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digital magazine febbraio 2011 N.

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Royal Baths
Esben & The Witch
manzOni
Thus: Owls
Hanggai
Cristina Donà
Ad Bourke

Agoria
James Blake Primal Scream

(Post-dubstep) Soul Seefeel


Music for late night gardening
p. 4 Turn On
Royal Baths, Esben & The Witch, manzOni,
Thus: Owls, Hanggai, Cristina Donà, Ad Bourke

p. 16 Tune IN
Agoria

p. 20 Drop Out
James Blake, Seefeel

p. 38 Recensioni Musica Improvvisa, Akron/Family, Animation, Anna Calvi, Aucan ....

p. 94 Rearview Mirror Primal Scream

Rubriche
p. 86 Gimme some inches
p. 88 Reboot
p. 90 China Files SentireAscoltare online music magazine
Registrazione Trib.BO N° 7590 del 28/10/05
p. 102 Campi Magnetici Editore: Edoardo Bridda
Direttore responsabile: Antonello Comunale
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Stefano Solventi, Teresa Greco,
Staff: Marco Boscolo, Edoardo Bridda, , Luca Barachetti, Marco Braggion, Gabriele Marino, Stefano Pifferi, Stefano
Solventi, Teresa Greco, Fabrizio Zampighi, Luca Barachetti, Andrea Napoli, Diego Ballani, Mauro Crocenzi, Fabrizio
Zampighi, Giulia Cavaliere, Giancarlo Turra
Guida spirituale: Adriano Trauber (1966-2004)
Esben

Turn On

Turn On
Royal Baths
& The Witch

—The season
—Oppio e litania—
of the witch—

I Crystal Stilts sono in vacanza?


Paesaggi sinistri e suggestioni
Presto fatto, arrivano i Royal Baths,
ossianiche per un trio che da solo
garage nella miglior tradizione
potrebbe inaugurare il nuovo trend
psych oppiacea di Brian Jonestown e
del "nightmare pop"
naturalmente Spacemen 3.

N elle schiere di oscure band lo-fi sixties-oriented


fuoriuscite da quel pozzo senza fondo che sono
personale. San Francisco è un posto pieno di gente in-
tenta a cercare e condividere musica, perciò è facile avere
S embra davvero che le streghe siano tornate in
questo primo scorcio di millennio. Dalle visio-
ni orrorifiche della Witch House al liricismo gotico di
mo - precisa Rachel - ma da cui ci sentiamo profonda-
mente differenti”.
Dovendo dare un nome alle loro influenze non
gli States, si sono fatti strada loro: i Royal Baths, da San contatti con generi e musicisti vari. Ci piace molto il blues Zola Jesus e U.S. Girls, stiamo assistendo alla rinasci- temono di citare i Godspeed You! Black Emperor,
Francisco. Un quartetto (Jigmae Baer e Jeremy Cox a del Delta, gente come Robert Johnson, Skip James, Blind ta di un immaginario esoterico che è fin troppo facile ma anche HEALTH e Aphex Twin, a cui si devono le
voce e chitarre, Eden Savage alle pelli e Nathan Grice Willie Johnson. collegare alla sensazione immanente di crisi sociale e estremità più sperimentali del loro sound. A colpire
al basso) con all’attivo solo un 7” e un full-length tar- Il cuore del disco, pur tra dissonanze garagey d’or- spirituale. però sono i testi d’ispirazione ossianica, che rifiutano
gato Woodsist che ha attirato l’attenzione di molti in dinanza e ambientazioni umbratili, non batte però A complicare il quadro arriva la più curiosa fra le la pompa pre-raffaellita delle band del ghetto goth.
virtù di un suono debitore dei Velvet più deviati, del esclusivamente nei sixties, come sarebbe lecito aspet- next big things che infestano le pagine delle riviste. “Vogliamo solo creare musica interessante e le sonorità
sixties-pop più oscuro e inacidito e di una trasversa- tarsi: I 60s sono una influenza innegabile per il nostro Apparsi praticamente dal nulla e con un nome mu- più oscure risultano per noi le più intriganti.”
le passione per la psichedelia riverberata e oppiacea suono ma pur ascoltando molta musica di quella decade tuato da una fiaba danese, quello degli Esben & The Ai richiami letterari si collega poi un uso spregiu-
come la potrebbero intendere Brian Jonestown Mas- non siamo intenzionalmente focalizzati su quello quan- Witch è un sound apparentemente alieno alla realtà dicato della messa in scena che dal vivo si esprime in
sacre o Spacemen 3. do componiamo: ricreare un suono già noto è qualcosa che li circonda: “Non credo che la nostra musica sia indi- una raffigurazione teatrale della loro musica (“Ci piace
Io e Jigmae, racconta Jeremy, abbiamo cominciato che preferiamo evitare. cativa della scena di Brighton. Naturalmente amiamo la creare suspense e oscurità - afferma Rachel - tentare di
a suonare insieme in una band chiamata Tea Ellers ap- E infatti è la componente psichedelica e acida a nostra città, la sua tranquillità, il mare e il fatto che pul- separare gli spettatori dall’ambiente che li circonda”);
pena trasferiti a San Francisco; una volta sciolti abbiamo fare la differenza rispetto ad un suono ormai quasi pa- luli di progetti creativi”. A parlare è Rachel Davies, erinni mentre su video da sfogo al lato più cinematico del
continuato in due come Baths con roba più lenta, dram- radigmatico. Prendete come esempio il circolare raga- dalla vocalità potente ed evocativa. Il suo salmodiare progetto, portandone a compimento l’estetica, come
matica e liricamente più complessa. Abbiamo registrato rock drogato e plumbeo di Pleasant Feeling o il piccolo solenne su paesaggi sonori costituiti da gelide lastre testimonia il corto di Marching Song, scioccante cro-
un 7” prima di diventare un quartetto, cambiare nome capolavoro Sitting In My Room (La canzone narra di una electro e perforanti rumorismi, contribuisce in manie- naca della progressiva tumefazione dei volti dei tre.
(l’assonanza col losangelino progetto glitch-hypna- notte di eccessi e scivola avanti e indietro tra sentimen- ra determinante all’atmosfera da bosco infestato che “Nasce tutto da una mia idea. - conclude Rachel - Con-
pop Baths era troppo evidente) e pubblicare Litanies. ti di malessere e paranoia e sicurezza e appagamento, si respira nei brani della band. fronto, forza, resistenza: sono tutte emozioni che voleva-
Un disco notevole, l’esordio. Di quelli capaci di met- confida Jeremy) che proietta verso lontani paesaggi Il 2010 è stato un anno prodigo di soddisfazioni mo comunicare con efficacia e semplicità. Siamo felici di
tere d’accordo l’arty-addicted di Williamsburg con gli esotici ed estatici. Il trono di Crystal Stilts et similia non per i tre: hanno catalizzato l’attenzione aprendo, fra esserci riusciti.”
appassionati dello Smell, sfoggiando un suono accat- è mai stato così a rischio. gli altri, per XX, Fiery Furnaces e Deerhunter, ovvero Diego Ballani
tivante e eterogeneo, ipnotico e suadente in cui espe- Stefano Pifferi alcune delle compagini più interessanti (ed hyped) del
rienze e riferimenti vari si fondono in una proposta panorama indipendente: “Sono tutti gruppi che amia-

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certi riferimenti ci tengo a dire che la voce di Gigi, il suo poesie di Pascoli e di Sanguineti, che consideriamo mae-
modo di intonarla, insomma il suo modo di esprimersi, stri, i giganti sulle spalle dei quali si deve salire se si vuol
sono sempre stati uguali, ancora prima, quando milita- riuscire a vedere qualcosa. Noi vogliamo parlare della

Turn On
manzOni va in progetti musicali precedenti a questo (ad esempio vita a nostro modo, come la sentiamo. La poesia ha le
nei Maladives) che i Massimo Volume arrivassero a un sue regole, che non sono le nostre: le nostre canzoni sono
successo “di massa” e che esplodesse il fenomeno Le luci composte da parole in musica e vogliono raccontare la
della centrale elettrica, un modo di raccontare, il suo, vita, soprattutto dalla parte dei deboli. Parole semplici,
che non si è mai granché modificato e che è sempre stato che suonano insieme alle chitarre e che parlano dei de-
quello, scevro di riferimenti netti, che si può ascoltare sul boli, del loro mondo, di noi... di chi è alla ricerca di una
— Dalla parte dei nostro disco.” vita migliore... dell’amore ...della compagnia di qualcuno
deboli — Gigi Tenca è colonna portante del gruppo, scrive quando si vive in una periferia grigia. Ci sono, nelle no-
liriche spesso strazianti e molto intimiste che vanno stre parole, le paure di tutti giorni: dei rospi, di essere paz-
a unirsi a un gioco di suoni vario e stratificato, nato e zi, del buio, dell’ultimo giorno dell’anno che si prevede
messo a punto dal lavoro dei quattro chitarristi che si passerà da soli! Non c’è, insomma, niente di nascosto
lo affiancano nel progetto: il risultato è un suono che o volutamente studiato in quei termini “immediati”, che
Da Piero Manzoni passando per
Pascoli per raggiungere, soprattutto,
viaggia come scheggia impazzita capace di attingere potrebbero essere quelli che ognuno di noi ha in mente, e
gli affanni del grigio quotidiano. allo stesso modo dal blues e dai Suicide  e in grado di che ognuno di noi potrebbe scrivere. Non c’è un modello
Un'intervista a più voci per
raccontarvi la poetica manzOniana non sacrificare le possibilità melodiche anche in una e nessun rimando a significati altri, volutamente ermetici
struttura dei brani così lontana dalla canzone pop ita- o d’effetto”.
liana tradizionale.  “E’ un lavoro di sintesi e trasforma- Certo è che, con un nome dai richiami intellettuali
zione di suoni prodotti da strumenti diversi: loro usano le così forti è difficile pensare a un distacco da certi le-
chitarre” dice Tenca, “io il mio corpo come cassa di riso- gami con la cultura italiana, un nome importante che
nanza, e la voce. Al contrario di quello che molti credono, rimanda a due snodi essenziali, ognuno nel proprio
la musica viene per prima e poi si scrivono le parole. Un campo d’azione, si parla naturalmente di Alessandro
chitarrista, uno dei quattro, porta un “giro” in sala prove Manzoni e di Piero Manzoni “La scelta del nome della
e su quello si accordano i pensieri liberi del giorno tra- band” ci racconta un altro chitarrista del gruppo, Fio-
scritti con una penna bic su un foglio bianco. Le parole renzo Fuolega, “è stata abbastanza travagliata. Gigi
e i suoni si incontrano in diretta; a casa si aggiusta sola- ama molto l’arte contemporanea, e Piero Manzoni in
mente e ci si occupa dei ritocchi. La magia però è tra le particolare, con la sua attitudine provocatoria. La sua
quattro mura di uno stanzino perso in campagna, nella proposta di chiamarci manzOni (con quella “o” grande,
nebbia o all’afa. Essendo il gruppo composto di quattro come a indicare stupore davanti a un palloncino conte-
chitarre, più molti loop (quasi sempre di chitarra), la va- nente “Fiato d’artista”), accettata nel tempo dal gruppo
rietà e la gamma dei suoni utilizzati o potenzialmente mediante una sorta di silenzio-assenso, ha via via ab-
utilizzabili, come potrai immaginare, è molto vasta. Va bandonato il suo riferimento iniziale. Ora “manzOni” è
detto che comporre un pezzo con tutta questa varietà un nome “aperto”, in cui ciascuno può vedere i riferimenti
non è poi semplice come si possa immaginare”. “In me- che vuole: l’artista che ho appena citato, il celeberrimo
“Io non so di Massimo Volume o de Le luci della centrale elettrica! So che piacciono, che tanti nelle loro liriche si ricono- rito alle modalità compositive” dice Fregula, “si parte scrittore ottocentesco, l’omonimo vino, o, ironicamente,
scono... non so se le nostre “parolesuoni” semplici siano altrettanto accattivanti quanto le loro.” sempre da un giro di chitarra o da un loop che o Fiorenzo qualcosa che ha a che fare con le stalle, i campi, la vita
Che i ManzOni fossero una realtà rara e nuova in Italia, per una capacità che diremmo selvaggia e immediata o Carlo o Emilio (gli altri tre chitarristi) propongono, per agreste... Tutte queste interpretazioni possono essere in
di unire alla prosa recitata un sound di natura varia e spesso imprevedibile, è stato subito chiaro a noi di SA. Ab- poi lavorare sulla struttura del pezzo scarnificando, to- qualche modo attinenti alla nostra musica. In definitiva:
biamo colto nella poetica del gruppo profonde attinenze autorali capaci di segnare la giusta e dovuta distanza gliendo, rendendolo quasi vuoto, riuscendo al contempo il significato del nome“manzOni” lo stabilisce, di volta in
con progetti apparentemente analoghi, e ne abbiamo ammirato il souno stratificato, tanto preciso quanto feroce a coprire una vasta gamma di frequenze. Poi, se il pezzo volta, chi ci ascolta”.
e innovativo che non dimentica pagine intere di musica d’autore italiana. Accanto a una voce poetica alla Ciampi lo richiede, Carlo o Fiorenzo, di solito, si siedono dietro ai La curiosità che ci vorremmo togliere quanto prima
o alla Pelosi (E scrivo) e a un riaffiorare vago di Fossati (Scappi), ricontestualizzati in terreni anche lontani dai tra- tamburi”. è dunque quella di ascoltarli live.
dizionalismi della nostra canzone, troviamo una vocalità cupa, di un buio rigido, muoversi su un tessuto sonoro Discorso a sé va poi fatto in merito al raro valore Giulia Cavaliere
diviso tra noise e spazi tutti elettronici, rumorismi e campionamenti. La voglia di intraprendere, con una band a dei testi di Gigi Tenca che paiono essere piccole liriche
così tante facce, un discorso che andasse a indagare in modo quanto più possibile approfondito sui retroscena è che hanno scelto autonomamente la propria forma, la
stata quindi ineludibile. prosa, senza rinunciare a un innato status poetico che
“Sono tutti autori, quelli che citi, che noi ManzOni conosciamo e rispettiamo” sostiene Ummer Fregula, uno dei fa pensare dunque, di trovarsi davanti a un attento let-
chitarristi, “ma che non sono stati punti di partenza espliciti come invece possono essere stati gruppi di cui ci nutriamo tore di poesia: “La cultura costituisce parte dello sfondo,
con maggior frequenza come Portishead, Mogwai, Arab Strap, Yo la tengo, Piano magic. Quanto al discorso di ma a noi interessa la “vita”. Sì, si sono lette, tra gli altri, le

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Mary Margareth O’Hara, Lounge Lizards...; la Nostra, si. Parlando per me, so che tutto ciò che scrivo è connesso
nondimeno, vanta tra i preferiti Robert Wyatt, Nina alle mie esperienze nella vita, e non conosco altro siste-
Simone, Björk, Cat Power, Timber Timbre, Wildbirds ma che mescolare tutto assieme“.

Turn On
Thus: Owls & Pecedrums, Joni Mitchell e Beth Gibbons). Per questo Cardiac Malformations necessita tem-
Magia della quale si può subito ricercare una ra- po per mostrarsi con pienezza, pensando alla quale
gione nei collaboratori scelti da Erika, eterogeneo un po’ stupisce che sia stato messo su nastro in po-
quartetto composto da Cecilia Persson (parte di un chi giorni: “In realtà le canzoni registrate esistevano da
combo prog-jazz alla ECM), Martin Höper (in tour con tempo, le conoscevamo molto bene. Prima di entrare in
i Koop), Ola Hultgren (anche nei Loney, Dear) e in- studio, però, ho scritto parecchie cose che mi giravano
— Storie di seduzione fine, unico straniero, il canadese Simon Angell che in testa e che non eravamo in grado di fare prima per-
cardiaca— ha trascorsi nel songwriting d’oltreoceano: “Come per ché privi degli strumenti necessari. Li abbiamo trovati in
molti altri gruppi, siamo in primo luogo amici che si sono studio: sembrava di essere in un parco giochi, con tutti
precedentemente incontrati in luoghi e tempi differenti. quei balocchi da suonare brano per brano. Il suono di
Quando decisi di allestire Thus:Owls, avevo pronte un Thus:Owls è stato grossomodo costruito durante quei
paio di tracce e dall’idea di suono che avevo in mente e quattro giorni in studio. C’erano le mie parole su carta
Thus: Owls sono creatività sulla
corda tesa tra sentimento e ragione e desideravo gente adatta. Tutti abbiamo dei valori e re- come linea guida, ma a parte quelle abbiamo seguito
tra sogno e inquietudine. Ne abbiamo
discusso con la “dea ex machina”,
troterra affini quando si tratta di far musica, a dispetto l’intuito e preso decisioni rapidamente circa le sonorità
un’entusiasta e disponibile Erika della provenienza”. e tutto il resto. Solo perché eravamo obbliganti a farlo,
Alexadersson.
E ciò, ovviamente, anche a prescindere dalla forma avendo quattro giorni a disposizione“.
che assumono i suddetti valori e background, fino a Tipico caso in cui la necessità diventa madre dell’in-
comporre un mosaico dove ognuno aggiunge delle venzione, ma pure di un felice equilibrio tra ragione e
tessere e il disegno punta a fondere per evocare e non istinto che Erika conferma, ribaltando in un certo sen-
si limita a giustapporre elementi: “Credo che sia davve- so il clichè di “freddezza” solitamente associato al nord
ro un bel modo di descriverci, grazie! Quando iniziamo a dell’Europa: ”E’ esattamente così: spero che si senta nella
lavorare su un brano ci sono un pensiero, un’atmosfera nostra musica. Io devo organizzare il mio mondo a parti-
e una storia; la canzone possiede un tono proprio, ma la re dalle emozioni: non conosco altro modo“.
maniera in cui la presentiamo si compone di noi cinque, Nell’attesa di poter vedere Thus:Owls all’opera nel
delle nostre prospettive, aspirazioni e bisogni che parte- nostro paese, veniamo a sapere che “Al momento sia-
cipano a qualcosa di più profondo e ricco“. mo nel pieno della lavorazione del prossimo album. Sul
Ricchezza che emerge dagli abiti scelti per le com- palco cerchiamo di mantenere il concetto di ‘viaggio’
posizioni, sontuosi ma al tempo stesso austeri, così tramite il suono. In alcuni luoghi resti più a lungo, alcuni
che la formazione classica di Erika di cui parlano i co- sono più intesi  e altri ancora fragili. Penso che la nostra
municati stampa assume una diversa valenza: “Non energia venga fuori meglio nella dimensione ‘live’: amo
più di tanto classici, nel senso che sin da bambina ero in avere un disco da far mio e portarlo ovunque come una
un coro e da adolescente ho studiato canto classico. Per cosa personale, ciò nonostante Thus:Owls è un’esperien-
la maggior parte del tempo, però, mi sono concentrata za che dal vivo richiede tutto l’apporto dei pubblico“.
sull’improvvisazione e su cose mie. Sono molto attiva, Ci resta un’ultima curiosità, ovvero l’origine della
tuttavia dal mio punto di vista è naturale: ciò che faccio ragione sociale (traducibile con Perciò:Gufi), così favo-
possiede sempre lo spazio e l’energia che mi servono. listica e pertanto adatta alla musica: “Vero. I gufi sono
Devo continuamente evolvere come persona e musicista, al contempo saggi e misteriosi. Sembrano essere a co-
altrimenti mi annoio, per cui è importante che i miei pro- noscenza di cose che noi ignoriamo, dunque ‘perciò’ - li
getti siano diversi per mantenere la mente fresca, aperta abbiamo scelti.”  Cerchio perfetto, non vi pare?
e pronta alle sfide“. Giancarlo Turra
Sfida condotta a termine in modo brillante, nel

I Thus:Owls ruotano attorno a una modesta e iperattiva ragazza svedese, una polistrumentista dall’ugola di mie-
le e stalattiti dotata di apertura mentale e chiarezza d’intenti. Per questa avventura all’insegna di fascino e mi-
stero, ha scelto di circondarsi di gente abile e soprattutto sulla medesima lunghezza d’onda, così che Cardiac Mal-
caso specifico: Thus:Owls riescono nell’intento di offri-
re uno stile “totale” come è oggi voga, benché scevro
da gratuite stranezze: “Beh, se in ciò che fai ci sono uno
formations può ammaliare l’ascoltatore lungo cinquanta abbondanti minuti di cantautorato femminile vibrante scopo e un perché, verranno fuori. Dopo di che puoi solo
e appassionato, obliquo e mai schiavo di stereotipi; un panorama nel quale risaltano il canto evocativo, la cura per sperare di trovare altri che vogliano ascoltare quello che
gli arrangiamenti, una scrittura complessa capace di farsi largo nella mente e nell’anima. Qualcosa di ben superio- volevi ascoltare tu. L’unica via sta nel rimanere fedeli a sé
re alla somma delle parti che lo compongono e dei nomi che potrebbero venire in mente (P.J. Harvey, Kate Bush, e affinare l’abilità a tradurre le tue visioni, sogni e impul-

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quelli che saranno gli altri tre membri mongolici del anche una comparsata al metallaro Wacken e lo scor-
gruppo, a cui si aggiungeranno altri due musicisti di so anno a Italia Wave. Il feedback di pubblico e criti-
origine cinese. ca è sostanzioso, base ideale perché qualcuno – anzi

Turn On
Hanggai E' così che gli Hanggai prendono la musica tradizio- Qualcuno – si accorga di loro.
nale mongola, il canto bitonale, il flauto tsuur, il morin He Who Travels Far (7.5) arriva quasi alla fine 2010
khuur (o violino testa di cavallo, per la similitudine del su  World Connection/Earthbeat. E' la ferma rivendi-
suono con il nitrito equino), il tobshur (uno strumento cazione di una cultura che sta scomparendo, a parti-
a due corde da pizzicare)  unendoli a chitarre, basso, re dalla lingua, con lo stesso Yiliqi a spiegare che lui
batteria e banjo. Loro lo chiamano "China grass", forse - d'origine mongola ma nato in Cina - ha dovuto impa-
—Deserti, cavalli e per evitare d'introdurre la parola Mongol in un'auto- rare da zero il proprio idioma nativo, schiacciato dal ci-
chitarre— definizione buona soprattutto per la stampa (e dun- nese mandarino senza il quale sopravvivere a Pechino
que per il regime). Ma ascoltatelo: è bluegrass del e altrove è impossibile. La produzione è di quelle ec-
Gobi, folk-punk desertico, country mongolico. cellenti, vedi alla voce Ken Stringfellow (R.E.M., Neil
Il nome Hanggai suggerisce l'idealizzazione arca- Young), l'uomo giusto che corregge un  primo disco
dica dei luoghi d'origine, fra praterie sconfinate, fiumi talvolta poco corposo e non sufficientemente rappre-
Genesi, vicende e prospettive culturali
degli Hanggai, primi e fino ad oggi unici limpidi e cieli blu cobalto. La musica è nondimeno una sentativo della resa live. Ma è nei credits il Qualcuno di
rappresentanti del country mongolico.
Genesi, vicende e prospettive culturali mescola di tradizioni che s'innerivano una con l'altra, cui sopra: laddove vi sono possibilità nuove per una sei
degli Hanggai, primi e fino ad oggi unici crogiolo dove il folk-rock occidentale trova linfa nuova corde è difficile che manchi sua maestà Marc Ribot.
rappresentanti del country mongolico.
nel sangue caldo di nuovi, giovani cavalieri e la tradi- Il chitarrista di Newark mette mandolino e solo di
zione mongolica allontana qualsiasi possibilità folklo- elettrica sulla sincope blues di Dorov Moraril, undice-
ristica  tramite  il legno scricchiolante delle chitarre e sima traccia di diciassette con l'ombra lunga di Tom
del banjo. Le canzoni riprendono, nell'impianto melo- Waits a profilarsi. A pensarci bene, è una specie di
dico e nelle liriche, i canti tradizionali, ma gli Hanggai chiusura del cerchio: difficile che le due entità si pos-
dichiarano tra le  influenze Pink Floyd, Radiohead, sano incontrare da qualche parte là nel deserto, più
Rage Against The Machine e Neil Diamond; le liriche facile al tavolo di una bettola fra Pomona e Ulan Bator.
superano ben presto le tematiche pastorali e racconta- Tuttavia, non è da ascrivere al fin troppo frequentato
no il disagio migratorio di uomini e donne abituati agli immaginario waitsiano l'orizzonte di un album che, a
spazi aperti delle terre native e invece oggi costretti in seconda degli episodi, sposta maggiormente il bari-
megalopoli e fabbriche. centro o sull'alveo molgolico o su quello folk-rock, con
Il debutto discografico in questa parte di mondo una vaga vicinanza ai Pogues e una generale capacità
è ad opera della World Music Network, che nel 2008 nel restare sé stessi.
dedica agli Hanggai il capitolo centoundici della colla- L'innesto del nuovo vocalist Yalalata permette una
na Introducing. Le dieci tracce di Introducing Hanggai maggiore variabilità nell'intreccio vocale sia per quan-
(7.4) si aprono con la quantomai programmatica My to riguarda il canto “normale” che quello di gola; da
Banjo and I, country saltellante e percussivo su cui si parte sua Stringfellow impasta e sigilla una serie di
innesta l'inquieto morin khuur e il gutturale di Yiliqi, take registrate per lo più live in studio, distribuendo
mentre la successiva Yekul song è una nenia fra l'in- omogeneità di spessore e vigore a strumenti mon-
dolenzito e il battagliero che all'orecchio occidentale golici e occidentali, che è appunto ciò che serviva. Le
diventa subito spleen gengiskhaniano. Discorso che canzoni poi fanno ovviamente il resto, e sono le mi-

L a storia è più o meno sempre la stessa. Una cultura dominante, imposta in modi diversamente asfissianti a
seconda del luogo e del tempo, con tutti i tipici effetti collaterali di sradicamento e spersonalizzazione al
seguito. E qualcuno che, ostinatamente, torna alle radici, di solito compiendo un viaggio, o quantomeno un per-
vale anche per il capolavoro dell'intera raccolta, una
Five Heroes aperta dal cinemascope di tsuur, morin
khuur e più voci gutturali cui fa seguito l'incedere we-
gliori  scritte fino ad oggi da questi araldi solitari del
country mongolico. Vigorose e scalpitanti come cavalli
selvaggi, distese e penetranti come vento sulla pianu-
corso di riappropriazione di qualcosa che è stato tolto ma la cui ombra permane; e che, inevitabilmente, diventa stern di una chitarra morriconiana, il cantato muscolo- ra. Soprattutto fiere, nel loro essere corda legata stret-
una rivendicazione d'esistenza, dunque politica per una volta in senso buono e onesto. so, (quella che pare) addirittura un'e-bow a stagliarsi ta ad una cultura da trattenere e non disperdere.
E' successo in Irlanda, è successo da noi al Sud come al Nord ben oltre il folklorismo più ignorante. Sta succe- sulla pianura e la chiusa in splendida, corale epicità. Luca Barachetti
dendo in Cina, sterminato calderone di etnie e culture che il regime definisce stato multietnico unitario ma che in Scordatevi la Mongolia misticheggiante di Ferretti e
realtà vorrebbe omologato ad un unico grande costume nazionale. Cinquantasei gruppi etnici riconosciuti som- compagni: gli Hanggai lavorano, lottano, e poi festeg-
mati ad "clandestini", per lo più in migrazione dalle campagne povere alle città ricche: la maggioranza Han, poi giano con una Drinking Song alcolica che è occasione
Zhuang, Manchu, Uiguri, Tibetani e Mongoli. La genesi degli Hanggai parte da lì, dalle pianure del Gobi cui torna di baldoria in  esibizioni d'energia e precisione tecnica
- nei primi anni zero - il leader del gruppo Yiliqi, mongolo d'origine nato in Cina e affascinato dal celebre throat inarrivabili. Il gruppo si fa conoscere in Europa, gira i
singing di quelle zone. E nell'andirivieni tra Pechino e Ulan Bator, l'ex leader del gruppo punk cinese T9 incontra festival, arriva allo Womad e a Roskilde concedendosi

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l'aver combattuto in gioventù le proprie origini, magari rola giusta per definirne lo stato d'animo. Io non sono
per trovare una strada più internazionale e apparente- ottimista, però in questo disco ho cercato di guardare il
Cristina mente meno provincialista. Negli ultimi anni invece ho bicchiere mezzo pieno, ho proprio fatto lo sforzo di osser-

Turn On
ascoltato tanta musica italiana, Battisti, Conte e Bat- vare le cose da un punto di vista diverso e di raccontare
Donà tiato soprattutto, e a questo punto volevo inserirli nella quelle totalmente negative con una vena di maggior leg-
mia musica”. gerezza, in modo che il messaggio possa arrivare meglio,
Una così forte influenza cantautorale non poteva senza pesantezze. Mi piace scommettere su questa cosa,
non modificare qualcosa anche nei testi, oggi narrativi anzi per tutta una serie di motivi legati a questo periodo
come non mai: “Mentre iniziavo a scrivere le canzoni per della mia vita ho proprio deciso di essere così”.
—Evoluzione questo nuovo lavoro sentivo la necessità di trovare un Una lievità che si accompagna ad una concentra-
(senza rivoluzione)— linguaggio un po' diverso dal mio solito, un qualcosa che zione sempre maggiore sulla quotidianità e sui detta-
fosse meno legato alle immagini e più al raccontare. Le gli, scelta che si rivela quasi “politica” in tempi di ba-
immagini sono veloci, istantanee e più facili da gestire, nalizzazioni di massa e di contrapposizioni pro/contro
mentre narrare una storia nei pochi minuti di una canzo- su ogni argomento: “Non è un periodo questo, e mi ri-
ne è più difficile. Comunque ci ho provato”. ferisco alla quotidianità di tutti i giorni come alla nostra
La voglia di classicità e leggerezza Ma Torno a casa a piedi non è solo un voltarsi in- situazione politica, dove si badi molto ai dettagli e alle
della cantautrice milanese, fra origini
rispolverate e amore per i dettagli del
dietro verso le proprie origini. E' anche una ricerca di sfumature. E invece credo che si dovrebbe tornare a que-
quotidiano. nuove gradazioni, magari con aiuti inattesi: “Ho cerca- ste cose. A me è sempre piaciuto osservare le situazioni
to di dare alle canzoni dei colori nuovi, che non ci fossero attraverso i particolari, ad esempio attraverso l'accosta-
mai stati prima d'ora nelle cose che ho fatto. A tal propo- mento di immagini che dessero l'idea di essere dei det-
sito l'incontro con Saverio Lanza è stato fondamentale: tagli di una fotografia. In questo disco, avendo scelto di
Saverio è un musicista con il quale fino a qualche anno narrare, la cosa emerge ancora di più e fa la differenza”.
fa non avrei mai pensato di collaborare perché aveva Quella di Cristina è una contrapposizione netta,
sempre lavorato con artisti non esattamente sulle stesse che si trasforma poi in un invito ad occuparsi del mi-
onde del mio percorso musicale (Biagio Antonacci, Piero croscopisco in ogni situazione: “Oggi nella comunica-
Pelù, Vasco Rossi, ndr). In realtà non lo conoscevo bene. zione pare che il macroscopico abbia vinto, io preferisco
Mi sono fidata e lui ha lavorato molto bene sia sulla ste- fare un passo indietro decidendo non di perdermi ma
sura musicale dei brani insieme a me sia su alcuni arran- di non perdermi alcuni dettagli, perché i dettagli sono
giamenti”. importanti. E poi credo che si debba sempre partire dal
Come quello di In un soffio, sorta di marcetta al piccolo e prendersi cura delle piccole cose. Sono iscritta
crocevia di influenze varie che vanno dallo ska, al folk ad Amnesty International e ad Emergency ma non serve
dell'Est Europa, a Celentano (“L'intuizione di arrangiarla a nulla farlo se poi in casa si risponde male a qualcuno o
in levare è venuta a lui seguendo l'atmosfera di Azzurro, non ci si prende cura dei propri famigliari”.
che non è in levare ma ha lo stesso senso di leggerezza”) o Insomma la Cristina Donà di Torno a casa a piedi
ancor di più quello del primo singolo Miracoli, per certi pare aver scelto, piuttosto che la rivoluzione, un'evolu-
versi sorprendente: “Miracoli è un singolo che vuole rap- zione consapevole, in linea con la maturità e con le ul-
presentare le intenzioni del disco. A partire dalla ricerca time importanti esperienze vissute – dopo la morte del
di nuovi colori musicali arrivando all'uso dei fiati, che è padre che ha dato il là ad alcune canzoni de La quinta
ricorrente anche in altre tracce. Qualcuno ha parlato di stagione, qui è la nascita di un figlio che riecheggia
arrangiamento beatlesiano, in realtà io ci sento molto in un brano come Bimbo dal sonno leggero. Eppure c'è
le sigle televisive delle trasmissioni della mia infanzia, ci chi la definisce un'artista nuova: “Si sta parlando di una
sento Quando la banda passò (titolo originale La ban- nuova Cristina Donà ma in realtà per me tutto questo fa

“P op non è una parolaccia, anzi il pop è una cosa nobilissima”. Anche il pop italiano, la tradizione più o meno
cantautorale del nostro Paese, che pare essere l'ultimo approdo di Cristina Donà. Almeno dal preceden-
te La quinta stagione, ma con dei chiari segni di germinazione anche nello splendido Dove sei tu, la cantautrice
da, ndr) e altre canzoni italiane che fanno parte del mio
dna e che tutt'oggi risultano composizioni validissime al
di là di una certa leggerezza da intrattenimento”.
parte di un percorso continuativo, non è una rivoluzione.
Ci sono delle cose in questo disco che prima non ci sono
mai state, ma anche negli altri album c'era qualcosa di
milanese ha abbandonato le irrequietudini avant di Tregua e Nido, come confermava lei stessa al nostro Stefano Arrivare a parlare di Miracoli con Cristina è anche nuovo rispetto a prima. La mia è un'evoluzione. Oggi
Solventi in un'intervista proprio ai tempi dell'uscita de La quinta stagione. Oggi, con il nuovo Torno a casa a piedi, l'occasione per chiederle conto di un certo ottimismo sono tornata ad una scrittura classica, narrativa, con
il percorso è lo stesso, semmai ancora più accentuato verso una classicità che cita i nomi buoni degli ultimi qua- – parola abusata e come vedremo fuori centro – che il prossimo disco magari riprenderò a scrivere canzoni
rant'anni di songwriting nostrano: aleggia in alcuni dei testi di Torno a casa a piedi: “E' storte come ai tempi di Nido. Chissà, vedremo...”.
“Avevo voglia di rispolverare le mie origini italiane per quanto riguarda la musica. In questo recupero c'è sicura- vero che questo brano come altri ha al suo interno una Luca Barachetti
mente un qualcosa di anagrafico, dato che è tipico di tutti gli artisti che facevano parte dell'underground come me certa positività, ma non credo che ottimismo sia la pa-

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P arlando con vari produttori italiani a cavallo tra
hip hop ed elettronica, il suo è stato praticamen-
te l'unico nome a saltare fuori sistematicamente alla
che ho suonato e poi registrarlo sul software. In fase
di produzione lavoro sui i singoli take anche se a volte
registro tutto insieme. Un approccio solo sul laptop lo

Turn On
Ad Bourke domanda "c'è qualcuno in particolare che ti piace"? vedo molto distante dal mio...
Adam Bourke, romano di padre inglese, trent'anni, dj, Artisti che ascolti e ti piacciono a livello inter-
polistrumentista, produttore legato al suono analogi- nazionale, tanto sul versante electronico (non so,
co e caldo delle tastiere vintage, è uno dei nomi che Cobblestone Jazz), quando hip hop & derivati (Lo-
contano dentro la scena (una raccolta di sue produ- tus, Gonjasufi, Madlib)?
zioni in mp3 per la Treble-O-Records nel 2008, i suoi Al momento Opolopo, Amalia, Tiger&Woods, Dam-
—Boogiefunk pezzi passati da Gilles Peterson, set in festival come Funk, Computer Jay, Slugabed, Chesca, Yorke, B Bravo,
chiama Italia— Dissonanze, un workshop alla Redbull Music Academy, Krystal Klear, Space Dimension, Controller, Ulysses82,
collaborazioni con nomi come i mitologici Jolly Mu- 00 Genesis e tanti altri, ma ora mi vengono in mente
sic, opener per l'unica data italiana di Flying Lotus) e questi. Sicuramente Madlib (Madvillainy è un capola-
adesso pubblica su Citinite quello che è praticamente voro). Anche Lotus sì.
il suo "long EP" di debutto su supporto fisico. E in Italia... c'è tutta una piccola sparpagliata
Il suo è uno dei nomi più caldi tra Raccontaci chi è Ad Bourke come produttore. scena di produttori dal retroterra hip hop ma dalle
gli addetti ai lavori, Mirage il suo
secondo lavoro importante, il primo
Quando hai cominciato, cosa ascoltavi, quali sono produzioni strumentali e capaci di mischiare com-
fisico. Lo abbiamo intervistato... stati e quali sono i tuoi riferimenti. puter e macchine analogiche. Qui su Sentireascol-
Il mio backround culturale in termini musicali è tare i nomi che abbiamo fatto più spesso sono Mar-
molto vario ma le maggiori influenze sono sicuramen- co Acquaviva/UXO e Digi G'Alessio. Li conosci? Chi
te afroamericane. Il soul (dagli anni Sessanta ai metà ti piace in generale?
anni Ottanta) ha esercitato una forte influenza sulla Digi G'alessio, Morpheground, UXO, Herrera. C'è
mia musica. Come produttore ho iniziato nel Duemi- una bella schiera di produttori che fanno un sacco di
la, periodo in cui ho iniziato a frequentare lo studio di cose interessanti. Error Broadcast è un'etichetta da te-
Marco Passarani, Francisco e Raiders Of The Lost nere sempre sott'occhio. Tutte le uscite sono sempre
ARP, anche loro una grande influenza. di altissima qualità.
Il paragone o comunque l'accostamento con Hai in programma un long playing?
uno come Dam-Funk è quasi immediato ascoltan- Sì, ci sto lavorando.
do il suono e le strutture di Mirage (anche se per- Gabriele Marino
sonalmente ti sento più progressive di Dam). Che
mi dici?
Ho conociuto Damon a Roma quando ho suonato
prima di lui al Circolo degli Artisti, poi di nuovo ci sia-
mo incontrati al M.I.T Auditorium. Damon è una per-
sona umilissima con una cultura musicale impressio-
nante, ha sempre creduto nella musica che faceva solo
perchè sentiva il bisogno di esprimersi in quel modo,
tutto indipendentemente dall'hype del momento. Il
paragone è inevitabile per il fatto che evidentemen-
te abbiamo un simile background in termini di ascolti
musicali. Dal punto di vista della produzione alcuni
suoni sono assimilabili perché anche lui usa lo stesso
strumento. I suoni delle ritmiche e gli arrangiamenti
però sono molto differenti. Ti anticipo che la prossima
uscita su Citinite sarà proprio un suo EP firmato come
Mynk Richardz.
Come produci? Mirage, visto il feel molto suona-
to, è tutto costruito a partire da synth? O ti interes-
sa anche un approcio da laptop artist?
Non mi interessa no... Preferisco accendere gli stru-
menti, iniziare a suonare all'infinito, selezionare quello

14 15
Tune-In Rifiuta Parigi e i salotti fighetti. Pubblica sulla sua
etichetta un concept house-melodico ubercool. Da
Lione, la rinascita di Sébastien Devaud

Agoria
—Away from French Touch—
Testo: Marco Braggion P aris, aujourd’hui
La Francia house negli ultimi anni ha partorito
personaggi che hanno cambiato il modo di pensare la
vanto non appartenere a quella schiatta, quella stirpe
che fa notizia con un flyer, con un casco d’oro o d’argen-
to. Dall’underground le spinte al riconoscimento trala-
musica da ballo. I Daft Punk, il loro manager della prima sciano la moda, il bullismo fashion e si rinvigoriscono
ora Pedro Winter con la sua cricca Ed Banger, l’epopea con un’artigianalità che non guarda egoisticamente
F Communications, Laurent Garnier, Ludovic Navarre solo al suo interno, ma che osa esibire un passaporto
con la bomba tech-jazz St. Germain, gli organetti retrò apolide, ricco di spunti altri. Away, appunto.
degli Air e per finire le bordate post-hip-hop di Missill. First Agoria, Finally InFinè
Tutti questi grandi nomi variano la declinazione della Sébastien Devaud è uno di questi personaggi che
musica da ballo verso coordinate divergenti, come i ri- rischiano, promuovendo la diversità di suono dal ca-
cordi anni ‘80, le sparate fidget, le basi truzze, gli stili da none french. Originario di Lione, il ragazzo fa da subi-
strada e chi più ne ha più ne metta. La loro proposta è to suo il moniker di Agoria (una vaga assonanza con
sì variegata, ma un minimo comune denominatore ce l’apertura dell’agorà greca) e già da giovanissimo in
l’ha: tutti ruotano infatti attorno alla capitale Parigi. consolle mette su dei pezzi che sono America. I nomi
Le periferie che bruciano con i conflitti etnici, la che ama spinnare sono Jeff Mills, Kevin Saunderson,
poshyness del Rex (guardatevi la patinata del sito, Joey Beltram, Richie Hawtin e Carl Craig. Dopo un po’
please) e degli altri club blasonati, le passeggiate cool di prove standard sull’asse oltreoceanico, Seb si mette
sugli Champs-Élysées che ricordano il Tour de France a ripensare alla sua figura di DJ e inizia a organizzare
dei medagliati Kraftwerk. E molto, molto altro. Parigi, uno dei festival più importanti del Sud della Francia.
come qualsiasi capitale è un marchio di fiducia, un sim- Nuits Sonores porta il suo marchio di fiducia e sbanca
bolo inta(o)ccabile. A queste persone fa comodo esse- tra gli appassionati.
re dentro agli arrondissement, stare nel ‘giro giusto’ per Ancora qualche singolo, qualche comparsata per
sopravvivere. Più alto è il numero della zona abitativa mixare le migliori compilation del decennio (vedi il
più costa il biglietto della serata. Paris, noblesse oblige. suo splendido At The Controls del 2007, osannato da
Chi viene da fuori probabilmente ammira, come in tutti i più grandi nomi del settore, compreso Resident
una vetrina di un bel centro commerciale nuovo fiam- Advisor), qualche album che non sconvolge ma che gli
mante, le loro proposte glitterate che si autoalimenta- consente di farsi le ossa dal punto di vista compositi-
no fra passaparola, poke su Facebook ed elitismi snob. vo. Nel 2006 si imbarca con Alexandre Cazac e Yannick
Catalizzare l’hype dal ‘di dentro’ parigino non sembra Matray nel progetto InFiné: un’etichetta che serve a
poi così difficile. La Tour Eiffel traguarda il paesaggio promuovere lavori di personaggi nuovi, gente come
sonico come una grande mamma cybertronica che Apparat, Clara Moto e Francesco Tristano, che sanno
perdona tutti i peccati e per questo salva dall’oblìo, il fatto loro e non si riconoscono nel suono del cosid-
quasi un grande totem verso cui rivolgere le preghiere detto French Touch.
del sabato sera, un rifugio su cui convogliare energie e Abbiamo sentito Seb in occasione dell’uscita del suo
speranze, un nido che protegge e che culla, con la sua nuovo album Impermanence in uscita a febbraio 2011,
eterna pulsazione insonne. un disco che è “venuto fuori facilmente, quasi di getto”.
Per gli estranei, i cosiddetti provinciali, Parigi non è Se gli chiediamo come valuta il suo essere fuori dai giri
mai un sogno, anzi. In alcuni casi potrebbe essere un parigini ci dice che “ci sono dei posti che influenzano il

16 17
suono, come Parigi, Detroit, Berlino. Per quanto riguarda ditato da Seth sia un mix di influenze: un po’ di Berlino un
la città dove vivo, Lione, mi sento di paragonarla a Torino. po’ di Detroit e un po’ di Londra”.
Durante gli anni Novanta non abbiamo avuto molte pos- Kid A è una giovane di vent’anni che sembra con i
sibilità di organizzare parties, così l’unico modo di espri- suoi toni lievi l’erede di Björk o Emiliana Torrini: “Ha
mersi era di produrre musica e quindi da qui sono usciti cantato una traccia (Too Hard to Breathe sul 12’’ Roller
personaggi come Miss Kittin & The Hacker, Kiko e molti Coaster del 2010, ndSA) con gli Spitzer su InFiné e appena
altri”. Un paragone naturale viene da farlo anche con l’ho sentita la volevo conoscere. Ha una voce fantastica. e
Detroit: un posto che ha un background industriale so- anche se sembra svedese, viene da Washington ed è nera.
lido, ma in cui è difficile fare parties: “è per questo che la Assomiglia a Nina Simone, è molto carismatica e brava.
mia musica è diversa dal french touch, la musica dei ricchi Abbiamo lavorato a distanza, ma poi quando è venuta
di Parigi. Un’altra ragione è una questione di connessioni qui in Francia è stato facile finire tutto”.
e amicizie. Vedi il caso di Pedro Winter: è lui che organizza Il disco in definitiva è un concept melodico sui suo-
gli artisti e rende possibile questo tipo di musica. Loro lo ni house: “oggi gli album non si ascoltano dall’inizio alla
seguono, non seguono la sua musica, ma il suo potere di fine. Invece io ho voluto fare una cosa organica, ascolta-
emancipare la gente verso un suono unico. Non è la mia bile senza skipping o fastforward”. La non permanenza
musica. E non la voglio difendere. Ma ho rispetto per quel- dichiarata nel titolo è duplice “sia perché ogni traccia se-
lo che hanno costruito”. gue l’altra in modo naturale, sia perché non c’è niente di
Instabilità permanente fisso, tutto si può reinventare”. Ed è esattamente come è
Dopo aver detto chiaramente come la pensa sulla Agoria nei suoi rapporti con la label. Non pensa di aver
musica house francese, passiamo ad analizzare il disco, mai trovato qualcosa, quando registra i pezzi non si de-
che ha in Carl Craig una collaborazione fondamentale finisce. In più cerca di essere eclettico nello scouting di
(nella traccia Speechless). Craig è uno degli idoli di Seb, nuovi talenti, come fa con le sue tracce, che spaziano
e guardacaso compare anche come una colonna por- su nuances diverse ma in fondo coerenti.
tante nel disco di Francesco Tristano di qualche mese Una delle sonorità di fondo è il suono classico del
fa: “Non abbiamo pianificato nulla con Carl, non c’è stato pianoforte: “non suono il pianoforte, ma ho incontrato
un piano di marketing (ride, ndSA). È solo una questione Francesco Tristano tre anni fa: mi ha fatto considerare
di gente che si piace rispettivamente. L’ho invitato per una di inserire nell’elettronica degli elementi acustici, infatti
serata in un club a Lione e quando ho sentito la sua voce ho usato anche strumenti ad arco che poi ho rielabora-
ho detto: Wow! Quest’uomo ha qualcosa di carismatico, to elettronicamente”. Lo vedremo presto in Italia: il 25
così gli ho chiesto se gli potevo mandare un loop o l’inizio Febbraio a Roma e il 26 a Milano. Intanto ascoltiamo di
di una traccia per parlarci o cantarci sopra e così è uscita nuovo il suo disco. E occhio. Ad aprile esce il suo disco
Speechless. Mi piace la sua musica e quello che rappre- di mix per il Fabric. Agoria professa un modo amicale
senta a Detroit. Quando ero al Movement (uno dei festi- di fare elettronica e house. Classe con l’anima e con il
val più importanti di musica elettronica di Detroit, ndSA) cuore.
mi ha presentato al sindaco della città; stava tentando di
sviluppare la cultura musicale elettronica. Questo modo
‘militante’ di Carl di fare cultura mi piace molto. Un po’ la
stessa cosa cerco di farla a Lione con i party che organiz-
zo, come il Nuits Sonores”.
Gli altri protagonisti del disco sono Seth Troxler in
Souless Dreamer e Kid A in Kiss My Soul. Seth è uno dei
DJ più quotati al momento, e non sfigura nemmeno con
la sua voce. Americano, migrato a berlino e oggi Lon-
don based, si insinua nel suono francese: “ha suonato a
Lione a Nuits Sonores, ha deciso di stare un giorno in più e
così siamo andati in studio e in un’ora abbiamo registrato
la canzone. Non è tanto una questione di influenza berli-
nese, quanto una questione di incontri e di networking di
amicizie. Mi ricordo per esempio che quando Seth è stato
a Lione gli ho regalato un paio di ciabatte! Lui è uno che
viene dalla scuola detroitiana, ma penso che il suono ere-

18 19
James Blake
—(Post-dubstep) Soul—

B elieve the hype


Drop Out L’anno scorso, proprio di questi tempi, scommettevamo su un nome co-
nosciuto giusto da una ristretta cerchia di appassionati. Un personaggio
interessante, dalla personalità forte, bizzarro il giusto, inizialmente anche
abbastanza misterioso. Ma soprattutto un disco che era un bellissimo
esordio, con tante frecce al proprio arco e particolarmente la possibilità
essere apprezzato da tanti ascoltatori diversi: chi veniva dall’hip hop e chi
dall’elettronica, chi ascoltava rock e specialmente psych rock Sessanta (e
chi cercava nuove forme di psichedelia lo-fi), chi cercava il soul e il blues,
chi orecchiava il reggae, chi era interessato agli esotismi e ai terzomondi-
smi madlibiani e così via. Quel nome lo avevamo scoperto tra i solchi di Los
Il ventiduenne londinese Angeles di Flying Lotus, a cantare sulla bellissima conclusiva Testament, e
per il suo falsetto impolverato lo avevamo scambiato addirittura per una
esordisce con una epifania soul vocalist miagolosa, forse un po’ arrochita dal tempo o dalle sigarette. Stia-
minimalista e intensa che prende mo parlando ovviamente di Sumach Valentine aka Gonjasufi. Avevamo
in carico la lezione sonora di scommesso bene.
Mutatis mutandis, James Blake potrebbe essere il nostro Sufi per il
Burial e compagni. Uno degli 2011. I parallelismi ci sono tutti: debutto sulla lunga distanza, tanto hype,
album del 2011. E non solo... tanta qualità, personaggio altrettanto - e anzi, anche più - all purposes, con
quel taglio di revisionismo futuristico della tradizione molto amato dai nuo-
Testo: Gabriele Marino vi cataloghi Warp e Hyperdub, tanto che ce li immaginiamo perfettamente
uno Steve Beckett o uno Steve Goodman (Kode9) che si mangiano le mani.

