P. 1
Pezzali Max Stessa Storia Stesso.posto Stesso Bar

Pezzali Max Stessa Storia Stesso.posto Stesso Bar

|Views: 254|Likes:
Published by daniel638372

More info:

Published by: daniel638372 on Aug 01, 2011
Copyright:Attribution Non-commercial

Availability:

Read on Scribd mobile: iPhone, iPad and Android.
download as PDF, TXT or read online from Scribd
See more
See less

01/02/2013

pdf

text

original

Stessa storia, stesso posto, stesso bar

Max

Partendo proprio dai temi a lui più cari (l'amore, l'amicizia, la solitudine, la vita in provincia) Max Pezzali si racconta e insieme racconta la sua generazione e quella dei suoi fan; i sogni, le delusioni, la noia della vita in provincia, dalle "vasche" in centro all'amore condiviso per certi libri, certi fumetti, certi dischi. Non so se ve ne siete accorti anche voi: da qualche anno a questa parte ogni giorno gli scienziati scoprono il gene di qualcosa. L'infedeltà, il cancro, la depressione, l'omosessualità, la carie, la sudorazione eccessiva, la tendenza a ordinare la pizza ai quattro formaggi... qualsiasi cosa sarebbe originata dal nostro codice genetico. Forse è veramente così. E se così veramente fosse, un giorno potremmo scoprire che da qualche parte esiste un piccolo gene, simpatico, ma a volte un po' rompicoglioni, che invoglia, stimola e spinge alcuni di noi a riunirsi nei bar. Nonostante la vita ci porti spesso a cambiare abitudini e traiettorie, nonostante luoghi e persone attraversino il nostro campo visivo e affettivo con crescente rapidità, ogni tanto una forza incontrollabile ci attrae là, al nostro posto di combattimento, a parlare di cose di cui parliamo da sempre con persone che conosciamo da sempre. Ad alcune di queste conversazioni da bar si sono uniti Joe e Mauro, miei compagni di cordata in questa avventura, registrando e riorganizzando gli sconclusionati argomenti che il mio amico Cisco e io affrontavamo. Non aspettatevi quindi che nel libro che avete in mano sia contenuta alcuna Grande Verità della Vita o che vi siano espressi concetti o giudizi assoluti: al bar si parla così, si dice Tutto e il Contrario di Tutto per il puro piacere di conversare. E di ricordare. Se diciamo che la provincia è soffocante pur amandola e continuando a viverci per libera scelta, se facciamo quelli che hanno capito tutto delle donne, ma poi ci innamoriamo come degli adolescenti, se ironizziamo sullo stile di vita degli sposati per poi stare malissimo se il matrimonio di un amico naufraga... non sono contraddizioni: è il codice genetico, è lo stile del bar, è «Tutto e il contrario di Tutto». Spero che Mauro, Joe, Cisco e io siamo riusciti a ricreare questo clima un po' goliardico e surreale che si respira nei luoghi in cui sono nato e cresciuto e in cui sono nate e cresciute le canzoni degli 883. Buon divertimento. Max

La mia è stata un'adolescenza allungata; la tipica condizione di studente che ti fa rimanere tranquillo (anche se non necessariamente contento) per molto più tempo rispetto a chi lavora appena terminata la scuola dell'obbligo o catturato un diploma. L'adolescente di provincia con l'allungo può ingannare il tempo fino alla laurea abbondante, praticantato o tirocinio compresi. Mi iscrissi a scienze politiche, illuso - chissà perché - fosse l'unico modo per evitare la matematica e insieme sbrigarsela in fretta. Bella mossa. Reduce dallo scientifico, sapevo perfettamente che il mio cervello si trovava in difficoltà con qualsiasi operazione più complessa del due più due. Già il liceo l'avevo scelto con un infallibile criterio: dunque, se parto quest'anno con il classico, capito in quella sezione, dove c'è l'abbinata tra la prof. tizio e il prof. caio, che rendono la vita impossibile a chiunque... vabbe', non c'è storia. A Pavia esistono ben due licei scientifici. All'inizio frequentai il Taramelli; poi, cambiando casa, passai al Copernico. Tra il primo e il secondo, in una città di settantacinquemila abitanti, divampava una rivalità come tra Cambridge e Oxford. Il Taramelli era quello storico, più «esclusivo», di antica tradizione, ubicato in centro e facilmente raggiungibile: parecchio noblesse oblige. Il Copernico, invece, era di recente costruzione e tacciato di essere il più facile, un asilo da cretini. Come risultato, un'incazzatura perenne dei professori che si sentivano sminuiti, presi per il culo, e conseguente metamorfosi in un commando d'assalto alla Delta Force. Un effetto inevitabile del complesso d'inferiorità sofferto dalla scuola X nei confronti della Y, con il preside che fomentava massacri, espulsioni, bocciature, altrimenti non era contento. Così, non la trovai lunghissima, ma un annetto lo persi. E nella terza ripetuta feci la conoscenza di Mauro Repetto: un segno del destino, se non l'avessi incontrato probabilmente non sarebbe successo nulla. Per natura pigrissimo, lontano dall'esibizionismo gratuito, mai avrei mosso il culo per proporre le mie canzoni a qualcuno. Al Copernico godevo dell'aura magica e brillante del ripetente, di quello che «chissà quante ne ha combinate»; calato in mezzo alla paninaro generation, cioè i disgraziati nati nel Sessantotto, ero un maledetto peggio di Charles Bukowski. E poi giravano leggende incredibili sul mio conto, visto che l'anno precedente ci avevano stangati in undici, senza aver combinato poi niente di che... Vabbe', qualcosa di vero c'era. Per esempio, una volta allagammo mezzo istituto, ma solo per provare l'efficacia dell'impianto antincendio; sul più bello saltò tutto, i tubi impazzirono per la pressione, e i corridoi si trasformarono nella

corsia di una piscina olimpionica. Ribadimmo compatti la versione dell'incidente, ma non ci credette nessuno. Oppure, a Carnevale... Oh, chi è di Pavia lo sa, Carnevale è la festa più bella del mondo: gli istituti superiori vengono «liberati» dagli studenti universitari a forza di uova e farina. Ancora adesso il cataclisma scocca alla prima ora di lezione: i goliardi arrivano, colpo di fischietto e si sgombera. Una volta volavano pure manganellate e schiuma da barba, ma nessuno ci prestava attenzione. Era un casino solo se capitava un ritardo. Mettiamo che alla prima ora ci fosse matematica. La prof.: «Domani interrogo». Noi in coro: «Ma no, signora, è Carnevale». Tragica risposta: «Quelli che riesco a fare li faccio». Allora era una catastrofe. Bisognava avere dei contatti, imbastire accordi nei giorni precedenti, perché la sopravvivenza dipendeva da quale istituto i goliardi partivano a liberare. Se cominciavano dalla zona opposta al Copernico, si rischiava di sforare alle nove, nove e un quarto. Da qui una continua trattativa: «Dai, venite prima da noi, vi diamo dieci carte». Un delirio. Nel Carnevale dell'Ottantaquattro un mio compagno, un ripetente, portò un simpatico estintore caricato a farina, praticamente un cinque chili. Una bella sberla: raggiungeva una pressione di tre atmosfere, assicurando la nebulizzazione perfetta del contenuto, tanto che ancora adesso al Copernico si possono trovare righe bianche tra una mattonella e l'altra. Prima lo provammo in classe, e la prof, non si incazzò più di tanto: una pioggerella, un richiamo, un «signora, oggi ogni scherzo vale» e finita lì. Iniziata la liberazione, ci buttammo in strada e ci accorgemmo che stava arrivando quel cagacazzo dell'assistente di fisica, con la sua Ritmo nuova, azzurrina, appena lavata. Non ci sembrò vero. Il compressore rombava a piena potenza, tre atmosfere nette. Aiutai il mio amico a sollevare il tubo e – con un botto della stramadonna – spruzzammo una nevicata alta tre dita sull'automobile del tipo, che commise il tragico errore di azionare lo spruzzino del tergicristallo. La Ritmo si trasformò in una pizza, con i riccioli di pasta che scendevano molli dal vetro. Alla fine il tipo si decise a scendere dall'auto: «Chi è stato?». AH GENIO!: siamo qui in due con un estintore rosso in braccio, ma chi cazzo vuoi sia stato?

«Bene» continuò. «Siete così vigliacchi da non farvi avanti.» Risalì sull'autopizza e se ne andò. Senza mandarci dal preside! Incredibile. Insomma, nonostante la bocciatura, il periodo fu piuttosto allegro. L'anno dopo, grazie a mille episodi del genere, incontrai Mauro. Eravamo compagni di banco: il ripetente doveva stare con quello meno pericoloso... che in realtà era una bomba pronta a esplodere. Proprio lui, che sembrava il più regolare del mondo: infanzia da sogno, adolescenza passata all'oratorio di San Mauro a giocare a calcio, con strabilianti risultati come centravanti. La combinazione Repetto/Pezzali innescò un potenziale distruttivo enorme, fin da quando ci trovammo a studiare insieme, cioè a parlare di dischi tutto il santo pomeriggio. Musicalmente io provenivo da certe esperienze, il punk a tredici anni, poi il rock; generazione «Rockerilla» in altre parole. Adoravo -e adoro tuttora - i Wall of Voodoo di Stan Rid-geway, con quella sua voce calda, inimitabile in capolavori come Lost Weekend. Mauro invece si buttava più sul commerciale, Duran Duran e parecchia dance nera. Cominciammo a scambiarci i dischi, a diventare critici da bar, a botte di «va' che figata quello» e «che pirla sarai, è una merda». Usciti dalla morsa letale dello scientifico, continuammo a frequentarci, a sparare stronzate. Finché nell'Ottantotto non andai a New York a trovare un amico, con sacrifici economico-morali incredibili: promesse su promesse ai genitori perché l'America era ancora una terra lontana, almeno per me, e avere i soldi e l'approvazione dalla famiglia... lasciamo perdere. Da lì tornai con una batteria elettronica della Roland di cui mi ero intrippato, più un pacco di mix rap che in Italia ancora non si trovavano. Fatti di rap, Mauro e io pensammo: Cazzo, è come all'epoca dei punk, anche loro non sapevano suonare, tre accordi e stop, però si divertivano. Ci sembrava che tutta la nuova tecnologia, la Roland, il campionatore, facesse tornare la musica ai legittimi proprietari e non ai delegati delle grandi case discografiche. Sentivamo i dischi portati dagli usa, incisi con una drum machine e basta: quattro note in croce, ma bellissimi. Partiti con niente, avevamo un punto di riferimento, un collante, come parecchi della nostra età: Radio Deejay, l'emittente più strana che ci fosse in giro, in onda a Pavia dall'Ottantatré in avanti. Lì trasmettevano a manetta, roba commerciale e non, specialmente con l'arrivo di LorenzoJovanotti: un pazzo con un fegato della

madonna, in pieno pomeriggio metteva su Sophisticated Bitch dei Public Enemy, non esattamente la classica canzoncina per l'ora del tè. E poi la sua impostazione, il suo sbattersene della tradizione, l'assorbire e diffondere energia; assieme alla convinzione, da noi perfettamente condivisa, che il rap fosse un modo per ricominciare a creare musica in maniera più semplice, diretta, senza tante menate. Ancora adesso penso che Lorenzo sia un grande, con un istinto naturale bestiale e una conoscenza abissale del mondo che gli sta intorno. Se lo dice lui vuol dire che si può; vuol dire che anche in Italia deve nascere un movimento come quello americano. Per noi gli Stati Uniti erano una terra promessa, fatta di ghetti e di rapper che con due piatti componevano un pezzo: il mito dell'hip hop. Decidemmo così di registrare un provino, una porcata delirante che mandammo a Lorenzo in radio, ottenendo persino l'onore di essere trasmessi. Poi partecipammo al suo programma su Italia 1, «1-2-3: Jovanotti», sempre con lo stesso brano, Live in the Music. in inglese, una lingua che conoscevamo malissimo. Era l'epoca del qualsiasi cosa a qualsiasi costo; cioè, anche se non sei il massimo, buttati lo stesso, che cazzo te ne frega. Questo era lo spirito autentico di Mauro, la sua potenza, il suo «adesso pensiamo a divertirci, poi si vedrà». Il suo grido di battaglia: DIGNITÀ ZERO! Senza pudore, senza ritegno; la follia inconsapevole e coraggiosa di chi non vede il pericolo, si butta e non pensa alle conseguenze. Smaltita la sbornia del passaggio tv (dove non eravamo ancora gli 883, ma I Pop, un nome inventato sul momento da Claudio Cecchetto), prendemmo la grande decisione: cantare in italiano... anche perché, come già detto, il nostro inglese faceva davvero cagare. Dopo i primi pezzi, anche la prima inculata, per una semplice svista. A metà dell'Ottantanove, in un delirio di onnipotenza, Mauro si convinse che dovevamo cercare a ogni costo un contratto discografico. «Perfetto» dissi io «fa' pure», sicuro che avrebbe tirato in ballo qualche sponsor, un lontano parente, uno zio, un cugino, un amico di un amico del nonno, eccetera eccetera eccetera. Invece, si limitò a spalancarmi davanti alla faccia le Pagine Gialle alla voce «case discografiche» o roba del genere, scegliendone una in particolare perché gli piaceva il logo, gli ricordava i cartoni animati di Willycoyote o chissà che... e commettendo un errore clamoroso.

