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Appunti pratici di scrittura

Renzo Sprugnoli

February 13, 2007

1 Elenchi puntati e numerati


Gli elenchi sottostanno a una serie di regole formali ed è bene che seguano un certo stile che, se
pure non obbligatorio, è fortemente raccomandato. Distinguiamo pertanto:

1. gli elenchi numerati si usano soprattutto quando:

• si descriva una gerarchia e le alternative vanno crescendo o decrescendo di importanza;


• si stia esponendo una lista e occorra distinguere quali sono il primo, il secondo, il terzo
elemento, e cosı̀ via;
• occorra comunque far riferimento alle varie alternative e quindi la numerazione serve a
mo’ di etichetta;
• si voglia mettere in evidenza la numerosità delle alternative;

2. gli elenchi puntati si usano invece quando non ricorra alcuna delle precedenti esigenze; in
particolare, quando le varie alternative si considerano più o meno a pari livello.

Le regole di composizione sono le seguenti:


• la presentazione dell’elenco deve terminare con due punti “:”;

• ognuna delle alternative deve terminare con punto e virgola “;”, eccetto l’ultima che terminerà
con punto “.”;

• la lettera iniziale di ogni punto è minuscola, a meno che non si tratti di un nome proprio o,
comunque, di una parola che richieda l’iniziale maiuscola per proprio conto;

• le varie alternative devono avere uno stile sintattico omogeneo, cioè, ad esempio, iniziare
tutte per una espressione nominale oppure tutte con una voce verbale al medesimo modo
(indicativo, infinito, congiuntivo).
Si prendano come esempio gli elenchi appena proposti. Un elenco scorretto è invece il seguente:
1. la mamma ti regalerà una camicetta,

2. la nonna ti regala un pettine;

3. pensavo di regalarti un pullover

4. la collanina te la regalerà Marco


Anche se meno fantasioso, si dovrebbe preferire, specie nella prosa scientifica:

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1. la mamma ti regalerà una camicetta;

2. la nonna ti regalerà un pettine;

3. Marco ti regalerà la collanina;

4. io sto pensando di regalarti un pullover.

Non sono invece obbligatorie le seguenti regole, che però ci sentiamo di raccomandare. Natu-
ralmente, si possono trovare facili eccezioni:

• non fare punti troppo lunghi, perché altrimenti si corre il rischio di far perdere al lettore il
senso delle varie alternative;

• scrivere punti di lunghezza abbastanza omogenea, soprattutto se le alternative hanno tutte


la medesima rilevanza;

• spostare a note successive all’elenco eventuali commenti che potrebbero allungare troppo una
certa alternativa;

• se si devono scrivere diversi elenchi, scegliere lo stesso stile per i numeri e lo stesso simbolo
per i punti;

• anche per i sottoelenchi usare sempre lo stesso stile e gli stessi simboli.

Ci possono essere occasioni in cui gli elenchi richiedono particolari etichettature, ad esempio se
si deve dare una lista di definizioni oppure si voglia fare riferimento non locale alle varie alternative.
Adottato uno stile, è bene che non lo si cambi più fino alla fine del testo. Ad esempio:
Una relazione si dice di equivalenza se e solo se gode delle proprietà:

riflessiva: ogni elemento è equivalente a se stesso;

simmetrica: se un elemento è equivalente a un altro, allora quest’ultimo è equivalente


al primo;

transitiva: se un elemento è equivalente a un altro e questo è equivalente a un terzo,


allora il primo è equivalente al terzo.

Questo stesso stile lo si adotterà in ogni altro elenco dello stesso tipo.

