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Peter Weiss.

Congedo dai genitori.


Traduzione di Francesco Manacorda.
Ho cercato spesso di stabilire in me un colloquio con l'immagine di mio padre
e con quella di mia madre, oscillando tra rivolta e sottomissione. Ma mai ho
potuto cogliere e capire l'intima natura di queste due sfingi poste a guardia
della mia vita. Quando morirono, quasi contemporaneamente, vidi quanto mi
fossi straniato da loro. Non mi dolsi per loro, ché quasi non li conoscevo,
bensí mi dolsi per tutte le occasioni mancate che avevano fasciato la mia
infanzia e la mia giovinezza di un vuoto abissale. Mi dolsi di riconoscere
completamente fallito un tentativo di vita comune in cui aveva perseverato per
qualche decina d'anni una famiglia intera. Mi dolsi per il riconoscimento
tardivo che pesò su noi fratelli riuniti accanto alla tomba, e che di nuovo ci
divise, ognuno nella sua esistenza. Dopo la morte di mia madre, mio padre, la
cui intera esistenza era trascorsa nel segno di un lavoro infaticabile, cercò
di resuscitare la parvenza di una nuova vita. Partì per il Belgio, per
allacciare laggiú, come disse, nuovi rapporti d'affari, ma in realtà per
rintanarsi a morire, come un animale ferito. Era un uomo distrutto, quando
partí si muoveva solo a fatica con l'aiuto di due bastoni. Quando, giuntami
notizia della sua morte a Gand, atterrai all'aeroporto di Bruxelles, rivissi
angosciato la lunga strada che mio padre aveva dovuto percorrere, su per le
scale, giú per le scale, per atrii e corridoi, con le sue gambe acciaccate
dalle varici. Erano i primi che lui schivava sempre e coi quali non riusciva a
parlare, ma quand'era fuori casa forse riusciva a provar tenerezza per loro, e
nostalgia, e sempre ne portava
con sé le fotografie, e certamente quand'era via, la sera
nella sua stanza d'albergo, osservava quelle fotogral';e
spiegazzate e logore, e certo credeva di trovare con~-
denza al suo ritorno, ma quando tornava v'erano so-
lo delusione e incapacità di comprensione reciproca
V'era stata, nella vita di quest'uomo, un'assidua pre-
mura per la casa e la famiglia, tra le preoccupazioni e
le malattie si era sempre aggrappato stretto, insieme
con sua moglie, al possesso di casa sua, senza aver mai
gioia da questo possesso. Quest'uomo, ormai perduto
per me, non aveva mai smesso di tener fede all'ideale
della casa, ma la morte l'aveva colto lontano da casa
sua, solo in una stanza d'ospedale, e quando nell'ulti-
mo istante aveva teso la mano al campanello, forse era
stato per invocare qualcosa, un qualche aiuto, un qual-
she sollievo, di fronte al gelo e al vuoto che montava-
no d'improwiso. Guardavo in viso mio padre, io ero
ancora vivo, e in me serbavo la coscienza che mio pa-
dre era esistito, ed ecco il suo viso nell'ombra mi di-
venne estraneo, ora mio padre giaceva con un'espres-
sione appagata e remota, e da qualche parte esisteva
ancora l'ultima casa che lui aveva posseduto, sovracca-
rica di tappeti, di mobili, di piante, di quadri, la sua
casa che ora non respirava piú, e che attraverso gli an-
ni dell'emigrazione, attraverso continui traslochi e dif-
licoltà di ambientamento, attraverso la guerra, lui era
riuscito a salvare. Piú tardi, in giornata, mio padre fu
adagiato in una semplice cassa di legno marrone che
avevo comprato dall'impresa di pompe funebri, e la
suora badò che la fotogra~a di sua moglie gli restasse
a posto tra le braccia, e due inservienti, dopo avere av-
vitato saldamente il coperchio, portarono la bara sul
carro funebre, tra il rombo e l'ininterrotto sferragliare
dei treni merci, ed io seguii in una macchina a nolo.
Due di marzo, un cielo terso, un vento freddo, un sole crudo su Gand.
Costeggiai il terrapieno della ferrovia fino all'ospedale, nella cui cappella
era composta la salma di mio padre. Sui binari dietro gli alberi potati e nudi
facevano manovra i treni merci. I vagoni sferragliavano
e cigolavano, lassú sulla ferrovia, quando mi fermai
davanti alla cappella, simile a una rimessa. Una suora
mi aprí la porta. Lí dentro, accanto a un catafalco co-
perto di fiori e di corone, mio padre giaceva su di un
sostegno rivestito di panno, nel suo abito nero divenu-
to troppo largo per lui, coi calzini neri, le mani incro-
ciate sul petto, e nel cavo del braccio la fotografia
incorniciata di mia madre. Il suo viso smagrito era di-
steso, aveva una ciocca leggera di capelli radi e appena
grigi sulla fronte, e impressa nei tratti un'aria come or-
gogliosa e ardita che non gli avevo mai visto prima. Le
sue mani erano perfette, le unghie conchiglie regolari,
dai riflessi azzurrini. Sfiorai la pelle fredda, tirata e
giallastra della mano, mentre pochi passi dietro di me
la suora aspettava fuori al sole. Mi ricordai di mio pa-
dre come l'avevo visto l'ultima volta, dopo il funerale
di mia madre, sdraiato sul divano del soggiorno con
una coperta addosso, il viso grigio e confuso, reso in-
distinto dalle lacrime, le labbra che balbettavano e sus-
surravano il nome di mia madre. Stavo in piedi, gela-
to, sentivo il vento freddo, udivo sibili e sbuffi venire
dalla ferrovia, e davanti a me una vita si era conclusa
definitivamente, un prodigioso dispiego di energia si
era ridotto in nulla, davanti a me era il cadavere di un
uomo in terra straniera, non piú raggiungibile, in una
rimessa accanto alla ferrovia, e nella vita di quest'uo-
mo v'erano stati uffici e fabbriche, e molti viaggi e
stanze d'albergo, nella vita di quest'uomo v'erano sem-
pre stati grandi appartamenti, grandi case, con tante
stanze piene di mobili, v'era sempre stata la moglie,
nella vita di quest'uomo, che l'aspettava nella casa co-
mune; v'erano stati, nella vita di quest'uomo, i figli,
che lui schivava sempre e coi quali non riusciva a par-
lare, ma quand'era fuori casa forse riusciva a provar
tenerezza per loro, e nostalgia, e sempre ne portava
con sé le fotografie, e certamente quand'era via, la sera
nella sua stanza d'albergo, osservava quelle fotografie
spiegazzate e logore, e certo credeva di trovare con~-
denza al suo ritorno, ma quando tornava v'erano so-
lo delusione e incapacità di comprensione reciproca
V'era stata, nella vita di quest'uomo, un'assidua pre-
mura per la casa e la famiglia, tra le preoccupazioni e
le malattie si era sempre aggrappato stretto, insieme
con sua moglie, al possesso di casa sua, senza aver mai
gioia da questo possesso. Quest'uomo, ormai perduto
per me, non aveva mai smesso di tener fede all'ideale
della casa, ma la morte l'aveva colto lontano da casa
sua, solo in una stanza d'ospedale, e quando nell'ulti-
mo istante aveva teso la mano al campanello, forse era
stato per invocare qualcosa, un qualche aiuto, un qual-
she sollievo, di fronte al gelo e al vuoto che montava-
no d'improwiso. Guardavo in viso mio padre, io ero
ancora vivo, e in me serbavo la coscienza che mio pa-
dre era esistito, ed ecco il suo viso nell'ombra mi di-
venne estraneo, ora mio padre giaceva con un'espres-
sione appagata e remota, e da qualche parte esisteva
ancora l'ultima casa che lui aveva posseduto, sovracca-
rica di tappeti, di mobili, di piante, di quadri, la sua
casa che ora non respirava piú, e che attraverso gli an-
ni dell'emigrazione, attraverso continui traslochi e dif-
licoltà di ambientamento, attraverso la guerra, lui era
riuscito a salvare. Piú tardi, in giornata, mio padre fu
adagiato in una semplice cassa di legno marrone che
avevo comprato dall'impresa di pompe funebri, e la
suora badò che la fotografia di sua moglie gli restasse
a posto tra le braccia, e due inservienti, dopo avere av-
vitato saldamente il coperchio, portarono la bara sul
carro funebre, tra il rombo e l'ininterrotto sferragliare
dei treni merci, ed io seguii in una macchina a nolo.
2.
Qua e là, sul bordo della strada di campagna che por-
tava a Bruxelles, contadini e operai sotto il sole del po-
meriggio si levavano il berretto al passaggio del carro
nero, nel quale mio padre faceva il suo ultimo viaggio
in terra straniera. Il cimitero col crematorio era su di
un'altura fuori città e il vento freddo si aggirava tra la-
pidi e alberi spogli. Posarono la bara su di un sostegno
in una sala rotonda, io rimasi lí in piedi in attesa, un
uomo anziano dal viso avvinazzato sedette all'armo-
nium in un vano del muro e suonò un salmo, poi nel
mezzo della parete si aprí di un tratto uno sportello, il
sostegno, messosi in moto senza che me ne avvedessi,
scivolò su rotaie incassate, quasi invisibili, fin dentro
la vuota cella quadrangolare che si vedeva dietro lo
sportello, e questo si richiuse senza rumore. Dopo due
ore ritirai l'urna con le ceneri di mio padre. Mi portai
la cassetta, svasata in cima e sormontata da una croce,
nella mia stanza d'albergo, con dentro l'urna che ciot-
tolava, sotto lo sguardo sorpreso di impiegati e clienti;
la posai sul tavolo, poi sul davanzale, poi sul pavimen-
to, poi nell'armadio e infine nel guardaroba. Scesi in
città a comprare carta e spago in un magazzino, rinvol-
tai la cassetta, e passai la notte in albergo coi resti di
mio padre nascosti nel guardaroba. Il giorno dopo ar-
rivai alla casa dei miei, dove i miei fratellastri con le
loro mogli, mio fratello e sua moglie, mia sorella e suo
marito mi aspettavano per la sepoltura, le esecuzioni
testamentarie, la spartizione dei beni. Nei giorni se-
guenti la famiglia finí di dissolversi del tutto. Fra noi
vi fu violenza e scempio e note d'astio e di invidia nel
fondo, benché esteriormente cercassimo di mantenere
un atteggiamento disinvolto e cortese e di perfetta
concordia. Anche per noi, quantunque da tempo ce ne
fossimo allontanati, tutte codeste cose ammassate ser-
bavano il loro valore, e all'improvviso ogni oggetto si
dimostrava ricco di ricordi. La pendola col sole sul
quadrante aveva scandito i miei primi sogni, nello
specchio dell'immenso guardaroba mi ero scorto al lu-
me di luna durante le mie scorribande notturne, fra le
traverse del tavolo della stanza da pranzo mi ero crea-
to caverne e nascondigli, dietro le soffici tende di vel-
luto mi ero nascosto nel buio quando veniva l'uomo
nero, e molti dei libri negli scaffali alti e larghi celava-
no letture proibite e furtive. Ci mettemmo a trascinare
in qua e in là poltrone, divani e tavolini, violammo
quell'ordine che era sempre stato sacro per noi, e pre-
sto la casa si mutò in un magazzino, le suppellettili, cu-
rate e protette per tutta una vita dalle mani di mia
madre, si ammucchiarono in cinque grosse cataste in
stanze diverse per essere in parte portate via in parte
vendute. I tappeti erano arrotolati, i quadri staccati
dal muro, le tende tolte dalle finestre, gli armadi vuoti
di stoviglie e biancheria, e mia sorella e le mie cognate
correvano su e giú tra soffitta e cantina, finendo d'ar-
raffare qua un grembiule, là un ramaiolo, qua una sca-
tola di scarpe logore e polverose, là un secchio da car-
bone, un rastrello. Le urne con le ceneri di mio padre
e di mia madre stavano l'una accanto all'altra nella ter-
ra nera e umida del cimitero e noi fratelli eravamo ac-
campati tra i resti della casa distrutta, vuotando le bot-
tiglie di vino di mio padre, aprendo a forza le scrivanie
per fare la cernita di lettere e documenti. Facemmo ca-
taste di carte - cosí come prescriveva il testamento -
per darle alle fiamme, di nascosto io sottrassi qualche
foglietto ingiallito con la grafia di mio padre e due o
tre taccuini annotati da mia madre. Le lampadine nu-
de illuminavano crudamente le stanze riflettendosi nei
vetri neri delle finestre. Mi parve allora come se si fos-
se aperta la porta e fosse apparsa mia madre a fissa-
re impietrita l'agitarsi spettrale dei suoi figli. In quei
giorni qualcosa morí in ognuno di noi, ed ecco che do-
po averla saccheggiata, ci accorgemmo che quella casa
da cui eravamo stati banditi aveva pur sempre imper-
sonato per noi una certezza, una stabilità, e che finen-
do lei scompariva l'ultimo simbolo dell'unità familia-
re. Negli strati piú fondi di questa casa, attraverso le

mi ero svegliato dal buio mitologico alla prima coscien-


za. Stavo nell'anticamera al piano terreno e guardavo
in giardino ora per uno dei riquadri rossi, ora per uno
di quelli azzurri della porta a vetri, cosí che i cespugli,
il pero, il viottolo, il prato e la pergola mi apparivano
di volta in volta in una gran fiammata o in un'ovattata
luce subacquea. Nelle sue linee essenziali, il mio carat-
tere era già formato, quando guardavo cosí: e soltanto
se in me si affievoliscono l'osservazione e il controllo e
la mia coscienza vacilla, ria~iorano gli impulsi della
mia vita piú remota, e nel dormiveglia, nei sogni, nei
miei periodi di prostrazione rivivo il senso di passivi-
tà, di impotenza e di cieca rivolta di quando mani e-
stranee mi domavano, mi plasmavano, mi facevano
violenza. Quando mia madre mi raccontò una volta che
le mie prime parole erano state: che bella vita è la mia,
che bella vita è la mia, io riconobbi in esse un che di
imparaticcio, di pappagallesco, con cui volevo diverti-
re chi mi stava intorno o prendermene gioco. Ero ve-
nuto in questa casa come uno spirito maligno, porta-
tovi da mia madre dentro una scatola di latta, accolto
dai selvaggi tam-tam e dall'urlio augurale dei miei fra-
tellastri. Mia madre mi aveva trovato sulla riva di uno
stagno, tra le canne e le cicogne. La prima casa in cui
abitai ha per me vaste zone oscure, non riesco a cam-
minarvi dentro, ho solo idea dei gradini di una scala,
ho idea di un angolo del pavimento dove drizzo caset-
te di legno marroncino rese unte e levigate dall'uso, e
verdi fortezze, ho idea di un camioncino carico di cas-
sette in miniatura, e il ricordo di quelle cassette mi
provoca una sensazione densa e greve al palato, ho
idea di certi francobolli che mi sparpaglio davanti,
francobolli rosa e verdolini, con sopra il viso di un re
con i baffi arricciati, e i miei fratelli piú grandi che ci
piombano sopra urlando e mia madre che viene e spaz-
za via i francobolli e li getta nella stufa. E poi c'è lo
spigolo di una stufa di terracotta e la spalliera di un di-
vano, e io mi metto a sedere sulla spalliera del divano,
e uno dei miei fratelli mi fa il solletico, ed io cado al-
l'indietro sullo spigolo della stufa e mi faccio un buco
in testa e da una bottiglia mi versano un liquido nel
buco che ho in testa e la testa mi bolle e il cervello mi
scappa via dal buco. Ho idea di una stanza tutta verde,
il pavimento verde, le pareti verdi, le tendine verdi,
ed io sono seduto su di un arnese di porcellana rialzato
e a forma di chitarra, e mia madre è dietro di me e mi
pigia forte l'indice nel didietro al disopra dell'ano, e
io spingo e lei spinge, e tutto è verde, e la strada fuori
è verde e la strada si chiama via del Verde. Nella luce
verde della sera la strada era piena dell'acciottolio dei
carri carichi di botti fin sopra le sponde, dal selciato
percosso pesantemente dagli zoccoli dei goffi cavalli
sprizzavano scintille, i barrocciai schioccavano la lin-
gua e facevano schioppettare la frusta, e dalle birrerie
veniva a caldi fiotti un odore greve e dolce. La nostra
casa, stretta e aguzza, si trovava tra alcuni magazzini e
il muro di una fabbrica che la soffocavano, seduto sul
comignolo cavalcavo a gara con la luna, e dal fumaiolo
saltavo con un balzo in cielo. Una volta si arrampicò
sul nostro tetto un uomo, v'erano tumulti per le stra-
de e i miei fratelli correvano per tutta casa gridando
che qualcuno era scappato sul tetto, e dalla strada de-
gli uomini si precipitarono in casa nostra, e gli uomini
avevano fucili in mano e corsero tutti in giardino e ac-
cesero le torce elettriche e spararono sul tetto e l'uo-
mo cadde giú in giardino fra gli altri uomini. La casa
mi rimane estranea, non mi ci ritrovo perfettamente
ma il giardino me lo prendo tutto, mi sdraio per terra
sotto i cespugli, sento la terra asciutta sotto le mani,
prendo la terra in bocca, la faccio scricchiolare tra i
denti, prendo in bocca la ghiaia, la sento tonda e calda
di sole contro la lingua. In casa dominava un che di
tetro e di rinchiuso e i miei sensi vi erano prigionieri.
Fuori i miei sensi si aprivano, e quando entravo sotto
la pergola entravo in un regno che apparteneva solo a
me, il mio esilio volontario. Nella sottile striscia di so-
le che cadeva obliqua dall'alta finestra contornata di
edera, tra le sedie da giardino accatastate, tra ceste e
arnesi, guidavo il mio camioncino, un carro a rastrello,
tenendolo per il timone, ci andavo in macchina, in na-
ve, in aereo, e sporgendo le labbra ronzavo e borbot-
tavo come un motore. Ecome l'illustrazione di un vec-
chio libro di favole, da cui emerge una sorta di aspet-
tativa, un non so che perduto da tempo. Il gusto di ap-
partarmi e di circondarmi di segreto, di nascondermi
in compagnia di me stesso e dei miei giochi, è ancora
in me, vive tuttora, ed io lo provo ogni volta che mi
immergo nel mio lavoro. Ero padrone di me stesso e
mi creavo il mondo da solo. Pure, avevo una vaga idea
che mi avrebbero chiamato, avevo il presentimento di
un richiamo che sarebbe echeggiato da un momento
all'altro rotolandomi addosso attraverso il giardino.
Sempre provavo l'attesa imprecisata di un richiamo,
un'attesa che si è prolungata fino ad oggi, ancor oggi
ho il timore che tutto possa finire d'un tratto. Al pri-
mo richiamo mi facevo sordo, lo respingevo da me,
nella mia solitudine avevo dimenticato il mio nome e
facevo finta che non fossi io ad esser chiamato. Ma poi
quel nome si rovesciava dentro di me piú e piú volte
finché mi colmava tutto, finché quasi ne scoppiavo, ed
ero costretto a rispondere, dovevo ammettere che il
nome mi aveva trovato. Cercai spesso di cambiar no-
me, ma ogni volta che il suono del mio unico nome mi
raggiungeva, sobbalzavo, era come un arpione, non po-
tevo sfuggirgli. Pronuncio il mio nome in un bisbiglio
e mi spavento, è come se mi raggiungesse da fuori, da
lontano, dai tempi in cui non avevo ancora volto. E
poi sento una smania rabbiosa, impotente, la furia
contro qualcosa di inafferrabile, contro qualcosa di
infinitamente superiore, e infine una mano invisibile
tronca il mio balbettio. Ecco il viso di mia madre. Io
spiccavo il volo verso quel viso, sollevato dalle sue
braccia capaci di annullare ogni spazio. I1 viso mi ac-
coglieva e mi respingeva da sé. La grande massa calda
del viso con i suoi occhi scuri si trasformava improvvi-
samente in un muso lupesco dalle zanne minacciose.
Dai seni bianchi e caldi, là dove non molto tempo fa
gocciolavano ancora i capezzoli, guizzavano testoline
di serpi. Ma prima del viso ecco le mani. Mi afferrava-
no, mi sollevavano di strappo, mi sballottavano, si av-
ventavano agli orecchi, ai capelli. Tutto fluttuava e
rombava intorno alla figura di mia madre. Cercavo di
sottrarmi alla sua violenza chiudendo gli occhi e stroz-
zando la voce tra le labbra. Ma poi non ce la facevo
piú, ero costretto ad aprire gli occhi di colpo, dovevo
gridare nel viso di mia madre, dovevo accertarmi che
fosse ancora lí. Intorno alla mamma tutto era instabi-
le, effervescente, vorticoso. Ma accanto a lei c'era Au-
guste, ben definita, quieta e solida. Auguste era sem-
pre stata vecchia, anzi antica. Nel suo vestito nero
troppo stretto, con le sue mani molli di rigovernatura,
rosse e gonfie, Auguste era nitida nell'ambientee tut-
te le cose attorno a lei ne acquistavano luminosità. In
mia madre dominava qualcosa di selvaggio, di indomi-
to, in Auguste un che di sottomesso e di paziente.
Quando mia madre la investiva di urla, Auguste si chi-
nava tutta sulla bianca terrina delle patate col bordino
celeste, mentre le bucce le si arricciolavano tra le ma-
ni. Quando mia madre aveva finito di imperversare,
Auguste si batteva il viso per punirsi, o si percoteva il
capo con una gruccia. Mia madre scompariva, ma Au-
guste era lí a guardarmi con gli occhi pieni di lacrime,
mi accarezzava le mani quasi fossi io a dover essere
consolato, e da] cassetto del tavolo di cucina tirava
fuori un piatto di dolci che aveva serbato per me dal
suo pranzo. Auguste mi teneva per mano quando usci-
vo fuori. La scoperta della città è legata alla pressione
della mano di Auguste. Davanti a me emergono le
strade con i loro stridii metallici di ruote, con il loro
odore di catrame, di malto e di polvere bagnata, coi lo-
ro magazzini, sulle cui facciate sferragliavano le catene
dei martinetti e nei cui ombrosi recessi si agitavano fi-
gure tra sacchi e casse. Ci inoltravamo sempre piú tra
stradette, portici e piazze nascoste, oltrepassando mu-
ri neri di fuliggine, scrostati, scarabocchiati, finché
giungevamo per anditi e consunte scalette ai moli e al
porto, dove gli alberi delle navi stavano dritti contro
il cielo fumoso, i riflessi dell'acqua guizzavano sulle
murate, e volti neri e gialli occhieggiavano dagli oblò
gridando straniere parole, dove il pavese sbatteva al
sartiame ben teso, e gli alberi di carico torcevano ge-
mendo il lungo collo. Di tanto in tanto riemergono nei
miei sogni le prime impressioni di quei vagabondaggi
serbando intatta la loro trasparenza e il loro vitreo ni-
tore, e se pure spesso non riconosco i fatti, essi mi mo-
strano i luoghi immoti e segreti in cui ho avvertito al-
l'improvviso di esistere. Ecco un largo viale sabbioso,
le case ai lati sono molto discoste ed hanno ripidi gra-
dini che salgono alle porte, e nella sabbia vi sono trac-
ce di ruote, e forse è passato un carro proprio adesso,
ma ora il viale si distende quieto e vuoto e riverbera
nel sole di mezzogiorno ed è tutto pieno del senso pe-
culiare e unico della mia esistenza. Ecco una strada che
scende da un'altura, i colori spiccano nel rosa brillante
dell'aria, io scendo a balzelloni per la strada con salti
alti e lunghi, e le vetrine dei negozi scivolano via, la
loro penombra è piena di tesori. Dietro i rosei riflessi
dei vetri riconosco idoli intagliati e artistici modellini
di navi, scrigni con cromature d'argento cesellato, cas-
sette piene di conchiglie e di perline, fazzoletti di seta
con draghi dalla lingua di fuoco, ventagli laccati, piu-
me dorate e farfalle blu scuro, pugnali malesi con l'el-
sa d'avorio, rugginosi fucili di pirati, cinturoni chio-
dati e stivaloni con gli sproni, un cigno bianco con il
lungo collo disteso, una testa di cavallo con la criniera
al vento, un nero corpo di donna nuda, collane di per-
le, braccialetti, pescisega, coccodrilli e scimmie, e in
fondo a una bottega, in mezzo a pezze di cuoio, mastro
Stahlhut al deschetto, la bocca piena di chiodi, a batte-
re col martello su una suola, mentre la lampada gli illu-
mina le verruche del viso. Stavo sulla riva del fiume con
Auguste, passava un convoglio di chiatte, su una sven-
tolava della biancheria e abbaiava un cagnolino bianco,
e Auguste trasse dalla sdrucita borsa di pelle un pezzo
di cioccolata e me lo mise in bocca, aveva lo stesso sa-
pore di sapone della borsa di Auguste. Eravamo in una
galleria e sopra di noi rombava il treno, e all'umida
volta della parete erano appesi cartelli ingialliti e co-
perti di bolle che Auguste cercava di decifrare borbot-
tando tra sé. Guardavamo da tutte le parti il gigante
di pietra sulla piazza del mercato e ci chiedevamo che
mai significassero la testa e le braccia del nano che gia-
cevano calpestate tra i piedi del gigante. La mamma sa-
peva tutto, era brava in tutto, de~niva ogni cosa, Au-
guste non sapeva niente piú di me, guardavamo ambe-
due con lo stesso stupore. Cercavamo di spiegarci l'un
l'altro i serpenti che vomitavano l'acqua delle gron-
daie, le figure dei santi sulla facciata del duomo, le
iscrizioni sui portali, i re e i cavalieri sui loro cavalli
chiazzati di verde, attraversavamo a tentoni gli anditi
e i cortili dai rozzi edifici aggettanti, guardavamo vo-
lare i colombi intorno ai campanili e seguivamo i sol-
dati in marcia al ritmo delle fanfare squillanti e lucen-
ti. Una volta finimmo in mezzo a una folla che si era
raccolta sulla piazza. Guardavano tutti in su, verso la
facciata di una casa su cui era arrampicato un uomo.