20 21
James poi può contare su un appeal, tanto di immagine (giovanissimo, qua- stikz): è una folgorazione, il punto di non ritorno. James parla dell’episodio
si efebico, biondo e occhi cerulei, ciuffo che forse ammicca all’emo) quan- con gli stessi toni epifanici con cui nel biopic su Ray Charles viene descritto
to di scrittura musicale (canzoni, belle e romantiche) e quindi su sponsor il momento in cui intimano al musicista, ancora diamante grezzo, di smet-
non solo influenti (Pitchfork, per dire) ma anche massicciamente influenti terla di scimmiottare Nat King Cole e seguire la propria strada. La strada di
(la BBC tutta), che lo spelacchiato Sufi si sarebbe sognato. E come e più di James è il dubstep. Si tuffa a pesce nella scena di East London e contem-
Sufi, James è al centro di una ragnatela di riferimenti, di pratiche, di mondi poraneamente si iscrive alla Goldsmiths per studiare popular music (con
musicali che sempre più dialogano tra loro, si scambiano elementi, si con- lecturer importanti come il fondatore della disciplina, Richard Middleton).
fondono, si sovrappongono. Doveroso approfondire e ragionarci sopra. James si mette a produrre e i suoi primi pezzi cominciano a girare nelle
feste universitarie (nell’epicentrico FWD>> e al Mass). Il tocco evidentemen-
From school to char ts te c’è ed è speciale perché tempo niente il ragazzo si trova sotto contratto
James è nato il 26 settembre 1988 a Enfield, il distretto più a nord di Londra, per la Hemlock di Untold, non proprio il primo arrivato, per la quale esce
da padre musicista (chitarrista con trascorsi, pare, anche al fianco di Leo il debutto su 12” pollici, Air & Lack Thereof (due pezzi, luglio 2009). Da qui
Sayer) e madre grafica pubblicitaria di un certo successo. Figlio unico. Spro- in avanti l’escalation è sorprendente, praticamente esponenziale. Il vinile
nato dal padre, James ci prova con la chitarra, ma non imbrocca, e a sei anni finisce sul bancone di Gilles Peterson, che lo passa e invita James a realiz-
comincia a pasticciare con il piano (e a cantare). A quindici avrà già com- zare un mix per la sua trasmissione (mix che conterrà una esclusiva targata
pletato tutti i gradi del cursus istituzionale, anche se non si considererà mai Mount Kimbie, con i quali ha intanto stretto sodalizio, diventando in prati-
un virtuoso. Cresce a pane e classica (Bach), jazz (Art Tatum, Erol Garner) e ca loro membro aggiunto nei live). L’hype cresce e viene alimentanto anche
funk-soul americano (Stevie Wonder, Sly & The Family Stone, ma anche dai remix che il nostro realizza a nome proprio (Kimbie e Untold in prima
D’Angelo). Le superiori le fa alla Latymer, una grammar school molto selet- linea) e sotto il moniker Harmonimix (dal nome della casa produttrice di
tiva e molto attenta agli studenti musicalmente dotati, dove James esplora Guitar Hero), rivelando ascolti blackofili (Lil Wayne, Snoop Dogg, Destiny’s
l’improvvisazione sullo strumento. E’ in questi anni che comincia a registra- Child, Madlib/Quasimoto, Outkast) e una vena giocosa e deformante forse
re musica nella propria cameretta, solo piano & voce. Il passaggio tra liceo inaspettati. L’anno accademico 2009-2010 è l’ultimo per James, che termi-
(si diploma nel 2007) e università è cruciale: scopre l’elettronica (“prima di na gli studi e si trasferisce a Deptford, sulla riva sud del Tamigi, più vicino al
allora non la consideravo musica seria, sentivo dire dance e pensavo solo a cuore pulsante della scena. Il 2010 vede così l’uscita di una messe di piccole
certa brutta trance”) e il dubstep in particolare. Durante una serata in un e piccolissime produzioni, dalla circolazione fisica limitata per lo più alla
club, il FWD>>, James ascolta Haunted, un pezzo di Coki (metà Digital My- sola Inghilterra, tutti materiali ottimi e tutti ottimamente accolti dalla cri-
tica di settore: Pembroke (marzo; collaborazione con il producer Airhead,
due pezzi, sulla Braimath che ospita anche cose di Zomby e dello stesso
Untold); Bells Sketch (sempre marzo; tre pezzi, su Hessle Audio); Cmyk EP
(giugno; quattro pezzi, sulla belga R&S); Klavierwerke EP (ottobre; quattro
pezzi, sempre su R&S). Durante tutto l’anno, James registra quello che sarà
l’omonimo album di debutto.
A fine dicembre, la BBC rende nota la sua Sound Of..., la poll con i musi-
cisti più quotati per l’anno successivo, realizzata a partire dalle preferenze
di centinaia tra critici, radiospeaker, blogger e addetti ai lavori. James è al
secondo posto, subito dopo il fenomeno “new-songwriting” Jessie J e su-
bito prima dei chitarrosi Vaccines, copertinati dal NME. Il singolo di lancio
dell’album, una cover di Limit To Your Love di Feist descritta efficacemente
come una “topography of an heartbreak” (pare però che tanto lei quanto
Gonzales non abbiano gradito), uscita a novembre sulla neonata label del
musicista, Atlas (sovvenzionata, pare, da una non meglio specificata ma-
jor), sbanca su Radio 1. James Blake, l’album, esce il sette febbraio, con un
taglio programmaticamente diverso - per quanto intuibile forse in prospet-
tiva - da tutto quello fatto dal ragazzo finora.

From dubstep...
James e il suo percorso, anche e soprattutto per la rapidità della loro
evoluzione, sono davvero segno dei tempi, sono un paradigma: un’istanta-
nea - come si dice, in movimento, e si veda la copertina - di una buona fetta
del fare musica oggi e del fare la musica che ci interessa. Formatosi su uno
strumento classico, tanto studiato in modo accademico quanto esplorato

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in maniera non convenzionale, ha poi scoperto il dubstep e si è messo a
produrre dubstep, un dubstep filtrato dalla sensibilità di chi viene “dalla
zona grigia tra classica e jazz”. Perfettamente calato però nel nerdismo/auti-
smo homie Duemila: tutti i suoi EP sono registrati a casa. Il suo lavoro come
produttore, parabola forse già conclusa, sicuramente già matura, riflette
questa poliradicalità e polidirezionalità, pur suonando unitario e sintetico,
non eclettico, tanto da poter essere coerentemente inquadrato seguendo
le pertinenze più diverse, tutte comunque valide, tanto sul versante delle
elettroniche (glitch, ambient, trip hop) che della contemporanea (cham-
ber) e della sperimentazione extra-colta (elettroacustica, field recordings).
Un percorso genuinamente e intensamente sperimentale, illuminato
dal faro dubstep più sotto il profilo squisitamente estetico che delle speci-
fiche produttive dettate dal genere. Ma è ancora dubstep quello di James?
“Se la gente lo chiama dubstep, per me va benissimo, perché il dubstep ha in
sé tutto quello che voglio: ritmo, sound design, emozione vera, tutto insie-
me, tutto nello stesso posto. Il dubstep mi ha aiutato ad avere una compresio-
ne più profonda della musica in generale e quindi di me stesso. E poi, per me,
uno come Mala non fa ‘dubstep’, fa semplicemente della musica incredibile”.
Nell’arco di pochissimi pezzi, praticamente già canonizzati dalla critica, il
suono di James si è affinato per sottrazione, si è fatto sempre più attento
e misurato, più sottile, dalla naivete sperimentale dell’esordio patrocinato
da Untold (“cercavo di emulare Coki e Mala, ma ovviamente non ero e non
sono in grado, non potevo raggiungere i loro livelli di intensità, io non ho quel
background UK bass”), al minimalismo dubstep e ai suoni quasi Dimlitea-
ni delle prove successive, fino al funksoul ectoplasmico, agli stop&go e al
cut up vocale di Cmyk e alla perfezione formale, perfettamente inquadrata
da un titolo algido e austero come Klavierwerke, degli esercizi di stile stru-
mentali dell’ultimo EP (registrato con il microfono di un Macbook), lavoro
molto più introspettivo e ancora più minimale di tutte le sue produzioni
precedenti.
Con Klavierwerke EP, James ha portato alle estreme conseguenze quel-
la wave post-dubstep declinata altrove e con diverse specificità dai compa-
gni di banco Mount Kimbie, Darkstar e, in un contesto molto più pop, dagli
xx dell’amico - sempre via cricca Kimbie - Jamie Smith. James è allora dav-
vero un personaggio del post-dubstep, rappresenta davvero qualcosa che
parte da per poter fare proprio e superare. Ha colto l’essenza di fondo del
dubstep, ne ha colto lo spirito, quello che resta quando il dubstep non c’è
più, il suo retrogusto finale, la sua eco, e l’ha messa al servizio di un mondo
espressivo differente e realmente personale. “Con quest’ultima release non
mi sono voluto mettere alla prova come produttore, ho più pensato a fare della
musica bella, che mi sarebbe piaciuto ascoltare, che mi appartenesse di più.
Quando finalmente uscirà il mio album vocale, avrà tutto più senso”.

... to soulness
Durante il suo veloce apprendistato dubstep, James ha lentamente scoper-
to la propria voce come strumento espressivo, dapprima giocando a scom-
porla e ricomporla, modificarla e filtrarla (accanto a sample anche celebri,
ma liofilizzati e resi irriconoscibili), fino alla decisione di “tornare a casa” (il
suo background soul) con un album “decisamente diverso, un album vocale
con produzioni elettroniche ma con la mia voce non-adulterata. Gli arrangia-
menti saranno minimalisti e la produzione sarà al servizio del cantato, né più

24 25
sica come qualcosa di - laicamente - sacro. “Non sono una persona religiosa
né tantomeno spirituale, ma mi rendo conto di essere irresistibilmente attratto
dalla spiritualità disperata di D’Angelo e dal bisogno di redenzione di Lil Way-
ne, e di percepire come profondamente spirituale l’atmosfera che si respira in
un club quando suoni, quando senti l’euforia di massa e tutti stanno provando
quella stessa sensazione. Il club, nelle serate giuste, è un po’ come una chiesa”.
Una chiesa dove si svolge un rito, con le sue fasi e le sue pause: “Spesso
mentre suono mi piace staccare tutto e sentire il rumore del niente. Per questo
scherzando dico di chiamarmi Dj Nothing. Ma il niente ovviamente non esiste
e, se stacchi, senti il suono delle persone dentro il club. Ed è bellissimo. Una
volta ho staccato all’improvviso e un tizio in quello stesso momento si è tirato
su la lampo della giacca: quel rumore è finito in primissimo piano, è stato come
sentire un gesso che cigolava sulla lavagna. Non funziona sempre, ma quando
stacchi al momento giusto, è un momento magico, di forte empatia con il pub-
blico”. Un culto delle pause e del silenzio perfettamente rispecchiato nei
dischi del nostro, a richiamare consapevolmente le lezioni di Debussy (“la
musica è nello spazio tra le note”) e del Cage filosofo di 4’33”.
Descritto dalla stampa UK come “una versione futuristica e soul del
Moby di Play” (paragone interessante ma fantasioso), con la voce del no-
stro accostata a quella di una “Beth Gibbons immersa in una eco da catte-
drale” (paragone questo molto più acconcio), James Blake espone la nuova
piega evolutiva del percorso di questo ventiduenne londinese: un soul fil-
trato dalla sensibilità sonora del dubstep (e di un dubstep, come abbia-
mo visto, filtrato dalla sensibilità di uno che viene dalla classica e dal jazz).
Così come Windowlicker, Super Collider, Jamie Lidell erano stati il soul del
dopo-techno. James Blake è un cantautorato elettronico che guarda tanto a
Bonnie “Prince” Billy, Joni Mitchell e Bon Iver quanto a Thom Yorke, Ar-
thur Russell e Burial, capace di aggiornare e fare proprio uno strumento
abusato e svilito come l’autotune, piegandolo alle proprie esigenze espres-
sive, rendendolo - in una parola e finalmente - arty.
I primi di gennaio, James ha debuttato live, con la stessa - tutto som-
mato inaspettata - formazione a tre già vista alle promo session per la BBC,
lui piano-voce-tastiere e due “vecchi compagni di scuola” alla chitarra e alla
batteria elettronica. Un successone, bissato qualche giorno dopo con il set
di spalla al blockbuster Plan B, alla fine del quale ha anche presentato un
né meno”. L’immersione nell’immaginario dubstep, nei suoi soundscape, inedito, titolo Anti-war Dub (alla faccia dell’artista non-engagé rinchiuso nel
persino nella grafica dei software di composizione (un approccio diversis- proprio guscio). Aspettiamo la tua prossima mossa, James. James che ades-
simo rispetto a quello sul pianoforte), ne ha liberato il potenziale anche so, e ne è perfettamente consapevole, sta come in un purgatorio, sull’orlo
come autore di lyrics, compito nel quale James si sentiva originariamente del successo commerciale, dopo aver sbancato tra la critica (sarà davvero
inadeguato: “dopo aver (ri)scoperto di saper cantare, quelle sensazioni che lui, come titolano i soliti UK journals, il responsabile dell’ingresso a gam-
prima cercavo cesellando il singolo suono, il singolo disturbo, la singola distor- ba tesa del “dubstep into mainstream”?), indeciso se “tutto quello che mi sta
sione, ora cerco di renderle a parole. E vengono fuori come dei piccoli haiku”. succedendo negli ultimi tempi sia il paradiso o l’inferno”. In un limbo, avvolto
In I Never Learnt To Share James sussurra lo stesso verso solitario all’infinito: dalle nebbie - sempre la copertina - di un guscio robotico che sublima in
“My brother and my sister won’t speak to me, but I don’t blame them”. superficie, scoprendo subito sotto quel che può restare oggi di un caldo e
E’ questo mood molto indicativo della visione che ha James dell’essere umano nocciolo soul.
musicista e specialmente dell’essere un dj: una pratica solitaria, introspet-
tiva, autoriflessiva, perfino egoista, perché mirata alla soddisfazione di sé,
poco interessata alle vicende del mondo esterno. Anche James Blake è
stato registrato “esattamente come è stato fatto a casa, nella mia camera. Ho
rifiutato tutte le label che mi suggerivano di ri-registrarlo in studio con un vero
produttore”. Una pratica d’altra parte purificatrice, quasi ascetica: il fare mu-

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Seefeel Drop Out

A inizio Novanta incarnarono


uno dei sogni ad occhi aperti
della musica britannica. Dopo
—Music for late night gardening— quattordici anni tornano con un
nuovo disco. Sapranno ancora
sognare?
Testo: Marco Boscolo,
Edoardo Bridda

Erano una band indie, ma non volevano esserlo


(Paul Cox, fondatore della Too Pure)

Q uel vecchio articolo di Simon Reynolds, in cui il guru del giornalismo musicale esplicitava un’em-
brionale idea del concetto di post-rock, viene ormai giustamente considerato un classico. Ma i
classici sono fatti per essere discussi, non subiti. Nell’anno in cui ritornano sulle scene i Seefeel, e
passato un periodo che sembra un’era geologica, possiamo con una certa pace affermare che la
portata teorica dello scritto rimane seminale e che troppo acerba era la capacità d’inquadrare all’epoca il con-
torno di riferimento. Il tempo ha dimostrato che la sua era una premessa ad un capitolo assai più vasto all’inter-
no del quale proprio il gruppo inglese merita d’essere preso come casus privilegiato.
Dopo un intervallo di quattordici anni i Seefeel si rendono protagonisti dell’ennesima reunion e ci rendia-
mo conto che la loro musica ha dato più frutti di quanto ci si potesse aspettare all’epoca, quando il personale
incrocio di elettronica, ambient, shoegaze, dub e noise cominciò ad essere definito semplicemente post-rock,
proprio sulla scorta del famoso saggio.
Post-rock di matrice inglese certo, ovvero la metamorfosi di quel trend da “sogno ad occhi aperti” tutto bri-
tannico, in qualcosa di nuovo e diverso. Una nuova frontiera che la band capitanata da Mark Clifford e Sarah
Peacock ha contribuito fattivamente a costruire, traghettando il dream-pop e la shoegaze di fine ’80 in quella

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strana alleanza tra mainstream e giovani che si trovano a trainare assieme
sia il caro e vecchio rock dichiarato morto poco prima (Nirvana, il grunge),
sia antiche rivalità pop nello stile dei Sessanta brit (Blur e Oasis come Sto-
nes e Beatles).
In un periodo così fervido accadde di tutto, miracoli compresi: i Primal
Scream con Screamadelica fondano uno standard postmoderno ancor
prima di un ibrido dance-rock, il segno di tempi e modi contaminati che
saranno un must durante la decade; ancora meglio, dall’ossessione per il
rumore (Jesus & Mary Chain) di una breve stagione sixties fatta di melodie
bubblegum in feedback, sboccia Loveless dei My Bloody Valentine, forse
l’ultimo capolavoro universalmente riconosciuto della storia del rock, un
affare di nuove tecniche (il pitch bending che permette microvariazioni di
intonazioni, le pedaliere per loop e reverse) e reinvenzioni dello strumento
chitarra che trasformano l’idea fino ad allora conosciuta di psichedelia in
un’esperienza fisica inedita dal carattere ineffabilmente messianico.
Il white noise da sangue alle orecchie di Kevin Shields tinge la tela di un
paradiso di luci e beatitudine totale. Un paradiso in terra che se fa propria
la lezione dream targata 4AD, riporta il concetto di sogno ad occhi aperti
britannico nel suo estremo opposto. Il capolavoro di Loveless sta proprio
qui: di tanto splendore si può anche morire (Reynolds, ancora lui, docet).
Al principio dei 90s, del resto, l’onda lunga della “Second Summer Of
Love” che aveva inaugurato i rave party e l’uso di un catalizzatore chimico
chiamato MDMA stava raggiungendo il suo apice e la droga dell’amore-
senza-amore, un rituale di massa negli UK che rappresenta anche il perfetto
nebulosa post ed elettronica di cui i ’90 (e oltre) si faranno carico. collante tra Loveless e Screamadelica, tra le feste nei boschi e una nascen-
Nella loro prima incarnazione, i Seefeel hanno finito pesantemente per te scena elettronica che comincia a prendere piede sotto l’infausto nome di
influenzare una nuova generazione di musicisti di stanza a Bristol (Third IDM, la musica da ballo intelligente, marchio subito rifiutato dall’etichetta
Eye Foundation e Amp) diventando, al contempo, un rispettato termine che ne diventerà madrina, la Warp, ombrello sotto il quale finiscono per
di paragone oltre atlantico (Jessamine, Bowery Electric e la cricca Kranky). gravitare una serie di personaggi che saranno propedeutici all’avventura
La loro musica, progressivamente più fluida nel binomio elettronica/dub, Seefeel, tra cui Aphex Twin protagonista, assieme agli Autechre, di una
ha posto le basi per tante sperimentazioni UK Bass a venire (Prime tra tutte, fase tutta elettronica di un’esperienza out-rock che all’epoca viene vista
il dubstep) e, non ultimo, la loro avventura si è formata in un contesto più come l’avamposto per una futura fruizione su larga scala di queste sono-
ampio, in una Londra che, vista con gli occhi di oggi, sembra aver vissuto in rità.
pochissimo tempo l’equivalente di un decennio.
H ere We G o
90-92: The age of love ( less ) Per Mark Clifford e Sarah Peacock, Aphex Twin ebbe un’importanza ben
C’erano circostanze particolari e propizie, a inizio Novanta, in una società maggiore degli splendidi remix apparsi sul primo eppì Pure, Impure. “Aphex
all’indomani dell’era Thatcher (guerra delle Falkland, attacchi IRA, inflazio- ci ha influenzato enormemente”, ci ha dichiarato al telefono la stessa Sarah
ne galoppante e recessione) che cercava nuove strade e non vedeva l’ora che oltre a raccontarci delle frequentazioni rave, ci ricorda comunque che
di scrollarsi di dosso i lustrini e le patine degli 80s. A Londra - e nel mondo le influenze chiave senza le quali la band non sarebbe esistita sono sempre
- c’erano politici, industriali e commercianti che lo avevano capito e sotto la state My Bloody Valentine e Cocteau Twins, punti cardinali attorno ai quali
metafora del muro abbattuto di Berlino auspicavano grossi cambiamenti e aggiungiamo l’ambient di Brian Eno e le sperimentazioni psych-dub del
nutrivano forti aspettative per il futuro. Poi c’erano i giovani, loro avevano periodo, in particolare quelle dei Main, magari passate sotto il bliss dell’E,
scoperto un nuovo modo di relazionarsi e intendere il divertimento not- in un bilanciamento sonoro che, allora come oggi, rende riconoscibile e
turno sotto il battito di quella che assumeva non solo i contorni ma anche i unico un progetto intimamente laboratoriale.
connotati di una rivoluzione culturale trainata dalla musica. All’inizio è Mark Clifford a mettere il più classico degli annunci sulle pa-
All’epoca era un’avanguardia d’accordo, ma anche fuori di essa il fermento gine del settimanale musicale NME: sta cercando qualcuno per formare
è tanto: per esempio un folto nugolo di etichette indipendenti americane, una band. O forse è Sarah a metterlo. A distanza di quasi vent’anni, è una
inglesi ed europee dai variegati set sonici si trovano in un lampo al centro casualità senza troppa importanza come quella di darsi un nome che, per
di riflettori potentissimi. Dal nulla compaiono non solo produzioni della necessità, dopo un concerto live, viene dato alle stampe dopo un altret-
nuova dance ai vertici delle classifiche (Snap, Technotronic) ma anche una tanto distratto sguardo alle tracce composte fino ad allora (‘Seefeel’ laconi-

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camente nasce dalla canzone See, Feel). Quel che importa a Mark e Sarah quei frammenti magari in un mix sonico dall’estetica circolare e chiusa.
è sperimentare, e per farlo hanno ancora bisogno di una strumentazione Il campionatore, limitato spesso all’incisione di due secondi, e il multi
rock fatta di basso (Mark Van Hoen, sostituito poi da Daren Seymour) e bat- traccia, dapprima dominio dell’estetica taglia e cuci dell’hip hop, approdan-
teria (Justine Fletcher) oltre che rispettivamente di chitarra e voce. do nelle stanze di questi musicisti, diventa la base per abbattere qualsiasi
Dopo un anno di laboratorio, l’etichetta Too Pure (la stessa di PJ Harvey) frontiera a partire però da una mentalità diversa, interessata al suono in
li scrittura, convinta che quel misto di shoegaze, dream e wave abbia le car- sé, alla texture e alla timbrica, più che al tradizionale effetto riff e frequen-
te in regola per farsi carico di un nuovo suono sulla scia di Loveless ma già ze medie del rock. Mark Clifford lo confessa al citato Reynolds proprio nel
con un’identità e prospettive proprie. E dietro a queste scelte non c’è l’az- famoso articolo con queste parole: “ora è possibile prendere due secondi di
zardo ma un fitto sottobosco di altrettante ricerche parallele concentrate chitarra e spezzettarli in 1000 parti, mandarli in loop, dilatarli per dieci minuti,
sulle timbriche e le texture dei suono piuttosto che sulle classiche modalità sovrapporli e via così”.
di ritmo, melodia e armonia Si va da un’ambient sempre più scura e con- Il sound che esce da Quique, l’esordio sulla lunga distanza che esce per
taminata dub (i citati Main ma anche Scorn), a retro futurismi al sapor di la Too Pure nel 1993, prende queste idee e riesce a trasformarle in un uni-
krauti (Stereolab, Pram), o psych sempre più sintetica (Spectrum), in pra- cum in perfetto equilibrio tra rock sperimentale, IDM, ambient e shoegaze.
tica, sequencer, MIDI, loop-station e strani pedali avevano invaso le stanze La possibilità di utilizzare i loop mette il concetto di circolarità al centro
di musicisti che poco tempo prima adoravano certamente il noise ma mai delle composizioni della band, che allunga i tempi tipici del rock, lascian-
si sarebbero sognati di trafficare con l’elettronica e il loop. Ovvio, c’era una do che i suoni delle chitarre si sovrappongano, si intersechino con la voce
novità tecnologica fondamentale: la possibilità di prendere un suono, che filtrata della Peacock, ma senza che mai si abbia la sensazione di vera e
sia un frammento di chitarra, un sample o qualsiasi altra cosa, e ripeterlo propria libertà. Nella provetta dei due secondi, tutto è perfettamente sot-
sempre identico a se stesso per un tempo indefinito, un trick che diventa to controllo, alla ricerca di una immobilità ancora una volta ereditata dallo
una malattia e porterà Aphex sulla via di complicatissimi poliritmi. E non shoegaze, per un suono che è arty per necessità.
solo: il multi traccia introduce un approccio sonico a strati, strati di loop di
Yin’n’Yang
Molto consistenti, anzi determinanti, i contatti con i My Bloody Valentine,
cui abbiamo già accennato per quanto riguarda un fil rouge che unisce i
padre ai molti figli. Rispetto al gruppo di Shields, però, il velo psichedelico
che si posa sulla musica dei Seefeel è meno mascolino e ha connotazioni
più femminee. Non lo diciamo solo per la presenza dietro i microfoni di
Sarah Peacock, il cui utilizzo della voce e la costruzione delle parti vocali
devono sicuramente molto a Elisabeth Fraser che con i Cocteau Twins è
uno dei cardini essenziali del cambio di decennio tra Ottanta e Novanta.
Si prenda nota della liquida Charlotte’s Mouth e delle dilatazioni da trip di
Filter Dub, in cui la voce della Peacock subisce tutti i trattamenti delle chi-
tarra, ma soprattutto è mandata in loop e stratificata, brandello melodico
su brandello melodico.
Il risultato è una polvere angelica, simile a un coro, che altrove si adagia
quasi in filigrana sulla struttura quadrata (Plainsong, Polyfusion) messa in
piedi del resto della band. È un richiamo, ancora una volta, a quell’estasi
che evidentemente Mark Clifford e soci, come confermatoci dalla stessa
Peacock, hanno provato almeno annusando l’aria dei rave party di allora.
La stessa aria che ha mosso Manchester verso abiti più larghi e Aphex Twin,
Orb e Autechre verso un ritiro pre-sessuale magari in un’infanzia tra l’idillio
e l’incubo. Nei Seefeel tutto questo sublima in una lievitazione quasi zen.
Il paradiso dei Seefeel si adagia su un’idea ipercinetica di musica (basti
ascoltare la sezione ritmica di Industrious o della già citata Plainsong), in
un naturale contraltare all’(e)stasi dell’MDMA: un tappeto nervoso basato
sulle anfetamine. Queste ultime sono un’altra presenza chimica costante
di quegli stessi anni. Dal loro miscuglio, anche solo ideale, nasce un sound
bifronte (e per certi versi bipolare), come testimoniano anche coloro che
hanno apprezzato dal vivo i Seefeel a inizio anni Novanta. Soprattutto Sey-
mour pare che si muovesse come una trottola, tarantolato quindici anni
dopo le crisi di Ian Curtis. Ma il monolite musicale che ne scaturiva, soprat-

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tutto nelle intenzioni di Clifford, era tutto volto alla ricerca di una stasi, di Clifford inoltre stava prendendo piede nell’economia creativa del laboratorio
una scomparsa, di un annullamento dentro allo stesso paesaggio sonoro e, nel contempo, la concentrazione sulle timbriche era aumentata di pari pas-
creato dagli strumenti e dalle macchine. La circolarità che non faceva che so alla capacità di manipolare i suoni stessi. Gli altri rimangono in posizione
ripetere se stessa, screziata solamente da microvariazioni: è il debito che di silenzio assenso e il suono che ne esce, pur mantenendo intatte le parti
Seefeel e altre band dell’epoca pagano al minimalismo (si ascoltino anche dream della Peacock (When Face Was Face, Ruby-Ha), è maggiormente astrat-
i Bark Psychosis). to e dronato (Meol), quando non più oscuro con le ritmiche a differenziare sul
Oltre le chitarre, l’altra portante del suono Seefeel è il basso dub i cui quattro quarti (Vex) e i beat a prendere altre strade (Fracture, Gatha). Riman-
suoni rotondi e dilatati, assieme alla metronomica ritmica che rimanda di- gono gli echi angelici (Rupt a ricordarci un’altra grande band del periodo, i
rettamente al motorik di scuola kraut, portano diritti nell’inghilterra black Portishead), il collante dub è più soldio, ma la consistenza comincia a farsi un
di Bristol ma non solo di Massive Attack, Orb e più indietro naturalmente i manieristico affare gassoso e spettrale. E’ l’inizio della fine.
PiL, senza dimenticare i producer Adrian Sherwood e Mad Professor, figu-
re chiave dietro alle vicende di tanti eroi di questa monografia e idoli pure Un(a) fine sperimentale
di Sarah che ci racconta che, oltre ai citati noisers, dalle casse della band Il distacco dalla carne sembra completarsi con l’appendice Ch-Vox dell’anno
vibravano un sacco di classici dub, dai citati protagonisti a padri come Lee successivo, che si fatica a immaginare essere figlio delle stesse menti. La sezio-
Perry. ne ritmica è quasi totalmente assente in tutti e sei i brani. In questa mezz’ora
Chiaramente anche il dub, come tutto nell’universo seefeeliano, viene di musica pubblicata sull’etichetta dello stesso Aphex Twin, la Rephlex, c’è una
spogliato dal proprio contesto e ricollocato. Viene cioè sbiancato e mes- scheletrizzazione totale del suono della chitarra. Sembra scomparso il legame
so al servizio di un suono che, all’epoca, sfugge alle etichette: si parla di ombelicale con lo shoegaze, ma nemmeno si va in direzione di ritmi sinte-
shoegazetronica, di ambient-noise, di indie-ambient-dub-house. Forse la tici, siano essi da club o IDM. Qui si aprono paesaggi sonori che ci portano
definizione più giusta, e completamente arty, l’ha data lo stesso Seymour: nell’ambient e nella drone-music, davvero lontani dall’idea classica di rock.
“musica per giardinaggio a tarda notte”, un’idea riecheggia la Music for ai- Ch-Vox si avvicina ad alcuni episodi della superband E.A.R. (Experimental
rports e la Music for films di Brian Eno, un’ispirazione per molte band che a Audio Research), composta dallo stesso Kember, attorno al quale ruotano in
quel tempo misero in moto il post-rock reynoldsiano proprio negli anni in una formazione aperta e, appunto, sperimantale Kevin Martin, Kevin Shields
cui i Massive Attack affidano proprio a Mad Professor il remix dub dell’al- ed Eddie Prévost (batterista di formazione jazz già cofondatore degli AMM).
bum Protection.

E igthies becoming N ineties


In Quique si ritrovano molti elementi determinanti nella trasfigurazione
degli Ottanta nei Novanta. C’è il traghettamento dell’eredità My Bloody Va-
lentine e Cocteau Twins verso nuovi lidi, le cui ultime propaggini giungo-
no fino a noi sotto forma di dubstep. Pungolata su quali eredità avessero
lasciato i Seefeel, Sarah infatti fa un nome che forse lì per lì sorprende ma a
pensarci bene non stupisce troppo: è Burial i cui scenari urbani riecheggia-
no infatti in Signals ma c’è anche qualcos’altro che lega la dub–tronica della
band al sound del dubstep: la georeferenziazione del suono, il mettere in
secondo piano l’azione dei musicisti che spariscono dietro alla consolle di
dj o sound system o allo stesso strumento.
E’ una costante negli anni Novanta, dagli Slint ai Chemical Brothers,
all’epoca c’è una sorta di macchinizzazione della rock band, il tentativo di
una scomparsa o, all’estremo opposto, la fusione con la tecnologia stessa:
il cyberpunk (Nine Inch Nails) e la musica “automatica” dei Daft Punk che
“alle 9:09 del 9 settembre 1999” diventano robot.
La tecnologia è dunque variabile centrale in molte musiche, specie in
quella di Mark e Sarah che nel sophomore, Succour, del 1995, possono
sbizzarrirsi in uno studio di registrazione con le ultime trovate elettroniche
grazie al budget proveniente da un nuovo contratto discografico. Finita la
fase di purismo elettro, la blasonata Warp li aveva presi con sé. Il label ma-
nager Steve Beckett ricorda in una recente intervista “che furono la prima
band con le chitarre a firmare per l’etichetta”.
Certo lo furono ma è anche vero che la direzione che il suono Seefeel
stava prendendo era eminentemente elettronica e dub più che il contrario.

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Too Pure ripubblica l’esordio Quique in una edizione ampliata che arriva a
riempire due interi cd. Il primo ripercorre il programma originale del 1993,
il secondo comprende altri nove episodi tra outtakes, remix e alternate ver-
sion che ampliano il discorso senza spostarne la barra. I tempi sono maturi
perché i Seefeel si ripresentino nuovamente sulla scena e l’occasione arriva
presto al party del ventennale Warp, al quale Clifford e Peacock si presenta-
no con Shigeru Ishihara al basso (uno del giro di musicisti di Brighton, città
in cui vive Clifford) e un ex batterista dei Boredoms, Iida Kazuhisa. L’assenza
di Seymour e Fletcher viene giustificata da non precisati impegni fuori UK.
Sia come sia, Sarah Peacock ci racconta che l’operazione di reunion non è
stata pianificata a tavolino: “ci ha chiamati la Warp per il concerto e noi abbia-
mo un po’ esitato, poi abbiamo accettato. Io e Mark non ci vedevamo da sette
o otto anni ed è stato strano rivedersi all’intervista: tornando a casa ci siamo
accorti che avevamo ancora molti interessi musicali in comune”.
Due anni più tardi e arriviamo all’oggi con Seefeel, un album eponimo,
che nel gergo della musica ha sempre significato una palingenesi. Faults,
lo anticipa di qualche mese ponendo le basi per un inedito riavvicinamen-
to in senso rock verso un suono libero dalla circolarità che si sposa benissi-
mo con dieci e più anni di laptop noise (Fennesz fino a Ben Frost). L’hype,
trainato dalla Warp, cresce oltre ogni aspettativa e la timida Peacock è sor-
presa.
L’aspetto più evidente dei Seefeel 2.0 è dunque l’impatto fisico dovuto
al drumming di Kazuhisa ma probabilmente anche dalla distanza dall’estasi
acida dei primi Novanta. Troviamo ritorni al passato più o meno marcati
(Faults, Making, Sway) aggiornati ai nuovi noise (“anche se non abbiamo mai
smesso di comporre materiale che poi riuscissimo a suonare anche dal vivo,
abbiamo sempre utilizzato il laptop in questa fase”, dice la Peacock), una tec-
nologia vissuta come fatto quotidiano e la frammentazione dello stesso
vissuta in brevi composizioni (Step Up, Gzaug, Step Down). Peacock ascol-
ta un range di musica molto più diversificato ora, classica e jazz compresi.
Forse i frutti migliori di queste infusioni si notano nel dittico a fine scaletta:
Airless è l’appropriazione (scretching compreso) del sound di Bristol trasfi-
gurato in un psichedelia circolare; Aug 30 è la versione 2.0 di Succour, im-
Non più legati alla forma canzone della tradizione rock, Seefeel, E.A.R., Main preziosita da un delicato equilibrio tra vuoti e pieni (in pratica una colonna
e Sonic Boom, aprono nuove strade e nel contempo chiudono i ranghi sonora per un film futuribile).
dietro di sé portando la musica isolazionista tutta a un punto morto. Nel Alla fine della nostra intervista chiediamo a Sarah se i Seefeel siano qui
1996, ci ha raccontato Peacock nell’intervista, “ne avevamo abbastanza gli per rimanere. Lei ne è convinta. C’è persino del materiale inedito inciso di
uni degli altri” ma probabilmente erano lei, Seymour e Fletcher ad averne recente e altro che non è confluito nell’album. Ora parte il tour e dopo My
abbastanza di Clifford, dato che nemmeno il tempo di annunciare lo stop Bloody Valentine e Primal Scream a ricordarci l’eredità dei Novanta al ter-
Seefeel e loro tre si erano imbarcati nel progetto Scala, addirittura ripren- zo posto mettiamo proprio loro.
dendo in formazione Mark Van Hoen.
Clifford, da quanto raccontato in una lunga intervista rilasciata nel 2003,
era a suo modo stanco di essere quello che tirava le fila del discorso musi-
cale, mentre – a suo dire – gli altri tre non avevano concrete proposte da
fare al gruppo. O se ne avevano, non le esprimevano così apertamente. Di
sicuro lui aveva in mente già altri percorsi musicali, che si sono concretiz-
zati in un percorso solista iniziato già nel 1995 con Disjecta e proseguito
anche sotto altri moniker.

