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Introduzione

“Lo sguardo dell’Altro” crea e cerca un percorso nel cinema contemporaneo, scegliendo tre film
che hanno una precisa finalità: sottolineare una caratteristica molto evidente della nostra società, la
multietnicità, in termini cinematografici quella moltitudine di sguardi che si affollano in un
medesimo testo filmico. Altro, con la A maiuscola appunto, a ricordare l’entità di stampo
etnologico con cui si configura una cultura diversa dalla propria. Oggi il cinema sembra dimenticare
qualunque forma di confine, sociale e di provenienza. Un film è sempre un lavoro a più mani, dalla
sua idea originaria alla sua produzione, un vero e proprio cantiere in costruzione. Ma soprattutto,
diventa sempre più specchio di quella società a cui apparteniamo: groviglio di extracomunitari,
rifugiati o clandestini, identità legali o in transito, il cinema fotografa questa realtà sfaccettata di
etnie e culture differenti e ce la mostra. E ciò che emerge è semplice: l’universalità della natura
umana, nelle sue forze e debolezze, oltre qualunque differenziazione.

La Banda

La banda è un film uscito nel 2007, doppia produzione franco-israeliana, non è passato inosservato
nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes, vincendo il premio Coup de coeur. Il filo
narrativo è molto semplice: la banda musicale della polizia di Alessandria d’Egitto sbaglia la
destinazione di arrivo, a causa di un errore di pronuncia. Un malinteso cambierà completamente il
viaggio dei protagonisti: nello spazio di una notte due culture s’incontrano, quella musulmana e
quella ebraica, e si riflettono l’una nell’altra.,vite di uomini e di donne s’intrecciano e si
confrontano, scoprendosi tutti uguali, artefici e vittime di un destino a cui ciascuno da il proprio
nome. La colonna sonora, molto curata, ha in questo senso una funzione unificatrice: come le
parole, la musica, intesa quindi come linguaggio (l’avventura inizia proprio con un errore
linguistico), ci parla della vita quotidiana, come se ogni cosa parlasse attraverso di essa e ci
ricordasse l’universalità dell’esistenza umana.

Il matrimonio di Lorna

Dopo un film come “La banda”, semplice negli eventi ma complesso nelle tematiche proposte, dopo
lo scontro-incontro tra la cultura ebraica e musulmana, questo secondo film propone una visione
completamente diversa. Uscito nel 2008, è l’ultimo film dei fratelli Dardenne, presentato al festival
di Cannes nello stesso anno, e vincitore del premio per la miglior sceneggiatura. Uno stile registico
inconfondibile quello dei due registi belgi, che in questo film muta caratteristiche: addio alla
macchina a mano che segue a ridosso i personaggi, in una ripresa quasi documentaristica della
realtà, ora la macchina da presa scruta Lorna nel suo silenzio ricco di parole. La trama è sociale,
come ogni loro altro film. E’ un’aperta denuncia all’immigrazione attraverso mezzi illegali, alla
criminalità, all’abuso di droga. Ma non solo, è un’analisi intimista della protagonista, insidiata dagli
ostacoli della vita quotidiana, eventi che si scontrano nel binomio legalità-illegalità, a cui cerca di
fuggire a tutti i costi. Il suo fine è la libertà individuale, da esule straniera lontana dalla madrepatria,
alla ricerca di una propria autonomia, anche emotiva. Il percorso ha un inizio, uno sviluppo, ma non
un finale, lasciando allo spettatore il piacere di usare liberamente, appunto, la propria
immaginazione, contrariamente allo sguardo impietoso con cui prima guardavano a quella stessa
realtà.

Pa-ra-da

E’ il lungometraggio d’esordio di Marco Pontecorvo, figlio del celebre regista Pontecorvo, uscito
nella sale cinematografiche nel 2008. E’ la storia di Miloud, clown di strada francese che decide di
recarsi per un periodo della sua vita a Bucharest. Qui si scontra con una realtà agghiacciante: la
miseria e l’indigenza in cui giovani orfani o ragazzi scappati di casa sono costretti a vivere.
Alimentazione sregolata, notti nei tombini, scippi e prostituzione, assuefazione con colla e alcol,
sono questi i vergognosi aspetti dell’infanzia nelle strade rumene. E Miloud non ne rimane
indifferente. Il suo atteggiamento attivo e sensibile è l’unico di contro ad una città indifferente
(dalla popolazione agli organismi competenti) che lascia quelle vite emarginate e soffocate dalla
giungla di cemento. Anche in questo caso, il realismo è una necessità primaria, non si omette nulla.
Si spazia da episodi crudi e feroci, a scene di grande allegria. Così, inizia il suo percorso
ascensionale: si avvicina a loro, vive come loro, pensa e capisce la logica della strada come libertà,
via di fuga. Grazie al suo coinvolgimento e la sua volontà d’animo riuscirà a portare a termine il suo
progetto incentrato sull’insegnamento dell’arte circense: portare il sorriso sui volti di bambini che
non l’hanno mai conosciuto, riuscendo a descrivere come il dolore si comprenda anche attraverso la
gioia.