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Prefazione

Guardando al calcio professionistico ed a quella sua dimensione attuale in cui lelemento fondamentale sportivo si coniuga sempre di pi con lelemento spettacolare, viene il sospetto che la gamma dei requisiti per diventare un buon allenatore, nel tempo, si sia ampliata. La competenza tecnica, ci mancherebbe, sempre richiesta, ma, indubbiamente, emerge anche la necessit che questa competenza sia trasmessa nei modi opportuni anche in condizioni difficili. E non solo. Emerge anche con sempre maggiore evidenza che allallenatore richiesta una capacit tutta nuova caratteristica di tuttaltre professioni. Parlo della capacit di interpretare il suo ruolo in pubblico, tenendo alto il prestigio proprio e, al contempo, quello della societ per cui opera parlar bene e chiaro, cavarsela di fronte ai media, riuscire convincente, idoneo a rappresentare progettualit e valori. Come dice il Mister si propone, dunque, come un manuale per rendersi conto almeno delle dimensioni del pasticcio in cui lallenatore di calcio, pi per forza di cose che per scelta, si cacciato. E un titolo che gioca sullambiguit: da un lato, registra semplicemente la voce del calciatore, che alla figura dellallenatore guarda come ad un modello, alla fonte prima di quelle istruzioni che gli permetteranno di eseguire al meglio il proprio spartito nel concerto della squadra; dallaltro, sottolinea le modalit con cui lallenatore si esprime. In quanto manuale, lo so, pu essere frainteso. Potrebbe essere inteso come un prontuario cui rivolgersi in ogni circostanza avversa trovandovi puntualmente la soluzione. Ma le cose non stanno cos, per il semplice fatto che se le cose stessero cos questo non sarebbe un buon manuale. Innanzitutto, sarebbe errato ritenere che alla comunicazione efficace occorra far ricorso quando qualcosa va male o, peggio, quando c qualcosa da nascondere. Non di venditori di fumo abbiamo bisogno. Lallenatore non un imbonitore. La sua comunicazione deve essere efficace perch, per ruolo, lallenatore guida pi persone e guidare pi persone per chiunque, non solo per lui qualcosa di maledettamente complicato anche in situazioni molto meno ricche di variabili rispetto al gioco del calcio. In secondo luogo, andrebbe sempre tenuto presente che, in ogni rapporto comunicativo, lartificioso perde. Nulla risulta pi persuasiva della spontaneit del nostro interlocutore. Un manuale come questo, pertanto, non vuole costituire un repertorio di trucchetti per rendere apparentemente presentabile ci che non lo . La base del rapporto fra allenatore e calciatore e del rapporto fra allenatore e pubblico deve rimanere quella della lealt di una persona socialmente e professionalmente responsabile. Lallenatore rimanga s stesso e avr tutto da guadagnare. Esser colto una volta in contraddizione o aver tradito in qualche modo un pensiero nascosto costano, sul paino umano, pi di qualsiasi comunicazione mal fatta. Su questa base di autenticit, tuttavia, possibile costruire nuove attenzioni criteri per interpretare pi correttamente le esigenze altrui, criteri per autocontrollarsi in situazioni emotivamente infide, criteri per conferire logica stringente alle proprie argomentazioni, criteri per evitare i trabocchetti altrui. Si tratta, insomma, di aggiungere al bagaglio dellesperienza personale nuove consapevolezze, nella convinzione che di un fenomeno come quello della comunicazione possiamo ignorare pressoch tutto per una vita intera e magari ci va sempre bene -, ma, se alla buona riuscita della comunicazione affidato il nostro successo professionale e se questa comunicazione rivolta a pi persone (a volte a tante, a volte a tantissime), beh, allora, pi se ne sa e meglio .

Settore Tecnico della Federazione Italiana Giuoco Calcio Marzo 2011 Felice Accame La scommessa della comunicazione Tra le caratteristiche dellattivit dellallenatore di una squadra di calcio alcune giustificano una sua attenzione particolare al fenomeno della comunicazione. Sia che si trovi ad operare a quei massimi livelli che ormai, pi che sport, sono da considerarsi anche e soprattutto spettacolo, sia che si trovi ad operare nello sport dilettantistico come nella formazione dei giovani, lallenatore parla a pi persone contemporaneamente dovendo risultare convincente, intrattiene rapporti faccia a faccia spesso delicati e parla al pubblico o, comunque, alle persone che agiscono a vario titolo (tifosi, competenti, appassionati, genitori, parenti, amici dei calciatori, dirigenti della societ per cui opera) nellambiente che lo circonda. In certi casi, chiamato a parlare al pubblico tramite i mezzi delle comunicazioni di massa (giornali, radio, televisioni, internet) e si trova cos di fronte ad un problema particolarissimo quello di costituirsi e di mantenere nel tempo la propria immagine, ovvero quel complesso di valori che vorrebbe rappresentare come essere umano e come professionista. Spesso, poi, lallenatore stato un calciatore. Ha una competenza tecnica che gli deriva dallesperienza e ci lo avvantaggia -, ma sa anche che questa competenza tecnica non si trasforma dalloggi al domani in una competenza didattica. Chi sa fare una cosa, non detto che sappia spiegare ad altri come fa a farla. Cos laver ricoperto il ruolo di calciatore magari raggiungendo anche la notoriet potrebbe fin danneggiarlo, perch le attese nei suoi confronti sono maggiori rispetto a quelle che accompagnano il lavoro di qualcuno che, fino al momento dellapproccio al nuovo ruolo, rimasto nascosto e ben protetto dallanonimato. Sempre, ancora, lallenatore comunica in condizioni evidentemente difficili: in spogliatoi, ovvero in spazi fisici concepiti e organizzati per tuttaltri scopi che per comunicare, allaperto sul campo di allenamento o, addirittura, nel frastuono di uno stadio, sotto locchio vigile e implacabile delle telecamere, o in presenza di qualcuno che, pur non essendo parte coinvolta nellinterlocuzione, osserva e giudica. Il tempo a disposizione non mai quello di cui avrebbe bisogno: i giocatori di una squadra sono tanti, parlare a ciascuno in tutte le circostanze che lo renderebbero necessario impossibile, lintervallo di una partita breve e le cose da sbrigare sono tante. E la complessit della questione non finisce qui. Perch, oltre a produrre comunicazione e comunicazione efficace -, lallenatore deve stare bene attento alle comunicazioni altrui. La squadra, in un certo senso, gli parla giorno per giorno allenandosi in un modo piuttosto che in un altro -, il singolo giocatore gli parla, sia che gli rivolga la parola o che lo eviti. Interpretare gli altri, insomma, per lallenatore un compito di vitale importanza: il suo successo professionale dipende in ultima analisi da quello che avr capito delle persone sulle quali decide di fare affidamento. Fin dai primi anni Sessanta del secolo scorso allorquando cominciai a lavorare sotto la direzione di Silvio Ceccato al Centro di Cibernetica e di Attivit Linguistiche dellUniversit di Milano -, ho dedicato i miei studi ai rapporti tra il pensiero e il linguaggio, convinto come ero e come continuo ad essere che soltanto da una conoscenza pi approfondita del modo con cui funziona la nostra mente e del modo con cui ne esprimiamo i risultati possa derivare un miglioramento delle relazioni umane. Pi capacit di comprensione degli altri, pi tolleranza della loro diversit, pi possibilit di convivenza proficua e serena. Dal 1990 insegno Teoria della Comunicazione nei Corsi per allenatori professionisti del Settore Tecnico organizzati presso il Centro Tecnico di Coverciano e, nel confronto diretto con le esigenze degli allenatori, ho potuto maturare una serie di riflessioni che, nel tempo, si sono tradotte in criteri utili non dico per risolvere il problema una volta per tutte con ricette sicure, ma, almeno, per

affrontarlo con chiarezza nella consapevolezza della sua complessit. Daltronde, se qualcuno avesse inventato un sistema per verificare lefficacia delle proprie parole entrando nella mente degli interlocutori, oltre che un Padreterno costituirebbe anche un pericolo per la libert di ciascuno. Per fortuna, nonostante il gran lavorio della scienza, siamo ancora lontani da questa eventualit, ma indubbio che qualcosa di pi sullessere umano lo sappiamo. Vediamo di usarlo ai fini del bene comune. Nel 1997, nella rivista Coaching & Sport Science Journal, apparso un saggio dello statunitense G. A. Bloom e dei canadesi R. J. Schinke e J. H. Salmela dedicato allo Sviluppo delle capacit di comunicazione in allenatori di basket di alto livello. Lipotesi principale avanzata da questo studio che gli stili di comunicazione degli allenatori cambino con il loro progredire nella carriera. A quanto sembra, man mano che gli allenatori passano dal settore giovanile alllite nazionale, comprendono che le loro interazioni con gli atleti devono includere una maggiore variet di temi piuttosto che il loro sviluppo tecnico. Una volta giunto ai massimi livelli, dunque, lallenatore percepisce il proprio ruolo come un equilibrio tra rifinire atleti di successo e valorizzare la propria carriera. Il che, fra laltro, implica che lallenatore tenti di coinvolgere i propri giocatori nei processi decisionali o che, in altre parole, incrementi la comunicazione reciproca per far s che il giocatore aderisca al meglio al progetto di squadra propostogli. Quanto vale per il basket e per il basket americano in particolare non detto che valga ugualmente per il calcio e per il nostro calcio in particolare. Che lo straordinario sviluppo del calcio nel nostro Paese abbia reso indispensabili nuove competenze allallenatore certo, ma altrettanto certo che proprio questo straordinario sviluppo abbia arricchito la situazione comunicativa di un numero maggiore di partecipanti. Se al livello della prima istruzione tecnica fondamentale il rapporto diretto tra allenatore e giocatori, ai massimi livelli tra allenatore e giocatori, ormai professionisti, intervengono altri interlocutori come la Societ con il suo progetto dimpresa, le altre figure professionali che a questo progetto concorrono, il pubblico e i mass media. Le cose, insomma, si complicano e il successo degli uni sempre pi legato a quello degli altri. Lallenatore, in particolare, si trova a dover istruire perch sa che una competenza non mai acquisita una volta per tutte e che in pochi campi, come in quelli di calcio, chi non si aggiorna destinato a perdere prestissimo e a dover mediare fra giocatore e giocatore, fra giocatore e Societ, fra giocatori e altre figure professionali, fra giocatori e pubblico, fra giocatori e mass media. Tuttavia, per lallenatore, non si tratta tanto di sostituire uno stile comunicativo con un altro, ma di saper ampliare la gamma delle sue comunicazioni senza mai dimenticare la propria funzione primaria, che essenzialmente tecnica. Non ci si pensa mai, ma in ogni tentativo di comunicazione che compiamo c una specie di scommessa. Multipla. Innanzitutto scegliamo almeno un codice. La lingua madre, per esempio, o una lingua appresa pi tardi nel caso si possa ritenerla pi adatta alloccasione, o il linguaggio dei segni, o se vivessimo in un romanzo spionistico un codice cifrato. Poi, scegliamo alcuni elementi fra gli altri del medesimo codice. Un buon dizionario della lingua italiana ne annovera pi di centomila, ma nella quotidiana pratica del linguaggio orale ne usiamo molti di meno. Sono gi due scommesse, perch, se non condividessimo questo sapere con il nostro interlocutore il tentativo sarebbe destinato al fallimento o a lunghe e tribolate peripezie. Racconta Primo Levi che grazie alla sua conoscenza di qualche parola di tedesco che ha potuto sopravvivere nel lager: era percepito come pi persona di altri che non potevano permettersi alcun scambio linguistico con il proprio aguzzino. La parola, poi, un potente selettore sociale: chi la usa al posto ed al momento giusto pu avvantaggiarsene o, quantomeno, passare inosservato, mentre chi la usa nel contesto sbagliato va

incontro ai suoi guai. Capita a chi si lascia sfuggire una parola troppo elevata in un contesto di basso profilo, o, viceversa, a chi dica qualcosa di troppo poco elegante per il contesto in cui sta esprimendo. Si gioca la reputazione e si trasciner questo peccato chiss fino a quando. Ma di scommessa ce n almeno una terza. Gli elementi di un codice non rimangono mai a lungo gli stessi. Si modificano nelluso. Per i due aspetti fondamentali che li caratterizzano, ovvero sia per il significante che per il significato: il capo della stazione, per esempio, diventa il capostazione, come la metropolitana diventa la metro (e anche il metr) e quel che un giorno designava un insulto, oggi designa invece un vezzeggiativo, cos come c stato il tempo in cui discussione voleva semplicemente dire rompere in due qualcosa come una noce e non ancora lo spaccare il capello in quattro in un acceso dibattito. La scommessa, allora, quella che, nel processo di mutamento di una parola, con linterlocutore, si sia sulla stessa lunghezza donda si abbia alle spalle, detto altrimenti, quel tanto di storia affine che assicura un uso abbastanza simile della parola. Qualora, poi, ci si rivolgesse ad un adulto, perlopi, si scommette anche sulla sua capacit deduttiva. Faccio lesempio di chi racconta che stato un viaggio faticoso e lunghissimo aggiungendo che ha dovuto fermarsi tre volte a fare benzina. Va da s che costui si affida allinterlocutore per quanto concerne lindividuazione del mezzo di trasporto: benzina, allora automobile. Ho detto almeno un codice. Non a caso. Perch, in realt, di solito, di codici ne scegliamo pi duno. Magari inconsapevolmente. Fare un codice relativamente facile. Si tratta, innanzitutto, di scegliere dei significanti (suoni prodotti dallapparato vocale, segni grafici, gesti, pietre, numeri, fiori) e di vincolarli mentalmente a significati. Quindi si tratta di stabilire regole per la combinazione di questi elementi accoppiati. Un linguaggio nasce cos. E quando il vincolo socialmente condiviso da una comunit storicamente consolidata ne parliamo come di una lingua. Non tutto, dunque, linguaggio il gorgoglio della macchina del caff di per s rappresentabile in onde sonore esattamente come le nostre parole pronunciate, ma non linguaggio fino a quando non lavremo posto in rapporto ad un significato. Non tutto linguaggio, ma tutto, allora, pu diventarlo. Non a caso, oggi, si parla comunemente di linguaggio del corpo, della moda, dellarchitettura, dellinformatica, del cinema o, perch no ? del calcio. Per orientarci in questa giungla evolutasi come espressione della cultura umana sar opportuno stabilire alcuni criteri: a) Linguaggio orale e linguaggio scritto costituiscono le invenzioni di maggiore successo per opposti motivi il primo ha avuto il vantaggio di non occupare spazio e il secondo quello di durare nel tempo. Entrambi hanno servito egregiamente alla trasmissione del sapere, ma lo scritto ha finito con il prevalere nella maggior parte delle culture. b) Linguaggio dei gesti e linguaggio corporeo, perlopi, costituiscono dei linguaggi complementari al linguaggio orale. Lo arricchiscono e, a volte, gli si sostituiscono. c) Qualsiasi linguaggio, comunque, evolve. Ma con ritmi diversi. Il linguaggio orale muta pi rapidamente dello scritto e spesso lo anticipa. Il linguaggio dei gesti e del corpo muta meno velocemente. Il corpo umano, daltronde, vero che cambia nel tempo lungo dellevoluzione si pensi allaltezza o alla conformazione del cranio -, ma lespressione del linguaggio corporeo gi condizionata dallevoluzione culturale. Nonostante sia diventato quasi un luogo comune parlare di codici forti e codici deboli, va detto che nessun codice risultato alla prova della storia cos forte da non subire alterazioni.

I linguaggi e le forme della comunicazione Tutti abbiamo avuto modo di osservare una fila di formiche indaffaratissime. Procedono nei due sensi e quasi mai linearmente: spesso mutano brevemente direzione e sembra quasi che si scontrino per un attimo con quella che sta andando in senso opposto. Non sono ubriache. E un fenomeno noto come trofallassi e consiste essenzialmente in uno scambio chimico che serve da riconoscimento reciproco. E una comunicazione didentit sociale. Altre forme viventi ricorrono ad altre soluzioni. Il canto risulta determinante ai fini della vita sociale degli uccelli. Le api si affidano a complesse coreografie per comunicare fra loro posizione e distanza dei fiori migliori. Certe rane trasmettono su spettri acustici diversi per non danneggiarsi a vicenda. Il merluzzo maschio cerca di richiamare lattenzione delle femmina facendo luccicare le proprie scaglie ed emettendo suoni al contempo. In natura, insomma, i mezzi per comunicare sono tanti. E non detto che qualcuno di questi non sia utilizzato ancora, come sottoprodotto evolutivo, dagli esseri umani. Si pensi, per esempio, ai nostri odori ed al modo con cui influenzano la scelta del partner. In un esperimento compiuto negli anni Novanta del secolo scorso, quarantanove studentesse, selezionate accuratamente perch in fase di ovulazione, furono poste innanzi ad alcune magliette che una volta eliminati deodoranti e detersivi profumati - erano state indossate da maschi e fu chiesto loro da quali magliette, a naso ( il caso di dirlo), si sentivano attratte. La fase particolare che stavano attraversando le rendeva particolarmente sensibili agli odori e risult che le loro preferenze in materia di accoppiamento riguardavano sistematicamente maschi che, nel loro corredo genetico, potevano vantare un certo tipo di geni diverso da quello di loro stesse. Per costruire sistemi immunitari migliori occorre diversit e, per raggiungere lo scopo, non occorre essere consapevoli dei processi di comunicazione in atto. Daltronde, quando si avvicina il periodo dellovulazione, anche le elefantesse asiatiche secernono con le urine un agente chimico feromone sessuale che funziona da afrodisiaco per i maschi e 126 specie di insetti secernono lo stesso tipo di ormone. Non c da stupirsi, dunque, se qualcosa del genere avviene anche tra gli esseri umani magari ben nascosto dai prodotti della nostra cultura. Anche i nostri organi cambiano. In molte specie animali esiste un sistema olfattivo particolare, lorgano vomeronasale, che viene attivato dai feromoni e che direttamente connesso allipotalamo, la parte del cervello che governa la fisiologia dei comportamenti riproduttivi. Ebbene, nelluomo, lorgano vomeronasale non atrofizzato, ma esiste in forma rudimentale. Gi fin dora appare chiaro che il campo delle forme di comunicazione sterminato. Ma se dovessi indicare a quali elementi dovremmo prestare attenzione nei rapporti con i nostri simili compilerei un elenco di questo tipo: Parole Sguardo Espressioni del volto Gesti Corporeit Manutenzione del corpo Acconciature Vestiario Merci connesse Rapporti spaziali

Su ciascuno di questi elementi varr la pena di una riflessione. Ma non prima di aver messo ben in chiaro una cosa. E sempre possibile assegnare un significato a ciascun elemento compreso esplicitamente o implicitamente nellelenco. Ma mai una volta per tutte. Ogni significato espresso legato inscindibilmente ad un qui e ora, che, un attimo dopo, ci gi sfuggito. Ce ne accorgiamo allorch incontriamo difficolt, per esempio, nellattribuire il giusto significato ad una frase estrapolata da una lettera scritta molti anni prima, o ad un brano letterario antico, o allatteggiamento di figure dipinte in epoche troppo lontane da noi. Ogni volta che ci imbattiamo in un testo, dunque, interpretiamo, ovvero cerchiamo di ricostruire qualcosa di andato perduto sulla base di quanto ancora condividiamo noi con loro, noi che leggiamo e che tentiamo di capire, con loro che si sono espressi e che, al momento in cui si sono espressi, potevano contare su un patrimonio di sapere pi condiviso di quello su cui possiamo contare noi oggi. Le parole La dotazione di parole di un giovane liceale oggi ben diversa da quella di un contadino di met Ottocento la differenza tra un numero che supera le centomila (di cui quelle usate quotidianamente non superano le ventimila) ed uno che non arriva al migliaio. Sulle vecchie c un continuo accumulo di nuove, ma, a dire il vero, la maggior parte delle nuove ottenuta utilizzando pezzi delle vecchie. In realt il repertorio cambia s, ma senza metter mai in gran difficolt i parlanti. Diverso sarebbe il caso di un parlante che si assenta del tutto dal proprio ambiente linguistico per lunghi anni: la conoscenza della grammatica gli sarebbe daiuto, ma con il lessico avrebbe problemi. Non solo cambia la forma delle parole perch le pi usate, assecondando un principio di economia, si accorciano -, ma anche il loro significato e le strutture sintattiche nelle quali le inseriamo. Un principio di economia, daltronde, gi alla base della nascita stessa di una parola. Faccio un esempio: in questo momento io indosso una camicia azzurra e sono seduto su una poltroncina foderata di velluto marrone e, nel mio repertorio di parole, possiedo camicia, azzurra, poltroncina, etc., ma non una parola che, da sola, designi una persona in camicia azzurra e seduta su una poltroncina foderata di velluto marrone. Il perch semplice: le parole che sono nel mio repertorio sono parole che hanno una probabilit di occorrenza molto pi alta della parola che designerebbe una situazione molto pi rara. Non a caso, i patrimoni delle varie lingue si differenziano tra loro: al mondo ci sono lingue che annoverano pi parole per designare certi tipi di cose (i linguisti litigano da anni sul numero delle parole che esprimono qualit di neve nella lingua degli eschimesi) e ce ne sono altre che si accontentano di meno, che fanno meno distinzioni. La cultura materiale e la storia di una comunit formano il suo patrimonio linguistico e, dunque, va da s che ogni patrimonio sia diverso dagli altri. Gli antropologi, per esempio, hanno individuato lingue amazzoniche composte soltanto di 7 consonanti e 3 vocali dove non esisterebbe alcuna parola per esprimere numeri, quantit e colori. Alcune di queste sarebbero prive soltanto del colore verde, perch, vivendo la comunit dei parlanti immersa nel verde della foresta, non lo isolerebbe come differenza nellambiente. Tutto ci dovrebbe suggerirci alcune cautele in ordine ai rapporti umani: dal momento che lingua e pensiero sono due facce della stessa medaglia, dobbiamo ricordarci che non sempre facile n scontato capirci le parole possono rappresentare modi di vedere il mondo molto diversi tra loro. Tolleranza e rispetto della cultura altrui sono alla base di ogni corretto tentativo di comprensione. La traduzione da una lingua allaltra, allora per quanto sia eseguita a regola darte -, pu sempre risultare ingannevole o trascurare qualche sfumatura di significato. Non bisogna mai dimenticare che ogni parola non mai soltanto una parola, perch ogni parola implica un sistema di pensiero.

Orale e scritto Le regole della nostra convivenza civile prescrivono pi meno tassativamente luso della parola orale o della parola scritta a seconda delle circostanze. Un testamento, per esempio, perlopi esige la forma scritta. Per una confessione va bene anche lorale. Al Mister spettano interventi orali, ma non detto che, in talune circostanze particolari, ricorrere ad una lettera scritta non possa costituire la soluzione di un problema relazionale. E stato notato. Comunque, che lorale esprime tonalit emotive difficilmente esprimibili nello scritto. Si pensi, per esempio, alle pause. Nella forma scritta una pausa pu essere rappresentata da: una virgola un punto e virgola due punti il punto fermo il punto e a capo i puntini di sospensione il punto esclamativo il punto interrogativo un trattino una parentesi prima aperta e poi chiusa le virgolette Ciascuno di questi elementi svolge varie funzioni. Per esempio: La virgola separa i costituenti di un elenco e favorisce un breve inciso Il punto e virgola chiude una frase ma prelude al contempo ad altra frase, diversa ma ancora attinente allargomento della prima I due punti preludono ad un elenco o ad un discorso riferito Il punto fermo e il punto e a capo chiudono la frase portando a conclusione largomento o conferendo perentoriet allaffermazione. I puntini di sospensione suggeriscono una durata dellazione o alludono a qualcosa di rimasto implicito Il punto esclamativo (di cui non sarebbe mai opportuno abbondare) suggeriscono drammaticit o, comunque, forti tonalit emotive allaffermazione Il punto interrogativo designa la forma ancora aperta dellargomentazione e la possibilit dellinterlocutore dintervenire a chiuderla. Il trattino designa unaggiunta, o, raddoppiato, un inciso (magari pi cospicuo in quanto articolazione di quello favorito dalle due virgole). La parentesi designa unaggiunta o incisa nella frase o come sua conclusione Le virgolette designano uninterpretazione particolare della parola o della frase, oppure una citazione di parole o frasi altrui. Il parlato pi ricco. Offre una gamma pi ampia di soluzioni. E anche meno ambiguo. Le durate delle pause da quelle impercettibili delle virgolette a quelle del punto fermo - possono essere graduate a piacere fino ad accumulare attenzione nellinterlocutore. La grana della voce, i toni, le titubanze, la pronuncia di una parola, unaccentuazione, il ritmo del discorso, sono tutte soluzioni che contribuiscono a modulare lespressione alla sua massima raffinatezza. Le varie forme viventi del pianeta, allora, hanno inventato le forme pi diverse per comunicare fra loro. Le lucciole mettono in moto un meccanismo biochimico in virt del quale ritmicamente

emettono luce, i rospi battono sul terreno, le api ricorrono a vere e proprie coreografie collettive, il pavone accetta la fatica di aprire la ruota di penne colorate per far colpo sulla femmina e quello che ha la coda meno variopinta avr meno femmine. Luomo parla. E scrive ovvero ha escogitato un linguaggio che, entro certi limiti, rappresenta laltro. Dei limiti in questione ci se ne accorge nel momento in cui analizziamo i toni della voce. Tutti ci rendiamo conto che la stessa frase - magari un insulto - detta con un tono o con un altro muta radicalmente di significato e pu diventare uno scherzo fin affettuoso. Al ritmo del discorso, di solito, prestiamo meno attenzione. Tuttavia, caratterizza il parlante come un marchio. Ci se ne accorge allorch ci si chiede di cambiarlo per esempio, rallentandolo, per permettere a qualcuno di tradurre quel che stiamo dicendo a vantaggio di qualcun altro: rischiamo fin di perdere il filo del discorso. Diminuzione nel tono di voce, poi, e rallentamento del ritmo fungono da segnali involontari per una fase decisiva della conversazione come quella del cambio di turno di parola. Ogni interazione comunicativa ha le sue leggi economiche non scritte. Se siamo in pochi, di solito, tutti vorremmo usufruire del nostro turno di parola senza, tuttavia, offendere nessunaltro, sacrificandolo. Da una riunione di amici si esce soddisfatti se ciascuno ha potuto sentirsi non dico protagonista qualcuno che predomina sugli altri c sempre -, ma almeno partecipante a tutti gli effetti. Tocca alla sensibilit di ciascuno, dunque, provvedere ad unequa distribuzione dei turni di parola. Per il mister, indubbiamente, il fenomeno particolarmente interessante. Va da s che il mister miri al massimo di partecipazione possibile per avere una verifica delle idee che ha proposto alla squadra, per far sentire protagonisti attivi i propri calciatori, perch sa che la partecipazione attiva un prerequisito della migliore prestazione -, ma pu dover constatare, magari ripetutamente, che nellinsieme di persone che costituiscono la sua squadra qualcuno salta sistematicamente il proprio turno di parola, mentre qualcun altro ne approfitta in eccesso. Ci pu nascondere problemi relazionali un silenzio, a volte, segno di ostilit o di indifferenza (tutte situazioni che il mister dovr sanare alla svelta); una presa di troppi turni di parola, a volte, rende manifesto un tentativo di autocandidarsi a leader dello spogliatoio. La lettera e le-mail Ad ogni mezzo escogitato dalla laboriosa impresa umana di comunicare corrisponde uno stile. E andata cos con linvenzione della stampa, con quella del telefono e parr pi strano perch forse nessuno se ne mai occupato con quella della biro presumibile che non dover pi intingere il pennino nellinchiostro abbia conferito una fluidit di scrittura tale da mutare lo stile espressivo. Perch no ? Questo stile, daltronde, connesso al costo della scrittura un costo fisico, prima che economico e a tutta una serie di fattori che, interessati come siamo al contenuto di un messaggio, non prendiamo mai in considerazione. Lilluminazione, per esempio. Possiamo affermare con certezza che lo scrittore a lume di candela avrebbe scritto esattamente quello che ha scritto se avesse avuto a disposizione la luce elettrica ? Evidentemente, no. Allora, da un confronto fra la lettera allantica dico quella di pochi anni fa: scritta a penna su carta, imbustata, affrancata e spedita e le attuali e-mail, ricavo alcune linee di tendenza: a) Sul contenuto. - Piena libert nella misura nelle-mail ci finiscono anche messaggi invero trascurabilissimi, per i quali mai e poi avremmo speso i soldi di un francobollo. - Pi soluzioni brachilogiche. Parole abbreviate, spesso ridotte ad acronimi, quando non sostituite da icone.

- Rapidit maggiore nellentrare in argomento. Spesso le vecchie formule introduttive (Carissimo, Egregio, Mia adorata, etc.) sono saltate a pi pari o ridotte al minimo indispensabile. - Analogamente, drasticit nel congedo. Addio alle vecchie formule del tipo Rimanendo in attesa di un cortese riscontro, le invio i miei pi cordiali saluti, etc. - Scioltezza nella sintassi e nella forma fino al punto di non correggere refusi che, se li avessimo lasciati in una lettera scritta a penna, ci vergogneremmo. - Attenzione minima verso la punteggiatura e verso le maiuscole. - Multimedialit. Ormai le-mail sostituisce spesso perfino la cartolina natalizia di auguri. Si pu nserire immagini, grafica e link ovunque nel testo. - Vaghezza nella contestualizzione della comunicazione in partenza da dove arriva il messaggio ? Nella lettera tradizionale vi era segnato un luogo e se non era segnato dallautore cera sempre la possibilit di scoprirlo guardando il timbro postale. - Margine di impersonalit nella firma il fatto di non usare quasi mai nonostante sia possibile - il segno identitario per eccellenza sfuma, diciamo cos, i contorni del mittente. b) Sulle modalit del consumo. - Predispone ad unapparente maggiore intimit fra mittente e destinatario (nelle cosiddette chatline e nelle chat peer to peer non raro labbattimento di certi steccati, o la riduzione di certe distanze sociali che, nella lettera tradizionale, potevano durare tali e quali vite intere. Il maggiore senso dellanonimato, poi, indurre a sviluppare approcci di ordine sessuale fino al limite della patologia). - Muta la percezione del rapporto fra mittente e destinatario in termini di obbligazione. Una lettera ricevuta per posta pu riposare per giorni e settimane, senza sentirsi in debito: la lentezza della posta, il dover soppesare la risposta, il trovare il momento giusto, averci il tempo, etc., costituivano giustificazioni validissime alla creazione di un intervallo fra ricezione e risposta. Le-mail rinnovando i bei tempi antichi in cui, nelle grandi citt, la posta veniva distribuita pi volte al giorno, e, anzi, incrementando il potenziale traffico a piacere -, come il pesce, poco dopo averla ricevuta, puzza. Va da s, allora, che i narratori contemporanei abbiano gi fatto incetta di e-mail, come artificio narrativo. Interrompendo le stringhe dei caratteri consueti per utilizzarle fin nella forma originaria cos come appare sul nostro computer. Con buona pace dei puristi letterari, tutto, dunque, lascia supporre che, grazie alle-mail, possa resuscitare quella classica soluzione narrativa del romanzo epistolare di cui opere come I dolori del giovane Werther di Goethe o Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos rappresentano esempi molto amati. Unidea settecentesca che trover nuovi entusiasti adepti.

A proposito di toni della voce Alcune ricerche hanno messo in evidenza una stretta correlazione tra tono della voce e rapporti sociali. A quanto pare, se un individuo raggiunge un traguardo sociale rilevante ottiene dal proprio interlocutore una sorta di sottomissione che gi segnalata dalla diminuzione del tono di voce. Latteggiamento di deferenza sociale, insomma, riscontrabile dunque non solo nei comportamenti, ma anche nelle modalit dello scambio linguistico. Chi ha meno potere o chi crede di aver meno potere nel gruppo si autosegnala agli altri.

A proposito di velocit nel parlare A quanto sembra, la maggior parte degli esseri umani pronuncia da 200 a 500 sillabe al minuto. Non sempre, ovviamente, la lentezza nel parlare pu significare difficolt di pensiero e, viceversa, non sempre la velocit nel parlare pu significare chiss quale prontezza o quale acume nel pensare. Chi parla in pubblico sa che la velocit va rapportata al tipo di argomentazione ed alle sue durate. Parlando troppo velocemente, per esempio, si pu indurre a pensare che si abbia gi ripetuto pi volte quel che si sta dicendo. Si svilisce la situazione. Se, invece, la si vuole valorizzare presumibile che la velocit debba essere ridotta a tutto vantaggio della chiarezza e, a volte quando necessario -, della perentoriet. A proposito di turni di parola Chi ne approfitta eccessivamente e chi evita sistematicamente di appropriarsi del proprio turno di parola nel gruppo pu ugualmente costituire un problema per la stabilit del gruppo stesso. Se siamo fuori a cena in quattro o cinque, un silenzio protratto di uno di noi sospetto. Pu innescare domande del tipo: Non ti senti bene ?, C qualcosa che non va ?, o, addirittura, Ma stasera ce lhai con qualcuno di noi ?. E anche quello che Parla Sempre lui crea imbarazzo o fastidio negli altri. Da un lato, si pu interpretare il fatto come un tentativo di imporre una leadership; dallaltro si pu interpretare il fatto come unanomalia rispetto alla coesione del gruppo. Anche una timidezza non mai semplice timidezza: occorre indagarne le radici. Il Mister osserva attentamente la distribuzione dei turni di parola nelle sue relazioni con la squadra e interviene favorendo correzioni di rotta che riconducano i singoli a sentirsi protagonisti nel collettivo di cui fanno parte. Mutamenti significativi Sostituire una parola, a volte, sufficiente per rovesciare il senso di un discorso. Se il telecronista dice fischia larbitro o fallaccio muta drasticamente il proprio giudizio e guida lo spettatore nel formarsi il proprio. Si pensi alla delicatezza delle scelte nelliniziare e nel concludere una lettera: egregio, gentile, gentilissimo, caro, mio caro, etc. cordialmente, cordiali saluti, distinti saluti, un caro saluto, a presto, etc. costituiscono tante alternative quante sono le modalit con cui abbiamo istituito la relazione. Dalla calda affettivit alla distaccata freddezza. Silvio Ceccato amava fare un esempio che mostra perfettamente il grado di sottigliezza che nel linguaggio viene rappresentato: pensate diceva alla differenza che c fra il dire ho il mio babbo a casa e ho il mio babbo per casa. Quel minimo cambio una a che si trasforma in un per -, designa situazioni e sentimenti molto diversi, forse fin opposti: in un caso una persona localizzata in un posto, ma nellaltro la stessa persona che quasi lo invade. Al Mister capita di ascoltare o leggere le interviste che i suoi giocatori concedono a radio, televisioni e giornali. E a volte sente farsi come Noi stiamo facendo il possibile per mettere in pratica le idee del Mister, o cose del genere. Gli dovrebbe bastare per preoccuparsene: luso di quel noi esclusivo da una parte la squadra, dallaltra il Mister e spesso tradisce una forma di opposizione. A volte perfino sufficiente ritoccare la stessa parola in una sola lettera per ottenere cambiamenti cospicui nel significato. A casa, per esempio, mangiamo tutti alla stessa tavola; ma, se andiamo al ristorante, prenotiamo un tavolo. E meritano attenzione anche i cambiamenti involontari, quelli che, un po ingenuamente potremmo considerare semplici sbagli, ma, da Freud in poi, abbiamo imparato a chiamare lapsus ed a considerarli rivelatori di qualcosa rimasta nascosta. Freud dice che questa perturbazione del discorso pu essere causata da anticipazioni e posposizioni nellordine delle parole che costituiscono la frase pronunciata, oppure da una seconda frase che si intenderebbe pronunciare, oppure ancora da una seconda frase o da parole che non sintenderebbe affatto pronunciare, ma che,

esercitando una specie di pressione mentale, riescono ad emergere, anche parzialmente, nel discorso effettivamente pronunciato.

Freudiano o no ? Potremmo anche considerare lemergere di una parola al posto di unaltra come il fallimento del conscio e il trionfo dellinconscio. Ma, senza che, per forza di cose, debba essere coinvolta la sfera sessuale. Se dico (seriamente, senza voler far ridere) che quella ragazza univa lutero al dilettevole, in realt, faccio emergere proprio ci che, perlopi, si vorrebbe censurare. Una parola al posto di unaltra sempre significativo a volte, pu fin essere sintomo di una malattia neurologica -, ma non sempre posiamo facilmente capire di che cosa. Mi ricordo il triste caso di una coppia di anzianissimi coniugi. Un brutto giorno, hanno deciso assieme di farla finita con la vita e lhanno fatto davvero, assieme, lasciando un biglietto di addio ai propri figli lontani. Sul giornale, accanto al titolo della notizia, era riprodotta una fotografia che ritraeva due robusti infermieri mentre tentavano di trasportare gi dalle scale dellabitazione uno dei corpi in un sacco. La didascalia diceva: Non volevano essere di peso.

Dalla prima alla seconda persona In un romanzo di Patricia Cromwell, una Lei che racconta ed Lei la prima a parlare: Ho abbastanza sale in zucca per capire che il dolore deve seguire il suo corso. Ma non facile, se quelli in cui hai fiducia cominciano a scardinare i pilastri su cui ti reggi. E Lui: Sei appena passata dalla prima alla seconda persona, mi fece notare, mi chiedo se ti rendi conto che Lei: Non mi psicanalizzare, Sinclair. E il dialogo prosegue. Ma poi: Mi guard negli occhi: ero di nuovo passata dalla prima alla seconda persona, che offriva maggiori sicurezze. Glielo lessi in faccia. Da lingua a lingua I passaggi da lingua a lingua sono spesso altrettanto indicativi. Il caso pi frequente che ci pu capitare quello di chi passa dalla lingua nazionale al dialetto delle sue zone dorigini, soprattutto se condivide queste zone dorigini con linterlocutore. Un simile cambio di registro, allora, pu portare nel discorso una tonalit affettiva o un segnale di identit condivisa che la lingua ufficiale non possiede come se si passasse dal comunicare con un codice di tutti ad uno nostro. Nelle traduzioni di opere letterarie straniere pu capitare dimbattersi in una parola o in una frase che il traduttore segnala come in italiano nel testo. Anche qui si tratta di un cambio di codice particolarmente significativo: riferendo la nostra lingua, lo scrittore allude alla nostra stessa cultura, al contesto, cio, in cui quellespressione nata. Diverso il caso frequentissimo nellitaliano doggi di un parlante che, improvvisamente, butta l nel discorso la sua bella espressione inglese: da un lato, pu significare che ci tiene a mostrarsi informato e adeguato ai tempi, ma, dallaltro, pu comunque significare un certo atteggiamento subordinato nei confronti di un codice che ha pi peso politico nel mondo di quanto ne possa avere il proprio.

Lenfasi Il Mister , come tutti coloro la cui professione implica forti tensioni emotive, ha da tener sotto controllo tutte le patologie del linguaggio. Pena perdere in credibilit. Allorch inflazioniamo il significato di una parola, o di un gesto, cediamo allenfasi. E lenfasi un meccanismo perverso. Mi spiego con un esempio. Poniamo il caso dellallenatore alla prima partita di campionato. Fine primo tempo: la squadra perde due a zero. Entra nello spogliatoio e si fa sentire, non solo con ci che dice ma anche con il modo con cui lo dice. Alza la voce. La domenica dopo, ricapita qualcosa del genere. Giunti allintervallo, la squadra sta perdendo. Il Mister, questa volta, non solo alza il tono della voce, ma picchia anche un pugno sul lettino dei massaggi. Terza domenica e si sta perdendo ancora: il Mister alza la voce e sferra un gran pugno contro la parete. Se la domenica dopo ricapita qualcosa del genere questa la domanda -, cosa dovr fare il Mister per mostrare il proprio coinvolgimento emotivo nella situazione e per conferire sufficiente autorit a ci che sta dicendo ? Dovr ricorrere ad un calcio alla porta degli spogliatoi ? E dopo ? Voglio dire che enfatizzare il proprio linguaggio un processo pericoloso, perch per risultare credibili si rischia di dover alzare sempre la posta. Meglio controllarsi e, nel caso, esprimere il proprio disappunto in forme tali da non far passare in secondo piano ci che davvero conta: se le cose vanno male, tocca al Mister individuarne le ragioni e trovare le soluzioni pi opportune o, almeno, provarci. Non si tratta di un consiglio facile a seguirsi: tutto il mondo delle comunicazioni cede sempre pi spesso al fascino dellenfasi urlano nei dibattiti televisivi, urla la pubblicit. Ma cos il rischio di perdere di vista il significato delle parole diventa enorme. Come sui banchi del supermercato, allorch si trovano tre formati della stessa merce: uno definito Grande, laltro Formato Famiglia e il terzo, infine, Mega. Il Grande il pi piccolo: il significato di una parola letteralmente rovesciato. La partita di calcio come linguaggio: ridondanza e informazione Il 3 gennaio del 1971, Pier Paolo Pasolini, sul quotidiano Il Giorno, pubblicava un articolo intitolato Il calcio un linguaggio con i suoi poeti e prosatori. Studiava il calcio come un "sistema di segni" e parlava cos, con un po' di ingenuit, di "podemi" come unit minima di significazione calcistica, di sintassi della partita, di gerarchie di codici e di stili, giungendo cos ai singoli giocatori in azione. Pasolini, cui a dire il vero il rigore scientifico interessava poco, non era il primo a cercare nei modelli linguistici una chiave efficace per interpretare un avvenimento sportivo. Negli anni Cinquanta del Novecento, in America, il linguista Pike e sua moglie analizzarono, con gli strumenti di una loro teoria chiamata "tagmemica" (dal greco "tagma", nel senso di "ci che stato ordinato", per designare l'unit funzionale gerarchizzata in un enunciato), una partita di football americano fra le squadre universitarie del Minnesota e del Michigan. Ignorando chiss quanti altri illustri predecessori, buon ultimo, nel 1978, ho tentato di approfondire la suggestione pasoliniana e, quattro anni dopo, ho pubblicato La sintassi del calcio. Anche in questi studi ho cercato di tenere sempre ben presente il punto di vista operativo: considerare qualcosa come risultato - sia esso una parola, una frase, un gesto tecnico del gioco o un'azione concertata fra pi giocatori - e chiedersi tramite quale sequenza di operazioni si venuta costituendo. Il principio rivela tutta la sua utilit nella didattica. Il buon insegnante non quello che, banalmente, mostra un risultato - affidandosi, in altre parole, all'ostensione - e chiede all'allievo di ripeterlo, ma quello che sa ridurre l'esecuzione richiesta a istruzioni eseguibili da tutti coloro ai quali lo richiede. Non considerare mai nulla per "dato" di per s, ma sempre tutto come "costruito" in quel dominio consensuale dove pu aver senso. Alcune nozioni linguistiche, come quella di correlazione, mi hanno portato ad analizzare lo sviluppo dell'azione come una frase nel discorso. I singoli costituiti - i gesti tecnici - significano qualcosa nel gioco in quanto vengono correlati fra loro. E, come la maggior comprensione si ottiene laddove la competenza linguistica pi condivisa, cos il successo dell'azione dipende dalla

coordinazione collettiva e dalla condivisione dei processi d'interpretazione. Una corsa senza palla effettuata ad una certa intensit, dal punto di vista del significato, diversa da un'altra effettuata ad intensit minore; una sovrapposizione assume significati diversi a seconda del livello di campo in cui eseguita; un protratto possesso di palla assume significati perfino opposti a seconda del momento della partita e del suo temporaneo risultato. Ogni squadra ben preparata, poi, finisce con l'esprimere un suo proprio linguaggio: dal modo in cui prende l'avvio l'azione offensiva alla frequenza con cui si realizzano certi eventi topologicamente distribuiti - giocatori che eseguono il tal gesto tecnico in quella zona di campo, movimenti combinati, soluzioni per lo sfruttamento delle palle ferme, etc. Alcune statistiche vorrebbero insegnarci che il successo di un'azione - il goal - dipende dall'esiguit della sua articolazione - del numero dei passaggi. Il problema merita un'attenta considerazione e, anche in questo caso, linguaggio e comunicazione vengono in aiuto. Charles Hughes, nella sua qualit di membro della commissione Uefa per lo sviluppo tecnico del football, present una relazione - al convegno organizzato dall'Uefa nel 1993 riservato ad allenatori di squadre nazionali giovanili sostenendo due tesi. La prima parzialmente implicita e pone alcuni dati numerici a confronto. Per esempio, si dice che "nel turno finale della Coppa del Mondo del 1954 furono segnati 140 gol in 26 partite, per una media di 5,4 gol a partita. Nel turno finale dell'edizione del 1986, un numero di partite due volte superiore ha fatto registrare 132 gol, per una media di 2,5 gol a partita". Ci testimonierebbe di una "tendenza negativa" nel giuoco del calcio. Il giudizio, evidentemente, presuppone la negativit di un maggior equilibrio raggiunto tra le squadre partecipanti e la positivit (come valore assoluto, a prescindere da modalit e condizioni) del gol. La seconda tesi - connessa conseguenzialmente alla prima - integralmente esplicita e potrebbe essere articolata come segue: "una squadra che effettua sei o pi passaggi ogni volta che in possesso di palla riduce fortemente le sue possibilit di vincere". Perch la "formula di successo nel calcio" "consiste nello spedire il pallone in avanti appena possibile in modo da procurarsi un'occasione per calciare a rete non oltre cinque passaggi consecutivi". A prova di ci starebbero, per l'appunto, le analisi statistiche eseguite: su 109 partite di massimo livello, l'87 % dei gol segnati sono nati da cinque passaggi consecutivi o meno. Ora, mentre la prima tesi riposa su alcune assunzioni di valore discutibili - perch, per esempio, il maggior equilibrio fra le squadre pu esser considerato e dal punto di vista dello spettacolo e dal punto di vista tecnico come un fattore positivo -, la seconda tesi quantomeno manchevole. Non si tratta di mettere in dubbio i dati, ma di comprenderne il loro significato in un contesto pi ampio rispetto a quello in cui vengono considerati. Allo scopo mi sia concessa un breve cenno alla "teoria dell'informazione". Fu elaborata da Claude Elwood Shannon (The Mathematical Theory of Communication, 1948) e da Norbert Wiener (Cybernetics, or Control and Communication in the Animal and the Machine, 1947) allo scopo di misurare la riduzione d'incertezza determinata da un segnale in ambito di radiotelegrafia e di radiotelefonia. Successivamente venne applicata a situazioni varie, fra le quali lo studio teorico del linguaggio. Da questa teoria, fra l'altro, abbiamo imparato che, come dice Wiener, "la propriet dell'informazione soffre necessariamente dell'inconveniente per cui un brano di informazione, al fine di contribuire all'informazione generale della comunit, deve dire qualcosa di sostanzialmente diverso dal patrimonio di informazioni gi a disposizione della comunit". Wiener fa l'esempio dei "classici della letteratura e dell'arte" il cui "valore informativo" ormai venuto meno per quel pubblico che "si ormai familiarizzato con il loro contenuto". Anche Umberto Eco, riflettendo su questo punto, si accorto che "la comunicazione quotidiana piena di espressioni che si oppongono alle consuetudini grammaticali o sintattiche e che proprio per questo ci scuotono e ci comunicano qualcosa di nuovo, anche se eludono le regole per le quali un significato viene abitualmente trasmesso (neretto mio).

L'informazione, dunque, corrisponderebbe allo scarto dalla norma, alla sorpresa. Pi ridondanza c', in una comunicazione, meno il suo valore informativo. Ma, attenzione, l'una diventa tale soltanto in rapporto all'altra. Allora l'analisi di Hughes merita una correzione aggiuntiva: vero che, in termini di teoria dell'informazione, l'efficacia dell'azione "diretta" maggiore di quella "di possesso", ma anche vero che l'una acquisisce i propri valori in rapporto all'altra. Se l'azione "diretta" diventa consuetudine, o l'unica soluzione tattica a disposizione, la sua efficacia destinata a venir meno; se l'azione "diretta" , invece, alternativa poco probabile, la sua efficacia si mantiene intatta.

Coinvolgimento o distacco ? Al giorno doggi nellesercizio di certe professioni sembra indispensabile assumere un atteggiamento distaccato. E cos per il medico, per lo psicoterapeuta, per il confessore. Dal mancato coinvolgimento nei problemi dellinterlocutore dovrebbe derivarne maggiore obiettivit scientifica e giudizi pi equilibrati. Tuttavia, anche vero il contrario: se non ci si prende a cuore il problema dellaltro, la soluzione che si proporr non sar mai risolutiva, perch qualcosa, di quel problema, sar rimasto nellombra. O, peggio, non verr neppure condiviso: da una parte rimarr chi ha il problema, e dallaltra parte rimarr chi stato interpellato per risolverlo. Il Mister partecipa di unimpresa collettiva e vi partecipa in un ruolo di alta responsabilit. Non rimanerne coinvolto sul piano umano in termini di sentimenti, di emozioni, di relazioni non superficiali sarebbe quantomeno poco professionale. Significherebbe, tra laltro, non saper sfruttare una risorsa preziosa ai fini del risultato comune: lobiettivo raggiunto allorch fortemente condiviso da tutti. Ma, al contempo, al Mister si chiede di mantenere il sangue freddo nelle circostanze pi sfavorevoli e, soprattutto, di indurre ad atteggiamenti di piena consapevolezza coloro che deve guidare. Fra i due estremi del comportamento, pertanto, si pu indicare una soluzione mediana, quella del coinvolgimento critico: partecipare emotivamente s, ma senza mai rinunciare allanalisi. Attenti alla sintassi Se la sintassi si occupa dellordine delle parole nella frase ovvio che ha a che fare con i significati. Una vecchia pubblicit diceva: Qui non ci vuole un pennello grande, qui ci vuole un grande pennello. E sufficiente rovesciare lordine di un sintagma per cambiarne il significato. A volte, anzi, basta ancor meno. Se nelle inserzioni economiche di un quotidiano trovo Casalinga focosa, con marito allestero disponibile per incontri roventi, volendo essere pignolo potrei anche pormi la domanda su chi dei due potrei trovarmi di fronte nellincontro rovente in questione. Moglie o marito ? Manca una virgola dopo estero. Si pensi ai disastri diplomatici che potrebbero sorgere pronunciando male una frase come Le guardie a cavallo della regina: questione di una pausa quasi impercettibile dopo guardie o dopo cavallo ? Le parole sono un immenso sistema combinatorio. Cos come posso ottenere una frase anche di una sola parola: Giocala -, continuando a ricombinare, posso ottenere il discorso, largomentazione pi complessa, il racconto, il romanzo, lenciclopedia. Ma qualunque sia la dimensione dellespressione nello spazio delle parole scritte e nel tempo del parlato -, la sua efficacia in termini di comunicazione dipender sempre e soltanto dal rispetto della medesima logica. Paradigma, differenze, sanature

Se qualcuno sia esso un amico, il telegiornale o il quotidiano del mattino ci d una notizia o ci racconta qualcosa perch presume che fino a quel momento noi non se ne sappia nulla. C una novit, qualcosa che non condividiamo ancora, che non fa ancora parte del comune patrimonio di conoscenze. Una differenza. Una differenza che, in un modo o nellaltro, va sanata, perch a nessuno fa piacere essere abbandonato a met strada: se inizio un romanzo giallo e se mi accorgo solo alla fine che mancano le pagine conclusive quelle dove si rivela chi lassassino mi arrabbio. Spesso, un racconto o una notizia sono costituiti da pi di una differenza; spesso le differenze sono tante e tutte vanno sanate nel romanzo giallo, per esempio, non voglio solo sapere chi lassassino, voglio anche sapere come ha fatto a uccidere la vittima e, soprattutto, perch il detective di turno non ha capito tutto subito. Certo, spesso, pi salature sono in concorrenza tra loro. Quale scegliere ? In base a quali criteri una meglio dellaltra ? Come posso fare a far s che il mio racconto piaccia a chi lo legge ? Come posso far s che la mia spiegazione convinca pi di altre ? Quando il Mister insegna qualcosa parte dallinsieme di cose che costituiscono il sapere condiviso con la squadra, introduce una novit (una differenza, per lappunto) e ne spiega le ragioni. Sono le migliori ? Traggo un esempio da un fatto di cronaca. Qualche anno fa, sul quotidiano del mattino, leggo una notizia: Efferato delitto a Milano. Si trattava di un vecchio avvocato che viveva da solo in un palazzo del centro citt: qualcuno aveva manomesso la porta del suo appartamento, lui era stato colpito in salotto presumibilmente con il suo stesso pesante bastone da passeggio che, infatti, era insanguinato e poi trascinato fino alla camera da letto. Una scia di sangue attestava la vicenda. Lassassino, o gli assassini, probabilmente cercava qualcosa, perch, nella camera da letto dove era stato rinvenuto il cadavere, alcuni cassetti di un mobile risultavano aperti e parzialmente rovesciati. Nulla, per, sembrava esser stato portato via. La polizia, ovviamente, avrebbe indagato. Il giorno dopo, sulle Pagine del medesimo giornale, tuttavia, apparve il titolo seguente: Cirrosi epatica uccide lavvocato milanese. Il caso era stato risolto. Il medico curante aveva dichiarato che lavvocato soffriva da tempo e che, prima o poi, avrebbe potuto rimanere vittima di una emorragia. Evidentemente, lanziano avvocato si sentito male in salotto e poi, aiutandosi con il bastone, aveva faticosamente raggiunto la camera dove aveva affannosamente cercato alcune medicine. Tutti i conti tornavano ? No, manca un pezzo: la porta. I figli, precipitatisi a casa dopo aver ricevuto la notizia, avevano raccontato che la porta, in un tentativo di furto, era stata manomessa gi parecchi giorni prima e che il padre stava ancora spettando il fabbro perch la sistemasse. Ora i conti tornavano meglio. Ad un insieme di elementi, dunque, possono essere date spiegazioni diverse. In questo caso, la seconda ha prevalso sulla prima. Il fatto che nulla fosse stato asportato dalla casa ha finito con il confermare una tesi piuttosto che laltra. Da ci impariamo una regola doro da adottare ogni qualvolta siamo incerti sul modo di sanare delle differenze: sceglieremo un spiegazione che tenga coerentemente assieme gli elementi da sanare e, soprattutto, che li tenga tutti, perch se una sanatura ne contraddice unaltra, o se qualche sanatura viene dimenticata, il nostro racconto risulter ben poco convincente. In certe relazioni umane, poi, determinante anche lelemento temporale: non possiamo mostrare differenze e lasciarle non sanate n in eterno, n troppo a lungo. La memoria degli interlocutori esseri umani, con i loro limiti biologici non quella dei computer, e se per un libro giallo, a volte, siamo anche disposti a leggere duecento pagine per arrivare a sapere chi lassassino, nelle interazioni comunicative quotidiane abbiamo meno pazienza. Le sanature devono arrivare alla svelta. Lo sguardo e il volto Ogni consapevolezza che acquisiamo in relazione ai linguaggi di cui disponiamo serve su due fronti. Da un lato, pu rendere pi efficace la nostra comunicazione; dallaltro, pu farci comprendere qualcosa di pi nella comunicazione altrui. Per nessun essere umano, daltronde, pu

risultare facile, per esempio, modificare il ritmo del proprio discorso o il tono della propria voce a seconda delle circostanze. A una certa et, poi, alcune caratteristiche non si cambiano pi o si cambiano ben poco. Acquisire nuove informazioni sul proprio interlocutore, invece, sempre possibile. E questo comporta innegabili vantaggi a maggior ragione se, come nel caso dellallenatore di calcio, si ricopre un ruolo di responsabilit nei confronti di tanti interlocutori da una parte dei quali, peraltro, dipende il proprio successo professionale. E in ragione di ci, pertanto, che il bagaglio tecnico del Mister, a proposito delle sue competenze comunicazionali, deve andare oltre le parole constatando lespressione di pensiero e di attitudini cos come possono trasparire nei cosiddetti linguaggi complementari. Il volto, da questo punto di vista, costituisce una sorta di teatro dalla ricca azione scenica, dove non tutto tenuto perfettamente sotto controllo. Se vero, infatti, che un po tutti abbiamo imparato a costruirci una faccia sociale davanti allo specchio per esempio, sapendo fingere il giusto grado di attenzione allinterlocutore anche quando stiamo pensando a tuttaltro, oppure recitando sorpresa, curiosit o timore anche quando in realt restiamo indifferenti -, anche vero che, nel nostro volto, appaiono segnali spesso involontari. Pallori e rossori della pelle, per esempio, sono stati spesso messi in rapporto a stati emotivi. Il rossore in particolare stato interpretato anche come segno di vergogna, ma non affatto detto che ci debba riguardare qualche azione o qualche pensiero compiuto dal soggetto che arrossisce. In certi casi, ci si pu vergognare in modo riflesso, per il comportamento di qualcuno cui associamo una forte condizione emotiva. Mi raccontava un direttore sportivo che, se pu, non si perde nessuna seduta di allenamento. Si mette in disparte e osserva: dal modo con cui si muovono e interagiscono sul campo allenatore, giocatori e staff tecnico, lui comprende e valuta lo stato dei loro rapporti. Ma se appena appena incrocia lo sguardo dellallenatore e questo sguardo si sofferma un attimo, lui capisce che, a fine allenamento, sar bene avere uno scambio di opinioni. In quello c una muta richiesta, se non di aiuto, di collaborazione. E noto che, allorquando due esseri umani si incontrano, inconsapevolmente o meno, verificano quel che verificabile delle intenzioni dellaltro perlustrando la zona degli occhi e della bocca. Perch sono due fonti di segnali rilevanti. Aggrottamento, restrizione delle pupille e tensione delle mascelle possono manifestare minaccia e aggressivit. Dal battito delle ciglia, poi, riceviamo alcune informazioni che possono risultare altrettanto utili. Di norma assumendo un caso medio delle tante differenze individuali -, battiamo le ciglia circa 15 volte al minuto. Ci, innanzitutto, svolge una nota funzione fisiologica: le cellule dellocchio sono particolarmente delicate e necessitano di una lubrificazione costante pena il loro rapido deterioramento. Tuttavia, alcune osservazioni dimostrano che la loro funzione pi ricca. Chi comincia a leggere un libro, le batte circa 7 volte al minuto, ma man mano che si stanca le battute aumentano. Nellintervista: se lintervistato non batte le ciglia o ne diminuisce drasticamente il ritmo, sta ascoltando la domanda. Quando ha gi deciso cosa rispondere, le battute aumentano. Pi cresce lattenzione e meno batti le ciglia, insomma. Nella conversazione, inoltre, subentra unaltra singolare funzione: battendo le palpebre segnaliamo di aver compreso e, dunque, cediamo il turno di parola allinterlocutore. Non solo i toni di voce, ma anche il gioco delle palpebre coordina i turni. Volontario e involontario A questo punto, per, ci si gi inoltrati in un terreno piuttosto infido quello della volontariet e dellinvolontariet di ci che diciamo in un modo o nellaltro. Non a caso, ha fatto il giro del mondo quellassioma della Scuola di Palo Alto che recita: Non si pu non comunicare come a dire che possiamo parlare o star zitti quanto ci pare, ma che sia quello stesso silenzio che qualcosaltro comunica per noi. Vediamo di capire come stanno le cose. Alcuni filosofi americani da una cinquantina danni a questa parte hanno cominciato a paragonare la mente umana ad un pandemonio un guazzabuglio in perenne attivit su pi piani e dalla difficile burocrazia interna

- e Daniel Dennett sostiene apertamente che il s una finzione narrativa, una sorta di soggetto che tutti noi abbiamo imparato ad assegnarci per metterci in relazione con il mondo. Da un lato queste affermazioni sono ancora ben lontane da una descrizione soddisfacente della mente e degli stati di coscienza, ma, dallaltro, contribuiscono a mettere in crisi unidea di noi stessi sicuramente falsa quella in virt della quale noi saremmo sempre pienamente padroni di ci che diciamo e di ci facciamo. Quante volte ci capitato di dire una cosa e, poi, di averne detta unaltra ? Quante volte, non senza fastidio, abbiamo constatato che non siamo riusciti ad esprimerci come avremmo voluto ? E se le cose stanno cos per le parole che pur sembrano sotto il diretto controllo, diciamo cos, della cabina di regia -, figuriamoci per le espressioni del viso, per un batter di ciglia, per un movimento di un qualsiasi segmento del nostro corpo. E ovvio, allora, che, per chi osserva, non ci pu essere certezza sulla volontariet o meno di quello che comunica; cos come, in definitiva, una certezza piena di essersi espresso esattamente come avrebbe voluto non c neppure per chi comunica uno convinto di aver detto una cosa, utilizzando un codice, ma laltro ne ha capito anche unaltra utilizzando anche un altro codice. C, poi, un ambito di significati che trascende la persona stessa nonch il contesto in cui si sta esprimendo. Quando notiamo, per esempio, che una certa attivit, o un certo evento, ha modificato il linguaggio corporeo di un nostro amico, siamo in questambito. A volte una malattia, a volte un atteggiamento acquisito nel lavoro, a volte un segno che gli si incorpora addirittura come eredit di uno dei genitori. Nel capire chi abbiamo di fronte, allora, spesso non neppure importante distinguere il volontario dallinvolontario, perch il significativo ci che a noi serve sapere, ci che a noi fornisce informazioni utili ovunque. Senza contare che anche lespressione pi involontaria che possiamo immaginare comunque il risultato di qualche processo mentale che, come dice Freud a proposito dei lapsus, potrebbe essere del tutto ignorato proprio dal soggetto che lo compie. I gesti La classificazione dei gesti ha impegnato gli studiosi non meno della classificazione delle parole. Senza mai arrivare ad un accordo. Desmond Morris li ha suddivisi in: Accidentali Espressivi Mimici Schematici Simbolici Tecnici Codificati Ma evidente che i confini fra queste classi non sono affatto netti e chiari: un gesto usato da una minoranza specializzata per esempio, i subacquei, per comunicare durante le loro immersioni classificato da Morris come tecnico, ma nulla impedisce e, anzi, tutto fa presumere che sia anche codificato e, magri, anche mimico. Fatto che la difficolt sempre la stessa: come ricondurli alloperare mentale che designano. Ogni cultura ha i suoi gesti e, fin nella medesima cultura, una minima variazione di ritmo nelleseguirli, pu implicare significati del tutto differenti. Ogni cultura, poi, educa ad un uso diverso della gestualit: litaliano, per esempio, ne usufruisce pi di un cinese o di un giapponese. Poi, anche i gesti sottostanno ai processi di metaforizzazione e, dunque, cambiano di significato a seconda del contesto. E vero che certi studiosi sostengono che se qualcuno si gratta alla radice del naso per eliminare un prurito segno sicuro di una sua forte tensione emotiva, ma anche vero che io, in primavera,

mi gratto di pi che in altre stagioni dellanno. E non questione di stati di tensione interiore, ma di sensibilit maggiorata della pelle in rapporto ad unallergia da polline di graminacea. Nellinterpretare, dunque, occorre prudenza. In certi sport, come nella pallavolo, i gesti sono codificati, appartengono al linguaggio di una squadra. Sono segnali per schemi di coordinazione collettiva, che, per, si sviluppa in una dimensione spaziale molto ridotta rispetto a quella di un campo di calcio come ridotta , peraltro, la gamma dei gesti tecnici. Alcuni allenatori di calcio trovano utile codificare alcuni gesti soprattutto quando questi si riferiscono a soluzioni schematiche in situazioni di palla ferma. Non raro, dunque, veder segnalata lintenzione di battere un calcio dangolo lungo o uno corto, cos come un calcio diretto o indiretto nei pressi dellarea avversaria. Tuttavia, va notato che, per quanto concerne i calci di punizione, la variet potenziale tale che, per codificare tutti quelli selezionati come idonei per la propria squadra, si pu sconsigliare di ricorrere ad una codificazione gestuale. Innanzitutto perch nel calcio conta molto il fattore sorpresa e se un gesto segnaletico venisse codificato, in pochi giorni il suo significato sarebbe di pubblico dominio e, quindi, lazione designata risulterebbe inefficace. Poi, perch, comunque in considerazione della molteplicit di situazioni offerte dal gioco del calcio -, occorrerebbe un dizionario gestuale troppo ampio. Accordi a voce sono dunque da preferirsi, tenendo presente il fatto che, comunque, allorch una squadra ha maturato un linguaggio condiviso non solo parole, ma pensieri, modo di valutare la partita e i suoi singoli eventi a volte basta uno sguardo tra il Mister e un giocatore, o fra giocatore e giocatore. Corporeit C una storia che, meglio di qualsiasi saggio scientifico, spiega la capacit comunicativa di un animale. E quella di Hans, il cavallo che sapeva contare. Allora: nel 1904, un giornale tedesco riporta la clamorosa notizia: a Berlino, allevato da un professore di matematica in pensione, c un cavallo, Hans, che legge e conta. Facendo corrispondere lettere e numeri, infatti, il cavallo rispondeva a domande, sommava, moltiplicava, sottraeva e divideva numeri, estraeva le radici quadrate, riconosceva le note musicali e individuava varie cosettine nel proprio ambiente come, per esempio, dire il numero di tutti i presenti che portavano gli occhiali. Per rispondere usava la zampa: ad ogni unit la batteva davanti a s e, una volta giunto alla risposta esatta, smetteva. Va da s che la notizia fece il giro del mondo e che, esibendo il proprio cavallo nei circhi e nei teatri cittadini, il proprietario fece fortuna. Ma, allo scopo di verificare che non vi fossero trucchi, venne istituita una commissione scientifica con il compito di dare un responso. Sulle prime, ovviamente, si ipotizz che laddestratore condizionasse il cavallo, ma, quando questi fu allontanato, si dovette constatare che il buon Hans continuava a non sbagliare un conto. Poi, lo psicologo Stumpf ebbe lidea di far ripetere gli esperimenti in modo che chi poneva la domanda non ne sapesse la risposta per esempio, facendo chiedere al cavallo unoperazione da qualcuno e facendone chiedere una seconda da sommare al risultato della prima a qualcun altro non a conoscenza della prima domanda. Fu allora che Hans cominci a sbagliare e la commissione concluse il proprio lavoro dicendo che, presumibilmente, chi fa la domanda condiziona inconsapevolmente il cavallo. S, pu darsi, ma come ? La risposta conclusiva la diede Pfungst, un altro psicologo che, come tanta parte dellopinione pubblica, si appassion al mistero. Con laiuto di accuratissime registrazioni cinematografiche, Pfungst scopr che tutti coloro che ponevano una domanda al cavallo, dopo averla posta, eseguivano lo stesso impercettibile movimento: inclinavano la testa e il tronco in avanti (per unampiezza compresa tra il quarto di millimetro e il millimetro e mezzo) mentre, quando il cavallo stava arrivando a quello che doveva essere lultimo colpo di zoccolo, linterrogante raddrizzava il capo. Avveniva una sorta di rilassamento senza il quale il cavallo avrebbe continuato a battere, sbagliando quindi il risultato delloperazione matematica che gli era stato chiesto di eseguire.

Come dice Vinciane Despret, la tesi che se ne pu trarre che noi influenziamo quelli che interroghiamo, daccordo, ma la storia di Hans straordinaria soprattutto perch ci mostra in modo inequivocabile quanto possano essere microscopici e pur significativi i messaggi del corpo. Un indizio ? In tempesta solare, la giallista svedese Asa Larsson rileva che in genere la gente si innervosiva quando parlava con la polizia. Ma era quando cercava di nascondere la tensione che diventava interessante. E cera un sintomo di tensione che si aveva una sola possibilit di scoprire. Perch si verificava una volta sola. E racconta: ora lo aveva sentito. Proprio dopo aver chiesto se Viktor Strangard stava per rivelare qualcosa prima di morire. Uno dei tre pastori, non era riuscita a capire quale, aveva inspirato profondamente. Una sola volta. Il corpo racconta la sua storia. E indubbiamente vero. Tuttavia, dobbiamo stare bene attenti a non fargli raccontare la storia che vogliamo sentirci dire. Biologico e culturale sono difficilmente separabili, cos come il naturale e lartificiale. Nei 20 segmenti corporei analizzati da Desmond Morris come significativi dai capelli ai piedi -, per esempio, c il biologico ma c anche il culturale: i capelli in quanto tali fanno parte dellordine biologico delle cose, ma il modo in cui li classifichiamo riguarda direttamente le operazioni di manutenzione che eseguiamo nei loro confronti sia per quanto riguarda il loro colore che per quanto riguarda la tecnica di acconciatura. E sia il colore che lacconciatura non sono il risultato diretto dellevoluzione naturale (vedi perch gli uomini preferiscono le bionde), ma, piuttosto, il risultato di scelte culturali e cos li dovr considerare il Mister, una volta di fronte al calciatore, per capire con chi ha a che fare. Se Morris ha diviso il corpo umano in venti zone significative soltanto in ragione di uno schema anatomico precostituito. Nulla vieta di individuare zone nuove o di dividere le vecchie secondo altri criteri: qualcosa non organo di per s, ma lo diventa in base al nostro modo di vedere e questo modo di vedere, nel tempo, cambia. Balzac ha scritto una teoria dellandatura perch presumeva di possedere quelle grandi capacit di osservazioni che gli avrebbero permesso, restando piacevolmente seduto in un boulevard parigino, di indovinare caratteri e storia dei passanti. Ma, se ci avesse detto che soltanto il corpo gli raccontava ci che veniva a sapere o a credere di sapere avrebbe detto una bugia: in realt, traeva informazioni s dal modo di camminare ma anche dal modo di vestire e dallatteggiamento relazionale dei suoi oggetti di studio. Insomma, il corpo l: ci potrebbe raccontare tante cose, ma, al contempo, parlano anche altri elementi e, come sempre quando le voci si sovrappongono, fanno confusione. Il rischio di prendere lucciole per lanterne enorme. Nel mondo animale dove laccumulo di simboli meno cospicuo e dove, comunque, possiamo interpretare con buone possibilit di farla franca qualsiasi cosa si dica alcune indicazioni corporee sembrano pi chiare. Nei babbuini e negli scimpanz, per esempio, la femmina in fase di ovulazione pu esibire un bel sedere da parata (rigonfio a palloncino e colorato rosa paonazzo), segnalando cos al maschio la sua condizione di ottima fattrice. Ma noi, perlopi, dobbiamo accontentarci di segnali meno univoci. Il Mister, ovviamente, sa correlare i corpi con la prestazione sportiva - il calciatore agile, rapido e scattante, per esempio, raramente alto e possente -, ma i suoi interessi professionali non possono fermarsi qui. Tramite anche minimi particolari pubblici, vorrebbe attingere alla sfera del privato. Il modo di muoversi (camminare, correre, saltare), il modo di sedersi, il modo di manifestare la propria attenzione, la postura assunta nelle diverse occasioni (di attesa, di intervento diretto), gli auto e gli eterocontatti sono tutti ambiti di osservazione da cui ricavare dati.

