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Una minoranza drammaturgica rappresenta una forma dell

´agire sulla scena, un precipitato micro estetico che


produce effetti teatrali: questa è l´esperienza della
rappresentazione, in un teatro che ogni giorno di più
diventa minoritario e inenarrato quasi al limite della
rimozione. Gli effetti sono sempre più invisibili,
impercettibili, criptici, ma la dimenticanza alla quale è
sottoposta questa drammaturgia e con essa il teatro di
Ruccello (1956/1986) è vistosa. Questo è ciò che sta
diventando tutta la drammaturgia post desimoniana a
Napoli e ancor più sulla scena nazionale e internazionale.
La responsabilità di questa sparizione è data dall
´aggregazione più? Immediata dove si coagula la
dimensione collettiva di una società? Del consumo e dove
si riorganizza il senso del linguaggio ed il metodo della
rappresentazione. Un´epoca si è conclusa ed io ne sistemo i cocci come un archeologo che tenta la
ricostruzione di un antico cratere attico. E? in questa crisi dell´universo `estetico´ e delle sue
categorie che implode silenziosamente il fenomeno di questa minoranza drammaturgica, di questo
teatro filosofico: ectoplasmi che fanno le loro apparizioni autoprodotte nell´estraneità della
produzione teatrale contemporanea. Sembrerebbe che i Moscato, i Ruccello e più che mai Autiero
sconosciuto siano stati chiusi nella riserva di un teatro antico, travolti dal nulla, dall´imbesuimento
collettivo che ha l´ambizione di possedere il mondo, di esercitare egemonia attraverso un punto di
vista di parte, quell´unica parte che produce immaginario, culture e mentalita?..
Oggi, ma sia chiaro è il mio personale punto di vista, questa drammaturgia che è stata e resta grande
nella sua dirompente proposta linguistica è stata annichilita, come tutto, dall´imbecillità del potere
televisivo. Tutto ciò si trasforma in potenza autoreferenziale, immanente e non rinvia ad alcuna
dialettica politica o ad alcun trasferimento trascendentale del suo obiettivo.
Privatizzazione degli spazi pubblici, frantumazione del `sociale´, appartenenza culturale come
valore primario che sa distinguere con chiarezza tra chi e? amico e chi e? nemico, assenza dell
´azione politica che non riesce piu? a produrre strumenti di mediazione e di sintesi. Se questa e? la
situazione allora c´e? bisogno di un paradigma di lettura della societa? diverso rispetto al passato.
Ed e? il consumo a fornirlo. Perche? sono il consumo e le sue culture individualiste, impolitiche,
distruttive che definiscono oggi anche i nuovi attori della scena teatrale e i nuovi conflitti sia sociali
che estetici: deprimenti, come la dimensione socio politica che determina entrambi.
Era una premessa necessaria che andava fatta. Un´epoca si è definitivamente chiusa e non tornerà
più; sono d´accordo con Massimo Marino: "Gli anni Ottanta chiudono molte esperienze di
sperimentazione oppure le trasformano [...] siamo alla fine di un´epoca, davanti all´incertezza
[questi teatri fatti di attori e scritture, di corpi, musiche e storie, indicavano una strada di sintesi tra
concretezza ed immaginazione"1*. Quando nacque l´esperienza teatrale di Ruccello nell´ormai
lontano 1977, con il primo allestimento della Cantata dei pastori al teatrino dei Salesiani a
Castellammare, nessuno sapeva che si stava per entrare nella storia della drammaturgia napoletana
del secondo Novecento attraverso un percorso "lungo e impervio, ma divagante in ramificazioni
frondose, un percorso che unì giovani universitari, [tra i quali anche io, n.d.r.], in questo viaggio nel
teatro alla ricerca di conoscenza e ri-conoscenza delle nostre radici"2*.
Da quell´esperienza, molti presero strade autonome e diverse, ma chi restò, come Ruccello e lo
stesso Autiero confluirono in quel fiume sotterraneo che stava scavando alvei nuovi nella scena
teatrale di Napoli. Dall´esperienza di quella Cantata, cominciò un percorso che avrebbe portato
Ruccello a riscrivere i contesti narrativi del teatro. Tra una prova e un´altra si incuneava, un´andata
a Materdomini a Nocera Superiore, un´altra alla Madonna delle Galline a Pagani, un´altra a
Ticciano a Vico Equense a sentire il rosario cantato nel mese di agosto.
Si andava a queste feste popolari e religiose con l´intento di cogliere i modi, le espressioni, con cui