Uno disse scalatore di muri. Chiesi ad Auguste cosa
fosse uno scalatore di muri. Lei non lo sapeva. Ma a
me sembrò che fosse una specie di mestiere, una pro-
fessione strana e difficilissima cui fosse necessario de-
dicarsi per tutta una vita. Sentivo le mani che mi si ba-
gnavano di sudore, mi sentivo mancare lo stomaco e le
ginocchia, e provavo un lieve prurito sotto i piedi, e
sapevo che tutte quelle sensazioni erano previste, ca-
pivo che il motivo vero di quella acrobazia era la pau-
ra, che lo scopo era di vincere la paura con la tensione
della scalata. L'incontro con lo scalatore risvegliò in
me il presentimento di una vocazione, per me seguire
senza fiato, coi pugni serrati e i piedi contratti, i movi-
menti dell'uomo sul muro, fu come guardare dentro al
mio avvenire. Quell'istante, il cielo azzurro e limpido,
il nitido ronzio di latta di un aeroplano, posero in me
le basi dell'aspirazione ad un lavoro autonomo. Ed ec-
co, ero già avviluppato nell'esistenza, ero già nel folto
della vita e nuotavo nella ressa crescente verso il bru-
sio e il suon di pifferi della fìera, il terreno era molle
di coriandoli e di stelle filanti, nelle baracchette erano
esposti salsicciotti bianchi, ciambelle e zucchero filato
gli squilli di tromba, gli spari, i trilli dei pifferi diveni-
vano sempre piú striduli, ero urtato dai gomiti, sfiora-
to dai piedi altrui, e poi fu tutto un solo vorticoso
moto di corpi, un solo mugghiare e vociare, ed io ne
ero parte, rimbalzavo in qua e in là tra visi, cappelli e
braccia, tra ondeggianti grappoli di palloncini colora-
ti, tra le grandi bandiere schioccanti, tra le pitture me-
ravigliose delle giostre in corsa, e alla rauca domanda
che venne dal teatro dei burattini, ci siete tutti?, rispo-
si sí ! in coro con innumerevoli voci, e quando pulcinel-
la bastonò i gendarmi col suo randello, anch'io mi unii
al generale scroscio di risa, e vidi sul palco l'incanta-
trice di serpenti nella sua maglia cangiante di lustrini
neri, e l'uomo piú alto del mondo, e il prestigiatore
che si faceva volar via i piccioni dal frac, e tutto era
fuggevole, e tutto ritornava in forme mutate, e i teloni
fluttuavano e sussurravano al vento con aria di miste-
ro, e le maschere nei tiri a segno spalancavano la boc-
ca, e sui cuscini di velluto nero erano disposte le me-
daglie d'oro, e sopra la giostra che vorticava erano
appesi anelli tintinnanti che bisognava infilare di cor-
sa, e c'era una miniera in miniatura con degli omini
che si muovevano a scatti picconando nei cunicoli
mentre i carrelli, trainati da cavallucci dalle zampe ri-
gide, scivolavano sulle rotaie, e i badili si sollevavano
sui carrelli, e i carrelli avanzavano un altro po', e le ce-
ste sprofondavano giú per i pozzi, e i carrelli si inclina-
vano sulle ceste e le ceste risalivano dondolando sui
treni in movimento, e ogni cosa si scoteva e si scrolla-
va, finché il meccanismo ammutoliva di colpo e tutto
si fermava nel mezzo di un movimento, le braccia re-
stavano a mezz'aria con i picconi levati, i cavalli si
irrigidivano, le ceste rimanevano sospese nel pozzo,
finché con uno scossone tutto si rimetteva in moto,
riprendeva a contrarsi, a saltellare, a dondolarsi, a pic-
conare, a cigolare. E lí vicino, su di una sedia pieghe-
vole, era seduto un vecchio con la barba bianca e un
cappello floscio a larghe falde, che se ne stava appog-
giato, rigido e assente, al suo organetto meccanico, sor-
do a qualsiasi domanda gli rivolgessero. Mi inoltrai in
un labirinto di tralicci e salii su un vagoncino, la vario-
pinta risacca della vita si richiuse dietro di me, e mi al-
lontanai sempre piú dal rombo e dal turbinio della fol-
la, finché udii soltanto il voltolio delle piccole ruote
massicce sulle rotaie, e arrivai in alto e sempre piú in
alto fino a raggiungere la cupola, di dove potei spazia-
re su tutta la fiera e, piú oltre, anche sulla città Il va-
goncino rimase in bilico solo un breve istante prima di
sprofondare giú di nuovo, ma quell'istante bastò a far-
mi provare un senso estasiato di libertà. Ecco il mare
di tetti con i comignoli fumanti, ecco l'acqua luccican-
te del fiume, ecco le navi nel porto, i piroscafi da carico
e le navi passeggeri, ecco le banchine e i cantieri, ecco
inarcarsi i ponti con i treni impennacchiati, e scintilla-
re sui campanili il rame verdognolo e brillare le ban-
deruole dorate. E poi la caduta, un dosso dopo l'altro,
per curve che mozzavano il fiato, fino all'uItimo preci-
pizio con lo stagno in fondo e l'alto spruzzo ai lati dei
vagoncini che vi piombavano in mezzo. Quando fu se-
ra mi lasciai portare dal corteo di gente per le strade,
anch io nuotai lentamente seguendo la corrente giú
per il viale, vidi scivolar via sopra di me le fronde de-
gli alberi ingiaIlite dalI'autunno, sentii il vento suIla
fronte umida di sudore, tenni alto il bastone con in ci-
ma la Ianterna e Ia candeIa accesa, e cantai con gIi aItri
il ritornello che si Ievava a ondate incessanti davanti e
dietro a me, « Laterne, Laterne, Sonne Mond und Ster-
ne » 1 E sotto iI cupoIone deI circo rimbalzava di tra-
pezio in trapezio una creatura eterea, voIteggiava, Ian-
ciava striduli, foIIi richiami, mi voIava addosso a brac-
cia spiegate e coi capelli dritti aI vento, s'arrestava
proprio davanti a me e si impennava di nuovo, mentre
mi sfiorava una foIata piena di uno strano, greve pro-
fumo. II suo sorriso rapito, il viso giaIlognolo, gli oc-
chi a mandorIa, quello stridio d'uccello, mi si impres-
sero per sempre neII'animo, indeIebiIi. Ah sí, ancora
un po', soIo un poco, e sarei partito per seguirIa, avrei
volteggiato con Iei in Iungo e in Iargo sotto Ia volta deI
circo, ancora un poco, soItanto un po' di tempo, biso-
gna soIo che prima impari a Ieggere e a scrivere, biso-
gna che prima faccia Ie scuoIe, ancora un po', soIo un
poco, e sarò con te, e rivedrò il tuo sorriso rapito, e
udrò ancora iI tuo grido selvaggio. E imparai a scrive-
re con BerthoId Merz, neI capannone sotto casa, neI
cortiIe delIa fabbrica di Iavagne, e sgraffiammo le no-
stre prime Iettere sulIe lastre nere tra i mucchi di scar-
ti, e il soIe tremolava nelle fessure tra le assi. L'imma-
gine di Berthold è evanescente e incerta come i sogni
che si fanno Ia mattina poco prima di svegIiarsi, soIo
la mano ricordo chiaramente, con Ie dita brevi e tozze
e le unghie smozzicate. La mano stringe l'arco e scaglia
la freccia, Ia freccia con Ia cocca piumata, e Ia freccia
saIe su nel cieIo, tanto alta che scompare al nostro
sguardo e non torna mai giú. E Berthold Merz scom-
parve e aI suo posto venne FriederIe. Qualche anno fa
ho voIuto cimentarmi con Ia casa che andammo ad abi-
tare quando cominciai Ie scuole. Erano anni e anni
che non vedevo piú il viale, e a rivederlo sentii dolere
in me la mia infanzia come un'ulcera segreta. I tronchi
degli alberi ai lati della carreggiata erano diventati alti
e forti, i rami erano molto sporgenti, e le fronde si ri-
chiudevano a fare un folto tetto. Come il personaggio
stregato di una fiaba maligna mi awiai al parco in cui
sboccava il viale, lí dove si trovava ancora casa nostra,
seminascosta tra gli alberi. Nello stagno accanto al via-
le nuotavano due o tre cigni bianchi, come un tempo,
e sulla siepe fiorivano, come un tempo, le bianche vec-
ce con le loro foglie spinose. Dal ruscello che divideva
il parco dal viale potevo vedere il rosso tenue della ca-
sa rilucere tra gli alberi, era intatta, e nel giardino ac-
canto c'era la villa gialla dove aveva abitato Friederle.
C'era un silenzio profondo, ogni cosa era immersa nel
suo lontano passato. Nell'acqua fangosa del ruscello
baluginavano branchi di spinelli, i girini navigavano
attorno alle piante acquatiche remigando con le code,
una rana con i suoi grandi occhi sedeva sulla riva, e
una libellula azzurra frullava nell'aria. Scesi per il sen-
tiero nel parco e mi fermai al pilastro bianco del can-
cello di casa nostra. Il giardino, col suo folto d'abeti,
il suo gran faggio rosso e l'erba alta e inselvatichita,
si stendeva fino al cespuglio di sambuco al bordo dei
campi. Sul margine del viottolo c'era il verde pollaio,
basso e misero: una volta eravamo saltati giú dall'al-
tezza vertiginosa del suo abbaino. Il recinto di sbarre
era vuoto, ma tra la polvere spiccava ancora qualche
piuma bianca. Chiesi a una donna che uscí dalla casa
se sapesse niente dei vicini. Mi disse che della grossa
famiglia era ancora vivo solo uno dei figli, Friedrich,
che era stato un eccellente ufficiale, insignito delle de-
corazioni piú alte Abitava ancora in città e mi diede il
suo indirizzo. Ma non andai a trovarlo, già sapevo co-
m'era fatto. Ecco, Friederle se ne stava accosto allo
steccato del giardino accanto, era il giorno del nostro
arrivo, teneva le braccia conserte e mi chiedeva con pi-
glio autoritario il mio nome. Vieni ad abitare qui, mi
chiese, e io annuii, seguendo con lo sguardo gli uomini
che scaricavano i nostri mobili dall'autocarro e li tra-
sportavano in casa. La casa è di mio padre, disse Frie-
derle, voi siete solo gli inquilini. Mio padre è presiden-
te, disse, tuo padre che è. Io non lo sapevo. To', non
sai neanche cos~è tuo padre, disse lui. Io cercai una ri-
sposta che lo zittisse o mi ottenesse il suo favore, ma
non ne trovai nessuna. Allora mi chiese, che hai lí sul
berretto. Io mi tolsi il berretto, era un berretto alla
marinara con delle lettere dorate sul giro. Che c'è lí so-
pra, chiese di nuovo. Non lo sapevo. Non sai neanche
leggere quel che c'è scritto sul tuo berretto, disse lui,
sai che c'è scritto, sono uno stupido. E intanto m'ave-
va preso di manO il berretto e l'aveva buttato su un al-
bero e il berretto rimase impigliato tra i rami, con i
lunghi nastrini azzurri che sbattevano al vento. Mia
madre uscí sulla terrazza e ci vide l'uno accanto all'al-
tro. Hai già trovato un nuovo amico, gridò, divertite-
vi. E io gridai di rimando, certo, ci divertiamo moltis-
simo. Friederle mi trasse con sé in fondo al giardino,
passammo davanti al pollaio, dove si sentivano chioc-
ciare e razzolare i polli, passammo davanti alla pompa
e alle aiuole di fragole, attraversammo l'erba che cre-
sceva alta fino alla nostra spalla, passammo il roveto e
giungemmo al fosso che venendo dal limite del parco
sbucava dal nostro terreno e si spiegava in un'ampia
curva. Davanti a noi si aprirono i campi, l'immensa
pianura ribollente sotto il sole, e il vento soffiò su di
noi dalla piana e ci inondò del suo odore greve di fru-
mento, di trifoglio, di letame. Le immagini del mio
mondo trascorso si dissolsero come tenue nebbia ed io
vidi tutto in un chiarore accecante, Friederle scavalcò
il fosso con una pertica e mi fece un cenno impaziente,
io mi gettai sulla scarpata, sdrucciolai sul limo, inciam-
pai nell'erba grassa, graveolente, vacillai sotto l'impe-
to di un mare di luce tremolante, piena dei trilli dei va-
nelli. E tutto era di Friederle, Friederle mi mostrò le
uova picchiettate degli uccelli sul greto arido e crepa-
~o, il cardamine selvatico con la schiuma di cicala, i tu-
muli delle talpe, le gallerie dei topiragno, le tane delle
volpi, e la lepre laggiú, guarda la lepre, là, là, ed io vi-
di il deretano bianco della lepre balzare via a zig-zag e
scomparire. Friederle mi trascinava sempre piú adden-
tro nel suo regno, fino alle torbe dove il terreno sciac-
quava sotto i piedi, a succhiare il succo velenoso dai
gambi delle calte di palude. Ridiscesi per il viale nella
bianca polvere della carreggiata, avevo lasciato l'infan-
zia lontana da me di decine d'anni, ora la so descrivere
con parole a lungo meditate, la so scomporre e dispor-
mela tutta davanti agli occhi, ma mentre la vivevo non
la meditavo né la scomponevo, non la guardavo dall'al-
to della mia ragione. Scendevo giú per il viale e i miei
stivaletti neri si imbiancavano di polvere e Friederle
mi camminava accanto e i cigni bianchi nuotavano nel-
lo stagno e in un giardino zampettava un pavone e spie-
gava la sua ruota cangiante, ed era il primo giorno di
scuola. Avevamo un cartoccio per uno pieno di vischio-
se caramelle al lampone, un cartoccio cosí era quel che
ci voleva per il primo giorno di scuola, da tutte le parti
affluivano verso la scuola i bambini e ognuno aveva un
cartoccio per consolarsi, la paura della scuola ha il gu-
sto dolce e appiccicoso delle caramelle al lampone. Ma
arrivato al portone della scuola scappai via, rifeci di
corsa il cortile coperto di terriccio nero e pesticciato,
corsi via per il bianco viale polveroso, oltrepassai il pa-
vone e i cigni, percorsi la passerella che scavalcava il
ruscello dal viale al parco, mi inoltrai là dove il parco
si faceva folto e selvatico fino al margine dei campi,
ora posso descriverlo, ora posso guardarlo dall'alto,
era il primo giorno di scuola, era il principio, era il
principio del panico, non volevo lasciarmi prendere,
fuggivo ansimando, sentivo un bruciore di fuoco nella
gola e nel petto, ed ecco, sono sul margine dei campi,
e a poco a poco mi si calma il respiro e mi sento piú si-
curo, e per un po' sono libero e sciolto da ogni minac-
cia, davanti a me cresce un cespuglio di rose selvatiche
e tra le spine tremola un fiocco lanoso strappato alla
pelle di una lepre. Ma quello stesso giorno, piú tardi,
mia madre mi riaccompagnò a scuola, piú tardi, nello
stesso giorno, mi ritrovai con mia madre nel corridoio
davanti alla porta dell'aula, e la mamma bussò, dall'in-
terno il maestro aprí la porta, e tutti i visi di dentro si
voltarono verso di me, lí dentro c'era una scolaresca
compatta ed io ero il ritardatario. E ogni giorno rifeci
il viale insieme a Friederle, e Friederle mi stringeva e
mi piantava il gomito nel fianco e mi sospingeva verso
l'orlo del marciapiede. Io mi facevo da parte e conti-
nuavo sulla carreggiata. Perché non cammini accanto a
me, mi chiedeva Friederle, facendomi posto. Ma non
appena mi riaccostavo, il suo gomito mi si piantava di
nuovo tra le costole. Cominciavo a correre, ma lui mi
tirava per lo zainetto. Arrivavamo alla piazza di dove
partiva la strada che conduceva a scuola, e Friederle
mi infilava una gamba tra le mie ed io cadevo giú, lo
zaino si apriva, i libri volavano fuori, la lavagna e l'a-
stuccio dei gessetti ciottolavano via, la scatola col can-
cellino rotolava sul selciato fin sotto i piedi dei tran-
vieri che se ne stavano seduti al capolinea sui gradini
del tram a fare colazione, e i tranvieri, ridendo e ma-
sticando pane, mi ributtavano la scatola, era una sca-
tola di legno laccato di nero con una rosa rossa dipinta
sopra. Da qui, da questa piazza di dove partiva la stra-
da per la scuola, cominciava un mondo tutto a sé, un
mondo stregato, muraglie di edifici simili a fortezze si
aprivano l'una dopo l'altra offrendo scorci di stalle e
cortili, un campanile di grosse pietre si levava sopra i
tetti a scàndole, in una ruota in cima al campanile le
cicogne avevano fatto il nido e cozzavano di continuo
tra loro i lunghi becchi aguzzi. Dietro una finestra a
mosaico un uomo vecchissimo era seduto su di una se-
dia a dondolo, e da un androne uscivano due uomini
armati di coltelli, la pelle del loro viso era rossigna, te-
sa, e lustra come seta, come la pellicola di una cicatrice
appena rimarginata, e pOl veniva un porco, adagiato su
un fascio di sterpi, con le quattro zampe legate, e su di
un muro di mattoni rossi palpitava una farfalla spie-
gando le ali a disegni gialli e neri, e una mano accosta-
va un ago alla farfalla e la trafiggeva. Nel cortile della
scuola c'era un piccolo edificio di pietra con un porto-
ne a volta tutto scrostato, e accostando il viso alla fine-
stra e facendosi schermo con la mano, si poteva scorge-
re all'interno, nella penombra, una carrozza con le alte
stanghe tornite e un baldacchino nero, e talvolta, an-
che, veniva il cocchiere, vestito di una lunga palandra-
na, conducendo a mano un grosso cavallo nero, apriva
il portone con gesti misurati, attaccava il cavallo alle
stanghe e portava fuori la carrozza cigolante. Squillava
la campanella chiamandoci in aula. Qui sussurri e pol-
vere fasciavano i banchi scheggiati, e odorosi del su-
dore delle nostre paure. Tiravo fuori la lavagnetta e i
gessi, tutti spezzettati. Dal suo posto Friederle si vol-
tava verso di me, minacciandomi col pugno. Il maestro
mi chiamava. Non avevo capito la sua domanda, non
capivo mai le sue domande. Vedevo il suo viso gonfio
ondeggiarmi vicino, gli occhi spalancarmisi addosso, le
labbra carnose schiudersi. Allora, che cosa ho chiesto,
mi domandava, e intanto mi strofinava l'orecchio con
le nocche e tra le sue labbra aperte vibravano bianche
fila di saliva. Intorno, ridacchiavano tutti nei banchi.
Anche il viso del maestro si era contratto in una smor-
fia. Se tutti ridono di me vuol dire che sono buffo, e
allora anch'io facevo una smorfia, e anzi è una buona
cosa che io sia capace di rallegrare gli altri. Ma il mae-
stro gridava, come, ci trovi anche da ridere, e quella
non era piú una smorfia, mi aveva mostrato i denti, in-
vece, e i risolini nei banchi si dissipavano. Il maestro
mi prendeva per l'orecchio e mi trascinava sulla peda-
na davanti alla lavagna, e adesso dovevo far vedere al
maestro e alla classe come si fa a tenere la mano aperta
sotto la bacchetta. Era un esercizio difficile, perché la
mano non voleva star ferma sotto la bacchetta, e ogni
volta guizzava via. La classe era immersa in un silenzio
denso, compatto, assetato di sangue. Il maestro pren-
deva la mira e la bacchetta sibilava e la mano guizzava
via e il colpo fendeva l'aria. E il maestro gridava, co-
me, vuoi sottrarti al castigo, e mi afferrava la mano e
me la rimetteva su e di nuovo la bacchetta sibilava e
di nuovo la mano guizzava via, e ancora una volta ve-
niva rimessa violentemente a posto e la bacchetta ca-
lava ancora e la mano ancora si ritraeva e riveniva mes-
sa a posto e la bacchetta fischiava un'altra volta finché
colpiva la mano e una piaga rovente mi si allargava sul-
la palma. Accecato dalle lacrime che mi salivano agli
occhi, la mano dolorante stretta nell'altra, me ne tor-
navo incespicando al mio banco. Ecco cosa ho impara-
to a scuola, ho imparato come si fa a tenere ferma la
mano sotto la bacchetta del maestro. E dopo la scuola
cercavo di sfuggire a Friederle, ma lui, con tutta la sua
banda, mi stanava dappertutto. Se mi mettevo a cor-
rere, mi correvano accanto. Se andavo piano, venivano
piano con me. E se io scartavo all'improvviso e corre-
vo sul marciapiede opposto, mi prendevano a sassate
Quei sassolini fischianti, e le voci di scherno dall'altra
parte, come avevano capito bene che scappavo, e che
ero in loro potere. E le mie piccole astuzie, d'improv-
viso mi torcevo tutto e mi portavo la mano alla fronte
e urlavo come se mi avessero colpito. Allora i miei in-
seguitori si spaventavano e scappavano via come tanti
vigliacchi, ma io ero ancora piú vigliacco di loro, sape-
vo che se si fossero sentiti colpevoli, dopo mi avreb-
bero punito ancor piú duramente, e allora gli gridavo
dietro, voi non c'entrate, è stato un errore, tiravate a
un altro. Dopo pranzo, quando fra le due e le tre sta-
vo sdraiato sul letto a riposare, mi invadeva lo smar-
rimento. Stavo immobile e trattenevo il respiro. Se ri-
manevo cosí abbastanza a lungo, potevo dimenticarmi
di respirare. Poi sprofondavo come un sasso nell'ac-
qua e sopra a me si allargavano molli circoli neri. Ma
d'un tratto battevo sul fondo, e scosso dall'urto rim-
balzavo alla superficie. Ora mi si dilatava tutto dentro,
diventavo grosso e gonfio. Diventavo un gigante, un
gigante fortissimo, e lungo disteso sul deserto giallo
della coperta giocavo con i granellini di zucchero co-
lorato che avevo raschiato da un pezzo di cioccolata.
Sotto le mie mani i granellini si sparpagliavano tutt'in-
torno, erano come uno sciame di gente vista da una
grande lontananza, io soffiavo in mezzo alla folla va-
riopinta e la gente si dava ad una fuga folle. Ecco il
gigante, ecco il gigante, gridavano giú nel deserto, e
la terra rintronava sotto i passi del gigante, il gigante
spuntava all'orizzonte, un gigante costruito alla perfe-
zione, un gigante di mille piani, popolato da migliaia
di operai che dentro di lui si affaccendavano all'im-
pianto di riscaldamento, alle macchine, alla trasmissio-
ne, ai cambi di velocità, diretti da tecnici e ufficiali nel-
la centrale del cranio, nelle camere degli occhi, nelle
sale del cervello, nei canali dell'odorato, nei tamburi
dell'orecchio. E il comandante in capo di questa co-
struzione metallica in forma d'uomo ero io, io im~arti-
vo gli ordini col megafono, e mia era la responsabilità
che tutte le giunture e le membra si muovessero se-
condo i calcoli e che si mantenesse l'equilibrio nella
velocità vertiginosa, nella gran falcata del gigante I
piedi dell'automa sminuzzavano come pula le foreste
vergini, scavalcavano con un passo solo i fiumi piú lar-
ghi e le vette piú elevate, gli oceani erano pozzanghe-
re per lui, la sua testa scompariva tra le nubi. Ma poi
sentivo Tarmina chiamare dal giardino le mie sorelle.
Correvo alla finestra e vedevo Tarmina col viso all'in-
sú tra i ciuffi di rododendri, Tarmina Nebeltan, con un
vestito rosa e un fiocco di seta tra i capelli. Correvo
giú, scendevano anche Margit e Irene, correvamo qua
e là nel giardino, all'altalena, al recinto di sabbia, al
fosso, i nostri passi affrettati calcavano l'erba del pra-
to, ci nascondevamo e ci cercavamo l'un l'altro. E poi,
nel bosco, dove abitano le streghe e i fuochi fatui. Cor-
revamo sul tappeto molle, elastico, degli aghi di pino,
andavamo a spiare nel tronco cavo dove abitava il gu-
fo, snidavamo i conigli dal muschio, davamo la caccia
alle libellule sullo stagno, contavamo i fischi del cucu-
lo tra gli alberi per sapere quanti anni avevamo ancora
da vivere. Trovai nell'erba la penna bianco-azzurra di
una ghiandaia e la diedi a Tarmina, lei se la passò pia-
no piano sulle palpebre chiuse. Vidi in una radura Tar-
mina e Margit danzare insieme, Irene le chiamava e
loro le correvano incontro, e ancora oscillavano i rami
che avevano sfiorato correndo, i loro passi si allonta-
navano nel fruscio delle fronde. Quella radura, cui si
arrivava per un viottolo erboso, insiste ancora in me
col suo chiarore, una luce azzurrina, lattiginosa, pio-
ve sul verde smagliante dell'erba, piegata dal passo di
danza di Margit e Tarmina. Poi ancora in giardino.
Friederle, col viso infocato, mi chiamava al faggio ros-
so, sulla cui vetta aveva costruito un osservatorio. Ci
arrampicavamo lassú, e lontano all'orizzonte, awolta
di fumo e bagliori, scorgevamo una fabbrica, poi ci la-
sciavamo andar giú a braccia tese, molleggiando di ra-
mo in ramo. Friederle e le mie sorelle scomparivano
nell'erba alta. Solo con Tarmina accanto all'altalena.
Tarmina davanti a me sul seggiolino dell'altalena, che
dondola leggera ora verso di me ora via da me, l'aria
greve dell'odore dei lillà. Poi, volandomi incontro,
Tarmina si china d'improvviso e mi bacia sulla bocca.
Già scivola via, salta dall'altalena, scappa. Il bacio sul-
le mie labbra. L'altalena vuota che dondola avanti e
indietro. Tarmina, or ora vicina, adesso con gli altri,
non si voltò piú. Scomparve con Friederle nell'erba al-
ta. Invece di seguirla, invece di conquistarla, sgattaio-
lavo in casa. La cucina vuota, tutte le stanze vuote.
C'era solo Auguste nella sua stanza sotto il tetto. Mi
accostavo al cassettone di Auguste, prendevo il sasso
tondo e levigato dal mare che lei teneva lí sopra, lo
stringevo nella mano e lo tenevo cosí, sentendomene il
palmo tutto pieno, poi chiedevo ad Auguste di met-
tere un disco sul carillon. Auguste caricava il mecca-
nismo con la chiave. Mentre una melodia fragile e in-
certa si snodava dal disco bucherellato e dentellato,
Auguste stava seduta sul letto nella sua gonna violet-
ta, tenendo congiunte le mani percorse da grosse vene,
e dalla finestra aperta sentivo il rombo lontano del tre-
no e le voci dei miei compagni di gioco in giardino. La
camera di Auguste era a pochi passi dalla soffitta, un
ampio stanzone sorretto da pali di legno. Vi gravava-
no immobili l'afa e l'odor di rinchiuso, e il pavimen-
tO sotto le rotonde finestre era sempre cosparso di ve-
spe morte. L'esilio che avevo trovato nella pergola del
giardino continuò nella soffitta. Godendo di questa se-
greta ricerca, aprivo i bauli e le cassepanche in cui era-
no conservati i ricordi passati dei miei genitori. Tiravo
fuori un'uniforme grigiolina che mio padre aveva por-
tato in guerra, la stendevo sul pavimento e vi ponevo
accanto la sciabola, la sciabola con le nappe d'argento
sul pomo, e il cannocchiale che mio padre portava al
collo durante il combattimento in cui fu ferito, e che,
diceva, gli aveva salvato la vita. L'urto della pallotto-
la aveva schiacciato la vite della messa a fuoco, e que-
sto aveva attutito il colpo all'addome. Sull'astuccio di
cuoio si vedevano ancora i fori bordati di nero provo-
cati dallo sparo. Vicino all'uniforme di mio padre di-
sponevo un prezioso vestito di mia madre, un venta-
glio di piume di struzzo, un diadema ornato di perle.
Avevo ricostruito un breve istante di preistoria. Pieno
di inquietudine e di eccitazione, cercavo di saper qual-
cosa delle mie origini. Di mio padre non sapevo nien-
te. L'impressione piú forte che avevo di lui era la sua
assenza. Del suo passato avevo colto solo poche frasi.
Avrà potuto dire, forse, mio nonno aveva una lunga
barba bianca. Oppure, entrai negli affari ancora giova-
ne e mantenni la famiglia. Nei rari momenti di intesa,
in una qualche domenica o in una vigilia di Natale, mi
avrà forse raccontato di un tempo, di quand'ero anco-
ra piccolo e mi faceva trottare sulle ginocchia, e di co-
me volessi riascoltare sempre le storie che mi raccon-
tava, e ora, giocando con la sua sciabola in soffitta, io
canticchiavo quelle storie piano piano fra me, c'era
una volta un bimbo che si arrampicò su un melo, e al-
lora venne un uomo con uno sciabolone e gli gridò, ba-
da che cadi giú, ed ecco il bimbo cadde giú dal melo.
Ancora era vivo il ricordo, allora, di quando nel buio
di un tempo antichissimo, il ginocchio sgusciava di la-
to ed io sprofondavo giú, sorretto all'ultimo dalle ma-
ni di mio padre. Di mia madre sapevo che prima di
sposarsi con mio padre era stata attrice. I costumi nel
baule erano di quei tempi, e c'erano anche scatole pie-
ne di fotografie di mia madre vestita da principessa
egiziana, da badessa, da zingara e da sacerdotessa gre-
ca. In un'altra fotografia era ritratta con i miei fratel-
lastri e col suo primo marito, che aveva grossi mustac-
chi arruffati. Da vaghi accenni che avevo colto qua e
là, me lo raffiguravo come un prepotente e un sedutto-
re di giovinette. Somigliava al padre di mia madre, che
appariva su un'altra fotogralSa. Questo padre appog-
giava sempre accanto a sé, quand'era a tavola, un fru-
stino per cani, e lo batteva sul capo alle sei figliole
che durante il pranzo dovevano tenere un giornale sot-
to i gomiti per imparare un portamento perfetto. Io
gli sono grata di questa educazione severa, diceva mia
madre, mi ha reso forte. Dai frammenti che ritrovavo
in soffitta andavo componendomi una storia familia-
re. V'erano fotografie di mio padre al battesimo del-
l'equatore a bordo di una nave, durante il viaggio per
l'America del Sud, c'era la fotografia di fidanzamen-
to, con mio padre in uniforme, sottobraccio a mia ma-
dre, lui era sottile e di costituzione esile, mia madre
era alta e ben fatta, con un vestito lungo fino a terra.
Mia madre ci raccontava volentieri la storia del loro
primo incontro, era la romanza del giovane tenente
che corteggiava l'attrice di successo ricoprendola di
fiori, finché la conquistava. Era un racconto oscuro,
come oscuro è ancor oggi, che sono immerso nelle car-
te dei miei salvate dalla distruzione. Perché mai mia
madre ha lasciato il teatro. Forse era questo il moti-
vo della sua disarmonia di poi, il fatto di essersi sot-
tratta all'attività per cui era nata. Non le piaceva piú
l'ambiente di teatro, diceva, troppo dissoluto per lei,
era un modo di vivere troppo provvisorio. Una vita
brillante e signorile poteva averla anche in casa pro-
pria, i grandi ricevimenti, l'abbondanza, i vestiti co-
stosi avevano finito col sostituire per lei le parti che
non ricopriva piú sulle scene. Alle mie ricerche nella
soffitta si aggiunge oggi una lettera scritta da mio pa-
dre a mia madre, prima di quel combattimento du-
rante il quale fu ferito all'addome. Questo è il conte-
nuto della lettera, Zaklikov, 5 luglio I 9 I 5 . Nel caso
io cada in campo prego colui che mi ritroverà di far
pervenire la lettera annessa alla Signora XX per la via
piú rapida, e inoltre di metterla a conoscenza della
mia morte a mezzo di telegramma. L'anello che por-
to al dito, prego di inviarlo alla stessa Signora XX, e
cosí tutte le mie carte. Tutti gli altri oggetti, bianche-
ria, vestiti, equipaggiamento, possono essere donati ai
miei camerati che ne abbiano bisogno. Il denaro con-
tante che verrà rinvenuto su di me sarà anch'esso divi-
so tra i miei camerati, detratte le spese postali e tele-
grafiche. Se possibile, prego altresí di informare la sud-
detta persona del luogo in cui sarò sepolto. Ringrazio
infinitamente per l'incomodo che avrà causato l'adem-
pimento delle mie disposizioni. V'era insieme un bi-
glietto per mia madre. Il mio piú fervido desiderio era
di tornare a casa ancora una volta da questa guerra, a
casa da te, amore mio. Se non mi sarà dato di vederti
ancora, queste righe ti porteranno il mio ultimo saluto
prima della battaglia. M'è difficile concepire l'idea di
non rivedere, di non sentire piú i tuoi occhi, la tua boc-
ca, di non sentire piú le tue braccia stringermi a te. S'io
fossi ancora, la tua vita sarebbe appena incominciata
io l'avrei fatta cosí bella per te, quale non saresti stata
capace di immaginare, e anche la mia sarebbe comincia-
ta solo allora. Il testamento, di cui hai copia, è deposi-
tato presso il notaio T. Abbi anche cura, ti prego, che
sia compito di M. la revisione del bilancio, e vorrei dir-
ti, poi, che la mia quota di utili della società, cioè quel-
la dei miei eredi, sarà versata ancora per un anno. Le
cose del mio appartamento sono tutte a tua disposizio-
ne. E l'aneUo che ho al dito e che tu m'hai dato, spero
che lo riavrai. Non lo dar mai via. E ora addio, amore,
ti bacio fino all'ultimo respiro. Mentre leggo la lettera
riaffiorano le notti della mia infanzia, quando, sveglio
sul letto, stavo in ascolto poggiando l'orecchio alla pa-
rete e cercando di cogliere qualcosa delle voci lontane
e mormoranti dei miei genitori. Questo tender l'orec-
chio, questo andare a tentoni frugando, questo starme-
ne celato nella soffitta umida. Il campo di battaglia. Il
crepitio della mitragliatrice. Mio padre in un cratere
Mio padre col corpo insanguinato, i suoi lamenti tra
gli altri feriti dell'ospedale militare. E poi la visione di
mia madre. Lo trova nell'ospedale, in questa sala af-
follata, graveolente, dove lui giace perdendo sangue
dalla ferita. Lo porta via per curarlo con le sue mani.
