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Massimo Barbaro

Evento Poetico. Zero.


© 2004 Massimo Barbaro

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Senza nome è il principio del Cielo e della Terra,
quando ha nome è la madre delle diecimila creature

(Tao Tê Ching, I. Testi taoisti, Torino, Utet, 1977)

e tu che cammini altrove lo guardi


e lo riconosci

(F. Davoli, “Ciminiera”, Padano piceno, Civitanova


Marche, GED, 2003)

Attribuzione di senso. Dare il senso, regalare il senso,


offrire il senso.
Cos’è che fa di una cosa, qualcosa che ha senso, e di
un’altra qualcosa che non ne ha? Nell’universo fatto di
diecimila cose, che procedimento mettiamo in atto per dare
senso ad alcune di esse e al tempo stesso ignorare tutte le
altre? In questo meccanismo attributivo è indubbio lo spazio
dell’arbitrarietà, del soggettivo. È il soggetto che,
arbitrariamente, sceglie una delle diecimila cose e a questa, a
questa soltanto, in quel solo momento, attribuisce senso.
Questa è l’estrema solitudine del soggetto: attribuire senso a
cose che solo per un fortuito caso limite potrebbero, nello

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stesso momento, ricevere attribuzione di senso da un altro
soggetto, tra le sue diecimila. E se è così, siamo destinati alla
solitudine, all’incomprensione, al silenzio, anche
(soprattutto?) se le nostre vite sono rumorose, affollate, piene,
traboccanti di comunicazione. Perché l’attribuzione di senso è
esperienza (o, perlomeno, ci interessa in quanto aspetto
fenomenologico, al di qua dell’ontologia…).
Evento (eventum, e-venire). Poetico doveva esserlo,
per forza (non discuteremo questo dato a priori). E-vento.
Qualsiasi momento nella nostra esperienza
dell’attribuzione di senso è evento, destinato a durare molto
meno dello spazio di un mattino, forse ancor meno dello
spazio di un respiro? – Ma gli eventi non sono fotogrammi
incollati l’uno all’altro, la cui lettura dà luogo al divenire (o:
all’illusione di movimento del divenire). L’evento è qualcosa
scelto in questo flusso continuo di esperienza, un fotogramma
particolare, al quale, ex post, attribuiamo un senso particolare
– il senso di quell’evento –, perché solo successivamente
riusciamo ad identificarlo con un punto di svolta, rilevante
alla luce di ciò che è accaduto, dopo?
Oppure l’evento è una cornice, all’interno della quale
il divenire si può verificare (o: all’interno della quale può
verificarsi l’illusione del divenire), le cose possono esserci,
di-ventano (o: le cose possono dispiegare l’illusione di
esserci, di-ventare)?
Ma, allora, pieno e vuoto, in che rapporto stanno con
l’e-vento, con l’attribuzione di senso? Noi scegliamo tra il
pieno, tra una realtà piena di diecimila cose, quelle meritevoli

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della nostra attribuzione? Oppure nel vuoto, nell’universo del
possibile, creiamo spazio perché una di queste diecimila abbia
la possibilità di esserci?

È inutile (o forse solo superfluo) confessare la nostra


propensione per la seconda delle possibilità. Specialmente
dopo aver vissuto l’Evento Poetico Zero.
Deposito attrezzi del Teatro delle Ariette, Castello di
Serravalle (Bologna), una serata di fine settembre. Zero.
Nessuno si è chiesto abbastanza cosa questo zero volesse
significare, già contenti, probabilmente, di partecipare a un
“evento poetico”. Nonostante l’affollamento di domande e
interrogativi, espressi o sottaciuti. Si sale, muti, (non) ci si
(ri)conosce, anche se le antifone della socialità hanno avuto la
loro celebrazione fatta di saluti, sguardi, piccole gentilezze.
Dopo una svolta, una voce da un cespuglio, accanto alla quale
tutti passano. Per terra, davanti alla porta del Deposito,
candele mortuarie accese, nel loro contenitore di plastica
rosso. I poeti versano l’obolo del loro libro (che era stato loro
richiesto di portare). All’interno, sigillato, l’aria si scalda al
fuoco delle cucine. Un lungo tavolo basso, su cui dal soffitto
pendono, a distanza di mezzo metro l’una dall’altra, flaconi
contenenti soluzione salina per flebo, con tanto di cannula e
ago. Ai quattro angoli, mani impastano, rivoltano, preparano.
E tutti in attesa.

