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Bryn Mawr Classical Review 2008.07.

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Margarethe Billerbeck (ed.), Stephani Byzantii Ethnica. Volumen I: A-G. Corpus Fontium
Historiae Byzantinae 43/1. Berlin/New York: Walter de Gruyter, 2006. Pp. x, 64*-441. ISBN
978-3-11-017449-6. Φ148.00.

Reviewed by Camillo Neri, Dipartimento di Filologia Classica e Medioevale, Bologna, Italy


(camillo.neri@unibo.it)

Word count: 5890 words

Le cifre, qualche volta, parlano da sole: se nel 1849 August Meineke aveva edito gli Ethnika di
Stefano Bizantino --il principale lessico geografico della tarda antichità-- in 818 pp.,
promettendo per il 1850 un secondo volume "quod [...] nostros continebit commentarios", mai
uscito, Margarethe B(illerbeck) ne ha dedicate 515 all'introduzione e all'edizione, con
traduzione tedesca, delle sole lettere ɲ-ɶ. Circa 2000 saranno dunque, prevedibilmente,
quando l'opera si sarà conclusa, con i voll. II (ȴ-Ⱦ), III (ȿ-ɏ) e IV (Indici).

Presentato a oltre un secolo e mezzo di distanza dall'ultima edizione critica, quella meritoria,
ma "freilich völlig überholt" (p. V), di Meineke,1 "der neue Stephanos" (p. VII) non mancherà di
risvegliare l'interdisciplinare interesse che gli Ethnika, sia pure nella versione epitomata in cui
sono sopravvissuti,2 hanno costantemente esercitato sugli studiosi, a partire dalla prima metà
del Quattrocento, per le questioni di ordine linguistico-grammaticale (soprattutto per ethnika,
topika e ktetika), storico-letterario (citazioni di storici e poeti ellenistici amanti dell'erudizione
geografica), storico (leggende di fondazione), geografico, archeologico implicate in queste
scarne glosse. E di riproporre i problemi da sempre connessi alle molteplici critiche mosse a
queste pagine: scarse conoscenze geografiche, superficialità, carattere compilativo,
contraddittorietà rispetto alle fonti epigrafiche e numismatiche, natura meramente
grammaticale.3

Rispetto a quella di Meineke, la nuova edizione, che si è valsa delle attuali strumentazioni
informatiche (soprattutto delle banche-dati epigrafiche) e dei progressi nello studio della storia
della colonizzazione, offre una limpida introduzione (che chiarisce nel dettaglio le condizioni
della tradizione del testo e i criteri editoriali); un testo critico affidabile, costruito sulla base di
una revisione dell'intera tradizione diretta e indiretta, e ove le glosse sono ora numerate
lettera per lettera (in margine, i rinvii ai numeri di pagina e riga nell'edizione di Meineke),
secondo i criteri delle moderne edizioni di lessici; due apparati (dei paralleli geografici e
lessicografici, e delle varianti testuali); un'utile traduzione tedesca a fronte; brevi annotazioni
illustrative delle scelte testuali e dell'interpretazione, corredate di rimandi bibliografici per
quando riguarda la storia della colonizzazione.

I "Prolegomena" (pp. 3*-64*) si aprono con brevi, ma puntuali ragguagli "Zu Person und Werk"
(pp. 3*s.), che non si propongono peraltro di sostituire l'esaustiva trattazione di Honigmann, e
che vanno letti parallelamente a una rapida raccolta di Testimonia (p. 3), per cui si sarebbe
forse desiderato un ordinamento tematico, sul modello delle edizioni di testimonianze. Segue
un'accuratissima sezione su "Die Überlieferung der Ethnika" (pp. 5*-49*), inaugurata da un
doveroso omaggio ai lavori di A. Diller (ora raccolti in Studies in Greek Manuscript Tradition,
Amsterdam 1983, 45-57 e soprattutto 183-198) e articolata in:

a) "Die Überlieferung von kurzen Teilen des ursprüngliches Textes" (pp. 5*-7*), limitata a
poche glosse dalla lettera ɷ, tra ȴʐʅ ʆɸʎ e ȴ ʏɿʉʆ, a una sorta di indice della lettera ɸ,4 e
all'inizio dell'articolo ɲʌɸʎ sino a ʃɲʏ ʔ ʅɻʎ, conservati nel cod. (XI sec.) Parisinus
Coislinianus 228 (parte VI ff. 116r-122v), nonché a brevi accenni di Costantino Porfirogenito
(Adm. imp. 23, 24, Them. 1,32-34, 2,1-12, 6,6-16, 9,11-20, 10,9-30, 12,4-33, 15,5-11, 16,1-4) e
di Giovanni Tzetzes (Chil. 3,818-820);

b) "Die Überlieferung der Epitome" (pp. 7*-49*), con una rassegna completa dei manoscritti
(pp. 7*-29*): 18 codici (rispetto ai 5 recensiti da Meineke) --di cui solo 3 "Primärhandschriften"
(p. 25*) e solo 8 utili alla constitutio textus-- le cui relazioni sono sintetizzate nello stemma
codicum a p. 29*. Benché a rigore non riguardino necessariamente la sola Epitome, figurano in
questa sezione un regesto della tradizione indiretta (pp. 29*-36*, con particolare riguardo per
Eustazio: pp. 33*-35*), dei "Frühe Benutzer des Stephanos" (Ermolao Barbaro e Poliziano: pp.
36*-38*), delle edizioni (pp. 38*-42*) e delle traduzioni latine (pp. 43*s.), e un'esposizione dei
principi editoriali adottati (pp. 44*-49*).

Chiude i Prolegomena un'aggiornata bibliografia (pp. 51*-64*).

"Textus et versio Germanica" (pp. 7-41), con il loro corredo di note, sono preceduti dalla
raccolta dei "Testimonia" (p. 3) e dall'indispensabile "Tabula notarum in apparatibus
adhibitarum" (pp. 5s.). Nuove proposte testuali riguardano le glosse ɲ 1, 16, 25, 33, 55, 85, 89,
95, 96, 128, 146, 168, 176, 290, 357, 429, 476, 519, 565, ɴ 57, 85, 134, 171, e ɶ 81, 105, 108,
116.

L'apparato, perlopiù positivo (ma negativo là dove l'economia non nuoce alla chiarezza), è
costruito in modo chiaro, coerente e giudizioso, sulla base dei codici RQPN (con il contributo
all'occorrenza di altri mss., dell'Aldina e della tradizione indiretta): penalizza un po' la
consultazione, se mai, la scelta di riportare lezioni e varianti non riga per riga, come d'uso, ma
per gruppi di più righe.

Va da sé che una discussione punto per punto, e glossa per glossa, di un lavoro del genere, che
ha già tutti i crismi della monumentalità, eccederebbe largamente sia i ragionevoli criteri di
questa rivista, sia i modesti proponimenti (anche esistenziali) del recensore. Che si limiterà,
pertanto, ad alcune osservazioni --rubricandole di volta in volta nel capitoletto appropriato e
privilegiando i motivi di occasionale dissenso rispetto a quelli, largamente maggioritari, di
plauso e consenso-- per quanti volessero approfondire qualche aspetto di questo ricchissimo e
benemerito volume.

