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PASSO D’ADDIO, di Serena Cuzzocrea

Prologo
La bambina entrò in casa, aprendo a fatica la porta. Aveva suonato ma nessuno le aveva aperto.
Indubbiamente sua sorella maggiore si era chiusa in camera ascoltando la musica ad alto volume.
Alla bambina non piacevano quei cantanti dalla voce grossa che urlavano, non le piaceva tutto quel
rumore. Lei preferiva la musica classica, quella con cui ballava a danza. Al pensiero della danza, la
bambina si fece triste. Oggi la maestra l’aveva sgridata perché non riusciva ancora a stare sulle
punte con la schiena dritta. Aveva cercato di non piangere, ma era diventata paonazza e le altre
bambine l’avevano presa in giro. Anche la sua amica Laura, e questo le aveva fatto male. Con gli
occhi lucidi, andò in cerca della sorella per cercare consolazione.
“Nicole…”
Andò in camera della sorella, ma non la trovò lì. La cercò ovunque, continuando a chiamarla. Non
era giusto che le facesse quello scherzo proprio quando era così triste. Aprì appena la porta del
bagno, vide solo la crema di papà per i dolori muscolari che si era messo prima di andare a lavoro.
Richiuse la porta e la cercò ancora. Si era quasi arresa, pensando che fosse uscita (anche se la
mamma non le dava il permesso di uscire quando lei non era a casa), quando realizzò che non aveva
guardato nella vasca da bagno dietro la porta del bagno. Doveva sicuramente essere lì.
Un po’ arrabbiata per lo scherzo, entrò in bagno, questa volta spalancando tutta la porta. Notò gli
indumenti intimi della sorella sul pavimento. La bambina non capiva e, confusa, guardò la vasca.
Sua sorella era lì, bella come una principessa nel suo vestito color panna. I capelli neri le
fluttuavano intorno al viso come un’aureola, la fronte diafana emergeva appena dall’acqua rossa, gli
occhi chiusi, i polsi tagliati così profondamente, che la bambina poteva vedere il bianco dell’osso.
Pareva che dormisse. Ma non stava dormendo.
Passarono una manciata di secondi prima che la piccola iniziasse ad urlare. Un urlo che le bruciò i
polmoni.

