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GERTRUD von LE FORT

IL LINO DELLA VERONICA


(Das Schweisstuch der Veronika) STAMPATO IN ITALIA - MCMXXXVI

NOTA La baronessa Gertrud von Le Fort e oggi una delle maggiori e pi note scrittrici cattoliche non solo di Germania, ma d'Europa; e forse, in Germania, la pi significativa. Nel 1925 si convert alla fede cattolica, dal protestantesimo; (i suoi antenati erano ugonotti esuli dalla Francia), ed in quel periodo che ha inizio la sua attivit letteraria con un volume di versi: Inni alla Chiesa. Segue una serie di opere narrative: Il Lino di Veronica, Il Papa del Ghetto, L'ultima sul patibolo, Il Regno del fanciullo. Quest'ultima una leggenda d'introduzione a un grande libro sulle tre corone: la corona argentea, la corona ferrea, la corona aurea. Ma una delle pi importanti opere della Le Fort, quella che ci d la misura piena della sua personalit e del suo valore, e sopratutto della ricchezza e seriet della sua vita spirituale, un libro sulla donna: La donna eterna; la donna studiata nella sua essenza e nella sua missione. Varie sono le epoche in cui si svolgono i romanzi e i racconti della Le Fort, vari gli ambienti in cui i personaggi da lei creati agiscono. Ma, nella sua opera, l'epoca e l'ambiente contano in quanto hanno un'influenza sui protagonisti, sulle loro idee, sulle loro concezioni. Non sono la cornice entro cui si svolge l'azione: ma all'azione prestano una loro anima, cos che essa quasi necessariamente legata a un dato ambiente. Questo si nota sopratutto nel Lino di Veronica, per cui Roma non semplicemente uno sfondo sul quale vivono e si muovono dei personaggi, ma quasi parte integrante della loro vita e presta ali al loro pensiero e palpiti al loro cuore. Raramente in un romanzo stata resa con tanta potenza la grandezza della Roma cristiana, e il fascino secolare che essa esercita su quanti lavvicinano. Un filo d'oro lega tutta la produzione letteraria di questa scrittrice: ogni altro sentimento passa, ogni altro ideale svanisce come nebbia al sole: su tutto domina e su tutto canta il suo trionfo secolare la fede della Chiesa di Roma. L. L.

IL LINO DELLA VERONICA


La canzone della mia giovinezza fu quella di una piccola fontana romana, che versava il suo getto delicato nel bacino marmoreo di un antico sarcofago. Accanto ad essa ero stata trapiantata bambina dalla mia lontana Germania. L'alto palazzo, nel cui cortile la fontana sgorgava, innalzava la sua massa dorata dall'intrico ombroso delle stradine profonde e infossate del Campo Marzio, verso la soleggiata piazzetta di Santa Maria sopra Minerva. Dalle finestre della nostra abitazione si poteva vedere la facciata di questa chiesa, rigida e piena di mistero. Verso di essa guardavano le stanze della zia Edelgarda e di Giannina; il magnifico salotto della nonna guardava invece la maestosa rotonda del Pantheon, nel quale la Citt Eterna venera il monumento meglio conservato del suo passato glorioso. La disposizione di queste finestre, cos come essa mi appare oggi, non era priva di un suo significato pi profondo: mia nonna sosteneva di essere una pagana, mentre la zia Edelgarda amava essere considerata cattolica e la piccola Giannina lo era davvero. In un certo senso io crebbi dunque fra due mondi, che cercavano di giungere alla mia giovane anima, gi molto prima che io potessi averne coscienza, non solo in modo invisibile e spirituale, ma pure sotto forme viventi e nell'apparenza di cose grandi e potenti. Le mie finestre, invece, non guardavano n Santa Maria sopra Minerva n il Pantheon, ma le vellutate ombre di quel cortile nel quale, tra ogni sorta di palme, magnolie e delicati rampicanti, la fontana tesseva la sua monotona e dolce melodia. A notte ne ascoltavo il mormorio pieno di mistero fondersi alla morbida freschezza della luce lunare, e se mi rizzavo sul letto scorgevo il biancore del getto vaporoso, lanciato dritto al cielo come una piccola ala d'argento della terra nera per ricadere poi nel grembo da cui era nato. Sentivo con quella fontana un'intima affinit; talvolta mi veniva perfino l'idea che essa fosse la cosa a me pi vicina nel mondo. Poich, come l'acqua delicata e viva sussurrava sempre la stessa cosa, nel fondo di tutti i miei desideri sentivo sempre un unico richiamo, lieve ma invincibilmente pressante. Talvolta esso risuonava soave e misterioso come l'annunzio di una grande e beata certezza; talvolta invece oscuramente tormentoso, come un desiderio senza speranza; un giorno pesante come per stanchezza, quasi scorresse contro la propria volont; altre volte impetuoso fino a farmi paura. Non diceva mai il proprio nome, ma se gliene davo uno sembrava rispondere di no anche al pi bello che potevo ideare, anzi affrettarsi a passar oltre. E 'anche in questo assomigliava alla voce della fontana, e per me rimase sempre una melodia di cui evidentemente avevo dimenticato il testo.

Del resto nessuno me lo chiedeva. La zia Edelgarda, che temeva sempre di avvicinarsi alla sua anima, non si sarebbe mai piegata verso un'altra; Giannina aveva la maggior parte del suo tempo assorbita dai doveri quotidiani della nostra vita domestica; la nonna si apriva solo con gli amici e gli ospiti, tra i quali si poteva contare quanto di distinto, intelligente, colto e geniale conveniva a Roma dalla Germania. Ella si curava cos poco di me non a motivo delle sue inclinazioni alla vita di societ, ma per una ragione che riguardava la zia Edelgarda. Lo sentivo chiaramente. Simili impressioni in me erano sempre giuste, perch fin da bambina ebbi la strana capacit di conoscere, del mio ambiente, ci che di fatto ignoravo e questo non per riflessione attenzione, ma perch leggevo l'anima altrui quasi su di un mio schermo interiore, oscuro a me stessa. Perci Giannina, scherzosamente, mi chiamava piccolo specchio, nomignolo che mi rimase anche pi innanzi nella vita. Per essa mi chiamava cos soltanto quando eravamo sole, perch la zia Edelgarda si sarebbe leggermente corrucciata con me per il significato di quella parola e la nonna la disapprovava. Nonostante questa riservatezza, io credevo per sempre che la nonna mi amasse molto pi profondamente della zia Edelgarda; e perci fu lei che prese nel mio cuore il posto migliore fino al giorno in cui divenne il centro anche della mia vita esteriore. L'occasione venne dai due gatti grigi che mio padre in quel tempo ci mand dalla Germania. Sapevo che le bestiole, belle e mute, erario state l'ultima morbosa tenerezza della mamma morta, negli anni in cui, rinchiusa in una casa di salute e priva di ogni gioia, non sopportava pi nessuno. Io stessa non ricordavo pi mia madre; solo di tratto in tratto avevo l'impressione che si trovasse nell'ombra fredda di qualche luogo lontano e che vi aspettasse sempre mio padre, come poteva averlo aspettato dopo l'orribile attentato alla propria vita, che mi era stato rivelato da una conversazione tra la zia e Giannina. Qualche anno pi tardi, avendole ricordato quella conversazione, Giannina neg recisamente che lei e la zia avessero accennato al fatto della mamma in mia presenza; dovevo averlo appreso nello stesso modo misterioso. che mi faceva conoscere altre cose. Sono sicura, Specchiettino, mi disse, che allora si parlava soltanto, in generale, delle spaventose possibilit di una passione delusa. Forse gi questo era un discorso imprudente in tua presenza; pure devi ricordare che allora tu eri ancora molto bambina. vero che talvolta sapevi cose che ci facevano stupire; si pu anzi dire che eri una fanciulla saggia e intelligente. Ma eri, per certi aspetti, anche una sciocchina: dinanzi a certe cose che altre fanciulle non ascoltano pi, tu ci picchiavi come cieca. Non era facile giudicare al suo giusto valore la tua capacit di comprensione, e tu devi perdonare alla zia ed a me se, a volte, ti abbiamo apprezzato oltre misura, mentre, in altri casi, abbiamo mancato di

perspicacia. Quando arrivarono i gatti zia Edelgarda mi osserv attentamente. Mio padre aveva mandato una lettera pel tramite della persona che ci aveva portato le bestie, e le lettere di mio padre impressionavano sempre un po' la zia. Nella sua giovent ne era stata la fidanzata e solo dopo che il fidanzamento, per motivi che allora non conoscevo ancora, era stato sciolto, mio padre ne aveva sposato la sorella. Ricordo chiaramente come zia Edelgarda leggesse alla nonna, cui era indirizzata, la lettera del fidanzato di un tempo. La sua voce pastosa risuonava un po' dura e pi debole del solito; le sue agitazioni non scoppiavano, come il carattere della nonna, in cascate impetuose e magnifiche; restavano, per cos dire, sotto una superficie di ghiaccio, silenziosa e vitrea; a volte si vedevano e si udivano scorrere e gorgogliare al di sotto, simili a una corrente misteriosa. Nella sua lettera mio padre diceva che egli fino a quel giorno aveva tenuto e curato i gatti presso di s per rispetto alla moglie morta e resa cos infelice per sua colpa; ma che non lo poteva fare pi a lungo perch pensava di unirsi a una spedizione scientifica in terre lontane. Sperava di poter portare qualche altro prezioso servizio alla sua scienza, tanto pi che non avrebbe avuto da badare n all'insalubrit del clima, n ad altri pericoli non importandogli ormai molto la vita. Ammette spontaneamente di non aver compiuto il suo dovere verso la Gina, disse la zia Edelgarda, mentre con la mano sottile rimetteva la lettera nella busta e la respingeva da s. Credetti che con le sue parole pensasse meno a mia madre che a me, poich la zia talvolta esprimeva le cose in modo diverso da come le pensava. Perci mi misi a piangere. Improvvisamente mi parve che il richiamo senza pace del mio interno avesse sempre riguardato soltanto mio padre ed il fatto incomprensibile che egli, pur non essendo mai stato ammalato come mia madre n rinchiuso in una casa di salute, sembrasse non curarsi affatto di me. Ma la nonna disse col suo fare superficiale e superbo, come se non potesse decidersi a prendere del tutto sul serio la conclusione della lettera: Poveretto! Possa il suo cuore finalmente guarire in questo bel viaggio! A queste parole mia zia divenne un po' rossa, si alz con un movimento che le era proprio e di cui la grazia pareva sempre come leggermente velata, e lasci la stanza. Allora mia nonna mi prese fra le sue braccia dicendomi che ero la sua cara piccola. Sembrava conoscere tutto quello che era passato dentro di me, poich cominci a spiegarmi soavemente che mio padre mi aveva affidato a lei ed alla zia Edelgarda perch mi volevano tanto bene tutt'e due. Oggi io so che mia madre, durante la sua malattia, ripetutamente ed ansiosamente aveva espresso il desiderio che io fossi educata dalla sua unica sorella; e mio padre, il quale si sentiva il primo colpevole dello stato della sua povera moglie, aveva accondisceso a questa richiesta per lui

molto umiliante e che, dopo quanto era successo tra lui e la zia Edelgarda, equivaleva quasi a una completa rinuncia su di me. Intanto la nonna continuava a consolarmi; mi diceva che mio padre andava senza preoccupazioni in paesi cos lontani soltanto perch mi sapeva bene al sicuro accanto a lei e alla zia. Io piangevo ancora pi dirottamente, ma nello stesso tempo mi sentivo mirabilmente consolata e compresa. Per quanto avessi gi amato la nonna con inconscia spontaneit, da quel momento cominciai addirittura ad adorarla; anzi, nel mio cuore, sorse allora qualcosa di simile a un fervido piccolo culto in suo onore. Con questo i nostri rapporti esterni non cambiarono per niente; quanto pi tutti i miei pensieri e sentimenti si aggiravano intorno alla nonna, tanto meno potevo dimostrarle il mio affetto. Ella, se anche lo sospett, non si trad mai; e cos, se vissi della felicit segreta che viene da ogni adorazione, vissi pure in un continuo insaziato desiderio. Spesso guardavo con invidia le persone estranee a cui la nonna si consacrava, e se fra queste vi erano giovinette della mia et avevo allora circa quindici anni sentivo verso quelle privilegiate una vera repulsione. E nel mio ricordo continuamente si rinnovava l'unica ora di tenerezza e di comprensione che la nonna mi avesse donato, finch un'altra volta mi vennero in aiuto i due gatti grigi. Sapevamo che quegli animali, belli e miti, posseggono un attaccamento invincibile per il loro abituale ambiente domestico e che, quando sono portati in altro luogo, cercano sempre di tornare indietro. Appunto per questo li tenevamo ansiosamente rinchiusi ed essi giravano per le nostre stanze senza lamentarsi, ma cercando instancabilmente un'uscita. Se li chiamavamo, ci fissavano muti e seri coi loro grandi occhi immobili Spesso la notte sentivo le loro zampine leggere e lo strascico delle lunghe code argentee scivolare lungo le scale. Feci del mio meglio per rendere loro sopportabile la prigionia; davo loro i migliori bocconi e di tanto in tanto li portavo un po' nel cortile. Questo, che, una volta, come tutto il palazzo di cui noi si occupava il piano superiore, faceva parte del convento domenicano di S. Maria sopra Minerva, possedeva ancora di quel tempo un bel chiostro affrescato dove, protetta dalle logge chiuse, custodivo i miei due prigionieri ai quali procuravo un po' d'aria e di movimento. Essi avevano compreso presto che andavo d'accordo con loro e me lo dimostravano alla loro maniera lieve e piena di mistero, strofinando la seta viva e calda del loro pelo al mio vestito; come se volessero farmi capire che stavano benissimo e che non avevano pi nessuna cattiva intenzione. Me ne ero persuasa, e piena di fiducia andavo per la mia strada guizzando per alcuni minuti attraverso la porticina a muro che, fin da quando il chiostro apparteneva ancora al convento, portava direttamente nella chiesa di S. Maria sopra Minerva. Quella porticina era per me una continua

tentazione. Sapevo che la zia Edelgarda ascoltava talvolta la Messa in quella chiesa e provavo un fascino strano e misterioso che mi spingeva a seguirla. Anche quel giorno pensavo di vederla ma da lontano, perch mi era severamente proibito di andare in chiesa durante la Messa. Difatti mio padre che, come la famiglia della nonna era di origine e di tradizione protestante, e da tempo sciolto da ogni vincolo confessionale, aveva ottenuto l'espressa assicurazione che sarei cresciuta fuori del mondo religioso della zia. La bella chiesa era molto buia, profonda ed alta. Un tetto azzurro, trapunto di stelle, non sembrava chiudere, prolungare le volte. Una profonda pace e qualche cosa di solenne che non riuscivo a comprendere, riempivano lo spazio. Nelle cappelle laterali vidi vecchi sepolcri ornati di nobili figure marmoree simili a oranti pietrificati. All'altare maggiore, sotto il quale riposavano i resti di S. Caterina da Siena, si celebrava una Messa bassa. I paramenti del sacerdote scintillavano nella penombra a ogni suo movimento. Non capivo niente di quanto faceva, ma vidi un leggero fumo sopra l'altare. La cosa pi misteriosa mi parve per la zia Edelgarda, che vi era inginocchiata, fra altri fedeli. Il suo portamento aveva per me qualche cosa di strano e di impressionante. Teneva profondamente chinato il capo dalla fronte volontaria e fredda, come se volesse baciare il pavi-mento marmoreo della chiesa. Pensai che soltanto qualche cosa di assolutamente ineffabile poteva piegare cos quella donna intangibile, fredda, e questo stupore per la sua tenuta produsse in me un incerto rispetto per quello che avveniva sull'altare. Non avrei mai immaginato che quell'oscura impressione sarebbe stata di grande conforto alla povera zia Edelgarda. Quando ritornai nel chiostro i gatti non c'erano pi. Il portiere, che stava all'ingresso, pomposo e ozioso nella sua livrea dorata, mi fece capire che erano scappati al Pantheon per trovarsi compagnia. Attraversai la strada di corsa; il magnifico vecchio tempio sembrava innalzarsi come da una fossa con le sue colonne. Di fianco, parecchi piedi al di sotto della strada, dove erano state scavate le fondamenta, giocavano i gatti e fra essi ri-conobbi subito i miei fuggitivi. Sembravano un po' sostenuti e intimiditi, come usano esserlo animali tenuti bene, prigionieri fra compagni selvaggi. Cadeva una di quelle repentine piogge cos caratteristiche della primavera romana, che non era per di loro gusto, e furono quindi visibilmente contenti di tornare prigionieri. Li presi sotto il braccio, uno a destra e l'altro a sinistra, e mi accinsi, prima di riportarli a casa, a compiere ancora un piccolo atto di culto che non omettevo mai in quel luogo. Il Pantheon aveva per me un fascino ancora pi invincibile della bella chiesa lass, perch la nonna lo amava sopra ogni cosa. Posai dunque un bacio entusiastico su una delle grandi e grigie colonne dell'atrio e il mio sguardo si spinse attraverso le porte bronzee, aperte. Vidi la nobile cupola, sospesa come un chiaro, puro, triplice accordo

pieno di solennit e di pace sulla composta letizia del luogo. Qui non c'era il mistero di S. Maria sopra Minerva; nessuno stava in ginocchio, e parecchi gruppi di viaggiatori giravano chiacchierando col Baedeker alla mano. Pensai alla nonna serena e, coi gatti sempre stretti sotto le braccia, posai anche sulla seconda colonna un fervido bacio. D'improvviso vidi la nonna dinanzi a me. Ami dunque tanto queste colonne mia piccola Veronica mi chiese alzando un po' la mia testa e guardandomi, indagatrice, coi suoi grandi occhi splendenti. Divenni rossa fino alla radice dei capelli, poich non volevo dirle che si trattava meno delle colonne che di lei stessa. Ma essa dovette intuirne qualche cosa; il suo viso ebbe un'espressione tenerissima, e mi baci. Poi disse: Un po' di bene lo vuoi anche a questo magnifico tempio, vero? Certamente tua zia te lo avr mostrato e illustrato in tutti i particolari. La zia Edelgarda, in realt, non lo aveva fatto. Ma ancora una volta mi trovai nell'impossibilit di rispondere. Scossi silenziosamente il capo. Il bacio della nonna, cos lungo sospirato, era ancora sensibile alle mie labbra come una felicit che mi toglieva il respiro; non osavo aprirle finch non avessi assorbito interamente quella felicit. La cosa non avvenne tanto presto: il bacio della nonna era caldo e come pieno dell'amore di una lunga vita, mentre io ero abituata soltanto ai baci fuggitivi della zia Edelgarda, morbidi e lievi come un alito, cos che sembravano deposti sulla bocca da un gelido fiore. Nel frattempo la nonna scuoteva la testa coperta da un nero cappello di piuma sotto il quale i suoi capelli bianchi, leggiadramente inanellati come quelli di una damina rococ, parevano argentei. Le sue sopracciglia che formavano come un solo arco marcato e superbo, avevano un leggero tremito, come se la sua fronte fosse sfiorata dalle ali aperte di un uccello. Finalmente disse: Porta a casa questi due strani pacchi alludeva ai gatti e poi vieni nella mia camera. Non me lo feci ripetere due volte. La camera della nonna, in confronto al resto del nostro appartamento, mi sembrava tanto pi bella quanto colei che l'abitava, sebbene gi vecchia, mi pareva sorpassare infinitamente in bellezza ogni altra dama che conoscevo. Quand'ero pi piccola, per lungo tempo mi ero immaginata che succedesse alle donne come ai monumenti di Roma, persuasa, cio, che diventassero pi belli quanto pi passavano gli anni: paragone che aveva fatto ridere di cuore la nonna. Eppure anche oggi sosterrei ostinatamente che la nonna era allora molto bella. Non immaginatela come una povera vecchia mamma incurvata dagli anni; ma come una signora dalla figura alta, diritta, piena di quella grazia particolare della vecchiaia che si chiama

dignit, e ricca di tutte le manifestazioni di una vita intellettuale raffinata e perfetta, alla quale gli anni non sono un peso ma una pienezza di dovizie. Dopo quell'incontro la nonna mi tenne pi sovente accanto a s con un'intenzione che si poteva facilmente comprendere. Dovevo essere sempre con lei nella sua bella stanza, che per me era gi un luogo di magica attrazione. Vi era riunita una quantit di splendidi oggetti, che non ero mai stanca di contemplare: stipetti e seggiole, nei cui ritagli rigonfi brulicava la piccola instancabile ape araldica della grande famiglia Barberini; alle pareti alte e brune incisioni del Piranesi, riproducenti diversi aspetti di Roma in forma grandiosa, fantastica. Vi potevo ammirare anche gli angioli di Melozzo da Forl, in una magnifica copia eseguita espressamente per la nonna. Sui tavoli e le mensole, sparsi o raccolti in artistiche coppe, centinaia di pezzi di marmo, bianco o variopinto, e la nonna raccontava volentieri dove in quali circostanze li aveva trovati. Il sacrestano di un santuario non avrebbe saputo dare meglio notizie del suo luogo di grazie, che lei di quelle pietre, pur cos simili tra loro. Anche gli oggetti pi piccoli e meno appariscenti non erano raccolti in quella stanza a caso, ma avevano con la nonna la pi intima affinit. Essi circondavano la sua figura come d'una cornice preziosa; e la delicatezza di lei, a sua volta, creava intorno agli oggetti l'atmosfera che era loro necessaria. Non uno di essi si sarebbe potuto immaginare in un altro posto. Ma sopratutto non lo si sarebbe immaginato per il lampadario veneziano, che formava coi suoi pallidi fiori di cristallo a tinte smorte una ghirlanda scintillante o meglio un meraviglioso monile, del quale s'ornava quel salone lussuoso perch desse a tutte le cose non soltanto la luce, ma anche un'aria di gioia e di festa. Quando la nonna aveva ospiti, io aspettavo ansiosa che venisse acce-so e correvo venti volte alla finestra per vedere di quanto fossero avanzate le possenti ombre vespertine del Pantheon. Da allora in quella stanza bella e solenne si svolse gran parte della mia giornata, perch la nonna m'incaric probabilmente per dare alla mia presenza una giustificazione accettabile dalla zia Edelgarda di spolverare e riordinare quotidianamente i suoi tesori. E poich quel compito delicato si poteva prolungare a piacere, e io naturalmente lo facevo, la mia felicit non incontr pi ostacoli. Ma non si restava sempre nella bella stanza. La nonna parve accorgersi d'un tratto di essere troppo vecchia per uscire sola. Questa sua persuasione non tutti potevano condividerla, perch quando si trattava di una passeggiata per Roma, ella appariva cos fresca e arzilla, che si poteva temere di stancar se stessi prima di vedere lei stanca. Pure la zia non os opporsi quando venni invitata a uscire mentre forse lo avrebbe fatto se il pretesto fosse stato il mio svago o la mia coltura. Mia madre aveva sempre espresso il desiderio che la sorella curasse la mia educazione. Ma la zia

Edelgarda, che conservava sempre un contegno corretto e filiale, non si cur di far valere, di fronte alla nonna, i suoi diritti su di me; si sapeva per con quale gelosia li sorvegliasse. Bisognava aver contemplato con la nonna un tramonto, e ricordare il suo silenzio profondo e pacato l, sul Gianicolo, mentre la corona che i sette colli fanno alla citt s'infiammava di oro. Bisognava aver sentito la stretta della sua mano quando, volando con lei attraverso la campagna nell'automobile, si vedeva sorgere a poco a poco Roma, luminosa come la coda di una grande cometa nell'universo solitario. Bisognava essere stati con lei nella Cappella Sistina, rispettosi e pazienti per ore e ore, senza nozione del tempo che passava. Allora si intuiva quanto fosse fervente il suo amore per Roma. Questi solitari pellegrinaggi attraverso la Citt Eterna facevano anche comprendere quale meravigliosa donna ella fosse. I pi fossilizzati archeologi si animavano accanto a lei, come ringiovaniti dal suo sorriso arguto. I custodi pi intrattabili aspettavano pazientemente quando ella s'indugiava oltre l'ora di chiusura in una galleria; quei fannulloni di venditori che stanno in agguato dei forestieri sulla scala di piazza di Spagna, la meravi-gliosa scala che par fatta di spuma marina e di musica, si cambiavano in graziosi cavalieri quando la nonna scherzava con loro e a una sua parola amichevole rinunciavano con pomposi gesti di ossequio a venderci le loro orribili cartoline e i loro mosaici. Non soltanto gli uomini, ma anche le vie e gli edifici prendevano un volto differente quando si guardavano a fianco della nonna. I pi chiusi si facevano comunicativi, i pi dimenticati si ricordavano ancora di meravigliosi avvenimenti. La nonna aveva conosciuto nella sua giovinezza il celebre storico Gregorovius, e io avevo inteso dire che, un certo momento, la bellezza stupenda e intelligente di lei lo aveva interessato molto pi della sua Storia della citt di Roma nel medioevo. La nonna per non lo diceva mai, quantunque non ricordasse malvolentieri quanto, da giovine, fosse stata corteggiata. Ma degli uomini che avevano contribuito a formare il suo spirito, o dei quali almeno credeva questo, diceva soltanto che li aveva stimati. Raccontava volentieri che la colonia tedesca chiamava il Gregorovius l'uomo che aveva vissuto nel medioevo cos come i cittadini di Verona chiamavano Dante l'uomo che era stato all'inferno. Fra gli storici ella distingueva del resto quelli che erano stati presenti alla storia e quelli che non lo erano stati. Mommsen, per esempio, che ella aveva pure conosciuto bene, lo metteva in quest'ultima categoria. La nonna non solo sentiva nella storia una vita, ma questa vita era per lei una realt sempre presente. Sembrava che a lei il passato si aprisse volentieri come il cuore

degli uomini. Di ogni secolo conosceva la grandezza e il fascino segreto, e le figure che le erano note come figure viventi. Ascoltandola, non si sarebbe creduto mai di avere a che fare con ombre, ma ogni cosa riacquistava vita, sembrava presente, liberata della pesantezza della abituale realt. Non si aveva mai l'impressione che vi potesse essere nulla di enigmatico n di terribile nella storia del mondo; anzi, essa appariva come una sublime trionfale marcia dell'umana grandezza e immortalit, che trascinava con s, quasi preda capace di darle maggiore magnificenza, tutti coloro che non erano degni di procedere con lo stesso ritmo. Quantunque fosse del suo tempo e ne portasse in fronte il sigillo, la nonna lo aveva sorpassato; c'era sempre un momento nel quale tutta la sua personalit pareva andasse oltre la semplice conoscenza e ne facesse una convinzione assoluta, sulla quale non ci potevano essere dubbi. Se avesse scritto il monologo di Fausto, lo avrebbe incominciato senza dubbio cos: Al principio era il regno dell'uomo nobile e grande; per lui era sta-ta creata la terra, per lui tutte le cose esistevano, per lui era nata la storia del mondo. Naturalmente tutto questo mi riusciva allora poco chiaro; non mi soffermavo alle idee, ma alla vita; e la vita, nei racconti della nonna, era cos ricca di impressioni, che Roma mi sembrava una scena mostruosa, sulla quale ogni giorno tutti i secoli e i millenni venissero ancora rappresentati. Dappertutto si vedevano ancora erette le nobili quinte; involontariamente si credeva che, da ogni angolo di strada, potessero ricomparire gli attori, forse nascosti in una nuvola di polvere. A volte tutto questo sembrava cos reale, come se gli edifici non fossero pi nemmeno quinte, ma grandi depositi di tempi veramente esistiti; e pareva bastasse un solo piccolo passo per passare da un millennio all'altro. Potremo uscirne? chiesi un giorno involontariamente, mentre si attraversava una breccia selvaggia dell'immenso palazzo di Settimio Severo. Non potevo pensare se non che i muri crollati fossero sempre, pur nella loro decadenza, rivestiti di marmo e di bronzo, e che noi ci saremmo ritrovati, fra qualche istante, sotto la tunica purpurea di un'imperatrice romana o sotto il velo di una vestale. Cosa significava propriamente il tempo? Il nostro spirito non era sempre lo stesso, ieri e oggi? Cosa significava l'uomo per se stesso? Non eravamo nello stesso tempo parecchi altri? S, ne usciremo ammise amichevolmente la nonna. Ma usciremo un po' diversi, pi maturi e pi grandi di quando siamo entrati. Da Roma si ritorna sempre diversi di come vi si giunge...

Dicendo queste parole ella cinse col braccio le mie spalle, e si rese conto allora del tremito che mi aveva presa. Piccola, come sei facile a impressionarti... disse spaventata; e sul suo viso scorsi quell'aria un po' contrariata, che vi appariva sempre quando vedeva sorgere in qualcuno un'ombra di sofferenza o una mancanza di sangue freddo. Perch la cosa che pi stupiva in lei era che ne il suo spirito n il suo cuore sembrassero ammettere o sopportare la minima contrariet e che tutto le fosse facile e leggero, anche la vista di cose tragiche e su-blimi. Per mi tenne abbracciata ancora a lungo, maternamente, finch fui ben certa che davvero eravamo uscite; poi mi condusse a una piccola osteria, dietro il Celio, nascosta fra roseti, alberi di fico e alte mura grigie. Vi bevemmo un vino cos dolce e dorato, che sembrava di bere davvero il sole di tutta una lunga estate romana. Guardavamo intanto i carrettini dalle alte ruote, che ci passavano davanti tornando dalla citt, tirati da cavallini or-nati di campanelli e bardati di rosso, mentre i conducenti sonnecchiavano tranquillamente sotto il mantice rialzato a met. Era uno spettacolo allegro, che ci faceva gustare ancora pi il tepore del giorno. Ovunque la nonna mi portasse, sempre la Roma enorme possente sembrava togliermi il terreno di sotto i piedi. Scipita dalle strette barriere del mio piccolo io, sciolta dall'oscura inquietudine della mia nostalgia solitaria e persino dall'esaltazione troppo dolce per la mia nonna, quantunque camminassi sempre con la mano nella sua mano amata, la mia giovane vita avvinceva la citt smisurata nello stesso tempo che ne era avvinta, s'immergeva nella sua grandezza, si dilatava nella pienezza delle sue forme e delle sue magnificenze, ma si ritraeva infine da lei sempre illesa. A poco a poco avveniva di me come dell'uccellino che, fuggito dalla sua gabbia, vinto il primo tremore di fronte alla libert, si affida felice all'infinito. La mia anima spaziava senza limiti, come se quella fosse divenuta la sua vera patria. Ma in tutto questo c'era una tale ricchezza e una felicit cos inebriante, che mai prima d'allora avevo conosciuto. In quel tempo i giorni,mi sembravano uno pi bello dell'altro, e degni di essere vissuti. Talvolta pensavo che nella mia gioia avrei potuto abbracciare il mondo intero. Cara nonna mia, potessi, una volta ancora, rivivere con te la sera che, tornando dalla Campagna romana spumeggiante di fiori, e scorgendo, mentre si attraversava il cortile del nostro vecchio palazzo, la dolce amica della mia passata prigionia, mi affrettai verso la fonte mormorante. Bambina, non bere, sei 'troppo accaldata mi gridasti premurosamente. Ma io, tenendo le labbra sotto l'acqua scorrente: Non bevo, risposi, bacio la fontana. Erano trascorse cos alcune settimane della mia nuova vita, quando un giorno

Giannina mi chiese perch mi allontanassi del tutto dalla zia Edelgarda, che pure mi aveva sempre dimostrato una sollecitudine fedele. Giannina era stata un tempo la mia governante, e aveva anche provveduto alla mia istruzione elementare. Era una francese; piccola, non pi giovane, con una faccina da topolino, un po' raggrinzita, e tutta modestia. Di anno in anno la sua figura diminuiva, tanto che io, da bambina, ero oppressa dall'idea che un bel giorno si sarebbe volatilizzata. Ricordavo benissimo che quest'angoscia mi prendeva sempre quando essa, uscendo per la citt, rimaneva assente pi a lungo di quanto si preve-desse. E quella supposizione era stata un'angustia davvero grande, perch Giannina era intima di casa nostra come se fosse stata della famiglia. Come ebbi compiuto i quattordici anni, ella mi permise di darle il confidenziale tu, cosa che non mi riusc difficile. Non l'avevo considerata mai come persona da rispettarsi cerimoniosamente; anzi, questo problema del rispetto aveva dato alla nonna qualche preoccupazione, perch io, da piccola, avevo giocato a Giannina alcuni tiri birboni. Fra l'altro ricordo che una volta, prima dell'inizio della lezione, mi ero levata le scarpe facendole spuntare tanto bene dalla tenda della cos detta guardaroba che Giannina, entrandovi, pot credere che io mi fossi l nascosta. L'effetto previsto non manc, e dal mio vero nascondiglio, ossia dalla stanza vicina, ebbi il piacere di udire Giannina, che, essendo la pazienza stessa, parlament a lungo davanti alla tenda invitandomi a uscire. La nonna, che aveva, con una certa indulgenza per la giovent, anche un senso profondo dell'autorit, si era un po' indignata di quello scherzo. Nella mia fanciullezza disse avremmo avuto rispetto persino del turacciolo del calamaio della nostra insegnante. Ma Giannina non prese la cosa in mala parte, perch sapeva che si pu vivere anche senza rispetto al turacciolo del calamaio, e anche perch era assolutamente incapace di guastare ad altri un piacere. Lei stessa amava molto gli scherzi e ne faceva volentieri, specialmente quando, per un motivo qualunque, si era di cattivo umore. In quelle occasioni essa disponeva di una comicit speciale, tutta sua, che forzava un po' di proposito e con la quale riusciva a cambiare certe ore per noi spiacevoli in ore sinceramente allegre. Giannina era lieta anche quando si poteva pensare che avesse piuttosto motivo di essere triste. Se la si lodava per questo rispondeva che bisogna prendere i giorni cattivi con gioia e riconoscenza perch altrimenti non la si finirebbe mai. Questa sua inclinazione alla letizia la rendevano molto cara alla nonna, e formava fra loro quasi come una parentela d'intimit, che, naturalmente, non toglieva ogni differenza. Il sentimento della nonna sembrava librarsi come un astro luminoso sulle contingenze, sui misteri della vita: si sarebbe detto che essi erano troppo lontani da lei

perch potesse notarli. Giannina invece, quando era necessario, andava incontro alle cose quasi con amore, ed erano allora le cose che piegavano dinnanzi a lei. Questo si notava specialmente in un punto molto doloroso della sua vita. Nella sua giovent aveva avuto la sfortuna di sposare un musicista che non era senza talento, ma del tutto privo di carattere. Egli l'aveva abbandonata da parecchi anni per divertirsi con ogni specie di donne e ricompariva di tanto in tanto dinnanzi alla moglie per sfogare con lei il suo cuore. Noi lo si chiamava Monsieur Jeannette, perch non ci sembrava giusto dargli un nome proprio, visto che, da vero debole, egli cercava appoggio nella sua povera piccola moglie, la quale avrebbe avuto invece tutto il diritto di trovarlo in lui. Giannina si affannava ogni volta amorevolmente per lui e per le sue faccende; per, avendo egli, in fondo, non un vero rimorso, ma solo uno sterile rimpianto, le cose restavano sempre allo stesso punto. La nonna, che avrebbe voluto evitare a Giannina inutili sofferenze, si arrabbiava molto per quelle visite. Pretendeva che essa chiudesse la porta a quell'inutilaccio di suo marito, e giunse anche a minacciarla di licenziamento se non l'avesse ubbidita. Giannina sub con dolcezza la minaccia, ma non si lasci sconcertare e rimase naturalmente con noi. Mi parve anzi che la nonna, senza confessarlo, la stimasse di pi, appunto perch non l'aveva ascoltata. Non si riusciva neanche a pensare come le cose nostre sarebbero andate senza Giannina. Ella era sempre l dove si desiderava che fosse, e questo senza che si dovesse chiederglielo esplicitamente; ma quando si doveva ringraziarla non si faceva trovare mai. Come mai, Giannina, tu sai sempre proprio quello che si desidera? le chiesi un giorno in cui aveva appunto capito, in modo meraviglioso, che desideravo un'arancia. Il desiderio dell'arancia lo leggo sulla tua piccola faccia pallida, rispose lei, ma certe cose me le dice nell'orecchio il mio angelo custode, Specchiettino. Come ho gi detto, ella mi chiamava Specchiettino quando eravamo sole; nomignolo al quale usava apporre, secondo i casi, ogni sorta di graziose, piccole aggiunte e citazioni Specchiettino gattino, Specchiettino ti conosco, oppure Specchiettino, specchiettino che stai alla parete, qual la pi bella del paese?. A cui io rispondevo ridendo: La nonna. Giannina prendeva tutto cos amichevolmente e naturalmente, che non si poteva mai supporre in lei un secondo fine come si era tentato di fare con la zia. Del resto Giannina possedeva lei stessa un po' la qualit che le aveva suggerito il mio nomignolo. A me leggi le cose in faccia, ma per la zia Edelgarda? l'angelo custode, che ti dice le cose?

Giannina annu; ma fu appena un cenno. Di tutti noi essa era quella che pi soffriva pel carattere chiuso della zia, e sapeva ci che significava la mia osservazione. Eppure essa era anche l'unica persona alla quale la zia qualche volta si apriva. E come apprendi le cose della nonna? le chiesi. Oh, rispose essa, la tua nonna pi facile: dice sempre schiettamente quel che desidera. Giannina aveva per la nonna un attaccamento molto devoto; ma di questa sua inclinazione beneficava sopratutto la zia Edelgarda, perch era per lei che la nonna l'aveva trattenuta in casa nostra bench il suo compito a mio riguardo fosse finito da un pezzo. vero che la zia non mostrava per Giannina particolare tenerezza; ma non la dimostrava per nessuno, e la nonna era visibilmente contenta che sua figlia non rifiutasse addirittura una compagnia fidata, e pi ancora che ci fosse qualcuno a volerle veramente bene. Questo Giannina lo faceva. Era come se essa vedesse la zia Edelgarda con occhi completamente diversi dai nostri. Ricordo ancora che una volta aveva dato al suo nome un significato al quale, io almeno, non avevo pensato mai. Tua zia, mi aveva detto, si chiama Edel ( ), affinch nessuno mai la possa chiamare diversamente da quello che . La freddezza della zia non aveva mai disorientato Giannina. La sua simpatia per lei era cos profonda e disinteressata, che poteva conservarsi indipendentemente dai sentimenti dell'altra persona, e in questo, come nella sua fedelt a Monsieur Jeannette, vi era qualche cosa di enigmatico. In realt tutto questo non era se non la manifestazione visibile di quella vita segreta, che la piccola Giannina rinnovava ogni mattina nel suo si-lenzioso accostarsi all'altare, noto a tutti noi, ma di cui La nonna non parlava mai, mentre la zia Edelgarda ne parlava stranamente turbata. Tuttavia io intuivo che la cosa aveva un significato particolare non soltanto nei rapporti di Giannina con la zia, ma anche in quelli della zia con Giannina. Questa mi chiese dunque, un giorno, perch mi allontanassi del tutto dalla zia Edelgarda, che mi dedicava care cos fedeli. Risposi candidamente che ero stata allora allora da lei, per portarle un vestitino che aveva bisogno di rammendo; per Giannina replic domandandomi se credevo di dar segni di attenzione alla zia ricorrendo al suo consiglio per le piccole necessit materiali della vita.

Ma per rammendare vestiti e simili lavori, nessuno sembrava fatto apposta come la zia Edelgarda: essa si dava tutta ai doveri quotidiani della direzione domestica, di cui la nonna non voleva mai saper niente. Su questo punto, come in ogni incarico che le venisse affidato, la zia era anzi scrupolosissima e pronta al sacrificio. Non era piccola cosa curare la nostra casa, perch la nonna aveva molte pretese. Quanto ai mezzi finanziari la zia non poteva mai averne nella misura necessaria all'andamento della nostra vita; e io credo che essa facesse miracoli di economia e di previdenza perch tutto fosse come la nonna desiderava. Non poteva neppur disporre delle persone di servizio necessarie ai suoi ospiti di tutti i giorni, ed era perci obbligata ad aiutare essa stessa. Si sapeva per che non era affatto tagliata per le cose di cui si occupava continuamente, ma a che cosa fosse adatta sarebbe stato difficile dire. Non riuscivo a immaginarmi la zia Edelgarda n come sposa, n come madre, e nemmeno nell'esercizio di una professione. Non potevo immaginarla unita ad alcuno anche solo con un vincolo di vera amicizia, poich, quantunque facesse molto bene, non rendeva contento e grato nessuno. Perfino i poveri e gli ammalati, di cui si occupava appena ne conoscesse qualcuno nelle vicinanze, raramente le erano davvero affezionati e riconoscenti. Pi che tutto la zia Edelgarda mi piaceva quando, come una volta in Santa Maria sopra Minerva, si inginocchiava a pregare, bench nemmeno allora sembrasse del tutto felice o in pace come Giannina. La zia pregava molto anche in casa. La sorprendevo cos talvolta, entrando all'improvviso nella sua stanza, e la notte, coricata nel mio letto, posto contro la parete all'altra parte della quale era appoggiato il suo, udivo il tintinnio lieve del suo rosario. Allora credevo scorgere il suo viso attraverso il muro che ci divideva: un viso delicato, emaciato, che mi appariva sempre come un vaso di avorio, ermeticamente chiuso anche nelle soli urie ore della meditazione, e pure in quelle ore commovente, come nessun altro. Nelle mie riflessioni ritornavo perci sempre all'idea che la zia Edelgarda pi che tutto avrebbe potuto essere una suora di clausura bella e distinta. E le avevo anche cercato un convento: il convento di via Lucchesi, che si intitolava a Maria Riparatrice, nella cui piccola chiesa, adorna con pompa solenne, avevo talvolta assistito con la zia, dietro la cancellata dorata, al rinomato canto delle religiose. Sia perch quelle funzioni vespertine si considerassero da noi sopratutto sotto il loro aspetto musicale, sia perch la disposizione di mio padre a mio riguardo si limitasse alla proibizione della Messa, mi era permesso di accompagnare la zia in quelle passeggiate, che mi sembravano le sole capaci di gareggiare in parte con quelle della nonna.

Amavo molto le belle suore. Mi piaceva vedere come si alzavano alternativamente nei loro lunghi veli bianchi e si lasciavano poi cadere sulle ginocchia: era come se un vento silenzioso sciogliesse una grande nuvola d'incenso. Amavo la loro piccola chiesa solenne, il loro canto; amavo perfino la monotonia e la pronuncia straniera delle loro lunghe misteriose preghiere. Ma sopratutto mi piaceva quando, alla fine della funzione, l'ostensorio dorato veniva ritirato dal suo scrigno e posto alto sull'altare. Le monache cantavano allora il bell'inno del Pange lingua, con una melodia dolcissima che non potevo ascoltare senza augurarmi di avere ali per affrettarmi incontro a un mistero ineffabile. Non comprendevo perch la zia nascondesse allora cos dolorosamente la faccia fra le mani. Dopo la Benedizione andavamo, certi giorni, un po' al convento, dove la zia veniva ricevuta, nel grande parlatorio avvolto dal crepuscolo, dalla Madre Maria de Mailys o dalla Madre Maria della Neve. Si capiva che le suore avevano tutte nome Maria, e il loro bianco costume di religiose, listato di azzurro, ricopiava quello nel quale persone degne di fede hanno visto la Madre di Dio. Quel vestito significava che chi lo portava non era pi che uno strumento della Madonna, e un po' la sua messaggera e la sua rappresentante. Io stessa ero senz'altro disposta a riconoscere in quelle religiose qualcosa di simile: sempre esse mi apparivano come esseri di un altro mondo. Questo lo esprimevano sopratutto i loro volti; anche in essi, come nei loro nomi e nelle loro vesti, vi era qualche cosa di fraternamente eguale. Bench diversi fra loro avevano tutti un'espressione che non si vedeva in altre persone. Anche la zia Edelgarda, che io immaginavo cos volentieri fra quelle religiose, non l'aveva, o l'aveva in una sfumatura molto attenuata, come se fosse stata espressa in una lingua diversa. Io non lo comprendevo n nell'una n nell'altra lingua, ma talvolta pensavo che quell'espressione avesse molta affinit con l'inno che le monache cantavano cos spesso e che rendeva cos triste la zia. Volentieri avrei chiesto notizie di quell'inno alle religiose, ma non l'osavo sapendo che poi la zia Edelgarda mi avrebbe domandato perch non mi fossi rivolta a lei stessa; cos come me lo chiedeva quando facevo delle domande a Giannina. E in questo caso non avrei saputo quale risposta darle, perch l'unica vera non mi sarei fidata di dare. Per quanto ci possa parere strano, io consideravo la zia molto pia, ma nello stesso tempo non del tutto competente in fatto di piet. In fondo non ero capace di giudicarla, ma nel mio interno lo facevo spesso, e non sempre senza fondamento. Perch la mia opinione si basava su una conversazione molto strana udita fra la nonna e Giannina e che non avevo potuto dimenticare quantunque risalisse a molto tempo

prima. Si trattava della Messa domenicale in Santa Maria sopra Minerva, alla quale la zia Edelgarda usava assistere con molta regolarit. Quella mattina essa era nella sua camera col messale in mano pronta per uscire, quando la nonna entr, lesta e leggera come di solito, per avvisarla di una visita rara. La persona, annunciata per telegrafo, sarebbe giunta fra mezz'ora. La zia rispose che purtroppo non avrebbe potuto essere con noi a ricevere quella visita, perch era proprio l'ora dell'ultima Messa che non doveva perdere. Che significa dovere in questo caso? chiese la nonna corrugando le sopracciglia fra le quali ricompariva il noto tremito che mi ricordava sempre le due ali di una procellaria. La zia Edelgarda, che arrossiva facilmente, avvamp in faccia. Che significa? disse. Che la Chiesa ci comanda di ascoltare una Messa la domenica. Cio, replic la nonna, essa lo comanda a coloro che realmente le prestano ubbidienza ossia ai suoi veri figli; ma per quanto ne so essa ignora i cattolici che sono tali per semplice umore e privatamente, e fa bene; che cosa potrebbe fare di mezze anime? Alle ultime parole della nonna il rossore spar improvvisamente dalla fronte della zia Edelgarda. In quel momento essa sembr presa da una tale angoscia da lasciar cadere perfino il messale: si sarebbe detto che le fosse stato negato davvero il diritto di tenerlo. Non potei guardarla senza compassione, quantunque mi sentissi portata sempre e in tutti i casi a giustificare le violenze della nonna, anche quando non la comprendevo. Intanto Giannina, che aveva seguito tutta la scena col suo silenzio riservato e dolce, aveva raccolto il messale e lo aveva rimesso nelle mani della proprietaria sussurrandole qualche cosa. La zia Edel usc, e io supposi che, nonostante tutto, si recasse in chiesa. Sono stata troppo dura, Giannina? chiese la nonna quando la porta si rinchiuse. Giannina alz verso la sua interlocutrice la faccia raggrinzita dagli occhi chiari: stavano l'una di fronte all'altra, la piccola e la grande. S, rispose tranquilla: e il suo sguardo sembr soggiungere: Poich me lo si chiede, devo dirlo. Va bene, replic la nonna, la cui collera cadeva presto, come quella di tutte le persone violenti va bene; sono stata dura! Per, lo creda Giannina, difficile aver

sempre riguardo per una cosa che in realt non esiste. Lei sa che cosa io penso della Chiesa Cattolica. Per me essa non una sorgente di forza soprannaturale, come lo pretendono i suoi fedeli. Essa per una grande educatrice di uomini. Non un'idea evanescente; un'idea concreta, basata sulla realt e che la esige. proprio questo che, fino a un certo grado, la rende ai miei occhi degna di stima. Ma il cattolicesimo di mia figlia non una realt, esso completamente esangue. Non ha n piedi per camminare, n mani per afferrare, e temo che non .abbia nemmeno cuore. Ma esso ha un desiderio ardente disse piano Giannina. Ancora comparve fra le sopracciglia della nonna il solito tremito. Che cosa vuol dire desiderio? chiese sprezzante. Nella migliore delle ipotesi significa qualcosa quando si hanno diciotto anni, ma mia figlia ne ha quasi trent'otto. Son quasi vent'anni che resta sospesa a mezz'aria. Lei sa, Giannina, come da principio io mi sia opposta; eppure, creda, oggi sarei quasi contenta se la facesse 'finita; purch vi fosse ancora nella vita di mia figlia qualcosa che somigliasse a un destino. Il desiderio un destino disse Giannina. No, il desiderio non un destino. Il desiderio anzi un'opposizione al destino, non accettazione della sorte. Il desiderio orgoglio. Anche dall'amore Edelgarda, per pretendere troppo, non ha avuto nulla... Perdoni se io faccio qui il paragone di due cose che per lei non ammettono comparazione; ma lei capisce quello che voglio dire... Le mie figlie, ambedue, in modo diverso, non sono state all'altezza n del loro amore n della loro vita. Ma chi veramente all'altezza della propria vita? chiese Giannina, amichevolmente. Lei, per esempio replic la nonna. Oh no, disse l'altra, quasi spaventata. Nel mio caso la cosa del tutto diversa. Allora non compresi a che cosa alludesse; soltanto pi tardi seppi che Giannina, seconde gli insegnamenti della Chiesa, vedeva il valore del Sacramento anche ad suo infelice matrimonio, e che attribuiva alla sua grazia tutta la forza che la sosteneva nel suo difficile destino. Sono certa che lei avrebbe volentieri girato alla nonna il riconoscimento di stima che questa le aveva espresso per il contegno tenuto di fronte alle difficolt della vita; poich pi tardi diceva a me di non aver mai incontrato una

persona che avesse posseduto una fermezza di carattere e una distinzione innata come li possedeva la nonna; ma omise questa affermazione certamente per umilt. La nonna diceva ora, un po' impaziente, un po' benevola: Lo so bene, Giannina; quando si tratta di una buona azione, a sentirla lei non c'entra mai. Ma anch'io ho studiato un po' i suoi teologi, e il Grande 'Concilio di Trento stato dell'opinione, che mi piace molto, che la Grazia richiede sempre la cooperazione della volont umana. Anche la sua deve quindi entrare in giuoco in qualche modo. Giannina rise, poich sapeva che la nonna si divertiva talvolta a mostrare la sua ricca coltura anche nel campo teologico. Io non so come continuasse la conversazione; ma essa mi rimase indimenticabile, soprattutto perch mi confermava quello che avevo sempre oscuramente presentito: che cio la piet della zia Edelgarda non fosse del tutto buona. Mi sembrava, quindi, naturale di sentire che essa non era una vera cattolica. Ma il dialogo,mi aveva dato luce su una cosa importante anche nei riguardi della nonna: non sentiva nessun desiderio. Era una cosa strana; era veramente il segreto per cui non appariva mai triste e per cui ci si sentiva cos felici accanto a lei. Poich desiderio significa pretesa, inquietudine, ansiet. Io stessa sapevo molto bene cosa volesse dire desiderio; era ci che aveva sempre parlato nella mia anima finch la nonna non si era occupata di me; ci che somigliava tanto alla voce della piccola fonte del nostro cortile: quel non so che di lieve, di velato e insieme di impetuoso che si faceva sentire nell'anima, che non voleva dire il suo nome e rispondeva di no a ogni nome che gli si offrisse. Concepii allora un fermo proposito di non ricadere pi nei miei antichi desideri e in questo non entrava soltanto la volont di gareggiare con la nonna e, possibilmente, di rassomigliarle; ma anche un timore incerto di essere com'era la zia. Mi ritornavano allora a poco a poco alla mente alcuni fatti che prima non avevo osservato pel sottile; soprattutto avevo poi compreso che il bell'inno del Pange Lingua, che mi faceva sempre tanta impressione, era in relazione intima con la piccola bianca Ostia, racchiusa nell'ostensorio d'oro. Vedevo il suo mite bagliore librarsi sui capi chini degli Astanti in preghiera, quando l'ostensorio veniva alzato per la benedizione: ogni volta era un momento meraviglioso. Senza che nulla succedesse, e bench allora tacesse anche il bell'inno, rimaneva pur sempre l'impressione che ci si dovesse affrettare verso il mistero

ineffabile. Una volta, quando ci ritrovammo nel parlatorio del contento, una religiosa mi regal un'immagine nella quale era disegnato l'ostensorio, domandandomi se sapevo che nellOstia consacrata abitasse il Salvatore del mondo. La cola non mi apparve cos incomprensibile come forse essa pensava, perch ero gi giunta a comprendere che il mistero e la meraviglia di tutta la solennit, si dovevamo ricercare nell'ostensorio. Ma le religiose sembrarono stupirsi molto della mia risposta; e la monaca che mi aveva dato l'immagine mi baci dicendomi: Bambina mia, Nostro Signore deve amarla molto se le ha fatto capire questo. La zia Edelgarda, invece, mi aveva guardato improvvisamente spaventata, come se le fosse apparsa la sua ombra. Allora non sapevo che fosse proprio il caso, ma supposi che essa pensasse a mio padre, e si domandasse se non aveva violato in qualche modo la sue disposizione a mio riguardo. L'idea che la zia non volesse a nessun costo essere riconosciuta da alcuno, si conferm in me avendo la nonne incominciato proprio allora a introdurmi nella cerchia dei suoi amici, che si riunivano da lei per il t in un giorno fisso della settimana. C'era in quel giorno molta festa nella sua bella sala: il lampadario risplendeva e tutti i vasi erano colmi di fiori, fra i quali io preferivo specialmente le fresie, dolci e delicate. Trovavo che quei fiori snelli e bianchi come l'avorio avevano una certa rassomiglianza con le mani della zia Edelgarda e pensavo anche che quelle mani sembravano rallegrarsi riordinando i fiori, mentre sul suo viso comparivano le ombre di quella solitudine che vi si imprimeva sempre quando si trovava fra gli ospiti della nonna. Me ne ero meravigliata gi parecchio poich quella espressione non era comprensibile in lei, persona della famiglia. Avrebbe anche potuto benissimo prendere la sua parte nella conversazione fine e intellettuale, che era la conversazione preferita dai nostri ospiti. vero che non possedeva n la ricca conoscenza, n la profonda cultura della nonna; che, anzi, nutriva verso di esse una ripugnanza voluta, e che questo argomento, nella sua educazione, e pi tardi nella mia, era stato oggetto di discussioni difficili fra lei e la nonna. Questa sosteneva, un po' sarcastica, che sua figlia sarebbe rimasta ignorante piuttosto di accettare dagli altri anche un solo pensiero, poich aveva paura dei pensieri come degli uomini. Ma la zia rispondeva che si preservava dalla cosiddetta cultura intellettuale soltanto perch, in realt, essa era una cultura materialistica, e che la nonna non se ne accorgeva, appunto perch

innamorata della scienza e della bellezza. Ed era proprio vero; ma era pure un po' vero che la zia si sentiva minacciata nella sua delicata intimit perfino dal mondo del pensiero e dell'arte qualunque fosse la loro origine. In realt non aveva studiato molto, ma poich era naturalmente intelligente e molto fine, le deficienze della sua istruzione non le nuocevano; anzi, le sue osservazioni avevano spesso un particolare fascino personale, che i nostri ospiti trovavano attraente. Essa per non lo utilizzava; volutamente si chiudeva nella sua solitudine. Ma non poteva evitare che ogni nuovo ospite si occupasse molto di lei; fatto, del resto, molto comprensibile perch con tutti si mostrava gentile e attenta. Bastava che uno fosse venuto anche una volta sola nella nostra casa perch lei sapesse esattamente se il t gli piaceva pi o meno carico, se lo prendeva col limone o con la panna e altri particolari del genere. Ma pi che tutto la zia Edelgarda appariva ancora molto graziosa, specialmente alla luce della sera. La sua figura era soffusa di un non so che di amabile, di verginale e di fresco che la facevano distinguere da tutti. In realt quella giovinezza tardiva era soltanto la nota inquietante di una vita che si era sempre sottratta alle grandi decisioni. Nelle nostre riunioni ella portava quasi sempre uno dei suoi vestiti da signorina, chiari e semplici. La nonna diceva che non erano stati di moda nemmeno quand'erano nuovi e che allora sembravano quasi costumi antichi. Compresi che si vergognava della meschinit di sua figlia, mentre in quelle occasioni ella stessa era vestita solennemente di seta nera pesante e adorna di pizzi costosi e di perle. Io per non potevo a meno di trovare che quei vestiti bianchi, passati di moda, avevano pure il loro fascino e davano a chi li indossava un'attrattiva commovente, un po' melanconica, di persona fuori del tempo. Non la vedevo malvolentieri cos, e lo dissi anche a Giannina, che un giorno, per metter fine alle perpetue discussioni sul problema del vestiario, aveva regalato alla sua amica una splendida stoffa, per la quale aveva probabilmente fatto in silenzio lunghi risparmi. Con quella stoffa la zia Edel somiglier a tutte le altre signore dissi spiacente. Che strana bambina! A chi somiglia dunque adesso? mi chiese inquieta. Ella temeva sempre che non rispettassi abbastanza la zia. Adesso sembra un angelo caduto dissi senza saper bene come mi fosse, improvvisamente, venuta quell'idea. In quel momento entr zia Edel, che si trovava nella stanza accanto senza che lo

sapessimo. Era evidente che aveva udito il nostro discorso: lo si capiva dalla sua faccia, e perci Giannina fece subito un tentativo, per salvare la situazione. Edel, disse con la maggiore disinvoltura possibile c' qui una piccola illuminata la quale pretende che tu somigli a un angelo pensa cara: a un angelo. La zia aveva inteso soltanto il caduto. Mi guard tutta spaventata e io pensai: si direbbe che lei che ha parlato e che ora voglia riprendersi. Adesso ero sicura che si sarebbe fatta fare il nuovo vestito, non foss'altro per il timore che il vecchio potesse svelare qualcosa di lei stessa. Le cose non arrivarono fin l, ma il fatto che io l'avessi osservata e mi fossi fatta sul conto suo un'opinione rimase vivo in lei per molto tempo. Lo sentivo chiaramente in certo imbarazzo che mostrava davanti a me: anzi mi parve che talvolta evitasse perfino d'incontrarmi. Io ne ero molto contenta, perch, per quanto mi sentissi irresistibilmente spinta a pensare alla sua originale personalit, altrettanto mi era poco piacevole che si occupasse di me. In quel tempo vivevo sotto il fascino della nonna, e se essa non mi avesse, di tratto in tratto, tenuta salda alla terra prendendosi amabilmente beffa di me, chi sa dove sarei andata a finire. Per mi restava ancora una buona dose della mia dolce pazzia. Avevo, ad esempio, preso l'abitudine, quando la nonna usciva, di scivolare nella sua camera dove mi abbandonavo, solitaria e felice, al sentimento di essere, se non accanto a lei, almeno nelle vicinanze delle cose da lei amate. Ma una volta, mentre appunto mi ci trovavo, la zia Edel entr inaspettata e senza accorgersi di me si mise a sfaccendare bruscamente fra le piccole rarit che ornavano gli stipi e i palchettini. Credetti dapprima che cercasse un oggetto smarrito e ci poteva anche essere possibile, ma era pure chiaro che approfittava dell'occasione per sfogare uno strano odio sulle cose innocenti che le sue mani toccavano; cos bene che io mi aspettavo, tremando, di vedere precipitare a terra da un momento all'altro qualcuno dei finissimi vasi o una delle sculture. Nel frattempo comparve Giannina, che aveva seguito zia Edel cedendo a qualche apprensione, a informarsi se la petite in presenza della zia non mi chiamava mai Specchiettino fosse l. Io non osai mostrarmi. Mi pareva che la mia buona zia fosse posseduta da qualche demone che l'avrebbe costretta a maltrattare me o la mia anima, come le belle opere d'arte della nonna. Rimasi perci rannicchiata, immobile, sulla seggiola, mentre la zia rispondeva, stringendosi nelle spalle, che la nonna, probabilmente, mi aveva portata con s.

