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Il salottino di porcellana fu

commissionato alla Real Fabbrica della


Porcellana di Capodimonte dalla regina Maria
Amalia di Sassonia per adornare la sala del
boudoir del suo appartamento privato nella
Reggia di Portici. La regina. Secondo le
abitudini del tempo, amava condizionare le
opinioni ed orientare le scelte di gusto sulle
architetture delle residenze reali, come lo
stesso Vanvitelli testimonia

a proposito della costruzione


dello scalone della reggia in questione, e
come testimoniano i documenti relativi
alla messa in opera del Salottino, in
special modo per la definizione degli
intagli lignei, per i quali l’interessamento
della regina si esplicitò in una vera e
propria direzione dei lavori. L’arredo di
Portici fu l’ultima espressione della
Manifattura reale di Porcellana voluta da Carlo di Borbone.

La manifattura napoletana esordì in forma sperimentale nel 1740, in laboratori


improvvisati nel giardino del Palazzo Reale di Napoli e proseguì poi compiutamente, in
forma più organizzata, nella Fabbrica situata nel Bosco di Capodimonte a partire dal 1743.
Nel 1759, con la partenza del sovrano per la Spagna, la fabbrica fu letteralmente
smantellata e trasferita, unitamente a buona parte delle maestranze, al Buen Ritiro presso
Madrid.

L’ambiente del quale ci occupiamo è una stanza quadrangolare con pareti


interamente rivestite di lastre in porcellana – ottenute per stampaggio su forme in gesso –
interrotte da sei grandi specchiere, e completata da un soffitto in stucco “ad uso di
porcellana”. Il boudoir fu portato a compimento tra il 1757 ed il 1759. Per la sua
estensione e complessità, richiese l’apporto di molteplici operatori provenienti da
differenti esperienze che lavorarono su uno schema progettuale di assieme approntato da
Giovanni Battista Natali (Pontremoli 1698 – Napoli 1765), il “buon Guazzarolo piacentino”
citato dal Vanvitelli, pittore e quadraturista chiamato in città nel 1749.
Agli artigiani della Real Fabbrica andarono ad affiancarsi maestranze esterne,
come gli stuccatori e gli intagliatori in legno guidati rispettivamente dall’ornamentista
Mattia Gasparini (? – Madrid 1776) e da Gennaro di Fiore (notizie dal 1758 al 1781), nomi
legati alla storia delle maggiori residenze reali napoletane e spagnole. Nella Fabbrica la
lavorazione dei singoli comparti ceramici fu condotta sotto la direzione di Giuseppe Gricci,
il quale ne curò direttamente anche il montaggio, unitamente a Johann Sigismund Fischer,
almeno fino alla sua morte, avvenuta nel 1758, e a Luigi Restile per la decorazione
policrome a terzo fuoco. Vi presero parte inoltre Gaetano Fumo e Ambrogio di Giorgio per
la formatura, e Giuseppe Grossi e Gaetano Tucci per le cotture; senza trascurare infine che
gli impasti, ovvero la composizione della materia prima, era in quegli anni appannaggio di
Gaetano Schepers e Paolo Forni, ai quali certamente si deve la perfetta consistenza della
pasta.

Questi sono solo alcuni dei nomi dei direttori di settore, mentre è certo che la
Fabbrica, composta in quegli anni da circa sessanta operatori stabili, dovette essere
coinvolta a pieno tempo nel lavoro, senza tuttavia trascurare di soddisfare le esigenze
sempre crescenti della produzione corrente.

Nei tre anni di lavorazione del salottino, infatti, si continuarono a vendere e a


produrre porcellane con introiti non inferiori a quelli degli anni precedenti.
Contemporaneamente si portavano avanti le più imponenti commissioni reali, per esempio
il servizio di ventiquattro coperti e relative posate in argento con manici di porcellana
destinato alla corte di Madrid, come le fonti ricordano e lo stesso Vanvitelli ebbe modo di
osservare. Un’attività frenetica poco apprezzata dall’architetto di corte che già nel passato
(7 agosto 1753), con il consueto spirito critico e risentito, aveva lamentato di essere stato
trascurato a proposito di una saliera da lui commissionata per il cardinale Colonna di
Sciarpa a Roma, ordine evaso con estrema lentezza.