6 BOB Quella abilmente selezionata da Mauro era una società di edizioni. Ora, è una storia un po' incasinata, ma le edizioni non servono quasi più a niente da prima di Luciano Tajoli, quando c'erano gli autori, gli spartiti, gli interpreti, cioè una distinzione tra mille categorie ormai inutile. Così, è vero, firmammo un contratto, NON discografico, MA editoriale: duecentosettantamila nette per un'esclusiva di tre anni, con un'opzione per altri due. E con l'aggiunta di un particolare allucinante: una penale da incubo, tipo dieci milioni, se non si componevano almeno dodici pezzi ogni dodici mesi. Da qui l'obbligo di produrre come pazzi, al ritmo di «cazzo, siamo indietro di tre»; ma anche l'alibi per toglierci soddisfazioni incredibili, sfornando roba ai limiti della decenza umana. Non 6 Bob Dylan risale proprio a quel periodo, nasce da un momento di grande disperazione, ed è contenuta come traccia nascosta in La donna, il sogno & il grande incubo; parte otto minuti dopo la fine del cd per chi ha voglia di stare ad aspettare. Bellissimi, gli anni con quelli del marchietto alla Willycoyote, tipetti simpatici che continuavano a cambiare ragione sociale e uffici; forse temevano incursioni di uomini bomba che si facevano esplodere in piena riunione aziendale. Il direttore artistico, una personcina fantastica, ci cazziava perché non facevamo testi «alla Masini»; ogni tanto ci offriva il pranzo nel ristorante sotto una delle mille sedi, a Milano, tutto compreso tranne il dolce. Se penso che per poche lire e qualche piatto di pastasciutta si è assicurato la coedizione della maggior parte dei pezzi composti dall'Ottantanove al Novantadue... vabbe', 'fanculo, ci siamo divertiti lo stesso e l'errore è stato nostro. E comunque non tutto il male viene per nuocere. Con un deca, in Hanno ucciso l'uomo ragno, ricorda proprio l'atmosfera di quei tempi. Cioè: realmente messi male, perché ci piaceva quello che facevamo, avevamo l'alibi di un lavoro, ma soldi zero. Si viveva di mancette settimanali, ai limiti della sopravvivenza; era l'andazzo da matricola squattrinata, Mauro a Lettere e io a Scienze Politiche (mai laureato, «salvato» dal servizio civile). Ancora abitavamo con i genitori. Un assioma: a Pavia si divertono TUTTI gli studenti, tranne quelli del posto. Così mi toccava sopportare racconti epici di canne, figa e depravazione, di monolocali condivisi nella più assoluta promiscuità e di orge degne di «Le ore», per poi tornarmene a casa, nella mia cameretta, passando mestissimo davanti alla

televisione del salotto. Una frustrazione unica, senza un filo di genio & sregolatezza bohemienne, perché comunque mangiavi a casa e comunque dormivi a casa. Una tristezza... Le discoteche, che in Con un deca erano due contro centosei farmacie, adesso sono scese a una; no, anzi, a zero, anche l'ultima ha chiuso, è diventata un disco pub. Una volta a Pavia c'erano il Docking e il Matisse, che si chiamava ancora Celebrità, stava dietro all'Eden, un cinema a luci rosse. Fondamentale, da universitari, la tradizione del pornazzo del pomeriggio, che adesso si è persa per colpa del videoregistratore. Intorno all'Eden nascevano e prosperavano centinaia di leggende metropolitane, del genere: «Ragazzi, non sedetevi in platea, non toccate niente, ma soprattutto evitate i cessi, perché se ci entrate non tornate mai più». Era un posto frequentatissimo, ci andava anche un redattore di una rivista musicale, un intellettuale che si copriva sempre le cosce con un piumino blu. Ora non c'è più niente, lì di fianco hanno aperto un caffè letterario, da universitari stronzetti. Il Docking e il Matisse/Celebrità, quando ancora esistevano, funzionavano alla grande; senza contare il Mulino, che però era già fuori porta, bisognava avere la macchina, chiederla al padre. Tra me e Mauro con i mezzi di trasporto ce la cavavamo, una volta lui e una volta io. Ci dividevamo a turno lo sforzo bellico della richiesta. Erano gli anni del «ce ne andiamo a New York», come extrema ratio, piuttosto che rimanere a Pavia e precludersi ogni prospettiva futura. Già cominciavamo a vedere l'amico laureato che impazziva per trovare un lavoro, rassegnandosi a una vita squallidissima; piuttosto che finire così, meglio emigrare. Dagli esordi con Live in the Music, registrato e suonato come veniva, lentamente approdammo al magazzino Merula di Bra: quello delle offerte speciali, un posto storico dove prima o poi passano tutti i gruppi. Lì acquistammo un sintetizzatore e un campionatore a prezzo ribassatissimo. Quella fu la Grande Svolta. Hanno ucciso l'uomo ragno, il compact, uscì nel '92; ma l'anno prima ci fu Non me la menare. Portammo il pezzo su cassetta nella portineria del vecchio ufficio di Cecchetto, in via Massena. E restammo in fiduciosa attesa. Nel frattempo io avevo fatto qualche calcolo a mente fresca: «Il servizio civile come volontario della Croce Rossa non mi dispiace, si conosce un pacco di gente e poi c'è la possibilità di essere assunti...». Sembrava una soluzione accettabile, quasi

un'uscita di sicurezza, non avrei guadagnato chissà cosa, ma 'fanculo; fino ad allora mi ero limitato a consegnare i fiori per il negozio di papà e mamma, non proprio il massimo delle mie aspirazioni. Mentre ero ancora preso in questi ragionamenti, arrivò la telefonata di Pier Paolo Peroni, braccio destro del capo di tutti i capi: «C'è Claudio che vi vuole parlare, sbrigatevi». Noi schizzammo, e subito: «Okay, è deciso, si fa». Non capivamo più un cazzo, cominciammo a registrare e nel frattempo, sempre Claudio: «Tra un po' c'è Castrocaro. Volete andarci?». Così capitammo al nostro primo concorso, allo sbaraglio, impreparatissimi. Non sapevamo neanche che si cantava dal vivo con la base; ce la portò Pier Paolo da Milano nel giro di poche ore, confezionando alla meglio una versione strumentale, cancellando solo le voci. L'ambiente di Castrocaro è molto... termale, fatto di gente che, vabbe', ha i suoi problemi e se ne potrebbe stare tranquillamente in albergo a spararsi le sue belle cure. Invece vanno a tutte le manifestazioni. Paresi totale. E puzza di zolfo, di uova marce. Non avevamo mai fatto niente dal vivo: un esordio in presa diretta, stupendo. Comunque il vero spettacolo erano i giovani cantanti «di carriera», grandiose facce da fame arretrata e discorsi modello «se vinci tu, sarò contentissimo». Ma non è vero niente! Rischi la pazzia, hai un'acidità di stomaco atroce e ancora spari 'ste stronzate! Mauro e io giravamo spaesati, pure un po' imbarazzati dalla situazione, da un mondo stranissimo e alieno. Nel Novantuno c'era anche Nek di Laura non c'è; solo che gareggiava con il suo gruppo, I Nek, un plurale da Dio. Quel nome mi lasciò un po' perplesso, ma era già l'epoca dei primi telefonini, circolava il cellulare-mattone della Nec, e mi convinsi che i mitici Nek fossero sponsorizzati. A Castrocaro Mauro si presentò vestito da macho gay di San Francisco caduto in disgrazia: torso nudo, giubbottino di pelle aperto sul davanti, collanona in corallo e chitarra elettrica Fender (mai saputa suonare, però gli serviva come punto di appoggio nei momenti di strizza). In quanto a me non ricordo, forse inconsciamente ho cancellato tutto. Comunque, un gran figurone, noi due. Poi... be', poi per mille ragioni mi sono trovato solo, quasi mio malgrado. Ho già detto che non sono un esibizionista, non mi piace cuocere sotto i riflettori; mi sono dovuto inventare come «Max Pezzali degli 883», perché serviva a me e al

gruppo, ma il mio ideale sarebbe restare dietro le quinte. La molla che mi spinge a buttarmi è l'affetto, la carica che ricevo dal pubblico durante i concerti. In fondo il cantautore classico modello Guccini è partito timidamente, cercando di raccontare qualcosa di sé, e giocoforza si è trovato preso in mezzo. Il rocker, invece, ha un ego grosso così, tipo Mick Jagger; deve apparire sempre e comunque, se no sono cazzi. Anche l'interprete «puro» sa come giocarsela, perché ha scelto una determinata carriera per precisi motivi. Già durante i primi concerti si atteggiava a «bello della band», e se vai a chiedere a quelli che suonavano con lui, dicono che sì, era il figo della situazione, sotto le luci, mai in ombra. Lo vedi anche oggi nei localini, nelle birrerie, che esiste questa figura del bello; chiaramente canta, come non importa, ma innanzitutto si sente una star. Io appartengo alla categoria opposta, a quella del «sono qui quasi per caso, ehilà, come va»; insomma, me la gioco con parecchia ironia, cercando di divertirmi. A darmi manforte c'è Claudio Cecchetto, il fondatore di Radio Deejay ancor prima che mio produttore. Claudio, e più lo conosco più me ne rendo conto, è una rarità nel panorama discografico. Se crede in un progetto va fino in fondo, fregandosene di mode dell'ultima ora e fidandosi ciecamente del suo istinto, che magari lo spinge più lontano e più avanti di mille complicatissimi ragionamenti fatti da altri. Quando Mauro e io iniziammo a portare in giro i provini, tutti ci consigliarono di essere meno rap (con particolare riferimento a Non me la menare) e più «alla Bigazzi, alla Raf», perché la scuola fiorentina era il massimo e da lì non si sgarrava. Se proponevi qualcosa di diverso, non importava fosse bello o brutto, era SBAGLIATO, punto e basta. Claudio, invece, si limitò a commentare: «Mi piace, venite su, si fa il disco». Ancora adesso ascolta tutto ciò che gli arriva; per lui è una questione di principio e di orgoglio. «Dentro questa cassettina potrebbe esserci un pezzo della madonna. Non posso buttarla via perché non ho tempo; il tempo lo trovo, è il mio mestiere.» Stesso discorso per Pier Paolo Peroni. La maggior parte delle case discografiche italiane non funziona così. Gettano via tonnellate di nastri quasi senza ascoltarli, al massimo producono un gruppo perché propone un genere che sembra tirare, ma poi non lo promuovono, non si arrischiano nemmeno a realizzare un video, lo buttano a mare. Per commentare

alla fine, davanti ai cadaverini: «Che stronzi, che merde, non valevano un cazzo, non hanno funzionato per niente». E ci credo, con un trattamento simile. In provincia, a una certa età, si cerca di gestire equamente il budget andando prima in discoteca, al massimo dopo una puntata al bar. Qui a Pavia tutto chiude alle 2.00, ohi, le due fisse, mentre uno studente può ben aver voglia di andare da qualche altra parte. Per noi le ultime diecimila erano il simbolo del fine serata. Sempre che uno disponesse di un budget, il massimo per un diciottenne degli Ottanta erano le cinquantamila del weekend. Togli l'ingresso in discoteca, quindici o venti con una consumazione... ma una non bastava mai. Era bellissimo quando ti succedeva di trovare dei soldi per terra, che nel nostro caso appartenevano immancabilmente al buttafuori. Portava quei pantaloni con le pences e la tasca bassa: teneva il grano lì dentro. Ogni tanto gli cadeva, noi un paio di volte eravamo lì vicino... no, eravamo sempre lì vicino. Il deca rimaneva l'ultima speranza, perché alla fine della storia, quando uscivi da una discoteca alle due, ti restava soltanto la pizzeria. Un paio erano ancora aperte a quell'ora, a volte con la serranda calata. Chi è del posto può entrare dalla porticina; bussi e ti aprono, agli altri no, perché «sai, le multe sono in agguato...». Se diecimila non bastavano neanche per la margherita e una piccola, ti ritrovavi a girare senza meta, senza un'anima in giro. Un'atmosfera da provincia di notte, con qualcosa che non torna, perché la provincia è nata per andare a dormire all'ora giusta. «Di che ti lamenti, vivi in una città a misura d'uomo...» Sì, vabbe', ma quale uomo? A chi cazzo hanno preso 'ste misure? Probabilmente, se fai la tua vita bella normale, da regolare, va bene tutto: la passeggiatina nel corso, le vasche lentissime... Non mancano nemmeno le isole pedonali. A Pavia ce n'è una costruita in maniera fantastica per chi ha tanto tempo da perdere, per chi può lasciare la macchina a casa di Dio e spararsi a piedi tutto il centro. L'ideale per gli onesti cittadini che lavorano, dormono, e la mattina si alzano PRECISI. A una certa ora di notte non senti volare una mosca; il rumore di un accendino lo becchi a due chilometri di distanza. È frustrante, non ci sono alternative, non ci sono possibilità. Molto presto si passa a paragonare la mancanza di prospettive della serata con la mancanza di prospettive nella vita: al di fuori di quelle quattro menate che hai vissuto in una notte, c'è il niente.