Essa coltiva continuamente l'esaltazione di Veronica soggiunse eppure proprio con quella bambina bisognerebbe essere prudenti: ha gi un'eredit pericolosa da parte della mamma. Giannina dapprima stette zitta, come se temesse di rafforzare, contraddicendola, un'opinione falsa. Ma infine vinse il coraggio del suo amore, che non voleva mai ammettere impossibile un aiuto efficace Io credo che ti preoccupi molto inutilmente, cara Edel, disse. Al contrario, la tua mamma cerca di correggere la petite delle sue piccole esaltazioni. A me sembra che essa agisca con un'idea precisa e che raggiunga risultati abbastanza buoni. E per quello che riguarda la rassomiglianza con la Gina, di cui tu parli, in Veronica essa si cambiata in sensibilit. Voglio dire cio, che essa , come te, tutt'anima. Tanto peggio, replic zia Edelgarda; perch se pi tardi essa, come anima, si perder come la sua mamma si perdette come donna, il suo destino sar ancora pi orribile. Mi avviene gi di pensare talvolta, aggiunse poi, che Veronica cerchi se stessa in qualche cosa che fuori di lei. Giannina non trovava la cosa tanto cattiva; in fine, noi non siamo creati per noi stessi. Tutto dipende da ci a cui si dona la nostra anima, e certamente avrebbe desiderato anche lei che non mi si fosse educata cos completamente al di fuori del Cristianesimo. Ma alle ultime parole improvvisamente tacque. La zia Edel disse in fretta: Io non ho colpa se la petite cresce senza fede. stato mio cognato a deciderlo. A queste parole la sua voce sembr cos priva di vita, come se avesse parlato non con la propria, ma con tutt'altra voce. Anche Giannina dovette sentirlo: Mia cara, non tormentarti cos. Il destino della piccola non sta nelle deboli mani umane di tuo cognato, ma nelle mani di Dio. E un pochino anche nelle tue: poich si pu fare ancora molto, quando non si pu far niente, si pu essere onnipotenti l dove si del tutto senza aiuto; si pu raggiungere un'anima attraverso l'amore eterno, anche quando essa ci viene sottratta completamente. Non lo credi anche tu, Edel? Tutto questo Giannina lo diceva con l'espressione grave e raccolta che aveva sempre quando parlava della sua fede. La piccola, insignificante, prosaica Giannina, che scherzava cos volentieri, in quei momenti era capace di trasformarsi completamente: allora sembrava inginocchiata dinanzi a un mistero. In quei casi la nonna soleva dire

che lo Spirito aleggiava su di lei, e forse non lo diceva scherzando, perch aveva un'alta opinione della piet di Giannina e rispettava perfino la sua preghiera. Pi di una volta l'avevo intesa dire ad altri, che da lei aveva imparato a comprendere come la preghiera significhi per l'uomo slancio possente e spirituale pari a quello dei grandi metafisici, e forse ancora pi ardito ed eroico nel suo disdegno assoluto di tutti i sostegni e gli appoggi naturali. Non molto tempo dopo venne a Roma un giovane poeta col babbo del quale, allora gi morto, la nonna era stata in intima amicizia. A motivo dei capelli biondi, che portava un po' lunghi e pettinati lisci all'indietro, lo chiamavano scherzando il re Enzio. Io trovavo che questo nome gli si adattava bene anche per altri motivi: e in ogni caso la figura decisa di Enzio mi pareva la sola, fra quante ne conoscevo, degna di meritare, dopo la nonna, un titolo principesco. Questo dipendeva probabilmente dalla magnificenza della sua personalit intima, perch non si sarebbe potuto dire da che cosa altro potesse avere origine. Enzio era piuttosto piccolo che alto e di costituzione delicatissima; era piuttosto trascurato, quantunque non privo di grazia, e il suo viso non era n bello n distinto, ma soltanto poco comune. Lo rivedo chiaramente: fine, nervoso e un po' troppo intelligente, traboccante di giovinezza ardita, esuberante e un po' violenta, che talvolta lo rendeva attraente, mentre altre volte urtava tremendamente. Le osservazioni di Enzio erano sempre in qualche modo diverse da quelle degli altri: piombavano come uccelli da preda nelle conversazioni fini e colte dei nostri ospiti, strappando le loro penne migliori e facendole in pezzi. Alla maggior parte delle nostre conoscenze non riusciva simpatico ed era comprensibile, perch sapeva essere anche molto insolente. Non si peritava punto di dire che si era diventati spiritualmente un po' troppo grassi, o, quando si pronunciava una parola sul tipo di idealismo, che si parlava in istile reclamistico e di etichetta e altre frasi del genere. Questo contegno spregiudicato Enzio lo teneva specialmente verso le persone pi anziane, anzi mi parve talvolta che guardasse dall'alto in basso chi non era pi giovane (egli non aveva ancora vent'anni) e che trovasse quasi disprezzabili i loro pensieri e i loro discorsi. Aveva molto rispetto solo per la nonna, bench non andasse punto d'accordo neanche con lei. Ma ne apprezzava il valore; ella sembrava anzi ai suoi occhi l'unica persona del nostro ambiente capace e degna di trattare liberamente con lui. Anch'io non potevo soffrire Enzio, ma questo dipendeva dal fatto che da principio ero stata gelosa di lui. Non ricordavo di aver mai visto la nonna rallegrarsi tanto di una

visita come della sua. Accanto a lui ella sembrava ringiovanire, e si consacrava al suo soggiorno romano cos esclusivamente e completamente, da trascurare ogni altra cosa. Anche per le poesie di Enzio la nonna dimostrava interesse non comune, bench fossero del tutto diverse da quelle che di solito essa apprezzava. Fra i poeti moderni essa amava particolarmente Stephan George, dei cui versi diceva che si potevano leggere o recitare anche davanti al Pantheon o al Foro Romano; e questa era la massima lode che essa soleva largire. Fra i poeti meno recenti quelli che sentiva pi vicini a s erano Goethe e Hlderlin: ma amava molto anche la lirica di Nietzsche, quantunque non senza riserve, dicendo sempre di essere troppo digiuna per potersi prestare a quella incredibile ebbrezza. La lettura di questi poeti non la lasciava mai: diceva che erano la sua maniera, abitando a Roma, di pensare alla Germania e di amarla. Le poesie di Enzio erano in armonia con le espressioni che gli erano abituali. La maggior parte dei nostri ospiti, la nonna invitava spesso il suo giovane amico a leggere i suoi versi in circoli pi numerosi trovava in essi qualche cosa di estraneo al loro spirito, quasi di ostile; pi di una volta intesi dire che nella loro mancanza di stile potevano essere perfino pericolosi. Soltanto alcuni giovani se ne entusiasmavano sostenendo che quella poesia apparteneva all'inizio di un'arte gradiosa, nuova, puramente interiore, che orecchie attente sentivano risuonare dovunque. Fra le persone anziane la nonna era l'unica che vedesse nei versi di Enzio una grande promessa e qualcosa di veramente geniale. Soltanto non le sembravano ancora maturi; e credo che si abbandonasse allora alla speranza di poter essere utile all'ingegno del suo giovane amico. I suoi tentativi e i suoi piani la tenevano continuamente occupata e appariva allora cos felice e raggiante, che il suo vecchio viso, tanto bello, si sarebbe creduto illuminato dai raggi di un grande sole cadente. Sembra tornata al tempo in cui viveva ancora il padre di Enzio, diceva Giannina alla zia, mentre accanto a una testa d'uomo, fine e spirituale, posta su di un piedestallo a fianco dello scrittoio della nonna, collocava una coppa di fiori. Quella testa era sempre stata l, ma prima d'allora non l'avevo osservata particolarmente. Da qualche tempo Giannina l'ornava ogni giorno di fiori, e io ne conclusi che essa doveva riprodurre le sembianze del padre di Enzio e che Giannina, con quei fiori, intendeva onorare i nostri ospiti. Enzio non era venuto solo: aveva condotto con s la madre, donna robusta, piacevole, educata bene, che lo viziava molto ma non era per niente adatta a lui. Nel salotto della nonna le si era trovato anche un nomignolo molto grazioso, quantunque non

fosse stata altrettanta graziosa l'intenzione che lo aveva ispirato. La mamma di Enzio era chiamata signora nuvola. II nomignolo alludeva a una nuvola di polvere. Si pre-tendeva cio che, quando se ne andava dalla sala, Giannina dovesse ogni volta spolverare i mobili, ricoperti di cipria. La nonna, per la quale la cura pi raffinata della persona era una necessit, ma che aborriva la polvere, i cosmetici, tutto ci che era finto, diceva per con indulgenza: Povera signora Nuvola; eppure cos buona e, in fondo, cos semplice. Sotto la sua polvere tutto proprio autentico e sincero. La nonna chiamava la mamma di Enzio col suo nome proprio, Minna, e le dava del tu. In tutto mostrava una notevole simpatia per la signora Nuvola; anzi, di fronte a lei deponeva, per cos dire, la sua corona, adattandosi a un genere di conversazione, che avrebbe con altri provocato il getto impetuoso della sua pi brillante ironia. Procurava anche sempre di tenere alta la signora Nuvola nella considerazione dei suoi ospiti, ma non era cosa facile. La mamma di Enzio era cos poco adatta al nostro ambiente e a Roma come lo era per suo figlio, ed era pure abbastanza sincera nel non nascondere punto che vi era venuta soltanto per far piacere a Enzio. Per conto suo, trovava un po' pesante quel continuo colloquio con la storia dei secoli o addirittura con l'eternit. Io sapevo che, in generale, la si giudicava d'intelligenza limitata, e fra i nostri ospiti ella avrebbe avuto certamente una parte abbastanza trascurabile se la nonna, con la sua simpatia aperta, non le avesse mantenuto a ogni costo il suo posto. Su questo argomento mi trovavo per nella condizione strana di non essere in perfetto accordo con la nonna. Quando la signora Nuvola mi baciava sarei volentieri scappata, tanta era la paura della polvere che lasciava intorno a s. Ma pi ancora mi riusciva pesante e opprimente la sua figura. Vedendola mi veniva fatto di pensare a un piumino che tutto ricopre. Essa copriva perfino la nonna, che pure aveva una figura abbastanza imponente e la sorpassava di parecchio; la cosa mi appariva addirittura sconveniente, come se dovesse significare simbolicamente un capovolgimento dei loro vicendevoli rapporti. Non so se Enzio pensasse lo stesso; per con la sua mamma egli era ancora pi sgarbato che con gli altri. Non voleva mai condurla con se quando si andavano a vedere le meraviglie di Roma. Sempre e amorevolmente la nonna insisteva; ma i suoi tentativi naufragavano nella ostinazione di Enzio e nella sottomissione della signora Nuvola alla volont del figlio. La nonna in fondo era molto contenta di averlo tutto per se; ma nella sua delicatezza e nella sua rettitudine non lo voleva ammettere. La gente, spontaneamente, considerava la nonna ed Enzio come un'unit inseparabile.

Spesso, nelle nostre escursioni, essi erano presi per madre e figlio; malinteso che alla nonna non spiaceva. Aveva anzi un'aria cos felice, come se il solo pensiero di poter chiamare proprio un tal figlio le desse una vera gioia. Questa gioia non sfugg nemmeno a Enzio, e la nonna ne rimase un po' contrariata. Mi considera proprio una vecchia donna piena di vanit? gli chiese. Non la considero pi vana di me stesso, rispose egli. Anch'io mi figuro volentieri che potremmo essere madre e figlio; non avrei da sormontare la pi piccola difficolt, come devo farlo, per esempio, con la mia propria mamma. O Enzio, la vostra cara, ottima mamma, grid spaventata la nonna. Il giovane fece una smorfia. La sua bocca era strana: non si sarebbe potuto dire se fosse dura o dolce. Ottima, senza dubbio, rispose negligentemente; la solida borghesia sempre ottima. Sapevo gi che borghesia era tra le sue parole preferite: essa significava quel che di pi cattivo e di pi dispregevole potesse dire. Talvolta la applicava anche a sua madre, e allora lo trovavo assai antipatico, perch, quantunque non potessi soffrire la signora Nuvola, sentivo che suo figlio non avrebbe dovuto parlare cos. Come freddo, pensavo; eppure, quando si ascoltano i suoi versi, si direbbe che ogni creatura e ogni cosa trovino in lui una eco. Mentiva nelle sue poesie o erano esse un modo di amare? I poeti amano solo coi loro versi? Amano con essi cos come gli altri uomini amano col cuore?. Non riuscivo a capirlo; ma quando osservavo Enzio, la cosa non mi appariva del tutto inverosimile. Io stessa intuivo, con una evidenza che per non mi riusciva molto chiara, che le poesie di Enzio dovevano essere qualcosa di grandioso, e questo mi apparso poi sempre come un indice della misteriosa affinit che esiste fra i rappresentanti di una stessa generazione. Poich nulla e nessuno mi avevano preparato a comprendere quelle poesie, e i loro argomenti non offrivano quasi nessun aiuto alla mia intelligenza. Vi si parlava molto di macchine che, simili a gigantesche bestie artificiali, ingoiavano e schiacciavano crudelmente le anime degli uomini; del denaro che li rendeva duri e insensibili; della ragione e della scienza che rendono lo spirito piccolo, meschino, infecondo. Scoppiavano poi maledizioni contro le grandi orrende citt, esorcismi contro la guerra, i flagelli, le epidemie; si vedevano avanzare minacciosi come una furia di ferro e di morte; una ridda di lampi sembrava

annunciare il tramonto di un mondo nefando. Infine tutto crollava in un immenso grido di piet per le tormentate creature della terra. A me si apriva cos un mondo del tutto nuovo e strano. Nulla sapevo delle miserie sulle quali quei versi sospiravano, balbettavano, tempestavano; ma ero presa dalla loro indicibile potenza, trasportata dalla passione delle loro ribellioni; provavo insieme orrore e curiosit; ne rimanevo scossa e non mi lasciavo sfuggire nessuna delle occasioni nelle quali Enzio leggeva quelle poesie. Mi sedevo in modo che egli non mi potesse vedere; Giannina di tanto in tanto mi stuzzicava dicendomi che la mia faccia tradiva ogni mio pensiero, e io non volevo dare a Enzio la soddisfazione di vedermi affascinata dai suoi versi; ero sempre in collera con lui per l'amore che gli manifestava la nonna. Ma una volta, durante un ricevimento, mentre ascoltavo rannicchiata nel mio nascondiglio, dietro la schiena di Enzio, provai improvvisamente un senso di disagio, come si pu provare quando si osservati attentamente. Levai la testa e mi spaventai. Obliquamente, ma dirimpetto al posto in cui mi ero nascosta, era appeso un bellissimo e vecchio specchio, di origine veneziana come il lampadario della nonna. In quello specchio, incorniciato dai pallidi fiori di cristallo scintillante, il mio viso e quello di Enzio apparivano l'uno accanto all'altro, e nel vecchio cristallo essi sembravano come affondati nelle acque di un lago. Non so da che cosa dipendesse; ma il mio viso appariva completamente diverso da quello che supponevo fosse abitualmente. Enzio aveva l'aria di pensare la stessa cosa, poich fissava la mia immagine. Ebbi perfino l'impressione che, in un primo momento di sorpresa, interrompesse la lettura. Tutto questo avvenne in pochi secondi, che per mi sembrarono molto lunghi. Il piccolo incidente mi spinse pi tardi, quando fui sola, a guardarmi ancora nello specchio per constatare se proprio in esso si appariva tanto diversi del solito. Ma non incontrai che il mio noto viso infantile, con le due trecce grosse e brune, che la zia Edel, da qualche tempo, disponeva intorno al mio capo come una specie di nido, senza che questo mi desse un'apparenza da signorina. Le persone estranee continuavano lo stesso a darmi tutt'al pi tredici anni, mentre in realt ne avevo quasi sedici. Ma allora la nonna diceva sempre: Veronica ha la sua et: che le propria e non si pu assolutamente esprimere con una prosaica cifra. Enzio e sua madre erano a Roma da circa tre settimane, quando la signora Nuvola dichiar improvvisamente che pensava di andare da sola in Riviera. Come pretesto essa diede appunto quel colloquio con la storia del mondo e con le cose eterne che, alla lunga, la stancava; ma non c'era nessun dubbio che il vero motivo era da

ricercarsi in Enzio. Se egli stesso le avesse proposto quel viaggio, oppure se essa, con un atto di sottomissione e di prudenza, lo avesse presentato come sua decisione, non si sapeva in modo certo. Con tutta la sua semplicit la signora Nuvola non si poteva conoscere tanto facilmente; e questo dipendeva dalla sua grande flemma, che a volte mi sembrava uno strato di lana, in cui tutto quello che essa diceva e faceva fosse avvolto e avviluppato. Enzio si mostr cos francamente d'accordo con la decisione di sua madre, da farci provare un senso di vera pena- Si fece perfino garbato e premuroso con lei, interessandosi per i biglietti, le valigie, gli indirizzi degli alberghi. La nonna era invece, evidentemente, costernata e tent di protestare amabilmente ma energicamente contro quella partenza. Sembrava che volesse scusarsi per Enzio, quantunque non avesse il minimo motivo per farlo. Ma la signora Nuvola non permise che si sconcertassero i suoi piani di viaggio. Mio figlio, a Roma, non ha bisogno di me, osserv alla nonna. Lasciatemi andare un po' in pace, per conto mio. Quando gli sar ancora utile, mi chiamer! Disse questo senza nessuna suscettibilit, con la sua pronuncia larga e un po' fredda, mentre imballava i vestiti e i barattolini di polvere con un'attenzione amorosa, come se quegli oggetti fossero per lei, in quel momento, l'unica cosa importante al mondo. La nonna allora non insistette pi per trattenerla, ma la colm di fiori e di dolci e la invit a ritornare presto a Roma, anzi subito se la solitudine le fosse stata pesante. La esort anche a scrivere di frequente e, da parte sua, promise di fare lo stesso. La signora Nuvola accett tutte quelle cortesie placidamente, ma era evidente che non le facevano nessuna impressione. Chiese soltanto che si volesse informarla se, per caso, suo figlio si ammalava e preg la nonna di insistere per fargli prendere, come calmante dei nervi, una medicina di cui non ricordo il nome. La mamma crede sempre che una cura fisica metta a posto ogni cosa; di altre sofferenze e preoccupazioni non vuol sapere, disse Enzio difendendosi, a met divertito, a met arrabbiato, contro quella disposizione. Ma su questo punto la signora Nuvola non ammise ragioni, e insistette con ferrea energia, ottenendo dalla nonna la promessa che avrebbe esaudito il suo desiderio. Del resto la signora Nuvola non aveva tutti i torti. Enzio era preso dal fascino di Roma in modo veramente poco comune; si sarebbe anzi tentati di dire che ne era ammalato. La nonna stessa dovette ammettere che, dei molti amici ai quali fino allora aveva fatto visitare la Citt Eterna, nessuno si era comportato cos stranamente come lui.

Non c'era per dubbio che Enzio si difendeva e quasi si ribellava contro Roma. La Roma magnifica della nonna, il vaso di elezione e il simbolo di ogni grandezza e di ogni bellezza, la roccaforte inespugnabile dei secoli, sembrava trasformarsi per lui in una specie di tempesta, sospesa minacciosa sopra il suo spirito. Tuttavia non ebbe pace finch la nonna non lo fece girare dappertutto; si sarebbe detto per che percorresse una Roma completamente diversa dalla nostra. Era interessante visitarla con Enzio. Non largheggiava di ricordi storici non vi aveva quasi nemmeno inclinazione. Ma si sentiva egualmente la loro presenza; si sentivano le effervescenze, gli oscuri silenzi, gli orrori, le forze, le agitazioni inquiete delle cose che non hanno pi forma. Con Enzio, a dire il vero, non si vedevano pi i monumenti, le statue, i quadri; ma sembrava che questi galleggiassero, grandi e magnifici fiori, alla superficie di un mare profondo, il cui ignoto si scrutava attraverso il loro calice. La Roma notturna pareva possedere per Enzio il massimo incanto. Era capace di vagare per ore e ore attraverso le stradine oscure poste dietro il Pantheon, contemplando le ombre pesanti e incerte delle facciate delle chiese e delle fontane barocche, aspirando l'eccitante aria notturna, che la nonna di solito aveva cura di evitare. Essa sosteneva che vi si sentiva sempre l'odore cadaverico degli innumerevoli morti che riposavano sotto quella vecchia terra. Come ho gi detto, Enzio non si soffermava molto ai particolari. Capivo come egli si stancasse presto delle meraviglie che gli si mostravano. Si sarebbe detto che gli facevano male. Aveva altri momenti di entusiasmo impetuoso. Al suo confronto l'ammirazione di altre persone mi sembrava cieca e fredda. In quei momenti sembrava per andare contro la sua volont; e se la nonna, mentre egli contemplava immobile, con sguardo fiammeggiante, qualche magnifica statua, gli chiedeva felice: Dunque, che cosa ne dice? le rispondeva quasi sgarbatamente: Ma non dico proprio nulla: in questo istante mi sento troppo lontano da me e dal mio tempo. Eppure, replicava amichevolmente la nonna, a Roma il proprio tempo non pesa al punto da dovervi prestare attenzione. E poi... non ama proprio il suo tempo? Enzio rideva. No certamente, si affrettava a dire convinto, quantunque ogni cosa abbia, in fondo, un doppio aspetto. Io credevo alla missione della mia generazione; ma che cosa , a Roma, una generazione? Che cosa vale, qui, la mia generazione? Ho solo l'impressione che essa potrebbe benissimo essere gi passata mentre a casa pensavo che cominciasse appena. Pensavo anche che aveva qualche importanza; ma qui anche

quello per cui la consideravo importante mi sembra niente; e non varrebbe certamente la pena di ricominciare. Credo che se rimango a Roma ancora per lungo tempo, tutte le cose mi appariranno sotto l'aspetto di rovine. Non scherzo punto: gi adesso sono spesso costretto a immaginarmi la Cancelleria e il Campidoglio ridotti come le terme di Caracalla. Queste cose Enzio le diceva con violenza. Io lo conoscevo gi com'era in quei momenti: aveva poi un modo particolare di scuotere il capo per cui i capelli, lunghi, lisci, gettati all'indietro, cadevano improvvisamente a coprire tutta la fronte, rendendola cupa e stretta, mentre gli occhi sbucavano quasi ostili di sotto al casco biondo. La nonna lo consolava con molta affettuosit, talvolta scherzando, talvolta seriamente. Diceva che non si impara a conoscere Roma alla stessa guisa delle altre citt, ma che si impara a subirla, e per questo ci vuole molto tempo. Chi fino dal primo momento si trova bene? Roma, non ha compreso la sua grandezza, e non tutto resiste di ci che vi si porta con s. Anche la malinconia della storia, da principio preoccupa molti; ma proprio quello che essa evoca, procura pi tardi una grande libert e serenit. Quando ci si un po' abituati alla contemplazione dei secoli, essa ci dona il senso delleternit, e quello che si riesce a conservare diventa propriet inalienabile. A questo punto Enzio osservava che l'essere vinti dal passato o dall'eternit era la stessa cosa; in ogni caso si era vinti. Egli credeva che la nonna considerasse Roma con troppo ottimismo: era un'impressione che di quando in quando credevo di veder affiorare nei giudizi che esprimeva sui pensieri della nonna. Naturalmente subito dopo le baciava ancora la mano con profondo rispetto, dicendo che sulla sua bocca era completamente vero quello che per lui ormai era vero solo in parte. Le diceva anche altre cose gentili: che era simile alle donne celebri del tempo di Goethe; anzi no; in fondo non apparteneva a nessuna epoca, ed era soltanto cos che si poteva trovarsi bene a Roma. Oppure le diceva che gli sembrava una Minerva incanutita sulle rovine del Foro; e un'altra volta confess ingenuamente che non avrebbe mai creduto che una vecchia signora potesse avere per lui tanta importanza. Tutte queste cose, dette da lui, avevano il potere di commuovere, probabilmente perch di solito egli era cos brusco e poco conciliante. Le diceva anche, a volte, come fosse infantilmente meravigliato sopra se stesso; e in quei momenti non si poteva a meno di essere buoni con lui. Tutto questo per non impediva che le conversazioni, come quella riferita, fossero una spina al mio cuore, perch le comprendevo abbastanza per sapere che il modo con cui Enzio vedeva Roma doveva

offendere profondamente la nonna; e credevo di non ritrovare pi sicuramente la grande tenerezza che essa nutriva per lui che nell'indulgenza che gli dimostrava proprio a quel riguardo. In quel tempo la mia gelosia verso Enzio aveva raggiunto il colmo, e temo di essermi mostrata con lui molto ostile, tanto pi che egli era con me gentile e amabile. Da principio, ingannato come gli altri sulla mia et, mi aveva dato il tu; e quando seppe che ero invece sulla soglia della giovinezza, mi propose di continuare, perch gli sarebbe stato impossibile abituarsi al rigido lei. Questa famigliarit aveva molto rallegrato la nonna, che si era sforzata di dare a Enzio e a sua madre nella nostra casa un posto quasi in famiglia. Io, invece, non ero stata punto contenta della sua proposta, perch interpretavo il suo contegno e la sua gentilezza a mio riguardo come una trascuranza della mia avversione, derivante dal fatto che, in fondo, egli non mi prendeva sul serio. Questa supposizione mi riusciva particolarmente sensibile, perch corrispondeva in tutto all'opinione che avevo di me stessaA quel tempo soffrivo della mia infanzia tardiva come soffrivo della mia precoce maturit. Mi dicevo che in nessun modo avrei potuto essere per la nonna ci che era Enzio per lei; non sapevo n comporre poesie n sostenere, come lui, conversazioni brillanti; ero pi giovane, non ero un uomo, ma una giovanetta. Che l'ultima circostanza, per me la pi disperata, avesse molta importanza, l'avevo appreso dalla nonna stessa. Un giorno, infatti, l'avevo intesa dire a Enzio, in mia presenza, che si era sempre augurata di avere un figlio; le figlie non l'avevano mai soddisfatta pienamente come madre. Parlando, il suo sguardo si era per posato su di me con tanta tenerezza, come se volesse dire: Questo non riguarda la mia nipotina. Ma c'erano pure dei momenti in cui non pensava punto a me. In quel periodo, quando essa usciva col suo giovane amico, dovevo rimanere spesso in casa; e quantunque fossi quasi sicura che non lo facesse a posta, ma soltanto per dimenticanza, non me ne affliggevo meno. Qualche volta mi nascondevo apposta per non darle occasione di ricordarsi di me. Un giorno che mi trovavo nel chiostro proprio nel momento in cui la nonna e lui scendevano la scala, mi rifugiai prontamente nel vano della porticina che metteva in S. Maria sopra Minerva. Arrivava fin l, dall'interno della bella chiesa, il suono dell'organo, che mi fece provare la tentazione violenta di entrarvi. Resistetti, poich il mio entusiasmo per la nonna mi aveva portato al punto di non voler possedere n gustare minimamente ci che lei stessa eliminava dalla sfera della propria esistenza. Dall'altra parte dell'usciolino sentivo intanto il mio nome ripetuto forte da Enzio parecchie volte. Ma la nonna non mi chiam e io rimasi immobile e silenziosa: istanti

ricchi di amarezza e di dolcezza. Ti hanno lasciato ancora a casa, bambina? mi chiese la zia Edel, quando, pi tardi, mi decisi a ricomparire. La stessa cosa mi aveva gi chiesto spesso negli ultimi tempi, e due o tre volte mi aveva anche proposto di accompagnarla dalle buone religiose di via Lucchesi; avevo rifiutato l'invito per la stessa ragione che mi aveva impedito di entrare in Santa Maria sopra Minerva. In quel tempo avvenivano talvolta fra noi due piccole scene; o, per meglio dire, mi persuasi proprio allora che con lei non si poteva avere una vera lite, che avrebbe supposto discussioni violente da ambe le parti. Con la zia Edel, invece, si colpiva sempre l'aria. Non si poteva sapere se veniva toccata; e si era anzi tentati di pensare che, a questo proposito, assomigliava a Giannina, la quale pure non confutava e non discuteva mai parole un po' forti. Ma mentre dinanzi al silenzio di Giannina ci si sentiva improvvisamente e soavemente disarmati, dinanzi al silenzio dell'altra si aveva l'impressione di trovarsi con le spalle al muro, senza aiuto, ma non vinti n persuasi. La zia Edel mi domand dunque se mi avessero lasciata a casa; compresi che le facevo compassione, quantunque si rallegrasse della cosa in s. Essa era allora, con me e con tutti, molto pi dolce di prima. Credevo dipendesse dal fatto che io non stavo pi tanto con la nonna, e questo mi irritava indicibilmente. Sono rimasta a casa di mia iniziativa, risposi. Non hai dunque voluto accompagnarli? mi chiese incerta, guardandomi furtivamente, perch essa era per natura timida e delicata, dinanzi ai segreti altrui, e si vergognava di non avere saputo fare a meno di domandarlo. No replicai, non volevo accompagnarli, perch la nonna sta pi volentieri sola con Enzio. Ebbi cos l'impressione di mettermi volontariamente il pugnale nel cuore; ma il desiderio di deludere le speranze di zia Edel a mio riguardo era troppo vivo. Dovevo proprio scagliarle in faccia l'attaccamento assoluto che provavo per la nonna. E anch'io voglio che essa rimanga sola con Enzio, dissi ancora, dispettosa. Ah s, lo vuoi? replic la zia, retrocedendo un po' come spaventata dinanzi al sentimento che le si era manifestato improvviso, in tutta la sua realt. Ma anche qui compresi che avevo battuto l'aria; per un momento giunsi a dubitare della sua gelosia. Il mio giuoco per nascondermi e rimanere in casa non sempre riusciva- Di tratto in

tratto la nonna stessa si ricordava di me, e mi sarebbe sembrato un delitto di lesa maest non rispondere al suo invito. Ma anche allora non provavo piacere, perch le conversazioni tra lei ed Enzio avvenivano sempre come se io non esistessi; e tutto si riduceva a un'altra forma del mio infantile martirio. Una di quelle conversazioni mi rimasta particolarmente impressa. In quel tempo la nonna andava tutte le mattine con Enzio al Foro Romano, del quale egli mostrava un desiderio ostinato. Sembrava che le rovine avessero per lui lo stesso incanto dell'aria notturna di Roma; ma non si curava di entrare nei particolari, e la nonna che conosceva ogni pietra del Foro aveva rinunciato da tempo a illustrargliele. Quella mattina sedevamo di fronte alle tre meravigliose colonne del tempio di Castore, che la nonna soleva chiamare le tre figlie del re. Essa le amava talmente, che io non osavo parlarne, quasi timorosa di non saperlo fare col dovuto rispetto. Era una deliziosa mattinata primaverile. Le grandi e solenni rovine si stendevano intorno a noi, silenziose e bianche, quasi oppresse dal fulgore della luce nuova. Le tre colonne del tempio di Castore non sembravano pi fatte dalla mano dell'uomo, e sottoposte alle vicende umane, ma, immerse e trasfigurate nella bellezza eterna della luce e della propria perfezione, sembravano sollevarsi sulle macerie del loro incommensurabile destino, felici di trovarsi nell'oceano dell'etere, dell'universo e del tempo. Cos, presso a poco, diceva la nonna delle tre colonne. Ci chiese poi se non avessimo noi pure l'impressione che quelle linee superbe e nobili non fossero spezzate dal tempo e dalla decrepitezza, ma soltanto dalle fluttuazioni della luce, quasi allusioni meravigliose a una maest imperturbabile. Erano queste, lo ricordo esattamente, le sue precise parole; e dicendole, ella aveva un'aria lieta e serena, come sempre quando si trovava in quel luogo. Le avevo colto in quel momento, sulle pendici del Palatino, le prime viole, e parlando ella ne aspirava il dolce profumo. Enzio invece trovava che quel profumo tenue e selvaggio, fra le ombre degli antichi palazzi imperiali, turbava pi dei cipressi. Vedevo gi scendere sulla sua fronte giovane e caparbia la nuvola dei capelli biondi. S, c' della maest, disse brontolando, della maest anche nell'ultima pietra spezzata. La nonna lo osservava furtivamente, attenta e un po' preoccupata. Enzio, disse con bont che ha di nuovo? Sente nell'aria lo scirocco? Ahim, rispose egli a Roma tutto combinato in vista dell'effetto totale.

Anche lo scirocco che significa, se non che perfino l'aria diventa pesante e ammalata quando passa da questo luogo? Non riesco a capire come qui vi sia della gente che pu dormire tranquillamente. Ma Enzio, replic la, nonna con la sua fine ironia. Non pu mica pretendere che i poveri italiani trascorrano la loro vita facendo la guardia d'onore alla loro capitale! No, ammise Enzio. Ma sostengo pure che gli italiani meno di chiunque comprendono Roma. Qui essi si sentono nella loro patria, in un loro immenso museo oppure, se meglio vi piace, nel loro santuario nazionale; in ogni caso su terreno solido. Ci che Roma in realt, lo sanno soltanto gli stranieri. Io credo fermamente che gi per i Goti e gli Hohenstaufen fossero in giuoco considerazioni ben diverse del bottino, della conquista e anche della corona imperiale. Lei deve essere certamente bene informato sugli Hohenstaufen, re Enzio! disse la nonna. La sua voce aveva un'espressione molto buona e tenera, come se parlasse a un fanciullo malato. Quali considerazioni, dunque? L'ebbrezza del mondo, rispose egli piano; la ebbrezza universale, che per un grande principe si chiama impero, per una banda di mercenari sacco di Roma e per noi, uomini moderni,... morire, almeno spiritualmente, di febbre; essere trascinati dal turbine del tempo, essere strappati a noi stessi... La nonna aggrott le sopracciglia. Mio caro amico, ribatt, l'universo non il caos e Roma non il grembo delle cose, ma la sommit della terra. vero; qui tutto il mondo compresso come un grappolo generoso nel calice di un'unica citt; ma le sue gocce hanno preso una forma, e questo lei talvolta lo dimentica. Noi possediamo il tutto soltanto nella perfezione del particolare... Qui io non sento il particolare, ma l'insieme delle cose, replic Enzio con voce tonante; e questo solo significa sentire Roma. Le grandi meraviglie dell'arte si trovano anche altrove; ma il tutto lo si trova soltanto qui. Il particolare pu essere magnifico finch vuole... Che cosa vuol dire questo tutto? Mio Dio, qui esso sprizza da tutti i pori della terra; esala da tutte le pietre. Anche nella perfezione, io sento soltanto ci che essa nasconde, l'orrore della profondit e la vertigine dell'altezza, il ritorno continuo di ci che si eleva e di ci che si abbassa. Sento anche il sangue della lupa; lei, del resto, la nutrice delle tre figlie di re. Chi lo pu negare? Io so soltanto che anche la pi bella

colonna non ha in s questo essere insondabile e che qui non sono capace di concepire nessuna forma fissa, nemmeno la mia. Amico mio, continu la nonna un po' perplessa. Se lei misura queste interpretazioni dalle disposizioni sue, che cosa rimane? Rimane la vita, rispose Enzio ridivenuto tranquillo. Questa cosa magnifica e spaventosa, che tutto attinge da se stessa e in se stessa tutto riassorbe. Quindi anche la lupa, concluse, breve, la nonna. Questa donna che abbracciava e approvava la vita con un fervore inimitabile, sottolineava per volentieri che essa non il bene pi prezioso, e in ogni caso non voleva accettare il modo con cui Enzio a volte ne parlava. L'avevo osservato spesso, perch la vita era una parola che di frequente faceva capolino nei discorsi di Enzio, e per lui sembrava significare una specie di pietra preziosa, deposta sul fondo di ogni calice che egli rovesciava coi suoi inquieti pensieri. Enzio rise. Per conto mio anche la lupa, disse. Roma lo sapr bene perch la porta nel suo stemma... certamente non solo a ricordo dei due ragazzini Romolo e Remo. La nonna non aggrott pi le sopracciglia; guardava dinanzi a s, in silenzio. Certamente, disse piano. Ciascuna forma solitaria... Non comprendevo come mettesse queste parole in relazione con quelle di Enzio; ma ebbi l'impressione che essa, improvvisamente e come spaventata, si ripiegasse su se stessa. Se almeno tacesse; pensai. Alla nonna non fanno piacere queste cose. Avevo gi tentato di afferrare furtivamente la mano di lei, e non essendovi riuscita, appoggiai lieve il capo contro la sua spalla: non sapevo come meglio compensarla mentre Enzio la tormentava con le sue parole. D'un tratto ella si volse verso di me. Dimmi, chiese; perch picchi sempre il tuo piccolo capo bruno contro la mia spalla? Sei proprio una piccola capricciosa. Che cosa vuoi, dunque? Non lo diceva proprio bruscamente; per, nel modo con cui si era rivolta a me, intuivo un malessere, che in fondo non riguardava me, ma Enzio. Essa lo amava tanto, che non voleva mostrargli quello che avrebbe mostrato a chiunque le avesse parlato cos, pensavo triste. Preferisce rifarsi con me. Un profondo spavento mi prese. Prima di allora non l'avevo mai vista concedere a un altro il diritto di contrariarla nella sua considerazione bella e serena delle cose,

oppure quello di dare ad esse un significato a lei ostile. Che questo fosse stato possibile mi sembrava cos sorprendente, anzi, assurdo, come se qualcosa nella mia nonna fosse stato spezzato o potesse esserlo. Improvvisamente Enzio disse: Io credo che Veronica sia soltanto scontenta di me... non cos? Lo ammisi. Di fronte alla nonna mi ero trovata disarmata, ma di fronte a Enzio mi ribellai. vero, risposi; non voglio che la nonna diventi triste. Ma la nonna disse adirata: Veronica, devo proprio vergognarmi di te davanti al nostro ospite. Non ricordavo che mi avesse parlato mai cos severamente; ma soprattutto mi sentivo mortificata di essere sgridata per colpa di Enzio e davanti a lui. Mi ha rubato la nonna e non sa nemmeno quanto si debba amarla, pensavo con ira. L'amarezza e la gelosia mi fecero salire le lacrime agli occhi, e quando la nonna si volse ancora a Enzio, mi alzai piano piano e furtivamente mi allontanai da loro dirigendomi verso Santa Maria Antica. Mi sedetti all'ingresso della grande rovina e dispettosamente volsi gli occhi, che lottavano sempre con le lacrime, a contemplare il Foro. Parecchie persone lo attraversavano in quel momento, eppure ogni cosa mi pareva indicibilmente abbandonata. Il sole era alto, ma avevo l'impressione che dietro tutte le cose stesse in agguato un'ombra invisibile: quando le avevo viste, poco prima, avevano, tutt'altro aspetto. Per la prima volta nella mia vita mi accorsi quanto le belle e superbe rovine fossero vinte, lasciate a se stesse; quanto fosse malinconica la magnificenza delle loro porte meravigliose e la grandezza delle loro bianche fronti solenni. Gli stessi rami di rosa e di lauro che le avvolgevano con tenera venerazione, mi apparvero d'un tratto come le braccia della natura, belle e terribili al tempo stesso, che gi si protraevano verso quei naufraghi giganti, per portarli con s nell'oscuro grembo della terra. Tutto questo non l'avevo osservato prima forse perch avevo guardato sempre il Foro con gli occhi della nonna? Era stata essa a liberare le cose dalla loro pesantezza, oppure anche allora ero stata vinta dalla mia immaginazione? Dal posto ove mi ero messa a sedere potevo distinguere, sebbene da lontano, la sua figura e quella di Enzio. Ella si era levata il cappello, e i suoi bei capelli lucenti brillavano al sole con riflessi grigio-perlacei come il vecchio marmo del tempio di

Antonino, sulla cui soglia essa ora sedeva. Come l'amavo! Enzio non la avrebbe mai amata tanto! Vedevo distintamente lui pure: era in piedi, accanto alla nonna. L'ombra della sua figura piccola e imperiosa cadeva breve e tagliente, come l'ombra di mezzogiorno, sulla figura seduta. Non la copriva, ma la colpiva circa all'altezza del cuore. Improvvisamente provai per la nonna un dolore profondo, come se la sentissi minacciata, da parte di Enzio, della stessa tremenda sofferenza che spirava dalle cose intorno a me. La supposizione che la nonna, cos superbamente serena, potesse un giorno soffrire, mi sconvolgeva tanto, che non capivo nemmeno pi se piangevo per gelosia o per la supposizione di quella possibilit. Intanto la mia scomparsa era stata notata. Udii Enzio gridare il mio nome e volgersi in giro a cercarmi; e poich mi vergognavo di presentarmi con gli occhi lacrimosi, mi alzai e mi diressi verso l'interno della cadente basilica. Faceva freddo e buio in Santa Maria Antica, perch sul soffitto aperto gravava l'imponente ombra del Palatino. Alle pareti crollanti pendeva la muffa, o qualcosa di somigliante a un tessuto incolore filato da un grande ragno di specie sconosciuta. Soltanto dopo un po' di tempo lo sguardo poteva abituarsi all'oscurit di quelle rovine e distinguere gli affreschi, gi scomparsi a met: figure alte e strette, sotto la loro aureola di santit, con le membra avviluppate di vesti severe, con gli occhi gonfi di lacrime nere. Sapevo che quelle figure rappresentavano martiri cristiani, e che martire colui che va incontro alla morte per la sua fede e per il suo amore. Soltanto alla fine scorsi anche una croce, alle cui braccia era appeso un Cristo solenne. Quell'immagine si trovava nella nicchia pi riposta, scavata nella vecchia e superba collina del Palatino, quasi ne fosse il pi intimo segreto. Andavo da una parete all'altra, sforzandomi di immergermi nella contemplazione di quei vecchi dipinti, per poter pi presto dominare le mie lacrime. Ma me ne veniva ancora maggiore tristezza. Di nuovo piansi, e questa volta non mi pareva di piangere per gelosia della nonna e di Enzio; bens per qualche cosa che avrei trovato dovunque mi volgessi e che era sparso senza misura in tutto il mondo. D'un tratto udii avvicinarsi dei passi sull'antico pavimento della basilica, e quando mi volsi, Enzio si trovava dinanzi a me. Ti ho presa, alla fine, piccola fuggitiva, esclam allegramente, non vedendo le mie lacrime in quel primo momento di oscurit. La tua nonna e io... S'interruppe improvvisamente, avendo finalmente scoperto lo stato dei miei occhi. Disse allora, brusco:

Lo sai, Veronica, che talvolta sono molto geloso di te a proposito della nonna? Mi sentii avvampare, poich era chiaro che egli si era accorto come io stessa lo fossi. Ma la nonna ti ama tanto, Enzio, balbettai smarrita e dominata perdutamente dal desiderio di sviarlo il pi possibile. Egli sorrise un po', e io provai l'impressione confusa di non averlo compreso affatto. Dopo un silenzio riprese a dire: S, ma soprattutto per il ricordo di mio padre che essa mi vuol bene. Alla mia sola persona essa probabilmente s'interesserebbe molto meno; in ogni caso, molto meno che a te. Devo averlo guardato sorpresa, poich mi chiese subito se non sapessi proprio niente. Risposi: No. Sembr allora voler parlare, ma non lo fece. Qualcosa di tenero e di quasi timido c'era sul suo viso: e d'un tratto mi apparve molto pi giovane e completamente diverso da quello che di solito era. Alla fine riprese: Dimmi, per piacere, Veronica; perch prima dicevi che io rendevo triste la tua nonna? Perch una volta avevo gli stessi tuoi pensieri risposi e la nonna in quel tempo non li poteva soffrire. Egli mi guard con una strana attenzione, serio e contento e insieme un po' stupito. S, disse, avevi proprio l'aria di saper bene quello che io volevo dire. Cos ti vedo anche quando recito i miei versi. una cosa strana, ma non del tutto... infine siamo figli dello stesso secolo... Mi piacerebbe trattare con te questo argomento... ora per dobbiamo andare subito dalla nonna. Le sue ultime parole mi avevano spaventato molto, perch sapevo di portare ancora la traccia delle mie lagrime Non lo posso, Enzio: vai solo, per piacere, balbettai. Nel timore di irritare ancora la nonna non mi accorgevo di chiedere aiuto proprio al mio nemico e rivale. Egli comprese subito il mio pensiero. Va bene, rispose, pronto ad aiutarmi. Ti preceder e tranquillizzer la nonna. Resta pur qui finch lo desideri. E cos dicendo ammicc allegramente come se pensasse: Ora che siamo alleati

dobbiamo diventare anche amici. Da quel giorno i rapporti fra Enzio e me presero un tono del tutto particolare. Comprendevo benissimo che egli, in Santa Maria Antica, aveva voluto togliermi l'impressione che la nonna mi trascurava per causa sua. Mi ero anche accorta di aver fatto allora appello alla sua cavalleria, che mi aveva aiutato, e sapevo di non poter continuare a trattarlo con disprezzo. Ma, nonostante tutto, la mia avversione per lui persisteva quando pensavo alla nonna; mentre non lo vedevo malvolentieri quando ne facevo astrazione. Enzio stesso cercava ora di parlarmi spesso da solo a sola, e non potevo negare che allora ci si comprendeva molto bene. Mi sembrava anzi naturale che ci trovassimo d'accordo, perch nella nostra casa la stessa eguaglianza dell'et ci portava l'uno verso l'altro. Anch'egli doveva sentirlo e con me aveva un contegno molto meno brusco e imperioso che con le persone pi anziane; aveva l'aria di riconoscere nella mia giovinezza un merito che lo obbligava a trattarmi con particolare cortesia. Ora si preoccupava molto di pi perch partecipassi a tutte le escursioni, ed era inutile che cercassi di nascondermi, come facevo prima, quando si preparavano a uscire. Enzio conosceva ormai tutti gli angoli pi reconditi della casa, e un giorno che appunto volevo nascondermi nella nota porticina del chiostro vi trovai proprio lui, che mi disse ridendo di avermi aspettato l essendosi accorto che era quello il posto in cui si poteva trovarmi a quell'ora. Arrossii un po', perch, quantunque parlasse con tono scherzoso e quasi impertinente, non potevo far a meno di pensare che, avendo visto le mie lacrime a Santa Maria Antica, egli agiva per un sentimento di cavalleresca piet. Enzio dovette indovinare il mio pensiero perch anch'egli si fece rosso e impacciato, come se si accorgesse di aver sbagliato strada. Da allora si trincer dietro la nonna; o, almeno, lo supposi, vedendo che essa, improvvisamente, cominci a comunicarmi con grande risolutezza, gi la sera prima o al pi tardi durante la colazione del mattino, il programma di escursioni della giornata. A poco a poco mi accorsi, con grande sorpresa, che Enzio non agiva per compassione verso di me, ma per un vero interesse; che mi desiderava, che sembrava tenere alla mia compagnia come a quella della nonna che stimava tanto. Non saprei dire come me ne accorsi; ma ormai ne ero sicura. Questo per non port nessun cambiamento nei miei rapporti con lui; tutt'al pi me ne dispiacque un poco per la nonna. Un cambiamento avvenne pi tardi, in seguito a circostanze particolari.

La colonia tedesca di Roma fu scossa in quel tempo da un avvenimento molto tragico. Una giovane e bella signorina, che aveva partecipato spesso ai ricevimenti della nonna, si era tolta la vita gettandosi nel lago di Albano. Il motivo di quel suicidio era da ricercarsi in un amore infelice per un uomo sposato, che a sua volta amava Silvia, era il nome della signorina, ma non voleva per separarsi dalla moglie. La loro tragedia si era svolta in parte nel nostro salotto. Nel primo ricevimento seguito al tragico fatto, esso fu l'argomento di tutte le conversazioni. Tutti erano commossi per la giovane et e la bellezza di colei che volontariamente aveva abbandonato la vita; tutti deploravano la crudelt delle circostanze che l'avevano spinta al passo fatale. Soltanto la nonna non voleva riconoscere questa crudelt, quantunque avesse voluto molto bene alla giovinetta e ammirato la sua bellezza. Sapevo anche che il suo interesse era stato cos vivo, che, non badando alla sua ripugnanza per le situazioni imbrogliate, aveva tentato di influire personalmente su Silvia, un giorno in cui questa le si era confidataLo ricordo ancora benissimo. I nostri ospiti, e fra essi anche colui che era l'oggetto di una passione cos infelice, se ne erano gi andati. Silvia se ne stava rivolta verso la finestra: i suoi bei capelli tremavano alla nuca come fiocchi d'oro... Si vinse con uno sforzo convulso; poi, perdendo d'un tratto la calma, si gett nelle braccia della nonna, che l'avvolsero maternamente. Allora pensai: ci si rifugia nelle sue braccia quando non si sa pi che cosa fare; tutti sentono proprio che essa ha il segreto per rendere buona e felice ogni cosa. In quel tempo molti avevano giudicato male Silvia, ma la nonna l'aveva difesa. Oggi che gli stessi vedevano nella giovane una specie di martire dell'amore, la nonna si mostrava pi severa degli altri. Questa giovane vita, disse con profonda convinzione, non stata spezzata dalla infelicit del suo amore, ma dalla sua incapacit di amare. C' una felicit oscura e c' una felicit radiosa: ma chi non preparato alla prima non lo sarebbe neanche per la seconda. Su questa affermazione si accese fra i nostri ospiti una discussione vivace, nella quale la nonna espose ancora meglio la sua opinione, dicendo che gi l'idea dell'amore infelice era falsa. L'amore, invece, come la vita stessa, sempre grande e splendido: pu assumere tutte le forme che gli offre il destino, ed essere in ciascuna felice. Con questo la nonna non intendeva per ammettere una trasgressione delle leggi, come ama fare il mondo; il suo discorso alludeva, e non vi poteva esserne dubbio, alla rinuncia, che per, sulle sue labbra, non appariva tale. Appariva piuttosto e

proprio come una superba e trionfale professione di gioia e di vita. Mi sembra ancora di vederla come la vedevo quella sera. Sedeva sotto il lampadario con gli occhi ancora giovanili scintillanti per la doppia luce di quel monile lucente e del loro fuoco interiore; sembrava una vecchia regina che dispensasse dall'alto del suo trono la saggezza e lo splendore della sua vita... Anche i nostri ospiti, rispettosamente silenziosi, accolsero cos le sue parole... Io non so se fu quella conversazione a dare occasione a ci che ora debbo raccontare, oppure se le cose, appunto per il soggiorno di Enzio in casa nostra, fossero gi nell'aria. Comunque sia, la stessa sera appresi che non tutti i presenti avevano taciuto per rispetto della nonna. Al momento di prendere congedo, mentre i nostri ospiti si erano riuniti in piccoli gruppi, alcune vecchie signore discussero sottovoce sbirciando il busto del padre di Enzio posato presso la scrivania della nonna. Per caso mi trovavo vicinissima a loro, e una bambina pu facilmente passare inosservata. Cos potei udire tutto. Dissero, le vecchie, che il padre di Enzio era stato, notoriamente, la grande passione della nonna; che questa passione aveva occupato per anni la colonia tedesca di Roma, e si chiesero anche, in un sussurro, se Enzio fosse o no figlio della nonna. Per il miglior bene del mio povero inesperto cuore, Giannina, che, in un modo o nell'altro, sapeva sempre quello che era necessario sapere, venne a conoscenza della cosa. Forse la lesse sul mio volto, come l'altra volta dell'arancia, o, semplicemente, conosceva le signore presso le quali mi ero trovata. Nel nostro cerchio di relazioni, in cui ognuno aveva il suo nomignolo, esse erano chiamate le oche del Campidoglio. Il fatto si che Giannina mi chiam a parte e lasci cadere una piccola osservazione, che mi fece scoppiare in lacrime. Essa era molto indignata per quanto era accaduto. Quella creatura, di cui la nonna diceva scherzando che teneva in serbo, sotto il grembiule, una piccola onorificenza o una coroncina di terza classe per le persone che nessuno osava pi stimare, era capace di arrabbiarsi seriamente per le chiacchiere maligne. Era forse l'unico motivo che potesse farle perdere la sua dolcezza, perch vi scorgeva una mancanza particolarmente grave contro la carit. Ma anche il malumore non le imped di rasserenare subito se stessa e me con un piccolo scherzo. Mi disse che non era proprio il caso di sciupare il buon nome delle oche capitoline per delle pettegole, perch quelle coraggiose bestie avevano un giorno salvato Roma, mentre queste le facevano far brutta figura in un modo assolutamente inescusabile. Era davvero una specie. di tradimento verso l'Eterna Citt la diffusione di chiacchiere cos sciocche e volgari.

