Sei sulla pagina 1di 350

PREMESSA

Questo romanzo appartiene ad un ciclo di nove intitolato Al


dio ulteriore. Il ciclo si divide in tre triadi:
- Triade del mondo infero: La danza di Arione (Raf-
faelli, 2002); Di nessun domani (Bastogi, 2005) e Sen-
tinella del giorno (inedito).
- Triade del mondo terreno: Asrael; L’angelo dei tem-
plari e Abraxas (inediti).
- Triade del mondo redento: Il sogno di Hamnet; Le
parrucche di Hoffmann (ancora in abbozzo) e Il teatro
della memoria (in abbozzo).
Abraxas rappresenta il centro della narrazione: da esso si di-
partono i motivi che vanno a innervare, a chiasmo, il libro ini-
ziale della prima triade e quello che conclude l’ultima. Allo
stesso modo, i primi romanzi di ogni triade si corrispondono
tra loro in base a certe relazioni tanto sottili quanto simbolica-
mente ‘forti’; e così, verticalmente, anche il secondo e il terzo
romanzo di ogni triade sono concepiti ‘a specchio’. Queste oc-
culte analogie si renderanno visibili solo dopo avere compiuto
l’ascesa attraverso le tre triadi. Tuttavia, ciascun romanzo è
compiuto e autosufficiente.
Al dio ulteriore racconta di una sapienza segreta: la mnemo-
tecnica, e di come essa abbia, in passato, determinato un equi-
librio tra mente e natura che la nostra epoca: il “regno della
quantità”, ha irrimediabilmente perduto, avviando l’umanità
alla catastrofe. La prima triade narra l’isolamento dell’indivi-
duo nella propria coscienza; la seconda, gli inganni dei sensi
con cui egli tenta di sfuggire a simile alienazione; la terza, il
ritorno alla fusione col Tutto: a quella beatitudine dalla quale
l’anima fu un giorno scacciata dall’arroganza di un Demiurgo
cattivo.
Spero che questa epica della vita interiore, una volta terminata,
serva da specchio alla nostra turbata coscienza contemporanea.
E che la sapienza antica possa riprendere il suo posto salvifico
tra le virtù dell’amore e la speranza, mai come oggi necessarie
per la sopravvivenza dell’umana specie.

Alessandro Zignani
Rimini, 13 settembre 2007
Alessandro Zignani

IL SOGNO DI HAMNET
PROLOGO

Bernard Palissy teneva lezione il venerdì. La sala delle udien-


ze di Versailles veniva, per l’occasione, sgomberata: gli scran-
ni d’ebano da cui Enrico III amministrava la giustizia, dando
udienza agli opposti partiti, finivano accatastati in un angolo
come le gabbie di quei pappagalli la cui cura era pressoché
l’unica occupazione della regina. Ugual sorte avevano gli
arazzi con i fasti della famiglia reale, scampata alla lotta tra
protestanti e cattolici più per indifferenza che per merito: le
vicende che avevano condotto Enrico III a lasciare il massacro
dei luterani nelle mani dei gesuiti, e dei loro sgherri prezzolati
dalla Spagna. Palissy arrivava chiuso in un camice da lavoro
ricolmo di tasche dalle quali spuntavano scalpelli e chiavi della
più diversa forma e misura. Davanti a lui si stendeva un banco-
ne affollato di reperti: rocce vulcaniche, e pietre estirpate dalle
viscere dei cancerosi; cristalli nel cui smeriglio il viso dei pre-
senti si reiterava in tanti visi, tutti simmetrici e perfetti; globi
di vetro la cui rotazione faceva esplodere la luce dei candelabri
in girandole di colori. Alla fine del bancone c’era un tornio
ingabbiato in una torre di metallo che il calore di una fornace
faceva incandescente. Le fiamme, alimentate da un soffietto
che Palissy azionava con un piede, nel mentre con l’altro fa-
ceva girare il tornio, si inerpicavano su per le feritoie dei tubi
abbracciati l’uno all’altro, come una cattedrale dell’inferno,
fino a dar vita ad una fiamma al contatto con la quale i boli di
ceramica allineati alla base prendevano un aspetto corrusco, e
svelavano, al loro interno, forme in permanente genesi e per-
mutazione. Piaceva, alla corte, come Palissy facesse del fuoco
la metafora del proprio ingegno. Dapprima, i vasi riuscivano
slombati, di un grigio ferrigno; poi la temperatura aumentava,
e i riflessi del fuoco facevano le pareti quasi trasparenti. Palis-
sy aggiungeva all’ultimo bolo pietra pomice tritata, ed un im-


pasto vischioso di certe muffe di cui lui solo sapeva il segreto.
Infine, eccolo: quello smalto bianco la cui perfetta levigatezza
faceva il paio solo con la duttilità a prendere qualsivoglia for-
ma le mani del suo artefice avessero il capriccio di escogitare.
Eccola, la materia inerte ridotta dal fuoco a corpo pensante.
Anche quel venerdì, nonostante il vento mandasse spifferi su
per la schiena dei convenuti al rito, inclinando la luce dei dop-
pieri e rendendo più lenta l’opera del maestro, al momento in
cui Palissy strinse nel palmo della mano una minuscola catte-
drale di smalto bianco eretta su colonne tortili, e con tanto di
doccioni grotteschi, tutti eruppero in un applauso spontaneo.
Tutti, tranne un ragazzo appartato sul limitare del colonnato
d’ingresso. Era troppo stupito per muoversi. Fino ad allora
aveva preso appunti in un suo codice segreto, ottenuto sosti-
tuendo numeri a lettere secondo una proporzione geometrica
che aveva elaborato lui stesso. Prima di quel viaggio, era stato
solo un vezzo; ora, però, vedendo di quanti conciliabili segreti,
quante parole a doppio senso si nutrissero le vendette occulte
dei cortigiani, quel suo modo di annotare i pensieri era divenu-
to necessità. Francis Bacon era a Parigi da sei settimane. C’era
giunto al seguito del nuovo ambasciatore inglese, sir Amias
Paulet. Il suo passato era oscuro, il suo futuro incerto. L’esse-
re il secondogenito del Lord Guardasigilli lo escludeva dalla
successione alla carica e dai beni di famiglia. Gli studi forensi,
a Cambridge, erano stati interrotti. Di vuote parole, Francis
non voleva più impicciarsi. Accompagnare l’ambasciatore era
stato, per lui, il solo modo per sottrarsi alla disperazione. E
dopo Tours, Poitiers e Blois, finalmente, a Parigi, qualcuno gli
mostrava di quanta poesia fosse fatta la natura: nuda, semplice,
immune alle parole. Ora Palissy aveva tuffato un bolo di roccia
compatta dentro una bacinella di stagno. Quella roccia aveva
dei fori da cui spurgavano soffi di fiato. L’acqua era turche-
se, come una sostanza viva vi stesse agendo nascosta. Palissy
trasse dalle tasche uno scalpellino aguzzo e minuscolo, e con


quello prese a bussare sulla superficie compatta fino a che un
granello di sabbia si scrostò dalla pietra; allora essa si aprì tutta
quanta, e ne emerse una sorta di ramarro: faceva saettare la sua
lingua aguzza a destra e sinistra, come il dito di un inquisitore
rivolto contro i cortigiani. Dunque, era vero – pensava Francis
– tra le sostanze inorganiche e quelle organiche, non c’è soluzio-
ne di continuità. Il mondo è tutto un immenso animale vivente.
Francis ricordava la sala in cui suo padre gli faceva lezione.
I mappamondi allineati sulla parete, ciascuno recante una di-
versa proiezione cartografica del globo terrestre. Gli animali
impagliati che lo fissavano da trespoli rimediati affastellando
le stecche di balena che a sua madre servivano da busto. E
poi, gli ingranaggi: macchinari del tempo, ovunque, a scan-
dire quelle interrogazioni su tutto lo scibile umano nel corso
delle quali Francis osservava ogni risposta giusta cadere ne-
gli occhi impassibili del padre, come gocce di rugiada in uno
stagno incatramato di pece. Le vertebre caudali degli equini
si chiamano… La lunghezza di un meridiano è il prodotto…
Le orbite dei satelliti dimostrano che l’universo non è infinito:
quest’ultima verità gli dava le vertigini. Perché vivere, allo-
ra? Lo salvò la “civetta di Minerva.” Oscillava appesa ad un
filo, sopra il tavolo da pranzo: anche lei strumento di un tempo
ridotto alla misura umana. Minerva era il pensiero. Nessuna
delle sue oscillazioni avrebbe mai abbracciato l’intero campo
della natura.
Sir Paulet, al solito, era rimasto fuori. Aveva liquidato anche
l’esibizione di Palissy con un’alzata di spalle. Ora, lo accolse
con uno sguardo di superiorità. Per essere una promessa della
politica, quel ragazzo gli pareva fin troppo speculativo.
“Ogni tassello in più, nell’arazzo, impedisce di vedere le linee
principali, Francis. Da quanto tempo te lo vado ripetendo?”.
Nel salire in carrozza, vennero scrutati con ostilità. Il nuovo
ambasciatore non aveva fatto nulla per legare con gli ambienti
della corte. Paulet sapeva come tener distinta la propria fede


anglicana dalle questioni di stato senza suscitare incidenti.
“Eppure, sir, la massima parte di ciò che accade, si presenta,
dapprima, nella testa della gente. La mente è il teatro di ogni
destino futuro, e se noi potessimo sederci sul suo proscenio
come in una qualsiasi platea londinese…”.
Tanto era compreso nel proprio discorso, Francis, che non si
accorse di avere, salendo, impigliato il piede nello stendardo
con lo stemma dei Tudor che copriva per intero la fiancata del-
la carrozza. Il capitombolo fu inevitabile.
“Le cose della terra, Francis mio, se ne infischiano delle tue
elucubrazioni”: fece Paulet nel tirarlo su.
Francis si spolverò il fondo dei pantaloni. La densità del ter-
riccio lo indusse a fissarsi il palmo della mano controluce, per
verificare se la pietra fosse proprio quella che immaginava.
“Quassia, sir: questa è l’unica regione della Francia a conser-
vare ancora in sé il segno dei ghiacci.”
“Quando queste pietre hanno deciso di fare da plantare ai no-
stri progenitori, non eravamo certo lì a tastar loro il polso.”
Con un guizzo, Francis si issò fino dentro l’abitacolo: “No di
certo, sir. Però, possiamo argomentare dalla loro stratificazio-
ne quanto gli è successo. Allo stesso modo, le rughe sulla vo-
stra fronte dimostrano che, a quella carica di guardasigilli, ci
tenevate proprio tanto”.
La carrozza si mise in moto con uno sciabordìo di sassi che la
vettura rese un unico, cupo rollare: “A suo tempo, ti accorgerai
anche tu, Francis, di come il mondo non è dei giusti.”
“In compenso, la natura è di chi sa osservare – rispose Francis,
ponendo sotto il naso di Paulet la polvere di quassia che lam-
peggiava al sole – Esiste forse un’altra forma di giustizia?”.
Paulet additò i filari di alberi che parevano un’unica linea con-
tro il cielo: “La giustizia del punto di vista, è solo un capriccio
da viaggiatore.”
Il sole stava girando alle loro spalle, per sorprenderli alla prima
svolta di strada. Francis ne vedeva i riflessi accendere il velluto


dell’abitacolo con listelli di luce che si aprivano a ventaglio
intorno al finestrino, quasi la tendina abbassata fosse un calei-
doscopio. Quella girandola di scaglie: il pesce-sole tuffato nel
cielo, era uno dei suoi primi ricordi di bambino. Nell’ottagono
degli specchi, suo padre aveva inscritto il divenire di ogni stel-
la. Un intero sistema solare lungo le derive della luce. I confini
del caleidoscopio univano le siepi in un reticolo di forze che
descriveva il moto apparente di ogni corpo celeste. Da quando
avevano scoperto i suoi mandati di pagamento posticipati per
poter dare, in quelle poche ore, il denaro a prestito, e lucrare
sugli interessi, il Lord Guardasigilli aveva terminato la pro-
pria carriera giuridica. La cosmologia della luce era l’unica
cosa che gli facesse sentire di avere un posto nell’economia
del mondo. Anche di fronte alla sua figura, il riflesso del sole
si frangeva in due ombre lievemente sovrapposte.
“Guarda, Francis, il prima e il poi: l’esperienza che si fa me-
moria”, diceva, additando la zona dove la somma delle due
ombre dava il paradosso di una luminosità cinerea. Il padre di
Francis, nelle virtù della memoria, credeva molto, e cercava
quotidianamente, con appositi esercizi, di potenziarla. Per sua
madre, invece, la memoria era solo coscienza dei peccati com-
messi. Dio aveva maledetto gli infelici costretti a volgersi sul
loro passato. Ma, tra questi, i più maledetti erano i poveri; si
affannavano coi cesti pieni di gusci vuoti, dopo la spremitura
dei ceci nella giara dentro la quale si maceravano verdure e
carne salata. Sotto gli alberi strigliati dalla nebbia, puntava-
no il dito contro la luna, portando le loro carcasse di strada
sul punto in cui l’orizzonte faceva del cielo un’unica scarica
elettrica. Francis sapeva che per aiutarli non ci voleva che una
macina da mulino e la voglia di imbrigliare l’acqua che lì sgor-
gava dalla terra attraverso mille mulinelli. La forza del vento,
poi, avrebbe dato la spinta alle grandi pale dentro cui poche
decine di uomini potevano molare il grano limitandosi a scari-
carlo nei grandi imbuti di legno.


“Annata della malora, questa – diceva Paulet sporgendosi dal
fianco della carrozza – nient’altro che stoppie e scorze, a terra. A
questi poveracci toccherà di mangiare lupini, come i maiali”.
“È perché non conoscono la terra. Non la lasciano riposare,
dopo ogni raccolto. La terra respira, come noi. Ha le sue sta-
gioni, la sua natura ora irrequieta, ora lesta a farsi fecondare”.
“Se vuoi andare a parare tra i giusti, sappi che lo fai perché hai
la pancia piena.”
“Non per molto, milord. Ieri mi è stato detto che mio padre è
morto. Anzi, vi devo comunicare il mio immediato ritorno in
Inghilterra”.
Paulet abbracciò Francis. Premendogli le dita sulle tempie
“eppure, qualcosa nei tuoi occhi – gli disse – mi fa sapere che
la morte non può nulla.”
“Siamo tutti una stessa cosa, Paulet. Tutti un’unica cosa”.
Francis spalancò di colpo il finestrino della carrozza, e le stop-
pie portate dal vento gli si impigliarono tra i capelli.

10
PRIMA PARTE

NON HO BALLATO UNA VOLTA CON VOI,


NEL BRABANTE?
I.

L’aula magna del Queen’s College era istoriata con i blasoni


delle più antiche famiglie d’Inghilterra. Uno ce n’era, col gallo
nero su fondo verde, e due spade allacciate in cima, che non
aveva più di trent’anni. Ed ora che quel blasone era appena di-
venuto qualcosa su cui le generazioni future avrebbero posato
gli occhi, colui che si era tanto adoperato per averlo era stato
ucciso dalle delusioni e le minacce. A Francis la rendita paterna
sarebbe durata solo per un altro semestre, da passare tra le ac-
corate suppliche di sua madre a non farsi traviare dalle cattive
compagnie. Ma chi c’era, di pericoloso, lì a Cambridge? Forse,
quel piccolo filosofo domenicano che, ora, stava discutendo
di come la natura non contraddice mai se stessa? Che c’era di
così inquietante nella filosofia di Aristotele, se non il fatto che
chiudeva gli occhi di fronte al divenire della natura? Poi, entrò
lei, e Francis ammise tra sé che sua madre aveva ragione. Por-
tava i capelli tagliati alla paggio: oscillavano ad ogni moto con
cui la sua testa annuiva ai cenni di saluto rivoltigli dall’intera
aula. Tra naso e fronte, talvolta, si insinuava una piega che le
dava un’aria domestica e mansueta; eppure, il taglio della boc-
ca esprimeva lo scetticismo verso le parole di chi ha passato
la vita intera ad ascoltare senza mai contraddire. Quando notò
Francis, percorse il segno della croce facendo scattare, ad ogni
gesto, il pollice contro l’indice, come si stesse schizzando in
faccia gocce d’acqua. Sul suo volto non passavano ricordi. Era
l’esito di un viaggio all’indietro in fondo al quale c’era solo
una porta aperta, e nessun cielo ritagliato nella sua cornice.
“Maestro Durante – la voce rimbalzò contro le lesene della
cupola: era flebile, ma penetrante; com’è quella di chi, se fa
un’obiezione, è solo per poter venire attaccato – Non trovate
che le categorie di Aristotele siano puramente nominali? Vo-
glio dire: si capisce come, per lui, tutto ciò che ha un nome,

13
esiste. Esiste la cavallinità, ma dei cavalli che mi hanno porta-
to fin qui, Aristotele, non ne sa niente”.
“Come ti ho già detto soltanto ieri, Viola, la natura ci è stata
data da Dio perché possiamo assoggettarla; ma, per far questo,
dobbiamo prima nominarla.”
“La natura, voi dite, maestro Durante? La natura non si lascia
nominare. È fatta di caldo e di freddo, umido e secco, dolce
e amaro. È una pelle che muta colore al mutar di stagione. E
della sua eterna esuberanza, noi non possiamo sapere niente”.
Il mormorare degli studenti, prima inframmezzato dagli zittii
di chi era interessato alla discussione, ora si fece un mugghìo
basso, ma uniforme, come di grano smosso dal vento.
“Il nostro Dio, è un Dio che si lascia chiamare da noi.”
“Solo perché noi, attribuendogli le qualità della nostra impo-
tenza, ne facciamo il pretesto per guerre fratricide e senza pos-
sibilità di redenzione.”
La ruga in mezzo alla fronte di Viola era diventata una lama
che le tagliava il volto a metà: una parte del viso esprimeva un
tranquillo fervore, l’altra lo sdegno di chi ha visto il sangue
bagnare il pianto della propria infanzia. Intanto, il mugghìo era
diventato scroscio: tutti facevano ala al passaggio del dome-
nicano, finché questi giunse sotto il naso di Viola e “ti avevo
avvertito di non seminare discordie, qui dentro, cara la mia
sofista. Ora, dovrai vedertela con il senato accademico” sibilò
con quel sussurro urlato con cui i domenicani sapevano rende-
re velenose le assoluzioni, quando non vi si potevano sottrarre.
Francis era lì, a pochi passi da Viola. Avrebbe voluto prenderle
le mani, per come, adagiate sulla sbarra di ottone che correva
intorno alla sala, sembravano uccelli dalle ali ferite. Con uno
scatto del volto, Viola si volse. Uscendo, gli lasciò addosso un
riflesso azzurro che era quasi un pensiero.

Casa Sidney si apriva al limite estremo di Clerkenwell, sul-


le sponde di quell’acquitrino che il Tamigi, oltre la chiusa di

14
Bankside, formava distendendosi ad alveo nella campagna.
Piccoli servi negri acchiappavano i tàfani con i retini. Ce n’era
uno per convitato, mentre la sera copriva progressivamente col
suo velo le nuvole gonfie di pioggia che, per tutto il giorno,
avevano fatto del cielo uno stendardo steso al vento. La sala
aveva la volta a botte, su colonnine che terminavano in uno
sbuffo di rampicante. Il bugnato delle pareti aveva qualcosa
di muscoso, come se la pioggia vi avesse steso, complice il
tempo, travature immuni al travaglio della storia.
“Alla faccenda del complotto, John, io non credo. Non sarà
certo Enrico III, a riunire in un’unica lega i cattolici. Quanto
alla Spagna, la sua flotta sarà anche numerosa, ma su una di
quelle navi non mi azzarderei a traversare il Tamigi da sponda
a sponda”.
John smise di accarezzare col polpastrello la lama delle scimi-
tarre turche appese sopra il camino. Dietro di sé, poteva sentire
l’asma di Philip concludere le sue parole in una specie di ri-
flusso, come quello che fa la marea nel momento in cui la luna
si alza sull’orizzonte.
“Francis, che dalla corte di Enrico III è appena tornato, potrà
dirci con cognizione di causa come stanno le cose.”
Era regola, in quel circolo, non poter parlare prima che fossero
trascorsi sei mesi dalla propria ammissione; per cui Francis te-
mette lo sguardo lievemente derisorio con cui John, istruttore
delle cause presso la Camera Bassa, lo inquadrò tra le sue gote
rese flosce dai troppi ripensamenti sulle sentenze.
“A dire il vero, signori, l’unica cosa che mi è parso interessasse
il sovrano francese è sfinirsi a forza di vino, danze, e tutte quel-
le cose che dalle due attività necessariamente procedono.”
La risata di Philip sfrigolò nelle orecchie di Francis come la
cornetta che a Cambridge, alle sei del mattino, annunciava la
funzione religiosa: “Ecco, John: vedi? I puritani già comin-
ciano a snervare i nostri intelletti migliori e farne dei piccoli
moralisti. Quanto a re Enrico, se gli piacciono tanto le donne,

15
non è certo il suo maggiore difetto. Mi piace meno che stia
riempiendo di spie i luoghi nevralgici della nostra bella nazio-
ne. Per esempio, John, tu hai conosciuto Viola?”.
“La contessina Bellarmy? mi pare più interessata agli scheletri
delle lucertole che ai segreti di stato.”
“L’hai mai sentita suonare il liuto? o danzare, o recitare in un
masque? Quando non seziona lucertole alla ricerca di Dio,
Viola è l’anima della nobiltà londinese di recente nomina”.
“Hai detto bene, Philip: di recente nomina. Quanto a me, non
mi sognerei mai di accogliere in casa mia una donna che ha
sempre le mani viscide di interiora e reagenti chimici. E poi,
non si limita a qualche scappatella con i versi ampollosi che
parlano di ninfe: si esibisce nei teatri che costeggiano questa
riva sinistra del Tamigi, in mezzo alla plebaglia che fischia e
starnazza. E tu sai bene, Philip, quante spie si nascondano tra
gli attori”.
“Alludi a quella coltellata in mezzo agli occhi che ha posto fine
alla cirrosi epatica di Chris Marlowe? Chissà quale storia di ra-
gazzi c’è dietro quell’omicidio: finché il puritanesimo imporrà
di utilizzare i ragazzi nei ruoli femminili, il vizio contro-natu-
ra, col suo corteo di perversioni omicide, abbrevierà di molto
la carriera dei nostri drammaturghi”.
Francis era rimasto immobile, quasi avesse paura che il nome
di Viola Bellarmy non venisse pronunciato più. Accarezzava
con una mano i cuscini di seta che davano all’ottomana su
cui stava sdraiato sir Philip l’aspetto dell’Arca dell’Alleanza;
tutta bombata, com’era, “contro colpi di luna, intransigenze
di Sorte.” Pur non avendo mai recitato, agli spettacoli delle
compagnie girovaghe era andato spesso. Recentemente, la pe-
ste aveva imposto la chiusura dei teatri londinesi, ed una delle
compagnie più prestigiose, quella di Lord Strange, si era tra-
sferita per alcuni mesi a Cambridge. Francis non aveva manca-
to una recita, e quando la campana annunciava che il sole si era
ritirato “sotto il ciglio del mondo”, attendeva quel concentrarsi

16
in poche ore di ogni malizia umana e del destino nella cui pa-
radossale leggerezza sta il potere del teatro: il suo ridare al-
l’animo quello sguardo primigenio sul mondo, lieto quanto lo
sguardo di Adamo nel momento in cui diede i nomi alle cose.
Ognuno, in scena, veniva sgozzato senza che di quel sangue,
dopo lo scioglimento del dramma, restasse traccia. E invece,
al primo sbocco di sangue, il padre di Francis si era adagiato
con la testa sulla sua spalla. Di quel sangue, gliene era restata
una macchiolina sulla manica che era il suo blasone nobiliare.
Sempre, il figlio di un martire, officia il rito del ricordo.
“Sembra che Francis stia preparando una disputazione sulle
cause prime di Aristotele, a giudicare da come guarda acciglia-
to, sir Sidney, il ritratto marmoreo del tuo defunto padre.”
Philip si alzò; prese per mano Francis e lo fece adagiare sopra
la stuoia dove un braciere fumigava di continuo certe erbe aro-
matiche e stimolanti che Francis Drake, il Lord pirata, aveva
portato in dono a Philip da chissà quale isola. Lo guardava
come uno scultore farebbe con la statua che lo ha fatto meno
penare: quella la cui figura è sortita da sola dalla pietra.
“Questo ragazzo, John, renderà illustre, di riflesso, il nostro
nome. Non per niente abbiamo fatto della sua testa una tavola
sparecchiata da ogni astrazione filosofica: tutti quei formaggi
rappresi di lardo, e buoni per gli insetti. Francis, le cose che
conosce, prima, le ama con gli occhi. Nella Nuova Atlantide,
lui sarà preposto a tutte le collezioni: suoi saranno, i segreti
delle farfalle con occhi umani stampati sulle ali; la vita eter-
namente rinnovantesi, in quei vermetti che, con un colpo, di-
ventano due creature diverse. E potesse risolversi così, senza
la morte di nessuno, quella scissione tra cattolici e protestanti
che ci costringe a difendere la nostra civiltà dalla più alta sua
ragione di esistere: la fede”.
“Dio ovunque, e noi in nessun luogo, amico mio: mi chiedo
ancora quando questo motto diventerà una favola vecchia.”
“Per gli attori, in fondo, lo è già – Francis si pentì subito di

17
quanto aveva detto. Pensò ad un modo per attenuarne la por-
tata – Intendo dire che l’amoralità delle scene teatrali è uno
specchio dentro cui si può osservare la natura umana muoversi
nervo per nervo, come la muscolatura messa allo scoperto a
lama di coltello, su di un tavolo di anatomia”.
“Sì, Francis; non fosse che l’intento di quei guitti non è la co-
noscenza, ma appagare per due ore gli appetiti sanguinosi di
gente la quale, se potesse, farebbe a noi tutti quanto vede suc-
cedere sulla scena.”
Dopo la morte di suo padre, Philip era diventato tutto, per
Francis. La generosità con cui lasciava che l’utopia prendesse
il posto dei sentimenti comuni aveva per effetto collaterale, in
lui, l’indifferenza alle opinioni degli altri. Ma quando la Nuo-
va Atlantide fosse sorta, le meschinità individuali non avreb-
bero avuto ragione di esistere. Invece, ciò che in Philip era
meditazione umanistica, in John diventava sapienza pratica.
Francis ricordava le notti passate insieme a sezionare il dorso
di un cane finito sotto le ruote di qualche carrozza, per contare
le giunture tra nervo e muscolo. L’alba gelida sulla terrazza del
palazzo, con la nebbia che scomponeva e ricomponeva figure
di danza, oltre il Tamigi; quando Orione si era adagiata sui
Gemelli, e gli aveva messo in capo una corona di rugiada. O
ancora, le storie che John sapeva narrare di fronte alla rastrel-
liera su cui le pietre fossili stavano allineate in bell’ordine. E di
ognuna veniva fuori la discendenza, e i millenni passati sotto
la cornice della terra, con l’acqua disseccata dalla porosità del-
la crosta che diventava salgemma; e questo, distesosi sotto il
sasso, a strati, anno dopo anno, faceva infine emergere la pietra
alla luce. Oppure, John pigiava un solo tasto del clavicembalo,
e poi lasciava risuonare a lungo l’eco della nota; e raccontava
dell’onda di suono: come, propagandosi, restringesse sempre
di più la porzione di corda messa in vibrazione.
“Così è della vita umana, Francis: più vede accorciarsi il suo
tempo, più la sua voce, nell’avvicinarsi a quella consonanza

18
che è l’unica stigmate della verità, eppure, diventa flebile.”
John Sidney aveva settant’anni, e nella vita non aveva fatto al-
tro che impiegare le mani: da giovane, come guardia del corpo
del Duca di Oldcastle, le cui simpatie cattoliche imponevano
vigilanza; quindi, come carpentiere, meccanico, musico, geo-
logo capace di scavare gallerie sorrette da architravi sotto la
cui protezione poter estrarre fossili e i minerali più strani che si
potessero immaginare: rocce che evaporavano all’aria, oppure
si illuminavano di trasparenze violacee che lasciavano intorno
odore di zolfo. Ma l’arte in cui eccelleva era la costruzione di
macchine sceniche: John sapeva far uscire dalla testa di Atlante
una danza di pianeti, trasformare una cinta merlata in una nave
i cui pennoni fossero canne d’organo, e rendere il pavimento
della sala una lastra trasparente sotto cui nuotassero tritoni.
Una volta Philip, dopo un’accesa discussione col fratello sulla
natura delle visioni bibliche, se fossero effetto di cattiva nu-
trizione o invasamento del Signore, oziava fumando la pipa;
allora John prese per mano Francis e lo portò nel sotterraneo.
Gli mise la mano sui pomelli di una ruota per sollevare le an-
core. Francis tirò la fune e dopo un po’ l’intera parete, girando,
divenne lo stretto braccio di mare su cui due navi corsare in-
calzavano un vascello della flotta spagnola. Un altro tratto di
corda e le navi si unirono e diventarono una balena dalla cui
bocca Francis, avvolgendo la corda sulle sue mani, fece uscire
i Grandi di Spagna con tutti i loro giullari, e, in coda a tutti,
l’imperatore Filippo II.
“Ti puoi immaginare quanto successo ha avuto a corte, dopo la
notizia che Filippo sta preparando un’armata invincibile per in-
vadere le nostre coste. Elisabetta aveva appena finito di ballare
un’aria scozzese che voleva dimostrare la perfetta uguaglianza
di chiunque vegeti su questa verde e piovosa isola, dalle for-
miche al Lord Guardasigilli – John mise una mano sulla testa
di Francis, gli volse il volto contro il suo, e lo fissò – Il segreto
per sopravvivere a ciò che si prepara, ragazzo mio, è usare gli

19
occhi, non il cervello. Catalogare, classificare. Render conto di
differenze e varianti. E mai, ricorda, mai, indagare le cause”.
Ora, di ritorno al Queen’s College, dopo il solito fine settimana
passato in casa Sidney, Francis riandava con la mente a questa
conversazione; e pensava che John, quella volta, era stato buo-
no, a fargli sentire tutta la sua vulnerabilità.

La “Locanda dell’elefante” era affollata come il dì della se-


mina, quando il Lord Guardasigilli lanciava su Haymarket in-
tere ceste di pane. La lucerna non era stata smoccolata bene,
per risparmiare cera, ed ora proiettava tutto intorno una danza
di demonietti rossi che stavano appollaiati sulle spalle di quei
quattro avventori stretti in un angolo del pancone centrale,
come volessero prendere appunti.
“E io vi dico che Greene ha finito di agitare per aria le sue
metafore come un mercante ebreo fa con la lana. Il suo fegato,
ora, è la palude stìgia, con tanto di ranocchi che recitano i suoi
versi, all’inferno”.
“E in articulo mortis, ci ha pure inflitto quel suo libello di pen-
timenti retrospettivi. Come se il mal di fegato potesse cancel-
lare i delitti alla stessa maniera in cui, in tempo di peste, si
chiudono i teatri”.
“Il suo delitto più grande è stato scambiare il Seneca tragèdo per
un chirurgo anatomista. Budella e palle d’occhi; teste staccate dal
corpo e dita disseminate per il palco come primule a marzo”.
“Tu parli, e intanto i tuoi attori si danno il ritmo con la mannaia.”
“Ma tu l’hai visto, Kyd, il pubblico di questa sera? mancano
solo gli impiccati col cappio ancora stretto al collo. Ieri, è ve-
nuto il prefetto di giustizia. Diceva che ero in combutta coi
borsaioli. Ad ogni recita, la gente guarda in su e, mentre io de-
clamo, fa i suoi bravi ‘oh’ di meraviglia. Poi, all’uscita, dicono
che i miei complici gli sono andati per tasche e scarselle”.
“E non è forse così, Kemp: il più rubicondo dei buffoni?”
“Lor signori vengono tutti dalle Lettere, e scrivono versi buoni

20
solo a far tremare le penne. E intanto, nessuno di voi fa nulla
per impedire che le donne, in platea, vendano noci. Fossero al-
meno fichi, la mia testa non sarebbe tutta piena di nocciòli!”.
“Bird” Kemp si tolse il berretto, e una franca risata scosse i
tre drammaturghi. Erano giovani. Portavano ancora la gorgiera
rossa degli studenti, e il berretto di feltro buttato sull’occipite
da un colpo di vento. La loro pelle, però, era arsa dal vino: dis-
seminata di venuzze come uno stradario per merciai ambulan-
ti. Gli occhi piccoli annegavano sotto le palpebre gonfie, quasi
a uno scultore fosse rimasto in mano uno strato di creta, e glie-
l’avesse schiacciata sotto la fronte. L’alcool prendeva, in loro,
il posto degli aneliti che li avevano portati a compulsare vecchi
poeti per trarne il capello d’oro della bellezza. Nashe sopravvi-
veva scrivendo libelli contro i parvenu della scena. Ne aveva
appena licenziato uno su di un provinciale il cui padre, dopo
un’effimera fortuna come sindaco, aveva fatto debiti su debiti,
nel tentativo di cancellare la propria origine di macellaio. Per
mesi, si era adoperato come guardiano di cavalli, contentando-
si di sorvegliare gli ingressi ai palchi coperti. Un penny per en-
trare, uno per avere da sedersi, ed un altro per l’accesso ai posti
superiori. Qualcuno, a forza di mance, poteva perfino accomo-
darsi sul palcoscenico e ridare la battuta, ammirato da tutti,
agli attori distratti. Ma bisognava guardarsi dagli stenografi: le
spie seminate tra il pubblico dalle compagnie concorrenti, al
fine di annotarsi via via le battute del dramma.
“Pensate: ieri, sono sul palcoscenico per la lettura comune del
nuovo dramma, quello sul console romano Silla, e vedo uno dei
figuranti che, detta la sua battuta, invece di uscire in buon ordi-
ne, si acquatta dietro una colonna. Intanto tra me e me penso:
‘Ma io, quel bel tomo, lo conosco’. Mi pareva che i suoi pantaloni
portassero ancora l’impronta del mio calcio, voi sapete com’è…
Be’, che il diavolo mi porti se non era Richard Burbage!”.
“Il capocomico in persona della Compagnia del Lord Ciam-
bellano viene alle nostre prove per rubarci i copioni? – Tho-

21
mas Nashe balzò in piedi e oscillò così tanto che la pinta di
birra traboccò e si sparse schiumando a terra – Del resto, non
fossero così disperati, non avrebbero promosso a drammaturgo
il loro guardiano dei cavalli”.
“Oh, ma si tratta di una compagnia cui arride un pubblico elet-
to! – George Peele aveva il labbro così rincagnato che sembra-
va le rughe della fronte vi piovessero dentro come calanchi in
un terreno gessoso – Alle loro recite, il pubblico si deruba e si
scazzotta vicendevolmente, ma nessuno si accoppia di fronte a
tutti nel corso della recita, al modo delle giovenche quando è
San Giovanni, come accade qui da noi”.
“Quando avranno terminato gli eroi della storia romana, gli
toccherà cagare marmo come i loro personaggi – così dicendo,
Kemp si esibì nella “giravolta dello storno”, grazie alla qua-
le dava l’impressione che la sua voce provenisse da dietro le
spalle di chi lo ascoltava. A differenza degli altri, la sua arte
di buffone era nata dal contatto con la natura – A meno che
la nostra graziosa regina non abolisca quella clausola per la
quale è fatto divieto ai drammaturghi di trattare la storia della
sua casata”.
“Lo sai bene che ogni allusione ai veri motivi per cui suo padre,
Enrico VIII, fece lo scisma dalla chiesa di Roma, scatenereb-
be il sarcasmo del popolino”: Thomas Lodge era alto e secco
come una pertica da acrobata. Reggeva tra i denti una pipa di
schiuma che gli aveva regalato lo stesso sir Walther Raleigh,
cui si doveva l’introduzione del tabacco in Inghilterra.
“È grazie a quelli come te, Lodge, i puzzoni di Raleigh, che la
scena, da un po’, appare l’oltretomba, con gli effluvi d’Ache-
ronte a smorzare a tutti noi poveretti la battuta in gola”: gli
eccessi alcolici costavano a Peele un perenne mal di testa, e la
sua voce risuonava velata, eppure capace di rimbalzare contro
le volte, come si conveniva ad un ex-attore. In effetti, tra quei
drammaturghi laureati, era l’unico ad aver recitato. Chris Mar-
lowe gli aveva affidato tutti i ruoli di cortigiano, ed una volta,

22
nel Tamerlano, anche quello di indovino. La morte del geniale
amico era stato un colpo dal quale non si era ancora ripreso.
Lui solo sapeva se Marlowe fosse veramente stato ucciso per
ordine di Elisabetta, che aveva scoperto in lui una spia della
corte spagnola. Ma qualcuno insinuava che proprio lui avesse
menato al ventinovenne drammaturgo la fatale pugnalata in
mezzo agli occhi.
“E Viola, non viene”: Kemp si issò in piedi sul tavolaccio, a
scrutare l’orizzonte fuligginoso per il grasso dei molti arrosti.
“Venire da Cambridge truccata da ragazzo non le permette cer-
to di seguire le vie più frequentate – fece Nashe – Un giorno
o l’altro, qualcuno finirà per accorgersene che, in barba alle
leggi, abbiamo una donna nella nostra compagnia”.
“Non che per te, vecchio mio, la cosa faccia molta differenza
– venendo sotto al naso dell’amico, Kemp eseguì un inchino
cerimonioso da perfetto cortigiano – Quanto ai rischi, ne cor-
revamo di più quando facevi rapire in pieno giorno i ragazzi
che ti piacevano, per arruolarli di forza tra noi”.
“Non facevo che ottemperare alle disposizioni regie in merito:
‘Nessuna donna si esibisca in scena’. Costei, invece, potrebbe ben
essere una spia di Enrico III. I cattolici sanno quanto è importante
il teatro, se si vuole influenzare gli umori dei londinesi”.
“Per la mia vita: il teatro sta diventando troppo pericoloso!
Lo vedete questo bozzo sulla testa? ieri sera, me ne stavo bel
bello per balzare in scena dalla solita botola in mezzo al palco-
scenico. Facevo il demonio che si porta via l’anima di Faust.
Ebbene, qualcuno l’aveva sprangata. Ho dato una testata così
forte che ne è rintronato tutto il palcoscenico, e il peggio è
che Alleyn stava sparando la sua battuta: ‘Odo già i rintocchi.
Qualcuno o qualcosa, là sotto, sta erigendo un patibolo’. Ho
fatto appena in tempo a strillare ‘ma non per voi, signore’, che
sono svenuto”.
Osservando che gli sguardi di tutti si volgevano verso l’entrata,
Kemp si zittì. Viola era entrata. Vestiva brache verdi attillate,

23
ed un farsetto di daino che le arrivava a mezza coscia. In testa
aveva un berretto da cacciatore a mezza luna, con tanto di piuma.
“Che c’è: non avete mai visto il paggio del Conte di Warwick?”
“Tu sei pazza, Viola. Mi dici che succede se qualche sbirro ti
ferma per strada, e vuole sapere chi sei?”.
Per tutta risposta, Viola si tolse il berretto. I suoi capelli rasati
bastavano appena a coprirle la nuca: “Non avete saputo del
paggio? La Compagnia del Lord Ciambellano l’ha appena ri-
chiesto al suo padrone, il Warwick. Pare che qualcuno ne abbia
magnificato le doti a Burbage. E invece, il nostro impresario, a
quanto pare, non gli potrà mettere sopra le grinfie. La peste ha
accolto il ragazzo appena smontato di carrozza”.
I sette uomini al tavolo si guardarono l’uno con l’altro. Anche
solo sospettare ciò che stavano sospettando bastava a corru-
garli tutti di raccapriccio. Fu Peele a dar corpo al sospetto:
“Vuoi forse dire, Viola, che tu…”
Viola si sedette sulla tavola, diffondendo intorno a sé quella
morbida sensualità che, a detta di Thomas Kyd, si avvertiva
“fin nei peli delle mani, se si mette vicino a qualcuno.”
“Voglio dire che la Compagnia del Lord Ciambellano vi sta
portando via il favore del pubblico. Dobbiamo scoprire chi
rattoppa i loro testi. Prima che capitasse tra loro quel figlio di
un macellaio fallito, non sapevano attaccare tra loro due versi
senza che si sentisse puzza di colla”.
“Avere te nella loro compagnia, non ci aiuterà di certo.”
“Oh, suvvia! se vi conosco abbastanza, so che, vestito così, vi
piaccio ancora di più. Del resto, non fosse stato per la vostra te-
stimonianza, l’inquisizione mi spacciava. Niente di meglio di una
cattolica francese, per scaricare le responsabilità di una rivolta”.
“La nostra testimonianza era falsa. Siamo tutti convinti che tu,
in quella rivolta, c’entrassi davvero”.
Viola afferrò Nashe per i capelli a coda di cavallo e gli rove-
sciò la testa sulla tavola “o mio buon Nashe – sussurrandogli
nelle orecchie – la tua renitenza alle donne non ti fa vedere il

24
mondo che da un’unica angolazione. Ciò che tu dicesti, quel
giorno, al Lord Guardasigilli, è ciò che i tuoi copioni impon-
gono agli attori, giorno dopo giorno, di dire. E dunque, che
differenza fa?”.
Nashe, liberatosi dalla stretta, si massaggiò a lungo la nuca,
“ma il tuo accento, come diamine…?” farfugliando.
“Non c’è niente come Cambridge, per questo.”
Allora tutti, quasi a un sol cenno, la mandarono al diavolo.

Francis amava di Cambridge, sopra tutto, le collezioni di storia


naturale. L’archivista era un ex-domenicano, padre Daniele,
cui la passione per tutto quanto è vivo era costata l’interdizio-
ne dall’ordine. Che Dio fosse presente in tutta la Creazione,
alle autorità religiose, pareva un’eresia. Daniele aveva percor-
so tutta l’Europa, in cerca della vera fede. Era stato quasi arso
vivo a Ginevra, quando aveva dichiarato che la fede, senza le
opere, non può nulla.
“Avevano paura di me, Francis. Di fronte al Concistoro, ho
dichiarato che, nell’agire, il bene e il male sono una cosa sola.
Che è impossibile separarne gli apporti. Le mie lezioni su Ari-
stotele vennero sospese. Dovetti riparare in Francia, da dove
un editto del re mi espulse per avere attentato alla teoria del
diritto divino. Ma l’università di Parigi era con me. Gli studen-
ti hanno sempre saputo che Dio, nel suo progetto, non ha mai
previsto i re. La storia dovrebbe essere pura contemplazione del
presente. Ecco perché, qui a Cambridge, ho chiesto di custodire
questi fossili vegetali e animali. Noi stessi, Francis, siamo fossi-
li; e la vitalità che ci abita, è solo un regalo del diavolo”.
Nessuno degli studenti frequentava quel museo. A farsi vede-
re con padre Daniele, avevano paura. Quindi, quando Viola si
avvicinò a Francis, dopo la lezione di Logica, e gli chiese di
portarla con sé, egli pensò ad una trappola. Chi era mai quella
donna la cui qualità precipua pareva essere il comparirti da-
vanti all’improvviso e parlare come se ti conoscesse da sem-

25
pre? Si sapeva che spariva per interi giorni. Le sue domande, a
lezione, erano improntate ad un ingenuo cinismo che lasciava
in tutti un senso di impotenza e, al tempo stesso, quella euforia
che nasce dallo scalzare gli idoli.
“Voglio conoscere come il tempo opera sulle sue creature” dis-
se Viola a Francis.
“Nel tempo, vuoi vedere una figura di Dio?” Francis non si
poteva permettere di correre rischi. Il suo recente viaggio in
Francia lo faceva inscrivere automaticamente tra le sospette
spie. Per tutta risposta, Viola circondò i suoi pensieri con lo
sguardo. Li accolse dentro di sé come fosse un vaso della divina
elezione. Francis non si era mai sentito scelto così da una donna.
“Tutto ciò che vedrai, Viola, non sarà fatto oggetto, in me, di
alcun commento.”
“A quanto pare, la tua massima aspirazione sarebbe di compa-
rire tra quei fossili; immune, ormai, ad ogni dolore.” E pren-
dendogli la mano, vi trovò la paura infitta nella linea della vita.
Francis si riscosse e guardò lontano. Eppure, gli occhi di Viola
lo costringevano a guardare dentro se stesso. Le fece cenno di
seguirlo. Di quel museo, ormai, aveva le chiavi, ma non vole-
va che Viola lo sapesse. Così, la fece attendere sulla volta del
corridoio mentre, silenziosamente, socchiudeva la porta. Per
un momento, gli parve che una terza persona stesse dietro lo
stipite a spiarli. Decise che di Cambridge ne aveva abbastanza.
Si sarebbe ritirato nel palazzo di suo padre: prima che lo mettesse-
ro all’asta per pagare i debiti, c’era abbastanza tempo. Lì, avrebbe
rifondato la scienza del pensare, e poi si sarebbe dato la morte.
“Non pensi che il destino sia troppo elevata cosa, Francis, per
farne il vassallo della volontà?” Sentì la voce di Viola farsi
sbuffo di fiato sul suo collo. Si volse impaziente; in quel mo-
mento, un raggio di luna fece brillare i suoi occhi come quelli
di un gatto. Quando una nube oscurò del tutto la luna, quegli
occhi continuavano, luminosi, a fissarlo. Ne ebbe paura, e si
tuffò il volto tra le mani. Allora Viola rise: “A quanto pare, il

26
maestro Durante ha indotto in te una gran paura delle streghe,
mio caro profeta di una nuova logica.” Così dicendo, Viola
oltrepassò Francis e spinse la porta. La sala era avvolta da un
vapore azzurrino. Veniva dal rigagnolo di vapori solforosi che
la circondava tutta. Dentro ad esso erano conservate certe ar-
mature di pesci trovati sulle chiglie delle navi di ritorno dalle
Antille, nonché crostacei le cui cocce imitavano teste di ani-
mali, e che avevano regalato a Francis Drake gli indigeni di
isole lontanissime. Su di una struttura in legno che imitava le
ali di un pipistrello, Viola vide lo scheletro di un animale ma-
rino simile ad una lucertola che portasse in groppa una lepre
protendere su di lei gli artigli adunchi. Appesi al soffitto con
corde ondeggiavano agli spifferi provenienti dalla soglia aper-
ta creature a metà tra la testuggine e un grosso topo muschiato.
Montate dentro una sorta di cassettone i cui lati nascondeva il
buio, Viola, distolti gli occhi da quelle figure che, pur senza
occhi, parevano guardarla, scorse pietre dalla più varia foggia:
alcune scintillavano per certe pagliuzze d’oro che percorre-
vano la loro superficie come le venuzze il viso di un grande
bevitore; altre, spugnose, sembravano assorbire in sé il buio;
altre ancora erano fatte di madrepora e, come piccoli mondi,
ospitavano nei loro incavi milioni di esserini invisibili.
“Tutto, in quel che vedi, si è rattrappito in un ordine casuale,
che ognuno di quei microrganismi reputerà essere l’armonia
del mondo.”
“E per noi mortali, è la stessa cosa: a questo vuoi arrivare, vero?”
Francis scosse le spalle. L’indifferenza aveva, in lui, ripreso
il suo ruolo di regola al flusso delle idee. Ma Viola non era
disposta a lasciarsi sviare; e cominciò a parlargli volgendo lo
sguardo sopra la sua spalla, perché a parlargli non fossero che
le sue parole: “Di sei fratelli che eravamo, solo in due supe-
rammo l’adolescenza. Io crebbi nella campagna normanna, al
tempo in cui la guerra con gli Inglesi fece di Calais un pegno
del reciproco orgoglio. C’era un senso di fine dei tempi, nei

27
tramonti dei miei giorni di bambina. Passavo tutto il tempo
con David, che aveva due anni più di me. Era convinto che
la natura fosse buona, e la forza delle correnti, il flusso delle
maree, fossero la mano con cui Dio provvedeva ai nostri biso-
gni. Sul far del giorno, e poi a tarda sera, la marea si ritirava
fino a scoprire un’isoletta al largo che si poteva raggiungere
camminando sulla sabbia. Ma bisognava essere lesti a torna-
re a riva, non appena la risacca cominciava a lambire i piedi.
Quella terra sommersa era stata, un tempo, un vulcano. David
raccoglieva fossili raggrumati di lava e intarsiati di organismi
uccisi dalle eruzioni. Me li portava trionfante. Vi vedeva un
segno di come ogni esistenza si inscrive nell’ordine naturale; e
nessuna di esse passa invano. Una sera che il vento mulinava
la sabbia fin sul piancìto di casa, le correnti si rinterzarono tra
loro, facendo quadrato intorno alla marea; ed essa, invece di
rifluire al mare, virando tornò alla costa in un’onda che penetrò
a fondo fin nel villaggio. Il corpo di David non fu più trovato.
Di lui, mi rimasero certi scheletri calcificati che l’alternarsi di
sole e gelo, col tempo, ha reso di nuovo sabbia. Da quel gior-
no, per me, in ogni granello di sabbia è presente tutta l’eterni-
tà. Ce n’era abbastanza, di quella sabbia, perché ne imbottissi
l’orlo dei miei vestiti”.
Così dicendo, Viola prese la mano di Francis e gli fece palpare
lo scannello della veste da cui cominciava la gorgiera. Il rigon-
fiamento che avvertì gli parve parte di quel corpo la cui confi-
denza nel tempo aveva l’aspetto di una generosa scollatura.
“Sai che cos’è questo, Francis? – riprese Viola, riscotendosi –
non un museo, ma un teatro. Un teatro del tempo. Il fatto che il
sipario non si sia abbassato, non significa che tutte le creature
qui disposte non abbiano completato il proprio destino – Viola
prese tra le mani il viso di Francis – Perché non dedichi il tuo
talento allo studio degli uomini, piuttosto che ai fossili?”.
Francis allontanò la sua mano. La voglia che aveva del suo
calore era così intensa da farsi minaccia: “Finché la natura, e il

28
tempo che così la abita, non verranno sottomessi alla volontà
umana, la nostra vita sarà solo un succedersi di illusioni.”
“La verità è che tu hai paura delle passioni. Questi scheletri,
queste rocce, possono venire indagati senza pericolo che essi,
a loro volta, vogliano indagarti”.
“Nel corso di una vita umana, per dubbi simili, Viola, non
c’è tempo.”
“Che ne sai tu del tempo? puoi moltiplicarlo semplicemente
moltiplicando, in te, le identità.”
Viola gli scoprì addosso bellezza della sua ritrosia. Lo baciò
sulla bocca. Lo incantò con l’avvicinare piano il viso, e lascia-
re l’alone che la circondava fosse una porta aperta sul sogno.
In sogno, Francis rispose al bacio. Poi, la circostanza che tutta
quella morte fosse stata l’artefice del momento di vita più in-
tenso da lui mai provato, lo fece ridere. E Viola rispose al suo
riso, come un cristallo risponde alla voce.

La Londra dei predoni e degli assassini stava tutta appesa su-


gli spalti del ponte. Nel superarlo per entrare in città, Francis
guardava i corvi strappare lembi di pelle dalle mani dei la-
dri. Le mani, erano state staccate dal corpo, e appese ai rostri.
Oscillavano secondo la direzione del vento. La risacca del fiu-
me moltiplicava gli stridii degli uccelli, verso la nebbia bassa
fino ad avvolgere le rive. Laggiù c’era il recinto degli orsi in
lotta contro i cani, e il patibolo dove il boia, dopo avere spicca-
to ai condannati la testa dal corpo, disseminava le loro viscere
sull’acqua muscosa. A Francis, Londra pareva bella come una
preghiera inutile. Accompagnare il paggio di Lord Warwick
alla compagnia di guitti cui era stato assegnato, non lo impen-
sieriva. Aveva frequentato molto la corte, da piccolo. La regina
in persona lo chiamava “il mio piccolo Lord Guardasigilli.”
Conosceva le maniere di un gentiluomo, e sapeva che il suo
attributo maggiore è saper tacere: tacere il più possibile, come
se tutte le domande del mondo non meritassero risposta. Dun-

29
que, non degnò di uno sguardo lo sbirro che stava a guardia del
ponte. Si limitò a porgerli il lasciapassare per la corte che suo
padre aveva ottenuto, per lui, non appena raggiunta l’età della
ragione. Viola camminava tenendo i piedi in fuori. Scoccava
ovunque sguardi risentiti, per poi, se veniva osservata, ricac-
ciarli indentro come fossero lacrime. Sapeva simulare alla per-
fezione quella compresenza di stizza e curiosità che un ragazzo
strappato alla sua terra avrebbe provato al primo incontro con
Londra. D’improvviso, Francis udì quel piccolo scatto metal-
lico che richiamava qualcosa nella sua infanzia. Si vide a sei
anni, in ginocchio di fronte alla sovrana. Elisabetta si levava
dal trono, lo aiutava a rialzarsi; poi, per uscire d’imbarazzo,
tirava fuori da una tasca interna della pianeta a fili d’oro una
piccola tabacchiera che faceva scattare col pollice. Ne estraeva
del tabacco da fiuto. Francis alzò gli occhi, e vide i corvi stac-
care col becco le unghie dalle mani mozze dei condannati. Le
unghie divelte facevano quello stesso schiocco metallico.
Si mossero lungo le facciate delle case erette lungo quell’unico
ponte, da dove vecchie con la cuffia bianca in testa si sporgeva-
no a vuotare pitali. Francis ne evitò uno in testa per un pelo, e
le sue proteste fecero ridere un matusalemme che ostentava gli
incisivi quasi fossero il Santo Graal del suo perduto tempo. Al
di là del ponte, la melma arrivava sopra le caviglie. Il Tamigi,
nella notte, era stato fatto straripare. Per lasciare che le chiatte
scaricassero più agevolmente la merce, si era serrata la chiusa
verso Wapping, ed ora ogni passo disseminava il cammino di
bolle che si aprivano in superficie come un petalo dimentica-
to dal vento. Mendicanti su carrozzini di legno simulavano di
avere perduto le gambe a Calais. Si trascinavano sulle mani,
e sembravano serpenti cigolanti. Francis proteggeva Viola te-
nendole un braccio attorno alla spalla. Sentiva dietro di sé le
smancerie divertite di chi li credeva, lui e il paggio, amanti.
Un drappello di fanti passò intonando un’arietta sconcia che
faceva “Tra i colli e le brughiere/ Si ficca il mio messere”.

30
Una campana a morto ricordava che la peste, questa volta, a
Londra, ci aveva preso casa; infatti, la folla per le vie era meno
fitta di quanto Francis si sarebbe aspettato. Su per Holborn,
costeggiando le abitazioni nobiliari, con le loro muraglie al
di là delle quali non si avvertiva neanche il rumore della vita,
Viola faceva scorrere, camminando, le dita sull’intercapedine
delle pietre. La sua sensualità, perché si sentisse viva, esigeva
il contatto con le cose. La grande torre campanaria apparve
all’improvviso tra la nebbia che saliva dalla costa del fiume.
La scorsero perché lo scatto di uno dei suoi ingranaggi aprì una
faglia nel tempo. Le ruote dentate si muovevano l’una dentro
l’altra, ma con un tentennamento ripetuto che non imprime-
va nessun movimento al batacchio. Qualcuno doveva averne
spuntato il meccanismo; forse per un suo personale patto con
la follia, perché lo lasciasse stare. Fecero lo Strand da cima
a fondo. I venditori di stoffe li urtavano in faccia con i loro
scampoli, e coprivano il rintocco dei colpi menati dai fabbri ai
loro paioli. I vinai porgevano un sorso agli ubriachi del tardo
pomeriggio, cui solo aver rotto il naso da qualche puritano po-
teva dare la pace dell’anima. Vecchie beghine smoccolavano
rosari sotto il naso delle prostitute, finché uno scappellotto dei
loro protettori non le mandava a sedere dentro la fanghiglia, tra
le risate generali. Ad una svolta, dopo il parco reale, le arcate
di Bishopsgate interruppero il tramonto del giorno. La luce del
sole pioveva nelle loro scanalatura come fosse malta e calcina.
Le torri addossate ai palazzi facevano quadrangoli fitti fitti che
sembravano cellette di mosche. E subito a ridosso delle mura,
dove la nobiltà non era ancora tale, eppure la plebaglia più
non accampava diritti feudali, si ergeva una locanda sormon-
tata dall’insegna di un cinghiale con l’alloro in testa, e, sotto, il
motto “non senza mostarda”. Da dentro il cortile della locanda,
intanto, cresceva il tumulto di molte voci sovrapposte a scala,
fino a raggiungere l’empireo delle dissonanze. Erano impre-
cazioni e frasi smozzicate, esito di un lungo confabulare del

31
quale era rimasto solo l’accento d’ira. Parevano attori intenti
a provare una nuova commedia, ma avvinazzati alquanto. Le
voci scomparvero, e quando si tornarono ad udire erano quasi
fuori campo. Viola guardò in alto, e diede di gomito a Francis.
Sugli spalti del cortile c’erano due uomini intenti a menarsi
stoccate: il primo, biondiccio, con due baffi a torciglione e una
barbetta a scudo sul mento, indossava un giustacuore con l’in-
segna del Lord Ciambellano; l’altro era obeso, eppure svelto
a parare. La pappagorgia gli vibrava sotto il mento ad ogni
stoccata. Brandiva una sorta di ascia a due lame più adatta ad
un arrembaggio che a contrastare il sottile fioretto del suo con-
tendente. Un farsetto di panno bigio lo avvolgeva da capo a
piedi come un sacco, facendo protendere la sua pancia ad un
punto tale che capivi come, se l’altro non lo infilzava, era per
puro spirito cavalleresco.
“E così, i miei versi mandano un tanfo di tomba, come botti
intonacate a calce per non far marcire il vino, eh? – ad ogni
fine di frase, l’azzimato giovane biondo mandava un affondo
che l’altro schivava a gambe aperte, e brache quasi calate – E
così, l’intreccio delle mie tragedie è quale lo potrebbe ideare
un maestro di scuola cui siano stati fatti mangiare i libri di
Ovidio e Plutarco, per poi risolvergli la costipazione con un
robusto purgante, eh?”.
“Ma l’hai sentito anche tu, il pubblico; proprio qui, ieri sera.”
Il panciuto si fermò ad imitare il riso trattenuto, le smorfie, le
dita tese e lo schioccare di dita con cui l’opera dell’altro era
stata accolta, e fu tale la sua capacità di diventare cento, mille
persone diverse, che per tutto il tempo anche l’oltraggiato ab-
bassò il fioretto.
“Quelli sanno di poesia quanto un mulo con la febbre sa di
salassi. O non vorrai dirmi che quei quattro sapientoni laurea-
ti che si sono messi a sfornare tragedie per la Compagnia del
Lord Ammiraglio, di teatro, ne sanno più di Richard Burbage!”
Il profferire il proprio riverito nome e menare un terribile fen-

32
dente furono, nel giovanotto, un’unica cosa; tanto che Francis
e Viola chiusero per un momento gli occhi e rannicchiarono la
testa nel collo. Nel frattempo, il grassone, ansimando, si era
arrampicato su per una scaletta sottile che dava nel vuoto, e
di certo, la sera prima, era servita per una qualche apparizione
spettrale. Ora stava con la testa rovesciata verso il suolo, e la
lama dell’altro gli premeva il collo bombato con uno sfrigolìo
come quello che fa il lardo della porchetta quando è pronta da
mangiare. Lo salvò il crollo della struttura lignea. Per fortuna,
rovinò verso la strada, ma a poco a poco; così Francis e Viola
si videro scodellare i due davanti ai piedi, come se la locanda
stessa si fosse presa il disturbo di presentarglieli. Tutti e quat-
tro, erano coperti di polvere dalla testa ai piedi.
“Corpo di bacco – disse il ciccione osservando meravigliato i
due – ve’, che trovata! con due spettri in più, forse, il tormen-
tone del padre che chiede vendetta può anche funzionare.”
“Il problema, John, è che te la devi piantare di soffiarti rumo-
rosamente il naso proprio nel bel mezzo della mia invocazione
allo spettro del padre.”
“Bravo: e se non lo faccio, come lo spieghi quello che dice
subito dopo? ‘odo che siete esseri fatti di carne’.”
Il drammaturgo, a quelle parole, aveva già ripreso in mano il
fioretto; ma lo interruppe Francis, presentando se stesso e il
paggio che il conte di Warwick aveva affidato alla sua scorta. I
due presero subito a girargli attorno.
“Per sembrare una donna, sembra proprio una donna” fece John.
“Se penso che questi trastulli della natura, sul palcoscenico
dei Blackfrairs, ci portano via fior di spettatori…” esclamò
iroso Richard.
“Sì: pare che i signori trovino gli efebi meno volgari di noi.
Come se tutti gli sbudellamenti che mettiamo in scena fossero
una scelta estetica. Il fatto è che, se non sbudelliamo qualcuno
già dalla prima scena, l’eletto pubblico sbudella noi”.
Ora i due attorniavano Francis, ed uno aveva appena finito di

33
parlare, che già cominciava l’altro; e nessuno dei due, quando
l’altro parlava, stava zitto, ma emetteva un mugolìo profondo
che pareva il bordone di un organo.
“Però, questo messere, parola mia, esagera. Ad apertura di si-
pario, il padre sta cercando la figlia stuprata e poi rapita – ed
accovacciandosi in ascolto, John cominciò a mimare la situa-
zione scenica – Ad un certo punto, in mezzo a un campo, trova
una manina infilata su di un arbusto che, oscillando al vento, lo
saluta di cuore. Oh gioia! è della figlia sua. Il nostro cammina
nella direzione così pittorescamente individuata, ed ecco, si
sente osservato. Ma sono due occhi infilzati ai rami più bassi
di un albero! e indovinate un po’ di chi sono?”
“Oh! non siete stati forse voi a commissionarmi un seguito del
Tito Andronico? Quello, finisce addirittura con un bel banchet-
to nel corso della quale ad una madre ignara vengono serviti i
suoi figli arrosto. Io, fin lì, non ci sono arrivato”.
“E chi lo sa? io, la tua tragedia, non l’ho mai vista tutta. Prima
che si arrivi a metà, le risate del pubblico impediscono di com-
prenderne, più, alcunché”.
“E allora, mettete in scena il nostro Shake-scene, e beatevi dei
suoi ricalchi da scolaretto che non ha neanche finito le scuole
di grammatica.”
“Will? purché non sappia che in giro è tornata la peste. Lo
sai che la peste e Will sono come il gatto e l’acqua. Al primo
segno di contagio, lui se ne torna a Stratford, dalla mogliettina
vecchia e sposata perché gravida”.
“Io, quella, la odio, John. Se non era per sfuggire a lei, il nostro
concia-scenari a quest’ora se ne stava nel paesello a fabbricare
guanti insieme a suo padre”.
A questo punto, i due sentirono su di sé lo sguardo imbarazzato
degli ospiti, e smisero di concionare. Li introdussero nel cortile
della locanda. In simili luoghi le compagnie teatrali svernava-
no, quando le grandi arene all’aperto venivano buone solo per
i combattimenti degli orsi. Finché era giorno, la sistemazione

34
era anche conveniente. Gli avventori, al calduccio, assistevano
pigiati contro i vetri alle loro prove, e mezzi brilli com’erano
non mancavano di allungare, alla fine, un penny. Il problema
erano le scene soprannaturali, che dovevano venire provate a
tarda sera sulle balconate in faccia alle quali si aprivano le por-
te delle stanze da letto. E non era raro che qualcuno, svegliato
dal rumore, scaraventasse da basso a tradimento i malcapitati
spettri. Quando Francis notò la mano fasciata che John teneva
dietro la schiena, la causa scatenante di quell’alterco gli risul-
tò chiara. Quella stessa mano, benché fasciata, ora stringeva
nervosamente la mano di Viola, che diceva di chiamarsi Virgil.
”Bene, Virgil – gli diceva John – Io sono John Heminges, il
primo caratterista, e questi è Richard Burbage, il nostro capo-
comico. Vogliamo provare subito quello che sai fare? Hai un
certo accento tutto tuo, che mi dice nella tua famiglia debba
essere esistito un qualche vescovo”.
“Un vescovo? oh, certo, signore!” rispose Viola, che dell’ar-
rendevolezza adolescente aveva un concetto sbagliato. A quel-
le parole, John si arrestò e prese a scrollarla per un braccio:
“Dico, ragazzo: non sarai mica un miserabile papista venuto a
farci arrestare tutti, vero?”
Viola accusò il colpo. Francis la vide lì lì per piangere. Invece,
ebbe la presenza di spirito di prendere il partito opposto: si
mise a ridere con tanta franchezza che la sua risata si trasmise,
in un baleno, a tutti.
“Bene, perbacco – disse Richard, quando si fu asciugato gli
occhi – chi riesce a far ridere tutti per solo contagio, merita di
certo un posto nella nostra compagnia.”
Oltrepassarono la porta della locanda. I cavalli erano stati messi
a pascolo in mezzo alle scene. Ora stavano piluccando un fonda-
le rappresentante un ponte romano ed una porta sbrecciata.
“Will, obbrobrio dei miei giorni, dove sei?” John, nell’urlo, ci
perse la voce. Francis lo vide aprire e chiudere la bocca, nel
mentre, fantoccio dai fili invisibili, menava pugni per l’aria.

35
Viola si mise a ridere. Rideva anche William, subito accorso.
Era un giovane di poco sopra i vent’anni, con la fronte ampia
dai capelli già radi, ed un accenno di barba che gli incorniciava
il mento, come fosse stata disegnata da un mediocre pittore
di scenari. Era di statura così bassa che la sua grossa testa lo
faceva sembrare un funghetto.
“Lo sai, William, che adesso, al posto di Richard, dovrai re-
citare tu, un’altra volta?” Alle parole di John, il sorriso sulla
bocca di William si tramutò in un’allegoria malinconica.
“John, lo sai che non posso imparare quella parte in due giorni
– ora orbitava intorno all’alto Richard, con gli occhi all’altezza
dei suoi gomiti – Il locandiere ha detto che quanto gli paghia-
mo non lo esime dall’usare il cortile come stalla. I visitatori
non si possono portare i cavalli in camera da letto”.
“È strano – strillò Richard verso la finestra che si era aperta
sulla facciata della locanda – con tutti gli animali che dormono
nel letto insieme agli ospiti, i cavalli, mi pare, non avrebbero
fatto una gran differenza.”
L’imposta sbatté, e tutto tornò quieto. In quel momento, en-
trò una figura di bravaccio dai baffi torti, la palandrana tarlata
come la tenda di un bordello e due mani dalle dita unite: una
zeppa di legno con le quali costui si rovistava nell’incavo della
gola. Si diresse verso il fondale e con un sol colpo gli riuscì di
strapparlo ed arrotolarlo. A lavorare per niente, doveva esserci
abituato.
“Inigo, in nome di Dio, che fai? come ci andiamo in scena,
adesso?”
“Con la luna e le stelle, Richard. Basterà issare un palanchino
su cui tuo eroe, al momento in cui evoca gli spettri dei defunti,
si arrampica, e la natura penserà al resto”. Le sue parole furono
interrotte da uno scroscio di tuoni e un forte vento, che alzò
per il cortile un corteo di foglie secche. Richard, ora, sembrava
calmo: “E se anche Giove pluvio dovesse graziarci, Inigo, me
lo dici che ci capirebbe, la gente, quando Will, balbuziente co-

36
m’è, si mette a salmodiare le sue battute da là in cima?”
“Will? perché, John? Oh, numi, John!” Inigo osservò John
aprire e chiudere la bocca come un pesce. Aveva la stessa
espressione di un botanico che vedesse una tromba d’aria diri-
gersi verso il suo giardino d’inverno.
“Del resto, John, quando venni qui, non ti nascosi che ero un
drammaturgo, e non un attore.”
“Drammaturgo! – Richard contraffece la posa aggraziata di
Will e la sua voce nasale – Il guardiano dei cavalli, ecco quel-
lo che sei! Non hai mica la laurea, tu! Non conosci i classici.
Quelli come noi, sono attori, e poi sconcia-copioni. Se abbia-
mo la raucedine, dobbiamo togliere dai copioni che ci prepara-
no i dottori di Oxford più vocali che sia possibile. Niente più
di questo – Richard cominciò a salire la scaletta che portava
alla balconata in legno su cui si aprivano le camere – Ché poi,
come drammaturgo, tu stai a Marlowe come la costola di Ada-
mo sta ad Eva. E sei puttana come lei! – affacciandosi dalla
ringhiera, Richard utilizzava la sfuriata per verificare l’acu-
stica del cortile – Prendi i riassunti di storia dai libri di scuo-
la, e poi ci metti le tue fantasticherie poetiche, la tua morale.
Attribuisci ai personaggi tutto quello che ti passa per la testa.
Questo, mio caro, non è teatro, e non lo sarà mai”. E si mise a
battere col pugno sulla ringhiera, da far rintronare i muri. Era
così assorto in tutto ciò che non si accorse di un’ombra alle
sue spalle; almeno, non prima che questa lo afferrasse per le
ascelle e minacciasse di buttarlo di sotto, nel mentre “non mi
avete fatto dormire tutta la notte, tra starnazzo sulla scena e
martellate per smontare la stessa. Ed ora, mi impedite anche di
dormire il pomeriggio!” strillava. Un marcantonio di due metri
buoni, era. Un fante di qualche esercito a corto di soldo.
“Maledizione a Lord Hundson, che d’inverno lascia il nostro
teatro agli orsi.” John rideva, al vedere Richard che si scara-
ventava giù per la scaletta, inseguito dall’energumeno: “E a
quanto pare, Richard, ne hai uno proprio dietro di te.”

37
All’interno della locanda era stata allestita una sala per il truc-
co. Recipienti di pitture ottenute dalla spremitura di bacche
e di noci, parrucche fatte comprando capelli da mendicanti e
strappando crini ai cavalli fuori delle stazioni di posta. Colla e
pece, bende pressate e immerse nella trementina. La moglie di
Richard decise che Viola aveva i lineamenti troppo maschili.
Francis sorrise al vedere come la ragazza riusciva a reprimere
un moto di collera. Si decise di farla diventare Cleopatra. Dap-
prima le coprirono il volto di biacca; quindi stesero due strisce
di pece sopra gli occhi, e vi applicarono due ciglia finte. Fu
poi il momento di una parrucca serpentesca di capelli corvini.
Sugli zigomi, strisce di stoppa color carne resero più sottile il
profilo del volto. Le labbra ebbero un colore violetto e un tratto
incurvato, come di promessa menzognera. Infine, uno strato di
terra rossa le imporporò il volto di una vergogna non sua. Tutta
la compagnia fece ressa attorno al nuovo venuto. Chi aggiusta-
va i riccioli, che sistemava il rabbuffo del colletto. Una donna
sulla sessantina, con il seno a balconcino tenuto fermo da una
fascia cremisi attorno al busto, ai piedi due calzari sformati da
gottoso, in un attimo sfilò a Viola il corpetto di velluto e la calò
dentro una veste triangolare dentro la quale pareva essere stata
concepita, per quanto le stava a pelle. Poi, fu la volta della tia-
ra. Un vecchio ciondolante, una gamba più corta dell’altra per
le numerose cadute dal suo predellino nascosto sotto il palco,
fece appena in tempo a sogghignare che si ebbe un manrove-
scio del donnone: “Piuttosto, Augustyne, bada a non strillare
con tutto il fiato che hai in corpo le battute che gli attori hanno
appena detto. Ieri sera, ti hanno sentito tutti. In questa compa-
gnia, ci mancava solo il suggeritore sordo”.
“Ogni volta che presenti un tuo nuovo costume, vorrei tanto
essere anche cieco, Emmy.”
Will si fece sotto con due copioni in mano. Uno lo diede a
Viola, l’altro lo aprì davanti a sé, tenendolo discosto dal viso
come fanno i presbiti.

38
“Il tronfio sarcofago del giorno non ha ancora rinchiuso in sé
gli ardori della notte che mi ha fatto uomo, regina – a queste
parole, Viola ebbe un soprassalto di risa che immersero Wil-
liam nella costernazione più totale – E più adamantino splen-
dore mandate voi dagli occhi, perché si possa ancora chia-
mare giorno questa luce”. La risata, a questo punto, contagiò
Augustyne, e lo fece parere una pentola di fagioli lasciati trop-
po a bollire. Un crepitìo di trine sgualcite segnalò che anche il
matronale petto di Margot Kreutzberger era entrato in ebolli-
zione. Will tirò il copione per terra, ed uscì.
“Diamine, Virgil, ragazzo mio. Non sarà un genio, Will, ma di
certo, così, non incoraggi la sua vocazione”.
Will, nessuno si aspettava di vederlo riaffiorare così presto.
Aveva gli occhi sbarrati. “C’è tutta la Compagnia del Lord
Ammiraglio, là fuori. Hanno un barile di pece e molti secchi di
piume, e dicono che vogliono fare la festa a voi, sir Richard; e
me, beninteso”.
“Ohibò, ai gratta-penne la birra ha lasciato ancora abbastanza
fegato da venirci a sfidare. E a che cosa dovremmo questa fre-
nesia di farci piumati?”
“Il Tito Andronico. Dicono che l’abbiamo rubato tra le carte
di Marlowe. Loro ce l’hanno cercato, e non c’era più. Poi, uno
dei loro stenografi è stato qui, e l’ha copiato tutto. A quanto
pare, hanno appena finito di leggerlo”.
“Ebbene, Will: Marlowe lavorava anche per noi!”
“Sì, ma il Tito Andronico glielo avevano comperato loro. Lo
stavano provando da due mesi, e sarebbe andato in scena tra
una settimana se noi…”
“Ma, ragazzo: mi avevi pur detto che a quel copione, tu, ti eri
solo ispirato!”
“Be’: in effetti, la tragedia di Marlowe si chiamava solo ‘Tito’,
l’‘Andronico’ ce l’ho aggiunto io.”
“E per il resto?”
“Per il resto, non ho cambiato una virgola.”

39
“Di questo, mi renderai conto più tardi.” John si volse verso
Malcolm, e “adesso, Augustyne Phillips, ti dispiace fare entrare
questi messeri? – gli urlò nelle orecchie, ma con il massimo con-
tegno – Non intendo dare spettacoli pomeridiani nel cortile”.
“Sì: in questi casi, mandate avanti sempre me.”
“Sai? tu non puoi sentire gli insulti.”
Ma di Augustin non ci fu bisogno. Una buona spallata, e la
porta cedette, proiettando l’intera compagnia dei Leicester’s
dentro la locanda. George Peele guardò di sotto in su Richard
come avrebbe fatto Dio con Adamo, se gli fosse venuto fuori
arabo. Da parte sua, Thomas Lodge prese a picchiare il fodero
della spada sulla pancia di John, traendone fuori certi rimbom-
bi degni di un sepolto vivo che lo stridore del cancello del
cimitero abbia svegliato dalla catalessi.
“Mi dispiace molto per Greene, amico mio. Così giovane…”
cominciò John; “almeno non è più costretto a vedere la tua
faccia di porcello” ottenendo in risposta.
“Del resto, ragazzi – interloquì Richard – se continuate a bere
così, presto i vostri copioni vi finiranno in cenere per un’alitata.”
“Dovreste ringraziarci: noi beviamo per dimenticare quanti
soldi ci dovete ancora. Ne avete comprati un bel po’, di copio-
ni, quest’anno…” Thomas Kyd appariva fin troppo calmo, a
giudizio di John.
“E quelli che non ci avete comprato, ecco che ce li rubate”
concluse, infatti, Nashe, giocando a cacciare lo spadino tra le
sconnessure delle travi nel pavimento.
“Rubiamo? non mi risulta che abbiamo mai spedito, noi, degli
stenografi a serbare per i posteri le vostre rappresentazioni”.
Peele fissò Viola, e poi Will; quindi sputò per terra, e pian-
tò la spada davanti a sé. Oscillava come la mazza picchiata a
terra dal giudice al momento di pronunciare la sentenza. “Voi
non ci mandate stenografi, ma qualcosa di ben più nocivo. Per
esempio, francesi spediti a Londra come spie dell’ambasciato-
re, e cui il doppio gioco, quindi, riesce spontaneo. Donne che

40
paiono uomini, a pareggiare il fatto che il vostro drammaturgo,
con quel suo rossore da modesto ipocrita, ha proprio della ver-
ginella – Viola si appoggiò ad Augustyne. Si sentiva svenire.
Francis non sapeva che cosa pensare. Appoggiò la schiena alla
parete, e prese a dondolarsi a destra e sinistra – Gente scaltra,
ma a cui dobbiamo dire che, se ripete ancora il suo gioco, non
esiteremo a svelarlo agli occhi del mondo”.
Richard andava riducendo sempre di più la distanza tra il pro-
prio naso e quello di Peele: “Io starei attento a fare certe insi-
nuazioni, George. Siamo attori, non lo dimenticare. I puritani
ci vorrebbero al rogo, i papisti ci fanno seppellire in terra scon-
sacrata. Gli anglicani pensano che quel posto sempre vuoto,
nella prima fila dei palchi, noi lo si tenga libero per accoglievi
degnamente la peste – Col tacco, fece forza sulla sua spada,
fino a distorcerne la punta – Quanto al resto, se valeste qualco-
sa, e foste poeti appena passabili, non vi sareste abbassati fino
a scrivere per il teatro”.
La prima testata di Peele quasi gli ruppe il naso. Per fortuna,
sul tavolo c’era un brocca d’acqua nel quale erano stati intinti
i pennelli del trucco, e che la testa del poeta accolse con uno
scroscio variopinto. Augustyne ebbe appena il tempo di chie-
dere “perché litigano?” che venne buttato a testa indietro da
uno sgabello brandito da Kyd come uno scudo. Nel frattempo,
il resto della compagnia era entrato a dare man forte ai suoi due
massimi esponenti. C’erano ex-apprendisti di macellaio con le
dita tutte curve, a forza di appendere porchette ai ganci. C’era-
no spolveratori da parrucchiere che per compita eleganza, ad
ogni seggiolata menata sulla schiena, si ravviavano le maniche
del farsetto. Certi vecchi che dovevano essere stati cullati da
Caronte, infine, si facevano largo a testate, e ad ogni colpo un
po’ più forte perdevano qualche dente. Emmy si era data alle
misurazione antropometriche: valutava il cranio di ognuno di
costoro mandandolo a collidere con la testa di legno di un suo
manichino. Quando si ruppe, “si vede che è il porta-parrucche

41
di John” commentò distaccata. Alle prime schermaglie, Fran-
cis e Viola si erano arrampicati sulla cornice che circondava la
sala. Era in legno, e ogni volta che muovevano i piedi nell’aria
emetteva dei sinistri ‘crack’. Ogni tanto, dovevano scansare
una fioriera o una brocca scagliata fino al soffitto da qualcuno:
non per colpirli, ma perché aveva deciso di usare un tavolino
come alabarda.
“Naturalmente, Viola, a quella storia della spia francese, non
credo.”
“In compenso, la mia amicizia con la Compagnia del Lord
Ammiraglio è ormai compromessa. Non mi crederanno. La
Francia di re Enrico paga la sua ambigua danza tra papisti,
protestanti e puritani”.
“Bisogna capirli: quando si presenta qualcuno per entrare nella
compagnia, la metà delle volte è stato mandato da una compa-
gnia concorrente, a rubare i copioni.”
“Ma è proprio per stornare da me ogni sospetto che ho accetta-
to di calarmi in questo travestimento.”
“Per loro, la tua prontezza equivale ad una mezza ammissione
di colpa. Il resto, lo deve aver fatto la diplomazia reale. At-
traverso di te, hanno colpito l’ambasciatore francese, alla cui
corte ogni ospite è una spia”.
“Ora, sono costretta a rimanere qui. E spero di riuscire a tenere
segreta ancora a lungo la mia identità”.
“Ti tornerò a prendere, Viola. E allora, sarò ricco. Tutto quello
che devo fare, è corteggiare un po’ mia madre, e chiederle un
anticipo sull’eredità paterna”.
Francis e Viola guardarono sotto: i camerieri in forza alla “Lo-
canda del cinghiale laureato” stavano legando con robuste cor-
de tutti i contendenti, non senza prima menargli in testa certe
piattonate con i candelieri di stagno che facevano vibrare l’aria
di risonanze argentine.

La casa padronale dei Bacon sorgeva in mezzo ad un dedalo di

42
siepi che il padre di Francis chiamava “l’occhio di Vitruvio”.
Ciò che l’architetto romano diceva delle analogie fisiche tra
l’edificio e l’ambiente che lo ospita, egli lo aveva esteso alle
analogie morali. Il labirinto era l’allegoria del suo cervello:
“Ogni punto di vista è un paesaggio, Francis. Le idee sono solo
visioni di scorcio, modi per orientarsi tra il sogno e la veglia”.
Appena entrato nel labirinto, a Francis vennero in mente le
parole di quell’ultima conversazione con suo padre, quando
già la gotta rendeva il suo ventre e i piedi come quelli di certi
doccioni sulle cattedrali: “Chi ritiene di insegnare qualcosa, è
un asino. Se conoscesse la forza di ogni singolo dubbio, non
ardirebbe neanche di aprire la bocca; ma, allora, avrebbe rag-
giunto la sapienza suprema – Francis si accorse che il suo vol-
to, istante per istante, stava mutando espressione; che i senti-
menti, nel cuore di suo padre, erano sempre stati come l’anello
che fanno le gocce di pioggia in una pozza d’acqua – Anche in
te ci può essere del buono, Francis; purché tu taccia a lungo, e
a lungo non ti muova da dove sei. Oppure, oppure… – adesso
si trovavano di fronte alla statua di Giano. Le sue due facce
perfettamente identiche, Francis aveva imparato da suo padre
a ritenerle una stessa faccia. L’orientamento, che importanza
aveva? – Oppure, ciò che di meglio hai dentro, fa’ che non
evochi mai il tuo nome. Quando hai dato al mondo lo scrigno
segreto, non ne avrai mai più la chiave”. E i suoi occhi infos-
sati dissero a Francis quanto dolore doveva abitarli.
Si riscosse da quei ricordi. Erano passati davanti ai suoi occhi
come un guanto di sfida. La facciata del palazzo lo riportò a
sua madre. Sarebbe certo sopravvissuta lunghi anni a suo ma-
rito; nel frattempo, aveva ricoperto la facciata di un bugnato
sui vertici del quale stavano certi spuntoni di ferro capaci di
evocare la fragilità delle umane cartilagini, e la tronfia potenza
della natura.
“Ma perché, Patrick, i puritani, se sono tanto innamorati della
morte, non cercano di coronare il loro sogno d’amore?” disse

43
al servo che era andato ad attendere Francis fuori della porta.
Aveva riconosciuto lo scalpiccìo dei cavalli, e quella carrozza una
delle cui ruote posteriori non andava in sincrono con le altre.
“Forse, milady, non li vuole nemmeno la morte”: l’aver colto,
scendendo di vettura, questa eco di dialogo costò a Francis il
presentarsi di fronte a sua madre nel modo a lei meno consono:
col sorriso sulle labbra. Lei lo guardò come se nei suoi occhi
stesse condensato il giudizio della storia: “Non ti ho mandato
a Cambridge perché tu frequenti i poeti. La legge è dominio
sulla forza stessa. Dando posto alla fantasia, contraddici ciò in
cui credeva tuo padre”.
Francis chinò le ginocchia, ma tenne la testa ben alta. Sua ma-
dre mise gli occhi in quelli di lui. Patrick, facendo scroccare i
ginocchi, girò le spalle e li lasciò soli.
“Il diritto naturale che avete su di me, madre – cominciò Fran-
cis – non si estende al mio carattere.”
La donna aveva un viso cascante verso il mento, e l’espressio-
ne lesinata da ragnatele di dolore. Un anello nero tutto intarsia-
to di un corallo rampicante come una vite velenosa le cresceva
fino ai gomiti.
“Non di diritto naturale si tratta, mio sciocco dottore, ma di
destino.”
Francis, senza accorgersene, a queste parole si mise le mani davanti
al petto e fece per sciogliere i bracci di una croce immaginaria.
“Madre, se la rinuncia alla luce è un atto di fede, allora tutta la
mia scienza è atea.”
Lei si alzò con uno scatto, ma senza far rumore. Sapeva impor-
re alla sua presenza il valore interlocutorio di un’assenza.
“Mi è giunta voce che polemizzi con i tuoi maestri e spesso ti
assenti da Cambridge per frequentare attori. L’eredità di tuo
padre non può spettare a chi è destinato ad avere la tomba in
terra sconsacrata – si alzò dal suo scranno e gli venne vicino.
Quando gli accarezzò il viso, egli avvertì quel freddo, come di
una lama di taglio, che da bambino gli aveva reso tanto diffi-

44
cile l’addormentarsi – Lo sai, dolce figlio, quanto ogni agire,
e perfino ogni azione, siano male. Gesù Cristo ha pagato con
la croce l’aver l’uomo voluto farsi protagonista della propria
vita. So che sotto quella tua sottigliezza di studioso si nascon-
de la violenza di un carattere sanguigno. Anche tuo padre lo
aveva; e fu questo ad avvelenare, alla lunga, le sue forze vitali.
Eppure, egli accettò di buon grado che alle tenerezze coniugali
dalle quali tu, insieme a tuo fratello, fosti generato, fosse as-
sente ogni segno del mio piacere. Così, io ho dominato la mia
vita, figlio mio; che questo valga almeno ad insegnarti come
non perdere la tua”.
“Madre: col vostro assenso, non mi rimane che porre fine a
questo colloquio, prima che un mio atto inconsulto dia alle
vostre parole quella tinta di verità che non hanno.”
“Ho parlato con Durante: hai torto ad attaccare i tuoi maestri,
Francis. Che ti importa se essi dicono o no il vero? dalla loro,
hanno l’assenso dei secoli. Come potresti con le tue sole for-
ze, e per amore di una verità che muta volto ad ogni volger di
stagione…”
“La verità, madre, in questa nostra epoca, è ancora in boccio.”
Si riscosse, e gli volse le spalle con una tale rigidezza che Fran-
cis non ebbe dubbi sul fatto che, a uccidere suo padre, fosse
stato il contatto quotidiano col marmo di quella pelle.
“La tua verità in boccio si chiama Viola Bellarmy. Sei stato
visto con lei fin dal suo primo ingresso a Cambridge. È france-
se, e dunque appartiene ad un mondo che ci è nemico. Ricorda
sempre il ruolo che hanno avuto i papisti, nella morte di tuo
padre. Io sono sicura che l’abbiano avvelenato”.
“Se la religione attiene a tutto ciò che l’anima contemplerà
dopo la morte, allora la mia mente, in tutta umiltà, non preten-
de di giungere oltre l’evidenza del tempo che vivo.”
Una risata risentita scosse le spalle della vecchia donna, curve
verso il busto atrofizzato: “Come dichiarazione di ateismo, è
la più forbita che mi sia mai stato dato di sentire – si alzò con

45
un tale disprezzo che il suo dito levato verso la porta appariva
inerte per indifferenza – Vattene, Francis. Torna a dipingere le
tue passioni. Di questo infortunio della natura, non mi sento
responsabile. La tua carne non mi appartiene; quanto all’ani-
ma, essa non si è mai staccata da me”.
Francis si alzò sgomento. La sua angoscia gli fece chinare la
fronte davanti alla madre. Molti anni dopo, al termine della sua
vita, doveva far risalire alla stizza per quell’atto di sottomis-
sione il proposito assunto, quel giorno, con se stesso, di sman-
tellare dall’interno l’intero castello della religione, e sostituirvi
la fede nelle passioni umane.