Palingenesi
Tutto rimane sospeso nella bolla di metà anni Novanta fino a quando la

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Recensioni — cd&lp

highlight
AA. VV./Planet Soap - After Silkworm (Car Crash Set, Dicembre 2010)
24 Grana - La stessa barca (La Canzonetta, e Rocchetti ci hanno accompagnato per mano - con la Genere: uonchi/steps
Gennaio 2011) violenza del rumore, o con una spinta fantasmatica - in After Silkworm è un progetto importante e speriamo faccia anche da catalizzatore nel lungo e lento
Genere: rock partenopeo tutti questi anni. Ma cosa rimane di peculiare nella fir- cammino verso la definizione di una scena credibile di produttori italiani. Diciassette remix a partire dai
Se una band decide di rivolgersi a Steve Albini in occa- ma 3/4HadBeenEliminated, della “band” tre quarter? sette pezzi dell’EP Silkworm (7.0/10), materiali già ottimi che qui vengono completamente trasfigurati/
sione del decimo album, significa che ha voglia di recu- L’album numero quattro della formazione, in un certo ricreati ed esplodono in tutte le direzioni, sancendo il riconoscimento della qualità del prodotto e l’inte-
perare l’estro basale smarrito nel pelago dei tentativi. senso, ce lo spiega. resse in generale per le produzioni nostrane da parte degli addetti ai lavori fuori confine. Il primo passo
Un bel lavacro d’autenticità, di suoni essenziali e buo- Primo: occorre arrendersi alla elevatissima capacità di per riconoscerci è essere riconosciuti dagli altri? E’ un’interpretazione possibile.
na la prima, di piglio brusco ma pulito modello live in produzione di qualità del trio. La formula è semplice. Quattordici dei diciassette remixer al servizio di Planet Soap (duo di producer dalla provincia di Monza)
studio. Sembra proprio il caso dei 24 Grana, che dopo Trovare un concept adeguato e riuscire a scavarlo dal sono stranieri: russi, francesi, olandesi, tedeschi, americani, giapponesi. Le
escursioni più o meno felici in ambiti pop-rock e ten- pieno con la padronanza dei mezzi. Sì, perché anche produzioni sono tutte cesellate e d’impatto - la qualità è altissima - e de-
tativi di sofisticare la calligrafia, hanno deciso di rifarsi l’elettroacustica è un mestiere, una pratica, eccezional- scrivono analiticamente quella che in sintesi possiamo definire una koiné
una verginità ruvidella, immediata, essenziale. Saggia mente intelligente e sofisticata, se vogliamo, ma pur elettronico-produttiva che deve tanto dall’hip hop quanto alle mutazioni
decisione. Questo La stessa barca è venuto fuori pro- sempre soggetta a condivisione. I ¾ sono maestri in della lingua madre electro, con tutte le possibili emanazioni/filiazioni.
prio bene. Disco che vola basso, ad altezza marciapie- questo: nel rendere abbordabile quella prassi, riem- Su una base comune allora che è quest’ibrido bipolare wonky/step (e che
de, raccontando storia urbane, d’ordinaria quotidianità pirla di umanità, nella forma degli archi (vedi Oblivion ritroviamo particolarmente “puro” nell’asciuttissimo pezzo a firma di Harri-
partenopea e oltre. Part II) oppure - inevitabilmente - con la componente son Blakoldman, il secondo della tracklist), si impone di volta in volta come
L’estro wave che sfrigola d’allarme la chitarra, il canto vocale, seppure spesso strozzata, flebile come l’ultimo un’essenza diversa (che sia un genere, una scelta timbrica, un’atmosfera) a
laconico, la spinta cruda della ritmica: triangolazione respiro. determinare l’aroma, il sapore, la consistenza persino di ciascuna traccia:
agile per un’efficacia nuda che esalta pezzi forse non Nelle quattro parti di Oblivion, frastagliatissime nel fra- spacey (diversamente declinato da UXO, Miqi O., Kay Tee, Pixelord, Demokracy), noise/effettistica in-
trascendentali ma benedetti da una bella immediatez- seggio di atmosfere, di mondi cosmici, sono pur sem- dustrial-postfidget (+verb, Damscary, Moa Pillar), electro-funk & dintorni (B-Ju) e ancora tech-house
za come Turnamme a casa e Ombre (essenze mediterra- pre rintracciabili le dilatazioni della forma canzone, dei (Coco Bryce, 3 Is A Crowd), electro-dancehall (Moresounds, DZA), praticamente footwork (Apes On
nee e indolenzimento ridanciano Wilco), stuzzicando nodi lirici continuamente perturbati da trovatismi ed Tapes), mutazioni tribal (Halp, BD1982), fino al Dilla elettronico di casa Planet Soap (la conclusiva title
il nervolino del dub nelle guizzanti Ce pruvate Robé e elettroniche (Oblivion Part III), eppure costantemente track). Goduria. E tutta una scena che ribolle e sta per uscire fuori dal pentolone.
Salvatore, cogliendo quindi il petalo dell’urgenza con ripresi, come elemento centrale nell’economia am- (7.5/10)
Malavera, ispirata alla triste vicenda carceraria di Ste- bientale dei brani. Ci sembra un tratto distintivo e un Gabriele Marino
fano Cucchi. Forse i pezzi meno riusciti sono  Cenere lascito fondamentale, nel quadro in cui si muove que-
(un po’ troppo Steve Rogers Band) e la vagamente sta musica.
stucchevole Germogli d’inverno (che ricorda a livello Il compimento è tutto nel finale: una struttura schele-
omeopatico One Of Us di Joan Osborne): curioso che trica che elabora una melodia minima (voce e chitarra)
si tratti di due dei tre pezzi in italiano (l’altro è la piutto- e la rende una macchina dal moto perenne, fino a chiu- tillante e nel coraggio a cimentarsi con tradizioni sco- linconia e gioia, di fisarmoniche e sarabande fiatistiche,
sto solenne e folkeggiante Oggi rimani laggiù). Tirate le dere l’album e lasciare questo segno nella memoria, nosciute e lontane - che il segreto della musica migliore però ispessendo le trame sonore (magistrale l’articolata
somme, massì, è un buon disco. cosparso dei suoni che l’hanno preceduto. sta nella contaminazione. Nelll’appropriarsi di qualcosa No Rest For The Wicked), soprattutto riportando a casa
(6.8/10) Parlandone dal vivo, Stefano Pilia ci confessa di vede- non  tuo, che hai osservato dall’esterno e hai succesi- loro l’est europeo e mescolando ulteriormente le car-
Stefano Solventi re HadBeen come una formazione fissa - dall’identità vamente conosciuto; nel quale hai infine infuso la tua te nel Mediterraneo della mente di The Loser e in una
lampante, aggiungiamo noi, e destinata a durare. esperienza e il tuo retaggio fino a un risultato che va Mana Thelo Enan Andra in gira sul Gange. Senza incap-
3/4HadBeenEliminated - Oblivion (Die (7.3/10) oltre la semplice somma delle parti. Da bravi busker che pare mai in cali ispirativi e anzi approcciando il cantato
Schachtel, Dicembre 2010) Gaspare Caliri il mondo lo girano e ti ci fanno girare, insomma, e che con atteggiamento ancor più disinvolto e accorato, ad-
Genere: elettroacustica ora  lanciano un personale marchio (scelta “pesante” dirittura  indicando futuri sviluppi in una sensazionale
Non esiste più il post-rock. Con gli occhi di oggi, an- A Hawk And A Hacksaw - Cervantine (LM oggi,  nello specifico caricata da un ulteriore ed enco- title-track giustappunto tra bolero e cieli di Messico e
che i Gastr Del Sol li ascolteremmo con altre orecchie. Duplication, Febbraio 2011) miabile scopo: collocare sotto i riflettori nomi rappre- nel respiro impalpabile di Lujtha Lassu. Bellezza messa
Non possiamo che trovarci ad affrontare Oblivion con Genere: total folk sentativi di un’Europa orientale cui seguitano a ispirarsi) su nastro nel tepore  di Albuquerque avvalendosi del-
l’abitudine dell’elettroacustica, della sperimentazione Jeremy Barnes e Heather Trost hanno perfettamente e allestiscono un nuovo tassello della propria indagine. la presenza dei  fratelli Stephanie e Chris Hladowski
e lavoro certosino e meditatissimo verso cui Pilia Tricoli compreso - nella loro discografia parsimoniosa e scin- Il quale si muove da dentro quel misto collaudato di ma- (a voce e bouzouki: polacchi d’Inghilterra, ovviamen-

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te...), come a voler porre un sigillo significativo a qual- per queste sonorità, in definitiva di nuove scene. Ecco, Ma non si limita a questo, perché ogni contributo for- le menti della Infiné e tra gli organizzatori del festival
cosa di vibrante e romantico. In una parola: di vivo. il materiale contenuto in questa raccolta della Planet nisce da par suo un angolo di visuale più o meno spo- di Lione Nuits Sonores - ha pensato di getto, invitan-
(7.3/10) Mu è un tentativo di andare in tale direzione. stato, diverso, che mette alla prova forma e sostanza do degli amici a casa a registrare. Tra questi Seth Tro-
Giancarlo Turra Le coordinate della compilation sono, come suggerisce degli originali, il loro perpetuarsi mutando, di memoria xler, uno dei più grandi spinners del momento che in
il titolo, essenzialmente due: Chicago, base geografica che sfida se stessa. Folktronica oppiacea, dance-wave Souless Dreamer tira fuori una voce da urlo, il mito per
A Small Document - The New Middle Ages condivisa dagli artisti in questione, e footwork, gene- sincopata, incantesimi asprigni e ghigni brumosi: lo l’etichetta - già esaltato nel lavoro di Francesco Trista-
(Red House Recordings, Gennaio 2011) re il cui epicentro musicale ruota attorno all’uso retrò zibaldone hardcore-noise-dream-pop-folk di Corgan no - Carl Craig che presta la sua anima in una bomba
Genere: psych garage - leggi ‘80 - dei sample quando cioé campionare signi- e compagni subisce una trasfigurazione formidabile e come Speechless e per finire la voce splendida che non
Metti un trio toscano alle prese con una magnifica os- ficava poter registrare frammenti miserrimi formando (in)dolente. sembra nera (ma che invece lo è) di Kid A, la scoperta
sessione. Anzi, con una ressa di ossessioni che l’impeto, loop brevissimi e frenetici, spesso più legati alla voce Delle 28 riletture potremmo segnalare la deliziosa americana dell’uomo Agoria.
l’attitudine e - massì - una certa dose di talento riesco- che al suono, alla riduzione dei brani nelle matrici più stralunatezza dei Music For Eleven Instruments (alle Un nuovo modo di ripensare la house più melodico,
no a fondere in una sola. E’ il consueto procedere del scheletriche, costruiti sull’aritmia di pochi elementi rei- prese con To Forgive), un waitsiano William De Marion che salta il passato prossimo del french touch e si ricol-
rock, una strategia di sintesi più o meno cruciali, uno terati; ad un avvicinamento spirituale all’hip-hop ver- (Where Boys Fear To Tread), un alcolico Feldmann con lega di striscio a quel sentire che Air e St. Germain fra
smarcarsi utilizzando in modo possibilmente inedito le sante Antipop Consortium (vedi Ima dog di dj Nate), Cesare Basile e Micol Martinez (Bullet With Butterfly gli altri avevano potenziato con le loro proposte qual-
tecniche dei “maestri”. Nel loro piccolo - e quanto sia ef- nonostante i bassi rimangano fedeli al dubstep-wonky. Wings) ed ovviamente i “padroni di casa” Albanopower che lustro fa. Occhio però, non c’è lounge qui. L’unica
fettivamente piccolo o potenzialmente grande lo dirà, Tra i migliori interpreti di questa compilation si segna- bravi ad estrarre sogni di celluloide da Tonight, Tonight cosa acustica che Seb tira fuori dal cilindro è il suono
come sempre, il tempo - gli A Small Document piaz- lano allora dj Roc, dj Diamond dj Nate e dj Trouble, che  e malie esistenziali da Bodies. E sia chiaro che non ci- del pianoforte, uno strumento che ormai connota le
zano un bel dribbling, si fanno spazio, aggrediscono lo riescono più di altri di marchiare il battito del disco, tandoli facciamo torto ad un bel po’ di gente. La Sicilia solide basi della sua etichetta e un rinnovato interes-
schema. E insaccano un buon punto. ampliando le strutture musicali di samples ora indu- è arguta, sensibile, viva. E generosa: il download è rigo- se per la melodia in setting house di qualità (e quindi
Vista alla moviola, l’azione esala proto-grunge, garage strial ora new age. rosamente free all’indirizzo www.42records.it/albano- anima).
psych, accenni lo-fi e sprazzi wave-noise. A velocità nor- Costruita su 25 brani che difficilmente superano i tre pumpkins/. La non permanenza del titolo è l’essenza delle nuove
male è una bella botta d’acido e adrenalina. Soprattut- minuti, la compilation ha il merito di mettere  a fuoco (7.4/10) proposte di questi ragazzi che svicolano dalla lezione
to la prima parte di questo album d’esordio The New la prospettiva su una realtà, forse ancora troppo simile Stefano Solventi snob della capitale e si affacciano in modo personale
Middle Ages, è roba che farà felice i neuroni affama- a qualcos’altro per riconoscersi in uno stile completa- alle infinite stande del mondo del ritmo. Ben arrivato
ti di vibrazioni acide. Si va da una Muddling Head che mente autonomo, ma comunque da testimoniare. E in Ad Bourke - Mirage (Citinite, Dicembre Seb.
ipotizza il lato hardcore dei Foo Fighters ad una Song tutto ciò, la Planet Mu si conferma etichetta affidabile 2010) (7.25/10)
Of Robespierre che mette l’invettiva laconica e beffar- e di qualità. Genere: wonk boogiefunk Marco Braggion
della John Lydon al centro di una strategia protopunk, (7.3/10) Il Dam-Funk de noantri? Beh, è questo il primo pen-
passando dal caracollare Pavement della title track ad Stefano Gaz siero che passa lecitamente per la testa ascoltando Mi- Arnaud Fleurent-Didier - La
una travolgente New Strange Red Flavour, ovvero i Pe- rage. Pur partendo dagli stessi presupposti e con una reproduction (Sony BMG Music
arl Jam in nevrastenia Dead Boys, per approdare alla AA.VV. - Mellon Collie And The Infinite sensibilità affine, Adam aggiunge un tocco wonky (nel Entertainment, Gennaio 2010)
melassa tormentata Cobain di Shock Down. Power (42, Dicembre 2010) senso del barcollamento ritmico) e un certo gusto per Genere: pop, french
C’è nella loro calligrafia una muscolarità losca e im- Genere: remake strutture quasi-progressive rispetto al guru boogiefunk Primo lavoro uscito con Sony per il talentuoso cantau-
petuosa, però continuamente irrorata dalla vena folle L’idea meravigliosa è venuta in mente agli Albano- di casa Stones Throw. tore francese,  dopo l’esperienza con una label giap-
che diresti Soft Boys via Flamin’ Groovies e da una power: confezionare un album-tributo ad un album- Sette strumentali e una Cosmic Connection (title omen) ponese e con la francese French Touch. La reproduc-
foga torbida Stooges, come ben dimostra Desert Road, cardine dei Novanta, Mellon Collie And The Infinite in doppia versione, con i vocals di Amalia (e il pezzo tion è il secondo LP solista di Arnaud Fleurent-Didier,
il pezzo migliore di un ipotetico lato B che pur difen- Sadness degli allora enormi Smashing Pumpkins. ne guadagna, è una strada da battere di più), in un tri- album  composto nel piccolo scantinato dell’artista, a
dendosi bene non ripete l’eccitante sequenza iniziale. Anzi, più che un tributo un remake, nel solco di quanto pudio di synth e motivetti oldie riletti con la sensibilità Place de Clichy, Parigi, è una perfetta commistione di
Basta e avanza però per un’impressione globalmente fatto dai Flaming Lips col Dark Side Of The Moon, per del nerd Duemila. Gustosissimo, artigianale, sentito, generi, riferimenti e sguardi, dal pop al punk passan-
positiva. intendersi. Ora, vuoi perché nel frattempo il progetto si solo apparentemente derivativo (Dam e Ad hanno per- do attraverso le variazioni su Marilou tanto care a Ser-
(7.1/10) è allargato a virus alla cerchia dei tanti (circa cinquanta) corso la loro strada in parallelo), e però il nostro può ge Gainsbourg. Un album che nasce a partire dall’idea
Stefano Solventi amici musicanti, vuoi perché l’impresa era di quelle che sicuramente variare di più e soprattutto spingere più della riproduzione, intesa come infinito possibile ripe-
senza un (mica tanto) piccolo aiuto è difficile sfangarla, a fondo. tere, ricreare, riprodurre, nel mondo contemporaneo:
AA. VV. - Bangs & works vol.1 (a Chicago fatto sta che ne è uscito un (doppio) album corale. Che (7/10) riproduzione sessuale, riproduzione ideologica, ripro-
footwork compilation) (Planet Mu paga pegno quindi al difetto tipico delle ammucchiate, Gabriele Marino duzione, tutta, in buona sostanza, meccanica, non na-
Records, Dicembre 2010) ovvero una giustapposizione di calligrafie non sempre turale. La riproduzione di cui parla Didier è quella, an-
Genere: Footwork contigue, di sensibilità e frequenze incongruenti. Agoria - Impermanence (InFiné, Febbraio che, del ripetersi che consuma, allontana i significati, il
Dopo che la Hyperdub ha lanciato la compilation, Five Tuttavia possiamo ben dirlo un lavoro riuscitissimo, 2011) valore di tutte le cose, togliendo loro la magia dell’origi-
years of Hyperdub, primo lucido riassunto sui linguag- perché celebra la persistenza del “marchio” Mellon Col- Genere: melodic house nario (Reproductions) . La copertina è una chicca: ritrae
gi dubstep, wonky, grime, sembra sia iniziata una corsa lie nell’immaginario d’una generazione che o lo ha co- Un disco di elettronica pensato per essere ascoltato infatti un Didier che sostituisce il nostro Nanni Moretti
alla ricerca di nuovi sviluppi e orizzonti da esplorare nosciuto in diretta o si è fatta cullare dalle onde d’urto. dall’inizio alla fine. Un disco che Sébastien Devaud - tra in una delle migliori scene del film Bianca (1983), quella

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il cui il protagonista si trova a osservare la riproduzione, ce di un sound da sogno profondamente ambizioso. highlight
in ogni angolo della spiaggia, dell’immagine di coppie Dream pop? Forse, ma solo per il modo in cui aggredi-
in amore. Il protagonista proverà dunque a riprodur- sce i sensi e per le suggestioni oniriche. In un genere AA. VV./Xabier Iriondo/Massimo Falascone/A Spirale/Amuleto/Ossatura/Tumble -
re,  lui stesso, in modo meccanico, quello scambio di che storicamente sacrifica il ruolo delle voci femminili, Musica Improvvisa (Die Schachtel, Ottobre 2010)
effusioni, buttandosi addosso a una donna  libera  ve- riducendole a presenze diafane, l’ugola della Chiku- Genere: impro
nendo naturalmente allontanato, brutalmente deriso e date sarebbe quanto mai fuori posto. Gli Asobi Seksu Più che un manifesto un vero e proprio monumento. Le dimensioni innanzitutto: 10 cd (più un dvd) per
insultato da tutti i presenti. Nell’album trovano radice e scelgono invece di valorizzarla allestendo un impasto 10 progetti più o meno estemporanei che sono una vera e propria cartina al tornasole della scena im-
provvisativa italiana. A scorrere i nomi si ha già la dimensione del tutto: Xabier Iriondo, Francesco Dillon,
spazio i ritratti di un giovane uomo nella Parigi di oggi, sonoro ricchissimo, fatto di lucido e solidissimo electro
Ossatura, Andrea Belfi, Massimo Falascone, Elio Martusciello e moltissimi altri, prestano le loro musiche
tra una dissoluta vita amorosa e riflessioni politiche pop, percussioni tronituanti e rumori digitali assortiti. in modalità rigorosamente impro alla label che, per estetica ed etica, meglio rappresenta il panorama
sull’educazione ricevuta dalla famiglia, sul possibile de- Dello shoegaze rimangono le distorsioni, calde e sem- italiano.
stino che toccherà alla sinistra e alle generazioni che in pre molto fisiche. E’ un bouquet di profumi inebriante, L’onore dell’apertura spetta ai napoletani A Spirale con Viande, 12 pezzi untitled che si muovono tra jazz
essa riporranno la propria fiducia (French culture, Mémé il loro, forse pefino stordente; un fiume in piena che tal- inform(al)e e concretismi dall’animo rock. La nenia rock-autistica della quinta traccia, i contrappunti del
68). Riflessioni amare, quelle di Didier, che vivono su volta rischia di perdersi in mille rivoli, ma quando tro- sax di Gabola nella nona, il free-jazz starfuckersiano della penultima non sono che esempi di un sentire
una varietà musicale eccezionale, attenta soprattutto va unità grazie ad un potente tema melodico (è il caso musicale libero, insieme sempre ostico e in tensione. Dietro Amp 2 troviamo Gandolfo Pagano (chitarra),
alle composizioni dei grandi autori di colonne sonore dell’affascinante Trails), travolge inesorabilmente. Dario Sanfilippo, Domenico Sciano, Antonio Secchia (tutti al laptop) e Andrea Valle (percussioni) quin-
(Morricone in primis) senza dimenticare mai certi ba- (6.9/10) tetto che sposta l’asse verso l’impro-elettronica da laptop. Hopeful Monster consta di 5 pezzi in cui l’elet-
tronica riduazionista si fa collage sonoro multiforme, aiutata da una notevole predisposizione al ritmo.
rocchismi conterranei come quelli di Michel Polnareff Diego Ballani
Fratturato e frantumato, continuamente in coazione coi live-tronics dei tre pc, trova nella lunga opener
(noto in tutto il mondo per la sua eccezionale Love me,
Parent-Explains la sua migliore forma.
please love me  baluardo della chanson d’amour tutta Banjo Or Freakout - Banjo Or Freakout Cambio di atmosfere radicale con 11h15:Local Weather Forecast a nome Amuleto, ovvero Francesco Dil-
miele, classicità e violini) o di Pierre Vassiliu, uno di (Memphis Industries, Gennaio 2011) lon e Riccardo Wanke. Ci si sposta sul versante di un minimalismo dilatato e volatile (Mind The Gap Pt.2), di
quelli a loro volta già avanti pur senza dimenticare le Genere: Elettronica, Glo matrice droning (il crescendo di Final Del Juego) via via sempre più spettrale. La conclusiva Cani Neri è di
tradizioni. Moltissimi altri nomi potrebbero essere con- Dopo i Disco Drive e dopo Walls giunge al traguardo una evanescenza encomiabile. Su panorami decisamente più avant si muove l’accoppiata Xabier Iriondo-
siderati ispiratori di Arnaud Fleurent-Didier, tuttavia è dell’album anche il progetto solista di Alessio Natalizia, Roberto Sassi sotto le mentite spoglie di An Experiment In Movement. L’interazione tra la celebre mahai
soprattutto convincente la sostanziale unicità di que- alias Banjo Or Freakout. Le tante buone premesse del metak autocostruita per il lungocrinito e le chitarre di Sassi crea immaginari landscapes fatti di corde in
sto cantautore che potrebbe diventare facilmente una musicista di Vasto trapiantato in Inghilterra hanno cre- opposizione dolce/aspro (The Earth Abstracted…) o pieno/vuoto (la prima parte di Wreckage in Gaddani),
lontano da qualsiasi cosa del genere si sia sentita negli ultimi anni.
sorta di other side del cantautorato francese mentre ato, tra mp3, EP, 7” e cassette, una certa attesa anche
In Territori, accreditato a Ligatura (Alessandro Giachero, piano, Maurizio Rinaldi, chitarra, Andrea La mac-
dall’altra parte Biolay, giustamente, impera. La repro- tra media specializzati molto importanti quali la stessa
chia, contrabbasso e Fabrizio Saiu, percussioni), ci si muove sul crinale tra contemporanea e jazz cameri-
duction si presenta come un concept album pop riu- Pitchfork. stico meno conforme, in cui la ricerca sul suono è funzionale alla creazione di un “estemporaneo processo
scitissimo che non rinuncia, nelle ossa dei propri suo- Rispetto a quanto sentito finora Banjo Or Freakout suo- di rappresentazione di un territorio”. Impro-psicogeografia? Da parte loro, i veterani Ossatura (Elio Mar-
ni, a classicità e accurati inserti elettropop, e anche se na giustamente più uniforme e vanta la produzione tusciello al computer, Fabrizio Spera alle percussioni, Luca Venitucci al piano) si fanno accompagnare dal
qualitativamente i singoli pezzi risultano a tratti meno più importante ed equilibrata di Nicolas Verhens, già clarone di Gene Coleman e dal violoncello di Marina Peterson. Nata per “investigare le connessioni tra
sorprendenti delle perfette hit contenute nel prece- visto con Deerhunter ed Animal Collective. Certo chi suono elettrico e acustico”, la line-up si muove intensa nelle 4 lunghe tracce tra flusso di coscienza elettro-
dente Portrait d’un jeune homme en artiste, la maturità ama la bassa fedeltà e l’attitudine home-made dietro a acustico (Non Prima) e contemporanea più astratta e colta (Non Più).
di questo disco è eccezionale e ciò è sottolineato, non simili progetti potrebbe rimanere parzialmente deluso, Fabrizio Spera è protagonista anche in Thau, in cui condivide la scena con la cantante Sabina Meyer, coi
in ultimo, da una produzione pressoché impeccabile. ma d’altra parte fin dagli esordi Alessio ha sempre ma- fiati di Hans Koch e col basso di Paed Conca. Ambito di riferimento principale è, giocoforza, quello della
sperimentazione vocale, tanta è la forza attrattiva della vocalist svizzera. L’apporto degli strumenti però
(7.8/10) nifestato un gusto più personale ed ‘europeo’ rispetto
non è secondario, muovendosi agile tra lande avant-, concretismi e contratture ritmiche camusiane. In
Giulia Cavaliere ai luoghi comuni del cosiddetto glo: molto meno scaz- For Tumbling, Andrea Belfi e Attila Faravelli, in arte Tumble, vanno di interazione tra computer/giradischi,
zo e molta più attenzione al dettaglio, molta meno ‘fre- il primo, e batteria/elettronica, il secondo. Un procedere ipnotico (Trampoline) e tentacolare (Gymnastic
Asobi Seksu - Fluorescence (Polyvinyl akadelia’ e molta più cura per gli arrangiamenti. Molto Apparatus) che ha nella stratificazione ritmica - afro, dub, kraut, ecc. - la sua spina dorsale e che si fa ap-
Records, Gennaio 2011) meno Syd Barrett e molto più Jason Pierce, insom- prezzare per eclettismo e originalità.
Genere: Psycho pop ma. Ancor più corposa l’esperienza Wintermute (Xabier Iriondo accanto alla batteria di Cristiano Calcagnile e
Ai tempi del loro secondo album, il bellissimo Citrus, Ora questa attitudine fin qui contenuta sfoga in un ai sax di Massimo Falascone). Episodio più latamente rock del lotto, mette in scena singulti e sbuffi tra art-
del combo newyorkese si esaltò l’eleganza e la genero- esordio ancora perfezionabile ma già di rilievo, che esce rock claudicante (Neuromancer) e impro-jazz deragliante (Molly, The Razorgirl), per un album corrosivo e
sità degli arrangiamenti che non si limitavano a rivesti- da una nicchia per sboccare in un’altra ben più grossa compatto. In Elliptical - Fotopartiture Per Tre Improvvisatori, Marco Ariano, Elio Martusciello e Gianfranco
Tedeschi aka Xubuxue interagiscono coi visuals di Pietro D’Agostino nell’accluso dvd per una perfetta
re di feedback delle melodie ad alto tasso di glucosio. ponendo così l’intero progetto sul medesimo gradino
dimostrazione del legame genetico tra elettroacustica d’avanguardia e ricerca visiva concettuale.
Si mise inevitabilmente l’accento sulle capacità canore degli altri sopra citati: il già ampio spettro di influenze
Musica Improvvisa è un vero e proprio monumento alle musiche altre, un laboratorio in cui esperienze
della brava Yuki Chikudate capace di prendere il grup- e richiami che caratterizzava l’opera precedente non si ed estetiche differenti dialogano per riplasmare la musica dal di dentro. In un parola, un capolavoro.
po per mano e portarlo a spasso in un fitto bosco di è certo ristretto, eppure ora si riesce a scorgere un le- (8/10)
infiorescenze rumoriste. Dopo un album interlocutorio game più netto tra i singoli brani laddove prima tutto Stefano Pifferi
come Hush, il nuovo Fluorescence sposta un pò più in suonava ancora come un intrigante assemblaggio di
alto le quotazioni artistiche della band che oggi è autri- buoni spunti. Ancora più precisamente, se le coordi-

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nate per avvicinare la musica di Banjo erano e riman- vativa dei torinesi Baroque i quali, attingendo senza so- highlight
gono quelle dell’elettronica, del dream-pop e di certo sta da un universo musicale vastissimo, non mancano
space-rock degli anni 90, opportunamente depurati da comunque di una propria originalità conferita soprat- Akron / Family - S/T II: The Cosmic Birth And Journey Of Shinju TNT (Dead Oceans,
ogni sontuosità e riletti in chiave più intimista, qui tale tutto da un’evidente bravura nel lavoro di composizio- Febbraio 2011)
caratteristica diventa spesso il trampolino per interfac- ne e arrangiamento. Dietro a una certa ingenuità, di cui Genere: folk-rock collettivo
ciarsi con molto altro. Così, mentre 105 strizza l’occhio sono ricchi, soprattutto, i testi, questo Rocq è un lavoro Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free era un disco della ricucitura, del dopo Gira, del dopo fuoriuscita di Ryan Van-
a quell’altro italiano/nonitaliano di Jonathan Clancy, che si struttura in modo deciso, forte certamente delle derhoof. In fondo dichiarava qualche debolezza di una delle band più importanti degli ultimi dieci anni.
Can’t Be Mad For Nothing ipotizza remix per gli stessi ottime capacità dei suoi autori nel lavoro sporco con la Gli AF non avevano mai temuto di essere semplici o complessi a seconda delle richieste del pezzo, e per
Animal Collective; Move Out usa come pretesto il so- strumentazione. dirla tutta di come gli andasse in quel momento. In seguito al capolavoro Love Is Simple, però, hanno
lito drumming di Just Like Honey per un folk languido Filastrocchesco, danzereccio, istrionico e un po’ punk avuto un po’ di timore di semplicità, come se essere eclettici fosse diventato
alla Cass McCombs; Dear Me declina le chitarre di Black nell’attitudine, ricorda Le Vibrazioni e le schiaccia, tal- un dovere della family, come se tenere insieme le diverse anime del combo
Scratches in un tunnel cosmico di rara suggestione. volta, per intuizioni melodiche non banalizzanti avvici- fosse più difficile. Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free era forse un modo di trattare
(7.2/10) nandosi ai migliori Decibel, quelli di Vivo da re. Capaci questa specie di lutto interno, per quanto la separazione da Vanderhoof -
Simone Madrau di giocare con le voci e di scattare da chitarre ardite (la ci assicurarono ai tempi - fosse avvenuta in termini sereni e consenzienti, e
festa dell’alloro) a pianoforti dandy (parlapetalo) in un infatti si sentiva, all’interno di questo eclettismo ricercato, un tono minore
Barbagallo - Quarter Century (42, modo che di certo non dimentica i primi Queen (il ca- nell’umore, anzitutto, una mancanza di vivacità colmata dalla complessità
Gennaio 2011) maleonte), i Baroque si dimostrano una realtà dall’inso- dalla ricerca.
Genere: avant pop-rock lita personalità, un progetto che senz’altro va tenuto Con The Cosmic Birth And Journey Of Shinju TNT vanno diretti al presen-
Tempo poche settimane ed al Quarter Century EP d’occhio. te, si presentificano cioè con un nuovo disco omonimo (dopo il primo) e con tutta la positività - e la com-
segue un album intero che di quello riprende il tito- (6.2/10) pattezza di produzione - da trip buono di cui sono capaci. Tornano i cori, la chitarra poderosa (dall’iniziale
lo e ne completa gli intenti. Quattordici le tracce per Giulia Cavaliere Silly Bears a So It Goes), la giovialità, l’euforia e la “collettività” 100% Akron/Family, su quel tema folk-rock
una scaletta che espande ulteriormente le coordinate, collettivo che tanto abbiamo battuto qui a SA. Una percentuale piena che non a caso va di pari passo con
stabilizzandosi in orbita ellittica sopra una Canterbury Bart Davenport - Searching For Bart un self-titled n° 2, l’esse-tì della maturità. Non c’è eclettismo ma un naturalissimo pescare nel variegatis-
robotica e lo-fi, spacciando patafisica e amarezze con- Davenport (Antenna Farms, Febbraio simo ventaglio di possibilità che sta nelle corde Akron/Family e costruisce né più né meno che canzoni,
crete, art wave e avant-jazz, folk-prog ed electro-am- 2011) splendenti pezzi di melodia e lieta arguzia compositiva.
bient. Ai cinque pezzi già noti si aggiungono tra gli altri Genere: Acoustic pop C’è poi un’altra arma, l’ironia: nel titolo, nel fatto di aver composto il vulcano di idee musicali in un vulcano
episodi di ossessiva ebbrezza come il valzerino lunare Attraverso dodici riletture di brani altrui, Bart Daven- giapponese attivo (sull’isola di Hokkaido). Si prendono in giro da soli quando chiamano A AAA O A WAY un
di Tx313, quella Great Sun che fa galleggiare lo spettro port ci racconta la propria anima di cantautore soft, bozzetto di coro (stereotipico) di repente trasformato in sofficissimo soul. E a scala più ampia i tre Akron
di Syd Barrett in un cocktail Flaming Lips-Gastr Del innamorato tanto del sole della California quanto del si rendono conto, da veri post-hippy, di quanto sia improbabile e improponibile essere realmente come
Sol, una Wake Up che battezza i Blur di spaesamento soul di Philadelphia, tanto del pop FM degli anni Set- loro, e del resto chi del gruppo ha davvero (senza il distacco dell’ironia) fatto una scelta massimalista e
Howe Gelb, l’estro power sclerotizzato di Town Calls, tanta quanto del Brasile di Caetano Veloso. L’artista di definitiva (vetero-hippy, forse) è proprio quel Ryan che ha deciso di separarsi dai compagni e di andare
il trip-hop accartocciato di Simon Templar e l’oppiaceo Oakland giunge alla quinta uscita solista, in una carrie- a vivere in una comunità buddista. I superstiti rimangono su quella soglia che, quando ci trova a proprio
lirismo futurista di The Crowd. ra cominciata nel 2002 e che dal 2006-2007 ha cono- agio, diventa solare e canzoniera, senza perturbazioni e jam (i tre nel 2010 ci hanno già dato dentro in To-
Se ti metti a contare i musicisti che hanno reso possibi- sciuto una certa popolarità nazionale con il progetto di tem 1, una sorta di replica di Meek Warrior, ma in sordina, pubblicato online qualche mese fa), e produce
le l’impresa, fanno una ventina compreso il “padrone di una vera e propria band a nome Honeycut. Ma è con dischi capaci secondo il produttore Chris Koltay di “trascendere le forze di Internet”. In grado, questo lo
casa” Carlo Barbagallo. Un lavoro corale e perciò varie- il produttore del suo quarto album solista che si incro- possiamo dire anche noi, senza preveggenza, di dimostrare che la band è ancora nel pieno delle proprie
gato, forse anche eccessivamente vario, tuttavia perva- ciano definitivamente i dati per inquadrare il personag- forze creative.
so da una palpabile progettualità, da una sola smania gio. Per Palaces del 2008, infatti, siede in console quel (7.4/10)
visionaria, quasi fosse la lucida frenesia espressiva di Kelly Stoltz che pochi mesi fa si guadagnava il plauso Gaspare Caliri
chi non conosce altre vie d’uscita o comunque non al- della critica mondiale con il suo pop psichedelico.
trettanto efficaci, gratificanti, necessarie. Per un album di cover, qui rigorosamente eseguite solo
(7.3/10) voce e chitarra, il vero valore aggiunto lo danno, oltre
Stefano Solventi che le capacità tecniche e interpretative, il gusto e la bossa di Maria Bethania (Veloso), il romanticismo corny Ben + Vesper - HONORS (Sounds Familyre,
classe. E Bart Davenport ne possiede quanto basta a ri- di Everyone’s In Love With You di David Byrne, il country Febbraio 2011)
Baroque - Rocq (Hertz Brigade, Gennaio appropriarsi di brani molto lontani dal suo mondo di ri- di Ramblin’ Gonna Be The Death of Me di Jansch o i Six- Genere: Pop oddities
2011) ferimento, come Better Days Ahead di Gill Scott-Heron ties di Wonder People dei Love. Poco meno di quaranta Per la seconda prova sulla lunga distanza la coppia dal
Genere: rock, glam e Come On, Let’s Go dei Broadcast. Altre riletture sono minuti piacevoli. Non è questo il senso del pop? New Jersey ritrova in console Sufjan Stevens, dopo
Una commistione sorprendente di hard rock, derivazio- meno sorprendenti, come Cayman Islands dei King Of (6.5/10) che li aveva già guidati nell’EP dello scorso anno, LuvI-
ni dal glam dei ‘70, un certo gusto per il pop da cabaret Convinience o You Get Brighter dell’Incredible String Marco Boscolo nIdleness, ed era già apparso nell’esordio All This Could
nonché, in modo evidente, per il prog e il beat nostrani: Band. Il ritratto delle influenze di Davenport mostra Kill You del 2007. L’impressione, già sottolineata quat-
questa è, in buona sostanza, la linea compositivo-deri- però, se non proprio eclettismo, almeno varietà, tra la tro anni fa, è di un duo ipersnob che sforna amenità

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sotto forma di canzoncine pop che spesso prendono intenso e generoso, aperto con l’omaggio all’inesauri- e registrando da soli, e mettendo in vendita via iTunes. Il andò a Tokyo per scrivere il suo primo album. Ciono-
direzioni impreviste (Knee-hi Wall), si accendono im- bile Thelonious Monk (una strapazzata e irresistibile loro Union del 2009 è il primo disco della storia che riesce nostante, chi avrà apprezzato Murmurs, opera prima
provvisamente (l’iniziale Adult vAcA, Cheers Up, Cheers) In Walked Bud) e chiuso trasfigurando fregole latine a entrare nella Top200 di Billboard senza essere distribu- di Caroline, troverà forse il seguito coerente, ma anche
o si avvolgono su se stesse e scompaiono (Find Your con Davito di Cal Tjader. Nel mezzo, sette originali che ito fisicamente, decretando un successo che li porta a fatto con economia di idee narrative, di una storia, pie-
Friend, How Are You).  smazzano eleganza obliqua (XYZ, Very Very Blue), verve un cameo cinematografico in Going The Distance (Amore na di delicatezza e di happy ending indie. I fan dei Mice
Il fulcro del sound è l’intreccio tra le due voci, baritona- arguta (Limone e panna, Thelonious Hat) e rarefatta in- a mille… miglia) con Drew Barrymore e Justin Long. L’atte- Parade, e tutti gli altri, arriveranno da un altro pianeta,
le e scazzata quella di lui, più leggera e rotonda quella quietudine (la title track). sa per il terzo disco, prodotto da Ethan Jones (Kings of e con tutta probabilità ci torneranno.
di lei, sempre in precario equilibrio melodico. L’impasto (7.1/10) Leon, Ryan Adams, Ray LaMontagne), è stata piuttosto (5/10)
riesce talvolta in maniera quasi perfetta (Holly Home?), Stefano Solventi alta, soprattutto in UK e USA. E dopo nemmeno un anno Gaspare Caliri
assieme a una serie di piccole invenzioni sonore che dal precedente, eccolo questo The Cold Still, rilasciato
bisogna tendere l’orecchio per cogliere pienamente, Black Eyed Peas (The) - The Beginning per la loro personale etichetta, la Absetee. Cave Singers (The) - No Witch (Jagjaguwar,
ma che rendono l’idea di chi li ha definiti “iene in stile (Interscope Records, Novembre 2010) La cifra stilistica non si sposta di molto dal precedente Febbraio 2011)
Disney che si ululano l’un l’altra”. Il culmine orchestrale Genere: crook mesh pop lavoro, mescolando sapientemente melodie e ritmi a là Genere: folk blues
della titletrack è materia dall’ultimo Stevens, mentre I Crookers non devono molto (moltissimo) al solo Kid Coldplay con atmosfere più scure e umbratili che furo- Terzo album per la compagine Cave Singers, trio di
l’appena precedente  Understruggle; Yay, Win gioca in Cudi, ma anche a will.i.am, che si è innamorato del no dei primi Editors. Queste le coordinate generali, con Seattle col pallino del folk blues rurale e la benedetta
territori Mirah. loro suono, li ha promossi e si è fatto produrre e ades- in più una ricerca dell’epica che funzionerà soprattutto impudenza di servirlo come il piatto del giorno. For-
L’impressione è che i due sposini abbiano un sconfina- so ricambia il piacere con l’ennesimo blockbusterone dal vivo, ma i Boxer Rebellion cercano di fare propri gli mula che si è guadagnata considerevoli consensi coi
ta discografia di psichedelia, nuggets-delia, folk e pop mesh pop blackeyedpeasiano mai come ora attento Smiths mescolandoli ai Radiohead (Step Out The Car). lavori precedenti, riproposta oggi in questo No Witch
elettro-acustico e che di volta in volta decidano di scri- ai fermenti anche di certe avanguardie dancefloor. Mentre l’unico motivo per inserire in scaletta Both Si- mettendo a punto la calligrafia e testimoniando una
vere nell’uno o nell’altro stile. Ne esce un pastiche che L’obiettivo - raggiunto - è sdoganare il suono Crookers des Are Even è lo spot a cui faceva da colonna sonora la certa freschezza in fase di scrittura. Detto che le vibra-
se da un lato attesta la duttilità e le potenzialità dei Ben anche “per chi non sa”, apponendovi sopra il marchio scorsa stagione. Sarà un successo e accontenterà tutti zioni sembrano propagarsi sotterranee tra Appalachi e
+ Vesper, dall’altro non si incolla alle orecchie. di immediatezza e affidabilità commerciale del gruppo coloro che cercano una valida alternativa a Chris Mar- Delta, i dodici pezzi sbocciano all’insegna di suggestio-
(6.5/10) ammerigano. tin e non tollerano più gli U2. Noi apprezziamo la coc- ni che abbracciano le decadi con buona disinvoltura,
Marco Boscolo Catchissima e furbissima, tanto sul versante broad che ciutaggine e l’onestà davvero indie che li ha portati alla dal country asperso gospel vagamente Iron & Wine
narrow, nonostante l’abuso di autotune e qualche nu- ribalta finora più importante della loro carriera, ma non dell’iniziale Gifts And The Raft al Mike Scott invasato
Beppe Aliprandi Jazz Academy - Natura mero seriamente irritante (Xoxoxo), questa marmellata crediamo che lasceranno un segno duraturo. Black Keys della conclusiva No Prosecution If We Bail.
morta con flauto (Ultra-Sound Records, pop a base di tastiere super-sature centra perfetta- (6.7/10) Nel mezzo, un bel po’ di umori Rolling Stones altezza
Dicembre 2010) mente l’obiettivo: divertimento, solarità, leggerezza. Marco Boscolo Beggars Banquet (le simpatie diaboliche di Faze Wave
Genere: jazz Will mischia commercial hip hop di lusso (Kanye west), e gli afrori d’hammond in Falls), estro Violent Femmes
Beppe Aliprandi è un sassofonista dal percorso tutt’al- electro-ragga, disco-funky (Daft Punk), ballad, filastroc- Caroline - Verdugo Hills (Temporary con strattoni Fleetwood Mac (la notevole Black Leaf), il
tro che lineare. Classe ‘39, ha professato jazz per tutti chine e tormentoni (un finale quasi pooo-po-po-po-po- Residence, Gennaio 2011) piglio un po’ John Mellencamp e un po’ George Har-
i Sessanta e i primi Settanta prima in chiave hard bop pooo-pooo), ricordi Ottanta&Novanta (New Romantics, Genere: indie-tronica rison (Clever Creatures) e certo retrogusto I Am Kloot
per poi darsi all’afro-cubana e confrontarsi con la tradi- Flashdance, Avril Lavigne) e accelerazioni fidget (non Sofficissime emozioni dovrebbero germogliare da Ver- (Haller Lake) per non dire Gomez (la deliziosa Swim
zione di New Orleans. Quindi, dopo un lungo periodo solo Bot & Phra ma anche Bloody Beetroots). dugo Hills, costruito con strategie che ricordano da vi- Club). Ancora un album sostanzialmente riuscito, però
di stacco per dare sfogo alla passione per le arti figu- Sono fashion beats per le masse, ma will.i.am è tutto cino i tentativi più morbidi della Morr Music. Nella pla- incapace - oserei dire per definizione - di scavare solchi
rative (vedi ad esempio l’immagine di copertina), ha fuorché uno sprovveduto, li cucina per bene, facendoli teale ricerca delle ovvietà di certi stati d’animo sta però inauditi.
dato vita al Jazz Academy, una vera e propria “struttura funzionare alla grande, con tutte le strizzate d’occhio al il difetto principale di Caroline Lufkin (membra attuale (7/10)
aperta”, un’accolita per musicisti con la voglia d’esplo- punto giusto. dei Mice Parade), e di quella voce angelica che fa pre- Stefano Solventi
rare seguendo le mappe immaginifiche tracciate in un (6/10) sto a diventare pilota automatico.
passato più o meno remoto, comunque grandissimo. Gabriele Marino Di buono, nel migliore dei casi (Waltz), c’è tutto ciò Celer/Yui Onodera - Generic City (Two
Da allora Beppe è un’autorità apprezzata e riconosciu- che sta in mezzo tra la batteria elettronica di scuola Acorns, Novembre 2010)
ta a livello internazionale, e quest’ultima incarnazione Boxer Rebellion (The) - The Cold Still indie-tronica e il canto celeste e fiabesco di Caroline. Genere: Ambient, field recs
della Jazz Academy - un quartetto acustico composto (Absentee, Febbraio 2011) Raramente, però, i due elementi di cui sopra rinuncia- Il nuovo album dei Celer arriva da una neonata etichet-
da vibrafono, contrabbasso e batteria oltre ai sax e al Genere: pop-rock no al protagonismo, connotando l’impianto in modo ta, la Two Acorns, curata dalla metà del duo Will Long -
flauto del leader - offre tutte le conferme del caso. So- Strane cose accadono nell’era della Rete che tutto perva- irrimediabile, non lasciando spazio a questo set di bal- e la cosa non ci stupisce data la prolificità della coppia.
strati eterei, cangianti e inesorabili fanno da canovac- de e permette. Prendete i Boxer Rebellion, onesta band late dolci di trovare una forma propria, che pur a volte In più, a inaugurare il catalogo troviamo un album nato
cio per trame improvvise e meditabonde, come fosse di pop-rock scuro ed epico. Nel 2005 il loro primo disco, cercano con una certa insistenza (Lullabye, Snow). dalla collaborazione con Yui Onodera, che ha contri-
il suono dell’intelligenza al lavoro mentre abbozza at- Exits, funziona bene, ma non abbastanza da indurre la Il sophomore della Lufkin, probabilmente, sta lì a cer- buito massicciamente alla cattura dei field recorder qui
mosfere, ritratti, sensazioni, situazioni. Stilisticamente Mercury a investire sul sophomore. I quattro si trovano care un’approvazione che sa già da chi cercare, e non presenti. L’intento di Generic City riguarda l’unione dei
in bilico tra post-bop e free, con qualche ammiccamen- così a un bivio: mollare o andare avanti cercando un’al- vuole esporsi a un altro pubblico. Non c’è traccia del- frammenti sonori raccolti dai tre nelle rispettive loca-
to ai prodromi fusion della “via silenziosa”, è un disco tra strada. Optano per la seconda opzione, producendo la metà nipponica della giovane ugola, che da Boston tion, Los Angeles e il Giappone, al fine di creare uno