Soggiunse poi che le creature pi grandi e pi elette corrono sempre pi pericolo delle altre di essere calunniate, perch di solito il loro destino , come esse, poco comune, e anche perch il loro contegno di fronte a questo destino non proprio tale che si possa comprendere senza fatica. Cos era avvenuto anche per la nonna. E Giannina mi raccont allora la sua storia, giudicando essere meglio dirmi chiaramente ogni cosa che non lasciarmi in balia al giuoco incoerente della fantasia spaventata. Era vero quanto le oche avevano sussurrato: ma le cose erano per avvenute in modo del tutto diverso. La nonna e il padre di Enzio si erano amati di un amore grande e profondo. La nonna era vedova; il padre di Enzio aveva appena sposato la signora Nuvola. Quel matrimonio fu una vera tragedia, Specchiettino. La tua nonna e quell'uomo erano fatti l'uno per l'altra, come mai forse lo furono due creature. Eppure, Specchiettino, la tua nonna non ha voluto che il padre di Enzio si separasse dalla moglie, quantunque, secondo le opinioni del mondo dal quale usciva, questo non fosse considerato peccato. Essa era troppo ricca, troppo superba e troppo distinta per arrivare alla solita conclusione di simili casi: calpestare la vita del pi debole o permettere che questi spezzi la propria. Io sono convinta che essa ha riversato davvero sulla povera signora Nuvola la pienezza della sua bont, e non unicamente per astuzia e per ingannare con le apparenze, come la gente ha voluto sostenere. Ella stessa ha riavvicinato il padre di Enzio alla moglie, dalla quale egli si era gi completamente staccato. Ora, piccola mia, comprenderai anche perch la nonna vuol tanto bene a Enzio. Egli non suo figlio, ma forse non sarebbe al mondo se essa non ci fosse stata.... Il racconto di Giannina, e specialmente le sue ultime parole, mi fecero un'impressione straordinaria e cambiarono del tutto i miei rapporti con Enzio. La sera stessa, nella mia camera, piangendo presi la risoluzione di diventare molto buona verso chi mi appariva quasi come un fratello. Compresi che la nonna doveva essergli unita con un legame particolare di tenerezza infinita, e che l'amore e la venerazione che a sua volta le di-mostrava Enzio erano il giusto debito del destino verso di lei. Nel mio dolore per la nonna mi sentivo capace di amare tutto ci che essa amava, pur di assomigliare un po' a colei che, ora lo sapevo, si teneva cos al disopra di ogni movimento di gelosia. Pensai confusa che forse la mia ostinazione infantile contro Enzio aveva disturbato la sua tardiva e mesta felicit, e nello stesso tempo mi rallegrai perch questo non si sarebbe ripetuto pi. In quel momento associai Enzio,

una volta per sempre, e con un proposito solenne, al mio affetto per la nonna. Fu uno di quegli atti meravigliosi e irrevocabili di amore e di volont, che in un solo istante possono cambiare in noi qualche cosa, in modo che mai pi essa sar com'era prima. Non scappai pi quando Enzio mi chiamava; contraccambiai con fiducia la sua franchezza e la sua cordialit a mio riguardo: cominciai perfino ad aiutare fanciullescamente la nonna a viziarlo e ad acconsentire anche alle sue piccole stranezze e ai suoi piccoli capricci. Divenimmo davvero buoni amici. Da qualche tempo egli aveva fissato il suo punto di gravitazione non pi nel Foro Romano, ma nelle sue vicinanze, nella stretta e brulicante rete di straducole che scendono dal Campidoglio e conservano gli ultimi resti di quello che fu il quartiere imperiale. Enzio, che non amava la scienza n punto n poco, improvvisamente scoperse che essa aveva rovinato il Foro: le rovine non avrebbero dovuto essere messe in bella mostra; ci che toccato dalle dita degli archeologi e poi, per cos dire, esposto alla venerazione, non possiede pi alcun fascino. Bisognava, secondo lui, dissotterrare le cose dalle loro catacombe e accettarle, come sono arrivate a noi attraverso i secoli, direttamente dalle mani di destini insondabili. La nonna non amava punto il quartiere dei Cesari, anzi esso le dava un tale malessere che si entrava sempre nel Foro dalla parte del Colosseo per poterne evitare le vie. Ma questo non bastava a trattenere Enzio. Per quanto venerasse profondamente la nonna, non si peritava di tiranneggiarla ingenuamente, quando gli faceva comodo: proprio come era abituato a fare con sua madre. Io pure sentivo molto la tristezza di quel quartiere. In esso la decadenza non appariva, come sul Palatino o nella Campagna, nell'atteggiamento di una grandezza solenne, opposizione meravigliosa di potenti forze della forma, del destino e della natura; appariva invece opprimente, indecorosa, miserabile. Non come una civilt grandiosa scesa lentamente e dignitosamente dal suo trono; ma come strappata da esso con violenza, soffocata nella vergogna e nel fango, mentre perfino i suoi ultimi sospiri venivano crudelmente murati, chiusi nei ricettacoli bui della miseria quotidiana. La nonna scuoteva il capo per la strana passione di Enzio per quella parte di Roma. Mi sembra un fanciullo, caro amico, gli disse. I fanciulli preferiscono i giocattoli vecchi e rotti ai giocattoli pi belli. Essa credeva che in lui vegliasse ancora la fantasia della storia, e cercava di provargli

che quei poveri resti non avevano pi niente a che fare con lo splendore di un'epoca tramontata. Ma non me ne importa punto rispose Enzio stupito. Credo che non potrei pi sopportare la antica citt con la sua gloria dura e abbagliante. Anche solo a immaginarla, istintivamente me la rappresento subito un po' prima della sua fine, quando gi si cominciava a chiamare giardino delle meraviglie il foro di Augusto. Oppure anche pi innanzi, nei cos detti secoli oscuri. allora che avrei voluto vedere Roma. Immagino i suoi templi e i suoi palazzi pallidi e grigi o ingialliti come grandi fiori appassiti, sotto l'oro selvaggio del musco bruno e sotto i festoni e le ghirlande propiziatoci della decadenza. Deve essere stata una scena unica al mondo quella mescolanza di cultura e di barbarie, quel caos di pietre e di verdura... Il caos, per te, la cosa pi importante, non vero Enzio? chiesi. Egli rise un momento, ma senza guardarmi e soltanto a fior di labbro. I suoi occhi non ridevano; erano seri e stranamente scintillanti. Lo sai tu pure, Specchiettino? chiese a sua volta. Mi ero ormai cos abituata a lui, che credevo davvero di sapere molto bene come in fondo gli importassero poco le memorie di cui ci circondavano i resti commoventi. Comprendevo confusamente che quegli orribili oggetti sembravano aprire per lui, nella loro ultima apparizione prima di immergersi nell'oscuro grembo della terra, lo stesso abisso. Da un pezzo avevamo ormai finito di visitare le cose pi importanti di quel quartiere. Ma Enzio non sapeva ancora staccarsene. Egli, che di solito non si fermava mai ai particolari, vi trov a un tratto un'attrattiva inesauribile, e la stessa attrattiva lo spingeva pure a insinuarsi nei vecchi cortili delle case chiedendo a ognuno il suo segreto. Qualche blocco di pietra annerita, un frammento di mattone rossastro, una foglia marmorea di acanto, lo avvincevano indicibilmente. Io seguivo con tanto zelo le sue scoperte che la nonna, scherzosamente, diceva che le sembravo una bandierina; vedeva il mio mantello bianco entrare sempre di corsa, come un pennone, nei portoni delle case. S, ma soltanto l dove c' qualche cosa da vedere, disse Enzio. Talvolta egli sosteneva che io ero un medium; quando si fosse voluto liberare il Foro di Cesare, si doveva chiedere il mio consiglio, perch sapevo sempre, prima ancora di entrare in una casa o in un cortile, se ci si trovava qualche cosa d'importante o no. Ed

era vero; io sapevo anche questo. Spesso si sarebbe detto che le vecchie pietre mi si rivelassero spontaneamente, che lasciassero emanare un fluido, una forza, sensibile anche attraverso muri e ciottoli; un silenzio che sopraffaceva il chiasso della strada, oppure quello che, strano a dirsi, era lo stesso una musica: proprio quella musica monotona, senza principio n fine sulla quale Enzio continuamente mi interrogava. Oggi tutto questo non mi sembra pi cos straordinario, poich proprio che quando ci si interessa da vicino a una persona si acquista una conoscenza particolare non soltanto di lei, ma anche delle cose che la circondano. In quel tempo ero come un piccolo orologio che indicava tutto ci che stava a cuore a Enzio. Una cosa sola non indicava, perch in fondo esso era ancora un orologio da bambini, e se di solito correva un po', talvolta ritardava. Per questo non mi avvidi che il fascino di quelle spedizioni aumentava per Enzio appunto in conseguenza del mio zelo. Un giorno egli mi chiese se quello che sentivo dipendeva da un interesse reale per i vecchi resti. No, ma dall'interesse che essi hanno per te; risposi sinceramente. Sembr molto contento della mia risposta e mi guard con una gioia cos aperta da trasformare quasi il suo giovane volto capriccioso. Per un momento non lo riconobbi pi. La nonna di solito non prendeva parte alle nostre scoperte, ma aveva finito con l'abituarsi alle soste alle quali Enzio la costringeva, e chi non la conosceva molto bene, non avrebbe mai compreso quale fastidio ne provasse. Come dovunque, anche in quel quartiere essa aveva annodato ogni sorta di amicizie e, mentre noi si proseguiva nelle nostre ricerche, essa scherzava coi bambini dagli occhi morati, che poi le correvano dietro per la strada. Talvolta, quando Enzio non si sbrigava pi, pregava una buona massaia di portarle una seggiola in un angolo chiaro del cortile che noi si stava frugando, e di l, come da un'isola del sole, seguiva le nostre prodezze sorridendo con un certo buon umore. Io osservavo quanto si rallegrava dei buoni rapporti che correvano fra me ed Enzio; se ne rallegr anzi tanto, da poter superare una delusione sensibile che Enzio le procur proprio allora. Da un pezzo la nonna lo incoraggiava a scrivere qualche cosa sulla Citt Eterna; fin dal principio del suo soggiorno romano aveva sperato che esso fosse propizio alla sua ispirazione; speranza che era insieme una forma del suo amore per Roma e del suo

amore per Enzio. Ma questi non ne voleva proprio sapere. Diceva che c'era gi tanta gente abbastanza ingenua da scrivere su Roma: liricamente ed epicamente, di storia e di storia dell'arte, e perfino nello stile meschino e ridicolo dei diari e delle lettere personali. Egli non sapeva pensare se non con orrore a quelle sciocchezze. Non si poteva costringere l'anima di Roma in un libro; forse soltanto in una sinfonia. L'idea di una sinfonia piacque alla nonna, ma ella osserv che si sarebbe potuto esprimerla anche in versi. Pensava a un grandioso poema lirico nel quale i motivi fondamentali ritornassero di continuo riproducendo nello stesso tempo, come nel flusso e riflusso del mare, la mutevolezza e l'eternit dell'Urbe. Abituata a dominare e a usare delle sue doti come di un'arte piena di seduzione, trovava sempre nuovi motivi per spingere il suo giovane amico al compito che lo aspettava. Lo attir col riconoscimento dei suoi talenti, lo avvinse con le sue stesse parole e con le sue stesse idee; fece appello al suo orgoglio e all'attaccamento che aveva per lei. Lo spirito, la tenerezza, l'affetto materno, nulla fu risparmiato per vincere la volont del giovane che essa sapeva in fondo desiderosa come la sua. Ma Enzio le resistette ostinatamente: per la prima volta si trovarono cos, uno di fronte all'altro, antagonisti. Ricordo ancora una discussione in S. Pietro in Vincoli. Ci eravamo lasciati prendere dalla possente impressione che si prova dinanzi al Mos di Michelangelo e si girava ancora un po' su e gi quasi per riposarcene fra le nobili colonne doriche della basilica, come lo prescriveva l'inesorabile cerimoniale della nonna. Supponevo che essa, preferendo in fondo l'umano al sovrumano e, nonostante la sua venerazione e am-mirazione per il Mos, lo trovasse troppo selvaggio, animalesco e primitivo se dopo di averlo contemplato, sentiva tanto bisogno della tranquillit riposante del colonnato. Enzio si era fatto del Mos una idea tutta sua. Sosteneva che quel gigante era emerso dalla tomba del vecchio Giove; non era necessario dissotterrare le cose. La profondit, diceva,. le restituisce da s. Era sempre lo stesso suo pensiero. Io sapevo che la nonna aveva in proposito un'opinione diversa; allora per non la espresse; ma disse, ritornando accortamente al suo tema preferito, che quanto Enzio pensava permetteva ancora di sperare che un giorno egli riuscisse a svincolare la forma dal caos. Forse essa pensava che, scrivendo un'opera su Roma, il giovane ne sarebbe pi facilmente guarito. Ma a questo

proposito Enzio rispondeva un po' sgarbato, come sempre quando si toccava quel tasto, che la guarigione di un poeta di solito cosa molto dubbia. L dove il poeta sembra vinto, egli forse soltanto preda dei propri versi migliori. La nonna non lo comprendeva; tuttavia credeva di indovinare che egli cercasse un'arte, la quale non si limitasse soltanto a dare forma alle impressioni dell'istante, ma a quanto vi in noi di pi intimo. A questo punto per Enzio non dissimul il suo cattivo umore. S, disse, questo quanto annunciava il nostro programma; a casa ci siamo illusi un po' troppo! Ma a quale interiorit devo io dare una espressione? Alla mia, forse? E che cosa vuol dire, in qusto caso, interiorit? Non significa soltanto superficialit, dal momento che io stesso non mi sento profondo? Non significa, in fondo, caso o combinazione? Certamente: a questa interiorit si possono dare molti nomi; si pu chiamarla anche passero o rana. La nonna che, per carattere, riacquistava subito la calma quando gli altri la perdevano, disse ridendo: Ma, caro Enzio, non vorrebbe almeno usare riguardi nelle sue espressioni? Credo che farebbe bene a lei stesso, e oltre a ci Essa fece un piccolo movimento scherzoso verso il Mos, accanto al quale eravamo giunti nel nostro bighellonare; sembr quasi che volesse scusare con lui l'amico. Oh, disse Enzio sdegnoso; pu ascoltare tranquillamente; sar d'accordo con quello che dico come io sono d'accordo con lui. A Roma un unico espressionismo sarebbe possibile se si conoscesse il segreto del mondo; e costui lo conosce. Del resto io suppongo che il mondo debba essere, in se stesso, cos spaventoso come costui ne ha l'aria... In fondo Enzio ripeteva ancora la stessa canzone, cantata dinanzi al Foro. Ora, per, la sua stizza non era rivolta soltanto contro Roma, ma anche contro se stesso e la propria arte. Egli che, come poeta, non era stato modesto, sembrava provare improvvisamente una specie di disprezzo per i propri versi: si faceva pallido, cattivo, gli si oscurava lo sguardo non appena la nonna accennava a parlarne, diceva di non voler pi scrivere nulla; ci che aveva voluto non era fatto per la gente di oggi; per essa ci volevano sempre le stesse cose. La nonna fin col rinunciare alla sua pretesa missione verso Enzio; fece cio quello

che faceva sempre quando si era persuasa che una cosa non poteva riuscire secondo il suo desiderio: finse di credere che tutto fosse combinato nel modo migliore, non ne parl pi e, silenziosamente, cerc un piccolo posto al sole: in questo caso l'amicizia di Enzio e la mia. Ho ancora viva sotto gli occhi la nonna, mentre ci seguiva con uno sguardo caldo e contento quando ci congedavamo da lei per uscire insieme. Talvolta si andava soli; anzi, succedeva spesso il contrario di un tempo: adesso era la nonna che rimaneva a casa mentre io accompagnavo Enzio. Essa non ne provava dolore, come io avevo provato, ma anzi una visibile gioia. S, s, andate pure senza di me, figliuoli miei, diceva. ben giusto che i giovani restino un po' fra loro. A me soggiungeva poi, a quattr'occhi, che dovevo attirare Enzio verso la campagna; essa aveva proprio paura di dovere scrivere alla signora Nuvola, quando pensava all'aria delle vie soffocanti nelle quali il giovane si soffermava cos a lungo. Ma Enzio, improvvisamente, non si ostin pi a visitare il quartiere dei Cesari; ora aveva l'aria di essere molto indifferente a quello che si faceva, e di solito mi chiedeva gentilmente dove preferivo andare. Gli proposi perci spesso la passeggiata che conduce a porta S. Sebastiano, dove, nei prati vasti e soleggiati, che circondano le terme di Caracalla, c'erano ancora rovine selvagge e intatte, secondo il suo gusto. Tra quelle rovine trovavo di tanto in tanto piccoli frammenti di mosaico azzurro, che donavo a Enzio. Per lui coglievo pure certi fiori dal profumo acuto e piante selvatiche che spuntavano dalle vecchie mura, pensando che essi pure dovessero ripetergli trasformata in dolcezza e aroma quella melodia degli spazi infiniti che egli continuamente sognava. Presto per dovetti constatare che non ne parlava pi. Aspirava la menta e trovava che sapeva di sole; gio-cava con le piccole pietre azzurre del mosaico. Allora pensavo che vi dovevano essere in lui due persone: la persona che teneva con la nonna discorsi intellettuali o con lei discuteva; che era ammalata di Roma e aveva paura dei propri versi; e la persona che, con me, si era liberata da tutto. Avevo proprio questa impressione e una volta glielo dissi. S rispose con petulanza ma sar meglio che tu non ne parli pi, affinch quei versi maledetti non mi riprendano: non si parla impunemente dei loro piedi. Non puoi credere come essi inseguano il povero poeta.

molto difficile fare versi? chiesi impietosita. Egli disse con una certa boria: Oh, non difficile, anzi! Ma quando si vive non si possono scrivere versi, e quando se ne scrivono non si pu quasi pi vivere: tutta la questione sta qui. Fare dei versi una specie di vita, non vero? chiesi. Dicendo cos ricordai involontariamente di aver talvolta pensato che egli potesse amare coi suoi versi, come altri amano col loro cuore. Gli dissi anche questo. S; fare dei versi una specie di vita, ripet pensoso. Ma una vita forte e selvaggia, e per me anche un metodo di amare, ma, in fine, non proprio la vita che si desidererebbe fare e che si ama come uomini e qui, a Roma, meno che mai. Qui, quando si vogliono scrivere versi, bisogna rinunciare a essere una persona a s. E io non lo voglio: voglio essere quello che sono e nulla pi. Ma perch sei andato cos a lungo nel quartiere dei Cesari? Un po' sorpreso chiese il significato delle mie parole. Risposi, dopo un po' di riflessione: L udivo sempre la tua poesia. Ero un po' confusa dicendolo, poich me ne meravigliavo io stessa. Fino a quel momento non avevo pensato che fosse stato cos. Ancora una volta, cos seccamente e ansiosamente da sembrare un po' urtato, mi chiese che cosa volessero dire le mie parole. Non sapevo che rispondere, o piuttosto come dovessi esprimermi perch sapevo molto bene dove mirasse il mio pensiero. Anch'egli lo sapeva e altrettanto bene, perci mi interruppe fin dalle prime frasi. Sei veramente straordinaria, Specchiettino. Mi guard, quasi rabbuiato, coi chiari occhi di germanico, e mi sembr di perdermi nel pi profondo del suo pensiero, come in un bosco grande e buio. Come lui ebbi paura dei suoi versi. Non farvi attenzione, quando vengono, pregai. Egli tent di scherzare. A te costa poco il dirlo. Alla fine, essi non ti possono toccare. Ma se disturbano te, disturbano anche me. Ora stiamo cos bene insieme.

Enzio comprese. S, resta accanto a me, Specchiettino. Allora non mi lascer pi prendere. La sua carnagione si era fatta bruna come una nocciola; questo non stava bene coi suoi capelli biondi, e anche i suoi occhi erano al confronto troppo chiari e troppo grigi. Ma a me piaceva egualmente. Non aveva pi l'aria saccente e imperiosa di un tempo; come se il caldo sole italiano l'avesse un po' assorbita. Spesso aveva anche un'allegria infantile: si divertiva ad arrampicarsi sulle rovine, e mi raccontava ogni sorta di storie eroiche della sua fanciullezza. Era contento che anch'io sapessi arrampicarmi e si facevano insieme, incitandoci e spronandoci a vicenda, le pi temerarie partite fra quelle rovine abbandonate. Una volta mi arrampicai fino alla cima di uno strettissimo pilastro di mattoni. Sei proprio, come dice la tua nonna, una bandierina inalberata lass? chiese Enzio. O sei un uccellino? Come hai potuto spingerti cos in alto? Risposi, orgogliosa della mia conquista: S, sono un uccellino, e adesso voler. Cos dicendo saltai gi, e andai a finire fra le sue braccia. Egli mi accolse con un piccolo grido di spavento, nel quale si fondeva un sentimento di gioia. Per un istante sentii, accanto al mio viso, il suo volto caldo e dorato come un frutto maturo; poi scoppiammo in una comune risata. Eravamo tutti e due cos giovani e tutto era cos bello! Quando il sole saliva ed eravamo stanchi, ci mettevamo a sedere sulle mura fiorite, come le lucertole. Tutto intorno profumo di erbe e incenso di fiori e di piante selvagge. Nel silenzio si udivano le piccole acute campane delle vecchie chiese di S. Balbina e di S. Saba risuonare fini come voci infantili che chiamassero nel sonno. Noi stessi ci sentivamo fanciulli, come presi in una rete di sole e di sogno. Attraverso alle sue tremule maglie vedevamo la bella linea degli azzurri e lieti monti di Albano. Vedevamo i mandorli rosati e l'ombra mite e delicata delle glicinie, sparse ovunque, come teneri mazzi o corone, sui grandi campi punteggiati di rovine. Vedevamo anche le statue allineate sul tetto della basilica lateranense: si ergevano come fuse nella chiarezza dell'aria, quasi non fossero di pietra ma di luce spumosa, e come se lass il cielo fiorisse, bianco e lieto al pari degli alberi della terra. Ora Enzio non temeva pi Roma; lo sentivo, ma non se ne parlava mai- Non ne parlavamo pi ed era essa che parlava a noi. La citt insondabile, che parla tante lingue, ci diceva la sua parola pi tenera, pi amorosa, pi commovente: la parola dei

fiori e della primavera, dell'aria argentata, delle piccole farfalle brune e dorate. Parlava umilmente, come l'ultima e la pi sconosciuta delle sue sorelle sperdute nella campagna. Essa, l'eterna e l'unica, l'antica, maestosa, incommensurabile sapiente, piegava il suo volto verso le rovine spettrali, piegava i suoi millenni di morte sotto il s di un oblio felice e di una speranza sempre rinascente. A tutto questo la zia Edelgarda non partecipava quasi affatto, e quando non me la vedevo proprio davanti pensavo a lei solo di rado. Il nuovo e grande avvenimento di avere un giovane amico, mi assorbiva completamente. Ma intanto non mi sfuggiva che nella zia andava operandosi un cambiamento: divenne ancora pi pia e nello stesso tempo un po' pi triste e inquieta. Per il resto rimase quale era; non si sapeva, cio, come fosse, e fu appunto in questo che essa non cambi. Tornava il periodo dell'anno in cui nelle chiese i bei quadri vengono coperti e su tutti gli altari, al posto della porpora, fiorisce il malinconico viola. Quando Enzio e io, tornando dalle nostre passeggiate a porta S. Sebastiano, entravamo per qualche momento in una delle antichissime piccole chiese poste intorno al Foro o al Palatino, ci venivano incontro le preghiere tristi della Via Crucis. Andavamo spesso in cerca di quelle vecchie chiese, perch Enzio aveva una speciale preferenza per le grandi, sovrumane figure dei loro mosaici: esse gli apparivano pi vicine che tutti gli altri capolavori. Non si passava mai dinanzi ai SS. Cosma e Damiano senza entrarvi ad ammirare lo scintillio e l'ardore dell'abside, misteriosamente illuminato in quell'ora crepuscolare. La grande e oscura figura del Cristo domina, inaccessibile e solitaria, il gregge e i santi come il mistero dello spirito domina l'universo. Cos almeno diceva Enzio. Un giorno, entrando in quella chiesa, vi incontrammo la zia Edelgarda. Si stava facendo la Via Crucis. Un giovane monaco pallido andava da un quadro all'altro delle stazioni nel piccolo rotondo tempio pagano unito a SS. Cosma e Damiano come cappella sussidiaria. Un gruppo di fedeli lo seguiva pregando e si inginocchiava dinanzi a ogni quadro mentre il monaco, che portava una grande croce nuda, rimaneva in piedi. Le voci risuonavano come un lamento contro la volta del piccolo tempio oscuro; si poteva credere di udire in quel luogo, cos vicino al Foro, gli spiriti dei pagani piangere di essere colpevoli della morte di Cristo. La zia Edelgarda era fra gli oranti; aveva lo stesso contegno del giorno in cui l'avevo vista a S. Maria sopra Minerva, e bench non pregasse a voce alta sembrava la pi triste. Vedendola, Enzio si mostr colpito come lo ero stata io allora. Si inform della sua

piet, e da quel giorno cerc spesso di trattare con lei argomenti religiosi, cosa che essa riteneva molto temeraria. Non so se pensasse s o i suoi interlocutori non degni di parlare di cose cos sacre; vedevo per in questo non soltanto una conseguenza della sua riservatezza, ma anche di un sentimento di piet e di delicatezza, che le faceva evitare simili conversazioni nel salotto della nonna. Nel caso di Enzio c'era poi anche il fatto che egli non mostrava, di fronte alla Chiesa, l'equit della nonna e dei suoi ospiti. Desiderava, vero, pi ardentemente di essi, che vi fosse una religione; ma avrebbe dovuto essere una religione nuova, uscita dal tempo in cui si vive e dalle sue necessit. Parlava anche di un mito grandioso, esistente al di sopra del tempo e nel quale questa religione avrebbe dovuto trovare la sua espressione. Ma su questo punto vi erano in Enzio oscure contraddizioni che io, guardandole retrospettivamente, non riesco a comprendere. So soltanto che egli provava una certa avversione contro il Cristianesimo e contro la Chiesa, e coi suoi discorsi irritava terribilmente la mia silenziosa zia. Essa gli rispondeva concisa quanto pi poteva, ed era allora facile notare come la sua voce fosse rotta. In un organo meno delicato non lo si sarebbe forse osservato, ma nel suo caso faceva l'effetto di una scalfittura su un vetro finissimo. Enzio la guardava spesso sorpreso ma, naturalmente, senza pensare affatto a cambiare l'argomento della conversazione. La nonna usava tutta la sua diplomazia di grande signora per attutire il pi possibile quei contrasti. Vedevo stupefatta come, per amore di Enzio, sapesse dominare la sua vivacit, che scoppiava invece, con tanta facilit di fronte alla zia. Ma in quel periodo essa era insolitamente indulgente anche con sua figlia, bench questa le desse allora maggiori motivi di lamento. Da un po' di tempo prolungava talmente le sue visite mattinali alla chiesa, che si poteva pensare ascoltasse non una, ma parecchie messe. Anche la sera, nella chiesa delle pie monache, si tratteneva pi a lungo del solito. E bench fosse sempre attenta, nel suo attaccamento al dovere, di non trascurare per niente le cure della casa, non poteva impedire che i domestici approfittassero delle sue assenze. Mi accorsi anche in quel tempo che il vero motivo per cui la nonna usava tanti riguardi a sua figlia, era ancora la mia persona. Credevo sempre alla gelosia della zia Edel, e non mi meravigliai punto quando essa la diresse anche contro Enzio, che apparteneva pure alla nonna. Ma me ne irritai talmente, che cominciai a ostentare senza nessun riguardo e apertamente, la mia amicizia per il giovane, cos come prima non avevo nascosto la mia devozione per la nonna.

Cominciai a lodare Enzio in sua presenza e a farle capire in tutti i modi che gli ero affezionata. Lodavo i suoi poemi, la sua intelligenza, i suoi lunghi capelli; tutto quello, insomma, che lo riguardava. La zia dovette proprio credere che ne fossi un po' innamorata. Una volta dissi che avrei desiderato rimanesse per sempre con noi, perch era il mio migliore amico; non potevo neppur pensare che un giorno sarebbe partito. E giunsi ad affermare ingenuamente che volevo diventare sua moglie. Giannina, che era presente, rise e disse comicamente: Specchiettino, non aspiri a niente di speciale. Ho udito spesso dire che la gente vuol sposarsi: davvero che la cosa non deve essere molto rara. Voleva cos distrarre la sua amica e farla ridere, perch la zia si era visibilmente spaventata della mia uscita. Oggi so come allora essa fosse persuasa che la nonna tesseva intorno alla mia infantile amicizia per Enzio un piano prestabilito. Ed era vero. Senza dubbio la nonna sperava che fra il giovane e me sorgesse sia pure in un lontano domani un affetto; speranza che era pure la causa del trattamento riguardoso e indulgente da lei usato alla zia. Era molto preoccupata per lei, quantunque ammettesse che la mia amicizia per Enzio, di cui essa gioiva tanto, fosse invece per la zia Edel una dolorosa delusione. Questa, infatti, avrebbe potuto sperare che la mia illimitata devozione per la nonna un giorno sarebbe pur finita, attenuata da altre impressioni; Enzio metteva in pericolo anche quella piccola consolazione. La nonna credeva, a ragione, che la zia vedesse dinanzi a s la possibilit di perdermi per sempre in un mondo che le era estraneo, e in ogni caso di vedermi legata a esso pi intimamente che mai. Per questo cercava, in tutta sincerit, di usare a sua figlia ogni riguardo, e di inter-porsi non soltanto fra lei ed Enzio, ma anche fra lei e me. Nel frattempo avvenne un piccolo incidente che mi riavvicin per qualche tempo, completamente, alla zia Edelgarda. Il mio giovane amico e io avevamo preso l'abitudine, forse non del tutto corretta, di non rincasare a mezzogiorno e di pranzare soli, sotto il pergolato soleggiato di qualche trattoria fuori delle mura. Vi si gustavano certi deliziosi carciofi profumati d'olio e si avvolgevano alla forchetta, artisticamente, lunghi spaghetti dorati. In uno di questi conviti, ai quali naturalmente non poteva mancare il rosso vino di Velletri, c'era venuta la idea infantile di scommettere quale dei due avrebbe mangiato, nel tempo pi breve, la maggior quantit di arance. Avevo guadagnato la scommessa, ma me ne dovetti poi stare a letto, perch il mio trionfo si era convertito subito in un

miserabile malanno di cui portai le conseguenze per parecchio tempo. Durante quei giorni la zia Edelgarda mi cur premurosa e coscienziosa come lo aveva fatto al tempo delle mie piccole malattie infantili. Erano stati sempre i momenti in cui maggiormente aveva potuto, per cos dire, impossessarsi di me; non soltanto esternamente, facendo valere i diritti della sua maternit rappresentativa e non permettendo che quasi nessuno mi avvicinasse; ma anche perch in quelle occasioni sapeva mostrarsi veramente gentile. La zia Edel amava i malati, forse perch non potevano urtare la sua delicatezza con la forza indiscreta delle persone sane, e forse perch le davano occasione di esercitare un'abnegazione, per la quale sembrava nutrire sempre una segreta aspirazione. Era per un fatto che di fronte ai malati essa si mostrava molto pi disinvolta, e anch'essi stavano bene con lei. Il suo silenzio, la sua riservatezza, tutto quello che in lei di solito dava un senso di oppressione si faceva improvvisamente piacevole; la sua scrupolosit ispirava un'irresistibile fiducia di miglioramento e di guarigione. Insomma, con la zia Edel si era in buone mani e lo si sapeva. Anche questa volta feci la stessa esperienza. Quando ella sedeva presso il mio letto col suo volto attento e mi misurava il polso, o quando entrava cos lieve, da sembrare scalza, per confortarmi con un buon t o con la bottiglia dell'acqua calda, non potevo non sentirmi attratta verso di lei. Le ero grata anche perch non mi faceva nessun rimprovero per la mia battaglia delle arance. Dipendevo cos completamente da lei, che da lei accettavo, come un bambino, cibo e bevanda, medicine e ogni altra cura necessaria. Le sue mani delicate e fredde sembravano allora pi che materne. Compresi solo pi tardi che mi era stata riconoscente per la mia malattia, perch le forn l'occasione di darmi materialmente quello di cui mi era debitrice spiritualmente. Fin dalla mia prima sera di febbre, aperse la porta di comunicazione fra la sua camera e la mia, perch potessi chiamarla in qualunque momento. Nell'inquietudine del mio stato febbrile quella disposizione mi piacque. Ma anche nei giorni in cui non avevo la febbre non vedevo malvolentieri che la porta rimanesse aperta. Nella debolezza in cui cadevo quando la temperatura diminuiva, mi faceva molto bene poter spingere lo sguardo nella camera della zia. Vi regnava un silenzio diverso da quello che pu essere il silenzio di una stanza; sembrava che la ritenutezza di colei che l'abitava si fosse comunicata a tutti gli oggetti, e allontanasse, o almeno smorzasse, perfino i rumori della strada. Tutto, in quella camera, era piacevole allo sguardo; nulla che urtasse, nulla che avesse pretesa di eleganza o di lusso; tutto sembrava limitato alla pura e semplice necessit. Un'unica eccezione faceva il Crocefisso appeso sopra il letto. Era un vecchio, artistico lavoro d'intaglio

della scuola gotica tedesca, ma insignificante ai miei occhi abituati alla bellezza antica italiana. Quella effige risvegliava sempre in me un po' di inquietudine, specialmente dopo che, in Santa Maria Antica, lo sguardo del Crocefisso mi aveva cagionato tanta angoscia e tristezza. Eppure quel dipinto scolorito, nella oscurit del Palatino, non sembrava che una grande ombra allargantesi confusa sugli oggetti circostanti. .Nella stanza della zia Edelgarda, il Crocefisso, invece, non era pi un'ombra lontana, ma sembrava soffrire ancora, intensamente. Volentieri avrei distolto i miei sguardi, ed ero spinta a fissarlo soltanto dallo strano contegno della zia, che usava fare le sue meditazioni dinanzi a quella croce. Pensavo per sempre che, se fossi stata cristiana, avrei preferito pregare il Salvatore nella fulgente Ostia dell'Ostensorio dorato, piuttosto che in quel sanguinante simbolo di passione. Come poteva la zia Edel viverci accanto? Era una domanda che tormentava perfino i miei sogni febbrili. Durante le prime notti della mia malattia, le pi gravi, ebbi l'angosciosa visione di una pesante goccia di sangue che, di tanto in tanto, cadesse sul letto della zia, come su una collina di neve, o piuttosto su una tomba. La zia riposava infatti tranquilla come se il suo letto fosse veramente una tomba: non si udiva il suo respiro come si ode quello degli altri dormienti: durante la notte potevo perfino immaginare che fosse morta-Questo mi spiegava anche, sempre nell'agitazione dei miei sogni febbrili, perch potesse sopportare la presenza di quel Crocefisso. Ma quando, spaventata dalla visione, involontariamente gridavo il suo nome e la vedevo subito, attenta e premurosa, accanto al mio letto, mi sentivo penetrata da una visione contraria: mi pareva che la zia fosse sempre rimasta sveglia. E anche questa impressione si confondeva col pensiero del Crocefisso appeso a capo del letto: pensavo che la sua vicinanza, le gocce di sangue che scendevano, non la lasciassero dormire. Quando cominciai a star meglio mi accorsi che la zia Edel, mentre io sognavo che giacesse morta o insonne nel suo letto, non si coricava nemmeno. Al piccolo raggio della lampada notturna vidi che, quando chiamavo, la sua figura non si alzava dal letto, ma dal pavimento su cui era inginocchiata; ed era sempre vestita come durante il giorno. Nel fondo della notte veniva qualche volta anche Giannina, e la esortava a coricarsi un po'. Attraverso la porta aperta, udivo distintamente la loro conversazione, sussurrata a bassa voce. Con mia grande sorpresa essa si riferiva sempre a mio padre, del quale appunto allora eravamo, e da lungo tempo, senza notizie. Pareva che la zia temesse che la spedizione, alla quale si era unito, si fosse perduta; pensai perci che pregasse per la vita di mio padre. Pure allora pensai, per la prima volta, che la sua gelosia a mio riguardo poteva avere lo stesso motivo dell'affetto della nonna per Enzio. Avevo gi un po' compreso che

tutto quello che si usa chiamare passato non , in fondo, che una forma pi lieve e pi oscura di un presente, e sapevo anche che la zia Edel era stata fidanzata a mio padre prima che egli sposasse la mamma. Non sembrava quasi verosimile una affinit di sentimenti fra lei e la nonna su questo punto; non avevo mai potuto figurarmi la zia veramente unita a un uomo. Ma forse, nella sua giovinezza, era stata molto diversa e questo non aveva potuto ancora dimenticarlo del tutto. Decisi di rivolgermi a Giannina, che la mattina, quando la sua amica era in chiesa, mi teneva sempre un po' di compagnia. Fu cos che, in uno dei giorni seguenti, le chiesi se la zia, durante il suo fidanzamento, aveva veramente amato mio padre. Giannina che era allora preoccupata pi del solito, in tacito accordo con la nonna, a spingermi amichevolmente verso la zia Edel tutte le volte che se ne presentava l'occasione, riflett un momento. Poi rispose che, a suo modo, la zia doveva aver amato mio padre. Ma perch, dunque, ha sciolto il suo fidanzamento? Giannina replic che non era stata la zia a scioglierlo ma il pap, perch aveva compreso che non sarebbe mai bastato alla sua fidanzata. Non riuscii a comprenderlo: pensavo che quando si ama qualcuno, questo dovrebbe essere pi che sufficiente a renderci felici. Ma Giannina continu: Tua zia amava troppo il Signore! Questa risposta gettava molta luce sulla vita della zia Edelgarda, ma invece di spiegare la sua gelosia sconvolgeva addirittura quello che io potevo pensarne. Amare Dio, amarlo tanto che neanche l'uomo che ci vuole sposare non basta pi alla nostra vita, era di certo qualcosa di molto diverso dall'essere semplicemente pii e devoti. Quando si ama Dio cos, che significato possono ancora avere le creature? In nessun caso esse potrebbero essere oggetto di desiderio o di invidia come avevo immagi-nato fossero per la zia Edelgarda; ma tutto quello che mi aveva portato a tale supposizione doveva avere altri motivi, anzi non ne poteva avere che uno. Da quel giorno cominciai a prestar molta attenzione alle conversazioni che si tenevano nella stanza accanto alla mia, quando Giannina vi si recava la sera tardi e mi convinsi che la zia pregava non solo per mio padre, ma anche per me. Essa pregava per noi due, affinch potessimo un giorno aver parte alla verit e alle grazie della fede cristiana. La preoccupazione pi grande della zia Edel non sembrava derivare soltanto dal dubbio che mio padre morisse in paesi lontani; ma ella si tormentava

anche di pi perch egli aveva proibito che fossi istruita nella religione cristiana. Ne riportai una profonda impressione. Il cuore, vero, mi si stringeva al pensiero che la zia, senza chiedermi nulla, passava le notti nella sua camera silenziosa mettendo, per cos dire, il mio destino ai piedi del grande e triste Crocefisso. Mi sembrava che io stessa, anche se inconsciamente e involontariamente adorassi quella grande tristezza. Provavo una specie di ribellione; ma, nello stesso tempo, mi sentivo scossa al pensiero che la zia Edel aspirasse a conquistarmi non per se stessa, ma per il Dio che amava. Era certamente qualcosa di molto diverso; era non ne dubitavo qualcosa di infinitamente pi delicato e pi alto. Mi vergognavo tanto pi del mio precedente cattivo contegno, che nel mio letto di ammalata avevo cominciato a rientrare un po' in me stessa. Da quando la zia Edelgarda, con le sue cure, mi aveva permesso di superare il momento pi grave, le sue attenzioni instancabili mi mortificavano un po' e mi facevano pensare alle tante manifestazioni di inimicizia e di freddezza che le avevo date. Mi persuasi di doverle chiedere perdono. Meditai bene, con la testa affondata nel cuscino, quello che avrei dovuto dire. Pensavo di baciare la mano della mia fedele infermiera la prima volta che mi avrebbe portato il t, di dirle che era molto buona con me e che io non meritavo tutto il bene che mi faceva. Volevo anche chiederle se non avessi potuto accompagnarla ancora una volta dalle buone religiose di Santa Maria dei Lucchesi. Con questo non pensavo di prevenire il suo desiderio, quantunque lo conoscessi; ma sapevo che la mia preghiera, appunto a cagione di quel desiderio, poteva sembrare un po'. sospetta. Per tutto il tempo della mia malattia soffersi non soltanto per il dolore fisico, ma anche per un dolore morale, che si faceva tanto pi sensibile quanto pi procedeva la guarigione del corpo. Dopo la vittoria che avevo riportata su di lui, Enzio non mi sembrava pi cos gentile con me. Gi al ritorno dalla trattoria, quando cominciavo a sentirmi male, mi aveva fatto un'osservazione, che mi era sembrata poco garbata, dicendo che avevo ingiustamente guadagnato la scommessa. Una creatura che poteva librarsi come una piccola bandiera o come un uccello, una creatura che si chiamava Specchiettino ed era capace di afferrare le armonie degli abissi e dei poemi silenziosi, non avrebbe dovuto rimpinzarsi, ma usare certi riguardi a se stessa. Mancandovi, era ben giusto che ne facesse penitenza. Questa osservazione mi aveva addolorata, perch avevo aderito alla gara soltanto per

piacere a Enzio e incoraggiata da lui. Pi tardi la nonna, che sul contegno doveroso per una giovinetta aveva idee molto precise, mi rimprover in modo da confermarmi nella persuasione che in quella battaglia di arance mi ero comportata male. Mi ero allora arrabbiata ancora di pi col mio amico; ma a poco a poco la mia collera si era cambiata in dolore e scoraggiamento. Enzio ed era questa la mia vera sofferenza durante la mia malattia non venne mai a trovarmi. Soltanto la nonna mi portava ogni giorno un suo breve saluto che non mi soddisfaceva e che mi veniva presentato in un modo, in cui Enzio non si riconosceva pi. Anche di quel piccolo riguardo fui privata quando la nonna fece col suo giovane amico una gita di parecchi giorni a Napoli. Mi sforzavo di trovare una ragione al contegno di Enzio; non ricordavo pi bene che cosa gli avessi detto l'ultima volta che ci eravamo visti. Forse nel mio malessere avevo detto qualcosa di cui si sentiva offeso. Questi pensieri mi tormentavano tanto pi che, per superbia, non ne volevo parlare con nessuno. Ero, per, quasi sicura che la zia Edel conoscesse la mia sofferenza, perch tutte le mattine, riordinando la mia camera, toccava un momento, con le sue belle mani af-fusolate il volumetto delle poesie di Enzio che tenevo sempre sul mio letto. Lo toccava in fretta e quasi furtivamente; quasi nello stesso modo con cui aveva toccato gli oggetti posti sugli stipetti e le mensole della nonna nel tempo in cui la credevo gelosa. Ora non mi seccavo del suo gesto, perch non credevo pi alla sua gelosia; pensavo soltanto che fosse un po' indignata del mio dolore. Ma un giorno feci una scoperta impressionante. Seppi che Enzio aveva chiesto sempre, con insistenza, di vedermi, ma era sempre stato rimandato dalla zia col pretesto che ero ancora troppo ammalata per ricever visite. Queste lotte poich c'erano state proprio delle lotte si erano svolte lontano dai miei occhi, e soltanto adesso venivo a conoscerle. Ne diedi naturalmente la colpa alla zia, ma l'ordine in realt veniva dalla nonna. Enzio, che non era abituato a lasciarsi imporre divieti senza essere persuaso della loro necessit, picchi un giorno direttamente alla mia porta. Era proprio il giorno in cui mi ero decisa a far la pace con la zia Edel. Pi tardi Enzio mi disse che era sicuro di essere nuovamente respinto, ma aveva almeno voluto provarmi che non era colpa sua se non lo vedevo. Udendo bussare, la zia and ad aprire. Attraverso l'uscio socchiuso vidi per un istante il biondo capo di Enzio e udii la sua voce e percepii con chiarezza il suo

finalmente. Nello stesso istante i miei occhi caddero sul libro che la zia toccava tutte le mattine. Con un grido di gioia vinsi la mia indignazione: e impetuosamente gridai il nome di Enzio. La porta si richiuse. La zia Edel torn verso di me. Come dissi, la credetti responsabile del rinvio di Enzio. Mi prese allora una tal collera come non avevo mai provato in vita mia. Tutto il mio pentimento scomparve come se non fosse mai esistito. E per la prima volta fra la zia e me avvenne una scena, nella quale i miei attacchi non incontrarono soltanto l'aria. Le scagliai in faccia proprio il contrario di quello che avevo deciso di dirle: le dissi che non era n buona n affettuosa, ma fredda, ipocrita e senza cuore; che mi aveva tradito e tormentato e che ne sapevo molto bene il motivo. Era gelosa di Enzio, perch benvoluto dalla nonna e lo perseguitava anche nel mio cuore, come vi aveva perseguitato lei. All'attacco umiliante la zia Edelgarda appariva invulnerabile come tutte le volte che l'avevo assalita a motivo della nonna; attraverso la mia collera la vedevo pallida e gelida come una piccola torre di avorio su di una scacchiera. Allora, improvvisamente, scoppi in me qualcosa di cattivo, quasi di selvaggio. Le rinfacciai la sua piet dicendole che con essa mi aveva vergognosamente ingannata. Zia Edelgarda, gridai, tu non mi convertirai mai alla tua fede. Anzi, io odio, io aborro la tua fede. E se anche tu pregherai ancora per me, io creder sempre soltanto quello che credono la nonna ed Enzio. Tu sola sei responsabile se io non divento cristiana. Avevo scagliata la mia accusa impetuosamente, con un'impressione di indescrivibile sollievo e liberazione, ma alle ultime parole mi arrestai spaventata. Appena le ebbi pronunciate, mi accorsi che non erano vere, che erano, anzi, assurde; perch appunto dalla zia Edel avevo imparato a conoscere l'attrattiva della fede cristiana, e quanto essa fosse meravigliosa, misteriosa, incomparabile. Qualcosa di amaro riflu in me. Sentii un dolore lucido e pungente, in un punto del mio- essere che di solito non mi faceva mai soffrire. Era un dolore strano, e cos nuovo da non sembrare mio. Pareva che qualcuno premesse in me un altro cuore. Qualche cosa era successo anche alla zia Edelgarda. Non mi aveva ancora risposto; aveva soltanto aperto un po' di pi i suoi grandi occhi grigi, come se la sua riservatezza fosse pur costretta a cedere. Nel suo sguardo vi era una specie di confessione inafferrabile, un incomprensibile assenso alla mia accusa folle, quasi una resa; e nello stesso tempo un dolore nudo e senza speranza, senza rifugio; un dolore che nel suo abbandono aveva qualcosa di spaventoso e quasi di contrario a Dio.

Ma quel dolore, innalzato in lei a un grado infinito di tormento e di coscienza, era nel tempo stesso il mio proprio dolore, inspiegabile, strano, provato allora per la prima volta. Ne rimasi stordita. Che cosa era successo? Con le mie mani infantili avevo irosamente scavato la terra; ma d'improvviso, nel fondo di quel supposto abisso, trovavo un segreto passaggio dall'una all'altra. Mi pareva di dover portare, insieme con la zia e per tutta l'eternit, quella gigantesca e infinita sofferenza, che non era simile a nessun'altra, che nessun ostacolo poteva arrestare. Impressioni, queste, di un breve istante, oscure e strane. Dopo un po', sembrava che nulla fosse avvenuto; come se ne fosse gi lontana le mille miglia, la zia Edel mi disse che per le mancate visite di Enzio non dovevo prendermela con lei ma con la nonna. E mi porse un bicchiere d'acqua, che gettai a terra, vergognosa e confusa. Il giorno seguente, la nonna, che era molto indignata per la disubbidienza di Enzio, mi annunci di essere stata lei stessa a proibire le visite del mio giovane amico. Non potevo quindi pi dubitare di essere stata molto ingiusta con la zia Edel. Sarebbe stato perci doppiamente necessario di rivolgerle la mia preghiera di perdono; ma non mi potevo risolvere a farlo. Per quanto la scena avvenuta mi paresse ora incredibile, mi rimaneva, di fronte a lei, un sentimento di grande timore, e procuravo di stare bene attenta a non offenderla ancora, involontariamente. Secondo questo sentimento, al quale non credevo, agivo: cosa che pu sembrare molto contraddittoria, e lo era in realt. Il mio riserbo del resto mi venne facilitato dalla stessa zia Edel, la quale sembrava avere nei miei riguardi, e non potevo ingannarmi lo stesso mio timore. Si teneva sempre un po' lontana, come quando avevo detto a Giannina che rassomigliava a un angelo caduto; e forse pi ancora. Evitava ogni occasione di trovarsi sola con me; aveva proprio l'impressione che temesse qualche accenno a quello che era successo e una mia domanda di perdono. Insomma ci allontanammo sempre pi l'una dall'altra. Fin dalla prima sera aveva chiuso la porta di comunicazione fra la sua camera e la mia; cosa che avrebbe potuto fare gi prima, perch ero quasi guarita. Ma non l'aveva fatto, e continuava nelle sue abitudini come quando ero ammalata, bench sembrasse di nuovo molto pi pallida e stanca. Si sarebbe detto che la mia guarigione le faceva pena. Nonostante la porta chiusa, la prima notte udii distintamente la conversazione di Giannina con la zia. Questa era molto eccitata. Dovevano aver discusso dell'accaduto, e Giannina tentava di consolare la sua amica.

Cara, le diceva, come puoi prestar fede a un rimprovero cos insensato? Ma non ci credo affatto, rispose la zia Edel. Sembrava per che Giannina non ne fosse sicura. Lodava la zia per la sua risposta coraggiosa; poi insisteva affettuosamente perch le dicesse ci che la tormentava. Finalmente la zia ammise che, udendo i miei rimproveri, aveva pensato all'odio portato da mio padre contro la sua piet, odio che aveva poi determinato la sua condotta rispetto alla mia educazione. Giannina le chiedeva ancora, amorosamente, se poteva supporre che Dio avrebbe abbandonato la mia anima innocente, perch la sua gli era stata fedele. La zia non le rispose direttamente, ma parve diventare sempre pi inquieta; non l'avevo mai udita parlare cos agitata. Diceva che per lei ero stata sempre un dono della collera e dell'odio; anche mia madre non mi aveva affidato a lei per amore, ma soltanto per colpire in modo pi sensibile mio padre. Nulla di buono poteva naturalmente sorgere da radici cos cattive. Naturalmente no, replic Giannina; ma la magnificenza della fede sta appunto in questo: che Dio pu dare a ogni momento soluzioni impreviste alle cose. Aggiunse poi che, secondo lei, io stessa non ero persuasa della verit delle mie parole cattive, perch avevo, nonostante la mia completa ignoranza in materia di piet, un'attrazione particolarmente fine e delicata per i misteri della fede. Essa lo aveva gi notato spesso con stupore ed era convinta che nella mia natura non vi fossero da temere resistenze. Allora anche tu pensi che la colpa mia, grid la zia bruscamente. Nel silenzio della camera il suo grido sembr quello di un uccello spaventato. Figliola mia, proprio il contrario che io penso, rispose Giannina. Penso che puoi essere con facilit l'angelo custode di Veronica e che probabilmente lo sei gi stata spesso, anche se umanamente parlando le sei stata messa accanto da una volont cattiva. E non devi neppur credere che gli strumenti di Dio siano sempre guardati con amore particolare da coloro ai quali devono servire. Questo non avviene mai, soprattutto da principio. Dio non agisce contro la natura, ma s'innalza spesso sopra di essa e dove arriva la Sua grazia vi sempre anche la grandezza del Suo miracolo. Giannina parlava con tono sereno e profondo; era in uno di quegli istanti in cui, a detta della nonna, lo Spirito si posava sulla sua anima. Ma esso non scese evidentemente sulla zia Edel, che interruppe l'amica con ira.

S, s, disse rifacendo stizzosa il tono di Giannina; tu vedi sempre, e dappertutto, il miracolo, perch non sai riconoscere la realt delle cose umane. E ricominci a parlare della mia impressionabilit, dala quale Giannina si lasciava ingannare. L'altra le rispose che proprio attraverso questa sensibilit si sarebbe rivelato il Signore, perch il suo amore non ricusa nessuna delle porte che la nostra anima gli offre. Per un po' ancora esse discussero; compresi che la zia avrebbe voluto lasciarsi consolare, ma che, in fondo, non esisteva per lei nessuna possibilit di conforto. Oggi questo non mi fa pi meraviglia, perch so che le oscure potenze del cuore umano si piegavano, si, davanti a Giannina, ma soltanto nella sua propria anima, alla quale era riservato di strapparne le spine con l'amore e la piet. Negli altri esse non si piegavano davanti a lei. Pi tardi ella mi disse spesso che sulla zia Edelgarda aveva sempre avuto poco potere come sul marito. Pochi giorni dopo quella conversazione potei alzarmi e ritornammo allora tutti alla solita vita. Io mi feci una festa di rivedere finalmente Enzio, e la zia Edel si immerse con fervore ancora pi grande nei suoi esercizi di piet. Mi proposi di non badarci pi; ma presto essi presero certe forme che non potevano passare inosservate. Cominci, per esempio, a osservare in tutto il suo rigore il precetto del digiuno, ci che fino allora non aveva mai fatto. Enzio sostenne di averla veduta inginocchiata lungo la Scala Santa del Laterano, e difatti quel giorno la zia torn a casa molto tardi e molto stanca; non osammo per chiederle dove era stata, perch dalle sue meditazioni e visite alla chiesa non riportava pi, come prima qualche volta avveniva, un po' di serenit. Sembrava anzi che le venisse una maggiore inquietudine, silenziosamente nascosta nella sua fine e discreta persona. Nonostante tutto essa continuava i suoi esercizi, e ne aggiungeva anzi di nuovi. Per le esigenze dei suoi doveri domestici cercava di provvedere, con diligenza raddoppiata, a tutto quello che trascurava durante le sue assenze. Ma qualunque cosa facesse, sembrava che tutto le cagionasse sofferenza. Aveva l'aria di una persona caduta in un bosco di spine, che la pungessero a ogni movimento e alle quali si sarebbero feriti quanti l'avvicinavano. In quel tempo la nonna cambi la tattica seguita con la figlia. Io non sapevo di averci pure la mia parte, non conoscendo le speranze che la nonna aveva posto nelle mie relazioni con la zia Edelgarda. Ella cercava adesso di indurre Giannina a persuadere la zia perch finalmente si

convertisse, e trovasse in ci un conforto alla perdita del mio affetto. Non so se ho gi detto che la mia cameretta, la quale confinava da un lato con la camera da letto della zia, era dall'altro attigua a quella della nonna. Da ambedue le parti io potevo perci udire quello che la sera vi succedeva. Presso la nonna non si tenevano conversazioni a bassa voce come nella camera della zia Edel. Giannina vi and, vero, una volta a portare il t alla nonna gi coricata; ma parlarono pochissimo e la nostra amica era appena uscita che la nonna spense la luce. Udii poi quasi subito il suo respiro profondo e regolare. Negli ultimi tempi per tratteneva pi a lungo la sua amica, e allora avvenivano fra di loro piccole scaramucce perch Giannina resisteva alla pretesa missione che si voleva affidarle con la stessa fermezza con cui, quando la nonna era stata di opinione diversa, aveva cercato di incoraggiare la conversione della zia Edel. Naturalmente non me ne potevo ricordare; esse invece lo ricordavano molto bene. La loro simpatia vicendevole e il comune gusto dell'allegria si faceva strada, in mezzo alle loro gravi discussioni, con piccoli scherzi come se le parti fossero scambiate; e di tratto in tratto la nonna si abbandonava a una spontanea risata quando Giannina le diceva che era diventata un eloquente avvocato della Chiesa, oppure quando era lei che rimproverava l'altra di trascurare i suoi doveri di cattolica. Ho sempre stimato lo zelo della sua Chiesa nel convertire le anime, diceva; poich chi convinto di possedere la salute ha il dovere di comunicarla agli altri. Le convinzioni che si gloriano di lasciare che ognuno cerchi la felicit a modo suo sono colpite appunto nella loro forza di persuasione. E lei stessa deve vedere che mia figlia pu essere salvata solo se nella sua vita avverr finalmente una decisione irrevocabile. Altrimenti perir in conseguenza delle sue delusioni. Giannina non replic, ma si rifiut ancora di influire sulla zia Edel. Disse che le aveva gi spesso parlato di conversione, ma che ormai non toccava pi l'argomento. Anche i sacerdoti ai quali aveva chiesto consiglio, l'avevano consigliata di aspettare. Non si poteva a suo avviso, per usare l'espressione della nonna diventare cattolici unicamente per un fatto di logica; era un passo che, secondo la sua convinzione pi intima, doveva significare una dedizione grande e nuova all'amore del Salvatore; soltanto nell'amore brilla per l'anima la suprema certezza della Chiesa. Si pu, da principio, essere illuminati con lo studio e le spiegazioni; ma viene poi sempre il momento in cui solo l'amore pu decidere. Per la zia, dopo aver fatto tutto il resto, non si poteva che pregare e questo Giannina lo faceva. Ella non dubitava punto che la zia Edel, arrivata a conoscere la verit, fosse pienamente fedele e che Dio, a tempo opportuno, avrebbe illuminato del tutto il suo

zelo. Questa convinzione era in Giannina inflessibile, al punto che la sua volont, di solito dolce e malleabile, si faceva quasi rigida. La nonna le disse francamente che era una testarda; essa vi annu, rise e replic di voler anche lei, come tutti gli altri, agire una volta di sua testa. Queste, o press'a poco, erano le conversazioni che si rinnovavano frequenti fra la nonna e Giannina; la quale pi tardi mi rimprover di averle ascoltate. In realt non avevo origliato; non avevo potuto fare a meno di udirle riportandone un grande malessere. Avrei preferito non udirle, non tanto perch il mio pensiero era occupato di Enzio, ma per altri motivi. Enzio mi dava allora da riflettere parecchio; tra lui e me durante la mia malattia era subentrato un cambiamento. Avevo osservato subito, al nostro primo incontro, che non era stato cos spontaneamente cordiale come mi ero aspettata. Egli se ne accorse perch poi se ne scus dicendo che gli ero sembrata cos alta e cresciuta da non riconoscermi pi. Non gli credetti, quantunque la sua affermazione in s fosse giusta. Ero in un'et in cui bastano, per cos dire, pochi giorni di sonno per non poter entrare pi nei propri panni. In conseguenza della malattia mi ero fatta anche insolitamente magra e pallida, ci che mi faceva apparire pi alta. Perfino la nonna, che ancora non mi aveva perdonato del tutto la causa della mia malattia, si commosse quando, per la prima volta, le fui dinanzi. Questo cambiamento esteriore mi dispiaceva un po', perch Enzio sembrava non potervisi abituare. Avevo l'impressione che, mentre ero ammalata, ci fossimo un po' allontanati; poi notai che forse avveniva il contrario e che, in un certo senso, gli ero vicina pi di prima. Ma era appunto questo che sembrava disturbarlo, e della nostra intimit era meno lieto di un tempo. Specialmente quando eravamo soli pareva che qualcosa lo deludesse come se aspettasse sempre che io facessi o dicessi qualcosa che io non sapevo. Malgrado ci, cercava che rimanessimo soli e fu scontento quando la nonna, a motivo della mia salute, non volle che riprendessimo le nostre solitarie escursioni-Disse allora, impazientito, che all'aria libera mi sarei ristabilita meglio. Nonostante la sua visibile freddezza, mi diventava pi caro e avevo l'impressione che anch'egli, in fondo, mi volesse pi bene. Qualche volta pensavo che durante la mia malattia fosse ricaduto nel suo doloroso tormento di Roma, oppure che i suoi poemi l'avessero, secondo una mia espressione, ripreso al varco. Appariva stranamente pensoso. Poi mi inquietava ancora l'idea di averlo addolorato con la mia sfuriata dopo la scommessa e una volta gli chiesi se fosse cos. Mi guard stupefatto, e rispose quasi sgarbato: Certe volte sei uno specchiettino molto cieco e stupido.

