Curcu & Genovese Narrativa

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info@libritrentini.it Prima edizione: dicembre 2010 Copertina: Fabio Monauni ISBN 978-88-96737-24-8 Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro, senza l’autorizzazione scritta dei proprietari dei diritti e dell’editore. Pur facendo riferimento, talvolta, a nomi di persone realmente esistenti, ogni fatto contenuto in questo romanzo è frutto della fantasia dell’autrice.

Francesca Negri

Sex and the wine
L’altra metà del vino Romanzo

Curcu & Genovese

CAPITOLO I

Premessa

Era tutta colpa di Auguste Escof er, il grande cuoco francese dell’Ottocento, se quel pomeriggio, invece di portare avanti tutti i lavori che avevo da fare, mi ero messa ad indagare su Madame de Montespan. La vera “preferita” del Re Sole non era mai stata una gura molto attraente ai miei occhi: ammirevole la sua tenacia nel raggiungere i suoi obiettivi, ma il prezzo pagato, senza guardare in faccia niente e nessuno, faceva parte di quel modo di essere senza valori che non avevo mai trovato apprezzabile. Escof er, però, mi aveva fatto ri ettere. Madame de Montespan conosceva bene il valore della seduzione della cucina ed era forse per questo, per carpire qualche succulento segreto, che si era concessa una liaison persino con Vatel, il grande cuoco di corte le cui preparazioni facevano impazzire di piacere i palati esigenti dei commensali di Sua Maestà. Una delle ricette più famose della Montespan, invece, erano i pasticcini afrodisiaci, che probabilmente serviva assieme a ltri d’amore ed altri intrugli, nonostante la sua comprovata bellezza. «Che la cucina faccia la donna ancora più bella?», mi domandavo mentre leggevo le peripezie della Preferita. Se non bella, affascinante, stando al cuoco francese, che ne i suoi Ricordi inediti si chiedeva retoricamente: “Se Madame de Montespan non avesse saputo cucinare così bene, sarebbe arrivata tanto in alto? Una donna con un si-

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mile talento poteva tenere legati a sé i più grandi regnanti della terra”. Ad un certo punto della storia, però, noi donne c’eravamo dimenticate di questa grande arma a nostra disposizione, pensando che l’indipendenza e l’emancipazione passassero necessariamente attraverso il disamore per i fornelli. Se Escof er avesse avuto ragione, ed io credevo che la avesse, sarebbe stata ora di tornare sui nostri passi. Lui che era stato, tra le altre cose, l’inventore della Pesca Melba (omaggio alla cantante lirica australiana Nelle Melba) ed il primo vero manager d’albergo, era anche convinto che “la cucina è forse una delle forme più utili di diplomazia”. La cucina, ma anche il vino, Auguste. Sul comodino della mia camera da letto le guide gastronomiche e gli itinerari del gusto non erano mai mancati. Prima di addormentarmi mi piaceva leggere qualche recensione di ristorante, osteria o trattoria e magari trovarne qualcuna che mi attirasse così tanto da diventare la meta del mio prossimo weekend. Mi piaceva andare a caccia di curiosità su formaggi o insaccati, scovare informazioni su dove, ad esempio, poter acquistare il vero speck, la ricotta stagionata Saras del Fen, le patate blu oppure il rarissimo broccolo di Santa Massenza. Recentemente, a queste letture “della buonanotte” se ne erano aggiunte altre che riguardavano il vino. Luca, che aveva 18 anni più di me, da venti era sommelier e sapeva bene di essere stato lui a farmi scoprire e appassionare al magico mondo dell’enogastronomia, qualche tempo prima si era presentato nel mio studio con un sacchetto pieno di libri. «Lo so che non hai mai dato un’occhiata, se non veloce e per lavoro, alle guide enologiche e vorrei che tu lo facessi. Così, giusto per sapere cosa ne pensi. Va bene?», e appoggiò il sacchetto sulla mia scrivania. Io lo guardai con aria interrogativa, ma divertita.

