbrica, non un hotel di lusso. Uscii sulla terrazza. Vi trovai Jallu e Blè- che. Compresi immediatamente che era avvenuta una nuova lite. Blèche era rosso in viso e il casco gli aveva lasciato un segno bianco, come una banda attorno alla fronte e alle tempie. «So benissimo quel che devo fare!» gridava. «Farò rapporto!» Jallu era di spalle. Era apparentemente tranquillo, ma le mani, dietro la schiena, appallottolavano nervosamente una lettera dalla inconfondibile carta azzurra. La carta da lettere di Manou. «Se ci sono stati degli errori» continuava Blèche «io non ne sono re- sponsabile.» «Se ne vada!» rispose Jallu. La lettera non era più che una pallina di carta. Blèche tacque di colpo. La sua bocca tremava. Mi cercò con lo sguardo. Blèche aveva paura. Inter- namente stava cedendo. «Se ne vada» ripeté con calma Jallu. E Blèche di colpo cedette. Pesava venti chili più di Jallu ed era un tipo muscoloso. Ma i suoi occhi non riuscivano a continuare la lotta. Se ne an- dò scuotendo le spalle, poi tornò a voltarsi minaccioso: «Sentirà ancora parlare di me.»

«Imbecille» mormorò Jallu restando immobile. Attese che Blèche fosse scomparso nel corridoio che portava agli alter- natori, mentre le sue mani continuavano a triturare la lettera con delle bru- sche scosse che sembravano degli spasmi. Poi avanzò verso la balaustra e

mi notò.

«Ah, ha sentito, signor Brulin. Le chiedo scusa, ma quell'idiota mi ha fatto perdere le staffe.»

Gli offrii una sigaretta. Parve accorgersi allora di tenere fra le dita un in-

forme brandello di carta e s'incupì. Il suo volto era macchiato di chiazze

biancastre e le labbra erano grigie. «Domani se ne andrà» disse.

Le sue dita cercavano macchinalmente di svolgere la pallottola di carta.

Poi rinunciò e la gettò nel vuoto. «Non ho neanche avuto il tempo di leggere la lettera di mia moglie. Un rapporto! Un rapporto!»

Mi chinai in avanti, appoggiandomi alla balaustra. La lettera che era ar-

rivata con la posta delle due, la lettera di Manou, era stata risucchiata dalla

cascata. Chissà come Manou chiamava suo marito? "Caro René? Mio ca- "

ro? Marito mio?

L'acqua ribolliva nel bacino, depositando sulle rocce

una sorta di saliva fremente alla quale la brezza strappava un rosario di

minuscole bollicine. "Ti abbraccio? Ti amo?" Jallu si era infilato la sigaretta tra i denti. Le mani gli si aprivano e gli si chiudevano in un movimento automatico. «La invidio» mi disse all'improvviso. «Lei viaggia per puro piacere, sen-

za problemi, senza preoccupazioni. Io invece ho sul mio capo tutto que-

sto!»

Tutto questo era il muro vertiginoso che si elevava alle nostre spalle fino al cielo rovente. Riuscì a controllarsi e mi disse seccamente: «L'incidente è chiuso. L'aspetto alle cinque, signor Brulin.» A Parigi Manou preparava i bagagli.

2

Lavorai poco più di un'ora con Jallu nell'ufficio che l'ingegnere capo del-

la centrale elettrica gli aveva prestato. Avremmo dovuto abitare a Kabul, ma Jallu aveva preferito essere ospitato alla diga. Lì si sentiva a casa sua.

Di solito sul lavoro era preciso, rapido, leggermente ironico e sprezzante.

Ma quel giorno mi ascoltava appena, disegnava distrattamente sul notes.

Stava pensando a Manou che tra qualche giorno avrebbe rivisto? Non in- terruppi i suoi sogni. Anch'io pensavo a Manou. Ora, con grande ritardo, cominciavo a capire che lei mi amava, malgrado qualcosa che non aveva

avuto il coraggio di dirmi. Manou aveva un segreto. Infatti, dopo tre mesi

di un amore folle, aveva lentamente manovrato perché io mi staccassi da

lei. Intanto le sue visite si erano fatte sempre più brevi. Di poco certamen-

te,

ma abbastanza per allarmarmi. Una sera vidi nello specchio che mentre

mi

abbracciava guardava l'ora preoccupata. Non fu mai così tenera come in

quel momento, era il suo modo di spegnere il rimorso. Quando se ne fu

andata le scrissi una lunga lettera

Manou, se disgraziatamente tu non mi amassi più, me lo diresti, vero? Ricorda che abbiamo promesso di essere sempre sinceri a qualunque costo. Colpiscimi una sola volta. In amore non ammet- to l'eutanasia

Mi rispose il giorno dopo con quella sua carta da lettere azzurra che sa- peva di verbena:

Sciocco, sai bene che sono tua. Ma non tormentarmi, per favore. Sarebbe il modo per perdermi. Ti amo.

Non dimenticherò mai quella lettera telegrafica che dosava sapientemen-

te l'amore e la minaccia. Ma perché la minaccia? Per giorni rimuginai

quest'interrogativo, poiché Manou per una settimana non diede segno di vita. Voleva senza dubbio rintuzzare il mio orgoglio. Ma non riuscivo a es- serne irritato, amavo troppo Manou. Ma avevo l'impressione di aver capi-

to,

voleva sottomettermi, assicurarsi della mia docilità, forse non in manie-

ra

cosciente e sistematica, ma certo con sottigliezza e perseveranza. Qual

era il suo scopo? Iniziai a studiarla, e questo segnò una svolta nella nostra

storia. All'inizio Manou era stata il mio amore, la mia vita, un secondo me stesso. Ora la esaminavo come il personaggio di un romanzo. Studiavo la sua orbita, la sua forza di gravità. Alla fine riconobbi che era una donna come tutte le altre. Dopodiché non esitai più a interrogarla, affettando un certo distacco come se avesse perduto il suo potere di farmi soffrire. Per esempio le dicevo, fingendo di scherzare: «In fondo tu ami tuo marito.» «Ti prego, Pierre.» «Cosa ci sarebbe di strano? L'hai sposato perché l'ammiravi e sono sicu-

ro che lo ammiri ancora. È naturale, Manou. Lo capisco benissimo, sai »

Mi chinavo su di lei cercando di sorprendere una sfumatura di assenso

che mi avrebbe annientato. Ma lei si girava di scatto, o chiudeva gli occhi.

«No, Pierre. Non posso spiegarti. Cerca di capirmi. Non lo amo e non lo ammiro affatto, ma se lo lasciassi sarebbe come un verdetto di condanna. I suoi nemici ne sarebbero fin troppo felici. Se sapessi come la sua posizio- ne è delicata, come viene continuamente bersagliato di critiche » Era una risposta che mi sembrava troppo bella per essere vera. Un mese prima avrei creduto a Manou e la sua delicatezza mi avrebbe entusiasmato. Adesso non cercavo che i suoi moventi occulti, senza dubbio meno edi- ficanti. Manou era una bestiolina istintiva, combattuta tra la fierezza e la ricerca ossessiva della felicità. Perché non lasciava Jallu?

Jallu si alzò e andò alla finestra. Gli piaceva parlare girando le spalle al suo interlocutore. «Per oggi è tutto» disse. Raccolsi le penne e le mie carte. «Ha parlato spesso con Blèche, signor Brulin?» «Abbastanza » «Le ha detto cosa pensa della diga?» «Veramente » «Andiamo, andiamo, non cerchi di glissare. Blèche le avrà detto che la

Qual è la sua

diga è condannata, come tutte le altre. È la sua idea fissa opinione, signor Brulin?» «Mi scusi, ma non sono abbastanza competente per

«Allora la pensa come lui. Ma sì, quell'uomo mi ha fatto dei danni in-

credibili. E dire che

Infilò i pugni nelle tasche. Era rosso di collera. Uscì senza far rumore. Il giorno non era ancora finito, ma già la valle era coperta dall'ombra della diga. Ero libero fino all'indomani. Libero di torturarmi accusando Manou, accusando me stesso, rimuginando mille tormenti forse immaginari. M'in- camminai per la strada tutta curve che portava in riva al lago. Tutte quelle discussioni con Manou, e Dio sa quante ce n'erano state, erano rimaste im- presse nella mia memoria. Mi ricordavo persino le intonazioni, le sue esi- tazioni, le sue reticenze. Quando le dicevo: «Dove stiamo andando, Ma- nou?»

»

Bene, non la trattengo, signor Brulin.»

Lei mi rispondeva: «Sii paziente, Pierre.»

«Certo che sono paziente. E il fatto di essere paziente cambia forse qual-

cosa?» «Perché cerchi sempre di farmi male?» «Manou, non essere ingiusta. Al contrario, vorrei invece renderti felice.» E se non osavo dirglielo di persona, le scrivevo:

Capisco che tu non voglia lasciare tuo marito che sicuramente non accetterebbe il divorzio. Ma forse esiste un altro metodo per risol- vere il nostro problema.

Purtroppo non esisteva. Avevo un bel tornare a ripensarci, non riuscivo a trovare una soluzione. Se Manou avesse parlato a suo marito della sua atti- vità di scrittrice, avrebbe potuto fare dei viaggi con il pretesto di cercare del materiale per i suoi romanzi. Saremmo partiti insieme, per tre mesi, per sei mesi. Sarebbe bastato per salvarci. Ma dal momento che non voleva parlarne con Jallu, era inutile insistere. Allora qual era la soluzione? Se non trovavo un sistema, sentivo che il nostro amore era condannato. Ero talmente infelice che avrei accettato qualunque proposta. Così, quando in- travidi una soluzione non mi chiesi se era ragionevole, o realizzabile, op- pure assurda. L'accettai immediatamente e subito la proposi a Manou. Do- vevo aver assunto un'aria un po' troppo solenne, perché Manou cominciò a burlarsi di me.

Ti è piaciuto il mio

tè?» Quel giorno aveva provato a fare un tè alla menta, ed era delizioso. Tutto quello che faceva era delizioso. E dal momento che adorava i complimenti non mancavo mai di fargliene. Ma non vedevo l'ora di spiegarle la mia i- dea.

«Mi ami, non è vero Manou?» Lei sbuffò e io continuai di cattivo umore: «Ma no, Manou, te lo giuro. È molto importante. Se non mi ami non è il caso che continui. Allora, mi ami? Davvero? Bene, d'altro canto non puoi lasciare tuo marito, siamo d'accordo.» Posai la tazza perché avevo bisogno di affrontare le difficoltà gestico- lando come un avvocato. Manou mi guardava incuriosita, gli occhi scintil- lanti di tenera ironia. «Allora non c'è che una soluzione, Manou. Una sola.» «Uccidere mio marito» esclamò lei ridendo. Vedendomi sconcertato e furioso aggiunse: «Scusami, Pierre. Ho voglia

«Aspetta, caro, so che stai per dire una sciocchezza

di ridere oggi. Non mi capita spesso

Scusami

mi sta passando.»

M'inginocchiai accanto a lei, ritirai la sua tazzina e le accesi una sigaret-

ta.

«Ascoltami, Manou. È una cosa seria. La soluzione che ho immaginato Mi lasci parlare? La soluzione è che tu scompaia.» Manou non riusciva a capire.

«È molto semplice. Immagina di essere vittima di un incidente, non so

Ti sto semplicemente esponendo l'idea

quale, non ci ho ancora pensato

nelle sue linee generali Fuggiamo all'estero e

Tu scompari. Tuo marito crede che tu sia morta.

E non abbiamo più problemi.»

Manou non aveva più voglia di ridere. Mi carezzò la testa e mormorò:

«Pierre, piccolo mio, tu sei pazzo!»

«Non condannarmi troppo in fretta.» «Andiamo, Pierre, non sta in piedi! Vieni vicino a me.»

