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Titolo: IL SEGRETO DI ERNETTI

Autore: PETER SCHIERA

Editore: ALETTI EDITORE

Anno: 2010

Collana: GLI EMERSI NARRATIVA

Codice ISBN: 978-88-6498-431-5

www.peterschiera.net

IL SEGRETO DI ERNETTI

Era una giornata piovosa di novembre. Il grigio del cielo


ammantava ogni cosa e si confondeva con il colore dei palazzi e
dei condomini, creando un’atmosfera di profonda malinconia.
Milano sembrava più caotica del solito, la gente più insofferente.
Il professor Paolo Sprengel uscì dall’Università Statale e
rapidamente si avviò verso la metropolitana con volto chino, quasi
più interessato all’asfalto che correva veloce sotto i suoi piedi che
alla realtà che si muoveva attorno a lui. Era da anni che insegnava
Letteratura Latina e pur essendo molto apprezzato dai colleghi e
amato dagli studenti, non si sentiva mai completamente
soddisfatto e realizzato. A volte gli pareva di essere un alchimista
alla continua ricerca di quel misterioso elemento che gli avrebbe
permesso di raggiungere la vera felicità. Eppure era quello che si
definisce un uomo di successo. I suoi libri erano un punto di
riferimento per l'originalità delle teorie ed erano un passaggio
obbligato per docenti e studenti. Nonostante questo, qualcosa
mancava nella sua vita e nei momenti di sconforto l’unica ancora
di salvezza era rappresentata dagli studi classici. In essi trovava il
suo porto sicuro, quella luce di saggezza e di perfezione capace
di riportarlo sul sentiero dell’armonia e della serenità.
Dopo un breve tragitto in metropolitana Paolo si diresse verso
casa, un bell’appartamento ereditato dai genitori in un vecchio
palazzo nel centro di Milano. Lì viveva da solo, geloso com’era di
quella sua indipendenza di cui andava molto fiero.
Una volta era stato prossimo a sposarsi ma all’ultimo aveva
rinunciato e da quel momento aveva abbandonato l’idea di farsi
una famiglia.
Il professor Sprengel era un uomo di mezza età, piuttosto piacente
e capace di sprigionare, con quella sua aria da intellettuale, un
fascino che non lasciava indifferenti. Di questo lui era
consapevole e l'idea lo lusingava profondamente, anche se amava
far finta di non accorgersene.
La casa di Paolo era ampia e spaziosa ed il solo muoversi per le
stanze suscitava una sorta di timore reverenziale. Un sapore
d’antico pervadeva gli ambienti e l’austerità dell’arredo pareva
conformarsi con esso in perfetta sintonia. Sulle pareti erano appesi
quadri con scene di Roma Antica: lotte di gladiatori, sanguinose
battaglie, ritratti di imperatori e di personaggi illustri.
Più che una passione per l’antichità, tutto sembrava denotare una
vera ossessione per quello che riguardava il mondo classico. Ma
ciò che più impressionava era la ricchissima biblioteca: migliaia di
libri alle pareti, parecchi anche antichi e tutti accuratamente
allineati sugli scaffali di una stupenda libreria con ante a vetro
scorrevoli. Pareva che ogni domanda avrebbe potuto trovare una
risposta all’interno di quel ricettacolo di cultura, ogni sete di
sapere avrebbe avuto la fonte a cui abbeverarsi. Solo una nota
sembrava stonare: la presenza di un computer. Esso rappresentava
l’unico contatto con la modernità, all’interno di un mondo in cui il
tempo pareva essersi fermato. Paolo trascorreva lunghe ore in
quella stanza, immerso nella lettura e negli studi, alla ricerca di
qualcosa di importante per gli altri, ma soprattutto per se stesso.
Entrato in casa, si cambiò come sua abitudine e poi si mise a
sedere in poltrona, desideroso di rilassarsi e di leggere con calma
la posta. Subito, in mezzo alla corrispondenza, notò una busta
ingiallita e dall’aspetto sgualcito. L’indirizzo pareva scritto con