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Diavoli di uno Stefano Massari e Giancarlo Sissa! Ne
hanno infilata un’altra! Perché – dimenticavo – un evento non
è tale senza la sua attesa. Ma non solo: tu entri, fai per
salutarli, e li trovi compunti; intuisci che l’evento è già in
atto, mentre tutti intorno aspettano, ancora, l’evento. Cosa
succederà? Quando? Ma l’evento è nelle mani che impastano,
nel fuoco che riscalda e poi cuoce quello che c’è nelle
pentole, nelle mani che compiono gesti che lasciano intuire un
sapere, una pratica (il telo che trattiene il vapore prima che
sulla pentola venga posto il coperchio…). E l’attesa.
I libri dei poeti sono stati nel frattempo collocati in un
baule (lo stesso baule di l’estate.fine, proposta dalle Ariette la
scorsa estate), e posto a sua volta su una portantina a spalle. Il
funerale.
Vengono servite tigelle, salumi e formaggio. Molti
esiteranno prima di mangiarne. Io non lo farò, perché le flebo
appese, e la sedia a rotelle ospedaliera in similpelle verde
posta a capo tavola, vuota, alle cui alle spalle c’è uno
specchio, mi chiudono lo stomaco, ma forse, prima ancora, la
gola. Viene servito il risotto, che questa volta mangio, perché
ho deciso di entrare mani e piedi nell’evento (o forse perché
la fame, fate un po’ voi…). Ma tutti attendono. Cosa succede.
Quello che deve succedere…
Dopo il dolce vado a salutare Stefano Massari; la
compunzione è un po’ scemata (in realtà Giancarlo Sissa,
all’inizio, vedendomi, ne aveva presto rotto il voto).
Comincia la mobilità intersoggettiva, ci si sposta; il dialogo

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era già partito prima, a distanza di 2-3 commensali, come
spesso accade in circostanze conviviali affollate.
Ma lo zero resta inafferrato.
Fino a quando una domanda (“Nessuno ci racconta una
favola?”) dà la stura. Ma anche la rottura dell’azione, perché
– diavoli di Massari e Sissa – il suo e-venire era tutto qui,
nell’azzeramento. Figuratevi se non c’era qualcuno che aveva
voglia di raccontare… ecco i rigurgiti della poesia, prima
stentati, poi più decisi, sino poi a scemare; molti, in
processione, sacrilega, profanatoria (sia detto, questo – per
quanto possa apparire difficile a credersi – senza alcuna
connotazione negativa, anzi, con un certo affetto…) al baule
dei libri, si riappropriano dei doni sacrificali, tornano a
sedersi, qualcuno perfino sulla sedia a rotelle, a leggere. A
fianco di Filippo Davoli (che Stefano mi aveva fatto
conoscere poco prima, e al quale avevo pagato un debito di un
abbraccio per due soli paragrafi del suo Un vizio di scrittura),
assistiamo ai graffi sul muro del silenzio.
Io e Filippo usciamo a respirare aria, a ritrovare il
silenzio, a compiangere la morte della poesia, a ritrovarne il
silenzio, mentre la voce di Benzoni è sempre dietro il
cespuglio, inascoltata.
Diavoli di Massari e Sissa! Hanno fatto il punto su
dove siamo, oggi (anche se sono convinto che se provate a
chiedergli, loro vi diranno: “Noi? Noi non abbiamo fatto
niente…”). E siamo qui, in pochi, con ancora meno ad
accorgersi della poesia. Quella vera, come dice Filippo
Davoli. Io avrei qualche dubbio sull’aggettivo, preferendo