Mi accomodai sul divano, deciso a insistere anche se la mia idea era

completamente irrealizzabile. Non volevo più cedere. «Ammetto che di primo acchito la mia proposta possa sembrare bizzar- ra.» «Anche di secondo acchito. Come vuoi che io faccia a scomparire? Pro- poni qualcosa di concreto, di solido.» Ero battuto, perché non avevo previsto niente, non avevo preparato nul- la.

Specialmente durante le va-

canze. In mare, sui fiumi, in montagna »

«Tutti i giorni delle persone scompaiono

«Ma tutti li cercano

E prima o poi ritrovano i loro corpi.»

«Una sparizione come quella di cui sto parlando dovrebbe essere prepa- rata accuratamente. È il nostro lavoro inventare degli intrighi.»

La mia risposta era carica di amarezza. Manou mi carezzò una guancia.

Ora cominciava a rendersi conto che non era un gioco, che mi ero attaccato a quel progetto insensato perché ero allo stremo, ma ci lasciammo trascina-

re dalla discussione.

«Ammettiamo che sia vero. Sotto quale nome potrei vivere all'estero?» «Ti procurerò dei documenti falsi. È facile averli, se paghi il giusto prezzo. Non ci sono problemi.»

«Io non possiedo nulla di mio.»

«Lavorerò. Farò il traduttore, il professore

Potrei trovare un posto nel

Vietnam, ho degli appoggi in quel Paese.» «E se incontriamo qualcuno che mi conosce?»

«Ammetti che sarebbe una coincidenza sbalorditiva.» «Ma non potremo più tornare in Francia.» «Ci tieni così tanto, in realtà?»

Erano parole inutili, per conservare per un istante l'illusione di un possi- bile accordo. Ma sapevo benissimo che Manou era contraria, e che l'avevo profondamente ferita chiedendole di sacrificare il suo nome, la sua identi-

tà, offrendole uno squallido futuro, un esilio in capo al mondo in compa-

gnia di un piccolo funzionario. Avevo voglia di piangere. La mia buona volontà mi aveva fatto perdere Manou. Era la prova che non avremmo mai

potuto convivere. Manou aveva ragione: non ero che un bambino. «Non tormentarti così» disse Manou. «Anch'io sto cercando un siste- ma.»

Puntellandosi con il gomito, avvicinò il suo volto al mio, così vicino che

mi sembrava il volto di un'altra.

«Non rinuncerò mai a te, Pierre, capisci? Mai, qualunque cosa accada!» Poi ripeté: «Qualunque cosa accada» in tono dolente, e adagiò il capo sulla mia spalla. Non parlammo più del mio progetto. Avevo di nuovo fiducia in lei. E lei in me. Per qualche tempo ritornò la felicità dei primi giorni

Avevo accelerato il passo, immerso nei miei ricordi. Mi fermai tutto su- dato accanto alla garitta che sorvegliava l'ingresso della strada della mon- tagna. Due soldati dagli abiti logori fumavano una sigaretta, passandosela

a intervalli regolari. Un terzo, all'interno del posto di guardia, cucinava un piatto dall'odore nauseabondo. Alle loro spalle cominciava subito il deser-

to, le colline rosse che circondavano il lago scuro. La riva, alla mia sini-

stra, scendeva ripida fino all'acqua immobile. Una profondità di più di cen-

to metri! Se Manou avesse visto quel lago non avrebbe più pensato che era

impossibile scomparire senza lasciare traccia

Ma no, quel piano era ridi-

colo. E poi Manou non voleva lasciare la Francia, l'avevo subito capito, e

ne ebbi ben presto un'altra prova. Mi aveva telefonato in ufficio per un

nuovo appuntamento, ed era così agitata che temetti le fosse successo qualcosa. «Qualcosa di brutto, Manou?»

«Più di quello che credi «Dimmelo subito.»

«Bene

Ti spiegherò.»

Mio marito deve andare in Afghanistan e vuole che io l'accom-

pagni.»

Riattaccò e io passai ancora una volta una mattinata orrenda. Mi rag- giunse a casa mia. Avevo comprato dei dolci e del pollo freddo ma non avevamo voglia di mangiare. Non avevo mai visto Manou così angosciata.

«Non può di certo obbligarti» dissi. «E poi mi chiedo come ti troveresti

in quel Paese

Presi l'atlante, ma lei non volle guardare. Si era intestardita e pareva pronta a prendersela con me. Non sapevo come calmarla.

L'Afghanistan è a casa del diavolo.»

» «Lui? Non lo conosci. Se vuole che vada anch'io, è perché

«Forse cambierà idea

azzardai.

No, non

posso dirtelo, mio povero Pierre.» «Dimmelo, te ne prego.» «No, non insistere. Non voglio immischiarti nelle nostre storie. Tu sei pulito.» «Cosa significa?» Non mi disse altro, neanche nei giorni successivi. Tuttavia ritornai alla carica, rischiando di nuovo di ferirla. Perché non doveva dirmelo? Le giu- rai che nulla poteva farmi del male, mentre il suo silenzio al contrario mi offendeva. Come poteva esserci nella sua esistenza una zona proibita in cui non avevo il diritto di penetrare? In quel momento non potevo crederlo. Avevo solo il vago sospetto che mi avesse mentito dicendomi di non esse- re più innamorata di suo marito. Forse era obbligata a cedere ai suoi ca- pricci per calmare la sua gelosia. M'incamminai su quella falsa pista e Ma- nou mi incoraggiò. Parlando di zona proibita, sentivo di aver sfiorato la ve- rità. Ma quale verità? Che cosa mi nascondeva Manou? Ma allora i miei dubbi non erano così chiari. Per me una sola domanda aveva importanza:

Manou sarebbe partita? Se se ne andava, ciò avrebbe dimostrato che suo marito aveva ancora del potere su di lei. Manou sosteneva che non sarebbe

partita, ma in un modo così poco convincente che vivevo ormai in un deli- rio continuo. Dovevano partire alla fine di aprile, diciamo dopo tre setti- mane, e io cominciai a immaginare dei progetti, uno più irrealizzabile dell'altro. In realtà non avevo alcun sistema per trattenere Manou. E non

tardai a capire che a mia insaputa stava già facendo i preparativi per il vi- aggio. A volte arrivava in ritardo, e sosteneva, distogliendo lo sguardo, che la metropolitana aveva tardato. Sapevo che era stata in un grande magazzi- no. Un giorno le sfuggì: «Povero caro, quando io »

Finii la frase per lei: «Quando io non ci sarò

«Non essere maligno, Pierre.» Per lei ero maligno quando riuscivo a vederci chiaro. Non mi ero mai

Volevi dire così?»

sentito così male. Avevo sofferto i dolori dell'attesa, della gelosia, del dub- bio, della disperazione, ma non avevo mai avuto paura. E ora una specie di terrore mi rodeva quando immaginavo Manou separata da me da migliaia di chilometri di distanza. No, non avrei potuto resistere. Se lei se ne anda- va, anch'io dovevo partire. Quell'idea crebbe in me come un tumore. Co- minciai a informarmi dettagliatamente sull'Afghanistan. Sarebbe stata per me l'occasione di perfezionare il mio persiano. Manou mi disse che Jallu conosceva soltanto l'inglese e il tedesco. Questo favoriva il mio piano. An- dai immediatamente a parlarne al mio direttore. Sei mesi di congedo? Era molto. E per quale motivo? Inventavo le mie ragioni sul momento: volevo scrivere un romanzo, un'idea nuova alla quale pensavo da tempo. Ma ave- vo sempre esitato, perché l'Afghanistan è in capo al mondo. «Cosa? L'Afghanistan?» «Sì, è un Paese in pieno sviluppo, ricco di faide e di intrighi politici. Un Paese meno sfruttato di molti altri, tuttavia. Praticamente ignorato dal grande pubblico, l'ambiente ideale per un'azione romanzesca » Ormai ero lanciato, ricamavo con tutta la mia abilità oratoria. Il mio di- rettore mi ascoltava sorridendo, senza lasciarsi del tutto ingannare. Non volevo intraprendere un simile viaggio a spese della casa editrice, ma sa- pevo che un'importante società costruttrice avrebbe mandato a Kabul un esperto, l'ingegner Jallu, e che quell'esperto non aveva un interprete quali- ficato. Bastava insomma che mi raccomandassero a Jallu, al quale avrei fatto un vero piacere se lo avessi accompagnato. Non potevano rifiutarme- lo. La casa editrice aveva già sovvenzionato due o tre viaggiatori e «Bene, bene» disse il mio capo. «Non le prometto niente, ma tenterò. Se tutto si sistema, le potremmo dare quattro mesi.» La sera stessa avevo la risposta di Jallu. Mi aspettava il giorno dopo alle undici nel suo ufficio. Ero talmente eccitato che per la prima volta dissi a Manou che non pote- vo incontrarmi con lei. Intuì immediatamente che era successo qualcosa d'insolito.

«Pierre

Pronto? Pierre, stai bene?»

«Benissimo, te lo assicuro. Devo soltanto finire un lavoro urgente e poi il padrone ha convocato tutti i capi servizio. La riunione finirà molto tar-

di.» «Mi sembri contento, Pierre. O sbaglio?» «Contento? No, non particolarmente.» «Allora, domani? Prima di sera?»

«Certamente. Arrivederci, cara Manou.»

La notte era calata all'improvviso, immensa e ostile, le stelle aride come

ciottoli. Mi sedetti su una roccia ancora rovente. Jallu mi aveva ricevuto tra una telefonata e l'altra. Giusto il tempo di e- saminarmi e di dirmi: "D'accordo. Discuterà i dettagli con il mio segreta- rio". Un istante più tardi mi chiedevo ancora se era proprio vero quello che era successo. Ero andato al colloquio nello stato d'animo di un candidato poco sicuro di sé e che si aspetta di dover sostenere un duro assalto. Invece Jallu era stato distratto, stremato dal troppo lavoro. «È sempre così?» «No» mi rispose il segretario. «Ma in questo momento non so che cos'abbia. Credo che quel viaggio gli abbia dato un sacco di problemi.»

E mi spiegò a sua volta che Jallu aveva molti nemici, che tutti gli mette-

vano dei bastoni tra le ruote e che se falliva questo nuovo affare sarebbe finito come ingegnere in un'impresa di secondo piano. «Sarebbe la sua morte» concluse.

Rivedevo gli occhi grigi e affaticati che mi avevano fissato. Anche il se- gretario sembrava stremato. «E se fallisce?» «No, dicevo così per dire, naturalmente. Lui non può fallire.» «Ciononostante immaginiamo che avvenga.»

Non posso

entrare nei dettagli, perché lei non è del mestiere, ma deve capire che gli interessi in gioco sono molto complessi. Il signor Jallu non può più fare il minimo errore. Al primo incidente salta. E in questo caso »

Il segretario fece un ampio cenno che voleva sottintendere che tutto sa-

rebbe stato spazzato via, la ricchezza, l'onore, la vita

«Non esageriamo» si affrettò ad aggiungere. «Non siamo a questo punto. Ma lei potrà aiutarlo più di quello che possa pensare. Dal momento che sta scrivendo un libro, perché non parla di un uomo come il signor Jallu? Per-

ché non racconta la storia di una diga? È appassionante, sa. Come una bat- taglia, perché è una battaglia. Ma la gente non lo sa. Il signor Jallu è solo. Lei non immagina quanto.» «Via » «Proprio così.» «Ma c'è lei ad aiutarlo, no? E la signora Jallu.»

«Allora sarebbe completamente rovinato. O forse peggio

Manou

Il segretario mi offrì una sigaretta e il suo accendino.

