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LA CITTÀ DELLA POESIA, FRA CIELO E TERRA

(intervento apparso su www.absolutepoetry.org in occasione di un'inchiesta sulla


poesia contemporanea)

Non credo si possa dire che, in genere (salvo qualche eccezione: l’Atene di Pericle,
la Firenze medicea, la Ferrara dei poeti estensi, che nella sua struttura, classica e
insieme medievale, configuratasi dopo l’”addizione erculea”, pareva quasi riflettere il
microcosmo freneticamente premeditato, e insieme manieristicamente illusivo, della
Gerusalemme liberata), i poeti abbiano trovato facile accoglienza in qualsiasi struttura
sociale e civile organizzata in modo sistematico e gerarchico: quasi che,
emblematicamente, la peculiare “razionalità” della poesia, di cui parlava Adorno (una
razionalità dinamica, fluida, proteiforme, e dunque non normativa e prescrittiva, non
strumentale), potesse difficilmente adattarsi a quella, invece, ideologicamente e
politicamente connotata, ed eterodiretta da finalità di controllo sociale o di esibizione
del potere e dell’ordine, che presiede, in genere, ai piani urbanistici, e configura la
forma urbis – il “viso di pietra scolpita”, direbbe Pavese, della città.
I poeti, dice il Corano, vagano per i deserti, e dicono cose che poi non fanno. Il
pragmatismo operativo, coercitivo, a volte autoritario e violento, della “città degli
uomini” mal si accorda con la “finalità senza scopo”, con l’operare incondizionato,
del poeta; egli stesso, certo, a suo modo homo faber, fabbro e architetto delle parole,
disegnatore della mappa inafferrabile del testo, eppure avulso da qualsiasi
applicazione pratica, da qualsiasi uso strumentale o immediata applicazione: il che lo
rende sospetto, se non risibile, agli occhi del senso comune, dell’opinione corrente,
del sentire condiviso ed unanime, che trovano nella città, nell’agorà, la propria voce
collettiva, la propria corale risonanza.
Platone ed Agostino (pur se per ragioni ideali, più che pratiche, e nondimeno
legate ad un, per quanto utopistico, progetto politico, peraltro non privo di pericolose
ambiguità, e non del tutto immune da possibili strumentalizzazioni autoritarie)
concordano nel guardare con sospetto ai poeti: il primo considerandone l’opera copia
della copia, di tre gradi lontana dalla verità, e potenziale, insidioso alimento e fomite
di passioni incontrollate; il secondo scrutando con preoccupazione i velamina, i veli
allegorici, in cui i poetae theologi avvolgevano i misteri del sacro, lasciandone scorgere
forme fuggevoli, parziali, insidiosamente ambivalenti.
Forse la città dei poeti è ancor più astratta ed inafferrabile di qualsiasi utopia, di
qualsiasi non-luogo. Una città mentale talmente immateriale, avulsa e remota da non
potersi assolutamente tradurre, neppure nei sogni più veementi e più pericolosi (forse
con l’eccezione del Savonarola cantore, in una lauda, di “Cristo re”, o con quella,
diametralmente opposta, del D’Annunzio fiumano, e poche altre), in alcun terrestre
inveramento, in alcuna realizzazione sociale e politica.
Eppure, proprio perché del tutto inutile, e anzi di fatto inesistente, o esistente – al
di là del tempo, oltre, o viceversa al di qua, della storia – solo nella mente, nel’anima,
nell’incorporeità intellettuale e segnica del testo, la città dei poeti è del tutto innocua,
assolutamente innocente. Non la si può nemmeno incolpare di non avere agito
efficacemente sul corso, così spesso iniquo e sanguinoso, della storia, per il semplice
fatto che – città quant’altre mai indifesa e disarmata, seppure dal territorio sconfinato
– non ne aveva i mezzi, non aveva le armi e le mura.
La poesia, diceva Montale al momento di ricevere il Nobel, è assolutamente inutile.
Ma, almeno, non è nociva. Il che non si può sempre dire della – pur per molti versi
utillissima, e oramai innegabilmente trionfante – civiltà della scienza e della tecnica,
dalla quale la città postmoderna - ormai cablata, smaterializzata, avvolta e travolta da
un pulviscolare ed insonne vortice di quanti d’informazione – è inesorabilmente e
dispoticamernte dominata, risultando dunque – ma non è una novità – affatto
