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Allegato

a. s. 2007/2008
corsista: Alessandro Botta
riflessioni personali relative a:

CONTESTI DI VITA E RELAZIONI – La condizione giovanile oggi


Condizione e cultura giovanile nella società e nella scuola - di L. Corradini

PRESENTAZIONE DELLA ATTIVITÀ


Proposta

In questa attività partiremo da una paradossale e provocatoria sentenza di Pasolini (“I giovani d'oggi sono
una massa di criminaloidi a cui non si può parlare in nome di nulla”) per interrogarci sulla possibile
esistenza di qualcosa in nome della quale adulti e giovani possano prendersi vicendevolmente in
considerazione, parlarsi, comunicare, in modo efficace e reciprocamente gratificante. Tutto ciò in un
contesto istituzionale determinato, che è la scuola d'oggi, in crisi di legittimazione e in via di
trasformazione. Una scuola che si propone ufficialmente di trasmettere la cultura e di motivare i giovani
ad elaborarla con i loro insegnanti, ma non parla di cultura dei giovani, come fa invece il nostro tema.

Obiettivi

Favorire nei giovani l'acquisizione di capacità autonome, assecondando e favorendo il loro impegno
culturale e civile, nel quadro delle finalità formative della scuola

Inizia

Non è facile leggere il mondo giovanile rinunciando agli stereotipi collettivi, alle impressioni e alle
esperienze personali, perciò questa attività si propone di ricordare le principali ipotesi di lettura elaborate
in proposito dalla sociologia, citare alcune indagini sui giovani, insieme alla rappresentazione che se ne
fanno gli insegnanti, citare le iniziative parlamentari e ministeriali elaborate per affrontare i problemi dei
giovani e per renderli “promotori di analisi e protagonisti d’interventi, sia al fine di migliorare la qualità
della vita, sia per favorire l’acquisizione di capacità autonome…assecondando e favorendo il loro
impegno culturale e civile, nel quadro delle finalità formative della scuola”.

Concludi

Il corsista potrà scegliere fra le seguenti proposte d'attività:


1. Avendo sperimentato una o entrambe le esercitazioni proposte, invii sulla piattaforma un diario di
bordo con un'analisi del percorso e dei risultati raggiunti.
2. Il corsista invii sulla piattaforma le proprie riflessioni, oppure una relazione inerente la validità della
metodologia proposta.

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Giovani oggi: un “mestiere” difficile?

In qualità di insegnante della scuola secondaria di primo grado ho un


contatto quotidiano con i giovani. Non posso quindi evitare di pormi
domande circa l’identità e la cultura di cui i giovani sono portatori e del posto
e del ruolo che essi hanno ed aspirano ad avere nella società, nonché di
quelli che, di fatto, proprio la società (mi verrebbe piuttosto da dire “la dura
realtà”) impone loro, volenti o nolenti.
Oggi il mestiere di giovane è difficile. E di conseguenza quello di insegnante
e quello di genitore.
Una difficoltà che sempre più si sta trasformando in disagio e malessere,
dando luogo a comportamenti di rifiuto o di opposizione. E ciò non solo da
parte dei giovani ma anche da parte degli adulti stessi. I giovani appaiono
“contro”, delusi, annoiati, pigri, ma all’opposto anche gli adulti (i genitori e
forse soprattutto gli insegnanti) appaiono delusi, molte volte annoiati e pigri
(forse era meglio dire rassegnati) incapaci di comprendere i giovani,
attaccati a un passato che non esiste più (ma è poi mai esistito? “Eh... Una
volta…”, “Ai miei tempi era diverso!” ), più mitico che reale.
Il problema esiste e minaccia di aggravarsi. Che fare dunque?
I giovani, e lo dico senza retorica ma volutamente utilizzando una frase
banale e logora, sono il nostro futuro: impossibile quindi ignorarli e
marginalizzarli semplicemente perché troppo difficili da capire oppure,
all’estremo opposto, inquadrarli nelle maglie di una società soffocante, già
bell’e pronta per loro, da loro non costruita, non partecipata, non vissuta ma
semplicemente subita e preconfezionata da chi ha già scelto (noi, gli adulti).
Inquadrarli appunto (non formarli, non educarli…) correndo il rischio
tutt’altro che remoto di provocare in loro atteggiamenti di rifiuto, di ribellione
(di rigetto per un maldestro tentativo di innesto?) e di sprecare così la loro
ricchezza, i loro talenti, le loro potenzialità.
Insomma: bisogna avere il coraggio di scommettere su di loro. E per
scommettere bisogna credere in loro, crederci davvero, e non solo di facciata
come troppo spesso succede; e coerentemente offrire loro tutte le possibilità
per dimostrare cosa sanno fare.
Ecco: le possibilità… i mezzi!
Una società sana, matura, “evoluta”, deve assolvere a questa primaria
funzione: permettere ai suoi figli di realizzarsi, di crescere, di diventare
persone. Una cultura deve offrire ai suoi membri (e soprattutto a quelli che
ancora si stanno attrezzando per farne parte a pieno titolo, come i ragazzini
a cui io insegno) tutte le possibilità e gli spazi necessari, altrimenti rischia di
diventare una falsa cultura o peggio una anticultura che nega possibilità di
esistenza a tutti quelli che non si conformano ai suoi canoni e ai suoi
standard.
Sono tre a mio parere le agenzie formative ed educative principali coinvolte
nel processo di educazione dei giovani (intendendo “educazione” nel senso