«Partirete tra una decina di giorni» continuò. «Mi occuperò io di tutti i dettagli. Non si preoccupi. Venga a parlarmi la prossima settimana.» «Sarò sullo stesso aereo dei signori Jallu?» «Naturalmente.» La mia domanda dovette sembrargli sciocca ma la sua risposta mi riempì

di gioia. Corsi ad avvertire il mio direttore. Non ricordo bene cosa feci a-

spettando Manou. Non è vero. Comprai un volume sulle dighe. Era pieno

di formule, di equazioni, di schemi, e mi abbandonai all'impressione deli-

ziosa di essere travolto dagli avvenimenti. Ero in partenza! In viaggio con

Manou! Non volevo più pensare a Jallu. E continuavo a ripetermi che non era poi così temibile e che avevo avuto torto a preoccuparmi così tanto per quel colloquio. Un uomo braccato, ecco quello che era. Avrebbe fallito l'affare, sarebbe stato spazzato via e mi avrebbe lasciato Manou. Comprai dei fiori, molti fiori. Non riuscivo più a connettere le idee e impiegai un'ora a vestirmi. Manou comprese immediatamente. L'abbracciai.

Ho fatto bene, non è vero? Non

potevo agire in altro modo; rifletti! Tu laggiù e io qui, non era possibile!» Ero già all'arringa della difesa. Ancora una volta ero colpevole. Ancora una volta le chiedevo scusa per averla troppo amata. Ascoltava le mie spiegazioni con gli occhi socchiusi, il volto teso, il corpo irrigidito in un atteggiamento di rifiuto. Avevo un bel dimostrarle che il mio piano era perfetto e non comportava alcun rischio. Scuoteva il capo come se avesse deciso alla fine di rompere. Ormai non era più il viaggio a essere messo in questione, ma il nostro amore. «Non volevo ferirti. Dovevo agire in fretta, prendere subito una decisio-

ne. Pensavo che saresti stata d'accordo

d'incontrare tuo marito.» «Ma come puoi immaginarci tutti e tre insieme, ogni giorno, per setti- mane e settimane!» «Ah! Non avevo guardato tanto lontano!» La lasciai e mi infilai le mani in tasca perché lei non vedesse che trema- vano. Il suo dito guantato mi sfiorò una guancia. «Povero Pierre, non pensi mai a nulla. No, ti prego, non arrabbiarti. Sol- tanto, rifletti. Cosa diverrei io tra voi due? E tu che faccia farai quando ti augureremo la buona notte? E lui che capisce tutto, persino i silenzi, so- prattutto i silenzi, credi che accetterà?» «Allora cosa proponi?»

Non potevo chiederti il permesso

«Non sei seccata? Rispondi, Manou

Prese un garofano e lo mordicchiò nervosamente. Che cosa mi avrebbe proposto? «Sii paziente, Pierre «Bene, capisco.» Presi il telefono. «Cosa fai?» «Annuncio le mie dimissioni. Non ho altra scelta, mi pare.»

»

«Aspetta!»

Mi obbligò a posare la cornetta, si guardò attorno, come per raccogliere

tutte le forze contro di me. «Ti chiedo un giorno, un giorno soltanto. Ti chiamerò domani sera. D'accordo?»

Mi baciò sulle tempie dolcemente, poi la porta si chiuse senza rumore.

Volevo inseguirla, chiamarla. Era forse un addio? Non l'avrei più rivista? Quella tregua non era stata che un trucco per liberarsi, un modo elegante per andarsene evitando i rimproveri, il sarcasmo, le minacce e le lacrime di una rottura?

Il

nostro amore era morto.

E

ancora non sapevo cosa sarebbe successo

3

Mi sentivo sof-

focare. Lanciai con tutte le mie forze un sasso nel lago, che si estendeva ai miei piedi. Sentii il tonfo lontano dell'impatto e provai a immaginare il tra- gitto della pietra, inghiottita da cento metri di acqua scura fino a toccare il fondo della valle allagata. Come sarebbe stato facile simulare un incidente

in quel lago! Manou aveva riso quando le avevo proposto di scomparire, ma se avesse visto Ero uno sciocco a pensare che avrebbe accettato qui quello che a Parigi aveva rifiutato con tanta ostinazione. D'accordo, si era finalmente decisa a venire, ma questo non cambiava nulla. Se avesse mutato opinione mi a- vrebbe scritto. Bastava che battesse a macchina l'indirizzo, Jallu non con- trollava la mia posta. E, invece, non una lettera, non un biglietto. Il nulla. La notte. Tuttavia, a Parigi Avevo aspettato la sua telefonata come un malato attende il risultato di un'analisi. Era veramente una questione di vita o di morte. Ricordo che in ufficio avevo preso un foglio e avevo provato a elencare in una colonna

Feci qualche passo nell'oscurità. Di nuovo quella fitta

tutti i miei dubbi e in un'altra tutte le mie speranze. Era una fatica inutile e puerile, poiché non riuscivo a raggranellare nulla di palpabile, di oggetti- vo. Nulla che potesse essere espresso, definito a parole. "Sentivo" che Ma- nou mi nascondeva qualcosa, Avevo "l'impressione" che il suo segreto non fosse piacevole, che lo difendesse con accanimento, temendo il mio di- sprezzo se ne fossi venuto a conoscenza. Ma quando tentavo di dar corpo a questa fuggevole intuizione mi sembrava invece di allontanarmi dalla veri- tà. Come nei giochi dei bambini, quando i compagni indirizzano beffardi le ricerche maldestre di un oggetto nascosto con "Fuoco" e "Acqua". Quand'ero "Fuoco" e quando "Acqua"? Quando sospettavo Manou di ser- virsi di me? Tuttavia era sincera quando diceva: "Non rinuncerò mai a te,

Ma perché quella conclusione così grave e così

drammatica? Che cosa doveva succedere? Vagavo in una foresta di dubbi, che mi graffiavano quando cercavo di attraversarli. Manou mantenne la promessa. Mi telefonò. Sì, era d'accordo. Avrei ac- compagnato Jallu, e avremmo tentato. La voce era triste, rotta, come se a- vesse pianto a lungo. Io invece non riuscivo a parlare per la gioia. Quella sera camminai a lungo per la città addormentata, sussurrando per gioco che amavo Manou in tutte le lingue e dialetti che conoscevo, dal turco al ben- gali. Il giorno dopo venne a casa mia, ma, quando volli ringraziarla, mi chiuse la bocca dolcemente con la mano guantata: «Zitto! Non parliamo del viaggio, per favore.» E allora cominciò il periodo più bizzarro del nostro amore, forse il più piacevole. Ci incontravamo tutti i giorni verso sera. Avevamo ripreso le vecchie abitudini, e Manou era tornata appassionata come un tempo. Sape- vamo di essere giunti a una svolta importante, ma io mi sentivo come un soldato in licenza dal fronte, che conta suo malgrado i giorni che passano e

qualunque cosa succeda

".

pensa che ogni carezza potrebbe anche essere l'ultima. Ed ero sicuro che anche Manou provava la stessa sensazione. Ci abbracciavamo, sperduti l'uno nell'altra, e i nostri sorrisi avevano qualcosa di forzato, di fittizio. Parlavamo senza interruzione, in una continua finzione d'allegria, consci che un istante di silenzio sarebbe stato insostenibile. Paradossalmente, non eravamo più "insieme". «Pierre» mi disse una sera «vuoi venire a casa mia?»

«Ma

«Domani sarà a Bruxelles per lavoro. Vieni, ti prego.» «Ma non pensi, Manou, che » «Non faccio altro che pensare in questi ultimi tempi» m'interruppe. «Per

e tuo marito?»

favore, vieni. Mi hai sempre detto che avresti voluto vedere la mia casa, e sarò felice di fartela visitare. La cameriera è tornata in Alvernia dai suoi, saremo soli.» Non insistette, ma io compresi le sue intenzioni e l'abbracciai, cullandola teneramente per dimostrarle la mia gratitudine. Lei che era sempre stata così prudente, troppo prudente, ora mi concedeva tutto come se all'im- provviso avesse preso una decisione estrema. Ma non si abbandonò nelle mie braccia. Era tesa, in guardia. Avrebbe potuto lasciarsi andare, svelarmi i suoi pensieri. La guardai. Sorrideva e pareva sorridere più a se stessa che a me. Cosa esprimeva quel sorriso? Gioia? Trionfo? Si vendicava di Jallu? O era semplicemente felice di aver vinto la sua incertezza? «Abito a Neuilly» mi disse. «All'angolo di rue de la Ferme con rue Saint-James. Vedrai, il giardino è circondato da un'inferriata. L'ingresso principale è in rue de la Ferme, poi c'è una porta secondaria che dà su rue Saint-James. Naturalmente tu passerai dal cancello principale.» «A che ora?» «Facciamo per le nove. È un quartiere tranquillo, non incontrerai nessu- no. Ti aspetterò, dovrai soltanto battere due colpi col batacchio del cancel- lo. Vuoi venire, vero?» Certo che lo volevo! Era da settimane che lo desideravo.

L'attesa, il giorno dopo, fu la più lunga e angosciosa di tutte. Le sigarette

mi nauseavano, i libri non riuscivano a trattenere la mia attenzione. Rice-

vetti per posta il biglietto dell'aereo. Andai alla banca, feci qualche acqui- sto. Come vivevo prima di conoscerla? Come riuscivo a passare il tempo?

La mia esistenza allora era ricca di piccoli momenti piacevoli. Chiacchie-

ravo con gli amici, leggevo dei manoscritti, andavo alle prove generali di qualche spettacolo teatrale. Assaporavo ogni istante, mentre ora ero come

un condannato che al mattino sa che la sera è terribilmente lontana, e che

non servirà a niente pensare o non pensare, camminare o restare immobile. L'unica mia attività era torturarmi, trasformare la mia attesa in una sorta d'inebetito tormento. Se Manou mi invitava ad andare da lei era forse per

dirmi che per tutto il viaggio non mi avrebbe più rivolto la parola. O che

avrebbe cercato un sistema per non partire. Oppure

Ormai ero un asso in

quel drammatico gioco, e quando finalmente mi diressi a Neuilly la mia gioia si era tramutata in un'ansia carica di diffidenza. Osservai la casa da lontano. Era una villa grande ed elegante, un vero e proprio palazzo, di cui non potevo scorgere che il primo piano con le finestre sbarrate e il tetto a mansarde. L'alto cancello nascondeva ai passanti la vista della casa e

dell'ampio giardino. Pensai che non doveva essere allegro per Manou stare da sola in una villa così grande

Mi avvicinai al cancello e battei due colpi come convenuto. Manou ven-

ne ad aprire. Mi affrettai a entrare, pieno di timore, e la baciai castamente sulle guance. Si era messa per me un abito da sera, il che mi metteva in soggezione. Non ero a casa di Manou ma a casa della signora Jallu. Per un secondo ebbi voglia di fuggire. Mi prese per mano con un gesto grazioso da ragazzina e mi condusse per il lungo viale che portava a una scalinata di quattro o cinque gradini. Il viale era bordato da una fitta siepe di alberi, due muri oscuri che sbarravano la vista a sinistra e a destra. «Ti piace vivere qui?» le chiesi.

«Sopravvivo!»

«Strano, non riesco a immaginarti in questo posto.» Tutto mi sembrava strano, forse a causa della notte che era caduta all'improvviso, silenziosa. Certo di giorno quel giardino recondito mi sa- rebbe piaciuto, avrei trovato elegante quella facciata con il suo frontone e i suoi due pilastri, che ora invece mi sembrava pretenziosa e vagamente o-

stile. Ancora una volta pensai che non sarei dovuto venire. Manou scivolò nell'ombra del vestibolo e accese la luce. Chiuse la porta alle mie spalle. «Ti piace?» Avrei voluto dimostrarle un poco della gioia che lei si aspettava. Ma mi sentivo sempre più imbarazzato, il mio sorriso fu alquanto stentato. «Fammi vedere il museo.» «Oh, sai, è presto fatto. Questo è il salone.» Accese un lampadario, che illuminò delle sagome bianche accovacciate. I mobili erano già coperti da teloni. Non avevo alcuna voglia di entrare. Manou fece due o tre passi, si guar-

dò intorno. Il gioiello che le fermava una spallina lanciava lampi cangianti. Era come se anche lei fosse in visita. Attraversammo in silenzio la casa morta. Gli alti specchi riflettevano le nostre sagome fugaci. Le stanze sa- pevano già di chiuso. Era il museo dell'assenza e Manou non era che una delle sue ombre.

