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Come Arrivare a Pietrabbondante

Da Roma In macchina Autostrada A1 (Direzione Napoli) – Uscita S.


Vittore (FR) – Venafro – Isernia (Fondovalle
Trigno) – Pescolanciano – Pietrabbondante

In Treno Roma "Termini" – Isernia (con possibilità di


arrivo in Treno a Pescolanciano) – Arrivo a
Pietrabbondante mediante Autobus di linea

In Autobus Stazione Tiburtina – Isernia –


Pietrabbondante

Da Napoli In macchina Autostrada A1 (Direzione Roma) – Uscita


Vairano – Caianello (CE) – Venafro – Isernia
(Superstrada Trignina) – Pescolanciano –
Pietrabbondante

In Treno Napoli "Centrale" – Isernia (con possibilità di


arrivo in Treno a Pescolanciano) – Arrivo a
Pietrabbondante mediante Autobus di linea

In Autobus Piazza Garibaldi – Isernia – Pietrabbondante

Da Vasto In macchina Fondovalle Trigno (Direzione Isernia) –


(CH) Uscita Pietrabbondante (C.da Arco)

Pietrabbondante.....un ridente paesino dell'Alto Molise, situato a


1027 metri sul livello del mare, addossato con le sue casette alla nuda roccia,
sormontato da imperiose "Morge" che si stagliano perfette in contrasto con il
cielo, sovrastato dalla cupola verdeggiante e selvosa del monte Caraceno e
protetto dall'impavido guerriero sannita che troneggia sulla piazza.
Tutt'intorno è un tripudio di natura incontaminata e silente, monti dietro monti,
vallate immense, paesi sparpagliati qua e là, campi straripanti di fiori
variopinti.
Al di sotto del nucleo abitato, all'altezza di mille metri, magicamente adagiato
nel prato, si trova il teatro dei Sanniti che rappresenta un connubbio perfetto
tra archeologia e natura.
Pietrabbondante, dunque, e una meta da raggiungere per chi ha voglia di fare
un tuffo nel passato, per chi vuole riassaporare i profumi e i sapori antichi, per
chi ha voglia di natura, arte, archeologia, storia e tradizione.
Le origini di Pietrabbondante sono antichissime, forse
appartengono addirittura alla preistoria, ed i primi abitanti, tuttora sconosciuti,
furono sottomessi ne VI secolo a.C. dal popolo guerriero dei Sanniti. Inizio
quindi in queste zona la storia di uno dei popoli più potenti dell'Italia centrale
che fù fiaccato solo dalla grande espansione romana. Proprio i Sanniti
chiamarono la località "Bovianum", ma questo non durò per pochi secoli,
infatti, dopo le sconfitte nelle guerre sannitiche e la definitiva distruzione del
luogo ad opera di Silla (89 a.C.), Pietrabbondante divenne parte della colonia
romana situata nel Sannio e di cui rimangono le documentazioni grazie a Plinio
il Vecchio. I Romani chiamarono la cittadina "Bovianum Vetus", e solo dopo la
denominazione longobarda del VIII secolo si arrivò al nome Petra Habundante.
L'attuale ubicazione della cittadina si fa risalire al periodo romano; in ogni
modo, poco distanti sono tuttora conservati i resti di una città sannitica. Molti
storici ritengono che quest'ultima sia stata sede delle Assemblee del governo
federale dei Sanniti. L'attuale nome è relativamente recente ed è
etimologicamente giustificato dal fatto che la zona è ricca di pietre e detriti
calcarei. Riguardo al ruolo di "Bovianum Vetus" si sa poco, come detto era
sede delle assemblee sannite, ma senza dubbio era anche un centro di vitale
importanza ed anche quando i Sanniti vennero sottomessi ai Romani,
Pietrabbondante divenne un luogo di riferimento per il controllo dell'Alto
Molise. La città sannitica si estendeva per poco più di seicento metri,
nonostante ciò, la zona rimane tuttora ricca di reperti archeologici rilevanti. Gli
scavi iniziati intorno al 1840 portarono alla luce tronchi di statue marmoree,
utensili di creta, monete, armi ecc.. Molto importante è il tempio costruito in
poligoni di pietra calcarea e l'anfiteatro che è l'unico esempio di teatro in Italia,
escludendo la Magna Grecia, che, pur conservando una struttura greca era
stato edificato dai Romani.
Nel 957 la città era capoluogo di una delle trentaquattro contee in cui venne
diviso il ducato di Benevento; i primi conti di cui si ha notizia ernao i Borrello.
Con il tempo si intrecciarono e si susseguirono al potere un miriade di famiglie:
i Cantelmo, i Carafa, i Marchesano, i D'Andrea ed infine ai D'Alessandro.
Attualmente la cittadina di Pietrabbondante rimane una delle sedi più ambite
del turismo Molisano. La zona può essere ritenuta interessante non solo per la
sua storia, ma anche perché è situata in un luogo incantevole e caratteristico ai
piedi di imponenti rocce chiamate "Morge" e alle falde del monte Caraceno
sulle cui pendici sono stati rinvenuti importanti resti megalitici. La località è,
inoltre, ricca di flora essendoci nei luoghi limitrofi ampie distese di conifere e di
latifoglie. Accanto al teatro si possono ammirare la chiesa di Santa Maria
Assunta, fondata nel 1666 e costruita si antichi luoghi sacri e la chiesa dedicata
a San Vincenzo Ferreri.
DA VISITARE
IL TETRO-TEMPIO DI
PIETRABBONDANTE

