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HOBBES

LA CONDIZIONE PRESOCIALE E IL DIRITTO DI NATURA

Hobbes ha fondato la sua politica in analogia alla geometria, ossia su pochi principi.
Per Hobbes la necessità della scienza politica è un riflesso della necessità che agisce nelle
volontà umane.
“i postulati certissimi della natura umana” dai quali discende tutta la scienza politica sono due:

Bramosia naturale = ognuno pretende di godere da solo dei beni comuni

Ragione naturale = ogni individuo prova orrore per la morte violenta come per il peggiore dei
mali naturali

Il primo di questi postulati esclude che l’uomo sia per natura un “animale politico” Hobbes non
nega che gli individua abbiano bisogno gli uni degli altri ma nega che essi abbiano per natura un
istinto che li porti alla benevolenza e alla concordia reciproche. Per Hobbes quindi non esiste un
amore naturale dell’uomo verso il suo simile.
Dunque ogni relazione nasce dal bisogno reciproco o dall’ambizione MAI dalla benevolenza o
dall’amore verso gli altri.
Secondo Hobbes, perciò, l’origine delle + grandi e durature società non è questa benevolenza, ma
solo il timore reciproco.
Le cause di questo timore sono due:

• L’uguaglianza di natura tra gli uomini: tutti desiderano la stessa cosa, cioè l’uso esclusivo
dei beni comuni.
• La volontà naturale di danneggiarsi a vicenda.

Il diritto di tutti su tutto (uguaglianza naturale) e la volontà naturale di nuocersi a vicenda portano a
uno stato di natura di guerra di tutti contro tutti.
In questo stato non vi è né legge né potere e manca la distinzione tra il giusto e l’ingiusto. Ognuno
ha diritto su tutto, compresa la vita degli altri.
Facendo di tutto per sopravvivere non si va contro alla ragione, perciò questo istinto naturale non è
contro la ragione. Il diritto è la libertà che ciascuno ha di usare delle facoltà naturali secondo la retta
ragione, quindi l’istinto che porta ciascun uomo a far tutto ciò che è in suo possesso per difendersi e
prevalere sugli altri può essere giustamente chiamato diritto. Ma è appunto dall’esercizio di questo
diritto che che proviene la situazione di guerra di tutti contro tutti.

LA RAGIONE CALCOLATRICE E LA LEGGE NATURALE

La condizione di guerra universale non può comunque realizzarsi totalmente, perché chiaramente
scaturirebbe l’annientamento del genere umano. Per questo motivo vi è la ragione: la ragione umana
è la capacità di prevedere e provvedere ai bisogni e alle esigenze dell’uomo. È la ragione naturale
quindi che suggerisce all’uomo il principio generale da cui discendono le leggi naturali del
vivere civile, proibendo a ciascun individuo di fare ciò che provoca la distruzione della vita. Questo
principio è il fondamento della legge naturale.
Secondo Hobbes le norme fondamentali della legge naturale allontanano l’uomo dagli istinti
autodistruttivi e gli impongono una disciplina che gli dia sicurezza e che gli permettano di dedicarsi
alle attività che agevolano la sua vita.
La prima norma è: cercare e conseguire la pace in quanto si ha la speranza di ottenerla; e quando
non la si può ottenere cercare tutti i vantaggi della guerra.
La seconda norma rispecchia il precetto evangelico: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse
fatto a te. Questa norma implica l’abbandono del diritto illimitato su tutto e consente di uscire dallo
stato di guerra continua di tutti contro tutti, e implica che gli uomini stringano tra loro patti
attraverso i quali rinuncino al loro diritto originario o lo trasferiscano a persone determinate.
I patti ovviamente devono essere mantenuti: sicché la terza norma è per l’appunto che <<bisogna
stare ai patti, cioè osservare la parola data>>.

LO STATO E L’ASSOLUTISMO

L’atto fondamentale compiuto seguendo la seconda legge naturale segna il passaggio dallo stato di
natura allo stato civile: questo consiste nella stipulazione di un contratto con il quale gli uomini
rinunciano al diritto illimitato dello stato di natura e lo trasferiscono ad altri. Solo così si
costituisce una stabile difesa per tutti. Quando viene effettuato questo trasferimento, si ha lo “Stato”
o “società civile”.

