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L'infiltrato "Finmeccanica e Mokbel: l'inchiesta"

I DOSSIER DE:

“FINMECCANICA e
MOKBEL:
L'INCHIESTA”

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L'infiltrato "Finmeccanica e Mokbel: l'inchiesta"

FINMECCANICA MOKBEL/ Inchiesta sul


mostro nero che ha manovrato questa
“cupola”.
Lunedì 22 Novembre 2010

Prima Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”, poi “Report” ieri sera, hanno
riproposto la vicenda di Gennaro Mokbel al centro del dibattito. Una vicenda,
probabilmente, passata troppe volte in secondo piano o addirittura dimenticata dai
grandi media.

E questo è stato un errore enorme, non solo per l’entità della


truffa portata alla luce dagli inquirenti nell’inchiesta che
coinvolge i vertici di Fastweb e Telecom; non solo per un altro
filone delle indagini riguardanti fondi neri di cui sembrerebbe
godesse un colosso italiano come Finmeccanica; ma anche per
la stessa figura di Mokbel, un imprenditore che aveva legami
con i movimenti eversivi di destra, con le logge massoniche, con i servizi segreti italiani e,
soprattutto, con la ‘ndrangheta. Proviamo a ricostruire, in breve, quanto sta accadendo cercando di
dar rilevo proprio al macchinatore di questa cupola. Appunto il “mostro nero” (così molti lo
chiamano) Gennaro Mokbel.

LUCI E OMBRE NELL’INCHIESTA FASTWEB – TELECOM

L’inchiesta, che secondo molti nasce addirittura nel 2007, è scoppiata come una bomba ad
orologeria l’anno scorso, smascherando uno dei più grandi scandali economico-politici degli
ultimi anni. Una truffa senz’altro internazionale, siccome, secondo gli inquirenti, una villa ad
Antibes, sulla Costa Azzurra, era la sede operativa della “macchina illegale”.

Le accuse vanno dal riciclaggio di denaro all’associazione per delinquere transnazionale, fino
all’evasione fiscale. Un sistema che univa al suo interno mafia (le ’ndrine di Isola Capo Rizzuto),
politica (l’ex senatore del Pdl Nicola Di Girolamo), compagnie telefoniche internazionali

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L'infiltrato "Finmeccanica e Mokbel: l'inchiesta"

(Telecom e Fastweb), neofascisti legati all’alta finanza e alla criminalità organizzata (appunto
Gennaro Mokbel), ufficiali delle forze dell’ordine (Polizia di Stato e Guardia di Finanza) e alcuni
commercialisti di fiducia.

In pratica, secondo l’accusa, “Telecom Italia Sparkle (la controllata del Gruppo per i cavi
sottomarini e il traffico telefonico estero, ndr) e Fastweb – si legge nelle carte - fungevano
consapevolmente da cassa” dalla quale si estraevano i soldi per successivo riciclaggio, “in
cambio dell'aumento dei crediti Iva verso l'erario, dell'aumento del fatturato e dei margini ottenuti
grazie alla riappropriazione di parte dell'Iva” pagate a società create ad hoc, intestate a
prestanomi, riconducibili, però, tutte a lui, Gennaro Mokbel, la testa di questa cupola. In pratica,
dunque, la frode avveniva “attraverso la falsa fatturazione di servizi telefonici e telematici”
(dunque con il placet di Telecom e Fastweb) alle società estere coinvolte, che altro non erano che
scatole vuote. Totale della frode: 365 milioni di euro. Chiaramente a danno del fisco italiano.

Alla sbarra sono finiti pezzi da novanta dei due gestori telefonici: il fondatore ed ex amministratore
delegato di Fastweb Silvio Scaglia (che, prima di essere arrestato, si era rifugiato a mo’ di
“latitanza” all’estero; è stato poi localizzato in Gran Bretagna), l’attuale ad Stefano Parisi e altri 6
dirigenti; per quanto riguarda, invece, Telecom Italia Sparkle sono finiti in manette il timoniere
Stefano Mazzitelli, il responsabile dell’area “Europe”, Massimo Copito, il presidente del cda
Riccardo Ruggiero e il capo dell’amministrazione interna Carlo Baldizzone. Ma, come abbiamo
detto, l’inchiesta ha colpito anche importanti istituzioni. In carcere, infatti, anche un maggiore delle
Fiamme Gialle, Luca Berriola, in servizio al Comando Tutela Finanza Pubblica, che avrebbe
preso la tangente su una delle operazioni di riciclaggio.