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più ampio e pieno di completo sviluppo della persona con tutte le sue
potenzialità): famiglia – scuola – Stato
Esse formano un triangolo al cui centro si colloca il giovane: il giovane figlio,
il giovane studente, il futuro cittadino.
Volendo continuare la metafora geometrica, vorrei poi inscrivere il triangolo
in un cerchio che simboleggia appunto la società e la cultura che essa è in
grado di esprimere e da cui è sorretta.
Mi limito solo ad alcune riflessioni, certo parziali, incomplete, un po’ utopiche
forse.

Lo Stato.
Lo Stato deve garantire il pieno sviluppo di una scuola di qualità, aperta a
tutti. Il pilastro della istruzione (e dell’educazione ad essa connessa) è la
scuola pubblica, l’unica in grado di garantire a tutti uguaglianza di
possibilità. Solo una scuola pubblica di qualità è la garanzia di un reale
progresso sociale e di aspirazioni uguali per tutti. Corollario di quest’assunto
di base: una scuola meritocratica.
Fondamenta indispensabile di ciò investimenti crescenti nel settore
dell’istruzione, che invece in Italia sono insoddisfacenti.

La famiglia.
Negli ultimi tempi, la famiglia è stata sottoposta a forti pressioni e, mi
sembra, ha incominciato a vacillare ed entrare in crisi. Essa invece deve
recuperare un ruolo forte e centrale nel processo educativo dei giovani. Essa
deve ritornare al centro di tale processo, un centro oserei dire naturale in
quanto è nella famiglia che i giovani compiono le prime decisive esperienze.
Decisive, badiamo bene. Troppo spesso ormai ci si dimentica che i genitori
sono i primi modelli dei figli, e non solo in ordine cronologico ma anche
psicologico, affettivo: è dovere loro pertanto (e quale responsabilità!) essere
dei modelli positivi e trainanti, capaci di proporre valori forti e regole precise
di comportamento. Troppo spesso oggi le famiglie abdicano a tale ruolo,
magari per le pressioni del mondo del lavoro e i ritmi frenetici della vita
quotidiana, devolvendolo alla scuola, direi anche un po’ troppo
comodamente e alla leggera. I genitori devono tornare a occuparsi
intensamente del percorso scolastico dei loro figli: a casa chiedere,
interessarsi, dialogare con loro riguardo quanto fatto a scuola; mantenere
contatti stretti con la scuola e gli insegnanti; partecipare alle riunioni e alle
attività, ecc.. Per mia esperienza personale, sono pochi oggi i genitori che
fanno ciò con costanza e convinzione. Indubbiamente ciò richiede tempo,
energia e fatica (cose che non sempre si hanno a disposizione). La scuola
non deve e soprattutto non può sostituire la famiglia. Il primo impulso
educativo e formativo deve partire necessariamente da qui. Se non accade
sono problemi seri, e la scuola (anche quella eccellente, ideale!) non è in
grado di colmare tale vuoto.

La scuola.
Qui si gioca una partita difficile perché spesso lo stato e la famiglia non
collaborano.
Cosa si può fare?