Questa però è già la fase post-Jolly Blu, dopo la sala giochi, dopo l'adolescenza. Dopo il periodo dai sedici ai venti, un momento eterno, finito il quale ti sorprendi a considerare che, se in quattro anni ho combinato tutto questo, altri cinque sono una vita completa. Posso anche morire giovane, che tanto... Poi ti riscopri a trentanni, non sai nemmeno come, e non ti ricordi neppure i passaggi intermedi. In quell'istante passi dalla presunta onnipotenza a... merda! Almeno nelle compagnie di ragazzini si era nella stessa barca, c'era uno che faceva l'istituto tecnico, l'altro l'Ipsia, l'altro ancora il liceo, con in comune il miraggio della fine della scuola. Con le leggende sull'universitario che non combina mai un cazzo, chiava giorno e notte, fuma come un turco, al massimo dello sforzo occupa la sede della facoltà. Sognavi una vita dopo, al di là dell'alzarsi la mattina alle sette per essere in classe alle otto; sognavi la libertà. E alla fine c'era la macchina, Cristo, sarebbero arrivati prima o poi i famosi diciott'anni con LA MACCHINA. «Se in moto facciamo tutto questo, in due sul sellino, in gruppo, con un freddo della madonna, quando abbiamo l'auto chi ci ferma più? Passiamo il sabato sera a Parigi!» Invece è esattamente il contrario, la macchina serve solo per parcheggiarla davanti al bar, non hai più un posto dove andare, non hai più l'entusiasmo di andare in quel posto. Scopri che quando gli altri cominciano a lavorare, gli si chiude la vita davanti, devono entrare in un ordine di idee ben preciso; dopo poco, andando all'università, urli dentro di te: «Ma allora non era vero niente!». Ti senti impotente, hai paura di dover seguire uno schema fissato da altri. In provincia la sindrome del tutto programmato, chiamiamola del Rotaract, del Rotary Giovani, la provi sulla tua pelle. In un certo senso gli anni Ottanta sono stati determinanti, hanno dato moltissimo, ma costituiscono anche la frazione di tempo in cui lo stile di vita altoborghese ha stravinto, diventando il modello per eccellenza. 6/1 SFIGATO In una città come Pavia ci sono i ricchi veri e quelli finti. In parole povere, i ricchi vanno nei bar dei ricchi, fanno le cose da ricchi nei loro ricchissimi ambienti. Tra quelli a stipendio fisso e basso, c'è chi cova un'invidia terribile e prende la seconda scelta di un universo inarrivabile, vivendo di luce riflessa. Ricordo un mio amico, fantastico, un vero esempio, era il migliore nel tenere la moto su una ruota sola, poteva andare avanti per ore. Dopo il diploma da

ragioniere, subito entrò nel mondo del lavoro a Milano. La Milano da bere, un inferno di camicie azzurre a righine, robe inquietanti, anche pericolose, come certi mocassini da delirio... Per non parlare dell'Audi 80, l'auto che nel normale sviluppo socioeconomico di un individuo veniva dopo la Golf. La Golf era per il giovane, l'Audi era già con la coda, cioè: «Mi è cresciuta la coda, sono arrivato, sono adulto; questo segno tangibile mi distingue da voi che aprite il portellone, il bagagliaio... qui c'è la coda!». Insomma, il ragioniere subì una metamorfosi totale, del tipo: «Tra l'altro, voglio dire, noi maneggiamo un sacco, costruiamo tantissimo». Lavorava per un famoso costruttore, un posto dove giravano soldi, dove «mi hanno dato un incarico di enorme responsabilità». È strano sia ancora fuori di galera, perché i giovani di belle speranze in genere li piazzavano a smazzare il lavoro sporco, magari a firmare le bolle del materiale in entrata, poi succedevano casini tremendi e il titolare: «Non ho fatto niente, sono innocente, ha combinato tutto lui di sua iniziativa». Questo era il nuovo mondo selvaggio del mio amico. La Milano di allora per chi viveva in provincia era la manna, dava lavoro a chiunque: tutti costruivano, tutti facevano, giravano le milionate. I politici spendevano come pazzi; i miei genitori, con il loro negozio di fiori, erano contentissimi. «Comunione della figlia di XY: bouquet da settecentomila lire.» Grandioso. E gli importatori paralleli di suzukini: esisteva un fuoristrada migliore per la figlia che andava al tennis club? «Uèhi, mi mandi la bambina in giro col pandino? Dai, cazzo, non puoi!» A noi del gruppo non importava una sega dei ricchi, ma tra le nostre fila si infiltravano degli agenti sabotatori, pieni di ammirazione per un mondo di champagne e lustrini. Al punto da farci sentire delle merde perché non appartenevamo al giro giusto. «Non possiamo uscire; e che, andiamo in discoteca con te vestito così? Che figura!» O magari telefonavano: «Ah sì, stasera si combina? Ma chi c'è?». Eccheccazzo te ne frega! Chi c'è, c'è! Io, Mauro e gli altri della compagnia avevamo ancora un comportamento adolescenziale, ma già odiavamo questi «nostri» che si ammazzavano a copiare lo stile di vita degli altri. Ricorderò per sempre una serata tra le più brutte della mia vita. Avevo la Golf di mio padre, solo per questo ero stato accettato nel convoglio. «Andiamo a mangiare i pansotti a sugo di noci a Varazze.» Obiettivamente, un'idea tremenda. A tirarci dentro, uno dei «nostri», con un solo lato buono: la più figa di Pavia per sorella,

che allora filava con un ricco, uno con una finanziaria fantasma. Dopo aver venduto la bellezza di centoquaranta posti macchina inesistenti, si è tenuto lontano dalla città per parecchio, tornando solo di recente su una Jaguar da pappone. Allora sembrava così rispettabile. Inseguire il tipo fino a Varazze fu un problema: perché devi farmi pesare che hai la Mercedes S, che poi sulla Serravalle non mi fotte nessuno e devi rimanere indietro ugualmente. Alla fine arrivammo al ristorante, un vomito, e sborsammo pure una cifra. Non avevamo neanche i soldi della benza per tornare, e allora tutto uno stare attenti con l'acceleratore, perché alla partenza avevo ipotizzato che vabbe', cinquanta carte al ritorno le mettevo dentro e arrivavo a casa tranquillo. Invece no, pelato completo in questo posto sul mare; una tristezza, con lo stronzo che ripeteva: «Oh, mi raccomando, nessuna brutta figura». Eccoli, gli infiltrati che ti ficcavano in simili incubi, che continuavano a uscire con te perché non si potevano ancora permettere la settimana piena con gli altri. E che parlavano in stretto gergo pillitteriano, un po' tipo la macchietta dei film dei Vanzina. Giuro che sono tra le poche persone che non voglio sentire mai più; neppure vedere un loro e-mail, perché sicuramente inizierebbe con un «cazzo, cioè no, siamo andati dal Dado...» e immaginerei di ascoltare l'intonazione della frase. Anche una parola scritta da loro ha un suono, che orrore. La té la tiri della canzone è una poveretta fregata da quel mondo. La figa di provincia; non la bonazzona in assoluto, ma la wannabe, la fotomodella dei poveri. Considerata un idolo dai ragazzi locali, ma un idolo accessibile, che puoi frequentare. Il personaggio in carne e ossa a cui mi sono ispirato era una parrucchiera. Per la provincia fare la parrucchiera è già glamour allo stato puro, perché ti occupi pur sempre di bellezza, di look. Sei tra le più carine del posto, guardata con ammirazione dai maschi della discoteca, e allora caghi solo quelli dai trenta in poi, con la Mercedes penultimo modello (magari in leasing o prestata da un amico ricco). La classica té la tiri suscita tenerezza; ha fatto male i suoi calcoli, è una perdente anche se non lo sa. Si mostra gelida nei confronti dei ragazzi del gruppo, per lei sono meno di zero, sfigati da bar. Pretende il tipo con l'appartamento in centro, ma nel centro di una città come Pavia, settantacinquemila abitanti. Tutto diventa quindi molto relativo, una guerra tra poveri, con lei che scarta la compagnia e preferisce quelli da «soldi pochissimi, debiti tanti».

Alla fine, per le wanna be si scatena la guerra dell'ultimo secondo; le vedi a ventinove, trentanni che cercano di sposarsi a ogni costo, perché cominciano a venire considerate zitelle dopo essere state le strafighe che facevano girare la testa a tutti. È il peggior destino che possa capitare. Hanno giocato al rialzo, ma poi è arrivata la febbre asiatica delle borse orientali con il relativo crollo. Nell'orbita della te la tiri circola lo sfigato. Ora, esistono due tipi diametralmente opposti di sfiga: c'è quella dignitosa e quasi orgogliosa, che deriva dalla consapevolezza di non essere al centro dell'universo di nessuno... magari non si combinerà molto nella vita, però va bene lo stesso. Poi c'è lo sfigato che è convinto di essere un genio assoluto, che vive di miti visti in tv, al cinema, all'interno dei mensili patinati. Ogni tanto si sposta nella metropoli e frequenta locali rimasti aperti solo per i provinciali, dove i milanesi non mettono più piede da anni. È un personaggio che ha sempre frainteso tutto; a volte un ex «nostro» con la convinzione che per diventare «così» (così belli, così bravi, così ricchi) sia necessario avere certi atteggiamenti, certi vestiti. Un mio amico tagliatore di marmo, bravissimo, un bel momento cominciò a odiare la sua professione. Iniziò a spendere barche di soldi per l'abbigliamento e un giorno fece il grande salto, andando a lavorare in una boutique. Questo solo per rendersi conto di guadagnare la metà di prima e ritornare, con un certo orgoglio, alla vecchia occupazione. In provincia il weekend è davvero tragico, perché diventa il sabato del villaggio. Quando si andava a scuola, poi, era brevissimo; cominciava il sabato pomeriggio con le prime vasche in centro. «Allora, stasera c'è una festa della madonna.» «Ma si può andare?» «Tranqui, è un amico, ci becchiamo al bar; mi raccomando, nove puntuali, a posto. Tu arrivavi bello pompato e: «Ma lo sai che non la fanno più, hanno perso la voglia. Dai, andiamo in discoteca. Allora, ci siamo caricati per niente? Tutte notizie assolutamente finte di storie bellissime che uno al pomeriggio aveva organizzato, poi la sera non c'era più nulla. Capitavi sempre nello stesso posto, a ucciderti nello stesso modo e a pensare se avevi la sfiga congenita.

Il brutto era come Pavia riuscisse a sognare con niente. Milioni di uscite, ma milioni veramente, finite a parlare di: «Cristo, coso mi ha detto che ad Amsterdam c'è un pub con le fighe che, appena entri, arrivano con lo scivolo!». Oppure: «A New York, minchia, ci sono tutti dei locali che fanno musica così e cosà, tu vai e ti diverti da Dio, mica come qui». Il piangersi addosso della provincia è squallido, sprechi un sacco di tempo a pensare come sarebbe se tu non fossi lì in quel momento... però intanto ci sei. Meglio adattarsi e cercare di giocarsela bene; ma no, ti trovi a sopravvivere col miraggio di chissà che. Non credo sia cambiato moltissimo per i ragazzi di oggi, al massimo la forma, non la sostanza. Forse è peggio. Ci sono meno punti di riferimento, meno sorprese. Lo noto dai particolari, dal rapporto con i motori, per esempio; noi dovevamo spingere a settanta all'ora delle baracche che stavano insieme a stento. Tipo il Ciao che è, e resta, uno dei peggiori esempi di minimalismo meccanico; eppure ci combinavamo delle robe... ...come con quello tinta albicocca di un vecchio amico; andava come una scheggia, si doveva pedalare per quindici chilometri per fargli prendere velocità perché non aveva il variatore, ma una puleggina grande uno sputo. Quindi: tvooo, woooo, wooooo, wooooooooooo, una salita non l'affrontava, però in piano tirava gli OTTANTA all'ora. Unico problema, non si doveva mai rallentare o frenare, per nessuna ragione al mondo. Al colmo della voglia di vivere, il nostro amico si spinse fino a Milano. Dunque, in diretta: Milano, ruota del Ciao, rotaia del tram, ci entra dentro, lanciatissimo, non riesce a uscirne, incrocio, i binari curvano, il motorino pure. Lui no. Il Ciao andò avanti da solo, pacifico, meno male che aveva «il rapido» se no era ancora lì che girava. Il tipo si fece un male boia, e da allora per un bel po': «Cazzo, in città occhio alle rotaie perché... figa». A Pavia niente tram, niente rischi. I ragazzini di adesso sognano di meno. Negli Ottanta esistevano dei miti, ma irraggiungibili: l'Aspes Yuma, il 125, gran figata, ma non ce l'aveva nessuno. Partivamo tutti alla pari e vinceva chi più spendeva in emozioni, fatica, sudore. Ora li vedi che ci tentano, magari provano la marmittina speciale, ma non osano veramente: è finito il gusto del personalizzato, dell'elaborazione. Come traguardo hanno giusto la Leo Vinci, che solo il nome è di un kitsch pazzesco. Non è colpa loro, ma del periodo in cui si trovano a vivere.

Tutto omologato. Non esistono più le tribù. È sempre stato un problema della provincia, d'accordo: a Milano i punk potevano essere l'uno per mille, a Pavia l'unico punkettone se le beccava da chiunque. Però quei quattro o cinque un po' strani, che ascoltavano musica particolare, c'erano. Forse è dovuto al fatto che le mode giovanili arrivano direttamente dal produttore al consumatore, perdendo nel mentre quel poco di carica eversiva che potevano possedere. Un tempo furoreggiavano le fanzine, adesso mtv che fa diventare patinata qualsiasi cosa, anche la più rivoluzionaria. La rivistina ciclostilata in cento copie era un tam tam tra iniziati; il video è un prodotto destinato a TUTTI, tanto che non esiste più nessuna distinzione tra il gruppo rap cattivo, bastardo, e... Notorious B.I.G. Questo dimostra che l'overdose di informazioni può essere peggio della carenza. Negli Ottanta, se non riuscivi a ottenere ciò che ti interessava, perché non era subito a portata di mano, ti sbattevi come una bestia per ottenerlo. Con l'overdose, con grandi pere di Internet, rischi di diventare insensibile a qualsiasi tipo di messaggio: ti arrivano così tanti input che il tuo filtro mentale non riesce a reggere, a separare il buono dal meno buono, il nuovo dal vecchio, l'utile dal perfettamente inutile. Anche nella musica. Per esempio, qui a Pavia esisteva Bootleg, un negozio microscopico con dischi d'importazione altrimenti introvabili, che ha cambiato la vita di una generazione. Medesimo discorso per le stazioni radio; una volta c'era quella pirata o davvero all'avanguardia, oggi sono tutte uguali, non ce n'è una diversa dall'altra, trasmettono lo stesso prodotto a ripetizione. Vabbe', viene a farci la predica proprio lui che... Un momento. Sono uno dei più miopi della provincia, e che mi frega, ma quando avevo tredici anni mi importava eccome. Non esistevano ancora gli occhiali con lenti da due micron o quelle a contatto. Allora: vetri da finestra davanti al naso. Bastava un particolare simile per essere considerato malissimo, per essere evitato da certi coglioni in prima liceo e pure dopo, per non venire invitato al tennis club dalla ragazzina che ti piaceva. Così mi trovai giocoforza nelle vesti dell'alternativo, del simpatizzante punk, del tipo a cui piaceva musica stranissima; cazzo, quello era il mio alibi, il mio gadget, e nessuno me lo poteva togliere. Altrimenti, cosa mi sarebbe rimasto?