Le sue parole mi colpirono profondamente, ben oltre la sua intenzione. Sapevo io stessa che non tutto era a posto nel mio specchiettino. Sembrava che la piccola insignificante malattia avesse operato nella mia vita come un taglio, e che il mio specchiettino, in silenzio e senza che me ne fossi accorta, si fosse rotto in due pezzi e che ciascuno di essi non riflettesse le cose semplicemente come prima, ma ne desse un'immagine contraria a quella dell'altro. Questo succedeva sopratutto con la zia Edelgarda. Adesso ci evitavamo a vicenda il pi possibile, e lei mi evitava anche dove non sarebbe stato possibile. In quel tempo si moltiplicarono gli indizi che la spedizione, alla quale mio padre aveva partecipato, era davvero finita male e la nonna incitava la figliuola a farsi dichiarare mia tutrice, come lo aveva desiderato la mamma nel caso che io fossi rimasta orfana. Ma la zia non ne voleva sapere, quantunque una decisione fosse urgente per l'amministrazione del mio patrimonio materno. Lei, che fino allora riguardo alla vita di mio padre, era stata molto pi pessimista della nonna la quale non si lasciava mai turbare dalle dicerie, sosteneva adesso di non poter credere a quelle notizie tristi ed evitava ogni conversazione sull'argomento. Se fosse stata un po' pi lieta, avrei pensato che la sua sicurezza provenisse dalle sue molte preghiere per mio padre; invece potevo pensare tutt'al pi che non volesse essere la mia tutrice. Questo non mi dispiaceva certo, perch anch'io non desideravo aver che fare con lei. Pure,avvenivano a volte fra noi fenomeni strani e poco-comuni. Non potevo dimenticare il repentino dolore che un giorno mi aveva colpito a suo riguardo. Non mi dava molto fastidio di giorno perch ci pensavo poco. Ma di notte esso prendeva su di me un potere inquietante, ed era anche per questo che avrei preferito non udire le conversazioni fra la nonna e Giannina. Da qualche tempo non dormivo pi cos tranquilla, dalla sera alla mattina, come prima. Di tratto in tratto mi svegliavo improvvisamente, e sempre coll'impressione che fosse la zia Edel a svegliarmi. Non perch parlasse con Giannina era troppo profonda ormai la notte e neanche in seguito a qualche rumore; sembrava piuttosto che mi svegliasse coi suoi pensieri, con la sua vicinanza silenziosa, con la tranquillit assoluta della sua camera forse con le sue preghiere. Ancora mezzo assonnata, avevo pure l'impressione che la parete a fianco del mio letto fosse diventata sottilissima, e potesse cadere a ogni momento; che la zia, attraversandola, potesse impadronirsi di me, soppiantare la nonna ed Enzio e trasformarmi completamente. Tutte queste fantasie mi lasciavano poi l'impressione che fossero ultimi resti di un

sogno, gi confusi con la coscienza che si risvegliava e resisteva ansiosamente a quel miscuglio come a qualche cosa di nemico. Sogni non angosciosi, per; l'angoscia incominciava quando mi svegliavo. Non so raccontarli, perch si scolorivano cos rapidamente che non ne restava traccia. Uno soltanto non ho potuto dimenticare mai, perch vi era unita una particolare rivelazione di me stessa. Sognai, dunque, che sulla parete la stessa che mi sembrava cos sottile appariva un viso. Da prima stette sopra il mio letto a guisa di un cerchio pallido ed evanescente; poi si fece sempre pi distinto. Credetti fosse il volto della zia Edelgarda, ma presto mi accorsi che era quello di un angelo e lo riconobbi, con molta sorpresa: era uno dei grandi angeli esultanti di Melozzo da Forl, che si vedono nella sacrestia di San Pietro, e precisamente il pi bello e il pi entusiasta, quello dal tamburino e dalle vesti frementi, il cui aspetto, infiammato ed estatico, sembra portare un riflesso della maest di Dio. Fino allora non avevo immaginato che quell'angelo, traboccante di ardore e di esultanza, potesse rassomigliare alla pallida e triste zia Edel; eppure era cos. In che cosa consistesse questa rassomiglianza non saprei dire; ma essa mi faceva provare verso la zia un affetto meraviglioso, profondo, splendente, come mai avevo sentito per nessuna creatura. Tutto ci avveniva nel sogno; ma presto mi svegliai. La luce lunare si posava sul mio letto, bianca e uniforme; nella camera non c'era che la soave freschezza della notte romana, e il silenzio era rotto soltanto dal mormorio della fontana; nel cortile. In quel momento non ebbi pi l'impressione che fosse stata la zia Edel a svegliarmi; anzi, lo svegliarmi mi aveva separato da lei. Internamente vedevo ancora la sua immagine e ne provavo un desiderio profondo e nostalgico. Anche l'amore che avevo sentito per lei era ancora presente; ma ormai come qualche cosa di estraneo, quasi fosse un fratello pi ridente dello strano dolore sofferto dinanzi ai grandi occhi sbarrati della zia. Ricordavo per che l'affetto provato non era stato violento, ma anzi, soave e consolante; eppure cedeva dinanzi al timore che la zia potesse impadronirsi del mio cuore, che si aggrappava con tutte le sue forze alla nonna e ad Enzio. Non appena ebbi pensato a loro, mi sentii tranquilla. Mi dissi che la zia Edel non aveva niente a che fare con l'angelo bello ed esultante di Melozzo da Forl, ma piuttosto la nonna che lo amava tanto; mi torn alla memoria la copia appesa nella sua magnifica stanza, e credetti di comprendere sempre meglio che anche il sentimento provato non poteva avere alcun valore per la zia. Questo pensiero a poco a poco mi consol, e mi riaddormentai.

Di questo sogno conservai per la penosa impressione che altri sogni, che non riuscivo a ricordare, gli somigliassero e che nel pi intimo di me stessa vivesse uno sconosciuto capace a ogni momento di sopraffarmi e di trascinarmi verso un dolore e un amore oscuro. Era quasi lo stesso sentimento di incertezza e di stupore rispetto alla mia personalit, provato altra volta sul Palatino, quando avevo tanto spaventato la nonna; ma nello stesso tempo era qualche cosa di completa mente diverso. Se allora mi era sembrato di staccarmi all'improvviso da me stessa, adesso mi sembrava piuttosto di avanzare verso un'altra misteriosa personalit, che era la mia e, nello stesso tempo, mi era estranea e ignota. D'un tratto, questi sogni cessarono e precisamente, credo, quando Giannina cambi la sua opinione riguardo alla zia Edel e questa smise di pregare per me. Era singolare la conoscenza che Giannina aveva della gente. Secondo l'opinione della nonna, la forza di giudizio della nostra amica trovava, su questo punto, un sensibile ostacolo nella incrollabile buona opinione che a-veva di tutti. Ma ella si dimostrava capace di uno sguardo profondo e chiaro non soltanto sulle buone qualit di una persona, bens anche sui difetti e sui pericoli a cui poteva, andare incontro. Ricordo con sufficiente precisione una nostra visita a San Clemente, durante la quale il giudizio di Giannina sub uno sconvolgimento. La nonna, nel suo amore materno, non si accontentava di essere indulgente e paziente verso la figlia, ma cercava anche, quand'era possibile, di strapparla alla sua solitudine e al suo isolamento proponendole di accompagnarci quando si andava a vedere una chiesa, o una catacomba, o qualche cosa che potesse interessarla. Tutti sanno che la chiesa di San Clemente, forse la pi notevole fra tutte le chiese di Roma, si inabissa, coi suoi sotterranei, fino nel profondo dei morti secoli della storia cristiana e pagana che dorme nel grembo della Citt Eterna. In alto, alla luce del giorno, un'antichissima basilica col suo coro chiuso e i suoi amboni; sotto alla prima basilica la nave gigantesca e vuota di una seconda; ancora pi sotto, chiusa nel tufo del tempo repubblicano e imperiale, la pietrificazione di una grotta di Mitra, al cui ingresso si sente un gorgoglio di buie acque sotterranee. Aspettavamo nella sacrestia, dalla quale si scende sotterra, Enzio e la zia Edelgarda, che non potevano decidersi a lasciare la chiesa superiore; Enzio perch si era lasciato prendere nelle reti dorate dei mosaici, la zia perch utilizzava ogni visita a una chiesa per una meditazione, la cui durata impazientiva la nonna. Io non ebbi il permesso di

scendere nella fredda chiesa sotterranea, perch non ero ancora del tutto guarita; rimasi nella sacrestia . piena di sole mentre gli altri scendevano per una larga e scura scala di marmo. Quello che avvenne l sotto con la zia Edel non so. Sembra che quella profondit mostruosa e nera, posta imediatamente sotto all'altare dinanzi al quale aveva pregato allora allora, le fosse apparsa indicibilmente angosciosa. La spogliazione assoluta di un santuario, la sua volta sepolta con l'oscura grotta di Mitra, lo stillicidio delle acque sotterranee, tutto questo deve esserle sembrato come il simbolo di una catastrofe inaudita, che la sconvolse al punto da persuadere Giannina a risalire con lei. Al primo momento, vedendole tornare sole, credetti che la zia avesse preso freddo; era cos pallida, che sembrava uscire da una tomba. In seguito osservai che appariva anche sconvolta e turbata. Giannina mi fece subito cenno di non guardarla; vidi per che tremava violentemente. La sua amica, intanto, le parlava amichevolmente: le diceva di pensare che il luogo grande e oscuro che l'aveva tanto spaventata era pur sempre un luogo consacrato a Dio, verso il quale erano salite le preghiere di tutti quelli che gi da lungo tempo dormivano nell'eternit. La zia Edel si riebbe abbastanza presto e mostr di voler rimanere sola. Disse che desiderava prendere un po' d'aria, e che non aveva bisogno di essere accompagnata. Nel frattempo ritornarono la nonna ed Enzio insieme col Padre che li aveva guidati. La nonna non lasci scorgere la sua inquietudine; domand soltanto, con disinvoltura, se la zia Edel si sentisse meglio. Era un riguardo alla presenza del giovane amico, dinanzi al quale non voleva compromettere sua figlia. Quando giungemmo a casa ed Enzio si ritir nella sua stanza, la nonna si ferm improvvisamente nel corridoio di fronte a Giannina e le chiese che cosa pensasse dell'incidente di San Clemente. La sua piccola bocca tremava come se avesse dovuto fare un grande sforzo per formulare la domanda con .tranquillit. Giannina non fece molte parole. Disse con semplicit che la zia Edel si era spaventata nella buia chiesa sotterranea. Non sembrava inquieta come la nonna; ma la sera intesi che ammoniva la zia sul dovere che ognuno ha di esaminare di tanto in tanto la propria coscienza, per vedere se non ci sia niente, fra Dio e noi, che debba essere rimosso. A queste parole la zia scoppi a piangere. Ne fui costernata, perch di solito essa non piangeva mai in presenza d'altri; quasi quasi non avrei creduto che potesse piangere. Giannina aveva l'aria di non impressionarsi nemmeno per le lacrime della sua amica. Ora le parlava adagio, con la sua voce penetrante, stranamente profonda e piena rispetto alla sua piccola persona.

Tu sei dura con me, Giannina, le disse la zia. Era poco pi di un semplice suono di voce; sembrava che le sue stesse lacrime si trasformassero in parole. Ma tu stessa sei forse, verso di te, ancora pi dura, replic Giannina. Siamo sempre duri con noi stessi quando ricusiamo qualche cosa al Signore. La risposta mi sfugg. E perch non lo fai? chiese amorevolmente Giannina. La zia Edel non rispose: ma qualcosa c'era nel suo silenzio. Edel continu Giannina quasi solenne. La Grazia non chiede nulla che non esiga nello stesso tempo; ma ci che esige lo chiede. Le dai ci che esige, o ti ricusi? La zia non piangeva pi. Il silenzio intorno non aveva pi singhiozzi, ma si sarebbe detto che, in quella assenza di ogni rumore, qualche cosa facesse forza e aumentasse di stanza in stanza, misteriosa e opprimente, come se venissero tese mura invisibili. La voce, la figura, l'anima della zia Edelgarda, tutto pareva chiudersi sempre pi fra quelle mura. Non potevo immaginarla pi che come una piccola luce lontana, in una prigione impenetrabile. D'un tratto Giannina ruppe il silenzio: Edel, io vorrei raccontarti qualche cosa di me stessa; poi me ne andr. L'unione di quelli che sono destinati ad aiutarsi vicendevolmente sulle vie di Dio, profonda e misteriosa come nessun'altra sulla terra. Ho un'amica carissima, che mi ha dato molte preoccupazioni. Per lungo tempo pensai di essere destinata a convertirla e a salvare la sua anima. Ma un giorno compresi che sarebbe successo il contrario. Perch, quando ci viene affidata un'anima per la quale crediamo di dover molto pregare, sempre e subito e, come prima cosa, dobbiamo donare ancora pi interamente la nostra al Signore. Dal momento che compresi questo, compresi di Dio e non viceversa. Da quel momento mi sentii tranquilla riguardo alla sua anima, perch quanto imparai da lei cos grande, che potei crederla, solo per questo, benedetta continuamente dal Signore. Che cosa vuoi dire con ci? chiesela zia. Aveva formulato la domanda con l'aria di non voler udire la risposta. Giannina tacque un istante sorpresa. Poi disse, senza suscettibilit, imperterrita: Penso, Edelgarda, che esiste una giovane creatura la quale deve essere per te lo strumento di Dio, e non viceversa.

Credetti poi di sentire che Giannina baciasse la zia. Sono sicura che non la baci sulla guancia o sulla fronte, ma sulla mano. Era sua abitudine, quando doveva dire a qualcuno, per affetto o per amore di verit, una parola amara, d'inchinarsi dinanzi alla stessa persona in una maniera che sembrava incomprensibile. Soltanto pi tardi compresi che essa sentiva in quegli istanti una soggezione e un rispetto indicibili dinanzi all'anima a cui si rivolgeva, e che le sue parole amare non erano, in fondo, che una forma del suo rispetto. Dopo quella conversazione non udii pi Giannina venire la sera dalla zia e anche i miei sogni a suo riguardo, come gi dissi, cessarono completamente. Cominci allora per me un periodo in cui mi interessai sempre pi di Enzio. Che cosa debbo dire di lui e di me? Come devo chiamare ci che esisteva fra noi? Lo so e non lo so. La mia fanciullezza, gi pronta ad andarsene, sostava esitante, un momento ancora, sulla soglia della mia vita e teneva fisso il mio sguardo nei suoi puri occhi tranquilli, mentre sulla mia fronte gi ardeva il riflesso della giovinezza ormai prossima. Esso emanava, con uno splendore insolito, inconcepibile, dal volto di Enzio; lo sentivo cadere ai miei piedi come un'onda dolce e insieme tempestosa; vi stava come una soglia, che io per non varcai mai. Eppure non quella soglia soltanto si frapponeva tra noi. Avevamo ripreso le nostre scorrerie, spingendoci spesso lontano nella campagna romana dove Enzio, durante la mia malattia, aveva piantato il suo quartier generale. Sulla grande distesa ondulata di pascoli fra l'Appia antica e l'Appia nuova c'eran pi fiori e pi sole che nei prati presso le terme di Caracalla. Laggi eravamo completamente soli, tagliati dal resto del mondo dalle strade tranquille seminate di sepolcri e dai greggi silenziosi che pascolavano. Soltanto con gli occhi si poteva ancora raggiungere il mondo, attraverso l'aria che riposava azzurra e dorata sui monti lontani, punteggiati dalle vecchie citt e dai castelli come da grigie perle. Come tutto era bello! Dalle rovine e dall'erba saliva il canto delle cicale, e sopra gli archi degli acquedotti solenni fluttuavano i venti con le loro arpe d'argento. Ma mi sembrava sempre che fossimo troppo giovani per la campagna romana. Enzio, dissi una volta qui i figli dei Goti e dei Franchi hanno gi errato, come noi... Egli annu. S; ma in fondo siamo sempre gli stessi... Sapevo cosa volesse dire, ma c'era qualche altra cosa.

Chi siamo noi? chiesi. Mi guard silenzioso; pareva che gli mancasse il respiro. E improvvisamente ebbi l'impressione che gi un'altra volta mi ero trovata con lui in quello stesso posto: un'impressione lontana, dolce e dolorosa insieme che mi penetr tutta. Volevo trattenerla, ma scomparve subito, come trascinata da un'altra, essa pure emersa da lontananze immense e silenziose. Cos succedeva spesso. Quando ci riposavamo, Enzio voleva quasi sempre che sedessi accanto a lui. Tutto qui cos triste e grande, diceva; dobbiamo restare uniti. Ma io mi sedevo sempre un po' discosta, non sapevo nemmeno io il perch. Talvolta egli voleva prendere anche la mia mano, ma questo non mi garbava. Amavo tanto la sua mano, sentivo volentieri la sua stretta nel saluto del mattino e della sera; ma quando egli afferrava la mia improvvisamente, senza nessun motivo, mi spaventavo sempre. Pi tardi notai che egli si era fatto triste. Anch'io lo ero: tutto pareva di nuovo freddo e lontano fra noi. Allora sedevamo a lungo silenziosi, fissando l'orizzonte, non pi cos azzurro come al mattino, ma quasi bianco. Roma vi giaceva simile a una grande nave grigia, silenziosamente ancorata, e la cupola di San Pietro stava sul paesaggio come una nuvola. Talvolta pareva che le nubi si sciogliessero e che la nave volesse inabissarsi lentamente nel silenzio mostruoso. Allora sussultavo spaventata. In quegli istanti avrei io pure desiderato di prendere la mano di Enzio, appoggiarmi stretta a lui, che sedeva un po' disorientato. Per lui provavo un'angoscia grande e tenera, come se temessi che egli pure potesse d'un tratto sparire, portato sulle onde di quel silenzio; sprofondare nelle verdi infinit, trascinato come la grande nave grigia all'orizzonte. Una volta, involontariamente, mi ero messa tra lui e la citt lontana, che stava fissando. Cosa fai? chiese meravigliato. Ero in piedi, su di un piccolo mucchio di pietre. Il vento giocava coi miei capelli e coi miei vestiti. Voglio volare ancora, dissi. Ma i suoi occhi lampeggiarono stranamente, e mi interruppi. Mi guardava fisso, e lentamente sal nel suo sguardo qualche cosa di diverso, di dolce. S, resta pure, disse piano.

E poi, come tante volte aveva fatto,, ma confuso: Specchiettino, come sei strana. Volli mantenere il vecchio tono confidenziale: Come sono, dunque? chiesi con petulanza. Rispose: Adesso sei quasi come me. Per un momento una dolcezza grande, silenziosa, incorporea si libr sopra di noi, mi sembr di udire una voce che egli non percepiva ancora. Non posso stare in piedi, dissi, e cos dicendo mi sentii presa da una tristezza incomprensibile, come se nel mio cuore un desiderio sconosciuto si fosse spezzato, o una persona molto cara dovesse morire anzi tempo. Pochi giorni dopo Enzio preg la nonna che mi permettesse di accompagnarlo al Colosseo in una sera di plenilunio. Durante il tragitto eravamo allegri come da tempo non lo eravamo stati. Enzio si abbandonava un'altra volta agli sbalzi delle sue disposizioni d'animo, ed era di umore cos bizzarro che scherzava come un monello su cose che di solito non degnava di uno sguardo. Passando da piazza Venezia, si volse al monumento nazionale degli Italiani e grid: Anche tu, nonostante il tuo splendore abbagliante, fra duemila anni non sarai che una magnifica, nobile rovina. Poi mi chiese se non mi sentissi obbligata ad ammettere che ormai si trovava a suo agio in Roma; i millenni non gli cagionavano pi la minima difficolt! Sentivo che la sua allegria aveva qualche cosa di forzato, ma risi con lui, e cos giungemmo al Colosseo. Sostammo qualche minuto dinanzi alle arcate prima di entrare. Hai paura? chiese Enzio, e soggiunse prima ancora ch'io facessi in tempo a rispondergli: Anch'io ho avuto paura. Pensa che finora non avevo osato venire al Colosseo. Mi trovi molto pusillanime? Compresi la ragione della sua allegria forzata. Dissi: Ma tu sei un poeta. Non vero? fece egli in fretta. Un poeta pu aver paura senza apparire debole, perch deve andare in fondo a tutte le cose, che gli altri sfiorano appena.

Eppure non il poeta che ha paura; l'uomo soltanto. Il poeta non sente pi n la lotta n la solitudine, perch anticipatamente familiarizzato con tutto questo; perfino in mezzo all'orrore pi grande ancora al suo posto. Eravamo ammutoliti; ma altri visitatori, venuti a vedere il Colosseo al chiaro di luna, parlavano, crollate, come sommersa nella profondit di un cratere spento. La luna vera era fredda, bianca, lontana; sembrava che le sfere di due corpi celesti si fissassero a vicenda, freddi, inesorabili, fuori del tempo. Eravamo ammutoliti; ma altri visitatori venuti a vedere il Colosseo al chiaro di luna, parlavano. Allontaniamoci un po', preg Enzio. Questa gente insopportabile; sono tutti orribilmente superficiali. A tastoni raggiungemmo le cadenti gradinate laterali dell'arena; l non c'era nessuno. Enzio stese, su di un gradino, lo scialle che avevamo portato, e ci accovacciammo l'una accanto all'altro, come due piccole civette. D'un tratto mi torn alla memoria la campagna romana e non compresi pi perch non avevo voluto mai sedere accanto al giovane. Dapprima rimanemmo silenziosi. Finalmente Enzio disse: Il volto di Roma mette i brividi; esso proprio questo. Ha voluto rappresentare se stesso in questo bello e orribile colosso: la legge e la pietra, la pietra e la legge. E noi ci stiamo come coloro che un tempo, nell'arena, furono gettati alle fiere. Dio mio, come solo l'uomo nell'universo. Parlammo poi dei giuochi che ivi erano stati tenuti. Enzio, dissi, ancora pi orribili di queste mura e delle fiere devono essere stati gli occhi crudeli, quelle migliaia e migliaia di occhi... Egli si strinse nelle spalle. Mio Dio, s; in fondo essi pure erano di pietra. Il travertino travertino, e il mondo mondo. E pure questo sentimento di solitudine cos strano da che cosa ci viene? Adesso si avvicinavano a noi due sacerdoti, riconoscibili facilmente dalle tonache lunghe e nere. Camminavano nella luce lunare. Parlavano insieme animatamente e io afferrai qualche parola: ... la Roma del mondo e la Roma della grazia.

Anche Enzio aveva udito. Essi pure, a loro modo, vogliono liberarsi da questa impressione, disse. Oh, se si potesse credere all'esistenza dell'anima, come i cristiani che qui sono morti! D'un tratto si mise a parlare della zia Edelgarda. Osserv che in una crisi di angoscia, quale essa aveva sofferto a San Clemente, dovevano essere in giuoco ben altre cause che una pura debolezza di nervi. Aveva come smarrito la nozione di s. Ne aveva parlato con la nonna; non toccando la zia Edel, non arrivava fino a quel punto di indelicatezza, ma in generale. E che cosa ne pensa la nonna? chiesi. Rispose ridendo che gli aveva citato Descartes. Ricordi? Penso, dunque esisto. Anche Giannina era presente e si dichiar per questa variante: Adoro, quindi esisto. In teoria egli l'aveva trovata molto pi logica che non l'assioma di Descartes, ma poteva, naturalmente, essergli di cos poco aiuto, come poco sembrava di esserlo per la zia Edelgarda. Parlava con voce cupa e secca, che sembrava uscire dalla pietra piuttosto che dalle sue labbra. Lo guardai. Ogni linea del suo piccolo viso ardito era segnata dalla luna; rigido, giovane, grigio, sembrava impietrito nei pilastri di travertino, essi pure baciati dalla luce lunare: aveva un'espressione di dolore strano e profondo, come di un volto che, murato nella pietra, si sforzasse violentemente di uscirne. Enzio, chiesi con ansia, non credi davvero all'anima? Credi che, in fondo, noi non esistiamo? Tacque un momento; poi, come per consolarmi, disse: Dio mio, questo sentimento di solitudine pur strano... Sentii che in lui vi era un'indicibile miseria: qualche cosa di inafferrabile e di incomprensibile come se, da un momento all'altro, egli potesse davvero scomparire per sempre. Enzio, sussurrai inquieta; tu devi rimanere; lo voglio perch ti amo tanto. Non si mosse, ma la sua piccola figura dominatrice parve improvvisamente in preda a uno sconforto pi grande; non sembrava pi di pietra, ma piuttosto simile a un giovane albero della Campagna romana; percosso dalla furia di un muto uragano.

D'un tratto, come se questo lo avesse proprio spezzato, pieg il capo sulle mie ginocchia. Sentii il battito delle sue tempie, la contrazione convulsa delle sue mani, di tutta la sua persona. Enzio, caro Enzio, singhiozzai. Mi pareva di dover prendere nelle mie mani, come una piccola luce, la mia anima, perch egli potesse credere alla sua; ma anch'io mi sentivo venir meno, come portata lontano dalle ali cupe e pesanti del suo spirito. Ebbi l'impressione che qualche cosa di enorme e di opprimente si abbattesse sopra di me e, come lui, sempre pi smarrita mi chinai a baciargli la fronte sudata. Silenzioso e dolce mi rese il bacio delle mie labbra infantili, poi rimise il capo sulle mie ginocchia. Rimanemmo cos a lungo, immobili, stretti nello stesso sconforto. Dall'arena non saliva pi alcun suono: tutti dovevano essersene andati gi da un pezzo. Di tratto in tratto una pietra si staccava dalle rovine e risuonava in basso, come in fondo al nulla. Grandi civette si alzavano un istante a volo e subito sembravano tuffarsi nell'ombra. Quanto durasse tutto questo non so... Come finalmente uscimmo dalle arcate del Colosseo, la nostra automobile era sparita. Non c'era nessun altro veicolo: evidentemente la notte doveva essere avanzata. Era perci necessario fare la- strada a piedi. Barcollavo per la stanchezza e per l'impressione di essere estranea a me stessa, come se camminassi coi piedi di un'altra persona. Credo di ricordare confusamente che Enzio avesse preso il mio braccio, ma che pi tardi l'avesse lasciato. Non ne sono per sicura: so soltanto che in quella notte passai attraverso la Roma di Enzio, attraverso il suo mondo e la sua poesia. Come dissi, barcollavo per la stanchezza, procedevo quasi dormendo. Alla fine la stessa stanchezza, facendosi sentire maggiormente, mi svegli del tutto: dovette essere il momento in cui Enzio lasci il mio braccio. Alzando gli occhi, lo vidi camminare abbastanza in fretta, un po' davanti a me; lo chiamai, non mi dette retta. Nello stesso tempo, mi accorsi che si andava da un pezzo e che avremmo gi dovuto essere a casa. Mi guardai in giro. Eravamo in una piccola via, come ce ne sono tante nelle parti pi antiche di Roma; le case stavano l'una di fronte all'altra, strette e alte, le loro finestre erano munite di inferriate. Tutta la strada era cos buia, come se fosse seppellita nell'interno della terra; soltanto in alto, fra i tetti, la notte lunare appariva in una stretta linea di chiarore. Non conoscevo quella strada.

Enzio, credo che abbiamo sbagliato, gridai rincorrendolo. E poich ancora non mi rispondeva, ripetendo le mie parole gli afferrai involontariamente la mano. Egli prese la mia con una stretta lieve, quasi istintiva, e la tenne chiusa nella sua. Quello che allora avvenne molto strano: pareva, non saprei spiegarlo altrimenti, che avessi perduto la nozione di me stessa, avendo per piena coscienza della perdita; sopraffatta da una visione che non era la mia, ma quella del mio compagno e verso la quale la lieve pressione della sua mano sembrava portarmi, come attraverso la porta aperta della sua anima. Avevo l'impressione che ci inabissassimo in un mare senza fondo, sul quale scintillava alta la notte. Intorno a noi tutto sembrava ricolmo e sommerso nel transito muto di innumerevoli esseri e avvenimenti, fusi in una immensa unit, che avvolgeva ogni cosa. Noi ci inoltravamo nel silenzio di quella nera materia. Di tanto in tanto, simili a fantastiche scogliere o piante, e quasi spinti fuori delle oscure onde dell'universo, emergevano grandiosi palazzi e chiese, portali di una ricchezza pesante e superflua. In una specie di dormiveglia riconobbi le facciate maestose di S. Ignazio, di S. Luigi dei Francesi, di Palazzo Madama e il curioso frontone della Sapienza, coronato di conchiglie. Simili a grandi, languide stelle marine, le belle piazze, colme di luna, ci passavano dinanzi, bagnate dal getto notturno delle fontane. Ogni cosa sembrava gi spogliata delle sue apparenze accidentali e avvolta in una vaga incertezza, puro riflesso di un inconoscibile che si fosse affacciato alle loro spalle. A momenti questa fluidit si faceva cos incantatrice, che gli edifici dinanzi ai quali passavamo, sembravano crollare senza suono o svanire all'improvviso. Sfondi si aprivano, come se dietro i muri visibili molti altri fossero addossati. Apparenze di edifici; delicati, grigi, sovrapposti e separabili, sempre pi sottili, sempre pi evanescenti, sempre pi invisibili sembravano fluttuare in un mondo inconoscibile senza principio, e poi, d'un tratto, riapparire sotto nuovi aspetti. Tutto questo non era effetto di allucinazione. Le cose erano libere e fuori del presente, dell'umano, del nostro io. Il mondo era abbandonato a se stesso: miraggio grandioso di un deserto dalle metamorfosi sempre rinnovate. Noi pure eravamo simili a meteore, affioranti dalle selvagge e lugubri profondit dell'universo. D'un tratto parve che la buia corrente, dalla quale eravamo trascinati, fosse colpita da

una freccia e sostasse silenziosa; qualcosa di raggiante colp i miei occhi. Un ostensorio di incommensurabile grandezza, emerso dalle tenebre della notte come la visione di una stella gigantesca, stava dinanzi a noi. Solenne e dolce esso spingeva la sua luce verso ogni punto dell'oscurit, che sembrava indietreggiare. Poi mi accorsi che la gigantesca cornice di quell'ostensorio era un altare che, continuandone l'irradiazione per mezzo di centinaia di candele, ardeva simile a un focolare in una grande chiesa solitaria. Le volte della chiesa si innalzavano immense, aduggiate dall'ombra, ma piene, nello stesso tempo, di solidit e di certezza. Riconobbi il baldacchino di San Pietro ed ebbi all'istante l'impressione di aver percorso tutto il mondo e di essere finalmente giunta al centro del suo cuore-Quando rincasammo la zia Edelgarda ci aspettava sulle scale. Aveva l'aria di aver atteso lunghe ore; erano le tre di notte. Senza degnare Enzio di una parola, mi prese per mano e mi condusse nella mia camera. Fino a quel momento non mi ero accorta di essere intirizzita, ma quando le mani della zia mi toccarono, i miei denti batterono l'uno contro l'altro, perch quelle mani erano molto pi fredde delle mie. Subito dopo venne la nonna e mi strinse nelle sue braccia, come se fossi tornata dalla morte. Anche Giannina si affrett a raggiungerci; mi port una bevanda calda, che poi offr anche alla sua amica; ma questa la respinse come una pretesa irragionevole. Udii che Giannina diceva alla nonna: Non quasi pi il nostro specchiettino; un piccolo viso estraneo, e come di cristallo. Bambina, dove sei stata e dove sei ancora? chiese la nonna prendendomi la testa fra le mani. Ma la lasci subito come se comprendesse che non potevo pi rispondere. Oscuramente sentivo che tutti erano fuori di s dall'angoscia: mi facevano molta pena e li avrei volentieri consolati e tranquillizzati. Credevo anche di poterlo fare, perch io stessa mi sentivo miracolosamente felice e salva, senza per saperne bene il perch. Mi pareva che una immensa gioia dormisse in me. Ma quando mi ebbero coricata quella stessa gioia non mi permise di prendere sonno. Mi avvolgeva come una coltre pesante, ma non abbastanza fitta, attraverso la quale, ai confini della mia coscienza, sentivo una pungente inquietudine, come se la preoccupazione delle persone care, che pure erano tutte uscite dalla stanza, fosse rimasta accanto a me. A momenti mi sentivo oppressa da qualcosa di incorporeo eppure presente; che pareva poi sollevarsi, salire e alla fine, come trascinato dal proprio peso, ricadere ancora. Un rumore lieve, ma sordo, proprio accanto al mio letto mi spavent: volevo

alzarmi, ma gi il sonno aveva cancellato l'impressione. Un'altra volta mi svegli la mia vecchia amica, la fontana del cortile, che di solito non mi disturbava. Mi pareva che scorresse pi forte degli altri giorni; non riuscivo a comprendere dove il suo tenue getto prendesse tanta forza. Risuonava vicino, poi sembrava perdersi nella lontananza. Cos pass un tempo abbastanza lungo. Di colpo ebbi l'impressione che il mormorio della fontana sgorgasse dal mio cuore. Aprii gli occhi, senza per destarmi del tutto. La camera era fatta pi chiara dalla tenue luce dell'ora piena di mistero che oscilla fra la notte e il giorno e non permette di distinguerne i limiti. Gli oggetti vi apparivano incerti, quasi non ben sicuri di se stessi, eppure cos saldi e tranquilli come se li tenesse una mano invisibile. La cornice oscura della finestra aperta, dalle tende sollevate ai lati ,che inquadrava la nota striscia della volta celeste, pallida, con la stella del mattino; le arcate della facciata opposta del palazzo, ancora avvolte nell'ombra, in fondo al cortile il getto d'acqua; questa piccola parte del piccolo mondo che mi circondava, veduta le mille volte e insieme non pi veduta, mi apparve in una realt cos meravigliosa, in una certezza cos piena di gioia, come se le cose pi piccole e le pi grandi, io stessa e l'universo intero, creati da un amore indicibilmente profondo, fossimo conservati e benedetti dalla sua incessante presenza. Allora ricordai dove era avvenuto il mio incontro con quell'amore. Lo rividi nella sua silenziosa, bianca maest sotto il baldacchino di San Pietro, quando aveva fatto argine alle cieche onde della notte e m'aveva salvata. La grande gioia che in me sonnecchiava riapr gli occhi. E improvvisamente, senza transizione, provai un'altra volta l'impressione che qualcuno aprisse il mio cuore alla zia Edelgarda. Sentii che l'amavo, profondamente e con riconoscenza come altra volta nel sogno, ma non con un cuore straniero: col mio, miracolosamente cambiato, e l'amavo come la creatura pi cara che avessi sulla terra. Mi rizzai, e vidi che essa era inginocchiata ai piedi del mio letto, con la fronte quasi schiacciata contro il legno, immobile. Sembrava piegata dalla stessa invisibile mano che conservava ogni cosa al suo posto. Non so se ella sent il mio sguardo, ma si rialz di scatto e mi venne vicina, nella sua toeletta della notte, con l'aria di un cero bianco nel grigiore dell'alba. Sem brava che ci guardassimo nella penombra di questo mondo e dell'altra Perch non dormi? balbett. La sua voce aveva come un tono sfuggente. Presi la sua mano e la tenni stretta.

Non andar via, supplicai piano. Prega ancora per me. Ella rimase come pietrificata. Sorpresa e senza volont propria, si lasci attirare verso di me. Le passai le braccia attorno al collo. Dapprima resistette, ma poi si curv come senza respiro. Allora, come un bambino alla sua mamma, le sussurrai nell'orecchio tutto quello che mi era accaduto. Sussurravo cose che non si possono esprimere a parole, ma la zia comprese. Lo comprese non soltanto attraverso le mie parole. Sentivo che la sua tristezza s dissipava, come nebbia, che la sua anima si agitava in fondo al suo silenzio, scossa dalla identit di una stessa esperienza vissuta, e in un lampo improvviso, che mi riemp di spavento, ebbi l'intuizione della sua colpa. Ma nello stesso tempo, e solo allora, compresi nella sua interezza l'azione della Grazia negli ultimi avvenimenti. Anche la zia riconobbe con me la grandezza di questa Grazia, e, in un primo momento, si difese come una disperata. No, non per mezzo mio, non per mezzo mio, ripeteva senza tregua. Ma io insistevo: Eppure, fu la tua preghiera. Essa disse: Da parecchie settimane non prego pi per te. (Non ne era stata pi capace dal giorno della sua conversazione con Giannina: le sue parole erano un'ultima maledizione). Replicai: Perch sei stata esaudita prima? Si torceva le mani, umiliata, vinta, simile a una madre che, avendo concepito la sua creatura nella colpa, ne viene ringraziata per l'esistenza che le ha dato. Sempre pi alta, pi inflessibile, sembrava che la Grazia incombesse sopra di lei. Mio Dio, sospir, tutti questi anni, tutti questi anni perduti... Le sue parole mi sembrarono illuminate da una folgore, che mi permise di vedere la mia giovane vita, umile a una via stretta e diritta, affrettarsi verso quella notte attraverso gli anni che per la zia erano perduti. L'uno dopo l'altro risorgevano in me

i ricordi, come se una voce, volando ai margini di quella strada, ripetesse sempre lo stesso nome. Mi hai allevata da piccola. A te ho guardato unte volte, senza che tu lo sapessi... Mi arrestai con l'impressione che non dovevo parlare cos, che l'avrei annientata dicendo ancora una sola parola. Aveva rinunciato a ogni resistenza; lentamente, senza schermirsi, come oppressa dall'umilt, dalla felicit, dalla colpa; scivol dalle mie braccia ginocchioni ai piedi del letto. Senza dire una parola, con le mani giunte, con la faccia quasi schiacciata contro il legno, rimase fino all'apparire del giorno. Allora usc in silenzio dalla stanza, e io mi addormentai davvero. Quando mi risvegliai, a mattino inoltrato, l'appartamento sembrava una tomba. Credetti che tutti si riposassero dopo una notte cos agitata, ma la cameriera mi disse poi che la zia e Giannina erano uscite per recarsi alla Messa in S. Maria sopra Minerva. Decisi subito di seguirle; lo trovai anzi cos naturale e giusto, da non pensare pi che avevo la proibizione di entrare in chiesa nel tempo delle funzioni. Anche la possibilit che intanto la nonna potesse alzarsi e non trovarmi non mi preoccupava quantunque, ripensando alla luce del giorno gli avvenimenti della notte, comprendessi appena allora quale ansia e agitazione avevo causato ai miei. Sapevo che dovevo tenermi preparata a ogni specie di domanda, forse ai rimproveri e anche a una severa ammonizione della nonna; ma tutto questo non mi toccava che da lontano. In me vi era sempre la stessa gioia, come se nella mia anima fosse rimasta, della notte passata, una stella che non dovesse tramontare pi. Non desideravo pensare n fare altra cosa che abbandonarmi a una gioia cos grande; e il mio cuore si contraeva di tanto in tanto balzando poi per la felicit: impressione dolorosa e bella nello stesso tempo. Scendendo, ricordai quando, altre volte, avevo seguito la zia Edel nella chiesa di S. Maria sopra Minerva; soprattutto il giorno nel quale la nonna mi aveva poi trovato al Pantheon, mi stava vivo dinanzi agli occhi della mente. Allora ero scivolata in chiesa di nascosto, dalla piccola porta del chiostro: oggi volevo entrarvi dalla porta principale, come tutti i fedeli. Pensavo che mi sarei anche avvicinata all'altare, che mi sarei inginocchiata e avrei congiunte le mani. Non sapevo come avrei pregato, non sapevo nulla di nulla: sapevo soltanto che volevo rispondere, amando, all'amore grande, onnipotente e inebriante che mi chiamava.

Non potr mai dimenticare quella piccola passeggiata dalla mia abitazione a S. Maria sopra Minerva, ma non potr nemmeno mai descriverla. Un'altra volta mi pareva che tutte le cose avessero un aspetto diverso del solito: meravigliosamente amate e protette, meravigliosamente animate e armonizzate, come se tutte si rallegrassero con me. In nessun giorno della mia vita la piccola elegante piazza di S. Maria sopra Minerva era stata cos bella; mai il sole di un mattino era brillato cos chiaro; mai l'olezzante profondit delle ombre era stata cos piena di promesse. Alla porta una povera donna mi tese la mano, e mi parve quello un gesto di benvenuto. Non avevo con me il borsellino, ma strinsi cos affettuosamente la mano offerta, che la povera vecchia non parve provare alcuna delusione; mi rispose con un grazie, signorina gentile e cordiale, come se le avessi fatto un grande dono. L'interno della chiesa era semibuio e pure luminoso, com' sempre nelle ore della mattina; era quasi deserto, perch le Messe erano quasi finite. All'altar maggiore si celebrava un'ultima Messa letta, esattamente come nel giorno in cui vi avevo seguito la zia, che anche adesso vidi inginocchiata, quasi allo stesso posto. Non vidi nessuno all'infuori di lei e di Giannina; sembrava che quella Messa venisse celebrata soltanto per loro due. Mi accostai lieve e mi inginocchiai. La zia Edelgarda era cos assorta che non si accorse della mia presenza e anche Giannina non l'osserv che di sfuggita. Subito dopo il sacerdote innalz l'Ostia: ne fui indicibilmente felice, poich ero venuta appunto per quel motivo. Non ne comprendevo ancora il significato e perci non pensai di essere giunta troppo tardi, ma al momento giusto. Quando la Messa ebbe fine e il prete si fu allontanato, Giannina mi si avvicin e mi disse di restare un po' con la zia Edel; lei doveva chiedere qualche cosa in sacristia. Notai subito che la zia era molto preoccupata; non si meravigli di vedermi, ma questo mi parve piuttosto effetto di una nuova agitazione che non del ricordo della nostra conversazione notturna. Eppure quel ricordo era riconoscibile chiaramente sul suo volto, che aveva leggermente arrossito vedendomi. Trovai che era di aspetto migliore e anche pi sollevato, bench i suoi occhi mostrassero che aveva molto pianto. Giannina spar e intanto io camminavo innanzi e indietro con la zia Edel nelle navate laterali. Non parlammo di quanto era successo nella notte; una volta sola essa disse, senza guardarmi, ma affettuosamente: Durante la Messa ho pensato che devo pregare per te.

A queste parole avrei voluto baciarle la mano, ma essa la ritir con un movimento che era insieme umile e timido. Mi parve, se non chiusa, almeno pi riservata del solito. Me ne dispiacque, ma dopo quella Messa le ero di nuovo molto riconoscente; mi sembrava di essere una bimba che deve proteggere la mamma, ancora giovane ma gi provata dalla vita. Sentivo che la mia vicinanza le faceva bene, che la sosteneva e la consolava; mi sembrava nel tempo stesso, addolorata e felice. Quando un passo risuonava nelle ormai deserte navate della chiesa, trasaliva lievemente come se il ritorno di Giannina potesse darle inquietudine. Tentai di fissare la sua attenzione sui quadri e sulle tombe che ornavano le cappelle laterali. Guardava tutto gentilmente; tornava tranquilla, ma non del tutto. Soltanto davanti al magnifico affresco di Filippo Lippi, che rappresenta la Assunzione della Madonna, parve allietarsi un momento. Vi sostammo abbastanza a lungo, ritornando poi un'altra volta all'altar maggiore, per guardare la statua di S. Caterina da Siena. La zia Edelgarda disse: Devi venerare molto questa santa; certamente questa notte essa fu accanto a te, perch la protettrice di Roma. A queste parole notai per la seconda volta che pensava sempre agli avvenimenti della notte. Finalmente Giannina ritorn. Aveva l'aria cos felice, che ne fui colpita poich, mostrandosi essa sempre contenta, era necessario qualcosa di ben insolito per accrescere la sua letizia. Ci avviammo tutte e tre verso la sacristia, sulle cui soglia ci aspettava lo stesso sacerdote che aveva celebrato la Messa. Portava l'abito bianco e nero dei domenicani; la sua figura era grande e ossuta; la faccia magra e ascetica. Avevo gi incontrato altre volte quel padre, e mi era sembrato sempre molto severo; in quel momento per pensavo che doveva esserlo soltanto con se stesso, perch il suo aspetto lasciava supporre che fosse paziente con tutti. Quando la zia salut le disse: La sua amica mi ha parlato di lei. Ben volentieri sono disposto a rispondere a tutte le sue domande. Se crede possiamo entrare subito qui, nella sacristia; a quest'ora non c' nessuno. Il padre parlava con molta cordialit, ma la zia Edelgarda sembrava temerlo: Non ho nulla da chiedere, rispose. So gi tutto da molti anni. E aveva

l'aria di volersene andare. Il padre la guard, come se avesse per lei un particolare affetto e anche come se la comprendesse molto bene. Capisco che le pesa parecchio, disse, ma ne avr poi un sollievo. Trover un grande aiuto ricevendo il Sacramento. Adesso non pensi a niente, se non all'amore di Dio. Le sue parole, per quanto dolci, avevano un oscuro significato, che mi toglieva il respiro. Sentivo che mettevano la zia Edel di fronte a una decisione; che tutta la bont del padre non poteva o non voleva risparmiarla, e di fronte a questa decisione mi sentii tremare. Giannina, che aveva l'aria di voler portare la zia oltre la soglia della sacristia, mi parve essa pure un po' ansiosa. Avevo l'impressione che intorno alla zia Edelgarda si muovesse qualche cosa di invisibile e non osavo pi guardarla. C'era un silenzio in cui si sarebbe creduto di udire il battito dei secondi... mi sembr di sentirli cadere nell'eternit. Nessuno parlava pi. Credetti che il sacerdote e Giannina pregassero; involontariamente giunsi le mani e chiusi gli occhi. Tutto questo dur poco, ma parve invece durare a lungo. Poi il padre scambi alcune parole con Giannina: alzai lo sguardo e vidi che la zia era gi entrata in sacristia. Giannina e io ci avviammo verso casa, attraversando la navata della chiesa. O ma petite disse, non posso parlarti tanto sono felice. Oggi un giorno cos grande per la mia Edel! Avrei chiesto volentieri se la zia sarebbe stata accolta nella Chiesa, ma le parole non vollero uscire; pareva che la santit di quello che era passato tra la zia e me lo vietasse. Da quel giorno la zia Edelgarda e Giannina si recarono ogni mattina a Messa, insieme, in S. Maria sopra Minerva. Dopo un po' Giannina se ne ritornava sola e io pensavo che la zia rimanesse ancora presso il padre; essa rincasava circa un'ora pi tardi e quasi sempre con la faccia insolitamente agitata e accesa. Facevo in modo di incontrarla nel corridoio o sulla soglia e le baciavo la mano in silenzio. Ci si era abituata e lo tollerava ormai senza protestare. Credevo anche di intuire, come altra volta in S. Maria sopra Minerva, che la mia presenza le fosse di conforto e di sostegno. Sapevo che ne aveva bisogno e ora che l'amavo non le serbavo rancore per

nessuna debolezza. Mi angustiavo un po' soltanto quando, tornando dai suoi colloqui col padre, appariva tormentata. Eppure in lei era visibile una nuova armonia, che talvolta mi appariva simile a una canzone. Fino allora un po' stonata e che soltanto adesso, portata alla sua giusta tonalit, poteva spiegare tutta la sua bellezza. Anche all'esterno la zia era un po' trasformata. Ricordo con piacere quel tempo, perch esso mi diede un'idea di ci che la zia Edel dovette essere quando mio padre l'am tanto. Essa rifioriva quasi in una rinnovata giovinezza, come una giornata d'autunno che, per la sua dolcezza, somiglia a una nascente primavera. Spesso pensavo che aveva l'aria di una sposa felice e dentro di me non potevo a meno di immaginarla con la fronte velata e cinta di una corona. Giannina circondava la sua amica di una tenerezza commovente. Era sempre pronta a ogni sua richiesta e appariva raggiante. Perfino il suo vecchio volto raggrinzito prendeva talvolta un'espressione lieta, come di chi conosca un bel segreto. La nonna, che era al corrente di tutto, attingeva molto conforto dall'aspetto di Giannina; perch l'opinione che aveva di sua figlia non le permetteva, nonostante i preparativi, di sentirsi sicura della sua conversione. Cercava quindi di sollevare quanto pi poteva Giannina dalle faccende di casa, perch avesse la possibilit di star sempre accanto alla zia, e si adoperava con tutte le sue forze per sbarazzare la via d'ogni impedimento. Mi tenne pi del solito accanto a s ed era cos attenta ad allontanarmi da sua figlia, che i brevi incontri sulla soglia di casa erano i soli indisturbati ancora possibili. Facendo cos, la nonna pensava per soltanto alle poco amichevoli relazioni che negli ultimi tempi erano passate fra la zia e me, perch non sapeva nulla di quello che era successo poi. Io non mi sentivo in grado di parlarne con nessuno, fuorch con la zia Edel; mi sembrava anzi che questo silenzio fosse un dovere sacro, dal quale non mi sarei scostata nemmeno con Giannina. Mi era per doloroso il pensiero di tenere questo segreto e quasi di difenderlo contro la nonna. Credevo di sapere che essa, pur caldeggiando la conversione di sua figlia, non avrebbe considerato di buon animo quello che mi era accaduto; temevo perfino che lo avrebbe considerato come una modificazione nei nostri rapporti. Mi rendevo conto che essa non tanto aveva voluto attaccare a s il mio cuore, quanto piuttosto imprimere nel mio affetto il suo spirito e tutto quello che essa considerava verit. Mi aspettavo pure che, in vista della imminente conversione della zia Edel, si sarebbe sentita pi che mai in dovere di vegliare sulle disposizioni di mio padre a mio riguardo.

Ma vincevo abbastanza presto tutte queste preoccupazioni; vivevo continuamente a contatto con una realt beatificante, che non conosceva ostacoli, ed ero convinta che la preghiera della zia potesse cambiare tanto il cuore di mio padre, se era ancora in vita quanto i desideri e i principi della nonna. Di solito per non pensavo molto al futuro; vivevo delle immediate felicit dell'amore. Non ero impaziente di sapere qualche cosa sulla Chiesa. Non avrei potuto rivolgermi che alla zia Edel ed essa su questo punto mi trovavo d'accordo con la nonna doveva in quel momento restare libera da ogni impegno. Provavo sempre per lei una preoccupazione infantile, ma nello stesso tempo una grande parte della mia fiducia dipendeva anche da lei. Mi aveva detto che pi tardi, cio dopo la sua conversione, avrebbe discusso molto con me; ma pi che sulle discussioni, io contavo su quanto lei stessa avrebbe fatto. Mi sentivo cos strettamente legata a lei per quello che riguardava la mia vita intima, che dalla sua piena fusione con l'amore di Dio sentivo che sarebbero scese in me le meraviglie della Grazia, quasi che la zia avesse dovuto portarmi con s all'altare, anche nella sua adesione e nella sua dedizione, come mi aveva portato nelle sue preghiere. Talvolta mi crucciavo di poter far cos poco per lei, perch nessuno mi aveva insegnato a pregare; ma avevo finito col trovare qualcosa che doveva essere molto simile alla preghiera. La mia anima allora si dilatava in un modo che non so descrivere; praticavo questo esercizio soprattutto la mattina e la sera, ricordando gli innumerevoli altari della citt, e anche durante il giorno, quando passavo dinanzi a una chiesa. Non potevo entrarvi perch di solito mi trovavo in compagnia della nonna, la quale, come gi dissi, mi teneva pi che mai vicina a s. Questa impossibilit di andare pi spesso in chiesa era l'unico vero dolore che provassi in quel periodo. Trovai per un aiuto in chi meno me lo sarei aspettato, e cio in Enzio, il quale, altrettanto improvvisamente che decisamente, volse la sua attenzione alle chiese di Roma e alle funzioni che vi si svolgevano. Non lo fece per amicizia verso di me, non conosceva nemmeno i miei desideri, e nemmeno perch comprendesse quanto in me avveniva. In noi due correnti, sgorgate forse nello stesso istante, si facevano strada verso mete del tutto opposte. Non avevo pi parlato con lui della nostra strana passeggiata notturna. Dapprima la nonna aveva dimostrato un comprensibile malumore per quell'avventura e si evit di farne cenno. Poi Enzio fu ripreso tutto dai suoi versi: da quelle Odi romane divenute pi tardi cos celebri e la chi origine risale appunto a quella notte. Non dubito che anche il suo improvviso interesse per le chiese avesse la stessa origine, poich con la stessa certezza con cui so di aver guardato il volto della sua Roma ancora prima che egli lo evocasse nei suoi versi so di aver guardato pure l'Ostensorio di San

Pietro assieme a lui; non per con gli stessi occhi, e l'istante che strapp il magico tessuto di quell'ora meravigliosa, mi strapp anche da lui. Conobbi l'impressione che la visione notturna di San Pietro aveva prodotto in Enzio come dovevo apprendere poi tutte le altre: attraverso la sua poesia, che lo assorb cos completamente da fargli relegare la .nostra amicizia al secondo piano. Oggi vedo chiara l'apparente separazione che allora si fece tra noi due. La poesia, che egli ben sapendo il perch aveva trascurato per lungo tempo, non gli era cosa facile, perch in lui l'uomo, o piuttosto il carattere, non era all'altezza dell'ingegno. Poteva farsi interprete della sua stessa voce soltanto a costo di una severissima ascesi. Credo che per questo allontan da s tutti, anzi tutti annient, per cos dire, in se stesso a cominciare dalla sua natura. Con me la cosa gli cost pi fatica, e appunto per questo ag con pi fermezza. Si pu dire che quanto pi la sua poesia saliva, tanto pi egli diventava insopportabile. La nonna ne sofferse visibilmente, quantunque il ritorno di Enzio alla poesia colmasse il suo desiderio. In fondo, ella si tormentava meno per i versi che per il mutismo del giovane a suo riguardo. Intuiva che ci non dipendeva unicamente dalla sensibilit dei suoi nervi. Mentre prima egli l'aveva chiamata spesso la sua cara musa dai capelli bianchi, e avevo discusso con lei dei suoi piani e dei suoi progetti, ora ella si vedeva quasi esclusa dai suoi lavori; e quando egli si decideva a leggerle qualche cosa, lo faceva, diceva essa, come se leggesse al piccolo elefante del Bernini, gi nella piazza sotto le nostre finestre. Enzio non sopportava n la minima critica, n la minima approvazione; non perch pensasse che la sua opera fosse superiore all'una e all'altra, ma perch pensava di non poterla esporre, senza pericolo, alla critica o all'approvazione. Cos cosciente di s ed equilibrato com'era, egli somigliava allora a un sonnambulo che viene tratto in errore da ogni richiamo; e la nonna poteva errare. Poich non soltanto il suo modo di comporre, ma anche la stessa sua poesia avevano difficolt per lei quasi insormontabili. La vedo ancora dinanzi a me come in quei giorni, adagiata in uno dei magnifici seggioloni antichi fregiati con lo stemma dei Barberini, avvolta nello scialle romano di seta a lunghe frange, mentre le poesie di Enzio fluivano attraverso il salotto, simili a grandi e monotone onde che parevano volerlo sommergere. Si comprendeva allora chiaramente quanto diverso fosse il loro modo di sentire Roma. Ciascuno porta in s la sua concezione di Roma, soleva dir la nonna. Ma Enzio non

voleva sentirne parlare, perch credeva di mettere in versi non soltanto la sua Roma, ma Roma e il mondo, ed era persuaso di compiere con quell'opera un atto eroico di dedizione. Eravamo prossimi alla Settimana santa e si era progettato di far assistere Enzio alle celebri funzioni religiose, che fanno parte delle principali impressioni romane. Fino a quel momento egli non si era interessato particolarmente del progetto; ma d'un tratto se ne mostr cos entusiasta, che si dovette aumentare di molto il programma primitivo. La nonna era d'accordo, ma non aveva molta voglia di accompagnarci perch sosteneva che, se si aveva il diritto di assistere a quelle grandiose funzioni, anche se non si era credenti, non era ammissibile di abbassarle a puro oggetto di curiosit. Diceva spesso che non poteva pensare niente di pi inopportuno dei numerosi stranieri che curiosano in San Pietro. Volentieri avrebbe affidato a Giannina l'incarico di accompagnare Enzio durante la Settimana santa, e soltanto perch le stava tanto a cuore di non privare la figlia della sua amica, dichiar infine che lei stessa avrebbe guidato il giovane e me; disposizione che mi colm di una gioia indescrivibile. All'ultimo momento per rischiai di vedere delusa la mia attesa. Fra la nonna ed Enzio ci fu una nuova tensione, pi grave delle altre, perch quando si trattava di certi sentimenti, la nonna era una vera donna. Essa era addolorata nel vedere che il giovane, improvvisamente, si era allontanato da me in modo palese, perch alla nostra amicizia era attaccato un grande e materno desiderio della sua vecchiaia. Forse dava troppo peso al contegno passato di Enzio, non comprendendone bene i motivi; per di pi lei stessa s'era formata in un'epoca, che, se non era stata pi aristocratica, era stata almeno pi cavalleresca della nostra. Per orgoglio non lo lasciava per scorgere. Eppure Enzio, con una sensibilit resa pi delicata dal suo stato di tensione, intuiva che la nonna pensava a lui e a me, e appunto perci, in sua presenza, si mostrava verso di me pi nervoso del solito. Gli dispiaceva che si dubitasse che non mi poteva pi soffrire e, brusco e testardo com'era, non diede pi nessun segno di simpatia. Anche quando la nonna, per punirlo un po', fece finta di non invitarmi alle progettate visite a San Pietro, non si mostr contrariato. Io, invece, mi sentii cos francamente infelice e pregai con tanta insistenza di poterli accompagnare, che la nonna rinunci al castigo che, del resto, si era mostrato inefficace. Per conto mio non mi preoccupavo molto del nuovo contegno di Enzio. Vedevo bene, come la nonna, che ora ero io a star pi volentieri con lui che non egli con me, ma il mio specchiettino era tornato in equilibrio, sembrava anzi rimesso a nuovo: non vi

si vedevano pi n salti n contraddizioni, e le cose vi apparivano un po' pi splendenti di prima, come se esso le riflettesse in un'irradiazione continua di gioia e di certezza. Comprendevo Enzio molto bene; sapevo, cio, che ora non ero pi io a trovarmi fra lui e Roma, ma era Roma che si metteva fra lui e me almeno per quanto lo riguardava. Da parte mia nulla vi era che si frapponesse fra noi; nulla v'era di cambiato nelle mie relazioni familiari; soltanto amavo i miei un po' pi di prima. Non provavo quindi nessuna delusione. Enzio prese per dell'indifferenza la tranquillit con cui sopportavo la sua trascuratezza; e fin col provare un certo dispetto perch gli rendevo cos facili le sue mancanze. Per mezzo di un amico ambasciatore potemmo avere posti in una delle prime file della tribuna di San Pietro; ma Enzio dichiar all'improvviso che dovevamo sostare sotto la cupola. Aveva inteso dire che in quel punto la musica si sentiva meglio, e se c'era qualche cosa da vedere la lontananza l'avrebbe resa pi suggestiva. La nonna, fermamente decisa a non dar motivo alla minima dissonanza, accondiscese, ma si fece portare un seggiolino poich, disse, Enzio comprendeva, s, qualcosa di acustica, ma non capiva niente dei suoi vecchi piedi. Io mi rannicchiai accanto a lei su un gradino presso la statua di Santa Veronica. Eravamo non molto lontani dell'altare papale, sotto il cui baldacchino avevo visto, quella famosa notte, il Santissimo esposto. Ora l'altare era nudo e vuoto; col Crocefisso coperto, senza ceri e senza l'ostensorio, pareva un tabernacolo spento e desolato. Non potevo guardarlo senza dolore. Dinanzi a noi pass un cardinale dall'imponente figura, avvolto nella porpora, che entusiasm la nonna ed Enzio per il suo portamento maestoso. Monsignori vestiti di viola, splendidamente ornati di pelliccia bianca e grigia, emersero dalla folla e furono ammirati. Tutto questo a me sembr molto indifferente, continuavo a guardare l'altare papale, abbandonato sotto il suo baldacchino. Anche la funzione che era cominciata nel fondo della basilica aumentava sempre pi la mia tristezza. Si udivano preghiere monotone, interrotte dai canti del coro. Di tanto in tanto un chierico spegneva una candela su un candelabro a parecchie braccia. Il lento spegnersi di quelle luci, l'una dopo l'altra, aveva qualche cosa di indicibilmente malinconico. Dopo un po', le preghiere e il coro tacquero. Una melodia dolce e infinitamente commovente, cantata da una voce sola, sal nella chiesa gigantesca. Sembrava che ogni bocca si fosse chiusa, perch soltanto l'anima potesse cantare. Invisibile, come un piccolo uccello negli oscuri spazi dell'universo, essa sal, nel monotono batter d'ali di un dolore senza fine, di solitudine in solitudine fino alle pi alte sommit della

cupola e vi rimase sospesa. Jerusalem, Jerusalem, convertere ad Dominum Deum tuum! C'era qualcosa cui non si poteva dare un nome, qualche cosa di inafferrabile, in quella melodia semplice e monotona. Piangeva con abbandono infinito sulle volte della basilica, si lamentava come sopra mari smisurati. Vidi che perfino la nonna, a quel canto, aveva nascosto la faccia nelle mani. Io sentivo le lacrime salirmi agli occhi: non avevo saputo fino allora che potesse esistere un canto cos triste. Mai e poi mai potr dimenticare quell'indicibile Jerusalem, Jerusalem. E d'un tratto mi parve che nella grande gioia, nell'amore che mi avevano riempito negli ultimi tempi, qualcosa si levasse qualcosa di invisibile eppure di potente e di oscuro. Non la potevo esattamente definire; ma credevo di sapere che sarebbe rimasta in me per sempre e che non avrei pi potuto giungere alla beatitudine dell'Amore divino, se non attraverso le ombre di quell'inconoscibile oscurit. Le ore passavano. Di tanto in tanto Enzio rivolgeva una domanda alla nonna; aveva l'aria di seguire tutto con grande interesse. La nonna gli rispondeva, ma poi nessuno parlava pi. Mi accorsi che il giovane mi guard un paio di volte sorpreso, quasi come il giorno in cui i nostri sguardi s'incontrarono nello specchio. Era soltanto un po' pi distante e come indignato. Ma tutto questo mi toccava come in sogno. La solennit assumeva un carattere sempre pi funebre. Sul candelabro non ardeva pi nessuna candela. Il grande e maestoso cardinale aveva lasciato il suo posto e si era inginocchiato dinanzi all'altare. Anche gli altri sacerdoti si erano inginocchiati. Le loro preghiere si alternavano sempre coi canti del coro, ma canti e preghiere sembravano inseguirsi, come se una terribile catastrofe fosse vicina. Le lampade dell'altare erano tutte spente; tutto, all'intorno, impallidiva, si faceva grigio, cinereo. L'intera chiesa aveva ora un aspetto inconsolabile. Gli ornamenti marmorei delle sue pareti, i sepolcri dei suoi papi, le statue dei suoi santi, tutto pareva morto; soltanto la nuda grandezza delle volte aveva ancora una apparenza di vita. Eravamo fatti di dolore; saremmo diventati polvere! Lo spavento notturno del Colosseo mi riafferr; avrei voluto fuggire, presa da una tremenda, angosciosa e quasi ostile ripugnanza verso quel luogo, come se l'Amore divino mi avesse ingannata; come se esso, che fino allora mi era apparso gioia infinita e onnipotenza, non fosse in realt che dolore infinito. Non so se piansi o singhiozzai all'improvviso. La nonna si chin verso di me: Bambina, vuoi che usciamo?