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streaming di natura e suoni urbani, di spazi e luoghi benissimo quanto un prodotto come questo stia in highlight
che inglobano casualmente un passato, uno dei tanti (i piedi - e si venda - da solo. Ne hanno piena coscienza
canti al Buddha), e lo restituiscono in una quotidianità anche i ragazzi dei Dub Narcotic Studios e della K Recs, Animation - Asiento (RareNoise, Gennaio 2011)
globale, a volte austera, spesso fascinosa. evidentemente. Genere: jazz / drum&bass
In Generic City, il classico dronato Celer-iano incontra (6.5/10) Ai più suonerà quantomeno blasfema l’idea di rileggere in chiave drum & bass Bitches Brew di Miles Davis.
vari momenti concreti, come i passi nella metropolita- Gaspare Caliri Eppure Bob Belden e Tim Hagans sanno quel che fanno e non sono degli sprovveduti: il primo ex A&R
na, le conversazioni di adulti e bambini e una serie di Blue Note e curatore dei remasters di Miles Davis per la Columbia, oltre che sassofonista e arrangiatore ca-
mezzi (automobili, tir, aerei, bicilclette). Filo condutto- Cheveu - 1000 (Born Bad, Dicembre 2010) pace; il secondo trombettista sinuoso con tanto di nomine ai Grammy e uno
re è il flusso di coscienza, con una piccola novità, ossia Genere: Weird Pop stile in bilico tra Freddie Hubbard e lo stesso Davis. Uniti dalla passione che
l’idea di imaginary tale onoderiana. In pratica, un pro- Dopo l’antologia di demo e outtakes Cheveau del 2009, lega i proseliti al maestro - Hagans parla di Bitches Brew come di un disco che
getto ampiamente riuscito: costruire una città generi- secondo capitolo vero e proprio per il Capello francese. gli ha letteralmente cambiato la vita -, quella che, trasposta in ambito rock,
ca - o meglio, sui generis -, non solo un’impersonale to- Per l’atteso ritorno, i tre parigini smorzano la furia degli deve aver animato un paio di anni fa i Flaming Lips nel momento di perso-
ponomastica sonora, ma un favola sopra un ambiente esordi senza perdere il gusto deviato che da sempre nalizzare un totem come Dark Side Of The Moon. A completare la formazio-
familiare ma altro. L’ottimo Taylor Deupree al maste- caratterizza le uscite d’oltralpe d’area weird-garage. ne, vengono qui chiamati comprimari di lusso come DJ Logic alle basi, Guy
ring completa un lavoro consigliato non solo ai soliti Segnato dalle sbilenche melodie di scuola Country Te- Licata alla batteria, Matt Garrison al basso, Scott Kinsey alle tastiere, per un
frequentatori dell’elettroacustica ma anche a chi vuol asers, 1000 mette in campo una formula più ambiziosa live trasmesso dalla BBC che ha tutto il sapore dell’esperimento riuscito.
scivolare dall’ambient e dal post à la Dean Roberts a e una maggior dose di istrionica demenza metropolita- Si tratta in realtà di una rilettura piuttosto fedele, nel senso che la struttura di base rimane quella dell’ope-
queste lande senza farsi male. na (Ice Ice Baby e Impossible Is Not French, praticamente ra originale. A cambiare è semmai l’equilibrio tra i vari strumenti, con la tromba onnisciente del Bitches
(6.8/10) i Nirvana in versione synth-punk). Brew di Davis che in Asiento divide l’onere e gli onori con la parte ritmica. Quest’ultima un po’ il valore
Edoardo Bridda E’ un lavoro eccentrico e coloratissimo a partire dalla aggiunto del disco, con l’asse Dj Logic/Garrison che impressiona per solidità matematica, presenza au-
copertina, una sorta di luna-park surreale in cui omag- toritaria e coordinamento, oltre che per il ruolo implicito di chiave di volta finalizzato all’aggiornamento
Chain And The Gang - Music’s Not For giare/deridere i propri beniamini, siano essi esponenti temporale del materiale. Tanto che se si eccettuano una John McLaughlin e una Miles Runs The Voodoo
Everyone (K Records, Febbraio 2011) della vecchia scuola hip-hop, icone del rock da manua- Down la cui struttura fusion/funk fa un po’ da collante tra epoche e stili diversi, il resto è materiale vibrante
Genere: root-rock le scolastico o semplicemente tutti i degenerati post- e tutto da scoprire. Musica che in Pharaoh’s Dance e nella title-track dà forse il meglio di sé, aggiungendo
L’atto secondo di Ian Svenonius e dei suoi Chain And punkers degli ultimi decenni. Non mancano nemmeno nuove sfumature e insospettabili diktat all’impalpabile trascinante del Davis originale.
The Gang è una marcia indietro a tutta birra. Nella ri- le rumorose divagazioni (Sensual Drug Abuse e La Fin (7.3/10)
cerca del nocciolo garage del soulrock, con punto di Au Debut) ma è lo spirito ludico a risaltare in questo Fabrizio Zampighi
partenza New York, la combriccola non poteva che ri- odierno e travolgente burlesque.
trovarsi nelle lande di una Motown svezzata e Dylan- (7.3/10)
iata. Andrea Napoli
Le tipiche dinamiche nuggets sono lì vicino, ma forse anzi in qualche modo la rafforza, ma allo stesso tempo rah Jones di Più forte del fuoco, chirurgica in una title-
più che altro sfiorate: l’obiettivo sembra essere appli- Cristina Donà - Torno a casa a piedi (EMI, cerca di variare una tavolozza coloristica che a questo track carveriana che racconta agglomerando dettagli
care una coolness asciuttissima propria del post-punk Gennaio 2011) punto rischiava di apparire stinta. Da qui il favore ad la fine di una storia d’amore fra due amanti. I tempi di
più secco e deciso alla tradizione blues-rock. Come se Genere: canzone d’autore un singolo atipico come Miracoli, pepperianamente Goccia e Mangialuomo sono lontani e a qualcuno la
i Gang Of Four avessero lavorato con il blues al posto Da Dove sei tu in poi è scattato qualcosa in Cristina bandistico ad annunciare un uso ricorrente dei fiati, e Donà di questo disco potrà apparire o troppo algida o
del funk. Ian è uno che va sul sicuro (yeh-yeh è il suo Donà che l’ha portata a mondare la sua musica da tut- qualche altra scelta d’arrangiamento inattesa - porta- troppo lieve. Ma è lava che cova sotto il ghiaccio la sua,
motto, come sottolineammo quando uscì Down With te quelle curvature avant che, in Tregua e soprattutto ta dalla complicità di una figura come Saverio Lanza un modo d’intendere la canzone che non punta al cla-
Liberty... Up With Chains), e replica come innumere- Nido, avevano fatto delle sue inquietudini una que- (P.G.R., Biagio Antonacci, Piero Pelù), sulla carta assai di- more ma attraverso tonalità medie prova a conficcarsi
voli volte si è fatto un rito scanzonato, divertito come in stione (anche) formale prima ancora che contenutisti- stante dalla cantautrice milanese ma alla luce dei fatti scavando con pazienza, lentamente.
un gioco di ruolo. Non a caso l’inno del disco è Detroit ca. Sintomo di una raggiunta maturità personale pro- rispettoso del suo mondo com’è oggi: su tutte veda- (7.2/10)
Music, ossatura con riff d’attacco hendrixiano. babilmente, o forse semplice voglia di cambiare, sta di si una Bimbo dal sonno leggero che con l’organetto di Luca Barachetti
In copertina Svevonius compare in manette e dietro fatto che il precedente La quinta stagione la vedeva Riccardo Tesi vira quasi al tango ipermoderno in zona
le sbarre, ma in un completo che oltreoceano avreb- alle prese con una manciata di canzoni in bilico tra pop Gotan Project ma dimostra più che mai come all’origi- Dargen D’Amico/Nic Sarno - Macrobiotics
be fatto invidia a un mod. La metafora delle catene e e rock dalla geometricità cristallina e non poco razio- ne di tali decisioni ci sia stata una particolare voglia di - Balerasteppin (Autoprodotto, Gennaio
della schiavitù sembra raccontarci la storia di un’inten- nalizzata. Come a voler incastrare quelle inquietudini, libertà e alterità. 2011)
sità sanguigna - quella del rock, obviously - che non ha certamente diverse ma non meno urgenti, in forme Tenuto presente questo, il sesto disco della Donà pre- Genere: bastarDargen
intenzione di uscire dal garage della Gang. Tutt’al più strutturate e riconoscibili, talvolta classiche, lasciando senta però la titolare per quello che è, ovvero una delle Con in copertina le Muse di Giulio Romano, Dargen
concede raffinati richiami ai declamatori della New Vi- che fosse la sostanza di quest’ultime a penetrare piano nostre migliori cantautrici in circolazione. Elegante ed mette su disco (registrato dal fondamentale onnipre-
sion (Allen Ginsberg su tutti) nella title-track. piano piuttosto che ad esplodere energica ed esterna aerea nell’incantevole ballad d’amore Un esercito di al- sente Marco Zangirolami, in free down ovunque sul
La bravura di Ian e soci è di confezionare il revival senza come in passato. beri, folk senza eccedere per il levare mascherato di In web) la collaborazione nata - tra il faceto e il faceto -
sembrare caricaturale. A queste condizioni, sappiamo Torno a casa a piedi rimane su quella traiettoria, e un soffio e nel retrogusto di fiati soul con vicinanza No- con il dj Nic Sarno (giro Crookers) per alcune serate mi-

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lanesi. L’idea è quella del riciclo come unica via possibi- A fare veramente la differenza troviamo le due suite- bandono di Chris Cohen sembrava metabolizzato. l’ambient sporcata di etergoeneità etno-ambient - e la
le, con un karaoke dargeniano in ottica cover/mashup, monstre dell’album: Il Mattino (9 minuti)  attraversa È difficile pensare ora - nell’album numero 12, se non pesantezza del doom-drone di Sunn O))) & Co. (Lep-
e cioè Dargen a rappare i testi di alcuni più o meno psichedelia delicata e soffusa e pause prog con tanto 13, considerando una pubblicazione online - a un bru- tonic Matter). Il tutto mescolato alla progressività delle
classici della canzone italiana su basi che in realtà sono di flauto alla Ian Anderson con esplosione rock-funket- sco cambiamento, e in effetti Deerhoof vs. Evil è un disco colonne sonore anni Ottanta di Vangelis (Repository
strumentali di vari produttori electrodancestepeccete- tona; mentre lo strumentale conclusivo  Bombay se la inequivocabilmente riconoscibile come Deerhoof-iano. Of Light) e di un sentire dub che in Pole e nelle prove
ra (una è di Rustie) opportunamente aggiustate. gioca di drone e loop, tra mantra e raga. Ci sono sempre strutture che cambiano, complessità, più ardite della Basic Channel trova illustri prodromi.
Alcuni numeri sono semplicemente perfetti, per il ta- Disco difficile, sfaccettato e anomalo in un panorama a e quel sound da Bay Area (Behold a Marvel in the Dar- L’amore per il cut-up quasi selvaggio non nasce co-
glio del trattamento: il funky di Impressioni di settembre volte troppo cristallizzato. Bravi. kness) che porta il loro marchio da ormai quindici anni, munque dal caso. Canty è il boss della label Finders Ke-
è trascinante, Adelante! Adelante! apocalittica, Vita spe- (7/10) quando Rob Fisk e Greg Saunier (quest’ultimo ancora epers, che tra le altre cose promuove la ristampa di mu-
ricolata giustamente smozzicata, Siamo Ricchi (Nanni- Stefano Pifferi all’attivo nella band, e decisivo in ogni senso) misero a sica horror di colonne sonore dei film di Dario Argento.
ni) tamarro/Kraftwerkiana come non poteva non es- punto i primi singoli. I due Demdike sono poi da molti anni collezionisti di
sere, La guerra di Piero e Albergo a ore (Paoli) quasi da Decemberists (The) - The King Is Dead Nel crogiolo di opposizioni, e nella lotta tra lo zoccolo e dischi infatuati di mistiche alternative (vedi la citazione
pelle d’oca. Il resto è sempre interessante (per orecchie (Capitol, Gennaio 2011) il demone, abbiamo però un vincitore. Non è la schizo- al Libro tibetano dei morti nel titolo dell’EP Liberation
comunque allenate) ma non di uguale efficacia (latin Genere: songwriting frenia, ma la melodia. Non vince ai punti, ma in quanto Through Hearing) che va di moda oggi: solo nel 2010
step Crookersiano per Banane e lampone, Oh angelo Dopo l’articolato concept british folk The Hazards Of punto di vista dominante - e questa è una novità non sono emersi infatti numerosi progetti affini, come i vi-
mio della Bertè e Che storia è della Pausini). Gli skit han- Love che nel 2009 aveva dato nuova linfa ai Decembe- da poco. Non si tratta di pop e non pop, né di caramelle deo dei Mater Suspiria Vision, le mutazioni post-dub di
no per sottofondo la musica di Almeno tu nell’universo rists (senza contare sempre in materia di folk opera, il o carbone. Si discute di gerarchie. I Deerhoof non guar- Shackleton e le colonne sonore di Umberto e dell’En-
e uno in particolare presenta un botta e risposta dalla terzultimo The Crane Wife), il loro leader Colin Meloy dano più con le lenti di una complessità schizzata ver- semble Economique. I Demdike riportano tutto a
famosa polemica TV (trasmissione di Renzo Arbore) tra riparte azzerando tutto e semplificando musica e atti- so tutti i generi, ma sembrano oggi scrutare la diver- casa, preannunciando un genere che deve ancora es-
Lucio Battisti e un suo detrattore seduto tra il pubbli- tudine del gruppo. Il nuovo The King Is Dead (Smiths sità delle opzioni e delle strutture con il cannocchiale sere catalogato. Per questo pur non proponendo gros-
co. eh?) è un album di canzoni folk rock, perlopiù acustico della melodia (The Merry Barracks). Di conseguenza, le se novità, segnano una delle possibili vie per il futuro
Aspettiamo altri volumi dal juke-box dargeniano, ma- e molto R.E.M.: come ospite fisso troviamo infatti Peter canzoni vere e proprie crescono di numero - pur non di quella che per non sbagliare possiamo continuare a
gari con i più difficili e ancora più dargeniani Battiato, Buck, che ha arrangiato anche alcune parti di chitarra e mancando le sterzate musicali - e si impongono come definire come ‘musica elettronica’.
Camerini, Graziani. mandolino, e sul solco dell’Americana, Gillian Welch. momenti importanti del disco (I Did Crimes for You), fi- (7.2/10)
(6.65/10) Fra riferimenti UK (i già citati Smiths) ma soprattutto nendo col deliziarci come fossero novelli brasiliani ex- Marco Braggion
Gabriele Marino USA (si vedano qua e là gli omaggi assortiti al buon tropicalisti (Must Fight Current). Fa il gioco del brano-
Neil Young, a Bob Dylan, a The Band e ai Byrds), Me- canzone la pubblicazione, nel countdown dell’uscita Deniz Kurtel - Music Watching Over Me
Deadpeach - 2 (Go Down, Gennaio 2011) loy ricostruisce la propria epopea rock delle radici, mo- del disco, di un brano in streaming al giorno in un sito (Crosstown Rebels, Marzo 2011)
Genere: stoner-psych-rock strandoci le personali preferenze e ribadendo la sfida web di nazionalità ogni volta diversa. Genere: Deep, house
Disco di difficile interpretazione, questo 2. Il ritorno che quest’album ha rappresentato: dopo tanta tradi- La conclusione è la stabilità. E di dischi così, a questo La ragazza turca, nel giro Wolf+Lamb da un po’ di anni
del terzetto romagnolo mette talmente tanta carne al zione inglese apparsa nei precedenti album, un ritorno punto, i Deerhoof potrebbero farne altri dodici. oramai, esce per Crosstown Rebels con il suo primo
fuoco che è arduo intravedere delle linee direttrici. Lo alle radici americane dell’autore, semplici canzoni bre- (7/10) long playing, Music Watching Over Me che suona come
stoner scorre sicuramente nelle vene del trio, e di quel- vi di tre minuti per sbrogliare le complesse epopee folk Gaspare Caliri un lavoro di solido revisionismo. House memorabilia,
lo bello possente. Diciamo di seconda generazione, del passato. “Realizzare musica semplice ha rappresenta- citazionismo Kraftwerk, tocchi psych e fuori program-
altezza Nebula per capirsi. Ad esso appartengono di to veramente una scommessa, ci siamo trovati spesso a Demdike Stare - Tryptych (Modern Love, ma digi-ambient, sono tutti segni di un’esperienza
diritto numeri da circo come il panzer kyussiano virato dover fare esercizio di semplificazione, non è stato affatto Gennaio 2011) decennale a New York tra installazioni artistiche e fre-
Fuzz Orchestra di L’Ora o quello dell’opener Cameriere, facile come si può pensare…”. Come si dice in questi casi? Genere: electro occulta quentazioni del Marcy Hotel.
tutto un susseguirsi di scatti in avanti e ralenti. Less is better... Voices Of Dust è il terzo album del 2010 per i superpro- Nell’album troviamo tagli più canonici (Best Of) che si
Poi tanta psichedelia. Di quella dura, muscolare e iper- (7.2/10) duttivi Sean Canty e Miles Whittaker. Dopo Liberation mescolano ad angolazioni psych ereditate dal marchio
vitaminizzata, che flirta col fuzz di chitarra come nel- Teresa Greco Through Hearing e Forest Of Evil (riproposti nel pacchet- Wolf + Lamb, e soprattutto ottimi dosaggi chiacago-
la migliore tradizione del garage-sound: ecco allora to riassuntivo Tryptych per completezza) con le voci detroitiani; come a dire, i groove della Windy City e
i migliori MC5 in overdose sul palco con i Blue Cheer Deerhoof - Deerhoof vs. Evil (Polyvinyl della polvere si conclude un anno che ha visto salire la tecnologia meccanica della Motor City (mixati alla
(Universo) o le reminiscenze seattleiane più acide (dai Records, Gennaio 2011) le quotazioni della musica horror applicata all’electro grande nel supersingolo The L Word).
Soundgarden agli Skin Yard) di Nel Bosco. Un pizzico Genere: ethnoschizopop (vedi la witch house di Salem, Modern Witch, oOoOO) Nella seconda parte infine buone visioni prog cinema-
di interesse in più lo fornisce la scelta del ritorno alle Un paio di anni fa, avevamo lasciato i Deerhoof sulla e al dubstep (i Demdike, appunto). tiche per synth Settanta e un’uscita dalla strada mae-
vocals in italiano: dalle curiose aperture semi-prog ’70 strada che loro stessi hanno inventato, quella che, no- Ad un ascolto iniziale non c’è molta distanza con l’avan- stra (il ritmo garage britannico in Trust): tasselli molto
che rendono ancor più intrigante il sound delle già ci- nostante i walzer di collaboratori, di membri, di equili- guardia storica della musica elettronica (l’opener Black probabilmente ereditati dalla sua frequentazione come
tate Cameriere, Universo o di Non Sarà, alla filastrocca bri tra gli strumenti e i generi, è a tutt’oggi il lascito (or- Sun è un misto di Pan Sonic e di Studio di Fonologia light designer agli show brooklyniani della premiata
post-Dadamatto di Le Scarpe Nuove offrono una cifra mai passato?) del combo. Si discuteva ancora di pop vs. Musicale di Milano), ma in seguito la proposta si situa ditta Wolf + Lamb.
personale e meno canonica nell’innesto della lingua non pop, strutture complesse vs. garage. Era appena a metà strada tra un’ammirazione delle atmosfere dub Dopo le prime prove un po’ ingessate (Whisper EP e il
italiana su sonorità hard. arrivato Ed Rodriguez, come seconda chitarra, e l’ab- - che gente come DJ Rupture coniuga da tempo con singolo Yeah) la Kurtel brilla oggi di luce propria e con-

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highlight guardando il suo background coi paraocchi dell’inte- Petty, influenza sapientemente trattenuta nei confini
gralismo. Ora Party Store fa il paio con quell’esperimen- dell’omaggio e qui al vertice nell’omonimo blues fel-
Anna Calvi - Anna Calvi (Domino, Gennaio 2011) to al tempo parso estemporaneo, solo che stavolta a fi- pato, nell’impolverata Ray’s Automatic Weapon e in una
Genere: folk blues rock nire sotto la lente deformante del chitarrista è il sound nuova Breakdown intitolata The Thanksgiving Filter. Al-
Padre italiano e madre inglese. Più o meno venticinquenne. Piuttosto bella, ottima presenza scenica, techno di Detroit, la motor city americana che tanto ha trove spetta a The Band o ai Flying Burrito Brothers
grande voce, profilo ammaliante. Dichiara di ispirarsi a Jimi Hendrix e Debussy, al mai troppo rimpianto dato al garage e al punk e nel quale Collins è cresciuto. infilarsi in una scaletta compatta nonostante oltrepassi
Captain Beefheart e a Maria Callas. Si è fatta largo nell’immaginario dei rockofili romantici d’Albione col Quasi che così facendo volesse omaggiare l’intera cul- l’ora di durata, altrimenti alle dilatazioni di Used To Be
singolo Jezebel, vecchio pezzo dall’esotismo impetuoso portato al successo da Edith Piaf. Ha già avuto tura musicale della sua città. A Cop e The Fireplace Poker sottolineare lo spirito di chi
modo di aprire i concerti dei Grinderman di Nick Cave e a questo punto Ecco allora che i Dirtbombs prendono classici più o meno non vuole annacquare il proprio suono per inseguire
è impossibile non citare affinità e convergenze che la fanno sembrare un noti della techno detroitiana anni ’80 e li rimodellano a chissà quale successo.
potente succedaneo di PJ Harvey. modo loro: Good Life degli Inner City (il progetto di Ke- Caparbietà e riservatezza che basterebbero a premiarli
Di più: Anna Calvi potrebbe incarnare la Polly Jean che parecchi fan avreb- vin Saunderson), la Sharevari targata A Number of Na- e lo stesso dicasi per Go-Go Boots, riassunto di carriera
bero desiderato dopo l’autodafè pseudo-blues di To Bring You My Love: mes, la Strings of Life di Derrick May o ancora la Alleys of robusto e romantico anche a prescindere dall’ambito
nella realtà dopo di allora la ragazza del Dorset si mise a trasfigurare il pro- Your Mind dei Cybotron di Juan Atkins, insomma, i veri e di riferimento.
prio idioma consegnandosi alle fregole bristoliane per poi misurarsi con propri riempipista dell’epoca vengono completamente (7.1/10)
turgori mainstream. Se invece avesse dato fondo alla vena più teatrale, ai rielaborati, risemantizzati, ricontestualizzati dalla band Giancarlo Turra
languori mediterraneai e alla decadenza mitteleuropea, magari - chissà - ne del gigante nero in forme “rock”. Ne è perfetto esempio
sarebbe uscito qualcosa di molto simile a pezzi come First We Kiss o No More Words. Del resto l’ucronia è la riedizione di Bug In The Bass Bin della Innerzone Or- Duran Duran - All You Need Is Now (Tape
una pratica in uso da sempre in ambito pop-rock, dagli Echo & The Bunnymen che ipotizzano i Doors chestra di Carl Craig (presente ai synth nel rifacimento) Modern, Dicembre 2010)
negli Eighties agli Audio 2 che consolano gli orfani del Battisti mogolliano. risolta in una megasuite mantrica di 20 minuti dall’ince- Genere: synth pop
Comunque la si voglia vedere, l’ampiezza del ventaglio stilistico e l’armamentario espressivo definiscono dere funk-motorik e dalle atmosfere algide e rumoriste. Per la loro tredicesima fatica, i Duran si affidano a Mark
la Calvi come cantautrice di tutto rispetto (altrimenti, presumo, Rob Ellis non si sarebbe scomodato a Una operazione particolare, sentita e personale, ma- Ronson. Scopo? Rifarsi il trucco sonico con il culo pa-
co-produrne questo omonimo esordio). Le dieci tracce in scaletta formano un rosario avvincente: Desire gari fuori tempo massimo se riferita alle commistioni rato. Nel 2007, c’erano stati Timbaland e Timberlake
sembra cuocere nello stesso calderone impeto Smiths e abbandono Scott Walker, Blackout non spiacerà p-funk o ai vari crossover techno-rock che andavano a tentare l’improbabile  spolvero; nel 2011, nemmeno
ai devoti del verbo Arcade Fire, The Devil bazzica suggestioni Nina Simone via Jeff Buckley, I’ll Be Your per la maggiore verso la fine del millennio scorso, ma con l’aiuto di Kelis e di Ana Matronic delle Scissor Si-
Man è il pezzo che la Harvey e il Re Inchiostro si sono scordati di scrivere, Love Wont Be Leaving è la pira fondamentale per apprezzare ancor di più uno spirito sters si riesce a tirar fuori qualcosa degno della loro
tex-mex che consuma tutti gli struggimenti di cui sopra. libero come quello di Collins. Ce ne fossero di altri. eredità.
Sembra persino troppo bello per essere vero. Voglio dire: se fosse un fenomeno costruito a tavolino, (7/10) Abbiamo appreso da varie interviste che il disco avreb-
avrebbero fatto un fottutissimo gran lavoro. Ecco. Stefano Pifferi be dovuto essere il successore del mitico Rio, eppure
(7.3/10) un proseguio, oltre che a portare un suono perfetto e
Stefano Solventi Drive By Truckers - Go-Go Boots (Pias, limato, dovrebbe almeno risplendere di luce riflessa.
Febbraio 2011) Potremmo anche soprassedere sulle citazioni e su-
Genere: americana gli autoplagi, arrivando a capire come sia automatico
Si annotava già nella recensione del precedente The esaltarsi (e far esaltare) in ricordo dei vanagloriosi Ot-
ferisce quel tocco femminile leggero e anticonformista razione di Flying Lotus, ma Dimlite ci pare già molto Big To Do quanto i Drive By Tuckers abbiano la musica tanta; non transigiamo invece sulla patina di stantìo e
ad una produzione usualmente machista, come in altri più a fuoco; Metal-Snake-Rider è molto Heliocentrics; “nel DNA”. Fuor di metafora, la formazione guidata da di pacchiano che mostra il suono rimodernato con i to-
lidi avevano testimoniato le creazioni di Dinky, Magda Loins super-percussivo, psichedelico, orientaleggian- Patterson Hood, infine stabilizzatasi a solido sestetto, ols contemporanei: nello scimmiottamento industrial
e Anja Schneider. Denitz is playing at my house. te). Quattro nuove perle (compreso uno squarcio di so- ha saputo trasfondere la passione profonda che ne gui- nella strofa della title track, nella copiatura (che ‘non
(7.2/10) spensione elegiaca tutto piano, tastiere e piatti sottili, da l’agire in un lavoro a tempo pieno, faticando passo ce la fa’) dei Depeche Mode in Blame The Machines,
Edoardo Bridda, Marco Braggion Gone-O-Tron), in attesa di un nuovo grande album. dopo passo e approdando alla ATO dopo una dozzina nella pomposità barocca della pseudoballad conclusi-
(7/10) d’anni, forte di un seguito costruito battendo ogni an- va Before The Rain e in molti altri punti che vi lasciamo
Dimlite - My Human Wears Acedia Shreds Gabriele Marino golo della madrepatria statunitense. Questo il punto scoprire non c’è nemmeno il buon senso di prendersi
(Now Again, Gennaio 2011) quando si è alle prese con l’Americana: dimostrare co- in giro, o la capacità di creare un oggetto da classifica
Genere: glitch hop/wonky Dirtbombs (The) - Party Store (In The Red noscenza della materia e abilità esecutiva necessarie a (come ad esempio riescono bene a fare Mika o la Gaga
Dimlite continua a bilanciare culto del timbro e mo- Records, Febbraio 2011) non scadere nel mestiere, o peggio ancora cadere pre- di turno) o la cura maniacale dei giovani hypnagogi-
tivetti (“forma-canzoncina”), wonky curatissimo (Kitty- Genere: cover album da dell’oleografia; rischio che i Nostri non corrono, poi- ci che con i suoni dei papà stanno da un po’ di tempo
Cradle-Fog) e capacità di mostrare il farsi struttura del Se si parla di libertà creativa, beh, con Mick Collins non si ché non si entra in sala d’incisione assieme a Booker T. sbancando anche il mainstream.
pezzo, partendo da premesse quasi sempre scollatis- sbaglia mai. Già in Ultraglide In Black - omaggio alla sua e Bettye Lavette per caso, né si chiama alla consolle Sperando che sia stato il numero tredici a portare un
sime, al limite del found sound. Continua a rifinire il maniera alla black music - l’uomo dietro Gories e Blac- l’ex-Sugar David Barbe. po’ di iella, aspettiamo il prossimo. Ma anche no.
proprio tocco, con un feel caldo e suonato qui come ktop aveva dimostrato di giostrare con un universo di Occorre stoffa per temprare una penna che oggi gua- (4.5/10)
mai vicinissimo alla fusion anni Settanta (stessa ope- riferimento più ampio di quello che potesse ipotizzarsi dagna ulteriore rispetto in scia al nume tutelare Tom Marco Braggion

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highlight trovare una risposta significativa alla lucida e nevraste- do d’un regalo mancato a Patty Pravo con Non mi hai
nica gravità de Le Luci Della Centrale Elettrica, quel- fatto male e la chiusura con il godibilissimo funky-pop
Aucan - Black Rainbow (La Tempesta International, Febbraio 2011) la risposta che nemmeno lo stesso Brondi è riuscito a spaziale di Parabole lasciano con la richiesta di un po-
Genere: electro-rock dare (a darsi). Tra Amari e Amor Fou passando da Non sto per loro almeno nel novero di quegli autori impor-
È una vera e propria enciclopedia delle elettroniche degli ultimi 20 anni, il sophomore del trio bresciano Voglio Che Clara ed il sorprendente Dimartino, non tanti per altri.
formato da Dario Dassenno (batteria), Francesco D’Abbraccio (chitarra, synth, effetti) e Giovanni Ferliga mancano motivi per ben sperare. Quanto a Edipo, al Ecce homo non è un capolavoro, non lo è per una
(synth, voce, chitarra e sampler). Black Rainbow non somma e basta ciò che è rintracciabile nelle influenze secolo Fausto Zanardelli, con questo album di debutto qualche prevedibilità sotterranea ma ancora presen-
musicali del progetto, ma rielabora, fonde e confonde suggestioni, atmosfe- sembra voler reagire alla tenaglia di cupezza & intensi- te (il lascito Matia Bazar di Con stile non li salva da un
re e slanci in un magma personale. Portishead, witch-house, Autechre, nu- tà con un disarmo ad alzo zero, generazionale e cazzo- ennesimo calco baustelliano) e per una serie di liriche
rave, hauntology, Warp, industrial, Planet Mu, dubstep si sfiorano, si toccano ne, un po’ come il Bugo della fregola electro alle prese incentrate sulla mediocrità imperante dell’individuo
e copulano in un percorso che risulta alla fine riconoscibilmente personale. con arguzie paracule Daniele Silvestri. italiano che finiscono spesso nella didascalia - men-
Proprio come nell’immagine di copertina: una esplosione di colori diversi Hanno ragione i topi sembra il diario impressionista tre gli Egokid sono grandi quando con pari vitalità e
che si fa paradigma del prisma sonoro tendente al nero racchiuso in Black dell’universitario sperso, tra illuminazioni pigre e seghe struggimento cantano d’amore. Tuttavia siamo dinanzi
Rainbow. mentali acidule, lo spasmo digitale ed il riflesso auto- al lavoro di una band in progresso, meno bizzarra di
L’apertura spetta a Blurred, una bassa battuta impreziosita dalla voce di An- matico indie-rock. La tentazione del demenziale dietro un tempo e più concentrata su un percorso che ha già
gela Kinczly ed è subito spiazzante. Torna a galla l’Inghilterra dei primi ’90. l’angolo, l’insostenibile pesantezza del dover essere, dato e darà ancora dei frutti. Seguiamoli. Anzi: lassù nei
Bristol per l’esattezza. Clangori industriali e voce suadente per un pezzo da brividi. Heartless - prossimo il gusto del calembour nerd. Tra canzonette poco più palazzi, seguiteli.
video e singolo - si ricollega subito a DNA, l’ep lungo che è vero embrione degli sviluppi del sophomore, che simpatiche col retrogusto amaro che non le riscat- (7/10)
col suo interplay tra synth volatili e batteria corposa calati in atmosfere da mood dimesso e notturno. ta (Appartamenti, Per fare un tavolo), spuntano ipotesi Luca Barachetti
Ma la carne al fuoco sacro e rituale dell’album è molta di più: evanescenze goth-bombastic quasi witch- para-psych (Un nuovo concetto di thè, Sospendimi) che
house (Sound Pressure Level), idm primi ’90 in salsa impro-electro (Embarque), iridescenza tribal-ambient lasciano intravedere possibilità ancora da esprimere. Emanuele Errante - Time Elapsing
(In A Land), dubstep non canonico e posseduto (Away), bassi gonfi di scorie dub e cadenza da rave post- Attendiamo senza troppe aspettative, ma attendiamo. Handheld (Karaoke Kalk, Febbraio 2011)
nucleare (Storm). Eccola la chiave di volta dell’intero album: l’electro del dopo-electro, il suono della catte- (6/10) Genere: Ambient
drale in dissoluzione, il dancehall del day after. Stefano Solventi Dall’esordio Migrations al sophomore Humus, Errante
Black Rainbow è un disco oscuro e screziato, potente e denso, perfettamente equilibrato e magistralmen- ha inseguito un’idea fissa: dipingersi ambient artist
te prodotto dallo stesso Ferliga (il guru della nu-electro Matt Colton provvede a masterizzare). Un disco in Egokid - Ecce homo (Novunque, Gennaio facendo ambient music nell’era post-laptop. Con un
grado di rivoltare l’elettro(ck) di questi anni dal di dentro e lanciare una sonda verso il domani. 2011) rigore e coerenza invidiabili, il musicista campano ha
(7.4/10) Genere: pop d’autore perseguito questo scopo con una serietà e visione
Stefano Pifferi La musica pop è un esercizio patologico, ne sanno d’insieme che l’ultimo Brian Eno non ha avuto, posi-
qualcosa gli Egokid e il loro citazionismo midollare fin zionando la propria arte lontano dai concettualismi e
dagli esordi in inglese. Ma fortunatamente non tutte dalle astrazioni, dalle tentazioni dark di moda e dai rim-
le malattie vengono per nuocere, e a salvarli dai rischi pasti idm di ritorno. Il segreto del nuovo Time Elapsing
Earth - Angels of Darkness, Demons Of lisergici e dilatati paesaggi western da dopo-bomba del precedente Minima storia curativa - prima relea- Handheld non sta pertanto in un nuovo azzeramento
Light 1 (Southern Lord, Febbraio 2011) che sono una vera e propria liturgia, ipnotica e visiona- se in italiano due anni or sono: quasi una brutta copia delle distanze tra mente e spazio, immagine e pensiero
Genere: psych americana ria, del nuovo sentire musicale del baffuto chitarrista. dei Baustelle degli inizi, con liriche che cantavano una ma nella contaminazione ampiamente assimilata nei
La reinvenzione dell’americana avvenuta ormai un Si respira sabbia e disperazione, solitudine e tradizione gaytudine in frangenti fin troppo autoreferenziali - ar- mezzi (parti acustiche e parti elettroniche/digitali) e
buon lustro fa, all’altezza di Hex; Or Printing In The in quantità nei solchi di Angels of Darkness, quasi fosse rivano qui una serie di input ad hoc per canzoni scritte nell’organico funzionamento dell’insieme.
Infernal Method, fu sicuramente uno scarto non in- una versione personale del Dead Man neilyounghiano. come si deve e con la giusta necessità. Lo troviamo ad osservare gli ultimi avanposti della tra-
differente per chi aveva apprezzato l’innovativa musi- Stesso impatto visionario, stessa capacità evocativa, Al retaggio bianconiano delle iniziali L’uomo qualun- sfigurazione post in Leaving The Nowhere (la cui um-
ca (e)statica dei primi dischi targati Earth. Quel suono stessa monotonia di fondo. E stessi fondali. que e Credo (quest’ultima in vero con un qualcosa fra bratilità defluisce definitivamente ogni urgenza avant
eterno, denso, drogatissimo che tanti avrebbe influen- Ormai il percorso verso una nuova forma di psichede- il beat italico e gli Smiths) Piergiorgio Pardo e Diego verso un’idea di classicità cercata e possibile), nei luo-
zato e mosso a suonare una nuova forma di musiche lia rurale è tracciato, le sperimentazioni d’inizio carriera Palazzo oppongono infatti una quaterna centrale di ghi magici del west altro dei Matmos in Made To Give
pesanti, si scindeva in uno stillicidio di psichedelia del- dissolte, perciò inutile recriminare. Non resta che que- quelle che ti ricordi: Come un eroe della Marvel love bal- (brano nato dalla collaborazione dell’ottimo Simon
la provincia americana più southern-gothic possibile. sto. Prendere o lasciare. lad sessantiana in traiettoria Bindi - Non Voglio Che Scott degli Slowdive), oppure confrontarsi con la clas-
Da allora il percorso di Dylan Carlson & co. è rimasto (6.8/10) Clara; Ragazze+ragazzi cover omaggio ai Blur rivisitati sica musica per film di enoiana memoria nelle magiche
invariato e Angels of Darkness, Demons Of Light 1 ne è Stefano Pifferi con déjà-vu glitterato; Non si uccidono così anche i ca- Counterclockwise e Dorian’s Mirror  (di cui è disponibile
l’ennesimo ideale anello. valli? semioscuro anthem new-wave con addirittura anche il videoclip).
Lievi variazioni di line-up - della partita sono anche Edipo - Hanno Ragione I Topi (Produzioni Fausto Rossi come ospite; Sirene quale nuova rincor- La firma Karaoke Kalk mette l’ultimo sigillo al miglior
Lori Goldston al violoncello e Karl Blau al basso - non Dada, Novembre 2010) sa con sorpasso ai Clara per un lento perfetto addosso album di Errante finora, musicista coerente e decisa-
incidono in maniera significativa sull’ormai acquisito Genere: electro pop alla Vanoni che s’illanguidisce dolorante su fondali di mente maturato dagli esordi. Time Elapsing Handheld è
canone dei “nuovi” Earth: lunghi, ritualistici orizzonti Forse il cantautorato (in) italiano si sta sbattendo per voci di un Morricone argonauta. Più in là poi l’azzar- una soundtrack della memoria. Un adult stream of con-

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sciousness per il 2011 (Dal 7 marzo nei negozi virtuali nero senza il minimo accenno di incertezza, ma anzi Così se l’iniziale Ball i ball, da un riddim di A sud a sud ché continuino a prenderne spunto.
e non). con un’energia ruvida e creativa, che non si sentiva da di Teresa De Sio, è tradizione riscritta all’insegna della Dentro tali binari, Something Is Dirty somiglia a volte
(7.2/10) anni in questo tipo di sonorità. Già l’ep di debutto, su classicità, Vijn cu mmei ospita darbouka e flauto irlan- (Tell The Bitch To Go Home) ai tanto bistrattati anni del
Edoardo Bridda sei brani vanta almeno due piccoli classici (Marching dese mentre Mijnz a chiazz e Mamm ind’a cucein cerca- dopo Faust IV, certamente minori (di parecchi gradini)
Song e About This Peninsula, per non parlare della mi- no una via fra pop acustico e cantautorato mescolando ma capaci di far annidare una disumanizzazione sin-
Enrico Coniglio - Salicornie: Topofonie cidiale Skeleton Swoon contenuta nella compila Dance storia locale e onesto neorealismo ad alta gradazione cera (Whet, Dampfauslass 1), meno intelligente, forse,
Vol. 2 (Psychonavigation, Novembre 2010) to the radio), che da sole basterebbero a ridicolizzare emotiva. La parte elettrica invece avvicina Etnoritmo ma molto efficace e diretta alla corteccia dell’ascolta-
Genere: ambient decine di band che hanno pensato bastasse copiare i alle coincidenze fra musica popolare antica e con- tore. La chiave, come anticipato, è il rumore, una sa-
Se artisti come Fennesz rielaborano l’ambient in mi- riff dei Sisters Of Mercy e il canto psicotico di Peter temporanea dei Nidi D’Arac, seppur con una minore turazione noise, una predilezione verso la distorsione
cro-porzioni di elettronica che si accavallano per gene- Murphy, per costruirsi un’identità. Gli Esben di contro, spinta sul beat e un maggior uso di citazioni e cam- forse mai così insistentemente perseguita dalla band
rare un nuovo tessuto sonoro, musicisti come Enrico pur non inventando nulla, riescono a creare perfetti pionamenti (da Eugenio Bennato, Matteo Salvatore, (in questa formazione), tanto da rendere l’album qua-
Coniglio vanno in tutt’altra direzione, scegliendo in- congegni pop (anzi “nightmare pop” come li chiamano Radiodervish ed Enzo Del Re: in pratica una specie si muto, a forza di saturarlo. C’è spazio solo per un ac-
vece la scenografia e la narrazione come linguaggio loro) usando il linguaggio del gotico inglese come fosse di carta d’identità musicale). A tal proposito piacciono cenno di emotività (Herbststimmung è un crescendo
privilegiato. Nessuna vena sperimentale o tendenza una grammatica.The Marching Song cos’altro è se non molto Nan c’ ste’, travolgente con la sua ritmica quasi - quasi Mogwai-ano!- di chitarre distorte e meccanica
avanguardista, insomma. Semmai lentezza e sviluppo la loro Spellbound, rallentata, inacidita e astutamente urban, e la conclusiva Tijmp d c’ros, crogiolo di dialetti percussiva), tutto il resto è sporcizia radioattiva, come
nell’ottica di una musica rarefatta ma profonda, capace inquietante nella sua fissità ritmica? E il riferimento ai con ospiti Lele Battista, Canio Loguercio e Enrico Ca- nelle migliori famiglie che non si concedono compro-
di giocare con le suggestioni che nascono dall’unione Banshees torna con insistenza nel corso del disco, non puano a rilanciare un culto delle identità che faccia da messi. Se non sapessimo che per i diretti interessati la
di classica, jazz e looping. foss’altro che per il taglio veemente e glaciale dei voca- collante anziché no. musica non è nient’affatto una cosa seria, questa volta
In Salicornie: Topofonie vol. 2 (seconda puntata di una lizzi della cantante Rachel Davies, novella dominatrix (7/10) ci sembrerebbe che i Faust ci credano davvero.
serie di opere ispirate alla laguna di Venezia) si som- dark, che da sola fa metà disco alternando cupa crudel- Luca Barachetti (7/10)
mano chitarre minimali, pianoforti, violoncello, trom- tà (Chorea) e malinconiche verità (Eumenides, Swans). Gaspare Caliri
ba, organi, glockenspiel, mini gong, synth e field recor- La produzione di Daniel Copeman completa l’opera in- Faust - Something Dirty (Bureau-b,
dings (il vociare e le campane in Angels Of San Marco, tervallando abilmente elettronica e chitarre, riverberi Gennaio 2011) Fausto Balbo/Andrea Marutti -
le funi che si tirano e il legno di Fondamente Nove Incl. ed echi, in un modo che a tratti li porta dalle parti di Genere: krautrock Detrimental Dialogue (Boring Machines,
130 cm s.l.m.). Per dar vita a un’opera “suonata” che ha una Bjork arcigna ed austera (Light Streams, Hexagons Le due facce dei Faust si contrappuntano. Dopo l’ad- Novembre 2010)
un sapore orchestrale tutto particolare, nel suo essere IV) o meglio ancora di una Bat For Lashes per adulti dio proclamato da Hans Joachim Irmler (Faust Is Last), Genere: electro-kosmische
disciplinata, corposa (settanta minuti per tredici brani) (Warpath). Violet Cries è un altro esempio perfetto di il testimone passa a Jean-Hervé Péron e Zappi W. Dier- Uno dei più sottovalutati dischi d’elettronica dell’anno
e a conti fatti piuttosto conservatrice. come nella pop music nulla si crea e nulla si distrugge, maier, di fatto i maggiori depositari (in termini quanti- appena trascorso è opera di due veterani della scena
(6.5/10) ma tutto si trasforma. tativi) del marchio, almeno negli ultimi anni, live com- italiana e vede la luce grazie all’ennesima collaborazio-
Fabrizio Zampighi (7.2/10) presi. ne tra label (Boring Machines, Fratto9 e la AFE di mr.
Antonello Comunale Va da sé che il suono dei Faust odierni dipenda dalle Marutti).
Esben & The Witch - Violet Cries (Matador, personalità che se ne prendono carico. Something Le quattro lunghe tracce di Detrimental Dialogue sono
Gennaio 2011) Etnoritmo - Dall’acustico all’elettrico Dirty somiglia profondamente alla mole di Zappi. tutto fuorché un dialogo dannoso tra i due sperimen-
Genere: nightmare pop (Galletti Boston, Novembre 2010) La sua batteria pachidermica, i metalli percossi, sono tatori. Concepite con un lungo procedimento di regi-
Vengono da Brighton e dipingono tele inquiete usan- Genere: etnofolk un’avvisaglia che percorre il tessuto ritmico di tutto strazione a quattro mani ed elaborazioni in solitario,
do tutti i colori del buio. In un momento di evidente La musica popolare italiana è un ambito tanto sotter- l’album, ne detta la cifra stilistica. Parimenti, il sapere sempre in modalità rigorosamente analogica, le com-
ritorno per le sonorità neo-gotiche, tanto nei fenomeni raneo quanto affollato e non è un caso che un outsider krauto Péron-iano, fatto di synth chitarre e fiati, è ugua- posizioni sono caratterizzate trasversalmente da un iso-
più o meno “under” come Zola Jesus e la witch hou- come Paolo Farina, arrivato qui al terzo disco a nome le a se stesso eppure sempre scientifico, specie quan- lazionismo di matrice kosmische limitrofo all’ambient
se, quanto in quelli più commerciali e pop con il taglio Etnoritmo, non abbia ancora raccolto quanto meriti. do si sceglie l’opzione del rumore. Come da copione, più scarnificata e droning, e da una taratura retro-futu-
sempre più eighties di produzioni come Bat For Lashes Dall’acustico all’elettrico (titolo fin troppo didascali- non mancano i coadiuvanti, in questo caso - come nel rista che sembra la risposta al negativo delle istanze di
e The XX, Esben and the Witch sembrano capitare tal- co) raccoglie dieci canzoni firmate dallo stesso Farina, 2007 - James Johnston e la voce femminile di Geraldine tanta neo-new age sentita in giro ultimamente. Come
mente alla perfezione che il sospetto di operazione co- cinque inedite in fogge semiacustiche e cinque ar- Swayne (in un valzer di contributors a cui dai Novanta i se l’hypnagogic più elettronico e synthetico fosse fini-
struita furbamente da qualche homo marketing viene rangiate (anche) con strumenti elettrici ed elettronici due krautrockers ci hanno abituato). to sul lato oscuro della luna in mano a sperimentatori
quasi automatico. I dubbi vengono dissipati dalla so- riprese dal precedente Tondomondo. Da grande co- I Faust sono ormai un incedere, un modo di procedere, onnivori e inarrestabili. O come HAL 900 avrebbe im-
stanza delle idee e dei suoni che i tre muovono. L’eppì noscitore della tradizione musicale pugliese, e in par- che potrebbe non finire mai. Una postura nel cammino maginato la soundtrack per il suo viaggio di morte ai
dell’anno scorso aveva spinto qualche penna lungimi- ticolare di quella che caratterizza le zone di Castellana tra l’uomo e la macchina, anzi, ancora, un motore an- confini dell’ignoto.
rante a parlare di next big thing, la firma successiva per Grotte con relativo dialetto, Farina si tiene lontano da tropomeccanico propulsivo che agisce su di sé e sugli Passaggi rarefatti e diafani, diluiti e ovattati come in as-
Matador e il conseguente tour con Zola Jesus hanno ogni possibile folklorismo e multiculturalismo banaliz- innumerevoli altri che a quel motore si sono ispirati. I senza di gravità si alternano in suite in cui ogni singolo
spinto verso l’hype, in maniera tanto classica quanto zante, piuttosto inietta piccole dosi di modernità o di Faust prendono parola per se stessi, dopo aver fatto da suono, loop o frammento sonoro è calibrato meticolo-
efficace.Il suono dei ragazzi di Brighton si riallaccia in cultura altrui in una tradizione rinnovata con rigore e cassa di risonanza per la storia della musica, ma non di samente e mai fuori posto. Minaccioso anche nei molti
maniera devota alla più solida tradizione britannica del freschezza. meno rinnovano una pratica da lasciare agli altri, per- momenti di stasi, Detrimental Dialogue è la colonna