Senza dimenticare, poi, l’ex senatore Pdl Di Girolamo, accusato di associazione a delinquere e
riciclaggio in quanto parte del sodalizio criminale. L’ex pidiellino, circa due mesi fa, ha deciso di
patteggiare una pena di cinque anni e la restituzione di quattro milioni e 700 mila euro, provento
dell'attività di riciclaggio a lui destinato. Ma avrebbe patteggiato anche in riferimento
all’aggravante mafiosa. La sua elezione infatti sarebbe stata, secondo gli inquirenti, favorita da
Mokbel (chiaramente anche lui alla sbarra) e finanziata con gli stessi soldi riciclati, tramite i quali è
stato possibile “convincere” la famiglia Arena, della 'ndrangheta di Isola Capo Rizzuto, a
concretizzare un broglio elettorale. Nel 2008 infatti Di Girolamo viene eletto senatore nella
circoscrizione estera. Ma in che modo si realizza questa elezione? Di Girolamo vince perché gli
uomini della famiglia Arena gli hanno procurato falsi documenti di residenza estera, hanno
trovato le schede, le hanno falsificate e hanno confezionato, come detto, un broglio fuorisede.

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L'infiltrato "Finmeccanica e Mokbel: l'inchiesta"

TESORO MOKBEL

Nel corso di questi indagini, a fine febbraio, i carabinieri sono arrivati anche a sequestrare il
tesoretto che Mokbel, attraverso questo sistema, si era riuscito a costruire. Ed è stato trovato a
Roma, nel quartiere Collina Fleming. Si tratta di migliaia di dipinti, serigrafie, litografie e
decine di sculture in cui il sodalizio reimpiegava parte degli enormi beni illegalmente acquisiti.
Opere di De Chirico, Capogrossi, Tamburri, Schifano, Borghese, Palma, Clerici e Messina.
Oltre a due enormi sculture dei suoi due “idoli”: Mussolini e Hitler.

Ma non è tutto. Mokbel aveva messo su anche società (intestate sempre a prestanomi) con il
compito di riciclare il denaro sporco. Questo, ad esempio, era la finalità della “Emme e Emme srl”,
società aperta nel quartiere Prati cosituita ad hoc per comprare una gioielleria ai Parioli.
Nell’elenco, ancora, anche una seconda gioielleria, la “Monil srl”, una palestra a Ostia, le “Antiche
Officine Campidoglio” utilizzata per comprare auto di grossa cilindrata e due imbarcazioni, e
ancora un ristorante e un’agenzia immobiliare, tramite la quale vennero acquistati due
appartamenti in Via Cortina d´Ampezzo (in uno dei quali abitava lo stesso Mokbel con la moglie
Giorgia Ricci, anche lei coinvolta ed ora agli arresti domiciliari).

Ma perché tanta importanza alle gioiellerie? Lo spiega nelle carte il GIP: “L’organizzazione ha
convertito parte degli illeciti proventi del riciclaggio in pietre preziose, indicate nel gergo
romanesco come ‘serci’, con l’evidente scopo di rendere sempre più difficoltosa un’eventuale
ricostruzione dei flussi illeciti del riciclaggio”. Per un totale di 4 milioni di euro convertiti in
diamanti.

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FINMECCANICA MOKBEL/ Lorenzo Cola:


uno sconosciuto potentissimo
Lunedì 22 Novembre 2010

Questo filone di indagini nasce proprio dalle rivelazioni di Di Girolamo che, dopo gli
arresti, si è detto disponibile a collaborare. Dalle sue rivelazioni si è arrivati a stabilire

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che Mokbel ha gestito un’altra operazione finanziaria.

L’accusa viene così esplicitata: “Marco Toseroni (braccio


destro dell’ex senatore, ndr) e Nicola Di Girolamo, su
incarico di Mokbel, prendevano contatti con Iannilli (che si
pensa sia uomo chiave nella vicenda perché “attraverso lui
Mokbel è riuscito ad avere contatti con Cola e con i vertici per
i quali lo stesso Cola operava”, ndr) e Cola (soggetto di
fiducia di Finmeccanica e, come vedremo più avanti, legato al
SISMI, ndr) con i quali concordavano, con l’assistenza tecnica dello studio ‘Ernst & Young’ di
Roma, l’operazione societaria di rilievo del 51% delle quote della società ’Digint’ (partecipata al
49% da Finmeccanica Group) mediante il pagamento di 8 milioni e 300 mila euro circa versati su
conti esteri a Iannilli e Cola con bonifico effettuato da Toseroni”.