Lo tiene tra le braccia, nella mia iconografia mitologi-
ca lo porta per una strada di campagna fangosa e semi-
cancellata, basse nubi s~lacciate navigano su di lei. Co-
lonne di soldati e di cannoni le vengono incontro, tra i
rami dei salici fischia il vento. Questo cogitabondo fan-
tasticare, questo ascoltare sospeso, questa tensione,
preludevano ai giochi segreti che erano il vero scopo
dei miei indugi in soffitta. Pervaso della certezza di es-
sere totalmente separato dagli altri e dimenticato da
tutti, m'in~lavo in quel paesaggio che m'ero costruito
sopra un'asse con argilla e sabbia, sassi, borraccina e
ramoscelli. Quando chinavo il viso sul bordo del pae-
saggio, mi sembrava di trovarmi io stesso lí dentro co-
me osservatore, e al mio sguardo intento andavano
svelandosi colline, boscaglie, forre e gole, e trincee pie-
ne di soldati, e cannoni in postazione, e gli stati mag-
giori in consiglio di guerra, e tutto tratteneva il respiro
e ogni cosa attendeva la scintilla. Giravo torno torno
al paesaggio pieno di fredda passione, riordinavo le po-
stazioni delle truppe, rafforzavo le fortificazioni, ren-
devo ancor piú ripida una forra, drizzavo un'altra mac-
chia, e solo dopo aver messo a punto ogni particolare
ed essermi ritenuto soddisfatto dell'insieme davo il via
al combattimento. Infuriava la battaglia. I soldati scia-
mavano dalle trincee, i cannoni aprivano il fuoco. Do-
po ogni nuovo turbine distruttore che avevo scatenato
sul paesaggio, osservavo minuziosamente d'ogni lato
la situazione che si era creata, andavo a guardare da vi-
cino i morti e i feriti mezzo sepolti nei crateri delle gra-
nate e nella boscaglia sconvolta, vedevo cavalli caduti
e cannoni sconquassati tra le rovine del fortino, vede-
vo soldati ammucchiati gli uni sugli altri in un atroce
corpo a corpo, vedevo nello sfondo altre truppe in ag-
guato. Nuove ondate rompevano all'assalto nell'alone
del fuoco che distruggeva ogni cosa. Gli arbusti, gli
steccati, i ponti, i ricoveri si carbonizzavano, i soldati-
ni fondevano mescolandosi gli uni agli altri, i colori co-
lavano loro addosso come sangue e fango, ed io bevevo
lo spettacolo del mio mondo in disfacimento, respira-
vo l'odore dello stagno fuso e del legno bruciato, fin-
ché non restava altro che un unico deserto di braci
semisepolte. Dopo le grandi battaglie, seppelliti i ca-
daveri mutilati e trasportati i feriti all'ospedale, esco-
gitavo azioni di guerra in scala piú ridotta, cui parteci-
pavano pochi soldatini scelti, queste azioni obbediva-
no insieme a un desiderio di sollievo e al piacere della
scoperta. Con quei soldatini battevo tutto il vasto ter-
ritorio della soffitta, con loro approdavo a lidi stranie-
ri, raggiungevo vette vertiginose, lontani pianeti. Ma
dovevo pur sempre tornare al mio campo di battaglia
sull asse, dovevo ricostruire il mio paesaggio e popo-
larlo di truppe. Lassú nella so~itta di casa spargevo in-
torno a me la morte e la distruzione. Qualcosa di in-
comprensibile si era fatto strada in me. Cercavo di li-
berarmene. Ma la sera quella cosa che non capivo ve-
niva e mi paralizzava. Veniva una sorta di orrore che
mi alitava addosso. Nascondevo le mani sotto le coper-
te. Ma allora, magari, giungeva mia madre e mi obbli-
gava a tirarle fuori, me le calcava risolutamente sulle
coperte. Le mani dovevano restare fuori al freddo
esposte agli assalti dei fantasmi. Paralizzato dal terro-
re giacevo in balia di spettri, giganti e grosse fiere.
Guardavo fisso nella penombra della stanza, che dive-
niva sempre piú nera, finché gli oggetti si dilatavano in
macchie buie e sospese, aguzzavo lo sguardo piú che
potevo cercando di riconoscere ancora qualcosa, e già
udivo un brulichio nell'ombra, tra le ombre già si ac-
quattavano le figure a spiarmi, strisciavano da dietro
le tendine, sorgevano dal pavimento, tra lievi sibili e
scrocchi. Il sudore mi correva a rivoli. Gli assalti era-
no appena cominciati e già ero annientato. Restavo im-
mobile per non richiamare l'attenzione degli spettri
Trattenevo il respiro, solo il cuore mi martellava, ec
colo che viene, da tutte le parti, mi fingo morto, se solo
il cuore non mi rimbombasse cosí, restavo là, circonda-
to da mostri appiattati che tramavano il mio assassi-
nio. Non riuscivo a gridare, cercavo disperatamente di
cacciar fuori un suono, ma non mi riusciva, era come
se la mia voce avesse dimenticato la strada per l'ester-
no, e solo quand'ero allo stremo m'usciva un lamento
strozzato che restava sospeso nella stanza e si appallot-
tolava tutto per ricadermi nuovamente addosso. Ogni
notte morivo sof~ocato, strangolato. Ma talvolta, quan-
do già avevo perduto conoscenza, riuscivo a ricacciar
dietro la paura, e mi aprivo un varco attraverso l'orro-
re proprio quando questo aveva raggiunto il suo apice,
e allora mi alzavo dal letto, l'orrore si era mutato in
una deliziosa levità, scivolavo attraverso la stanza in
punta di piedi, aprivo la porta, scavalcavo con un salto
il grosso leone giallo che vi era sdraiato davanti, e a
passi sospesi eppure come trattenuti da una sorta di re-
sistenza tenace e vischiosa sgusciavo giú per il corri-
doio fino alla porta della camera dei miei genitori. Era
un corridoio interminabile, dietro di me si drizzava la
scala che portava in soffitta, accanto si stendeva la rin-
ghiera, sotto si levava dall'atrio la buia tromba delle
scale, e davanti, nella nicchia accanto alla camera dei
miei genitori, stavano alcune seggiole di vimini che ge-
mevano e scricchiolavano appena, le zone bianche dei
cuscini a fiorami spiccavano nel buio. Di sotto veniva
il ticchettio lento e pesante della pendola, lenti, pesan-
ti passi salivano le scale, era l'uomo nero che veniva
col suo sacco. Dietro la finestra si stendeva il giardino,
immerso in un viola carico, la finestra era aperta, il
giardino si dilatava e respirava, dal fosso risonavano le
grida di un bambmo che stava annegando. La porta
della camera dei miei genitori era accostata, l'aprivo
piano piano ed entravo. Nel grande letto, che era di-
scosto dal muro e si stendeva nel mezzo della stanza,
erano sdraiati i miei genitori, a sinistra mio padre, che
russava leggermente, a destra mia madre, il viso incor-
niciato dalle bande oscure dei capelli. Giacevano am-
bedue supini, e sopra a loro, alla testata del letto, era-
no appesi tre quadri, a sinistra un ritratto a olio di mio
padre, la testa come ritagliata dall'ovale del cartone, a
destra la riproduzione a stampa di un quadro che raffi-
gurava un giovanetto nudo visto di profilo con il men-
to sulle ginocchia e le ginocchia tra le braccia, seduto
a mirare un solitario paesaggio montano, in mezzo il
quadro della dea ignuda, librata tra fiocchi di spuma,
china rigidamente in avanti senza mai perdere l'equi-
librio, con una mano si copriva il petto, con l'altra
reggeva sul grembo una ciocca dei lunghi capelli ina-
nellati, dritta sul bordo di una grossa conchiglia. Sulle
sedie accanto ai comodini dal lato di mio padre e da
quello di mia madre erano disposti i vestiti accura-
tamente piegati, e sotto, bene allineate, le scarpe at-
tendevano come animali pazienti. Nello specchio del
guardaroba di fronte al letto vedevo me stesso nella
luce viola della luna, mi vedevo al centro della pro-
spettiva rovesciata della stanza. I miei genitori, dietro
consiglio del medico di famiglia, cercarono di por fine
alle mie peregrinazioni notturne e circondarono il mio
letto di grandi catini d'acqua, che avrebbero dovuto
risvegliarmi dallo stato di sonnambulismo non appena
vi avessi posto il piede. Questa terapia ebbe come ri-
sultato che io imparai a volare. Aumentavo io stesso
l'orrore e il raccapriccio provocandomi ad arte brividi
di freddo, che avevano la facoltà di farmi levitare ri-
gido sotto i brividi mi libravo sul mio letto, e poi, i
piedi in avanti, volavo sul dorso attraverso la stanza,
infilavo la finestra aperta e sorvolavo il giardino. Ma-
novravo muovendo leggermente le mani e le punte dei
piedi, ricolmo di un gioioso sentimento di trionfo, gra-
duando le scariche di brividi per cabrare o picchiare,
e sfiorando tanto da vicino la vetta del faggio rosso da
essere accarezzato dalle sue foglie calde e tenere. Que-
sti voli notturni erano i prodromi di gravi accessi feb-
brili che per qualche tempo mi assalirono quasi ogni
giorno ad intervalli di due settimane circa. Un gruppo
di professori si riuní a consulto attorno al mio letto,
si assestarono gli scintillanti pince-nez, si grattarono
meditabondi le barbe, mi tastarono il polso, mi calca-
rono nella pancia i medi pelosi, mi tamburellarono il
petto con i ricurvi indici, telefonarono col mio cuore,
mi percossero il ginocchio con argentei martelletti, ma
non trovarono un sintomo che desse il quadro della
mia malattia. Alla fine elaborarono una teoria per la
quale una mosca doveva avermi inoculato i germi del-
le culture malariche di un vicino manicomio. Codesta
associazione di idee, che il mio male aveva origine in
un manicomio, mi spinse a credere d'essere vicino alla
follia, e cominciai a esaminarmi il viso allo specchio,
a fare smorfie, a balbettare e a sbavare gocce di sali-
va, proprio come avevo visto fare di tanto in tanto ai
mentecatti che passeggiavano nel bosco. Cosí impara-
vo a vivere, lo so, manca qualcosa, la vado cercando a
tentoni in ogni dove, gemo e urlo e non la trovo, cre-
sco, maturo, e la mia libertà di movimento si limita
sempre piú, non oso quasi piú cercare, e dappertutto
urto contro i miei limiti e mi rannicchio tutto. Imparo
a volare e imparo a avere la febbre. Mi familiarizzo
con le mie manchevolezze, con la malattia del disin-
ganno, dell'impotenza e della diffidenza. E nel profon-
do continuano a vivere desideri non sedati. Quando
mia madre, richiamata dalle mie grida, veniva al mio
letto e mi drizzava a sedere e mi prendeva tra le brac-
cia, il senso d'angoscia che lei stessa aveva contribui-
to a suscitare scompariva. Se ella era per me una mi-
naccia, era anche però la salvazione, mi sottraeva con
una mano quel che mi dava con l'altra, tenendomi co-
sí in una tensione continua, era quasi come se a quel
senso d'angoscia vi anelassi, come se nei tormenti che
mi dava trovassi una specie di godimento, poiché po-
tevo sentirvi dietro il sapore del sollievo. Solo una
volta in tutta la mia infanzia ebbi idea della libertà fi-
sica. Ero andato in visita con i miei genitori e le mie
sorelle da una famiglia di amici. Fritz W, il padrone
di casa, era esattamente l'opposto di mio padre, era
robusto, vivace, parlava con spirito e in tono reciso,
era cameratesco nei suoi rapporti con i figli, e aveva
un'amicizia intima e vivifìcante per mia madre, che
con lui rifioriva. Io colsi chiaramente la rivalità che lo
divideva da mio padre, con Fritz mia madre era disin-
volta e sicura di sé, con mio padre si esprimeva con
faticoso autocontrollo. I figli di Fritz saltellavano nu-
di per il giardino, due bambine e un ragazzino, coeta-
nei miei e delle mie sorelle piú piccole. Noi avevamo
i nostri vestiti della domenica, e guardavamo sconcer-
tati quei corpi nudi e abbronzati che giocavano tra lo-
ro. Le mie sorelle avevano un vestito bianco col col-
letto inamidato, calzettoni bianchi e scarpette con la
fibbia, io avevo il mio vestito alla marinara blu, una
cravatta con un grosso nodo, calzettoni bianchi an-
ch'io, e stivaletti neri. Era piena estate. D'un tratto
Fritz ci si accostò a lunghi balzi, e con pochi gesti de-
cisi cavò i vestiti di dosso alle mie sorelle, io m'accuc-
ciai spontaneamente sotto i rami bassi di un abete, ma
lui mi tirò fuori, sfilò anche a me casacca e pantaloni e
insieme alle mie sorelle mi spinse nel cerchio dei suoi
figli. Sbalorditi, finimmo di slacciarci da soli quanto
rimaneva dei nostri vestiti e sentimmo su tutta la pel-
le il calore dell'aria. I miei genitori si erano alzati dal-
le loro sedie e guardavano la scena, completamente
sopra~atti. E noi provammo cosí quel che avremmo
potuto provare in ogni giornata estiva, ma che invece
non accadde piú, quanto cioè ci facesse rinascere la
nostra nudità. L'erba, le foglie, la terra, la roccia, le
potevamo sentire con tutti i nostri pori e i nostri ner-
vi, ci azzu~avamo e impazzavamo persi in un breve so-
gno di insospettate possibilità. Un'altra volta Fritz W
incise sulla mia vita. Fu anni dopo. Tornavo a casa
con la pagella, su cui era scritta una spaventosa sen-
tenza, una sentenza che avrebbe infranto la mia vita
intera. Carico di questa sentenza, facevo lunghi giri,
non osavo tornare a casa con lei, e continuavo a con-
trollare se per caso non fosse scomparsa di colpo, ma
quella parola era sempre lí, chiara e lampante. Quan-
do alla fine giunsi a casa senza aver trovato l'audacia
di imbarcarmi come mozzo per l'America, trovai Fritz
W seduto con i miei. Cos'è quel muso lungo, mi gri-
dò. Non sarà mica una cattiva pagella, mi chiese mia
madre preoccupata, e mio padre mi lanciò un'occhiata
come se vedesse addensarsi dietro a me tutte le scia-
gure dell'universo. Io porsi la pagella a mia madre, ma
Fritz me la tolse di mano, e già l'aveva letta ed era
scoppiato in una sonora risata. Bocciato, esclamò bat-
tendosi una robusta manata sulla coscia. Bocciato, e-
sclamò ancora, mentre i miei genitori guardavano in-
terdetti ora lui ora me, poi mi trasse a sé e mi batté
sulla spalla. Bocciato, proprio come me, esclamò, io
ho dovuto ripetere quattro volte, tutti gli uomini in
gamba sono stati ripetenti. Queste parole dispersero
la mia angosciosa paura, ogni pericolo era passato. L'e-
spressione interdetta dei miei genitori non avrebbe
potuto piú mutarsi in collera, essi non avrebbero po-
tuto rimproverarmi piú niente dal momento che perfi-
no Fritz W, quest'uomo in gamba, aureolato dal suc-
cesso, mi aveva mondato da ogni colpa, e anzi m'aveva
ritenuto degno di particolare considerazione. Questi
due incontri con Fritz W rappresentarono i momenti
piú fulgidi della mia fanciullezza, essi mi mostrano il
corso diverso che avrebbe potuto prendere la mia vita
in altre circostanze, e mi indicano il tesoro di gioie
non spese che era in me, e che ancora esiste, sepolto
da ulcere segrete e da precarie suture. Quando comin-
ciò la mia pubertà, mia madre mi costrinse di nuovo
a sedere su quella bianca coppa sacrifìcale a forma di
chitarra che già avevo cavalcato nella casa di via del
Verde. Stavolta era in onore della pulizia del mio
membro. Armata di sapone, acqua calda e ovatta, mia
madre tentò di mettermi a nudo il prepuzio, con una
mano reggeva il mio membro, con l'altra sospingeva e
rincalzava la pelle troppo stretta. Ero quasi svenuto
per il dolore e l'umiliazione quando alfine la punta del
mio membro uscí alla luce e mia madre deterse l'u-
more che si era raccolto sotto il prepuzio. Piú tardi le
chiesi cosa fosse quella bava bianca che sgorgava da
me talvolta la notte, io lo sapevo perfettamente, ma
fingendomi tonto volevo provocarla e prenderla in gi-
ro, e lei mi rispose, è sudiciume, devi tenerti pulito
assolutamente pulito, il sudiciume viene da tutti i pen-
sieri sporchi che hai. Per parecchio tempo non riuscii
a liberarmi dalla sensazione della sua mano chiusa at-
torno al mio membro. La sera, a letto, il membro mi
sussultava e si drizzava, lo sentivo gonfiarsi e brucia-
re. Mi prendeva un odio smanioso per questo membro,
avrei voluto troncarmelo, ma la voluttà che si frammi-
schiava a quei dolorosi sussulti aveva il soprawento
ed io le cedevo, anche se in conseguenza di codesto ce-
dimento avessi dovuto perdere i capelli, il viso mi si
fosse coperto di pustole, e mi fossero caduti i denti di
bocca. Il miscuglio di dolore e di piacere dava l'im-
pronta anche alle fantasie che animavano le mie srego-
latezze. Mi immaginavo di cadere prigioniero di barba-
re prepotenti donne che mi legavano e mi ricoprivano
di tormentose carezze. Hai bisogno di aria fresca, di-
cevano i miei genitori, notando i miei occhi pesti, hai
bisogno di moto e di passeggiate con ragazzi della tua
età. E cosí mi diedero una divisa, un fazzoletto da col-
lo, una camicia con un giglio ricamato sul taschino,
un cappellone a cono dalle larghe falde, un bastone
e un pugnale, e mi spedirono in campagna a marciare
in gruppo. Una sera Abi, il capo, strisciò fin sotto la
mia coperta nel rifugio, e mi chiese se volevo diventa-
re il suo aiutante. Mi allacciò con le braccia e le gam-
be pelose, il suo mento setoloso mi frugò il viso e le
sue rosse labbra carnose cercarono di baciare la mia
bocca. Io mi divincolai, ma quel sogno di libidine e di
nausea continuò. Sgusciammo nudi tra gli alberi, nudi
non di una nudità libera e animale, ma affannata e feb-
brile, versammo il nostro seme nella scabra corteccia
degli alberi, ci frustammo l'un l'altro coi rami e lot-
tammo sulla terra calda e umida, bruciati dalla lussu-
ria. Ci si rintanava nei boschi, si costruiva ricoveri, si
pernottava nelle caserme dove ci si impratichiva delle
mitragliatrici, e realizzai cosí i miei vecchi giochi di
guerra prendendo parte a un'incursione nel campo di
un gruppo nemico. Piombammo loro alle spalle assal-
tando le tende, le saccheggiammo, vi appiccammo il
fuoco, scomparendo poi nel folto rapidi come il fulmi-
ne. Vedo ancora accanto a me il viso di un ragazzo sve-
gliato di soprassalto, nonostante le sue implorazioni
gli strappo di mano un bastone intagliato e lo getto da
parte col resto del mio bottino. Era come un ammoni-
mento, codesto viso che mi si levava contro, piangen-
te, stravolto dal terrore, ero vagamente presago di una
violenza che compivo su me stesso, ma non lo capivo,
ero preso da un vortice che mi trascinava con sé. Tut-
to, lí, era torbido e subdolo. Come ero corteggiato io,
cosí corteggiavo un altro, che si lasciava baciare a ca-
priccio e poi mi tradiva, e mi guardava di sotto in su
tra le mie braccia e sorrideva e rovesciava il capo con
i lunghi neri capelli di seta e chiudeva gli occhi. Ogni
cosa era ricolma di adescamenti segreti, di tentativi di
approccio, di gelosie e calunnie. Si giocava un favorito
contro l'altro, si meditavano raffinate punizioni per i
capri espiatori. Si dispiegarono liberamente in noi la
furia distruttrice e la smania di dominio. Divenni un
Friederle. C'ero anch'io quando un molle fu trascina-
to alla stufa e fu costretto a baciare il ferro rovente,
c'ero anch'io quando un prigioniero fu cacciato su una
zattera in mezzo a un campo allagato e fu ricoperto di
palle di mota, ero ricolmo della breve gioia di poter
appartenere alla schiera dei duri, quantunque sapes-
si di essere un molle. E a mano a mano che crescevano
in noi l'orrore e la frode, dilagavano anche per le stra-
de, sorgevano incendi, volavano in frantumi le vetri-
ne, i passanti venivano percossi, portavamo bandiere
in trionfo tra grida scandite di giú il cappello, e colti
dal cancro dei sacri sentimenti cantavamo inni nazio-
nali e guai a chi non si scopriva il capo. La sera, nei
viali fioriti, seguivo in bicicletta le ragazze. Ma sem-
brava impossibile poter mai toccare quelle figure sfug-
genti con le loro risatine nel buio. Irraggiungibile era
il chiarore dei loro vestiti che dileguava nel fogliame
profondo delle strade, stordito dal greve profumo dei
fiori udivo accanto a me passi leggeri, udivo sussurrio
di voci tenere all'orecchio, e la notte sprofondavo sem-
pre piú nelle mie allucinazioni, finché una creatura di
sogno mi sorgeva accanto, finché vedevo vicino a me
un volto, un volto senza lineamenti, un volto che con-
densava in sé i miei stessi sensi, ed io accarezzavo quel
volto, il volto dell'amore di me stesso, non c'era nes-
sun altro volto, per questo dovevo inventarmelo, ba-
ciavo quel volto, baciavo l'aria, baciavo me stesso, eb-
bro del bisogno d'amore, e attorno a me tutto spro-
fondava, l'incubo della scuola, le minacce e gli ammo-
nimenti, e percepivo ormai le istanze del mondo ester-
no soltanto come una lontana, incessante risacca. E
anche questa risacca la trasfiguravo entro di me. La
sera, quando ero solo in camera mia, un mare selvag-
gio circondava l'isola su cui vivevo con la mia compa-
gna, le onde ci avevano gettato su questa spiaggia e
noi eravamo andati ad abitare in una capanna dirocca-
ta tra gli scogli, tutti dediti al nostro folle amore. Era
l'amore perfetto, l'amore ermafroditico completo in
sé ed alimentato dalle sue stesse fiamme. La mia ama-
ta era parte di me, era quanto io avevo di femminile,
io conoscevo ogni suo impulso, lei rispondeva a ogni
mio impulso. Abbracciando lei abbracciavo me stes-
so, mi protendevo contro me stesso, penetravo dentro
di me. E poi, dopo la felicità dello spruzzo, la camera
prendeva forma, la spaventosa camera di tutti i gior-
ni, e annientava tutte le mie fantasie. Il sogno si di-
sperdeva come cenere ed io restavo in ascolto del tic-
chettio dell'orologio in anticamera. Questa solitudine
insonne era condizione di ogni nostro incontro, que-
sto era il prezzo, che ora dovevo giacere a lungo sve-
glio con gli occhi dolenti, in un lento morire, in una
lenta putrefazione interna. Ma la mattina dopo già si
svegliava in me la smania di un altro incontro ed aspet-
tavo impaziente la sera. Tra le due e le tre del pome-
riggio, nell'ora del letargo, stavo sdraiato sul divano
del soggiorno, le mani intrecciate dietro la nuca, lo
sguardo fisso alla stampa a colori appesa alla parete,
che raffigurava la tomba di Annibale. Sotto un possen-
te albero fronzuto di color grigiolino si levava un muc-
chio di pietre, e accanto c'era un vecchio pastore ap-
poggiato al bastone in atteggiamento pensieroso, e da-
vanti a lui nell'erba arida e incolta pascolava il gregge.
La finestra sulla strada era aperta, fuori pioveva la lu-
ce polverosa del giorno, dal campo da tennis dall'altra
parte della strada risonavano i tonfi pigri e sordi delle
palle. Di tanto in tanto un'automobile ronzava pro-
prio sotto la finestra, oppure trillava il campanello di
una bicicletta. Il pensiero della città lí fuori mi riani-
mava, vedevo stendersi innanzi a me le lunghe ed am-
pie file di strade, i giganteschi edifici sorretti da curvi
schiavi di pietra, i palazzi, i musei, i monumenti e i
campanili, la sopraelevata sui suoi cavalcavia e la me-
tropolitana con la sua ressa e i suoi rumorosi cartelli
pubblicitari. Già stavo per alzarmi, ed ecco davanti a
me stava mia madre, non mi accorgevo mai di quando
entrava nella stanza, compariva sempre all'improvvi-
so come fosse spuntata dal suolo, imponendo a tutto
l'ambiente la sua onnipotenza. Hai fatto i compiti, mi
chiedeva, ed io ripiombavo nella mia prostrazione. Lei
chiedeva ancora, hai finito i compiti. Nel mio stato ine-
betito rispondevo, li faccio piú tardi. Ma lei gridava,
tu li fai ora. Fra un po' vado, dicevo io, in un debole
tentativo di resistenza. E allora lei, come in un blaso-
ne, alzava il pugno e gridava il suo motto. Non tollero
repliche. Mi veniva proprio accosto, e le sue parole mi
cadevano addosso come sassi, devi sgobbare e ancora
sgobbare, ancora qualche anno e farai il tuo ingresso
nella vita, e perciò devi saper fare qualcosa, altrimenti
finirai male. Mi trascinava alla mia scrivania, ai miei
libri. Non voglio dover vergognarmi di te, diceva. Io
passo le nottate sveglia per colpa tua, sono responsabi-
le io del tuo awenire, se non sarai buono a niente poi
la colpa ricadrà su me, la vita è lavoro lavoro e lavoro e
ancora lavoro. Poi mi lasciava solo. Su un'asse accan-
to a me c'era una città in miniatura che avevo costrui-
to con pezzetti di carta e di cellophane, con fil di ferro
e bastoncini. Dopo i miei giochi distruttivi, quello era
il mio primo tentativo costruttivo. Era una città del
futuro, una metropoli utopistica, ma era incompleta,
scheletrica, d'un tratto capii che non vi avrei piú lavo-
rato, vi vidi solo carta gualcita e impastata di colla,
era tutto fragile e distorto e si poteva spazzare via con
un soffio. Dovevo cercare altri mezzi di espressione.