È quella che

io voglio vedere

Mi precedette sulle scale e al primo piano ricominciò a spalancare delle

porte sul vuoto. «La stanza degli ospiti mia stanza »

La

«Manou» sussurrai «dev'esserci pure una stanza tutta tua

»

La stanza di mio marito

Lo spogliatoio

Era lì che viveva. Mi fermai per un momento sulla soglia, circondando

con un braccio le sue spalle. Il letto, le poltrone, lo scrittoio, il tavolino a

tre gambe. Con una sola occhiata avevo preso possesso di tutto. E avevo

ritrovato il profumo di Manou, che avrei riconosciuto tra mille perché era il profumo dell'erba, dell'alba, dell'estate. Qui il mio amore mi attendeva intatto. Manou sollevò il capo e io mi chinai su di lei. Cercando di trattene- re il mio fervore posai le labbra sui suoi occhi, sulla sua bocca. «Manou, tesoro» le dissi «non ci sarà nessun'altra dopo di te, lo sai?» «Sciocco, vieni a sederti.»

Ma una tenera curiosità mi spingeva da un soprammobile all'altro. Vole-

vo vedere tutto, toccare tutto, respirare tutta l'atmosfera di quella stanza.

Passavo dal letto allo scrittoio, esplorando i cassetti, spostando ogni cosa, e Manou mi guardava con un sorriso di giocosa complicità. Quei piccoli toc- chi da predone la divertivano, la commuovevano, la turbavano.

«E

questo cos'è?»

«Il

mio carillon, aprilo »

Sollevai il coperchio dello scrigno, e una melodia fievole, appassita, un po' falsa, si alzò nel silenzio. La Trota di Schubert. Manou ne canticchiò l'aria a bocca chiusa. Ogni tanto si fermava per dare al meccanismo il tem- po di eseguire i passaggi più difficili, poi riprendeva a canticchiare, se- gnando dolcemente il tempo come se avesse voluto incoraggiare l'invisibi- le musicista che s'imbrogliava nelle sue note e tentennava sulla sua spinet- ta. Alla fine sollevò un poco la gonna e accennò una riverenza. Il fascino

perfetto di quell'istante mi fece applaudire. Manou arrossì, ma le scintilla- vano gli occhi. Mi indicò lo scrigno. «Guarda all'interno.»

Vi erano conservate le mie lettere nelle loro buste. Estrassi un foglio e

lei ne lesse ad alta voce qualche passo, appoggiandosi a me. «Scrivi meglio di me» osservò poi. «Forse perché riesci meglio a menti- re.» «Manou, ti impedisco »

Mi abbracciò. Dio, ho vissuto quel momento! Quell'istante è esistito

davvero. E adesso Cercai la serratura del piccolo scrigno.

«Non c'è» mi disse Manou. «Allora chiunque potrebbe «Non viene mai qui.»

Tra le lettere c'era uno spesso quadernetto che Manou mi strappò dalle

Anche tuo marito

»

mani. «Questo no, è il mio diario. Ogni sera mi racconto la mia giornata. Tu non puoi capire, sei un uomo.» «Posso leggere? Soltanto una pagina » «No, per favore.» «Chi ti ha regalato il carillon?» «Nessuno, era dei miei nonni.»

Mi avvicinai al caminetto sul quale c'era una fotografia.

«I miei genitori» disse Manou. «Un mese prima dell'incidente. È per

questo che ci tengo così tanto.» L'uomo era alto, bruno, con i baffetti sottili. Il volto di sua moglie, na- scosto in parte da un cappello di paglia, pareva sofferente. «Non ti assomigliano» osservai. «La mamma era malata, allora. Le donne nella nostra famiglia non sono molto forti. Sua sorella, la zia Lea, ha un cancro, sta morendo.» Imbarazzato, andai alla finestra, una bizzarra finestra ad angoli smussati. Attraverso le persiane potei notare il giardino e il tratto di strada illuminato da un alto lampione, attorno al quale ronzavano gli insetti. Un vialetto fiancheggiato da una spessa siepe si dipartiva dalla casa e conduceva alla porticina della rue Saint-James. Manou mi era venuta accanto.

«È un peccato, non abbiamo tempo di occuparci del giardino. Del resto,

con una casa così, avremmo bisogno di diversi domestici. E mio marito trova già la cameriera troppo cara.»

Mi girai verso Manou e le sollevai il volto con una mano: «Lascia stare.

Per stasera non pensarci. Tra due giorni saremo in Afghanistan, e vorrei che questo viaggio fosse per noi una vera vacanza.»

Cercò di scuotere il capo per protestare, ma la mia stretta la trattenne. La fissai negli occhi con una certa durezza. «Manou, te lo prometto, sarò prudente. Tuo marito non si accorgerà di nulla. Starete tranquilli come se non ci fossi. Voglio soltanto vederti. Tutti i giorni. Avremo un codice, capisci? Quando dirai: "Che caldo!" vorrà di- re: "Ti amo". È una frase che potrai ripetere tutti i giorni.» Scoppiai a ridere, eccitato da quell'idea, e Manou, trascinata dalla mia allegria ripeté: «Che caldo!» «Ora tocca a te inventare un codice.»

Quando dirai: "Ho sete" vorrà dire: "Ho voglia di abbracciar-

ti".»

«Bene

«Ottimo, Manou. Allora ho sete.»

«Cosa?»

«Ho sete, non capisci? Ho sete. Ho sete.»

L'abbracciai e lei cercò di liberarsi.

«No, Pierre

Ti prego

Non qui.»

Nella sua voce c'era un tale terrore che la lasciai andare immediatamen- te. Mi aggirai lentamente per la stanza, esasperato e pronto a risponderle con durezza. Tutti quegli oggetti, tutti quei mobili erano un regalo di Jallu. I gioielli nel cofanetto d'avorio sul comodino erano di Jallu. Persino il nu-

mero sul telefono bianco era quello di Jallu. Insomma, a parte il mio budda d'avorio sullo scrittoio, tutto apparteneva a Jallu. Persino Manou, soprattut- to Manou.

«Pierre

Non volevo ferirti.»

«Figurati, ci sono abituato!» «Vedi, ti sei offeso! E non siamo ancora partiti. Allora, cosa farai in Af- ghanistan?» «Non dovevo venire qui.»

«Aiutami, Pierre. Ti prego.»

Mi voltai a guardarla. In quel momento squillò il campanello a pianter-

reno. «Tuo marito?» «No, dev'essere mia cognata.» Scivolò accanto alla finestra, ma l'alto cancello nascondeva ai nostri oc- chi il marciapiede. Eravamo immobili, raggelati. Il campanello suonò ancora una volta, a piccoli colpi discreti e ben distanziati, come la campanella del parlatorio. «È lei» sussurrò Manou. «Riconosco il suo modo di suonare.»

«Tuo marito ha una sorella?» «Sì, ti pare strano?» «No, semplicemente non lo sapevo. Devi proprio andare ad aprirle?» «Sono costretta, è venuta da Nizza per salutarci. Se non le apro, telefo-

nerà a René, e lui si preoccuperà, lui sa che di sera io non esco mai. E poi

ha sicuramente visto la luce

Mi dispiace, Pierre.»

«Vuoi che me ne vada? Ma come »

«Vieni.»

Mi trascinò verso le scale, mentre il campanello suonava per la terza vol-

ta con maggior forza. Mi condusse in cucina, in fondo all'atrio. Prese due chiavi unite da un anello e appese al muro.

«La più grande apre la porta di rue Saint-James» mi spiegò a bassa voce. «L'altra è quella della cucina, non confonderti. Sbrigati, nessuno ti vedrà uscire. Tieni le chiavi, io ne ho un altro paio. Non sei offeso?» «Manou, amore.» La strinsi a me come se fossi conscio di perderla. Poi m'infilai furtiva- mente nel vialetto laterale che conduceva alla porta posteriore. Una volta uscito, me ne andai lentamente verso l'incrocio, come un qualunque pas- sante notturno. Rue de la Ferme era deserta. Mi accostai al cancello, ten- dendo l'orecchio, ma non udii alcun rumore. Presi un taxi e tornai a casa. Non ricordo cosa feci nei due giorni seguenti. L'attesa della partenza fu lieve, perché ero sovraccarico di impegni. Il segretario di Jallu mi augurò buon viaggio. «Soprattutto, sia puntuale, non li faccia aspettare. In questo periodo è fuori di sé!» Avrei voluto chiedergli di Manou, ma in ogni caso lei sarebbe stata a Or-

ly come previsto. Ormai niente l'avrebbe trattenuta dal partire. Non le

scrissi nemmeno al suo fermoposta. D'altronde era troppo tardi, non sareb- be più andata all'ufficio postale. Dovevo telefonarle? E perché poi? Soltan- to per il piacere di sorprenderla in casa? E se era Jallu a rispondere? Nes- sun problema, avrei riattaccato fingendo di aver sbagliato numero. E se mi

rispondeva lei? Non avevo più niente da dirle, avevamo già fissato tutti i dettagli della partenza. Di scrupolo in scrupolo, di esitazione in esitazione,

mi decisi infine a chiamarla, mentre il cuore mi batteva all'impazzata. La-

sciai che il telefono squillasse otto volte prima di rinunciare. Non c'era nessuno. Meglio così. Passai la serata al cinema e poi dovetti prendere un sonnifero per addormentarmi. Non volevo più pensare a quell'impossibile viaggio. Perché Manou aveva ragione. Che cosa sarei diventato accanto a

loro due? Jallu mi avrebbe trattato con disinvolta sicumera e io non avrei sopportato di essere umiliato davanti a Manou. Magari avrebbe maltrattato sua moglie e io non avrei avuto la forza di mordere il freno. E se non aves- se fatto attenzione a noi due, avrei anche potuto commettere qualche im-

prudenza. Magari

la lista dei "magari" era infinita.

Costeggiavo il lago fumando una sigaretta dopo l'altra. Il freddo comin- ciava a farsi sentire e le stelle brillavano come da noi in inverno, vicine, aspre, come cocci di vetro. Le difficoltà che mi avevano spaventato alla vigilia della partenza, le avrei ritrovate intatte l'indomani, quando Manou sarebbe finalmente arrivata. Inspiegabilmente, ormai non mi facevano più

paura. Forse perché mi ero abituato a Jallu. Invece, quando un taxi mi con- dusse a Orly, Jallu mi spaventava ancora. Non avevamo preso il pullman insieme. Non so perché, ma l'incontro mi sembrava meno preoccupante nel frastuono degli aerei in partenza che al buffet del terminal degli Invalides. Arrivai con più di un'ora di anticipo, e iniziai a passeggiare nervosamente nell'immensa hall tra un berciare di altoparlanti. Ero molto più agitato di quel che volessi dimostrare anche a me stesso. Quel viaggio mi eccitava, l'Afghanistan mi aveva sempre attirato. Ma soprattutto mi sarei trovato per la prima volta nel mondo esterno con Manou. Finora c'era stato soltanto quel pranzo nel ristorante di boulevard Saint-Germain, all'inizio della no- stra relazione. Ma non contava, perché dopo quel breve episodio ci erava- mo sempre incontrati di nascosto. Non avevo mai camminato per strada accanto a Manou. Non mi ero mai seduto con lei nel déhors di un caffè. Insomma, aspettavo una sconosciuta. Avrei scoperto una donna nuova e quasi ignota, perché non sapevo come si comportava con suo marito, come gli parlava, come lo guardava. Claire Jallu non era la stessa persona di Manou. Scossi le spalle, ecco che romanzavo già il nostro nuovo incontro. Sarebbe sempre stata Manou dopotutto! Ancora una mezz'ora. Il Boeing per Rio rollò lentamente sulla pista, poi prese il volo. Mi rifugiai nel bar per sfuggire a quel frastuono che mi faceva battere i denti. Non dovevano più tardare. Provavo un senso di angoscia mentre cercavo di scorgere la sagoma di Manou nella folla dei viaggiatori indaffarati. E allora vidi Jallu. Solo. La cosa non mi sorprese. Mi ricordo che dissi fra me: "Era inevitabile!". Sì, Manou era riuscita a non venire con noi, l'avevo previsto. Jallu mi stava cercando. Mi alzai a fatica. Avevo ancora qualche istante per decidere: po- tevo tornare a Parigi, rinunciare al viaggio, restare con Manou. E invece andavo a incontrare Jallu. Mi strinse la mano in modo amichevole, e mi diede le spiegazioni che attendevo. La zia di Manou stava morendo e Ma- nou aveva deciso all'ultimo momento di ritardare la partenza. Questione di giorni. Jallu cercava di mostrarsi indifferente, ma dietro la sua maschera c'era indubbiamente della collera e persino della violenza, insieme a qualcos'a- ltro che non riuscivo a individuare. Lo capii in seguito, quando litigò con Blèche. Jallu a Orly aveva lo stesso aspetto di quando licenziò Blèche. Certo tra lui e la moglie doveva esserci stata una violenta scenata. Salim- mo sull'aereo e pochi istanti più tardi Parigi scompariva alle nostre spalle. Lasciavo Manou per un lungo periodo, forse per sempre, perché la malattia

della zia non era che una scusa. Manou non aveva voluto accompagnarci. Ma in quel momento quell'idea non era ancora così netta e precisa. Era un pensiero che non prese corpo che poco a poco, quando ebbi il tempo di ri- flettere con calma su tutti quegli avvenimenti. Manou aveva una ragione precisa per non venire. Manou mi aveva ingannato.