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l’idea di autenticità; ma forse il richiamo alla verità
( ) è quanto di più contiguo vi possa essere alla
poesia. Dov’è la poesia, oggi? Anzi, mi correggo: dov’è la
poesia (l’oggi calerebbe il discorso nel contesto della critica,
della letteratura, che è quanto mai lontano delle mie
intenzioni – fenomenologiche, non ontologiche…)?
La poesia è nell’assenza.
In questa tabula rasa, colma ancora di macerie, non
rimosse. Non è stato per caso che Stefano Pasquini, dopo la
“stura poetica” di cui sopra, si è avvicinato ad ogni flacone di
flebo, per aprire la valvola a farfalla e farne gocciolare sulla
tavola il contenuto. La poesia sta nell’assenza,
nell’azzeramento, su questa tabula rasa sulla quale è,
orribilmente, assolutamente, difficile costruire alcunché.
Ecco perché è importante l’attribuzione del senso:
scelgo una, due, tre, tra le diecimila cose, e queste tre cose
dispongo in un angolo, tra le macerie, e le offro a chi è capace
di creare il vuoto, una cornice, e di ricevere questo dono,
nell’ascolto, nel riconoscimento di questa attribuzione di
senso (non nella ricerca/comprensione/apprensione del
senso), nell’avvicinarsi, nella comune attribuzione di senso.
Questa attribuzione non sarà più sincronica; non mi illudo che
sia ormai tanto possibile, né facile, distinguere tra le macerie;
perché abbiamo perso la dimensione e lo spazio dell’ascolto,
del volto dell’Altro, dell’incontro, la passività del ricevere,
l’apertura all’altro e al mondo. In questa cornice c’è troppo
del nostro io, e non c’è spazio per il volto, per le cose
dell’altro.

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Allora, forse una delle poche possibilità è come nel
Teatro nelle case delle Ariette. A sorpresa, invitare a cena
l’ospite, che arriva con una bottiglia in mano, è accolto sulla
soglia e trova nella casa altri inaspettati ospiti. Offrire una
condivisione del senso. Non che mi illuda che ciò sia
probabile (le vie dell’io non sono mai pervie…), ma è una
possibilità…
Una volta, in un monastero Zen, qualcuno mi ha detto:
«Lascia fuori le scarpe e la tua mente, e siedi lì». In pochi
hanno lasciato la poesia fuori del Deposito attrezzi delle
Ariette, e quei pochi ho appena avuto il tempo – Paola
Turroni, senza neanche dire una parola – di abbracciare.

FuoriCasa.Poesia – Teatro delle Ariette


Evento Poetico Zero – Sabato 25 settembre 2004 ore 19.30, Deposito
attrezzi, Teatro delle Ariette, Castello di Serravalle, Bologna.
www.fuoricasapoesia.splinder.com – www.teatrodelleariette.it

Con:
Alberto Bertoni - Stefano Massari - Giancarlo Sissa - Filippo Davoli - Cristina Babino - Gianfranco
Fabbri - Matteo Fantuzzi - Lara Lucaccioni - Angela Di Noto - Alessandro Tacconi - Silvia Molesini -
Sylvia Mair - Massimiliano Chiamenti - Mimmo Cangiano - Stefania Corrocher - Vanessa Sorrentino -
Paola Turroni - Francesca Serragnoli - Luana Mazza - Carla Schiavina - Paolo Fabrizio Iacuzzi -
Lorenzo Mazza - Alessandro Ansuini - Roberto Galaverni - Sergio Rotino - Rossella Dimichina -
Giovanni Tuzet - Yzu (Francesco Albano) - Storti - Paola Dolci - Gianfranco Lauretano - Alessio
Noferini - Ale-Rt - Simona Vinci - Tiziana Cera Rosco - Valentina Perrone - Paola Loreto - Francisca
Paz Rojas - Lorenza Colicigno - Sabrina Foschini - Domenico Settevendemmie - Roberta Bertozzi -
Claudio Sanfilippo - Eugenio Santangelo - Andrea Cedrola - Massimo Gezzi - Giovanna Passigato -
Mattia Granata - Massimo Barbaro - Rosanna Patta - Cinzia Frizzati - Sibilla Chapel - Francesca
Bonarelli - Leonardo Camardo - Giampaolo Vincenzi - Achille Castaldo - …

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