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l'Adige

Cultura e Società

domenica 24 luglio 2011

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r a e S o c i e t à domenica 24 luglio 2011 9 LIBRO
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LIBRO Il ribelle di Genova «Quel ragazzo è stato ucciso due volte: prima con la
LIBRO
Il ribelle
di Genova
«Quel ragazzo è stato ucciso
due volte: prima con la pistola
e poi infamandone la memoria
Per volontà politica oppure
per incapacità giornalistica
quei fatti sono stati raccontati
in maniera approssimativa»
MANUELA PELLANDA
A dieci anni dai fatti di
Genova non si placa la
voglia di fare chiarezza
intorno a vicende su cui
non sembra risplendere
ancora la chiara luce della verità. Si
torna a parlare della morte di Carlo
Giuliani, il manifestante che il 20
luglio 2001 in piazza Alimonda fu
ucciso da un colpo di pistola
partito da una camionetta dei
Il sorriso di Carlo Giuliani
Una bimba durante la cerimonia
in memoria di Carlo Giuliani;
a sinistra, un fumetto di de Carli;
sotto, la scena dell’uccisione

carabinieri. Proprio a lui, il trentino Manuel de Carli, fumettista abitante ora a Tivoli, e Francesco Barilli hanno dedicato il libro «Carlo Giuliani, il ribelle di Genova» (Becco Giallo editore). Un fumetto che non solo ripercorre l’ultimo giorno di vita del giovane ventitreenne, ma che racconta chi era davvero Carlo Giuliani, per molti rimasto il ragazzo con il passamontagna che negli scontri al G8 di Genova ha sollevato un estintore davanti a un fuoristrada dei carabinieri. Manuel, perché parlare di Carlo Giuliani attraverso un fumetto? «L’idea è partita insieme a Francesco Barilli, mio compagno di viaggio, in vista del decennale dei fatti di Genova. Abbiamo deciso di raccontare chi era davvero Carlo Giuliani. Per farlo, abbiamo sentito le persone che lo conoscevano meglio: i famigliari. Il papà Giuliano, la mamma Heidi e la sorella Elena ci sono stati accanto per tutto il tempo della realizzazione del libro. Ci hanno aiutato a fare luce sui fatti accaduti

a Genova nel luglio del 2001, fatti

che sono stati per la coscienza collettiva un colpo allo stomaco. O per volontà politica o per incapacità giornalistica quei fatti

volontà politica o per incapacità giornalistica quei fatti Il fumettista trentino Manuel de Carli parla del

Il fumettista trentino Manuel de Carli parla del volume che ha dedicato con Francesco Barilli alla figura

del giovane ucciso da un carabiniere al G8 del luglio 2001

sono stati raccontati, in quei giorni, in maniera approssimativa. Furono pochi i cronisti che ebbero il coraggio e l’intenzione di vedere come davvero si erano svolte le cose. Carlo è stato ucciso due volte, la seconda infamando la sua figura, accostata a quella di un ex galeotto, già noto alle forze dell’ordine o di appartenente a una pericolosa frangia di violenti. Questo libro vuole raccontare, a distanza di tempo e a mente fredda, chi era davvero Carlo Giuliani». Ma perché attraverso un fumetto? Si può parlare della realtà,

portare avanti un’opera di denuncia, una controinchiesta, attraverso questo mezzo? «Gli esempi di “graphic journalism” non mancano. Tra questi il lavoro di Joe Sacco, autore di diversi reportage in forma di fumetto. Il fumetto è infatti un mezzo straordinario: il disegnatore offre al lettore la capacità di essere regista e non fruitore silenzioso di una storia». Come avete lavorato tu e l’autore dei testi, Francesco Barilli? «Francesco non è uno sceneggiatore puro, ma un mediattivista (fondatore del sito www.reti-invisibili.net) e un ottimo scrittore. Mi ha dato un soggetto, che ho potuto interpretare graficamente in maniera molto libera. Abbiamo lavorato insieme, con grande affiatamento. E poi ci sono stati i famigliari di Carlo, che sono stati fondamentali: hanno partecipato attivamente alla realizzazione del fumetto, attraverso consigli e l’invio di molto materiale». Oltre alle testimonianze della famiglia, quali fonti avete utilizzato? «Moltissime: abbiamo consultato libri, opere cinematografiche (come il documentario di

Francesca Comencini, “Carlo Giuliani ragazzo”), teatrali e, naturalmente, Internet. Particolarmente utili per ricostruire i fatti di Genova sono stati i siti del Comitato Piazza Carlo Giuliani, del Comitato verità e giustizia per Genova e Reti invisibili. Fondamentale è stata però la famiglia di Carlo, che è stata anche inserita nel fumetto; ognuno porta un elemento associato al giovane: Elena il passamontagna, Giuliano un nastro adesivo al braccio e Heidi l’estintore». E come ne esce la figura di Carlo? «Né martire né eroe. Semplicemente un ragazzo. Che adorava il mare e amava nuotare. Conosceva l’inglese, il francese, traduceva dal latino. E amava scrivere. Scriveva in maniera straordinaria: lo si può capire bene leggendo alcuni suoi appunti, riportati nel libro. In particolare, è stupefacente il contenuto di una cartolina inviata ai genitori mentre dalla Corsica si dirigeva, con la sua Panda rossa, in Sardegna per raggiungere la sorella, a cui avevano appena rubato l’auto. Ma non voglio svelare nulla. Starà ai lettori capire che Carlo non è il ragazzo che molti hanno dipinto».

