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George Mosse, Le guerra mondiali.

Dalla tragedia al mito dei caduti


Relazione di Filippo Grendene, mat. 1014817

George Mosse, nello studio Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti prende in esame come, nellimmaginario nazionale a livello europeo (considerando Inghilterra, Francia e Italia) ma con un particolare occhio di riguardo per la Germania, siano state recepite le due guerre sia attraverso la letteratura ed altri prodotti intellettuali anche di consumo (grande rilievo viene dato, ad esempio, alle cartoline a tema bellico), sia con ledificazione di monumenti per il ricordo e la celebrazione, dai cimiteri ai vari altari della patria nelle varie declinazioni nazionali, e come attraverso queste elaborazioni si sia venuto a costituire quello che lo storico ha definito il Mito dellEsperienza della Guerra. Sebbene il campo dindagine centrale sia la prima guerra mondiale e lelaborazione della nuova esperienza fra il 1918 ed il 39, Mosse ritiene necessario rifarsi alle guerre di liberazione antinapoleoniche della Prussia, dove in nuce erano emerse molte di quelle forme che avrebbero trovato poi pieno compimento nella prima met del novecento. Il saggio prende piede dal fenomeno dei volontari, sconosciuto prima della Rivoluzione Francese: la professione del soldato, riservata a elementi ellittici rispetto alla societ, grazie al grande afflusso di giovani non richiamati nelle fila dellesercito rivoluzionario in difesa della Francia la marsigliese cantata per la prima volta da un esercito di volontari parla dei nostri fieri eroi - diviene qualcosa di rispettabile e di ammesso (e necessario) nella societ: rinasce lidea del cittadino-soldato. Per quanto riguarda la Germania, il mito del volontario deve attendere ancora due decenni prima di trovare fondamento, nelle guerre antinapoleoniche del 1813 quando accorsero 30000 giovani attorno al re di Prussia. Gi a questa altezza, Mosse si interroga su alcune questioni: se, grazie alla poesia e alle canzoni di Arndt, Krner, Schenkendorf venne a crearsi il mito dei volontari, sullonda anche del romanticismo nel pieno del suo fulgore, come di una serie di giovani studenti, professori e poeti levati in difesa della patria, la realt fu quella di un esercito composto da intellettuali solo per il 12%. Si tratta di un problema di rappresentazione ed autorappresentazione, che Mosse coglie immediatamente e mette in risalto, e che si ritrover in forme quasi identiche nella prima guerra mondiale. Anche per quanto riguarda la memoria monumentale, gi dallottocento si era intrapresa, a livello europeo, quella che sar poi la strada tenuta dopo la grande guerra: il processo di sacralizzazione dei caduti come martiri per la patria, e la sovrapposizione fra rito religioso e necessit civile andarono di pari passo con la costruzione di numerosi monumenti ai caduti dove, dal 1870 in poi, le distinzioni di grado fra i soldati tendono a scomparire in direzione di una equiparabilit dei martiri. Nella guerra franco tedesca del 1870 inoltre iniziano ad essere dedicati, nei cimiteri di campagna vicino ai campi di battaglia, luoghi separati per la sepoltura dei soldati caduti, sebbene ancora con distinzioni di grado e senza badare, nelle fosse comuni in cui erano deposti i soldati di truppa, a separare gli avversari. Tutto cambia allo scoppio della prima guerra mondiale. La mutazione della percezione dovuta in primis alle proporzioni: la durata, la guerra di trincea estesa per centinaia di chilometri, il numero enorme di morti cui non si erano nemmeno