Meditavo curvo sul diario quando si aprí la porta ed
entrò mio padre. Mi vide, chino sulla scrivania, occu-
pato in qualcosa in cui lui non aveva il diritto di in-
terferire, e vide un oggetto scomparire frettolosamen-
te nel cassetto. Che stai combinando, mi chiese. Fac-
cio i compiti, dissi. Già, proprio di questo vorrei par-
larti, disse. Tra noi scese un penoso imbarazzo, come
sempre durante colloqui del genere. Ora, disse mio
padre, sei abbastanza grande perché io abbia il dovere
di parlare con te del tuo avvenire. Cosa pensi di fare
in futuro. Non trovai niente da rispondere a una do-
manda cosí tormentosa. Con un tono che intendeva es-
sere comprensivo e con quel timbro che usa chi parla
da uomo a uomo, mio padre disse, la mia proposta è
che tu ti iscriva ad una scuola di commercio e che poi
entri nel mio ufficio. Mormorai qualcosa a proposito
del mio desiderio di finire prima le scuole, era una ma-
niera di guadagnare tempo. Mio padre, stavolta con
crescente impazienza, disse, quanto a questo non mi
pari dawero tagliato, io non credo che tu abbia dispo-
sizione, e ti manca assolutamente la costanza, tu sei
fatto per un tipo di professione pratica. Aveva il viso
grigio e corrucciato. Quando parlavano della vita ave-
vano sempre il viso grigio e corrucciato. La vita era
una cosa seria, era fatica, responsabilità. Il mio viso,
il viso di un buonannulla e di un perdigiorno, si con-
trasse in una smorfia smarrita e inespressiva. Punto
sul vivo, mio padre disse, non c'è proprio niente da
ridere, la vita non è uno scherzo, ed è ora che impari
a lavorare sul serio. Forse provò un moto di tenerezza
per me, ma notando il mio sguardo obliquo e ostile,
fu costretto a irrigidirsi e a mostrare la sua ferma vo-
lontà. Batté la mano aperta sulla scrivania e gridò,-
nito quest'anno di scuola, basta con le fantasticherie,
sarà ora di dedicarsi finalmente alla realtà dell'esisten-
za. In bocca a mio padre, questa realtà diveniva com-
prensiva di tutto ciò che è sterile e pietri~cato, in que-
sta realtà avevo già sciupato dieci anni, rinchiuso in
scuole dove per ore interminabili erano stati ottusi i
miei sensi. La minaccia di dover uscire alla vita era so-
lo la prosecuzione del mio lungo migrare per aule e
corridoi risonanti, dove già venivamo preparati all'ef-
ficienza e al senso di responsabilità, come dicevano, da
insegnanti privi di ogni luce dello spirito. Quei lunghi
corridoi dov'erano appese file di mantelline dall'odo-
re ferino, e dove rimasi spesso, cacciato per punizio-
ne, a sentire da dietro le porte le litanie degli scolari,
mentre di tanto in tanto squillava alta e in falsetto una
voce isolata, quei corridoi di pietra battuti da un di-
rettore cui niente sfuggiva, davanti al cui sguardo ca-
devo in ginocchio annichilito, quei corridoi di pietra
coi loro lastroni frammisti a fossili a forma di comete
vecchi di milioni di anni. Da quei corridoi avrei dovu-
to passare agli anditi dell'ufficio, ai casellari, alle cre-
pitanti macchine da scrivere, ai luoghi in cui si con-
ducevano gli a~ari di questo mondo. Ma altre cose
avevo trovato nella mia ricerca di cibo per le mie esi-
genze in aumento, cose che davano risposta alle mie
domande, parole di poesia che placavano d'un tratto
la mia inquietudine, quadri che si aprivano per acco-
gliermi, musica in cui il mio intimo trovava risonan-
za. Nei libri mi veniva incontro la vita che la scuola
mi aveva celata. Nei libri mi si mostrava una realtà di
vita diversa da quella in cui volevano costringermi i
miei genitori e insegnanti. La voce dei libri esigeva da
me partecipazione, la voce dei libri esigeva da me che
io mi aprissi e riflettessi su me stesso. Rovistavo tra i
libri dei miei genitori. Leggerli mi era proibito, dove-
vo sottrarli di nascosto e pareggiare accuratamente i
vuotl, le mie letture si svolgeranno a letto sotto le co-
perte, al lume di una torcia elettrica, o al gabinetto,
o sotto il rivestimento mimetico dei libri di scuola.
Da innumerevoli specchi si rifletteva in me quel caos
di aspirazioni mal fermentate, di romantiche strava-
ganze, di angosce e di sfrenati sogni di avventura che
era già mio, preferivo il genere torbido, equivoco, te-
nebroso, andavo in cerca di descrizioni erotiche, di-
voravo le storie di cortigiane e veggenti, di vampiri,
malfattori e dissoluti, e come un rabdomante scovavo
seduttori e squilibrati e li spiavo nella mia dilacerata
malinconia. Tuttavia, quanto piú divenivo cosciente
di me e quanto meno mi ritraevo spaventato di fronte
a me stesso, tanto piú forte si faceva la mia esigenza
che i libri mi parlassero senza contraflazioni e non mi
nascondessero niente. Ben presto, fin dalle prime pa-
role del libro, mi si mostrò l'indole di chi mi parlava.
Volevo essere toccato subito, sperimentare subito l'ar-
dore e l'intima convinzione. Le lunghe circonlocuzio-
ni mi impazientivano. Volevo essere trascinato subito
nel vivo dell'esperienza, volevo sapere subito di che
si trattava. Leggevo poesie solo di rado, in esse v'era
troppa elaborazione per me, erano troppo costrette in
un'impalcatura formale. Diffidavo della perfezione ben
tornita e mi rimaneva difficile indagare il senso riposto
sotto forme artisticamente levigate. Spesso l'elucubra-
zione mentale mi lasciava freddo, mentre mi prendeva
ciò che era grezzo e informe. Le mie facoltà logiche non
erano sviluppate. Se tentavo di reagire a questa mia la-
cuna leggendo opere filosofiche o scientifiche, le lettere
mi si sparpagliavano davanti agli occhi, non riuscivo a
coordinarle in parole viventi, non vi sentivo dentro al-
cun respiro. Tutto ciò che ritenevo non apparteneva
tanto a un ambito di cultura generale, quanto a quello
delle sensazioni, le mie conoscenze erano mosaici di
esperienze visive, di suoni, voci, rumori, movimenti,
gesti, ritmi, di sensazioni tattili e olfattive, di scorci
di stanze, strade, cortili, giardini, porti, cantieri, di vi-
brazioni dell'aria, di giochi di luci e ombre, di occhi,
bocche, mani in movimento. Imparai che al di sotto
della logica vi era un'altra coerenza, una coerenza fat-
ta di impulsi imperscrutabili, e la mia vera natura al-
bergava qui, in un apparente caos, in un mondo che
non obbediva alle leggi dell'ordine esterno. Il mio pen-
siero non sopportava uno scopo determinato, ma mi
sospingeva cla una meta all'altra, non tollerava che gli
fossero imposte delle direttrici, spesso mi gettava in
trappole e crepacci donde non potevano farmi uscire
le spiegazioni, ma solo segreti sentieri scoperti d'im-
provviso. Nel corso degli anni il dialogo ch'io andavo
cercando nei libri si fece sempre piú preciso e calzan-
te, sempre piú divenne un fatto personale, e intanto,
anche, si diradava, poiché solo pochi riuscivano a e-
sprimere alcunché di ciò che tocca le radici dell'esi-
stenza. Ogni tappa del mio sviluppo ebbe i suoi libri.
In via del Verde c'era un grosso volume rilegato in
cartone giallo, con gli orli consunti, v'erano racconta-
te le avventure del piccolo Mucki. Mucki è un grande
eroe, diceva il libro, che mozza di netto i cardi sui cam-
pi. Mi sembra di vederlo, Mucki, vestito da cowboy,
con i calzoni a sbuffo con le tacche e le frange di cuoio,
col sombrero a larghe falde e con il lazo, circondato da
cactus e serpenti a sonagli. Mucki fu il mio primo ri-
tratto, nella sua grinta feroce si esprimeva ciò che nel-
la mia vera natura era cosí bene imbrigliato, in lui
la mia aggressività repressa si esprimeva liberamente,
Mucki l'avventuriero e il prepotente, io ero assai piú
Mucki di quanto non fossi quel ragazzino ben lisciato
che passeggiava la domenica nella sua camicetta di tri-
na. Pierino Porcospino, con la sua chioma irsuta e le
sue lunghe unghie, mi metteva dinanzi, insieme con i
suoi compagni, tutti i miei difetti, le mie fobie e le mie
voglie. Le vignette cosí ingenue e vivide erano come
sequenze di mie fantasticherie, ecco i pollici mozzi e
stillanti e le gigantesche forbici spalancate in attesa di
tagliare ancora, ecco Gasparino col padre mingherlino
e la madre rotondetta, e le sue parole no no no, la mi-
nestra non la vo' erano le mie stesse parole, ero io a
dondolarmi con la sedia e a trascinarmi giú, nella ca-
duta, la tovaglia con tutti i piatti e le pietanze. Era la
mia vendetta. Eccoli ripagati di tutti i loro anatemi e
minacce. E poi l'ideale della morte. La mia rappresa-
glia era la fame, li punivo soffrendo la fame, lui il si-
gnore secco e lei la signora grassa, dolce era la vendet-
ta, nella quale io stesso perivo. Vedere tutto ciò in
immagini mi sollevava, una parte della mia oppressio-
ne interna si sfogava come d'incanto. E c'erano anche
altri che sapevano volare, per esempio il ragazzino con
l'ombrello. La mia infanzia è come una stampa dello
stesso nitore cristallino di quella illustrazione, il bam-
bino che vola alto nell'aria attaccato al suo ombrellino
rosso, trascinato al di sopra degli alberi, dei campi ver-
di e della bianca chiesa, e dietro a lui il nuvolone nero
e l'obliquo rovescio di pioggia. Pierino Porcospino, e
in seguito le fiabe tristi e maligne erano parti del mon-
do in CUl andavo crescendo, in esse era espressa un'op-
primente e soffocante verità. Erano assai meglio del-
l'incertezza, quelle storie orripilanti e crudeli scritte in
chiare lettere. Era meglio essere vicino al pericolo e
guardarlo negli occhi, era meglio sapere che esiste-
va veramente, piuttosto che stare sdraiati soli al buio
con nient'altro che tormentosi presentimenti. Anche
la sensazione di solitudine si mitigava quando vedevo
che altri avevano subito esperienze simili, dunque non
ero del tutto perduto, facevo parte di una comunità di
stregati in preda ai prodigi e agli spettri, facevo parte
di una comitiva di viandanti recatasi nel paese degli
orrori. Il mio regno era il regno dell'orrore. Non mi
attiravano i chiusi ovili della concordia, e provavo una
sensazione opprimente a sentir parlare di Cari Bambi-
ni, di Buoni Genitori, di Ricche Ricompense. Le de-
scrizioni di affetti protettivi, caldi e paghi risvegliava-
no in me una sensazione di tormentoso dolore. Può
darsi che chissaddove vi fosse codesto tepore, quelle
stanze odorose di ciambelle calde calde, una nonna sor-
ridente su una selia a dondolo, un gatto che giocava
col gomitolo, ma io conoscevo solo la maga Lenelis, ec-
cola là in mezzo ai campi fluttuanti nel sonnolento pro-
fumo, la maga del grano che si faceva d'un tratto sulla
strada a rapire un bambino, per me v'era solo un bo-
sco in cui smarrirsi, la palude con i fuochi fatui, le ca-
sette della strega. Io lo sapevo cosa volesse dire stare
rincantucciati nella gabbia a porgere alla strega di tra
le sbarre invece del dito un ossicino, lo conoscevo l'an-
sioso terrore di vederla accostarsi a tastare l'ossicino e
di sentirla belare che lei voleva bimbi belli grassi, bei
bocconcini da re da sbudellare. Il boschetto attorno a
casa nostra accoglieva tutte le mie fiabe, era un bosco
stregato, tra la borraccina, tra i suoi cespugli folti, tra
i suoi nocchiuti viluppi di radici vivevano animali sa-
pienti, gnomi, briganti e fate. Qui vidi ballare Tremo-
tino, lo gnomo dalla rossa barba, e lo vidi spaccarsi in
due con le sue stesse mani, e in una fattoria abbando-
nata al margine del bosco vidi la testa del cavallo Fal-
lada attaccata al muro e la sentii gridare, se la tua mam-
ma lo sapesse, se la tua mamma lo sapesse, il cuore in
petto le si schiantasse. C'era una figura in non so piú
che libro, in cui si vedevano due bambini, un maschiet-
to e una ragazzina, seduti in una forcella in cima a un
grande albero. S'erano perduti nel bosco, e s'erano ar-
rampicati lassú per ritrovar la strada. Ma non avevano
visto nient'altro, tutt'intorno, se non impenetrabile
verzura, e allora s'erano addormentati raggomitolati
l'uno contro l'altra. Quell'illustrazione dava l'idea che
non vi fosse piú modo di tornare indietro, che i due
bambini si fossero perduti cosí definitivamente, che,
per uno strano effetto, ogni senso di paura scompari-
va. Avevano i vestiti laceri per il lungo vagare, aveva-
no i visi segnati dalle privazioni, ma erano immersi
completamente nel sonno, completamente staccati dal
mondo. In quell'illustrazione trovavo qualcosa che era
al di là di streghe, spiriti e mostri, una quiete e una
solitudine totali, un senso di consolazione e di forza
Mi ricordo di un altro libro, con una legatura flessibile
di color grigioverde, una Bibbia per ragazzi, corredata
da illustrazioni nello stile dei primitivi. Vedo un'illu-
strazione in cui è raffigurata la principessa che trova il
cestello con dentro Mosè sul greto del Nilo. La princi-
pessa è vestita di veli, e si intravedono le forme del suo
corpo sotto la loro trasparenza, una schiava sorregge
su di lei un ventaglio di foglie di palma a riparo dal
sole. Ricopiai la principessa sul mio album, dapprima
a figura intera, accentuandone fortemente gli attributi
del sesso, poi solo il viso, un viso che diveniva sempre
piú imponente fino a riempire tutto il foglio con il suo
profilo cupo e il gigantesco occhio indagatore. Accan-
to al primo foglio, che mostra la minuzia con cui ave-
vo studiato la conformazione del corpo femminile, si
vedevano un paio di forbici spalancate pronte a scat-
tare, e quasi a mitigarne la minaccia avevo disegnato
una testa di pupazzo tra le loro braccia levate, calzan-
done di stivali le gambe divaricate. Era come se volessi
rifuggire spaventato dalla mia stessa scienza, ma ecco
che il viso della principessa cominciò a somigliare va-
gamente a quello di mia madre - era proprio il nero
occhio imperioso, era l'occhio di mia madre, l'occhio
che vedeva tutto. Su un'altra pagina della Bibbia era
raffigurata la costruzione di una piramide. Sotto le
sferzate dei guardiani gli schiavi trascinavano blocchi
giganteschi su per le guide oblique, e qua e là qualcu-
no crollava e finiva di crepare nella polvere. Quella
figura continuò ad irradiare sui miei giochi e a dar loro
alimento, vissi tra guardie che mi fustigavano a sangue
con le loro sferze, assaporai tutti i dolori dell'abiezio-
ne, e poi, quando scoprii Ben Hur provai la voluttuo-
sa sensazione della piú profonda miseria, incatenato
tra gli schiavi delle galere. Ecco il guerriero prigionie-
ro, legato nudo sul dorso di un cervo e cacciato nel
folto dei rovi, ecco i gladiatori che lottano con i leoni
nell'arena, eccc ii legionario ferito che giace nel deser-
to, con le iene che gli girano intorno. Le figure che tro-
vai nella Bibbia, tutte quelle immagini di persecuzioni
e torture, di sfruttamento, di gabelle e di assassini, di
calunnie e di pene, crearono il presupposto per nuove
visioni che si frammischiarono ai miei giuochi di di-
struzione. Lessi di navi da guerra fatte d'acciaio dila-
niate dalle granate, di siluri lanciati contro la murata
nemica dal sottomarino, dove l'equipaggio tendeva l'o-
recchio col fiato sospeso, e il siluro si lasciava dietro
sulla superficie del mare una scia rivelatrice, lessi di
corpi feriti e sanguinanti, di camerati che si salvavano
a vicenda dalle fiamme, di eroici comandanti che si irri-
gidivano sull'attenti sul ponte della nave che affonda-
va, lasciandosi colare a picco nel fondo dell'oceano in-
sieme con il relitto, lessi di avventurose scorrerie di pi-
rati e dei loro approdi su coste lontane, lessi di com-
battimenti nella tormenta su alti picchi rocciosi, di
truppe sciamanti dalle trincee nella notte, sotto rove-
sci di pioggia, per dilaniarsi a vicenda nel fango, in un
combattimento all'arma bianca, vidi in una figura Ula-
ni che andavan di galoppo in un'aurora pallida, o au-
rora, aurora 1, e in un rapido dubbio mi chiesi dove mai
cavalcassero, quegli Ulani, e perché galoppassero ver-
so la loro morte precoce, e percepii una traccia dell'in-
concepibile orrore che andavo cercando dietro quelle
letture, quando vidi un'illustrazione in cui alcuni sol-
dati giustiziavano prigionieri indiani legandoli alle
bocche dei cannoni, e lessi la didascalia che diceva che
con quella morte non solo i corpi, ma anche le anime
venivano distrutte. Vi sono libri di cui non so neanche
il titolo né l'autore, eppure alcune loro scene sono ri-
maste per me indimenticabili, come certe di Rosso e
Nero, di Fame 2di Pan, dell'Idiota. Ecco un fiume in
una foresta vergine, e da un lungo ramo sospeso sul
fiume un indiano si lascia penzolare, pronto a gettarsi
sulla canoa che Sl sta awicinando, un istante di tensio-
ne estrema. Ecco una stanza in una casa di una citta-
dina di provincia, io non so che accade nella stanza o
chi vi si trova, c'è solo la stanza, con un armadio, un
letto, e le imposte chiuse, forse è domenica e nella casa
tutti dormono, e v'è qualcuno in ascolto in questa stan-
za camuffata, che trama qualcosa ed è pieno di aspet-
tativa. Ecco l'isola su cui hanno trovato salvezza i nau-
fraghi del Pacifico, tra i tronchi alti e slanciati delle
palme si levano le loro casupole di canne, disegnate
con minuzia, l'idea della fuga verso sterminati orizzon-
ti si è concretata in questa immagine. La cosa piú cu-
I [Allusione a una poesia patriottica di TheodorKorner(I78r-I8I3)]
2 [Romanzo di Knut Hamsun (I859-I952), come il seguente].
riosa era che vedendo i luoghi piú remoti e le piú stra-
ne figure, avevo l'impressione come di riconoscerli,
non v'era niente di tanto sorprendente ed esotico ch'io
non udissi in me una rispondenza. Non sceglievo mai
le mie letture, mi lasciavo prendere o mi rifiutavo, se-
guendo oscure leggi. Non diedi che un'occhiata fugge-
vole a un numero stragrande di libri, li sfogliavo ap-
pena e già sapevo che non facevano al caso mio, molti
libri che piú tardi mi divennero preziosi mi passarono
di tra le mani senza dirmi niente. Altri mi imprigiona-
vano con una sola parola. I demom, Umiliati e o~esi,
Da una casa di morti, L'elisir del diavolol, Bandiere
nere, InJerno 2titoli come questi mi lampeggiavano
d'improwiso davanti illuminando qualcosa in me. In
quei titoli c'era qualcosa di magico che mi arrivava
dritto al cuore. Leggere significò per me portare a ma-
turazione quella ricerca cieca, a tentoni, che avevo già
sperimentata con la porta a vetri rossi e blu e nella mia
soffitta. Tutta la mia vita era una cieca ricerca a tento-
ni. Penetrai nella musica, nell'architettura delle fughe,
nei tortuosi labirinti delle sinfonie, nelle dure com-
messure del jazz, nei carillons delle musiche orientali,
niente mi era estraneo, comprendevo il lamento dei
flauti cinesi e il ritmo sostenuto dei cantici medievali,
la musica mi colmava fino a scoppiarne, quando mi
muovevo era come se veli di musica vibrassero dentro
di me, i miei passi risvegliavano note di tromba, stru-
menti nascosti suonavano ininterrottamente. Vivevo
a casa mia come un assediato. La mia stanza somiglia-
va a una fortezza. Avevo riempito le pareti di masche-
re, di dèmoni, e dei miei stessi disegni, che facevano
sobbalzare chi entrava con le loro figure urlanti. Sen-
tivo la forza esplosiva che si celava in me, sapevo di
dover dedicare la mia vita a trovarle espressione, ma a
casa i miei tentativi erano considerati come aberrazio-
I [DiE.T.A.Hoffmann(I776-I822)].
2 [Di Henri Barbusse ( I 873-I935 ) ] .
ni di cui non era il caso di far troppo conto. La notte
uscivo a mo' di sfida dalla mia stanza, nudo, indicibil-
mente eccitato. Udivo i materassi scricchiolare sotto i
corpi dei miei genitori, sentivo il loro respiro pesante,
forse non riuscivano ad addormentarsi e pensavano
alla mia misera sorte. Ma io sgusciavo nudo nella ca-
mera dove dormiva Margit, mia sorella. Lei mi vedeva
entrare, si levava a sedere sul letto, un lampione pro-
iettava l'immagine della finestra e il disegno filigrana-
to delle tendine in un riquadro obliquo spezzato tra
muro e soffitto. Mi accostavo silenziosamente al letto
di Margit, mi sedevo accanto a lei, e ci toccavamo l'un
l'altra senza parlare, trattenendo il respiro, e anche
Margit si sfilava la camicia, e le mie mani sfioravano il
piccolo rilievo dei seni, scivolavano sui suoi capezzoli
teneri che si facevano duri a poco a poco, carezzavano
il suo ventre e il liscio grembo infantile, e poi ci sdraia-
vamo fianco a fianco, ci stringevamo l'uno contro l'al-
tro, e il membro mi si induriva e si spingeva nella fes-
sura calda del suo grembo, e restavamo sdraiati cosí,
bocca contro bocca, mentre i nostri genitori, nella loro
camera, respiravano e gemevano. Altre sere, quando i
miei erano uscltl, io mi accostavo a Elfriede, che era
stata assunta per badare che i bambini non mancassero
di niente. Andavamo in camera mia e facevamo certi
esercizi che chiamavamo di ginnastica. La ginnastica
fa bene e allena i muscoli, la ginnastica rinvigorisce lo
spirito, nessuno può aver niente da dire se noi ci met-
tiamo fianco a fianco e facciamo flessioni in avanti e
indietro, e se ci appoggiamo con le schiene l'uno con-
tro l'altro, intrecciamo le braccia e ci solleviamo a vi-
cenda. E sport, questo. Se poi io porto solo un fazzo-
letto attorno ai fianchi, la ragione è che cosí il corpo
può respirare piú liberamente. E quanto a Elfriede, lei
il vestito se lo toglie solo perché non abbia a gualcirsi
nello sforzo degli esercizi. E se ci appoggiamo a vicen-
da le mani sul ventre e sulle anche, è solo per poterci
sostenere, e quando Elfriede si sfila anche la sottove-
ste e si arrotola le calze giú per le gambe, lo fa solo per
avere una maggiore libertà di movimento. Ma è pur
sempre decentemente vestita, ha il reggipetto e le mu-
tandine. Di baci non è il caso di parlare, e neanche pos-
so toccarle i seni, ma lei mi tocca il petto per sentire
come mi batte il cuore. Una volta che facendo il ponte
mi piegai all'indietro, il mio perizoma si sciolse, e El-
friede balzò via con uno strillo, io le corsi dietro per il
corridoio buio, tenendo sospeso il fazzoletto sul fallo
eretto, la seguii fino in camera sua, che si trovava ac-
canto all'ingresso, ma proprio quando ero appena sal-
tato oltre la soglia sentii armeggiare nella serratura di
casa, e allora feci dietro front, mi precipitai di nuovo
per il corridoio fino in camera mia, mi buttai un ac-
cappatoio sulle spalle, preso da improvvisa ispirazione
scappai nel soggiorno, accesi la radio, e mi sedetti là,
reprimendo a fatica l'affanno, finché entrò mia madre,
in un frusciante vestito da sera e scintillante di gioielli.
Avevo l'impressione che nel corridoio si dovesse ve-
dere ancora la mia fuga, l'impronta di un solo grosso
balzo, pietrificato per l'eternità. Questa fase della mia
esistenza, tutta piena di un groppo di sventura, è come
fosse rimasta infinitamente lontana, piú lontana che
non i primissimi giorni della mia infanzia. Volgo lo
sguardo a quel tempo come dalla sponda di un'altra
vita, estraneo a quell'io da cui son derivato. Vedo le
interminabili colonne, sento il monotono ritmo della
marcia, il fracasso degli stivali chiodati, il tintinnio dei
pugnali contro i cinturoni. L'uno dopo l'altro passava-
no le bandiere e gli stendardi, i visi spenti e anonimi,
le bocche aperte nel canto, l'uno dopo l'altro i tambu-
ri, e nella città rimaneva l'alone di un grande incendio.
E il ritmo della marcia proseguiva all'inflnito, come
un battito nelle viscere della città, v'era qualcosa che
si ricaricava da sé e prendeva piede, e prendeva anche
me, prendeva tutti, una forza che aveva scandito il suo
battito fin da quando io ricordavo, e anche da prima,
nel tempo della mia nascita e nei mitici anni in cui le
vampe dei cannoni restavano sospese sull'orizzonte e i
feriti si dissanguavano negli ospedali militari. Anch'io
ero prigioniero di un inesorabile ingranaggio, e se pu-
re ero di quelli che fuggivano, tuttavia anch'io m'ero
fuso con quell'interminabile passo di marcia, era come
se fin dal principio fossi rimasto sul bordo della strada
a veder sfilare quella massa d'uomini testardamente
incatenati gli uni agli altri, e c'erano anche i miei fra-
telli, armati di nodosi bastoni, con un'espressione re-
mota sul viso, gli elmetti d'acciaio e le insegne di una
nuova, spaventosa crociata. Anche quando andavo se-
gretamente in cerca d'altre verità, una sorta di costri-
zione mi incatenava alla marcia comune, piegandomi
alla folle idea di un generale destino. Le voci dei miei
sogni erano state sopraffatte dalle urla di comando del-
la realtà. Le mie proteste angosciate, i miei timidi ten-
tativi di rivolta, erano stati soffocati sul nascere. Non
riuscivo a riconoscere in quale posizione mi trovassi.
La rivelazione viene sempre dopo, quando tutto è fi-
nito. Piú tardi riuscii a capire e ad abbracciare tutto
con lo sguardo, ma allora ero trascinato ciecamente
dalla corrente. Allora pensavo solamente alla mia poe-
sia, alla mia pittura e alla mia musica. Se non fossi sta-
to posto d'un tratto di fronte a un mutamento decisivo
anch'io sarei stato tratto a rovina dalla marea delle co-
lonne in marcia. Questo improwiso mutamento av-
venne dopo avere ascoltato uno di quei discorsi che
allora erompevano dagli altoparlanti, e che, prima del-
la rivelazione, possedevano un'indefinibile forza d'at-
trazione, e dopo la rivelazione erano come un urlio
confuso dal fondo dell'inferno. Accanto a me era se-
duto Gottfried, il mio fratellastro, e ascoltavamo in-
tenti quel rauco gridare, eravamo soggiogati da quelle
grida, e sentivamo solo la nostra soggezione, il senso
non lo afferravamo, d'altronde non v'era senso, ma so-
lo sterminate distese di vuoto, vuoto pieno di grida.
Era tanto grande il potere di quel vuoto che noi ci
smarrimmo completamente, era come sentir parlare
Iddio per bocca dell'oracolo. E quando alfine tornò il
silenzio, e come un rombo svaní l'uragano di gioia,
gioia di morte e di olocausto, ma che sembrava allora
gioia per un fulgido awenire, Gottfried mi disse, pec-
cato che tu non possa essere dei nostri. Io a queste pa-
role non fui né sorpreso né spaventato. E quando Gott-
fried proseguí spiegandomi che mio padre era ebreo,
quella fu per me conferma di qualcosa che avevo pre-
sentito da tempo. Sentii rivivere in me esperienze rin-
negate, cominciai a comprendere il mio passato, pen-
sai alla muta di persecutori che m'avevano tirato sassi
e m'avevano schernito per la strada, accogliendo istin-
tivamente la tradizionale persecuzione di chi è diver-
so, l'ereditaria repugnanza per determinati lineamenti
del volto e determinate peculiarità del carattere. Pen-
sai a Friederle, destinato a divenire un giorno il mo-
dello dell'eroica difesa della patria, e cosí mi ritrovai
d'un sol tratto dalla parte dei vinti e degli esclusi, pur
senza capire ancora che quella era la mia salvezza. Per
ora riuscivo a cogliere soltanto il mio smarrimento, la
mia mancanza di radici, ero ancora ben lungi dal pren-
dere in pugno il mio destino e dall'attingere dalla mia
esclusione l'energia necessaria a una nuova indipen-
denza. Prima che noi lasciassimo la Germania e co-
minciassimo la nostra peregrinazione al di là di tante
frontiere, morí Margit. Il giorno in cui cominciò a mo-
rire, casa nostra era come una serra nell'afa del tem-
porale. I miei fratelli litigavano strillando e dandosele
di santa ragione. Mia madre, tormentata dal mal di te-
sta, stava sdraiata al buio in camera sua e gridava di
far silenzio. Attaccati l'uno all'altro come un branco
di volpi, le mie sorelle e il mio fratello piú piccolo ro-
tolavano per il corridoio, e mia madre uscí furibonda
di camera sua tenendo levata una racchetta da tennis,
il viso paonazzo e i capelli che svolazzavano a ciocche
I miei fratelli si staccarono di botto, udii i loro pas
si risonare lungo il corridoio senz'aria e sentii Margit
gridare, Mamma ha le convulsioni, mamma ha le con-
vulsioni. Furono le sue ultime parole che udii. La por-
ta di casa si spalancò, echeggiarono i passi perdendosi
glu per le scale, poi tornò il silenzio. Anch'io dopo un
po' uscii. Le mie sorelle erano scomparse, mio fratello
pattinava nel bianco viale rovente facendo lentamen-
te la spola in su e in giú. Pieno di tetra noia bighello-
nai per le strade ritrovandomi alla fine sotto casa, mi
appoggiai alla sporgenza sotto il balcone tamburellan-
do una rumba contro l'intonaco scabro e sgretolato del
muro, la Cucaracha, la Cucaracha. D'un tratto sentii il
mio nome, era una voce afona ma io l'avevo percepita,
non come un grido, ma come un turbamento nell'aria,
come una folata fredda, guardai in su verso il balcone
dove mia sorella Irene si sporgeva verso di me, il viso
bianco e un riso strano sulle labbra, il muro giallo luc-
cicava tra noi. E poi sentii Irene sussurrare Margit è
stata investita. Corsi in casa, la porta del nostro ap-
partamento era spalancata. In piedi in fondo al cor-
ridoio vidi mia madre. Si passava incessantemente la
mano sul VlSOche le si era disfatto, e le sue labbra
balbettavano senza posa, tutto quel sangue tutto quel
sangue tutto quel sangue. Davanti a lei, lungo il corri-
doio, stavano il mio fratello piú piccolo, e l'una dietro
l'altra Elfriede e Irene, tutt'e tre pietrificati nel loro
movimento come nel gioco delle belle statuine, Irene
ancora quasi a mezz'aria, appena tornata dal balcone
Elfriede inclinata di fianco, gli occhi rivolti verso di
me, mio fratello tutto ripiegato su se stesso con lo
sguardo fisso a mia madre. E mia madre continuava a
passarsi ininterrottamente la mano sul viso, e aveva
gli occhi chiusi e le sue labbra sussurravano, tutto quel
sangue tutto quel sangue tutto quel sangue. Scotendo-
Sl dal suo irrigidimento Elfriede mi sussurrò che Mar-
git era all'ospedale, e che aspettavamo che arrivasse
mio padre. Fuori si udí un'automobile che frenava, su-
bito dopo sentimmo i passi affrettati di mio padre su
per le scale, ci passò davanti di corsa chino in avanti
e con la giacca svolazzante, passò un braccio attorno a
mia madre, la sorresse, la sospinse per il corridoio te-
nendola accanto a sé. Il viso di mia madre era irrico-
noscibile. Uscirono, mentre noi trattenevamo il fiato.
