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Dies memoriae

Sono una comune. Trascorro in modo comune in una dimora comune un vivere
comune.
Una, come tante, gettata nel mondo.
E’ sempre in agguato il pensiero che uomini di scienza magistrale dicono debole
e che tutto sommato riduce le azioni in neg-azioni, in ansie e timori.
“Timori di cosa? - Mi chiedo talvolta - Di una vita che altri han condotto nei
millenni passati sempre uguale e diversa? Tra guerre e frastuoni, olocausti,
carneficine ed uccisioni, ma anche tra banchetti ed esultanze, dolcezze e delizie?
E’ sempre stata la vita quella che è: un andare e tornare sempre al punto di
prima. Cambiano solo i modi e le mode.
Nel lungo cammino dell’esistenza nessuno pensa che solo il cuore ha sempre una
sua saggezza nel bene e nel male che la ragione spesso non scorge.”
Lì nella poltrona comune, di quelle dei grandi magazzini, siedo sempre a
meditare.
E sorrido se penso che il mio mondo non sia poi così immenso se esso sta nella
sua interezza nella mia confortevole poltrona.
E addirittura quando accendo il televisore il passato diventa presente, a seconda
delle trasmissioni, e il presente diventa lontano così come il vicino campeggia
sempre più in là, mentre regioni remote stanno tutte quante davanti a quella
poltrona.
Che strana la percezione negli abissi spaziali della comunicazione, adesso, certo,
tanto veloce quanto la luce, ma ineffabile quanto la luce, se è solo lo sguardo a
sentire le sensazioni.
Oggi, però, è giorno particolare, è venuta un’amica a salutare e a trascorrere
con me qualche minuto in serenità, Itria il suo nome.
Insieme a lei sediamo sulle ampie poltrone in amabile conversazione col
sottofondo della televisione sempre in funzione anche se il suono è stato del tutto
abbassato.
Con la coda dell’occhio vedo molte immagini.
Contrariata dico all’amica:
“Oggi, ieri e l’altro ieri e fors’anche molto prima un diluvio di notizie rimanda
sempre lo stesso reportage, è proprio un’idea fissa!”
“Ma, giusto oggi – dice l’amica informata – è il dies memoriae.”
“Memoriae di cosa?”
“Dove vivi, mia apprezzata Lidia! Tu guardi il televisore ma sono sicura che la
tua mente vaga altrove.
Credo che ciò sia dovuto al fatto che nessuno può stare senza frastuono.
L’assenza di rumore ci propone tanti problemi: il nostro essere nel mondo e
l’isolamento in mezzo alla ressa, oppure le tante questioni familiari, politiche e
sociali.
Oggi, mia cara, è il dies memoriae dell’olocausto, degli Ebrei naturalmente.”
Ribadisce, facendomi quasi la paternale.
Punta sul vivo, rispondo:
“Nella mia poltrona non riesco proprio a capire di quale eccidio si tratti, visto che
la storia è zeppa di genocidi e violenze. Ma, senza andare troppo lontano nel
tempo, basta guardare a qualche plaga remota del mondo dove i maceti lavorano
di notte come di giorno incessantemente.”
Dice Itria, la ponderata:
“Certo i massacri passati fanno meno rumore, perchè ogni riparazione è
improponibile. E se proprio si vuole fare qualcosa basta solo chiedere scusa. Lì nei
campi Elisi si è più buoni e pietosi che su questa terra… Il quesito riguarda certo il
presente, ma basta chiudere gli occhi e non è successo proprio niente.”
Un poco confusa e non certo rasserenata soggiungo:
“Titoli enormi, parole sprecate, immagini sprecate, confronti sprecati, meeting
sprecati.
Mi sfugge il senso e il batage.
Vedi, cara Itria, come sempre, quando non capisco, faccio ricorso ai miei studi
ormai desueti e così rintraccio: òlos: tutto intero, kaio: brucio.
Poi, sul dizionario: “Sacrificio supremo, nell’ambito di una dedizione totale a
motivi sacri o superiori”.
Se rifletto solo un momento, dico con cognizione che esige il sacrificio supremo
ubbidienza.
Esige il sacrificio supremo la libertà dell’ubbidienza, dell’ascolto.
Ascolto della chiamata, della responsabilità della risposta alla chiamata.
E penso veramente che in cerchio stiano chiamare, ubbidire, rispondere.”
“Certamente, che senso avrebbe, se un Dio chiama, non essere liberi di
rispondere alla chiamata?
La chiamata si connota come autodeterminazione se dai risposte liberamente. In
questo caso bisogna che ubbidisca a qualsiasi costo.”
Rispondo allora con una punta di arguzia:
“Mia buonaa Itria, tu ti spieghi con senno, ma una visione martella la mente: in
cerchio io vedo generali e soldati, giudicanti e giudicati, vili ed eroi, islamici ed
ebrei, atei e credenti, pazienti e spazientiti, lupi ed agnelli, sazi ed affamati…
Che sia circolare l’inganno?”
“Ma la chiamata non è inganno, è solo verifica che, chiamando, tu sia sovrano di
consentire fino al martirio supremo.
Convengo che in cerchio stiano chiamare, rispondere, ubbidire.” Dice Itria con
fare canzonatorio.
Ed io provocata, non so quanto ad arte, rispondo:
“Nel tempo in cui si cominciano a contare gli anni, su Cristo il cerchio si chiude.
Ma già prima su Abramo si apre e su Isacco si chiude.
Cristo olocausto. Isacco olocausto.
Abramo ubbidisce, ascolta la chiamata, liberamente risponde con lama affilata,
affonda il coltello.
… Si blocca il pensiero fugace sui secoli in balenio.