PERSONALITÀ E CRONOLOGIA DI STEFANO

Per quanto riguarda la personalità storica di Stefano e la collocazione cronologica della sua
opera, la B. si pone sulla scia di Honigmann (o.c. 2369-2375), che fissa gli Ethnika alla (prima)
età di Giustiniano sulla base dei seguenti indizi:

a) In ɲ 305 (92,15ss. M.) si ricorda il grammatico Eugenio --ʋʌɸʍɴ ʏɻʎ ɷɻ ʆ (Suda ɸ 3394 A.)
sotto Anastasio I (491-518)-- come ʋʌ ʅ ʆ ʏ ʎ ʆ ʏ ɴɲʍɿʄ ɷɿ ʍʖʉʄ ʎ ɷɿɲʃʉʍʅ ʍɲʎ.5

b) In 309,9ss. s.v. Ⱥɸʉ ʋʉʄɿʎ (... ʏɿʎ ʇ ʆʏɿʉʖɸ ɲʎ ʅɸʏ ʏ ʆ ʍɸɿʍʅ ʆ ʆʉʅ ʍɽɻ ʋ
ʉʐʍʏɿʆɿɲʆʉ ) e in 590,12 s.v. ɇʐʃɲ (... ʃɲɽ' ʅ ʎ ʉʐʍʏɿʆɿɲʆɲ ʋʌʉʍɲɶʉʌɸʐɽɸ ʍɲ) si fa
riferimento ai nuovi nomi impartiti rispettivamente ad Antiochia e a Sykai da Giustiniano dopo
il 528 (terminus post).

c) In 219,6ss. s.v. ȴɲʌɲ è citato come ancora ʖʐʌ ʏɲʏʉʆ il fortilizio costruito nel 507 e
definitivamente distrutto nel 573 (terminus ante).
d) In ɲ 163 s.v. ʃ ʆɲɿ, infine, l'epiteto ʃʉʆ ʏɿʎ offre lo spunto per citare una ʆ ʍʉʎ
ɷɿɲʔ ʌʉʐʍɲ ʅ ʆ ʏ ʋɲʆɸʐʔ ʅ ʋɲʏʌɿʃ ʃɲ ʏ ʋ ʆʏɲ ʍʉʔʘʏ ʏ ʅɲɶ ʍʏʌ Ʌ ʏʌ , ʃɸɿʅ ʆɻ
ɷ ʃɲʏɲʆʏɿʃʌ ʏ ʎ ɸ ɷɲ ʅʉʆʉʎ ʋ ʄɸʘʎ ɍɲʄʃɻɷ ʆʉʎ, dove il riferimento a Pietro Patrizio (PLRE
III/B 994 nr. 6), magister officiorum nel 539, potrebbe essere "eine 'hommage' an den Gönner
des Stephanos", il che collocherebbe "die Redaktion des Buchstabens ɲ frühestens um 540" (p.
3*), e anzi "zwischen 539 und 563" (Honigmann, o.c. 2370; il 563 è il presumibile anno di
morte di Pietro Patrizio: cf. B.A. Müller, Hermes 53, 1918, 340), sia pure, magari, come
"späterer Zusatz" di un'opera originatasi "zwischen 528 und 535" (o.c. 2373).

Ora, poiché la Suda (ɸ 3048 A.) ricorda come autore dell'Epitome degli Ethnika (l'unica a
tutt'oggi conservata, fatta eccezione per pochi brandelli di una versione più ampia) un certo
Ermolao,6 ɶʌɲʅʅɲʏɿʃ ʎ Ⱦʘʆʍʏɲʆʏɿʆʉʐʋ ʄɸʘʎ· ɶʌ ʗɲʎ ʏ ʆ ʋɿʏʉʅ ʆ ʏ ʆ ɽʆɿʃ ʆ ɇʏɸʔ ʆʉʐ
ɶʌɲʅʅɲʏɿʃʉ ʋʌʉʍʔʘʆɻɽɸ ʍɲʆ ʉʐʍʏɿʆɿɲʆ ʏ ɴɲʍɿʄɸ --cui già Meineke attribuiva infatti le
glosse 'giustinianee', e i riferimenti a Eugenio ("ceterum haec de Eugenio epitomatoris potius
videntur quam Stephani", p. 93) e a Pietro Patrizio ("sequentia epitomatoris sunt, nec scribi
potuerunt a Stephano", p. 61), e dunque la datazione alla prima età di Giustiniano-- per non
dover ammettere un'epitomazione di pochissimi anni successiva all'originale (cf. E.
Stemplinger, Philologus 63, 1904, 619), Müller (o.c. 347s.), Honigmann (o.c. 2375) e la stessa B.
(pp. 3*s.) hanno supposto che la dedica all'imperatore fosse propria dell'originale e non
dell'Epitome e che Ermolao debba essere datato, di conseguenza, "zwischen dem 6. und 10.
Jhdt." (Honigmann, o.c. 2375). L'articolo della Suda d'altra parte, come molti dei biographica ivi
contenuti, risale recta via, con ogni probabilità, a un'epitome dell'Onomatologos di Esichio
Milesio (cf. Adler, ad l.), e se pure non troverà molti sostenitori la tesi di F. Tinnefeld (NP 5,
1998, 516) per cui Esichio sarebbe morto intorno al 530 (ciò che porrebbe certo insormontabili
"chronologische Schwierigkeiten", come ammette la B., p. 4* n. 4), non ha neppure trovato
seri oppositori la datazione proposta da H. Schultz (RE 8, 1913, 1322s.) e recepita da B. Baldwin
(ODB 2, 1991, 924) per cui egli sarebbe vissuto sino a (poco) dopo il 582: ciò ripropone in
sostanza --a prescindere dalla paternità della dedica-- la problematica continuità tra Ethnika
composti all'inizio dell'impero di Giustiniano e la loro precocissima Epitome7 da parte di un
uomo già famoso, e proprio in virtù di essa, nell'ultimo quarto dello stesso secolo (il fatto che
questa Epitome abbia rimpiazzato quasi ovunque l'originale e fruttato a Ermolao una citazione
nell'Onomatologos può forse scalfire lo scetticismo di Honigmann, o.c. 2375 sulla dedica a
Giustiniano "eines fremden Werkes"8). Problemi del genere non avranno mai una risposta
definitiva,9 ma vi è da chiedersi se non sia tutto sommato preferibile supporre uno Stefano
pre-giustinianeo, poi epitomato (e integrato, e adattato, come ogni lessico) nell'età delle
sintesi scolastiche e della canonizzazione della cultura: ciò spiegherebbe bene, forse, la molto
parziale 'giustinianizzazione' della sua opera, mirabilmente studiata dallo stesso Honigmann
(o.c. 2372-2374); i dubbi di Meineke circa le interpolazioni di età giustinianea, dunque (se pure
l'edizione del Bizantino non costituì la punta di diamante tra molti capolavori filologici),
mantengono a mio parere tutto il loro peso.
Tra i Testimonia di p. 3, al nr. 3, la B. registra la glossa ɴ 84, dove si legge Ȳ ɽʄɸʅɲ· ʋ ʄɿʎ
Ʌɲʄɲɿʍʏ ʆɻʎ ʋʌ ʎ ʏʉ ʎ ɸʌʉʍʉʄ ʅʉɿʎ, ʉ ɷɸʏ ʌʘʎ, ʆ ɶ ɶʉʆɸʆ ʃɲʏ ʍ ʌʃɲ ɶ ʆʆɻʍɿʎ ʏʉ
ɽɸʉ ʃɲ ʍʘʏ ʌʉʎ ʅ ʆ. ʍɻʋʉʎ ɷ ʔɻʍɿʆ " ʃ Ȳɻɽʄɸɸʅ ʆ". ʍʏɿ ɷ ʋ ʄɿʎ ʏ ʎ ʉ ɷɲ ʔʐʄ ʎ.
ʋʉʄ ʏɻʎ Ȳɻɽʄɸʅ ʏɻʎ ʎ ɸʌʉʍʉʄʐʅ ʏɻʎ, come prova della prevedibile (e in ogni caso
probabile) cristianità di Stefano. Meineke tuttavia espungeva, come aggiunta dell'epitomatore,
le parole ʆ- ʅ ʆ, criticato in ciò da Honigmann (o.c. 2374, le cui parole sono riprese verbatim
dalla B.), che tuttavia faceva notare la scarsità di citazioni 'cristiane' negli Ethnika: il fatto che,
come mostra il parallelo di Socr. HE 1,17,51, Stefano ripeta "offenbar eine geläufige Titulatur
der Stadt" (p. 3* n. 3), in ogni caso, è più un invito alla prudenza che una prova della sua fede.
Lo stesso Honigmann, del resto, non includeva la glossa tra le "wichtigsten Stellen" sulla vita
del Bizantino (o.c. 2369-2372).