Gli uomini preferiscono le bionde ? Le scienze etologiche hanno evidenziato funzioni rilevanti assolte dal colore nella vita di molti animali sia in rapporto allambiente che alla dinamica della socialit. Il numero degli esempi ormai sterminato. Il gabbiano, durante le fasi del corteggiamento, presenta alla femmina la parte posteriore del capo, distogliendo alla vista la parte anteriore, ove pu vantare una maschera nera maschera che sembrerebbe garantire la sua aggressivit. Gli etologi, infatti, distinguono colorazioni da combattimento (anche in certi pesci, come i ciclidi; o nei cefalopodi, o nei camaleontidi), colorazioni di corteggiamento (in uccelli e pesci) e colorazioni di sottomissione (ancora nei ciclidi). Poi, andrebbero annoverati tutti i casi di mimetismo (che Caillois distingue in travestimenti, mimetismi veri e propri per confondersi con lambiente e intimidazioni). In altri casi, la questione del colore si coniuga con questioni di forma. C una quota minima, a quanto pare, per gli ocelli della coda del pavone: se il maschio ne pu esibire soltanto 150, o meno, sembrerebbe che la femmina lo eviti in quanto evolutivamente poco vantaggioso. Ma c anche un uso pi strategico e semiculturale del colore. Come il caso delluccello del paradiso che invita la femmina a visionare la sua raccolta di pietre colorate, ben disposte. Va da s che, in questi casi, i processi di significazione relativi possono essere ascritti allevoluzione biologica. Quando si viene a conoscenza delle particolari esigenze delluccello del paradiso, tuttavia, si sarebbe tentati di estendere linterpretazione a fattori che, di solito, chiameremmo culturali. Questo uccello colleziona pietre colorate e, prima di invitare la femmina ad ammirarle, sembra porle in un ordine che, per lui, tassativo come rispondesse a tradizioni estetiche o a canoni stilistici. Fatto sta, comunque, che i colori danno parecchie informazioni sullo stato di salute (le labbra e le guance degli esseri umani, la cresta del gallo, le penne sul capo del tacchino, la macchia rossa sulla fronte del porciglione) e sulla correlata assenza di parassiti. Costituiscono un accesso facilitato al vantaggio evolutivo e differenziano individui in competizione. Allorch si passa dalla totalit del mondo animale a quella sedicente particolarit costituita dalluomo, la portata del biologico pi decisamente ridotta a tutto vantaggio del culturale. Un buon esempio pu essere costituito dal colore dei capelli rapportato alla scelta del partner sessuale. Nel 1953, Howard Hawks diresse il film Gli uomini preferiscono le bionde (tratto dallomonimo romanzo di Anita Loos). Lassioma non cadeva l per caso. Eravamo giusto al tempo in cui lo psicologo americano Havelock Ellis produceva una teoria secondo la quale gli uomini preferiscono le bionde. Tale teoria sosteneva che i maschi prediligono le forme rotonde perch segno di fecondit e i capelli biondi esalterebbero queste caratteristiche. Ma, siccome n le bionde n le brune n tantomeno le rosse solitamente vanno in giro nude, chiaro che sarebbe sufficiente adattare diversamente i colori degli abiti per cambiare la percezione del rapporto fra forme e colore dei capelli. La teoria non era convincente. Dallinconsistenza della teoria di Havelock Ellis partito, nel 1998, il neuroscienziato V. S. Ramachandran per proporne una sua. Che, pi o meno, si articolerebbe nel modo seguente: 1. Presupposto fondamentale averci le idee ben chiare su cosa serve il sesso. Perch ci riproduciamo sessualmente (soluzione che ci permette di trasmettere soltanto la met dei nostri geni) e non asessuatamente (soluzione che ci permetterebbe una trasmissione integrale) ? 2. Il sesso si evoluto allo scopo di evitare i parassiti secondo una tesi che, nel 1982, stata gi formulata da Hamilton e Zuk. Il parassita furbo: cerca di farsi ospitare ingannando il sistema immunitario e facendosi credere parte legittima e accreditata dellorganismo. Se la specie rimescola di continuo il proprio patrimonio di geni riuscirebbe a stare sempre un passo avanti ai parassiti, perch questi sarebbero sempre riconoscibili e, dunque, eliminabili. 3. La pelle chiara facilita la diagnosi di parassitosi. I maschi preferiscono le bionde perch, se una malata, lo si vede prima.

Ramachandran, poi, aggiunge altri motivi a fortificazione della propria tesi: 4. Nelle persone di pelle chiara, la scarsit di melanina (pigmento che protegge dalle radiazioni ultraviolette) fa invecchiare la pelle pi in fretta. I segni di invecchiamento sono dunque pi facilmente riconoscibili nelle bionde. Come dire che pi facile evitare di prendere bidonate. 5. Nelle persone di pelle chiara, sono pi evidenti alcune reazioni connesse alla sfera sessuale: rossori, imbarazzi in societ ed eccitazione. Il maschio ha migliori possibilit di controllo e di gratificazioni. 6. Unultima ragione concerne le pupille. La loro dilatazione segno tipico di interesse sessuale pi evidente sulliride azzurra che sulliride scura. 7. I capelli biondi, insomma, costituirebbero una sorta di avvisatore anche a distanza della pelle chiara e dei suoi vantaggi evolutivi. La tesi di Ramachandran condivisibile, ma, come ben sappiamo anche per tanti altri motivi, una volta che il biologico si trasforma in cultura entra in una spirale di cambiamento da cui pu uscirne irriconoscibile. Per esempio pu esser presa la recente storia dellabbronzatura. Anatole France, ne Le sette mogli di Barbablu, la citava come carattere delluomo dappoco, come connotazione negativa. Ma, come faceva notare Giorgio Cosmacini, il quadro ideologico delle varie tipologie di raggi intorno allinizio del Novecento, stava mutando. Wilhelm Conrad Roentgen, nel 1895, scopr i raggi X (Nobel nel 1901) e Pierre Curie e sua moglie, Marie Sklodowska, scopersero la radioattivit indotta dal polonio e dal radio su sostanze inerti nel 1898 (Nobel nel 1903, con Becquerel). Tanto bastava perch le azioni dei raggi solari mi si passi la metafora forzosa - salissero alle stelle. Nel 1904 sorge la prima colonia elioterapica: il sole comincia a far bene. E, gradualmente, la pelle scura diventa valore positivo e la pelle chiara valore negativo con le sue eccezioni, beninteso, come quella di Marilyn Monroe, una delle bionde preferite dagli uomini nel 1953. Oggid sufficiente sfogliare una rivista patinata per constatare che le arti seduttive prescrivono pelli bronzee e che, a dar retta sociologica allassociazione dei parrucchieri, nel 2001, se una moglie vuol tradire il marito, si fa dipingere i capelli s, ma non per diventare bionda, bens rossa. Con il che tutti i pregiudizi contro i rossi che gi segnalava il cinquecentesco Giambattista Della Porta sembrerebbero cadere: a meno di non correlarli con un quadro ideologico radicalmente diverso, addirittura rovesciato, dove il tradimento considerato un valore positivo. Chi lo sa cosa accadr fra 200 anni allorch le bionde naturali frutto di un gene recessivo, come quello che genera occhi azzurri -, secondo le previsioni degli scienziati, saranno pochissime e tutte confinate pi o meno in Finlandia. Per levoluzione darwiniana non c pi alcun rispetto e i processi di valorizzazione in corso non si riferiscono pi necessariamente al biologico. Chi avesse preteso di assegnare significati, univocamente e una volta per tutte, ai colori sarebbe incorso in gravi fraintendimenti. Che il colore svolga un ruolo nei processi di comunicazione evidente, ma che questo ruolo possa essere determinato soltanto da esigenze di ordine biologico escluso. E le esigenze di ordine culturale derivando da pi culture, alcune delle quali reciprocamente oppositive costituiscono per linterprete dei segni un problema di non facile soluzione. Ci si scontra con il mondo dei valori e con lattivit mentale del singolo e della collettivit - che lo governa. Il codice vestimentario Complichiamo il compito di chi ci osserva non soltanto eseguendo opere di manutenzione sul nostro corpo da quelle quotidiane che riguardano barba, baffi, capelli, peli definiti superflui, pelle e quantaltro a quelle di minor frequenza come tatuaggi, piercing e chirurgia estetica -, ma, per ragioni ben fondate, di solito presentiamo questo nostro corpo ben coperto. C stato un tempo in cui le divisioni in classi sociali trovavano un riscontro preciso nei capi di vestiario, ma oggi quando un giubbino sdrucito pu esser venduto a caro prezzo nella boutique pi esclusiva della metropoli non per nulla facile assegnare gusti, cultura e potere alle persone che incontriamo. Le

differenze sociali, beninteso, ci sono ancora e condizionano ancora le opportunit delle persone -, ma non sempre possibile individuarle con sicurezza fidando soltanto nellinterpretazione del codice vestimentario. La globalizzazione non un fenomeno che concerne solamente persone e merci, ma anche i segni. Dobbiamo essere sempre pi attenti agli insiemi relazionali delle cose. Capire tramite i capi di vestiario, ormai, in cete zone del mondo quasi impossibile: mettiamo il caso di trovarci nel porticciolo di Portofino e di osservare la gente che vi passeggia. Sembrano tutti uguali, fino al momento in cui qualcuno si stacca dal mucchio e sale sul suo yacht, mentre gli altri rimangono a mangiarsi la loro focaccia seduti su uno scoglio. Come le parole, anche lindumento e lassociazione di indumenti hanno un significato qui e ora. In pochi, ormai, portano la cravatta fuori dallufficio e dalla serata di gala nel tempo libero di moda la maglia, o la camicia comunque, a collo aperto. Lo stesso tatuaggio che, un tempo, poteva significare aggressivit, oggi pu essere esibito come scelta puramente estetica. Qualcosa preso in un posto ed in un momento e viene trasferito, de-contestualizzato: il caso della maglietta del tennista che pu essere usata nella quotidianit, il caso della tuta sportiva che finisce per identificare un anziano, il caso della giubba o della camicia militare che trovano posto nella vita civile addosso a persone che con il militare non hanno mai avuto a che fare. Il problema per chi opera queste scelte di non essere mai il solo a farle. Un ricordo personale chiarir la dimensione delle precauzioni alle quali attenerci. Eravamo nella prima met degli anni Cinquanta del secolo scorso ed io ero un bambino che frequentava la scuola elementare, a Milano. Un giorno ricevemmo la visita della zia dAmerica che, come ogni zia dAmerica che si rispetti, non pot esimersi dal portarmi un regalo. Si trattava, per, di un capo di vestiario e la cosa, ovviamente, non mi entusiasm - a quellepoca mi aspettavo giocattoli, come tutti i bambini di questo mondo. Pertanto ringraziai s con un bacio la zia, ma solo per buona educazione. Del regalo non me ne sarei neanche pi ricordato se, qualche giorno dopo, mia madre non mi avesse detto che, al termine delle lezioni, sarebbe passata a prendermi con la zia e che, visto che la zia partiva, avrei dovuto indossare lindumento per farle vedere che lavevo gradito. Fu cos che mi presentai a scuola indossando un elemento diverso dal mio consueto codice vestimentario elemento che venne percepito immediatamente, fin dallingresso nellatrio, da tutti i miei compagni e, via via, fin dallintera scolaresca. Mi indicavano e ridevano tutti. Mi vergognai come un ladro e passai una mattinata dinferno. Cosa mi aveva portato in dono la zia dallAmerica ? Semplicemente un paio di jeans. Un paio di quegli stessi jeans che di l a qualche anno avrei fatto carte false pur di possederne uno. Come tutti gli altri miei coetanei. Le cose cambiano. Inserire qualcosa di nuovo in un codice consolidato non semplice e non compito per una singola persona. A meno di non essere pronto a ricevere stigmi sociali ed a sopportarne le conseguenze.

Ostacoli e difficolt Si parla spesso di comunicazioni efficaci o inefficaci e di comunicazioni perfettamente o imperfettamente riuscite. Tuttavia non sempre chiaro cosa sintenda dire. Certamente, la via di una buona comunicazione irta di ostacoli, ma probabile che se si avesse una maggiore consapevolezza a proposito del processo di cui la comunicazione consiste questi ostacoli creerebbero meno difficolt. La metafora pi comune per rappresentare la comunicazione, per esempio, quella della trasmissione, del trasferimento di qualcosa in qualcosaltro, ma non ci vuol molto per rendersi conto che si tratta di una metafora particolarmente ingannevole. Nel fenomeno della comunicazione non avviene nulla di simile al passaggio di un qualcosa che rimane identico da una parte allaltra, ovvero da un interlocutore allaltro. Piuttosto, il processo della comunicazione assomiglia pi ad una costruzione cui segue una ricostruzione, ma senza alcuna garanzia del fatto che il secondo risultato sia uguale al primo. Qualcuno parla e, se parla, designa un pensiero, il proprio, che anticipa a livello mentale la parola, o un significante qualsiasi. C unattivit privata, mentale, dunque, e unattivit pubblica, laspetto sonoro della parola. Lascoltatore fa il percorso inverso: prima percepisce la parola e poi compie le operazioni mentali corrispondenti. Dal pubblico al privato. La parola fa da tramite, innesca loperare mentale. Che, essendo mentale, non potr mai essere confrontato al primo. Loperare mentale individuale prima che sociale ciascuno di noi ha imparato i significati in unesperienza personale, nei percorsi di una storia unica e irripetibile e, dunque, sempre possibile che, se non al livello del nucleo o della base del significato, a livello di sfumature possano sorgere differenze. A me, per esempio, lassociare cani e gatti suggerisce amicizia e concordia, ma a qualcun altro che ha avuto esperienze diverse lassociazione pu suggerire inimicizia e aggressivit. Il significato di una parola, allora, non mai per forza di cose uguale per tutti. Quando parliamo dobbiamo sempre tener presente questa consapevolezza: abbiamo detto qualcosa, ma resta tutto da vedere se quel abbiamo detto ha lo stesso significato anche per i nostri interlocutori. E un principio di tolleranza fondamentale. Quando si utilizza la metafora della trasmissione per indicare la comunicazione ci si dovrebbe riferire ai soli aspetti fisici dellevento: onde sonore che viaggiano nello spazio giungendo a perturbare organi particolari. In questo caso appare evidente il problema di evitare il rumore, ovvero altri fenomeni fisici che possono interagire con i primi. E il problema della tecnica della telefonia o della trasmissione dei dati in genere, ma anche il problema di chi, parlando in pubblico, deve tener sotto controllo lambiente in cui parla perch non sorgano fenomeni di eco, perch i materiali alle pareti non distorcano la percezione acustica, perch dallesterno non intervengano altri suoni, perch tutti i partecipanti allinterazione abbiano le medesime opportunit, etc. Un certo rumore di fondo, poi, sempre potenzialmente presente allaperto dove intervengono anche altri elementi distrattivi ed per questa ragione che, argomentazioni articolate ed approfondite, soprattutto se orientate a generare dialogo tra le parti, sempre bene svolgerle in locali chiusi e ben strutturati in rapporto allo scopo. Con il tempo un insulto pu fin diventare un apprezzamento affettuoso. I capelli lunghi del maschio possono indicare un atteggiamento conservatore in un momento storico e un atteggiamento rivoluzionario in un altro momento. La stessa postura fisica che, in un giorno ed in un posto preciso, significa maleducazione e sfida sociale, in tuttaltro giorno e in tuttaltro posto significa adattamento e normalit. Daccordo, come abbiamo gi potuto constatare, i significati cambiano, i codici non sono mai stabiliti una volta per tutte. Ma c un meccanismo che governa questo cambiamento che ci mette a dura prova o, meglio, ci costringe a rivedere costantemente lo stato del

codice che stiamo usando il meccanismo in grazia del quale possiamo risparmiare sulle parole: il principio di economia applicato al linguaggio. Faccio un esempio. Tempo fa, nella metropolitana di Milano, mi sono soffermato davanti ad un ampio manifesto pubblicitario. Faceva parte della compagna di affissioni promossa da unorganizzazione internazionale non a scopo di lucro che ha a cuore la condizione ecologica del pianeta. Era costituito da una fotografia in bianco e nero che, occhio e croce, rappresentava terra terra arida, desertificata, qua e l segnata da crepe per una cronica mancanza dacqua. La scritta diceva: Non un Burri. Pensate a quante cose occorre sapere tutte informazioni risparmiate per comprendere appieno il messaggio: a) Burri un pittore b) Burri ha eseguito tutta una serie di sue opere (i cretti) servendosi di terre e altre materie da cui trarre effetti di quel genere c) La scritta si riferisce allimmagine d) La scritta, per, si riferisce negativamente allimmagine e) Ci viene richiesto un confronto (fra natura e opera darte) e ci viene richiesto di porre prima una somiglianza e, poi, una differenza f) Ci viene richiesto un giudizio sul confronto o, quantomeno, una considerazione conclusiva sulle cause della somiglianza e sulle azioni da intraprendere per evitarla. Tutte queste cose rimangono implicite nella frase. Non vengono dichiarate. Come in un colloquio del tipo: A: Quanto consuma ? B: Ti fa i venti in citt. A: Per !. A e B, indubbiamente si capiscono, ma se venissero ascoltati da un marziano pur munito del miglior dizionario italiano-marziano e marziano-italiano lo metterebbero in gravi difficolt. Parlano di unautomobile che non viene nominata; parlano del consumo di benzina che non viene nominata; parlano dei chilometri percorsi che non vengono nominati; parlano del rapporto tra la quantit di benzina e il numero dei chilometri percorsi rapporto che non viene nominato; parlano della differenza tra guidare in citt e in altri luoghi che citt non sono e neppure questa differenza viene nominata; e la prestazione stupisce senza che ci sia bisogno di spiegarne il perch. Evidentemente A e B condividono un certo tipo di sapere, lo sanno e comunicano fra loro senza porsi grandi problemi. Certo, se ad un dato momento uno dei due risparmiasse cos tanto da lasciare interdetto laltro, questi glielo farebbe notare lo interromperebbe, probabilmente, e gli chiederebbe, Scusa, cosa intendi dire con.?. Un altro esempio. Passeggio in una cittadina balneare italiana, in piena estate. Siamo esattamente nel 2002, lanno dopo dellattentato aereo alle Due Torri di New York. Ad un certo punto, seduto per terra, addossato ad un muro, incontro un mendicante. Che chieda lelemosina chiaro dal fatto che ha posato innanzi a s un piccolo cestino dove vengono raccolte le offerte dei passanti, ma ci evidentemente non gli sembrato sufficiente. Uno alla sua sinistra e laltro alla sua destra, ha posato anche due cartelli. Sul primo cera scritto: Cattolico. Era la prima volta che mi capitava. Non ero mai stato messo di fronte ad una scelta di questo tipo facendola dipendere da una professione di fede, di questa o di questaltra confessione. Difficile non pensare, allora, che questo improvviso bisogno di distinguersi in quanto cattolico, in un Paese a maggioranza cattolica -, non dipendesse dallattentato alle Torri. Limplicito, dunque, nascondeva un sottile e furbesco marchingegno per convincere i passanti. Ma il secondo cartello, quello a destra, andava ancora pi in l. Cera scritto: Solo per oggi. Come sui manifesti cinematografici di un tempo, o come sulla porta dei teatri. Con quella dichiarazione, il mendicante garantiva che, il giorno dopo, non avrebbe

pi ripetuto la richiesta, che era unoccasione da non perdere, se vogliamo, o, meglio, che con una donazione il passante se la sarebbe cavata, senza che lindomani la sua coscienza venisse nuovamente molestata. Ultimo esempio. Il manifesto di non so pi quale consorzio per la promozione della vendita di mortadella. E composto di tre elementi fondamentali: il primo una enorme mortadella intera, disposta orizzontalmente per lintero spazio del manifesto e, fin qui, ovviamente, nulla di strano: di mortadella si tratta. Il secondo elemento, per, cominciava ad essere pi curioso: sulla mortadella erano appoggiate un paio di manette. La prima volta che lo vidi rimasi perplesso. Cosa hanno a che fare un paio di manette con il popolare salume ? Per chiarirlo mi ci volle il terzo elemento e, anche qui, dovetti rifletterci un attimo prima di capire. Era una scritta, in grande, orizzontale, posta proprio sotto la mortadella: Maiale dentro. Di cose da sapere ce nerano parecchie per capire le intenzioni di chi stava comunicando con me. Per esempio: a) Da qualche anno a questa parte fra i gusti sessuali della gente andava anche annoverato il rapporto (sadomasochistico) con un partner legato. Molti film americani e molti romanzi polizieschi avevano contribuito non poco a diffondere questo nuovo stereotipo; b) Fin da quando ero bambino sentivo avanzare dubbi circa i reali ingredienti che venivano utilizzati per quel tipo di insaccato; c) Da tempo immemorabile, la cultura filosofica ha promosso una divisione tra un fuori ed un dentro che corrisponderebbe allessere pi manifesto ed a quello pi nascosto dellessere umano. La psicoanalisi, poi, a partire dal primo Novecento ha diffuso ampiamente lidea di un inconscio (linterno) che sfuggirebbe al nostro controllo guidandoci nei nostri comportamenti (lesterno): sulla nostra sessualit, in particolare, ne sapremmo sempre troppo poco rispetto a quanto sarebbe opportuno saperne. Allora, per farla breve, i produttori di mortadella hanno cercato di connotare di sesso il loro amato prodotto e, nel tentativo, sono andati parecchio in l tanto che, se uno la prendesse davvero sul serio, finirebbe con larrossire di fronte al salumiere. Per la comunicazione sulla mortadella, comunque, rimane aperto il problema di qualsiasi comunicazione: quante sono le persone che, vedendo il manifesto, hanno fatto tutto il calcolo che ho fatto io pervenendo al medesimo risultato ? Ogni comunicazione risulta efficace nel momento in cui convince qualcuno, vero, ma anche vero che nessuna comunicazione va bene per tutti. Nel scegliere il codice, nel scegliere alcuni elementi del codice piuttosto di altri, nellassociare i codici (il visivo, per esempio, con il linguaggio scritto) selezioniamo i nostri interlocutori. Evidentemente i nostri produttori di mortadella non miravano a convincere un pubblico di anziani benpensanti, ma, bens, un pubblico di giovani maliziosi. Non miravano tanto ad un pubblico femminile, quanto piuttosto ad un pubblico maschile (e forse maschilista) come quello che, non volendo perdere tempo in cucina o non sapendoci fare abbastanza, decide di risolvere pranzo o cena con un etto di affettato. E a questo pubblico che sono state attribuite le conoscenze sufficienti e necessarie per decodificare il messaggio e, successivamente, farlo proprio. Il rapporto tra uso dellesplicito ed uso dellimplicito nel linguaggio varia in rapporto a quanto condividono o credono di condividere i partecipanti al processo di comunicazione in corso. Laddove c familiarit, abitudini comuni, cultura condivisa, gli impliciti sono destinati a crescere. Laddove c una relazione nuova, ancora alla fase iniziale, laddove c scarsa conoscenza comune, incertezza, paura di non essere capiti o di essere fraintesi, domina lesplicito. E un fenomeno che possiamo verificare quando assistiamo alla nascita, alla crescita ed al consolidarsi di un gruppo di persone. Come una squadra di calcio.

Lepisodio Nelle storie di parole pu accadere meno raramente di quanto si creda che una parola, gradualmente, finisca con lacquisire un significato diametralmente opposto a quello originario. Da un po di tempo in qua diventato duso comune, nel lessico del Mister, parlare di episodi, a favore o contro. Questa partita stata determinata da un episodio, oppure, La squadra ha giocato bene ma stata condannata da episodi. Orbene, la parola episodio (dal greco, un composto di epi-, che sta per verso, e di hods, che sta per la via o la strada, la via verso, insomma) la si ritrova gi nel linguaggio letterario cinquecentesco allo scopo di designare unazione accessoria, e dunque secondaria, collegata allazione principale di un dramma teatrale, o di un racconto. Con luso, poi, ha modificato il proprio significato fino a diventare un sostituto per parole come occasionale, superficiale e fortuito. Nel gioco del calcio, tuttavia, difficile non considerare come principale la fase dei gol, perch a decidere le sorti finali della partita sono soltanto loro e nullaltro. E, pertanto, parlare di episodio per ci che risulta, invece, decisivo potrebbe sembrare una contraddizione. Ma, come sempre quando si tratta di parole, le cose non sono cos semplici. Chi parla di episodi, infatti, lascia implicito qualcosa. Qualcosa di estremamente importante: il suo giudizio sulla partita nel suo complesso, o sulla prestazione di una squadra un giudizio negativo che, in genere per motivi di opportunit, o di buon gusto -, si preferisce tacere. A nessun allenatore, per esempio, fa piacere esprimere un giudizio negativo nei confronti della propria squadra o di quella altrui in un caso corre un rischio di autolesionismo e nellaltro corre un rischio di incrinare la propria deontologia professionale. Parlare di episodi, insomma, diventato un eufemismo. Si dice e, al tempo stesso, non si dice. Lattribuire ad un episodio, per esempio, laver subto un gol, vuol dire mettere in evidenza che quel gol con lazione che lha originato non collegabile con linsieme di tutte le altre azioni. Che per quel gol, in altre parole, non cerano le premesse. E, dunque, ci si scarica di eventuali responsabilit. Il fatto, poi, che, in questi tempi, si faccia spesso ricorso a questa parola anche nelle cronache giornalistiche -, induce ad un altro paio di considerazioni. Da un lato, ci dice che il modo con cui guardiamo allo sviluppo del gioco cambiato. Maturato, per certi versi, perch siamo sempre meno disposti a gioire del fortuito e sempre pi tesi a cercare il gioco razionalmente organizzato. Dallaltro, proprio per la frequenza con cui si sente parlare di partite decise da episodi, ci dice che, nei confronti del livello tecnico attualmente espresso dal nostro calcio, si esprime velatamente e con le dovute cautele un giudizio critico. Ogni commento di questo tipo, allora, come un cartellino giallo mostrato allintero movimento calcistico del nostro Paese. Le istruzioni Quante volte, in occasione di un nuovo acquisto, ci siamo trovati alle prese con un libretto di istruzioni a dir poco inutilizzabile ? O perch le frasi non erano chiare, o perch mancava qualcosa. Il rapporto tra il Mister e la squadra pu esser considerato anche per la qualit delle istruzioni che egli sapr dare alla squadra nel suo complesso ed ai singoli giocatori che la costituiscono. Per ottenere il risultato cui ambisce, tuttavia, il Mister dovr osservare alcuni criteri: 1. Non accontentarsi mai di unistruzione negativa (Non fare questo e questaltro), ma far sempre seguire ad unistruzione negativa il suo correlato positivo (Ma fai cos); 2. Non utilizzare metafore il cui significato non sia condiviso dagli interlocutori; 3. Non cadere mai in tautologie, ovvero in quelle dichiarazioni che spiegano qualcosa usando semplicemente delle parole che significano la stessa cosa che si vorrebbe spiegare. Inoltre, sar bene che linsieme delle istruzioni non sia mai dato tutto in una volta. Una squadra il risultato di una crescita comune, non si diventa squadra attraverso un processo di indottrinamento. Gradualmente si former un linguaggio un modo di vedere e di descrivere e, quando questo

linguaggio sar patrimonio collettivo, servir a formulare quel corpo di istruzioni che costituir il modello di funzioni espletate da quellorgano particolare che la squadra. Stessa cosa, metafore diverse La stessa cosa, beninteso, pu dare adito alle metafore pi diverse. Faccio un esempio: un linguista dellOttocento aveva catalogato le metafore generate nelle varie culture dalla percezione del Sole: brillante calore aureo preservatore distruttore lupo leone occhio del cielo padre della luce padre della vita. Si noti che due di esse hanno significati esattamente opposti. Nuovi arrivi, nuove comunicazioni Nel periodo che intercorre fra il primo giorno del ritiro precampionato e lultimo giorno di riapertura del mercato calcistico invernale, le squadre hanno mutato fisionomia. La rosa dei giocatori ingrandita, qualcuno non c pi, qualcuno appena arrivato. Alla squadra monolitica di lunga durata si sostituita una squadra duttile e aperta. E indubbio che ci ponga problemi del tutto nuovi al lavoro degli allenatori. Una squadra il risultato di un lento processo di costruzione. Come dicevo, lallenatore comunica con gradualit alle persone che gli sono state affidate e con esse non solo stabilisce regole e accordi, ma mette anche in comune un vero e proprio sapere. Lo sviluppo del gioco di una squadra sempre il risultato di conoscenze acquisite, sia in forma esplicita che implicita. La pressione esterna rappresentata dalla rilevanza della posta in palio, dalle dimensioni del pubblico, dallattenzione costante dei media gi complica non poco il compito allallenatore: istruire i singoli giocatori, e garantirne la prestazione massimale ai fini del gioco di squadra, implica piani di comunicazione sempre pi complessi e articolati. Si tratta di vere e proprie lezioni teoriche, di spiegazioni sul senso della seduta di allenamento o di un test, di correzioni, di analisi della partita precedente o della partita dei prossimi avversari, di colloqui a singoli o a reparti, oppure di relazioni al collettivo. A volte, si tratta anche di questioni disciplinari o di verifiche di quanto riferito dai mezzi dinformazione. Tutto ci, noto, va affrontato dallallenatore nel modo giusto: senza fretta, in momenti idonei alla riflessione, con i toni appropriati e, soprattutto, con un linguaggio efficace. Larrivo di un nuovo giocatore esige, innanzitutto, una strategia che ne preveda linserimento rapido preservando lunit del gruppo pre-esistente. Il primo obiettivo sar ottenuto allorquando quellinsieme di conoscenze gi condivise sar esteso e fatto proprio anche dal nuovo venuto. Per raggiungere il secondo obiettivo sar necessario dimostrare, nei fatti, larricchimento funzionale di cui la squadra nel suo complesso si potr avvalere: nel cooperare, siamo sempre ben disposti ad accogliere un nuovo contributo allorch sembra probabile il conseguimento pi rapido e pi sicuro del risultato prefisso. E chiaro che, guardando le cose da questo punto di vista, non basta una semplice chiacchiera di benvenuto ed una pacca sulla spalla. Se, poi, i nuovi venuti sono tanti e se, per di pi, arrivano alla spicciolata, il compito del Mister si fa davvero arduo. Va sempre tenuto presente che gli interessi non vanno mai disgiunti dal lato umano delle persone con cui si ha a che fare. Vanno messi tutti i nuovi come i vecchi (che, a loro

volta, non dimentichiamolo, si trovano in una situazione relativamente nuova) nelle condizioni per esprimersi al meglio. Lallenatore dovr sia informarsi che informare; mostrarsi subito disponibile a considerare laltro come interlocutore e dovr anche accettare la fastidiosa idea di ripetersi. La ridondanza nelle comunicazioni in condizioni normali perlopi controindicata (annoia, per esempio), ma, nel farsi e nel disfarsi del gruppo, nel suo rinnovarsi ormai costante, pu costituire una parziale soluzione di un problema che, a dire il vero, percepito da tutti, e non soltanto dallallenatore. Poi, va da s che, soprattutto nelle prime fasi degli inserimenti, il rapporto faccia a faccia diventi una risorsa preziosa per trasmettere informazioni pi alla svelta con la possibilit di verificarne il grado di condivisione. Ne consegue, ovviamente, che i tempi da dedicare alla gestione del gruppo tramite comunicazione si dilatino a salvaguardia innanzitutto del proprio operato e, in definitiva, degli investimenti societari. E chiaro che lallenatore, in questa realt dai contorni impensabili soltanto qualche anno fa, si trovi pi esposto e direttamente coinvolto sul piano professionale, ma anche chiaro che, gi a livello organizzativo, le Societ possono attivarsi nel creare le sinergie pi efficaci per affrontare il problema con piena consapevolezza della sua seriet. Lostacolo pi alto Privatezza del processo della comunicazione, accumulo di impliciti e metaforizzazioni sono di ostacolo sia alla produzione che alla ricezione ed alla decodifica del messaggio. Tuttavia, con un po di pazienza accettando fatiche, compromessi, negoziazioni e ritardi -, volendo, possono anche essere superati. Il problema nasce per inconsapevolezza e per economicit. Un ostacolo di natura pi ostica la menzogna. In questo caso abbiamo a che fare con una comunicazione deliberatamente falsificata e, da che mondo mondo, il sogno di tutti quello di poter capire, da qualche segno esteriore, da qualche particolare incontrollato e incontrollabile, se linterlocutore sta mentendo. Senza farsi troppe illusioni, qualche passo verso la realizzazione di questo sogno stato fatto, ma, per fortuna il caso di dirlo, perch la menzogna pu anche essere usata a fin di bene e, comunque, rappresenta ancora un margine di libert dellessere umano -, certezze vere e proprie, ricette infallibili per stanare il bugiardo, non ce ne sono ancora. Anche gli animali quando ci vuole ci vuole a quanto sembra non sanno farne a meno. La volpe e il coyote si fingono morti per essere avvicinati da gazze e corvi incauti. Il babbuino vede una femmina che ha trovato del buon cibo, urla come un ossesso come fosse vittima di chiss quali molestie fino ad attrarre lattenzione di una femmina di rango superiore, questa arriva, usa della propria autorit per allontanare la femmina presuntamene colpevole e il babbuino maschio, furbo, si pappa tutto lui. Il cane di Lorenz non ci vedeva un granch: entrava il padrone dal cancello del cortile e lui gli si avventava contro abbaiando ferocemente. Appena si accorgeva di chi era, dopo un attimo di perplessit, continuava a correre nella stessa direzione, superava il padrone e abbaiava come un ossesso contro estranei inesistenti, al di l del cancello. Esperti in bugie. Mai esperti, comunque, come gli esseri umani. Nel 1921, lamericano John Larson inventa il lie-detector, ovvero la macchina della verit. Era il sogno di ogni teorico del controllo sociale: affidare ad un marchingegno che, come tale, dovrebbe rappresentare il massimo della neutralit lindividuazione del bene e del male insito nellanimo umano, il giudizio giusto che sancisca una volta per tutte la certezza del diritto, lassoluzione o la condanna priva di eventuali rimorsi tardivi. Anni dopo, Larson dir: Ho creato il mostro di Frankestein e poi ho passato quarantanni della mia vita a cercare, inutilmente, di distruggerlo. Lui come tanti altri si era reso conto che il marchingegno non garantiva alcunch, ma il sistema poliziesco americano continuava a fare spallucce: bando alla curiosa tesi di quel mattoide di un Von Foerster secondo il quale la verit linvenzione di un bugiardo e viva la visione manichea della vita. Una societ ordinata necessita del bianco e del nero facendo a meno volentieri di altri colori e sfumature.

Grossomodo, il lie detector teneva sotto controllo, incrociandoli, i dati relativi al battito cardiaco, al ritmo respiratorio ed alla pressione arteriosa presupponendo che tali fattori risultino variabili in rapporto alla bugia. In tempi pi recenti, si aggiunto il controllo delliride perch mentendo si rilascia adrenalina e i vasi sanguigni si dilatano e la sudorazione con sensori applicati alle dita delle mani. Ma la tecnologia avanza mentre la cattiva coscienza permane. Hanno gi superato la fase sperimentale apparecchiature che, analizzando il livello di stress delle corde vocali da cui gli improvvisi mutamenti nel tono della voce, mirano ad individuare i bugiardi al telefono. Mentre proseguono sempre pi sistematicamente le applicazioni di quella risonanza magnetica funzionale e affini che indaga sulle aree cerebrali attivate in concomitanza con risposte verbali e comportamenti, registrando altres consumi di ossigeno e di glicogeno. Per la sopravvivenza del bugiardo o, meglio, del bugiardo povero e alla merc del bugiardo potente -, dunque, sembra essere soltanto questione di tempo. Una luce residua, tuttavia, mi giunge da due episodi raccontati dallo scrittore francese Paul Bourget in quella sua Fisiologia dellamore che scrisse pi di centanni or sono. Il primo concerne Balzac, che aveva labitudine di andare ospite a cena portandosi in tasca le ultime pagine uscitegli dalla penna nelle sue interminabili notti di veglia a base di dosi da cavallo di caff. Una sera legge la lettera che una sua eroina scrive allamato un poeta - dopo aver preso la decisione di suicidarsi: gli confessa non so pi quali colpe, gli dice che gli lascia settecentocinquantamila franchi (i poeti non aspettano altro) e si dispera per il prossimo futuro: Chi che ti far, come me, la discriminatura nei capelli ?. Bene, a quanto sembra, Balzac riusciva a piangere a tavola, mentre leggeva quanto aveva scritto lui stesso. Il secondo episodio una pagina di diario dello stesso Bourget. Una volta, assieme a Barbey dAurevilly lautore de Les diaboliques -, va ad uno spettacolo di acrobati. Vedono un trapezista mutilato (aveva una gamba sola) che eseguiva volteggi incredibili, a giro di polso, su di una sbarra fissa. Questagilit rendeva pi scoranti i saltelli dinsetto ferito con cui, finito il suo esercizio, il disgraziato ginnasta tornava al suo posto, sullunico piede. Ma, tre anni dopo, Barbey dAurevilly, ad una cena, lo interpella dallaltro lato del tavolo:; Vi ricordate quel danzatore sulla corda che aveva una gamba sola.. Unultima barriera difensiva della parte pi intima di noi stessi, dunque, c. Mentire a se stessi, come Balzac che riesce a commuoversi di una situazione inventata da lui stesso -, o costruirci falsi ricordi come Barbey dAurevilly che riorganizza la propria esperienza affinch risulti funzionale alla sua ricerca dellestremo e del paradossale. Ma, senza forse, la soluzione costituisce un costo eccessivo per lormai modesto portafoglio della dignit umana. A met degli anni Cinquanta del secolo scorso vene condotta unindagine approfondita su una particolare categoria professionale costretta, per cos dire, a mentire spesso. Filmarono di nascosto le infermiere negli ospedali durante i loro rapporti quotidiani con i malati. E noto che chi ricoverato in un ospedale non vede lora di potersene tornare a casa guarito ed pertanto comprensibile come assilli il personale infermieristico di domande: Come sto ?, Cosa dicono i medici ?, Quando mi dimettete ?. Linfermiera di turno, in questi casi, portata a mentire o perch vuol semplicemente confortare i pazienti, o perch ha lobbligo di non rivelare la reale situazione patologica al paziente (un tempo accadeva con regolarit, oggi meno perch anche ai malati, nella maggior parte dei casi, viene riconosciuto il diritto allinformazione). E cos, allora, che dallanalisi dei filmati sono emersi alcuni particolari. Fra questi, due meritano tutta la nostra attenzione: mentre dicevano bugie le infermiere aumentavano il numero degli autocontatti e il ritmo del movimento degli arti: unaggiustatina ai capelli, un invisibile granello di polvere scacciato dalla gonna, una grattatine alla punta del naso, una mano portata alla bocca autocontatti rivelatori -, o unaccelerazione improvvisa nel compiere unoperazione manuale, o uno spostamento improvvisamente brusco. Tutto ci pu essere interpretato come la soddisfazione di unesigenza di scarico della tensione che la menzogna provoca anche nel bugiardo pi esperto. Uno sviamento da

s come quel distogliere lo sguardo che, da sempre, stato considerato quasi come unammissione di colpa. Guardami negli occhi, quando parli. Tuttavia, traducendo i risultati di questa ricerca in una ricetta sicura per individuare colpevoli rischieremmo di prendere cantonate. Ogni persona ha il suo stile nel porsi in relazione con gli altri, qualcuno in imbarazzo sempre e comunque a prescindere da quel che dice o non dice; ciascuno ha il suo modo di fare e, se affretta qualche movimento, magari soltanto perch in ritardo. Allo stesso modo, due segni rivelatori tipici come il rossore ed il pallore possono indicare stati danimo molto diversi fra loro e non sempre possono essere interpretati come conseguenze immediate di un inganno deliberato: collera, rabbia, imbarazzo, vergogna, senso di colpa, paura. Ma di che ? La paura pu essere per s o per qualcun altro, come la vergogna, che pu essere riflessa, ovvero suscitata non da un proprio errore ma da quello di qualcun altro. A volte, la domanda stessa, per il solo fatto di essere posta, pu comportare una forte emozione negativa nellinterlocutore come allorch ci si rende conto, per esempio, che venuta meno la fiducia. Nello sterminato elenco dei segni rivelatori di colpevolezza, quindi, hanno trovato posto: - il sorriso, come mascheramento di quelle emozioni negative che vanno dalla paura al disgusto spesso in disaccordo con la parte superiore del viso e in particolare con gli occhi; - unespressione sostenuta troppo a lungo, come una rigidit conseguente ad uno stato di tensione; - un gesto mancante nellaccompagnare il discorso - un improvviso acuirsi del tono di voce, come mascheramento di collera o di paura; - il lapsus, rivelatore, a volte, di qualcosa che non si avrebbe voluto dire (che, tuttavia, non sempre di facile individuazione); - ridondanza nel discorso, come un menare il can per laia, ovvero la costruzione di una cortina fumogena fatta di parole; - una pausa di troppo; - un errore linguistico; - un mutamento nel ritmo respiratorio; - sudorazione; - un mutamento nel ritmo della deglutizione; - una fissit dello sguardo, ovvero unimprovvisa discrasia rispetto alla consueta esplorazione dellambiente e delle persone con cui si interagisce; - qualche ammiccamento di troppo. Nessuno di questi elementi, beninteso, sufficiente a smascherare il bugiardo, ma, quando se ne rilevasse pi di uno potrebbe essere la conclusione -, parrebbe legittimo far scattare un campanellino di allarme: Nella persona con cui ho a che fare c qualcosa che non va. Ricordandosi, tuttavia, che il qualcosa che non va pu non averci a che fare con linterazione che stiamo vivendo. A mio avviso, comunque, fra tutti i segnali sospetti, una tipologia merita pi attenzione di altre. Mi riferisco a quei segni connessi allelemento temporale pause, o sviamenti che, in un modo o nellaltro, fanno guadagnare anche una minima frazione di tempo. E una conseguenza di una riflessione sulla natura della menzogna. Se a qualcuno si pone una domanda e se costui, pur sapendo rispondere, preferisce rispondere in modo diverso, molto probabile che si trovi impegnato in due elaborazioni successive: la prima quella che decide di non esprimere e la seconda quella che decide di esprimere. Due serie di operazioni mentali, dunque, che, come tali, necessitano di maggior tempo operativo rispetto ad una sola serie.

Le condizioni della comunicazione dellallenatore

Anni or sono, pochi tifosi conoscevano il nome dellallenatore della loro squadra del cuore. Lattenzione era pi incentrata sullevento tecnico ed emozionale in s e sui campioni che gli davano vita sul campo di gioco. La figura di allenatore di maggior spicco fu quella del maestro straniero: inglese e non a caso, dunque, tuttora rimasta in voga labitudine di chiamarlo Mister- e ungherese. Testimonia di questa lenta ascesa professionale il fatto stesso che unAssociazione Italiana Allenatori Calcio (AIAC) un sindacato, in pratica - viene fondata a Roma soltanto nel 1966 e dovr attendere qualche anno per vedersi riconosciuta a tutti gli effetti dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio. Daltronde, limmagine pubblica dellallenatore di calcio dipende da tutta una serie di fattori. Innanzitutto dal successo dello sport nel secolo scorso e dal mutamento della sua natura sociale. Liberandosi tempo di lavoro, lo sport non stato pi appannaggio delle sole lites, ma diventato gradualmente pratica e spettacolo popolare. Nellanalisi di alcuni sociologi, la valorizzazione sociale dello sport viene a far parte di un pi ampio processo di risarcimento del corpo un corpo svilito da secoli di fatica e di asservimento alla macchina, un corpo secondario, sempre considerato in negativo rispetto a quellanima che le religioni indicavano come il bene supremo da curare. Ma gi allepoca delle prime Olimpiadi moderne volute e ottenute dal barone De Coubertin il calcio cominciava la sua rapida espansione. La planetarizzazione del calcio stato un fenomeno che, da qualche anno in qua, ha attirato le attenzioni degli studiosi. Perch questo successo ? Perch altri sport che vengono praticati con gioia costituendo altres uno spettacolo entusiasmante non hanno ottenuto lo stesso successo o, quando anche lhanno ottenuto, non lhanno ottenuto con la stessa continuit ? La tesi pi nota quella di Desmond Morris. Dal punto di vista antropologico, sostiene Morris, il calcio il residuo simbolico di unattivit fondamentale per la sopravvivenza delle prime comunit umane: la caccia. Il pallone, allora, la preda. La partita rappresenta la sfida tra comunit vicine, una sorta di festa che rammenti quella pratica essenziale cui i membri maschili della comunit si dedicano tutto lanno per il sostentamento proprio e della propria famiglia. Il calcio ha successo perch sarebbe inscritto nel nostro inconscio collettivo, un brano della nostra storia una storia che nessuno di noi ha mai vissuto direttamente, ma che fa parte della nostra cultura. Il che spiegherebbe abbastanza bene perch piace tanto a chi lo gioca, ma non spiega perch piace anche a chi lo guarda, perch scateni tante emozioni in chi non ha lesperienza dello scontro fisico per il possesso della palla ma se ne stia pi e meno comodamente in tribuna. Qui, forse, potrebbe esserci daiuto la tesi che Canetti esprime in Massa e potere a proposito degli stadi e del loro intrinseco potenziale di violenza. Gi nella sua separatezza dalla struttura urbana, dice Canetti, lo stadio predispone a comportamenti di massa, ovvero a comportamenti dove la volont del singolo viene trascesa formando massa, per lappunto da una sorta di volont collettiva. Gli spettatori sono tutti seduti, rivolti in ununica direzione il campo di gioco -, bloccati, a lungo un tempo di accumulo di attenzione e di tensione che, prima o poi in una forma o nellaltra deve liberarsi. C un che di purificatorio e di orgiastico nei rituali dello spettatore del calcio, qualcosa che, senza che ne sia consapevole, lo fidelizza. Tanto vero che qualcosa di questi rituali lo si ritrova perfino nello spettatore televisivo della partita: una partecipazione fisica, lurlo al momento del goal, lesigenza di amplificazione, il consumo televisivo in gruppo. Se, poi, lo sport in genere innesca processi di valorizzazione positiva per la dimensione degli spazi in cui si svolge spesso allaria aperta -, per la prova di s cui il singolo si sottopone, per la legittimit di una sfida lanciata allaltro potendo contare su una certa misura di immunit, per la dimensione integrata di forza e intelligenza nel disegnare la strategia vincente e, infine, per la costituzione allinterno della mappa delle attivit umane di un settore privilegiato in cui la slealt della competizione economica viene sostituita da un insieme di regole che consentono pari

opportunit ai concorrenti, il calcio in particolare innesca processi ancora pi cospicui. Il gioco del calcio implica una coordinazione collettiva interattiva in vista di un risultato. La sua natura, pertanto, si propone come la metafora pi felice di qualsiasi momento collettivo sul lavoro come in famiglia in cui sorge lesigenza di uno sforzo comune per ottenere un risultato che torni a vantaggio di tutti. Alla luce di queste considerazioni, allora, il suo successo comprensibile, anche se a dire il vero -, come in ogni processo di valorizzazione di dimensioni socialmente rilevanti, vanno registrati anche fenomeni di segno contrario. Lantica ripartizione olimpica di dilettante e professionista, per esempio, oggi insostenibile, ma non per questo meno letale per lequilibrio complessivo del sistema sportivo. Le diatribe fra societ grandi e potenti e societ piccole che hanno pi volte messo in difficolt il mondo del calcio, per esempio, discendono da l. Oppure: quando nello sport si viene a scoprire luso di sostanze dopanti, si viene a colpire quel principio di lealt che dello sport costituisce il fondamento. Voglio dire, insomma, che, cos come sono stati investiti sullo sport in genere e sul calcio in particolare valori positivi valori che ne hanno decretato gli straordinari sviluppi -, allo stessa stregua sono stati investiti valori negativi che, potenzialmente, possono risultare esiziali. In questo quadro per certi versi contrastante, ma dove ancora emergono valorizzazioni in positivo socialmente rilevanti -, viene a legittimarsi la figura dellallenatore. Allimmagine del Mister contribuisce unampia gamma di funzioni: a) Insegna, gestisce processi formativi b) Parcellizza il lavoro altrui, determinandone tempi e modalit esecutive c) Guida altre persone nello svolgimento di una loro attivit d) Assume la responsabilit del risultato di questa attivit e) Capisce, vede anche dove altri non vedono, detta la strategia f) Ha potere e lo esercita, seleziona, dispensa premi e castighi g) E accreditato di carisma, di principio h) Fa parte dello star system, ha dimensione pubblica e come tale pu essere oggetto di adorazione e di simulazione, o di contrasto, comunque di forti prese di posizione i) E attore di un luogo privilegiato dove si svolgono interazioni speciali. Limmagine del Mister Qualcuno ricorder Quel pomeriggio di un giorno da cani. E un film del 1972, diretto da Sidney Lumet e interpretato da Al Pacino, ricavato, purtroppo, da una storia realmente accaduta. A storie cos, con il passare degli anni, ci siamo anche tristemente adattati tanto vero che anche gli spot pubblicitari, ormai, ci scherzano sopra. Eppure, la notizia di cronaca che segue merita una riflessione tutta particolare. Siamo nel 1998 e siamo in un supermercato di una cittadina italiana. Entra un giovane disperato, spara in aria e si barrica dentro minacciando con un fucile e una pistola due commesse e lunico cliente. Minaccia una strage. E stato lasciato dalla sua fidanzata e ora vuole rivederla. A qualsiasi costo. Ma il ragazzo anche calciatore, o, meglio, un ex-calciatore, perch, a quanto sembra, a causa di un grave infortunio, da poco, ha dovuto smettere di giocare. Le forze dellordine cercano di evitare la tragedia: ritrovano la ragazza e la convincono a entrare nel supermercato, ma, a quel punto, si fa avanti unaltra persona. Che entra al suo posto, parla con il ragazzo e lo convince ad arrendersi e ad uscire con lui, disarmato. Tutti sani e salvi. Per una volta andata bene. Era il suo allenatore. Non si tratta soltanto di tributargli un doveroso plauso per il coraggio civile che ha dimostrato; si tratta anche di capire quali valori siano sottesi allintera vicenda. In una squadra di calcio per la natura del gioco e per gli investimenti affettivi che innesca possono instaurarsi rapporti solidi e forti allinsegna della leale cooperazione, dellamicizia e della

solidariet. Lallenatore maturo e capace di crescere il gruppo pu assolvere un ruolo di primaria rilevanza che va ben oltre il recinto del campo di gioco. Pochi altri ruoli direttivi possono vantare, nel nostro contesto sociale, un tale carico di valori positivi. Si riconosce, allora, implicitamente quanta strada sia stata percorsa dalla categoria degli allenatori, professionisti o dilettanti che siano. Sono vicende come queste che, del tutto naturalmente, costituiscono la miglior propaganda per il calcio e per le persone che, con dedita passione, gli danno vita. Il prestigio Fra etologi e studiosi del mondo animale sempre pi va diffondendosi la convinzione che alcuni comportamenti apparentemente altruistici soddisfino, in realt, esigenze di prestigio allinterno del gruppo sociale. In alcune specie di uccelli, per esempio, il maschio dominante dorme, protettivamente, ad un estremo della fila, mentre il suo immediato sottoposto nellordine gerarchico, dorme allaltro estremo. Come raccontano Amotz e Avishag Zahavi ne Il principio dellhandicap, nei garruli uccelli passeriformi che vivono in zone mediorientali il maschio dominante porta il cibo a chi fa la sentinella perch i compagni possano mangiare in santa pace, ma guai a chi gliene porta quando il turno di guardia tocca a lui. Se ne intaccherebbe il prestigio sociale. Prestigio che costa o, anzi, che deve costare (a volte poco come fare pi turni di guardia e mangiare di meno -, a volte tanto, tantissimo come finire per primo tra le grinfie di un predatore). Nelle societ umane il fenomeno particolarmente evidente allorquando si fa un regalo. Questo, infatti, spesso chiamato a svolgere la funzione di incrementare il prestigio di chi lo fa. Tanto vero che ci si vergogna nel fare un regalo di valore inferiore rispetto a quello che si ricevuto. Tanto vero che, per altri versi contraddittoriamente, finiamo col fare il regalo pi costoso agli amici pi benestanti e quello meno costoso agli amici pi poveri. Nella sempre pi complessa realt di una squadra di calcio, nella misura in cui ciascun componente acquisisce una dimensione pubblica, di ampia visibilit, la salvaguardia del prestigio diventata un problema cruciale. Chiunque interpreti un ruolo per il quale diventi riconoscibile ambisce al mantenimento del prestigio e ci, a volte, pu ingenerare pi di una situazione conflittuale con altri. Gioca per il proprio prestigio il calciatore che, nelle interviste, addossa pi e meno velatamente le responsabilit di una propria opaca prestazione o sulle spalle dei colleghi o su quelle dellallenatore. Gioca per il proprio prestigio lallenatore che, dopo una sconfitta, tenta di scaricarne la colpa sui giocatori che, peraltro scelti da lui, non avrebbero ben compreso le istruzioni date o avrebbero addirittura sottovalutato gli avversari. Alla costruzione di questa irrinunciabile condizione di privilegio pu contribuire un po di tutto. Come nel calcio dlite conta il numero delle guardie del corpo, lautomobile sportiva fuori serie, i fisioterapisti personali o laiutante vocale di panchina (lallenatore in seconda che urla allombra dellallenatore titolare), cos, nel calcio di base, conta ancora la scarpa speciale, i parenti che applaudono in tribuna o la stretta di mano del Presidente. Tutto fa. Ma pi si affida il proprio prestigio allesteriorit e pi se ne dimentica la funzione positiva nei confronti delle relazioni fra persone. Le squadre di calcio e i gruppi umani consimili hanno bisogno di leaders, di modelli positivi, che guidino gli altri ottenendo il miglior risultato possibile dalle loro risorse straordinarie. Ma la condizione di leader non mai acquisita una volta per tutte: occorre saperla mantenere e rinnovare nella crescita collettiva del gruppo di cui si fa parte. E per far ci occorre mettersi in discussione, spendere nella misura delle proprie risorse. Le societ animali insegnano: i dominanti, se non fanno nulla per guadagnarsi quotidianamente il prestigio acquisito, cambiano, vengono rimpiazzati. Nessuno pu vivere di rendita neanche nella giungla delle relazioni umane per quanto si nasconda dietro i simboli del prestigio gi acquisito. E ormai consapevolezza diffusa quanto sia difficile e delicato, oggi, il ruolo dellallenatore di calcio. Deve parlare lingue diverse, venire a contatto con culture nuove, educare se stesso e gli altri alla tolleranza e alla coerenza, districarsi in un groviglio incessante di comunicazioni che lo trascendono. Ai massimi livelli, deve saper gestire i campioni; alla base deve saper individuare e far

crescere i talenti. Gli torner utile, allora, riflettere e far riflettere sulla natura del prestigio durevole, quando costa qualcosa; effimero, quando non costa nulla. Il sito internet Al prestigio contribuiscono anche le proprie comunicazioni al pubblico. Pi o meno esattamente come ogni buon scrittore del passato intratteneva carteggi con i pi svariati personaggi del suo tempo. Nel corso di questi ultimi anni stata pi volte e da pi parti sottolineata lopportunit di considerare le societ di calcio soprattutto quelle di vertice alla stregua di imprese di comunicazione. E conseguenza, da un lato, della spettacolarizzazione del giuoco del calcio, dallaltro, della natura tendenzialmente globalizzante dei mezzi che lo diffondono nel pianeta. Internet, dopo un lungo periodo dincubazione trascorso al servizio di interessi militari e scientifici, come era facile prevedere e come, infatti, i pi avveduti nei riguardi dellevoluzione della tecnologia dellinformazione avevano previsto - oggi al centro di questo processo. E, come fu nel secolo scorso lautomobile, la seconda abitazione per la villeggiatura, il turismo esotico o labito griffato, si propone sempre pi esplicitamente come status symbol. Se hanno varato i propri siti le grandi aziende (alcune con colpevole ritardo), le star del cinema e dello spettacolo e i protagonisti dello sport (fra i quali emergono ormai i calciatori famosi), va da s che, prima o poi, anche gli allenatori sarebbero stati della partita. O su iniziativa altrui (e interessata per i ritorni pubblicitari o altri benefici indiretti), o su iniziativa propria, alcuni degli allenatori attivi nei campionati italiani di calcio sono oggi presenti in rete con un sito a proprio nome. Come le stesse societ che hanno individuato nella rete uno straordinario mezzo di fidelizzazione del loro cliente. In certi casi si tratta palesemente di un atto di colonizzazione effettuato dai propri tifosi, ma in altri casi, si tratta degli esiti, pi e meno mediati, di un intervento diretto. Unanalisi dei vari pacchetti informativi fino ad ora messi a disposizione dellutenza pu dare unidea delle funzioni (al plurale) che a questi siti vengono demandate. Liconografia vi svolge chiaramente una funzione primaria. Lallenatore offerto come personaggio in una galleria di immagini spesso emblematiche del modo con cui si autorappresenta o del modo con cui vorrebbe rappresentarsi nellimmaginario collettivo cui si riferisce. Non manca, dunque, una accorta selezione di cenni biografici e di principi ispiratori. Questo collettivo di riferimento costituito sia da tifosi personali che da tifosi societari con diverse gradazioni di appartenenza a seconda del fatto che lallenatore in questione pu operare per una societ o pu essere in attesa di ingaggio. Con costoro si cerca di instaurare un rapporto tramite chat line, forum on line ed e-mail che possa tradursi in una comunicazione effettiva, la cui gestione come ben sa chi quotidianamente ha soltanto il problema di star dietro alle sue caselle di posta elettronica non facile. Alle news, tuttavia, non rinuncia quasi nessuno. Come spesso presente e aggiornato settimanalmente un commento al campionato in corso sia nei casi in cui lallenatore in questione vi sia direttamente impegnato, sia nei casi funga da semplice spettatore. Ci, da un punto di vista strettamente informativo, pone problemi non sempre risolvibili: le news sono quasi sempre riprese da altri siti predisposti allo scopo e, dunque, possono risultare frequentemente invecchiate -, mentre i commenti, a seconda del grado di coinvolgimento dellallenatore, sono improntati spesso a giudizi generici o ad affermazioni giornalisticamente ovvie. Certi siti, pi pensati e meglio organizzati, vanno pi in l e indicano indirizzi forse pi peculiari. Qualcuno, per esempio, nella consapevolezza del ruolo di modello socialmente rilevante svolto da professioni di grande impatto pubblico come quella del Mister, arricchisce il proprio pacchetto informativo con il diario della sua vita di relazione nella realt territoriale in cui opera. Gesti di solidariet, trame di rapporti umani solidificatesi tramite il calcio e la sua mitologia popolare, sguardi anche lontani dalla stretta circoscrizione del pallone e del campo in cui giocato ma non per questo meno pertinenti e meno preziosi - qualche apertura verso il letterario e verso il fiabesco,

qualche riferimento culturale, segni nitidi di vitalit e di attenzione al mondo. Qualcuno, poi, comprende anche la necessit di svestire i panni del personaggio per ri-indossare pubblicamente quelli del tecnico e, assecondando la logica della trasparenza verso i tifosi, verso la stampa, verso magari i prossimi avversari e certamente verso i colleghi diffonde serenamente la propria metodologia di lavoro settimanale, giorno per giorno, specificando esercitazioni e durate. Tutti i siti oggi in rete sono dunque polifunzionali. Servono da pubblicit personale, originano notizie per i media, contribuiscono a diffonderne, instaurano collegamenti con gli estimatori o con i tifosi, creano occasioni di confronto e, al contempo chi pi, chi meno producono cultura. Se qualcosa appare pleonastico, enfatizzare alcune di queste funzioni a danno delle altre sarebbe controproducente. Chi ha responsabilit di ruolo non solo deve comunicare con efficacia ma anche con intenti formativi. I pericoli maggiori - gli errori da evitare ad ogni costo sono costituiti dallassunzione di stereotipi e dalla mancanza di aggiornamento. Internet, come ogni forma nota di comunicazione esige creativit e capacit dinterlocuzione autentica, ma, come forma innovativa di comunicazione, esige anche tempestivit.

Dopo il goal Nel 1981, allorch Desmond Morris scriveva La trib del calcio gli capit di soffermarsi sulle manifestazioni di gioia del calciatore susseguenti alla segnatura di un goal. Morris ne individuava varie tipologie: la corsa a bocca aperta (e non aveva ancora visto quella di Tardelli, con urlo, in Spagna nel 1982), il braccio o le braccia alzate - con pugni pi e meno chiusi -, la corsa accelerata sul posto tipo danza di guerra, le tante modalit di abbracci - con balzo e sollevamento, a terra, a mucchio selvaggio -, i baci, larruffamento paterno dei capelli e la pacca sulla schiena. Notava che, dai tempi eroici del giuoco del calcio - tempi in cui la stretta di mano e il sorriso del capitano costituivano gratificazione sufficiente per il goleador -, le cose erano cambiate parecchio, per merito, soprattutto, dei giocatori latini, pi espansivi ed estroversi rispetto ai freddi colleghi nordici. In considerazione del fatto che queste manifestazioni di gioia sarebbero lespressione diretta dello stato danimo dei giocatori, e data la sempre maggiore importanza della posta in palio nel calcio dlite, Morris concludeva che esse erano destinate a durare. Per quanto non difficile, la profezia si avverata e, forse, le cose sono andate anche pi in l di quel che, nel passato, era possibile immaginare. Abbiamo cos potuto vedere i girotondi danzati attorno alla bandierina del calcio dangolo, le pose impettite con la bandierina medesima (e perfino la citazione beffarda e caricaturale di queste), larrampicata alla grata dei tifosi urlanti, interi giri di campo, i passi della danza di ultima moda, la corsa allallenatore o al collega in panchina, e altro ancora. C stata lera dei trenini ginocchioni, della scivolata sottotribuna tenendosi per mano e perfino quella della macarena. Rimaniamo sorpresi e stupiti di fronte all effetto televisione (che, non a caso, significa vedere lontano). La comunicazione, ormai, anche un fenomeno epidemiologico. Un gesto compiuto ieri sera imitato questa mattina a migliaia di chilometri di distanza. Limmagine televisiva suggerisce modelli di comportamento superando qualsiasi barriera culturale. Tuttavia, alla rapida espansione di un linguaggio, corrisponde sempre unaccelerazione dei suoi processi di usura. La novit, sia essa rappresentata da un gesto, una parola o un modo di vestirsi, dura pochissimo e, subito - per attrarre nuova attenzione - deve venir sostituita da altra novit. Chi vuol emergere, insomma, come in un vero e proprio mercato, deve differenziare continuamente il proprio prodotto. Ecco il perch di tanta variet di comportamenti - sempre pi spettacolari - nel momento del giubilo. In pi, anche mutato il contesto psicologico in cui queste manifestazioni hanno luogo. Spesso, infatti, non rispondono pi alla semplice esigenza di esprimere una gioia o la consapevolezza di un trionfo, ma soddisfano esigenze pi ricche e pressanti: la risposta alle critiche subte (in forma di

articoli sui giornali o di fischi sul campo di giuoco) o la soluzione di un problema impellente costituito da un periodo poco producente, dalla lotta per ottenere un posto fisso in squadra, da un contratto in scadenza. Lambiente professionale del calciatore si caricato di tensioni, la sua persona perde sempre pi ogni margine di privatezza e, conseguentemente, lappuntamento con il goal pu presentarsi carico di significati, anche extrasportivi. Il rischio, allora, che lenfasi gli prenda la mano e che, nel momento della gioia, si liberino le tensioni in modo tale che i suoi gesti sconfinino subitaneamente in atteggiamenti diversi. Purtroppo, per esempio, non raro constatare come, a volte, lenergia liberata dalla gioia si traduca in una rabbia incontrollata - con una ricaduta sulla massa degli spettatori non certa positiva. Unaltra differenza consistente dalle manifestazioni del passato quella concernente il passaggio dalle forme di esultanza del singolo a quelle del collettivo. La natura cooperativa del giuoco giustifica pienamente le manifestazioni di gruppo e, anzi, le rende indispensabili. Tuttavia, la manifestazione di gioia in quanto tale un atto irriflesso, altamente comunicativo e positivamente comunicativo fino a che sgorga spontaneamente dal calciatore e dalla squadra di cui fa parte. Nel momento in cui si configurasse agli occhi degli spettatori come un atto pre-ordinato, pre-meditato, o come il frutto di una laboriosa e sapiente rega, risulterebbe immediatamente artificioso, distaccato dal contesto emotivo che attori e spettatori condividono, perfino irridente. Uno spettacolo in pi, forse, ma dove la ragione ha preso la meglio sul sentimento. Lespressione di certi stati danimo, insomma, mal si accorda con i calcoli. Il successo del giuoco del calcio, come noto, anche legato alla stabilit di certi caratteri distintivi: latleta deve rimanere atleta sempre e comunque, ciascuno deve saper interpretare il proprio ruolo e la genuinit dellimpegno non pu esser messa in discussione. E per questo che negli stadi ferve pi lattesa per mirabili gesti tecnici che per eventuali coreografie. Il Mister, pertanto, in proposito, ha un duplice compito: controllare se stesso e fare in modo che le manifestazioni di gioia dei propri giocatori non degenerino fino a risultare controproducenti. Senza esagerare, tuttavia, perch, da un lato, la sua partecipazione alla gioia pienamente legittima, e, dallaltro, perch un eccessivo distacco lo isolerebbe dal gruppo. Piuttosto, sar sua cura ricordare che ogni partita ha una sua storia e, al contempo, fa parte di una storia che gi iniziata e non finisce l: la gioia pi grande va assaporata e manifestata a risultato definitivamente ottenuto e non a risultato parziale -, ma sempre ricordando che, prima o poi, in una versione o nellaltra, ci sar un seguito che, come tutti i seguiti, sar influenzato da ci che precede (ci sar una partita di ritorno, ci sar il prossimo campionato magari su unaltra panchina, i giocatori ai propri ordini cambiano, qualcuno che oggi avversario domani potrebbe essere alleato e cos via cambiando).

Unica fonte Ai massimi livelli del calcio professionistico il Mister non pi solo come un tempo. Gradualmente, moltiplicandosi le esigenze, attorno a lui nato uno staff tecnico che rappresenta un processo di parcellizzazione delle funzioni ormai percepita pur con tutte le difficolt che ci comporta - anche nel calcio dilettantistico. Al Mister si cominci con laffiancare un secondo, poi lallenatore dei portieri, poi il preparatore atletico, poi gli specialisti dellallenamento per reparti. Ma anche la rete degli osservatori di giocatori in previsione di nuove acquisizioni, di partite in previsione dello scontro con prossimi avversari in relazione con il Mister. E cos per lo specialista della tecnologia informatica che raccoglie dati di ogni genere innanzitutto, visivi - su calciatori e squadre. E il mondo delle relazioni sul campo (e nei suoi dintorni) non finisce l, perch al Mister toccano rapporti pressoch quotidiani con le strutture sanitarie e con i vari specialisti addetti alla riabilitazione del calciatore infortunato. Senza contare i rapporti con il team manager e con il direttore sportivo.