una di quelle macchine da scrivere che ormai non si vedono più in
circolazione. Pieno di curiosità afferrò la busta e subito l’aprì.
All’interno c’era un foglio di carta vecchia che riportava le
seguenti parole:
“Non c’è nulla di nascosto che non sarà rivelato, né segreto che
resterà sconosciuto”.
Alcune righe più sotto, quello che sembrava un indirizzo:
Prof. Antonio Majorana
Conservatorio di Santa Cecilia
Roma
A rendere il messaggio ancora più misterioso ed incomprensibile,
la presenza anche di una locuzione in lingua latina:
“Virtus unita fortior”
«L’unione fa la forza» bisbigliò il professore mentre gli occhi
correvano veloci su quelle parole.
Si trattava di una citazione presa dalla saggezza popolare, ma
oscuro era il motivo per cui essa fosse stata inserita nella lettera.
In fondo alla pagina, nell’angolo più in basso, c’era anche un
nome: padre Pellegrino Ernetti.
Paolo prese nervosamente la busta ed iniziò ad osservarla con
attenzione alla ricerca di qualche indizio che lo aiutasse a capire
chi fosse il mittente. Si trattava di uno scherzo? A che scopo? Se
lo era, mancava certamente di spirito.
Mentre la mente del professore si perdeva nelle congetture,
qualcosa sgusciò fuori dall’interno della busta e cadde a terra.
Paolo, incuriosito, si chinò a raccoglierlo e vide un piccolo foglio
di carta velina su cui erano segnate quattro linee orizzontali con
tre spazi all’interno. Si trattava di un tetragramma, vale a dire quel
rigo musicale su cui viene normalmente scritto il repertorio
gregoriano.
«E questo che significa?» esclamò Paolo esterrefatto.
Nulla pareva aver senso: la citazione forse di un passo sacro, il
misterioso indirizzo, la locuzione latina, il rigo musicale e per
finire il nome di un religioso.
Tutto risultava inspiegabile e pareva lasciar spazio solo a miriadi
di domande senza risposta.
Mentre Paolo osservava la busta ed il suo contenuto, si soffermò a
pensare al nome di Pellegrino Ernetti. Non gli era nuovo, ma non
riusciva a collocarlo in un preciso contesto. Il professore si alzò
dalla poltrona e andò al computer per fare una ricerca su internet.
Digitò sulla tastiera la parola “Ernetti” e in un attimo si aprì una
lunga lista di pagine. Padre Pellegrino era stato un monaco
benedettino presso l'Abbazia di San Giorgio Maggiore a Venezia.
Sembra che negli anni Cinquanta, grazie alla collaborazione con
grandi nomi della scienza, fosse riuscito a realizzare una
macchina capace di “vedere il passato”. Si trattava del
cronovisore, con cui lui sosteneva di aver visto Mussolini mentre
pronunciava uno dei suoi discorsi e Napoleone che annunciava
l’abolizione della Serenissima Repubblica di Venezia. I suoi
viaggi si erano spinti anche nell’antica Roma dove aveva assistito
alla scena di un mercato ortofrutticolo di Traiano e all’orazione di
Cicerone mentre si lanciava con impeto nella prima Catilinaria.
Padre Pellegrino diceva di aver pure preso parte, presso il tempio
di Apollo, alla rappresentazione del Tieste, opera del poeta latino
Ennio, messa in scena a Roma nel 169 a.C. A riprova di quanto
affermato, il religioso si era impegnato a trascrivere tutto quello
che aveva sentito e poi aveva consegnato l’opera ad un certo
professor Giuseppe Marasca, insegnante di letteratura al collegio
“Amedeo di Savoia” di Jesi. Lo studioso, dopo aver conservato
per cinque anni il testo, lo aveva tradotto e su consenso di padre
Ernetti lo aveva dato alla pubblicazione.
Nel Duemila era comparsa negli Stati Uniti un’opera di un certo
Peter Krassa, in cui vi era un accurato studio di questa tragedia
condotto dalla professoressa Katherine Owen Eldred. La studiosa,
tuttavia, partendo da considerazioni linguistiche era giunta a
dichiarare l’inautenticità del testo trascritto da Ernetti.
