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Per la poesia di Carlo Bordini

Francesco Pontorno

I.
Chi scrive Carlo Bordini? Perché se una cosa egli non prevede, questa è la scrittura; non ne calcola i
benefici istituzionali. È il sentirsi scritto (“sono scritto”) formulato nell’Appendice a Sasso e nella
seconda poesia di Frammenti di un’antologia. Esso si coniuga con un’irresistibile pulsione
autobiografica; i poemetti di Bordini hanno, infatti, un avvio e un decorso autobiografico (fino al
rischio del dolore); sono allucinati saggi in versi con obiettivo gnoseologico, costruiti su una
narrazione combinata con aperture atonali, deragliamenti del senso e dell’intreccio, immagini
sformate.
Leggendo Bordini ci si può chiedere perché mai uno dovrebbe mettersi a scrivere gli episodi della
propria pena. Credo per scalzarsi, accettando di diventare polvere del nostro tempo (un tentativo di
rinascita) e conquistando anche l’onestà che Bordini ha nei confronti dei suoi versi. Se è fedele alla
poesia, la ragione non sta nel suo desiderio di essere poeta, ma nell’idea di poesia intesa come
strumento autoanalitico, misericordioso e politico, che gli consente l’investigazione di una discreta
verità. Scrivere sarà allora per Bordini una fatica complessiva, non un esercizio, e ciò segna la sua
massima distanza dallo sperimentalismo storico, ma non esclude che vi sia sperimentazione nei
Costruttori di vulcani. Anzi, pensare che Bordini non tenga a mente la ricerca letteraria sarebbe una
mislettura. Ha detto bene Marco Giovenale:

Bordini – a differenza di molti autori della sua generazione ed esperienza – ha saputo e sa sciogliere in
sintesi senza residui i sali di tre ampolle non sempre legate, a fine e inizio millennio: etica, politica,
scrittura di ricerca. E – ulteriore pregio – ha incontrato o inventato modi e stili e temi che – da un
apparente legame con le avanguardie di secondo Novecento – affiancano in realtà in tutta
indipendenza le ricerche piú recenti di molti autori statunitensi e francesi. Niente realtà e surrealtà,
allora. Qui è in atto una “new sentence”.

“Versi lunghi, enfatici, a volte prosastici, o molto spesso sonnambuli e dormienti”, come scrive di
se stesso. Sintassi sufficiente, puntellata con un idioletto a bassa temperatura espressionistica e
letteraria. Il passo stilistico è di norma piano e micidiale, però non attraversato dalla limpidezza
colta e scintillante di certa saggistica – la poesia di Bordini è saggistica – che secondo il caso
esibisce proprietà di linguaggio e ricercatezza. Quella di Bordini è una lingua che basta, quasi
transnazionale.
II.
Nei testi di Bordini la grafica ha una funzione fondamentale. Riporterò qualche esempio. I puntini
al quinto verso di Succhi, a filo con la “e” finale di “sapere”. Cosí come la scansione sillabica di A
Silvia o i rientri di Sogno di Elena; il breve testo che sembra un esergo, ma non è, di Poema a
Trotsky; le parentesi irrelate quadre e tonde; le maiuscole dove non ci starebbero, lo stesso per le
minuscole; l’interlinea di Strategia, a volte dimezzati; la virgola a inizio verso nella diciottesima
parte di Pericolo. Ognuna di queste soluzioni è senso e suono per gli occhi. La minuscola dopo un
punto fa la tonalità in minore, la maiuscola quella in maggiore. La virgola a inizio verso scongiura
la banalità. Quindi si troveranno nel textus di Bordini parole dipinte e valori iconici, assai piú di
quanto si creda. E la definizione migliore per il suo trattamento dell’interpunzione, che supera ma
non smentisce l’intento ritmico-visivo, l’ha data Massimo Onofri recensendo il romanzo breve
Gustavo, “sofferenza della vita al suo livello linguistico”.