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Il rapporto scuola-giovani è certamente a rischio (forse avrei dovuto dire
deteriorato). Sempre più i giovani vivono la scuola come una perdita di
tempo, come un luogo soffocante e inutile o, nel migliore dei casi, come un
luogo dove passare il tempo, farsi degli amici, vivere esperienze, cioè come
un luogo di socializzazione.
Ecco! La scuola deve raccogliere la sfida di riuscire a proporsi come un luogo
“ricco”, ricco di senso, di contenuti, di cultura, di valori, di potenzialità… e,
per tale via, dare una risposta forte al bisogno dei giovani, alla loro un po’
arrogante e ribelle interrogazione: “cosa hai da offrirmi oggi tu?” E allora non
deve cedere alle mode, andare dietro ai giovani (e alle loro famiglie!),
sedurli e lusingarli come si fa nel mercato della nostra moderna società
consumistica (sarà un caso che oggi le scuole si fanno pubblicità e
organizzano open day come le ditte alle fiere commerciali?).1
Al contrario, la scuola deve essere capace di proporsi quale modello
alternativo rispetto a quelli dominanti nella società, deve cioè farsi
promotrice di cultura ed educazione.
Di cultura: perché troppo spesso ormai il sapere passa in secondo piano -
come se a scuola non si andasse più per studiare e imparare - e spesso
sembra che non conta tanto il “cosa” si insegna ma il “come” lo si insegna.
Per la mia materia (letterartua) sono per un deciso ritorno ai classici, vera
scuola per migliaia di generazioni, ancora in grado secondo me di insegnare
e educare.2 E, perché no?, appassionare.
Di educazione: perché oggi proprio questa manca! La famiglia, come
abbiamo visto, spesso delega; la società diseduca (come vedremo). E allora
la scuola deve farsi con forza promotrice di educazione: deve insegnare le
regole della convivenza civile ed esigerne con fermezza il rispetto; deve
preparare i giovani di oggi a diventare cittadini di domani (educare alla
cittadinanza) in un’ottica necessariamente ormai europea e possibilmente,
seppur utopisticamente mondiale (non siamo forse tutti cittadini del
mondo?); deve proporre valori guida e non effimeri e modelli positivi e forti
con cui identificarsi. Deve insomma avere il coraggio di farsi argine, perché
ciò mi pare davvero urgente, da un lato contro le “deviazioni” dei giovani (i
loro straripamenti, talvolta così ingenui ma pure spesso così tipici della loro
età) dall’altro contro il dilagante vuoto assiologico che oramai corrode la
nostra società.
E con la chiamata in causa della società mi piacerebbe davvero terminare il
discorso e chiudere il cerchio del mio ragionamento, ricollegandomi
idealmente a quel cerchio in cui, nella mia metafora geometrica, avevo
racchiuso il mio triangolo educativo “famiglia-scuola-stato”.

La società.
La società è secondo me il punto critico: oggi i giovani vivono in una società
forte a parole ma debole nei fatti. La cultura di cui la nostra società, italiana
ma non solo, è portatrice, i modelli e i valori che essa esprime, sono per la
maggior parte deboli e negativi. In questo processo di disfacimento gioca un
1
E che dire poi dei “crediti” e dei “debiti” formativi? Bisogna resistere alla tentazione di liquidare con
leggerezza la questione come astratto o pedante nominalismo: dietro alle parole (e in questo caso
neppure tanto copertamente) sta sempre la visione del mondo di chi le usa.
2
Ho gia detto prima (cfr. cap. II) che, secondo me, una solida istruzione, una vera cultura (e i classici
lo sono) è simultaneamente anche educazione e formazione della persona.

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ruolo fondamentale l’apparato mediatico in generale e, in particolare, la
televisione che, spesso tra la troppa indifferenza, oggi propone anzi
bombarda i giovani con modelli diseducativi e disvalori: dal mondo del
cinema e dello spettacolo, a quello dello sport, a quello della politica. Dai
concorrenti dei reality-show che bestemmiano in diretta Tv, a un Totti che
sputa sull’avversario, ai molti (veramente troppi) politici che si insultano e
picchiano in parlamento peggio che gli ultras in curva. E il risultato? Nulla.
Nessuna indignazione o protesta se non fittizia. Nessuna sanzione sociale:
tutti i “colpevoli” rimangono saldamente al loro posto, “eroi” mediatici più di
prima, quindi più di prima modelli vincenti e quindi da imitare).
Cosa pretendiamo dai giovani dunque se siamo noi, gli adulti, i primi a
negare (con i fatti) ciò che asseriamo (a parole) di voler insegnare loro? E
come si può allora accusare i nostri giovani di non avere valori o di averne di
sbagliati e futili, di non essere portatori di cultura?

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