Chi era dunque padre Pellegrino? Soltanto un ciarlatano in cerca
di notorietà? Eppure nessuno poteva negare che egli fosse uno
studioso dalla mente eclettica. Egli era stato un musicologo di
fama internazionale e aveva insegnato prepolifonia, ovvero la
musica antica anteriore alle notazioni, presso il Conservatorio
Benedetto Marcello di Venezia; aveva pubblicato settantadue
volumi sulla prepolifonia e sei volumi sul canto aquileiese-
friulano; aveva trascritto ed eseguito musiche aquileiesi per dodici
concerti alla Fenice di Venezia, oltre a cinque drammi sacri
aquileiesi. Era un esorcista molto conosciuto ed un esperto di
fisica quantistica; aveva collaborato con padre Agostino Gemelli,
fondatore dell’Università Cattolica di Milano e aveva condotto
con lui importanti esperimenti con l’oscilloscopio.
Non era certo uno studioso improvvisato che tentava di
nascondere la sua vacuità attribuendosi l’invenzione di strani
marchingegni. Era una mente aperta, brillante, poliedrica.
Tutto questo non risolveva però il problema di fondo: qual era il
significato di quella lettera misteriosa? Era evidente che a
spedirgliela non poteva essere stato padre Ernetti, morto nel 1994
nel convento benedettino dell'isola di San Giorgio Maggiore. Chi
allora gli aveva spedito quella busta? Perché il mittente si era poi
firmato con il nome di quel monaco? Qual era il significato del
tetragramma?
Paolo era un uomo estremamente razionale, avvezzo a cercare
spiegazioni che non indulgessero a fantasiose interpretazioni. Era
abituato ad esaminare i fatti con quel rigore che si richiede ad uno
studioso che mira soltanto a scoprire la verità.
Per questo la lettera ricevuta rappresentava per lui una sorta di
sfida, una diabolica seduzione a cui non poteva e non voleva
resistere.
Due erano le soluzioni che si prospettavano: quella di far finta di
nulla, dando per scontato che si trattasse di un semplice scherzo o
quella di provare ad andare a fondo alla faccenda.
Il professor Sprengel rimase qualche istante a riflettere, immobile
come una statua, poi fece dei piccoli colpi di tosse, quasi dovesse
schiarirsi la voce ed esclamò: «Dunque vediamo…»
Il punto da cui partire per dare un po’ di luce all’apparente mistero
era rappresentato da quel nome: Antonio Majorana.
Decise così di non sprecare tempo e si mise al computer alla
ricerca del numero di telefono del Conservatorio di Santa Cecilia.
In pochi istanti trovò il sito ufficiale, con tutte le notizie
riguardanti quella che era una delle scuole più importanti di
musica. Cercò tra i docenti e vide che fra i nomi figurava anche
quello di Antonio Majorana. Si trattava dunque di una persona
reale, di un professore di Storia della Musica che operava in un
preciso contesto. Questa era una certezza, un dato sicuro per
proseguire la sua ricerca.
Senza indugio si avvicinò al telefono e subito compose quel
numero, desideroso di dare una spiegazione a quello stranissimo
enigma. Passarono dei secondi interminabili, poi una voce rispose.
Paolo, quasi balbettando, si presentò e chiese di parlare con il
Professor Majorana, ma gli fu detto che il docente era fuori Roma
e per la precisione a Milano. A questa risposta Paolo fece un
sobbalzo sulla sedia.
«A Milano? Non è che potrebbe darmi gentilmente il suo
cellulare?»
«Mi spiace, ma non siamo autorizzati a fornire i numeri di
telefono dei nostri docenti.»
Un senso di sconforto assalì improvvisamente Paolo. Come
avrebbe rintracciato il Professor Majorana? Avrebbe dovuto
aspettare il suo rientro a Roma, perdendo l’opportunità di
incontrarlo personalmente a Milano?
Un fatto era evidente: doveva assolutamente trovare il modo di
parlare con il docente di Storia della Musica. Per prima cosa cercò