I risultati di semplicità formale documentati nei Costruttori di vulcani, sono difficili da raggiungere,
perciò la spontaneità della scrittura di Bordini dovrà essere considerata solo un equivoco. I suoi
versi prima di guadagnare il libro passano da un lavoro complesso che li conferma; e attraverso
numerose varianti entrano nel progetto compositivo musicale (che probabilmente significa anche il
proteismo dell’io e la possibilità psichica) tentato da Bordini in ogni sua opera, in cui serialità,
ripetizione e lievi modifiche sono semanticamente rilevanti.

III.
Bordini ha iniziato a scrivere da giovane, ai tempi del liceo. Finito il classico (dove aveva avuto tra
i suoi primi lettori Giorgio Manganelli, professore d’inglese nella Roma anni cinquanta), frequenta
per un breve periodo l’università che abbandona per dedicarsi alla politica, aderendo a una
formazione trotskista. Interrotta dopo circa dieci anni l’esperienza militante, decide di riprendere gli
studi, diventando in seguito ricercatore e docente di storia moderna alla Sapienza di Roma. Nel
frattempo, vive la controcultura degli anni settanta declinandola a suo modo. Da questi pochi dati, si
capisce che Bordini ama frequentare le virate e i cambiamenti; imbocca strade, recupera, rinuncia,
riprende, conquista. Elementi autobiografici che leggibili nelle poesie, rivelano un’analisi
dell’esperienza non innocua, anche se muta, defilata.

La sua prima raccolta è Strana categoria del 1975, un ciclostilato che mandò per critici e scrittori.
L’esordiente viene recensito da Enzo Siciliano e poi schedato da Franco Cordelli nella storica
antologia Il pubblico della poesia. Da quell’avvio, Bordini ha precisato una notevole poetica del
detournement, del collage, dell’innesto, dell’inserto. Parla con chiarezza teorica di semplicità e
classicità quali criteri e traguardi estetici, ricerca ritmi per i suoi versi, poesie e macrotesti. Tuttavia
resta sempre impossibile presentare Bordini attraverso le tappe della formazione di un intellettuale
italiano nato nel 1938 che fa politica extrapartitica per anni; e come uno scrittore nostrano cresciuto
sui tanti testi della cultura occidentale (e non solo), le letture una volta comuni ai liceali di buona
famiglia presi dallo slancio rivoluzionario. Non è possibile perché Bordini è un poeta politico e
feroce, letterariamente irriducibile. L’“enorme secondarietà della letteratura” – frase di Amelia
Rosselli, sua amica vera – citata in Questa è una poesia, non è la strumentalizzazione del testo e
l’engagement, è piuttosto l’integrazione della letteratura e della vita, è l’idea che la letteratura possa
essere legata all’autenticità del comportamento, all’etica.
Come detto, dopo una parentesi universitaria, si unisce a uno sparuto gruppo trotskista. Lo sceglie
bene – opta per uno senza avvenire – e ci sta completamente dentro per un decennio, fin quando
non scopre che è meglio riaffiorare. Durante il periodo di attività politica non tocca un libro, non
scrive, non legge. Questa totale vacanza dalla letteratura – che in parte continua oggi essendo egli
un lettore selettivo, non bulimico – scoraggia tentativi di accostamento ad altri scrittori. Il
sentimento intellettuale che cresce fra libri della tradizione letteraria e generazionali, biblioteche e
salotti (anche in senso buono), non è di Bordini. Neanche le ascendenze culturali nette sono sue.
Quando se ne parla, si fanno i nomi di Gozzano, di Apollinaire (il poeta piú amato e forse l’unico
che lascia qualcosa di persistente nella sua scrittura), mentre intelligenti connessioni con T.S. Eliot
ha trovato Olivier Favier. E Bordini ha di certo apprezzato il Pasolini di Trasumanar e organizzar,
ma non è uomo di tutti i libri, e anche per questo è tanto diverso dai poeti della sua generazione. Il
suo modo di leggere è lento e dormiente, lungo ed enfatico, come i suoi versi. Bordini scarta
dunque il profilo del poeta italiano d’oggi e collocarlo da qualche parte o di fianco a qualche nome
non mi riesce. L’unico appiglio per me criticamente persuasivo resta l’autobiografia, tanto che
perfino il detournement, di cui dirò altro, non mi sembra provenirgli da letture particolari; con la
sua voglia di conquista di uomini e cose alla scrittura, l’avrebbe inventato o almeno annusato il
detournement, se non fosse esistito.