Però in quel modo scoprii di vivermi bene certe storie che altri rifiutavano, tipo: «Concertone a Piacenza con i Not Moving, si va!». Se non altro si usciva dal solito giro. Poi arrivavi al pub, chiedevi dello spettacolo al proprietario e lui ti guardava stranito, non ne sapeva niente. Morale: si era sbagliato giorno. E tu, giunto sul posto una domenica pomeriggio dopo un viaggio allucinante e con un paio di fighette assonnate, ti incacchiavi di brutto, ma pazienza. O la volta a Pavia con i Chelsea Hotel, il massimo della trasgressione, quattro gatti a vederli, con il cantante che cominciò a tagliuzzarsi le braccia e venne portato via d'urgenza dalla Croce Verde... Questo mondo è morto. Una volta, tipo, i Not Moving erano credibili perché si sparavano un culo della madonna, suonando in buchi da cinquanta posti al massimo; avevano il culto della produzione indipendente, rifiutavano qualsiasi approccio con le major del disco. Oggi il gruppo italiano «alternativo» (tra virgolette GIGANTI) pretende di utilizzare i canali ufficiali, punta subito alla grande etichetta, al posticino al caldo in classifica. Non esiste più un forte movimento, una sincera spinta dal basso: si pensa solo ad arrivare in alto, con qualsiasi mezzo. Ultimamente, ai giovani underground hanno dato una bella scossa i non più giovani csi. Fedeli alla linea da secoli, con l'ultimo disco possono andare tranquilli dalle band che se la tirano e dire: «Tu, tu, tu e tu: sareste il futuro?». All'omologazione si aggiunge anche l'orrido concetto del franchising: tutto uguale a se stesso. Un anno vanno le birrerie australiane con i manifestini della XXX? Bene, facciamo cento. Adesso tirano quelle irlandesi? Bene, mille in tutta Italia! A Pavia ne hanno piazzata una nell'ex palazzo comunale; Cristo, una costruzione del Milleduecento con dentro i gagliardetti della Guinness! All'inizio, camerieri rigorosamente irlandesi, tanto per fare i fighi, una vergogna da avanspettacolo; poi questi scompaiono, di punto in bianco, e non capisci neanche più dove sei. Il bar, almeno, ha i suoi punti di riferimento. È quel luogo magico dove avviene tutto e di tutto, dove puoi chiacchierare con chiunque. Perché la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno. A Pavia il bar è un posto veramente transgenerazionale, dai tredici ai novantanni, dove non sei mai solo; al massimo parli con il proprietario. Non esiste il locale mirato, targettizzato; te lo farebbero fallire in un paio d'ore. La clientela è fissa, o

quasi e parecchio abitudinaria; non vede di buon occhio i cambiamenti di arredo, di mobilio. Vuole che tutto rimanga congelato nel tempo. Il nostro bar, quello della compagnia, venne rilevato nell'Ottantatré dal Dante, da cui Bar Dante. Suo figlio Miano girava con noi, quando ancora andavamo in sala giochi, prima la Jolly Blu, poi un'altra in centro. Finché il Miano: «Ohi, ho preso il bar, mi venite a trovare?». Ci precipitammo il giorno dopo. La sala giochi era una scelta dettata dalla pura necessità: si stava al caldo e non c'era l'obbligo della consumazione. Il Bar Dante nel tempo è cambiato, ma si è trattato di un'esigenza di vita. Inizialmente un buon terzo della metratura era consacrato ai pensionati, che regolarmente non consumavano. Avevano eletto a loro territorio la stanzetta in fondo; non si sa per quale motivo, forse per la presenza di un televisore a colori. Il pensionato è molto più lesto dei ragazzini e ha mille sistemi per dissuaderti dallo sconfinare. Se a sedici anni ti sedevi vicino a loro, magari con una tipa, cominciavano a guardarti storto finché non ti alzavi e ti spostavi. Quando la saletta è sparita, con il vantaggio di guadagnare qualche metro quadro, i vecchietti hanno avuto un moto di ribellione; si sono allontanati dal locale in massa, per poi tornarci, sempre senza consumare, sempre giocando a carte. Da poco il bar ha un nuovo orario: chiude alle due e mezzo di pomeriggio e riapre alle sei, per evitare quel buco nero durante il quale non ci sarebbe anima viva. Per i pensionati è stato un dramma, fino a quando non si sono attestati in un locale d'appoggio di fronte al Dante, per far quadrare la giornata e riempire i tempi morti. Neanche le Brigate Rosse erano così organizzate. I frequentatori abituali, che bene o male si conoscono tra loro, si concentrano in aree particolari. Per esempio, quando esisteva il vecchio Dante con saletta, dietro ci stavano i pensionati, al banco lo scapolo o chi fuggiva dalla moglie per l'ora dell'aperitivo... ...ecco, il rito dell'aperitivo serale – pressappoco le sei, dopo il lavoro - rappresenta il top della giornata. È il momento in cui ognuno deve mostrare quanto conta veramente nella vita. Dall'ordinazione alla scelta delle parole, tutto deve essere perfetto; il bancone con i trespoli sul davanti è un palcoscenico, il punto più visibile del locale, e l'esibizione non ammette errori.

C'è chi: «Minchia, è dura», minimalismo allo stato puro, commentando la giornata appena trascorsa. Oppure: «Oggi pomeriggio tre ore bloccato sulla tangenziale da Milano», per metterci in mezzo un pizzico di esotismo, per chiarire che si arriva da una città vera. A seguire, buttata lì con nonchalance: «Che sudata; ma per un miliardo e due di contratti firmati ne vale la pena, dai». Qui scatta l'inevitabile risposta, quasi una requisitoria: «Cazzo dici, se ti ho visto alle quattro in centro a Pavia!». Sul palcoscenico del bar devi conoscere e rispettare le regole del racconto, tenere desta l'attenzione dell'audience (quella dell'aperitivo è la più esigente). Nulla ti viene perdonato. Se ti dilunghi in una descrizione ti mandano 'affanculo, se sei troppo conciso rischi di non farti capire. Tipo quando butto giù una delle mie canzoni: il superfluo non serve, il ritmo è fondamentale. Non per niente al bancone nascono dei veri fenomeni. Al Dante il massimo è Bussolini, che sostiene di essere parente del Duce solo perché ha un cognome simile. È un pazzo, ma come le racconta lui, non le racconta nessuno. In genere i clienti normali non ci capiscono niente: magari uno, poveretto, è venuto solo a bersi un caffè in santa pace, e si sente troppo a disagio, spaesato. È il problema dei bar quando diventano proprietà esclusiva della clientela abituale; gli «occasionali» li abbandonano. L'unica soluzione è quella di istituire zone separate, firmare un patto di non belligeranza: «Non andare di là a rompere le palle; tu non sei un diente, ma l'habitué». Però i ragazzini entrano sempre, quelli che un tempo eravamo noi; sono arrivati a darci il cambio, permettendoci di godere di un potere maggiore. Il rispetto per il «nonno» è fondamentale. Esempio pratico: classico posteggio in doppia fila davanti al bar. Chiaro che puoi arrivare e mettere la macchina dietro a qualcuno, ma seguendo una precisa gerarchia. Non è che mi parcheggi dietro se sei il bambino di diciott'anni, non esiste proprio, è un casino; la metti dietro all'auto del tuo amico, punto e basta. Io, invece, posso bloccarti con la mia. Le piazzate, in ogni caso, sono all'ordine del giorno. Magari hai la macchina nuova, magari uno vuole fare il furbo, e allora tuonano bestemmie e smadonnamenti: regolare. Noi della compagnia abbiamo l'accesso alle leve del potere. «La penisola che non c'è» ci appartiene di diritto. È il tavolo più bello del bar, attaccato al muro ma proteso verso l'esterno: da qui il suo nome. Un punto di osservazione privilegiato, al centro dell'attenzione ma insieme un po' defilato.

Come compagnia di amici hai un'enorme forza contrattuale, rappresenti il soldo. Basta uno sguardo di traverso, un «mi hai segnato la consumazione che ti ho già pagato ieri», e scatta l'avvertimento mafioso. Ale, ci si sposta, per un mese ci si trova - poniamo - dal Piscella; magari lì non ti senti a tuo agio, ma quando ritorni al vecchio bar, scopri ad attenderti il tappetino rosso. E a malincuore capisci che l'eccessiva confidenza colpisce nel portafoglio, quasi sempre. Le coppie vanno ai tavolinetti, e nella geopolitica del bar vengono considerate meno della merda. Uno squallidume. Al massimo, se lei è carina, ci si lascia andare a qualsiasi tipo di commento. Se i due vengono colti in atteggiamenti teneri, si levano bordate di fischi. Il loro potere contrattuale è pari allo zero, gli portano anche le ordinazioni sbagliate, perché non possiedono nessuna dignità, nessuna giustificazione all'interno dell'ottica del bar. I pensionati non li cagano. Lo scapolo che sta al bancone li fissa sorpreso, convinto di essere nel giusto. La sua è una scelta dettata da una precisa motivazione: tutte le donne sono troie. Lo sposato, evaso da casa e felice della sua ora d'aria, potesse sterminare l'intero genere femminile lo farebbe; d'altronde, è la causa prima dei suoi guai. Classico tipo da bar è il rappresentante. Un tempo era il maitre à penser della situazione, perché viaggiava, conosceva gente nuova, posti nuovi; poi tornava e raccontava. Non per niente, Marco Polo faceva il rappresentante. Se ti capita di esclamare: «Domani devo spararmi fino a Bergamo!», il nostro personaggino se ne esce con un: «Ma allora va' a mangiare da Tizio; appena uscito dal casello, prendi di lì, gira di là e ci sei. Ordina la tagliata che è buonissima». È il suo momento di massima gloria. Tipo Han Solo di Guerre Stellari: atterra con il Millennium Falcon, prende l'aperitivo e riparte. Per lui Pavia è uno sputo di asteroide nella più remota delle galassie. O così vuol far credere. Il rappresentante può anche non abitare in città, ma avere clienti in zona. All'ora dell'aperitivo lo trovi al bar, con la sua Volvo Station attraccata fuori. Arrivando da altre realtà socioeconomiche, si sente obbligato a sottolineare che la provincia fa cagare, in toto: «Qui non capite una sega, non conoscete il significato di imprenditorialità...». Naturalmente la mette sul piano del suo problema immediato; una deviazione per lavori in corso, per esempio. «Ma che cazzo, tirate una linea dritta ed evitatevi 'sto casino. Eeeeh, mancano i progetti, mancano le idee.»

Una nuova figura è il softwarista, o chiunque si intenda d'informatica. Sostituitosi al rappresentante quale «intellettuale», dovrebbe costituire l'interfaccia tra le nuove tecnologie e il bar. In realtà non capisce una fava. Sua tipica affermazione: «Adesso sto curando la manutenzione di una rete; pensa che puoi uscire di casa, andare in ufficio, tirare giù le tapparelle e fregartene del resto. Tanto se ne occupa il computer». Grazie a quelli come lui, persino Internet è arrivato in città nel modo sbagliato. Per esempio, l'azienda servizi municipalizzati di Pavia ha una pagina web con gli orari degli autobus. Che figata. Sono a casa, bello tranquillo, mi collego, bip, bip, bip, user name, password, becco il bookmark, vado all'ASM, mi incarto con il modem... Un delirio. Non è più semplice scendere a controllare il cartellino alla fermata? Ci si impiega un quindicesimo del tempo. Questo è il tipico caso da service provider locale. Come può sopravvivere un service provider a Pavia? Facilissimo: inculando tutti i commercianti della zona. Una volta esistevano le mappe topografiche della città, grandi come cartoline e con la pubblicità del verduriere o del lattaio. Uno sborsava cinque milioni per duemila fustelle con sopra stampato il nome della sua bottega, per poi donarle ai clienti affezionati. Adesso non è più così; c'è Internet, l'ultima frontiera. Dove, assieme agli utilissimi orari dei bus, trovi anche la brochure digitalizzata di una ditta di giunzioni per tubi. Stupendo. Ogni amministratore locale parla della famosa rete. Vicino a Pavia c'è un comune piccolissimo, del tipo dove il consiglio si riunisce in municipio e poi si sposta a proseguire in osteria; la bottiglia una volta la paga la maggioranza, un'altra l'opposizione. Bene, il sindaco ha annunciato trionfalmente che la sua città presto avrà un sito on line. Ma se abitano tutti a tre chilometri dal centro, massimo! Se esistono sì e no cinque abbonamenti a un provider nell'intero paese! Non riesco più a sopportare i settimanali come «L'Espresso» o «Panorama», convinti che l'Italia si stia informatizzando. Palle. Non siamo in America, dove persino il centro minuscolo ha il suo negozietto di computer. A Pavia la maggior parte della gente vive con un milione e otto al mese; non puoi rompere, sostenendo che bisogna avere quattro milioni di personal e stampante, da cambiare una volta l'anno. Non puoi andare in giro a dire che, con supporti multimediali ad alto livello, vedrai il film sottotitolato pure in finlandese (che se ti