Giustamente, invece, la B. esclude dal novero dei Testimonia la glossa Ɉɲʅ ɲɽɿʎ (599,14-16),
dove le parole ʉ ʏʘ ȳɸ ʌɶɿʉʎ ɍʉɿʌʉɴʉʍʃ ʎ ʆ ʏ ʆʉʅɲʏɿʃ sono certamente frutto di
interpolazione (cf. già Honigmann, o.c. 2371s.).

TRADIZIONE MANOSCRITTA E RAPPORTI CODICOLOGICI

La datazione del cod. N (Neapolitanus III.AA.18) "um 1490" (p. 14* e cf. p. 5) --sulla base di
quella (certa) di L (Laurentianus plut. IV.3), "der durch ein Zwischenglied von N abhängt", al
31.3.1492-- andrebbe forse sfumata in un più prudente "vor 1492", così come quella di P
(Vaticanus Palatinus gr. 57), di cui N è --secondo la B. attraverso un passaggio intermedio-- una
"Bearbeitung" (p. 13*).

Gli errori congiuntivi tra Q (Vaticanus Palatinus gr. 253) e V (Vossianus gr. F. 20) --tutti per la
verità abbastanza banali-- e le "Abweichungen" di quest'ultimo (che, come gli scambi tra ɻ e ʃ,
sono scarsamente utili a identificare una Vorlage precisa), registrate a p. 17*, rendono
possibile, ma non del tutto sicura, una dipendenza diretta del secondo dal primo (piuttosto che
da R, con cui pure condivide "supplementa et lacunas" [Meineke III]), e la sua conseguente
eliminatio:10 casi come ɲ 455, per esempio, dove V condivide con il solo N la lezione ʖʘʌ ʉʆ in
luogo di ʖ ʌɲ, sembrano suggerire che lo stemma sia meno lineare di quanto appare da p. 29*.

Di soluzione assai ardua è il problema dei rapporti tra P e la sua "Bearbeitung" in N, che Diller
(o.c. 192) e Harlfinger (in E. Gamillscheg-D. H., Repertorium der griechischen Kopisten 800-
1600, 1/A, Wien 1981, nr. 54) attribuivano a una sola mano, secondo Harlfinger quella del
copista e professore di greco Georgios Alexandrou. Per la B. invece, "die von der bisher nicht
identifizierten Hand P2 eingetragenen Lückenfüllungen, die zahlreichen Änderungen unddie
Konjekturen" presenti in N "sprechen für eine durchgängige, kritische Bearbeitung des in P
überlieferten Textes, wie sie kaum von einem Schreiber currente calamo erwartet werden
kann" (pp. 22*s.), ciò che presupporrebbe "ein Zwischenglied" tra i due manoscritti, "das die
gelehrte Bearbeitung von P enthielt, aber nicht von dem Schreiber von P und N herrührte" (p.
22*): questo anello intermedio, da assegnare a un anonimo filologo "im Umkreis des
Florentinen Studio" e da collegare forse agli studi sugli Ethnika di Angelo Poliziano (p. 23*),
spiegherebbe alcune stranezze di N, che ora riproduce fedelmente persino le abbreviazioni di
P, ora innova con congetture e correzioni che denotano intelligenza ed erudizione: l'ipotesi va
tenuta nella massima considerazione, ma mal si accorda con le numerose correzioni in
scribendo presenti in N, e che fanno pensare piuttosto a una copia tratta direttamente da P,
sia pure con una maggiore consapevolezza critica e probabilmente con l'apporto di lezioni
tratte orizzontalmente (e dunque con un processo di contaminazione) da altri rami della
tradizione, e segnatamente da quello di R.

Anche la presenza di lacune comuni tra R e Q contro P (e N), sia pure di minor rilevanza di
quelle che uniscono Q e P contro R, se non tolgono plausibilità allo stemma di p. 29* (per cui Q
e P deriverebbero da un subarchetipo ʗ, a sua volta rimontante all'archetipo ʘ, da cui,
attraverso un subarchetipo ʌ, il "Picos (verlorenes) Exemplar Demetrios Moschos" [p. 23*],
deriverebbe R), ne limitano tuttavia la portata operativa, e fanno pensare ad apporti
extrastemmatici o a relazioni orizzontali di contaminazione con cui, di volta in volta, singoli
codici potevano colmare lacune o sciogliere sequenze incomprensibili già presenti
nell'archetipo.

In generale, per quanto la scelta della B. di limitare di fatto la recensio ai codd. R, Q e P,


coerentemente con lo stemma di p. 29*, appaia operativamente pratica e produttiva, si ha
talora l'impressione che la contaminazione sia più estesa del rapporto orizzontale tra un
antigrafo di R (ʌ) e un apografo di P (ʖ), da cui sarebbe derivato N (cf. p. 28*), che infatti è
sistematicamente registrato in apparato: una prova di più del carattere assai relativo di questo
come di altri stemmi, specie (ma non solo) in campo lessicografico.

TRADIZIONE INDIRETTA

Per quanto riguarda le Cronache bizantine, e in particolare la Storia imperiale di Genesio, le


consonanze con gli Ethnika (più stringenti tra p. 40,26 Lesmüller-Werner - Thurn ~ St. Byz.
513,5, p. 41,45 ~ St. Byz. ɲ 261, molto meno per p. 47,6 ~ St. Byz. 605,1-13 e per p. 83,66 ~ St.
Byz. 592,17-593,8) non permettono, tuttavia, di ipotizzarne una dipendenza diretta e di
includerle pertanto a pieno titolo tra le testimonianze della tradizione indiretta di Stefano.

Le citazioni degli Ethnika nel lessico di 'Zonara',11 accennate all'interno della rubrica
sull'Etymologicum Symeonis (pp. 31*s.), meritavano forse maggiore considerazione, specie là
dove --ɲ 252 e ɴ 2-- Zonara parrebbe aver utilizzato una redazione più ampia dell'Epitome
rispetto a quella trasmessa dai mss.12

CRITERI EDITORIALI E REDAZIONE DEGLI APPARATI

L'obiettivo, del tutto ragionevole, di non perseguire "die Rekonstruktion der ursprünglichen
Ethnika" ma di offrire "die Ausgabe der direkt überlieferten Epitome" (p. 46*) appare
rispettato anche là dove, come nel caso delle glosse trasmesse da Costantino Porfirogenito --
che conosceva senza dubbio una versione meno epitomata, se non quella originale, degli
Ethnika-- l'apparato dei paralleli ospita le testimonianze di una versione più ampia
(contrassegnate da una lettera accanto al numero della glossa), e la traduzione le inserisce
direttamente nel testo, sia pure in corpo minore (un solo caso in questo primo volume, quello
della gl. ɴ 130a, a p. 367). Ancora differente la scelta nel caso delle glosse di ɷ, conservate in
una redazione più ampia, se non proprio in quella originaria, dal cod. Coislinianus 228, che
saranno "parallel zur Epitome in den Haupttext gesetzt" (p. 46*). Tutto ciò ingenera piccole,
ancorché controllabili, asimmetrie: da un lato la traduzione sembra fare, rispetto al testo, un
passo in più verso "die ursprüngliche Ethnika"; dall'altro la tradizione diretta (il Coislinianus) e
quella indiretta (Costantino) sono fatte oggetto --in nome di un (pre)giudizio assiologico-- di
trattamenti editoriali diversi.