Il boudoir non può considerarsi alla stessa stregua dei cabinet chinois, ovvero dei
piccoli ambienti di curiosità orientali, spesso interpretati come raccolta di una miriade di
vasi in porcellana disposti su mensole in legno secondo un gusto imposto da Daniel Marot,
quanto piuttosto un salottino di uso privato, dove il gusto orientaleggiante si rileva dalle
circoscritte scene figurate sulle pareti e nel lampadario. Ma la straordinaria peculiarità
risiede essenzialmente nell’uso, assolutamente inedito, del nuovo materiale ceramico in
sostituzione dei consueti stucchi o intagli lignei.

Il rivestimento è infatti costituito da lastre in porcellana dello spessore di circa un


centimetro, fissate con viti ad un ordito in legno, opportunamente celate dalle cornici e dai
decori plastici; la struttura decorativa si compone di rami, foglie, frutti e fiori, trofei
musicali e scimmie, intervallati da piccole e grandi svecchiature con scene di vita cinese. I
comparti decorativi, ad andamento modulare, sono suddivisi in fasce sviluppate su un alto
zoccolo a riquadri decorati a festoni di fiori e frutti carnosi e colorati sul fondo bianco della
porcellana. Tali elementi si aprono in svecchiature su brevi scene figurate; nei pannelli
sovraporta più ampie specchiature accolgono illustrazioni di vita cinese. I rilievi plastici
sono spesso ripetitivi – si vedano i trofei musicali, i festoni di fiori e di frutta, i cesti e i
pappagalli a coronamento delle specchiere etc. – mentre gli apporti pittorici sono sempre
differenziati ed eseguiti a mano senza ausilio di alcun espediente per il riporto del disegno.

Il partito ornamentale è vastissimo, quasi una summa dell’esperienza maturata


dalla Galleria di Pittura della Fabbrica e dalla Camera del Modellato.

I trofei musicali e le scene figurate trovano ispirazione nei modelli di chiara e


diretta provenienza cinese di Watteau, temperati dal gusto più occidentale delle cineserie
di Boucher. Gli elementi plastici a nastro e gli abiti replicano con attenzione il vasto
repertorio delle sete moirées, dei damaschi, dei lampassi occidentali e orientali; altri
decori ripetono invece i motivi delle porcellane all’orientale prodotte anche a
Capodimonte. Decorazioni kakiemon, fiori coreani e fiori di loto animano scene fantasiose,
in un autentico trionfo di figure, esaltate dal fondo bianchissimo della porcellana. I festoni
con i trofei musicali – che affiancano strumenti napoletani e cinesi – recano ventitré
cartigli, alcuni dei quali con scritte in cinese eseguite da mano esperta. I restanti, o
tentano imitazioni della scrittura – come il libro nelle mani di uno dei personaggi femminili
– o sono prive di segni.

Questa la traduzione:

1. A Carlo, che è al primo posto, attualmente regnante, principe magnanimo e


preclaro, il Signore elargì fortuna, benedizioni, virtù degna di essere tramandata nel
bronzo e nel marmo e fama che si diffonde ovunque. Segue la firma: Il suddito venuto da
lontano, l’uomo candido della Cina centrale, incise come elogio

2. A Carlo, venuto a governare questo territorio e la Sicilia. L’anno


dell’Incarnazione 1758.

3. L’amico del Liuto e dei libri.

4. Le categorie si raggruppano a seconda della loro specie. Le cose si suddividono


in base ai loro raggruppamenti.

5. Quando la fenice rossa non ha un compagno, il fenice nero le comunica il suo


indispensabile aiuto.