Stiamo parlando, appunto, dell’operazione “Digint”, società partecipata da Finmeccanica, ma, come
detto, acquistata per il 51 per cento da Makbel ad un prezzo esorbitante rispetto al valore di
mercato: otto milioni e mezzo di euro (dei quali un milione e duecento mila euro “offerti” dallo
stesso Di Girolamo). E Di Girolamo spiega anche il motivo di tale “accordo”: in questo modo –
dice - Finmeccanica avrebbe creato un fondo nero. I motivi, tuttavia, ancora sono da accertare,
anche se si sospetta poco legali. In cambio Gennaro Mokbel e i suoi avrebbero avuto libero accesso
alle forniture di armamenti prodotti dalle aziende Finmeccanica, che avrebbero provveduto a
rivendere sul mercato asiatico portando a termine la seconda delle operazioni in programma:
l’apertura di una società nella repubblica di Singapore. Che sarebbe diventata la centrale di
smistamento per forniture di armamenti che avrebbero alimentato i tantissimi conflitti in corso nel
continente asiatico. L’operazione, però, non va a buon fine: dopo molti mesi dall’acquisto della
Digint, Finmeccanica non mantiene i patti e le forniture promesse non arrivano.

Ma anche qui la vicenda presenta particolari che rivelano come molti sapessero e, dunque, che molti
uomini di punta della più grande industria italiana siano implicati. Indagato, ad esempio, è anche
Lorenzo Cola, da molti definito “l’uomo del Presidente (Pier Francesco Guarguaglini, ndr)”. E’
proprio su due conti svizzeri intestati a suo nome che arrivano gli otto milioni e mezzo versati da
Mokbel per la Digint. Ma Cola non è “uno qualunque”: da quanto si è appreso pare che il dirigente
Finmeccanica fosse vicino al SISMI (i servizi segreti militari italiani). A rivelarlo è un testimone

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chiave, Giuseppe Mongiello, uno dei soci di “Ernst&Young”, società che gestì l’operazione
finanziaria. Mongiello rivela, infatti, che Cola gli aveva detto che Finmeccanica era interessata a
rilevare una tecnologia di avanguardia di cui era in possesso la società “Ikon”.

E tale stessa tecnologia gli era stata consigliata da Maurizio Pozzi, capocentro del SISMI di
Milano. E addirittura, sempre Mongiello, dichiara agli inquirenti che questo progetto gli fu rivelato
da Cola nella sua casa di Milano alla presenza dello stesso Pozzi. Guarguaglini, Presidente di
Fimeccanica (che al momento non risulta tra gli indagati) smentisce tutto affermando di aver
incontrato Cola solo “alla fine del 2006, inizi 2007 e l'ho frequentato poco”. Ma anche qui le
rivelazioni di Mongiello sono determinanti: il dirigente di “Ernst&Young” afferma che fu lo stesso
Guarguaglini a presentargli Cola “come suo uomo di fiducia”.

Ma Mongiello è ancora più chiaro: “lo stesso (Cola, ndr) dava del ‘tu’ a tutti i massimi vertici del
Gruppo”, compreso Guarguaglini. E proprio per questo Mongiello sin da subito era molto
sospettoso dell’affare: da una parte non aveva modo “di dubitare che Cola parlasse a nome di
Finmeccanica per i suoi rapporti con la dirigenza”, ma dall’altra, rivela, “ho sempre ritenuto che
Cola fosse vicino o comunque collegato ai Servizi”.

D’altronde Guarguaglini è stato smentito anche su altre questioni. Partita l’inchiesta, in una nota
ufficiale il Presidente di Finmeccanica si era affrettato a dichiarare: “Non conosco Mokbel, né Di
Girolamo”. Anche qui presto le smentite: è lo stesso Di Girolamo che parla addirittura di “due
incontri” tra gli alti vertici di Finmeccanica e Mokbel stesso per pianificare l’operazione stessa.

