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INCONTRO CON UN UOMO STRAORDINARIO - 18

tratto dal blog http://ilgrandeignoto.blogspot.com di Angelo Ciccarella

Scandurra sosteneva che Viterbo, insieme ad altri luoghi fatidici sparsi per il mondo, erano ponti
dell'Universo, portali verso scali cosmici. Uno di noi, fissato con le filosofie orientali, aveva ribattezzato
questi posti, Sevagram. Sevagram è il nome di un villaggio indiano, nello stato del Maharashtra, già
sede dell'ashram del Mahatma Gandhi. Il nome sevagram significa, in hindi, villaggio di servizio. E
proprio questo svolgeva Viterbo, un servizio di accesso.
Non fu difficile credere a quanto asseriva il maestro. Le cose che vedevo e vivevo erano oltre ogni
immaginazione. Proprio qui, nella mia città avevo l'opportunità unica di accedere a mondi e
dimensioni come le descrivevano i viaggiatori mistici, gli sciamani, gli scrittori veggenti, i maghi.
La stessa fantascienza del ventesimo secolo, aveva ripreso nelle forme adeguate allo spirito del
tempo, i temi dell'esplorazione galattica, l'ultima frontiera oltre i confini terrestri. Verso gli anni
sessanta, la sci fi si diresse verso altri lidi, da quelli dell'esplorazione esterna alle esperienze di alcuni
coraggiosi viaggiatori alle prese con i mondi interni della coscienza.
La letteratura ebbe un ulteriore sussulto. Una nuova espressione documentaristica, romanzesca,
speculativa, fece il suo ingresso trionfante sul panorama culturale un po' borghese e stitico, quando
non violentemente ideologico. Il Mattino dei Maghi, fu il libro chiave di questa svolta copernicana,
forse ben più di quanto si aspettassero i due autori francesi, Louis Pauwels e Jacques Bergier.
“Un'opera che getta un ponte tra il fantastico e il reale, tra la magia, la mistica e lo spirito moderno”,
così recitava il sottotitolo nell'edizione italiana a cura di Sergio Solmi. La prima edizione Gallimard
datava 1960, quella italiana Mondadori, il 1963.
Fu un fulmine a ciel sereno. Grazie a questo libro molte persone, di tutte le età e culture, ebbero il loro
testo sacro, magari demitizzante ma tosto, intrigante, aperto ad ogni strada della conoscenza. I piani
cognitivi si avvicinavano, passato e futuro si congiungevano. Atlantide, i dischi volanti, gli alchimisti
antichi e moderni, i superpoteri psi, si ritrovavano in un mix lussureggiante, dalle atmosfere
caleidoscopiche. S
i era riaperta una porta, non solo simbolica e culturale. Soprattutto il pirotecnico Pauwels, pagano
(sebbene convertitosi alla fine del suo percorso, al cattolicesimo) ed ex allievo di Gurdjiev, riuscì a
scuotere le fondamenta del piattume occidentale, lanciando segnali per i naviganti nelle terre
incognite. Noi ci abbeverammo da questa fonte e grazie alle sue aperture sul fantastico, sul mitico,
sulla scienza di frontiera, ci mettemmo nelle condizioni ottimali da poter incontrare Scandurra: un
personaggio che non avrebbe sfigurato tra quelli citati da Pauwels e Bergier, anzi.
Quello che stavo facendo, oltrepassare i limiti spazio-tempo trasformando me stesso, era la migliore
ricezione di quel messaggio.

Non avevo più una struttura biopsicofisica ordinaria, ero unificato. Il mio punto-coscienza era esteso
ed espanso: onda-sorgente oltre lo spettro sensoriale. Anche la paura contribuì a realizzare questo
mio stato, lo confesso. Si radunano forze, sentimenti, aspettative, volontà, in una sintesi superiore.

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Tentai di toccare la porta cristallina, pensando di trovare un ritorno di forza. Pensavo di sentire la
durezza del cristallo. Pensavo così, ma le cose stavano diversamente. Era oleosa e plastiforme, vi
penetravo con tutta la mano. La sensazione era curiosa, in apparenza sembrava compatta, in pratica
era molle. Non realizzai che potessi essere io a trovarmi in una condizione speciale atomica e
animica, quindi oleosa e plastiforme: mi venne in mente subito dopo che l'attraversai con tutto il mio
corpo. Mai come in questo caso potevo definire il mio, come un corpo fluidico. Il dentro e il fuori, io e
la realtà che mi circondava, eravamo comunque cambiati.
Come in un grande acquario pieno di olio, mi muovevo lentamente, quasi a sobbalzi, la gravità non
era più incombente.
Mentre mi inoltravo attraverso quello spazio rosso semi-liquido, mi venivano alla mente pensieri di
rivalsa, un po' stizzosi nei confronti di alcuni coetanei che mi canzonavano per le mie fisse col mondo
dell'occulto. Adesso mi trovavo a vivere un'avventura straordinaria, lontana dall'esperienze della
maggior parte degli esseri umani. Sulla punta della piramide, mi sentivo qualcuno...
Come capitava ogniqualvolta 'mi allargavo', una voce, un ricordo di Scandurra mi ridimensionava.
“Se nasci falco, hai il dovere di volare alto, affrontare le correnti e il mirino del cacciatore che vive in
basso. Ognuno ha la frusta per il culo suo”.