La studiosa che ha avuto il merito di approfondire le ricerche (A. Alabiso) ritiene


le prime scritte opera di un cinese in grado di comporre poesie in stile neoclassico, mente
le ultime tre, contenute in un solo cartiglio, sarebbero la trascrizione da parte di un copista
inesperto. La presenza di queste poesie in lingua ha svelato interessanti relazioni tra Carlo
di Borbone e il collegio dei Cinesi. Una presenza che si riscontra anche nella puntualità
descrittiva degli atteggiamenti e nell’abbigliamento delle figure.

Nel 1758 la Congregazione era infatti frequentata da un gruppo di allievi


provenienti da più parti della Cina e qualcuno di essi avrebbe ben potuto indirizzare la
scelta dei temi illustrati, identificati, appunto, come l’istruzione religiosa impartita dai
missionari cinesi alla classe dominante del Celeste Impero. L’importanza di questa
osservazione consiste nel fatto che non si tratta di missionari europei, quanto piuttosto
della prima generazione di religiosi cinesi educati presso la Congregazione della Sacra
Famiglia, fondata da Matteo Ripa nel 1724 e adeguatamente incentivata da Carlo di
Borbone, il quale assegnò al suo fondatore una pensione.

Un approfondimento meritano l’insieme degli stucchi e la lavorazione condotta,


come s’è detto, “ad uso di porcellana”. Il Gasparini in quell’occasione sembra abbia messo
a punto un particolare sistema per rendere la decorazione del soffitto simile alla
translucentezza della porcellana. La decorazione policroma egli stucchi veniva infatti
eseguita su lamina d’oro affinché fosse esaltata la brillantezza dei colori, così come la
vernice piombifera della porcellana dava lucentezza alla decorazione a terzo fuoco. Molte
testimonianze, infine, inducono a credere che anche il pavimento potesse essere in
porcellana: Luigi Vanvitelli nella lettera al fratello Urbano nel 1758 ne parla; Luigi Restile
asserì nella supplica del 1776 di averlo dipinto; Lady Blessington nel 1839 riferì che era
stato smontato prima della fuga di Ferdinando IV per Palermo nel 1799. In realtà,
nell’Ottocento il pavimento era un mosaico antico proveniente da Ercolano; ma la
possibilità che fosse realmente stato progettato in porcellana resta probabile, dal
momento che pochi anni più tardi ne venne realizzato uno in piastrelle di porcellana
dipinte dalla Manifattura del Buen Retiro per la casa del Labrador (sala da pranzo) nella
residenza di Aranjuez.

La funzione di questo piccolo e ricercato ambiente, definito Gabinetto in ogni


documento dell’epoca, ovvero stanza d’uso privato delle loro Maestà, variò nel tempo: la
regina Maria Amalia, alla quale era destinato, non ebbe modo di abitarlo ma lo vide
certamente completo negli intagli lignei consegnati e finiti in loco da Gennaro di Fiore il 7
maggio 1759, e forse proprio per questo ne volle una replica nel nuovo sito reale di
Aranjuez. Nel settembre 1815 era la stanza per scrivere, se l’inventario redatto in quella
data cita tra gli arredi “una tavola di mogano per scrivere…, uno scrittoio di mogano
foderato di ebano nero…due cassettine di metallo dorato per calamaio e spolverino”.

Nel 1858 la destinazione del salottino è di piccola stanza di ricevimento (vi viene
posto il tavolino con scacchiera, eseguito presso il Laboratorio di Pietre Dure di Napoli nei
primi dell’Ottocento, oggi al Museo di Capodimonte).

Nel 1866, con il passaggio al demanio del Regno d’Italia, il rivestimento i


porcellana della stanza fu smontato e rimontato nella Reggia di Capodimonte. In
quell’occasione furono rifatti i soffitti in stucco e le finiture lignee secondo il gusto della
cineseria fine Ottocento, dall’impostazione più schematica, e l’arredo venne completato
con le sedie in lacca e oro di manifattura inglese e le consoles di manifattura napoletana
delle collezioni reali e ancora oggi a Capodimonte. Nel 1958 il soffitto originale, con una
complessa opera di restauro, venne ricongiunto alle pareti.