Sul pendio di Monte Saraceno, i Sanniti edificarono un maestoso complesso di


culto costituito da un teatro, un tempio e due edifici porticati ai lati di
quest'ultimo. I lavori iniziarono alla fine del II secolo a. C. e terminarono nel
95 a. C.
L'edificio, così articolato, era destinato sia al culto che alle attività istituzionale,
perché, se nel grande tempio si svolgevano riti religiosi, nel tetro si riuniva il
senato per adottare deliberazioni importanti nell'interesse dello Stato.

Pietrabbondante (Is)
Assonometria generale del
complesso monumentale
Teatro-Tempio (fine II sec.
a.C.)con proporzioni e volumi
originali scaturiti dallo studio
delle strutture e degli elementi
rinvenuti.
Progetto ricostruttivo:Fronte scena

DATI TECNICI

Il complesso teatro-tempio, ridotto a resti di mura imponenti fuori terra, si


trova alla periferia di Pietrabbondante, a 966 metri sul livello del mare, a fianco
ad un altro tempietto con botteghe porticate di epoca precedente ( inizio II
sec. a.C. ).
Per costruirlo, i Sanniti ricavarono due terrazzi lungo il fianco del monte, a
livelli diversi ma su un unico asse. Quello in alto ospitò il tempio e i due edifici
porticati laterali; quello in basso, il teatro. Dimensioni complessive dell'area:
55 x 90. Al complesso culturale si accedeva non dall'attuale strada provinciale,
bensì dalla via a valle, poco distante dal fronte del teatro.
Il prospetto non era allineato sulla strada, come avviene in genere oggi, ma sul
corso del sole. L'intero santuario è così orientato ad est/sud-est, in modo da
poter osservare dal suo fronte la nascita del sole ogni giorno dell'anno.
Rientrava ciò nei principi della disciplina augurale.