inospite per i poeti.
Per la poesia, le città di questo mondo possono fare ben poco – ancor meno,
forse, di quel quasi nulla che il poeta può fare per esse. Tutt’al più, per quel che può
valere, dedicare un giorno una piazza o una via a quanti di noi verranno giudicati (a
torto o a ragione: si sa “il giudicio uman come spesso erra”) più “storicamente
significativi”.
Il nostro regno non è di questa terra. La nostra città è ovunque e in nessun luogo,
come il Dio medievale e rinascimentale del Liber de causis, di Cusano, di Bruno. O
forse, ammesso che sia da qualche parte, è qui, nello spazio sconfinato ed
onniavvolgente, proteifome ed invisibile, incorporeo eppure onnipresente, della rete.
Quanto a me, le mie città sono Bologna, in cui sono nato, non ho mai abitato ma
ho ricevuto una parte della mia “formazione culturale”, e Imola, in cui sono quasi
sempre vissuto.
Da un lato la pianta longobarda dell’antica Felsina, con quel centro da cui si
dipartono a raggiera, come gli arti difformi e contorti di un immenso, orrendo insetto,
le vie principali, che potrebbero indefinitamente prolungarsi – e poi, negli irregolari
ed obliqui interstizi, nelle scalene “zone”, di questa anomala ed asimmetrica
centuriazione, dedali di vie e viuzze in cui, diceva l’oggi tanto bistrattato Carducci, è
effettivamente meraviglioso “sperdersi pensando”.
Non proprio “città brulicante, città piena di sogni”, come la Parigi di Baudelaire –
eppure essa stessa non avara, nel suo piccolo, di epifanie subitanee, folgoranti, che
coinvolgono e travolgono per un attimo gli sguardi, i sensi (gli “spirti”, avrebbe detto
Guinicelli): due frecce conficcate da secoli nella trabeazione lignea di un porticato;
uno sportello che si apre d’improvviso, e mostra lo scorrere lutulento e derelitto
dell’Aposa, lasciando brevemente trapelare all’aria e alla luce un intrico insondabile di
canali sotterranei che avrebbe affascinato e frastornato anche Eugène Sue; il mercato
di piazza Aldrovandi, che ammaliò, con la sua selva pastosa, quasi palpabile, fragrante
e nauseabonda, di voci, odori, corpi, colori, Umberto Saba, avvezzo alla “scontrosa
grazia” della sua Trieste, e desideroso di confondersi con la “calda vita di tutti gli
uomini di tutti i giorni”; il ghetto ebraico, in cui nacque mio padre – il ghetto,
tenebrosa ed ignominiosa metastasi, angolo della città che Piero Camporesi
immaginava brulicante, come la Parigi di Suskind, di odori, voci, parole, di volti lingue
memorie, di storie esuli, erranti, disperse, e che ancora reca, nella sua criptica
toponomastica, i segni discontinui e vagolanti di un sapere arcano e remoto – le
schegge e i frantumi, diremmo con Kafka e con Derrida, delle Tavole della Legge.
Dall’altro lato, Imola provinciale ed opaca, sbeffeggiata da Tassoni e da Leopardi,
nominata di sfuggita da Hemingway come un verde, remoto paradiso dei socialisti,
gremito di alberi, di giardini e di fontane, la “zité di zent urt” stilizzata, un po’
oleograficamente, da Luigi Orsini, la “zité di mett” in cui trovò asilo Dino Campana,
e di cui si incontra una menzione addirittura in Pirandello, afflitto dalla “moglie
pazzerella”.
Eppure, la città dei matti sembra avere a priori esorcizzato, quasi giocando
d’anticipo, ogni sussulto e ogni ombra del’irrazionale, serbando con assoluta
limpidezza la centuriazione romana, fregiandosi della geometrica, idealizzante, e
insieme minuziosa, mobile e viva (“i fiumi scherzano nella pianura”, dice una postilla)
mappa di Leonardo (forse la prima “mappa zenitale”, noi imolesi possiamo dirlo con
orgoglio, nella storia della cartografia), infine rivestendosi, con il Neoclassicismo, di
una sorta di lapideo manto, di una veste e un apparato di marmi arcate scalee (certo
meno sgargianti di quelli, solenni e garbati, fini e preziosi, della vicina Faenza, città
molto più bella della nostra, e che non possiamo non invidiare); senza che ciò
impedisca l’affiorare, di tanto in tanto, della città cristiana e medievale, nella forma ora
di un capitello paleocristiano che fa lampeggiare la simbologia fitomorfa e sacrificale
di un dionisismo riplasmato, ora di un portale gotico come quello, splendido e