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sonora più plausibile per l’oscurità dello spazio più d’n’b in Ok, i Pet Shop Boys dandy urbani degli esordi highlight
profondo e dell’assenza di vita. Da suonare a volume rimpinguati in Minestrone, i Suicide teardroppiani citati
altissimo per apprezzare il certosino lavoro di scultura in Tinsel & Glitter). Destroyer - Kaputt (Merge, Gennaio 2011)
sonoro attuato da Marutti e Balbo. Nessuno stravolgimento del segreto del loro succes- Genere: soft-rock, jazz-pop
(7.3/10) so, eppure i ragazzi si sbilanciano molto nel racconto Malinconia sciropposa, arguzia sorniona, inquietudine felpata, un vasto, agile, carezzevole disincanto. Nel
Stefano Pifferi suonato: i nuovi F & M sono più teatrali, introspettivi, nuovo e nono album sotto l’egida Destroyer, il caro Dan Bejar costruisce la più soffice strategia destabiliz-
tenebrosi ma ancora maledettamente sinuosi e felini. zante che sia lecito attendersi. Lo fa guardando al soft-rock, al blue-eyed soul, alla disco-funk, all’acid-jazz,
Fujiya & Miyagi - Ventriloquizzing (Full Disco di transizione comunque riuscito. ricorrendo ad astrazioni spacey e folk asprigno per addensare un impasto
Time Hobby, Gennaio 2011) (6.8/10) gelatinoso che sa farsi umorale e a tratti amniotico. Melodie che galleggiano
Genere: Space pop Edoardo Bridda con nonchalance sull’ordito agile di synth gassosi, tastierine vivaci, fiati allu-
Dal semisconosciuto Electro Karaoke in the Negative sivi (tromba, sax, flauto) e chitarrine ormonali. Tutto un immaginario sonoro
Style ai fasti del 2006 in piena epoca space-disco con Get Up Kids (The) - There Are Rules (Quality retrodatato, quasi fosse un gettarsi nell’abbraccio consolatorio di certi (ipo-
i singoli di successo come Collarbone (da Transparent Hill Records, Gennaio 2011) tetici) Eighties, il rifugio da un presente corrotto, appassito, inaccettabile.
Things   di quell’anno e nella pubblicità della Jaguar), Genere: Guitar pop Bejar ha dichiarato d’essersi ispirato a nomi (e numi) quali Bryan Ferry, Ryui-
Oh (da Lightbulbs, traccia scelta nella serie tv di culto Il complimento più sincero che mi sento di fare ai Get chi Sakamoto e Gil Evans, e ci può stare. Ma le coordinate (cui potremmo
Breaking Bad) e pop song felpate e deliziose come Kni- Up Kids è che non suonano affatto come li ricordavo. Il aggiungere Jim O’Rourke, Giorgio Moroder, Ariel Pink, Brian Eno, Belle
ckerbocker e Pickpocket. La storia dell’allora duo e ora reunion album della band che più di ogni altra ha defi- And Sebastian, Edwin Moses...) alla fine contano meno della sintesi, che acquista senso ed efficacia pro-
quartetto Fujiya & Miyagi, con il presente Ventriloquiz- nito i confini del genere più vituperato dell’ultimo de- prio in quanto tale, ibrido di incantesimi vagheggiati, miraggio di valori smarriti, di attonita, vitrea, fatua
zing, sembrerebbe alle battute finali. cennio, non poteva scottarsi al principio del “rompete sensualità. E’ un modo decisamente morbido di rappresentare la decadenza dell’Impero, missione per la
Passato il momento hype dovuto ai Pitchfork e agli le righe” che ha caratterizzato più o meno tutti i cam- quale la voce dal demiurgo dei New Pornographers (ben assistito dalla vocalist Sibel Thrasher) sembra
NME, ma anche alla stampa specializzata di mezzo pioni dell’emocore. possedere il timbro e l’atteggiamento più adatti: una narratività strascicata da crooner disilluso, una resa
mondo, cosa ne resterà di questa Beta Band aggior- Basta questo a salvare la baracca? Ovviamente no. Me- letargica all’indolente rassegna di visionari (e subdolamente caustici) nonsense.
nata alla space disco norvegese cresciuta a krautrock e lodie svenevoli e dilemmi da geek sono sempre dietro La palpitazione tenue di Blue Eyes, la pulsazione danzereccia di Song For America, l’allucinazione dolcea-
tastiere anni Settanta? l’angolo; nel loro caso, poi, non si limitano fungere da gra delle title-track, la disinvoltura pseudo-wave di Savage Night At The Opera e soprattutto il caracollare
Sulle prime la quarta prova sembra fallire l’obbiettivo: mere coordinate estetiche, ma costituiscono la natura trepido ed espanso di Suicide Demo For Kara Walker, sono forse i momenti migliori di un album che mo-
non solo mancano i potenziali singoli ma è anche la più intima di un modo (stucchevole) di intendere la dula frequenze e vibrazioni senza allontanarsi dal solco emotivo centrale. Per la sua capacità di spaccia-
leggerezza melodica che da sempre contraddistingue musica. In questo senso, There Are Rules le prova un re allarme e consolazione, di cullarti mentre t’inocula un sottile sgomento, e tenuto conto delle diverse
il progetto di questi simpatici nerd a venir meno. I quat- pò tutte per cercare nuove strade. premesse e finalità stilistiche, mi sembra affacciarsi sugli anni Dieci come fece Yankee Hotel Foxtrot lo
tro, come gli Hot Chip di qualche tempo fa, guardano I Get Up Kids tirati a lucido funzionano quando recu- scorso decennio. Ed è una sensazione che mi piace.
giù nel dark e settano il motorik su strofe pronunciate perano l’urgenza di un guitar pop punkizzato, diretto e (7.7/10)
sottovoce tra citazioni del Barrett solista (Pills) e visioni potente, con brani che non fanno in tempo ad avvilup- Stefano Solventi
Blade Runner (Universe). Quando all’ascolto subentra il parsi in un melodismo di maniera. Peccato che da un
lato sperimentale della faccenda emergono i dettagli gruppo che esce da sei anni di iato, sarebbe stato lecito
più interessanti: le sfumature  testuali germogliano e aspettarsi un maggiore scarto rispetto alla sua produ-
dagli scioglilingua di gelati o lesti taccheggi nascono zione più recente. decessori. Un piccolo gioiellino di italo pop l’esordio Si sua piacevolezza mediana a mentire su una successi-
insoliti mondi popolati da ventriloqui che non respira- Dal canto loro, i cinque provano a traghettare il disco può essere un’alba (tanto che allora qualche network va e salvifica aurea mediocritas, Le cose facili azzoppata
no e da pupazzi oscuri che non vivono di vita propria, dalle parti di un pop moderno e maturo, ma è qui che radiofonico s’accorse meritatamente di lui), un tonfo di da un testo banale e prevedibile, Tu vali! risolta in un
che si muovono a comando. falliscono miseramente l’obbiettivo: quando seppelli- canzoni spuntate, autoreferenzialità e un filo di spoc- godereccio disco-funky-pop nonostante un altro testo
La produzione per la prima volta è condivisa: F & M scono la maggior parte dei brani fra posticce stratifica- chia il successivo Daytona, a rappresentare Gionata da rifare, Di più attraversata da una bella intimità can-
compaiono assieme a Thom Monahan, ingegnere e zioni electro e arrangiamenti wave, o cercano soluzioni come autore controverso, capace a stretto giro di quasi tautorale e il synth ad albeggiare al posto del ritornel-
musicista che ha lavorato principalmente per Devendra arty per colorare i soliti turgori giovanilistici. Certamen- capolavori e sostanziali patacche. lo (una citazione da Impressioni di settembre?), Credo
Banhart e che qui si limita sostanzialmente al ruolo di te un’occasione persa, ma d’altra parte “ci sono regole” In nove mosse, dicevamo, fa il riepilogo, anche per in Disney nuovamente funky e synth-pop con testo e
assistente. Il lavoro di squadra è certosino e non cerca a cui è difficile sottrarsi. quanto riguarda le influenze, vedasi quell’alternarsi melodia a dir poco stentorei. Da qui in poi è la volta
clamori: punta alla qualità del prodotto di genere che (5/10) di synth-pop analogico, cicaleggi funky e amenità di- delle carte migliori, a partire da una Lola variegata su
ha superato le mode. La lezione che va da Vangelis agli Diego Ballani sco che è la cifra del titolare, ma anche perché da una più influenze dopo un inizio esaltante in quadratura
Air più virgin suicides fa emergere giochi di sponda con traccia all’altra si trova la stessa instabilità qualitativa Battiato ottanta e volteggi d’archi e proseguendo con
i conterranei Depeche Mode (Sixteen Shades of Black Gionata - In nove mosse (Hansia Records, dei dischi meno riusciti di certi outsider del nostro can- una Giorno sì in ricami di acustica, sentore d’elettrica
& Blue è un synth pop ribaltato, surreale e cameristi- Dicembre 2010) tautorato (Fortis, Giurato) ed è innegabile che l’indole Radius e ritornello in grazia battistiana.
co proprio come la loro copertina retrò raffigura) e più Genere: pop d’autore di Gionata, più che l’identità musicale effettiva, sia da Ovviamente il finale è con lo schianto di una torch song
in generale un nuovo inizio con un batterista che apre La terza prova del cantautore del Canton Ticino rias- avvicinare a costoro. secondo lui, titolo La mia avenue, con elegia di archi e
a  scenari inediti (soffusioni pianistiche e i ritmi para- sume l’andamento a dir poco altalenante dei due pre- Insomma è un saliscendi continuo. Happy boy con la fiati che aggiungono (melo)dramma a (melo)dramma.

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Che qualche testa esterna intervenga almeno per ta- Go! Team (The) - Rolling Blackouts rivano diversi remix ed ora un sophomore a sancire il tetiche, archi, pianoforte, tutta una fregola canterbury
gliare col machete certe zizzanie testuali: Gionata è (Memphis Industries, Gennaio 2011) valore di progetto importante nel panorama italiano (e in salsa chamber-pop, contorno psichedelico e sparsi
uno dei maggiori talenti sprecati degli ultimi anni, una Genere: Hip Hop Dance Groove non solo). umori francesi.
cometa da indirizzare affinché non si spenga. Non più hype da un bel po’ di tempo, i Go! Team si Parliamo di un ibrido ruvido ed abrasivo in Gr3Ta. Pezzi S’inizia dal singolo Shark Ridden Waters, cinematico ov-
(6.3/10) presentano comunque alla prova del terzo disco senza compatti. Tutti singoli potenziali. Materia pulsante che vero godardiano (produce Andy Votel) , un po’ quello
Luca Barachetti alcun sostanziale cambiamento. Le immagini evocate parte dall’estetica dei primi Nine Inch Nails e percorre che Badly Drawn Boy potrebbe sfornare se recupe-
dalla musica del gruppo sono le medesime di sempre: la transgenetica cyberpunk dei Novanta, dalle meta- rasse confidenza cogli sciropposi fantasmi sixties (in
Giovanni Peli - Giovanni Peli EP il sole di un mattino d’estate che splende sulle strade morfosi (s)he di Marylin Manson agli attacchi frontali questo caso, un sample da It Doesn’t Matter Anymore,
(Kandinsky, Dicembre 2010) ancora deserte del quartiere di Harlem a New York; degli Young Gods. Non solo, impressionante come pezzo di Bacharach coverizzato dai Cyrkle nel ‘67). La
Genere: cantautorato campi da basket, Muhammed Alì e la musica che im- ANdREA vada a segno giocando sui groove piuttosto restante dozzina mette in fila una collana variegata e
Poeta e librettista, il bresciano Giovanni Peli - classe magineremmo oggi se ancora potesse calcare un ring; che sull’effetto speciale, l’elettro la maneggia tanto flemmatica di morbide prelibatezze, dal soffice estro
‘78 - può vantare in repertorio svariati album autopro- un melting-pot di razze con l’asfalto nel proprio DNA; bene (gli Autechre d’annata Untitled) quanto poi fluido Robert Wyatt (la deliziosa inquietudine di Sophie
dotti lungo i famigerati anni zero. Il presente EP omo- e poi un’orchestra black, ma black nel senso più puro e risulta l’innesto di chitarre trattate, basso cavernoso, Softly e Space Dust, quest’ultima in coppia con - chi si
nimo rappresenta quindi una sorta di debutto ufficiale tradizionale del termine, che improvvisa una specie di drumming pesante o settato. rivede! - El Perro Del Mar) alle trepide suggestioni Be-
ed è forse il pezzo migliore dei cinque usciti nella serie parata per le vie di un qualche ghetto; percussioni, fiati Discreta bomba questi Gr3Ta che puntano alle Pretty ach Boys (l’allucinato sdilinquimento di Rubble Rubble,
Eureka2 della Kandinsky. Un pugno di tracce che alla sparatissimi, funk del più acido; cori di bambini; elettro- Hate Machine e alla TV Sky dei citati svizzeri con i qua- lo splendido abbandono versante Kinks di Honey All
disinvolta pregnanza dei testi - storie minime, medita- nica mandata in loop; e una voce che quando non apre li condividono anche un altro prefisso, la techno-rock, Over) passando per gli struggimenti Belle And Seba-
zioni, situazioni - abbina una bella sensibilità musicale verso Belle And Sebastian (Secretary Song), tropicali- label per una musica che abbraccia l’intero spettro di stian via Left Banke (Take A Sentence), power pop sfri-
e melodie accorte. smi (Super Triangle) e (j-)pop (Buy Nothing Day), mette certo post-industrial fino ai precursori post-punk. golante (i Suede patafisici di Patterns Of Power) e certo
Echi sparsi di De André, Tenco e Fossati, vaghe sugge- insieme rime con l’isteria dei migliori Beastie Boys. La girandola di nomi e riferimenti è vorticosa e ha fat- stomp come lo rivisiterebbe Jim O’Rourke (Conserva-
stioni Fred Neil e Tim Hardin, restando ad ambiti più Questi ultimi suonano come un’influenza anche sul pia- to la storia della contaminazione tra certo alt. rock con tion Conversation). E che dire dello zampillio tex-mex di
recenti potrebbe sembrare un Filippo Gatti frugale o no degli intenti: anche qui, infatti, l’idea è quella di segui- un’altrettanto incompromissoria live-tronica. ANdREA Sensation In the Dark e dei languori armoniosi - il piano,
una versione (parecchio) pacata dei Marta Sui Tubi. re un percorso personale e al di fuori delle mode. Ancora (voce e testi, chitarre, synth, programming, produzione) gli archi, il sax morbidone - della stupenda Vitamin K?
Insomma, quello di Peli è un andare oltre la semplice incapaci di sfornare un Ill Communication (o più verosi- e la sua band - Cristiano (live drums, programmazio- C’è voglia di intrattenere con gusto, di costruire grade-
narrazione in musica per abbracciare il mistero e la po- milmente un Hello Nasty, che dei Beastie era il disco più ne beat), Daniele (basso e cori) e Ago (chitarre) - in voli ordigni curati nell’aspetto e in profondità, bramosi
tenzialità della canzone. meticcio) il sestetto di Brighton esce con un lavoro che quest’omonimo album hanno i mezzi e i groove per di ritagliarsi ambiti estetici fieramente desueti. Per ri-
Notevole biglietto da visita, aspettando conferme sulla non è quindi decisivo ma godibile quanto i precedenti, entrare a pieno titolo nel filone maestro della cultura vendicare l’appartenenza ad un tempo, un mondo, una
lunga distanza. spesso leggero ma in una maniera che piace. cyber e del suo ritorno anni zero, sia sotto forma re- dimensione dove il pop è sogno palpabile, stile di vita,
(7/10) T.O.R.N.A.D.O., non a caso primo singolo e prima trac- vival post-punk che versante dancefloor (vedi Dj Hell, modalità emotiva. Hotel Shampoo è un piccolo capo-
Stefano Solventi cia dell’album, lo dimostra egregiamente: una botta Ny Muscle per citarne uno). Lui la chiama Ugly Pop. Noi lavoro che ti riconcilia, almeno un po’, con le cose del
di energia necessaria per combattere l’uggia dei mesi confermiamo la statura del progetto. E attenzione alle mondo.
Giuliano Dottori - Silenzi ep (Via Audio, freddi laddove l’hip hop celestiale della splendida voglie elettrock italiane: gli Aucan anche loro pronti (7.4/10)
Dicembre 2010) Apollo Throwdown profuma già di estate. Ricordateve- con una discreta bestia contaminata... Stefano Solventi
Genere: canzone d’autore ne quando di dischi ‘importanti’ avrete fatto il pieno e (7.3/10)
Tre tracce in acustico a poco più di un anno di distan- girerete in maniche corte con un gelato in mano. Edoardo Bridda Holiday In Arabia - Holiday In Arabia EP
za da Temporali e rivoluzioni per Giuliano Dottori. (7/10) (Mad On The Moon, Giugno 2010)
L’esperienza del precedente disco, elegante e intenso Simone Madrau Gruff Rhys - Hotel Shampoo (Turnstile, Genere: dance / wave
senza strafare, con Giovanni Ferrario alla produzione, Febbraio 2011) In fatto di trasversalità i mantovani Holiday In Ara-
sembra aver giovato al chitarrista degli Amor Fou, che Gr3Ta - Gr3Ta (Bagana Records, Febbraio Genere: psych-pop canterbury bia non hanno nulla da imparare, come sottolinea un
conferma un tratto del tutto privo di sbavature anche 2011) Uno splendido quarantenne, le sue manie, la capaci- primo Ep che riesce a ben conciliare in quattro brani-
asciugando al massimo gli arrangiamenti. La title-track Genere: elettrock, post-punk tà di farne manufatto curioso anzi prezioso. Gruffydd manifesto, dance, ambient, psichedelia e new wave. I
e il tre quarti Cuore di bue, entrambi accorati, ricorda- ANdREA, polistrumentista attivo discograficamente sin Maredudd Bowen Rhys - Gruff per gli amici - è il leader rimandi non sono molti ma spiccano in grassetto: dai
no il Moltheni folkeggiante, ma è una scrittura sempre dal 2001 con gli Unwelcome, ha raggiunto una certa dei Super Furry Animals da oltre due decadi, da un Daft Punk chiamati a gestire le casse dritte e l’elettro-
più personale quella di Dottori, mentre l’indole da no- fama con una seconda incarnazione discografica (Kes- pezzo ha il vizio di collezionare le bottigliette di sham- nica avvolgente ai Joy Division via Depeche Mode di
vantiana che era definisce contorni autonomi e fecon- sler) con la quale ha condiviso il successo del tormen- poo degli hotel, e da un lustro a questa parte si diletta Dirty Pleasures, dagli ambienti dancefloor spacey ipo-
di. Alla prossima, con prerogative sempre migliori. tone Teoria del Vuoto e quello di critica con Un Altro a sfornare - impegni permettendo - album solisti. Tut- tizzati dagli Ottanta sospesi di Budavari al post-punk
(7/10) Giorno D’Amore (prodotto da Riccardo Tesio dei Marle- to ciò è il prologo e il contorno del terzo lavoro a suo gravido e espanso della conclusiva Gravitation.
Luca Barachetti ne Kuntz). Durati giusto il tempo di un ellepì ciascuno, nome, Hotel Shampoo, realizzato in contemporanea Roba che i fan dell’elettronica più di ricerca snobbe-
i due progetti hanno lasciato il posto a una realtà più all’installazione omonima (ovvero la suddetta collezio- ranno ampiamente, visto e considerato che qui dentro,
solida: i Gr3Ta esordiscono nel 2008 con il buon Please ne di mini-shampoo) esposta al Chapter Arts di Cardiff. di nuovo, non c’è nulla. Materiale che invece chi con
Kill Me per l’americana Renaissance Rec./Koch, poi ar- Che uomo curioso. E che bel disco. Sobrie trovate sin- gli Ottanta sintetici e più di confine traffica volentieri

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highlight in un’accorata ballata pianistica (Never Alone). Where To Disappear riesce a valorizzare le potenzialità
Ne risulta un attestato di classe e godibilità somme che della band donandole il manto sonoro più consono,
Hercules And Love Affair - Blue Songs (Moshi Moshi, Gennaio 2011) le giovani generazioni dovrebbero prendere a esempio. proiettandola direttamente nel suo territorio di origine
Genere: house, electro (7.1/10) musicale: l’Inghilterra anni ‘80.
Un magma di nostalgie newyorchesi e quindi house. Il sophomore della creatura di Andrew Butler ri- Giancarlo Turra Bastano infatti le prime note dell’opening strumentale
empie il vuoto che il post-Blind aveva lasciato. Anche senza Anthony, ma con il fresco contributo di Kele 10 Pence per accorgersi di quali siano i loro riferimenti
Okereke dei Bloc Party, della cantante venezuelana Aerea Negrot, del collaboratore ed ex-fan Shaun Joy - Joy (Le Son Du Maquis, Febbraio 2011) e di come i JoyCut amino tingere stratificazioni soniche
Wright e del produttore Mark Pistel (Meat Beat Manifesto), le undici tracce Genere: chamber pop di tradizione new wave con riflessi elettronici, viran-
sono comunque tutti potenziali singoli: il disco risulta essere un sussidiario A dispetto del nome, di gioia in questo album ce n’è do spesso verso una solare melanconia pop à la Cure
del meglio che la cultura sintetica ha prodotto in questi ultimi trent’anni. davvero poca. Il titolo si riferisce a un profumo creato (lampante in Green Garden). Quando poi, attraverso il
L’eredità disco (Falling), il synth pop di Jimmy Sommerville (Painted Eyes in piena depressione post-1929 da Jean Patou e per la post rock di TTG e le cupe sonorità dissonanti di Deus,
con quell’entr’acte mitopoietico da urlo che è il verso Elegance / you were cui produzione sono serviti petali di gelsomino e rosa si arriva a The Fall sorge spontaneo il paragone con gli
born at night) mescolato a suggestioni discoidi con gli archi in visibilio Philly, in quantità inenarrabili: un lusso sfacciato  in uno dei Arcade Fire e con tutti quegli elementi dei tardi anni
la deep-echo garage che trasuda dai muri dei club della grande mela (My periodi di più grande miseria della storia occidentale. ‘80 - come Echo & The Bunnymen, Psychedelic Furs e
House, questa volta senza i Daft Punk dell’amico James Murphy), gli inevita- Ed è proprio in contrasti come questo che bisogna an- The Wake - a cui tanta musica indipendente degli anni
bili Ottanta (Leonora), la puntatina bucolico-folk per il dopo party casalingo dare a cercare la chiave di interpretazione nella musica zero ha fatto riferimento.
(Boy Blue), i Kraftwerk del periodo Computer Love (Visitor), le atmosfere derivate dalla lezione di Arthur di Marc Huygens (già noto con il suo progetto decen- In dieci anni di carriera i JoyCut hanno imparato a rime-
Russell (il clarinetto cameristico di Blue Song), il basso e il bbreaking dei Novanta (Step Up) e per chiudere nale Venus, di cui era frontman e principale autore), scolare bene questi elementi, quanto basta per creare
la new age dei Narada e della Windham Hill Records tutta (la ballad It’s Alright). Françoise Vidick (anche con i dEUS) e Anja Naucler: un linguaggio sufficientemente personale e affinare
Tecnicismi a parte, questo lavoro ha due features che lo elevano istantaneamente a rango di piccolo gran- brani all’incrocio tra echi Novanta à la Radiohead e Si- una capacità compositiva riconoscibile. Ghost Trees
de classico: si ascolta dall’inizio alla fine e soprattutto si ascolta ovunque. Al club, al bar, in macchina, in gur Rós, e il chamber pop più raffinato e notturno. Where To Disappear è il loro disco definitivo.
cuffia, in corsa, in divano e pure in sauna. Praticamente fa quello che l’esordio aveva annunciato (e che I protagonisti del sound dei belgi sono essenzialmente (7.2/10)
purtroppo molti emuli della DFA non sono riusciti a perseguire nell’immediato seguito): porta la cultura due. Da una parte l’intreccio delle voci di Huygens e Alberto Lepri
da club nel mainstream pop di classe. È quindi perciò godibilissimo anche per chi non ha nulla a che fare Vidick, che per timbro e tessitura sembrano sempre di-
con i sintetizzatori o le casse dritte. In più non servono droghe per capirlo. Nel contempo ha in sè una co- pingere tutto in un bianco e nero d’epoca. L’altro è il vio- Kangding Ray - Pruitt-Igoe (Raster Noton
scienza storica invidiabile, che esalta ancora una volta l’avventura del virus dance nord-americano. Cosa loncello della Naucler, capace di sottolineare in modo DE, Dicembre 2010)
vuoi di più dalla vita? perfetto le intuizioni cinematiche e cinematografiche Genere: Minimal Techno
(8/10) della scrittura. L’anima dei Joy, però, deve ancora esse- Dopo l’ottima prova di Autumn Fold, torna Kangding
Marco Braggion re messa del tutto a fuoco. A noi pare che le atmosfere Ray con un eppì di quattro brani dalla solida base
mittleuropee e cameristiche di Flag e N° 7 o l’impeto concettuale. Pruitt-Igoe, altro non è che il nome di un
quasi Cream di Mirage funzionino molto meglio degli quartiere di St. Louise, costruito e demolito nel giro
eccessi barocchi in scia Muse di Sword. Huygens, la Vi- di un paio di decadi tra gli anni Cinquanta e Settanta,
potrebbe eleggere ad ascolto privilegiato. In attesa di “brit” per concentrarsi sulle Canzoni e fabbricare uno stile dick e la Naucler non sono alle prime esperienze musi- un complesso (ad opera di Minoru Yamasaki, lo stesso
un disco lungo che possa confermare le prime buone impastando Beatles e Big Star, Beach Boys e Neil Young cali e il tempo sarà un ingrediente fondamentale nella delle torri gemelle) mitizzato come uno dei più grandi
impressioni. con sentimento e trasversalità. crescita del progetto Joy e il definitivo affrancamento fallimenti dell’architettura moderna.
(6.6/10) Cavalli di razza che conoscono la storia e il valore della dai Venus. Per il momento godiamoci una metà abbon- Per riuscire nell’impresa di condensare i venti anni di
Fabrizio Zampighi scrittura, i due varavano il progetto nel 2006 e lo concre- dante di disco che testimonia una scrittura e una sensi- vita della struttura in venti minuti di musica, il buon 
tizzano ora - dopo l’e.p. di riscaldamento Free dello scor- bilità armonica superiore alla media. Kangding Ray si fatto aiutare dal padrone di casa Alva
Jonny - Jonny (Pias, Febbraio 2011) so novembre - in un album che diverte anche chi ascolta (6.6/10) Noto e da un altro noiser di lusso, Ben Frost. L’apporto
Genere: pop enciclopedico e non si nasconde dietro un dito; che anzi fa della propria Marco Boscolo del primo si limita nel frullare gli stilemi di casa Noton,
Bella per certi versi la vita del musicista. Se ti annoi, puoi franchezza forza e lo stesso valga per i citazionismi e le con microsuoni stile fotocopiatrice che sembrano venir
telefonare a qualche amico e collega e metter su un grup- deviazioni dal percorso, gli indizi di paternità e le robu- Joycut - Ghost Trees Where To Disappear fuori da Xerrox, e ritmiche asincrone alla Unitxt. Il secon-
po con lui. Questa la premessa dietro ai Jonny (niente “h”, ste dosi d’ironia di cui è cosparso. Può così spaziare disin- (PillowCase Records, Febbraio 2011) do invece sfodera una prova più convincente, con una
mi raccomando), al secolo Norman Blake - cantante e le- volto da bubblegum che non induce carie (Candyfloss) Genere: Post Punk / New Wave traccia tra bassi distorti e minacciosi che preannuncia-
ader dei favolosi Teenage Fanclub - ed Euros Childs, già a glam in bassa fedeltà (Which Is Which), da un Rubber A volte bisogna lasciar sedimentare le cose, seminare no la caduta dell’edificio ed echi di Murcof.
a capo di quella dolce stramberia tipicamente gallese che Soul maturato sotto il sole californiano (Waiting Around e aspettare i frutti, non disperdere le energie ma con- In mezzo, Ray mastica suoni metallici e post-urbani in
furono i Gorky’s Zygotic Mynci. Sai cosa attenderti dal For You) a sfrenati garage-pop (Goldmine). E già che c’è, centrarle sui propri obiettivi: certamente ne sono stati linea con certo dubstep d’autore, e rappresenta forse il
loro background, considerando che entrambe le forma- offrire del folk-rock che batte i Coral sul loro stesso terre- capaci i JoyCut, che con questo nuovo album hanno passo oltre gli steccati dell’etichetta in un lavoro ibrido
zioni distillarono brillantemente una personalità dal pas- no (You Was Me, Circling The Sun) oppure apre squarci sui ottenuto il giusto riconoscimento internazionale, testi- e tutto sommato importante.
sato senza arrendersi alla nostalgia. Ha pagato, in termini primi ‘70 (Bread), ipotizzare suite degne di un Pet Soun- moniato dalla produzione di Jason Howes (già al lavo- (6.8/10)
di durata nel tempo, quel loro schivare le vacue baruffe ds corretto a krautismi (l’ottima Cave Dance) e rifugiarsi ro con Block Party e Arctic Monkeys) che in Ghost Trees Stefano Gaz

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L’Altra - Telepathic (Acuarela Discos, buccia di banana dello scimmiottamento mainstream Maceo Plex - Life Index (Crosstown Rebels, che di rumoroso si è sentito nell’ultima era dorata del
Marzo 2011) radiofonico involontario (Future Me). Nulla di grave, se Febbraio 2011) rock pre-internet. Dai Fugazi della seconda fase (perio-
Genere: post-indie pop prendiamo Love & Nature per quello che è: un pas- Genere: House do In On The Kill Taker) della title track ai Faith No More
Lungo un decennio costellato di pochi e assai buoni satempo composto da caramelle di pop femminino C’è un vago ritorno techy-minimal nell’ultimo disco di che aleggiano sul tutto (Leonard’s Smile Pt. 2 ha lo stes-
dischi, L’Altra hanno tradotto in realtà un’idea post dei che ci aspettiamo così come sono, e mai pretendono Maceo Plex sulla label di Damian Lazarus. L’america- so sorriso sornione e lo stesso scazzo domenicale della
primi Everything But The Girl e/o dei Go-Betweens di essere più di questo. Non è certo il caso di fare un no Eric Estornel, conosciuto con innumerevoli moniker Easy faithnomoriana), passando per il panzer melvisia-
maturi. Nel senso che sapevano come modernizzare, discorso sull’onestà, ma semmai sulle aspettative, quel- tra cui Maetrik, Eric Entity, Tali Wackas e Mariel Ito ci no virato stoner desertico dell’opener If I Could Take A
mescolandola con elettronica lieve ed echi jazz, un lo strano oggetto che costruisce mondi premeditati, li riporta di nuovo sul pianeta house, aggiungendo co- Light, il post-grunge di The Financial Cut (che spazza via
pop al tempo stesso ricercato e sensuale. Qualcosa che sconvolgono e ci fanno dibattere e accapigliare, o sem- ordinate di base funk (The Feeling) e soul che ad un pri- l’ammiccante strizzare d’occhio alla Foo Fighters gio-
parlava a cuore e mente sottovoce però con invidiabile plicemente restare delusi. mo ascolto sembrano essere in sordina. Man mano che cando sullo stesso terreno hard-melodico), le chitarre
chiarezza e raggiungeva l’apice nel secondo album del Non in questo caso. L’elettropop è ormai talmente sto- si approfondisce la faccenda, emerge chiaramente un post-Shellac, la mathematica chicagoana e una fisicità
2002, In The Afternoon. Si raccontava più che dignitoso ricizzato (sembrano eoni fa che parlavamo dei Blow) sentimento derivato dal suo lavoro più che decennale mai doma.
il successore Different Days, col quale la formazione si da non dover spendere neanche virgole e incisi sul ge- di analisi dell’anima che l’ha portato a pubblicare sin- Un disco dai suoni pressochè perfetti e ideale per la ca-
raccoglieva attorno al nocciolo della cantante e tastie- nere, sulla scena, sui suoi rimandi interiori ed esterio- goli su Cocoon, Audiomatique, Mothership, Dumb Unit rica giornaliera: adrenalinico, scanzonato, ruvido. Otti-
rista Lindsay Anderson e di Joseph Costa, chitarrista rizzati. Le tastiere e la drum machine Eighties di Hard e molte altre label. mo anche per molteplici passaggi radiofonici.
e altra voce. Situazione immutata sei anni dopo per un Smile ci smuovono ancora qualche collegamento, così La mossa solare che permea l’intero full length deriva (7/10)
ensemble che si conferma “aperto”, avvalendosi di Josh come non potremmo mai risparmiarci di cogliere il feli- probabilmente dal suo trasloco a Valencia, in Spagna; Stefano Pifferi
Eustis (Telefon Tel Aviv), Josh Abrams (Bonnie Prince ce sforzo costruttivo di alcuni brani (Something Golden, nel corso della tracklist si sentono infatti tutte le vi-
Billy) e Marc Hellner (Pulseprogramming). We Are Cannibals). brazioni positive derivate dalla città che si affaccia sul Marcus Schmickler - Palace Of Marvels
Dove Telepathic apporta novità è infatti in angoli ul- Un disco che svolazza nella stanza il tempo dell’ascolto mediterraneo: il tributo a Stevie Wonder cantato da Pe- (Queered Pitch) (Editions Mego, Dicembre
teriormente smussati e strutture vieppiù lineari di cu- e poi vola via senza rincorse. ter King in Vibe Your Love, la balearica in acido di Gravy 2010)
ratissimi acquerelli indie-pop, che grazie al lieve “am- (5.9/10) Train, il tribalismo deep di Sleazy E, il sogno sexy e tutto Genere: musica informatica
morbidimento” formale potrebbero regalare qualche Gaspare Caliri newyork di The Feelin, la compattezza mostruosa nei Il compositore Schmickler, noto anche con il moniker
soddisfazione di natura commerciale. Ottimi i risulta- bassi di Your Style (con la voce dello stesso Maceo) e di Pluramon e già collaboratore al negozio ed etichet-
ti dove la band integra il passato alle nuove esigenze Les Spritz - Payaso (Lemming Records, l’ottimo downtempo da decompressione di Love Your ta A-Musik con l’amico Jan St. Werner dei Mouse On
poggiandosi su una penna solida, come nella splen- Dicembre 2010) Mama (con l’aiuto dell’amico barcellonese Fabel). Mars, esce con un nuovo full length che testimonia il
dida Big Air Kiss (refrain sospeso, archi che feriscono) Genere: noise-math Un’altro punto a favore per la Crosstown Rebels, che sonoro di un’installazione dello scorso anno in collabo-
e nell’eterea (This Bruise), in una cupa Boys prossima Parliamo di un trio con la voglia di sferzare il sordido quest’anno ha già pubblicato il buon disco di  Deniz razione con il collettivo artistico Interpallazo.
ai Walkabouts e nel respiro neo-cameristico di Black stato delle cose. Lo scudiscio è una stringata e spa- Kurtel e dovrebbe poi continuare con le bombe Art Dal punto di vista tecnico, il disco esplora il cosiddet-
Wind e Dark Corners II. smodica ossessione math-noise, ovvero una saraban- Department e Jamie Jones. Ribelli, continuate così. to Shepard tone, un’illusione sonora che sale e scen-
Qualche sbavatura - sebbene non grave - affiora nella da strumentale blues, hardcore, funk e punk, fermo Stay cool and dance. de continuamente di intonazione e che quindi non si
seconda metà del disco, in un paio di tracce piuttosto restando l’immancabile prefisso post. Nevrosi ritmiche (7/10) assesta su una nota identificabile, ricordando gli espe-
melense e in una title-track che soccombe alla retorica ribadite da corde urticanti, spigoli, sincopi, intrecci Marco Braggion rimenti di Jean-Claude Risset e l’intera produzione
strada facendo. Amici cari erano e lo rimangono, nono- schizofrenici, acidità avariata e via discorrendo. I Les di James Tenney. Il disco - da cartella stampa - vuole
stante qualche capello grigio. Spritz dominano l’estro come ingegneri kamikaze ca- Majakovich - Man Is A Political Animal, By ‘esplorare sonicamente il palazzo delle meraviglie de-
(7/10) ricati a fulmicotone, accumulano tensioni poi saettano Nature (Anti-dot, Gennaio 2011) scritto da Leibniz come un mondo perfetto nel quale
Giancarlo Turra incendiari in un brulicare ruvido e beffardo di batteria, Genere: noise-rock 90s il padrone di casa riesce a vedere e comandare in ogni
basso e chitarra. Sulle ordinate il chitarrismo rock dei primi 90s in tutte piccola parte la sua dimora’.
Le Corps Mince De Francoise - Love & Una triangolazione che a dire il vero sembra aver esplo- le sue salse; sulle ascisse l’insana capacità da melting- Seppur le premesse teoriche non manchino (basandosi
Nature (Heavenly, Gennaio 2011) rato da un pezzo (facciamo dagli Shellac in poi?) tutte pot globale dei Faith No More. All’intersezione, loro, i anche sugli scritti musical-politici di Attali), il disco è di
Genere: elettropop le possibilità e le varianti. Ciononostante i tre siciliani Majakovich: al secolo Francesco Sciamannini (voce e difficile assimilazione e risente di un tecnicismo troppo
Sono figlie delle Slits, le finlandesi Mia ed Emma la interpretano con piglio da pionieri, permettendosi chitarra), Francesco Pinzaglia (basso) e Leonardo Anto- freddo, anche per gli amanti della sperimentazione e
Kemppainen, responsabili della sigla Le Corps Mince d’introdurre talora una tromba lisergica e malandrina nelli (batteria). Trio di belle speranze e amicizie rumo- della computer music. Fuori dall’installazione il sound
de Francoise. Non tanto per l’effetto musicale (che a (vedi la notevole Glasnost), espediente che li esortia- rose (sono della partita a vario titolo Xabier Iriondo, Gio perde la sua potenza e si cristallizza in uno sfoggio di
volte, e una volta a quanto pare, rasenta e rasentava mo a perseguire più spesso e fino alle estreme con- Ferliga degli Aucan, Giulio Ragno Favero e molti altri) progressività (New Methodical Limits Of Ascension) e di
lo stile di Palmolive e co.), piuttosto per l’approccio di- seguenze. Per pubblicare Payaso si sono mosse ben che colpisce dritto in faccia al primo disco mettendo in tecnicismi che suonano come i capolavori dei maestri
sinvolto, fresco e sorridente (Cool And Bored) con cui le quattro etichette: Lemmings Records, Have you said scena un intero “universo di contraddizioni”. già citati (Risset Brain Hammer, Hypercubist Pareto Dist).
due vocalist affrontano le brevi scorribande elettropop midi?,Whosbrain Records, Musica per organi caldi. Uno Gente di provincia, quella sana, dove si fa gavetta bel- Solo per aficionados e nerd.
contenute in Love & Nature. sforzo - mi sembra il caso di dire - ben giustificato. la tosta. E quando si arriva, si è in grado di spacciare (6.2/10)
Non ci si discosta dal genere di riferimento, nell’album (7/10) un esordio che ricicla e condensa in un rock vibrante, Marco Braggion
d’esordio delle due sorelle, e anzi a volte si scivola sulla Stefano Solventi emozionale, muscolare e sempre melodico tutto ciò

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Maria Lapi - Ignote melodie (Effettonote, le casse UL8”. Un trapano ipnotico davvero estremo, highlight
Dicembre 2010) che perfora i neuroni e non lascia via d’uscita (tranne
Genere: jazz-funk nell’impasto ritmico del secondo brano che compone James Blake - James Blake (Atlas, Febbraio 2011)
Maria Lapi rientra in quella categoria di virtuosi della la parte 3 dell’opera, quasi-drill avveniristica per parti- Genere: post-dubstep soul
voce capace di spaziare tra jazz, musica d’autore, easy celle di bit); Mark ha dalla sua una testardaggine e una Inutile stare a chiosare più di tanto sui singoli brani dell’album di debutto del ventiduenne James Blake: è
listening e funk. Nulla di particolarmente originale, a coerenza invidiabile, che avvicina la follia ritmica e si tutta la stessa morbida pasta soul-elettronica che si spande, spigolosa e avvolgente. Rispetto al già ottimo
dire il vero, piuttosto un’attitudine generalizzata e tal- pavoneggia dell’immunità di cui gode, trovando esem- Klavierwerke EP, il ragazzo scopre ancora di più le carte e dà nuovi indizi, mette tra parentesi gli esercizi
mente diffusa nel Bel Paese da poterci stilare quasi una pi di musica da computer da manuale, in entrambe le di stile strumentali, mette in primo piano la voce e getta sul tavolo quello
categoria a sé stante. Nel caso della Lapi, quando va accezioni dell’espressione (traccia 16, sempre all’inter- che appare adesso - in controluce - il riferimento più forte: i Super Collider.
bene, il punto di riferimento è l’ultima Cristina Donà no della Part Three). La chiusa (Death And Love) ironiz- Pur piazzandosi su un versante decisamente non-techno rispetto a Lidell &
(Mani, Pochi Istanti, La chiave giusta, L’inatteso), quando za con le tastiere di Human League e compagnia, che Vogel (e quindi a un Taprikk Sweezee), con questo suo soul post-dubstep,
va male i Dirotta su Cuba (Gravità, Ignote Melodie) e in duettano in lontananza con il giocattolo elettronico di vagamente ectoplasmico e venato di spiritualità, James propone una nuova
generale un virtuosismo un po’ fine a sé stesso. Fell in primissimo piano, quasi uno specchio che ingi- ipotesi di chill out per i raver dal palato fino a cui non bastano le contamina-
Si tratta nel complesso di un disco d’esordio gradevo- gantisce i pori. Duetto/duello che fa il riassunto di una zioni trip-hop (Mount Kimbie), wave (Darkstar, che come lui hanno risco-
le, innocente, leggero, esattamente come vorrebbe far vita. Vince il computer, evidentemente. perto la centralità della voce) o gli scivolamenti verso la classica contempo-
credere l’immagine di copertina che ritrae la nostra (7.2/10) ranea (Blake himself).
Maria in atteggiamento piuttosto svagato. E che non Gaspare Caliri Con lucide sporcature glitch, passaggi wonky miniaturizzati, invadenti crescendo di tastiere supersature,
chiede “altro” all’ascoltatore se non di trovargli un si- misuratissimi tocchi di piano e falsetti in stilizzazioni autotune (finalmente non più esclusiva delle tamar-
gnificato che non sia il gusto per un’estetica raffinata e Mike Watt - Hyphenated-Man (Parabolica, rate plastic hip hop?), James costruisce un pathos trattenuto e un algido romanticismo che incornicia e
tecnicamente impeccabile. Marzo 2011) puntella con lunghe pause e lunghi silenzi: dai legnetti dubstep e dagli sdilinquimenti dell’iniziale Unluck,
(5.2/10) Genere: indie/roots USA fino allo sbocciare addirittura gospel del conclusivo a cappella Measurements. Passando per il cuore del
Fabrizio Zampighi Il nome Mike Watt è più di un insieme di lettere, per- disco che è l’intensissima cover piano-voce di Limit To Your Love di Feist.
ché Mike Watt è lo zio Mike, il veterano. Inutile dire che Credibile da punti di vista anche molto diversi (e altrettanto diversamente inquadrabile), legato alla base
Mark Fell - UL8 (Editions Mego, Dicembre i Minutemen sono uno dei pochi veri gruppi fonda- tanto all’intimismo di Antony quanto al mood asciutto e vaporoso dei Massive Attack (filtrati da un
2010) mentali e che Double Nickels On The Dime è uno dei po- background di nowness black/pop che passa anche per Kanye West e Lil Wayne), James riesce a unire
Genere: computer music chi veri dischi definitivi. Diciamo allora che Ball-Hog Or appeal e ricerca, canzone e suono, tradizione e modernità, stile e anima: piacerà ai fan di Jamie e dei suoi
Mark Fell ha visto e vissuto attivamente tutti i passag- Tugboat? (1995, il primo disco solista) è una all star jam xx e piacerà a chi ama immergersi nell’ambient-soul di Burial; finirà in classifica e finirà anche nelle top
gi della sound art dalle microwave all’elettroacustica indie da sogno, rappresentativa e riuscita come poche dei magazine più esigenti.
odierna e alla computer music, sia come produttore (con singoli pezzi bellissimi), e che tutti i progetti post- Splendido nuovo capitolo nella dialettica senza posa uomo-macchina, James Blake è soprattutto un
che come metà dei .snd, progetto che condivide con D.Boon dell’uomo (Dos, fIREHOSE, vari supergruppi) barlume di speranza tra le brume londinesi: l’illusione del calore soul. Come quel vapore grigiobianco che
Mat Steel. Epperò di uno come lui, che siamo abituati a sono stati sempre animati da passione e portati avanti si libera dal ghiaccio secco quando sublima.
vedere iscritto nei cartelloni dei festival di arti elettro- con intensità, bilanciando nostalgia e pruriti sperimen- (8/10)
niche di tutta Europa, non sempre si conosce l’origine tali. Gabriele Marino
musicale. Il quid che diede il la a una carriera, spesso Hyphenated-Man, pubblicato in Giappone già a otto-
perso nell’adolescenza o giù di lì. UL8, nome di un mo- bre 2010, è la terza rock opera firmata da Watt, mol-
dello di riproduttori a tre vie della Celestion, ma anche to meno narrativa delle precedenti (dedicate alla vita
da oggi nome del mastodonte sintetico che Mark fa marinara del padre e a momenti autobiografici messi è ancora rincoglionito e ci tiene a far sapere che non è tion; lei è la vocalist Aigoulya Divaeva, origini tartare,
uscire per la Mégo (dopo passaggi noti presso Mille in parallelo con la Divina Commedia dantesca; tsk, ‘sti soltanto il bassista degli Stooges... ex-ballerina del Bolshoi che dopo un curriculum vitae
Plateaux e Raster-Noton), sta qui a rappresentare quel americani), composta da trenta brevi sketch ispirati ai (6.95/10) trafelato è infine approdata nel nostro meraviglioso e
momento adamico, quando il Nostro sentiva uscire mostriciattoli dei quadri di Hieronymus Bosch, in una Gabriele Marino scellerato Paese.
dalle casse il synth pop di metà Ottanta e in mezzo a sorta di Mago di Oz miniaturizzato (e al maschile). Tra i due c’è ben più che un sodalizio artistico, ma è di
chitarre e bassi focalizzava l’attenzione sulle oscillazio- Scritto tutto su una vecchia Telecaster appartenuta Miss Julicka - Show Money Please quest’ultimo che ci preme riferire, anche se d’interes-
ni delle onde prodotte dai synth. a D.Boon, registrato assieme ai fidi Missingmen Tom (Revomuzik, Gennaio 2011) sante c’è soprattutto come le attitudini soniche di Fer-
Con quello spirito l’ora e passa di UL8 ci propone un Watson (chitarra) e Raul Morales (batteria) nello studio Genere: electro wave ri si mettano al servizio del fascino esotico e desueto
sound incompromissorio, un ritorno alle origini e all’es- newyorkese dell’ex-Pere Ubu Tony Maimone, l’album La proposta dei Miss Julicka tradisce evidenti infa- della vocalist, imbastendole scenografie come auto-
senza, computer music che rimane fedele a quel suono è un concentrato di enciclopedismo indie/roots USA tuazioni post-wave e trip-hop, con licenze atmosferi- dafé emotivi fin de siécle. Escludendo una cover dei
in bassa risoluzione (quasi un glitch che fa da mattonci- nella più classica tradizione wattiana, uno zibaldone che e congetture ritmiche tali da scomodare memorie Plasmatics (Sometimes I) e quella BBC estrapolata dalla
no ritmico da ripetere all’infinito) ricordando i tempi in stranoto ma ancora sorprendentemente fresco e friz- così diverse eppure affini quali Lamb, Subsonica, Lali soundtrack di un film russo, Show Money Please met-
cui si riusciva a sintetizzare solo quello. “Le tracce”, come zante, tra funk costipato, country modificato, hardrock, Puna, CSI e Blonde Redhead. Si tratta sostanzialmen- te in fila originali tanto intensi quanto prevedibili, nei
dice Fell medesimo, “replicano la semplice equazione HC melodico, slow blues e - fondamentali - residui bee- te di un duo: lui è Flavio Ferri, membro storico dei Delta quali la sensualità evasiva e l’ambiguo turbamento del-
synth mono / drum machine; sono state fatte con e per fheartiani (proto-post, free e psych). Lo zio Mike non si V e attualmente in bazzica anche nei Gurus On Vaca- la Divaeva (sorta di nipotina inquieta di Amanda Lear)