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FINMECCANICA MOKBEL/ Troppi misteri


e strani suicidi intorno alle due inchieste
Lunedì 22 Novembre 2010

Le vicende che vedono coinvolto Mokbel sono piene zeppe anche di episodi sottotraccia
che rivelano la gravità di quanto accaduto. A settembre, ad esempio, il dott. Piergiorgio
Manca, legale di Marco Iannilli, coinvolto nell’inchiesta Finmeccanica, è stato

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gambizzato da due uomini che, stando alla ricostruzione, si sarebbero presentati nello
studio dell’avvocato e avrebbero sparato alcuni colpi di pistola.

Ma non è tutto. Dietro l’altra vicenda (“Fatweb-Telecom”)


pare che invece ci sia un “suicidio” poco chiaro. Il “sistema
Mokbel” che, come abbiamo detto, aveva dimensioni
transnazionali, ruotava attorno a giganteschi flussi di
denaro che apparivano e scomparivano tra San Marino e
Londra, Hong Kong e Isole Cayman. E legati a questi
flussi spuntano anche truffe telefoniche italo-europee. Ed è in queste ultime che entra con un ruolo
da “protagonista involontario” Niki Aprile Gatti, ragazzo di appena 26 anni, programmatore per
una delle aziende incriminate (la “Oscorp SpA”), trovato morto nel carcere di massima sicurezza
di Sollicciano (FI) dopo appena 4 giorni dal suo arresto.

Si pensa immediatamente ad un suicidio: Niki viene trovato impiccato ad una corda costruita con
strisce di jeans e lacci di scarpe (come possono sorreggere il peso di un uomo di 92 chilogrammi?)
nel bagno della sua cella. Ma rimangono molti chiaroscuri nella vicenda: insieme a lui, per frode
fiscale, vengono tratti in arresto altre 18 persone, ma solo lui viene trasferito nel carcere di
massima sicurezza a Sollicciano. Gli altri, invece, verranno portati a Rimini. A differenza di
costoro che si avvarranno della facoltà di non rispondere, Niki parla, l’unico tra gli indagati che
collabora.

Ma è anche l’unico al quale viene confermata la custodia cautelare in carcere, per i “silenziosi”
scattano, invece, gli arresti domiciliari; la mattina dopo Niki viene trovato morto nel suo carcere.
Non si capisce, però, perché un incensurato accusato di un reato lieve (frode informatica) sia stato
portato, a differenza degli altri, in un carcere di massima sicurezza; non si capisce perché alla madre
Ornella fu detto di recarsi a Rimini e non a Sollicciano; non si capisce come sia stato possibile che
alle ore 20:58 del 20 giugno venisse recapitato a Niki (che allora si trovava in carcere) un
telegramma proveniente dalla sua stessa abitazione (che per logica avrebbe dovuto essere sotto
sequestro) che gli ordinava di nominare un nuovo avvocato.

E ancora: trenta giorni dopo l’arresto, il padre di Niki trova l’appartamento del a San Marino
completamente svaligiato. In più la sede della “Oscorp SpA” venne ritrovata dal commissario
liquidatore privata di ogni bene, ma la cosa venne archiviata sulla base di due fatture che

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dimostrerebbero la vendita di tutti i beni dell’azienda. Eppure tali fatture risultano emesse prima
del 18 giugno, data in cui Niki era ancora regolarmente a lavoro.

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Chi è Gennaro Mokbel? Tra massoneria,


servizi segreti e eversione nera...
Mercoledì 24 Novembre 2010

Ricapitolando. Domenica sera Report trasmette una notevole inchiesta sul caso
Finmeccanica-Mokbel, che vede coinvolte anche le aziende Fastweb e Telecom Sparkle,
secondo le accuse utilizzate per riciclare denaro da parte dell'ex senatore Di Girolamo,
eletto con i voti della Ndrangheta. Lunedi pubblichiamo il dossier
Finmenccanica/Mokbel, riservandoci di pubblicare la parte più "succosa": chi è
Gennaro Mokbel? Secondo l'avvocato Carlo Taormina, uno che ne ha viste di cotte e di
crude, Mokbel è un soggetto molto sottovalutato e altrettanto pericoloso.

A questo punto la domanda d’obbligo è la seguente: ma chi


è il macchinatore di tutta questa vicenda? Chi è Gennaro
Mokbel? Domanda che sembrerebbe scontata (e forse
anche inutile), ma non lo è. Capiremo presto perché.