si davano le ultime espressioni della cultura contadina del sud, prima della grande omologazione, lì
si incontrava Annabella Rossi e di nuovo De Simone. Era un laboratorio culturale e operava in
provincia di Napoli, così come era già successo per esperienze precedenti sempre nell´ambito
teatrale. Penso al Teatro di Marigliano di Leo de Berardinis e Perla Peragallo, alla Libera Scena
Ensemble, al Teatro nel Garage di Torre del Greco.
Ma questa esperienza, rispetto a quelle appena citate, si ridefiniva in un contesto post-moderno in
cui la rielaborazione e la citazione culturale facevano tutt´uno con la reinvenzione della lingua. Il
teatro di Ruccello andò a ridefinire gli ambiti e i topoi espressivi di una lingua che la televisione
aveva già ridotto a gergo commerciale, falsamente impersonale e atona. Egli è consapevole che le
parole non hanno potere reale e l´unico potere che hanno è quello dell´illusione, che le scene, i
costumi, i gesti non cambieranno mai la realtà, dunque rendere possibile lo spazio di una irruzione
di un mondo inedito, un mondo effimero, ma parallelo a quello vero.
È la lezione che Ruccello ha appreso nella sua lunga frequentazione con l´antropologia culturale: la
fiaba, il fantastico sono mondi che permettono nella loro irrealtà la possibilità di sopravvivenza nel
mondo reale, non c´è bisogno della spiegazione razionale per comprendere gli eventi - o meglio -
molte volte questa spiega solo una parte di ciò che ci accade nel mondo. La paura della morte, il
dolore, la malattia, le angosce restano spesso lontane dalla lingua, e questo teatro vuole attraversare
questi territori.
Oggi tutto questo è stato spazzato via. Rivedere le cose di Ruccello oggi, mi dà la stessa sensazione
estraneante come quando su You Tube ritrovo fotogrammi di pellicole di P. P. Pasolini o di L.
Visconti: mi sembrano appartenere ad un passato remotissimo con il loro carico di critica all
´umanesimo culturale oggi che, credo senza giri di parole, si possa parlare di dimensione post-
umana delle esistenze. Una condizione o una prospettiva che riscrive radicalmente il concetto di
umano e che si colloca nel futuro (come condizioni ipoteticamente realizzabili) o anche nel presente
(come stato della soggettività attuale). Si fa un gran bel parlare di attualità del testo e del fatto che il
suo teatro continui a godere di ottima salute e a "non perdere niente della forza e del fascino che
aveva al momento della composizione"3* o che "il numero degli spettacoli e degli adattamenti"
cresca senza possibilità di smentita. Credo che l´acme della riflessione sul testo e sul modo di fare
teatro di Annibale Ruccello siano stati gli anni Ottanta, la prima metà, quel seminario collettivo
rappresenta un particolare percorso di ricerca che forse oggi, nessuno sa più che cosa sia.
L´Asino d´oro - rilettura di Apuleio - del 1980, divenuto successivamente Ipata nel 1981, fu scritto
appunto insieme a Lello Guida. Rivivo quelle serata con le sue stesse parole: "Una sera
discutevamo sull´angoscia del nostro tempo e sulla disgregazione della cultura moderna. Poi, ad
uno di noi capitò per caso di rileggere L´Asino d´oro e scoprimmo che quel testo poteva prestarsi
perfettamente alla costruzione di uno spettacolo apocalittico, che servisse anche ad esorcizzare in
qualche modo l´angoscia di cui si parlava: era in qualche modo una terapia di gruppo, nella quale
ognuno interpretava il testo secondo la sua particolare esigenza e la comunicava agli altri. Si
sviluppò, così, una complessa serie di suggestioni che andavano dal tema dello "straniero" suggerito
da Camus (è straniero l´uomo al mondo o il mondo all´uomo?), fino a quello della malattia secondo
Kafka e Thomas Mann. E ancora: lo spettacolo (L´Asino d´oro n.d. r.) trasmette l´odierna
impossibilità del mito a darsi come organico risolutore dei conflitti e il suo perdurante "fascino".
Sullo sfondo il viaggio dell´uomo alla ricerca della propria identità [...] L´antologia dei miti che
comunque rimane un aspetto del romanzo di Apuleio, rappresenta, diventa anche un divertito, a
volte grottesco e spesso drammatico ispezionare i miti di oggi e i relitti di un´intera cultura"4*.
Ruccello dunque teorizzava un teatro che lasciava molto poco spazio ad una presunta creatività di
genio, una concezione romantica che rifuggiva, così come riteneva presuntuosa e stupida la pretesa