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«È una questione di vita o di morte?», gli chiesi ridendo. «Ovviamente no, ma credo che ti potrebbe dare qualche idea per il tuo prossimo libro», mi rispose strizzando un occhio mentre stava già stappando una delle bottiglie di cui aveva fatto incetta nelle sue ultime tre settimane di tour de force tra Spagna, Sudamerica e Sudafrica. «Sono nel mezzo di un articolo e non ho molto tempo… Cosa mi fai bere?» «Viña Ijalba Reserva seleccion especial del 1994». Lo guardai mentre mi porgeva il calice rosso intenso e la prima cosa che mi venne in mente fu uno stralcio del libro di Isabel Allende, Afrodita: “I gourmet, capaci di ordinare da un menu in francese e di discutere di vini con il sommelier, incutono rispetto nelle donne, rispetto che può facilmente trasformarsi in vorace appetito amoroso. Non possiamo resistere agli uomini che sanno cucinare. Non mi riferisco a quei cialtroni acconciati con un berretto istrionico che si dichiarano esperti e con un gran gesticolare abbrustoliscono una salsiccia alla griglia, ma a quegli epicurei che scelgono amorosamente gli ingredienti più freschi e sensuali, li preparano con arte e li offrono come un regalo per i sensi e per l’anima; quegli uomini capaci di stappare con stile una bottiglia, annusare il vino e mescerlo prima nel nostro bicchiere per farcelo assaggiare”. Credo fosse stato proprio questo, molti anni fa, a farmi innamorare di lui. Presi il bicchiere e feci roteare il vino, guardai il colore, annusai un istante il profumo, feci appena un sorso e poi dissi «buono». «Ora leggi quello che dicono le guide», replicò lui. «Viña Ijalba Reserva seleccion especial 1994. Taglio di Graciano e Tempranillo al 50%, ha colore rubino non troppo vivace ma incredibilmente cupo e profondo con ri essi viola. Naso di frutti neri e cardamomo, eucalipto, prugna, crema e foglie verdi.

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Ha bisogno di tempo per liberarsi dalle note animali e di sudore che si sviluppano in sentori integrati di pino, china, terra umida in un insieme di grande fascino. Bocca prepotente di vivace acidità e tannini decisi che a poco a poco lasciano spazio a uno straripare di polpa fruttata. Finale lunghissimo anche se un po’ rustico». «Cosa ne pensi di questa descrizione?», mi chiese. «Sono una cronista non un’esperta… Quello che ti posso dire, però, è che se avessi letto questa recensione forse non lo avrei mai comperato: pensare di bere qualcosa che ha “note animali e di sudore” non è una cosa che mi attira – dissi ridendo – a dire il vero nemmeno il pino mischiato con la china e la terra umida! Ti immagini?» «A te, allora, cosa fa venire in mente questo vino?» «Una giornata di sole e afa, il caldo torrido dell’estate e io che guardo la campagna, sento il fruscio della brezza che accarezza le foglie di un salice piangente e spettina i prati, mentre mi dondolo sotto il portico, all’ombra, guardando il tramonto e pensando a cosa cucinare per cena».

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CAPITOLO IV

Il club delle degustatrici

Era stato solo nell’ultimo anno e mezzo che Zoe, Alice, Alessandra, Giulia e io ci eravamo legate molto, nonostante ci conoscessimo da circa quindici anni. Quando andavamo alle scuole superiori frequentavamo tutte la stessa compagnia di amici, ognuna di noi per motivi diversi: Alice ed io per via dei nostri rispettivi danzati di allora, Zoe per via di Alessandra, amica di uno dei ragazzi del gruppo, e Giulia perché cugina di una delle colonne portanti della compagnia, Thomas. Finita la scuola, gli studi universitari avevano creato una sorta di “diaspora”. Alessandra era andata a studiare cinema a Los Angeles, Alice si era trasferita a Londra per realizzare il suo sogno di costumista di grandi produzioni teatrali, Giulia si era iscritta al Dams di Bologna. Zoe, tra tutte, era quella che aveva le idee meno chiare: preso il diploma di ragioniera stava per buttarsi direttamente nel mondo del lavoro. In quel periodo frequentava un giro di intellettualoidi sfaccendati parcheggiati a Sociologia, che facevano sì e no un esame all’anno e passavano le serate a bere birra, fumare marijuana e parlare di loso a. Se l’Università era quella, lei ne faceva volentieri a meno. Poi un giorno, mentre era a fare shopping a Verona, conobbe Stefano, che frequentava la Luiss di Milano e voleva diventare un esperto di pubbliche relazioni. Non so se Zoe si innamorò prima dell’i-