Volevo alzarmi, ma mi pareva di non potermi allontanare da quel luogo, come se vi fossi trattenuta dall'inafferrabile voce che ripeteva il suo canto nella mia anima: piena di amore, di dolore, quasi morente: Jerusalem, Jerusalem, convertere ad Dominum Deum tuum. Intanto le angosciose preghiere l in fondo tacquero, e subito si lev un rumore fragoroso: si sarebbe detto che crollassero gli altari e i colonnati. Pi tardi la nonna sostenne che era stato il conforto della luce, riaccesa improvvisamente, a gettarmi in ginocchio. Ma non fu cos. Sentii, vero, come tutti gli altri, la liberazione della luce che tornava; udii sul balcone al di sopra di noi un suono di campanello e vidi il biancheggiare di ornamenti sacerdotali; un oggetto misterioso fu innalzato. Non capii cosa fosse, ma fui presa dalla stessa commozione provata davanti al-l'Ostensorio. Ma che fai, Veronica? chiese la nonna chinandosi verso di me. Come tutti gli altri mi ero inginocchiata, non sapendo di farlo, estasiata, non comprendendo pi niente. Alzati, soggiunse la nonna quasi severa. Nemmeno per venerazione ci si pu genuflettere quando non si sa dinanzi a che cosa si piegano le ginocchia. Mi tese la mano e mi rialz con fermezza: il mio sguardo cadde allora su Enzio, che mi guardava immobile, singolarmente freddo. Intanto i sacerdoti si allontanavano dalla balconata. Tutti si avviavano all'uscita; la funzione sembrava finita. D'un tratto Enzio disse: Non senza ragione avete chiamato Veronica questa fanciulla. Penso che quella santa sia la protettrice delle persone sensibili. Di lei, del resto, non si sa null'altro. Non parlava con bonomia, ma quasi con ira. Ne provai dapprima un dolore vago, e soltanto quando la nonna si rivolse a lui, compresi che egli aveva voluto disapprovarmi e proprio in quello che fino allora gli era stato pi caro in me. Ma il pi strano che trovai tutto ci naturale. La nonna teneva tuttora stretta la mia mano, come se temesse che, involontariamente, mi inginocchiassi ancora. Capii che l'avevo addolorata molto; mi dispiaceva per lei, ma sentivo che cos doveva essere. Mentre ci si avviava all'uscita, attraverso la navata semibuia della gigantesca chiesa,

la nonna ci spieg il significato della cerimonia. Parl anche della reliquia di Santa Veronica e del significato sublime che essa riveste alla fine del Miserere. Ne parl con entusiasmo, come se con le sue parole volesse dissipare l'impressione spiacevole della frase di Enzio. Non supponendo che io apprendevo cos di aver salutato, per la prima volta, con amore, il volto del Signore coronato di spine. Pensavamo che Enzio sarebbe ripartito subito dopo Pasqua, perch sua madre, stanca ormai della Riviera, insisteva da parecchio tempo per tornare a casa. Ero perci dolorosamente colpita che egli avesse ancora del risentimento con me per quello che era avvenuto in San Pietro, e capivo che fra noi c'era ora qualcosa d'altro e non soltanto il suo lavoro. Egli mi disse pi tardi che gli era stato insopportabile di vedermi in ginocchio e che non aveva pi potuto dimenticarlo. Anche la nonna, dopo quella sera, mostrava un'inquietudine la cui insistenza mi opprimeva. Il giorno seguente aveva lasciato che Enzio si recasse in chiesa solo e pensai che temesse di espormi un'altra volta all'impressione di quelle funzioni. Quanto si fosse impensierita nel vedermi, inaspettatamente, in ginocchio in San Pietro, mi fu reso chiaro da un piccolo ammonimento che mi fece il giorno dopo a quattr'occhi, e del quale non mi sfugg la seriet, quantunque ella lo rivestisse di tanta grazia da farlo somigliare piuttosto a un conforto affettuoso che a un'esortazione. Si rifece ancora alla scortese osservazione di Enzio raccontandomi che mio padre, il dotto naturalista, aveva volentieri scherzato, perch lo trovava appropriato, sul mio nome botanico, essendo Veronica il nome latino di una piccola pianta selvaggia. A lei, invece, quando mi ebbero chiamata cos, balen la figura della leggenda cristiana, della quale ella pensava tutto il contrario di Enzio, vedendovi il simbolo venerabile e commovente di un'immutabile fedelt, che, tutta raccolta nella pi grande verit della sua vita, conserva e confessa incrollabilmente l'immagine del suo Signore e Maestro. Ogni creatura, concluse la nonna, comincia, per cos dire, come una piccola pianta selvaggia e come tale io stessa, per lungo tempo, mi ero piegata ciecamente, e secondo i casi, al sole e al vento. Era per venuto il momento di finirla col primo significato del mio nome e di pensare a quello pi alto, che racchiudeva in s il simbolo di un grande dovere. Dopo quel piccolo discorso la nonna mi baci senza aspettare che io le rispondessi, ci che nel suo linguaggio, dolce e imperativo a un tempo, significava che non c'era nulla da obbiettare e che l'incidente era felicemente chiuso. A quel bacio provai un grande dolore, come se non lo meritassi. Esso pes tutta la giornata sulle mie labbra, quasi le avessi usate per una menzogna contro la mia cara nonna quando le avevo restituito il bacio, in silenzio. Eppure non sapevo come avrei

potuto spiegarle ci che in realt era stata la mia genuflessione in San Pietro. Quella dolorosa perplessit di fronte a lei aument il giorno seguente, quando ella mi dimostr, col suo fare gentile e leale, che mi ridonava tutta la sua fiducia e che non temeva di farmi assistere anche ad altre funzioni religiose. Enzio, che nel frattempo aveva girato per le chiese solo e ostinato e con tanto interesse che lo si era appena visto in casa, la sera del Venerd santo and esasperato dalla nonna per dirle che gli dispiaceva di dover assistere a cerimonie in cui, sotto la veste del latino, si parlava una metafisica a lui sconosciuta. Non pareva veramente che quelle audizioni gli dispiacessero tanto, ma preg la nonna, insistendo come un ragazzo, perch fosse ancora lei ad accompagnarlo il Sabato santo. Ella, nella sua bont, accondiscese, a patto per, disse, che si sarebbe andati non a San Pietro, ma a San Giovanni in Laterano, la qual chiesa, Madre e principio di tutte le chiese, in quel giorno aveva diritto alla preferenza per la sua antichissima origine. Descrisse poi le solennit del sabato come le pi belle dell'anno liturgico romano, e anche come le pi liete. Lungo il tragitto ce ne diede la spiegazione. Pi tardi, riandando a quel tempo, pensai alla singolarit dolorosa e insime profonda per cui le prime nozioni sulla gioia pasquale cristiana le dovetti alla nonna pagana, a lei, dalle cui labbra rigide dovevo poi apprendere anche, per la prima volta nella mia giovane vita, che cos' la terribile realt della morte. In quel Sabato santo, mentre mi trovavo nella basilica lateranense, della morte non sapevo ancora nulla, o soltanto ci che si sa dell'esistenza di un paese lontano, nel quale, in fondo, non si crede che noi stessi ci recheremo o uno dei nostri. Ma un soffio di quel paese lontano sfior allora la mia fronte. Cosa strana: quantunque mi credessi preparata a tutto, la gioia di quel mattino di Pasqua mi parve diversa della mia attesa, e quasi cos misteriosa, come le tenebre di San Pietro. Al nostro arrivo la basilica era ancora tutta silenziosa. Vi si camminava adagio senza volerlo. Non c'era quasi nessuno: soltanto in una navata laterale, disposti in lunghe file, chierici giovani, vestiti di bianco, attendevano di venire consacrati in quel giorno. Nella luce crepuscolare e nella lontananza mi parvero grandi fiori bianchi, attorno a un feretro invisibile. Finalmente fu portato il germe di una piccolissima luce, sulla quale, per tre volte, pass il gioioso e misterioso mottetto: Lumen Christi. Sembrava che il profondo incanto, tutt'intorno, non volesse dissiparsi; e fu allora che irruppe l'indescrivibile Exultet che accompagna l'accendersi del cero pasquale; l'inno maestoso, splendido e sublime, nel quale non sono gli angeli che portano gli uomini, ma l'uomo, liberato dalla morte, che trascina gli angeli in un canto di giubilo che riempie i cieli:

Exultet jam angelica turba caelorum: Exultent divina mysteria! Un giovanissimo diacono cant quest'inno da un piccolo pulpito posto accanto all'altare; lo cant, pi che alla chiesa, a tutto il mondo, con una voce che sembrava celebrare il trionfo dell'alba mattutina. Era quella la stessa Chiesa, che m'aveva fatto tremare coi suoi lugubri canti? Non credevo di aver inteso mai una simile espressione di gioia; eppure fino a quel momento non sapevo che cosa essa significasse. Mentre all'altar maggiore si leggevano le profezie, noi passeggiammo un po' in fondo alla basilica. La nonna era ancora tutta presa dallExultet; diceva che era il pi potente inno di vita che mai sia stato cantato; che gi altre volte l'aveva commossa, ma non mai come quel giorno. Enzio, sempre inalberato dinanzi alla propria commozione, rispose che quell'inno era certamente grandioso come poesia, ma che l'idea gliene pareva dubbia. Per s non poteva n immaginare n desiderare una vita eterna; anzi questa era contraria al suo istinto della vita, che lo portava soltanto a perdersi nel tutto. Amico mio, voi siete ancora molto giovane e la vita individuale indicibilmente bella, disse la nonna. Pronunci le prime parole in fretta e con fuoco, come faceva quando si accalorava; ma d'un tratto una strana malinconia traspar dalla sua voce come se le sue stesse parole le richiamassero un pensiero che pure era lontano da lei; la sua voce ebbe un'espressione che non le avevo mai udita. Ora, su tutti gli altari, si accendevano ceri e lampade; pareva che la luce gioiosa del cero pasquale si fosse divisa in centinaia di fiamme. Ma pareva anche che in tutto quello splendore di luci, in tutto quell'irrompere di gioia vi fosse qualche cosa d'altro, che nessuno mi aveva detto; qualcosa che faceva paura; un Noli - me -tangere, un biancore d'oltre tomba, che non potesse risplendere qui, ma soltanto al di l degli oscuri limiti della terra e della notte. Dovetti pensare ancora alla basilica di San Pietro, come se tutto questo giubilo non fosse che un trionfo nascosto dietro una porta buia, alla quale appunto mi invitava la tenue voce che in quei giorni aveva continuato a interrogarmi: saresti capace di essere anche triste? Ma intanto all'altare maggiore, dinanzi al quale era incominciata la Messa, irruppe il Gloria; le campane suonarono, gli organi mugghiarono, lalleluja li sopraffece. Esso si ripeteva senza tregua, pari a un'ondata di ringraziamento e d'amore che volesse sommergere tutta la chiesa. Le ombre sembravano mutarsi in splendore; La buia terra

si faceva luce e tutte le sue pietre divenivano ali. In quel momento provai un bisogno addi-rittura imperioso di appartenere interamente a quel giubilo senza eguali; ma nello stesso tempo sentii anche la dolce barriera che me ne separava e mi cagionava una strana angoscia. Pi tardi ci recammo anche a San Giovanni in Fonte, dove si era finito allora di benedire l'acqua battesimale. Il battistero era troppo piccolo per contenere la folla che avrebbe voluto entrare e noi pure dovemmo rinun-ziarvi. Quando ci tornammo era vuoto e un lieve e dolce profumo vi si sentiva ancora: fiori erano sparsi sulle pietre del pavimento, sui gradini del fonte battesimale aperto e nelle sue antiche vasche di basalto. D'un tratto mi venne l'idea di domandare alla nonna se ero stata battezzata. Dapprima ella parve un po' sorpresa, ma poi rispose alla mia interrogazione senza difficolt. No, unica nella famiglia, non ero stata battezzata; ero una piccola pagana. Lei aveva fatto battezzare le sue figlie secondo l'antica tradizione; ma mio padre, staccato da ogni confessione religiosa, non ne aveva seguito le abitudini per quello che mi riguardava. Mentre cos parlavamo Enzio si era allontanato; forse gli era dispiaciuta la mia domanda. Lo sentivo discutere col custode, dall'altra parte della cappella, sulla celebre porta di bronzo delle terme di Caracalla che vi si conserva, e che d un meraviglioso suono in ottava quando si apre o si chiude. La nonna lo segu e io rimasi sola sui gradini del battistero. Ebbi l'impressione che sul piccolo, umile, antichissimo battistero si stendesse all'improvviso un indescrivibile senso di riposo, una pace e una gioia senza eguali, come se per me il cero pasquale si accendesse appena allora. Presi alcuni fiori ai margini del fonte per portarli alla zia Edelgarda, e provai per lei un affetto grande come mai per il passato. Pensai alla sua conversione che, come credevo, doveva essere imminente; mi sentivo quasi incapace di attenderne il giorno. Nel frattempo il custode aveva aperto l'antica porta di bronzo e la faceva girare lentamente sui cardini. Udii il suono profondo a met minaccioso a met lamentoso. Il custode disse, ripetendo una frase scherzosa che doveva aver detto molte volte: Questa porta protesta ancora contro l'acqua benedetta. Passate le feste pasquali Enzio, invece di far le valigie, si rinchiuse un'altra volta nella sua camera e si immerse completamente nelle sue poesie; telegraf alla mamma che aveva una nuova crisi e non pensava pi alla partenza. La signora Nuvola non rispose nemmeno; sapeva meglio di noi cosa fossero le crisi poetiche del figlio e consider inopportuno perfino il suo consenso. Enzio, a sua volta, non pens di chiedere se sua madre avesse aderito a quel prolungamento del suo soggiorno romano; era chiaro che

tutti e due avevano ormai l'esperienza di simili circostanze. Per noi, quel periodo di fervore creativo fu abbastanza buono, nei primi tempi, perch non si vedeva quasi pi il poeta. Usciva solo e si degn anche di farci sapere che desiderava prendere i pasti nella sua camera. Giannina si offerse per portarglieli e noi ne fummo lietissime, perch la nostra amica possedeva nella piccolezza e leggerezza della sua persona la facolt di muoversi senza rumore, cos che il suo andirivieni non avrebbe disturbato Enzio. Di tutti noi era anche quella che, in quel momento, poteva andargli pi a genio; parve anzi che egli, alla sua maniera, le si mostrasse riconoscente, perch Giannina ci disse che era molto cordiale nel saluto e quasi contento, cos da dare buone speranze sulla continuazione del suo lavoro. Brontolava soltanto, assai irritato, per le automobili che strombettavano dinanzi alla nostra casa. Giannina l'ud affermare che ogni scoperta della tecnica doveva essere colpita da una punizione legale, e che l'inventore dell'automobile meritava la pena di morte. La nonna replic ridendo che, nonostante tutto, Enzio andava e tornava ogni giorno in automobile; ma in quei giorni ella non si preoccupava molto di lui. I suoi pensieri, come i miei, erano rivolti soprattutto alla zia Edelgarda. Aspettavamo di ora in ora la notizia che la sua conversione era un fatto compiuto. Io non lasciavo passar giorno senza ricordarla all'Amore divino. Spesso, quando essa tornava dalle sue visite al domenicano e io l'attendevo nel chiostro per baciarle la mano mentre passava, avevo sulle labbra la domanda: quando? Ma reprimevo il mio desiderio rispettando la sua delicatezza e la sua timidezza. Volevo aspettare pazientemente fino a che lei stessa mi avesse detto: oggi. Ma quell'oggi non venne e un bel giorno le visite di Giannina e della zia a Santa Maria sopra Minerva improvvisamente cessarono. La zia Edel rimaneva chiusa nella sua camera e la sua amica portava intorno una faccia sconsolata. Somigliava a un uccellino sconvolto al quale si fossero tagliate le ali e che saltellasse, triste, qui e l per terra. Non avrei mai creduto che la piccola Giannina, sempre allegra, potesse ridursi cos. La nonna le chiese che cosa fosse successo. Essa si strinse nelle spalle; era cos sconvolta che non trov neanche il coraggio di rispondere. Ma la nonna sembr comprendere egualmente; lasci cadere una parola che io non capii. Giannina replico: Oh, no; queste sono forze. Non conosco che le forze che una persona onesta e ragionevole pu dominare, disse ancora la nonna; oppure ... Gliene ho gi parlato una volta? Giannina si era intanto rimessa, al punto da poter rispondere che la nonna non sapeva di che si trattasse, ed effettivamente era successo qualcosa di cui la nonna non si era

resa conto. Essa credeva che, all'ultimo momento, davanti al passo decisivo, sua figlia avesse indietreggiato. La zia aveva invece fatto quel passo nella forma dovuta che la Chiesa prescrive, ma s'era chiusa, inaspettatamente e improvvisamente, nella resistenza dinanzi ai Sacramenti. La nonna pens subito alla confessione; credeva che appunto per essa sua figlia avesse trovato le difficolt maggiori. Ma Giannina rispose, esitando, che il sacramento della penitenza non che l'aprirsi dell'anima al sacramento dell'amore e io compresi che, secondo lei, questo era stato appunto l'ostacolo. Il resto non posso dirlo, Giannina non osava parlarne; pi tardi, anche dinanzi a me, essa conserv su questo punto uno scrupoloso silenzio. Ma dalle poche cose che non pot a meno di dire, rispondendo alle pressanti domande della nonna, la quale, come mamma, aveva il diritto di sapere, e quasi pi ancora dall'indescrivibile vergogna che sembrava provare alle sue stesse parole, compresi che l'accaduto aveva per lei un significato misterioso, addirittura terribile. Mentre parlava pareva di vedere il viso delicato della zia Edelgarda in una luce di angoscia senza nome e di aperta rivolta. La nonna interruppe la parola balbettante di Giannina con un gesto silenzioso: pareva volesse allontanare da se un'immagine insopportabile: ambedue tacquero un istante. Il loro silenzio era carico di angoscia. Finalmente la nonna disse: Per comprendere ci che lei pensa dell'atteggiamento di mia figlia bisognerebbe condividere la sua fede nei sacramenti della Chiesa. S, rispose Giannina, sempre dominata dalla stessa vergogna. Edel ne ha dato una grande, orribile testimonianza. La mano della nonna parve, un'altra volta, mandar via una visione insopportabile. D'un tratto grid con violenza: Giusto cielo, quante inutili storie! Povera piccola Edel; l'ultimo mediconzolo di campagna ne sarebbe gi venuto a capo. Giannina cominci allora a piangere sconsolata, e la nonna, che non poteva sopportare le lacrime, si diresse corrucciata verso la porta. Nelluscire i suoi sguardi caddero su di me; me ne stavo rannicchiata su di una seggiola, incapace di descrivere le mie impressioni. Ella se ne accorse: la sua fronte, corrugata e bianca di collera, mi apparve in quel momento proprio come un mare in tempesta. E tu, che cosa fai? mi chiese con voce corrucciata. Hai tu pure l'idea di perderti? Oppure la tragedia di tua zia ti lascia indifferente?

Poi, come se improvvisamente avesse compreso da s, la stessa strana malinconia provata al Laterano spense la sua ira: Piccolo cuore affettuoso, no, questo non succeder. Io stessa veglier perch non avvenga. Le sue parole mi erano affatto incomprensibili e non mi sentivo capace di rifletterci. Pi tardi seppi che la nonna, vedendomi, aveva considerato per la prima volta la possibilit di dovre un giorno lasciarmi sola con sua figlia, e in quel momento credeva di aver gi perduto la speranza di ritrovare in essa una creatura completa e normale. I giorni seguenti furono terribili per tutti, fuorch per Enzio, che rimaneva nella sua camera trincerato dietro i suoi manoscritti. Mentre noi tutti ci tormentavamo, ognuno a suo modo, egli scriveva i suoi versi migliori. Della zia Edelgarda non si vedeva n si udiva nulla; ora, come prima, rimaneva chiusa nella sua camera; la nonna andava e veniva nella sua, senza pace, e Giannina, prostrata da quelle dolorose scosse morali, era costretta a letto. La pi infelice, senza dubbio, ero io, perch la mia anima era ancora ai primi moti del suo primo, timido volgersi a Dio, troppo sensibile ancora troppo in balia delle sue esperienze, per non vedere in tutto quel che avveniva una specie di orribile tradimento. Sentivo in me una tale delusione, che quanto apparteneva al mio amore nascosto e alla mia felicit mi sembrava, per la caduta della zia, crudelmente mutato, sfigurato, distrutto. Le meravigliose circostanze della mia prima partecipazione alla Grazia, le preghiere della zia Edel, il suo cambiamento; le speranze e le certezze che avevo messo nella sua conversione: tutto crollava silenziosamente e senza piet, si riduceva a una specie di sogno che, nella mia anima, si spegneva come una stella che impallidisce. Il mio cuore era simile a un piccolo campo devastato e io stessa non saprei esprimermi diversamente lo calpestavo sempre di pi. Nella mia illimitata disperazione non potevo pensare che le centinaia di chiese dell'immensa Roma sacra erano ancora tutte in piedi; che in esse l'Amore divino, infallibilmente fedele, trionfava nonostante tutte le menzogne e tutte le offese; ma era appunto quell'amore che mi sembrava perduto per sempre, e nella mia disperazione e miseria presi la strada peggiore: soffocai ogni pensiero che mi riportasse a un ricordo troppo doloroso, a quello che io consideravo una delusione. Soprattutto cercavo di non pensare alla zia Edelgarda, ma questo era difficilissimo perch, di tutta la famiglia, ero quella che meno poteva evitare la sua vicinanza. La sera, quando entravo nella mia camera, in cui avevo avuto con lei l'indimenticabile

conversazione, mi sentivo tutta agitata. La porta dalla quale l'avevo veduta inginocchiarsi durante la mia malattia; la parete, dalla quale in sogno l'avevo veduta staccarsi simile a un angelo; il mio letto nel quale aveva nascosto il volto inondato di lacrime: tutto ci mi riusciva talmente insopportabile che avrei volentieri pregato la nonna di darmi un'altra camera. Ma temevo di dover rispondere alle domande che la mia preghiera avrebbe provocato e preferii restare nella mia dolorosa situazione. La prima notte la zia mi chiam tre volte. Dapprima credetti che fossero i suoi pensieri, da me tante volte intuiti anche attraverso la parete; poi mi accorsi che era proprio la sua voce: ripeteva lieve, rauca, come impedita da un grande tormento interno, il mio nome. Oggi sono convinta che quella chiamata era la prima delle misteriose espressioni che pi tardi dovevo cogliere spesso sulle labbra di lei, e forse per questo non dubitai un istante di non dovervi rispondere. Sprofondata nei guanciali rimasi immobile, tormentata tutta la notte da una vera angoscia mortale all'idea che anche un solo respiro della camera accanto potesse giungere a me. Cos trascorremmo tutti, e ciascuno in silenzio, alcuni giorni molto dolorosi, appena distratti ogni tanto da Enzio, il quale, mancando come tutti noi delle cure di Giannina e della parte che la zia Edelgarda prendeva all'andamento domestico, si precipitava da noi per lamentarsi dei passi rumorosi della cameriera e soprattutto del disordine generale; poi si rinchiudeva ancora nella sua clausura. La nonna fu la prima a riaversi, mettendosi energicamente al lavoro. Scrisse una lunga lettera a mio padre, esponendogli lo stato della zia, e ricordandogli il suo imprescindibile dovere d far nominale quale mia tutrice una persona degna di fiducia, sia per la sua assenza come pel caso della sua morte, affinch non si verificasse per me d'un tratto la possibilit di restare sola sotto la responsabilit della zia Edel. Lei stessa la nonna era vecchia ed egli l'aveva gi minuziosamente preparata, prima di partire, ai pericoli che potevano minacciare la sua vita. La nonna aveva fatto parecchie copie della lettera; bisognava ora spedirne i diversi esemplari, contemporaneamente, a vari consolati sperando che almeno uno arrivasse a destinazione. Cos si sarebbe anche saputo se mio padre era ancora in vita; in caso contrario si sarebbe occupata ella stessa di farmi nominare un tutore. Capit un giorno da noi il padre domenicano col quale Giannina aveva spesso parlato. Per quanto possa ricordare, era quella la prima volta che un religioso entrava in casa nostra. Per caso la nonna attraversava con me il chiostro quando egli, improvvisamente, sorse dinanzi a noi nell'abito cos suggestivo del suo Ordine.

La nonna esit un po' e anche il padre, che lo aveva notato, ebbe un istante d'incertezza: certo l'uno era noto all'altra per mezzo di Giannina. Poi la nonna disse con l'affascinante garbo che usava con i suoi ospiti pi graditi: Ella aveva intenzione di far visita a mia figlia, non vero, padre? Il domenicano rispose che, in realt, veniva a chiedere notizie di Giannina. La nonna fu un po' delusa, ma seppe non farlo apparire. In ogni caso sia il benvenuto nell'antico chiostro del suo convento; disse. Mi rallegro di incontrarla in questo luogo, perch noi, gente del mondo, vi facciamo uno strano effetto. Il padre, guardando gli affrschi delle volte, osserv sorridendo che non poteva asserirlo con altrettanta sicurezza. Poi si scherz assieme sulla disinvoltura del pittore e sugli allegri angioletti in forma di putti che volteggiavano lietamente fra i medaglioni dei gravi personaggi dell'Ordine. Osservai per che la nonna non stava molto attenta. D'un tratto disse: Padre, mi stato detto che ella possiede un raro potere sulle anime. Lo disse con disinvoltura e amabilit, come usava farlo una gran dama della vecchia scuola; come se volesse soltanto fargli un complimento. Eppure egli sent, come io stessa, che altro non era se non l'angosciosa preghiera di una mamma. Le palpebre velarono un momento i miti occhi del padre. Signora, rispose, Dio non costringe nessun'anima ad andare a Lui... Lei comprende che questo ci lega, anche se realmente avessimo, come lei suppone, un simile potere. La nonna ebbe un'altra volta un'aria delusa; ma continu coraggiosa: S, lo comprendo. Anch'io penso che l'uomo libero nei suoi atti e libero deve essere considerato. Ma non ci sono eccezioni, casi particolari e pi gravi?... Il padre la guard rapidamente, con bont e interesse: Questo non un caso particolare, signora. Ci che sua figlia ha fatto, molti lo fanno, quantunque in una forma diversa. La resistenza del mondo all'amore di Cristo

grande e arriva lontano. Le sue gradazioni sono diverse, la sua sostanza sempre la stessa. sempre il misterioso no opposto alla Carit perfetta. Disse questo con una indifferenza apparente; il suo volto soltanto si animava, parlando, sempre di pi, come se, sotto il severo controllo dei suoi lineamenti marcati, fosse riconoscibile un altro volto, un volto cos profondo e cos intimamente penetrato dalle cose, da far supporre che non fosse il volto di un uomo solo, ma riflettesse i volti di tanti altri, le cui tentazioni e ribellioni giacessero sepolte, come in un mare di misericordia, nei suoi miti occhi. Padre, disse la nonna, ella deve avere una pazienza angelica. Non potrebbe rivelarmi che cosa la aiuta ad averla? Egli comprese quel che vi era di irritato sotto la domanda. In questo momento, rispose con vivacit, l'amore di una madre, che non pu far a meno di esigere per la sua creatura la pi alta perfezione. Amore che, sulla terra, pi si avvicina alla immutabile fedelt divina. A queste parole gli occhi della nonna si riempirono di lacrime. Era la prima volta che le vedevo sul suo bel viso. Per un po' percorse ancora il chiostro assieme al padre; ma non essendo stata invitata a seguirli rimasi ferma nel punto in cui ci eravamo incontrati. Non so quindi di che cosa parlarono. Prima di congedarsi il domenicano disse ancora che sarebbe accorso subito se la zia Edel avesse chiesto di lui; prima per non poteva venire. Non aveva chiamato nessuno? Facendo questa domanda, ma forse fu un caso, egli mi guard. Risposi che aveva chiamato durante la prima notte. Non chiese chi, ma disse: Se chiamasse ancora, devi andare da lei. Era la prima volta che un ministro della Chiesa mi parlava direttamente: era una missione molto semplice quella che egli mi dava, ma non mi and a genio r fui molto contenta di non doverla compiere, perch la zia Edel non chiam pi... Dopo la visita del padre, Giannina ridivenne quella di prima; era perfino pi allegra e pi servizievole, come se avesse allontanato da s, una volta per sempre, tutte le preoccupazioni e le ansie. Se le sue speranze, invece di naufragare, si fossero compiute, non avrebbe certo avuto un'aria pi allegra e consolata. L'andamento domestico ritorn quello di un tempo; la nonna ebbe ancora i fiori freschi nei suoi vasi; Enzio fu liberato dai passi pesanti della cameriera, e io mi sentii dire tutti i momenti specchiettino, ti conosco, ci che preludiava sempre alla soddisfazione

dei miei piccoli desideri. Perfino i gatti, rimasti abbandonati da quando la zia Edel si era resa invisibile, trovarono ancora pronti i loro pasti e le loro pellicce furono pulite a dovere. Soprattutto con la zia, Giannina era pi affettuosa e pi attenta che mai. La zia era ricomparsa in mezzo a noi, e, con nostra meraviglia, non sembrava cambiata in nulla, o almeno non quanto si era temuto. Non appari va n ammalata, n alterata; era cordialissima nei suoi tratti, e riprese, come prima, la direzione dell'economia domestica. Nessuno disse nulla della sua assenza, ed ella stessa non ne fece cenno; si era quasi tentati di credere che l'avvenimento che ci aveva dato tante preoccupazioni fosse un sogno o per lo meno una cosa molto inverosimile. Tutto questo parve sollevare e rallegrare molto la nonna; mentre io ne rimasi invece pi turbata. Presto, per, comprendemmo tutti che qualcosa di mutato c'era nella zia. Non andava pi in chiesa. Non lo si seppe subito, perch essa aveva cura di nasconderlo o per lo meno di lasciarci nel dubbio. Ma lo intuimmo presto, perch tutta la sua atmosfera ne era come trasformata. Quella specie di bellezza in germe, quella fine spiritualit che si sentivano celati in lei nonostante la sua riservatezza, sembravano di un tratto scomparse, e lei stessa pareva sentire in s un certo vuoto. Si notava poi in lei un bisogno nuovo e singolare di veder gente, come se, dopo essere stata quasi sempre sola, non potesse pi sopportare la solitudine. Cominci a partecipare molto pi di prima alle riunioni della nonna; si intratteneva con gli ospiti, mentre un tempo si limitava a servire il t; arrivava al punto da sostenere con essi discussioni su problemi religiosi e sulla Chiesa, ci che prima, forse per una pia delicatezza, non aveva mai fatto nel salotto della nonna. Non la comprendevo pi; mi sarebbe sembrato molto pi logico se avesse dimostrato ora un grande timore di trattare quegli argomenti, mentre invece pareva che una misteriosa inclinazione la portasse a ritornare continuamente, nel suo intimo, a ci che aveva eliminato dalla sua pratica. Alla fine, per mettermi in pace, pensai che volesse soltanto mostrarsi amabile coi nostri ospiti. Soltanto con me i suoi rapporti erano ridotti a ben poca cosa. Io provavo un insormontabile timore nel parlarle, anzi perfino nello starle vicino, e la evitavo. Ella non lo condivideva certo, poich anzi una misteriosa attrazione sembrava portarla sempre verso di me. Talvolta, quando la incontravo sulla scala, dove prima tante volte le avevo baciato silenziosamente la mano e dove la sua vista mi riusciva pi che altrove insopportabile, ella mi tratteneva senza scopo, con i pi futili pretesti, e solo scappando subito dopo aver risposto lo stretto necessario potevo evitare soste prolungate.

Mi succedeva per anche questo. Per quanto la sua presenza mi fosse insopportabile, non potevo a meno di farne caso, e non appena la vedevo rimanevo dinanzi a lei quasi affascinata, quantunque provassi un profonda ripugnanza. Compresi dunque, o almeno supposi, che non agisse liberamente, ma sotto una segreta costrizione, quasi soggiacendo a una forza a lei estranea, che la obbligasse appunto a ci che, in fondo, pi le faceva orrore. Mi risovvenni allora di quello che Giannina aveva detto alla nonna: Sono forze, e ricordai pure che gi un'altra volta avevo pensato la zia posseduta da uno spirito cattivo, una volta che l'avevo vista frugare con ira nei cassetti della nonna. Ora non appariva pi irritata, ma tranquilla e quieta; per questa tranquillit mi spaventava pi della sua collera: vi vedevo una specie di abbandono a qualche cosa di misteriosamente cattivo, contro cui prima, nella sua collera e con quella stessa collera, aveva saputo ancora difendersi. Cominci cos quel breve e strano periodo in cui la zia avvicin perfino Enzio che, ultimo fra i prigionieri volontari della nostra casa, usciva allora allora dalla sua clausura. Con gli occhi pesti e la bocca leggermente contratta, ancora un po' assente ed eccitato, egli ricomparve in mezzo a noi. Era sempre un po' difficile trattarlo, come giustamente aveva notato Giannina, ma attraverso i suoi scatti di malumore lo si sentiva pi contento e meno agitato, quantunque il suo poema non fosse ancora finito, ma fermo al punto meraviglioso in cui la caotica vita di Roma sembra fondersi ed esprimersi in un accordo religioso. Pi tardi, molto si scrisse su quell'evoluzione inaspettata. Dopo la pubblicazione del libro essa fu oggetto di gravi attacchi da parte di coloro che amavano quella nobile bellezza poetica. Enzio mi confid che, dopo le impressionanti funzioni della Settimana santa, tutte le novit religiose del suo tempo, che fino allora aveva opposto cos spesso alla zia Edel, gli sembrarono del tutto insignificanti, perch non offrivano al poeta la pi piccola possibilit di un simbolo o di una figura. Ed effettivamente qui che l'intuito poetico di Enzio si rivel in modo straordinario e nessuno ha negato il genio con cui egli giunto fino alle soglie del mistero religioso. La Roma di Enzio non ha posto per l'individuo; nemmeno per il pi grande. Sono vortici di popoli che marciano sulle strade vecchie di secoli. L'individuo, l'uomo, la pi angustiata e la pi discutibile fra tutte le creature, non esiste, o esiste soltanto nelle grandi ombre delle sue opere, che non lo autenticano, ma

lo annientano. La scalinata notturna di S. Maria in Aracoeli, lanciata nella notte come una rampa gigantesca; il Foro Romano visto dal Campidoglio come il frammento di una maschera funebre sospesa sull'abisso; una statua divinamente bella murata nel pietrame, che brilla un istante poi svanisce nel difforme; l'abominevole frastuono del presente che ammutolisce davanti al silenzio di una rovina fantastica ecco la Roma di Enzio. Non il volto tragico dell'umanit; quello spettrale del Tutto, che Enzio cerca sempre di esorcizzare col volto inimitabile di questa citt. Soltanto in un punto, nella visione cio della Roma sacra, l'aspetto inesorabile di qul volto si muta, come se il suo poeta avesse intuito che l'anima umana pu trovar posto unicamente in un mondo divino. Eppure l'abisso, che divide anche le pi profonde e pi pure emozioni dalle vere emozioni religiose, si avverte in modo molto sensibile. Enzio stesso lo comprese subito e fu questo a interrompere lo slancio della sua creazione. Egli si trov al limite in cui l'intuizione poetica da sola non basta pi. Ricordo ancora come in quel periodo egli corresse da un convento all'altro. Si present ai Benedettini dell'Aventino, entusiasmandosi per la loro liturgia corale; visit i Gesuiti del Collegio Germanico e i religiosi tedeschi di S. Maria dell'Anima. Ma alla fine tornava sempre dalla zia (Edelgarda, e ci era molto significativo di quel che andava cercando. Sebbene n la nonna ne Giannina gli avessero parlato della conversione mancata, la cosa non aveva potuto sfuggirgli e credo che vi attingesse una certa sicurezza quando parlava con la zia. Fra loro due si annodavano ora conversazioni cos lunghe, da far credere che la zia volesse rifarsi al pi presto di quelle che un tempo aveva evitato; si vide allora quanto essa fosse colta in una materia su cui prima conservava un ostinato silenzio. Anche nella discussione non era per nulla inesperta e gli argomenti che portava tanto pi impressionavano, quanto pi essa li esponeva con tranquillit, come se si fosse trattato di cose che non la riguardavano proprio pi. Sotto la spinta di Enzio si introdusse allora nel nostro salotto la moda di discutere problemi religiosi e teologici, alla stessa guisa che prima vi si era discusso di arte e di filosofia. Gli ospiti, che erano ancora sotto l'influenza delle grandi funzioni della Settimana santa e della Pasqua, accettarono i nuovi argomenti della conversazione come naturali e ricchi di novit. Si giudicava l'estetica degli atti di culto e si faceva la critica storica del Papato; si disputava sul significato dei dogmi cristiani e si provava la loro resistenza di fronte al mondo moderno. Alcuni presentavano anche progetti di riforma; tutti, insomma, vi prendevano la loro parte, eccettuata la nonna che doveva provare a quei discorsi quel che aveva press'a poco provato di fronte ai curiosi di San

Pietro. Una volta, interrogata se non volesse comunicare le sue esperienze poich da tanto tempo viveva a Roma, rispose che quanto di meglio poteva dire lo aveva appreso da Giannina e che non poteva dare quindi che un consiglio: avvicinare una volta una vera cristiana. Enzio, curato cos bene da Giannina durante la sua clausura e rimasto poi con lei in relazioni di cordiale intimit, disse che egli apprezzava davvero quel piccolo buon genio domestico, ma che non si era mai accorto che avesse detto qualche cosa di nuovo sulla Chiesa. E perch Giannina avrebbe dovuto farlo? chiese la nonna con lieve ironia. Essa pu tranquillamente lasciarne la cura agli eretici. Questi lo fanno molto meglio dei credenti e in modo pi adatto ai loro bisogni. Sarei volentieri uscita dal salotto non appena quelle conversazioni cominciavano. Ma presto notai che le potevo ascoltare senza che esse risvegliassero in me troppi ricordi o impressioni. Nulla, a questo mondo, rende pi sorda un'anima e le nuoce pi presto e pi sicuramente, che il trattare senza rispetto le cose di cui non si dovrebbe parlare che in ginocchio e con venerazione. Eppure i miei ricordi, come mi accorsi di l a poco, non erano vinti; ma il pericolo doveva venire da qualcosa di molto diverso. In quel tempo la nonna aveva ripreso col suo giovane amico rapporti molto cordiali. Egli, probabilmente, non s'accorse del lieve fondo di rassegnazione che stava dietro quella cordialit, e lei stessa, di proposito, non voleva ammetterlo. Aveva rifatto la pace con la realt, secondo il suo modo di prendere la vita, e forse anche perch la sua salute, dopo le dolorose apprensioni per la zia Edel, aveva bisogno di maggiore tranquillit e serenit. L'opera di Enzio, che era gi a buon punto, aveva raggiunto un carattere di grandiosit non comune. Egli aveva lasciato da parte completamente tutte le esagerazioni della sua generazione, tutte le presunzioni vane che aveva portato con s venendo a Roma. Sofferenze e rivolte s'erano placate davanti all'Eterna citt che ha il potere di rendere umili. Tacevano pure le imprecazioni contro il presente, che davano un tono violento ai suoi primi versi. Il poeta aveva compreso che la lotta contro il proprio tempo, , in fondo, ancora del tempo. Una grande tranquillit, quasi una pace solenne smorzavano, nella sua opera, ogni passione. Il fluire grandioso del ritmo era moderato da un rigore che si accentuava di poema in poema e che rendeva impossibile ogni indiscreto capriccio, ogni sopraffazione della

forza bruta. La sua lingua aveva in realt qualche cosa del flusso e riflusso delle stesse vite infinite. Come dissi, la nonna non si sottraeva pi all'impressione che dava l'opera. Essa non si faceva del resto nessuna illusione sull'abisso che sussisteva sempre fra la poesia del suo amico e le sue convinzioni e il suo amore per Roma. Ma la sua larghezza di idee e la bont del suo senso artistico le rendevano sempre possibile di far astrazione dalla propria persona e di riconoscere ci che, comunque, fosse grande e nobile Si sentiva anche commossa e sorpresa per l'umilt e la disciplina di cui Enzio dava prova nella sua opera; e avendo abbandonato l'illusione di poter far prendere al suo spirito e al suo talento un'altra direzione, si occupava perch egli fosse riconosciuto qual era nei suoi meriti. Organizz a questo scopo nel suo salotto una serata, in cui Enzio avrebbe letto i suoi versi a un uditorio scelto appositamente; cur i preparativi con tutto il fervore gioioso che provava per le riunioni intellettuali e artistiche, cercando di riunire intorno al suo giovane amico gli elementi che pi gli potevano essere favorevoli. Per l'appunto quelli dei nostri ospiti che Enzio aveva un tempo trattato con poca cortesia, erano partiti; i nuovi lo avvicinarono senza prevenzioni ed egli stesso si present con pi garbo e perfino con qualche deferenza per le persone anziane. Egli sentiva di avere degli obblighi, se non verso gli ospiti, almeno verso i suoi poemi; li amava con una tenerezza infantile che non aveva nulla di vano, ma piuttosto un che di commovente e di nobile. Pensavo spesso che i suoi versi fossero, per cos dire, gli unici esseri ai quali avesse attaccato il suo cuore. E a quella constatazione mi sentivo presa sempre da una grande tristezza. Ora soffrivo molto pi di prima per la sua lontananza: perch la mia anima non era pi riempita di quella gioia e di quell'amore, che davano a tutte le cose un'aria cos chiara, reale, confortante, che anche le pi grandi dissonanze non riuscivano a turbare. Sentivo il bisogno dell'amicizia di Enzio pi di prima; ne avevo anzi un bisogno cos grande che da lui accettavo con desiderio anche l'amarezza. Non ero pi una bambina; di fronte all'indifferenza del giovane si agitava in me una specie di orgoglio e di pudore, che non diminuiva per la mia tenerezza per lui e che non mostravo, anche per riguardo alla nonna. Essa che, mettendosi in pace con la realt delle cose aveva dimenticato anche l'amicizia fra me ed Enzio, silenziosamente mi chiedeva la stessa cosa, perch, almeno da questo lato, un po' di sole splendesse chiaro in casa nostra. Per quella serata aveva pensato che, dopo la lettura dei suoi versi, gli avrei consegnato a nome dei presenti un fascio di alloro romano: piccola e patetica ovazione, che la nonna usava preparare agli artisti in simili circostanze.

Avrei preferito che altre mani avessero a porgere i rami d'alloro; ma meno che mai osavo rifiutare alla nonna qualche cosa. L'amavo allora con la tenerezza di una bimba sperduta, tanto era grande il vuoto della mia anima. Durante la lettura dei versi sedevo allo stesso posto di qualche mese prima, quando incontrai gli occhi di Enzio nell'antico specchio veneziano. Allora mi ero rannicchiata in quell'angolo per non essere veduta da lui; adesso l'avevo fatto per vederlo indisturbato, perch anch'egli aveva ripreso quasi lo stesso posto. In piedi, su di un piccolo podio attorniato di piante verdi, leggeva con grazia spontanea; la voce bella, estesa, un po' bassa, si adattava meravigliosamente al ritmo possente della sua poesia. Il suo volto, come allora, incorniciato dalla corona di pallidi fiori che ornavano il cristallo dello specchio, vi si rifletteva accanto al mio e sembrava immerso nel suono della sua voce e delle sue parole; perfino la sua figura, tutta la sua personalit sembravano trasfigurate. Qualcosa in lui pareva innalzarlo al di sopra di quello che era abitualmente, elevando noi pure; mi apparve lontano e solo, in possesso di una felicit che noi non avremmo mai potuto raggiungere ne comprendere, che non aveva nulla di comune con quella che gli poteva venire dalla nostra ammirazione. Pensavo anzi che sarebbe rimasto indifferente anche se non ne avessimo mostrata. Quest'impressione fu cos forte, che non compresi pi perch eravamo raccolti intorno a lui; essendo a parte dei progetti della nonna, avevo creduto ingenuamente che fosse per causa sua. Involontariamente pensai al nome di re Enzio che gli avevamo dato e ricordai che talvolta, nei suoi dolori, nelle sue disperazioni, nelle sue esagerazioni, mi era apparso davvero come un re prigioniero. Oggi non era pi un re prigioniero; era soltanto re. Non c'era bisogno che nessuno lo consolasse, che nessuno lo liberasse, che nessuno lo applaudisse. Mi parve signore di tutte le cose; staccato da noi, da se stesso, perfino da Roma, in un'indipendenza ardente e nobile. Nella sua voce c'era una nota insolita di amore quando pronunciava il nome della Citt Eterna; una nota di inusitata tenerezza e ammirazione, che non avrei mai creduto possibile sulle sue labbra. Ricordai che m'ero domandata cos spesso se egli fosse capace di amare coi suoi versi, come gli altri amavano col cuore, e mi parve che la cosa fosse diversa: non amava coi suoi versi, amava in essi. Essi erano l'atmosfera in cui doveva immergere la citt per poterla poi attirare a se, quella citt che lo aveva cos oppresso e umiliato e dinanzi alla quale aveva sempre tentato di fuggire. Ora l'amava con pi ardore e con pi trasporto di tutti noi, poich non l'amava, come la nonna, vedendo in essa un simbolo meraviglioso di grandezza e di eternit terrena, l'essenza dell'umanit e l'esaltatrice dell'individuo; ma cos, come sempre l'aveva veduta, con tutti i suoi abissi e tutti i suoi segreti, con tutte le vittorie riportate su se stessa; l'amava con l'amore magnifico che privilegio unico del poeta,

l'essere che nessuno pu soccorrere, perch i suoi profondi destini non si compiono sul piano solito e comune, ma nel regno della sua poesia; l, dove sono sciolti dalle dolorose limitazioni della vita reale, dove ogni confusione e ogni tormento, dove perfino la pi dolorosa tragedia non son altro che chiarezza senza fine, serenit e felicit. Questi pensieri mi rendevano molto triste, ma nello, stesso tempo mi riempivano di un sentimento nuovo e pi alto verso Enzio. Fino a quel momento lo avevo amato come si ama un fratello e un amico, talvolta da pari a pari; ora egli mi esaltava. L'impressione che mi dava era cos forte, da trasportarmi molto lontana dalla lettura. Intanto essa si era avvicinata al punto nel quale il poema, inaspettatamente e improvvisamente, tocca l'ideale religioso. Le visioni si succedono l'una dopo l'altra in un seguito sempre pi veloce, finch quella di Roma sacra tutte le sovrasta in un sfolgorio di luce fantastica. I versi si incentrano nella apparizione notturna di San Pietro, non come Enzio e io lo avevamo visto; ma, in armonia alla concezione dell'opera, tutta la grande chiesa sembrava come un gigantesco ostensorio esposto di contro al mondo caotico di Roma. Questa contrapposizione non dura che un istante, poich subito il fuoco misterioso dell'ostensorio incendia ogni cosa e lentamente, ma irresistibilmente, tutto viene assorbito dalla sua luce. Un altro principio sembra entrato nel mondo, una realt misteriosa, che penetra, consolida, illumina la sua realt apparente: Roma stessa si fa il centro di irradiazione del gigantesco Ostensorio di San Pietro. I versi che seguono finiscono cos, magnificando la Citt Eterna come un ostensorio esposto a tutto l'universo. E comincia una visione meravigliosa: la luce risponde alla luce intorno al centro luminoso. Il sangue dei martiri arde nelle profondit della terra, le estasi dei santi si rispecchiano nel firmamento, miriadi di preghiere si intrecciano. Un Amore ultraterreno di milioni di cuori, un arcobaleno di fede infrangibile, le mani dei misericordiosi, le mani della Chiesa levate in atto di benedizione: tutti questi riflessi di una divinit che agisce sulla terra prorompono, luminosi: Roma arde simile a una mistica rosa. Le rovine degli antichi, l'incomparabile incanto dell'arte, lo scintillio immaginario di un'eternit terrena: tutto sembra fondersi nella trionfale continuit dell'eterna Roma. Perfino i pi selvaggi arabeschi della storia, la marea delle passioni, il tessuto degli intrighi, il caos degli interessi, tutto quello che stato sconvolto e frantumato dal destino e dal tempo: lo spirito e la potenza, la nobilt e il delitto; gli stracci purpurei delle grandi guerre e delle trasmigrazioni dei popoli; ci che umano e ci che inumano tutto non pi se non un'immensa cornice destinata a sostenere la gloria del Santo dei Santi, unico e ultimo fine di tutte le cose. Per un istante, il mondo sembra sospeso. Poi tutto s'inabissa: la luce scompare e non

c' pi nessuno a guardarla; non esiste pi che un'altra luce, inestinguibile, sorta dall'infinito. Nelle odi che seguono la visione si smorza lentamente, e rimane sensibile soltanto come un lieve crepuscolo di luce, all'orizzonte estremo. Ricompare per qualche secondo, ma i suoi raggi si spezzano quasi subito. Si iniziano i motivi della Settimana Santa. Una pesantissima corona di dolori sembra scendere sul mondo; i fantasmi, privati della loro propria luce dallo splendore del Santo dei Santi, precipitano in un'oscurit abissale. Perfino la basilica di San Pietro sembra un ricettacolo di ombre gigantesche, che si fanno strada attraverso l'ultima scintilla della divinit, la quale combatte contro di esse dal fondo di distanze infinite. Un lamento lieve, inesprimibilmente dolce si fa udire... il poema si interrompe bruscamente. Per tutto quel tempo ero rimasta immobile col mio fascio d'alloro sulle ginocchia. Il profumo penetrante e fresco dei suoi rami mi batteva in faccia, senza ricordarmi il gesto che dovevo compiere. Il poema di Enzio aveva sfiorato le mie stesse vicende, ma io me ne accorgevo appena, oppure me ne accorgevo come se esse fossero state private del loro cuore, spento anche l'ultimo dolore del ricordo; come se, avviluppate nello splendido mantello di quel poema, naufragassero lentamente nelle profondit in cui si cessa di piangere perch la realt sembra non esistere pi. Mi rendevo conto dello scemare del mio dolore, nel sollievo profondo e dolce che mi veniva dalla bellezza del poema. Senza far motto, come paralizzata dall'incanto delle parole, rimanevo al mio posto: era il primo momento di pace dopo la mia rottura con la zia Edel. Un cenno della nonna mi strapp alla fine dal mio incantesimo e mi ricord il mio dovere che mi sembr d'un tratto smisuratamente bello. Mi sembrava che le energie della mia anima, rimaste cos a lungo inattive sotto il peso della sofferenza, si rinnovassero d'un tratto nel sentimento che provavo per colui che le aveva liberate. Il mio cuore batteva forte forte quando mi avanzai verso Enzio, che in quel momento lo riempiva tutto. Da ogni parte si circondava il mio amico, ma non vidi ch'egli indirizzasse la parola ad alcuno dei presenti. Muto, e pure come inebriato di felicit, si ergeva nella sua svelta giovinzza; il suo volto acuto e freddo sembrava riposare bench fosse ancora pervaso dall'ardore che lo aveva trasformato durante la lettura. Prese il fascio di alloro dalle mie mani, ma pensai che non si accorgesse della persona che glielo offriva. Immerse il volto nei rami oscuri: il loro olezzo fresco, austero, quasi amaro mi colp un'altra volta. Ah, disse, e ancora vi era nella sua voce l'entusiasmo incredibile con cui

pronunciava il nome della Citt Eterna, questo il profumo di Roma. No, quello del tuo regno, risposi. Egli guard al di sopra del fascio che aveva in mano, notando appena allora chi gli stava dinanzi; nei suoi chiari occhi tedeschi brill la nota luce. Mi guard come l'altra volta mi aveva guardato nello specchio, ma pi profondamente, senza ritegno, a faccia a faccia. E mi parve, d'un tratto, di trovarmi sola con lui fra tutte le persone che gremivano il salotto della nonna; anzi come se non mi trovassi fra di loro e in quel luogo, ma nel suo regno, immersa nella sua felicit, l dove nessuno potesse seguirlo e dove io sola l'avessi accompagnato; io sola, sfuggita a tutto, inaccessibile alla sofferenza, come lui beata. Intanto il fragore degli applausi era un po' cessato; si parlava del poema, e come sempre succede quando un certo numero di persone si occupa di un tema preferito, tutti profittarono dell'occasione per goderselo liberamente. L'ultima ode aveva sorpreso: non appariva chiaro se si aveva davanti il pensiero cristiano della passione della Divinit, o il principio di una catastrofe di quella visione come delle precedenti. Poich una conclusione non poteva venire dal poema incompiuto, la discussione continu per proprio conto, ma io non posso riferirla per intero, perch ero ancora come affascinata dalle impressioni vissute allora allora. D'un tratto sentii che qualcuno pronunciava il nome della zia Edelgarda, la cui presenza, per la prima volta dopo molto tempo, avevo completamente dimenticato. Il suo nome attravers come una freccia sottile la mia felicit, e quasi involontariamente mi volsi a cercarla. Ella sedeva poco lontano da me, in una seggiola di gobelin verde; il volto fine, spiritualizzato, raccolto, spiccava sull'oscura tappezzeria del dorsale. Stava conversando con alcuni signori, i cui volti, pure intelligenti, sembravano molto comuni accanto al suo. Improvvisamente essa tacque; pareva che uno dei suoi interlocutori le avesse rivolto una domanda sulla quale volesse riflettere. Intanto l'ospite l'aveva ripetuta e questa volta la intesi: si aggirava, in breve, sulla realt dell'oggetto religioso l'espressione fredda e senza gusto che veniva usata e che si ripet parecchie volte in quella sera. La zia Edelgarda trasal. Ma il Salvatore soffre ancora, in ogni momento; disse. La parola Salvatore suon strana in quel luogo; si era parlato soltanto della divinit impersonale. Per un istante tutti tacquero anche gli altri gruppi rimasero

bruscamente silenziosi. Poi l'interlocutore di prima riprese la parola. Dunque lei pensa che nel mondo il dolore sia una forma di testimonianza cristiana resa a Dio? chiese. Mi sentii costretta a osservare la zia col respiro sospeso. Essa rimase in silenzio per un po' e poi disse: Io penso a chi ribelle. Le sue parole suonarono dure, ma chiare, pur cos lievi da sembrare quasi misteriose; nel pronunciarle, la zia aveva un'aria stranissima, quasi spettrale; pareva che non parlasse liberamente, ma come se qualcuno le strappasse le parole di bocca. Per esse non fecero a nessuno un'impressione particolare; soltanto non si sapeva come interpretarle e la conversazione devi verso altri argomenti. Pi tardi, quando gli ospiti se ne furono andati, la nonna disse: Giannina, si legge, mi pare, in un punto del Vangelo, che Cristo ha detto: non chiedo la testimonianza degli uomini. Giannina lo conferm, e allora la nonna disse pensosa: Lo ricordai quando Edelgarda parl di chi ribelle. Nessuno la cap. Ma quella non era una testimonianza umana. Questo pensiero sorse in me senza che potessi comprenderlo di dove venisse e ne provai un timore indicibile, come se nel bel mezzo del regno di Enzio una mano nera afferrasse la mia e mi trascinasse verso la notte di una grande, invisibile realt. Quella sera dovetti pensare ancora, come durante la mia malattia, che nella stanza accanto alla mia, dal grande e triste Crocefisso appeso sopra il letto della zia Edel cadessero di tratto in tratto gocce di sangue. Ora credevo di sentirne distintamente la caduta: regolari, lievi come il ticchettio uniforme di un orologio, esse sembravano segnare il dolore infinito di Colui, del quale la zia aveva detto: Egli soffre ancora, in tutti i momenti.... Nei giorni seguenti non potei a meno di osservare con attenzione la persona che volentieri avrei fatto a meno di vedere, tormentandomi cos da me stessa, sperando di liberarmi dalla strana impressione che la zia mi faceva. Ma l'impressione aumentava invece sempre pi e io non potevo altro che constatarne le prove con un misto di terrore e di rispetto, come se in esse agisse la tremenda volont di un altro mondo. Ci che potevo osservare era questo: le conversazioni teologiche e religiose della zia

avevano tutte una specie di nocciuolo centrale, intorno al quale quello che essa diceva sembrava fluttuare come un velo leggero. Questo di pi veniva discusso facilmente, era comprensibile, verosimile e anche interessante: la zia Edel ne parlava continuamente, cercando, per cos dire, l'occasione di farlo. Poi, per una ragione che non riuscivo a capire bene, subentrava un cambiamento radicale: lei, che prima aveva parlato tranquilla e dignitosa, anche se vivace e disinvolta, si trovava a un tratto a parlare lentamente e misteriosamente, come se avesse paura delle sue stesse parole, ma non osasse opporre resistenza, quasi amaramente rassegnata a doverle pronunciare. Anche l'aspetto irrigidito che prendeva in quei momenti si rinnovava sempre allo stesso modo. Allora pareva che quanto andava dicendo, fosse una enigmatica professione di fede, fatta sotto il tormento dell'inconoscibile. Eppure cercava spontaneamente quelle conversazioni, sapendo quanto potevano riuscirle pericolose; e perci anche gli inizi innocenti di quei discorsi erano alla fine poco rassicuranti. Spesso guardavo spaventata gli altri: ma nessuno sembrava notare qualcosa di particolare. Si sarebbe quasi creduto che esistesse una tacita intesa di non accorgersi di quei momenti, oppure poich la zia parlava adagio, quasi a parte che le sue osservazioni sfuggissero naturalmente agli ascoltatori. La supposizione non era molto verosimile, poich i presenti talvolta afferravano le sue parole; si doveva quindi pensare che le avessero udite. Le lasciavano per anche cader subito, come se ne avessero saggiato il contenuto con meraviglia, ma inutilmente, e fossero rimasti un po' delusi. Quella gente mi sembrava qualche volta giocare inconsciamente a una specie di mosca cieca intellettuale, senza sapere con chiarezza che cosa volesse trovare. Enzio stesso, in quelle conversazioni, non agiva diversamente dagli altri, nonostante la sua partecipazione attivissima. Era una cosa strana, ma dipendeva forse anche dal fatto che quelle discussioni con la zia Edel lo portavano sempre lontano dal soggetto che egli vi cercava. L'unica che non imitasse il contegno generale era la nonna. Non avendo approvato fin da principio quei corsi di teologia che si svolgevano nel suo salotto, talvolta prendeva apertamente partito contro di essi; la sua antipatia and anzi cos in l, da metter nuovamente in pericolo perfino i suoi cordiali rapporti con Enzio. Egli sembrava ora molto attaccato alla zia Edel; ricordo che un giorno disse alla nonna che l'ammirava altamente perch, nonostante le sue simpatie per il cattolicesimo, ella aveva saputo conservare la sua indipendenza dalla Chiesa. Fino allora l'aveva considerata una persona di delicatezza impressionabile; ed ecco che dava prova di tanta forza di decisione.