E invece sarebbe arrivata con il prossimo aereo. Dunque mi ero sbaglia- to. Ero andato troppo in là con i miei sospetti e le mie paure. Ero un indi- viduo che non voleva conoscere la felicità. Decisi di abbandonare le mie inquietudini. Manou mi amava. Il suo comportamento non era stato né strano né ambiguo. E io ero felice, felice, felice Ritornai malinconicamente alla diga e mi coricai senza riuscire a prende- re sonno. Il giorno dopo fu esattamente identico ai precedenti: colazione,

lavoro, pranzo, Kabul, ritorno alla diga, cena

mano che cuoceva le pietre. Jallu era taciturno come al solito. Nemmeno l'arrivo imminente di sua moglie riusciva a distrarlo dalle sue preoccupa- zioni. Al contrario, io non riuscivo a trattenermi dal seguire Manou con il

No, bisognava tener conto del fuso ora-

Come si sarebbe vestita? Cosa si sarebbe portata in Afghanistan? Mi

mettevo a sognare davanti a una carta geografica, pensavo a tutti gli inci- denti possibili. Se almeno mi avesse scritto, rivelandomi tutti quei piccoli dettagli che aiutano gli amanti lontani a sopravvivere, avrei potuto imma- ginare qualcosa di più preciso. Invece vedevo una donna in abito da sera errare in una casa deserta tra degli spettri di mobili, una Manou sempre meno reale, quasi annientata dalla lontananza e dal silenzio. «Domani mattina» mi disse Jallu «dopo colazione lei mi accompagnerà a Kabul, signor Brulin. Avrei voluto andare io stesso a prendere mia mo-

glie all'aeroporto, ma ho un incontro molto importante nel pomeriggio. Vuol essere così gentile da andare lei al mio posto?» «Ma » «Oh! Non avrà problemi a riconoscerla. Non c'è molta gente all'aeropor- to di Kabul. Ci ritroveremo al bar del Cecil Hotel.» «Ma lei si stupirà se » «Sicuramente no. Conosce benissimo l'importanza della partita che sto giocando in questo posto. Spero che non le dispiaccia » «Al contrario, me ne occuperò ben volentieri.» «È già tutto pronto» disse seccamente Jallu. «Ho fatto preparare una ca- mera per Claire accanto alla mia. Il pranzo sarà servito alle due.»

pensiero. Alle diciotto da Orly

rio

E sempre quel calore inu-

» «Claire, stanca! È molto più resistente di me!»

«Non crede che se è stanca

La decisione di Jallu, che non avevo previsto, mi riempiva di gioia. Così

Manou e io avremmo avuto un'ora buona per rivederci, chiacchierare tene- ramente e prepararci ad assumere un aspetto di circostanza per il ritorno di Jallu. La prova così sarebbe stata meno difficile. Passai le ore successive in uno stato d'animo singolarmente distaccato, come se avessi preso una droga. La Land Rover volava sulla strada di Ka- bul.

«A presto» mi disse Jallu. «Faccia a Claire le mie scuse, e ancora gra-

zie.» L'aeroporto. Il parcheggio. Non riuscivo più a star fermo. Nonostante il calore, rimasi fuori, a passeggiare lungo il recinto. Quando l'altoparlante annunciò il Boeing mi sentii girare la testa. Le gambe erano diventate di piombo. L'aereo scintillante atterrò a una notevole distanza, rollò a lungo sulla pista, poi descrisse un semicerchio e si avvicinò lentamente, mentre gli addetti dell'aeroporto spingevano in avanti l'alta scaletta. Non riuscivo

più a muovermi. Il portellone ovale si aprì nel fianco dell'apparecchio. I

viaggiatori cominciarono a scendere

Poi

un'altra

Mi tolsi gli occhiali da sole e per un istante il riverbero inghiottì

le loro sagome. In tutto, soltanto quattro donne scendevano lentamente la scaletta, con le borse da viaggio azzurre sotto braccio. Avrei dovuto rico- noscerla. I viaggiatori s'incamminavano a piccoli gruppi. Uno dei piloti

scese di corsa ridendo, e andò a raggiungere una hostess. Sulla scaletta non

c'era più nessuno

Forse una bor-

setta dimenticata

Non verrà

più

una voce che non sarei più riuscito a zittire: "Non è venuta

Ma già sentivo dentro di me

la dogana. Continuavo a cercarla stupefatto. Era in ritardo

Impossibile! I viaggiatori erano entrati nell'edificio del-

Molti uomini

Una donna

Un documento perduto

Non la vedrai mai più

È finita, Manou. È finita! È finita!".

«Il

signor Brulin?»

Mi

girai di scatto. Di fronte a me c'era una giovane donna. Aveva posato

sul cemento le due valigie e si asciugava le mani sudate con un minuscolo

fazzoletto. «Vedo che sta aspettando qualcuno» continuò. «Anch'io. Lei è il signor Brulin?» «Sì.» «Io sono la signora Jallu.»

Rise senza dimostrare il minimo imbarazzo e mi strinse la mano. «È stato gentile a venire» disse. «Lo sapevo che René sarebbe stato oc- cupato. Sta bene?»

«Sì.» Rispondevo come un automa. Era come se un altro me stesso avesse preso galantemente le valigie e si stesse dirigendo verso la jeep. Io non fa- cevo che seguirlo. Continuavo a ripetermi: "È un'insolazione. Sicuramente un'insolazione". Ma la giovane donna che mi trotterellava accanto era vera, esisteva realmente. Cominciai a poco a poco a esaminarla con più atten- zione, con una diffidenza unita a un certo disgusto. Era piccola, bionda, minuta, i capelli raccolti all'indietro in un artistico chignon. Molto chic, molto disinvolta. Come poteva sperare d'ingannare Jallu? E cosa significa-

va quella commedia? Parlava incessantemente, entusiasta di essere arrivata

e di scoprire un Paese nuovo. Il viaggio era stato piacevole, a parte un po'

di turbolenza sul Mediterraneo. Sull'aereo aveva incontrato un amico di

suo marito, Georges Larue, un ingegnere minerario, e così il tempo era passato in fretta. Mi accorsi che se continuavo a stare in silenzio mi avreb-

be considerato un maleducato. «Mi dispiace per sua zia» le dissi. «Ah, René gliel'ha detto. Molto triste, povera zia Lea. Le ero molto affe-

zionata, non avevo che lei.»

«E i suoi genitori?» «Li ho perduti molto tempo fa in un incidente d'auto.» Sistemai nervosamente le valigie sulla Land Rover. Non avevo il tempo

di riflettere, ma cominciavo a odiare quella donna tranquilla, sicura di sé,

che mi si era seduta accanto sorridendo gentilmente. «Il signor Jallu ci raggiungerà al bar del Cecil Hotel» le dissi, e partii bruscamente. Le mie mani tremavano mentre reggevo il volante. Avevo fretta di vede- re Jallu per chiarire quella sciocca commedia. Guidai a tutta velocità fino a Kabul. La sconosciuta sembrava adorare la velocità. Si tolse gli occhiali da sole e offrì il volto alla brezza ardente. «Dietro c'è un casco anche per lei» le gridai. Non si mosse. Forse non mi aveva sentito. Per poco non la insultai. A- vevo l'impressione che Manou si fosse presa gioco di me in una maniera atroce. Aveva mandato un'altra al suo posto? Impossibile. E in questo caso come spiegare la calma di quella donna? Rallentai e parcheggiai l'automobile all'ombra, in un vicolo accanto

all'hotel. «Mio marito mi aveva avvertita, ma ciononostante mi aspettavo che la

città fosse più grande. Non è brutta Le passai il casco coloniale.

Anzi, le montagne sono splendide.»

«Se lo metta

o avrà una bella insolazione.»

«Sto bene? Sinceramente, Pierre » Quella familiarità mi esasperò. Osservai freddamente: «Non ha mai por- tato un casco coloniale?» «Oh, sì! Una volta a Bombay. Il meno possibile!»

Scacciai brutalmente due cani famelici che stavano annusando le mie gambe. Qual era il significato di quella partita che stavo giocando senza convinzione? Che cosa speravo di ottenere, alla fine? «Io prenderei qualcosa» mi disse. «È lontano questo bar?» «Siamo arrivati.» Spinsi la porta e lei entrò sorridente e distesa. Fu lei stessa a scegliere un tavolino accanto alla vetrata, dalla quale si poteva vedere la confusione che regnava in strada. Guardai l'ora. Jallu non doveva tardare. In quel momen- to notai che era vestita con un tailleur scuro. Quel dettaglio mi era sfuggi-

to. Come i suoi occhi

«Cosa preferisce? Qui beviamo soprattutto del whisky.» «Va bene, un Gilbey's.» Per poco non la fermai: "A Manou il whisky non piace!". Chiamai Mu- stafà e gli ordinai due whisky e soda. «Avete una buona sistemazione alla diga? René dice che si sta bene, ma lui sta bene dappertutto.» Cominciai a parlarle della diga. Subito mi fermò: «Non mi chiami signo- ra, andiamo. Dobbiamo vivere come compagni per settimane e settimane.

Ho già fatto altri viaggi del genere, sa? La vita è quella del campeggio. E- sagero, forse? Dunque, niente cerimonie.» «Il signor Jallu non ama le familiarità.»

Come si comporta con lei? È di-

staccato? Brusco?» «Piuttosto rigido.» «Lo sapevo. Non bisogna prendersela. Ha così tante preoccupazioni. E

poi è il suo carattere

È spesso stravagante. Non finisce mai di stupirti. Mi

dia retta, quando ha la luna di traverso faccia finta di non accorgersene.

Oh! Guardi!» M'indicò una tonga tirata da un vecchio ronzino coperto di mosche. Die-

Erano scuri con dei riflessi gialli.