avvicinate le pi cruente guerre napoleoniche; le tecnologie sia propagandistiche che militari, la rilevanza del fronte interno nello sforzo bellico, ed infine la leva di massa. Fu a causa di questa guerra che il mito dei volontari ebbe il suo massimo sviluppo: le ultime guerre imponenti risalivano a un secolo addietro, e una congerie di movimenti artistici aveva esaltato la guerra nella sua funzione purificatrice; alcuni ideali romantici e cavallereschi erano riscontrati nella nuova arma, laviazione, che pareva elevare luomo al di sopra della massa e gli permetteva un confronto ad armi pari con il nemico: tutti i piloti erano volontari. Moltissimi giovani accorsero nelle fila dei vari eserciti europei sui campi di battaglia, e andarono a costituire lo zoccolo duro del Mito dellEsperienza della Guerra che Mosse qui tenta di indagare: lo storico fa lesempio della battaglia di Langemarck, dove, stando al bollettino dellesercito tedesco, reggimenti di giovani volontari hanno assaltato le prime linee del nemico e le hanno conquistate, cantando Deutschland, Deutschland ber alles, e che fu ricordata dal 1914 in poi come il momento in cui la giovent tedesca si sarebbe sacrificata per la patria: in realt i giovani scolari volontari erano meno del 18% del totale, e le forze tedesche ebbero 145000 morti senza ottenere nessun vantaggio era la prima delle tante carneficine della guerra ditrincea che si sarebbero risolte sostanzialmente in un nulla di fatto. Pare anche che i soldati non abbiano cantato, se non per ritrovarsi nella nebbia scesa fitta sul campo. La battaglia fu tuttavia ricordata come simbolo di giovinezza e virilit, tanto che anche Hitler la ricorda, in questi termini, nel Mein Kampf. I caduti furono onorati come eroi. Lonorare come eroi non fu un fenomeno solamente tedesco - una tale massa di morti pose subito dei problemi pratici: vennero fondate gi allinizio del 1915 delle commissioni atte a garantire ad ogni caduto una giusta sepoltura, e vennero creati dei grandi cimiteri di guerra. Le tendenze architettoniche in questo senso, analizzate da Mosse gi dai loro primordi negli anni 30 dellottocento negli Stati Uniti, andavano nella direzione di un cimitero giardino, diverso dai camposanti di chiese e citt cui si era abituati. Essi si somigliavano tutti, vi era messo in risalto il nesso fra i caduti e il sacrificio cristiano, e le tombe erano uniformi, allineate in lunghe file, a continuare la tradizione di non porre in risalto i caduti graduati. In Germania si diffuse (in realt mutuato da una primigenia realizzazione italiana) il Heldenhain (o bosco degli eroi): non avendo il paese, uscito sconfitto dalla guerra, il denaro necessario e le possibilit politiche di curare i cimiteri in territorio francese, si presero a costruire dei surrogati di cimiteri militari, dove non esistevano tombe e tutto era affidato alle simbologie; pietre o massi, giudicati particolarmente appropriati a simboleggiare una potenza primigenia, il destino della Germania, erano posti in boschi dedicati al ricordo dei soldati caduti. Un altro mezzo per sublimare il culto dei caduti fu ledificare dei monumenti ad un milite ignoto, cio un imponente edificio che non ricordasse qualcuno in particolare, ma dedicato a tutti i caduti della grande guerra: il corpo da deporre fu scelto casualmente, oppure il sacrario fu lasciato vuoto. Di interesse anche larchitettura di questi edifici, imponenti e posti al centro di grandi spazi, per permettere un culto che ormai divenuto decisamente collettivo. Mosse tenta di determinare il legame che la guerra avrebbe instaurato fra natura da una parte, e militi e patria dallaltra. Le simbologie collegate sono molteplici: dai soldati che, nella provvisoriet della trincea, trovavano nel cielo e nei prati uneternit assoluta, allidentificazione con i boschi, straziati dai combattimenti al pari delle vite umane; dal papavero per gli inglesi, che in primavera tingeva di rosso il paesaggio