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dea di diventare una Pr oppure di lui: in un modo o nell’altro, comunque, nel giro di due settimane si trasferì a Milano e ci rimase per otto anni, il tempo di nire gli studi e la sua relazione con Stefano, ma anche per fare le esperienze suf cienti e raccogliere i contatti giusti per fondare un’agenzia di pubbliche relazione, eventi e comunicazione tutta sua, la Zoe.Com. In quegli otto anni Zoe e io ci perdemmo completamente di vista, nché un giorno non lessi di lei su Prima Comunicazione e la chiamai in uf cio. Quel ne settimana sarebbe tornata nella nostra città e, visto che anch’io mi trovavo da quelle parti, decidemmo di bere un caffè insieme. Non ci volle molto per capire che tutte e due eravamo cambiate molto e che i nostri punti di vista, un tempo così differenti, ora trovavano una buona sintonia. Nella vita personale, ma anche sul lavoro. Zoe aveva appena licenziato la sua esperta in media relation e uf cio stampa: chiese a me se volevo occuparmene. Accettai con entusiasmo, anzitutto perché l’idea di lavorare con lei mi sembrava un bell’aiuto per costruire un nuovo rapporto tra di noi e poi perché i giovani giornalisti hanno sempre bisogno di arrotondare, visti i compensi da fame a cui ormai la maggior parte degli editori obbligano la categoria. Se si vuole continuare a fare questo lavoro, ci si deve inventare qualcos’altro e gli uf ci stampa, se sei uno in gamba, rendono abbastanza bene. La cosa funzionò e ormai erano circa tre anni che metà del fatturato della Zoe.Com era rappresentato dai press of ce. Funzionò anche sul piano personale, perché Zoe ed io eravamo diventate come sorelle, ognuna con la sua vita, con i suoi spazi, ma sempre presenti l’una per l’altra e sempre pronte a trovare anche solo cinque minuti per stare insieme. Con Alessandra, invece, Zoe non aveva mai smesso di tenersi in contatto. Finita la scuola di cinema, Alessandra era rimasta a Los Angeles e aveva lavorato per circa quattro anni come assistente alla regia di importanti produzioni di ction e lm. Tutte le sere era a un

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party esclusivo con registi, sceneggiatori e attori della luccicante Hollywood: da Jennifer Aniston a Gwynet Paltrow, da Brad Pitt a Bruce Willis. Alessandra ci sapeva fare e fu così che la California Film Commission le fece un’offerta da capogiro che non potè ri utare. Due anni prima, era stato un ingaggio dal Festival di Venezia a riportarla in Italia, ma forse anche un po’ di voglia di tornare a casa grazie a un lavoro che le avrebbe permesso di trascorrere sei mesi all’anno a Los Angeles e altri sei qui con noi. Poi c’era Giulia. Lei il Dams di Bologna l’aveva frequentato per appena un anno, giusto il tempo di conoscere Fabio, giovane e promettente avvocato civilista, sposarlo nel giro di due mesi e fare due bellissimi bambini, Linda e Simone. Il loro idillio era durato circa dodici anni, nché Giulia non aveva incontrato Pietro, primo oboe nell’orchestra dell’Arena di Verona. Il suo temperamento passionale, totalmente in antitesi con la pragmaticità e la freddezza del marito, l’aveva completamente sedotta: forse ancora di più, a conquistare Giulia – stanca della routine e di una famiglia che aveva voluto troppo presto – era stato quel modo di vivere di Pietro, tipico degli artisti, in una sorta di mondo parallelo, fatto di passioni forti, emozioni intense, attimi da gustare senza pensare a niente altro. Alice era l’ultimo “acquisto” del nostro gruppo: il suo rientro in Italia, infatti, risaliva a circa tre settimane prima. A nessuna di noi erano chiari i motivi che l’avevano spinta a lasciare Londra. In questi anni, oltre ad aver collezionato una lunga lista di storie d’amore sfortunate, si era costruita un curriculum di tutto rispetto, lavorando come costumista per importantissime opere teatrali, come Cats e Jesus Christ Super Star. Il Natale precedente, però, la sua consueta visita a casa per le feste si prolungò molto più del solito e Alice non ci mise molto a farci sapere che per il momento aveva deciso di restare, perché aveva alcuni mesi liberi prima della prossima produzione. La notizia ci aveva entu-