«Oh, lui! Senta, Pierre, detto tra noi

tro la carretta camminavano due contadini vestiti di stracci, con il fucile a tracolla. «Gli indigeni adorano le armi» le spiegai. «Si sentono nudi senza un fu- cile.» Non mi ascoltava. Certo aveva voluto semplicemente cambiare discorso. Bevve un sorso di whisky. La vera le scintillò al dito. Era un anellino di platino tempestato di minuscoli brillanti. Manou non portava la vera. «Alla fine rimpiangerà Parigi.» «Non credo. Abitiamo in un luogo abbastanza isolato. Conosce rue de la

Ferme? No? È a Neuilly

spesso via, mi lascia sola. Non posso dire di amare quel posto. Se non ci fossero i miei libri » «Scrive?» «Almeno ci provo. Lei riderà di me, lei è un professionista. Un mae- stro!» Nella sua voce non c'era la minima nota falsa. Si raccontava spontanea- mente con semplicità e naturalezza. Era sbalorditivo. «Un maestro, io! Andiamo!» «René mi ha parlato di lei. Trovo il suo mestiere affascinante.» E in quel momento vidi Jallu. Camminava accanto al muro, per approfit- tare della stretta striscia d'ombra, una minuscola oasi di freschezza sul marciapiede dell'albergo. L'avrebbe presa alla sprovvista. La porta era alle sue spalle, la sorpresa sarebbe stata totale. Abbassai gli occhi per non inso- spettire la giovane donna. Jallu entrò, si tolse il casco e gli occhiali da sole, fece un cenno di saluto quando ci vide. Mi alzai in piedi. Jallu si stava già sporgendo verso il nostro tavolino. «Ciao, Claire. Hai fatto buon viaggio? No, non alzarti.»

René va

La casa è triste, troppo grande per noi

Si abbracciarono teneramente come due sposi felici di ritrovarsi e di po- ter riprendere le loro abitudini. Jallu si sedette accanto a noi. «Per me un'acqua minerale» gridò a Mustafà. Era quasi felice e guardava Claire con una tenerezza che trasformava il suo volto abitualmente corrucciato. E anche Claire lo guardava, con la stessa attenzione. C'era qualcosa di carezzevole nella sua bocca, nel sorriso appena accennato. Quei due si amavano, ne ebbi l'immediata, profonda convinzione. Mi avevano dimenticato. Li ascoltavo mentre la testa mi gi- rava. Claire raccontava la morte di sua zia, i funerali a Versailles «Non l'ho detto a nessuno, non ho messo nemmeno un necrologio sui giornali. La povera zia non frequentava più da tempo. Maury è stato per-

fetto. Mi ha prenotato un posto sull'aereo e non ho dovuto praticamente

occuparmi più di niente. Prima di partire ho pagato il gas e la luce proposito, Larue ti saluta.» «Cosa sta facendo?»

Se fossi venuto all'aeroporto,

l'avresti incontrato. Sempre dinamico, pieno di progetti.» Una coppia affiatata! E io? Avevo perso Manou ancora una volta. Non soltanto non sapevo più dov'era, ma non sapevo nemmeno più chi era. «Scusate» dissi. «Torno subito.»

A

«Lavora con la sua impresa in Giappone

«Mi può ordinare un altro whisky?» disse Claire. «Ho sete!»

Rimasi per un momento interdetto. "Ho sete

"Ho

voglia di abbracciarti!" Mi allontanai bruscamente per trattenere il mio do-

lore, stringendo i pugni: "Non vuoi mica metterti a piangere

Sciocco!". Mi rifugiai nella toilette, riempii il cavo delle mani di un'acqua che sa- peva di cloro e mi lavai la faccia. Vivere senza Manou! Dovevo fare i ba- gagli e rientrare a Parigi con il primo aereo. E a Parigi? Che cosa avrei fat-

to a Parigi? No, era meglio aspettare, fare qualche domanda a Claire. Ma quali domande? In quello stretto cubicolo la temperatura era soffocante.

Mi sentivo male. Uscii senza aver preso nessuna decisione. Comunque,

non era questione di minuti. Forse il mistero si sarebbe chiarito da solo,

grazie a una parola, un'allusione

sto. Jallu stava spiegando a sua moglie perché le trattative procedevano a

rilento. Gli americani avevano attaccato il suo progetto, ma il re riteneva

che si trattasse di una manovra politica e non si fidava di loro, senza sapere

esattamente che decisione prendere. Jallu si destreggiava tra quegli intrighi orientali con un'abilità sorprendente. Inconsciamente si atteggiava a eroe,

cercando l'approvazione di Claire. Le confidenze di Manou non mi aveva- no fatto scomparire quel nuovo aspetto del carattere di Jallu. Mi aveva dunque mentito? Forse mi aveva sempre mentito «Sembra stanco, signor Brulin» disse Claire.

«Allora rientriamo» decise Jallu. «È in grado di guidare? Vuole lasciar-

Ordinai due whisky e ritornai al mio po-

" Il nostro codice

Sciocco

mi il volante?» «No, no »

Quell'atmosfera ardente e afosa mi soffocava. Presi la macchina e la por-

tai davanti all'albergo. Ero coperto di sudore, angosciato e disgustato da

tutto e da tutti. Per fortuna i miei riflessi erano ben saldi e d'altronde non c'era nessuno sulla pista. Potevo zigzagare a mio piacimento, mentre ten-

devo l'orecchio per cogliere dei frammenti della loro conversazione. Ero deciso a non cessare di spiarli neppure per un momento, perché se Manou conosceva intimamente i signori Jallu, chiaramente anche loro dovevano

conoscerla. Era l'unica certezza che mi restava nel tumulto dei miei pensie- ri. Presto o tardi si sarebbero messi a parlare di lei, tranquillamente, senza alcuna diffidenza. Tuttavia non conoscevo il vero nome di Manou. Se a- vessero parlato di una giovane donna loro amica come avrei fatto a sapere che si trattava di lei? Ma non potevo contemporaneamente ascoltare e riflettere. Non riuscivo a sentire molto di quello che dicevano. La Land Rover sferragliava alle- gramente e nei punti in cui dovevo innestare il 4X4 ogni conversazione di- ventava impossibile. Parlavano soprattutto della diga. Jallu citò il nome di Blèche.

Credi che possa farti del

male?» Strada battuta, buche, cambiare marcia. «Figurati! Ha sempre sognato di distruggermi!» «Non ha nessuna influenza, però.» «Ti sbagli. Basterebbe che » Frenata, ingranare la prima. «La strada non è un granché. Dovete farla tutti i giorni?» «Non possiamo farne a meno.» Claire abbassò la voce: «Il tuo segretario sembra simpatico.» «È un giovane di valore.» Quell'affermazione di Jallu mi fece tornare con i piedi sulla terra, e mi restituì il coraggio che mi aveva abbandonato. Dovevo chiarire tutta quella storia. Ma ripensai alla stanza che Manou mi aveva mostrato e ripiombai

nella più cupa disperazione. Quando tentavo di dare una spiegazione a tut-

to quello che era successo subito era di nuovo il caos. Le chiavi per esem-

Le due chiavi che avevo lasciato nel cassetto della mia scrivania pri-

ma di andarmene da Parigi. Quelle non erano un'illusione

Quelle due

pio

«Blèche!» disse Claire. «Quell'ingegnere che

chiavi che Manou aveva preso in cucina con il gesto rapido e sicuro di chi sta in casa sua e sa trovare qualunque oggetto a occhi chiusi. Quelle due chiavi appartenevano alla signora Jallu! «Ti ho fatto preparare la stanza migliore» disse Jallu. «Comunica con la mia. Lavoro spesso fino a tardi.» «Capisco.» Nonostante il casco, il sole mi martellava il cranio. Ancora cinque chi-

lometri di strada sassosa e surriscaldata. Il rombo del motore faceva da sot- tofondo alle mie estenuanti elucubrazioni. Conoscevo Jallu, e avevo visto con i miei occhi che quando aveva incontrato quella donna il suo volto si era illuminato. Perché negare l'evidenza? Era Claire, sua moglie. Claire

Manou

Mi sentii male e dovetti rallentare. Uno sciame scintil-

lante danzava davanti a me sulla strada rovente. «Ne hai ancora per molto?» «Un mese» disse Jallu. «Almeno un mese, se le cose vanno per il me-

glio. Se tutto va bene, io

Una curva e l'automobile con un colpo di reni

si issò sull'altipiano. Il lago apparve. «Di giorno non sto mai alla diga. Ma Brulin ti terrà compagnia.»

«È impressionante» disse Claire. «Mi avevi avvertita, ma questo pae-

saggio supera ogni mia immaginazione!» Tacquero e Claire si alzò in piedi alle mie spalle per guardar meglio. Il

lago incandescente vibrava in un vapore di calore. Le rocce rosse riflette- vano una luce selvaggia, una vampata rovente sulle guance, sulle mani.

Claire

»

«È l'ora peggiore» disse Jallu.

Raggiunsi il posto di guardia alla cui ombra due sentinelle sonnecchia- vano accovacciate, e lasciai scivolare il fuoristrada fino alla centrale elet- trica. Jallu aiutò la moglie a scendere. Lei fissava stupefatta quel muro tan- to liscio che lo sguardo rimbalzava fino al cielo. Il frastuono della cascata aumentava curiosamente l'impressione di solitudine. Era lo stesso senti- mento che avevo provato anch'io il primo giorno. Claire annuiva un po' sperduta. Jallu pensò sicuramente che stesse ammirando la sua opera. Io sapevo che invece aveva paura. Lui si girò verso di me: «La ringrazio, si- gnor Brulin. Vada pure al bar, si merita un rinfresco.»

Mi trascinai fino alla doccia, poi mi distesi nudo e ancora bagnato sulla

brandina. Manou! Era un urlo silenzioso che si formava nella mia carne,

scoppiava nella mia testa dolorante. Manou mi aveva tradito! E io stesso l'avrei tradita, sforzandomi a detestarla. Il colpo era stato accuratamente

Mi ricordavo il suo sconvolgimento quando le avevo detto che

preparato

sarei andato con lei. In quel momento aveva deciso di rompere. Aveva

preparato tutto, organizzato tutto

Ora tutto

si chiariva

Perché non aveva mai accettato di uscire con me? Perché te-

fonarle. Non aveva né nome né indirizzo. Non era più nessuno

E ora non potevo più scriverle né tele-

meva di incontrare qualcuno che la salutasse col suo vero nome. Questo spiegava il fermoposta e le sue precauzioni per nascondermi la sua identi- tà. Non abitava né aveva mai abitato nella villa di Neuilly.

La luce si stava facendo strada in me e tanto peggio se avessi ucciso il

ricordo di Manou. A ogni costo avevo bisogno di sapere. Dunque non abi- tava a Neuilly. Per allontanare i miei sospetti mi aveva invitato in quella

casa prima di partire, ma quando l'avevo abbracciata mi aveva detto: "Non qui, ti prego". Anche lei era in visita. In effetti ne avevo avuto l'impressio-

ne mentre girovagavamo per quella casa, con i mobili morti sotto i loro su-

dari. E la sua camera era quella di Claire. Manou era arrivata prima di me e aveva avuto il tempo di mettere le mie lettere nel carillon e di lasciare bene

in vista il piccolo budda. Soltanto quelle lettere e il budda le apparteneva-

no. Tutto il resto era di Claire. E i genitori nella foto erano i genitori di Claire. Un'ultima idea finì per convincermi. Il campanello? Era Claire che tor- nava a casa, Claire che non aveva più le chiavi perché lei gliele aveva pre- se. No, andavo troppo in là. In questo caso Manou non le avrebbe aperto. Ma ero poi sicuro che le avesse aperto? Chiunque fosse la visitatrice, forse

si

era stancata e se n'era andata. Ecco perché non avevo più visto nessuno

in

strada. Certo, alcuni dettagli erano ancora inspiegabili. Manou non a-

vrebbe lasciato il suo profumo nella stanza di un'altra donna. In realtà non avevo fatto caso al profumo di Claire, ma se fosse stato identico a quello di Manou l'avrei notato. Nel complesso le mie spiegazioni reggevano. Manou mi aveva mentito, mi aveva imbrogliato. La parola era brutta ma non ne riuscivo a trovarne un'altra. Fin dal primo momento si era presa gioco di me, assumendo l'identità di Claire Jallu.