interessa imparare il finlandese è il massimo), interagendo nel frattempo con il regista. Ma chi se ne frega, perché devo interagire? Mi pare un mondo artificiale, con giornalisti sicuri di parlare a un pubblico di milioni, quando in realtà si rivolgono a non più di centomila addetti ai lavori. È il problema dei media, non guardano in faccia la realtà: le fabbriche, gli uffici, i bar. Vadano un po' a spiegare l'Italia in rete» a chi deve prendere ogni mattina il treno per Piacenza (anzi, no, la littorina diesel!), cambiando a Stradella, pregando che non ci sia nebbia, impiegandoci un'enormità di tempo. Dal bar, come dall'intero pavese, sono sparite le tribù giovanili. Non solo i punk, gli skin o i mod, che trovavi in tutta Italia, ma anche quei movimenti tipicamente ed esclusivamente cittadini. Tipo i cosmobimbi, che per anni furono il terrore della popolazione. Nessuno sapeva - o sa ancora adesso - perché avessero scelto un nome così delirante; secondo un paio di amici derivava dal Cosmic, una discoteca di Verona. Giravano con i capelli lunghi e tinti, il giubbottino K2, modello sacco della spazzatura, i jeans strettissimi e cortissimi, le Clark con le calze rosse di lana; d'estate, immancabile il sandalo indiano di cuoio con l'infradito (da bruciare). Alcuni usavano vecchie Diane scassate con dietro l'adesivo del vagabond, l'autostoppista sballone con chitarrone che va verso il sole nascente; altri andavano in Vespa, con strani tappetini. Non si lavavano per giorni, puzzavano come fogne e nascondevano l'odore con litri di profumi orientali, da vomito. Adoravano Bob Marley, reggae a manetta, si ammazzavano di canne, ma giù di brutto sul serio, passando in certi casi anche alla merda pesante. Odiavano chiunque fosse lontano dal loro giro, soprattutto i dark; vestiti di nero, erano contrari alla loro presunta «solarità». Nel giro di pochissimo, Pavia si riempì di graffiti del Fronte della Gioventù: «Morte ai cosmobimbi!». Roba che se uno arrivava da fuori: «Ma di che cazzo parlano? Sono rincoglioniti?». Comunque, per una serie di ragioni imponderabili, i cosmos - si abbreviava così piacevano da pazzi alle ragazzine. Ci sbavavano dietro, in particolare agli eroinomani. Una volta, durante un party con falò nel Parco del Ticino, si unì al gruppo un tossico errante: «Oh, l'altro giorno mi ha fermato la polizia, sapete, mi chiamo Lippi, come Claudio Lippi il presentatore, e alora ce l'hanno con me...». E tutte: «Che carino, che strano». Insomma, fuori come un balcone equivaleva a dire interessante, a posto, giusto.

Svaniti anche i cosmobimbi, forse resistono solo i metallari, che però ascoltano i Sepultura e... che so, gli 883. DI Dio Cisco («che resta in bagno un'eternità», in una canzone) fa il metalmeccanico a Binasco: dignitosissimo nel suo ruolo, orgogliosamente personaggio da bar, senza paura di niente. Se si presenta a una ragazza: «Piacere, Cisco. Faccio l'operaio». Così, tranquillo. Quando gli chiedi: «Ma a te cosa piace fare con una donna?» risponde: «Leccare la figa». Normale, come fosse la roba più naturale del mondo; a volte si impegna pure in un discorso piuttosto complesso: «Sai, per me è una questione di romanticismo...». Cisco è la vera autorità del Dante, lo frequenta almeno sei volte la settimana; compila tabelle e calendari. È l'habitué più in confidenza con il proprietario; costituisce un po' la coscienza storica e critica del bar. A me ogni tanto sfugge qualcosa, a lui mai. Cisco sa che la tipa X è venuta già quattro volte questo mese, senza fidanzato. Che i tizi della compagnia A ce l'hanno su con i tizi della B. Che i tizi della C ce l'hanno su con il padrone perché ieri l'altro gli ha fatto pagare le tartine assieme all'aperitivo. Una serie di informazioni indispensabili per chi manca da un paio di giorni, in modo da non sbagliare mai. Per questi motivi, Cisco è rispettato da tutti. E tutti gli danno retta. Cioè, se io dico: «Cazzo raga, non facciamo sera qui dentro», devo spiegare il perché e il percome della mia affermazione, indicando chiaramente dove voglio spostarmi. Se si alza lui, si va in massa senza aprire bocca. Perché Cisco è UNO CHE SA. Se si muove, non si è semplicemente rotto di stare lì. Probabilmente si DEVE andare. YeYe è un amico con anni di tossicodipendenza alle spalle; alla fine ne è uscito, una vera mosca bianca. Da poco abbiamo preso tre struzzi in società, un delirio. Ancora dobbiamo capire quando cominceranno a produrre uova. YeYe è il protagonista di «cumuli di roba e di spade»: una mia canzone, sì, ma anche il tentativo di capire l'esperienza della droga e della comunità.

«Racconta quei metodi coercitivi, tipo le corvè, tipo passare lo spazzolino da denti tra una piastrella e l'altra.» Così, senza correre il rischio di cadere nella retorica, di affermare: «Però vedi che alla fine ti sei redento, ne sei uscito pulito». Molto meglio: «Ah, lì dentro schiattavi? Bello, almeno impari ad avermi inculato un cinquantamila quella volta là». Sempre con parecchia ironia. In genere, quando si parla di drogati, escono subito fuori le immagini del tunnel delle crisi, una tristezza e banalità uniche. Per carità, vengono anche quei momenti, con perdita assoluta di dignità e di valori umani; però, almeno all'inizio, il tossico si fa perché gli piace un casino. Grazie a Dio è arrivato un film come Trainspottìng a chiarire la situazione: se drogarsi fosse una merda fin dal primissimo buco, nessuno mai si sognerebbe di spararsi le pere. Il moralismo alla «perché lo fai?», con un tot di finta pietà, non serve a un cazzo; anzi, spesso stimola il tossico a pensare che, Cristo, se questi sono quelli che mi dovrebbero salvare, arrivederci e grazie. A spingere YeYe verso la comunità, dove potevano tirarlo fuori sul serio, è stata la compagnia. Cercavamo di aiutarlo, ma alla pari, magari prendendolo in giro per quei classici atteggiamenti da tossicone ultimo stadio, tipo lo strascicato «oh, dai mille lire?» o lo strofinarsi di continuo il naso con gli occhi socchiusi. Se c'è una cosa che, da eroinomane, ti da più fastidio che una scenata, è sicuramente la presa per il culo da parte dell'amico: non ti senti più il maledetto, il rifiuto di una vita ingrata, ma un pagliaccio. E capisci che, se vuoi continuare a frequentare la compagnia, senza finire come uno scoppiato tra gli scoppiati, allora devi scegliere. Dalla nostra ti daremo la mano più grossa possibile, ma il resto dovrai smazzartelo da solo. La madre degli attuali proprietari del Dante è stata una figura importantissima: noi eravamo i ragazzi del bar, lei la nostra seconda mamma. Se nella notte tra venerdì e sabato capitava di stare seduti fuori a parlare fino a notte fonda, era lei che arrivava ad aprire il locale la mattina e a farci le menate: «Forza, è ora di andare a casa». La sua morte per noi è stata terribile. Da ragazzo ne hai una strana concezione: è quasi meno pazzesco che muoia il tuo amico tredicenne in moto, piuttosto che un

adulto. Sai perfettamente che se fai il coglione in Ciao puoi crepare, e pensi che i genitori ti lascino all'età giusta, più o meno quando te l'aspetti. E invece... I figli poi, erano sconvolti dal dolore: da ragazzini spensierati che erano, si trovavano soli e con tutto sulle spalle. Ricordo che dopo il funerale, al ristorante, noi in silenzio, manco capivamo dov'eravamo, e loro a ripetere: «E adesso?». Furono costretti a diventare adulti da un giorno all'altro, per forza. Qui la morte non è mai stata lontanissima. Quando esisteva una nutrita sezione pensionati, la vedevi bene nelle loro facce. Facce di vecchi, spesso vedovi con lo spauracchio della solitudine, un pomeriggio per bere un caffè o leggere il quotidiano, una partita a carte, quattro chiacchiere con quello di fronte. Ogni tanto, se li contavi, ti accorgevi che ne mancava uno. I nostri «preferiti» erano i Corvi. Se li infastidivi, ti rispondevano con un: «Va' fora, se no mi t'mas». Immancabilmente, ti capitava un incidente, anche piccolo. Avevano un simile potere. Gli avvoltoi rappresentano l'alter ego dell'amico della famosa regola: utilizzano a loro uso e consumo la momentanea crisi in una relazione di coppia. «Poverina, vieni qui, ma come ti ha trattato, che stronzo, lasciati coccolare.» Cazzate simili. Generalizzando, l'avvoltoio può anche essere il ma perché non ti fai mai i cazzi tuoi?»: il maldicente che vive di invidie, di stronzate qualsiasi, inventandosi cattiverie spicciole sulle persone e creando piccole leggende di provincia. È un misero, un perdente assoluto, che alla fine non viene più creduto da nessuno, con le sue presunte verità ridotte al rango di chiacchiera da bar. Come tutto, del resto. Luigi, il gatto del bar (bar dante, pavia (pv). Ha cominciato a frequentare il bar come un comune cliente, veniva inizialmente solo al pomeriggio a dormire. Ora e' la nostra mascotte. Qualche anno fa e' stato investito da una macchina, cosi’ abbiamo fatto una colletta per pagare l'operazione. Purtroppo ha subito un altro intervento: abbiamo dovuto farlo castrare, perche', quando sentiva una femmina in calore, si azzuffava con gli altri gatti, e una volta e' tornato veramente malconcio. A causa di questa operazione subita, di tanto in tanto cisco lo chiama "luisa". Il mitico crystall ball!

Chi ha la mia età', o giù' di li', ricorderà' sicuramente quei tubetti pieni di una sostanza strana che si metteva sulla cannuccia, si soffiava e poi venivano fuori delle bolle colorate che dopo un po' si sgonfiavano. Guardando questa foto un altro mio amico ha avuto una brillante idea su come e con cosa gonfiare il crystal ball, ma grazie a dio lo abbiamo dissuaso. Il maestro con l'umile allievo, cioè' cisco e me. Cisco e' presente in gran parte delle storie raccontate nelle canzoni degli 883: come protagonista, come coprotagonista, come semplice spettatore, e più' spesso come coscienza critica e supervisore del nostro gruppo di amici. Dopo il periodo di una coraggiosa adolescenza, arriva prima o poi il passaggio epocale della linea d'ombra: okay, so che esistono determinate responsabilità, dopo un attimo di crisi mi butto e vada come deve andare. Storie. Non è così facile, non per me. Il mondo degli adulti continua a preoccuparmi. Se maturare significa acquisire una visione a senso unico della vita, diventare gretti e meschini, tradire i propri sogni, allora posso farne a meno, grazie mille. Poi attorno a te vedi quelli passati direttamente dalla motocicletta al passeggino con il pupo, vagamente rassegnati, parecchio cinici, che ripetono a memoria: «Sei un ragazzino, quando crescerai? Anch'io la pensavo così, ma ho dovuto cambiare idea». E perché? Non è detto che uno sia costretto a piangere miseria se gli piove in casa, magari la colpa è del vicino di sopra. Non so se ho reso l'idea. La paura di crescere esiste, ma di crescere come «gli altri»; con in più la nostalgia di quando il problema manco si poneva. Un fondo di amarezza per un passato che non può tornare, l'invincibile e irriducibile giovinezza, il «cazzo, che problema vuoi ci sia». Sì, magari c'era il casino dell'interrogazione a sorpresa o del primo lavoro di merda, ma esisteva comunque uno stupendo spirito di gruppo: PRIMA NOI, POI IL RESTO DEL MONDO. «Siamo qui noi» per spaccare il culo ai passeri, per coprirci l'un l'altro, per condividere certe scelte e non sentirci mai abbandonati in mezzo alle strade della vita. Quando i mesi volano rapidi, quando la compagnia inevitabilmente si sfalda («ognuno col suo viaggio, ognuno diverso» alla Vasco), vieni preso dal terrore di avere perso tutto, compreso te stesso, e di essere completamente SOLO. È il bisogno di chiudere sogni, speranze, dubbi, valori, idee in una stanza, lontano da