L’ispettore arrivò con una decina di minuti di ritardo, entrando nel giardino nella casa presentò il
tesserino agli uomini della polizia, scavalcò le linee di plastica gialle e nere ed arrivò sul luogo del
delitto. Gli si presentò davanti un bagno bianco, con piastrelle dalle sfumature azzurrine, pulito,
quasi asettico. Le ci volle qualche secondo per notare la vasca da bagno, nascosta dalla porta e dai
corpi degli uomini della scientifica.
“E’ arrivato l’ispettore capo Gobbo, fatela passare.” disse un poliziotto.
Gli uomini guardarono la donna stupiti, poi si scostarono tutti in fretta: era la migliore, nel suo
campo, e questo incuteva in loro rispetto e timore. L’ispettore fece un cenno con il capo, poi si
avvicinò al corpo esanime, chinandosi sulla vasca. Si trattava di una ragazzina, che intuì subito non
doveva avere più di sedici o diciassette anni. Notò che era particolarmente bella, con un viso molto
dolce e delicato, i capelli mori le circondavano il viso quasi completamente immerso nell’acqua.
Indossava una vestaglia color panna. L’attenzione era tutta per quei tagli sul polso, profondi,
simmetrici. Erano indubbiamente stati fatti da un’unica mano. Il coltello giaceva sul fondo della
vasca, in corrispondenza della mano sinistra della ragazza. L’ispettore la guardò un’ultima volta,
guardò la fronte e il dorso della mano destra che affioravano sul pelo dell’acqua. Non vi era un solo
schizzo di sangue, i tagli erano stati effettuati senza ombra di dubbio sotto l’acqua. La ragazza non
indossava nessuna catenina, nessun anello. La donna si raddrizzò, aveva visto abbastanza. Si guardò
un secondo intorno, nella stanza. Notò quindi gli indumenti intimi della ragazza, ai piedi della
vasca. Per il resto, tutto era in ordine, fatta eccezione per uno spazzolino da denti appoggiato sul
lavandino ed una crema per dolori muscolari, appoggiata ai piedi di un cactus su di un mobiletto
bianco.
Si voltò verso gli uomini della scientifica.
“E’ senza dubbio omicidio. Questo caso è mio.”
Gli uomini assentirono, avevano già capito tutto.
Gobbo si voltò cercando con lo sguardo gli addetti di medicina legale.
“Voi due, portate via il corpo.”
Gli uomini annuirono ed iniziarono a sollevare la ragazza. Sotto al suo corpo, subito, comparve un
oggetto nero squadrato.
“Ispettore capo, abbiamo trovato qualcosa.”
“Fatemi vedere.”
Gobbo si infilò un guanto, immerse la mano nell’acqua rossastra ed afferrò l’oggetto. Era una nastro
musicale, di quelli che già iniziavano ad essere fuori moda negli anni novanta. Sembrava piuttosto
vecchio, e vi si leggeva a malapena una scritta sopra l’etichetta: ‘Lebedinoe ozero’.
L’ispettore rimase qualche secondo con la cassetta tra le mani. Dove aveva già sentito quel titolo?
“Čajkovskij!”
La donna si voltò: a parlare era stato uno dei poliziotti, un ragazzo giovane con il viso dolce, troppo
dolce per un mestiere simile, pensò lei. Il giovane si fece avanti con entusiasmo.
“E’ il Lago dei Cigni di Čajkovskij! Mia sorella insegna danza classica, le conosco tutte queste
musiche! E aggiungerei ‘purtroppo’, perché sono una noia mortale!”
L’ispettore lo guardò, spalancando gli occhi. Sentì la sinfonia, da qualche parte nella sua mente,
come un lontano ricordo. Vedeva lei stessa, adolescente, sul palco di un teatro, i suoi genitori in
platea che la guardavano sorridenti. Lei era il cigno bianco, Odette.
La voce del poliziotto la riportò alla realtà.
“Un indizio così evidente, un suicidio inscenato…è un altro caso del Killer dei Suicidi, ispettore?”
L’ispettore sospirò.
“Sì, Barbieri, sì. Sembra proprio lui.”
“Ma quindi ispettore…cioè è una di quelle cose che si vedono nei telefilm americani!! Non è
emozionata, ispettore Gobbo??”
“Togliti dai piedi, Barbieri.”
“Emm…signorsì, signore!”
Quel giovane poliziotto aveva molto entusiasmo, all’ispettore piaceva moltissimo la sua energia, il
suo spirito, ma cercava di non farglielo capire. Non si ricordava neanche più quando aveva iniziato
ad evitare i rapporti umani.
Sentì Barbieri continuare a commentare con gli altri il suo comportamento freddo e razionale, ma
assolutamente professionale, da imitare e stimare. Sospirò.
“Basta così, Barbieri, hai già rotto abbastanza per oggi. Andiamo alla centrale.”