Dato che il problema dei rapporti di Stefano con altri lessici è tuttora assai intricato, anziché
raggruppare indistintamente "die indirekte Überlieferung", i paralleli lessicografici e i testi
classici (e cioè, principalmente, la tradizione geografica: Strabone, Dionigi Periegeta e
Pausania) che forniscono notizie in materia in un unico apparato dei paralleli, prima
dell'apparato critico vero e proprio, sarebbe stato forse consigliabile riservare a ciascuna
categoria una sezione a parte: una rigorosa divisione tra ciò che sta a monte e ciò che sta a
valle, e tra le due possibili tipologie di fonti, è infatti, in ogni caso, un primo passo per cercare
di dare qualche pur provvisoria risposta all'annoso e tuttora irrisolto problema delle fonti
(lessicografiche o solo geografiche?) di Stefano. Nella sezione lessicografica, per esempio,
potevano almeno in qualche caso trovare posto quelle glosse che, pur senza paralleli
nell'Epitome, ricalcano tuttavia da vicino la struttura degli Ethnika, e potrebbero pertanto
gettare qualche lume sulla versione originale dell'opera: è il caso, e.g., di ʆɸʅʉ ʌɿʉʆ (Et. Sym.
ɲ 906 L.-L., cf. Zonar. 191) e soprattutto di Ȳ ʏʏɸɿɲ (Et. Sym. ɴ 160 L.-L. = 164 Berger, Et. M. ɴ
239 L.-L., Zonar. 400, e cf. R. Reitzenstein, Geschichte der griechischen Etymologika, Leipzig
1897, 330), che E. Grumach aveva addirittura integrato nel testo nel suo velleitario (e mai
pubblicato) tentativo di ricostruire lo Stefano originario,13 e che il pur ricco apparato dei
paralleli della B., sulla scia delle concise note di Meineke, trascura. Quanto mai opportuna,
invece, l'esclusione dei loci similes epigrafici, che avrebbero enormemente (e forse
inutilmente) accresciuto le dimensioni dell'apparato.14

Irrituale, ancorché comprensibile e in definitiva non foriero di troppe ambiguità, l'uso delle
parentesi uncinate --normalmente impiegate per segnalare le integrazioni congetturali di un
editore-- per indicare le integrazioni o i riempimenti delle cosiddette fenestrae da parte di
seconde o terze mani nei vari manoscritti: l'alternativa, naturalmente, sarebbe stato l'uso di
normali parentesi tonde, con diciture canoniche come "(ɲɴɶ add. alt. m. in fenestra)" vel
similia. Singolare, poi, la presenza di "cancell.(avit)" (cf. p. 5), per un "del.(evit)" di copista, in
alcune note di apparato (cf. e.g. ɲ 1,10, 49,4, ɶ 118,6; inusuale, a p. 334 r. 12 d.b., anche la
dicitura "haud sine dubio", che sembra una sorta di 'contaminazione polare' di haud dubium e
sine dubio).

SCELTE TESTUALI E NOVITÀ

Ovviamente non è possibile qui, come si è detto, dar conto di tutte le scelte testuali innovative
(e spesso migliorative) che caratterizzano questa edizione rispetto a quella di Meineke.
L'autopsia del Coislinianus per esempio, condotta da C. Zubler, ha permesso di accertare le
letture ʃɲʏɻʍ ɲ (f. 122r b 9: ʃɲʏɻʏ ɲ Meineke), ʄɴʉʆɽɿʎ [sine acc.] (b 22: ʄɴʉʆʏ ʎ
Meineke), < ʄʄ> ʎ (f. 122v a 19: < ʄ> ʎ Meineke). In generale, molti sono i casi in cui la
ricognizione dei mss. (per lo più su xerocopie) ha permesso di correggere e rettificare le letture
di Meineke, specie per quanto riguarda i codd. R e P, per cui l'apparato della B. offre non di
rado dati divergenti da quello del precedente editore (che aveva collazionato R ma traeva le
lezioni di Q e P dal commento di L. Holstenius15).

Rispetto alle molte occasioni di plauso e consenso, dunque, ci si limiterà anche qui a minime
integrazioni e ad alcuni sporadici casi di dissenso, selezionandoli --a titolo puramente
esemplificativo-- dalle novità testuali:

ɲ 1: l'integrazione ʍʏɿ ɷ < ɴɲʎ> (B.) ʋʉʏɲʅ ʎ ʄɴɲʆ ɲʎ (susp. Meineke : ʏɲʄ ɲʎ fere
codd.) appare superflua, visto che proprio ɴɲʎ è la forma studiata subito prima come ʃ ʌɿʉʆ
(cf. e.g. 533,14s. ɇ ʃʘʆ ʆʉʅɲ ʃ ʌɿʉʆ. ʍʏɿ ɷ ʋʉʏɲʅ ʎ ʃɲ ʆ ʍʉʎ ʏ ʎ Ȱ ʉʄ ɷʉʎ); quanto
all'uso del plurale ɴɲɿ in Str. 9,3,13 (cf. Paus. 10,35,1), esso non è inficiato ("sed", B., p. 8) dal
singolare di 10,1,3, dove il geografo cita Aristotele (fr. 617 G.).

ɲ 4: tra le attestazioni di ɴɲʌʆ ʎ, si veda anche Theophr. fr. 400A F. e AP 14,114,8, nonché,
tra quelle lessicografiche, Suda ɲ 19 A.

ɲ 5: a favore della congettura ɷɲʌɻʆʉ di Holstenius (per ɷʌɻɿʆʉ e ɷʌɿɻʆʉ dei codd.),
giustamente preferita dalla B. all' ɷɲʆɻʆʉ di Meineke (per cui cf. ɲ 55), milita la maggiore
frequenza di questo etnico nelle esemplificazioni del tipo 'arabico' in -ɻʆ ʎ: cf. quindi, più che
ɲ 56 (cui rimanda la B.), ɶ 3, 42 e 222,4s. M.

ɲ 6: malgrado le argomentazioni contrarie della B. (p. 19 n. 15), la citazione di Eforo (FGrHist


70 F 154), "che avrebbe chiamato Abdero anche la città", doveva comparire accanto
all'illustrazione del toponimo, ben prima della trattazione degli etnici (non ha infatti alcun
senso dopo ʇʐʌʐɶʖ ʏɻʎ, nemmeno in "parenthetische Funktion"): meglio che prima di
ʋʉʄ ʏɻʎ (come voleva Meineke, in app.), essa andrà dislocata dopo ʔɲʍ ʆ, là dove si parla di
Abdero figlio di Hermes, e le parole ʔ' ʉ ʏ ɴɷɻʌɲ, che tutti gli editori espungono (e che
difficilmente potranno essere considerate "die logische Brücke zu ʃɲ ʋ ʏ ʆ ɸ ʎ ɲ
ʉ ɷɸʏ ʌʘʆ"), saranno il residuo mal tagliato di una redazione più ampia circa l'origine mitica
del toponimo tracio.

ɲ 7: l'unicità della sequenza ʇ ʎ ʆ e la menzione di Diogene Abileno (di età certamente


giustinianea) possono forse suggerire che la sequenza ʇ-ʍʉʔɿʍʏ ʎ sia un altro degli inserti di
Ermolao.

ɲ 16: la problematica sequenza ʉ ɷ ʏ ʆ ʆ ɀɿʄ ʏ ɴʐɷʉʆ ʉ ʃʉ ʆʏɸʎ ( ʃ ɀɿʄ ʏʉʐ


Holstenius : ɀɿʄɻʍ ɲʆ Meineke), con cui Stefano sembra riservare ai soli Abideni milesi
l'accusa di sicofantia e di effeminatezza, viene risistemata dalla B. con l'espunzione di ʆ
ɀɿʄ ʏ , considerata "die Glosse eines Epitomators, der angesichts des verkürzten Textes sowie
des Hinweises auf ʅɲʄɲʃ ɲ präzisieren wollte, dass das Sprichwort nicht auf die unmittelbar
zuvor genannte Stadt in Italien abzielt, sondern auf Abydos am Hellespont" (B., p. 27 n. 27);
tuttavia, a parte il fatto che anche Eustazio (Il. 357,1-3 = 1,559s. V.) sembra confermare che
l'Abido da cui guardarsi era la colonia milesia dell'Ellesponto (l'unica di cui ivi si parla), la sua
"Umformulierung" del testo degli Ethnika in Dion. 513 ( ʍʏ ʉʆ ɷ ʏɿ ʃɲʏ ʏ ʆ ɶʌ ʗɲʆʏɲ ʏ
ɽʆɿʃ ʏɲʄɿʃ ʋ ʄɿʎ ʄ ɶɸʏɲɿ ʉ ɷɸʏ ʌʘʎ ʏ ɴʐɷʉʆ, ʃɲ ʏɿ ʋ ʍʐʃʉʔɲʆʏ ʃɲ ʅɲʄɲʃ
ɷɿɸɴ ʄʄʉʆʏʉ ʉ ɀɿʄ ʍɿʉɿ ɴʐɷɻʆʉ ʉ ʏʉɿ, dove la contiguità delle notizie sull'Abido italica e
sui vizi proverbiali non deve ingannare --come pure ʉ ʏʉɿ-- e riflette semplicemente la loro
immediata successione nel testo di Stefano) è sì un "Indiz der Klärung", ma nulla vieta di
pensare che tale spiegazione fosse corretta e antica, e l'articolo ʏ ʆ (a meno di non espungere
anch'esso), di uso non frequente in casi come questo, pare un elemento a favore di una già
originaria specificazione dell'Abido interessata dai deprecati fenomeni: poiché tale
specificazione non può riguardare l'origine milesia di Abido (che accomuna quella ellespontica
e quella egizia), quindi, più che espungere, si potrebbe forse correggere ʆ ɀɿʄ ʏ in ʆ
ʄʄɸʍʋ ʆʏ (oppure, sulla linea di Meineke, in ʆ ʄʄɸʍʋ ʆʏ ɀɿʄɻʍ ɲʆ, ciò che spiegherebbe
ancor meglio, forse, la genesi dell'errore).