su internet e controllò se esisteva a Roma qualche Antonio
Majorana. Anche se il professore era a Milano, poteva esserci
qualcuno in casa in grado di fornirgli un suo recapito telefonico.
Certamente non era scontato che il docente di musica abitasse a
Roma, né che il suo numero fosse presente sull’elenco on-line. Era
comunque da sciocchi non tentare questa strada e la presenza di
una “j” nel cognome avrebbe dovuto semplificare la ricerca. Le
aspettative non restarono deluse. Dopo un rapido controllo,
comparvero sullo schermo solo tre persone che corrispondevano ai
criteri di ricerca. Paolo annotò i numeri di telefono e iniziò a
comporli ad uno ad uno.
Dopo un tentativo andato a vuoto, una flebile voce rispose:
«Pronto chi parla?»
«Buongiorno, sono Paolo Sprengel, docente di Letteratura Latina
all’Università Statale di Milano, potrei per favore parlare col
professor Antonio Majorana?»
«Mio marito è proprio a Milano a causa di un impegno di lavoro.
Devo riferirgli qualcosa?»
«Avrei bisogno di parlare direttamente con lui e magari potremmo
cogliere l’occasione per incontrarci. Può darmi il suo numero di
cellulare?»
Ci fu un attimo di silenzio e poi l’attesa risposta: «Non ci sono
problemi. Se ha carta e penna glielo detto.»
Il professor Sprengel annotò le cifre, faticando a nascondere la sua
soddisfazione. Sentì il cuore sobbalzargli in petto e sul suo volto si
disegnò un sorriso. Finalmente poteva parlare con questo
misterioso professor Majorana e forse avrebbe trovato una
risposta ai quesiti che ora più che mai affollavano la sua mente.
Tirò un sospiro di sollievo e fece il numero di telefono.
«Buongiorno, parlo con il professor Antonio Majorana?»
«Sì, posso esserle utile?»
«Mi scusi se la disturbo, sono Paolo Sprengel, insegno Letteratura
Latina all’Università Statale di Milano. Mi rendo conto che quello
che le sto per dire le sembrerà assurdo, ma oggi ho ricevuto una
strana lettera su cui c’è scritto il suo nome. Prima di essere più
preciso, vorrei sapere se lei ne sa qualcosa…»
«Una lettera con il mio nome ?»
«Esattamente.»
«Ne è sicuro?»
Paolo si sentì improvvisamente stupido per quella telefonata, ma
prima che avesse il tempo di dire altro, il professor Majorana
replicò: «Posso farle io una domanda?»
«Certamente, mi dica…»
«Il nome di padre Ernetti non le suggerisce nulla?»
«Padre Ernetti?» ripeté Paolo e il suo volto impallidì. «Ad essere
sincero questo era uno dei motivi della mia telefonata. Credo che
sarebbe opportuno incontrarci al più presto per parlarne di
persona.»
«Penso proprio di sì. Io mi trovo a Milano, mi dica lei dove vuole
che ci vediamo.»
«Che ne dice domani mattina alle 11 davanti all’ingresso
principale dell’ Università Statale, in Via Festa del Perdono?»
«Va bene, ma come farò a riconoscerla?»
«Indosserò un cappotto verde scuro e terrò in mano ben visibile un
libro dei Carmi di Catullo. Tutto chiaro?»
«Sì, a domani» rispose il professor Majorana.
Paolo si sentiva inquieto, confuso ed iniziò a passeggiare avanti e
indietro per la stanza come un condannato che aspetta in silenzio
l’ora della sua esecuzione. Quello che maggiormente lo
preoccupava era quella sorta di incertezza in cui brancolava, quei
dubbi che invece di diminuire aumentavano con il passare del
tempo. Razionalmente capiva che la sua reazione fosse
ingiustificata ma quella consapevolezza non gli bastava per
riuscire a svuotare la mente. La sola cosa che poteva fare era
quella di aspettare l’indomani e forse tutto si sarebbe chiarito. Si
mise così a sedere, accese lo stereo e si lasciò rapire dalle note di
Gershwin che tanto amava.
Da “Il segreto di Ernetti” di Peter Schiera, Aletti editore

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