Io invece, rispose la nonna, penso che soltanto le personalit forti e decise possono osare di donarsi interamente. Per la vera obbedienza occorre un'anima grande e libera; le nature deboli cercano sempre i compromessi, ma le nature forti sanno che non potranno perdere mai la parte migliore. Sua figlia non una natura debole, replic Enzio con un accento di rimprovero nella voce. No, certamente, prosegu in fretta la nonna, ma appunto perci tutto quello che essa vi dice un terribile giudizio che fa di se stessa. Soltanto che voi non ve ne accorgete. Le sue ultime parole mi sembrarono davvero curiose. In quel momento pensavo spesso che nel suo positivismo lucido e tranquillo si insinuasse qualche parola di Giannina, la quale pure, su questo punto, fu per qualche tempo seriamente preoccupata. Pi tardi essa mi disse che certe intuizioni della nonna le avevano fatto talvolta supporre che potesse peccare contro la sua anima. Ma era anche sempre persuasa che la nonna, qualunque fosse stata la sua intelligenza, era rimasta egualmente lontana dalla comprensione di ci che sta sopra e sotto la natura; che in lei non c'era altro se non una profonda conoscenza di quelle cose che riescono pi chiare al carattere che all'intelligenza e all'intuizione artistica. Questo apparve molto pi evidente quando la zia Edel precipit verso la catastrofe e la sua personalit, che all'inizio del suo decadimento aveva resistito per un certo tempo, sembr scomparire del tutto: fu il momento in cui ricevette la notizia della morte di mio padre. La notizia giunse telegraficamente da un Consolato extra-europeo, che annunciava come mio padre fosse morto da tempo in una stazione missionaria di Benedettini, nell'interno del paese. I padri avevano fatto pervenire le sue carte alla costa: il prossimo piroscafo le avrebbe portate in Europa. La nonna, alla quale era indirizzato il telegramma, lo aveva comunicato a sua figlia. So oggi che esso aveva suscitato in lei una scossa, simile a quella da me provata dopo l'avvenimento di San Pietro. Polche, se anche il fatto che mio padre era morto in una missione di Benedettini non provava che fosse morto cristiano, doveva per essere per la zia Edel un conforto il pensiero che quell'anima, per la quale tanto aveva pregato, fosse spirata, anche se in un senso relativo, fra le braccia della Chiesa, che le parole del Padre Nostro erano state certamente le ultime pronunciate sulla vita del fidanzato della sua giovinezza, e che la sua spoglia mortale riposava sotto il segno della Croce. Ma una tale coincidenza, nelle sue attuali disposizioni di spirito, non

poteva essere che una nuova condanna per lei. A me il concorso di tutte queste circostanze riusc evidente solo pi tardi. Allora non sapevo nulla di quanto era avvenuto; e quando la nonna mi fece chiamare per comunicarmelo a quattr'occhi, vi andai senza nessun presentimento. Mentre percorrevo il corridoio udii nella camera della zia Edel uno scoppio di risa. Avevamo allora una giovane cameriera, le cui risate risuonavano spesso per tutta la casa; la credetti occupata nella camera della zia e, avendo qualche cosa da dirle, apersi l'uscio. La zia stava ai piedi del Crocefisso, ritta e rigida come non lo era mai. Era sola; non vidi nessuno che potesse aver riso e ne rimasi impressionata. Ella mi domand cosa volessi. Risposi di aver supposto che Giulietta avesse riso appunto nella sua stanza, e dicendo cos mi guardavo ancora intorno. Che non vi fosse proprio nessuno mi sorprendeva come se, d'un tratto, fossi precipitata nel buio. Ma una luce si fece in me: qualcosa aveva brillato negli occhi della zia Edelgarda, come se le loro pupille si fossero squarciate e dal loro mite velo qualcosa di mortale uscisse a colpirmi. Fu un contatto fulmineo della sua anima con la mia; il primo vero contatto dopo settimane e settimane in cui mi aveva sfuggito, in cui non mi aveva rivolto la parola. Non cercai pi, allora, chi avesse riso: maledizioni, sarcasmo, odio potevano trovarsi l e in realt vi si trovavano. Per un momento ne rimasi come paralizzata; poi credetti di comprendere che stava per farmi del male: a me o alla Croce. Ricordo che, presa dallo spavento, fuggii a precipizio fin nel chiostro, dove finalmente mi ricordai che dovevo andare dalla nonna. Ma anche la notizia che essa mi diede, delicatamente e teneramente, non riusciva ad addolorarmi. Non perch il mio povero pap mi fosse rimasto sempre un estraneo; la nonna me ne veniva tracciando una immagine cos nobile e degna di rispetto, che il non conoscerlo non avrebbe potuto, se mai, che aumentare la mia pena; sentimento che provai sempre, anche in seguito, pensando al mio pap morto. Ma in quel momento anche un dolore pi grande e immediato non avrebbe potuto scuotermi. La notte seguente non udii pi cadere le gocce di sangue; e quando, al mattino, l'allegra Giulietta usc davvero dalla camera della zia Edel disse: Dove ha messo, la signorina, il bel Crocefisso che stava sopra il suo letto? Da quel giorno non entrai pi in quella stanza; mi riusciva spiacevole perfino il passarvi davanti. Questi pensieri non li lasciavo scorgere da nessuno,, sentendo oscuramente che sarebbero diventati pi orribili ancora. Ma Giannina dovette alla fine indovinarli, perch si trovava sempre pronta ad accompagnarmi quando mi accadeva di esitare

nell'attraversare il corridoio la sera. E un giorno appese al mio collo una piccola medaglia, che rappresentava la Madonna di Lourdes. Adesso io vengo con te, ma petite ( ) disse, ma se qualche volta non dovessi esserci e tu avessi paura, stringi forte questa piccola medaglia. Il buon Dio e il tuo Angelo custode non ne hanno bisogno per proteggerti; ma tu ne hai bisogno, per esserne pi facilmente persuasa. Non hai neanche bisogno di nascondere la medaglia alla nonna; dille pure che sono stata io a dartela. La nonna difatti non fece nessuna obbiezione; sembr anzi trovar giusto che, avendomela donata Giannina, le dessi al mio collo il posto che le era destinato. Forse tanta indulgenza dipendeva anche dall'orrore di qualche cosa d'altro, che proprio allora le dava molte preoccupazioni. Per caso, un giorno, essa aveva trovato in un angolo riposto del cortile, il Crocefisso che Giulietta non aveva pi veduto al letto della zia. Giaceva, posto col in modo misterioso, sotto un mucchio di pietre dal quale alcuni ragazzi che giocavano lo avevano tratto, parecchio danneggiato, proprio nel momento in cui la nonna passava. Lo prese subito e si affrett da Giannina. Edelgarda deve aver nascosto lei stessa questo venerabile simbolo, disse oltremodo agitata, poich da solo non poteva certamente finire laggi. Giannina non fece molte parole; cerc solo di tranquillizzare la nonna, che pronunci la parola isterismo. Ahim, osserv Giannina. una pura parola. Sono decisa a non tollerare pi a lungo queste cose, replic la nonna. Non abbiamo bisogno di metterci d'accordo sulla loro origine, ma lei pure dovr ammettere che qualche cosa deve essere accaduto. Al mattino seguente il Crocefisso, che era stato posto in un bel cofano nella camera della nonna, era scomparso un'altra volta. La nonna mand a chiamare un medico, uno psichiatra. Era un passo che non avrei mai creduto possibile da parte sua Per quanto apprezzasse la scienza medica in generale, aveva una profonda antipatia per la psichiatria. Enzio, che sentiva invece simpatia e interesse per questa scienza particolare, le aveva detto una volta che ci che essa non perdonava agli psichiatri era che vi fossero malati bisognosi delle loro cure. Non era per del tutto giusto, perch alla nonna ripugnavano sopratutto le teorie di quei medici che ferivano la sua fede

nella dignit come nell'unit della personalit umana. Ricordavo ancora con quale impazienza avesse detto una volta che non avrebbe dato un soldo a degli psichiatri: essi avevano gli occhi pieni della polvere della loro anima, per cui non riuscivano pi a vedere gente sana e normale. Che ora non sapesse far altro se non chiamar appunto uno di quei medici cos disprezzati, sembrava quasi un'umiliazione che colpiva profondamente chiunque la conosceva. Lo psichiatra, un uomo fine, freddo, benevolo, fu dunque presentato alla zia Edelgarda nel modo pi disinvolto e, con sorpresa di tutti, acquist subito la sua fiducia. Da allora ebbe con lei lunghe conversazioni quasi quotidiane, sulle quali io non posso dire nulla di preciso, ma che dovevano svolgersi col solito metodo delle esperienze psicoanalitiche. Durante quella cura la zia Edel si mostr molto pi contenta di s e di tutti. Il medico, un tedesco che pi tardi ritorn in patria, le lasci una quantit di prescrizioni igieniche, che essa seguiva scrupolosamente. Si diceva da tutti che appariva molto migliorata e che i suoi nervi andavano meglio. Si irrobust, i suoi movimenti persero quel non so che di velato che avevano negli ultimi tempi e acquistarono una maggiore sicurezza; mangi anche pi di prima, anzi talvolta mangi tanto che Giannina la prese in giro. La zia rispondeva che l'aveva prescritto il medico provandole anche che ci si pu costringere a mangiare. Non c'era nulla da opporre e la nonna salutava con gioia il rifiorire di sua figlia. Ci accorgemmo presto che il medico era una autorit per la zia Edel anche in altri campi. Ella assistette nuovamente a qualche Messa tardiva, perch lo psichiatra le aveva ordinato quelle visite in chiesa temendo, raccontava la nonna, che su quel punto si manifestasse un complesso. Egli raccomandava ai suoi pazienti una sana devozione, poich essa esige la tranquillit dell'anima e dei nervi e si trova in armonia con quello che grandi pensatori e poeti hanno creduto in ogni tempo. Poich lo psichiatra aveva consigliato anche qualche distrazione, la zia Edel approfittava di tutte le occasioni che glie ne potevano offrire. Non c'era pi niente di spiacevole ora in lei; tutt'al pi sembrava ancora un po' strano che parlasse tanto della sua salute e che, inaccessibile e indipendente per natura, fosse soggetta cos completamente a un medico a lei estraneo e che non era certo una superiorit. Ma anche questo non era ridicolo che fino a un certo punto, e la nonna, che aveva preparato tutta quella evoluzione, la trovava persino troppo riuscita. Una volta, mezzo indispettita e mezzo persuasa, le sfugg che i medici, quando curano questi casi, sanno fare degli uomini soltanto dei filistei. La zia Edelgarda taceva; la silenziosa e misteriosa via che avevo abbandonato al suo fianco giaceva sepolta e si perdeva nello stesso ignoto della sua figura. Ella, sempre

cos attenta a mantenere saldo il proprio carattere, sembrava annientata, come se vivesse soltanto sotto il suo aspetto esteriore, ma priva ormai di quella che era stata la sua personalit, il suo intimo profondo e terribile. Di tutto questo non rimaneva pi che una piccola, semispenta scintilla nella mia anima, oscillante a tutti i venti, accesa alla luce torbida della sua; accesa non per merito suo, ma per la misericordia dell'Amore Eterno, davanti al quale anche il pi povero e debole strumento non mai indegno. Ora devo narrare come si chiusero le belle porte della mia prima giovinezza, facendo posto alla notte del destino e della morte, in cui l'incerta luce della mia anima ridivenne visibile, simile a una stella, che comincia a brillare soltanto nelle tenebre. Poich, come non di rado avviene nella vita quando si sfuggiti a una sventura ed era il caso della zia Edelgarda avvenne qui lo stesso: altre seguirono a breve distanza. Cominci Enzio, che stava per lasciarci. Si doveva aspettarselo da tempo, ma appunto per questo io non me l'aspettavo, e allora meno che mai avrei creduto che potesse lanciarci. Fra lui e me stava sempre l'incanto di quell'ora, in cui mi aveva esaltato come non saprei dire. vero che non potevo pi credere alla beatitudine inalterabile del suo regno, perch soffrivo. Dal giorno che avevo ascoltato i suoi magnifici versi, quanto avevo sofferto per la zia Edel; quanto terrore e quanta paura avevo provata! Se rileggevo ora quei versi essi non risvegliavano in me che una grande nostalgia, e la risvegliavano appunto per la loro bellezza incomparabile, la ricchezza della lingua e delle immagini, il meraviglioso incanto che un giorno e per un momento mi avevano estasiato. Li giudicavo secondo il mio sentimento: erano i migliori del mondo e il mio amico il pi grande poeta che mai fosse esistito. Vivevo come se fossi stata sempre alla sua presenza col ramo d'alloro in mano; l'alloro cresceva nella mia anima, diveniva un albero, un bosco; non riuscivo pi a vedere Enzio con gli occhi di tutti i giorni, ma solo nell'apoteosi della sua poesia. Anch'egli non aveva dimenticato che un giorno, illuminata e dominata dal suo spirito, gli avevo offerto l'alloro; lo sentivo chiaramente. Non ne parlavamo mai; ma quel silenzio sembrava convenire molto agli invisibili rami; alla sua ombra essi crescevano come certe piante belle e sensibili crescono sotto la protezione di un cristallo. Non sapevo nemmeno, con precisione, se l'offerta gli aveva fatto piacere o se lo aveva seccato. Talvolta ne sembrava oppresso; poi ritrovava un po' l'aria del tempo in cui si percorreva insieme la campagna romana; qualcosa lo turbava, gli toglieva quasi il respiro. Altre volte, quando ci davamo la mano, egli tratteneva la mia a lungo. Sembrava che qualcosa di grande e di bello dovesse succedere, e quell'attesa, credevo di sapere anche questo, era il motivo che gli faceva rimandare la partenza

di giorno in giorno, cos che avevo finito col non credere pi che partisse davvero. D'un tratto la nonna non ci permise pi di restare soli. Avendo ormai rinunciato alle speranze poste nella nostra amicizia fanciullesca, temeva ora, cos suppongo, che Enzio le rinverdisse con una fretta che ella non trovava per nulla conveniente ai miei sedici anni non ancora compiuti. Si trov cos un'altra volta a combattere col suo giovane amico una silenziosa, ostinata battaglia; ma non era questo l'unico motivo che le faceva veramente desiderare la sua partenza. Eravamo a giugno e faceva un caldo terribile. La signora Nuvola aveva scritto che stava per valicare gli Appennini, per cercar riparo contro il calore insopportabile in qualche posto di montagna; e difatti, se si pensava alla grossa dama non abituata al clima italiano, non si poteva non avere piet di lei. La nonna sollecitava Enzio perch partisse. Gli diceva che anche lei aveva per abitudine di chiudere in quella stagione la casa e lasciare Roma per alcuni mesi, ma lo invitava nello stesso tempo per il prossimo inverno, anzi per tutti gli inverni, una volta per sempre. Ma Enzio non voleva saperne. Sordo e cieco non udiva e non vedeva quegli accenni pi o meno chiari, e continuamente trovava pretesti per rimanere ancora. Prima di tutto il suo poema doveva essere perfezionato, quantunque si potesse considerarlo compiuto. Gli aveva aggiunto un epilogo grazioso di versi profumati, che, vicino alle affascinanti visioni di San Pietro, facevano pensare al precipitare di una roccia in una radura in fiore. Si sarebbe creduto di udire il flauto di Pan attraverso la Campagna stordita dalla luce meridiana e di percepire il canto della Ninfa nelle grotte delle cascate di Tivoli. Tutti questi versi erano immersi in un'ebbrezza di sole, di rose, di vino, di estate romana, dalla quale la dolorosa confessione del nulla affiorava solo talvolta, ma come un murmure, senza sofferenza. Ora Enzio non si sentiva pi attirato dalle chiese e dai conventi. Gli accadeva di partecipare ancora a conversazioni di argomento religioso; ma aveva evidentemente fatto il salto di tutti quelli che vogliono eludere le esigenze assolute dello spirito: il salto nella natura incosciente. Non potrei dire quando fosse avvenuto questo nuovo orientamento che, in lui, forse non indicava una mutazione vera e propria, ma soltanto il vertice della parabola che la sua poesia doveva percorrere nella Citt Eterna. Negli ultimi tempi avevamo riveduto tutti i luoghi, di cui i nomi danzavano

delicatamente intorno ai suoi versi. Dalle nostre comuni peregrinazioni Enzio riportava con se, simili a ghirlande, le sue liriche immagini; ce n'era gi un buon numero appese alle porte d'ingresso della sua opera. Corone di violette della Villa Adriana, di ginestre di Tuscolo; ghirlande di piccoli, selvaggi, rocciosi castelli, ghirlande di rondini dell'azzurro lago di Bracciano. Egli sognava ancora la corona di un luogo completamente selvaggio; voleva andare a Ninfa, sperduta fra le sue paludi, o a Santa Maria di Galera, coperta di edera, voleva vedere Veja o le paludi Pontine. Ma la nonna si oppose, affermando che per quelle escursioni la stagione era gi troppo avanzata; c'era pericolo di prendersi le febbri e il calore avrebbe guastato ogni piacere. Notai che cominciava a impazientirsi sul serio; alla fine ricorse a una piccola astuzia. Da qualche tempo Monsieur Jeannette aveva fatto la sua poco gradita ricomparsa fra noi. Il suo direttore d'orchestra lo aveva lasciato in libert, e poich la sua condotta, lungi dall'aver rialzato il suo valore artistico, come egli sempre affermava, l'aveva rovinato completamente, gli riusciva difficile trovare un altro posto. Con tutta la sua prosopopea, questa volta dovette ricorrere anche al borsellino di Giannina oltre che al conforto del suo appoggio morale. La nonna ne fu cos rivoltata che Giannina, per farla tacere, indusse il marito a prestarsi in ogni sorta di piccoli servizi per la nostra casa; cio di darsi l'aria di aiutare lei stessa. Faceva commissioni, andava a prendere i biglietti per il teatro; lo si vedeva confezionare pacchi nella piccola linda camera di Giannina e scrivere indirizzi con la sua scrittura pretenziosa, e cos via. La nonna, un po' perch soddisfatta di non vedere in ozio completo quel fannullone, soprattutto per per amore di Giannina e per difendere i suoi risparmi, non soltanto toller la sua presenza in casa nostra, ma lo ricompens dei suoi servizi dopo essersi persuasa che egli non restava umiliato dalle piccole mance. Pens anzi di occuparlo utilmente e assicurargli un piccolo salario. Disse, dunque, a Enzio che poteva fare la sua escursione a Santa Maria di Galera. Quanto a lei, non poteva certo sottoporsi a quello strapazzo e, col caldo di quei giorni, non lo avrebbe permesso neppure a me. Solo per non poteva partire perch, da vero poeta, innamorato unicamente della sua lingua materna, parlava un italiano che neppure i tedeschi riuscivano a capire: figurarsi gli italiani! Quella parte della Campagna era anche molto inospite e del tutto abbandonata causa la febbre; si poteva girare per delle ore senza incontrare anima viva: le rovine di Galera si trovavano molto distanti dalla ferrovia: non sarebbe stato punto ragionevole che vi andasse solo. Monsieur Jeannette lo avrebbe, dunque, accompagnato: se la sarebbe intesa bene con la popolazione, conosceva la lingua e, in ogni caso, era un compagno di viaggio. Era costernata di non potergliene offrire uno diverso, ma i suoi amici erano fuggiti quasi tutti dalla Roma estiva; e poi, andando a

Galera per amore dei suoi versi, non gli doveva importare molto di divertirsi. Con le ultime parole la nonna si trad, perch, quando le succedeva di usare le vie traverse, lo faceva con una evidenza cos commovente come se avesse percorso la strada maestra. Enzio perci comprese esattamente a che cosa volesse alludere e, bench furioso dentro di s, a sua volta gioc alla nonna il tiro di accettare la guida di Monsieur Jeannette. Al mattino seguente la strana coppia si mise in viaggio, ma alla sera Monsieur Jeannette ritorn a casa solo. Dalle sue parole confuse apprendemmo che fra lui e il suo compagno era scoppiato un litigio, durante il quale Enzio gli aveva imposto di lasciarlo solo. Dapprima credemmo che ambedue, anche se separatamente, fossero tornati con lo stesso treno, che era l'ultimo. Ma Monsieur Jeannette ci spieg poi che Enzio si era fermato in una cascina presso Santa Maria di Galera, dove voleva pernottare per salire il giorno dopo, ancora una volta, alla magica citt abbandonata, che lo aveva affascinato. L'aveva chiamata la sposa della febbre e il suo campanile, emergente da un bosco di faggi, una preghiera nel deserto. La nonna era fuori di s nel sapere che il suo protetto si trovava solo, e di notte, nella pi pericolosa zona di febbre della Campagna. Si faceva i pi amari rimproveri per aver provocato l'irragionevolezza di Enzio; e le sue ansie non erano che troppo giustificate: l'assente ricomparve il giorno dopo, ma nella notte gli sopravvenne la febbre. Dapprima egli non volle crederci, ma la nonna fece chiamare subito il medico. Era cos spaventata che non si cur per niente delle sue proteste, e fu provato che a Galera egli si era preso davvero la malaria. Presto egli stesso dovette ammettere di essere ammalato sul serio e allora, d'improvviso, chiese di sua madre. La nonna cerc inutilmente di persuaderlo ad aspettare un po' prima di spaventare la sua povera mamma: forse poteva prodursi presto un miglioramento. Ma Enzio si ostin come un bambino nel volerla, sostenendo che nessuno, come lei, sapeva curarlo, e che, dopo tutto, era logico aver presso di s la mamma quando si ammalati. Non c'era nulla da opporre; si poteva anzi rallegrarsi di veder Enzio preso finalmente dalla nostalgia di sua madre, dopo averla tenuta sdegnosamente lontana per tanto tempo. Ma questa soddisfazione ebbe l'inconveniente di prodursi a spese della nonna, le cui cure affettuosissime sembravano del tutto prive di valore agli occhi del giovane. Le si mostrava cos intollerante e brusco come se avesse davvero paura che invece di medicine gli porgesse veleno. In realt era soltanto una specie di sciopero ch'egli faceva per giungere al suo fine: aver vicina la madre, ed era anche molto impressionato e pieno di paura.

Giannina, che riusciva, come quando era stato ammalato di poesia, a curarlo meglio di tutti, quando eravamo sole lo chiamava il nostro piccolo eroe, malizia con la quale pensava di rallegrare e consolare un po' la nonna, senza supporre quanto il suo scherzo offuscava la gloria di cui avevo rivestito Enzio nel mio cuore. Alla fine il medico chiuse la discussione intorno alla sua cura, consigliando di soddisfare un malato cos recalcitrante, per non agitarlo di pi. Dopo il telegramma della nonna, bench steso nel modo pi tranquillante possibile, la signora Nuvola si precipit dal suo posto di montagna, in automobile. Accaldata e polverosa, fisicamente sfasciata, ma per fortuna calma come sempre, scese dalla ansimante vettura molto prima di quanto l'aspettassimo. Non si perdette in lunghe discussioni su Galera, ma, silenziosamente, ci prese, per cos dire, dalle mani il figlio, come un oggetto prezioso che avessimo spezzato, allontanando tutti dalla sua camera e non ammettendovi pi che il medico. Fu allora che apparve evidente e sotto un'altra luce, ci che prima si era sospettato in lei, un po' con meraviglia, un po' con compassione: il suo modo, quasi impercettibile e incosciente, di ritirarsi davanti alla nonna. Non sembrava accorgersi di essere stata trascurata da suo figlio; sembrava invece pensare che lei stessa, per bont, ce lo avesse lasciato durante qualche tempo; e il contegno di Enzio le dava ragione. Era commovente vedere come si rallegrava della sua venuta; le baciava le mani e gliele accarezzava come un bambino, e come un bambino la ringraziava. Era una cosa naturale io stessa avevo sempre pensato che avrebbe dovuto amare di pi sua madre. Ma adesso ci mi addolorava, perch questo suo modo andava unito a una aperta indifferenza verso di noi. La signora Nuvola, pensavo, non avrebbe avuto bisogno di metterci fuori dell'uscio; ci saremmo stati egualmente. La nonna fu l'ultima ad affliggersi di quella consegna. In ogni occasione si metteva dalla parte della signora Nuvola e in un modo cos energico, che tutto ci che, fra di esse, mi era da principio apparso come un capovolgimento completo di posizioni, mi colpiva pi che mai. Bisogna aggiungere, poi, che la nonna sentiva sempre il rimorso di aver permesso la gita a quel covo di febbri che era Galera. Si credeva responsabile della malattia di Enzio e lo diceva apertamente. La stessa signora Nuvola che, in genere, la trascurava come suo figlio, ne fu toccata; e disse benevolmente che conosceva la testardaggine del giovane e che la nonna non avrebbe potuto impedire l'impresa anche se l'avesse tentato. Ma questa osservazione non mi piaceva perch aveva quasi un suono di commiserazione; si capiva che la signora Nuvola stimava in fondo molto poco l'influenza che la nonna poteva avere sul suo figliuolo. Intanto Enzio peggior: la febbre diminuiva, ma il cuore presentava qualche

complicazione. Sembrava che il giovane, finch sua madre non era stata presente, avesse chiamato a raccolta tutte le sue forze; ora ch'essa si trovava presso di lui si buttava esausto e insieme tranquillo fra le sue braccia, lasciando a lei sola la lotta contro il perfido nemico. La signora Nuvola ci faceva davvero compassione. Sempre in piedi giorno e notte, dimenticava ogni cura della sua persona e perfino le sue scatole di polvere erano sparite; il nome di Nuvola ora non le andava pi bene, e lo si usava solo per abitudine. Non lasciava suo figlio un minuto: appena si dava il tempo di andare fino all'uscio per prendere i cibi che le si portavano. Se le si chiedevano notizie, di solito metteva il dito sulla bocca perch Enzio proprio allora dormiva; oppure non badava neanche alla domanda: sia perch essa, nell'ansia che la stringeva, le sfuggisse davvero, sia perch sentisse del risentimento contro di noi, ora che le cose andavano cos male. La mia povera nonna soffriva terribilmente, non potendo opporre a quei giorni di preoccupazione una salute cos tenace come quella della sua amica, e il suo tormento era tanto pi grande in quanto nulla poteva fare per sollevarlo. Perfino quel po' di cibo che Enzio prendeva glielo preparava la mamma in camera, su un fornellino elettrico. Alla nonna restava tutt'al pi di poter telefonare al farmacista o al medico. Fu allora, credo, che essa per salvarsi da quella terribile inattivit, incominci a viziare la signora Nuvola; oppure lo fece perch le era un conforto dimostrare un po' di affetto almeno alla mamma di Enzio, non potendo dimostrarlo a lui stesso. Le mandava i fiori e i profumi pi belli; a ogni momento Giannina le doveva portare dei rinfreschi o dei fortificanti, dei quali la grossa signora non sembrava avere bisogno: viveva unicamente delle cure che dava a suo figlio e degli obblighi che vi erano annessi. L'attenzione che si rivolgeva alla sua persona non la notava nemmeno, e lasciava che la povera nonna continuasse a languire nell'attesa di una notizia sulla salute di Enzio; e questo, se non era crudelt cosciente e voluta, era pur sempre la prova di una collera involontaria, ma sorda e profonda. La nonna continuava a sostenere eroicamente la sua parte di persona che comprende ed d'accordo. Era sempre piena di piet per la signora Nuvola; pronta in tutti i momenti a scusare le sue negligenze, a riconoscere apertamente le sue fatiche e la sua devozione. Ma intanto si faceva pallida e magra; la maest della sua persona e del suo portamento scompariva, facendo posto a una delicatezza strana e a una fragilit che mi spaventavano. Nei giorni in cui si temette davvero che la malattia prendesse una cattiva piega, essa rimase continuamente dinanzi alla porta della camera dell'ammalato. V'era un piccolo

atrio, ornato di quadri di poco valore e di alcuni mobili lussuosi e incomodi, non destinato certamente a lunghe soste. Ma la nonna vi rimaneva per ore e ore seduta su di un vecchio cofano fiorentino, che non offriva nessuna possibilit di appoggio alla sua persona stanca; e spiava ansiosamente il momento in cui il medico, che ora veniva parecchie volte al giorno, usciva dalla camera: soltanto allora si poteva sperare di apprendere qualcosa di sicuro sullo stato di Enzio. Io stessa, in quei giorni, stavo quasi sempre accanto a lei, seduta su di un seggiolino, non meno incomodo del cofano fiorentino. Ma amavo quello strumento di tortura, perch mi offriva la possibilit di starmene ai piedi della nonna e dimostrarle cos una venerazione di cui pensavo avesse molto bisogno, costretta com'era a fare anticamera in casa sua. Mi preoccupavo per il timore che potesse accorgersi dei miei pensieri, per essa pensava che fossi in pena per Enzio. Era vero, ma non tanto; anche nei giorni- di maggiore ansia non avevo mai pensato sul serio a un esito fatale; bench mio padre fosse morto da poco, non riuscivo ancora a immaginarmi la morte. Eppure, con quanta crudelt il suo fantasma stava alla nostra porta! In quel tempo rimanemmo alzate anche di notte, e poich in casa faceva molto caldo e l'aria era pesante, dovevamo tener aperta la finestra del piccolo atrio, quantunque la nonna ne soffrisse. Quella finestra non guardava su piazza Minerva o nel chiostro; ma in un cortiletto interno sotto cui si diceva giacesse un tempo una delle cripte di Santa Maria sopra Minerva. La nonna sosteneva che vi salisse, particolarmente forte, quel sottile odor di morte che le impediva di amare le notti di Roma la citt che nasconde milioni e milioni di tombe. La buona Giannina veniva a trovarci durante la nostra veglia, brontolava per la finestra e si lamentava dei resti di legumi che dovevano marcire l sotto. Io non vedevo niente e incominciai a prenderla in giro, finche essa mi fece cenno di tacere. Ma la nonna aveva compreso: Figliuole mie, disse, non preoccupatevi di me: mi devo abituare anche a questo. Giannina si spavent di quell'osservazione; ma la dimenticammo presto quando Enzio cominci a migliorare. Lentamente, e dopo parecchie ricadute, egli era ormai cos bene avviato alla guarigione che non c'era pi nessun motivo di tenerlo sotto chiave. La signora Nuvola invit perci anche la nonna a fargli una visitina; osservai con rabbia che gliene dava benignamente il permesso, ma mi consolai nella certezza che Enzio avrebbe avuto cura di farla reintegrare nei suoi diritti; consideravo la scortesia che le aveva manifestato fin qui come una conseguenza della sua malattia e dello stato di orribile

tensione in cui essa lo aveva messo. Enzio si rallegr indubbiamente nel vederci, ma il suo contegno era cambiato. Fin dal suo saluto notai che la presenza di sua madre lo imbarazzava, come se non volesse lasciarle vedere quanto noi gli eravamo vicine. Questo mi rese muta e chiusa; la nonna invece fece finta di non capir nulla, e sedette cos maestosa nei suoi vestiti divenuti troppo larghi, che nessuno si sarebbe permesso di farle un'osservazione. Forse non ce n'era nemmeno bisogno, perch essa era cos felice della guarigione di Enzio, che non si accorgeva davvero di nulla. Non si trattenne a lungo, e gi prima di andarsene aveva l'aria di voler prender congedo, cosa che non le succedeva mai, poich conosceva sempre il momento giusto per andarsene, e allora anche se ne andava. Enzio non insistette per farla rimanere. Nel salutarlo, la nonna trattenne la sua mano pi a lungo del solito e disse: Caro amico, sono infinitamente felice di questo giorno. S, rispose egli, la mia povera buona mamma ha sofferto parecchio per me... Ora vedevamo il giovane abbastanza spesso. Prima che entrassimo nella sua camera, la signora Nuvola ammoniva la nonna di non tenere a suo figlio discorsi troppo intellettuali, per non stancarlo; e aggiungeva, a guisa di commento, che avrebbe potuto sopportarli quando sarebbe stato guarito completamente. Poi, finch si rimaneva nella camera dell'ammalato, andava in su e in gi come una sentinella, senza prender parte alla conversazione; non potevo a meno di pensare che volesse esercitare una specie di vigilanza per accertarsi se le sue disposizioni venivano osservate. La conferma della mia supposizione non si fece attendere molto: in seguito fummo spesso un po' sgridate per essere penetrate nel territorio proibito. Talvolta la signora Nuvola interveniva anche direttamente nella conversazione, proibendo addirittura un tema che le sembrava inadatto. Di solito la nonna aveva gi per conto suo cercato di lasciarlo cadere col suo fare delicato e fine; ma anche indipendentemente da questo, l'intromissione della signora Nuvola mi sembrava del tutto superflua poich, pensavo, la sua sola presenza bastava a mettere in fuga l'intelligenza. In questi casi per mi indignavo pi ancora contro Enzio che contro la sua mamma; egli non prendeva mai le difese della nonna, bench non fosse stata lei, ma i suoi pensieri bizzarri, a far piegare il discorso versoi argomenti che la signora Nuvola classificava col nome generico di intellettuali; e non cercava di intervenire

quantunque avesse potuto facilmente acquietarla. Ricordo ancora un giorno in cui aveva ripreso a discutere sulla sua concezione della vita. La nonna si era sempre ribellata quando egli ne faceva una maest suprema o addirittura una divinit, perch, diceva, essa era stata battezzata ancora con l'acqua dell'idealismo e secondo lo spirito, non soltanto secondo la forza; Enzio, naturalmente, replicava che il vecchio idealismo non era, in realt, se non un battesimo d'acqua. Quel giorno, per, la nonna non si accontent di osservare, di sfuggita, che l'adorazione degli uomini moderni davanti alla vita veniva dal fatto che, a dispetto di tutta la scienza e di tutta la tecnica, in fondo non si era nemmeno capaci di produrre un unico, piccolo topo vivente. Vorrei davvero, disse, che si imparasse a creare i topi, purch la fosse finita con questa stupida adorazione della vita. Ma anche quel piccolo scherzo, col quale essa aveva voluto soltanto rallegrare il malato, non imped alla signora Nuvola di portare il dito alla bocca, ed Enzio, invece di fare eco alla nonna con una risata cordiale, si tacque. Non le risponde mai e la rinnega quanto pi pu, pensavo, e un contrasto di affetto e di ira riempiva il mio cuore; bench Enzio mi apparisse sempre circonfuso dalla gloria di cui lo aveva rivestito la mia ammirazione. La mia tenerezza per lui non s'era spenta; anzi, la sua debolezza le dava, contro la mia volont, un senso di dolorosa dedizione. Soffrivo per causa sua e insieme per amore della nonna, e credevo che Enzio lo sapesse. Parlavamo sempre poco insieme, ma lo leggevo nei suoi occhi; talvolta, quando la nonna interrompeva una sua visita, egli tentava di trattenermi. Non vi acconsentivo mai: prima volevo che cambiasse il suo modo di comportarsi. Ma non lo faceva e, a poco a poco, notai che la nonna ne soffriva. Le doti brillanti della sua conversazione, l'acutezza del suo spirito, tutte le piccole arguzie della sua grazia intelligente sparivano a poco a poco alla presenza di Enzio, cos che per la prima volta ci accorgemmo che era vecchia e bisognosa dell'indulgenza affettuosa dei suoi intimi. Sembrava che la stanchezza fisica, che aveva dimostrato nelle ultime settimane, si ripercuotesse su tutto il suo essere e le desse una lieve incertezza, in cui riconoscevo con commozione la delusione profonda che le aveva cagionato il suo giovane amico. Intanto la signora Nuvola preparava attivamente il viaggio di partenza, che doveva aver luogo di notte, per il caldo. Enzio ormai si alzava e la nonna propose una gita in vettura, di prima mattina, il giorno della partenza, ai luoghi di Roma che pi egli aveva amato. Progettava anche una piccola allegra colazione nel suo salotto per noi soli. Poi, fino a sera, Enzio si sarebbe riposato. Credo che si ritenesse certa di

ristabilire fra lei e il suo amico l'antica cordialit, se avesse potuto vederlo ancora una volta nel suo vero regno e non nella sua triste camera di ammalato. Ma la bella speranza non pot compiersi, perch la signora Nuvola dichiar d'un tratto di non aver potuto avere i biglietti della carrozza a letti, per cui la partenza sarebbe avvenuta il mattino anzich la sera del giorno gi fissato. Quel repentino cambiamento ci rese cos tristi, che la nonna cerc i biglietti presso un'altra agenzia di viaggi, e difatti le furono assicurati due posti per la sera fissata. Tutta felice si rec allora a portar la buona notizia alla signora Nuvola, la quale ne fu visibilmente seccata. In realt era, stata lei a modificare il programma, e i biglietti mancati non erano che una scusa per impedire la passeggiata di congedo. Per sfortuna ella conosceva troppo poco gli uomini per capire che la nonna aveva un pochino sospettato il suo piccolo imbroglio; e, convinta che si volesse forzarle la mano, furiosa e umiliata, sopraffatta dalla violenza della sua natura, lasci libero sfogo alla parte volgare di s, che di solito avvolgeva nelle pieghe della sua morbida calma. Divenne paonazza e disse alla nonna di farle il piacere di interessarsi delle sue faccende e non sempre (calc bene questa parola) di quelle degli altri. Ma, mia cara, ti sembra che io faccia questo? chiese la nonna, da prima pi meravigliata che colpita. S, certo che lo fai. Lo hai sempre fatto, del resto, replic la signora Nuvola con tale sicurezza e, insieme, con tale indelicatezza da far pensare che il piccolo incidente risvegliasse ricordi che non avevano niente di comune con l'argomento in discussione. Non voglio descrivere la scena che ne segu: fu pietosa. L'aspetto della signora Nuvola era quello di un tacchino quando fa la ruota. Gettava in faccia alla nonna cose da tempo passate, che essa forse non supponeva nemmeno giacessero indimenticate in fondo alla sua memoria come grandi e pesanti pietre gettate in un'acqua torbida e stagnante che ora, in un momento di tempesta, le rimetteva alla luce, informi, ormai irriconoscibili, ricoperte di uno strato denso di limo, di fango, di musco. La nonna era rimasta pietrificata: nessuno, in tutta la sua vita, le aveva mai parlato cos. Credo che al primo momento non avesse capito quel che le diceva la signora Nuvola, la quale non parlava di cose reali e comprensibili. Costei, come spesso avviene alle persone del suo tipo, si era fatta un'idea lusinghiera, ma postuma, e per niente esatta, del suo matrimonio. Secondo questa idea, ella era stata perfettamente felice con suo marito, e soltanto turbata, per qualche tempo, dall'intromissione egoista della nonna; finch il marito stesso non aveva messo da parte l'intrusa ritornando tutto a lei. La parte nobile ed eroica, che in realt la nonna aveva avuto nella

questione, e sopratutto in quel ritorno del marito alla moglie, le era del tutto sfuggita, e cos pure l'insufficienza della sua felicit coniugale. Mia povera Minna, disse in fine la nonna, scossa da tanto incosciente menzogna, Dio mi testimonio che non ti ho mai ingannata. Non ricordi che ho sempre cercato di aiutarti, quanto pi ho potuto? Ma la signora Nuvola, la quale, come tutte le persone volgari, s'incolleriva di pi dinanzi alla magnanimit della sua rivale, rispose aggressivamente di non essere povera Minna, e di non aver bisogno, grazie a Dio, n di piet n di indulgenza. Se una ne aveva bisogno, questa era la nonna. Quanto a lei, non sapeva di doverla ringraziare se non per l'inutile tentativo di rubarle il marito. Quando la signora Nuvola ebbe detto questo, sul volto della nonna apparve un'espressione che non vi avevo mai visto e che non credevo di vedervi mai. Lei, che, anche nella collera pi violenta, non perdeva la sua nobilt, la sua dignit esteriore, sembr d'un tratto essa pure preda della passione. Tuo figlio, mi devi, grid con voce infiammata, n pi, n meno; e tu sai bene che cosa voglio dire. Pareva che da ambe le parti cadesse una maschera. La scena si svolse cos rapida, e fu cos inattesa e spaventosa, che non la compresi bene. Sentii soltanto, chiaramente, che, d'un tratto, non era pi la nonna che sopportava il colpo pi duro, che aveva bisogno di piet, che era maltrattata senza riguardo, ma la signora Nuvola. Essa si fece cos pallida che, sotto la sua polvere, e sotto tanti errori, apparve improvvisamente, liberata dal colpo crudele, una grande verit nascosta. Quel povero essere, cos nullo, privo di bellezza interiore e di dignit, ora appariva degno di commiserazione. Mio figlio, disse, non lo devo a te, ma alla pazienza che ebbi con te, al perdono che accordai al tuo amico negli anni di quella condotta irreprensibile di cui ti vanti. S, sei stata senza macchia, ma credi che per questo la tua colpa sia minore? Credi di avermi fatto soffrire meno, perch pensavi di prendermi solo quello che non apprezzavo? Credi ch'io abbia sopportato pi facilmente l'amore di mio marito per te, perch mi donavi la tua piet? Credi che non sapessi che ero un inciampo sulla tua via? Disse tutto questo adagio, quasi tranquilla; pareva che mostrasse i suoi dolori come perle rare che lei stessa non supponeva di avere. La nonna taceva. Non soltanto erano cadute le maschere, ma anche le differenze sociali, le vere e le false; e di quella

maest e di quella bassezza non rimanevano che due povere vecchie creature. Quando l signora Nuvola tacque, la nonna disse con voce spenta, che stentai a riconoscere: Povera Minna, avevi ragione di odiarmi; ti ho fatto pi male di quanto volessi credere. (Non disse di quanto credessi, ma di quanto volessi credere). Pareva che nella sua anima una fiamma dolorosa bruciasse un punto che ella non aveva mai considerato, nonostante la nobilt del suo animo, la sua grandezza, la sua rettitudine, il suo orgoglio. Non ricordo la risposta della signora Nuvola; fu probabilmente insignificante e banale. L'esaltazione che l'aveva sostenuta era passata. La nonna usc a capo chino. L'ultima sera che Enzio e sua madre trascorsero in casa nostra fu una derisione piena di tutto quello che la povera nonna aveva sperato dalla loro visita; ne fu anzi la completa distruzione. Avevo l'impressione di non poter pi dire una parola ai nostri ospiti, per rispetto della nonna; solitaria e lacrimosa me ne stavo nella mia camera, pensando a Enzio. Per quanto fossi stata spesso in collera con lui, mi pareva impossibile di lasciarlo partire senza salutarlo; l'atroce rottura che spezzava la nostra amicizia mi rendeva ancora pi consapevole del mio affetto per lui. Dopo cena egli mi fece chiamare. Aveva scritto a matita una piccola lettera, stranamente umile, pregandomi di salutarlo ancora una volta: l'ultima preghiera di un povero condannato, diceva, viene sempre esaudita; era impossibile che rifiutassi la sua, di quella sera. Lo pensavo anch'io, ma volevo il permesso della nonna; intuii per che la mia richiesta le avrebbe rinnovato l'orribile impressione della sua disputa con la signora Nuvola, e non ne feci nulla. Enzio riposava, come sempre la sera, nel suo seggiolone a sdraio. Il suo volto, che si profilava vagamente nella luce incerta di quel tardo crepuscolo estivo, era teso nervosamente e appariva pi pallido e pi magro del solito: So tutto, disse appena mi vide, la porta era aperta. Il suo aspetto e le sue parole mi confermarono quanto l'avvenimento fosse irreparabile. Mi sedetti accanto al suo seggiolone e piansi. Nella stanza vicina la signora Nuvola preparava rumorosamente i bauli; udivo aprire e chiudere con violenza le serrature. Egli not che questo mi faceva inquieta e disse, un po' imbarazzato, che sua madre non mi avrebbe fatto nessun male. Risposi che, in ogni modo, non desideravo incontrarla.

Naturalmente, fece lui,-non pi cos umile come nella sua lettera, tu prendi le cose come la tua nonna; lo immaginavo. Lascia dunque che le vecchie sbrighino le loro faccende; che cosa importa a noi? Non abbiamo da dirci nulla di pi interessante? Risposi che non avrebbe dovuto permettersi di parlare cos della nonna. S, lo so; per causa sua gi da tempo sei arrabbiata con me. E hai anche ragione, se trovi che male, da parte mia, non intervenire in suo favore presso la mamma. Eppure mi fai torto. So molto bene ci che devo alla tua nonna, ma credo che per me mia madre sia ancora migliore, e non soltanto perch mia madre. Vedi, soggiunse poi, essa ha un temperamento magnifico; sparisce quando necessario; presente quando necessario; non la deludo mai; non pretende che io sia d'accordo con lei; non ho bisogno di essere sempre il poeta; mi capisce bene, insomma... Ma anche la nonna ti ha capito, Enzio. Egli scosse il capo. No. La tua nonna non mi ha capito, e questo torna a suo onore, perch mostra il suo carattere e la sua personalit. Ella ha sempre stimato, al di sopra del suo valore, non la mia intelligenza, ma la mia persona. Ha sempre agito come se io fossi qualche cosa di eccezionale, e in fondo io non sono niente... Le ultime parole suonarono a met dure, a met tristi... sentii che mi riguardavano. Provai Una grande piet per lui; la sua mano, abbandonata sulla coperta, era cosi emaciata che in confront la mia sembrava robusta. Enzio, dissi in fretta, anche di me la zia Edel ha pensato un tempo che non ero nulla. Ricordo ancora come lo diceva a Giannina... Non il caso che tu abbia soggezione di me. Corrug un po' la fronte. Specchiettino, disse, ti contraddici. Tu sei delusa sul mio conto pi ancora della tua nonna, me lo hai dimostrato parecchio negli ultimi tempi. vero; tu ti entusiasmi ingenuamente per tutto quello che trovi sul tuo cammino, e ora sei da capo; la zia Edelgarda ha ragione, in un certo senso. Ma appunto perci non ci assomigliamo affatto. Gi alle terme di Caracalla ti avevo detto che sei un uccellino; non salti, ma voli: voli col tuo cuore e questo cuore quello che ci rende tanto differenti l'uno dall'altra. Non capivo bene dove volesse andar a finire.

Ma tu pure puoi volare, Enzio, risposi. Nel tuo poema sei salito ben pi alto di noi tutti. E come, in esso, hai amato Roma! S, replic. Ma io ho volato come poeta; la cosa del tutto diversa. E ho amato da poeta; anche questo diverso. Voglio dirti un grande segreto, Specchiettino: l'arte cosa secondaria. Gli uomini non lo vogliono credere; essi l'adorano e talvolta adorano pure l'artista, anche se di lui non sanno nulla, poich non ha una figura ben determinata. Egli un incantatore, il quale pu diventare ci che vuole e qualche volta anche ci che non vuole; ma dopo non gli resta pi nulla da fare. E perci, fra tutti gli uomini, l'artista quello che pi difficilmente pu essere lui stesso, avere una personalit sua, perch la sua stessa arte gli offre una parvenza di indipendenza e di personalit. C' da meravigliarsi se, alla fine, non crede pi a se stesso? Se inganna s e gli altri? Sono confessioni gravi, Specchiettino; le comprendi? Sentivo che quanto andava dicendo era una preghiera delle pi commoventi e insieme anche la sua pi amara verit. Lo sentivo nel pi intimo di me: non avevo anch'io desiderato, un momento, ascoltando i suoi versi, di essere trasportata fuori della vita? S, continu egli senza attendere una risposta, tu mi comprendi certo. Mi hai sempre compreso; e perci mi sar doloroso partire, soltanto per ci. Tu eri lo strumento pi delicato che io avessi trovato mai e non trover pi l'eguale. Tu non sapevi le cose come le sanno gli altri, ai quali bisogna dirle e spiegarle; le conoscevi come gli uccelli conoscono la loro via e le nuvole la direzione del cielo: sapevi perch sapevi. Ma anch'io ti conoscevo; non soltanto come poeta, ma come uomo; ti conoscevo forse appena un po', ma per me era molto, e questo, questo solo, tu non l'hai compreso bene. La sua voce ora tremava tanto, che era quasi rauca. O Enzio, dissi ho l'impressione di averti una volta fatto molto male. Ricordo ancora quando e come, ma ancora oggi non ne so il perch. Egli rispose piano (ci eravamo messi d'un tratto a parlare come in un sussurro): Anch'io allora ti ho fatto del male sei ancora adirata perch l'ho detto? (Alludeva alle cattive parole dette sul mio nome in S. Pietro). Non scusarti, pregai. passato tanto tempo, e non sono stata mai adirata. No, replic egli risolutamente. Non molto tempo passato, poich dura

ancora; non ho potuto mai dimenticare come ti sei inginocchiata in quel momento. Tu possiedi qualche cosa che io non ho; io non potrei inginocchiarmi mai; e con te bisogna essere uniti fin nel profondo dell'essere, altrimenti tutto inutile. Vedi ora che fra di noi c' qualche cosa di pi grave della stupida lite delle nostre mamme? Volevo replicare: Ci che possedevo, anch'io non l'ho pi, Enzio; ma non potei farlo. Nonostante il mio intenso desiderio, la parola non voleva uscirmi dalle labbra. Pareva che nella mia anima si risvegliasse d'un tratto qualcosa di diverso, qualcosa che pensavo perduto; qualcosa di doloroso e di felice... avrei potuto rinnegare tutto, fuorch questa cosa. Convieni anche tu che quel che ti ho detto vero? chiese lui. Risposi: Se io ho qualcosa che tu non hai, essa ti appartiene. Egli tacque e improvvisamente afferr la mia mano. Sentii allora che un tremito lo prendeva tutto; aveva l'aspetto stravolto. Ti riprende la febbre? chiesi. Devo andarmene? No, resta, resta, rispose con sforzo. Lentamente accarezzai la sua mano; non parlavamo pi. Si era fatto quasi buio; nella camera entrava ora la luna, non cos lucente come nella notte, ma ancora mista di crepuscolo, densa dei vapori del caldo. Mi venne fatto di pensare allo specchio antico del salotto della nonna, nel quale ci eravamo mirati cos vicini l'una all'altro. Involontariamente mi curvai su di lui. Soffrivamo entrambi. Poi egli mi disse: Non vorresti baciarmi ancora una volta, come quella sera al Colosseo? Ma subito il tremito di prima lo riprese; sprofond la testa nei guanciali come se volesse sfuggirmi; il dolore mi riemp gli occhi di lagrime che caddero sul suo viso. S, disse, piangi un po' sopra di me... Non osavo muovermi; egli giaceva immobile, quasi senza vita. Comprendevo che in lui vi era in quell'istante una grande forza, una capacit d'amore e una fedelt nascosti, che potevo solo lontanamente intuire. Mi rialzai adagio e feci per andarmene senza averlo baciato. Quando fui sull'uscio, egli si rizz: il suo volto, ancora rigato di lagrime, era sereno e bello; mi grid: Arrivederci, Specchiettino, arrivederci.

