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Giri?

“Mar Adentro” di Alejandro Amenábar

Alejandro Amenabar si può leggere quale figura-ponte tra cinema hollywoodiano e cinema
spagnolo (post-Almodovar); sin dal suo esordio con “Tesis” è percepibile un qualche intento di
contiguità con il cinema statunitense, soprattutto da un punto di vista strutturale. Non si riscontra,
però, quello stesso carattere epico, nei dialoghi né la medesima spettacolare astrazione spaziale
delle pellicole create in California, laddove l’artifizio crea scenari quasi sempre generici (deserto,
ghettopoli, suburbia, Jungla, India, Arabolandia, circolo polare, città etc.) generando scambi verbali
anch’essi astratti od universalizzati. Raramente una sceneggiatura è ispirata da un luogo ben preciso
che ospita persone di carattere ben definito, piuttosto il copione esige un adeguato sfondo che ne
permetta lo svolgimento senza interferirvi oltremodo. Amenabar, invece, ha il gusto della
“collocazione” ed una certa cura nei dialoghi che fa dei suoi film espressione maggiormente
realistica ed attuale pur mantenendo un certo equilibrio rispetto alle esigenze di completezza e
compiutezza tanto apprezzate da pubblico e critica statunitense.
Non a caso ben tre dei suoi quattro film son noti oltreoceano: ‘Mar Adentro’ (Oscar 2005), ‘The
Others’ ed ‘Abre los Ojos’ noto attraverso il “sinonimo” ‘Vanilla Sky’ che è pressoché identico
seppur depauperato dell’ammaliante Najwa Nimri.
Mar Adentro, tratta del tetraplegico Ramón Sampedro (persona realmente esistita) che, conscio ed
in buona salute mentale, esprime il desiderio di morire, rivendicando pubblicamente il diritto a
disporre della propria vita. Dapprima intraprende battaglia legale perché gli sia ufficialmente
riconosciuta la facoltà di porre fine ad un’esistenza la cui continuazione è, per lui, ragione di
frustrazione e dolore; in seguito si risolverà alla clandestinità ed alla ricerca di forme d’assistenza
volontaria.
Come già nella pellicola franco-canadese ‘Le Invasioni Barbariche’, l’aspirazione a definitiva
dipartita del protagonista è mostrata quale minaccia all’intero microcosmo sociale dello stesso.
La famiglia, nel rispetto della volontà di Ramón, deve accettare di privarsi di una sua componente
che sempre ha immaginato quale naturale imprescindibile, deve operare in vero un sacrificio
affettivo la cui portata precede e, verosimilmente, domina qualsiasi eventuale cogitazione etico-
giuridica. L’infermo chiede, nel sacrificio, un dono; la famiglia deve dare Ramón a se stesso ben
sapendo, così, di perderlo per sempre.
Le difficoltà della condizione del protagonista (il camaleontico immenso Bardem) non sono rese
come una sempiterna comparazione tra statico presente ed i dolorosi ricordi d’un passato
d’apparentemente infinito potenziale ma come la condanna all’accettazione di continue attenzioni e
cure che non possono essere restituite o corrisposte, d’una dimensione sociale alla quale la
partecipazione è limitata, frustrante perché non v’è la reale, completa possibilità di contribuirvi.
Trattasi di film di rara bellezza, complici pure i paesaggi suggestivi della Galizia, i dialoghi incisivi,
ironici, trasversali, spesso resi in gallego e catalano (cfr. versione originale), le situazioni spiritose,
paradossali che si creano in dove il protagonista tenta di trarre amenità dalle contraddizioni della
propria condizione. Un’esaltazione della vita dove la morte giunge, o è invitata a presentarsi, in
veste d’elemento armonico alla stessa, ineluttabile al singolo, contenuta e continuamente elusa da
tutte le forme d’associazione sociale che rendono le singole parti all’eterna consolatrice pur
seguitando in una perpetuazione vitale che è prima riproduzione, poi famiglia, poi società.
In definitiva un film ricco di contenuti, forse troppo, che alla fine deve però rendere conto
dell’eccessiva completezza che, ipotizzo, ne hanno determinato il trionfo stauettario giacché
s’assoggetta fin troppo alla logica dell’entertainment. Nonostante la pregevole fattura, la bravura
degli interpreti ed il grande tatto mostrato da Amenábar, la pellicola non accompagna lo spettatore a
fine proiezione ma rimane in sala; cessa di essere problematica laddove propone le risposte ai
quesiti ch’ella stessa pone. Offre, per dirla con Hegel, magnificamente tesi ed antitesi per poi
annullarsi nella compiutezza della sintesi.
a.ritroso