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siasmate, ma sapevamo che dietro si celava qualcosa di più grave o, quanto meno, complicato. Nessuna di noi, però, volle approfondire: sarebbe stata Alice, prima o poi, a dirci come stavano realmente le cose. Quello che facemmo, invece, fu ordinare una bottiglia di champagne perché, in un modo o nell’altro, era l’occasione giusta per brindare. Io, invece, sono Cleo, ho trent’anni – come Zoe, Alice ed Alessandra, mentre Giulia ne ha 32 – e sono una giornalista freelance che spazia dalle pagine economiche a quelle gastronomiche, ma non mi faccio mancare nemmeno le interviste ai personaggi famosi (o ritenuti tali), il life-style e la moda. Ho un passato da tennista, interrotto con la morte di mio padre quando avevo 16 anni, e un percorso di studi che va dal diploma di ragioneria alla laurea in Lettere moderne per poi virare su un master in marketing internazionale. Il giornalismo è sempre stato il mio grande amore: mi piace “stare sulla notizia”, scovare (come una piccola investigatrice, e forse è per questo che adoro il Tenente Colombo, Csi, Criminal Minds e i libri di Michael Connely e di Jeffrey Deaver) le informazioni più complicate e anche creare dibattiti intorno a temi importanti, che siano economici, sociali o culturali. La mia passione per la tavola e il vino è nata dodici anni fa, ai tempi della mia storia d’amore con Luca, che conobbi nel ristorante che aveva aperto da poco per diversi care la sua attività di importatore di vini. Fu lui a farmi scoprire il piacere e la sensualità del cibo e del vino: quello con l’enogastronomia era stato un colpo di fulmine che non era mai nito, che non avevo mai smesso di coltivare e che, ormai, faceva parte integrante di me e del mio modo di vivere. Zoe, Alice, Alessandra, Giulia ed io ci divertiamo a chiamarci “Il club delle degustatrici”. «Perché “Il club delle degustatrici”?», chiese Alice la prima volta che ci sentì usare questo termine.

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«Anzitutto perché adoriamo gustare qualcosa di s zioso e far girare nel bicchiere un po’ di vino buono mentre parliamo di noi, di quello che ci è successo durante il giorno, di quelle scarpe che abbiamo visto in vetrina e che vogliamo comperare, di quell’sms di invito a cena arrivato inaspettatamente da uno degli ultimi uomini conosciuti sul lavoro», rispose Zoe. «Non solo, però», presi la parola io. «È il nostro approccio generale nei confronti di tutte le cose che si può de nire da “degustatrici”. Pensaci bene, Alice: chi degusta compie un’analisi visiva, una olfattiva e una gustativa. Non sono parametri su cui, in generale, ci basiamo anche noi?» Alice ci pensò su un attimo e poi, dando un’occhiata titubante alle altre ragazze, mi rispose «non so». Allora proseguii con la mia teoria. «Partiamo dall’analisi visiva, che secondo i manuali enologici consente di eseguire una prima valutazione complessiva sulla qualità del prodotto. I principali parametri che si valutano sono: colore (sfumatura ed intensità), limpidezza o trasparenza, consistenza o uidità, effervescenza. Poi c’è l’analisi olfattiva che va a scoprire e denire profumo, intensità e complessità. In ne, l’analisi gustativa, attraverso la quale si valuta corpo, armonia e, ancora una volta, intensità». Mi fermai un istante a pensare, poi mi alzai e dalla libreria tirai fuori una vecchia guida alla degustazione del vino e lessi: «Dopo aver completato le tre fasi delle analisi sensoriali, si arriva alla fase conclusiva, rivolta a descrivere le sensazioni generali derivate dall’insieme dei parametri considerati. In questa fase vengono de nite la sensazione gustoolfattiva, l’armonia o equilibrio, lo stato evolutivo, le impressioni generali». Vidi che Alice aveva capito. «Non ti sembra che sia lo stesso procedimento con cui tu, io o qualsiasi altra persona valuta qualcuno?», la incalzai.

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«Sì, è vero. Non ci avevo mai pensato», rispose lei. E fu così che il club delle degustatrici conquistò un nuovo, importantissimo, membro.