STATO: condizione in cui ciascuno, rinunciando ai propri diritti naturali conferisce tutto il proprio
potere e la propria forza a un sovrano, capace di tutelare il cittadino dalle aggressioni interne ed
esterne.

Colui che rappresenta questa persona (che può essere individuo o assemblea) è il sovrano, o
“Leviatano” e ha potere assoluto; tutti gli altri sono sudditi.

La teoria di Hobbes riguardo lo Stato e il potere del sovrano è ritenuta tipica dell’assolutismo
politico.

• In primo luogo Hobbes insiste sull’irreversibilità e unilateralità del patto fondamentale: i


cittadini non possono distruggere il patto negando il loro consenso perché esso nasce da i
patti dei sudditi tra loro.
• In secondo luogo, per Hobbes, il potere del sovrano è indivisibile perché la divisione non
garantirebbe la libertà dei cittadini: se i poteri divisi agissero d’accordo, questa libertà ne
soffrirebbe, se agissero in disaccordo si arriverebbe presto alla guerra civile.

• In terzo luogo, il giudizio sul bene e sul male appartiene allo stato e non ai cittadini.

• In quarto luogo, la prerogativa di esigere obbedienza anche per ordini ritenuti ingiusti fa
parte della sovranità dello stato.

• In quinto luogo, la stessa sovranità esclude la legittimità del tirannicidio.

• La caratteristica fondamentale dell’assolutismo di Hobbes è la sua negazione che lo Stato


sia comunque soggetto alle leggi dello Stato: questo non significa che l’azione dello Stato
non ha limite, lo Stato non può comandare ad un uomo di uccidere o ferire se stesso o una
persona cara o di non difendersi o di non prendere cibo o aria; né può comandare qualcuno a
confessare un delitto perché nessuno può essere costretto ad accusare se stesso. Per il resto il
suddito è libero solo in ciò che il sovrano ha omesso di regolare con le leggi: la sua libertà
sarà maggiore o minore a seconda dei criteri seguiti dallo Stato sovrano.
LOCKE

RAGIONE ED ESPERIENZA

Secondo Locke la ragione non ha tutti i caratteri che Cartesio le ha attribuito. Non è unica o uguale
in tutti gli individui perché essi ne partecipano in misura diversa, non è infallibile perché spesso le
idee do cui dispone sono in numero troppo limitato e inoltre non può ricavare da sé idee o principi:
deve ricavarli dall’esperienza che ha sempre limiti e condizioni.
La ragione è l’unica guida efficace che l’uomo possiede e l’intento di Locke è quello di estendere il
campo d’azione della ragione a tutto ciò che riguarda l’uomo.
La prima indagine stabilisce, con il riconoscimento dei limiti propri dell’uomo, le effettive
possibilità umane.
Questi limiti sono propri dell’uomo perché sono propri della sua ragione; ma sono propri della sua
ragione perché essa deve fare i conti con l’esperienza. L’esperienza infatti fornisce alla ragione il
materiale che essa adopera. La ragione controllata dall’esperienza impedisce all’uomo di
avventurarsi in problemi che sono al di là delle sue capacità e gli consente di capire i fondamenti
della morale e della politica.

LE IDEE SEMPLICI E LA PASSIVITà DELLA MENTE

Locke ricava da Cartesio l’inizio della sua indagine: l’oggetto della nostra conoscenza è l’idea.
PENSARE = AVERE IDEE.
Egli introduce la prima limitazione: le idee derivano esclusivamente dall’esperienza, cioè sono
frutto della passività dell’intelletto umano di fronte alla realtà.
Le idee possono essere:

• Idee di sensazione: esse derivano dal senso esterno, per esempio, il giallo, il duro, l’amaro,
il caldo ecc.

• Idee di riflessione: derivano dal senso interno, per esempio, la percezione, il pensiero, il
dubbio, il ragionamento ecc.

Le idee non ci sono quando non sono pensate; quindi per l’idea, esistere = essere pensata.
Le idee innate dovrebbero esistere in tutti gli individui quindi anche nei bambini, negli idioti e nei
selvaggi; ma poiché da queste persone non sono pensate (non esistono in loro) non si possono
considerare innate.
L’esperienza ci fornisce solo idee semplici; le idee complesse sono prodotte dal nostro spirito
mediante l’unione di varie idee semplici. La conoscenza umana è la costruzione che risulta da
questa capacità di combinazione.
Il limite ultimo dell’intelletto umano: anche l’intelletto + forte non può creare o inventare un
idea semplice nuova, quindi non derivante dall’esperienza, o distruggere un idea che viene fornita
dall’esperienza.