2 Parentesi
Esistono tre tipi di parentesi:

• le parentesi tonde “(” e “)”;

• le parentesi quadre “[” e “]”;

• le parentesi puntate “h” e “i”.

che si scrivono sempre in modo uniforme: uno spazio separa l’ultima parola prima della parentesi
aperta, che è immediatamente seguita (senza spazi) dalla prima parola della frase tra parentesi.
L’ultima parola di tale frase è seguita immediatamente (senza spazi) dalla parentesi chiusa che deve
essere seguita da un segno di interpunzione o da uno spazio:

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Carlo è tuo amico (almeno credo), ma non è amico mio.
Le parentesi tonde delimitano un inciso. Di solito, un inciso tra due virgole è meno separato dal
discorso principale di quanto non lo sia un inciso tra parentesi. Nell’esempio precedente, scrivendo:
Carlo è tuo amico, almeno credo, ma non è amico mio.
non si mette in dubbio che Carlo sia amico del nostro interlocutore, mentre l’uso delle parentesi fa
capire che dubitiamo fortemente di tale amicizia.
L’uso delle parentesi dovrebbe essere ridotto al minimo indispensabile, e cioè a quei casi, come il
precedente, nei quali vogliamo mettere in evidenza una particolare connotazione di ciò che stiamo
dicendo. Chiaramente, un inciso che ha poco a che vedere con il discorso corrente, o è poco
significativo (e allora può essere evitato) oppure è importante; in quest’ultimo caso è opportuno
non interrompere il corso della frase e perciò sarà bene rimandarla a un momento successivo che lo
metta meglio in evidenza.
Quando si parla, può succedere che le idee si accavallino e quindi sia necessario introdurre
delle vere e proprie parentesi nel discorso. Nello scritto, a meno che non si voglia riprodurre la
concitazione di un oratore (evento che raramente accade in una tesi di tipo scientifico), le parentesi
hanno senso solo se indicano una particolare situazione. E’ bene infatti strutturare logicamente un
discorso, evitando proprio sovrapposizioni e mescolamenti di concetti e di argomentazioni.
Le parentesi quadre si usano:
• nelle citazioni bibliografiche:
– come si dice in [12] ...
– come afferma lo Knuth a pag. 174 di [19], gli alberi ...
• nelle integrazioni e nelle interpolazioni di citazioni:
– Lo Knuth afferma: ‘‘...[gli alberi] sono la struttura ...’’
Le parentesi angolari, infine, si usano per le integrazioni congetturali, cioè per inserire in una
citazione parole non presenti nell’originale, ma che si suppone avrebbero dovuto esserci.
Esistono, come si sa, anche le parentesi graffe “{” e “}”, ma il loro uso è limitato alle espressioni
matematiche, e pertanto non ci interessano qui.

3 Ortografia
L’ortografia si impara alle Scuole Elementari; fortunatamente, la lingua italiana possiede un’ortografia
molto vicina alla pronuncia, e ciò facilita il suo apprendimento. Per lo stesso motivo, alcune ec-
cezioni, che pure ci sono per motivi storici, rivestono un carattere particolarmente insidioso.
scienza, coscienza, la “i” non si pronuncia,
cielo, cieco ma si deve scrivere
efficiente, coefficiente occorre la “i”
ciliegie, camicie, se “c” o “g” sono precedute da
grigie, valigie vocale, la “i” atona rimane
province, fogge, altrimenti, va eliminata
interfacce, torce
proficuo, lacuale non si scrivono con la “q”
conseguenza, da “seguire” e da
conseguentemente “conseguire”
consequenzialità da “sequenza”

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Una peculiarità ortografica è costituita dalla lettera “h” iniziale; solo quattro voci del verbo
“avere” cominciano per “h”, soprattutto per distinguerle da altre parole italiane. Per l’esattezza si
ha:

ho contro o (congiunzione) ho fame o mangio


hai contro ai (preposizione) hai portato i doni ai cugini?
ha contro a (preposizione) ha qualcosa a cui pensare
hanno contro anno (sostantivo) questi bimbi hanno un anno

Esistono anche le interiezioni: oh!, ahi!, ah!


Vanno ricordate a mente le parole che usano “quo” e “cuo”, distinzione storica e non di pro-
nuncia:

cuocere, cuoco, cuore, proficuo, quota, quoziente.