La pietra di corniola scintillava tra le mani di Francis. Viola


gliel’aveva porta dentro un fazzoletto di tela grezza.
“Paul se lo è avvolto intorno alle tempie, ieri sera, durante una recita
in cui il mal di testa gli faceva vedere tutti i colori dell’iride.”
Francis mise il sasso contro il sole, il cui tramonto inondava
le finestre del refettorio del Queen’s College. Subito, attraver-
sò la stanza un raggio di arcobaleno dentro cui ogni colore
aveva la sua banda, “simmetrica e ripartita come le trecce di
una ragazza che va in sposa – disse Francis con ironica gravi-
tà – Vedi, Viola? questi colori sono tutti presenti, in potenza,
nella pietra; ma senza la luce del sole, quando piove sulla terra
secondo una certa angolazione, non si rivelerebbero a noi. Allo
stesso modo, la scena del teatro permette alle emozioni umane
di rifrangersi sul carattere dei personaggi, facendone esplodere
in mille riverberi la coerenza apparente”.
“Se tu vedessi quanta poca scienza e razionalità abita quegli
uomini, non parleresti così – Viola si frappose tra la finestra e
Francis, e lo sfavillìo policromo svaporò all’improvviso – Non
fanno altro che bere dalla mattina alla sera e dirsi battute che
sono solo un pretesto per aggrottare la fronte, roteare gli occhi
o provare un certo tono di voce. Poi, quelle che gli sembrano
le migliori, le scrivono in un librone che chiamano ‘il loro car-

46
niere’. Quando il carniere è pieno, lo danno a William ‘perché
metta a bagno lo spezzatino nel suo sugo’”.
“Sempre, la natura ha pudore di ciò che fa.”
“Pudore? – a Viola, del forzato travestimento, era rimasta
un’abitudine di calcare i talloni, quando camminava, e gesti-
colare coi gomiti alti, che Francis trovava deliziosa – Rac-
cattano di strada prostitute, trovatelli e mendicanti che per un
penny imparano a lanciare certi urli di orrore che ancora mi
fischiano le orecchie. Assoldano anche i ciechi, e poi, ridendo,
li guidano verso la botola del palcoscenico. E quanto al povero
Will: con la sua parlata blesa, e le ‘s’ che gli fischiano, in ogni
tragedia, per farlo recitare, sono costretti ad inserire la scena
di uno spettro”.
“Ancora mi chiedo se sia vero quello che si dice. Non credo
il solo frequentare Marlowe abbia potuto insegnare a questo
guantaio incolto come forgiare il verso scenico”.
“La sua mente non ha porte né mura. Proprio il non avere un ca-
rattere gli permette di entrare in quello di tutti. Lui non giudica:
si limita ad osservare. È come se l’intera umanità, per lui, fosse
quella raccolta di minerali e di scheletri con la quale mi hai in-
segnato ad osservare i caratteri comuni alla natura, e, insieme, le
infinite variazioni a cui il tempo e il caso li sottopongono”.
“Ma come riesce a costruire canovacci credibili? infatti, a tutti
possono venire in mente diverse belle melodie, ma l’arte del
musicista sta nel legarle insieme in un concento armonico.”
“La sua arte è fatta solo di effetti: emozioni senza causa tenute
insieme dalle vicende più improbabili. Mette le mani nella vita
come un uomo che, abbagliato dal lucore dell’oro in fondo a
un ruscello, per troppa cupidigia non serri le dita; e così ogni
cosa bella gli sfugge di mano”.
Viola tolse dalla sua borsa da viaggio un rotolo di carta e lo
porse a Francis: “Comunque, te ne potrai rendere conto tu stes-
so. William ha chiesto che tu legga la sua nuova commedia. Gli
ho raccontato ciò che fai, a Cambridge: le tue collezioni, la tua

47
fede nelle virtù dell’osservare. Ne è rimasto molto colpito. Ha
detto che, in direzioni opposte, state facendo la stessa cosa”.
“Presto non ci sarà che lui, a tentare di catalogare tutto ciò
che colpisce i sensi. Il maestro Durante mi ha denunciato alle
autorità accademiche. Sono venuti a perlustrare le mie colle-
zioni. Mi hanno chiesto se pensavo di poterci raccogliere tutte
le pietre e gli animali della terra. E io gli ho detto che loro, per
confutarmi, non avevano che nomi”.
Erano usciti sul vialetto che portava alla All Saint’s Chapell: le
sue vetrate sfolgoravano alla luce del tramonto. Sul lato della
strada lastricata di grosse pietre si apriva una piccola fonte.
Francis prese di quell’acqua e ne versò sulla fronte di Viola.
“Siamo tutti chiusi nella gabbia delle nostre parole, Viola. Nes-
suno sa più guardare le infinite differenze tra le cose. Ciò che
ci sta a fianco, che partecipa alla nostra vicenda, diventa solo il
palcoscenico della nostra solitudine”.
“Non trovi che ci sia, in tutto questo, una grande paura della
morte?”
“Della morte, e del male. La sapienza, nei nostri tempi, è un
esorcismo contro il buio”.
Il grande giardino con le querce secolari, intorno alla cappella,
sembrava il retropalco affollato di manichini di stoppa dove,
quando si recita una battaglia, le retroguardie schiacciano de-
finitivamente l’eroe.
“Tutto è unito, Viola, in questo universo. Ma per comprender-
lo, bisogna non avere interesse per le sorti della propria pre-
senza dentro di esso”.
La settimana dopo, il consiglio accademico decretò l’espulsio-
ne di Francis. Si trasferì a Londra, a fare pratica legale presso
un avvocato. La legge gli parve da subito l’elevazione di ogni
pregiudizio a sapere sistematico: il luogo in cui le prevenzio-
ni di razza e cultura ambivano a farsi metodo. Alle volte, si
divertiva a sostenere l’opinione contraria a quella suffragata
dai fatti. Voleva dimostrare che la logica delle parole la vince

48
sull’esperienza. L’amaro cinismo di simili esperimenti lo ren-
deva più duro con se stesso. Prese a dormire tre ore per notte.
La lucerna, nella sua mansarda all’ultimo piano del palazzo in
cui l’avvocato, Charles Nottenbom, viveva e lavorava, restava
accesa fin quasi all’alba. Leggeva i filosofi, Francis, scopren-
do quegli scatti metallici attraverso i quali essi portavano le
loro congetture al livello di leggi. Machiavelli gli insegnava
che il perseguire il proprio utile è l’unica maniera per giova-
re all’intera umanità. A tutti costoro, Francis apriva la porta
della propria mente, salvo poi sbattergliela in faccia quando
si accorgeva che parlano tutti con lo stesso tono di voce. Vio-
la continuava a recitare con i Leicester’s, che si stupivano di
non avvertire ancora nella voce di Virgil i segni della ‘muta’.
Infine, il ragazzo dovette accennare ad un certo infortunio che
aveva subito da piccolo, e che giustificava la sua ritrosia a spo-
gliarsi nella stessa stanza insieme agli attori maschi. La sera in
cui non c’era recita, raggiungeva Francis nella sua mansarda,
e gli magnificava la potenza visionaria di Will: il modo in cui
nessun sentimento umano gli pareva estraneo. Se solo avesse
trovato argomenti degni del suo talento… Ma, al di là di un po’
di Ovidio, Seneca, e del Plutarco appena tradotto dal North,
egli pareva non aver letto nulla.

L’estate, a Stratford, aveva rinsecchito anche i pruni. Gli sta-


gni mostravano il fondo percorso da crepe come la schiena
dei tanti lebbrosi che avevano fatto della tenuta di sir Lucy il
loro ostello; e ben gli stava, a quel tirchio che, per un cerbiatto
catturato di frodo, aveva fatto espellere Will dalla cittadina:
così ragionava Joan Hataway, la madre di Anne, che Will ave-
va ingravidato alla bella età di ventisei anni, quando nessuno
avrebbe più dato, per vederla sposa, il becco di un quattrino.
Quanto a lei, era stata contenta, perché il padre era un guantaio
capace di mettere a pappucce, come diceva lui, anche il pollice
di mastro Dick, il fabbro, che se lo era schiacciato con un mar-

49
tello. Poi, però, quel sant’uomo che non aveva mai smaniato se
non per la camicia nuova quand’era ora di andare a messa, per-
ché era così onesto e mite, gli avevano fatto fare il sindaco. E
quella fu la sua rovina: si mise in testa che l’essersi tirato fuori
dalla miseria di sua sola mano meritava la nomina a nobile, e
aveva preso, per questo, a far debiti. Will, intanto, faceva già
l’amore con Anne. L’aveva incontrata quando la Susanna dei
secchioni: Anne Whateley, gli si era negata dopo essersi pro-
messa; ma quando i debiti entrano dalla porta, l’amore scappa
dalla finestra. Joan sapeva che Anne, per il focoso Will, era
stata un ripiego; però, lì per lì, il pollastro non si era tanto la-
mentato di razzolare a sud-est, nei campi di stoppie della fami-
glia Hataway, con quella fattoria costruita coi fondi delle botti
tenute insieme dal mastice. La primavera era vicina, e spesso
i due giovani sostituivano i convenevoli con vigorose manate,
lei sulle cosce, lui sul sedere. Per essere il futuro ‘scuoti-sce-
na’, Will, con Anne, parlava davvero poco. Ad Anne piaceva,
di lui, come riusciva a trasformare ogni cosa in qualcos’al-
tro. La prima volta che era venuto in casa, per esempio, aveva
preso un paralume e ne aveva fatto un teatrino di ombre dove
il naso di lei, Joan, era diventato il torrione di un castello di
cui gli armigeri, girando in tondo – era Will, con una vortico-
sa rotazione della mano – cercavano la porta. C’era sempre
qualcosa, negli occhi di Will, che ti faceva capire che lui non
era lì. Oh, sì! sorrideva, salutava, si spostava la frangia dalla
fronte quando, aprendo la porta, ci pioveva lo spiffero; oppure,
ritto ancora sulla soglia, si soffiava via la pula del grano che la
corsa per le stoppie gli aveva incollato addosso. Ma era come
facesse così perché l’aveva visto fare a qualcun altro. Anche
nelle parole. Parlava come se, per lui, prima di tutto venissero
le esclamazioni. Ad avvicinarlo al teatro – Joan lo ricordava
bene – era stata la peste. La Compagnia di Lord Strange, que-
gli ubriaconi che per bere arrotolavano la loro laurea di Oxford
come fosse un bicchiere, era venuta a Stratford perché, a Lon-

50
dra, c’era la peste. Non che loro temessero di prendersi la pe-
ste: sozzi com’erano, i topi li avrebbero certo evitati; ma era la
regina che temeva l’ammasso di folla diffondesse il contagio,
e già in quei giorni si vedevano i padri cacciare per strada i
figli al primo bubbone; e poi, quando glieli riportavano morti,
negavano che fossero i loro. Dunque Will, quel giorno, si era
confuso tra la folla che andava a teatro. Aveva paura che il si-
gnore a cui aveva rubato il cerbiatto lo riconoscesse per strada.
Lui se ne stava lì, col cerbiatto in mano, e la battuta di caccia
l’aveva sfiorato. Il signore lo guardò, ma credette si trattasse
di uno dei suoi nuovi guardiacaccia, della cui nomina si era
completamente disinteressato. C’era nella compagnia, a quei
tempi, un jolly particolarmente tenero, nella sua mite pazzia.
Era Kemp: il ballerino piumato più esilarante che Joan avesse
mai visto. Ballava la pavana e la gagliarda vestito da uccello,
e non è a dirsi come i suoi piedi sembrassero creature indocili
ai comandi della spina dorsale. Quell’uomo, era scisso: dalla
testa al bacino era un rettile con la pelle tutta squamosa per
lo scorbuto della fame; sotto, era un angelo precipitato nelle
cosce di un montanaro fatto stupido dalle troppe nerbate. Joan
aveva sempre pensato che gli attori, per far bene, non dovesse-
ro capire quello che dicono. Però, non credeva che i dramma-
turghi, tutte le cose che scrivevano, non dovessero capirle; e
altrimenti, come si spiegava il fatto che Will fosse diventato un
drammaturgo? Quella volta, il capocomico dei Lord Strange,
dopo lo spettacolo, accettò l’invito di William, che, natural-
mente, invitò tutta la compagnia a casa di Joan, perché la sua
era circondata giorno e notte dai creditori. Ora: Joan, nella sua
vita, aveva visto gli uomini bere così tanto che, per il bere,
aveva seppellito i suoi due precedenti mariti; ma bere come
aveva visto fare dal signor Kyd quella sera, non le capiterà
più. Beveva, Kyd, e parlando dava di gomito a Will. E Will gli
diceva “non ho cultura” e Kyd “che importa? il teatro si fa con
gli effetti, e quelli te li devi sentire tra le scapole e in mezzo

51
alle gambe.” “Non so recitare” diceva Will, e Kyd “e allora fai
le parti dei fantasmi, così non c’è bisogno che si capisca bene
quello che dici.” Insomma: non lo convinse del tutto, ma gli
lasciò capire che il teatro era l’unico posto dove i suoi difetti
sarebbero diventati “caratteristiche”. Tuttavia, se ha lasciato
per tempo Stratford, e Anne coi suoi tre figli, Joan non crede
sia stato per amore dell’arte, o per fare fortuna.
Ma eccolo lì, Will. Ha viaggiato di notte, ed ora sta per bussare
alla porta di casa. Joan decide che andrà ad attingere l’acqua
dal fiume. Non vuole intrattenersi con lui.

Aveva cavalcato tutta la notte, per arrivare alle prime luci del
giorno. Non voleva che nessuno lo notasse, mentre, come
l’eroe delle favole antiche, tornava al castello della sua princi-
pessa per sfoggiare ai suoi occhi le ricchezze piovutegli addos-
so col raccontare frottole. I quattro libri della sua vita: Ovidio,
Seneca, Plutarco, e il libro mastro dei conti, erano bastati a
trionfare sulle scene londinesi. Anne era sempre più pallida, e
l’età vuotava la propria scarsella tra le sue poppe. Una donna
più vecchia di otto anni, sposata perché un’altra vita si agitava
nel suo seno. La torre campanaria di Holy Trinity era sempre
più inclinata, con l’edera che le cercava l’anima tra le bifo-
re. La vegetazione, a Stratford, inondava le case; le avvolge-
va nell’abbraccio di un adolescente che non abbia mai avuto
una donna, e si aspetta dalle carezze materne di lei il divenire
uomo. Quattro carri abbandonati sull’aia erano ciò che restava
della mietitura. La si faceva in comune, secondo uno spirito di
mutua assistenza che non gli aveva fatto trovare strano lo stile
di vita degli attori. Quel giorno, Anne aveva aiutato ad avvol-
gere i covoni intorno alla loro asta. L’aria le aveva disegnato
due soli nascenti sulle gote, e i suoi occhi di precoce zitella,
quando si era girata per salutarlo, avevano preso di nuovo la
tinta trasparente del figlio che riconosce, per la prima volta, la
madre. Will ricordava le punte del colletto rigido che si sta-

52
gliavano sul viso di Anne Whateley come picche di bastioni,
per tenerlo lontano da lei. C’era una lieve brezza, quel giorno.
Anne Hataway, l’aveva presa per stizza. Lei se n’era accorta
dalla fretta che lui aveva di finire. Avevano conosciuto, en-
trambi, l’amore troppo tardi. La paludosa distesa di arboscelli
che faceva da treppiede alle mura di fango e calce si era ancor
più ramificata verso la porta, dove un leone smaltato seduto
su una pietra evocava l’unica virtù che i cittadini di Stratford
potessero vantare: la pazienza. Anne abitava insieme ai suoceri
nella casa natale di Will. L’aveva riscattata con i guadagni del
Tito Andronico. Sarebbe stato più consono, con quelli, com-
perare una macelleria. Il viale centrale era, al solito, un unico
acquitrino. Ci venivano a svuotare i pitali, la mattina, coi car-
ri per il mercato delle verdure, annaffiate e nutrite in quello
stesso modo. Da quando era stato condannato a sette giorni di
prigione per debiti, e interdetto da ogni carico pubblico, l’ex-
sindaco di Stratford faceva rimbalzare sassi nello stagno dove
suo figlio Hamiel era annegato da piccolo. Will, c’era. Aveva
visto la pace di quella piccola mano che non incontrava più la
resistenza di alcun vento. Che è tutta la vita? – pensava ora,
mentre, sceso da cavallo, dava la mano al padre – un passag-
gio di stato. Metterla in scena, invece che viverla, è un atto di
onestà verso il destino.
“Hai due occhiaie come cordoni per il bestiame, e perdi i ca-
pelli, figlio mio”: il sindaco aveva la voce arrochita dal fumo e
due occhi che, mentre parlava, guardavano le sue stesse parole
perdersi all’orizzonte. Il tempo gli aveva lasciato una scossa
nervosa nelle mani, e un’ansia di girarsi indietro ogni volta che
diceva qualcosa.
“Per i ruoli che faccio, fantasmi e anime dannate, non ha
importanza.”
I bambini si affacciarono sulla strada, a indicare col dito quel-
l’uomo che mostrava di conoscerli e che, per loro, era un dor-
so montato sulla coda di un cavallo che si allontanava. I due

53
gemelli, crescendo, avevano preso le due opposte espressioni
della solarità e la malinconia. A Will sembrarono quell’orolo-
gio che, ad Oxford, faceva orbitare il sole e la luna intorno al
quadrante con le lancette. Oxford, adesso, era la peste dei com-
mediografi laureati: i teatri chiusi, e Londra infestata da sbirri
che mozzavano le mani agli untori. Hamnet, il maschietto ma-
linconico, lo guardava fiducioso; forse perché era in braccio a
mamma. Anne aveva perso la sua battaglia con le rughe, alfieri
del tempo. Il denaro che Will mandava da Londra era il prez-
zo della sua libertà. Anche i bambini erano stati un ritaglio
d’amore espunto dal libro bianco dei suoi sogni. Glieli aveva
lasciati in ostaggio alla sua solitudine. Veniva a Stratford solo
in occasione della peste. Sua moglie, per lui, veniva subito
dopo la peste. Mezz’ora d’amore tra le stoppie, dopo la festa di
San Giovanni: la voglia di lui che l'estate aveva fatto diventare
una bambina. A quel tempo, non si conoscevano neanche. Né
si sarebbero conosciuti poi.
Gli abbracci distratti tra Will ed Anne vennero interrotti da un
calesse. Sopra, c’era Yorick, il più tristo concia-barbe della
contea. Aveva un cappello a fisarmonica sotto cui la campana
della testa suonava ad ogni sobbalzo del mento. La sua barba a
cespugli era tutta infilzata di ranuncoli, per l’abitudine che ave-
va di strofinarsi la faccia contro le cortecce, a togliersi il sonno
di dosso. A Stratford, lo scorbuto faceva venire l’alopècia a
metà della popolazione. Per un barbiere, il lavoro era poco.
Yorick, dunque, nel tempo libero, distribuiva il carbone. Sotto
al mucchio che gli sfuggiva dai sacchi c’era sempre qualche
classico greco e latino, che Will, da ragazzo, aveva compulsato
quando, sfuggito alla scuola di grammatica, Yorick lo nascon-
deva sul suo carro.
“Che Nick in persona mi porti via con sé: tu, Will, da quando
fai il guitto, non hai più una faccia, ma uno scenario a cui il
vento abbia portato via la cortina.”
“E tu, vecchio Yorick, quella faccia da nespolo roso dalle ter-

54
miti, farai bene a tenerla ben cacciata nel carbone.”
“Eh, Will: la miseria è un’ospite che ti trovi in casa quando pensi
di avere ben serrato la porta. Pensa che ho dovuto anche vendere
il Plutarco del North: quello su cui hai imparato che Giulio Ce-
sare non era un fiume, e Rubicone un console romano”.
“Le disgrazie del passato non possono ripetersi. Il fascino del-
la storia, è tutto qui”.
“Sufficiet diei malitia sua. Ma sei tornato qui solo a spacciarmi le
tue ovvietà lette negli antichi per creazioni originali? Qui non sia-
mo a Londra, caro mio! noi abbiamo tutto il tempo per pensare”.
Il vecchio entrò con il sacco del carbone, e lo depositò in mez-
zo alla stanza. I gemelli ridendo ne estrassero due pezzetti coi
quali si misero a dipingere sopra una botte la fronte pelata del
loro padre, con una patata al posto del corpo.
“E questa, Will, la potremmo definire Allegoria della Fama, e
aggiungerla al mazzo dei tarocchi, non trovi?”
“I bambini stanno troppo tempo senza vedermi, Yorick.”
“E adesso, dimmi che ti dispiace. È opinione diffusa, a Stra-
tford, che se tu avessi fatto un matrimonio felice, noi, ora,
avremmo un drammaturgo in meno”.
Will fece cenno a Yorick di parlare più piano. Anne, alle loro
spalle, stava versando il sidro nei boccali di legno, dove pren-
deva un sapore salmastro che pungeva la lingua.
“La peste: questa volta, si tratta di un’epidemia grave? in ogni
caso, ne puoi sempre tirare fuori una bella scena di massa per
i tuoi drammi.”
“Non è il contagio, che mi preoccupa. Tutti, la regina in testa,
sono convinti che siano stati i papisti a spargerlo. Una vendetta
della Spagna, d’intesa con la Francia. Le delazioni fioccano, e
hanno colpito anche una persona che mi era cara”.
Ora, fu Yorick a far segno a Will di parlare piano. Ma dei tra-
dimenti di suo marito, Anne non si curava da un pezzo. Sapeva
che il suo destino era di fare, dopo la zitella ingravidata, la
sposata vedova.

55
“Per quanto riguarda Elisabetta, tutto nasce dal fatto che Pem-
brocke è stato incarcerato, e il nuovo favorito che ha preso il
suo posto ha le gambe storte. Deve essere stato un trauma,
per lei, una volta spogliatolo, doverlo constatare. La Spagna
è stata battuta dai nostri corsari per la prima volta nella sua
storia, e non si riprenderà mai. Filippo II deve convivere con la
mummia di suo padre, all’‘Escorial’, come fosse il protagoni-
sta di certi goffi drammi che si danno adesso. A proposito, che
ne dici di uno spettro che appare al proprio figlio per chiedere
giustizia dei suoi assassini?”.
Yorick diede in una rauca risata che fece rintronare il pavimen-
to: “Tutto dipende da che cosa il figlio ha ereditato.”
“Alle volte, Yorick, ho l’impressione che sarebbe stato meglio non
mi avessi mai messo tra le mani quei libri. Guarda: le cose, intorno
a me, cambiano, e io perdo la testa in ciò che non è mai accaduto”.
Yorick prese a fissarlo attraverso il riflesso di un bicchiere, di
modo che il suo naso e le labbra parevano il doppio mento
di una rana: “Anche ciò che ti vedi intorno, Will, non è mai
esistito. Tu, hai avuto l’illusione di nascere – con un colpo di
reni, il buffone si drizzò sulle spalle di William finché non lo
rovesciò, mandandolo a picchiare con le spalle per terra – E
piantala con questa poesia da studente di legge rincitrullito dai
puritani il giorno prima delle nozze! Guardali, gli attori: nessu-
no prova minimamente ciò di cui ciancia tanto in scena. Hanno
i loro listelli di carta con sopra scritte le battute: ci sbattono la
testa ogni volta che entrano ed escono dalla botola scenica. Il
tono di voce rauco, gli viene dalla fiaschetta di gin che tengono
sotto il mantello da re – l’indice di Yorick si fissò tra il colletto
di William e la sua gola dove il pomo d’Adamo giocava la gi-
randola del naufrago – Tu dai troppa importanza ai sentimenti,
Will. Il teatro, si fa col corpo; la pancia, usala per mangiare”.
Anne stava servendo un sanguinaccio in salsa verde che a Will
ricordava il battesimo dei gemelli (“che bel bambino, Will!
Oppure, questa, è la bambina?” e giù un pezzo di sanguinac-

56
cio). “Ma dove diavolo hai imparato a fare l’attore?” gli diceva
Anne intanto che lo serviva. Da quando le aveva detto che sa-
rebbe andato a Londra con i guitti di Lord Strange, Anne si com-
portava come se suo marito, di notte, mentre lei dormiva, si fosse
sfilato la pelle di dosso, per indossare quella del dottor Faust.
“Latino, ne sai poco, Will; e Greco, meno ancora: come te la
caverai?”
Che la volesse lasciare, ma non avesse il coraggio di farlo, lei
lo capì da come, dopo la nascita dei gemelli, non le accarezzò
più i seni, quando, la mattina, appena alzata, tuffava i capelli
nella brocca, e il suo corpetto, slacciandosi, mandava le punte
a vibrare nell’aria come le mani di uno che stia annegando.
“C’è Chris Marlowe, a Londra, che mi aspetta. Lui mi insegne-
rà tutti i trucchi”.
Lei capiva che non le aveva mai perdonato l’essere rimasta
in cinta quella volta, tra le stoppie, dopo la festa di San Gio-
vanni, allorché lui era tornato indietro spezzettando nelle mani
la margherita del suo unico amore. Eppure, non l’aveva fatto
apposta; e con la natura, come lui, a Londra, avrebbe scoperto
ben presto, non si scherza.
“E Marlowe, quella volta: la prima notte che venne da te con i
bozzetti per il Tito Andronico, Will, volle un letto a due piazze?”
Will si riscosse, e rise: “Oh, Yorick: l’avessi sentito! mi chia-
mava ‘rilegatura del mio messale’, ‘mezzano della Madonna
presso ai giudei’. Sosteneva che una personcina così ammodo
come me, tra gli attori, avrebbe potuto giusto aspirare a fare il
candeliere in scena”.
La risata di Yorick prese un tono aspro; quasi di rivalsa: “E
invece, lui si è beccato, a nemmeno trent’anni, un pugnale in
mezzo alla fronte; mentre tu sei qui con noi, William.”
“Purché il fuoco non debba mai finire, Yorick. È questa la pre-
ghiera che tutte le mattina faccio, a fior di labbra”.
“Che cosa tiene mai in vita una carcassa come la tua, che tutti
la abitano, e non sa più nemmeno qual è la porta di casa?”

57
Will aveva bevuto troppo. Tutto oscillava davanti ai suoi oc-
chi, come il pendolo nell’ultima ora di Faust. Marlowe si era
divertito a fargli fare la parte dello studentello gabbato dal dia-
volo. “Un’altra atrocità, in questo Tito Andronico: e questa,
per i tuoi begli occhi, Will!” Ma si doveva per forza pagare il
sublime con la vita? Tutta quell’acqua stagnante, dal suo fega-
to marcio.
“Brindo alla nobiltà e alla vita”: diceva Chris, e intanto la sa-
pienza degli antichi era diventata, in lui, la negazione di Cristo.
“Che hai, Will? hai gli occhi fondi, e la bocca ti trema. Bada
di non credere tu per primo alle favole che vai imposturan-
do – Yorick lo sapeva scrutare negli occhi profondi prima che
l’ultima traccia del rimpianto avesse soffiato sulla candela – È
con me che devi parlare, e non col fantasma di Chris”.
“Forse, amico mio, ho presunto troppo da me, ed ora passo trop-
po tempo a sfilarmi di dosso gli occhi di chi in me ha creduto.”
“Per tutto questo, Will, lo sai, non ci saranno premi né punizio-
ni”: Yorick gli stava dando la mano, prima di frustare i cavalli;
poi il calesse si mise in marcia come se i topi della favola vi
fossero saliti a postiglione. Allora Will prese in braccio uno dei
gemelli e lasciò che il riflesso del sole sulla ruota brillasse sui
suoi capelli biondi.

Londra era invasa dai cani. Si prendevano i bocconi migliori,


tra i secchi di calcina e le ossa lasciate ad imbiancare al sole.
La peste non negava ai morituri il sollievo di un ultimo pasto.
Francis camminava sul ponte di Newgate con sotto braccio la
parrucca incipriata che avrebbe dovuto indossare a corte. Dopo
la congiura di Pembrocke, Elisabetta si era fatta guardinga. Più
di tutti, diffidava dei vecchi amici. Insieme a Pembrocke, ave-
va sotterrato tutto il proprio passato. Era cresciuta imparando
a subire o a far subire. Pochi sapevano che la sua verginità era
dovuta ad una malformazione. Poteva dare piacere, ma non
riceverne. Così, doveva sottomettere coloro che sapeva far go-

58
dere. Francis non l’aveva più rivista dai giorni in cui suo padre
era caduto in disgrazia. La miseria, per lui, da bambino, era
stata una strada senza selciato dove le ruote della carrozza sfri-
golavano, ma senza far rumore. C’era qualcosa di voluto, in
quella sofferenza che suo padre si portava addosso? Il bricco
del latte sulla soglia della stanzetta negli scantinati della cor-
te dove i consiglieri eletti a quella carica: “historian”, perché
non marcissero in mezzo alla strada, sfogliavano le cronache
di Elisabetta, in vista di un monumento di carta che non si sa-
rebbe eretto mai, ossessionava ancora Francis. Dopo il trionfo
sulla Spagna, auto-nominatasi “Gloriana”, la regina continua-
va a tenere in scacco l’Europa intera col rendersi inaccessibile
ai suoi sovrani. Eppure, la sua capacità di sedurre cresceva con
gli anni. Gli uomini, le piacevano; ma la sua impossibilità di
trarre piacere da loro le lasciava un potere incontrastabile. In
Elisabetta, a regnare, era la capacità di attendere: di non pren-
dere decisioni finché le decisioni non si fossero prese da sé.
Era stato così anche con loro: i Bacon. Elisabetta aveva ridato
a Francis il titolo che suo padre aveva perso per i debiti. Sape-
va, così facendo, di obbligarlo a riscattarlo; né, dal suo piccolo
“Lord Guardasigilli”, si aspettava altro.
Viola aspettava Francis in mezzo a Paris Garden. Portava un
cappello verde piumato, e delle brache a scacchi da studente
disposto a barattare il diploma di bachelor per una corona con
cui comperare tanta birra da scordare per sempre il suo Orazio.
L’accusa di spionaggio che le pendeva sul capo poteva costar-
le la testa, e la Compagnia del Lord Ciambellano: le vesti di
Virgil, il paggio di Warwick, erano l’unica speranza di riscatto
che le rimaneva. Agli attori, Elisabetta perdonava tutto. Gli at-
tori riscrivevano la storia. Avrebbero reso lecita anche la sua
successione senza figli. Il viso di Viola si era fatto più affilato,
come se le parole da imparare avessero fatto da lama tra boc-
ca e zigomi. I mercanti, al vedere il ragazzo attore, agitavano
le mani per mandarlo via dai loro banchi. I teatri all’aperto

59
convogliavano per Paris Garden tutti i borsaioli di Londra.
Le prostitute adescavano i loro clienti sotto quelle tettoie, per
poi consumare l’atto tra le gallerie dei posti scelti. Talvolta gli
attori dovevano gridare per soffocare i gemiti, e non rendere
farsa la tragedia che stavano recitando.
“Ho convinto Lord Hundson a vietare la vendita delle patate e
delle mele. L’ultima volta, sono stata colpita alla testa. Qual-
cuno, in platea, voleva vedere se gli riusciva di beccare il bal-
dacchino in fondo al palco, dove stavo sdraiata dopo essermi
infilata una spada nella pancia”.
Passò la ronda. Con grandi spintoni ammassò la folla ai due
lati e prese a guardare tutti in viso. Il comandante usava la pun-
ta della spada come un dito indice, e per un momento la posò
sul mento di Viola. La cosa più tremenda, pensò Francis, era il
silenzio che tutte quelle armi facevano, benché, all’allontanar-
si dei soldati, picchiassero ritmicamente il loro fianco.
“Alle volte, Francis, penso che abbia ragione Will: siamo tutti
morti, e non lo sappiamo.”
Francis prese Viola per una spalla, come avrebbe fatto un pre-
cettore con il suo discepolo. Da lì cominciavano i giardini di
Westminster, dove il labirinto dei cespugli rendeva impossibile
trovare il portale e i loggiati della reggia. A Elisabetta, come
misura di sicurezza, bastava. La regina, da quando l’Invencible
Armada aveva affondato l’orgoglio spagnolo, non aveva nemi-
ci, a Londra. Pochi conoscevano la battaglia a colpi di spie
che si stava combattendo tra l’Inghilterra e la Francia. Francis
provava per Viola la tenerezza che si ha per un compagno di
strada. Entrambi, erano destinati ad attraversare la loro epoca
come spettatori, senza poter in nulla offendere un destino che
li aveva solo sfiorati, per meglio prendersi gioco di loro. Alla
rotonda davanti al palazzo, due guardie incedevano sollevando
i ginocchi e facendo coi fianchi uno scatto che a Viola ricordò
due scimmiette. Una volta, in Francia, quand’era bambina, le
aveva viste, in una fiera, vestite da astrologhe, pizzicare con la

60
bacchetta i nasi dei curiosi che le fissavano trasecolati. Quando
si accorse di stare ridendo, era troppo tardi. Francis dovette
esibire il lasciapassare e tutti i particolari della propria con-
vocazione. Sì: il ragazzo era con lui, ma se ne sarebbe subito
tornato nella compagnia teatrale che l’aveva ingaggiato. Non
riusciva ancora ad abituarsi alla grande città. Con una capriola
Viola, in un attimo, fu la falda di un farsetto verde sollevata
dal vento. Francis sospirò di sollievo e si avviò, al seguito dei
due, oltre la soglia. Il loro modo di camminare non cessava di
stupirlo: gli ricordavano certi automi che aveva visto, a Ren-
nes, durante il suo viaggio in Francia, a casa di un filosofo
massone. Ce n’era uno che, quando il vento si insinuava nelle
fessure delle sue braccia, eseguiva un inchino compito. Un al-
tro aveva, al posto delle spalle, gli ingranaggi di una macchina
calcolatrice: se gli stringevi la mano, riusciva a moltiplicare
numeri di quattro zeri. L’androne del palazzo era coperto di
paglia; sopra, vi dormiva una gran quantità di postulanti, ognu-
no dei quali doveva proporre alla regina qualche sua diavoleria
da alchimista. Lì, i libri di occultismo si affiancavano ai trattati
di alta matematica. C’era nell’aria quella rancida stupefazione
che sempre si accompagna alle speranze deluse. All’apparire
di Francis scortato dai due soldati, le mani di tutti si levarono
verso di lui, che le scostava per passare, come il vignaiolo,
quando vendemmia, fa con i filari di pruni. Dopo quella stalla
degli ingegni, si aprì un corridoio nel mezzo del quale c’era
una sorta di sfera di vetro. Dentro, una donna tutta bianca, sen-
za sopraccigli: una creatura dalla deserta purezza non redenta
da nessun dolore, rideva e cantava. Intratteneva certi suoi im-
maginari ospiti; per essi mosse anche qualche passo di danza,
urtando più volte la testa contro la superficie di vetro. Quando
Francis le passò vicino, mise le dita nei fori che vi erano stati
praticati per farla respirare.
“Non toccatela, signore – disse uno dei soldati di scorta, mo-
strando a Francis il pollice della mano sinistra, fasciato – quel-

61
la è Ofelia: una dama di compagnia della regina. Era intima
dell’Essex, e dopo la sua morte ha tentato di affogarsi nello
stagno del parco regale; ma i vestiti l’hanno tenuta a galla fin-
ché non siamo riusciti ad intervenire. Da allora, se ne sta lì.
Quando Elisabetta vuole essere ben certa di avere ancora il suo
senno, viene qui e la osserva cantare”.
Le parole di quella canzone erano, a Francis, incomprensibili.
Mosse le labbra, ma “non chiedetele nulla! – intervenne l’al-
tro soldato – non vi direbbe di che cosa parla la canzone; ma,
in compenso, racconterebbe certi segreti della sua vita che lei
stessa, per sopravvivere, ha dovuto dimenticare.”
La terza stanza ospitava il laboratorio di uno scienziato. Rospi
e salamandre stavano immersi in una bacinella. La loro testa
era bloccata tra due morsetti di rame. La lingua oscillava, come
appesa, fuori della loro bocca, e mandava scintille violette. Una
spessa nube di fluoro inondava tutto; quando Francis alzò la testa
verso il soffitto percorso da lampi argentei, lo fece tossire.
“In questa stanza – fece il soldato che li scortava dalla parte
sinistra – il maestro Silesius cerca la sorgente di ogni materia
vitale. La nostra regina lo ha sottratto al braccio dell’Inquisi-
zione, e gli ha dato ricetto qui. Forse, dal suo genio, un giorno,
avremo il rimedio contro la morte”.
Francis guardò sotto al bancone pieno di storte, provette e am-
polle, e vide quelli che dovevano essere i piedi dell’illustre
scienziato spuntarne fuori come primule allo sciogliersi dei
ghiacci. Comprese che l’elemento alchemico principe, per di-
venire immortali, è l’alcool.
La quarta stanza era una biblioteca illuminata da doppieri in
fila sulla parete di pietra a bugnato. Tutto lo spazio restante
era occupato da un leggìo a mensola che girava tutto intorno,
e curvi sul quale una dozzina di vecchi compulsavano antichi
codici facendo certi rumori con la bocca come ne stessero smi-
nuzzando tra i denti le parole, una per una. Ogni tanto tiravano
su da terra un braciere, vi mettevano il codice e poi, avvicinan-

62
dolo ad uno dei doppieri, gli davano fuoco.
“Questa è l’‘Accademia della memoria’. Qui, i più grandi
mnemotecnici del regno si mettono alla prova col mandare a
mente preziosi testi la cui unica copia, infine, per essere certi
della riuscita, si impegnano a distruggere col fuoco”.
“Caspita! e succede mai che, così facendo, essi privino l’uma-
nità di qualcuno dei suoi tesori?”
“Ciò, avviene quasi sempre; infatti, il ricordo di quanto han-
no letto non perdura, in loro, che pochi minuti. Ma credo sia
giunta l’ora di accedere alla stanza delle dame di compagnia di
sua maestà. Siete ben fortunati, estranei quali siete, a poterne
godere il fulgore”.
La sala in cui sfociava la teoria delle stanze era tutta circondata
di un marmo bianco alto fino al soffitto dentro al quale erano
disegnate delle finestre a bifora. La luce veniva da un lago ar-
tificiale, al centro, dove si riflettevano i raggi del sole pioventi
da una cupola di vetro. Le damigelle erano tutte addobbate di
nastri bianchi e blu, con alle dita degli zaffiri che scintillavano,
mandando i loro riflessi sulle pareti. Ogni tanto, qualcuna di
loro apriva la bocca senza dir niente; allora una risata silenzio-
sa le scuoteva tutte come un’onda.
“La cosa è evidente – reagì il solito armigero allo sguardo in-
terrogativo di Francis – la regina le vuole allegre; però, al con-
tempo, non ama la confusione.”
“Dai tempi della mia presenza a corte, vedo che molte cose
sono cambiate. Allora, la regina non pensava che ad evitare
ogni confronto tra il Papa e la Chiesa d’Inghilterra”.
Le ragazze si presero per mano e disponendosi sulle sponde
del laghetto cominciarono, in assenza di qualsiasi musica, a
mimare una gagliarda alla quale, avvinto dal loro cerchio, an-
che Francis dovette partecipare. Impassibili, i due armigeri lo
aspettarono, insieme a Viola, sulla soglia che portava alla stan-
za del Lord Cancelliere: Walter Raleigh. Nell’entrarvi, Francis
venne sopraffatto dal fumo: si inerpicava in lunghe spire su

63
per il legno alle pareti e le coste dei libri: pareva provenisse
dalle basette di quell’allampanato gentiluomo che, una pipa
di schiuma in bocca, osservava i visitatori con sovrana indif-
ferenza. Tra i Pari del regno, Raleigh era l’unico fumatore.
Lui stesso aveva fatto importare il tabacco dalla Virginia, così
chiamata in onore della “vergine regina”. La cosa contribuiva
al suo isolamento, del quale, egli, orgogliosamente, menava
vanto come della circostanza più appropriata per colui nelle
cui mani stavano le sorti del controspionaggio inglese. All’en-
trata di Francis, gli armigeri, con un inchino, si ritirarono, por-
tando via con sé Viola, la cui presenza inattesa Raleigh pareva
non aver gradito. Senza nemmeno accennare ad un saluto o
un invito a sedersi, “come ve la cavate, sir Francis, con quel
codice cifrato del quale, quand’eravate ancora qui a corte, mi
mostraste la chiave?”
“A dire il vero, sono un po’ giù di esercizio, milord.”
“Sono stato io a richiedere la vostra presenza qui. Dobbiamo
porre fine a questo passaggio di informazioni verso l’amba-
sciata francese nel quale, peraltro, anche il vostro Philip Sid-
ney appare coinvolto – Francesco ebbe un moto di stupore, e
poi di spavento – Oh, non vi preoccupate! sappiamo che l’uni-
co legame tra voi è stato la comune passione per la scienza.
Tuttavia, vorrei chiederle se vi risulta di qualche contatto tra
Sidney e Christopher Marlowe, cui la militanza per la Spagna
è costata, recentemente, la vita”.
“La casa di sir Philip, per me, era il luogo in cui si adunavano le
collezioni di storia naturale più belle del regno; niente più. Non
credo che un misantropo disgustato dal vizio come lui potesse
coltivare l’amicizia di Marlowe: una sorta di demonio in terra”.
“Bene: e questo valga a rendervi certo che vi crediamo sulla parola.”
Ad un cenno della mano, un nano fino ad allora nascosto alle
spalle del Lord Cancelliere aprì la porta, ed Elisabetta fece il
suo ingresso nella stanza. La sua fisionomia era più sofferta di
come Francis la ricordava: aveva della gazza, per il naso e il

64
mento affilati come una lama, e dell’avvoltoio, data la stempia-
tura con cui, alla maniera francese, accentuava il diradarsi dei
capelli sulla fronte. I suoi occhi, però, avevano la stessa espres-
sione di allora, quando al figlio del regio “historian” sembrava
sempre intenta a guardare da un’altra parte. Era quell’attenzio-
ne disattenta, a conferirle potere sui propri interlocutori. Con
l’età, i capelli le si erano arruncinati sulla cocuzza come soldati
presi d’assedio. Cercava di riportarli alla loro gravità naturale
con la cipria, che ad ogni scoppio d’ira si levava in volo sui
suoi interlocutori, come l’arcobaleno dell’Alleanza: conscia
della qual cosa Elisabetta, ora, pur rossa in viso “vi ho fatto
venire qui, Lord Francis – disse quasi sussurrando – perché
ho sempre avuto tanto caro vostro padre da presumere il figlio
possa consolarmi, in certa misura, della sua perdita – Francis
ebbe uno svolazzo con la mano che significava qualcosa come
“vedremo”, e che giunse ad Elisabetta quasi come un attentato
di lesa maestà – Comunque, non credo che l'accapigliarsi con
gli aristotelici sia la maniera più adatta a riassestare le vostre
sventure pecuniarie. Il qui presente Lord Cancelliere ha già un
mandato di comparizione pronto per voi. La Torre di Londra è
il luogo più adatto per non contrarre altri debiti”.
Francis si pose la palma della mano sotto il mento, compiaciu-
to di poter assistere in prima persona ad una di quelle esibizio-
ni di strapotere tirannico di cui aveva tanto letto negli antichi.
Eppure, ad Elisabetta, non si poteva volerne; tanto franco era il
modo in cui esercitava il capriccio della sua autorità. Facendo
un cenno a Raleigh, la regina gli ingiunse di portare una carti-
na arrotolata che, una volta aperta, copriva dalla testa ai piedi
la figura del dignitario. L’Europa vi appariva spartita a seconda
delle zone di influenza: protestante o cattolica. Sull’Inghilterra
c’era un grande punto interrogativo, sul quale Elisabetta posò
subito il proprio indice grassoccio: “Come vedete, Bacon, il
futuro deciderà se questa nostra fede sottratta all’autorità pa-
pale potrà sopravvivere alla mia morte. Così come siamo, non

65
possiamo che attirare l’ostilità di entrambi: papisti e riformati.
Per questo ho pensato a voi – Elisabetta, la donna più alta del
regno, si avvicinò a Francis, che ne avvertì il sentore di talco
mentolato: quasi un riflesso di quegli occhi porcini in cima
alle gote sèriche, come modellate da un maestro della creta
– Ci sono note, milord, certe vostre frequentazioni delle scene
londinesi, nonché di impostori che si fanno passare per ragazzi
anglicani – Francis si chiese se sulla Torre di Londra facessero
ancora il nido quegli insopportabili corvi da cui il sonno di suo
padre era stato così spesso guastato – Bene: noi vi ordiniamo
di dare a queste vostre frequentazioni una regolarità capace di
fugare ogni sospetto si tratti di un'infatuazione passeggera. Del
resto, so che classificare caratteri è la vostra passione. Passare
dalla natura agli umani temperamenti, non costituirà un cam-
biamento significativo”.
“Resta il fatto, mia sovrana, che non ho mai fatto esperienza di
scene, né di drammi.”
“Marlowe, quando l’ho spedito a fare da ‘scuoti-scena’, di
esperienza, ne aveva meno di voi. Era un giurista cui era stato
interdetto per alcolismo l’accesso al foro londinese. Indossare
la pelle di leopardo della spia ha in sé qualcosa che induce a
primeggiare nell’arte dell’ipocrita. Purtroppo, come voi sapre-
te, Marlowe ha voltato ben presto gabbana. Gli spagnoli sanno
dove andare a pescare i loro corrotti sicari”.
“Ma perché tutta questa enfasi sul teatro, da parte di chi le su-
periori ragioni della storia…”
Elisabetta diede in una risata che le torse le spalle. La cipria av-
volse la stanza in un riflesso quasi violetto, per come la vetrata
rossa vi mescolò la luce del sole. Il Lord Cancelliere rideva ap-
poggiato vicino allo stipite, per dare a vedere che partecipava
all’emozione della regina, sì, ma solo di lontano.
“Lord mio bello, degno figlio di vostro padre. Lo sapete che
cos’è, il teatro? un’orazione perenne il cui pulpito poggia sui
secoli e sui cuori degli eroi. Un monumento di marmo al po-

66
tere regio che, in più, canta e balla. Datemi la polveriera dei
cuori, e in mano un verso capace di commuovere, ed io farò
saltare i regni cattolici senza muovermi da questa reggia”.
Per un attimo, i suoi occhi avevano ripreso l’antico fulgore, ed
in Francis era riaffiorata la stessa paura dei suoi giorni infan-
tili. Si inginocchiò ai piedi di lei, quasi a stornarne la maestà
puramente fisica: quel senso di onnipotenza tronfia del proprio
volere che i gomiti puntati verso le pareti e i fianchi sollevati
dal busto imprimevano al viso della regina. Il Lord Cancelliere
ne nutriva la boria col suo silenzio, dal quale si levava l’eco di
un applauso nato all’alba dei tempi.
“Il regno della chiesa è, oggi, una galera dentro cui le questioni
ultime proteggono la scrofola, la demenza ereditaria e questo
nuovo morbo venuto da oltre il mare: la sifilide. Tutti i re d’Eu-
ropa, prostrati dinanzi al Papa, sono buffoni che sconciano la
loro dignità di sovrani per diritto di Dio. Voi, Bacon, farete ve-
dere a tutti, lo scettro di quei monarchi, di che lacrime grondi
e di che sangue”.
Francis ricordò la festa dei suoi sette anni, alla reggia. L’artifi-
ciere regale aveva fatto volare una torta di panna sopra i con-
vitati, e al suo rovesciarsi tutti si erano ritrovati avvolti in una
fraterna massa lattiginosa. La testa della regina, quella sera, era
adorna di stelle. La civetteria con cui fingeva di trattenere an-
cora per un momento, nel mentre si volgeva, la mano in quella
di chi stava lasciando, faceva pendere tutti dai suoi sguardi.
Poi, quando nessuno la vedeva, il suo volto si ripiegava sulla
caligine della sua mancanza di illusione; finché nel palazzo
della ragione le luci della festa si spegnevano, ad una ad una.
Uscire dalla corte fu più sbrigativo che entrarvi: Francis venne
sospinto per un corridoio e liquidato attraverso una porticina
laterale che dava su di un prato. La passione regale per la mes-
sinscena giustifica la stranezza del tutto. Viola, non era lì ad
aspettarlo. Ora, doveva ritrovarla e indurla a dividere con lui la
sua nuova vita di attore, sapendo che gli sarebbe stata, al primo

67
sospetto, nemica. Sarebbe stato difficile motivare quel suo ab-
bandono di Cambridge, e delle scienze naturali; ma solo così la
regina avrebbe ridato al blasone dei Bacon l’antica dignità.

Francis tornò a Cambridge carico di pensieri. Non si sarebbe mai


aspettato di incontrare, appena entrato nella sua camera di studen-
te, che non divideva con nessuno, Thomas Nashe. Stava sdraiato
sul lettuccio, leggendo un manoscritto che Francis aveva dedicato
ai vari tipi di errori di logica in cui gli uomini incorrono per lo
stratificarsi annoso, nella loro mente, dei luoghi comuni.
“Eccellente, Francis – fece alzandosi per metà dal letto, nel
mentre gli tendeva il frutto del suo ingegno – Ma tutta que-
sta fiducia nell’umanità: l’idea che basti illustrare ad essa le
ragioni della propria insipienza per farne una massa di esseri
intelligenti: be’, lasciami dire che vi trovo tali motivi di riso da
indurmi quasi ad accomiatarmi in fretta da te”.
“Il ricorrere, nel parlarmi, al tuo stile più elaborato, è segno
che mi vuoi vibrare un fendente alla schiena?”
“Io, Francis? E che motivi avrei mai? non mi sei né scherano,
né nemico. Tu ti occupi di filosofia; non potrai mai arrecare
noia alla mia arte. Ti dico soltanto che, al posto tuo, un Chri-
stopher Marlowe non avrebbe sprecato il suo genio a perlustra-
re l’osseo nitore dei massimi sistemi, quando gli era dato di po-
ter stringere tra le braccia la carne viva delle passioni – Nashe
si era volto verso la finestrella ogivale da cui si intravedevano
solo due nuvole in reciproca infusione di vapori. Quando si
volse fece uno scatto con le mani, come a voler ricatturare le
parole che si era lasciato sfuggire –Naturalmente, l’esempio
era mal posto. Tutti sappiamo come l’attività teatrale fosse,
in Marlowe, un pretesto per influenzare l’opinione pubblica
verso la paura del giudizio divino, e l’attesa del castigo. Quel
grande Papa delle parole cercava, gesticolando i suoi versi, la
mano dell’imperatore Filippo II, ed entrambi preparavano, nel
gran pentolone di interiezioni orrifiche, le membra degli angli-

68
cani disciolte nel cinismo del gioco scenico”.
“Non invidio certo i tuoi attori, se per giungere al cuore dei
tuoi copioni devono sbrogliare, ogni volta, questa rete intricata
di immagini.”
Nashe si fece sotto a Francis con le mani dal palmo aperto por-
tate al petto, quasi vi reggesse chissà quali tesori: “Ma è que-
sto che il pubblico londinese chiede agli attori, Francis. Sai?
dovresti provarci anche tu. Col tuo talento analitico non ti do-
vrebbe essere difficile. In fin dei conti, si tratta solo di arrestare
il divenire di un’emozione, smontarla nelle sue componenti
fondamentali e tradurne l’ambiguo bagliore in quel chiaroscu-
ro che cela in sé ogni cosa, qualora se ne riconosca la naturale
permanenza al di là della nostra morte”.
Francis stava con le braccia irrigidite sul busto, in un atteggia-
mento di interno furore ad un passo dalla collera esibita: “C’è
qualcosa di osceno, Thomas, in questo tuo compiacimento per
la morte di ogni cosa.”
“Ogni cosa, Francis? Oh, no! non la pietra, non la stella, non
la morte stessa”. L’orbitare di quelle parole intorno alla stanza
diede a Francis una vertigine: “Parla! che cosa vuoi?”
“Io? niente: volevo solo avere il piacere di scambiare con te
alcune ipotesi sul teatro, e su come esso riesca ad influire sul-
la dinamica delle umane emozioni. O pensi che si possa, col
teatro, ottenere qualche effetto pratico, che non sia il far tra-
scorrere alle persone ivi convenute alcune ore di fuga dalle
loro meschinità quotidiane? Per esempio: tu credi che la fero-
cia di Tito Andronico possa, squartamento dopo squartamento,
mettere in ridicolo la morbosità con cui i papisti esibiscono il
martirio di Cristo sulla croce: il putrèscere del suo corpo di
carne e sangue?”.
“Vattene, Nashe. Lascia questa stanza, e torna ai tuoi intrighi
di parole che si ficcano nelle tempie come pugnali”.
“Andiamo, Francis: se, in futuro, dovremo essere nemici, biso-
gnerà pure che impariamo a conoscerci bene, noi due! Oppure,

69
più che di me, è di te stesso che hai paura? Eppure, ti conosco
forte, e ben fondato nelle tue opinioni. Quanto alle emozioni,
non saprei; non ti conosco abbastanza – Nashe stava fissando
le tempie di Francis come fossero le valve di una conchiglia
– E tu, ti conosci? puoi garantire di saper controllare te stesso?
Sai: un drammaturgo è come un timpano poggiato sul cuore
umano. Ogni rumore un po’ più forte ne può spezzare la fibra.
E lui sa che nessuno, allora, lo aiuterà. Nessuno perdona ad un
drammaturgo di averlo fatto scoprire a se stesso più meschino
di quanto mai si sarebbe mai permesso il ritenersi”.
Si tolse il cappello in un inchino rigido e cerimonioso che a
Francis parve in tutto e per tutto la caricatura di quello del Lord
Guardasigilli, e poi scomparì attraverso la porta senza far ru-
more, come uno spirito di cui sia a lungo temuto l’apparizione,
e che ora non si vorrebbe più andasse via. Francis rimase con
la sensazione di aver visto se stesso venirgli incontro e svanire
nelle fessure di un tempo che mai sarebbe stato vissuto. Sen-
tiva che ad altri sarebbe toccato il compito di concludere ciò
che in lui cominciava. La sensazione che d’ora in avanti non
avrebbe più potuto controllare la propria stessa esistenza, gli
dava un senso di contenuta euforia. Prese a imballare i pochi
vestiti che il banco dei pegni: l’armadio dei poveri londinesi,
gli aveva lasciato in momentaneo deposito; alcuni libri, certe
polveri minerali delle quali doveva ancora controllare l’esi-
to in acqua, molti arnesi da taglio e le provette indispensabili
alle sue ricerche sui composti chimici. La sua insipienza delle
convenzioni teatrali, dopo la visita di Nashe, non lo spaventa-
va più. Avrebbe applicato allo studio delle passioni umane gli
stessi principi che avevano da sempre guidato la sua indagine
dei fenomeni naturali. Le dinamiche delle passioni erano le
stesse che tenevano fisse le stelle in cielo, e le rocce conglo-
bate intorno al loro nucleo più antico. Si trattava solo di esten-
dere all’osservazione dell’uomo quello stesso compiacimento
per l’eterogeneità irriducibile del tutto.

70
II.

Decretarono tutti che le galline se ne dovevano andare. Una di


loro aveva portato in giro per tutta la scena la palandrana sotto
cui Riccardo III nascondeva la gobba. Quel nuovo personaggio
di Will era già troppo audace perché ci si potesse permettere
che Richard Burnbage, col rendersi ridicolo, perdesse la presa
sul suo drammaturgo.
“Di’ un po’, Will, ma mi vuoi far recitare curvo in avanti tutto
il tempo? e la messa di voce? – Will agitò leggermente le mani
attorno al busto, con quella composta benevolenza che Richard
detestava in lui – Se non ti vien fatto di arrabbiarti mai, come
puoi riempire di delitti questi tuoi copioni?”.
“Mi basta osservarti provare il ruolo precedente a quello che
sto scrivendo, Richard”: Will sorrise e si volse per tornare nel-
la stanzetta sotto il tetto della locanda in cui scriveva. Richard
si cavò di dosso la palandrana e gli tirò dietro il cuscino che
faceva da gobba finta: “Lo sentite? – si rivolse al resto della
compagnia, che lo osservava da piedi del palco – Quando lui,
nella sua testa, ha disegnato un carattere, quello deve restare
così. L’attore è un fantoccio; anzi, un automa, come quei Go-
lem in bocca ai quali i rabbini ebrei mettono le formule magi-
che per farli rivivere”.
Will si affacciò alla finestrella: “Golem, hai detto?”
Richard agitò il pugno contro di lui: “Golem, sì, imbrattacar-
te che avrà letto in tutta la sua vita due libri! quei cadaveri
che possono essere richiamati alla vita dalla sete di vendetta di
qualche ebreo, e che, quando hanno avuto una libbra della tua
carne, ridiscendono nella tomba”.
“Come dici? c’è un ebreo che vuole una libbra della tua car-
ne?” Will richiuse la finestra.
“Eccolo! – Richard si volse di nuovo al suo pubblico – Lo ve-
dete? è un parassita: qualsiasi cosa ad uno cada dalla bocca, lui

71
se ne nutre. Ma che stiamo facendo? Recitiamo l’uno per l’altro,
come questo fosse un circolo di aristocratici? Dov’è Virgil?”.
“Il paggio? – disse John – Il filosofo di Cambridge, che è stato
a corte, gli sta insegnando a danzare come una damigella”.
“Vi ho già detto che noi, quel tale, non sappiamo neanche chi
sia. E se fosse una spia dei papisti?”.
Richard si era messo a cavalcioni del palco, dove Emmy gli
stava provando una serie di tinte per la faccia che dovevano
farlo cotto dal sole e dal rovello.
“Se è per questo, Richard, tutti, a Londra, potrebbero essere
spie dei papisti; anche tu.”
“John: Virgil, l’ho affidato a te. Quando conti che andrà in
scena?”.
“Appena Will avrà pensato per lui qualcosa di adatto. Non ha
alcun dono per le parti liriche. Converrà metterlo al fianco di
Kemp, il nostro recente acquisto. Non ho mai visto uno svam-
pito più lunare di lui”.
John aveva preso una sedia senza distogliere gli occhi dall’ami-
co; quando, al primo strattone, ne vide fuggire una gallina che
vi si era appollaiata, cominciò ad inseguirla per tutta l’aia, tra
gli applausi e gli incitamenti dell’intera compagnia.
“Si può avere un po’ di silenzio? – Will comparve alla finestra
dell’abbaino: era così basso che di lui si scorgevano solo la
fronte e gli occhi – Ho solo una settimana per finire le parti,
visto che un’altra ce ne vuole per farvele imparare”.
Richard scrollò le spalle: “Cinque ruoli alla settimana, ed uno
nuovo ogni quindici giorni. Quanto ci vorrà prima che sul mio
cervello venga tirato il sipario? Per te, Will, è facile: gli spettri
sono tutti uguali”.
“Preferisci che Thomas Nashe e George Peele inondino le sce-
ne di drammi nuovi, senza che noi possiamo farci niente?”
“Non è questo: è che io, Will, davvero non capisco come tu
possa concepire tutti questi ruoli drammatici, quando, di tuo,
non sai impersonare nemmeno un carrettiere al quale abbiamo

72
appena rubato il somaro.”
“I caratteri, Richard, sono vestiti che possiamo indossare e
smettere a nostro piacere.”
“Dammi una giusta mescolanza di umori diversi, ed io farò di
essi un carattere. Allo stesso modo, ogni minerale trae il suo
colore dal temperarsi in esso di pietre dalla diversa densità”:
intervenne Francis. Stava gettando del becchime alle galline,
che si affollavano intorno a lui
“Ecco, John, lo vedi? ci sabota”. Burbage batteva i piedi di
impazienza.
“Nient’affatto, Richard. Provare un ruolo in mezzo al becchet-
tìo e gli schiamazzi aiuta ad astrarsi dai sentimenti del perso-
naggio. Così, non si corre il rischio di sovrapporvi i propri”.
“Ah, è questo, Francis, ciò che chiami realismo? che logica da
gesuita! Mi sa che hai ragione tu, John: costui, è una spia dei
papisti”.
“La finzione è la forma migliore di realismo, Richard. Noi at-
traversiamo la vita come in un sogno il cui ricordo è tanto più
grande quanto più tempestivamente siamo stati svegliati”.
In quel mentre Viola, travestita da Virgil, uscì dalla locanda.
Vestiva un corsetto verde su cui era ricamato il muso di un dai-
no. Ai piedi aveva dei calzari sfrangiati, come radici confitte
nel terreno. Intorno alla sua testa una corolla di rami si intrec-
ciava fino intorno alle orecchie. Tutti risero, soprattutto perché
il ragazzo aveva un’espressione mesta e raccolta.
“Sappiate che state ridendo della sapienza druidica, per la qua-
le la natura è un grande animale vivente.”
“No, Will – fece John – io rido all’idea che questo travestimen-
to risvegli in te il ricordo di quel guantaio che fu tuo padre; al-
lora ti avventerai su questo giovane daino dalla morbida pelle,
e noi avremo un ragazzo in meno, e strani guanti che, una volta
indossati in scena, ci renderanno famosi.”
Virgil non faceva caso a quei discorsi. Sembrava in ascolto
di qualcosa: un mormorio che avvolgeva l’immaginaria fore-

73
sta. Quando si accucciò a metà del palco, flettendo l’elegante
fianco nel mentre, il palmo della mano sull’orecchio fiorito di
ranuncoli, prestava ascolto al fruscìo da lui solo avvertito, tutti
lo stavano a guardare intenti. La risata che gli squassò i fian-
chi gli fece portare alla bocca un tricorno di idromele. Poi si
asciugò la bocca, e con le gote gonfie fece l’atto di sputare il
liquido addosso a quanti lo stavano osservando; allora tutti si
trassero da parte. L’applauso tributato a Virgil fece arrossire
Viola di gioia.
“Kemp, vecchio mistificatore: credo tu sia stato il nostro mi-
gliore acquisto da molto tempo in qua.”
Kemp entrò nel cortile allargando le mani: “Io gli ho solo pre-
stato il mio primo costume di scena, John. Il resto, è tutta opera
sua”.
Kemp era smilzo e schiacciato a terra come un ragazzino cre-
sciuto a segale. Era l’unico buffone ad emergere nei ruoli di
foresta. Con una selva di rami intorno alle braccia, la capiglia-
tura cosparsa di foglie, e tralci d’edera allacciati intorno alla
vita, ondeggiava sotto la sferza di immaginari venti. Di lui si
diceva che, non appena apriva bocca, veniva l’inverno; a tal
punto era nota la sua stupidità.
“Virgil, coboldo dagli occhi di un monsignore, e come ti è venu-
to in mente di auscultare la terra, quasi fossi Aristotele in perso-
na?”: Will, dalla sua finestrella, pareva divertito e ammirato.
“Francis mi ha insegnato che la terra è un essere vivente. Per
ogni stella che spunta al tramonto, c’è un fiore che ne accoglie la
luce. Ed ogni suo colore nasce dal bianco, e al bianco ritorna”.
“Quanta poesia, per un presunto genio della meccanica – John
aveva il cipiglio di quando qualcuno tra i gentiluomini seduti
sul palco cominciava a dargli la battuta recitando il sonetto che
aveva scritto per qualche bella dama sbirciata in platea – Intan-
to, del suo tanto decantato progetto scenico, non abbiamo visto
ancora neanche un disegno”.
“Che bisogno ce n’era, per il Riccardo III? Lì, la dinamica

74
delle passioni esaurisce per intero la scena.”
“Ma certo, o bardo di Stratford! nel Riccardo III, ogni bestem-
mia è un argano, ogni scatto d’ira la manovella di un montaca-
richi che alza il tiro del pubblico. Vedrete quante mele e patate
ci beccheremo in testa! – Richard distingueva gli esiti delle
prime rappresentazioni in base ai luoghi della sua testa in cui
esse lasciavano bernoccoli. Se erano in nuca, il difetto stava
nei monologhi recitati dando la schiena al pubblico; se in fron-
te, nelle scene di furore, dove i suoi occhi dovevano saettare
l’ira – Senti, Will: non me lo potresti fare deforme anche nella
testa, questo Riccardo III? così, magari, sulla nuca ci metto un
guscio di rame nascosto sotto un’escrescenza modellata con la
fecola del grano – batté le mani – Suvvia: adesso, ricomincia-
mo. E fate tacere quelle galline, perdìo!”
Richard prese ad attraversare il cortile da un lato all’altro, zop-
picando. Si sfregava le mani, guardandosi intorno con fare cir-
cospetto.
“Come può uno zoppo, il cui equilibrio dipende dall’asset-
to delle mani, andarsene in giro fregandosele a quel modo?
– Francis non si rese conto di avere parlato. D’improvviso, il
personaggio di Riccardo III gli era apparso come un agglome-
rato di ruote e di pulegge, nel cui intrico meccanico di azioni e
reazioni si esauriva per intero la dinamica dei sentimenti – Se
atteggi il corpo nel modo giusto, Richard, la giusta espressione
dei sentimenti ne deriverà spontaneamente”.
Sul volto di tutti passò quell’ombra che accade quando il mon-
do muta colore.
“Se quello che dici è vero – reagì John – che ci sta a fare Will,
appollaiato lassù, a riempire i suoi fogli di parole?”
“Dipinge scenari: ecco che cosa fa”: Francis non si era mai
sentito così sicuro di sé.
“Hai visto, John? e poi ci lamentavamo delle galline. E inve-
ce, a metterci becco, ora ci si provano anche i meccanici – Lo
sguardo che Richard rivolse a Francis aveva quella tranquillità

75
che nasce dalla presunzione della ragione – Stammi bene a
sentire, Francis: noi ti abbiamo accolto perché hai vantato la
tua competenza nei macchinari di scena. Il resto del lavoro,
lascialo fare a noi – squadrò Virgil, ancora intento nella sua
fantasia scenica di fauno – E togliete quel ragazzo di lì! volete
negare ad un povero zoppo anche lo spazio dove arrancare?”
Si udì lo schiocco della finestrella di Will che si chiudeva; poi,
in un gran tramestìo di galline, Francis tornò dentro la locanda,
e si portò con sé Virgil.
“La tua naturalezza in scena è prodigiosa, Viola. Ti sei conquistata
la compagnia al primo colpo, mentre io sono stato così goffo…”
“Goffo? Oh, no! loro, sono fatti così: quando qualcosa li colpi-
sce, si arrabbiano. Vorrebbero averci pensato per primi. Pensa:
se riuscissimo a trovare le molle che nel corpo muovono gli
arti, e i tratti del volto, per effetto delle passioni, allora il reci-
tare diverrebbe una scienza”.
“In questo caso, però, ci si accuserebbe di negare l’anima, e
verremmo condannati tutti al rogo.”
“Lo sai bene che l’anima, con gli atti e le parole, non si può
esprimere.”
“Eppure, se ognuno di noi rinunciasse a mettere in mostra la
propria anima, l’anima del mondo splenderebbe nel cielo degli
uomini come una nuova luna.”
“E con le parole, lo si può fare?”
“Se si fa, delle parole, gesti, sì.”
Un urlo collettivo li riscosse dai loro pensieri. Si andava a
tavola. Da quando Lord Hundson aveva deciso di erigere un
grande teatro di legno, si pativano pranzi da fame.
“Secondo me, Hundson ci nutre a patate e cavoli lessi perché
così, a forza di rimpicciolirci, spera che abbiamo bisogno di
un teatro più piccolo”: Richard addentò un pezzo di pane nero
e, quasi fosse l’elastico di una fionda, durò fatica a liberarne
un molare.
“Per parte mia – replicò Kemp – ogni volta che vedo una pata-

76
ta, mi sorge un bernoccolo sulla fronte.”
Will non si vedeva. Richard chiese che si andasse a chiamar-
lo. Tutti sapevano che la zuppa, di lì a pochi minuti, sarebbe
diventata immangiabile. Decisero che ci doveva andare l’ul-
timo arrivato: Francis. Trovò Will che dormiva piegato sul-
le sue carte. Ne approfittò per buttarvi l’occhio: c’era solo un
quadrato ripartito in caselle ognuna delle quali era riempita dal
figurino di un personaggio. Francis ebbe l’impressione che,
avesse fatto girare il foglio, si sarebbero tutti quanti animati.
Will si riscosse di colpo e si volse verso Francis. Appena lo
ebbe inquadrato con gli occhi, con un rapido moto della mano
fece sparire il foglio sotto la tavola.
“Scusa, Francis: a forza di vedersi i copioni messi in scena da
qualcun altro, si diventa pazzi. Basta che qualcuno venga di
nascosto alle prove, e se niente niente sa un po’ stenografare, ti
senti sparare addosso, di lì a poco, appena vai a teatro, un’in-
salata delle tue parole, senza alcun senso”.
“Insomma: qualcosa di simile alla sbobba che ci aspetta di sot-
to, a tavola.”
In quel mentre, Lord Hundson stava procedendo lungo lo
Strand, con i suoi bracchetti allacciati al guinzaglio. Si tratta-
va di quattro pezzati col muso nero che procedevano con tale
simmetria da parere i quattro assali di una carrozza. La loro
unica deplorevole abitudine era mettere il muso sui banchi dei
verdurai, per saggiare la qualità della merce. Ora, il colorito
vegetale del loro muso indicava per quale via Hundson fosse
giunto fino alla riva del Tamigi su cui i suoi attori preparavano
il debutto autunnale.
“Come sono i pomodori, milord? – disse , alzando la testa dal
piatto, quando vi vide tuffato dentro il grugno del cane – A giu-
dicare dal sugo rossastro che fa del suo Mercuzio un regicida
marlowiano, la stagione piovosa è stata di giovamento”.
Mercuzio, più che un cane, era il barometro della miseria. Con
quella sua coda puntata sempre contro vento, e le zampe pie-

77
gate in dentro come quelle di un fantino, le tracciava la rotta.
Dove c’era quel cane, i guai erano già lì; e se non s’erano an-
nunciati, era perché avevano finito i biglietti da visita. Mer-
cuzio ritrasse schifato il muso dalla broda pastosa e si mise a
sfregarlo contro le brache di Francis, che era appena sceso al
seguito di Will.
“Ah, ecco Will – fece Hundson, guardando tra la porta d’entra-
ta e l’orecchio destro del suo interlocutore, come fosse distrat-
to da qualcosa di importante – Abbiamo assunto un dilettante
che voleva fare l’attore, e ci siamo ritrovati un drammaturgo.
Ma non sapevamo che fossi stato a scuola da Marlowe. Gran
brutto colpo per il teatro, la sua repentina fine”. E Hundson
guardò in basso, dove Brabazio, uno dei botoli, stava cercando
di fecondare lo stivale di Francis, la cui espressione di racco-
glimento, tesa a ben figurare, ne patì non lievi danni.
“Francis Bacon, milord – accennò Will con grandi cenni della
mano – Uno dei più inventivi meccanici di scena che io co-
nosca. Sa far volare gli angeli semplicemente pizzicando una
corda; al modo in cui Dio, pizzicando l’arpa, li convoca a sé”.
“In nome del cielo, Will, spero non sia per queste metafore che
ti pago.”
“A proposito, Lord – esclamò John con quegli occhietti tondi
spalancare i quali gli costava tanto sforzo – Siamo a fegatelli
rimestati col brodo di verdure da una settimana. Con quello
che ci è rimasto in saccoccia e in corpo, non potremo neanche
riscaldarlo con l'alito, il teatro”.
“Che volete da me, miei cari? I patti erano: dall’inizio della
stagione, vi dovete occupare da soli del vostro mantenimento.
Per parte mia, già ho il mio da fare a proteggervi contro le ac-
cuse di occultismo e spionaggio”.
“Occultismo? – A quella parola, si era intirizzito tutto, dalla
testa ai piedi – Andiamo: noi trattiamo argomenti della storia
passata, mica stregonerie”.
“Eh, John: tutto quel soliloquio sulla luna, e sui pianeti che,

78
passando vicini alla terra, fanno impazzire gli uomini – Hun-
dson tirò per una manica John, e lo spinse a ruzzolare tra le
galline, che presero a fare un baccano d’inferno – Ma questo
Bacon, sia detto fra noi, sapete se, qui, c’è giunto con le sue
gambe, o ce l’ha mandato qualcuno?”.
Il clima di sospetto si infranse su di uno strillo più alto delle
galline. Due dei bracchetti baronali trotterellavano per il cor-
tile tenendo in bocca per un’ala una gallina ciascuno. Presto,
un grido di diversa natura fece edotto chiunque che l’oste si
era affacciato alla porta: “Vi do tre giorni. Tra tre giorni, tor-
nate per la strada a mendicare” fu il suo proclama risolutivo.
Ma nessuno vi badò; tutti, ora, osservavano Hundson squadra-
re Francis, finché “Bacon – gli mormorò, tenendosi il mento
nel palmo della mano, e intanto passeggiava intorno alla sua
seggiola – siete per caso parente dell’ex-Lord Guardasigilli,
deceduto or non è molto, dopo essere caduto sul lastrico per
un’accusa di corruzione?”
“Era mio padre. Quanto all’accusa, è stata invalidata dalla su-
prema corte…”
“…con quattordici voti contrari, uno dei quali era il mio. Co-
munque, non ritengo che le colpe dei padri debbano ricadere
sui figli. Will, c’è una scena, nel tuo prossimo dramma, che
richieda le arti del nostro meccanico?”.
“Il mare, Lord: inghiottirà il protagonista di ritorno in Inghil-
terra. Ma egli non sprofonderà nei flutti: una roccia si aprirà,
e da essa un fumo sulfureo annuncerà che lì stanno le porte
dell’inferno”.
“Bene. Domattina, Bacon, io tornerò qui, e vedremo se saprete
mettere in pratica le idee di Will. O devo pensare che i fiorini fran-
cesi possono compensare una miseria computata in sterline?”.
Coi suoi bracchetti appollaiati intorno, ai quattro lati, Hund-
son sembrava una di quelle divinità egizie delle quali tanto si
compiacevano gli alchimisti. Nell’alzarsi, Will batté a Francis
la mano sulla spalla; John e , invece, lo guardarono di traver-

79
so. Erano convinti di aver dovuto interrompere il pranzo per
causa sua.

“Ed ora, Viola? io non ho mai ideato una scena in vita mia.”
“Però conosci le proprietà dei minerali, e sai in che modo la
luce crea le più bizzarre fantasmagorie. Nessun fenomeno del-
la natura ti è estraneo”.
“Le passioni umane, Viola… – Francis le afferrò le mani come
avesse la febbre – Tu pensi che si possano esprimere le pas-
sioni umane col semplice gioco di leve e puntelli? I pensieri,
possono essere un gioco di luci?”.
“Ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia,
Francis.”
Lui scorse nei suoi occhi un invito a baciarla, e mille luci, al
calore delle sue labbra, brillarono nella volta del suo cranio.
“Bene, Virgil, non sei il primo e non sarai l’unico, ragazzo
mio – si fece avanti sornione, osservando i due che si erano
allontanati, al suo scostare la porta, come fossero stati spinti
– Solo, la regina non ama che i suoi sudditi maschi le vengano
sottratti, e non saprei se la tragica fine di Marlowe non sia stata
propiziata anche dai suoi amori efebici”.
sbatté la porta alle sue spalle. Francis e Viola si guardarono
fisso, e si misero a ridere. Francis si mise al tavolo da disegno.
Viola tracciava le righe con la livella, ed in quei riquadri Francis
articolava le varie vicende della storia. Piano piano, il copione di
Will diventava, così, un sogno che si poteva raccontare.
“Vedi? la rocca sarà coperta, all’interno, di vetro, e ruoterà so-
pra questi due perni governati da leve fuori scena. Il mare lo
faremo con una stoffa sotto alla quale una folla di bambini
presi tra il pubblico correrà avanti e indietro. La faremo blu,
e copriremo le lanterne con un vetro rosso, poi cuciremo nel
telone dei pezzetti di specchio; allora la luce dell’alba entrerà
nella caverna, e renderà la nebbiolina che verso sera si leva
dal Tamigi una cortina sulla quale le ombre degli spettatori

80
assiepati in galleria parranno anime evocate dall’Inferno. Vai
sui docks, Viola. Portami i carpentieri più scaltriti dalla fame
che potrai trovare: avanzi della vittoria sull’Invencible Arma-
da, marinai che hanno dato un occhio a Francis Drake perché
chiamasse un’isoletta col loro nome, teste rese dallo scorbuto
una crosta di cacio. Portameli tutti, qui; purché costino poco, e
debbano per forza accettare”.
I vetri se li procurarono assoldando figli di nessuno cresciuti
per strada: quei ragazzi la cui unica occupazione era, d’intesa
coi borsaioli, mettersi tra le gambe dei passanti per farli in-
ciampare. Per pochi soldi, non parve vero a costoro di poter
barattare le bastonate dei rapinati con una gara di velocità con
i padroni delle locande, che si vedevano una vetrata o due an-
dare in mille pezzi per effetto delle loro sassate. Per i perni si
dovettero sacrificare le gambe di due tavolacci, che e John
segarono mentre Will distraeva l’ostessa declamandole i versi
del suo nuovo poema su Venere e Adone cui teneva tanto, per-
ché, a differenza dei drammi, che nessuno voleva mai stampa-
re, sarebbe sopravvissuto “alle ingiurie del tempo”. Per ungere
i perni si prese il grasso da sotto le carrozze degli avventori.
Quando si misero per strada, il loro cigolìo fece alzare in volo
fin gli aironi sulle paludi verso Finsbury. Il problema più gran-
de venne dai ragazzi che dovevano correre sotto il telo. Al buio
com’erano, si scontravano l’uno contro l’altro, menando certe
craniate da svenire. Poi, Kemp ebbe un’idea: prese la sua vec-
chia lira a manovella, piantò una serie di chiodi nella trottola di
legno la cui frizione sulle corde produceva il suono, e realizzò
così, allo stesso tempo, uno strumento con cui dare il tempo ai
ragazzi, e la migliore evocazione possibile dei lamenti propri
alle anime in pena. Il giorno dopo, Hundson rimase senza pa-
role, ed assegnò a Francis un appannaggio di poco inferiore a
quello di cui godeva Will.
“Lo vedete bene: questo è il teatro totale, dove le immagini
diventano pensieri, ed i pensieri, immagini – diceva il Lord

81
alla compagnia riunita – Il nostro nuovo teatro sarà l’isola di
Utopia, dove i sogni diventano realtà. Burbage penserà a tutto;
non è vero, Burbage?”.
Richard Burbage era un uomo tarchiato, con una pappagorgia
che pareva la piva di una bombarda, e una gamba più corta
dell’altra. L’abitudine a guardare per traverso aveva finito per
fargli un occhio più grosso dell’altro. Ora “non saprei, milord
– nicchiava – Il pubblico, sempre di più, nulla intende oltre
agli sventramenti e le parti del corpo staccate ad una ad una.
Non dimentichiamo che Will ha realizzato il Tito Andronico su
di uno scenario di Marlowe. Ora che è abbandonato a se stesso,
non c’è nessuna garanzia che possa cavarsi d’impaccio.”
Will si fece avanti, con quell’aria serena che gli dava la costan-
te sensazione di stare soltanto partecipando ad un bel gioco:
“La mia formula è semplice: basta coi prologhi e gli effetti
senza causa. Il regolo delle passioni umane deve girare secon-
do le leggi della fisica”.
“Ecco: quando sento sentenziare di filosofia i miei autori, mi
vien fatto di mettere mano alla spada.”
“Eppure, Burbage, c’è più natura nel fluire delle umane pas-
sioni che nel sorgere e il tramontare del sole.” Francis si pose
accanto a Will; le loro mani quasi si toccavano.
“Ed eccone un altro – Richard ebbe uno scatto metallico nella
gamba sinistra; neanche lo avevano visto muoversi, che stava
in mezzo al cortile, e puntellandosi come un fantoccio su di
una gruccia arringava la compagnia fissando ognuno di loro
dritto negli occhi – Nel frattempo, esteti miei belli, c’è da fare
un’opera di alta sapienza. Voi sapete che il terreno su cui sor-
geva il nostro precedente teatro è stato venduto. Il teatro, però,
con tutto il suo legname, è ancora nostro. Bene: sappiate che i
soldi per comperare altro materiale, non ci sono; dunque, biso-
gna smontare il vecchio edificio, e recuperare tutto il salvabile:
sedie, assi, architravi, botole di scena. In una settimana, se ci
diamo tutti quanti da fare, ce la faremo”.

82
Un’esclamazione di sconcerto prese l’intera compagnia. Tutti
temevano, più che la fatica fisica, succedesse ciò che poi, gior-
no per giorno, effettivamente successe: gli attori del Lord Am-
miraglio non persero l’occasione per osservare i propri eterni
concorrenti fare l’ufficio di carpentieri. Peele e Kyd in testa,
portavano le loro poltrone sul limite del terreno su cui sorgeva
il vecchio teatro; poi estraevano i cannocchiali, e fissavano le
fronti dei colleghi imperlarsi di sudore, nel mentre ansavano
con le assi in groppa come tanti cristi sulla via del Golgota.
Virgil era stato assegnato alla ripartizione delle cataste in or-
dine di grandezza; ogni tanto, metteva un’asse per traverso, e
tutte quante gli rovinavano sui piedi; allora udiva ridere dietro
di sé. Will aveva la mansione di saltare su ogni asse, per ve-
dere se si spezzava. Due volte su tre, finiva col sedere per ter-
ra. Come Dio volle, presto del vecchio teatro rimasero solo le
bugie di metallo che sorreggevano le lanterne di scena. Quella
sera, per festeggiare, sir Hundson invitò tutti alla “Locanda
del manzo che ride”. Si chiamava così per via di una testa di
manzo posta all’entrata dentro la cui bocca era sistemata una
fila di boccali. Passandovi accanto, gli avventori ne estraevano
uno a testa, e subito un muggito da far tremare la terra si levava
dalla bocca della bestia, mentre un tamburo rotante sostituiva
il boccale con un altro. Erano appena giunti sulla soglia, che
videro un gruppo di armigeri: stavano versando della melassa
nella bocca di un ubriaco steso per terra.
“Quando si sveglierà, avrà l’espressione di Mosè dopo quaranta
giorni di manna” disse l’impennacchiato capitano che guidava il
manipolo. D’improvviso Kemp si chinò sul poveraccio al quale,
gli occhi schizzati dalle orbite, la faccia collassava indentro.
“Che mi venga un colpo se questa faccia da stivale risuolato
non è quella di Robert Armyn.”
La quasi salma aprì un occhio che, un tempo, doveva essere
stato ceruleo, ma ora era tutto solcato da strisce gialle come
pennacchi nel giorno di San Giovanni: “E questi è Kemp, il

83
mimo del sole, con le sue ali di fanfarone gonfiate dal vento.”
“Ti vedo ammainato come la brachetta di uno col mal france-
se, o la vela maestra di una fanfaluca spagnola.”
“Zio mio, se tu sapessi. Sono stato ramingo per il contado in-
glese, nei dì della peste. Facevo le capriole e cantavo quelle
arie cantando le quali i bambini nascono già con i denti indos-
so, e con quattro starnuti ci scrivi un Dixit dominus. Bene: a
un certo punto, mentre faccio il verso degli uccelli e, braccia
e gambe piegate, mi tengo il vento in fronte, sai che succede?
arrivano due monaci che salmodiano come sterpi appena lam-
biti dal fuoco, e mi vedono sulla groppa il morso di duecento
diavoli. Io ci rido sopra, ma è peggio: il tempo di un ‘benedi-
cite’, e quelli mi scrollano per il farsetto come se la mia pelle
fosse il sacco che ci si tira giocando alla pallacorda. Quando
mi sono svegliato, ero l’unto del Signore, e aspettavo solo che
sulle corde avvolte intorno alle mie piaghe spuntassero fiori.
Mi hanno fustigato per stregoneria, ed espulso dalla contea”.
Kemp ondeggiava tra la contrizione e l’ilarità: “Insomma, ti
hanno grattato il pane sulla groppa, zio mio?”
“Come i fulmini fossero diventati bretelle, compare!”
“Eppure, una cosa non la capisco: il tuo grugno avrebbe ben
dovuto spaventarli!”
“Quando mai, davanti a uno specchio, ci si spaventa?” E così
dicendo Robert, con un soprassalto da grillo, fu in piedi.
“Be’, in fede mia – fu il commento di Kemp – a vederti così
vispo, con quelle quattro ossa in due stracci addosso, sembri
l’allodola che balla la furlana.”
“Zio mio: ho la lesina in corpo, che mi ha spianato ben bene
tutte le rientranze. Così, quando trullo dal culo, l’aria non mi
fa fiato di merda.”
“E perché, allora, quel che dici mi pare cibo rimasticato?”
“Perché tu hai budella al posto del cervello.”
Detto ciò, Robert fece un mezzo inchino e saltò via come se qualcu-
no l’avesse in punta di dita, e nell’altra mano tirasse un elastico.

84
Tra lo sconcerto generale, la compagnia notò che a tutti i tavo-
li della locanda c’erano seduti gli attori e i drammaturghi del
Lord Ammiraglio. Hundson ebbe un sussulto e afferrò la mano
di Burbage; ma questi, siccome reggeva la scarsella coi ducati,
pensò che il nobiluomo avesse un ripensamento sulla propria
improvvisa generosità, e si liberò con un gran strattone.
“Avete sbagliato porta, signori – fece Nashe con la parlata
quasi ventriloqua di Richard – i macellai devono accedere dal
retro.”
“Vi sono avanzati quarti di bue da una recente rappresentazio-
ne? – Lodge arrotava la ‘r’ e strabuzzava gli occhi alla maniera
di John – qui li fanno in salsa di menta; e sono, devo dire,
eccellenti.”
“Ma certo – Richard soppesò la pancia di Lodge, quasi doves-
se farcirla di ghiande – Qualcosa come il vostro lardellare le
sentenze dei Cesari con un po’ di metafisica da pollivendolo
nelle cui stie sia appena passato il lupo. Si sa: i busti di marmo
non hanno padrone”.
“Non direi: voi appartenete tutti a Lord Hundson.” Una risata
grassa come la salsa in cui galleggiava l’arrosto si levò, acida
di fumo, dai tavoli. Tutti, infatti, aspiravano beati da piccole
pipe bianche di schiuma, dono del solito Raleigh, che era in-
cline a fare proseliti alla sua innovazione.
“E questo che vi hanno insegnato a modellare nella scuola di
retorica, ad Oxford: il fumo?” John stese la mano in avanti,
come per dare all’indignazione che le sue parole tenevano per
la collottola un buffetto sulla groppa. Dietro a lui, si affacciò
Will, tenuto a braccetto da Robert e Kemp. Il suo breve ritar-
do, e la compagnia, giustificavano che fosse un po’ brillo. I tre
oscillavano come un brigantino tra i marosi: talvolta, in modo
sincrono, sicché avrebbero giurato che la terra si era scollata
dal suo asse; talvolta, con l’incoerenza che può esserci tra asta
e bilanciere, se, in un pendolo, si rompe la molla. In tal modo,
Will andò a cozzare la testa contro Kemp. La prima cosa che

85
vide, quando poté mettere a fuoco, fu l’indice di Lodge, pun-
tato sul suo gozzo come la lama del boia su quello del gesuita:
“Eccolo – diceva – il vostro facitore di bambocci il cui volto
è un disegno sul fumo. Il fuochista dei rammendi, che passa a
piedi scalzi sui roghi dei grandi drammaturghi e, ci lasciasse la
mano, tira su gli scampoli di carta”.
“Ci soffia su per leggerli; per questo, ha la faccia così nera: è
fuliggine!”: intervenne Edward Alleyn, sulla battuta di Lodge.
Will si inchinò di fronte a loro sorridendo. Schizzi di salsa
lanciati da cucchiai invisibili gli fecero in breve la faccia come
quella degli impiccati sugli spalti del ponte. Will, se la rideva
un mondo: “Suvvia, signori – disse – non siate troppo duri con
i miei personaggi.”
Allora Lodge si alzò e gli venne sotto “i tuoi personaggi? – di-
cendo – Perché? Quando sono nati, tu, dov’eri?”.
“È qui che vi sbagliate – Will, nel parlare, fletteva il braccio
al di sotto del gomito, come un automa progettato per segnare
le ore – In loro, di me, non c’è nulla. Io posso rappresentare
qualsiasi passione solo perché, dentro di me, non ne ho alcuna
– un corteo di mani alzate dai suoi interlocutori, a significare
il burlesco rifiuto di ogni vanagloria, gli incorniciava il volto
– Di mio, ci metto soltanto l’aspirazione a trascorrere per la
vita come uno spettatore”.
“Bel teatro davvero, il tuo – Lodge cominciava ad essere
ubriaco; lo si notava da come torceva il collo alla ‘l’ – dove
l’ignavia, sola garanzia di una lunga vita, non si vergogna del
suo vile baratto.”
“Perché ve la prendete con me? La colpa, è della luna – lo
strabuzzamento d’occhi conseguente a queste parole, sembra-
va una parata di lucciole. Will prese a sfregare i polpastrelli,
come seminasse per aria una polverina fatta con l’iride degli
angeli – È la luna che ci usa come specchi, per cogliere al volo
ciò che di noi si sfalda per i suoi colpi; e rimane lassù, per
sempre, in orbita intorno ai pianeti – tutti, a turno, alzarono

86
la testa, per poi, a mano a mano che si sentivano presi in giro,
rimettere lo sguardo nella precoce calvizie di Will – Quando il
mondo finirà, tutta questa polvere si rassoderà di nuovo in stel-
le e pianeti. Darà vita a un mondo nel quale compariranno via
via nuove creature, ognuna delle quali penserà quelle stesse
cose. Ma penserà pur sempre di essere l’unica – Will fece uno
schiocco con le mani, e la polverina si depositò nei boccali di
birra – È questo il teatro, amici miei”.
“Se il ragazzo ragiona male, che il diavolo compri una biga e mi
aspetti fuori dal teatro in un giorno di pioggia” fece Robert.
“È solo abbacinato da ciò che vede. Traccia segni col dito sul
vetro, quando c’è nebbia, e pretende che gli sorridano”. Lodge
si teneva le mani sui fianchi, smargiasso dai molti duelli.
“Eppure, non di nuvole si tratta, ma di carrucole e ruote dentate
– Francis, senza accorgersene, si era fatto in mezzo a tutti. Una
breve pausa, e già tutti gli scrutavano la bocca quasi ansiosa
di nascondersi tra la barba nascente – Quando noi crediamo
di prendere partito per qualcosa, innamorarci, o giudicare il
grugno di chicchessia, nel nostro cervello si rimpastano teorie
di volti. Il gusto o il disgusto li setaccia come il catino trattiene
la fècola; quindi, da occhi, sorriso e mani che non han più un
nome, si fa una figura; e quella ci chiama, e ci promette felicità.
Allora, da tutto questo sminuzzare e riappiccicare in un diverso
ordine, vien fuori dal fumo della realtà una faccia, che ci piace,
e vogliamo far nostra. Nel teatro, tutto questo macchinario fa
il suo lavoro in pubblico. Tutto il resto, è sensazione. Ecco:
prendete Virgil – e lo trasse a sé come fosse una marionetta
– È maschio o femmina? – lo rigirò ben bene di fronte a tutti,
quasi fosse un indumento da indossare – Né l’uno né l’altra: è
uno sguardo, un moto della mano, un cenno di chi partiva, e ci
ha voluto far creder che non fosse per sempre”.
Un applauso si levò dall’assemblea: “Parola mia – disse Lodge
in un sibilo di ammirazione – i Lord Ammiraglio faranno di
tutto per strapparvi questo vostro nuovo attore.”