sconvolto delle Fiandre, e che era divenuto una sorta di mitologia nazionale, al cielo che, per la prima volta solcato da un gran numero di aeroplani, diveniva simultaneamente simbolo di libert e di superiorit. Lo storico ci fa notare come, nelle cartoline illustrate, la patria non fosse mai rappresentata nelle vesti di citt, di fabbriche, di automobili niente di ci che poteva essere definito moderno era sentito adatto: i disegnatori preferivano piuttosto paesaggi agresti, quando non bucolici. Alcune forme di identificazione continuarono anche dopo la guerra: se dei boschi degli eroi si gi parlato, riveste molta importanza il mito che lalpinismo si apprest a incanalare fra le due guerre: in parte gi esistente in Italia ed Austria, esso divenne una sorta di surrogato della guerra, ma non di una guerra reale come quella appena conclusa, piuttosto di una sfida eroica e solitaria che si poteva ben adattare allidea di un conflitto cavalleresco vicino ai combattimenti aerei. Anche lalpinismo, dimostra Mosse, servito per creare il Mito dellEsperienza della Guerra; necessaria tuttavia stata lopera di banalizzazione, di sottrazione alla guerre dei suoi aspetti pi orribili: in tutti gli stati questo obiettivo fu perseguito attraverso la produzione di paccottiglia a tema bellico (come i bossoli delle granate mutati in portafiori, ma anche oggetti come armoniche in forma di sommergibile o cuscini Hindenburg); furono creati giochi da tavolo a tema bellico, con riproduzioni stereotipate di compatrioti e nemici; fu addirittura sfruttata la tematica a scopi pubblicitari. Tutto ci ebbe leffetto quantomeno di avvicinare la popolazione civile alla guerra, di rendere questa un situazione familiare. Anche le cartoline illustrate collaborarono a questo processo: la morte, infatti, non vi era mai illustrata in tutto il suo orrore: i caduti parevano dormienti, spesso giacenti in ambienti fantastici. Solo il nemico ucciso veniva mostrato con un cero realismo. La guerra venne proposta come gioco, come avventura, e le centinaia di migliaia di mutilati che negli anni immediatamente successivi al conflitto popolavano le citt e, con la loro stessa presenza, invitavano al ricordo, non valsero a sfatare questa concezione. Furono immediatamente messi in commercio giocattoli raffiguranti le pi moderne armi in uso negli eserciti, compresi i primi carri armati, e la guerra fu addirittura portata a teatro, dove nelle maggiori rappresentazioni entrarono in scena centinaia di comparse e vere mitragliatrici e cannoni, caricati a salve. Per quanto riguarda i pi moderni mezzi di intrattenimento, nonostante fra i fotografi e gli operatori cinematografici la tentazione del realismo fosse costante, non ci furono, almeno durante la guerra, vere realizzazioni in questo senso, a causa delle direttive di propaganda e, per quanto riguarda il cinema, della arretratezza dei mezzi di ripresa. Il poco materiale grato emerse piuttosto in alcune realizzazioni di orientamento pacifista, prodotte dopo la fine della guerra. Effetti della guerra sui paesi occidentale, tuttavia, ve ne furono: uno di questi, che Mosse identifica come estremamente rilevante in particolare per i fatti avvenuti negli anni successivi, quella da lui definita come la brutalizzazione della politica tedesca. Nella terza ed ultima sezione del suo saggio, infatti, Mosse analizza quali furono le conseguenze del Mito dellEsperienza della Guerra, e quale fu poi la sua evoluzione con la seconda guerra mondiale. La brutalizzazione fu un fenomeno cui nessun paese europeo pot sottrarsi, a causa dellesperienza di milioni di cittadini nella grande carneficina del 14-18: si tratta di un atteggiamento mentale derivante dalla guerra, dallaccettazione della guerra stessa e