La sera vennero i miei fratelli piú grandi, andammo
insieme alla clinica, io camminavo in mezzo. In silen-
zio camminammo attraverso il crepuscolo e i vapori di
benzina, ero percorso da brividi di freddo. In silenzio
attraversammo l'ampio cortile alberato dell'ospedale,
e lassú nella facciata rossa dell'edificio v'erano suore
affacciate alle finestre che scotevano coperte e batte-
vano materassi. In silenzio ci accostammo al letto di
Margit, e i brividi di freddo si mutarono in un tremito
che mi riempí tutto. La testa di mia sorella era tutta
fasciata di bende, le guance erano coperte di cerotti,
il naso tutto schiacciato era serrato in un supporto di
fil di ferro. Le mani, coperte di graffi, si aprivano e si
richiudevano nello spasimo. Le usciva un gemito di
bocca, ma come smorzato da un bavaglio. E fuori co-
noscenza, sussurrò un'infermiera vestita di un ampio
abito nero, le sue parole volevano essere di consola-
zione, ma che poteva mai quel conforto di fronte allo
spasimo orrendo che fece tendere d'un tratto il corpo
di Margit incurvandolo in un arco incavato, che pote-
va mai codesto conforto, da che vidi mia sorella scat-
tare all'insú puntata sulla testa e sulle punte dei piedi,
come si offrisse tutta d un amante in un estremo di vo-
luttà, formando un ponte tra la vita e la morte. La co-
perta sgusciò via, la camicia le era salita fino al collo,
ed io vidi quel ventre chiaro e liscio che avevo sentito
contro il mio corpo, vidi quei piccoli seni che avevo
accarezzato, vidi la rotondità tenera del suo grembo in
cui avevo spinto il mio sesso. Il tremito non mi lascia-
va piú, lo sentivo nel petto, lo sentivo nelle ginocchia
lo sentivo nelle mani, e i denti mi battevano. E anche
il giorno dopo continuai a tremare, il giorno dopo,
mentre, in piedi davanti al cavalletto in camera mia
dipingevo. Intanto che Margit lottava col suo sinistro
amante fino a consumare lentamente le sue forze, io
dipingevo il mio primo quadro di grandi dimensioni.
Da uno sfondo nero emergevano tre figure vestite di
bianco, medici o giudici, i loro visi erano chini in un'e-
spressione di opprimente serietà, i loro sguardi volti
a terra escludevano la misericordia. Dipinsi anche il
giorno seguente, scosso dai brividi, e quando Gott-
fried entrò nella mia stanza avevo appena dato l'ulti-
ma pennellata. Gottfried mi guardò senza parlare ed
io capii che era la fine. Camminammo per strade buie
e soffocanti. Nella camera dell'ospedale i miei genito-
ri erano seduti al letto di morte, la mano nella mano
Nello sfondo l'infermiera cattolica si agitava come un
grosso uccello nero. Sul comodino ardeva una cande-
la. Rimasi in piedi, tremante, di fronte a colei che era
immota e spenta. Avevo la sensazione di essere sospe-
so di un palmo sul pavimento. Avevano tolte le bende
e la protesi dal viso tutto piagato. Era un viso gial-
lo, appiattito, estraneo. Gli occhi erano affondati nel-
le orbite. Le morte mani erano incrociate sul petto
somigliavano alle affusolate mani intagliate delle sta-
tue gotiche. Tra le dita irrigidite era adagiato, enorme
e assurdo, un crocefisso nero. Anche i miei genitori
erano come statue immerse nella penombra. Nell'au-
tomobile scoperta che ci riportò a casa attraversando
lentamente le strade, mia madre giaceva riversa, com-
pletamente prostrata. A casa. Non c'era piú casa. Il
viaggio verso l'ignoto era cominciato. Vagavamo nel
fremito leggero della città come in mare i naufraghi di
una scialuppa. Il mattino seguente vidi Margit ancora
una volta. Era adagiata sul feretro nella camera arden-
te dell'ospedale. Avevano ricoperto di ovatta le sue
orbite. I capelli ben ravviati avevano perduto la loro
lucentezza. Una mosca le svolazzava sulla fronte. Cac-
ciai la mosca e nel gesto sfiorai i capelli di Margit. La
mano mi si ritrasse istintivamente, i suoi capelli erano
cosí freddi, non avrei mai pensato che i capelli potes-
sero essere cosí freddi. Nei giorni seguenti, durante i
quali le finestre di casa nostra rimasero abbrunate, con
le tende che fluttuavano come vele nere ad ogni leggera
folata, si poté sentire appena di tanto in tanto un sus-
surro e un trapestio di passi leggeri nel corridoio. Mia
madre stava immobile in una poltrona, le braccia ab-
bandonate,cGme un fantoccio di argilla.Un giorno ven-
ne il parroco. Mio padre e lui parlarono insieme con vo-
ci appena percettibili, si trattava del necrologio che un
parroco sconosciuto doveva pronunciare in memoria
della vita conchiusa di una sconosciuta. I miei fratelli
ed io, noialtri ancora in vita, ce ne stavamo qua e là
per le stanze senza osare guardarci tra noi, mi accor-
gevo che il viso di Irene si voltava a me di tanto in tan-
to, ma io distoglievo lo sguardo, sapevo bene che sarei
stato costretto a ridere se avessi incontrato i suoi oc-
chi. Mio padre e il parroco erano sprofondati nelle
poltrone, il parroco si chinava verso mio padre, la vo-
ce di mio padre era un sussurro, il parroco chiedeva
notizie, voleva qualcosa di caratteristico, una formula
che potesse racchiudere la natura di Margit, ed io colsi
le parole raggio di sole. Era il nostro raggio di sole,
disse il parroco, e assaporò la frase. Mio padre fece
cenno di sí, senza parlare. Gottfried si era assunto l'in-
carico di trattare con l'impresa di pompe funebri. La
bara, la lapide, i fiori, erano stati scelti, era già stato
stabilito il programma di musiche per la cerimonia. Se-
guii Gottfried nella camera ardente. Il corpo di Mar-
git era già stato posto nella cassa e su di lei era già
stato avvitato il coperchio. La bara fu caricata sul car-
ro funebre, la carrozza partí per il cimitero del bosco,
con Margit chiusa nella bara e con me e Gottfried se-
duti accanto al vetturino. Attraverso i vetri dei fine-
strini potevo vedere dietro di me la bara, coperta di
ghirlande e di mazzi di fiori. Le vibrazioni della car-
rozza in movimento facevano tentennare la bara e nel-
la bara tentennava il corpo della mia sorella morta.
Durante la cerimonia per la sepoltura stavamo seduti
l'uno stretto all'altro negli angusti banchi della cap-
pella. Quando finí di fluire la voce del parroco, e il suo-
no delle parole raggio di sole fu penetrato in me per
1 ultima volta come un coltello, e quando l'ultima pre-
ghiera si fu persa nell'odore già rancido dei fiori e del-
le ghirlande, e noi storditi tra~icavamo per alzarci dai
banchi, mia madre rimase incastrata nello spazio an-
gusto tra l'inginocchiatoio e il leggio. Mio padre e
Gottfried si diedero da fare finché la trassero fuori di
lato. Fuori danzavano le chiazze di sole. Flettendo e
stendendo le braccia nello sforzo, i dorsi incurvati e i
muscoli guizzanti sotto le giacche, le gambe ben tese e
puntate in avanti, uomini vestiti di nero calarono per
mezzo di funi la bianca bara nella nera fossa. Il parro-
co riempí di sabbia una paletta, era una paletta verde,
simile a quella che avevamo noi per giuocare nel re-
cinto di sabbia. Mia madre era lí presso, tutta avvolta
in fitti veli neri e sorretta da mio padre e da Gottfried.
Dalla fila degli astanti uscí una bambina dell'età di
Margit, diede la mano a mia madre, fece l'inchino e ar-
retrò di nuovo nella fila, donde uscí una seconda bam-
bina, che diede la mano a mia madre, fece l'inchino, e
rientrò nella fila, donde uscí una terza bambina, che
diede la mano a mia madre, fece l'inchino e rientrò
nella fila, uscí una quarta bambina, diede la mano a
mia madre, fece l'inchino e rientrò nella fila, e usciro-
no una quinta e una sesta bambina e un'altra e poi al-
tre ancora ne uscirono, diedero la mano a mia madre
fecero l'inchino e arretrarono, finché tutte le compa-
gne di classe di Margit furono uscite e rientrate nella
fila dopo aver dato la mano a mia madre e fatto l'inchi-
no. Per tornare ci stipammo tutti insieme in un'auto-
mobile. Io ero accucciato sul fondo, Irene era semi-
sdraiata su me. Il mio fratello piú piccolo scompariva
quasi tra mio padre e mia madre, le ginocchia di mio
padre mi pungolavano il torace e quelle di Gottfried
mi calcavano la schiena. Avevo il viso tutto rigato di
sudore. Fuori filavano via le strade assolate, mentre
qua e là nella polvere qualcuno si fermava a guardarci.
Fu, quello, l'inizio della dissoluzione della nostra fa-
miglia. Ben presto quel viaggio, durante il quale re-
stammo aggrappati l'uno all'altro ancora una volta, fi-
ní, ben presto i miei fratellastri scesero e ci lasciarono,
ben presto la città rimase alle nostre spalle e con lei
il paese in cui ero diventato grande, e cominciò un'al-
tra vita all'estero. Per molti anni ancora una comunan-
za di vita faticosamente tutelata sostenne la struttura
esterna della nostra famiglia. Mettemmo casa in un
edificio di mattoni rossi tra gli argentei salici di una
campagna inglese, mettemmo casa in una villa giallo
sporco nell'angustia maligna di una città industriale
della Boemia, mettemmo casa infine in un grande cha-
let marrone scuro sulle rive di un lago svedese, e là si
compí il declino che era cominciato con la morte di
mia sorella. I miei genitori serbavano l'unità familia-
re, ma anche la loro morte era cominciata, anche loro
avevano cominciato a morire con la morte di mia so-
rella.on la morte di mia sorella ebbero inizio i miei
tentativi di liberarmi del passato. Vi furono periodi in
cui smaniai e tempestai, e la mia ribellione a lungo re-
pressa traboccò e si diede a maledire i vecchi domina-
tori e li percosse, ma i miei colpi caddero nel vuoto e
le mie sconce imprecazioni non trovarono ascolto. L'o-
dio, la violenza, non servivano piú a niente, avevo per-
so tutte le occasioni, oramai i miei nemici erano inaf-
ferrabili. Non sapevo dove si nascondesse il nemico.
Non sapevo che cosa mi fosse successo. Infuriavo con-
tro me stesso, perché solo in me stesso v'erano ancora
punti d'appiglio, solo in me s'era serbato iI passato, ed
ero io ad amministrarIo. II passato si imponeva come
un incubo, come la stretta di una camicia di forza, il
passato era nelle ore nere come l'inchiostro che stil-
lavano lentamente attorno a me, e poi, magari, si ridu-
ceva d un tratto a niente e sveIava un piccoIo spiragIio
di Iibertà. Allora vedevo i miei genitori pieno di sim-
patia e di comprensione. Ci avevano dato tutto quel
che avevano potuto, ci avevano dato da vestirci e da
mangiare e una casa come si deve, ci avevano dato la
loro sicurezza e il loro ordine, e non capivano che non
glie ne eravamo grati. Non poterono mai capire che
noi gli sfuggivamo di mano. Vagamente presaghi d'a-
vere mancato in qualcosa, si riscattavano con costosi
regali, i compleanni e tutte le altre feste erano scaden-
2e in cui pagare una rata della loro inconsapevole coI-
pa. E i regali erano sempre sbagliati, per quanti ne ri-
cevessimo ce ne stavamo sempre Ií con sguardi che
chiedevano di piú. QueI che volevamo non Io ottene-
vamo, e noi stessi non sapevamo che cosa volessimo.
Cosí ce ne stavamo gIi uni di fronte agli altri, noialtri,
i figIi, scontenti, e i genitori offesi, ed eravamo inca-
paci di spiegarci a vicenda. Ed io ho raccolto questa
eredità di incomunicabilità. Mi sono addossato l'in-
comprensione dei miei genitori. L'imbarazzo dei miei
genitori è divenuto il mio imbarazzo. Le loro voci so-
no vive in me. Ho fatto penitenza, mi sono Iqagellato,
e ho costretto me stesso ai lavori forzati. E la febbre
malarica dell'incapacità mi ha sempre assalito, a in-
tervalli. Allora ero ancora una volta lo scolaro fallito
chiuso a chiave nella sua stanza, mentre di fuori ribol-
liva, irraggiungibile, la calda vita. Allora mia madre,
seduta accanto a me, mi interrogava, ed io non sapevo
niente. Maiale si dice pig, pig viene da picken 1pick,
pick, pick, e intanto mi prendeva per la nuca e mi
spingeva il naso sul quaderno dei vocaboli, pick, pick,
pick, cosí almeno te lo ricorderai. Me Io ricordavo.
TalvoIta mi accadeva di scuotermi da un sogno con un
grido, e aIIora risentivo la mano di mia madre stretta
sulla nuca, risentivo sulla guancia lo schiaffo di mia
madre, udivo la sua voce infuriata, vedevo il suo indi-
ce caIare accanto a me sulla tastiera del pianoforte per
mostrarmi Ia nota giusta, la nota che non ero riuscito
a trovare, e neanche lei la trovava, il suo dito pestava
il tasto sbagliato, sentivo negIi orecchi Ia striduIa dis-
sonanza. Ed io prendo Ie mani di mia madre e Ie sco-
sto di lato, e con la mano sfioro le sue mani, e vedo
mia madre seduta la sera accanto al lume e le sue mani
intente sui panni, le sue mani occupate per tutta una
vita con le nostre calze, le nostre camicie, i nostri caI-
zoni strappati, Ie sue mani affaccendate per tutta una
vita a darci da mangiare, Ie sue mani che per tutta
una vita ci hanno sorretto, Iavato, punito, ed ecco che
a un tratto queste mani si abbandonano spossate, d'un
tratto hanno finito di servire, e iI suo viso iIIuminato
daIIa Iampada guarda fisso davanti a sé, e Ia bocca si
schiude, e i duri tratti si aIIentano, e iI suo sguardo è
intento a quaIcosa di incomprensibiIe e il suo viso è
cosí sospeso da assumere un'espressione di sconfina-
to sbigottimento.li fu sempre questo, in Iei, Ia paura
di un mutismo, di una paraIisi che Ia cogIiessero d'un
tratto, finché fu giovane fu soIo Ia paura deI siIenzio e
deIl'immobiIità, una paura che aveva combattuto con
tutta Ia sua energia e che I'aveva resa imperiosa e ira-
scibiIe, ma che taIvoIta Ia sopraffaceva precipitandoIa
in repentini deIiqui, e allora croIIava a terra come per
una tremenda mazzata, e Ií giaceva, simile a una mon-
tagna, spaventevoIe, e quando invecchiò gIi accessi di-
vennero Ienti, soffocanti, Ie schiacciavano iI petto, Ie
impiombavano Ie giunture, Ie uccidevano Ia voce. Tro-
vo neI suo diario questa nota, Fatto un sogno spaven-
toso. Ero in una grande stanza, Ia mamma mi prende-
va per mano e mi presentava orgogliosamente a tutti.
Poi entravamo in una sala, dove, alta e di fronte a me,
era accovacciata un'aquila rossa e blu. Tutti quelIi che
erano chiusi nella stanza venivano condotti ad uno ad
uno davanti all'aquiIa, che piano piano stendeva gli
artigli e strappava Ioro Ia lingua di bocca. Anch'io le
venivo condotta davanti. Mi sono svegliata con un
grand'urlo. Una volta mia madre mi disse, Mi sei ri-
masto sempre estraneo, non sono mai riuscita a capir-
ti. Questo mi fu piú duro che offrire iI viso agli schiaffí.
Non era ancora morto il bisogno di essere tenuto in
braccio da lei. Un episodio mostrò I'apprensione che
regnava nei nostri rapporti. Dopo Ia casa neI boschet-
to ci eravamo trasferiti in un aItro appartamento. Gli
amici dei miei genitori avevano deciso di festeggiare
il trasloco con una seduta spiritica, e la sera prestabi-
lita mia madre, che non sapeva niente dei preparativi,
fu invitata fuori da alcuni complici. Gli ospiti ci inva-
sero la casa aggirandosi con furia spettrale, e mentre si
imbacuccavano con lenzuoli bianchi furono apprestati
piatti pieni di vivande e i domestici misero una tova-
glia sulla tavola, e quando tutto fu pronto mia madre
fu chiamata al telefono, e una voce contraffatta, cupa
e misteriosa, Ie annunciò che io, che quella sera ero a
letto con la febbre, avevo bisogno di lei. Piú tardi mia
madre mi raccontò che in quel momento aveva creduto
che io, nel delirio della febbre, mi fossi buttato dalla
finestra. Quando irruppe in casa le si presentò una sce-
na paurosamente diversa da quella che aveva lascia-
ta, attraverso I'ampia porta spalancata della stanza da
pranzo, vide attorno al tavolo, alla luce delle candele
e immersa in un silenzio di morte, un'accolita di figure
incappucciate, e Auguste in corridoio che faceva smor-
fie e Sl sbracciava in grandi gesti come fosse uscita di
senno, e mia madre balzò di lato e piombò in camera
mia con un grido, volò alla fínestra e sporgendosi tutta
gridò il mio nome. Ma se sono qui, esclamai io, levan-
domi a sedere sul letto. Si girò di scatto e mi si buttò
ai piedi piangendo e abbracciandomi. I1 culmine dei
nostri rapporti l'avevamo toccato molto prima, nel
corso del nostro strano e breve viaggio. I medici ave-
vano consigliato a mia madre, date le mie frequenti ma-
lattie, di portarmi in un convalescenziario su di un'iso-
la in mezzo al mare. Ed eccomi lí dentro, un gran pavi-
mento di legno ampio e lustro mi si stende davanti, e
mia madre mi ha lasciato, mia madre mi ha abbando-
nato, non c'è piú vita per me, corro su quel pavimento
terso come uno specchio e mi ritrovo in una strada, è
una strada di sabbia bianca, e sulla sabbia bianca sor-
gono nere chiazze di sole, e le chiazze si fanno sempre
piú fitte, e le lacrime mi cadono addosso, e corro giú
per la strada fíno alla spiaggia, e davanti ho l'immenso
corpo verdastro del mare, e il corpo ha un ansito rau-
co e si solleva verso di me, ed io corro verso quel cor-
po, voglio entrare in lui, ed ecco che due braccia mi
circondano e mi tirano indietro, e mia madre mi ri-
prende e mi riporta indietro, e non nel convalescen-
ziario, non di nuovo in esilio, ma nella sua stanza d'al-
bergo, e nella notte stiamo in questa stanza, mia madre
in una poltrona di vimini sotto lanestra, io ai suoi
piedi, e la nave non parte che all'alba, ed io sono solo
con mia madre, l'ho tutta per me, e lei mi ha dato delle
banconote per giuocare e le cifre sulle banconote par-
lano di inaudite ricchezze, banconote che saranno già
svalutate l'indomani, e mi crocchiano tra le dita, e il
fascio di luce di un faro guizza nella stanza a intervalli
regolari e accende in un lampo un cassettone bianco,
uno specchio, e i grandi fiori del tappeto. E poi la car-
rozza ci portò alla nave, e nella carrozza era seduto di
fronte a noi un uomo con un gran cappello nero floscio
e il viso nascosto dall'ombra fitta. Sulla nave stavo in
piedi su di una scaletta della cabina, col viso rivolto a
prora, e i miei sensi erano all'erta, e bevevo il vento
teso, e spruzzi salmastri mi schizzavano in faccia, e
neri brandelIi di nubi si rincorrevano alla ventura nel
cielo sempre piú chiaro. Benché non sapessi niente di
mia madre, pure il suo corpo avevo potuto sentirlo,
avevo colto Ia sua presenza in contatti intensi, in sfu-
mature di voce, neII'effluvio del suo sesso. Ma mio
padre era inafferrabiIe, tutto chiuso in se stesso. La
mattina, quando mi Iavavo in bagno accanto a Iui, Io
osservavo con un'intensità indagatrice. Peli tenui, in-
colori, gli circondavano i grossi capezzoli schiacciati,
dipartendosi daI mezzo deI petto. Aveva una peIle flac-
cida e bianchiccia. Sotto I'ombeIico si scorgeva il rilie-
vo di una cicatrice. II sesso rimaneva nascosto, non
vidi mai mio padre nudo. Quando mi Iavavo mi tiravo
giú Ia camicia da notte Iegandomi Ie maniche attorno
ai fianchi. La camicia mi penzoIava sulle gambe come
una sottana. Mio padre controllava l'operazione. TaI-
voIta, anche, vedendomi sobbaIzare aI contatto del-
l'acqua fredda, dava di mano aI guanto di spugna e mi
strofinava iI viso e il colIo. In famiglia I'atteggiamento
di mio padre verso di me era sforzato. Dietro le pres-
sioni di mia madre si adattava di tanto in tanto alla
parte di autorità esecutiva, che però non si confaceva
al suo carattere restio. Accadeva talvolta che quando
tornava a casa dal Iavoro mia madre lo sobillasse col
racconto delle mie malefatte. Di quali malefatte si trat-
tasse, poi, rimaneva per Io piú neI vago. Forse era il
racconto di una prepotenza fatta ai miei fratelli piú
piccoli, o di un rimprovero avuto dall'insegnante. Nei
casi particolarmente gravi mia madre attendeva il bab-
bo sul cancello deI giardino, e aIIora potevo vederla
dalIa mia stanza, dove ero stato rinchiuso per castigo.
Andava su e giú inquieta e poi correva incontro al bab-
bo, quando arrivava. Premevo il viso contro il vetro
seguendo con lo sguardo i suoi gesti bruschi. In fondo
allo stomaco avevo uno spasimo simiIe a un solletico.
I miei genitori percorrevano iI viottolo fino a casa, poi
sentivo avvicinarsi i passi di mio padre sulla scala. Ri-
manevo inchiodato alla finestra ascoltando il trame-
stio alla maniglia e alla serratura. L'impaccio di mio
padre nell'aprire la porta protraeva la mia attesa della
punizione. Intanto che armeggiava alla porta, mio pa-
dre, per riuscire a infuriarsi, gridava varie minacce. Fi-
nalmente piombava in camera mia, si precipitava su di
me, mi afferrava e mi collocava sulle sue ginocchia.
Siccome non era forte, i suoi sculaccioni non facevano
male. Ma un tormento da darmi il voltastomaco me Io
procurava I'intimità umiIiante in cui ci trovavamo. Lui
che mi picchiava, io che frignavo, avvinti in un amples-
so pauroso. Io gridavo perdono e lui gridava parole in-
coerenti, né lui sapeva perché mi picchiasse, né io sa-
pevo perché fossi picchiato, era un rituale imposto da
oscure potenze superiori. Poi, esaurite le forze, mio
padre restava Ií seduto senza fiato, tutto sudato, e ora
aveva bisogno di conforto e protezione, aveva fatto iI
suo dovere e adesso era iI turno delIa riappacificazione,
il turno della precaria armonia familiare, anche mia
madre accorreva, e restavamo awiluppati l'uno all'al-
tro come un blocco solo, piangendo Ie lacrime del sol-
lievo. Scendevamo insieme nella casa che insieme abi-
tavamo, a prendere la cioccolata con la panna montata
e la focaccia. Solo in quelle domeniche in cui mi capi-
tava di accompagnare mio padre all'ufficio, si delinea-
vano spunti di un possibile diverso rapporto d'intimi-
tà. Erano spunti cui non fu mai dato di sviIupparsi.
Nell'atrio, proprio accanto alla scala che saliva all'uf-
ficio, c'era un teatrino panoramico con l'ingresso a vol-
ta sormontato da una maschera di fanciullo, le orbite
vuote e le labbra aperte e curvate all'ingiú. Passandovi
davanti gettavo sempre uno sguardo angosciato a quel
viso bianco che aveva pianto tutte le sue Iacrime e ora
rimaneva per sempre impietrito nel suo dolore. Nel-
l'ufficio c'era odore di tabacco e di cenere fredda, sugli
affumicati pannelli di legno delle pareti erano appese
fotografie incorniciate di fabbriche e di volti grassi e
baffuti, e un gran planisfero con le rotte marittime di-
segnate sull'oceano tutto blu. Attorno a un rotondo
tavolinetto da fumo c'erano tre profonde poltrone di
cuoio, e sul piano di ottone martellato del tavolinetto
stavano alcuni portacenere pieni di macchie nere e un
bianco elefante di porcellana e scatole di legno per i
sigari, il cui coperchio, a sollevarlo, mostrava all'inter-
no figurine, dipinte a colori vivaci, di velieri, di don-
ne more, di ancore, di bandiere crociate e di monete
d'oro. Gli alti scaffali di legno marrone erano pieni di
raccoglitori e di campionari messi in fila. Mio padre
stava seduto alla sua scrivania sotto la finestra e apriva
la posta con un tagliacarte di avorio. Io gli sedevo di
fronte, staccavo i francobolli dalle lettere immergen-
doli in una bacinella d'acqua, e li stendevo ad asciu-
gare su di un gran foglio di carta assorbente verde.
Sogguardavo mio padre mentre scorreva le lettere con
un'espressione seria in viso, e nella pallida mano cu-
rata, con le vene azzurrognole e rilevate, teneva la si-
garetta da cui si snodava il fumo. Il silenzio era rotto
solo di tanto in tanto da un colpetto di tosse di mio pa-
dre, o magari capitava che levasse gli occhi e incontras-
se il mio sguardo, e allora sorrideva, e talvolta dal tea-
trino nel cortile si sentiva vibrare a intervalli il rullo
con le figurine, che ruotava e si scrollava sotto la calot-
ta di vetro sottesa da una rete metallica. Qualche volta
scendevo al teatrino, in un angolo del buio locale la
padrona sedeva su un seggiolone mentre in grembo le
russava un asmatico cagnolino nano. Per lo piú ero l'u-
nico visitatore, e la padrona lasciava che io mi girassi
anche piú di una storia. Sedevo su una seggiola davanti
al grosso cilindro nero e incollavo gli occhi agli spion-
cini unti, dietro i quali mi si mostrava la vivida e lu-
minosa rigidità delle scenette stereoscopiche. Ecco la
mandria di bufali che fugge dinanzi alla steppa incen-
diata, ecco i cacciatori assaliti dagli orsi nella nordica
luce del polo, ecco il condannato legato sul patibolo e
il carnefice già pronto a librare la lama, ecco la città
scomparsa nel terremoto, ed ecco il razzo lunare appe-
na atterrato sul lontano astro. Con gli occhi dolenti e
preso da un senso di capogiro guardavo fisso le scene
che entravano nel campo visuale, indugiavano un atti-
mo e riprendevano il giro. La piú impressionante era
quella della stanza con il ladro intento a scassinare il
cassetto della scrivania. Era una stanza curata e ordi-
nata, i cuscini del divano erano schiacciati come se vi
fosse stato appena seduto qualcuno, c'era un libro
aperto sul tavolo sotto la lampada, e nel caminetto ar-
deva il fuoco, solo il cane, accucciato sul pavimento
con le zampe stese dritte davanti a sé, faceva un effetto
inquietante. Le mani del ladro erano sprofondate nel
cassetto, e il suo viso, coperto fino agli occhi da un faz-
zoletto nero, era rivolto verso la porta con aria tesa,
come se avesse udito un rumore fuori, nel corridoio
buio. Ed ecco che sono a Londra, nel deposito dell'uffi-
cio di mio padre, tra il tavolo dei campionari e lo scaf-
í fale pieno di rotoli di stoffa, e dentro di me sale un'in-
quietudine sempre piú viva. Sono chinato e trattengo
il fiato, e guardo attraverso il vetro della porta nell'uf-
ficio, dove mio padre è seduto alla scrivania, dritto e
sottile, e la figura molle e fluttuante del socio si appog-
gia alla scrivania chinandosi su lui. I1 socio gli parla
fitto fitto con una voce chiocciante, mio padre lo guar-
da di sotto in su con la testa piegata da un lato. In fon-
do alla stanza e seduta una certa signorina Grau, che
schiaccia le dita sui tasti della macchina da scrivere. Mi
siedo al tavolo dei campionari, mi stringo contro il
bordo, e tiro fuori di tasca un libro. Appoggio il libro
sullo spigolo del tavolo, al riparo di un voluminoso ca-
talogo. Lo apro e comincio a leggere, mentre un minu-
scolo sorvegliante guarda da sopra la mia spalla e tiene
d'occhio la porta, e intanto tengo pronta la mano ar-
mata di matita tra le liste del catalogo. Le parole del
libro si fanno strada in me, e intanto sento il pavimen-
to di pietra sotto le scarpe, sento il voltolio delle ruote
dei carri sui grossi vetri del lucernario, sopra il soffitto
cosparso di macchie frastagliate come continenti, sen-
to il trapestio dell'ombra scura di una suola, e l'atrio
è pieno di sussurri e tintinnii, e dal fondo dello stoma-
co l'ansia si irradia e si spande nel petto e nelle visce-
re. Era il tempo in cui andavo a giro per Kristiania, e
avevo fame, in quella strana città che nessuno lascia
senza esserne stato segnato. I1 sorvegliante mi batté
la manina dura e liscia sul collo, la porta si aprí ed en-
trò il capomagazzino, respirando raucamente e facen-
do scricchiolare il passo pesante. I capelli grigi e scom-
pigliati gli svolazzavano attorno al capo, le setole della
barba rilucevano come seta. Lasciai scivolare il libro
sulle ginocchia e di qui in tasca. Il capomagazzino mi
si sedette di fronte, all'altro capo del lungo tavolo. Tra
noi correvano le spesse venature del legno, traversate
qua e là da tacche di coltello. Il capomagazzino cavò di
tasca una bottiglia verde e piatta, la sturò, la portò alle
Iabbra, bewe due o tre sorsate gorgoglianti, ricalcò il
turacciolo nel collo della bottiglia, si passò il dorso
della mano sulle labbra, si cacciò la bottiglia in tasca
Il mio sguardo rimaneva l';SSo al suo viso, fermo e vuo
to ma possente, cosparso di larghi pori sudici. Aveva
una giacca lisa, una camicia sporca, le mani tremanti e
consunte cercavano di mettere a posto una pila di car-
te grigiastre e gualcite. Portò alla bocca una matita
copiativa breve e tozza che sembrava gli si fosse smoz-
zicata tra le dita, ne inumidí la punta, e sulla lingua gli
rimase un puntino viola, come una perla. Comparve
sulla porta la signorina Grau, e mi chiamò. Mio padre
voleva parlarmi. Andai nella stanza accanto. Mio pa-
dre era sempre seduto alla scrivania, ma si era gettato
all'indietro contro lo schienale flessibile della poltron-
cina girevole, mentre il socio gli era seduto davanti
sulla scrivania, e si chinava su lui continuando a gor-
gogliare il suo discorso, le dita a salsiccia incrociate
sul ventre, e il viso che gli ballonzolava in su e in giú
col suo doppio mento lardoso e le sopracciglia ispide.