Tuttavia, pur di fronte ad una frammentazione cos accentuata delle voci autorizzate e autorevoli -, deve rimanere saldo un principio basilare di ogni comunicazione efficace: lunicit della fonte. Larticolazione dello staff che ha cura dei calciatori di una squadra non modella affatto la funzione di comunicazione nello spogliatoio. Gi in panchina, spesso, questo principio viene disatteso: a volte, oltre il Mister parla un suo portavoce; a volte, i portavoce o chi si arroga questo diritto sono tanti, troppi, per risultare credibili. Non auspicabile, per esempio, che pi persone vengano accreditate dello stesso carisma, come non auspicabile che competenza, capacit di guida e responsabilit vengano suddivise fra pi persone. Dal singolo al gruppo L'allenatore chiamato a gestire una squadra. I suoi compiti sono definiti strettamente "tecnici", ma i confini designati da questa categoria sono piuttosto labili. Sapere che un giocatore ha avuto un grave lutto in famiglia, per esempio, ben diverso dal sapere che il medesimo giocatore predilige girarsi verso sinistra o impacciato nell'orientare uno stop di petto. Il primo sembra appartenere ad un repertorio di eventi estranei allo svolgimento della partita, ma, presumibilmente, da ritenersi altrettanto rilevante - se non molto di pi - dell'altro. La competenza dell'allenatore, in altre parole, si sa che comincia dalla tecnica di base del calciatore, ma si nutre di varie cognizioni che vanno dalla tattica di gioco alla medicina, dalla fisiologia del gesto tecnico interessato all'anamnesi sociofamiliare dei calciatori a lui affidati. A maggior ragione se si opera, come oggi, in una societ multietnica dove interagiscano persone che propongono esperienze socio-familiari molto diverse da quelle standardizzate cui la nostra societ civile era abituata. Se si dovesse, dunque, scegliere fra un colloquio privato e un colloquio davanti alla squadra intera, con il medesimo giocatore, il tipo di competenza dell'allenatore non costituisce, di per s, un criterio sufficiente. Il parroco passa da un rapporto con il gruppo ad un rapporto con il singolo nel momento in cui cambia ruolo e diventa il confessore - viene investito, cio, di una competenza particolare; e cos per il medico in visita alla corsia dell'ospedale - c' netta differenza fra discorso per tutti e discorso per uno solo. La posizione dell'allenatore pu essere pi vantaggiosamente paragonata, forse, allo psicoterapeuta relazionale, a colui, cio, che chiamato a risolvere i problemi di un singolo, ma sa che questi problemi sono risolvibili soltanto analizzandoli come risultato di un rapporto collettivo e, conseguentemente, alterna colloqui con ciascun membro del contesto interazionale di base con incontri di partecipazione collettiva. Le competenze in giuoco sono sempre le stesse, il ruolo sempre quello, ma mutano le disposizioni relazionali. Di certo, data la natura del giuoco del calcio, tutto ci che di tecnico pu esser detto ad un giocatore utile, in quanto tale, a tutti gli altri componenti della squadra. Ogni informazione segregata , innanzitutto, uno spreco di risorse e, subito dopo, costituisce una pericolosa violazione di quel principio di parit che dev'esser riservato agli elementi di un insieme se si vuole che l'insieme stesso fornisca prestazioni superiori a quelle che si otterrebbero dalla semplice somma delle singole parti. Sembrerebbe, dunque, che come regola generale possa esser adottata quella che prescrive, ai fini di una miglior conduzione del gruppo, l'impartizione di istruzioni a livello collettivo. La natura strutturalmente cooperativa del giuoco lo esige. Tuttavia, possono esser prese in considerazione parecchie eccezioni. Un paio di soluzioni adottate da De Amicis nel Cuore possono indurre ad alcune utili riflessioni. Quando il Direttore della scuola riceve la mamma di Nelli, il "povero gobbino", viene a sapere che il "buono" della classe, Garrone, protegge in vari modi, con la propria forza e con la propria autorit, lo sfortunato compagno. La signora chiede di poter vedere Garrone per ringraziarlo e il Direttore acconsente, ma l'elogio verr fatto nel suo ufficio e non, davanti a tutti, nell'aula. Quando, invece, il turno della mamma di Franti, il cattivo della classe, sia la scena di disperazione che il successivo biasimo ("Il Direttore guard fisso Franti, in mezzo al silenzio della classe, e gli disse con un accento da far tremare: - Franti, tu uccidi tua madre! - Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell'infame sorrise") avverranno in pubblico. Come dire che la virt necessita dell'intimit e la nequizia dell'ostentazione: esigenze di un paradigma pedagogico drasticamente manicheo basato sul

pudore dei buoni sentimenti e sulla denuncia esemplare di quelli cattivi. L'allenatore, tuttavia, non va considerato come un'agenzia ideologica che tende ad imporsi ai suoi sottoposti, perch il quadrovalori cui si riferisce ha da esser costruito, passo dopo passo, con i giocatori. Un certo grado di condivisione garantito soltanto dalla cooperazione nelle fasi costruttive. Ogni tipo di istruzione presuppone giudizi positivi e negativi, percepiti come tali collettivamente, proprio perch si riferisce ad un patrimonio complessivo di istruzioni - per singoli, per insiemi e per tutti collettivamente ratificate. Allora, se le cose stanno cos - almeno ad un certo stadio di idealit -, sembrerebbe legittimamente "inoffensivo" qualsiasi intervento pubblico dell'allenatore, sia che, a partire dal dato tecnico, lodi o rimproveri. Meno ipocrisia c', nella conduzione di squadra, e meglio viene preservata quella coesione che data dai comportamenti leali. Tuttavia, il peso della coerenza collettiva non sempre pu risultare omogeneamente distribuito. Pu esserci il momento in cui la pressione (di stampa, di pubblico, di Societ, di motivazioni personali) sul singolo tale che all'allenatore conviene salvaguardarlo, almeno temporaneamente, intervenendo su di lui pi in via privata che in via pubblica. Nelle condizioni del rapporto privilegiato l'allenatore pu approfittare di due prerogative: pu innescare un processo di scambi a livello dei canali complementari - un processo che pu controllare molto pi facilmente che nel rapporto con la squadra intera -, e pu tentare di compiere un doppio passaggio a livello semantico. Tempo permettendo, infatti, pu abbandonare i significanti per passare ai significati - come avviene innanzitutto nella comprensione - e pu, poi, tornare ai primi. In altre parole, la schematicit della situazione consente di badare non solo ai significati, ma anche al modo in cui vengono espressi. Sono vantaggi reciproci non indifferenti dai quali, infatti, proviene la decisiva chiarezza del rapporto: o nel senso dell'accordo e della conferma di coesione, o nel senso della rottura, di un dissenso fattosi pi palpabile - un dissenso che toccher, poi, all'allenatore capire se limitato al singolo in questione, o non provenga, invece, da un malessere pi esteso. Da tutto ci si arguisce che la conduzione pi efficace di un gruppo non pu mai avvalersi n dei soli colloqui privati, n della sola comunicazione collettiva. Si tratter di far assumere alla seconda una funzione prioritaria nel rispetto delle esigenze del giuoco, integrandola, tuttavia con le opportune deroghe che, comunque, per la loro natura di "evento privato pur sempre in pubblico" non dovranno avere un carattere di regolarit, n essere ostentate - pena la loro efficacia o la creazione di asimmetrie nel gruppo. Oltre che in relazione agli scopi, la scelta del tipo di rapporto comunicativo deve anche dipendere dai luoghi in cui questo avviene e dai tempi a disposizione. Un ambiente che non consente l'adeguato controllo - con gli effetti di riscontro e di propulsione - da parte di chi sta parlando su chi sta ascoltando va evitato, ovviamente, e, dunque, ad una comunicazione collettiva zoppa, sono preferibili alcune comunicazioni a sottogruppi o a singole unit. Ugualmente, va notato come una comunicazione collettiva, perlopi - quando non vuol semplicemente trasmette slogan e parole d'ordine - richieda una certa estensione temporale. Si pensi alla forma della conferenza: c' un'introduzione al problema, c' l'articolazione dei termini del problema, c' la proposta di una soluzione e, spesso, c' la possibilit di constatarne l'effetto sugli interlocutori (interventi, domande, contestazioni, dibattito). Lo sviluppo nel tempo garantisce al conferenziere la possibilit di adattarsi al proprio pubblico, a volte di mutare radicalmente modalit espressive in rapporto a reazioni ben precise (come la crescita di un mormorio che da sommesso e localizzato si fa generalizzato). Nella comunicazione con il singolo, insomma, possono essere praticabili scorciatoie altrimenti impensabili. "Dal punto di vista dei singoli che costituiscono la massa", fa notare, invece, Canetti in Massa e potere, "il tempo di staticit tempo di accumulo". La staticit "prima della scarica" un'esibizione di concentrazione, ma, prima o poi - un prima ed un poi che, nel nostro caso, dipendono dalla sensibilit dell'allenatore - "la scarica indispensabile". Abbiamo gi visto quanto sia importante saper evitare l'enfasi, ma, allorquando si tratta di scegliere tra queste due alternative di comunicazione, va segnalato che quella collettiva ne rappresenta il naturale terreno di coltura. Mentre facile mantenere la comunicazione privata su toni bassi e colloquiali, senza retorica eccessiva e con gestualit moderata, difficile farlo nel caso di

comunicazioni collettive. Proprio quel riscontro e quella propulsione che ci provengono dal gruppo degli interlocutori attenti pu trascinarci oltre la misura della schiettezza e dell'efficacia. Non sono rari i casi di buoni oratori che, quasi corrotti dal protrarsi dell'attenzione altrui cedono al proprio successo, si ripetono e finiscono perfino col dire cose che non hanno affatto intenzione di dire. Non sono rari neppure i casi di buoni oratori che, soprattutto da una certa et in poi, non riescono a concludere il discorso - come se ogni finale escogitato sembrasse loro sempre troppo scadente, sempre troppo poco a effetto, rispetto al finale successivo. Il primo approccio Come abbiamo potuto constatare, chi si accinge ad un'interazione comunicativa deve saper fare i conti con il sapere implicito che, in un modo o nell'altro, governa il comportamento dei partecipanti. Da questo punto di vista, ogni informazione che il Mister riuscir ad acquisire preventivamente risulter preziosa. Non si tratta soltanto di informazione di ordine tecnico, ma di tutti quegli elementi storici, psicologici, sociologici, culturali da cui dipender la compatibilit o meno di ciascun giocatore nella squadra nonch laffinit con il quadro valoriale della societ alla quale il Mister prester la sua opera. L'allenatore chiamato a dirigere una squadra, pertanto, non dovrebbe mai trovarsi di fronte semplici sconosciuti. Di solito, si trova di fronte persone sulla cui storia ha indagato approfonditamente o un gruppo dove emergono relazioni gi consolidate in precedenza. Nel secondo caso i problemi di comunicazione si complicano - perch avr di fronte due tipi di interlocutori, perch qualcuno sar gi a conoscenza del contenuto di alcune comunicazioni, perch lo stesso allenatore si rende conto che non tutto di quel che sta dicendo e facendo nuovo per tutti, etc. -, ma in tutti i casi l'allenatore (specialmente quello professionista) sa di dover fare i conti con opinioni, convincimenti e conoscenze pregresse, formatisi nell'interlocutore in base alle cronache, al sentito dire ed ai processi di valorizzazione di cui, in precedenza, stato fatto oggetto. Ognuno si porta appresso stereotipi di s e modificarli non facile. Le comunicazioni di massa prosperano sulla costruzione di personaggi che, spesso, in quanto tali per esigenze di economia narrativa, vengono caratterizzati con pochi elementi a scapito della ricchezza della persona. A volte - il caso dei "sergenti di ferro", dei "parn", dei "professori", dei mastini - fino alla caricatura. Pu esserci, poi, il caso, frequente peraltro, dell'allenatore professionalmente "longevo" che, per pi anni, conduce la medesima squadra cui si aggregano gradualmente nuovi giocatori. Evidentemente, sono tutte situazioni comunicative diverse. Nel caso dell'allenatore "longevo" opportuno che la relazione con i "nuovi" s'instauri prima possibile e senza il filtro preventivo del loro rapporto con i "vecchi". Nel presentarsi dell'allenatore, e nello scambiarsi informazioni in forma privilegiata, ci dev'essere una forma di "riassunto delle puntate precedenti" elaborato, tuttavia, in base ai criteri propri e non in base a quelli altrui. Nel caso, invece, di relazioni pregresse nell'ambito di una squadra nuova, l'allenatore che instauri procedure di colloqui privilegiati corre qualche rischio. Per esempio, quello di usufruire di rapporti altrettanto privilegiati dal punto di vista degli altri giocatori e, dunque, la cosa originerebbe differenze nuove all'interno della squadra. Si tratterebbe di una disparit di trattamento che, in quanto tale, potrebbe incoraggiare ulteriori disparit nel prosieguo dei rapporti. Senza contare che i giocatori stessi coinvolti, a seconda dei caratteri e delle situazioni, potrebbero sia estendere eccessivamente il significato del privilegio dato e ricevuto, sia rimanere imbarazzati di fronte ai colleghi. Una squadra, soprattutto ai livelli professionistici, gi luogo di troppe differenze gestibili con difficolt - in rapporto alle et, alla notoriet, ai guadagni, alla durata dei contratti, alla storia pregressa, etc. per aggiungerne incautamente ancora qualcuna. In considerazione del fatto che l'allenatore "longevo", nel rapporto protratto con la squadra, incorre in un problema di usura comunicazionale (la ripetizione nel comunicare diminuisce l'efficacia), il modello situazionale pi facilmente gestibile risulta quello che prevede il rapporto con una nuova squadra.

In questo rapporto la prima avvertenza quella relativa alle "regole". Pi che impartire regole e istruzioni, nel nuovo contesto lavorativo l'allenatore dovr farle crescere nella consapevolezza collettiva dei giocatori. Con ci salver il principio della condivisione dei valori ed eviter di assumere carichi di autorit che, prima o poi, potrebbero rivelarsi controproducenti. Nel vivere insieme determinati valori e nel mantenere una piena coerenza di comportamenti relativi sta, peraltro, l'unica terapia ai guasti dell'usura comunicazionale cui va incontro l'allenatore "longevo": soltanto cos la ripetizione pu venir percepita in chiave positiva. La concrescita del sistema di regole che favorisce la coesione comunitaria, poi, necessita dell'opportuna gradualit. L'allenatore, allora, come ogni buon docente, non pu pretendere di "dare tutto in una volta" e deve aver l'accortezza di non esigere mai comportamenti - anche strettamente tecnici - che conseguano da istruzioni non ancora esplicitate. Il criterio quello del costruire insieme e, man mano, ratificare il costruito, dargli nome e valore nel progetto complessivo. Per questo insieme di ragioni sar opportuno prevedere riunioni con la squadra in condizioni di minima formalit, ma in luoghi scelti con accuratezza per consentire la comunicazione pi efficace. Si tratta di incontri decisivi per l'impostazione e per la verifica dei rapporti fra tutti i membri della squadra, perci campo di allenamento e spogliatoio sono da escludersi. Meglio una saletta riservata da qualche parte (sede, club, centro culturale, anche un'abitazione privata), organizzata per in modo tale da non intimidire i partecipanti. La disposizione delle sedie "modello conferenza" sicuramente inadatta allo scopo: la soluzione ottimale costituita da una disposizione di sedie spaziosa e allargata a semicerchio, non strettamente ordinata e tale da consentire micromovimenti ai partecipanti nonch il massimo dell'osservazione a chi parla. Quest'ultimo pu avere un tavolo, o una scrivania, di riferimento e, magari, avvalersi di una lavagna o di altri schermi connessi a tecnologie varie, ma preferibile che non si sieda e che, nel parlare, si muova. Scarica la propria tensione, acquista in naturalezza e spontaneit, e, al contempo, facilita e rinnova l'attenzione. Per quanto concerne i tempi suggerisco innanzitutto di non intraprendere un'iniziativa simile come primo atto del proprio lavoro. Mi sembra pi opportuno lasciar trascorrere qualche giorno di lavoro per potersi avvantaggiare di una conoscenza informale, acquisita sul campo e nell'impegno reciproco. Una prima occasione di incontro approfondito pu essere costituita dalla vigilia della prima partita amichevole.- un'occasione che, solitamente, contrassegna in modo "dolce" lo scadenziario della squadra (tornei ufficiali, amichevoli molto impegnative, campionato). Una seconda occasione potrebbe essere colta dopo un paio di partite amichevoli ed una terza dopo l'inizio del campionato - evitando un incontro nell'immediata vigilia per non caricare il momento di ulteriore tensione. A maggior ragione sceglierei il momento del terzo incontro qualora i risultati siano stati soddisfacenti - in caso contrario la riunione verrebbe considerata un'emergenza. In queste riunioni - possibilmente seguite dal protrarsi dei rapporti collettivi a livello informale (una cena o una partita altrui da andare a vedere sono preferibili ad un film od ai videogiochi, perch questi o implicano una forma di percezione isolata o lesecuzione di prestazioni percettive stressanti) -, l'ordine del giorno complessivo deve comprendere le forme di convivenza societaria, il programma di allenamento generale, la valutazione dei giocatori in rapporto all'impostazione tecnico-tattica della squadra, lindividualizzazione, ovvero la definizione dei programmi dei giocatori in relazione alle valutazioni e, infine, le comunicazioni pubbliche rivolte all'esterno della squadra da parte di ciascun componente. Lultimo punto merita una riflessione particolare. Il sociologo Erwin Goffman faceva notare che "se possibile interrogare a lungo un soggetto e se questo risponde con molte dichiarazioni, gli pu riuscire intellettualmente difficile il non tradirsi mediante incoerenze ed errori involontari". Sarebbe questo, infatti, "il gioco che i giornalisti astuti fanno contro i funzionari di governo" e, per restare ai nostri problemi specifici, "quando il soggetto costituito da una squadra di persone, naturalmente la coerenza ancora pi precaria". L'unica garanzia di coerenza, in definitiva, pur sempre data dalla condivisione del quadro-valori che informa di s i comportamenti, dichiarazioni incluse. Per questa ragione, allora, bene lasciare il massimo di libert ai singoli, e farli partecipi di questa consapevolezza. Nel momento in cui, tramite dichiarazioni pubbliche, tendessero ad inficiare la

coerenza di squadra, automaticamente, se ne individuerebbe la crisi di valori, ma, giunti a questo punto, presumibilmente tardi perch un semplice intervento correttivo possa avere successo. Molto meglio prevenire, come sempre. E, allora, linserire nellordine del giorno, ogni tanto, anche landamento del flusso di comunicazioni dallinterno verso lesterno e viceversa - pu risultare utile. Per quanto invece attiene al rendere di dominio della squadra valutazioni e programmi individualizzati - punti estremamente delicati -, va detto che in essi, come vengono fissati i criteri di scelta relativi alla "formazione" da mettere in campo, cos in essi si configurano anche i criteri di completezza o meno della squadra (per esempio, la dichiarazione ai propri giocatori dell'esigenza imprescindibile di "rinforzi") - un argomento sul quale, spesso, l'allenatore cade in contraddizione (giorno uno: Ringrazio il Presidente per avermi messo a disposizione una rosa estremamente competitiva e giorno due, dopo una sconfitta, Vedremo quello che si potr fare alla prossima apertura del mercato), minando, cos, la coerenza dell'organismo stesso nel quale vive. Un ordine del giorno di questo genere, ribadisco, comprende l'insieme dei momenti scelti per parlare alla squadra riunita: tempi e modi della sua articolazione sono da scegliersi in base alle singole situazioni (convinzioni e dubbi dell'allenatore, sensibilit dell'ambiente societario, disponibilit e reazioni dei giocatori). In teoria, ogni punto di questordine del giorno pu costituire valido motivo per dare origine ad un momento di dialettica interna. Fermo restando che, nellarco di un campionato, almeno un paio di altre riunioni sono indispensabili: i rapporti nel gruppo - in un gruppo, poi, sottoposto a intense e costanti pressioni - cambiano, i risultati hanno un'influenza determinante, le opinioni possono essere approfondite o mutare in rapporto agli eventi ed alle reazioni relative; e non solo: in genere, l'esplicitazione di un corpo di leggi e di regole che governano una comunit, piccola o grande che sia, ha da esser rinegoziata con i membri della comunit stessa. Nessun accordo va considerato statico e sovratemporale. L'allenatore deve saperlo e anticiparne il logoro "storico", cercando conferme, restaurando le incrinature sociali, accettando nuovi dati di fatto impostisi alla consapevolezza collettiva, promuovendo la ricontrattazione prima di subire le conseguenze di un rinnovamento che lo emargini. Prima della partita Questione cruciale nel rapporto fra allenatore e calciatori considerata la comunicazione della formazione che comporr la squadra. Spesso si sente dire di malumori e disaffezioni - cui far risalire prestazioni scadenti - originate da mancate o tardive comunicazioni in tal senso. Eppure, se il lavoro preparatorio fosse stato eseguito nei dovuti modi, il problema non sussisterebbe. Si presume, infatti, che la composizione della formazione segua criteri chiari e condivisi all'interno della collettivit della squadra. L'allenatore ha offerto pari opportunit ed ha, poi, esplicitato i suoi giudizi. Le sue scelte devono essere conseguenti. I margini di "sorpresa", all'interno dell'organismo-squadra, devono essere ridotti al minimo, o nella migliore delle ipotesi, soppressi. Se la gerarchia degli scopi e se il repertorio dei mezzi sono noti e condivisi, agli occhi di ognuno l'aleatoriet delle scelte pressoch nulla. Nel mondo dilettantistico tempi e luoghi concedono al Mister poche possibilit di scelta. Si parla poco prima della partita e, di solito, direttamente in spogliatoio. A maggior ragione, allora, sar opportuno articolare nel modo pi essenziale comunicazioni scelte e ben mirate. Nel mondo del professionismo, l'ordine del giorno fondamentale oggetto di comunicazione in vista della partita dev'esser svolto poche ore prima della partita stessa (per esempio, al mattino in caso di partita pomeridiana) e in un luogo appropriato per effettuare comunicazioni efficaci (ottime possibilit di riscontro attenzionale approfondito e di interlocuzione). Va predisposto nella sua articolazione e ordinato al meglio. L'organizzazione logica delle argomentazioni facilita sia l'apprendimento attivo che la sua ripetibilit. Torneremo sull'argomento a proposito del modo di gestire gli intervalli. L'anticipo temporale deve anche consentire di affrontare tutta una serie di interazioni uno a uno che

pu essere in parte programmata dall'allenatore medesimo (per esempio, ai fini di un conforto psicologico nei confronti di un giocatore che in quel particolare momento ne ha bisogno) e in parte spontaneamente originatasi proprio dall'escussione dell'ordine del giorno collettivo (come nel caso del giocatore che chiede spiegazioni pi particolareggiate sul compito affidatogli). Poco prima della partita, nello spogliatoio, l'allenatore chiamato a svolgere un ordine del giorno ridotto e suppletivo. In esso trovano posto le condizioni del terreno di gioco e le condizioni ambientali, nonch le verifiche di rifinitura. Ordini del giorno particolari e delicati - come quelli relativi a stati psico-fisici imprevisti - possono emergere e richiedere rapide analisi e drastiche decisioni. Dell'ordine del giorno fondamentale, gi svolto approfonditamente, in spogliatoio possono venir richiamati alcuni punti, in una sorta di pro-memoria dell'ultimo momento, soprattutto in merito agli atteggiamenti collettivi ed alla loro durata nel tempo (per esempio, sar opportuno confermare gli atteggiamenti da tenere in caso di mutamento del risultato di parit iniziale, perch, spesso, un gol fatto o subito ha il potere di modificare, positivamente e negativamente, stati d'animo e disposizioni tattiche). Come controproducente che l'allenatore ribadisca in eccesso il complesso di istruzioni dell'ordine del giorno fondamentale - rischierebbe enfasi e diminuzione della capacit informativa, ingenerando ansie ulteriori -, sarebbe altrettanto controproducente che assumesse un atteggiamento eccessivamente distaccato (che non entrasse neppure in spogliatoio o che vi si aggirasse per puro spirito burocratico, come se il suo compito fosse terminato). La sua presenza non deve essere assillante, ma deve farsi sentire in termini di scrupolosa vigilanza e di grande disponibilit, perch in quel momento il punto di riferimento di tutti. La coesione della squadra si comincia a misurare ben da prima che essa scenda in campo. Durante la partita Di solito, la partita di calcio si svolge su campi di giuoco perlopi circondati da tifosi urlanti e il punto di osservazione dell'allenatore particolarmente sacrificato. Nello stadio quello che vede peggio - a volte sotto il livello dei giocatori, dovendo affrontare il problema di coglierne la distribuzione in profondit. Stando cos le cose, sviluppare argomentazioni vere e proprie proibitivo. Come, peraltro, pretendere di verificare per quanto sia possibile nell'interlocutore il successo della comunicazione. Ammettendo anche che la comunicazione sia giustificata - e non dettata da errori di percezione o da stati emotivi sui quali non si riflettuto a sufficienza -, resta l'alta probabilit che essa venga mal compresa o mal interpretata, creando equivoci che possono continuare a pesare negativamente sull'economia complessiva della squadra anche dopo la partita.. In queste condizioni il silenzio parrebbe una scelta saggia. L'allenatore osserva con freddezza, analizza l'andamento della gara su entrambi i fronti, raccoglie dati e formula ipotesi che, nell'intervallo, potranno tornare utili allorquando, alla luce del risultato o meno, si tratter di correggere e di confermare, soppesando, soprattutto, la prestazione in rapporto all'impegno comune ed al programma di lavoro per espletarlo. Tutto ci, beninteso, deve essere fatto, ma non sempre la soluzione del totale silenzio pu essere la pi indicata. Innanzitutto va valutata la funzione ftica del discorso. Come parliamo (per esempio, al telefono) per designare semplicemente il mantenimento della nostra ricezione nei confronti di un interlocutore (S, s) , cos la voce dell'allenatore, fatta sentire ogni tanto, contribuisce al mantenimento dell'unit della squadra e del suo rapporto con chi se ne assume in toto la responsabilit. Si evidenzia un contatto, ma implicitamente si dichiara una fiducia (non a caso, spesso, l'allenatore la cui squadra sta perdendo in modo netto e irrimediabile, smette di parlare, dichiarando cos pubblicamente la propria rassegnazione salvo, poi, riprendere il proprio compito nel caso fortunato in cui un recupero del risultato pu riapparire a portata di mano). Poi, pur nelle difficolt menzionate, qualcosa possibile fare e, dunque, nei giusti modi va fatto. Alcune correzioni di posizione in campo possono essere apportate, soprattutto se la logica che vi presiede condivisa dai giocatori medesimi. Se fra campo e panchina sar condiviso il modo di vedere e di valutare, il suggerimento correttivo si trover a cadere in un terreno ricettivo e fertile:

sar colto al volo dagli interessati e dalla squadra intera, dando presto i frutti sperati. L'allenatore dispone di opportunit che mancano ai propri giocatori in campo: pu guardare dove non la palla e cos pu accorgersi di condizioni organizzative deficitarie prima che un rovesciamento di fronte possa renderle evidenti a tutti penalizzando la squadra. Pu quindi intervenire suggerendo movimenti ai difensori mentre la squadra sta attaccando e, viceversa, pu orientare gli attaccanti alla posizione pi proficua mentre la squadra sta difendendosi. Prefigura i movimenti prossimi. D'altronde, l'allenatore deve anche resistere alla tentazione, tipica del tifoso e dell'incompetente, di dare istruzioni direttamente al giocatore in possesso del pallone - che deve essere lasciato nelle condizioni migliori per applicare le proprie capacit tecniche, senza interferenze percettive. Soltanto in rarissimi casi di emergenza (come quando si tratta di mantenere per pochi secondi il possesso del pallone, o quando si tratta di informarlo di una situazione di giuoco da lui non controllabile) pu risultare utile disattendere questo principio. Ancora pi perentoriamente all'allenatore sconsigliato di comunicare giudizi negativi al giocatore colpevole di un errore tecnico. Occorre ricordare che, da un lato, il rimprovero pubblico - con tutte le conseguenze di mortificazione che ne conseguono -, dall'altro che l'errore tecnico comunque fatto da un giocatore scelto dall'allenatore medesimo. Se gi in questo tipo di occasioni viene meno la capacit di mantenere le responsabilit assunte, legittimo inferire che, in altre occasioni di maggior spessore (allorquando, per esempio, si tratta di "difendere" un giocatore innanzi alla Societ), lo scarico di responsabilit, con i vili comportamenti conseguenti, avverr altrettanto rapidamente. Correzioni di posizione e di atteggiamenti, anche dalla panchina, non solo sono possibili ma doverose qualora le circostanze lo richiedano; a maggior ragione, avranno successo se le brevi comunicazioni necessarie potranno basarsi su un dominio consensuale instauratosi con i giocatori e su di un linguaggio comune scaturito da esperienze comuni. Ugualmente, rientra in questa tipologia di intervento la comunicazione che impedisca, a giocatori stanchi e magari frustrati nelle loro momentanee e legittime ambizioni, proteste nei confronti della terna arbitrale, isterie e atteggiamenti antisportivi, che, da sempre, innescano meccanismi di violenza e di esasperazione nei settori pi deboli e pi eterodiretti del pubblico. Allo scopo l'allenatore accorto usufruir, soprattutto, dei brevi momenti di pausa - piccoli incidenti, rimesse laterali, calci di punizione non particolarmente pericolosi -, utilizzando, per trasmettere la comunicazione al destinatario il giocatore pi vicino alla panchina. Inoltre, preziosa pu risultare la voce dell'allenatore nei momenti di estrema delicatezza della partita. Giocatori allo stremo delle forze, dalla vista annebbiata dalla fatica, sottoposti a forti pressioni ambientali ed a tensioni emotive - specie con il risultato della partita ancora incerto hanno bisogno anche di semplici grida di sostegno, di una protesi percettiva di fiducia che ne rinnovino la vigilanza e la reattivit. E' in questi momenti che la comunicazione dell'allenatore si fa pi essenziale e sbrigativamente pragmatica: non ci sono pi "grandi significati" da esprimere o argomentazioni da rendere eleganti e persuasive, innanzi alla squadra intera - allenatore incluso - c' solo lo stato di necessit, lo svolgimento di un compito reso oltremodo difficile in rapporto a tempi e risorse ancora disponibili. E' il momento in cui il linguaggio si fa povero ed efficacissimo - un momento in cui il lessico pu essere costituito da pochi nomi propri, da un imperativo, da un fischio o da un urlo che cerca di sovrapporsi al boato della folla ( il momento, allora, anche degli "slogan" nel senso etimologico del termine, che Canetti fa derivare da "sluagh-gairm", il grido di battaglia dei Celti degli Highlands scozzesi). Diverse sono le condizioni di lavoro durante la partita del Mister dilettante. Perlopi, attorno ai campi dove gioca la sua squadra, non ci sono masse urlanti, ma vi domina il silenzio o, quando va bene, lincitamento di qualche parente dei giocatori. Si creano, dunque, le condizioni perch la dimensione didattica del suo operato quella dimensione che gi si evidenziata nelle sedute settimanali di allenamento prosegua e informi di s anche la partita stessa. E un vantaggio significativo per la crescita dei calciatori e per il rapporto che intrattengono con lallenatore, che,

non solo pu correggere a caldo, praticamente sul momento stesso dellerrore, ma pu altres verificare per cos dire, sperimentalmente leffetto delle correzioni senza interferenze. In panchina si comunica anche cos Alzandosi e sedendosi Scattando in piedi in gruppo al fallo di un avversario Protestando con il quarto uomo Sfuggendo alle telecamere Sferrando un pugno da qualche parte (e facendosi male) Fumando (di nascosto) Dando ordine che si riscaldi qualche giocatore a disposizione Esibendo pratiche superstiziose Lelenco potrebbe anche continuare, ma si noti: ciascuno di questi gesti per qualcuno significa qualcosa per il presidente della societ, per il team manager, per il direttore sportivo, per i collaboratori dello staff, per i giornalisti, per lo psicologo, per il pubblico presente allo stadio, per il pubblico televisivo, per larbitro, per i guardalinee, per i propri giocatori in campo, per i giocatori avversari, per lallenatore avversario e per chiss quantaltre persone cui, di ci che fa il Mister, non sfugge nulla. Nell'intervallo Nonostante alcune proposte ventilate negli ultimi anni, con gli attuali regolamenti l'intervallo uno solo, quello che separa i due tempi della partita; in occasioni eccezionali - come in caso di tempi supplementari, o di decisione della partita ai rigori - di fatto si moltiplicano, ma non implicano l'uscita delle squadre dal campo di giuoco. Una modifica del regolamento che prevedesse l'eventuale spesa di alcuni brevi intervalli a disposizione dell'allenatore - come nel basket -, sul piano della comunicazione, non porrebbe problemi nuovi. L'elemento caratterizzante l'intervallo attuale, quello fra i due tempi regolamentari, la sua determinazione temporale. Soltanto in casi particolari, l'arbitro pu decidere lievi modifiche. L'allenatore e la squadra hanno dunque una cornice molto precisa in cui inserire le loro comunicazioni, che assumono cos un carattere di urgenza e di imprescindibilit. Sono, d'altronde, le uniche comunicazioni possibili, a partita avviata, in condizioni fisiche che garantiscano sia la privatezza che lo scambio. E' molto importante, allora, che l'allenatore sappia organizzarsi al meglio e predisporre le cose in modo da ottenere il massimo dall'occasione. E' buona norma, innanzitutto, disfarsi dei tanti e potenziali disturbi al processo comunicativo che si intende realizzare: dichiarazioni emotive, commenti privilegiati, piccoli medicamenti e bisogni da soddisfare (tra i quali riceve giustamente molta attenzione la reintegrazione di liquidi nell'organismo). Alcuni allenatori, in funzione calmante e rilassante, fanno anche ricorso ad un paio di minuti di silenzio. Poi, comunque, necessario imbastire un ordine del giorno stringato e molto ordinato: in quel momento, deleterie sarebbero le ripetizioni, le pause eccessivamente protratte, il saltare di palo in frasca, nonch le visibili indecisioni. Per rispondere positivamente, e facilmente, a questa esigenza consiglio l'acquisizione di uno schema. Ogni allenatore potr farsi il suo e adattarlo alle singole situazioni, ma un'esemplificazione in proposito pu rivelarsi utile: Controllo preliminare delle condizioni fisiche dei giocatori Analisi delle fasi di possesso di palla (analisi, giudizi, atteggiamenti relativi) Analisi delle fasi di non possesso di palla Eventuali decisioni conseguenti (soluzioni tattiche alternative, mutamento dellassetto o del ritmo di gioco, etc.) e criteri per eventuali sostituzioni (mutamento del risultato, mutamento dellassetto o dello schieramento avversario, etc.) Modalit di sfruttamento delle palle ferme a favore

Comportamenti in occasione di palle ferme a sfavore Analisi della situazione disciplinare (computo degli ammoniti e analisi dei comportamenti a rischio di provvedimenti arbitrali) ed eventualmente di alcuni comportamenti del pubblico Eventuali riferimenti a situazioni prossime (computo delle ammonizioni e altre argomentazioni in rapporto al prosieguo del campionato, preoccupazioni per i giocatori sotto diffida Osservazioni e domande dei giocatori e istruzioni suppletive conseguenti Eventuali colloqui privilegiati. Tutti protagonisti Anche se spesso viene disatteso da molti allenatori, ovvio che vada rispettato il principio secondo cui qualsiasi comunicazione dell'allenatore alla squadra riguardi in parti uguali lintera squadra, giocatori di riserva, dunque, inclusi. Del tutto.controproducente , infatti, lasciare sul terreno di giuoco alcuni giocatori intenti ad un generico riscaldamento trattandoli come corpo estraneo all'organismo costituito dalla squadra. Ogni informazione data e scambiata nello spogliatoio preziosa per tutti e contribuisce alla competenza di ciascun giocatore. L'allenatore che ingenera questa discriminazione non si accorge che, implicitamente, emette giudizi di valore su chi non gioca e lede un processo di crescita unitaria. Osservatori e osservati Nell'escussione dell'ordine del giorno, nello spogliatoio, l'allenatore dovr anche rispettare alcune precauzioni fondamentali perch l'interazione si sviluppi e si concluda con buona probabilit di comprensione reciproca. I giocatori, dunque, bene che siano seduti e posti in condizione di guardare chi si rivolge loro. Presenze estranee al corpo della squadra sono indesiderabili, a maggior ragione se dirigenti, ovvero persone che intrattengono un rapporto asimmetrico di maggior potere - con l'allenatore medesimo. Il rischio quello di ingenerare nell'allenatore la sensazione di essere giudicato nell'esercizio di un suo compito e, nei giocatori, la sensazione di uno stato di debolezza dell'allenatore medesimo. Nessuno di noi d il meglio di s sentendosi osservato. La stessa figura del massaggiatore, familiare e spesso (non sempre) necessaria, ha da essere confinata in tempi operativi ben precisati ed in spazi non invasivi. In nessun caso, poi, l'allenatore dovr accettare di parlare alla squadra avendo persone alle proprie spalle: tensione e stress, sommati alla facilit con cui l'attenzione pu essere distolta dall'obiettivo prioritario (si ricordi: meglio, molto meglio, se la fonte unica), renderebbero la comunicazione del tutto inefficace.

Dopo la partita Le frustranti condizioni della comunicazione con la squadra durante la partita; la necessit quasi fisica di scrollarsi di dosso un peso o liberando la propria gioia in caso di vittoria, o alleviando il proprio dolore in caso di una sconfitta; la quantit di persone che sembrano richiedere un confronto immediato amici, dirigenti, giornalistiTutto rende molto difficile, al Mister, quasi impossibile, non parlare. Eppure. La conclusione della partita porta con s vari stati emotivi: entusiasmi e disappunto per vittorie e sconfitte, esaltazioni e frustrazioni in rapporto alle prestazioni eseguite o alle prestazioni mancate. Lo stesso allenatore pu non essere in grado di rispettare il giusto distacco che dovrebbe separarlo dagli eventi. Non solo per motivi fisiologici, dunque, fanno bene certi allenatori a protrarre, per "defaticamento", l'esercizio fisico collettivo oltre il fischio finale dell'arbitro: certe condizioni

psicologiche vengono stemperate e il grado di emotivit della comunicazione diminuisce con beneficio di tutti. Appena lasciatasi alle spalle la partita e il suo risultato, dunque, non il momento per analisi sensate, n per scambi comunicativi di ordine tecnico. Ogni forma di giudizio fuori luogo, indulgere in festeggiamenti o in recriminazioni pericolosamente superfluo: le soddisfazioni migliori non hanno bisogno di parole e di espressioni particolari per essere condivise e vissute con pieno appagamento, il dolore, in una squadra che sia tale, subito dolore di tutti ed il ricondurlo troppo presto a cause individuate pu indurre ad errori ed a rancori poi non facilmente reversibili. Meglio informarsi dell'ordinaria amministrazione - come delle condizioni fisiche che, eventualmente, possano attenere alla dimensione medico-sanitaria - e tacere, senza, tuttavia, sparire dall'orizzonte percettivo dei propri giocatori. E' vero che la partita finita e che bene riappropriarsi della propria quotidianit, ma anche vero che questo processo deve riguardare i giocatori e l'allenatore in egual misura. Condividere, sempre. In ogni caso, precauzione prioritaria dev'esser quella di evitare i giudizi sui singoli. Il giocatore non deve mai venir a sapere di un giudizio emesso dall'allenatore nei suoi confronti - n da altri giocatori, n dai dirigenti, n, tantomeno, dai giornalisti o dalle comunicazioni ormai pubbliche. In pratica, trasgredendo questa regola, l'allenatore incrinerebbe unilateralmente il patto sociale, esplicito ed implicito, che lo lega alla squadra. L'occasione adeguata - dopo aver avuto tutto il tempo necessario per organizzare un ordine del giorno concettualmente ed espressivamente ponderato - pu presentarsi con la ripresa degli allenamenti, uno o due giorni dopo, in spogliatoio e non nel dispersivo spazio aperto del campo. L, l'allenatore trover maggior disponibilit allo scambio ed un clima pi asettico, dove anche le eventuali critiche al singolo, se rapportate all'economia collettiva, potranno essere vagliate con maggior scrupolo professionale o, al limite pi auspicabile, accettate serenamente. Con il suo intervento, d'altronde, l'allenatore ha tutto l'interesse a tradurre in positivo l'eventuale rilievo negativo, nonch, inversamente, a far s che il positivo produca ulteriore positivit. In considerazione di ci, allora, pare preferibile evidenziare gli aspetti negativi di una prestazione soprattutto allorquando il suo risultato stato ugualmente positivo: induce a "non riposare sugli allori" e mostra, dell'allenatore, una capacit di analisi che supera le contingenze. Un'eccezione alla logica di questi suggerimenti pu essere rappresentata dalla necessit subitanea di accordi particolari in merito ad eventi imprevedibili appena accaduti sul campo di gioco. Si tratta di accordarsi, nell'interesse collettivo, sull'atteggiamento pi opportuno da assumere nelle comunicazioni pubbliche e, in tal senso, bene che l'allenatore ne informi prontamente la dirigenza societaria. La coerenza un bene collettivo prezioso che ogni societ deve saper salvaguardare e, se c' un chiaro riscontro che nel compito la societ ben coadiuvata dai suoi giocatori e dal suo allenatore, tanto di guadagnato. Il Mister che opera nel settore professionistico di alto livello, poi, oggi pu usufruire di strumenti molto persuasivi un tempo inimmaginabili. Lanalisi computerizzata della partita quella che rende conto - anche visivamente, non solo in termini statistici del movimento complessivo di ogni singolo giocatore in ogni fase della partita, fornisce testimonianze dirette e molto esplicite del modo con cui i compiti assegnati sono stati svolti. Alla ripresa degli allenamenti o, meglio, durante la preparazione della prossima partita, il Mister potr disporre di prove inconfutabili di quel che dice. Se critica ha da fare a qualcuno, questa sar documentata senza mai far venire il dubbio che, nel giudizio, possa annidarsi il pregiudizio. Larbitro Argomento principe, a volte tramite semplici allusioni o tortuosi giri di parole per non incorrere nei fulmini della giustizia sportiva, larbitro. Come tutti noi, pu sbagliare e, come tutti noi, ha una storia alle spalle, un suo stile di vita, un suo modo di vedere le cose, dei pregiudizi. Tutto ci ovvio, ma, spesso sullonda dellemozione -, viene dimenticato. La stessa partita ha una sua storia che larbitro da un lato osserva nel suo dipanarsi e con cui, dallaltro lato, interagisce. Nella

valutazione di ogni singolo episodio pertanto difficile, se non impossibile, che non tenga presente consapevolmente o meno ci che accaduto prima. Quando il Mister ne parla alla squadra o in pubblico deve saperlo e farebbe anche bene a non dimenticarsi di unosservazione dello storico Paul Ginsborg, che, parlando proprio della situazione italiana, nota che larbitro diventa il bersaglio sul quale gli spettatori possono riversare tutta la loro rabbia e il loro disprezzo, nonch il frequente sospetto di corruzione, e che, in ci, non difficile individuare una serie di sentimenti diffidenza, disprezzo, cinismo o addirittura odio che caratterizzano anche il rapporto tra gli italiani e lo Stato.

Ai media Televisione e giornali riservano spesso brutte sorprese agli allenatori. Vengono a sapere opinioni dei propri giocatori che, non solo non collimano con le loro, ma neppure potevano immaginare, perch mai espresse nelle circostanze opportune. Che qualcosa, all'interno della squadra, "non va", spesso, infatti segnalato nelle comunicazioni pubbliche. A volte traligna involontariamente tra un commento e l'altro, a volte furbescamente fatto trapelare. Cos l'allenatore pu venire a sapere che una certa sua scelta stata considerata sbagliata (come quando lattaccante di turno dice che si finito col perdere la partita, perch la squadra ad un dato momento rimasta troppo sulla difensiva), che nella squadra serpeggiano inquietudine e nervosismo, o che il tal giocatore ha tuttaltri problemi per la testa - per esempio, un contratto da rinnovare - piuttosto di quelli relativi alle sue prestazioni. A volte, da certe dichiarazioni rese al pubblico, l'allenatore pu perfino capire che la sua stessa prestazione professionale volge anzitempo al termine. Per impedire questo uso distorto della pubblica comunicazione - distorto perch, innanzitutto, riflesso di atteggiamenti contrari agli interessi della Societ -, le Societ credono di tutelarsi imponendo severi regolamenti e multe ai giocatori che le trasgrediscono. Tuttavia, ancora una volta, l'intervento repressivo quantomai inadeguato. La dichiarazione "deviante" del giocatore il sintomo di un malessere circoscritto o diffuso nella squadra (e magari anche al di l della squadra, nell'ambiente societario). Impedirne la visibilit o punirlo , prima, faticosamente vano, poi ulteriormente controproducente - s'innesca reazioni a catena e il malessere di base rimane. Allenatori e Societ devono sapere che l'unica garanzia di una coerenza "esterna" la coerenza "interna". Quando il malessere gi cresciuto al punto di potersi tradurre in dichiarazioni pubbliche troppo tardi per curarlo efficacemente; segno di una grave disattenzione dell'allenatore stesso nei confronti del contesto relazionale in cui lavora, o dell'incapacit di intervenire adeguatamente. In una squadra ove il processo delle comunicazioni - parlo, ovviamente, di quelle "interne" - sia l'esito consequenziale di valori collettivamente condivisi, qualsiasi comunicazione verso l' "esterno" congruente e, come tale, non solo inoffensiva ma ulteriormente costruttiva. Il principio, insomma, deve essere quello di far ragionare tutta la squadra come "una testa sola" e, in questo caso, nella massima libert di parola consapevolmente vissuta, diventano rare, se non impossibili, le contraddizioni (il mio Maestro amava dire che per fortuna l'uomo ha una bocca sola, perch, se no, si contraddirebbe in contemporaneit...). Il fatto di non aver potuto confrontarsi con la squadra al termine della partita, e prima delle interviste di rito, non deve essere considerato n come un pericolo n come un problema, ma, se mai, come un vantaggio. Innanzitutto abbastanza ovvio che, in pubblico, l'analisi tecnica debba rimanere ad un certo livello di genericit - perch l'impegno calcistico dura nel tempo (ogni partita fa parte di un campionato) e una strategia, quando c', si avvale anche di unattenta politica dell'informazione. Fai sapere agli avversari soltanto quello che vuoi che sappiano. Ne sapranno sempre di pi ? Beh, che almeno facciano fatica. Poi, altrettanto ovvio che l'insieme delle dichiarazioni rese, se vagliato scrupolosamente, rivelatore di quegli aspetti evolutivi interni alla squadra che per l'allenatore costituiscono una conoscenza preziosa in vista di interventi mirati o di parziali ricontrattazioni.

Il problema pi spinoso del dopo partita , piuttosto, quello del suo avvento sempre pi anticipato. Mi spiego: mentre un tempo fra il triplice fischio dell'arbitro e le prime interviste ai mezzi delle comunicazioni di massa poteva trascorrere anche un quarto d'ora, o pi, oggi il contatto fra protagonisti - allenatore incluso - e pubblico ravvicinatissimo. Spesso si sottoposti alla prima intervista gi nell'uscire dal campo di giuoco. Anzi, oggi si potrebbe anche affermare che la comunicazione del Mister sulla partita avviene gi prima che la partita si concluda: locchio della telecamera non concede requie. Sorge, allora, la necessit di un'espressione sufficientemente controllata e meditata - un'esigenza difficile da soddisfare in quelle particolari condizioni dove dominano emozione e concitazione e dove, peraltro, ancora indispensabile l'attenzione perspicace dell'allenatore nei confronti dei comportamenti tenuti intorno a lui. In linea di massima, dunque, sarebbe consigliabile rifiutarsi all'intervista e rimandare cortesemente l'intervistatore a condizioni di colloquio pi opportune di l a poco. Se proprio non se ne pu fare a meno perch nellnteresse delle stesse societ ricambiare i networks televisivi dei cospicui investimenti che sul calcio vngono affettuati -, tuttavia, molto meglio limitare le proprie dichiarazioni a notizie sintetiche circa il proprio stato d'animo, con spontaneit, piuttosto che cercare di asserire tesi o emettere giudizi sull'accaduto. Quando l'intervistatore invitato pubblicamente a rendersi conto del rapporto che ci deve essere tra tipo di discorso e sue condizioni (fisiche, topologiche, interazionali) non pu che convenire sull'eventuale inadeguatezza della situazione e, di certo, essendo comunque gi soddisfatta la sua esigenza minima, sa apprezzare la corretta disponibilit dell'intervistato. Negli anni Novanta, fra le cause di licenziamento di un allenatore, ha fatto la sua comparsa anche il successo da questi ottenuto fra i mass media. La cosa non cos paradossale come pu sembrare a prima vista. Un allenatore particolarmente attento alle sue comunicazioni pubbliche - e capace di disimpegnarsi al meglio - pu effettivamente lasciare in ombra altre figure societarie, o "togliere spazio" a chi, in considerazione del modo con cui ha contribuito ai risultati ottenuti, pu ritenere di meritarne di pi. Le comunicazioni di massa sono il viatico per la moderna notoriet e, per un interesse o per l'altro, la maggior parte delle persone convinta che dalla fama non possa che discenderne vantaggi. Sbaglia, com' noto ai saggi, ma, tant', cos continuano ad andare le cose al mondo. Ecco, dunque, che il consapevole e accorto allenatore far bene a non essere troppo invasivo con la sua immagine pubblica e, soprattutto, sapr mettere in risalto, in ogni sua comunicazione, l'opera di chi gli sta intorno: dirigenti, giocatori, collaboratori a tutti i livelli, il pubblico degli appassionati e gli stessi operatori dell'informazione che fungono a loro volta da tramite fra lui ed il contesto in cui lavora. I tempi sono comunque maturi perch l'argomento delle comunicazioni pubbliche rientri a pieno titolo in un ordine del giorno dei rapporti dell'allenatore con la Societ e con i giocatori. Ogni Societ ha un suo stile, una sua linea di condotta consolidata nel tempo e istituzionalizzata. Prima di accingersi a modifiche, perci, l'allenatore far bene a valutare approfonditamente la cosa con i dirigenti. Per esempio, prendendo accordi fin dalle fasi della discussione del proprio contratto su quello che dovr essere laspetto pubblico del programma e degli obiettivi stabiliti. Spesso, daltronde, capitato che, gi al momento della prima conferenza stampa quella di presentazione dellallenatore ai media (e, indirettamente, ai tifosi) -, lallenatore dichiari una cosa e il direttore sportivo, o il presidente, unaltra. Differenze magari minime, sfumature, ma determinanti per le attese che si verranno a creare. Con i giocatori, invece, necessario affrontare il problema nel suo complesso e giungere ad un accordo largamente condiviso evitando il pi possibile soluzioni censorie. In pi, come occasione di crescita comune, sar opportuno concedere un breve spazio nel programma delle relazioni settimanali proprio ad un'analisi critica delle comunicazioni pubbliche in cui si coinvolti. In questo scambio di lettura di s nel discorso altrui si pu anche ritrovare, o guardare con occhi nuovi, l'abituale che, in quanto tale, sfugge alla percezione; si pu pervenire a nuove consapevolezze collettive e ad ulteriori gradi di solidariet in funzione della valenza di gruppo. Nonostante tutte le critiche ricevute, la soluzione pi adottata nei momenti di crisi ancora quella del cosiddetto "silenzio stampa". Un rifiuto di qualsiasi intervista e di qualsiasi dichiarazione che, di

solito, viene decretato da allenatore e giocatori uniti. A volte, invece imposto dalla Societ. Qualche allenatore ha giustificato l'iniziativa lamentandosi di "critiche esagerate", di "esasperazioni giornalistiche" e di "malizie gratuite". Da ci la decisione di inaugurare una "pausa di riflessione" nella quotidiana attivit di comunicare al pubblico. A volte, qualche giocatore ne parla come di un scamotage per ricementare il gruppo. E' evidente che non si tratta di una soluzione ideale. Innanzitutto, una diretta dichiarazione di sfiducia nei confronti di chi, con il pubblico, svolge un ruolo di mediazione. Il che costituisce di per s una generalizzazione ingiustificata. A maggior ragione oggi, quando una Societ di calcio ed i suoi protagonisti-personaggi costituiscono una vera e propria impresa di comunicazioni (marchio, giornali, televisioni, reti telematiche, servizi, merchandising, abbinamenti commerciali, linee di merci prodotte in proprio o indirettamente connesse dalle sponsorizzazioni). Poi ignora quel principio fondamentale della comunicazione pubblica che vuole che, comunicando noi con tutto comportamenti inclusi -, come dice Watzlawick, non si possa "non comunicare". Il tuo silenzio ci d fastidio, lo faceva gi dire Senofonte a Socrate nel suo Simposio. Perch, in effetti, una soluzione del genere gi comunica, come minimo, uno stato di debolezza, il sentimento di uno svantaggio e l'ansia relativa alla possibilit che questo svantaggio possa aumentare. Alla finfine, dunque, l'estremo rimedio del silenzio stampa non si rivela un rimedio, ma un ulteriore errore che viene a sommarsi a errori precedenti di ben altra natura. Non questione di comunicazioni pubbliche ma di comunicazioni interne: analisi non portate a fondo sullo stato delle relazioni collettive, valorizzazioni non condivise e interventi omessi al momento opportuno per amor di quieto vivere. L'intervista televisiva Fra le varie forme di intervista e di occasioni in cui l'allenatore chiamato a comunicare al pubblico, quella televisiva pone il maggior numero di problemi. Il motivo facilmente individuabile. Se la comunicazione pi efficace quella che si affida non solo al linguaggio strettamente inteso, ma anche e soprattutto ai canali complementari, se la comunicazione pi efficace ha bisogno del riscontro costante del destinatario, nella comunicazione televisiva queste esigenze minime non possono venir soddisfatte. Chi parla si rivolge ad un foro oscuro che lo mette in comunicazione con il mondo, ma questo foro n sbatte le ciglia, n scuote il capo, n si gratta il mento, n cambia posizione sulla sedia, n sorride benevolmente, n interloquisce in alcun modo. Come dice Goffman, coinvolgendo anche il parlato radiofonico, il discorso rivolto a "destinatari immaginati", perci, secondo lui, "di fatto, chi parla alla radio o alla tv spinto a dare alle sue parole il tono che avrebbero se fossero rivolte a un solo ascoltatore". A mio avviso, Goffman pecca di ottimismo: un confronto fra la comunicazione uno/uno e la comunicazione in assenza di destinatario (o con destinatario potenziale) metterebbe in evidenza diversit fondamentali in ordine alla corporeit, all'espressione ed ai contenuti stessi del discorso. Non a caso, infatti, la maggior parte di coloro che verificano se stessi dopo aver concesso un'intervista televisiva, ritengono di aver "perso" qualcosa. Si ritrovano meno spontanei, meno convincenti e perfino meno "intelligenti", perch si accorgono che il consueto modo di articolare un'argomentazione abituale si improvvisamente modificato in qualche sua parte importante. Gi il fuoco dello sguardo costituisce un problema spesso insormontabile. L'intervistatore rivolge la domanda e l'intervistato non sa dove guardare. Pu rivolgersi all'intervistatore qualora questi glielo consenta (perch c' anche quello che invita immediatamente a guardare la telecamera), ma, cos facendo, sa che sta tradendo i "destinatari immaginati" e che pu incorrere in un guaio peggiore. Infatti, non rara l'abitudine dell'intervistatore di porre la domanda e, immediatamente, occuparsi d'altro (per esempio, guardare in giro in cerca di altri personaggi da intervistare; oppure astenersi dal partecipare all'interazione stessa da lui innescata perch non affatto preparato sui temi di cui si discute). Cos, gi parlando, il povero intervistato si accorge di essere "solo al mondo", con le conseguenze facilmente immaginabili sulla convinzione di quanto sta affermando. Pu rivolgersi al foro oscuro della telecamera, ma, oltre a tutti gli inconvenienti consapevolmente o

inconsapevolmente vissuti dati dal fatto che non di un vero interlocutore si tratta, gi la presenza dell'intervistatore, posizionato al suo fianco, rende artificiosa la sua situazione - e da ci le rigidit corporee e concettuali conseguenti. In pi, a peggiorare ulteriormente le cose, c' il contesto in cui l'intervista avviene. Lo spettatore vede due o tre persone in uno spazio quasi metafisico costituito da un paravento debitamente sponsorizzato (una comunicazione sovrapposta a tutte le altre, dunque), o, a volte, da un tavolino sulla cui superficie magari campeggia un vasetto di fiori, ma al di l dello schermo televisivo le cose sono ovviamente pi complesse. Quello spazio ricavato da un altro spazio pi ampio da dove si diparte una forte illuminazione che riscalda i protagonisti e ne mette a dura prova la vista; vi si muovono tecnici e pubblico indifferenziato fra cui, a volte, persone conosciute che sarebbe inelegante e scortese non salutare. Spesso, pochi metri pi in l, un altro intervistato sta dicendo cose interessanti che inducono ad una sorta di attenzione diffusa da cocktail-party, con ulteriori svantaggi per l'interazione vissuta direttamente. Tutto ci ha da essere affrontato nonostante taluni aspetti evolutivi dell'intervista stessa e della tecnica giornalistica non contribuiscano certo a facilitare il compito. La domanda tradizionale, infatti, tende a sparire. Usa sempre di pi o partire da un'asserzione cui poi agganciare una domanda o, addirittura, asserire qualcosa e attenderne un commento da parte dell'intervistato. Nel primo caso, rispondendo alla domanda c' non solo il rischio ma la certezza di avallare una tesi non propria, un implicito su cui la domanda riposa. Nel secondo caso ci si trova di fronte, direttamente, alla necessit di approvare una tesi altrui o di contraddirla espressamente, una situazione che pu porre hic et nunc l'intervistato in una posizione di debolezza nei confronti dell'intervistatore che, spesso, si arroga il diritto di rappresentare un'opinione corrente e popolarmente diffusa che lo trascende. La responsabilit di cominciare contraddicendo non un peso che pu essere portato volentieri da tutti. Ecco perch, allora, si assiste sempre pi spesso a dichiarazioni e risposte che trascurano di riferirsi alla domanda dopo aver tuttavia esplicitato in vari modi almeno un cenno di assenso. Ed ecco il perch, anche, di alcuni segnali chiari, negli occhi, nella gestualit e nelle posture degli intervistati, di retropensieri contraddittorii rispetto al testo del discorso esplicitato. Un'analisi condotta sulle interviste concesse dagli allenatori italiani ha messo in evidenza l'accentuazione del ritmo del discorso, l'eccesso di alzi di sopraccigli (il muscolo della difficolt) per avvalorare quanto si sta dicendo, sguardi improvvisamente immobili o orientati verso una periferia che non fa parte della percezione dello spettatore, la ricerca affannosa di un riscontro nello sguardo di un intervistatore che partecipa solo formalmente dell'interazione in corso, movimenti contraddittori del capo ("s s, no no"), alternanza di destinatari senza governarne il criterio, braccia conserte sulla difensiva, mani in tasca e gesti scorrelati dal significato di quanto si va asserendo, cambi del piede di appoggio, toni troppo alti e impaccio nel mantenere, fra s e l'interlocutore, una distanza accettabile e consona ai rispettivi ruoli. Sono tutti segnali di impreparazione e di disagio ingenerati da una situazione che di fatto non soddisfa i canoni della comunicazione abituale dove la spontaneit della persona pu liberamente emergere. Le ricette per correggere questo stato di cose possono essere diverse. Gli uomini politici, come gli speakers televisivi, hanno scelto, perlopi, la via dell'accesso diretto ai lontani e numerosi destinatari. Studiano il modo di controllare al meglio le proprie reazioni e parlano al foro oscuro ignorando del tutto il contesto relazionale in cui si trovano. Si allenano in una rappresentazione studiata di s stessi e non rifuggono da tutti gli stratagemmi del buon attore - cosmesi inclusa. Ritengono con ci di risultare pi convincenti. Una verifica scientificamente corretta di questa opzione non mai stata eseguita, ma, a dire il vero, non credo che possa dare risultati definitivamente positivi. Come abbiamo visto, ogni soluzione linguistica si usura e quelle particolarmente artificiose - inventate ad hoc - si usurano prima delle altre. Fino a che la vigilanza ed il conseguente senso critico dello spettatore rimangono assopiti o poco attivi molto probabile che la comunicazione, nonostante i suoi difetti strutturali, abbia ugualmente successo, ma non appena le cose cambiano c' il rischio che l'inversione dei processi di valorizzazione sia radicale.

L'allenatore di calcio non n un uomo politico n una star del sistema televisivo - e quando prova ad esserlo, come tutti gli apprendisti improvvisati, va incontro a catastrofi della propria dignit -, perci, a mio avviso, per il suo stesso equilibrio e per quei valori di lealt di cui si vorrebbe portatore il mondo dello sport sarebbe augurabile che scegliesse la via opposta. Privilegiare la persona dell'intervistatore ancora prima del suo ruolo di giornalista, sceglierlo come interlocutore autentico, dar credito all'interazione che si sta svolgendo, ricordandosi altres della sua dimensione pubblica. Di fronte alla domanda non-domanda, allora, l'allenatore dovr rivendicare la propria autonomia ("Questo il suo parere. Da un punto di vista come il mio, invece..."; "i miei criteri, ovviamente, non possono essere i suoi") e mantenere il contatto attenzionale con l'intervistatore, parlando da persona a persona, salvaguardando la propria spontaneit e parlando agli spettatori indirettamente ("gli spettatori che ci stanno seguendo sappiano che a mio avviso..."). Una volta instaurato questo modo di fare e imposto il proprio stile di comunicazione - una volta acquisito anche un certo grado di dimestichezza con i media -, l'allenatore potr anche concedersi qualche minima variante che ne impreziosisca la prestazione mostrando tutta la sua capacit di adattamento. D'altronde, ogni forma di comunicazione pone la gente di fronte a minimi accorgimenti ed a sottigliezze evolutive. Si pensi alle implicazioni linguistiche del telefono, prima ancora di quelle relative alla radio ed alla televisione. In proposito Goffman fa un bell'esempio. Comincia con il far notare che, nel colloquio, spesso un interlocutore abbandona il suo filone principale di discorso per rivolgersi, pubblicamente, degli auto-commenti. Per esempio, pu dire: "il rubinetto del bagno perde di nuovo, dovresti chiamare...come si chiama, cribbio, non mi ricordo mai come si chiama quell'idraulico. Devo essermelo scritto da qualche parte...". In una comunicazione faccia a faccia, "i parlanti dipenderanno particolarmente dalle espressioni del canale complementare degli ascoltatori", in cerca di una conferma sulla diversa categorizzazione che tocca ai due tipi di discorso, uno rivolto all'altro ed uno anche a s stesso. Per lo speaker della radio, ovviamente, questa strategia non risulta praticabile, perch "non possono accedere a questa fonte di conferma". Allora "essi possono cercare di affrontare questo problema ridendo dei propri commenti" e "assumendo cos il ruolo di ascoltatore", ma ci "avr l'effetto di interrompere il flusso degli enunciati e di sottolineare una battuta il cui valore dipende spesso da essere una battuta detta l per l", come fosse una "interiezione che pu essere fatta estemporaneamente e senza perdere un colpo". Ecco, allora, l'emergere di quella soluzione linguistica che Goffman chiama "marca di parentesi spostata": chi parla "non fa nessuna pausa dopo aver terminato la sua digressione", procede normalmente ma altera un poco la propria voce con una risatina - quella risatina che avrebbero potuto produrre i suoi ascoltatori subito dopo l'auto-commento se fossero stati presenti ed attivi nell'interazione. Si giocherebbe, nel linguaggio radiofonico, come a "tressette col morto", assegnando, cio, comprensione e risposta di chi non c'. Soprattutto dopo la conquista del pianeta da parte della televisione, dall'auto-commento si anche differenziata l'auto-domanda in funzione auto-correttiva. Una tecnica che, dalla televisione, ha reinvestito di s anche la comunicazione ordinaria. L'intervistato, per esempio, pu dire "quel giorno in cui mor Napoleone, quel 5 maggio del 1921..." e poi, come nota ancora Goffman, "ripetere l'errore immediatamente" ("1921 ?"), "ma questa volta con un tono di voce interrogativo e come rivolto a s stesso, come se questa sorta di errore fosse cos rara da indurlo a rompere il frame", ovvero lo schema o la struttura in cui s'incastonava il flusso del discorso principale. Infine, pu anche aggiungere una risatina per svalorizzare l'errore o addirittura se stesso nell'atto di correggersi. Il che dimostra, ancora una volta, la poca linearit delle nostre comunicazioni e la necessit di un loro controllo allorquando si pretenda da esse univocit e chiarezza. Notizie dalla pallavolo - Subito dopo il risultato Nel trafelato mercato dellinformazione sportiva non si fa in tempo a concludere un evento che qualcuno ha belle pronta la domanda: E domani ?. Calma: bisognerebbe aver leducazione di

lasciar godere in santa pace una vittoria o di lasciar decantare una sconfitta, senza imporre ai protagonisti di proiettarsi immediatamente e sbadatamente nel futuro. Da dove riparte lItalia ?, chiedono a Marco Bonitta, nella sua funzione di allenatore della nazionale femminile di pallavolo, allindomani del magnifico argento conquistato nel Grand Prix in Giappone, e lui dice: Dal quarto set contro il Brasile. Eravamo a terra, loro si sono procurati anche due palle per chiudere il match, ma noi le abbiamo stoppate. LItalia ricomincia da l. Mi sembra una comunicazione originale e intelligente. Da un punto di vista simbolico, una scelta non comune. A momento da ricordare viene selezionato un momento di difficolt e la capacit collettiva di risposta che questo momento ha innescato. Non labbraccio per il risultato conseguito, ma labbraccio per cercare di tirarsi fuori dai guai. Sono queste, daltronde, le occasioni in cui, nel gruppo, emergono i valori condivisi. E lintervista prosegue. Si va subito oltre, ai prossimi impegni, e si va subito ad un tentativo di divisione: il risultato arrivato grazie alle giovani, domani come la mettiamo con le senatrici, con le campionesse che esigeranno il loro posto in squadra ? Anche qui, Bonitta ha una risposta chiara: nessun problema, lui agisce soltanto nel bene della nazionale, se qualcuna delle ragazze pi esperte rischia il posto - e deve essere, dico io nellordine delle cose, sa che lallenatore antepone un bene comune agli interessi dei singoli. E il tentativo di divisione rimane un tentativo. Andato a male. A proposito di dipendenza dal video Anni or sono venne effettuata una ricerca in un paesino di montagna dove, per la prima volta, era arrivata la televisione. Quando ormai in ogni casa funzionava un apparecchio televisivo, i ricercatori fecero una sorprendente constatazione: la popolazione, da socialmente attiva e cooperativa che era, andava diventando sempre pi individualistica e passiva. Il paradiso, insomma, era diventato un inferno. Al di l del caso singolo, verosimile che la televisione abbia mutato lesistenza delle persone in qualsiasi parte del mondo arrivata. Diventa allora comprensibile quellatteggiamento dei governi delle isole Figi che ne hanno proibito a lungo lintroduzione. Da un rapporto Censis del 2002 gi si veniva a sapere che, in Italia, giovani e giovanissimi consumavano televisione per quattro o cinque ore quotidiane. Lallenatore a questo punto giustamente sar portato a piangere sul danno che tutto ci costituisce per lo sviluppo fisico e motorio dei ragazzi. I giochi allaperto, le interminabili partite a pallone per la strada o nel campetto pi vicino, sono ormai un ricordo per tanti di noi, ma non lo saranno affatto per i nostri figli. E ovvio che certe abilit coordinative non siano pi una dote cos diffusa. Tuttavia, il fatto pone anche altri ordini di problemi. La televisione con i suoi molteplici canali, con le sue molteplici forme dintrattenimento costituisce una fonte continua di stimoli per il nostro cervello e questi stimoli, che in natura avrebbero costituito altrettanti campanelli dallarme, perdono gradualmente di significato. Qualcosa che, perch occasionale, suscitava la massima attenzione e, dunque, un allarme per il cervello -, diventando abituale, reiterato per ore, finisce con lindurci ad uno stato preipnotico. La differenza va ricordato la base della percezione e di ci che categorizziamo come informazione. Il giornale sportivo Il giornale nasce come forma di "avviso", o di informazione intimatoria, del potente nei confronti del suddito. Nel corso del tempo, dunque, non smarrisce mai quella funzione di canone ideologico che oggi, al di l delle giustificazioni autonobilitanti, appare in tutta la sua evidenza. Ha una storia lunga. Gi Giulio Cesare, nel 59 a. C., aveva deciso di rendere pubblici i resoconti dell'attivit legislativa esibendo gli Acta Diurna. Gli ascendenti moderni del giornale - ormai sorretti dalla consolidata invenzione dei caratteri tipografici - possono essere individuati nella Relation, che Johann Carolus stamp a Strasburgo dal 1609 al 1611, e nell'Aviso, che Julius Adolph von Sohne stamp dal 1609 al 1624 per conto della Reale Editrice di Sassonia. Fra le tappe pi significative di

questa rapida marcia verso la montagna di giornali che quotidianamente troviamo in edicola vanno ricordate: il Frankfurter Zeitung del 1615 e le varie Gazzette (dal nome della moneta veneziana utilizzata per l'acquisto) di Parigi (1631), di Venezia e di Firenze (1636), di Roma (1640) e di Genova (1642). Il primo quotidiano usc a Lipsia nel 1660 e il pi diffuso quotidiano sportivo italiano, La Gazzetta dello Sport, che, unendo due testate settimanali, era stato battezzato con un nome dalle origini pressoch dimenticate dai pi Il ciclista e la tripletta -, fu fondato nel 1896, poco prima delle prime Olimpiadi moderne. Non senza caustico rammarico, si potrebbe affermare che, in questa evoluzione, si trovato il modo di passare da un giornale in cui l'evento precedeva la notizia ad un giornale in cui la notizia precede l'evento. A tanto, davvero, ha portato la mercificazione della notizia. Senza drammatizzare e senza assumere atteggiamenti moralistici - perch, in definitiva, in un mondo dove tutto merce per qualcuno, non si vede perch l'informazione dovesse esserne esentata -, ogni serena considerazione sulla stampa in genere, e sulla stampa sportiva in particolare, deve prendere le mosse da un paio di consapevolezze. Innanzitutto va detto che ogni descrizione - sia essa quella del fisico, del biologo, del sociologo o del giornalista - dipende sempre e comunque da un sistema di valori. La pretesa neutralit del descrivere rispetto al valutare , in ultima analisi, una pretesa priva di fondamento e rappresenta l'astuzia di chi pu nei confronti di chi non pu. Da ci consegue che l'obiettivit, anzich un dovere professionale spesso auspicato, un mito irraggiungibile. Qualsiasi cosa osservata, direbbero Humberto Maturana e Francisco Varela, pur sempre osservata da qualcuno. E questo qualcuno, nell'osservare, ha assunto un punto di vista ed guidato da categorie - categorie non intangibili come modelli di un "mondo delle idee" platonico, ma storiche. Basterebbe confrontare le tavole anatomiche di un Vesalio (che ebbe la cattedra di anatomia all'universit di Padova nel 1537) con la rappresentazione attuale del corpo umano per rendersene conto. Oppure le tante rappresentazioni dellatomo dai filosofi dellantica Grecia ai fisici dei nostri giorni. Il linguaggio stesso, poi, trascina con s, nell'inconsapevolezza di chi lo usa, certi risultati di precedenti processi di valorizzazione. Dire che la tale squadra "doma" la tal'altra, o che "rosicchia" un punto in classifica, o che il tal giocatore fa "resuscitare" la sua squadra (o, addirittura, la squadra avversaria), implica valorizzazioni bell'e fatte il cui criterio, spesso, lungi dall'esser stato discusso con l'interlocutore e condiviso. Se lintera storia della cultura umana testimonia dellinsensatezza di una richiesta come quella della pura oggettivit, esigere dal giornalista "obiettivit" non ha senso. Esigere, invece, l'esplicitazione dei propri criteri di giudizio tutt'altra cosa: pu condurre ad un accordo o ad un disaccordo, ma, presumibilmente, in un clima di maggiore tolleranza. Le pi ostinate inimicizie raramente sorgono all'insegna di un valore contro l'altro, ma, piuttosto, allorquando almeno uno dei due contendenti nasconde il proprio o non consapevole del fatto che si tratta pur sempre del risultato di proprie operazioni. Questo dovrebbe esser tenuto ben presente anche allorquando il Mister si trova impegolato in pubblici dibattiti: non della diversit dei giudizi che ci si deve preoccupare, ma del fatto che i criteri in grazia dei quali questi giudizi sono formulati non vengono dichiarati. Oppure che cambino allinterno della stessa argomentazione. In questi casi si pu sospettare che ci sia malafede nellinterlocutore. Credo sia stato Eco uno dei primi a far notare alcune analogie fra il giornale sportivo e quella narrativa popolare di grande successo a partire dalla Francia che, nell'ottocento, andava sotto il nome di feuilleton. L'accostamento ha una sua plausibilit. La parentela rinvenibile nell'enfasi del linguaggio, nella continuit del flusso narrativo - in omaggio alla quale i titoli agganciano l'articolo al sapere pregresso e, a volte, si ricorre a veri e propri "riassunti delle puntate precedenti" -, nel meccanismo degli "anticipi" atti a preservare la continuit a qualsiasi costo (annunciando, per esempio, l'ingaggio di un nuovo allenatore o di nuovi giocatori esattamente nel giorno stesso in cui una squadra ha vinto uno scudetto), e nella stilizzazione della storia ridotta alle imprese dei "personaggi", resi divi anche laddove partecipino di giuochi sportivi di squadra. Ogni giornale, poi, si costruito un proprio linguaggio gi nell'organizzazione dell'insieme di pagine e nella singola pagina. Il lettore affezionato sa dove cercare l'articolo di fondo, il commento

autorevole o la semplice cronaca, come quel minimo tocco di illusoria interattivit che va sotto il classico nome di "lettere al Direttore". Il formato di una notizia pu indurne alla lettura o pu dissuaderne - pi o meno come, nei grandi magazzini, viene studiato il modo di predeterminare il percorso del cliente. Alla tecnica di impaginazione, poi, si aggiunge la subdola arte della titolazione che, molto spesso, essendo affidata ad uno specialista che non ha scritto l'articolo in questione, di questo non solo trascura l'essenziale, ma, a volte, lo contraddice apertamente. Il fatto che sia stato osservato "l'accerchiamento di una femmina da parte di una dozzina di maschi", come detto nel testo di un dotto articolo del Corriere della Sera, induce a parlare, nel titolo, della "avididit sessuale delle raganelle del Costarica". Ugualmente, nello stesso giornale quotidiano, un altro dotto articolo che racconta della particolare lunghezza - in termini umani, cio orologio alla mano - del rapporto sessuale della coccinella anglosassone, viene intitolato "Sesso sfrenato per le coccinelle". Un titolo come Interruptus, dedicato dalla Gazzetta dello Sport allInter, che interrompe una strepitosa serie di vittorie che lavrebbe portato alla conquista dello scudetto nel campionato 2006/2007, per esempio, pu essere compreso soltanto da chi, da un lato sa ricavare il nome della squadra scorporandolo dal resto della parola e, dallaltro, sa che il latino interruptus si associa anche a coitus. Il criterio pu essere quello del richiamo vistoso - e gli accenni al sesso si sa che, in questo senso, funzionano -, ma, a volte, pu anche essere pi malizioso forzando l'interpretazione del testo per oscurare qualche informazione fin troppo chiara ed illuminarne spropositatamente un'altra, magari secondaria. L'aspetto deteriore dell'enfasi, comunque, specialmente nel giornale sportivo viene a pesare quasi interamente sul titolo ponendo cos in grave imbarazzo quei protagonisti di cui si parla: protestare o accettare l'eventuale distorsione ? Che i margini legali del problema siano poco rassicuranti pu essere ben esemplificato da quella sentenza giuridica americana (i cui effetti sono evidenti anche sulla stampa italiana) che ha consentito, al giornalista, di apporre le virgolette - come fossero, dunque, parole dell'intervistato - anche alla sintesi, o, meglio, a quello che per lui la sintesi del pensiero altrui. Ci fa s che, di solito, si chieda smentite al giornale, in base alla legge sulla stampa, soltanto in caso di "dati di fatto" grossolanamente erronei, per evitare speculazioni ulteriori da parte di chiunque, ma gi definire compiutamente cosa s'intenda per "dati di fatto", ovviamente, impossibile. Come sa bene chi ha studiato la storia della scienza, qualcosa diventa un "dato di fatto" solo dopo lunghe contrattazioni con il modo di vedere in auge e c' stato chi, avendo scoperto qualcosa, ha dovuto attendere ben dopo la propria morte perch la comunit scientifica lo ammettesse. Un caso personale Anni or sono, mi telefona un amico per dirmi di comprare La Stampa. Non faccio fatica a trovarci una mia bella fotografia in ampio formato, ma non faccio neppure in tempo a compiacermene, perch la fotografia si trova sotto un titolo che mi preoccupa un titolo che parla di Miliardi spariti e di truffa allEsercito Italiano. Che ci faccio io l ? La didascalia dice: Accame ha chiesto subito la costituzione di una commissione dinchiesta. Ci ragiono su un attimo e capisco come sono andate le cose: io mi chiamo Felice, ma in parlamento o nei dintorni del parlamento opera un altro Accade, un certo Falco, tutti e due i nostri nomi cominciano con la F, chi ha fatto le ricerche sul data-base del quotidiano torinese, ha digitato solo F. Accame ed saltata fuori la mia fotografia. Daccordo, andata cos, ma io non ho nessuna voglia che la mia faccia sia associata ad una storia di furti e malversazioni. Che faccio ? Scrivo al giornale. A quel tempo, curava la rubrica delle lettere lo scrittore Oreste Del Buono, che, il giorno dopo, con un guizzo di creativit mi mise a posto. Pubblic la lettera integralmente, ma sotto un titolo divertente (per lui): QuellAccame non Felice. L'analisi della partita di calcio, dalle prime cronache al chiudersi del secolo XIX ad oggi, ha subito una cospicua evoluzione. I goals, per esempio, sono passati da subcomponenti di un risultato