Il mattino seguente, quando Enzio e sua madre partirono, mi nascosi nella solita porticina del chiostro. Giannina e la zia Edelgarda mi chiamarono ripetutamente, ma io non mi mossi. Un momento credetti di udire anche Enzio, ma dovette essere un'illusione: egli sapeva che ci eravamo gi salutati e che non avremmo potuto ripetere il saluto dinanzi agli altri. Ricomparvi soltanto quando l'automobile fu partita. La nonna vide le tracce delle mie lagrime. Bambina mia, mi chiese, sei molto triste? Sapevo che ella considerava quella separazione come definitiva, e per un momento ebbi la tentazione di rispondere di no. Ma la guardavo attraverso le mie lagrime. Ella sent rinascere e rivivere, in un dolore che per intensit era eguale al suo, tutte le speranze della sua vecchia esistenza che aveva sepolte quella notte. Io divenni allora la sua ultima consolazione. Alcuni giorni pi tardi la nonna fu colpita dal primo attacco del male. I medici sostennero che aveva da lungo tempo una subdola malattia di cuore, entrata in una fase preoccupante in seguito alle escursioni con Enzio, troppo faticose per la sua et, e alle agitazioni degli ultimi tempi. In realt, la nonna moriva di una morte molto pi profonda e personale. Moriva, come muoiono tutti gli uomini grandi e forti, della sua propria vita, della pienezza meravigliosa, opulenta e splendente del suo essere, che aveva portato per tanti anni come una corona, e per la quale, d'un tratto, non aveva pi forza. La corona, portata forse con troppo orgoglio, l'aveva schiacciata. La cosa pi dolorosa nel tramonto della nonna era questa: il velo scintillante steso dalla sua anima forte e dalle sue mani esperte, per decenni, sul mondo e sulle cose, le sfuggiva d'un tratto, ed essa era costretta a guardare il volto crudele e brutto delle miserie terrene, la cui esistenza aveva sempre negato. Soltanto adesso si comprendeva quanto quell'anima e quelle mani fossero state forti; forti fino al punto di celare la realt della vita anche al proprio cuore e alla propria coscienza. Per la nonna il dolore pi grande non era la ripulsa e l'oltraggio della donna per la quale era vissuta sola met della vita. Nascosto sotto quel dolore ce n'era un altro, molto pi pesante. Il suo amore, la sua rettitudine, la sua stessa rinuncia soltanto per met erano state ci che essa credeva; per l'altra met erano colpa. Sono sicura che la sua sincerit non si risparmiava in questo amaro riconoscimento, eppure non potei che intuire ci che essa sofferse in quel tempo; poich, come sempre, non ne parl. Mai un lamento sulle sue labbra; mai un rimprovero centro Enzio e sua madre; mai nemmeno uno dei suoi antichi scatti d'impazienza e vivacit che mi avrebbero consolata infinitamente. Un lieve senso di stupore, una malinconia indicibile erano sparsi su tutta la sua persona,

che pareva d'un colpo trasportata in un mondo in cui tutto le riusciva nuovo. Verso di me era d'una bont senza fine, come se volesse vuotare fino all'ultima goccia il vaso prezioso del suo cuore, donando intero il tesoro del suo affetto per non portare con s, nella fredda e infeconda tomba, nemmeno la pi piccola briciola della sua ricchezza. Eravamo in agosto, nel mese che di solito si trascorreva al mare o in alta montagna. Tutti erano scappati gi da tempo dalla citt orribilmente calda, e i medici continuavano a predicarci che la nonna doveva cambiare aria. Ma era lei stessa che non voleva lasciare Roma. Mentre noi tutti si sperava ancora, sembrava sapesse che i miei giorni erano contati e non volesse trascorrerne nemmeno uno lontana dalla citt del suo amore, oppure temesse di essere colpita altrove dalla morte, mentre voleva morire a Roma. Ora devo raccontare l'addio infinitamente doloroso della nonna amatissima. Al primo grave attacco sofferto al cuore, era seguita una fallace apparenza di guarigione che mi illuse. La zia e Giannina mi avevano nascosto la diagnosi pessimistica dei medici per piet e rispetto al mio dolore. Ma anche la nonna non voleva che io lo sapessi prima del tempo, e questo suo desiderio era certamente la causa pi segreta e pi forte della mia cecit, che oggi mi posso spiegare pensando che il mio affetto le ubbidiva fino nelle inconsce profondit della mia anima, l dove si rispecchiavano chiare, intuitive, spesso contro la mia volont, le realt del mondo che mi circondava. Eravamo sempre insieme. Essa voleva spendere l'ultimo resto delle sue energie per recarsi in pellegrinaggio, ancora una volta, ai luoghi di Roma che pi particolarmente aveva amato. Voleva, per cos dire, prender congedo da ogni pietra dell'Eterna Citt. Mi pareva quasi di tornare al tempo passato, prima dell'arrivo di Enzio eppure era cos diverso. Allora era stata la mia guida, e non solo spiritualmente. Spesso aveva messo amorosamente il mio braccio sotto il suo quando io, presa dalla grandezza di ci che mi mostrava, andavo in visibilio. Oggi toccava a me sorreggerla; il suo passo era tanto pi pesante quanto pi lei era leggera, e inutilmente dava la colpa al caldo quando si procedeva lentamente, anche nelle fresche sale dei musei. Piccoli e commoventi segni tradivano, continuamente la debolezza che essa cercava di nascondere. Ricordo come rimanessi colpita una sera che si andava al Pincio e l'automobile non si ferm, come di consueto, alla scalinata della Trinit dei Monti. La nonna amava salire per l'incomparabile gradinata; essa le dava un sentimento di orgoglio, che assomigliava a un'esaltazione. Ancora oggi penso che essa fosse l'unica persona dei

nostri tempi che sapesse come si sale una scalea romana. Quella sera, per la prima volta, ella non fece fermare la vettura. Pi tardi, dopo aver gustato il tramonto dalla terrazza del Pincio, (oh, quegli ultimi tramonti visti al suo fianco, come sono indelebilmente impressi nella mia anima!) volle scendere la scalinata appoggiata al mio braccio: simbolo di tutte le nostre imprese di quel tempo. I medici hanno attribuito al suo soggiorno nella Roma estiva quelle passeggiate la causa che ne affrett la morte: ma questo era vero in un senso molto pi profondo: di quanto essi pensassero. La nonna lottava egualmente contro le ombre della sua vita e contro le ombre della sua morte che sentiva presente, e in quelle ultime lotte della sua anima non trovava altra possibilit d'aiuto che nella Citt Eterna, che era stata la grande passione della sua vita e che sarebbe stata, sperava, anche quella della sua morte. La sua immagine si confondeva allora per me in una inscindibile unit con limmagine di Roma. Anche per lei si avverava la parola secondo cui ogni cosa finisce col rassomigliare a colui che l'ama pi profondamente. A poco a poco appariva sempre pi in luce il severo e altero eroismo della sua anima, e in esso io credevo di riconoscere lo spirito degli antichi romani di cui ammiravamo le effigi nel Museo capitolino, e quello spirito essa cercava di trasmettere in me. Non badava soltanto alle sue pene, ma, per quanto avesse a lottare con se stessa, non le usciva un istante di mente l'incommensurabile dolore che mi sovrastava, La tormentava anche l'incertezza del mio avvenire quando ella non ci fosse stata pi. Subito dopo la morte di mio padre aveva saputo, in seguito a un lungo scambio di telegrammi col Consolato che ce ne aveva dato notizia, che, secondo i Padri, il morente doveva avere scritto le sue ultime disposizioni; ma n queste, n quant'altro aveva lasciato non ci era ancora giunto. La nonna si trovava quindi di fronte non solo all'incertezza, ma anche allimpossibilit di fare qualsiasi passo che la tranquillizzasse sul mio domani. Temeva di contraddire alle possibili volont di mio padre. Ignorando se la lettera in cui gli aveva esposto le condizioni della zia Edel fosse giunta nelle sue mani, poteva dubitare che egli, per rispetto al desiderio di mia madre, avesse affidato la mia tutela alla sua ex-fidanzata; supposizione che le riusciva addirittura intollerabile. Ella era troppo intelligente per lasciarsi illudere dal miglioramento apparente di sua figlia; la considerava invece come una morta, alla cui inerzia dovesse affidare la mia giovane vita. Eppure comprendeva che sarebbe successo proprio quello che lei voleva evitare a qualunque costo. Lei, che durante tutta la vita aveva dominato, sottomettendo le cose alla sua volont e al suo giudizio, doveva ora andare incontro alla morte con le mani legate, impotente, senza poter provvedere a ci che pi le stava a cuore. L'unica cosa per la quale il suo stato

doloroso non le imponeva limitazioni, era la cura di irrobustire le mie forze, per armarle contro ogni eventualit. In quel tempo Roma fu per me il testamento e il legato della mia cara nonna. Sembrava che ancora una volta ella scrivesse il suo amore in ogni via e in ogni luogo; che deponesse solennemente una corona di alloro ai piedi di ogni colonna e di ogni statua, perch potessi, quando non ci fosse pi, trovare consolazione e forza nelle cose che avevano goduto la sua venerazione. Pareva che volesse spendere le sue ultime energie per indirizzarmi un'ultima volta verso ci che giudicava doveroso e grande. Ma quanto doveva ancora costarle la sua estrema prova di amore. La nostra intimit di quel tempo si fece pi profonda che mai. La sua dolcezza, la mia cura e sollecitudine per la sua debolezza e la sua sofferenza; la coscienza di essere per lei l'unica e la pi amata delle creature, e forse anche l'inconscio presentimento di ci che mi si nascondeva; tutto questo dava alla nostra vita comune una soavit che non aveva l'eguale. Soffrivo ancora per la partenza di Enzio. Talvolta, come nell'ultimo momento del nostro saluto, era l'amore che mi faceva soffrire; pi spesso invece una dolorosa ferita nel mio cuore, un vuoto nella mia vita, e anche una incomprensione del mio spirito che sfiorava paurosamente i misteri dei sentimenti umani. Di questo non si parlava mai; la nonna evitava assolutamente di pronunciare il nome di Enzio o quello di sua madre; eppure la coscienza di ci che mi tormentava traspariva sempre dalle sue parole, come attraverso un velo. In quei momenti avrei voluto baciarle la mano; ma non lo facevo per rispetto alla sua propria sorte. Proprio in quel tempo la nonna cerc di farmi comprendere le sue battaglie e le sue vittorie, quasi mi fesse un balsamo per sostenermi nella mia nostalgia per lamico partito. Ricordo che un giorno, tornando dal Pincio, fece sostare l'automobile presso la fontana di Trevi. La piccola e stretta piazza, animata e illuminata dal crepuscolo, sembrava la mole notturna di una nave ancorata ai cui fianchi si rompessero le acque mugghianti. D'un tratto la nonna mi chiese se avessi gi bevuto a quella fontana; sapevo che chi assaggia di quell'acqua non pu pi dimenticare Roma e sempre vi deve ritornare. Mi balen il pensiero che volesse alla fine ubbidire ai medici e allontanarsi da Roma per qualche tempo; poi compresi che io sola dovevo bere. Un po' oppressa le chiesi se pensava che avrei lasciato Roma, o che, lasciandola, lavrei dimenticata, e se la mia fontana di Trevi non era lei stessa. Mi rispose con indifferenza, perch non voleva farmi capire che alludeva a qualcosa di pi grave in ogni caso potevo berla per una volta. Quando ci ritrovammo nell'automobile riprese a parlare di Roma; in certi momenti

della vita, disse, ci si deve ricordare che esiste una Citt Eterna; in essa c' un senso di pace e quasi di grazia anche per i non cristiani. Come questa citt aveva un giorno riunite le nazioni di tutto il mondo, dando loro una patria comune e pi grande, cos liberava le singole creature dai lacci troppo stretti del proprio io elevandole in un'atmosfera pi alta. Di fronte a Roma il destino dei singoli sparisce, non perch tramonta, come alcuni asseriscono (e anche qui evit di pronunciare il nome di Enzio), ma perch Roma la grande patria della forma e tutto ci che capace di lasciarsi plasmare, vi prende un'impronta indelebile. Sentivo che quanto ella andava dicendomi non era il conforto di chi cerca consolazione, ma quello di un'anima vittoriosa. Forse era sempre stato cos. Ritornando quella sera dalla fontana di Trevi mi chiesi quando la nonna fosse venuta a Roma e ne avesse conosciuto la grande pace. E soltanto allora compresi appieno quanto Enzio le avesse ricordato un'altra persona, e quanto dolorosamente la separazione da lui gliene richiamasse un'altra, liberamente voluta, ma tanto straziante, che soltanto nella contemplazione della ricchezza di tutto un mondo aveva potuto sopportarla. Non osavo ricordare pi che un tempo ella aveva sostenuto cos spesso essere la vita sempre bella e sempre degna; mi sembrava anzi che l'orribile signora Nuvola le avesse provato, non solo che anche una creatura nobile gravata di colpe e di egoismo, ma che la pi felice e la pi splendida lo soltanto nella lotta e nella rinuncia, e questa pi di altre, come se il giorno pi bello della vita pronunciasse un irrevocabile giammai, poich le promesse che esso non pu mantenere, nessuno dei suoi fratelli potrebbe mantenerle. Sempre pi frequenti si facevano ora gli istanti in cui mi sembrava che le cose avessero per la nonna un lieve aspetto straniero, come se insensibilmente si ritirassero da lei, come se le si mettessero contro, dominatrici e ostili. In ogni suo atto si notava una certa inquietudine, come se cercasse qualcosa che non trovava. Ricordava spesso le parole con cui un tempo aveva consolato Enzio: non si impara a conoscere Roma, si impara a viverla. Credeva di averla vissuta, e ora essa le si metteva contro in un'ultima lotta. Ella si trovava ora di fronte a un'altra Roma, una Roma che non le offriva pi, come un tempo, le misure e le certezze supreme, ma le esigeva da lei. Nell'arte essa amava soltanto quanto vi era di pi grande. Non potr dimenticare mai con quale malinconia lasci la Farnesina, che si faceva sempre una festa di visitare. Questa gioia non si faceva pi sentire, esperimentava le amare parole di Enzio: l'arte una cosa secondaria. Talvolta pensavo che la figura di lui, sempre presente nella tristezza della nonna, si facesse presente anche nei diversi aspetti della Citt Eterna.

Una sera fece sostare per qualche minuto l'automobile dinanzi al teatro di Marcello. Nelle nere aperture del sottosuolo, un tempo portici splendenti dove passeggiavano i nobili romani e pi tardi nidi selvaggi dei Pierleoni e degli Orsini, brillavano le piccole lampade rosse dei commercianti e bottegai, che ora vi alloggiavano. La nonna, alla quale il luogo ricordava sempre un incontro col suo amico Gregorovius, parl dei detoni incerti di quella magnifica costruzione, mentre dalie vicine viuzze oscure e strette, i resti dell'antico ghetto, giungeva il canto malinconico di un popolo straniero e misterioso. D'un tratto essa interruppe il suo discorso. Credetti che cedesse a quella debolezza improvvisa che ormai conoscevo troppo bene, ma notai poi che la debolezza s'era prodotta nella sua anima ed era un'involontaria paura dinanzi all'opprimente pienezza del passato. Una volta ancora dovetti pensare alla Roma di Enzio; bench questa non avesse nulla di comune con quella, ma fosse incomparabilmente pi grande e pi affascinante. Chi non credeva alla propria personalit non poteva qui fissare lo sguardo nella oscurit dell'esistenza; qui la fantasia e il pensiero non soffrivano per il dolore poetico dell'artista o per quello astratto di una pretesa conoscenza; qui c'era la tragedia della grande individualit; c'era una creatura che per settantanni ne aveva avuto sempre pi piena coscienza e ora andava verso la notte delle cose che (credevo di udire ancora Enzio) non ha colonne cos belle. Capivo sempre meglio che 1a mia povera nonna sosteneva una terribile battaglia, pur continuando a consolarmi e a darmi coraggio. Cercavo di nasconderle la mia impressione quanto meglio potevo; anzi questo desiderio mi port cos in l, da farmi ripetere ed esagerare i suoi pensieri, perch non si accorgesse che io soffrivo della sua lotta, e non riuscivo pi, come prima, a vedere Roma sotto il suo aspetto pi felice. Avevo proprio l'impressione che, pur percorrendo la citt, ce ne allontanassimo sempre pi. Alla fine la nonna cerc solo le antichit. Oh, quelle ultime ore trascorse con lei nelle sale del Vaticano, mentre le percorreva con passo fatto sicuro, quasi sorretta dalla presenza delle cose che significavano immortalit. Oh, lo splendore dei suoi occhi, fatti troppo grandi, fra le ombre marmoree del Braccio Nuovo, e, nel Museo delle Terme, presso l'altare di Venere. E pure sentivo che anche i magnifici oggetti che avevamo dinanzi a noi, non avevano pi per lei il significato di un tempo. Nemmeno la chiara testa d'Apollo, nemmeno il riso dei piccoli satiri; nemmeno il magnifico altare di Venere riuscivano a darle gioia. La vedevo sostare dinanzi a tutti quegli splendenti corpi di marmo, avvizzita e canuta, eppure ad essi somigliante perch gi avvolta oggi lo so dalle ombre misteriose di ci che noi, indifferentemente, chiamiamo eternit o morte.

L'ultima strada terrena che percorsi con la nonna fu la via Appia. Oltre le antiche sculture, ella cercava sopratutto, e fino all'ultimo suo giorno, la visione panoramica della citt e della Campagna. Una sera fece arrestare l'automobile presso la tomba di Licinio, volendo percorrere a piedi, appoggiata al mio braccio, il tratto pi bello di quella via dei sepolcri. Da un pezzo non si era sentita cos bene come quella sera; mi rispose perfino con una risata cordiale quando le chiesi se potevo lasciare un momento il suo braccio per cogliere alcuni fiori, divenuti rari nella Campagna bruciata dalla tarda estate. Mentre riordinavo il mio mazzolino, ella continu a camminare, dapprima lentamente, poi, cos almeno mi parve, abbastanza in fretta. (Nell'ansia crescente di quanto stava per succedere). La vidi sulla via solitaria, accompagnata a destra e a sinistra dalle file silenziose dei vecchi, cadenti sepolcri: mi sembrava che se ne andasse, diritta, nel sole al tramonto... D'un tratto non la vidi pi. Mi avventai, di corsa. Giaceva a terra, fulminata, col volto contratto e sconvolto dalle spaventose morse del secondo attacco. Mi sembr di vedere una mano frugare nel suo petto e stringere come in tenaglie di ferro il suo povero cuore; vidi la morte nei suoi tratti, la morte a cui non ero giunta ancora a credere, e che ora riconoscevo al primo sguardo. Angoscia del ritorno! Temevo che soccombesse nel viaggio. Presso la tomba di Cecilia Metella, nel punto della strada donde si pu dare un ultimo largo sguardo alla Campagna, l'autista sost un momento e si lev il cappello, credendo che la nonna stesse per spirare. Oh, come spesso, in seguito, ho desiderato che fosse avvenuto cos, che le fosse stato concesso di morire l, sulla pi regale di tutte le vie, in faccia a Roma, senza nuove sofferenze. Ma era stabilito diversamente. Quella sera la Via Appia divenne per me il cammino del Domine, quo vadis... Gli attacchi si ripeterono a intervalli sempre pi brevi e in forma sempre pi violenta. Era una lunga agonia, con tutti i suoi orrori e senza la soluzione liberatrice. In quell'ore il mio affetto per la nonna soffr un vero martirio. Mi affannavo a prestarle i servizi resi necessari dalla sua crescente debolezza; ad assisterla in tutte quelle piccole necessit che ci rivelano la miseria di una creatura ammalata e che non mi avevano causato mai tanto dolore come in quella circostanza. Avevo a malapena sopportato che qualcuno, come la signora Nuvola, la superasse nell'altezza

della persona; ora mi pareva la creatura pi povera che conoscessi. Era terribile che proprio lei, la persona felice, la persona forte, dovesse finire cos miseramente, come se la sua orgogliosa e gioiosa affermazione della vita dovesse deporre ogni suo tesoro e il suo coraggio venir sottoposto a una prova ben dura. Anche indipendentemente dal suo male, tutto congiurava per renderle evidente la crudelt del mondo e del destino e io, che essa amava pi di tutti, dovevo essere non solo l'ultima sua gioia, ma anche l'ultimo suo dolore. Le sospirate lettere sulla morte del mio povero pap arrivarono quando la nonna aveva gi rinunciato alla speranza di riceverle. Il contenuto le sembr dapprima inaspettatamente consolante. Mio padre, che era stato ammalato per parecchie settimane e aveva avuto tempo sufficiente per dettare una lunga lettera a uno dei Padri che lo assistevano, comunicava alla nonna di aver destinato a mio tutore il suo migliore amico. Questi, uno scienziato che faceva parte della stessa spedizione, lo aveva portato personalmente, con grandi sacrifici e difficolt, al convento dei missionari posto lontano dalla regione in cui si trovavano gli esploratori, e nel lasciarlo gli aveva promesso di provvedere a sua figlia nel caso che fosse morto laggi. Dopo il ritorno in patria si sarebbe recato a Roma al pi presto, e la nonna poteva essere sicura di trovare nell'intelligenza e nel carattere forte di quell'uomo un ottimo appoggio. Mio padre evitava delicatamente di alludere alla possibile morte della nonna, fatto questo che l'aveva in realt preoccupato urgentemente per la mia tutela. Ma si capiva che la lettera, nella quale la nonna stessa gli aveva fatto presenti i pericoli della sua et avanzata, non gli era giunta. Il pap diceva anche che sapeva di andar contro l'ultima volont di sua moglie con le sue disposizioni; ma che non lo faceva per mancanza di piet; credeva di averne dato prove bastanti rinunciando a me per tanti anni, bench certo che la mamma aveva messo la mia educazione nelle mani di sua sorella per sottrarla a suo marito, pensando che egli odiasse la sua antica fidanzata. Ma in realt egli era stato ben lontano da simili sentimenti; al contrario, nonostante la separazione, non aveva mai potuto vincere del tutto la sua infelice passione per la zia Edel ed essa era stata anche la vera causa della infelicit della sua povera moglie. Poteva anche dire che il suo cuore era cos ostinato da essere ancor oggi fedele alla sua prima fidanzata. Se dunque non sceglieva lei per la mia tutela, ma il suo amico, lo faceva soltanto pel desiderio di vedermi, in ogni eventualit, sotto la protezione di un uomo. Per, se la zia Edel avesse sofferto per quella disposizione, pensava di ricompensarla in altro modo, che l'avrebbe interessata assai pi di una semplice disposizione legale. E qui seguiva una sorprendente rivelazione. Mio padre scriveva che nella sua giovent, come la nonna ben sapeva, egli si era messo contro il Cristianesimo e la

Chiesa, non per ostilit, ma piuttosto per incomprensione; non poteva per nascondere che durante il fidanzamento con la zia Edel aveva provato una grande avversione contro la fede, e che le inclinazioni religiose di lei erano state la causa della loro separazione. Riconosceva apertamente che tale atteggiamento si era poi accentuato in una condotta praticamente contraria alla religione tutta dedita alla scienza, e che tale aveva voluto fosse anche l'educazione di sua figlia. Ma durante la spedizione era avvenuto in lui un certo cambiamento, ben reale, anche se non poteva dargli il nome pomposo di conversione religiosa. I metodi, essi soli interessavano lo scienziato, facevano un effetto ben diverso a tavolino ed in un laboratorio e sotto il cielo notturno della steppa che si stende a perdita d'occhio, negli eterni crepuscoli delle foreste vergini e nelle solitudini rocciose, fra le quali nessun Europeo era ancora penetrato. L, non soltanto misteri esistevano per l'esploratore, ma esisteva anche il brivido metafisico, che nemmeno gli uomini moderni, pionieri della civilt e della tecnica, sanno spiegare. V'erano istanti in cui tutte le conoscenze sparivano nelle fessure delle rocce come piccoli topi grigi, o svanivano come larve notturne. V'erano attimi in cui volentieri si sarebbero buttati via tutti gli strumenti, per ammirare in silenzio il grande, insondabile mistero dell'universo. Tutto questo, per anime veramente pie e cristiane, doveva riuscire molto semplice e lo era anche; ma egli credeva di avere almeno compreso perch esista e debba esistere una religione. A questo punto la lettera riservava ancora sorprese. Mio padre ricordava alla nonna una mia fotografia, che essa gli aveva mandato e che egli teneva abitualmente fra le carte del suo portafoglio. Una volta, dopo una notte come quelle che aveva descritto prima, mentre, accompagnato da un solo indigeno, attraversava una foresta profonda e inospite, la fotografia era scivolata dalla tasca rimanendo appesa fra i viticci delle liane. Quando egli, per riprenderla, si chin sulla sella, ebbe l'impressione che sua figlia stessa gli venisse incontro in quella spaventosa solitudine, piena di pericoli. Nella fotografia essa gli apparve diversa dal solito: ma non avrebbe saputo dire come... Pareva interrogare o pregare, come se qualcuno le avesse fatto pena e avesse dovuto peregrinare attraverso la spaventosa foresta per chiamare in aiuto suo padre. Per tutta la strada non pot poi pensare ad altro che alla sua bambina. E in ogni villaggio che attraversava le giovinette, che gli sembrarono avere l'et della sua figliuola, ricevettero da lui ricchi doni. Poi fu preso dalla malattia, durante la quale lentamente gli venne il pensiero che sua figlia soffrisse per la costrizione da lui imposta alla sua coscienza religiosa. Confortato dalle recenti impressioni, pens che in una creatura si potesse opprimere

qualsiasi cosa, ma non il sentimento religioso; che anzi si dovesse, in ogni occasione, preoccuparsi di suscitarlo in un giovane cuore come appunto le religioni cercano di fare. In questi pensieri egli venne confermato dai buoni Padri della stazione missionaria. Alle loro cure amorevoli e ad altre manifestazioni della loro santa vita riconobbe che la sua era una concezione errata del Cristianesimo. Se questo era dipeso dalla zia Edel o da lui stesso non si curava di saperlo, poich sul letto di morte certe minuzie non interessano pi. Ma voleva dire sopratutto un cosa: se sua figlia avesse desiderato di servire Dio in un determinato modo, bisognava permetterglielo. Poteva farsi istruire secondo il suo desiderio e se avesse dovuto istruirla la zia Edelgarda, non avrebbe proibito neanche questo. Dio non aveva negato nemmeno a lui di inchinarsi l dove aveva scorto almeno l'ombra della Sua potenza creatrice. A quella lettera il religioso che l'aveva scritta sotto dettatura aveva aggiunto qualche riga dopo la morte del pap. Diceva che il defunto era stato un ammalato paziente. Bench non avesse appartenuto alla loro religione era sembrato, a lui e ai suoi confratelli, che Dio gli avesse rivelato alcune meravigliose e profonde conoscenze del gran libro dell'universo, e, alla sua maniera, era anche morto piamente. Poich, dopo essersi ribellato come un leone ferito contro la malattia, l'aveva accettata con rassegnazione una volta conosciuta la piega che essa prendeva. Anche la sua fine era stata senza lotte, ed era avvenuta nella pace. Si era compreso dai suoi vaneggiamenti, che soltanto il pensiero di una piccola fanciulla lo aveva accompagnato nel crepuscolo dei suoi sogni, finch la sua anima ebbe varcato le porte della eternit. La nonna lesse da sola la lunga lettera. La prima parte la tranquillizz, bench la sua soddisfazione fosse diminuita dal fatto che il tutore designato da mio padre si trovava ancora tanto lontano e non si poteva non temere che in quei paesi, pieni di pericoli, qualche sventura colpisse lui pure. E quand'anche riuscisse a tornare, la nonna non sperava di essere ancora in vita. Questo pensiero la sconvolgeva. L'agitazione appariva ancora evidente nel suo volto quando entrai da lei che mi aveva chiamato. Avevamo portato il suo letto nel salotto, dove c'era maggiore spazio e maggiore frescura, e dove, nelle ore migliori, ella poteva ancora dilettarsi nella contemplazione dei suoi tesori d'arte. Quando stava meglio seduta che coricata, spingevamo la sua poltrona (la vecchia con lo stemma dei Barberini) accanto alla finestra, perch potesse vedere il Pantheon. Ella vi era seduta quando entrai: i suoi occhi, spaventosamente infossati, divenuti

molto grandi e brillanti, mi guardarono impazienti, perch tutti i suoi desideri avevano adesso la particolare urgenza di coloro che non hanno pi molto tempo a disposizione. Bambina, disse. Sono arrivate le ultime disposizioni di tuo padre e io ho il dovere di comunicartele. Una di queste riguarda la tua libert di coscienza. Tu non avrai certo da farne uso, ma rispettala come espressione della sua rettitudine e per amore alla tua indipendenza di spirito. Poi mi invit a leggere a voce alta, perch ne potessimo parlare insieme. Lessi, con la coscienza di tenere in mano gli ultimi pensieri e le ultime disposizioni del babbo morto e con la volont sincera di lasciarmi penetrare e muovere da esse. Ma mio padre era stato per me una specie di mito e io non potevo allora concepire nessun altro pensiero che la sofferenza della nonna. Perci percorrevo le pagine quasi in sogno. Ma d'un tratto mi arrestai; mi pareva che un fine e acuto raggio di luce cadesse sul foglio che tenevo in mano e non soltanto su di esso. Miracolo! Rividi la zia Edel in ginocchio, rividi un lungo periodo di felicit e di attesa; pareva che un'onda ingoiata dal mare profondo rimontasse ora alla luce. La nonna disse: Veronica, non vorresti continuare? Ma non lo potevo; non potevo ritrovare il punto al quale mi ero interrotta; inutilmente cercavo nei fogli. Intanto la nonna mi guardava interdetta; dapprima con attenzione, poi scrutatrice. D'un tratto disse: Bambina, tu mi nascondi qualche cosa. Mi lasciai scivolare sul pavimento, accanto alla sua poltrona: Nonna, dissi con voce tremante, ricordi ancora il Sabato santo al Laterano e lExultet? Ella rimase cos stupita, che da prima mi credette in preda al dolore terribile della sua prossima perdita. Bambina mia, bambina mia, disse. Nelle sue parole vi era qualche cosa di sconsolatamente triste; l'espressione di un amore senza conforto, e insieme una ripugnanza per le mie parole che mi strazi il

cuore. Il magnifico inno dell'eterna vita, che aveva entusiasmato pure lei pochi mesi prima, ora rivelava soltanto la sua profonda miseria. Volevo prenderle la mano; ma allora anche lei sembr improvvisamente ricordare, e ricordare una cosa che nessuno di noi aveva mai potuto dimenticare. Ritir la mano con dolce severit. Bambina, ripet; non voglio essere consolata. La consolazione ci fa deboli. Occupati ora di ci che interessa ambedue. Allora le dissi tutto. Ascolt muta, senza contraddirmi e senza rimproverarmi per il mio lungo silenzio (il suo rispetto lo comprendeva), anche senza lamentarsi. Soltanto alla fine chiuse gli occhi. Sentivo che in quell'istante avveniva tra noi qualcosa di molto profondo e di molto grave. Non c'entravano la stima che sempre aveva professato per la Chiesa, n il suo desiderio e il suo interessamento perch la figlia, vi appartenesse: sua figlia non era tale secondo lo spirito. Fra noi due succedeva qualcosa di diverso. Io ero la creatura alla quale ella aveva confidato quanto di pi intimo e di migliore era in lei, la creatura nella cui anima credeva deposta e custodita fedelmente quella parte di s che riteneva degna di esser continuata. Delle tre vite uscite dal suo sangue ero l'ultima, ma anche la prima; ero la creatura della sua vecchiaia, che rassomigliava alla sua giovinezza; la nipotina che pi di tutti aveva amato e dalla quale era stata pure maggiormente amata. Soffrivamo esattamente quello che Enzio e io avevamo sofferto nell'ora della nostra separazione. O mio Dio! La ragione cieca dei giorni terreni, quella ragione alla quale l'amore del Creatore dovrebbe aprire gli occhi come si aprono a un piccolo cane, non si stanca di ripeterci che fra gli uomini basta la semplice giustizia reciproca e la volont di tutto comprendere. Ma come limitato questo pensiero, come arido questo sentimento! Colui che davvero ama pensa diversamente: con tutta l'anima aspira alla, vivente unit, all'unit anche nello spirito e nella fede. E che cosa, chiese finalmente la nonna, che cosa ti ha scosso nella tua adesione all'idea cristiana? Volevo rispondere: la caduta della zia Edel, ma non riuscii a parlare. Come nell'ultima mia conversazione con Enzio, pareva che la forza della mia sofferenza mi chiudesse la bocca, che pure bruciava dal desiderio di darle un'ultima consolazione. Non mi comprendevo pi; mi pareva di ubbidire a un padrone invisibile e non a me stessa. La nonna attese un momento, poi si drizz, guardandomi coi suoi grandi occhi malati, muta. In essi non vi era n lamento, n lotta, n freddezza. Non vi si leggeva che l'irrimediabile solitudine di chi sta per morire.

Bambina, disse lentamente e dolcemente, da qualunque parte tu vada, vai fino in fondo. Io non ti trattengo, perch mi trovo a una soglia sulla quale per tutti sta scritto: qui nessuno pu entrare per te... Mentre cos diceva mi balen un pensiero: c' Uno che entra e questi sar per te tutto quel che io posso desiderare... Nell'uscire ebbi poi, per un istante, la meravigliosa impressione che il dolore sofferto e quello che ancora soffrivo avrebbe giovato alla mia nonna. Fu un'impressione oscura, e pure mi diede una grande gioia. Ma mi lasci subito, e soltanto molto pi tardi, quando appresi a pregare: O Signore, dona loro l'eterna pace, la compresi. In quel momento essa fu soltanto una anticipazione, con la quale la grazia divina mi fortificava in un'ora difficile. Non saprei dire chi, in seguito, sofferse di pi, se la nonna o io. Le dimostravo tutto l'affetto che sentivo, ed ella contraccambi fino all'ultimo la mia indicibile tenerezza, ma senza che nessuna delle due potesse mai dimenticare l'accaduto. La verit misteriosa, dolorosamente amara e pure santa, era sempre immobile fra di noi. In quei giorni cominciarono i suoi ultimi, muti dialoghi col grande e grigio Pantheon, che stava di fronte alle sue finestre, unico monumento romano che le restava ancora da vedere. Nessuno di noi potrebbe ripetere quei dialoghi. Tutto quello che sappiamo dei pensieri della nonna in quei giorni contenuto nel bigliettino, che stava sul tavolino accanto alla sua poltrona. Lo trovammo dopo la sua morte; con mano tremante, ella vi aveva scritto: fermezza e silenzio. La sua morte fu composta. Pienamente cosciente la vide avanzarsi verso di lei, figura triste dallo sguardo cupo, .insondabile. L'accolse col capo velato, in un silenzioso rispetto, sola. Non volle dirmi addio, non sapendo come avrebbe potuto consolare s e me; non seppe far altro che passare in silenzio il ponte oscuro. Crediamo che la sera in cui ci mand via tutti, fosse conscia di trovarsi molto prossima alla fine. Nella giornata aveva sofferto un altro grave attacco, che l'aveva lasciata senza forze. Non volle coricarsi, ma ci chiese di spingerla nella sua poltrona accanto alla finestra, completamente aperta. Non trovammo strano il suo desiderio, perch usava talvolta cercare cos un refrigerio fino a tarda notte, quando il giorno era stato troppo caldo. Non aveva pi paura delle esalazioni notturne delle tombe di Roma; sembrava anzi conversare fami-gliarmente con esse. La accomodammo dunque accanto alla finestra, ignari di prepararla a morire in faccia alla grande eterna Citt.

Giannina fece ancora acquisto di alcune pomate ed essenze odorose, come di consueto, perch la nonna -aveva un tale orrore della decrepitudine, e, a questo proposito, anche una tale delicatezza verso chi la circondava, che conserv fino all'ultimo una scrupolosa cura della sua persona. Ma quel giorno non ne volle pi sapere, e l'improvvisa indifferenza mi strinse il cuore. Non volevo assolutamente lasciarla sola; ma ella si oppose con viva insistenza a che rimanessi. Le chiesi se almeno una di noi non poteva starle vicina; se voleva essere sola con Roma, sarei rimasta zitta come se proprio non ci fossi. Mi rispose che era troppo tardi e che proprio io dovevo augurarle la buona notte. Veramente non era tanto tardi. Credetti a una sua scusa per potermi baciare, ma quando le porsi il viso mi fece soltanto un piccolo, rapido gesto affettuoso del capo, e, mentre esitavo un po' stupita, mi parve d'un tratto gi lontana e irraggiungibile, come circondata dal cerimoniale severo di una solennit sconosciuta. Di noi tre, fui l'ultima a uscire dalla stanza. Dalla soglia mi volsi ancora una volta, quasi attirata dal suo sguardo. Lo vidi fisso su di me come un grande raggio di luce spezzato. Volli tornare a lei; ma la sua mano spense la piccola lampada che le stava vicina... il suo sguardo si ecliss come una stella nella notte: si sarebbe detto che il suo amore tramontasse sotto i miei occhi. Nella fitta oscurit intravidi ancora il suo viso volto verso il Pantheon, che ud il suo ultimo sospiro e la vide morire. La ritrovammo tutta avvolta dall'ombra del tempio, nella chiara notte estiva formicolante di stelle, come se il grande e vecchio monumento le avesse velato rispettosamente il capo. Era morta sotto la nera porpora del suo notturno, regale manto, coperta dalla maest del suo insondabile silenzio e dal funebre lenzuolo dei suoi millenni. Era entrata nell'eternit terrena della citt, di cui non si cittadini per diritto di nascita, ma per la nobilt con la quale si ama in essa la patria di tutto un mondo... Ci che ho da dire ancora di me, molto breve. Per ogni creatura esiste una storia della sua vita e una storia della sua anima, ed esiste una storia della sua anima in Dio.. E questa storia, anche quando sembra meravigliosamente implicita nelle altre, , in fondo, sempre molto semplice e diritta. Seguirono giorni in cui tutte le mie forze sembrarono paralizzate. Di essi non so dir proprio nulla. Il mio dolore era cos grande, che non ebbe altro sostegno che la sua immensit; esso teneva la mia coscienza come sotto l'azione della narcosi. Non mi mossi dalla amata spoglia, finch non mi strapp dal mio posto il corso crudele degli ultimi preparativi; ma non ricordo di aver messo un sol fiore nella mano irrigidita o di averla baciata ancora una volta. Mi sembrava che sul mondo scendesse il velo di una

giornata oscura, piena d'incredibile silenzio: non sapevo pi amare, non sapevo nemmeno pi soffrire, perch l'amore e il dolore restavano impotenti, come tutto il resto, dinanzi alla cara figura che giaceva vicina a me e pure non era ormai raggiungibile, nella sua sterminata lontananza, se non attraverso il mistero che ve l'aveva portata. Giannina e la zia Edel entravano e uscivano dalla stanza. Portavano corone e di tanto in tanto accendevano candele; talvolta Giannina portava pure un pezzo di ghiaccio... ma tutto mi passava dinanzi come in sogno. Giannina non lasciava mai la stanza senza aver pregato accanto alla morta. La zia Edel non pregava; l'udii dire alla sua amica che questo non era nell'idea della nonna, e le sue parole mi fecero piangere richiamandomi il dolore che le avevo dato poco prima che morisse. Il suo volto nella morte, come negli ultimi giorni della sua vita, aveva un'espressione tutta diversa della sua consueta; nemmeno la pace della morte aveva fatto sparire le tracce della profonda delusione e della rinuncia nelle quali aveva finito l'esistenza; ne aveva anzi accentuata l'amarissima verit. Sembrava perfino che quella profonda e totale delusione fosse stata il pronostico di tutta la sua vita, talmente essa dominava la pallidezza dei suoi tratti. Ogni volta che vi alzavo lo sguardo, credevo di riconoscere la traccia dolorosa che io stessa aveva impresso in quel volto. Di tanto in tanto la zia Edel tentava di allontanarmi dalla salma, e lo faceva con le migliori intenzioni; esse corrispondevano alla sua attuale concezione delle cose, che la portava a voler alleggerire e abbreviare a s agli altri, quanto pi possibile, ogni difficolt. Ricordo oscuramente che parecchie volte mi ricord da quante ore fossi ormai senza riposo e senza cibo. Non me ne accorgevo nemmeno: il tempo non aveva pi valore. Giannina non cercava di allontanarmi; solo di quando in quando mi stringeva lievemente la mano, e talvolta anche mi portava un po' di vino, che da lei accettavo volentieri. Mi parlava appena, perch sapeva che non l'avrei compresa; eppure le poche parole che mi disse sono gli unici ricordi chiari che conservo di quelle ore. Una volta, che si era assentava pi a lungo del solito per cambiare il ghiaccio, doveva essere di notte, la pregai di chiudere la finestra del piccolo atrio, che aveva dato tanta noia alla nonna nel tempo in cui si vegliava dinanzi alla camera di Enzio. (C'erano ogni tanto momenti in cui dimenticavo completamente che la morta non poteva pi sentire la ripugnanza cui van soggetti i viventi). Giannina scosse lentamente il capo e mi guard con compassione. Allora il pensiero che essa non aveva espresso mi percorse come un brivido, e fui presa da un grande raccapriccio. Essa mi accarezz soavemente la fronte e disse:

Malgrado tutto, bambina, la nonna nelle mani di Dio. Un'altra volta, mentre piangevo a dirotto, si curv su di me. Ma petite, dolore ancora amore: aspetta un po' e ne farai l'esperienza. Anche dei funerali non ho conservato un ricordo netto. Mi .rimasta l'impressione che avessimo percorso sterminati e profondi boschi di cipressi, che andavano a riunirsi sopra la fossa come grandi fiamme nere. I funerali passarono inosservati come la morte della nonna. Lei, che nella vita era stata tanto festeggiata e corteggiata, percorse quasi sola la sua ultima strada terrena. Anche gli amici pi intimi ricevettero troppo tardi la notizia. I funerali furono semplicissimi, come se la cara morta dovesse sperimentare la tragica vanit di ogni splendore terreno. Soltanto dopo l'inumazione il mio dolore scoppi in tutta la sua violenza. Soffrivo, e non volevo far altro che soffrire. All'orribile impressione della morte e al vuoto che essa aveva lasciato nel mio cuore si univa ora, con tormento crescente, l'enigma dell'ultima mia divergenza con la cara scomparsa. Mi trovai senza conforto e questo mi parve un'accusa tremenda. Ero sempre persuasa di aver ubbidito, nel momento che divise le nostre anime, a una chiamata irresistibile, ma mi sentivo talmente sotto l'impressione della morte, che non mi raccapezzavo pi. Solo di quando in quando, nel guardare Giannina, mi pareva che si rinnovasse la gioia confusa che avevo provata subito dopo la famosa discussione con la nonna. Sentivo allora un desiderio tutto nuovo di stare presso l'umile nostra amica, un desiderio che non aveva nulla di comune col mio attaccamento abituale per lei. Purtroppo, gi il giorno seguente ai funerali Giannina dovette recarsi, chiamata da un telegramma, nella vicina Viterbo, dove suo marito aveva da poco trovato un piccolo impiego, e per la prima volta nella mia vita rimasi sola con la zia Edelgarda per un'intera giornata. La zia ne approfitt per parlarmi minuziosamente delle nostre condizioni future, perch era diventata ora una donna avveduta e prudente, come ve ne sono tante. Pensava pure con grande seriet ai miei progetti per l'avvenire, e sopratutto al mio patrimonio. Credeva giusto di strapparmi al mio inaccessibile dolore portando la mia attenzione sopra un argomento prosaico. Era cosa strana come la morte della nonna l'aveva poco scossa, quantunque non si fosse risparmiata durante la malattia. Ma ora possedeva una specie di ricetta spirituale, secondo la quale, con un procedimento del pensiero abbastanza astruso, metteva tutte le cose dinanzi a se, a una certa distanza, acquistando cos sopra di esse una grande superiorit. Quel giorno mi pose dunque sotto gli occhi i libri della contabilit domestica dell'ultimo anno e i conti della nostra banca e, senza tener conto del mio rifiuto,

affettuosamente insistette perch ne prendessi conoscenza. Diceva che per questo ero ormai abbastanza in et, e che teneva molto a basare i nostri rapporti futuri sulla mia fiducia, poich sarebbe toccato a lei di interessarsi dei miei affari fino all'arrivo del tutore. Del resto aveva accolto molto volentieri la scelta della tutela, perch le cose di affari son difficili e piene di responsabilit e per suo conto sarebbe stata ben lieta di poterle pi tardi affidare ad altre mani. La lasciai parlare docilmente, perch tutto questo mi era indifferente. Soltanto quando mi disse che per regolare la spese pi urgenti causate dal decesso, avremmo dovuto vendere al pi presto alcuni dei pi preziosi tesori d'arte della nonna, scoppiai a piangere. Oggi me ne rincresce sinceramente, perch il mio tutore mi conferm poi tutto quello che la zia mi aveva detto, tributando un cordiale riconoscimento alla sua prudenza, e anche qui devo attestarle che ella non disse mai nessuna parola di rimprovero contro sua madre, che aveva causato la nostra difficile situazione economica con il suo lussuoso tenore di vita. Nella collezione dei marmi appartenenti alla nonna si trovava un blocco splendidamente ornato, dono di un amico archeologo. Era un frammento del tempio di Castore, di cui ella aveva tanto amato le belle colonne. Anche per quel pezzo di marmo aveva sempre avuto una speciale tenerezza, pur senza approvare del tutto che fosse stato tolto al suo posto originario, e suo desiderio era che, morta lei, esso venisse restituito al tempio perch non soffrisse pi di essere stato per breve tempo la sua gioia. Perci un giorno mi recai al Foro con quel blocco di marmo. Il pensiero di rendere un ultimo servizio alla cara scomparsa, dava un sollievo passeggero al mio dolore. Ma quando giunsi al Foro la violenza della mia pena mi riprese; credetti di non saper sopportare la visione che si offriva ai miei sguardi. Le nobili rovine, vigilate da quelle pi grandi del Palatino, solennemente adagiate come se riposassero sotto un manto regale, mi fecero l'effetto di dolomiti selvagge, di bianche ossa sparse in una valle desolata. Tutto sembrava privato del suo incanto e del suo significato, incerto della sua durata. Soffiava uno scirocco che pareva portare con s tutta la sabbia del deserto per seppellirvi sotto ogni cosa. Roma non era pi che una battaglia della polvere contro la polvere. Lass, sul Palatino, i cipressi si curvavano gemendo: il cielo sembrava fatto di sabbia e di piombo: le rovine sulla via sembravano gettate l'una contro l'altra e gli uomini trascinati lontano. Non mi sarei meravigliata se la piccola aristocratica torre del Campidoglio si fosse inclinata, e se le tre figlie di re avessero gettato dinanzi a me le loro bianche corone di marmo mentre io deponevo tristemente ai loro piedi il mio tesoro.

Mi ero proposta di passare al Foro tutta la mattinata per compiervi, senza essere disturbata, i dolorosi riti funebri del ricordo; ma l'uragano riempiva sempre pi i miei occhi di sabbia e di orrore. Per non dover tornare subito dalla zia Edel, mi rifugiai in Santa Maria Antica. La basilica distrutta mi sembr vuota e sconsolata come il mio proprio cuore. Anche l, come in tutto il Foro, non c'era quasi nessuno; soltanto nel fondo, presso gli antichi affreschi bizantini, stavano alcuni artisti che, evidentemente occupati in qualche discussione di idee, parlavano fra loro con molta vivacit. Non vi badai pi che tanto, ma mi sedetti presso l'ingresso, su di un banco di marmo; quasi allo stesso posto da cui, un giorno, aveva guardato la nonna che stava sui gradini del tempio di Antonino. Ricordai che guardandola, mi era venuto il presentimento di un grande dolore che Enzio, ancora una volta, le avrebbe dato: ora tutto s'era avverato e compiuto. Ma non soltanto dal giovane le era venuta la sofferenza; anche da me. Un'altra volta si poneva la grave ed enigmatica domanda: quale voce aveva parlato in me mentre leggevo la lettera di mio padre? Nulla che mi confortasse. Ero stata davvero, come diceva la zia Edelgarda, preda dell'impressione del momento? Ero forse simile alla sabbia che ora danzava nel Foro, portata di qua e di l, e succedeva in me, ancora viva, ci che in altri si opera soltanto dopo la morte? In me stessa non ero nulla, lo sentivo. Esistevo soltanto amando: allora soltanto ero io, mi ritrovavo, mi riconoscevo. Ma come tutto questo trovarsi e conoscersi era incerto! (Anche la separazione da Enzio stava ora dinanzi alla mia anima). Come era incerto ogni amore terreno: come esso abbandona il nostro cuore e come il cuore lo abbandona.. Anche nel posto dove mi ero rifugiata entrava ora la sabbia. Mi avviai perci verso l'interno della basilica, ma la sabbia sembrava seguirmi dovunque: riempiva i miei occhi, i miei pensieri, la mia anima. Ora mi pareva di non essere trattenuta pi che dall'oscuro vincolo del dolore, di dovermi ad esso afferrare per non essere portata via dal vento. Alla fine giunsi, sempre fuggendo al turbinio dello scirocco, alla nicchia della grande croce bizantina. Anche l sopravvennero i ricordi. Pensai al giorno in cui vi si era rifugiato il mio dolore infantile: al mio spavento dinanzi a quella croce e come, guardandola, mi fosse sembrato di non piangere sulla mia pena, o su quella che minacciava la nonna, ma su qualche cosa che sommergesse tutto l'universo. Come erano forti il dolore e la morte! Perfino l'Amore divino si era ad essi sottomesso. D'un tratto ebbi l'impressione che la mia sorte dovesse abbracciare l'uno e l'altro per quell'amore. E, come mesi addietro, provai il bisogno di fuggire dal luogo. Ma vi ero tanto ben riparata dalla sabbia che mi decisi a rimanere. Anche i critici d'arte vi si erano rifugiati. Mi trovai in mezzo a loro e, senza volerlo, udii quanto andavano dicendo: essi disputavano sulla conservazione degli antichi

affreschi. Uno sosteneva che quel crocifisso si era scolorito molto dall'ultima volta che l'aveva veduto e che alla fine sarebbe del tutto scomparso. Poi distinsi le parole: l'indelebile Croce... Furono dette a bassa voce, in mezzo ad altre. Uno degli interlocutori continu imperturbato come se non avesse inteso nulla, dicendo che bisognava mettere al pi presto la croce sotto vetro. Ma la voce lieve di prima riprese: No, bisognerebbe amarla e adorarla. Non avevo prestato molta attenzione a tutto questo, ma continuavo a guardare sul muro rovinato il Cristo, che sembrava sparire in esso, pallido e spento come se dormisse. Bruscamente parve non dormire pi. Quel che avvenne non posso descriverlo in modo diverso di come han fatto migliaia d'altri prima di me: l'Amore di Dio mi travolse e mi precipit ai piedi della croce del Salvatore. Quel vecchio, rigido crocefisso a met cancellato, quel crocefisso della pi cadente basilica di Roma, vuota di preghiere come se fosse soltanto il tempio pagano dei critici d'arte (vuota e povera come la mia anima) improvvisamente mi aperse le braccia e mi costrinse a inginocchiarmi. Mi sembr che qualcuno alzasse una tenda sul fondo della mia anima, in cui riconobbi, simile a stigmata d'amore, la stessa immagine dinanzi alla quale mi trovavo inginocchiata: ricevuta, rinnegata, dimenticata eppure intatta, perch quell'amore si era conservato per me. Da lui solo era venuta alla mia anima la chiamata: lo stesso amore che mi aveva attirato al tabernacolo in un sentimento di felicit, oggi mi attirava a s come se per me si fosse fatto dolore. Io sola l'avevo abbandonato e trascurato: esso era rimasto sempre fedele... Quando lasciai Santa Maria Antica il mondo mi apparve cambiato, come nell'indimenticabile mattino, seguito alla notte di San Pietro. Non pi il mio io solitario e incerto, ma l'amore eterno riempiva la mia anima, infondendole una illimitata certezza. Passai attraverso il Foro e mi sembr di attraversare una Roma nuova: percorrevo quella Roma della Grazia inserita misteriosamente nella Roma terrena, come nell'universo un'anima piena del divino, e la cui ricchezza, emersa un tempo dalle tenebre delle catacombe, non pu essere conseguita se non da chi, appunto, passato per quelle tenebre. Quella sera mi ritrovai, per la prima volta dopo molto tempo, accanto alla fontana del cortile. La fontana, che, incurante della propria pesantezza, continuava col suo getto,a portare al cielo la nostalgia oscura della terra, mi fece l'effetto, come nei giorni della mia fanciullezza, di un'amica, quasi di una persona di famiglia, meno facile a sbagliare e pi fedele di me stessa. Ero scossa dalla constatazione che mi ero rifiutata all'infinito amore di Dio per causa della povera zia Edelgarda; ma la stessa coscienza di quel rifiuto animava il mio nuovo fervore: sentivo la Croce del Salvatore come qualche cosa che si applicava a me, personalmente. Vivevo la grande ora in cui

l'anima si accorge per la prima volta che l'Amore di Dio vuol essere amato non soltanto nella gioia e nemmeno unicamente nell'amore; ma, avendo Esso stesso sofferto, anche nella sofferenza, e che, come in Esso tutto dipende da questa, anche per l'anima tutto legato a questa ultima necessit. Finalmente mi alzai e, come il getto d'acqua, tesi le braccia verso il cielo pregando intensamente perch mi venisse concessa una nuova prova, in cui dimostrare il:mio amore e il mio desiderio di sacrificio. Quella preghiera fu un abbandono completo della mia volont, del mio cuore e di ogni mia energia. Da allora nella mia vita tutto divenne semplice; le cose si ordinarono da s sulla via che dovevo percorrere. Il giorno seguente giunse una lettera di Giannina. Ella comunicava alla zia di aver trovato suo marito in condizioni tali che le rendevano, per il momento, impossibile il ritorno. Tralascio i particolari della poco piacevole circostanza; era una delle tante avventure, abituali ormai nella vita di Monsieur Jeannette, una stupida avventura galante, non finita, come di solito, nel disgusto e nel tedio, ma con un colpo di rivoltella sparatogli da un galantuomo offeso. Monsieur Jeannette giaceva ferito all'ospedale e la sua piccola moglie fedele si affannava a rimettere in equilibrio la vittima infelice e ridicola. Scriveva di non poter prevedere ancora il momento della guarigione. Giannina per era preoccupata anche per me. Lei, che sapeva sempre quello che era necessario sapere, mand una seconda breve lettera per dirmi che le spiaceva tanto di non trovarsi accanto a me proprio in quei giorni. Ma anche da lontano, scriveva, si pu in qualche modo essere vicini: con le lettere, col pensiero, con le visite: si doveva anzi credere alla possibilit di potersi trovare contemporaneamente in due luoghi, e io avrei visto presto che essa possedeva questo dono. (Era il primo piccolo scherzo che Giannina si permetteva dopo la morte della nonna). Continuava poi pregandomi di tornare da Padre Angelo (era il nome del domenicano che un giorno aveva parlato cos a lungo con la zia Edel). Dovevo portargli un suo saluto, affinch non si inquietasse della sua improvvisa sparizione. Pensava anche che sarebbe stato un bene per me, nelle condizioni attuali, di parlare un po' con questo Padre, che mi avrebbe certamente accolta con cordialit. Aggiungeva infine (o piccola, umile Giannina, che non voleva mai lasciar nemmeno lontanamente sospettare che compisse una missione) aggiungeva che non dovevo credere che con i sacerdoti si parli soltanto di argomenti spirituali. Padre Angelo ricordava con piacere il suo colloquio con la nonna; potevo tranquillamente confidargli ci che faceva soffrire il mio cuore. L'incarico mi sembr proprio adatto al mio bisogno di quel momento; ne fui anzi cos persuasa, che quasi quasi avrei ammesso in Giannina la facolt miracolosa di trovarsi contemporaneamente in due luoghi. Mi recai subito da Padre Angelo, che mi ricevette nel modo da lei previsto.