ɲ 33: la B. non segnala nemmeno in apparato l'integrazione ʏʉ ɷ ɷɸʐʏ ʌʉʐ (proposta da


Berkel, accolta da Meineke e in effetti necessaria) prima della serie introdotta da ʋ ʌɿʉʆ ʃʏʄ.,
che costituisce effettivamente una seconda "Mustergruppe" dopo quella introdotta poco
prima da ʏʉ ʅ ʆ ʋʌʉʏ ʌʉʐ ʋɲʌɲɷɸ ɶʅɲʏʉʎ e iniziante con ʍɿɲʆ ʎ ʃʏʄ..

ɲ 89 Ȱ ɲʆ ʏɿʎ: né l'indicazione di una lacuna prima delle parole ɷɿ ɷɿʔɽ ɶɶʉʐ (che possono
avere autonomia sintattica in Stefano: cf. e.g. 283,6), né la risistemazione dell'ultima parte
della glossa, ɇʉʔʉʃʄ ʎ ɷ Ȱ ɲʆʏ ɲ ɶʌ ʔɸɿ ɷɿ (B. : ɷ ʖɲ codd.) ʏʉ ɿ (Salmasius, B. : ʆ codd.),
dove le due correzioni si implicano a vicenda, sembrano davvero necessarie: la soluzione più
economica è forse ancora quella (non registrata in apparato) di Westermann, ɇʉʔʉʃʄ ʎ ɷ
Ȱ ɲʆʏ ʎ ɶʌ ʔɸɿ ɷ ʖɲ ʏʉ ɿ. Se mai, si poteva forse rilevare come la quasi identità tra gli incipit
di questa glossa e di ɲ 87 Ȱ ɲʅɻʆ dia l'impressione di una Doppelglosse,16 anche se la
formularità delle indicazioni di Stefano (almeno nella forma in cui esse compaiono
nell'Epitome) non permette di avere troppe certezze, in materia.

ɲ 146: la testimonianza di Eustazio (Il. 311,13-16 = 1,483,15-19) induce effettivamente nella


tentazione di correggere (con la B.) in ɲʆʏɸʎ ʃɲʄʉ ʆʏʉ il concordemente tradito ʆʏɿʎ
( ɲʆʏ ʎ Meineke) ʃɲʄɸ ʏʉ, ma una ragione per resistere sta forse nel fatto che in Eustazio il
soggetto psicologico della frase sono gli Ȱ ʏʘʄʉ , che ʋ Ȱ ʏʘʄʉ ʃɲʄʉ ʆʏɲɿ, mentre qui si
parla solo di Ȱ ʏʘʄ ɲ, ciò che rende il passaggio all'etnico e al plurale in qualche modo
innaturale.

ɲ 168 ʃʌɲɿʔ ɲ· ʋ ʄɿʎ Ȳʉɿʘʏ ɲʎ. ʉ ɷ ʃʌɲ ʔɿʉʆ, Ʌɲʐʍɲʆ ɲʎ ɷ < ʃʌɲ ʔʆɿʉʆ (suppl.
Xylander) ʄ ɶɸʏɲɿ ʃɲ ɽɻʄʐʃ ʎ> (suppl. B.) ʃɲ ʉ ɷɸʏ ʌʘʎ: se l'integrazione di Xylander, alla
luce dei passi di Pausania ove figura l'etnico (9,23,5, 24,1, 40,2), appare sicura, quella della B. è
certo molto attraente, ma forse non indispensabile se si interpreta come un'unica frase la
sequenza ʉ ɷ -ʉ ɷɸʏ ʌʘʎ, "alcuni (scrivono) Akraiphion, e Pausania Akraiphnion, anche al
neutro" (per ʃɲ ʉ ɷɸʏ ʌʘʎ senza l'antecedente 'femminile' cf. 463,13, 606,18).
ɲ 176: che l' ʃʏ ʏʉʐ ʋ ʏʌɲ ʆ ʏÔǺ ʏʌɲɶ ɷ dei codd. vada emendato (con la B.) in ʃʏ ʏɻʎ
ʄ ɽʉʎ ʃʏʄ. e ricondotto a Soph. fr. 68 R., è possibile, ma tutt'altro che certo: né Radt, né Snell-
Kannicht (che stampano la citazione di Stefano come Trag. adesp. fr. 467, nella forma ʃʏ ʏɿʎ
ʋ ʏʌɲ suggerita da Nauck), in effetti, azzardano una proposta d'identificazione, che anche qui
poteva, forse meglio, trovare posto in apparato.

ɲ 290: ʃɲ (ɶ ʌ) ʏ ʋʉʎ è espressione ricorrente in Stefano (cf. ɲ 66, 448), e ʃɲ (secl. B.)
andrà dunque preservato.

ɲ 331: su ʆʏɿʃʐʌɲ ʉʎ (che l'Epitome registra in ogni caso come etnico, non come "adjective
applied to hellebore") si veda Whitehead, o.c. 103s.

ɲ 357: se l'altrimenti ignoto ʋɿɷɲʆ ʎ della Troade (certo da distinguere dal più famoso
omonimo tessalico --cf. G. Hirschfeld, RE 1/2, 1894, 2802 e la stessa B., p. 227 n. 525-- la cui
mancata menzione, qui, sarà dovuta al processo di epitomazione) sfocia nel "mare
occidentale", l'espressione --più che "den Hellespont" (così Hirschfeld, l.c.)-- potrà forse
designare l'Egeo orientale per contrapposizione rispetto al mare a nord, la Propontide (cf. Dt.
11,24, dove hayyam ha'akharon, che i LXX traducono con ʏ ʎ ɽɲʄ ʍʍɻʎ ʏ ʎ ʋ ɷʐʍʅ ʆ e la
Vulg. con mare occidentale, indica il Mediterraneo orientale, a ovvia conferma della relatività
del concetto). In ogni caso, la notizia si giustifica, dopo una trattazione sugli etnici tratti da
ʋ ɲ, anche senza bisogno di pensare alla conflazione di due glosse, "eine über Apia [...]
andere über die Flüsse Apidanos" (B., l.c.). Quanto alla normalizzazione sintattica del periodo
successivo proposta dalla B. ( ʍʏʌʉʎ ɷ ʔɻʍ ʃʏʄ. in luogo di ʔɻʍ ɷ ... ʍʏʌʉʎ), essa è
invitante, ma forse non obbligata, poiché casi di ʔɻʍ incipitario (con soggetto posposto o
addirittura mancante) non mancano nell'Epitome (cf. e.g. ɲ 167, nonché 593,21, 597,3):
un'alternativa forse più economica potrebbe essere ʔɻʍ ɷ ʍʏʌʉʎ ʃʏʄ.