Rimasi in piedi accanto alla signorina Grau, annusan-
do l'odore secco e stantio del suo corpo. Lei sorrideva
esitante coi suoi denti guasti, e la sua pelle lanuginosa
si soffuse di un leggero rossore. Vidi il mio viso nelle
sue pupille, la mia immagine le era entrata nella testa
e mi fissava opaca dai suoi occhi. Mio padre, sguscian-
do di sbieco di sotto la massa incombente del socio, si
volse verso di me. I1 viso che mio padre mi rivolse era
di un colorito giallognolo e malaticcio, ed io vidi qual-
che gocciolina di sudore ferma sulla sua fronte. Il suo
viso chiedeva aiuto, vidi che il socio gli era superiore,
lui era del paese, non soltanto era compartecipe del-
l'azienda, ma ne era anche il fondatore e il padrone,
aveva preso mio padre con sé solo per fargli un piace-
re. La mano di mio padre scese a tentoni sul manico
della borsa dei campioni. Disse che doveva andare a
trovare il direttore di un grande magazzino e mi chiese
di accompagnarlo. Gli presi la borsa e uscimmo in
istrada. Cavalli scuri e arruffati ci passavano accanto
pestando pesantemente sull'acciottolato, ad ogni pas-
so guizzavano i muscoli delle cosce e sprizzavano scin-
tille da sotto i ferri, la luce lampeggiava di tra i raggi
delle ruote in movimento. Un rombo di campane si
srotolava dalla cupola della cattedrale di San Paolo.
Con mio padre camminavo nel fiotto dello scampanio,
e intanto lui mi descriveva il direttore del grande ma-
gazzino. Sentivo dalla sua voce che egli stava dandosi
coraggio e che voleva far credere a me e a se stesso che
il direttore l'aspettava pieno di sentimenti amichevoli,
e che la visita prometteva un gran successo. Fluttuan-
do nel rombo delle campane e negli aggressivi richiami
degli strilloni mi andavo accorgendo di come mio pa-
dre volesse conquistarmi alla sua professione, di co-
me cercasse di dipingermi un brillante futuro di affari.
Per qualche istante dimenticai dove mi trovassi il
fiotto delle campane, e le automobili fruscianti con le
bianche fiammelle sul tetto, e il rombo e lo scampanel-
lio dei rossi autobus a due piani con le loro fitte file di
volti sospesi dietro ai finestrini, si persero nel sussur-
ro segreto dei miei pensieri informi. Prima di entra-
re nell'anticamera del direttore avevo attraversato
un'intera Atlantide sommersa. Attendemmo seduti su
un'alta panca di legno. Mio padre aveva aperto la bor-
sa e aveva tirato fuori qualche campione. Mi fece no-
tare la qualità della stoffa. La sua voce era incerta e ve-
lata Venne una ragazza platinata che ci guidò per un
corr1doio, mentre camminava la sua mano con le un-
ghie laccate di rosso andava sollevando e riordinando
la crocchia sulla nuca. Ci aprí una porta, e dal chiarore
accecante della stanza ci venne incontro il direttore
dell'emporio, la vita elegantemente attillata e le spal-
le squadrate e ben imbottite, luccicante d'oro, gorgo-
gliante, ridente. Batté un colpetto sulla spalla di mio
padre come si dà un colpetto a un cavallo, lo portò a
un tavolo, come a una greppia, lo aiutò a vuotare la
borsa. Mio padre dispose le stoffe sul tavolo con dita
incerte e carezzevoli. Le mani del direttore balzarono
tra le stoffe con gesti spicci, strofinandole, stiracchian-
dole, facendole schioccare. Fece la sua scelta celiando
e appuntando due dita schizzinose, mentre mio padre
ammiccava verso di me di tanto in tanto con aria di
intesa, e le sue mani pallide dalle nocche sottili e dalle
unghie regolari, tonde e levigate, restavano appoggia-
te sul bordo del tavolo, piene di speranza. La stanza
era un blocco di luce con riquadri abbaglianti alle fine-
stre. Nel blocco di luce nuotavano le superfici spec-
chianti dei tavoli. Di tanto in tanto figure dal profilo
evanescente attraversavano la stanza. Al disopra del
piano scintillante del tavolo, tappezzato di stoffe mul-
ticolori, venne concluso un affare tra mio padre e il di-
rettore del grande magazzino. Con un gesto amichevo-
le il direttore acconsentí ad assumermi come appren-
dista nella sua azienda. Io me ne resi appena conto e
me ne dimenticai subito, vedevo di fronte a me le
macchie azzurro scuro di mio padre e del direttore, e
lo strano luccichio delle loro camicie. Sulla strada del
ritorno per l'ufficio di mio padre mi persi per vie tra-
verse. Passai sotto antiche case e alte mura di fortezze,
traversai un cortile con un pozzo nel mezzo, ed entrai
in una bottega, un vasto ambiente sorretto da alti pila-
stri, e tutt'intorno, dritti contro le pareti, c'erano i
miei quadri. Mi interruppi per qualche istante, e pas-
sando tra lo scaffale pieno di balle di stoffa e il tavolo
del magazzino, confrontai le voci di un inventario con
le merci sullo scaffale. Poi uscii nel mio cortile, sellai
un cavallo, e cavalcai per campi arati verso una frasta-
gliata catena di monti, al margine di un boschetto era-
no sedute alcune figure lacere armate di coltelli e di
alabarde, gli passavo lentamente dinanzi a cavallo, i
finimenti tintinnavano, la macchina da scrivere tic-
chettava, la voce del socio mormorava fitto fitto su mio
padre, e tra i bianchi tronchi di betulle balenavano
animali dalle grandi corna e il bianco torso di una don-
na. Verso sera ero in piedi alla finestra della mia came-
ra. Alle oblique pareti grige della stanza erano appog-
giati i pochi quadri che avevo rubato alle mie ore di
libertà. In fondo alla casa abitavano i miei genitori,
mio fratello e mia sorella. Il giardino era avvolto in
una penombra azzurra. Dai campi da golf risonavano i
tonfi delle palle. I vetri della finestra avevano un sa-
pore amaro. Uscí una figura dal folto, vestita di una
verde giacca alla cacciatora, con un carniere e una ca-
rabina appesi alla spalla. Traversò obliquamente il pra-
to a passi sospesi e scomparve nella siepe dall'altra
parte del giardino. Sentii salire in me un senso molle
e caldo di paura. Era come se una mano mi si fosse tuf-
fata dentro. Mi sedetti alla scrivania, sulla quale erano
i miei manoscritti, accesi il lume e sfogliai le pagine in
cui raccontavo, in una scrittura da certosino, la mia
vita da tempo trascorsa. Ero vissuto secoli prima, e
seduto alla mia scrivania evocavo immagini e parole
che davano notizia della mia esistenza perduta. Mi ri-
scosse dalla mia assenza un rumore di passi su per le
scale. Erano i passi di Elfriede. Elfriede si era trasfe-
rita con noi, la sua stanza era accanto alla mia. Non ri-
chiuse la porta dietro di sé. Sentii che si accendeva una
sigaretta, che si spazzolava i capelli, che si sfilava i ve-
stiti. Mi alzai e mi accostai in punta di piedi alla porta
di camera mia. Di sotto, mio padre chiudeva la casa
per la notte. Si awicinarono i passi di mia madre. Ora
stava salendo la scala della so~tta, i gradini scricchio-
lavano sotto il peso del suo corpo, respirava affanno-
samente. Mi ritrassi in mezzo alla stanza. La maniglia
della porta si abbassò e mia madre entrò. Sei ancora
alzato, mi chiese, che stai facendo. Lavoro, dissi. Lei
girò lo sguardo intorno. Vide i fogli sulla mia scriva-
nia e chiese, che stai scrivendo lí. Oh, nulla, mormorai
evasivamente. Non stare troppo alzato, però, disse mia
madre, e tolse la coperta dal mio letto. Ripiegò il len-
zuolo e assestò bene il cuscino, poi mi venne vicina, mi
abbracciò e mi baciò. Quando fu uscita dalla stanza mi
riaccostai alla porta. Sentii mia madre scendere le sca-
le a passi lenti e pesanti, lasciandosi cadere di gradino
in gradino. Sentii aprire e chiudere porte, mia madre
andava di camera in camera a dare la buonanotte. Spin-
si piano piano la maniglia e schiusi la porta. Elfriede
era seduta sul bordo del letto, vestita di una corta ca-
micina. Le passai le mani sulle spalle e sui capelli, e
lei mi venne incontro, mi abbracciò, e la sua bocca si
appiccicò alla mia. Le sollevai la camicia fin sulle cosce
divaricate. Elfriede mi slacciò i pantaloni, ed io mi ri-
trovai preso nella costrizione di un incomprensibile
compito. Elfriede sospirando affannosamente, mi fru-
gò e mi trasse vicino all'apertura del suo corpo. I dati
e le formule del compito assegnatomi erano incoerenti
e non davano alcun senso. Elfriede, attendendo che la
penetrassi, chiuse gli occhi, e quando li riaprí io ero
scomparso. Ero in camera mia e avevo richiuso la por-
ta dietro di me. Andai su e giú per la stanza. Mi ero
levato le scarpe, perché non si sentissero i miei passi.
Mi raffiguravo nell'atto di fare un pacco dei miei qua-
dri e di andar via di casa. Ma non sapevo dove andare,
coi miei quadri. In qualsiasi posto mi immaginassi di
appoggiarli, veniva qualcuno che li trascinava via. Al-
la fine mi vidi distenderli sulla strada, mi sdraiavo lí
accanto, e gli autobus rossi passavano sopra a noi. Il
giorno dopo ero all'emporio. L'impiegato perfetto ha
sempre le forbici a portata di mano, disse il capo sezio-
ne, e mi infilò un paio di forbicine nel taschino della
giacca. Attraverso gli occhiali a pince-nez diede un'oc-
chiata critica al mio vestito e al mio colletto duro. Qui
tutti devono avere il colletto inamidato, non s'è mai
dato che qualcuno si sia rifiutato di portare il colletto
inamidato. S'arricciò i baffetti impomatati e mi portò
a fare un giro nel mio nuovo ambiente di lavoro. Nelle
sale dell'emporio si era fossilizzato l'intrico di una fo-
resta tropicale. Liane, radici e felci si avviticchiavano
alle colonne, alle volte, e alle ringhiere delle scalinate.
Le pareti e i soffitti lussureggiavano di funghi, muffe
e muschi. Le merci erano accatastate in stalagmiti. Tra
graniti, spine, e ossa consunte, erano ammucchiati cal-
zoni e bottoni, cassette e borsette, uncini e calzini, te-
naglie e fermagli, tinozze e piccozze, panciotti e cerot-
ti, bottiglie e maniglie, aringhe e stringhe, barattoli e
carabattole. Commesse arancioni svolazzavano nella
luce ovattata della giungla, come farfalle. La mia pri-
ma destinazione nelle profondità di un sotterraneo
rivestito di piastrelle bianche. Dietro lo stretto tavolo
che andava da un capo all'altro del lungo ambiente a
forma di budello, mi chinavo con altri confinati sui
campionari che vi erano sparpagliati. Scendevano giú
da noi le sarte della città, reggendo tra le dita della
mano levata ritagli di seta e di velluto, di lino e di da-
masco, infilzati negli aghi, e le nostre dita si tendeva-
no, prendevano gli aghi con i cenci colorati, con essi
percorrevano le pagine dei campionari alla ricerca del-
la stoffa corrispondente al modello. E poi, trovato l'ar-
ticolo giusto, scrivevamo su bigliettini cifre, lettere e
nomi, coi quali le sarte affrontavano il loro itinerario
su per le sfere superiori dell'edificio. E al disopra del
tavolo noi accostavamo il viso al loro, sussurravamo
domande nell'orecchio tra il solletico di capelli bion-
di, bruni, rossi, castani, respiravamo il profumo di vio-
letta e bucaneve, giocavamo con la punta dell'ago sui
capezzoli che si delineavano sotto le camicette sottili
Sfuggivamo all'aria opprimente del sotterraneo recan
doci infinite volte al giorno ai gabinetti, dove gli spor-
telli di latta degli armadietti personali si chiudevano
dando un suono simile a colpi di cembalo. Sedevamo
al gabinetto, le pareti erano tutte istoriate con simboli
di fecondità, sul pavimento c'era un velo viscido di
sputo, orina, e mozziconi schiacciati. Stavamo seduti
qui dentro, chini in avanti, mentre dagli scomparti in-
terni venivano gemiti e balbettii inarticolati, sedeva-
mo in stato di trance, mentre le condutture gorgoglia-
vano e gocciolavano, e sulle spalle reggevamo tutto il
gigantesco edificio. A mezzogiorno salivamo di un bal-
zo i corridoi inclinati che portavano in istrada, passan-
do davanti all'orologio marcatempo che coi suoi denti
ci beccava tintinnando il tesserino. Fuori ci facevamo
strada tra muraglie di veicoli, combattevamo corride
con le automobili, sferravamo gran pugni sulle mug-
ghianti bestie di metallo, ci gettavamo nel turbine croc-
chiante delle greppie, ingollavamo patate fritte nel
grasso stantio, fagioli, e pezzi di lardo tiglioso. Collet-
to serrato, boccone strozzato. E poi il ritorno nella con-
fusione. Clienti e indumenti, cerchioni e copertoni
cuoiami e richiami, stoffe e pantofole, cuciti e gomi-
toli, bicchieri e sederi, giacche e tabacchi, pomate e
cioccolate. Nella giungla del grande magazzino mi fu
dato l'incarico di aiutare il vetrinista a reperire il ma-
teriale per decorare una vetrina. Scriveva su di un fo-
glietto la lista degli articoli di cui aveva bisogno, ed io
sgusciavo e scivolavo avanti e indietro tra la vetrina
che doveva essere decorata e i diversi reparti del ma-
gazzino dove erano le merci necessarie. Ben presto per-
si il foglietto, la dovizia di merci mi colmò di un entu-
siasmo febbrile, mi cacciai ciecamente tra i banchi e
arraffai quanto mi veniva a tiro. Accatastai una mon-
tagna di oggetti davanti alla vetrina, e poiché il vetri-
nista era scomparso, decorai io stesso la vetrina. Nel
rovente, vitreo acquario innalzai un monumento alla
sovrabbondanza dell'emporio, e mi circondai di lumi
e paralumi, bastoni e saponi, stuoie e cesoie, cucirini e
salamini, spazzole e sciabole, birilli e martelli, cocci e
cartocci, giacchetti e berretti, accette e spolette. E fuo-
ri, dietro il vetro, la strada mi tributava il suo applau-
so, i visi facevano capolino l'uno dietro l'altro e ride-
vano, tutta la strada rideva, le automobili ridacchiava-
no, gli autobus si tenevano la pancia dalle risate, i
poliziotti fendevano la calca, con i visi come palloni
rossi gonfiati dal gran ridere. Ma dietro di me scesero
due mani, mi afferrarono e mi strapparono fuori una
serranda gialla calò sulla vetrina con uno schiocco, su
me lampeggiò il ri~esso tagliente di un paio di occhia-
li, le forbici mi vennero sfilate dal taschino, non ne ero
piú degno. Dopo questo tentativo entrai in sciopero.
Ma ero sempre soggetto alle leggi di casa nostra, nono-
stante lo sciopero. Quando la pendola giú in antica-
mera aveva finito di battere le sette, cominciava la gior-
nata. Mio padre, ai piedi delle scale, si schiariva la
voce e mi chiamava. Io non rispondevo. Mio padre sa-
liva la scala, apriva la porta della mia stanza e diceva
e l'ora di alzarsi. Mi alzavo, scendevo ciabattando nel
bagno, e mi lavavo accanto a mio padre. Non ci rivol-
gevamo la parola. Mi vestivo e andavo a far colazione
Il mio posto era qui, al desco familiare. La mia malat
tia era ancora ritenuta passeggera. Mio padre chiede-
va, non WOl venire in ufficio con me, oggi. Non rispon-
devo. Ferito dal mio silenzio mio padre si alzava e usci-
va, senza salutare. Non potevo parlare, non potevo
spiegarmi, perché la voce mi si era seccata in gola. Non
potevo far comprendere ai miei genitori che il mio la-
voro era dipingere e scrivere. L'accusa del mondo e-
sterno mi aveva pervaso di profonda sfiducia. Il mio
lavoro cominciava ogni giorno partendo da un senso
di incapacità assoluta. Dipingevo con i colori delle vi-
scere, della bile, del sangue, del pus. Dopo qualche ora
riuscivo ad obliarmi nel lavoro. Dipingevo finché dal
giardino saliva il crepuscolo e faceva neri tutti i colori.
Quando avevo finito un quadro, un impulso mi co-
stringeva a chiamare mia madre. Sapevo quanto le riu-
scissero incomprensibili i miei quadri, e tuttavia non
potevo fare a meno, ogni volta, di mostrarglieli. Mi
mettevo accanto a lei e stavo a guardare come li osser-
vava. Le mostravo un autoritratto. Avrei voluto che
lei vi rimanesse davanti a lungo. Avrei voluto che lei
mi riconoscesse lí dentro. Diceva una o due frasi ano-
dine. Devi accostarti di piú, dicevo io, cosí puoi vede-
re i particolari. Vedo benissimo, mi rispondeva, e già
si volgeva per andarsene. Sapevo di aver poco tempo.
Sapevo che non avrei potuto vivere piú a lungo qui,
tollerato com'ero. Vivevo come un cane alla cuccia.
Mangiavo i bocconi che mi buttavano. Mi facevo pic-
colo. Aspettavo l'ultimatum da un momento all'altro.
Ed il momento venne nel verde di una sera, nella ve-
randa verde. I miei genitori mi avevano chiamato lí.
Sedevano sprofondati nelle poltroncine verdi, gli au-
tori dei miei giorni, che per diciassett'anni mi avevano
nutrito. Quante cose accaddero allora, prima ch'io cor-
ressi al telefono e mi ingarbugliassi col filo. Rivedo
oggi mio padre e mia madre, dopo un anno di esilio,
stanchi e smarriti, vedo le ombre malaticce sui loro
volti, vedo le mani di mia madre strette in grembo co-
me se volessero trattenere un dolore, vedo le spalle di
mio padre fiaccate dalle fatiche della giornata. Stava-
no in questa loro casa che avevano salvata, sedevano
nelle loro poltrone verdi, davanti alle alte tendine ver-
di, e fuori il verde giardino si copriva d'ombra, e il loro
atteggiamento denunciava che erano spaesati, che te-
mevano il futuro, e quando mi guardarono i loro volti
erano pieni d'ansia per me. Mi rivedo oggi come mi
videro loro quel giorno, non capivo quanto fosse dura
la loro battaglia, non capivo quali sforzi indicibili co-
stasse mantenere in vita questa casa con tutti i suoi oc-
cupanti. Non puoi continuare a vivere cosí, disse mio
padre, non puoi continuare a pesare su noi, non puoi
piú abbandonarti alle tue fantasticherie nella situazio-
ne in cui ci troviamo, il mondo non è come credi, non
potrai mai vivere con i tuoi quadri e con le tue poesie.
Mi rivedo come mi vedevano loro in quel momento,
me ne stavo davanti a loro nella penombra verdolina
della veranda senza dir niente, non dissi mai una paro-
la, me ne stavo semplicemente lí, le braccia misera-
mente abbandonate, forse ero malato davvero, malato
di mente, ed ecco mia madre cominciò a gemere, si
drizzò dalla sedia e levò le braccia, tentò due passi bar-
collanti verso la finestra e gemette piú forte e con la
mano cercò un appiglio, e la mano si aggrappò alla ten-
dina e lei cadde in ginocchio trascinando la tenda con
sé e scivolò riversa sul tappeto e si premette la tenda
contro il corpo, come per proteggersi. Mio padre bal-
zò su e mi gridò di telefonare al medico, e mentre io
correvo al telefono mia madre gemette, no, il medico
no, il medico no, sono sol~anto queste emozioni conti-
nue. Ed io ero accanto al telefono col ricevitore in ma-
no e il filo ingarbugliato attorno al braccio, e nel ricevi-
tore gracidava la vocina del centralinista, ed io vidi una
macchia scura spandersi sulla tenda nel punto in cui
mia madre la premeva contro il grembo. Fatemi sol-
tanto sdraiare sul letto, e andrà subito meglio, diceva
mia madre, non chiamate il medico, non voglio il me-
dico, e io riabbassai il ricevitore e liberai il braccio dal
filo. E poi trascinammo mia madre tra noi su per le sca-
le, e dal grembo le gocciolava il sangue sul pavimento
e per la stretta scala mia madre giaceva tra noi come
una montagna, e il dorso di mio padre strusciava con-
tro il muro e la ringhiera scricchiolava e si fletteva con-
tro la mia schiena e la pendola col quadrante a forma
di sole ticchettava e dietro di noi l'ombra informe del-
l'uomo nero ansava su per le scale. Piú tardi, quando
mia madre riposava ormai sul letto, uscii in giardino,
e il mio fratello piú piccolo mi venne incontro con le
sue automobili da corsa in miniatura. Era già quasi
buio in giardino, e dalla cucina, dove Elfriede prepa-
rava la cena, giungeva fino a noi una lama di luce Sul
viottolo che circondava il prato spingemmo le auto-
mobiline per un circuito, spronando e incitando i no-
stri favoriti, cui avevamo dato nomi fantasiosi, e nel-
l'oscurità sempre piú fitta annegarono gli ultimi resti
della mia fanciullezza. Ora accompagnavo ogni giorno
mio padre in ufficio, lo accompagnai per molti mesi.
Dopo la chiusura sedevo spesso in un caffeuccio russo
vicino a Hyde Park, una breve rampa sotto il livello
stradale. Qui incontrai per la prima volta Jacques. Gli
prestai il mio impermeabile, vedendo che stava per
uscire sotto la pioggia in giacchetta e col bavero alzato.
Mi lasciò in pegno la sua cartella logora. Diedi un'oc-
chiata all'interno, e vidi che conteneva qualche uten-
sile da falegname, mi sarei aspettato piuttosto di ve-
dervi spartiti musicali. Aveva un viso magro e come
scolpito nel sasso, un mento pronunciato e un naso
curvo e affilato, i capelli erano folti e arruffati, e gli
occhi, profondamente incavati, avevano un riflesso fer-
rigno. Quando tornò si sedette al mio tavolo. Mi in-
formò che nelle due ultime settimane aveva lavorato
come operaio fuori città. Rise al mio sguardo interro-
gativo, e facendo mostra di tenere un violino sotto il
mento, prese a calcare le dita di una mano, mentre l'al-
tra si agitava su e giú per l'aria come se tenesse l'ar-
chetto. E intanto fischiava il concerto doppio di Bach,
ed io attaccai la seconda voce. Poi parlai dei miei qua-
dri, che negli ultimi mesi si erano spenti dentro di me,
e parlandone rivissero, ripresero colore, ed io mi ac-
corsi che anche la mia voce era stata muta e che con
quelle parole imparavo di nuovo a parlare. Facendo
riemergere i miei quadri davanti a Jacques, fu come se
mi ricordassi che possedevo un'altra vita, una vita di-
versa da quella fatta di campionari e rotoli di stoffa, e
questa vita diversa, la mia vita, acquistò una tale in-
tensità di luce da togliermi quasi il respiro. Descrissi
a Jacques le mie visioni di paesaggi apocalittici pieni
di incendi, di animali in fuga, di annegati, di città in
rovina, le mie visioni di uomini crocifissi e fustigati,
di spaventosi ghigni e di seducenti volti di donna. I
quadri emersero e si dilatarono e ci accolsero nel pro-
fondo, e ci aggirammo tra antiche città ed eremi roc-
ciosi, tra atrii in rovina e giardini incantati. Jacques
arricchiva con la sua fantasia i miei paesaggi. Dapper-
tutto trovavamo forme, tonalità, correlazioni. Di tan-
to in tanto ci prendeva un riso convulso, un riso che
straripava come un'improvvisa alluvione. Sedevamo
l'uno accanto all'altro al tavolo di un caffè in un sot-
terraneo in una strada bagnata di pioggia in una gi-
gantesca città in un paese straniero nel mondo stermi-
nato e ridevamo tanto che ci correvano le lacrime sul
viso. Ridendo convulsamente, raccontai la mia vita in
ufficio, la mia vita nella casa dei genitori, l'esistenza
che conducevo laggiú era talmente inverosimile che
potevo solo riderne. Parlando con Jacques persi im-
provvisamente ogni paura della vita, tutto era possi-
bile, ormai. Jacques si era già liberato, aveva già con-
quistato la sua divorante libertà. Si era già esposto al-
l'aperto, alle ferite. Nella sua vita c'era la sfrenatezza
e l'indipendenza che io andavo cercando, ma anche la
fame e il bisogno. Al suo contatto sgusciai dal bozzolo
e ravvivai i miei colori, e resi i miei pensieri audaci e
iridescenti, e cosí ritessemmo l'uno per l'altro i nostri
universi, concedendoci a vicenda, a mo' di rebus, scor-
Cl del nostro passato, dei nostri sogni, delle nostre
aspirazioni. Vidi Jacques in equilibrio sulle impalcatu-
re, lo vidi suonare il violino in un locale notturno, vidi
il violino scomparire in un monte dei pegni. Jacques
mi mostrò la casa in cui era cresciuto, l'ampio androne
che attraversò fuggendo, sui lati le porte di quercia in-
tagliata, gli specchi, le variopinte finestre a mosaico.
Dietro di lui un canuto domestico in livrea rossa, nel
parco i cani che lo accompagnarono saltando fino al
portone. La cancellata lavorata, le rosette di ferro bat-
tuto, la pesante maniglia, e poi le strade di campagna.
Attraversammo la città circondati dalle nostre imma-
gini, la pioggia si era dissolta, il sole al tramonto rag-
giava attraverso il fumo, e ad intervalli erompevamo
ancora in uno scroscio di risa, ogni cosa fluttuava co-
me negli specchi deformanti di un baraccone. La luce,
filtrando, ci apriva all'intorno una ghirlanda di pro-
spettive, il futuro era schiuso davanti a noi, vedevo
ampie pareti tutte coperte dei miei quadri, e Jacques
che dirigeva le sue orchestre. Nel treno che ci portò al
sobborgo dove abitavo con i miei genitori, le compo-
nenti essenziali della nostra natura si cambiarono in
musica e divenimmo strumenti accordati sul ritmo del-
le ruote, e lassú sotto il tetto obliquo della mia stanza
le nostre voci crearono una fuga col materiale delle
nostre speranze. Da una sostanza informe né mai e-
spressa finora scaturirono limpidi cristalli di suoni che
crebbero, si ramificarono e si innalzarono come cam-
panili. Poi i contorni del nostro edificio si confusero
col buio, seguimmo l'estinguersi delle linee melodiche,
tornammo di nuovo alle regioni delle parole e delle
immagini, restammo sdraiati tra i disegni e i dipinti,
tra i manoscritti e i libri, finché non comprendemmo
piú le nostre stesse parole, e ognuno sprofondò nel
pozzo del suo sonno. Il mattino dopo, in cucina, mia
madre mi si accostò e cominciò a combattere il mio
nuovo amico. Non mi piace proprio per niente, disse,
ha occhi pericolosi. Vicino a lei, sul tavolo di cucina,
c'era uno scarafaggio. Aveva incrociato le zampette an-
teriori e se le strofinava l'una contro l'altra, guardando
mia madre. Il pavimento era disseminato di scarafag-
gi, che presero a zampettare verso la parete e scom-
parvero nelle fessure, cacciando avanti il capo e arran-
cando con le zampette posteriori, uno dopo l'altro. Il
gatto s'aggirò tra le blatte con passo sospeso e schizzi-
noso e ne fece crocchiare una tra i denti, il muso gli
si torse quando ne schizzò fuori una pappa molliccia.