Parlammo della morte della nonna, e fu con argomenti unicamente umani che egli cerc di confortarmi. Gli comunicai poi la perdita del mio pap, di cui prendevo vera coscienza appena allora e che mi metteva addosso una grande agitazione. Il Padre mi guardava come l'altra volta aveva guardato la zia Edelgar-da, e io pensai che provasse per me la stessa particolare simpatia provata allora per lei. Da quel momento ci parlammo in tono differente. Gli raccontai come mio padre, prima della sua morte, avesse stabilito che potevo farmi cristiana, e come credessi che tale grazia fosse dovuta alle preghiere della zia Edel. Notai che questa confidenza lo commosse; mi disse che dovevo pregare sempre, molto, per lei. Andai poi diritta allo scopo e lo pregai di volermi istruire nella dottrina della Chiesa. Mi chiese che cosa desideravo dalla Chiesa. Senza sospettare di adoperare le parole rituali del battesimo, risposi: La fede. La mia risposta sembr rallegrarlo tanto, che ci trovammo subito d'accordo per le lezioni di catechismo. Prima di andarmene, pensai di dovergli anche dire che per qualche tempo mi ero allontanata dal desiderio di Dio. Non ci avevo riflettuto prima, ma durante la conversazione avevo provato sempre pi l'impressione che quel Padre vivesse in un'atmosfera particolare di verit e di chiarezza, cos che vicino a lui non si potesse a meno di diventare pi sinceri e pi schietti. Mi rispose che certamente ero rimasta soltanto un po' spaventata, e che non era il caso di preoccuparsene oltre. Poich l dove desideravo ora di andare, ogni debolezza veniva perdonata; nel regno di Dio le cose non andavano come nel regno del mondo, in cui hanno ragione soltanto i forti e i coraggiosi; l vi era posto anche per i piccoli e i timidi, che poi, fortificati dalla grazia, diventavano valorosi, vittoriosi, fedeli fino alla morte. Avrei imparato come perfino il maggiore fra gli eroi della Chiesa si fosse spaventato ai primi passi; eppure il Salvatore aveva scelto proprio lui come pietra su cui edificare la sua Chiesa. Da quel giorno mi recai quotidianamente da Padre Angelo e da lui venni iniziata nelle verit della fede; appresi a conoscere l'immagine della Chiesa, a riconoscere cio il volto del mio Salvatore nella figura della Sua sopravvivenza terrena. Conobbi i sacri dogmi, e Dio mi concesse di comprenderli secondo le misure della sua grazia e del mio abbandono. Non dico di aver compreso tutto d'un tratto, ma in tutto riconobbi il segno dell'origine divina. Poich la ragione suprema non parla l'arido linguaggio della pura ragione; usa il linguaggio di chi la gener, l'Amore, che il principio di ogni cosa e perci anche di ogni conoscenza. Non incontrai le difficolt della fede, ma fui provata in quel periodo da un'altra lotta, con la quale Dio misur il mio cuore e lo benedisse. Giannina scrisse che suo marito non avrebbe riacquistato l'uso del braccio e doveva quindi abbandonare per sempre l'archetto. Lasci intravedere che d'ora innanzi

sarebbe toccato a lei di provvedere anche a lui e che pensava di prendere un piccolo appartamento non appena egli potesse lasciare l'ospedale, e di vivervi, dedicandosi alla cura dell'infermo. Cos si avverava il timore della nonna: mi trovavo sola con la zia Edelgarda, e forse anche per sempre, perch non si aveva nessuna notizia sul ritorno del mio tutore e la zia temeva le spese di una ricerca. Un tempo non mi sarei consolata per quella vita in comune con lei, ma ora la cosa assumeva un tutt'altro aspetto: Dio mi concedeva un grande affetto per tutti quelli che non conoscevano ancora la Sua grazia o che l'avevano rifiutata. Era il primo dono ricevuto dall'amore materno della Chiesa, ed era il dono di cui pi abbisognavo. Con la zia vivevo allora in una grande pace, bench i tesori d'arte della nonna venissero venduti senza piet. Credo che la zia si sentisse sollevata e anche un po' meravigliata di quel cambiamento inaspettato in me e nella mia sofferenza, e che non riuscisse a spiegarselo. Non le avevo ancora parlato delle mie visite a Padre Angelo, perch sapevo che la notizia le avrebbe fatto grande impressione; ma non avevo l'intenzione di tacergliela per sempre. Non le sfuggiva per che io mi assentavo ogni giorno alla stessa ora, e una volta che me ne chiese il motivo le confessai il mio segreto, richiamandomi al testamento di mio padre. Rimase un po' sorpresa, poi rispose tranquilla, secondo la sua abitudine, che avevo tutto il diritto di prendere lezioni di religione da chi volevo, ma che le sarebbe stato caro che io avessi prima discusso con lei la mia risoluzione. Lei stessa non aveva mai approvato che mi si lasciasse nell'oscurit completa delle questioni religiose; esistevano per in quel campo certi eccessi dinanzi ai quali desiderava sapermi difesa e contro i quali mi metteva in guardia. Del resto mi avrebbe aiutato volentieri con la sua esperienza e le sue cognizioni; e potevo anche, se lo desideravo, accompagnarla di tanto in tanto in chiesa. Infine mi affid un saluto per Padre Angelo. Mentre diceva questo non notai in lei nessuna commozione; tutto ci che mi agitava mentre parlavo del testamento di mio padre, apparteneva ora per lei, visibilmente, a un altro mondo; non ricordava pi quanto avesse pregato per me. Sembrava che sotto il suo vestito nero portasse nascosta una corazza che la difendeva da ogni ricordo. Eppure, in tutto questo, non aveva niente di urtante; non si poteva osservare in lei una dimenticanza morbosa; parlava con l'aria di una persona che ha rotto per sempre con certi ideali della sua giovinezza e li considera tranquilla e serena. Intanto parecchi dei nostri amici ritornarono dalla vacanza estiva. Roma ricominci a popolarsi. La zia Edel ricevette numerose visite di conoscenti, con i quali parlava in modo serio e dignitoso della malattia e della morte della nonna. Mi parve che parecchi rivolgessero a lei l'amicizia che avevano portato alla morta; essa ne sembr soddisfatta e quelle relazioni la tennero spesso lontana anche da me, cos che non

ebbi bisogno di offrire speciali sacrifici di pazienza e di coraggio. A poco a poco mi accorsi per che ella cominciava a inquietarsi intimamente per le mie visite al Padre. Credo che fino allora avesse pensato a un mio capriccio del momento, e non a un serio proposito di farmi cattolica. Certo, non voleva tradirsi di fronte a me, e forse ancora meno di fronte a se stessa; ma quando ritornavo dal Padre mi aspettava sempre, come per caso, nel chiostro, come un tempo l'avevo aspettata io; per anche quel ricordo sembrava lontano da lei. Osservavo soltanto che le sarebbe piaciuto sapere ci che s'era detto fra il Padre e me e alla fine, poich io non mi decidevo a parlarne, cominci a interrogarmi. Ritornavo sempre pi felice dalle mie lezioni, e la zia lo comprendeva anche dalle mie risposte. Ne provava un disagio visibile, eppure diceva di rallegrarsene, e ancora mi incaric di salutare il Padre. Si and avanti cos per qualche settimana finch, una mattina, mi chiam al suo letto. Mi disse che era ammalata e che aveva bisogno del mio aiuto e di quello del medico. Lo credetti senz'altro, perch aveva un aspetto molto stanco, ma, con mio grande sollievo, il medico constat che non c'era nessuna necessit di cure speciali; si trattava di un caso di esaurimento, forse per le fatiche sopportate nell'assistenza alla nonna. La zia aveva bisogno soltanto di un po' di riposo e di riguardo. Bench non le facessi mancare n l'una cosa n l'altra, ella non migliorava punto; soffriva strani disturbi. Vedendo che me ne turbavo, un giorno il medico mi prese a parte e mi disse che, secondo la sua opinione, quei dolori erano di pura immaginazione: egli non trovava proprio nessuna malattia organica, n nessuna alterazione. Per quanto il giudizio fosse confortante, non cessai dal mio dovere di curare la zia. Essa non stava sempre a letto, ma richiedeva continue cure, e se l'aveva a male quando non la si considerava ammalata. Io la assistevo con tutta premura e quando notai che di giorno in giorno si faceva pi irritabile e scontenta, ne presi motivo per provarle come l'amavo veramente. C'erano molte occasioni di darle piccole gioie o di tacere quando si mostrava ingiusta. Non dico di averlo fatto sempre perfettamente, perch non ero di natura paziente, ma violenta e facile a scattare: pure, anche nei momenti pi difficili, non perdevo coscienza dell'affetto che non solo volevo mostrarle, ma che realmente le portavo. Credo che questo fosse un grande aiuto di Dio. Essa notava ogni differenza nel mio contegno verso di lei, ma non mi mostrava dolcezza; mi pareva anzi che le piacessi molto meno di prima, poich era sempre meno calma con me, meno paziente e meno cordiale. Ebbi poi l'impressione che essa tendesse a impedire le mie visite a Padre Angelo. Parlava talvolta di lui con tono assai poco benevolo: sopratutto lo accusava di voler portare anche me all'esaltazione

a cui aveva portato lei. Alla fine non potei nascondermi che i suoi dolori si manifestavano di preferenza nel momento in cui volevo andare dal Padre; cos che parecchie volte fui costretta a rinunciarvi. Non credo che ella simulasse la sofferenza; in quell'ora era davvero assalita da dolori la cui origine nessun medico riusciva a spiegare. Giannina che veniva da Viterbo una volta la settimana ed era stata da tempo messa al corrente di tutto, aveva la stessa impressione. Me ne parl tranquilla, e mi disse che vi riconosceva il segno di un movimento dell'anima della zia Edel, che tradiva quanto fosse colpita nel vedermi ora percorrere la via che essa non aveva percorso e che aveva cos vivamente desiderato per me. In questo senso ne parl anche a Padre Angelo, che fu della sua opinione, come pi tardi mi disse; soltanto egli conosceva molto pi profondamente e dolorosamente di noi la natura di quei movimenti. Io mi trovavo quasi alla vigilia del mio battesimo e della mia prima Comunione, quando Padre Angelo, improvvisamente, mi propose di trascorrere lontano dalla zia gli ultimi giorni di intima preparazione. Egli pensava a un ritiro presso le religiose di via Lucchesi, che conosceva molto bene e che mi avrebbero accolta con gioia. Da qualche tempo, quando mi era possibile, assistevo alla loro Benedizione. Il bell'inno del Pange lingua, che ormai potevo accompagnare, aveva per me un fascino particolare in quel luogo, in cui per la prima volta mi era balenata l'idea, sebbene lontana, dei misteri celesti. Una volta, dopo l'adorazione vespertina, ero salita al convento e avevo parlato con la monaca che, anni prima, dandomi la piccola immagine con l'ostensorio, mi aveva chiesto se sapevo che cosa fosse ed era rimasta tanto contenta della mia risposta. Da allora mi recai spesso dalle belle suore, come un tempo le chiamavo e che adesso amavo in modo del tutto diverso, ed era ormai deciso che la sacra solennit della mia accettazione nella Chiesa non si sarebbe svolta nella grande, movimentata chiesa della Minerva, ma nella piccola e silenziosa cappella delle Riparatrici. Io stessa l'avevo chiesto, avendo appreso dalle suore che nella sua giovinezza la zia Edel aveva avuto l'intenzione di pronunciare la sua solenne adesione alla Chiesa appunto in quella cappella; aveva anzi pensato per qualche tempo di entrare nella Congregazione (o l'invisibile velo che io avevo sempre immaginato sul suo capo!). Quanto pi il giorno della grazia si avvicinava, tanto pi si faceva in me certa e intima la persuasione che Dio avrebbe trasformato il mio amore e i miei voti in grazia anche per lei, alla quale dovevo la prima spinta verso la religione; e questo sentimento mi apparve come una eco felice delle mie speranze nella sua conversione. Fui non poco addolorata quando Padre Angelo mi propose di separarmi dalla zia nel

tempo dell'ultima preparazione, e lo pregai con insistenza di lasciarmi accanto a lei, perch le difficolt che essa mi opponeva non mi disturbavano, mi portavano anzi a Dio con pi gioia. Il Padre, che conosceva gi perfettamente la mia anima, alla fine accondiscese, vedendo che, lungi dall'essere afflitta, apparivo ogni giorno pi felice. Giannina poi gli conferm che la zia Edel era un po' pi tranquilla, poich da poco era tornato a Roma il giovane psichiatra tedesco che gi l'aveva curata e col quale era poi rimasta in corrispondenza. Egli la visitava spesso e il suo potere sopra di lei era innegabile, poich per qualche tempo le sue sofferenze si mitigarono. Io non potei a meno di provarne una certa inquietudine, ma fui lieta di rimanere presso di lei. Un po' prima del mio battesimo, Padre Angelo mi ripet che desiderava io passassi in convento, indisturbata, almeno il giorno della sacra cerimonia. Allora non sapevo che pensava meno a me che alla zia Edel e che era mosso da un timore ben determinato, dovuto al fatto che essa si era rifiutata di accostarsi alla Comunione. Egli, che mi aveva sempre consigliato piena sincerit verso la zia, mi prescrisse allora formalmente di non dirle il giorno in cui avrei ricevuto i santi sacramenti. Per parte mia avrei trascorso volentieri proprio quel giorno con chi era stata per me il primo strumento di Dio; ma mi sottomisi al giudizio del mio maestro che, come presto dovevo constatare, era pi che giusto. Esso infatti protesse per parecchie ore la mia prima completa unione con l'Amore del Salvatore, contro il martirio che avrebbe colpito non me, povera creatura, ma Colui che a me si donava. Non voglio scoprire i segreti di Dio e della mia anima; ma, come la stessa grazia del Sacramento si dona nascosta, voglio circondarmi, per quanto mi riguarda, di quel silenzio che il pi profondo linguaggio dell'amore, della felicit e anche della riconoscenza. Il gran giorno Giannina venne apposta da Viterbo e le buone suore mi circondarono fino a sera con la loro intima gioia e la loro delicata bont. Lasciai presso di loro il mio vestito bianco e il mio velo e vi lasciai pure il mio cero, pregando di volerlo accendere quella notte all'altare durante l'Adorazione perpetua. Tornai quindi dalla zia per la quale il cero si consumava, e capii allora quanto fosse giusto il giudizio di Padre Angelo, perch la zia mi fece una accoglienza orribile. Giulietta mi disse che era stata molto inquieta tutta la giornata, e questo non dipendeva dalla mia assenza, perch Giannina gliene aveva chiesto il permesso che era stato subito accordato. Quando entrai da lei (credo bene che mi si leggesse in faccia la mia felicit) si spavent tanto che nascose il volto. Tutta turbata uscii e andai nella mia camera. Ella mi raggiunse subito coprendomi di rimproveri, di cui non capivo la ragione; sembrava proprio che ne inventasse i pretesti all'istante. La mia intima felicit era

cos grande, che non potevo darle nessuna risposta. Il merito non era mio, ma della Grazia di Colui che mi si era donato per amore. Il mio silenzio accrebbe l'ira della zia. Credo che se le avessi risposto vivacemente si sarebbe calmata, convinta che Colui di cui non sopportava la vicinanza, fosse lontano. Alla fine mi disse bruscamente che sapeva bene che cosa avesse afflitto la nonna nei suoi ultimi giorni. Il dolore che io stessa avevo dato alla moribonda, era stato il motivo per cui mi aveva allontanato da s nell'ora della morte. Queste parole mi addolorarono fino a farmi piangere. Quando ella se ne accorse, fu contenta e mi lasci sola. Era appena uscita che le mie lacrime sembrarono bruciarmi come gocce di fuoco. C'era in me un dolore indicibile, perch ella era riuscita ad affliggermi nel giorno pi sacro e felice della mia vita. Ma quasi subito un conforto mite e dolce mi penetr. Una voce lieve sembrava dirmi interiormente: tu piangi in vece mia. Mi sentii invadere da una felicit nuova, meravigliosa: mi sembr di aver ricevuto il colpo destinato all'Amore divino, di essere stata mortificata in vece di Lui e per Lui. Da quel giorno lo stato della zia Edel peggior continuamente. Lo psichiatra a cui teneva tanto, perdette d'un tratto ogni potere su di lei; pareva anzi che essa avesse per lui una tale avversione da non poterlo pi vedere, e diede l'ordine preciso di non pi riceverlo. La sua salute intanto continuava a declinare. Per la prima volta si ebbe l'impressione che fosse ammalata davvero. Il suo fisico deperiva; il suo volto si fece piccolo, magro, pallido, e brutto come non mai. Si sarebbe detto che dal suo essere puramente apparente si sciogliesse d'un tratto una orribile realt. Il dubbio non fu pi possibile: ogni cosa divenne chiara e precisa: la sua malattia, la sua avversione per me, la sua avversione per la Chiesa, il suo odio per l'Eucaristia. Quella falsa tranquillit e contentezza, quella ragionevolezza ed eguaglianza d'umore si aprivano come una tomba, che restituiva, spaventosamente alterato, ci che vi era stato seppellito. Si vide allora bene quel che era stato tolto durante tutto quel tempo, e come la sua anima, nella fossa di un'armonia puramente esteriore, fosse stata devastata. Mentre agli occhi di tutti continuava a essere la dama fine, cordiale e distinta, in realt aveva perduto perfino il dominio di s, ultimo e unico resto della sua natura chiusa. D'un tratto si rivelava una creatura malata, irascibile, cattiva. Una volta, sedendo accanto a lei, interruppi la conversazione mentre suonava l'Ave Maria; ella atteggi le labbra a un sorriso di scherno e mi chiese di una canzonetta leggera che qualcuno stava fischiettando sulla piazza. Non aveva nessuna simpatia per tali canzoni, e la sua domanda non aveva altro scopo che di interrompere il mio raccoglimento. Peggio succedeva il mattino, quando sapeva che tornavo dalla chiesa. Ogni settimana

offrivo per lei una Comunione ed ella intuiva il giorno esatto in cui la facevo, quantunque non fosse sempre lo stesso; intuiva perfino il suo avvicinarsi, come se qualcuno glielo bisbigliasse all'orecchio. E tutte le volte, quando mi accostavo al suo letto raggiante della Grazia dell'Ospite divino, ella mi copriva di rimproveri, che spesso si riferivano a cose cosi lontane da far pensare che avesse tutta notte scavato il campo della nostra vita comune per trovarci un motivo di tormentarmi. A udirla, si sarebbe creduto che io era stata per lei, in tutta la vita, una pietra d'inciampo, un motivo di sofferenza e di collera. Arriv fino a ricordare la rottura del suo fidanzamento con mio padre unicamente per provarmi l'orrore che aveva della mia presenza. Spesso mi gridava di andarmene, perch non mi voleva pi vedere; e quando pregavo Giulietta di prendere il mio posto, diceva che toccava a me di servirla e non alla cameriera. Pareva che in lei si rinnovasse ci che era avvenuto in altri tempi, quando parlava continuamente della Chiesa bench se ne fosse allontanata Pareva che dovesse rifare tutta la via allora percorsa, ma in senso opposto. In questo pensiero trovavo grande conforto e ne trovavo pure nel fatto che la zia Edel se la prendesse solo con me. Vivevo in un'alternativa di gioia e di speranza immaginando di poter proteggere il Salvatore, poich in fondo era contro di Lui che la zia si scagliava, e di poter prendere un po' sopra di me la pesante croce che Egli portava a cagione di quell'anima, alla quale la mia sofferenza poteva riuscire di qualche utilit. Ora la zia Edel si mostrava buona soltanto coi gatti. Lo stesso aveva fatto la mia povera mamma, quando gi detestava amaramente il pap e tutti gli uomini. E non le riusciva pi di dominarsi neanche con Giannina. Costei aveva preso da poco tempo in affitto una piccola e povera abitazione in fondo alla corte di un vecchio palazzo romano. Andavo spesso a farle visita. Suo marito, uscito dall'ospedale, era veramente un cencio. Nel suo buon cuore Giannina soffriva per lui, ma si consolava al pensiero che, anche non del tutto rinsavito, non aveva pi la possibilit di continuare nella solita vita. Lui, naturalmente, non era altrettanto felice, ma era della razza di quelli che non hanno la forza di essere infelici. La sua fatuit e la sua megalomania lo sollevavano al di sopra di quelle miserie; la sua lingua era rimasta intatta, e mi ripeteva a ogni visita che era contento di poter finalmente offrire a sua moglie una casa dopo che, per tanti anni, aveva dovuto vivere con gente estranea. Giannina, che lo manteneva dando lezioni, perch il piccolo lascito della nonna non aveva potuto esserle ancora pagato interamente, rideva maliziosamente guardandomi, e anch'io dovevo ridere. La nostra amica si sentiva molto pi tranquilla ora che si trovava di nuovo vicino a

me, perch in quel tempo gli orribili accessi della zia Edel avevano raggiunto il parossismo. Giannina ne era tanto impressionata, che fin col convenire con Padre Angelo, consigliandomi di allontanarmi per qualche tempo dall'ammalata. Proprio in quei giorni, gettato in un bugigattolo, ritrovai il bel Crocefisso che la zia Edel aveva bandito dalla sua camera. Lo appesi nella mia, e quando lo guardavo, mi appariva come il segno visibile di tutto ci che nella mia anima lottava per la salute di quella della zia. Ma Giannina mi preg di levare la croce dalla parete. Pensai che temesse qualcosa di male, che poteva capitare o all'effige o a me, e involontariamente ricordai che lo stesso timore avevo provato anch'io quando, nella camera della zia Edel, era risuonato lo strano scoppio di risa. Non potevo pi comprendere la mia angoscia di quel momento; quanto invece ci pensasse Giannina lo capii una mattina, quando, dopo la Messa, Padre Angelo mi chiam. Giannina lo aveva messo al corrente di tutto. Io, per eroismo, non mi ero mai lamentata con lui delle mie piccole tribolazioni. Egli disse: Un simile odio pu esservi soltanto dove vi fu una grande grazia. Gli chiesi se la grazia avesse un limite. Rispose: No, ma la vita ha una fine. Sentii il doppio significato delle sue parole, particolarmente angosciata. Che cosa strana che tutti si preoccupassero tanto di me! Improvvisamente mi esort a recarmi lo stesso giorno presso le suore di via Lucchesi: con la zia poteva rimanere intanto una brava suora di carit, ch'egli conosceva e che avrebbe mandato subito. Acconsentii. Mai per egli mi aveva esortato in modo cos perentorio. Fra di noi tutto era sempre come nei primi tempi: vicino a lui la mia anima vedeva chiaro. Nella mia angoscia gli ricordai che, quando mi aveva per la prima volta parlato appunto nel chiostro, il giorno del colloquio con la nonna, mi aveva detto di recarmi presso la zia Edelgarda ogni volta che ella mi avesse chiamato. Poi gli confidai quanta grazia, quanto conforto, quanta speranza ricevessi appunto dalla orribile situazione di lei e quanto meravigliosamente i nostri destini fossero, fin dal principio, legati l'uno all'altro. Tacque un po'; mi disse infine di tornare il giorno appresso; egli avrebbe nel frattempo esaminato la cosa nella preghiera. Ci lasciammo. Io l'avevo accompagnato mentre si recava da un ammalato: tutto il dialogo s'era svolto lungo la strada. D'un tratto mi disse che voleva benedirmi. Entrammo in una chiesa e mi misi in ginocchio. Quando mi rialzai e lo seguii con lo sguardo mentre usciva, ebbi per un istante la dolorosa impressione che non lo avrei rivisto pi.

Non fu cos, ma vi manc poco. Quando rincasai, l'allegra Giulietta che adesso non- lo era pi tanto, mi venne incontro nel corridoio per dirmi ansiosa di non entrare dalla zia Edel, che era quel giorno in preda a terribile collera. Perfino i due gatti, i suoi prediletti, non avevano resistito: erano saltati dal letto e non si riusciva a riportarli in camera. La creatura muta capisce difatti quando qualcosa si allontana dalla natura o scende al di sotto di essa. Andai nella mia camera e mi gettai ai piedi del Crocifisso a pregare per la zia, a implorare che la sua collera si acquietasse. Nella camera di lei c'era silenzio perfetto; Giulietta aveva da fare in cucina; udivo in lontananza il suo timido canto. Dopo un po' si ud il campanello alla porta d'entrata, e la ragazza scese ad aprire. Allora percepii vicinissimo un lieve rumore; subito la porta di comunicazione si apr e la zia Edelgarda apparve sulla soglia della stanza. Io stavo ancora inginocchiata dinanzi alla croce che un tempo era stata sua: ella non l'aveva pi veduta dal giorno che l'aveva cos crudamente posta nel bugigattolo. Io pregavo per lei come lei un tempo aveva pregato davanti alla stessa croce per me; tremavo per la sua anima come lei aveva tremato per la mia. Fino a quel momento tutto ci non era stato per lei che un presentimento. Fulmineamente ogni cosa le divenne chiara. Un'espressione indimenticabile, orribile, sconvolse i suoi tratti. Nello stesso tempo in me si ravviv l'amore a cui la grazia di Dio mi portava tanto spesso quando vedevo lei in collera. Non fosse stato questo, sarei certamente fuggita. Ella non disse nulla, ma si avvicin al Crocifisso e lo stacc di colpo dalla parete. Compresi che voleva compiere qualcosa di abominevole e, alzandomi di scatto, glielo volli strappare. Ella era un po' pi alta di me; lottammo l'una contro l'altra; la debolezza dei miei sedici anni contro i suoi quaranta. No, non contro i suoi anni, poich lei pure era debole, ma contro la terribile forza della sua malattia; e nemmeno contro questa sola, ma anche contro un'altra forza. Ella stringeva senza rispetto la croce con una mano; con l'altra mi gett a terra. I capelli le si sciolsero sul volto dandole un aspetto quasi selvaggio; il suo piccolo viso affilato non si scorgeva pi, sembrava scomparso dietro a una siepe. Abbracciai le sue ginocchia tentando di farla barcollare. Di sotto in su vidi i suoi occhi, bianchi come la sua pelle: compresi che si trattava di vita o di morte e che io parlando umanamente, combattevo con una pazza. Con ambe le mani brand la croce alta sopra il suo capo, come se volesse colpire con quella. Terrificata dinanzi a un tale orrore, a un tale inferno, al pensiero della mia morte, la mia mente, nello spazio di un secondo, vol alla Chiesa in preghiera: era ancora l'ora del santo sacrificio della Messa. Oh, l'Amore! Mi sentii sommergere da ogni parte da una forza divina; pure le mie braccia si paralizzavano. Morire, dunque? S.

Grazia onnipotente, abbi misericordia di lei e di me! Allora la croce si abbatt in uno schianto. Udii il rumore dei pezzi contro il pavimento; non provai nessun dolore, ma una gioia indicibilmente profonda: mi credevo colpita, ma nello stesso tempo rapita fuori di me stessa. Riapersi gli occhi, vidi la zia giacere a terra, quant'era lunga, abbattuta dalla croce che una volta aveva 'adorato e che, in un improvviso mancare della sua forza o della sua volont, era caduta misteriosamente sopra di lei. Rimase senza conoscenza per tutta la giornata; il medico temeva che avesse riportato gravi contusioni interne; esteriormente non si vedeva che una piccola ferita alla fronte, come a ricordare che era stata colpita. Avevo pregato Giannina di venire, ed essa volle fermarsi anche la notte. Si credeva che la zia Edel morisse. Verso le undici di sera aperse finalmente gli occhi e sembr voler parlare, ma le mancava la voce. Mi curvai su di lei chiedendole che cosa desiderasse. Mi guard commossa e rispose: Quello per cui hai pregato tutto questo tempo. La lieta sorpresa ci fece ammutolire. Ma ella si volse a Giulietta e le disse: Presto, prega Padre Angelo di venire da me; sono morente. (Comprendemmo chiaramente l'ultima parola: pi tardi la zia ci disse di aver alluso a un'altra agonia, non a quella che noi potevamo supporre). Appena Giulietta usc, chiuse nuovamente gli occhi. Le sue labbra erano quasi violacee, il volto cinereo, ma calmo. Pareva di aver dinanzi una morente: ma quando le domandavamo se soffrisse molto, rispondeva di non essere ferita. Notammo anche che la sua intelligenza era molto sveglia e che si raccoglieva profondamente. Giulietta torn con un sacerdote. Non era padre Angelo, ma un altro religioso che la donna aveva trovato presso la porticina del chiostro. Padre Angelo era assente e al suo posto era venuto lui. Pensando che si trattava di una moribonda, Giulietta aveva acconsentito. Quando la zia Edel seppe che era giunto, volle vederlo subito. Le dicemmo che non era padre Angelo; ma il suo desiderio di un sacerdote sembrava non poter sopportare un ritardo. Il padre sconosciuto, che aveva atteso nella stanza vicina, entr. Al primo vederlo mi sembr lo stesso padre Angelo: il volto aveva la stessa espressione, l'espressione di un amore completamente diverso da ogni altro amore umano, come hanno certi

sacerdoti della Chiesa di Cristo ed essi soli. In seguito non potei ricordare mai pi i tratti del suo volto; non so nemmeno se era giovane, vecchio, monaco o secolare. Forse ero troppo agitata per badarci, oppure cos doveva essere. Anche il suo nome non lo conoscemmo mai. La zia Edelgarda aveva ripreso tutte le sue energie; il suo volto esprimeva una straordinaria umilt. Lei venuto da una grande peccatrice, reverendo, disse con voce bassa, ma chiara. Ma il nostro Salvatore non morto invano rispose amorevolmente il sacerdote. Ella continu: vero; ma io mi sono rifiutata volontariamente alla salvezza. Egli replic: Non c' peccato che non venga perdonato a un dolore sincero. Per lo stesso Salvatore disse che un tale peccato esiste, riprese la zia Edelgarda con la sua voce fioca, ma che mi pareva quasi soprannaturale: sembrava un cristallo, attraverso al quale si poteva vedere fin nel profondo della sua anima: non contraddiceva con la sua risposta, non faceva che confessare. Lei allude al peccato contro lo Spirito Santo, rispose dolcemente il sacerdote sconosciuto. Ma questo peccato un mistero; noi non lo conosciamo. Noi sappiamo soltanto che chi l'ha commesso non pu pentirsi; dove c' contrizione non vi pu essere questo peccato. Allora la zia Edel chiese di poter fare la sua confessione generale. Giannina si alz e mi fece segno di seguirla, ma la zia non volle che uscissimo. Disse che dopo aver taciuto per tutta la vita voleva confessarsi dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini. Credo che ci fu un breve scambio di parole per decidere se dovessimo restare o no. Il cuore mi batteva tanto che pareva volesse scoppiare; non capivo nulla. Afferrai soltanto una frase strana: Perch mandar via la bambina? Sentirebbe tutto egualmente... So di aver pensato come in sogno: S, cos. La voce della zia aveva una chiarezza sovrumana; pareva che in tutti gli angoli della casa si dovesse udirla. Poi mi sembr che Giannina mi prendesse fra le sue braccia, dicendomi che dovevo inginocchiarmi e pregare. Ubbidii e nascosi la mia faccia contro il suo petto per non dover guardare la

zia Edel. Cercai di pregare, ma ogni tentativo falliva nell'impossibilit di lasciarmi sfuggire anche una sola parola della confessione. Anche pi tardi non ho potuto dimenticarne una, bench fossero state molte. Creda chi vuole; m' del tutto indifferente. Tutta la vita della zia Edelgarda venne a sboccare in quella notte. Nella camera non si udiva pi che la sua voce fievole, ma di una chiarezza sovrumana. Io, povera creatura peccatrice, mi accuso dinanzi a Dio onnipotente e a Maria, Sua santissima Madre, dinanzi a tutti i Santi e dinanzi a voi, padre, che fate le veci di Dio, di avere, fin dalla mia primissima infanzia, e in tutti i giorni della mia vita, peccato coscientemente e volontariamente contro l'amore e la misericordia infinita di Dio. Tutti gli altri peccati della mia vita ebbero origine da questo peccato, al quale non riesco a trovare scusa alcuna per quanto mi sia affaticata a cercarne. Bambina, ebbi la grazia straordinaria di comprendere in modo irrefutabile l'indicibile Amor di Dio e la santit della Chiesa di Ges Cristo, bench fossi stata educata fuori di essa e, fino a quel momento di scoperta meravigliosa, non avessi condotto una vita religiosa. Ricevetti quella grazia durante un mio soggiorno a Roma, entrando per la prima volta in una chiesa cattolica, la chiesa di S. Maria dell'Anima, presso la quale alloggiavo. Mia madre e mia sorella, che mi accompagnavano, vi entrarono per vedere il bel dipinto dell'altare, che la rendeva celebre. Ma Dio volle che in quel giorno, e appunto su quell'altare, fosse esposto il Santissimo Sacramento. Come fui in Sua presenza, sentii la mia anima toccata da un amore sconosciuto, indicibile, infinito. Sapevo che n in cielo n in terra, n fino alla fine dei tempi n nell'eternit, mai vi potrebbe essere cosa alcuna capace di eguagliare quell'amore in forza e dolcezza. Avviluppata da esso, strappata a me stessa, e gi quasi immersa nella sua immensit, credetti di morire. Ma lo stesso infinito mi teneva in vita con un comando dolce e commovente: amami ancora. Lo stato straordinario della mia anima dur quasi due giorni, fino a quando il Santissimo Sacramento rimase esposto nella chiesa per le Quarant'ore. Cercai di restarvi quanto pi spesso e quanto pi a lungo potei, e ogni volta nel mio essere si rinnovavano le stesse impressioni. Dio non mi parlava soltanto come Amore all'amore, ma anche come Intelligenza all'intelligenza. Era questa la seconda grazia che mi fu allora concessa; dal Santissimo Sacramento Egli illuminava anche la mia ragione, elevandola nella preghiera. Poich come l'anima riconosce Dio nell'amore, l'intelligenza Lo riconosce nella preghiera. Vidi cos che Dio aveva deposto nel grembo della Sua Chiesa tutta la Sua potenza e tutta la Sua verit, necessarie alla terra, alla salute di tutto il mondo e a quella di ogni singola anima, donandole il Sacramento del Suo a-more. Non che io apprendessi e comprendessi allora in modo miracoloso la dottrina della Chiesa, come oggi la conosco. L'intendimento che ne

ebbi non mi si comunicava n per mezzo del pensiero, n per mezzo delle parole; ma lo Spirito della Chiesa, il miracolo della sua inesprimibile santit, si offriva alla mia contemplazione per intuito istantaneo durante l'adorazione del Santissimo Sacramento. Per tutte queste grazie straordinarie e per la loro conservazione Dio non esigeva che la mia adesione assoluta. La domandava per il Suo amore e per la Sua Chiesa; la Sua richiesta era soave, ma inesorabile. Dio accompagna un'anima fino al limite, dove la resistenza non pi possibile: ma questo limite Egli non lo varca mai; l'anima che deve varcarlo. La grazia non costrizione, libert. L'uomo costretto a vivere ed costretto a morire, e fra questi estremi egli sempre legato all'uno o all'altro. Soltanto nei riguardi di Dio nessuno subisce costrizione: su questo punto Dio ha fatto l'anima dell'uomo completamente libera. qui appunto la cosa terribile e inconcepibile: fino a oggi non ho mai varcato quel limite; mi sono rifiutata, e non con un no netto e risoluto, ma con un s insufficiente. Non mi sono mai donata interamente a Dio. Non perch, passata la grande ora della grazia, io abbia dubitato dell'amore che mi aveva chiamata: da quel giorno mi sentii bruciare senza requie come da un ferro rovente. E nemmeno perch mi siano venuti dubbi sulla Chiesa: sapevo che essa non se non la manifestazione terrena dell'amore eterno. Non ho conosciuto mai le aspre lotte della fede, attraverso le quali tanti devono passare per giungere. ad essa. Mai ho trovato difficolt per qualcuna delle sue dottrine; mai un'ombra sul suo volto temporale mi ha ingannata sulla sua divinit. Fra Dio e me, fra la Chiesa e me non ci fu mai altro che il mio io; ogni diverso impedimento Dio stesso l'aveva tolto. Eppure non mi sono rifiutata per egoismo; l'Onnisciente mi testimonio che non sono mai stata tanto soddisfatta di me stessa da potermi amare. E nemmeno perch mi costasse troppo separarmi da questo o quel peccato. Era solo questione del mio io. Mi sono rifiutata per mancanza, per un bisogno triste e ostinato di restare e di persistere nel mio io; per quel che, nella nostra natura fisica, volont di vivere: ed altro non anche nel nostro spirito e nella nostra anima. Il vaso che la misericordia divina s'era degnata di colmare, era ben piccolo e fragile. Fin dai miei primi anni dovetti lottare contro una singolare deficienza di sentimento, voglio dire contro una grande incertezza riguardo a me stessa. Non relativamente al mio carattere e alle mie attitudini, e nemmeno al mio valore personale; ma relativamente alla realt e alla consistenza della mia intima personalit. Non acquistai questa incertezza per colpa delle dottrine dissolventi sull'essenza della persona umana, che erano di moda in quel tempo; allora non le conoscevo punto, poich gi allora rifiutavo ansiosamente tutto, anche in quel campo. Ma il sentimento di cui i

libri del tempo erano pieni, mi era innato, come se il germe ne fosse stato deposto misteriosamente nel seno di mia madre, allo stesso modo che una malattia pu venir trasmessa da persona che per s refrattaria. Ricordavo nettamente che gi da bambina provavo talvolta quella vertigine e quello sgomento, come se fossi stata una piccola foglia in balia dell'uragano e avessi potuto sparire da un momento all'altro, sotto i miei propri occhi. Tutto ci che in qualche modo poteva alterarmi o scuotermi, ma specialmente le cose grandi e potenti, mi mettevano addosso una violenta inquietudine; me ne difendevo, e passavo per una bambina originale e chiusa. In realt, non ero che paurosa. Non dico tutto questo per cercare una scusa nella mia natura; lo dico al contrario perch non mi resti nessuna scusa. Dio non poteva avvicinarsi a me con maggior tenerezza e delicatezza di quanto l'abbia fatto nell'amore dell'Eucarestia; l'ultimo modo, e il pi meraviglioso, e il pi umile della donazione che l'Infinito fa di se stesso all'uomo piccolo e debole. Lo sapevo bene, eppure resistevo. Cos continuai a nascondermi a Dio; un giorno dopo l'altro lo feci aspettare; gli offersi quel che non mi chiedeva, questa o quella cosa, ma non mai tutta me stessa, mercanteggiai con Lui, e alla fine non feci pi nemmeno questo. Quando l'uomo fa attendere troppo a lungo la grazia di Dio, essa non si allontana da lui, ma prende un altro aspetto, un aspetto nascosto. Nell'uomo si fa allora sentire un grande vuoto e una grande tristezza, perch anche l'anima pi ribelle ha sete di Dio, e la felicit del suo amore non pu mai essere dimenticata e nemmeno la pienezza della verit pu essere dimenticata: ma soltanto la verit dei pensieri particolari. Quel vuoto e quella tristezza erano ancora uno stato di grazia e un grande appello dell'amore divino alla mia anima. Ma invece di ascoltarlo per dominare la mia tristezza e riempire il vuoto che mi faceva soffrire mi volsi alle creature; cos che, dopo essere stata colpevole verso Dio, lo divenni anche verso gli uomini. Sapevo gi prima che le creature non avrebbero colmato la mia anima; lo sapevo non soltanto per il fatto che nessuna creatura pu soddisfare un'anima immortale, ma anche per un altro motivo, e in un senso molto pi austero. Malgrado questo affezionai a me un uomo, un uomo incredulo ma di cuore retto e di sana ragione, che credette di trovare in me un essere amante secondo il suo intendimento e poich ero divenuta la sua fidanzata aveva anche il diritto di attenderlo da me. Ma ogni creatura, quando la cercavo, non aveva per me nessun fascino; ci che non significava soltanto la mia disubbidienza, ma anche la contraddizione del mio modo d'agire di quel tempo. Non potevo offrire al mio fidanzato l'amore che egli cercava, perch non lo possedevo. Non possedevo nemmeno l'altro amore santificato che subentra all'amore naturale,

quando la grazia s'impadronisce completamente di un'anima: un tale amore non avrei potuto trovare che nell'abbandono a Dio, al quale continuavo a resistere. Cos non potei nemmeno spiegare al mio fidanzato, che alla sua maniera mi amava ardentemente e fedelmente, quale fosse la causa del tormento che per forza dovevo infliggergli. Egli comprendeva bene che ci che mi divideva da lui aveva la sua origine nella mia vita religiosa, ma in essa egli non vedeva che la mia meschinit e la mia mancanza di spontaneit. Il segno di tutti coloro che in segreto resistono a Dio appunto questo, che perfino la loro devozione si volge in caricatura: tutto ci che non procede dall'obbedienza assoluta vano e, per quanto possa essere buono in s, finisce nel suo contrario. Mi accuso perci di aver nuociuto con la mia devozione all'anima del mio fidanzato: come egli la vedeva in me, non poteva che odiarla. Ed egli l'ha odiata: mia la colpa se pi tardi egli ha proibito che si desse un'educazione cristiana alla sua figliuola. Ma non basta. Io ho spezzato anche il suo destino umano, ben oltre i suoi rapporti con me. Da principio la mia freddezza infiamm la sua passione, e questo fu il mio castigo durante i tormentati mesi del nostro fidanzamento. Poi il suo cuore deluso e umiliato mi respinse, e, per superbia e disperazione, irriflessivamente, spos la prima donna che si trov accanto: mia sorella. Essa lo amava gi quando egli scelse me, e nel loro matrimonio si ripet, in senso opposto, tutta la tragedia del mia fidanzamento. Egli non poteva darle ci che ella chiedeva, perch non poteva perdonarle di essersi legato a lei in un'ora di rabbia e di umiliazione; ma ella lo amava troppo per comprendere. Cos, per colpa mia, involontariamente, egli la port attraverso tutto il tormento dell'indifferenza che prima aveva sofferto per causa mia, finch, colpita nella sua dignit e in tutto il suo essere, ella cess di lottare e cerc la morte. Ambedue furono vittime della mia resistenza a Dio; sopra me sola ricade la loro colpa dinanzi a Colui che tutto conosce! Nemmeno questi avvenimenti dolorosi piegarono per la mia ostinazione: pi le risposte di Dio si facevano gravi e pi il mio cuore resisteva. In quel tempo Veronica mi fu affidata perch l'educassi, ma a condizione che la tenessi lontana da qualunque forma di Cristianesimo. E questa tremenda disposizione di mio cognato, che mi rimetteva continuamente sotto gli occhi la mia colpa, fu l'ultimo, sgomentoso appello della grazia alla mia anima. Lo compresi subito, perch Dio non lascia l'anima nell'ignoranza di ci che le vuol dire. Con quella bambina, che io stessa dovevo educare senza alcuna fede in Dio e nella Chiesa, Egli mi teneva innanzi agli occhi lo specchio del mio passato: l'anima di Veronica espiava il mio rifiuto, soffriva per esso, si perdeva a causa di esso. Tutto il suo destino religioso era ormai indissolubilmente legato al mio. Ma invece di fare quello che ancora avrebbe potuto salvare ogni cosa;

invece di gettarmi ai piedi di Dio e della Sua Chiesa e trovare cos la possibilit di pregare e meritare per la fanciulla che mi era affidata, facendole sentire nella mia presenza il riflesso dell'amore di Cristo, ingannai me stessa persuadendomi che non avevo nessuna responsabilit nella decisione di suo padre. Negli anni che intanto erano trascorsi, avevo cambiato poco. Come prima andavo alla Messa e attendevo a certe pratiche di piet, illudendomi che quelle cose fatte a met potessero soddisfare le esigenze divine. Stavo cos quasi in bilico fra Dio e il mondo in una situazione perpetuamente incerta, che alla lunga mi esauriva in modo indicibile. La resistenza di tanti anni aveva stancato e indebolito la mia anima: la grazia non poteva pi farvisi sentire come nella mia giovinezza; eppure non. si era allontanata ancora del tutto. Ero sempre indicibilmente triste, e proprio nel momento in cui Veronica venne fra noi, il mio stato era davvero miserando. Fu allora che Dio mi permise di raggiungere il massimo del mio tormento spirituale, ma la spina pi vera non era nell'affetto della fanciulla che si allontanava da me; la sentivo sempre e dovunque, in tutto ci che aveva attinenza a lei. La sentivo nelle sue buone disposizioni di fronte ai misteri dai quali dovevo tenerla lontana, e nella sua ripugnanza per essi, ripugnanza che, in fondo, riguardava me sola. La sentivo nella sua chiaroveggenza vigile di fronte alle mie insufficienze, e nella sua illimitata dedizione alla mia mamma e al suo mondo. Poich la fanciulla era pi fedele di me alla grazia di Dio: compiva la sua missione verso di me con una sicurezza che non si smentiva mai, e mentre mi illudevo che fosse nell'errore, ero io sola che sbagliavo. In quel tempo la nonna aveva un giovane amico che avvicin Veronica. Credetti che con lui la sua sorte dovesse decidersi definitivamente poich la mia fede, oppressa dalla mia segreta resistenza, non riusciva ad abbandonarsi completamente in Dio. Pure in quel tempo pregavo ancora molto, offrivo a Dio sacrifici su sacrifici; soltanto quello che Egli mi chiedeva non Gli offrivo. La fanciulla diede alla mia preghiera la risposta del Signore, andando per la sua strada. A lungo volli illudermi su quella risposta, poi non ne fui pi capace, e da quel giorno cessai di pregare dicendomi che Dio non mi ascoltava. Allora successe la cosa sconvolgente: Dio mi mostr vittoriosamente che mi aveva udito. Nell'anima di Veronica si ripet la stessa chiamata dell'amore di Dio rivolta un giorno alla mia anima. La fanciulla stessa mi chiese di pregare per lei; me lo chiese in un momento in cui la credevo pi che mai lontana, in cui il suo cuore realmente si era staccato da me. Mi preg supplichevole e commossa come il mio amore aveva pregato Dio; mi preg con tutta la sua anima, per la sua anima, ma come se, nello stesso tempo, pregasse anche per la mia. Per la prima volta compresi allora che si trattava della mia dannazione eterna. Ci che devo dire adesso sorpassa ogni terrore. La notte in cui la fanciulla invoc la

mia preghiera, mi credetti scossa fino in fondo all'anima. In quel tempo non sopportavo pi l'amore umano, tanto meno quindi l'amore divino: non avevo pi nemmeno il discernimento esatto delle forze che agivano in me. Giunsi ancora fino alla soglia della chiesa, non giunsi pi all'amore. Rifiutai l'Eucarestia. Non saprei dire perch lo feci: anche la minima causa significherebbe ancora una possibilit di scusa. C' un perch solo, tenebroso, che non ha nessun perch, ed il No assoluto. Fino a quel momento Dio non si era ancora allontanato da me, n io da Lui; ma da quel giorno qualcosa si spezz nella mia anima e tutto si mut. Credo che anche prima vi furono momenti in cui non ero sempre unita a Dio, bens sui limiti del possesso di un altro. Alludo al possesso di colui che chiamato il Principe di questo mondo. Non tanto il mondo che ha che fare con lui, quanto i figli di Dio decaduti. Egli si impossessato di me e mi ha costretto a fare ci che l'amore di Dio non aveva mai voluto costringermi a fare: ad abbandonargli me stessa. Poich colui al quale penso non delicato e riguardoso come l'Amore divino, e non appena tiene il nostro no assoluto, si impadronisce anche del nostro s. Quel s che consenso all'assoluta follia della nostra anima. Ho dovuto gettarla via come si pu gettare una manciata di terra. L'anima umana legata solidamente al tutto soltanto per la misericordia divina; e non appena si stacca da questa non la si riconosce pi. Si trova inghiottita d'un tratto dalla materia cieca, e se ancora ne esce come un fantasma intorno a case vuote: non le si crede pi. Non le si crede pi anche se confessa ancora Dio e la Sua Chiesa; o meglio, la si perde tanto pi quando ancora si confessano. Perch questa confessione un giudizio nel quale l'uomo pronuncia da s la propria condanna, e perci colui al quale penso, istiga l'uomo, che gi in suo possesso, appunto a quella confessione. Simile a una criminale, ritornavo continuamente al luogo della mia colpa e parlavo di Dio e della Sua Chiesa, facendolo non soltanto per la mia rovina, ma anche per quella dei miei ascoltatori. Poich una simile testimonianza non edifica, uccide. Eppure al tempo in cui agivo cos non ero ancora del tutto incredula; non possedevo pi n amore, n umilt, n alcuna speranza, ma possedevo ancora il sentimento della mia colpa. Ero cosciente di dover rispondere davanti a Dio non soltanto della mia anima, ma anche di quella di Veronica, e in un modo molto pi profondo che per il passato. Il destino della fanciulla sembrava seguire il mio, poich eravamo come due persone che salgono una montagna legate alla stessa corda. Credevo ancora in Dio nonostante il sentimento della mia colpa. Ma il Sentimento della colpa non ancora l'ultima forma della fede; all'ultima forma della fede si arriva quando non si pu sopportare pi nemmeno il sentimento della propria colpevolezza, quando il tormento si fa cos orribile che bisogna odiare. Allora ho allontanato tutto ci che poteva

ricordarmi il Signore: la croce e il rosario e il messale; la loro vista era per me come un fuoco divorante. L'ultima forma della fede questa: soltanto quando si spegne anche l'odio verso Dio, l'uomo ateo del tutto. A questo punto si fece sentire la sinistra ironia di colui che mi aveva in suo potere. Dopo aver tenuto sempre ansiosamente chiusa la mia anima, dopo aver rifiutato di aprirmi interamente all'amore di Dio, nella mia angoscia mi apersi alla creatura; non all'uomo nella sua indulgenza, ma all'uomo nella sua presunzione. Alla presunzione apersi quel fondo dell'anima che Dio solo si riservato di guidare. Invece di rifugiarmi nell'Euca-restia, mi rivolsi alla scienza: mi confessai al medico e da lui ricevetti l'unica assoluzione che il mondo sia in grado di dare: l'assoluzione dello psichiatra per il quale non esiste nessun peccato che non possa essere perdonato, perch non esiste l'anima che possa negarsi a Dio. E quell'assoluzione mi diede l'orribile pace di cui oggi vivono migliaia di esseri, la cui malattia non consiste in altro che nell'aver disprezzato la pace del Signore! Perfino i pi lontani hanno verso il Signore la libert della scelta: altrimenti non vivrebbero. Da quel giorno non credetti pi a nulla, nemmeno a colui nelle cui mani mi trovavo: era stato il medico a persuadermi che non esisteva. Non provai pi nessun odio contro Dio e tornai a frequentare la chiesa: anche questo me lo consigli il medico, raccomandando per moderazione. Non sentii pi nessuna tristezza; non ebbi pi lotte; mangiavo, bevevo e dormivo. Non ebbi pi nemmeno tentazioni, perch colui al quale non credevo pi, non si degnava di occuparsi oltre di me e mi aveva gettato via come un verme o un po' di terra. Io stessa non mi consideravo altra cosa: che d'altro avrei potuto pensare ancora di me? Pi nulla esisteva: in tutto l'universo nulla esisteva, se non la sola, grigia, cieca materia. Quando la zia Edelgarda tacque sembr che una pesante catena, d'infinita lunghezza, cadesse con sordo rumore sul pavimento. Poi si fece un silenzio assoluto. Io non vedevo nulla: Giannina teneva sempre la mia faccia appoggiata al suo petto; eravamo in ginocchio, l'una vicina all'altra. Avevo quasi perduto la coscienza di me stessa e, nello stesso tempo, mi vedevo fino nelle pi ignote profondit della mia anima. Quanto durasse quel silenzio non so: avevamo perduto anche la nozione del tempo. D'un tratto la voce d'una limpidit sovrumana, nitida come cristallo, riprese: Poi rividi la mia anima, ma nell'inferno... Continu a parlare a scatti, con fatica, come lamentandosi, ma sempre con chiarezza. Io non la comprendevo pi. Confusamente sentivo che parlava di ci che era successo negli ultimi tempi. Intesi ancora le parole: Il peccato che non viene perdonato....

Poi compresi che il sacerdote combatteva per la sua anima, come se nel fondo del suo pentimento ricomparisse un pericolo misterioso. No, figliola mia, disse tranquillo e quasi freddo, ella non ha offeso Dio pi gravemente di infiniti altri; sia umile anche nella confessione della sua colpa. Di grande nella sua vita non ci fu che la grazia; grande soltanto e sempre la grazia. Il peccato stesso, il suo peccato, meschino e comune. Esso ci che avviene tutti i giorni, la spaventosa forza di ci che proprio non ne ha alcuna: , in generale, il peccato del mondo... Ci che segu quasi impossibile narrare. Sembrava che non fossimo pi che anime, le quali prendessero parte a una lotta misteriosa. Potenze ignote, sterminate, sembravano pigiate nella piccola camera della zia Edelgarda; percepivo lo sfolgorio di quelle che avevano ali bianche e di quelle che avevano ali nere. Sentivo insieme il fremito degli angeli e dei demoni. Ogni istante pareva avere un'importanza incalcolabile. Vedevo me stessa legata anima ad anima con la zia Edelgarda, cos stretta a lei da non poterci neanche distinguere pi; mi pareva che la lotta si combattesse per me, ma che, nello stesso tempo, tutto quello che era mio fosse pure della zia. Mi inginocchiai in uno sfolgorio d'angeli. Uno di essi si curv su di me e mi tenne chiusi gli occhi. Udii queste parole: Noi non siamo niente per noi. stessi, noi siamo Amore. Tutto questo dovette svolgersi in un baleno, oppure in un luogo dove il tempo non esiste, perch il sacerdote riprendeva esattamente dal punto in cui s'era interrotto: Eppure in questo mondo che resiste e cammina in senso contrario nessuna creatura stata tanto amata quanto il Creatore. Se si adunassero gli sparsi amori dell'umanit e si dividesse in essi l'amore verso Dio da ogni altro amore, il primo supererebbe gli altri. Nulla pi invincibile e pi incostringibile dell'amore di Dio. Esso corre come un filo rosso attraverso le generazioni e attraverso ogni singola esistenza. Rinnegato e disprezzato, compreso e offeso in migliaia e migliaia di esseri, continuamente si riaccende nelle anime e non si spegne se non quando si spegne la vita. Se fosse stato altrimenti, il Salvatore non avrebbe redento il mondo. Figlia mia; malgrado tutto lei ha amato Dio e Lo ama ancora, poich Egli l'ha amata. In quel momento Giannina deve aver fatto un movimento che mi fece rialzare il capo. Vidi la zia Edelgarda distesa sul letto, il suo viso sembrava illuminato da fiaccole, pur essendo bianco come la neve, quasi fosse stato fulminato dalla misericordia. Ella

ripet tre volte con profonda commozione: S, s! Egli mi amava; Egli mi am fino alla fine.... Allora avvenne qualcosa d'inaudito, di fronte a cui qualunque altra cosa era puro nulla: sulla piccola povera anima scese lo splendore di una bellezza sovrumana; una povera creatura smarrita fu rivestita della porpora del Re divino. Ebbi l'impressione di dovermi inginocchiare dinanzi all'anima della zia Edelgarda... Quando Giannina mi fece uscire dalla camera, mi resi conto, come in sogno, che la porta era spalancata; anche nelle stanze vicine tutte le porte erano aperte. Mi meravigliai, ma ero ancora troppo commossa per riflettervi. Solo pi tardi Giannina mi raccont che durante la confessione della zia Edelgarda tutte le .porte dell'appartamento si erano aperte senza rumore? Giulietta me lo conferm; ma non osammo parlarne con nessuno... Dopo quella notte la zia visse ancora ventun giorni: esattamente tanti giorni quanti anni aveva resistito a Dio. Ella stessa considerava ciascuno di quei giorni come un anno che, per la grazia di Dio, poteva rivivere. Non contava di vivere a lungo, quantunque il medico che fasci la ferita alla fronte, confermasse che non aveva niente e che anche la sua malattia non presentava nessuna gravit. Difatti non mor in seguito a malattia. Dio non,aveva pi bisogno di farla ammalare per spezzare la sua natura fisica; ormai la sua anima era talmente abbandonata a Lui, che aderiva istantaneamente a tutto quello che Egli le ordinava. Non aveva pi bisogno di nessuna grazia speciale e nemmeno ne ricevette; ma appunto questo le appariva come la grazia pi grande, perch credeva vedervi un segno che Dio fosse ora sicuro della sua obbedienza e della sua umilt. La suprema gioia dei suoi ultimi giorni fu la santa Comunione, che il Padre Angelo ci portava tutte le mattine. Ne rimaneva tanto irradiata, che il riflesso era visibile sul suo volto per parecchie ore. Del resto non cosa facile parlare di quegli ultimi giorni, perch non ebbero nulla di notevole; era questo che ne formava la bellezza e la pace. Eravamo tanto unite, che quasi non potei rattristarmi della sua morte. Mor nel giorno che aveva predetto, senza alcuna lotta, in pochi minuti, sotto ai miei occhi. Non potrei dire se la morte le caus qualche dolore fisico; guardandola non si poteva neanche persuadersi che fosse morta; tutti quelli che la videro non volevano sulle prime crederci. Nel riposo della morte aveva un'aria infinitamente dolce e completamente felice; sembrava proprio che il suo volto annunciasse la beatitudine dell'eternit nell'amore di Dio. Era cos bella che non potemmo a meno di far riprodurre in calco la sua maschera funebre. Giannina e io ne abbiamo poi spesso

offerto copie, e abbiamo spesso saputo che avevano consolato persone morenti... Subito dopo la morte della zia Edel giunse la notizia che il mio tutore aveva felicemente raggiunto un porto tedesco. Lo informai che nel frattempo ero rimasta sola e ricevetti in risposta una lettera molto buona, in cui egli mi diceva che il posto della figlia del suo amico pi caro sarebbe stato d'ora innanzi nella sua casa. Egli non poteva in quel momento lasciare la Germania; ma io dovevo andare subito da lui. Non fui troppo d'accordo su quel nuovo indirizzo della mia vita, perch mi sentivo indissolubilmente legata alla Citt Eterna e credevo che la mia futura patria fosse il convento della via Lucchesi. Ma i miei sedici anni mi impedivano di entrare subito in noviziato e quando manifestai al padre Angelo il mio desiderio di aspettare a Roma il momento di potervi essere accolta, egli mi rispose sorridendo: Roma dappertutto. Sapevo bene cosa intendesse dire; ma non riuscii a dominare subito le mie dolorose impressioni. Egli continu, per consolarmi: Porti nel mondo il Volto che brilla nella sua anima; mostri al mondo, da vera figlia dell'Eterna Citt, il volto del suo Re. La mia partenza si effettu abbastanza presto, perch il mio tutore si era occupato, attraverso persone di fiducia, della sistemazione di tutti i miei affari. L'ultima sera della mia permanenza a Roma, poco prima che il treno della notte mi portasse verso il nord, mi recai un'ultima volta a San Pietro, col padre Angelo e con Giannina. Ci avviammo per la navata centrale, gi immersa nella penombra del crepuscolo, all'altare della Confessione, splendente di lumi; e l, proprio vicino all'altare papale dal quale mi era giunto il primo raggio dell'amore eucaristico del Salvatore, ci inginocchiammo unendo le nostre anime nella preghiera. Dopo un po' mi rialzai per cercare il punto in cui mi ero inginocchiata nel giorno del Gioved santo, davanti alla reliquia di Santa Veronica. Mi genuflessi sulle nude pietre della chiesa: essa mi circondava vasta e grande come il mondo nel quale dovevo andare... Ma dovunque ormai andr, non trover nessun luogo che non possa essere contenuto da quella chiesa immensa. Salutai la mia santa patrona e giunsi le mani alzandole verso la loggia che si intravedeva nella penombra mistica della cupola gi invasa dalle prime ombre della sera: Imprimiti pi profondamente nella mia anima, immagine del mio Re; Tu solo, e non io, devi vivere in essa, nel mio cuore, nel mio volto, sulle mie labbra; Tu soltanto, e non io, per tutta la mia vita.

Poi mi curvai sul pavimento e lo baciai. Non baciai la pietra, ma il cuore sacro del mondo; baciai il luogo in cui il cielo e la terra si toccano, la Roma di Ges Cristo, la Roma della Verit, l'invincibile, eterna Roma. FINE