tentazioni, paranoie e cattive influenze esterne. La famosa camera 106, con i tuoi giocattoli; se qualcuno ci entra (una donna, per esempio), è perché VUOLE farlo. Solo così riuscirà a conoscerti. Se cerca di trascinarti fuori a forza, può perdere la partita. Un esempio: Mauro Repetto. Ci siamo tornati. Sbattuto dal successo improvviso in una galassia nuova e sconosciuta, dove combini quello che vuoi, entri dove ti pare, conosci delle strafighe che un tempo manco ti avrebbero salutato... è un bel rischio, se non hai un sistema immunitario potentissimo. Aggiungici la crisi di quello che «cazzo, stai sempre lì a saltellare, ma non canti mai!»; logico che, dopo uno sbandamento della madonna, cerchi un'altra strada. Adesso Mauro si è messo a scrivere sceneggiature cinematografiche, ha seguito uno stage in California, sembra contento; ma c'è stato un attimo in cui, messa in un cantuccio l'esperienza musicale e mandata 'affanculo la vecchia vita da eterno adolescente, ha corso dei pericoli mica da ridere. Non intendo fare la morale a nessuno: ognuno arriva al successo, al mitico sciò bisnis, per la sua strada e dopo mille esperienze, io, oltre alla canzone, ho bisogno di un mondo compatto che mi difenda. Per questo non rinuncerei mai a Pavia. Qui so chi sono, cosa posso o non posso fare; conosco amici e nemici, frequento i primi ed evito i secondi. L'«altro mondo» l'ho visto e continuo a vederlo, e forse mi serve ancora adesso per capire meglio la mia realtà. Non vivo con l'angoscia di chi, cazzo, chissà che mi sono perso... Ho fatto una scelta; in parte mi sono accettato per quello che sono. Ho scoperto che la provincia, con tutti i suoi difetti e le sue magagne, mi stimola la crescita degli anticorpi. In città puoi passare una vita prima di rivedere certi fantasmi del passato; in provincia fanno il pieno di benzina al tuo stesso distributore. Chi è nato e cresciuto qui, arrivando fino ai trentanni sano di mente e non cedendo alla morale comune, può anche andare in mezzo agli integralisti islamici e incularseli tutti quanti. Naturalmente, visto che pochi la pensano come te, ogni tanto ti sorge il dubbio: «E se mi fossi sbagliato?». D'altronde, alcuni errori li ho commessi, altre storie sono finite («vedo le fedi alle dita di due/che porco giuda potrei esser io/qualche anno fa»). La certezza assoluta è un'invenzione: magari per 364 giorni all'anno nessun problema, poi una mattina cominci a interrogarti sulle scelte, sui perché e

i percome, e allora giù di Maalox o di Lexotan. Non esistono verità o risposte universali; esistono quelle che vanno bene per te. Oggi come oggi sono abbastanza sereno, sicuro, soddisfatto, come può esserlo chiunque viva in un mondo imperfetto. Una volta c'erano le ideologie, i partiti, a fornirti una giustificazione, una qualsiasi, un senso d'appartenenza. Ora invece non mi sento rappresentato o confortato da nessuno nelle mie tragedie, nelle mie paranoie, che saranno anche minuscole, ma intanto sono io a doverci convivere. In fondo poco è cambiato. Da studente fallito con il pallino della musica sono diventato quello che ha avuto il colpo di culo; nella logica perversa e maligna della provincia, la mia fortuna potrebbe finire da un momento all'altro. E poi mi ritroverei qui, a uno e sei al mese, con in più le lezioni di recupero sul vero significato dell'esistenza. Per la gente di Pavia, per nonni e genitori, cantante lo diventi solo quando vai a Sanremo; per questo l'ho fatto, una specie di dovere. PROFESSIONE CANTANTE; anzi, cantautore, che come categoria non esiste, l'ho detto per scherzo alla tipa dell'anagrafe e lei me l'ha scritto sulla carta d'identità. In provincia si vive sempre con un'atmosfera da catastrofe imminente. I miei genitori mi hanno inculcato la mentalità del foglio di carta, come se con un diploma o una laurea si campasse meglio. Poi: «Fatti un tetto sulla testa, compra quattro muri perché da lì non ti sbatte fuori nessuno.» Ma in affitto non va bene lo stesso? Chi mi dovrebbe cacciare via? Dulcis in fundo, il posto fisso: «Impiegati là, perché non possono licenziarti». Fantastico, così mi tutelano come i russi sotto il vecchio regime, mi costringono a fare due stronzate in croce, sempre e solo quelle, mi obbligano a sbattermene e a lavorare il meno possibile. Se proprio mi costringessero a fuggire da Pavia, come alternativa sceglierei New York: o la provincia o il delirio! Anche Londra non mi dispiacerebbe, per il suo passato, la Bat Cave del primo dark, locali del genere. Eviterei il sole, perché sono un finto albino e mi scotto per un niente, e il mare. Primo perché non so nuotare; secondo perché odio la vita da spiaggia, con i suoi sacri rituali, vagamente glamour. Dai, in fondo qualsiasi posto freddo e umido mi andrebbe bene. Oggi il trentenne, quello della nostra generazione, rischia di beccarselo nel culo da tutti. Può persino innamorarsi di una prostituta albanese da sbarco, per

redimerla. «Poverina, deve pur guadagnare. Però con me è diverso. Mi vuole bene, sul serio.» In cuor suo sa che non è vero, tutte palle, ma finge di crederci. È terrorizzato. Esce di casa e non sa quel che trova. L'altro giorno incontro un amico, bravissimo musicista e figura storica del punk pavese, felicemente sposato. «Hai cinque minuti?» mi chiede con la faccia sconvolta. Okay. Andiamo al Dante. «Cazzo, sono nei casini» continua. «Come mai?» «Mi è nata la bambina.» «Figa, sono contento.» «Sì, anch'io. Però devo lasciare mia moglie.» «E perché?» «Max, mi sono innamorato di una tipa, una giovane. L'ho sedotta io, ho preso io l'iniziativa.» «Ma che stronzate racconti? Hai trentanni...» «Sì, infatti poi le ho detto che non se ne faceva niente. Ma ieri è venuta a trovarmi.» Era disperato. In balia di una ragazzina, che magari per gioco, magari per sfizio di provare con l'adulto... Finché queste storie capitano al colletto bianco con la tipa del commerciale, a uno che parte già da certezze sbagliate, vabbe', lo si può capire; ma a un musicista, a un creativo vero, all'apparenza scafatissimo... Cristo. Sarà che le sedicenni di oggi sono delle macchine da guerra; a una triturazione e associazione delle informazioni, uniscono processi elaborativi molto più sottili di qualsiasi venticinquenne. Per noi del Sessantasette e dintorni la vita è un tunnel degli orrori. Esiste un gap enorme tra quello che ci hanno sempre promesso tutti, dalla scuola ai genitori, e ciò che ci troviamo davanti. Un delirio, un'operazione senza anestesia. Quando andavamo alle medie, i professori: «Scegliete l'indirizzo giusto, seguendo i nostri consigli, e sarete a cavallo». La foto di Pertini o - prima - di Leone appesa sotto il crocefisso, la carta geografica dell'Italia e dell'Europa attaccata vicino alla lavagna: un insieme di immagini che ci dava l'impressione... anzi no, la certezza che qualcuno stava pensando a noi, al nostro futuro.

Alle superiori, liceo o istituto tecnico: «Forza, che tra qualche anno andrete all'università/comincerete a lavorare. Comunque, vi potrete mantenere da soli». Milioni di sogni ci entravano in testa: l'automobile, la fidanzata, il posto in banca o chissà dove. Bene, usciamo dalla scuola e scopriamo che nel frattempo il meccanismo ha fatto CRAC. Nessuna certezza; neanche una fede politica, a mo' di antidolorifico. Niente di niente. Le promesse... e quali promesse? Come una volta risposi a un giornalista che rimproverava il carattere eternamente adolescenziale delle mie canzoni: «Ti sei guardato in giro? Sai che a volte quella di non crescere è una necessità? Ammesso di avere i soldi per sposarsi, hai idea quante coppie della mia età divorziano? Come mai? Se continua così i pezzi degli 883 rimarranno ancora attuali per i quarantacinquenni della mia generazione, seduti al bar con un mazzo di carte». L'età delle responsabilità, della famosa maturità, arriva solo quando acquisti un ruolo preciso all'interno della società. Altrimenti, zero. Oggi non esistono, almeno per noi, le condizioni per crescere. Torniamo al passato: «Da grande troverai un lavoro che ti piace, incontrerai una ragazza carina, ti sposerai, avrai dei figli, ma - attento! - dovrai credere in te stesso, rimanendo fedele a quello che eri». Una bella favola, a posteriori, ma anche un processo costante che spinge a maturare. E invece no. Attorno a noi, sembra essere cresciuto solo chi ha fatto «il grande salto»; chi ha capito - dice lui - come gira il mondo, rinnegando le convinzioni di un tempo. Poi magari lo si vede al bar, mogio mogio, si scopre che ha divorziato, divisione dei beni, «però la casa non gliela smollo, a quella puttana!», figli usati come ostaggi, e via così. Viene spontaneo chiedersi: «Bisogna fare questa fine?». La risposta è fin troppo facile: se hai una compagnia giri con loro, se sei da solo ti rinchiudi in te stesso e speri in Dio, in un cambiamento. E aspetti. Io, con un lavoro che mi soddisfa, rispetto ad altri ammetto di avere una fortuna della madonna. Però, lo ripeto, per vivere necessito di anticorpi con i controcoglioni. Noi trentenni rischiamo di essere fottuti anche dai ragazzini, soprattutto sulle tecnologie avanzate. Forse nascono con il cervello già demolito dalle radiazioni; fatto sta che a tredici anni sanno già tutto di computer e compagnia, parlano

decentemente l'inglese, e in una sfida sul loro campo multimediale ci stracciano dieci a zero. Fortunatamente in qualcosa ci salviamo. Un dialogo con un sedicenne, un mostro di programmatore: «Allora, tu che sei bravissimo: vorrei un sito internet, con il Java, la chat...». «Nessun problema.» «Ecco, sì, ma mi piacerebbe conferirgli un aspetto, una grafica, un impatto...» «Eh no, mica è il mio lavoro. Qui devi prendere un designer.» E lì capisci di averlo inculato; perché il designer sarà sempre e comunque un creativo, uno dei nostri. Il sedicenne sarà pure bravissimo a smanettare un Pentium, ma non andrà oltre, quasi gli mancasse un file del database. Tiri un sospiro di sollievo. Almeno da questa, ti dici, riuscirò a uscirne vivo. I rapporti con l'altro sesso... nel senso letterale dell'altro sesso: un'esperienza traumatizzante. lo e un mio amico eravamo da una compagna di classe, normali, tranquilli. Facevamo le elementari, terza o quarta; per noi esistevano solo i fumetti, i soldatini, Big Jim e Big Jeff. Che bello, quello era vivere, chi pensava al resto! Di botto, ci trovammo calati in un incubo. La padrona di casa si era sfilata il kilt e le mutande, mostrando soddisfatta una roba strana, persino un po' disgustosa, senza un pelo uno... Un delirio. Scappammo via spaventatissimi, giurando di non raccontare niente a nessuno. Il fattaccio si ripropose l'anno successivo, nei bagni di scuola, con un'altra ragazzina; tutti che correvano a vedere, tranne noi che ci guardammo bene dal ripetere l'errore. Solo a immaginarla, quella roba, ci cagavamo addosso dalla fifa. Vabbe', sia come sia, passai buona parte dell'infanzia a temere la... che non è una paura del tutto infondata; forse già avevo colto il potere magico, ma distruttivo, dell'oggetto in questione. Da ragazzi, in compagnia, usciva con noi quella appena sfidanzata, per divertirsi e farsi passare il malumore; si andava in discoteca, dove lei magari ribeccava il tizio, qualche parolina dolce e si rimettevano insieme. Poi si mollavano e, a distanza di due-tre anni, la tipa tornava con noi. Da qui il rischio di essere sempre e solo l'amico simpatico e cazzone. «Sai, sei davvero divertente.» «Sì, però se scopassimo mi farei anch'io due risate.»

Cose così. Allora la buttavi sul finto sociologico, sul fatto che non frequentavi gli ambienti giusti, sì, d'accordo, la discoteca, ma meglio la Motonautica, il Circolo Canottieri, il fottutissimo tennis club. La ragazza carina sapeva - e sa - di esserlo, anche se, quando glielo dici, sicuramente ti risponde: «Io? Davvero?». Roba da prenderla a schiaffi. Non poteva - e non può - considerare te, creatura da bar di provincia, il punto d'arrivo; al massimo un approdo sicuro dopo la tempesta. Esistono le eccezioni. «Tappetini nuovi, arbre magique»: connubio fantastico a significare un rapporto con l'altro sesso diretto, sincero, senza promesse né da una parte né dall'altra. Senza le mitiche fasi di passaggio: il rituale d'avvicinamento, l'assidua frequentazione, il bacio con lingua, e poi, poi, poi, FORSE... poi. Invece, una storia semplicissima: Pavia, agosto del Novantadue, un torrido nulla, dieci persone in centro, aperto solo il Mulino, io e Cisco piazzati lì assieme ad altre due. Per puro caso. Un accoppiamento come nella stagione degli amori, come quando il cinghiale entra in calore; in un preciso periodo dell'anno, da non sgarrare, già a settembre non sarebbe successo niente. La donna è l'elemento più disgregante che esista. Oh, parlo di esperienze personali, di casi specifici; non voglio generalizzare. Allora: lei vuole farti diventare l'uomo dei suoi sogni, a tutti i costi, eliminando gli aspetti caratteriali «negativi». Con gente come noi, cresciuta all'interno di una compagnia, è già una bella impresa. Prima bordata femminile: «Solo i deboli hanno bisogno del gruppo». Ma 'vaffanculo, ficcati tu in certi casini e poi prova a uscirne da sola, se ti riesce. La compagnia è un porto sicuro, un'oasi felice dove puoi essere quello che sei veramente, circondato da persone che ti conoscono non da tre mesi, ma da quindici anni, minimo. Dispongono, per usare termini medici, di un'anamnesi completa; non ti vengono a dire «oggi mi sembri sano», possiedono una cartella clinica spessa così con sopra scritto il tuo nome. Con loro, le maschere non servono a niente. I trucchetti non funzionano; non ti metti a fare il figo solo perché sei diventato un cantante di successo. Ti conoscono da troppo tempo. Puoi anche essere un premio Nobel, ma verrai trattato alla pari; anzi, come il deficiente che andava in giro con il motorino smarmittato. E, nei limiti, è giusto che sia così. Se i tuoi amici parlano di calcio o di politica o di cazzi vari, la tua opinione vale