conclusivo (che a volte neppure veniva espresso numericamente) a oggetti di procedure sempre pi raffinate di ingegneria inversa. La pagina standard di un giornale sportivo del luned oggi articolata in tutta una serie di contributi specializzati: per ogni partita del campionato di serie A, la cronaca stata sostituita da un'argomentazione critica, di supporto figura lo schema sintetico dei dati fondamentali (formazioni in campo, sostituzioni, goals, tempi relativi, provvedimenti disciplinari, arbitro e guardalinee, numero dei calci d'angolo, tiri in porta, tiri fuori, falli commessi, fuorigioco, perfino il nome dei giocatori sottoposti al controllo antidoping), le pagelle analitiche di ciascun giocatore, le interviste sul versante di entrambe le parti in causa, una nota di ordine statistico, un brano di "colore" sul pubblico o su qualche spettatore d'eccezione e, perfino, il minielzeviro sapido e pungente. A volte ne risulta un mosaico di una dozzina di pezzi. Il tutto, ovviamente, corredato da fotografie (sempre meno quelle inerenti il testo della partita e sempre di pi quelle inerente il paratesto - lo striscione provocatorio esposto dai tifosi, la postura rassegnata e sconsolata dell'allenatore perdente, la compostezza di un presidente in tribuna, il mucchio festoso di alcuni giocatori dopo la segnatura, l'arbitro colto in un gesto caratteristico). La costruzione della partita di calcio come evento, dunque, tende alla complessit del microscopico. L'utilizzo della nuova tecnologia informatica, con programmi sempre pi idonei all'analisi automatica della partita, produce ormai una montagna di dati numerici relativi alla tipologie delle azioni di giuoco ed ai loro protagonisti: sovrapposizioni, incroci, uno-due, triangoli in zona terminale, cross dalla linea di fondo e condizioni della loro eseguibilit, lanci lunghi e loro zona di provenienza, numero di tocchi di palla per azione, etc. L'allenatore che esercita la sua professione, oggi, a livello di lite, possiede questi dati numerici e tenta di usufruirne in funzione della preparazione tattica della partita. Non sempre ci riesce il dato, spesso, fa paura, arido e rischia di accumularsi; non sempre il calciatore gi educato a riceverlo, a farlo proprio e a modificare il proprio comportamento conseguentemente. Se il Mister ci riesce dipende anche dalla sua consapevolezza circa i limiti intrinseci del quantitativo, il risultato di un modo di vedere fra gli altri che, in quanto tale, non esaurisce i costituenti significativi di una partita di calcio. In questo complesso rendiconto della partita - cos come oggi si manifesta sui giornali sportivi -, l'allenatore ritrova le sue parole ed i suoi pensieri, tradotti, ovvero passati al setaccio della percezione e dell'ideologia altrui. Si deve confrontare, cio, con un'interpretazione autorevole del suo operato - autorevole di principio, innanzitutto, perch eseguita in vista di una sua mediazione ad un pubblico pi ampio. Cos come il romanziere, il pittore o il musicista leggono sul giornale l'interpretazione di s e della propria opera nei discorsi argomentati di un critico, l'allenatore deve subire tale procedimento almeno settimanalmente. Di fronte alla contrariet occorre saper dosare le proprie reazioni. L'allenatore non deve e non pu ritenere che la sua versione interpretativa debba imporsi a chiunque altro. Deve sapere che ogni interpretazione parimenti legittima e che l'interprete corretto quello che dichiara i criteri che, nell'interpretazione, lo guidano. L'interprete che, messo alle strette, non sa dichiarare i criteri della propria analisi si squalifica da solo - in pratica, ammette l'arbitrariet o, peggio, l'eteronomicit, dei propri giudizi. Rinunciando per motivi di principio a considerare la propria interpretazione come l'unica valida, l'allenatore mostrer, poi, quella disponibilit e quell'apertura mentale che ne faciliteranno le relazioni sociali. Tolleranza verso il parere altrui e capacit di tradurre in positivo il contenuto della critica sono gli elementi indispensabili di ogni atteggiamento costruttivo. La valutazione giornalistica del calciatore Ricorsivamente, nellistituzione scolastica, c chi fa notare che il voto, come espressione numerica di una prestazione dellalunno, troppo povero: non rappresenta al meglio la natura del lavoro svolto, rimane una valutazione piuttosto approssimativa. Cos, ogni tanto, si dibatte sul fatto se sia meglio una scuola che fornisca giudizi, pi che voti. I giornali sportivi forse memori di queste discussioni , almeno per le partite del campionato maggiore e per le partite internazionali, scelgono perlopi entrambe le soluzioni: voto numerico e

giudizio. Fa soltanto il compitino, 5,5, Malino da esterno. Nella ripresa da centrale fa cose egregie, 6, Match perfetto. Per gli assist, il quasi gol e la grande personalit mostrata in tutte le circostanze, 8. Il paragone con la scuola, tuttavia, non regge. Un professore sa cosa sta valutando: il compito lha assegnato lui allallievo e i criteri in grazia dei quali lesecuzione giudicata sufficiente o insufficiente sono criteri espliciti e condivisi. Due pi due deve far sempre quattro, la grammatica dette le regole del modo di scrivere correttamente e la capitale della Francia Parigi per tutti come, per tutti, la prima guerra mondiale finita nel 1918. Nel caso del giornalista che giudica la prestazione del calciatore le cose stanno diversamente, perch tale prestazione dipende dalla guida di un allenatore e il giornalista, per forza di cose, ignora quali istruzioni il giocatore abbia effettivamente ricevuto. Gi questa differenza dovrebbe indurre ad una buona dose di cautela. Poi, resta la difficolt dellimpresa: giudicare il comportamento del singolo in un gioco che, per sua costituzione, collettivo, non semplice. Lo deve fare con grande attenzione, con lo scrupolo di chi chiamato a soppesare le responsabilit chi si trova allinterno della squadra, ma chi, per forza di cose, costretto a rimanerne allesterno lo pu fare nella consapevolezza dei rischi che corre e dei problemi che pu creare. E corretto liquidare un giocatore (che un ragazzo, che una persona) con un chi lha visto ? 5 o ridurre la sua fatica e la sua capacit tecnica ad un sommario soltanto ordinaria amministrazione, 6 ? E, prima che corretto o meno, ha senso ? Serve a qualcosa ? E come incider alla lunga sul comportamento dei calciatori ? E sul comportamento di chi legge il giudizio e la domenica dopo va allo stadio ? Daccordo, giudicare difficile e non giudicare pi difficile ancora. A maggior ragione quando lo spazio a disposizione poco e la parola dordine di cavarsela alla svelta. Ma proprio questo il punto: novanta minuti giocati non possono essere riassunti in un numero o in poche e perentorie parole. In teoria lo potrebbero anche essere, ma a un patto: che chi giudica espliciti i criteri in base ai quali ha giudicato. Il che non viene mai fatto, perch si preferisce gettare il sasso e ritirare la mano. Quando si parla di educazione sportiva occorrerebbe ricordarsi anche di questo. Magari anche mettendosi per un attimo nei panni altrui: che ne direbbe un giornalista sportivo di un giudizio assegnatogli da un suo lettore che dica Giovane di belle speranze e oggi resta tale, 5,5 ? La valutazione dellallenatore in rapporto al risultato Fra i motivi ricorrenti delle interviste agli allenatori c una domanda che nasconde alcune insidie: quanto conta lallenatore in una squadra ?. Qui, ovviamente, inizia fra gli interrogati una gara affannosa a chi si arrampica meglio sugli specchi. C chi, in cerca di onori alla propria modestia, ha risposto il 10% e chi, sperando di apparire pi onesto, ha risposto il 40%, o gi di l. Largomento preferito resta quello che, cominciando con il sottolineare che in campo ci vanno i giocatori, tende a sollevare lallenatore da soverchie responsabilit nelleventualit di risultati negativi salvo trovare il modo di ribaltare sagacemente la situazione allorch i risultati sono stati positivi. Ora, a mio avviso, tutto ci non ha alcun senso tranne, per lappunto, quello di cautelarsi (ma al prezzo di una incongruenza) Mi si conceda un esempio. Andiamo al cinema: il film ci piaciuto o non ci piaciuto, a volte ricorriamo alle mezze misure bene il primo tempo, male il finale, belle scene, storia cos cos, effetti speciali davvero speciali, lambientazione poteva essere migliore, bella sceneggiatura, bei dialoghi, ben recitato, bravi gli interpreti, magari tranne uno chiaramente fuori ruolo, colonna musicale stupenda, etc. con cui formuliamo giudizi pi articolati. S, ma. Qualsiasi sia il grado di raffinatezza cui, nel giudizio, vogliamo arrivare, tuttavia, il film in quanto tale in quanto somma di storia narrata, sceneggiatura, scenografia, interpreti, musica, etc. un autore ce lha e, tradizionalmente, questo onore e questonere viene assegnato al regista. Perch si presume che il deus ex machina sia lui. E sua la firma pi importante. E lui che ha diretto il lavoro altrui e molto spesso lui che sceglie le persone che diriger. Avrei potuto fare anche lesempio dellorchestra e del suo direttore.

Con questi esempi voglio dire soltanto che, nei confronti di certi prodotti, siamo disposti ad assumere e mantenere una percezione unitaria (almeno entro certi limiti, perch se al posto della mia attrice preferita, famosissima e costosissima, ce n unaltra, meno famosa, meno costosa e da me non amata, non ne dar certo la colpa al regista le condizioni economiche erano quelle e il budget non responsabilit del regista ma del produttore), mentre nei confronti di altri facciamo una certa fatica. Relativamente al calcio conviviamo con un evidente paradosso. Se la squadra gioca male e perde, la colpa dellallenatore. E, infatti, il primo ad essere licenziato lui (poi, a volte, pu capitare che anche qualche giocatore ne paghi le conseguenze, ma non sempre). Se la squadra gioca bene e vince, invece, il merito dei giocatori. Lo stesso allenatore, in questi casi, sembra quasi defilarsi e attendere per apporre la propria firma sul capolavoro momenti successivi che, peraltro, di solito sono tempi peggiori. Ma, se teniamo presente la natura collettiva del gioco e limprescindibile esigenza di coordinarne le diverse unit che vi partecipano, ecco che lallenatore diventa linterprete di una funzione indispensabile connessa alla squadra. E i meriti in rapporto a ci che fa sono suoi esattamente come i demeriti. Qualcuno a questo punto potrebbe dirmi che a nessun allenatore pu essere addebitato un rigore sbagliato da un suo calciatore. Allo stessa stregua, in positivo, potrei fare lesempio di un dribbling vincente nellarea di rigore avversaria. Che merito pu averne lallenatore ? Lintero merito come lintera colpa, perch la presenza in campo di quel giocatore una decisione sua.

Normale amministrazione: la notizia contraddittoria Due titoli nello stesso giorno (2 giugno 2000). Sulla Gazzetta dello Sport: Cade laereo Frankie Dettori si frattura Nelle fiamme salva lamico e sul Corriere della Sera: Cade laereo di Dettori: il fantino salvato da un collega. Il giornale sportivo promuove i suoi eroi ? Il calcio in televisione Il rapporto fra televisione e sport, "negli anni", dice Aldo Grasso, "si profondamente modificato, e mai in favore dello sport. Da una semplice amplificazione della possibilit di assistere ad una manifestazione sportiva si lentamente passati ad una forte dipendenza tra lo sport e la televisione, un circolo vizioso per cui gli sport esistono solo se i media parlano di loro, ma i media sopravvivono solo se parlano, spesso, di sport". Se lo sport in questione il calcio andrebbero, forse, fatte alcune precisazioni, ma la validit sostanziale dell'osservazione rimane. In Italia, dalla prima Domenica sportiva (1954) e dalle rare partite "in ripresa diretta", si passati ad un "pacchetto" di servizi calcistici dei pi vari. Le partite in diretta si sono moltiplicate, vi si sono aggiunte quelle in sintesi differita, i sunti pi ristretti, le trasmissioni di analisi e di commento, la chiacchiera vera e propria con non poche indulgenze verso il pubblico litigio (la "chiacchiera sportiva" che Eco, riprendendo un discorso che era gi stato di Heidegger, definisce "discorso ftico continuo" e come "il punto massimo del Consumo") e, esaudite le necessit successive alla partita, prendono l'avvio le trasmissioni preditive (come pronosticare i prossimi risultati, anticipazioni di umori e di formazioni, etc.). Non manca neppure lo spazio per l'archeologia (quando non fanta-archeologia), per i rituali della nostalgia e per unimpetuosa voglia di biografismo che ha invaso tutti i settori del mercato editoriale. La settimana televisiva piena zeppa di calcio e dei suoi protagonisti - allenatori inclusi, chiamati ai difficili e spesso contrastanti ruoli di tecnici, di esperti, di comunicatori e di personaggi. Le conseguenze di questo connubio sono state rilevanti. Grasso fa notare che "nessuno avrebbe mai pensato che il cambiare le maglie dei giocatori di una squadra, quando dal punto di vista televisivo e solo da quello, c'era il rischio di confusione ottica, sarebbe stato il primo passo di un continuo stravolgimento dello sport giocato in favore della spettacolarizzazione esasperata". Da quelle

semplici richieste, infatti, si arrivati "all'inserire nuove regole nelle discipline sportive per renderle pi televisive". Cos, nel calcio, alcune modifiche del regolamento di giuoco sono andate incontro a quelle esigenze televisive che pretendono pi occasioni sottoporta e pi goals, meno tempi morti, momenti di catarsi collettiva e di forte drammaticit anche a costo di sacrificare alcuni aspetti specificamente tecnici del giuoco. L'espansionismo televisivo, peraltro, non ha provocato i temibili contraccolpi nella diffusione dei giornali. Anzi, fra i due mezzi si creata una sorta di complementariet, un circolo autoreferenziale in cui il giornale parla dell'evento televisivo e la televisione parla dell'evento giornalistico - il che ha fatto dire a qualcuno che l'evento al quale entrambi si riferiscono, la partita di calcio in quanto tale, ridotto alla forma di pura rappresentazione simbolica. Da una ricerca condotta da Abis negli anni Novanta, si veniva addirittura a sapere che "gli spettatori televisivi del calcio presentano indici di lettura dei quotidiani superiori alla media". Circa il prodotto televisivo non ci deve fare illusioni. Non che "vedendo" ci di cui si parla si venga a contatto con il pi "oggettivo". Ogni percezione, innanzitutto, per dirla con Norwood Hanson "carica di teoria", ovvero il risultato dell'assunzione di un punto di vista e di un sistema di categorie. In secondo luogo, la parola guida la percezione stessa ed sufficiente un commento diverso per farci prestare attenzione a qualcosa piuttosto che a qualcos'altro. Anche in televisione, poi, il linguaggio conserva i suoi valori impliciti storicamente interconnessi nelle reti dei rapporti logico-consecutivi. Sarebbe sufficiente un'analisi dettagliata del rapporto tra commento e immagine di una qualsiasi partita per rendersi conto delle valorizzazione surrettizie, non solo nel definire "fallo" un'azione di giuoco e "fallaccio" un'altra, ma anche nell'aggiungere o nel non aggiungere, dopo il primo, "a parere dell'arbitro", cio nell'uso di asserti apparentemente ridondanti che, invece, designano prese di posizioni ben precise da parte del commentatore senza fargliene assumere pienamente le responsabilit. Da queste infide sottigliezze critiche viene colpito chiunque e, dunque, anche gli allenatori, i quali avranno un bel dire, poi, sulla difensiva, "la partita l'avete vista tutti", ma, ignorando che a quel punto della stessa partita ne gi stata ratificata una lettura ideologica, il loro appello di credito destinato a lasciare il tempo che trova. Questo commento, nel tempo, si fatto pi articolato. Dal telecronista unico, che gradualmente si liberato degli stilemi del commento radiofonico, siamo passati alla formula del telecronista supportato dall'esperto (perlopi un ex-giocatore o un allenatore non impegnato professionalmente) e siamo giunti a formule pi complicate (come quella, attualmente molto in uso, della triade che prevede, in aggiunta ai primi due, un telecronista "da campo", a diretto contatto dei protagonisti, nella presunzione che l'accorciamento della distanza metta pi in chiaro o metta in chiaro qualcosa che, altrimenti, andrebbe perso, nonch un pool di ulteriori esperti che, prima, durante e dopo la partita interagiscono da uno studio). L'utilizzo dell'esperto nasce dalla dicotomia fra un "vedere comune" ed un "vedere speciale", o "tecnico". Il presupposto della competenza visiva, dunque, vorrebbe che il giocatore o l'allenatore vedessero di pi e meglio del telecronista, ma un'analisi delle telecronache smentirebbe duramente questa tesi. Fatta la debita distinzione fra giocatore e allenatore (dove al primo, in quanto esperto esecutore, non viene alcuna legittimazione alla competenza visiva delle esecuzioni - e neppure alla competenza esecutoria stessa se si pensa che l'uomo fa moltissime cose senza sapere alcunch di come fa a farle), si constata che, spesso, l'allenatore replica con pseudo-sinonimi i concetti gi espressi dal telecronista, o che, in generale, il livello dell'analisi tecnica nei due discorsi si equivale (quando l'allenatore sa impadronirsi adeguatamente del mezzo). La via da percorrere per migliorare il prodotto complessivo, comunque, chiara. Lallenatore competente e, dopo un adeguato allenamento, sa anche esporre questa sua competenza. Ma, rimanendo sospeso fra disoccupazione e attesa di occupazione, non pu sbilanciarsi: la sua analisi limitata di principio, autolimitata, perch non ancora un vero e proprio critico con un suo percorso di carriera cos come venuto configurandosi intorno ai fenomeni artistici. Anche questa "presenza" dell'allenatore, comunque, come quella, sempre pi evidenziata, della sua intima esistenza in panchina (spettacolo addizionale allo spettacolo della partita, spesso addirittura sostitutivo), sono il prodotto di quella che Grasso individua come una crescita "a dismisura" del

"carattere simbolico dello sport". L'allenatore diventa merce televisiva come un'altra e, ad un certo punto, deve essere ben cosciente del mercato in cui si sta proponendo e delle leggi specifiche di usura sotto le quali va a finire. Cos come c' un momento di cambio del ruolo - da allenatore a commentatore -, c' anche il momento in cui si decade - merceologicamente in senso proprio - da entrambi i ruoli. Allora, importante per l'allenatore sapere che i processi di usura nella comunicazione televisiva sono molto pi rapidi di quelli in atto nel suo mercato professionale. Dell'apporto invero minimo degli esperti alla televisione testimonia anche l'evoluzione del linguaggio stesso con cui la televisione racconta la partita di calcio. Si trattato di un'evoluzione del tutto indipendente da qualsiasi valore tecnico, tanto vero che nessun allenatore, oggi al di l dei resoconti pi sofisticati messi a disposizione dalle nuove tecnologie - si sente autorizzato ad esprimere un giudizio approfondito su di una squadra di calcio tramite la sola visione di una ripresa televisiva. Basta far rilevare che, durante lo svolgimento del gioco, il racconto televisivo s'incentra sulla palla per delegittimarne la valenza tecnico-tattica. Comunicazioni mortificanti e comunicazioni offensive Per un primo periodo della sua storia, il mezzo di osservazione osserva quel che c da osservare. Voglio dire che se qualcuno decide di ricorrere ad un mezzo qualsiasi per vedere qualcosa che altrimenti non riuscirebbe a vedere come il caso dello spettatore televisivo -, questo qualcuno pensa di vedere qualcosa che rimarrebbe tale anche se lui non lo guardasse. Con il tempo, tuttavia, anche questo stato di cose cambia. Lipertelevisivit del calcio comincia ad indurre a comportamenti inediti per un campo di gioco. Anni or sono, in serie A, nel derby calcistico di Roma-Lazio, stato colto pi volte un calciatore laziale mentre parla ad un compagno avendo lavvertenza di coprirsi la bocca con la mano. Qualcosa di analogo lavevamo gi visto fare da un allenatore nei pressi della sua panchina. Il timore di una lettura dei movimenti labiali analizzabili mediante il mezzo televisivo, evidentemente, ha convinto di questa necessit. Limmagine riporta alla memoria il taci, il nemico ti ascolta ! della propaganda del regime prebellico: unarma contro il cosiddetto disfattismo - le cose andavano male e lamentarsene sarebbe stato fare un favore ai nemici del Paese. Chi voleva bene alla Causa, dunque, doveva tacere. La televisione che sintrufola nel privato -, dunque, diventa il nuovo nemico da battere, da parte di chi, peraltro, di televisione vive, perch ormai di calcio senza televisione sembra che nessuno sia pi in grado di parlare. Sembra un binomio indissolubile. Ma, cos come costituisce una fortuna, la televisione pu tradire: mandare in pezzi unimmagine tanto faticosamente costruita, rivelare pensieri nascosti o tratti della persona che, nella convinzione dei protagonisti, opportuno che rimangano privati. Cos cautelandosi, tuttavia, a chi guarda resta una perplessit quella che gli eroi della sua domenica recitino un doppio copione, quello per tutti e quello per i colleghi, una sorta di politica del doppio binario che, frenando lesigenza di partecipazione alla base del fenomeno sportivo, un po ci mortifica. Nello stesso derby, tuttavia, abbiamo assistito anche ad unaltra forma di comunicazione. Forse pi criticabile, ma sicuramente pi spontanea. E stato nel secondo tempo, quando un giocatore della Roma si lamentato di un fallo subito. Il calciatore al quale il lamento era indirizzato - per tutta risposta - ha fatto ricorso ad un vecchio linguaggio palese, offensivo ma pubblicissimo: gli ha fatto le corna - e senza metterci laltra mano davanti. Due culture della comunicazione a diretto confronto. La conclusione palese: al Mister tocca adeguarsi alla situazione e fungere da tutore nei confronti dei propri calciatori. Cos come un tempo, nelle famiglie dabbene, si istruiva i figli al galateo e, fra il tanto daltro, alla parola corretta -, il Mister deve spiegare quanto sia diventato pi pubblico di quanto non fosse prima il privato. Come non voleva dire un tempo che il ragazzino tutto perbene fosse davvero perbene, cos non vorr dire oggi che, se locchio televisivo non scorge nulla non vi sia ugualmente qualcosa che non va. Ma, estendendo questa capacit di autocontrollo, almeno il Mister non contribuir al diffondersi di modelli comportamentali socialmente pericolosi.

L'uso dei filmati Per la preparazione della partita Nonostante la relativa povert delle riprese cinematografiche e televisive nei confronti della ricchezza della partita, l'allenatore professionista si serve con regolarit di tale mezzo per preparare al meglio la propria squadra in vista dell'incontro con la squadra avversaria. Se da questa pratica non pretende troppo, in linea di massima, fa bene. Doti tecniche dei singoli e occorrenze ripetute nella modalit costruttiva dell'azione sono elementi che, nella competenza di chi gli si deve opporre, non possono che dimostrarsi di grande utilit. Fermo restando, beninteso, che della dimensione collettiva del giuoco, si offre una riduzione tanto drastica da risultare, a volte, mistificatoria (come quando si osserva comportamenti dei difensori che appaiono ridicoli e controproducenti nei confronti dell'attaccante in possesso di palla, ma si ignora il movimento senza palla di altri attaccanti nei confronti dei quali, allora, i comportamenti dei difensori si riqualificano). L'uso didattico del filmato, tuttavia, pone all'allenatore almeno un paio di problemi di ordine generale. Il primo costituito dal fatto che, nonostante se ne vantino spesso le qualit, il mezzo, come tale, non propriamente indicato per favorire una comprensione partecipata e protratta nel tempo. E' noto che l'attivit del cervello, nei suoi diversi stati, contraddistinta da vari ritmi di onde elettriche. Cos sono state individuate onde alfa, beta, gamma, delta e theta in rapporto ai diversi ritmi. Per esempio, nell'arco di 7-13 cicli al secondo si individuano le onde alfa, da 14-30 Hertz le beta e sotto i 4 Hertz le delta. Varie ricerche hanno appurato che la trasmissione televisiva e cinematografica induce alla produzione di onde alfa e questa tipologia di onde corrisponde allo stato di riposo di un uomo ad occhi chiusi o in un ambiente privo di luce. Le onde delta caratterizzerebbero un sonno profondo, mentre - a quanto afferma Francis Crick - un'identificazione di oggetti connessa a valori intorno ai 40 Hertz e soltanto fra i 35-70 Hertz avviene quella scarica sincrona di neuroni che pu venir associata alla consapevolezza visiva. Alla lunga, in altre parole, la somministrazione di filmati pu indurre a stati pre-ipnotici e, al contempo, diminuire il senso critico del soggetto. Il secondo problema - che risolvibile in rapporto al primo - costituito dal fatto che, comunque, il giocatore reso spettatore non pu essere lasciato a s stesso. Quel che vede deve esser sempre rapportato ad un fare. Il che obbliga l'allenatore, come minimo alla predisposizione di un commento delle immagini che propone - un commento che sia soppesato, essenziale e ben rapportato ad istruzioni per i propri giocatori - o, ancora meglio, ad intervenire preventivamente sul materiale in visione. La soluzione pi efficace anche per il primo problema, infatti, quella di mantenere vivo l'interesse per le immagini non proponendole pi nella loro forma di resoconto storico - rispettando i tempi di sviluppo dell'evento che, spesso, sono risaputi e comprensivi di periodi poco o nulla significativi -, ma ricomponendole in funzione dei propri scopi. L'abilit tecnica di un giocatore avversario, per esempio, potr venir esemplificata, come capitolo a s, con una paziente collazione del suo repertorio specifico e con l'analisi relativa. Cos, allo stesso modo, potranno essere isolate e proposte una per una, con le giuste pause e gli opportuni commenti scambiati collettivamente - le soluzioni d'attacco, o i movimenti degli attaccanti senza palla, o gli accorgimenti difensivi nelle diverse situazioni, o le modalit con cui la squadra avversaria sfrutta i calci di punizione nei pressi dell'area di rigore. L'attuale tecnologia digitale rende molto facili queste operazioni di artigianato domestico e, nelle varie specializzazioni di uno staff professionale, l'allenatore, d'accordo con la Societ, potr trovare il collaboratore pi adatto che, per ogni settimana di lavoro, elabori il repertorio necessario. Poi, toccher a lui, reperire nel palinsesto della programmazione settimanale i diversi momenti idonei alle visionature, badando che si tratti di tempi brevi e di comunicazioni essenziali dal cospicuo contenuto informativo. Per la didattica di base Non bisogna mai confondere la didattica con la propaganda, ma ho limpressione che, oggi quando vige una sorta di imperativo categorico che ci vorrebbe tutti asserviti allimmagine ci avvenga pi spesso di quanto sarebbe opportuno negli interessi del movimento calcistico.

Il ricorso alle immagini in movimento sempre pi diffuso a tutti i livelli e, oggi, coinvolge direttamente l'insegnamento della tecnica calcistica di base. In questo caso l'allenatore si trova non solo alle prese con i problemi che abbiamo appena esaminato, ma anche con la scelta del materiale visivo pi opportuno in rapporto alle condizioni di una didattica che, di principio, deve attivare pratiche individuali e comuni pratiche da cui discende tutto lentusiasmo e, quindi, tutta la capacit ricettiva dellallievo. In considerazione di quanto abbiamo affermato e del fatto che una comunicazione visiva didatticamente efficace quella che sa mantenere e rinnovare i livelli di attenzione dello spettatore, allora, questa scelta potr affidarsi a prodotti che, almeno, sappiano sfruttare appieno la multimedialit (ovvero utilizzare, alternandole, pi vie di comunicazione: l'immagine, la voce fuori campo e la voce in campo, la musica e lo scritto), che, non trascurino di corredare costantemente il risultato tecnico esemplificato con le esercitazioni per ottenerlo e che, infine, non dimentichino il criterio didattico fondamentale: ridurre ad operazioni tanto semplici da poter essere consapevolmente eseguite, perch il sapere insegnato non sembri mai trascendere le capacit di chi vuole imparare. Lintervento correttivo in allenamento Allorch alcuni allenatori italiani hanno cominciato a superare i confini nazionali accettando ingaggi anche allestero, sono emersi, in modo evidente, i problemi relativi alla comunicazione. Non tanto e non solo in rapporto allovvia questione delle lingue diverse fra gli interlocutori, ma, soprattutto, in rapporto agli aspetti strettamente culturali che, prima ancora della lingua, caratterizzano le persone. In particolare, Qualcuno ha raccontato di aver dovuto modificare il modo stesso con il quale solito intervenire sul campo. Al giorno doggi, televisioni e giornali, muniti di raffinate tecnologie come i microfoni direzionali, sempre pi potenti, anche a distanze notevoli sono in agguato anche sul campo di allenamento. Perfino la pi semplice correzione a voce alta, allora, se effettuata ad una certa distanza, come spesso capita durante la seduta di allenamento, pu sembrare un rimprovero o, addirittura, il segnale di litigi o di animi esacerbati. A maggior ragione se, chi corregge, non pu essere perfettamente padrone delle tante sfumature di una lingua perch non lingua madre, ma imparata. Bastava un consiglio dato a venti o trenta metri, con il relativo tono di voce appropriato, insomma, perch, allindomani, i giornali riferissero che lallenatore aveva litigato con il tale o il talaltro giocatore. Da ci la necessit di modificare almeno parzialmente la pratica professionale dellallenatore, ricorrendo a moltissimi colloqui di tipo ravvicinato. Riflettendoci, la cosa ha una sua rilevanza per le relazioni umane in genere e per le condizioni di lavoro degli allenatori professionisti in particolare. E vero che distanza e volume sonoro influiscono sullo svolgimento delle comunicazioni; ed vero che, fra le qualit di un buon allenatore, deve esserci la capacit di farsi sentire e risultare convincente a distanza. Perentoriet nelle istruzioni e autorevolezza di toni devono costituire il bagaglio tecnico del buon allenatore non a caso, nei Corsi di Coverciano, si insiste tanto sulla posizione dellallenatore durante le varie fasi della seduta di allenamento (per esempio: una posizione da cui poter vedere tutti i calciatori in allenamento e, al contempo, poter esser visto da tutti). Tuttavia, anche vero che un conto parlare a qualcuno in privato, e tuttaltro conto farlo in pubblico. O, addirittura, nel dubbio che ci che sembra privato adesso, possa essere pubblico poi. La comunicazione dellallenatore rischia di perdere la sua efficacia, specialmente nei confronti di quellinsieme tutto particolare di persone che una squadra di calcio. Laneddoto ci fa comprendere quanto la dimensione privata del lavoro dellallenatore professionista vada assottigliandosi. I massmedia sono sempre pi invasivi e il personaggio sempre pi alla loro merc. Questo stato di cose obbliga, allora, a considerare attentamente lopportunit di ritagliare, in accordo con le Societ, spazi e momenti in cui venga salvaguardata la peculiare privatezza del rapporto tra lallenatore e la squadra che gli stata affidata. E da questo rapporto, daltronde, che dipendono i risultati. Unattenzione particolare, poi, la merita lintervento correttivo effettuato nei confronti dei giovani nelle scuole-calcio e nei settori giovanili. Qui vi sono meno orecchie indiscrete, daccordo, ma la

sensibilit degli interlocutori ancora maggiore. Non si ha a che fare con professionisti che possono sempre tentare di compensare le frustrazioni con il denaro ricevuto. Qui si ha a che fare con bambini e ragazzi sostanzialmente privi di difese che guardano al Mister con fiducia, reverenza e, ovviamente, anche timore. Lintervento correttivo, pertanto, deve essere informato a queste consapevolezze. Rapidit dei movimenti in avvicinamento, perentoriet del gesto, tono di voce, espressione del viso e parole vanno tenute sotto controllo e lautorit non deve mai prevalere sulla comprensione affettuosa della subalternit dellinterlocutore. A maggior ragione quando il Mister sa che il suo allievo sta attraversando un periodo di mutamento, che non mai immune da quelle difficolt di ordine psicologico e fisico che hanno puntuali riscontri sia in famiglia che nellistituzione scolastica e nella vita di relazione personale. Lo scrupolo fondamentale, allora, in questi casi quello di far s che le modalit dellintervento correttivo non siano mai tali da mettere a repentaglio lutilit didattica dellintervento stesso. Quando prevale latteggiamento passionale o il semplice amor proprio dellallenatore la sua funzione per gli altri svanisce. Luso dei grafici Mentre la lavagna della tradizione scolastica stata perlopi rimpiazzata da schermi elettronici sempre pi esperti e funzionali, la necessit di visualizzare posizioni e movimenti dei calciatori per la migliore coordinazione sul campo di gioco non venuta meno. Il Mister ricorre giustamente alla simbolizzazione grafica per diminuire i costi anche in termini di tempo della fase didattica: pu ritenere opportuno di spiegare preventivamente una fase della seduta di allenamento, o la disposizione in campo e uno schema di gioco. Per far ci, abitualmente, ricorre ad una simbologia precostituita e ormai consolidata negli anni. Il disegno delle linee che caratterizzano il campo di gioco, la palla, la traiettoria della palla rasoterra, la traiettoria parabolica, la corsa conducendo la palla, la corsa senza, etc. Si tratta di una simbologia di base arricchibile a piacere, gi utile cos com, ma, a mio avviso, insufficiente. Per soddisfare esigenze del genere soprattutto per rappresentare azioni di gioco -, mi capitato pi volte di dover aggiungere elementi nuovi a quelli gi codificati. Uno di questi concerne il tempo dellazione. Se A, nella posizione individuata, deve passare la palla a B e se B si trova costretto a ripassargliela indietro la situazione pi semplice -, presumibile che C debba eseguire un movimento ai fini di costituire unalternativa nella fase successiva. E a questo punto che la rappresentazione grafica necessita di ulteriori informazioni: se i due movimenti della palla avvengono in due tempi t1 e t2 -, va da s che il movimento di C, per leconomia collettiva, deve avvenire in t2 e non prima (e non dopo, presumibilmente). Orbene, in un esempio pur cos minimale gi evidente lutilit dellindicazione dei tempi; in esempi pi complessi, lutile non pu che aumentare. Un altro elemento che spesso deve essere tenuto presente quello relativo al livello di campo in cui si svolge lazione. Un particolare tipo di scambio con marcamento conclusivo, per esempio, non ha lo stesso significato se si svolge a 60 o a 30 metri dalla porta avversaria. Ecco quindi la necessit di parametrare la mappa in cui si rappresenta lazione con lindividuazione delle distanze pi significative. Sono soltanto due proposte, tuttavia, in un contesto molto pi ampio. Come dicevo, ogni allenatore pu realizzare un proprio sistema simbolico in rapporto ai contenuti del proprio programma di allenamento ed alle proprie esperienze didattiche. Limportante che i segni risultino chiari, distinguibili, associati a significati univocamente definiti e che, nellusarli, non invadano la lavagna trasformandola in una giungla eccessivamente intricata.

Il valore e la persuasione

La scienza della persuasione Pu esistere una scienza della persuasione ? Perch no ? Basta intendersi sul significato delle parole. Se si volesse dire che abbiamo una perfetta conoscenza dei meccanismi mentali implicati in ogni processo di persuasione una conoscenza in grazia della quale possiamo con certezza prevedere quando e come un processo di comunicazione tale per cui ci che vuole A venga realizzato da B -, dovremmo rispondere di no. Per fortuna, non siamo ancora arrivati a questi punti (e non alla scienza, come vedremo, che si debba o si possa chiedere certezze: la scienza un sistema aperto e i suoi risultati evolvono). Ma se si volesse pi modestamente dire che i processi di comunicazione di quel tipo possono essere studiati individuando alcuni meccanismi come probabilmente pi efficaci di altri in condizioni determinate, potremmo anche rispondere affermativamente. E almeno dagli studi di retorica dellantichit classica che vengono ad accumularsi risultati in tal senso. Tra questi, vediamone uno dei nostri tempi. Secondo Robert Cialdini, che ha studiato le tecniche di persuasione dei venditori, sarebbero sei i "fattori fondamentali del comportamento umano" che entrano in gioco nel produrre una risposta positiva da parte dellinterlocutore. Il primo sarebbe quello della reciprocit. Ci sarebbero molte probabilit di persuadere qualcuno se costui percepisse il processo come fosse in due direzioni, ovvero come se entrambe le parti in causa ne traessero vantaggio. Cialdini fa lesempio di quelle organizzazioni che inviano richieste scritte a sconosciuti chiedendo contributi a vario titolo. Dice che, di solito, le risposte positive non superano il 18%. Tuttavia, se alla lettera si acclude una qualche forma di dono a perdere (ad esempio, un pacchetto di biglietti da visita personalizzato o un pacchetto di cartoline postali), le risposte positive aumentano, arrivando fino al 35%. Un esempio storico dellefficacia del meccanismo quello di una ricerca condotta nel 1998, sul New England Journal of Medicine", dove si raccontava che solo il 37% dei ricercatori che avevano pubblicato articoli critici sulla sicurezza dei calcioantagonisti aveva ricevuto finanziamenti da industrie farmaceutiche. Tra i ricercatori favorevoli alla loro sicurezza, invece, la percentuale dei favoriti (da viaggi, finanziamenti, offerte di lavoro, etc.) saliva al 100%. Il che, a dire il vero, mostrerebbe una profonda parentela di questa tecnica di persuasione con quella categoria giuridicamente pi interessante che la corruzione. Ma "la reciprocit, dice Cialdini, si applica anche alle concessioni che le persone si fanno l'una con l'altra": prima si fa la richiesta onerosa, poi se ne subordina una meno onerosa. La concessione diventa reciproca. Il secondo quello della coerenza. Lesempio quello della prenotazione telefonica al ristorante. Molti prenotano e poi non vanno. Soluzione: invece di dire "la prego di chiamare se dovesse cambiare programma", occorrerebbe chiedere "sarebbe cos gentile da chiamare se dovesse cambiare programma ?". A quanto sembra, il tasso di mancato rispetto della prenotazione scenderebbe dal dal 30% al 10%. Perch ? Cialdini spiega che gli impegni presi, pubblici, anche quelli apparentemente minori, indirizzano l'azione futura. Il terzo quello della convalida sociale. I sondaggi e il loro utilizzo politico si basano su questo principio: chi avanza una richiesta pu stimolare il consenso dimostrando (o insinuando) che altri hanno gi aderito". Potremmo applicarlo anche al caso di un qualsiasi cittadino fermo sul marciapiedi a naso allaria: se solo, la probabilit che si fermino altre persone scarsa, ma se con lui ci sono un altro paio di persone, molto probabile che, presto, si fermino in parecchi.

Il quarto quello della simpatia. Unazienda americana produttrice di articoli casalinghi conobbe la sua massima floridit economica quando ebbe lidea di organizzare riunioni di tipo familiareamicale in cui al posto del venditore estraneo c' un conoscente. In altri contesti, invece, si preferito sfruttare il meccanismo ingenerando appositamente contrasti affinch la simpatia risultasse pi evidente: il caso, per esempio, dei concessionari di automobili, dove al direttore tocca la parte del cattivo in modo che aumenti il grado di positivit nella percezione del venditore da parte del cliente; ed il caso della coppia dei poliziotti americani ben descritta nei romanzi dedicati da Ed Mc Bain all87 Distretto uno cattivo, laltro buono cui linterrogato si affida per salvarsi dal primo. Che, poi, questo principio della simpatia possa sconfinare nel richiamo di ordine sessuale evidente: se chi raccoglie fondi per associazioni varie, per esempio, di bellaspetto, la sua raccolta risulter quasi doppia rispetto a quella di altri meno fortunati. Le statistiche dicono che le risposte positive passano dal 42% al 23%. Il quinto quello dell'autorit. A quanto sembra, "il numero di persone che segue un uomo che attraversa con il rosso pu aumentare del 350% se questi, invece di indossare capi sportivi, esibisce segnali di autorit: vestito completo e cravatta". Ormai usato e abusato in molteplici varianti ' il meccanismo del testimonial. Ci torneremo. f) la scarsit Lultimo elemento decisivo nelle comunicazioni persuasive sarebbe la scarsit del bene offerto, o, meglio, la capacit di farlo apparire scarso. Offerta unica, limitata nel tempo, disponibilit limitate. "La scarsit non incide solo sul valore dei beni ma anche su quello dell'informazione, dice Cialdini come se linformazione non fosse un bene qualsiasi, l'esclusivit dell'informazione la rende pi persuasiva". Un prontuario del genere con una delle sei regolette pronte ad essere applicate in tante circostanze a disposizione del Mister. Pu provarci con i suoi giocatori. Far leva sulla reciprocit non difficile: allenatore e calciatore sono entrambi sulla stessa barca. Si dice. Ma sempre vero ?. Il Mister pu sperare nella coerenza del calciatore. Ma il mondo del calcio non poi tanto diverso dagli altri dove di coerenza se ne trova pochina. Pu ottenere una convalida sociale da parte della squadra che agisca come incentivo nei confronti di ogni singolo componente. Ma cosa potr garantirgliene consistenza e durata ? Potr provare ad apparire simpatico. Ma sapendo che essere simpatici a tutti non facile, anche perch se, in un gruppo, nasce una simpatia, questa, come tale, pu provocare esattamente il suo opposto. Potr contare sulla propria autorit ? O su quella di qualcun altro del contesto in cui opera ? Qui la faccenda si fa sempre pi delicata, perch se si affida ad unautorit esterna al suo rapporto con la squadra per esempio, al team manager, o al direttore sportivo perde la propria; e se, invece, si affida ad unautorit interna per esempio ad uno dei suoi giocatori, uno di particolare prestigio o di peso politico rischia di ingenerare divisioni. Il calcio, infine, non prevede situazioni come quella tipica del venditore e di un compratore: di partite a disposizione ce n spesso (non sempre) unaltra, gli allenatori cambiano e il bene proposto da uno potr anche scarseggiare senza per questo rivoluzionare molte coscienze, perch ci sar sempre il bene proposto da quello che verr. Fatto che le tecniche indicate da Cialdini sono puri stratagemmi destinati a funzionare o a non funzionare a seconda delle occasioni, ma trascurano un punto fondamentale: in ogni processo di persuasione entrano in ballo dei valori. Un interlocutore convinto di quello che gli viene proposto soltanto nel momento in cui ne valorizza i contenuti sia che si tratti di idee politiche, di unopinione sullultimo spettacolo televisivo, di unacqua minerale o di un dentifricio. Cialdini non correla le sue tecniche ai processi di valorizzazione. Li d per scontati e li ignora, cercando di determinare alcune condizioni in cui questi processi avvengono. Il Mister ha bisogno di andare pi in l. Neuroeconomia ?

Un ambito di studi che promette nuove consapevolezze in ordine ai processi decisionali quello della neuroeconomia, una disciplina che indaga la correlazione fra organizzazione e funzionamento del cervello e comportamenti economici. Il famoso esperimento del gioco dellultimatum un esempio dei suoi risultati. I giocatori sono tre, i primi due nel ruolo degli eventuali beneficiati e il terzo nel ruolo del donatore che pone regole e ne giudica lapplicazione: Regola 1: A pu avere cento euro, ma soltanto alla condizione che ne dia una parte a B. Regola 2: B pu accettare o rifiutare lofferta di A. Regola 3: Se B accetta lofferta di A, C verser i cento euro e li distribuir nelle parti previste. Regola 4: Se B rifiuter lofferta di A, C non verser nulla a nessuno. I risultati dellesperimento sono i seguenti: a) Le ripartizioni proposte sono quasi sempre eque (50%, o 60 e 40%); b) Le offerte inique (10%, e comunque sotto il 20%) sono quasi sempre rifiutate. Non sfugge a nessuno che qualsiasi ripartizione proposta da A costituisce in ogni caso un vantaggio per B sono soldi guadagnati comunque e che, dunque, il calcolo pi razionale dovrebbe suggerire ad A di offrire il meno possibile e a B di accettare qualsiasi offerta. Lindagine neurologica pone in evidenza come le offerte troppo basse stimolino alcune aree cerebrali connesse agli stati di disagio e di disgusto, ovvero ad emozioni fortemente negative. Una sorta di disgusto morale, insomma, verrebbe automaticamente indotto e limmagine ottimistica che abbiamo di noi stessi quella che ci vorrebbe sempre diligentemente impegnati a decidere secondo razionalit ha bisogno di qualche ritocco. Daltronde, quando entriamo in un negozio, sappiamo bene di essere a rischio come minimo di comprare qualcosa che non avremmo mai voluto comprare. Spendiamo una cifra enorme per lautomobile e, a quel punto, la spesa per un particolare accessorio ci appare minima. Se avessimo dovuto comprare laccessorio per conto suo ci sarebbe apparso carissimo. Noto il potere fascinoso della terza opzione: abbiamo deciso che fra un televisore a grande schermo ed uno a piccolo schermo il secondo quello che fa al caso nostro. Ma quando entriamo nel negozio ne vediamo un terzo tipo megaschermo e ultrapiatto, ad un prezzo notevolmente superiore a tutti gli altri e ci ci induce ad un ripensamento, con il risultato di acquistare il televisore a schermo grande che, inizialmente, avevamo escluso. Fra tre opzioni giunte nei tempi giusti, quella di mezzo la pi probabile. Fatti del genere sono stati anche verificati nel comportamento di altri animali meno complicati di noi. Per esempio, nelle api. Alberto Oliverio riferisce di un esperimento in cui alle api venivano dapprima presentati due tipi di fiori artificiali, uno con il calice corto e poco nettare, laltro con il calice lungo e pi nettare. In questo caso, la scelta del fiore da parte delle api era indifferente, perch la quantit di lavoro necessaria a succhiare il nettare risultava pi o meno equivalente. Successivamente, per, veniva introdotto un terzo fiore artificiale fornito di meno nettare rispetto agli altri due: se il calice di questo fiore era pi lungo, le api sceglievano il pi lungo dei primi due; se il calice, invece, era pi corto, le api sceglievano il pi corto dei primi due. La terza opzione, in altre parole, non lasciava pi indifferente la scelta fra le prime due. Tirando una conclusione sbrigativamente provvisoria, dunque, si potrebbe semplicemente dire che dalla neuroeconomia proviene la certezza che, in un certo tipi di scelte, la sfera delle emozioni pu prevalere su quella dellautocontrollo. Non poco, ma anche qui il processo di valorizzazione, consapevole o inconsapevole che sia, ancora presupposto. Studiando i comportamenti umani nel gioco, Kahneman e Tversky hanno individuato una sorta di asimmetria mentale che caratterizzerebbe il rapporto tra perdite e vincite. Da ci la regola che una perdita non mai compensata da una vincita uguale. Occorre vincere allincirca due volte e mezzo quello che si perduto per tornare psicologicamente in pari . Anche perch, come fa notare Piattelli Palmarini, non ricevere niente una vincita, se ci si aspettava di perdere, ma una perdita se ci si aspettava di vincere.

I valori Chi governa i valori, governa gli uomini. Il linguaggio veicolo di valori, o meglio, i linguaggi, tutti i linguaggi, sono veicoli di valori. Condizionano scelte e comportamenti. La nostra tradizione culturale si affannata a rispondere alla domanda: Che cos il valore ?. E tutto si pu dire fuori che sia pervenuta a risultati brillanti e largamente condivisi. Nella storia del pensiero si contrappongono da sempre due orientamenti. Da un lato, coloro che sostengono apertamente lorigine trascendente dei valori. Mos va sul monte Sinai e ne discende con la Tavola delle Leggi dettate da Dio, trascendono lesperienza umana, sono indiscutibili, neppure pi correggibili. Tutte le grandi religioni in questo si somigliano. Tuttavia, va anche detto che, per lappunto, di religioni ce n pi di una e il quadro valoriale proposto da ciascuna diverso da quello delle altre. Non a caso, la storia ci insegna che dobbiamo temere le guerre di religione: ci sono state e hanno portato lutti e dolori mai leniti. Dallaltro lato, vi sono coloro che pretendono essere i valori leggibili nel gran libro della Natura e che, dunque, dalla scienza ci verranno i suggerimenti giusti per convivere serenamente. Fino ad ora, tuttavia, cos non stato e, anzi, dalla separatezza degli scienziati dagli uomini comuni nato un uso dei risultati della scienza che ha portato il pianeta sullorlo della catastrofe. Lesperto sempre meno controllato dal non esperto, mentre il denaro e il potere orientano la ricerca scientifica in una direzione o nellaltra. In entrambi i casi, luomo comune avrebbe bisogno di un mediatore: o il prete o lo scienziato. E i valori se li troverebbe belli e fatti. Dati. E proprio perch dati, trascendenti le sue capacit. E un mondo dove vige il principio di autorit quello che considera i valori in questo modo. Il Mister pu scegliere di presentarsi di fronte alla squadra con la sua Tavola delle Leggi, con il suo quadro di valori dati e, come tali, intoccabili. Pu giustificarli dicendo che sono il frutto di una tradizione di allenatori, o che sono il frutto della sua esperienza, o, ancora, che sono il risultato di un rapporto pi complesso quello della societ di calcio con la societ civile. Pu scegliere questa soluzione. Forse la pi comoda. Tuttavia, allora, il Mister deve sapere anche che il valore imposto efficace, funziona, soltanto fino a che dura lautorit che lo impone. E lautorit va bene, di solito, fino a che le cose vanno bene; ma, nel momento in cui le cose vanno male, ecco che lautorit non regge pi e con lei non regge nemmeno pi la Tavola delle sue Leggi. Crollate presunzioni radicate nella nostra cultura per secoli, consapevolezza ormai diffusa, daltronde, che questi valori non siano universali. Mutano, a volte anche radicalmente, in rapporto ai tempi ed ai luoghi: la vita umana stessa sacra nei rari momenti di pace -, pu e, anzi, deve essere sacrificata in tempo di guerra; alla famiglia si vorrebbe conferire una e una sola forma in Occidente, ma innegabile che ad Oriente c chi la pensa diversamente. E cos via mutando. Da tempo il cosiddetto relativismo diventato una nostre preoccupazione costante. Fino a che le persone di culture diverse non si incontravano, o si incontravano molto raramente, o si incontravano s, ma in posizioni talmente diverse da padrone e da schiavo, per esempio - da indurre luna a ignorare le esigenze dellaltra, il problema non appariva tale. Oggi, invece, non possiamo pi nascondercelo. E la tolleranza verso laltro comincia essenzialmente da questa consapevolezza. Il giusto e lingiusto Dopo aver dimostrato che lidea di diritto naturale faccia pi male che bene allumanit, e dopo aver mostrato come anche lidea di diritto positivo non abbia portato a niente di meglio, il giurista americano Alan Dershowitz giunge alla conclusione che lorigine del diritto luomo stesso. Tuttavia, ammette che se provassimo a fare un elenco delle cose pi giuste troveremmo sempre

qualcuno pronto a non riconoscersivi. Il giusto per qualcuno ben diverso dal giusto per qualcun altro. E allora ? La soluzione di Dershowitz curiosa: visto che le cose stanno cos, dice, proviamo per una volta a rovesciarle: invece di partire dalle cose giuste, partiamo dalle cose ingiuste l, ci troveremo tutti daccordo. E fa un esempio, quello dellolocausto degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Ecco una cosa ingiusta per ogni coscienza umana. Purtroppo, lesempio particolarmente infelice, perch, se lolocausto fu voluto da qualcuno come da qualcuno, per lappunto, fu voluto perch questo qualcuno non lo riteneva affatto ingiusto. Rovesciare le scale dei valori inutile, se i valori rimangono sempre entit misteriose. Una volta che si sia daccordo sul fatto che lorigine dei valori va individuata negli uomini stessi, occorrer capire come fanno a farli. Dershowitz racconta anche di una bellissima risposta di un rabbino chassidico quando gli venne domandato se fosse mai giusto agire come se Dio non esistesse: S. Quando un povero ti chiede la carit, agisci come se Dio non esistesse; agisci come se solo tu potessi salvarlo dal morire di fame. Il processo di valorizzazione E se provassimo a cambiare la domanda ? Se, al posto di chiederci cosa sono i valori, ci chiedessimo come facciamo ad ottenerli ? Come facciamo a farceli, a costruirli ? Visto che non abbiamo altra scelta che considerarli roba nostra, limpresa almeno in linea di principio non dovrebbe essere proibitiva. A Silvio Ceccato dobbiamo unipotesi preziosa. E gi una prima risposta che ci tornr particolarmente utile. Ceccato studiava il linguaggio e il suo rapporto con il pensiero allo scopo di giungere ad un modello generale dellattivit mentale e fu nel corso di questi studi nella seconda met del secolo scorso - che simbatt nel problema di individuare le operazioni mentali responsabili dei processi di valorizzazione. Giunse cos alla conclusione che un valore si costituisce dal porre una cosa in un rapporto, per la sua possibilit o meno di soddisfarlo. Cos, l acqua diventa valore in rapporto alla sete. Dal momento che, tuttavia, ci nota la capacit umana di porre rapporti per esempio, di causa-effetto, o di mezzo-scopo occorre, al fine di individuare quei processi in virt dei quali qualcosa acquisisce valore, unulteriore distinzione: le cose messe in rapporto devono essere entrambe mentalmente compresenti, requisito che non tocca, per rimanere allesempio, n alle cose poste in rapporto di causa-effetto, n a quelle poste in rapporto di mezzo-scopo. Ma non solo. Secondo Ceccato, il valore si ottiene grazie ad unultima operazione consistente nellinserire le due cose, poste in rapporto e compresenti, in una situazione nella quale occupano un posto, ma dal quale vengono tolti: una presenza ed una assenza con tutta probabilit ottenuti applicando le categorie mentali rispettivamente del con e del senza. Se, dunque, prima tengo assieme mentalmente il treno e il viaggiare e poi privassi la situazione del treno, ecco che questo assumerebbe la sua funzione di valore. E grazie a questo meccanismo che la stessa cosa risultato anchessa di operazioni mentali, non indipendente, esistente di per s nel mondo pu essere valutata una volta positivamente ed una negativamente, a seconda della situazione mentale in cui viene inserita. E il caso di quella stessa acqua che, se in rapporto alla sete diventa valore positivo, una volta in rapporto all annegare diventa valore negativo. Loriginalit della tesi di Ceccato non sta tanto nella fase conclusiva dellanalisi perch ogni teoria economica basata su uno scambio che, innanzitutto, pu essere considerato come rapporto -, ma tutta nella sua base di partenza. Infatti, Ceccato non parla semplicemente di operazioni mentali, ma ne ipotizza la natura escogitando altres una metodica per la loro analisi. Dunque, di quelle cose e di quei rapporti nonch delle categorie mentali implicate si fornisce una sorta di matrice operazionale che, a parere di Ceccato, pu condurre ciascun esecutore alla consapevolezza del proprio operare.

Il giusto, il bello, lutile, il razionale, etc. diventano valori soltanto se risultano dallaver posto mentalmente particolari rapporti. Senza lesplicitazione di questi rapporti rappresentano soltanto lautorit di chi li vorrebbe imporre a proprio piacimento. Trasformare la domanda del cosa in come faccio ad ottenerlo conferisce una responsabilit nuova alla persona, che, finalmente, non si trova pi davanti un elenco precompilato dei valori che lo devono guidare, ma, in qualche modo, chiamato da protagonista a compilarselo da s. Valori e linguaggi Ora possiamo comprendere meglio il significato dellaffermazione: i linguaggi veicolano valori. Anche qui, occorre stare in guardia dalla metafora: veicolati, i valori, tornano ad essere qualcosa di gi fatto, mentre sappiamo che meglio molto meglio per tutti considerarli prodotti. I linguaggi, dunque, promuovono la costruzione e la ricostruzione di valori. Ma, spesso, nascondono il modo con cui ci avviene. Qualche esempio. Uno slogan su un manifesto elettorale durante le Amministrative del 2006, a Milano, diceva: Nel calcio e in politica c chi si comportato sempre bene. Vota Zio Bergomi e poi Vota un ragazzo del sessantotto. Allora. Due elementi spingono verso uninterpretazione calcistica: il riferimento esplicito al calcio e il nome Zio Bergomi, perch noto che lomonimo calciatore era chiamato con questo nomignolo. E chiaro, altres, che questi elementi mirano a usufruire dei rapporti positivi instaurati in precedenza fra il calciatore Bergomi e le sue prestazioni sportive (gi calciatore in una delle due grandi squadre della citt, colonna della nazionale italiana, etc.) nonch a costituire un rapporto identitario del candidato con tutto ci. Chi legge il manifesto pu dunque riversare valori positivi sulla persona che gli si appella. La quale, ahinoi, non affatto Bergomi il calciatore, ma un signor Bergomi che, magari sar appassionato di calcio e magari da qualcuno in famiglia sar chiamato zio, ma il Bergomi valorizzato in precedenza non . Non solo. Anche linvito a votare un ragazzo del sessantotto gioca sullambiguit e fa leva su valori precostituiti. I ragazzi del 1968 sono quelli che, in un certo immaginario storico, hanno lottato coraggiosamente per cambiare il mondo e che, pur non avendo poi ottenuto quel granch, tuttavia rappresentano tuttora un valore tutto sommato positivo. Lo stesso termine ragazzo suggerisce entusiasmo, voglia di fare, pulizia morale, giovent almeno interiore, disponibilit, freschezza tutte categorie considerate perlopi positivamente. Ma anche in questo caso la doccia fredda per chi legge bella e pronta, perch il 1968 del signor Bergomi non ha nulla a che fare con il sessantotto come categoria sociostorica, perch , pi semplicemente, lanno della sua nascita. Consideriamo ora una vecchia pubblicit che rimase affissa per lunghi anni sui vagoni della metropolitana milanese hai un solo box e lauto di tua moglie in strada (voleva promuovere la vendita di un marchingegno elevatore da piazzare nel box, in modo da sfruttare laltezza del locale) e chiediamoci quanto vi di implicito: 1. Si rivolge al lettore dandogli del tu 2. La persona cui si rivolge appartiene alla classe media 3. Ad un ricco si mostra pi deferenza 4. I ricchi non hanno box, ma garages 5. Parla di sua moglie, quindi si rivolge ad un maschio 6. Si rivolge ad un maschio che, in casa, comanda lui 7. Si rivolge ad un maschio che ha il potere di acquisto 8. Se lo fa, perch ritiene che, nella maggior parte delle case, il maschio comandi e abbia pi potere di acquisto della moglie 9. Ormai, nella maggior parte delle famiglie, si possiede due automobili 10. Lautomobile del marito vale di pi di quella della moglie (e va, dunque, meglio protetta)

11. Viviamo in un mondo in cui il maschio vale pi della femmina 12. Etc. Una frase, insomma, pu rappresentare un mucchio di cose. E, nel momento in cui suggerisce determinati rapporti, ecco che propone lestensione di qualcosa gi valorizzato a qualcosaltro ancora da valorizzare. Quando la parola lascia il posto allimmagine il meccanismo non cambia. Si pensi, per esempio, alle diverse soluzioni con cui tre prodotti contro la cellulite hanno cercato di convincere le loro potenziali clienti ad acquistarli. Ciascuno ricorso ad unanalogia in cui linestetismo come si usa dire della pelle stato rappresentato da: a) la pelle di elefante b) la buccia darancia c) la fodera trapuntata Si noti che tutte e tre le soluzioni analogiche escogitate allo scopo di incutere la giusta dose di timore implicano la possibilit che sia la pelle stessa ad essere asportata dalla sua sede, come fosse un accessorio pi che una parte dellorganismo. Nellaprile del 2007, siamo rimasti tutti sconvolti dalla tragedia occorsa ad una ragazza romana uccisa nella metropolitana. Il Corriere della Sera ha titolato la notizia: Muore la ragazza colpita nel metr. Caccia a due donne, oppure, nelle pagine interne, Muore la ragazza infilzata, caccia a due donne, e in questo caso il sottotitolo non lasciava adito a dubbi: Roma, le hanno conficcato un ombrello in un occhio nella metropolitana. Giorni dopo anche dopo larresto di due persone -, lo stesso giornale, tuttavia, scrive Vanessa stata ammazzata a 22 anni da unombrellata di una prostituta romena. Lo scrive nonostante sia quanto scritto in precedenza e sia quanto riferito nella stessa pagina da un testimone oculare: ma questa invece di desistere, con un ombrello che teneva in mano con violenza la colpiva al volto con la punta dello stesso ombrello. Gi il fatto iniziale che in questo caso non si usi la parola assassinio come in tutti i casi consimili lascia perplessi, ma che, gradualmente, nel giro di una settimana, il gesto letale sia diventato una ombrellata un gesto mai rapportato ad unuccisione, un gesto da vecchia zitella, quasi comico - pu sgomentare. E evidente che le parole sono state calcolate in modo tale da sminuire la tragicit del fatto, sedando cos le eventuali reazioni delle persone coinvolte e delle persone che avrebbero potuto generalizzare la vicenda e strumentalizzarla politicamente. Che, poi, questi stratagemmi raggiungano lo scopo e non, piuttosto, diminuiscano la credibilit del giornale nei suoi lettori tutto da vedere: dipende dalla consapevolezza di ciascuno in ordine alle parole usate ed ai rapporti che suggeriscono in genere, ma senza garanzia che davvero ogni singolo lettore accolga il suggerimento e non gli si contrapponga. Un esempio di questo slittamento nellattribuzione di valore nella pratica giornalistica lho trovato in rete. Da un lato mostra quanto simili astuzie siano antiche, dallaltro mostra anche quanto sia rapido il passaggio dal valore negativo al positivo e viceversa. E il caso del giornale francese Le Moniteur allindomani della fuga di Napoleone dallisola dElba. Siamo nel 1815. Titoli in prima pagina 9 marzo: Il mostro fuggito dallesilio 10 marzo: Lorco di Corsica sbarcato a Capo Juan 11 marzo: La tigre si mostrata a Gap. Le truppe stanno avanzando da tutte le parti per arrestare il suo cammino. Egli concluder la sua miserevole avventura tra le montagne 12 marzo: Il mostro realmente avanzato fino a Grenoble 13 marzo: Il tiranno ora a Lione. Il terrore sconvolge tutti alla sua comparsa

18 marzo: Lusurpatore ha osato avvicinarsi fino a 60 ore di marcia dalla capitale 19 marzo: Bonaparte avanza a tappe forzate, ma impossibile che raggiunga Parigi 20 marzo: Napoleone arriver domani sotto le mura di Parigi 21 marzo: Limperatore Napoleone a Fontainebleau 22 marzo: Ieri sera Sua Maest lImperatore ha fatto il suo ingresso pubblico ed arrivato alle Tuilieres. Niente pu superare la gioia universale Il Mister, allora, non si lamenti troppo della stampa e delle trasmissioni televisive. E vero che basta vincere una partita anche giocando malissimo che, in un batter docchio, possibile che i giudizi positivi prevalgano su quelli negativi. Ma anche vero che cos vanno le cose al mondo da parecchio tempo e non c ragione per sperare che, nellinformazione calcistica, le cose vadano diversamente. Piuttosto, lesempio de Le Moniteur, oltre che amaramente divertente, assai interessante perch mostra chiaramente come ai processi di valorizzazione contribuiscano anche le singole parole. Il passaggio da mostro a orco, e poi a tiranno, e poi a usurpatore che gi un diminuendo -, arriva ad un punto cruciale allorch ricorre al nome proprio: prima, si noti, Bonaparte, cognome, pi impersonale, e poi Napoleone, nome, gi rapportato alle imprese vittoriose precedenti, gi vissuto in termini di rispetto e quasi di idolatria. Daltronde, ogni parola connessa a esperienze e queste esperienze sono state gradevoli o sgradevoli, possono ricordarci sentimenti ed emozioni diverse. E vero che ci sono esperienze comuni nella vita degli individui, ma ci non significa affatto che nel porre rapporti si segua tutti una stessa regola. Diciamo, allora, che, a fronte delluso di certe parole e di certe frasi, probabile la costruzione di certi rapporti, ma questi non vanno mai dati per scontati. Anche perch, a volte, sufficiente cambiare il contesto di una parola per farle cambiare radicalmente significato. Prendiamo ad esempio un paio di verbi dallaria innocente come tenere e lasciare: Se dico: tengo il posto che mi stato assegnato e lascio il posto che mi stato assegnato, i due verbi hanno significato contrario. Nel primo caso sto seduto, nel secondo mi alzo. Ma se dico: tengo la mano sul tavolo e lascio la mano sul tavolo, evidentemente, non designano pi la medesima contrariet. Il parlante opera mentalmente in modo diverso, ma la mano sempre l. Valori e atteggiamenti Riconsideriamo ora il vecchio problema del bicchiere mezzo vuoto e del bicchiere mezzo pieno: vero, dipende da nostre operazioni mentali il vederlo cos o cos; se siamo tristi probabile che lo si veda mezzo vuoto, se siamo allegri probabile che lo si veda mezzo pieno. La quantit dacqua sempre la stessa, ma, mentalmente, abbiamo operato un confronto o con un bicchiere tutto vuoto o con bicchiere tutto pieno. Da l nasce il nostro giudizio. Dal rapporto fra un bicchiere modello e il bicchiere effettivamente percepito. In altre parole potremmo dire che il nostro giudizio dipende strettamente dallatteggiamento che abbiamo assunto. Un atteggiamento, allora, un modulo, uno schema mentale, risultato delle varie soluzioni pi e meno economiche con cui la specie umana ha elaborato, nel tempo dellevoluzione, un proprio stile di costruirsi il mondo. E cos che, nel corso dei secoli di cui si ha qualche documentazione, abbiamo constatato, per esempio, la nascita di un atteggiamento estetico, ovvero di quellatteggiamento in virt del quale applichiamo a qualcosa il valore di bello o di brutto.