Padre egiziano, madre napoletano, Gennaro cresce nel


quartiere del Nomentano, periferia romana. E subito si
“forma” tra i ragazzi di estrema destra, ragazzi sovversivi
che conoscevano meglio il freddo delle spranghe che il tentativo di un dialogo. E infatti è questa la
strada che intraprenderà Mokbel (nel suo tesoretto sono stati ritrovati i busti di due suoi grandi miti,
Hitler e Mussolini).

LA DESTRA EVERSIVA. L’AMICIZIA CON GIUSVA E LA “DARK”

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L'infiltrato "Finmeccanica e Mokbel: l'inchiesta"

Non è un caso, allora, che diventerà amico di due personaggi che hanno caratterizzato il terrorismo
nero, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, ritenuti responsabili della Strage di Bologna del
2 agosto 1980.

Secondo gli inquirenti, addirittura, “sia per telefono che di persona” è in contatto con la Mambro e
Fioravanti “anche con rilevanti sostegni economici”. Un legame che sembra trovare una conferma
nelle intercettazioni telefoniche di Mokbel il quale, parlando con Carmine Fasciani (noto boss
della malavita romana, anche lui legato al nome di Mokbel), dichiara che il loro rilascio (aprile
2009) è tutto merito suo: “Li ho tirati fuori tutti io ...tutti con i soldi mia, lo sai quanto mi so’
costati?....un milione e due...un milione e due...”.

Fioravanti si appresta a negare tutto (“non è vero e penso che i nostri avvocati, che non hanno preso
una, lira si offenderebbero al solo pensiero”), tracciando anche un profilo dello stesso Mokbel
definendolo un “mascalzoncello di quartiere, un ragazzino sbandato, avvezzo alla violenza e alle
droghe: un capellone con idee anarchiche fino a 20 anni, poi estremista di destra, che si
autodefiniva naziskin, un ragazzetto nato negli anni '60 nella zona di Piazza Bologna da una
famiglia piccolo borghese, uno che militò nella ‘gioventù nera’ romana”. Tuttavia, sebbene le
parole di Giusva, secondo la ricostruzione degli inquirenti i rapporti tra i due sarebbero più che
acclarati.

Sarebbero, infatti, decine le telefonate intercettate recentemente tra la famiglia Mokbel (Gennaro e
la moglie Giorgia Ricci, anche lei coinvolta nelle inchieste – era titolare di una delle “scatole
chiuse” creata ad hoc per riciclare denaro) e il duo Mambro-Fioravanti. I rapporti sarebbero anche
recenti. Le due coppie si sentivano regolarmente per via di un progetto politico messo su da
Mokbel, il quale aveva intenzione di creare una sorta di Lega del Sud, “Alleanza Federalista” (su
cui torneremo più avanti). Il 30 giugno 2007, ad esempio, Giusva chiama Giorgia Ricci per
avvertirla che il giornalista Oliviero Beha ha annunciato in tv l’intenzione di fondare una “lista
civica” a livello nazionale.

E Fioravanti è preoccupato perché “Oliviero Beha ha il vantaggio di scrivere per più giornali e
quindi ha più visibilità”. Il 3 luglio 2007, ancora, la Mambro chiama a casa Mokbel per chiedere
informazioni sul tesseramento per “Alleanza Federalista”. Dopo alcuni mesi (1 ottobre) a chiamare
è una seconda volta Giusva, il quale si improvvisa “consulente politico” di Mokbel e consiglia alla
Ricci di dire ”a Gennaro di prendere una rubrica fissa su un giornale vero, tipo l’Opinione, anche
se piccolo, perché le cose devono uscire anche per iscritto”. Cosa che poi non accadrà.

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L'infiltrato "Finmeccanica e Mokbel: l'inchiesta"

LA POLITICA

Ma Mokbel è molto vicino anche alla politica. L’imprenditore si accorse subito dell’importanza
della politica e del suo appoggio per poter fare i grandi affari, quelli che contano (dirà in una
intercettazione: “Me devo inventa’ un partito... poi ci facciamo quello che c... ci pare”). Come
detto anche prima, Mokbel cerca di mettere su un partito, “Alleanza Federalista”, partito legato a
doppio filo con la Lega Nord, almeno fino all’ottobre 2008, quando Mokbel decide nuovamente di
cambiare aria e fonda, allora, un nuovo movimento, il “Partito Federalista Italiano” (anche questo
naufragato). Ma nel 2007 i legami con il partito di Bossi erano più che saldi, anzi si pensava in
grande: fare dell’Alleanza Federalista l’alter ego della Lega al Sud. Dice il deputato leghista
Giacomo Chiappori al telefono con Mokbel: “Saremo noi l’organo di controllo di quella Casa
delle libertà... perché lì (nel Sud, ndr) la Lega non c’è, ci siamo noi”. Ma quest’avventura, come
detto, non decollerà.