di originalità: il sottofondo de L´Asino d´oro - per fare un esempio - era costituito dai testi di Georg
Trakl. Oggi il mio pessimismo va nella direzione del silenzio o, per lo meno, in quella della
solitudine: per mantenere vivo questo autore e quella drammaturgia io sono convinto che bisogna
scriverne senza clamore, d´altra parte, chi è a lui sopravvissuto e mi riferisco a Enzo Moscato che
condivise con lui molte esperienze giovanili, Scannasurece e Festa al celeste e nubile santuario ha
idee molto chiare in proposito "Vent´anni fa si poteva anche sperare che qualcosa cambiasse, oggi
proprio no. Guarda cosa trionfa nei teatri, ai cinema, in televisione, nei libri: falsi idoli, ridanciani e
volgari, le mezze cartucce, gli stereotipi ultra terra terra, che noi avevamo di botto fatto sparire dai
foyers, sono ritornati, sono acclamati, e la gente ne vuole sempre di più"5*.
La drammaturgia lucida di Annibale Ruccello, oggi che tutti ignorano o hanno dimenticato che cosa
è un´antropologia, deve essere riposta in uno scrigno, deve decantare e poi forse essere ripresa da
mani più degne di quelle di chi oggi ha la pretesa di fare teatro. D´altra parte la condizione
contemporanea non lascia molte speranze ed io sono un convinto sostenitore dell´idea che la storia,
culturale, sociale, economica non proceda benjaminianamente in avanti con L´Angelus Novus che
guarda indietro spinto dal vento di quella stessa storia, come si vede nel dipinto di Paul Klee.
La storia può avere crolli e cadute repentine. Oggi autori come Annibale Ruccello, anche se
rappresentati, risultano troppo intonati, perché l´orrore dei contenuti veicolati dai suoi testi è
diventato routine, le modalità del potere politico dei nostri giorni, quello che vediamo scorrere la
sera nei TG gran guignoleschi hanno superato di gran lunga Salò Sade di P. P. Pasolini o Notturno
di donna con ospiti di Ruccello: "l´inconscio è quel capitolo della storia di ognuno che è marcato
dal nero delle pulsioni segrete o occupato da una menzogna. È il capitolo censurato. Ma la verità
può essere ritrovata e il più delle volte è già scritta altrove e Ruccello lo sapeva: è scritta nel corpo,
nelle nevrosi, nel linguaggio, nello stile di vita, nelle leggende, nelle tradizioni, è scritta ancora una
volta nel teatro che ci ha lasciato"6*.
Il sapere dei diritti umani è, in quanto tale, il sapere del bello, perché è il sapere degli universali che
pone al centro l´immenso valore della dignità della persona segnata dalla ragione e dalla coscienza.
Oggi, questa frase è solo una vuota esercitazione di retorica bassa ad uso della volgarità.
La creatività culturale, artistica, scientifica non mai è fine a sé stessa. Essa è in funzione della
ricerca della verità nelle sue varie forme. E poiché la verità rende liberi, quello della creatività
umana è un percorso di conquista e fruizione di tutte le libertà fondamentali. Il teatro di Ruccello, i
suoi testi, sono nati si sono evoluti su questi presupposti e anche se prematuramente scomparso,
voglio immaginare un Ruccello postumo ancora impegnato in questa ricerca.
Nella congerie di malattie, povertà estrema, violenze, stupidità televisiva, disoccupazione e
precarietà del lavoro, corsa al riarmo, inquinamento e distruzione dell´ambiente naturale, io non
riesco più a trovare una collocazione per il suo teatro, come per quello di Moscato o di Autiero e
allora preferisco pensare che i loro testi si addormentino per poi svegliarsi quando il vento della
storia avrà cambiato direzione.
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1*Massimo Marino, Il teatro negli anni Ottanta, in Annibale Ruccello e il teatro nel secondo
Novecento, Pasquale Sabbatino (a cura di), ESI, Napoli, 2009, p.151.
2*Francesco Autiero, Annibale Ruccello nei ricordi di un suo collaboratore, Pasquale Sabbatino (a
cura di), op. cit. p.107.
3*Matteo Palumbo, Ivi, p.7.
4*Enrico Fiore, Al Pacuvio il teatro arriva sul "Carro", in "Paese Sera", 24 maggio 1980, oggi in E.
Fiore, Il rito, l´esilio e la peste, Ubulibri, Milano, 2002, p. 51.
5*Franco Cuomo, Dei Volti che ha Medusa, Longobardi Editore, Castellammare di Stabia, 2008,
p..7.
6*Franco Cuomo, Ivi, p.91.

In foto, Annibale Ruccello

*Filosofo; Pittore; Scrittore


5 gennaio 2011
L'articolo è stato anche segnalato sul magazine on line:
http://www.altritaliani.net/spip.php?article213

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