87
“Non è un attore: è il meccanico” fece Burbage.
“Be’: allora, tu non sai distribuire le parti” concluse Lodge, e
volse corrucciato le spalle.
“Non che, nella vita, si possa scegliere quale parte impersona-
re”: Francis era stanco di ascoltare le battute reflue da qualche
copione subissato di fischi. Stava al centro dell’assemblea, e
accoglieva con uno scatto delle spalle ogni piroetta del pen-
siero cui gli oxfordiani costringevano gli strumenti del vivere
quotidiano. Ci trovava un’eco della molla che riponeva il giro
di frase nei ripiani dell’assenso: quel qualcosa che spinge a
dire ‘sì’ anche quando non si sono udite le parole, ma soltanto
il tono della voce. Il tono della voce… Francis rimase pensie-
roso per un momento, mentre la scena intorno a lui ruotava di
quarantacinque gradi, e tutti rimettevano la faccia nei boccali.
Ma sì: i sentimenti, le passioni; le idee, anche, erano solo toni
di voce. Spesso ci si incaponiva in un’opinione solo perché ci
si era assuefatti ad un determinato tono di voce: la sua rotondi-
tà, il modo in cui ci risuonava nella testa. Al pubblico, questo
arrivava: il tono di voce. Tutto il resto, era scena.
“Ma ve ne rendete conto? voi create personaggi in lotta contro
Dio, figure che fanno dell’eternità una spada fiammeggiante
contro il cielo, e poi, ciò che ne rimane a chi ascolta, è il fatto
che, prima di loro, ha parlato Kemp.”
“Che dice il tuo meccanico, Burbage?” Lodge era irritato dal-
l’improvviso concentrarsi di tutti su Francis, come se la pedata
di un bambino avesse spostato verso il sole la lente abbando-
nata sulla sabbia.
“È l’alternanza dei caratteri, a fare il carattere. È nel chiaro-
scuro che si scorge il nero” – Francis, ormai, parlava per se
stesso, e gli altri raccoglievano le sue parole a manciate – Non
capite? tutto è già stato detto. Tutto è scritto nel copione della
vita, dentro il quale noi leggiamo gli atti e le parole prima che
vengano compiuti e pronunciate. L’invenzione, in questo, non
ha parte alcuna”.

88
“Vuoi forse dire che se io, adesso, esco di qui, all’entrata mi
imbatto in Riccardo III che viene a bersi una birra?”
“Io penso, Thomas – interloquì Kyd, con quella calma in lui
sempre foriera di tempesta – che costoro abbiano soltanto
escogitato una strategia per difendersi dall’accusa di plagio.
Se, infatti, tutto è già stato scritto, non sono loro che ci copia-
no: è che tutti quanti attingiamo da una fonte comune”.
“Che il demonio ti segni con la sua coda – Lodge, cui pesava
dover escogitare i dialoghi battuta per battuta, non la mandava
giù – lo so io che cosa mi costa dover trovare le parole giuste per
dire e non dire, definire e sfumare. I miei personaggi mi succhia-
no dall’anima quel poco di buono che l’alcool ci ha lasciato”.
“Allora non cambi mai qualità di birra, perché i tuoi personaggi
sono tutti uguali”: l’aveva detta, Richard, la frase di troppo.
Spesso, le risse nascono dal fatto che qualcuno si sente in im-
barazzo perché non riesce a tenere il passo con la conversa-
zione. Nel caso di Lodge, vi si aggiungeva la circostanza di
quel meccanico piovuto dal nulla a rubargli la scena. Però, non
ci furono provocazioni; semplicemente, le botte piovvero da
ambo le parti come in un giorno di maggio quando il vento, nel
mentre trasborda le nuvole verso il mare, ha un colpo di coda
perché un cirro recalcitrante gli ha fatto perdere l’orientamen-
to. Kemp brandiva un cosciotto di agnello, e con quello impar-
tiva benedizioni da arcivescovo sulla calca che si era formata
attorno a Richard, che i poeti della compagnia avversa stava-
no pestando con una regolarità degna della prosodia classica.
Quando Lodge si ritrovò due gambe a mo’ di collana intorno
al collo, faticò un poco a capire che si trattava di Virgil; in
compenso, ci mise poco a ribaltarla sul tavolo, dove la faccia
del ragazzo finì nel barattolo della salsa.
“Un druido delle highland scozzesi non avrebbe aspetto più
silvestre” disse Will a Francis, quando Virgil alzò lo sguardo
verso di loro.
“Bisogna lavorare bene col trucco, se si vogliono ottenere ca-

89
ratteri convincenti – replicò Francis, che intanto si era, lenta-
mente, staccato dal muro, e teneva in mano una botticella – Il
gioco degli umori passa per le linee del volto” concluse menan-
do con quella un colpo in testa a Lodge; poi la lanciò a Will.
“L’illusione non deve mai sembrare realtà, se si vuole man-
tenere il controllo delle emozioni” replicò questi, nel mentre
saggiava la carenatura della botticella sulla nuca di Thomas
Nashe. A quel punto i due poeti si volsero contro di loro e li
presero per la gola.
“Naturalmente – diceva Will ansimando – le eccessive trucu-
lenze valgono solo per i caratteri semiseri.”
“E non devono mai prescindere da un connotazione ironica
che ne impedisca la degenerazione…” a quel punto, Francis
si rese conto che stava soffocando, e fece segno a Virgil. Co-
stui si stava asciugando la faccia nella tovaglia, rovesciando
a terra una certa quantità di brocche di terracotta e vasellame.
Alla fine, si era salvato solo un piatto di portata di stagno, che
il finto paggio prese e cominciò a far risuonare nella testa dei
due poeti, con studiata regolarità. Kemp, da parte sua, si era
issato a cavalcioni sul lucernario, e usandolo come un’altalena
colpiva nella faccia, con moto pendolare, gli attori comprima-
ri. Un colpo alla porta fece rimanere tutti sospesi come, alla
fine di una Sacra Rappresentazione, la folla sta ad osservare
la Crocifissione di Cristo. L’intimazione ad aprire sapeva di
sbirri: quel tipo di sbirri per i quali la propagazione della peste
si doveva agli attori. Ad un cenno dell’oste, chi sapeva ancora
reggersi sulle proprie gambe diede una mano a quelli intronati,
perché si rimettessero in piedi; quindi, tutti si affrettarono ver-
so una porticina posteriore che dava su di un vicolo nel quale
piovvero, sospintivi dall'oste a pedate nel sedere. Richard e
John investirono un mendicante che girava la manovella della
ghironda, e intanto “Mary aveva un pollo, Anna un tacchino /
Io da voi voglio, un solo soldino” biascicava nella bocca sden-
tata; Lodge centrò il bucato dell’ostessa, e quando ne emerse

90
aveva due calzini sulle orecchie; Kyd cadde dentro il rigagnolo
dove si vuotavano i pitali. Kemp lanciò un lamento soffocato:
stava su di un carretto, ficcato dentro la stoppa tutta punte rica-
vata dalla cardatura della lana. Will e Francis ridevano: aveva-
no aggirato alle spalle l’oste, dandogli uno spintone prima che
quello potesse prendere la mira. Ora, lo guardavano affondare
nella melma mista allo sterco dei cavalli che faceva da selcia-
to; e ridevano, tenendo Virgil per mano. La loro fuga diede
il ‘la’ ad un parapiglia verso l’uscita dal vicolo, dove le due
compagnie si divisero come un fiume fa per gli opposti canali
del suo estuario.
“Ho l’impressione che il vecchio Dryden non ci farà più credi-
to” disse John dopo avere ripreso un po’ fiato.
“Per una volta che Hundson paga, facciamo tanti di quei dan-
ni che la prima sera nel nuovo teatro, dovremo rinunciare al
compenso.” John Heminges, grosso com’era, faticava a ria-
versi dalla corsa.
“A proposito: sarà il caso di vedere come è stato sistemato il
palcoscenico; sono stanco di dare testate contro botole chiuse.”
Alle parole di Kemp, la compagnia risalì Bankside. Il loro pas-
saggio fece sì che i bottegai si affacciassero fuori della vetrina.
Richard aveva un occhio pesto come quello di Tamerlano il
Grande; John zoppicava che pareva la miseria nel suo giorno
di festa; Kemp indossava una sedia di paglia che gli era stata
rotta sulla testa, e che, ora, gli pareva bello sfoggiare. Virgil
doveva tenere una mano sul davanti del farsetto, per paura che
le scuciture ne facessero trapelare gli attributi femminili. La
testa calva di Will portava un bel sette fatto da una lama di
striscio, mentre Francis, sentendosi i denti traballare in bocca,
teneva le labbra in avanti come un cammello sorpreso dal si-
mun. Un guantaio che reggeva tra le mani la carcassa spellata
di un coniglio riconobbe il figlio di John Shakespeare, e ne fu
così costernato che l’animale, per gli scossoni, prese a fare di
‘no’ con la testa. Due legnaioli si misero in spalla un asse cia-

91
scuno, e seguirono il corteo, come la sua mèta fosse il Golgota.
Un frate, non sapendo se quei diavoli fossero papisti o angli-
cani, biascicò una formula per l’esorcismo prima in latino, e
poi in inglese. Allora Kemp si issò sul basamento di una gogna
dove ancora stavano impresse le impronte delle mani dell’ul-
timo gesuita, e “eccellente pubblico di questa prospera città
– cominciò – codesta tenuta con cui ci presentiamo al vostro
cospetto vuole introdurre la cruenta vicenda di Tito Andronico
con la quale, in capo ad una settimana, inaugureremo la nuova
sede del nostro teatro. Noi siamo la Compagnia di Hundson, il
Lord Ciambellano, e la vicenda è la più sanguinaria che mai si
vide in scena, come è vero che chi la scrisse, prima di prendere
la penna in mano, scuoiò capretti per trarne la pelle. Se venite,
vedrete l’eroe del dramma tagliarsi da sé la mano e offrirla in
pegno di pace al suo nemico, dopo che sua figlia, fattale vio-
lenza, si è vista mozzare le mani e la lingua; ma poi, di tutto
ciò, egli trarrà vendetta imbandendo ad una madre le carni dei
propri stessi figli”. Un urlo di orrore, ed un brusìo, passarono
per la folla.
“Il tuo teatro, saltimbanco, diffonderà ancor più la peste” disse
il guantaio, e il suo coniglio assentì.
“Difficilmente la cosa potrà danneggiarla, signore. La morìa di
topi che ne seguirà farà prosperare la sua manifattura di guanti, e
darà finalmente un po’ di respiro a quel coniglio di cui fa sfoggio
ormai da troppo tempo, a giudicare dal puzzo che ne emana”.
“Mimo, facci lo specchio” chiesero tutti a una voce. Kemp
scelse un vecchio paonazzo la cui pancia a gonfalone spuntava
tra i visi di due bambini. La sua faccia si schiacciò verso il
basso; la barba rada sul mento prese ad ombreggiare il volto
fin sotto il naso; le labbra rilasciandosi lasciarono scorgere un
dente sì e due no. Per qualche incantesimo della gravità, pa-
reva che il peso del ventre gli si scaricasse nelle ginocchia,
che erano gonfie come i nocciòli di una pesca che sia stata
sotto l’acqua. Quando il vecchio rise, Kemp riprese all’istante

92
il proprio aspetto, e lo osservò con studiato sdegno; allora tutta
la folla rise con lui. Quindi, Kemp prese di mira una matrona
dalle poppe così trionfali che a stento lasciavano vedere il viso.
Accolse quelle rotondità dentro di sé, come se una fessura tra le
scapole lasciasse entrare in lui, progressivamente, l’aria. Ad un
certo punto finse di stare, attratto da quei palloni, per levarsi in
volo, e i suoi piedi scalpicciavano il terreno, nello spasmodico
tentativo di restare a terra. All’applauso della folla seguì una
richiesta formulata ad una sola voce: “Facci la regina Elisabet-
ta”. A nulla valsero i segni di diniego dei compagni: Kemp si
irrigidì come un tronco; in un tempo che parve immemorabile,
cominciò a volgere il collo verso gli spettatori, e intanto emet-
teva il rumore di una carrucola arrugginita. Quando, infine,
apparve di prospetto, la sua espressione era quella di un quadro
ad olio. La folla acclamò la regina, e Kemp riuscì a farla sor-
ridere spostando in su e in giù una singola ruga della fronte. A
quel punto i due sbirri di poc’anzi, che certo dovevano essersi
goduta la scena, si fecero avanti e si disposero ai suoi fianchi;
lo presero per i gomiti e lo portarono via, che benediceva la
folla movendo solo l’ultima falange dei due mignoli. Tutti ac-
clamarono “Gloriana”.
“Ecco, ci risiamo: ogni volta che ci si prospetta una settimana
d’inferno, Kemp riesce a farsi arrestare, per non dover con-
dividere le nostre fatiche”: Richard aveva quella serenità che
sempre deriva dalla consuetudine ai disastri.

La compagnia menomata che giunse davanti al Globe non ave-


va più voglia di scherzare. Il Tamigi sciabordava ai margini
della ‘O’ in legno a tre piani, ineluttabile come la storia. Un
ponte ad archetti leggeri collegava la riva a Silver Street: il
quartiere degli artigiani, dove, nei giorni di festa, il popolino
accorreva per gli spettacoli portando nelle sacche una pagnotta
e una bottiglia di birra. La platea era coperta di paglia per ac-
cogliere gli sputi e i bisogni corporali. Le due gallerie in legno

93
confluivano nella tettoia sulla nicchia della quale prendevano
posto le apparizioni spettrali e i prodigi; agganciate ad essa, le
carrucole assicuravano il cambio dei fondali scenici. Il prosce-
nio era sostenuto da due colonnine di legno marmorizzato. Sul
fondo della scena si apriva l’alcova col letto a vista: lì, veniva-
no ambientate le scene di intimità domestica. Tutto intorno, sul
palcoscenico, erano disposti a cerchio i sedili coperti di raso su
cui avrebbero preso posto gli aristocratici pronti a pagare fino
a due ghinee, pur di far parte dello spettacolo.
“Dannato Hundson! – esclamò Richard appena mise piede in
platea – dov’è la loggia per i suonatori? Dov’è lo spazio per i
ballerini?”.
Hundson si affacciò dal palco centrale. Ormai sulla quaranti-
na, portava i capelli raccolti a corona intorno alla stempiature,
“come un notaio papista che si sia giocato ai dadi anche il pet-
tine” diceva Burbage, che non si aspettava certo di vedere il
suo nobile patrono piovere lì, dopo la sconcia rissa cui gli era
toccato di assistere.
“Né musica, né danze, in questo teatro. Qui, saranno solo gli
individui, a farsi protagonisti del dramma”.
“Con le parole, milord? Volete che facciamo teatro solo con le
parole?” Richard era fuori di sé. Non aveva ancora ricevuto il
copione di quel Tito Andronico raffazzonato da un drammatur-
go che, mentre gli altri poeti si laureavano ad Oxford, aiutava
il padre ad uccidere vitelli, ed ecco: scopriva che dalle sue os-
sessioni sarebbe dipesa la loro sopravvivenza.
“Non con le sole parole – nel tempo della collera di Richard,
Hundson era disceso in platea, ed ora tendeva le mani verso il
suo capocomico, “con l’aria serena di Giulio Cesare quando
rifiutò per tre volte la corona imperiale” mormorò Will a Fran-
cis – Accanto alle parole, ogni attore avrà i gesti, le intonazioni
della voce, le posture del corpo e gli sguardi, per comunicare
ciò che le parole non possono esprimere”.
“Questo va bene per una pantomima. Noi non siamo dei guitti

94
di paese”.
“Andiamo, Richard – Hundson volse gli occhi verso Francis,
e questi capì quanto egli sfruttasse le reazioni di imbarazzo
di un nuovo arrivato, per valutare il suo grado di affidabilità
– Quando ti ho scoperto, imitavi per un penny i versi degli
animali nelle osterie di Norwick. Sei un ottimo capocomico,
ma sei l’unico attore che conosca obbligato a provare anche
la balbuzie, se metti in scena un usuraio. Ed è più facile che la
regina si sposi entro questa settimana piuttosto che tu riesca a
pronunciare tre ‘t’ in fila senza fischiare”.
“Tanto perché voi lo sappiate: metà del legname che ci avete
fatto togliere dal vecchio teatro era marcio, e l’abbiamo dovu-
to sostituire con cortine di paglia e canne.”
“Bene: così, la voce correrà più facilmente fino alle balconate
superiori. Questo piccolo ‘globo’ diventerà una fantasmagoría
dell’intera umanità, da noi riassunta attraverso autentici mo-
delli sperimentali”.
Francis, fino ad allora, aveva ascoltato con fare distaccato; a
quelle parole, invece, guadagnò il centro della scena e “l’uo-
mo, signori, è l’unica cosa che, sulla scena, non si possa rap-
presentare” esclamò con semplicità.
“Ed eccone un altro, a rubarmi il mestiere – fece Richard, or-
mai sardonico – Come se uno studioso di fossili potesse indo-
vinare ciò che si agita nella mente di un re, anche se è re per le
sole due ore di un dramma”.
“Eppure: i re sono tali per diritto divino, e il diritto divino non
è altro che un fossile”: disse Will, e si affiancò a Francis.
Burbage fece un cenno della mano, come per demandare ad
altro luogo un simile argomento.
Ma il Globe era lì, netto contro il sole del suo futuro. Will trat-
tenne un singulto che era come quello di un bambino che si sia
messo in bocca un pezzo di dolce troppo grande, eppure si ver-
gogni di tossire. La sua mente aveva un palcoscenico capace
di trasformare ogni destino in un dialogo tra ombre. Sciogliere

95
il male in una glassa stesa sul piatto di portata della vita, e che
si può accantonare con la punta di un coltello.
“Bisognerà praticare delle scanalature ai margini del castellet-
to posteriore, dove si aprono le cortine dell’alcova per le scene
d’amore. Altrimenti, non saprei dove montare i miei ordigni
scenici – Francis saltellava d’impazienza. Le sue mani si ste-
sero sul palcoscenico quasi potesse raccogliervelo in palmo,
come una nave pronta per essere messa in bottiglia – Ah, tre-
dici metri di lunghezza! ce n’è di che trascinare fuori dall’in-
ferno tutti i grandi condottieri del passato, sfidare le divinità a
mettere le mani nei fili della vicenda, e riservarci ugualmente
una fessura da cui sfuggire, per tornare in questo mondo – pre-
se Will a braccetto, e afferrandogli la barba rada sul mento
lo costrinse a fissare la bandiera con l’effige della regina che
stendeva le sue braccia su Londra assolata – Ed ora, Will, il
nostro motto dovrà essere quello stesso che ispirò il comme-
diografo latino Menandro: ‘Sono un uomo, nulla di ciò che è
umano mi sarà estraneo’”.
“Pare lì lì per salpare, questa feluca di legno umido e balsami
delle foreste”: Richard sentiva il respiro del fiume salirgli su
per la schiena. Nulla gli era parso mai meno duraturo di quel
palcoscenico vuoto.
“Solo lo spettacolo dell’umana varietà può insegnare alla no-
stra epoca di roghi quella curiosità per l’uomo da cui sola può
nascere la tolleranza”: John aveva ripreso, d’un tratto, la sua
natura di leguleio sottratto agli scranni dall’insofferenza per le
parrucche.
“Se questo teatro vi deve far risorgere il moralismo pedantesco
delle aule dentro cui nei vostri cervelli è piovuto il poco latino
che vi ristagna; se devo, perdìo, sentire queste vostre sentenze
che vi sguazzano dentro come rospi, berciando al vento che li
viene a zittire; allora, a questo teatro, gli do fuoco io stesso, e
non più tardi di oggi”: Burbage osservò il coro sacro dei devoti
allineati di fronte al palcoscenico in atto di stupefazione. Batté

96
le mani, e tutti scoppiarono in una grande risata. Furono distri-
buiti i pennelli, e il resto del giorno venne trascorso a dipingere
le venature sul finto marmo delle colonnine poste a sostegno
del palco e delle logge.

97
III.

Il 24 dicembre 1592, Francis Drake catturò al largo di Cadice


un galeone spagnolo. La razzia dei galeoni di ritorno dal Nuo-
vo Mondo era, da tempo, l’unica risorsa delle finanze ingle-
si. Elisabetta attendeva il ritorno del pirata, ogni volta, come
quello di un salvatore. Dal galeone vennero prelevati vasi de-
corati, spezie, monili in oro, dobloni ed un topo le cui pulci
avevano la peste, e che per prima cosa, uscito da una sorta di
giara intarsiata, morse all’alluce il marinaio addetto al lavag-
gio del ponte. Si attribuì la sua morte allo scorbuto, e si ritenne
che una sosta nelle locande londinesi avrebbe scongiurato alla
ciurma di fare la stessa fine. La promiscuità del Natale fece il
resto: alla fine di gennaio dell’anno successivo, la peste stava
marciando lungo Newgate, verso la corte e la città dei notabili.
I morti erano già settemila. I teatri risultarono, presto, il luogo
di contagio più frequente. Elisabetta interdisse tutti i pubblici
spettacoli. Il centro della vita sociale si spostò nella navata del-
la cattedrale di Saint Paul, dove si sperava che la fede potesse
riprendere vigore ammassandosi sotto la grande cupola come
tra gli alari di un camino. Le guglie erette ad imitazione di
quelle veneziane, quando Londra aveva voluto andar per mare,
erano andate distrutte nell’incendio di trent’anni prima; ora la
cattedrale aveva la forma dolce e indolente di uno di quei pani
sbocconcellando i quali, un quarto per volta, Will aspettava
insieme ai suoi, su a Stratford, l’Anno Nuovo. Ogni volta che
dall’alto della riva, scendendo il Tamigi col suo passo fatto
regolare dal fluire dei versi, scorgeva la cattedrale affacciarsi
alla svolta del fiume, a Will veniva in mente il lampo di gioia
negli occhi con cui Hamnet, a Natale, aveva accolto le mol-
teplici lenze arrotolate su bacchette regalategli da suo padre.
L’appuntamento con Francis era per mezzogiorno: l’ora meno
adatta per passeggiare nella navata centrale: pensava Will nel-

98
lo scansare un mendicante che teneva la gamba ripiegata su se
stessa, e gli veniva incontro sulla stampella con quel saltello
in due tempi con cui Kemp aveva ballato la morris da Londra
fino a Norwick. Era l’ora in cui scendeva verso la cattedrale la
grande fiumana di donne con in grembo polli ancora vivi, oche
che pendevano dalle loro spalle come la gobba di un filosofo,
e cestelli di verdure dentro cui i loro capelli sguazzavano al
modo dei serpenti quando cercano riparo dalla calura. Anda-
vano a vendere le loro cose agli avvocati che, nella navata cen-
trale, avvicinavano i figli cadetti di famiglie nobili intenzionati
a far causa al proprio fratello, oppure i soldati mutilati cui il
loro capitano aveva negato il soldo del congedo, o ancora i
bastardi privati di ogni diritto dalla vergogna dei loro padri.
Tutta questa minutaglia faceva discorsi intrecciati fitti fitti, e
la loro lingua si protendeva dal portale della chiesa come la
raffica dell’incendio che l’aveva, sei lustri prima, devastata. Fu
su questo tappeto dell’umana malizia che Will si incamminò
per entrare. All’improvviso, un grido rauco lo fece balzare di
lato. Passò una carrozzina; sopra c’era, in piedi, il garzone di
un qualche mercante. Portava la mercanzia sullo Strand, e usa-
va quel corridoio fumigante d’incenso come una scorciatoia.
Profittando del salto e lo spavento conseguente, un borsaiolo
mise la sua lenza da pesca nelle pieghe del mantello di Will.
Ne aveva quasi estratta la scarsella, quando questi la tagliò con
un sol colpo di un coltellino ben affilato.
“Seth: non ti basta visitare i miei spettatori, quando se ne stan-
no col naso levato verso il palco? dovresti rispettare chi ti for-
nisce un diversivo per le vittime così infallibile.”
“Proprio per questo, maestro William, ci ho provato con voi:
da quando ci siete voi, a scrivere per le scene, un borsaiolo
rischia di imbolsirsi.”
Will diede due penny al ladruncolo, e continuò per la sua stra-
da. Le venditrici di formaggi, con le caciotte allineate sui seni,
sembravano mostruose divinità antiche. Stavano sedute sotto

99
agli affreschi incorniciati da còrdoli fatti con le teste degli an-
geli, e ne parevano, in qualche modo, la prosecuzione. Francis
stava confabulando con Viola sotto il naso di un prete né nero
né marrone, ma la cui stola era di un color catrame e ruggine
da gesuita non ancora arruncinato dal boia. Will ci vide subito
poco chiaro, ma quando quel naso sotto il cappuccio si volse
verso di lui, riconobbe subito gli occhi sereni, quasi affogati
nelle pieghe della carne, di Giovanni Florio. Grande sosteni-
tore dell’utopia anglicana, secondo la quale l’unione di corona
e soglio pontificio in un’unica persona avrebbe portato la pace
perpetua, Giovanni era giunto a Londra al seguito di certi fi-
losofi fiorentini, e si era messo a fare l’interprete di italiano
a corte. Francis l’aveva conosciuto ancora bambino. Giovan-
ni gli aveva mostrato una carta del cielo. Le costellazioni più
esterne facevano un ottagono dentro al quale era inscritta una
stella, e dentro questa c’era un altro ottagono. “Capisci, ra-
gazzo? tutte le stelle tendono, in ogni cielo, a disporsi a stella.
Ripetere la stessa cosa nel macro come nel microcosmo: que-
sta è la prerogativa di Dio”: una frase che Francis non doveva
scordare mai più. Ed ora, a che Will e Giovanni avessero l’aria
di conoscersi bene, Francis non era preparato.
“Maestro Giovanni: che cosa ci fa un adoratore del paganesi-
mo in questo luogo consacrato al suo più grande nemico?”
“Will: non sei stato ancora fatto a pezzi dagli impresari che
hai rovinato, e poi rivenduto come mangime per i bracchi di
qualche nobiluomo?”
“Questo accadrà solo quando la tua stola comincerà a camminare
da sola; il che, a giudicare da quanto è sudicia, vuol dire tra poco.”
In quel mentre, la folla gridò e si fece da parte ad un sol uomo.
Per un po’, non si scorse niente; quindi, un vecchio raggrinzito
dal dolore arrancò sui suoi piedi gonfi, lungo la passatoia che
portava all’altare. Sotto il collo, simmetricamente, come i pen-
dagli di un re indio, gli si scorgevano due bubboni neri e ormai
sul punto di scoppiare. Lanciava la mano in qua e in là, come

100
la lingua di una serpe, sperando che il contatto con essa avreb-
be trascinato qualcuno nella sua stessa abiezione. Passando
davanti ai tre, ebbe per Giovanni un sibilo di disprezzo, e per
Francis una risata asciutta e corrosiva come la pezzuola di un
vetraio; a Will, invece, mandò uno sguardo di liquida pietà che
a lungo gli percorse come un brivido le tempie. Ansimando,
l’uomo tentò di raggiungere l’altare. Voleva morire abbraccia-
to alla mano di San Paolo, che veniva custodita in un’arca che
faceva anche da ostiario. Le forze gli cedettero quando già i
prelati, combattuti tra due qualità diverse di orrore, tentavano
di ghermirlo con le mani avvolte nella porpora sacra, ma, non
potendo risolversi a farlo, ondeggiavano le braccia nell’aria
come marinai dai cui remi dipenda l’assalto ad un galeone che
essi sanno troppo forte per loro. Cadde al modo in cui un sacco
issato sulla stiva aperta di un nave, quando si taglia la corda
che lo teneva appeso, precipita in basso.
“È incredibile, maestro Giovanni, pensare che quel mucchio di ossa
abbia avuto la forza di trascinarsi fin qui soltanto per odiarci.”
“Già per tempo ti dissi che gli spiriti animali non ci apparten-
gono, Francis. Essi sono attributi dell’anima universale, della
quale noi siamo solo emanazioni momentanee”.
“E le stelle sono come corpi, solo che non hanno destini” inter-
venne Will, e sembrò quasi fargli il verso.
“Se non te la pianti di saccheggiare il mio buon maestro, Mar-
silio Ficino, profittando delle tenebre che avvincono i cervelli
di questi selvaggi inglesi, Will, ti giuro che costellerò il mio
dizionario della lingua italiana ed inglese di frasi tratte dai tuoi
drammi con, accanto, la fonte da cui le hai prese.”
“Oh… ad ogni buon conto, maestro, tutti noi, anche nella vita,
non facciamo che ripetere il già detto. Lo avete asserito voi,
no? ‘tutto è già stato detto; a noi non tocca che di ripeterlo’”.
La marea delle teste si volse verso l’altare. Fu come un richia-
mo cui ciascuno rispondeva: quello che viene dalla paura di
morire. A tenere la predica sarebbe stato, quel giorno, il deca-

101
no in persona, Patrick Majorie, l’irlandese nella cui bocca la
fama atavica del suo intero popolo gridava vendetta. Qualcuno
sosteneva che la sua elezione al soglio della cattedrale fosse
una manovra della fronda irlandese, certa di poter, così, colpire
gli Inglesi nel proprio orgoglio, e nella paura della dannazione
eterna. Majorie si assestò sul pulpito aggiustando la veste a
pieghe d’oro con un ampio gesto circolare della mano. Will lo
osservava affascinato, quasi dal suo proporsi al pubblico po-
tesse evincere il segreto della grande arte drammatica.
“Molti di voi – cominciò – che qui vedo contriti e spaventati
dall’onnisciente volontà di Dio, io già li vidi, or non è molto,
ridere sguaiatamente e toccarsi di gomito, la mente affogata dal
vino e dalle salaci parole, ad una delle tante farse che i guitti di
questa città propongono così spesso, onde illudervi che questa
terra sia il paradiso, e non ci sia bisogno, per guadagnarsi la
vita eterna, di seminarvi le opere buone – la selva di teste cad-
de allo stesso tempo, come sotto la falce di un mietitore irritato
dal sole sulle spalle – E il denaro che guadagnate manipolando
i frutti del sole e della pioggia, e col quale dovreste confortare
il passaggio su questa terra di quanti vi sono cari, voi lo avete
dilapidato a visitare mondi immaginari, e nella cui cortina di
parole nessuna verità potrà mai farsi spiraglio”.
Fino a quel momento, il predicatore aveva parlato con molta
gravità. Il suo tono era velato, come se il tempo gli avesse dato
molta noia, per raggiungere la sua età veneranda. La folla si
stava guardando intorno con tale insistenza che Will e Francis
la occhieggiavano da dietro una colonna, facendovi balenare
furtivamente la faccia. Ora, il tono di padre Majorie si fece
schietto e duro. Il suo indice artigliava l’aria con quel gesto
con cui, dando uno strappo al guinzaglio, si tira un cane per
la collottola. Progressivamente, a Will parve che l’aria, sazia
delle sue rotonde vocali, le facesse rimbalzare sul fondo della
navata, per riversarle sulla propria schiena ormai supplice.
“E invece, questi dannati da Dio, i guitti, che cosa evocano

102
nelle loro arene? le forze oscure che scovano tra individuo e
individuo, nel planisfero del cosmo, i nessi sottili che ne uni-
scono i destini nel segno del fango. E invece di provvedere
a che la vita su questa terra abbia per meta la pace, essi si
abbandonano all’ebbrezza infernale. E male incoglie loro, per-
ché il demonio con le cui malizie la loro virtù dialettica gioca,
spesso si sporge dal margine dei loro copioni, e ne arruncina i
ceffi fino a tuffarli nella sua grassa terra. Così, la morte atroce
di Christopher Marlowe, era inscritta nel suo Faust. Ed io vi
dico, infine, che non senza la malizia dei gesuiti simili attitudini
hanno potuto imporsi nei nostri teatri. I gesuiti distruggono la fi-
ducia nelle magnifiche sorti e progressive che Gloriana assicura
al suo regno, e per farlo adoperano quegli incantamenti alla cui
ideazione mercé gli ingegni latini posero mano e cielo e terra”.
Ad uno sguardo radente del predicatore, si udì il ciangottìo
soffocato di una gallina infilata di fretta sotto l’inginocchia-
toio della panca. Ma padre Majorie aveva finito. Volse verso
i fedeli la porpora cardinalizia: si richiuse sulle sue spalle da
lottatore come il sipario al volgere di un atto in cui la luna ha
svelato l’occhio di un cadavere malsepolto. D’improvviso, il
brusìo della folla riprese quota: una mareggiata che abbia in-
fine avuto ragione dello scoglio che la tratteneva. Sbucati dal
portale opposto, che dava sulle porte della City, Will e Francis
si guardarono fissi.
“Non vorrei che tutto questo faccia il paio con il recente sup-
plizio di Lopez – disse Francis arrestandosi con la mano sul-
la fronte, quasi avesse paura che simili pensieri ne potessero
gocciolare come sudore – Anche in quel caso, il solo fatto di
essere ebreo costò al poveraccio lo squartamento pubblico”.
“Il medico più ingegnoso che si sia mai visto a Londra. Ed an-
che la regina gli doveva la vita. Ma tu, l’hai conosciuto?”.
“Ero solo un bambino, Will; eppure mi volle mettere a parte
della sua idea. Per lui, il cosmo è un grande animale vivente.
Quando qualcuno di noi si ammala, in realtà, ad ammalarsi, è

103
una delle sue membra”.
“Mai come di questi tempi, il pensare all’armonia del tutto,
rischia di far perdere la testa” intervenne Giovanni.
“E invece di questo, e non altro, si deve occupare il teatro –
concluse Will – Ma ecco Viola”.
Viola indossava una veste da contadina, con una sacca, davan-
ti, rigonfia di uova e verdure. Per tutto il giorno aveva fatto
la spola nel quartiere alla ricerca di una casa dove tutti e tre
avrebbero potuto aspettare la fine della pestilenza. Ogni tanto,
un carretto carico di corpi le cui braccia quasi strisciavano per
terra passava accanto a loro. I volti neri dei morti sembrava-
no tratti di sotterra; e invece, ci dovevano ancora finire. Will
aveva capito che Virgil era una donna quando, dandogli una
stoccata di piatto in petto, durante una lezione di scherma, ave-
va sentito sotto il polso il profilo delle sue mammelle. Sul mo-
mento, aveva creduto si trattasse di una delle solite fanciulle
la cui famiglia era stata sterminata dalla peste, o dagli odi po-
litici, e che cercavano nel teatro un mezzo di sostentamento, o
qualcuno da affascinare con l’ambiguità dell’adolescenza. Ma
poi il sospetto era prevalso: chi era quella spia che gli veniva
messa alle calcagna, per vedere se era fatto della stessa pasta
di Marlowe? Nel suo teatro, non c’era l’intento di redimere il
mondo al potere della Chiesa. Non erano papisti, loro. Da al-
lora, Will aveva atteso a lungo l’occasione per fare i conti con
Virgil lontano dagli altri attori. E invece, ora, lo stesso Virgil
gli si presentava, senza imbarazzo, in vesti femminili.
“Il sesso delle persone è un’onda di marea – disse Viola dando
il braccio graziosamente a Will – Nulla che riguardi la loro
natura profonda”.
“Allo stesso modo, la nostra regina è Selene, ma anche il sole
che ci guida sulle rotte della giustizia e della temperanza.”
Viola colse subito l’allusione maliziosa di Will: “Ad essere
spettatori, non si fa il male.”
“Ma a mutare d’abito come un pirata muta la bandiera con

104
cui era andato incontro alle sue prede, si ha facile approdo ai
segreti altrui.”
“Eppure, Will, credimi: se noi tre, qui, riusciremo a far andare
le cose per il giusto verso, all’Europa intera potrebbe venire
risparmiato un futuro di sangue.”
Salutarono Giovanni: girare per Londra, non gli sarebbe stato
salutare. Scesero per una stradina imbrattata di fango e sterco
bovino. Sfociava nel mercato del bestiame, quasi deserto per
via della peste. Nessuno mangiava carne, se non la pecora bol-
lita, indispensabile contro la gotta. Francis guidò i due fino ad
una sorta di ipogeo che aveva per accesso un archetto su cui
erano impressi due gladi attorcigliati ad un cranio umano. Si
tolse il cappello: “Questa, è la tomba della mia famiglia. Vi
sono sepolti uomini che hanno creduto fortemente nel pote-
re della ragione – con le mani intrecciate, Francis si dondo-
lava sui piedi; poi volse su Will uno sguardo che gli si posò,
come un nibbio, sulla spalla – Ebbene, a mio giudizio, questa
fiducia deve venire sostituita dalla fede nell’immaginario, ed
il suo potere di sovvertire le coscienze attraverso l’entusiasmo
e l’emozione”.
Trasse dalla bisaccia un grosso mazzo di chiavi, la più lunga
delle quali aveva un dragone smaltato sull’impugnatura. En-
trarono chinando la testa sotto la volta ammuffita dal tempo.
Appesa al muro, di fianco all’entrata, c’era una torcia: Francis
la prese e la accese con un piccolo lucignolo che stava infilato
in una lucerna pendente dal soffitto. Si fermò davanti ad un’ara
coperta di simboli geometrici rovesciati: “Qui giace mio bi-
snonno Nicholas, che predisse la grande cometa del 1501 e la
marea che, due anni dopo, coprì per intero la Normandia. Per
lui, la natura si esprimeva attraverso i cerchi e le sfere, e un
unico moto ne pervadeva il respiro fin dalle origini; per cui
tutto era destinato, prima o poi, a ripetersi – indicò due piccoli
loculi posti simmetricamente sopra l’arca – Qui, ci sono i figli
che ebbe dalla seconda moglie, e che morirono bambini. Dopo

105
di allora, accusò Dio di non saper fare i suoi calcoli, e diven-
ne alchimista – Francis abbassò la torcia sotto il proprio viso.
Nella penombra, si scorgevano i suoi occhi scintillare come i
ricordi di un sogno – Ecco – disse prendendo respiro ad ogni
sillaba – la mia natura raziocinante è nata quando Nicholas ha
perso la sua; e serba un po’ della sua sfiducia nel colpo d’oc-
chio di Dio, quando squadra gli angoli della sorte”.
Così dicendo, depose a terra la torcia e si inginocchiò davan-
ti all’ara; nel gioco d’ombre, pareva una creatura richiamata
dalle tenebre per ordine di quel suo potente bisnonno. Per un
momento che gli parve interminabile, Will avvertì accanto a sé
il calore di Viola farsi una forza tranquilla. In lei, la sensualità
travalicava le ragioni del proprio diritto sui sensi, e diventa-
va una certezza che si poteva stringere tra le mani, e mettersi
in tasca. Mentre, uscendo, chinava la testa sotto la volta del-
l’archetto, Will cominciava a capire l’affinità tra la meccanica
delle scene e quelle del cuore umano: un segreto che Francis
poteva svelargli.

La casa sorgeva a Saint Saviour, lungo il fiume, vicino ad una


quercia secolare nella quale era intagliato, sulle radici, un anno
che il tempo aveva dissolto all’aria. Altre case vi erano nate
tutt’intorno, come dalle sue ghiande; ed ora la curvatura del
terreno le storceva tutte come dita di bambini che indicano il
sole, quando rompe le nuvole. La piazzetta distesa oltre i docks
era schiacciata tra le mura di un convento: scomparivano alla
svolta del selciato per riaffiorare dalla parte opposta: sembra-
vano la testa di un nuotatore ben allenato. Sul lato opposto,
c’era un norcino: le grida di un porco sgozzato presero l’aria
come uccelli in volo, e contrassero il volto di Will in una smor-
fia: “Bene, amici. Un simile sottofondo ci sarà certo di giova-
mento, in questo ritiro spirituale. Il teatro che abbiamo fatto
fino ad ora, infatti, è un’opera di macelleria. Tutto uno sven-
trare e squartare che giunge fino alle emozioni più sacre. Qui,

106
noi, apprenderemo la dinamica delle passioni. Ci mescoleremo
alla lotta per la vita di scena, giorno dopo giorno, in questo
quartiere di mercanti e tagliaborse. Intanto, la peste toglierà il
suo vessillo dalle mura delle città”.
Francis socchiuse la porta d’ingresso, e notò lo stupore sul vol-
to di Will: “Nessuno, devi sapere, entrerebbe qui dentro a cuor
leggero. Chi vive qui, ha fama di poter colpire i suoi nemici
ovunque si trovino, e senza mai spostarsi da questa casa. Philip
Sidney, il suo padrone, ora, è a Parigi. Possiamo usare questo
posto per almeno sei mesi”.
Entrarono. Una sfera incandescente scintillava nel buio. Viola,
d’istinto, si riparò dietro Will. Francis indicò col dito il soffitto:
vi correva tutto in intrico di tubi che si allacciavano e poi separa-
vano le loro sorti, in una strana allegoria degli affetti umani.
“Tutti questi tubi partono da un braciere il cui carbone, per un
gioco di correnti convogliate da un camino, arde per giorni e
giorni. Il rame riscalda l’aria, e vi lascia fumo. Venite, non c’è
pericolo”: Francis guidò gli altri lungo un corridoio costellato
di planetari: rotte di stelle e pianeti disposti in scala proporzio-
nale, e tutti convergenti verso il sole; “allo stesso modo – disse
accennando ad essi con gli occhi – se noi potessimo scoprire
qual è il sole da cui le passioni umane traggono il loro alimen-
to, saremmo di esse padroni”.
“È questa, allora, la tua idea di teatro?” Will fissò Francis quasi
con ripugnanza. Gli pareva che tutto ciò in cui aveva creduto
dovesse, da quel giorno, trasformarsi in un’illusione dei sensi.
“Questo è il teatro a cui dobbiamo aspirare, se vogliamo che le
divisioni religiose non riducano l’Europa ad una sola rovina.”
Procedettero lungo le stanze. La prima era piena di mappamon-
di sui quali erano state tracciate, in proiezione, le orbite delle
stelle. Mentre Will e Viola cercavano di dedurre gli ascendenti
attivi il giorno della loro nascita, Francis indicò uno scheletro
che, ritto su una gamba sola, l’omero appoggiato al grande
mobile di abete nel quale erano custodite stadere, compassi e

107
attrezzi da misura, li guardava come si aspettasse da loro una
qualche forma di approvazione.
“Quello, è il cugino di Sidney, Michael – disse Francis dopo
una pausa destinata a godersi la stupefazione dei due – Era un
esploratore nelle Indie. Di lui, non sapemmo nulla per molti
mesi. Quando lo scoprirono, era già così”.
Viola si dovette tenere la mano davanti alla bocca per non ri-
dere davanti a Francis. Così, strattonando Will nella sua corsa
burlesca, raggiunsero la stanza successiva. Francis se ne stava
sulla soglia a braccia conserte, aspettando le loro reazioni; che
furono, al principio, di rapimento e ilarità. Will e Viola guarda-
vano le fantasmagorie azzurrine e violette delle ombre acquee
sul muro con la paziente comprensione di un bambino. Le pa-
reti rimandavano i riflessi di una sorta di cupola rotante fatta
di vetri multicolori attraverso i quali la luce veniva mutata di
senso, divenendo un’allegoria dei sentimenti umani. Le ombre
di Will e Viola andavano e venivano, prese dalla rotazione del-
la cupola come dalla febbre del tempo. Per un momento le loro
mani si intrecciarono al di sopra dei mutamenti cromatici, poi
la luce bianca riprese a svettare sulla stanza. Ma già Francis
li stava guidando all’altra stanza. Era vuota; soltanto, al suo
centro, un obelisco di pietra di forma triangolare mandava scie
iridescenti. Will si sentì strappare il medaglione che aveva al
collo. A Viola, il braccialetto si arrotolò intorno all’indice della
mano destra. E di nuovo “dicono che una simile pietra stia al
centro del cosmo – Francis gli parlò – e guidi le cose tutte, nel-
la loro eterna rotazione. Chi ce l’abbia messa, però, è oscuro.
Ciò che sir Philip ha voluto, qui, presupporre, è che l’intero
cosmo, e l’umanità con esso, obbedisca alla medesima legge
della permutazione: ovvero, ciò che noi chiamiamo, malde-
stramente, destino”.
“Si ha la sensazione che lui stesso abbia voluto assumersi il
compito di indirizzare le sorti umane alla loro redenzione –
Viola aveva estratto i due magneti dalla base e dal vertice della

108
pietra, ed ora, col manovrarli, faceva danzare il medaglione di
Will davanti alla sua faccia; ogni tanto, fissandolo con occhi
nei quali il bianco era un piccolo cielo, si slanciava in avanti
ad afferrarlo – Se qualcuno sposta le mani, Francis, anche il
cosmo perfetto di costui ha una rotazione da ballerina, e casca
con le testa in avanti”.
Un brusìo che cresceva sempre di più, fuori della porta, inter-
ruppe la pantomima di Viola. Si udiva un parlottìo fratto, come
di una folla che, arringata, interloquisca con scoppi interrotti di
voce. Il rintoccare del battente calava sulla porta ad intervalli
regolari, come l’asta di un mazziere nell’entrare ad una cena
galante. Viola scalò il bugnato del muro fino alla cupola, il
cui vetro, ora, inerte di riflessi, le parve un fondo di bottiglia;
appena, sollevandola, la socchiuse, un urlo unanime attraversò
l’aria come una lingua di fuoco. Francis era impallidito: “La
gente di qui – disse smovendo l’aria con le mani – è convinta
che Philip fosse in combutta col demonio. Hanno visto delle
luci nella casa, e temono che sia tornato”.
“Queste sono ottime credenziali per il nostro progetto di stare in
questo posto, a studiare la nostra riforma del teatro”: Viola rico-
nobbe l’umore acro di Will nella sua piena fioritura, e sorrise.
“Al contrario, Will: la fama di stregoni ci sarà propizia. Ci
pensate? chiunque ha un problema di cuore, di affari, o vuole
conoscere il futuro, ci troverà qui, pronti a servirlo”.
“Sei pazzo, Francis? lo sai bene quali sono le disposizioni del-
la regina in merito ai ciarlatani.”
“Non ci pensare, Will – Viola aveva la voce cristallina, da be-
niamino della vita, che Will le aveva coltivato per le scene
d’amore – Ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua
filosofia”.
“Come se il sentirmi al centro di questo vostro complotto doves-
se darmi una maggiore serenità. In fondo, vi conosco appena”.
“Le più grandi cose sono operate da chi ne è del tutto ignaro”:
così dicendo, Francis abbracciò Will sulle spalle e lo sospinse

109
delicatamente verso l’entrata. Quando già si udivano le prime
spallate contro l’uscio, esso venne aperto di soppiatto, facendo
piovere dentro l’atrio di casa tre mugnai dalle spalle grosse che
ora, mortificati, fissavano il cipiglio dei Nostri.

I primi giorni furono deludenti. La gente del posto non chie-


deva che filtri d’amore, e talvolta poesie per i più improbabili
incapricciamenti, come quello del cuoiaio che aveva la bottega
a lato della casa, e il cui martello fu una delle cause per cui
Will, alla fine, adottò il ‘verso sciolto’. A costui, un astrologo
aveva ficcato in testa che la sua progenie sarebbe nata da un
fiore; per questo ronzava intorno a Viola col silenzioso bulino
del suo sguardo. Ma quando arrivò lui, la pioggia aveva fiac-
cato da un pezzo in Will la voglia di rassettare il mondo. Era
cominciata con una sorta di sventolìo di bandiere. Le nuvole
si sfilacciavano come polvere, e lasciavano negli occhi tanti
diamanti non incastonati. Le strade accolsero la sabbia del Ta-
migi, arroccandosi dietro le porte di legno e gli scalmi al cui
mazzuolo venivano legati i cavalli. Una torre nera si stagliò
sull’orizzonte, e per vederci dentro Londra si fece avanti di
quattro leghe, come un bambino seduto in prima fila si inchi-
na per guardare sotto le gonne delle ballerine. Piovve per sei
giorni di seguito, e la peste abbandonò Londra. Al terzo giorno
di questa pioggia, un pastrano nero che oscillava tra le dita dei
suoi guanti smozzati all’ultima falange la punta di un bastone
da passeggio, picchiò il medesimo sull’uscio della casa. Il suo
possessore ascoltò i rumori di passi frammezzati a scricchiolii
con i quali, quasi fossero nani che ballano sul coperchio di una
scatola meccanica, si vuole suggerire l’efficienza della propria
sollecitudine; poi, al primo schiocco, spinse in avanti il batten-
te col pugno. Ora era lì, inquadrato contro l’uscio, utilizzando
l’aria sfavillante del crepuscolo come un mercante la utilizza
onde spacciare per vera la sua mediocre copia di un quadro
fiammingo. Francis, che gli aveva aperto, lo osservò: aveva la

110
fronte bombata da chissà quale violenze inespresse, la bocca
piegata e tesa, un elastico pronto a schioccare dinieghi; gli oc-
chi ficcati nelle orbite, come quelle macchie sulla pancia di un
leopardo che si vedono solo prima di sentire i suoi denti.
Per molto tempo si erano chiesti con quali soldi Burbage aves-
se acquistato la metà del lotto dove far sorgere il Globe, dopo
che Hundson si era rifiutato di sostenere per intero la spesa.
Ora, Francis lo sapeva: la risposta era in quella scrittura privata
da cui lo sconosciuto faceva gocciolare la pioggia sulle pietre
grezze dell’andito: una soluzione adottata proprio per simili
evenienze. In essa, il drammaturgo della compagnia doveva ri-
spondere di un prestito a scadenza rateale contratto da Burbage
con Maynard Lev, mercante d’arte; e che di lui in persona si
trattasse, Francis ne ebbe sentore da come osservava, oltre la
porta socchiusa, le coppe di alabastro smerigliare la luce fino a
farne sangue. Quando, una volta entrato, si voltò per chiudere,
alle sue spalle, la porta, il suo profilo gli apparve quello di un
nibbio che rifiuta la preda già rannicchiata di fronte ai suoi ar-
tigli perché di lontano, oltre l’abbaglio della luce, gli è parso di
scorgerne una ben più sostanziosa allontanarsi con tranquillo
sollievo. Afferrava le cose con gli occhi, prima che con le mani;
per questo li aveva sempre arrossati; e se ne compiaceva, per
l’effetto che la cosa poteva avere sulle sue vittime. Solo, nelle
sue gote c’era un ristagno di dolcezza: umiliate dalla bocca,
con la sua stretta spasmodica, galleggiavano sulla faccia come
gusci di noce, naufraghi disillusi dalla deriva.
“È in casa il drammaturgo della Compagnia del Lord Ciambel-
lano: William Shakespeare?”
La domanda venne posta come fosse superflua; Lev, infatti,
aveva letto negli occhi di Francis il conforto di non essere solo.
Senza rispondere, Francis introdusse Lev in salotto, dove quel-
lo si adagiò su di una poltrona in fronte alle coppe abbagliate
di sole. Francis, nel ritirarsi, ne poté scorgere la fronte allun-
garsi sul rosso amaranto: lo stendersi di una nuvola che neghi,

111
al lago alpino, la sua profondità. Will stava dormendo. I fogli
sparsi sulle lenzuola erano colmi per intero di quella scrittura
fina e ben allineata che racconta la disperata esigenza di esau-
rire lo spazio cartaceo che ci si è imposti per quel giorno, piut-
tosto che di dar corpo a vicende. Quando si presentò davanti a
Lev, a Will lo sbuffo delle brache emergeva attraverso la fibbia
aperta dei pantaloni. Il mercante vide in quello sventolìo bian-
co un segnale di resa. Questo lo rese incline ai ricordi: “Ci
fu un tempo in cui la scenografia dei drammi, Shakespeare,
veniva ricalcata sui quadri. In quel tempo, io scrivevo sogget-
ti per i grandi cicli pittorici degli artisti in voga allora: scene
mitologiche, ricostruzioni storiche… ma la mia specialità era
saper suggerire ai paesaggisti il punto di vista più utile per
cogliere, in una determinata veduta, il trascorrere della luce.
Perché la luce trascorre nella natura come il sangue nelle vene
di un uomo. O non credete che il sangue, come la vita, trascor-
ra in noi senza sosta?”.
“So che taluni ne pretendono la circolazione”: Will capiva che
doveva lasciar parlare l’intruso, se voleva sapere da che par-
te bisognava saltare, quando avesse dato la stoccata definitiva
con la prensile lingua.
“Fu lì, da scenografo, che imparai a conoscere i teatranti: tut-
ta gente che pretende di far vedere con le parole l’interiorità
– ebbe uno sbuffo di risa che gli artigliò le dita – quasi le co-
siddette emozioni non fossero le carabattole che l’ordine quo-
tidiano con cui la fisiologia contribuisce all’igiene del mondo
relega nello scantinato della mente, in attesa che ne vengano
espulse – nel dire così, si portò la punta delle dita vicino alle
narici, attirato dall’odore di polvere e muschio che vi avevano
lasciato i braccioli della poltrona – Io, per parte mia, ho scelto
il tributo a quel mondo visibile e sovra-individuale da cui qual-
siasi idea del bello trae la propria cittadinanza nell’anima”.
“Eppure, le passioni, signor mio, non sono che raggi di uno
stesso sole.”

112
“È proprio questo il punto, Shakespeare: la luce, se osservata
in modo diretto, abbaglia; è il suo calore, suo riflesso, a dar
luogo alla vita – Lev si era alzato, e si massaggiava nervosa-
mente il polso destro, quasi volesse ristabilire la circolazione
che l’autocontrollo della sua postura gli aveva compromesso.
Quando tornò a sedersi, pareva pentito di quella sua impennata
emotiva – Comunque, se sono qui, non è per discettare di arte.
C’è un debito scoperto a nome vostro, Shakespeare – trasse di
tasca lo scartafaccio che fino ad allora vi aveva ballonzolato
come il gatto che una bambina porta a passeggio nella piega
della veste; e prese a leggere, saltando i passi non pertinenti
con un ronzare che a Will pareva il cigolìo del sipario, quando
si apre – ‘Un debito di millecinquecento sterline che, qualora
io, Richard Burbage, non possa provvedere ad assolvere nei
termini suddetti… omissis… omissis… convengo che sia di
pertinenza del poeta della compagnia William Shakespeare
assolvere nei medesimi termini…”
“Signore, per quanto l’intera questione mi turbi, vi posso as-
sicurare che le mie tasche non sono certamente più floride di
quelle del mio impresario; infatti, è dalle sue che viene quel
poco che ho.”
Lev ebbe un lampo di autostima negli occhi, quasi tutto stesse
andando secondo i suoi occulti propositi. Si alzò, e sporgendo-
si verso Will gli porse il contratto piegato alla seconda pagina:
“In tal caso, vige la clausola apposta in calce al documento”;
ed indicò col dito una scritta in caratteri piccoli inserita quasi
a margine. Will lesse, e per un attimo i bicchieri di alabastro
presero a ondeggiare davanti ai suoi occhi, come nella stiva di
un mercantile. La vista gli si annebbiò insieme al cervello: ora
si vedeva, notaio, apporre in calce la propria firma sui passaggi
di proprietà, e leggere agli analfabeti fino in fondo i documenti
redatti in triplice copia, perché non avessero, poi, a patire sor-
prese. La clausola del contratto diceva: “Qualora il suddetto
Shakespeare non potesse saldare il debito prescritto nelle rate

113
stabilite, secondo la proporzione di cui sopra, egli lo salderà
con una libbra del proprio sangue, da estrarsi da un chirurgo
di fiducia del Lev al decorrere dei termini prescritti”.
Will saltò in piedi e depositò le carte nelle mani di Lev, evitan-
do con cura di sfiorarne l’epidermide: “In nome di Dio, Lev:
che se ne fa del mio sangue?”
Negli occhi infossati del mercante passò un frullo d’ali, e vi
depose la polvere dell’ambizione perduta: “Per anni ho male-
detto la ruota dei talenti che, alla nascita, non ha infuso in me
il genio poetico. Io so solo ammirare, e invidiare chi, per aver
pianto e gioito in nome di tutti, si merita l’amore degli uomini
in vita, e la loro commossa riconoscenza dopo la morte. Per
riuscire, ho provato di tutto. Sono stato servo di scena, guit-
to e pantomimo. Ho tradotto dal greco e il latino i capisaldi
del genere, traendone solo quinte di carta che il primo soffio
di un’idea bastava a squarciare. Allora, mi sono dedicato alle
arti visive, per le quali la mia attrazione è così superficiale ed
esteriore da non generare, in me, alcuna amarezza. Con mia
grande sorpresa, proprio per questo, commerciando in esse,
sono diventato ricco. La passione, infatti, abbaglia, ed espone
il proprio collo alla rovina di ogni colpo menato da chi non co-
nosce passioni. Questa verità ha colmato di scetticismo la mia
esistenza di uomo maturo – nel dir ciò, Lev si era volto verso
la finestra, quasi il progredire del suo tempo senza scopo fosse
inscritto nel declinare del sole. A questo punto, si girò verso
Will, e un ultimo raggio incendiò la sua pupilla, facendola fol-
le di quel fuoco che nessuna rassegnazione al tempo avrebbe
più potuto spegnere – Poi, ho conosciuto Fulcasius, e ho ri-
preso a sperare. Nel cercare rimedi ad una gotta incalzante, mi
è stato fatto il nome di questo alchimista capace di ristabilire
l’equilibrio degli opposti umori. Però, non sapevo che simile
artista dei fluidi sa trasporre le virtù spirituali da una mente ad
un’altra per semplice osmosi del loro sangue”.
Will cominciava a considerare la follia di quell’uomo come

114
fosse una macchina scenica di nuovo effetto, e lo prese quella
pace che viene dal frapporre tra sé e le passioni lo schermo del-
la competenza professionale: “Dunque – disse abbozzando un
lieve sorriso – vorreste cavarmi il sangue, perché convinto di
come, dandolo a Fulcasius per i suoi beveroni, il mio preteso
talento prenderà a scorrere in voi?”
“Oh, il procedimento è molto più complesso, ve lo assicuro!
ma l’idea è esatta – E Lev, avendo detto tutto, ritenne fosse il
caso di sospendere la conversazione. Sapeva per lunga espe-
rienza che, a quel punto, ogni parola si sarebbe ritorta contro
di lui – Comunque, tutto questo non vi riguarda. Tutto ciò che
devete fare, per legge, è darmi il vostro sangue. Quel che ne
farò, come avete potuto constatare, esula dai termini del nostro
contratto”.
“Un momento – Will artigliò per il braccio il mercante che si
era appena dato la spinta per alzarsi; ora, mezzo accovacciato,
lo guardava con la sorniona indifferenza che hanno le figure
mitologiche delle fontane, nel mentre ci spruzzano addosso
l’acqua – Come posso avere apposto la mia firma in calce ad
un documento di cui non so nulla?” A questo punto, ebbe un
tremito nella voce. Lev lo osservò scrutarsi nella memoria con
l’attenzione con cui si cercano i pidocchi nella testa dell’ama-
ta. Will, ora, ricordava. Ricordava la proposta di Burbage di
condividere rischi e vantaggi, nella gestione del Globe. Un
capocomico che si mette in società col proprio drammaturgo:
una circostanza simile non si era mai verificata! Will ricordava
il tono suadente con cui Burbage gli parlava, abbracciandogli
le spalle, nel mentre gli porgeva la penna per firmare; e come
il dito di lui avesse sottolineato i particolari del nuovo teatro, la
sua capienza, le dimensioni del palcoscenico: tutte spese da cui
Will sarebbe stato esente; e poi la dicitura in fondo alla prima
pagina: “Il drammaturgo della compagnia di Lord Hundson
diventa, con la sottoscrittura di questo atto, compartecipe a
tutti gli effetti di quanto esposto e asserito nell’atto medesimo,

115
senza, con ciò, dover impegnare, in prima persona, alcuna ri-
serva pecuniaria, né sottoscrivere ipoteche sui beni materiali
di cui sia in possesso”.
“In effetti, Shakespeare, non c’è stato inganno. Non vi sono
stati richiesti né soldi, né beni materiali”. Detto questo, Lev
uscì, con l’aria soddisfatta di chi sente di aver dissipato, con
franche parole, la calunnia che si stava addossando sulle spalle
di un gentiluomo.

116
IV.

La sala del regno di Elisabetta I. Una grande specchiera ri-


manda gli arazzi con la sconfitta dell’Invencible Armada che
la regina ha fatto tessere a Venezia. Sette lanterne ardono ai
lati, proiettando il loro profilo di civetta sugli archetti a tutto
sesto che incorniciano le sette porte di ingresso. Al centro della
sala il pavimento reca impresso, in listelli d’oro, un pentagono
rovesciato. Elisabetta siede su di un baldacchino retto da due
elefanti in pietra sulla cui proboscide stanno impressi lo stem-
ma e il sigillo. Tendaggi rossi coprono le capriate del soffitto,
e ricadono a terra come un ripensamento improvviso: di quelli
che Lord Hundson, il favorito della regina, ben conosce. Si
annunciano con un tremito della spalla, e l’inarcarsi del so-
pracciglio corrispondente: quello sinistro; quindi esondano sul
seno, che finisce strizzato tra le costole, come un’ostetrica fa
col neonato affacciatosi troppo tardi alla vita. La regina odia
dover cambiare idea; eppure, è la cosa che le avviene più spes-
so. Soprattutto con le promesse di matrimonio. Gliene giungo-
no in continuazione: rampolli di famiglie regali che sperano
di espandere, così, il loro regno. Ma questo delfino di Francia
non ha che quindici anni e, dal ritratto, è pustoloso e con gli
occhi della lince colta con la gallina in bocca. Si guarda gli
alamari della giubba, quasi aspettasse la sferzata dell’istitutore
sulla groppa. E invece, Elisabetta ama le belle gambe di Leice-
ster, e la barba che si affusola sui suoi zigomi come una ninfa
delle acque intorno al fusto della pianta lacustre. È pure, l’In-
ghilterra, una terra di apparizioni notturne, folletti dell’anima.
Ora Elisabetta sfoglia con impazienza il cartiglio col giglio dei
Borbone stampigliato sul dorso. La sua collera, quando esplo-
de, aggriccia i baffi dei dignitari, che smettono di darsi di go-
mito, e assumono un’aria contrita.
“Quando mai, signori, e vi chiamo a testimoni, io avrei fissa-

117
to una data per queste nozze? – Elisabetta scese dallo scran-
no senza attendere che l’intendente le ponesse sotto il piede
il necessario podietto; per cui i dignitari videro la sua testa
abbassarsi di scatto di venti centimetri, quasi un boia col gusto
del paradosso le avesse amputato i piedi – Avere un uomo al
mio fianco, significherebbe dargli in mano il regno. Quando
si abituerà, l’Europa, all’idea che una donna possa guidare da
sola una nazione?”. Tutti sapevano che quelle parole venivano
assecondate da una contrazione delle labbra con la quale Eli-
sabetta metteva in evidenza la peluria del labbro, sempre più
marcata per certi squilibri tra i fluidi corporei che il medico
di corte, John Dee, curava con elleboro e quassia, ma senza
risultati evidenti. Resa sempre più nervosa dal concentrarsi
dell’attenzione su quegli attributi maschili, Elisabetta corrugò
la fronte che l’eccesso di biacca aveva reso torrida e solcata di
crepe. In breve, sotto la porpora in polvere del suo viso si al-
largò una chiazza di corruccio, finché la sovrapposizione delle
due diverse tinte diede origine ad un ristagno violaceo come le
nebbie di Scozia. Doveva essersi svegliata tardi, quella matti-
na, perché sulla pelle del cranio, ai suoi margini, si intravedeva
la schiera dei piccoli uncini che la artigliavano, a sostenere la
parrucca incipriata. Elisabetta chiese che si andasse a chiamare
“John Dee”; e questo nome echeggiò lungo gli ordini cavalle-
reschi schierati per la teoria dei corridoi, secondo i gradi, dal
superiore all’inferiore, fino a che non smosse dal suo stallo il
valletto di camera. L’intera progressione richiese non più di
cinque minuti, in capo ai quali John Dee avanzò dalla prima
porta a sinistra: quella dalla quale Elisabetta faceva entrare i
consiglieri segreti (e che Dee lo fosse, lo dimostrava il venirgli
concesso di restare in piedi).
“Alle corte, dottore. A voi richiedo, oggi, una consulenza me-
tafisica – Elisabetta afferrava per aria le parole che veniva pro-
nunciando: segno che il suo interlocutore era persona da lei
ammirata – Quale ricchezza può anteporsi all’amore?”.

118
Dee, come al solito, si finse sorpreso dalla domanda. Elisabetta
non sopportava le persone troppo pronte di spirito. Fu dunque
solo dopo un certo indugio che “nessuna, mia regina – senten-
ziò – L’amore, infatti, in quanto segreta natura di ogni vinco-
lo, è ciò che determina l’inarrestabile trasmutazione di ogni
qualità, sia quelle fisiche che le spirituali; al punto che, senza
di esso, non si può dare qualità alcuna. Il potere, la gloria, la
ricchezza: tutto questo, è solo una manifestazione accidentale di
questo potente vincolo, e dunque non lo può vincere per pregio”.
“Nemmeno la morte, consigliere, lo può vincere?”
Dee ebbe un moto di smarrimento. Spesso, la regina, quando
doveva rendere nota a qualcuno dei suoi dignitari la disgrazia
in cui era caduto, giocava similmente a rimpiattino con lui.
Gli passò per la mente una battuta che aveva udito da Sidney:
“Quando Elisabetta andrà in menopausa, a terminare, sarà il
ciclo millenario della chiesa cattolica.”
“La morte è una ripresa dell’identico sotto diverse forme. Essa
non è una qualità, ma una condizione del tempo”.
“Ebbene, qui, non vi sbagliate – Elisabetta passò in rassegna il
picchetto dei suoi dignitari, composto per intero da amanti in
carica o appena dismessi. Valutò, di ognuno, le gambe tornite
e il torace ampio, per quanto tra i dismessi il ventre, imbaldan-
zito dalla sconfitta del cuore, cominciasse ad allargare i propri
confini – È proprio il tempo a farsi, in me, morte. Lungo gli
anni della mia esistenza, mi sono innamorata di uomini che mi
hanno amata solo per sete di potere. La riprova? il tempo pas-
sa, il mio corpo si screpola. Le fonti naturali della bellezza si
prosciugano; eppure, mi toccano amanti sempre più giovani”.
Era ferma, di spalle, contro Hundson; per un attimo, a Dee
parve che le sarebbe bastato un colpo di manovella dato col
braccio dietro la schiena, e il Lord avrebbe cominciato a muo-
vere dentro di lei con moto sincrono le pelvi. E d’improvviso
provò compassione per quella donna che dietro il carattere bi-
sbetico nascondeva l’utopia di un’Europa redenta dalle guerre.

119
La sfida, era abbattere le divisioni di culto. Far coincidere fede
e sovranità. La scommessa inglese nasceva dall’enfasi sull’in-
teriorità. L’anima di ogni uomo è un tempio; i suoi sentimenti,
manifestazioni del Dio in lui. Questa occulta filosofia aveva
già da secoli tentato l’impossibile azzardo dell’immortalità in
vita. Era stata sconfitta, ma le sue ceneri, nell’Inghilterra di
Elisabetta, resistevano, irrorate dai molti ingegni che nell’isola
avevano cercato, dopo la morte in patria del loro ideale, rifugio
e sostentamento. Ed ora, anche Francis rischiava di venire tra-
volto dalle forze della reazione cattolica. Fulcasius era riuscito
a porre un’ipoteca sull’intero progetto suo e di Elisabetta. Il
teatro, laboratorio dei caratteri, sarebbe stato l’ampolla alche-
mica dove le idee si trasmutassero in passioni. Il soggiogan-
te potere della poesia avrebbe dato corpo ai sensi segreti: le
ermetiche disputazioni sarebbero divenute carne viva, piaghe
che il popolo avrebbe ricevuto in seno alla propria indifferen-
za. Dee simulò un’altra volta uno smarrimento ormai trasceso
a stupefatta ottusità. Elisabetta alzò lo scettro verso di lui, e
“credo che tornare a vedere il mondo possa restituirvi, dottore,
una stilla del buon senso perduto. Da questo momento, siete
sciolto dal vostro servizio a corte. Potete tornare tra la folla, a
escoriarvi la candida pelle di studioso con le spine della vita”.
Un imbarazzato tossicchiare segnalò tra i cortigiani, a quel
“candida pelle”, la presenza di spiriti maliziosi. Non sapevano
che Elisabetta era troppo innamorata di Dee per poter soppor-
tare di stringerlo tra le braccia. A lui doveva l’aver superato il
retaggio di sangue impressole dal padre, Enrico VIII: il re che
doveva uccidere chi non poteva più amare. E invece, grazie a
Dee, nel suo regno si preparava la rigenerazione dell’umanità.

Camera privata di Elisabetta. Un letto in legno di noce, con


accanto un inginocchiatoio sul cui leggio c’è un’edizione di
Platone in greco. Elisabetta sta seduta su di una seggiola a
schienale rigido, e una coperta ricamata con le costellazioni

120
del mito le avvolge le gambe. Le pareti sono foderate di raso:
non per lusso, ma per attutire i rumori; ed anche questa, non
è nevrastenia, ma la regina non vorrebbe dover ascoltare per
caso ciò che di lei si dice. La condanna, per gli incauti, sarebbe
inevitabile: un sovrano non ha diritto alla pietà. Senza più il
trucco, il viso di Elisabetta è quello della Maddalena nelle vie
crucis di campagna: arso dall’ansia, i lineamenti sono stirati in
su, verso le pieghe della fronte. La stempiatura le ha disegnato
sulla fronte i contorni di un giglio. John Dee è seduto di fronte
a lei: ha una mano tra le sue, e con l’altra le massaggia la fron-
te: così aveva fatto, con moto spontaneo, la sera stessa dell’in-
coronazione, quando le porte della reggia si erano chiuse sulla
spaurita regina, e avevano lasciato fuori le insegne di vittoria,
e i drappi col blasone.
“Fulcasius ha mostrato, questa volta, una sicurezza sorpren-
dente, mio buon amico. Le spie della Spagna si stanno dif-
fondendo in questo regno ad ondate, con la stessa regolarità
periodica della peste”.
“La nostra gente è stanca, e ascolta tutto ciò che le si dice.”
“Avete notizie di frate Giordano? Da quando l’Inquisizione ha mes-
so le mani su di lui, l’intero nostro progetto ha preso a vacillare”.
“Lo torturano; ma lui nega, e resiste.”
“Se penso a quando, giunto qui da noi, gli promisi salvezza e
pace…”
“Non doveva andare nella tana degli aristotelici, ad Oxford, e
provocarli in quel modo. La sete di fama e ricchezza, non si
addice a chi persegue i nostri intenti”.
D’improvviso, la serenità di Dee parve, ad Elisabetta, qualcosa
di mostruoso. Divincolandosi da lui, si alzò e prese a fissare
la parete: “Vi rendete conto che state parlando a una regina?
– quando si volse a guardarlo, i suoi occhi sfavillavano – Qua-
le sorte è peggiore della mia, che vivo scissa in due opposti
mondi? –
Dee sostenne lo sguardo con fiducia tranquilla, finché Elisa-

121
betta non si rasserenò e gli sorrise – Eppure, che il disprezzo
della felicità è l’unica felicità possibile, su questa terra, me
l’avete ben insegnato – si riadagiò sulla sedia con un’aria di
giocosa rassegnazione. Quand’era bambina, saper continuare a
giocare nel mentre, intorno a lei, si perpetravano stragi, le ave-
va salvato la vita – Che pensate io debba fare? Pagare il debito
a Fulcasius, e salvare, col suo poeta, la compagnia?”.
“Voi conoscete Francis, regina. È un naturalista, ma, degli uo-
mini, sa ben poco. Non credo possa fare il buon genio di un
drammaturgo, a meno che… – Dee si mise a fissare un punto
lontano; Elisabetta capì che qualcuno, dentro di lui, stava agi-
tando i dadi nel bussolotto – A meno che – riprese, e ritaglia-
va con un dito nell’aria la sagoma del proprio pensiero – il
bisogno e la disperazione non lo costringano a stemperare la
propria superbia, e venire a patti col genere umano”.
“Volete rischiare tutto confidando su doti pratiche che, in Ba-
con, possiamo solo sperare latenti?”
“Abbiamo messo Francis accanto a Shakespeare perché gli
insegnasse ad osservare i caratteri umani con la stessa luci-
dità con cui lui osserva le cose della natura. Ora, la necessità
stessa saprà insegnargli il modo. E senza Fulcasius, forse, non
l’avrebbe mai appreso”.
“Se non riescono a raccogliere quella somma, tutto sarà perduto.”
“Se noi paghiamo il loro debito, regina, tutto sarà, allo stesso
modo, perduto. Tra due possibili fallimenti, occorre scegliere
quello che richiede un tempo più lungo”.
Elisabetta accennò una protesta; poi, si rese conto che solo la
docilità nel mettersi in mano d’altri le aveva permesso, fino ad
allora, di non soccombere. Si chinò a baciare la mano di Dee,
e lo costrinse, così, a congedarsi bruscamente.

La curiosità di mettere alla prova le proprie capacità divinato-


rie diveniva ora, per Will, Francis e Viola, l’unica maniera per
raccogliere i soldi necessari. Per prima cosa, Francis attaccò

122
al muro un planisfero con tutti i canali per i quali, nel corpo
umano, passa la linfa, e su ognuno di essi segnò le proporzioni
che connettono le sue membra alle costellazioni cui si deve
l’ondivaga ventura delle sorti. Quindi, insegnò a Will come
stabilire il carattere di una persona dai segni che il tempo gli
ha impresso sul volto. Un reticolo di rughe intorno alle tempie
era una colpa antica ma mai dimenticata. Quel tremito tra pol-
lice e indice, quasi la mano contasse denaro, era il desiderio di
sapere le sorti dei passanti, e di quanto il diavolo avesse man-
cato su loro il colpo della malasorte. Ma soprattutto, Francis si
premurò di insegnare a Will la lusinga delle parole: il modo in
cui, con esse, si riconduce chi ascolta al desiderio di un senso,
per le sue emozioni.
“Le parole, Will, sono specchi: in esse, non c’è riflesso alcuno
del pensiero. Ciascuno vi scorge ciò che vi ha lasciato solo un
minuto prima”.
“Ma com’è possibile, allora, che con esse si erigano intere le-
gislature e sistemi filosofici?”
Francis, in un moto di impazienza, si gettò la mano dietro la
schiena: “Come puoi pensare che ci sia una qualche relazione
tra ciò che si agita nell’animo umano e le parole che l’abitudi-
ne trova per esprimerlo?”
“Eppure, l’intera umanità conviene sulla nobiltà che viene da
un elegante discorrere.”
Francis afferrò Will per lo sbuffo della manica. Nei suoi occhi
scorreva vino cattivo: “Le parole, Will, hanno uncini con cui
svellerti le tue verità dai capelli. Non esiste via d’uscita al pro-
gredire della logica; sarebbe meglio venire presi a getti d’olio
bollente, durante l’assedio ai sentimenti”.
Per molto tempo, mentre dava udienza ai postulanti, a Will
venne in mente quanto Francis aveva detto sulle parole. Così,
se vedeva gli umori di una vedova adunarsi nella scrofola che
aveva sul labbro, mormorava furtivamente un pater noster. Se
nel viso volpino di un malato di terzana gli occhi stavano striz-

123
zati come i galli che sui tetti segnano tempesta, balzava subito
di lato, perché sapeva che quello gli sarebbe saltato al collo.
Col tempo, elaborò una sua personale teoria degli umori, se-
condo la quale ogni passione aveva origine da una sproporzio-
ne tra i canali interni del corpo e i vapori che i pianeti sotto cui
ognuno ha avuto la propria nascita mandano in quei recessi in-
timi. Liberò una vergine dal demonio col solo farla starnutire,
e indusse un giovane gentiluomo che voleva darsi la morte per
fame a mangiare una coscia di pollo semplicemente premen-
dogli il naso con le nocche, come aveva visto fare a Stratford
coi maiali che si voleva ammansire per portarli al macello. Ma
la sua specialità erano gli incantesimi d’amore. Sapeva divina-
re la buona sorte di un corteggiamento dall’osservare il volo
degli uccelli. Era maestro nel suggerire lo sguardo che convin-
ce l’amante a seguirti, il rivale a cedere il terreno. Francis gli
aveva insegnato che il corpo umano trae la propria linfa vitale
dalla terra, e può attingere forza da sorgenti segrete. Si trattava
solo di sentire scorrere in sé i nutrimenti che a ciascuno le stel-
le diedero alla sua nascita. La fama di Will nel quartiere crebbe
in poco tempo. Qualcuno gli portava in compenso coppie di
giovenche, altri, capponi legati per le zampe; ma i più davano
sterline che andavano ad alimentare il gruzzolo destinato al-
l’usuraio. Nel frattempo Francis, appartato in un angolo della
stanza, sbozzava le fisime di tutti quei lunatici in mappe stella-
ri dei caratteri, che poi rifiniva a pennello nella solitudine della
sua stanza. C’erano gli atrabiliari, perennemente corrucciati
col mondo; i giovali, la cui risata era una piccola esplosione di
raggi solari; i saturnini, che avevano la faccia per metà coperta
da un’ombra; i mercuriali, con l’apparire dei quali tutto pren-
deva a ruotare, e smarriva i suoi contorni.
Ma il successo più grande di Francis fu con una vecchia mez-
zana che aveva preso in affitto, oltre al vestito, anche le parole
con cui si presentò: “Io sono la vecchiezza inconsapevole di
sé.” Costei aveva sposato un vedovo sessantenne il cui padre

124
aveva lasciato un testamento controverso. I fratelli, con l’assi-
stenza di un buon leguleio, lo avevano privato di ogni diritto.
Da quel momento, la vocazione della donna era stata spingere
il marito a spendere le ultime energie in cause al termine delle
quali – lei non aveva dubbi – sarebbe crollato sul cadavere dei
suoi fratelli, ma con le mani piene di soldi.
“E così è andata: solo che il morto, da allora, ha preso ad uc-
cidere il mio sonno. La notte, mani invisibili mi strappano la
coperta. Avverto baci sulla tempia acuti come punture di scal-
pelli, mentre voci, dal buio, mi narrano la mia dannazione eter-
na”. Will non capiva come a Francis fosse venuto in mente, ma
fu proposto alla vedova di recarsi, tutti insieme, al cimitero per
estrarre dalla sua tomba il cranio del morto, forarlo, turarne la
mandibola con la cera e quindi riempirlo dell’inchiostro col
quale la donna avrebbe dovuto scrivere un’orazione funebre
in onore di lui.
“La profanazione di un cadavere è il modo migliore perché le
nostre mani finiscano appese sul ponte, a salutare chi arriva a
Londra per la prima volta” fece Will non appena la vedova si
fu allontanata.
“Non capisco di che ti preoccupi. In fondo, quando scrivi i tuoi
copioni, ti servi dei morti per far soldi, o no?”.
La strada verso il cimitero di Londra passava per le case in
legno e pietra degli artigiani. La maggior parte erano vuote per
via della peste, e il messo del Lord Guardasigilli ne valutava il
valore, per vedere se bastasse a coprire i conti lasciati scoperti
dai morti. Will era costernato dalla gran quantità di cani randa-
gi che lo squadravano con occhi sensati. Pareva si annotassero
la sua faccia per quando l’avrebbero rivista all’inferno, con
quella storia del testo ridotto a far da calamaio. Si era deciso
di ammassare il cimitero entro un perimetro di mura, cosic-
ché le tombe nuove finivano impilate sulle vecchie. La pioggia
sdruciva le lapidi con quelle bolle marrone in forma di moneta
che fa la ceralacca troppo calda, quando si sigilla in fretta un

125
documento. Il rischio di contrarre la peste era alto, ma Francis
disse che le molte piogge avevano reso improbabile il conta-
gio. La vedova era eccitata. Trattare col marito da morto non le
sarebbe apparso molto diverso da ciò che si dicevano quando
era in vita. Avevano già abbassato le pale sulla tomba, quando
udirono un richiamo convenuto. Era un fischio acuto che subi-
to scendeva alla nota vicina.
“Buona donna, è inutile che lo spostiate di lì. In questo campo-
santo, non c’è più posto. Se non volete che le sue ossa vadano
perse in mezzo a quelle degli altri, dovete portarlo a Finsbury,
o più lontano ancora”.
Due becchini lenti e affusolati come la fame venivano su per
il sentiero di ghiaia. Tenevano in mano una lanterna che giun-
geva ad illuminargli soltanto i piedi, mostrando nel cerchio di
luce il pollice che spuntava dalle scarpe sfondate, e pareva la
testa di un attore che sbuca dal sipario per un ultimo applauso.
Will sentì il sudore gelido stirargli ad una ad una le pieghe del
vestito stazzonato. Tra un attimo, la lanterna sarebbe stata al-
zata sulle loro facce, e subito dopo le loro mani sarebbero state
afferrate dalle tenaglie che i becchini si portavano in vita, fa-
cendole rimbalzare ad ogni passo sulla coscia. Will decise che
la sua vita era finita, e si marmorizzò. Quando il becchino più
basso, la cui fronte – se ne accorgeva ora – era attraversata da
una cicatrice – l’impegnativa di un debito mai pagato? – alzò
la lanterna su di lui, chiuse gli occhi e cercò di scomparire die-
tro al tendaggio della sua stessa paura. Il grido di sorpresa che
udì non lo consolò, ma gli fece intuire che le sue mani, stante
la gloria di teatrante, sarebbero state le più popolari tra quelle
prossimamente ondeggianti sugli spalti del ponte.
“Che mi venga un colpo: Will Shakespeare, il più dolce di
quanti poeti abbiano scaldato le mie vecchie ossa: anche lui
qui, a far da becchino.”
Will aprì un occhio, e subito vide sulle spalle di quell’indi-
viduo un farsetto rosso coi campanelli, e due rostri di piume

126
dischiuse, nella danza, intorno ai suoi gomiti.
“Garret? Tu sei David Garret! – esclamò Will, e afferrandolo
per le ascelle lo fece oscillare nell’aria come si fa coi burattini
appena finiti, per asciugarne la pece. Lo ostentava agli altri
due quasi fosse il balocco preferito di un bambino guarito dal-
la febbre – A costui devo se uno sbuffo di vento mi pare la
melodia delle gemme all’aurora, e i tuoni la testa di Dio che,
inciampando nelle nuvole, batte contro le imposte del cielo.
Quando giunsi a Londra per fare l’attore, mi misero a guardia
dei cavalli, e Garret si metteva dietro ad una delle mie nobili
cavalcature e alterando la voce in equini accenti ‘Will, io sono
il fantasma di tuo padre – mi sussurrava maligno – mai avrei
creduto la mia progenie capace di depravarsi fino all’accatto-
naggio.’ Quindi, ridendo, mi si mostrava, e cominciava le sue
lezioni di dizione”.
“Con scarso risultato, visto che ancora usi il naso al posto dei
polmoni, e tieni le corde vocali nella testa. È per questo che
ti sei ridotto a fare il becchino?” Garrett si comportava come
avesse salutato Will non più di due ore prima.
“E tu, buona lana? non hai certo fatto più carriera di me.”
“La colpa è di voi nuovi drammaturghi. Peele ha fatto di me
l’elfo del vento, e così sono cascato per venti metri con una
fune giù dallo stallo dei suonatori; fino al proscenio, dove do-
veva esserci una quinta di cartone con un arcobaleno, e invece
ci avevano lasciato, dal giorno prima, la cinta muraria di un ca-
stello scozzese. Il risultato è che, ora, ho una gamba più corta
dell’altra. Del resto, non mi lamento: dove, meglio che qui, po-
trei esercitarmi per la mia carriera futura? – E dando di calcio
dentro una montagnetta con la sabbia smossa, ne fece emerge-
re tre tibie e una scapola – Guardate un po’, che folla: pare il
'Rose Theater' durante una rappresentazione del Tamerlano di
Marlowe. Non per niente, il poeta ha capito che soltanto qui
avrebbe trovato un uditorio più vasto, e ci si è trasferito per
tempo – così dicendo, Garret additò una stele ficcata dentro

127
una zolla grassa, per essere stata rivoltata da poco – Lì giace:
il più grande di tutti. Ma tu, Will, ti fossi formato una maggior
pratica del mondo, e avessi letto un po’ di più i Latini, gli po-
tevi ben fare concorrenza. E invece, eccoti qua, armato di tutto
punto per l’unico mestiere in cui i clienti non si lamentano mai
– a questo punto, Garret riassunse una sua compostezza pro-
fessionale alla quale non intendeva rinunciare – A proposito,
che stavate facendo lassù?”.
“Questa donna, ha di recente perso il marito in un duello
d’onore. Il suo assassino è spirato, a sua volta, di lì a poco, per
le ferite ricevute. Con salomonica sentenza, i giudici hanno
stabilito che i due venissero sepolti insieme. Da allora, però, la
poveretta è turbata da prodigi notturni e, nell’ombra, lo spettro
del marito le chiede di non lasciargli passare l’eternità in sì
spregevole compagnia. Per un atto di pietà, vorremmo assol-
vere i suoi voti”.
Garret ascoltava trasognato: “È pur vero, Will, che anche da
becchino sei rimasto quel cuor tenero che eri. Dunque – e alzò
il dito al cielo con professorale spocchia – per prima cosa, biso-
gnerà trovare qualcuno con cui scambiarlo di posto – si grattò
la testa col solo indice, per non apparire volgare – Caso vuole
che oggi stesso abbiano portato qui un notaio solo al mondo, e
la cui pitoccheria si è spinta fino al punto di voler essere sepol-
to in una fossa comune, per avere più denaro da portarsi con sé
nell’aldilà. Facciamo così: io ti fornisco il morto fresco, e tu ci
rimpiazzi quello vecchio”.
Con fare furtivo, Garret guidò i tre nella sala mortuaria. Era un
tempietto in stile greco, con un uccellaccio di pietra in aggetto
sul frontone. Dentro, ogni cosa era di nuda pietra. Una schiera
di crani, tutto intorno alla sala, sorrise ai nuovi visitatori.
“Vedete? – e Garret prese a carezzarli sulla testa uno per uno,
come si aspettasse che scodinzolassero – questo è il museo
delle arti e le scienze. A ciascuno di costoro, la sua fissazione
si è inchiavardata nella testa, e ne ha modificato il cervello.

128
Questo cranio così slargato, con le arcate sopraccigliari spor-
genti come cornici di un portale, fu un architetto. Non ha più
occhi; ma, a giudicare dalle sue costruzioni, non doveva aver-
li neanche da vivo. Quest’altro cranio tutto percorso da linee
bucherellate e crocette incise nei loro riquadri, è quello di un
mercante. A forza di fare i conti, la testa gli è diventata una
tavola pitagorica. E questo cranio, dite un po’, a chi appartene-
va? – abbracciò per la nuca una testa tutta liscia, e la cui nuda
evidenza non manifestava alcun segno visibile – Ve lo dico io:
era un attore: l’essere più insignificante del creato, il telo su cui le
passioni non sfogate dal popolo proiettano le loro ombre. Adesso,
siccome non c’è più nessuno a guardarlo, esso non è niente”.
Per un subitaneo impulso, Will si fece avanti; staccò con deli-
catezza il cranio dal suo supporto, lo prese tra le mani e prese a
fissarlo nelle cavità degli occhi; intanto mormorava tra sé e sé
certe parole che nessuno, intorno a lui, udiva.
“Se la morte ti ispira tanto, pennivendolo, questo è il posto per
te” sussurrò in una risata Garret; poi prese il cranio dalle mani
di Will, e lo rimise al suo posto.