quanto la loro; mica sai tutto della vita. Al massimo di dischi, di canzoni, okay, ma della vita no. Sui problemi reali sei costretto a confrontarti ogni singola volta. La donna teme i sentimenti forti che non la vedono protagonista. Non riesce a capire come tu possa provare affetto per un gruppo di deficienti o perché diventi deficiente quando sei nel gruppo. Insomma: «O me o...». Ho verificato sul campo che quando una ragazza ha deciso razionalmente, troppo razionalmente, di farla finita, da quel preciso istante TU NON ESISTI PIÙ. Magari tu continui a menartela per anni, a starci male, a dannarti, mentre lei ci tira sopra una bella riga ed esce con uno completamente diverso da te. Il gruppo, invece, non lascia mai a piedi nessuno. Altra frase storica: «Il vero uomo deve partire da solo e affrontare il viaggio come Ulisse». Ma quale Ulisse?!?. Se poi è una donna a fare da timoniere su acque in burrasca... Oh, ma cosa hai combinato nella vita per saper governare una nave? Chi ti ha dato il brevetto? Appena ti gira, cambi rotta, mai una uguale all'altra, nord sud ovest est. Sopra la barca ci voglio tutto il gruppo, un bravo marinaio ci sarà; almeno si va dritti per la propria strada e non si rischia d'affondare. La compagnia di amici è insostituibile quando lei ti molla. Non verrà mai più salutata da uno del giro, anche se fino al giorno prima si passavano le giornate insieme. Questo è il gruppo; non il «sì, l'ho saputo, è brutto, sfogati, racconta» ma: «Tizia non c'è più? Ah. Andiamo al ristorante». Nessuno vuole sapere com'è andata, di chi è la colpa. Se avrai bisogno di un aiuto, basterà chiedere; altrimenti stop, fine della storia. Proprio questa chiusura costituisce l'unico meccanismo di difesa della compagnia: siamo un piccolo mondo sereno e vogliamo restare tale; qui le cose funzionano in un certo modo, giusto o sbagliato che sia. Poi chiaramente c'è il «traditore», si rimane in meno, scatta implacabile la dura legge del gol... ma i pochi che rimangono sono la vera squadra. Essere in cinque o in mille funziona nello stesso modo: cinque membri permanenti con diritto di veto, più gli altri a rotazione. Va bene ugualmente, almeno sai che da lì l'inculata non ti arriva; anzi, che su certi valori fondamentali, all'interno del gruppo l'inculata proprio non esiste. Non credo più alla figura dell'uomo all'antica, dell'animale che di sera esce e va in giro a trombare. «Altolà, so come trattare la creatura, riesco a non farmi coinvolgere.» Magari il quarantenne, il cinquantenne, ancora ancora... ma gli

sfigati della nostra generazione si sono inculati da soli, irrimediabilmente. Comprensivi, carini, sensibili, riuscirebbero a innamorarsi perdutamente di un travestito di Buenos Aires. Basta una parola che si commuovono; è sufficiente una frase giusta per condizionarli, manipolarli al di là del bene e del male. Sono capaci di sentirsi terribilmente in colpa nei confronti della fidanzata solo perché la mattina hanno bevuto un caffè macchiato al posto del cappuccino. Un delirio. «Perché non mi parli più alla sera prima di addormentarti? Stai pensando a qualcun'altra.» Cristo, non sto pensando a nessuno, ho semplicemente gli occhi stanchissimi, mi ha tagliato la strada un camion ungherese che se non frenavo di colpo mi mozzava il muso dell'auto con il rimorchio. «Vabbe', ho capito, non mi ami più.» E qui o sopporti lo stress, fingendo di interessarti a ogni piccolo problema, stando attento a ogni presunta mancanza, o lasci perdere. Per una serie di motivi difficilmente comprensibili, le ragazze hanno una netta divisione mentale tra amici e partner: una convinzione diffusa che, da tormentone da bar, è diventata regola matematica. Da anni le donne vanno in giro a sostenere che bisogna superare la vecchia logica del corteggiamento, dei ruoli prestabiliti, del concedersi e del negarsi. «Noi» giurano «desideriamo in primis il dialogo; quindi, senza amicizia, il legame non può nascere.» Tutte stronzate, con relativa inculata. Se ti apri fin da subito, iniziando a parlare di te, svelando anche i tuoi lati oscuri, è finita; scoperto ogni segreto, alla donna non interessi più come possibile fidanzato. Al massimo, sarai un ottimo animale da compagnia. «Meno male che ci sei, meno male che ti ho trovato»: già, perché TU hai il telefonino sempre acceso, mentre il vero macho misterioso lo tiene regolarmente spento. Giustifichi il tuo errore con un generico: «Okay, andiamole incontro, tastiamo il terreno, facciamoci conoscere e poi...». Sbagliatissimo. Non scoprirai MAI la sua parte debole, o «vera»; solo quella ufficiale. O meglio: lei ti racconterà le sue debolezze che UN ALTRO, meno deficiente o meno «partito», ha saputo sfruttare. Se sei l'amico della regola, ancora con qualche speranza di combinare, soffri come un disperato: non esiste dolore più grande che ascoltare la sua vita lontana da te.

La confessione nasce dal bisogno di giustificarsi. La donna ha una paura incredibile di venire considerata: a) leggera; b) sensibile ai piaceri della carne, e basta; ó responsabile di un qualsiasi errore. Non ammetterà mai: «D'accordo, ho sbagliato, mi sono comportata da stronza». O, nel caso, aggiungerà subito: «Però sono stata costretta». Una causa esterna, gravissima, esiste sempre. Spesso assume la forma di un ex fidanzato. Bastardo come pochi. Se comincia a parlartene, bloccala, scappa o sei fatto. Corri il rischio di diventare una specie di shuttle, di navicella emozionale che lei piloterà pervenire trasportata da un brutto passato a un futuro migliore (ma non con te). Prima di ripartire per il mare Ho degli incontri occasionali, sei la baia tranquilla; non rompi, stai buono, la ascolti, e soprattutto non chiedi niente in cambio. «E pensare che ero innamorata di lui; che figlio di puttana!» Dopo una simile frase, si rischia di scendere all'infimo livello dell'infamone, capace di sostenere che sì, i maschi sono autentiche merde, che i pregiudizi nei loro confronti sono verissimi, che sono esseri capaci del peggio... tutti, tranne te. Oppure: «Non che io sia tanto meglio; ma con una come te sarebbe vergognoso comportarsi da bastardi». Non ti viene da chiederti perché lei metta in piazza affari privati, o perché se la prenda così tanto per un figlio di puttana (sono parole sue). Ormai sei diventato «l'amico delle donne», con un quadro della vita sentimentale assolutamente sballato. «Guarda, scusa, mi spiace affrontare argomenti così, ma se non li racconto a te che sei UN AMICO... Pensa che un mese fa, dopo aver fatto l'amore, Giorgio non mi ha più parlato; anzi, gli è suonato il telefonino, ha risposto, è andato a chiacchierare nell'altra stanza e io sono scoppiata a piangere. Che figlio di puttana!» A questo punto ti immagini l'orribile scena, senza pensare cosa ci sia di vero. Vieni preso dall'insana voglia di spaccare la faccia all'ex, urlando: «Non meriti di vivere! Dovrebbero fucilarti! Trattare così una... una...». Magari scoprirai, dopo mesi, che mentre lei si sfogava c'era un terzo che si godeva lo spettacolo; con il quale poi si è messa, grazie a te. «Sai, ti devo proprio essere grata dell'esperienza passata insieme, mi è servita tantissimo e ora sono contentissima.» Ma che cazzo di esperienza, mediti; e solo lì, forse, alla fine, capisci.

Credo che a tutti noi sia capitato, prima o poi, di recitare in uno di questi ruoli, magari anche a turno: l'amico, il Giorgio e il nuovo fidanzato. Nessuno ci guadagna, comunque, lo dico per esperienza personale. Non l'amico, che brucia neuroni per stare attentissimo a ogni mossa di lei, poi va dritto al bar smadonnando e bestemmiando come un turco. Non il Giorgio, che si deve sopportare le menate della ex, i suoi rinfacci, le sue invenzioni. E neppure il nuovo fidanzato, messo di fronte a paragoni continui con «uno che, sai, mi ha voluto tanto bene, SENZA PRETENDERE NULLA IN CAMBIO; mica cercava solo di farmi su, come te. Se poi da amico diventi «il» ragazzo, i casi sono due: 1 ) ti va da Dio (mai capitato) e instauri un legame stupendo (idem); 2) è un inferno, con lei che - abituata al corteggiamento d'assalto a cui ti ha costretto, con il suo negarsi, il fingere di non capire - ti mette in croce per ogni presunta caduta d'interesse nei suoi confronti. «Ma come, prima mi telefonavi anche il pomeriggio, adesso basta? Sono delusa. Sono amareggiata. Sono diventata un oggetto. E tu sei freddo. Sei scostante. Sei diverso.» Sì, certo: sei diventato il Giorgio. Allora, misoginia o no, mandi tutto e tutte a cagare, che te ne frega, se devi farti il culo con 'ste strategie è meglio un gioco di ruolo. Almeno rischi di vincere. Uno perennemente incasinato con le donne è l'impiegato, il mitico colletto bianco a cui hanno fatto credere di essere due spanne sopra la classe operaia, quasi un creativo. In realtà guadagna meno di chi vernicia le scocche della Cinquecento, però è convinto di costituire un meccanismo fondamentale dell'azienda. Già le certezze di base sono sbagliate, figuriamoci il resto. Una conversazione tipica: «Sono in crisi con mia moglie...». «Come mai?» «Non ne sa niente...» «Di che? Che siete in crisi?» «No... fine...» sai, dove andiamo a mangiare a mezzogiorno c'era una dell'amministrativo... no, del commerciale. Uno sguardo, una sensualità... Alla

Nota bene: questi due non stanno ancora chiavando, forse mai lo faranno, ma lui è già sulle spine, lui già se la mena. «Ha un marito. Però abbiamo avuto modo di parlarne in ufficio: non è soddisfatta del suo rapporto. Si è sposata molto giovane, e io lo capisco, solo che adesso... non so, con mia moglie...» «Allora avete combinato, vi siete fatti un weekend da qualche parte?» «No, ma si vede che a me ci tiene. Quando ci troviamo verso l'una e tre quarti, dopo la pausa pranzo, a prendere il caffè alla macchinetta, lei arriva già con due tazzinette Lavazza. Capisci, DUE, pensa sempre a me...» Altro guaio: il mito del principe azzurro. Molti genitori fanno crescere le figlie meglio se carine e intelligenti - con una favola: «Quando diventerai grande, troverai un uomo bello, simpatico, gentile e pure ricco». Le disgraziate trascorrono l'adolescenza con questo ideale; il resto può essere stranezza, trasgressione, divertimento. Anche il fidanzatino così al volo, con cui si esce tre volte, grande emancipazione, soprattutto i primi anni universitari. Però, l'uomo della vita DEVE essere il principe azzurro. Ora, arrivi tu e non puoi competere con questa mitica figura. A ogni modo, vieni scelto e sottoposto a una prova; anzi, a una serie di prove, per verificare quanto ti avvicini a un personaggio da favola, frutto di fantasia. Il passo fondamentale è l'approvazione dei genitori di lei: quasi il marchio di qualità della comunità europea. Se talora ci si umilia con la propria ragazza, figuriamoci con i suoi genitori. C'è chi si veste come mai si sarebbe sognato nella vita. Ci si mette in mostra, ma non troppo, perché, cioè no se poi si fanno un'idea sbagliata? Diventa un casino! Allora: look sobrio ed elegante, cercando di intuire i gusti della padrona di casa. Il potere è della mamma, chiaramente e ineluttabilmente. L'accoppiata fidanzata/madre della medesima può portare alla pazzia; le due, messe insieme, hanno licenza di uccidere. Il padre invece, soprattutto se le figlie sono tante, è di massima un rincoglionito con nessun potere all'interno del nucleo familiare, convinto di avere un ruolo fondamentale quando in realtà conta meno di un soprammobile. Quindi, si capisce quanto sia importante farsi su la mamma. Ti escono complimenti squallidissimi («una pasta al forno così buona... una cuoca perfetta...») e ricevi risposte altrettanto orripilanti («oh, sul serio... comunque mia

figlia ha preso da me...»). Per capirci, una conversazione che ti rende subito nervoso. In quel preciso istante scatta l'istinto atavico di autoconservazione; devo uscirne vivo, continui a ripeterti. Però tutto sembra strano, i muri, i mobili, ti senti prigioniero di non sai cosa; vivi un'esperienza un po' alla Shining, magari noti un'orribile cornicetta di peltro e mediti che la tua fidanzata ha passato ventitré, ventiquattro, venticinque anni con quella merda davanti agli occhi, senza aver mai avuto il coraggio o lo spirito d'iniziativa di buttarla nel cesso. Uno non può vivere con tali schifezze dentro casa e restare normale, pensi, e allora ti spari dei film allucinanti modello Nightmare. Il massimo è quando dalla sala da pranzo ti sposti alla cameretta dove lei vive o viveva, che è rimasta identica negli anni. I genitori te la mostrano ghignanti per confermare che appartiene ancora alla loro bambina, che bambina non lo è più da secoli. Allora, Perché ci sono ancora pupazzetti, peluche e Poster di cantanti? Perché papà e mamma e figlia li conservano religiosamente? Per farti sentire in colpa che stai approfittandoti dell'angioletto del focolare? Tutti siamo cresciuti; anch'io avevo Big Jim, ma non lo tengo lì in bella vista. Il gelo aumenta e, a questo punto, per difenderti puoi solo mostrarti assolutamente asessuato, privo di volontà e di qualsiasi barlume d'intelligenza. Devi ridere a qualunque stronzata, andando in automatico, senza problemi, sudando e basta. Ancora peggio quando vieni trattato come Essere Umano Alla Pari: una commedia atroce. Bisogna stare attenti al genitore così democratico da uscirsene con un «dormite pure insieme, ragazzi», mentre gli scocca negli occhi un sottinteso «se stanotte sento il minimo rumorino sospetto...». Così passi quelle nottate terribili, con lei che chiede: «Non mi dai neanche un bacio? Guarda che loro non si incazzano». E tu: «La pasta al forno era ottima, ma adesso mi sta tornando su», magari pure ad alta voce, per far capire che non sta succedendo nulla. Una tragedia unica. Il genitore democratico: «Tranquillo, vieni pure a colazione in pigiama, io, con loro, mostrarmi così? Fossi scemo. E allora ti presenti in giacca e cravatta alle nove in punto; altrimenti ti sentiresti indifeso. Se sottostai all'umiliazione del pigiama, addio, papà e mamma di lei diventano i futuri suoceri: un'esperienza da non augurare a nessuno.