malnoto, della Chiesa di San Domenico, ora di affreschi mariani che risorgono da un
polveroso intonaco, tenui, virginei e insieme scintillanti e preziosi, ora (come è
accaduto, recentemente e sorprendentemente, nel tanto controverso, ma in fondo
necessario, sventramento della piazza centrale) di un’antichissima sepoltura affrescata.
Le città italiane, con la loro anima una e molteplice, antica, medievale,
rinascimentale, sono selve di analogie, compressioni e fusioni spaziali e geografiche di
piani temporali diversi e lontani, di suggestioni disparate, multiformi, variamente
codificate dal tessuto urbano e altrettanto variamente decodificabili dallo sguardo
itinerante che su di loro si posa, che amorosamente le percorre e le penetra.
In questo senso (che è anche, in partenza, storico, geografico, sociale, ma che poi
sorpassa e trascende tutti questi àmbiti e piani per ergersi immateriale ed
intemporale), la città può essere ancora sede, dimora, e in qualche modo teatro, della
poesia. Il cui tessuto, fitto di echi, tracce, memorie, tessere, simboli, consapevolmente
o meno riemersi da un passato storico e insieme individuale ed esistenziale, culturale e
insieme psicologico nella misura in cui la formazione e l’identità culturali, e l’eredità
che le plasma, sono parte integrante e fondante dell’individualità creatrice, del
complesso della persona, è, idealmente (ma in un senso evidentemente diverso da
quello in cui Bukowski diceva, in versi troppo noti, che “una poesia è una città piena
di strade e tombini / piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi”), una forma urbis, un volto
urbano dalle mille ombre, e dalle pieghe antiche, dai sorrisi segreti e lontani, dagli
indecifrabili sguardi sempre rivolti e alludenti ad un altrove.
“La creta, la selenite e l'arenaria / Di qui nasce il colore di Bologna / Nei tramonti
brucia torri e aria […] A che punto è la città? / La città è lì in piedi che ascolta. […]
A che punto è la città? / La città si nasconde le mani”. Così scriveva, nel veleno e nel
sangue degli anni Settanta, un poeta pur ideologicamente impegnato come Roberto
Roversi. La luce pura, il fuoco fervido eppure innocente della poesia scorporano la
città, la elevano al cielo, la confondono con le nubi, i lampi, le parvenze cangianti e
senza peso – anche nella militanza e nell’impegno. Scrive oggi Roversi, in pagine
apparse su “Bibliomanie”: “Gli anni di Goethe o di Carducci sono tutti alle spalle, e
non tornano più; / disperse le orme fra le onde del mare e del tempo. / Si può allora
dire, come in una favola della memoria e dell’affetto, c’era una volta Felsina, Boiona,
Bononia, Bologna”. “Madre che non dorme. Madre città. Antica tellus. (…) Madre
città, dunque, da cui mai e poi mai dovremmo sentirci abbandonati”
(http://www.bibliomanie.it/bolognabologna_roversi.htm). E’ nell’antico e
nell’eterno, sul terreno fecondo della loro intersezione e della loro fusione (nel ciclo
perenne di morte e rinascita, nel “desiderio vano della bellezza antica”), che la città-
poesia, il luogo-parola (forse non ancora del tutto dissolto in non-luogo indifferente e
mercificabile) possono sperare di risorgere e di protendersi verso un futuro che ha
ancora i confini e le forme malcerti della bruma – ma, forse, anche la luce
madreperlacea e tremula di una nuova alba. “Non tanto il vincolo con il presente”,
dice ancora Roversi, “un presente cupo e avido. Non con il carro del presente, ma il
brivido, un brivido freddo, col nuovo mondo che, sia pure a fatica, sta cercando di
comporsi”.
E – mi si perdoni l’accostamento così ardito – ogni città, nel momento in cui
diviene poesia, è in fondo, con D’Annunzio, “città del silenzio”, chiusa nell’eterno
sepolcro, nella quiete perenne, della parola e della pagina, che chiamano ed
attendono lo sguardo sollecito, la voce interiore e spirituale, il soffio pneumatico, la
caritatevole e vigile attenzione, dell’anima e della mente di un lettore. Fino ad allora, la
bellezza di una città, una volta trasposta, e deposta, nel verso e sulla pagina, è e resterà
una bellezza “deserta”.

Matteo Veronesi

http://nuovaprovincia.blogspot.com