L’inganno alla vecchia fruttò duecento sterline. Ci sarebbero


voluti altri dieci colpi così, per pareggiare il debito. Quindi
Viola, costretta una volta per sempre nei panni di Virgin, deci-
se di seguire una traccia nascosta. Tutto era cominciato con un
biglietto trovato tra le pagine del libro che John Sidney aveva
dedicato alla teoria dei colori: come essi si originino, sempre,
dal bianco. Sul biglietto c’era un cranio incorniciato tra due
allori, e sul cranio era tatuata una mappa che indicava un luogo
di Cupplegate tra la Sala delle Udienze e il Tribunale: proprio
dove si aprivano le botteghe degli avvocati, che esponevano i
rotoli della legge come fossero salami. Viola decise di anda-
re. Percorse la strada tenendo lo sguardo diritto davanti a sé.
Temeva che qualcuno riconoscesse in lei Virgin, il ragazzo dei
Lord Ciambellano. Il suo arrivo davanti alla bottega indicata

129
sulla mappa qual mèta, fu salutato da un colpo di cannone: la
regina stava per uscire a passare in rassegna le truppe che, sul
ponte, facevano la guardia alle mani mozze dei ladri. C’era
un forte vento a rèfoli, che impediva ai gatti di azzuffarsi e
alle pozzanghere di diventare grigie. Viola si chinò sotto l’an-
dito dalla volta a botte e picchiò leggermente con le nocche.
Gli aprì un vecchio che, se si fosse avvolto la barba bianca
sulle spalle, avrebbe potuto usarla come una coperta. Costui
squadrò Viola e subito le diede le spalle, nel mentre, con un
solo cenno della mano, la invitava ad entrare. Giudicando dal
calzare di legno con una zeppa alta mezzo metro in cui il suo
piede destro era avviluppato, doveva avere un piede cavallino.
Il vecchio accese una lanterna con uno stoppaccio di sego, e
subito si parò dinanzi a Viola una serie di personaggi disposti
in doppia fila, come per una parata. C’erano ceffi rubizzi il cui
viso era smaltato da venuzze in rilievo, e appresso a loro certi
sacramenti lunghi lunghi secchi secchi le cui braccia pende-
vano dagli abiti come ganci sulle cornici di un vestibolo. Tutti
erano calvi, e la loro testa rifulgeva alla luce dei doppieri come
il primo giorno della Creazione. Quando si inchinarono verso
di lei, Viola ebbe un soprassalto; allora il vecchio fece segno
ad ognuno di loro; e man mano che li presentava, li chiamava
in avanti col dito: “Quello è mastro Peter, il notaio; e quello
lì, col naso lungo, messer Panley, il cerusico; quanto a colui
che ci dà le spalle, come gli facessimo dispetto, è Lord Dun-
stable: il poeta della ‘tardiva rivelazione’”. Come ebbe udito
il suo nome, quest’ultimo si volse. Al cospetto di Viola, i suoi
occhi annegati sotto le pesanti sopracciglia ebbero un guizzo:
“Oh! tardi mi apparisti, gioventù degli anni miei – cominciò
prostrandosi in ginocchio, e intanto teneva la mano di Viola tra
le sue – siccome della luna sappiamo la bellezza sol quando si
volge, scoprendoci la sua faccia nera”.
“Per questo, Lord Dunstable, lo chiamiamo così: perché il di-
svelarsi di ogni cosa, per lui, ne è già il tramonto”.

130
“Ultima face di sì gran fuoco, scaldami coi tuoi occhi di forna-
ce”. E Dunstable si avvinghiò a Viola con tanta di quell’enfasi
che il districarlo da lei non fu per niente facile. Quando le si fu
calmato il batticuore, la ragazza chiese al suo ospite il motivo
di quella convocazione.
“Noi tutti qui, color che vedi, siamo uniti dallo stesso patto
– cominciò quello – penetrare le segrete ragioni dello scibile
umano, né desistere finché esso non ci si manifesti. Per questo
abbiamo fatto voto di non toccare né osservare donna alcuna,
in quanto l’amore sarebbe di traviamento alla nostra missione.
E invece, guardati attorno”.
Il vecchio fece con la mano un ampio gesto circolare; e Vio-
la notò che tutti, quanti erano, la nostalgia d’amore li aveva
resi quasi senz’ossi. La bocca, senza più sostegno, pencolava
contrita, articolando inudibili nomi di donna. Parevano senza
denti, nutriti a semolino.
“Sicuramente, quelle donne moresche che gli hanno teso l’im-
boscata, si sono impadroniti di loro con un sortilegio.”
“Di dove vengono, e chi sono, le donne moresche?” Viola ce-
lava sotto l’indifferenza la paura che si scoprisse la sua natura
femminile.
“Sono meticcie che il diavolo ha messo a coltura per il pasto
delle nostre anime. Ricevono i loro clienti a due isolati da qua,
e un visconte francese decaduto raccoglie i denari che guada-
gnano offrendo le loro grazie”.
“Volete dirmi che i vostri virtuosi sapienti sono andati con del-
le prostitute?” Per fortuna, Richard Burbage aveva insegnato
a Virgil come simulare una risata beffarda col buttare la testa
indietro, e scoprire i soli denti, a labbra ritratte.
“Io stesso ce li mandai, perché scoprissero di quali malizie si
avvale la donna per nascondere la naturale indegnità del pro-
prio corpo, dove i belletti si sciolgono, al primo amplesso, in
miasmi e fiati d’inferno. E sì che avrei dovuto temere le stre-
ghe, e il modo in cui esse sempre si oppongono agli intenti

131
della scienza”.
“Le streghe sono le lacrime tardive del mondo, che aborrisce
la propria stessa nequizia”: la voce di Dunstable risuonò alta
sotto la volta, e la riempì con la sua monotona cantilena.
“Ma, in definitiva, di che cosa vi occupate?” Viola era tutta
compresa dall’ostentare uno scetticismo maschile.
“Di un computo solenne e necessario, ragazzo mio: dedurre
dai segni del tempo quando avverrà la conflagrazione univer-
sale, e chi ne sarà vittima.”
“E chi mai?”
“Certo, non noi.”
“Forse perché, di voi, avranno prima ragione i mali di Venere,
e finirete con un bubbone maligno in mezzo agli occhi.”
“Il tuo compito, ragazzo, non è comprenderci, ma liberarci da
cotanto incantesimo mulìebre.”

Sospinta sulla strada da un’occhiata un po’ più insistita del


nobiluomo, Viola si diresse verso la casa di malaffare dove
quel consesso di pensatori aveva pensato di mettere alla prova
la propria resistenza alle tentazioni. La via era ingombra di
becchini che portavano in giro gli ultimi appestati, come per
far constatare alla gente la fine del contagio. L’atmosfera era
così risanata che la nebbia sospesa sul Tamigi pareva solo l’ap-
puntamento col passeggio serale. A quel tempo, gli equipaggi
nobiliari avevano il diritto di far seguire ad un breve colpo di
campanello il loro transito sui malcapitati poco lesti a spostare
la propria schiena. Quando Viola prese la strada dei bassifondi
c’era, steso in una pozzanghera, un ometto panciuto la cui blu-
sa portava ben impressi i segni di una ruota. Col viso affogato,
sbocconcellava certe imprecazioni che denunciavano in lui il
maestro di scuola. Nel tirarlo su per un braccio, Viola si ritrovò
faccia a faccia con Ben Jonson: il virtuoso del libello; il sapro-
fìta del teatro londinese, la cui prosperità nasceva dal tagliare i
panni addosso ai suoi protagonisti.

132
“Be’, ragazzo mio – disse costui, dopo essersi nettato la fac-
cia dal fango – quando, lasciando le mie campagne, ho detto
che volevo ficcare il naso nelle strade londinesi, non inten-
devo questo – la sua voce aveva quel tremito: il colpo di ali
alla svolta di ogni conclusione, che caratterizza i temperamenti
ironici – Ti andrebbe di fare un po’ di strada insieme? Tutte
queste carrette cariche di cadaveri gonfi ti fanno sentire così
vivo… L’hai fatta bene, sai? la figlia di Tito Andronico. Non
deve essere facile dover recitare con due rametti al posto delle
mani, e senza poter ricorrere allo sguardo, perché ti hanno ca-
vato gli occhi. Certo: Shakespeare, in quel dramma, fa pensare
sia nel vero chi lo vuole figlio di un macellaio. Marlowe gli ha
ben spiegato quello che piace al nostro pubblico – Ben sferrò
a Viola un sorriso di sottecchi – A proposito: quando debuttai,
alla tua età, non mi sarebbe nemmeno passato per la testa di
giocarmi il soldo quotidiano con la prima puttana che mi aves-
se sorriso dalla platea – allontanò con la mano le inesistenti
proteste del ragazzo – E invece, adesso, eccomi qui”.
La direzione, a Viola, era chiara: andavano verso la piazza di
Clerkenwell, con le sue botteghe a raso della strada e le stria-
ture del sole che, attraversandone le fessure, agitavano il loro
ventaglio nel vento della sera. Una di queste costruzioni aveva
la facciata ad un piano solo, come tutte le altre, ma dietro quel-
la si diramava una sequela di casamenti grigi come lo scapola-
re di un frate. Sulla porta aperta sedeva una donna anziana i cui
capelli erano rossi come un piatto di pancetta lasciato troppo
tempo all’aria aperta. Sulle sue dita si inerpicavano certi anelli
di granato con serpenti affusolati, mentre le braccia erano mi-
surate da cerchi di ferro simili a quelli che si mettono al muso
dei buoi da aratro, per sapere la loro capacità di tiro. Costei
scrutava il cielo odoroso di pioggia, e dal modo in cui valutava
il ristagno dell’acqua nel vaporoso ondeggiare del vento, si
capiva che sapeva giudicare chi le si parava davanti. Infatti,
non appena vide Ben “ecco il volpone – esclamò alzandosi in

133
piedi; e gli tese due dita da baciare, neanche fosse un contessa
appena lasciata a piedi dal cocchiere distratto – Se vuoi entrare
di nuovo qui, bello mio, è meglio che ti togli dalla testa il tuo
nuovo blasone da nobile: i due paioli, col cinghiale a far da
guardasigilli, e quell’alloro più adatto a incoronare un arrosto
che la testa di un poeta”.
Si alzò in piedi; allora Viola ne vide le gambe marezzate di
venuzze violacee, per il ristagnare del sangue. Sentendosi sfio-
rata dagli occhi di Viola, la tenutaria le si fece incontro sor-
ridendo, e le passò sul viso il dorso della mano: “Te li scegli
sempre più giovani, eh, Ben? Parola mia: questo ha l’incarnato
così roseo che molte di noi, al confronto, paiono angeli ritratti
da un pittore con la scrofola negli occhi”.
“Questo, Meg, non è il mio; è di Shakespeare.”
“Will l’impostore? chissà con quali invenzioni ti ha concupito,
piccolo mio. Quel figlio di un macellaio sa poco di latino e
meno di greco. Tutto ciò che ha letto nella sua vita è il suo stra-
maledetto Plutarco, per giunta tradotto da North; da lì, e da un
manualetto di storia, tira fuori le sue vicende, che sono ben ar-
ticolate come lo possono essere solo quelle concepite da chi, di
esse, non sa nulla. O non credi, fanciullo, che la chiarezza e la
semplicità siano il ronzìo che la mosca della stupidità fa contro
il vetro del cervello, quando se ne vuole uscire a parole?”.
Viola era costernata dallo spirito di quella vecchia puttana; e
le sorrideva, ricambiando questa festosa accoglienza con la
rinuncia a giudicare. Allora anche Meg le sorrise; poi, rivol-
gendosi a Ben “hai il colorito che potrebbe avere, addosso a
uno sbirro, un farsetto il cui padrone se ne stia da un mese a
penzolare sugli spalti del ponte. Per te, ci vuole Quickly, con
quella sua acrobatica allegria, possibile solo a chi il vaiolo ab-
bia sfigurato da bambina”.
“Quickly? per carità, non voglio doverla tenere sollevata fuori
dalla finestra mentre faccio con lei il montone a due teste. L’ul-
tima volta, un mucchietto di dignitari, per strada, ondeggiava

134
la testa a un sol uomo in su e in giù, secondo il barometro del
mio promontorio”.
“Quando giochi a fare il castigato, sei più sporcaccione ancora,
Ben – Meg prese la mano di Viola e giocò a lungo con le sue
dita raccolte a pugno come un mìtilo che voglia conservare il
proprio succo; finché non le ebbe dischiuse – Per te, invece,
bello mio, ci vuole Rosalinde. O non ti delizia sapere che po-
trai così conoscere gli anditi più segreti del tuo drammaturgo?
la vita intima di Will?”.
Detto ciò, Meg introdusse con uno spintone Ben nella prima
casa: quella che fungeva da atrio. Viola, afferrata per la mano,
non poté che seguirla. Si ritrovarono in una sala tutta coperta
di arazzi con scene erotiche per lo più tratte dalla mitologia:
satiri coperti di frasche dalle quali emergeva solo il loro mem-
bro irsuto spiavano ninfe nude recatasi a trar l’acqua dal fiume,
e ad esse facevano da contrappeso Titani dal corpo roccioso e
la testa aurata la piccolezza del cui membro indicava come,
anche nell’alba dell’umanità, non fosse tutto oro quello che
luce. L’unica eccezione alla tinta mitica era un arazzo centrale
raffigurante Filippo II d’Asburgo, il re di Spagna, impalato sul
pennone di una nave: gli veniva fuori dalla bocca con tanto
di cartiglio quell’“in hoc signo vinces” già da lui adottato per
emblema dell’Invencible Armada. Ben sapeva benissimo dove
andare, e si accomiatò con un cenno della testa per un corri-
doio che si dipartiva a sinistra, sul fondo dell’atrio. Viola, al
seguito di Meg, attraversò cinque di quei corridoi che metteva-
no in comunicazione tra loro gli edifici in successione ordinata
da cui il fabbricato, nel suo complesso, era costituito. Quando
giunse al sesto, Meg la sospinse senza cerimonie in una stanza
buia e se ne andò chiudendo la porta dietro di sé. Viola, dal
respiro che gli passava intorno alla nuca come una mano di
bimbo, avvertì la presenza di qualcuno. Comprese che costui
aveva sviluppato la capacità di individuare i tratti di un volto
nell’oscurità più completa.

135
“Tu, ragazzo, devi essere una di quelle creature in cui si com-
pendiano uomo e donna la cui perfezione evoca ciò che l’uma-
nità era prima della Caduta, e la cui nascita, per questo, è così
rara – queste parole rimasero sospese per un po’ nell’aria, come
una nuvola di fiato quando il ristagno del calore ancora non la-
scia che il manto delle nuvole si depositi a terra – Dicono che
le creature del tuo stampo tolgano i malefici col solo sguardo;
e allora, quale balsamo saranno mai i tuoi baci? – Viola sen-
tì cadere veli; frusciare braccia, allo sfilarsi di sete; poi, una
stretta sul ventre da cui piombò sulle sue tempie caldo e gelo
insieme, rassodati in un unico bolo del tempo. Ebbe appena la
presenza di spirito di allontanare da sé la fronte di Rosalinda,
che cadde, e dovette urtare qualcosa con la nuca, se il suo do-
lore si conficcò nel petto di Viola come una punta arroventata
– Da dove ti nasce questo disprezzo, ragazzo? o forse è la pau-
ra che un puledro di nuovo pelo, perché ha le cosce glabre, ti
sbalzi di sella?”. Una risata di Rosalinde, insieme allo scatto
per rimettersi in piedi, ricordarono a Viola il tratto della corda
che chiude il sipario, al termine di un atto. E la vide: il suo
profilo fatto rossastro dalla mano con cui proteggeva la bugìa
di una candela. I lineamenti parevano tratteggiati nell’aria, con
quella sfrontatezza nel negare le simmetrie che solo la vera
bellezza può avere. La piega della bocca imprimeva a tutto il
viso un passo di giga: qualcosa di misurato e solenne, e nella
cui ruota si teme di venire presi per sempre.
“Fin dove non teme di spingersi il suo drammaturgo, un giova-
ne attore non deve esitare a esplorare – riprese Rosalinde vol-
gendosi verso lei; allora Viola notò un leggero strabismo che
costringeva quanti la guardavano a scegliere in quale delle sue
pupille rispecchiarsi – Tu, infatti, devi essere Virgil, delle cui
segrete delizie Will mi parlò, l’ultima volta che venne qui. Ma
bando agli indugi – con una sola rotazione del pollice, facendo
girare un occhiello a rosellina che stava sopra il seno, si sfilò
la veste – Francis mi aveva preannunciato il tuo arrivo: coro-

136
namento a quanti tra quegli spiriti frigidi che si vollero erigere
a tutela dei casti son qui giunti, per cercare tra le mie cosce il
Sommo Bene. Non ti potevo sospettare, però, così delizioso”.
Rosalinde aveva un incarnato scuro che dava al suo corpo la
levigatezza di un vaso antico. I capelli fini che le piovevano
sul petto prendevano il volo ad ogni cenno della testa, come il
suo latte li nutrisse fino a fargli spiccare il volo. Viola, ormai,
aveva raggiunto la porta. Sapeva che era chiusa, e tuttavia la
sua frescura contro la schiena la faceva sentire ancora padrona
del suo corpo.
“Ci vengono spesso, qui, Bacon e Shakespeare?” disse con
voce rotta dall’indignazione.
Rosalinde si passò la mano sul naso, dove pareva avesse l’or-
gano del tempo: “Più o meno, come tutti gli altri componenti
quella strana società per lo studio delle passioni umane. Loro,
però, sono diversi. Fanno domande su domande: vogliono sa-
pere i gusti, le posizioni, perfino i versi che ciascuno degli altri
emette nel fare l’amore. Ce n’è uno, il dignitoso lor principe,
che pare un pollo: sbatte le braccia così – e fece un gesto d’ali
– Quando, alla fine, mi prendono, mi ficcano gli occhi addosso
con una tale forza che li manderei di tutto cuore al diavolo. Più
che godere, gli interessa, direi, osservare quale effetto ha su
di me il loro piacere. Ma quando si sono sperimentate tutte le
perversioni umane, ci si abitua presto anche a questa – con una
risata a mo’ di punto, annunciò la sua intenzione di tornare al
presente. Prese Viola per lo sbuffo di una manica, e premette
forte le labbra sul dorso della sua mano – E tu, ragazzo? qual è
la cosa che ti eccita di più?”
Viola deglutì, poi “osservare una bella donna che trae piacere
da se stessa” disse in un soffio. Rosalinde gettò la testa indietro
e, in un sussulto di ilarità, fece scattare in avanti il piede: “Dun-
que, sei uno spettatore finito per sbaglio dalla parte opposta del
palcoscenico! Oppure, un bugiardo che ora ha paura, perché
non ha mai visto di che cosa sono capace le donne come me”.

137
“Soddisfare su voi le mie voglie – a Viola non restava che
un filo di voce – mi farebbe scoprire me stesso. Come potrei,
dopo, entrare ed uscire a mio piacimento dalla pelle dei miei
personaggi?”.
“Ingenuo e sciocco ragazzo – Rosalinde prese Viola per una
ciocca di capelli, e cominciò ad attirarla sempre più verso di
sé – Ciò che tu fai, sul palco, è finzione. Se vuoi affascinare
gli altri, devi mantenere in te la coscienza di stare fingendo. Il
teatro, è niente più che questo. Tu, che c’entri?”.
Con mani affannose, Viola estrasse una borsa con tale foga che
il suo contenuto cadde sul pavimento, e le monete rotolarono
per ogni dove. “Come vedete, signora, sono in grado di pagar-
vi. Vi chiedo, dunque, di dar corso a quanto ho richiesto”.
“Solenne come un valletto di camera, e stupido come un mae-
stro di scuola. Ma sarà fatto, mio signore”. Rosalinde si esibì
in un inchino, poi si diede a raccogliere, carponi, le monete
una per una. Un piccolo schiocco di lingua segnalò il suo vol-
gere gli occhi su Viola. Per lei danzò come avesse il fuoco
sacro nelle vene, e sull’ultima svolta degli occhi le fece dono
di un sorriso.
“Nulla di ciò che faremo adesso, ragazzo adorato, è reale. Per ama-
re anche un solo minuto, bisogna essere spensierati come dèi”.
Viola prese a battere le mani, e di nuovo Rosalinde danzò; ma
questa volta il suo bacino aveva sussulti leggeri, quasi il tempo
le tenesse le mani sulla vita, per non lasciarla andare lontano.
Si carezzava il seno con l’attesa, nello sguardo, di un sospiro
d’intesa. Viola sentiva intorno a sé le molte maschere di coloro
che quella nudità avevano pregustato, e per la prima volta la
bellezza le parve un patto tra gli uomini contro la morte.
“Una cosa sola, ragazzo mio: tra me e te, tra ora e mai. Le
mie braccia sono un ponte d’oro steso tra i tuoi capelli – la
abbracciò convulsamente, scandendo con le mani le fosse che
incidevano le sue tempie, e non lasciavano mai che i suoi pen-
sieri diventassero ricordi – Chiunque non ti abbia spogliato

138
prima, ragazzo, andrebbe relegato tra le statue di un popolo
sommerso dall’antica marea. Quelle tue labbra umide come
fontane dove ci si specchia in sogno, baciarle finché la notte
non smetta di pronunciare le sue oscenità”.
Di colpo fu nuda, nel viluppo dei capelli neri che si scostavano
ad ogni passo di danza come occhi di lupo. Aveva emanato
da sé il suo idolo, ed ora voleva da lui ciò per cui, tanto tem-
po prima, si era mosso il mondo. Un soffio di vento giunto
da chissà dove le fece scostare i pugni affondati tra le cosce.
Viola sentì un fiato caldo prenderle i pori, e spingere la sua
fantasia laddove, orfana della mente, non poteva più volgersi a
guardare indietro. Affondata nelle sue smanie, non poté impe-
dire a quelle mani di avvoltolarle le vesti sui polsi, e strappare
con esse ogni cautela di maschera. Quando Rosalinde vi trovò
un’altra se stessa, inciampò per un attimo sui propri passi; ma
poi accolse quel giardino dischiuso come un’altra faccia della
luna. E vi affondò il viso, a trarne una dolcezza che, dopo di
lei, non si sarebbe più persa.

“Dovevate dirmelo, che su quella società dei falsi-casti gover-


nata da John Sidney ne sapevate più di quanto sospettassi!”
Viola tremava di sdegno di fronte a Will e Francis, che le trop-
pe cose da dirle facevano inermi di fronte a lei.
“Ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia, Vio-
la – cominciò Will agitando un dito nell’aria, come dovesse
intingervi quella sapienza che vi sta disciolta dalla notte dei
tempi – oppure pensi la commedia dei caratteri sia un vaso di
vetro che si può soffiare chiusi tra quattro mura?”
“Della tua arte, io nulla posso sapere; solo, non vedo come
quegli esoterici ed allampanati signori e la loro magia erotica
possano farsi carne e sangue, per i denti famelici del nostro
pubblico.”
“Eppure, alle volte l’evidenza è la maniera meno chiara per
dire qualcosa.”

139
“Sia come volete; io, comunque, me ne vado. Quella donna mi ha
conosciuto, e secondo me ha anche capito che sono francese”.
“Rosalinde, Viola, non esiste. I gentiluomini londinesi, per la
maggior parte, l’hanno conosciuta troppo da vicino per am-
mettere di conoscerla”.
Francis stava in disparte, e tirava righe in fondo a un foglio con
la distratta sicurezza con cui un ragno tesse la tela nell’ango-
lo di una stanza. Alla fine di ogni riga, scuoteva il capo e di-
chiarava che i soldi non bastavano a pagare l’usuraio. I due si
erano zittiti e lo fissavano compresi, quando all’uscio vennero
battute due serie di due colpi. Avrebbero pensato all’usuraio,
non fosse stato che il secondo colpo aveva un ristagno di smar-
rimento, quasi un ripensamento improvviso lo respingesse al
rango delle buone intenzioni. Will fece un cerchio con le mani
sul basamento del quale parve voler sollevare la casa e tra-
sportarla altrove. Viola incrociò le braccia e osservò Francis
occhieggiare da dietro le imposte. Solo quando quello si volse
con un largo sorriso, andarono a scrutare anch’essi. Videro un
individuo col cappello a pennacchio sormontato da un sorta di
giglio, e che indossava una finanziera rotonda come un pic-
colo cielo. Tra le dita portava anelli spessi e rugosi, quasi la
corazza di una tartaruga. I suoi occhi, ficcandosi negli anfratti
della casa, incontrarono per un attimo quelli dei suoi inquilini;
allora Francis spalancò le imposte di quell’ultimo piano dove
tenevano la loro assemblea, e gli fece cenno di aspettare.
“Francis, non darei un soldo per la nostra vita, se l’usuraio
avesse spedito qui un simile addetto alle riscossioni.”
“Con un pennacchio così riconoscibile, Will, lo direi piutto-
sto un filosofo mal noto ai suoi simili.” La concione sareb-
be durata parecchio, se Viola non l’avesse interrotta andando
dabbasso ad aprire. Salite le scale, lo sconosciuto squadrò la
stanza; quasi avesse appena comperato la casa intera, ed ora
non sapesse dove piazzare la camera da letto. I tre si erano
irrigiditi davanti a lui come quei cortigiani che, nei quadri con

140
scene di corte, servono per dare profondità alla prospettiva.
Con un cenno della mano, l’ospite sciolse il nodo delle loro
figure, e ponendosi la mano a coppa sull’orecchio si dispose
ad ascoltare le loro domande di rito. Erano passati solo pochi
istanti quando, stizzito dal loro silenzio, “mi chiamo John Dee
– disse – Sono alchimista della regina e membro della reale
accademia. Se voi siete quei teatranti di cui vado in cerca, la
mia missione può dirsi compiuta”. Detto questo, tirò in grem-
bo a Francis una borsa piena di denari. Lui la prese, la aprì, e
rivolse a Will un cenno con le mani simile a quello con cui gli
illusionisti indicano le colombe che hanno materializzato dal
nulla.
“Posso sedermi?” Tra mille profusioni di scuse, Francis fece
a Will un gesto che questi girò a Viola, la quale sottopose al
gentiluomo uno scranno di legno tarlato fatto da costui segno,
prima di adagiarvi le terga, di un rapido esame.
“Tanta generosità verso di voi, nella mia regina, non è esente
da più sottili intendimenti – ricominciò Dee, poi aspettò che le
sue parole facessero nel silenzio della stanza quei cerchi che
fanno i sassi gettati nell’acqua – Nonostante la vostra compa-
gnia appartenga ad un favorito che lo ha recentemente deluso,
ella apprezza la multiformità di caratteri di cui l’arte del vostro
drammaturgo fa sfoggio. Tuttavia, ritiene un simile talento non
debba più sprecarsi in scene di bassa macelleria buone per il
popolino di strada – e qui l’alchimista ebbe un guizzo nel men-
to che spinse i suoi tre interlocutori a deglutire un groppo di
disistima – soprattutto oggi che l’Europa intera geme sotto i
colpi che le infligge la lotta tra opposte fedi, e l’asse dei destini
individuali ha smarrito l’orientamento degli astri”.
“La nostra arte, milord, è buona solo allo svago di due ore. La
filosofia, se invitata in scena, si avvolge intorno ai calcagni
degli attori come il folletto dei boschi che non lascia a nessun
viandante di raggiungere casa”.
“Io non vi chiedo di mutare in nulla le vostre favole, ma solo

141
di far fluire in esse più nobili intendimenti, siccome si fa coi
bambini quando devono bere una medicina amara; e allora si
aspergono di miele gli orli del vaso che la contiene. Guardatevi
attorno, e scoprirete che ognuno di noi ha un pianeta per scorta
al suo viaggio terreno. Così, Marte guida i pugnaci che godono
del loro volto riflesso nel viso della spada; Giove quelli che,
prima di credere la palla di fuoco nel cielo sia il sole, ne hanno
la testa scottata; Venere chi confonde il dì della propria rina-
scita con quello della morte… – per meglio esprimere questa
sua cosmologia, Dee si era alzato, ed ora percorreva a passi
circolari la stanza, facendo scorrere gli occhi sulle cassettiere
e lo smalto delle cornici nel quale, ad ogni giro, si rimirava lo
sguardo fosco degli occhi incavati – poi ci sono, beninteso, i
devoti a Saturno, per i quali ogni respiro è l’ultimo, e credono
ad ogni loro passo il mondo affondi un poco. Ben ne vidi di
singolari a Praga, nella corte di re Rodolfo II, dove venni in-
vitato alla ricerca della pietra filosofale, e per poco non finii
anch’io in pasto ai leoni. Ma bando ai racconti di viaggio – e si
fermò col naso per aria proprio di fronte a Francis – a me, Lord
Bacon, potete rivelarlo, che dal vostro ingegno provengono le
vicende messe in scena dai Lord Ciambellano, e non dalla fan-
tasia non educata di questo figlio di un guantaio”.
Con un mezzo sorriso, John Dee accennò a Will, ma senza
volgersi verso di lui.
“Con tutto il rispetto, signore: della compagnia, io sono solo il
meccanico. Ad imbastire le nostre trame, è Will”.
Per tutta risposta, Dee andò di fronte a Will e lo squadrò come
fosse stato il ritratto di Shakespeare: “Il che mi conforta in me-
rito alla mia reale supposizione. Suvvia, dite: quale consorteria
segreta guida i vostri passi? di quale sapienza antica che non
osa rivelarsi alla luce del sole, voi siete l’oscuro mediatore?”.
“Con licenza parlando, dovreste ficcare di meno il capo nelle
costellazioni, e considerare con occhio più limpido quanto av-
viene sulla nostra vecchia terra. Altrimenti, rischiate di scam-

142
biare una nuvoletta per il segno di una profetica eclissi”.
“Sentilo come parla bene, il ciarlatano!”
“Onorato che abbiate voluto ritenermi vostro collega.”
Dee ebbe un lampo negli occhi; alzò la mano col palmo aperto
verso Will, ma poi si limitò a percorrere a larghi passi lo spazio
che separava i tre suoi interlocutori, con l’aria di un generale
che passi in rassegna le truppe prima di una battaglia: “Alle
corte, signori: questo denaro, non vi è dato per niente. Da voi
ci si aspetta che la vostra arte valga a sostenere quell’utopia
dell’universale concordia che la nostra regina si è proposta per
intendimento, allorché ha asceso il trono d’Inghilterra ancora
lordo di sangue”.
“Come potete pretendere tanto da… da dei teatranti?”
“Il teatro, Lord Bacon, è il vaso alchemico dalla cui macera-
zione nasce l’equilibrio degli umani caratteri. Solo nella fin-
zione, infatti, vi è la verità”.
“Dunque, se dichiariamo di poter soddisfare i vostri auspici,
voi ci considererete sinceri.”
“I vostri sofismi di guitto, Shakespeare, non ci interessano,
purché facciate ciò che ci si aspetta da voi.”

143
V.

La peste passò anche tra la compagnia del Globe, esigendo


il suo tributo. Augustyne morì impugnando lo spiedo che, al
momento del trapasso, l’aveva benedetto con i suoi bocconi. Si
era lamentato di avere la bocca amara, poi si era accorto che la
morte teneva in mano un fiasco dal quale, per tanto rovesciarlo,
non usciva niente. Nel delirio, parlò di Will, e di come gli elfi
si fossero annidati nelle sue orecchie, per non essere scorti dal
dio del tempo: “Questo è il motivo per cui, chi nasce benedet-
to, non sa di esserlo; chi maledetto, sì. Se volete, usatela come
una metafora dell’infelicità”. Detto ciò, volse il capo verso il
muro e lasciò che la peste lo abbigliasse per la sepoltura. John
gli chiuse gli occhi, e si mise con una puttana zingara che face-
va la zoppa per la strada. Insieme, aspettando che le piogge di-
sfacessero gli acquitrini del morbo, salirono fino a Newcastle .
L’ultimo acquitrino, vicino al Tyne, era un po’ più largo. Lui la
prese in braccio, e la portò sull’altra sponda. Si bagnò appena
il calcagno. Fu sufficiente a far sì che la peste saldasse i conti
con la loro fuga. Kemp, frattanto, si era dato alle ricotte. Aveva
un banco all’uscita del lazzaretto, dove chi aveva un po’ di sol-
di pagava i miserabili perché, prendendosi il contagio al posto
suo, lo togliessero dalla circolazione. La bancarella di Kemp
era la più popolare del mercato, a causa delle virtù elastiche
del suo proprietario. Kemp riusciva a mettersi la testa sotto la
spalla e recitare, in quella posa, odi filosofiche che sembravano
partorite dalle nebbie dell’aldilà. Burbage passava sempre da
lui, prima di recarsi in tribunale. Da sei mesi, cercava di dimo-
strare che il legname del Globe era di sua proprietà. Si annota-
va i discorsi del mimo, e ne traeva le metafore con cui avrebbe
infiorettato, di lì a poco, la propria autodifesa. Di particolare
effetto gli era parso quello che chiamava il “monologo dell’Es-
sere”: una sorta di meditazione sulla dignità del suicidio che

144
Kemp recitava con gli occhi infossati, e reggendo in mano una
ricotta stagionata; da esso, Burbage aveva tratto l’immagine
della morte come una lunga recita (“morire, dormire; sognare,
forse: e nel sogno fare di ogni vita un unico teatro”). Il passo
successivo stabiliva un parallelismo tra il sonno come simbiosi
tra le esistenze e il legname del Globe. Giocava sulla metafora
del teatro in quanto sogno di esistere nel quale l’intera uma-
nità si fonde insieme; ma, a giudizio di Kemp, scricchiolava
alquanto. Burbage, Will e Francis lo avevano trovato al segui-
to di un cerusico che avanzava per Paris Garden distribuendo
polverine contro la peste. Prima voleva sapere il segno zodia-
cale, poi osservava l’iride del paziente, emettendo dei borbottii
che rimanevano a lungo sospesi in aria come nuvolette. Alla
fine, sceglieva un pizzico di polvere da una delle tante bisacce
di stoffe in colori diversi che gli pendevano dalla vita, e con
quella spargeva il capo del postulante. Burbage gli teneva i
conti, quando non aveva niente da fare.
“E così, amici, la natura si è vendicata di noi, che volevamo
adulterarla, e ha preso a rimpastare i lineamenti dei volti, per ve-
dere se le riusciva di fabbricare maschere”: si compiacquero di
ritrovarlo, a queste parole, lucido e acuminato come non mai.
“I Magi d’Oriente e la loro segreta sapienza, signore e signori
– diceva il cerusico, tenendo le bisacce sollevate tra due dita, per
mostrarle ai passanti – Per questo baluardo, la peste non passa”.
“Giuro che tutto potevamo pensare, quando siamo stati attratti
da questo nugolo di mosche umane, tranne che ritrovarti in
combutta con questo stregone.” Will pareva ammirato dalla
sapienza truffaldina di Burbage: una qualità che può essere
ammirata solo nel proprio capocomico.
“In effetti, il nostro intento, venendo qui, era solo fare una
buona scorta di babbei, come cartoni preparatori ai nostri fu-
turi drammi sui caratteri.” Francis, più basso degli altri due,
cercava di non farsi schiacciare dalla calca.
“Quanto a me – riprese Burbage – quando ho visto costui, ho

145
pensato: l’arte di promettere schiarimenti sull’universo che
connota noi teatranti può trarre grande alimento da questi ciar-
latani. Loro, al posto delle emozioni, usano le polverine; ma in
fondo, anche le parole sono elementi volatili”.
Nel frattempo, un vecchio che pareva il proprio teschio si era
avvicinato al cerusico. Le sue braccia erano come grucce, e
sulle gambe la pelle seguiva il percorso delle ossa senza la-
sciare, alla carne, un filo d’aria. La bocca, a forza di biasci-
care preghiere, gli era collassata sul mento, e lì abbandonata
attendeva invano, a labbra conserte, una sua parola. Il cerusico
prese la moneta portagli dal vecchio e tirò fuori dalla bisaccia
una polvere bianca. Se ne riempì il palmo della mano, e poi
gliela soffiò sugli occhi. Il vecchio starnutì, e si allontanò tutto
contento. Muoveva entrambe le gambe in modo sincrono: pa-
reva gli avessero innestato nella schiena la mola di un mulino.
Dopo di lui giunse un individuo altissimo, che i Nostri, per il
suo camminare rasente al muro, videro solo di nuca. Aveva
una chiazza di calvizie che si allargava intorno alla chiostra
dei capelli; così il ginocchio di un frate addormentato su di una
seggiola spunta, talvolta, di sotto la tonaca. Vari ponfi e avval-
lamenti del cranio denotavano le traversie della sua vita, per
farlo ben certo delle quali i capelli si erano, a quanto pareva,
ritratti. Lo videro confabulare all’orecchio del cerusico: pare-
vano due assassini prezzolati ritrovatisi in piena piazza, tra la
folla, per dividersi il compenso. Il cerusico usava le sopracci-
glia come punti e virgola; il compare, come punti esclamativi.
Qualcosa di molto vergognoso doveva averlo colpito, perché
ogni volta che i tre mostravano di stare osservandolo, i suoi
sopraccigli diventavano bandierine oscillanti sopra un sipario
chiuso. Il cerusico gli passò sottomano una piccola borsa di
una polverina che doveva essere ben particolare, e che costui
celò immediatamente sotto la veste larga da calzolaio, con una
pelle di daino allacciata in vita.
“Vedete? – disse Burbage – gli uomini cercano tre cose: sesso,

146
soldi e salute; e non si rendono conto di come le smanie per
le prime due rendano impossibile la terza. Avrebbero bisogno
di almeno due vite: la prima, da dedicare a sesso e soldi; la
seconda, più lunga, alla salute”.
“Tu, Burbage, il dilemma, l’hai già risolto – disse Will con un
sorrisetto – Infatti, la tua salute è far soldi”.
“La tua, invece, Will, è far sì che i sentimenti da te non vissuti
facciano ammalare gli altri.”
“Chi ti dice io non li viva? tramutare i sentimenti in azioni, è il
modo migliore per tradirli.”
“Sapessi usare le parole come te, sarei re in qualche stato cal-
vinista.”
Il contenzioso tra i due sarebbe durato ancora parecchio, non
fosse che il cerusico, ritenendo di avere guadagnato, quell’og-
gi, abbastanza, allungò a Burbage un pacchetto di banconote e
prese il largo, raspando la terra con la sua lunga veste.
“Il teatro, oggi, Will, ha fame di verità – disse Burbage mentre
contava i soldi, e li riponeva uno per uno in una tasca interna
della sua giubba di velluto rosso – Anche in un re, un villano può
veder rispecchiata la propria lotta quotidiana per l’esistenza”.
“Se intendi rifondare la compagnia, Burbage, allora ti pongo
due condizioni: che ottieni dal tribunale di non farti smontare il
Globe asse dopo asse, e che Kemp ritorni ad essere dei nostri.”
“Quanto al primo punto, la veste che indosso ti dovrebbe ispi-
rare fiducia. Se stessi perdendo la causa, me ne andrei a giu-
dizio vestito di stracci. Per quanto riguarda Kemp, invece, ho
paura che dovrai essere tu a snidarlo dal suo banco di ricotte.
In ogni caso, non fare il mio nome”.
Quando lo trovarono, Kemp stava divinando le virtù di un ca-
glio alabastrino che, come la pietra filosofale, al tramonto di-
ventava rosso. Tenendo la ricotta in palmo di mano, il mimo
la proiettava contro la luce del sole. La sua trasmutazione fu
accolta dalla folla con un boato di stupore.
“Ciò che è limpido fuori, non può che rendere limpidi dentro

147
– sosteneva Kemp, ondeggiando il braccio destro come la leva
di una pressa tipografica – Questa ricotta, signori, ha eminenti
virtù depurative”. Si fece avanti un figuro col ceffo di lince.
Camminava chino in avanti, tenendosi le mani sulla pancia.
Diede un soldo a Kemp, che gli allungò un po' di quella ricot-
ta. Non appena se la mise in bocca, tutta la sua figura parve
crescere in altezza. Un senso di levità lo pervase: pareva un
passero al suo primo volo fuori dal nido. Al contempo, il viso
gli si distese in una tale espressione di beatitudine che pareva
di fronte a lui si dischiudesse un volo d’angeli. Se ne andò sal-
tellando; allora la folla diede l’assalto al bancone.
“Mala tempora currunt, e bisogna pur vivere – disse Kemp
non appena ebbe chiuso a chiave il piccolo forziere che por-
tava legato in vita – Se aspettavo che Burbage mi pagasse,
potevo già essere morto di fame”.
“Giacché le tue ricotte, tu, ti guardi bene dal mangiarle” fece
Will sornione.
“Sono un mimo e un attore, non un mangiatore di spade. So io
che cosa adopero per rendere solido tutto questo latte rancido.
Ma la gente è convinta che se una cosa è cattiva, allora fa bene.
È un po’ lo stesso motivo per cui tu dissemini i tuoi copioni di
stupri e morti ammazzati”.
“Gli attori che interpretano i miei ruoli, quando si sono tolti
il trucco dalla faccia, risorgono; mentre non sono certo che ai
tuoi clienti succeda la stessa cosa.”
In quel momento, dal fondo della via si affacciò un individuo
tutto cenci e, in testa, una sorta di stoppa col tricorno che po-
teva essere un cappello. Da come gesticolava, tutti compresero
che, se avesse raggiunto Kemp, l’avrebbe strozzato con le sue
mani; per quanto la cosa appariva improbabile, visto il modo
in cui arrancava strascinando le gambe sul selciato striato da
guazzi di galline calpestati e così salsi che, dopo ore, ancora
fumavano al sole. Alla fine crollò su se stesso senza un gemi-
to, come un sacco vuoto. Allora la folla si zittì, e prese tutta a

148
fissare Kemp, il quale “affabili gentiluomini, compite donzelle
– cominciò – è in Elsinore un nano che ha il cervello nella
gobba, sicché solo quando cammina gli riesce di pensare. Egli
arranca sul viale della reggia ornato di alberi, e non vede le
teste di impiccati che pencolano dai rami. Se non vuole pensar-
ci, è costretto a pensare. Deve quindi camminare, camminare,
per non pensare alla morte che lo osserva di lassù – e mezzo
ciondolando, mezzo ficcando gli occhi al cielo, Kemp costrin-
se la folla alla sua stessa pantomima, grazie alla quale, a passi
dispari, prese un bel vantaggio su di essa – Gli scudieri del re
gli stan sempre intorno – fece segno a Will e Francis, perché
si avvicinassero – Vogliono sapere da lui i segreti degli inferi,
e quanto quei morti lassù pencolanti rivelano al vento, di cui
egli sa ascoltare i segreti”. Kemp tese l’orecchio, e la folla si
inclinò da una parte; poi, quando volse gli occhi a sinistra, tutti
fissarono gli occhi nello stesso punto: anche Will e Francis,
che dovettero venire richiamati da lui con un energico strat-
tone; altrimenti, invece di prendere, al suo seguito, la corsa,
sarebbero rimasti per sempre lì.
“Mefìtico gnomo! sei rimasto lo stesso imbroglione” diceva
Will mentre, correndo, sbirciava la folla di sopra la spalla.
“Be’, certo: io sono un attore” rispose Kemp nell’infilarsi tra
le assi di un pagliaio abbandonato, e che sembrava sul punto di
crollare. Lì acquattati, i Nostri videro i piedi dei loro inseguito-
ri fare un graticcio che per un po’ oscurò il sole.
“Vi dirò che ne ho avuto abbastanza. Ormai, posso prender-
mi il lusso di delegare ad altri l’ingannare la gente. Insomma:
sono pronto per ritornare con voi e Burbage. Il Globe è ancora
là, Will?”.
“Finché non vengono a smontarlo gli uscieri del tribunale, sì.
Piuttosto, non so bene dove trovare il resto della nuova compa-
gnia. John e Augustyne, infatti, se li è portati via la peste”.
Kemp si tolse il berretto a tre punte, e puntò l’indice al cielo:
“Poiché tu, Signore, vuoi con te chi ti sa divertire, e sei un pub-

149
blico esigente, dalla tua Onnipotenza mi aspetto che sappia scor-
gere quanta mistificazione e inettitudine ci sia nel mio presunto
talento”; e “Amen”, concluse facendosi il segno della croce.
“Nemmeno di fronte alla morte riesci a restare serio?”
“C’è qualcosa di meno serio della morte, Will?”
Presero per Saint Saviour, usando i carri come paraventi contro
gli incontri spiacevoli. Di conseguenza, al loro ingresso nella
piazza sulla quale sorgeva la casa di Sidney, erano tutti coperti
di paglia, e i bambini presero a tirargli sassi. Spalancata la por-
ta, Francis chiamò Viola. Il silenzio che c’era nella casa aveva
quell’ottusità da sipario tirato prima dello spettacolo capace di
seminare il panico negli attori. Una breve perlustrazione rivelò
gli ambienti vuoti.
“Guardate: il fuoco nei caminetti si è spento senza che nessu-
no tirasse acqua sulla brace; segno che Viola è uscita precipi-
tosamente, e forse non di sua volontà – nel dire questo, Francis
scrutava il pavimento del corridoio. A un certo punto, indicò due
lievi incisioni lunghe e sottili che si scorgevano solo contro luce
– Speroni. Chi è entrato qui dentro, non si è tolto gli speroni per
non fare rumore; e sorprendere, così, la sua preda”.
Kemp osservava Francis con scettica ammirazione: “Ragazzo
mio, al posto degli occhi, tu hai due goniometri. Allo stesso
modo, potresti dedurre il carattere di qualcuno dalla forma del
suo cranio?”.
“Le poche verità di questo mondo, Kemp, sono enunciate per
segni dentro le cose. Anche i processi logici, sono tali”.
“Di fronte al fatto che Viola è stata rapita, vorrei meno filoso-
fia.” Will si sforzava di dominarsi, ma la voce gli tremava.
Per tutta risposta, Francis andò nella stanza da letto di Viola.
“Se non ci fosse la mia filosofia, a guidarmi, ora non potrei
dirvi che Viola è stata portata a corte. Qualcuno deve averla
denunciata in quanto cattolica francese, e dunque presunta spia
– Francis si era sdraiato per terra; quasi subito, mise la mano
dietro al mobiletto con specchiera su cui erano posati i cosme-

150
tici per il trucco e le spazzole, e ne estrasse una penna di corvo
– Soltanto la polizia segreta di Elisabetta ha l’usanza di infilare
nel cappello delle nuove reclute, dopo il primo turno di guardia
nella Torre di Londra, una penna strappata a quei corvi che, in
quanto vigilano sui gioielli della regina, gli sbirri ritengono, in
qualche modo, loro colleghi. E dire Elisabetta, oggi, significa
dire Lord Essex. I legami di questo favorito con il re di Fran-
cia, quanto al rapimento di Viola, hanno fatto il resto. L’essere
cresciuto a corte, alla fine, mi è servito a qualcosa”.
Kemp si grattava la testa sconcertato: “Ho paura di essermi
cacciato in un guaio ben peggiore dei molti linciaggi a cui
sono sfuggito, ultimamente, per un pelo.”
“Infatti, in questo caso, se sfuggiremo al linciaggio, sarà sol-
tanto per una piuma” replicò Francis sorridendo.
“Il ragazzo, dunque, aveva le zinne. Virgil era una mammo-
letta francese. Se ti sei preso il diavolo per capocomico, Will,
potevi anche dirmelo” fece Kemp; e poi, per tutto il tempo in
cui gli altri due si sedettero a pensare, rimase ammutolito.

L’unica possibilità di farsi ricevere a corte, era un nuovo spet-


tacolo. Will si mise al lavoro, cercando di trasfondere nei versi
l’idea di una conciliazione tra tutte le religioni, e di una regina
che, nelle vesti di Astrea, potesse esserne fautrice. Prima, però,
bisognava raccogliere la compagnia. Fu così che per un pezzo,
nel quartiere, si aggirò Kemp. Prendeva tra le mani il grugno
di vecchi stralunati dalla luna e di ragazzi i cui lineamenti fa-
cessero pensare ad una sorella occulta sotto la loro pelle. In
fatto di fisionomie sghembe come la fine dei tempi, nessuno
aveva un occhio come il suo.
“Ehi, mammalucco: hai due occhi pesti come la bocca sden-
tata di tua moglie, che tu picchi allorché, la sera, torni a casa
ubriaco” diceva piantandosi a gambe larghe dinanzi ad un di
costoro; poi, schivandone i colpi, osservava il disappunto per-
correre la sua faccia, lasciandovi vibrare, se non un presenti-

151
mento di immortalità, almeno la rinuncia ad esso. In breve,
gli fu possibile portare a Will e Francis cinque pretendenti. Il
primo era un calzolaio di trent’anni, a nome Henrie Condell.
Aveva un ceffo tutto percorso da sottili venuzze, ché pareva
una carta nautica laddove indica una fossa oceanica. Si portava
ogni momento le mani ai capelli, sciogliendoli ed annodandoli
in sempre nuovi panorami per i suoi pidocchi. Negli occhi ac-
quosi, le pupille remigavano come forzati ai remi di una gale-
ra. Quando Will gli indicò la sedia di fronte alla sua, la osservò
sdegnoso, quasi il suo posteriore fosse solito accomodarsi sul
soglio dei Serafini. Gli prese un prurito al naso prima di soddi-
sfare il quale avvolse la mano in un fazzoletto trapunto; allora
Will si accorse dell’uncino, e quello si accorse che lui se n’era
accorto: “L’Invencible Armada mi ha reso stendardo della sua
invasione, messere. La mia mano, volando in grembo al suo
capitano, ha segnalato alla flotta tutta quanto eravamo male in
arnese. Una mano primaticcia, volata in mare al primo colpo
d’archibugio, come le stonature della tromba al principio del-
l’ouverture…”
“Parola mia, sei querulo quanto basta per farti soffiare fuori
monologhi come fosse moccio. Sai simulare la stupefazione di
una mente del tutto stupida?”.
“Messere: se voi asserite che, per simulare tale stupefazione,
io sarò pagato, essa sgorgherà irrefrenabile dalla mia pancia, e
mi farà i lineamenti di marmo; diversamente, a sentirvi deriso,
vi offendereste certo”.
Will si sfregò la testa dietro l’orecchio; allora Francis capì che
era soddisfatto.
“Porterai la bandana sull’occhio, e ti chiamerai Armado. Così,
tutti capiranno che hai combattuto contro l’Invencible, e, di
occhio, chiuderanno anche il loro. Sai danzare?”.
“Come un sacco di patate che le buche nel terreno abbiano
scaraventato fuori dal carro.”
“Cantare, lo saprai di sicuro.”

152
“Messer sì; non fosse che, da quando trascorsi l’intera notte a
giro di chiglia, per una storia di frutta rubata nella cambusa, ho
i ramarri in gola.”
“Conosci qualche poesia a memoria?”
“Ne ricordo solo una: ‘Sappi mia bella Clorice / Che non io ti
furai la coltrice / Il messo dei pegni addivenne / Volea quella,
o di noi le cotenne’.”
“Può bastare – Will si volse trionfante verso Francis – Abbia-
mo Armado. Segna questo nome – schioccò le dita, e si rivolse
al candidato successivo – Il tuo nome, ragazzo?”.
“William Sly, signore.”
“Non so perché, ma mi pare un nome da cuoco.”
“Ci siete andato vicino; in effetti sono, da sempre, un morto da
fame, e i cuochi stanno in cima ai miei pensieri.”
Il personaggio che, dappresso, si assise alla seggetta dei candi-
dati, era un figuro impaludato in un tabarro nero da cui uscivano
solo i suoi gomiti, appigliati come nibbi sui braccioli. Aspirava
col naso le consonanti a un punto tale che il suo discorso dise-
gnava per aria una serie di punti tratteggiati tra le vocali. Will,
con la gola strozzata dal suo ansimare, aveva appena iniziato
a fargli dei cenni con la mano che quello “mi chiamo Richard
Cowly – cominciò – ma per tutti io sono Sixtus Sixpence: così
mi chiamavano nella scuola in cui ero assistente, perché sei
pence era il mio stipendio – cominciò – e voglia la ruota del
Fato non più scattare per me su quella tacca, ché i lombi an-
cora mi fremono per la smania di svellerne l’asse.” La saliva
che gli si era aggrumata agli angoli della bocca, e che, fino
ad allora, pur scoppiettando, aveva resistito all’assalto delle
sibilanti, sull’“asse” cedette, e una sequela di spruzzi investì
Will e, dietro di lui, Francis. “Oh, vogliate scusarmi, davvero
– declamò contrito Sixtus – ma la mia smania di esprimermi
cammina, come Gesù Cristo, sull’acqua salsa.”
“Vi dispiacerebbe sibilare di meno, messere?” fece Will, asciu-
gandosi la faccia con la manica della giubba.

153
“Vogliate perdonarmi: rrreplicherò, d’ora innanzi, rrripetu-
tamente rrrotacizzando – Will e Francis si scambiarono uno
sguardo interrogativo – Ribadisco: la ‘r’ soltanto rampollerà
tra i ristagni del vostro risentito sssilenzio”.
“Siamo d’accordo, a patto che il sssilenzio non sia più in vo-
stra bocca.”
“Quanto a questo, siatene sicuro, perché io non sto silenzioso
neppure un secondo.”
“Intendevo dire soltanto – mormorò Will asciugandosi la fac-
cia con un fazzoletto ornato delle sue iniziali – che preferisco
voi omettiate la parola ‘silenzio’, che vi fa sfrigolare a tal pun-
to la lingua contro il palato. Quanto al resto, direi che abbiamo
il nostro Oloferne”.
Will scoccò uno sguardo a Sixtus, e si accorse che stava comin-
ciando a compitare il crittogramma sul fazzoletto: “Ma… quel-
le iniziali… voi, dunque, non sareste il celebre William…”
“Non lo dite, vi prego!” supplicò Will, coprendosi la faccia
con le mani.
“Shakespeare?” concluse trionfalmente Sixtus in un unico fiot-
to che, per il repentino scansarsi di Francis, colpì il muro.
“Sono proprio io. Ma la prego: d’ora in avanti, chiamatemi
solo Will; e aspirate bene la ‘h’”.
“Quale onore! e dunque anche a me, o Maestro, chiamatemi
soltanto… – Will si chinò fulmineamente sotto il tavolo – Six-
tus” concluse Sixpence creando con la saliva un vero e proprio
arcobaleno.
Sixtus si stava, infine, accomiatando, quando dalla finestra sor-
se la faccia arguta di un monello, come la falce di luna tra le
nuvole avverte che sta per scoppiare un temporale. Constatato
che lì stava, l’accademia, il bimbo scomparve. Un momento
dopo Will e Francis lo sentirono bussare alla finestra col piede.
Quando andarono ad aprire la porta, videro un sacco di cenci
entrare camminando sulle mani. Per come protendeva il collo
a osservarli, pareva un dromedario, e più ancora per un faccino

154
da vecchietta le cui grinze, risalendo il naso, sembravano la
stretta che il suo Fattore gli avesse dato per far stare gli oc-
chi al loro posto. Cercava suo padre, il calzolaio: questo non
lo disse, ma lo fece capire togliendosi i calzari e mimando lo
smartellare di uno che poi, in capo all’opera – mimò – gliene
aveva fatto dono. Will e Francis gli risposero indicando la por-
ta; al che il fanciullo, con un gran sorriso, rispose aprendola e
poi chiudendola. Voleva chiedere se suo padre avrebbe fatto
ritorno; e quindi, se era stato preso nella compagnia. Quando
Will e Francis fecero di sì con la testa, disegnò per aria una
bottiglia e fece il gesto di versarsela in bocca. Ecco dov’era
suo padre: all’osteria, per festeggiare.
“Dunque, ragazzo, saresti forse muto?” chiese Will quando lo
vide nell’atto di andarsene, camminando al modo in cui se ne
era venuto nella stanza.
“Signor mio, no: io non sono muto” rispose quello, sincera-
mente stupito.
“Ed è tuo costume esprimerti per allegorie, ovvero sciarade; al modo
di quegli enigmi che i mimi propongono nelle feste di corte?”
“A corte, non ci son stato davvero, e non saprei. Però so bene
che, a parlare, si rischia di venire intesi”.
“Proprio per quello, si è usi parlare.”
“Ma le parole che si dicono, signor mio, talora rimangono nei
capelli della gente, come quelle ceneri che i fuochi ti deposita-
no addosso nel dì di San Giovanni; e allora, chi ti ha parlato, se
ti ha detto di sì, se poi se ne va in giro a scuotere la testa, prima
o poi scarica addosso a un altro le parole che gli hai appena
detto; e c’è sempre il rischio che costui starnutisca, e finisca
per rendere moccio il tuo più alato pensiero.”
“Parola mia, Francis: qui c’è da imparare – fece Will, e ficcò
gli occhi in faccia al ragazzo che, soffiatosi il naso, si stava
pulendo le mani sulle tasche – Hai mai pensato di fare teatro,
o nasuto filosofo?”.
“Di essere una giovinetta smancerosa, i peli incipienti delle

155
mie cosce avrebbero sdegno. Mi risalirebbero per vendetta su
per il petto, a farmi crescere, durante la recita, una prospera e
ben ridicola barba”.
“E se ti dicessi che il tuo ruolo è quello di un paggio, e che ti
metterei vicino a tuo padre?”
“Se potessi non farlo bere per tutto quel tempo, mia madre ne
sarebbe contenta.”
“Quand’è così, Francis: metti a registro che abbiamo trovato
Bruscolino.”
Per Melacotta il contadino e Intronato il gendarme bastò un
salto alla taverna, mezzo svuotata dall’infierire della peste tra
gli attori. Will scorse in un angolo Trincùlo e Correggia. Gio-
cavano a carte senza carte, schiacciando sul tavolo figure im-
maginarie il cui valore dichiaravano a gran voce. Will si fece
appresso a loro e li guardò a lungo giocare. Trincùlo si sentì
osservato, e quando, voltosi, scorse lo sguardo interrogativo
di Will “per la mia anima, la peste è buona poetessa, se ti ha
risparmiato – esclamò con enfasi – Come vedi, siam salvi an-
che noi, ma per poco. La peste, difatti, non reputandoci degni
della sua mannaia, ha delegato a sua sorella, la fame, di finirci
a furia di stenti. Dunque, non avendo soldi da giocarci a carte,
abbiamo deciso, per non soffrirne troppo, di giocare senza di
quelle”. E riprese a menar fendenti sul tavolo da schiantarlo,
accompagnati da gemiti e contorsioni, quando il suo compare
dichiarava un punto più alto. Prima di ingaggiarli, Will fece
portare ad entrambi zuppa di cipolle e vino di porto; allora
essi tirarono fuori un vero mazzo di carte, e quanto vinsero gli
bastò per pagare il conto.
Ora – disse Will – mancava solo don Natalino.
“Ma vorrai pure far vedere ai tuoi candidati qualche verso, co-
sicché possano intendere qual è la loro parte” sbottò Francis,
mentre tornavano a grandi passi verso casa Sidney.
“Versi? sul mio onore, non ne ho ancora scritto neanche uno.
Prima di scrivere versi, bisogna avere ben chiari i personaggi:

156
come si vestono, come si muovono; alla fine, se lo farai, essi si
metteranno a parlare da sé, e tu non dovrai far altro che trascri-
vere quel che si dicono”.
“E non si dicono che sciocchezze?”
“Questo capita agli uomini sposati: per questo, sarà opportuno met-
tere in scena solo innamorati; meglio se alla prima esperienza.”
Si erano appena affacciati sulla piazza che scorsero un gruppo
di forse venti persone intente a tirare mele acerbe ad una faccia
rinchiusa nella gogna; e che aveva, dunque, le mani ai lati delle
orecchie. Ad ogni colpo, costui grugniva come il porco, e la
ritmica dei suoi grugniti dava occasione ai suoi persecutori per
scandire meglio i tiri.
“O voi, che allo sguardo mosso a pietà riconosco per genti-
luomini – cominciò quello quando vide i due passargli davanti
– la gentilezza con la quale date mostra, nel mentre osservate,
di non rivolgermi attenzione, vi denuncia compagni di umana
cortesia. Vogliate, dunque, dissuadere questi sgherri del demo-
nio dall’oltraggio che di me stan facendo”.
“Non vi lasciate intenerire, signori – intervenne un corpulento
e atticciato marinaio dai baffi alla smargiassa e una bandana
intorno al torace che pareva dare, col guizzo della spalla mu-
scolosa, il tempo a tutto il gruppo dei tiratori – questo finto
prelato ci ha appioppato le false reliquie di San Ginesio: il
santo dei fortunali e delle insenature costiere che si aprono
all’ultimo istante – tirò fuori da una bisaccia che aveva a tra-
colla una scarpa dai lacci fittamente intrecciati, come quelle
dei contadini scozzesi – Questa calzatura che vedete, sarebbe
la sua: a porla sul pennone della nave, San Ginesio stende la
sua barba sulla ciurma, e tiene, così, lontane le onde”. Detto
questo, tirò una mela soda soda in piena fronte al taumaturgo
“tieni! vediamo se la barba di San Ginesio riesce a deviarti
questa dalla zucca” infierendo.
“Figliolo mio – prese a dire la vittima di quella persecuzione,
la bocca atteggiata a un sorriso; per il succo di mela che gli

157
colava giù in rivoli dai capelli, teneva gli occhi socchiusi – ben
vi dissi che avreste dovuto tenervi casti per tre notti, prima di
appendere la sacra scarpa a difesa contro le tempeste.”
“E qui ti sbagli, impostore. Il mare, infatti, fu placido, e il
sole ci accompagnò lungo l’intero viaggio. Solo che Patrick
O’Shannon, per le oscillazioni del pennone, notò quella scarpa
salutarlo, e riconobbe nella tomaia smangiata dalla salsedine i
tratti di colei che gli avevano strappato dal piede mentre dor-
miva, ubriaco, per terra, in una bettola poco distante da qui”.
“Né fu questo il suo unico misfatto – si intromise un giovane
di pelo rosso i cui capelli erano tutti ammucchiati al centro del-
la testa, come la paglia in un covone; costui tendeva l’indice
verso Francis, con fare interrogativo. Will, poco discosto, si
accorse che era un indice di cera e legno, da pupazzo della fiera
– Quello che vedete, è il ‘dito della grazia’. La sua percussione
sull’ascella o l’inguine dell’appestato dà facoltà a San Ginesio
di far scoppiare, all’istante, il bubbone. Dopo che mi fu ven-
duto da questo imbroglione, me ne andai per le vie di Banbury
in un mattino di sole. Lo tenevo in tasca, e così me la ridevo
dei guerci e dei monchi che mi sfioravano per strada, chie-
dendomi un soldo. Poi passai sotto all’insegna di un armaiolo:
consisteva in un paio di duellanti con le sciabole intrecciate tra
loro; quello di destra protendeva ben bene in avanti l’indice,
impugnando l’arma; il suo sfidante, invece, no, ed il motivo mi
fu ben chiaro non appena mi fui tolto di tasca l’indice di San
Ginesio e l’ebbi applicato a quel moncherino. Infatti, comba-
ciava perfettamente”. Le ultime parole, le disse stringendo le
labbra, perché sferrò al disgraziato una tal bordata di mela sul
naso che si udì distintamente lo scriccare degli ossi.
Quando Will si slanciò in avanti verso la vittima “Cajus, mio
buon precettore, quale sorte inattesa!” esclamando a gran voce,
Francis si grattò la testa perplesso. Non lo stupì, però, che co-
lui, bersagliato in tal modo, stesse al gioco: “Berowne, sagace
ragazzo: tu vedi in che modo il sortilegio ha sortito gli effetti della

158
profezia” replicò, infatti, con la più bella faccia del mondo.
“Voi dovete sapere, signori – cominciò Will prendendo le mani
del suo finto precettore tra le proprie – che Cajus fu mio pro-
fessore di Retorica quando, ancora bambino, non facevo dif-
ferenza tra ‘Io’ e ‘Dio’: tra la carlona e la Carlotta, ovvero il
panno della polvere e la cresta sul bricco del latte – i giustizieri
lo guardavano con gli occhi spalancati e la bocca leggermente
cascante sul palmo della mano, col quale non sapevano se ac-
carezzarsi o no la barba – Poi, quest’uomo mi aprì gli occhi,
dimostrandomi che il parossismo a favore di qualcuno non è
proparossìtono, e che gli sdrùccioli non richiedono appositi
calzari. Ciò che sono come poeta, lo devo a lui – e qui strinse
le guance di quello, burrose come il culo di un vescovo, tra le
palme delle mani, e le fece paonazze, quasi il vescovo fosse
appena stato al Concilio – e per questo gli vorrò sempre bene.
Fu grande coraggio, da parte sua, sfidare l’autorità del Papa e
di re Filippo di Spagna con quel Discorso sullo smercio delle
false reliquie che egli fece stampare a sue spese e diffondere
per tutti i paesi cattolici – Will si accucciò accanto al condan-
nato, facendo della gogna il doccione a due teste di una catte-
drale; intanto, un mormorìo di indignazione si diffondeva tra
la folla, e cresceva come lo sfrigolare del caglio quando bolle
– L’Inquisizione non ebbe difficoltà a individuarlo; ma pure,
per essere egli inglese, non ci poteva mettere le mani sopra.
Così, incarcerò un suo fratello che si era fatto cardinale nella
bella Verona, e lo accusò di eresia. Per questo, se vuole avere
salva la vita di lui, Cajus: il gran filosofo che fu mio antico pre-
cettore, è costretto dalla canaglia papale a vendere quelle stes-
se false reliquie il cui traffico fu oggetto della sua dotta disqui-
sizione”. A Will si incrinò la voce, e gli occhi si riempirono di
lacrime; allora la folla, a cominciare dal ragazzo col covone in
testa e il marinaio con gli avambracci guizzanti come delfini,
si scoprì il capo e rimase col cappello in mano. Infine, uno tra
loro si fece avanti e con due strappate di rampino alzò la ta-

159
gliola sotto cui giaceva la testa del condannato. Costui si alzò,
si stirò le giunture dolenti; quindi, piangendo calde lacrime si
strinse al petto, tra gli applausi, l’allievo ritrovato, e salvifico.

“Che sfrontatezza: invitare coi gesti quel pubblico all’applau-


so, e accomiatarlo tra gli inchini!”
“Francis: se non sai mettere in scena, per primo, nella vita, te
stesso, che potrai mai insegnare agli attori?”
“Ma come ti è venuto in mente di tirar fuori dai guai questo
imbroglione?”
“L’hai visto, con quale marmorea fissità se ne stava al suo po-
sto? chissà quante volte ha osservato, in quel modo, le case
solo fino al primo piano… Quale esercizio è migliore, per im-
parare a stare in scena?”.
“Da come tiene gli occhi fissi a terra, parrebbe davvero un
predicatore.”
“In effetti, lo fa con lo stesso scopo dei predicatori: non venire
riconosciuto per quello che è. Ma Berowne, non ti pare un bel
nome per il protagonista?”.
“Il protagonista di che, Will? non abbiamo ancora uno straccio
di vicenda; nemmeno un’ambientazione…”
“Però, abbiamo un bel nome da protagonista; dunque, un bel
protagonista. Quanto al resto, credo sia giunta l’ora di rendere
la pariglia a quei solenni tromboni dell’Accademia per quanto
hanno fatto a Lucia Negro”.
“Lucia Negro? non vorrai mica mescolare le sorti della nuo-
va commedia con quelle della tua meretrice dagli occhi come
palline di pece?”
“Andiamo: lo sai che le sorti di mezza Londra sono state tratte
al bussolotto di quegli occhi. Sono come due pozzi profondi in
fondo ai quali splenda uno specchio d’acqua; ci puoi scorge-
re dentro, di te, cose che non sospettavi neppure. Comunque,
il mio intento non è tanto glorificare Lucia quanto sbugiardare
quel Solone a capo degli eunuchi che, nel mentre mi profetava le

160
fiamme dell’inferno, me l’ha, con le sue lusinghe, portata via”.
“Vuoi dire che Lucia è diventata…”
“L’amante in carica di Malvolio: l’impostore che regge l’Ac-
cademia dei Neoplatonici. Quanto a colei che chiamano Lucia,
per me è sempre stata, e sempre sarà, Rosalinde”.

Lucia Negro era giunta a Londra al seguito di un astrologo che


si faceva chiamare Niccolò de’ Pasti. Si trattava di uno sgherro
del re di Napoli che i Baroni, da lui denunciati per cospirazio-
ne dopo che si era introdotto presso di loro, avevano cercato di
far uccidere. Lucia aveva conosciuto Niccolò sulla via del suo
paese, quando una carrozza scoperta lo portava in udienza dal
re insieme ai nobiluomini che la sua denuncia avrebbe di lì a
poco dannato al capestro. Forse per questo l’ostentazione di sé
e il tradimento si erano, nella sua mente, unite in simbiosi. Far
sfoggio del proprio corpo e godere dell'inganno di altri era, per
lei, il primo e più forte stadio del piacere. Londra aveva preso
a rimirare per le sue vie quell’adolescente “dal labbro morbi-
damente arcuato: foglie d’edera su un capitello; i boccoli ap-
pena protesi fuori della fronte: amorini che si sporgono da una
cornice, e le forme del corpo armoniose e avvolgenti: una viola
d’amore nel pieno dell’assolo” con tanta stupefazione da non
trovare per niente esagerate queste parole, sfuggite a Giovanni
Florio una volta che si trovava in compagnia di Will Shake-
speare fuori del Globe, e la vide passare. Florio era, allora,
impegnato nel suo dizionario Italiano-Inglese, che gli aveva
garantito una solida entratura a corte. Spesso, si rivolgeva a
Francis per dipanare il senso di certe etimologie sassoni a lui
oscure; allora il figlio del vecchio Guardasigilli gli mostrava i
suoi fossili, le rocce e gli uccelli stecchiti sopra uno sterpo, e
di ognuno diceva il nome, e come si chiamassero le sue singole
parti. Lucia e Florio divennero, in breve, amanti. Tanta era,
anzi, la fiducia che il linguista maturò per la cortigiana che la
mise a parte dei propri maggiori segreti: il principale, era la

161
sua frequentazione di quel circolo esoterico riunitosi nel nome
di Philip Sidney, ed il cui nume tutelare era una spia più volte
scacciata dai paesi europei, ma anche un filosofo il cui genio
avrebbe a lungo ossessionato i secoli a venire.
“Dunque, questo frate Giordano, Giovanni, vorrebbe che noi si
adorasse la natura” diceva Lucia mentre risistemava le mam-
melle nel reggiseno di raso, come un vecchio notaio rimette,
alla fine dell’atto, gli occhiali nell’astuccio.
“Ma egli, per ‘natura’, intende ciò che in noi scorre come la linfa
viva scorre negli alberi, e la luce intatta che avvolge i pianeti.”
“Anche la corona che postilla il vostro piacere, messer Florio,
è di cotanta schiatta?”
“Il seme umano, è anch’esso corona di luce; anzi, per Bruno, è
il luogo in cui umano e divino si accoppiano.”
“Se codesta teoria fosse vera, Giovanni, io dovrei godere ogni
volta di un orgasmo divino, piuttosto che durare fatica anche
solo per rimanere umida.” E Lucia scoccò un’occhiata noncu-
rante a Florio: di quelle che lo facevano sempre rimanere con
le brache a mezzo, e imbarazzato.
“Naturalmente, rimane la possibilità che tutto questo sia una
metafora.”
“Come questo modo in cui noi, oggi, si è fatto all’amore.”
“Gli incidenti della virilità non hanno nulla a che fare con le
prospettive metafisiche. La loro gittata è breve…”
“E si ammoscia subito, Florio. Ma ditemi ancora di quel vostro
amico poeta”.
“Will? oh, lui è ossessionato solo da Marlowe! in parte per-
ché ha saputo sgomentare il pubblico a tal punto che gli sarà
difficile fare di meglio, in parte perché Elisabetta lo ha fatto
uccidere come spia solo in quanto i suoi drammi paiono fatti
apposta per letture a chiave.”
“E voi ritenete che questo giovane Will, mettendo la sua chiave
nel mio scrigno, smetterà di seminare chiavi nei suoi drammi?”
“Penso che l’umanità gli faccia difetto. Penso che Bacon, con

162
la sua classificazione della natura, avrebbe parecchio da inse-
gnargli, e che frate Giordano saprebbe fargli vedere Dio anche
nelle prospettive di un seno perfetto”.
“Pensate che fortuna avete voi londinesi: due sterline soltanto,
ed io vi faccio vedere Dio.”
Lucia aveva sempre ritenuto i pensieri forme sublimate del
piacere fisico. Tuttavia, all’udire che Will era sposato, ed ave-
va tre figli, era rimasta sgomenta.
“Eppure, Lucia, proprio il suo matrimonio dimostra fino a che
punto Will non conosca il piacere. Ha dovuto sposare la prima
donna che ha ceduto non alle sue voglie, ma alla sua frustra-
zione per non aver potuto giacere con colei che amava. E, pen-
sa: quella donna era più vecchia di lui di otto anni, ed è rimasta
incinta al primo colpo”.
“Quando una donna raggiunge una certa età, la natura trasfor-
ma la sua fica in una tagliola.”
“Mentre la tua è il mappamondo dei mestieri: il gran teatro
dove si mette in scena, giorno per giorno, la teoria degli umori.
Per questo mi servi. Fa’ sentire a Will la violenza dei sensi!
innamoralo e negati; poi, quando ti concedi, lascia che la sua
mente e il suo corpo, seguendo la natura, ed il piacere che è sua
scorta, tornino a Dio”.
“La Sua Gloria, messere, trionferebbe dunque in sì angusto
altare?” Lucia accarezzava il pizzetto rosso di Florio, dentro
cui alcuni fili bianchi cercavano di persuadere i loro vicini a
seguire, al pari di loro, l’incedere del tempo.
“Dove meno La potremmo cercare, là Essa trionfa: questo è il
senso di quanto frate Giordano predicò.”
“Ed ora, mi dite, egli è in braccio all’Inquisizione. Non credo
che rinunceranno a rosolare colui che pose lo sverginamento
tra i dogmi”.
E Lucia spinse fuori Florio, perché già un altro cliente aspet-
tava da tanto.

163
“‘Luce che dà luce, leva luce alla luce’: sei sicuro, Will, che
non se ne accorgano?”
“Penseranno ad un gioco di parole alla moda. A chi vuoi che ven-
ga in mente la Lucia Negro i cui occhi sono due palline di pece”.
“Al primo incontro, tutti noi l’abbiamo trovata brutta.”
“Con la peluria sul labbro delle donne nate nella terra del vino,
e le cosce e il culo prossime a diventare una stessa curva, come
succede al viandante nella sua terra tutta insenature e golfi, che
all’ennesima svolta non sa più ritrovare la direzione…”
“Ma poi, quel ribollire in lei: il suo albergare le acque di ogni
rinascita…”
“Taci, Francis: dobbiamo lavorare. Dunque, la guida di questa
combriccola è il casto re di Navarra, e Berowne è il suo devoto
apprendista. Essi hanno giurato di dedicare due anni della loro
esistenza ai libri, e dimenticare tutte le donne”.
“E si accorgeranno che la sapienza nulla può contro la natura,
e che c’è più arte negli astratti cerimoniali della seduzione che
in ogni accademia. Ma tu non credi che sotto il velo del diver-
timento qualcuno possa scorgere gli insegnamenti che Philip
Sidney apprese da frate Giordano?”.
“Vale a dire: che Dio è nei sensi, e nessun fraintendimento del-
la Sua fede si può dare più grande che il compitare cattedrali
di parole, e tributare alla mente più grandezza di quanto la sua
funzione, scrigno della memoria, ne meriti?”
“Questo; e quanto, più di questo, abbia virtù di farci pugnalare
in mezzo alla fronte. Gli sgherri cattolici, lo sai, sono dapper-
tutto. Il doppio gioco è la loro pratica quotidiana di devozione.
Quello stesso lord Essex che ha fatto rapire Viola, ha obbedito
ad un cenno del re di Francia, adirato per l’apostasìa della sua
suddita”.
“E tu credi che noi…”
“Credo che il teatro sia l’ombra di ogni verità.”
Will si lisciò il palmo della mano destra, con un gesto che gli
era abituale; quindi incrociò braccia e gambe e si appoggiò ad

164
una specchiera smaltata che occupava per intero la parete di
fondo dello studiolo in cui si erano raccolti per scrivere. Fran-
cis si mise ad osservare la sua nuca già in parte calva replicare
la curvatura della cornice di ottone.
“Il tuo corpo, Will, non sa di appartenere ad un ordine che
esisteva ben prima di lui; allo stesso modo, le emozioni non ci
appartengono, ma fluiscono liberamente, se solo non ci pensia-
mo. Il teatro deve servire a non far più pensare questo nostro
secolo devastato dai teologi”.
Will diede un colpo contro la cornice della specchiera, e per un
attimo a Francis la stanza parve avvolta in una coltre di panna:
“Quando ho scelto di fare l’attore, Francis, è stato per sfuggire
al tempo. Non volevo la mia vita fosse preordinata da ricorren-
ze, false prospettive: esiti di leggi eterne, e che la mia insignifi-
canza non avrebbe fatto altro che confermare. Mai, però, avrei
creduto di dover prendere sulle mie spalle, in questo modo,
una simile responsabilità”.
Francis gli andò vicino e gli mise una mano sulla nuca, finché
Will non chinò la testa sul foglio: “Falli ridere, Will. Dài alla
verità un aspetto giocoso, e vedrai che il male del mondo sarà,
per ciò stesso, a metà risanato. Su: ora completiamo quell’inno
a Dioniso amoroso in cui Berowne confessa la propria impo-
tenza dinanzi a Rosalinde, e celebra il proprio fallimento di
filosofo”.

Stanza dei ricevimenti nella reggia di Elisabetta. Essex sta se-


duto su di un ottomana di fronte a un tavolino da gioco. La
regina muove una pedina. Essex pensa per un secondo, poi
arrocca la torre e sferra il contrattacco con un alfiere. La regina
si scompiglia la chioma col dorso della mano, e intanto osserva
la fronte corrugata del favorito.
“Voi mi porterete alla guerra, Essex: rapire una suddita di Fran-
cia senza avere in mano nessuna imputazione.”
“So ben io, regina, quale macchinazioni questi teatranti stanno

165
mettendo in atto contro l’autonomia spirituale del nostro pae-
se. Il Papa ha cento sgherri, e prima di mandarli per il mondo
si preoccupa che siano contraffatti a dovere”.
Elisabetta mandò il pedone a contrastare in diagonale l’avan-
zata di un cavallo. Essex reagì movendo l’altro cavallo fino ad
insidiare la regina.
“Ma questa politica del sospetto finirà per farmi apparire come
pazza agli occhi del popolo. Che poi, se esistano religioni na-
turali o no, non vedo quale importanza possa rivestire per il
destino del mondo. La religione migliore è quella che più fun-
ziona come strumento di pace”.
“Le stesse parole possono definire a meraviglia ciò che della
religione pensava frate Giordano, e spiegare la pervicacia con
cui l’Inquisizione lo tiene prigioniero.”
“L’Inquisizione, qui, non può nulla.”
Essex scoccò un’occhiata alla regina: la sua torre di sinistra era
entrata nella cittadella dell’arrocco, ed ora incalzava dappresso
la regina rannicchiata presso il suo re.
“L’Inquisizione, no, maestà. Ma le sue spie hanno la sapienza
della maschera, al punto che possono raggiungere le più alte
cariche dello stato il cui equilibrio il Papa abbia deciso di di-
struggere”.
Elisabetta decise di sacrificare un cavallo: “Non abbiamo già
sbudellato, nel mentre li impiccavamo, abbastanza Gesuiti?”
Essex spinse in avanti la pedina rimasta fino ad allora ferma
in mezzo alla scacchiera: “Proprio per questo il Papa ce ne ha
mandati in quantità: perché la loro carneficina ci facesse sen-
tire sicuri.”
“Io credo che dovremmo liberare Viola.”
“Io credo, invece, di avere fatto scacco matto.”
La pedina, col suo lento incedere, aveva ipnotizzato Elisabetta
a un punto tale da farle perdere la visione complessiva della
scacchiera. Essex ne approfittò per mandare la torre in diago-
nale fino a dove la regina avversaria, in disparte, osservava

166
incerta la partita. Ora il re era senza difesa, e non c’era modo
di salvarlo.
“Io credo, regina, che siano i pezzi più piccoli a condurre il
gioco, col loro distrarre i giocatori da ciò che avviene dietro
le quinte. Liberate Viola, e rimetterete in libertà chi orchestra
gli eventi”.
Elisabetta si alzò in piedi, si stirò le pieghe della veste di vel-
luto viola che indossava con gli intimi, e si avvolse le tempie
nella mano, come a dipanare il reticolo del suo mal di testa: “E
dunque, secondo voi, Essex, anche tutti quei teatranti sarebbe-
ro coinvolti in questa presunta congiura?”
“Loro sono la congiura, maestà. Quando le emozioni riesco-
no a fingere la vita, la vita avvolge il tempo in un laccio, e lo
strozza a poco a poco”.
“Avessi metà della vostra eloquenza, Essex, la mia vita scor-
rerebbe più serena.” Elisabetta rise, e riempì per sé e il suo
consigliere una coppa piena di vino, preludio all’amore. D'im-
provviso, portando il vino alla bocca, lo vide brillare contro
il fuoco del camino. Allora si ricordò che, il piacere d'amore,
l'avrebbe soltanto visto brillare negli occhi dell'amato. E, fu-
rente, scagliò il bicchiere tra le fiamme.

Will aspettava già da tempo, fuori della porta, che Lucia con-
gedasse l’ultimo cliente della giornata. Quando, infine, uscì
Florio, la sua risata esplose: “Cultura cerca natura, signore;
mentre natura, di lei, non sa che farsene.”
“Suvvia, Will: sai bene che Lucia è più colta di noi due messi
insieme. E infatti, anche tu sei qui per consultarla, immagino”.
“Di più, Florio: io sono venuto a scritturarla.” Will diede di
gomito al gentiluomo, e lo spinse a uscire di scena scrollando
la testa. Attese il solito cenno di intesa della donna: un fischio
su due note discendenti, come quello della gazza sotto la neve,
e poi spinse la porta che dava su di un salottino con, alle pareti,
scene di amori tra divinità assai pagane. Lucia era lì, pronta a

167
rinverdire gli umori del poeta con la sua alternanza di sensua-
lità e ironia: “A giudicare dal tempo che sei mancato, Will, il
tuo cervello deve avere generato gli incantesimi più irresisti-
bili dei sensi. Peccato che tanto turgore debba finire costretto
negli ammicchi di ragazzini dalle vesti contraffatte”.
Will respinse la carezza di Lucia con un moto veloce della
testa: “Ciò che è vero a teatro, a corte non succederà più. Elisa-
betta ha permesso alle donne di calcare le scene. Adorare quel-
la natura cui il corpo non le permette di fare onore, è diventata
l’unica sua vita dei sensi”.
“Bene: vorrà dire che, quando mi proporrai una parte nel tuo prossi-
mo lavoro, saprò che la mia bellezza è definitivamente appassita.”
“Proprio di questo ti volevo parlare. Ho bisogno di te: della tua
arguzia, dei sortilegi del tuo spirito – Will si accostò a Lucia e
le prese una mano tra le sue – La sapiente d’amore che incantò
frate Giordano durante il suo esilio londinese saprà recare an-
cora il suo tributo di iniziata. Nel teatro è la via della salvezza,
l’utopia della pace universale”.
Lucia sbottò a ridere e si mise le mani sui fianchi, come quando
qualcuno le diceva che i suoi occhi non rimandavano indietro
la luce: “Will, sei rimasto ingenuo come quando mi scritturasti
per vendicarti del tuo signore, che ti aveva scacciato su istiga-
zione della propria bella. Quanto l’ho fatto soffrire, quel pove-
ro Southampton; e tutto per un tuo moto d’orgoglio. Come se
il conto del dare e l’avere, nella vita, dovesse sempre tornare in
pari – aprì un cassetto segreto posto sotto la specchiera, nella
quale, per un gioco di riflessi come quello che nei teatri voleva
creare l’effetto di una sala del trono, si riflettevano le ante del-
le porte; ne estrasse una manciata di anelli che gettò addosso
a Will – Ognuno di questi anelli, è un pegno di fede eterna.
Manca solo il tuo; ma già: tu sei stato l’unico cliente del quale
abbia avuto la debolezza di innamorarmi. Nei tuoi occhi, quan-
do facevi l’amore con me, ho visto affondare lentamente ogni
coscienza di ciò che eri, e che cosa volevi da me. Per te, l’amo-

168
re era solo un modo per giungere nel cuore delle mie emozioni,
e cibartene come il neonato fa, per simbiosi d’amore, con ciò
di cui la madre si è nutrita”.
“Dare piacere, in te, mi pareva, più che un compito, un debito
di sangue. Forse, mi sarò sbagliato; ed ora sono qui, a implo-
rare il tuo aiuto contro quegli spregiatori dei sensi che hanno
buon credito presso Lord Essex, e la cui ipocrisia nel predicare
la lotta contro di essi per poi goderne, con maggior abbandono,
in segreto, è ben nota alle ragazze del tuo ostello”.
Di colpo, da Lucia scomparve il sorriso di degnazione. Si ac-
costò al viso di Will e vi scorse sulla fronte una ruga nuova: si
irradiava dal colmo del naso e spaccava in due la gota destra,
come un sorriso troppo a lungo trattenuto.
“Che cosa ti spinge a coltivare questo ideale, Will? il mondo
non è stato abbastanza deluso da profeti la cui idea di un’armo-
nia universale è diventata pretesto per i più furiosi eccidi?”
“L’esperienza di vivere in sogno è ciò che distingue gli uomini
dagli animali. Ma i profeti di Dio dalla cui presunzione di bene
tu sei sfuggita, di questo, saranno sempre nemici. La condanna
del loro Cristo di gesso e stoppa è ciò che spinge a concupire la
nostra regina, così crocifiggendola alla sua impotenza – prese
la fronte di Lucia nel palmo che le sue parole avevano fatto
umido di attesa e gratitudine – Non vuoi essere al nostro fianco
in questa battaglia perché la fede nell’umano soppianti la sog-
gezione al delitto della colpa?”.
“Da sempre, Will, ciò in cui si costringe gli uomini a credere,
è ciò che essi credono.” Lentamente dicendo ciò, Lucia si era
lentamente tolta le vesti, ed ora la specchiera rimandava la sca-
nalatura profonda della sua schiena spartita in due valve come
un frutto del mare. Come sempre, lasciò che fosse lui a sfilarle
la calza che si allacciava, fin sopra il ginocchio, alla giarret-
tiera bianca. Le mise la testa tra le cosce, e per un momento
furono un'unica creatura sull’Eden benedetto dal sole.
“Ricordi la prima volta che venisti qui, Will? eri in fuga dal

169
tuo passato di sbagli; dall’amore come trappola: il corpo di
una donna che aveva voluto rivendicare su di te il suo diritto
alla maternità.”.
“Con te, era diverso. Con te, non mi sentivo usato”.
Lucia gli strinse le tempie tra le ginocchia fino a fargli male;
quando lui si tirò indietro di scatto, con una spinta lo mandò
per terra: “Sbagli, Will. Tutto dipende da come si viene stretti,
se l’essere lasciati farà male, o no. Non è come in quella tra-
gedia che hai dedicato alla mia città. Lì, i tuoi amanti erano fin
dapprincipio innamorati della morte. Che importanza ha se il
modo in cui hanno deciso di morire, tu l’hai chiamato ‘amo-
re’? La stessa cosa vale per il tuo teatro: ciò che ti interessa,
sono le emozioni. Pur di commuovere chi ti ascolta, daresti in
pegno i chiodi della croce di Cristo – si chinò a raccogliere tra
le dita una ciocca dei capelli che gli ricadevano sulla fronte
– Per un po’ delle loro lacrime, saresti disposto a piantare quei
chiodi sulla bara di Lazzaro, per evitare che risorga”.
“Solo questo ritorno del nostro sentimento nella commozione
di un altro, ci impedisce di scambiare ogni moto dell’animo
per inganno della follia.”
“Allucinato anche tu, Will, come gli altri. La tua coscienza ti
impedisce di dirti vivo. Sai così poco scherzare su te stesso da
apparire perfino spiritoso. Solo chi ha ben poco spirito da perde-
re si può permettere di dimostrare, come te, così tanto spirito”.
“Tu non puoi capire: a me, le parole si formano all’angolo del-
la bocca come la bavetta in quella di un bambino. Non sta
in me controllare quale umore del corpo si spacci, così, per
ragione”.
Lucia gli era venuta così vicino che poteva sentire il suo respiro
insinuarsi per le orecchie come un invito a tacere per sempre:
“Da quanto tempo non vedi più i tuoi figli? i gemelli? Ham-
net, il tuo erede? Lo saprà mai, che suo padre, qui a Londra,
lo trovano buono solo per le parti di spettro? Ruolo nel quale,
devo dirlo, dai il peggio di te. Il tuo consueto grido: ‘vendet-

170
ta!’, risuona agli angoli delle strade quando i mendicanti ciechi
non hanno chi chieda la questua per loro, e devono disporre la
gente al buonumore. Eppure, l’impostura di essere morto non è
valsa a scaricare su Hamnet il fardello della tua esistenza”.
Will si scostò da lei e andò a poggiare la fronte contro il vetro
della finestra. Fuori, i bambini si rincorrevano in cerchio intor-
no alla fontana col tritone che segnava il centro della piazza.
L’atmosfera di quel colloquio gli pareva irreale, ma nel corag-
gio con cui Lucia sosteneva le ragioni della propria amarezza
sentiva una ferita simile alla sua; e in quella polla di sangue
viva ristorava i sensi piagati dal ristagno dei pensieri.
“Colui che venne generato senza amore, al nostro amore non
ha diritto. Hamnet non merita che gli faccia questo torto”.
“Ma non puoi fargli pagare il fatto che tuo fratello svolga, in
vece tua, le tue funzioni coniugali.”
Will si volse verso lei con gli occhi sfavillanti; la sua mano si
protese verso la sua guancia in quella che a Lucia parve la pan-
tomima di uno schiaffo messa in scena da un monarca troppo
vecchio per alzarsi ancora dal suo scranno.
“Abbi almeno il coraggio della collera, quando parli con me”
disse, e lo colpì con ben diversa forza. Allora le spalle di lui fre-
mettero, e senza dare respiro all’indifferenza di lei, le si accucciò
accanto sapendo che gli avrebbe passato la mano tra i capelli.
“La tua sovrana indifferenza fa sì che tutto ti passi dentro senza
lasciare segno: per questo, Will, la tua anima si può trasfonde-
re in quella di tutti. Eppure, io so bene fino a che punto questa
tua profondità sia la maschera di un’idiozia così assoluta da
avere perfino coscienza di sé”.
“Quando sono venuto da te, chiedevo solo un’ora d’amore.
Volevo perdere il ricordo di ogni voce. Non credevo che in te
abitasse il tempo della mia morte”.
“L’ospite che ti ho donato, è la predestinazione di quanto ti
resta ancora per completare la tua opera. Prima che ti amma-
lassi, potevi presumere di avere di fronte un tempo infinito.