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trovano compimento anche grazie alla felice scelta dei lavori successivi, sospesi tra la necessità di reinventarsi Morgan Packard - Moment Again cenza del bianco, tiene gli occhi chiusi per concentrarsi
testi ridotti all’osso, poche parole reiterate a mo’ di raga e l’impossibilità d’essere altro da sé. Elsewhere (Anticipate, Ottobre 2010) sul cuore e riserva dediche ai figli che verranno. Il tutto
metropolitano. Qualche pezzo riesce piuttosto bene Tornano a provarci oggi con l’opera settima Hardcore Genere: elettronica in un tripudio di delicatezza e sensibilità che abbando-
(Brucia, A volte pensi, la title track) ma nel complesso Will Never Die, But You Will, titolo che pare ispirato La forza del minimalismo sta nel fatto che è una scuo- na la “cameretta” adolescenziale giusto per questioni
non si va oltre  un prurito di (prematura) archeologia all’imprecazione proferita da un teppistello ad un ne- la, ma anzitutto una pratica, efficace, modulare e mo- anagrafiche, giacché la destinazione naturale della mu-
sonora. goziante che si rifutava di vendergli alcolici. La chiave dulabile. Un modus operandi riconoscibile ma anche sica sarebbe proprio quella.
(6.2/10) stavolta è un wave pop da vorrei-ma-non-posso, tan- annidato, e sappiamo quanto, in ogni genere. Morgan Le cautele si sprecano in fase di ascolto, non fosse che
Stefano Solventi to accattivante quanto banale (vedi gli Stereolab via Packard parte da questa conoscenza per ri-approccia- di materiale sul genere se ne trova praticamente ovun-
New Order di Mexican Grand Prix), che si appiattisce re il suo mondo, quello dell’elettronica, delle textures di que. Eppure Mr. Milk riesce a conquistarci con un misto
Mogwai - Hardcore Will Never Die, But tra incedere chitarroso più da motoretta che motori- produzione. di immediatezza e malinconiche melodie dal passo for-
You Will (Rock Action, Febbraio 2011) stico (San Pedro, George Square Thatcher Death Party), In Moment Again Elsewhere, il responsabile dei moni- bito, costringendoci a relegarlo nelle prime posizioni di
Genere: wave rock pseudo-epiche marziali (la distorta e un po’ bolsa Rano ker Tundra (pianeta drum’n’bass) e Captain Campion quella scena nostrana minimal-folk in cui già rientrano
E’ almeno da Rock Action, il loro terzo lavoro, che i Mo- Pano)  e tentativi atmosferici senza troppo genio (la (con Phil Salathe) si cimenta con minimalismi (Reveal), artisti come Le-Li, Comaneci, Paolo Saporiti, Brown
gwai cercano una scappatoia dall’impasse, un modo cremosa ma sterile Letters To The Metro, una How To Be appunto, ma anche armoniche strutture elettroacusti- And The Leaves e il già citato Bob Corn. Il domani è ric-
cioè per lasciarsi alle spalle quella ingombrante calli- A Werewolf che prova a mettersi in scia Wilco). che e house (Insist), con esiti alla Four Tet. Rispetto a co di interrogativi, ma per ora c’è un disco di cui essere
grafia che li rese grandi, modello stilistico imprescindi- Gli otto minuti abbondanti di You’re Lionel Richie - con Kieran, Morgan è americano (viene da una zona rurale ampiamente soddisfatti.
bile tra i molti attribuibili alla voce post-rock. Parliamo curioso, breve inserto in italiano (“...disse che l’aveva del New England e vive a New York, sebbene abbia im- (6.9/10)
quindi di dieci anni fa, mese più mese meno. Fu quan- trovato, doveva uccidere il lupo, quel lupo non morì mai. parato il mestiere, pare, a Londra) e, piuttosto che diri- Fabrizio Zampighi
do gli scozzesi (assieme a tutto il “movimento”) capiro- Doveva avvolgersi nella sua pelle...”) - sono una melmo- gere gli esperimenti verso la sala da ballo, nutre i suoi
no l’importanza di tornare nel grembo della canzone, sa processione all’insegna di quel formidabile passato pezzi di riflessioni elettroacustiche, e lascia all’ascolta- Nicolas Bernier - String Lines (Crónica
recuperandone strutture e idioma senza rinnegare la che li condanna ad essere una variazione un po’ dispe- tore lo studio delle soluzioni creative, piuttosto che la Electronica, Ottobre 2010)
trasfigurazione della ritualità rock operata con gli stu- rata del proprio mito. fruizione - pur intelligente - nella più sofisticata club Genere: elettroacustica
pendi CODY e Young Team. Ovviamente, fu allora che (5.5/10) culture. Packard viene poi dalla dedizione conservato- Dei diapason. Guide quasi morali. Le “linee” a cui fa rife-
per Stuart Braithwait e compagni iniziarono i problemi. Stefano Solventi riale al sax jazz, e non disdegna il pianoforte, che non rimento il titolo del nuovo suggestivo lavoro di Nicolas
Non convinse del tutto Rock Action e non convinsero i interpreta altro ruolo che se stesso, pur affiancato da Bernier sono “tuning fork”, strumenti di accordatura
obliquità percussive di derivazione glitch (Window), e curiosi spiriti di metallo che riproducono un “puro
così come non rinuncia a meditazioni che rimandano a tono”, a cui anelare. Per un anno e mezzo (settembre
Terry Riley (Explain). 2008-febbraio 2010), Nicolas ha seguito la fascinazione
Nulla di sorprendente (date le premesse), eppure di di ciò che detta la regola: ha chiamato a sé due suona-
Packard ricorderemo il tocco, alla costante ricerca della tori d’archi, Pierre-Yves Martel (violista) e Chris Bartos
grazia, e l’assenza di perturbazione e disturbo. La soffi- (violinista) e insieme hanno esplorato le risorse asintoti-
cità è una presa di posizione, se gestita con padronanza che del tuning attorno a una determinata frequenza.
dei mezzi che più potrebbero sconvolgerla (l’album è Bernier, compositore elettroacustico canadese (curio-
stato composto interamente con Ripple, un software di samente omonimo di un compositore francese del Sei-
programmazione creato dallo stesso Morgan) - e all’in- cento), ha miscelato questi elementi riuscendo a creare
terno di una musica che definiremmo certo più cere- una ricerca sui timbri di grande impatto, con un’insi-
brale che easy listening. stenza e un’intensità che ricordano le notti di Giacinto
(6.7/10) Scelsi, più che le ricerche di Luciano Berio. Funziona
Gaspare Caliri particolarmente la dinamica e il sistema di relazioni
che si creano tra layer ambiental-elettronici (sfrigolii
Mr. Milk - Mr. Milk (Casa Molloy, Novembre sofisticati fin quasi al silenzio, a volte - line (c) - formicai
2010) percussivi) e le note acustiche (line (a)), prolungate fino
Genere: folk a essere un mantra dell’essenza. Ciò che sembra para-
Folkster campano e barbuto, voce appesa a un filo, dossale, ma solo in apparenza, è la possibilità di fare im-
esordio affidato a dodici brani voce e chitarra acustica. provvisazione attorno al concept di String Lines. Non è
Mr. Milk sembra una via di mezzo tra Nick Drake, Will per nulla inconcepibile maturare un approccio alla nota
Oldham e Bob Corn, perso com’è in una musica fragi- che per quanto si avvicini la rifugga, ne colga interstizi,
lissima e che più introspettiva non si potrebbe. Un pia- vie d’uscita, mimetizzati nella ripetizione.
noforte in Cardinal Legs e il resto dei brani a rallentare il L’ascoltatore vive una piccola narrazione, dalla quale è
battito su qualche arpeggio e una vocalità accordata su costretto a rimanerne escluso. È imbavagliato, come in
desinenze jazz, immaginario nudo che gioca con l’inno- una camicia di forza, dall’ipnosi dei forks, e gode, impo-

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tente, della maestria altrui nel fare fuga e trovare esca- talità corale/strumentale inclusa nel pacchetto. highlight
motage per ravvivarne le potenzialità compositive. Viste le premesse, un’installazione multimediale di
(7.2/10) otto speaker e altrettanti schermi, Hexadecagon, Joan As Police Woman - The Deep Field (Pias, Gennaio 2011)
Gaspare Caliri quarto album dei ragazzi, doveva essere la loro Genere: neo soul errebì
prova più interessante e avant. Una conversione in La neo-quarantenne Joan Wasser sforna il terzo album di inediti in cinque anni (senza contare l’inter-
Ninni Morgia/William Parker - Prism formato album (e quindi stereofonica) ha poi ridi- locutorio Cover) e azzecca la formula. Rispetto ai lavori precedenti, le dieci tracce in programma - che
(Ultramarine, Novembre 2010) mensionato l’impresa con risultati nettamente mini- per gli amanti del vinile diventano dodici - correggono la rotta quel tanto che basta perché la calligrafia
Genere: impro malisti (il caso più ecclatante: il pigiare incessante di esaudisca appieno le pretese espressive, sembrando quello che la poliziotta
È sempre la benemerita Ultramarine a dare alle stampe tasti da quaranta pianoforti in Circling) e in generale avrebbe sempre voluto e dovuto fare. Assistita al solito dall’esperto producer
Prism, doppio vinile collaborativo che mette in campo un impasto sonico ampiamente masticato e digerito Bryce Goggin (in repertorio album di Phish, Apples In Stereo, Sebadoh e
forze in apparenza lontane ma unite dalla indomita (lo xilofono e le elettroniche in crescendo Mogwai di Ramones, nonché il missaggio dell’epocale pavementiano Crooked Rain,
sperimentazione strumentale: una leggenda del free- Glass Jungle). Crooked Rain), Joan si disimpegna agile e appassionata attravreso un soul-
jazz americano, William Parker, e un giovane ed eclet- (6.4/10) errebì riprocessato, ovvero smontato e rimontato secondo l’estro, la sensibi-
tico chitarrista nostrano, Ninni Morgia. Edoardo Bridda lità, l’organizzazione mentale da caucasica metropolitana (newyorkese), di
Apprezzato e adorato da mostri sacri come Derek Bai- buona cultura, disposizione globale e tendenza liberal.
ley, il primo; onnivoro sperimentatore di tutto lo spettro Ofeliadorme - All harm ends here E’ un vero e proprio luogo estetico ed emotivo in cui inquietudini e traversie
delle musiche chitarristiche (noise-rock, kraut, psiche- (Autoprodotto, Dicembre 2010) socio-esistenziali trovano epifania e redenzione. Bassi arguti e pastosi, chitarre nervosette e acidule, fiati,
delia, sperimentalismo in solo, free-jazz), il secondo, i Genere: indie rock archi, organo e clavinet concorrono a definire assieme al canto della Wasser - mai tanto duttile e partecipe
due trovano il loro punto di contatto ideale in passaggi Primo passo sulla lunga distanza per i bolognesi Ofe- - un morbido rituale laico dove la sensualità primaria della black music sembra come sublimarsi, metten-
strumentali lontani da ciò che hanno prodotto in solo liadorme dopo l’ep Sometimes it’s better to wait del dosi al servizio di una “educazione sentimentale” tanto composta quanto tormentata, ad un tempo batta-
finora. L’americano contrappunta col suo contrabbas- 2009. Le undici tracce di All harm ends here raccon- gliera, elegante e apprensiva. Per questo durante l’ascolto capita di ripensare ad altre modalità di riappro-
so, fa da fondale, rende fluido il tutto mentre il sicilia- tano di un combo dall’aspetto (quasi) bifronte: elettri- priazione “bianca” dello stilema soul/errebì, così simili e così diverse: ad esempio ad una Cat Power senza
no offre forse la sua prova più ardita e avanguardisti- co in odore del più canonico brit-pop radioheadiano quella tribolata e un po’ disperata devozione (Kiss The Specifics, The Action Man), ad una Beth Gibbons più
ca. Prism è tutto un lavorio di chitarra e “sulla” chitarra per le prime sei tracce, acustico o semiacustico dalla serial televisivo che noir cinematico (Run For Love, Forever And A Year), ad una nipotina irriverente di Joni
che genera gorgoglii alieni e rumorismi spettrali, frasi settima in poi, uno strumentale psychfolk dal titolo Mitchell (The Magic), a dei Morphine meno febbricitanti che assorti (vedi la fosca Flash).
monche e puntillismo zoppo e fuori fase, fuoriuscen- omaggio a Whitman Leaves of grass. A fare da filo ros- E’ un gioco che ammalia finché riesce a non sembrarti troppo cerebrale, sostenuto da un pensiero debo-
do quasi trasfigurata dal suo ruolo naturale. Non ce ne so la voce lamentosa e allucinata, un po’ Cat Power un le ma suadente/pervadente (il frutto insipido dell’era dei social network?) di cui la ex compagna di Jeff
voglia Parker: il suo contributo al contrabbasso è tanto po’ PJ Harvey, di Francesca Bono e l’indole smussata Buckley (che magari avrebbe gradito l’appiccicosetta Chemmie) riesce a passare per la miglior interprete
umile quanto essenziale per diluire e insieme legare negli angoli ma pronta alla deflagrazione sul ritornello possibile.
il suono altrimenti dispersivo della chitarra di Morgia, del resto della banda: agli Ofeliadorme manca la zam- (7/10)
ma è quest’ultimo e il suo strumento il vero centro no- pata che li allontani da un calligrafismo onesto ma un Stefano Solventi
dale dell’album. Acquietando i passaggi (Prism 7, Prism filo soporifero, si veda la crescita poderosa di River che
4), inasprendoli quasi fino alla schizofrenia (Prism 3) o potrebbe essere qualcosa di più di una bella crescita
alienandoli verso una sorta di parafrasi elettronica (Pri- poderosa e basta. Peccato, perché le liriche raccontano
sm 11, Prism 15), Morgia fornisce una delle sue miglio- con la giusta tensione delle nostre quotidiane lotte con menticate le chitarre che tanto contano in quella fet- to procedere post-reznoriano) e facendo aleggiare su
ri prove, piazzandosi indubbiamente al livello di altri le paure, l’amore e i sogni dimostrando per una volta ta d’Italia: qui il referente principale è l’area grigia, la tutto un immaginario post-apocalittico non dissimile
grandi chitarristi avant. che l’utilizzo dell’inglese (Ian) non è solo un cespuglio macchina, l’elettronica più paranoica e disturbante. da quello ballardiano. Un disco anni ’80 fino al midollo:
(7.2/10) dietro cui nascondersi. A riattivare l’eterno conflitto macchina vs umano che oscuro, spiazzante, urgente.
Stefano Pifferi (6.4/10) caratterizza l’electro-industrial dalle sue origini è il (7/10)
Luca Barachetti confronto/scontro con la voce, sì graffiante e malata, a Stefano Pifferi
Octopus Project (The) - Hexadecagon tratti robotica e ipnotica, ma sempre percettibilmente
(Peek-A-Boo, Dicembre 2010) One Fuck One - We’ll Be Men Once More “umana” di Giommi. Owls - The Night Stays (RareNoise,
Genere: Coralità pop (Bloody Sound Fucktory, Gennaio 2011) Il tappeto sonoro è ovviamente targato Suicide (Fuck Febbraio 2011)
Semisconosciuti e mai davvero spinti criticamente, i te- Genere: industrial-wave 3-4 Turning Clocks Back è più di un omaggio), innan- Genere: wave
xani The Octopus Project sono una stereotipica band Un incalzante beat electro di stampo ebm, una linea zitutto, ma anche Young Gods (Fuck 6 Fury rimanda “Se Ian Curtis e i Joy Division esistessero ancora, oggi
Anni Zero. Attivi dal 1999, e presenti a festival anche di basso digitale ossessivamente industrial, una voce alle migliori prove di TV Sky), l’industrial-rock dei no- probabilmente suonerebbero così”. A dar retta alle
importanti, sono scomparsi dentro un mulinello di decadente e anfetaminica. Si presenta in questo modo, strani Templebeat o dei Pankow della seconda fase, press-sheet spesso si prendono topiche assurde. Sta-
post-rockismi di stampo europeo virati all’elettronica stabilendo da subito humus, traiettorie e finalità l’esor- la cold-wave made in deutschland più incompromis- volta, parlando degli Owls, la definizione ci sta tutta.
(tastiere e synth vari, drum machine) e layeristica so- dio di One Fuck One. Nuova propaggine delle Marche soria, l’ebm alla Klinik (Fuck 9 Hail To) in versione hea- Quello proposto da un eterogeneo terzetto di veterani
nora sulla scorta di label come Arts&Crafts e act come marce, il duo vede protagonisti David Starr ai suoni e vy-screamo, non disdegnando momenti dei primigeni delle scene musicali più oscure e trasversali è infatti un
Architecture in Helsinki o Mùm, campanellini e men- Luca Giommi, già con Edible Woman, alla voce. Di- Nine Inch Nails (Fuck 12 Counted Out e il suo macilen- suono dark-wave dal taglio apocalittico e dall’incedere

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cadenzato, tanto raffinato nei suoni quanto esoterico e Comme Un Flux non cambia di molto le cose. Al massi- tate più lente e oscure verso orizzonti post-grunge. la imbottigliato o di un Celentano ritrovato alfiere del
gloomy nelle atmosfere. mo le aggiusta e le perfeziona, confermando ispirazio- Detto della ovvia centralità della voce di Gozzi, capa- rock’n’roll.
Lorenzo Esposito Fornasari (voce, elettronica, già col- ne, direzione e buone intuizioni. In un succedersi di at- ce di muoversi mobile e personale tra i generi citati in Questo Bacco ep ricalca in cinque tracce i passi del suo
laboratore di Bill Laswell), l’istituzione Eraldo Bernoc- mosfere sognanti francofone (la title-track) e sensualità precedenza, e della inappuntabile perizia tecnica dei fratello maggiore seppure con qualche contorno rifat-
chi (dalle asperità industrial anni ’80 coi Sigillum S alle (Divine), malinconie urticanti (Breakfast Star) e labirinti restanti musicisti, il nodo più dolente è la proposta in to. Qualcosa dei Grinderman in una title-track ancora
collaborazioni a 360° con Mick Harris, Raiz, Jah Wobble wave (Dna) dal fortissimo imprinting blondrediano. sé. Reazionaria, iper-abusata, ancorata a stilemi ormai adatta al Molleggiato e qualcosa degli Zen Circus nel
ecc.) a chitarre, beats e elettronica e, udite, udite, mr. Del resto i nuovi Pitch (senza parentesi attorno alla P) triti e ritriti, ha sempre il suo fascino e il suo seguito nei folk-punk rallentato di Oggi, mentre C’è stato un party
Sol Invictus Tony Wakeford, il leggendario eroe del mantengono piccole fissazioni e pregi del passato: tra giri metal, ma rischia di disperdere energie e annoiare e la bella Tralalala rinnovano un’aurea folkeggiante in
neo-folk britannico (qui protagonista a voce e chitarra le prime il bisogno di rientrare in un immaginario ri- chi non è uso abbeverarsi a questa cup of tea. punta di banjo che qui trova atmosfere prima da drin-
tagliente), prendono la tradizione più gotica del neo- conoscibile - e a suo modo istituzionale - legato a filo (6/10) king song e poi da canto alla luna. Repetita Iuvant è
folk british e della wave più scura e la tinteggiano di doppio alle passioni di chi suona, tra i secondi la capa- Stefano Pifferi invece stoner fin troppo sguaiato, cui servirebbe una
tappeti electro e bassi cavernosi non distanti dall’uso cità di scrivere ottima musica entro i suddetti canoni. produzione ad hoc. Ma è una debolezza del tutto per-
di Bristol. (6.9/10) Sailors With Wax Wings - Sailors With donabile a degli irriverenti cantori dello sbraco come
Ne esce un disco di wave matura, algida e distante, di Fabrizio Zampighi Wax Wings (Angel Oven Records, Ottobre lo sono costoro.
una eleganza unica e non dissimile da un altro disco 2010) (6.5/10)
del genere che tanto ci era piaciuto, il Venetian Book Of Resurrextion - Elettro Sud (Relief Genere: doom, shoegaze Luca Barachetti
Dead di Unfolk. Una ottima fusione tra la voce di Wa- Records, Febbraio 2011) Il fantasma di Stephen Crane infesta la mente del lea-
keford, baritonale e esoterica, spesso raddoppiata da Genere: rap der dei Pyramids, R.Loren che ne trae ispirazione per Scorpion Violente - Uberschleiss (Avant!,
quella di Fornasari, la chitarra tagliente del menestrello I bassi e le periferie di Napoli cercano una via di fuga creare un nuovo, allucinato progetto. E che progetto: Novembre 2010)
inglese e i tappeti di elettronica tendente al beat “phat” anche attraverso le vie del rap (e del rap in lingua), lo Ted Parsons degli Swans e degli Jesu alla batteria, Ian Genere: dark-electro
dei compagni d’avventura. Ne escono panorami più o sappiamo, dai 99 Posse fino ad AleA. Ecco allora i Re- Fernow alias Prurient a occuparsi del ‘noise’,  la voce Efficace esempio di come le nuove generazioni sappia-
meno astratti (la lenta, sinuosa title track, l’evanescente surrextion. Cantato in dialetto e feat in italiano, basi dream-folk di Marissa Nadler, il malinconico violon- no trarre il meglio da un background musicale ampio
God Is Right, il trip-hop made in 4AD di We Took This ora nu-electro (come da titolo) ora ancorate a prestiti cello di Hildur Gudnadottir,  James Blackshaw al e praticamente illimitato, gli Scorpion Violente. Pro-
Land) o ibridi intriganti (l’ipotesi goth-western di I Am) HH commerciale (con tanto di autotune), alla ricerca di pianoforte, le influenze shoegaze assicurate da Simon venienti dal sottobosco weird-wave che fa riferimen-
che non sono che piccoli esempi di un gran bel disco una veracità da sbattere in faccia ai “finti intellettuali” Scott degli Slowdive, Colin Marston dei Krallice a dare to al collettivo semi-massonico Grande Triple Alliance
inaspettato. che sicuramente non apprezzeranno. Sinceri, genuini un tocco black metal, Aidan Baker  dei Nadja per la Internationale De L’Est (da lì fuoriuscirono AH Kraken,
(7.2/10) e incazzati, i ragazzi parlano di quello che vedono per parte sperimentale e persino David Tibet...  Anals, Normals e Feeling Of Love), i due francesi si
Stefano Pifferi le strade (lo sbando degli scugnizzi che per andare a Il suono non è molto dissimile dagli Jesu (Soft Gardens muovono agilmente al confine tra electro, synth-wave
scuola devono chiedere il permesso allo spacciatore) e Near The Sun, Keep Your Distant Beauty) ma quando gli robotica e idm in versione pagana, sfiorando in alcuni
Pitch - Comme Un Flux (Pocket Heaven, in tivvù (le trimalchionate del berlusconesimo). Si vede ospiti prendono il loro posto (There Came A Drooping passaggi il dancefloor ebm se non addirittura p-funk.
Gennaio 2011) che l’impegno è tanto, il rappato scivola anche bene, Maid, If I should cast off this tattered coat), il mood si fa Proprio al canone del fenomeno dancey più hype del
Genere: noise-wave ma sia su questo versante che soprattutto su quello etereo, sospeso in un limbo doom (Yes, I Have A Thou- terzo millennio sembrano rifarsi gli SV, mettendolo
Partiti a metà anni Novanta, quando lo standard era il delle basi è possibile fare molto di più, sforzandosi di sand Tongues And Nine And Ninety-Nine Lie) oppure epi- però sotto la lente di mastro Moroder, della grey area
grunge e il rock in italiano stava per diventare maggio- non consegnare a tutti i costi al “pubblico” un’immagi- co (There Was One Who Sought A New Road). più ossessiva e robotica - vedi alla voce Cabaret Voltai-
renne con pietre miliari come Hai paura del buio? degli ne del ghetto de noantri che faccia per forza rima con Classico super gruppo i Sailors With Wax Wings, ma re e TG, ma non solo - e della malignità della cold-wave
Afterhours (a quel disco Alessandra Gismondi con- truzzo. con un grande pregio: ognuno ha portato una parte di synth-driven più minimale ed esoterica. La copertina
tribuirà collaborando alla stesura del testo di Lasciami (5/10) sé facendo dell’insieme qualcosa di più della somma sado-pagan-satanica, dopotutto, non è casuale.
leccare l’adrenalina), i Pitch si sono adattati al nuovo Gabriele Marino delle parti. Grooves alla !!! immersi in una palude goth-wave (Ray
millennio cambiando d’abito con una certa facilità. (7/10) Ov Gold), techno-spasmi da Aphex Twin autistico cre-
Smessi i panni della band rapita da una Seattle punk- Rhyme - Fi(r)st (Bagana Records, Febbraio Gemma Ghelardi sciuto sotto i vessilli della DDR (13 Ans Presque 17), ni-
noise versante Hole non privo di spunti interessanti - 2011) chilismo post-Suicide virato dark-kosmische (la title
recuperate Bambina Atomica e Velluto, se li trovate - i Genere: metal Sakee Sed - Bacco ep (Autoprodotto, track), beat-box impazzite a suon di gas nervini e sui-
Nostri hanno scollinato nell’Era del Mp3 riprendendo I Rhyme sono un quartetto lombardo formato da Ga- Gennaio 2011) cide commandos (Fugue De Pute Mineure) e un piccolo
l’inglese del primo EP (1994) e riconvertendosi alla briele Gozzi (voce), Matteo Magni (chitarra), Riccardo Genere: folk-rock capolavoro come la nenia post-tutto dal titolo Christo-
wave dissonante/evocativa di scuola Blonde Redhead Canato (basso) e Guido Montanarini (batteria) e questo I Sakee Sed sono un duo bergamasco animato da una pher Walken, fanno di Uberschleiss una delle sorprese
con A Violent Dinner. Un disco che tre anni fa è servito Fi(r)st è, come da titolo, il loro esordio dopo una au- devozione storta e alcolica alla tradizione americana dell’anno in ambito weird-wave.
alla “vecchia” guardia (la Gismondi citata in apertura) toproduzione molto ben accolta nel sottobosco metal nelle sue molteplici forme. L’esordio dell’anno scorso, (7.1/10)
per mettere in ordine le idee dopo otto anni di silenzio mondiale. I quattro si muovono infatti sul versante del- Alla base della Roncola, li vedeva passare con piglio Stefano Pifferi
e ai nuovi arrivati (Luca Bandini, Christian Amatori e le musiche pesanti di matrice hard-rock e metal melo- da bevuta e volontaria noncuranza dei dettagli dal folk
Nicola Rambelli) per ridefinire i ruoli all’interno della dico, tutto assoli, stop-and-go, vocalizzi sopra le righe e allo stoner, transitando inevitabilmente attraverso il
formazione. cori a squarciagola, non disdegnando però alcune pun- rock e il blues ma con liriche in italiano di un Caposse-

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highlight mezzo - vi prego di sforzarvi - tra Joanna Newsom e Se lo storico Quique era una riuscitissima polaroid dei
Belinda Carlisle (Fyre). Carina, certo. Per la magia vera primi anni ’90, con il suo geniale idioma trance che
Nicolas Jaar - Space Is Only Noise (Circus Company, Gennaio 2011) ripassare fra un po’. anticipava quasi tutto quello che di li in poi si sarebbe
Genere: Ambient house (6.3/10) chiamato post-rock, il nuovo omonimo pur non avendo
Nicolas Jaar è stato oggetto di potenti riflettori fin dall’inizio della sua breve e giovanissima carriera. Non Stefano Solventi la stessa carica preveggente dice chiaramente alcune
solo lui, a dire il vero. La label alla quale è affiliato, la Wolf + Lamb, ha ricevuto pari se non maggiori atten- cose sugli anni presenti che val la pena di sottolineare:
zioni corso degli ultimi due anni. Seefeel - Faults (Warp Records, Settembre 1. Usciamo fuori da una decade di animalismi collettivi
Questione di sinergie (un locale diventato culto, Marcy Hotel, padrini d’eccezione - Seth Troxler) ma an- 2010) dove l’elettronica e il folk spesso si sono dati l’un l’altro
che delle giuste spezie che fanno della crew il centro nevralgico dell’house newyorchese più fresca del Genere: electro-dub,shoegaze un abbraccio mortale (o vitale a seconda dei punti di
momento. E dei numeri giusti a fare del boy il caso nel caso, un culto dentro Della reunion dei Seefeel già vi accennammo qualche vista). Non a caso un generale humus bucolico e pa-
il culto fatto di età giovanissima e stile che respira le più svariate culture mu- tempo fa. Oltre ai due leader storici Mark Clifford e storale (finanche terzomondista ) salta fuori tra le spire
sicali, in particolare la musica latina (via Villalobos, primo amore giovanile), i Sarah Peacock, la formazione vede  l’ingresso di Shi- astratte dei loro consueti liquidi turbinii elettro. Faults
piani preparati di Cage e la pre-ambient di Satie. geru Ishihara e Iida Kazuhisa, ex-batterista dei Bo- aveva già indicato questa direzione, ma ancora meglio
Nel 2008, il ragazzo allora diciassettenne presenta una traccia, The Student EP, redoms. Proprio le ritmiche compresse e meccaniche fanno brani come Dead Guitars e Airless.
ai rampanti dj/producer Zev Eisenberg e Gadi Mizrahi. Questi ne rimangono di quest’ultima sono la base dell’aggiornamento soni- 2. Se è vero che il dub è sempre stato una loro chiave di
affascinati. Non era dance ma neppure non-dance. Una base perfetta per co che troviamo in questo EP uscito a settembre e an- volta, questo disco merita di essere considerato come
alcuni remix prontamente affidati a Seth Troxler e Kasper. Jaar sembra già il ticipato dalla pubblicazione su  Soundcloud della sua la loro massima espressione in tal senso. Complici la
nuovo Aphex Twin dell’house, o meglio, visto il piano e l’house che lo lega ai traccia omonima. pesantezza tutta analogica della sessione ritmica, bra-
producer, un cugino di Francesco Tristano; meglio ancora, l’amico americano di quel James Blake con il In epoca post-dubstep, il mix di rock, ambient e shoe- ni come Rip-run e Making riescono a far dimenticare i
quale condivide un altro aspetto fondamentale, la decolorazione dei tessuti neri, il soul e l’errebì. Nicolas è gaze che caratterizzava i Seefeel si aggiorna alle novità corridoi neurolettici di Succour finendo con l’arrivare,
arty tanto quanto il non molto più vecchio britannico ma il suo è un taglio post-house e pertanto nell’eppì dei soundsystem. Faults è un’inquietante e indecifrabile in molti punti,  vicinissimo a gente che pur trafficando
Time For Us del 2009 (Wolf+Lamb sempre) spuntano voci da annali house à la Dj Sprinkles e quel tocco trama di voci eteree e bassi potenti, una progressione col dub partiva da premesse completamente  diverse
latino che fa tanto Ibiza quanto Santiago. In altri mix accadono invece, folgoranti innesti jazz (ama Mulatu la cui incompletezza è il principale pregio: le colpe can- come gli ultimi Gang Gang Dance.
Astatke), sensualità tanghere, sezioni afro e un battito che si assesta al massimo sui 100 bpm. tano, innocenti, ma picchiano forte nella mente a colpi 3.  Quello che ormai rimane dell’ascendenza shoegaze
I punti cardinali attorno al primo long playing sono tracciati. Space Is Only Noise è un prodotto ancora di cassa. Crawded e Folds non vengono meno all’intrec- è ridotto al contorto fuzz elettronico di una serie di dro-
più rarefatto che reinventa i Thievery Corporation ricollocandoli in una tela d’orologi molli (field recor- cio di pattern di batteria, bassi pesanti, chitarre velluta- nes mandanti in reverse e controreverse, da un mixer
ding di vita quotidiana, sample a-ritmici, ancora il piano), un terreno nu ambient decisamente maturato te e acide al tempo stesso, in stile Succour; Clouded è la mai come ora usato in maniera strumentale. Clifford
rispetto agli esperimenti del ’92 al cui sci-fi si sostituisce la cultura world, e uno sguardo globale legato traccia più sperimentale e vicina a Ch-Vox, sospesa fra e Peacock ottengono così una serie di manipolazioni
comunque al celeste (Colomb). Down tempo parola chiave dunque ma senza erbe e cioccolati (Ninja atmosfere ambient e interventi noise. masturbataorie (è il caso di bozzetti indefiniti come
Tune), un gioco adult piuttosto, tra vocoder evoluti (ancora James Blake) e arrangiamenti senza frontiere L’album, intitolato semplicemente Seefeel, è previsto Gzaug e Sway) dove le frequenze vengono tirate e riti-
tra elettronico e suonato, solipsismi e chamber music (Sunflower, la eastern musica da camera di To Many per febbraio.  rate fino allo spasimo disegnando una serie di astratti
Kids Finding Rain In The Dust). (7.2/10) eden dell’oltre umano - “zones without people” direbbe
Il lato USA di quel post-dubstep britannico che da qualche tempo a questa parte vede la luce. Un lavoro Gemma Ghelardi qualcuno - che odorano della stessa psichedelia sinte-
che ristabilisce il dialogo tra bianchi e neri e tecnologia a livelli creativi eccellenti. tica in voga presso i “new age punksters” di quest’ultimo
(7.4/10) Seefeel - Seefeel (Warp Records, Febbraio lustro.
Edoardo Bridda 2011) E’questa, dopo una decennio, la storia del (non) rock
Genere: psych ambient secondo i Seefeel.
Nessuno potrà mai rimproverare Mark Clifford e Sarah (7/10)
Peacock di non avere il dono della sintesi. Tutta la storia Antonello Comunale
dei Seefeel è la continua ricerca di leggere il presente
attraverso lenti tanto deformanti quanto rivelatrici. A Shriekback - Life In The Loading Bay
Sea Of Bees - Songs for the Ravens Ravens un debut album imperniato su un’empatia fia- 15 anni di distanza da quel discusso canto del cigno (Malicious Damage, Dicembre 2010)
(Crossbill, Gennaio 2011) besca, su germogli di teso romanticismo e tenerezza che fu (CH-VOX) i due membri storici della band bri- Genere: wave-funk
Genere: folk pop retrofuturista. tannica, complici i sodali uomini della Warp, arrivano Life In The Loading Bay è il dodicesimo disco degli
Nel bailamme contemporaneo si fa luce una sempre Ballate folk che vanno a fare il bagnetto nella madre- a consegnare alle stampe un disco nuovo, che ha il Shriekback ed è anche un’opera probabilmente de-
più palpabile voglia di folk pop sostenuto da un’enfasi perla, tra nuances sintetiche e brezze acidule, più qual- sapore  della rivincita. Complici una “air du temps” da stinata allo zoccolo duro dei fans del gruppo. O per
calda, quasi che l’ascoltatore premiasse il musicista che che bruma ad ispessire le scenografie emotive (Marma- fine decade e una sezione ritmica completamente rin- lo meno a chi ne saprà apprezzare i dettagli sonori ri-
mette in gioco un bel po’ d’anima e core. La california- lade). Immaginatevi una nipotina scafata di Neko Case novata con il bassista Shigeru Ishihara e l’ex batterista cercatissimi, cristallizzati in un limbo temporale tutto
na Julie Ann - Jules per gli amici - Baenziger stacca il invaghita degli Arcade Fire (The Gold, Sidepain), oppu- dei Boredoms, Iida Kazuhisa, questo disco omonimo sommato nostalgico - gli Ottanta wave inglesi - e fis-
ticket e sale su questo trepido torpedone, spacciandosi re una cuginetta svenevole dei Beach House (Skinny- fotografa perfettamente gli anni che stiamo vivendo sati su una mescolanza di crooning à la Nick Cave (la
come Sea Of Bees e licenziando con Songs For The bone, Won’t Be Long) o ancora una carezzevole via di meglio di qualunque articolo o trattato musicale. Pointless River corrispettivo della caveiana Brother, My

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Cup Is Empty o magari Nowhere Nothing Never) e funk in insieme diafane e melodiche su un carrarmato punk- Chi infine ha sentito Fool Bloom, prima opera lunga li- la collana 24 (un EP al mese ogni 24 del mese) in free
stile Prince (Loving Up The Thing), singulti Julian Cope garage-rock senza freni. cenziata sotto la sigla SC, si aspetterà qualcosa di per- download.
(Now I Wanna Go Home, Running With The Mothmen) Roba a originalità zero. Ma di quella che se fatta bene cussivo, ma anche etero, lunare, cosmico. Di certo “un- Cucinato con voce, basso, moog, batteria, clarinetto e
ed elettronica algida su fondali di sintetizzatore (In The come in questo caso, si torna subito ai vent’anni. Per derground”, all’opposto di quello che di fatto è Shore sax (tenore e contralto), questo Disco 1 merita atten-
Dreamlife Of Dogs). certe musiche, miglior pregio non può esserci. Obsessed: disco di synth pop raffinato figlio sì di New zione per il balzano entusiasmo, la garrula inconsuetu-
I tempi del synth-pop-wave veloce dell’esordio Tench (7.2/10) York, ma di quella di fine anni Settanta e inizio anni Ot- dine, l’intelligenza ficcante. Sei tracce abitate da spiriti
sono ovviamente lontani e la band si rivela un’abile ma- Stefano Pifferi tanta, mutante, terzomondista e popolarmente intel- mattacchioni come le fregole Hidden Cameras ingru-
nipolatrice più preoccupata della sua naturale elegan- lettuale. Il rumore e le sfaccettature del caso scompaio- gnite Morphine di Backscratching, i Kinks giocherello-
za che dell’impatto ideologico che la propria musica Smith Westerns - Dye It Blonde (Fat no dalla penna e specialmente dagli arrangiamenti di ni di Cave Canem e quelli invasati Van Der Graaf Gene-
potrebbe avere sulle nuove leve. Come testimoniano Possum, Gennaio 2011) Shore Obsessed. Eppure, fatta eccezione per alcuni epi- rator (!) di Warburg, gli Style Council corroborati Belle
certe distese di pianoforti caraibici su percussioni tene- Genere: neo power pop sodi evitabili (come First Time, che purtroppo, essendo And Sebastian di A Large Amount of Useless Informa-
brose, le ipotesi R.E.M tra drum machine e bassi ripieni, Tempo di sophomore per gli Smith Westerns, che in il brano iniziale, mette una disposizione d’animo non tion, mentre di Dedicated to Wyatt but Wyatt Wasn’t Li-
i paesaggi inquietanti costruiti sul groove. Impeccabile occasione dell’omonimo esordio si spacciarono per certo incline a proseguire), plausibilmente chi è curio- stening il titolo dice molto se non tutto. Ci sono idee, c’è
la ricerca di nuovi dettagli da sommare al background l’ennesima band lo-fi con parecchia voglia di guada- so di capire cosa sta succedendo vedrà stemperare il voglia, impudenza, dinamismo e sagacia. Una spolve-
giovanile, sospesa tra indagine consapevole e rassicu- gnarsi la cresta dell’onda. Missione quasi impossibile, rifiuto iniziale. Barhoocha è risalito alle origini di quel ratina d’intensità non guasterebbe (chiedere lumi agli
rante ritorno a casa. salvo tentare con un’aggiustatina di rotta. Ecco quindi i suono “tribale” e intellettuale che ha re-invaso NY, e chef Mariposa), ma come antipasto direi che ci siamo.
(6.7/10) quattro ragazzi di Chicago ripresentarsi vestiti di fiam- quindi alle esperienze di David Byrne, Talking Heads, (6.9/10)
Fabrizio Zampighi manti abiti power-pop con sfrangiature glam e blandi il Brian Eno conseguente - e quello di Before And After Stefano Solventi
ammiccamenti al britpop (in particolare quello dei pri- Science (Treading Water, Bad Habit).
Smart Cops - Per Proteggere E Servire (La mi Oasis e degli ultimi Suede). Hisham si è ritrovato fuori dal giro, lontano anni luce Stateless - Matilda (Ninja Tune, Febbraio
Tempesta Dischi, Febbraio 2011) Carinerie e baldanza a profusione, una chitarra capace dalle atmosfere di Fool Bloom e, guardandosi allo 2011)
Genere: punk di arguta spavalderia (vi basti quel che combina nel- specchio, si è visto sereno e sostanzialmente pop, Genere: electro, trip-hop
Brucia più in fretta di una sigaretta l’esordio degli sbirri la guizzante Weekend), romanticismo caramellato di con il rischio, non sempre evitato (Reaper), di risul- Il quartetto di Leeds in sophomore ripropone stilemi
con più classe del mondo. Quartetto rock per antono- spersa inquietudine Sixties, arpeggi tintinnanti e re- tare peggio degli altri emuli odierni. Chissà se tutto che spopolavano nei Novanta infatuati di post-jungle,
masia, Nicolò Fortuni (voce, ex With Love), Marco Rapi- trogusto vaudeville compresi. Proposta a pronta presa ciò non comporta la ricerca di un giro più grande, trip hop ed etno- pop. Quei suoni che James Lavelle
sarda (basso, ex-tutto, attualmente Crocodiles e Blank che si guadagnerà posizioni di prestigio nella classifi- oppure semplicemente l’ennesima operazione intel- con i suoi UNKLE ha saputo esaltare al massimo grado
Dogs e padre di Hell! Yes), Matteo Vallicelli (batteria) ca del cool. Quanto alla profondità dell’impatto, mi sa lettuale, basata su un ritorno al passato, passatista, (usando tra le altre anche la voce di Thom Yorke, uno
e Edoardo Vaccari (chitarra) sono un concentrato di che è argomento del tutto trascurabile. Dye It Blonde facile a dirsi, e che comunque non dichiareremmo dei riferimenti del combo britannico) vengono estratti
energia punk sboccata e anacronistica, dritta in faccia sembra uno di quei dischi in grado di accompagnarti imprescindibile. Anche se il modo di spiazzare l’udi- dal cappello a quasi vent’anni di distanza. La soluzione
e nichilista, ma proprio per questo viva e genuina. deliziosamente per un paio di settimane. Al massimo. torio si guadagna un tentativo per scavare nell’imba- si impasta giustamente nelle corde dell’eclettica Ninja
Belli, giovani e cattivi. Fasciati in uniformi all-black spa- Se sia tanto o poco, considerati i tempi, lo lascio alla razzo iniziale. Tune, ma non garantisce la sorpresa di un remake co-
rano un concentrato di punk ’77 made in NY (Ramones valutazione del lettore. (6.5/10) struttivo: a tratti sembra soffrire infatti di una retroda-
e Dead Boys su tutti) con influenze garage e beat ita- (6/10) Gaspare Caliri tazione che risulta un po’ stantia.
liano dei sessanta letteralmente irresistibile. Di quello Stefano Solventi Sebbene la vocalità sia intensa (ricalcando le soluzio-
che ti fa muovere il culo come un ossesso pure seduto Spagetti Bolonnaise - Disco 1 (42, ni di Bono mescolate a Lanois ed Eno) e i ragazzi stia-
al computer e cantare a squarciagola ironici inni sing- Soft Circle - Shore Obsessed (Post Present Dicembre 2010) no sul pezzo, l’atmosfera di questo Matilda può andar
a-long debosciati, pungenti, irriverenti e appiccicosis- Medium, Dicembre 2010) Genere: beat avant pop bene per qualche ascolto, ma alla lunga si impolverisce,
simi. Sempre irrimediabilmente contro, anthemici a Genere: synth-tribalpop Sono un quintetto dal veronese messo insieme con confinandosi al massimo a un buon trompe l’oreille da
nastro e intelligentemente sempre sul crinale del dop- Se conoscete Hisham Bharoocha, la prima reazione elementi di My Awesom Mixtape, Fake p, Lava Lava sottofondo per localini trendy.
piosenso tra il di qua e il di là della barricata: menzione all’ascolto di Shore Obsessed sarà probabilmente il rifiu- Love, I Got A Violet e quant’altro. Hanno in testa un’idea Tra gli ingredienti più intriganti restano le ballad che ri-
speciale per Facile Bersaglio e il suo indimenticabile ri- to. Un giudizio che sarà dipeso dal grado di approfon- immediata e complessa (o viceversa, fate voi) che essi calcano Jeff Buckley (I’m On Fire), le collaborazioni con
tornello, per l’outing insabbiato di Meglio Insabbiare (il dimento sul personaggio, e ad ogni modo difficilmente stessi usano definire “ultrapop”. Come suona? Tipo uno DJ Shadow (altro patron di quei bei tempi andati), la
dispiacere di dire a mia madre che ero gay…ti cucio addos- evitabile. Avendolo appena sentito nominare lo asso- squillante miscuglio di errebì e beat condito di elet- produzione di Damian Taylor (Björk e Prodigy), gli archi
so la divisa prima che se ne accorga) e per il poliziotto cerete probabilmente a Brooklyn, forse a Black Dice e troniche cosmico/patafisiche al neanche troppo vago del Balanescu String Quartet e la voce di Shara Worden
imbranato di La Legge Del Più Debole. Lightning Bolt, band in seno alle quali è avvenuta la aroma canterbury, ventaglio di codici che agli estremi dei My Brightest Diamond. Buoni i propositi, ma c’è an-
Un trittico d’apertura letteralmente da sballo - il ga- formazione del Nostro. Oppure forse ricollegherete il prevede estro indie-pop e sussulti sincopati para-prog. cora un po’ da lavorare. Take your time, guys.
rage-rock sguaiato e fuori luogo di Realtà Cercami, suo nome e il moniker Soft Circle all’ondata New Tribal Pur targati Vaggimal, gli Spaghetti Bolonnaise - che (5.9/10)
il surf-psychobilly cavernoso di Vesciche Di Guerra, il America, che affrontammo qualche anno fa - Hisham come tutti sanno è un ragù ipotetico, inesistente nel Marco Braggion
punk’n’roll tutto stop&go di Il Cattivo Tenente - mette partecipò infatti ad alcune delle vicende più signifi- ricettario tradizionale ma onnipresente nei menù turi-
al tappeto in 5 minuti netti, ma è tutto a scorrere velo- cative della storia, come il 77 Boa Drum, e l’88, l’anno stici all over the world - colgono l’opportunità offerta
ce e impazzito sulle stesse coordinate: voci incazzate, dopo. da 42 Records e confezionano un brillante grano per