Da storico Bordini si occupava in particolare di storia della famiglia e dell’amore, due realtà
privatamente irrisolte che scelse di studiare apposta per farci i conti. Tanta della sua poesia è poesia
di famiglia e d’amore. L’amore orrido, traumatico, deposito di dolore interstiziale. Solo un rapido
esempio: Strategia è un libro d’amore, il genere è quello del contrasto, ma è un Rosa fresca
aulentissima finito male. Bordini lo scrisse in poche notti, credo rischiando di impazzire e, in effetti,
non si scampa ancora a questa lunga poesia guerra.
IV.
Bordini impiega per i suoi testi materiale estraneo, scorie e altra scrittura apparentemente
insignificante. Collage, innesto, inserto, niente di nuovo per la storia della letteratura, certo, ma egli
li amministra con straordinaria capacità poetica. Questo è importante, poiché proprio non giocando
con la lingua e con le parole Bordini provoca molto meno di certa avanguardia, o meglio provoca
seriamente. Quindi non sarà da considerare un poeta antiletterario, semmai uno non dipendente
dalla letteratura, in cui la memoria biografica è piú importante di quella letteraria e in cui l’uso di
linguaggi ripescati (spesso settecenteschi e ottocenteschi, oppure tecnici, burocratici) – che può far
parlare di un Bordini sperimentale – viene dalla convinzione che fuori del suo contesto originario il
linguaggio rivela la sua verità, il suo ridicolo, il suo orrore. Penso ad Appunti sulla guerra, a
Materia medica, oppure a certe frasi che punteggiano Poema inutile. In tal modo l’epigrafia (il
sentirsi scritto di cui parlavo all’inizio) viene capovolta nel pieno controllo della lingua che esplode,
scopre e talvolta crea anche un senso d’irrealtà, una voce fuori campo, come nel caso di Pericolo e
di Descrizione di un mattino d’estate.

L’assimilazione, l’annessione dell’altro alla propria scrittura è presente fin da Strana categoria, in
cui si allegano fatti e detti degli amici. Tre anni piú tardi – quando la poesia stava uscendo dai
circoli per entrare nei movimenti giovanili –, Bordini continua la raccolta di parole e pensiero altrui
in Dal fondo. La poesia dei marginali, curato insieme ad Antonio Veneziani. Si tratta di un volume
di versi di prostitute, tossicodipendenti, pazzi, emarginati, militanti politici. L’idea che ne è alla
base, adoperare la scrittura sotterranea per compilare un’antologia, mi pare un raffinato formalismo
che annuncia parte della futura poetica di Bordini: montare testi provenienti da un serbatoio
linguistico ed esperienziale diverso dal proprio (un volo radente sulla langue) per disfarlo in suono.
In questo senso Dal fondo può essere considerato una sua opera a tutti gli effetti, un esperimento
radicale che nei libri seguenti sarà solo dissimulato. Bordini, infatti, non smette ancora: e senza dire
dell’inclusione di testi tolti dalle fonti piú varie, presente fino a Effimere, vorrei analizzare il recente
Non è un gioco. Appunti di viaggio sulla poesia in America Latina, scritto dopo aver partecipato al
festival di poesia di Bogotà. Delle circa sessanta pagine, sei sono occupate dalla prefazione (gli
appunti di viaggio), a seguire una conversazione con Stefania Scateni, un’intervista in forma di
racconto a Pedro Alejo Gómez Vila, una Breve storia e breve descrizione del Festival di poesia di
Medellín, una Lettera degli artisti e degli intellettuali per la pace in Colombia, poi – tra l’altro – un
Piccolo dialogo notturno, Una lettera sul senso della cultura di Laura Ceccacci, qualche traduzione
di versi di poeti ispanoamericani. Tutto il materiale lo si distingue dai diversi caratteri,
dall’incolonnamento, dalle pagine che comprendono immagini e blocchi di testo. Tale irresistibile
vocazione alla polifonia potrebbe essere interpretata anche come entrismo metaforico, esigenza di
relazione. Bordini di entrismo ne ha praticato tanto e non ha mai fatto a meno della psicologia e
della politica come mimesi, come simulazione e dissimulazione. Si legga a riguardo questa
paginetta autobiografica in cui il tatticismo dell’adulto si nota già nel tatticismo bambino.