Il bello nel gioco del calcio Il Mister che promette il bel gioco, di solito, va incontro ad un mucchio di guai. Nel calcio vige un atteggiamento pragmatico, ovvero quellatteggiamento in virt del quale il risultato sempre pi importante del modo con cui lo si ottenuto. Tuttavia, anche vero che il pubblico sempre pi competente e vuole divertirsi tramite uno spettacolo di alto livello tecnico. Ma se la squadra gioca benissimo e perde, si divertono soltanto gli avversari. La cultura del risultato, allora, predomina. Purtroppo, anche laddove a parole la si nega recisamente ovvero nei Settori Giovanili, gli ambiti formativi del calciatore. Al Mister si chiede di vincere giocando bene: due compiti gerarchicamente ordinati, anche perch ampiamente dimostrabile che, nel ricordo e nei giudizi del pubblico, laver ottenuto il primo un modo per ottenere anche il secondo. Ci se ne accorge quando il gol vincente arriva verso la fine della partita: le voci dissenzienti, improvvisamente, tacciono e le categorie per raccontare come sono andate le cose cambiano, volgendo in positivo. Per fortuna rari sussistono anche atteggiamenti diversi. Competenti che apprezzano le capacit tecniche espresse dal singolo calciatore nonch i livelli ottimali di coordinazione collettiva espressi dalla squadra nel suo complesso. In questi casi, spesso, si parla di quanto si vede in campo in termini di apprezzamento estetico, ma, in definitiva, si tratta di qualcosa di diverso. Le abilit tecniche, come la realizzazione di azioni corali travolgenti, sono innanzitutto apprezzate in funzione dellefficacia ed questultima che, successivamente, viene riclassificata al livello di un valore socialmente cospicuo come quello estetico. Atteggiamenti fondamentali E presumibile, tuttavia, che, prima che nascesse la possibilit di un atteggiamento estetico, altri atteggiamenti si siano rivelati pi importanti per la sopravvivenza. Uno di questi certamente latteggiamento economico. Quanto ci costa qualcosa ? In termini di che ? Ben prima che inventassimo il denaro come equivalente universale del valore economico, lessere umano ha capito che risparmiare in fatica, in energia, pu costituire un enorme vantaggio. Il ragno, per esempio, non tesse la sua tela a casaccio in un posto qualsiasi. La tela gli costa in termini fisici e, allora, deve risultare produttiva sul piano economico. E per questo che ne sceglier con cura la dimensione, la forma e la localizzazione in rapporto alla luce solare (perch non sia percepita dalle sue prede), alla ventilazione, allumidit dellambiente, etc. Ed per questo che, dal suo nascondiglio, il ragno si muove soltanto allorch certo di aver catturato qualcosa. Una tela fatta nel posto sbagliato pu costargli la vita. Il leone, altro esempio, non insegue qualsiasi gazzella gli capiti a tiro, ma solo quella che non dimostra ottime qualit di corsa e che sembra pi impaurita delle altre. Se no, fatica sprecata. Il nostro stesso organismo, nel suo funzionamento allorquando si crea un automatismo, per esempio un ambito in cui vale il principio di economia. Un altro atteggiamento molto diffuso, ma certamente pi recente nella storia evolutiva delluomo, quello etico. Chiedersi se sia bene o male, giusto o ingiusto, fare una cosa piuttosto che unaltra. Se ne pu indagare lorigine in almeno due direzioni: nelle regole della convivenza sociale e nella religione, ammesso e non concesso che le prime possano aver mai avuto un minimo di indipendenza dalla seconda. Uno degli atteggiamenti pi rilevanti per il progresso della societ umana stato quello scientifico, che si sviluppato ben prima che si parlasse di scienza. Questo sorge allorch si pongano certi rapporti e se ne fissi la ripetibilit: lo sbattimento di certe pietre produce scintille, le scintille appiccano il fuoco alla paglia, il fuoco spegne lacqua, lacqua sul fuoco dopo un po bolle, la preda buttata nellacqua bollente pu costituire una riserva alimentare di maggior durata, etc. Il nostro sapere in altro non consiste che in una immensa raccolta di rapporti consimili e nel considerarla sempre aperta sia a nuovi rapporti che alla correzione di quelli posti in precedenza. E cos che siamo passati pian piano dalla leva alla fisica delle particelle. Nellambito di un medesimo atteggiamento, poi, si pu ipotizzare la possibilit di pi atteggiamenti subordinati. E il caso del considerare i rapporti in termini di una causa che precede leffetto

(atteggiamento deterministico, caratteristico della fisica classica), o del considerare causa ed effetto contemporanei (atteggiamento probabilistico, caratteristico della fisica quantistica). Alternativo allatteggiamento scientifico latteggiamento magico che si vorrebbe tipico delle societ primitive, ma che, in realt, ben presente in molteplici manifestazioni della nostra vita contemporanea si pensi alle numerose superstizioni ancora praticate con solerzia degna di miglior causa, si pensi a certe spiegazioni che, quando siamo in difficolt, escogitiamo per giustificarci. Scientifico e magico nel calcio Fino ad ora latteggiamento scientifico, apparentemente, non ha riscosso grande successo nel mondo del calcio. Una certa dose di casualit nel determinare i risultati e la considerazione del calciatore come un essere un po speciale che compie azioni altrettanto speciali ha fatto s che, nel calcio, sopravvivessero atteggiamenti pi o meno magici. Purtroppo, spesso anche a livello dellinsegnamento tecnico, dove con questo tipo di atteggiamenti, si nasconde lincapacit di analizzare il gesto, di spiegarlo e di inventare soluzioni didattiche idonee. Tutto ci, per, da ascriversi ad una concezione della scienza assolutamente erronea. Non senza superficialit, si ritenuta la scienza come quellimpresa cui demandato il compito di rappresentare la realt, non accorgendosi che, se questo fosse davvero il suo compito, tutti gli scienziati che ci hanno preceduto sarebbero asini patentati. Infatti, i risultati della scienza cambiano nel tempo: ci che una sicurezza scientifica oggi, non lo pi domani. La scienza, come dicevo, unimpresa aperta. Le leggi della natura non sono l da scoprire, ma sono, piuttosto, una libera costruzione umana il cui criterio di correttezza essenzialmente la coerenza. Non ha senso, pertanto, dire che al mondo vi sono oggetti degni di indagine scientifica ed altri oggetti che ne sarebbero immuni di principio. Il gioco del calcio pu essere oggetto di indagine scientifica esattamente come una sedia, uneclisse solare o lavanzata di uno sciame di cavallette. E il modo con cui si guarda a queste cose che pu essere o non essere scientifico. La scelta tutta nostra. In teoria saremmo liberi di considerarlo un gioco casuale, ma, allora, tante cose risulterebbero inspiegabili: gli allenamenti, laddestramento del calciatore, la sua alimentazione, la cura dei campi, etc., - tutta una serie di fatiche non avrebbero senso. In realt, invece, tutto ci ha senso eccome e in tutti questi anni di storia del calcio ne abbiamo avuto pi volte la dimostrazione -, come avrebbe senso estendere al massimo latteggiamento scientifico nel gioco e nella sua didattica. Dopo cospicui progressi in ordine alle conoscenze della fisiologia dellatleta, la frontiera che ci troviamo di fronte oggi, per esempio, quella della sua mente e del suo cervello. E gi il momento in cui, nel calcio dlite, la differenza fra metodiche di allenamento individuabile nella capacit di programmare lattivit mentale affinch possa costituire un valore aggiunto alle potenzialit fisiche. Con il che, per, diventa anche chiaro che la vecchia psicologia della prima met del Novecento al di l della sua divisione in molteplici scuole spesso in lotta tra loro - ha ormai esaurito il suo compito. Dallinterazione tra neurobiologia e modelli funzionali dellattivit mentale possiamo aspettarci quel passo decisivo che metter a disposizione del mondo del calcio nuove opportunit in vista di traguardi fino ad ora ritenuti utopistici. Il magico attecchisce laddove si fa della cattiva scienza. Mito e sport, unassociazione pericolosa Ormai un modo di dire, ma anche sotto i modi di dire magari sotto sotto pu esserci qualcosa di sbagliato. Sar impopolare. Ma, a mio modo di vedere, sarebbe ora di finirla con lassociare il mito e i miti allo sport ed ai suoi protagonisti. Con il calcio, ovviamente, in prima linea. Mi spiego. Innanzitutto, la mitologia una raccolta di favole che, metaforicamente, queste favole abbiano svolto una funzione di ordine sociale in un qualche momento dellantichit e da qualche parte del

mondo, non ne autorizza affatto lestensione al mondo dello sport che, invece, fatto di uomini e donne veri, in carne ed ossa, con i loro pregi e i loro difetti, con la loro fatica e la loro abnegazione per raggiungere il risultato o per mancarlo. Poi, non va dimenticato che lappello al mito di cui le masse avrebbero bisogno uninvenzione che dalla seconda met dellOttocento al primo Novecento ha costituito la base di teorie che allumanit non hanno portato niente di buono. Alla funzione del mito per spingere alla violenza rivoluzionaria, per esempio, si rifatto Sorel e molta di quella filosofia che anche se a Sorel non sarebbe piaciuto -, pi tardi, giustificher il fascismo e il nazionalsocialismo. Al mito, insomma, i potenti han fatto ricorso per ottenere comportamenti collettivi subordinati e acritici. Lo sport non ha bisogno di niente di tutto ci e anche fra gli sportivi non soltanto fra gli storici di professione - ampiamente diffusa la consapevolezza di quanto lo sport sia stato strumentalizzato a fini politici. Tra i tanti, ci casca anche uno scrittore come Alessandro Baricco. Appassionato di calcio tanto appassionato da rimettersi a giocare, a 48 anni, dopo unoperazione al crociato anteriore del ginocchio sinistro -, capitano della Nazionale degli Scrittori Italiani, a Coverciano per disputare la finale della Writers League, concede unintervista dove, oltre a ricordare Senna e Villeneuve come propri miti, oltre a proporre Valentino Rossi per il nuovo Olimpo per la strafottenza, la naturalezza, la leggerezza dice che lui ha scritto abbastanza di sport e tutte le volte con grande meraviglia e sorpresa, perch ha capito che c sempre del mito da raccontare. Come se ci fosse necessit di falsificare qualcosa di quelle imprese sportive che, a mio avviso, acquistano e mantengono tutto il proprio valore per lindividuo e per la societ tutta soltanto in virt della verit storica che rappresentano.

Unaltra associazione (non meno pericolosa) Da tempo per me immemorabile ma per qualcuno, di certo, memorabilissimo sulle pagine del principale quotidiano sportivo del Paese appaiono annunci che, rubricati sotto lampia categoria di Club e Associazioni, poco sembrano aver a che fare con la tradizionale immagine di quellassociazionismo che, storicamente, rimane alla base del movimento olimpico. In essi, tanto per fare qualche esempio, il presuppongo atletico trans Kimberly propone trasgressioni assicurate, laccaldatissima signora 30 enne si dice molto viziosa e la bellissima autoritaria disponibile per impartire lezioni educative. Niente di strano. Almeno a giudicare dalla lettura di un secondo quotidiano sportivo. Dove, a conferma del clima vengono stampati piccoli box in cui vedere per credere, come avrebbe detto San Tommaso fanno bella mostra di s fanciulle in pose inequivocabili didascalizzate in modi altrettanto inequivocabili: Fammi tutto, Zitto e ascolta, Ti voglio, Calde emozioni e, sport non pi per tutti, Solo x adulti (con la ics della sbrigativit). Ci sar stato un momento, allora, in cui queste due tipologie di vicende umane sport e sesso, diciamo cos, di seconda mano o per sentito dire, si sono attaccati luno allaltro in ununione durevole. Alla faccia di chi vorrebbe assegnarle, queste due tipologie di vicende, a quadri valoriali, se non opposti, almeno ben differenti fra loro. E dalle cronache non giungono certo segnali di inversione di tendenze. Due medaglie doro lancio del disco e lancio del martello alle Olimpiadi di Atene sembra che abbiano cercato di evadere lantidoping con uno strumentario da pornoshop: kit di pene finto (cinque colori come i cinque cerchi), cerotto per attaccarselo al pube, tubicino di collegamento a serbatoio-vescica da inserirsi nel vano anale, urina in polvere da diluirsi, prima delluso, in acqua. Se la sono cavata con centotrenta euro parlo della spesa, non delle sanzioni della giustizia sportiva - e con un breve periodo di allenamento alla meccanica necessaria per azionare il marchingegno. Sullallenamento dei muscoli glutei, daltronde, c ormai fior di letteratura. Se la soluzione tecnica consister nella nudit integrale allantidoping, resta il problema del significato della vicenda. Nel momento in cui qualcuno lotta contro antichi pregiudizi dannosi alla

pratica sportiva, qualcun altro fa del suo meglio, e del suo peggio, per dimostrare quanto certa subcultura continui inevitabilmente a caratterizzarla.

Gioco e lavoro Il corso del tempo, dice Eraclito, un bambino che gioca muovendo le tessere di una scacchiera: il regno di un bambino. Anche se il significato dellaffermazione non chiarissimo (una metafora del ruolo del caso nella vita ? Una metafora dei limiti dellessere umano nel prevedere il proprio destino e i propri scopi ?), ce n abbastanza per sapere che di gioco si parlava gi dottamente almeno cinquecento anni prima di Cristo. Eraclito, infatti, sembra che filosofasse ai tempi della sesta olimpiade. Riflessioni sul gioco costellano lintera storia della filosofia: ne parlano Platone, San Tommaso, Kant e i filosofi del romanticismo, correlandolo allestetica. Il primo a parlare diffusamente del gioco della palla (De ludo globi) fu probabilmente Niccol da Cusa nel 1463. In questo storico libro, si pu leggere che il gioco esprime il movimento della nostra anima che va dal suo regno al regno della vita in cui la quiete e la felicit eterna, ma laccento religioso non deve stupire. Conferma, anzi, le radici religiose dei giochi con la palla nelle pi svariate culture analizzate dagli antropologi e dai paleontologi. In questi ambiti, allora, il gioco percepito in termini ben diversi rispetto a quelli in cui lo percepiamo oggi. La nostra societ direttamente figlia di una cultura dove al lavoro venivano correlati valori positivi di ordine etico: si pensi allopprimente processo di industrializzazione, alla parcellizzazione delle mansioni nel lavoro (il cosiddetto taylorismo dalla seconda met dellOttocento in poi), allo stakanovismo ed alla militarizzazione del lavoro nei paesi del socialismo autoritario. E nella logica delle cose che il gioco finisse con lessere percepito come qualcosa di contrario al lavoro, e viceversa, costituendo con il tempo veri e propri atteggiamenti. Nellanalizzarli in termini di operazioni mentali, Ceccato sostiene che, nel considerare unattivit come lavoro, il risultato ottenuto viene considerato staccato dalla sequenza di operazioni con cui lo si ottenuto e, quindi, staccato dal suo produttore. Reso indipendente. E perso. Mentre nel considerare qualcosa come gioco nellassumere, cio, un atteggiamento ludico risultato e mezzi per ottenerlo rimangono mentalmente uniti, mantenuti in blocco. Ovvie, allora, ne sarebbero le conseguenze: disinteresse, passivit, sofferenza, aumento dei livelli di fatica percepita, nel caso del lavoro (lalienazione di cui parla Marx); partecipazione, senso di protagonismo, diminuzione dei livelli di fatica percepita, nel caso del gioco. Dolore da una parte, insomma, e gioia dallaltra. Ne Le avventure di Tom Sawyers, Mark Twain rappresenta bene il passaggio da un atteggiamento allaltro ed il suo significato. La zia mette lirrequieto Tom di fronte alle sue responsabilit: per oggi, niente compagni, niente bagno al fiume, niente tempo libero. Per castigo, Tom dovr ridipingere lintera staccionata. Tom mette il muso e tenta di far recedere la zia dalla sua decisione, ma non c niente da fare. La zia irremovibile. Tom, dunque, sta svogliatamente dipingendo una prima asse della staccionata, quando ahilui arrivano gli amici a chiamarlo per andare a giocare assieme. Come li vede, pronti a deriderlo, lui ha lidea. Gli dicono, dai vieni con noi, andiamo, e lui gli risponde che non ci pensa neppure. Come ? Perch ? Beh, spiega Tom, una volta tanto che la zia mi ha permesso di ridipingere la staccionata, io a questo divertimento non ci rinuncio di certo. E, allegramente, ci d dentro con un paio di pennellate. A questo punto, c un primo amico che ci casca. E gli chiede: senti, Tom, mi faresti provare anche a me ? Sulle prime, lui risponde che non ci pensa neppure, poi cede in cambio di qualcosa cui lamico teneva particolarmente. Ma solo due, eh ! Fatto sta che, subito, tutti gli amici vogliono provare e, prima di sera, la staccionata bella che ridipinta. Tom non ha fatto alcunch e, in compenso, si riempito le tasche. Tutti hanno pagato per eseguire un compito che, al primo impatto, era apparso increscioso. Un lavoro era stato trasformato in un gioco.

Lo sport un ibrido di gioco e lavoro. Nelle fasi dellallenamento e nella gara, tuttavia, laspetto del lavoro predomina irrimediabilmente. Nel calcio, questo predominio lo si nota perfino ai vari livelli della formazione nei settori giovanili. Genitori, dirigenti di societ e istruttori, al momento dellingresso di un bambino nella scuola calcio, sostengono che il bambino sta andando a giocare, ma, ben presto, ci si deve accorgere che nellorganizzazione delle diverse attivit formative, nellinsegnamento della tecnica di base, nella distribuzione dei ruoli, nei turni di gioco effettivo in partita laspetto lavorativo ha soppiantato ogni traccia di ludicit. A maggior ragione, poi, se il bambino ha caratteristiche e fisiche e tecniche di particolare interesse proiettate nel futuro. Tutto ci un problema di cultura e, come tale, non ascrivibile alla responsabilit di nessun soggetto particolare: genitori, dirigenti, istruttori e, non ultimo, lo stesso bambino richiedono luno allaltro una serie di prestazioni che, sempre meno pi che il tempo passa, hanno a che fare con il gioco. Tuttavia, lassunzione dellatteggiamento ludico non soltanto possibile ma anche auspicabile proprio da chi vorrebbe privilegiare latteggiamento lavorativo. Si tratter di unassunzione parziale, a tempo limitato, che avr il merito di vivificare le sedute di allenamento, rendendole meno ripetitive e, dunque, pi efficaci. Al Mister attento agli equilibri psicologici dei giocatori affidatigli toccher miscelare sapientemente i due atteggiamenti, facendo in modo che gli esiti negativi delluno possano essere sanati dallaltro. Agonismo e lealt In Shooting an Elephant, George Orwell dice che il vero sport non ha niente a che fare con la lealt, perch, anzi, sarebbe impastato di odio, gelosia, iattanza e spregio di tutte le regole. Non ha tutti i torti, beninteso e lui lo diceva a met del secolo scorso quando la retorica di oggi vorrebbe che, nello sport, al tempo fossero tutte rose e fiori -, ma, ovviamente, non ha neppure tutte le ragioni. Diciamo che, nello sport in quello molto ideologizzato, strumentalizzato, mercificato -, c anche questo, ma non soltanto questo. Una chiara dimostrazione della tesi orwelliana, per, la si ritrova in certi piccoli crampi del linguaggio e della comunicazione televisiva, come in quel caso in cui pi volte viene ribadito che il tal evento sportivo stato agonisticamente molto valido, ma leale. In quel ma cominciano i guai. S, perch il ma traditore. Come nel famoso annuncio economico: Sposerebbe giovane ricca, bellissima, muri propri, senza difetti fisici, possibilmente bionda, ma illibata, dove, ad un primo sguardo, il ma avversa la probabilit che una ragazza con tali qualit possa anche essere illibata (e dove, al secondo sguardo, appare chiaro che, senzombra di intenzioni umoristiche, il ma avversa soltanto leventualit del colore dei capelli). Il ma rivela che un pensiero rimasto nascosto. Cos, dire di una gara che stata agonisticamente valida, ma leale, potrebbe indurre a pensare che quellagonismo nasconda tanto male che, di solito, include anche la slealt. Allagonismo, insomma, ci si riferisce come ad un eufemismo che stia al posto delle botte da orbi. Se implicito che laddove ci sia agonismo ci sia anche slealt inganno, sotterfugio, trucco -, Orwell avrebbe tutte le ragioni del mondo. Per una volta, tuttavia, il suo pessimismo non colpisce nel segno. Una gara agonisticamente valida proprio perch nel suo svolgimento gli atleti si sono comportati lealmente. Lopposizione di agonismo e lealt gravemente autocontraddittoria, invece, perch la lealt, come lagonismo, un elemento costitutivo della pratica sportiva e non a caso figura al primo punto di alcuni regolamenti. Se allo sport viene a mancare o luno o laltra, dello sport non rimane pi nulla. In unintervista, Walter Pedull, dice che lo sport cresciuto molto, che diventato un fatto culturale e industriale, un investimento, perch da una parte speculare alla vita, dallaltra assume alcune caratteristiche ove la vita stessa si condensa, specialmente la conflittualit. In ragione di ci anche vero che lo sport aumenta il cinismo del massimo individualismo e lo spregio delle regole. La trasgressione delle regole raggiungerebbe il suo culmine, secondo Pedull,

allorquando si costringe il proprio corpo a produrre pi energie possibili drogandolo. La droga maggiore, allora, nello sport il denaro. O luno o laltro, prima luno poi laltro Il filosofo americano Charles Stevenson dice che un enunciato valutativo portatore di una credenza e in questo caso il disaccordo, allora, sarebbe razionalmente componibile -, ma pu anche essere portatore di un atteggiamento e in questo caso il contrasto sarebbe irriducibile. Vediamo di capire perch e vediamo se, grazie a ci, possiamo fare un passo ulteriore. Non tutte le credenze hanno vita eterna. Capita nella vita di tutti noi di doverci ricredere: una constatazione improvvisa, una verifica, un mutamento nello stile di vita, unesperienza cruciale. A volte, pu capitare che sia il nostro interlocutore a dirci qualcosa che ci fa cambiare idea. Ma se guardiamo lo stesso oggetto servendoci di due strumenti diversi per esempio, una banale lente da scrivania ed un microscopio elettronico -, le descrizioni che ne ricaveremmo sarebbero molto diverse fra loro. Ugualmente, se, nei confronti del medesimo oggetto, due osservatori assumessero due atteggiamenti diversi, i risultati sarebbero inconciliabili. Se uno guarda a qualcosa dal punto di vista estetico e laltro lo guarda dal punto di vista etico il disaccordo garantito. Non solo, difficile perfino proseguire il colloquio. Non si sa pi nemmeno di cosa si stia parlando. In questo senso, allora, possiamo dire che gli atteggiamenti non sono sovrapponibili o, meglio, che sarebbe opportuno per una pi serena convivenza non venissero mai sovrapposti. Il disaccordo, beninteso, pu sussistere anche assumendo lo stesso atteggiamento, ma, in questo caso, il confronto viene a riaprirsi sul piano delle credenze. La negoziazione, insomma, torna possibile. Dichiarare il proprio atteggiamento e dichiararne la sostituzione con un altro la soluzione migliore per condurre una conversazione leale. Lasciarlo implicito, affidarne la comprensione alla buona volont altrui, pu comportare rischi. Casi tipici di sovrapposizione di atteggiamenti allattenzione del Mister sono quelli relativi alle decisioni disciplinari nei confronti dei calciatori: il Tale domenica non gioca per motivi disciplinari o per motivi tecnici ? Il giocatore che non si allenato a sufficienza pu essere inserito nella formazione ? Che misure adottare nei confronti del giocatore che si fatto espellere senza fondati motivi, ovvero senza motivi che costituissero un vantaggio alla squadra ? Se le scelte tecniche dipendono come lecito sperare dallassunzione di un atteggiamento scientifico, ovvio che debbano essere tenute ben distinte dallassunzione di un atteggiamento etico. Che, tuttavia, ha unimportanza decisiva per quanto concerne la vita stessa del gruppo, dove sono in vigore regole di convivenza. Qui il Mister e non solo lui, ma, spesso, anche la societ per la quale lavora - si gioca tutta la sua credibilit. Gli atteggiamenti vanno posti in gerarchie, in ordini ben precisi e mantenuti tali nel tempo: prima luno (per esempio, prima letico), poi laltro (per esempio, poi quello che perviene la sfera tecnica). O anche viceversa, beninteso la scelta di ordine ideologico: liberi, ma coerenti. Dal singolo al collettivo Allora: tutto pu diventare valore, nulla ha valore di per s e, dunque, non si pu sensatamente parlare di valori giusti e valori sbagliati. Giusti o sbagliati lo possono essere in rapporto a qualcosaltro. La difficolt della convivenza umana tutta nel saper accettare i valori dellaltro. Che, tuttavia, raro o quasi impossibile che siano soltanto suoi. Mi spiego. Qualcosa viene investita di valore tramite operazioni mentali eseguite da qualcuno, ma questo qualcuno la singola persona fa parte sempre e comunque di una societ. Man mano che cresce deve adattarsi. Quel lento processo spesso faticoso, spesso doloroso che chiamiamo educazione consiste nelleliminazione di alcune operazioni e nella socializzazione di altre, affinch almeno un certo grado di compatibilit fra il singolo e linsieme possa stabilirsi. Concetti, parole, comportamenti e scelte, da questo punto di vista, sono il risultato di una selezione culturale.

Una comunit si riconosce identitariamente proprio allorch i suoi membri condividono alcune operazioni di base ed i loro risultati (ontologie, codici per esprimerle, significati, loro evoluzione e valori). Non a caso, lespansione dei valori stata analizzata in termini epidemiologici. Il biologo Richard Dawkins ha sostenuto che, come il gene (lunit costitutiva del biologico) mira a replicarsi, cos il meme (lunit costitutiva del culturale) mira ad insediarsi in pi cervelli possibili ed il pi a lungo possibile. Da questo punto di vista, allora, un dentifricio, un paio di scarpe, lacconciatura di unattrice cinematografica, un personaggio televisivo, una teoria scientifica o il gioco del calcio, sono memi. Che possono diffondersi o meno a seconda delle condizioni. Lo studio di queste condizioni reso possibile proprio dalla consapevolezza circa le operazioni mentali costitutive del valore. In pratica, i rapporti si pongono pi facilmente laddove vi sono le condizioni ideali, ovvero laddove un elemento pu rapportarsi meglio ad un altro in virt del grado di compatibilit reciproca. E per questo che la pubblicit attuale ha imparato a non vendere pi soltanto merci isolate, ma pacchetti di merci integrate. Ma anche evidente che la compatibilit dei rapporti implica la coerenza del quadro generale che, gradualmente, vanno formando. La coerenza del Mister Se il criterio di validit di un quadro di valori la sua coerenza, il Mister professionalmente parlando nei guai. Le cronache del calcio riferiscono di presidenti che garantiscono il lavoro al Mister per una vita intera, ma che, ci non ostante, pochi giorni dopo lo licenziano. Abitualmente, leggiamo dichiarazioni di senso opposto rilasciate da dirigenti della stessa societ. Abitualmente, leggiamo dichiarazioni di calciatori contrastanti con linteresse della societ per cui giocano o con la conduzione di squadra dellallenatore. Durante il corso di una stagione ben difficile che lallenatore non si contraddica. Per esempio, si contraddice quando afferma in un primo momento che i componenti della squadra sono di suo gradimento chiedendo pubblicamente poi, in un secondo momento, adeguati rinforzi. Per esempio, si contraddice quando assicura che certe regole varranno per tutti i componenti della squadra e, alla prima occasione in cui a trasgredirle un calciatore ad alto rendimento, non le applica. Per esempio, si contraddice quando chiede il dialogo, ma, poi, esclude dalla formazione domenicale il giocatore che, apertamente, ha messo in dubbio metodi o contenuti dellallenamento. Lelenco potrebbe continuare a lungo. Includendo anche i numerosi casi in cui la coerenza del Mister messa a dura prova dalla societ stessa che lo sfiducia di fronte allopinione pubblica ed ai giocatori, o che cambia programmi in corso dopera. Ogni contraddizione, prima o poi, si paga. Il Mister deve saper guardare lontano: sistemare una situazione alla belle meglio oggi, pu significare una grave crisi domani. Una carriera professionale non va mai buttata via per soddisfare le esigenze di un momento. Ogni nostra scelta ci rimane addosso, viene incorporata alla persona, ne costituisce la storia. La coerenza dei propri valori rimane il miglior biglietto da visita possibile. Il che non vuol dire che non si possa cambiare idea. Anzi. Ogni contesto lavorativo presuppone una capacit di adattamento; creativit e innovazione dovrebbero essere alla base di un ruolo cos delicato come quello dellallenatore. Quel che conta, in ogni processo di valorizzazione che si voglia far condividere davvero, la disponibilit a dichiarare lealmente i propri criteri. Una contraddizione societaria sempre pi diffusa quella che consiste nel richiamare alla direzione della squadra lallenatore gi licenziato. Capita sempre pi spesso. Ma a prescindere dalle ragioni di ordine economico (anche qui: attenti a non sovrapporre gli atteggiamenti con cui guardare alla

cosa), si tratta un errore. Con il licenziamento la societ priva lallenatore di ogni credito presso i giocatori e presso il pubblico. Scegliendo un altro allenatore, la societ ammette un proprio errore e, pubblicamente, lo ripara. Se, nonostante ci, le cose continuano ad andar male, la societ pu rivolgersi ad un terzo allenatore e la cosa pu risultare fin comprensibile, sia perch non tutti gli allenatori sono adatti ad assumere la direzione di una squadra gi impostata da altri, sia perch la societ stessa si vista costretta a cambiare i propri programmi e va da s che le persone pi idonee a realizzarli non rimangono disponibili in eterno. Ma, tornando a scegliere il primo allenatore, la societ non solo ammette pubblicamente un proprio doppio errore, ma crea anche le condizioni ambientali meno opportune per ottenere i risultati voluti: lorizzonte di vita dellallenatore ripescato in questa societ comunque brevissimo, la sua autorit nei confronti dei giocatori ormai irriprestinabile, le comunicazioni fra tutti i protagonisti si fanno difficili e ambigue. Valori del calcio Come abbiamo constatato nel descrivere i processi con cui si andata formando limmagine del Mister, il gioco del calcio per storia e struttura pare particolarmente indicato per ricevere valorizzazioni positive da una parte cospicua di umanit. La cooperazione coordinata collettiva in vista di uno scopo comune: il modello ideale per ogni societ evoluta. Nella fase scolastica dellinfanzia favorisce la socializzazione; nelladolescenza si propone come rimedio allemarginazione. Va da s che, a livello dellimmaginario sociale, possa assolvere ad un compito rappresentativo nei confronti di forti processi identitari. A ci va aggiunta anche la straordinaria valenza metaforica del gioco del calcio. In ogni piega del linguaggio comune si annida un riferimento a qualche suo aspetto: gli onorevoli giocano in contropiede e quelli dellopposizione fanno pressing su quelli della maggioranza; perfino il cuoco del famoso ristorante considerato una punta, mentre il vigile fa lo stopper nei confronti dellabusivo e il sindaco fa autogol approvando una delibera del consiglio comunale. La nostra vita intera, allimprovviso, cantata in termini di una partita di calcio o di un campionato: tutti vorremmo essere promossi o, almeno, andare ai play-off, nessuno vorrebbe essere retrocesso e, se possibile, vorrebbe evitare i play-out. Valenze metaforiche del calcio Annuncio economico nella rubrica clubs e associazioni del Corriere della Sera, 5 agosto 2000: Maliziosa tifosa di calcio collauderebbe calciatore per vere partite. Segue numero telefonico. Questa invadenza linguistica del calcio testimonia dei processi di valorizzazione in positivo di cui ha potuto usufruire nel tempo. Quasi mai, tuttavia, nel corso del suo rapido sviluppo, limpresa calcistica del nostro Paese ha saputo comprendere appieno linsieme delle risorse di cui disponeva comportandosi di conseguenza. In termini sia economici che comunicazionali limpresa calcistica italiana soffre di un handicap storico notevole. Daltra parte anche vero che, fin dalle origini del calcio, cos come alla sua espansione hanno provveduto molteplici processi di valorizzazione in positivo, hanno agito pericolosamente spinte in senso contrario: un certo tipo di conservatorismo caratteristico della classe dirigente italiana, la superficialit di certe valutazioni come quelle relative alle mutate condizioni giuridiche in cui il gioco ha svolgimento (vedi i ritardi nel percepire i riflessi della sentenza Bosman e le melodrammatiche reazioni successive, spesso alibi dellinazione), una certa carenza di preditivit sul medio e sul lungo periodo (vedi la questione dei diritti televisivi), nonch reiterate pratiche di corruzione e il diffuso senso di immunit.

Nello stesso campionato giocano societ molto diverse. Qualcuna contraddistinta da livelli di gestione da grande industria ingegneria finanziaria, organizzazione ottimale, marketing raffinato, piani di comunicazioni integrati -, altre contraddistinte da livelli artigianali di gestione e da tanta buona volont. Nella stessa squadra, analogamente, giocano calciatori che godono di introiti di entit molto diversa: dal giovane appena uscito dal settore giovanile alla star internazionale con tanto di sponsorizzazioni personali. E ovvio che tutto ci, ponendogli anche problemi di competenze, costituisca ostacoli alla conduzione della squadra da parte del Mister, perch quelli che sembrano valori fondamentali per gli uni possono non esserlo affatto per gli altri. Pi o meno, fatta salva la cospicuit del denaro in ballo, le cose sono sempre andate cos. Daltronde, proprio per la natura dei valori, a nessuna cosa toccano sempre e soltanto valori positivi. A volte, alcune valorizzazioni in negativo rimangono marginali per un lungo periodo e, allimprovviso, con il concorso di determinate condizioni, prendono il sopravvento. Penso sempre ai re francesi prima della rivoluzione: ancora negli anni Trenta del Settecento il popolo amava il suo re ed era pronto a perdonargli qualsiasi nefandezza, ma in una cinquantina danni fra scandali, immoralit dilagante, speculazioni di borsa e privilegi il rapporto si deteriorato. Il negativo ha prevalso sul positivo, fino al punto che, nel 1789, il rapporto si rotto, irrimediabilmente aprendo la strada ad una rivoluzione di cui, sulle prime, nessuno avrebbe saputo prevedere lesito. Il calcio si pensi ai sempre pi frequenti ricorsi alla giustizia ordinaria, alle libere sottoscrizioni non rispettate, alla perdita di autonomia, al falso dilettantismo ed al professionismo mascherato, alla slealt ed alla corruzione sempre pi diffuse, al doping - corre rischi simili. E per questa ragione che ciascuna componente del suo movimento dirigenti, giocatori, allenatori, arbitri dovrebbe impegnarsi nel partecipare ad un nuovo patto etico che ne salvi lintima coerenza. Letica del Mister Fermo restando il principio che ciascuno libero di crearsi i propri valori e di provare a condividerli con altri, a seconda delle condizioni in cui opera, vorrei proporne alcuni che, perlomeno, possano costituire un banco di prova per lallenatore. Una sorta di piccolo esperimento mentale in cui ciascuno potr misurarsi, accettando o scartando a seconda dei criteri utilizzati. Valori che governano limmagine di s dellallenatore - continuare la propria formazione considerandolo un processo sempre aperto - assumere un atteggiamento autocritico - essere controllato nella valutazione - avere il senso dellautonomia e assumersi lonere delle responsabilit - avere conoscenze dettagliate - attribuire valore a ci contribuisce ad aumentare le sue conoscenze - avere una forte moralit - mantenersi coerente Valori che governano il rapporto Allenatore-Calciatore - deve mostrarsi emotivamente distaccato senza diventare insensibile - non deve preferire un calciatore allaltro senza poterlo motivare tramite lapplicazione di un criterio esplicito - deve ottenere e mantenere la fiducia del giocatore - deve allenare in modo adeguato e mai frettoloso - conoscere il calciatore come persona e dedicare attenzione al suo versante psicologico e sociale - deve prescrivere tutti i test scientificamente probanti per ottenere delle qualit del calciatore il riscontro pi chiaro possibile

ha diritto al ragionevole compenso ha diritto ad una sua vita normale ed al giusto grado di privatezza da condividere con la sua famiglia, ricordandosi sempre, tuttavia, di essere personaggio pubblico.

Valori che governano le relazioni con i colleghi e lambiente societario - deve rispettare la reputazione dei colleghi - deve dirigere i membri dello staff tecnico senza dominarli e tuttavia assumendosi la responsabilit del loro standard operativo - se ne sente la necessit, deve saper chiedere lintervento di consulenti (nessuno obbligato a saper tutto; sempre pi produttivo ammettere le proprie carenze che avventurarsi in tentativi per i quali non si preparati) - in quanto persona, prima, e in quanto professionista responsabile, poi, deve prendere parte alla vita civile della comunit di appartenenza, manifestando con lealt le proprie opinioni e dichiarando i criteri che le guidano - deve fare tutto quel che pu per prevenire degenerazioni della passione sportiva nel proprio ambiente di lavoro - a meno di evidenti incongruenze, in pubblico deve dichiarare la piena condivisione degli obiettivi e dei metodi della societ per cui lavora. Elogio della coerenza ? S, ma indubbio che qualcosa trami contro questa coerenza. Cose che vengono dal passato. Ancora tra noi. Il carisma Carisma parola di origine greca, charis era la grazia, il dono ricevuto dagli dei, quel che presto nelle parole del San Paolo della Prima lettera ai Corinzi diventer il dono dello Spirito Santo riassumendo in s tutta una serie di capacit: la sapienza, la scienza, la fede, la facolt di guarire e quella di operare miracoli, le virt profetiche, il discernimento degli spiriti, la competenza di tutte le lingue del mondo. In quanto categoria da investire sulla persona, il carisma lo si ritrova anche in culture molto diverse dalla nostra. Spiega lantropologo Clifford Geertz, per esempio, che analogo al carisma e analogo al mana o allelettricit spirituale -, nel nordafrica il concetto di baraka, il dono di un potere soprannaturale che gli esseri umani, dopo averlo ricevuto, possono usare in modo naturale e pragmatico, una sorta di somma di quelle virt come la forza, il coraggio e lenergia che permettono ad alcuni di prevalere su altri. Agli inizi del Novecento, il filosofo e sociologo Max Weber dedic alcuni studi al carisma, definendolo come la qualit extraquotidiana di un uomo, ma pi tardi comprendendo come tale definizione fosse pi adatta alla cultura esoterica che a quella scientifica ripieg su una definizione di carisma che non riguardava la sua presunta natura quanto piuttosto il modo con cui, generalmente, viene considerato. Norbert Elias, tuttavia, gli rimprover sempre lidea di considerarlo una grazia speciale tanto vero che Weber parlava addirittura di carisma ereditario - e quindi qualcosa di magico e, come tale, sottratto allindagine scientifica. Del carisma si parlato anche negli studi psicoanalitici. Heinz Kohut racconta di aver avuto fra i suoi pazienti alcuni leader carismatici e di averne dunque potuto constatare alcune caratteristiche comuni: lautostima, per esempio, o la straordinaria mancanza di incertezze, o la notevole presunzione, o la vanit e lesibizionismo. Per lui la persona carismatica quasi patologica avrebbe una personalit vicina alla psicosi e soffrirebbe di perversioni sessuali, tanto da far pensare a qualche trauma infantile. Chi investigasse approfonditamente sulla biografia di alcuni dittatori, daltronde, non farebbe fatica a riscontrare i sintomi indicati da Kohut. A mio parere, pi che sullanalisi della categoria, sulle condizioni della sua applicazione che dovrebbe orientarsi lattenzione di chi voglia cogliere il senso politico delle parole e del pensiero

chesse designano. Il carisma potr essere ricondotto pi o meno correttamente alle sue origini ed alle sue componenti religiose, magiche ed esoteriche in genere e si potr anche discutere sulla sua natura individuale e sulle condizioni in cui tale natura si estende ad altri -, ma resta il fatto che loggetto di studio pi interessante non costituito da colui al quale il carisma viene attribuito, ma da colui che lo attribuisce. E in costui che si rivela una sorta di sudditanza di principio, lesigenza di unaccettazione, un atteggiamento di passivit che gli fa conferire ad altri una grazia speciale che, in quanto tale, lo esenti dalle proprie responsabilit. Assegnare a qualcuno il carisma, allora, sta innanzitutto per una rinuncia personale: lui pu, io non posso, io non me la sento, decide lui, io obbedisco e obbedisco ciecamente. Da quanto detto, si deduce facilmente che non so quanto possa sentirsi davvero felice quellallenatore cui viene riconosciuto questo famoso carisma. Da un lato, pu usufruire di atteggiamenti subordinati e di comportamenti molto ossequiosi, ma, dallaltro, non pu dimenticare che lui stesso, per il tipo di impresa che conduce, ha bisogno di persone mature, responsabili, capaci di decisioni in piena autonomia. Il che non vuol dire che certi riconoscimenti da parte dei componenti di un gruppo non servano alleconomia complessiva del gruppo stesso. Chi guida gli altri deve avere prestigio, per esempio, ma, come abbiamo gi constatato, questo prestigio deve continuare a guadagnarselo. Sarebbe quantomeno opportuno, in altre parole, che, con lassegnazione di carisma non si contrabbandasse adulazione un altro gente patogeno della coesione dei gruppi e dellequilibrio di chi lo comanda. Non a caso, dietro la maschera pubblica di persone considerate provviste di carisma sono state spesso rinvenute cospicue dosi di cinismo e, attorno a questi, tutto un rifiorire di atteggiamenti opportunistici. Il Mister, allora, dovr stare bene attento alla trappola che lo aspetta. Dare sempre il meglio di s, daccordo, ma mantenendo un atteggiamento autocritico e incentivando lassunzione di responsabilit nella squadra. Seguendo con scrupolosa discrezione, peraltro, quei processi di assegnazione di carisma o di richieste in tal senso che possono aver luogo allinterno della sua squadra. Sia perch costituiscono comunque preziose informazioni sulla personalit delle persone cui deve rivolgersi, sia perch in determinati casi questi processi molto meglio guidarli che subirli. Una volta compiuti, infatti come ogni valorizzazione consolidata -, difficile sradicarli.

La superstizione Una certa concezione del carisma, dunque, sfiora la superstizione vera e propria. Qualcosa o qualcuno pu risolvere i problemi per noi. A quanto sembra il fenomeno si riscontra anche nella vita di altri animali. Letologo Danilo Mainardi spiega, per esempio, che i colombi, associando in un rapporto di causa e di effetto alcuni loro movimenti allottenimento del becchime, tendono a ripeterli, anche ossessivamente, come se portassero bene. Comportamenti simili fare due passi indietro, allungare o retrarre il collo, girare su s stessi -, li si notati anche nei merli e nelle scimmie. Nella cultura umana la superstizione trova i suoi fondamenti nelle teorie animistiche che, in pratica, sostenevano essere animata e vivente qualsiasi cosa dai sassi alle stelle. Tutti gli elementi hanno unanima, traduceva Alberto Magno dai pochi frammenti rimasti dei filosofi greci. E se tutto ha unanima dobbiamo aspettarci qualsiasi cosa da tutto: dal gatto nero che ci attraversa la strada come dallaglio o dal ferro di cavallo appeso sulla parete di casa. Pur di scrollarci responsabilit di dosso, non badiamo a spese in fatto di credibilit. Siamo perfino disposti a concedere autonomia a qualche pezzo di noi stessi. Faccio lesempio della mano. Nel 1852, Grard de Nerval scrive La mano incantata, dove si parla di un debito non pagato e di una mano che, agendo per conto proprio, schiaffeggia un magistrato e fa finire il suo ignaro proprietario, gi accusato di omicidio, fin davanti al boia, che sar costretto a

tagliarla via dal corpo del giustiziato per liberarsene. Ispirandosi molto liberamente a questo racconto di Nerval, nel 1943, Maurice Tourneur ha diretto La mano del diavolo, un film con Pierre Fresnay. Nel 1981, poi, anche Oliver Stone ha diretto un film intitolato La mano basato su di una trama che presentava parecchie analogie con i modelli precedenti: a partire da una mano che viveva la sua vita raddrizzando i torti subiti dalla persona di cui faceva parte. Cos una mano staccata dal corpo anche al centro di un altro film ancora con il medesimo titolo La mano, diretto da Henri Gleaser nel 1969 e cos ritroviamo una mano a piede libero (mi si passi la metafora) in un film di Arau, con Woody Allen, Ho solo fatto a pezzi mia moglie. Con i disegni di Chas Addams (La famiglia Addams) e con la serie televisiva successiva (cui, a loro volta, hanno fatto seguito due film), la mano che gironzola per casa e si comporta come un personaggio vero e proprio diventata divertimento per bambini. Evidentemente, il tema pesca nel profondo e nellideologicamente consolidato. A sorreggere lidea di un corpo smembrabile in corrispondenza di una morale altrettanto smembrabile e a conferire ad un segmento particolare di questo corpo, la mano, uno statuto privilegiato sta tutta una letteratura diffusa e una tradizione popolare di lungo corso. Il chirurgo sudafricano Chris Barnard, effettuando nel 1967 il primo trapianto di cuore umano, ha legato il suo nome ad un dibattito ideologico di cui siamo solo agli inizi. Fino a che si trattava di denti o di peli i comitati etici tacevano, ma con il cuore sarebbe parso evidente anche ai pi ottusi che ci si buttava in un vicolo oscuro che non si sapeva bene dove potesse sbucare. Nel 2000, per esempio, Barnard dice che il trapianto di mano non si deve fare. Che chi riceve la mano altrui deve sottoporsi alla somministrazione di potenti immunosoppressori e che, da ci, potrebbero derivargli le sette piaghe dEgitto. Barnard porta, dunque, ragioni di ordine biologico a sostegno di una tesi che, in altri tempi, avrebbe fatto ricorso a tuttaltre argomentazioni. A riprova ennesima che le idee, pronte a riespandersi, sopravvivono in nicchie culturali spesso ignorate, tuttavia, al contempo dobbiamo anche fare i conti con i problemi di due trapiantati, non personaggi da racconti a fumetti, ma persone in carne e ossa magari non tutte proprie. Sia ad un americano di nome Scott che ad uno neozelandese di nome Hallam, a quanto pare, sono state attaccate mani di assassini, ma, mentre al primo la cosa pare indifferente, il secondo, angosciosamente schifato, prega i medici di riamputargliela. Sa che la mano di un assassino e, pi la guarda, pi se la stropiccia con quella innocente, pi la teme meno vorrebbe averla. La lava e la rilava, ma la colpa la colpa altrui - non va via. Qualcosa di molto simile ha costituito una sorta di esperimento psico-culturale effettuato in Inghilterra nel 2006. Sono state offerte dieci sterline a chi, fra un gruppo di persone, avrebbe accettato di indossare un vecchio maglione blu al posto del proprio. Come lecito attendersi, i disponibili furono parecchi. Poi, per, ciascuno venne informato del fatto che il maglione che gli era toccato in sorte era quello appartenuto ad un famoso serial killer. Immediatamente diminu il numero di coloro che accettavano il maglione e non solo: coloro che avevano accettato venivano tenuti a debita distanza da coloro che avevano rifiutato. Lanimismo ritorna trionfante. O, forse e meglio -, non mai sparito. Ma in seguito ad esperimenti di questo genere, c stato anche chi ha formulato una teoria giustificatoria. In base a questa dovremmo ritenere la superstizione un fenomeno positivo o, anzi, un vero e proprio vantaggio evolutivo, perch la superstizione avrebbe la funzione di tranquillizzarci, regalandoci il senso di un controllo sulle cose. Poco importerebbe se questo senso illusorio, perch, in definitiva, avrebbe conseguito ugualmente un risultato importante. Ha ridotto il nostro stress. Inutile far notare come, con argomenti simili, si giustificherebbe qualsiasi cosa: anche Caino, presumibilmente, riduce il proprio stress nel momento in cui ammazza Abele e ci costituisce per lui un bel vantaggio evolutivo -, ma ci non depone affatto a favore di una migliore convivenza fra esseri umani. Lallenatore superstizioso che manifesta la propria superstizione o che giustifica comportamenti superstiziosi da parte dei propri giocatori non sta svolgendo bene il proprio lavoro. Rinuncia alla cultura del suo stesso incarico professionale. Rinuncia ad assumere quellatteggiamento scientifico che costituisce il suo sapere ed il suo saper fare, si mostra fragile ed

insicuro, delega le proprie responsabilit ad altro o ad altri e, infine, ingenera scarichi di responsabilit nelle persone che lo circondano.

Lo star system Racconta Edgar Morin che, fra gli oggetti pi comunemente inviati in dono ai divi del cinema, cerano il pullover, la tabacchiera, fotografie, bambole, fiori, petali, amuleti, perfino pelle staccata da se stessi e immaginette sacre. Il potere epidemico della star, con il cinema, divenne pressoch inarrestabile. Volontariamente o involontariamente fungono da modelli di comportamento e, tramite i personaggi interpretati sullo schermo, acquisiscono valenze nella vita vera. Allorch Clark Gable, in Accadde una notte un film del 1936 si tolse la camicia ed apparve cos senza canottiera, le vendite delle canottiere, in America, crollarono. Milioni di donne, nel mondo, si sono affrettate a cambiare acconciatura o a cambiare il colore dei capelli, adottando londa bionda sullocchio di Veronica Lake o il biondo platino di Jean Harlow. Lo stesso stato per le labbra di Joan Crawford. Quando, verso la fine degli anni Trenta, il cinema impose il personaggio di bambina di Shirley Temple sorsero improvvisi e numerosi gli istituti specializzati nella cura della bellezza dei bambini. Il potere attrattivo della star tale che sono stati inventati e funzionano tuttora i concorsi di somiglianza: stato cos per Marilyn Monroe, per Rossana Podest e per Elvis Presley (Adriano Celentano, per esempio, deve linizio della sua carriera allimitazione di Presley). Spesso le star debordano dai limiti della finzione ed entrano prepotentemente nella storia di tutti noi. Dopo che Gary Cooper, nel 1941, ebbe successo con Il sergente York un film che giustificava lintervento degli americani nella seconda guerra mondiale si parl di candidarlo alla presidenza degli Stati Uniti. Allepoca non se ne fece niente, ma anni dopo, nel 1980, a Ronald Reagan la cosa riusc. Quando, nel 1926, mor Rodolfo Valentino due donne si uccisero davanti alla clinica e vi furono scene di disperazione un po ovunque. Nel 1946, dopo aver visto Michle Morgan nel film La sinfonia pastorale dove interpreta la parte di una ragazza cieca -, una ragazza francese diventa cieca a sua volta. Attorno alle star soprattutto attorno a quelle andate incontro ad un tragico destino si alimentano le leggende, come quelle che vorrebbero che la star in realt non sia affatto morta, ma, per ragioni pi e meno segrete, continuerebbe una seconda vita in qualche clinica di lusso o in paesi lontani. Si disse cose del genere di James Dean e di Elvis Presley cos come, peraltro, di personaggi come Napoleone e Hitler. Nel passato abbiamo assistito ai tentativi di alcuni campioni sportivi di mantenere il proprio ruolo o di migliorarlo trasferendosi nello star system del cinema. E stato il caso di un pugile come Marcel Cerdan come della pattinatrice Sonja Henie (che, nel momento del suo successo aveva fatto moltiplicare del 150% la vendita di pattini negli Stati Uniti). O quello, sfortunato, del pugile Tiberio Mitri. O, pi recentemente e pi fortunato, quello del calciatore Eric Cantona. Oggi, di questi trasferimenti avventurosi non ce n pi bisogno: il calciatore gi nello star system e anche lallenatore, in certi casi fortunati e, anzi, in certi contesti, ha decisamente preso il posto dellattore cinematografico. Nei confronti di chi partecipa dello star system sono diffusi atteggiamenti di sottomissione. Gli viene riconosciuto carisma, talento, genialit, bellezza, forza, abilit speciali. Eassunto a modello fisico, culturale, comportamentale. E in questo sistema calciatori e allenatori sono potenzialmente cooptabili. C chi psicologi evolutivi ed etologi si dato da fare per dimostrare che questa sottomissione deriverebbe da un impellente bisogno di star che ci verrebbe trasmesso da madre natura. Alcune delle argomentazioni a sostegno di questa tesi sono particolarmente divertenti: 1. Hanno fatto vedere a femmine di quaglia film in cui alcuni maschi si accoppiano con altre femmine di quaglia e poi hanno fatto incontrare queste spettatrici con vari maschi fra i quali

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quelli visti nel filmato. Bene, le femmine sceglievano come partner quelli gi visti allopera e rifiutavano gli altri. Potremmo chiamarlo il caso del pornofilm per quaglie. La spiegazione in termini evoluzionistici ovvia: ai fini di un pi sicuro successo riproduttivo, le femmine si accoppiano pi volentieri con maschi gi testati e quindi di maggiore affidabilit. Hanno fatto vedere fotografie di macachi maschi adulti dominanti ad altri macachi maschi situati pi in basso nella scala sociale. Bene, per vedere queste fotografie i macachi erano disposti a pagare in porzioni di cibo, mentre per vedere fotografie di maschi pari situati non erano disposti a pagare affatto. Calcoli alla mano, sembra che il valore attribuito alla fotografia di un maschio dominante corrispondesse a quanto erano disposti a spendere per vedere fotografie di zone pubiche di femmine. Vedere i grandi, insomma, farebbe bene. Li si pu studiare per imitarli successivamente. Le femmine in particolare sarebbero attratte dai protagonisti maschili dello star system, perch li considererebbero maschi dominanti e, dunque se non altro per i lauti guadagni -, nella miglior posizione per proteggere la prole eventuale. La passione per le star potrebbe essere originata da una reazione pi banale. Forse il semplice effetto della familiarit. Sono i pi esposti sui giornali, nelle televisioni, nelle chiacchiere della gente e, a quanto pare, pi vediamo una faccia, pi tendiamo ad assegnargli un valore positivo. Se sempre l, insomma, un motivo ci sar. Questa argomentazione darebbe ragione a quei candidati elettorali che riempiono della propria faccia i muri cittadini. E poi c leffetto domino. O la frettolosa salita sul carro dei vincitori. E possibile amare una persona soltanto per il semplice fatto che la si sa amata da numerosi altri. Un esperimento a conferma ? Alcuni volontari devono bere un bicchiere di Coca-Cola ed uno di Pepsi-Cola senza sapere in quale ci sia luna e in quale ci sia laltra. Bene, a quanto sembra la maggioranza preferisce la seconda, ma se, invece, sanno cosa stanno bevendo preferiscono la prima. Daccordo, viene qualche dubbio su chi abbia commissionato questa ricerca, ma ugualmente interessante la spiegazione che del fenomeno vien data: una parte precisa del nostro cervello - la corteccia prefrontale si attiverebbe, farebbe i suoi conti con la memoria, stabilirebbe che la Coca-Cola pi famosa della Pepsi-Cola e interverrebbe sul gusto, inducendo a percepire la prima bevanda come di gusto pi gradevole.

Altri studi, poi, mettono in evidenza anche alcuni pericoli conseguenti a questo bisogno di star: 1. Chi vede fotografie di neonati si sente pi vecchio, chi vede fotografie di una donna bellissima si sente pi brutta, chi vede la fotografia di Einstein si sente pi stupido e via dicendo. Allora, ecco che questa pratica rischia di far crollare i livelli di autostima delle persone. 2. Il culto delle star aumenterebbe le difficolt nello stabilire contatti sociali positivi nel proprio ambiente. 3. In particolare, gli adolescenti che ammirano le star si riterrebbero insoddisfatti del proprio aspetto fisico. Fossero questi i soli effetti secondari dello star system, tuttavia, non ci sarebbe da preoccuparsi granch. I media hanno gi provveduto da tempo ad offrire in pasto ai propri seguaci anche laltra faccia della medaglia delle star, che, raramente, ci vengono propinate come perfette, ma pi spesso in forma meno idealizzata se non addirittura degradata. A mio avviso, invece, su alcuni effetti niente affatto secondari occorrerebbe riflettere in modo approfondito:

a) Ho gi evidenziato come, fra le conseguenze di ogni forma di superstizione, vi sia lo scarico della responsabilit del singolo. Ugualmente vanno le cose passando dalla dimensione limitata del gruppo o della squadra a quella della societ del suo complesso: lo star system risulta perfettamente funzionale alla delega di quelle responsabilit politiche che ciascuno di noi chiamato ad assumersi in quanto cittadino. b) Vengono dispensati privilegi sociali particolarmente accetti proprio perch dispensati a un segmento protetto del corpo sociale - e in ci lo star system contribuisce allaumento dellasimmetria nelle relazioni umane. c) Gli viene riservata unindulgenza sociale pi estesa rispetto a quella riservata ad altre categorie di persone. Il campione pu dire la sua su molteplici argomenti, praticamente su tutto, e pu permettersi di affermare anche cose sbagliate senza che nessuno glielo rinfacci. Non solo: il campione pu trasgredire, mantenere comportamenti poco consoni alla morale comune, commettere irregolarit e fin reati senza che quella famosa legge che dovrebbe essere uguale per tutti gli presenti il conto. d) La biografia stessa di coloro che hanno fatto parte dello star system riceve una sorta di diritto alla manutenzione. Alcune vite risultano quindi amputate: se ne ricorda solo gli aspetti positivi e si cala un velo pietoso sugli aspetti negativi (se a picchiare la moglie un campione, la cosa presto dimenticata: rimarr memoria della sua impresa sportiva e cos anche se al posto del campione c il genio artistico). e) Al campione come allartista viene riconosciuto il tocco magico. La sua prestazione risulta ineffabile e, come tale, viene sottratta dautorit allanalisi. Anzi, entra in vigore perfino quello strano principio in virt del quale lanalisi farebbe svanire la qualit stessa della prestazione poesia, bellezza, abilit. f) Viene indotto il feticismo. Come nel sistema religioso si assegna alle immagini dei santi compiti terapeutici e di salvezza, cos a qualsiasi cosa appartenuta al campione autografo, fotografia, oggetti, indumenti si assegna un valore speciale. g) Si incoraggia losmosi di vita e spettacolo. Visioni estetizzanti dellesistenza, dove il successo diventa la misura del proprio operare. Per quanto concerne, poi, le giustificazioni evoluzionistiche va tenuto presente che i meccanismi dellevoluzione culturale predominano su quelli dellevoluzione naturale: mangeremmo forse cos male fino allobesit se cos non fosse ? Ci faremmo cos tanto male come ce ne facciamo se fossimo diretti sempre dallevoluzione naturale ? Il Mister, quindi, dovr ben guardarsi dallincentivare il senso di appartenenza o lambizione di appartenervi dei propri giocatori allo star system. Lunico antidoto alla veneficit di questo sistema - che prima che una categoria sociale rappresenta una forma mentis - rappresentato dalla consapevolezza dei processi di valorizzazione. Soltanto educando a ci possibile limitarne i danni sia in rapporto al singolo che in rapporto al gruppo. La gestione del talento Quanto detto fin qui va tenuto ben presente allorquando si presenta allallenatore quel problema che, spesso, si vorrebbe fosse costituito dalle circostanze in cui chiamato a gestire un giocatore particolarmente talentuoso. Se ne parla come di un problema, perch, implicitamente, vengono attribuiti a questo tipo di giocatore di solito, un attaccante caratteri particolari, secondo il vecchio e usurato schema culturale che vede il genio anche pieno di difetti difetti che gli dovrebbero essere perdonati in cambio della sua genialit. Il giocatore di talento, allora, sarebbe indisciplinato, anarcoide, difficilmente piegabile alla logica del collettivo. E, conseguentemente, metterebbe in imbarazzo il suo allenatore, perennemente indeciso sul modo di trattarlo con la stessa severit con cui tratta tutti gli altri, o con indulgenza ? E se con indulgenza, come far s questo scelta non inneschi processi negativi fra tutti gli altri ?

A mio avviso, il perdurare di questo problema soltanto frutto di malintesi e delle condizioni di sudditanza in cui, a volte, viene a trovarsi lallenatore accettandole, senza trovare il coraggio professionale di ribellarvisi. Innanzitutto, non affatto vero che, in quanto tale, il calciatore di talento non sia facilmente integrabile nel gruppo della squadra. E vero, se mai, il contrario: che, proprio perch ha del talento, pu integrarsi meglio di altri. Ha doti naturali, ha di fronte a s un percorso pi agevole di quello che devono percorrere i colleghi meno fortunati. Labilit un vantaggio e deve rimanere tale, non diventare un handicap. E la cattiva educazione ricevuta, piuttosto, che rende difficile lintegrazione di chiunque in qualsiasi gruppo sia del giocatore di talento che, allora, anche di quello che di talento non ne ha. Se, nel Settore Giovanile, gli istruttori hanno svolto il loro compito con rigore correggendo dove si deve correggere, educando alla lealt ed alla logica del gioco collettivo -, non sorgeranno problemi allorch il giovane talento diventa professionista. Ma, se fin dal Settore Giovanile, sono stati usati due pesi e due misure, se i giovani calciatori sono stati educati ad una cultura individualistica, presumibile che, prima o poi, sorgano problemi di convivenza allinterno delle squadre e che di fronte a questi problemi lallenatore, per quieto vivere magari non sentendosi pienamente protetto in eventuali decisioni dalla societ -, protragga uno stato di sostanziale passivit nei confronti di comportamenti poco cooperativi e, dunque, poco utili agli interessi collettivi. Cos facendo, peraltro, non si fanno neppure gli interessi del giocatore di talento che si vorrebbe proteggere, perch sentendosi privilegiato e godendo di una sorta di immunit perenne non pi motivato a raffinare le proprie doti, si allena male e, in partita, utilizza del proprio talento pi per s che per il risultato collettivo. Il calciatore mancino Un caso particolare di valorizzazione nel bene e nel male quello del calciatore mancino, che si trascina dietro la lunga storia essenzialmente discriminatoria di tutti i mancini di questo mondo. La mente del sapiente si dirige a destra e quella dello stolto a sinistra, dice l Ecclesiaste, e da l in avanti le cose non cambiano pi. Generalmente, lAntico Testamento documenta la potenza positiva della destra. C un unico caso in cui la sinistra serve a qualcosa. E serve per ingannare. E il caso di Eud che assassina (con la mano sinistra) il re Eglon, che occupava Gerico e minacciava le trib israelite. Nel Nuovo Testamento, il calco ideologico non cambia. Nel Discorso della montagna, dove Ges Cristo consegna ai discepoli una sintesi del proprio insegnamento, dice se la tua mano destra ti occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te. La gerarchia fatta. Pierre-Michel Bertrand, nella sua Storia dei mancini, ricostruisce la storia di questa gerarchia, con grande attenzione rivolta al modo con cui le lingue designano la disparit (per esempio: mancino, viene dal latino mancum, infermo, difettoso, mancante), alle forme della rappresentazione del mancinismo ed alla simbolica delle mani conseguente (Eva, negli antichi dipinti prende la mela dallalbero con la sinistra) e, soprattutto ai protagonisti storici che hanno reiterato con le loro teorie o subto lo stigma sociale. E in ragione di ci che Bertrand pu classificare i suoi personaggi in tre gradi di disgrazia: i mancini disprezzati, i mancini tollerati e i mancini ammirati. Per secoli il mancinismo stato severamente represso. Ancora pochi anni or sono, ad alcuni bambini veniva legata la mano sinistra dietro la schiena in modo che usassero solo la destra. Ancora nel 1907, Sir James Crichton-Browne sosteneva che, nel recente glorioso passato della storia dInghilterra, cerano stati momenti in cui n un magistrato, n un vescovo e neppure un deputato erano mancini. E che, ancora attualmente, non cera neppure un mancino e neppure un ambidestro - nellAccademie reali inglesi e scozzesi. Tuttavia, proprio dalle democrazie anglosassoni che comincia a spirare un vento di liberalizzazione pi o meno verso la fine dellOttocento. Ma gi Beniamino Franklin (1706-1790) aveva scritto la Petizione della mano sinistra per coloro che sono incaricati di educare i bambini.

LAustralia il primo paese a togliere il divieto di usare la mano sinistra a scuola. Dal 1900 al 1960 la popolazione mancina cresce dal 2 al 13%. Pi o meno accade lo stesso a partire dagli anni Venti negli Stati Uniti. Da un lato, si prese coscienza delle gravi conseguenze della repressione. Per esempio, la balbuzie. O altre forme di difficolt nellespressione e nelle relazioni comunicative. Dallaltro, come in Francia, il mutamento ideologico fu quasi lesito obbligato di una constatazione: dalla prima guerra mondiale, i francesi escono con due milioni di morti e quattro milioni di feriti. Ecco che, da difetto, luso della mano sinistra diventa una virt civile. Anche se il mondo continua ad essere costruito in modo da favorire i destri (si pensi alle maniglie di porte e finestre, per esempio), le cose, quindi, cominciano a cambiare e, dal 1937 al primo congresso internazionale di psichiatria infantile -, la psicologa Vera Kovarsky inizi una vera e propria crociata a favore dei mancini. Qualche ipotesi sullorigine della lateralit Se ci si dovesse chiedere il perch di questa lunga e non conclusa catastrofe, tuttavia, si andrebbe incontro ad alcune difficolt. In natura ci sono cose che vanno verso sinistra e cose che vanno verso destra: verso sinistra gli elettroni intorno al nucleo (in prevalenza) e le piante rampicanti; verso destra la doppia elica del dna e la spirale della conchiglia delle lumache. Gi dalle ricerche di Pasteur sappiamo che un cristallo pu far deviare la luce a seconda della sua composizione a destra o a sinistra. Rimase perplesso, tuttavia, di fronte ad un sale di acido tartarico, perch non deviava n a destra n a sinistra. Scopr cos che era formato in egual misura da molecole levogire e da molecole destrogire: il loro perfetto equilibrio faceva s che la luce non venisse deviata. La tesi dellanatomista francese Xavier Bichat (1771-1802) che il valore assegnato alla destra era conseguenza diretta delle tecniche di combattimento. Luomo eretto si rende conto che le ferite inferte sulla parte sinistra sono pi gravi di quelle inferte sulla parte destra. Decide cos di difendere la sinistra e offendere con la destra. La teoria sarebbe ragionevole se spiegasse perch la gerarchizzazione delle mani avviene anche nelle donne, che, dal combattimento, risultano escluse. Qualche teoria pi sensata o qualche teoria che renda pi sensata questa pu provenire dalla neurobiologia e dallo studio dellevoluzione dellasimmetria cerebrale. Come tesi del Corso Master organizzato dal Settore Tecnico della Federazione Italiana Giuoco Calcio a Coverciano, lallenatore Daniele Baldini, nel 2004, ha analizzato limportanza del calciatore mancino ai fini delleconomia complessiva della squadra. Nel gioco del calcio i mancini risultano particolarmente utili, dice Baldini, e ci dipende in gran parte dalla distribuzione dei componenti della squadra nello spazio di gioco. Tuttavia nel calcio come nella vita -, si dice anche spesso che il mancino abbia qualcosa di speciale. Tanto vero che, nel calcio, al mancino vengono spesso affidati ruoli per i quali prevista la massima creativit. La tesi si sofferma sullanalisi di alcuni esempi storici particolarmente significativi in tal senso (Sivori, Corso, Maradona, Recoba, etc.) nonch su unindagine relativa alla presenza ed allutilizzo di calciatori mancini negli organici delle societ impegnate nel massimo campionato. Nella parte conclusiva della tesi, Baldini giunge a proporre una serie di movimenti coordinati in fase di possesso palla in cui il giocatore mancino ottimizza la propria specificit per raggiungere lobiettivo. Il che serve anche a dimostrare che, se questa tipologia di calciatore considerata un po speciale, perch vengono a sovrapporsi motivi di ordine tecnico e motivi di ordine ideologico. Il giocatore mancino vale, innanzitutto, perch, in minoranza com, pu sorprendere lavversario ed effettuare giocate poco prevedibili in certe zone del campo che lallenatore sapr individuare a vantaggio dellutile di squadra.

Il controllo della comunicazione Una qualsiasi azienda che voglia verificare lefficacia della propria pubblicit o di una propria campagna promozionale particolare ha a disposizione due soluzioni abbastanza consolidate. Da un lato pu ricorrere alla tecnica dei sondaggi, dallaltro pu ricorrere ad unanalisi preventiva, a tavolino per cos dire, della comunicazione effettivamente immessa nel circuito pubblico. Nel primo caso, pu rivolgersi a societ specializzate o provvedere in proprio. Perlopi sceglie la prima alternativa: avr cos una visione dinsieme, quantitativa, della diffusione del suo messaggio e del modo con cui questo messaggio riuscito a farsi percepire dal pubblico e del modo con cui diventato oggetto di memoria. Se il campione di pubblico stato ben selezionato se cio risulta composto dagli strati di popolazione pi significativi dal punto di vista del rapporto tra prodotto e suo target (lobiettivo, il bersaglio) e se questo campione sufficientemente ampio, probabile che lazienda ottenga un quadro abbastanza credibile della situazione posta in essere. Abbastanza credibile, ovviamente, non significa perfetto: a me capita spesso, per esempio, di ricordarmi una pubblicit per qualche suo aspetto particolare, ma senza che ci comporti mai, da parte mia, alcuna premessa di acquisto del prodotto pubblicizzato. Nel secondo caso, invece, la verifica si svolge al puro livello teorico. I costi, ovviamente, sono enormemente inferiori e la credibilit dei risultati non peggiora poi un granch. Lidea di base quella che le operazioni mentali sono comuni a tutti compresi i parlanti lingue diverse -, che il linguaggio (parole s, ma anche immagini, simboli e segnali correlati) designi queste operazioni e che tutti questi significati selezionino i propri destinatari attecchendo laddove trovino le condizioni favorevoli, ovvero dove i valori risultino compatibili. Alla lunga raffinando lindagine sui rapporti tra linguaggi e pensiero, ricostruendo le mappe mentali relative alla storia culturale di individui e collettivit -, questa sar la strada maestra. Ma lallenatore che operi nelle condizioni attuali non ancora dotato di tali strumentazioni. Non unazienda e non pu fare investimenti per verificare lefficacia delle proprie comunicazioni al singolo giocatore o alla squadra. Per certi versi una persona come tutte le altre. Ogni padre vorrebbe sapere se riuscito davvero a convincere il figlio a fare questo ed a non fare questaltro. Ciascun lavoratore vorrebbe sapere se il collega merita tutta la sua fiducia. Chi si affida ad altri, poi, vorrebbe essere sicuro di non aver fatto una sciocchezza. Tutti noi, in altre parole, cerchiamo di costruire situazioni in cui scatti un feed-back (un meccanismo di retroazione) in virt del quale poter capire se linterlocutore ha veramente compreso quello che gli abbiamo detto, se lha fatto proprio, se lha convinto. E, come dicevo, abbiamo a disposizione soltanto qualcosa di pubblico per dissipare i nostri dubbi: a volte una faccia, a volte un corpo, a volte parole dette, a volte scritte, a volte una miriade di elementi pertinenti a quei linguaggi complementari il cui controllo, da parte degli interlocutori stessi, non sempre agevole. Pi se ne sa di come funzionano queste cose e meglio . Limportante che non si ritenga il comportamento pubblico come unica prova, positiva o negativa, di certe convinzioni: si pu eseguire un ordine senza essere affatto persuasi della sua necessit sulle prime lo si pu eseguire anche bene, ma questa mancanza di persuasione pu manifestarsi allimprovviso, magari in unoccasione fondamentale. Il dialogo franco e aperto la circostanza pi favorevole per eventuali verifiche. Ma crearne le condizioni non semplice. Nel rapporto tra il Mister e il calciatore, spesso, i ruoli di ciascuno rendono il dialogo un copione scontato, in cui ognuno fa banalmente la sua parte. E in ragione di ci che il Mister dovr inventare situazioni in cui il dialogo possa nascere e svilupparsi nella massima libert senza ordini del giorno e senza limiti di tempo rigidamente predeterminati -, anche in spazi non strettamente professionali. Rispetto alla massa indifferenziata degli individui, per, lallenatore gode della prerogativa di guidare una squadra e spesso, in questa dimensione, ricorre alla tecnica della campionatura. In formato mignon, se vogliamo, ma non molto diversa da quella cui ricorrono le grandi aziende. Il

Mister, in altre parole, tasta il polso alla squadra sentendo il parere di alcuni giocatori cui attribuisce facolt carismatiche, doti particolari di osservazione o un certo grado di persuasione gi accertato e ritenuto consolidato. I rischi di questa pratica peraltro molto in voga , ovviamente, sono molteplici. Non sempre doti carismatiche e capacit di osservazione degli altri vanno a braccetto e anche il pi veridico dei persuasi non esente da mutamenti di opinione. Non solo: agendo cos, si fa concreta leventualit di azioni che oggi vengono comunemente classificate come mobbing (e un tempo classificabili come pettegolezzo, sparlare, adulazione indiretta e tutte le forme tipiche della mobilit sociale interna alle squadre). Senza contare che lesercizio di questa pratica, per quanto possa essere tenuto nascosto, diventa presto di pubblico dominio, ingenerando gelosie, senso di esclusione o percezione di scarsa valorizzazione. Lo stesso staff tecnico che perlopi costruito dallallenatore medesimo e destinato ad accompagnarlo anche nel cambio di societ, mentre pi raramente costruito dalla societ e messo a disposizione dellallenatore soggetto e oggetto di comunicazioni delicate. Il fatto che, sovente, lallenatore in seconda venga scelto per sostituire lallenatore in prima, in proposito la dice lunga. Come, peraltro, il fatto che, altrettanto sovente, vengano a crearsi fratture tra lallenatore e il preparatore atletico. Al Mister, come alla societ, tocca il compito di verificare costantemente lo stato dei rapporti interni allo staff, ma meno saranno i problemi che incontra pi avr applicato alcune semplici regole che valgono per tutti i gruppi ristretti orientati alle medesime finalit: a) Definire nei minimi dettagli le mansioni di ciascuno, evitando nei limiti del possibile ogni sovrapposizione (anche avendo a disposizione due preparatori atletici, o due fisioterapisti, bene differenziarne i compiti); b) Diventare fin dal primo momento lunico collettore dellinformazione assumendosi anche lonere di mediarla ai dirigenti societari; c) Predisporre nel programma giornaliero le condizioni pi opportune per uno scambio di opinioni relative alle informazioni ricevute; d) Rendere ogni elemento dello staff protagonista di unimpresa comune; e) Ratificare i propri collaboratori di fronte ai giocatori f) Discutendo privatamente con un calciatore e riferendosi ad uninformazione ricevuta da un collaboratore citarne sempre esplicitamente la fonte (mai assegnare al collaboratore il ruolo di confidente: il modo pi sicuro per non tradirlo); g) Specificare i criteri relativi a qualsiasi discriminazione si ritenga opportuno far valere nei riguardi dei collaboratori (Per esempio: il Mister pu ritenere opportuno che, prima della partita o durante lintervallo, nessun collaboratore possa entrare in spogliatoio mentre lui sta parlando alla squadra. In considerazione della delicatezza della situazione da gestire, una soluzione rispettabilissima, ma non pu essere adottata in silenzio meglio dichiararla, e pattuirla fin dallinizio con i collaboratori); h) Dare atto pubblicamente dei meriti professionali dei propri collaboratori. Una societ di calcio pu essere considerata dal punto di vista dei flussi di comunicazione. Il magazziniere che dice la sua opinione sullumore di un calciatore al massaggiatore , innanzitutto, una comunicazione interna. Se il massaggiatore riferisce la cosa gonfiandola o meno ad un amico dietro la rete di recinzione, la comunicazione diventa esterna. Se questo amico informato riferisce a sua volta la cosa ad un giornalista o ad un tifoso e se questa cosa si trasforma in una notizia di giornale o in un coro della curva in occasione della prossima partita, ecco che la comunicazione esterna riprende il flusso contrario torna verso linterno. Ho fatto apposta lesempio minimo. Nella realt professionistica del calcio, ogni giorno partono dalla societ numerosissimi messaggi - ufficiali e meno ufficiali, ma in entrambi i casi potenzialmente idonei a suscitare reazioni e, quindi, messaggi in senso contrario. Ci sono i

comunicati stampa, le notizie diffuse tramite il sito internet, canali televisivi o radio dedicate, agenzie stampa, interviste rilasciate ai media pi diversi da parte del presidente, dei dirigenti, dei calciatori, dei collaboratori. E ci sono i comportamenti che possono trasformarsi rapidamente in messaggi verso lesterno (il tale stato visto in discoteca fino alle quattro del mattino; il talaltro ha litigato con la moglie). Allinterno, poi, la complessit della struttura organizzativa tende a tradursi nella complessit delle comunicazioni: e-mail fra il personale impiegatizio, messaggini telefonici a flusso continuo, i rapporti nello staff tecnico, i rapporti dellallenatore con i dirigenti, le comunicazioni della segreteria. Dallesterno provengono una quantit incalcolabile di stimoli: un giornale dedica uninchiesta alla societ, un altro pubblica una notizia relativa alla moglie di un calciatore, la societ citata in unintervista televisiva concessa da un dirigente di unaltra societ, sui muri della citt c una nuova pubblicit che mette in evidenza i colori sociali, una delegazione straniera chiede di assistere allallenamento. Si tratta di tre flussi di comunicazione sui quali il Mister pu poco. Non pu fermarne nessuno, lui stesso ne pi oggetto che soggetto. Ma pu e deve provare a influenzarne landamento e, soprattutto, pu e deve provare a controllarne la pericolosit nei confronti del proprio operato. Innanzitutto, chiedendo alla societ di registrare con precisione lentit del flusso verso lesterno e di monitorare al meglio il flusso verso linterno. Poi, chiedendo il massimo della coerenza interna, richiamando sia i collaboratori che i calciatori alla meta comune ed ai mezzi che sono stati scelti per raggiungerla. Nellanalizzare questi processi di comunicazione il Mister deve far tesoro di quanto ha imparato a proposito della molteplicit dei linguaggi, della loro funzione di reciproca complementarit e del modo con cui questi linguaggi veicolano valori. Dietro una parola, un segno, un comportamento, una relazione consapevoli o inconsapevoli che siano - vi sono scelte e queste scelte sono diretta conseguenza di processi di valorizzazione. Ogni stimolo, da questo punto di vista, per il Mister un sintomo del benessere o del malessere del corpo sociale che chiamato a governare. Meglio informato , prima e pi efficacemente potr intervenire. Senza mai dimenticare che lui stesso e qualsiasi cosa faccia oggetto di comunicazione e, come tale, giudicato. Il tempo dedicato allattenta lettura della rassegna stampa, o allincontro con il capo ufficio stampa o con i responsabili dei media interni, cos come quello dedicato alla sua presenza nei diversi ambiti della societ per esempio, alle partite della squadra Primavera, o allosservazione del settore giovanile -, non mai tempo perso. Pi duno mi ha detto: il problema sono i dirigenti. Sono tanti e, spesso, rilasciando allesterno comunicazioni diverse, mettono in difficolt sia la societ che lallenatore. Due suggerimenti, allora, per le societ. Inviare la rassegna stampa tutte le mattine a tutti, affinch linformazione dallesterno sia uguale per tutti almeno nei limiti del possibile. Reagire con grande tempestivit laddove c da reagire e comunicare subito la reazione ufficiale della societ a tutti i dirigenti. Per forza di cose sale il tasso di coerenza. Poi. Dopo lallenamento della squadra inviare leventuale comunicato stampa anche a tutti i dirigenti. Con il che linformazione verso lesterno magari non sar sempre e comunque uguale da parte di tutti, ma la responsabilit delleventuale differenza risulter pi chiara. Tutto ci, tuttavia, non pu far dimenticare una regola fondamentale dei rapporti umani che, facendo parte del nostro corredo ancestrale, informa di s buona parte del mondo animale. Nonostante tutte le tecniche escogitate allo scopo, nonostante tutti i marchingegni inventati, nulla pi probante in fatto di controlli di uno sguardo dintesa. L, a volte, in una frazione di secondo c di pi di quanto ci rivelerebbero giorni e giorni di indagini.