Ed allora ecco “l’amicizia” con Di Girolamo, che tutto è meno che un’amicizia. Mokbel sapeva
bene, infatti, che una volta avuto l’appoggio del senatore (e che dunque oramai si era esposto), una
volta fatto eleggere tramite l’impegno determinante della ‘ndrangheta, era in suo potere. E lo si
capisce bene sia dalle rivelazioni dello stesso Di Girolamo che confessa di essere anche stato
minacciato da Mokbel, ma, in maniera ancora più concreta, dalle intercettazioni: “Se t'è venuta la
candidite, se t'è venuta la senatorite è un problema tuo, però stai attento...Ultimamente io so' stato
zitto ma oggi mi hai riempito proprio le palle Nicò, capito?”; “Per me Nicò puoi diventà pure
presidente della Repubblica, per me sei sempre il portiere mio”; “Sei una grandissima testa di
cazzo, Nicò, sei proprio sballato”.

Ma non è tutto. Un bel fascicolo dell’inchiesta è dedicata proprio alle “infiltrazioni politiche” di
Mokbel stesso e, sebbene molti uomini del Palazzo abbiano smentito, è certo che conoscessero
Mokbel. In alcune intercettazioni (quelle nelle quali parla con il boss Franco Pugliese, su cui
torneremo più avanti) afferma: “Ha chiamato Fini, stamattina, Fini, Gianfranco Fini […] Ha
chiamato Nicola (Di Girolamo, ndr) e l’ha convocato”. Ma l’imprenditore romano pare fosse in
rapporti (o comunque avrebbe voluto esserlo) anche con due pregiudicati della politica italiana,
Aldo Brancher e Giuseppe Ciarrapico. E sono sempre le intercettazioni a rivelarlo.

Per quanto riguarda il primo, il 18 marzo 2008 (un mese prima delle elezioni politiche del 13 e del
14 aprile 2008) Mokbel dichiara di avere il “placet” di Brancher per la costituzione del suo partito:
“Noi siamo un partito, il Partito federalista italiano… (Questa) è una richiesta fatta da Brancher e

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L'infiltrato "Finmeccanica e Mokbel: l'inchiesta"

Brancher è il braccio destro di Berlusconi e Tremonti, praticamente l’uomo operativo che screma
qualsiasi iniziativa e poi la porta avanti”. Per quanto riguarda il secondo, invece, era sua intenzione
incontrarlo per chiedergli utili consigli. E’il 19 novembre 2007, Mokbel è in auto con un tale
Francesco Capalbo: “Noi a dicembre dobbiamo fa per lo meno un qualche cosa... adesso cerco di
andare a parlare con Ciarrapico quanto prima e poi tutta una serie di imprenditori che purtroppo
hanno passato pure loro i guai loro e mi possono sponsorizzare da dietro ma non possono
appari’"

LA ‘NDRANGHETA: LA FAMIGLIA ARENA E “IL SALTO DI QUALITA’”

Nel corso delle indagini sono stati svelati anche gli stretti legami che Mokbel aveva con la famiglia
Arena. Si rivolge a questa famiglia, infatti, per sponsorizzare la candidatura di Di Girolamo.
Addirittura gli inquirenti parlano di alcune riunioni avvenute a Isola Capo Rizzuto per pianificare
l’intervento tra Di Girolamo, Mokbel e gli esponenti della 'ndrangheta calabrese Fabrizio Arena
(attuale capobastone della ‘ndrina, arrestato il 12 maggio 2010 dopo una latitanza di quasi un
anno) e Franco Pugliese (arrestato il 23 febbraio, affiliato alla famiglia Arena e suocero dello
stesso Fabrizio). In cambio dei voti, alla cosca Arena viene garantita protezione politica e aiuto
finanziario “facendo fare all'organizzazione un vero e proprio salto di qualità”. Ciò che sconvolge
è anche qui il ruolo primario che ricopre Mokbel. Scrive il gip: “le direttive criminali di Mokbel
venivano perentoriamente eseguite da tutti gli associati pur senza avere cariche nelle varie società
del circuito illecito”. Ed infatti la famiglia Arena si adopera subito: procura falsi documenti di
residenza estera, trova le schede, le falsifica e impacchetta un bel broglio fuorisede.