Mio padre esclamò, fa' presto, io sto uscendo. Risposi,
oggi vengo piú tardi, c'è qui il mio amico Jacques, fa-
remo una mostra dei miei quadri in città. Che stai di-
cendo, esclamò mio padre, una mostra. Sí, risposi, una
mostra, Jacques conosce uno che ha un locale vuoto,
esporremo lí i miei quadri. Mia madre batté il piede
sul pavimento e lo scarafaggio sul tavolo si mosse, cor-
se un po' in cerchio e si arrestò al bordo del tavolo ten-
tennando il capino e agitando le antenne. Mia madre
spazzò via lo scarafaggio con una spazzola, quello cad-
de sul pavimento con un colpetto breve e secco, e cor-
se rapido come il fulmine verso la parete, si infilò nella
fessura schiacciando ie zampette pelose sotto l'addo-
me appuntito, s'agitò ancora un po', poi scomparve.
Su in camera mia c'era Jacques coi miei quadri, già
pronto. Jacques. Un colloquio di tredici giorni. Per
tredici giorni un sogno comune, in cui fu detto tutto
quanto cercava espressione in noi. Com'erano lontani
i tabú di mio padre e di mia madre. Le loro parole sci-
volavano via da me. Loro mi guardavano come se fossi
dannato, pieni di orrole. Intanto che mettevamo in lu-
ce strato dopo strato il nostro intimo, traversavamo in
lungo e in largo la città con energie oramai libere. Ap-
pendemmo i miei quadri in un locale sopra un garage
in un cortile di una stradina nascosta nella gigantesca
città del paese straniero nel mondo sconfinato. Man-
dammo gli inviti con l'annuncio della mia mostra. Non
venne nessuno. Ma non ce ne importò. I quadri erano
li per noi, per noi crebbero, per noi si svilupparono.
Per tredici giorni ogni nostro respiro fu fecondo, quel
che toccavamo sbocciava e fioriva. Quieti cortili assi-
stettero alle nostre pantomime. Le volte degli anditi
udirono i nostri oratori. Le bettole del porto ascolta-
rono la genialità dei nostri pensieri. Ma poi venne al-
l'improvviso un'ombra grigia. Ci stancammo. Cosa sa-
rebbe successo, ora. Adesso ero obbligato a sbarazzar-
mi definitivamente del passato oppure a sprofondarvi
di nuovo. Il tredicesimo giorno accompagnai alla sta-
zione Jacques, che aveva dormito da me. Non so per-
ché volesse scendere in città, forse aveva trovato una
possibilità di lavoro, forse era stanco di me. Quella
mattinata tutta piena del pensiero del commiato, quel-
la mattinata di un'estate inglese, col sole che luccicava
nella prima nebbia, col battito sonnolento di una fal-
ciatrice e il tonfo lontano degli zoccoli di un cavallo
Sul viottolo del giardino c'era la pistola di latta di mio
fratello, la raccolsi e la presi con me, Jacques parlava
della Spagna, della guerra civile, forse manifestò l'idea
di arruolarsi nelle brigate internazionali. Ora so che
quel mattino significava un commiato per sempre, al-
lora Vl fu ancora qualche accordo di rivedersi in città,
eranito tutto, non vi sarebbe stato alcun seguito, spa-
rai a Jacques e l'uccisi, mentre era dritto dietro al fi-
nestrino abbassato del treno sollevai la pistola di latta
ed imitai lo sparo, e Jacques si finse ferito, gettò alte
le braccia e si lasciò cadere all'indietro. Il treno si mos-
se e scomparve nel tunnel dietro la stazione. Jacques
non si affacciò piú al finestrino, non vidi Jacques mai
piú. L'ho cercato a lungo. Ma non ha lasciato tracce
Nei registri u~ciali il suo nome non c'era. Mi sono oc
cupato spesso di questa strana figura, cercando di spie-
garmela. Essa rappresentava in gran parte l'immagine
dei miei sogni, quella indipendenza assoluta, quella li-
bertà di andare e venire, quel gusto del vagabondag-
gio, idealizzai quella sua esistenza nei miei pensieri,
sognai spesso un'esistenza cosí, sregolata e arrischiata,
e intanto tornavo a sprofondare nella mia primitiva
prigionia. Altri aspetti di lui mi rendevano diffidente,
pensavo all'aspetto mitomane del suo carattere, alle
sue mistificazioni e ai suoi travestimenti, qualche volta
mi sembrava di vederlo con una barba finta, o con
grandi occhiali di tartaruga, o con i polsi e la fronte fa-
sciati di bende. Oggi mi sembra che la sua singolarità
fu tutta nella brevità della sua apparizione. Fu come
una recita fuori programma. Con prodiga intensità egli
fece nascere un'amicizia, e quando sentí che questa
aveva raggiunto il culmine, sparí dalla scena. Egli vo-
leva solo l'eccezionale. Io ero lento e go~o, dopo il bre-
ve slancio non potei seguirlo nel dominio del precario
e dell'avventuroso, e allora mi lasciò andare, la sua
parte era finita. Talvolta pensai che forse mi ero sba-
gliato, che forse non era un giocattolo quello con cui
gli avevo sparato, ma una pistola vera, che forse l'ave-
vo ucciso davvero, e questa idea si associa spesso a quei
sogni ricorrenti a intervalli, in cui mi trovo coinvolto
in duello con un avversario o con un alter ego, e v'è
una sola alternativa, tu o io, e o lui uccide me acco-
standosi lento e minaccioso col suo coltello, la sua ar-
ma da fuoco o le sue spaventose mani nude, oppure
sono io ad af~ondare il pugnale nel suo corpo o a far
fuoco contro il suo viso che dilegua. Scomparso Jac-
ques tornai a far parte del mobilio della casa comune,
e quando ci trasferimmo nella città boema dove mio
padre era stato chiamato con l'incarico di dirigere una
manifattura tessile, mi lasciai traslocare anch'io. Lag-
giú, la sera, me ne stavo sdraiato sotto al tavolo del
soggiorno insieme al cane, stringevo contro di me la
sua testa sentendone ilato caldo suI viso, e affonda-
vo le mani neI suo pelo morbido. Harras, sussurravo,
e il grosso pastore mi appoggiava la zampa sul braccio
guardandomi con i suoi grandi occhi neri, e la sua lin-
gua mi leccava. Vedevo dal basso mio padre che sfo-
gliava il giornale seduto in poItrona, e mia madre aI
tavolino da Iavoro, che tirava avanti e indietro I'ago.
Appartato suI divano, in un angoIo deIIa stanza, c'era
mio fratello coi suoi libri di scuola, e in un aItro angolo
mia sorella Irene chinava gli occhi miopi su di una let-
tera. La stanza era calda e pulita, alle finestre era-
no appese tendine bianche, i Iibri erano disposti sugli
scaffali, e in corridoio ticchettava l'orologio. Anch'io
ero concepito come parte di un complesso di rappre-
sentanza. Il quadro di questo complesso era stato fis-
sato una volta per tutte. Quel pezzo della casa che ero
io era stato lustrato e messo a posto, il sudiciume che
mi colava addosso di continuo era stato sempre rimos-
so, nessuno si domandava mai donde venisse questa
imbarazzante sporcizia di cui trasudavo, mi strofina-
vano, mi spazzoIavano, mi Iustravano instancabilmen-
te, di modo che le macchie del disonore non si ve-
dessero piú. Quando mia madre abbassava su me Io
sguardo al disopra del bordo degli occhiali, un dolore
cocente mi penetrava, e mi sentivo come costretto a
strisciare verso di lei e a leccarle la mano. Mi tenevo
piú stretto al cane, eravamo compagni nel nostro mu-
tismo. Non ci si poteva spiegare. La mia vita era una
sorda attesa della catastrofe. Mio padre ripiegava il
giornale e si alzava. Diceva che era ora d'andare a dor-
mire. Ci alzavamo tutti, uscendo a fatica ognuno dal
proprio buco. Davamo la buonanotte alla mamma. Lei
ci abbracciava uno per uno come dovessimo partire
per un Iungo viaggio, ci stringeva a sé e ci baciava. Im-
pacciato, oppresso, davo Ia buonanotte a mio padre.
Qualche volta, in un bisogno di riconciliazione, gli da-
vo la mano, ricevendone soIo due dita fredde e asciutte
che si ritraevano subito. Sgusciavo fuori dalla stanza
e mio fratello si univa a me, il cane ci seguiva. Usciva-
mo neI giardino spogIio e ci abbandonavamo ai nostri
giochi, in cui trovava espressione Io smarrimento e Ia
precarietà delIa nostra esistenza. Strisciando sui cam-
pi fangosi e nelIa boscagIia intorno a casa nostra, ci tra-
sformavamo in espIoratori di continenti sconosciuti.
Ci imbattevamo in strani esseri e venivamo implicati
in pericolosi combattimenti. Compilavamo documenti
che annerivamo col fumo e macchiavamo di rosso e da
cui risuItava che l'uno o l'aItro di noi era prigioniero e
attendeva la condanna a morte. Per mezzo di una com-
pIicata rete di spie riuscivamo a scovarci a vicenda, ci
Iiberavamo I'un I'aItro daIIe piú profonde segrete e
da~le mani di spaventevoIi inquisitori. Era come se in
quei giochi Ia reaItà e iI presente vivessero piú che neI
mio Iavoro in soffitta. Quei giochi erano come psi-
codrammi in cui facevamo i conti con I'emigrazione,
mentre nel mio Iavoro v'era soIo I'isoIamento e iI se-
greto. La mia camera si trovava neIl'appartamento deI-
Ia padrona di casa, aI piano piú aIto della villa. Per rag-
giungerla dovevo percorrerne il corridoio. La vedova
viveva in questo corridoio, pieno di vasi da fiori e di
un acidulo odore di cavolo. Quando varcavo la porta
del suo appartamento, Ia sua testa grigia faceva capo-
lino di tra le fogIie di una pianta o dal fondo di una
nicchia, e i suoi occhietti ravvicinati mi fissavano con
di~denza. Ciabattava, spazzava, trafficava da mane a
sera nel suo corridoio. Chiudevo Ia porta di camera
mia e appendevo un fazzoIetto sulla serratura. Sola-
mente la notte mi liberava dal suo trafíichio dietro la
mia porta. Allora ero solo nel silenzio sussurrante deI
vuoto, soIo con i miei quadri e i miei fogli pieni di pa-
role, solo con i miei libri e la mia musica. Soffocavo
il suono del grammofono con delle coperte. La musica
mi arrivava da una sterminata distanza, come un so-
gno di liberazione. Me ne stavo nella mia grotta e le
mie mani danzavano al ritmo della musica. Nel mio
sangue e nelle vibrazioni dei miei nervi, nel battito del
mio polso e nel mio respiro risuonava la musica. Beve-
vo la musica inondato di lacrime, poi mi volgevo alle
spettrali voci dei libri, entravo in anonima comunanza
con interlocutori che si ritrovavano l'un l'altro alla cie-
ca in tutto il mondo, quei libri erano messaggi segreti,
biglietti abbandonati alla corrente nella bottiglia per
scoprire in altri lo stesso sentire. In ogni dove esiste-
vano questi solitari, nelle piú remote città, su spiagge
deserte, nei recessi dei boschi, e tanti mi parlavano da
un regno di morti. Il pensiero di questa solidarietà mi
consolava. Avevo l'impressione che colui di cui stavo
leggendo il libro sapesse che io ero lí, e quando poi io
stesso mi accingevo a scrivere, sapevo che altri stavano
in ascolto nel vasto brusio che ci circondava tutti. Il
nome di Haller, quando lo lessi per la prima volta sul
dorso di un libro, risvegliò in me il ricordo di un giar-
diniere di questo nome che figurava in un libro letto
nella mia infanzia. Questo giardiniere, che era vissuto
nella foresta sudamericana con la sua famiglia, diede
una prima risonanza in profondità al nome del poeta
Haller. Anche la dedica sulla prima pagina del libro
risvegliò la mia attenzione. Era d'un amico dei miei
genitori che era emigrato in Cina, dove si era conver-
tito al buddismo, e poi si era ucciso. I miei genitori me
ne avevano parlato con riprovazione. Aveva abbando-
nato la famiglia, da certe allusioni si desumeva addirit-
tura che aveva minacciato la moglie con una pistola.
Si era allontanato dal tran-tran di ogni giorno, ed era
finito male. Le parole della dedica ai miei genitori,
tracciate con una scrittura nervosa e irregolare che
si era allargata sulla carta, dicevano, Questo libro è
stato scritto da un mio fratello. Sottrassi dalla fila or-
dinata dello scaffale il libro di Haller, Nur fur Ver-
ruckte ', lo liberai da un ambiente che non lo compren-
deva e lo feci parlare nel mio regno. Leggere Haller fu
come frugare nelle mie stesse piaghe. Vi era descritta
la mia situazione, la situazione del borghese che vor-
rebbe diventare rivoluzionario ed è inceppato dai pesi
delle vecchie norme. Certo questa lettura contribuí
molto a tenermi fermo in una romantica terra di nes-
suno, fermo nell'autocommiserazione e in nostalgie
fuori moda, avrei avuto piuttosto bisogno di una voce
piú dura e piú crudele, di una voce capace di strappar-
mi il velo dagli occhi e di farmi riscuotere. Ma per una
voce cosí ero ancora sordo. Quell'io che mi trascinavo
dietro era ormai consunto, distrutto, inservibile, era
destinato a perire. Dovevo imparare ad avere nuove
esperienze con sensi diversi. Ma come potevo riuscir-
Vl, come potevo liberarmi di tutto quanto mi trascina-
va giú, mi ammorbava, mi soffocava. Dove trovarne la
forza. Le dif~coltà mi avrebbero ancora costretto, sem-
pre di piú, nella mia angustia. Non v'era altra strada
che quella del disfacimento, dello sfacelo. Sono cosí
smisuratamente lenti, i cambiamenti, si notano appe-
na. Talvolta avevo l'impressione di un urto leggero,
credevo allora che fosse cambiato qualcosa, ma il fiu-
me sotterraneo tornava a sommergermi e seppelliva
nella melma il vantaggio ottenuto. E allora riprendo
ad andare alla cieca finché ricomincio a credere di es-
sere sulle tracce di una qualche novità, e un giorno,
magari, la trovo, quella novità che cercavo, chissà che
un giorno non mi senta il terreno saldo sotto i piedi.
Quando scrissi a Haller fu per cercare di uscire dalla
mia irrealtà. E ricevetti risposta alla mia lettera. Ecco
il mio nome sulla busta, non finivo mai di rileggerlo.
Tutt'a un tratto ero entrato in un incomprensibile rap-
porto col mondo esterno. '"era qualcuno che aveva
scritto il mio nome su una lettera, qualcuno che cre-
deva alIa mia esistenza e mi rivolgeva la sua voce. Leg-
gevo le parole di una bocca viva. Il senso delle parole
mi era quasi indifferente. Il fatto che qualcuno si ri-
volgesse a me mi bastava. Erano parole di un artigiano
umile e invecchiato. Forse rimasi deluso di quella vo-
ce cosí pacata e stanca, del suo tono cauto e passivo.
Forse mi ero aspettato una diana di rivolta. Era tal-
mente remota per me, quella voce, nella sua maturità.
Parlava di lavoro paziente, di studi lunghi e approfon-
diti, della necessità di guadagnarsi il pane in qualche
modo, dei pericoli della solitudine. Solo molto piú tar-
di compresi le parole di Haller. Allora ero troppo im-
paziente. Quelle parole erano troppo mansuete per
me, troppo concilianti. Esse stavano dall'altro lato del-
la barricata, quello dell'ordine e della ponderazione.
Io aspiravo all'altro polo, il polo della dedizione irri-
flessa, dell'impulsività senza pastoie. A questo aspira-
vo, ma non lo capivo, tentavo le tenebre e tutto mi
sfuggiva. Fu deciso che dovevo partire per Praga per
entrare come apprendista in una manifattura tessile.
Mi avevano affittato una stanza vicino alla fabbrica.
Fin dal primo ingresso in quella stanza seppi che non
ci sarei rimasto. Riempii le pareti, a mo' di esperimen-
to, dei miei quadri e dei miei disegni, mi sparpagliai
attorno le mie carte, e rimasi sdraiato sul divano, esau-
sto, mentre dietro i vetri opachi della porta fluttuava-
no le ombre e i rumori di una famiglia estranea. La
mattina dopo andai alla fabbrica per presentarmi al di-
rettore. L'edificio, simile a una fortezza, sorgeva in
mezzo a vasti campi aridi. Nelle sale interne rombava-
no in lunghe file i telai, con le operaie immobili, tra-
punte nel fitto tessuto dei fili vibranti. In una piccola
stanza gridai la mia richiesta attraverso il rombo delle
macchine, passai una trafila di uomini in camice bian-
co e giunsi infine davanti al direttore della fabbrica
dalle cui parole, rese difficili dalla lingua straniera e dai
rumore inaudito, credetti di capire che non poteva ac-
cettarmi per via della concorrenza, dato che mio padre
era direttore di una fabbrica simile a quella. Già mi
voltava le spalle, e i suoi colleghi in camice bianco mi
fecero fare dietrofront e mi sospinsero prima fuori e
poi di nuovo tra le strepitanti file di macchine. Passai
trionfante davanti alle operaie trapunte nei fili, e i loro
visi pallidi si volsero al mio passaggio, corsi fuori sui
campi e correndo entrai nella mia nuova libertà. Ac-
cadde allora ciò che da tempo andava maturando, in
quell'istante crollarono, dopo anni di lotta, le sbarre
che mi serravano. Feci un fagotto delle mie cose, e con
la mia valigia uscii all'aria pura e libera. Haller mi ave-
va dato l'indirizzo di un uomo cui chiedere consiglio e
aiuto. Max B abitava in una pensione non lontana dal-
lo scalo merci, la sua stanza era avvolta in una densa
caligine di fumo di sigaretta, e Max, vestito di una
giacca di lana e con uno scialle verde attorno al collo,
stava a letto, mezzo sepolto sotto i giornali. Il suo viso
largo e ossuto si illuminò quando feci il nome di Harry
Haller. Il racconto della mia libertà inopinatamente
conquistata all'improwiso lo strappò al letargo in cui
era caduto dopo quattro anni di emigrazione. Fin dal
primo incontro vi fu tra noi intesa e fiducia, di vent'an-
ni piú giovane, qual ero, incarnavo per Max le speran-
ze e le possibilità cui egli aveva rinunciato da tempo.
Avevo davanti a me un futuro, e Max si mise immedia-
tamente ;n moto per garantirmelo, fin dalla mattina
stessa passammo al setaccio tutti gli appoggi che potes-
sero riuscirmi utili. Il redattore di un giornale, un uo-
mo bruno e dal viso di gufo, al quale sottoposi i miei
disegni, mi affidò un incarico di vignettista, il direttore
di una scuola di disegno mi raccomandò a un profes-
sore dell'Accademia di belle Arti, e questi, dopo avere
esaminato i miei lavori, mi assicurò che potevo entrare
nella sua classe. Cosí il pomeriggio di quella stessa
mattina in cui ero partito per quel che credevo un po-
sto in una manifattura tessile, entrai nello studio inon-
dato di luce dell'Accademia, e i nuovi compagni, nei
loro camici chiazzati di colore, mi sorrisero con amici-
zia. Il capovolgimento della mia vita s'era compiuto
con la facilità di un gioco, ma già dopo qualche ora l'antica tenebra e
l'antico peso risorsero in me e spensero ogni chiarore. Non avevo alcun
diritto a quella libertà, non potevo credere alla naturalezza con cui mi si
era offerta, ché anzi l'avevo trafugata e m'ero infilato in un posto che non
mi spettava. Benché il professore, in una lettera ai miei genitori, avesse
intrapreso il tentativo di convincerli della necessità che io dipingessi, ero
pieno di un senso di colpa e di sventura. La sera, nella stanza di Max, mentre
ero sdraiato sul divano trasformato in letto per me, sentii di nuovo il ronzio
della febbre terzana, il petto, la testa, mi si incendiarono ai germi
dell'antico contagio, mai estinto, ed ecco vidi d'un tratto davanti a me Max,
nudo, il corpo alto, magro e setoloso pienamente illuminato dall'alto dalla
lampada, il membro eretto. Mi si avvicinò ed io capii da quel suo accostarsi
il grande bisogno che aveva di vicinanza e di tenerezza, e il suo disarmato
tentativo di rompere una lunga, micidiale solitudine. Non c'era niente di
repugnante, in lui, piuttosto mi dolsi di non poter ricambiare il suo
desiderio. Quando lo respinsi non rimase alcuna tensione tra noi, la nostra
reciproca intesa s'era fatta in quel momento solo piú comprensiva. Parlammo a
lungo restando sdraiati finché affondai nel dormiveglia, ed ecco mi parve di
sentirmi chiamare per nome, era un suono ghiacciato, protratto, penetrava i
rumori dello scalo merci, il voltolio delle ruote sui binari gelati, lo
stridio dei freni, il cozzo propagato di vagone in vagone dei respingenti tra
loro, e penetrava in me, era la voce di mia madre che mi chiamava. E i miei
genitori, quando ricevettero la lettera dell'autorità, abdicarono,
rinunciarono a me, però mio padre, con il suo senso pratico, cercò di fare
ogni cosa come si deve, mi fu mandato del denaro, mi fu concesso un anno di
prova, trascorso il quale avrei dovuto dimostrare di essere degno della
vocazione di pittore.
E cosí fui padrone di me stesso, solo padrone di tutto me stesso, e nessuno mi
stava a osservare e nessuno frenava i miei passi, potevo fare delle mie
giornate quello che volevo, e qui era l'impossibile, venire a capo di me
stesso, crearmi da solo un'esistenza. Ed eccomi in questa città di Praga, e
dovevo mettermi alla prova, e cercai una stanza che fosse capace di
accogliermi e in cui potessi trovare me stesso, girai per la città straniera e
sulle strade pendevano bandiere nere e sentii il tocco di tamburi smorzati e
tra le mute file di gente un feretro venne portato alla sepoltura su di un
affusto di cannone. Eccomi davanti a porte straniere, che storpio una lingua
straniera e chiedo una stanza, e vengo condotto da gente straniera per
corridoi dove l'aria è povera e soffocante. M'attacco a queste persone
straniere, mi spingo nelle loro case, non ho mai visto costoro né loro sanno
niente di me, ed io aspetto che mi diano una stanza. Queste donne grasse,
queste donne magre, queste vedove poveramente vestite, queste donnaccole in
ghingheri, mi aprono la porta delle loro stanze e accendono la luce, e la luce
è sempre smorta, ché non appaia il cattivo stato della stanza, ed io sto in
piedi tra la mobilia ombrata, questi oggetti tetri che si sforzano di
rappresentare sedie, tavoli, armadi e letti, e su cui cova l'incubo segreto
delle tappezzerie, e sempre spicca in qualche punto del muro il grosso chiodo,
il chiodo per impiccarcisi. Finché alla fine trovo una stanza con entrata
indipendente, uno studio cadente, polveroso, dalle finestre cariche di
fuliggine, coi ruderi di un letto, con assi e cassette dalle quali si può
ricavare un tavolo e un sedile. Questa stanza va bene per me, è malata, è
piena di chiazze e cosparsa di sfoghi, è un'immagine della mia miseria, è
un'immagine della meschinità della mia esistenza. Cosí mi trasferii nella
città straniera e vi trovai una tana in cui prima si erano
nascosti uomini stranieri e che sarebbe ben presto ser-
vita di nascondiglio ad altri. Nel breve intervallo tra
gli uni e gli altri ne feci la mia dimora, un buco nel
grosso mucchio di sassi, mi circondai di sgorbi, di gero-
glifici, che dovevano dar testimonianza della mia pre-
senza lí, di segni magici, di formule incantate con cui
volevo cacciare gli spiriti maligni della solitudine. Un
anno VlSSl in quella città. La città, con le sue strade, la
sua architettura stratificata, i suoi portali, i ponti e le
statue dorate, costituiva il bastione esterno deUa mia
esistenza, sul bastione si svolgevano le lunghe passeg-
giate in compagnia di Max, i colloqui lungo il fiume
sui pendii dei vigneti, nei parchi; sul bastione era il
grosso edificio dell'Accademia, tra gli alberi dove cin-
guettavano gli uccelli, sul bastione passavano le ore di
lavoro nello studio comune, tra i compagni, davanti
alla modella, alla natura morta, nel fruscio dei pennel-
li sulla tela e nell'odore dei colori e della trementina
Ma gli strati piú interni della mia esistenza erano rac
chiusi da quella stanza, da quella dimora in cui potevo
nascondermi. Sbarazzato da genitori e insegnanti, vi
assumevo la piena potestà di me stesso. Nessuno era
mai stato piú duro e aveva avuto meno riguardi di
quanti ne avessi io verso di me. Mi buttavo giú dal let-
to alle prime luci dell'alba e cominciavo il mio lavoro
Le ore di Accademia erano solo la giustificazione for-
male del mio soggiorno in città, il mio lavoro piú vero
Sl svolgeva nella segregazione della mia stanza ed era
un lavoro che stillava come sangue dalle torture. Mi
davo pugni nelle costole, mi sputavo nelle mani e poi
mi percuotevo il viso, punivo la mia stanchezza e la
mia disattenzione negandomi il cibo, eppure in mezzo
a quelle flagellazioni accadeva che sorgessero in me i
quadri e che lentamente mi si proiettassero davanti
quasi a tentoni, sulla tela. Risonavano in quei quadri
ricordi dell'ambiente della mia prima infanzia, attra-
versati dalle impressioni e dai riflessi dei miei anni piú
tardi, cercavo di riconoscermi in quei quadri, con quei
quadri cercavo di guarirmi, ed essi erano carichi del
peso plumbeo del mio isolamento e della vampa esplo-
siva della mia disperazione repressa. Ma evocare que-
ste visioni non serví a darmi la liberazione, le visioni
mi sorgevano innanzi come davanti agli occhi di chi af-
foga, e i tentativi che praticavo col corpo accanto agli
esercizi dello spirito mi conducevano sull'orlo della
follia. Già negli anni passati i tentativi piú volte intra-
presi di awicinare sessualmente una donna erano fal-
liti. Qualche giorno prima della nostra partenza per
l'Inghilterra feci la prova con una prostituta. Andavo
ancora vestito di nero, era dopo il funerale di Margit.
Pensavo, bisogna che ora mi metta alla prova, bisogna
che oramai cominci la mia nuova vita di uomo fatto.
La donna si tirò su la sottana, allargò le gambe e si mi-
se a cavalcioni di un bugliolo, poi ci pisciò dentro. Non
feci neanche il tentativo di spogliarmi. Le diedi i suoi
soldi e scomparvi. A Londra mi imbattei in una signo-
ra che mi invitò nel suo appartamento. Prima mi spedí
nella sua vasca da bagno, ero sudicio, infatti, perché
in un tentativo di evasione avevo bighellonato qualche
giorno in città. Mi si avvicinò vestita di una trasparen-
te seta nera. Si diede da fare attorno a me, ma aveva
nel letto due cagnolini pechinesi che mi distraevano
coi loro guaiti, i loro nasi grufolanti, le loro linguette
che mi leccavano. Non voleva soldi da me, mi voleva
come amante, forse mi avrebbe anche mantenuto, ma
niente poté tenermi. Attribuii questo insuccesso alla
mia mancanza di libertà esteriore, avevo però il so-
spetto che le radici fossero piú profonde. Anche ora,
che nessuno mi impediva di portarmi in camera una
donna e nessuno m'avrebbe disturbato quando fossi-
mo stati insieme, v'era un divieto, una maledizione,
che me lo impedivano. Fuori, all'aperto, v'era stata
una sensazione di piacere ai baci e alle carezze, ma ora,
nel chiuso della mia stanza, ora che mi attendevano i
nudi atti del corpo, provavo solo un senso di fred-
dezza e di assurdo. Palpavo la calda pelle estranea, le
membra e le giunture, la carne là dove era morbida
Riconoscevo con le palme e con gli occhi le rotondita
delle spalle, dei seni, delle anche, del ventre, delle co-
sce, e la mia coscienza riconnetteva queste appercezio-
ni al concetto di donna, ma la mia funzione di maschio
non ne era risvegliata, mi trovavo di fronte a un com-
pito insolubile. I movimenti della donna, che denun-
ciavano la sua eccitazione fisica, mi spaventavano, sa-
pevo che il suo grembo, sollevandosi e ritraendosi
aspettava me, ma io non avevo la chiave che potesse
mettere in moto il meccanismo di questo connubio.
