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LA LIRICA MONODICA GRECA

Saffo, Alceo, Anacreonte

Quando parliamo di «poesia» usiamo una parola greca. Gli antichi abitanti dell'Ellade, infatti,
definivano la capacità di comporre versi con il termine poiesis: ricorrendo ad un'immagine piuttosto
concreta, bisogna dire, visto che poiesis significa propriamente «fabbricazione», «costruzione». Ad
ogni «poesia» che nasce, dunque, noi torniamo a "fabbricare" la parola alla maniera in cui ci hanno
insegnato i Greci.
Anche quando parliamo dei vari tipi di poesia, usiamo parole greche. La «lirica», per esempio, il
genere che comprende nomi come Giacomo Leopardi o Umberto Saba, è una categoria inventata dai
Greci. Allo stesso modo noi usiamo espressioni greche quando parliamo di poesia «epica» - la
Gerusalemme Liberata del Tasso appartiene a questo genere - e ancora a termini greci noi ricorriamo
quando si parla di poesia «tragica» o «comica» (si sa che, fino a non molto tempo fa, tragedie e
commedie erano scritte in versi); e cosi di seguito, con la poesia «didascalica» - quella che «insegna» a
fare qualcosa, come le Georgiche di Virgilio insegnavano in versi a coltivare i campi - o la poesia
«epigrammatica» che certo è più divertente di quella didascalica. I Greci dunque hanno marcato così
profondamente la nostra cultura in fatto di poesia, che non solo ci hanno imposto il loro nome per
definirla, ma hanno anche tracciato per noi le linee secondo cui dovevamo costruirla.
Tra gli autori che creavano le loro composizioni per cantarle con l'accompagnamento della lira o di
analoghi strumenti a corde (la cetra, oppure la «magadis», il «barbiton» e la «phorminx»), i più noti
sono un gruppo di poeti originari di Lesbo, un'isola abitata da popolazioni di lingua eolica e collocata
davanti alle coste della Troade. Di due di questi poeti, Terpandro e Arione, sappiamo molto poco.
Molto più conosciuti sono senz' altro Saffo e Alceo, gli altri due poeti che praticarono la cosiddetta
«melica» monodica, componendo poesia cantata (la parola «melos» significa «canto») ed eseguendola
da soli. Contemporanei, nati tra il 640 e il 630 a.c., furono entrambi membri dell'aristocrazia locale. La
loro poesia fu composta e venne eseguita davanti a pubblici specifici.
Il centro della vita di Saffo era il tiaso, una sorta di associazione culturale e religiosa femminile che la
poetessa dirigeva; in questa «scuola», Saffo aveva il compito di educare le sue allieve ai valori richiesti
dalla società aristocratica quali l'amore, la grazia, il canto e la musica. Nelle liriche di Saffo sono
descritti i momenti più significativi della vita del tiaso: le feste comuni, le danze, le preghiere ad
Afrodite, la nascita dei sentimenti d'amore tra le allieve (e la maestra), il dolore provato per la partenza
delle ragazze che, divenute adulte, lasciavano il tiaso per sposarsi, l'esaltazione del rito nuziale. Sui
sentimenti che legavano Saffo e le sue allieve si è molto discusso, ma sembra davvero impossibile
negare che la passione avesse risvolti non solo spirituali: il rapporto maestra-allieva presenta
caratteristiche molto simili a quelle che contraddistinguono l'analogo rapporto maestro-allievo in altre
regioni della Grecia come la stessa Atene classica, dove l'iniziazione ai riti d'amore era un momento
essenziale della funzione pedagogica e, in quanto tale, pacificamente accettato dalla società antica.
I carmi di Alceo venivano invece composti per essere cantati davanti al pubblico esclusivamente
maschile della cosiddetta eteria, il circolo aristocratico del quale il poeta faceva parte; l'esecuzione
avveniva durante il simposio, quando il gruppo era radunato davanti ai crateri di vino. Dal momento
che l'eteria era un' associazione spiccatamente politica, gran parte dei frammenti che ci sono rimasti
consistono nell' aggressione verbale dei nemici politici del poeta. Ma non esiste solo la passione
politica nelle sue liriche: accanto all'odio per i nemici, Alceo canta anche le gioie della vita, l'amore e
soprattutto il vino, consolazione delle disgrazie dell'uomo.
Il simposio è il luogo attorno al quale ruota la vita di Anacreonte, nato a Teo, sulle coste dell' Asia
minore, verso il 570 a.c. Ma il contesto sociale è molto differente: ad Anacreonte - che fu un poeta
«cortigiano», ospite presso le principali case regnanti del tempo, a lui la politica non interessa. Nelle
sue poesie circolano affascinanti giovinetti e smaliziate ragazze; vengono raffigurati personaggi
ridicoli; vengono celebrati i piaceri della tavola.
SAFFO
Pari agli dèi mi sembra
quell'uomo: innanzi a te
siede e tanto vicino sente la tua voce
dolce,
il desiato riso. Oh, a me
il cuore sbatte forte e si spaura. Ti
scorgo, un attimo, e non ho piu
voce;
la lingua è rotta; un brivido di
fuoco è nelle carni,
sottile; agli occhi il buio; rombano glì
orecchi.
Cola sudore, un tremito
mi preda. Più verde d'un'erba sono, e
la morte così poco lungi mi sembra
...

È sparita la luna,
le Pleiadi. Notte
alta.
L'ora del tempo varca.
Io dormo
sola.

ALCEO

Piove. Il cielo trabocca di tempesta.


Fiumi rigidi, ghiacci.

Fiacca l'inverno: attizza


il fuoco e mesci senza più misura
vino di miele.
Fascia le tempie d'una lana soffice.

ANACREONTE
È come un fabbro Amore:
mi stronca con un maglio
enorme, e mi dilava
in torba forra gelida.

Mi sia dato morire, se dato


non m'è, da tanta pena,
scampo.

Amo e non amo, sono


pazzo e non sono pazzo.