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Il collaudo

Io sono un componente.
Non servo quasi a niente
da solo
ma mi inserisco ovunque
unisco, reggo, chiudo,
metto in moto, finisco, perfeziono.
Da quasi quarant’anni
vengo prodotto con pochi cambiamenti.
Mi adatto facilmente
supero tutti i controlli
dimostro di essere flessibile
e resistente
duttile e inalterabile.
Voi non sapete quanto sia difficile.
Non bastano una tempra di acciaio,
un corpo rinforzato.
Bisogna avere l’ardire
di buttarsi nel fuoco
sostenere le luci abbaglianti,
il fragore dei macchinari,
il ritmo del lavoro.
Insomma, è una questione di intenzione,
prevalentemente.
Ora sono di nuovo in prova
- l’ennesima -
ma questa volta, vada come vada,
non mi danno.
Alcune notti che per caso
non sono crollato di stanchezza
ho sentito un’altra vita, differente
da quella della fabbrica illuminata.
Nel buio,
al chiarore fioco
della luce di cortesia
l’anima buona dell’inserviente
culla gli scarti
con una canzone o una poesia.

La fornace

E’ nella notte
che faccio lievitare la mia ansia
al punto giusto
secondo una ricetta personale:
un po’ di meno
e non starei abbastanza male
un po’ di più
e brucerei terrorizzata
incapace di uscire di casa.
Così, gonfia di insonnia
e ben dorata
ogni mattina mi do in pasto alla vita
che mi aspetta a bocca spalancata.
La fabbrica chiusa per ferie

Ci metto sempre un po’ di tempo


a capire che sono vuota
di tutta quella gente
che mi riempie di rumori,
che mi riempie di odore
di sudore e motori
e mi fa soffocare
che mi mette in funzione
e mi fa lavorare
anche quando mi sento male.
Così scricchiolo, sussulto
e mi scuoto senza tregua
finché una mattina capisco che è finito l’assedio
e sento che posso respirare
e non mi sento più
l’ingombro di ciminiere e macchinari
ma solo pori
che lasciano filtrare spore
di suoni silenziosi
e di luce
di un sole azzurro, invernale.
Fabbrica di mattoni sul mare

Di giorno operai in fila


forati e laterizi
di notte stelle, risacca e faro
respiro lento e rosso del mare
sabbia salsedine e vento
negli interstizi
la fanno vacillare
le corrodono mattoni ed intenzioni
finché una notte si lascia bruciare
fabbrica in fumo
fabbrica morta
fabbrica rinata in tempio
in cattedrale della distruzione
scoperchiata
che accoglie
i voli degli aironi in migrazione
l’agonia dei gatti malandati
i riti feroci dei cani scordati
inselvatichiti.

La fabbrica di incantesimi

Dicono che io sia il mostro del quartiere,


di questa foresta di anonimo cemento
con in mezzo una radura di plastica
in cui pare sia atterrata un’astronave.
Secondo me, la mia ciminiera
a righe rosse oblique
è un tocco d’eleganza vero e proprio,
vintage, retrò, d’antiquariato
considerato che è qui da molto prima,
e il cespuglio di olivastro che ospito
ha un che d’esotico,
fa un po’ giardino pensile.
E poi, per quanto vecchia,
non sono né spenta né in disuso
ma sono solo in pausa
per mettere a punto un incantesimo.
Butterò fuori, un giorno,
un fumo denso e grigio
che tutto avvolgerà per qualche tempo
e quando poi si sarà diradato
farà apparire un mondo trasformato:
i condomini alveari abbandonati dalle api
sciamate verso il bosco muro di alberi
che avrà preso il posto del giardino di plastica;
l’astronave un vascello
arenatosi nelle secche di una palude misteriosa;
grida di uccelli e versi tutto intorno
strani lampi, fuochi lontani nella notte,
e voi una nuova razza portentosa,
la pelle una corazza luminosa
di scaglie d’oro
che brillano nel buio.

La fabbrica

Sapeste che gioia


quando ho capito che sarei stata una fabbrica.
Quanti sogni, quanti buoni propositi ho sperato.
Mi stavano tirando su talmente bella
che certamente ero destinata a creare
qualcosa di speciale, ad esempio:
un paesaggio che difficilmente potresti credere reale,
il caldo splendore di un istante immacolato,
un suono che ti si conficca nel cuore come un dardo.
Perciò ora non posso che rimanerci male
a mandar fuori piatti di plastica,
lavatrici o bulloni.
Tutta roba perfetta, sia ben chiaro
ma senza neanche l’ombra di un mistero.
Si prende così sul serio la mia vicina
ed è così orgogliosa di ogni bazzecola che fa,
ed io invece non vado fiera di niente,
non riesco a non pensare
che è tanta fatica per poco risultato
e intanto mi riempio di crepe
e lentamente scado.
La fabbrica di silenzio

Mi rimproveri perché
ho dimenticato
le parole
e non ho detto
più nulla
da lungo tempo
ma da lungo tempo
mi tedia ogni sentire
ogni dire
non scuote come rumore
di maestrale non accende
come vampa di sole.

Spero che tutti


rimangano in silenzio
per sempre.

La mano che mi butta giù dal tetto

A te non ho prestato mai attenzione


se non per il fastidio
che mi hai dato qualche volta di notte
bussando alla finestra
inopportuno
come quando mi hai impedito il mare
venti giorni fra luglio e agosto
soffiando di maestrale
guasta sogni, guasta mare
disprezzato
finché non ho visto
nella tua lingua trasformata in segni
il mio tifone
groviglio di disordine
che zavorra la testa
e ruba le parole.
Allora ho capito che eri il liberatore
o rigattiere
che svuota le cantine più buie
o spazza incubi,
il pazzo che mi da’ voce
la mano che mi butta giù dal tetto
l’altra che come un letto mi sostiene.

Presto, tendi le vele e fammi andare

Presto, tendi le vele e fammi andare


bandiera bianca se tutto va bene
bandiera nera per viaggio fatale
da petalo secco e foglia accartocciata
pulisci il tempo che ci rimane
eterno esali alito dei morti
ed io non bado a quello che mi porti
a male segue il bene, a notte aurora
nuvola copre il sole e poi lo svela
inverno lascia il passo a primavera
soffia quello che vuoi ma soffia ancora.

Trasportami piuttosto via con te

Per la forza tua non voglio cadere come ramo d’albero spezzato,
strapparmi come ciocca di capelli ingarbugliata.
Trasportami piuttosto via con te
e fammi riecheggiare, lingua scordata di fantasma
tra i fantasmi rapiti dal tuo fiato
che ci arriva da lontano piano piano
e non capiamo
- grida di rondini, rintocchi di campane
vociare di donne o di bambini per la strada -