Tentavo di rintracciare nel viso della donna qualcosa
che mi aiutasse a superare il baratro dell'estraneità
Aveva gli occhi chiusi, e la sua bocca semiaperta respi
rava affannosamente. Dietro gli occhi chiusi si trovava
il mondo di un'altra persona che desiderava la mia in-
tima vicinanza. Quando gli occhi si aprivano e incon-
travo il loro sguardo esigente, avevo talvolta, per la
durata di un secondo, la sensazione che sarei potuto
entrare in lei, ma subito dopo il senso di una tale co-
munanza mi diveniva inconcepibile. Le mie dita sfio-
ravano i peli e le pieghe del suo sesso che si apriva tra
le gambe abbandonate di lato, vedevo tra le valve umi-
de 1 interno rosato e brunastro e mi rafiiguravo quel-
l'abisso che voleva accogliermi in sé, ma non sentivo
nessuna seduzione, sentivo solo l'impossibilità. Tal-
volta, anche, vedevo improvvisamente davanti a me il
corpo di Margit cosí come mi si era offerto un tempo
e ne vedevo lontane da me le ossa in una buca, e allora
saltavo su e avevo solo il desiderio di essere solo, e l'e-
stranea che mi aveva seguito nella mia tana si rivestiva
in fretta e furia e fuggiva spaventata. Lei, la morta,
riuscivo ad amarla, a lei potevo darmi, non avevo bi-
sogno di spaventarmi, con lei, perché non pretendeva
niente da me. Da lei, dalla morta, potevo trovare sal-
vezza, e nessuno poteva controllare se il mio amore era
puro. Tutte le volte che falliva un mio tentativo con la
donna viva, la donna che viveva nel mio presente, cer-
cavo consolazione presso la morta, la donna bambina
del passato. Alla donna viva non potevo celarmi, ero
costretto a uscire dai miei lacci, davanti a lei dovevo
allungarmi fin nel mondo esterno. E ciò significava es-
sere inghiottito, rinunciare a me stesso. Avevo veduto
il sesso di mia madre, una volta, quando ero bambino,
era in camicia e stava china, e tra le sue cosce pesanti
era spalancato il foro buio e peloso. Come allora avevo
fissato con angosciosa vertigine la voragine nel corpo
di mia madre, cosí adesso il mio sguardo andava in cer-
ca del sesso della donna viva nel mio presente, le mie
dita aprivano le valve umide e molli, nella cui tumida
profondità si nascondeva il segreto di tutta l'esisten-
za, e s'io fossi riuscito a penetrare in quel profondo
vortice, avrei penetrato allora il nocciolo della vita.
Nella mia impotenza andavo in cerca di donne dispo-
ste a lasciarsi tormentare e a sopportare un intermina-
bile preludio che non conduceva a nessun risultato.
Queste donne non avevano nome, i loro lineamenti
erano sfumati, per me erano soltanto una fissazione, le
trascinavo nella mia mania, le frugavo e le palpavo, e
talvolta, per la durata di pochi attimi, somigliavano al-
la mia sorella morta, e i loro volti erano fasciati da una
protesi di fil di ferro e il capo era fissato al collo con
viti e fili elettrici, ed io armeggiavo febbrilmente in
quell'intrico meccanico per ristabilire i contatti che le
richiamassero in vita, e talvolta la bocca si muoveva e
magari le palpebre avevano un fremito e io sussurra-
vo, svegliati, svegliati, e attorno a me, nella penombra
della stanza, si levavano le macchie dei quadri e le assi
e le cassette e le cornici, e il cavalletto si drizzava co-
me una forca, e tra le ombre luccicavano i fogli bian-
chi, e allora tiravo giú dal letto quel corpo nudo, lo
trascinavo sul pavimento e ci voltolavamo nella pol-
vere di carbone, e tra tavole e pali ci tenevamo avvinti
in contorti amplessi. Non riuscivo a parlarne con nes-
suno, nemmeno con Max. Una volta andai da un me-
dico che in un annuncio di giornale prometteva di cu-
rare l'impotenza. Mi vendette una polverina che avrei
dovuto prendere sciolta in acqua gassata. Altri rimedi
non ve n'erano. Non restava che perseverare o crepa-
re. Se non crepo, chissà, forse un giorno troverò una
donna che con lo sguardo e i gesti, la voce e le carezze,
spezzi il ghiaccio che mi serra. Una donna cosí avrà un
nome e un volto. E allora un giorno farò l'esperien-
za di quell'apertura del suo corpo, là sotto, di questo
ingresso alla vita, mi spingerò in quel calore velluta-
to, mi lascerò avvolgere e succhiare dall'umida, tenera
bocca della vita, mi nasconderò lí dentro e vi rovisterò
e scaricherò una parte della mia stessa vita nella matri-
ce profonda ed esigente. Allora anche la mia bocca fru-
gherà tra le schiuse labbra di madreperla, la mia lin-
gua succhierà il gusto dolce del sesso e della tenera
peluria, inconcepibile come abbia potuto mai arretra-
re spaventato. E allora un giorno, forse, avrò la pro-
va che non esiste dawero alcuna solitudine, che tutta
questa civiltà della solitudine era soltanto un malinte-
so, solo una convenzione, solo una mancanza di fanta-
sia e un immiserimento dei sentimenti, perché come
può esservi solitudine se ci si può accostare talmente
l'uno all'altro, se si può penetrare cosí a fondo l'uno
nell'altro. E questa possibilità deve esservi stata già
allora, ché se non ci fosse stata mi sarei gettato dalla
finestra. Max mi raccontò una volta di avere sentito i
morenti durante la prima guerra mondiale e nella guer-
ra di Spagna invocare la madre, mamma, mamma, gri-
davano. Giacevan lí, quegli uomini adulti, caduti forse
per un'idea, e l'ultima cosa che invocavano a gran voce
era l'alveo da cui un giorno erano sgusciati fuori. Non
si può vivere se non si ama quell'alveo. O vita, o gran
fica della vita. Te invochiamo nell'istante della morte.
Simili scoperte venivano sempre come un lampo, e su-
bito dopo, magari, non riuscivo quasi piú a compren-
derle. Ma lasciavano tracce. Riaffioravano. Grido, sí,
è cosí, e già non so piú cosa abbia inteso dire. O fica
della vita. Ora posso abbracciare mia madre, posso
piangere sul suo corpo martoriato, posso coprire di ba-
ci la sua bocca patita, i suoi lineamenti spezzati, posso
accarezzare le sue mani gonfie, ora posso stringermi
forte, forte al suo corpo nudo, al suo seno esausto, al
suo ventre solcato di cicatrici, tra le sue gambe rigon-
fie di vene, forte al foro da cui ho avuto origine. A Pra-
ga, in quel primo luogo in cui volli cercare la mia liber-
tà, trovai solo la tenebra e l'autodistruzione. Quando
dopo un anno ebbe fine il tempo assegnatomi, anche la
pressione del mondo esterno era mostruosamente cre-
sciuta. Già si era udito il suono delle sirene che si eser-
citavano a una sciagura imminente, e nella città oscu-
rata invisibili moltitudini affollavano le strade con tra-
pestio di passi e sussurrio di voci. Qua e là danzavano
i puntini lucenti delle sigarette, e richiami e fischi sor-
gevano dalla calca che fluttuava in qua e in là. Gli abi-
tanti della città erano come un unico vasto corpo nero
con innumerevoli tentacoli in balia di un'unica, incer-
ta attesa. Quando le sirene suonavano per la seconda
volta restavamo quieti come se udissimo il frullo d'ali
di mitologici mostri. Restavamo al buio, presaghi di
un momento apocalittico. Quando la luce si riaccende-
va di botto in tutte le strade, in mille la salutavamo
con un grido di speranza e di vita, ma per parecchio an-
cora si potevano percepire l'anarchia e il disfacimento
che erano rimasti in agguato nel buio. Ed uno degli ul-
timi giorni mi trovavo con Peter Kien, un mio compa-
gno d'Accademia, in una strada luminosa, e reggeva-
mo tra noi un grosso quadro, un quadro dipinto da me,
che rappresentava una città in fiamme, e Peter Kien
fissò lo sguardo in su e trattenne il fiato con una sorta
di singhiozzo, ed io vidi cadere dall'alto uno straccio
scuro, e quando lo straccio sbatté sul selciato vidi di
che sorta di straccio si trattava. Lo straccio scuro ave-
va una testa e intorno alla testa aveva sangue, e lo
straccio era un corpo che si raggomitolò, rotolò da un
lato e serrò forte le ginocchia al ventre e poi rimase co-
sí, rigido, come un embrione nel grande utero di pie-
tra. Accorse gente da ogni parte, e intanto noi regge-
vamo davanti a loro la città in fiamme. Il respiro di
Peter Kien era un singhiozzo. Scappa, Peter Kien, non
restare qua. Scappa, nasconditi, tu e il tuo viso inerme
e aperto, tu e il tuo sguardo fisso e smarrito dietro gli
spessi prismi degli occhiali, scappa, prima che sia trop-
po tardi. Ma Peter Kien rimase indietro. Peter Kien fu
assassinato e arso. Io scampai. Spedii i miei quadri ai
miei genitori, feci lo zaino e partii per il sud, trovai un
villaggio sulle rive di un lago montano dove rimasi per
circa sei mesi, e poi ripartii per il nord, dove erano fug-
giti i miei genitori con le loro cose. Mentre camminavo
sulla strada diretto al sud, continuamente mi sembra-
va che dall'alto cadesse lo straccio scuro e vedevo las-
sú, sopra di me, la finestra aperta nella città di pietra
e mi raffiguravo la stanza che un uomo ancora in vita
aveva attraversato di corsa, vedevo dall'interno la fi-
nestra, l'azzurra vasca della finestra, e rivivevo la de-
cisione irrevocabile, il superamento dell'ultima resi-
stenza. Solo con i miei passi sul nastro levigato della
strada di campagna, traversavo di corsa la stanza, quel-
l'ultima stanza di una vita, sul pavimento c'era un tap-
peto rosso di tipo persiano e davanti al divano c'era
un tavolino ovale con le zampe arcuate e sul tavolo c'e-
ra un vaso di cristallo viola e al muro era appeso uno
specchio con una dorata cornice a riccioli e nello spec-
chio si vedeva la finestra e la mia corsa verso la fine-
stra. Mi raffiguravo l'attimo in cui ogni appiglio man-
cava, l'attimo in cui saltavo sul davanzale e mi lanciavo
nell'acqua azzurra del vuoto. Nell'istante che seguiva
immediatamente a quel momento decisivo oltre il qua-
le non c'era piú ritorno, volavo come in sogno, e avevo
la sensazione di poter volare all'insú leggero come un
uccello, sarei salito sempre piú su, sempre piú su, con
le braccia distese, come avevo fatto a trovare la for-
za di saltare, dove avevo preso il coraggio per questo
salto, nell'intervallo immediatamente successivo all'i-
stante del salto volavo estasiato all'insú, levitando,
sentivo lo sciacquio dell'aria intorno a me, non respi-
ravo piú, ero come rapito, avevo gli occhi chiusi, era
stata la morte a prendermi, era stata la forza della mor-
te ad afferrarmi nella mia stanza e a buttarmi dalla fi-
nestra, perché quel salto sarebbe stato inconcepibile
se la morte non si fosse trasformata in voluttà, e poi
venivo afferrato da una corrente che mi trascinava in
basso e all'improvviso non mi muovevo piú, la forza
di gravità della terra intera si era attaccata a me, e la
corrente diveniva sempre piú forte, sempre piú forte
e mi inghiottiva verso il basso. Il paesaggio intorno a
me girava, sentivo il tocco dei miei passi e rivivevo la
caduta e il terrore improvviso di riconoscere che era
troppo tardi, e poi giacevo fracassato nell'utero di pie-
tra della città. Riposavo sul bordo della strada, beve-
vo l'acqua dei ruscelli e delle fontane, dormivo nelle
locande, e dopo diverse settimane giunsi al lago, corsi
giú per la boscaglia e il greto ciottoloso fino alla riva,
gettai lontani zaino e vestiti e mi lasciai portare dal-
l'acqua tiepida. Rimasi sdraiato sul dorso muovendo
appena le mani e i piedi, e intorno le montagne emer-
gevano nella foschia del crepuscolo. Bianchi villaggi
rilucevano tra le ombre violette, e ovunque si udiva
un suono limpido di campane. Avevo la sensazione di
librarmi supino, di librarmi sul fondo di un enorme
calice e di vederne svanire i bordi nel pulviscolo do-
rato del sole al tramonto. Tutto il peso e l'oppressio-
ne scomparvero, lavati dalle morbide carezze dell'ac-
qua, assorbiti, svaporati, nella luce di madreperla. Là
su quel lago trovai un limbo, scorsi i primi accenni di
una vita diversa, distesa, e quasi felice. Era un'esisten-
za sospesa a un filo sottile, ma stranamente, in una si-
tuazione come la mia che diveniva esternamente sem-
pre piú insicura, trovai un'ombra di armonia interiore.
Prima non avevo avuto alcun rapporto con la campa-
gna, anzi, mi ci ero sentito perduto, indifeso, ed espo-
sto alla caducità, e solo nelle città riuscivo a provare
qualcosa di simile a un sentimento di appartenenza,
ma qui in questo paesaggio montano, tra questi vigne-
ti, queste foreste di latifoglie e questi antichi villaggi
messi insieme con la pietra grezza, in questo mite prin-
cipio di estate che si andava mutando in una tremolan-
te calura tropicale, vissi ore di quiete vegetativa. Per-
Sl il bisogno maniaco di essere attivo e riuscii a stare
sdraiato al sole sulla riva del lago o nell'erba asciutta
di una radura, senz'essere tormentato dalla cattiva co-
scienza. E se volevo mettermi a disegnare o a scrivere
potevo, prima di farlo, aspettare e meditare a lungo, e
non era poi tanto importante disegnare e scrivere, po-
tevo anche farne a meno, era piú importante il fatto
che fossi qui, che vivessi, e prima di lavorare alle co-
se dovevo imparare a viverle. Mi inoltravo nei boschi
verde cupo, e se pure talora sentivo montare un'im-
provvisa paura per questo rigoglio di vegetazione, per
1 odore di decomposizione, prevaleva però il piacere
della scoperta, la gioia di vivere, tanto che spesso mi
sorprendevo a cantare e a ridere forte in profonda so-
litudine. E qui, in una notte calda e chiara di stelle, pe-
netrai per la prima volta nel corpo di una donna, stava-
mo abbracciati su di un balcone che guardava il lago, e
lei mi trasse nella sua stanza, sul suo letto, e non ci fu
né lotta né sforzo, ma fu facile come un gioco, la vita
giocava con noi, ed io non mi opposi piú. Il giorno do-
po, di prima mattina, ero giú nella corte e mi lavavo il
viso e le mani al filo della fontana e sentivo ancora sul
membro il calore dell'interno di un corpo femminile e
nel villaggio cantava un gallo e nella stalla le bestie si
agitavano ed io mi stiravo e mi stendevo pieno di una
nuova coscienza di me. Ma dopo l'ascesa venne il de-
clino. Non fu la pressione ogni giorno crescente del
mondo esterno a portare quei giorni a spengersi, per-
ché lo sfacelo era in me, non riuscivo a mantenermi
nella luce. Incapace di vivere con le mie forze dovet-
ti tornare a casa dai miei. Mio padre aveva trasferito
la sua fabbrica, completa di macchinari e capitali, nel
nuovo paese, e sotto le mani di mia madre era risorto
all'interno del nuovo edificio il consueto ambiente do-
mestico. Tornai come il figliuol prodigo cui si fa la gra-
zia di un posto dove stare. Una cartella di disegni e un
quaderno di appunti erano le mie sole cose. I miei qua-
dri, lasciati in consegna a mia madre, non c'erano piú.
Facendo lo sgombero per partire li aveva portati in
cantina, li aveva spezzati con un'accetta e bruciati nel-
la stufa. Giustificò questa distruzione come una misu-
ra di sicurezza. Aveva avuto paura che i miei quadri,
sinistri e tetri, risvegliassero sospetti negli ufficiali di
dogana. Aveva salvato casa e famiglia, e i quadri, ma-
nifestazione di una malattia, avevano dovuto essere
sacrificati. Facevo ritorno a quella casa e a quella fami-
glia e le uniche tracce che le mie forze avevano lascia-
to mi erano state rubate. Mia madre aveva distrutto
il mondo pittorico della mia giovinezza, quelle danze
macabre, quelle apocalissi e quei paesaggi di sogno,
l'aveva distrutto con le sue mani. Distruggendolo s'e-
ra liberata dalla minaccia all'ordine e alla sicurezza
della sua casa che quei quadri rappresentavano. Ecco-
mi lí a mani vuote, come un vagabondo. Non avevo
altra scelta che entrare nella fabbrica di mio padre. La
fabbrica era ancora in costruzione. L'ufficio e il magaz-
zino erano stati sistemati provvisoriamente in un pic-
colo capannone verde lí vicino. Dentro c'erano le mac-
chine smontate e gli strumenti di precisione, imballati
con trucioli e cartone ondulato, c'erano fusti e barat-
toli pieni di tinta e di sostanze chimiche, e nelle casse
accatastate c'erano le stoffe che sarebbero state in se-
guito colorate e stampate nella fabbrica. Fuori, in cor-
tile, l'impastatrice ruminava con fragore tutto il gior-
no, e ad ogni giro ogni cosa, dentro alla baracca, tre-
mava e sferragliava. Io stavo seduto alla macchina da
scrivere pestando sui tasti le cose pressoché incom-
prensibili che mio padre mi dettava. Benché mi inven-
tassi di mia testa quasi la metà delle lettere commer-
ciali, tutto procedeva secondo i piani. La posta portò
le risposte e le conferme, la costruzione della fabbrica
progredí, attraverso i vetri rotti si potevano vedere
crescere i muri. Comparivano agenti e clienti futuri, si
componevano i campionari, si stipulavano contratti, e
intanto la porta si spalancava e poi si richiudeva con
un tonfo, ed entravano operai, lavoranti e tecnici, e
stendevano i progetti e vi discutevano sopra, e la pol-
vere vorticava, e la nuda lampadina appesa al soffitto,
alimentata da un unico generatore, dondolava, vacil-
lava, e talvolta si spengeva. Era una stagione buia, pie-
na di pioggia e di nebbia, speravamo di finire la costru-
zione prima dell'inverno. E tutto procedeva secondo
i calcoli. Stavamo qui come nel Far West, eppure a
qualche metro da noi i macchinari venivano montati
sui loro basamenti, venivano posati i cavi elettrici e le
condutture del vapore e dell'acqua, a qualche metro
da noi stava sorgendo una gigantesca, funzionale com-
posizione di calcestruzzo, inviluppata in una rete di
fili e di tiranti. Con la prima neve ci trasferimmo nel
nuovo mondo, dove ancora si sentiva odore di vernice
e di intonaco, e risonavano martelli e seghe. Vennero
assunti operai e impiegati, che furono iniziati al loro
lavoro da un gruppetto di specialisti. Nella tintoria,
nella lavanderia, nel reparto manganatura e in quello
della stampa, nei laboratori, nei gabinetti chimici e nel
reparto disegno, nel locale dei campionari, nel magaz-
zino e nell'ufficio, tutti si misero in moto, dapprinci-
pio lenti e maldestri, ma sempre pieni di fiducia e di
zelo. Fu questa la mia nuova musica, il canto delle mac-
chine, e cifre e tabelle furono le mie poesie. Ero ope-
raio tra operai, eppure non facevo parte di loro, ero il
figlio del principale. E siccome con il principale non
me la intendevo, rimanevo come un corpo estraneo nel
grande complesso pulsante, nella melodia sempre cre-
scente dei macchinari. Vivevo nel vuoto, a metà strada
tra il mondo dei genitori e il mondo degli operai. Se
non avessi avuto il mio nome, né fossi stato legato al-
la famiglia, avrei forse potuto trovare dei compagni,
avrei potuto trovare la comunanza del lavoro fisico e
fors'anche una ragazza, un'operaia, una lavorante del
magazzino, un semplice rapporto fisico, ma anche que-
sto è solo un sogno e con quel sogno rinnego me stesso,
poiché con quel sogno fingo di ignorare che per me esi-
ste una sola esigenza, la lotta per un lavoro indipen-
dente. Reprimendo questa esigenza, tutto il resto, di
necessità, mi si intorbidava, non comprendevo niente
delle condizioni di vita degli operai, della loro lotta,
dei loro problemi, visto che non mi era stata data nean-
che la pura e semplice possibilità di compiere un lavo-
ro mio. Ma chi compiva un lavoro veramente suo, qui
dentro. Talvolta guardavo in trasparenza nella strut-
tura di quel complesso dove ciascuno era irretito nei
suoi movimenti e al quale invece nessuno prendeva
parte nel suo intimo, vedevo quei volti assenti, l'atti-
vità meccanica degli operai, e vedevo quanto fossero
stranamente spenti e perduti negli intervalli del lavo-
ro, giocavano a carte, risolvevano cruciverba, e quel
tanto di personalità che era in ognuno era ridotto a una
pappa informe. Trovavano qui di che campare, gua-
dagnavano quel tanto che gli serviva per una casa, per
mangiare e per qualche divertimento, e forse non c'e-
ra altro, forse questo era tutto, sembrava che nessuno
chiedesse di piú o al massimo chiedevano una casa mi-
gliore, un cibo piú sostanzioso e nuove possibilità di
svago. In questo tipo di vita, che non dava adito a col-
loqui su questioni di espressione e di forma, che non
permetteva quei colloqui in cui si può sentire che si la-
vora una materia viva, i compiti che mi ero prefisso
cadevano in preda al dubbio, non avevano piú diritto
di essere, ed essermene occupato un tempo era stato
solo un morboso egoismo. Forse conducevo in questa
fabbrica una vita identica agli altri, giungevo al matti-
no nel flusso degli operai e durante il giorno eseguivo
i compiti assegnatimi e tornavo via la sera, nel flusso
degli altri ed ero colmo di una sorda insoddisfazione e
di aspirazioni imprecise, cosí come ne erano ricolmi gli
altri. Di giorno c'era soltanto il lavoro, il giogo dell'ap-
parato di produzione, di giorno c'era solo quest'uni-
ca cosa, quella che contava, produrre stoffe per tende,
stoffe per abiti, e talvolta quell'unica cosa importan-
te prendeva ai miei occhi dimensioni febbrili, e allora
io stesso vivevo le vicende di quella merce, le vivevo
mentre entrava come materia greggia nelle fauci della
fabbrica, mentre attraversava i successivi stadi di tra-
sformazione sotto il maglio di possenti macchinari, e
rotolava nelle caldaie e sui rulli dove veniva ammor-
bidita e distesa, e fumava e grondava nelle vasche,
prendeva vita nella tintoria dove la cabina del capo-
tintore navigava nella nebbia come una nave di vetro,
veniva gettata in alto da bracci rotanti di metallo e suc-
chiata a labbra aperte dai rulli, fuggiva via in lunghi
nastri fin sul tavolo gommato del reparto stampa do-
ve, nel calore tropicale, operai seminudi si chinavano
su di lei e le facevano bere il colore degli stampi, ed
ora già dava l'idea della sua esistenza futura, le stoffe
stavano appese, grevi e lucenti di fiori e farfalle, di fo-
glie e figure, nelle lunghe sale dell'essiccatura, dietro i
vetri delle finestre il cielo ne rifletteva i colori, e poi
venivano ancora gettate in altre caldaie, traversavano
altre nuvole di vapore, una grandinata di martelletti
le rendeva cedevoli, quindi uscivano dai rulli leggere
e odorose ed erano tagliate e awolte in rotoli e con-
trassegnate da etichette, e molte avevano nomi di dee
e cominciava la loro vita terrena, e rilucevano all'im-
prowiso nelle strade e nei boschi sotto forma di ve-
stiti e sventolavano fuori delle finestre sotto forma di
tendine e giacevano alfine, stracciate e floscie, nei muc-
chi di rifiuti ai margini delle città. E noi continuavamo
a produrre. Continuavamo incessantemente a produr-
re mentre fuori un mondo cadeva in pezzi. La guerra
non mi apriva gli occhi. Il fallimento della battaglia
per la mia vocazione mi aveva gettato in uno stato di
demenza. La mia disfatta non era la disfatta dell'emi-
grato di fronte alle difficoltà di una vita d'esilio, ma la
disfatta di colui che non osa liberarsi dai suoi lacci.
L'emigrazione non mi aveva insegnato niente. L'emi-
grazione era per me solo la conferma di un'estraneità
che avevo sperimentato fin dalla prima infanzia. Non
avevo mai calpestato un suolo che potessi chiamare
mio. Il fatto che fuori si svolgesse una lotta che riguar-
dava anche la mia esistenza particolare, non mi tocca-
va. Non avevo mai preso posizione nei conflitti che agi-
tavano il mondo. Lo sforzo di trovare espressione alla
mia esistenza non mi aveva permesso di prestare at-
tenzione ad altro. Quel periodo fu, per me, un periodo
di attesa, un periodo di sonnambulismo. Trascorsi due
anni nella fabbrica. Il mio lavoro si svolgeva nella ca-
mera oscura del reparto stampa, dove al debole chia-
rore rossastro della lampada sviluppavo i modelli fo-
tografici degli stampi. Eseguivo il mio lavoro chiuso in
una cameretta, sprofondato nel rombo sordo del corpo
della fabbrica. Mio padre, quantunque si fosse com-
piuto il suo desiderio di aggiogarmi al suo lavoro, non
si occupava piú di me. Non mi rivolgeva mai una do-
manda. Sembrava che presentisse che l'avrei lasciato
ancora una volta. Nella stessa impronta di estraneità
trascorrevano le ore in famiglia. Scontavo come una
pena una parte delle mie serate sedendo in compagnia
dei miei genítori, in silenzio, sfogliando un libro o una
rivista, mentre alla radio monotone, anonime voci, da-
vano notizia di incomprensibili avvenimenti. Un grido
mi si strozza in gola, sorgendo dal fondo di quel pe-
riodo, perché mai abbiamo sprecato quei giorni e que-
gli anni, creature umane sotto lo stesso tetto, senza
essere capaci di rivolgerci la parola e di ascoltarci l'un
l'altro. Quale malattia fu mai quella che ci intristí a
quel modo, che ci riempí di tale diffidenza, di tale pau-
ra, da renderci incapaci di guardarci negli occhi. Ep-
pure a quel tempo, che mi parve totalmente oscuro,
appartengono anche certe manifestazioni di una vita
segreta. La notte nella mia stanza, e la domenica, sor-
gevano i quadri, i disegni, le poesie, occulte manife-
stazioni di uno sconosciuto, di un ripudiato. Nel fondo
di questo isolamento totale v'era una muta premedita-
zione che mi spingeva a mettere da parte ogni mese i
soldi per il futuro. Alla fine dell'estate del secondo an-
no cominciò, con un urto violento, l'evasione. Dopo il
lavoro mi ero inoltrato nei boschi. Il ronzio delle zan-
zare era come un'eco limpida di campane. Nel foglia-
me secco v'era un fruscio di ragni e di bestioline. Mi
lasciai cadere sulle rive di un lago montano. Mi addor-
mentai desiderando di non svegliarmi mai piú. Sognai
la via che avevo percorso nel bosco. Dapprima l'antica
paura di smarrirmi nel bosco, la paura della morte nel
muschio, tra le felci, nel profondo silenzio. Su di uno
stretto sentiero mi venne incontro un uomo vestito di
una giacca alla cacciatora e con un carniere e un fucile
in ispalla. Passava oltre, ed io avevo l'impressione di
averlo già incontrato una volta, tanto tempo prima.
Poi camminavo lungo una strada di campagna. Seguen-
do la strada attraversavo una vita indicibilmente vasta
e confusa. Il cacciatore mi venne incontro un'altra vol-
ta, venne dritto su me ed io dovevo farmi di lato per
lasciarlo passare. Accennò un saluto levando la mano
Arrivai a un lago e mi lasciai portare dall'acqua, e ai
largo, nel chiarore di fluidi riflessi, affiorò ancora da-
vanti a me il cacciatore, lo riconobbi e mi svegliai
Tanti anni fa, quand'ero bambino, durante le vacanze;
mi era venuto incontro in un bosco. V'era l'odore di
resina degli abeti appena abbattuti ed io facevo girare
tra le dita un dischetto di legno caduto dal nodo di un
tronco segato. Comparve il cacciatore e mi chiese co-
me mi chiamassi. Glielo dissi. Lui rispose, anch'io mi
chiamo cosí. Mi chiese ancora dove abitassi. Gli dissi
il nome della città. Lui rispose, anch'io abito lí. Mi
chiese la strada, gliela dissi, e lui rispose, anch'io abi-
to in quella strada. Mi chiese il numero di casa, glielo
dissi, e lui rispose, allora abitiamo nella stessa casa.
Proseguí e mi lasciò in uno sconfinato stupore. Im-
pressionato dal sogno balzai in piedi. Non riuscivo a
spiegarmi il sogno, sentivo soltanto che era intervenu-
to un cambiamento, che nuove forze dominavano la
mia vita. Vidi le mie orme nella sabbia del greto. Per
un istante mi colmò l'immagine di queste orme, che
mi avevano condotto qui dal luogo della mia nascita.
Per un solo istante vidi l'impronta oscura di quelle or-
me. La riconobbi e subito la dimenticai, e preso dal-
la paura del passato risalii di corsa il pendio boscoso
mentre gli uccelli volavan via dagli alberi e il sole al
tramonto tingeva il cielo di un rosso sanguigno. E l'in-
quietudine che allora era cominciata non si lasciò piú
arginare, dopo settimane e mesi di lenti mutamenti in-
teriori, dopo ricadute di debolezza e di scoraggiamen-
to, presi commiato dai miei genitori. Rintronava sotto
di me il battito incessante delle ruote del treno come
un martello su una caldaia, e le potenze che sospinge-
vano avanti il mio volo gridavano e cantavano come
un coro augurale. Ero in cammino, alla ricerca di una vita mia.
Fine.