Progetto ricostruttivo:Prospetto
Teatro-Tempio
Progetto ricostruttivo: Prospetto
laterale del Tempio

Il teatro si compone di due elementi: la càvea e l'edificio scenico, legati tra loro
da due archi di pietra posti alle estremità dell'iposcenio.
La càvea contiene 2500 spettatori. L'acustica è perfetta. Arrivando dalla strada
principale, ci si imbatteva nell'alta facciata dell'edificio scenico lungo m. 37,30
e alto circa 7, con ai due lati gli ingressi a cielo aperto e alle estremità i
magazzini.
Coloro che entravano, superato il cancello,
passavano sotto l'arco dell'iposcenio e
prendevano posto sui sedili di pietra. Una
volta seduti avevano avevano di fronte il
palcoscenico dominato dal prospetto
dell'edificio scenico con tre porte che
immettevano ai camerini degli attori. Le
attuali emergenze a terra rappresentano la
parte sottostante adibita probabilmente a
magazzini. Infatti, sul muro frontale del
palcoscenico, alto m 1,89, tutto di grandi
blocchi squadrati e messi in opera a secco, si
aprivano ben 5 porte fiancheggiate da
semicolonne scalanate ioniche con cornici,
come nel proscenico ellenistico di Epidauro.
Il piano di calpestìo del palcoscenico era di
tavole, largo m3,50, con fori sul lato
posteriore per consentire la posa di aste di
legno che al di sotto andavano a fissarsi in
blocchi squadrati semincassati ( tuttora
visibili ) e in alto si alzavano per reggere
scenari mobili dipinti ( come nel proscenio
di Priene, in Asia minore ). Ogni sedile di pietra proviene da un solo blocco ed è
un pezzo unico spalliera-piede, con il dorsale elegantemente sagomato e
rigettato all'indietro; alle due estremità di ogni fila figurano braccioli a zampa
di grifo in segno di riguardo alle autorità cui erano riservate le tre file:
magistrati, sacerdoti, eccetera. Ai due lati dell'orchestra, i muri di sostegno del
terrapieno ( analèmmata ) terminano con atlanti scolpiti nella pietra ( come
nell'Odeon di Pompei, dove però il materiale è costituito da tufo tenero). Tutto
il terrapieno è sorretto da un grande muro semicircolare a secco, detto
poligonale per via dei blocchi lavorati senza taglio regolare dei contorni. Gli
ingressi: due sul fronte; uno laterale, verso nord, per l'acceso della gente
comune alla parte alta della càvea adattata con sedili smontabili,
probabilmente in legno; l'altro sulla curva posteriore con piccola porta di
collegamento col tempio. Il teatro insiste sul sito ove nel III secolo a.C. si
trovava un tempio ionico porticato, distrutto da Annibale nel 217 a. C. Il
tempio, di m 22 x 35, sorge alle spalle del tetro. Ciò che si vede oggi è solo il
basamento ( podio ), sul quale si alzavano, nella parte anteriore, otto colonne
sormontate da capitelli corinzi con epistilio ligneo rivestito di terrecotte
decorate e, nella parte posteriore, tre celle ( cappelle ) pavimentate con
finissimo mosaico bianco e dedicate a divinità diverse.
Il tetto era costruito con cura: capriate, traverse, tavole, lamine di piombo,
tegole ( provenienti da Venafro e ciascuna del peso di 52 chili ). Celle e
colonne avevano fondazioni proprie, per cui il possente muro perimetrale del
podio fungeva da semplice rivestimento decorativo. Le tre are ( due sole
ritrovate e prive delle cornici di coronamento ) allineate tra teatro e tempio
erano dedicate ad altrettante divinità, una delle quali doveva essere Vittoria,
nome inciso su una lastrina di bronzo venuta alla luce durante gli scavi. Le are
erano sormontate da elaborate cornici decorate con motivi floreali e teste di
ariete. I conci scuri sono in genere quelli originali, come i gradini scuri della
scala incassata. Sul lato sinistro una scritta in lingua osca ricorda Stazio
Claro, personaggio importante che fece costruire a sue spese metà del podio.
Sul lato posteriore del tempio, nel muro di contenimento del terreno ( lato nord
), un simbolo fallico è scolpito su un blocco con funzione magica di protezione
dalle sventure. Ai lati del podio, i due porticati con resti di edifici adibiti a
botteghe e servizi vari completano l'armonico complesso.