171
Ora, invece, i tuoi scenari si stagliano contro l’ombra di una
morte non così lontana da non poter essere un’efficace regista.
Del resto, qui a Londra, la sifilide, non la definite ‘il morbo
italiano’?”.
Tacquero per un po’, compiacendosi della solitudine nella qua-
le ognuno dei due compiaceva l’altro. “Comunque – disse in-
fine Lucia – se vuoi, sarò io la tua Rosalinde. Ogni cosa, nella
mia vita, ha avuto senso solo nel momento in cui si è compiuta.
Se mia deve essere la responsabilità di porre fine ad ogni tua
illusione, sia fatta la tua volontà”.
“Non questo voglio da te; piuttosto, che la tua forza dia ali al
mio sogno.”
“Sulla terra, lo sai bene, solo il dolore ha evidenza di senso.” Lucia
volse verso di lui i suoi occhi sprofondati nel lago nero dell’indif-
ferenza. In quello sguardo Will vide il richiamo muto di un desti-
no che non poteva più stornare; per questo, era bello perdervisi.

Francis aspettava il suo ritorno con un’ansia così cocente che


quando lo vide oltrepassare la porta dello studiolo si costrinse
a restare seduto per non balzare ad afferrargli le mani. La ri-
pugnanza di Will ad ogni contatto fisico gli pareva ancora, ma
sempre meno, un segno della sua superiorità morale.
“Al nostro carro di Tespi, Will, mancava solo la tua puttana
– Kemp sfoggiava il suo sarcasmo come, in certi drammi del
suo repertorio, faceva con la palandrana di un notaio dal naso
bitorzoluto per i troppi codicilli – Eppure, lo sai bene che que-
sta opportunità sarà l’ultima, per noi, a corte”.
“Se vuoi andare in scena con noi, Kemp, devi legare le gambe
alla tua dignità e sprofondarla in acqua con il peso dell’indif-
ferenza attaccato al collo. L’unica cosa che mi abbia insegnato
il teatro è stata a barattare il mio nome con quello di chiunque
abbia perso il proprio”.
“Fatto sta che andremo in scena tra due settimane, e tu non hai
scritto ancora un verso. Bada che questa volta non te la potrai

172
cavare con una parodia, o un vecchio canovaccio rispolverato
per l’occasione”.
“Parli come se quello che succede al di fuori di noi avesse una
qualche importanza, quando andremo in scena. No, Kemp: ciò
che offriremo alla regina e la sua corte, sarà la morte di ogni
illusione nelle sembianze di una farsa. Perché tu lo sappia: ho
deciso di far guerra all’umanesimo stesso”.
“Sentimentalismo ed effetti senza causa: questo mi hai inse-
gnato ad aspettarmi da te. Ma bada che questa volta la posta
che hai scelto eccede la tua capacità di dosarne le conseguen-
ze. Quella gente è molto potente, e gode fama di sapienza e
virtù. Non saranno quattro guitti come noi a porne in forse le
sorti a corte”.
“Ti chiedo solo di attingere dal tuo corpo le armi della persua-
sione. Da me, in scena, non ti verrà mai chiesto di pensare”.
Will disse queste parole senza guardare Kemp in faccia, e lui
e Francis lo presero per un congedo. Solo, misurando a grandi
passi la stanza, Will osservava la lucerna oscillare alle lame di
vento che entravano dalle imposte mal sigillate; e si chiese per
quanto ancora il tempo avrebbe acconsentito a non stendere la
mano sulla fiamma che lo ardeva dentro senza mai consumar-
si. Si sedette allo scrittoio ed intinse il calamo nell’inchiostro;
solo allora, la mano gli smise di tremare, e di questo sorrise a
se stesso.

Il primo giorno di prove, si accorsero che don Natalino, ovvero


Cajus (ché così aveva voluto, quel gesuita strappato alla go-
gna, lo chiamassero) non sopportava il vino di porto.
“Dabbasso, dabbasso – lo sentivano berciare dalle cantine
– dove la rotta del buonsenso trova gli scogli del mondo nuo-
vo: colà potrete banchettare con la verità e far gli sponsali del
vizio.” Melacotta, ovvero Trincùlo, e Intronato (Correggia,
beninteso) stavano chini sulla botola: uno faceva le viste di
sentire, l'altro dava segno di vedere, senza che nessuno dei due

173
si spostasse di uno iota.
“Diamine, signori: costui non saprà mai le sue tirate, se voi
continuate a giocarvelo a morra”: poco avvezzo a vestire panni
altolocati, Burbage, nel corpetto attillato del re di Navarra, ci
stava come l’aragosta in un piatto di portata, che, niente niente
si muova ancora, non vede l’ora di prendere il largo.
“Non era morra, ma quel gioco ad indovinello che vien detto
‘passerotto’ – ribadì Melacotta strofinandosi la pancia col pal-
mo della mano – Del resto, non siamo gli unici a scommettere
su quanti bicchieri reggerà: anche Oloferne, vale a dire Sly, ha
fatto la sua parte”.
In quel momento, nel cortile interno risistemato a scena teatrale
entrò Bruscolino. Scuoteva vigorosamente il capo nel mentre
ritentava un’altra volta di dare la necessaria enfasi ad un certo
passaggio dove la sua innocenza di bimbo si faceva sapienza.
“Ed anche qui – riprese Melacotta – quanta filosofia svelata
dai polmoni ancora infanti di questo pargolo. E chi lo dice che
l’inverosimile debba farsi veicolo del gusto, solo perché ci re-
chiamo a corte?”.
“Io dico che se fosse mio, quel testo, la questione si risolve-
rebbe a frustate” sbottò Burbage, e ruotò su tutti uno sguardo
arrossato dal gran corrugare di fronte.
“In fede mia, non vi vedo molto uniti dall’intento dramma-
turgico – Francis stava sbocconcellando una mela, e pareva il
serpente dell’Eden ridotto a piazzista – E sì che ne abbiamo
fatta, di fatica, perché nessuno di voi potesse intuire la parte
degli altri, e capire quanto andava dicendo”.
“Io non recito ciò che è inverosimile. Nessuna accademia di
saggi potrebbe impegnarsi alla castità totale per due interi
anni; e perché, poi? per darsi a studi di filosofia”.
“È proprio questo, Burbage, l’intento della commedia: dimo-
strare che dai buoni propositi nascono sempre disordini, e che
lasciar vivere gli altri secondo il proprio intendimento è la
chiave di ogni sapienza”. Francis se la rideva a tal punto da

174
dover quasi dare le spalle al suo interlocutore.
“Ma perché il re di Navarra promette ciò che non potrà man-
tenere?”
“Un soldo per tutti i tuoi perché, Melacotta, e potrò ritirarmi
per sempre a vita privata. O forse credi che i regnanti siano
condannati a rispettare sempre ciò che si propongono? non
sanguinano essi come noi, se si feriscono? e se li percuotono,
non provano dolore? non li agghiaccia l’inverno, o li sfinisce
estate…”
“Continua, Francis: non ho mai sentito niente di così smacca-
tamente efficace”: Will, nelle vesti di Berowne, era comparso
da una sorta di lucernario sotto la cornice del tetto, da cui si
sporgeva con evidente compiacimento.
“Ciò che io so dell’animo umano, Will, non nasce da un sesto
senso animale. Io non stano caratteri come un cane potrebbe
fare con i tartufi”.
“Eppure, la tartufería e il peggiore bigottismo morale sono fre-
no ad ogni tuo volo poetico. Tu, Francis, ti sazi delle parole.
Delle parole, non ne hai mai abbastanza”.
“Che il diavolo che ha invitato a cena Chris Marlowe ti porti.
Se la regina non avesse fatto piantare un pugnale in mezzo agli
occhi del drammaturgo di Faust, saresti ancora a fare il guar-
diano dei cavalli”.
“Dove avrei per compagno tuo padre, pur sempre intento a
saldare i suoi debiti.”
Per seguire meglio la disfida, gli attori si erano seduti in cer-
chio intorno a Francis, che, volto in giù lo sguardo, li scacciò
con un sol cenno della mano. Non fosse stata la stessa regina a
chiedergli di condurre per mano quel genio non ancora sboz-
zato, a quel punto avrebbe abbandonato la partita. L’indegno
comportamento di suo padre e la miseria in cui, morendo, ave-
va lasciato tutti loro, gli bruciavano ancora nell’animo.
“E voi, che avete da guardare? al trucco, forza; facciamo una
prima lettura scenica.”

175
Oloferne stese la mano davanti a lui: “Con permesso, Lord
Bacon: se volete che non moriamo di fame prima dell’andata
in scena, ci dovete passare un soldo giornaliero. Il nostro com-
penso, infatti, se ne è già andato tutto in amabili conversari con
quelle comari che hanno insegna sotto la stessa corporazione
di Rosalinde”.
“Dunque: avete dissipato tutto con quelle donnacce, ed ora
chiedete altri soldi?”
“Con rispetto parlando, sir: se quelle donnacce, come le chia-
mate voi, non fossero state tutte scritturate in blocco da voi
stesso e messer Burbage, noi non saremmo rimasti esposti a
cotali tentazioni.”
“Ecco: la colpa è nostra, e noi dobbiamo pagare!”
Un sorrisetto ed una mano tesa furono la sola risposta che Fran-
cis si ebbe; allora, con uno schiaffo, allontanò quella mano e si
mise a chiamare a gran voce Will, che, in scena, non si vedeva
più. Francis temeva si fosse dimenticato di come, questa volta,
non dovesse fare lo spettro. Will ricomparve con un codazzo
di fogli che lo seguivano giù per le scale, e reggendo sotto
braccio un rotolo grosso come quelli da cui i rabbini leggono,
quando devono battezzare qualcuno: “Senti qui, Francis, come
Berowne darà l’assalto a Rosalinde: ‘Non ho ballato una volta
con voi, nel Brabante?’ Immagina l’effetto di questa galanteria
così stonata come quella di cui solo un filosofo redento dai
libri è capace”.
“Alle corte, Will: pensi di poter catturare con simili trastulli
l’attenzione di un pubblico smaliziato da Marlowe a vedere
sgozzare gli interpreti principali ancora prima che riescano a
pronunciare il proprio nome?”
“Eppure, dovresti saperlo che si tratta di discorsi a chiave!”
“Domando perdono a lor signori se mi intrometto – disse Olo-
ferne raggrinzendo il naso a supremo distacco da tutte le pas-
sioni – ma noi si vorrebbe sapere se le mele acerbe con cui il
pubblico di certo ci bersaglierà, le dovremo poi indirizzare alle

176
vostre persone.”
“Mio caro Oloferne – si intromise Bruscolino – a corte non si
tirano mele agli attori.”
“In questo caso, verremo di certo condannati al patibolo.”..
Will si era arrampicato sul loggiato scenico, e la sua voce piov-
ve dal cielo come quella di un patriarca condannato da un nuo-
vo Dio: “Come già vi dissi, questa commedia di nuovo genere
non si propone effetti di bassa macelleria, ma uno studio il più
possibile onesto dei caratteri umani.”
“E allora, Shakespeare, lasciate che onestamente ve lo dica –
sbottò Oloferne – caratteri simili, non possono darsi in nessun
luogo della terra” e, indignato, uscì di scena. Gli altri nemme-
no gli badarono, distratti com’erano dall’ingresso del corteo
femminile. In testa veniva Rosalinde, in una veste di raso scar-
latto ornata da fiocchi multicolori. A testa eretta, capitanava
un drappello di tre dame nelle cui rughe intorno agli occhi si
adunavano i troppi “sì” detti agli avventori del bordello. Usci-
rono sul cortile irradiando intorno un senso di mortalità che si
faceva, in se stesso, slancio orgiastico.
“Far passare la seduzione delle belle maniere attraverso queste
sgualdrine – commentò Francis – è come invitare il diavolo a
ballare, e poi lamentarsi perché ti pesta i piedi.”
“Eppure, l’abitudine a simulare eleganza è l’unica forma di
eleganza riconoscibile – replicò Will, sommesso – infatti, ec-
cede ogni transeunte criterio del gusto.”
In quella, Dorothea, nel mentre torreggiava sui suoi calzari erti
come trampoli, urtò nel mastello per la risciacquatura dei pan-
ni e con una manata disseminò intorno una corolla d’acqua che
diede riflessi sotto il sole, come una spada.
“L’acqua: ecco che cosa ci vuole! – mormorò Francis – La
sensualità è acquea, mentre la sapienza ascetica è fuoco. Terra
i corpi, e vento i pensieri… – si tolse dal muro, e con un cenno
delle mani dispose Dorothea e le sue due compagne (Latti-
ce e Edith, i loro nomi) con le mani protese in alto, come gli

177
amorini nel gruppo marmoreo di una fontana – Fate conto che
dai vostri occhi la seduzione fluisca come una corrente di vita,
signore mie, e che il fuoco della conoscenza ne venga invaso e
annegato. Voi danzerete con quei filosofi, ad insegnargli che il
vento dovrà scalfire anche la loro pietra tombale”.
“Parola mia, messere: voi siete troppo infatuato delle parole
– Rosalinda fece schioccare la sua risata come un buffetto sot-
to il naso di Francis; quindi, fronteggiandolo col suo seno ri-
goglioso – Si vede che quelle lune la cui aureola orna il petto
delle seduttrici non sono mai sorte nel vostro cielo”. Dorothea
e Lattice, a queste parole, si fecero intorno al filosofo e presero
a scompigliargli i capelli con le loro dita affusolate come code
di gatto.
“Suvvia, signore mie – si intromise Will – lasciate in pace il
nostro notaio dei caratteri. Ho paura che di seduzione ne sap-
pia quanto il re di Navarra, coi suoi seguaci”. Disegnò per aria
un volo di colombi, e le donne si dispersero, lasciando Francis
ad armeggiare coi bottoni della propria palandrana. Allora Will
prese Rosalinde sotto braccio ed allacciandosi a lei sulle note
di una pavana immaginaria “non ho ballato una volta con voi,
nel Brabante?” le sussurrò con grazia ingenua.
“Sulla mia vita, Will: tu sai che la seduzione si muove su piedi
leggeri” disse la donna, e per gli occhi le trascorse un bagliore
come vento tra le crepe della roccia, quando la pioggia è ap-
pena finita.
“E tanto basti, sull’impari lotta tra filosofi e poeti” commentò
Burbage, ritto a braccia conserte sul vano della porta.
“Nella vita, tutto ciò che è fragile, è bello; e viceversa” disse
Kemp, e fece una capriola.
“Compresa questa tua osservazione, certo dettata dal malanimo
per non avere, in questa commedia, alcuna parte – commentò
Will – Ma è tempo di muovere le nostre pedine sulla scacchie-
ra del dramma, dove, se non c’è scontro, non c’è vita”.

178
Cominciò così il primo giorno di prove, quando Pene d’amor
perdute non era ancora che un canovaccio. I copioni erano stati
distribuiti con uno sventolìo per aria. C’era, in Will, l’aria del
pollaiolo che espone il collo dei suoi pennuti alla folla. Nes-
suno sapeva di che cosa la commedia parlasse, ma a tutti piac-
quero le proprie battute. Erano nate da un momento di euforia
smemorata: uno di quelli in cui un passero potrebbe usare per
timone le ali di un’aquila. Le dame sfidavano a duello i filosofi
di Navarra, e sapevano che le parole non valgono a riscaldare i
piedi, nel letto, la notte. All’ingresso in scena di Rosalinde, ci
fu un tramestìo: nessuno credeva che fosse lei. Si era messa sul
viso la biacca di un manichino da torneo, e nelle braccia aveva
certe salsicce di stoffa da parere il lampionaio quando, la sera,
smoccola i ceri per le strade. Tutti si aspettavano la sua battuta,
ma lo sventolare delle bandiere appuntate da Francis intorno
alla scena dichiarava che Will non l’aveva ancora scritta.
“E allora? – fece Rosalinde – questo scartafaccio, arriva?”
“Le parole che cerchi, non le ho ancora scritte – Will gongola-
va: aveva la gorgiera al collo e, sotto, era del tutto nudo; come
tale si sporgeva dalla sua finestra all’ultimo piano – Prima,
volevo vedere come ti muovi”.
“Che Belzebù faccia delle tue mani le pale con cui arrota i ceffi
dei dannati – Rosalinde era furiosa – Chi ti dice che io ci tenga,
a squadernarti il grugno davanti?”.
“Voi attori, per me, siete tutti, allo stesso modo, pennacchi da
mettere in cima alle mie parole. Che importanza può avere, la
delusione delle vostre attese?”.
“Vieni giù a ripeterlo, Will, se hai coraggio – proruppe Rosalin-
de a gran voce; poi si volse all’assemblea – diamine! si compor-
ta come se non gli avessi dischiuso io come si deve, per la prima
volta, quei territori che si svolgono oltre la sua patta!”
Un alto scoppio di risa salutò questa sortita.
“Ti ho trovata intatta, Rosalinde – replicò Will facendo imbuto
con le mani alla bocca – Tutti i tuoi spasimanti aspettavano che

179
la boria venisse quotata sul mercato”.
“Quanti passeri hanno afferrato per aria le tue battute, Will! ed
ora pigolano tutti nello stomaco di qualche Giovanni Senza-
pensieri.”
“E quella trippa che ti ballonzola tra le giogaie gli fa da salsa.
Ma basta, o la commedia si scriverà da sola: il che, è proprio
quanto volevo”.
“Amen, et fiat voluntas tua”: così dicendo, Rosalinde innestò
mezzo braccio sotto il gomito opposto, squadernando in faccia
a Will il saluto della bandiera.
“Vogliamo venire ai ruoli, signore e signori?” irruppe Francis
umorosamente, e poi tacque.
“Sarà meglio, scaldino degli umori terreni” lo redarguì Will da in
cima il suo lucernario. Poi era buio, e le prove vennero sospese.

Il conte di Essex teneva l’ufficio della censura. Ogni copione


teatrale, ogni libro, passavano nelle sue mani. Cancellava le
frasi incriminate con piccole croci intrecciate l’una all’altra:
le parole vi restavano prigioniere. Viola era già da una setti-
mana a corte. Essex la teneva presso di sé mentre sbrigava il
lavoro quotidiano. Il favorito della regina non era immune ai
contraccolpi della storia. La Spagna e la Francia, fomentate
dal Papa, avevano cessato di tentare la sorte delle armi; ora,
tutto si svolgeva attraverso la propaganda e le spie: primi tra
tutti, i Gesuiti, che cercavano di far apparire l’anglicanesimo
la coda dell’Anticristo spuntata attraverso il mantello del tem-
po. Per questo la regina li faceva impiccare, e mentre la corda
li soffocava, il boia praticava un’apertura nella loro pancia,
da cui faceva uscire lentamente gli intestini avvolgendoli su
di uno spiedo. Il boia più bravo era quello che sapeva tenere
in vita il gesuita fino a che i suoi intestini non erano del tutto
fuoriusciti.
“Vedete, Viola? fate e folletti hanno degnamente sostituito re e
cortigiani. A teatro, ora, si sogna”.

180
“Sì, Essex; ma al risveglio ci si vede davanti la vostra brutta
faccia.”
“La storia stessa, non è che un sogno dove si viene sognati da
qualcuno. Ma non sarà il vostro Dio papista a risolvere questo
imbroglio”.
“Voi continuate a farmi troppo onore, nel ritenermi coinvolta
in cose a tal punto più grandi di me.”
“Tutti ne siamo coinvolti, Viola. In tempi come i nostri, anche
il pensare è un delitto; figuratevi il credere in un Dio piuttosto
che un altro”.
“Il Dio in cui credete voi, è la negazione della storia.”

181
SECONDA PARTE

THE FAIRY QUEEN


I.

Quando Hamnet, il figlio undicenne di Will, morì, la notizia


fece il giro delle bettole londinesi con la stessa velocità con la
quale Cuthbert, il figlio di Burbage – che si era messo in capo
di fare l’attore nonostante la sua balbuzie – scandiva la parola
“funerario”. Articolando quella parola nell’orecchio del padre
con l’usuale precipitazione, egli, ora, intendeva “metterlo a
parte del lutto occorso al più dotato tra i drammaturghi”: così
disse. Ma Burbage senior conosceva troppo bene le cose del
mondo: “La famiglia, per Will, è sempre stata un pennacchio
sullo stendardo: uno dei tanti modi con cui tenta di rinsaldare
quell’onore borghese che il recitare gli mette a repentaglio.”
La nulla personalità di suo figlio era da subito parsa a Burba-
ge il miglior viatico ad una normale carriera. A molti, il poter
rivestire tanti panni pareva l’unico modo per mascherare la
propria nudità intellettuale. Si diveniva attori per troppa forza
espressiva, oppure per nessuna.
“Come può, allora, un individuo così egocentrico, entrare nel
cuore di tutta la gente?”
Burbage, per non scuotere la testa, incrociò le dita e comin-
ciò a farle trillare l’una contro l’altra; sembrava un giudeo che
avesse prestato denaro alla regina al momento in cui gli viene
detto che l’Invencible Armada è andata a picco.
“Figlio mio: che c’entra la sincerità, col dramma? la sincerità,
quando scrivi, ti fa cigolare le giunture del braccio; allora sco-
pri che, per sbloccarle, non c’è niente di meglio del cinismo.”
“Ma il sapere che la propria eredità di uomini viventi è stata
sommersa dal gorgo del tempo…”
Burbage ebbe uno scatto col braccio, quasi un puparo, per rat-
topparne una manica, avesse dato un tiro al groppo dei fili: “È
proprio per non lasciare traccia di sé: per diluirsi nel gorgo del-
le maschere, che si mettono in scena drammi! e poi, smettila di

185
trasportare nella vita vera le metafore del teatro. Se, in scena,
funzionano, è proprio perché sono insolite. Ciò che è insolito,
allorché viene usato, di prezioso, diventa cretino. Mi chiedo
come tu possa, non sapendo questo, essere attore”.
Ma poi ricordò il volto di Will dopo lo scandalo di Viola ed
Essex: la loro fuga d’amore, e il corruccio per cui Elisabetta,
chiusasi in se stessa, aveva annullato la recita a corte di Pene
d’amor perdute. La commedia era andata in scena al Globe,
dove il popolino, dei rimandi caricaturali alla setta filosofica
dei falsi-casti, nulla aveva capito; in compenso, da quel dileg-
giato circolo di papisti la cui occulta vena libertina lo stesso
Essex, il loro capo spirituale, aveva dimostrato lasciandosi se-
durre da Viola: da quell’accolito di ipocriti, erano partite due
sfide a duello. A sostenerle, avevano mandato Kemp, cui l’agi-
lità di mimo permetteva di schivare qualsiasi stoccata. Presto,
il senso del ridicolo aveva avuto il sopravvento sulla voglia di
vendetta. Francis aveva accudito la delusione per Viola – la
sua doppiezza, la dabbenaggine con cui si erano lasciati mani-
polare da lei – come l'unica certezza nel quale cercare rifugio
alla propria voglia di cercare un senso. Da quando Viola ed
Essex erano fuggiti insieme, ad ogni battuta di Kemp, scrol-
lava le spalle. Will invece, perduta Viola, aveva bisogno di ri-
dere. Erano stati giorni di follia: gli attori sprimacciavano il
succo agre di quel ristagno d’umori, nel loro drammaturgo,
come fosse un vento purificatore dopo giornate di nebbia. Will
provava cose sempre nuove con tutte le amanti prezzolate di
Londra: cose che poi si diffondeva a raccontare, al suo ritorno,
agli attori riuniti nel cortile del Globe. Voleva dissipare – disse
– “quanto in me è ancora capace di amore.”
Burbage non sapeva perché, ma sentiva che l’annuncio della
morte di Hamnet, in un certo modo, era il normale coronamen-
to di quel clima di delusione annegata nelle orge. Distogliendo
il volto da quello di Cuthbert, sempre più opaco, a mano a
mano che si accorgeva di non capire, guardò verso il fiume:

186
il vento aggrumava nuvole sul Tamigi come sprimacciasse un
cuscino tarlato; procedevano a cumuli, lasciando tra loro feri-
toie di un sole bigio, che colava a fiotti giù dal cielo. Una delle
prime sere dopo il suo arrivo tra loro, Will, osservando quel
vento ridisegnare il cielo “sai perché prediligo la commedia,
Burbage? – gli aveva sussurrato, raccogliendolo in quei suoi
occhi dove pupilla e iride si confondevano – perché nessun
drammaturgo potrà mai competere con la sapienza del caso, e
il modo in cui imbastisce il canovaccio del nostro dramma. E
poi, perché la leggerezza di spirito non è di questo mondo, e l’educa-
zione all’invisibile, credo sia lo scopo primario del dramma”.
Mai come in quel momento, Burbage aveva compreso che cosa
lo avesse attirato, fin dal primo momento, in Will: era la sua
capacità di scindere intelligenza e passione col coltello della
dialettica, senza lasciare intorno a sé schegge di sentimento.
Ed ora, il suo unico figlio maschio era morto. Hamnet, Will lo
aveva visto sempre più di rado. L’avesse portato a Londra, for-
se, si sarebbe evitato il tifo. Ma Londra voleva dire amori libe-
ri, piaceri di una notte, sollievo alla tensione creativa. Londra,
dopo il tradimento di Viola, non poteva credere nell’amore.
Will, sull’onestà del proprio lavoro, non avrebbe scommesso
un soldo. Si vedeva come un giullare che vien detto re. Quin-
di, per malinconia, si faceva giullare di se stesso. Nient’altro
che questo era, il suo andare a puttane; ogni notte, dopo ogni
spettacolo. Oh sì! Burbage conosceva bene il suo Will. Sapeva
con quale meticolosità di macchinista dosava i suoi effetti. La
progressione di quelle sue metafore pastose, ritte di uncini con
i quali appigliarsi al pubblico, pareva la sequenza di schiocchi
con cui un abile ingegnere fa scattare le chiuse di un fossato, se
il nemico tenta la scalata al castello. Come avrebbe reagito, un
ingegno freddo e calcolatore come il suo, ad un dramma vero?
la morte dell’unico figlio maschio: la fine di una stirpe la cui
elevazione alla nobiltà era stato l’intento primario di Will, dal
momento in cui, guardiano dei cavalli, aveva cominciato ad

187
origliare le scene, fino alla concessione, da parte della regina,
del blasone nobiliare, per sé e i discendenti. E Will, su quello
stemma dai tre colori allacciati con la grazia di una posa azzima-
ta, da villan rifatto, aveva voluto scrivere “non senza merito”…
Burbage si riscosse dai propri pensieri e diede una manata
sulla nuca al figlio, “sei atteso in prova, zuccone – esclamò,
esplodendo con quella voce che spostava i paioli lasciati dai
fabbri fuori bottega, dopo la forgiatura – La parte di Bottom ti
sta cucita su quella testa come un elmo”.
Se conosceva Will, non avrebbe messo su il lutto. Un atto-
re non può mettere in scena, nella vita, nessun sentimento:
verrebbe scoperto nella sua vera natura, e il pubblico non gli
crederebbe più. Tutto sarebbe rimasto come prima. Probabil-
mente, le nuove produzioni di Will, dalla morte del figlio, ci
avrebbero guadagnato. Ora, la vita non poteva più essergli di
nessun ostacolo all’artificio supremo: la visione del tutto come
una beffa messa insieme con materiali di scena avanzati ad
un’altra, ben superiore, Creazione. Chi aveva messo in testa a
Burbage una simile idea? ah, certo! Francis Bacon: quel ser-
vo dei potenti che riusciva a far sembrare la propria piaggeria
una sottile critica al potere. Will doveva guardarsi da un simile
consigliere. Abile meccanico, e scenografo supremo: non c’era
dubbio. Inigo Jones, stando gomito a gomito con lui, aveva
mutato stile; ed era magnifico come accettasse di fargli da as-
sistente, reprimendo l’usuale boria. Ma le passioni, in teatro,
reagiscono ai concetti come la fiamma al contatto col grasso che
ci si è messo a sfrigolare: dopo un po’, tutto puzza di bruciato.
Bacon aveva la capacità di intuire a distanza le opposizioni
insorte al suo buon nome londinese. Di persona – Burbage se
ne accorgeva soltanto ora che se lo ritrovava lì davanti, con
quella postura inclinata su un fianco buona sia per ascoltare
con modestia che per andarsene con un’alzata di spalle – era
liscio e levigato: uno specchio in cui compariva la figura intera
dei propri difetti.

188
“A dipingere il diavolo sulla parete, si rischia di vedere il suo
grugno disegnarsi nel vano di casa” cominciò: una di quelle
esche alle emozioni altrui con cui si atteggiava, volta per volta,
secondo il suo tornaconto, a censore e consolatore.
“Eppure, l’abile meccanico che voi siete, e il cortigiano accor-
to che vi accingete ad essere, dovrebbero permettervi di inse-
rire ogni evento in un disegno predeterminato. Nessuno più
di voi deve per forza considerare il caso un ordine superiore
– la nomina di Bacon a consigliere della regina non era ancora
trapelata. Burbage voleva avere un punto di vantaggio su di
lui; e così fu, a giudicare dalla figura improvvisamente eretta,
con le spalle rigide, come la quinta di un teatro di marionette,
cui la collera aveva costretto Bacon – Se non altro, la morte di
Hamnet farà luce su quanto del vostro ingegno è trapassato,
mercé il rotolio degli ingranaggi scenici, nelle parole alate del
nostro Will”.
Burbage sapeva che occultare l’ostilità sotto la lucida corazza del
raziocinio era il modo migliore per incrinare la sicurezza di Bacon.
“Io non sono che un meccanico. Ad altri spetta, l’accesso ai
domini della fantasia”.
“La fantasia non è altro che rappresentazione; ed in quella, nes-
suno sta al pari di voi, Lord Bacon. Alle volte, il genio consiste
nel rendere un'altra persona lo strumento del proprio potere,
cosicché quello si consumi in vece propria. La fiamma consi-
dera con noncuranza la cera che le dà momentanea forza. Voi,
signore, potreste ben spingere un pulcino a credersi un falco;
che vi importa se la lancia che scuote, usandola per becco, lo
infilzerà da parte a parte?”.
“Il nostro ‘scuoti-lancia’, William Shakespeare, intuisce le
passioni umane con la beata ottusità di chi abita solo colui col
cui nome lo si chiama.”
“E voi, che abitate lui: voi, come andreste chiamato?”
Bacon sorrise, e la sua bocca fu attraversata da quel disincanto
come da un taglio che serva a spurgare una ferita rimasta na-

189
scosta sotto la pelle troppo presto rimarginata:
“Volete forse accusarmi di averla provocato io, l’epidemia di
tifo a Stratford? di avere tolto di mezzo Hamnet perché il mio
burattino, l’artificiere delle mie parole, imparasse a dosare il
tiro, e aumentasse la potenza della propria introspezione?”
“Diamine: quest’ultima cosa, Bacon, come l’avete detta bene!
il resto, era troppo d’effetto. Che c’entrano, le cause con cui
la natura procura la morte? La fissazione maniacale con cui un
padre giustifica la propria assenza, il disinteresse per il figlio,
con l’ansia di assicurargli un blasone: questa capriola con cui
il presente sfugge di mano, e corre a mettere in ceppi il futuro;
tanto basta per indurre in un ragazzo nel pieno dell’età inquieta
il desiderio di morire. Will, al principio, non era così: lui per
primo, non credeva alle proprie finzioni.”
“Occupare la mente nelle questioni del senso, fa perdere senso
alla vita. E di questo, Burbage, non ho colpa – Francis si sporse
verso il suo interlocutore, lasciandogli scorgere l’asimmetria
delle sue pupille: bruna, con pagliuzze dorate, e più larga, la
destra; chiara, ma come svuotata del suo colore, e più stretta, la
sinistra – In fin dei conti, sui fantasima di Will, non ho potere
alcuno – amministrò l’imbarazzo di Burbage con l’accortezza
dello speziale che si aspettava quel certo rivolgimento della
materia, nell’ampolla – Sì, i fantasima: le private ossessioni;
le comparse sul cui affacciarsi nel teatro della nostra immagi-
nazione non possiamo esercitare alcun controllo. Will sente di
aver tradito la sua gente. È uno yeoman: un contadino privato
della sua terra dai grandi proprietari. Gli hanno recintato quel
piccolo campo da cui dipendeva la sua autosufficienza. Dunque,
al posto di cibo, produce parole. E la cosa, gli sembra un delitto”.
“Ora che la Spagna non rappresenta più una minaccia, Elisa-
betta si è fatta più timorata di Dio che protesa alla gloria del
proprio paese, e le terre sono tornate ad essere un bene comu-
ne. La vostra analisi, Lord Bacon, non ha ragione di essere”.
“La coscienza, però, mio caro, è cambiata. Essa si abbarbica

190
intorno alle certezze come le radici di una pianta scavano la
pietra, se le si toglie la terra. Per questo, la disperazione di Will
segna l’inizio di un’epoca. Il fatto che egli non ne sia inconsa-
pevole, lo rende ampolla serena: strumento di una redenzione
forse, ancora, non impossibile”.
“Misurare ogni cosa, non significa comprenderla. Voi, e quelli
a voi pari, rimarrete sempre ignoranti che travestono da pre-
sunzione il loro timore della morte”.
“Grazie a Will, e all’influsso che io possiedo su di lui, questo
timore della morte risparmierà me e i miei pari, per trasmet-
tersi ai cantori del tempo passato. Chi non vuole adeguarsi al
regno della quantità, vi verrà indotto dalle lacrime fattegli ver-
sare mercé i drammi da voi, il più grande impresario londine-
se, condotti alla scena”.
Burbage perse, per un attimo, la presa su se stesso. L’allusione
alla maniera capziosa in cui aveva sottratto a Hundson, ap-
profittando della sua caduta in disgrazia presso Elisabetta, la
compagnia del Globe, eccedeva i suoi poteri di sopportazione.
Alzò la mano di piatto sul collo di Francis; ma esitò un attimo,
e tanto bastò perché quello “vi ricordo, Burbage, che secondo
la nuova legge sulla legittimità, il colpo menato ad un Lord
vale come percossa alla regina – mormorasse – E poi, se vi co-
nosco, non mancherete di scendere a duello con questo nuovo
ordine delle idee. E l’energia che metterete nel combatterlo,
renderà molto più veloce il suo affermarsi”.
Burbage si riscosse, e riportò la mano sul fianco. La contem-
plava, col palmo all’insù, come non fosse più sua. Aveva ca-
pito come, ormai, la disperazione nata dal crollo di un intero
mondo, se esibita – e come la si poteva non esibire? – sarebbe
stata la piaga aperta nella cui cicatrice i fermenti del nuovo
avrebbero avuto agio di moltiplicarsi.

Il duca di Southampton entrò nel Globe e si mise ad osservarne


le travature a vista. Gli piaceva, questo svelare i meccanismi

191
della finzione senza aver l’aria di trarne un qualche senso. Il
cerchio ligneo si chiudeva sulla scena per una spinta inarresta-
bile, effetto della scoscesa fuga di finestre aperte sulla parete
esterna del teatro, regolari come gambe di bambini portati da
un carro. Che lo squisito poeta della Lucrezia violata potesse
ridursi a drammaturgo di quei guitti, non finiva di meravigliar-
lo. Il lutto di Will lo aveva così colpito che voleva presentare
di persona al drammaturgo i sentimenti del proprio cordoglio.
La morte dell’unico figlio maschio, è pur sempre la fine di
un’intera stirpe.
Quando il duca si accostò al proscenio, Will stava respingendo
con foga un quaderno di fogli pergamenacei ed un calamo in-
tinto nell’inchiostro che gli venivano ripetutamente porti: “Te
l’ho detto, Francis: non scriverò più. La dannazione prenda
l’anima di chi, per amor delle favole, si nega all’eterno pre-
sente”. A queste parole, Southampton si fermò e si irrigidì,
sperando non lo notassero. Invece, il viso di Will si illuminò,
riconoscendolo. Dopo la dedica del poemetto mitologico, non
si erano più visti; e questo perché un Southampton non poteva
accompagnarsi ad un guitto.
“Non restate lì impalato, Duca. A far garrire al vento il vostro
blasone, già basta la bandiera che vi torreggia in vetta al castel-
lo nativo”: Will fece un cenno con la mano, e il duca entrò, al
suo seguito, in un vano scavato sotto il palcoscenico, e che, di
solito, serviva al suggeritore. Da lì, si mise ad osservare la pro-
va dello spettacolo. Su e giù per le tavole di legno, si affanna-
vano strane apparizioni: elfi con la testa di mantícora, spiritelli
dal viso di martora e, sul dorso, ali di pipistrello, somari col
grifo di porco. In mezzo a loro, un gigantesco giovane uomo
con la testa a pera e il viso rosaceo come un tacchino troppo
frollato stava cercando di ficcarsi dentro un tronco d’albero dai
cui rami pendevano sottili manine di cera.
“In cuor mio, questa è la geenna!” sibilò Southampton senza
curarsi della forma.

192
“Peggio, signor mio – ridacchiò Will – questa è l’ultima scena
del mio Sogno di una notte di mezza estate. La natura, qui,
vive, e scaccia da sé l’uomo, in quanto qualcosa di indegno”.
“Non di indegno, Will – Burbage stava spingendo la testa di
Cuthbert nel tronco, ma questa, ad ogni scrollata, ne saltava
fuori, quasi fosse il tappo di un barile pieno di birra mal fer-
mentata – piuttosto, di indifferente. La natura che tu hai creato,
dell’uomo, non si cura; non ne ha bisogno”.
“E così, duca, chi vedrà questa nostra commedia, non avrà
più paura della morte” concluse Francis, facendo sgusciare,
da dietro, la mano sotto il braccio di Southampton, per trarlo
a passeggio lungo la cerimonia della vestizione per l’ultima
prova; e nel mentre incontravano gli attori, ne diceva il nome
e il ruolo. Tentò anche di raccontare la trama, ma il duca era
troppo allocchito da tutti quei gufi parlanti, mammole con tanto
d’occhi, e certi uccellacci con barbe di filosofi aggrappati sulla
spalla di giganti cui la mìtra in testa dava anche la dignità di re.
“È la fine del mondo, ciò che mettete in scena? – fece, con gra-
vità, non appena Francis lo ebbe riportato al punto di partenza,
sganciandosi da lui quasi con uno schiocco, rigido com’era
– Non mi pare consona a chi abbia subito un lutto, questa fan-
tasmagoria di buffoni”.
“Se non mi adiro con voi – intervenne Will (e solo allora Sou-
thampton si accorse, con orrore, che era lui, quel villano dagli
occhi cisposi e la pappagorgia di un gallinaccio fino ad allora
rimasto svagatamente appoggiato al muro del proscenio; ma
quando mai aveva avuto il tempo di truccarsi?) – è solo perché
so come, per i nobili, il lutto sia soltanto una forma di rito. La
messinscena di un sentimento. E invece, voi non sapete fino
a che punto il dolore scompigli i livelli del mondo, e renda il
comico, in quanto rinuncia programmatica al senso, quanto
di più funereo possa darsi all’uomo – stese la mano verso la
compagnia, che ora, truccata, si schierava dinanzi a lui, pronta
ai suoi cenni – Ecco: davanti a voi, vedete la natura e l’uomo

193
incrociarsi in inaudite specie di ibridi. Tutto questo, c’era pri-
ma di noi; e, dopo di noi, tornerà ad essere. Quale tragedia può
essere più fosca di questo sempiterno vuoto?”.
Il duca accennò un inchino, e Will vide che voleva ritirarsi;
allora gli si gettò nelle braccia, e la semplicità con cui cercò il
suo calore fece sbocciare una lacrima sul ciglio di lui: “Perché
hai rinunciato ad essere un uomo d’onore, Will? Avevi tutto il
mio castello, e la sua biblioteca, per ascendere ad una poesia
pura come nessuna fu mai”.
“Parole, parole, parole, mio buon duca. Ed un luogo solenne,
i cui muri siano come l’arcata del palato, la cupola delle fau-
ci sotto cui la loro falsità risuona. E invece, per affrontare il
vuoto della vita, bisogna restare vuoti. Aderire alla pelle delle
cose, e lasciare che ognuna di esse ti detti il suo linguaggio,
è l’unica immortalità che ci sia concessa. Ma, per questo, bi-
sogna dimenticare il proprio linguaggio. Ed ora, mio duca un
tempo così amato, la natura ha deciso di vendicarsi, e bloccare
a mezz'aria la mia capriola. Farmi espiare la tracotanza con cui
mi sono insinuato nei suoi ànditi, per carpirne il linguaggio
segreto. E allora io, mettendo in scena il mio Sogno, intendo
farle sapere che, per questo, è troppo tardi. Che essa, per me,
non ha più segreti. Si è presa Hamnet? ed io lo farò rivivere in
Puck, il folletto dell’aria. Avendolo sotto gli occhi e nella men-
te, non dimenticherò mai che egli, prima di essere, fu questo; e
questo, morendo, è tornato ad essere”.
Southampton sentì una mano sgusciare nella sua, quasi un cuc-
ciolo che, appena aperti gli occhi, fosse rimasto folgorato dalla
troppa luce. Si volse, e vide un fanciullo avvolto in un costu-
me verde i cui margini sbrecciati dal volo di tanti maggiolini,
pure, lo fasciavano come una foglia. I suoi occhi erano color
dell’alba, e le pupille così chiare che non si poteva vederne
il fondo. Aveva l’incarnato talmente bianco che i canali della
vita, pulsandovi sangue, sembravano fargli violenza. Le mani,
alzate verso il duca in un gesto di supplica, erano un volo di

194
anime verso la luce originaria. I suoi piedi aderivano alla terra
senza premerla: la leggerezza, in lui, era una condizione dello
spirito che diventava stato del corpo. Sorrise, e la morte si vo-
latilizzò dalla mente del duca, con lo stridore di un congegno
male oliato.
“Sì, duca: è proprio Hamnet, questo ragazzo. Si chiama James,
ma è tutti gli Hamnet del mondo, nei secoli dei secoli. Giocare
con la realtà, è l’unico modo per vincerla”.
“Posso sperare che il tuo amico di un tempo abbia parte in
questa resurrezione dell’antico paganesimo?”
Will rise, e mentre si toglieva il trucco dalla faccia con una
piccola spatola di legno, riponendo il cerone in una nicchia del
muro, continuava a fissare sornione l’ispirato contegno del-
l'uomo la cui bellezza egli aveva, pure, cantato.
“Southampton: il mondo della ragione, e dei nomi, sta tramon-
tando in voi. Sapete che accostarvi a me, d’ora in poi, signifi-
cherà indulgere ad un pensiero nemico alla vostra stirpe? Un
giorno non certo lontano, qualcuno cercherà di mutare assetto
politico all’Inghilterra. Quasi le vere rivoluzioni non fossero
silenziose, e inapparenti”.
Si accostò al duca, gli prese il viso tra le mani, e sembrava
cercasse nei suoi occhi l’eco di tanti versi che aveva, ad essi,
dedicato. Allora Southampton, improvvisamente, capì: non era
stato che uno specchio; il riflesso di un estro capace di attra-
versarlo da parte a parte come un quadrello fa con una porta di
legno; e questo, in modo inconsapevole.
“Quei tuoi sonetti, Will: se mi vuoi ancora un po’ di bene, fa’
che restino ignoti ai più.”..
“So che cosa state pensando, e vi assicuro che sbagliate. Io
stesso, sono solo un tramite, e la mia identità è tanto più negata
in quanto, di essa, mi servo come la fiamma con cui si muta
natura ad una pietra, senza che la sua aumentata trasparenza
renda più pura la fiamma stessa; ché, anzi, diviene più torbida.
In questo mondo, nessuno è artefice; ma, tutti, possiamo venire

195
cercati dalla grazia”.
Ora l’intera compagnia si stava liberando degli abiti di scena.
La prova-costumi era finita. Francis entrò nel cubicolo reggen-
do una pertica scandita da tacche con cui andava misurando il
perimetro della scena. Quando scorse Southampton “giudicate
il teatro in quel modo, ma poi non riuscite a non mettere il naso
nei suoi marchingegni” rise.
“Ritrovarvi qui, Lord Bacon, in effetti, mi ha stupito. Credevo
che il vostro posto fosse vicino a Viola, ed Essex”.
Il tono in cui il duca pronunciò queste parole fu inteso da Fran-
cis come molto ingenuo, o fin troppo scaltrito.
“I limiti dell’ingegno umano, non stanno nel suo sussiego.”
“Una risposta degna di un sofista, quale, in fondo, vi ho sempre
ritenuto – il duca si ingegnò a non incrociare mai lo sguardo di
Francis; piuttosto, teneva gli occhi fissi su Will – Comunque,
non è per voi che mi sono spinto in quest’antro delle illusioni.
Volevo che Will sapesse quanto gli sono vicino; e invece, a
quanto pare, l’arte che professa gli ha già permesso di sublima-
re le volgari passioni umane in un volo pindarico che…”
“Voi, Southampton, e le vostre convinzioni tanto più esibite
quanto meno sono richieste – la collera di Will faceva rista-
gnare l’aria, sotto la volta di legno del palcoscenico – La ce-
rimoniosità con cui vi avvolgete nei sentimenti come fossero
abiti di scena. Voi, e quelli come voi, siete i veri attori. Vi rite-
nete degno di una qualche attenzione, al mio cospetto, perché
mi avreste ispirato i Sonetti? non sapete che l’unico atteggia-
mento decente, di fronte alla bellezza, è quello di scomparire?
Quando mi sono accorto che non l’avreste mai capito, non ho
avuto remore, nel mandarvi al diavolo”.
Southampton, per un attimo, si erse minaccioso. Capiva che
l’unica risposta adatta alla sua dignità, sarebbe stata il silenzio.
Tacque, dunque, e nell’andarsene si tirò dietro il proprio sde-
gno come un tacchino fa con la ruota. Allora Will, dal cubicolo
del suggeritore, salì sul palcoscenico e si volse verso la com-

196
pagnia, tutta a occhi bassi, lì, intorno a lui: “Chiunque mi parli
di lutto, o voglia consolarmi con parole di ciò che, piuttosto di
essermi stato tolto, mai mi è appartenuto: costui, l’avrà a che
fare con me.”
Tutti si scostarono da lui, mortificati: sentivano di profanare,
con quell’allestimento, un dubbio della cui doppiezza, peral-
tro, non erano responsabili.
Quando Burbage lo affrontò, Will sapeva già ciò che voleva
dirgli: “Temo che questa volta, invece, tu sia stato accecato
proprio dal dolore. Il duca di Southampton già sospetta di
Francis, e ne segue i passi con la speranza di denunciare alla
regina il doppio gioco del suo amante. E tu sai che la logica
del tradimento diventa, in breve, una visione del mondo; anzi,
un atto di fede”.
“Burbage: la rivoluzione che il nostro teatro sperimenta nel
mondo, non appartiene ai nostri tempi.”
“Chiunque voglia migliorare il mondo, Will, fa la fine del martire.”
“Hamnet: lui, è stato un martire. Noi siamo solo gli strumenti
di quel merdoso inganno che si chiama storia”.
“Non puoi, per trovare un senso alla sua morte, condannare il
tutto a non avere un senso.”
“Voglio solo piangere; ognuno ha il diritto di piangere a suo
modo. Tu fai finta di non capire che la morte di Hamnet signifi-
ca, per me, la perdita del futuro. D’ora in avanti, il mondo sarà
la valle dell’eterno presente. Eccolo, il senso di questo Sogno
che ci apprestiamo a mettere in scena”.
“Amen, Will. Non ti sapevo anche teologo”.
La compagnia assisteva all’improvvisa disfìda con la stessa
fissità con cui un alcolizzato fissa il bilanciere di un pendolo,
nei rintocchi di mezzogiorno, e si chiede che cosa mai abbia
a che fare, con lui, il tempo. Quando Will e Burbage si prese-
ro per mano ed uscirono dal Sogno, ognuno rimirò il proprio
costume di scena come se in esso stesse la soluzione di un
enigma così antico come quello dell’identità.

197
II.

Southampton era entrato nella vita di Will tre anni prima, du-
rante la grande peste del 1593. I teatri erano stati subito chiusi.
Fin dal mattino, una nuvola gialla si alzava dalla parte del fiu-
me, remigando lentamente verso Bishopsgate: era il pullulare
della paglia avvolti nella quale i cadaveri venivano buttati in
acqua. Delle loro gonfie carcasse si nutrivano i pesci, sicché,
in capo a sera, l’intera superficie del fiume prendeva un colore
argenteo. Boccheggianti, venivano a morire respirando aria.
Lungo le vie risalivano i carretti degli ospitalieri, e le urla sfu-
mavano nei gemiti: chi non riusciva più a respirare estingueva
il fiato e la vita in un solo grido, mentre chi si scopriva proprio
allora il primo bubbone mandava bestemmie e pianti smunti
quali nenie. Il sole gravava sulla città come il saio addosso
ad uno scomunicato. I sacerdoti giravano per le vie a impri-
mere sulle labbra dei malati il segno della croce, e nel farlo
dannavano se stessi. Molti aspettavano la morte imbandendo
tavolate in mezzo alla via: chiunque poteva mangiare e bere
a crepapelle. Alcuni concedevano ai passanti la moglie e le
figlie; le facevano stare sulla soglia, a toccarsi quel seno che,
presto, se lo sarebbero mangiato i vermi. Gli attori, privi di
ogni sostentamento, dovettero mettersi in viaggio per le cit-
tà vicine, dove, temendo il contagio, non li facevano entrare.
Qualcuno di loro morì impiccato come un ladro di polli; altri,
pur di mangiare, presero i voti. Edward Alleyn si era messo per
Cambridge insieme a Kemp. Quello ballava, e lui suonava un
filo di canapa teso, strofinandolo con la punta di una freccia.
Un giorno, quando erano ormai vicini alla meta, il quadrello
della freccia si impigliò nel filo, e il dardo finì infilzato sotto il
sopracciglio destro di Edward.
“Te l’avevo detto, Kemp, che questo tuo buffo numero di meli-
smatica mi avrebbe fatto morire”: furono le sue ultime parole.

198
I primi giorni del contagio, Will li aveva passati al bordello.
Accompagnandosi al liuto, commentava le orge multiformi consu-
mate sotto i suoi occhi con malinconiche arie di corte, e non per-
metteva a nessuno di toccarlo. Indossava una maschera nera, a tal
punto il successo di Pene d’amor perdute lo aveva reso popolare.
Quando Southampton giunse in quel posto, aveva la bisaccia
del pellegrino, e i piedi avvolti nella corda dei contadini inur-
bati. Il suo sorriso sereno aveva fatto sì che intorno a lui si
raccogliesse, subito, un’intera folla.
“Ehi – esclamò levando le braccia al cielo – qualcuno ha visto
passare l’atra malinconia? le voglio stampare un bacio in piena
bocca.” Quindi, si era fatto sotto Will “tu non canti come un
musico – dicendo – Quella lagnosa storia che fa da pretesto
alla musica, la racconti troppo. Che la peste mi eviri, lascian-
domi vivo, se non sei un attore”. Prima che Will lo potesse
impedire, gli strappò la maschera “signori – pronunciando, in
un perfetto inchino – abbiamo l’onore di avere con noi, in in-
cognito, William Shakespeare.” Allora Will gli si avvicinò e
gli diede uno schiaffo con la mano aperta.
“Pitocco d’un guitto, se non fosse che, tanto, moriremo tutti,
ti mozzerei quella lingua incapace di commuovere. Anche se
avrei paura, così facendo, di darti più tempo per usare le mani,
con le quali scrivi i bellissimi versi a te stesso, in quanto attore,
incomprensibili”.
Will esplose in una delle sue franche risate: “Vostra signoria
mi perdoni: e che siate tale, lo denuncia lo spirito di cui avete
dato or ora prova; anche se, devo dire, era più degno di un
drammaturgo che di un nobiluomo.”

Il castello del duca sorgeva a venti miglia da Londra: abba-


stanza per stare al sicuro. Southampton vi aveva raccolto la
famiglia, gli amici, e abbastanza prostitute, musici compiacen-
ti con le dame, astrologi e ciarlatani, da rendere l’attesa della
salvezza alquanto indifferente. Will non si sorprese di ritrovar-

199
vi Francis, che l’abilità di meccanico faceva passare, presso
i nobili, da negromante. Lo scorse sugli spalti del castello, la
sera del suo arrivo: osservava Londra andare in malora, grigia
pustola del male sulla terra piagata dal vento.
“Gli elementi ci hanno in odio, Will – gli disse quando se lo
ritrovò al cospetto, senza nemmeno volgere lo sguardo – Sta
a noi, ora, reclamare di nuovo il loro favore. O non sai che, il
teatro, è nato per questo?”.
“Risparmiami la tua filosofia. Di fronte a tutto questo, non pos-
siamo che soffrire”.
“La filosofia non c’entra. Qui, è in gioco la magia della parola – Fran-
cis si girò, a prese a segnare coi gesti la vasta tenuta del castello – Tut-
to intorno a noi abbiamo boschi, canneti, ruscelli e grotte artificiali.
Quanto al dar voce agli elementi: questo, sarà il tuo compito”.
Il giorno dopo, Francis ideò una scena girevole tutta cortine
e specchi, dove la luce al tramonto, scindendosi nei colori
fondamentali, avrebbe creato in pochi attimi una vicenda di
tramonti ed albe, redimendo il tempo dalla morte. Ma l’aspet-
to più splendido, erano le metamorfosi vegetali: uomini che
si trasformavano in tronchi, e poi tornavano uomini; fiumi di
luce dentro cui si disegnavano soli; ed ecco: i soli si facevano
quadranti d’orologio. Un festone di nuvole sorretto da putti
nudi correva sulla scena come un volo di rondini. Poteva esse-
re l’ultimo spettacolo: da un momento all’altro la peste, sotto
la maschera di una qualche figura allegorica, avrebbe fatto il
suo ingresso nel castello. Francis si sovvenne di una leggenda
di cui gli aveva parlato Philip Sidney: la storia di un folletto,
e del siero della follia che questi versa nelle pupille di re Obe-
ron, per ordine della sua sdegnata sposa, Titania. La sera stessa
in cui il suo carro allegorico sfilò per i giardini del castello,
dopo la cena, e i complimenti di duca e cortigiani, egli la volle
raccontare a Will. Impersonò anche, da maestro, la parte di
Puck: cadendo tra le gambe della seggiola, fece battere a Will
il sedere per terra, e si sganasciava dalle risa.

200
“Una festa di primavera, Will: il rito di passaggio alla fecondi-
tà. Tu scriverai di quella divina armonia che permea il creato, e
fa di tutte le creature un riflesso della stessa perfezione”.
“Sei pazzo, Francis, se credi che le implicazioni esoteriche di
una magia esecrata, ai nostri tempi, non balzeranno agli occhi.”
“È tutto quanto possiamo fare, in questo momento.”
“Pensi di poter sconfiggere la peste con una commedia?”
Francis si accostò a Will con quel viso acceso, da bambino
dopo una corsa, che pareva il talismano di ogni purezza d’ani-
mo: “Segnare i passi che conducano il nostro ricordo a non
essere che parola, e fiato di vento: ecco lo scopo del nostro
teatro”; e poi, con le braccia incrociate sulla nuca, si mise a
guardare le stelle. Infatti, si erano messi sul torrione di destra
del castello, dove non giungevano le voci dei giullari e le arie
con cui i suonatori di liuto inneggiavano alla vita.
“Io sono solo un imbastitore di canovacci, Francis. Di filoso-
fia, non mi voglio impicciare”.
“Deve passare del tempo, Will. Finché non avrai molto soffer-
to, non sarai pronto per questo”.
Un tamburo prese a rullare dabbasso, e coprì la sua voce. Quel-
la loro cattività babilonese durò due mesi, durante i quali Fran-
cis prese a vedere Will sempre meno spesso. Southampton lo
voleva con sé, per cacciare col falcone, cantare rime scurrili
e sentire meno fine la sabbia che il tempo gli faceva scorre-
re tra le dita. L’uno dei due, era l’opposto dell’altro: biondo,
maestoso, col viso morbido e senza rughe di un bambino, il
duca non conosceva malizia, ma aveva, dei bambini, anche la
noncuranza per i sentimenti altrui; Will, con gli occhi infossati
e la fronte troppo sporgente, la bocca sottile come un taglio e
segnata da una peluria rada ma irta, di un nero setoloso, os-
servava l’ambiente di corte con ironico distacco, e quel mo-
ralismo che spesso è il corollario della modestia. In lui, però,
le emozioni altrui allargavano a dismisura i loro cerchi, come
il suo cuore fosse uno stagno liscio e trasparente. Che fossero

201
amanti, Francis non lo ebbe mai per certo. Piuttosto, tra i due,
gli pareva che fosse Will, quello che si lasciava amare. Lui, era
troppo abituato a fingere dentro sé i sentimenti di tutti, per po-
ter provare ancora qualcosa. Ogni prostituta con cui facevano
l’amore, lì dentro, poteva essere madama Peste: la non invitata
al ballo. In quei giorni, c’era bisogno della morte, per credere
ancora all’amore. Eppure, nei sonetti che Will andava dedican-
do al nuovo amico, Francis, con emozione, vedeva affiorare
sempre di più le divinità solari: le analogie tra l’anima umana
e la natura rigogliosa di messi che il seme di quella loro breve
conversazione notturna aveva gettato nel poeta. Allora com-
prese che quell’amore tra due uomini era solo metafora di una più
profonda unione. Che doveva solo farsi da parte, ed aspettare.
La peste se ne andò lasciando i morti sulla sua scia, quasi ri-
sacca di una tempesta in mare. Dal torrione, i cortigiani comin-
ciarono a vedere qualche barca attraccare in città, e sbarcarne
gente che frugava tra le case abbandonate col passo della iena.
I sopravvissuti stavano tutti abbarbicati intorno al palazzo del-
la regina, dalla quale, ogni tanto, piovevano su loro cibarie
e un po’ di denaro. Vi si slanciavano sopra con l’agitazione
inconsulta di formiche strette in uno spazio troppo angusto.
Il giorno in cui vennero riaperti i teatri, ben pochi dei vecchi
attori risultarono presenti all’appello. Chi non era morto, si era
ormai ambientato in un’altra città. Il Globe, per un po’, era sta-
to adibito a lazzaretto. Sulle sue pareti di legno stavano incise
le ultime preghiere degli appestati. Appena vi misero piede,
Francis e Will videro Burbage. Stava seduto su di un barile
di vino, e biascicando giaculatorie vi tuffava ad ogni “amen”
una tazza di metallo. L’ubriachezza aveva trasformato la sua
bonomia nella maschera di un ciarlatano.
“Bella cosa, è la poesia – farfugliò non appena li vide – se
permette ad ogni lestofante di mettere il culo al riparo. Ho sa-
puto grandi cose, di voi. Pare che vi siate dati, per scamparla,
agli amorini tra fauni e mascherate allegoriche. Io, invece, nel

202
frattempo, ho fatto il becchino, e vi assicuro che non ho mai
lavorato tanto in vita mia. Se non altro, il teatro, ora, mi appa-
rirà un mestiere di tutto riposo”.
Si era ormai alla fine dell’estate, e la stagione degli spettacoli
all’aperto volgeva alla fine. Rimisero in scena il Tito Androni-
co: quella tregenda di orrori ebbe, sui londinesi spolpati dal-
l’epidemia, un effetto catartico. Ad ogni atrocità, battevano le
mani e si toccavano gli arti, gioiosi di trovarli ancora sani. Ma
la sciagura di quella gente sembrava scivolasse sul volto di
Will senza scavargli neanche una ruga. Francis capiva perché:
in una pestilenza c’è troppo teatro, per un drammaturgo. Non
per quella via Will sarebbe maturato al dolore, ed il suo supe-
ramento nel Dio fatto natura.
La morte di Hamnet, fu qualcosa di completamente diverso.
Ora, il lutto era suo, di Will, e di nessun altro. La solitudine
nel dolore, è quanto di peggio possa capitare ad un uomo. Non
si crede ai propri occhi, quando si constata che il mondo va
avanti come prima. Si ostenta dolcezza d’affetti, laddove si
vorrebbe fare a brani l’intero Creato. Chi si accompagna ad
una vittima del caso non accetta che questi, facendosi aspro e
crudele, tolga al caso l’unica virtù che ce lo fa sopportabile: la
sua virtù di ammansire l’animo.

Solo allora, quando vide Southampton allontanarsi triste e sde-


gnato, Francis, lì, sul palco del Globe, mentre si allestiva l’ul-
tima prova del Sogno, riemerse dai propri ricordi.
“Will: che c’entrava, lui, con la morte di Hamnet?”
“Non sopporto i postulanti del dolore. Sperano sempre che
qualche stilla del tuo pianto, piovendogli nelle mani, faccia
sbocciare fiori”.
Non c’era dubbio: era un altro Will, quello; un drammaturgo
che aveva scordato per sempre di dire “io”. Il Sogno di una
notte di mezza estate – Francis ne era sicuro – avrebbe costi-
tuito l’atto di nascita di un mondo nuovo.

203
III.

Essex stava davanti alla regina, e sgualciva con le dita una nap-
pa del broccato da cui il trono era ricoperto. Che la passione
di lei, dopo il suo ritorno a corte, fosse estinta, glielo diceva la
frequenza delle udienze accordate. Dietro a tutta quella dispo-
nibilità, doveva esserci una totale indifferenza alla sua perso-
na. Certo: la rigenerazione morale di un intero popolo compor-
ta l’indifferenza verso i suoi singoli individui. Essex, però, si
sentiva l’ispiratore di quello stesso slancio verso una sovranità
affrancata dal predominio papista che Elisabetta stava cercan-
do di stabilire tra i regni europei. Negli ultimi tempi, dopo la
disfatta dell’Invencible Armada, un nuovo spirito si era impa-
dronito di Elisabetta. Il suo egotismo, in precedenza limitato
ad una civettuola stima del proprio aspetto fisico, si era dilatato
fino a fare di se stessa un simbolo di rigenerazione. Lei era
Gloriana: la dea stellare, Astarte di un rinnovato paganesimo.
E invece, secondo Essex, il ritorno alle fonti del mito doveva
passare per il superamento di ogni individualismo. Le tradizio-
ni dei bardi, la gaelica ricchezza di una natura riconciliata con
l’uomo: tutto questo, non poteva che prescindere dall’onore
di un regno. Essex aveva sopportato le accuse di empietà con
pazienza. L’aver ricondotto Viola in Francia, dal suo re, dopo
aver scoperto la sua appartenenza al complotto papista, non
era bastato a fugare i sospetti su di lui, che, invece, si sentiva
colpevole solo di un amore così cieco da farlo strumento nelle
mani dei congiurati. L’intera cancelleria di corte aveva rovista-
to tra le sue carte, alla ricerca di qualcosa che ne comprovasse
il legame col circolo di Philip Sidney. Un talismano dove un
toro reggeva tra le corna una stella a cinque punte, gli era stato
imputato come testimonianza di un patto col demonio. Dalla
china scoscesa della propria carriera politica, Essex osservava
con sgomento l’ascesa di Francis Bacon alle più alte cariche.

204
Francis Bacon: il frutto che, al sole di Sidney, si era più a lun-
go scaldato. Eppure, il modo in cui il nuovo consigliere della
regina intendeva ridurre l’intero cosmo a cifra e ragione, gli
sembrava quanto di più lontano dagli intenti di Sidney.
“Solo agli imperatori è concesso di apparire, al mio cospetto,
astratti in questioni lontane. Che vi succede, Essex, non sapete
più stare al vostro posto?”.
“Non da quando il mio posto, Gloriana, viene usurpato da ogni sor-
ta di impostori che non vantano nemmeno un quarto di nobiltà.”
Elisabetta rise, rovesciando all’indietro il capo, sicché Essex le
poté vedere il maschile pomo d’adamo trillare come la fioritu-
ra di un canto: “Francamente, Essex, non vedo come il sosteni-
tore di una nuova armonia universale, destinata a soppiantare
la fede in Cristo, possa dar corpo, in se stesso, all’invidia e
la rivalità.” Detto questo, la regina prese uno specchietto dal
tavolino di alabastro poggiante su zampe di leone che teneva
sempre, a mo’ di toeletta, appresso al trono. Sapeva fino a che
punto il ridere così la spettinasse.
“Qui, non si dà questione di fede o di vanità umane. In gioco,
c’è quel progetto di una pace universale del quale il nostro
effimero passaggio sulla terra è lo scopo ultimo”.
“Bene: per questo, Essex, ci siamo umiliati a cercare l’appog-
gio dei guitti e dei facitori di favole, consci di come il popolo
non conosca il bene se non attraverso il bello. Ieri, Southamp-
ton è stato da me, a raccontarmi le meraviglie di questo Sogno
che si va a rappresentare”.
“Proprio di questo volevo parlarvi. Avete per caso visto, al se-
guito del duca, anche Burbage, l’impresario del Globe?”.
“Un impresario? – Elisabetta si tenne la testa ferma con una
mano, per impedirsi di ridere – credete che io, alla mia età,
voglia debuttare nella danza?”
Essex sapeva che solo pochi mesi prima, prima di diventare
Gloriana, Elisabetta aveva dato corso a questa sua fantasia ac-
cennando a qualche tournemént sulle gambe rastremate dalle

205
cosce opulenti, quasi fossero colonne greche.
“Non si tratta di questo. Burbage pensa che il novello consi-
gliere, Francis Bacon, dietro la finzione dell’obbedienza alla
vostra maestà utilizzi il potere del teatro per imporre una pro-
pria visione meccanicista del mondo le cui conseguenze…”
“Ve l’ha detto Burbage, immagino, credendo di correre chissà
quale rischio di cospiratore. A Burbage, invece, l’ha detto Sou-
thampton stesso, da me fomentato. Quanto a me, so bene che
cosa pensa Francis Bacon. Gran parte delle sue idee, gliele ho
suggerite io”.
Per un attimo, Essex pensò che Bacon lo avesse soppiantato, in
quanto amante della regina. Però, quando parlava di lui, sulle
guance di Elisabetta non appariva quella sorta di pomello rosso,
sopra gli zigomi, che era, in lei, segno di frenesia sensuale.
“Ho pensato a lungo alla sua teoria di una rinascenza pagana,
Essex. Alla fine, mi è apparsa la signora di noi tutti, madama la
Peste, e mi ha suggerito che la nostra esistenza è troppo breve
perché ci possiamo permettere di non misurarne ogni minuto.
Avete mai potuto vedere, Essex, quali meravigliosi congegni
di orologeria sa costruire il nostro Francis Bacon? a sabbia,
a bilanciere compensato da pesi di grandezza progressiva; a
disco rotante, ad aghi mossi da opposte calamite…”
Se c’era una cosa che Essex temeva, in una donna, era la sua
smania di dimostrarsi razionale come un uomo. Si lanciò in
avanti e colse la mano di Elisabetta come fosse stata la meta di
un annoso viaggio.
“Regina: ci sono più cose in cielo e in terra che nella vostra
filosofia.”
Elisabetta proruppe in una risata così sorgiva che la parrucca
le si arricciò sulle tempie: “E questa, Essex, dove l’avete mai
trovata? non è coi sofismi che si governa uno stato – volse
le spalle al dignitario, manifestando così che, con le seguenti
parole, avrebbe considerato terminata l’udienza – Comunque,
se non credete fidati i nostri comici di corte… di corte, sì: o

206
non vi detto che li ho messi sotto la mia protezione? Se avete
le idee poco chiare, potete recarvi di persona ad assistere alle
prove del nuovo spettacolo. Vi assicuro che, i vostri sospetti,
sono già da un pezzo i miei”.

Dopo che un nevischio fatto di ghisa grattugiata aveva sferza-


to i volti degli uomini e la groppa degli animali da soma, una
striscia di azzurro prese a diffondersi dal fiume fin sulle strade
ridotte a fiumi di melma. Era l’inverno della merla, quando a
Londra non si riuscivano a distinguere le facciate delle case,
chiazzate di acqua marcia, dai filamenti delle nuvole in cielo,
sfilacciate per il troppo piovere. Francis e Richard Burbage
stavano avanzando su di un enorme carro trainato da due cop-
pie di buoi dalla schiena vasta come quella di divinità egizie.
I loro urli ai mendicanti, perché si tirassero da un canto, testi-
moniavano, a giudicare dall’agilità di quelli, fino a che punto
simulassero la sordità. Avevano passato l’intera giornata per
le campagne intorno, a cercare oggetti di scena con cui de-
scrivere due opposti ambienti: la corte di Oberon, e il teatro
dei bifolchi nel quale Bottom doveva mettere in scena il suo
Piramo e Tisbi. L’idea di un contrappunto plebeo alla vicenda
di incantesimi e grazie fatate era venuta a Francis, convinto di
come il riso fosse la porta maestra per il sublime: “Il riso fa
evaporare l’uggia filosofica del sublime allo stesso modo in
cui il fuoco, nei decotti a base di vino, stempera la ruvidezza
dell’alcool.”
“E del vino, il nostro Bottom, è certo un entusiasta.”
Will temeva, di per sé, ogni mescolanza tra gli stili. In lui, l’ordine
rinascimentale aveva qualcosa di classicistico; e, quindi, di rigido.
“Le ire dei maestri di retorica saranno certo ingovernabili”:
aveva reagito alla proposta dell’amico.
“Nessun ordine potrà risolvere il disordine del mondo, a meno
che non segua solo il principio del suo piacere.”
“Una cosa che mi piace di te, Francis, è il tuo riuscire a dare ad ogni

207
baggianata che ti salta in mente l’aspetto di una compiuta verità.”
“E con questo, Will, hai tratteggiato il fascino del tuo teatro.”
Il carro entrò nel perimetro della City, tra la cattedrale e il
palazzo del parlamento, con un tale sferragliare che perfino
i porci grufolanti nei liquami di scarico, effetto del rigagnolo
lungo le facciate delle case, si misero a guardare in su. Ogni
tanto, qualche gallina rischiava di finire sotto le ruote, e com-
mentava con un comaresco starnazzare l’esito felice della
sua mala parata. Quanto ai londinesi, dapprima non vollero
credere a quanto vedevano. Buttati alla rinfusa sulla groppa
di un cigno in legno largo come l’intero carro c’erano orioli
ai cui dieci pendoli erano appese falci, teste di anatra con gli
occhi che sprizzavano faville, ramarri di tela rovesciati sulla
pancia, ad ostentare tutta una serie di ruote, statue di Venere
barbute che ciascuno avrebbe giurato dotate, nella parte in-
feriore, di sostanziosi attributi, bilance a stadera al posto dei
cui piatti c’erano un angelo e un diavolo; infine, una siringa
da speziale che, spingendo lo stantuffo, sparava fulmini veri.
I primi a rimettersi dallo spavento, cominciarono a farsi dei
gran segni di croce; gli altri facevano ballonzolare le braccia
all’altezza dei ginocchi, come scimmie in attesa del pasto. Ma
la sorpresa maggiore la ebbero allorché dettero uno sguardo ai
due che stavano a cassetta: Francis era tutto coperto di penne
di gufo incollate ad una calzamaglia nera; di gufo, aveva anche
il becco in cartone, e stringeva le redini con pinne caudali di
raso. Burbage, al cui gusto per l’economia si doveva, certo,
la stranezza dell’insieme, era vestito da farfarello: la falena
degli elfi. Aveva una seconda pelle, addosso alla prima, di un
nitore trasparente, e attraverso cui si potevano scorgere i vasi
sanguigni e gli organi interni. Sulla testa, arrotondata a mo’ di
imbuto grazie ad un naso posticcio in spugna, proprio sopra le
orecchie, stavano due antenne dondolando le quali non cessa-
va di salutare l’improvvisato pubblico.
“Da’ una voce ai buoi, Francis, ché, qui, tra poco, chiamano

208
gli esorcisti.”
“Il gufo sono io; dunque, spetterebbe a me, predire le sventure.”
Il loro arrivo al Globe fu salutato da fischi e incitamenti ironici.
L’intera platea era stata trasformata in una foresta, con arbusti
e grotte artificiali scavate dentro la creta. Gli attori comprima-
ri erano in gran parte giovani alla prima esperienza. La peste
aveva dato una brusca accelerata alle carriere di tutti loro. Cer-
to, non si sarebbero mai aspettati di dovere, per prima cosa,
imbrattarsi di malta fino alle orecchie. Così conciati, facevano
pensare a divinità fluviali.
“Ma sì, che diamine! – sbottò Francis non appena li vide pren-
dere le redini del suo carro, per portarselo via – Will, Will
– prese a gridare – eccoli, i farfarelli, i lémuri: insomma, gli
spiriti della natura!”
“Ohimé, signore – prese a lamentarsi Henrie Condell, che era
rimasto il più sfacciato della compagnia – Non pretenderete
che recitiamo tutta la commedia inguainati in questo stucco
capace di soffocare una salamandra!”.
“Be’: se siete scampati alla peste, non sarà certo questo ad uc-
cidervi.”
“In fede mia – cominciò Will, mentre se ne veniva dal fondo del-
la scena, a passo lento – Per essere un umanista animato da sacro
zelo verso i tuoi simili, non sembri amarla molto, la gente”.
“Sbagli: le persone, prese nel loro insieme, sono lo scopo ulti-
mo del mio soggiorno su questa terra. Ma ad uno per uno, non
li sopporto”.
Il ragazzo che interpretava Puck aveva assunto la grazia di
un frassino mosso dal vento. Le sue mani intessevano figure
nell’aria che splendevano come fossero fatte di vetro soffiato.
Francis lo osservò schiudere le mani piano piano; e tra le sue
dita, d’improvviso, spuntò il sole.
“Se questo ragazzo rappresenta i tempi nuovi, Will, allora, io
vorrei essere suo padre.”
“Tu? ma se il Tempo, quando ti guarda in faccia, prende a va-

209
gire come un bimbo! A tal punto si scorda di se stesso”.
Francis scacciò l’ultima battuta di Will con un cenno della
mano, quasi fosse stata un grosso moscone; quindi si guardò
in giro e “ma dov’è, dunque, il centro della scena?” chiese.
“Non c’è. Ogni vicenda si svolge parallelamente ad un’altra, e
tutto funziona in cerchio, avvolgendo gli spettatori. Poi, quan-
do l’azione è finita, si può sempre ricominciare da capo”.
“Tu sei pazzo, e non hai chi te lo dica! il pubblico non può sta-
re dentro un’azione scenica. Esso, è fatto di spettatori”.
“E noi li faremo recitare, quegli spettatori. Del resto, se riu-
scirò a far recitare anche te… – Will cominciò a soppesare
Francis in lungo e largo, girandogli intorno – Sai: ad un certo
punto, per le male arti di Puck, Titania, la moglie smorfiosa di
Oberon, si innamora di un asino. E si dà il caso che non abbia
più nessun figurante per…”
Francis non gli rispose nemmeno. Stava contemplando la pro-
spettiva di aiuole e fontane che si slargava, nel fondo, in un
grande arco vegetale: “Ma lo sai che mi piace? E già: il teatro,
nella vita, sta sempre alle nostre spalle. Per questo prendiamo
tutto sul serio. Se, invece, ogni tanto, ci volgessimo indietro,
potremmo imparare dal noi stesso buffone le mosse per beffare
il futuro. Il passato, è un compagno poco serio”.
Non poté continuare, perché la terra sotto di lui prese a muo-
versi, rivelandosi per la groppa di una giumenta monumentale,
mossa da dodici uomini; e tanto si rigirarono, e così veloce-
mente lo forzarono al trotto, che Francis non ci mise molto, a
capitombolare. Ora rimaneva da istruire Cuthbert, il figlio di
Burbage, nel ruolo di Bottom. Avvolto in una pelle di montone
nel cui lembo inciampava di continuo, la sua balbuzie raggiun-
se proporzioni tali che resero necessario fare del suo perso-
naggio un ubriacone inveterato. Le sue braccia tozze e corte
aderivano al busto oscillando ad ogni passo con la meccanica
simmetria di un attaccapanni. Non c’era parodia in lui, perché
non c’era vita alcuna.

210
“Voglio che faccia l’attore, certo; quale altra via si potrebbe
aprire, nella vita, a chi non sa far niente, se non fingere di saper
fare tutto?”
“Ciò che mi piace della tua stupidità, Burbage, è che si tratta
di una posizione filosofica – Will si sentiva come un sacco che
chiunque potesse riempire con gli spurghi della propria insod-
disfazione – Per fortuna, almeno in questo caso, il problema
dell’identità non si pone nemmeno. Nel Sogno, gli elementi
stessi della natura muovono le fila dell’azione”.

James Camden, il ragazzo che impersonava Puck, era il figlio


naturale dell’ambasciatore inglese alla corte di Francia. Il pa-
dre era stato uno studioso di storia naturale noto per aver clas-
sificato per primo gli uccelli in base alla luminosità del loro
manto, e la sua resistenza all’acqua. James era nato dalla re-
lazione occasionale del nobiluomo con la dama di compagnia
della principessa di Angôuleme, dignitaria di una casata così
malridotta da dover impiegare i propri pari grado come servi-
tori. Charles Camden era stato invitato a cena dal marito del-
l’Angôuleme, Luc Ormesson, studioso di ornitologia. James
venne concepito in un casotto ai margini della grande serra,
mentre le cinciallegre proclamavano apertamente che a loro,
del mattino, non importava niente. Pochi mesi dopo, suo padre
si suicidò in seguito a certi spostamenti di denaro attraverso la
Manica di cui l’ambasciatore risultava debitore, e l’ornitologo
creditore. James crebbe insieme alla madre. La sua culla venne
apprestata nella grande serra con voliera, dove estate ed inver-
no avevano sempre gli stessi colori, la stessa aria. Il bambino
cominciò a riconoscere le ore sulla base del canto degli uccelli;
la trasparenza dell’aria, fuori, per lui fu solo e sempre un frullo
d’ali. Per questo, quando James, inguainato nella fibra vegeta-
le che lo faceva Puck, entrato in scena con un salto, percorreva
l’intero cortile del Globe chiamando a raccolta i venti e scher-
zando con immaginari rivoli d’acqua raccolti nella sua mano,

211
pareva che la natura stessa avesse preso sembianze umane.
“Beato te, James, che non sai cosa siano le passioni” gli diceva
Will, per tutta ricompensa, accarezzandogli la testa. Eppure,
proprio per questo, James sapeva essere specchio ai sentimenti
di tutti loro. Man mano che avanzavano le prove, Francis si
accorse di come il ragazzo avesse rimpiazzato, nella mente di
Will, l’immagine di Hamnet: il figlio morto. La cosa lo preoc-
cupava.
“Non c’è niente di peggio, per un drammaturgo, che fare del
teatro un laboratorio per la propria fede nell’immortalità.”
Will sbottò in una franca risata, e cinse Francis per le spalle:
“Dimentichi sempre che il filosofo, tra noi due, sei tu. Io sto
solo preparando uno spettacolo buono per l’oblio di una sera,
e un sorriso di indifferenza di fronte alla seduzione che le sue
baggianate hanno, per pochi istanti, esercitato, quando le si ri-
considera a mente fredda. Oppure pensi che il teatro, a Londra,
sia qualcosa di diverso?”.
Francis conosceva quell’aspetto di Will: il suo bisogno di non
sentire la responsabilità delle idee, per poter azionarle a co-
mando; tra lui e le idee c’era lo stesso rapporto che lega i tasti
di un organo con le canne per cui passa l’aria. Di quel com-
plesso meccanismo, l’organista, per far musica, deve essere
del tutto inconsapevole.
La tragedia involontariamente comica che Bottom e i suoi
compagni recitavano all’interno del Sogno, si intitolava Pira-
mo e Tisbi. Non appena sentì quei versi goffamente martellati
con una pomposa sottolineatura di voce (non era stato diffici-
le: era bastato prescrivere a Cuthbert di dirli come li sentiva)
Francis ebbe un trasalimento. Si trattava, ad occhio e croce, di
una tragedia di George Peele mai pubblicata, ma andata rego-
larmente in scena.
“Quelli del Lord Ammiraglio ti sgozzeranno la notte dopo la
‘prima’, Will.”
“Ma il ridicolo che scenderà sugli imitatori di George impedirà

212
loro di seguitare a spingere il loro pubblico sulla via del san-
gue e del patibolo.”
“Non saranno i sentimenti morali a riscattare il tuo teatro dal-
l’artificio.”
“I sentimenti morali, forse no; ma la purezza del ricordo: quel-
lo, sì.”
Will accennò col dito a James, che stava planando per l’aria
quasi una foglia portata dal vento. C’era, in quel movimen-
to, un abbandono fiducioso alla vita che avrebbe commosso
chiunque. Infatti, la troupe si era come immobilizzata, ciascu-
no nel gesto scenico a lui prescritto.
“Quel ragazzo, Will, non può durare. Non ha pelle, né nervi”.
“Infatti, è puro spirito. Se ci fai caso, non abbiamo mai udito la
sua voce. Sulle prime, pensavo che fosse muto. Poi, un matti-
no, mi sono svegliato presto, e l’ho visto chiamare gli uccelli,
sotto gli alberi del muro di cinta. Sa imitare alla perfezione il
verso di ognuno di loro”.
“E gli uccelli, gli rispondevano?”
“No. C’era un silenzio attonito, nell’aria. Perché, vedi? James,
il loro richiamo, lo rende troppo puro. La sua voce dà, di quel
richiamo, la quintessenza. E la natura è nemica di ogni perfe-
zione. Se le creature che la abitano, infatti, imparano la perfe-
zione, come potranno, allora, giustificare la morte?”.
James li scorse; raccogliendo le braccia appariva, ora, di una
gravità solenne. C’era, in lui, tutto il peso della carne, e del
tempo. Sorrise, e Francis vide Will sbiancare in volto.
“Non sorridere così. A nessuno, devi sorridere così” urlò al ra-
gazzo. Poi “così, lo vedranno, e lo faranno a pezzi” mormorò.
“Chi, lo vedrà?”
Will rispose con un’alzata di spalle e raggiunse il gazebo in
legno sul margine destro del Globe, al cospetto di un’aiuola
gigantesca, dove la compagnia di comici improvvisati stava
provando Piramo e Tisbi. Cuthbert gli si parò dinanzi tutto im-
merso in una pelle di leone dalla quale spuntava solo la sua testa.

213
“E allora? – squittiva, e si batteva la pancia, di piatto, con la
mano – visto: il mimetismo?”
“Non fosse che, nel dramma, tu non sei il leone: sei il re che
viene mangiato dal leone.”
“Chi capisce la tua scolastica, è bravo, Will.” E se ne andò,
facendo oscillare la coda di pezza tra le natiche strette.
Ci volle un mese intero perché i personaggi cominciassero a
calzare addosso ai protagonisti con quella mescolanza di natu-
ralezza ed artificio in cui consiste la chiave del talento scenico.
Questa volta, era diversa dalle altre: le parole, qui, aiutavano
poco, e bisognava trovare dentro di sé le movenze e le posture
adatte a suggerire ciò che non si poteva esprimere. La troupe si
lagnava del testo; lo trovava molto filosofico, e inadatto al pub-
blico. Quanto a Francis, era troppo preoccupato dagli sviluppi
del rapporto tra Will e James per badare al resto. Quando Puck,
non sapendo arginare l’esuberanza del suo ruolo, gli roteava
intorno, Will pareva respirare nella sua scia. Il giorno prima
della prova generale, Will portò tutta la troupe alla “Locanda
del cinghiale laureato”, per far bisboccia a spese di Richard
Burbage. L’impresario era così costernato dall’inettitudine del
figlio da non trovare la forza di protestare. Quando la festa era
al culmine, e i tavoli, rovesciati, servivano per mettere in sce-
na una lotta tra il popolo delle fate e la corte di Atene; mentre
l’oste e i suoi sguatteri tiravano piattonate coi mestoli contro
schiene e piante dei piedi, non ottenendo che versi da serraglio,
Francis vide Will alzarsi ed uscire a respirare nella sera tiepida.
Allora gli andò vicino, pur sapendo che proprio questo, egli, si
aspettava da lui.
“Will – cominciò tenendo gli occhi fissi sulle stelle, quasi fosse
uno studentello in vena di confidenze sui misteri ultimi – per-
ché credi che il tuo teatro riesca a smuovere gli animi tanto dei
raffinati dottori di Oxford quanto dell’ultimo maniscalco?”
Will si grattò il mento con due dita, fingendo una perplessità
somigliante alla consumata scaltrezza con cui il grande solista

214
di liuto scuote la testa, incerto sull’accordatura, per poi sor-
prendere ancor più il pubblico col suo dominio dello strumen-
to: “Suppongo il motivo stia nel fatto che non me lo sono mai
chiesto.”
Alzò gli occhi in faccia all’amico, costringendolo a dichiarar-
si: “Non pensi, piuttosto, che il tuo distacco dalle emozioni
subite dai personaggi faccia sì il loro animo sia specchio alle
ombre di ognuno?”
“Pur se detto con l’untuosa puntigliosità di un precettore inna-
morato senza speranza della sua padrona di casa, direi di sì. E
so anche che ritieni James, questa volta, sia, per me, qualcosa
di diverso. E allora ti dico che, sì, lui è qualcosa di più. Ma che
cosa sia, se non hai perso l’unico figlio maschio, non potrai
mai capirlo”.
Francis sostenne lo sguardo di Will con una severità la cui
forza voleva essere, insieme, il fuoco e il suo cauterio: “Non
pensavo di doverti, un giorno, insegnare che l’arte non può
ricompensare di quanto la vita ha negato. Il destino non va a
teatro, Will. In compenso, la morte, da un tuo dramma, può
imparare parecchio, se non hai l’accortezza di imbrogliare un
po’ le cose”.
Lo lasciò lì, e ve lo ritrovò dopo due ore di sonno, steso in un
angolo della locanda, quando già gli attori avevano rinunciato
a tornare al Globe con le proprie gambe, e solo Richard Burba-
ge, vispo, cercava di togliere al figlio quel suo vizio di aspirare
la ‘h’ come se, ogni volta, gli avessero pestato un piede. Fran-
cis considerò tra sé come la causa principale per cui certa gente
fa i figli, fosse la necessità di correggerli di continuo. Nulla
come la fallibilità altrui, ci fa sentire degni di lode.
Appena messa la testa fuori della porta, al vedere l’amico nel-
la stessa postura in cui l’aveva lasciato, il viso immerso nella
trapunta di stelle, si chiese se, la volta precedente, non avesse
sognato di parlare con lui. Ma Will lo chiamò a sé, e quando fu
vicino, gli prese la mano, nel mentre con l’altra indicava costel-

215
lazioni che avevano, quella notte, una spettrale luminescenza.
“Vedi? lì, dove non c’è coscienza alcuna, è anche il luogo il cui
mistero mai potremo penetrare.”
“Nel momento stesso in cui lo dici, quelle stelle smettono di
essere tali, e diventano simboli. E invece, la differenza tra que-
sto cielo e la scena di un teatro è che, qui, non esiste nessuna
intenzione di significare”.
“Quando ho visto per la prima volta James indossare il costu-
me di Puck, ho pensato la stessa cosa.”
“E invece, quel ragazzo, per te, significa qualcosa di ben preci-
so. Lui è Hamnet; e ciò manderà in rovina, alla lunga, entram-
bi: te e lui. Ogni nato di donna, esiste nel tempo”.
“Non avessi avuto il teatro, gli sarei stato vicino, quando la
malattia si è insinuata nel suo corpo. Forse, se suo padre ne
avesse protetto con lo sguardo la crescita, egli avrebbe frappo-
sto più ostacoli a quella chiamata”.
“Intenzioni, le tue: le sorelle degeneri dell’interpretazione.
Sappi che le cose, tutte, hanno una consistenza ben più fondata
delle tue idee”.
Francis si accorse che le spalle di Will sussultavano leggermen-
te. La penombra gli impediva di scorgerlo in viso, e forse, per
tutti e due, era meglio così. Sapeva anche che chi soffre non è
tenuto, per avere ragione, al giogo della logica. Il dolore richie-
de un prezzo troppo alto, perché ci si debba anche scusare.