L’ispettore capo Gobbo, in una stanza del commissariato, stava guardando i nomi incolonnati sulla
lavagna lucida, incurante delle pareti a vetro e quello che ne succedeva al di là.
Quello della ragazza era già il quarto corpo che ritrovavano in quelle condizioni. La prassi era
sempre la stessa: un narcotico iniettato tramite siringa tra le dita dei piedi, le ragazze vestite con
vestaglie color panna, senza intimo addosso, assassinate ed un suicidio inscenato. Ma l’assassino
era davvero un incompetente. Lasciava sempre degli indizi, come firma, ma commetteva sempre
degli errori nel mettere in scena i suicidi.
Gobbo guardò i volti sorridenti delle ragazze nelle loro foto.
La prima vittima si chiamava Francesca, sedici anni, trovata impiccata nella camera che aveva in
comune con la sorella minore. L’errore dell’assassino fu che non vi fece trovare nessuna sedia
rovesciata, nessun supporto servito per sollevarla verso il folle gesto. L’indizio: un carillon a forma
di giostra coi cavallini che girano. La vittima aveva una fedina nell’anulare della mano sinistra.
L’unica, delle ragazze, ad avere un oggetto di bigiotteria addosso.
La seconda vittima, Rita, diciassette anni, si era sparata. Ma l’autopsia non aveva rilevato segni di
bruciatura intorno al buco nella tempia, e questo indicava chiaramente che il colpo era partito da
una certa distanza. Fu ritrovata dalla sorellina con una maschera da saldatore sul volto, e quello era
stato il secondo indizio.
La terza vittima si chiamava Anna, diciassette anni, ritrovata nella cucina della sua abitazione,
morta per overdose di sedativi. Tranquillanti specifici per animali di grosse dimensioni, impossibili
per lei da acquistare o da trovare sul mercato senza lasciare tracce. E non ve ne erano. Accanto al
corpo, fu trovata una foto sua e della sorella minore, i cui volti erano stati scarabocchiati con una
penna blu.
Ed infine l’ultima vittima, Nicole, sedici anni. Il finto taglio delle vene, il nastro di danza classica.
“Franca.”
L’ispettore si voltò.
“Ah, commissario Zanni…mi ha spaventata.”
Il commissario, un uomo in carne con i capelli ed i baffi grigi, le sorrise pacifico.
“Avevi ragione. La tua teoria era corretta.”
“Quale teoria?”
“Indovina chi ha ritrovato il corpo? La sorellina minore.”
“Ah…quindi dobbiamo aggiungere tra i tratti comuni anche che sono tutte sorelle maggiori?”
“Precisamente…”
L’uomo entrò lentamente nella stanza, fissando i volti delle ragazze nelle loro foto. Rimasero in
silenzio. Gli unici rumori che si sentivano erano quelli di routine: le voci, il telefono, i passi.
“Credi che quella musica si colleghi con il fatto che la sorella della vittima praticava danza?”
“Lo ignoravo, commissario.”
“Sulla scena del delitto abbiamo trovato le sue scarpette da punta, le sono cadute dallo spavento.”
“Come mai non le ho viste?”
“Indovina chi ha confessato di averle spostate?”
“Barbieri.”
Il commissario sorrise.
“E’ un bravo ragazzo.”
“Con tutto il permesso, signore, è un rompicoglioni.”
“Ti ammira molto, lo sai.”
A salvarla dall’imbarazzo, il suo cellulare iniziò a squillare.
“Pronto? Sono io. Sì. Sì. Arrivo. Commissario, devo andare. Sviluppi negli interrogatori.”
Il commissario non rispose, la guardò allontanarsi e la fermò sulla porta.
“Franca.”
La donna si voltò. L’uomo la guardò e le sorrise tristemente.
“Quando mi farai un sorriso?”
Franca uscì.

“A che punto siamo con gli interrogatori?”


L’ispettore era giunta nella scuola dell’ultima vittima, dove si stavano svolgendo alcuni
interrogatori, e si rivolse subito ad uno dei poliziotti presenti di guardia nel corridoio.
“Non troppo bene, ispettore capo. Sono ancora tutti sconvolti. Stiamo interrogando la migliore
amica della ragazzina.”
La donna guardò oltre il poliziotto, attraverso la porta socchiusa, ed individuò la ragazza,
spaventata, seduta ad un tavolo con un altro poliziotto. Era Barbieri. Stranamente, era
particolarmente bravo con i ragazzi, riusciva a metterli a loro agio, anche a farli ridere a volte.
Franca aprì piano la porta, Barbieri si voltò verso di lei. Sembrava serio.
“Ispettore.”
“Perché mi hai chiamata?”
Barbieri si rivolse alla giovane con un sorriso gentile.
“Lucia, lei è l’ispettore capo Gobbo, è il boss in poche parole. Vuoi ripeterle quello che hai detto a
me? Ti giuro che non morde.”
La ragazzina sorrise debolmente, poi si voltò verso l’ispettore evitando il contatto visivo,
guardandosi le mani e togliendosi le pellicine. Le tremava la voce.
“Nicole…era la mia migliore amica. Avevo promesso di non dirlo a nessuno…però…però…lei
aveva conosciuto una persona su internet. Un ragazzo. Diceva che si stavano innamorando. Lui le
aveva detto di non dirlo a nessuno, perché era timido e temeva di non piacerle, ma lei era così
felice…non poteva nasconderlo…così l’ha detto a me, lui voleva darle un anello e…”
“Aspetta un secondo. Temeva di non piacerle? Vuoi dire che non si erano mai visti?”
La ragazza scosse la testa.
“No…no, neanche per foto, perché lui diceva di essere timido, aveva mandato solo una foto di
profilo. Era un bel profilo. Lei era felice…io…”
Franca si chiese se non fosse stata proprio quella felicità ad ucciderla.
“Quando dovevano vedersi?”
“Non lo so…”
L’ispettore si rivolse a Barbieri.
“Appena hai finito qui, vieni in centrale.”
“Signorsì, signore.”