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CAPITOLO VIII

Geisha Food

Doveva esserci una strana malattia in giro. A prenderla erano gli chef, soprattutto quelli “stellati”, “forchettati” o “incappellati” o gli aspiranti tali. Io, che ero una semplice appassionata e non un’esperta, avevo fatto fatica ad accorgermene, anche per colpa della mia curiosità verso le sperimentazioni culinarie e tutto ciò che erano nuovi abbinamenti e sapori. Adesso, però, ne ero certa: c’era un virus in giro che si manifestava con la progressiva scomparsa dei sapori semplici, seguita dalla perdita di memoria delle ricette tradizionali e dei gusti di un tempo. I casi aumentavano di giorno in giorno in modo preoccupante. Quando il più “grosso” e severo critico enogastronomico italiano, Edoardo Raspelli, aveva iniziato a parlarne i tempi non erano sospetti e io stessa, nella mia inesperienza, avevo un po’ snobbato il suo appello delle tre “t”: terra, tradizione, territorio. «Bisogna ritornare ai sapori autentici e puntare sulle tipicità della propria zona», mi aveva detto una sera, sospirando davanti a un piatto di spaghetti alla Norma, portati in tavola come specialità dello chef del ristorante alpino che Edoardo aveva deciso di visitare per poi parlarne nella sua rubrica su La Stampa. Quelli erano i miei primi spaghetti alla Norma e li avevo trovati molto buoni, anche se la scelta di servirceli a oltre mille metri di quota e a oltre mille chilometri dalla terra di cui era originaria la ricetta era

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senz’altro azzardata. Così dissi al mio amico critico che ero d’accordo con lui ma solo in parte, non capendo quello che più tardi avrei compreso di fronte allo stesso piatto servito in un localino a due passi da Bronte. Ci vollero poi molte altre cene, molti altri sapori, molte altre storie incompiute nel piatto per farmi arrivare a dire che ero ormai stanca di un certo tipo di cucina, quella che invece tanti sognano e in altrettanti osannano. E qui lo so che ci dividiamo in due, come quelli che amano il vino in barrique e quelli che preferiscono il vino in purezza. Facciamo un passo indietro. Ogni volta che decido di andare a cena fuori – se non è per lavoro – è la voglia di un viaggio che mi spinge: un viaggio nei sapori – nuovi o ritrovati – ma anche nella storia di un territorio da fare attraverso la tavola oppure, più semplicemente, un viaggio di relax e coccole culinarie da condividere con qualcuno e dove anche l’atmosfera del locale ha il suo peso. Poi c’è il lato Indiana Jones: andare a caccia di locali nuovi, dove scoprire cucine casalinghe deliziose a prezzi corretti. Un gioco divertente che faccio da quando avevo 18 anni, occupando così tutte le mie domeniche e appuntando ogni visita (con data, biglietto da visita del locale, giudizio generale e piatti che mi hanno colpito) su un quaderno a fogli bianchi a cui ho dato anche un nome, “Girovagando”. Decidi una zona, prendi l’automobile e parti senza un indirizzo preciso. Arrivata sul posto ti guardi in giro, valuti, chiedi consiglio al barista, poi al giornalaio e a qualche passante e quindi designi il prescelto enogastronomico. Sai che tutto è un’incognita e non hai alcuna pretesa: il livello di attesa è basso, ma potresti rimanerne positivamente sorpresa. Diverso è, invece, quando ti siedi a tavola di ristoranti blasonati. Ogni volta che decido di regalarmi una cena a una Stella Michelin (raramente mi capitano le due e mai, no ad ora, le tre Stelle), le mie aspettative sono, credo inevitabilmente, alte: da uno chef di haute cuisine, che mi presenterà anche una haute dition, mi aspetto che

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mi stupisca almeno con un piatto, che mi induca a consigliarlo agli amici e che mi faccia venire la nostalgia di tornarci, prima o poi. Ricordo ancora le tagliatelle al cacao con sugo di cinghiale dell’Acquamatta di Capolona (Arezzo); i tortelli di zucca al tartufo d’Alba del Borgo di Rovereto (Trento); gli scampi marinati di Da Cera a Lughetto (Padova). Tutte poesie perfette e indelebili alla memoria, e in molti casi ho provato a replicarne le ricette anche tra i fornelli di casa, talvolta con discreto successo. Tutti piatti, ri ettendoci ora, della tradizione, certamente rivisitati, ma con rispetto. Quante volte, invece, capita di alzarsi dal tavolo e avere come ricordo solo il conto, sempre salato? Le capesante alla brace avvolte nel Pata Negra avevano perso qualsiasi sapore, il raviolo ripieno di burrata di Adria che sembrava fatto con la più comune mozzarella del supermercato e faceva acqua da tutte le parti, l’hamburger di gamberi che metteva tristezza non solo al palato, il salmerino in corteccia di abete che sapeva di resina, tutti quei nger sweet che sono uguali da Catania a Milano, tutti i carrelli di formaggi del famoso Degust di Hansi Baumgartner che trovi in Alto Adige come in Sardegna. Quando arrivo alla ne di cene di questo tipo, sempre più spesso mi viene da chiedermi: perché non mi hai fatto una tagliatella fresca al pomodoro e basilico? È un piatto troppo semplice per i tuoi fornelli stellati? Tornata da New York, questa era una delle idee che mi ronzavano di più nella testa, così, dopo aver scritto il mio reportage per Spirito Divino, decisi di parlarne con il direttore della rivista gastronomica con cui collaboravo più assiduamente. «Sei sicura di avere le palle di scrivere una cosa del genere, Cleo?”, mi chiese scrutando l’espressione del mio viso da dietro i suoi occhialetti da professore. «Certo, altrimenti non te ne avrei parlato. E tu?», lo provocai. «Cinquemila battute, per stasera. Siamo in chiusura del giornale e voglio farci la copertina».