Ultimamente ho guardato dei film di quando ero bambino. Io non sorridevo mai. Mio fratello e mia
sorella sorridevano. Io no. Avevo l’aria imbarazzata.
Era come se mi sentissi un intruso. Era come se non sapessi esattamente dove dovevo stare e cosa
dovevo fare. Da bambino ero quasi catatonico. Era come se sentissi il bisogno di scusarmi per il fatto
di esistere. Ero triste, e avevo la sensazione di non avere il diritto di vivere. Ma nello stesso tempo
c’era in me qualcosa di falso: mi adattavo al mondo dissimulando: fingevo di essere buono. Avevo
un’aria assente sotto la quale si sentiva il calcolo: ero il futuro rivoluzionario. Avevo paura del mondo,
della mia famiglia, e, per non farmi schiacciare, assumevo un’aria quasi sacerdotale. Conosco uno
scrittore abbastanza noto che non cammina, striscia; io strisciavo. Dopo imparai a ribellarmi
strisciando.

I costruttori di vulcani, macrotesto esemplare, non sembra contraddire quanto detto finora. Per
l’occasione, Bordini ha rilavorato i suoi versi, li ha riletti e rivissuti. Qui si trovano tutte le sue
raccolte di poesia (eccetto Strana categoria che vi è solo rappresentata), ma con modifiche,
spostamenti, montaggi nuovi. Il libro è cresciuto, si è stratificato, si è ingrossato con redazioni e
versioni differenti, titoli che si ripetono, titoli di sezione che sono anche titoli di poesie, per
diventare l’oggetto piú emblematico del percorso poetico di Bordini; l’uso di tutte le proprie poesie
come se non fossero le proprie o come se fossero nuove – per esempio, spostandole (soprattutto
quelle di Poesie leggere) da una sezione all’altra del libro.

V.
La critica su Carlo Bordini è disseminata tra giornali e riviste, ma c’è qualcosa anche in volume
oltre alle prefazioni e ai risvolti. La scheda di Franco Cordelli apparsa nel Pubblico della poesia. In
La poesia italiana alla fine del Novecento di Alfonso Berardinelli, si trova l’unico tentativo di
sistemazione critica di Bordini nel panorama poetico nazionale.
Paolo Febbraro in Poesia 2009 quattordicesimo annuario che contiene anche una recensione a
Sasso di Giuseppe Crimi.