216
IV.

Essex non vedeva più il suo vecchio padre da dodici anni. La


scelta della carriera politica aveva significato l’essere disere-
dato. Il padre, divenuto, dopo le traversie a corte, filosofo, non
riconosceva più all’impegno politico alcun valore. Da molto
tempo era cieco, e viveva grazie all’aiuto degli ex-allievi, che
si alternavano in casa sua. La smania, comune a quei tempi, di
cambiare un mondo che egli non era ancora riuscito a ricom-
porre in un ordine, gli sembrava indizio di immaturità. Quando
la regina gli chiese di intervenire, e ricondurre Essex all’amore
per il loro progetto: la pace universale, non si tirò indietro. Il
figlio lo riconobbe, quando ritornò nella sua stanza buia, alla
fine della giornata di udienze, per quell’odore di fieno tagliato
che la sua persona emanava, come ad equilibrare l’assoluta
indifferenza per la natura. Stava alla finestra, e il suo profilo
si stagliava contro il vetro come una silhouette malamente ab-
bozzata. Il grosso naso arcuato reggeva la fronte al modo in
cui una colonna tòrtile potrebbe reggere il baldacchino di un
vescovo.
“Vieni, figliolo – disse facendo un gesto con la mano – De-
scrivimi Londra, come è diventata, e come io non la posso
vedere”.
Essex si accostò al padre come l’avesse visto soltanto il giorno
prima; gli poggiò una mano sulla spalla, quindi, prese a rac-
contargli le sfumature di grigio, il color seppia delle strade; e
di lontano, verso il fiume, le trasparenze di un tramonto che
stava proiettando la sua luce riflessa sullo scenario delle case,
specchi del nulla.
“Ecco, figlio mio: questa città ha voluto tener fede alla propria
progressione verso il buio.”
“È per contrastare tutto questo che io mi sono dato all’azione:
il motivo per cui mi hai allontanato da te.”
“Allontanarti mi sarebbe stato impossibile. Io ho soltanto tra-

217
sformato ciò che eri nel desiderio di qualcosa di diverso”.
“Da quanto tempo sei qui?”
“Quanto è bastato per vedere la luce cadere a terra. C’è un margi-
ne, nei miei occhi, sotto al quale compaiono soltanto le ombre”.
Essex d’improvviso comprese la ragione della sua visita, e ne
ebbe paura. Se Elisabetta giocava a carte scoperte fino a questo
punto, per lui non c’erano più alternative.
“Sei venuto a dirmi addio?”
“Non avrei mai pensato di sentire ancora la tua voce. La mia,
si è spenta da tempo. La mente non riconosce ciò che gli occhi
non possono più nominare”.
“Se solo i tuoi libri ti avessero lasciato un po’ di luce per os-
servare il mondo…”
“C’è una segreta sapienza nei suoni: chi non ha perso la vista,
non lo può sapere. Per esempio, nella tua voce, ora, vibra la
smania di un profeta”.
“Per prendere di petto la vita, bisogna dissodare il tempo.”
“Verrai sepolto, anche tu, tra i clamori di quanti hanno divi-
so l’umanità in due opposte schiere. Coloro dei quali nessuno
ama il ricordo”.
“Che cosa sai, di preciso, su di me?”
“Che i tuoi seguaci ti hanno abbandonato. Sono tornati alle
favole; all’alba del mondo. Ed ora, non ti resta che agire”.
“L’aristocrazia è sdegnata con Elisabetta. La sua pretesa di di-
vinizzare se stessa fino a credersi l’allegoria della pace…”
“Anche lei, è un nome. Dobbiamo solo farci cullare dal suo
suono, e dimenticare il mondo. Tanto, ciò che veramente acca-
de, non accade qui”.
“Non è per questo, che mi è stato dato il tempo.”
Il vecchio Essex cercò la mano di suo figlio; lo accarezzo lungo
il braccio, fino a quando le sue dita non si sentirono restituire
la stretta: “Altri, in nome della pace universale – disse, quando
avvertì la commozione del figlio risalirgli i nervi come la cor-
rente d’acqua nell’urtare una diga – hanno meritato il rogo. Il

218
gioco delle illusioni a cui ti presti, non ha bisogno di te”.
Ci fu una pausa di silenzio. Entrambi temevano di ricordare
cose che l’uso dell’oblio aveva consigliato di passare sotto
silenzio. Essex non credeva suo padre capace di tradirlo. In
ogni caso, del suo destino personale, ormai, non gli importava
nulla. “Elisabetta, padre, verrà rovesciata dai duchi: i proprie-
tari terrieri. Non le perdonano la sua proibizione di recintare
i pascoli comuni. Quanto agli altri nobili, da un pezzo i loro
privilegi sono stati limitati al diritto di acclamare le decisio-
ni della regina. Alla fede in un’umanità redenta da qualsiasi
schiavitù, si oppone il culto della personalità”.
Il vecchio ebbe un sussulto; per un momento, le sue palpebre si
sollevarono, lasciando scorgere le orbite bianche degli occhi:
“Redenta, in nome di che? Per che cosa? per procedere verso il
nulla con la perfetta coscienza del proprio destino? Coltivare il
male, è anche assicurarsi un alibi per la propria pena”.
Con un gesto di stizza, Essex aprì la finestra e si appoggiò
al ripiano di marmo con tutto il suo peso. Da fuori, giunsero
l’urlo con cui il fiaccheraio chiedeva il passo, e i lamenti degli
ubriachi sfiorati dal carro, nella sua corsa.
“In questa città, ormai, si conta tutto solo per essere sicuri di
non doverlo considerare, quando non ci sarà più. La messin-
scena del bene pubblico, qui, è una recita di becchini”.
“Veramente, a quanto mi consta, tu per primo hai confidato nel
teatro, e le virtù redentrici della sua messa in scena.”
“Già: e grazie alle mie lusinghe, Francis Bacon, quell’epicureo
il cui unico culto è la meccanica, è diventato consigliere del-
la regina. Quanto a William Shakespeare, la sua compagnia è
diventata la pupilla di Elisabetta. Il cui spirito critico, dunque,
affoga nelle rappresentazioni allegoriche, e la quieta svapora-
tezza di ogni Arcadia”.
“Magari, ne sa più di te. Forse, il suo, è un linguaggio cifrato”.
“Londra ha bisogno di risposte, non di altri enigmi.”
Il vecchio Essex trasse un profondo sospiro, poi “sai? – comin-

219
ciò, il volto rigido e immobile, quasi il suo distacco dalla vita
vi si fosse eretto a religione – quando ero giovane, ad Oxford,
infuriava una contesa filosofica tra i nominalisti e i realisti. I
primi sostenevano che, se passa un gatto, ed io non lo vedo,
quel gatto non esiste; gli altri, che la percezione non ha niente
a che fare con la sostanza dell’essere. Quanto a me, ho sempre
pensato la soluzione fosse un’altra. Per me, se quel gatto pren-
de coscienza di essere osservato, cercherà di apparire diverso
da ciò che è”.
“Vorresti forse dirmi che noi stessi siamo allegorie; e quindi
Shakespeare, con la sua nuova favola, non fa altro che inter-
pretare la natura umana? – Essex si avvicinò a suo padre con
una smania nel cui faticoso dominio c’era la percezione di un
pericolo imminente – È questo, che la regina ti ha mandato a
dirmi?”.
“L’unico progetto che ha su di te, è far sì che tu viva il tuo
tempo, e non la terra di nessuno dell’utopia.”
“Torna ai tuoi libri, vecchio. E cerca di essere, almeno a loro,
fedele”.
Il cieco si alzò faticosamente, e prese a tastare l’aria tutto in-
torno a sé. Il figlio non si mosse, e lo osservava cercare, pas-
so dopo passo, la porta. Quando vi giunse, si volse un’ultima
volta, e il senso di commiato che gli aleggiava sulle labbra non
prese la via della parola.
“Francis Bacon è un reietto dell’umanità, padre – soggiunse
Essex, e si volse di nuovo verso il paesaggio esterno – Nessuno
è peggiore dell’uomo cui sono stati dati i talenti, e che li volge
verso scopi meschini. Egli avrebbe potuto ideare un sistema di
chiuse per mettere i battellieri del Tamigi al riparo dalle pie-
ne. Oppure, filtrare le acque, in modo da limitare la diffusione
della peste. Invece, ora è tutto preso dal Sogno, e l’esigenza di
trasformare l’intero Globe in una foresta di fate”.
“Forse, semplicemente, non vuole che, appena distoglie gli oc-
chi, qualcuno affoghi il suo gatto nel Tamigi.”

220
Essex si ficcò i pugni sotto le ascelle, e prese a dondolarsi
come un bambino che aspetti il latte dalla nutrice. Suo padre
stava scendendo la scalinata di pietra che portava al piano no-
bile del Parlamento con i passi centrati, regolari, di chi, non
vedendo, è abituato a percepire gli ostacoli in base agli echi.
Essex sapeva che avrebbe riferito alla regina una versione di
quel colloquio purgata da ogni riferimento a lei ostile. E che
Elisabetta se ne sarebbe accorta; anzi, lo aveva sempre saputo.
Gli aveva mandato il vecchio padre solo per saggiare la sua ca-
pacità di mutare opinioni, se incalzato dai sentimenti. In quel
momento, Essex comprese anche che cosa, di lei, lo avesse, fin
dapprincipio, affascinato. Era la capacità di vivere la sua pas-
sione di donna senza che mai venisse meno, in lei, la maestà
di monarca. In lei, ogni cosa era doppia; ma questo gioco di
specchi valeva solo a rendere più salda, perché sfaccettata, la
forza del suo carattere. Essex, senza di lei, non sarebbe stato
niente. Forse, era proprio per questo che, ora, tramava contro
di lei. Oppure, tutto era nato dalla protezione da lei concessa
a William Shakespeare. Che un teatrante ottenesse il blaso-
ne, era inaudito. Ma ad infastidire Essex, non era questo. Non
sopportava che Shakespeare avesse stimato il proprio genio
buono solo per raggiungere la rispettabilità sociale. Che, con
i proventi dei suoi drammi, avesse comperato case e terreni.
Che avesse prestato soldi ad usura. Per farli fruttare di più,
quei drammi, aveva perfino rinunciato a pubblicarli, così da
evitare che finissero nelle mani di altre compagnie. Un’altra
epidemia come quella passata, e forse, di essi, non sarebbe ri-
masta memoria alcuna. Ed Essex comprese, infine, che cosa, di
Shakespeare, lo disturbasse tanto. Di Londra, e di quell’epoca,
lui era solo un ospite. Gli eventi della storia, non lo potevano
toccare. La sua essenza più nobile, sarebbe trascorsa intatta dal
tempo. La sua insignificanza di uomo contava molto di più, ai
fini dell’immortalità, di tutto l’eroismo di cui Essex sarebbe
mai stato capace. Nel Sogno, l’utopia della pace perpetua si

221
sarebbe realizzata in maniera molto più perfetta di quanto ad
Essex, con il suo genio politico, poteva mai riuscire. Dunque,
bisognava rendere al drammaturgo il soggiorno su questa ter-
ra inquieto a tal punto da tarpargli le ali. La congiura contro
Elisabetta, doveva rappresentare anche la fine del suo mondo.
Tra i tanti tiranni partoriti dalla sua mente, sarebbe stato facile,
ad Essex, sceglierne uno che divenisse lo stendardo della sua
personale guerra. E allora, la malizia avrebbe avuto la meglio
su ogni pretesa di innocenza.
Essex tornò alla finestra. Le chiatte attraccavano ai docks, por-
tando dalle campagne le merci da esporre al mercato, la mattina
dopo. Di lontano, vedeva l’emiciclo del Globe, fuori del quale
gli imbonitori, appena tornati dal loro giro giornaliero, stavano
deponendo i tamburi e i papiri arrotolati da cui leggevano il
titolo del dramma, e i nomi degli attori. La sua attenzione fu
attratta da una torre in legno i cui merli spuntavano al di sopra
della cinta muraria. Era tutta percorsa da cunicoli e passaggi,
quasi un formicaio spaccato a metà da una pedata distratta. In
quel ridurre perfino il tempo a spazio scenico, c’era tutto Fran-
cis Bacon. Qualcuno diceva che i momenti più alti, nei drammi
di Shakespeare, erano dovuti a lui; ma Essex sapeva che non
era così. Il talento di Bacon, era quello della levatrice: egli
sapeva accogliere in sé le idee degli altri, e lasciarle maturare
al calore della sua logica. In lui, un’entità astratta come il ge-
nio diventava un bene misurabile. Elisabetta, non poteva che
amarlo: lei che, per contrastare il tempo, sfoltiva dalla testa,
secondo la moda francese, ciocche di capelli da dare in obolo
dalle cortigiane, e riduceva le sopracciglia setose a due sotti-
li linee tracciate a carboncino, per distrarre l’attenzione dalle
occhiaie che si facevano sempre più pesanti. Eppure, Essex
l’amava più di prima. L’età matura era l’unica debolezza che
gliela potesse rendere amica, oltre che amante.
In breve, il tramonto gli rese invisibili le trame dei broccati da
cui era tappezzata la stanza. Suo padre, il mondo, lo vedeva

222
così: una mappa dalla quale un’acqua sulfurea aveva cancel-
lato i nomi. Scoprì che non poteva compiangerlo. Compian-
gerlo, avrebbe voluto dire rinunciare all’unico progetto che
potesse assicurare a lui, Essex, l’immortalità. Del resto, tra
una mediocrità onesta ed una criminale grandezza, i tiranni
di Shakespeare gli avevano ben indicato quale fosse, la scelta
precipua agli eletti.

“Da quando è arrivato, non ha fatto altro che dormire. Non


ve l’ho voluto dire, prima, per non distrarvi. Avevo paura che
quell’arnese montato al centro della scena vi schiacciasse sotto
la sua rovina, se vi avessi distratto”.
“E così, James elude la tua sorveglianza; scompare per un gior-
no intero, torna ubriaco, e noi lo veniamo a sapere per ultimi?”
Will diede uno sguardo d’intesa a Francis. Burbage, in certe
cose, si comportava decisamente da ingenuo.
“Naturalmente, il sospetto che qualcuno dei nostri rivali lo ab-
bia portato in osteria, e fatto ubriacare, non ti è saltato proprio
nella testa.”
Francis condusse l’intera troupe in un retropalco: vi aveva al-
lestito una sorta di cattedra costituita da un pannello a due ante
sul quale dispiegò una mappa topografica dove erano elencati
tutti i luoghi e i paesaggi che comparivano nel Sogno. Ad ogni
luogo era abbinata una figura mitologica: Proteo per i venti
e i mari, Dioniso per l’acqua e il fuoco; Giunone, le case e i
ricoveri. Da essi partivano linee di forze che costituivano un
pentagono rovesciato nel quale stava inscritta la fisionomia di
un uomo. Intono a questa, quattro costellazioni definivano i
luoghi dell’orizzonte.
“Eccolo, signori, il sistema di forze dentro cui ognuno di noi è
inserito nel corso della sua vita terrena.”
“E con questa mappa, dove ci vorresti portare?” si espresse
Burbage, con la migliore indifferenza del mondo.
“A trarre le conseguenze di ciò che andiamo mettendo in scena

223
– replicò Francis, imitando il tono stizzoso di un professore
di retorica oxfordiano. Tutta l’assemblea scoppiò a ridere – Il
Sogno, sarà ciò che deve essere: la rinascita del dio Pan. An-
che se dubito che la cosa potrà risultarvi perspicua, signori,
noi stiamo alla Creazione esattamente come questa mappa sta
all’intera struttura del Sogno”.
“Se la mia vita è una mappa, mi spieghi perché io non ho fatto
altro che perdermi?”: intervenne Serenus Longfellow.
Serenus Longfellow, come voleva farsi chiamare, era figlio di
un medico. Per “impratichirlo sul meccanicismo di ogni cosa
creata” – volendo usare la sua esatta espressione – il padre lo
aveva costretto fin da piccolo ad assistere alle sedute di anato-
mia. A Serenus, da subito la natura parve come una cagna dalla
grande bocca intenta ad inghiottire i propri cuccioli. Si costrin-
se a studiare le matematiche, cercandovi un superiore ordine,
ma presto si accorse che l’ordine che vi trovava era solo frut-
to di ipocrisia. La filosofia non lo soddisfece molto di più: in
questo caso, il trucco era che nelle premesse di ogni discorso
c’erano già, implicite, le sue conclusioni. Cercò di far musica,
pensando che il sistema dei suoni fosse al di fuori di qualsiasi
corruzione. Invece quei suoni che, sulla carta, parevano ema-
nazioni di un ordine superiore, una volta emessi, esercitavano
solo una blanda seduzione sensoriale. Fare l’attore, per Sere-
nus, fu una scelta obbligata. Impersonare l’identità d’altri, lo
metteva al sicuro dal fallimento della propria. In poco tempo,
James Camden si era affezionato a Serenus in maniera sor-
prendente. Essi costituivano “i due corni opposti di qualsiasi
problema”: usava dire Will.
“La vita cerca sempre lo spirito; salvo poi mostrargli la lin-
gua allorquando le volta le spalle”: diceva ora Will, nel mentre
Francis continuava ad indicare con una lunga pertica da istitu-
tore le varie stazioni della sua via crucis cosmologica. Serenus
e James parodiavano, gonfiando le vocali e sporgendo in fuori le
labbra (e intanto, con ripetuti inchini, sembravano catturare nel-

224
l’aria l’eco delle belle parole) con indefettibile regolarità ogni
atteggiamento di Francis: ogni sua presunzione di importanza.
“Vi ringrazio, amici: facendo da amplificatore agli aspetti
grotteschi del mio sapere, mi aiutate a liberarmene. Infatti, per
realizzare ciò a cui il Sogno allude, sarà necessaria una nuova
sapienza, rimodellata su quella degli antichi. Perché noi siamo
spirito, ed allo spirito vogliamo ritornare; ma per farlo dovre-
mo, prima di tutto, smarrire la nostra identità”.
“Smarrire la nostra identità? – Serenus batté le mani con un
saltello rubato a Puck – ma è proprio questo il motivo per cui
ho scelto, a suo tempo, di fare l’attore! Giungendo tra voi,
per la verità, dopo avere tentato tutte le compagnie di Lon-
dra, venendone sempre respinto, non pensavo certo di trovare
un ambiente così propizio ai miei aspetti meno presentabili”.
Serenus se ne era venuto indietreggiando con l’aria di un teo-
logo impegnato, in Salamanca, a discutere con un marrano;
concionando con ampi gesti circolari del braccio, sì che sem-
brava un goniometro, urtò dentro James, che gli faceva, tenen-
dolo sulle spalle, da palanchino. Il capitombolo stemperò in
una franca risata il clima di battaglia che si era instaurato.
“Se continuate a scompigliarvi così il trucco, per il carminio, dovrò
usare il vostro sangue”: esclamò Margot Kreutzberger, stizzita.
Margot Kreutzberger, la costumista e truccatrice della compa-
gnia, era figlia di un uomo d’armi. Costui, durante una delle
tante persecuzioni con le quali i protestanti cercavano di man-
tenere agili la mente e il corpo dei cattolici Bavaresi, di fronte
all’incendio di un villaggio, e il massacro dei suoi abitanti,
aveva preso in odio il proprio ruolo di braccio armato al ser-
vizio del miglior offerente. Così, aveva steso sul suo cavallo
l’unico sopravvissuto, seppur ferito, alla scorreria, e se l’era
portato in una capanna nei boschi che diceva di aver costruito
per cacciare, ma nella quale, in realtà, spurgava i propri umori
maligni verso quell'età di stupri e razzie. L’uomo che aveva
salvato era un prete anglicano giunto in Baviera per una mis-

225
sione diplomatica complessa. Era stato facile, per Erno Kreuz-
berger, farsi prendere al laccio da quell'uomo: la sua idea che
il volere di Dio fosse imperscrutabile; che la salvezza venisse
concessa dall’Onnipotente soltanto agli eletti, in virtù di un
suo imperscrutabile giudizio del tutto indifferente ad ogni giu-
dizio morale; e che qualsiasi opera di bene fosse, dunque, inu-
tile. Tutto questo, sentiva quanto servisse a ridargli una nuova
verginità, nell’anima. Erno si trasferì a Banbury, dove il curato
aveva la sua parrocchia. Infine, sposata una filatrice di lana del
posto, generò Margot, prima di morire per le molte ferite ripor-
tate in combattimento. Cresciuta fin dapprincipio abbandonata
a se stessa, la bambina trascorreva molto tempo nel magazzino
di stoffe della madre. Fin da quando era così piccola da non
arrivare a sfilare i vestiti dai loro manichini – per farlo, usava
una pertica che aveva scovato nel granaio – aveva capito che
mutando di continuo abito si riesce a non restare impaniati in
nessuna personalità. La rivelazione le era parsa così liberatoria da
pensare di trascorrere l’intera vita a renderla sistema di pensiero.
Francis l’aveva incontrata perché la donna, avendo messo il
naso in un suo trattato sui nuovi saperi, bussò alla sua porta, a
chiedergli ragione di alcuni passaggi oscuri. Francis usava dire
che Margot, col suo tessere, era molto più filosofa di lui, il cui
intrico di idee non aveva nessun colore. Per indicare l’apparte-
nenza dei personaggi ai quattro diversi regni – acqua, aria, terra
e fuoco – Margot aveva ideato quattro diversi colori, tessendo
poi, per ognuno di essi, una casacca che avvolgeva completa-
mente l’attore in scena: “Il Sogno deve essere, prima che una
messinscena di parole, un paesaggio dello spirito” usava dire
nel mentre truccava le sopracciglia degli attori col carminio e
il nero corvino, oppure dava al loro sguardo un’espressione di
una densità quale essi non avrebbero più conosciuto.
A questo punto, Francis aveva terminato di illustrare la sua
mappa scenica. Dunque, arrotolatala, la gettò in mezzo alla
compagnia adunata sul palco con un tonfo che sollevò tutto

226
intorno nuvoloni di povere. La sua aria atticciata tra le spalle
strette era simile a quella di un imbonitore di piazza che scopra
ad un tratto che il cilindro dal quale doveva estrarre la fiala
magica è bucato.
“Signori: il gran teatro del mondo è affollato di spiriti e com-
parse ectoplasmiche, così come da creature sagge e remote nel
tempo. Noi scoveremo, di questi spiriti, le segrete simmetrie
ed i percorsi che portano la loro storia a combaciare con la
nostra. E il modo, sta nel movimento”.
Ciò detto, prese Puck per il bavero e parte sospingendolo da-
vanti a sé, parte tirandoselo sul groppone, gli fece fare un buon
giro dell’uditorio, sempre badando che si inchinasse agli astan-
ti; quasi ci avesse gusto, a perdere di continuo il baricentro.
“Figliolo: tu, oggi, sei il vento dei pensieri; lo sai?” E beni-
gnamente Francis rimise al suo posto, nel cerchio degli astanti,
James, splendido di frenesia.
Il sole si stava ricoverando per la notte nelle banchine del Ta-
migi. C’era, nell’aria, un sentore di desco povero e, insieme,
quella serenità dell’attesa che Londra si era scoperta dopo la
rovina dell’Invencible Armada. Si era stesa da un capo al-
l’altro della città come un lenzuolo nuziale, e nella sua tela
spugnosa gli umori di rognoni rosolati nel grasso di montone
scoppiettavano in trilli, come cantanti cui ogni acuto scombic-
cheri gli intestini. In quel momento della sera già avviata, tutti
stavano progredendo al loro posto, nell’emiciclo della nostra
storia. Lord Essex si era incontrato con un uomo dalla zimarra
nera che, di spalle, pareva un sicario della peste, o un monaco
sodomita gettato dai confratelli nella pece. Costui stava dise-
gnando con la mano stesa per aria un triangolo tra il Palazzo
Reale, la Torre e Cupplegate, dal quale si evinceva che le trup-
pe insorte avrebbero dovuto sparare quadrelli verso gli spalti
del primo usando i merli della seconda; e, per conquistare que-
sta, si sarebbero dovute innalzare catapulte su Cupplegate: la
piazza antistante. Essex crollò il capo, ed inquadrò nel mirino

227
delle mani il viale di accesso al castello; poi, facendo correre
la cavallina ad una mano rannicchiata sull’altra, manifestò la
necessità di lanciare massi su trespoli mobili occultati, la notte
prima, tra le siepi. L’uomo con la zimarra nera replicò al tutto
picchiandosi la tempia con l’indice, ed in breve le due figure
divennero un'unica silhouette che il reciproco e continuo spin-
gersi portava velocemente fuori dal campo visivo.
Nel frattempo, Elisabetta stava seguendo un masque che aveva
per tema i territori favolosi delle Indie. Un ballerino ornato di
piume e con una pelle di leopardo attorno ai lombi eseguiva
improbabili contraddanze sugli accordi di un liuto. Il suo men-
to flaccido lo rivelava per il paggio del duca di Brent, quale
era. Presto, tutta una serie di animali inusitati, dal lungo becco
quasi piovente a terra, lo accolsero sullo scalmo del loro collo
e lo portarono in giro per la sala delle udienze affollata di giu-
reconsulti e legulei. Elisabetta aveva trascorso l’intero giorno
a tentare, insieme a loro, la via traversa che le avrebbe permes-
so di incarcerare Essex senza suscitare una sollevazione popo-
lare. I pareri diversi le avevano procurato un’emicrania dalla
quale stava cercando di riaversi nel consueto modo: facendosi
torcere il collo da una dama di compagnia le cui spalle erano
bastioni del dolore, ma, insieme, anche del conforto. La sua
convinzione che una regina non dovesse provare la dolcezza
dell’amore si era, dal momento in cui aveva condannato, in
cuor suo, Essex, rafforzata. Eppure, dovevano pur esserci dei
complici, che non fossero quei quattro guitti della compagnia
di Burbage a cui Essex aveva commissionato una recita del Re
Giovanni, per instillare nel popolo ogni basso sospetto sulla
legittimità dei Tudor al trono di Inghilterra. Gli attori, l'avreb-
bero pagata; ma a parte, subito dopo la “prima” del loro nuovo,
grande spettacolo. Un’Allegoria degli Elementi, niente meno:
solo un Lord decaduto a facitore di scenari come Francis Ba-
con poteva escogitare un soggetto così improbabile, per il tea-
tro. Scandendo pesantemente l’aria con l’oscillare del vizzo

228
collo, Elisabetta diede in un grido di disappunto: il massaggio
alle vertebre stava diventando uno squartamento simile a quel-
lo che i cavalli latori delle insegne regali avevano compiuto sul
comandante dell’Invencible Armada. Si volse ed appioppò un
tremendo schiaffo sul volto della damigella, la quale, risentita,
uscì precipitosamente dalla sala. Decisamente, era ora di bat-
tere le mani, por fine alla recita e ricondurre tutti quei signori
ai loro discorsi.

229
V.

Nello slargo sterrato di fronte al Globe, fatto liscio dal roto-


lare di carri a centinaia, tra fiere e messe all’asta fallimenta-
ri, i banditori stavano togliendo le transenne dai cancelli. Le
bancarelle proponevano globi verdazzurro che al contatto coi
raggi solari diventavano girandole; fontane d’acqua sgorgate
da rocce asciutte col semplice scalpellìo di un dito e fulmini
nati da un bicchiere semplicemente agitandovi dentro due fo-
glioline di stagno. Will aveva un po’ arricciato il naso di fronte
a simili strategie per incrementare il bilancio del teatro, ma
i risultati erano valsi a far rientrare subito il suo disappunto.
Non ne parlò neppure a Francis, quando lo vide salire sull’alta
impalcatura dalla cima della quale avrebbe dovuto controllare
tutti i movimenti scenici. Francis aveva ideato una ruota giran-
do le quale poteva proiettare sulle scene apparizioni spettrali e
giochi di specchi.
“Vedi? il mondo stesso rotea, per dar corpo alle nostre idee”
disse a Will, ostentandogli trionfante il marchingegno.
“Senza i tempi giusti degli attori, nell’entrare e uscire di scena,
tutto questo varrà solo a distrarre il pubblico dall’azione.”
“Azione? quale azione? Il nostro è un mito, ed i miti non han-
no azione”.
“Il teatro ha sempre parlato dei sentimenti elementari; e non
sarà certo il tuo globo luminoso a fargli mutare rotta.”
“Ma proprio questo è il punto: che noi siamo parti dell’intero co-
smo; particelle di un’unica forza elementare, della quale i senti-
menti umani non sono che scintille. Il teatro conduce il suo pub-
blico a ritornare in quell’indistinto tutto dal quale proviene”.
Will sbottò in una risata; spingendo Francis a chinarsi fino ad
un pertugio nel muro, gli indicò la platea rumoreggiante dinan-
zi all’entrata: “Vedi tutta quella gente? ognuno di loro si ritiene
superiore al proprio vicino. Ciascuno ha ambizioni, desideri e

230
perversioni particolari; e sta’ pur certo che dedicherà l’intera
esistenza a cercare di appagarli”.
“Ricondurre questo individualismo nell’alveo del pubblico
bene, sarà lo scopo del nostro teatro.”
Will fece spallucce e prese a grattarsi il mento con due dita:
“Tu pensi che, qualora mi fosse riuscito di comperare metà
della mia Stratford ed acquisire, in più, un blasone nobiliare
pesante cento libbre da attaccare fuori dalla porta, di modo che
cascandomi in testa mi estingua, riportandomi al tuo indistinto
tutto: tu pensi che, la cosa mi fosse riuscita con più piana e
sicura strategia rispetto a codesto teatro, io non avrei mandato
a farsi fottere tutti quei versi sciolti il cui martellare, rimbom-
bandomi nella testa, mi evoca gli spasmi della fame alla quale
hanno ceduto tanti drammaturghi, anche più bravi di me?”
Francis non osò replicare, e continuò a disporre gli indici opto-
metrici del suo disco sugli scalmi predeterminati.

James aveva paura. Non si era mai esibito su di un palcosce-


nico. A lui, il Sogno pareva solo una girandola infernale nella
quale doveva sempre trovarsi dalla parte opposta rispetto agli
altri. La luce del giorno era al suo culmine. Ricordava l’arrivo
di quell’uomo tutto fronte nella casa del lutto. Sua madre, al
mattino, non si era più risvegliata. Gli occhi della principessa
di Angôuleme, mentre chiudeva con la mano quelli di lui, per-
ché non vedesse, al sospetto di peste, dare alle fiamme il corpo
della madre, avevano la stessa quieta rassegnazione al destino
con cui aveva sempre accolto James. Al suo presentarsi lì, di
fronte alla pira funebre, il visitatore era apparso il messaggero
del Fato. I suoi abiti erano polverosi per il lungo cammino.
Gli piaceva smarrirsi in quel modo per la campagna: aveva
detto. Aveva visto Puck seduto sui gradini, intento a fissare
ogni singolo grumo della terra. Qualcosa, nel suo sguardo, gli
aveva detto che si erano cercati da molto tempo. Di quel vian-
dante, Puck aveva ammirato l’indifferenza che manifestava

231
verso la propria stessa sorte. La vita, non sembrava faccenda
che lo riguardasse. Comprese subito che doveva avere, anche
lui, subito un lutto. C’era, nei suoi occhi, l’attesa di una parola
amica. Puck capì che l’unico dialogo possibile tra loro sarebbe
stato l’esaudirsi della reciproca attesa. Will lo issò sul carro,
e la principessa di Angôuleme prese le misure per un intero
corredo che gli avrebbe fatto recapitare. A Puck, dal primo mo-
mento in cui Will prese a descrivergli le figure delle nuvole, e
come i pensieri dessero forma al loro alitare sulla gente, parve
di aver cambiato pelle.
Cuthbert Burbage, del ruolo di Bottom, non aveva capito gran-
ché. Sapeva solo che si trattava di un grande ruolo tragico. Fi-
nalmente, i versi fuoriusciti dalla gran canna tonante che aveva
in gola avrebbero dato l’assalto alla dimora degli dèi. Solo,
la vicenda di cui trattava quella tragedia: Piramo e Tisbi, gli
riusciva oscura. C’era di mezzo un leone; e certo era curioso
che fosse proprio lui, l’interprete dello sventurato re, a dover
indossare la pelle del leone. Will gli aveva detto che doveva
mangiare il re; ma come poteva mangiare se stesso? Forse, si
trattava di un espediente per spiazzare il pubblico. Cuthbert lo
sentiva tumultuare. Ciascuno premeva per avere il posto mi-
gliore. Appena avesse aperto bocca, ogni malignità sul fatto
che la sua carriera dipendesse dall’essere il figlio dell’impre-
sario, sarebbe cessata per incanto. Bella cosa, il teatro, dove la
maschera diventava la realtà, ed anche uno come lui, che non
sapeva bene chi era, poteva diventare qualcuno. Che impor-
tava se era, ogni volta, una persona diversa? Essere un leone,
significa cambiare pelle ad ogni stagione: si disse osservandosi
allo specchio nel costume di scena. Certo: le brache erano un
po’ troppo slungate, nel cavallo, e gli facevano le gambe flosce
come un pancotto, mentre i becchi della giacca, uscendo dalle
spalle, rendevano la sua schiena la mola dove il boia arrota la
scure. Quanto alle maniche, tutte pioventi sui gomiti, si stra-
scicavano a terra: due salici piangenti nella stagione arida. Del

232
resto, il re Piramo apparteneva ad un’epoca ancestrale, e dove
le volgari consuetudini non avevano corso. Tutto stava a so-
stenere con efficacia quell’impressione arcana. Cuthbert alzò
le sopracciglia ad arco e balenò con gli occhi nello specchio
fino a che le pupille dilatate non gli impedirono di scorgere se
stesso. Allora si ritenne pago, e fece a quella imponente figu-
ra un bell’inchino di ringraziamento. C'era solo una cosa che
non aveva capito: a che punto della vicenda doveva mettersi la
pelle di leone?
L’aria cominciò a mulinare verso le diciassette. Una parte del
pubblico si era svagata a vedere la colonna di polvere innal-
zarsi dal fiume, quando il cielo divenne viola, e certi sbuffi
multicolori intorno alla gonna di Titania capaci di stampare
nella fronte del pubblico tante stelline si sfilacciarono scopren-
do i ginocchi dell’attrice. Allora quella metà del pubblico cui
le baruffe regali di Oberon davano sonnolenza si riscosse, ma
quando notò che i volti degli attori erano diventati gialli come
limoni, e punteggiati da macchie viola, al modo dei vaiolosi,
dovette scoppiare a ridere. La cortina di polvere stava giocan-
do un brutto scherzo al diorama di Francis: gli alberi, si sa,
non sono color turchese. In platea si stava già cominciando
a rumoreggiare quando una prima folata di vento e pioggia
scardinò la foresta di legno e stoppa e ne disperse i frùscoli
tra il primo loggiato. Si videro dame della nobiltà vagare per
i corridoi con certi rami frondosi ficcati nella parrucca, da pa-
rere alci. I loro cavalieri, investiti da intere aiuole, avevano
il colore scuro dei mori, e le labbra ugualmente atteggiate a
corruccio. L’orchestra precipitò in scena alla seconda raffica: il
violone spedì Cuthbert in quel mondo dei sogni dal quale non
si era mai del tutto affrancato. Alla terza raffica, ci fu l’eso-
do incontrollato. Gli attori balzarono in platea, sulle spalle del
pubblico che spingeva verso l’uscita, quasi volessero venire
tratti in salvo cavalcando certi monumentali fabbriferrai che
scavalcavano quanti si opponessero alla loro corsa. I bambini

233
sgattaiolavano per le gambe, e alle volte rimanevano chiusi tra
le cosce, e soffocando scalciavano e sputavano. Le nobildonne
nei palchi svenivano, e venivano portate fuori a braccia; quelle
meno nobili, in platea, pure, svenivano, e venivano schiacciate
dal popolaccio. Le mura del Globe mugghiarono e si incurva-
rono come il nuovo ponte girevole verso Greenwich. Francis
chiuse gli occhi, avvertì una sorta di onda gonfiarsi sotto i suoi
piedi; poi sorrise, perché il suo catafalco aveva resistito, e si
ergeva solido sulla fiumana già schiumante in lontananza.
“La natura, mio caro, non sempre apprezza che la si scimmiot-
ti”: Will si levò da terra spazzolandosi le maniche. Aveva ter-
riccio sulle orecchie a sventola, e una corona di fili di paglia
sui capelli.
“Per intanto, dovendo scegliere un posto sicuro, hai pensato
bene che questa torre di legno non sarebbe crollata.”
“Nient’affatto; ma volevo morire con te. Pensavo che così,
all’inferno, ci avrebbero messi insieme, ed io avrei passato
l’eternità a rosicarti il cranio – Will si arrestò, con un mezzo
giro, davanti a Francis, fissandolo negli occhi – Lo sai quanto
denaro abbiamo perso, in questa folata di vento?”.
“Io sono il signore delle spinte e delle resistenze, non dei nem-
bi e dei fulmini.”
“Battuta d’effetto, Francis. Tu non conosci gli attori. Sono su-
perstiziosi. Ora dicono che, a sfidare gli elementi, non poteva
andare diversamente. Pensano tu sia un mago, ed hanno paura
del tuo potere”.
“Questa allegoria della pace universale nasce dall’amore degli
uomini; e tu lo sai, Will.”
Si era creato uno strano gioco di maschere, tra loro: Francis
fingeva disprezzo per l’accaduto, quando aveva la morte nel
cuore, e Will si atteggiava all’impietosa rampogna nel mentre,
in cuor suo, voleva ridere. Se Francis si fosse girato veloce-
mente, l’avrebbe visto inarcare le sopracciglia e lasciar cadere
la bocca in una sorta di virgola buffa; come stupito della sua

234
stessa bravura. Ma Francis prevedeva gli intrighi della sorte;
così, dopo aver girato un attimo le spalle a Will, per inseguire
le parole, gli si rivolse dritto negli occhi: “È vero che hai pro-
messo a Lord Essex di mettere in scena, per lui e i suoi segua-
ci, il Re Giovanni?”
“A tuo parere, i danni di questa sera, come potremo ripagarli?
Se fossi un drammaturgo, sapresti che le ambizioni eccessive
si pagano subito, e in contanti”.
“Se il teatro non serve a dare agli uomini una speranza, è solo
impostura: non l’avessi pensata così fin dall’inizio, non ti sa-
resti rivolto a me.”
“Tu sei una strana specie di individuo: presumi che l’umanità
non sia composta di uomini, e non ti farà pagare, un giorno,
questa presunzione di altruismo in tutti loro. La gente, Francis,
odia venir considerata buona: teme di dover essere all’altezza
di questo giudizio”.
Francis ridacchiò tra sé, alzando le spalle: “Stai provando su di
me gli effetti di qualcosa che stai scrivendo?”
“No: sto cercando di farti capire che, tra noi due, l’utopista in
pericolo sei tu, non io. Tu giochi con la natura, e la vuoi sotto-
mettere a te; io mi imbratto le mani maneggiando parole; e le
parole, sono qualcosa che non esiste”.
“Se metterai in scena il Re Giovanni per Lord Essex, vedrai di
che cosa sono capaci, le parole.”

235
VI.

“Will: i tuoi drammi parlano degli uomini? svelano i misteri


della vita e della natura?”.
“Il loro argomento, Puck, è solo il tempo. Non c’è altro di cui
valga la pena parlare. Nel tempo, noi tutti siamo compresi; da
esso veniamo, giorno dopo giorno, giudicati”.
“Eppure, mi sembra che Puck rappresenti la libertà vera – Ja-
mes ebbe un moto leggero del capo facendolo, quasi per un
rèfolo di vento, piovere sul petto – quella di non nascere. Non
essere mai esistiti”.
“Sì: quella, è la libertà di Puck, James – fece Will, intenerito dal
modo in cui quel ragazzo impersonava i suoi affetti più segreti:
ciò di cui lui stesso aveva paura –Dammi la nuvola di un sogno,
ed io saprò aprirvi finestre da cui vedere ogni mondo ulteriore”
soggiunse, lasciando che la voce trovasse le parole da sé.
“E in tutta questa finzione, che posto c’è, per gli affetti?”
“Quello che gli altri sapranno indicarmi. Per me, gli affetti
sono ciò che la tastiera è per il musicista: gradini di una scala
il cui unico senso sta nel loro reciproco bilanciarsi”.
Puck lo guardava col viso appena inclinato da una parte: così
un naturalista guarda la falena che non batte le ali alla luce.
Da quando gli emissari della regina avevano interrotto a metà
la rappresentazione del Re Giovanni, il Sogno andava avanti,
di replica in replica, con le file dei palchi quasi vuote. La pla-
tea, all’opposto, era sempre zeppa, e questo induceva i guitti
come Cuthbert a calcare il pedale del grottesco, col risultato
che perfino Oberon e Titania; e gli elfi, le fate del bosco, i
saggi animali del mito: tutto si susseguiva in un codazzo di ri-
sate e versi di bestie. Nel bel mezzo del dramma era scoppiata
una rissa tra gli sgherri regali e i seguaci di Essex. Quando gli
emissari di Elisabetta si erano alzati in piedi ad intimare che le
trombe ponessero fine alla recita, un drappello di gentiluomini

236
aveva estratto il fioretto, poggiandone la punta alla loro gola.
In quel momento, Will aveva compreso di essersi schierato lui
stesso, insieme a tutta la compagnia, contro l’assolutismo di
Elisabetta.
“Gli uomini, Puck, vivono la vita con la stessa noncuranza di
un sogno; dunque, se gli proponi il tuo sogno, pretendono an-
che che gli insegni a vivere.”
“Che cosa c’era, nel sogno di Re Giovanni, a destare la loro ira?”
“L’idea che si possa reggere uno stato fondandosi sul potere
delle parole: la loro capacità di persuasione, piuttosto che sul-
l’autorità. A qualcuno, tutto questo pare un’eresia”.
Puck annuì, quasi a dissimulare di non aver capito, per paura
di dispiacere. La sua espressione era simile a quella che pren-
dono i bambini quando gli si dice che il loro animaletto di
compagnia è volato in cielo. Non ci credono, ma vogliono ave-
re l’aria di crederci. Will lo vedeva, ad ogni recita del Sogno,
perdere un po’ del suo colorito aereo, ed assumere la tinta di
un crepuscolo che non si è visto giungere perché le nuvole gli
hanno fatto da velario. Si chiedeva se non sarebbe stato meglio
lasciarlo orfano in casa della Angôuleme. Quel dialogo, poteva
essere un commiato. I messi della regina lo avevano, poco pri-
ma, invitato a presentarsi presso di lei, quella sera stessa. For-
se, c’era un ordine di carcerazione; forse, qualcosa di peggio.

Elisabetta stava sistemandosi la cerchia dei capelli infilando


in ciascuno dei quattro lobi in cui li ripartiva lunghi spilloni
d’avorio. Lo specchio, quella sera, le rimandava, per la prima
volta, la figura di una vecchia. L’incarnato, di pallido, era dive-
nuto d’avorio, e le rughe si dipanavano dalla fronte alla bocca
scavando le gote secondo la geometria di un ruscello riarso
dalla siccità. Gli occhi tradivano il dubbio e la stanchezza. Da
tempo, ormai, quando parlava con qualcuno, si metteva di tre
quarti, convinta che la sua ampia fronte ben arcuata avrebbe
attratto l'attenzione, guadagnandole regalità. Decise di lasciare

237
Will accasciato in fondo alla sala delle udienze abbastanza a
lungo da fargli percepire il tempo passare. Visto il cattivo uso
del tempo che quell’istrione faceva, era giusto che da quell’in-
contro uscisse contrìto. Nel pomeriggio, durante la riunione col
consiglio della corona, Elisabetta aveva riflettuto sulle ragioni
del suo astio: la regina veniva creduta per autorità, Will per la
convinzione che le sue parole inducevano. La vera autorità,
era la sua. Elisabetta non aveva mai ceduto, per tutta la vita, al
risentimento; ed ora, il trovarselo rannicchiato in quell’ometto
basso e dalla calvizie dischiusa come un sorriso ipocrita, lì, ai
suoi piedi, le dava la misura della propria decadenza.
“Alzatevi, sir William Shakespeare” disse mormorando, ma
senza stendere in avanti la mano con il palmo aperto; anzi,
si ritrasse ancora di più verso la finestra, quasi a voler evitare
ogni confronto diretto. Will si pose in piedi, rigido, di fronte
a lei. Non era stupito della volatilità di quell’amicizia. Era la
sua incapacità di trovare insensato qualsiasi comportamento,
a fare di lui un teatrante. Stranamente, sentiva un istinto di
protezione verso quella regina così prigioniera della propria
immagine tanto a lungo provata davanti allo specchio.
“Quando avete deciso di mettere in scena il Re Giovanni di
fronte al partito di Lord Essex, eravate conscio del valore poli-
tico di questa vostra decisione?”
“Non fu una decisione, ma una commissione ben precisa.”
Will si era, senza accorgersene, portato qualche passo in avan-
ti. Voleva indietreggiare, ma Elisabetta, ormai, lo fissava dritta
negli occhi.
“Non esistono azioni di cui non siamo responsabili: questo,
ormai, lo dovreste sapere.”
“Le azioni di cui io mi intendo, sono solo finzioni.”
Elisabetta rise in modo così limpido da costringere anche Will
a sorridere di sottecchi: “In questo caso, mio caro, dovreste
essere re. In effetti, non so se mi convenga imprigionarvi, o
cedervi lo scettro”.

238
In quel momento, Will comprese che non era lui, l’oggetto di
quella collera; e che, per Francis, ormai, non avrebbe potuto
fare più niente.
“Voi potete immaginare, gli obblighi che l’aristocrazia ha nei
miei confronti, in che cosa consistano?”
“Nella venerazione, suppongo.”
“No, mio caro: nel rispetto dei ruoli. Una finzione scenica,
qualora vi partecipi un aristocratico, diventa, da parte sua, una
congiura politica”.
Will ebbe uno scatto: una vibrazione nervosa gli partì dalla
nuca e gli attraversò il braccio destro in tutta la sua lunghezza.
Quando si ricompose “dunque, il mio recente blasone…”
Elisabetta lo guardò con tenero compatimento, quasi veder-
lo sfoggiare una qualità di spavento dal quale la sua nascita
avrebbe dovuto lasciarlo immune, la divertisse; nella stessa
maniera, ci si diverte a vedere un topo correre per i labirinti di
una gabbietta, alla ricerca dell’uscita dal mondo.
“Oh! la vostra aristocrazia, sir William, si muove nelle sfe-
re dell’intelletto. Io, qui, parlo delle alleanze necessarie alla
guerra civile. E anche della necessaria indipendenza del dog-
ma politico da qualsiasi dialettica si possa tentare sulla scena
– Elisabetta si mise una mano sul fianco e sporse in avanti il
piede sinistro; quasi volesse ascoltare, piuttosto che continuare
un monologo su verità che non era, fin dal principio, disposta a
discutere – Voi potete disquisire a iosa sulle potenze del cielo
e degli inferi, ma non imbastire un dramma sulla legittimità
del potere regale. Esso proviene da Dio, e non ha niente a che
fare con la giustizia. Il giudizio degli uomini, non lo può cor-
rompere. Lutti e devastazioni provengono dal semplice fatto di
discutere questo dogma”.
“È proprio ciò che mi sono proposto di illustrare col Re
Giovanni.”
“Gli omicidi ed il sangue, in scena, sono uno stimolante per i
sensi. Non c’è nessun nesso tra un uomo che muore e le belle

239
parole che pronuncia in scena”.
“Non ci sono belle parole, nel Re Giovanni: solo abominio.”
“Dunque, le belle parole, le avete riservate per questo colloquio,
a stornare il pericolo che sapevate pendere sul vostro capo.”
Will, a questo punto, mollò la presa, ed abbassando la testa si
mostrò disposto a subire tutto ciò che la regina avesse deciso.
Non sospettava che, fin dal principio, non si stesse parlando di
lui. Così, quando Francis venne prelevato dalle guardie perso-
nali di Elisabetta e scortato alla Torre di Londra, la sensazione
che non avrebbe più rivisto l’amico fu insopportabile.
“Ecco che succede, a giocare con le forze oscure della natura”
disse Richard Burbage osservando la figura di Francis, così
curva che, per stare al passo dei suoi carcerieri, doveva quasi
sfiorare con i piedi la terra.
“Che c’entra? il fatto è che noi tutti siamo responsabili di que-
sto” replicò Will, piccato.
“Per quanto tempo dovrà restare chiuso, il Globe?”
“Tre mesi. Al resto, provvederà il gelo invernale. Abbiamo molto
tempo per rimettere in sesto il nostro senso delle proporzioni”.

Per le prime due settimane, a Francis fu negata ogni visita.


Puck aveva reagito agli eventi in modo strano: voleva che Will
lo erudisse sulle cose del mondo, e le forze che regolano la
vita degli uomini. Voleva sapere di filosofia, e leggere i poemi
di chi avesse cercato trasmutare la verità in bellezza. A notte
fonda, Will lo scorgeva chino su qualche volume di versi, libri
di mitologia o grossi compendi di etica: scorreva le pagine ad
una ad una con il dito, e ogni tanto scrollava la testa.
“Non gliene verrà niente di buono: a stare in quella posizione,
tutto il sangue va al cervello” osservava Sly.
La congiura capeggiata da Lord Essex, attesa da tutti, scoppiò.
Si aveva l’impressione che l’ex-amante della regina fosse stato
costretto a calcare quella scena su cui aveva da lungo tempo
collocato gli arredi e le macchine da guerra, e che l’intera im-

240
presa fosse solo un modo per recuperare, attraverso il martirio,
la dignità: almeno in punto di morte, poter essere padrone del
proprio destino. Il cattivo cortigiano era stato, per Elisabetta,
uno splendido amante; ed ora, fu un glorioso condannato, fiero
nel modo in cui fissava la scure del carnefice. Tutta Londra era
accorsa a vederlo, e a tutta Londra egli gettò in faccia la pro-
pria indifferenza. Will, osservandolo, aveva l’impressione che
quella messinscena della decapitazione, con la gente assiepata
per ogni abbaino e i tetti, e le madri che tenevano ben alti i
loro bambini sulla folla così stipata da avvitarsi, a croce, su se
stessa, lungo la piazza di Covent Garden: in quello scenario di
visi rosi dal vino e dalla soddisfazione di continuare la propria
misera vita, aveva l'impressione Essex vivesse il primo mo-
mento, da quando era nato, di intimità con se stesso.
Intanto Francis, dalla Torre, inviava alla regina lettere di sup-
plica sempre più avvilenti. Un paio, gliele aveva scritte Will,
che cercava di infondere nelle preghiere del carcerato un po’ di
rispetto per se stesso dovuto anche a chi la paura ha reso solo
una cosa: ma una cosa che aspetta.
“È un po’ il paradosso della canna, Will. La canna viene pie-
gata dal vento, e non lo sa. Anche l’uomo viene piegato dal
vento, ma ne ha coscienza. Ed è questa, la sua grandezza”.
“Non sapevo che fossi un aristocratico fino a questo punto,
Francis.”
“Non lo sono abbastanza da goderne i privilegi, ma quanto
basta per subirne le controindicazioni. È per questo che, nella
vita, è meglio eccedere in tutto. Chi predica il giusto mezzo,
incontra solo i guai che provengono dai due opposti”.
La cella di Francis era scavata nella roccia. Un giaciglio di pie-
tra stava appeso al muro, sospeso da due funi. Al centro della
cella, c’era un buco per i bisogni naturali, che finivano nel fos-
sato. La luce proveniva da due fessure praticate alla sommità del
pozzo; per lo più occluse dai corvi, che vi avevano fatto il nido.
“Non ti sentire in colpa per me, Will: sono stato io, a volermi

241
impicciare delle tue cose.”
“Da quando sei qui, Puck è cambiato. Sembra quasi che voglia
prendere il tuo posto. Deve sentire quanto eri importante per
me. Tuttavia, ho paura che, a snaturarsi così, finisca per farsi
del male”.
“A quanto pare, chiunque entri in contatto con te, finisce per
recitare la parte di qualcun altro.”
Tra due amici, l’amarezza dell’uno diventa sempre, nell’altro,
colpa.
“Questa mia prigionia segna la fine di un sogno – la voce usciva
da Francis a fiotti, come sangue da una vena aperta – Ora, più
nessuno proverà a fare del cosmo una cupola dei pensieri”.
Will prese la mano di Francis e cominciò a farla dondolare
nell’aria come il braccio di una pompa idraulica: “Nel Sogno,
tu lo sai, ogni cosa prende vita come avesse sentimenti. Tutto si
muove in una danza da cui l’universo stesso trae la sua forma”.
“Fu solo un’avventura,Will, ed ora è finita.”
Di fuori, passi affrettati sulle scale annunciavano la carcera-
zione degli ultimi congiurati. La sedizione aveva trovato di
che alimentarsi dal proprio stesso fallimento. Gloriana non
avrebbe più avuto nel consenso delle genti la radice del pro-
prio potere; ora sarebbe diventata, per tutti, una sanguinaria,
come i sovrani di questo mondo. Tornando verso il Globe, Will
pensava a quel pozzo per i cui pertugi superiori la luce si fran-
geva in un ventaglio iridato. Non aveva mai visto il destino
piovere dal cielo.

Nella stanzetta che Will gli aveva ricavato sotto il palco, James
stava compulsando un manuale di anatomia. Tracciava linee
oblique tra muscoli ed articolazioni, per poi riportare su un
suo quadernetto cifre che impilava secondo proporzioni note
soltanto a lui. Quel presentimento di senso pareva a Will quasi
immorale; così, prese Puck per una spalla e lo scosse vigoro-
samente. Il ragazzo si volse con una timida sfida negli occhi,

242
quasi se lo aspettasse.
“Vedi? – disse prendendo i fogli e squadernandoglieli sotto il
naso – nelle proporzioni dell’osso mascellare, c’è la ragione
dell’intero scheletro. Anche i pianeti, ed il contemperarsi in
noi degli umori, seguono lo stesso principio”.
“Da quanto tempo stai chiuso qui dentro?” Will osservava lo
strato di cera che il ragazzo aveva steso sulle tende per render-
le impenetrabili alla luce, e lo sventolìo della polvere ad ogni
movimento brusco sull’impiantito.
“Da quanto basta perché tu abbia il diritto di chiedermelo, pa-
dre mio. Ed ora, permettimi di farti osservare che cosa Puck ha
imparato dal suo lungo silenzio”.
Prese una bacchetta di ebanite, la strofinò a lungo col palmo
delle mani, ruotandola in ogni direzione, quindi la sospese so-
pra un foglio su cui Will aveva annotato l’abbozzo del suo
prossimo dramma. Di lì a poco, esso cominciò a volteggiare
nell’aria, danzando secondo la chironomìa di quella bacchetta.
“È un vecchio trucco dei prestigiatori di fiera.”
“Ma non questo”: James arrestò la bacchetta dritta a pochi cen-
timetri dal naso di Will; e questi vi si vide, attraverso il volto di
Puck. Fece un balzo all’indietro.
“Padre mio: vedere il nulla fare irruzione nell’ordinato cosmo
della propria vita quotidiana, è un’esperienza che sconcerte-
rebbe chiunque.”
“E quale sarebbe il vantaggio di tutto questo?”
“Scoprire che la materia è uno stato d’animo: nulla più.”
“Devi uscire di qui, Puck. Il tuo corpo trattiene i vapori mal-
sani del cervello. Ti stai avvizzendo. Le guance ti piovono dal
volto come falchi che abbiano mancato la preda”.
“È la memoria delle tue streghe, Will. Te le ricordi, nel Mac-
beth, irridere chiunque si credeva re?”.
“Non è da questo che devo salvarti, adesso – Will si fece avan-
ti, e gli prese la testa tra le mani – Dammi solo un po’ di tempo,
Puck. Devo lavorarci su”.

243
Con un gesto di impazienza, il ragazzo gettò a terra tutti i li-
bri che si trovavano sul tavolo. La polvere mulinò intorno alla
stanza come una danzatrice obesa e ubriacata da un sultano
che vuol far divertire alle sue spalle la corte degli ospiti.
“Hai fatto di me uno spirito, Will. Mi hai preso non per ciò
che ero, ma perché negassi il mio corpo. Era Puck che volevi,
non me”: gli iridi palpitanti di rabbia del ragazzo si impressero
nello sguardo di Will come una stigmate.
“Dell’averti reso partecipe del mio dramma, vuoi farmi una
colpa?”
Puck lo prese per il colletto bianco da nobile novello, che gli
correva intorno alla solita blusa nera buona per scomparire di
fronte ai suoi attori. Lo scrollò leggermente. La regolarità del
suo movimento, nel farlo, faceva capire quanto gli costasse.
“Non tu: la malignità del tempo, ti porta a ciò.”
“A che cosa, Puck?”
“La morte dell’uomo. La sua estinzione dal tuo cielo delle stel-
le fisse”.
C’era stata ira, tra loro, ed anche il ricordo di una stanca te-
nerezza. Ora le nuvole disperdevano il rosso del sole all’oriz-
zonte, facendolo cadere a macchie sulla terra. Era un tramonto
violetto che a Will ricordava le macchie sul seno di sua madre,
quando, per il vaiolo, non aveva più potuto tenerselo vicino.
Capiva che Puck provava conforto nell’essere cullato dall’odio
come dalle braccia di una nutrice. La scelta della colpa, è an-
che la sua assoluzione.
“I libri sono grilli nella testa. Elaborate sconcezze di chi non sa
vivere. Io non ho bisogno di un compagno per conversare, ma
di un essere forgiato dalla natura, che mi insegni a respirare in
sintonia con lei; perché, della natura ho perso anche il ricordo”.
James rispose tamburellando con le dita la copertina di un trat-
tato di fisionòmica. Gli era sempre parso strano che Will non
trovasse segrete simmetrie in ogni viso; rapporti tra destino e
responsabilità, nei movimenti con cui ognuno porta in giro la

244
propria carcassa per il mondo. Ora capiva perché: Will non era
mai nato, e poteva esistere soltanto trasfondendosi nei senti-
menti altrui. Ma in questo gioco di specchi, a lui, Puck, egli
avrebbe negato il riflesso della luce. Gli sarebbe rifluita intor-
no, senza catturarlo. Fuori della luce, nulla esisteva; gli stessi
pensieri, erano presunzioni di luce.

Intanto, nella Torre, Francis studiava il proprio commiato dal


mondo: “Che le mie opere vengano interrate sotto un platano
di tre anni, e quando le sue foglie avranno creato una cupola
sopra il cilindro in cui sono contenute, allora le si dissotterri, e
le si stampi in una sola copia che dovrà circolare attraverso il
libero scambio tra gli eruditi. Nessuno la potrà annotare, o redi-
gerne versioni abbreviate, o diverse dalla mia. Così la mia viva
voce pervaderà i pensieri degli uomini come quando io, ancora,
c’ero, e le loro interpretazioni daranno in eterno alla mia indi-
vidualità la sua posizione nella gerarchia degli esseri”.
Ripose il foglio; estrasse dal muro il mattone che aveva, grat-
tando con le unghie la calce tutto intorno, asportato poco pri-
ma, e ve lo nascose. Fu allora che il carceriere gli annunciò la
visita della regina.
Elisabetta non era mai scesa nei pozzi della Torre. La sua fi-
gura si profilò dapprima come ombra contro il muro, poi la
voce ben nota a Francis ordinò che aprissero la porta blindata.
Elisabetta sapeva scovare anche in un silenzio i segni della
punteggiatura. La sua idea che la verità stesse nelle pause di
un discorso, la portava a lasciare spesso frasi in sospeso; chi la
conosceva bene, evitava con cura di terminarle.
“Dunque, Lord Bacon, la scena del mondo non era abbastanza
varia, per voi, da non doverla completare con…”
“Se questa visita è un commiato, mia regina, fate che sia breve.”
“Io sono una che, le cose, le comincia, mio caro. Pensavo che
la scienza vi avesse insegnato qual è il posto della verità, nel-
l’ordine delle cose. Per sovrappiù, voi avete voluto sposare la

245
verità alla bellezza: un matrimonio morganatico; e, come tale,
non ammesso, in questo paese”.
“Parlare di ciò, regina, significa accennare a cose la cui vastità
nessuno di noi due potrà mai penetrare.”
“Fatto sta che la responsabilità politica dell’appoggio dato, con
la rappresentazione del dramma Re Giovanni, alla congiura di
Lord Essex, ricade interamente sulle vostre spalle.”
“Se uno studioso della natura simula nel chiuso di un ampolla
il propagarsi di un germe malefico, gli si darà la colpa di voler
appestare l’umanità? Per me, il teatro è solo un laboratorio dei
sentimenti”.
“Sentimenti che, tuttavia, vi sfuggono, così come il senso di
quanto è venuto ad accadere.”
“Non pensate sarebbe il momento di separare il potere religio-
so da quello civile?”
Elisabetta si erse in tutta la sua fierezza: un’iconostàsi della
regalità in quanto dispensatrice di certezze in virtù della sua
stessa esistenza; così come, in un automa, il sifone muove le
leve e i meccanismi che lo fanno avanzare.
“La mia autorità spirituale precede ed eguaglia quella tempo-
rale. Se tutto il mondo cristiano fosse soggetto ad una sola ed
unica autorità, ogni contrasto tra i popoli non avrebbe ragione
di essere”.
“Eppure, il contrasto, il movimento; così come la dialettica, ed
il dubbio, sono la forza cinetica che rimuove ogni ostruzione
del senso.”
“A costo di far perire tutti gli equilibri che danno a codesto
senso il suo aspetto umano?”
“La natura, regina, non è interessata agli uomini; e qualora se
ne interessi, è solo per giocarci. Così sia pace a tutti coloro
che, come voi, negano il caos. Non temo la vostra collera, re-
gina, ma il vostro disprezzo”.
“Allora, non avete ragione di temermi. Il motivo che mi ha spin-
to a rinchiudervi in questo luogo è esattamente il contrario”.

246
“Nella finzione non esiste pericolo, mia regina.”
Elisabetta si pose sotto la feritoia di sinistra. Lo squarcio di luce
tagliò il suo volto come un coltello. Così, il sorriso le si aprì in
due, e divenne una maschera di cui Francis ebbe paura: una sca-
la verso la luna nella quale mancassero gli ultimi due gradini.
“Forse non ve ne siete accorto, ma se Essex è finito su quel
patibolo, il motivo è che il tempo in cui viviamo rende ogni
cosa puro pensiero. Noi non possiamo più avere esperienze:
non possiamo più vivere”.
L’ombra sulle sue ultime parole fu un tuffo nel cuore di Fran-
cis, ed una campana a morto sul futuro dell’Inghilterra. Quan-
do Elisabetta uscì, senza più aggiungere altro, né volgersi in-
dietro, Francis comprese di essere salvo; ma per la prima volta
si chiese anche se ne valesse davvero la pena.

Il ritorno di Francis fu salutato con quella chiassosa indiffe-


renza verso il profugo che caratterizza lo scampato pericolo,
quando esso è stato davvero grande.
“Se la regina ti ha lasciato andare, si preparano tempi grigi,
per noi.”
“Ti ringrazio, Will, per questa premura nei miei confronti.”
“Voglio solo dire che, d’ora innanzi, ci saranno concesse solo
allegorie e imbastiture mitologiche. Mentre l’Inghilterra pian-
ge, Elisabetta si è messa in capo di fare la papessa e sopperire
con la missione di Dio all’inadeguatezza di questo suo passag-
gio terreno”.
“Il fatto è che, dopo la sconfitta della Spagna, non abbiamo
più nemici. I patrioti si intossicano da sé, con il proprio stesso
veleno”.
“Smaniano di agire; e invece, l’Europa in pace si appaga di
sonetti; anche perché non può reggere altri assalti”.
“Chi l’ha data in pasto ai suoi demoni, non cessa di compia-
cersene.”
“Non ci sono limiti a ciò che il tempo può fare. Le onde scor-

247
rono sulle onde, finché l’uccello, dall’alto, non scambia il loro
baluginare per la terraferma”.
“Per quanto ne avremo, ancora?”
“Se resisteremo contro la storia, e porteremo in volo il no-
stro pubblico verso i regni dorati dove i nomi sono solo sbuf-
fi d’aria: per parecchio, Francis. Del resto, Elisabetta, se non
avesse pensato che tu, in seguito alla tua liberazione, ti saresti
adoperato in questo senso, avrebbe fatto murare quel pozzo in
cui languivi”.
“Sai andare sempre così maledettamente nel cuore della gente, tu.”

248
VII.

La passione di James per lo studio cresceva, e diventava os-


sessione. Spesso, dopo ore passate a consumarsi gli occhi, la
sua fronte pareva, a Will, deserta di pensieri: stava lì, roccia
clastica percorsa dai pensieri degli altri, come rivoli. Il lunario
delle cose perdute è un libro scritto dal tempo; se una fessura
vi si apre, tra il soggetto e il suo verbo, nessuna infanzia potrà
mai compensare lo spegnersi di una voce. Puck cercava di sa-
pere la via per uscire da se stesso, e ogni domanda lo rituffava
sempre più nel reticolo dei sogni che aveva scordato di dimen-
ticare. Un bagliore tra gli altri, erano gli occhi di chi non c’era
più: lo fissavano a pensare la deriva del tempo, e i momenti
lungo i cui canali si era, infine, ritrovato lì, in compagnia di un
artefice salvato dalle sue stesse parole. I pensieri, nella lettura
affannosa, gli sfuggivano di mano come i ciottoli di fiume se,
per il luccichìo di uno tra loro, si allargano le dita. Ora, al ve-
derlo chino, come al solito, sul suo scrittorio, Will vedeva una
fragile serenità tra le spalle di Puck: il momento in cui la morte
gli avrebbe fatto apparire vani quei dubbi.
“Guarda qui, Will – disse il ragazzo voltandosi a mezzo, e
sporgendo il libro verso di lui – vi si dice che Dio deve esi-
stere per forza, perché un essere perfettissimo non può non
possedere, tra i suoi attributi, l’esistenza. Ma allora, tutto ciò
che pensiamo, esiste davvero? non riesco a concepire come si
possa, pensandolo, continuare ad esistere”.
Will batté con le nocche su quel punto della pagina: “Non è
che linguaggio, Puck. La sequenza delle parole trova la propria
ragione nel suo stesso scorrere. Ciò che chiamiamo senso, non
è altro che un luogo comune”.
“Dunque, quel mondo perfetto, nel Sogno, dove spiriti eletti
tessono equilibri tra i destini; la stessa foresta magica, e gli
animali simbolici: era solo il gioco gratuito per cui le parole si

249
rincorrono tra loro?”
“Sì; se aggiungi che noi, per conto nostro, siamo liberi di ar-
restare questo flusso con la falange di un solo dito, e spezzare,
così, la catena di concetti che ci galleggiano sopra.”
Puck appoggiò il mento sul petto, meravigliandosi dell’essere
rimasto immobile mentre il mondo, attorno a lui, cadeva a bra-
no a brano. Qualcosa gli si accese dentro e prese la via della
voce, ma avrebbe potuto essere anche uno schiaffo: “Dunque,
la tua presunzione di fare del teatro un laboratorio per il para-
diso terrestre, era un’impostura.”
“Io non ho mai pronunciato quelle parole: ciò che tu dici, ri-
guarda Francis.”
Francis stava sulla soglia, intento ad osservare il palmo della sua
mano svaporare contro il sole. Al sentir pronunciare il suo nome,
si fece avanti; gli occhi gli caddero su quel passo che sosteneva
l’esistenza, motu proprio, di Dio, allora “trovare il mondo logi-
co, prova l’esistenza del diavolo” disse a mezza voce, stupito di
essere un interlocutore così buono, a se stesso.
“Il giorno è ancora abbastanza chiaro, signori; sicché ad ognu-
no di noi è dato di trovare la propria piaga, se solo la cerca più
in là del proprio naso”: nessuno aveva fatto caso a Richard Bur-
bage e l’andatura a scatti con cui segnava il tempo del proprio
incedere nella vita. Will e James notarono che Francis aveva
avuto, al vederlo, un moto di stizza che poteva anche essere
preso per contrizione. Burbage fissò Francis come il basilisco
fissa chi lo ha risvegliato dal suo sonno primordiale, incerto se
ringraziarlo o spacciarlo col suo veleno.
“Ci ha venduti tutti, in cambio della sua vita. Quest’uomo, si-
gnori, rivaleggia con Jago nel dominio delle parole, e, come lui,
sarebbe disposto a vendere sua madre per una frase – avanzan-
do sulle mani, cominciò a roteare intorno a Francis – Oppure,
pensavate che i dignitari di corte fossero tanti Bottom, ignari
delle allusioni politiche di cui il Sogno è disseminato?”.
Will domò a fatica uno scatto di rabbia: “Della politica, il So-

250
gno è l’antitesi.”
“Tutto questo parlare come se il drammaturgo, di ciò che gli
viene nella penna, non avesse responsabilità alcuna… Ma
come siete attenti a non impegnare la vostra cotenna nelle idee
che professate! tanto, siamo noi attori a darvi corpo, e ad av-
vertire a filo di schiena gli sguardi perplessi o gli scoppi di risa
del pubblico, quando sono lì lì per sbocciare”.
“Le marionette, se scrollano la testa a comando, possono an-
che aver l’aria di pensare.”
Burbage mise i pugni sotto il mento di Francis, che subito si
pentì della sortita: “Quale vacanza del boia ti ha riportato tra
noi, filosofo? Le proporzioni esatte che scovi nelle cose, le
passioni ci mettono un attimo, a sovvertirle. Ti fa difetto l’idea
che il creato abbia bisogno dei suoi errori, per sussistere?”.
“Che ti succede, Burbage? hai trovato tuo figlio a letto con
Ellen: la nostra Titania?”
A sciogliere i capelli di James dalla stretta dell’impresario, ci
si misero di buzzo buono. L’aveva quasi sollevato dalla sedia,
e rideva sul soddisfacimento della propria vocazione per i pen-
sieri elevati che quella postura avrebbe consentito al ragazzo.
La stoccata di James era di quelle mortali: Ellen May – tutta la
compagnia lo sapeva – aveva la sifilide. La sottile linea d’om-
bra in cui la malattia le divideva il viso, la faceva evocatrice
di mondi altri.
Nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, ci sono molte
creature che si occupano di noi. Alcune di queste, ce le por-
tiamo dentro gli occhi. Will prese dallo scrittoio il calamaio;
lo mise di profilo contro la finestra, e la luce del tramonto vi
disegnò ombre che avevano mani. Tutti quanti pensarono che,
da quelle ombre, erano stati scritti.
Will pensò che doveva dare un segno; perché la responsabilità
è sempre un dialogo con se stessi: “Ed ora vi chiedo: dove pen-
sate che stia la commedia: in Essex, che ha cercato di cambiare
il corso della storia, o in noi, che abbiamo fatto del tempo il

251
servitore cui si dà una mancia quando ha aggiogato la pariglia
di cavalli alla carrozza?”
Burbage si stringeva la testa fra le mani, incerto se Shakespeare
stesse provando l’effetto di un nuovo canovaccio oppure stesse
cercando di giustificare l’aver messo in scena per la prima volta
un dramma a fondo perduto. Così, cercò di stornare l’attenzione:
“Puck: da quanto tempo sei con la testa in quel libro?”
Allora Will si rese conto che, se non avesse portato via il ra-
gazzo da quel luogo in cui il sole era solo il sole del silenzio,
Puck non si sarebbe reso conto di non sapere nulla del tempo.
La fretta con cui voleva vivere, l’avrebbe ucciso.
“Richard: Puck è una creatura dell’aria. Non ha volontà. Viene
pensato. Se pensa, si dissolve”.
Alle parole di James, per un po’, se ne stettero tutti e quattro
zitti, mentre dallo Strand crescevano i passi della Guardia Rea-
le che passava per le botteghe, a cercare i nomi dei congiurati.
Quando si sentiva serrare una porta col chiavistello, tutti sape-
vano che qualcuno stava subendo la tortura. Francis interruppe
l’angoscioso gioco di echi disegnando sul libro di James un
pentagono sulla cui parte superiore era innestata una cupola
nella quale si apriva un cannocchiale.
“Ecco – disse con slancio – mente come natura. Non credete
che, finché osserviamo ciò che scorre fuori, la forma dei nostri
pensieri ci sfuggirà completamente? Se Essex si fosse occu-
pato meno dei recinti agrari, e delle terre ora comuni, noi non
staremmo a discutere con le ombre”.
Il chiavistello venne disserrato. I passi delle guardie si allonta-
narono, e crearono un alone di suono dentro il quale si poteva-
no leggere i nomi dei condannati.
“Nessuno sarà più al sicuro, d’ora in poi”: Will non si era mai
sentito così distaccato dalle proprie stesse parole.
Will aveva cominciato la propria carriera come bilanciere del
sipario: colui al quale lo scenografo, alla fine del dramma, dava
una botta sulla spalla. Se il dramma era violento, gli rimaneva

252
sempre la sensazione di essere stato pugnalato. Adesso, allo
stesso modo, sfiorò la spalla di Francis. Burbage, osservando a
turno i suoi compagni, avvolgeva la loro comune inquietudine
nella stessa scia della luce che stava trapassando tra le due
finestre, come il rintocco sghembo di una pendola collocata di
traverso rispetto alla parete.

Quando gli altri se ne andarono, James riprese i suoi studi.


Ad un tratto, sentì un fruscìo a filo di schiena. Si volse: Ellen
May attraversò la stanza senza far caso agli ostacoli che le im-
pedivano di prendere il volo. Aveva il carattere delle farfalle
consce di vivere un solo giorno, e la loro presunzione di poter
prendere il tempo tra le mani e farne un cappello da carpentiere
con cui ripararsi la testa. James stava artigliando i fogli con
l’unghia; il vedere come, per tornare alla forma piana, sbadi-
gliassero, stirandosi le membra, lo riempiva di piacere. Ricor-
dava il male che aveva fatto alle lucertole, bambino, perché
non sapeva che, talvolta, ciò che si muove è vivo. Le sue mani
si riempirono subito del volto di lei. Non capiva perché El-
len guardasse da un’altra parte. Non aveva mai fatto l’amore,
ma aveva sempre pensato che l’amore fosse un certo modo di
guardarsi.
“Da qui a lì, è un’unica linea” disse Ellen alzandosi la gonna,
e proiettando l’ombra della sua gamba contro il muro. La luce
della lampada stava soppiantando i riflessi del tramonto, e la
stanza sembrava evaporare all’aria.
“Perché ti piacciono tanto le cose che non finiscono, Ellen?”
Lei non rispose, ma gli cinse le spalle da dietro la schiena, e lo
avvolse come fossero stati un relitto che la marea ha sospinto
sulla riva.
“Quando avrai imparato tutte quelle cose, il mondo non saprà
più che farsene di te.”
Lui si volse, più per abbozzare un sorriso che per dire qual-
che cosa.

253
“Se non so niente, tu non esisti.”
Lei rise gettando indietro la testa, poi gli assaporò le labbra;
quasi il segreto di tutta quell’attesa stesse in quel suo sguardo
bagnato di gratitudine.
“Da quanto tempo ci pensavo – fece lei, col tono di chi raccon-
ta lo scampare da un’avventura – e l’idea che ti potesse non
piacere, mi faceva i capezzoli ruvidi come un filare di rovi. E
invece, adesso…”
Accompagnò le sue mani sul seno, con la fierezza di una sposa
novella. Lui ebbe un grido strozzato dal quale riemerse cantan-
do; e i suoni gli smuovevano i riccioli: agitavano la tempesta
dei suoi pensieri.
Mentre facevano l’amore, Ellen pensava al mistero della sua
morte vicina. Decise che non l’avrebbe scambiata con il desti-
no di nessun altro. Quando sarebbe stata la sua ora, tutti coloro
che l’avevano posseduta, si sarebbero ricordati di lei. Mentre
la stringeva sotto la camicia di lana grossa sulla quale le trecce
ricadevano oscillando – un no paradossale, visti i sospiri – Ja-
mes vedeva Puck, in un angolo, osservarlo perdersi: piangeva,
e teneva tra le mani una falena cui aveva staccato le ali. Sapeva
che, da allora, non l’avrebbe lasciato più in pace. Poi la sera
era scesa, stendendo un velario tra terra e cielo. Corolle di luce
germinavano dal loro respiro: muoveva la seta delle cortine,
intorno al letto, e i riflessi facevano vive le pareti. James os-
servava Ellen dormire: anche lei aveva un fiore, sulle mani,
quando le apriva.

254
VIII.

Quando i gorghi del fiume restituirono il corpo, sembrava che


avesse pianto, perché una vena di salsedine gli correva intorno
al collo come la corda dell’impiccato. L’acquitrino era colmo
di anemoni: “un bacile per la circoncisione di un giudeo” disse
Burbage. L’aria satura di salmastro correva intorno al limite
del lago, presagio all’inverno ormai sospeso sulle colline in-
torno a Stratford.

Il ritorno di Will al paese era stato anche una tournée, per la


compagnia di Burbage; quasi il nuovo sir potesse fronteggia-
re il proprio passato solo facendone un ruolo teatrale. Per tre
giorni, dopo il suo arrivo, la pioggia aveva reso il paesaggio
un sogno sognato da un idiota. C’erano ovunque stoppie riar-
se, al calore delle quali i tanti senzatetto che la peste aveva
disseminato per ogni dove si ritempravano da una vita tesa
solo a farsi morte. La casa padronale era stata abbellita con
festoni: ondeggiavano al vento, e a James parvero le mani dei
condannati appese agli spalti del ponte, monito per chi veniva
a Londra in cerca di fortuna. Anne Hataway stava sulla soglia,
attorniata dalle due figlie, una delle quali aveva le stesse fat-
tezze di Hamnet, e da un nugolo di bambini agghindati come
Puck, e che volevano tanto conoscere quello vero. Sir William
aveva la scarsella piena, e lanciò monete a chi correva accanto
al suo carro. I mozzi delle ruote facevano saltare il fango fino
al cappello del cocchiere. Come poteva progredire, una città
dove il minimo passo voleva dire sprofondare nel fango? La
tavolata festiva correva tutto intorno al paese: dalla scuola in
pietra nera e il tetto di assi sconnesse dove Will aveva imparato
ogni cosa, dal catechismo alla morte di Bruto, fino alla parroc-
chia nella quale, per nascondere che Anne era incinta, avevano
falsificato i documenti nuziali. In quel tetto della scuola le al-

255
lodole facevano il nido, e quando c’era lezione, le gutturali del
Greco antico si confondevano con il loro richiamo impudìco,
da matto convinto che il mondo sia vuoto. Sui tre comignoli
della sua casa, Will notò i galli del vento, e una ruota nella cui
deriva la corrente si arrotolava su se stessa, e diventava un
mulinello. La folla credeva che il carro dei comici venisse da
Est, attraverso la foresta cresciuta sulle paludi, come una crea-
tura delle acque; invece, la tempesta spacciò, per prima cosa, il
pontile tra lago e roccia: così, fecero il loro ingresso da Nord.
Ed ora, mentre la tavolata tutto intorno alle case, serpente di-
sposto così a festeggiare come a strozzare, raccoglieva i dere-
litti di Stratford, Will, James e Anne stavano in piedi, agitan-
do i cappelli come spaventapasseri non adusi al vento; perché
tutti, ad ogni boccone, gli mandavano degli “evviva” unti di
grasso. C’era un liuto, anche, pizzicando le cui corde un uomo
allampanato e con una verruca sul labbro intonava la canzone
del morto bambino, in Cimbelino, con una voce vetrosa che
pareva una conchiglia scavata da un coltello. Tutti bevevano
fuori misura, e presto Will gli divenne indifferente alla pari del-
l’orologio a ore, sulla piazza; o la carrucola del pozzo, quando
non c’è siccità. Qualcuno sgomberò l’aia dai sacchi del grano,
e si ballò fino a quando, per ognuno, la propria pancia e la
schiena degli altri non divennero la stessa cosa. Quando il sole
calò dietro le colline, Anne affidò James alle figlie, che erano
già donne. Sapeva, infatti, che Will avrebbe adottato il ragaz-
zo; allora si mise a piangere pensando ad Hamnet che, ora,
le sembrava morto due volte. Lei lo sapeva; non c’era modo
di ingannarla: tutte quelle storie, Will le aveva inventate lì, a
Stratford, allorché, stando al suo fianco, non aveva niente da
fare. Poi, quando aveva avuto il sacco pieno, se n’era andato a
Londra, a vendere la merce. Anne aveva avuto i suoi soldi, ma
non poteva riavere indietro la propria vita. Un uomo – pensa-
va, seduta sul carro che aveva riportato Will da lei – quando ti
vuole lasciare, ti fa fare un figlio. Il carro stava sdraiato in capo

256
al vialetto d’ingresso, con le stanghe ritte al cielo come mani in
preghiera. Di lontano, Anne udiva le risa delle figlie, affascina-
te da Puck. Poi vide Will: stava poco discosto da lei, di spalle,
con la testa china sull’incantesimo di quel gioco. Will osser-
vava James prostrarsi a terra di fronte a Judith, la sua figlia
minore, e implorare per lei la dea della luna. Judith osservava
di sottecchi la sorella, Susanna; quella, pavoneggiandosi nella
propria signorilità, diede un buffetto a James solenne come
un’investitura. Non tanto diversamente Elisabetta aveva gio-
cato, a vicenda, con la vita e la morte di Essex: penso Will. Ma
ora Judith fa un urletto, perché Puck, scavalcando Susanna, le
si è arrampicato sulla schiena. James si butta a terra, spaurito:
se non impara a capire gli uomini – considera Will – la vita non
gli sarà benevola. Sull’aia, la tavolata si è aperta in due come
un sipario. Anne vede sovrapporre due tavole, e Cuthbert Bur-
bage ascende da trionfatore il palco improvvisato. Comincia il
monologo di Bottom, tra fischi e acclamazioni. Will si volta.
Anne non l’ha mai visto così: col disgusto che gli appiccica le
sopracciglia cespugliose nel mezzo della fronte calva, sembra
lui stesso un Bottom che meni il vanto della propria idiozia.
Improvvisamente, Will cala nel mezzo della brigata; smuove
le tavole, e con un grido di rabbia fa crollare Cuthbert al suolo;
poi inveisce contro la folla, che, ora, ride ancora di più. Quan-
do tutto si placa, Anne non sente più le voci delle figlie. Anche
Will si volta, e la sua schiena si inarca, smaniando, per cercare
in ogni dove.
James e le due donne sono al lago, dove un canneto protegge
gli uccelli acquatici dalle folate improvvise di vento. Gabbiotti
occultati nella macchia del verde affondano nell’acqua pala-
fitte intorno a cui si addensano gli anemoni e le malve: vite
apparenti nello specchio dell’acqua. Susanna e Judith voglio-
no vedere Puck camminare sull’acqua, e chiamare a raccolta
gli spiriti dell’aria. Lo persuadono con le loro moine a rag-
giungere la riva e convocare con grandi gesti, la braccia che

257
remigano come ali, le creature che in quel lago hanno trovato
la morte. La nebbia ha cominciato a salire dalla palude fin sui
campi; presto, la piega del crinale la farà sgocciolare nel lago.
Will si è messo lungo il sentiero tra gli sterpi; spesso si ferma
e fiuta l’aria, alla ricerca di un suono che non sia il vento che
gli passa tra le tempie. Ad un tratto, lo slancio del rèfolo si
insinua ad imbuto in un cumulo di nubi, e con un colpo di
scalpello lo precipita a terra. Il lago non c’è più; al suo posto,
solo vapori che frugano come mani sotto i vestiti. Nell’occhio
aperto del cielo, Will non scorge più alcuna pupilla. La terra
sembra ruotare sotto i suoi piedi, che perdono la presa nel fan-
go. Anne è scesa in mezzo all’aia: la fanno ballare, creandole
sulla testa una galleria di braccia tese. Will ode la voce delle
figlie: girano in tondo, cercando la strada di casa. Si lancia a
perpendicolo nel canneto, e spesso un colpo nella fronte lo fa
arretrare; allora ingiuria il gigante del lago, che si vuole porta-
re via anche loro. Infine, sgorga la pioggia, indomabile come
ciò che è sicuro del proprio destino. Il vento la lacera in scie
orizzontali: luci di scena su di un sipario rimasto aperto ad
atto iniziato. D’improvviso, tutto si arresta: e vento, e pioggia,
e paesaggio. Un occhio rossastro si apre sul fondo del lago,
e pare chiamare a sé il sole. Gli uccelli di palude si alzano
tutti insieme: procedono a schiera nell’aria immobile. Susan-
na e Judith raggiungono Will di spalle; si abbrancano alla sua
schiena: Puck è stato ritrovato. Lui le interroga a lungo con lo
sguardo, fradice d’acqua e di pianto; quando vede che volgono
altrove gli occhi, capisce, e chiama aiuto.

La compagnia di Burbage cercò James per tre ore, tra gli ac-
quitrini ora tornati respiro dell’acqua: pozze dove il vento
disegnava cerchi concentrici. Tastando torno torno la riva,
ognuno degli amici ritrovava chi aveva incontrato nello stesso
punto, giro dopo giro. Quel falso ritorno sapeva delle parole
sempre uguali con le quali tutti accoglievano Will, per conso-

258
larlo. Solo Francis si mise da subito su di un poggio: osservava
la scena come uno sparviero guarda, dalla cima del faro, la
nave che affonda. Will comprese che cercava di capire e di
darsi pace; e lo amò per questo. Presto, si fece accosto a lui,
sospendendo le ricerche; tenendosi abbracciato con le mani
giunte al petto, sperava solo che il tempo passasse in fretta.
L’esclamazione sorda giunse poco dopo, da dietro il canneto:
chi aveva trovato il corpo, si era imposto di non farne sentire
l’odore dolce di morte, e l’inutile consapevolezza rimasta nei
suoi occhi, al momento in cui l’aria aveva smesso di corrergli
nelle vene. Will prese il carro, vi trasportò a braccia il corpo
di Puck, e copertolo con la tovaglia del banchetto lo portò in
giro per il paese, quasi un trofeo della sua sapienza dramma-
turgica. Neanche lui avrebbe potuto ideare un finale così bello,
e appropriato alla sua condizione di sterile uomo. Da qualche
parte, sulle nuvole, Puck correva verso l’alba, lieto di essersi
liberato dal giogo delle parole. Will sapeva che, avesse ancora
scritto, sarebbe stato solo per dire l’insensatezza del suo creare
orbo di figli. Nei vestiti di James era rimasta impigliata qual-
che malva. Will le colse e ne fece un festone. Lo appese sulla
soglia della casa che il teatro gli aveva permesso di acquistare,
ancora non sapeva a quale prezzo.
Per decisione di Will, non ci fu una veglia funebre. Si preparò
un cumulo di fascine, sopra uno spalto da cui il corpo potesse
essere visto da tutti: che la morte di un ragazzo insegnasse,
almeno, l’amore per la vita. Will si arrampicò sulla scala del
granaio in cima al quale, da bambino, sfuggiva ai castighi, e
avvicinando la fiaccola fece volare Puck in cielo. Nella stessa
maniera, quando l’Invencible Armada era stata respinta, Eli-
sabetta aveva accostato la fiaccola ad un tridente, sulla cima
della Torre di Londra; e tutta la cittadinanza aveva salutato, in
quel fuoco, la vita che si rigenerava. Ma ora Essex era morto,
e niente sarebbe più stato come prima. Partirono la sera stessa,
verso il Globe, dove era già stata annunciata una rappresenta-

259
zione straordinaria del Sogno, per il genetliaco della regina.
Elisabetta stessa, con la sua presenza, avrebbe manifestato la
propria riconciliazione con la compagnia. Erano a poche leghe
dalla città, quando, fermatisi a cenare in un’osteria, videro il
gonfalone nero con lo stemma araldico dei Windsor oscillare
al vento. Will capì subito che la regina era morta; e la cosa
sembrò, al suo talento di drammaturgo, in qualche modo, giu-
sta. Si volse. Qualcuno piangeva. Francis fu lesto a coprirsi il
volto e storcerne la smorfia in un ammicco ironico. A lungo,
Will si era chiesto il perché dell’accanimento con cui Elisa-
betta aveva voluto confinarlo nella Torre. Un accanimento che
lei, di solito, riservava solo ai suoi ex-amanti. Gli rincrebbe, in
quel gran teatro delle maschere che ora sapeva essere stata la
sua vita, non aver continuato a figurare per quel guardiano dei
cavalli all’uscita del teatro che, al suo debutto, era stato.

260
TERZA PARTE

LA RINUNCIA DI PROSPERO


I.

