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PATATRAC

A Napoli siamo bravi nell’arrangiamento (non in senso musicale). Siamo così bravi che
per far cadere porte Scee e muri gladiatori non abbiamo bisogno di guerre fredde,
negoziati politici o perestroike: basta un po’ di pioggia. E questa è una competenza, un
saper fare che non si improvvisa: occorrono notti e notti di studio, di tecniche orali e
scritte.

Napoli è un imbuto capovolto al cui interno si sviluppa un verme solitario di merda,


una spirale patafisica: l’acqua ,che le fogne non riescono a reggere, si infiltra nella
città sotterranea e subacquea. Il Centro Direzionale rulleggia sull’acqua e questa è
ingegneria d’avanguardia che il Giappone, terra di terremoti come la nostra, ci invidia:
l’onda sismica, infatti, fa galleggiare i grattacieli. La spirale di “merdre” fu intasata da
due speculatori illustrissimi che costruirono quartieri sulla parte alta della città con
milioni di nuovi sciacquoni , bidet e lavandini, producendo inondazioni di merda. E’ con
i soldi di questa speculazione che, in fondo, fu comprato Maradona.

Ola Ola Olè.

Alla Big Apple corrisponde, sullo stesso parallelo, ’nu Maronna ’e Cachisso. Prima che
a Napoli si comprenda cos’è il senso civico si ha tutto il tempo di stendere un
rinoceronte a colpi di cachissi marci.

Ma il senso civico di chi?

Non del popolo (le vajasse, i lazzari, il lumpenproletariat, gli operai -se ci sono ancora-,
i piccoli impiegati…) ma, of course, i politici, espressione di una “nobiltà di spada” e di
una “nobiltà di toga” sempre affamata, che mangia troppo e defeca assai e intasa le
fogne. Questa città non ha mai espresso una borghesia imprenditoriale; è una favela
di lusso e, come per tutte le favele, la sua unica ricchezza è il territorio.

E’ ovvio che invidiamo la professionalità imprenditoriale di quelli del Nord che non
producono pezzottari
ma furbetti del quartierino e parmalattari e berluschi (non è un riferimento a
Berlusconi, non ci permetteremmo: berlusco, come recita il dizionario etimologico
italiano, significa “due volte losco”, bis-losco” ed è voce antiquata per guercio).

Terzigno, dal nome magico ed esoterico (tertius ignis, il terzo fuoco dell’eruzione del
‘600, quella della processione di Santo Januario, Giano), è, come prima Chiaiano (in
piena zona ospedaliera) o Soccavo e Pianura (che appartengono ai Campi Flegrei,
località strepitosamente ricca di beni culturali ed ambientali) è anche zona di rinomati
artigiani fuochisti, pirotecnici che, per farsi pubblicità, ogni tanto danno fuoco alle
polveri. Un posto, cioè, che sa produrre botte a muro e tricchi-tracche. A Napoli se
vuoi dire che uno fa solo fumo, gli dici:”he fatto ‘a fine r’ ‘e tricchitracche” (hai fatto la
fine dei tric-trac).
Ecco dunque perché “Patatrac”: a Est il Vesuvio; a Ovest i Campi Flegrei; a Est un
Parco Nazionale; a Ovest un parco Regionale. Il marketing insegna che bisogna
trasformare le minacce in opportunità, andare in controtendenza: è quello che è
successo qui in Campania con la spazzatura, bene di lusso ,come in effetti è. Il futuro
del “mundus” è spazzatura, tant’è che questa parola non è gerundiva (spazzanda, le
cose da spazzare) ma infinito futuro, perifrastica.
E allora un gruppo di patafisici dà inizio a un viaggio-performance dal nome
rabelesiano e si presenta al pubblico con le tasche piene di bengala e fitti-fitti:, le
ultime cartucce che può sparare, anticipando la fine di quest’anno, buttando per
strada la munnezza, ex munditia, ex-voto di chi è povero di soldi ma ricco di spirito.

La migrazione è dal Vesuvio, alla buona, con due camper scassati, come usano fare gli
zingari, e iniziano un viaggio a ritroso rispetto a quello del Gran Tour recando con sé
piccoli lari e simboli, in particolare piantine di kaki. Perché i kaki (cachissi). Perché il
“cachissi”? Hanno a che vedere con la “merdre”, il “cacare”?

In realtà i “cachissi” originariamente si chiamavano, e si chiamano tuttora,


“legnasante”, “legno per i santi” essendo un frutto che matura ad Ognissanti e nel
giorno dei morti, altri inquilini di cimiteri sgarrupati. Dopo l’atomica a Nagasaki
rimasero in vita alcune piante di kaki, diventate l’albero della pace. Al kaki è collegato,
in Giappone, anche la tradizione dell’haiku, essendo il frutto più piccolo del nostro, una
piccola gioiosa bacca. Ne abbiamo rubato alcuni a Mimmo Grasso (gli haiku, non i
kakissi) quando in metrò gli abbiamo soffiato il portafogli e abbiamo poi scoperto che
era pieno di poesie e spiccioli.