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«Wow…», fu l’unica cosa che mi uscì. Raccolsi le mie cose e mi diressi verso la porta del suo uf cio per correre a casa a scrivere l’articolo, quando la sua voce mi raggiunse prima che in lassi l’uscita. «Cleo, questo servizio potrebbe cambiare la tua carriera, nessuno ha mai detto queste cose in modo così esplicito, come vuoi fare tu. Dovrai essere impeccabile. È la tua occasione, vedi di sfruttarla al meglio». «Lo so Gianni e ti ringrazio, non ti deluderò», gli risposi con un sorriso sicuro, mentre le mani, nascoste in tasca, non smettevano di tremarmi. Uscii dalla redazione e andai a lavorare a casa. Aprii una bottiglia di Vitoarturo di Fattoria Le Fonti, farcii alcune fette di pane casereccio con la salsa aliolli (non conosco cibo da condividere in due più di questo!) e mi misi al computer. In quattro ore avevo nito il mio articolo, lo avevo letto e riletto e, alla ne, avevo trovato il coraggio di mandarlo al mio direttore. A quel punto non restava che aspettare l’uscita della rivista in tutte le edicole d’Italia: ancora tre giorni e avrei saputo cosa ne sarebbe stato di me… L’unica cosa da fare, nell’attesa, era mettersi a cucinare per Roberto. Decisi che quella sera gli avrei fatto uno dei suoi menu preferiti: torrino di melanzana con scampi, tagliatelle fatte in casa con i funghi porcini e tiramisù. Misi a raffreddare una bottiglia di Ruhinart Rosè (ecco cosa avevo deciso di farne, per dispetto a Paolo: di farlo diventare il giusto accompagnamento di certe serate particolari di Roberto e me) e incominciai a preparare gli ingredienti. Un paio d’ore più tardi, tutto era pronto per essere messo in tavola. Roberto era già seduto al suo posto ansioso. «Cosa c’è di buono?», mi chiese mentre osservava compiaciuto la tavola decorata e l’ambiente illuminato solo dalla luce delle candele.

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«Leggi il menu», gli risposi indicando il foglio che avevo stampato pochi minuti prima. «Vediamo… Trattoria Da Cleo. Menu del giorno…». Un attimo di silenzio mentre i suoi occhi scorrevano entusiasti l’elenco dei piatti e poi disse: «Mmmh, solo tu riesci a fare il geisha food!» «Il cosa?» «Il geisha food, ovvero la dedizione fatta cucina di una donna verso un uomo, che studia ogni tuo gusto e ti adora facendoti mangiare cose inimmaginabili, che si mette ai fornelli solo per te…È l’arte romantica e sensuale del mangiare. E tu sai essere davvero geisha, anche se nessuno se lo aspetterebbe». «Ah sì?», gli dissi compiaciuta. «Sì», confermò guardandomi con l’aria di chi non aveva molta voglia di cenare. «Adesso mangia, al resto ci pensiamo dopo», gli risposi dandogli un bacio e strizzandogli un occhio con fare complice. Dopo il Ruhinart Rosè stappammo un Muffato della Sala, con il suo intrigante sapore che racchiude quella nebbia di primo mattino che consente alla muffa “nobile” Botrytis Cinerea di ridurre il contenuto d’acqua dei grappoli, provocando così una maggior concentrazione di zuccheri e aromi. Ma l’abbinamento più sorprendente ci riuscì lontano da piatti e bicchieri, quando sotto le lenzuola la gelatina di Fojaneghe scivolò tra le mie labbra e poi sempre più giù.

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Finito di stampare nel mese di dicembre 2010 dalla Litotipografia Alcione - Trento Impaginazione: Curcu & Genovese Associati - Trento

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