Lo salvarono i ricordi. Fluivano intorno a lui come onde: anel-


li di suono che la sua nostalgia poteva lanciare contro i rami
degli alberi. Ora Will trascorreva a Stratford tutto il tempo la-
sciatogli libero dalle prove del teatro. Il nuovo re, Giacomo
I Stuart, aveva saputo premiare la sua rinuncia agli omicidi
di tiranni, in scena: la compagnia di Burbage era diventata la
“Compagnia dei King’s Men”. Durante i mesi caldi si esibiva
nell’arena del Globe, diventata il luogo di ritrovo di chi, tra i
nobili, amava le emozioni forti. Mescolandosi ai fiaccherai e
i venditori d’acqua, vestiti come villani, essi assistevano al-
l’apparizione delle streghe, nel Macbeth, o alle rampogne del
fantasma, nell’Amleto, con divertito raccapriccio. Will l’aveva
per vezzo, di continuare a impersonare il fantasma del padre.
Un’intelligenza scaltrita avrebbe compreso che cosa si nascon-
deva dietro quello scherzo venato di autocompiacimento. Nei
mesi freddi, la compagnia si trasferiva presso la grande sala
dei Blackfriars, con gli stemmi delle arti e dei mestieri rical-
cati sul soffitto a cassettone. Uno dei primi decreti del nuovo
re era stato lo scioglimento della compagnia omonima che vi
si esibiva: un ricettacolo di spie papiste. La notte, nel silen-
zio, Will vi sostava ad apporre le ultime correzioni. Allora,
sentiva solo il lavorìo dei tarli. Quell’abitudine di sistemare
le battute addosso all’attore, dopo averlo visto impersonare il
ruolo, come il sarto fa con lo sbuffo dell’abito elegante, gli era
rimasta addosso. Ancora adesso, quasi cinquantenne, e con-
scio di essere alla fine della propria carriera, non si atteggia-
va a letterato. Non voleva cambiare il mondo con le proprie
idee trasformate in atti scenici. James lo aveva riavvicinato ad
Anne, sfuggire alla quale era stato il motivo principale del suo
giovanile trasferimento a Londra. L’avventura teatrale, ne era
stata una conseguenza del tutto imprevista. L’uomo sterile di

263
figli maschi riscopre nella sposa anziana la bambina di cui si
è innamorato. Consumavano la prima colazione senza parlare.
Anne scopriva nella fronte di Will un vuoto di sentimenti che
i pensieri tentavano invano di colmare. Non ne aveva paura:
così dolce era la malinconia che traspirava da tutto il suo esse-
re. Dopo mangiato, Will camminava lungo il fiume, scostando
le canne palustri con le mani. In muta conversazione con lo
spettro di Puck, diventato ninfa dell’acqua. Aveva la sensazio-
ne di esistere da mille anni, e che tutto fosse stato detto. Ogni
tanto vedeva i suoi personaggi su una barca: un veliero con una
robusta polena sulla prua. Passavano a vele basse, nella nebbia
del mattino. Lo fissavano con risentito stupore.
Francis, dopo la morte di Elisabetta, aveva mantenuto la carica
di Lord Bachelor: il consigliere di giustizia del re. Ma la sua
abitudine di vedere il mondo come il teatro delle passioni, lo
spacciò: l’avere accettato doni da imputati gli costò una con-
danna e una lunga reclusione; della quale, peraltro, si servì per
abbozzare il grande progetto di rinnovamento delle scienze che
a Will era sempre parso l’unico scopo per cui l’amico esistes-
se. Francis intendeva abbattere gli idola: le false rappresenta-
zioni del reale. Si accorgeva che l’intera sua esistenza era stata
una rappresentazione distorta dei propri doveri. Francis aveva
creduto che il teatro potesse esprimere la verità con maggiore
forza. Invece, il teatro era una lente deformante: un velo di
nebbia attraverso cui si vedevano fantasmi agitare la mano.
In tanti anni, di se stesso, Will non aveva imparato di più. Gli
dispiaceva, morire senza aver potuto conoscersi. Il prossimo
dramma, sarebbe stato l’ultimo. Ma niente mistificazioni. Que-
sta volta, l’universo stesso avrebbe mandato voci, a sollevare di
nuovo le cortine dell’inganno. Così si proponeva Will, mentre
camminava lungo l’argine del fiume; e pensava ad Anne, che
aveva sposato quel giovane dai fianchi nervosi e lo sguardo
morbido, soltanto perché in lei la natura cantava. Forse, nella
vita, non c’era nient’altro da capire. Il resto, era solo teatro.

264
Non sapeva da quale parte sarebbe venuta la rivelazione. Si era
sempre comportato così, lasciando che le idee alimentassero
se stesse. Bastava mollare la presa: scivolare giù dai pensieri
con la stessa noncuranza con cui un bambino si getta per una
discesa d’erba. Ma questa volta, era diverso: il Sogno lo aveva
cambiato per sempre. Aveva scoperto che il tessuto vero delle
cose create si trova dentro di noi. Che gli spiriti dalla cui anima
l’universo trae la propria forza vitale, sono presenze immanen-
ti nella nostra coscienza.
Qualche settimana prima, a Londra, durante una ripresa del
Macbeth, gli si era presentato, alla fine dello spettacolo, un
personaggio al cui apparire la folla di villani che sostava da-
vanti all’uscita del teatro per poter vedere in faccia gli attori, e
scoprire se anche nella vita di sempre avevano lo sguardo della
follia, si era scostata con reverenziale timore. John Dee: per
alcuni, un ciarlatano; per altri, un uomo che aveva accettato
di viaggiare all’inferno e, gabbando il diavolo, era riuscito a
tornare indietro. John Dee voleva capire se dovesse conside-
rare Shakespeare un proprio confratello, oppure un arruffone
buono solo ad impiastricciare effetti di scena. John Dee sapeva
muoversi senza far rumore. Entrò nel camerino di Will e si
sedette al posto di lui, impegnato a riappendere la giubba nera
sul trespolo tutto pendente da una parte che lo accompagnava
fin dal debutto. Girandosi, Will si ritrovò gli occhi del mago
in mezzo alla fronte. Sentì un gran caldo al cervello; ma nello
stesso tempo gli parve che ogni gravità, sotto i suoi piedi, fosse
cessata. Che nessun dubbio, intorno a lui, avesse più ragione di
essere. John Dee alzò una mano, deviando sugli occhi di Will
la luce del sole che attraversava la finestra: uno specchio, quel-
la mano, così come erano uno specchio quei pensieri. Subito,
il benessere si tramutò in una lieve vertigine. Will ebbe paura.
Allora John Dee, con un breve inchino, si congedò. Il tutto,
non era durato che un minuto. Ma il ricordo di quell’incon-
tro, da allora, aveva preso ad ossessionare Will. Gli sembrava

265
che Dee, con quel gesto della mano, si fosse portato via con
sé l’ombra della sua anima, i segreti che per tutta la vita Will
aveva cercato, scrivendo, recitando, amando, di occultare. Di
dove gli veniva, quella certezza? Forse, i conti non resi si fan-
no sentimenti; e i sentimenti, rughe sulla fronte: un tracciato
dove si possono vedere tutte quelle cose di cui non si parlereb-
be mai. Così rifletteva Will sull’argine del fiume, con la nebbia
che, scesa al suolo, impediva di vedere i propri piedi, e i giun-
chi che, di tanto in tanto, lo strattonavano, forse per impedirgli
di cadere dentro se stesso.
Era scomparso nella propria opera al punto che, se si fosse
visto passare sull’altra riva del fiume, non si sarebbe salutato.
Scrivere per fingere di essere vivi: quale indegnità di nascita
poteva aver giustificato una simile rinuncia? Agli yeomen era
stata tolta la terra. La loro ambizione era stata traviata verso
le pratiche con cui l’ingegno cerca di sottrarre il corpo al tem-
po, ed alla morte che ne regge il bilanciere. Le stoppie fumi-
gavano, lontano: segno di stagione arida, se per raggranellare
qualche scellino si doveva tirar fuori la torba dal legno. Tutto
finisce in calore, ciò che non vale più niente; anche il corpo,
se ci si fa cremare. Così rifletteva Will; e gli venne in mente la
pira funebre di James; e per la prima volta dalla morte di lui,
pianse. Era ben conscio, però, di piangere su se stesso.
Il grido di esultanza della folla gli arrivò in pieno volto. Da
qualche tempo – non sempre: al volgere della luna, o quando
una vacca partoriva due vitelli con la testa di lupo – lo accla-
mavano; quasi sapessero che, sui misteri dell’essere uomo, ci
si era consumato gli occhi. E tuttavia, nello stesso tempo, lo
fissavano, quei villani, con gli occhi cisposi d’incredulità: lo
sguardo in tràlice di chi non ha il coraggio di dichiararsi nemi-
co. Sapevano che per ogni parola che Will aveva scritto, si era
dovuto sacrificare un vitello in più. Neppure gli importava di
chiedergli perdono, se l’avevano fatto attendere tanto. Spesso,
il rancore è l’unico antidoto contro il lutto. Il ritorno di Will

266
a Stratford, era il ritorno di un usuraio. Aveva cominciato a
chiedere soldi ad usura da quando le monete, in mano, gli si
erano trasformate sotto gli occhi: alle volte erano i moncherini
di Tito Andronico, altre, la piaga tra le scapole di Banco, oppu-
re le labbra diafane di Desdemona soffocata nel suo letto. Per
gli altri, considerava Will, erano solo soldi, e non si sarebbero
lagnati di restituirglieli decuplicati; ma per lui c’era, in essi,
un’intera vita smarrita nei sentimenti di dare ed avere.

267
II.

“La logica del teatro è, come la matematica, esclusivamente


combinatoria.”
Will aspettava Francis da giorni. Sapeva che solo un addio se-
condo le sue ortodosse leggi, poteva ridare all’amico la pace.
Non gliene voleva, per aver voluto trasformare il gioco della
scena in un infingimento metafisico: una recita di idioti che,
solo per aver scovato un cappello da mago, pretendono di met-
tere l’universo a testa in giù. Francis doveva passarci, per il
teatro; e se non si era fatto un cruccio dello scacciarvi chi ne
aveva fatto l’unico rifugio senza specchi, immune al riflesso
della propria anima. Non gliene si poteva volere per questo.
Francis era fatto così: doveva sperimentare. Di certo, però,
Will non credeva di vederselo davanti così presto, affidando
l’entrata in scena a quella battuta astratta e affilata come un
goniòmetro.
“Mille diavoli hanno bussato alla tua porta, Lord Bachelor, per
pagare la tua cauzione con le anime dei trapassati; altrimenti,
come saresti fuori di galera?”
“Ho recitato una novena per i quattro soldi di onestà che ti han
fatto star su quei quattro capelli rimastiti in testa; allora i dia-
voli, per paura di restar calvi, mi hanno aperto la porta.”
In quel momento, un vecchio cieco intento a suonare la ghi-
ronda si profilò davanti a loro, e gli veniva dietro un codazzo
di ragazzini urlanti, tutti intenti a tirargli monete. La manopo-
la dello strumento strideva nel frizionare le corde, dalle quali
uscivano certi rantoli da boia che avesse appena scoperto di
aver decapitato suo figlio: roba da togliere il fiato. Il vecchio,
appena fu passato, si fece il segno della croce.
“Costui, Will, sente puzzo di attori: gente che va sepolta in
terra sconsacrata.”
Ma Will non intendeva fargli passare liscia la propria fuga,

268
e l’impantanarsi nelle questioni di stato: “Mi è giunta voce,
Francis, di come il potere che hai amministrato sia divenuto
ricchezza ancora maggiore per alcuni, e una povertà, se possi-
bile, ancora più sconfinata, per certi altri.”
“Io, la realtà, ho cercato di affrontarla a viso aperto. Non ho
messo ghirlande di fiori al collo di una natura sempre intenta a
grattarsi dove ha la rogna”.
“Non sapevo che ti intendessi anche di poetica.”
“Almeno quanto tu sai di prestito ad interesse.”
Il passato si incuneò tra i loro sguardi come una lama di coltel-
lo. C’era qualcosa di sacro, perché inevitabile, nel modo in cui,
dopo anni, si incontravano solo per un rendiconto.
“Perfino John Dee hai attirato, Will, con le tue illazioni sul
mondo. E ben sai che re Giacomo, prima di andare per mare,
consulta gli oroscopi, e che le linee della sua mano sono più
lette, tra i nobili, dell’habeas corpus”.
“Re Giacomo indaga i misteri della sua anima, nei cui labirinti
crede di scorgere l’ordine di tutte le cose. Tu, invece, della
coscienza, ti fai beffe. Credi forse di conoscere qualcos’altro,
al di fuori di lei?”.
Francis cominciò a camminare a grandi passi intorno a Will,
quasi volesse delimitare i limiti della sua verità nell’ambito
dello spazio che occupava nel mondo. Dopo un lungo sguardo
nel quale il commiato era stato ammainato come le vele prima
di una tempesta “che posso fare per te, ora che sei passato alla
magia?” disse con il modo di chi ha enunciato un’ovvietà.
“C’è più onestà nei miei trucchi da prestigiatore che nelle tue
tavole della legge.”
“Tu non hai diritto di parola, sul tuo genio. È troppo lontano
dalle tue possibilità di comprensione”.
“Quando ti ho accolto, pensavo che saresti stato alle regole del
gioco.”
“Non io, ho tradito. Solo, non pensavo che sarei stato il com-
plice di un teologo”. Francis si fece da parte al passaggio dei

269
villici: scorrevano davanti a Will col cappello in mano, e l’aria
contrita di chi vorrebbe essere fatto d’aria, per non turbare il
corso dei pensieri. Francis arrovesciò la testa, e la sua risata
sfrigolò di un sarcasmo misurato come una dose di veleno som-
ministrato contro quel riso sardonico che soffoca: “Guardali,
Will: in te, ammirano il paesano che ha fatto fortuna; l’usuraio
pronto, alla scadenza del debito, ad appollaiarsi sul tetto della
loro casa, non certo il poeta di Venere e Adone – venne davanti
a Will, e gli prese gli occhi al laccio dei suoi – Ne valeva dav-
vero la pena?”.
“Avessi saputo che il prezzo sarebbe stato la morte di Ja-
mes…”.
“Come non spettasse a te, tirarlo giù dai suoi cieli di carta! Da
quanto tempo sognavi di passare il testimone, eh?”
“Di permanere nella memoria dei viventi, non mi importava
nulla. Ma la speranza degli altri è l’unico fiore non di serra cui
il teatro può dar vita”.
Francis fece scattare la mano verso l’alto, quasi avesse una
molla nascosta sotto il polsino: “Vuoi forse sostenere che eri in
buona fede? E tutta questa ricchezza? quel titolo nobiliare che
suona a rivalsa di umiliazioni inferte alla tua stirpe da genera-
zioni? Tutto questo: le terre, la casa ricomprata da chi vi aveva
buttato sul lastrico, sarebbe l’utopia di un mondo nuovo?”.
“Lascia agli uomini il diritto di abbandonarsi alla corrente che
se li porta via; non chiedergli mai dove vanno.”
“Per la buona fede che scorgevo nei tuoi occhi quando co-
minciasti ad indagare sul male, e il gioco delle passioni, io ti
chiedo: che ne è stato dei nostri progetti?”
“Un ragazzo che muore, Francis, costringe ogni perché ad ave-
re una risposta.”
“Non da me. Da me, mai. Sarebbe troppo ingiusto nei suoi
confronti”.
Se ne andò senza voltarsi, fendendo la folla con le spalle; e al
suo passare, tutti si scostavano: a tal punto basta l’indifferenza

270
di uno solo perché la folla si senta sicura di dove stanno, il
bene e il male. Il sogno di Prospero affascinava tutta Stratford.
Tutti erano naufragati in quel mondo, ed aspettavano solo chi
gli raccontasse che il mare era la loro attesa. Era successo al
rito del novilunio, quando i contadini fanno scendere dalle col-
line le ruote infuocate. Allora la natura si risveglia, e in ogni
filo d’erba abita un dio. In quel momento di fusione tra terra e
cielo, Will si era accorto di avere sempre pensato troppo agli
uomini, e non al loro essere gettati nel mondo. Quando le ver-
gini portarono in dono alla pioggia le loro ghirlande di fiori,
gli parve che le passioni fossero solo anelli incisi nel tronco di
una quercia secolare: non le si potevano leggere al di fuori di
se stesse. In ogni tralcio d’edera, aveva visto più esistenza che
in tutte le parole con cui si era impicciato dei segni che l’uomo
lascia nel mondo. Era stato solo un attimo: la rivelazione di un
senso che per il fatto di essere gratuito, lo faceva sentire inde-
gno. Dunque, quella era la via; e il resto: vento, e pula davanti
agli occhi. Inseguì Francis, e dal suo ristare leggermente ad
ogni passo comprese che lui se lo augurava.
“Se solo tu, Francis, potessi…” cominciò a dire; ma lo prese
la pietà per l’amico, che il mondo aveva ripreso a sé senza la-
sciargli in pegno neanche il tempo di volgersi indietro. Allora
lo prese per mano e lo portò lungo il fiume, a vedere le nuvole
irradiarsi in scie di un rosso sempre più sfumato, a mano a
mano che il calore traspirato dalle acque ne sfibrava i cirri.
“Questo, Francis, sarà ancora, quando noi non saremo più.”
“Se lo trovi bello, certo qualche diavolo ti ha preso con sé.”
“Non c’è bellezza al di fuori della necessità.”
“Ho dedicato la vita a dimostrare che la necessità è un vizio
della coscienza.”
Will comprese di averlo perduto. Se lo aspettava dal primo
momento in cui Francis era entrato nel suo mondo, con tutta
l'incapacità che aveva di accettare l’effimera ala del tempo. I
paladini dell’intelligenza non vogliono lasciare cadaveri, die-

271
tro di sé. Per questo la vita li sfiora soltanto, e non rivela loro
niente. Ora, tutto riposava sulle sue sole spalle. Trascendere
ogni individuo, per cercare il granello di senape intorno a cui
stanno agglutinate tutte le cose; e poi farle orbitare libere, sen-
za altro scopo che il loro succedere: ci fosse riuscito, il suo
tramonto sarebbe stato senza scosse. Ma, per farlo, bisognava
trovare l’analogia tra il tutto ed ogni sua parte. Procedere da
ciechi, per ritrovarsi veggenti.
“Se credi ad ogni stella come fosse l’ultima, il cielo non avrà,
per te, più confini” si sorprese a dire, nel tono di un ultimo salu-
to. Non ce n’era bisogno: in un attimo, Francis era già lontano;
la sua sagoma si profilava sul cielo, alla svolta del sentiero ver-
so il bosco. Allo stesso modo se lo era ritrovato davanti, senza
un saluto né una parola di benvenuto, quando aveva deciso
che il teatro fosse un discorso sul tempo. Non lo era: il tempo
esisteva prima di ogni parola, e non si lasciava sorprendere così.
L’unico modo per ottenere il suo rispetto, era ignorarlo.
L’autunno scendeva dall’orizzonte come una vecchia merciaia
carica di fili, intessendo volute di nuvole tra un punto e l’altro
del cielo. C’era un sentore aromatico, nell’aria, che induceva
in Will un senso di lontananza: le coste di una terra dove la
giustizia cresceva insieme ai giunchi e dava spessore alla roc-
cia, simile alle chiocciole incistate negli scogli. Il teatro, ora,
gli pareva il mezzo per incontrare ingegni che, a differenza del
suo, si erano spesi nel mondo: un artificio volto a trasformare
in scelta la propria alienazione. Ma perché nascere legati ad un
nome, quando il destino ti scaglia nel mondo senza osservare
dove cadi?
Per il sentiero intorno del fiume, se ne veniva un giovane por-
caro. Il suo bastone, picchiato sul muso, dava agli animali la
direzione e il passo. Ad ogni colpo, il suo viso si raggrinziva in
un’espressione di ottusa ferocia. Will pensò che così era stato
anche per lui, ad ogni sentenza detta ed ogni coltellata infer-
ta ai propri personaggi. Eppure, quel porcaro era tutt’uno con

272
la mescolanza di nascita e morte; invece lui, Will, ergeva tra
l’insignificanza del mondo e la propria presunzione la ricerca
di un senso che, più lo si indagava, più sfuggiva. Quando la
nebbia urtò contro la membrana del fiume, riflettendo in cielo
lo sventagliare della luce sospesa, Will capì, le macchine sce-
niche di Francis, che cosa fossero. Ed ebbe pietà di se stesso.

273
III.

“La magia naturale parla dell’uomo, non di forze nascoste.


Tutto, in essa, è metafora”.
Will aveva accolto John Dee con un sorriso di scherno. Il mago
era stato condannato da re Giacomo a risarcire tutti coloro che,
sentendosi truffati da lui, gli avevano rivolto la propria lagnan-
za scritta. La cosa, era ben nota a tutti. Will, al solo vederlo
profilarsi sull’uscio della legnaia appena sotto il livello del
suolo nella quale aveva accumulato, alla rinfusa, costumi, sce-
ne e parole della sua vecchia vita, si era preparato a negargli
ogni credito. Alla legnaia si accedeva scendendo tre scalini. In
questo modo, Will poteva scorgere, di chi lo veniva a cercare,
prima di tutto, i piedi. Sulla base delle scarpe, decideva l’even-
tualità e la dimensione del prestito. Dee portava due zoccoli
di legno arabescati che parevano preludere ai garretti di una
capra. Inoltre, le calze di lana erano tutte bombate, segno che il
cardatore le aveva messe insieme con le stoppie della concia-
tura. Quando quel piedistallo alla miseria divenne una figura
intera nella cornice della soglia, Will scorse un pastrano grigio
usurato dalla lèsina, le molte volte che era passata per ridargli
lustro, e sotto lo svaso di quello un panciotto di panno gros-
so tutto di un pezzo, senza bottoni. Doveva raspargli il torace
come un cilicio. Eppure, la voce con cui l’individuo pronunciò
il suo metafisico benvenuto esprimeva una sicurezza di sé che
aveva da tempo sublimato in scintillìo mercuriale la polvere
della rassegnazione.
“Ci doveva essere il posto per un secondo commiato, nello
scenario del nostro incontro.” Dee prese posto accanto a Will,
trascinando pesantemente una sedia ottenuta con lo scavare
due nocèlle in un tronco: una riduzione della natura a suppel-
lettile nella quale il drammaturgo eccelleva.
“Non presto denaro a chi conosco; se lo facessi, in breve tem-

274
po, mi ritroverei solo.”
“Quasi la circostanza, maestro, vi pesasse: nel qual caso, non
avreste scritto un solo verso – Dee si allungò fino a posare i
piedi sul tavolaccio di legno dove Will annotava i diritti di
mora: una tacca sul bordo, ed una sigla, per ogni debitore – Il
fatto è che non sopportate di non poter piegare i caratteri allo
stesso modo in cui vi è riuscito con la fortuna – arricciò un
sopracciglio, mentre studiava le percentuali annotate da Will
a punteruolo – Vedo, comunque, che sapete graduare gli inte-
ressi con la stessa progressione infallibile con cui, sulla sce-
na, conducete il pubblico all’apice del convincimento: quella
cosa tra le scapole e il filo della schiena che esso, stoltamente,
scambia per commozione”.
“Eppure, Dee, siete maestro, nel senso che voi date alla parola,
non meno di me. Ed ora, siete qui”.
“A patto che voi non scambiate per interesse nei vostri con-
fronti ciò che rappresenta una vera missione.”
Dee prese dal bancone degli attrezzi il punteruolo, e cominciò a
tracciare sul tavolo di legno un pentagono con la punta rovesciata.
“Supponiamo che le forze dalle quali l’universo attinge la pro-
pria unità, siano cinque; e che ognuna di esse si rifletta, nel-
l’uomo, sotto forma di una facoltà psichica – cominciò ad
inscrivere all’interno del pentagono cerchi sempre più piccoli,
fino ad individuarne il centro perfetto; alla fine, volse gli occhi
verso Will – In quale punto si troverà, l’anima?”.
I suoi occhi scintillavano come il marmo sotto la sferza del
sole. Will indicò il punteruolo che Dee faceva oscillare a mez-
z’aria, tenendolo tra l’indice e il medio della destra. Il mago
piegò la testa sul mento, e rise a brevi schiocchi: “Me l’avete
fatta. Dovevo saperlo: che l’anima fosse il principio di indivi-
duazione, ad un artefice di mondi, non poteva sfuggire. Ma alla
domanda conseguente, non risponderete con altrettanta sicu-
rezza. Maestro: che cosa sono, di conseguenza, i sensi?”.
Will appariva divertito: se quello era il modo in cui Dee sedu-

275
ceva, abitualmente, le sue vittime, andava di certo perfezio-
nato. Fingendo incertezza, prese a tamburellare il tavolo con
le dita, quindi “nient’altro che organi di pensiero” disse, e la
frase rimbalzò come se le dita, per moto proprio, l’avessero
lasciata andare all’improvviso.
“Brillante davvero, maestro. Eppure, manca un particolare: i
pensieri che quei sensi percepiscono, da chi sono pensati? – sul
viso di Will si diffuse un’espressione di stupore: pareva una
ragnatela, quando l’oscillare di un ramo la fa cadere in acqua.
Dee protese in avanti le dita – Scoprirlo, è l’essenza ultima
della magia”.
“Pensate che il teatro sia un modo per dirlo?”
“Non per dirlo; per farlo sentire.”
L’ultima cosa che Will poteva aspettarsi, da Dee, era un ingag-
gio. Ebbe una sensazione strana: la sua vita lo raggiunse, allo
stesso modo in cui una carrozza si fa annunciare dallo strepi-
to degli zoccoli sul selciato. Allo stesso modo, prima di com-
parirvi a fianco, la vostra vita, era lì, riunita in uno scenario
multicolore, ma dal quale mancava un tassello. Ed emanava la
stessa indifferenza che un viandante può avere per chi il caso
lo ha portato ad affiancare, lungo la strada.
“Tutte le cose, sono forme di un’unica realtà; dalla quale ogni
pensiero, per sua natura, non fa che allontanarci.” La voce di
Dee giunse a Will come un ricordo; qualcosa che aveva dor-
mito a lungo nella sua coscienza. Gli venne in mente Hamnet;
come lo accoglieva, le poche volte che era tornato a casa, vol-
tando la testa verso la parete: testimone della sua certezza non
vi fosse, per gli Shakespeare, alcun futuro. L’ultima volta, il
mese prima che morisse, il blasone superbamente appeso sulla
porta era parso, a Will, oscillasse come il corpo dell’impiccato
sul ponte di Londra, ai raggi della luna, la prima volta che ci
era andato.
“Volete osservare da vicino ciò che le vostre parole non hanno
mai saputo rendere carne e sangue?” Will si riscosse, e scoprì

276
la faccia di Dee accanto alla sua. Lo osservava, a cercare con-
ferma delle proprie intuizioni; quasi avesse preparato con cura,
prima, quell’esperimento, ed ora non volesse che un colpo di
vento rovesciasse le ampolle così accuratamente sigillate.
Concordarono di partire la mattina dopo, quando Stratford era
ancora la promessa di un giorno uguale a quello precedente. Le
stoppie fumavano al primo sole, e la rugiada faceva frizzante
l’aria, quando Will si fece incontro al vecchio nel suo logoro
pastrano, con quel distacco dalla vita che portava in volto, qua-
si una cicatrice dei pensieri. La nuova carrozza di Will si era
rapidamente intaccata di sterco e fango: una macchia grigiastra
aveva coperto anche il blasone, che la morte di Hamnet aveva
reso inutile. Come Will crollò le redini, Dee si addormentò,
coprendosi il viso con il cappello. Un piede gli sporgeva di
cassetta, sorta di scandaglio per i circoli delle mosche. Avreb-
bero puntato verso Est, fino al quartiere dei braccianti, intorno
ai campi di luppolo; quindi, lungo una strada dove le mezza-
ne offrivano bambine, frutto di amori mercenari, si sarebbero
fermati a Finsbury: la zona morta di Londra, a fianco dei padi-
glioni nei quali erano stipati i frutti della terra. Qui, bande di
tagliagola, appestati, omicidi sfuggiti per contumacia alla for-
ca; donne che avevano barattato la maternità con la garanzia di
un pasto caldo, bambini la cui arma, per aggredire i passanti,
erano le pustole vaiolose che gli fiorivano sulle mani; vecchi
che la lebbra faceva scheggiati e rigidi come la loro stampella:
ogni sorta di vizio o di morbo maledetto dagli uomini, aveva
eretto in quel posto il proprio libero stato.
Will non sapeva perché avesse accettato l’invito del mago; ed
ora, centinaia di mani si protendevano verso di lui, fatto di
pietra, nel mentre, le redini in mano, faceva incedere i cavalli
al passo lungo quel percorso segnato dai corpi protesi, cippi
della fame. Quando giunsero alla prima piazza, Dee diede di
gomito a Will, tutto impegnato a gettare monete ai bambini
cenciosi, prima che si arrampicassero a cassetta. A giudicare

277
dalle pupille del mago, ridotte a fessura, lo spettacolo doveva
essere eccitante. Will si volse, e vide una donna assisa su di
una sorta di scranno che, a giudicare dallo stemma della tiara
sbalzato sullo schienale, doveva essere stato di un vescovo. I
suoi fianchi erano avvolti in una sorta di porpora la cui trama
era stata svelata dalla liscìvia, e i panneggi le si avvoltolava-
no lungo la schiena, come i tralci di una pianta rampicante. Il
seno, invece, era scoperto. E con disgusto, Will vide che quella
donna aveva tre capezzoli. Quello centrale, bruno, ma circon-
dato da un anello di un bianco spento, quasi avorio, pareva
l’occhio di una divinità antica. Davanti a quello scranno, stava
inginocchiata un’intera folla. Qualcuno, teneva addirittura la
fronte schiacciata a terra.
“Osservate, Shakespeare: adorano la loro dea madre; siccome
è vero che ognuno ha la sua.”
Improvvisamente, la donna diede un grido acutissimo che fece
alzare a frotta i corvi planati a becchettare tra le immondizie.
A quel grido, si fece avanti una gestante. La donna benedisse il
suo ventre gonfio da scoppiare; si inumidì un dito con la sali-
va, e poi glielo passò dal mento fino all’ombelico. Due uomini
tennero la supplice per le gambe e le braccia, mentre, proclive
sulla folla, le si aprivano le acque, e un vagire si faceva strada
tra le sue cosce. Will la vide, trasfigurata dalla gioia, levare
al cielo il suo bambino; allora la folla cominciò ad intonare,
all’unisono, un “Osanna!” forte come un tuono.
“Qui, maestro caro, i vostri ragionamenti sul senso ultimo delle
cose non hanno corso. Qui, la vita si riprende se stessa, senza
degnarvi di uno sguardo di riconciliazione. Ma ora andiamo,
dunque”. Will diede uno strattone alle redini. La sua premoni-
zione di un mondo cresciuto a un breve tratto dal Globe, e le
sue cosmologie di cartapesta, gli toglieva il respiro.

278
IV.

Ciò che John Dee gli aveva svelato del cosmo, Will intendeva
ritrovarlo nella natura. Lo specchio della mente era, per lui,
solo una prospettiva distesa: l’eco di un suono lontano. L’aver
dato vita, sulla scena, a tanti caratteri, non gli bastava più; ora,
gli elementi stessi avrebbero dovuto assumere la maschera del
vero. Camminava curvo in avanti, lungo le sponde del fiume
che sembravano ritirarsi davanti ai suoi occhi. Il cielo traspa-
rente aveva i riflessi di uno sguardo ricambiato. Acqua e cielo
erano specchi di una rivelazione. “Così in alto, come in bas-
so”: gli aveva detto John Dee congedandosi, e quella perdita di
ogni appiglio sul limite umano del mondo gli pareva, adesso,
la chiave di ogni sentimento. L’anima umana era caduta da un
cielo puro. Il suo spirito, rinchiuso nella corazza del corpo,
palpitava picchiando contro gli spigoli del tempo. Liberarla,
lo si poteva solo svolgendo i sensi dalla pellicola nella quale
il tempo li aveva imprigionati. Avrebbe discinto sensi e corpo,
Will, sottomettendoli agli intenti di un mago capace della rive-
lazione. La purezza di un fanciullo sarebbe stata la prospettiva
del suo ultimo canto: il riconquistato diritto al silenzio.
Sulla sponda verso il mulino della gualchièra, stava un ragaz-
zo. Teneva una gamba ripiegata sotto l’altra, che faceva oscil-
lare sull’acqua. Sminuzzava tra le dita frùscoli di carta che poi
lasciava cadere nel fiume, dove, prima che la corrente li por-
tasse via, formavano una rosa dai margini via via più ampi.
Quando il tutto scomparve ai suoi occhi, il ragazzo intonò una
canzone su intervalli slanciati al cielo e poi declinanti, con una
vertiginosa discesa per gradi; quasi voci di anime che avesse-
ro scambiato l’uscio dell’inferno per la soglia dell’empireo.
Stava lì, il fanciullo del fiume, anche lui incerto sulla via da
seguire. Alzò gli occhi e lanciò verso Will un ultimo sbuffo di
carta, quasi cercasse una ragione per aprire ancora la mano in

279
un saluto.
Will mise il bastone nell’acqua, e pochi frammenti di quel fo-
glio vi si rappresero sopra. Vi lesse “le tue mani come ali” e
“della casa il tetto: gli parve di vedere una creatura tragica-
mente felice stendersi sopra il luogo della propria infanzia, a
proteggerla dal cielo”. Il ragazzo, intanto, si era alzato e si al-
lontanava dondolando i fianchi nelle brache su cui le sue mani
avevano impresso ventagli di pianto: parevano farfalle ingan-
nate da un lume troppo forte. Giunto alla svolta del viale, volse
un attimo la testa, e i suoi occhi mandarono in quelli di Will un
presentimento di pioggia, e la fioritura che presto avrebbe tolto
ai campi la loro sembianza di ricordi. Mentre Will lo segui-
va, il ragazzo remigava con le spalle, quasi si azzuffasse con
un’ombra di sé. Giunse ad una casa che pareva sfondata da una
cicogna cattiva con le sue zampe rostrate dal gelo. Un focolare
ridotto a cenere ancora fumante mandava al cielo spire gonfie
di risentimento. La paglia del soffitto precipitato al suolo la-
stricava la terra, avvolgendola nel cerchio di un dolore ormai
remoto. Lo sguardo del ragazzo andò ad una culla abbandonata
vicino al pozzo, quasi da esso potesse ancora venire la voce di
chi l’aveva abitata. Ora reggeva tra le braccia un’ombra, senza
più domandarsi se fosse o meno guardato. Il tempo scorreva
nel suo canto, dischiuso come un fiore dei campi.
“Godi di essere visto, e che di te si vada in cerca”: pronunciò
queste parole con lo sguardo fisso in avanti, quasi a cercare un
altro se stesso ironico e furtivo. Will era certo stesse declaman-
do qualcosa che aveva sentito prima che la spira del tempo si
fosse attorta su di lui. Fuggiva, quel ragazzo, da qualcosa che
nessuna domanda avrebbe potuto far riaffiorare. Ad un tratto,
richiamò Will con un cenno della mano. Tirandolo per la falda
della giubba, lo portò fino all’orlo del pozzo. Will vi vide un
velo cremisi ondeggiare a pelo d’acqua. Poche stille di piog-
gia, cadendovi sopra, lo facevano sparire e riaffiorare, in una
vicenda che il ragazzo accompagnava con risate e battimenti di

280
mani, quasi passasse davanti ai suoi occhi il carro multicolore
dei buffoni. Quindi si chiuse le braccia intorno alla testa, come
ali, e la tuffò in grembo a Will con tanta foga che egli sentì per
un attimo il sangue arrestarsi nelle vene. Il sole faceva dei cirri
sull’orizzonte getti di una pianta le cui radici stavano infitte in
un tempo salvo da ogni tramonto. I suoi riflessi si allacciavano
intorno alle stoppie del campo dove i roghi delle erbacce, coi
loro piccoli tumuli di pietre, sembravano il perimetro della cit-
tà celeste. Il ragazzo ridendo si riscosse da lui, e stringendo i
pugni all’altezza del viso allargò le braccia a raggiera, a far da
cornice al suo corpo. La sua bocca imitava il movimento con
cui i lattanti suggono il capezzolo: quel lappolare delle labbra
che sembra l’eco di un linguaggio dimenticato. Fu per voglia
di non guardarlo che Will si sporse sulla culla. La vide colma
di pagine e pagine su cui una calligrafia regolare come una
sentenza di morte aveva tracciato brandelli di parole: lacerti
di significati che stavano lì, con la bocca aperta, chiedendo al
tempo soltanto di decretare la loro fine. Il ragazzo teneva la testa
bassa; pareva si sentisse responsabile di quella confusione tra i
nomi il cui grido silenzioso gli aveva sconvolto il cervello. Se ne
andò correndo, e il vento gli sollevava la giubba sulla schiena.

“Non ci si può armare contro il tempo. Esso non si fa vedere da


noi. Per dannarci, aspetta solo che ce ne rendiamo conto”.
Will stava cercando di far alzare gli occhi a Richard Burbage,
cui l’idea di giocare con gli elementi faceva oscillare ancora
di più la pappagorgia mentre “le allegorie, Will, non sono che
semi resi sterili dal sole” sospirava pesantemente.
“Ciò che rimarrà di noi, sarà pur sempre un’allegoria.”
La sala dei Blackfrairs era tutta avvolta dagli stemmi principe-
schi. L’elevazione al baronato di venti famiglie scelte da Giaco-
mo tra la nuova aristocrazia dei proprietari terrieri ed i commer-
cianti, poteva essere il preludio ad una nuova guerra contro la
Spagna. Un masque che raccontava il combattimento tra Tempo

281
ed Eternità era stato, la settimana prima, accolto, in quella stessa
sala, da un silenzio imbarazzato: tutti vi avevano visto il velo
steso su di un divorzio tra mente e natura per effetto del quale
non si celebravano più i rituali di passaggio: le feste del solsti-
zio, il matrimonio tra i sensi e il tempo che si rigenera.
“Siamo al bivio tra la morte perenne e una rigenerazione che,
quando avverrà, noi non ci saremo più.”
“Una proposizione che eccede i limiti di ogni teatro, questa.”
Burbage aveva gli occhi a palla, fuori dalla testa, “come anten-
ne di un grillo sfuggito alla calura che pendendo da un ramo
disturbi i sonni del pastore”: così li aveva definiti Will, ai tem-
pi in cui le immagini fluivano da lui come ossessioni.
“E questo tuo dramma di natura, Will, quale teatro potrà mai
metterlo in scena?”
“Ad un’opera della rinuncia, non mancano mai i mezzi.”
Sì: sarebbe bastato un fondale su cui fare giochi d’ombre, e
due scogli a contenere l’illusione del mare. Al resto, sarebbero
servite le voci, e le trasparenze. Tutto era già successo, tutto si
era già compiuto: a Prospero non rimaneva che raccoglierne i
lacerti e farne un tempio.
“Ma insomma, non ti basta divertire e stupire? Del teatro, che
vuoi mai fare?”.
“Un luogo della memoria.”
Con un’alzata di spalle, Burbage mandò Will al diavolo. Già
quella divisione tra la plebe e la nobiltà: tra l’aria intrisa di sal-
sicce e fiati agliacei che si levava sul Globe e le svenevolezze
di fazzoletti tra mani, ai Blackfrairs, rendeva il compito dei
King’s Men non facile; ma ora, tutta quella metafisica nata da
un solo incontro tra Will e John Dee… E poi, quel mago, con
la sua fama di spia al servizio della Spagna, che altro intento
aveva, se non far risorgere i culti pagani laddove il sovrano
aveva inteso imporre la propria norma di fede? Una volta fatto
quel passo, sarebbe stato difficile tornare indietro.
Dee era caduto in disgrazia per aver lasciato troppo presumere

282
di sé. Chiudere in faccia le porte del cielo dopo averne fatto
trapelare il bagliore, è crimine che si paga con il non essere.
Era scomparso, Dee, dopo avere bruciato i suoi scritti. Ora, re
Giacomo voleva esorcizzare la sua casa. Padre Daniele, l’esor-
cista, era un domenicano uscito dall’ordine, e di cui il re si
serviva per i propri pronostici. Mescolato agli alchimisti e gli
indovini, stava a corte come l’icona del fallito Anglicanesimo:
troppo aperto ai più vari influssi per essere, insieme, una fede
e uno stato. Era anche ciò che rimproveravano a Will: troppo
ibrido, il suo teatro; risultante dall’imprestito dei più vari stili,
non avendone uno. Ma La tempesta era un mito; e i miti non
devono rendere conto a nessuno della loro provenienza. Una
folla stracciona e silenziosa si era raccolta per tempo davanti
alla casa di Dee. Si voleva vedere che cosa l’esorcista avesse
in mente di fare. Questi, giunto davanti alla soglia sormonta-
ta da un glifo nel cui cartiglio di marmo qualcuno vedeva le
corna attorte di un capro, si mise in ginocchio ed estrasse dal
giustacuore un’ampolla con cui schizzò abbondantemente le
pareti della casa. Ne risultò un fumigare salmastro che in breve
dimezzò le teste ciondolanti dei curiosi. Intanto la nebbia, che
aveva fin dal mattino colmato le sponde del Tamigi, prese a
riversarsi per le strade allargandosi a raso terra come un rimor-
so. Camminando, non ci si vedeva più i piedi. Presto padre Da-
niele scomparve dalle spalle in giù; solo la testa mandava certi
lampi terribili da cui l’esorcista stesso pareva abbattuto, e crol-
lava in catalessi per interi minuti. Fu allora che il mendicante
sbucò dal fondo del vicolo. Il vaiolo gli aveva reso la faccia
come una carta nautica lasciata in fondo alla botte del vino.
Una salsedine verdastra gli smangiava i lineamenti per metà, e
gli occhi ne sbucavano ad una differente altezza. Sulle tempie
apparivano i solchi dei ferri con cui l’avevano voluto trarre
alla vita, nonostante la natura stesse tentando di ricacciarlo
indietro: a quelli doveva la piega a sinistra della bocca, ed il
ciondolare di tutto il corpo da un lato. Quando, trotterellando,

283
fu all’altezza di padre Daniele, il suo naso ebbe uno scarto, e
si tirò dietro la mano. Lo schiaffo si accompagnò ad una sorta
di barrito che mosse al riso la platea. Nessuno dubitava che
Dee avesse sortito dal suo inferno qualcuno dei demoni con
cui si intratteneva a cena. Il frate allargò le braccia e rizzatosi
in piedi estrasse dal saio un grosso rosario di perle col quale,
facendolo roteare, percosse il mendicante sulla fronte. Questi
cadde in avanti, ed una striatura rossa prese ad uscirgli da naso
ed orecchie; allora la folla si fece avanti, e circondò l’esorcista.
Will non aveva visto di più, ma seppe che ci furono dei morti,
e che solo la carica della guardia personale di Giacomo aveva
evitato all’esorcista il peggio; pure, duramente percosso, era
finito per assomigliare da vicino a quel mendicante da lui la-
sciato tramortito al suolo.
“Si passa la vita a dimostrare quel che si è – considerava Will
camminando verso il Globe – e poi, quando ci si riesce, non ce
n’è più bisogno.”
Da quando aveva ottenuto il blasone nobiliare, Will, per me-
scolarsi davanti alla folla ammassata davanti al Globe, a co-
gliere quanto si veniva dicendo della rappresentazione data
il giorno prima, doveva ricorrere ad alcune precauzioni. Lo
spettacolo della nobiltà al passeggio era il passatempo prefe-
rito della plebe londinese. Ora, sembrava proprio un merciaio,
Will. Aveva una marsina azzurra tutta sforacchiata, e nastri di
stoffa gli pendevano dalle spalle, facendolo parere il gonfalone
di una nave. Da qualche tempo i drammi storici, al Globe, non
si facevano più: Giacomo aveva imposto le leggende piacevoli
di fate ed elfi. Il suo difetto più grande era quello di voler veni-
re non solo approvato, ma amato. Del proposito caro ad Elisa-
betta: l’unione di tutta Europa nel nome di un risorto pagane-
simo, alveo dove uomo e natura trovassero una rispondenza al
di là della morte, non era rimasto se non qualche spezzone di
pittoresche leggende. Storie per bambini, e per vecchi citrulli.
Ormai, le cose, si poteva dirle solo per sbaglio; di straforo,

284
aggirando con lo sguardo la prospettiva.
Aveva visto un teatro d’ombre, Will. Fu all’inaugurazione del
nuovo mercato della carne, rifatto, dopo l’ultima peste, coi ca-
nali di scolo e i banchi sollevati di un palmo, rispetto al selcia-
to dove grufolavano maiali e bambini. Un uomo in finanziera
grigia, con guanti di vitello avvolti fin sui polsini d’argento,
arringava la folla impugnando un bastone dall’impugnatura lu-
cente. Additava il modellino di legno di un teatro all’italiana,
con le sue logge inerpicate sulla facciata. Su un lato di esso
stava conficcata una manovella che la gente, dopo aver messo
un nichelino nelle mani del tizio, faceva girare, lanciando, al
contempo, gridolini d’ammirazione. Will volle provare, e vide
una piovra gigante sorgere dalle acque ed inghiottire un’isola;
poi la piovra si aprì, e dentro c’era l’arca di Noè. Un colpetto
sulla schiena gli fece sapere che il suo turno era finito. Il cuore
nero della natura, guarda un po’ dove si andava a cacciare: la
cosa lo fece ridere, e non riusciva a smettere.
“Di che ridete, straccione? non capite che d’ora in avanti l’uma-
nità, col semplice evocare le cose, avrà agio di sbarazzarsene?”
L’alterigia, in quell’individuo, aveva intessuto anche i suoi ve-
stiti: una marsina a losanghe culminante in un gran medaglio-
ne d’oro che costui carezzava alla fine di ogni frase, a mo’ di
punteggiatura. Il cappello a tricorno ondeggiava al vento come
una vela; ci prendeva gusto, a stirarne i capi con la mano ste-
sa. Forse, si illudeva che a smuoverlo fossero i suoi pensieri.
Si fissò su di un piede, e pareva il gallo dei venti. Stendendo
un dito per aria “sentite? c’è aria di tramontana”, disse non-
curante. Allora si levò la tempesta di vento. Per prima cosa,
mandò al diavolo il teatrino: prese a camminare per la piazza,
sulle sue ruote, travolgendo le bancarelle. I maiali tagliarono la
strada alla folla che si riversava in direzione opposta al fiume,
verso le vie più strette. Si rialzarono così sconciati dal braco,
tutti, che Will non dubitò la peste avrebbe rifatto capolino in
città. Quanto all’illusionista, rideva e batteva le mani, cosicché

285
fu giocoforza per lui, e Will che gli stava troppo vicino, pren-
dere la fuga. Scantonando per i vicoli e travolgendo ogni cosa,
guadagnarono infine la scala tòrtile di un angolo tra due case in
capo alla quale si dischiuse la soglia di una stanza triangolare.
Will trasalì: aveva la stessa forma del cappello che quell’indi-
viduo pareva usare a mo’ di sestante dei propri pensieri. Quan-
do venne preso per la manica e costretto a fissarlo negli occhi
grigi, stava già pensando a come uscire da lì, ma “infine, ci sei
– esultò l’illusionista con un tono che non ammetteva repliche
– Ho pur guardato come tu faccia dell’uomo il centro dell’uni-
verso, senza accorgerti che è morto da un pezzo”.
“Forse c’è qualcosa, in me, che vi induce a tanta confidenza?
Dimenticate come, quanto ho scritto, non mi appartenga più.”
“Non fare il saltafossi con me, ed assumiti il coraggio di quanto
si è compiuto nella tua fantasia. Sai: qui sei al redde rationem”.
“Non credo di dover rendere conto a voi delle mie intenzioni
poetiche.”
“Neanche di quelle che non si sono realizzate? o il tuo intento
era solo distrarre per qualche ora gli esseri umani dalla fatica
di esistere?”
“Il teatro, non è una teologia.”
L’importuno ospite ebbe un trasalimento che gli raggrinzì la
faccia tutta da un lato, quasi un colpo di vento l’avesse colpi-
to in tràlice. I suoi occhi neri pulsavano nella penombra della
stanza: “Dov’è Hamnet, Will? E quel ragazzo che tu preten-
devi lo sostituisse nel tuo cuore? Non ti atteggiasti, allora, a
demiurgo? sappi almeno accettare, adesso, la tua impotenza”.
Will era sbiancato di collera. Volse la testa al lucernario che si
apriva sul soffitto della stanza: le stelle pulsavano avvicinan-
dosi a lui, quasi attratte dal suono dei suoi pensieri. Quando
sentì la mano del suo ospite sulla spalla, gli fece l’effetto di
un vino cattivo: “ Eppure, al teatro, un tempo davi l’ambizioso
scopo della pace perpetua.”
“La polvere ricopre già da tempo gli allori di Elisabetta. Oggi,

286
possiamo solo inventariare le vestigia di quell’utopia”.
“Che ne sai, tu, del tempo? l’hai sempre ingabbiato nelle parole.”
Così dicendo, l’illusionista andò verso un armadio a due ante
dalle quali, dischiuse, tracimava un diluvio di carte. Prese uno
scartafaccio chiuso da un nastro su cui stava impresso il sigillo
di due leoni avvolti in uno stendardo e lo porse a Will “se vuoi
uscire di scena traendone un senso, questo fa per te”, dicendo.
Will ne osservò l’intestazione: Magia naturalis, seu de discri-
mine rerum.
“Dunque, ancora un trucco” commentò sorridendo apertamente.
“E sì che la relatività di ogni umano giudizio, quale traspare
dalle tue opere, dovrebbe averti insegnato a non trarre conclu-
sioni affrettate.”
“Qui non siamo sulla piazza delle arti e dei mestieri. Il mio
unico intento è stato la messa in scena della realtà”.
La risata lo sorprese, prima che irritarlo: “Ne parli come di
spezie esotiche da te, per primo, importate sui mercati. Tu non
sai quanti invisibili legami tra le cose ne tessono la trama. Così,
quando tu dici ‘è l’alba’, in realtà, si è già fatta sera”.
“Non rendiamo conto a nessuno dei nostri errori; soltanto così,
saremo liberi.”
Si allontanò nella sera, e fu fiero di non essersi voltato.

287
V.

La sponda del fiume Avon si chiudeva su due speroni di roccia


abbandonati dalla terra, ritratta in una lingua bigia. Il tempo-
rale era deviato di un attimo, quel tanto necessario ad aprire
una faglia nelle nuvole da cui la luce pioveva come una lama
nel cuore dell’acqua. Le trasparenze facevano uno specchio
dove Will scorgeva l’eco della propria impotenza ad interro-
garsi sul passato: stava lì, monumento funebre ai desideri, e
mutava prospettiva al tempo a venire. Non seppe se fosse nato
dall’acqua, o dal riverbero del cielo, quel trillo di panna sul
fiume. Gli risuonò negli orecchi, prima di farsi figura e mano
discesa sull’acqua per raccoglierne i lembi, come una veste da
camera buttata in un canto.
“Da tanto tempo ti aspetto, padre, che l’aria mi è diventata un
raspo sulle guance. Vedi? le ho tutte arrossate, e te lo dico per-
ché non pensi sia di pianto”.
Hamnet era due occhi azzurri aperti nel nulla, ed una voce rita-
gliata nella finestra del cielo. Per quanto reale e tangibile fosse
la sua presenza, solo il rimpianto lo faceva vivo. La sua voce
cadeva stillando dal cielo, quasi ghiaccio sciolto da un presen-
timento di primavera. Will se la sentiva nel cervello, e sapeva
che non avrebbe mai potuto risponderle.
“Ci ritroviamo su opposti fronti, padre mio? Io: la tua storia
più bella, e incompiuta. Non mi chiedi da quali regioni proven-
gono le tue storie, visto che anch’io, ora, vi abito?”.
Will era caduto a terra. La fronte premeva la roccia fredda, le
mani schiacciate al suolo; pareva fosse rimasto agglutinato a
quella pietra dalle concrezioni della pioggia e del vento, irre-
tito dal tempo in un abbraccio capace di svellere i suoi senti-
menti di uomo. Quando fissò in faccia l’apparizione, vide un
vecchio dalla mantella a punte convesse verso una sorta di cor-
done dorato nel quale il glifo di una creatura alata oscillava al

288
vento. Impugnava un bastone di frassino con su scritte parole
in un codice antico, fatto di picche e losanghe lesinate da un
accento così inumano che Will si sentì ghermito negli artigli di
un predatore. Però salmodiava nella sua lingua, quel viandante
che si era annunciato con la voce di Hamnet: “Il tempo dei pre-
sagi è finito – diceva – ora si tratta di licenziare i carpentieri, e
sperare che l’edificio resista ai venti.”
Stese la mano in avanti, a raccogliere quella di Will, che gliene
fu grato.
“Ancora un piccolo tratto, e ci ritroveremo insieme, a ridere di
tutto questo – riprese con un ammicco delle spalle – ma tu non
dimenticare i tuoi doveri verso ciò che ti racchiude in sé. I tempi
non hanno maturato la loro promessa, benché alla loro vicen-
da, nonostante tanto sgusciare nei mondi ulteriori, tu sia rimasto
estraneo. Ora, completa il tutto. Racconta ciò che sai”.
L’aria ebbe un tremolìo, come il rimestarsi profondo nel mare
quando un pesce predatore cattura la sua preda. Poi tornò compat-
ta, e Will avrebbe potuto vederci muoversi il suo stesso respiro.

“Un dramma nel quale gli elementi tutti, e le costellazioni, an-


che, siano protagonisti, e manifestino il loro segreto.”
Richard Burbage allontanava le parole di Will con un cen-
no della mano, come avrebbe fatto con un messo cui avesse
già dato la mancia: “Nessuno, nel pubblico, si innamora del-
le idee. Se le spogli nude, sono scheletri e manichini buoni
per appendervi palandrane. Dammi creature di carne e sangue,
Will: innamoràti, tiranni, pazzi alla ricerca del cavallo volante;
anche vecchie zitelle gialle come cardinali golosi: ma tienti la
tua filosofia”.
“L’ordine delle cose, Burbage, e il posto che in esso è destinato
a noi, sono romanzi più appassionanti di qualunque altro.”
“E che cosa indurrà la gente ad immolare tre ore del proprio
tempo per il tuo discorso sui pianeti?”

289
“La lezione che ne trarranno: l’accettazione della propria im-
potenza.”
La risata di Burbage sfrigolò da qualche parte del suo costato,
quasi una lancia ne avesse sfiatato il mantice: “Tu hai avuto,
fin dall’inizio, troppo successo, Will; ed ora, vuoi fare il salto
dal palcoscenico al mappamondo, come una pulce troppo sa-
zia. E dimentichi che le idee non hanno una faccia”.
Parlando animatamente, erano giunti di fronte alla “Locanda
del cinghiale laureato”. Burbage vi spinse dentro Will, che sta-
va già corrugando la fronte per rispondergli. Era consuetudine
dell’impresario rintuzzare le obiezioni riempiendo la bocca del
suo interlocutore con birra e manzo bollito. Inoltre Burbage,
mangiando, osservava un religioso silenzio. Stavano lì da una
buona mezz’ora, quando una voce querula li indusse a voltarsi.
“Due penny per comprare i calzoni alla mia rana, signori. Sa-
pete: domani è il suo palio”.
Era uno storto e camuso individuo cui la zazzera pioveva fin
sull’angolo della bocca rincagnata indentro. Tendeva una mano
dove i ragni avevano disegnato i percorsi della follia, e non pa-
reva intimidito dal lezzo che gli trionfava intorno.
“Bene, perbacco: la morte si è presa un damo di compagnia, e lo
manda in giro ad elemosinare anime” fece Burbage, divertito.
“Due penny, signori. La vostra anima, non so se vale altrettanto”.
L’importuno si era tolto la berretta di lana caprina, tutta piròli;
e videro che il suo cranio era stato inciso in due e poi rabber-
ciato nel mezzo, dove una sorta di cordolo osseo lo scalfiva
come la riga del merciaio fa con la pezza di stoffa. La sua
superficie era tutta ponfi e avvallamenti.
“Certo le idee, per camminarti lì sopra, devono indossare sti-
vali da soldato” osservò Will, ridendo.
“Oh, signore! le idee, io, le ho congedate da un pezzo; mi co-
stava troppo mantenerle in assetto da parata.”
Si inchinò verso di lui mostrando una gobba su cui si sarebbe
potuto issare il vessillo della disperazione.

290
“Will: ecco un sano correttivo alla tua smania di sublime.”
“Oh, no, Burbage! ricordi? ‘come in alto, così in basso’. Non
scambierei questa apparizione per la stessa regina delle fate”.
Porse cinque penny al mendicante deforme, che lo sorpre-
se spiccando una capriola in avanti e ricadendo nell’identica
posizione di prima: “La generosità, signore, fa fare un balzo
avanti al bilanciere del mondo, e ne scrolla i tàfani che vi si
sono posati sopra.”
“Vuoi dire: quelli che ti ballano la furlana sulle spalle, furfante
di un pezzente!” Burbage non sopportava di essere disturbato
mentre mangiava. Tuttavia, da come l’aveva mandato al dia-
volo senza complimenti, Will comprese che quel tizio gli stava
simpatico.
“Alla dio mercé, messere, tutti i tàfani che hanno presunto di
essere miei ospiti, sono già morti di fame. Inoltre, non amava-
no la mia orchestra di topi, alla cui testa mi esibisco ogni sera
nel mio tombino sotto al mercato delle pelli. I tàfani, si sa, non
gradiscono le pavane”.
“Dunque, è grazie ad un tombino che non ti salutiamo in cima
al ponte di Londra, oscillante al vento dalla tua forca nel men-
tre, alla nostra partenza, afflitto invochi ‘no, no’?”
“La morte è una vecchia cisposa con cui ho pareggiato i miei
conti nascendo.”
“Ha detto, ed io postillo: in gloriam tuam canam – esclamò
Will spingendo per aria le vocali obese, dalla sua bocca piena
– Hai mai fatto teatro, tu, zio dei balordi?”.
“Sul mio cuore, che non feci mai altro.”
“Sai bene, dunque, dove il diavolo ha la coda?”
“Con il diavolo, ci siamo spartiti il territorio fin dall’inizio. Lui
mi paga tributo, ed io lo lascio in pace – e il gaglioffo lanciò
un peto che attraversò l’aria rullando come una biglia – Qua-
lora poi mi dia uggia, lo posso sempre stordire con queste mie
carole di serafini”.
“E hai un nome, o assumi volta per volta il tuo patronimico

291
dall’ultima bottiglia vuotata?”
“Kàliban mi dicono, signore. Di moresca origine E vidi più
volte, bambino, mia madre impalata dalla feccia londinese, per
un certo mestiere cui fu devota. Così si ritorsero su me le usan-
ze dei miei simili”.
“Mai si vide moresco dalle carni più stinte.”
“La nebbia, milord… Soltanto la gobba, lo scrigno della mia
miseria, è rimasta nera. Del resto, è il mio capitale di famiglia”.
“Penso che farò di te, Kàliban, se mi permetterai di studiarti a
fondo, l’eroe di un dramma.”
“Will, sei pazzo”: Burbage allungò la mano sulla tavola, ad arti-
gliare il polso dell’amico; nel frattempo, il gobbo osservava tutta
la scena con le labbra all’ingiù e i sopraccigli ad arco, che pareva
la Bocca della Verità all’entrata di un giardino delle delizie.
“Kàliban sarà le spezie con cui insaporirò il nostro piatto.”
“Spezie? neppure le muffe verdognole dentro cui nuotano que-
gli esserini cari a chi degusta certi formaggi richiedono un palato
fine, ovvero corrotto, come quello buono a farsi piacere costui.”
“Il che, in bocca tua, Burbage, è un bel complimento.”

Per la prima volta, Will si era ritirato a scrivere a Stratford.


Anne aveva mantenuto il suo viso di ragazza, ma il corpo, dai
fianchi in giù, si era carenato come una nave alla rada. Teneva
i piedi gonfi avvolti in pezzuole calde, che Will doveva tuffare
ogni ora nella grande pentola al centro della stanza di soggior-
no. La puzza dei linimenti impregnava tutta la casa. Le figlie
crescevano ispide come porcospini. Sapevano che tutto il pa-
trimonio del padre sarebbe andato, un giorno, ai loro sposi, e
l’avidità delusa le rendeva acide. Will sapeva che La tempesta
sarebbe stato il suo congedo dal mondo. L’aver dato vita a molte
vite, lo aveva espropriato della propria. La stanchezza mortale
lo avvolgeva nel suo bozzolo di madre, ed era così potente da
annegare nel suo seno anche la disillusione. Tante opere scrit-
te, gli avevano dato il blasone, la ricchezza e una casa di sua

292
proprietà, ma non l’avevano fatto avanzare di un passo verso
il senso del mondo. Ora, quel senso, gli pareva una musica: la
musica della rinuncia al senso. Kàliban sarebbe stato il basso
continuo, Ariel la modulazione perenne, e Prospero il maestro
di ogni concento. “Le opposizioni sono l’anima delle cose”:
così gli aveva detto John Dee. Di avere barattato il proprio ta-
lento con il facile successo del teatro, gli dispiaceva. Fosse sta-
to meno amareggiato dal destino; non avesse dovuto scontare
cinque minuti di piacere insieme a quella donna più vecchia
di lui con un’intera vita di rinuncia all’amore: forse, allora, il
poeta di Venere e Adone e dei Sonetti sarebbe stato ricordato
per sempre. Il teatro, non era arte: le compagnie compravano
i canovacci, li spremevano mutilandoli e incrociandone tra di
loro i moncherini fino a che il pubblico non finiva nauseato dal
loro effetto; poi, non ne rimaneva se non qualche battuta che
vecchi tromboni di attori rimbecilliti dal continuo improvvisa-
re non riuscivano a schiodarsi dalla testa. Puzzavano di birra,
quei suoi copioni, e dell’acqua marcia dell’idropisìa.
Will non aveva mai composto i suoi drammi fantasticando
durante lunghe passeggiate. I vapori alchemici delle passioni
richiedevano un tetto, per condensarsi in parole. Ma ora, era
diverso: doveva percepire il moto delle stelle, e il tremolare
del cielo quando muta il corso dei venti. La tempesta avrebbe
dimostrato che le idee possono essere passioni; ma perché que-
sto succeda, è necessario sostare sulla soglia della vita: vol-
gersi per un lungo sguardo lontano, e il rituale degli addii. Sul
fiume, un barcaiolo teneva in bilico il carico ondeggiando una
lunga pertica che poi, quando sentiva la barca stabile, ficcava
in acqua per spingersi avanti. Will pensò che anche nel teatro
le cose andavano così: bisognava bilanciare tutto; solo quando
ogni sentimento era in equilibrio, l’azione poteva andare avan-
ti. Per molto tempo, aveva dato troppa importanza alle parole;
ora, gli sembravano i manichini sul trespolo di una bottega
di sartoria: tutti pieni di spilli, e di pezzuole senza forma che

293
gli cadono dagli arti. In fin dei conti – pensava – la natura del
mondo è il ritorno delle cose su se stesse. Ma questa volta, era
diverso: questa volta, avrebbe soltanto ascoltato.
Anne stava rimestando l’orzo dentro la botte della birra, traen-
do spiritelli acri dalla materia densa. La manica della veste ar-
rotolata sulle braccia, i muscoli guizzanti e lucidi contro la luce
color miele della vetrata, diedero a Will una fitta di risentimen-
to: se solo si fosse resa degna di amore, non ci sarebbe stato
bisogno di alcun teatro. Elisabeth, la figlia di Susanna, giocava
nell’aia insieme a William Walker, il figlioccio di Will. Cresce-
vano insieme, dondolandosi a un metro da terra sull’altalena
dell’indifferenza: la loro, al fatto di essere nati; quella di Will,
alla loro stessa indifferenza. Elisabeth, biondina pallida, por-
tava un fiore disegnato sul viso: dono di William Walker per il
suo compleanno. Lui, più grandicello, aveva gli occhi grigi e la
fronte spiovente, come l’angelo della redenzione sulla faccia-
ta di certe cattedrali. Will sentiva che lei l’avrebbe volentieri
ucciso. Tutti quei risentimenti avevano allacciato i loro viticci
fin sul tetto di casa: erano il tralcio di pimpinella sulla facciata
scrostata da troppi sguardi bassi, al momento di varcare la so-
glia. Will si guardava intorno. E scopriva che, da lì, non si era
mai mosso. Artificio della sua viltà ad esistere, il teatro. Ora,
tornato ragazzo, lì voleva restare. Ripetere all’indietro, pur se
in prospettiva falsa, quei passi nel mondo di cui aveva avuto
paura. In quel momento Susanna, che stava allacciata a Elisa-
beth come fosse stata la sua placenta, si sciolse da lei e venne
verso il padre. Lo prese per mano e lo condusse in un angolo
della stanza. C’era un uccellino morto. Passando per la finestra
aperta, attratto dai chicchi d’orzo, doveva aver battuto il capo
nella trave seminascosta dalla madia. Susanna lo indicò col
dito, e sorrise. Allora il ragazzo Will vide passare il carro dei
comici, di fronte alla finestra di casa. Salutò di nuovo i suoi, e
riprese la via di Londra.

294
VI.

“La magia non è materia per il teatro. A nessuno importa se la sua


vita sia dominata da un genio benefico o da un bambino idiota”.
Will aveva voluto incontrare di nuovo John Dee. Ora, mentre
il mago gli esprimeva il suo dissenso su La tempesta, cammi-
navano tra la folla, verso la piazza antistante la reggia di We-
stminster. Volevano vedere impiccare due gesuiti, che si erano
introdotti a corte come precettori, ed erano spie della Spagna.
La folla ruscellava intorno a loro. Molti portavano alti sulla
testa dei cesti su cui, al momento giusto, sarebbero saliti in
piedi. I salsicciai e i mercanti d’acqua trascinavano i loro trè-
spoli di buon passo. L’esecuzione capitale era stata annunciata
soltanto la sera prima, e non c’era stato tempo per i soliti rituali
di festa.
“Un tempo erano gli attori, a finire impiccati per queste cose.
Quando non gli ficcavano un pugnale in mezzo agli occhi, du-
rante risse montate ad arte, in osteria”.
“Sappiamo tutti, Shakespeare, come l’arte tragica sia oggi ca-
duta in discredito”.
Dee indossava una finanziera che lo faceva sembrare un prete
cattolico. Aveva gli occhi pesantemente bistrati: i cerchi e le
linee sul naso gli davano un che della cornacchia. Will si chie-
deva come pretendesse, in questo modo, di sfuggire all’atten-
zione delle guardie regali.
“Eppure dovreste saperlo, che mettersi in mostra sulla scena è
il modo migliore per non esistere”: quell’uomo aveva la virtù
di anticipare le domande. Per lui, il mondo era un’eco dei suoi
solilòqui.
Ora la folla si stava schiacciando sull’argine del Tamigi, lad-
dove un barcaiolo scaricava covoni compatti di gente che ave-
va ammassato a forza di spinte.
“Questa esecuzione, Shakespeare, promette di essere la più

295
memorabile da quando il boia sbagliò la corda, e quel toro di
un Dunstable cominciò a correre col cappio al collo per tutta
la piazza.”
“L’hanno finito a bastonate. I padri mettevano il bastone in
mano ai bambini, perché glielo dessero sulla testa”.
“Una gran festa popolare, sollievo ai tempi agri.”
Ai margini della piazza avevano allestito la gabbia degli orsi.
Stavano legati alle sbarre. La catena gli chiudeva il collo in
una morsa che lo scarnificava fino all’osso. Eppure si avven-
tavano vicinissimi l’uno all’altro, le fauci spalancate; quasi vi
fosse davvero collera, in loro, piuttosto che disperazione. In
tempi recenti si erano viste anche iene lottare tra loro. Fischia-
vano come serpi, e fino a che non vedevano il sangue pareva
giocassero. I cartomanti suonavano la loro trombetta con un
suono solo. Sapevano indovinare le angosce segrete a colpo
d’occhio: ne traevano pronostici sulla salute che, a differen-
za di quelli degli speziali, avevano il pregio di non mandare
all’altro mondo. Alcune baracche di legno nascondevano gli
aborti di natura: gli uomini dalla testa di cane, e le donne-sire-
na, dalla schiena coperta di squame.
“La natura, è quando fa troppo, non quando viene meno a se
stessa, che crea i mostri” osservò il mago.
Il condannato passò sopra una carretta scoperta. In bocca,
aveva la mordàcchia che, perforandogli la lingua, doveva im-
pedirgli di bestemmiare. Il colletto della camicia gli era stato
tagliato con chirurgica precisione.
“Si sa che, quando cominciano a tagliarti i panni addosso, il
cappio è già lì a due passi. Se volete vedere la scena, Shake-
speare, potete arrampicarvi sulle mie spalle. Magro e alto come
sono, non c’è nessun podio migliore di me. Ma certo, voi avete
messo in scena cose simili tante di quelle volte… Piuttosto,
tirerei su volentieri quel bambino là – e Dee additò un esseri-
no cencioso che approfittava di tutti quei nasi in su per sfilare
via i lacci di cuoio dalle scarpe della gente – Destro com’è, se

296
solo vede che la giustizia regale fa dell’omicidio uno spettaco-
lo edificante, non avrà più freni”. Dee fischiò con due dita, e il
bambino alzò la testa verso di lui. Ad un cenno della sua mano,
fu subito lì. Ci sperava. Non aspettava altro. Will aveva sem-
pre preferito osservare il mondo attraverso i suoni. Gli effetti,
più che le cause, erano il suo campo di osservazione. Dunque,
attese ancora una volta che l’urlo della folla lo riscattasse dalla
sua passività.
Sulla via del ritorno, aspettò che Dee desse una testimonianza
di pietà. Camminava con la schiena curva davanti a lui, e cal-
cava per terra la direzione dei propri pensieri.
“Dee: non credete che la folla accorra in massa perché spera
sempre in un gesto di clemenza? nella grazia di re Giacomo?”
“Piuttosto accorrono, direi, per essere ben certi che, al posto
del condannato, non ci stanno appesi loro. Non vi pare un buon
motivo?”.
“Imitano solo i comportamenti degli altri.”
“Ecco perché il vostro teatro andrebbe proibito.”
“Ma io lo riscatterò. Ne farò il tempio di una nuova fede. Poi,
pacificato, abbandonerò ogni finzione”.
“E chi mai si prenderà la briga, vecchio qual siete, di insegnar-
vi la verità?”
“La morte, amico caro. La morte”.

Will divideva ormai il suo tempo tra Londra e Stratford. A


Stratford scriveva, e non parlava con nessuno; a Londra cer-
cava la gente, ma dal cervello non gli usciva nessuna idea. Il
giorno che trovò Kemp riverso per strada, tirava un vento di
infilata dal Tamigi che gli uccelli finivano stecchiti prima di
raggiungere il canneto del parco di corte. Kemp aveva un lab-
bro spaccato, e gli occhi fuori dalle orbite.
“Lo tenevo in pugno, Will, quello strozzino, quando, ad un
tratto, mi si è divincolato girandosi di scatto.”
Will gli porse la mano come avrebbe fatto con una gran dama

297
intenta a scendere di carrozza. Kemp la arpionò con l’istinto
del cieco in bilico sul pontile e “nessun mestiere anchìlosa di
più che quello dell’attore – fece gemendo per tirarsi su – Me-
glio sarebbe inguainarsi le gambe in una calzamaglia da can-
tiniere, o portare pacchi sulla testa fino ai moli, che scatarrare
versi in velocità ben sapendo che in testa non ce ne resteranno
che i bozzi degli accenti: i catenacci del loro senso”.
“Ti sei, per caso, prestato ancora a qualche commedia pastorale?”
“Che la peste ti mandi davanti a casa un mendicante guercio!
Ho trovato in campagna una cameriera con un bel faccino, e
mi son messo in testa di farne un’attrice. Con la sola spesa del
corredo, mi son condannato a recitare sotto una botola per il
resto della mia vita. Faccio l’oscena Lussuria in un racconto
morale, e mi tocca veder recitare i piedi di pomposi comme-
dianti per due ore intere, prima che la mia epifania faccia giu-
stizia di loro”.
“A meno che gli strozzini non ti scoperchino la botola prima
ancora che il dramma cominci.”
“Per gli dèi del cielo, c’è più gusto ad esser giudei.”
“La freccia che ferisce, è anche quella che risana, Kemp.”
A quelle parole, Kemp balzò al collo di Will; lo scrollava come
sperasse di veder cascare dalle sue orecchie ducati sonanti: “Se
hai un ruolo per me, non giocare a Mastro Imbecca. Hai la ruo-
ta del tempo che ti danna, e non mi hai ancora messo in bocca
parole di cui non mi sia dimenticato alla prima sbornia”.
“Oh, sì: nulla, nel mio teatro, è meritevole di memoria. Vedi?
per esempio, adesso, ho dimenticato perfino il tuo nome”.
“Che le ali dell’angelo sterminatore ti faccian da soprabito in
questi giorni di vento, Will. È la mia morte, che vuoi?”.
“Solo se poi rinasci sotto forma di Ariel.”
Kemp si era incamminato al trotto sulle orme di Will; allo-
ra questi si accorse che zoppicava: trascinava la gamba destra
come fosse stato uno dei suoi tanti figli illegittimi.
“Ariel è l’eterno mutare di tutte le cose. Il demone che giocan-

298
do disfa e poi ricompone la geometria dell’universo”.
“Se finiamo sul rogo, sappi che all’inferno tu avrai la vitiligi-
ne, ed io sarò la tua camicia di fustagno.”

Non era un’apoteosi: piuttosto, la fine di un sogno, quel La


tempesta che gli girava in capo. Osservando i covoni ancora
una volta impilati sulle stoppie, per la festa di San Giovanni,
quando le girandole di fuoco piovendo dal buio annunciano il
solstizio d'estate; vedendo come, a Stratford, nulla era cambia-
to, e tanto meno lo sarebbe stato dopo la sua morte: allo sco-
prirsi effimero, Will avvertiva un brivido di piacere scorrergli
giù per la schiena. Dov’era, allora, la responsabilità morale
delle false vite cui aveva dato corpo? In ogni messinscena, egli
era nient’altro che il primo spettatore. Nessuna serenità è mag-
giore di quella che viene dal sopravvivere a se stessi. Aveva
dato corpi a mondi umani dai quali si apprestava ad uscire,
senza aver goduto del suo soggiorno in essi. La sua natura di
viandante era scevra da ogni impurità. Come la salamandra
confida, per il dischiudersi delle uova, nel solo calore del sole,
la sua ultima opera sarebbe stata confidata alla natura. Alla
natura, ed alla necessità dei tempi.
Will stava portando Elisabeth e William Walker alla scuola di
grammatica. L’edificio, dai giorni in cui lui vi aveva imparato
poco latino e ancor meno greco, era rimasto immutato; solo,
i rampicanti avevano imbozzolato del tutto le finestre a trìfo-
ra, cosicché l’edificio sembrava, nella nebbia, la vestigia di
un tempio sfuggito all’attenzione dei barbari. Will risentiva
l’odore del legno muffito, e sulle nocche la bruciatura della
bacchetta, quando sbagliava una concordanza tra soggetto e
verbo. Nessuno gli aveva raccontato, in quei giorni, perché
Cesare, nelle idi di marzo, se ne andò tranquillo al suo suppli-
zio. Che l’indifferenza alla morte fosse l’unica lezione, nella
vita, degna di essere imparata, lo aveva scoperto scrivendo il
Giulio Cesare. Fingeva nei propri eroi sentimenti la cui ele-

299
vatezza egli era ben lungi dal provare; così, a forza di recitarli
dentro di sé, gli era riuscito di apprenderli. Ma ora i bambini
si divincolavano da lui. Gli era stato detto che Will, nella loro
scuola, non si era fatto troppo valere; e poi non volevano farsi
vedere a venire condotti per mano. Will li osservò volare nel
vento, e si sorprese a considerare quanto poco si sentisse re-
sponsabile della loro felicità. Forse, il far figli serviva proprio
a quello: deporre il proprio fardello di responsabilità, al co-
spetto della vita. Il sole scendeva sui campi nei quali un aratro
e una greppia, ombre sul giallo arso, evocavano con l’ombra
la prossima notte. Will si sentiva stanco: un’altra sortita an-
cora, e poi avrebbe deposto lo scettro di ogni incantamento.
Finzione, la vita, più profonda di ogni altra finzione. Tornando
verso il fiume, sentì che gli facevano male gli occhi. Ci passò
una mano sopra: erano coperti di una pellicola di pianto, quasi
si fosse svegliato soltanto in quel momento. Osservò lo scor-
rere dell’acqua. In un fiume, aveva annegato la sua eroina più
pura: Ofelia, la ninfèa. Per una volta, aveva voluto preservare
chi amava dalla catastrofe del dramma. In Cimbelino, invece,
c’era un bimbo che riposava nella terra. Nel fuoco ardevano
tutti: i suoi eroi antichi. Ora, sarebbe stata la volta dell'aria.

300
VII.

“Forse la realtà è soltanto un’idea che ci siamo fitta in capo.


Un batter di ciglia, e non c’è più”.
“Se è un modo perché io non ti venga a cercare, quando, al
momento di versarmi il mio compenso, ti darai alla macchia,
non è ben trovato, Will.”
Richard Burbage aveva accettato di fare Prospero. Kàliban, il
mendicante, lo infastidiva con la sua puzza d’aglio e, soprat-
tutto, l’abilità nello sfilare la borsa coi ducati di sotto l’ascella
di chi gli stava recitando vicino. Poi, i soldi, li restituiva, ma
diceva che gli serviva per “tenersi in esercizio.” Avevano chiu-
so il Globe per un mese, durante il quale il freddo non aveva
allentato la presa. Perfino il nevischio era venuto – e si era di
maggio – a dimostrare che gli spiriti dei venti non gradivano
“li si prendesse in giro”: così parlava Kàliban.
“Che poi, Will, questo Prospero, è o non è un impostore? vo-
glio dire: la storia della tempesta suscitata dai suoi poteri, gli
serve per farsi bello con Miranda.”
“Vedi, Burbage? lui è mago nella stessa misura in cui tu sei
attore.”
“Tu, Will, hai studiato troppo da avvocato, per fare il dram-
maturgo.”
Le prove procedevano, a parte quanto detto, in buona armonia;
per cui l’irruzione degli armigeri e dei giureconsulti di re Gia-
como giunse con tutta l’enfasi auspicata da chi l’aveva ordita.
Un messo in un corpetto di velluto nero recante impressa in
smalto la corona regale svolse un lungo proclama arrotolato
nel quale la “clemente sovranità” denunciava le “arti alche-
miche e la magia nera volta a sovvertire l’ordine dello stato
e della sua chiesa” che nel Globe, “col pretesto di un’azione
scenica”, si coltivava “lungo i rami di John Dee, e la sua ben
nota intesa con la potenza spagnola per togliere all’Inghilterra

301
il favore del cielo.” Seguì l’arresto di tutta la compagnia. Ven-
ne condotta alla Torre. Il solo Will, bendato, fu fatto salire su di
una carrozza e portato in cerchio per Londra una buona mez-
z’ora, perché non potesse accorgersi della sua vera destinazio-
ne. Quando arrivò, era l’imbrunire, e il freddo gli si arrampica-
va fin sulla schiena, come una scimmia. Venne scaricato in un
fienile; qui gli fu tolta la benda, ma gli legarono mani e piedi.
Non lo interrogarono fino al mattino dopo. Un uomo alto, e
che camminava in un modo che a Will parve familiare, giunse
scortato da due armigeri, che subito congedò con un cenno del-
la mano. Era mascherato con un dòmino nero arricciato in due
ali distese sul volto. Se lo tolse, e Will riconobbe John Dee. La
sua prima reazione, fu un moto di ribrezzo: “Ci sono modi più
eleganti perfino nel doppiogiochismo. Non trovate?”.
“Amico mio, siete in torto; e ciò mi procura solo pena, ve lo
assicuro. Non pensavate che il teatro fosse uno strumento trop-
po potente, per potervi affidare certe intenzioni… cosmologi-
che?”. Pronunciò quest’ultima parola con una smorfia sul volto
che voleva essere d’imbarazzo, ma che trascese subito nel sarca-
stico. Will vi riconobbe la stigmate della sua natura doppia.
“La natura del tuo intendimento, spia, è solo rifarti una vergi-
nità agli occhi del re.”
“Di questo, dovrai convincere chi verrà incaricato di esplorare
la natura delle tue arti magiche.”
“Dove sono i miei compagni?”
“Alloggiati dove gli spiriti dei venti, se veramente ti sono amici,
non avranno difficoltà a penetrare, per portarti, poi, loro notizie.”
E così dicendo, Dee impresse al mantello una ruota, come un
pavone in amore, e si volse sui suoi passi.
Per tre giorni Will non vide nessuno, se non chi gli portava i
pasti. Le gambe gli dolevano, e una trìfora da cui il sole pio-
veva già alle sei del mattino gli impediva di dormire, quando
il freddo, finalmente, stava allentando la sua presa. Quella le-
gnaia in cui lo avevano precipitato doveva essere stata un tem-

302
po, a quanto pareva, una chiesa. Non sapeva perché, ma non lo
stupì veder giungere Kàliban. Era solo, senza scorta. Libero.
Trotterellava quasi sulle mani, per giungere prima. Allorché
fu a tiro di voce “esiste maggior fortuna sulla terra, zio mio
– disse strascicando le consonanti e insaponandole di ipocrisia,
quasi fossero fili per acchiappare i tordi – che praticare per
mestiere ciò che si ama con passione?”
“Per esempio: la squallida impostura della miseria?”
“No, zio mio – Kàliban agitò le mani davanti alla faccia di
Will, come volesse constatare se il sole lo aveva istupidito –
Bensì, la raffinata estetica della delazione, che richiede tattica,
trasformismo e arte scenica”.
“Ho una sola domanda: perché?”
“Perché mi hanno pagato. Dee vuole rifarsi una reputazione.
Non c’è miglior modo per togliersi le macchie dalla coscienza
che scrollarle su quella degli altri. È il principio del cane rab-
bioso sotto la pioggia: non lo conoscevi?”.
“Non vedo che cosa mi si possa imputare.”
“Già una volta, ricordi? hai travalicato i limiti che si conven-
gono al teatro. Fu prima della congiura di Essex, allorché met-
testi in scena il Re Giovanni. Ed ora, questo compianto sul-
l’utopia pagana di frate Giordano, e della sua protettrice su
questa terra: la nostra beneamata Elisabetta…”.
“Il teatro non può parlare di cose attuali; e la mia, è una fiaba.”
Kàliban lo scrutò in volto quasi offeso. Quel discorso, gli pa-
reva un insulto alla sua intelligenza: “Non c’è nulla di più at-
tuale del senso dell’esistere. E tu, ne hai fatto un discorso da
teatranti”.
Quando si allontanò, oscillava la gobba lentamente: la trista
sarabanda del suo destino.

Per l’interrogatorio di Will era stata scelta la stessa sala dei


Blackfrairs in cui la compagnia si esibiva a corte. In un ulti-
mo soprassalto di dignità, Dee aveva chiesto di non far parte

303
della giuria. Questa era composta da filosofi e scienziati venuti
da ogni università europea: da Salamanca a Praga. Giacomo
cercava di togliere dalla propria investitura ogni traccia di so-
prannaturale. Will, capriccio della noia di corte, si era spinto,
ancora una volta, troppo in là. La linea di difesa del dramma-
turgo apparve chiara fin dal principio: il teatro era lo studio
dell’animo umano, e dei suoi umori. Quando un gesuita alto e
sottile come un pensiero osceno – così parve a Will – si fece
avanti citando a memoria passi interi dei suoi copioni, c’era,
nella sala, un silenzio ovattato di insofferenza. Che i gesuiti
venissero ascoltati, in quella corte, era ritenuto, dai più, inam-
missibile. Eppure, a mano a mano che quel vecchio spaurito
parlava, agitando le lunghe braccia remiganti, nell’uditorio si
accendeva quell’astio che altro non è se non un travestimen-
to della curiosità. Dapprima, fu preso in esame il filtro che
frate Lorenzo dà a Giulietta: esso dimostrava la familiarità di
Shakespeare con la magia naturale. Allo stesso modo, la schi-
zofrenia dei sentimenti attraverso cui Amleto riduceva Ofelia
alla pazzia e il suicidio, attestava gli studi del drammaturgo sul
magnetismo psichico. Molti altri passi vennero esplorati: dalla
“magia d’amore” di Cleopatra al “demoniaco ipnotismo” di
Riccardo III, capace – nelle parole del gesuita – di “plagiare il
cuore di ogni donna, ad onta della sua bruttezza e crudeltà.”
Will non intervenne mai, e si rifiutava di rispondere alle do-
mande. Osservava il tutto col fare distaccato che un creatore ha
per la propria opera, quando scopre che non gli appartiene più.
Del resto, se si era dedicato al teatro, era proprio per liberarsi
di tutto ciò. Vennero ascoltati come testimoni gli attori delle
compagnie avversarie. A sentir loro, non recitare con Will era
stata una scelta dettata dalla “coscienza cristiana e l’amor di
patria.” Fu l’unica occasione in cui Will rise: tutti quei guitti,
erano noti per saper azzoppare i versi che finivano in bocca
loro meglio di come un cocchiere ubriaco, se gli fischi, az-
zoppa il suo cavallo. Si sentiva a teatro, Will, e godeva della

304
commedia umana. Mai si sarebbe aspettato di veder giungere
Francis. Sapeva che, in quanto Lord Bachelor appena scam-
pato ad un’accusa di concussione, non poteva più frequenta-
re le vecchie compagnie; altrimenti, sarebbe stato accusato di
favoritismo per ogni mancato pignoramento. Fu una specie di
fulmine nella sua testa: solo allora, al vederlo con il cordone
d’oro al collo recitare il ruolo dell’uomo che sa stare al suo
posto, Will comprese perché avesse accettato di snaturarsi a
quel punto. Francis sapeva che il teatro era morto. La nuo-
va fede, con il suo fare del successo in terra un simbolo del-
la predilezione divina, aveva ucciso per sempre lo spirito del
gioco. Will, lo processavano perché non se ne era accorto. La
tempesta appariva, a quella gente, una sovversiva fantasia di
restaurazione.
All’entrata del Lord Bachelor, la giuria si alzò. Certuni pare-
vano sorpresi di vederlo coinvolto in quel meschino proces-
so. Intorno a lui aleggiava sempre quella paura silenziosa che
sempre incutono coloro che, sapessero qualcosa su di voi, voi
sareste gli ultimi a saperlo. Francis avanzò fino al centro della
sala. Non guardò Will neppure per un attimo. Will sentiva che
l’amico stava correndo, per lui, un grosso rischio; allora si ri-
cordò di quanto il teatro come linguaggio segreto fosse stato,
prima di tutto, un’idea sua, e si dispiacque delle difficili prove
che la vita gli aveva riservato.
“Signori della corte, colleghi filosofi, e voi, amici del governo:
solo tre domande, io chiedo a voi il privilegio di porre all’in-
quisito – dai banchi si levò un brusìo che a Francis, per inter-
romperlo, bastò un cenno della mano – So di non vantare nes-
sun titolo per fare ciò se non avere a lungo indagato i fantasmi
che si formano nelle opinioni della gente, allorché qualcuno vi
proietta sopra i propri intendimenti – il mormorìo, ora, divenne
uno sciame d’api – Naturalmente, sto alludendo alla pratica
del teatro: la maniera con cui essa agisce sull’umano senno”.
Il brusìo si sciolse nel gorgogliare acqueo di un’approvazione;

305
allora Francis si diresse verso il seggio dell’imputato. Will vide
che lo fissava al di sopra della fronte, quasi non volesse incon-
trare i suoi occhi: era lì, il bilanciere del gioco di equilibrio.
“Certuni considerano il teatro un semplice gioco di passioni.
Altri, vogliono conferirgli il valore di un discorso metafisico
– Francis si rivolse ilare verso gli scranni della giuria, e tan-
to ammiccò che strappò a tutti un cenno di complicità – Noi,
che siamo adusi alla ricerca sui princìpi che reggono la natura,
e a penetrare gli intendimenti suoi, sappiamo bene quale fol-
lia riposi in tanta presunzione – un vecchio cisposo dalle cui
orecchie uscivano ciuffi bianchi d’ovatta mimò con le mani
un applauso – Se io ora, illuminati filosofi, nel dare la parola
a questo teatrante, esito, la ragione sta nell’uso improprio che
costui ha già più volte osato della santa dialettica; persuaso
com’è che sia lecito, in scena, far cozzare tra loro le idee come
i Saracini nelle giostre delle fiere – ora Will poteva avvertire
il risentimento della corte come una pellicola sulla sua fronte
– Eppure, è d’uopo che io inizi il mio interrogatorio, e mi con-
forta il sapere che il raggio della vostra mente non può venir
deviato dalla convessità di nessun pensiero”.
Francis aveva dato le spalle a Will. Questi si era accorto che
le sue spalle, in un certo modo, gli sorridevano. Erano basse,
rilassate, come quelle di un acrobata prima della capriola sul
filo. Così, quando Francis si rivolse di nuovo a lui, le regole
del gioco erano state stabilite: “William Shakespeare, vi rico-
noscete nell’accusa? intendete, voi, farvi profeta di una reli-
gione nuova?”
“I riti pagani, milord, sono antichi quanti il mondo. Rievocarli
sulla scena, è soltanto un gioco erudito”.
“Un gioco che la plebe, ben presente ai vostri svaghi, può fa-
cilmente scambiare per un atto di fede.”
“Lo scopo di un poeta è soltanto recar sollievo alla noia del
mondo.”
“Anche quando voi, nel Giulio Cesare, inscenate un regicidio

306
ordito in nome di un’astratta libertà? una libertà che è solo un
vacuo istinto; quasi fosse, putacaso, la voglia di grattarsi lad-
dove prude?”
“Vi ringrazio, milord, per aver così ben compreso la febbre
selvaggia che, nel mio dramma, muove Bruto al parricidio.”
“Volete forse sostenere che Bruto, sulla scena, non rispecchia
le idee di colui che l’ha creato?”
“La dissociazione tra ideali e sentimenti è la fonte di ogni infa-
mia: questo vuole dire, il mio dramma.”
Francis, trionfante, puntò l’indice verso Will: “Ah! allora lo
ammettete, che i vostri sono drammi a tesi! che dietro la finzio-
ne della vicenda, ci sono intendimenti didascalici.”
Will non comprese subito dove Francis volesse arrivare. Sul
momento, ne ebbe perfino paura. Poi qualcosa gli si sciolse,
dentro, e “il fatto stesso che noi, qui, stiamo disputando sul sen-
so da darvi, celebra nei miei drammi la catarsi da ogni inten-
zione dialettica – proclamò scandendo quasi ad una ad una le
sillabe – L’ambiguità, non ha mai insegnato niente a nessuno”.
Un sospiro di sollievo passò negli occhi di Francis, e Will sentì
di essere salvo.