ɲ 476: poiché la forma ɴɿʃ ɷɻʎ di alcuni ʃɸʌ ʅɿɲ (cf. Phot. 634,3 P.) rende forse non così
implausibile un loro accostamento ai ʃʌ ʅʅʐɲ e diverse designazioni geografiche dei ʃɸʌ ʅɿɲ
sono attestate in Hesych. ʃ 2339 L., Phot. 534,18 P., non è prudente risolvere per via di
espunzione (così B.-Zubler) il problematico accostamento ad ʍʃɲʄʘʆɲ ɲ del termine, forse
epitomato residuo di una spiegazione più ampia.
ɲ 540: nell'apparato dei paralleli, a proposito di ɲ ʄɿɲ, la B. rimanda, tra gli altri, ad "AB
463,16": trattandosi della Synagoge, occorreva segnalare An. Gr. 1,164,1-3 Bachm. e
soprattutto Syn. (vers. ant.) ɲ 1092 e Syn. (vers. cod. B.) 2406 Cunn.

ɲ 565: il fatto che le indicazioni di baritonesi, in Stefano, siano sempre altrove accompagnate
dalle forme che la documentano (cf. ɲ 105, nonché 221,6, 433,7, 545,17, 586,2ss., 611,22,
654,17s., 696,15) depone contro l'espunzione di ʖ ʌʆɻʎ (B.) e a favore della correzione
ʖ ʌʆɲʎ di Meineke.

ɴ 2 Ȳɲɴ ʄɻ· ʋ ʄɿʎ ʆ ɷʌ ʍɲɿʎ <***> ɶ. < ʋʉʄ ʏɻʎ Ȳɲɴʐʄ ʏɻʎ>: alla fine di questa glossa di
ascendenza straboniana (cf. 7 fr. 20f Radt), frammentaria (il numerale è verosimilmente "ein
Überbleibsel aus einem Polybioszitat", cf. 346,1 Ⱦɲɴ ʄɻ ... Ʌʉʄ ɴɿʉʎ ɿɶ, sempre che non sia
invece il residuo di un ɶʌ ʔɸʏɲɿ che segnalava, per esempio, la variante ʆ ɷʌ ʍ ʏ ʎ
ȺʌÔǵʃɻʎ che si legge in Zonar. 372) e --come pure Ⱦɲʄ ɴɻ (350,4s., cf. già Str. 7,6,2)-- esito di
una corruzione da Ⱦɲɴ ʄɻ (346,1-3), la B. integra l'etnico sulla base di Zonara, il quale --come
ha persuasivamente mostrato K. Alpers, 'Zonarae' Lexicon cit. 748)-- dipende qui proprio da
Stefano, ancorché forse da un testo "noch vollständiger als der Archetypos unserer Hss."
(Alpers, l.c.). L'integrazione, dato anche il contesto frammentario, è certamente legittima, ma
contrasta con la scelta fatta per ʅɲʆʉʆ (ɲ 252), dove Zonara (153), che offre un testo più ricco
ma più vicino a Stefano di quello, scorciato, di Et. Sym. ɲ 661s. L.-L. (che non può esserne,
dunque, l'intermediario: cf. Alpers, l.c.), non è registrato né nel testo (il che è corretto, se egli
attingeva a uno Stefano più ampio), né nell'apparato dei paralleli o nel commento (il che è
meno corretto, se egli attingeva, pur tuttavia, direttamente a Stefano).

ɴ 5: in luogo di Ȳ ʄʉʐ (congettura di Salmasius, accolta da Meineke e supportata da Et. Gen. ɴ


2 L.-L.; Hdn. GG 3/1,31,6s. è invece ricostruito sulla base di Stefano, malgrado il silenzio di
Lentz in apparato), per il nome del padre dell'eroe eponimo di Babilonia (cf. K. Tümpel, RE 3/1,
1897, 261), la B. preferisce stampare ɀ ɷʉʐ, con tutti i codd. e con Eustazio (Dion. 1005), la
cui testimonianza, tuttavia, conferma solo l'antichità della (banalizzante) lezione: che il
personaggio in questione si chiamasse Belo e non Medo è fuori discussione, ma che il nome
corretto potesse trovarsi ancora nell'Epitome può forse suggerire il passo del Genuinum; la
scelta, per altro, resta incerta.

ɴ 8: la frequenza degli etnici in -ɲʆɸ ʎ e in -ɲʆɻʆ ʎ (questi ultimi soprattutto nelle regioni
vicino-orientali: cf. e.g. ɲ 28, 55, nonché 263,8, 340,20, 542,2, 602,7) rende assai verosimile,
anche se tutt'altro che certa, la correzione Ȳɲɶɿʍʏɲʆɻʆ ʎ (di Berkel) in luogo del Ȳɲɶɿʍʏɲʆ ʎ
dei codd. (accolto dalla B.) per l'etnico di Ȳɲɶ ʍʏɲʆɲ.
ɴ 9: da una parte l'ampia attestazione in Stefano di lemmatizzazioni al genitivo, con l'ellissi di
un sostantivo come ʋ ʄɿʎ (cf. B., p. 31 n. 36), e dall'altra la frequentissima presenza
dell'"Ortsbezeichnung" nel lemma, soprattutto quando nella glossa compaiono etnici in -
ʋʉʄ ʏɻʎ, -ʆɻʍ ʏɻʎ, -ʏɸɿʖ ʏɻʎ, etc. (si vedano, tra i tanti, i casi elencati in ɲ 35 e B., p. 43 n. 59;
fanno però eccezione, e.g., ȵ ʄɻɽʐ ɲʎ in 261,15s., e ȿɻʏʉ ʎ in 414,1-5), dall'altro, non
permettono di prendere una posizione netta tra la scelta di Meineke, che poneva a lemma
Ȳ ɷɸʘʎ ʋ ʄɿʎ (lasciando pendente, da un ʋ ʄɿʎ sottinteso, il genitivo che apre
l'interpretamentum) e quella della B. (che pone a lemma il solo genitivo); l'etnico
Ȳɲɷɸʘʋʉʄ ʏɻʎ (che induce anche a resistere alla tentazione di emendare l'isolatissimo
genitivo Ȳ ɷɸʘʎ nell'attestato nominativo Ȳɲɷɸ , per cui cf. Ptol. Geog. 6,7,6, 8,22,4) sembra
in ogni caso gettare qualche luce sull'interrogativo circa "welche Nominativform Stephanos
voraussetzt" (B., p. 323 n. 6), confermando la forma Ȳɲɷɸ (cf., per non fare che un solo
esempio, ɷɲʌʉʋʉʄ ʏɻʎ da ɷɲʌʉ ʋʉʄɿʎ in ɲ 56), che presupporrebbe un genitivo *Ȳɲɷɸʉ ʎ;
non si può forse escludere che in una di queste due forme vada emendato il ɴ ɷɸʘʎ del
lemma, sempre che --rettificandone tutt'al più il solo accento-- non lo si debba interpretare
come il genitivo di un etnico *Ȳɲɷɸ ʎ (come Ʌʐɽɸ ʎ da Ʌʐɽ , cf. 539,15-18), "Città del
Badeo".