Come ho già ricordato, il primo ad accorgersi di Bordini fu Enzo Siciliano. Il critico, in un articolo
del 1975, discorreva della nuova generazione di poeti, credendo che Bordini fosse molto giovane.
Ma Siciliano era nato nel ’34 e Bordini è nato nel ’38, quasi coetanei. L’equivoco è sintomatico di
quell’adolescenza infinita che si riconosce a Bordini e di cui Berardinelli parlava in una recensione
a Strategia (Berardinelli però era a giorno dell’età dell’autore): “A quarant’anni, come poeta
giovanile e innamorato, come adolescente saggio, Bordini non ha rivali.” Attilio Lolini sempre
sull’adolescenza: “Conobbi Carlo Bordini nel 1974. […] giovane non l’ho mai visto; penso che a
diciotto anni fosse – piú o meno – come ora. […] ultimamente m’è parso addirittura un
adolescente.”
Olivier Favier su Strategia: “Gran parte dell’energia poetica sta nel forte sentimento di disagio
generato dalla dimensione oscena, che funge da esperienza liberatoria”.
Claudio Damiani su Mangiare: “Bordini […] ha un’idea poetica. Quest’idea ha una forma
metaforica, o, meglio ancora, allegorica”.
Marco Maugeri su Polvere: “Ecco che la poesia […] di Bordini […] coincide con questo risoluto
scongiurare le ceneri, questo riaffiorare alla luce nell’opera luminosa di un lento e convinto
rispolvero.”
Michele Trecca su Pericolo: “Con suadente (e per certi aspetti stupefacente) intercambiabilità di
piani e registri […] le parole di Bordini coraggiosamente dicono della ‘catastrofe della Storia’”.
Mauro Fabi su Pericolo: “Stupefacente è il linguaggio che Bordini ha creato e che non ha riscontri
nel panorama poetico italiano, un linguaggio piano, asciutto, pulitissimo, a tratti scarno e prosastico.
[…] La sua forza non sta nel verso in quanto tale, ma nella visione del mondo che l’intero progetto
apre.”
Andrea Di Consoli su Pericolo: “È, Bordini, un poeta completo, in cui narratività o, piú
precisamente, adesione totale alle cose e ai pensieri, si realizza all’interno di una lingua
sperimentale, ricca di sfasamenti improvvisi”. E ancora Di Consoli – stavolta scrivendo di Sasso
mette giustamente Bordini “tra i principali esponenti italiani della ‘poesia narrativa’ e della scuola
romana post-pasoliniana”.
Grazie alle traduzioni e ai contributi di Vince Fasciani e Olivier Favier, la critica francese è da
qualche anno interessata all’opera di Bordini. Ricordo almeno le recensioni di Roland Jaccard
all’edizione in francese del Manuale di autodistruzione e quella di Jean-Baptiste Para all’edizione
francese di Polvere.

Su Bordini si leggono cose concordanti, sembrano esserci dei punti fermi. Per esempio, Paolo
Febbraro e Filippo La Porta hanno potuto parlare della sua poetica rispettivamente nei termini di
“razionalismo onirico” e di “dormiveglia vigile”.
Piú d’un critico ha rilevato nella sua scrittura un’istanza filosofica, che non è certo sistematica.
Fabi: “Poesia filosofica forse, ma anche questo sarebbe riduttivo. Perché, al contrario dei filosofi,
Bordini non cerca la chiave di lettura della realtà, ne esaspera i contenuti sino a restituirla nei suoi
elementi costitutivi, fino a farne polvere.”
Bordini può ricordare nei temi ma anche nell’argomentare i moralisti classici – siamo di nuovo alla
poesia saggistica. La sezione Vecchio di Sasso fa pensare a Del ritiro di La Rochefoucauld, mentre
l’apologo Fare di questo, con protagonisti il cane Bione e le donne S. e G., evoca certe risoluzioni
machiavelliche (di “machiavellismo fragile” parla Bordini nel suo Manuale di autodistruzione). Mi
spiego meglio con un brano dell’introduzione di Giovanni Macchia al suo miliare I moralisti
classici:

Il moralista […] può non essere un creatore o un massacratore di sistemi filosofici (egli che non ha del
filosofo la serena distanza mentale), ma è certamente un massacratore di miti. Lí è il suo coraggio e la
sua ragione. Il moralista non si applica, con furore simmetrico, alla costruzione di un mondo di
pensiero: si limita a notare la contraddittorietà dell’esistere, le luci e le ombre di tutto ciò che ha sotto
gli occhi.

Bordini ha sempre cercato intorno a sé e dentro di sé. Denuda e mostra come un moralista classico
contemporaneo; uno spietato, ironico cronista del vero.