Già nei primi tempi, mi profetizzò lo scenario della mia vita che mal compresi e men che meno mi ci
preparai.
“Sarai uno di quei rari uomini felici, a cui è concesso di esistere in un sogno da sveglio. Diventerai un
apritore di strade perché altri possano percorrerle. Oggi nascondi il tuo segreto, lo difenderai contro
tutto e tutti. Domani lo svelerai al mondo. Se costruisci un ponte, loro verranno.”
La mia felicità la avrei dovuta condividere con più persone possibili. Una missione in piena regola.
Già ho accennato che Scandurra delineò, per sommi tratti, il grande cambiamento che il mondo
avrebbe affrontato intorno all'anno 2012. Ci diede delle consegne. Ognuno avrebbe dovuto
adempierle in tempi diversi, ma entro quella data nevralgica.
Periodicamente ci ricordava quest'incombenza, ma inizialmente non le attribuimmo molto peso. Erano
così lontani quei termini. Il tempo però non si è fatto aspettare. Tutto scorre così velocemente. Il punto
di svolta è imminente e più vicino di quanto il calendario segni.

In quella sorta di budello vischioso, sempre più trascolorante verso il rosso scuro, trovai serie difficoltà
di equilibrio. Svolazzare in un liquido denso e al tempo stesso solcato da una corrente ascensionale,
un vento che mi innalzava, era un'esperienza strana, più da pesce di fondale che da giovinotto
assetato di conoscenza.
La conoscenza era anche questo, invece: trovarsi in un ambiente nuovo e alieno, che faceva il paio
con un sentore interno di emozione e delucidazione. Mi prese una forte agitazione. Incominciava il
timor panico. Avevo serie difficoltà di respirazione. Me ne accorsi in quel momento che inghiottivo quel
liquido densamente strutturato. Tosse, nausea e vomito in sequenza veloce. Sentivo una pesantezza
progressiva che mi cresceva dentro.
Affondai lentamente, inesorabilmente. Pensai alla fine. In che modo morivo? Dove terminava la mia

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vita? Di nuovo mi invase uno scoramento infinito.

Una sala circolare di dieci metri di diametro, scolpita nella roccia, illuminata non si sa da dove, era la
mia nuova sede. A pancia in giù, sopraffatto dalla stanchezza, la gola come una fornace, ero vivo
proprio perché sentivo dolore. Vuota la stanza, vuoto il mio stomaco.
Mi alzai e a sorpresa notai che i miei abiti erano asciutti; niente dimostrava che fossi passato dalla
zona rossa. Indubbiamente il servizio di lavanderia e asciugatura era eccellente. Chi erano i solerti
padroni di casa? Cercai un qualche segno di riferimento sul muro, nel piancito. Niente che mi
conducesse ad una qualche risposta, niente, nemmeno una porta. Ma allora da dove ero entrato?
Nessuna fessura o piano mobile.
Prigioniero, ecco che cos'ero, prigioniero di una setta di folli adoratori di chissà quale divinità
lovecraftiana. Di nuovo la paranoia. Scandurra non mi avrebbe mai mandato allo sbaraglio, tanto
meno in una trappola senza uscita. È possibile che di fronte ad ogni ostacolo, davo fuori di testa?
Improvvisamente il pavimento insieme al soffitto incominciarono a ruotare in sensi contrapposti.
Questi spostamenti non producevano alcun rumore. La loro velocità sembrava quella della lancetta
dei secondi di un orologio. Poi, tutto si fermò di colpo, ma non rischiai di cadere come sarebbe stato
ovvio. E si aprì un portello al centro del soffitto, da cui discese una passerella, forse metallica, fino a
terra. Non vi erano dubbi, qualcuno voleva che vi salissi sopra. Così feci. Misi prima il piede sinistro e
poi quello destro e mi resi conto che l'inclinazione era di almeno il 70%. Ma non dovetti elucubrare più
di tanto, perché si mosse e mi innalzò lentamente verso l'alto. Sembrava una scala mobile.
Intanto il soffitto si era aperto del tutto e nemmeno me ne ero accorto, ma quello che vidi non lo avrei
mai più dimenticato.

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