Franca era appoggiata al bordo di una scrivania, intorno a lei rumori di voci, di passi, di telefoni che
squillavano. La rilassavano, i rumori della centrale di polizia. La rassicuravano. Non riusciva quasi
a sopportare il silenzio del suo appartamento, era troppo eloquente. E aveva paura, del silenzio della
notte. Paura di morire nel sonno, a causa di una fuga di gas. Come i suoi genitori. Sospirando, pensò
ai suoi genitori, a quanto le mancavano. Erano delle brave persone. Non perfette, ma buone.
Certo, suo fratello non doveva proprio pensarla così.
Si alzò dal tavolo, andò verso le buste delle prove, distese in fila sotto la lavagna dedicata al Killer
dei Suicidi, afferrò il carillon e la sua etichetta: PROVA I. Guardò i cavalli bianchi. Suo fratello,
Andrea, adorava il Luna Park. Aveva circa 6 anni più di lei, era un ragazzo bellissimo. Un giorno,
per il suo quindicesimo compleanno, avevano deciso di andare al parco dei divertimenti, ma per
colpa di un incidente domestico si era ustionato il viso, e non vi erano più andati. I suoi genitori
volevano ad entrambi molto bene. Franca ebbe una strana stretta alla gola…era davvero così?
“Franca.”
La donna interruppe i suoi pensieri, si voltò verso la porta e vide il commissario Zanni.
“Commissario.”
“Avevi ragione. Abbiamo fatto analizzare i verbali degli interrogatori. La sorellina della vittima
numero 3 aveva accennato alle tante ore che ultimamente la sorella passava al computer, e come la
rendevano felice. Abbiamo archiviato l’informazione associandola al boom di MSN. La vittima
numero 1 indossava effettivamente una fedina, proprio come ti ricordavi tu. Ed il ragazzo della
vittima numero 2 ha confessato che aveva litigato con la ragazza, giorni prima della sua morte, a
causa di un presunto amante. Non l’ha detto subito per non essere sospettato di omicidio, è di là che
piange. Ora, non so se siano coincidenze, ma se tutte avevano incontrato un bastardo in chat,
abbiamo un sospettato. Dobbiamo cercare di risalire agli indirizzi IP e…”
“Il nostro ipotetico assassino non è uno sprovveduto. Avrà sicuramente chattato con loro da degli
internet point, sotto falso nome.”
Il commissario rise.
“Ma cosa dici, Franca. E’ un cretino, uno che inscena suicidi e fa pure error…”
“Non abbiamo impronte, non abbiamo un movente apparente. Se l’ultima vittima non fosse stata
una chiacchierona, non avremmo niente. Abbiamo solo i suoi errori. Errori creati apposta. Si sta
prendendo gioco di noi.”
L’uomo trasformò il suo sorriso in una smorfia. Fece per dire qualcosa, ma capì che la donna aveva
ragione. Sospirò.
“Cosa dobbiamo fare?”
Prima che l’ispettore potesse rispondere, un poliziotto bussò alla porta dell’ufficio.
“Signore, signora, chiedo scusa. E’ stata trovata una quinta vittima.”