Io donna un Isacco, lanciata per caso nella storia, ho subito l’affondo.
Io vecchia ho subito l’affondo.
Io strega ho subito l’affondo.
Io dal burqua incielato ho subito l’affondo.
Io moglie fedele ho subito l’affondo.
Io madre esemplare ho subito l’affondo.
Io vinta ho subito l’affondo con tutti i vinti del mondo, cui il mondo non lancia
uno sguardo.
L’ Abramo pronto a colpire, ad ubbidire, a sognare, ad irridere e deridere ogni
Vania dal pensiero confuso…”
“Lidia straparli - mi interrompe l’amica - oggi non è giorno propizio per tali
ragionamenti.
Io ho sempre saputo che a te le rotelle spesso non girano nel modo dovuto, ma
adesso chiaccheri oltremisura.
Cosa c’entra in questo marasma di risposte e chiamate il povero Vania dal
pensiero confuso?”
“Son tutti Vania in quelle plaghe del mondo che videro avanzare rivoluzioni
infiocchettate da milioni di morti, affinché l’ideologia avesse valore e illudesse
tutti i Vania del mondo di potersi sfamare.
Difese la sua dacia in un campo di betulle… inutilmente nel 1937.
Poi, decenni dopo, decapitati gli idoli e riconfezionati i fantasmi, mutò il mondo
di Vania.
Due pozze azzurre gli occhi pieni di stupore, perché, ora, è stato inchiodato alla
gogna il vecchio dizionario delle moralità.
Rintracciò le pendenze col passato che tanti dolori aveva causato, perché si sa
le colpe sono sempre antecedenti, ed allora fulminei i riciclaggi, ed imprevista
l’emancipazione dal giogo del potere.
E Vania, tutti i Vania del mondo, sfiancato dal diluvio di riverberi, per il forte
sfavillio dei miraggi si assopì sugli idoli decapitati.
Ma le vicende si ripetono, perché l’uomo segue sempre le orme della sua
aggressività che è ben celata in ogni quark del suo DNA.”
“Concordo sull’ aggressività che spesso come difesa si configurò, ma sono
curiosa su come tu vedi le cose.” Dice Itria confusa.
Ma io che non sempre celo a dovere le mie convinzioni continuo coraggiosa:
“Tu Abramo, in altri tempi, in altri luoghi, in altri modi, con altri idoli, pronto ad
ubbidire, a sognare, ad irridere e deridere, Fatima e Mustafà, Gorge e Mary,
Giovanni e Carmela, Giacobbe e Sarah, Franz ed Ingrid… affondi il coltello in
risposta responsabile alla chiamata.
Ma tu Abramo pronto ad ubbidire, sognare, irridere, deridere, apri talvolta il
dizionario delle verità?
Unto da Dio, insieme con l’artista, il poeta, il generale, il giudicante, il prode, il
credente, il guerriero… fai la storia, in assoluta certezza di libera ubbidienza.
Tu sei la storia.
Il cielo è la storia.
Il fiore calpestato da piede incurante è la storia.
Il bimbo violentato da mani incallite, da menti perverse, è la storia.
Gli occhi di tanti affamati del mondo, i ventri gonfi, le teste enormi su busti
striminziti, sono la storia.
Chi salta sulla mina lì piazzata dall’Abramo di turno è la storia.
Eterno olocausto.
La fatica, la corsa, il perenne affannarsi di ognuno di noi, non sai perché, non sai
per chi, non sai per che cosa, è la storia senza storia, nell’infinito dei mondi
perduti e da perdere.
Anche l’ Abramo, il piede incurante, la mente violenta, la mano incallita, è la
storia.
Il destino di uomini e cose, ti chiedo seduta in poltrona, mia cara Itria, è eterno,
perduto, olocausto?”
E’ del tutto sconcertata e confusa l’amica e non trovando il bandolo in questo
fiume di insulti e termini irriverenti non sa dove riprendere un rigoroso filo di un
discorso coerente, quindi prorompe irritata:
“La natura buona, generosa, bella non accoglie e ristora ogni tormento?”
Triste rispondo:
“Sotto un albero siedo, guardo e mi guardo.
Vedo smarrita l’olocausto, l’eterno banchetto.
Il bruco banchetta con l’erba, la gallina banchetta col bruco, il serpente col topo,
il leone con la gazzella, la balena col salmone, la rondine col moscerino, e…e… la
terra banchetta col bruco, la gallina, il leone, la gazzella, il serpente, il salmone, il
moscerino.
E il signore del mondo, i signori del mondo, banchettano con tutto e con tutti,
sedendosi ora con Isacco, ora con Abramo, in cerchio stabilito o da stabilirsi.
In questo marasma di Isacchi ed Abrami, di banchetti in rumorosa compagnia,
cerco un ruolo, una regola, un modo, un tempo, un luogo, una possibilità, una
libertà, una sola libertà, e cerco e poi cerco…e poi…”
Non vuole più ascoltare l’amica seccata, ma un curiosità la prende alla gola e
quindi mi chiede:
“Tra tutti questi banchetti trovi, poi, un ruolo per caso che faccia per te?”
Rispondo tranquilla:
“Chiudo gli occhi incurante, tappo le orecchie distratta, blocco il mio dire, un
profondo respiro e mi associo al banchetto, in attesa che qualcuno banchetti con
me in glorioso olo-causto.”
Non sa più cosa dire l’amica. Adesso è proprio convinta che a me manchi del
tutto, in forza all’età, proprio qualche venerdì.
Quindi senza aspettare il the già pronto nel bricco, si drizza dalla poltrona,
afferra la borsa, in fretta saluta e corre via come inseguita da lupi affamati.
Sorrido indulgente e l’accompagno alla porta.