Le uniche parole che si scrivono con doppia “q” sono soqquadro e il termine musicale beqquadro;
altrimenti, la “q” si raddoppia anteponendo la lettera “c”.
Certamente, la caratteristica ortografica più complessa è costituita dagli accenti. Si scrivono
con l’accento le parole polivocaliche tronche, cioè le parole che contengono almeno due vocali e
l’accento tonico cade sull’ultima:

città, caffè, giurı̀, comò, virtù.

Gli accenti sono per la verità due: l’accento grave indica che la vocale ha un suono aperto;
l’accento acuto indica che la vocale ha un suono chiuso. Le vocali “a” ed “o” accentate hanno
sempre suono aperto, come canterà e attirò, mentre le vocali “i” ed “u” hanno sempre suono
chiuso, come fiorı́ e laggiú, tuttavia, per pure ragioni tipografiche si scrivono di regola con
l’accento grave, tanto non c’è possibilità d’errore:

fiorı̀, chicchirichı̀, cosı̀, laggiù, gioventù, zulù.

La vocale “e” può avere tanto suono chiuso, come affinché, quanto suono aperto come cioè e
quindi si devono usare i due accenti:

perché, ventitré, centotré, tè, Salomè, narghilè.

Più complicato è il caso dei monosillabi tronchi. Se contengono due vocali, si scrivono con
l’accento per distinguerli dai bisillabi, nei quali l’accento cade sulla prima vocale:

• mio e zio, ma ciò;

• sia e pia, ma già;

• tuo e suo, ma può.

Si hanno inoltre: più, giù, chiù. Sembrano fare eccezione qui e qua, ma in italiano “qu” deve
essere considerato un’unica lettera, cioè un digramma. I monosillabi monovocalici di regola non
si accentano, ma un gruppetto di queste parole fa eccezione, soprattutto per distinguere parole
toniche (sulle quali può cadere l’accento) e parole atone.

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di preposizione dı̀ giorno il dı̀ di festa
da preposizione dà dare da oggi si dà spettacolo
si pronome sı̀ cosı̀ si riscosse e rispose di sı̀
se congiunzione sé pronome tonico se canta, canta per sé
e congiunzione è essere Carlo è grande e grosso
li pronome lı̀ avverbio li incontrai proprio lı̀
la art. pron. là avverbio la zia, la vidi là
ne pronome né congiunzione non ne ho, né ne voglio

Le note musicali: do, re, mi, fa, sol, la, si, non si accentano. Il “sı̀” si accenta ogni volta che sta
per “cosı̀”: fece sı̀ che si dovesse intervenire. Il “sé” dovrebbe avere l’accento ogni volta
che rappresenta un pronome tonico, cioè su cui cade l’accento tonico; in particolare si dovrebbe
scrivere: provvede a sé stesso, ma convenzionalmente non si usa l’accento davanti a “stesso”.
Ci sono poi le parole che si scrivono con l’apostrofo e non con l’accento, per indicare che sono
troncamenti. In particolare:

fra’ per frate veniva fra’ Galdino . . . ;


be’ per bene be’, mi disse, credo che . . . ;
mo’ per modo a mo’ di cappotto;
pie’ per piede ai pie’ della montagna;
po’ per poco un po’ d’aria fresca.

Infine, anche se molto raramente, si usa l’accento all’interno di una parola per indicare la
posizione dell’accento tonico o per segnalare che una vocale “e”, “o” è aperta o chiusa:
Non hanno bisogno di perdóno coloro che pèrdono.
Sùbito raccontò ciò che aveva subı̀to.
Possiamo pórci molte domande su cani e pòrci.
Sono sempre in dubbio tra utènsili e utensı̀li.