Non appena l’ispettore capo Franca entrò nel soggiorno di quella casa, le si presentò davanti un
cadavere perfettamente intatto, con indosso la solita vestaglia di raso color panna. Prima che potesse
chiedere, un poliziotto la aggiornò sul caso.
“Caterina Ferrero, sedici anni. Soffocamento da monossido di carbonio. La vittima ha lasciato
aperto il gas della cucina.”
Franca ebbe una vertigine. Il gas. Il soffocamento. La morte. I suoi genitori. Per un momento chiuse
gli occhi, li vide stringerla in un abbraccio e farle i complimenti per la sua esibizione come cigno
bianco. Ebbe un sussulto. Perché suo fratello non era presente in quel ricordo?
“E…e l’errore?”
“La valvola del gas è stata richiusa, signor ispettore. Gli uomini della scientifica hanno già
individuato la puntura di narcotico tra le dita dei piedi. Ha una sorella minore, abbiamo controllato,
anche se non abita qui in quanto i genitori delle due sono separati. E l’indizio, signora, è stato
trovato sul petto della vittima.”
Il poliziotto fece un cenno ad un uomo del RIS, il quale allungò alla donna un sacchetto trasparente.
Dentro di questo, un paio di scarpette da punta.
“Questa volta non le ho mica spostate, eh, ispettore.”
Franca non si voltò nell’udire la voce squillante di Barbieri. Guardava quelle scarpette, come
ammaliata, quasi terrorizzata. Per anni, aveva cercato di evitare ogni ricordo personale. Aveva
cercato di troncare qualsiasi relazione, qualsiasi emozione. Aveva arginato il senso di colpa. Lei e
suo fratello erano ad una festa, la sera in cui i loro genitori morirono. No. Un momento. Lei era ad
una festa. Suo fratello era a casa con loro. Oppure no? Questo caso, doveva risolvere questo caso. Si
sentiva troppo collegata a quel caso. Doveva risolverlo. E in fretta.
La donna chiuse gli occhi, massaggiandosi le palpebre. Era stanca, iniziava a confondere i ricordi.
Non doveva aprire quella scatola chiusa nella sua testa, doveva pensare ad altro. Provò a
concentrarsi su Barbieri, su quello che stava dicendo.
“…e così, ispettore, sa cos’ho fatto? Le ho strappato tutti i capelli della Barbie ballerina. Insomma,
lei piagnucolava e tutti andavano da lei, io solo perché ero il maschio avevo sempre tutti contro.
Che ingiustizia…oh, scusi ispettore, lo so, lo so non me lo dica. Devo tacere. Solo che queste
scarpette mi fanno venire in mente mia sorella. Insegna danza classica, gliel’avevo detto? Oh forse
si, per il caso prima. O no? …ispettore? Mi…cioè…tutto bene? Sta…?”
“Dammi una penna. E un foglio di carta.”
Barbieri, in fretta, estrasse un taccuino dal taschino della camicia e una penna. Provò a
scarabocchiare, non funzionava benissimo. La donna glieli strappò di mano, scrisse i nomi delle
vittime in ordine:

Francesca
Rita
Anna
Nicole
Caterina

Il respirò le venne meno. Tutto attorno a lei divenne confuso. Una lacrima le scivolò lungo la
guancia.

Francesca
Rita
Anna
Nicole
Caterina
Mancava solo una A. E sapeva perfettamente dove trovare quella A. In fretta, sollevà lo sguardo dal
blocco di carta, cercò Barbieri con gli occhi.
“Devo andare. Non dire niente al commissario.”
Si voltò, iniziò a camminare a passo veloce verso la porta. Il ragazzo la seguì con lo sguardo,
confuso.
“Ispettore…dove…io…”
Sullo stipite, l’ispettore capo si voltò, e per la prima volta sorrise.
“Grazie, Barbieri.”
La donna uscì. Barbieri non aveva mai visto un sorriso così triste.

L’ispettore capo Gobbo Franca ebbe una stretta al cuore.