dalla crescente indifferenza per la morte di massa1. Tuttavia, la situazione tedesca si dimostr particolarmente favorevole a questo atteggiamento: fattori storici vi concorsero, quali la sconfitta non accettata e la presenza dei Freicorps che continuarono a combattere sul fronte orientale e che presto vennero impiegati nella repressione in quello interno. Non solo le abitudini derivanti dalla guerra furono rilevanti, ma anche alcuni schemi mentali: il cameratismo, ad esempio, come ideale di nuova socialit; tutta una serie di valori, poi, quali la virilit, la forza di volont e la risolutezza che coalizzarono grandi masse di reduci attorno alla destra nazionalista, che seppe far propri spesso lo erano gi questi valori. I vari Corpi Franchi ad esempio, che sempre furono pregni i questa ideologia, trovarono un collante, a scapito delle varie divisioni sottilmente ideologiche presentatesi al loro interno, pi nellazione condivisa che nelle idee: lattivismo come principio morale. Alta conseguenza del Mito dellesperienza della Guerra fu lodio verso il nemico, per cui la prima guerra mondiale da subito apparve irrisolvibile, se non con una resa incondizionata, e dunque con una vittoria totale. Lodio sviluppato verso lavversario facilmente si rivolse allinterno, dopo il 18: sue vittime ne furono, oltre agli avversari politici, gli ebrei la cui reale partecipazione alla guerra si vide costantemente ridimensionata , di pari passo allemergere di cospirazionismi e di accuse di vigliaccheria. Malgrado tutto questo, il Mito serv piuttosto a determinare la politica del dopoguerra che a ricreare, allalba della seconda, lo stesso entusiasmo che aveva invaso lEuropa fra luglio ed agosto del 1914 che, a dispetto di qualsiasi teorizzazione, non fu mai pi raggiunto; il nazismo aveva tentato di proporre nel 39, senza molto successo, una lettura storica che vedesse una continuit con la sconfitta del 18, allinterno di unidea di guerra permanente che vedeva i propri epigoni nei conflitti politici interni e nella guerra di Spagna: in questa, in particolare, il mito dei volontari torn a pesare, con la differenza tuttavia della profonda ideologizzazione dello scontro: chi si arruol volontario nelle Brigate Internazionali ch sul fronte franchista i reali volontari furono pochi lo fece non per glorificazione della guerra in se ma di quello scontro in particolare, visto come assolutamente ideologico e come precursore del futuro scontro europeo. Mosse, dopo una panoramica dei movimenti pacifisti fra la due guerre e una loro analisi volta a capire il perch del loro sostanziale fallimento, passa agli sviluppi e alla sostanziale fine del Mito dellEsperienza della Guerra con la seconda guerra mondiale: la propaganda fascista e nazista fu molto pi realista di quella degli alti comandi nella grande guerra, convinta di dover mostrare la realt delle battaglie per rafforzare lanimo dellintera nazione; il coinvolgimento di civili poi fu indicibilmente maggiore, a causa sia delle devastazioni prodotte dai bombardamenti che dalle effettive invasioni di grandi porzioni del territorio nazionale; inoltre, dopo il 45, nessun tedesco poteva ritrovare le cause della sconfitta fuori dalle reali motivazioni militari, come era stato fatto nel 1918, quando la si era imputata a una pugnalata alla schiena: il Mito croll su se stesso, obbligando a una seria revisione tutta una simbologia radicatasi nei ventanni precedenti. Demoliti tutti i monumenti nazisti, dopo la sconfitta in Germania i nuovi templi furono dedicati alle vittime, spesso indistinte fra militari e civili; ogni atteggiamento eroico scomparso, sostituita da pose di dolore e di pianto; furono tolti tutti i riferimenti, pullulanti dopo la prima guerra mondiale, a una futura vittoria dei
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George Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Laterza, Roma-Bari 2007, pp. 175-176.

vinti di oggi; il cameratismo scomparse come valore connotativo dei rapporti fra gli uomini. E interessante, fa notare Mosse, come in Germania il mito del soldato valoroso fu sostituito da quello del milite ligio al dovere patriottico ma fondamentalmente retto, invischiato nella guerra nazista senza possibilit di scelta e senza condivisione ideologica: una sorta di contrappeso alla colpa nazionale di essersi impegnati in una guerra sbagliata, senza possibilit dappello. Per chiudere il proprio studio, Georg Mosse prende ad esempio il monumento ai caduti del Vietnam, a Washington, a simboleggiare il mutamento e, in buona parte, la decadenza del Mito dellEsperienza di Guerra: a fianco di un complesso statuario eroico, sullo stile di quelli europei degli anni 20 e 30, assai poco frequentato, un monumento di nuova concezione unisce il cordoglio privato a quello nazionale, fuori da qualsiasi esaltazione della forza e della guerra in se: un muro, sul quale incisa la lista dei 60000 caduti americani, a simboleggiare, pi che un differente gusto, un differente atteggiamento verso la guerra; questa, in fondo, la morte del Mito dellEsperienza di Guerra.