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Come era facile prevedere l’estate ha portato con sé un

nuovo calo della produzione industriale nel nostro paese, e


quindi un riaffacciarsi della crisi economica che illustri
quanto interessati commentatori si erano affrettati a
dichiarare superata.
D’altro canto per chi timbra il cartellino ogni giorno non era
necessario attendere i dati diffusi da Confindustria che
annunciano 480 mila posti di lavoro persi quest’anno (dopo i
380 mila dello scorso anno) per sapere che la situazione
rimane drammatica in particolare sotto l’aspetto
occupazionale.
Dovrebbe però far riflettere che la tenue ripresa
manifestatasi nei primi mesi dell’anno collochi l’Italia agli
ultimi posti tra i paesi industrializzati, mentre la classifica è
guidata dalla Cina il cui governo ha operato per incrementare
i consumi interni (il potere d’acquisto medio dei salari è
raddoppiato negli ultimi 5 anni) e dalla Germania che invece
ha deciso di puntare tutto sull’incremento delle esportazioni.
Nel nostro paese il governo Berlusconi è rimasto pressoché inerme difronte alla crisi, completamente
assorbito dalle beghe interne alla maggioranza e da quelle personali del premier (il fatto che da 5 mesi
manchi il ministro dello sviluppo economico la dice lunga).
Nel corso dell’estate l’iniziativa è stata quindi presa dalla FIAT, subito seguita da Federmeccanica e dai
sindacati “complici” CISL, UIL, UGL, che con la scusa di incrementare la produttività sono partiti a
testa bassa nella demolizione del contratto nazionale di lavoro. Che si tratti di una scusa non vi è
dubbio: la produttività dei lavoratori francesi o tedeschi ad esempio è ben più alta di quella italiana
pur a fronte di salari più alti e maggiori diritti, ed è dovuta a maggiori investimenti in tecnologia e
organizzazione produttiva. Ancora una volta il governo e gli imprenditori italiani, privi di altre
strategie, si lanciano in una folle competizione al ribasso dei salari con i paesi emergenti.
Ma non si tratta solo di questo: l’accordo sullo stabilimento di Pomigliano prima, la disdetta padronale
del contratto nazionale dei metalmeccanici del 2008 poi, e infine l’avvio il 15 settembre della
trattativa sulle deroghe tra Federmeccanica e sindacati complici (con l’esclusione della FIOM) dicono
chiaramente che ci stiamo approssimando alla battaglia finale. Una volta piegata la categoria dei
metalmeccanici, l'unica che è riuscita ad opporre resistenza in questi anni, non vi saranno più argini e i
padroni faranno pagare interamente i costi della crisi ai lavoratori: quello che ci aspetta sarebbe la
barbarie sociale!
E’ con questa consapevolezza che dobbiamo organizzare la resistenza e affrontare le prossime
mobilitazioni, a partire dagli scioperi territoriali e dalla manifestazione nazionale a Roma del 16
ottobre organizzati dalla FIOM.
Deve però essere chiaro che la situazione eccezionale richiede una risposta all’altezza della sfida: non
saranno sufficienti degli scioperi estemporanei e una mobilitazione senza una strategia come quelli
messi in campo dalla stessa CGIL nei mesi scorsi. Per vincere è necessario che la lotta sia generalizzata
e sostenuta dal basso, estesa a tutte le categorie, fabbriche e luoghi di lavoro.

Le nostre vite valgono più dei loro profitti: con l'unità di tutti i lavoratori/ici
Stprviacaboto12/bmonfalcone

prepariamo un autunno davvero caldo per governo e padroni!

Sinistra Critica
movimento per la sinistra anticapitalista
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