Mi ricordai all'improvviso che mi aspettavano al bar e mi alzai immedia-

tamente. Stavo meglio. Mi lavai la faccia. Pantaloni corti immacolati, ca-

micia e calze bianche, ero di nuovo presentabile. Mentre mi vestivo provai

a rispondere a un'altra obiezione: il diario di Manou. Naturalmente era

quello di Claire. Manou l'aveva letto per rassomigliare in ogni punto al suo modello. Bastava che ci pensassi e subito trovavo uno sciame di soluzioni. Tutte da verificare, certo. Ma avevo Claire a portata di mano, bastava che

la interrogassi abilmente. E poi?

Sì, dove volevo arrivare? Va bene, Manou mi aveva ingannato. Ma mi

amava. Forse molto di più di quel che credessi, perché in ogni momento aveva corso il rischio di essere smascherata. Ecco perché era sempre così

preoccupata quando veniva da me. Andiamo, non era il caso d'intenerirsi. Non era che una sgualdrina. Chiusi gli occhi per il dolore. Inutile cercare

di cancellarla, Manou restava il mio unico amore, un amore che ora si nu-

Ave-

triva della mia collera, lentamente, ferocemente, fino all'ossessione

vo ragione, ora lo capisco bene. Andai in sala mensa. Claire si era messa un abito leggero di tessuto stampato. Discretamente si era rifatta il trucco. Da lontano potevo sentire il

suo profumo. Quello di Manou. O piuttosto, no

capivo più nulla. Mi sedetti di fronte a lei, ancora sconvolto. «René è stato chiamato al telefono» mi disse. «Come sta? Prima mi sembrava che lei non stesse bene » I suoi occhi mi fissavano con gentile franchezza. Era una di quelle gio- vani donne sincere, rette, prive di mistero, che offrono immediatamente la

loro amicizia. Ormai il mio risentimento si era dissolto. Lei non c'entrava nulla coi miei problemi. «Ho spesso mal di testa» spiegai. «Faccio fatica ad acclimatarmi.»

No, niente alcol per il signor Brulin,

solo un succo di frutta.» Respinse Hassan con fermezza, e io fui contento che si occupasse tanto di me. «No, non mi annoio, anzi è un luogo ideale per lavorare.» «Si possono fare delle passeggiate nei dintorni?» «Non ci sono dintorni. Ci sono montagne dappertutto, nude e inumane come questo altipiano.» «Ma in fondo non è proprio un deserto » «No, certe vallate sono fertili, credo. Ma bisognerebbe andare molto lon- tano, e lei ha visto in che stato sono le piste.» «René non mi aveva presentato la situazione in questi termini» mormorò pensierosa. «Se ho capito bene, qui siamo e qui dobbiamo restare.» Protestai per pura formalità: «Di primo mattino e quando cala la sera si può uscire e fare il giro del lago. E poi si può sempre andare a Kabul. Ci

sono americani, inglesi, tedeschi, ma pochi francesi, per la maggior parte funzionari di basso rango. Si ritrovano tutti al Cecil, a bere whisky e a spettegolare l'uno dell'altro.» «Lo so, a Bombay era la stessa cosa.»

Avrà tutto il tempo di finirlo. Sarà un'ottima

Non

Era Manou che

«Forse si annoia, signor Brulin

«C'è sempre il suo libro

distrazione!» «Non mi prenda in giro. Il mio libro non è che un abbozzo, e non riesco a trarne qualcosa di organico. E dire che ho fatto un sacco di viaggi con René, ho conosciuto molti personaggi curiosi. Avrei sicuramente nelle mani il materiale per un buon romanzo.» «Ha portato con lei i suoi appunti?»

«No, li ho lasciati a Parigi.» «Di cosa si tratta? Mi scusi se sono indiscreto, ma è un interesse profes-

sionale

«No, è soltanto un abbozzo ancora informe. Niente di definito. E temo che non andrò più in là, non ho abbastanza fantasia.» «Non ha qualcuno che possa aiutarla, un'amica per esempio? Avrà sicu- ramente qualche amica intima con cui confidarsi » «Ho soltanto conoscenti, non amiche.» Jallu venne al nostro tavolo, mentre io sospiravo d'impazienza. Ero forse sul punto di scoprire la verità. Se Manou aveva visto quegli appunti, non

mancando d'immaginazione avrebbe potuto

le donne che avrebbero fatto qualunque cosa pur di essere pubblicate. «Se volete accomodarvi» disse Jallu «il pranzo è servito.» Il pasto fu veloce. Non avevo voglia di parlare e Jallu, immerso nei suoi progetti, non si preoccupava di tenere la conversazione. Claire ci interro- gava sulle risorse del Paese, su come si mangiava, su come si viveva alla diga. Era una donna pragmatica, un tipo che mi ha sempre irritato. Intuivo che avrebbe cercato di prendere il timone della nostra vita da scapoli per darle un tocco di vita familiare. Non mi piaceva affatto. Ero affezionato al mio disordine, e Manou aveva saputo rispettarlo. Ma Claire aveva un'alle- gria, una vitalità, una franca limpidezza che ebbero ben presto ragione del- le mie resistenze. Quando confrontavo le due donne ero costretto a ricono- scere che Claire era l'immagine stessa della pace e della sicurezza. Io che non avevo mai conosciuto mia madre ero alquanto sensibile a questo tipo d'influenza femminile. Certo Manou non irradiava tranquillità. Alt, dire- zione vietata! Non dovevo pensare a Manou «Sta sognando a occhi aperti, signor Brulin?» disse Claire. «Su, mi dia il

Avevo incontrato spesso del-

Sono ricordi di viaggio, fatti, date, aneddoti?»

piatto.» Rideva divertita accanto all'enorme samovar che con le due sfere di ve- tro assomigliava a un alambicco d'alchimista. «Cosa fate questo pomeriggio?» chiese Jallu. «Io sistemerò un po' la mia stanza» rispose Claire. «E io ho dei lavori da finire.» «Bene, quando mia moglie si sarà riposata, le faccia visitare la diga. Ci vediamo per cena.» Jallu baciò frettolosamente Claire sulla fronte e mi strinse la mano, una rara prova di buona volontà. Claire si alzò. «Le ho portato qualcosa da Parigi, Pierre.»

L'accompagnai in camera, una cella di cemento identica alla mia. Frugò nei bagagli appena disfatti e mi offrì un pacchettino avvolto in carta velina. Compresi immediatamente che era la penna che le avevo chiesto. Aprii l'a- stuccio ed ebbi un tuffo al cuore. Non era una penna qualunque, ma pro- prio la lussuosa Waterman che un giorno Manou mi aveva promesso. "Te la regalerò se stai tranquillo" mi aveva detto allora. Il che voleva dire: "Se non mi fai domande, se mi accetti così come so-

no

".

Rivedevo la scena: Manou seduta sul divano con in mano una tazza

di

tè. Era

Sì, era il giorno in cui le avevo dato un assegno. Non pensai

nemmeno a ringraziare Claire. Ero di nuovo a Parigi con Manou. «Non le piace?»

«Scusi? Sì, certo

Sono confuso

Perché una Waterman?»

«Non so, è il venditore che me l'ha consigliata. Pare che sia completa- mente stagna e che la si possa usare persino in aereo. Non che ci abbia ca- pito molto.» Già, perché non una Waterman? Cosa andavo a pensare? Presi il porta- foglio. «No» disse Claire. «No, non voglio. È un regalo. Lei aiuta mio marito. Se riesce in quest'affare sarà anche merito suo. Se rifiuta, mi offendo. Sia- mo amici.» Mi tolse la penna dalle mani e me la infilò nel taschino. «Le porterà fortuna» aggiunse. «La userà per scrivere il suo libro. Sarò una scrittrice per interposta persona.» Rideva con una certa amarezza. Ma forse ero ben lontano dal capire. A- vrei dovuto scoprire ancora molte cose sul conto di Claire Jallu.

Vivevo come un fantasma, tra il sogno e la realtà, e Claire era come

un'incarnazione di Manou e Manou come la forma primigenia di Claire. Mentre rileggo queste righe mi accorgo che rappresentano esattamente i miei sentimenti di allora. Quelle due donne erano come intercambiabili. Pensavo che avrei potuto far luce sul passato di Manou se avessi indagato

su quello di Claire. Ero sicuro che Manou fosse un'amica di Claire. Dun-

que, le confidenze di Claire mi avrebbero infallibilmente portato a Manou. Non fu così. Più Claire mi parlava di se stessa, più mi sembrava di sentire Manou. Non ricordo esattamente come si svolsero quelle giornate, così i- dentiche le une alle altre. Ricordo soltanto di quel terribile periodo i mo- menti più sconvolgenti. Apparentemente erano momenti come gli altri. Per me erano vuoti d'aria, istanti di soffocamento, di vertigine. Avevo l'im-

pressione di cadere nel vuoto come capita negli incubi. Per esempio, la se- ra in cui Claire canticchiò la Trota. Stavamo passeggiando sulla riva orien- tale del lago, la più desolata. Il lago si estendeva senza un'increspatura da

una riva all'altra. Non viveva che per le stelle che cominciavano a spec- chiarsi nelle sue acque. E Claire si mise a canticchiare a bocca chiusa la Trota. Perché proprio quell'aria? Glielo chiesi. «Non lo so» mi rispose sorpresa. «Forse perché da noi è l'ora in cui i pe- sci vanno a caccia, e si mettono a saltare in superficie. Non ci sono pesci in questo lago? Ma perché lei cerca sempre la ragione delle cose?» Anche Manou me l'aveva detto. Una coincidenza, è chiaro. Ma perché proprio quell'aria di Schubert? Insistetti e Claire si mise a ridere.

Verrà, non è vero? Guardi

le farò vedere un vecchio carillon che era dei miei nonni.

Suona la Trota quando lo apri. Ho sentito tante volte quel ritornello che

ora fa parte di me. Non mi accorgo nemmeno più di cantarlo.» Naturalmente! Mi ero dimenticato che il carillon era suo e non di Ma- nou. Era Manou l'intrusa, non lei. Mi confondevo sempre. «E cosa nasconde in quel carillon?» «Non ho niente da nascondere» protestò. «Ci tengo delle lettere, dei quaderni.» «Quali quaderni?» «Lei vuol proprio sapere tutto!» «È il mio lavoro essere curioso.»

che ci conto

«Ora ricordo. Se viene a trovarmi a Parigi

«Il mio diario

Mi prenda pure in giro!»