Come fanno le zingare alle fermate dei semafori quando vi vogliono predire il futuro
(ma quello remoto, ovvio) ciascuno potrà pescare dal copricapo del Cappellaio Matto
il proprio haiku. Un po’, insomma, come si fa con “I Ching”. L’abbinamento
“cachisso-.haiku” è doveroso.

Non essendo nobili come i Rom e non avendo quindi il privilegio di poter fare
chiromanzia, i nostri interlocutori si accontenteranno di podomanzia, di divinazioni
pedestri , tanto più che qui si cammina sulla munnezza da secoli. La situazione
attuale è solo il rigurgito di uno che si è ingozzato troppo. Abbiamo con noi degli
esemplari, i piedi di Paola Acampa, piedi-modello, Ur-piedi, Orme degne del piè-veloce
di Omer. Paola ne è rimasta senza, come Pinocchio, e certamente il pubblico avrà
commiserazione per la sua sorte. La ostenteremo (anzi, lei stessa si porterà in
braccio) e ciascuno verserà un obolo.

Non portiamo con noi solo paccottiglia; la nostra rigatteria ha molte cose sottratte alla
discarica di Terzigno: un video girato in loco e, per quanto riguarda i Campi Flegrei, un
altro film-documento: ”Casteldelirio”, cioè Castelvolturno, zona di camorra, dove
potrete sentire la collega puttana del Niger in servizio sulla Domitiana appellare i
residenti come “cafoni”. Questa dichiarazione vale il nostro viaggio, gli conferisce un
che di ecumenico e merita l’oscar della patafisica involontaria. Ci sono poi stampe di
noti artisti che rappresentano, in ere di veline escortate e dell’apparire dell’apparenza,
di maschere, “ l’originalità del falso”. Il processo di marketing è stato complesso e
abbiamo dovuto impegnare le migliori menti strategiche, che ancora dobbiamo
pagare: la maggior parte dei prodotti che compriamo reca scritto “Made in China”, o
“in Taiwan”., ecc. La pattumiera commerciale del pianeta ne è invasa. Giusto, dunque,
che anche l’arte ne fosse partecipe: è un segmento del business globale ancora
inesplorato. Abbiamo l’orgoglio di aver iniziato la canalizzazione di questi prodotti. Non
si tratta delle solite stampe della Gioconda ma di originali firmati dagli artisti e che
sembrano falsi, prodotti alle catene di montaggio orientali. E’ in questo la loro
particolarità, di essere “falsamente veri” . Ovviamente, vengono venduti a un prezzo
da “mercatino sulla stuoia” dei cinesi (che, peraltro, hanno anche messo ai margini i
gloriosi “Vu’ Cumprà”).

A chi acquista alla nostra rigatteria diamo in cambio “chèque”, quelli di Totò in
“Miseria e Nobiltà” (“ogni schecche è grosso così”): sono i buoni-acquisto di Giacomo
Faiella e che a Napoli, con la fame che c’è, sono andati a ruba (sì: li hanno rubati, si è
creato un mercato clandestino e davanti allo stadio i bagarini offrono tot schecchi per
tot biglietti della partita).

Quando il nostro carro di Tespi si fermerà, ci sarà, come è nelle peggiori tradizioni, uno
spettacolo: il “guarattellaro” Salvatore Gatto farà un omaggio con i suoi burattini ad
Otello Sarzi. I suoi pupi dicono sempre3 la verità e si sa che perché l’uomo dica la
verità basta mettergli una maschera. Ecco perché Ubù vince sempre: è smascherato.

A Mina di Nardo, pitonessa di uova misteriosofiche, è affidato l’onere del documento


visivo per cui si prega di non sorridere quando vi farà la foto; siate spontanei, tristi:
che c’è da sorridere? Avete perso un occhio, siete diventati guerci e ridete ancora?

Questa è la nostra merceria, la cui solidità di valori, cultura e radici storiche è stata
indagata negli archivi del pattume da un fisico, Gaetano Nocerino, che però vuole
restare anonimo ed essere citato con l’ortonimo “Bosse de Nage”. Quando hanno
saputo di questo ritrovamento antiquario quelli della bottega vicina alla nostra, un
noto DScount, compulsato da una crisi di gelosia, ha cercato di rinnovare la propria
vetrina. Ora stiamo in mano agli avvocati e alla Siae con l’accusa di plagio e di
appropriazione di Copiright.

Vi sarete resi conto che le nostre sono bagattelle da ribat periferico, roba effimera,
sparigliata, maldestramente riciclata, ma è quello che abbiamo potuto recuperare
dalle discariche mentre metafisici gabbiani volavano, non metaforicamente, su un
mare di merda.

Confidiamo, tuttavia, che essa sia in linea coi pataccari e col patatrac della borsa-
valori nazionale.

Scusate se è poca.