LA BANDA DELLA MAGLIANA E LE CRIMINALITA’ ROMANE

Ma non è ancora tutto. Mokbel, tempo fa, strinse amicizia anche con Antonio D’Inzillo. Dopo
essere stato tra gli assassini insieme a Fioravanti del povero Antonio Leandri (ragazzo di 24 anni
ucciso per sbaglio al posto del vero bersaglio, il magistrato Giorgio Arcangeli), venne tratto in
arresto. Ed è qui che D’Inzillo entra in contatto con la Banda della Magliana. Tuttavia, uscito dal
carcere fugge in Belgio perché nuovamente ricercato per la morte della sua fidanzata (lui la molla,
lei non si rassegna e ne segue una lite. Lui la spinge, lei cade malamente, sfonda una staccionata di
legno, precipita dal cavalcavia e finisce schiacciata sotto un camion di passaggi).

Ma già nell’aprile del 1991, durante un’inchiesta, il suo nome viene ritrovato sull’agenda di un
noto trafficante di eroina insieme a quello di Marcello Colafigli, detto “Marcellone” e di Vittorio
Carnovale, detto “er coniglio”, entrambi appartenenti alla banda della Magliana. In realtà, infatti,

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L'infiltrato "Finmeccanica e Mokbel: l'inchiesta"

D’Inzillo è tornato già dal 1990 in Italia, chiamato proprio dalla Banda per eliminare Enrico De
Pedis, detto “Renatino”. Cosa che accade, tant’è che D’Inzillo viene tratto nuovamente in arresto
nel 1994 (anche se poi è riuscito a fuggire). E indovinate dove viene preso dai carabinieri? A casa
di un caro amico, proprio da Gennaro Mokbel (anche lui viene arrestato). Ma non è finita.
Mokbel, pare, continua a “lavorare” per D’Inzillo. Dal lavoro di intercettazione risulta che:
“Mokbel finanzia in Africa la latitanza di A. D'Inzillo”, anche se sono molte le voci secondo cui il
latitante è oramai morto.

Ma Mokbel è legato anche ad altri boss della malavita romana. Da Carmine Fasciani a
Giampietro Agus, con i quali, secondo gli inquirenti, si sentiva frequentemente al telefono. Non
deve sorprendere, allora, che Mokbel, nel suo stesso sistema scovato nelle inchieste Finmeccanica e
Fatweb-Telecom, avesse creato un’organizzazione molto simile a queste, con nomignoli attribuiti
a tutti i membri. C’è “er Somaro” (Carlo Focarelli, organizzatore della truffa Fastweb con lo stesso
Mokbel. E’ lui che, secondo gli inquirenti, ha creato le società fittizie), il “Bonzo”, il “Caciotta”,
“Pinocchio” (rispettivamente Aurelio Gionta, Augusto Murri e Marco Toseroni, altri uomini
della “cricca” di Mokbel). E ancora il “Tacchino”, “er Giraffa”, “er Puzzola”, “er Quadrupede”,
“er Pelato”, “er Mascella”, “il vecchio” e “er Bufalo”. E altri personaggi citati nelle conversazioni
sono ancora da identificare. Insomma, così come avveniva anche nella Banda della Magliana.

LA MASSONERIA E IL CASO MORO

Sono molte le voci (e non solo voci) che vedono Gennaro Mokbel legato anche a società
massoniche. In un’intercettazione (telefonata del 25 luglio 2007), ad esempio, sentiamo
l’imprenditore affermare: “alle 4 e mezza aspetto un 33° grado”. In gergo massonico è il grado più
alto, grado a cui non si può accedere, ma si può soltanto essere nominati. Un grado onorifico
insomma.