Intervista | L’amarezza del padre Giuliano che con moglie e figlia ha collaborato al volume

«La verità e le colpe negate»

P er molti il decennale della

morte di Carlo Giuliani e dei fatti di Genova rappresenta

un’occasione per ritrovarsi e

riflettere sui valori della libertà, della democrazia e della giustizia. Per la famiglia del giovane ucciso

è un giorno scandito, come tutti

gli altri, dal senso di vuoto che la perdita di un figlio, di un fratello, lascia dentro di sé. Ma è anche un giorno in cui, forse, ci si sente meno soli. Questa è la testimonianza del padre, Giuliano

Giuliani. Dopo dieci anni, in molti continuano a cercare la verità su quei giorni. Come si sente? «Questo mi fa capire che non siamo soli. Da dieci anni portiamo avanti il nostro impegno: lo facciamo nonostante le grandi delusioni che abbiamo vissuto. Tra tutte l’archiviazione dell’inchiesta sulla morte di mio figlio, che continuo a considerare una cosa vergognosa. Non aver voluto percorrere la strada processuale significa non aver voluto, fin dall’inizio, cercare la verità. Ed è ancor più vergognoso

che questa archiviazione sia

fondata su un imbroglio palese, fatto da quattro autentici mascalzoni, che hanno inventato

la storia dello sparo per aria, del

proiettile che colpisce un calcinaccio e che viene deviato

verso il basso, verso Carlo. È un imbroglio: basterebbe la dignità

di

vedere i filmati per capire che

la

pistola era puntata tenendo il

calcio in orizzontale, ad altezza d’uomo». Cosa ha provato alla sentenza della Corte europea per i diritti umani, che ha assolto l’Italia dalle accuse di responsabilità per la morte di suo figlio? «Rabbia. Perché continuo a pensare che lo Stato non abbia fatto il necessario per impedire quello che è accaduto: la responsabilità è della politica, del governo e della catena di comando che ha gestito la situazione a Genova. In particolare, la responsabilità è dell’attuale presidente della Camera, l’onorevole Fini, che allora era vicepresidente del consiglio. Capisco che oggi passi

per una sorta di salvatore della Patria rispetto al governo della destra berlusconiana, ma era lui ad avere il compito di guidare le

operazioni di comando». Ora la sua battaglia è terminata? «No. L’ultima cosa rimasta per avere finalmente un dibattimento pubblico è intentare una causa

civile. Non vogliamo certo

accanirci contro il carabiniere Placanica - anche perché non siamo del tutto convinti che a sparare sia stato lui - chiedendogli i danni. Lo facciamo solo perché crediamo che questo sia l’unico modo per portare in tribunale l’enorme documentazione che i magistrati che hanno disposto l’archiviazione non hanno nemmeno sfiorato. E non si tratta di materiale raccolto nei vicoli, ma di testimonianze che provengono dal Tribunale di Genova». Cosa ricorda di Carlo? «Si potrà dire che un padre ricorda sempre le cose migliori del proprio figlio. Carlo era un ragazzo dalla grande onestà e

proprio figlio. Carlo era un ragazzo dalla grande onestà e dalla profonda lucidità. Quando discutevamo, Carlo

dalla profonda lucidità. Quando discutevamo, Carlo mi guardava sempre negli occhi e alla fine era sempre lui ad abbracciarmi, come per dire “su questo punto siamo in contrasto, ma ci vogliamo bene”. Per me sette, nove, dieci, undici anni cambiano poco. Capisco che invece per la coralità delle persone queste date abbiano più rilevanza. Per questo il calendario degli appuntamenti per ricordare Carlo e i fatti di Genova, in questi giorni, è così fitto. Il mio augurio è che cresca la voglia di fare memoria, verità e giustizia».

Cosa ha pensato quando le hanno comunicato di voler realizzare un fumetto su suo figlio? «Quando me l’hanno detto ho detto: “Siete impazziti!” La mia personale cultura in materia di fumetto si fermava a Tex Willer e ad Asterix e Obelix, che a Carlo, tra l’altro, piaceva tantissimo (guardavamo insieme le imprese dei Galli contro i “Romani cattivi”…). Poi mi sono ricreduto:

il fumetto, se lo si sa fare, ha una incredibile carica comunicativa. Ho collaborato con grande piacere e ora sono davvero soddisfatto del risultato». M. P.