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Streets (The) - Computers And Blues - sia un produttore d’elettronica, che non vuole però highlight
(Atlantic Records, Febbraio 2011) rinunciare alle evoluzioni ritmiche degli ultimi decenni.
Genere: White slaker hiphop La verità per lui sta in mezzo - vedi il libro a sua firma Sic Alps - Napa Asylum (Drag City, Gennaio 2011)
Mike ritorna a farsi fotografare dalla palazzina - è uno dedicato a come suonare - con le pelli - drum’n’bass e Genere: lo-fi psych-rock
studentato a Norwich - e già la cosa ci gasa. E’ la cover altri suoni computerizzati del 2000. Uno slittamento quasi impercettibile, quello dei Sic Alps. Dal sottobosco weird di Siltbreeze, Woodsist,
di un album dark e futuristico, ha confidato alla stam- Troviamo un surrogato di questo approccio in The Animal Disguise e molte altre label ancora, al catalogo indie ma non troppo della Drag City. Il passo c’è, lo
pa, una svolta rispetto al buonismo soul-hop del prece- Kenya Sessions, album frutto di un viaggio in Africa scarto pure, anche se non sembra così evidente.
dente Everything Is Borrowed e, dunque, un probabile che per il Nostro è stato folgorazione di suoni, (poli) Giunto alla fatidica prova del terzo album il trio californiano - a Matt Hartman e
ritorno allo skinner che avevamo amato tanti anni fa ritmi, e voci autoctone, nonché il risultato di una stra- Mike Donovan si aggiunge alla seconda chitarra l’ex Comets On Fire Noel Von
con l’indimenticato Original Pirate Material. Campale tificazione esperienziale, o di un “ritorno” in un moto Harmonson - chiude definitivamente più di un cerchio. Nella propria carriera e
sul sito poi la scritta lapidaria: the final The Streets al- uguale a quello dal digitale all’analogico, seppure qui anche all’interno del catalogo della nuova etichetta: non solo cortocircuitando
bum, il lavoro definitivo: l’ultimo probabilmente sotto condotto dal Sud al Nord del mondo (per dirla come lo la slackerness Pavementiana con l’atteggiamento sperimentale e irriverente
questa firma. Un disco ballabile, dove ci puoi bere il the fanno le note di copertina, “recorded in Rangala Village dei Royal Trux sul corpo morto della tradizione americana, ma proponendo
sopra con sonorità rave e qualche smalto philly, intriso and Jafferstrasse no. 10”). questa propria idea di “classicità del lo-fi” in forme meno frammentate che in
comunque di una britannicità impossibile da grattar La chiave dell’album è la sovrapposizione di sensibili- passato. Rendendosi più intelligibile e coeso, più maturo verrebbe da dire se
via.   tà, che a volte produce strane alienazioni tra l’euforia non fosse quasi un ossimoro; quasi che il passaggio ad una label più nota - e di conseguenza ad un pub-
E’ tutto vero, o quasi, quello che si ascolta in Computer africana e l’emotività repressa delle lande europee (Pa- blico più ampio - abbia spinto il terzetto di San Francisco a compattare quella frammentata, errabonda e
And Blues: una tracklist più upbeat, i pallosi cori tormen- perflowers, Vuvuzela In White). È curiosa questa “restau- centrifuga energia che da sempre ne contraddistingue le uscite (U.S. Ez, su tutte) in forme brevi, apparen-
tone soulful finalmente sotto sedativo e una rinvigori- razione attenta” in un mondo che valuta le possibilità temente abbozzate eppure perfettamente compiute.
ta verve a unire su basi compatte (garage, hip-hop, uk delle tecnologie, come quello dell’elettroacustica. E Liturgia rock in ogni salsa - dal blues al country, dall’hard-rock al garage-rock, al folk c’è veramente di tutto:
bass tutta) le clip alt/arty, lo slack flow e gli ingredienti forse le voci keniote e somale nascondono la stranez- liofilizzato, citato, maltrattato as usual - e attitudine sixties psych sempre affrontata con passo claudicante,
dell’uomo che i fan conoscono bene e le cose che lo za dell’operazione, dandoci esempi di armoniosi crash andatura indolente e semi-narcolettica, atteggiamento di distacco quasi indisponente: questa è la cifra
hanno reso star internazionale. culturali, più che programmi di ribellione alla logica caratteristica dei Sic Alps. Lo è da almeno un quinquennio e questo ci basterebbe. Se poi ci aggiungiamo
Mike alza la testa ed è ancora in grado di segnare degli mcluhaniana. l’ulteriore passo in avanti nella elaborazione di una sorta di liofilizzazione delle istanze lo-fi degli anni ’00,
high score: non spaccherà sulle basi à la Magnetic Man Ad ogni modo, sembrano a volte sopravvivere a se ecco che avremo uno dei migliori gruppi in circolazione. E non lo scopriamo oggi.
di The Robots Are Taking Over, con le rime fiacche di In stessi più i primi piani “terzomondisti” (Walk To Ranga- (7.3/10)
The Middle o le gigionate in salsa mexi-ragga di He’s la, scritta dalla Rangala Village Community), affiancati Stefano Pifferi
Behind You, He’s Got Swine flu, ma funziona alla grande, ad autorialità miste dello stesso Kacirek con autori afri-
soprattutto a inizio scaletta, con numeri tra crudezza cani (Old Man Small Studio, composta insieme a Owino
geezer, hard step e savoir faire Bass con la B maiuscola Koyo), nell’economia del disco, piuttosto che le sofisti-
(I Love My Phone, Daivd Hassles, Skills On Toast). cazioni percussive contrappuntate - ma da lontano - di batteria, i crescendo improvvisi), suggerendo ambienti pochi istanti, facendo pure crashare la rete. Dal 1995
Troviamo nell’album una potenziale summer hit a base canti popolari delle comunità locali (Headphones & He- inaspettati costruiti sulla chitarra elettrica (Lucid Dre- - anno in cui il non-più-ragazzo ha lasciato il gruppo -
di soft rock e memorabilia 80s (Trust Me), un nuovo address). am), giocando con i volumi tra raga, soundscape e psi- nel pop internazionale ne sono successe di cose. Lady
episodio post-Kinks nella uptempo See If They Salute, Parafrasando, è lo “stare là” che dà la tenuta a The Ken- chedelia (l’ottima Talkin With Nature Inside The Barrell). Gaga, M.I.A., Ke$ha e tanti altri nuovi volti hanno preso
ma ciò che s’apprezza di più è il formato che alterna ya Sessions, non il “tornare qua”. Il risultato è un disco dall’andatura irregolare, sunto ef- piede, cristallizzando le boys band a fenomeno di co-
cruderie e raggi di sole, lo stream urbano tornato vera- (6.9/10) ficacie di suoni spigolosi e velleità chimico-espansive. stume Novanta. Ha senso farsi troppe pippe interpre-
mente urbano (dopo le saghe personali sul successo e Gaspare Caliri Un salto senza rete di sicurezza cui si perdonano volen- tative su una nuova reunion? Non molto. Ormai siamo
le depressioni al giro dei trenta) e la parlata monotono tieri certe interferenze legate alle passioni più umorali abituati alle rimpatriate, siano esse nuovi inizi o mere
che ricongiunge ghetto e quadretti kenloachiani, free Sybiann - Sybiann (Glue, Dicembre 2010) della formazione (nello specifico, il fac-simile Oneida operazioni commerciali. Per leggere il ‘testo’ che ci
form e narrativa di amori periferici. Che le ballad non Genere: post-punk / wave della scapicollante Embryo) in virtù di una personalità propongono i ‘That, è meglio ripartire da zero, senza
gli escano più come un tempo (A Blip On A Screen) non Trentun minuti di tribalismi, droni, chitarre accuminate, già formata e poco avvezza ai formalismi consolidati. pregiudizi.
è un fatto da sovradimensionare in un album così diret- echi claustrofobici. In testa i Liars, tra i coetanei i Buzz (7.2/10) E da zero ripartono pure loro, affidandosi a Stuart Price,
to e ben prodotto. Goodbye? Aldrin e a santificare quest’orgia post-punk da disadat- Fabrizio Zampighi aka l’uomo-dai-numerosi-alias-che-ha-fatto-rinascere-
(7.1/10) tati Birthday Party, Joy Division e pure certi Animal dalle-ceneri-pure-Madonna. Jacques Lu Cont mette
Edoardo Bridda Collective vestiti a lutto (Monsoon Breath). Per il loro Take That - Progress (Polydor, Novembre pesantemente lo zampino nelle dieci tracce di questo
esordio lavorano d’intuito i romagnoli Sybiann e fanno 2010) Progress e il suo intervento si sente tutto: vaghi ricordi à
Sven Kacirek - The Kenya Sessions (Ping bene, perché è proprio l’irruenza un po’ naïf a salvarli Genere: synth pop la Bowie (Affirmation), l’onnipresente citazione di Mika
Pung, Febbraio 2011) dalla morte certa riservata agli epigoni troppo fedeli Il ritorno di Robbie Williams nella ex-boy band più (What Do You Want From Me?), il synth rock da dance-
Genere: ambient-africana della band newyorkese citata in apertura. Concentran- famosa del globo ha fatto alzare la colonnina di mer- floor delle Scissors Sisters (SOS), pomposità barocco-
Sven Kacirek è sia un seguace del ritorno al suono dosi più sulle soluzioni semplici che sui massimi siste- curio, tanto che i concerti per il tour, prima ancora che UK per Elton John (Eight Letters) e il singolone promo-
suonato - almeno per quanto concerne le percussioni mi (l’assioma ritmico, la convergenza tra sintetizzatori e uscisse questo sesto lavoro, sono andati esauriti in zionale già visto su tutte le TV e le radio del globo (The

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highlight ze di tastiera ed il canto tiepido tratteggiano bozzetti accessibilità ma pure un rischioso muoversi in direzioni
con la delicata pregnanza d’un Will Oldham letargico meno personali, dove la forma vince sulla sostanza.
Voices Of Black - Plastic Dolls (Wolf + Lamb Music, Gennaio 2011) o del Jason Molina dei minimi termini, talora rievocan- (5.9/10)
Genere: Glo-House do la pregnanza impalpabile di certi Red House Pain- Simone Madrau
Perfetta per fare di desiderio, cosmesi e forme plastiche un tutt’uno, l’house è stata la colonna sonora ters o il gracile trasporto dei Sodastream. Tra dolce ip-
degli stilisti da vent’anni a questa parte almeno. Storicizzandosi è diventata la soundtrack delle ritualità nosi e inevitabile tedio, le dodici tracce scorrono come Teenage Panzerkorps - German Reggae
del mondo della moda e di un tempo libero vissuto in sinergia ai dettami edonisti. In pratica, l’house è increspature dell’aria. (Holidays Records, Gennaio 2011)
perfetta per restituirti un’idea supersexy e allo stesso tempo tutta glossata, (6.7/10) Genere: Post-punk
un gioco onanista che mescolandosi a caldi groove e immagini tattili può Stefano Solventi I punk teutonici più amati d’America tornano con un
diventare facilmente ossessivo. nuovo full-length e nel farlo scelgono una delle eti-
Lo sanno bene i Daft Punk e lo sanno pure i Voices Of Black (al secolo i Tapes N Tapes - Outside (Ibid, Gennaio 2011) chette italiane più attente e attive degli ultimi tempi.
poco più che ventenni Babatunde Doherty e Julian Randolph) che hanno Genere: Indie-Rock Dopo ben due LP su Siltbreeze, il combo yankee-tede-
pensato di farci un concept album, raccontandoci in 4/4 un ‘day in the life’ Rientro sulle scene per quei Tapes N Tapes che qual- sco decide di darsi una smossa per quanto possibile
di una modella. L’idea - venuta al duo mentre guardava ad audio spento uno che anno fa ci avevano positivamente impressionato all’interno dei limiti non morbidi del genere.
speciale su Ana Beatriz Barros - è stata realizzata grazie a un massiccio uso con Walk It Off. Per questo nuovo Outside il quartetto Non resta quindi che rivedere ritmiche e tempi, la pati-
di campionamenti “descrittivi” l’universo dentro e fuori la passerella, ma an- del Minnesota abbandona la XL Recordings e, come ai na di doverosa bassa-fedeltà e l’intramontabile amore
che rubacchiando con il fare dell’hip-hopper slacking tutto un intorno di femminilità in dischi altrui (da tempi del primo The Loon, ripiega su un’autoproduzio- per Fall, Joy Division e compagnia d’Albione, elementi
lì molti frammenti eclettic, tra cui anche il mito soul Sade). In questo notiamo un interessante e quanto ne. Nel frattempo però, qualcosa sembra cambiato. amalgamati in chiave personale dal marchio di fabbri-
mai improbabile accostamento con le mosse dei glo-fiers di qualche tempo fa, dato che il loro sguardo Se l’iniziale Badaboom rende nuovamente lecito il pa- ca dei Carristi Adolescenti: il cantato scandito in lingua
traguarda anche ere musicali ormai più che storicizzate (i loro eroi dichiarati sono Fela Kuti, George Clin- ragone con l’indie-rock più sgangherato e spigoloso madre dal mercuriale Bunker Wolf.
ton e J Dilla). dei vari Clap Your Hands Say Yeah, i brani seguen- E’ del resto la componente ritmica la vera novità di
Plastic Dolls è uno spasso ben congegnato perfettamente nelle corde della deep house creativa dell’ormai ti suonano molto più nitidi rispetto al passato, come German Reggae che, già dal titolo, predispone ad un
superhyped label Wolf+Lamb. Magari a tratti potrebbe risultare troppo fumato (All Must Conclude) nel se si fosse voluto semplificare le strutture e ripulire il lungo auf wiedersehen ai 4/4 asettici ed immutabili
mescolare narrative synth, canto campionato e la psych svagata e vintage, ma è un’ottima traduzione suono. Avrebbe potuto essere una scelta azzeccata se degli album precedenti. La scena si riempie di sincopi
della felinità in un gioco intrigato e intrigante, variegato e non senza ironia. Ci troviamo ben dosate spezie il gruppo avesse sviluppato di pari passo un adeguato sconnesse (Our Health), tribalismi percussivi tanto in-
disco, frammenti soul, filtri, funk, 80s e una good vibration da House party senza tempo che si diffonde talento per la melodia, invece la maggior parte dei bra- diavolati quanto inusitati (Metal Seeds, Human Animal
per tutto il disco e che ci fa ricordare che le cose possono ancora girare bene nella dance. ni scorre via senza alcuna sorpresa. Da un lato, assistia- Burial), incursioni marziali dal retrogusto industriale
(7.2/10) mo ad un’innocua contaminazione con altri generi, dal (Kampflust) e jam narcotiche con il fantasma di Mark E.
Edoardo Bridda country al rock’n’roll, dall’altro ad una caccia al ritornel- Smith a scrutare dall’ombra (Machine Racists).
lo accattivante che quand’anche si concretizza (One In Un modo indubbiamente interessante di rinfrescare
The World, People You Know) non porta con sè nulla che una proposta già notevolmente efficace ma che, pro-
gruppi come Vampire Weekend non abbiano svilup- tratta oltremodo, avrebbe cominciato a mostrare i pri-
pato in maniera più convincente. mi segni di cedimento. Pericolo scampato con maestria
Nella seconda metà dell’album le cose si fanno più in- ed astuzia.
Flood in Italia è passato pure a X-Factor). Insomma un Talons’ - Songs For Boats (Own Records, teressanti, soprattutto quando intervengono l’andatu- (7.2/10)
frullato di ricordi da visibilio barocco come solo gli in- Febbraio 2011) ra languida di Hidee Ho e il crescendo rumoroso di On Andrea Napoli
glesi sanno promettere e in più quel tocco modaiolo Genere: lo-fi folk And On: le due tracce su cui il gruppo dovrebbe punta-
da dancefloor che non guasta per la top five. Già membro dei bedroomers Trouble Books e dei re qualora volesse ritrovare la propria freschezza. Per il Tiny Tide - Febrero (Kingem, Febbraio
Un disco che nella stampa inglese ha sbancato, ma che post-rockers Six Parts Seven, Mike Tolan è un chitarri- resto, dei Tapes N Tapes che ricordavamo rimane giu- 2011)
da noi - prescindendo dai fan -  sarà presto destinato sta di New Philadelphia, 50 miglia a sud di Akron, Ohio. sto qualche eco sullo sfondo: qua e là un riff di chitarra Genere: lo-fi pop-rock
all’oblìo. Ricordi Novanta senza ballads - non c’è una E’ però durante un soggiorno in Spagna che ha con- meno prevedibile o un verso urlato quando, media- A poche settimane da MoonTalking, è già tempo di
nuova Back For Good per intenderci - non bastano a cepito questo Songs For Boats, secondo lavoro uscito mente, tutto sembra tenuto a freno. Perfino un singolo un nuovo album per Tiny Tide, la creatura “indie pop
far gridare al miracolo. Anzi, dato che il riciclo è stato a nome Talons’ su Own Records tre anni dopo Songs tiratissimo come Freak Out, che dovrebbe procedere arcade rock” del cesenate Mark Zonda. Lo ha intitolato
promosso da interviste ufficiali che predicavano un’in- For Babes. Se quello metteva in fila pezzi ispirati ad al- a briglia sciolta, segue un canovaccio assolutamente Febrero - febbraio in spagnolo - perché a suo dire è il
novativa crescita introspettiva che alla luce dei testi ri- trettante figure femminili, questo - ma guarda un po’ banale. C’è qualcosa di forzato in queste nuove tracce, mese in cui accadono gli eventi cruciali della sua vita.
sulta solo paventata, il risultato è l’ennesimo affidarsi - si dedica ad imbarcazioni di vario ordine e grado, al- una sorta di snaturamento che non convince e lascia il Particolare non da poco, perché sottolinea in qualche
al buono e bravo lifting del produttore di turno. L’uni- trettanti pretesti poetici ovviamente per una calligrafia gruppo a metà strada tra se stesso e un profilo più alto modo l’intimismo disarmante, il mettersi in gioco sen-
ca curiosità rimane l’attesa per un loro live. Conoscete che insiste a costeggiare placide rive lo-fi folk. ma poco consono all’attitudine sviluppata fin qui. za rete di protezione, la deliziosa vulnerabilità emotiva
qualche bagarino? Basale, etereo, indolenzito, Tolan tratteggia atmosfere Preso per ciò che è, Outside risulta dunque niente più di che già abbiamo avuto modo di apprezzare nei prece-
(5/10) col carboncino che poi spennella di bave acquarello. una gradevole raccolta di canzoni; nella discografia dei denti lavori. Zonda è un entusiasta, innamorato della
Marco Braggion Chitarre acustiche, field recordings agresti, evanescen- Tapes N Tapes, invece, è sì un passo avanti in termini di musica indipendente e di tutte le sue premesse, che si

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chiamino David Bowie o Left Banke, Primal Scream un denominatore melodico arrangiativo che rimane cammina: cuore soul, estro rock e malanimo incurabile lasciandogli idealmente carta bianca. Il che, nel caso
o Ash, Beatles o Elliott Smith. sostanzialmente inalterato dall’inizio alla fine. Nell’era pasturato a cinema e letteratura noir. Tutto già ampia- di Frisell, significa retrocedere ad accompagnatore di
Malgrado uno sforzo maggiore in fase di produzione - della Rete, lo sappiamo, l’operazione è funzionale, ma mete ed esaustivamente rappresentato, eviscerato nei lusso per il Sud America malinconico e romantico del
tanto che si è spinto a coinvolgere band come gli svede- da un punto di vista prospettico, potrebbe risultare ca- sei album con la compagine di Cincinnati. Le variazioni collega, auto-privandosi del ruolo di innovatore che da
si Stars in Coma, i britannici Brigadier e lo statuniten- rente. Come primo step non pretendiamo di più. sul tema successive - Gutter Twins compresi - hanno sempre gli è familiare. Ne vien fuori un disco elegan-
se Anthony Rochester - la dimensione lo-fi è il timbro (6.4/10) impietosamente rimarcato questo dato di fatto. Allo- tissimo, preso in ostaggio dai ritmi latini, nobilitato da
predominante, come una patina sulla pelle del suono Marco Boscolo ra, queste undici tracce? Hanno un senso perché sem- un dialogo costante tra le sei corde dei due artisti ma
e una cartilagine che frastorna le strutture. Quattordici brano accettare quel decesso, provando a coniugare il a suo modo anche standardizzato, capace di lasciare
le tracce all’insegna di un power-pop intorpidito psy- Tupolev - Towers Of Sparks (Valeot, verbo al presente perché si trattava comunque di una al Frisell che tutti conosciamo solo qualche parentesi
ch con una vena wave che pulsa a intermittenza, ora Febbraio 2011) proposta fottutamente buona. isolata (la parte centrale di Mi Declaraciòn, il divertisse-
arty, ora sbrigliata e ora tesa. Un carosello attraverso Genere: jazz / post-rock In un certo senso, Dulli fa le prove di persistenza. E mette ment di Cafezinho e il post-rock di El Camino).
tormenti dolciastri ed enfatico sdilinquimento (Kitty Je- Austriaci, provenienti da altre esperienze musicali e a segno degli ottimi colpi, come il glam-psych avariato Si centra l’obiettivo del “bello” a tutte le latitudini, in-
sus, quella Mask Me Mask Me Mask Me che sembra Jens collaborazioni d’avanguardia (Port-Royal, Slon, Prote- di On The Corner, la psicotica mistura electro-shoegaze somma, ma si nega nel contempo il piacere della sco-
Lekman alle prese col repertorio Smiths), tra strali stant Work Ethic, Werner Kitzmüller Trio, Primordial di The Beginning Of The End, l’ordigno soffice della titi- perta che da che mondo è mondo accompagna l’ascol-
glam e hardcore-pop (Silver Star, Ginger Genie), trepi- Undermind), i Tupolev arrivano con Towers Of Sparks le track (coi ghiribizzi blaxploitation genialmente fuori to di un disco del musicista americano. Ammesso che
dazioni brumose (A Song For EMI) e sussulti melliflui (il al secondo disco lungo della loro carriera, dopo il Me- contesto) e una Waves che ghigna tra noise e digitale questo lo sia.
batticuore Badfinger di Scrambled Eggs, una February mory Of Björn Bolssen di due anni fa. Tutto resta con- come un Iggy Pop preso in ostaggio dai Primal Scre- (6.5/10)
che sa scozzare Steve Wynn e Scott Walker). finato a un jazz ibrido pianoforte, violoncello, batteria, am. Il resto è perlopiù una rivisitazione di luoghi comuni Fabrizio Zampighi
Se è piacevole gia di per sé questo senso di frugale elettronica che flirta con la classica e con i classici (Kei- dulliani, passione bieca e trasporto sanguigno, quei cre-
devozione, di entusiastico sbattimento, occorre ag- th Jarrett in testa), si concede qualche parentesi free e scendo di prammatica che esalano struggimento male- VipCancro - Tropico (Lisca Records,
giungere che Zonda sa tirare fuori dal cilindro pezzi ricorda in qualche maniera il post-rock. Una parentela fico e ambigua perdizione. Rare le sorprese (il sentore Ottobre 2010)
di tutto rispetto. Roba tipo una Tiny Trains o quella Va- quest’ultima più umorale che definitiva, rintracciabile John Lennon tra spunti Tom Petty e Soundgarden di Genere: impro spettrale
lentine Disco Night (i Roxy Music ipnotizzati da Robyn nella tendenza della musica a creare spaccati capaci She Was Stolen, la febbre desertica di Never Seen No Devil) Spettralismo ed evanescenza impro-rumorista sono le
Hitchcock?) che con adeguata produzione - fatemelo di giocare con l’intensità, la topografia e l’architettura, e molta programmatica prevedibilità, cui non sfuggono i coordinate che caratterizzano Tropico, album che se-
dire, anche se può suonare antipatico - t’immagini a senza mai scadere in eccessi cerebrali. duetti col sodale Mark Lanegan (la fosca processione di gna il ritorno dei VipCancro. Il quartetto toscano si era
lambire le playlist che contano. Restiamo in attesa di Il risultato è un disco complesso, angolare e tutto da Be Invited, ospite anche la chitarra - non particolarmente già fatta notare con le autoproduzioni d’esordio (XaX,
sviluppi. decifrare. incisiva - di Nick McCabe) e con Ani Di Franco nella tut- vinile del 2008, e il cd-r omonimo dello stesso anno)
(7.1/10) (6.7/10) to sommato riuscita Blackbird And The Fox. e con alcune comparsate nei territori di confine tra
Stefano Solventi Fabrizio Zampighi Apoteosi di mestiere indomito, quindi, con cui presu- avanguardia artistica e musica (le performance video-
mo dovremo fare i conti per un bel pezzo ancora. musicale in omaggio a Luigi Nono, su tutte). Ora la que-
Treefight For Sunlight - A Collection of Twilight Singers - Dynamite Steps (Sub (6.9/10) stione sembra aver preso una piega più radicale.
Vibrations For Your Skull (Bella Union, Pop, Febbraio 2011) Stefano Solventi Filippo Ciavoli Cortelli (percussioni e nastri), Andrea
Febbraio 2011) Genere: rock noir Borghi (basso), Nicola Quiriconi (voce) e Alberto Picchi
Genere: chamber pop Ritorno a casa per Greg Dulli? Meglio, un ritorno fiero Vinicius Cantuária/Bill Frisell - Lágrimas (elettronica) piegano la strumentazione quasi conven-
Ci piacciono le operazioni di  depistaggio geografico, e cocciuto a se stesso, passando dai vari stadi attraver- Mexicanas (Naive, Gennaio 2011) zionalmente rock ad una missione: fondere in un lin-
qui ben rappresentate da un quartetto pop tutto sole sati sul vascello Twilight Singers, per appordare alla Genere: bossa / jazz guaggio personale l’astrattismo e la radicalità di una
californiano che però ci arriva dalla Danimarca. Mathias chiave rock sovraccarica, dannatamente ed eccessiva- Folgorato sulla via del jazz in giovanissima età da Wes proposta proveniente da un ambito tradizionalmente
Sørensen, Morten Winther Nielsen, Christian Rohde mente noir, perpetrata coi gloriosi Afghan Whigs. Eb- Montgomery, Bill Frisell è un artista in perenne movi- ambient noise-industriale. E nel marasma semi-mag-
Lindinger e Niels Kirk sono i loro nomi e si sente fin dal- bene, questo Dynamite Steps - sesto album targato mento. Un moto continuo, il suo, che l’ha portato ad in- matico che ne esce, ciò che sarebbe in apparenza rico-
le note dell’iniziale Dream Before Sleep che il nume tu- TS un lustro dopo il più che discreto Powder Burns dagare generi diversissimi tra loro alla ricerca di un filo noscibile viene travisato se non trasfigurato in qualcosa
telare è uno e uno soltanto: Brian Wilson. La mezz’ora - suona come se fosse stato realizzato subito dopo il conduttore che potesse unire sperimentazione, musica di altro: l’isolazionismo, la kosmische, l’industrial italica
di quest’esordio per l’etichetta di Simone Raymonde è canto del cigno dei Whigs (1965, uscito nel ‘98), tanto contemporanea e linguaggi consolidati. A questo ten- d’inizi ’80, l’elettronica colta e di ricerca si frantumano
tutta intrecci di armonie, falsetti e chitarre jangle che appare come un tentativo di ripartire da quell’impe- de una discografia infinita e ibrida che va dal blues al in forme astrali e spettrali, impalpabili o granulose, al-
oltre ad aver mandato a memoria la lezione del surf dei tuoso impasse mettendo a punto il tasso psichedeli- country, dalle colonne sonore alla world music, costan- lucinate e lacerate dal di dentro.
Beach Boys ma attualizzata agli MGMT (seppure in co, irrobustendo la fibra folk ed azzardando organiche te tentativo - in gran parte riuscito - di reinterpretare Qualche concettualità di troppo, ovvia quando si calca-
versione meno trippy). suggestioni electro. la chitarra in bilico tra complessità e immediatezza, no simili terreni, e una certa omogeneità di fondo non
Funziona lo zucchero che si scioglie al sole del singo- Se non suona come la rianimazione forzata di un cada- grazie all’ausilio di musicisti sempre diversi (tra i tanti, rovinano un album denso e incompromissorio, che se-
lo Facing The Sun (che nel ritornello si accende come vere è perché Dulli artisticamente ha già oltrepassato Arto Lindsay, Elvin Jones, Ry Cooder). gna lo spessore della “scena” dell’improvvisata italiana
i migliori Belle & Sebastian) o l’affondo della mar- la zona morta, è uno splendido zombie a sangue caldo In Lagrimas Mexicanas il Nostro torna a collaborare anche sul versante più oscuro.
cietta Hidden Cameras di What Became of You and I, da indicare come esempio alle nuove generazioni. La con il bravo Vinicius Cantuária, vecchia conoscen- (6.9/10)
il problema semmai è l’appiattimento della tracklist su sua è una calligrafia inconfondibile, un conflitto che za dei tempi di The Intercontinentals (ma non solo), Stefano Pifferi

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White Lies - Ritual (Fiction, Gennaio 2011) bisogna avere la forza di trasfigurare la tradizione in un
Genere: Wave pop linguaggio proprio, magari andando a sporcare il pro-
Brutta cosa realizzare un disco di successo e dispor- prio sound e la propria scrittura con influenze nuove
re di poche idee su come dargli un seguito. Si finisce come seppero fare i grandi padri del pop come i Beat-
con diluire le intuizioni valide dell’album precedente, les, i Kinks, i Beach Boys, giusto per citarne qualcuno.
esasperarne gli elementi vincenti e gettarsi in qualche Non che i Zoey Van Goey non possano farlo nel loro fu-
maldestro tentativo di imboccare nuove strade. turo, ma al momento pur risultando piacevoli, suonano
Il caso dei White Lies è quasi da manuale. Sul nuovo comunque qualcosa che abbiamo già sentito altrove,
Ritual riproducono pedissequamente la formula vin- senza che il loro tocco riesca a rendere indimenticabili
cente di To Lose My Life, quella che traduce definiti- le canzoni.
vamente il new wave revival in ambito mainstream, (6.5/10)
ma lo fanno con una freschezza infinitamente minore Marco Boscolo
rispetto all’esordio.
In passato, se ne poteva apprezzare la potenza delle
melodie, i richiami, seppur ingenui, a Psychedelic Furs
e Depeche Mode, la voce elegante ed austera di Har-
ry McVeigh; tutti aspetti che sul nuovo Ritual vengono
amplificati dalla cassa di risonanza di una produzione
fin troppo solenne, curata da Alan Moulder.
Volendo spendersi a trovare elementi di novità, vale la
pena citare il tiro elettro-funk di alcuni frammenti, Holy
Ghost su tutti, che avvicina di un altro passetto il sound
del gruppo a quello dei Depeche Mode.
Peccato che il resto della tracklist sia composto da quel-
le che sembrano outtakes di To Lose My Life cui sia
stata data frettolosamente la veste dell’album, al fine
di capitalizzare l’improvviso successo. I dubbi sul reale
valore dei tre restano ancora tutti da sciogliere.
(5.5/10)
Diego Ballani

Zoey Van Goey - Propeller Versus Wings


(Chemikal Underground Records,
Febbraio 2011)
Genere: folk pop
La band irlandese-canadese-inglese di cui si era già
n e in pdf
parlato in occasione di The Cage Is Ulocked, l’esor-
a g a z i
dio del 2009, torna sul luogo del delitto tirando fuori
d igitalm
si c o n i l
undici caramelle chamber-folk-pop fumettoso e diver-
t utti i me
tente per continuare a raccontarci delle loro magagne n to è
tame
sentimental-amicali, in pieno stile da cameretta. Le co-
L’appun
m ndimenti
ordinate sono le stesse di allora, pop scanzonato tanto
i orni su a re. co
ascolt
debitore alla tradizione british (i calchi Field Music di
u t t i i g
et , approf
o
The Cake and Eating It, Escape Maps e You Told The Drun-
. s e n t i re oni, contest
www
ks I Knew Karate), quanto al folk irlandese (Little Islands,
nsi
Where It Lands, Extremities). rti, rece
once
Il problema per gruppi come i Zoey Van Goey non è News, c
tanto il saper intrattenere l’ascoltatore, ché le melodie anche su
ra tis
tutto g
qui presentate sono appiccicose quanto basta fin dal
primo ascolto, ma la loro durata nel tempo. Non è suf-
d i u n click
at a
ficiente evocare per scrivere una grande canzone pop,
e a port
84
Gimme Some
Inches #13

Vinili grandi e piccoli nel consueto appuntamento con Gimme da Clay Ruby alias Burial Hex. Una dire quanto testé detto: atmosfere copie e vantano una veste grafica Tornando a casa nostra invece,
Some Inches. Questo mese girano Teenage Panzerkorps, Antima- conferma impeccabile. tanto lugubri quanto meccaniche, comune dai soffusi toni pastello, a è obbligatorio segnalare lo split 12”
gic, Soviet Soviet, Frank (Just Frank) and many more... La seconda coppia di uscite in- fredde quanto ammalianti, che non metà tra Belle époque e stile trash tra una nostra vecchia conoscenza,
troduce una nuova band, i newyor- ci fanno stupire di come la band made in LA. Tenete d’occhio que- i francesi Frank (Just Frank) e gli
kesi Dream Affair che forse qual- spesso alberghi presso le sulfuree sta nuova realtà perché, ne siamo italiani Soviet Soviet. Benedice il
Ben tre coppie di nuovissime uscite spicca una hit punk-wave come cuno ha già avuto modo di notare serate della Wierd Records proprio certi, regalerà perle che altrimenti tutto la Mannequin, label italiana
per questa nuova puntata di Gimme V3. In tempi più rosei per il mer- grazie alla maxi-compilation The in quel di NY. sarebbero destinate a restare solo che, nata come distro del sotto-
Some Inches. Cominciamo con una cato discografico un brano come Guide to Grave Wave in cui par- Per l’ultima doppietta scomo- su Internet. bosco neo-wave, si sta facendo un
delle nostre frequentazioni preferi- questo avrebbe spopolato tra tutti tecipavano con Silent Story, brano diamo niente meno che Amanda Rimaniamo negli States, ma nome in campo synth/cold/dark,
te di quest’ultimo periodo, ovvero gli affiliati delle cultura dark e non che apre anche il primo mCD All I Brown e la sua nuovissima label cambiano costa. I nostri protetti insomma qualsiasi prefisso prefe-
la temibile nidiata a nome Teenage solo, ma il momento è quello che Want. Autoprodotto in un centina- 100% Silk di cui avevano già ac- Antimagic (gente del giro These riate al genere wave, con ristampe
Panzerkorps che, non paga di aver è, per cui i fedelissimi dei TPK do- io di esemplari, il mini in questione cennato in sede di recensione. Per Are Powers) tornano con un 7” e mirate e nuove proposte. Il lato A,
appena licenziato l’ottimo German vranno correre sul sito della label butta sul piatto (o sarebbe meglio i meno attenti va detto che la nuo- una cassettina live. Se Live Trash è appannaggio del duo autore di The
Reggae, rilancia con due EP che ve- di Goteborg per accaparrarsi una dire fuori dalle casse) cinque brani va etichetta della ragazzaccia cali- giusto la fotografia delle potenzia- Brutal Wave, si muove tra synth-
dranno presumibilmente la luce nei delle copie prima che, in men che dalla caratura puramente dark-wa- forniana produrrà esclusivamente lità dissonanti del duo in sede live, pop vintage e electro-wave spes-
giorni in cui leggerete queste righe. non si dica, vada sold out come è ve, frutto della palese devozione 12” a 45 giri (il caro vecchio feticcio confezionata in splendida cassetta so tirata e robotica (Do The Soviet,
Il primo esce a nome Der TPK sotto successo ai predecessori. Fortuna per il sound più tetro degli Eigh- da DJ), guarda caso, di elettronica verde acido, il 7” Shake Shake Shake Valerie) ma sempre melodicamente
il vessillo della svedese Release The che il secondogenito dei teutonici ties di scuola Bauhaus, Joy Division deviata. E inizia col botto Amanda: su Temple South ci mostra cosa Ted british. Rispondono dall’altro lato i
Bats che prosegue nella nuova col- non esce in tiratura così ristretta. e compagnia caliginosa. Insieme ben due vinili in un colpo, rispetti- McGrath e Marcia Cahill potranno Soviet Soviet e il panorama si tinge
lana di 7 pollici tirati in sole cento Parliamo di Pink Flowers, nuovo EP alla sopracitata opener, Until The vamente per Ital e Deeep. I primi fare col sophomore Heat Waves, di post-punk abrasivo, riverberato
copie e venduti esclusivamente via questa volta targato Horrid Red, il Fall e No Use Hiding dicono di un con Ital’s Theme si cimentano in previsto per i primi mesi del 2011. e epico. Un frullatore fuori dal tem-
mail order. Dopo il primo split Lust side project con cui hanno già dato suono nero come da tradizione in- una sorta di minimal disco syn- La title track è uno scheletrico funk po tra epilettica furia iconoclasta e
For Youth/Blessure Grave e il recen- alle stampe lo splendido 12” Empty glese, scandito da drum machine thetica e robotica, condita dagli bianco, ossessivo e fantasmatico, energico nichilismo chitarra, basso
te The Tower di Burial Hex, ecco Lungs (per Holidays). Per il ritorno metronomiche, chitarre pungenti immancabili suoni vintage da vide- sensuale e groovey as fuck! Inner e batteria. Tutto, rigorosamente, in
ora il terzo anello dall’evocativo ti- gli Horrid Red si affidano alla statu- come spilli e dalla voce color pece ogame d’antan. I secondi sfornano Most Secret Shogun Heart è un con- b/n. Brava Mannequin.
tolo Thee Incantations Of Bunker nitense Soft Abuse che rilascia ben di Hayden Payne, main man del invece Muddy Tracks, un’electro tinuo stop’n’go sfasato e spigoloso Stefano Pifferi, Andrea Napoli
Wolf (quest’ultimo cantante degli tre versioni: la prima su vinile corto gruppo. Andato a ruba a stretto più rarefatta, obliqua e traballan- che fa venire in mente una versio-
stessi Teenage Panzerkrops, per chi con i tre brani migliori, le altre due giro di posta tra gli amanti del ge- te, ammorbidita da ipnotiche voci ne proto-punk spastica dei Velvet.
non lo sapesse). Due brani e due rispettivamente su cassetta e in nere, il gruppo di Brooklyn rilancia femminili che imbastiscono oniri- Nella versione digitale già disponi-
skit nel tipico quanto irresistibile digitale con quattro brani aggiun- ora con 405, 7” edito da Five Three che visioni notturne. Entrambe le bile è presente una versione lunga
stile dei terroristi germanici, in cui tivi di cui due strumentali firmati Dial Tone. Due nuovi brani a riba- edizioni hanno una tiratura di 350 della title track. Consigliato.