Erano anni che non andava in visita al paese dove era nata, anche se distava solo una cinquantina di
chilometri dalla città in cui viveva e lavorava. E trovarsi lì, in quel momento, davanti al vecchio
teatro in cui danzava da piccolina, le provocava una forte emozione. Quand’è che aveva smesso di
danzare? La risposta ormai la ricordava. Per quello era lì.
Aprì la porta: poteva sentire la musica. Il Lago dei Cigni, atto finale. La morte del cigno bianco.
Camminò lungo il corridoio, le arrivò l’odore familiare del luogo, i suoi ricordi più cari. Finalmente
aprì la porta che conduceva alla platea. La spinse, aprendola. Lui era lì, seduto su una sedia nel
centro del palco, suonava il violoncello con gli occhi chiusi, era sudato. Erano anni che l’ispettore
non vedeva suo fratello. I capelli scuri che gli si appiccicavano alla fronte, la carnagione chiara, le
mani grandi. E, soprattutto, il viso quasi completamente ustionato nell’incendio. Il giovane
socchiuse gli occhi, la vide, ed interruppe bruscamente la sua esibizione.
“Alla buon ora, sorellina. Ti stavo aspettando.”
Senza attendere risposta, si alzò ed andò ad appoggiare il violoncello su un tavolo presente sulla
scena, su cui aveva appoggiato la custodia dello strumento. Lo ripose con calma, pulendo ogni
corda. Franca non riusciva più a trattenersi.
“Hai ucciso quelle ragazze.”
“Sì, proprio così.”
La donna era spiazzata dalla calma del fratello.
“Le hai attirate in chat, le hai sedotte, hai aspettato che fossero sole in casa per farti invitare ed
ucciderle. Hai inscenato i suicidi, hai fatto degli errori apposta, hai lasciato quegli indizi. Hai
cercato ed ucciso ragazze che avevano delle sorelle minori, tutte con un particolar nome, in un certo
ordine. Tutto questo per me.”

“Commissario, la prego.”
Al commissariato, Barbieri cercava disperatamente di convincere Zanni.
“Si calmi giovanotto…”
“Lei piangeva…lei ha capito qualcosa…”
“Capisco cosa intendi, Barbieri, ma vedi l’ispettore è…”
“E’ sola, commissario. Ed io ho paura per lei.”
Il commissario lo guardò, sembrava davvero preoccupato.
“La prego. Basta il gps della sua auto. Corra da lei.”