Le scienze del linguaggio e della comunicazione Chi si occupa di linguaggio e di comunicazione destinato a non riposarsi mai. Non solo oggetto del suo studio sono le parole, i comportamenti, le relazioni umane e tutto ci che lo circonda, ma anche tutte le forme in cui qualsiasi tipo di sapere viene espresso. Ogni scienza, infatti, comunica i suoi risultati tramite un linguaggio. E ogni scienza, dunque, si scontra con il problema di definire al meglio i significati che attribuisce alle parole che usa compito, questo, che, come abbiamo potuto constatare, non affatto facile ad eseguirsi. Ci si provi a chiedere ai fisici cosa significa energia o ai biologi cosa significhi vita, o agli psicologi cosa significhi psiche, o ai matematici cosa significhi numero e li si trover in difficolt o, se non in difficolt, in notevole contrasto fra loro. Una scienza dei significati, allora, dovrebbe essere il primo passo per potersi mettere daccordo fra scienziati e fra persone comuni. Ma questa scienza dei significati, a voler essere sinceri, ancora lontana: deve render conto delle operazioni mentali umane e deve superare tutti gli ostacoli che si frappongono a questo obiettivo. Nel frattempo ci si pu accontentare di tante curiosit e dei tanti problemi che sorgono per chi volesse soddisfarle con tante soluzioni magari provvisorie e parziali ma non per questo meno utili. E in considerazione di ci che posso affermare di aver colto informazioni, suggerimenti e ipotesi preziose da svariati rami del sapere che guardano al problema del linguaggio e della comunicazione da punti di vista molto differenti. Volendomi mantenere aggiornato, pertanto, non ho che limbarazzo della scelta. Dalle scienze che studiano il rapporto del linguaggio con il supporto fisico che lo rende possibile, per esempio, ci si pu attendere risultati importanti. Neurobiologia e neuroscienze in genere dispongono oggi di mezzi di indagine (quali la risonanza magnetico funzionale o la tomografia ad emissione di positroni) che stupirebbero non poco i pionieri della disciplina. Grazie a questi strumenti possiamo avere unidea delle aree neuronali attivate in corrispondenza con un determinato compito e dei relativi metabolismi. Dallinterpretazione evoluzionista di questi dati potremo formulare una vera e propria storia biologica del linguaggio cercando altres la connessione con quanto appurato dalla paleontologia, ovvero di quella disciplina che studia ci che rimane degli esseri viventi vissuti nel passato geologico. Si potr cos verificare unipotesi di fondamentale importanza quale quella del vantaggio evolutivo conferito alla specie animale che ha inventato il linguaggio - e precisarne i dettagli. Va da s, poi, che questi nuovi strumenti, per la prima volta, mettano la specie umana nelle condizioni di correggere eventuali anomalie del linguaggio. Si pensi, per esempio, alle afasie ed alla dislessia. Dalla genetica, poi, cominciamo ad avere unidea pi sensata di quanto sia mai stato ipotizzato sulla diffusione delle lingue nel pianeta e sulle modalit con cui alcune siano state originate da altre. La linguistica non ha mai avuto vita facile, ma nelle sue articolazioni rimane ancora una disciplina da cui attingere. Non tanto dalla sua forma pi teorica perch, volente o nolente, si trova di fronte larduo problema di definire i rapporti del linguaggio con il pensiero -, ma allorquando compara mette a confronto strutture grammaticali e sintattiche di lingue diverse -, o allorquando indaga quanto sulle forme delle parole (morfologia) o sulla loro origine (etimologia), o, anche, allorquando riconduce a quantit le componenti del linguaggio. Gli studi di semantica ci dicono qualcosa sui processi di significazione sottesi alla parola; quelli di sintassi che, come abbiamo constatato, non pu mai venir separata del tutto dalla prima ci dicono qualcosa sulle regole combinatorie in virt delle quali possiamo ottenere tutti i significati che vogliamo dalle singole parole; quelli di pragmatica aggiungono consapevolezze in ordine a cosa accade allorch le nostre parole si accompagnano allazione. Il mondo di ci che investiamo della facolt di essere segno analizzato dalla semiologia (o semiotica - la differenza sta nellarea culturale di riferimento degli studiosi in questione: se Europa e, soprattutto, Francia, semiologia; se America, semiotica), disciplina che, pur mostrando gli stessi

impacci della linguistica teorica, ha accumulato una gran mole di risultati (la moda, i fumetti, il design, i generi letterari, il cinema, la televisione, per esempio). Con la sua specializzazione in zoosemiotica si entra nellambito della comunicazione animale e ci si apparenta con letologia, una disciplina che, studiando il comportamento animale nel suo ambiente, indirettamente ci d rilevanti informazioni sulla nostra stessa vita sociale e sui presupposti con cui guardiamo alla diversit biologica. Ho sempre ricavato informazioni utili anche dalla prossemica. E la scienza delle relazioni spaziali e dei significati che attribuiamo loro. Cerca di individuare i criteri occulti e inconsapevolmente messi in atto nel mantenere, nellaumentare o nellaccorciare distanze, o nel modificare orientamenti corporei sia negli animali che nelle diverse culture che caratterizzano la specie umana. Mi viene da dire che, come la semantica e la semiologia, la prossemica costituisce lintroduzione a quel sano relativismo senza il quale il mondo non conoscerebbe nessuna forma di tolleranza con i guai che ne seguirebbero. Ma quale scienza, alla fin fine, se scienza davvero non porta al relativismo ? Forse, soltanto una scienza fondata a sua volta su una scienza dei significati. Il processo della persuasione, fin dallantichit greca e latina, stato ritenuto di tale importanza per la societ umana da essere oggetto di una scienza particolare: la retorica. Non senza cinismo, alcuni filosofi hanno anche formulato la teoria che ogni scienza, in definitiva, abbia in s almeno un pizzico di retorica. Il che, se guardiamo alla storia della scienza dove alcune teorie vengono rifiutate per secoli nonostante la loro maggiore coerenza rispetto alle teorie concorrenti -, non neppure unaffermazione tanto azzardata. Linguaggio e comunicazione, poi, sono oggetto delle discipline psicologiche. Dopo lottocentesca psicologia dei popoli che, in qualche misura, ha fornito il proprio contributo a quel clima razzistico che, nonostante tutti gli orrori cui ha dato vita, non sembra ancora del tutto svanito -, si sviluppata una psicologia del linguaggio e una psicolinguistica. Ma anche la psicoanalisi di Freud e la psicologia del profondo di Jung hanno analizzato il linguaggio e gli atti comunicativi correlandoli al loro modello esplicativo (inconscio, pulsioni sessuali represse, etc.). Non so cosa faccia un filosofo del linguaggio ed ho molti dubbi sullutilit degli studi di logica per quanto attiene il linguaggio, ma sono sicuro del fatto di aver imparato qualcosa anche da studi classificati con queste etichette: non bisogna farsi condizionare troppo dalla mappa delle facolt universitarie non sempre detto che rappresentino davvero punti di vista reciprocamente indipendenti o necessit che vadano al di l degli interessi personali dei professori universitari (mi ricordo unaffermazione curiosa, in proposito, del filosofo americano Rorty: Filosofia ? E quel che facciamo noi professori di filosofia in una facolt di filosofia). Nozioni importantissime ci sono giunte, poi, dallantropologia e dalletnologia. Non solo in relazione al linguaggio dei popoli primitivi, ma anche in relazione ai modelli della nostra vita quotidiana. La stessa cosa posso dirla per la sociologia: a maggior ragione se si tratta di quella particolare microsociologia con cui Goffman guard alla vita quotidiana come ad una sorta di rappresentazione teatrale dove, per lappunto, ciascuno di noi chiamato ad interpretare un canovaccio e a dire le sue battute interagendo con gli altri. Un discorso leggermente pi approfondito, infine, lo meritano due discipline che, in realt proprio due non sono. Mi riferisco alla cibernetica ed allintelligenza artificiale. La seconda figlia della prima, che, da Wiener, venne definita scienza del controllo e della comunicazione negli animali e nelle macchine. Negli anni Settanta del secolo scorso intelligenza artificiale prevalse e di cibernetica non se ne parl pi. Ma senza averne dimenticato i meriti. Infatti, a queste discipline dobbiamo progetti fondamentali come quello di costruire una macchina percettiva, che vedesse come noi e parlasse come noi, o come quello di costruire un programma per la traduzione meccanica da lingua a lingua, o quello di costruire un programma per il riassunto automatico di testi. Conta poco il fatto che questi progetti, perlopi, siano rimasti sulla carta. Resta il fatto che hanno costretto i ricercatori a guardare alle attivit umane relative il percepire, il categorizzare, il semantizzare con occhi diversi rispetto al passato, perch se vogliamo imitare qualcosa dobbiamo sapere innanzitutto come fatto, dobbiamo, cio, assumere quellatteggiamento di ingegneria

inversa che ci consente di individuare le operazioni costitutive del nostro oggetto di studio. Le difficolt incontrate, per esempio, nello studio della traduzione automatica ci hanno svelato molti aspetti del fenomeno linguistico fino ad allora insospettati. Cos queste discipline ci hanno posto di fronte ad unalternativa: o imitare solo il risultato di una serie di operazioni oppure imitare anche la serie di operazioni. E la stessa alternativa che c fra lottenere qualcosa a qualsiasi prezzo o lottenerla sapendo come si operato per ottenerla. Le ragioni economiche, ovviamente, fino ad ora hanno preso il sopravvento sulle ragioni modellistiche, ma non detto che, da queste discipline in futuro non ci si debba aspettare novit di portata rivoluzionaria. Intanto, dalla cibernetica del primo tipo quella del risultato innanzitutto , entro il 2053, ci dobbiamo aspettare il primo campionato del mondo di calcio per calciatori-macchine. Ma ancora con allenatori umani. Per fortuna. Io ho attinto da tutte queste discipline e cerco tuttora di seguirne le evoluzioni. Nei limiti del possibile. Sapendo che il mondo va avanti, che nessun sapere eterno e che ogni mio giorno ben speso se soddisfo una curiosit. Occupandomi di linguaggio e di comunicazione da oltre quarantanni, per questo libro, ho dovuto ovviamente riferirmi a quanto gi scritto in numerose occasioni. Innanzitutto a Pratica del linguaggio e tecniche della comunicazione, pubblicato presso la Societ Stampa Sportiva di Roma nel 1996, poi a libri come Dire e condire e Antologia critica del sistema delle stelle, pubblicati da Odradek, in Roma, rispettivamente nel 1999 e nel 2006. Senza dimenticare i saggi vari e articoli pubblicati sul Notiziario del Settore Tecnico della Federazione Italiana Giuoco Calcio e su altre riviste sportive.

Felice Accame Pratica del linguaggio e tecniche della comunicazione Sussidi didattici per l'allenatore di calcio e per chi comunica in condizioni difficili

Premessa Le comunicazioni dell'allenatore di calcio 1. Il linguaggio e la comunicazione Il linguaggio Il pensiero Il patrimonio dei costrutti linguistici Toni e pause La ricchezza dei mezzi espressivi Lo sguardo L'espressione facciale I gesti L'andatura Il corpo e la sua manutenzione Il vestiario Gli oggetti Esplicito ed implicito Il significato Il processo della comunicazione La creativit nella comunicazione e metafora Il valore Le narrazioni

la

natura

della

2. L'interazione comunicativa, i suoi presupposti suoi vincoli Rapporti simmetrici e asimmetrici L'interazione faccia a faccia L'interazione faccia a faccia in presenza d'altri L''interazione uno/pi L'interazione uno/pi in presenza d'altri L'enfasi Le attese La comunicazione a s stessi Auto ed etero contatti

ed

3. Il controllo dei processi di comunicazione e la menzogna

4. Le condizioni specifiche della dell'allenatore di calcio Colloqui privati e conduzione di gruppo Il primo approccio e il pre-campionato Prima della partita Durante la partita

comunicazione

Nell'intervallo Dopo la partita Le comunicazioni pubbliche L'intervista televisiva Il giornale sportivo e la sua evoluzione Il calcio in televisione L'uso dei filmati a scopi didattici Approfondimenti Le scienze del linguaggio e della comunicazione L'etologia La morfosemantica Il cervello e il linguaggio-pensiero L'attenzione La memoria Il repertorio dei verbi italiani che designano processi di comunicazione La comunicazione estetica Il linguaggio-pensiero animale Forme della comunicazione Destra e sinistra Il linguaggio cinematografico La partita di calcio come linguaggio La narrazione televisiva della partita di calcio Collettivo di pensiero e di attivit fra cronaca della partita di calcio e storia della scienza Nomi di ruolo nel calcio e metafore

Premessa Nell'ottobre del 1964 entrai nel Centro di Cibernetica e di Attivit Linguistiche dell'Universit di Milano e conobbi Silvio Ceccato. Quel che mi disse - e quel che diceva nelle lezioni che teneva in un corso che, allora, si richiamava alla "linguistica applicata" - doveva essere particolarmente convincente, perch, per un verso o per l'altro, ha continuato a informare di s la mia esistenza. A quel tempo, Ceccato era intento alla costruzione di una macchina che potesse osservare e descrivere e, con i pochi soldi che gli rimanevano a disposizione, proseguiva ancora gli studi per realizzare un'altra macchina che traducesse automaticamente da una lingua all'altra. Tuttavia, queste macchine - che un po' rimasero a livello di progetto sulla "carta" e un po' non superarono la fase delle prime sperimentazioni - in quanto tali a Ceccato importavano pochino. Quel che gli premeva - e quel che mi convinceva era l'idea dal quale era partito per progettarle e il significato di questa idea per la storia della nostra cultura. Si trattava di un principio di analisi che conduceva ad un modello dell'attivit mentale e dei suoi rapporti con il linguaggio. Bene, da l, in pratica, non mi sono pi mosso. Con lo stesso Ceccato, con gli altri due miei Maestri, Vittorio Somenzi e Giuseppe Vaccarino, che con lui avevano dato vita, gi sul finire degli anni Quaranta, alla Scuola Operativa Italiana, e con altri amici pi e meno coinvolti e incuriositi, ho continuato ad allargare le basi di allora, ad approfondirne le ragioni ed a svilupparne le implicazioni. Attivit mentale, pensiero, linguaggio e comunicazione sono diventati, senza rispetto per alcun confine disciplinare, il mio riferimento quotidiano - un riferimento senza il quale, peraltro, l'individuo non pu conferire senso alla societ di cui partecipa. Dal 1990 racconto questa mia esperienza - e non smetto di arricchirla - agli allenatori di calcio che, presso il Centro Tecnico di Coverciano, si accingono ad acquisire le competenze necessarie per affrontare una professione non facile che, sempre di pi, necessita di buone capacit nel comunicare e nel comprendere le comunicazioni altrui. In questo libro - che gi nella forma vuol mantenere una dimensione essenzialmente didattica, con una sezione conclusiva di "approfondimenti" che, entro certi limiti, possono anche esser letti indipendentemente dal resto del testo - ho provato a raccogliere ed a ordinare le mie lezioni e le numerose suggestioni che, dal dialogo con gli

allievi, sono scaturite. A questi allievi, dunque, va il mio primo ringraziamento per la collaborazione che ho ricevuto. Quindi mi corre l'obbligo di ringraziare sia il Settore Tecnico della Federazione Italiana Giuoco Calcio, per la pazienza con cui ha atteso il libro e per il sostegno che non mi ha mai fatto mancare, sia la Fondazione Museo del Calcio - Centro di Documentazione Storica e Culturale del Giuoco del Calcio, per la disponibilit dei suoi archivi e per l'attenzione riservatami. Infine, debbo ringraziare l'amico Carlo Oliva che, con la consueta saggezza, stato prodigo di consigli ed ha letto, e corretto, la prima stesura.

Marzo 1996

F. A.

Le comunicazioni dell'allenatore di calcio L'allenatore di calcio, come chiunque abbia responsabilit di guida nei confronti di altri, deve comunicare il proprio sapere e deve comunicarlo efficacemente. Pi di altri, tuttavia, l'allenatore di calcio si trova a dover comunicare in condizioni di particolare difficolt. Innanzitutto, parla a pi persone e anche quando parla ad una sola di queste quel che comunica deve aver significato e valore anche per tutte le altre, perch una squadra di calcio svolge un'attivit la cui natura strettamente cooperativa. Poi, parla in ambienti rumorosi o poco adatti ad impartire istruzioni nonch allo scambio di messaggi, spesso a interlocutori sotto stress fisico e psichico. Anche la natura diversa degli interlocutori pone qualche problema in pi all'allenatore, soprattutto al professionista. Deve parlare ai giocatori in allenamento, nel pre-partita, in partita, nell'intervallo, a fine partita -, ai dirigenti, ai giornalisti e, spesso, direttamente o indirettamente anche ai tifosi. Evolvendo il ruolo del calcio nello sport e nella vita politica e sociale - a livello planetario, si pu dire -, l'immagine dell'allenatore ha acquisito rilevanti caratteri di protagonismo e, dunque, comprensibile come altre doti vengano professionalmente richieste in aggiunta alla competenza tecnica. Non sono pi rari i casi in cui la fortuna di un allenatore viene decretata in rapporto alla sua capacit di comunicare con questo o con quest'altro attore del mondo che lo circonda. Occorre saper spiegare un modo di giocare alla squadra, altrettanto quanto occorre saper fronteggiare una dichiarazione pubblica o un'intervista televisiva. Una buona regola per chi comunica quella di rispettare la specificit di colui al quale si comunica. Ogni contesto ha le sue leggi e ogni tipologia di interlocutori implica un particolare stile di comunicazione. Per mettere in pratica questa consapevolezza, tuttavia, necessario chiarire in cosa consista il fenomeno stesso che vogliamo padroneggiare. Soltanto studiando la natura della comunicazione possiamo sperare di comunicare con efficacia, esprimendo al meglio il proprio pensiero e convincendo, quando ne sia il caso, gli interlocutori. Ogni comunicazione si avvale di un linguaggio. Il linguaggio Un graffio sul muro o il gorgoglio della macchina del caff, in quanto tali, nonostante siano fisicamente

costituiti pi o meno allo stesso modo, rispettivamente, degli elementi del linguaggio scritto e del linguaggio orale, non sono ancora linguaggio. Perch diventino linguaggio devono esser messi in rapporto con qualcos'altro, debbono, cio, designare qualcosa. Quando quello stesso graffio sul muro stato eseguito da qualcuno per segnalare che "di qui gi passato lui", o quando il gorgoglio della macchina del caff segnala a qualcuno che "il caff pronto", siamo di fronte ad elementi di un linguaggio, perch una parte fisica designante - stata messa in rapporto ad una sua controparte mentale - designata. Nel percepire il graffio, o il gorgoglio, senza neppure rendercene conto, stata lasciata attenzionalmente l'una e presa l'altra. L'uomo fa parecchie cose sapendo come fa a farle, ma ne fa anche tante altre di cui ignora praticamente tutto. Fra queste ultime c' il parlare. La maggior parte di noi parla senza che nessuno ci abbia spiegato come e perch lo facciamo. Quando arriviamo a scuola - dove ci viene spiegata la grammatica - per fortuna sappiamo gi parlare - la grammatica uno strumento classificatorio piuttosto problematico e, al massimo, pu contribuire a rendere pi elegante il nostro linguaggio. L'acquisizione della competenza linguistica un processo che avviene nei primi anni di vita senza che noi se ne sia consapevoli o se ne serbi memoria. Il passaggio attenzionale da un elemento designante al suo designato rapidissimo, questione di minuscole frazioni di secondi. Ogni linguaggio composto da tanti rapporti dinamici di questo tipo - rapporti che, caratterizzando alla base il significare, vengono detti "semantici"(dal greco "sema", segno, e "semaino", significo). Nel porre questi rapporti siamo liberi, ma, ovviamente, se vogliamo che il nostro linguaggio cos composto ci serva per parlare con qualcun altro, occorre che questi rapporti siano condivisi con il potenziale interlocutore, occorre, in altre parole, che si instauri un impegno semantico collettivo. Di fatto, come nasciamo, la comunit in cui nasciamo compie tutta una serie di atti nei nostri confronti affinch si impari a porre i rapporti gi posti e condivisi. E' l'educazione linguistica, ovvero la ripetizione di certe parole all'occorrenza di certe situazioni della comune esperienza. Sul piano strettamente neurofisiologico, stato messo in evidenza come, per l'acquisizione del linguaggio, si debba parlare di una vera e propria "et critica". Lenneberg sostiene che questo periodo compreso fra il ventunesimo ed il trentaseiesimo mese di vita e che, comunque, se la prima lingua non viene acquisita entro la pubert da ritenersi irrecuperabile in concomitanza,

presumibilmente, con l'irreversibile processo di riorientamento funzionale delle aree cerebrali pertinenti. Sacks fa notare che accade qualcosa del genere anche per i sordi: infatti coloro che apprendono il linguaggio dei segni (l'Ameslan, l'American Sign Language) dopo i cinque anni "non acquisiscono mai la sciolta naturalezza e la correttezza grammaticale di coloro che hanno appreso la lingua dei segni dall'inizio". Ci che chiamiamo linguaggio , dunque, costituito dall'insieme di questi rapporti fra designanti e designati pi una serie di regole per governarne la combinatoria. E' grazie a queste regole, per esempio, che con tre elementi come "di", "vetro" e "bottiglia", possiamo sia ottenere "vetro di bottiglia" che "bottiglia di vetro". La frase, il discorso, il racconto, il romanzo intero - in tutta la loro variet sono ottenibili a partire da un numero complessivamente modesto di elementi, fermo restando che come vedremo - questo numero aumentabile indefinitamente. Con quanto detto si comprende come in termini di linguaggio possa essere considerato checchessia. Non a caso si parla di un "linguaggio dell'arte", di un "linguaggio dell'architettura" o di un "linguaggio del corpo". Linguaggio pu essere checchessia nei confronti del quale avvenga un'investitura del rapporto semantico. Nell'ameslan, per esempio, vengono assunti come designanti certi gesti manuali. L'evoluzione dell'umanit, fino ad ora, ha favorito nettamente due tipologie di designanti: quelli fonici e quelli grafici. I primi hanno il grande vantaggio di essere trasmissibili a varie distanze, di non occupare spazio e lasciare subito il posto ai successivi; i secondi, complementariamente, di rimanere. Con l'invenzione del computer il principio di economia sembra ancora maggiormente soddisfatto: in forma di magnetismi, in pochi centimetri quadrati possono venir archiviate intere enciclopedie; e con le fibre ottiche la trasmissione a distanza diventa sicura e velocissima. Le nostre lingue abituali, comunque, sono perlopi costruite in modo che al designante orale corrisponda un designante scritto, ma ci non affatto obbligatorio. In dipendenza di scelte ideologiche e culturali diverse ci sono state, per esempio, lingue nate per essere soltanto scritte e mai parlate. E' il caso - raccontato da Cardano nel De sublitate (1547) - di una lingua dotta, usata, dall'alta burocrazia cinese, per pi di un millennio. Cos come, in difesa della tradizione orale e della segretezza, c' stato chi, come i Pitagorici, riteneva che, come dice Jaynes, "mettere le parole per iscritto fosse una fonte di errore". Criterio minimo per l'adozione di un sistema di designanti

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costituito da una semplice differenza - come nel caso dello zero e dell'uno (chiuso-aperto) nei calcolatori elettronici a sistema binario. E' per questo che, al mondo, sono stati praticati - e in certi casi lo sono tuttora i linguaggi pi diversi. La ricerca antropologica ha classificato, per esempio, il linguaggio dei tamburi dei Maya, il linguaggio fischiato dei Birmani, dei Mazatec, degli IBo e dei Veda. Come molti altri linguaggi affidati a strumenti musicali: i corni nel Kru d'Africa, i flauti di Lhota Naga, le membrane vegetali dei cinesi del Fukien, i liuti degli Olombo del Congo, i gong e gli zilofoni in Africa, le canoe o i loro remi usati come strumenti a due toni in Colombia e nel Congo. In alcuni di questi casi, sono state riscontrate notevoli corrispondenze con la lingua parlata. La distinzione fra "lingua" e "linguaggio" non effettuata in tutte le lingue. In inglese, per esempio, "language" designa entrambi. In italiano, spesso, con "lingua" si vuole fare riferimento ad una pi marcata convenzionalit del passaggio dal designante al designato e viceversa, rispetto a quanto si designi con "linguaggio". Vaccarino precisa che nella "lingua" viene assunta come riferimento la "parola" per attribuirle un significato, mentre nel "linguaggio" come riferimento assunto un pi generico "segno". Sarebbe per questo motivo che non si parla di una "lingua dei gesti", bens di un "linguaggio dei gesti". In molti parlanti anche nota l'esperienza di far coesistere la lingua con il dialetto, ovverossia con un sistema linguistico locale e non nazionale. E' stato notato da Gumperz che in determinate circonstanze della comunicazione si pu passare dalla lingua al dialetto e viceversa, all'improvviso, come se si commutasse un codice di trasmissione. Fra queste circostanze si pu citare il passaggio dal discorso diretto a quello indiretto, le interiezioni, le ripetizioni, i momenti di particolare enfasi o quelli in cui l'interlocutore chiede all'altro un certo grado di coinvolgimento personale. In questi casi la lingua pu essere facilmente abbandonata per il dialetto. Al contrario il caso degli abitanti di un paese della Norvegia settentrionale: se entrano in un ufficio pubblico e siedono al tavolo di un impiegato iniziano il colloquio, con i saluti e lo scambio di informazioni sulle rispettive famiglie, in dialetto, mentre, allorquando passano a trattare gli affari, prendono a parlare in lingua. Cfr. F. Accame e M. M. Sigiani, Modelli della mente e problema

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del significato dal punto di vista metodologico-operativo; in P. Ciaravolo (a cura di), Informatica e metodologia filosofica; Roma 1990 S, Ceccato, La mente vista da un cibernetico; Torino 1972 J. Gumperz, Social network and language shift, in J. Cook e J. Gumperz, Papers on language and context; Berkeley 1976 J. Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza; Milano 1984 E. H. Lenneberg, Fondamenti biologici del linguaggio; Torino 1982 O. Sacks, Vedere voci; Milano 1990 T. A. Sebeok, A. S. Hayes e M. C. Bateson, Paralinguistica e cinesica; Milano 1970 G. Vaccarino, Scienza e semantica costruttivista; Milano 1988

Il pensiero Il linguaggio designa, dunque, attivit mentale. Quando i singoli costrutti di questa attivit vengono inseriti in strutture temporali, correlandoli fra loro esplicitamente - con parole come "di", "e", "o", "anche", etc., per un vasto patrimonio variabile da lingua a lingua - o implicitamente - giustapponendoli in sequenza, come in "Mario corre", "un curioso incidente li fece tornare indietro" - parliamo di "pensiero". Pensare correlare.

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Nonostante l'uso comune dei parlanti, bene tenere distinto il pensiero cos inteso, da quello che chiamato a designare qualsiasi tipo si attivit mentale. Cos un costrutto mentale, di per s, non sarebbe ancora pensiero, ma lo diventa nel momento in cui correlato ad altri costrutti mentali. Questa attivit, tuttavia, assoggettata a vincoli particolari. Gi Miller mise in evidenza che i soggetti, cui veniva richiesto di percepire in 1/5 di secondo la quantit di punti disposti casualmente su uno schermo, riuscivano nell'intento soltanto per un numero non superiore a sette - e asseriva che, per numeri superiori, dovevano intervenire processi di valutazione. Ma l'osservazione attenta del modo con cui parliamo sarebbe gi sufficiente per indicare precisi limiti delle nostre capacit attenzionali: spesso, per esempio, ripetiamo il soggetto, o facciamo ricorso ad un pronome per sintetizzare quanto detto e proseguire con buone probabilit di non perdere il filo del discorso e di essere seguiti dall'interlocutore. Nello scritto i vincoli attenzionali si sentono meno, perch alla frase troppo lunga - magari oberata di incisi e di subordinate - possiamo rimediare tornando indietro nel testo e recuperandone cos gli elementi fondamentali per esempio il soggetto ed il verbo principale. La capacit espansiva del pensiero, comunque, dipende dalle tradizioni, dalle abitudini, dai particolari stili di comunicazione e, spesso, dalle condizioni materiali in cui la comunicazione avviene. Per esempio: laddove vi sia un forte rumore di fondo, gli interlocutori scelgono frasi brevi, in modo da diminuire le possibilit di equivoci. L'espressione linguistica monodica e seriale, mentre le correlazioni che essa designa sono a carattere polifonico - nel senso che la costruzione dei singoli elementi che le compongono avviene in parallelo. Acquisendo consapevolezza delle natura del pensiero, ci si rende anche conto di alcune concezioni erronee che, nel passato ancora recente, hanno contraddistinto gli studi sul linguaggio. Per esempio, veniva mantenuta distinta una "semantica", come scienza del significato, da una "sintattica", come scienza dell'ordine delle parole priva in quanto tale di rapporti con il significato. Ma se il telecronista dice che "XY ha giocato una buona partita, anche se il nostro centrocampo stato spesso in difficolt per l'aggressivit degli avversari" intendendo criticare sottilmente il giocatore in questione -, risulta ben diverso che se avesse detto "anche se il nostro centrocampo stato spesso in difficolt per l'aggressivit degli avversari, XY ha giocato una buona partita" - dove il giocatore in questione parrebbe addirittura esentato dalle colpe collettive. Ugualmente

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diverso dire di un film "diretto e interpretato da", o "interpretato e diretto da": l'importanza attribuita tacitamente ai due ruoli ne verrebbe rovesciata. L'ordine delle parole nel discorso, insomma, spesso determinante per l'espressione e la comprensione dei significati.

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Cfr. S. Ceccato e B. Zonta, Linguaggio consapevolezza pensiero; Milano 1980 G . A. Miller, Psicologia della comunicazione; Milano 1971 G. Vaccarino, La mente in operazioni; Firenze-Messina 1974 Il patrimonio dei costrutti linguistici La biologicit comune garantisce che la designazione di certe parole sia la stessa da lingua a lingua - il che costituisce anche il fondamento del tradurre, con buoni margini di comprensione -, ma il patrimonio delle parole pu anche variare notevolmente in rapporto alle condizioni materiali in cui nasce l'esigenze delle parole stesse. E' noto, ad esempio, che mentre in italiano abbiamo un paio di parole per indicare tipi di neve - "neve" e "nevischio" -, in eskimo ce ne sono almeno quattro e in atzeco, invece, una sola parola sufficiente per coprire significati che vanno da "neve" a "ghiaccio" ed a "freddo". Altri esempi classici della letteratura linguistica sono costituiti dai sessanta termini con cui le tribu nomadi del Sahara designano le variet dei cammelli; dai duecento con cui i gauchos argentini designano la variet di cavalli o dai cinquanta con cui i bant designano ci che per noi italiani semplicemente o "palma" o "palmizio". Meno noti, ma molto significativi in ordine al rapporto del linguaggio con la percezione, sono i casi dei Pigmei Efe dell'Ituri - i quali, vivendo in foreste, non hanno nessuna parola per designare il "verde" - e degli Hanuno - i quali sembrano avere il nome di un colore solo per ci che fresco. Certe variet si notano anche a livello di quelle particolarissime parole, solitamente brevi, che fungono da correlatori espliciti. La "e" dell'italiano, ad esempio, pu assolvere alcune funzioni che in latino venivano distribuite fra "et", "ac", "-que" enclitico e "atque". Cos: mentre in italiano teniamo ben distinte la "e" e la "o", si pu registrare il caso di una lingua ugrofinnica, il samoiedo, in cui la funzione congiuntiva paritetizzante e quella disgiuntiva vengono svolte entrambe da un'unica parola. Si dice, dunque, che ogni lingua ha il suo lessico, con uguaglianze e differenze dalle altre lingue in dipendenza delle operazioni mentali storicamente eseguite. Va da s, allora, che, di fronte alla natura di certe

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soluzioni linguistiche, il parlante di oggi possa rimanere incerto e perplesso. Tuttora, per esempio, si dice "whisky and soda", ma "and" parrebbe poco giustificato da una bevanda miscelata - verrebbe pi immediato, come in altri casi consimili, usare il corrispettivo inglese di "con" ("with"). Invece, le circostanze materiali della comunicazione - consistenti nell'abitudine di servire "acqua" e "whisky" in contenitori separati - giustificano pienamente la soluzione linguistica. Anche per questi motivi le traduzioni "esatte" incappano in difficolt insormontabili e la soluzione nella lingua in uscita, rispetto a quella della lingua di entrata, risulta, spesso, come un adattamento alla meno peggio. Gi Locke faceva notare come "in una data lingua si trovano parole che non hanno alcun corrispondente in un'altra lingua", e faceva l'esempio della "versura" latina che designava il contrarre un debito con qualcuno in modo da poterne pagare uno precedente. Le argomentazioni precedenti valgono anche per il singolo individuo in rapporto alla comunit in cui vive ed in cui scambia comunicazioni. Ci si comprende nonostante che si abbia storie diverse e che queste storie contribuiscano in modo determinante alla formazione dei rispettivi patrimoni linguistici. Il linguaggio assicura, entro certi limiti, la ripetizione delle operazioni mentali con cui ci si costruisce il mondo; ed in questo senso che, giustamente, se ne mette in rilievo la sua natura sociale. I patrimoni linguistici possono venir classificati in rapporto alle diverse specializzazioni funzionali. In lingue come l'italiano, per esempio, siamo abituati a distinguere fra un lessico, una morfologia ed una sintassi. Nel lessico comprendiamo tutti quegli elementi considerati come unit discrete di una lingua; nella morfologia, quegli elementi aggiuntivi prefissi, infissi, suffissi - che designano operazioni mentali ulteriori rispetto all'elemento lessicale di partenza (come quando designamo un particolare gioco con la palla con "palleggiare", o quando parliamo di "riconoscere" qualcuno piuttosto di "conoscere"); e, infine, nella sintassi, comprendiamo quelle modalit ordinatorie della frase in grazia delle quali le stesse parole potrebbero assumere significati diversi. Resta implicita, solitamente, la socializzazione di tutti questi elementi. Nella formazione delle parole va innanzitutto tenuto presente un criterio di economia. Facciano un esempio: in questo momento il lettore seduto con questo mio libro in mano, facciamo finta che sia luned, che fuori stia piovendo e che per domani sia stato indetto uno sciopero nei trasporti pubblici. Il lettore, di certo, ha in dotazione parole come "libro", "seduto", "luned",

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"pioggia", "sciopero" e "trasporti pubblici" - sei parole diverse -, ma non una sola parola per designare "una persona seduta che sta leggendo un libro in un luned piovoso alla vigilia di uno sciopero dei pubblici trasporti". E ci per ragioni di economia: parole come "libro" e "luned" occorrono spesso nella sua esperienza, mentre una parola come quella di cui segnalo la mancanza, nella vita, gli servirebbe ben poche volte. Si potrebbe affermare, dunque, che il nostro patrimonio linguistico frutto di un calcolo collettivo che, sfuggendo al controllo del singolo, tuttavia gli fornisce - e quasi gli impone - una rappresentazione di un mondo - funzionale e, oserei dire, evolutivamente adattato - da condividere con il suo prossimo. Gli studiosi dei meccanismi mentali coinvolti nella nascita dei nomi - che, fra le parole, sono i pi studiati nell'illusione di poterne ignorare le operazioni mentali corrispettive riconducendoli ai riferimenti empirici (cosa che, palesemente, non pu esser fatta per tutti i nomi) dicono che essi sarebbero costruiti su dei "tratti conoscitivi" che contrassegnerebbero l'oggetto di percezione da nominare: a volte pu essere un colore dominante, a volte la forma complessiva o la forma parziale, a volte un comportamento, a volte, infine, una propriet relazionale. Cos si nota che in thai il nome del gufo "nog huung", che, tradotto, significherebbe "uccello huung", ove implicito "che fa" e dove "huung" rappresenterebbe il verso di richiamo. Cos, per fare un altro esempio, il francese "papillon" (farfalla) e l'italiano "padiglione", nel senso di "tenda", sarebbero apparentati dal fatto che i lembi della tenda, nel rialzarli, possono sembrare ali di farfalla. Come mi ha fatto notare Von Glasersfeld, nell'approntare un patrimonio linguistico, diventa fondamentale l'operazione con la quale distinguiamo qualcosa da uno sfondo - operazione che sarebbe molto facilitata laddove intervenga il movimento. L'esempio quello di una mamma che voglia insegnare il nome dell'oggetto che tiene in mano al suo bambino: se ripete il nome in sincronia con il movimento della mano ne facilita la percezione e, cos facendo, promuove l'associazione fra oggetto e parola. Da un romanzo di Le Carr possiamo trarre una curiosa conferma indiretta di questa consapevolezza scientifica: quando il nostro eroe non voleva destare sospetti, "avanzava con passo arrabbiato, con possente autorit, facendo dondolare la borsa, stile Sarratt, per distrarre l'attenzione". Sarratt era la scuola inglese dove le spie venivano addestrate ad arricchire il corpo di gesti per attirare l'attenzione - gesti che, in quanto tali, distraessero dal cercare significati ad altro; per

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esempio, al fatto che il tale si trovasse proprio l dove si trovava. Cfr. G. R. Cardona, La foresta di piume; Roma-Bari 1985 S. Ceccato e C. Oliva, Il linguista inverosimile; Milano 1988. H. Hormann, Psicolinguistica; Bologna 1976 R. Jakobson, Aspetti linguistici della traduzione; in Il Verri, 19, 1965 J. Le Carr, L'onorevole scolaro; Milano 1982 G. Mounin, Teoria e storia della traduzione; Torino 1965 Toni e pause In un racconto Lahu analizzato da Matisoff, la figura tipica dell'imbroglione ("trickster"), o "imbroglione divino", deve nascondersi e lo fa seppellendosi sotto le foglie da cui, tuttavia, lascia emergere il pene eretto, che, dagli inseguitori, viene preso per un fungo. Cardona fa notare che si tratta di un gioco anche linguistico, perch, in quella lingua, la parola "ni", a seconda del tono con cui viene pronunciata, sta per "rosso" o per "pene". L'economia delle lingue si avvale del minimo sforzo per differenziare significati. Cherry ha rilevato che, in inglese, la domanda "Do you think that one will do ?" pu voler dire "Pensi che ne baster uno ?" o "Pensi che quello andr bene ?" a seconda che l'accento sia posto su "one" o su "that". Esempi del genere fanno parte dell'esperienza comune a tutti i parlanti. Mallarm diceva che, nel tono con cui una persona dice questa o quella cosa, si pu trovare "qualcosa di nuovo" e Proust - grande scandagliatore dell'animo umano - precisava che "le nostre intonazioni contengono la nostra filosofia della vita, quel che la persona si dice ogni momento sulle cose". Fra gli aspetti del fenomeno messi in evidenza dalle varie analisi scientifiche, vanno segnalati: a) la correlabilit con le operazioni mentali costitutive di quelle parole interessate alla variet tonale. Ceccato, per esempio, analizza il "s" in risposta alla domanda "la ritiene una persona davvero onesta ?" e riscontra l'eventualit di un "s" di certezza ("Si") e di un "s" di ripensamento o dubbioso ("S..ii-i"), di un salire o di un calare di tono, in rapporto a diversi giochi attenzionali. Similmente, individua modalit diverse nell'articolazione delle sillabe nel passaggio da un atteggiamento all'altro del parlante, come se dall'ironia passasse, per esempio, al sarcasmo.

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b) la possibilit che il tono si sommi, per cos dire, al designato della parola per svolgere una funzione comunicatoria suppletiva. Fa notare Goffman che, gi nei manuali di etichetta del secolo scorso, si consigliava di rivolgersi ai domestici con frasi del tipo "Grazie per questo e per quest'altro", mantenendo un tono di voce gentile, ma chiaramente elevato - come se la parte verbale del linguaggio designasse il riconoscimento del favore reso nell'esecuzione, ma l'intonazione, al contempo, ne dichiarasse l'ovviet. c) la funzione che chiamato a svolgere nell'interazione comunicativa a scopi persuasori. Noti, a questo proposito, sono gli studi sulla successione graduale espressiva in rapporto all'enfasi. Stankiewicz discute il caso dell'allungamento e dell'intensificazione dei suoni delle consonanti e delle vocali in alcune lingue europee - come nel tedesco "rrrauss!", "Hilllfel!", "Goott!" - e nota che rispondono all'esigenza di "accentuare i contrasti" o di "conferire incisivit alla frase". Simonini, servendosi di un metronomo, ha analizzato gli aspetti tonali del discorso pubblico di Mussolini con cui l'Italia dichiarava guerra all'Etiopia il 2 ottobre del 1935. In esso ha potuto evidenziare una tecnica oratoria che sa avvalersi dei crescendo e degli abbassamenti di tono per ottenere il consenso e per rassicurare - una tecnica tanto efficace da far s che perfino un semplice "tuttavia" assuma "un valore imperioso". d) la funzione che svolge, perlopi nell'inconsapevolezza dei parlanti, nello stabilire i turni di parola nell'interazione. E' stato pi volte notato, infatti, che nella chiacchera fra amici come nell'intervista televisiva - ad una diminuzione del tono corrisponde l'intervento altrui. Sia che il parlante stia davvero volgendo al termine del suo discorso, sia che, invece, il parlante ricorra alla diminuzione di tono in chiave strategica o la subisca egli stesso per una mancanza di tensione - come quando sta cercando altri argoemnti da esporre -, corre il rischio di venire interrotto e di dover chiudere il proprio turno di parola. Direttamente correlata al tono della voce la pausa. Ogni buon attore ed ogni buon narratore di barzellette sa quanto il governo di questo elemento possa costituire un'arma formidabile nei confronti del suo pubblico. Ceccato riconduce la questione alla sua natura mentale. Dice che "il gioco attenzionale genera piacere quando il flusso dell'energia si espande, soprattutto quando stato prima frenato, e cos accumulato, e poi liberato; e genera dolore quando stato frenato e ritratto". L'attesa attenzionale , dunque, un meccanismo fondamentale che pu essere innescato dall'uso sapiente della parola nel

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discorso - come nella musica, nella danza o nelle stesse arti figurative. Quando una frase, ovvero una correlazione di pensiero, si arresta poco prima della sua conclusione ("dovete sapere che ieri sono andato a....") l'interlocutore indotto ad un'attesa che pu sconfinare sino ad un leggero malessere. Non casuale, allora, che Ruesch e Prestwood abbiano considerato "la durata delle pause" come elemento linguistico tramite il quale "pi facilmente si comunica l'ansiet" e che altri, come Dibner, abbiano incluso il sospirare - insieme al mutamento di voce - nella gamma delle misure degli aspetti patologici dell'eloquio. Per dare un'idea della dimensione quantitativa del fenomeno, si tenga presente che, nel citato discorso di Mussolini - un discorso della durata di 810 secondi -, le pause occupano 425 secondi, vale a dire pi della met del discorso stesso, e al maggior parte di queste sono chiaramente ascrivibili a funzioni direttamente significative - non concernono, in altre parole, mere questioni respiratorie. Non andrebbe trascurata, infine, l'associazione della pausa con gesti e movimenti di apparenza non linguistica come il frugare in una tasca, guardare altrove, spostare un oggetto innanzi a s od occuparsi attivamente del proprio aspetto - che, innanzitutto, hanno lo scopo do giustificarle. Stevenson, per esempio, sottolinea la ricerca e l'estrazione di una tabacchiera come artifici per sopperire ad una situazione di disagio nel colloquio. Come dire che, a volte, le pause stesse, perch non abbiano conseguenze negative sui rapporti in gioco nell'interazione, debbono essere "riempite". Cfr. G. R. Cardona, La foresta di piume; Roma-Bari 1985 S. Ceccato, La parola fra la cronaca e l'arte; Methodologia, 11, 1992

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C. Cherry, On Human Communication; New York 1961 E. Goffman, Il rituale dell'interazione; Bologna 1988 S. Mallarm, Poesia e prosa; Milano 1982 M. Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore; Torino 1978 G. F. Mahl e G. Schulze, Ricerca psicologica nell'area extralinguistica, in T. A. Sebeok, A. S. Hayes, M. C. Bateson (a cura di), Paralinguistica e cinesica; Milano 1970 A. Simonini, Il linguaggio di Mussolini; Milano 1978 R. L. Stevenson, I Weir di Hermiston; Milano 1982 La ricchezza dei mezzi espressivi Parlando di linguaggio, spesso, tendiamo ad essere riduttivi. Si pensa al linguaggio fatto di fonazioni o di grafemi e si finisce con il considerarlo l'unico linguaggio propriamente detto. L'esperienza quotidiana, tuttavia, smentisce questa interpretazione: basta osservare qualcuno mentre sta parlando per rendersi conto di quanto le parole vengano accompagnate, precedute e seguite - quando non sostituite -, da espressioni del volto, gesti, atteggiamenti corporei e altri particolari che assumono un peso rilevante, quando non determinante, nella conversazione. In certe situazioni, si sarebbe tentati di dire che le parole hanno meno significato dell'insieme di elementi che costituiscono il modo in cui sono dette. Uno schiocco della lingua o un colpo di tosse artificioso, come i molteplici contatti fisici che imponiamo o subiamo nell'interazione, sono aspetti da non trascurare. Anche tutti questi elementi designano attivit mentale e, pertanto, possono costituire linguaggi con i quali comunichiamo o tanti canali complementari di trasmissione. Lo sguardo Fra gli elementi pi rilevanti nei processi di comunicazione grande attenzione meritano gli occhi. Gi dagli esperimenti di Yarbus sui movimenti dei bulbi oculari si capisce che, in un rapporto interpersonale nuovo, gli occhi (e la bocca) sono i pi esplorati. Nello sguardo altrui cerchiamo la conferma o la smentita delle sue parole, oppure addirittura un'indicazione circa le sue intenzioni. Nell'interazione fra pi persone, poi, lo sguardo altrui funge da conferma di un contatto mantenuto, di un certo grado di partecipazione in merito al quale il discorso pu essere proseguito - un po' come il "s" detto al telefono, non in senso affermativo ma come conferma di presenza, una funzione linguistica che Malinowski ha definito "ftica".

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Nonostante l'uomo cosiddetto civilizzato sia diventato un abilissimo mentitore, infatti, non tutto nell'occhio controllabile volontariamente. Morris fa notare che le pupille si dilatano e si contraggono in rapporto alla piacevolezza o alla spiacevolezza di ci che vedono. In questo senso l'occhio anticipa altre espressioni: l'amore o l'odio possono riscontrarsi, magari per un brevissimo lasso di tempo, negli occhi dell'interlocutore. E, pur adattando il nostro comportamento alla situazione, non sempre siamo consapevoli di ci che abbiamo percepito. La dilatazione della pupilla come segno di interesse sessuale , peraltro, cosa tanto nota da aver indotto financo a piccole astuzie: assodato che i fotografi di un tempo ritoccassero gli occhi alle fotografie delle loro modelle per accrescerne la carica erotica e sembra, pure, che qualche signora avesse l'abitudine di inocularsi gocce di belladonna - una pianta della famiglia delle solanacee ricca di atropina e altri alcaloidi - per rendersi pi desiderabile. Tuttavia, anche vero che la medesima dilatazione della pupilla compare - con il cambiamento del ritmo respiratorio, con il tremore, il pallore e il suono acuto della voce - fra i sintomi del panico. Ci chiarisce bene come, prima di interpretare un checchessia di fisico in termini mentali, occorra prendere in considerazione una molteplicit di elementi del contesto. Per la vita sociale, soprattutto nei grandi agglomerati urbani in cui molti esseri umani convivono in spazi ristretti, risulta fondamentale il meccanismo della focalizzazione e della defocalizzazione dello sguardo. Avendo alla base il significato del controllo altrui e della propria sicurezza, l'incontro con gli occhi altrui comporta problemi. Sembra una violazione della sfera privata. Per questa ragione, allora, interpretiamo la nostra vita quotidiana, specialmente nei luoghi pubblici, con uno sguardo defocalizzato, privo di attenzione - molto simile, ma ancor meno partecipato, allo sguardo che accompagna la fantasticheria. In certi Paesi, come nel Nord America, un incrocio di occhi implica una forma di saluto; in caso contrario equivarrebbe ad un gesto di sfida. Una buona parte dell'umanit vive assecondando la regola implicita della disattenzione sociale. Particolarmente sintomatico , in questo senso, il comportamento di pi persone, non legate da vincoli particolari fra loro, che si incontrano in ascensore: chi guarda scorrere i numeri d'ordine dei piani, chi si guarda la punta dei piedi, chi, addirittura, socchiude gli occhi. Ricorrono a stratagemmi ingegnosi per non incrociare lo sguardo altrui. Proust individua con molta sottigliezza questa scappatoia sociale laddove descrive un'interazione volontariamente evitata da un suo personaggio che, "con lo

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sguardo subitamente ammantato d'una profonda meditazione", continua a camminare fissando "un punto cos lontano dell'orizzonte" da non poter vedere, n tantomeno salutare, i conoscenti. Goffman portato a ritenere che il gioco di scambio degli sguardi fornisca "un mezzo molto particolare ed efficace col quale si pu raggiungere la coordinazione consensuale". Perch "quando un individuo incontra lo sguardo di un altro, pu indicare la posizione, percepire la risposta dell'altro, tutto in un breve istante". E' alla luce anche di queste considerazioni, allora, che in determinate circostanze guardare negli occhi altrui, a maggior ragione, pu esser giudicato un'incursione indebita. Da ci lo sviluppo di un'arte particolare di sopravvivere nel nostro mondo sovraffollato: Goffman fa vari esempi: quello della perizia di una buona cameriera nel saper evitare lo sguardo del cliente che vorrebbe farle un'ordinazione da lei non immediatamente eseguibile; quelli dell'automobilista e del pedone che schivano l'occhiata per poter proseguire indifferentemente nella propria linea d'azione, non dovendo sottostare, quindi, n ad eventuali richieste di collaborazione, n alla logica delle linee d'azione di altri automobilisti o di altri pedoni. A tutto ci si pu anche riconnettere l'antica credenza nel malocchio, consistente nel ritenere che lo sguardo dell'invidioso potesse cagionare la perdita di un bene. Non a caso, dunque, tanto diffusa l'abitudine a proteggere il proprio sguardo con occhiali scuri: si guarda ci che si vuole dell'altro, mentre l'altro rimane privo di riscontri. La cosa talmente diffusa che, dal mettere o dal togliere gli occhiali scuri, si pu perfino comprendere la natura gerarchica dei rapporti fra gli interlocutori. Gli occhiali scuri, oltretutto, impediscono anche il controllo della direzione dello sguardo direzione che, negli esseri umani a differenza della maggior parte delle scimmie che hanno cornea marrone, facilmente controllabile a distanza in merito al contrasto fra l'iride e la pupilla, colorate, e la cornea, bianca. Al parente, o all'amico, si offre, invece, uno sguardo focalizzato, a dimostrargli parit gerarchica ed attenzione. La cultura antropologica offre materia di riflessione sulla funzione degli occhi e sulla sua ritualizzazione. E' noto, per esempio, il caso dell'occhio di difesa, una pittura, raffigurante uno o due occhi, posta sulle porte di casa o sulle prue delle imbarcazioni, con evidenti compiti magici. Se ne trova tracce nell'antica Grecia, cos come, a quanto afferma Seligmann, nella moderna Europa Orientale ed in Turchia.

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La cultura etologica, inoltre, ci ricorda come l'importanza dello sguardo non si limiti soltanto ai casi umani. Il fenomeno delle macchie a forma di occhio, cos come si manifesta sulle ali posteriori di lepidotteri e omotteri, sta a dimostrarlo. La farfalla Vanessa jo, ad esempio, quando disturbata o si sente in pericolo, apre le ali e mostra cos quattro macchie a forma di occhio. Il che, spesso - come spiega Heymer -, sufficiente per allontanare i predatori. E' stato osservato che, nella scimmia reso, in isolamento, il mancato contatto oculare genera paura, con riduzione quasi completa dell'attivit, irrigidimento o immobilit assoluta per periodi prolungati. Si tratta di risposte comportamentali comuni a varie specie, perch, come stato ampiamente dimostrato, riducono le probabilit di un'aggressione. Ad un'osservazione protratta, invece, ed all'inevitabile incrocio di sguardi, invece, corrisponde l'assunzione di un atteggiamento aggressivo come l'esibizione minacciosa dei denti. Riguardo all'uso dello sguardo, comunque, possono essere intraprese numerose altre direzioni di ricerca. Uno scrittore raffinato come Proust, ad esempio, scava nelle profondit dell'enimo umano mostrando come gli occhi giochino un ruolo nella comunicazione extralinguistica dei nostri giudizi, accompagnandosi o no ad altri elementi designanti. E' il caso della principessa che esplicita una supposizione civettuola e accompagna il sorriso con uno sguardo fisso, dall' "espressione pensosa e dolce", su un generale che non partecipa dell'interazione in cui coinvolta lei stessa. O il caso di una discrezione ostentata, nei confronti di una persona assente, rispondendo "non lo so" e "alzando le mani e chiudendo a met gli occhi". Cfr. E. Goffman, Il comportamento in pubblico; Torino 1971 E. Goffman, Relazioni in pubblico; Milano 1981 E. Hess, Attitude and Pupil Size; in Scientific American, aprile 1965 A. Heymer, Dizionario di etologia; Roma 1987 Kalin N. H., La neurobiologia della paura; in Le Scienze, 299, 1993 D. Morris, Il comportamento intimo; Milano 1972 F. Quaranteli, A Study of Panic: Its Nature, Types and Conditions; Universit di Chicago, Dipartimento di Sociologia, 1953 M. Proust, La strada di Swann; Torino 1978 M. Proust, La prigioniera; Torino 1978 S. Seligmann, Die Zauberkraft des Auges und das Berufen;

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Hamburg 1922 G. Vaccarino, Analisi dei significati; Roma 1981 L'espressione facciale Osserva il biologo John Z. Young che, se "non noto quale sia stata la natura della prima invenzione sociale", di certo, tuttavia, "uno stadio molto importante deve essere stato lo sviluppo della comunicazione fino a un punto in cui fu possibile per un gran numero di persone lavorare in armonia". Se l'uomo si associa, dunque, se forma comunit, sarebbe in merito di quel particolare "cemento" costituito dall'uso "dell'espressione del volto e della parola". Tutti noi siamo, chi pi chi meno, abili costruttori di una nostra "faccia" che, nelle pi svariate occasioni sociali, siamo soliti ripristinare al meglio. La paura di perdere la faccia, infatti, pi che un modo di dire, designa la preoccupazione costante, grave, che la rappresentazione di s non sia all'altezza - degli orgogli, delle vanit e delle presunzioni che contribuiscono alla nostra immagine pubblica. La nostra ostinazione nel voler sempre "salvare la faccia" pu farci comprendere quanto dev'essere angosciante il rarissimo caso - raccontato da Sacks - di una perdita totale della propriocettivit a causa della quale n si pu pi assumere spontaneamente una postura normale, n le stesso corde vocali sono pi in grado di modulare controllatamente il linguaggio parlato. Ermiane distingue 27 tipi di muscoli pellicciai, ovvero cutanei, del viso, coinvolti nell'attivit espressiva. Ne tenta una classificazione topologica individuando la fronte, le sopracciglia e la radice del naso (1), la regione dell'occhio (2), la regione nasale, la parte mediana del labbro superiore e la parte superiore e mediana del solco naso-labiale (3), l'estremit del labbro superiore, la regione della guancia e la parte superiore del solco naso-labiale (4), le commessure e le labbra dove agisce il muscolo buccinatore, principale responsabile del riso e del sorriso - (5), il mento (6) e l'orecchio (7). Per Rangell, pi riduttivamente, la bocca resta, comunque, "il punto di maggior concentrazione dell'attiva risposta alle emozioni": l "in questi pochi centimetri quadrati della superficie del corpo, il tono, la posizione nello spazio e la direzione della pelle e della muscolatura facciale denotano la condizione dell'individuo in quel momento". Ermiane, osando molto, tenta anche di mettere in rapporto i movimenti di tutti i muscoli individuati in queste zone del volto con la ricchissima gamma delle nostre espressioni cos come sono testimoniate nel nostro lessico (per esempi: dimostrare

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simpatia o attenzione, preoccupazione, pazienza o piacere, impassibilit o desiderio), non trascurando neppure un tentativo di spiegazione su come questo rapporto - fra muscolo ed espressione - storicamente abbia potuto avvenire (per esempio: il muscolo granzigomatico sarebbe correlato al piacere e allarga la bocca per ingerire). In generale, Ermiane sostiene che i muscoli di dilatazione esprimerebbero un'espansione o un avvicinamento, mentre i muscoli di occlusione esprimerebbero una ritrazione o un allontanamento. Queste "ricostruzioni" storiche, ovviamente, vanno considerate con estrema cautela, perch di troppi elementi culturali, nell'evoluzione umana, si perso il senso originario e spesso non riusciamo pi a distinguere il simbolico dal non simbolico. Un esempio valga per tutti. Sempre pi spesso, oggigiorno, alcune attrici vengono ritratte con il labbro superiore rialzato e con la testa sollevata in un'espressione complessiva del viso di languore e sensualit. In molti casi stato ammesso che questa strutturazione anatomica stata raggiunta grazie a interventi chirurgici che introducevano nel labbro collageno bovino. Da qui la carnosit maggiore e l'enfasi del rialzo. Orbene, questo atteggiamento ha un riscontro preciso in molti mammiferi ed stato descritto da Schneider fin dagli anni Trenta. E' stato chiamato flehmen ed risultato particolarmente frequente durante il periodo della riproduzione, allorquando il maschio ha assaggiato l'urina della femmina e ne ha odorato la vulva. Pur rimanendo nell'ambito di un comportamento chiaramente sessuale, difficile dire che l'attrice di oggi compia un analogo del comportamento del mammifero maschio. I muscoli, o quel che resta di una loro "naturalit", si adattano sempre a schemi mentali nuovi. E' anche per questa plasticit che, in un determinato contesto, una faccia feroce, anziche impaurire, pu far ridere. A proposito delle labbra e del loro turgore, tuttavia, va anche segnalata un'opinione di stampo psicologicoevolutivo. Secondo V. S. Johnston, le labbra piene insieme al mento piccolo - sarebbero correlate al livello elevato di estrogeni che contraddistingue la maggiore fecondit. Il che starebbe a confermare che, dietro certi comportamenti - come la scelta del partner sessuale agirebbero esigenze individualmente inconsapevoli. Particolare valore espressivo, infine, va attribuito, come noto da sempre, ai mutamenti nella colorazione del volto. Gi Darwin, per esempio, era affascinato dal problema del rossore umano e dalle posture conseguenti. "Fra tutte le forme dell'espressione", la defin "la pi speciale all'uomo" e ne tent l'interpretazione rifiutando

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le tesi teleologiche di ispirazione religiosa che volevano il rossore un dono di Dio perch l'anima potesse rappresentare sulle guance le "interne emozioni di senso morale". Castelfranchi e Poggi, nell'ambito di un'analisi della vergogna come "un'emozione funzionale al raggiungimento dei nostri scopi della stima e dell'autostima",dicono che "il rossore e la postura ad occhi bassi e testa bassa sono i segnali comunicativi della vergogna". L'individuo, tramite questi segnali, si scuserebbe "della propria inadeguatezza", riaffermando cos "la sua condivisione dei valori del gruppo e il suo diritto ad appartenervi"; attuerebbe, in altre parole, un adempimento di ordine sociale (il che non implica che, come racconta sagacemente Stevenson, un rossore possa anche essere solitario, come quello di una fanciulla che arrossisce al ricordo di un rossore che precedentemente l'aveva turbata). Cfr. C. Castelfranchi e I. Poggi, Gli scopi della vergogna; Istituto di Psicologia, CNR, Roma 1984 C. Darwin, L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali; Milano 1971 R. Ermiane, Jeux musculaires et expressions du visage; Paris 1949 J. Horgan, Il nuovo darwinismo sociale; in Le Scienze, 328, 1995. L. Rangell, The psychology of poise - with a special elaboration on the psychic significance of the snout of peri-oral region; Int. J. Psychoanalysis, 35, 1954. O. Sacks, L'uomo che scambi sua moglie per un cappello; Milano 1986. K. M. Schneider, Das Flehmen, in Der Zool.Garten, I, II, III, IV, 1930-1933. R. L. Stevenson, I Weir di Hermiston; Milano 1982 J. Z. Young, La fabbrica della certezza scientifica; Torino 1966. I gesti Dall'origine latina della parola apprendiamo che "gesto" designa in generale il modo di comportarsi e l'attitudine. Non implica, dunque, necessariamente il coinvolgimento degli arti superiori, cos come, invece, nell'uso attuale, quasi dato per scontato. A livello neurofisiologico, com' facile prevedere, si sa che "mentre si parla c' una maggior produzione di gesti illustratori nella mano controlaterale all'emisfero interessato al compito", che, perlopi, il sinistro.

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Tuttavia, come spiega Sacks, anche il linguaggio dei segni cui si affidano molti sordi, ancorch integralmente gestuale, elaborato nell'emisfero sinistro. Il che starebbe a documentare che il cervello specializza una propria area per l'organizzazione linguistica, a prescindere dalle forme con cui questa si esplica. Una ricerca condotta da Collett, Marsh, Morris e O'Shaughnessy sui Paesi dell'Europa sud-occidentale e del bacino del Mediterraneo - Paesi in cui la gestualit nel parlare molto rilevante - considera venti "gesti chiave" e soltanto uno di questi - la spinta della testa all'indietro - non implica l'uso delle mani. Fra gli altri vengono analizzati nelle varie sfumature di significato il bacio sulla punta delle dita, le dita incrociate, la mano a borsa, le corna, il pollice alzato, etc. Come parole vere e proprie - sia che accompagnino il linguaggio orale, sia che gli si sostituiscano -, i gesti possono venir classificati in rapporto alla funzione che svolgono. E' bene tener presente, tuttavia, che questo compito non facile: quello che pu sembrare lo stesso gesto "fisico" per esempio, l'indice che batte lievemente e ripetutamente un punto della tempia -, pu designare significati non solo diversi, ma addirittura opposti - come, nel caso di esempio, pazzia (cervello "toccato" patologicamente) o intelligenza (cervello "toccato" genialmente). A morfologia simile, in altre parole, corrispondono spesso operazioni mentali molto diverse; come, peraltro, ad operazioni mentali presumibilmente analoghe corrispondono spesso soluzioni morfologiche diverse - si pensi, per esempio, ai tanti modi con cui si manifesta nel mondo maschile l'apprezzamento per una bella ragazza. Uno degli sforzi pi poderosi di analisi funzionale stato compiuto da Morris. Partendo dalla differenza fra azioni innate (in proposito Eibl-Elbesfeldt fa l'esempio del rapido rialzo delle sopracciglia in occasioni di saluto, gesto che sembra distribuito globalmente fra le popolazioni del pianeta) ed azioni che, o perch ci vengono esplicitamente insegnate, o perch le vediamo compiere da altri, dobbiamo apprendere, Morris cerca le variazioni di significato correlate a tutto ci che concerne il corpo umano nelle sue modificazioni e nei suoi movimenti. Il limite delle ricerche di questo tipo, comunque, costituito dalla mancanza di un modello dell'attivit mentale cui riferire i singoli elementi presi in esame senza contare che, spesso, gi isolare un gesto dalle parole o da altri aspetti corporei che l'accompagnano un'operazione riduttiva che rischia di far perdere i significati espressi nel preciso momento in cui vengono

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espressi. L'acquisizione di consapevolezza nei confronti di questi fenomeni di comunicazione, comunque, resta un obiettivo prioritario. Chi deve giudicare dell'atteggiamento del suo prossimo, consapevolmente o meno, di fatto si affida alla decodificazione di tanti minimi particolari che integrano la comunicazione linguistica. I gesti che accompagnano il linguaggio orale variano molto da cultura a cultura. E' noto, per esempio, che, agli occhi degli inglesi, gli italiani siano afflitti da una gestualit eccessiva ed imbarazzante. Ugualmente, va tenuta presente la loro variabilit nel tempo. Come ogni altra parola, nella ripetizione, sono sottoposti ad un processo di usura e, spesso, vengono metaforizzati in conseguenza di un processo di economizzazione. Buon esempio pu esser quello di un film in cui Tot saluta un amico, incontrandolo per la strada, con il gesto della mano a borsa - pollice riunito con gli altri polpastrelli, verso l'alto, in movimento ripetuto verticale: il "ciao" rimasto implicito ed il saluto stato riassunto nell'interrogativo, "che ci fai, qui ?", "come mai da queste parti ?", che, a sua volta, pu venir considerato un esito metaforico di "che cosa vuoi da me ?". Del gesto della mano a borsa, la Poggi, nell'ambito di un suo sistema classificatorio che mirerebbe a distinguere fra letture letterali e non letterali dei gesti, ne sottolinea l'ambiguit. Tuttavia, si rende conto che, allargando l'analisi ad altri elementi del contesto in cui il gesto usato, questa ambiguit sparisce. Per esempio, invita a considerare l'espressione facciale che accompagna il gesto: "nella lettura letterale", dice, "il gesto accompagnato da uno sguardo tipicamente interrogativo, con le sopracciglia aggrottate, e in generale un'espressione di curiosit". In una lettura non letterale, invece, la bocca si atteggerebbe "a un lieve sorriso, spesso scettico o ironico", con il capo "leggermente inclinato da una parte". Ugualmente, pu contribuire ad eliminare l'ambiguit la modulazione del movimento della mano nell'esecuzione: nel primo caso, "la mano si muove su e gi molto in fretta, compiendo un arco di pochi centimetri, e fermandosi di scatto dopo al massimo 2-3 volte che si mossa su e gi"; nel secondo caso, invece, "la mano pu muoversi su e gi lentamente, pi volte, e per un tragitto molto lungo, al limite fino a una completa flessione ed estensione dell'avambraccio". Ipotizza la Poggi che la misura dell'allungamento e del rallentamento del gesto possa esser posta in rapporto analogico con la misura dell'enfasi con cui, chi compie il gesto, ironizza su colui per il quale lo compie, o dissente da quanto questi sostiene.