Qui sta il punto di non ritorno, da dove tutto è in discesa. Il padre democratico tenterà di comportarsi da amicone, considerando che un giorno potrai schierarti dalla sua parte contro la moglie. Però ti guarderà sempre con un misto di superiorità e diffidenza, perché comunque gli rubi la bambina, il suo fiorellino. La bambina? Il fiorellino? Ma se quella magari ha fatto di tutto ancor prima di conoscerti. Il genitore, bastardo, finge di non saperlo, anche se sulla tua fronte sta scritto a caratteri cubitali io – mi – sono – scopato – vostra – figlia – prima – del - matrimonio. Così, soprattutto con i meno democratici, partono gli «eeehh, voi di adesso, tutto subito, sesso subito». E ancora: «Vedi quando le cose sono fuori posto cosa succede? Si divorzia, poi i figli crescono male». Ma quali figli? Tu vorresti essere già in auto, a centottanta fissi, diretto verso un posto qualsiasi, ma lontano anni luce. «Sai, mi raccomando, noi ti abbiamo accolto in casa, io ero un po' contrario perché a me queste robe non piacciono.» Ma pensa! E di nuovo: «Diamoci del tu, visto che mia figlia è convinta che tu sia il tipo importante. Devi avere intenzioni molto serie». Intenzioni molto serie? Ma devo già dichiararlo adesso come la buca del biliardo? Provo a buttarla dentro, però siamo in netto anticipo. Magari le famose intenzioni le hai pure, ma lì, preso dal panico... Ritorniamo alla bambina, al fiorellino, all'angelo del focolare. Nessuno considera che anch'io potrei essere prezioso nel mio piccolo? Cioè, devo essere una merda? Comunque la rigiri, arrivi sempre al punto: «Adesso sta a te dimostrare di essere all'altezza». Ma scusa, non dovrebbe essere anche un po' il contrario? Non dovrebbe essere pure lei a dimostrare di essere alla MIA altezza? Ribaltiamo la situazione. Il padre di un figlio maschio, arrivata la fidanzata, comincia a dirle: «Aaaah, lo so che gli fai quei lavoretti lì, io non voglio saperne nulla, però una volta non era così. Voi pensate di andare da 'sti bambini qua e succhiarveli fino all'osso». Lei come si sentirebbe? A parità di età, statisticamente, è molto più probabile che abbia cominciato a fare sesso prima del maschio. Cioè, se io mi sono addentrato nei meandri del delirio a diciott'anni, la mia X a sedici probabilmente era espertissima. Tant'è vero che la storia dell'uomo quale sommo depositario dell'arte sessuale è una cagata pazzesca. Probabilmente, le classiche reazioni alla «è stato bello» potrebbero

trasformarsi in «senti, deficiente, ti devo spiegare un paio di questioni fondamentali». Se non succede (non in maniera tanto schietta), è giusto perché lei capisce che determinati «atti» dipendono da un fattore psicologico; niente erezione, niente scopata. A parte che poi si scoprono robe allucinanti; tipo che quando diventi il fidanzato presentato in casa, serio, regolare, improvvisamente certi giochini risultano sgraditi. «Mi piacerebbe che questo e quest'altro lo facessimo solo quando...» Scusa, in che senso? Quando... quando? Esiste un momento preciso? Tra l'altro sai benissimo che con Tizio e con Caio, prima di te, orge selvagge. Se ti azzardi a chiedere spiegazioni... sei un cafone. Comunque ero giovane e non capivo bene. Ora mi sento responsabile..» E la stoccata finale: « È solo perché ti amo davvero che faccio...». Naturalmente, con il tono di: MI ABBASSO a fare... non esiste via di uscita. La donna nega di provare il trasporto dei sensi, ammettendo solo la potenza del sentimento. Ipocrisia pura. Anche per questo motivo è raro che capitino i discorsi alla «senti, deficiente...». Si scoprirebbe troppo. Talvolta le mie canzoni ricordano i fumetti, fin dal titolo o dalle copertine dei dischi. Adoro quel mondo di carta.

Vai di hit parade personale: primo posto assoluto a Rat Man di Ortolani, popolare e alternativo al tempo stesso, nonché capace di farmi letteralmente schiattare dalle risate. Fantastico, insuperabile. L'antieroe per eccellenza. Secondo: Preacher, per le sceneggiature di Garth Ennis, surreali, grottesche, violentissime e malinconiche. Ennis è formidabile, compro qualsiasi fumetto scritto da lui, non rischia MAI di deludermi. Terzo: Batman, nelle varie incarnazioni, da quella anni Cinquanta alla gotica, anche se ultimamente i supereroi mi hanno rotto i coglioni. Un tempo adoravo l'Uomo Ragno, i classici Marvel dei Settanta; adesso, come si lamenta un amico che ha un pub: «I cloni, ma che cazzo li hanno messi a fare?». Un delirio per spillare soldi al lettore con mille versioni della stessa pappa. Come

la saga dell'Arcano, un bel giramento di palle; che poi 'sto Arcano è un tamarro con la camicia aperta fino all'ombelico, roba che vestito così lo caccerebbero via a pedate persino dal Baxter Building dei Fantastici Quattro. E tu vorresti conquistare l'Universo? Ma dai! In fondo, in ordine sparso: il Corvo, gran figata, parecchio tenebrosa. Lobo, che se esistesse sul serio saremmo probabilmente amici. Il Punitore, versione impazzita del Giustiziere della notte, capace di giurare: «No, non ti ammazzo» e poi, BANG, in piena fronte. Parecchi anni fa, io, Repetto e Tito Turbina (tastierista futurista: un folle, una vera «scorreggia impazzita») ci divertivamo a creare supereroi assolutamente inutili, tipo l'Uomo Bottone o stronzate così. Bei tempi. Il megacriminale che si trova davanti l'Uomo Bottone: «Cazzo ci combino con questo? Devo mettermi a combatterlo?». Insomma, povero cristo, spiazzatissimo. Già che ci siamo, continuiamo con altre letture che bene o male mi hanno influenzato, forse anche inconsapevolmente. Ultimamente mi è piaciuto un casino Bastogne di Enrico Brizzi, per la sua voglia di ripescare e reinventare l'universo pazzo e maledetto degli anni Ottanta. Prima, da adolescente, tutto Baudelaire, I fiori del male e il resto, i decadenti francesi, parecchio Charles Bukowski. E molto Stephen King, che seguo tuttora: lo scrittore dell'orrore quotidiano, un maestro, che tra un secolo studieranno all'università. Fissazioni personali a parte, nei miei dischi non offro la soluzione di niente. Non mi azzardo a dare risposte. Racconto solo la mia vita. Se qualcosa mi fa ridere o mi diverte o mi interessa, ci scrivo su un pezzo; magari metterà di buon umore o comunque colpirà chi l'ascolta. È un attimo, uno spicchio di esistenza colto al volo. Per usare un felice neologismo di Claudio Cecchetto, parecchie mie canzoni sono constatative; cioè, fotografie della realtà scattate da una precisa angolazione. Quando invece sono in crisi o sto male per i cazzi miei, l'affare è più complicato. La creazione diventa un mezzo per tentare di capire che diavolo è andato storto. Non posso sapere tutto della vita, non sono un genio; altrimenti farei il premier, o mi improvviserei Dio, invece di stare negli 883. Non mi metto a tavolino pensando: okay, il problema è questo, adesso lo risolvo in due note e quattro parole. Magari devo arrivare fino al fondo di una canzone per scoprire: e se fosse proprio così?

La riflessione più ampia, profonda, capita quando c'è di mezzo l'emozione, il sentimento. Da una parte la donna, che dovrebbe essere più di un amico e quasi mai lo è; dall'altra le insicurezze, i dubbi, le paure. Stendo tutto ben chiaro sulla carta, con calma, per mettere ordine nell'incredibile caos che ho in testa. Era il 1994. 17 luglio. Forse una domenica. Una calda e afosissima serata estiva. Ricordo tutto come se fosse accaduto ieri. Tutti i bar, a parte quelli con il megaschermo, erano chiusi. Nella città regnava un silenzio irreale. Non un'automobile, non un passante, solo il ronzio delle zanzare e la lontana eco di televisori sintonizzati tutti sulla stessa trasmissione. Al Rose Bowl Stadium di Los Angeles, California, l'Italia stava giocando contro il Brasile la finale del Campionato del Mondo di calcio. La Coppa del Mondo era lì, potevamo toccarla. La volevamo disperatamente. Ma il sogno di chi, come me, aveva assaporato nel 1982 la meravigliosa sensazione di essere Campioni del Mondo, si sarebbe scontrato con la drammatica realtà dei calci di rigore. Dopo 90 minuti di tempi regolamentari e 30 di supplementari, dopo due interminabili ore di gioco, il risultato era fermo sullo 0-0. Cominciammo malissimo. Iniziò lo stillicidio il grande Franco Baresi, si portò nei pressi del dischetto, tirò... e sbagliò. Il mondo sembrò crollare addosso a milioni di tifosi Italiani, la più cupa angoscia ci avvolse fino quasi a strangolarci. Ma subito dopo avvenne il miracolo il Mitico, l'Assoluto Gianluca Pagliuca intuì la traiettoria Inferta al pallone da Marcio Santos, e come una pantera si avventò sulla sua preda: parò il rigore! Si ricominciò a vivere. Si ricominciò a sperare. Per poco. Il tiro parato a Daniele Massaro e il successivo incredibile errore dal dischetto di Roby Baggio posero fine ai nostri sogni di gloria. In quel periodo veniva al bar una coppia; erano molto affiatati, sempre mano nella mano, a volte persino un po' eccessivi nelle dimostrazioni di affetto reciproco: spesso andavano addirittura in bagno insieme, e a noi della compagnia era venuto il dubbio che fosse a causa di qualche strana perversione feticista.

Probabilmente andavano a limonare e basta, ma si sa, al bar tutto viene ingigantito... Comunque questi due avevano deciso di andare a vedere la partita con gli amici a casa di un tizio, sul lago Maggiore. Splendida cornice lacustre/prealpina, ma soprattutto niente afa e niente zanzare. Ma, appena arrivati sul posto, lui si accorge che la fidanzata si comporta in modo strano: lo tiene a distanza, evita di stare sola con lui, e gli dimostra una costante insofferenza. Chissà, pensa il malcapitato, probabilmente non vuole che le stia troppo addosso davanti a tutti... La pesante verità gli sarebbe stata rivelata solo nell'intervallo tra il primo e il secondo tempo. Lei si avvicina a lui e, con un'espressione pericolosamente in bilico tra la tenerezza e il disagio, gli chiede di seguirla in cucina. «Sai, è da tanto tempo che volevo dirtelo, ma non volevo farti soffrire. Non volevo rovinarti la serata. Solo che vederti qui, seduto accanto a lui... mi sono sentita un verme, non potevo andare avanti con questa farsa. Da un paio di settimane ho una relazione con Tizio, sì, proprio lui, il padrone di casa; la storia tra me e te non poteva più continuare, ecc. ecc, non pensavo fosse una cosa seria, ecc. ecc, lui mi fa sentire, ecc. ecc, però tu e io restiamo comunque amici, ecc. ecc, non dimenticherò mai il nostro rapporto, ecc. ecc, tu per me sei stato molto importante, ecc. ecc. ecc..». Disperato, il neo-ex fidanzato esce di casa, sbatte la porta e non saluta nessuno. Trova solo la forza di raggiungere una panchina sul lungolago. Si siede. E inizia a piangere a dirotto. Le immagini dei momenti trascorsi con lei gli passano davanti come se fossero un lunghissimo film, e con loro passano i minuti, e i quarti d'ora e le mezz'ore. Lui piange, singhiozza, piange, singhiozza. Un signore sulla cinquantina, unico passante, attraversa la strada deserta che costeggia il lago, gli si avvicina, lo guarda dritto negli occhi umidi, lo abbraccia forte e, con la voce rotta da un recente pianto, gli sussurra: «Fatti forza ragazzo, purtroppo la lotteria dei rigori è così!».

You're Reading a Free Preview

Download
scribd
/*********** DO NOT ALTER ANYTHING BELOW THIS LINE ! ************/ var s_code=s.t();if(s_code)document.write(s_code)//-->