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Re-Boot #12
Un mese di ascolti
emergenti italiani

Ecco a voi una bella misticanza di metà inverno. Dal folk-blues Venus e le narcosi di scuola Alice in resistente, sulla scorta di canzoni Gentle) e Paolo Pischedda (Mar- un disincanto e una freschezza che
al dream-pop passando per psichedelia jazzata e disco-funk. Di Chains di Upset, il folk crimsoniano come ricami acustici nel vento di ta sui Tubi) ai comandi, azzarda- fanno di questo loro primo album
tutto. Da tutto lo Stivale. Ed oltre. di Reflex e i Black Rebel Motor- una landa desolata. L’ex Venere di no una decina di episodi in mood un prodotto godibile e consistente.
cycle Club traviati dall’indie ameri- Vetro Roberto Lucido alias Flowers analogico, fra chitarre surf, richiami Se sapranno capitalizzare questo
Il Quintetto Zizkov opera nel bre- condotte sui sentieri d’un folk-blues cano anni Novanta di Netherworld. of Hiroshima imbastisce canzoni funk, vitamine beat e un’attitudine potenziale il seguito sarà senz’altro
sciano ed esordisce con un ep omo- tra il basale e l’industriale (Acciaio), Per un disco d’esordio multicolor, auspicando dei Kings Of Conve- alle smussature pop cui fanno da da non perdere.
nimo (Kandinsky/Bandsyndicate, strattonato punk-wave (Al calore come da ragione sociale. nience onirici o un Jeff Buckley rinforzo una serie di chitarre secche Ed eccoci infine ai Synsoma dal-
6.9/10) nel quale tenta un ibrido dell’alba) e in qualche modo balca- Naturale prosieguo del prece- in ossessione dream-pop. Delica- e citazioniste come si conviene. Gli la Svizzera italiana e trapiantati a
azzardo tra jazz, latin e surf, l’aria nico (In movimento). Non un rifarsi dente La piccola enciclopedia del ti e penetranti (Passing Clouds) o apici sono una Buon compleanno Losanna. Stomach (6.8/10) è il loro
un po’ così da soundtrack polizie- supino ai modelli citati insomma, bosco Vol.1, il qui presente Vol.2 affetti da un’ipnosi leggera prima con le sue vertebre funk-dance e secondo opus dopo un primo EP
sca, il film proiettato ora in un club anzi uno smarcarsi programmatico (autoproduzione, 6.5/10) vorreb- di un’esplosione trattenuta (Dust) una title-track in fuga psych, ma pubblicato nel 2007. Si muovono
ovviamente fumoso e un po’ ran- che in qualche modo significa su- be ribadire le buone potenzialità i quattro brani dell’omonimo ep tutto il disco è piacevole per carbu- su territori indie rock con influenze
cido (See... La police!) oppure nella peramento e individuazione d’un de Le Fragole, pop-rock melodi- d’esordio (Revolutionary Boy Re- rata leggerezza e critica pungente che vanno dallo stoner alla psiche-
balera dei sogni perduti (Acapulco). percorso proprio. Interessanti e for- co di quartiere da Borgo Panigale cords, 6.7/10) non cercano nient’al- senza moralismi. delica ’70 di matrice Pink Floyd e
Due chitarre, il basso, saxofoni e se anche qualcosa di più. (BO). A certificare lo spessore della tro che qualche tocco di glocken- Freschi, sbarazzini e ironici, i ba- King Crimson, fino alla musica
batteria. Tra Calibro 35, Morphine Mirabile l’opera di sintesi dei co- band, un campionario di stili che spiel ad accompagnare la chitarra, resi (da Monopoli) Io ho sempre italiana di Marlene Kunz e Af-
e Calexico, sintonizzando frequen- sentini Multicolor, capaci di conci- va dall’easy listening anni Sessanta mentre la voce lavora su delay in voglia con l’omonimo (autopro- terhours, con cantato tra inglese
ze più opache che ruspanti, batta- liare in First Spaceship On Venus (Indeciso) al brit-pop (La mia via), espansione nel vuoto. L’impron- dotto, 7.1/10) si cimentano nei ter- e italiano. Qua e là ascendenze Ra-
gliere senza clamore aggratis. Non (autoproduzione, 7.0/10) un imma- da Ivan Graziani (E il sole splende ta di FoH è già distinguibile, serve ritori assai scivolosi del pop-rock, diohead e voglia di suite mischata
so se è una strategia commercial- ginario grafico che sa di sci-fi anni anche per me) ai Belle & Sebastian però uno scatto di scrittura.
“Sono con una piuttosto buona verve alla forma canzone.
mente vincente, però se la cavano sessanta e certa psichedelia conta- (Superman), da Luca Carboni (Ra- uno abitudinario” cantavano gli Elio di testi in italiano. Musiche e testi Stefano Solventi, Teresa Greco,
assai. minata. Sei tracce in bilico tra jazz gazzi di sobborgo) a Tricarico (Do- qualche anno fa con spirito da fe- sono composti da Vittorio Nacci, Fabrizio Zampighi, Luca Barachetti
Quartetto romano di rock rifles- e Grateful Dead, Flaming Lips e menica). Proposta di confine tra in- nomenologi nell’elencare le intime studi da Mogol, mentre parte della
sivo/combattivo, gli Hyaena Rea- Pink Floyd, con un cantato Big Star die-rock e pop a larga diffusione, la manie di ciascuno di noi. band ha una formazione classica.
ding. Questo In Movimento (auto- e qualche accenno al post-rock che musica dei Le Fragole ha la mirabile I bergamaschi Venua declinano Si indovinano ispirazioni varie-
produzione, 6.7/10), ep d’esordio impressionano per omogeneità e capacità di unire ingenuità e buo- il medesimo intento rivolgendolo gate, che vanno dal cantautorato
disponibile in free download sul qualità nella scrittura. Tanto da far na creatività, riuscendo a ritagliarsi però ad una socialità sempre più italiano classico, a partire da Lucio
sito di Sub Terra label, ricorda le convivere senza alcun problema una piccola porzione di universo a afflitta da nevrosi e insicurezze ra- Battisti, Rino Gaetano, fino a Max
modalità narrative di Massimo Vo- stimoli all’apparenza inconciliabili, propria immagine e somiglianza. dicali ne Gli abitudinari (Libellula, Gazzè e alle evidenti ascendenze
lume e Offlaga Disco Pax però ri- come il crooning sudamericano di Il nome a suggerire una fragilità 7.0/10). Con Marco Fasolo (Jennifer beatlesiane e brit pop; il tutto con

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Lonely
China Day
China underground#3 L’indie-sperimentale pechinese
dei Lonely China Day

Immagine-intervista di Deng Pei, leader di uno dei progetti arti- e voce senza peso, volta all’equili-
stici più solidi della realtà indipendente cinese, sospeso tra musi- brio di un percorso estetico-intellet-
ca, sperimentazione sonora e video-arte tuale. Senza clichè o stereotipi, e per
questo unica ed irripetibile. L’amal-
“Al di sopra del cielo terso di nubi non merito le tue attese per me, il gama musicale dei Lonely China
può estendersi la corte celeste. Il logorio del tuo sguardo puro come Day nasconde un’attitudine a tratti
fragore del tuono mi scuote ripor- pozza d’acqua. ” perfezionista, apparentemente cer-
tandomi alla vita. Nei sogni quieti, Red Blossom of Plum and Me, dall’al- vellotica, ma che nel suo talento sa
c’è sempre una tua traccia. In alto tra bum Sorrow, 2006 vestirsi di forme diverse, come tra-
le nuvole, nella bruma. Terra d’om- spare dai live della band, quando il
bra, è il colore della mia devozione. “La libertà di oggi, guardala diven- colto indie rock registrato in studio
Sono devoto a ciò che chiamiamo tare un cagnolino domestico alla si completa nelle immagini video di
Amore. In un istante cambia fino a moda. Tenuta al guinzaglio per le sfondo, o viene destrutturalizzato in
perdere forma. Come acqua calda, strade da un governatore ignorante. sperimentazioni elettroniche più o
come cubo di ghiaccio.” E la rabbia di oggi, diventare il pre- meno ardite.
Thou, dall’album Sorrow, 2006 testo per un massacro. Urlata come Formatisi nel 1996, con inces-
insulto da masse innocenti in tutto santi tournées in patria ed un terzo
“Sono a pezzi, lascio lo spirito del il loro odio.” album uscito alla fine del 2010 per
mio corpo a un sonno tranquillo. Ma Rage and Freedom, dall’album Sor- consacrarne l’approdo a sonorità
la mia condotta si incarna in un de- row, 2006 elettroniche, i Lonely China Day
mone lussurioso pronto a macchiar- sono solo una delle realtà della
ti. Come un verme repellente risalgo Deng Pei, compositore, voce e musica alternativa cinese, un oce-
strisciante i tuoi gemiti. Contorcersi musicista dei Lonely China Day. ano in grado di benedire e disfare
privo di vergogna. Ho oltrepassato Si muove senza eccessivo clamore promesse con incredibile facilità. In
i tuoi rami più alti, come un capro nella scena musicale cinese, su una patria non godono di fama esclu-
espiatorio o un criminale pieno di strada tutta sua e verso un ideale siva e non riempiono stadi come
rimpianti. Terrorizzato, dalla fine creativo fatto di personalità e visio- Xie Tianxiao, ma all’estero hanno
all’inizio. Sei un fiore di pruno ros- ne. Ha qualcosa da dire, ma senza ottenuto riscontri importanti, con
so, un fiore rosso dimenticato dal- declamare e urlare. Solo con lo spes- pubblicazioni e tour negli U.S., date
le nuove generazioni. Io, l’ipocrita, sore di quel tipo di arte che è suono in Canada e in Inghilterra, interviste,

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e versi emerge in un unicuum fatto di esserci per l’esistenza di quelle perficie, né si lamenta per l’assenza
di suono e pensiero, senza cause ed persone sensibili che ancora sanno di diritti umani o democrazia. Nelle
effetti: “Se nel processo compositivo essere colpite dalla sofferenza.” sue interviste Deng Pei trova sem-
la parte melodica avesse la priorità, La comunicazione va ben al di là pre modo di esprimere l’amore per
probabilmente ne deriverebbe un del piano emotivo, buona parte dei il suo paese, ed è proprio questo
testo troppo rigido; ma anche par- testi hanno un contenuto sociale e profondo legame che lo spinge al
tendo dalla scrittura delle parole si lo stesso Deng Pei non si tirerebbe cupo e allusivo decadentismo di
andrebbe a scapito della musicalità. indietro “se potessi semplicemen- denuncia nei suoi pezzi: “Un mio
La mia abitudine è quella di com- te influenzare una persona.” Non si punto fermo è che attraverso la mu-
porre testi e musica come fossero fermano neanche all’estero, dove sica dei Lonely China Day spero di
le diverse dimensioni di un corpo si sono esibiti anche recentemente saper trasmettere al nostro pubbli-
unico.” (Londra) e dove si recano ogni vol- co un grande amore per la Cina e
Quando parla di musica Deng ta che se ne presenta l’opportuni- anche sfidarla. Conoscere la gloria
Pei non esita, la musica sembra con- tà, per “continuare ad apprendere che questo paese ha sperimenta-
fondersi con la proiezione della sua e fare esperienza”. Alla domanda to in passato e riuscire a sfidarlo
stessa anima, la spiega come una re- sull’immagine che gli arriva dell’Oc- per l’arretratezza contemporanea.”
altà da inseguire ed esprimere attra- cidente Deng Pei risponde in modo Quello stesso amore e odio che lui
verso le proprie capacità. Racconta molto diretto: “Ammiro la libertà e la prova nel vivere il proprio paese: “Il
di un talento e di propensioni inna- fede che riempie la gente nell’Occi- posto di Lonely China Day nella
te, di una vocazione manifestatasi dente sviluppato. L’alto grado di svi- Cina contemporanea è quello di chi
dall’infanzia. E per descrivermi lo luppo fa sì che la gente in Occidente ama la sua patria perché ne è parte,
stato d’animo che il nome del grup- sia meno complessa negli ideali, ma e la odia semplicemente perché ne
po vuole evocare si sofferma sulla proprio per questa spontaneità gli è parte.”
solitudine: “un continuo approccio occidentali sono ancor più propensi Mauro Crocenzi
apprezzamenti e accostamenti mu- na il grado di sviluppo della musica faccio alcuna distinzione tra testi alla vita e all’atto creativo”, una con- a commettere degli errori per sen-
sicali tanto illustri (Sigur Ros) quan- alternativa. Inoltre l’assalto che su- musicali e poesia, neppure all’in- dizione riflessiva da cui non si separa tito dire e questo è un lato che non
to fuori luogo. biamo da internet fa sì che un vero terno del processo creativo ho mai mai completamente e che è un mo- mi piace. Secondo me, in Cina, non
È una sfida al futuro, da parte di artista musicale indie sia sempre più pensato se stessi scrivendo testi o mento essenziale della composizio- c’è alcuna incomprensione dell’Oc-
chi si sente in grado di reinterpre- svalutato. Nei prossimi anni potrai liriche. Se guardo un testo separata- ne musicale. Ma i Lonely China Day cidente, quando guardiamo dei film
tare per conto proprio la tradizione assistere a un nuovo fenomeno: lo mente dalla musica naturalmente si non inseguono un’idea che si esau- occidentali ci sono forse cose che
con spirito contemporaneo. Ben po- sviluppo di un falso mercato mu- tratta di poesia. La letteratura clas- risce in sé stessa o nel suo semplice non capiamo? Le differenze nella
chi artisti potrebbero ritenere con sicale indipendente bilanciato da sica cinese presta attenzione alla compimento, scrivono e si esibisco- comprensione sono solo delle scu-
la stessa convinzione di Deng Pei una diminuzione della musica con metrica, alle figure retoriche e alle no per qualcuno, senza interrogar- se che denotano un diverso accento
che “musicalmente non c’è nessu- un’essenza vera, un processo che rime; l’uso della lingua cinese ha i si troppo su quello che rappresen- che l’Occidente e l’Oriente pongono
na persona che ci può influenzare.” comunque renderà ancor più pre- suoi vantaggi, ed io credo nella sua tano per chi ascolta: “Che il nostro sulla realtà ognuno secondo la pro-
Un’avanguardia, isolata dall’abbon- ziosi alcuni prodotti.” natura diretta e concisa, nella sua pubblico sia animato da un amore pria coscienza, niente di più.”
danza di imitazioni effimere e mes- Deng Pei canta il coraggio ed il chiarezza di significato.” persistente o da una distanza che ci E quando parla di Cina non lo fa
sa ai margini da un mercato musica- tormento, con una voce che, a se- L’incisiva espressività dei testi respinge, noi speriamo comunque con un criticismo scontato o di su-
le alternativo, quello cinese, troppo conda dei versi intonati, scandisce si mescola ad una natura musicale
giovane per essere percepibile ai rabbia sociale, sofferenza intima e composita ed eterogenea, per una
più: “Un mercato musicale maturo fulgida violenza. Sfrutta con sensibi- struttura sospesa tra forme rock fa- Album:
necessita del sostegno di un’indu- lità cantautoriale le potenzialità che miliari e un’anima fortemente cine- Lù (“Record”, 2002)
stria musicale matura. Quello che la lingua cinese offre, ricorrendo se, a volte ostile per chi è cultural- Jìmò Xià Rì (“Lonely China Day”, 2005), Ep
oggi manca in Cina è proprio que- ad efficaci richiami fonici e giochi mente distante. Il tessuto musicale Āishāng (“Sorrow”, 2006)
sto tramite. Poi bisogna considerare di assonanze che creano immagini si dilata nel tempo ed è modificato Zhège yì tónghuà mínzú (“This Readily assimilative People”, 2010)
che oggi in Cina non c’è un pubblico nuove e “neologismi” sulla base di con suoni campionati, ma non c’è
indie. Per creare una scena musicale parole esistenti. Scorrendo i versi di mai un tradimento della melodia, Links:
il semplice apporto dei musicisti è un pezzo qualsiasi dei Lonely Chi- sotto la guida di una voce che si Sito Web (cinese-inglese): http://www.lonelychinaday.com/
pienamente insufficiente, la quan- na Day è difficile non pensare di fa strumento dissonante o di note Pagina MySpace: http://www.myspace.com/lonelychinaday
tità di persone che ci ascoltano è trovarsi di fronte a una tecnica e ad chitarristiche votate ad echi algidi Pagina su DouBan (cinese): http://www.douban.com/artist/lonelychinaday/
una delle componenti che determi- ispirazioni poetiche: “In realtà non e rarefatti. La ricercatezza di musica

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Rearview Mirror
—speciale Pop S ongs ’91 S creaming S onic Flowers
Il tempo che passa fa un effetto strano: venti anni sono Robert Bernard Gillespie nasce a Glasgow nel 1962 e
trascorsi da un 1991 che pare oggi sempre più cruciale. alla Kings Park Secondary School, come in un bel ma-
Dodici mesi di autentici ribaltoni che all’epoca lasciaro- nuale di romantica epica rock, allaccia amicizie che gli

Primal Scream
no sconcertati e anche dubbiosi, che ebbero ricadute cambiano la vita. Frequenta vari tipacci poco raccoman-
- alcune drammatiche: si pensi al “dopo Nevermind” - dabili, fuma erba e crea qualche casino, ma nel muc-
da valutare nei mesi e lustri a venire. Gli anni del post chio selvaggio - oltre a  Jim “Navajo” Beattie che è al
col trattino in divenire, del crossover totale, della tec- tempo amico e rivale - conosce un certo Alan McGee,
nologia e del dopo-modernismo spinto, come pure figura destinata a cambiare tante vicende compresa la
dell’affacciarsi di una nuova generazione danzereccia sua. Alan è il fondatore dell’etichetta Creation, talent-
e dell’accelerare - e differenziarsi - della già sostenuta scout d’eccezione e in quei giorni primo manager dei
produzione discografica degli Ottanta, iniziano lì. Se- Jesus & Mary Chain, per i quali il ragazzo innamorato
gnando un caso unico di decade dove l’inizio detta ar- dei Velvet Underground finirà per suonare la batteria
tisticamente il passo e le vie future sono indicate con in piedi, proprio come Maureen Tucker.
chiarezza poi ineguagliata. E’ un periodo storico particolarmente propizio per
Dalla nebulosa psichedelia minimale di Loveless al l’ennesima rinascita del rock. Sotto il rapido successo
mischione funk-punk Blood Sugar Sex Magic, passan- della Catena di Gesù & Maria - odiati e amati per il mix
do per i panorami oltre il rock (Spiderland e Laughing di canzoncine sixties sotto massicci feedback chitar-
Stock) sta lo spirito di un’epoca che è anche la nostra. ristici - la new wave subisce il colpo decisivo e lascia
E, va da sé, anche nei due Capolavori che contribuirono il passo al ritorno dei favolosi Sessanta che Gillespie,
ad abbattere il muro tra pista da ballo e “purismo” rock, mentre lavora anche come roadie negli Altered Ima-
e tra quest’ultimo e il techno-pop “di razza”. Mondi che ge, sta pensando di omaggiare con un progetto paral-
avevano preso ad annusarsi dal mainstream (Beastie lelo all’attività con i fratelli Reid.
Boys, gli Run DMC e Aerosmith di Walk This Way), Nel 1985, nell’anno di Psychocandy, la band prende
all’undeground (i successi commerciali di Inner City, il nome di Primal Scream (ciao Lennon!), con Bobby e
M/A/R/R/S e S’Express), in epoche in cui gli steccati Beattie a rappresentare le uniche certezze in una situa-
tra generi erano netti e allorché l’hip-hop ancora non zione un (bel) po’ precaria. Entro breve porteranno a
era stato soppesato a dovere nella sua rivoluzionaria casa due 7”, l’abortito The Orchard e il discreto All Fall
portata. Down, conditi da fumose prospettive psych mentre
La quale ebbe invece una gittata lunghissima, che fuori dalla finestra, da una sponda all’altra dell’Atlan-
investì collettivi che avrebbero continuato la tradizione tico, i capelli iniziano ad allungarsi e l’abbigliamento si
del sound-system (Massive Attack) in più ampi conte- regola di conseguenza.
sti e inventandosi una narcosi dance che prese il nome Gli Ottanta stereotipati del synth-pop da classifi-
di trip-hop e travolse anche Screamadelica. All’uscita, ca rappresentano soltanto una faccia del prisma mu-
come tanti dischi figli del suo tempo però troppo spor- sicale dell’epoca: infatti R.E.M e Smiths, guardando
ti in avanti, fece scalpore col suo lavare nelle luci stro- alla decade “fab” per eccellenza come alla wavedelia
boscopiche la psichedelia dei Love e le visioni fanciul- “made in Liverpool” di Teardrop Explodes ed Echo &
lesche di Brian Wilson. Sembrò - a chi seppe coglierla The Bunnymen, tirano la volata al movimento Paisley
- una faccenda a metà tra bestemmia e benedizione; di Underground e alla generazione “C86”, battezzata
quelle vincenti, nondimeno, e da molti e tra loro diffe- dall’omonima cassetta allegata al New Musical Express

Vent'anni dopo la rivoluzione renti punti di vista.


Cristallina oggi la parabola di Gillespie e compagnia,
che chiarisce gli intenti della neonata scena albionica.
In quell’anno, a Nord nascono i Vaselines che tanto
in perenne bilico tra omaggio amanuense e cannibaliz- influenzeranno Cobain, mentre i Primals ingranano col
zazione di (sotto)generi che la rivoluzione dell’Ecstasy fondamentale 45 giri Velocity Girl/Crystal Crescent.
portò con sé. Un gioco di squadra, rammentiamolo, di Compressa in meno di due minuti, Velocity Girl ricol-
musicisti e produttori, fonici e tecnici, mezzi (studi di loca i Byrds al di là del Vallo di Adriano come dei Jesus
registrazione veri) e fini comuni, in questo senso nel sotto Ecstasy. E la forza del brano si misura in quel che
A vent’anni dalla pubblicazione, Screamedelica verrà rima- solco della tradizione del pop/rock classico. Un concet- saprà fare, cioè cambiare la storia degli Stone Roses
sterizzato e portato in tour: la storia dei Primal Scream dove- Testo: Edoardo Bridda
to che negli “anni zero” sembra avere perso un bel po’
del suo valore. 
la cui splendida Made Of Stone sarà omaggio e metà
reinvenzione. Ad ascoltare bene, inoltre, il Roger Mc-
rosamente riscoperta e contestualizzata Giancarlo Turra Guinn chiamato in causa per l’arpeggiare delle sei cor-

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Oakenfold, Johnny Walker e Danny Rampling torna che sia ibrido di rock con dell’altro. Parte dall’idea di
cambiata dai soggiorni a Ibiza. A Manchester, invece, remixare il brano di cui sopra e incassa un rifiuto. Poi
Tony Wilson - già guru della Factory e uomo chiave Robbie ci ripensa e con Weatherall nasce un’amicizia e
dietro a Joy Division… - decide di trasformare il locale una collaborazione destinata a durare.  
Haçienda, da lui direttamente finanziato con le vendite Da I’m Losing More… nasce dunque Loaded, addi-
discografiche dei New Order, in un club che segua le zionata del parlato di Peter Fonda dal film I Selvaggi e
più fresche tendenze dance mondiali.   stirata tramite un sensuale groove che funge da ponte
Manchester sta per diventare Mad, ma il variegato tra gli Stones più negri e un’anticamera del down tem-
mix di suoni che si respira in quel periodo, dalla pesa po. Insomma una Sympathy For The Devil aggiornata
acid house fino ai truzzi ritmi hip, l’EBM fino all’hi-NRG e buona per il salotto e per l’after-party, avanguardia
e all’house cantata (che in Italia personalizzeremo in pop che impasta pigri languori hip-hop, flemma dub
versione spaghetti), si diffonde uno spirito vacanziero e e dolcetti Soul II Soul proiettando dentro le mille evo-
“svaccato” che lascerà un segno trasversale in tutti i No- luzioni future prossime. Per il relativo 33 giri, le session
vanta. Haçienda diventa presto leggenda, con lo stesso vedono presenti Andrew e il navigato Jimmy Miller,
Alan McGee che ci passa le notti, convertito come gli produttore “vintage” che lega come un cordone ombe-
altri alla potenza rivoluzionaria della droga che annulla licale agli Stones venerati nell’innodia rock stempera-
le differenze di classe. ta in coro gospel dell’iniziale Movin’ On Up. Sin lì tutto
La storia è cambiata per sempre, ma per cambiare ok, sicché la svolta sta strategicamente nel brano nu-
quella dei fricchettoni Primal Scream occorrono una si- mero due: la cover dei 13th Floor Elevator Slip Inside
nergia e delle casualità ben precise. Accade che la Cre- This House si immerge nei suoni da club della Second
ation, nel 1989, invii a un tale Andrew Weatherall una Summer Of Love, aprendosi sull’universo recentemen-
copia di Primal Scream. Andrew è un ex roadie dei Clash te scoperchiato da Alex Paterson e Youthcon gli archivi
che scrive per “Boys Own Magazine” e tiene dj set al lon- di Impossible Oddities. Breakbeat e voci in loop, tablas
dinese Astoria; soprattutto mastica dozzine di dischi, in e funkettone sintetico. In cima Gillespie, scazzato ma
particolarmente ama P.I.L., A Certain Ratio e ovviamen- sexy come manco Shaun Ryder.
de si segnala come modello popolare in Scozia sin dai insegna qualcosa ai primi Oasis, guarda caso scoperti te il  dub. Rimane particolarmente colpito da I’m Losing L’essenza di queste quattro facciate di vinile sta qui:
capostipiti Orange Juice. proprio da Alan McGee. More Than I’ll Ever Have, e con il collega Paul Oakenfold in un pacifico caleidoscopio di classicismo psych-rock
Tutto resta “in famiglia”. I singoli escono per la Cre- Il merito della svolta va accreditato anche al tastieri- in studio con gli Happy Mondays, valuta l’idea di un lp e della revisione “in dub” che ne danno gli Orb e uno
ation di McGee, nel frattempo assurta al rango di “cult sta dei Felt, Martin Duffy, che ha sostituito Beattie an-
label” di fascino. Costui finanzia il debutto dell’amico datosene a formare gli effimeri Spirea X. Senza il loro
tramite la Elevation, sussidiaria scaturita da un accor- McGuinn la banda è libera di prendere una piega stone-
do con la WEA ed ecco nell’87 Sonic Flower Groove, siana, di lasciare nastri in reverse (Kill The King) per una
album di gentilezze Byrds, Love e Beach Boys in una saga di ballate alla Jagger (Jesus Can’t Save Me) senza
dolce guida pratica di arpeggi e melodie ariose, Gille- però sfondare commercialmente nemmeno a questo
spie innamorato a intonare classici - magari “minori” ma giro. 
nemmeno troppo - come Gentle Tuesday e Sonic Sister
Love, come l’epica Love You e We Go Down Slowly Rising. I Was B lind , N ow I Can S ee
Il disco non può che raccontarsi come figlio di un’epoca Nel mentre i ragazzi si riempiono di acidi e nichilismo,
tornata ad imporsi per il respiro arioso e un’icona out rischiando di diventare l’ennesimo fenomeno per futuri
come Mayo Thompson in consolle, ma più che altro “Nuggets”, un altro hippismo prende rapidamente pie-
per l’insuccesso commerciale che causa la rottura defi- de nel Regno Unito. Cosa figuriamoci non vista di buon
nitiva tra Gillespie e Beattie, facendo prendere all’insta- occhio a casa Gillespie, ma il mondo mica lo può fer-
bile formazione una piega assai diversa. mare. Salirci sopra e cavalcarlo, però, sì. Da Ibiza a Lon-
Primal Scream, due anni dopo, è il “gemello cattivo” dra si celebra quella che prenderà il nome di “Second
che trasloca i ‘60 da Woodstock ad Altamont e i calchi Summer Of Love” e tra i giovanissimi il tempo libero si-
vanno di conseguenza: gli idolatrati Stooges (il riff di gnifica Acid House (sub-genere dell’House chicagoana
Gimme Gimme Teenage Head riprende T.V. Eye; Duffy si a base di Roland ipnotiche e ripetitive) e MDMA (leg-
rifà a Scott Thurston in Ivy Ivy Ivy) accanto ai i Rolling gasi: ecstasy). Inoltre, sotto l’onda d’urto dei free party
Stones eroinomani dei Settanta, più alcuni dei rispet- (leggasi: rave), che alimentano un sottobosco di feste
tivi derivati migliori come New York Dolls (Sweet Pretty in luoghi fuori dagli schemi e dalle città, si abbatte su
Thing) e Ramones (Lone Star Girl), laddove She Power Albione un’incontrollabile euforia. Gente come Paul

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Creation che raccoglie il seminato portando a casa il gioia di questa nefasta annata è la versione che Rod
Mercury Music Prize. Stewart darà di Rocks, segno che ci si deve ripulire e
alla svelta.
B ad Trips Una scossa la fornisce Gary ‘Mani’ Mounfield, che
Sentenziato il presente e prospettato il futuro, qualco- sale a bordo dopo lo scioglimento degli Stone Roses.
sa si intoppa. Gli anni seguenti il trionfo sono segnati Via Drakoulias e dentro Brendan Lynch e ancora We-
da eccessi di droghe e un ennesimo cambiamento, sta- atherall, in parole povere motori nuovamente a tutta.
volta in peggio. C’è voglia di America e di rock-blues, Vanishing Point esce tre anni dopo come colonna so-
per niente cosmico e parecchio terreno e terrigno, sul nora immaginaria dell’omonimo cult movie del 1971,
sentiero competente dei coevi  Black Crowes. InGive da sempre uno dei preferiti della band. Bobby la spie-
Out But Don’t Give Updel 1994, l’ispirazione arranca ga così: “La musica del film è hippy e perché non incidere
nonostante il germe sonoro fosse presente nel DNA qualcosa che rifletta il mood del film? Amiamo l’aria di
della gang. Dalle sessioni a Londra si cerca ispirazio- paranoia e gli speed-freak. Quel film è un classico under-
ne in Alabama col produttore George Drakoulias (lui ground zeppo di claustrofobia, il nostro un road-album
dietro i fratelli Robinson…) e i Memphis Horns, con anarco-sindacalista e speedfreak.”Attenzione però,
una confermata Denise Johnson e George Clinton. Il niente passatismo: la claustrofobia è quella attuale che
disco vive nondimeno di episodi imbarazzanti (Funky respira affannoso il Tricky di Pre-Millenium Tension,
Jam: Clinton sfiatato alla voce) e pochi apici (il singolo che scorgi dietro all’America urbana in trasferta deser-
Rocks, da premiata ditta Jagger/Richards annata ’72; tica del Beck di Odelay, entrambi messaggi recepiti
Free, lento con la Johnson in grazia) offuscati da fiac- in Kowalski, traccia più influenzata dal lungometrag-
chi stereotipi. Segue una tournée di spalla ai Depeche gio ed episodio che della raccolta misura idealmente
Mode nelle arene e si sfiora il tracollo accanto a uno il peso specifico. Non uno Screamadelica parte secon-
sballatissimo Dave Gaham, tra squallidi litigi nei came- da, semmai un animale che cavalca fiero e ricco d’idee
rini sulla droga da - ahem - farsi e abbondanti tensioni. i Novanta preconizzati dai suoi artefici e si colloca nel
Si paventa uno scioglimento e preoccupa non poco il mezzo delle correnti. Giocando di carezza e schiaffo in
Bobby smagrito e pallido di allora. A posteriori, l’unica attacchi frontali dub e bozzetti strumentali come Train-

Jah Wobble convocati per l’occasione. A ben vedere, di ritualità orientalistica, Kraftwerk subacquei e umori
soltanto Don’t Fight It, Feel It si allontana verso la dance free-jazz I’m Coming Down.
più purista in una chiave hip-house, laddove il cuore Tutto quadra e fa brodo, come chiarirà nell’autunno
del lavoro indica un audace centro di gravità epoca- 2010 Weatherall in un programma per la BBC 6 Music,
le, molto di più che Pills ‘n’ Thrills And Bellyachesdegli illustrando gli ascolti che influenzarono lui e Gillespie
Happy Mondays e del 12” Fools GolddiStone Roses, nella costruzione dell’album. Andy programmerà per
pregevolissimi momenti “indie” che non irrompono nel l’occasione due ore che accavallano Bill Laswell, P.I.L.,
mainstream al pari di Screamadelica. Il quale è una sor- Prince Far I e Jah Wobble; Gillespie, da par suo, offre
ta di Sgt. Pepper’s e cioè pop contaminato dai fermenti kraut e manciate corpose di soul-funk anni ‘70). Il col-
più vividi dei suoi giorni: parlano chiaro una produzio- lante? La qualità di quanto proposto, ma pure Isaac
ne inappuntabile che è - Giamaica, Chicago e Detroit Hayes, Curtis Mayfield e Dennis Wilson. Di fatto, pare
insegnano - strumento come gli altri; poi, un porsi che di rivivere il patchwork di copertina pepperiano in ver-
fagocita slabbrature “commerciali” come spesso ac- sione multietnica, e al pari del sergente il riscontro di
cadrà nella carriera della band (Higher Than The Sun critica e pubblico è finalmente unanime.  
- sono qui gli Orb - è incanto pop da prefissare synth I pochi che remano contro puntano sulla preponde-
o dream; Jagger affiora sublime/mieloso nella ballata ranza dei produttori, critica insensata che si tira la zap-
Damaged). pa sui piedi dimenticando George Martin e Phil Spec-
I veri momenti “sperimentali” e l’immersione con le tor, accantonando o non conoscendo Lee “Scratch”
mode acide, i ragazzacci le approfondiranno dieci anni Perry e il taglia e cuci di Teo Macero su Bitches Brew.
più tardi in Exterminatorma ne pongono qui le fonda- Idiozia cancellata da una pietra miliare istantanea, re-
menta. In un “masterpiece” che, come tale, si assapora plicata qualche mese dopo l’uscita dal Dixie-Narco
anche per dettagli nascosti come le voci dei predica- EP, ottimo corollario da avere e non solo per la sentita
tori - in scia a Eno e Byrne, altri immensi sperimenta- cover di Carry Me Home (un Dennis Wilson ripescato
tori - raccolte da Come Together, oppure la meraviglia in tempi non sospetti). Della manna beneficia anche

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spotting, riassunto dell’asse con Weatherall, qui ben Scream vanno alla fonte e chiedono ad Adrian Sher- (vecchi e nuovi: Brendan Lynch, Adrian Sherwood, Jagz dismo Rock trainati dall’anthem Country Girl. Si oscil-
più che coautore. Finirà nella soundtrack dell’omonima wood di rifare il trucco a Vanishing Point. Il Maestro ne Kooner, David Holmes, Hugo Nicolson), benché siano la tra boogie ‘n roll trascinante oppure bucolico (Nitty
pellicola legittimando l’empatia con lo scrittore Irvine ricava il pregiato Echo Dek e - in un sapiente bilanciarsi soprattutto Chemical Brothers e Kevin Shields a impri- Gritty, We’re Gonna Boogie) e cartoline a Gram Parsons
Welsh, iniziata l’anno prima con il singolo The Big Man tra “bianco” e nero” - l’e.p. If  They Move, Kill ‘Em vede mere la direzione al lavoro più “politico” dei Primals. (Hell’s Coming Down) o da Let It Bleed Sometimes I Feel
And The Scream Team Meet The Barmy Army Uptown e il Bloody Valentine Kevin Shields a remixare la traccia Bellissimo, nel suo mescolare il “dopo Screamadelica“ So Lonely), tra memorie New York Dolls (Suicide Sally &
raddoppiata con lo script per il video di Kowalski, diret- omonima. Shields sarà figura chiave nell’economia di ad alcuni eccellenti genitori di quest’ultimo e a ciò che Johnny Guitar, giustappunto Dolls) e perfino sciama-
to da Douglas Hart e la presenza di Kate Moss. un gruppo che necessita di “mentori” forti per sottrarsi è stato nel frattempo. Sporco come la Motor City dei nesimo Doors (Little Death). Un divertissementdi lusso
Uscito in piena estate, Vanishing Pointha il sole in ai peggiori clichè del rock n’roll, cioè droghe che non Settanta e degli Ottanta, con la zampa dei primi evi- che diverte anche chi ascolta, fatto da chi se lo può
fronte. L’escamotage della colonna sonora e del dub aiutano la creatività e vita inutilmente spericolata. Fac- dente in Swastika Eyes e il piacere del sangue alle orec- permettere e così sia, che già che c’è mostra la materia
“terapeutico” in chiave bristoliana funziona. I Nostri ci cende che influiscono sull’attesissimo tour di Vanishing chie nel rumore brusco di Accelerator, suona come se grezza dei Nostri, depurata da contaminazioni a nuda
hanno giocato sopra e assieme, evitando abili di con- Point, prima ritardato e poi latore di una drum machine Madchester avesse adottato le abrasioni techno invece essenza rock. Ci sta eccome, così come si chiude un oc-
frontarsi apertamente col mito e appropriandosi del al posto del batterista. L’arrivo di Darrin Mooney ag- della house. Ospita un Weatherall divino nella gemma chio a Mani dopo essere stato beccato ubriaco alla gui-
rock meticcio che impazza nelle chart, dai Chemical giusta una formazione che cominciava ancora a scric- degna dei futuri Two Lone Swordsmen di From The da poco prima dell’esibizione al Leeds Music Festival,
Brothers di Dig Your Own Hole ai Beastie Boys pas- chiolare, ma quel che conta è il ruolo splendidamente Double Gone Chapel Blood Money (visioni post-punk, tramutata da Kevin Shields in un “set nostalgia” rimasto
sando per i nomi di cui sopra. Ciliegine sulla torta: inafferrabile di Kevin Shields, colui che aveva domato il incursioni jazzy, taglio psych); stupisce con il Miles privo di replica.
l’omaggio ai Motorhead - hippie cattivi e gonfi di spe- noise e ne aveva fatto polvere per gli angeli. Anticipa- Davis elettrico smontato dentro la spiraliforme MBV In quello stesso periodo filtrano anche indiscrezioni
ed per eccellenza - nella traccia omonima, trasfigura- to dal fortunato tormentone Swastika Eyes, la reazione Arkestra(If They Move Kill’Em); manda al tappeto con sulla nuova fatica, annunciata in abiti pop/krautrock.
ta in anfetaminico elettro-rock; Medication, che pare si getta senza rete in un grigio rigore urbano sull’asse Beastie Boys e Scorn sposati per Insect Royalty. La cri- In verità, di teutonico in Beautiful Future del 2008 c’è
riprendersi il dovuto dalla Jon Spencer Blues Explo- Detroit/Berlino. Va al fondo delle influenze kraut sin lì tica si esalta compatta e nel seguente tour appare un poco e di pop viceversa eccome, ammiccante e impa-
sion, che similmente aveva mietuto consensi pastic- accennate via percussioni alla Can e una spinta motorik pezzo carico di significati: Bomb The Pentagon attacca stato di tarda new-wave. Quanto di più potabile offerto
ciando il rock’n’roll in qualcosa di nuovo. figlia dei Neu! l’Amerika che non piace e di lì a poco diverrà profezia, sinora, si veda la cassa dritta di Uptown, i Black Rebel
Exterminatoraffonda le mani in verbi fino ad allora non di quelle buone però. Ritoccato, non smarrisce Motorcycle Club che si mescolano ai Bloc Party - Josh
I Was L ost , N ow I’m Found solo accarezzati e, fedele al nome che porta, “stermina” forza e anzi ne infonde nell’urgente Evil Heat, che nel Homme alla chitarra! - di Necro Hex Blues, una I Love To
Tanti, s’è detto, i paralleli con i fondamentali Massive l’epopea anni ’90 delineata dalla band. Un gesto da au- 2002 riassume senza banalità né calligrafismi i punti Hurt cantata con Lovefoxx dei CSS. Cast e riferimenti
Attack ed ecco l’ennesimo. Come questi affidarono a tentici Geni, in sostanza, che nello specifico si affidano cardinali del gruppo, coinvolgendo come d’abitudine non di prim’ordine, ne converrete, cosicché il risultato
Mad Professor la revisione dub di Protection, Primal all’estetica techno e a un efficace plotone di produttori amici antichi (Jim Reid) e conoscenze fashion (Kate è spento e ruffiano, abissi la Zombie Man che neanche i
Moss nella celestiale, codeinica rilettura di Some Velvet più triti Aerosmith e una Beautiful Summer da scarichi
Morning). Un calderone da cui emergono la Germania Depeche Mode. Assumono perciò un valore di riflessio-
che sappiamo (Autobahn 66 e Hit Of Morning Sun s’in- ne i ventiquattro mesi posteriori, intessuti di dichiara-
chinano a Kraftwerk e La Düsseldorf: la seconda di- zioni di circostanza e silenzio, dal peso della scadenza
spiega comunque una melodia da California ’67 che si che sta per approssimarsi. Facile che sia così: lo riprova
fa India…); il punk e il suo dopo che esisteva già prima che, gli “anni dieci” alle porte, Gillespie si apra alla Gran-
(Skull X; una Rise che guarda a Neu! 75 e all’Immagine dezza irripetibile che fu e ne celebri il ventennale.
Pubblica); blues del dopobomba (The Lord Is My Shot- Ad alcune date dal vivo già effettuate, seguirà nel
gun: Robert Plant all’armonica, il silicio e desolazione marzo venturo l’esecuzione di Screamadelica. In con-
industriale attorno a lui redenti a fine corsa dall’autoe- temporanea, una sua lussuosa  edizione - quattro CD,
splicativa elegia Space Blues #2); eccellenti perversioni vinile e DVD - approderà nei negozi rispolverando
della pista da ballo (la laida Miss Lucifer, i clangori ade- l’e.p. Dixie Narco e i restanti remix pubblicati a loro
guatamente stordenti su cui poggia Detroit). Hai detto tempo. Addetto al remaster, ma pensa, Kevin Shields,
niente, fratello. che come ha dichiarato Bobby recentemente “Farebbe
inorridire qualsiasi tecnico di studio, ma è  talmente bra-
B eautiful S creams vo con volumi e frequenze che abbiamo subito pensato
Facciamo un po’ di conti: quindici anni e sette album, a lui.” Chiusura di cerchio, non a caso: dopo la reunion
dal jingle-jangle al motorik tra trionfi divini e umani dei My Bloody Valentine, si tratta di una delle più attese
imbarazzi. Se non c’è più niente da chiedere poco ci tournée degli ultimi anni, passati via a riportare in vita il
manca, e infatti da qui in poi i Primal Scream si man- passato più che a vivere il presente. C’è e ci sarà sempre
tengono grazie al mestiere e va benissimo così. Status un prima e un dopoil 1991. Assai probabilmente, l’ulti-
e anagrafe non permettono miracoli (ma chissà…) e la mo tra gli spartiacque del rock come lo conoscevamo.
parola d’ordine si chiama classicismo. Di grana fine nel
2006in Riot City Blues, un Give Out But Don’t Give Up
dal passo e l’estro ben superiori e saggi d’enciclope-

100 101
CAMPI MAGNETICI #1 classic album rev

Scisma Captain Beefheart


Rosemary Plexiglas (Catapulta/Emi, novembre 1997) Trout Mask Replica (Straight, giugno 1969)

Si avviavano a spegnersi non senza clamori gli ultimi obliqua profondità. Che le quattordici tracce provve- Per una volta, le mitologie, le classifiche, le pose alter- accampata come una comune. In mezzo e sopra a tutto
anni del secolo, anzi, del millennio. Potrei dire che si av- devano a scandagliare con diversi modi e mood. Con native sono tutte concordi e soprattutto dicono la ve- questo, il ruggito catramoso del nostro, il suo marchio
vertiva un senso di raccolto, di percorsi che tiravano le tale forza, variegata attitudine e una cura dei dettagli rità. Don Van Vliet era uno dei pochi veri grandi, forse di fabbrica, figlio legittimo dei latrati di Howlin’ Wolf.
fila e convergevano in un punto impreciso ma decisivo. ai limiti del maniacale, da scomodare un referente im- l’artista più importante e influente del rock assieme ai Non è un caso che i grandi vecchi - i più grandi - del
Era appunto una sensazione, magari personale, forse pegnativo come  Mellon Collie And The Infinite Sad- Velvet Underground. Come per i Velvet cioè, pochi rock scritto e spiegato, Lester Bangs e John Peel, la
diffusa, probabilmente indotta. In ogni caso, val bene ness, il (doppio) disco che concretizzò la formidabile hanno ascoltato i suoi dischi, ma quelli che l’hanno fat- pensassero allo stesso modo: dietro la maschera del-
prenderla come “aperitivo emotivo” a  Rosemary Ple- schizofrenia poetico/estetica di  Billy Corgan. Pezzi to hanno raccolto i giusti bad seeds e li hanno piantati la trota c’è uno scrigno prezioso, da cui hanno attinto
xiglas, l’album che fece conoscere gli Scisma al più o come Centro, L’equilibrio, Loop 43 e la title track celebra- nel proprio orto. Alla feconda banana warholiana sta a piene mani tutti i musicisti più interessanti del rock
meno vasto pubblico indie rock dello Stivale. C’era stato no l’incontro tra attitudine melodica, fregola visiona- insomma, su un piano certamente più carbonaro, la te- alternativo degli ultimi trent’anni. Elenchiamo? Nick
un cd autoprodotto, Bombardando Cortina, nel 1995, ria e piglio elettrico. Le chitarre intrecciano riff tosti e sta di trota immortalata da Cal Schenkel. Cave, PJ Harvey, Pere Ubu, Devo, molta new wave e
e prima ancora addirittura una audiocassetta,Pezzetti spirali brumose, il piano è un costante contrappunto A parlare di Captain Beefheart si rischia di spellarsi tutta la no wave, Genesis P. Orridge e le sue creatu-
di carta, a punteggiare quattro anni di gestazione che meditabondo, effetti sintetici e rumoristici abitano gli la lingua, troppe le cose da dire, su di lui e su quello re industriali, John Lydon e i PiL, Minutemen e tutto il
guadagnarono al sestetto le attenzioni della EMI. Un spazi definendoli come altrove stranamente familiare. I che, per una volta a ragione, è il disco a cui viene as- jazzcore, tutto il post-rock versante -core e math-, Old
sestetto, già: attorno al compositore, cantante e chi- testi giocano tra enigmi e suggestioni, sono fotogram- similato e a cui viene ridotto, un disco così potente da Time Relijun e tutto il rock tribale ed esoterico. E ov-
tarrista  Paolo Benvegnù, agivano il chitarrista Diego mi e micro-sequenze, squarci d’illuminazione tra tenta- scardinare i soliti meccanismi della bignamizzazione, viamente Tom Waits.
De Marco, la bassista Giorgia Poli, la tastierista Michela tivi d’introspezione indomiti (84), appassionati (Golf) e risplendendo di una oscura luce propria, bastando da La vita e l’arte del Capitano ci raccontano di un tem-
Manfroi, il batterista Danilo Gallo più Antonella Ianniel- disperati (Svecchiamento). Oppure sordidamente bef- solo, un disco che come le vere opere d’arte ha il pregio po finito per sempre, quello dei primi pionieri, arma-
lo al synth, presto sotituita dalla cantante e chitarrista fardi (Videoginnastica). O, ancora, capaci di esplorare di essere denso e contorto eppure capace di regalare a ti di pala ed elmetto, tempo avvolto dalle nebbie del
Sara Mazo.  languori sospesi (L’autostrada).  chi vi si perde dentro la più grande delle soddisfazioni: mito: il nostro big bang in quegli infiniti pomeriggi
Proprio la voce di quest’ultima - da fanciullina deli- I segnali che venivano da questo disco e dal suc- la goduria dell’ascolto. Beefheart era un vero eccentri- dell’adolescenza passati ad ascoltare blues e doo-wop
cata e posseduta - costituirà una stimolante alternativa cessivo – ahimé - canto del cigno  Armstrong, sono co e un genio vero, un diamante grezzo, suonava sax a due passi dal deserto del Mojave, in compagnia di un
a quella di Benvegnù, rivelando nei duetti una comple- rimasti, in un certo senso, lettera morta. Le generazio- e clarino senza saper leggere la musica, componeva a ancora non baffuto Frank Zappa. Vero scapestrato e
mentarità insospettabile.  Rosemary Plexiglas  fu pro- ni indie successive hanno concentrato le coordinate impronta e sempre sotto assistenza (ma con i suoi di- vero naif, il Capitano ha poi nel tempo disperso il pro-
dotto da Manuel Agnelli, per la prima volta al banco sul patrimonio pur considerevole lasciato in eredità scepoli era un esigentissimo direttore d’orchestra e un prio genio, ritrovandolo giusto prima di chiudere una
di regia fuori dal contesto  Afterhours  (in procinto di da CSI, Marlene Kuntz, Massimo Volume e – appun- vero padre-padrone), e da non-musicista ispirato quale volta e per sempre il proprio rapporto con le sette note.
fare il botto con Hai paura del buio?). Insomma, non to –  Afterhours, di fatto scordando la lezione degli era ha creato qualcosa che prima di lui semplicemente Quando infatti, dopo il riflusso e la crisi dei Settanta, ot-
nacque dal nulla, questo disco. Le premesse lavorava- Scisma, il loro groviglio di diramazioni poeticamente non esisteva, un’idea nuova di rock, più che cubista - timi frutti stavano spuntando dai suoi semi e una schie-
no perché fosse un album importante. A modo suo, incalcolabili, ineffabilmente italiane. E’ un rammarico come spesso si è detto - surrealista, quindi collagistico, ra di alt-boys cresciuti con il suo mito stava emergendo
lo fu. Ascoltarlo in quei giorni significava accogliere non da poco.  animato da cozzature arbitrarie e sempre sorprenden- dalle cantine, quando insomma Beef stava per essere
finalmente la possibilità di un rock italiano aperto al Stefano Solventi ti. riscoperto e messo sotto i riflettori come lo Spotlight
mondo e gravido di conseguenze, inseminato e fertile. Il picco selvaggio di quest’arte si trova condensato Kid di un suo titolo (lui eterno rinfrangente refrattario
Un frutto deliziosamente avariato del grunge, aperto in quest’opera giustamente monumentalizzata, un cen- Mirror Man), l’uomo si è ritirato a vita privata, tipo Salin-
a brusche cupezze noise-shoegaze, capace di liberare tauro di blues pauperistico, free jazz che era già punk ger del rock, tornando alla passione da cui, surrealista
vibrazioni neo-psych e brume trip-hop, di meditare e mozziconi di classica contemporanea, un’opera ispi- fin dentro il midollo, era partito: la pittura.
scenografie arty e margini emotivi jazz.  da, scontrosa, elegantemente arruffata, registrata in un Il Capitano è tornato Don Van Vliet, ha visto crescere
Se le forme guardavano con decisione al rock indi- clima tra la frenesia creativa e lo scoramento esisten- le piante nate dai suoi semi, e non ha messo lingua.
pendente anglosassone (più USA che Albione), la spe- ziale, in mezzo a mille litigi, da un Capitano frustrato Gabriele Marino, Stefano Solventi
cificità italiana o - meglio - europea sbocciava nell’estro e paranoico e da uno Zappa letteralmente sull’orlo di
poetico di Benvegnù, nella sua languida, equivoca, una crisi di nervi in una villa dove la Magic Band stava

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