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Va anche detto che, a volte, il gesto sopravvive alle condizioni materiali che l'hanno originato. E' il caso del gesto del telefono, che rimasto connesso alla manovella o al disco numerico anche molto tempo dopo che la tecnologia li aveva sostituiti. Sinteticamente, si pu affermare che certi gesti possono essere eseguiti in relativa autonomia, mentre, perlopi, o aggiungono significato a quanto detto - fungendo da elementi espliciti nella correlazione di pensiero -, o, pi semplicemente, ribadiscono od enfatizzano, o contraddicono in parte il discorso, o lo anticipano. In quest'ultimo caso, si pu annoverare certi gesti compiuti scuotendo una mano aperta o altri, come i colpi di gomito ad un vicino, che hanno il compito di indirizzare l'atteggiamento degli interlocutori (drammatico o comico, per esempio) su quanto sta per essere detto. Collett & C. analizzano i problemi relativi al gesto dell'anello: da numerosi filmati risulta evidente che il parlante non si accorge di compiere il gesto qualora stia per formulare "un punto particolarmente sottile" delle proprie argomentazioni. Un'indagine storica ha permesso di risalire al I secolo e, pi precisamente, alla Institutio Oratoria di Quintiliano (che, peraltro, si rif a tutta una tradizione precedente), dove si afferma che "se il dito indice tocca con la sua estremit l'orlo dell'unghia del pollice, le altre dita restando rilassate, avremo un gesto aggraziato atto a esprimere approvazione". Una conferma in tal senso ci viene anche dalla Chirologia di John Bulwe, un'opera, composta nel 1644, dedicata al "linguaggio naturale della mano", nell'ingenua fiducia che in grazia di un linguaggio gestuale - che sarebbe, allora, il linguaggio originario dell'umanit - si possa sfuggire alla maledizione della Torre di Babele.. Di tanto, dunque, si pu e si deve tornare indietro per ricostruire l'albero genealogico dell'odierno "o.k." di matrice americana. Un'interessante ricerca sul rapporto fra discorso e gestualit stata condotta da Scheflen filmando, e analizzando con cura, le sedute di alcuni psicoterapeuti con i loro pazienti. Vi si mette in rilievo, per esempio, la funzione del "gesto della coppa" (braccia aperte, mani aperte e contenutive, innanzi a s). In sedute di pari durata, infatti, stato notato che il "gesto della coppa", compiuto da uno o da due psicoterapeuti, "avveniva esclusivamente nel diciannovesimo minuto" e "subito prima, durante o dopo il gesto della coppa, uno o entrambi i terapeuti si accendevano la pipa". In queste occasioni veniva ripetuto un vero e proprio rituale che consisteva nelle seguenti mosse: a) inclinazione leggera delcapo verso destra b) sguardo verso la paziente

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c) spostamento della pipa da un angolo all'altro della bocca d) braccia raccolte in grembo per il prosieguo dell'interazione e) in fase di chiusura, movimento del corpo verso la paziente f) riposizionamento del capo, da inclinato ad eretto g) disincrocio delle gambe h) cambio di mano nell'impugnatura della pipa. Ora, a parte la fantastica ineluttabilit del diciannovesimo minuto (che anche in incontri cos "cronometrici" ha da esser presa con il beneficio d'inventario), il rilievo non certamente privo di significato. Come minimo, l'esecuzione del rituale, o di una sua parte, pu significare che "nell'interazione sta manifestandosi qualche importante punto di riorientamento". Tutti noi, per esempio, durante una visita di cortesia, ci accorgiamo, dai movimenti dell'ospite, se ora che si tolga il disturbo. Scheflen parla di "contrassegni posturali" che avrebbero sia la funzione di "istruire i partecipanti su quello che si deve fare e quando bisogna farlo", sia quella di "indicare come va considerata una data azione" (se, per tornare ad un esempio precedente, un dato gesto vada inteso "letteralmente" o "figuratamente"). Questa correlazione fra gestualit, o corporeit in genere, e discorso non va confusa con l'innesco di due attivit perfettamente ordinate sull'asse del tempo. Spesso, in realt, il gesto anticipa l'espressione del pensiero. Un caso palese di ci rappresentato da Coppola nel film "Rusty il selvaggio". Rusty sta parlando ad altri del fratello - da lui amato, adorato, idolatrato e temuto e spiega che intelligente, eccezionalmente intelligente. Ricorre, allora, al dito indice della mano destra e se lo porta alla tempia destra, con il contemporaneo movimento verso l'alto delle sopracciclia ed un successivo blocco, temporaneo, come vuole il gesto classico. Tuttavia, il gesto asseverante anticipa chiaramente l'espressione linguistica relativa. L'ho potuto verificare in molti conferenzieri, soprattutto laddove ci sia un'evidente laboriosit, o fatica, nell'articolare un'argomentazione convincente per colui che sta parlando. Si pu pensare che la difficolt - la parola giusta che non si trova, l'impressione di aver dimenticato qualcosa - disturbi il ritmo attenzionale fino ad originare disincronie nella correlazione a vari livelli (sintassi, rapporti logico-consecutivi e canali complementari). Fra i segmenti corporei maggiormente coinvolti nei processi di comunicazione non andrebbero trascurati i

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piedi. Il fatto di essere, perlopi, piantati a terra, ben coperti e lontani dal nostro sguardo, non evita che, spesso, possano fornire preziose informazioni sulla persona. Il segno di Babinski, per esempio, un riflesso dell'alluce che si estende dorsalmente, lentamente, mentre le altre dita si allargano a ventaglio, in seguito ad una stimolazione meccanica del margine esterno della pianta del piede. Sembra tipico del movimento delle scimmie per salire sugli alberi e si manifesta anche nei neonati umani. Sembra che sparisca in rapporto al successo del controllo corticale e nell'adulto, invece, ricompare solamente in condizioni di forti emozioni o in caso di danneggiamento del sistema piramidale. Un "ritorno ai piedi"- che vengono battuti reiteratamente a terra con violenza -, d'altronde, lo constatiamo anche allorquando la discussione sfocia in una crisi di nervi, soprattutto nei bambini. Tutto ci dovrebbe ben illustrare l'ampiezza del campo di studio e le difficolt di quell'osservatore che vorrebbe univocamente attribuire significato a ci che osserva. Il pubblico pu ingannare e il privato non facilmente indagabile. Nell'interpretazione occorre ponderatezza e, soprattutto, un quadro unitario di riferimento. Va da s, comunque, che, quando la gestualit sfugge al controllo degli esecutori, pu costituire un prezioso indizio per la comprensione dell'interlocutore, mentre meno affidabili sono le conclusioni di un osservatore che non partecipi direttamente dell'interazione.

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Cfr. P. Collett, P. Marsh, D. Morris, M. O'Shaughnessy, I gesti - Origini e diffusione; Milano 1983 U. Eco, La ricerca della lingua perfetta; Roma-Bari 1993 I. Eibl-Eibesfeldt, Love and Hate - The Natural History of Behavior Patterns; New York 1972 D. Kimura, Manual activity during speaking. Right-handers; in Neuropsychologia, 2, 1973. E. Ladavas, Asimmetrie nelle espressioni facciali in posa di emozioni in bambini, in G. Attili e P. E. Ricci-Bitti (a cura di), Comunicare senza parole; Roma 1983. D. Morris, L'uomo e i suoi gesti; Milano 1977 P. F. Ostwald, Sul modo in cui il paziente comunica con il medico sulla propria malattia, in T. A. Sebeok, A. S. Hayes e M. C. Bateson (a cura di), Paralinguistica e cinesica; Milano 1970. I. Poggi, La "mano a borsa": analisi semnatica di un gesto emblematico olofrastico, in G. Attili e P. E. Ricci-Bitti (a cura di), Comunicare senza parole; Roma 1983. O. Sacks, Vedere voci; Milano 1990 A. E. Scheflen, Il linguaggio del comportamento; Roma 1977

L'andatura Held ed Hein allevarono dei gattini al buio e consentirono loro l'esperienza della luce soltanto in condizioni controllate. Li divisero in due gruppi: i membri del primo gruppo potevano muoversi liberamente, mentre i membri del secondo gruppo, chiusi in una gabbietta, venivano trascinati dai primi. Vedevano, dunque, le stesse cose, ma i secondi non potevano muoversi. Dopo alcune settimane di questo trattamento furono liberati, ma, mentre i membri del primo gruppo, si comportarono normalmente, gli altri sembravano ciechi. Urtavano contro gli oggetti e cadevano dalle superfici sulle quali camminavano. L'esperimento la dice lunga sullo stretto rapporto che, nel processo della conoscenza, lega percezione e movimento (e non solo: Rosenfiekd insiste sul fatto che "tutti gli atti di riconoscimento, tutti gli atti di richiamo alla memoria richiedono una qualche sorta di attivit motoria", perch "gli atti motori aiutano a stabilire un contesto, un contatto immediato con l'ambiente"). Pare ovvio, allora, che il nostro modo di camminare riveli molto di noi e della nostra storia. Gi Quintiliano aveva compreso l'importanza della cosa, tanto vero che, nelle Institutiones oratoriae, racconta di Alessandro che non si sarebbe mai liberato di alcuni difetti acquisiti, fin da piccolo, dal suo pedagogo,

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Leonida. Fra questi difetti ci sarebbero stati alcuni atteggiamenti e il modo di camminare. L'annotazione viene ripresa anche da San Girolamo in una delle sue lettere "pedagogiche", scritte fra il 385 e il 420, anno della sua morte. Partendo dal principio che "l'andatura la fisionomia del corpo", Honor de Balzac formula, nel 1833, una teoria dell'andatura. In essa sostiene, forse troppo ottimisticamente, che il movimento non pu mentire e, correlando andatura e atteggiamenti mentali, ricorda che gi Demostene, nell'Orazione contro Panteneto, "rimproverava a Nicobulo di camminare alla diavola, paragonando una simile andatura (...) ad un modo di parlare insolente". Sull'argomento, in modo ancora poco sistematico, si tornati dopo il fiorire di studi semiologici del nostro secolo. Molte osservazioni sono state compiute in chiave antropologica e cos veniamo a sapere che, in Birmania, durante l'ultima guerra, l'osservatore esperto poteva distinguere fra Shan delle pianure (che camminavano con le braccia oscillanti su piani paralleli rispetto al piano sagittale del corpo),e Kachin degli altipiani (che camminavano con le braccia oscillanti su archi volti obliquamente, verso il corpo). Secondo La Barre, i bengalesi differiscono nel modo di camminare dagli abitanti del Pangiab - perch i primi muoverebbero molto i gomiti e le ginocchia, alzando anche molto il piede da terra, mentre i secondi rimarrebbero pi rigidi e pi verticali -, i cinesi del sud dai singalesi, o i maschi di alcunepopolazioni dell'Amazzonia dalle femmine. Secondo Sebeok, esisterebbe un modo particolare di camminare in citt tipico degli svedesi, mentre, dall'osservazione dei film italiani, La Barre deduce l'esistenza di una camminata romana. Per molti versi si tratta di ovviet e, per altri, di osservazioni che lasciano le cose come stanno. Il fatto che nel passo di parata dei militari inglesi, americani e tedeschi - all'epoca della seconda Guerra Mondiale - si potessero riscontrare nette differenze nei gradi di flessione del ginocchio, di per s, non ci dice granch su questi popoli n sulle condizioni culturali che hanno favorito un passo piuttosto che un altro. Pi interessante, forse, l'osservazione che, allorquando il cinema ha dovuto rappresentare "mostri" di derivazione umana, sia stato inventato lo stereotipo dell'andatura legnosa e faticosamente voluta - come nel caso di Frankestein. Senza accorgercene ci costruiamo un paradigma della naturalit dei movimenti e una sua trasgressione comporta anche la trasgressione di un intero sistema di valori. Abbiamo un cane, Papere, che comincia a ringhiare

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o abbaia non appena, per strada, intravvede un modo di camminare che fuoriesca dalla norma cittadina della media fretta e della direzione verso uno scopo: chi soffre di un handicap, chi accelera o chi rallenta eccessivamente riceve il suo giudizio negativo - nonostante i suoi padroni gli abbiano amabilmente spiegato che il razzismo non ha alcuna ragione d'essere. La Barre sostiene che qualsiasi appassionato di film western sia in grado di "riconoscere facilmente quale sia l'eroe e quale il cattivo dalla posizione del bacino pelvico nel camminare" e dal ritmo del moto. Sarebbe interessante verificare la cosa con i film prodotti dagli anni Settanta in poi, dove, pi o meno con i film di Sergio Leone, l'eroe "buono" del western classico ha lasciato il posto ad eroi meno buoni - perch non pi "dalla parte della legge" - e altrettanto abili nel manovrare armi e coscienze. Le cose cambiano. Ma non sempre il perch chiaro. Del fatto, per esempio, che, fra la prima e la seconda Guerra Mondiale, sia mutata, presumibilmente in Europa, la postura per esprimere attenzione all'interlocutore - passando da una curva lombare massimizzata ad una minimizzata -, La Barre non d alcuna spiegazione e, a dire il vero, sarebbe davvero sorprendente che la desse. Non basta l'antropologo per fornire spiegazioni di eventi "popolazionali" in cui l'applicazione di schemi deterministici risulta difficile per il numero delle variabili in gioco e per la ricchezza dei loro rapporti. Eppure consapevolezza diffusa che certe manifestazioni fisiche possano esser messe in rapporto all'esito di atteggiamenti e di costruzioni mentali - come veri e propri designanti e designati. La letteratura di qualit non avara di suggerimenti in proposito. Il detective di Hammett, per esempio, vede una cameriera uscire dalla camera della sua padrona e si insospettisce di qualcosa di losco, perch nota che "camminava sulla punta dei piedi; precauzione inutile dato lo spessore del tappeto". A monte c', infatti, una complicit colpevole che, nonostante la cameriera si creda sola, plasma la sua corporeit e la induce ad una mimesi della furtivit. "L'inutilit della cosa", racconta l'arguto detective, "mi mise in sospetto". Un'osservazione di Proust, per fare un altro esempio, mette in luce anche il rapporto fra il passo e il luogo in cui viene eseguito. In una certa sua apparizione pubblica, Odette de Crcy, divenuta signora Swann, con le sole modalit della sua presenza, "rievocava l'appartamento dove aveva trascorso le lunghe ore della mattina e dove presto sarebbe dovuta rientrare per il desinare; sembrava indicarne la vicinanza con la sfaccendata tranquillit del suo incedere". Come dire che l'andatura pu rivelare - a

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certe condizioni (come, nel caso proustiano, l'evidente stato sociale della protagonista) perfino la destinazione del passante. Cfr. H. de Balzac, Patologia della vita sociale; Torino 1992 San Girolamo, Opere scelte; Torino 1971. D. Hammett, Il bacio della violenza; Milano 1983 R. Held e A. Hein, Adaptation of disarranged hand-eye coordination contingent upon re-afferent stimulation, in Perceptual-Motor Skills, 8, 1958. W. La Barre, Paralinguistica, cinesica e antropologia culturale, in T. A. Sebeok, A. S. Hayes e M. C. Bateson, Paralinguistica e cinesica; Milano 1970. M. Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore; Torino 1978. I. Rosenfield, L'invenzione della memoria; Milano 1989. F. Varela, E. Thompson e E. Rosch, La via di mezzo della conoscenza; Milano 1992. Il corpo e la sua manutenzione Anche se la maggior parte della nostra vita scorre senza che nulla ci induca a pensarci, il corpo, il nostro corpo, ovviamente, ha una storia. E come si pu indagare sulla storia del corpo del singolo individuo, cos si pu indagare altrettanto sulla storia del corpo della specie biologica cui l'individuo appartiene - senza fidarsi troppo, tuttavia, nell'univocit del concetto di "specie" che una categoria mentale come tante altre e non un dato di fatto empirico, come alcuni biologi superficiali hanno ritenuto. Non solo cambiano certe forme, ma cambiano anche le rappresentazioni cui ricorriamo per farcene un'idea. La storia dell'anatomia umana ricca di esemplificazioni in proposito: nella trascrizione dell'Epitome di Andreas van Wescle, un anatomista del 1500 spesso italianizzato in Vesalius, il Bartholinus ed il Fontanus includono illustrazioni degli organi sessuali femminili ove, non solo le proporzioni, ma anche gli elementi costitutivi stessi - come un particolare condotto - non risultano agli occhi dell'anatomista di oggi. Il modello funzionale che guidava l'osservazione portava a vedere cose che, a modello funzionale mutato, non apparivano pi. Gli studiosi dell'evoluzione affermano che la mutazione aumenta le probabilit di sopravvivenza e il sesso sembra essere stata l'invenzione ideale per garantire questa mutazione. Dunque, il corpo cambia. Chi volesse farsi un'opinione precisa sul come, pu seguire, fra i tanti esempi a disposizione, l'attenta ricostruzione che Gould, embriologia e paleontologia alla mano, fa dell'evoluzione

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della mascella - struttura omologa agli archi branchiali dei pesci - in quegli ossicini fondamentali per l'udito di molti vertebrati (fra cui noi) chiamati "staffe". Prima dell'affermazione del paradigma darwiniano, tuttavia, sull'interpretazione del corpo umano hanno pesato gravemente assunti ideologici impliciti. Perci non raro veder spacciato come risultato scientifico qualche asserto che suonerebbe soltanto ridicolo se non ne sapesse la natura venefica. A questa triste famiglia vanno ascritte le straordinarie "scoperte" sui negri dello psichiatra americano Rush circa la forma "ereditaria latente" di lebbra da cui deriverebbero le loro labbra grosse, o quella del medico Cartwright, nel 1851, sulla carenza di ossigeno nel loro cervello, da cui la pretesa inferiorit mentale. Il principio dell'uso sociale di questo risultato evolutivo che il nostro corpo - dove si incrociano sia storie che abbiamo vissuto direttamente e storie vissute da chi ci ha preceduto - pu ben essere rappresentato dalla nozione di "glossa del corpo". Ne parla Goffman e per introdurla ricorrer ad un suo esempio: "una persona del ceto medio, accingendosi a scendere da un autobus affollato in cui qualcuno di ceto inferiore gli era seduto vicino, talvolta fa di tutto per sembrare affacendata, assorta, in modo che sia chiaramente leggibile che lascia il suo posto per scendere dall'autobus e non per cambiare sedile". Si tratta di una "piccola rappresentazione drammatica", dice Goffman, destinata sia al vicino - che "altrimenti potrebbe interpretare il gesto come un modo per evitare la contaminazione -, che al pubblico eventualmente attento. E' il caso di una persona che fornisce una glossa metaforizzando la spiegazione che, in certi testi antichi, si usava dare delle espressioni oscure - sulla propria situazione, "una rappresentazione fisica del suo allineamento alla situazione, un gesto nell'ambiente", qualcosa che partecipa un po' degli atteggiamenti e un po' del linguaggio. In altre parole, le glosse del corpo sarebbero movimenti "relativamente consci" che l'individuo, sottoposto al controllo sociale, "pu effettuare con tutto il corpo per evidenziare particolari aspetti di ci che accade, in modo percepibile da tutti coloro che nella situazione abbiano interesse a guardarlo". In questo senso, dunque, anche uno spostamento di peso del corpo da una gamba all'altra (come rileva Van Dine in un suo romanzo), o il cambio della natica di appoggio di una persona seduta intenta ad una pubblica discussione (come ho potuto rilevare in pi occasioni) possono designare, in quanto glosse del corpo, gradi di coinvolgimento e stati di tensione.

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Se le cose stanno cos, non pu stupire che queste glosse - esiti di valorizzazioni, connesse al modo di vedere ed al modo di fare - finiscano con l'incidere profondamente nel corpo, lasciando tracce anche in ci che ci appare perdurante. La marchesa di Gallardon, uno dei personaggi minori di Proust, un bell'esempio di "sistema sociocognitivo" contrassegnato corporalmente. Emarginata dai gradi pi nobili della famiglia, reagisce con collera e con moti di orgoglio non disgiunti, persino, da falsi ricordi che ne giustificano un condizionamento tradotto in scelta. Grazie ad un sistema di convinzioni, annota Proust, "ella gettava indietro fieramente le spalle staccate dal busto e su cui la testa, piantata quasi orizzontalmente, faceva pensare alla testa 'riportata' d'un superbo fagiano che venga servito a tavola con tutte le sue penne". Per natura la marchesa era "maschia, bassotta e tombolotta, ma le mortificazioni l'avevano drizzata come quegli alberi che, nati in una posizione cattiva sull'orlo d'un precipizio, son forzati a crescere incurvati all'indietro per mantenere l'equilibrio". Ne risulta, addirittura, una "forma di prestanza" capace di suscitare un "desiderio fuggitivo" nello sguardo dei maschi di alto lignaggio: fino a tanto giunge l'opera modellante del pensiero nei confronti del corpo. Non potr neppure stupire, allora, che, dalle osservazioni a carattere individuale, si possa passare ad osservazioni a carattere popolazionale. Mai come in questa nostra epoca di comunicazioni planetarie avremmo potuto assistere a forme collettivizzate di pensiero. Ad analisi come quelle di Morris sulla forma degli ombelichi, per esempio, siamo allora facilmente propensi ad attribuire un qualche fondamento. Da un confronto fra pitture e sculture del passato e fotografie di attrici e modelle degli anni Settanta, Morris ricava un aumento notevole degli ombelichi di forma allungata - che passano al 46% del totale esaminato - rispetto a quelli di forma circolare che spadroneggiavano al 92%. A suo avviso, la spiegazione di ci risiederebbe, non solo nelle mutate abitudini alimentari e nei modelli estetici in auge, ma, soprattutto, nel sopravvento dell'analogia formale della fessura verticale con i genitali femminili - un processo di simbolizzazione che finirebbe con l'incarnarsi in una soluzione anatomica. Il fatto che ci sia avvenuto soltanto ora e non prima - fatto che sembra non costituire alcun problema per Morris - potrebbe esser messo in relazione alla diffusione del nudo femminile ed al suo sfruttamento commerciale, nonch, peraltro, ai paradigmi della rappresentazione del corpo umano cui, in passato, pittori e scultori hanno pi e meno consapevolmente ubbidito..

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Probabilmente, nessun uomo tanto sereno e beato - e autonomo, rispetto la comunit in cui vive - da lasciare intoccato il proprio corpo. Le attivit di manutenzione quelle, almeno, che non implicano il ricorso a chirurgie impegnative - fervono ed occupano ampie frazioni della giornata di tutti noi, concernendo segmenti pi e meno estesi, e pi e meno pubblici, del nostro corpo. Nel corso della storia e nella variet delle culture quasi nulla stato risparmiato. Riassumendo schematicamente, dall'alto verso il basso, e senza alcuna pretesa di esaustivit: 1. Capelli. . Esempi: Il nazir nell'Antico Testamento, ovverossia il consacrato a Dio, come Sansone, doveva rispettare degli obblighi, fra i quali quello di non radersi mai sulla testa. Il suo legame con Dio, e quindi la sua forza, gli provenivano dal rispetto di queste norme. Raccontandolo alla filistea Dalila, mal glien'ha incolto. - Tuttavia, altrove, la tonsura prassi necessaria per accedere a condizioni monastiche manifestando completa sottomissione. - Le diverse lunghezze riservate ai capelli possono essere rapportate ai ranghi sociali - come nel caso dei capelli lunghi di certi re francesi fra il Seicento e il Settecento, o nel caso dei giovani antiautoritari del Sessantotto - o alla segnaletica sessuale - come nel caso dell'obbligo per le donne che entrano in chiesa di coprirsi con un velo. - San Paolo parla di un "disonore" che colpirebbe il maschio dai capelli lunghi e, viceversa, di un onore per la femmina che, tuttavia, a parere di Origene, non dovrebbero mai permettersi di pregare "con capelli arricciati". - Gi Il filosofo cretese Epimenide "portava i capelli lunghi contro la consuetudine locale". - Baudelaire si tingeva i capelli di verde, Jean Lorraine di rosso: i "poetes maudits" anticipano i punks nella contestazione dei valori sociali dominanti. - Certi pregiudizi vengono da lontano. Aristotele diceva che "i capelli rossi indicano uomini invidiosi, malvagi, disonesti, boriosi e calunniosi", ed Alberto Magno, citandolo con devozione, aggiunge che, invece "i capelli molto biondi sono il segno di un essere umano che ha predisposizione a ogni cosa e che lodevolmente ambizioso e desideroso di gloria" - L'apprezzamento popolare stato elargito alle bionde ossigenate ed a chi si "toglieva gli anni" colorando artificialmente i capelli grigi (con qualche eccezione).. - Le parrucche, a quanto pare, contrassegnavano i massimi livelli della struttura sociale degli antichi Egizi - fino

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a met del Settecento sono state di gran moda nella buona societ europea -; il toupet e le varie tecniche di trapianti contrassegnano coloro che, nella societ di massa, non vogliono pagare il prezzo sociale della calvizie. 2. Fronte. Esempi: - I segnali castali, tondeggianti e di vari colori, in mezzo alla fronte delle donne indiane. - incisioni di linee orizzontali, con inserimento di minuscole pietre, nelle cerimonie di iniziazione presso alcune popolazioni del Sudan. 3. Sopracciglia. Esempi: - La rasatura e la sostituzione con pelli di topo nell'Inghilterra del Settecento. "Now, picking out a Crystal Eye,/ She wipes it clean, and lays it by./ Her Eye-Brows from a Mouse's Hyde,/ Stuck on with Art on either Side,/ Pulls off with Care, and first displays 'em,/ Then in a Play-Book smoothly lays 'em", scrive causticamente Swift in una poesia dedicata A una bella e giovane ninfa in procinto di coricarsi. - La ridisegnatura a matita, sopra (molto sopra in Giappone) il livello delle sopracciglie rasate, nella pratica femminile. 4. Ciglia. Esempi: - Applicazioni di ciglia posticce - Coloritura da cosmesi 5. Palpebre. Esempio: - Coloritura da cosmesi. 6. Orbita sopraccigliare Esempio: - Coloritura. Nel Seicento, John Bulwe ricorda l'uso di polvere nera, presso i turchi, ai fini di un aumento del contrasto con il bianco della cornea 7. Occhi. . Esempi: - Lenti a contatto colorate - Occhiali - Ridisegnatura dei contorni affinch sembrino pi grandi 7. Naso. . Esempi: - Protesi pi e meno falliche in occasioni speciali (Carnevale, balli in maschera, feste goliardiche) Le orecchie. - Anelli e altri ornamenti - Operazioni di chirurgia plastica 8. Guance

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Esempi: - Cipria (che, nei secolo scorsi, doveva dichiarare stati sociali tramite i pallori artificiali di chi, per vivere, non era costretto a lavorarare all'aria aperta), fard e altre coloriture - Nei posticci. Dapprima usati per occultare difetti, poi distribuiti ad arte. Nel Settecento inglese designano perfino gli atteggiamenti politici delle signore secondo un codice topologico. - Coloriture e mutilazioni varie in culture tribali. - Inserimento di oggetti ri-orientati in senso ornamentale nella cultura punk. 9. Orecchie Esempi: - Orecchini dei marinai - Anelli e altri ornamenti - Pietra preziosa incastonata 10. Labbra Esempi: - Coloritura con rossetti - Ampliamento della forma - Protesi interna con silicone o collageno bovino. - Inserimento in bocca di oggetti deformanti presso culture tribali - Mantenimento temporaneo in sede di oggetti vari: sigarette, pipa, o stecchini. A proposito di quest'ultima tipologia di complementi da labbra, va ricordato come Mann caratterizzi un suo personaggio - filosofo, laico, italiano, nella chiacchera dell'immediato dopocena -, proprio con "lo stecchino fra le labbra", dove il "lo" allude chiaramente all'abitualit della cosa. 11. Baffi Esempi: - Depilazione - Mantenimento di una forma specifica. Ai fini di una storia sociale dei baffi, pu non essere inutile rammenatrsi di quanto Proust asseriva a proposito di quelli dei camerieri dei caff parigini. Per lui erano un sorta di elargizione ideologica, "una sodisfazione d'amor proprio data ai domestici". 12. Barba Esempi: - Depilazione. Con i relativi rituali. Gombrich, per esempio, racconta che Picasso, per un certo periodo, non si sia mai fatto la barba senza tracciare con le dita delle linee nella schiuma, divertendosi cos a trasformarsi in una maschera da clown. - Mantenimento di una forma specifica. Un personaggio di Ramon Gomez de la Serna "si lasci crescere la barba e questo lo cambi radicalmente. La sua faccia di grossa

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bestia semplice e franca perdette la sua ideale espressione di candore e si rivest di una ferocia solenne". Fatto sta che, da quel momento, "divenne insopportabile, cattivo, ipocrita, cospiratore". La tesi, presa alla lettera, vorrebbe che una modificazione di certi tratti fondamentali dell'aspetto esteriore incida decisamente su atteggiamenti e modi di fare. Pu essere generalizzata, ma ammettendo, anche, che una modifica di atteggiamenti e modi di fare - magari non ancora pubblicamente in atto pu incidere altrettanto decisamente su scelte concernente tratti fondamentali del proprio aspetto. 13. Denti. Esempi: - Protesi - Ricopertura di un dente d'oro, o inserimento di un piccolo diamante, come status symbol. Come la cantante americana Madonna nel 1994. - Coloriture o riduzione a forme particolari in culture tribali. 14. Collo Esempi: - Collane e ornamenti vari - Costrizione fin dalla tenera et a indossare anelli di ottone in funzione allungante per le donne birmane. 15. Ascelle. Esempio: - Depilazione - Profumazione o deodorazione 16. Torace Esempi: - Pratiche di muscolazione - Decorazioni e ornamenti, soprattutto in societ tribali 17. Schiena Esempi: - Decorazioni e ornamenti, soprattutto in societ tribali. - Pratiche di muscolazione 18. Romboide di Michaelis (zona centrale fra le fossette sopra le natiche ai lati della colonna vertebrale) Esempio: - decalcomania colorata nelle stripteseuses degli annni Novanta. 19. Seno. Esempi: - Decorazioni e ornamenti - Protesi di rinforzo - Compressioni 20. Capezzoli Esempio: - Perforazione e inserimento di anelli o pendagli

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21. Braccia Esempi: - Decorazioni - Pratiche di muscolazione 22. Polso Esempi: - Orologi - Braccialetti - Bracciali di cuoio di tipo gladiatorio - Bandane - Felpa tergisudore dei tennisti 23. Mani Esempi:

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- Decorazioni - Timbri come visto d'ingresso nelle discoteche - Scritte varie nei giovanissimi - Casi di simbiosi con vegetali vari nei fachiri indiani 24. Dita delle mani Esempio: - Anelli variamente distribuiti, anche in rapporto a signifiacti univocamente statuiti (come nel caso della vera matrimoniale) 25. Unghie Esempi: - Recisioni - Mantenimento. "I nobili cinesi", racconta Ramon Gomez de la Serna, "hanno delle unghie dorate, estremamente lunghe; presso di loro il segno della nobilt e la prova che essi non si consacrano ai lavori manuali". - Mantenimento parziale - come nel caso di coloro che, perlopi nei Paesi Mediterranei, lasciano crescere un'unica unghia, di solito quella del mignolo. - Applicazione di unghie posticce - Colorazione e disegnatura. Fino a soluzioni di estrema complessit: il caso dell'eroina del film di Verhoven, Showgirls, che si dipingeva le lunghissime unghie alternando losanghe viola e rosa in reticoli dorati. 26. Ventre Esempi: - Pratiche di muscolazione - Cure dimagranti - Decorazioni e ornamenti, soprattutto in culture tribali. 27. Ombelico Esempio: - Incastonatura di pietra preziosa o affini, come nel caso di certe danzatrici del ventre. 28. Pube Esempi: - Depilazioni - Rasature in forme specifiche, soprattutto, per le donne moderne occidentali, in rapporto alle misure dei costumi da bagno e degli slip. 29. Natiche Esempi: - Rassodamenti - Decorazioni - Liposuzione e altre tecniche riduttive. - Protesi per aumentarne il volume stabilizzandole. E' del 1994 il primo caso di decesso - per avvelenamento conseguente alla rottura delle protesi al silicone - di un transessuale brasiliano che aveva voluto adempiere ai dettami del mercato ideologico concernente le forme e le proporzioni del nostro corpo.

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30. Organi genitali Esempi: - Circoncisione - Infibulazione - Cauterizzazione della clitoride nella pratica medica occidentale dell'Ottocento. - Anellini e altri ornamenti inseriti nelle grandi labbra dell'organo genitale femminile. - Anellini inseriti nei testicoli - Brillantino sulla clitoride 31. Gambe Esempio: - Depilazione 32. Cosce Esempio: - Rassodamento - Liposuzione e altre tecniche riduttive - Pratiche di muscolazione 33. Caviglia Esempi: - Decorazioni - Braccialetto - Applicazioni di batterie di campanellini per le danzatrici indiane. 34. Piede Esempi: - Decorazioni - Pratiche contenitive per le ragazze cinesi di alto rango - compiute almeno fino a tutto il secolo scorso. 35. Unghie delle dita del piede Esempio: - Coloritura A tutto ci vanno aggiunte, al meno, altre due pratiche molto comuni che riguardano il corpo intero, incluse, spesso, le zone pi intime e nascoste: l'abbronzatura ed il tatuaggio. La prima, nel mondo occidentale moderno, ha finito con il diventare un segno del benessere - pi che fisico, sociale. La persona di successo - di tanto successo da non doversi preoccupare della diffusione del melanoma - o naturalmente, in merito a raggi solari ricevuti nell'ozio che la propria posizione socioeconomica concede, o artificialmente, in merito a lampade pi o meno solari, a quanto pare, dev'essere abbronzata. Come segnale, chiaramente, risultato di un furto al lavoratore di fatica, al povero che doveva lavorare all'aria aperta per guadagnarsi da vivere; appartiene alla cultura degli sprechi, del fasullo e del cinismo. Parzialmente diversa , invece, la storia del tatuaggio. Disegni semplici e schematici, composti di corti segmenti

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ripetitivi paralleli sono stati riscontrati sulla cute della mummia ritrovata in Val Senales, datata a 5300 anni or sono. Altri disegni pi complessi sono stati riscontrati sulla cute delle mummie degli Sciiti della Siberia centrale, risalenti a 2400 anni or sono. Due fatti concorrono all'interpretazione di questi dati: da una parte noto che il tatuaggio viene tuttora praticato in funzione terapeutica nella medicina tibetana; dall'altra parte, i segni rinvenuti sulla mummia della Val Senales sono tutti in corrispondenza con le caviglie, il ginocchio e il tratto lombare della colonnan vertebrale, ovverossia con punti di possibile affezione artrosica. Pi che di veri e propri tatuaggi si trattava, presumibilmente, di tagli utili all'inserimento di erbe curative poi bruciate in sede. Le tracce pi note del tatuaggio sono state riscontrate nella cultura polinesiana e nel Messico precolombiano, ove svolgeva funzioni di carattere magico-religioso. Altrove, favorito in ci dalle interdizioni (esplicita quella nel Levitico, 21, 5, in cui la proibizione di incidere la carne accompagnata da quella di radersi del tutto i capelli e di tagliarsi gli angoli della barba) ha finito con l'assumere un carattere iniziatico: in questa veste che si diffonde fra le societ segrete, fra i marinai, le prostitute e fra tutti coloro che, come i detenuti, devono fare i conti con la separatezza imposta da un'istituzione totalitaria. Non a caso, dunque, Lombroso, negli ultimi decenni del secolo scorso, gli ha dedicato tante attenzioni nella speranza di cogliervi i segni peculiari della degenerazione morale. E' dal rovesciamento di questi processi di valorizzazione che, nell'inconsapevolezza dei pi, tornato prepotentemente nell'uso amche nella societ occidentale: come segno di legame altrettanto che come segno di autonomia, o per un piacere estetico spesso non disgiunto da scelte ideologico d'ordine diverso. Tutte queste pratiche manutentive possono essere considerate come potenzialmente comunicative, ma inpongono all'interlocutore pi di una precauzione. Innanzitutto, va tenuto presente che, spesso, sono il frutto di traduzioni da cultura a cultura - traduzioni in cui possono aver guadagnato o perso qualcosa. A volte il numero delle traduzioni pu esser tale che, del significato noto di un tempo, possono aver perso tutto. Il protagonista attivo della manutenzione, poi, pu adire ad una pratica per mera emulazione: il sistema delle comunicazioni di massa, che impone modelli fisico-comportamentali per assecondare il cosiddetto "libero mercato", favorisce quest'assunzione nell'inconsapevolezza. E in grazia di ci, una famiglia, un gruppo professionale o una libera associazione, si trovano improvvisamente ad aver a che fare con una sorta

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di comunicazione capitata l pi o meno per caso: il figlio che rientra a casa con l'orecchino, la collega di lavoro che torna dal parrucchiere con una ciocca vistosamente colorata o il calciatore che, nel cambiarsi in spogliatoio per il consueto allenamento, esibisce un tatuaggio che fino al giorno prima non c'era. Sono sicuramente segnali importanti di s - e come tali appartengono ad una cultura -, ma non detto che siano assunti insieme alla cultura da cui sono scaturiti ed in cui sono cresciuti. In altri casi, invece, possono essere la prima manifesta comunicazione di un mutamento culturale. La cultura della droga cos come si sviluppata nei Paesi Occidentali dagli anni Sessanta in poi, per esempio, perlopi abbonda di segnaletica a vari livelli (corporei, vestimentari, comportamentali, etc.) necessaria per il riconoscimento, per la condivisione con i pari e per l'opposizione agli impari, e per l'autostima che proviene dall'adozione di uno stile. Infine, per un corretto rapporto con la comunicazione, va tenuto presente che ogni designante di successo, capitato nel mercato linguistico sottoposto ad una frenetica evoluzione. La spilla da balia inserita nel lobo auricolare di un punk, pochi giorni dopo, riprodotta in oro o in platino dalle gioiellerie del centro cittadino, e, semiologicamente - oltre che finanziariamente -, non pu pi essere considerata la stessa. Cfr. Alberto Magno, Alberti Magni Opera; Parigi 1891. L. Capasso, Tatuaggi contro l'artrosi, in Le Scienze, 325, 1995. Diogene Laerzio, Vite dei filosofi; Roma-Bari 1976. C. Lombroso, L'uomo delinquente; Roma 1971. L. Fleck, Genesi e sviluppo di un fatto scientifico; Bologna 1983. E. Goffman, Relazioni in pubblico; Milano 1981. E. H. Gombrich, La logica della fiera della vanit; Roma 1982. S. J. Gould, Otto piccoli porcellini; Milano 1994 T. Mann, La montagna incantata; Milano 1930. D. Morris, Il comportamento intimo; MIlano 1972. D. Morris, Il nostro corpo; Milano 1986. B. Muller-Hill, I filosofi e l'essere vivente; Milano 1984. Origene, La preghiera; Milano 1984 San Paolo, Lettera ai Corinzi, 11, 14-15. M. Proust, La strada di Swann; Torino 1978. M. Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore; Torino 1978. Ramn Gomez de la Serna, Il dottore inverosimile; Milano 1964. J. Swift, Lo spogliatoio della signora; Torino 1977.

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S. S. Van Dine, Il caso Allen; Milano 1983. Il vestiario

Il capitolo 55 della Regola di San Benedetto dedicato agli "abiti e calzature dei fratelli". Fra l'altro, vi si raccomanda che "ai fratelli si diano i vestiti secondo il clima del luogo dove abitano e la temperatura della stagione". "Nei climi temperati", specificato, "bastano al monaco la tonaca, la cocolla - d'inverno pesante, d'estate leggera o consumata dall'uso -, e lo scapolare per il lavoro". La cocolla era un'ampia veste, con cappuccio, che veniva indossata sopra la tonaca, in uso, al tempo, fra i contadini; lo scapolare, poi, era presumibilmente una sorta di grembiule da lavoro. "Ai piedi", infine, i monaci "abbiano calze e scarpe". Colore e qualit erano caratteristiche di cui non preoccuparsi e, per quanto concerne la misura, bisognava fidarsi dell'occhio dell'abate, responsabile unico del vestiario di tutti. San Benedetto vissuto nella prima met del sesto secolo e si pu dire che, nonostante qualche parentesi curiosa - come quella della Cina Popolare di Mao -, le sue idee in fatto di vestiario non abbiano avuto un grande successo. Al modo moderno di vestire ci si giunti con scelte antagoniste rispetto all'uniformit ed alla modestia. Oggi, le scienze semiologiche, dando seguito alla scienza della "vestignomica" preconizzata da Balzac sull'onda dei successi di Gall e Lavater, parlano di un codice vestimentario piuttosto complesso che, volenti o nolenti, riguarda un po' tutti e che si aggiunge al linguaggio propriamente detto ed ai canali complementari per comunicare qualcosa intorno alla persona. Tale codice, ovviamente, non da intendersi come un corpo statico di regole esplicite cui assoggettare ogni capo di vestiario ed ogni occasione del suo uso. Chi ci ha provato, a legiferare in tal senso, o rimasto ad un livello di genericit eccessivo - come San Girolamo, laddove esorta a "non far uso egualmente di abiti scuri o bianchi", a rifuggire "allo stesso modo dall'eleganza e dalla trascuratezza, giacch l'una fa pensare alla vita gaudente, l'altra segno di vanagloria" - o stato rapidamente disatteso - come Giovanni della Casa, laddove raccomanda di andare "ben vestito", "ciascuno secondo sua condizione e secondo sua et", badando di "vestire all'usanza che si vestono gli altri", perch, in caso contrario, sembra di "riprendergli e di correggerli", come se si "sprezzi la gente". Della Casa fa l'esempio dei veneziani che, dopo il 1405, una volta incorporata nel

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loro dominio la citt di Padova, ci si recavano "in saio, quasi gli fosse avviso di essere in contado". I galatei, almeno in materia di vestiario, sono sfortunati almeno quanto i dizionari: lo slittamento di significato, nell'uso, rapido e inesorabile. Dire che i guanti sono "indicatissimi, per non dire indispensabili" perch per merito loro, d'inverno,si evita di mettere le mani in tasca, equivarrebbe ad asseverare l'idea che "un uomo ben educato non dovrebbe mai tenere le mani in tasca" un'interdizione che risale almeno a Della Casa, laddove raccomanda di non "porsi le mani in alcuna di quelle parti del corpo che si cuoprono".. Nel 1996 - quando gi i manichini nelle vetrine dei modisti si presentano con le mani in tasca -, in quanto norma, avrebbe ben poche probabilit di essere ottemperata, nonostante sia tratta direttamente da un galateo del 1977. Lo stesso velo che alcuni anni or sono copriva visi nobili e schivi, nel Medioevo segnalava le prostitute. Lo stesso berretto frigio, il bonnet rouge - antico simbolo della liberazione dallo schiavismo -, che infiammava la rivoluzione, lo stesso che il 20 giugno del 1791 fu fatto indossare addirittura a Luigi XVI, dopo un po', a Robespierre ed al Sindaco dell'insorta Parigi, sembra un simbolo che "terrorizza gli spiriti", tanto che "chiunque abbia a cuore il pubblico bene sar del tutto indifferente a un berretto rosso". L'ironica affermazione di Balzac sul fatto che "uno strappo una disgrazia, una macchia un vizio", vien messa a dura prova dalla moda attuale dei jeans "accessoriati" con squarci, dalla moda punk e dalle sue traduzioni. Le fluttuazioni dei codici tale che, come dice Eco, "l'analista del costume, che voglia indurre le scelte ideologiche o psicologiche dai comportamenti vestimentari, deve essere pronto a cogliere i codici mentre si manifestano, e subito si disfano" Non diversamente, peraltro, da come accade relativamente al linguaggio stesso. Nel medesimo galateo di una ventina d'anni fa, selezionando con criteri discutibili, si racconta che il nostro secolo sarebbe s quello "dell'atomo, della penicillina, della democrazia, dell'astronautica e dei tranquillanti", ma anche il secolo del "pret porter", un francesismo non senza pretese mistificatorie (come quella di liberarci tutti dalla "fatica" di vestirci per essere ratificati dalla "buona societ") che ha dato anche il nome ad un film di Altman. Sbaglierebbe, tuttavia, chi pensasse che questo processo di relativa semplificazione investa di s l'intero codice vestimentario. Il fatto che s'impoverisca il corpo di regole esplicite - circa l'uso di un determinato elemento in determinate occasioni - non vuol dire di per s che l'essere umano vestito, veicolo

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della comunicazione, sia interpretabile con maggiore facilit. Anzi, laddove si estende l'implicito, pi probabile che intervenga la distinzione sottile nell'intento di sciogliere l'ambiguit. Alla luce di tutto ci, una classificazione di elementi del codice vestimentario in corrispondenza di presunti significati persistenti e universali non avrebbe alcun senso. Pi opportuna, invece, mi sembra una classificazione che, nell'investire questi elementi della capacit di soddisfare uno scopo, si limiti ai principali ambiti funzionali ed alla loro organizzazione gerarchica. Cos possiamo considerare, innanzitutto, i due grandi ambiti delle funzioni biologiche e di quelle socioculturali. Ripararsi dal freddo o dal caldo, evitare i morsi delle vipere o delle zanzare, camminare al meglio su qualsiasi tipo di pavimentazione sono scopi che si inscrivono solitamente, prima di tutto, in un quadro funzionale di ordine biologico. Tuttavia, la pelle dell'animale pu passare dal designare il miglior cacciatore per finire a designare il pi ricco della compagnia. E il passaggio non da poco, perch pu interessare l'arco dei millenni. Anche l'invenzione delle mutande (da una forma gerundiva che significava semplicemente "ci che deve essere cambiato") pu venir considerata all'interno do una logica biologica - in rapporto alla divisione del lavoro ed alla speciazione, per esempio -, ma nelle tipologie oggi messe a disposizione dal mercato sarebbe difficile riconoscerla. Ci dobbiamo render conto, allora, che le funzioni mutano e si gerarchizzano, abbattendo ogni parete ideale che l'analista pu innalzare. In un quadro di funzioni socio-culturali possono inscriversi quegli elementi che contraddistinguono stati civili o religiosi (uniformi della polizia o degli addetti ai pubblici trasporti; il clergyman dell'eccelesiastico); quelli che contraddistinguono lavori o mansioni specifiche (la tuta dell'operaio, il camice dell'infermiere); quelli che contraddistinguono il lavoro in quanto tale opponendosi a quelli deputati a vestire i giorni non lavorativi (una distinzione oggi poco praticabile, almeno nelle grandi citt); quelli che contraddistinguono cerimoniali e partecipazioni rituali (la divisa dei calciatori durante la partita di foot-ball, la fascia tricolore del sindaco di una citt italiana, l'amitto, il piviale o la dalmatica di un sacerdote che officia messa); e quelli che contraddistinguono particolari convinzioni ideologiche (il bonnet rouge durante la rivoluzione francese, lo stile beat, gli stivali militari dei naziskin, il nastrino rosso di chi vuole manifestare solidariet agli ammalati di AIDS).

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Altri elementi rispondono principalmente allo scopo di guidare la percezione altrui del proprio corpo (come la braghetta in uso fra i maschi europei del quindicesimo e del sedicesimo secolo - che evidenziava, enfatizzandolo, l'apparato genitale esterno -, o il rinforzo alle spalline di golfini e camicette - che proporzionava spalle e bacino -, o le calze contenitive - che alzavano i glutei e comprimevano le masse cellulitiche), ma anch'essi possono facilmente esser ricondotti a processi di valorizzazione. Le cose si complicano, tuttavia, non solo allorquando una stripteaseuse si presenta in scena con un berretto militare in testa, occhiali neri, tumefazione sanguinante sulla guancia destra, cinto erniario sotto l'abito talare, calze a rete ampiamente smagliate e doposci sgargianti allorquando, cio, ogni funzione primaria venuta meno ed stata sostituita da un'altra -, ma anche allorquando chiunque di noi partecipi di un'interazione mirata, ovvero categorizzata nell'ambito di una struttura gerarchica che assegna posti e valori alle persone che incontriamo, alla storia delle nostre reciproche relazioni precedenti ed alla prefigurazione di quelle future. Un colletto di camicia aperto o chiuso, una cravatta indossata o no perfino, in certi casi, annodata in un modo o nell'altro -, possono raccontare della stima di cui ci autoinvestiamo in rapporto a chi dobbiamo incontrare, della stima che riserviamo a questi, degli scopi che ci muovono e dei mezzi che vorremmo adottare per raggiungerli. Per capire qualcosa del codice vestimentario altrui occorre, allora, tener presente che ogni suo elemento pu cambiare di ambito funzionale (esattamente come una tumefazione sanguinante pu partire da problema di pronto soccorso ed arrivare ad eccitante per sadomasochisti inconsapevoli passando per dolorose stazioni ideologiche) e che, nel composto finale, nelle relazione sistemica che s'instaura con tutti gli altri e con il contesto stesso in cui il codice si esprime (l'ambiente fisico e la sua storia, le persone attese come partecipanti all'interazione, il tempo a disposizione, gli scopi condivisi) sono da ricercarsi le sfumature essenziali della significazione. Che, poi, chi si veste sia consapevole o meno di tutto ci che fa e di ci che si porta culturalmente appresso tutto un altro paio di maniche (per rimanere alla metafora vestimentaria). L'anziano che passeggia lungo la spiaggia vestito di tuta sportiva e borsello di pelle non sa di rappresentare contraddizioni semiologiche, n, se lo sapesse, gliene importerebbe gran che: ci che indossa e pragmaticamente perfetto - niente che abbia bisogno di stirature, meno camicie da lavare, legittimazione a sedersi ovunque, spiccioli, fazzoletto, chiavi di casa e sigarette al seguito con il minimo sforzo e, perfino,

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minor visibilit del pannolone e, al contempo, assunzione di stato tramite un simbolo del benessere fisico e della gagliardia protratta. Anche la psicoanalisi, ovviamente, non si lasciata sfuggire la ricca gamma degli elementi del codice vestimentario e, per esempio, ha dato il meglio di s in materia di cappelli. Una paziente di Freud, sulle prime, racconta un suo sogno con queste parole: "E' estate, e sto camminando su una strada; porto un cappello di paglia di forma particolare: la parte centrale piegata verso l'alto, mentre le parti laterali pendono verso il basso, in modo che l'una pi bassa dell'altra". Qui, annota Freud che la paziente ha avuto un momento di esitazione. Poi ha concluso: "Io sono di buon umore, mi sento sicura; e quando passa davanti a me un gruppo di giovani ufficiali, penso: Voi tutti non mi potete far nulla". Freud, rapido e sagace, le dice subito che "il cappello probabilmente un genitale maschile con al sua parte centrale eretta e le parti laterali che pendono". Dice di essere indotto a questa interpretazione non tanto perch a lui i genitali, maschili o femminili che siano, sono la prima cosa che gli balza sistematicamente in mente, ma perch in tedesco c' un modo di dire - Unter die Haube kommen, letteralmente "finire sotto la cuffia" - che, alludendo al cappello, significa proprio "trovar marito". La conclusione sarebbe, allora, che il marito della paziente dotato di un organo genitale "straordinario" e che ci la esenta dall'aver bisogno di ufficiali. A questo punto la paziente vorrebbe correggere Freud e gli dice che ha capito male: che lei non ha detto che le parti laterali del cappello, nel sogno, erano rivolte verso il basso. Lui, tuttavia, le conferma decisamente quanto aveva udito prima. A questo punto la signora, dall'alto della sua benevolenza non disgiunta da una solida competenza psicoanalitica, fa felice Freud e, test, gli domanda se lui ha un'idea del significato del fatto che suo marito presenta un testicolo pi basso dell'altro. Cos Freud non ha pi dubbi sulla correttezza della propria interpretazione (se il cappello avesse avuto anche un nastrino rosso alla base della parte centrale sarebbe stato ancor meglio, ma non si pu avere tutto dalla vita). Considerata la meccanica dell'interazione fra Freud e la sua paziente, e considerata la natura consecutiva di ci che Freud investe della caratteristica di "sintomo", riterrei il caso pi rivelatore dei gusti di un'epoca che non un motivo sufficiente per sospettare, d'ora innanzi, della condotta morale del proprio partner laddove abbia sognato anche un'intera collezione di cappelli. La storia della psicologia - anche quella ben nota a Freud - d'altronde piena di quadri sintomatici indotti,

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consapevolmente o meno, dallo psicologo di turno. Noto il caso di Charcot che, all'ospedale parigino della Salpetrire, ha potuto studiare sintomi dell'isteria che non si verificavano in alcun altro ospedale.

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Cfr. F. Arborio Mella, Il nuovo galateo; Firenze 1977. R. Barthes, Sistema della moda; Torino 1970. S. Bologna, Simbolo d'identit, in Cosa ti sei messo in testa - Storia e geografia del cappello; Milano 1991. J.-M. Charcot, Lezioni alla Salpetrire; Milano 1989. H. de Balzac, Patologia della vita sociale; Torino 1992. Giovanni Della Casa, Galateo; Milano 1977. U. Eco, L'abito parla il monaco, in Psicologia del vestire; Novara, senza data. S. Freud, L'interpretazione dei sogni; Roma 1952. San Girolamo, Opere scelte; Torino 1971. D. Morris, Il comportamento intimo; Milano 1972. E. Shorter, Psicosomatica; Milano 1992. Gli oggetti Dice Ceccato che la categoria di "oggetto" costituita di uno stato di attenzione e della categoria di "cosa", costituita, a sua volta, di due stati di attenzione combinati fra loro. E' in grazia di questa sua struttura genetica molto semplice che qualsiasi cosa pu, per noi, diventare oggetto: un manufatto, un prodotto naturale, le cose che portiamo addosso o di cui ci circondiamo, il luogo dove ci muoviamo o dove camminiamo, le persone stesse - come certa pubblicit che abusa del corpo femminile insegna - possono venir considerate, magari solo per un attimo, allo stato di meri oggetti. Non a caso, dunque, la psicoanalisi parla di oggetto sessuale per designare la persona da cui proviene l'attrazione o di sostituti dell'oggetto sessuale allorquando la persona si riduce ad una sua parte (per esempio, i capelli, o i piedi) o a cose in relazione con lei (per esempio, la biancheria intima). In certi casi - un paio di occhiali, lo stecchino, la sigaretta o la pipa in bocca, l'orologio da polso o da tasca, il telefono cellulare, la matita dei negozianti di un tempo o la penna di colui che sta parlando in pubblico l'oggetto diventa una vera e propria protesi, un'estensione del s: Non senza qualche giustificazione, dunque, Balzac poteva affermare che "la personalit di un uomo si indovina dal suo modo di portare il bastone". In altri, pur essendo fisicamente ben separato dall'individuo, l'oggetto fa ugualmente parte integrante del suo mondo cognitivo, motorio e affettivo. tanto che, spesso, con il tempo e la ripetizione del rapporto, assume un carattere d'indispensabilit. L'organizzazione della casa rappresenta bene la storia evolutiva del nostro rapporto con gli oggetti e dei valori di cui li abbiamo investiti. "Configurazioni abitative,

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uso dello spazio e modi per delimitarlo", spiega la Giuliani, "rappresentano un ricco sistema simbolico attraverso il quale gli individui e i gruppi sociali proiettano la propria identit, in gradi e con modalit diverse". Ma non solo: la casa, altres, consente di cogliere, "nelle specificit fisiche e comportamentali che definiscono i diversi modelli abitativi", anche "l'espressione del rapporto dialettico tra individuo e societ". Stanze, mobilia, suppellettili e strumentazioni d'uso vengono distribuite variamente a seconda del criterio predominante - che pu essere pragmatico ed estetico, quando non decisamente ideologico. Cos gli insiemi fisico-funzionali della sala da pranzo e della sala di conversazione-televisione.relax possono riunirsi in un solo ambiente; cos il vano d'ingresso pu nascondere (come nel caso di uno stile di vita borghese) o esibire l'attaccapanni o il portaombrelli; cos un quadro ad olio ottocentesco di pregio - o uno dei tanti oggetti di "adorazione laica", come li chiama Eco - pu far bella mostra di s in camera da letto del capofamiglia o, addirittura, in bagno insieme al manifesto con il ritratto di Che Guevara e con la riproduzione del multiplo dedicato da Warhol a Malilyn Monroe. Nell'organizzarsi la casa a volte si assente e a volte si dissente da un sistema di valori.Quasi mai possiamo constatare un'organizzazione che assecondi il solo criterio pragmatico o il solo criterio estetico: nella stesso ingresso che offre al visitatore la cassapanca antica, l'arazzo alla parete e la specchiera con i ninnoli d'argento, una porta a soffietto pu nascondere un orinatoio supplementare installato l, impudicamente, per urgenze ormai dimenticate. Balzac, nel Trattato della vita elegante, delineava una coerenza cui financo la sua tanto amata - e tanto criticata borghesia, con il tempo e con la ricomposizione delle classi sociali, ha dovuto rinunciare. Partendo dal principio che, nella "sua" vita elegante, "tutto comunica ed interdipendente", arriva a formulare regole quali quella che "una sola sedia deve determinare tutta una serie di mobili", o quella, analoga, che dota il teorico dell'eleganza della capacit di dedurre "tutto un boudoir, una camera o un palazzo" a partire da un attaccapanni. Tutto si tiene, d'accordo, ma una casa come una persona - non mai l'espressione di un unico momento: ha una storia, e in questa storia ci entra di tutto, senza alcun rispetto per il codice narrativo degli scrittori naturalisti. Discorsi del genere, ovviamente, valgono per qualsiasi tipo di oggetto - compresi i pi minuscoli. L'ordine di una scrivania - a casa o in ufficio -, o di un ripiano di

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cucina, riflette abitudini e principi ergonomici non dissimili da quelli che governano la disposizione dei "ferri" in una sala operatoria o la disposizione di quadranti e manopole nell'abitacolo del pilota d'aereo. La differenza sta nel controllo o meno della sequenza che ha portato a quel risultato: una sala operatoria o un abitacolo di pilota sono il frutto di studi e di correzioni consapevolemnte apportate in seguito ai risultati ottenuti nel loro uso; la disposizione degli utensili in cucina o la disposizione di matite, penna, taccuino per appunti, agenda e computer, su una scrivania casalinga, sono l'esito di un processo darwiniano in cui oggetti e loro posto hanno prevalso su altri oggetti e altri posti senza che un progetto "razionale" dettasse le mosse pi opportune. Un ragionamento analogo potrebbe valere per la distribuzione degli oggetti, considerati di necessit costante e quotidiana, nelle varie tasche del sistema stratificato di abiti. Tuttavia, nel contatto reiterato con certi oggetti, possibile rinvenire significati che, se sfuggono alla consapevolezza del soggetto, non perdono per ci della loro valenza sociale. Il successo dello sferruzzare e del lavorare all'uncinetto conseguito per lunghi anni presso la massaia povera o piccolo borghese, per esempio, viene ricondotto dalla Bonaparte ad una forma di autoerotismo che ne spiegherebbe, altres, l'effetto rilassante. Molti fumatori, per fare un altro esempio, "quando si mettono la sigaretta tra le labbra o quando la tolgono, si toccano la bocca con due dita". Morris sostiene che il rapporto con la sigaretta simula il contatto con la mammella e con il capezzolo, e questo gesto lo confermerebbe a maggior ragione. Dal ciucciotto in poi,, l'uomo si circonderebbe di oggetti idonei a "suzioni non nutritive" per esaudire l'impellente bisogno di "effettuare rassicuranti atti d'intimit simbolica". In un'analisi che mostra la relativa costanza nell'ordine delle pavimentazioni in abitazioni culturalmente e geograficamente ben differenziate - in case belghe, marocchine e giapponesi, pi ci si avvicina al cuore dell'alloggio e pi i materiali di pavimentazione si "addolciscono" -, Crunelle individua un meccanismo mentale molto importante per render conto dei nostri comportamenti nei confronti degli oggetti d'uso quotidiano. Quando noi percepiamo la superficie piatta sotto i nostri piedi, o quando sappiamo che l'altezza dei gradini uguale per l'intera scala, ci rilassiamo e potremmo salire la scala perfino ad occhi chiusi - l'unico problema sarebbe costituito soltanto dall'ultimo gradino. La prevedibilit dei nostri gesti, in altre parole, ci infonde sicurezza. E ci libererebbe l'attenzione - la esautorerebbe dallo

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svolgimento di molte funzioni -, con l'immediato risultato di instaurare comportamenti confidenti. Generalizzando, allora, si pu affermare che pi siamo in grado di predeterminare il dominio degli oggetti che ci competono, pi siamo in grado di affrontare con spontaneit e partecipazione l'interazione con gli altri. Certi ordini maniacali - e certi disordini -, o certe ripetizioni di gesti implicanti la manipolazione di oggetti, vanno interpretati anche alla luce di questa consapevolezza. In termini di giochi attenzionali constrastati, pu, inoltre, inquadrarsi quell'interpretazione freudiana secondo la quale il lasciarsi cadere oggetti dalle mani, spesso, costituisce un'azione pretestuosa per esprimere pensieri inconsci. Cfr. M. Bonaparte, Psicoanalisi e antropologia; Bologna 1971. S. Ceccato, La mente vista da un cibernetico; Torino 1972. M. Crunelle, Perception tactile des sols, in Methodologia, 8, 1991. H. de Balzac, Patologia della vita sociale; Torino 1992. U. Eco, Il costume di casa; Milano 1973. N. Fodor e F. Gaynor, Dizionario di psicoanalisi; Milano 1967. S. Freud, Psicopatologia della vita quotidiana; Torino 1965, M. V. Giuliani, Il nome delle stanze nel processo di trasformazione del modello abitativo; Istituto di Psicologia del CNR, Roma 1985. D. Morris, Il comportamento intimo; Milano 1972. Esplicito ed implicito In quanto precede ci siamo occupati della comunicazione a partire dalla parola e dall'attivit mentale. Poi, man mano, abbiamo finito per coinvolgere altri aspetti della comunicazione che o fungono da contorno alla parola, o la integrano, o, addirittura, la sostituiscono. Tuttavia, siamo ancora lontani dall'aver definito tutti i termini della questione. Un passo decisivo lo si compie rilevando un altro aspetto della natura economica del linguaggio. Quando i singoli costrutti linguistici vengono correlati fra loro in strutture triadiche - quando cio si pratica il pensiero-discorso -, in teoria, al parlante occorrerebbero sei istruzioni: una per ciascun costrutto e una per ciascun posto che a questi costrutti toccano nella correlazione. Va da s, tuttavia, che, una volta indicati i tre costrutti e due loro funzioni, la terza si assegna automaticamente. Se, poi, si considera che, perlopi, i

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costrutti che fungono da correlatori ("di", "con", "a", "e", etc.) non vengono usati da correlati, le istruzioni necessarie per ottenere una correlazione completa si riducono a quattro. Il che mostra gi come, nel linguaggio, non tutto venga esplicitato - confermandone, cos, la sostanziale povert nei confronti del pensiero.. "Quando poi", come dice Barosso, "una correlazione entra a far parte di un'altra quale suo elemento", sembrerebbe necessaria un'ulteriore istruzione che ne determini la nuova funzione correlazionale. Ma se dico "Mario e Luigi corrono", il posto della correlazione formata da "Mario e Luigi" semplicemente gi fissato per successione temporale. Il che costituisce un'altra fonte di risparmio nel designare, riconducibile a quella specifica categoria che Vaccarino definisce come "correlatore implicito" - non designato da alcunche. Diversa la soluzione di ricorrere ad altri designanti, costruiti, per cos dire, ad hoc. Il "corrono" della rete correlazionale precedente, per esempio, provvisto di uan terminazione (-ono) che designa la pluralit di chi compie l'azione di correre. Se dico "un'insalata di verdure e pomodori appetitosa", la -a terminale di "appetitosa" mi costringe a correlare con "insalata", mentre se, al suo posto, ci fosse stata una "-i", avrei dovuto correlare con "pomodori". Ogni lingua, in questi stratagemmi, ha le sue particolarit. Barosso fa notare, per esempio, che una frase come "Maria ha lasciato la bottiglietta sulla mensola aperta, e cos il profumo evaporato", in italiano, implica che "aperta" venga correlata a "bottiglietta" e non a "mensola", mentre, in inglese, "aperta" avrebbe dovuto precedere immediatamente "bottiglietta". Senza precisare se l'indicazione sia valida solo per il parlato o anche per lo scritto, Barosso sostiene che la durata di una rete correlazionale si aggira, di norma, intorno ai cinque/sei secondi. Espansa entro questi limiti la rete, tuttavia, esperienza comune che il pensierodiscorso non si arresti. Se dico che "Romeo e Rasky sono due gatti fortunati perch sono amati e trattati con rispetto" e volessi proseguire, dovrei dire "tuttavia o proprio in merito a ci, essi, ogni tanto fanno la pip in casa". Devo, cio, far ricorso ad un pronome ("essi") che riassume e riprende, mantenendo attenzionalmente presente, quanto ha preceduto. Gli elementi del linguaggio deputati a svolgere queste funzioni di condensazione sono svariati. Quando Proust racconta che "il tempo si era fatto pi dolce. E gli stessi miei genitori, consigliandomi di andare a passeggio, mi fornivano un pretesto per continuare le mie uscite mattutine", l'uso che fa di "stessi" va al di l

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della funzione aggettivale riconosciutogli dalla grammatica e aggiunge qualcosa a quanto gi premesso. C' tutta una serie di cognizioni implicite - circa il rapporto fra il bel tempo e le passeggiate e fra Proust medesimo ed i suoi genitori, e circa le opinioni dei genitori sullo stato di salute del figlio - raccolte in una sola parola. Anche l'uso di un articolo determinativo pu designare un sapere pregresso: se dico che "l'incidente sull'autostrada non ha causato vittime", voglio riferirmi ad un evento di cui ho gi parlato o che d per noto al mio interlocutore - se no, parlerei di "un incidente". Curioso, in proposito, il caso delle avversative parole come "ma", "per", "quantunque", "tuttavia". Se parlo di "Marina, ragazza mora ma carina", come in una canzone di molti anni or sono, il "ma" non si oppone a nulla di esplicito, bens all'opinione implicita che "le ragazze more", di regola, non siano carine. Dello stesso genere, ma meno semplice, il caso dell'annuncio economico: "Sposerebbe giovane, ricca, bellissima, possibilmente bionda ma illibata, muri propri, senza difetti fisici". Una prima lettura potrebbe considerare il "ma" come attestante l'improbabilit che "una ragazza giovane, ricca, bellissima e bionda" sia ancora illibata; mentre una seconda lettura, isolando in modo diverso i costrutti linguistici nella correlazione, metter in evidenza l'obbligatoriet dell'illibatezza in contrasto con la facoltativit del colore dei capelli (come se si fosse scritto "se possibile bionda, ma comunque illibata"). Nell'economizzare, dunque, pu sorgere il pericolo dell'ambiguit. Non a caso il tasso di implicitezza nel discorso quotidiano sale fra interlocutori affiatati e scende fra estranei. Fra gli altri casi in cui l'intervento del correlatore implicito porta a considerevoli vantaggi vanno ricordate sia l'opportunit di amalgamare in un'unica parola anche intere reti correlazionali ("portamelo", "diciamoglielo"), sia l'opportunit di sostituire i correlatori impliciti con le conseguenti modificazioni morfologiche ("statua di marmo", per esempio, pu diventare "statua marmorea"). Dal prototipo mentale del correlatore implicito si sviluppano, poi, tutti i correlatori espliciti che possono venir classificati come preposizioni ("di", "della", "per"), congiunzioni di coordinazione ("e", "o", "anche", "oppure", "bens", "mentre") e congiunzioni di subordinazione ("affinch", "se", "allorch", "finch") nonche tutti quei grafemi - come i segni d'interpunzione, le parentesi e i trattini, le virgolette - che lentamente hanno sempre pi caratterizzato l'espressione scritta e che, nel parlato, si risolvono spesso in pause, mutamenti

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del tono di voce o manovre corporee. Il risparmio costituito dai correlatori espliciti pu esser valutato in tutta la sua consistenza non appena si prenda in considerazione il fatto che, in italiano, si possa ugualmente dire: 1. Ho usato l'automobile della Fiat. 2. Ho usato l'automobile della Fininvest 3. Ho usato l'automobile della domenica. 4. Ho usato l'automobile dell'incidente. 5. Ho usato l'automobile dell'anno. 6. Ho usato l'automobile della mutua. 7. Ho usato l'automobile del futuro. Mentre la preposizione articolata rimane la stessa, il rapporto fra l'automobile e la sua caratterizzazione cambia: nel primo caso la produzione, nel secondo la propriet, nel terzo un criterio differenziante da altre automobili nell'uso potenziale del parlante, negli altri casi entrano in gioco forme diverse di individuazione e di valorizzazione. Il correlatore non cambia, ma abbastanza ovvio che una lingua "razionale" - che miri, cio, al massimo dell'univocit nella designazione, che controlli la fase degli impegni semantici ed i propri meccanismi evolutivi - ne escogiterebbe uno diverso per ogni caso. Un ulteriore aspetto dell'economia linguistica lo si riscontra, nella comunicazione, a livello delle reti correlazionali. Se qualcuno si rivolge ad un amico chiedendogli "Vieni a dare quattro calci al pallone ?" e, come risposta, riceve "Devo finire qua", evidente che almeno due turni di parola sono stati amputati. Mancano, infatti, sia il "no" - come prima risposta dell'amico -, sia il "perch ?" - come replica. La dimestichezza fra i due interlocutori tale che, per il secondo, il primo non solo legittimato a chieder conto di un eventuale rifiuto, ma anche a ricevere la spiegazione relativa spiegazione che gli d prima che questi possa richiederla. Cos noi possiamo imbatterci in reti correlazionali monche - magari ridotte ai minimi termini di una sola parola lasciata in rappresentanza di un'intera argomentazione o, addirittura, amputate del tutto. Goffman fa notare, peraltro, che, in molte nostre conversazioni, a domande seguono altre domande e che queste vengono accettate come risposta, mentre "c' anche il caso in cui, quando due individui si trovano nella circostanza di sapere entrambi che uno di loro aspetta dall'altro una risposta ad una domanda particolare, quest'ultimo pu aprire la conversazione con la risposta attesa". Qualora sia poco o nullo il patrimonio di condivisione fra gli interlocutori - o qualora il testo della comunicazione non debba dar luogo ad equivoci di sorta, come nella stesura di un contratto o di un documento notarile -, va

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da s che ci si attenga alla massima esplicitazione correndo anche il rischio di scivolare nella ridondanza.

Cfr. F. Accame, Aspetti qualitativi del linguaggio e della comunicazione; SIGE-IRST, Trento 1988. G. Barosso, Principi generali di linguistica operativa, in S. Ceccato (a cura di) Corso di linguistica operativa; Milano 1969. S. Ceccato, Lezioni di linguistica applicata; Milano 1990. E. Goffman, Forme del parlare; Bologna 1987. G. Vaccarino, Analisi dei significati; Roma 1981 G. Vaccarino, Introduzione alla semantica operativa; Messina 1995 (edizione a circolazione privata).