“Sorellina, ma come siamo egocentrici. Dopotutto è così che ti hanno cresciuta i nostri genitori, no?
Credi davvero abbia inscenato tutto questo per te?”
Franca non poteva credere alle sue orecchie.
“Ma…ma gli indizi! Il carillon…quel giorno era il tuo compleanno, dovevamo andare al Luna Park.
Invece hanno messo la mia recita, Il Lago Dei Cigni, proprio quel giorno. Mamma e papà ti hanno
chiesto di essere paziente, tu eri arrabbiato e sei rimasto a casa. E’ scoppiato un incendio, sei
rimasto ustionato. Per quello la maschera da saldatore. Per quello la foto di una famiglia
scarabocchiata. Per questo ho smesso di ballare, a causa di quest’episodio.”
“Ed io ho smesso di vivere, a causa di quest’episodio.”
L’ispettore si zittì. Suo fratello la guardava con un sorriso triste, senza rancore.
“Nessuno bacia un ragazzo dal viso ustionato. Ho studiato per diventare insegnante d’asilo, ma
nessuno vuole un maestro che fa paura. Tu eri circondata d’amore, io sono sempre stato solo. I
nostri genitori hanno sempre preferito te, la più piccolina, la più fragile. Mi hanno sempre
trascurato. Non ce l’ho con te, sorellina, so che fu una scelta loro e non tua. Ma quel giorno, dopo
aver aspettato per mesi di andare al Luna Park, ecco che salti fuori tu, con la tua recita. Non potevo
accettarlo. Forse, un pochino, quella sera ti ho odiato. Volevo farla pagare a mamma e papà, volevo
fare cose proibite. Ho bevuto gli alcolici di papà, me li sono versati in testa, ho acceso la musica a
tutto volume, non m’importava di disturbare i vicini. Ho preso le sigarette di mamma, e con il viso
bagnato di alcool mi sono avvicinato al fornello. Avevi 9 anni, non puoi ricordare. Avevamo, anzi
avevano, deciso di rimuovere quel ricordo dalla tua infanzia, nascondendoti la verità. Mamma smise
di portarti a danza, e nonostante nella versione che recitavate voi il principe Sigfried ed Odette
riescono a stare insieme, il tuo cigno bianco è morto quella sera. Fu il tuo atto finale. O, come si
dice in gergo, il tuo ‘passo d’addio’. E tutte quelle ragazze, vestite color panna, rappresentano te.
Ognuna di loro era un pezzo di te, Franca. Un pezzo di ricordo, un pezzo del tuo nome. Ed io sono
la A, la lettera finale, la lettera che sta dietro tutte le altre, dove sono sempre stato per i nostri
genitori. Ti prego, non piangere, sorellina.”
La donna si accorse solo allora che stava piangendo. Si asciugò gli occhi con il dorso della mano.
“Ho ucciso i nostri genitori durante la notte, mentre dormivano. Non hanno sofferto.”
Franca, in fondo, l’aveva già capito. Ma non aveva le forze di pensare, di insultarlo, di provare
rabbia. Nella sua testa, vedeva solo suo fratello che piangeva dando i pugni allo specchio. Quante
volte era successo, quante volte non l’aveva capito.
Suo fratello era un assassino, e lei rappresentava la giustizia. Estrasse la pistola, gliela puntò contro.
“Sei in arresto, Andrea. Hai il diritto a rimanere in silenz…”
“Ti ho sempre voluto bene, sorellina. Eri l’unica che mi guardava, l’unica che mi ascoltava. Mi
volevi bene. Se sono qui, è solo per il bene che mi hai voluto, che mi ha tenuto in vita. Ma il senso
di colpa è troppo grande. Lo sapevo che avresti capito, che saresti venuta. Se dopo il quinto cigno, il
quinto indizio, non fossi venuta, allora avrei mollato tutto. Sono la tua A, la A del tuo nome.
Sorellina, per favore, liberami.”
L’uomo spalancò le braccia.
“Volevo che fossi tu a farlo. Volevo che fossi tu, ad uccidermi. Se lo farai tu, allora andrà tutto
bene.”
Iniziò a piangere.
“Sorellina…aiutami.”
Prima che l’ispettore potesse realizzare cosa stava accadendo, entrò spalancando la porta con un
calcio il Commissario Zanni.
“Fermi! Franca!”
“Commissario…”
“Mani sulla testa! Mani sulla testa ho detto!”
Andrea rise, distolse lo sguardo dall’uomo per tornare alla sorella.
“La tua pallottola mi trapasserà il cuore. Ma se mi uccidi tu va bene. Solo tu, però, e nessun altro.”
“FRANCA NON LO FARE!”
“Sorellina, questo è un addio.”
“NO NO NO FRANCA NO!”
Franca sentiva il violoncello suonare, da qualche parte nella sua mente.
“Ti voglio bene, sorellina. Grazie di tutto. Mi dispiace…”
Passarono…quanto? Secondi? Minuti? Ore? Nessuno saprebbe dirlo con certezza.
E, alla fine, una detonazione.
Epilogo
Tribunale penale, caso del Killer dei Suicidi.
L’avvocato, un uomo bassino, con un paio di occhiali sulla punta del naso, sulla cinquantina, stava
sostenendo la difesa.
“Così, è sì vero che il proiettile partì dalla pistola della mia cliente. Ed è anche vero che il killer era
apparentemente disarmato. Ma non si può escludere la legittima difesa. Come può, la mia cliente,
un membro della polizia di tutto rispetto, uccidere una persona disarmata con cui aveva oltretutto
legame di parentela? A dimostrazione di ciò, chiamo l’ultimo teste: il commissario Luciano Zanni.”
Il commissario entrò nel recinto dell’aula del tribunale, giurò solennemente di dire la verità, tutta la
verità, nient’altro che la verità, e si sedette al banco dei testimoni. L’avvocato difensore si tolse gli
occhiali e lì puntò verso il commissario. Un gesto teatrale e ridicolo, pensò Zanni.
“Commissario, non ci giro intorno, non serve. Le farò un paio di domande, belle dirette. Il mio
cliente ha sparato al killer?”
“Sì, signor avvocato.”
“Bene. Fin qui c’eravamo tutti, giusto, signori? E mi dica, signor Zanni. Fu, o non fu, per legittima
difesa?”
Luciano Zanni guardò oltre l’avvocato, verso il tavolo dell’imputata, dove sedeva lei.
Non gli aveva ancora sorriso.
“Sì, signor avvocato. Fu legittima difesa.”