«Non la prendo in giro, glielo assicuro.» Delle lettere! Le mie lettere! No, non le mie lettere! Era inutile che con- tinuassi a torturarmi. Ma non riuscivo ad allontanare il ricordo di quell'ul-

tima serata. Sentivo ancora nelle mie mani tutte quelle lettere d'amore. Ne avevamo riletto qualche passo, lei e io, Manou e io. Cosa mi aveva detto? "Scrivi meglio di me, forse perché sei più bravo a mentire." Dunque men- tiva. Tuttavia nel mio subcosciente si rifugiava ancora un ultimo, estremo scetticismo. Manou era capace di essere reticente, non di mentire, non di recitare una parte con tanta perfezione. Interrogavo la sua voce, che conti- nuavo a sentire dentro di me. E la sua voce era tutta tenerezza, sempre con la stessa sfumatura d'angoscia. Di nuovo una fitta al cuore. Non sapevo più cosa credere. Riuscivo appena a riconoscere le acque oscure e il brontolio lontano della diga. Se avessi incontrato Claire da un'altra parte sono certo che il mio dolore non avrebbe preso un aspetto così morboso. Ma qui, il

sole e il rumore avevano qualcosa di selvaggio e di implacabile. Soprattut- to il rumore. Il ribollire incessante della cascata che lentamente ottenebra- va i sentimenti. L'acqua faceva vibrare il sottosuolo, le turbine facevano vibrare l'edificio e per evadere dalla diga non c'era che la Land Rover che rombava anch'essa, traballando sulla pista. La luce accecante e il calore rendevano il cielo vitreo. Era un mondo insidiosamente febbrile e conta- gioso. Avevo preso la febbre della diga! «Lei è così strano, Pierre!» Claire mi osservava preoccupata. Un giorno mi disse: «Lei è infelice, Pierre » Allora capii che ero in pericolo, che dovevo stare in guardia se non vo- levo raccontarle tutto. Che cosa mi impediva di spiegarle la verità? Ormai i nostri rapporti erano molto amichevoli. Passavamo praticamente insieme tutta la giornata. Lavoravo ancora qualche volta per Jallu, lo ac- compagnavo ogni tanto a Kabul. Ma lui preferiva che io stessi accanto a sua moglie. Mi aveva dato l'incarico di farla divertire. Anche quello era un mistero, perché aveva obbligato Claire a raggiungerlo se già sapeva che non avrebbe potuto occuparsi di lei? Perché l'aveva fatta venire se lui do- veva essere sempre assente dal mattino alla sera? Sospettavo senza del re- sto averne la minima prova che non andassero d'accordo. Forse i miei pen- sieri erano assurdi, perché Jallu era sempre molto attento e premuroso nei confronti della moglie. I miei dubbi provenivano dalle confidenze di Ma- nou, quando si faceva passare per la signora Jallu. Confidenze inventate di sana pianta per uno scopo che ancora mi sfuggiva. Tuttavia spiavo Claire e suo marito come se lei fosse stata Manou. Anzi, ero quasi geloso quando Jallu a tavola faceva riferimento a un dettaglio della loro vita in comune, citava un nome, ricordava un episodio. Era ridicolo, ma le mie contraddi- zioni sussistevano. Ammettevo che Claire fosse la moglie di Jallu, pur continuando a pensare che Jallu fosse il marito di Manou. Tutto ciò era comico, ma mi distruggeva lentamente. Ammetto che il mio comporta- mento era diventato sbalorditivo. Prima che arrivasse Claire, amavo bere un bicchiere con i tecnici, chiacchierare con gli ingegneri. A volte li andavo a trovare mentre erano di turno alla centrale. Amavo quel sottile senso di terrore che provavo quando penetravo nelle sale im- mense in cui le turbine, enormi come locomotive, giravano vorticosamen- te. Dietro la parete c'era il lago con tutta la sua massa liquida. Sfioravo il muro, con il suo cemento rugoso, sorpreso che non cedesse alla spinta i- nimmaginabile di quel possente semicerchio d'acqua.

Ora invece non parlavo che con Claire. Il resto, uomini e cose, non m'in- teressava più. Quando il calore era troppo forte stavamo sulla terrazza, ci scambiavamo visite in camera. Inevitabilmente parlavamo di Parigi. Io fumavo, lei cuciva delle tendine. Porte chiuse, per ripararci dal frastuono. Accendevamo il ventilatore, che dirigeva il suo soffio da sinistra a destra, da destra a sinistra, sui nostri volti, sui capelli di Claire che sollevava al passaggio. Lei rideva: «Avrò l'aspetto di uno spaventapasseri.» Allora avevo voglia di dirle tutto, di chiederle: "Quale delle sue amiche ha potuto prendere il suo posto, farsi passare per lei? Chi conosceva la sua vita al punto di voler rubare i suoi ricordi, le sue abitudini, i suoi gusti e i suoi modi?". Sarebbe stato facile ma qualcosa mi tratteneva. Non riuscivo ad accusare Manou, e non volevo che un'altra donna lo facesse. Soprattutto non avevo alcuna voglia di sapere che Manou si chiamava in realtà Yvon- ne o Suzanne, che era la moglie di qualche mediocre funzionario statale e che si era servita di me per sfuggire alla mediocrità della sua esistenza. La verità a volte è peggiore delle peggiori menzogne. Ma avevo un altro mo- tivo per tacere e aspettare, un motivo che, ora che il passato può essere vi- sto nella sua prospettiva e nel suo autentico significato, mi appare più chia- ro, mentre allora mi sembrava molto più confuso. Quei momenti di intimi- tà erano dolci, Claire credeva che io mi interessassi a lei mentre non pen- savo che a Manou. La mia tenerezza per la donna che non c'era dava alle mie frasi una malinconia carezzevole che non poteva lasciare insensibile la donna che invece era presente. Mi accorsi ben presto che Claire ricercava questi momenti intimi, aspettava con ansia le mie domande e spesso le provocava. Amava raccontarmi della sua infanzia, e io, chiudendo gli oc- chi, immaginavo che fosse Manou, venuta infine a spiegarmi quel che mi aveva nascosto. In sottofondo il ventilatore faceva un ronzio da proiettore cinematografico. Lo schermo s'illuminava nella mia mente, e io vedevo scorrere le immagini di Manou bambina, Manou liceale, Manou alla Sor- bona e nel giorno del suo matrimonio. Rispondevo cercando di spiegarle chi ero, cosa volevo, cosa desideravo, avendo cura di evitare ogni allusione a Manou, e così, in quelle confessioni insieme spontanee e reticenti, resta- vano dei vuoti, degli omissis che stuzzicavano la curiosità di Claire. Non tardò a capire che c'era una donna nella mia vita, cosicché iniziò a inse- guirmi mentre io la inseguivo. Ci giravamo intorno celando trucchi infiniti sotto un'apparente franchezza, e Manou era il nostro perno. «Pierre, lei dovrebbe sposarsi» mi diceva. «Sono troppo giovane. Manco completamente di serietà. E poi, non ho

ancora incontrato la donna che

Capiva fin troppo bene, e io provavo un piacere malvagio a infliggerle quelle rapide stoccate, sicuro di farla soffrire affettando indifferenza o ci-

nismo. Lei non osava contrattaccare, rimproverarmi di mentire. E allora usava dei sotterfugi: «Nel suo ambiente le donne belle e intelligenti non devono mancare. La vedrei bene al fianco di una scrittrice » Era il suo turno di farmi male. Rispondevo seccamente: «Detesto le scrittrici.» Poi aggiungevo con calcolata ipocrisia: «Non parlo di lei, Claire. Del re-

sto lei non è una scrittrice.»

Capisce?»

«E chi sono allora, secondo lei?»

«Be'

Una donna

Una donna che come me sta cercando la sua strada.»

Quelle banalità portavano lontano e davano alla nostra intimità una sfu- matura grave che ci spingeva a ulteriori confidenze, questa volta definitive.

Che cosa volevo in realtà? Non saprei dirlo. Mi piaceva vedere la moglie di Jallu interrogarsi su di me. Nello stato di apatia in cui mi trovavo questo

mi aiutava a resistere, a sopportare il peso dei giorni. E poi stavo bene ac-

canto a Claire. Mi sentivo come un convalescente che quasi rimpiange la sua malattia. Claire si occupava di me esattamente come io mi ero occupa- to di Manou, con la stessa sollecitudine carica di angoscia, ma con una

dolcezza che apparteneva a lei sola. Tanto peggio per Claire se non riusci-

va a dominare l'attrazione che provava per me. Mi aveva rubato Manou,

non le dovevo niente. Approfittavo di quel dolce torpore per pensare a Manou in maniera più organica, più metodica. Ma avevo un bel riflettere, non riuscivo a immagi- nare un'ipotesi coerente. Va bene, Manou era un'intima amica dei Jallu. Aveva le chiavi di casa, conosceva la villa come se ci vivesse. Ne aveva

approfittato per recitare la commedia degli addii. E poi? Per un momento avevo sospettato che in fondo a tutta la questione ci fosse qualche trucco riguardante il manoscritto, ma questo dove mi portava? Il manoscritto era ottimo, sarebbe stato pubblicato anche senza il mio appoggio. Manou non

poteva prevedere il nostro incontro e cosa ne sarebbe seguito. E poi, se a- vesse voluto nascondermi il suo inganno, non mi avrebbe detto di essere sposata con Jallu, che era il modo migliore per far cadere il suo piano.

Forse Manou non era una buona

Quello era un ostacolo insormontabile

attrice, forse io credevo che il suo comportamento fosse stato astutamente

In que-

sto caso il trucco più facile per lei sarebbe stato di farsi passare per Claire.

premeditato, mentre lei in realtà era stata costretta a improvvisare

Quella era una direzione da esplorare. Immaginavo una donna ambiziosa, solitaria, delusa che, invidiando Claire, si sostituiva a poco a poco a lei, le rubava i suoi ricordi di viaggio per trarne un romanzo originale e, come conseguenza di quel furto vergognoso, si costruiva la vita che aveva sem- pre sognato. Tutto ciò era possibile. Bisognava mettere le cose in chiaro. Spesso, quando il mio silenzio si prolungava, Claire mi chiedeva: «Pier- re, a cosa sta pensando?» Una volta approfittai dell'occasione: «C'è una cosa che mi stupisce. Non

Perché è venuta qui? Non mi dica che suo

marito l'ha obbligata, non mi pare che l'abbia sempre seguito in tutti i suoi spostamenti » Non sembrava imbarazzata: «A Parigi mi annoiavo. Ecco tutto.» «Ma a Parigi lei non esce, non incontra mai nessuno?» «Sì, ma mi annoio lo stesso.» «Lei mi ha detto che non ha molte amiche. Ma ne avrà almeno due o tre » «No.» «Una, allora » «Dipende da quello che lei intende per amica.» «Be', quello che tutti intendono di solito con questa parola. Una donna a cui lei racconta i suoi piccoli segreti, a cui telefona tutti i giorni, che si tro- va da lei come a casa sua, che sa tutto di lei » «No, Pierre, mi dispiace, ma non ho nessuna amica del genere.» «Perché?» «Perché mio marito non lo accetterebbe.» «Ma anche lui avrà degli amici, immagino!» «Si sbaglia, la sua posizione non gli permette nemmeno di avere dei

voglio essere indiscreto ma

compagni.» «Non capisco.» Esitò, fingendo di cercare le forbici per tagliare un filo del ricamo. «A lei lo posso dire: René è stato accusato due anni fa di malversazione. Un'accusa falsa, naturalmente. Ma tutti i mezzi sono buoni per distruggere un rivale. René tratta affari giganteschi, è bastato che una delle sue dighe crollasse perché iniziasse a circolare la voce che lui subappaltava i lavori a delle imprese equivoche. È iniziata un'indagine che poi è stata archiviata; allora lo hanno accusato di aver corrotto gli inquirenti. Se René fosse stato più malleabile lo scandalo si sarebbe ben presto fermato. Ma lei sa bene quanto è violento! Il suo comportamento ha scoraggiato tutti. Quelli che lo

difendevano si sono stancati di farlo. A poco a poco tutti lo hanno abban- donato, persino gli amici più cari.» «Ha dei fratelli, delle sorelle?» «Una sorella che vive a Nizza. È rimasta la sua unica alleata.» «Che età ha?» «Una trentina d'anni.» «È sposata?» «Vedova.» Esitai un istante prima di continuare: «Rassomiglia molto a suo fratello? Claire mi fissò stupita.» «Fisicamente, vuol dire?» «Sì, e anche moralmente.» Rifletté per un istante. «Moralmente, forse sì. Ma certo non fisicamente. Peccato che non abbia una sua foto, sembra che le interessi.» «Mi interessa nei suoi rapporti con lei. Siete amiche?» «Non molto. Per fortuna viene di rado a Parigi.»

Sicuramente mi ero sbagliato. Mi affrettai a rispondere: «Bene, suo ma- rito non ha amici. Non è una ragione perché anche lei non ne abbia.» «Certo che sì. Cerchi di capire. Mio marito adesso diffida di tutti, si cre- de vittima di una persecuzione. Vede complotti e congiure dappertutto. Prenda Blèche, per esempio. Non so cosa è successo esattamente tra loro, ma è un comportamento abbastanza caratteristico.» «Hanno litigato per la diga.» «Vede! Ha licenziato Blèche, nonostante fosse uno dei suoi più vecchi collaboratori, un uomo che conoscevamo da anni. Lei stesso, Pierre, ha un

buon rapporto con mio marito? Lo dica francamente

Vedo che non osa