Ma pare che anche alcuni familiari di Mokbel siano in qualche modo legati alle logge e, più in
generale, ai misteri italiani. E’ il caso della sorella, Lucia. La quale abitava, durante il periodo del
sequestro Moro, in Via Gradoli al civico 96, accanto all’interno 11, base operativa delle BR di
Mario Moretti. Un caso? Si fa fatica a crederlo. Come sappiamo la casa venne scoperta per una
“strana” infiltrazione d’acqua. Ma la prima a segnalare alcune stranezze fu proprio Lucia Mokbel.
Ma invano. Il 18 marzo, infatti, Lucia avrebbe indicato ad alcuni agenti che si erano recati in via
Gradoli per dei controlli che dall’interno 11 (la base delle BR) la notte precedente aveva sentito dei
segnali morse sospetti. Consegnò, allora, un bigliettino pregando i poliziotti di farlo avere al più

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L'infiltrato "Finmeccanica e Mokbel: l'inchiesta"

presto al commissario Elio Cioppa che, tuttavia, non ricevette mai quel foglietto (così almeno
dichiarò). Particolarità: Cioppa era iscritto alla P2.

Ma le curiosità non finiscono qui: la donna viveva in quell’appartamento con Gianni Diana, un
ragioniere che, come dichiarò lui stesso, aveva “in uso l’appartamento all’interno 9” da circa un
mese e mezzo/ due mesi (altra particolarità: pochi giorni prima dell’agguato di via Fani). E
ancora. Diana era domiciliato in via Ximenes, presso lo studio del commercialista Galileo Bianchi.
Ecco la terza particolarità: dopo solo tre giorni dalla scoperta dell’interno 11 – ovvero del covo
delle BR - Bianchi diventò amministratore della società “Monte Valle Verde srl”, immobiliare
proprietaria degli appartamenti dello stesso Diana.

Questo non è cosa da poco, se si tiene conto che, con l’inchiesta del 1993 legata ai fondi neri del
SISDE, si riuscì a dimostrare che la Monte Valle Verde era una delle società riconducibili ai
servizi segreti e che ben 24 dei 66 appartamenti delle due palazzine di Via Gradoli erano di
proprietà di 3 società (tra cui la Monte Valle Verde) fiduciarie del SISDE. Senza dimenticare, poi,
che Gennaro Mokbel, come detto prima, era legato alla Banda della Magliana e nella vicenda non è
mai stata fatta chiarezza sul ruolo della Banda stessa. Fatto sta che questa fece recapitare un
biglietto (molti dicono su richiesta della camorra) al servizio segreto “Anello” (organizzazione
segreta italiana parallela composta da militari e civili, fondata dopo la Seconda Guerra Mondiale):
“cercate in via Gradoli”.

I SERVIZI SEGRETI

E’ Di Girolamo in un’altra delle sue dichiarazioni a rivelarlo: “Fu Mokbel a presentarmi il


colonnello Seno. In una occasione mi ha invitato ad un pranzo al circolo Antico Tiro a Volo per
presentarmi, come suo amico, Marco Mancini, insieme a Seno e all'avvocato di Mancini. Il pranzo
fu organizzato allo scopo di chiedermi un intervento come parlamentare per appoggiare in vario
modo la posizione del Mancini, allora sottoposto a Milano a un processo penale”. Il processo in
questione è quello del sequestro di Abu Omar, processo che svelò i misteri e le magagne dei
servizi segreti italiani.

Per questo processo Luciano Zeno è stato condannato a tre anni, mentre per Marco Mancini si è
deciso il non luogo a procedere, anche se, indubbiamente, le sue responsabilità – anche se non
penali – rimangono oggettive, essendo il superiore dello stesso Zeno. La vicenda, come sappiamo,
non è mai stata chiarita ulteriormenteBerlusconi prima e Prodi poi hanno preferito mantenere –
inspiegabilmente – il segreto di Stato) e, probabilmente, mai lo sarà. (

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L'infiltrato "Finmeccanica e Mokbel: l'inchiesta"

Ma Mancini, poco dopo, torna alla ribalta: viene arrestato nel dicembre 2006 per il suo
coinvolgimento nell’inchiesta “Telecom-Sismi” sulle intercettazioni illegali del gestore a
personaggi (politici, magistrati, giornalisti) scomodi per “qualcuno”. I reati contestati vanno
dall’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, alla rivelazione del segreto d'ufficio:
in pratica Mancini avrebbe procurato dati segreti all’investigatore Emanuele Cipriani tramite la
complicità di Telecom, nella persona di Giuliano Tavaroli, ex responsabile della sicurezza. Per tale
questione Mancini sarà arrestato e portato nel carcere di Pavia, per poi ottenere i domiciliari nel
2007.

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