L’ATTIVITà DELLA MENTE E LE IDEE

Quando riceve le idee semplici lo spirito è passivo, mentre diviene attivo quando riunisce e
organizza in diversi modi le idee semplici originando così idee complesse.
Le idee complesse si dividono in 3 categorie principali:
• Modi: sono le idee che non esistono effettivamente ma solo come manifestazioni: ad
esempio “triangolo”, “gratitudine” ecc.

• Sostanze: sono le idee complesse che esistono effettivamente: ad esempio “uomo”, “pecora”
ecc.

• Relazioni: sono le idee che si originano mettendo a confronto + idee, istituendo tra esse un
rapporto.

L’attività dello spirito si manifesta anche nel porre o nel riconoscere le relazioni. L’intelletto infatti
non considera una cosa nel suo isolamento, ma procede sempre al di là di essa rapportandola con le
altre.
Le relazioni fondamentali sono quelle di causa-effetto e di identità-diversità.
Locke affronta appunto il problema dell’identità della persona. L’uomo percepisce ma non solo,
egli percepisce di percepire: a tutte le sue percezioni si accompagna la coscienza che è il suo io a
percepirle. Questa coscienza fa in modo che tutte le percezioni formino un unico io che è il
fondamento della persona.
L’attività dello spirito si manifesta anche nella formazione di idee generali. Secondo Locke queste
idee non indicano nessuna realtà, ma sono solo segni delle cose particolari.
I nomi generali sono segni delle idee generali; e le idee generali sono segni di un gruppo di cose
particolari tra cui si riconosce una somiglianza.
ES: non esiste una realtà universale “uomo”; il nome, l’idea generale di uomo sono segni di quegli
esseri ai quali, dati i loro comuni caratteri noi riferiamo il termine “uomo”. Una volta formata l’idea
di uomo il nostro intelletto attribuisce alla specie “uomo” tutti gli individui somiglianti.

LA CONOSCENZA E LE SUE FORME

La conoscenza non deve essere identificata nelle idee perché essa è data dalla percezione di un
accordo o disaccordo delle idee tra di loro.
Essa può essere di 2 specie diverse:
• Conoscenza intuitiva: quando l’accordo o il disaccordo di 2 idee viene colto
immediatamente e in virtù di queste idee stesse. Ad esempio, che il bianco non è nero si
percepisce immediatamente ecc. questa conoscenza è la + chiara e certa che l’uomo possa
raggiungere ed è perciò il fondamento della certezza e dell’evidenza di ogni altra
conoscenza.

• Conoscenza dimostrativa: quando l’accordo o il disaccordo tra 2 idee non viene percepito
immediatamente ma diventa evidente attraverso l’utilizzo di altre idee intermedie
chiamate “prove”. Questa conoscenza consiste in una catena di conoscenze intuitive. Se le
prove sono numerose, l’errore diventa + probabile, perciò questa conoscenza è meno sicura
di quella intuitiva.

Accanto a queste 2 specie di conoscenze c’è la conoscenza delle cose esistenti al di fuori delle
idee.
Secondo Locke, è certo, che la conoscenza è vera solo se c’è una conformità tra le idee e le
cose reali.
Questa conformità come può essere verificata se le cose reali le conosciamo solo attraverso le
idee??
Vi sono 3 ordini di realtà: l’io, Dio e le cose; e vi sono 3 modi per giungere alla certezza di
queste realtà.
L’esistenza del nostro io la conosciamo attraverso l’intuizione.
L’esistenza di Dio attraverso la dimostrazione.
L’esistenza delle cose attraverso la sensazione.
Riguardo all’io, Locke si avvale del procedimento cartesiano. Io penso, ragiono, dubito quindi
esisto.
Riguardo Dio, Locke rielabora la prova causale. Se vi è qualcosa questa è stata prodotta da
un’altra cosa, e non potendo risalire all’infinito si deve ammettere un essere eterno che ha
prodotto ogni cosa. Questo essere rappresenta la fonte di ogni potenza e intelligenza ed è
onnisciente e onnipotente, è Dio.
Riguardo all’esistenza delle cose, l’uomo la conosce solo attraverso la sensazione attuale. Il
fatto che noi riceviamo attualmente l’idea dall’esterno ci fa conoscere che qualcosa esiste in
questo momento fuori di noi e produce in noi l’idea. Nel momento in cui riceviamo una
sensazione, siamo certi che esiste una cosa che la produce in noi; secondo Locke, questa
certezza basta a garantire la realtà della cosa esterna.

