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Del Liceo Classico

o del nostro centro storico

Alzi la mano chi non ha almeno un ricordo


della sua vita legato a quest'edificio e a questa
piazza. Non c'è bisogno nemmeno di chiamarli per
nome: più che uno spazio fisico ci troviamo davanti
ad un "luogo della memoria".
Ma, come tutti i ricordi, anche questi sono
destinati ad essere confinati nella sfera personale,
dei sentimenti e sempre meno a quella della vita
reale, fatta di relazioni sociali ed interessi
economici.
Premessa (strappalacrime) necessaria per
dire cosa? Che il tempo passa, le condizioni cambiano e dobbiamo adattarci, sempre che "adattarsi" debba
intendersi in un'accezione negativa.
Il terremoto (ancora lui!) ci ha fatto scoprire che questo edificio è vulnerabile; qualcuno vuol farci
credere che dal punto di vista tecnico non sia sismicamente adeguabile. Non è vero. Ma dobbiamo anche
chiederci: è opportuno spendere qualunque cifra per far tornare i nostri figli in quest'edificio?
Popolazione scolastica in lento, ma inesorabile declino numerico; alti costi di gestione e manutenzione;
mancanza delle strutture di base necessarie ad un corretto svolgimento delle attività didattiche (leggasi, in
primis, palestra); scarsa permeabilità all'uso quotidiano dell'immobile da parte di cittadini e visitatori (di sera,
tanto per intenderci, è uno scatolone vuoto e scuro nel cuore del centro).
Siamo sicuri che gli studenti debbano tornarci? Per soddisfare un generico rispetto della memoria
collettiva o per vedersi garantire la qualità del luogo di studio, dove trascorrono un quarto della propria
giornata?
Prendiamo atto che il Liceo Ovidio, come pure Piazza XX Settembre ed il Corso, oggi sono il simbolo di
un centro storico che langue (eufemismo), mortificato da uno stupido via vai di auto, soffocato dai gas di
scarico e punteggiato (o meglio, avvilito) da cartelli "vendesi".
Qui il problema non è "che fine farà questo edificio storico", quanto piuttosto, che fine ha già fatto il
"nostro" centro storico (ancora un luogo della memoria). Un patrimonio immobiliare di valore inestimabile, per il
quale il punto di equilibrio tra domanda ed offerta del mercato non sembra a portata di mano (l'eccesso di
offerta, i troppi "vendesi", stanno lì a testimoniarlo).

Una possibile soluzione?


Con un parolone si chiama urban renewal (rinnovamento urbano); in parole semplici: adattare i
contenitori e gli spazi urbani ad un mondo che cambia.
In un progetto complessivo di rinnovamento, decentrare gli edifici scolastici non è un tabù,
purché le funzioni vitali del centro storico siano garantite, anzi potenziate. Purché l'attrattività del nostro centro
antico sia sviluppata, per fornire una domanda adeguata all'offerta delle attività economiche che vi si svolgono.
Le gambe (finanziarie) perché questo processo si avvii esistono.
I titolari della proprietà del fabbricato e qualche illuminato privato possono avviare un percorso virtuoso,
partendo proprio da qui, dal "nostro" Liceo.
Saremmo i primi? No.
Solo fantasia? Può darsi; intanto, però, allacciatevi le cinture...

Sulmona, 16 novembre 2010

P.S.: tanto per cominciare: VIA QUELLE AUTO DA PIAZZA XX SETTEMBRE E DA TUTTO IL CENTRO!

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