ɴ 57: giustamente la B. contesta l'atteggiamento 'analogista' di Berkel e Meineke, che


ricostruiscono la problematica glossa (l'etnico Ȳɲʏʆɲ ʉʎ, commentato da ɷɿ ʏ ʆ ʖɲʌɲʃʏ ʌɲ e
illustrato dai paralleli ɷɸʍʍɲ ʉʎ e Ⱦɲʌʌɲ ʉʎ, è infatti analogico e non "caratteristico del
luogo") sulla base di quella, corredata di esempi analoghi, in 700,12-16: ma se l'omissione degli
esempi epicorici e la simultanea, e dunque contraddittoria, conservazione di ɷɿ ʏ ʆ
ʖɲʌɲʃʏ ʌɲ sono da addebitare all'epitomatore (come anche la B. crede, p. 333 n. 34),
l'espressione --divenuta erronea dopo il taglio-- dovrà essere crocifissa (con un'estensione
dell'uso delle cruces che Theodoridis ha fatto per Fozio, e che già Latte aveva occasionalmente
fatto per Esichio) o in qualche modo segnalata, anche solo in apparato, ma non espunta.17

ɶ 50: se un riferimento all'Italia (come voleva Cluverius, seguito da Meineke) è davvero


"müssig" (B., p. 417 n. 59) dopo ʏ ʆ ȿɿɶ ʌʘʆ, il corrotto ɇʏɲʄ ɲ potrà forse essere un residuo
di ʋɲʌɲʄ ɲ (cf. 309,7) o, forse meglio, di ʆ ʏÔǺ ʋɲʌɲʄ (cf. e.g. ɴ 9, nonché 348,19, 365,14,
378,6s., 453,22, 500,12); quanto all'inusuale (in Stefano) "Wortstellung" ʃɲʄʉʐʅ ʆɻ ʆ ʆ (cf. B.,
l.c.), cui non sarà troppo innaturale integrare ʆʉʐɲ (con Berkel), essa potrebbe appartenere
ad Artemidoro ( ʎ ʌʏɸʅ ɷʘʌʉʎ si legge subito di seguito: cf. inoltre 226,8-10, da cui pure
emerge l'interesse di Artemidoro per la metonomasia di toponimi liguri).

ɶ 105: l'etnico ȳʉʐʆɲ ʏɻʎ è un indizio, benché non una prova (cf. ɲ 393, nonché 336,1s.,
406,7s., 445,3-6, 478,22-479,2, 675,20-23), di un lemma ȳʉʐʆɲɿ, ma non dà nessuna
indicazione sulla posizione dell'accento, perispomeno (così la B., con gli esempi a p. 435 n. 98)
o ossitono (cf. e.g. 461,6s., 590,12-591,5, 658,3-7).

TRADUZIONE E COMMENTO

Potrà stupire i fruitori dell'edizione di un lessico la presenza di una traduzione a fronte del
testo greco, e già il vecchio G. Xylander, nella Praefatio alla sua edizione del 1568, rilevava le
particolarità di opere come questa, difficilmente traducibili in altra lingua e pertanto "et
edenda, et legenda" soltanto in greco. Ancorché inusuale,18 tale versione, condotta con
metodo rigoroso (a partire dalla resa delle variegate "Ableitungsformen der Ethnika", cf. pp.
47*s.)19 e corredata di frequenti integrazioni di senso (tra parentesi uncinate) e altre
"Verständnishilfen" (tra parentesi tonde) che facilitano senza dubbio la comprensione del
succinto dettato dell'Epitome, appare tuttavia decisamente utile e costituisce --come ogni
traduzione filologica-- una sorta di primo commento al testo. Il commento vero e proprio,
necessariamente sintetico, compare nelle note in calce alla traduzione, e chiarisce scelte
testuali o problemi onomastici e/o topografici.

BIBLIOGRAFIA

La bibliografia appare completa. Solo minime integrazioni: per gli Anecdota Graeca (Synagoge),
accanto a quella di Bekker, si veda l'edizione di L. Bachmann, I-II (Leipzig 1828); per
l'Anthologia Graeca, occorreva specificare che quella di H. Beckby, I-IV, München 1965-1967 è
una seconda edizione (la prima è del 1957-1958); per il primo libro Apollonio Rodio, vd. ora G.
Basilaros (Athenai 2004); per Callimaco, vd. M. Asper (Darmstadt 2004); per Nicandro, vd. J.-M.
Jacques, II-III (Paris 2002-2007) e, per gli Alexipharmaca, K. Oikonomakos (Athenai 2002). Tra i
"Nachschlagewerke" andava forse integrato il Lexicon of Greek Personal Names di P.M. Fraser-
E. Matthews et al. (edd.), I-IV, Oxford 1987-2005, e poteva poi essere inserita qui qualche
opera registrata nella "Sekundärliteratur", come e.g. il Dizionario dei nomi geografici e
topografici dell'Egitto greco-romano di A. Calderini o il Lexicon of Greek and Roman Cities and
Place Names in Antiquity di A.M. Hakkert e M. Zahariade.

REFUSI E INCONGRUENZE

Scarsi, e quasi sempre facilmente correggibili a prima vista, i refusi (si veda e.g. a p. 40* r. 9:
"Theodor Rycke"; n. 78 r. 1: "Theodor Ryckes"; p. 6 c. 2 r. 5 d.b.: "suspicatus est"; p. 176 rr. 9s.
d.b.: "sig-/nificatum"; p. 435 n. 98 r. 3: "ɀʐʄɲ "), pressoché irrilevanti le incongruenze: si rilevi
solo che nel registrare, in apparato, la collocazione delle note indicanti la partizione in lettere e
in libri delle varie glosse, la B. utilizza ora il numero della glossa prima della quale tale nota
compare (e.g. p. 128 r. 7 d.b.: "ante 184 titulus ʅɸʏ ʏʉ ʄ Q"), ora il lemma (e.g. p. 352 r. 1
d.b.: "ante Ȳʉɲ ʄɸɿɲ titulum ʅɸʏ ʏʉ ʉ Q").

In conclusione, di fronte a questo "Stefano di Friburgo", sorvegliatissimo in ogni suo aspetto,


dalla raccolta dei testimoni, all'edizione, sino alla qualità della stampa, non resta che esprimere
gratitudine all'editrice e ai suoi validi collaboratori, e augurarsi una pronta prosecuzione
dell'opera, con i tre volumi che ospiteranno le glosse restanti e --sperabilmente-- un robusto
apparato di indici.

Notes:

1. A cui fece seguito soltanto un lavoro preparatorio di F. Jacoby, correlato all'edizione dei
FGrHist, nel cui Index fontium [1999] gli Ethnika occupano ben 14 pagine a doppia colonna.

2. Poiché nel codice Rehdigerianus 47 (R), in corrispondenza di alcune glosse, è rimasta


l'indicazione numerica dei libri dell'opera originale che con tali glosse cominciavano, E.
Honigmann (Stephanos [12], in RE 3/A, 1929, 2378) ha potuto calcolare che la versione
originaria constava di circa 50-55 libri. Di "a work on toponyms in over fifty books" parla anche
R.A. Kaster, Guardians of Language: The Grammarian and Society in Late Antiquity, Berkeley-
Los Angeles 1988, 362.

3. D. Whitehead, Site-Classification and reliability in Stephanus of Byzantium, in Id. [ed.],


From Political Architecture to Stephanus Byzantius. Sources for the Ancient Greek Polis,
Stuttgart 1994, 99-124 ha peraltro mostrato che nel 60% dei casi Stefano si attiene
correttamente alle sue fonti, nel 33% interviene con congetture e considerazioni proprie, e
solo nel 7% ne riproduce scorrettamente i dati.

4. Nel f. 122v col. b, l''indice' è completato da tre esametri dello scriba Teofilo (ʍʔ ʄʅɲʏɲ
ʃɲʄʄɿɶʌ ʔʘʆ ʋʉʄʐ ɷʐʆɲ ʅʐʌ ɲ ʔɸ ɶʘʆ / ʖɸʌʍ ʆ ɲ ʎ Ⱥɸ ʔɿʄʉʎ ʄɲʎ ɶʌ ʗɲʏʉ ɴ ɴʄʉʐʎ /
ʏ ʆ ɽʆɿʃ ʆ ɇʏɸʔ ʆʉɿʉ ʍʉʔ ʎ ʍʏ ɺʉʆʏɲ ʅɸʄ ʍʍɻʎ, in cui fanno spicco la scansione lunga di ɿ in
Ⱥɸ ʔɿʄʉʎ al v. 2 e il valore monoconsonantico di ɽʆ in ɽʆɿʃ ʆ al v. 3, tratti prosodici peraltro
non isolati già nell'esametro ('non nonniano') di età tardoantica e protobizantina (cf. G. Agosti-
F. Gonnelli, in M. Fantuzzi-R. Pretagostini [curr.], Struttura e storia dell'esametro greco, II,
Roma 1995, 336-349, 399-403), mentre l'ultima clausola (con l'immagine topica dell'ape come
art-symbol), in un verso caratterizzato da un'insistita allitterazione in |s|, ricorda analoghi
Versende cristodorei (cf. AP 2,110 e 392).