Il significato La filosofia classica parla di "concetti" e di "riferimenti" alla "realt" per definire il significato di una parola. Quando Frege individua il segno ("Zeichen"), il senso ("Sinn") e il significato ("Bedeutung") rinnova un modo di vedere la questione che era gi stato degli Stoici - un modo di vedere che, purtroppo, ci lascia al punto di partenza, sia perch il concetto rimane sostanzialmente indefinito, sia perch la sua corrispondenza o meno con la "realt" dovrebbe venirci attestata da un confronto di cui non ci vengono forniti i criteri. Nel Novecento ha riscosso notevole successo la tesi che il significato di una parola consisterebbe nell'uso che se ne fa. Vaccarino fa risalire questa tesi a Wittgenstein e fa notare che "se i chimici avessero applicato una ricetta del genere si sarebbero, ad esempio, limitati a usare il fuoco decretando che sia antiscientifico analizzare il fenomeno della combustione". La proposta di Wittgenstein comporterebbe la rinuncia totale alla semantica e limiterebbe il compito dell'analista a "compilare elenchi dei modi con cui le varie parole vengono usate" - ripiego cui sono costretti i vocabolari. Rossi-Landi, con un colpo al cerchio ed uno alla botte, sostiene che l'enunciato "reca con s non solo il proprio significato, ma anche delle istruzioni sul modo in cui deve essere usato in un contesto", ma non si accorge che sta descrivendo il meccanismo in modo irriducibilmente metaforico - come se le parole fossero cariche di fardelli - e, quando tenta di definire il contesto, non trova un

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criterio di arresto. Cos il significato non potrebbe venir definito se non in base all'enciclopedia implicita nella persona, nella razza umana cui appartiene e nella sua storia (soltanto, perch Rossi-Landi scriveva quando il Dna non andava ancora di moda). Con procedimento analogo, oggi, Bara e Johnson-Laird rinviano ai "perch" della comunicazione o alle intenzioni del parlante. Stando cos miseramente le cose, si comprende come Bellone, per citare un caso, inviti ad espellere dal dibattito scientifico ogni questione inerente il significato. Chiunque si trovi a dover analizzare i significati delle parole ha due strade di fronte a s. La prima - la pi usata - quella che prevede di definire le parole con altre parole, considerate di ordine pi generale e, quindi, maggiormente esplicative rispetto alle prime. E' la tecnica dei vocabolari. Tuttavia pu capitare che, per esempio, alla voce "cominciare", si trovi come spiegazione "iniziare", alla voce "iniziare" si trovi "dare inizio" e, infine, alla voce "inizio" si trovi "atto con cui si comincia", tornando, cio, da capo. Anche il vocabolario, allora, si affida al sapere del lettore. La pretesa di giungere ai "protocolli elementari" a parole come costituenti ultimi di altre parole, ha accomunato molti filosofi e molti linguisti, ma non mai stata adeguatamente supportata da un criterio che garantisse l'ultimit raggiunta. In qualsiasi modo si percorra questa strada, comunque, resta il fatto che, di principio, alcune parole rimangono inanalizzate. L'alternativa quella di analizzare le parole non pi in termini di altre parole, ma di costituenti mentali, ovvero di operazioni su elementi subsimbolici. Il significato di una parola, allora, sarebbe il risultato di un dinamismo un dinamismo che Ceccato e Vaccarino ipotizzano come un gioco combinatorio di stati attenzionali, ma che in altre modellizzazioni dell'attivit mentale potr essere interpretato alla luce di ulteriori ipotesi (sempre che ci sia liberati di quella mistica rassegnazione che riposa sulla certezza della "natura ineffabile" del subsimbolico, come invece non fa Johnson-Laird). Si tratta di una strada difficile - perch implica metodiche di analisi del privato -, ma, perlomeno, non ostruita in linea di principio e capace di considerare tutte le parole alla stessa stregua (anche quelle prive di un riferimento empirico - come "e" o "giustizia", come "tuttavia" o "lealt" - che tanti grattacapi hanno dato ai filosofi ed ai linguisti). Ogni parola ha, dunque, un significato e questo significato costituito di specifiche operazioni mentali. Ci non vuol dire che non intervenga nient'altro nel processo della comunicazione. Rossi-Landi parlava di un

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significato "di partenza" che precede altri "significati aggiuntivi" e, con questa precisazione, tentava di descrivere l'esperienza comune dei parlanti. Le parole, quando entrano in relazione con altre parole, acquisiscono ulteriori significazioni. Se dico "cane", so bene a che animale mi riferisco, ma se dico "cani e gatti" potrei alludere all'ostilit, e se dico "cani e porci" potrei voler svalutare la qualit di un insieme di persone. Come la parola entra nella frase, ovvero viene correlata, arricchita dalle molteplici relazioni che pu intrattenere con le altre parole. E' come se sulle prime operazioni se ne innescassero successivamente altre, ripetute dal parlante in base all'esperienza precedente. Ceccato parla di un operare costitutivo di primo livello per il significato primario delle parole e di un operare costitutivo-consecutivo per ci che vengono a designare successivamente. Vaccarino parla di un "nucleo costitutivo" per il significato primario e di "rapporti logico-consecutivi" per descrivere la mappa delle relazioni pertinenti ad ogni parola - una mappa che, ovviamente, pu essere configurata solo a patto di aver precedentemente analizzato le singole parole (e con ci dimostra che la costruzione di quell'enciclopedia che presiede alla nostra attivit di interlocutori non affatto impossibile). Si riconsideri, alla luce di ci, l'esempio delle variazioni sulla frase "ho usato l'automobile del", utilizzato nel capitolo precedente. Il significato della preposizione rimane lo stesso in ogni contesto - e precisamente, secondo Ceccato e la Zonta, caratterizzato dall'aver costituito i due elementi del rapporto indipendentemente l'uno dall'altro e dall'averli poi riuniti attenzionalmente -, ma il sapere che la Fiat produce automobili, che la Fininvest non ne produce, che nella giornata domenicale di norma si vive diversamente che nelle altre giornate della settimana, che si soliti magnificare qualcosa fra cose simili prodotte nell'arco di un anno, che i servizi mutualistici in Italia lasciano tanto insoddisfatti da divenire sinonimi di bruttezza e disfunzionalit, e, infine, che si soliti magnificare qualcosa anche in rapporto alla durata del suo utilizzo, il sapere tutte queste cose ci porta alla giusta comprensione della frase. E questo sapere rappresentabile come una rete di rapporti. Con il che si venuto completando il quadro dei meccanismi mentali che favoriscono l'implicitazione nel discorso. Molto di ci che diciamo si affida a rapporti logico-consecutivi che, a volte, in fasi di minor controllo, si innescano gi a livello dei designanti (come ha dimostrato Sasso portando alla luce la ricorsivit di

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certe strutture anagrammatiche) o passando dall'ordine dei designanti a quello dei designati e viceversa. La connessione fra parole e storia biologica dell'individuo tale che due interlocutori, accomunati da storie entro certi limiti condivise,, allora, hanno maggiori probabilit di comprendersi nelle reciproche comunicazioni rispetto ad altri che debbano fare affidamento soltanto su quanto esplicitato.. Cfr. F. Accame, Modelli della mente, modelli del linguaggio, in Innovazione e tradizione nella scuola; Provveditorato agli Studi di Milano, 1994. B. G. Bara, Scienza cognitiva; Torino 1990. E. Bellone, Saggio naturalistico sulla conoscenza; Torino 1992. S. Ceccato e B. Zonta, Linguaggio consapevolezza pensiero; Milano 1980. P. N. Johnson-Laird, La mente e il computer; Bologna 1990. P. N. Johnson-Laird, Deduzione induzione creativit; Bologna 1993. F. Rossi-Landi, Significato, comunicazione e parlare comune; Padova 1961. G. Sasso, La mente intralinguistica - L'instabilit del segno: anagrammi e parole dentro le parole; Genova 1994. G. Vaccarino, Scienza e semantica costruttivista; Milano 1988. G. Vaccarino, Le categorie elementari, in Methodologia, 3 e 4, 1988. Il processo della comunicazione Da quanto fino ad ora asserito emerge che la comunicazione, non pu esser considerata come il passaggio di qualcosa da qualcuno a qualcun altro. L'elemento fisico in gioco - radiazioni elettromagnetiche, fotoni od onde sonore longitudinali - non basta a caratterizzare il processo in cui due o pi persone interloquiscono. Volendo schematizzare possiamo pensare ad una persona che esegue certe operazioni mentali (di percezione, di categorizzazione, di rappresentazione, di semantizzazione), che in quanto tali sono private, cui fa seguire un'altra attivit, per esempio fonatoria, o grafica che, in quanto tale, pubblica. La persona che ascolta o che legge ha di fronte a s il cammino inverso: percepisce fonazioni e grafemi, pubblici, e li fa seguire da operazioni mentali, private. Fonazioni e grafemi sono due delle soluzioni in uso e delle soluzioni possibili, ma, come abbiamo potuto

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constatare, non sono le uniche: gestualit, corporeit e, oserei dire, "cultura appresso", le arricchiscono o le suppliscono. Anche per questa ragione pi opportuno parlare di designanti e di designati che, di per s, non implicano la scelta di un mezzo espressivo particolare. Ceccato e la Zonta paragonano il flusso del parlare al funzionamento della spia relativa al serbatoio della benzina in un cruscotto di automobile: "un primo dinamismo formato dal livello della benzina che si abbassa ed alza trascinando con s un galleggiante, un secondo formato da una lampada che rispettivamente si accende e spegne". E' l'osservatore, o, nel nostro caso, l'interlocutore che, compiendo determinate operazioni mentali, categorizza la lampadina e il suo stato come "designante" (o come "informazione", "spia", "segnale", "simbolo") e il livello della benzina come "designato". Nessuno, ovviamente, pu garantire la perfetta corrispondenza delle due serie di operazioni che restano private. Tuttavia, allorquando s'innesca un operare comune si dice che ci si capisce, mentre, in caso contrario, o si chiede repliche e spiegazioni o si rinuncia. La pretesa di "significati identici per tutti", se non altro a causa dell'inalienabilit dei rapporti logico-consecutivi, priva di ogni fondamento e costituisce, banalmente, la manifestazione della protervia e dell'intolleranza. E ci vale nonostante che il significato del verbo "comunicare" consista in un "mettere in comune" e nella ripetizione di qualcosa che continua a essere considerato uguale - il che consente di assegnare anche a soggetti come il fuoco o la paura la facolt di "comunicarsi". Questo schema delle sequenze costitutive di un processo di comunicazione, ovviamente, non pu essere considerato unico e definitivo. Alla natura dei designanti pubblici non si possono imporre limiti tecnici e la comunicazione telepatica - quella, per esempio, studiata su soggetti che sposterebbero il cursore del computer senza toccare n tastiera n mouse - ne farebbe a meno. Stando cos le cose, qualcuno potrebbe preoccuparsi della sostanziale precariet del processo. Parliamo e scriviamo con poche probabilit di esser capiti; quando va bene quando il canale di trasmissione non disturbato, quando non c' alcun dubbio sulla natura di designanti di ci che percepiamo, quando siamo abituati alla ripetizione di quei specifici designati -, c' sempre la possibilit di "aggiunte", connesse alla storia individuale dell'interlocutore. Certi sistemi di comunicazione convenzionali - come il codice Morse per la telegrafia non creerebbero molti problemi, mentre i rischi maggiori si correrebbero con il linguaggio naturale. Ora, a parte il fatto che, come hanno dimostrato numerose

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ricerche, anche un linguaggio molto rigido come quello dei telegrafisti pu caratterizzarsi individualmente (per la modulazione del ritmo di battuta, per esempio), a parte ci, c' da prendere in considerazione le particolari condizioni in cui il linguaggio naturale viene appreso. Fa notare Von Glasersfeld che "la lingua naturale appresa in situazioni interattive, cio in situazioni dove il parlante e l'ascoltatore fanno reciprocamente parte del campo d'esperienza di entrambi". In queste condizioni, dunque, "c' feedback riguardante l'interpretazione dell'ascoltatore circa le espressioni del parlante, cos come c' feedback riguardante le aspettative del parlante alle risposte dell'ascoltatore". Da ci, allora, la possibilit di una comunicazione efficace. Maturana e Varela, in proposito, parlano dell'esigenza di un "dominio consensuale" - ovvero di un repertorio operativo composto da categorizzazioni e semantizzazioni che gli interlocutori hanno dovuto adattare alle categorizzazioni ed alle semantizzazioni degli altri in conseguenza delle interazioni esperite -, un "dominio consensuale" che, evolvendo plasticamente sia nel micro che nel macrosociale, filtra l'intera nostra vita di relazione.

Cfr. S. Ceccato e B. Zonta, Linguaggio consapevolezza pensiero; Milano 1980. U. Maturana e F. Varela,, Autopoiesi e cognizione; Padova 1985. P. Viviani, Principi di organizzazione nella coordinazione percetto-motoria, in Sistemi Intelligenti, 2, 1990. E. von Glasersfeld, Linguaggio e comunicazione nel costruttivismo radicale; Milano 1989. La creativit metafora nella comunicazione e la natura della

Molto spesso si sente dire che una comunicazione, per essere davvero efficace, deve essere caratterizzata da un certo grado di creativit e non essere ripetitiva. La ripetizione e la ridondanza annoiano, non invogliano all'attenzione. D'altra parte, se solo sfogliamo un dizionario di anni prima - o lettere, o scritti di vario genere -, ci si rende conto che, senza che il fenomeno sia stato avvertito, l'innovazione, nel linguaggio, costante. Con le comunicazioni di massa, poi - sotto spinte concorrenziali tipiche di un mercato -, il fenomeno diventato particolarmente appariscente: sufficiente

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confrontare due copie di un giornale quotidiano pubblicate a distanza di qualche anno. Il linguaggio stesso in quanto tale, secondo alcuni, pu esser considerato come un generatore di creativit. Per comprendere come funzionino questi meccanismi, tuttavia, sar opportuno chiarire cosa s'intenda per questa capacit - la creativit - che troppo spesso mal definita, lasciata nel vago o data per nota. Quando gli scienziati riferiscono del momento in cui hanno avuto "l'idea buona" non si discostano di molto dal vecchio modello narrativo di Archimede che, nella vasca da bagno, intuisce il principio per cui un corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l'alto pari al peso del fluido spostato. Poincar, per esempio, dice che l'attivit pi propizia per giungere alla soluzione di un problema o ideare qualcosa di nuovo costituita dal passeggiare per i viali cittadini o salire sugli autobus. L'immunologo Jerne racconta di aver avuto l'idea di un meccanismo selettivo della formazione degli anticorpi, a Copenaghen, mentre stava tornandosene a casa a piedi. Feyerabend va ancora pi in l e sostiene che allo scienziato occorra "una buona dose di pigrizia" e che la scintilla dell'invenzione dipende anche da "una vita sessuale soddisfacente". Osservazioni come queste hanno fatto riassumere a Kohler, il teorico della Gestaltheorie, la formula delle migliori condizioni per la creativit in "bus, bath e bed". Non senza causticit, Proust estende ulteriormente il concetto e fa dire ad un suo personaggio, il grande clinico Du Boulbon, che "senza malattia nervosa non c' grande artista e neppure vero scienziato". Altri, invece, rinunciano alle teorie e tirano in ballo direttamente la casualit. Gi Swift raccontava dell'Accademia di Lagado, ove un sapiente Maestro aveva fatto costruire un quadrato di sei metri di lato composto da 40 dadi sulle cui facce erano state scritte parole o desinenze a casaccio. Quando costui dava il comando 40 allievi giravano una manovella ciascuno e, allo stop, si provvedeva a trascrivere il risultato complessivo. Raccogliendo tutti i risultati, il Maestro avrebbe ottenuto "la summa completa di tutte le arti e le scienze". Burnet dice che in biologia la scoperta fortuita - o serendipit, dall'antico nome dell'isola di Ceylon teatro di una leggenda famosa che un po' il prototipo del racconto investigativo - "ha sempre svolto un ruolo importante". Il 21 ottobre 1895, Mach dedica la Prolusione al suo Corso di "Storia e teoria della scienza induttiva", presso l'universit di Vienna, alla "Parte che ha il caso nelle invenzioni e nelle scoperte". In essa, dopo aver fatto vari esempi come quello relativo alla scoperta

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dell'ozono, avvenuta nel 1840 grazie al buon "naso" di Schonbein che si accorse di un odore fosforico diffusosi nell'aria durante un esperimento indirizzato a tutt'altro -, Mach formula una tesi che pu essere articolata nel modo seguente: a) non abbiamo l'abitudine a considerare come il risultato di operazioni volontarie alcune invenzioni come il linguaggio, la scrittura o la moneta. Ci per il semplice fatto che, della loro importanza ed utilit, ci rendiamo conto soltanto mediante l'uso che se ne fa. b) Non c' differenza fra scoperta e invenzione - se non nell'uso che si fa delle nuove cognizioni. In entrambi i casi non si tratta che di un nuovo nesso esistente fra propriet nuove o gi conosciute. c) Ci che sembra essere il risultato di un atto creativo, in realt, il prodotto di una lenta selezione. d) Artisti e scienziati, dunque, intellettualmente compiono le medesime operazioni. Il punto fondamentale, per il nostro problema, quello relativo ai "nuovi nessi" fra "propriet nuove o gi conosciute": una volta che si abbia chiarito come non "esistono" di per s, ma siano il risultato di operazioni mentali nostre, ne va individuata la meccanica, perch esperienza comune che non tutti i nessi "vadano bene" e che alcuni "vadano meglio" di altri. Qualcuno ha ritenuto di poter risolvere il problema riconducendolo alla specializzazione funzionale dei due emisferi cerebrali - un'idea che pu esser fatta risalire al neurologo inglese John Hughlings Jackson ed alla seconda met del secolo scorso. Quando l'emisfero dominante, che per lo pi il sinistro, meno attivo su quello dominato, ecco che l'analogico e il figurativo, lo spaziale e l'olistico, si antepongono al seriale ed al riduzionistico, al linguistico ed al razionale. Spiega, dunque, Somenzi che "l'interruzione notturna della inibizione esercitata dall'emisfero dominante sull'emisfero minore favorisce l'elaborazione da parte di quest'ultimo di una risposta figurativa al quesito posto all'altro in termini verbali". Qualcosa del genere accadrebbe a spasso, sui bus o nel bagno, allorquando, cio, l'emisfero logico-razionale si prende uan vacanza.

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Anche se le cose stessero cos per tutti - il che non detto -, rimane da spiegare in cosa consista il procedimento analogico che, allorch analizzato sul versante linguistico vien detto "metaforico". Individuata e scomposta in operazioni la funzione, anche l'indagine neurofisiologica sapr esattamente cosa cercare. Innanzitutto, ci dobbiamo sbarazzare dell'idea che ci siano parole metaforiche e parole non metaforiche. Ogni parola pu diventare metaforica o, da metaforica che era, venir usata in senso proprio. Facciamo il caso della parola "controllo". La maggior parte di noi la utilizza senza presumerne, neppur lontanamente, l'origine metaforica. Risale, a quanto pare, alla burocrazia del XIV secolo, dove, con il termine "contre-role", si designava il "contro-registro", ovvero una copia di un documento. In Machiavelli si ritrova gi l'uso di "contrarolo" pi o meno nel senso del nostro attuale "controllore". La copia fisica, per estensione funzionale, stata sostituita da una copia mentale infatti, parliamo di un controllo quando torniamo una seconda volta su qualcosa (come quando controlliamo se abbiamo chiuso la porta di casa) o quando, per estensione ulteriore, si tratta di eseguire operazioni che si presume siano gi state eseguite (come quando i controllori dei mezzi pubblici di trasporto chiedono di poter vedere un biglietto di viaggio che dev'esser gi stato timbrato dal viaggiatore). L'estensione funzionale anche ben evidente nel caso delle "gambe del tavolo", un'espressione la cui origine metaforica ci molto pi familiare. Per designare come "gambe" quei particolari segmenti di un tavolo occorre eseguire, almeno, le seguenti operazioni mentali: 1. Isolare una parte di corpo umano ("gambe") dal resto. 2. Assegnare a questa parte una funzione ("sostenere", "reggere"). 3. Isolare una parte di tavolo ("gambe") dal resto. 4. Assegnare a questa parte una funzione ("sostenere", "reggere") 5. Eseguire un confronto fra le due sequenze operative ed i loro risultati ed ottenerne un'uguaglianza. 6. Designare i due risultati con il medesimo termine. Soltanto a questo punto abbiamo costruito una metafora che, tuttavia, in nessun caso, pu rimanere tale per ogni uso linguistico futuro. Non avrebbe senso, infatti, che uno strumento economico come il linguaggio vincolasse le proprie soluzioni alla ripetizione pedissequa delle operazioni tramite le quali le si ottenute. Nella pratica del linguaggio, il parlante dimentica l'operazione analogica e usa l'espressione "gambe del tavolo" in senso proprio - perlopi, anzi, il parlante non dimentica

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affatto, per il semplice fatto che l'espressione l'ha imparata gi cos com' e neppure si sogna di riflettere sulle operazioni che qualcuno, presumibilmente, ha compiuto antecedentemente costituendo una metafora. A questo punto sono anche chiare le condizioni in cui una metafora ha successo o meno. Se passa una bella ragazza e dico al mio vicino "che gazzella!", o lui ha un'idea di alcune caratteristiche della gazzella (per esempio, l'eleganza nel movimento, la snellezza, la slanciatezza) ed effettua un'estensione funzionale sulla ragazza, o mi guarda perplesso. In altre parole: una metafora ha successo quando l'interlocutore ripete la sequenza operazionale che l'ha costituita. E spesso, in quella ripetizione, si trova ad isolare un elemento o un rapporto fra pi elementi per lui nuovi. Questo anche il meccanismo che, nell'attivit scientifica, favorisce la scoperta. Un esempio di positivit della metafora, in questo senso, pu essere il passaggio, dalla meccanica e dall'orologeria alla fisiologia, del termine "regolazione" - un passaggio da cui, secondo Canguilhem, si sono avvantaggiate le scienze biologiche dell'Ottocento. Nella storia del pensiero, tuttavia, si da anche il caso di metafore di successo dannose - di metafore, cio, che ignorate in quanto tali, hanno condotto la ricerca o a momenti di stallo o in veri e propri vicoli ciechi. Per esempio, la rappresentazione della struttura atomica in termini di un "sistema solare" pu risultare utile, semai lo davvero risultata, soltanto fino a che non si tengano presenti i modelli della fisica quantistica. Oppure: la considerazione della Terra come "focolare degli dei", suggerita da Platone, pu costituire un ostacolo formidabile per le scienze astronomiche. Oppure ancora: la concezione di una conoscenza come ripetizione di due risultati posti uno all'"esterno" e l'altro all'"interno" del corpo umano - anziche in due momenti successivi conduce alle contraddizioni della filosofia e nega, di fatto, l'accesso all'attivit mentale. La tesi di Mach, allora, non era del tutto corretta. E' vero che gli scienziati e gli artisti "creano" avvalendosi dei meccanismi dell'analogia e della metafora; vero che, cos facendo, portano a nuovi costituiti ed a nuovi rapporti fra i costituiti gi noti; ed vero che in ci consiste quanto designamo con il concetto di "progresso scientifico". Tuttavia, mentre il procedere della scienza deve tener conto dei rapporti gi posti fra i costituiti fissarne di nuovi in coerenza con i precedenti, oppure assumersi il peso di riconfigurare il tutto (come, per esempio, allorquando si passa dal sistema tolemaico al sistema copernicano, pur con le titubanze del caso) -, il procedere dell'artista, almeno in linea di principio, non

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ha mappe prefigurate da rispettare (che, poi, anche l'artista, nella pratica, cerchi un terreno di condivisione con i possibili fruitori della sua opera e, dunque, con il gusto della sua epoca, un problema tutto suo di cui solo di rado, peraltro, ha saputo evitare l'assillo). A latere, pu esser utile ricordare che, a quanto risulta dalle ricerche di Davidson, sembra che la corteccia prefrontale dell'emisfero destro sia "insolitamente attiva nei bambini estremamente inibiti". Il che potrebbe fornire una chiave neurologica per l'interpretazione evolutiva dela genialit.

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Cfr. F. Accame, L'individuazione e la designazione dell'attivit mentale; Roma 1994. F. Accame, La conoscenza come metafora irriducibile e la conoscenza come risultato procedurale, in Manocomete, 1, 1994. F. Accame, Aspetti metodologici della scoperta scientifica e dell'invenzione estetica; in Ipotesi Marchiondi, Comune di Milano 1995. G. Canguilhem, Ideologia e razionalit nella storia delle scienze della vita; Firenze 1992. S. Ceccato, Sulla metafora, in Methodologia, 5, 1989. P. Dri, Serendippo - Come nasce una scoperta. La fortuna nella scienza; Roma 1994. P. K. Feyerabend, Contro il metodo; Milano 1973. N. H. Kalin, La neurobiologia della paura, in Le Scienze, 299, 1993. E. Mach, Letture scientifiche e popolari; Torino 1900. M. Proust, I Guermantes; Torino 1987. V. Somenzi, La materia pensante; Milano 1991. J. Swift, I viaggi di Gulliver; Milano 1975. Il valore Se ti dicono che "hai un solo box e l'auto di tua moglie in strada" - come diceva un'inserzione pubblicitaria che, qualche anno fa, promuoveva la vendita di un marchingegno utile a parcheggiare due automobili una sopra l'altra -, e se rifletti su quanto ti vien detto, comprendi che, dietro quella frase, c' tutto un mondo. Per esempio, un mondo in cui l'automobile della moglie meno importante di quella del marito - c' una societ, allora, che riposa sulla divisione dei sessi ed in cui uno ha pi potere dell'altro; c' una societ, pertanto, in cui conviene rivolgersi direttamente al marito per incentivare le vendite ed in cui il tono confidenziale (introdotto dal "tu") risulta pi efficace; c' una societ, poi, in cui le persone alle quali ci si pu rivolgere per un acquisto hanno di certo l'automobile (presumibilmente pi di una) ed in cui consentito parcheggiare in strada; una societ in cui aggiungere la parola "solo" ad "un" equivale a metter in risalto una carenza. Questa frase, al meno, si trascina questi impliciti e su di essi fa conto il comunicatore per convincere il suo interlocutore all'acquisto. In altre parole, il comunicatore ha eseguito dei processi di valorizzazione e li ha comunicati in modo tale che anche il suo interlocutore sia indotto alle medesime esecuzioni. Avrebbe potuto dire: "presumibilmente in famiglia possedete due automobili e presumibilmente

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avete un box che non vi basta per parcheggiarle tutte e due. Comprate il nostro marchingegno e avete risolto il problema", ma non l'ha detto. Se guardiamo la storia della pubblicit da questo punto di vista, ci accorgiamo che orientata verso il trionfo delle comunicazioni implicite. Gi Buhler aveva mostrato l'importanza di quella che chiamava la funzione empratica del discorso, riferendosi a quei casi in cui l'interlocutore chiamato a integrare la comunicazione che gli viene rivolta. Ad un primo livello di analisi, allora, possiamo affermare che i processi di valorizzazione possono utilizzare due metodiche: quella che prevede l'esplicitazione del valore e quella che, invece, ne prevede l'implicitazione. E' la differenza che corre fra il mostrare ed il tener nascosto. Tuttavia, fino ad ora, anche noi abbiamo provato a comunicare mantenendo qualcosa implicito: abbiamo parlato di "valori", infatti, ma non abbiamo speso una parola per definirli, dandoli per noti e pacifici. Il che, in una materia tanto delicata per la convivenza degli esseri umani, non affatto opportuno. Se ci rivolgiamo alla tradizione filosofica, troviamo fluenti ed inarrestabili discussioni su cosa sia giusto, cosa sia bene, cosa sia bello, cosa sia naturale, e sull'ordine gerarchico in cui porre questi e altri valori. Anche le religioni sono prodighe in quanto a valori. Entrambe, filosofia e religione, per, parlano di valori "dati" - o da Dio o dalla Natura o dalla Storia -, che si imporrebbero di per s trascendendo quegli esseri umani che dovrebbero applicarli. Il che porta a non pochi problemi, perch tradizioni diverse ratificano valori diversi e sarebbe ingiustificabile eleggere una cultura come superiore a tutte le altre. Ogni tempo ed ogni paese ha i suoi valori, e tutti - in un'ottica che rifiuti un presupposto di ordine razzistico, nonche il principio dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo - meritano uguale rispetto.. Se, invece, consideriamo i valori come costruzioni mentali ci si pu aprire una prospettiva del tutto nuova. Ci si rende conto, innanzitutto, che nulla ha di per s valore, ma lo pu assumere se si compiono certe operazioni nei suoi confronti. La stessa acqua che negativa per chi sta annegando, positiva per chi ha sete. Se pongo un rapporto fra due cose, e attribuisco ad una la facolt di soddisfare l'altra, di quest'ultima ho fatto un valore come se consigliassi di "mangiare la tal merendina" per ottenere questo o quest'altro risultato (diventare grande, aver pi energia, saziare la fame e non ingrassare, migliorare la peristalsi, o altri risultati gi consacrati, con operazioni eseguite in precedenza, come valori). Importante rammentare che il rapporto pu

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essere posto o non posto, o posto oggi e non posto pi domani, in modo da evitare l'assolutizzazione del valore e l'illusione dell'unicit del rapporto posto, perch, come dice Ceccato, "chi nella vita non mai riuscito a separare la cosa valutata dall'unico valore attribuitole, difficilmente riuscir ad accettare una differente posizione, l'opinione altrui". Qualora il rapporto posto venga inserito in una comunicazione l'alternativa in gioco fra l'esplicitarlo o no. Si consideri, ad esempio, la struttura narrativa di questo spot pubblicitario: 1. Lei sta cercando di studiare, ma con poco costrutto, perch palesemente oppressa da un gran mal di testa.

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2. Tutt'intorno, poi, c' un gran baccano, bambini che giocano, che si rincorrono, che gridano. 3. Circondata da un alone luminoso interviene una Signora e le porta un bicchier d'acqua e la scatolina dell'analgesico oggetto della comunicazione pubblicitaria. 4. Lei inghiotte la fatidica pastiglia. 5. Cambia la scena - trascorso del tempo - e lei sta studiando con evidente profitto, serena e felice. A questo punto, ammesso che le tecniche cinematografiche siano state usate correttamente, si potrebbe considerare la sequenza come un processo di valorizzazione esplicito (l'analgesico fa passare il mal di testa) su cui inserito un processo di valorizzazione implicito nel senso di un'estensione funzionale (l'analgesico consente di trarre il miglior profitto dallo studio). Ma lo spot non finito: sull'immagine della fanciulla che studia con profitto, l'inquadratura si allarga e si scopre che tutt'intorno non c' pi baccano e che, anzi, i discoli di prima sono diventati angioletti, cheti e silenziosi. C' da chiedersi, sinceramente, se un analgesico non sia toccato anche a ciascuno di loro. Si tratta di un'ulteriore valorizzazione implicita ottenuta istituendo un rapporto improprio, un'estensione funzionale non dichiarata e indebita perch non costruibile mediante la mappa del sapere condiviso (la quale prevede, almeno fino ad oggi, che una pastiglia agisce soltanto su chi la ingerisce). A comunicazioni del genere, ormai, siamo quasi abituati: dell'automobile che ci vogliono vendere, pi che mostrarci le caratteristiche tecniche, spesso, ci mostrano la magnifica bionda che sta sul sedile a fianco del guidatore - come se fosse incorporata nell'automobile; pi che volerci vendere abiti, suppellettili o cucine, spesso, sembra che vi vogliano vendere stili di vita, perch un oggetto, o il modo di usarlo, trascina con s, in un gioco di rapporti impliciti, un intero contesto. Questi meccanismi sembrano perfettamente funzionali allo scopo di alienare ogni consapevolezza procedurale in chi, in rapporto a questi valori, dovrebbe modulare i propri comportamenti: si finisce con l'assumere valoristicamente checchessia senza governare la sequenza operazionale in merito alla quale quel checchessia diventato un valore. Risulta altres chiara, allora, l'origine del successo storico della trascendenza dei valori. Una societ che voglia basarsi sulle scelte consapevoli dei cittadini - e che soltanto a queste deleghi la realizzazione della convivenza nella tolleranza delle diversit -, fin dalle scuole elementari, dovrebbe fornire adeguati strumenti di difesa contro gli stratagemmi del mercato ideologico. Chi comunica valori, dunque, ha una scelta di fronte a s: ricorrere all'esplicitazione del proprio quadro-valori o

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avvalorarlo implicitamente. Pu mostrare all'altro la sequenza di rapporti in base alla quale giunto a valorizzare una tal cosa, pu nasconderne qualche passaggio o pu nasconderla interamente. A seconda della via scelta, pu suscitare nell'interlocutore diversi atteggiamenti: perlopi nessuno ama sentirsi imporre valori e preferisce costruirseli da s (ed per questo che l'abile comunicatore dispone le sue argomentazioni in modo tale che l'interlocutore creda di giungere alle conclusioni per conto proprio), ma una leale dichiarazione delle proprie operazioni pu anche indurre ad adesioni partecipate. E' anche vero che una comunicazione pu risultare estremamente efficace nonostante abbia fatto ricorso a sotterfugi (o proprio in merito a ci), ma, come vedremo, il risultato implica, prima o poi, l'asimmetria del rapporto fra gli interlocutori. Come dire che ogni soluzione ha i suoi pregi e i suoi rischi, ma che, per mantenere rapporti chiari e paritari, la fatica di esplicitare i propri valori, alla lunga, premia maggiormente. Alcuni studi di ordine etologico - come quelli del biologo Moller - possono far pensare ad una base biologica che spieghi i processi di valorizzazione. Per esempio, pare assodato che le api non scelgano i fiori solo in relazione al colore, ma, soprattutto, in relazione alla simmetricit dei loro petali. Altri mettono in rapporto la simmetria con la scelta del partner. La femmina della mosca scorpione preferisce i maschi con corpi simmetrici a quelli che esibiscono ali dalle dimensioni differenti e certi tipi di cervi del Nord America sembra che abbiano l'harem pi numeroso in relazione agli sviluppi di corna pi proporzionati. Sanit e attitudine alla procreazione sembrerebbero manifeste nella simmetria dei corpi che, dunque, risulterebbero pi selezionati di altri. Qualcosa del genere,a quanto pare, avviene anche per certe caratteristiche umane: alcune ricerche tendono a dimostrare che i volti pi apprezzati dalle donne sono quelli pi simmetrici e che i relativi "proprietari" contano un maggior numero di partner sessuali. Alcuni risultati, ottenuti nell'analisi dei processi percettivi coinvolti in ogni tipologia di esperienza artistica, peraltro, confermano il ruolo fondamentale della simmetria per la definizione del valore estetico. I limiti euristici di questo punto di vista, per, sono fin troppo evidenti: innanzitutto, va tenuto presente che l'addurre un modo di operare a ragioni biologiche lascia ancora aperto il problema di analizzarlo in quanto tale; poi, va ricordato che i molteplici processi umani di valorizzazione si innescano anche su ragioni culturali (senza le quali non solo non sarebbero concepibili i comportamenti

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altruistici, ma neppure comportamenti pi transitori come la passione per i quiz televisivi o per il body-piercing). Infine vanno anche segnalate le difficolt in cui si dibattono certe interpretazioni: se attribuisco al vivente il valore fondamentale dell'istinto di sopravvivenza e della riproduzione della specie, non tutti i comportamenti riscontrati in natura appaiono cos coerenti come ci si potrebbe aspettare (per esempio, il fatto che il maschio del ragno australiano dal dorso rosso si faccia mangiare vivo, e attivo, durante l'accoppiamento, non so fino a che punto possa esser spiegato con la sua testarda gelosia che farebbe affidamento sulla saziet della femmina perch disdegni altri maschi - spiegazione che pur stata data).

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Cfr. F. Accame, Comunicazione e conformit da un punto di vista metodologico-operativo, in Intervenire sulla tossicodipendenza: una prospettiva culturale; Vimercato 1987. S. Ceccato, Cibernetica e valori umani, in Civilt delle Macchine, 5, 1967. S. Ceccato, Ingegneria della felicit; Milano 1985. S. Ceccato, Estetica per tutti; Milano 1987. R. Furlani, Cos simmetrico da far perdere la testa, in Corriere della Sera/Scienza, 20.2.1994. G. Vaccarino, Analisi dei significati; Roma 1981. Le narrazioni Se schiaccio l'interruttore e la lampadina si accende non mi pongo alcun problema. Se, invece, non succede nulla, ho di fronte a me varie alternative. Provo a schiacciarne un altro, guardo le finestre dei vicini, apro l'armadietto del contatore e dell'interruttore generale e constato la situazione, svito la lampadina e ne osservo i fili: a volte, mi pu toccare di compiere tutte queste operazioni, a volte, pu capitare che mi fermi alla prima e passi subito all'ultima. Se in casa la luce c', probabile che la lampadina sia bruciata. A volte, pu capitare che tutto sia ordine - che la luce in casa c', che c', dunque, anche quella dei vicini, che l'interruttore centrale segnali la perfetta funzionalit dell'impianto e che la lampadina stessa sembri in ottimo stato. Mi chiedo, allora, se sia venuto a mancare un contatto, se il difetto non stia nel circuito elettrico che dovrebbe alimentare la lampadina in questione. Posso anche scoprire, banalmente, che la spina staccata. Volendo descrivere in termini pi generali quanto precede, potrei anche dire che a) il fatto che, schiacciando un interruttore, si accenda la lampadina assunto come paradigma; b) il fatto che la lampadina non si accenda assunto come differenza dal paradigma; c) le varie alternative che ho di fronte sono assunte come potenziali sanatori della differenza. Lasciamo da parte per un attimo la nostra quotidianit e passiamo ad un caso scientifico. La temperatura normale di un essere umano si aggira intorno ai 36 gradi (paradigma); questa sera il termometro mi attribuisce una temperatura di 38 gradi e mezzo (differenza); mi son preso l'influenza, o il termometro rotto (potenziali sanatori in alternativa). Oppure: tutti i corpi celesti sono perfettamente sferici (paradigma); la Luna, alla vista, presenta delle asperit (differenza); la Luna ricoperta da un cristallo

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trasparente (sanatore). E' un'argomentazione che ci appare assurda e, tuttavia, fa parte della storia della scienza astronomica: la sostiene Ludovico dalle Colombe nel suo Discorso contro il moto della Terra. Bene, ogni narrazione - sia che pertenga alla nostra quotidianit, o alla cronaca, o alla Storia, o alla scienza - organizzata secondo questo schema: qualcosa viene considerato paradigma - ovvero come termine di confronto, come qualcosa di mantenuto fermo - e, qualora da un confronto ne risulti una differenza, siamo tentati di sanarla. Qualora, invece, dal confronto risultasse un'uguaglianza parleremo di "normalit" o, ritenendo implicitamente che tutto "vada bene", proseguiremo senza porci problemi. Vaccarino suggerisce che, a livello di operazioni mentali,elementari si ottenga un paradigma a partire dalla categoria di "singolarizzatore". Ci renderebbe anche conto del perch a paradigma pu essere eletto qualsiasi cosa - parole con la forma di sostantivi, di aggettivi o di verbi, o costrutti correlazionali.. Non si creda che, considerando i paradigmi - e i risultati dei confronti in cui li coinvolgiamo - come esito di operazioni mentali si svilisca o si privi di affidabilit l'impresa scientifica. Semplicemente, si accetta il fatto che non pu vantare fondamenti che non pu avere. La storia della scienza mostra chiaramente che, spesso, un paradigma ha sostituito l'altro e che ci accaduto, soprattutto, allorquando di alcune differenze non si riusciva a trovare la sanatura. Il sistema tolemaico, per esempio, stato sostituito dal sistema copernicano - e nonostante che alcuni conti "non tornassero" (conti che, poi, hanno ricevuto una sistemazione dalla teoria della relativit generale di Einstein). La luce, per fare un altro esempio, stata considerata pi volte "corpuscolare" e pi volte "ondulatoria", fino al periodo attuale in cui le due tesi convivono, godendo di una relativa autonomia l'una dall'altra e dipendendo, invece, dagli strumenti d'indagine utilizzati. Nella mia esperienza quotidiana, peraltro, rilevo spesso assunzioni di paradigmi contrastanti, senza che, almeno apparentemente, ne conseguano traumi per le persone coinvolte. La stessa persona che, avendo visto il tram allontanarsi prima di poterlo raggiungere, commenta fra s e s che quella la sua "giornata sfortunata", pu aggiungere alla sua dieta alimentare un grammo di vitamina c al giorno per evitare i raffreddori: convive, cio, con atteggiamenti magico-fatalisti e atteggiamenti deterministici. Cos come c' chi ritiene che la miglior strategia per vincere al totocalcio sia di mettere i segni a caso sulla schedina, e chi ritiene, invece, di far dipendere il proprio pronostico da un certo numero di

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informazioni sulle partite in gioco. Una persona pu essere superstiziosa e, tuttavia, comportarsi in molteplici occasioni con il massimo della razionalit: si dice che Samuel Johnson facesse sempre attenzione ad entrare ed uscire dagli edifici anteponendo il piede destro e ci, tuttavia, non gli ha impedito di compilare un Dizionario della lingua inglese, n di scrivere brillanti saggi e romanzi. Allo stesso corpo del cosiddetto "sapere scientifico", d'altronde, appartengono i contributi di scienziati che hanno analizzato qualcosa in termini probabilistici e di scienziati che hanno analizzato qualcos'altro in termini deterministici. Cos come, peraltro, i contributi di chi ha analizzato la stessa cosa utilizzando uno schema o l'altro. Ugualmente, in varie occasioni, ci troviamo a convivere con differenze non sanate. Il nostro amico arrivato tardi all'appuntamento e, interrogato sulle ragioni di ci, risponde che il tempo davvero inclemente. Come risposta, ci basta ? Presumibilmente no, ma non insistiamo per non alimentare tensione. Nel racconto poliziesco appena letto non tutti i fatti ricevono una spiegazione finale e ci sembra impossibile che sia stata la testimonianza dello stesso detective a fornire un alibi che poi si rivelato inesistente all'assassino. Ce ne lamentiamo ? Presumibilmente s: diciamo che si tratta di un racconto mediocre dove alcune regole implicite del patto fra autore e lettore vengono trasgredite. Molti si curano con l'omeopatia nonostante le affermazioni della fisica e della chimica sull'insussistenza o sulla vaghezza dei suoi principi terapeutici. Non tutti i paradigmi ai quali uniformiamo il nostro comportamento, insomma, sono coerenti fra loro. Trattandosi di operazioni mentali eseguite in momenti successivi, le cose vanno bene lo stesso, entro certi limiti, fino a quando non ci scontriamo con la contraddizione. Il che, nel mondo della scienza implica correzioni e nel mondo della nostra vita di relazione, spesso, porta a stati di ansia, preoccupazioni e malesseri. Nell'ambito artistico, invece, la contraddizione, in linea di principio, ammessa e, a volte, ricercata (si pensi a quei racconti fantastici in cui il morto ritorna fra i vivi animato da intenzioni e desideri caratteristici dei vivi medesimi). Va da s che - nella comunicazione ordinaria - anche la sanatura delle differenze dai paradigmi avvenga nel rispetto della dialettica fra esplicito e implicito. Se qualcuno mi racconta che "il 22 gennaio 1793, verso le otto di sera, una vecchia signora scendeva per la ripida china che termina davanti alla chiesa di San Lorenzo, nel faubourg Saint-Martin, a Parigi", non ritiene opportuno

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esplicitare che Parigi si trovi in Francia e che l'epoca degli eventi quella della rivoluzione francese. Si affida, cio, alle nostre conoscenze - conoscenze che, tuttavia, costituiscono il paradigma fondamentale e necessario per comprendere il seguito del racconto. Infatti, si tratta di Un episodio ai tempi del terrore di Balzac, dove la "vecchia signora" in questione va di nascosto a comprare un pacchettino di ostie da consacrare, comportamento questo che, estrapolato dal suo contesto storico, ci sembrerebbe ben strano. Ugualmente, se al telegiornale viene annunciato che "il governo ha varato un nuovo decreto-legge concernente il prezzo della benzina", siamo pronti a completare la notizia riferendoci al governo del nostro Paese e ritenendo che il prezzo della benzina sia stato maggiorato. Si d il caso, insomma, in cui non tutti i componenti della triade - paradigma, differenza, sanatore - vengono esplicitati nella comunicazione. Allorch gli interlocutori condividono buona parte del loro mondo, il paradigma perlopi lasciato implicito, non tutte le differenze vengono dichiarate e sanate da chi parla che, invece, si affida all'intervento altrui. Inoltre, va notato come, nella comunicazione l'ordine fra questi tre componenti possa variare - anche in rapporto agli scopi del parlante. Una barzelletta, per esempio, potrebbe divertire solo a patto che il paradigma di riferimento venga rivelato alla fine. Se dico che Molire ha detto: "Et voil, la commedia finita !", non otterr nessun sorriso fino a quando non abbia aggiunto che l'ha detto sul letto di morte. Un buon esempio adatto ad evidenziare la funzione dell'ordine temporale quello de La stangata, un film di Roy Hill: Tempo 1: il personaggio interpretato da Robert Redford si mette qualcosa in bocca Tempo 2: il medesimo stramazza al suolo sotto i colpi di una rivoltella e muore sanguinando dalla bocca; Tempo 3: il medesimo si rialza da terra di ottimo umore e si pulisce la bocca. Se quanto accade in tempo 2 venisse considerato paradigma (i colpi di rivoltella ammazzano, il personaggio palesemente morto), quanto invece accde subito dopo, in Tempo 3, costituirebbe una differenza e questa potrebbe venir sanata solamente in Tempo 1. Toccherebbe allo spettatore, in altre parole, percepire, ricordare e rapportare successivamente ad altro quell'elemento narrativo costituito da Redford che si introduce qualcosa in bocca. Il riordino della triade - e, dunque, la comprensione della comunicazione filmica - si avvale di alcuni rapporti logico-consecutivi pregressi, come, per esempio:

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a. il sangue pu essere finto b. il "qualcosa" in bocca produttore del "sangue" c. fra le manifestazioni di una morte violenta c' la fuoriuscita di sangue dalla bocca d. Redford stesso pu attivare questa fuoriuscita di sangue e. gli spari possono essere a salve f. fra chi spara e chi fa finta di morire c' un accordo g. nel momento in cui Redford si rialza sono gi venute meno le condizioni in cui era stata necessaria la sua morte apparente. h. in un film di quel genere molto difficile, se non impossibile, che il protagonista investito di positivit muoia. Etc. Ovviamente, tutto ci dipende dalla cultura e dalla sensibilit di ciascuno. A qualche spettatore, per esempio, pu essere sfuggita la sequenza in cui Redford sanava la differenza futura e pu aver considerato, semplicemente, il sangue come falso in rapporto alla constatata apparenza della morte del protagonista, senza porsi il problema del meccanismo della sua fuoriuscita, accettandone l'implicitezza a livello narrativo. Pratiche educative, tecniche di controllo della vita sociale, comunicazioni di massa e codificazioni del sapere, comunque, costringono sempre pi le tipologie individuali in schemi percettivi e categoriali largamente condivisi. Nonostante la piena libert teorica di costruirsi paradigmi e di sanarsi le differenze eventuali in funzione dei propri bisogni, gli esseri umani vedono, ragionano, parlano e raccontano assecondando le leggi di quel mercato in cui i loro risultati ricevono un valore. .

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Cfr. F. Accame, Scienza, storia, racconto e notizia; Roma 1996. S. Ceccato, Il linguaggio con la tabella di Ceccatieff; Parigi 1951. V. Somenzi, An exemplification of "operational methodology", in Synthese, VIII, 10, 1950-51. V. Somenzi, La scienza nel suo sviluppo storico; Torino 1960. G. Vaccarino, I prolegomeni; vol.1, Messina 1995 (edizione a circolazione privata)

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Felice Accame Lezioni sui linguaggi e sui valori

1. I linguaggi e le forme della comunicazione Tutti abbiamo avuto modo di osservare una fila di formiche indaffaratissime. Procedono nei due sensi e quasi mai linearmente: spesso mutano brevemente direzione e sembra quasi che si scontrino per un attimo con quella che sta andando in senso opposto. Non sono ubriache. E un fenomeno noto come trofallassi e consiste essenzialmente in uno scambio chimico che serve da riconoscimento reciproco. E una comunicazione didentit sociale. Altre forme viventi ricorrono ad altre soluzioni. Il canto risulta determinante ai fini della vita sociale degli uccelli. Le api si affidano a complesse coreografie per comunicare fra loro posizione e distanza dei fiori migliori. Certe rane trasmettono su spettri acustici diversi per non danneggiarsi a vicenda. Il merluzzo maschio cerca di richiamare lattenzione delle femmina facendo luccicare le proprie scaglie ed emettendo suoni al contempo. In natura, insomma, i mezzi per comunicare sono tanti. E non detto che qualcuno di questi non sia utilizzato ancora, come sottoprodotto evolutivo, dagli esseri umani. Si pensi, per esempio, ai nostri odori ed al modo con cui influenzano la scelta del partner. In un esperimento compiuto negli anni Novanta del secolo scorso, quarantanove studentesse, selezionate accuratamente perch in fase di ovulazione, furono poste innanzi ad alcune magliette che una volta eliminati deodoranti e detersivi profumati - erano state indossate da maschi e fu chiesto loro da quali magliette, a naso ( il caso di dirlo), si sentivano attratte. La fase particolare che stavano attraversando le rendeva particolarmente sensibili agli odori e risult che le loro preferenze in materia di accoppiamento riguardavano sistematicamente maschi che, nel loro corredo genetico, potevano vantare un certo tipo di geni diverso da quello di loro stesse. Per costruire sistemi immunitari migliori occorre diversit e, per raggiungere lo scopo, non occorre essere consapevoli dei processi di comunicazione in atto. Daltronde, quando si avvicina il periodo dellovulazione, anche le elefantesse asiatiche secernono con le urine un agente chimico feromone sessuale che funziona da afrodisiaco per i maschi e 126 specie di insetti secernono lo stesso tipo di ormone. Non c da stupirsi, dunque, se qualcosa del genere avviene anche tra gli esseri umani magari ben nascosto dai prodotti della nostra cultura. Anche i nostri organi cambiano. In molte specie animali esiste un sistema olfattivo particolare, lorgano vomeronasale, che viene attivato dai feromoni e che direttamente connesso allipotalamo, la parte del cervello che governa la fisiologia dei comportamenti riproduttivi. Ebbene, nelluomo, lorgano vomeronasale non atrofizzato, ma esiste in forma rudimentale. Gi fin dora appare chiaro che il campo delle forme di comunicazione sterminato. Ma se dovessi indicare a quali elementi dovremmo prestare attenzione nei rapporti con i nostri simili compilerei un elenco di questo tipo: Parole Sguardo Espressioni del volto Gesti Corporeit Manutenzione del corpo

Acconciature Vestiario Merci connesse Rapporti spaziali Su ciascuno di questi elementi varr la pena di una riflessione. Ma non prima di aver messo ben in chiaro una cosa. E sempre possibile assegnare un significato a ciascun elemento compreso esplicitamente o implicitamente nellelenco. Ma mai una volta per tutte. Ogni significato espresso legato inscindibilmente ad un qui e ora, che, un attimo dopo, ci gi sfuggito. Ce ne accorgiamo allorch incontriamo difficolt, per esempio, nellattribuire il giusto significato ad una frase estrapolata da una lettera scritta molti anni prima, o ad un brano letterario antico, o allatteggiamento di figure dipinte in epoche troppo lontane da noi. Ogni volta che ci imbattiamo in un testo, dunque, interpretiamo, ovvero cerchiamo di ricostruire qualcosa di andato perduto sulla base di quanto ancora condividiamo noi con loro, noi che leggiamo e che tentiamo di capire, con loro che si sono espressi e che, al momento in cui si sono espressi, potevano contare su un patrimonio di sapere pi condiviso di quello su cui possiamo contare noi oggi. 2. La comunicazione come scommessa plurima Non ci si pensa mai, ma in ogni tentativo di comunicazione che compiamo c una specie di scommessa. Multipla. Innanzitutto scegliamo almeno un codice. La lingua madre, per esempio, o una lingua appresa pi tardi nel caso si possa ritenerla pi adatta alloccasione, o il linguaggio dei segni, o se vivessimo in un romanzo spionistico un codice cifrato. Poi, scegliamo alcuni elementi fra gli altri del medesimo codice. Un buon dizionario della lingua italiana ne annovera pi di centomila, ma nella quotidiana pratica del linguaggio orale ne usiamo molti di meno. Sono gi due scommesse, perch, se non condividessimo questo sapere con il nostro interlocutore il tentativo sarebbe destinato al fallimento o a lunghe e tribolate peripezie. Racconta Primo Levi che grazie alla sua conoscenza di qualche parola di tedesco che ha potuto sopravvivere nel lager: era percepito come pi persona di altri che non potevano permettersi alcun scambio linguistico con il proprio aguzzino. La parola, poi, un potente selettore sociale: chi la usa al posto ed al momento giusto pu avvantaggiarsene o, quantomeno, passare inosservato, mentre chi la usa nel contesto sbagliato va incontro ai suoi guai. Capita a chi si lascia sfuggire una parola troppo elevata in un contesto di basso profilo, o, viceversa, a chi dica qualcosa di troppo poco elegante per il contesto in cui sta esprimendo. Si gioca la reputazione e si trasciner questo peccato chiss fino a quando. Ma di scommessa ce n almeno una terza. Gli elementi di un codice non rimangono mai a lungo gli stessi. Si modificano nelluso. Per i due aspetti fondamentali che li caratterizzano, ovvero sia per il significante che per il significato: il capo della stazione, per esempio, diventa il capostazione, come la metropolitana diventa la metro (e anche il metr) e quel che un giorno designava un insulto, oggi designa invece un vezzeggiativo, cos come c stato il tempo in cui discussione voleva semplicemente dire rompere in due qualcosa come una noce e non ancora lo spaccare il capello in quattro in un acceso dibattito. La scommessa, allora, quella che, nel processo di mutamento di una parola, con linterlocutore, si sia sulla stessa lunghezza donda si abbia alle spalle, detto altrimenti, quel tanto di storia affine che assicura un uso abbastanza simile della parola. Qualora, poi, ci si rivolgesse ad un adulto, perlopi, si scommette anche sulla sua capacit deduttiva. Faccio lesempio di chi racconta che stato un viaggio faticoso e lunghissimo aggiungendo che ha dovuto fermarsi tre volte a fare benzina. Va da s che costui si affida allinterlocutore per quanto concerne lindividuazione del mezzo di trasporto: benzina, allora automobile.

Ho detto almeno un codice. Non a caso. Perch, in realt, di solito, di codici ne scegliamo pi duno. Magari inconsapevolmente. Fare un codice relativamente facile. Si tratta, innanzitutto, di scegliere dei significanti (suoni prodotti dallapparato vocale, segni grafici, gesti, pietre, numeri, fiori) e di vincolarli mentalmente a significati. Quindi si tratta di stabilire regole per la combinazione di questi elementi accoppiati. Un linguaggio nasce cos. E quando il vincolo socialmente condiviso da una comunit storicamente consolidata ne parliamo come di una lingua. Non tutto, dunque, linguaggio il gorgoglio della macchina del caff di per s rappresentabile in onde sonore esattamente come le nostre parole pronunciate, ma non linguaggio fino a quando non lavremo posto in rapporto ad un significato. Non tutto linguaggio, ma tutto, allora, pu diventarlo. Non a caso, oggi, si parla comunemente di linguaggio del corpo, della moda, dellarchitettura, dellinformatica, del cinema o, perch no ? del calcio. Per orientarci in questa giungla evolutasi come espressione della cultura umana sar opportuno stabilire alcuni criteri: a) Linguaggio orale e linguaggio scritto costituiscono le invenzioni di maggiore successo per opposti motivi il primo ha avuto il vantaggio di non occupare spazio e il secondo quello di durare nel tempo. Entrambi hanno servito egregiamente alla trasmissione del sapere, ma lo scritto ha finito con il prevalere nella maggior parte delle culture. b) Linguaggio dei gesti e linguaggio corporeo, perlopi, costituiscono dei linguaggi complementari al linguaggio orale. Lo arricchiscono e, a volte, gli si sostituiscono. c) Qualsiasi linguaggio, comunque, evolve. Ma con ritmi diversi. Il linguaggio orale muta pi rapidamente dello scritto e spesso lo anticipa. Il linguaggio dei gesti e del corpo muta meno velocemente. Il corpo umano, daltronde, vero che cambia nel tempo lungo dellevoluzione si pensi allaltezza o alla conformazione del cranio -, ma lespressione del linguaggio corporeo gi condizionata dallevoluzione culturale. Nonostante sia diventato quasi un luogo comune parlare di codici forti e codici deboli, va detto che nessun codice risultato alla prova della storia cos forte da non subire alterazioni. 3. I valori Chi governa i valori, governa gli uomini. Il linguaggio veicolo di valori, o meglio, i linguaggi, tutti i linguaggi, sono veicoli di valori. Condizionano scelte e comportamenti. La nostra tradizione culturale si affannata a rispondere alla domanda: Che cos il valore ?. E tutto si pu dire fuori che sia pervenuta a risultati brillanti e largamente condivisi. Nella storia del pensiero si contrappongono da sempre due orientamenti. Da un lato, coloro che sostengono apertamente lorigine trascendente dei valori. Mos va sul monte Sinai e ne discende con la Tavola delle Leggi dettate da Dio, trascendono lesperienza umana, sono indiscutibili, neppure pi correggibili. Tutte le grandi religioni in questo si somigliano. Tuttavia, va anche detto che, per lappunto, di religioni ce n pi di una e il quadro valoriale proposto da ciascuna diverso da quello delle altre. Non a caso, la storia ci insegna che dobbiamo temere le guerre di religione: ci sono state e hanno portato lutti e dolori mai leniti. Dallaltro lato, vi sono coloro che pretendono essere i valori leggibili nel gran libro della Natura e che, dunque, dalla scienza ci verranno i suggerimenti giusti per convivere serenamente. Fino ad ora, tuttavia, cos non stato e, anzi, dalla separatezza degli scienziati dagli uomini comuni nato un uso dei risultati della scienza che ha portato il pianeta sullorlo della catastrofe. Lesperto sempre meno controllato dal non esperto, mentre il denaro e il potere orientano la ricerca scientifica in una direzione o nellaltra. In entrambi i casi, luomo comune avrebbe bisogno di un mediatore: o il prete o lo scienziato. E i valori se li troverebbe belli e fatti. Dati. E proprio perch dati, trascendenti le sue capacit. E un mondo dove vige il principio di autorit quello che considera i valori in questo modo.

Il Mister come chiunque abbia responsabilit di guida di altri - pu scegliere di presentarsi di fronte alla squadra con la sua Tavola delle Leggi, con il suo quadro di valori dati e, come tali, intoccabili. Pu giustificarli dicendo che sono il frutto di una tradizione di allenatori, o che sono il frutto della sua esperienza, o, ancora, che sono il risultato di un rapporto pi complesso quello della societ di calcio con la societ civile. Pu scegliere questa soluzione. Forse la pi comoda. Tuttavia, allora, il Mister deve sapere anche che il valore imposto efficace, funziona, soltanto fino a che dura lautorit che lo impone. E lautorit va bene, di solito, fino a che le cose vanno bene; ma, nel momento in cui le cose vanno male, ecco che lautorit non regge pi e con lei non regge nemmeno pi la Tavola delle sue Leggi. Crollate presunzioni radicate nella nostra cultura per secoli, consapevolezza ormai diffusa, daltronde, che questi valori non siano universali. Mutano, a volte anche radicalmente, in rapporto ai tempi ed ai luoghi: la vita umana stessa sacra nei rari momenti di pace -, pu e, anzi, deve essere sacrificata in tempo di guerra; alla famiglia si vorrebbe conferire una e una sola forma in Occidente, ma innegabile che ad Oriente c chi la pensa diversamente. E cos via mutando. Da tempo il cosiddetto relativismo diventato una nostre preoccupazione costante. Fino a che le persone di culture diverse non si incontravano, o si incontravano molto raramente, o si incontravano s, ma in posizioni talmente diverse da padrone e da schiavo, per esempio - da indurre luna a ignorare le esigenze dellaltra, il problema non appariva tale. Oggi, invece, non possiamo pi nascondercelo. E la tolleranza verso laltro comincia essenzialmente da questa consapevolezza. Dopo aver dimostrato che lidea di diritto naturale faccia pi male che bene allumanit, e dopo aver mostrato come anche lidea di diritto positivo non abbia portato a niente di meglio, il giurista americano Alan Dershowitz giunge alla conclusione che lorigine del diritto luomo stesso. Tuttavia, ammette che se provassimo a fare un elenco delle cose pi giuste troveremmo sempre qualcuno pronto a non riconoscersivi. Il giusto per qualcuno ben diverso dal giusto per qualcun altro. E allora ? La soluzione di Dershowitz curiosa: visto che le cose stanno cos, dice, proviamo per una volta a rovesciarle: invece di partire dalle cose giuste, partiamo dalle cose ingiuste l, ci troveremo tutti daccordo. E fa un esempio, quello dellolocausto degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Ecco una cosa ingiusta per ogni coscienza umana. Purtroppo, lesempio particolarmente infelice, perch, se lolocausto fu voluto da qualcuno come da qualcuno, per lappunto, fu voluto perch questo qualcuno non lo riteneva affatto ingiusto. Rovesciare le scale dei valori inutile, se i valori rimangono sempre entit misteriose. Una volta che si sia daccordo sul fatto che lorigine dei valori va individuata negli uomini stessi, occorrer capire come fanno a farli. Dershowitz racconta anche di una bellissima risposta di un rabbino chassidico quando gli venne domandato se fosse mai giusto agire come se Dio non esistesse: S. Quando un povero ti chiede la carit, agisci come se Dio non esistesse; agisci come se solo tu potessi salvarlo dal morire di fame. E se provassimo a cambiare la domanda ? Se, al posto di chiederci cosa sono i valori, ci chiedessimo come facciamo ad ottenerli ? Come facciamo a farceli, a costruirli ? Visto che non abbiamo altra scelta che considerarli roba nostra, limpresa almeno in linea di principio non dovrebbe essere proibitiva. A Silvio Ceccato dobbiamo unipotesi preziosa. E gi una prima risposta che ci torner particolarmente utile. Ceccato studiava il linguaggio e il suo rapporto con il pensiero allo scopo di giungere ad un modello generale dellattivit mentale e fu nel corso di questi studi nella seconda met del secolo scorso - che simbatt nel problema di individuare le operazioni mentali

responsabili dei processi di valorizzazione. Giunse cos alla conclusione che un valore si costituisce dal porre una cosa in un rapporto, per la sua possibilit o meno di soddisfarlo. Cos, l acqua diventa valore in rapporto alla sete. Dal momento che, tuttavia, ci nota la capacit umana di porre rapporti per esempio, di causa-effetto, o di mezzo-scopo occorre, al fine di individuare quei processi in virt dei quali qualcosa acquisisce valore, unulteriore distinzione: le cose messe in rapporto devono essere entrambe mentalmente compresenti, requisito che non tocca, per rimanere allesempio, n alle cose poste in rapporto di causa-effetto, n a quelle poste in rapporto di mezzo-scopo. Ma non solo. Secondo Ceccato, il valore si ottiene grazie ad unultima operazione consistente nellinserire le due cose, poste in rapporto e compresenti, in una situazione nella quale occupano un posto, ma dal quale vengono tolti: una presenza ed una assenza con tutta probabilit ottenuti applicando le categorie mentali rispettivamente del con e del senza. Se, dunque, prima tengo assieme mentalmente il treno e il viaggiare e poi privassi la situazione del treno, ecco che questo assumerebbe la sua funzione di valore. E grazie a questo meccanismo che la stessa cosa risultato anchessa di operazioni mentali, non indipendente, esistente di per s nel mondo pu essere valutata una volta positivamente ed una negativamente, a seconda della situazione mentale in cui viene inserita. E il caso di quella stessa acqua che, se in rapporto alla sete diventa valore positivo, una volta in rapporto all annegare diventa valore negativo. Loriginalit della tesi di Ceccato non sta tanto nella fase conclusiva dellanalisi perch ogni teoria economica basata su uno scambio che, innanzitutto, pu essere considerato come rapporto -, ma tutta nella sua base di partenza. Infatti, Ceccato non parla semplicemente di operazioni mentali, ma ne ipotizza la natura escogitando altres una metodica per la loro analisi. Dunque, di quelle cose e di quei rapporti nonch delle categorie mentali implicate si fornisce una sorta di matrice operazionale che, a parere di Ceccato, pu condurre ciascun esecutore alla consapevolezza del proprio operare. Il giusto, il bello, lutile, il razionale, etc. diventano valori soltanto se risultano dallaver posto mentalmente particolari rapporti. Senza lesplicitazione di questi rapporti rappresentano soltanto lautorit di chi li vorrebbe imporre a proprio piacimento. Trasformare la domanda del cosa in come faccio ad ottenerlo conferisce una responsabilit nuova alla persona, che, finalmente, non si trova pi davanti un elenco precompilato dei valori che lo devono guidare, ma, in qualche modo, chiamato da protagonista a compilarselo da s. Ora possiamo comprendere meglio il significato dellaffermazione: i linguaggi veicolano valori. Anche qui, occorre stare in guardia dalla metafora: veicolati, i valori, tornano ad essere qualcosa di gi fatto, mentre sappiamo che meglio molto meglio per tutti considerarli prodotti. I linguaggi, dunque, promuovono la costruzione e la ricostruzione di valori. Ma, spesso, nascondono il modo con cui ci avviene. Qualche esempio. Uno slogan su un manifesto elettorale durante le Amministrative del 2006, a Milano, diceva: Nel calcio e in politica c chi si comportato sempre bene. Vota Zio Bergomi e poi Vota un ragazzo del sessantotto. Allora. Due elementi spingono verso uninterpretazione calcistica: il riferimento esplicito al calcio e il nome Zio Bergomi, perch noto che lomonimo calciatore era chiamato con questo nomignolo. E chiaro, altres, che questi elementi mirano a usufruire dei rapporti positivi instaurati in precedenza fra il calciatore Bergomi e le sue prestazioni sportive (gi calciatore in una delle due grandi squadre della citt, colonna della nazionale italiana, etc.) nonch a costituire un rapporto identitario del candidato con tutto ci. Chi legge il manifesto pu dunque riversare valori positivi sulla persona che gli si appella. La quale, ahinoi, non affatto Bergomi il calciatore, ma un signor Bergomi che, magari sar appassionato di calcio e magari da qualcuno in famiglia sar chiamato

zio, ma il Bergomi valorizzato in precedenza non . Non solo. Anche linvito a votare un ragazzo del sessantotto gioca sullambiguit e fa leva su valori precostituiti. I ragazzi del 1968 sono quelli che, in un certo immaginario storico, hanno lottato coraggiosamente per cambiare il mondo e che, pur non avendo poi ottenuto quel granch, tuttavia rappresentano tuttora un valore tutto sommato positivo. Lo stesso termine ragazzo suggerisce entusiasmo, voglia di fare, pulizia morale, giovent almeno interiore, disponibilit, freschezza tutte categorie considerate perlopi positivamente. Ma anche in questo caso la doccia fredda per chi legge bella e pronta, perch il 1968 del signor Bergomi non ha nulla a che fare con il sessantotto come categoria sociostorica, perch , pi semplicemente, lanno della sua nascita. Consideriamo ora una vecchia pubblicit che rimase affissa per lunghi anni sui vagoni della metropolitana milanese hai un solo box e lauto di tua moglie in strada (voleva promuovere la vendita di un marchingegno elevatore da piazzare nel box, in modo da sfruttare laltezza del locale) e chiediamoci quanto vi di implicito: 1. Si rivolge al lettore dandogli del tu 2. La persona cui si rivolge appartiene alla classe media 3. Ad un ricco si mostra pi deferenza 4. I ricchi non hanno box, ma garages 5. Parla di sua moglie, quindi si rivolge ad un maschio 6. Si rivolge ad un maschio che, in casa, comanda lui 7. Si rivolge ad un maschio che ha il potere di acquisto 8. Se lo fa, perch ritiene che, nella maggior parte delle case, il maschio comandi e abbia pi potere di acquisto della moglie 9. Ormai, nella maggior parte delle famiglie, si possiede due automobili 10. Lautomobile del marito vale di pi di quella della moglie (e va, dunque, meglio protetta) 11. Viviamo in un mondo in cui il maschio vale pi della femmina 12. Etc. Una frase, insomma, pu rappresentare un mucchio di cose. E, nel momento in cui suggerisce determinati rapporti, ecco che propone lestensione di qualcosa gi valorizzato a qualcosaltro ancora da valorizzare. Quando la parola lascia il posto allimmagine il meccanismo non cambia. Si pensi, per esempio, alle diverse soluzioni con cui tre prodotti contro la cellulite hanno cercato di convincere le loro potenziali clienti ad acquistarli. Ciascuno ricorso ad unanalogia in cui linestetismo come si usa dire della pelle stato rappresentato da: a) la pelle di elefante b) la buccia darancia c) la fodera trapuntata Si noti che tutte e tre le soluzioni analogiche escogitate allo scopo di incutere la giusta dose di timore implicano la possibilit che sia la pelle stessa ad essere asportata dalla sua sede, come fosse un accessorio pi che una parte dellorganismo. Nellaprile del 2007, siamo rimasti tutti sconvolti dalla tragedia occorsa ad una ragazza romana uccisa nella metropolitana. Il Corriere della Sera ha titolato la notizia: Muore la ragazza colpita nel metr. Caccia a due donne, oppure, nelle pagine interne, Muore la ragazza infilzata, caccia a due donne, e in questo caso il sottotitolo non lasciava adito a dubbi: Roma, le hanno conficcato un ombrello in un occhio nella metropolitana. Giorni dopo anche dopo larresto di due persone -, lo stesso giornale, tuttavia, scrive Vanessa stata ammazzata a 22 anni da unombrellata di una prostituta romena. Lo scrive nonostante sia quanto scritto in precedenza e sia quanto riferito nella stessa pagina da un testimone oculare: ma questa invece di desistere, con un ombrello che

teneva in mano con violenza la colpiva al volto con la punta dello stesso ombrello. Gi il fatto iniziale che in questo caso non si usi la parola assassinio come in tutti i casi consimili lascia perplessi, ma che, gradualmente, nel giro di una settimana, il gesto letale sia diventato una ombrellata un gesto mai rapportato ad unuccisione, un gesto da vecchia zitella, quasi comico - pu sgomentare. E evidente che le parole sono state calcolate in modo tale da sminuire la tragicit del fatto, sedando cos le eventuali reazioni delle persone coinvolte e delle persone che avrebbero potuto generalizzare la vicenda e strumentalizzarla politicamente. Che, poi, questi stratagemmi raggiungano lo scopo e non, piuttosto, diminuiscano la credibilit del giornale nei suoi lettori tutto da vedere: dipende dalla consapevolezza di ciascuno in ordine alle parole usate ed ai rapporti che suggeriscono in genere, ma senza garanzia che davvero ogni singolo lettore accolga il suggerimento e non gli si contrapponga. Un esempio di questo slittamento nellattribuzione di valore nella pratica giornalistica lho trovato in rete. Da un lato mostra quanto simili astuzie siano antiche, dallaltro mostra anche quanto sia rapido il passaggio dal valore negativo al positivo e viceversa. E il caso del giornale francese Le Moniteur allindomani della fuga di Napoleone dallisola dElba. Siamo nel 1815. Titoli in prima pagina 9 marzo: Il mostro fuggito dallesilio 10 marzo: Lorco di Corsica sbarcato a Capo Juan 11 marzo: La tigre si mostrata a Gap. Le truppe stanno avanzando da tutte le parti per arrestare il suo cammino. Egli concluder la sua miserevole avventura tra le montagne 12 marzo: Il mostro realmente avanzato fino a Grenoble 13 marzo: Il tiranno ora a Lione. Il terrore sconvolge tutti alla sua comparsa 18 marzo: Lusurpatore ha osato avvicinarsi fino a 60 ore di marcia dalla capitale 19 marzo: Bonaparte avanza a tappe forzate, ma impossibile che raggiunga Parigi 20 marzo: Napoleone arriver domani sotto le mura di Parigi 21 marzo: Limperatore Napoleone a Fontainebleau 22 marzo: Ieri sera Sua Maest lImperatore ha fatto il suo ingresso pubblico ed arrivato alle Tuilieres. Niente pu superare la gioia universale.