Re Giacomo, di teatro, non si era mai inteso, se non per alle-


stire il cerimoniale con cui riceveva gli ambasciatori, lascian-
do intendere col proprio silenzio che lo spirito della minaccia
tiene il mondo in pace. L’udienza accordata a Will veniva da
quello stesso collegio di sapienti che egli aveva messo insieme
allo scopo di spacciarlo. La circostanza l’aveva messo quasi
di buonumore. Accennò un passo di ciaccona, scostando l’aria
con l’agitare a ventaglio la mano destra parallela al fianco. Era
fatale che le cose della Spagna finissero per affascinare gli In-
glesi: i nemici hanno sempre charme. Ma che Will fosse una
spia dei gesuiti spagnoli… Con i soldi fatti sulla scena, quel-
l’uomo si era comperato la casa natale, un titolo, e tutti i terreni
su cui andava a rovesciare le zittelle di liberi costumi quando

307
era ragazzo. Poteva, uno spirito così mediocre, darsi al doppio
gioco? Neanche fosse stato Marlowe, cui l’eccessivo genio era
valso un pugnale in mezzo agli occhi, prima dei trent’anni.
“Come sempre succede”, chiosò re Giacomo acconciandosi la
barba col farla cadere ai due lati della gorgiera. Da quando
Will era stato ammesso nella sala delle udienze del re, questi
non lo aveva mai guardato, preso com’era dalla propria tardi-
va toilette. Il re non si alzava mai prima delle undici. Il viso
floscio, da carpa sfuggita alle reti di un pescatore, ma rimasta
troppo a lungo al sole, che Giacomo si vedeva riflesso nel-
lo specchio sorretto dal valletto, era di un’ottusità capace di
consolarlo. Will aveva ascoltato il pistolotto su Marlowe e i
pericoli del teatro senza muovere un muscolo. Decise che non
aveva più nulla da perdere, e “ma il suo Faust – reagì – si rap-
presenta ancora; e pochi, in questa città, non si riconoscono nel
suo destino.”
“Questo discorso non vi riguarda, Shakespeare. Faust è, di tutti
i personaggi, quello che vi appartiene di meno”.
“Il delirio, è il sentimento che richiede più controllo, in scena.”
Will sentiva che il re stava saggiando la sua lealtà. Giocare
con le idee pareva, al suo bigottismo, una spavalderia infantile.
Farlo coi sentimenti, ancor di più.
Osservando il re fissare un punto sopra la sua testa, Will com-
prese come non mai che tutti gli uomini sono uguali. La do-
manda che non gli veniva posta era diventata un cerchio unci-
nato sulle sue tempie. Finché venne: “È da tanto che vi occu-
pate di alchimia?”
Il re stava investigando quelle arcate tra occhi e fronte nelle
quali, a suo giudizio, risiedeva l’onestà. Forse era per quel-
lo che il boia, a chi doveva impiccare, per prima cosa, gliele
schiantava con le nocche.
“Solo quella dei sentimenti, maestà.”
Giacomo calò lo sguardo su di lui con la stessa noncuranza con
cui un moribondo osserva una nuvola oscurare il sole: “Ep-

308
pure, Lord Bacon assicura di essere stato da voi erudito nelle
sue pratiche – lo sforzo di Will nel non mostrarsi stupito gli
inghirlandò di sudore la fronte – E la stessa cosa sostiene John
Dee. L’hanno dovuto torturare, perché facesse qualche nome.
La magia non assicura l’invulnerabilità fisica”.
Will era conscio di essere sottoposto ad una procedura: qual-
cosa di immutabile, ed escogitato per minare la forza interiore.
Aspettava la rivelazione del teorema regale con la quiete di chi
si sa condannato.
“In gioventù, al vostro arrivo a Londra, con Marlowe, avete
collaborato a lungo, non è vero?”
“Non a lungo. E la sua morte, la piansi per ancora meno tempo”.
Chris dal labbro tumido e gli occhi rossi come il coniglio pri-
ma del colpo alla nuca. Chris che si vantava con simpatica pe-
tulanza, e non sapeva che qualcuno, nell’ombra, lo ascoltava,
e gli faceva i giorni contati.
“Comunque, noi desideriamo, nell’esercizio della nostra sovra-
nità, che la vostra prossima messa in scena sia anche l’ultima.”
Will, involontariamente, sorrise. Lo sarebbe stata comunque.
Ma sapeva che, dirlo, non sarebbe stato prudente.
Il re ebbe un sobbalzo stentatamente comico: “Purché essa non
culmini in un altro regicidio…”.
“Il re che ho in mente, non governa gli uomini, ma gli elementi.”
Giacomo ebbe un lampo di trionfo negli occhi: “Dunque, era
vero. Anche voi, siete tra gli orfani dell’empio domenicano: le
faville del suo rogo di eretico. I simboli di Giordano, e la sua
utopia di una nuova religione capace di affratellare i popoli…
E allora, maestro, sappiate ciò che lo stesso John Dee mi ha
detto: si trattava di un sotterfugio ordito dal frate per farsi, di
questo nuovo culto, il pontefice massimo”.
“Ed ora, dopo la sua morte, temete che a ereditare la sua sma-
nia di potere si sia fatto avanti Francis Bacon: un uomo che
alla lotta contro le superstizioni ha dedicato tomi su tomi.”
“Sempre che non si tratti, anche qui, di discorsi cifrati. Più o

309
meno come nel teatro, dove Oberon può essere Apollo, e Puck
un Dioniso che coglie la prima occasione per trasformargli
l’alloro in un paio di corna. Mettere il mondo a testa in giù, è
il primo passo verso l’assassinio dei re”.
“Quel dramma si svolge in un tempo in cui le nazioni erano,
tutte, intenti abortiti della storia.”
Giacomo ebbe un gesto di congedo al quale Will si aggrappò
come fosse stato un segno di croce: “Io non posso trattenere la
discesa agli inferi della finzione scenica. Quando il senso del
sacro sarà crollato sotto le antiche favole, il sacrificio di Nostro
Signore non sarà valso a nulla”.
“Sacra è ogni ricerca del senso, maestà.”
Giacomo si chiuse nelle spalle, quasi un’ondata di freddo gli
fosse scaturita dall’anima: “Ma l’aspirazione ad un senso, è
proprio ciò che il mio scettro mi vieta.” Si alzò pesantemente.
Era solo, grasso, e l'addome gli cadeva in avanti, per la schiena
ricurva. Osservò Will di sopra la spalla, nel mentre incedeva
per la passatoia rossa, e già pregustava lo sconcerto dei valletti
nel vederlo aprire da solo le porte della sala delle udienze. I
suoi occhi erano laghi su cui una chiostra di monti non lascia
mai scorrere il vento: “Dovrò osservarvi con molta attenzione,
maestro. Ascoltare questa opera ultima con la scrupolosa diffi-
denza con la quale un fabbro gira la chiave dentro una serratura
appena congegnata. Questa volta, non potete permettervi errori”.
Uscì, e a Will parve che il trono, lì, deserto al primo rulla-
re delle torce: la sua ombra contro il muro, fosse un filosofo
colpito dalla paralisi che, accovacciato per sempre sui propri
talloni, ordisce una lingua universale le cui norme è impotente
ad insegnare.

310
VIII.

Il reciproco silenzio di tante notti passate ad ascoltare le fo-


laghe aveva riavvicinato Will ed Anne. Lei sapeva che non
l’aveva mai amata, ma aveva solo fatto, sempre, il proprio
dovere. Le bastava, e gliene era grata. Sognava che un mare
di erba le spuntava dalle braccia, e si faceva ghirlanda, a cin-
gerle la testa. Poi, ne germinavano foglie che diventano carte
su carte: tutte le carte su cui si erano stesi i drammi di lui.
Glielo avevano portato via, ma ora l’esilio stava per finire. Lo
compativa per quell’obbligo ad esistere che, dopo la rinuncia a
scrivere, avrebbe dovuto onorare. Trovare un’identità fuori dal
gioco dei nomi, non gli sarebbe riuscito così facile. E lei, non
ci sarebbe stata, ad assisterlo: osservare la sua vita a distanza,
le era stato imposto; non lo rimpiangeva, ma voleva fosse una
strada senza ritorno. Così, quando, alla sera, lui veniva dal gre-
to del fiume con l'indice della mano destra ripiegato dietro la
schiena, quasi lo avesse messo nel messale dei suoi rimpianti,
lei non ne aveva compassione. Susanna e Judith erano cresciu-
te abbandonate a se stesse, e quando lui passava, si mettevano
sedute a terra, le ginocchia raccolte sotto il mento. Al suo pas-
saggio, rabbrividivano come se sotto i suoi occhi l’ombra ci
avesse fatto il caglio. Le sue ciglia bianche per aver aspettato
troppo la luce del sole, Anne non ci voleva più imprimere baci.
Aveva imparato a far parte per se stessa, e tanto le bastava.
Nessun nome resiste alla malizia del giorno. Però, gli faceva
trovare pronta la focaccia di farro, alla sera, e la birra leggera
d’orzo una lunga sorsata della quale bastava a fargli mettere la
mano sul torace, quasi ascoltasse una voce che ne veniva fuori.
Così, in ogni circostanza della vita, ci si illude sempre di stare
ascoltando qualcuno, quando neppure il silenzio dà più voci.
Lui osservava spesso il gelso che, all’acquisto della grande
casa di New Place, aveva piantato davanti al limitare del giar-

311
dino. Si era esteso a spatola, creando due semicerchi intorno
alla spina bìfida del fusto; quasi un difetto di natura l’avesse
scisso in due diverse creature. Il senso delle cose – lo sapeva
– era lì, in quella scanalatura che incideva profondamente il
fusto dell’albero. Bastava allungare la mano e prendere un po’
di quella resina che gocciolava dalle sue vene. Se ci cadeva la
luce, faceva striature di un viola acceso sul dorso della mano:
i rimpianti del tempo passato. Lì stavano, Will e Anne, con
Elisabeth e William a dondolarsi di fianco a loro, quasi fossero
il pendolo dei martirii. Tutto gli era passato accanto. Non si
erano accorti di niente.
Will temeva l’arrivo di Francis. La scelta dell’amico era stata
opposta alla sua: la ricchezza, il potere. Non gli perdonava di
avere giocato con lui. Aver reso il teatro soltanto un’ingordi-
gia di sogni. Che l’avesse tradito o no, non faceva differenza.
Nel momento in cui Will cercava una ragione per continuare a
scrivere, Francis comprava e vendeva udienze, a corte, come
tutti coloro cui il teatro serve solo per sfogare le ire del popolo.
Per fare da controaltare alla propria tirannide. E però, quando
se lo vide venire incontro per il greto del fiume, separando con le
mani le scie di violacciocche che gli andavano incontro, si ricordò
la voce che l’aveva chiamato a sé. Seppe che il maggiore sberleffo
che si possa dare alla vita sta nel prenderla sul serio. Seppe anche
che, senza Francis, non avrebbe nemmeno cominciato.
Ogni finzione della vita prescrive che, prima di tutto, le si di-
segni uno scenario appropriato. Francis portava un cappello
di feltro rosso e una blusa stinta, marezzata di bruciature fatte
dal tabacco. Aveva un occhio più aperto dell’altro: un soprac-
ciglio più sollevato. La vita di corte gli aveva insegnato ad
osservarsi, e stabilire quanto di sé potesse ostentare al mondo.
Temeva gli sguardi in tràlice, e chi si atteggia a colui che non
sta ascoltando. Per il resto, si era acclimatato fin troppo, e le
guance cascanti che rampollavano tra i ranuncoli della barba lo
denunciavano per incapace di dare importanza a chicchessia.

312
Del resto, guardarsi in giro gli era difficile, per via del corpetto
attillato. Un eczema sulla guancia destra denunciava, in lui, un
uomo che sentiva caldo se solo veniva guardato. Al suo cenno
di saluto, Will rispose volgendo lo sguardo, dal fiume, con la
lentezza del sole quando c’è foschia, al mattino. Stavano lì,
l’uno con gli occhi nell’altro, e in mezzo c’era passato un inte-
ro mondo. Lo sapevano, ma non riuscivano a riderci su. A rom-
pere il silenzio fu Francis: “La natura, Will, non ha bisogno di
noi. Già i tempi sono maturi perché, di noi, si liberi del tutto”.
“La natura, come la vedo ora, è solo lo specchio dei nostri sogni
– Will cominciò a tirare sassi di piatto nel fiume. Non ne rim-
balzava nemmeno uno; piuttosto scomparivano, come fossero
pesati un’intera vita – Perché mi hai denunciato, Francis?”.
“Io non ti ho denunciato: ti ho solo aiutato a liberarti di te
stesso.”
“Far salvi gli uomini dalle loro illusioni è diventato, a quanto
pare, il tuo principale intento.”
“Ci sono arrivato per gradi. Come te. Solo che, io, non ne ho
fatto una filosofia”.
Will si bilanciò sulle caviglie, e lo slancio che prese lo fece,
per un attimo, ritornare ragazzo. Non era, però, così folle da
presumere di avere ragione. Non ancora.
“Il crepuscolo è duro per tutti. Ma pensare di sfuggirgli, è più
duro ancora”.
“Ho fatto quello che, nel momento presente, mi si richiedeva.
Tu non ti sei mai comportato diversamente”.
Will lo osservò divertito, come un pescatore osserverebbe uno
strano pesce impigliatosi nella sua rete: “Ti aspettavo, Francis.
Sapevo che dovevi chiudere i conti col tuo passato; per quanto
non ho mai sospettato che, per questo, avresti cercato di farmi
condannare”.
“Ti sei condannato da te stesso. Io ne ho solo preso atto”.
“Dannazione e beatitudine sono due facce della stessa meda-
glia – e Will indicò il riflesso del sole nell’acqua – Vedi? quello

313
è il punto in cui il fiume finisce”.
“Vedo che con le parole ci sai ancora fare. Peccato: questa tua con-
vinzione che ad esse debbano per forza corrispondere le idee”.
“Che stanno invece, è il tuo dogma, nella forza delle cose, di
fronte alla quale l’uomo deve farsi da parte, e darsi ragione
della sua prossima fine.”
“Ancora una volta, hai espresso un dogma. A quanto pare, non
ne puoi fare a meno”.
“Alle corte: che vuoi da me?”
Francis si sfilò la blusa. Il sole era alto, e i grilli frinivano nelle
siepi di bosso sul greto del fiume. L’aria vibrava del calore
emanato dalla terra.
“Lo sai, Will: voglio che lasci perdere. Che tu non scriva ciò
che hai in mente di scrivere”.
Will scrollò le spalle: “Chi ti dice che l’abbia in mente? ovve-
ro, che quella mente sia la mia?”
“Il tuo problema, è che sei sempre stato in buona fede.”
“Vorrei poter dire altrettanto di te.”
“Chi non ha mai avuto una fede, non può tradirla.”
Will sospirò. Sentiva dentro una grande tolleranza, simile a
quella che si può avere di fronte ad un bambino che cerca di
infilare un filo troppo grosso nel foro di una perlina. Non ce
la si può prendere col proprio passato. Francis fece un passo
avanti. Per un momento, sembrò voler posare una mano sulla
spalla di Will; quindi, la lasciò andare. Gli penzolava al fianco
come un arto monco: “Se tu scriverai ciò che hai intenzione di
scrivere, per il teatro, sarà la fine.”
Will si riscosse. Si mise le mani in tasca, per non far vede-
re che stringeva i pugni. “Non capisci? il teatro, è già finito.
D’ora in avanti, sarà solo un balsamo per alleviare l’infelicità
della gente”.
“Sei stato tu, a portare le cose fino a questo punto.”
“Dannazione a chi tutto sa, e non sa tenersi niente per sé.”
“Amen, se questo serve a tranquillizzarti. Ma sappi che non io

314
sono cambiato. Sei tu, a pretendere troppo da te stesso”.
“Io pretendo solo che mi si lasci tramontare in pace.”
“Allora, non dovrei essere qui. E se non ti volessi così bene,
non avrei fatto questo viaggio”.
“Ti sono molto obbligato. Ed ora, vattene: ritorna alla tua cor-
te. Tu sei atteso; io, no. È per questo, che sono libero”.
Will fece un gesto di congedo con la testa, e fu come se spez-
zasse un laccio con il coltello dell’indifferenza. Allora Francis
provò un senso di leggerezza verso la vita che mai avrebbe
creduto possibile; ed in cuor suo, ne ringraziò l’amico.

Ora bisognava ridare forma al mondo. Forma, non corpo. Il


mondo, a Will pareva una rete che prendesse la forma di ciò
che vi rimaneva impigliato dentro.
“Quattro, gli elementi; e cinque, gli spiriti. Quattro, gli umo-
ri del corpo. Sette, gli elementi alchemici – ricordava l’inizio
della Geomàntia di Dee, e quel frontespizio in cui un uomo
dalle braccia e le gambe stese stava inscritto in un pentagono
che, a sua volta, giaceva dentro una figura a sei lati – Undici:
sette più cinque. Il sette è la perfezione pitagorica; il cinque, la
prospettiva antitrinitaria”.
Sarebbe stato possibile rendere in scena la transizione tra i
mondi? Il mondo dell’aria sopra la terra, e il fuoco al di sotto.
L’acqua che eternamente connette tra loro i mondi; e, al centro
di tutto, l’uomo, con la sua presunzione di esistere. Ma prima,
ci doveva essere un naufragio.
“Il nascere è, all’uomo, un naufragio. L’uscire dall’immobile
tempo: l’esistere, è una rinuncia alla perfezione così insensa-
ta…”. Non aveva mai scordato quelle parole sul letto di mor-
te. Simon Clopton, un tempo sacerdote presso la Gild Cha-
pel, aveva stati di inconsapevolezza durante i quali vagava per
giorni, e non sapeva dove. Una volta, era capitato davanti a
casa di Will, a Stratford. Non c’era nessuno. Il padre di Will
passava la giornata a rabbonire i creditori, e vendere gli ultimi

315
scampoli di una dignità che l’aveva portato fino alla carica di
sindaco. La madre se ne era andata, per un po’, da certi parenti.
I fratelli lavoravano a bottega, per rimediare almeno in parte ai
dissesti familiari. Ed ora c’era quell’uomo, lì, con la veste tala-
re lacera per il lungo vagare tra i rovi, e il sangue negli occhi;
quasi avesse visto il diavolo, o se stesso, nello specchio della
luna. La sua fronte era attraversata da una ferita aperta come il
sorriso di un demente. Will vide che aveva gli occhi bianchi, e
non lo vedeva. La malattia lo aveva abitato, dentro, consuman-
do anno dopo anno tutto ciò che vi aveva trovato. Ora, Clopton
era un anello senza dito: la parte di un corpo che si lascia alle
preghiere, e le lacrime dei congiunti. Aveva dodici anni, Will,
e la fama di chi lascia siano le sue fantasticherie a segnare
il tempo. Accolse quell’uomo in casa. Lo prese per mano, e
gli preparò il letto. Quando gli vide il deserto nelle mani, si
commosse. Quella volta, imparò che è il corpo, a commuover-
ci; mai, le idee. E Clopton lì, mentre la febbre gli scuoteva il
corpo, gli parlò come doveva aver fatto, molti anni prima, a un
altro. Gli descrisse la geometria delle sfere, e quella transizio-
ne tra un mondo e l’altro che dura un attimo: un attimo den-
tro il quale è inscritto il tempo delle nostre vite. Quell’uomo,
collassando, stava tornando a casa sua. Aveva scambiato Will
per colui che, in gioventù, gli aveva rivelato il cammino. Ora,
in punto di morte, voleva farlo sicuro che aveva capito. Che la
sua lezione non era stata spesa invano. Quando i fratelli di Will
tornarono a casa, lo videro tenere la mano di quel vecchio.
Gli aveva chiuso gli occhi, sapendo che così, si fa. Anche se
nessuno glielo aveva insegnato, lo sapeva. Le cose importanti
da sapere, sono quelle che si sanno già. I fratelli lo derisero,
perché aveva dato ricovero a quel vecchio pazzo di un prete.
Lo accusarono di aver portato la sfortuna in casa: il prete catto-
lico aveva fama di stregone, e la chiesa lo aveva interdetto già
molti anni prima. Quando si resero conto che lì, steso sul letto,
c’era un morto, si segnarono e dissero qualche preghiera. Poi,

316
per non aver noie, convinsero Will a lasciarglielo: lo avrebbero
seppellito sotto la quercia al limite del giardino, e nessuno ne
avrebbe saputo niente. La gente lo sapeva, che Clopton era
pazzo. Will, come in sogno, li lasciò fare. Crebbe sapendo che,
sotto quella quercia, giaceva un uomo che, come in vita, anche
in morte, era stato sottratto al suo mondo. Ora si sentiva vicino
alla fine, e il peso di quel segreto gli diveniva intollerabile. Se
si era dedicato al teatro, forse la ragione stava in quel corpo
nascosto sotto la quercia. Ciò che il prete gli aveva rivelato
prima di morire, Will lo ricordava solo a tratti. Ma il lavoro a
La tempesta glielo stata facendo tornare alla mente ogni giorno
di più. E capiva anche l’errore di Elisabetta; e, prima di lei,
del domenicano arso vivo a Roma, in Campo de’ Fiori. L’uto-
pia, era una condizione dello spirito. Il campo di battaglia del-
l’età nuova, sarebbe dovuto essere quella terra incognita che
si estende, in ognuno, tra pensiero e sentimenti. “In interiore
homine habitat veritas”: salmodiò sulle parole di Agostino. Gli
parve di pregare, e di rendere, infine, tributo a quel corpo che,
illacrimato da tutti, stava sepolto sotto la grande quercia mossa
dal vento. Al compiersi di quel rito funebre – lo sapeva – anche
la sua giornata di lavoro sarebbe stata compiuta.

Stratford era cresciuta ai margini delle vie mercantili, come


una pianta rampicante. Poche chiatte sul fiume portavano cibo
e legname una volta alla settimana. Da quando gli appezza-
menti erano stati recintati, e non si mettevano più in comune
le risorse ammassate nei periodi di prosperità, il numero dei
poveri era cresciuto a dismisura. Lastricavano la strada princi-
pale con i loro cenci, e davano ai ricchi la sensazione di essere
ricchi. Il nuovo ordinamento politico, era un mero gioco di
prospettive. Gli yeomen erano una nuova casta, e ci tenevano
a farlo sapere. Essere uno di loro, per Will, era solo la più sfar-
zosa delle sue recite. Dovendo finire la commedia, intendeva
farlo tra gli applausi. La miseria gli pareva un sipario che non

317
si chiude bene, e lascia intravedere al pubblico i polpacci del-
l’attore mentre si sfila il costume di scena. Le aveva giurato
guerra fin dal momento in cui suo padre era stato condannato
per debiti, e gli aveva visto sfilarsi la cotta da sindaco e pren-
dere la strada della fortezza.
“I sentimenti sono umori dell’aria che non hanno trovato la
via per uscire. Noi li tratteniamo con i nostri pensieri gravi, e
così non sentiamo ciò che il destino ha in serbo. Ci facciamo
cristalli che vedono solo le loro sfaccettature proiettate sulle
pareti della grotta, e le chiamano mondo. Ma qualcuno è fuo-
co, e cerca la via di redenzione. Stargli vicino, può voler dire
morire; eppure, è l’unica cosa che un dio ci abbia concesso.”
Clopton stava riprendendo calore. Will non aveva mai visto
nessuno come lui. Osservava quel vecchio che aveva scoperto
un’immensa fonte di energia interiore, e voleva dividerla con
lui. Le cose che gli insegnava, erano ben diverse da quelle del-
la scuola: lì, sembrava che i professori raccontassero le cose
soltanto per potersene liberare. Ciò che aveva un senso, lo di-
mostrava per il pizzicore sulle tempie che sapeva trasmettere.
Ora Clopton parlava degli angeli, che sono stesi intorno alla
terra come una costellazione, e trattengono e lasciano liberi, a
vicenda, gli spiriti, secondo il grado di compiutezza che hanno
raggiunto sulla terra. Il momento del congedo dal mondo si
raggricciava intorno alla bocca del decano come il latte intorno
a quella di un bambino. Will non aveva mai visto una serenità
così assoluta da permettersi di diventare solenne. “Credi nella
terra, e nell’alba che ritornerà”: concluse Clopton, prima di
addormentarsi con un fremito sottile; quasi un gabbianello che
prenda il vento da due opposti lati, sullo sguincio di un golfo.
Ed ora, quel fremito, Will se lo sentiva dentro. Era una porta
aperta all’improvviso alle sue spalle, quando ancora il balugi-
nìo della rugiada impedisce di vedere l’orizzonte, e il sole che
vi sta acquattato. La terra fumava: restituiva la notte al doma-
ni. L’uomo era solo un momentaneo ristagno di quel calore, e

318
doveva lasciare la presa, quando ciò che glielo aveva donato lo
reclamasse a sé. La combinazione degli umori dava, ad ognu-
no, il carattere, ma non la consapevolezza: la violenza era il
tentativo di acquisirla mediante il parossismo delle reazioni
altrui. La tempesta sarebbe stato il sogno di un Demiurgo il
giorno prima che la sua Creazione lo disilluda. Un libero fluire
degli spiriti l’uno dentro l’altro; caduto il muro della mente,
e le cattedrali di parole che essa denomina pensieri. Ma biso-
gnava forzare i limiti della scena, i limiti dei sensi. Trovare
una via, le parole, per aggirarle. “Come in alto, così in basso”:
Will si rigirava la frase sulla lingua mentre, la testa levata ver-
so l’aquila a mezz’asta della scuola di grammatica, osservava
dalle finestre a trìfora le teste ciondolanti degli scolari svegliati
troppo presto, e immaginava il ronzare sui dàttili e gli spondei
di un precettore troppo inerte per chiedersi se fosse sveglio.
La strategia, sarebbe stata rovesciare la prospettiva: rendere
i pensieri umori, e gli umori, pensieri. Il libro come mappa
della mente: le parole, i tessuti cicatriziali della ferita tra sensi
e ragione. “Una è la psiche, ma l’uomo chiama realtà la gabbia
delle proprie parole.” Il domenicano aveva ragione, e il sole
alto in cielo colpiva solo di striscio la testa degli scolari, ai
quali era negato quel momento di quiete tra l’eterno flusso di
ogni cosa nell’altra. In nome di una realtà futura, e di un con-
trollo la cui promessa era solo un’impostura di parole.

319
IX.

Al suo ritorno a Londra la città apparve, a Will, una concrezio-


ne calcarea maturata dal flusso del fiume. L’eco di un ristagno,
e uno spurgo di voci. Re Giacomo aveva proibito che si ap-
pendessero gli impiccati lungo il ponte; eppure, non per questa
spuntatura degli eccessi il suo regno poteva dirsi più civile.
Cresceva la superstizione, e l’idea che i becchi dei corvi, se
tenuti in tasca, obbligassero chi ti stringeva la mano a dire la
verità. Le maghe mescolavano l’odio per la persecuzione del
re agli annunci del secolo estinto, invocando i guardiani del
tempo a uscire dalle favole dei Celti, per concludere il corso
della storia. Gli yeomen si stendevano sulla paglia di emicicli
in legno, a vedere i galli beccarsi la testa fino a farne uscire il
cervello. Oppure, più in là, osservavano il forcone di un vec-
chio veterano delle guerre francesi aprire buchi sul petto degli
orsi, perché si sbranassero tra di loro, ed essi, gli scommetti-
tori, ne guadagnassero il frutto. Non era molto diverso – con-
siderava Will – che permettere ai propri sentimenti di finire
sbudellati davanti a tutti. E già, per la strada, passeggiavano
uomini di vetro che si scostavano al tuo passaggio, temendo
di finire in mille pezzi. Il risentimento asciugava gli umori nel
cervello, e la mente, ridotta a pietra pomice, non poteva più
assorbire la luce. Che proprio Francis dovesse stabilire la li-
ceità de La tempesta a venire messa in scena, non lo stupiva.
Il ridicolo sta annidato nel tragico come la pulce nella toga di
un grande interprete di Giulio Cesare, quando Bruto ci affonda
il suo pugnale. Tutto stava scorrendo sempre più velocemente,
e appena uno si girava, ecco che non ritrovava più, al suo po-
sto, il ruolo che si era scelto. Per questo Will comprendeva la
rotazione che Francis aveva fatto su se stesso: le convinzioni
orbitano intorno ai sentimenti, finché il tempo, frapponendosi,
non le eclissa. Osservare il trionfo della ragione dal palco di

320
regia, è la vendetta più dolce, per uno spiritualista. Ci provas-
sero pure, gli uomini, ad imporre la propria logica al mondo:
Francis non si sarebbe opposto; anzi, li avrebbe aiutati. Esisto-
no persone capaci, per non sentirsi in torto, di sperimentare la
perversione di ogni principio: Francis – Will l’aveva sempre
saputo – era tra questi. Al Lord Bachelor spettava di control-
lare la purezza del metallo con cui si coniavano le monete.
Presto si erano accorti di come, per risolvere il debito regale,
avesse fatto, contraffacendo la purezza dell’oro, raddoppiare
l’emissione di denaro. Ora, quindi, l’avevano destinato alla
censura. Francis si metteva addosso, ogni mattina, le convin-
zioni che gli avevano imposto, e per alcune ore agiva come
non si appartenesse. Un ruolo di cui rispondere, è una coscien-
za in meno da mantenere. L’ufficio del Censore era davanti
alla Cattedrale di Westminster, in una palazzina stretta stretta
che, un tempo, era la canonica. La scala tòrtile rasente al muro
sbucciava i gomiti, e gli scalini erano tutti ineguali, come i cri-
teri in base ai quali, lì, si sarebbe stati giudicati. Che l’amico
lo considerasse una prassi da svolgere nell’arco della mattina
pareva, a Will, un gesto di affetto: l’unica maniera rimastagli
per preservare ciò che era dalle maschere del tempo. E invece,
non appena venne annunciato dagli uscieri, e varcò la soglia, le
gambe lo portarono alla finestra. Scostò le tende per vedere la
vita vera che si affannava al di là di esse, e i colori non incerti
delle cose.
“Prima di giudicarmi, osserva il punto a cui siamo arrivati
– la voce di Francis era morbida, accogliente come un letto
di piume – Abbiamo dato corpo alla speranza solo perché, chi
la cercava, potesse farne pubblico stupro – le sue parole, ora,
giungevano a Will da un punto dietro la nuca – Ma i primi ad
averla stuprata, siamo noi. Noi, coi nostri inganni”.
“Di che altro si dovrebbe occupare, il teatro?”: Will non sa-
peva perché, ma aveva l’impressione che, se si fosse voltato,
Francis gli avrebbe dato, in cuor suo, del vigliacco.

321
“Fingere di sapere qualcosa che non sai, Will, non ti aiuterà.”
“Non mi occorre sapere. Io, lo sento”.
Compresero entrambi di essere già arrivati ad un punto morto.
La loro intesa era sempre stata frutto di un equivoco: ciò che
per Will era la parodia di un mondo nuovo, per Francis era
fede in esso. La resa dei conti stava in quel rumore che saliva
dalla strada, e sembrava voler togliere la parola a chi intendes-
se passare inavvertito: abitare il proprio tempo senza lasciare
in eredità che un saluto ed un’alzata di spalle.
“Will, io non posso accettare questa tua pantomima sui misteri
di un rito che non appartiene alla civiltà di domani. La ragione
relega i mostri nelle fantasia di un dio despota; ed ora, tu vuoi
rievocarlo, e metterlo a capo dei quattro elementi”.
“Prospero, se è un dio, è il dio della rinuncia. Il tempo scorre
nelle sue mani, e lui ci soffia sopra. Non terrà, per sé, nulla di
ciò che gli è stato affidato”.
“Quando un teatrante ha successo al punto da comprarsi un’in-
tera tenuta ed un titolo, la filosofia làstrica le tavole del palco-
scenico con i suoi marmorei concetti. A te, Will, appartengo-
no gli uomini affascinati dal proprio crimine al punto da non
poterlo che rivelare. Quegli amanti dei bei discorsi che sono i
tuoi criminali: perversi al punto di commettere il crimine solo
come pretesto ai bei discorsi”.
“E per te, la vita è stata solo un cingolo e un ingranaggio: una
struttura capace di sostituire il destino con la spinta di una leva.
Così grandemente, Francis, avevi paura di essere un criminale, da
rendere il crimine la conseguenza meccanica di pesi e misure”.
“Comunque sia, se questo La tempesta andrà in scena, dovrà es-
sere una sorta di bizzarrìa senile. Il tuo canto del cigno. Non pos-
so rischiare che la tua controteologia possa passare per altro”.
“A chi potrei più dire, ormai, ciò che penso? a me stesso, truc-
cato in abito di scena.”
“Quindi, concordi sul fatto che, questo tuo lavoro estremo, non
abbia bisogno di venire rappresentato.”

322
“Vedo che a re Giacomo non basta più concedermi un’ulti-
ma rappresentazione… Chi l’ha istruito: tu, Francis? Ma den-
tro La tempesta c’è tutto ciò che mi ha indotto a non lasciare
il mondo, quando la morte di Hamnet ha posto fine alla mia
discendenza: l’idea che l’intera creazione sia pensiero di una
sola mente, emozione di un unico spirito”.
“Se ciò che pensi, e che in un passato recente ha mandato sul
rogo persone più smaliziate di te, fosse vero, ogni esistenza sa-
rebbe superflua. Mero riflesso del sole in uno specchio, il mon-
do celebrerebbe, in eterno, l’inganno del proprio apparire”.
“E così, io penso che sia.”
“Dunque, l’utopia della fede nuova, diffusa nel mondo degli
uomini a negare il divorzio tra mente e natura…”.
“È sempre stata solo un sogno, Francis. Se l’avessi capito subi-
to… A tal punto hai amato quella utopia che, per sopravvivere
alla sua fine, hai dovuto uccidere te stesso”.
Mentre pronunciava queste parole, Will si rese conto di come,
allo stesso modo, Francis avrebbe potuto, a buon diritto, di-
struggere lui. La coerenza col proprio eroismo è la virtù che
maggiormente può indurre chi ti ammira ad ucciderti: era quel-
la, la tragedia di Otello e Jago. Tutto il mondo, intorno a loro,
stava crollando; e loro, erano in mezzo al vortice. Inutile pren-
dersela con Francis che, ora, osservava le tempie di Will, e le
chiazze bluastre intorno: segno che aveva scelto di andarsene
presto. La pietà che avevano l’uno per l’altro li rendeva reci-
procamente insopportabili.
“Ti concedo una rappresentazione, Will, di questa favola degli
elementi. Una sola, come ti ha promesso il re. Ma non nel Glo-
be: ai Blackfrairs”.
“Non capisci? quei nobili oziosi, non sono fatti per Prospero.
La mia favola parla dell’uomo nel suo transito terreno. Ha bi-
sogno di corpi nudi, e mani protese verso il nulla”.
“Non sono io, colui che la deve mettere in scena.”
Il clamore, dalla strada, stava aumentando. Un ristagno di rab-

323
bia trascorreva per le parole, rendendole pietre arroventate dal-
la frizione con la paura. Scoppi di voce rotolavano per l’aria
come lampi. Will aveva dischiuso le imposte e si era accostato
alla finestra, affascinato dallo smaniare cui la fame di un senso
alla vita conduce chi non sa dargli parole. E intanto il sole, sul
fiume, concludeva in beata indifferenza il suo periplo terreno,
lasciando nei corpi un retrogusto di gratitudine; e che l’esistere
è senso a se stesso.
“La tua intelligenza, Francis, è troppo sviluppata: ti impedisce
di comprendere ciò che dici.” La battuta gli venne con una
scrollata di spalle. Fosse riuscito, nei primi anni, sul palcosce-
nico, ad essere così naturale!
“Niente teatro, nell’ufficio del Censore. Già così il tutto è, di
suo, una recita esauriente”. Francis ci provò gusto a rintuzzare
la sua arguzia, erigendo, al contempo, tra loro due una mura-
glia ancor più alta. Non sarebbe stato lui, il primo a togliersi
la maschera.
“Dimmi, Francis: perché dovrei darti ancora ascolto?”
“Perché non hai scelta.”
“E dunque, che cosa mi imponi?”
“Se vuoi lasciare quel segno che La tempesta presuppone, ri-
nuncia alla paternità di quanto hai scritto. Allo stesso modo la
natura, togliendoti Hamnet, ha voluto indicarti la via”.
“La pietà, se si accoppia all’impotenza, genera il cinismo.”
La sollevazione improvvisata, per strada, era cessata. Il silen-
zio era come uno strato d’olio su acque paludose, a contenerne
i miasmi. A Stratford, avevano riempito un canale di carbone;
e quando il fondo ne era stato colmato, era emersa la mano
scheletrica di uno che, tanti anni prima, avevano tolto al mon-
do con un colpo di stòcco. Forse anche i suoi testi – pensava
Will – sarebbero riemersi solo dopo l’età del carbone, e il pe-
riplo del tempo intorno alla sua indifferenza.

Della compagnia, erano sopravvissuti solo Richard Burbage e

324
Kemp. Gli altri si erano dispersi nei mestieri chi di conciapelli,
chi di oste, a dar la calce al vino. Uno s’era, perfino, fatto bec-
camorto; ed era quello che se la passava meglio, da quando la
troppa brina aveva estirpato le verdure, e la carne salata disse-
minava lo scorbuto tra la gente di Londra. Il Globe era chiuso;
soltanto, nel sottopalco si conservavano i costumi di scena,
ed uno stanzino dietro la facciata di legno poteva servire, ora,
a raccogliere gli attori per la prima lettura scenica. Lo slargo
della platea era un deposito di carrozze sfasciate le cui assi i
pescatori compravano per rappezzare i loro scafi; e pagavano
col sale. C’era nell’aria quell’odore di legno fradicio che in
Will evocava sempre l’immagine di una carrucola; e il suo stri-
dìo, quando si manda giù il secchio attaccato alla catena. Era
così che ricordava sua madre: intenta a riempire il secchio di
acqua, e poi, nel gelo della mattina presto, rompere il ghiaccio
con un punteruolo.
“Sono a vostra disposizione, signori; per quanto non capisco
come, alla vostra età, non pensiate di trovarvi un lavoro.”
“Per la pianeta di Nostradamus! un accesso di catarro mi ucci-
da l’homunculus testé adunato in ampolla se quella testa calva
sul viso a pera non è un famoso drammaturgo”. Burbage aveva
momenti, quando non beveva, in cui faceva di se stesso una
scena. Ultimamente aveva preso a bere di meno, e sua moglie,
che lo metteva a letto quando era ubriaco, se ne era andata
portandosi via i due figli.
“Ricorda, Burbage: a fare il buffone gratis, rischi che mi ricor-
di quanto ti piace, e non ti paghi più.”
L’ex-impresario storse un occhio e prese a zoppicare lamen-
tosamente, ostentando al cielo quelle mani su cui l’avarizia di
Will avrebbe, di certo, impresso una stigmate.
Kemp aveva la faccia gonfia e sdrucìta come la scarsella di un
esattore delle imposte, e puzzava di aringa, perché ogni due set-
timane si imbarcava sulle chiatte: “Ci abbiamo messo vent’an-
ni ad arrivare al punto di non ritorno, Will. Ed ora, finalmente,

325
hai scritto una commedia nella quale non succede nulla”.
“Nulla, se non la geometria del cosmo.”
A queste parole, Burbage e Kemp reagirono immobilizzandosi
sullo sfondo del cielo: il palmo delle mani rigido, ai lati delle
spalle, e l’espressione fissata in uno stupore ligneo.
“È passata, l’eternità?” chiese Burbage a Kemp.
“No: però, è arrivato Prospero.” E ridevano, anche.
Così ingannavano l’attesa, aspettando Ariel. Quando arrivò, la
filosofia si mise da un canto a rovesciare i bussolotti, per vede-
re dove aveva sbagliato la conta dei dadi.
“Scusa, zio: gli alisei sono andati a salutare il maestrale, loro
docente, e sono passati a prendermi in ritardo.”
Bruscolino, ora, aveva già venticinque anni, e sembrava doves-
se averli da sempre. Non sapevi dire che faccia avesse, perché
in lui si rispecchiavano le tue stesse emozioni. Kemp aveva
scelto di non fare Ariel. Gli pareva “non abbastanza scritto”,
e lui, a quarant’anni compiuti, non se la sentiva più di inven-
tare ancora. Bruscolino aveva appena terminato la scuola di
grammatica, e voleva diventare drammaturgo. Aveva portato
a Will un suo poemetto, La tenzone della rosa e della viola,
giocato sul doppio senso tra quest’ultimo fiore e l’omonimo
strumento musicale. Quel poemetto, intendeva anche musicar-
lo: disse a Will dopo essersi presentato. Will lo guardò, e vide
che il ragazzo si muoveva, per sua natura, come fosse stato su
di un perenne palcoscenico. Ogni sguardo che gli si rivolgesse
era, per lui, l’apertura di un sipario. Sarebbe rimasto ignorante
com’era, e avrebbe avuto un grande successo. La sua faccia, se
rimaneva in ascolto, diventava la parte in ombra della luna. La
troppa attenzione, è mortifera all’intelligenza.
“Accetti di essere Ariel; e quindi, non essere?” gli chiese Will,
nel restituirgli lo scartafaccio scritto nella calligrafia rotonda e
impettita di un collegiale.
“Che vuol dire?” fece lui.
“Ecco l’unica domanda che un uomo di teatro non deve mai

326
fare.” Così si intesero subito, e non ci fu bisogno di altro.
Ma il tempo stringeva. I Blackfrairs erano già stati allestiti:
uno spazio vuoto dove lo scenografo, Inigo Jones, fatto scal-
tro dagli insegnamenti di Francis, aveva montato tre grandi
specchi ed una lanterna presa da un vecchio faro la cui luce
veniva schermata da una ruota con vetri di diverso colore. Il
mantice del vento era dietro la scena, e il palcoscenico di legno
poteva rollare e sussultare grazie a dodici nerboruti facchini
dei docks che agitavano altrettante traverse di legno montate
su giunti mobili. Il complesso di viole – sei, più un chitarrone
per l’accompagnamento – stava dietro il fondale dipinto con
la vegetazione più bizzarra, e gli rispondeva un ensemble di
trombe, tromboni e cornetti distribuito lungo la loggia superio-
re. L’armonia del mondo dipendeva da questi trovatelli accolti
nella Cappella Reale, e che, del dramma, non avrebbero capito
una sola parola. Del resto, che la via della comprensione non
passa attraverso la parola, era il significato sotteso all’intero
La tempesta. Era la prima volta che Will se ne infischiava delle
convenzioni drammatiche. In Ariel, risuonava lo spirito libera-
to di Hamnet: un Hamnet redento dal fantasma di suo padre.
Da quale virtù gli veniva, sentir parlare i venti, animarsi il cie-
lo di volti amici?
“E pensare che l’unico simbolo vero e proprio, nel tuo dram-
ma, è il naufragio iniziale. Il resto, è solo una favola”.
“Lo sappiamo tutti, Burbage, che prima di diventare attore hai
fatto studi classici. Temevi, altrimenti, di non saper importuna-
re a dovere i drammaturghi? Un attore non deve capire troppo
ciò che fa”.
“Ma i segni, sono ben presenti. Tutto comincia a marciare ver-
so la morte secondo un metro fisso. Perfino la speranza, è di-
ventata sempre l’attesa di un domani”.
“È per questo che Prospero rinuncia alla sua missione: teme di
vivere in attesa di un domani; e invece, la magia ci insegna che
il senso non eccede i limiti del presente.”

327
“Se non date udienza a quelle comparse, il nostro presente, di
certo, finisce qui”: Kemp stese la mano verso un’accozzaglia
di ceffi quale solo le scimitarre dei turchi, a Lepanto, avreb-
bero saputo analogamente sconciare. Qualcuno aveva il naso
mangiato dalla sifilide, altri ostentavano al braccio un uncino
col quale prendevano per la spalla chi gli stava davanti, per
guadagnare posizioni. Ce n’erano di certi col cranio scalpato, e
il tatuaggio di una mappa sull’osso messo a nudo. Le loro don-
ne, e i bambini, pure, c’erano: ritti sullo sfondo come una Pietà
alla quale fossero mancati, per insolvenza del committente, i
soldi dei colori. Grigi, coi cenci stinti e la maschera della te-
traggine incisa a bulino sulla faccia, si chiedevano come quei
morti di fame, lì sul palco, avrebbero potuto riempir loro, al-
meno una volta, la pancia. Per i giochi di luce, Inigo aveva ri-
chiesto dodici teloni che andavano animati da braccia e gambe
umane: ecco la ragione di quella scena da tregènda. La paga
bastava appena ad impedire che i figuranti morissero di fame.
Le donne e i bambini non erano previsti, ma avrebbero creato
onde più piccole, “accrescendo l’effetto di marezzatura”: disse
Will con un sorriso da filosofo; e fu per quello che gli altri due
lo mandarono al diavolo.
“Come pensi di evitare la puzza di cavolo ed escreti umani che tutta
questa gente sprigionerà d’attorno?” fece Burbage, sornione.
“Le candele di sego bruceranno aloe ed essenze preziose. O
credi che un mago come Prospero viva tra i cattivi odori della
nostra esistenza?”.
“Francis avrebbe risolto tutto questo con un gioco di ruote
meccaniche.”
“Sfortunatamente, ciò che credevamo, in lui, fosse una tecni-
ca, era un convincimento profondo.”
“Non sarà, anche il tuo, un atto di fede?” Kemp era cambiato:
non si curava di nascondere sotto la buffoneria il proprio disin-
canto verso la vita. Il teatro non gli bastava più, dal momento
che non ne comprendeva le intime ragioni.

328
“Kemp, sei sicuro di volerlo fare, questo ritorno alle scene?”
“Sì, Will: ma a patto che io possa essere Calibano. Oggi, credo
che soltanto osservando in faccia la natura ci si possa salvare
da se stessi”.
Will ammirò, ancora una volta, la sua intelligenza. Kemp ave-
va capito che il vero filosofo, ne La tempesta, è Calibano. L’es-
sere fatto di terra e muco che Prospero tiene incatenato al suo
volere era quell’entità eterna cui tutti, un giorno, ritorneremo,
e che la nostra anima di uomini vale a tenere incatenata solo
per il breve spazio della nostra vita.

Lawrence Besan raccontava ancora il soggiorno alla corte


d’Este: i buffoni con il volto da vecchio, e la smorfia dello
scettico di fronte alla sua meraviglia; i pappagalli erti sulla loro
spalla, a battibeccare con le scimmie in equilibrio sull’altra. Il
complesso rituale per cui fu ammesso nella sala delle udienze:
prima, lo avevano lavato con un’acqua solforosa che gli aveva
bruciato la pelle, quindi gli avevano apprestato certe brache di
seta con una gamba viola e l’altra porpora; infine, il maestro
di cerimonie gli aveva insegnato a camminare con un libro in
testa, e quello di danza a sollevare il piede facendone vedere il
calcagno: pare che fosse l’atteggiamento di saluto di fronte al
Duca. Nella fattispecie, il tutto gli era servito ben poco, visto
che la sua mansione, in quei sei mesi, era stata restarsene in un
vano dissimulato nella parete di legno – un trompe l’oeil su cui
era dipinta la quinta di un teatro – ad arpeggiare accordi su cui
intonava le sue arie malinconiche, dal canto pronto a rompersi
in mille ornamenti che scoppiavano da tutte le parti, come le
faville di una girandola. Le molte amanti del duca apprezza-
vano il mistero di quella musica scaturita dalle fibre stesse del
legno; eppure, dopo sei mesi, Lawrence Besan – o, come lo
chiamavano lì, Lorenzo Bassano – era dovuto tornare a Lon-
dra, perché la troppa forza delle sue canzoni turbava quelle
donne fino a farle piangere. La frustrata libidine del duca gli

329
era valsa un benservito brusco: non era stato pagato, e senza
gli ubriachi di Londra, e la loro voglia di cantare strofe licen-
ziose fino al mattino, per poi dormire sotto i tavolacci delle
taverne, la sua maestria non sarebbe valsa a salvarlo. Ma ora,
quella richiesta di Will di scrivere un Balletto degli Elementi…
Sì: aveva sentito parlare del sistema temperato, e di come ogni
tono sulla tastiera corrisponde a un pianeta, e a seconda della
vicinanza o la remota dissolvenza dell’uno dall’altro, la mu-
sica si potesse fare mappa dell’universo. Sapeva anche della
relazione tra i toni e gli umori corporei, e che l’atra bilis, la
bilis rubra, il sangue e la flemma entrano in risonanza con le
modulazioni, cosicché la musica può rendere euforica la ma-
linconia, e contenere la maniacale presunzione di sé. Però, non
aveva mai saputo che abbinare i suoni alle forze della natura,
e sostenere questo matrimonio morganatico, per di più, con le
parole, potesse dare altro che un caos presuntuosamente orga-
nizzato. Besan non faceva molto caso alle parole che metteva in
musica; dunque, dare voce al Vento, la Pioggia e le Saette, gli
pareva un’eresia bella e buona. Poteva, Will, essere più chiaro?
“Qui non si tratta di teatro, ma di cosmologia. E per questo,
c’è bisogno della musica, che definisca il grado di attrazione e
repulsione tra le cose e le persone”.
“Un’aria diletta l’orecchio, ispirando teneri sentimenti. Il pen-
siero, non appartiene alla musica”.
“Eppure, a me è sempre sembrato che la musica fosse una sor-
ta di pensiero congelato.”
“Se mi tenete a discutere qui, fuori della taverna, nell’ora pun-
gente che precede l’alba, potrete cominciare i vostri studi da
me: un musico congelato.”
L’ultimo domicilio di Will a Londra era in Silver Street: la casa
di un parrucchiere francese e delle due sorelle, entrambe zitel-
le. Le sue camere stavano al piano superiore di uno spaccio
di tessuti gestito dalle quelle, che gli servivano da mangiare e
badavano alla sua biancheria. Per un certo periodo, la minore

330
tra loro, una ex-maestra di scuola il cui indice stava sempre
levato a rampogna, aveva sperato, dopo tante volte che cam-
biava le lenzuola al letto di Will, egli volesse introdurvi anche
lei; ma da qualche tempo l’abitudine all’astinenza le era dive-
nuta una fede consacrata. Tuttavia, la stima per un uomo che
non l’aveva neanche sfiorata si era incuneata sul suo amore
facendolo sbocciare come il rosario sul collo di una novizia.
Ora, non c’era nulla che non avrebbe fatto per lui; tranne amarlo
carnalmente.
Accolse Will e il suo ospite con l’atteggiamento di chi è in in-
timità col genio. Voleva che l’ospite lo sapesse. Quello aveva
con sé un liuto, e per un attimo lei sperò Will volesse plato-
neggiare, indirizzandole dei versi a mo’ di ricompensa per il
bucato e il manzo ugualmente bolliti. Besan era stupefatto di
come Will potesse vivere in un posto come quello; poi osser-
vò le travi tarlate del soffitto, e comprese che, ciò di cui Will
aveva bisogno, era un punto di riferimento donde poter contare
il tempo; soltanto così, i ricordi lo avrebbero lasciato in pace.
Quanto gli aveva chiesto, era diverso da ogni altra cosa: non
canzoni da interpolare al testo, e nemmeno balletti a ravvivare
i momenti di festa, in scena, o quelle allegorie morali di cui
certi versi sentenziosi si fanno latori. Will voleva che la musica
fosse l’eco di qualcosa: la porta sull’irrivelabile.
“La musica, Bassano, sarà la vera, unica azione. Le sue mo-
dulazioni articoleranno il divenire del dramma – Will stava
trascinando il musicista su per una scaletta retrattile: porta-
va ad una botola malferma e che minacciava di schiacciarli,
nel mentre varcavano la soglia dell’abbaino sotto le travi del
cui tetto, scoprì Besan, il drammaturgo aveva il suo scrittoio
– Nient’altro che suoni; e le parole, suoni anch’esse, ma molto
più lontani dal vero. Parole senza linguaggio, e suoni che sono
un discorso: questo, sarà La tempesta. Voglio qualcosa come
quella musica delle sfere su cui gli Italiani tanto indagano, e
che voi certo, dal momento che avete italianizzato il vostro

331
nome, avrete indagato”.
“Nelle corti italiane si mangia, si beve, si fa all’amore. Le ac-
cademie, sono luoghi chiusi, segreti, dove io non sono stato
accolto”.
“Ma avrete pure incontrato qualcuno di quei filosofi e musici! fi-
nito in disgrazia, a mendicare il pane a suon di danze amorose.”
Besan abbassò lo sguardo. Sembrava colpito sul vivo: “Di que-
sto, scusate, ho giurato che non avrei parlato a nessuno.”
“Non mi dovete parlare: mi dovete soltanto fare ascoltare ciò
che vi è stato rivelato.”
Besan si sedette a terra, sotto la fessura nel tetto da cui veniva
uno spiraglio di luce. Se la fece cadere sugli occhi, quella lie-
ve balugine del crepuscolo; quindi cominciò a preludiare sul
liuto, lasciando vagare la fantasia sui toni più lontani. Le sue
dita correvano sul manico, e la mente pareva vagare altrove,
quasi in quel concepimento sapesse di non dovere aver parte.
Infine, il musico si inerpicò per una spirale di frasi avvoltolate
l’una nell’altra, a serrare dentro sé il basso di un tema che la
loro frenesia spolpava, lasciandone solo il nocciòlo. E presto,
a Will parve di sentire un corale d’organo. Quel liuto riusci-
va a far intraudire nella frenesia dei suoi ornamenti un canto
che, pure, non esisteva. Uno strumento, quello, la cui polifonia
era solo un fantasma della mente. Un motivo di quattro note
ripetute discendeva, dolente, verso quel basso ostinato da cui
rampollavano tutte le figurazioni, quasi fosse il cuore segreto
del mondo. D’improvviso, il corale si aprì: esplose in tutte le
direzioni, e Will intese la sua mente regredire al tempo in cui
non era ancora pensiero. Quando tutto doveva ancora comin-
ciare; e perché cominciasse, non c’era motivo alcuno, se non la
vertigine della propria stessa distruzione. Si levò in piedi con
un urlo, e vide Besan osservarlo tranquillo. Stava eseguendo
un madrigale a tre voci e “zefiro torna, e il bel tempo rimena”,
intonava sornione con voce fissa e sbiancata, per quanto era
perfetta la sua intonazione.

332
“Da dove veniva, quel canto?”
“Da qui. Da ora. È presente in ogni momento, intorno a noi. Io
ho solo creato uno specchio: una camera di suoni a luce raden-
te. Chi me lo ha insegnato, ha mutato il mio modo di intendere
la musica. Ora, so che essa serve solo ad evocare il silenzio.
Così, quando suono i madrigali, mi chiamo Besan; ma quando
suono quella musica, mi chiamo Bassano”.

Giunto ai Blackfrairs, Besan dispose l’orchestra in quattro


gruppi, ad evocare i quattro elementi, e gli altrettanti umori del
corpo. Un complesso di viole era l’aria: stava dietro il pannello
col sole radiante che, al centro del palco, chiudeva la scena.
La terra, la esprimevano cornetti e tromboni nascosti sotto il
palco: il regno di Calibano. L’acqua erano liuti ed arpe doppie
sospesi sopra una loggetta che correva tutto intorno alla sala.
Infine, dulciana, regale e cromorno raccontavano quell’odis-
sea del fuoco nel nostro mondo che noi definiamo tempo. Il
cromorno era stato fatto venire dall’Irlanda: aveva una testa di
drago avvolta in spire, e un bocchino intagliato nella coccia di
una tartaruga.
“Diranno che ricorri alla musica perché tu stesso non hai più
fiducia nei tuoi versi” osservò Burbage quando i suonatori si
furono disposti per la prova; poi Lawrence prese posto sulla
sua loggetta, dalla parte opposta rispetto al palco, e alzò il roto-
lo di musica che usava per segnare il tempo. La cacofonia che
ne nacque fece scoppiare a ridere l’intera troupe. Abituato al-
l’intimità delle alcove, non aveva tenuto conto del riverbero.
“Diranno che non hai più fede nella tua musa, visto che ricorri
alla musica” ripeté Burbage, trionfante.
“L’età delle parole, Burbage, è finita. Ora, possiamo solo allu-
dere a ciò che ci rimarrà per sempre sconosciuto”.
“Ma questa idea di coinvolgere i nobili che ci sono spettatori
nelle danze allegoriche, mi sembra un artificio da sensale.”
Le danze servivano da intermezzo tra un atto e l’altro: deli-

333
neavano una cosmogonia in cui tutte le cose tornavano al loro
principio. Un camminamento stretto su supporti di legno per-
correva ai bordi l’intera sala, costringendo i ballerini a sfilare
di fianco con radi passi, molleggiandosi sui piedi. Ogni tanto,
qualcuno in abito da pianeta o con le alucce di uno zefiro cade-
va di sotto, tra le braccia protese dei figuranti che subito, scher-
zosamente, lo portavano con loro, dietro le quinte, ad agitare
i teloni dai mille riflessi. La materia si rigenerava, così, da se
stessa, e la danza diventava un’allegoria dell’eterno divenire.
Will osservava il tutto con distacco. Pareva che la scena fosse
stata allestita per lui, affinché il dire addio a tutto il mondo che
amava gli sembrasse una cosa giusta. Non si era mai accorto di
quanto il teatro fosse, per lui, un atto morale. Forse, Hamnet lo
aveva lasciato per questo. Ed ora, il riso e il pianto avevano ce-
duto il posto ad una serenità troppo profonda per non essere la
soglia dell’altrove. Il suo spirito anelava ad incamminarsi verso
dove era chiamato. Scomparire nel fuoco con ultimo guizzo: un
tuffo della stessa indifferenza per cui era venuto alla luce.

334
EPILOGO

Dieci anni erano trascorsi dalla morte di Elisabetta. Gli astro-


nomi cercavano una costellazione cui dare il suo nome: Glo-
riana. Il popolo aveva così chiamato una danza lenta e funebre
nata dalla costola di quella Ciaccona che i Gesuiti, sapendola
virtù di puttane amerindie, volevano proibire. I contadini ab-
battevano le palizzate che segnavano il confine dei terreni un
tempo comuni, ed ora nuovamente degli yeomen, intonando
quell’Inno a Gloriana la cui musica aveva festeggiato la vit-
toria sull’Invencible Armada spagnola. I dotti di Oxford com-
pulsavano i codici in pergamena con i trattati di mnemotecnica
che il gabinetto privato della regina aveva apprestato per loro,
e riandando alla peste recente, vi scorgevano i segni di un rin-
novamento ormai prossimo. Re Giacomo non era nemico alle
arti e le scienze, ma l’uomo nuovo, in lui, aveva paura della
storia. Tutti sapevano che, con la morte di Gloriana, un’uto-
pia era divenuta mito. Will non partecipò al corteo commemo-
rativo: affiancato dagli alabardieri reali, si svolse per cinque
chilometri di folla, ma solo cento tra dignitari, poeti, filosofi e
uomini di scienza ebbero il coraggio di recare lo stendardo con
l'emblema elisabettiano fin sulla nave alla rada del fiume, per
poi fissarlo all’albero maestro e sciogliere le sartìe per un viag-
gio senza guida, lungo le correnti. L’allusione all’Inghilterra,
ora, senza timone, doveva costare cara a ciascuno di loro. Per
questo la folla li amava, e correva al loro fianco in una ridda
tra mani intrecciate. Il suo commiato da quella speranza, Will
lo stava celebrando per conto proprio. La settimana prima il
Globe, durante una rappresentazione, era andato a fuoco, e lui
ne aveva approfittato per ritirare le proprie quote. Nulla come il
teatro conosce il potere della futilità: il senso profondo della vita.
Quando ritornò a Stratford, tutto era pronto. Non mancava che
il pubblico, e la leggera eccitazione – una sorta di ubriachez-

335
za dovuta allo scendere, prova dopo prova, dei concetti dalla
testa ai sensi – che fa levitare le parole dalla carta ai gesti e gli
sguardi degli attori. Negli ultimi tempi, Anne si era riavvici-
nata a lui. Lo vedeva lasciare il teatro, e gliene era grata. Will
non si era mai reso conto di come fosse stata lei, a lasciare lui.
La fuga a Londra, le scene: tutto era stato solo voglia di non
essere al mondo. L’unica cosa che una donna, nell’uomo che
ama, non può tollerare. Ma ora Will si sentiva liberato dei pro-
pri fantasmi, e voleva cominciare a vivere; sempre che l’aver
fatto consistere l’esistenza nella fantasia non avesse dato a
quest’ultima il potere di estinguere, in lui, quella vita che non
le serviva. Era solo una questione di prospettiva: come tutto,
rifletteva Will nel mentre, esitando sulla soglia di casa, impu-
gnando il battente, si dava del vigliacco. La trovata del ballo
finale non avrebbe risolto niente. Far passare per ironia il senso
esoterico insito ne La tempesta? Nessuno vi avrebbe creduto.
Ma, far di se stesso un martire, sarebbe forse stato meglio? un
teatrante martire, merita solo derisione. Quell’epoca d’oro cui
aveva avuto la sorte di partecipare, non sarebbe tornata più.
Farne parte, era stato un privilegio che bastava a giustificare
anche la sua sopravvivenza. Un sogno non ha meno valore se
viene sognato, allo stesso tempo, da intere moltitudini. Picchiò
tre volte la porta col battente di ferro, e Judith, la sua figlia mi-
nore, con quel labbro imbronciato che sempre le pendeva dal
mento, si affacciò ad aprire. Aveva un profumo di bacche sel-
vatiche sui capelli: la grazia di chi, nella vita, si sente gratuito.
Will non poteva più farci niente. Lei aveva imparato a parlare
tardi, e solo per dire che, di parlare, non aveva mai voglia. In
questo, la giustizia del destino aveva fatto le cose per bene.
Susanna, la figlia maggiore, stava ricamando fiori su trine così
sottili che la sua mano danzava, dietro il loro scenario, con ali
di farfalla. Lei aveva il gusto delle cose belle: ma solo cose che
si potessero toccare, e di cui ci si potesse adornare nei giorni di
festa. Will ne era felice, e quasi fiero. Si può essere fieri solo di

336
ciò che non ci si può ascrivere a merito. Anne era molto genti-
le, in quei giorni, con lui. Da qualche tempo, tutti erano gentili,
e rispettosi, l’un con l’altro. Il clima rissoso dell’Inghilterra
elisabettiana si era stemperato in una cristiana dedizione reci-
proca. Era soprattutto quello, a dargli la certezza della fine or-
mai prossima. Si sedette a tavola, e imburrò le sue patate nella
pignatta comune. La carne di montone bollita gli dava sempre
un tremito alle gambe, e la sensazione che metà della sua testa
fosse stata staccata via. La birra scura la dissipava. Essa aveva
sempre sciolto l’ingorgo dei pensieri, quando, nel corso di un
dramma, doveva tratteggiare il carattere di un personaggio da
come salutava, o dal suo continuo alludere a qualcosa. L’uomo
vero, nel tribunale della sua solitudine, non aveva mai osato
metterlo in scena. Di niente, poteva avere maggiore paura.

Al suo risveglio a Londra, il giorno della prova generale, de-


cise che non sarebbe tornato, la settimana dopo, per la ‘prima’
de La tempesta. Ormai tutto era stato fatto, e Burbage pote-
va governare la scena meglio di lui. A Stratford, aveva sentito
per giorni interi una voce chiamarlo dal fiume. Era tranquilla,
come appena desta. Si riaddormentò, e sognò di stare sospeso
sull’acqua. Prospero lo teneva per mano, e gli indicava le car-
te dalle quali l’acqua era lastricata. Gli diceva che, su quelle
carte, lui avrebbe potuto camminare. La sua voce era senza
malizia, ma dolorosa; quasi l’avessero costretto a dire quanto
gli veniva dicendo. E improvvisamente, Will ne ebbe paura.
Si svegliò ansante, e decise di tornare a Stratford. Che la com-
pagnia facesse ciò per cui era stata apprestata. L’esito, non lo
riguardava più.
La strada luccicava del suo distacco dal mondo. I mendicanti
intonavano rondelli su Madonna Becchina e il Re dei Corvi, al
cui tribunale nessuno sfugge. La minaccia della peste rendeva
la città diffidente, e spesso gli occhi gonfi per una bisboccia
notturna erano presi per segni del contagio. Per questo Will,

337
quando lasciava Londra, lo faceva di notte; sobrio, e solo.
L’abito da viaggio era il costume di scena che gli si confaceva
di più. In fondo al ponte, cominciava il mondo vero, verso il
quale, ora, sarebbe andato senza grilli per la testa. Dell’essere
stato attore e drammaturgo si era a tal punto vergognato da
doverlo espiare con un titolo, e una tenuta di sua proprietà.

Maggie gli venne incontro alla svolta della via. La ricordava,


bambina, con quella sua testa troppo grossa nella quale abita-
va il vento, e “spegneva ad uno ad uno i lumini”: così diceva
lei. Era sempre fresca dell’erba su cui si rotolava giù giù fino
alla strada, come quelle ruote infuocate, a San Giovanni, per
festeggiare il solstizio d'estate. Scendeva per la via fissando
in faccia i passanti, e prediceva ad ognuno il futuro da come
gli scintillavano gli occhi, o se la bocca prendeva una piega
amara. L’avevano trovata fuori della scuola, il mattino presto
di tanti anni prima. I ragazzi la pizzicarono e la imbrattarono di
fango. Ma poi le porsero una mela, e da quel momento Maggie
era diventata una di loro. Si scostavano sempre al passaggio di
Will: l’uomo più illustre di Stratford. Sapevano che un giorno
o l’altro sarebbe diventato sindaco. Ma Maggie gli aveva pun-
tato dietro il dito “è un imbroglione: è tutto falso, tutto falso”
canterellando, con la buona grazia di un dio che si perdona un
colpo di pollice dato di sbieco alla sua Creazione. Tutta la sa-
pienza del mondo stava, per Will, in quell’idiota che, se non ci
prestava attenzione, non era buona neanche a tenere le pupille
diritte: le si avvoltolavano all’insù, scoprendo il bianco degli
occhi. Will la cercava, Maggie, le poche volte che tornava a
Stratford. La scopriva sotto i covili, e tra le stoppie ammassate
dai contadini sui bordi dei campi, perché le bruciassero. An-
che lei, se non stava lontana dagli uomini, forse l’avrebbero
bruciata. Will tirava fuori le pagine coi dialoghi ancora freschi
di inchiostro e cominciava a fare le parti di tutti i protagonisti,
davanti alla bambina accovacciata per terra. Allora lei “a che

338
serve tutto questo? così, ti fai male”, faceva; poi prendeva i
fogli e li sminuzzava con quelle unghie così lunghe che le si
arrotolavano sui polpastrelli. Se si limitava a sorridere quieta,
per poi congedarlo mettendosi su di un fianco, a dormire, Will
capiva che il dramma le era piaciuto.
Ed ora Maggie si era fatta grande, e tutto il male che aveva
assorbito non vivendo, ma assistendo solo alla vita degli altri,
le aveva fatto i capelli grigi prima del tempo. I suoi occhi era-
no le sacche in cui pioveva il dolore del mondo. Will, adesso,
vedendola osservarlo con quel vibrare di ciglia che sempre la
coglieva quando doveva tenere lo sguardo fisso, dopo la svolta
della porta in pietra, sul lastrico lucido di pioggia: Will sapeva
che sarebbe morta presto. Forse, anche lei era una creatura del-
la sua fantasia. La prima volta che l'aveva cercato, Will stava
con la schiena contro il sole, di spalle al covone che la bambi-
na usava per nasconderci le monetine. Era appena tornato da
Londra, come al solito. Allora lei gli era venuta con la bocca
vicino all’orecchio e “hai scacciato i sapienti, Will? – sussurrò
– Hai seminato parole insensate, come gocce nel mare? Che ne
hai fatto di te stesso, Will? – aveva i vestiti sudici di melma,
ed anche i capelli erano tutti impiastricciati, come di salsedine.
Will non l’aveva mai vista così in procinto di affogare – Mi
hanno messa in una casa con le sbarre, principino mio. Mi han-
no fatto ballare, e poi mi hanno insegnato la riverenza”.
La bambina si era inchinata, facendo cadere di scatto la fronte
quasi fino a terra; poi, al vedere la faccia di Will, batté le mani:
“Santiddìo! si direbbe quasi che ti importa qualcosa di me. E
invece, è solo perché diventi vecchio, e hai paura di morire
senza nessuno che ti piange. Comunque, sono entrata in un
sacco, e mi hanno buttata dentro un buco. Quando ho sentito
scavare, sono saltata su e ho cominciato a correre – si era mes-
sa le mani sulla faccia; ed ecco che, incrociando le braccia, in
un attimo divenne la propria effige su di una pietra tombale.
Quindi, sciogliendo la stretta, colpì Will con un buffetto sulla

339
nuca – E mi sono detta: ‘Maggie, quel tuo amico sapiente, co-
m’è che non lo ricoverano qui? anche lui, come te, non sa far
niente. Sarà per tutte quelle parole che inventa? Parla, allora,
Maggie: parla. Ed ecco il perché”.
Per un bel pezzo, Will non la vide più. Seppe che la stavano
curando, e le cose, gli venne detto, procedevano bene. Quando
Maggie riapparve in paese, le erano venuti i capelli grigi, e
non parlava più. Vedendo Will apparire in fondo alla strada,
lo liquidava con un cenno della testa. Forse, che cosa fosse
il cercare la bellezza, l’aveva imparato: e non glielo poteva
perdonare.
Quel giorno, invece, fu lei stessa ad accoglierlo; nell’ora in cui
i cani si acquietano, perché la luna diventa rossa. Portava un
collana di talismani aguzzi e nerastri: quando si avvicinò, Will
vide che era fatta coi suoi denti.
“Ritornare al mondo, Will, non si può che una volta – disse
quando fu a portata della sua voce. Si sfilò la collana, e gliela
mise tra le mani – Tieni: queste sono le mie opere. Di certo,
non mi sono costate più di quanto le tue siano costate a te.
Però, lo sai qual è la differenza? io l’ho fatto perché tu mi pos-
sa ricordare; tu, solo per poterti voler bene. Ho aspettato per
anni che mi portassi via da quel posto: per ciò, ti ascoltavo. La
tua poesia, mi importava solo perché ti sapevo troppo povero
per dar retta a ciò che vedevo. L’hai mai descritto, sulla scena,
il posto dove sono stata?”.
Porse i polsi, su cui le corde avevano disegnato un serpentello
che nascondeva la coda sotto la propria testa; le vene erano in
rilievo, tumefatte, e le braccia bluastre sembravano tramonti in
un giorno di eclisse. Will distolse la testa, e Maggie rise.
Ci pensava ancora, Will, quando scoprì Anne, in piena notte,
osservarlo dormire; quasi avesse accolto nel suo letto un turco
gentile, e silenzioso.
“Ti manca Londra? Hai lasciato qualcuno, laggiù?”. La sua
voce era stanca di stare ad ascoltare, ora che la natura le aveva

340
tolto il senso di pienezza al seno, il brivido su per i fianchi; e
un figlio maschio. Lo fissava come una cagna che abbia rice-
vuto troppo pane, e non sappia da dove cominciare.
“Non è niente: è che non so più dove sono, e da dove sono par-
tito. Eppure, quando mi sono perso, tutto era così chiaro”.
“Se ti sembra così evidente, vuol dire che, almeno tu, sei ar-
rivato”: disse, poi si rimise a dormire, trattenendo sul bordo
delle lenzuola quel po’ di tepore che vi si era raggrumato.
Will uscì verso la luna. La nebbia disegnava il suo profilo sul
nulla. Tutto quel senso di attesa, gli sembrava stupido. Era tor-
nato, e tanto bastava. Non si sarebbe dovuto pretendere di più,
da lui. Quando un uomo è tornato, prima della fine, ha già fatto
il suo dovere. Non c’era vento, e gli parve strano. Forse, lì, non
c’era mai stato vento. Non sapeva bene dove fosse vissuto, fino
a quel momento. L’attesa è tale, perché non vi succede niente.
La porta della cattedrale di Holy Trinity trapelava attraverso
la foschia. I doccioni sostavano sul limite della nebbia, qua-
si incerti se tuffarsi. Will voleva vedere un’ultima volta quel
Giudizio Universale del quale re Giacomo, dopo la congiura
cattolica che gli era quasi costata la vita, aveva decretato la
distruzione. Allo stesso modo, tutte le immagini sacre sareb-
bero dovute scomparire dalle chiese d’Inghilterra. Dio, per gli
anglicani, sarebbe divenuto, da allora in poi, soltanto uno stato
d’animo. La scena del Giudizio era coperta dallo schermo del-
l’aria, ma le spire del serpente la cui testa era il mondo guizza-
vano ancora più nitide, quasi la luna vi vibrasse i suoi rintoc-
chi. La scala verso il cielo era fatta coi denti delle vittime, e i
piedi dei carnefici avevano per lacci i loro capelli grigi. Dio,
ebete, rideva e batteva le mani, di fronte ai sollazzi del diavo-
lo: il suo fratello che aveva studiato in città, e per questo era
impazzito. Presto l’avrebbero ricoverato, e Will non sarebbe
stato salvato, perché mai sarebbe andato a trovarlo. Prima di
dissolversi nel nulla, le vittime volgevano lo sguardo verso di
lui; e lo trovavano ridicolo, per la voglia di senso che gli aveva

341
fatto gonfiare il nulla di parole. L’imbuto del tempo trascinava
via quelle anime, senza che esse vi trovassero nulla di strano.
Soltanto lui si erigeva a censore, e pensava di poter togliere di
mano la stadèra al destino con il semplice chiamarlo in altro
modo. La volontà gli era stata amante, e lui l’aveva fatta pregna
del suo seme. Non ne erano nati che discorsi: aborti dell’unico
vero. Ora gli risuonavano tutti insieme nella testa, sfidando la
sua virtù di trovare nomi a ciò la cui natura è non averne.
Prese la strada del cimitero. Hamnet era lì. Non si era mai mos-
so, aspettando che Will si riscuotesse da quel suo intervallo di
sogno. Gli avevano fatto una tomba tutta coperta di erbe sulle
quali i rampicanti avevano steso gli archi di una cattedrale ba-
rocca. Attraverso quell’arco, Will vedeva l’alba prepararsi a
scoccare la luce. Almeno a suo figlio, avrebbe detto la verità.
Gli era stata serbata la felicità più grande: mantenere le proprie
illusioni. Con lui, non erano possibili gli inganni. Sì: Hamnet
l’avrebbe giudicato, senza redenzione. Tanto valeva impilare
l’una sull’altra le scene: una catasta che sarebbe bastata per
darsi fuoco. Raccolse nelle mani la rugiada del mattino. C’era
qualcosa di solenne, in quel suo non essere se non ricordo e
rimpianto. La trasparenza della nebbia, per la luce che pian
piano trionfava su di essa, era il pianto di Ofelia redenta dal-
l’acqua. Certe creature, le si ama solo per poter assistere alla
loro fine, e convincersi che Dio non esiste. La tomba di Ham-
net gli si fece incontro nel primo chiarore dell’alba con tutta la
forza della verità. Era come se una lanterna magica ne proiet-
tasse la sagoma davanti ai piedi di Will, che sapeva quanto
lontano da lì Hamnet fosse. Fare figli, è sempre un ritorno a se
stessi: considerava scavando vicino alla tomba una fossa per
il manoscritto de La tempesta. Lo aveva vergato in caratteri
cifrati, concepiti per quello scopo funebre. Rilegato in maroc-
chino rosso, i fogli in quarto, fatto di una pergamena marezzata
di blu come la pelle di un neonato, le uniche parole decifrabili
di quel manoscritto erano quelle con cui Prospero dava l’addio

342
alla sua magia. La preghiera della rinuncia è l’unica che i mor-
ti sappiano intendere. La fornice dell’archetto rampante che
sovrastava la pietra tombale era una riproduzione del loggiato
del Globe: Will aveva voluto così, per l’illusione che la morte
fosse soltanto una messa in scena. Ed ora, la fine dell’illusione
scenica aveva, in lui, i colori dell’alba. La notte era un vecchio
attore intento a nettarsi il cerone dalla faccia, prima di quel
sonno lungo il quale lo troveranno irrigidito dalla morte, le
mani leggermente disgiunte di chi cercò tutta la vita le parole
per aria. Anche Will: non di lui, si sarebbero ricordati, ma delle
sue parole. Il tempo si sarebbe ricongiunto al tempo, e Ham-
net avrebbe avuto per figlio Will. Bambino, sarebbe rimasto
sempre con lui, senza alcuna impostura di sentimenti. “Buona
notte, dolce principe, e che voli d’angeli ti conducano cantan-
do al tuo riposo”: le parole gli uscirono facili; dopo una notte
all’addiaccio, si è grati dell’alba, e del ritorno di tutte le cose.
Da dove traeva, la morte, il suo vangelo? dalla sua impotenza
a negare il ripetersi della vita. L’aria si intiepidiva sempre più,
ma un alitare di foglie annunciava la sferza del vento, quando
il sole avesse raggiunto lo slargo del cielo. Autunno sugoso
stillava la forza delle messi: incideva di solchi la terra gras-
sa. L’umidità gli aveva inzuppato i vestiti fino alle scapole,
e il sangue gli pulsava sulle tempie. Sarebbe stato così facile
stendersi lì, e aspettare che lo trovassero. Non fosse stato per
Hamnet; che lo vedeva, in pena per lui. Ma non lo avrebbe
aspettato per molto.

Gli attori non avevano diritto a venire sepolti in terra consa-


crata. Will, però, aveva una casa, e un blasone. Il teatro, per
lui, era sempre stato un’interpretazione del male; e il male,
ogni virtù di ragione umana. La confessione, ai tempi della sua
fanciullezza, era già stata bandita dalla liturgia anglicana. Al
suo posto, si potevano commentare col decano i passi biblici
della Passione. Da ragazzo, Will aveva stretto amicizia con Jan

343
Smollet: uno studente di teologia che nel sacrificio di Cristo
vedeva la gelosia di Dio verso la compassione di Suo figlio.
“Capisci? lo sa capace di amare il peccato, e sa che questo lo
pone al di sopra di sé.” Will aguzzava gli occhi, tra il fumo
della taverna, per distinguere le pupille taglienti dell’amico,
sotto gli occhi socchiusi. Il vociare degli avventori gli dava un
senso di ebbrezza, e una pressione sulle tempie, come per dita
di invisibili angeli. Smollet fumava da una lunga pipa, e tutti
si giravano a guardarlo: il tabacco era stato introdotto da poco
in Inghilterra, per iniziativa di Walter Raleigh, il favorito della
regina Elisabetta. Smollet aveva gli occhi di un nero che inva-
deva anche la cornea e si ispessiva sotto le ciglia: “L’assassinio
di Cristo – continuò – è stato solo un atto di invidia. La via
della salvezza, non può passare attraverso la morte – parlava in
modo tagliente, e Will temeva che la sua voce stridula potesse
venire intesa attraverso la sala – Le lacrime e il sangue, sono
uno spurgo del corpo. Che c’entra, l’anima?”.
Will si fissò le mani, che aveva curate come quelle di un chie-
richetto: “Jan, domani parto insieme ai comici.” Le parole gli
giunsero nell’inopportuno momento in cui l’amico stava per
concludere la sua antitesi al Credo; cosicché quello barcollò un
po’, nella fretta di tornare sulla terra.
“Se vuoi manipolare i sentimenti della gente, e avere tutti gli
occhi fissi su di te, fatti, piuttosto, predicatore. Almeno, potrai
venire sepolto in terra consacrata”.
“Ma tu non credi che il teatro possa diffondere l’idea del bene?
– lo sguardo di Jan saettava intorno alle sue tempie come il
fuoco greco, dandogli un senso di calore sulla fronte che lo
spingeva a parlare sempre più velocemente – Voglio dire: farsi
specchio ad ogni malizia, e visibile espressione dell’infamia
che alberga dentro ognuno di noi”.
“Ciò che è bello, Will, fin dal suo primo apparire, esula dal con-
cetto di bene – fece Jan, affogando lo sguardo nel suo bicchiere
di birra – Non partire: fai figli, coltiva la terra, ed abituati a non

344
desiderare. Allora, Dio non ti noterà, e non ti farà niente”.
Ed ora, uscendo dal cimitero, Will decise di rivedere Jan Smol-
let. Era ospitato nel ricovero della diocesi, insieme a vecchi sa-
cerdoti cui la balbuzie impediva di dir messa e vedove venute
da ogni parte, perché a Stratford l’aria era mite. Veder passare
il drammaturgo, adesso anche ricco signore, fu, per tutti loro,
il culmine di ogni esperienza; ma ancora più lo fu il vederlo
bussare alla porta dell’eretico: colui la cui soglia era sempre
bagnata di acquasanta, e nel cervello, i diavoli ci avevano al-
lestito una bisca. Aveva scritto un libro, Smollet, e ne recitava
i punti salienti camminando con i suoi passi saltellanti lungo
il corridoio. Al suo profilarsi, tutti scappavano, e si facevano il
segno della croce. Will udì la sua voce: era fragile come le ossa
sotto la pelle trasparente di un bambino nato troppo presto. Gli
diceva di entrare. La stanza dove Smollet trascorreva l’inizio
della sua vecchiaia era foderata di legno come la cabina di un
veliero. Solo così – precisò – non udiva le risa dei dementi, e
le parole di chi lo credeva indemoniato. Stava tutto il giorno lì
dentro, Smollet, e non aspettava nessuno. Vedere Will, non lo
stupì. Era come se si fossero lasciati il giorno prima: così capi-
ta per ogni amicizia, quando le promesse sono rimaste sguardi
di addio. L’intera stanza era occupata da un ottagono di legno
sui cui assi Smollet stava disteso: sorta di Prometeo geometri-
co legato al suo destino.
“Vedi, Will? – disse il curato a mo’ di saluto – inscritto all’inter-
no di questa figura io, uomo, raffiguro un pentagono. Otto meno
cinque, uguale tre: la Trinità nera della Controcreazione”.
Quel tono di rivelazione fiera della propria inesattezza, Will lo
sentì mostruoso.
“Così, anche tu, alla fine, ti sei specializzato nella messa in
scena del male.”
Smollet scese dal macchinario e si infilò una vestaglia nera con
delle spirali disegnate sul petto e sulla schiena. Del fatto che
fosse nudo, Will non si era neppure accorto.

345
“I miei, sono simboli: per questo, sono fuori dalla chiesa ormai
da vent’anni. Mi tengono qui solo per carità. Tu, che credi nel-
le parole, hai predicato al mio posto per tutto questo tempo”.
Will lo riconobbe qual era da ragazzo, in quella sua posa di
aver scoperto il vero. Si abbracciarono, poi gli fece quella do-
manda che aveva in cuore: “Mi sento prossimo alla morte, Jan,
e ho considerato che non mi spetta una tomba in terra consa-
crata. Ma io voglio stare vicino a mio figlio”.
“E tu credi che un sacerdote esiliato dal suo soglio, e processa-
to per eresia, ti possa aiutare?”
“Tu conosci come pochi la sacralità del peccato, dunque…”.
Will si interruppe udendo grattare alla porta. Qualcuno voleva
sapere quale sorta di riti vi si compissero.
“Non hanno poi tutti i torti, Will – Smollet prese l’amico per
le braccia, distogliendolo dall’aprire – L’interpretazione del-
l’universo sottesa al tuo teatro, merita ogni reverente cautela.
O davvero credi di avere indagato nelle passioni umane per
il solo desiderio di metterle in scena? Dare dignità poetica al
male, è un modo per negarne l’esistenza”.
“E basta questo, perché io sia dannato per sempre?”
Smollet diede un colpetto alla sua intricata macchina geome-
trica: oscillò a lungo sui suoi giunti lignei, poi si rovesciò da
un lato con uno scatto così improvviso che Will ebbe appena il
tempo di saltare all’indietro.
“Nessuno ti ha chiesto di starci, a questo mondo, solo da spet-
tatore.”
“E tu che, per paura dell’indifferenza divina al tuo amore, ti sei
fatto rinchiudere qui?”
“Io, della mia vita, non sono spettatore; in effetti, io sono il
regista della mia stessa desolazione.”
Will appoggiò la schiena alla parete con un senso di distacco
che parve odioso a lui stesso: “E che dovrei fare, dunque: rag-
giungerti?”
Per la prima volta da quando era entrato lì, Smollet lo fissò

346
dritto negli occhi: “Quando hai rifiutato la morte di tuo figlio,
mi hai già raggiunto. Vedi? io non posso fare niente per te, in
quanto, venendo qui, hai compiuto il mio destino. Tu sei giun-
to solo allo scopo di chiudermi gli occhi per sempre”.
Will sentì un tremito salirgli lungo la schiena, fino a che non
gli torse la bocca in un presentimento di disperazione: “Jan,
molti anni sono passati…”
“Duranti i quali tu ed io abbiamo servito la stessa causa. O
pensi che su questo astrolabio ottagonale io non ripeta, gior-
no dopo giorno, ciò che altri mi hanno insegnato? Altri, che
anche tu avesti, inconsapevole, per maestri – Will rimase im-
pietrito: aveva la sensazione che quella scena fosse avvenuta
tante e tante volte, lungo sogni dei quali aveva, nel sogno della
vita, perduto la memoria – Oh, non allarmarti! tu sarai salvato.
L’aver messo in scena il tutto, ti salverà dal sentimento di aver
fallito. Ma io, che mi sono piagato le mani e la mente: io, capi-
sci? mi sono dannato a rispondere anche del tuo fallimento”.
La luce veniva schermata da losanghe multicolori a smalto
sui vetri: una ricerca della consonanza cromatica cui lo stesso
Smollet doveva aver posto mano. Ora, d’improvviso, il gioco
delle nubi e del tramonto si raddensò in un raggio viola che
faceva brillare, con la sua violenza, le pareti. Solo allora, Will
ebbe paura. Smollet venne verso di lui, lo sguardo indifferente
di chi ha perso anche l’ultima occasione per dannarsi: “Tu ci
hai traditi, Will. La tempesta, è stato il tributo alla morale dei no-
stri tempi grazie al quale verrai sepolto in terra consacrata. L’ave-
vo detto, a Gloriana, chi sei: solo un giullare dei sentimenti”.
Will lo vide estrarre una capsula e mettersela in bocca; quando
la schiacciò coi denti, una schiuma biancastra lo ridusse ad un
corpo contorto, ai suoi piedi, in una posa simile al feto dato
alla luce. Non ne ebbe pena, ma pensò a come l’uscire e l’en-
trare nella vita siano di natura analoga, e differente specie. Fu
quella, l’ultima volta in cui si scoprì drammaturgo.

347
Aveva tenuto fede alla sua missione. Disteso Smollet sopra il
suo catafalco geometrico, gli aveva chiuso gli occhi. Ora, non
avrebbe scritto più. Tornando verso casa, lungo il fiume im-
bizzarrito dalle piogge, incontrò il balìvo di giustizia. Costui
gli disse che Francis Bacon era stato denunciato per non avere
proibito la rappresentazione de La tempesta. Rinchiuso nella
Torre di Londra, aveva annunciato che avrebbe dedicato quel-
la “grata clausura” a scrivere un suo trattato “sugli errori del
mondo vecchio, e la verità d’esperienza nel cui segno il mondo
nuovo si avvia al proprio corso.”

348

Interessi correlati