5. Cf. Kaster, o.c. 282 nr. 56.


6. Cf. Kaster, o.c. 291s. nr. 72. Va rilevato, peraltro, che l'Epitome predisposta da Ermolao non
coincide necessariamente con quella, vieppiù decurtata, oggi nota e che E. Stemplinger (o.c.
622, cf. Studien zu den ɽʆɿʃ des Stephanos von Byzanz, Progr. München 1902, 8-14) ha
definito, con buoni argomenti, "nicht das Werk eines Epitomators ist, sondern aus mehreren --
mindestens zwei-- zusammengeschmolzen", il che è del tutto naturale nelle opere strumentali
in genere, e in ambito lessicografico in particolare: la maldestra nota che apre l'articolo sulla
propontica Perinto (303,16ss. M. ʌ ʃʄɸɿɲ· ʋ ʄɿʎ Ⱥʌ ʃɻʎ ʆ ʏ Ʌ ʆʏ ɷɿ ʍɻʅʉʎ), per esempio,
forse innescata da un fraintendimento di Tz. Chil. 3,819s. ɇʏ ʔɲʆʉʎ Ȳʐɺ ʆʏɿʉʎ ʉ ɶʌ ʔɸɿ
ʋɸʌ ʏɲ ʏɻʎ [scil. Ʌɸʌ ʆɽʉʐ = Eraclea Tracica] / ʋɸʌ ʏ ʎ ʌɲʃʄɸ ɲʎ ɷ ɶʌ ʔɸɿ ʏ ʎ ʆ ʏ
Ʌ ʆʏ ) potrebbe essere un esempio di aggiunta (peraltro erronea) molto seriore.

7. "Es ist kein Fall bekannt, in dem ein antiker Autor so rasch nach seinem Ableben in den
Rang eines 'zu anthologisierenden Klassikers' erhoben wurde", commentano L. Bossina e L.
Canfora, Wie kann das ein Artemidor-Papyrus sein?, Bari 2008, 23 (a proposito di una presunta
epitome dei ɶɸʘɶʌɲʔʉ ʅɸʆɲ "schon etwa 30 Jahre nach dem Tod Artemidors"; cf. anche p.
34: "una 'promozione' che tarda a sopraggiungere persino per grandi classici"; andrà tuttavia
precisato che i testi tecnici venivano epitomati più di frequente e più rapidamente dei testi
classici, e non si trattava propriamente di una "promozione").

8. "If one could dedicate an anthology to an empress (cf. s.v. Orion no. 110), one could
presumably dedicate an epitome to an emperor; for the dedication of epitomes or extracts of
grammatical works, cf. s.vv. Aristodemus, Ioannes Charax, Theododoretus, nos. 188, 199, 265",
ha opportunamente osservato Kaster, o.c. 291, rigettando altresì i tentativi di staccare Ermolao
dall'età di Giustiniano.

9. Un prudente riserbo mantiene anche Kaster, o.c. 291s. nr. 72 e soprattutto 362s. nr. 144:
"the problem scarcely allows a certain solution".

10. Con la spiacevole conseguenza --per la verità, forse, non inevitabile-- che le lezioni di V
accolte nel testo o discusse in apparato sono attribuite a Meineke là dove lo studioso le aveva
adottate: cf. e.g. in ɲ 1 l'omissione di ʎ prima di ʃɲ ʄɴɻ, o in ɲ 101 ʋʄɻʏɸʎ (e non ʋʄ ʏɸʎ,
come afferma la B. a p. 17* r. 7 d.b.).

11. Sul valore dell'edizione di J.A.H. Tittmann, spesso misconosciuto, restano imprescindibili
le osservazioni di K. Alpers, 'Zonarae' Lexicon, in RE 10/A (1972) 735s.; Das attizistische Lexikon
des Oros, Berlin-New York 1981, 47-55.

12. Cf. K. Alpers, 'Zonarae' Lexicon cit. 748.

13. Cf. Gnomon 14 (1938) 336. Su integrazioni come ʄɴɲʆʉ (sulla base di Zonar. 117 = An.
Par. 4,106,33-35, cf. Suda ɲ 1090 A.), come su molte altre di provenienza eustaziana, pare del
tutto giustificato, invece, lo scetticismo che la B. (p. 45*) eredita da H. Erbse (Beiträge zur
Überlieferung der Iliasscholien, München 1960, 263 n. 1).

14. A p. 48* n. 88, a proposito della 'creatività toponomastica' di Stefano, la B. riconosce in


effetti "den literarischen Charakter der Ethnika und die grammatisch-lexicographische
Tradition, in welche sie sich einordnen". Sull'incomparabilità delle notizie fornite da Stefano
con i dati epigrafici si veda già L. Robert, Hellenika 2 (1946) 65-93, e da ultimo Whitehead, o.c.
104s.

15. Cioè Holste, come scrive sempre la B., sulla scia di F. Jacoby, ovvero Holstein, secondo la
forma del nome dello studioso amburghese (1596-1661) riportata da F.A. Eckstein,
Nomenclator philologorum, Leipzig 1871, 255 e da W. Pökel, Philologisches Schriftsteller-
Lexikon, Leipzig 1882, 125.

16. Debbo questa osservazione a S. Valente.

17. Per la cornice metodologica della questione, vd. R. Tosi, Recenti acquisizioni sulle
metodologie lessicografiche, in Paola Volpe Cacciatore (cur.), L'erudizione scolastico-
grammaticale a Bisanzio, Napoli 2003, 139-156: 152s. e da ultimo S. Valente, Eikasmos 18
(2007) 509-511. Sull'uso peculiare delle cruces per 'corruzioni d'autore' si veda da ultimo K.
Alpers, in Hesychii Alexandrini Lexicon, III, Berlin-New York 2005, XXII (restano peraltro attuali
le considerazioni critiche di E. Degani, Gnomon 59, 1987, 588s., ora in Filologia e storia. Scritti
di E. Degani, Hildesheim 2004, 772s.); sull'opportunità di ricorrere a segni diacritici ad hoc (che
dovrebbero però variare a seconda delle tradizioni) cf. F. Bossi, Gnomon 77 (2005) 17; R. Tosi,
in G. Avezzù-P. Scattolin, I classici greci e i loro commentatori. Dai papiri ai marginalia
rinascimentali. Atti del convegno. Rovereto, 20 ottobre 2006, Rovereto 2006, 179; Valente, o.c.
510. Qualche dubbio analogo suscitano le espunzioni in ɲ 33, 95, 128, ɴ 134 (dove il fatto che
"Stephanos das Femininum zu ʋʉʄ ʏɻʎ nie gebraucht", B., p. 369 n. 123, è parzialmente
smentito da 453,9 ɀɿʄɻʏʉʋʉʄ ʏɿʎ), alcune indicazioni di lacuna (cf. e.g. ɲ 89) o correzioni
come quella in ɶ 81. Il problema è sempre lo stesso: si sta correggendo l'Epitome o Stefano?

18. "In primo luogo sono intraducibili i lessici", aveva sentenziato G. Pasquali (Filologia e
storia, 2a ed. Firenze 1964, 31), che menzionava Esichio, Festo, l'Etymologicum Magnum,
Erodiano, e persino Ateneo.

19. Fanno eccezione gli etnici in -ɿɲ, che in traduzione presentano -ia ("der lexicographischen
Fachsprache folgend") nel lemma, mentre "im Fliesstext gleichen sie sich mit der Endung -ien
der deutschen Sprache an", forme già "fest eingebürgerte" in lingua tedesca, e altri casi in cui
la necessità di illustrare un'etimologia o una derivazione fonologica ha consigliato di ricorrere a
prestiti. Nel caso delle "Ortsbezeichnungen" come ʋ ʄɿʎ etc., tuttavia, i dati riportati da
Whitehead (o.c. 120-123), da cui emerge --persino, talora, malgré lui!-- un certo tasso di
'fluidità' nelle classificazioni di Stefano, possono forse valere come monito a evitare ogni rigido
meccanicismo traduttivo (e interpretativo).

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