La conoscenza probabile è quella nella quale si afferma la verità o la falsità di una


proposizione per la sua conformità con l’esperienza o con la testimonianza di altri uomini
(o per analogie: dal fatto che io penso, ipotizzo che anche gli altri uomini pensino).
La conoscenza certa e la conoscenza probabile costituiscono il dominio della ragione.

LA POLITICA

IL DIRITTO NATURALE

Sulla morale, Locke, affermava il carattere razionale o dimostrativo dell’etica, poiché


sosteneva che non si può proporre alcuna regola morale di cui non si debba dar ragione; la
ragione di queste regole dovrebbe essere la loro utilità per la conservazione della società e per la
felicità pubblica.
Riguardo il pensiero politico e religioso Locke ha lasciato contributi fondamentali.
Egli fu uno dei primi e + efficaci difensori delle libertà dei cittadini, della tolleranza religiosa
e della libertà delle Chiese.

Secondo Locke, esiste, una legge di natura che è la ragione stessa in quanto ha per oggetto i
rapporti tra gli uomini e che prescrive la reciprocità perfetta di tali rapporti.
Locke, come Hobbes, lega questa regola di reciprocità con quella dell’uguaglianza originaria
degli uomini; ma a differenza di Hobbes, ritiene che questa regola limiti il diritto naturale di
ciascuno con il pari diritto degli altri.
Nello stato di natura, prima della formazione di un potere politico, essa è la sola legge valida,
quindi la libertà degli uomini in questo stato consiste nel non sottostare ad alcuna volontà o
autorità altrui ma nel rispettare solo la norma naturale.
Il diritto naturale dell’uomo è limitato alla propria persona ed è quindi diritto alla vita, alla
libertà e alla proprietà in quanto prodotta dal proprio lavoro.

STATO E LIBERTà

Lo stato di natura non è necessariamente, come diceva Hobbes, uno stato di guerra; ma lo può
diventare quando una o + persone ricorrono alla forza per ottenere un controllo sulla libertà,
sulla vita e sui beni degli altri.
Per evitare questo stato di guerra, appunto, gli uomini si mettono in società e abbandonano lo
stato di natura.
La costituzione del potere civile non toglie agli uomini i diritti di cui godevano nello stato di
natura, tranne quello di farsi giustizia da sé; la libertà dell’uomo nella società consiste nella
garanzia di questa libertà. La legge di natura pertanto non implica, come riteneva Hobbes, ma
esclude che il contratto che dà origine a una comunità civile formi un potere assoluto. L’uomo
che non ha alcuno potere sulla propria vita, non può, con un contratto, rendersi schiavo di un
altro e porre se stesso sotto un potere assoluto che disponga della vita di lui come gli piace.

TOLLERANZA E RELIGIONE

Locke mette a confronto lo Stato e la Chiesa, individuando nel concetto di “tolleranza” il


collegamento tra i compiti e gli interessi delle 2 istituzioni.
Lo stato, dice Locke, è una società di uomini costituita per conservare i beni civili (vita, libertà,
integrità del corpo, possesso di cose esterne). Questo compito dello stato stabilisce i limiti della
sua sovranità; e la salvezza dell’anima è chiaramente al di fuori di questi limiti.
L’unico strumento, infatti, di cui il magistrato civile dispone è la costrizione; ma la costrizione
non può condurre alla salvezza, perché nessuno può essere salvato suo malgrado. La salvezza
dipende dalla fede e la fede non può essere indotta negli animi con la forza. Dall’altro lato, né i
cittadini né la chiesa possono chiedere l’intervento del magistrato in materia religiosa. La
Chiesa, dice Locke è “una libera società di uomini che si riuniscono spontaneamente per
onorare pubblicamente Dio nel modo che credono sia accettato dalla divinità, per ottenere la
salvezza dell’anima”.
Come società libera e volontaria la chiesa non può far nulla che riguardi la proprietà dei beni
civili o terreni, né può far ricorso alla forza che è dannosa allo scopo di ricevere la salvezza.