4 Sillabazione
Oggigiorno, tutti i sistemi di scrittura hanno incorporato un algoritmo di divisione in sillabe per
poter spezzare le parole alla fine del rigo. Infatti, è esteticamente molto brutto vedere una linea di
stampa con le parole molto distanziate tra di loro; questo fatto è di regola provocato da una parola
molto lunga che, trovandosi in fondo al rigo, è stata portata a capo, lasciando cosı̀ molto spazio
libero, che il sistema distribuisce tra gli spazi che dividono le parole. Ad esempio:

Il continuo migliorare delle conoscenze


informatiche fa sı̀ che diversi insegnamenti
dei nostri Corsi di Laurea in Scienze
dell’Informazione divengano presto obsoleti.
Si tratta allora, semplicemente, di attivare il programma di sillabazione, e tutto va a posto
automaticamente:

Il continuo migliorare delle conoscenze informa-


tiche fa sı̀ che diversi insegnamenti dei nostri
Corsi di Laurea in Scienze dell’Informazione di-
vengano presto obsoleti.

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Purtroppo, alcuni sistemi di scrittura non riconoscono come divisibili (o non sanno dividere) le
parole composte e separate da una barra oppure le espressioni con l’apostrofo, come “dell’informa-
zione” o “nell’insegnamento”: in questi casi occorre procedere alla sillabazione manuale, e ogni
sistema ha le proprie regole per indicarla:
Word: usa il carattere speciale “ctrl -” inserito nelle posizioni corrispondenti alla possibili divisioni:
del=l’in=for=ma=zio=ne;

TeX: usa i caratteri “\-” inserito nelle varie posizioni: del\-l’in\-for\-ma\-zio\-ne.


Si noti che nessun sistema divide dell’[a capo]informazione, anche se tipograficamente è una
divisione accettata.
Le regole di formazione delle sillabe sono ben note, e qui le riportiamo, avvertendo che i gruppi
“ch”, “gh”, “gl”, “gn”, “qu”, “sc” sono dei digrammi e come tali valgono alla stregua di consonanti
semplici:
1. ogni dittongo e ogni vocale (che non appartenga a un dittongo) costituisce il nucleo di una
sillaba e se ne dice la parte vocalica;

2. fanno parte della sillaba le consonanti che precedono la parte vocalica:

• la seconda della consonanti doppie;


• i gruppi di due o più consonanti di cui la prima sia “s”;
• i gruppi di due consonanti delle quali la seconda sia “l” o “r”;

3. fa parte della sillaba la consonante che segue la parte vocalica:

• se è la prima lettera di una doppia consonante;


• se è una delle lettere “l”, “m”, “n”, “r” che precede un’altra consonante;
• se è la prima consonante di un gruppo di due, la prima delle quali non sia “l”, “m”, “n”,
“r” e la seconda non sia “l”, “r”.

Si hanno quindi le seguenti divisioni:


schiu-den-do a-stro-nau-ta com-pa-gni-a de-lin-quen-te mat-ta-rel-lo
schian-tar-si at-tra-ver-so sub-do-lo tec-ni-ci-smo al-go-rit-mo pa-gnot-ta
Purtroppo, il concetto di dittongo richiede di stabilire quale sia la vocale tonica, cioè la vocale
sulla quale cade l’accento. Non esistono regole assolute per risolvere questo problema, se non la
conoscenza della lingua. Infatti, due vocali formano dittongo solo se:
• una delle due vocali è “i” oppure “u”;

• su tale vocale non cade l’accento tonico.


Pertanto si deve dividere:
pià-no ma pı̀-a;
viò-la ma vı̀-o-la;
àm-pio ma av-vı̀-o;
càu-to ma ba-ù-le.
Non creano problemi: le-o-ne, be-a-to e cosı̀ via. Purtroppo esistono eccezioni alla regola e
coppie di vocali che dovrebbero costituire dittongo formano invece uno iato, cioè una separazione:

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sci-à-re pi-ò-lo

e questo rende difficile la divisione in sillabe automatica. Esistono infine i trittonghi, ma sono
piuttosto rari:

miei tuoi suoi guai puoi vuoi.

Nella pratica, quando la divisione in sillabe serve soltanto a dividere le parole in fondo al rigo,
si può assumere che ogni sequenza di vocali determini una sillaba: questo porta a divisioni sempre
corrette, anche se potrebbero esisterne di più fini:
leo-ni-no per le-o-ni-no;
maia-le per ma-ia-le;
cuoiaio per cuo-ia-io;
aiuo-la per a-iuo-la.