LA SCOPERTA

Il monumento nel II secolo d. C. risultava abbandonato e completamente


sepolto da detriti alluvionali. Gli scavi furono condotti in diverse fasi: nel 1857
e 1858, ad opera dei Borboni; nel 1871 - 72, per interesse della Provincia; nel
1959 e negli anni successivi per intervento della Soprintendenza Archeologica
del Molise.
Progetto ricostruttivo: Fronte
del Tempio

LO STILE
Si tratta di un originale organismo architettonico in cui confluiscono elementi
italici, ellenistico-campani e latini ( tempio a tre celle, modello del comizio ).
L'archeologo Amedeo Maiuri lo definisce " il più felice connubio tra struttura
italica e archeologia greca ". Si tratta di un originale organismo architettonico
in cui confluiscono elementi italici, ellenistico-campani e latini ( tempio a tre
celle, modello del comizio ).
L'archeologo Amedeo Maiuri lo definisce " il più felice connubio tra struttura
italica e archeologia greca ".

PROGETTO RICOSTRUTTIVO

L'Istituto Regionale per gli Studi Storici del Molise " V. Cuoco" ha curato il
progetto ricostruttivo del complesso culturale, affidato a Benito di Marco, dal
quale sono stati tratti i disegni riprodotti in questo sito.

IL MONUMENTO AI CADUTI

La statua raffigura l'antico milite sannita così come lo avevano voluto gli
ideatori per rappresentare al meglio il sacrificio dei caduti pietrabbondantesi
nella prima guerra mondiale, quella del 1915-11918.
La storia di questo sannita è legata fortemente al sentimento di patria che
avevano i nostri antenati. soprattutto gli emigranti legati più che mai alla loro
terra. infatti il 26 luglio 191 9 sorse proprio in America un comitato, presieduto
da Di Tullio Alessandro, che raccoglieva fondi per ricordare dignitosamente i
nostri morti.
Successivamente, nel febbraio 1920 la Giunta Comunale di Pietrabbondante
procedette alla nomina di un comitato locale che si occupasse di questa
iniziativa.
Ne facevano parte l'allora Parroco Vassolo Don Michele. l'Avv. Di Tullio
Giovanni. il Cav. Carosella Gennaro. il Sig. Di Iorio Alessandro. il Sig. Nerone
Vittorio Vincenzo ed il Dott. Di Salvo Manlio.
Appena raggiunta la somma di lire 30.000 (trentamila) si decise di contattare
l'artista che avrebbe dovuto realizzare il lavoro.
Fu chiamato lo Scultore Comm. Giuseppe GUASTALLA, Professore del Regio
Istituto Superiore di Belle Arti di Roma che,. dopo aver visitato il Paese,
indicati come luogo ideale per la collocazione del Monumento il pianale situato
in Aia di piano (l'attuale Piazza Vittorio Veneto). E' il 1 aprile 1921 e
nell'accordo fu deciso che la somma da corrispondere, fino alla consegna
dell'opera, fosse di lire 40.000 (quarantamila) che poi per le modifiche.
richieste dal comitato al progetto iniziale salì a lire 48.000 (quarantottomila).
Ad incrementare il fondo pro-monumento, oltre alle offerte che continuavano a
giungere dalle Americhe, contribuirono anche alcune simpatiche iniziative.
Come quella degli studenti di Pietrabbondante che nel luglio 1921 costituirono
una Compagnia Teatrale che recitò per tutte le vacanze consegnando il
ricavato ai comitato.
Ne facevano parte: Caranci Bice Edelina. Carosella Clotilde, Ines e Maria, Diana
Grazietta, Di Iorio Elisa, Di Iorio Maurina, Di Salvo Maria, Bianca e Delia,
Mastronardi Ester,, Nerone Laurina,1 Nerone Maria,, Carosella Rinaldo,
Carosella Ruggiero, De Geronimo Nino, Di Iorio Crispino, D'Onofrio Clemente e
Rodolfo, Fabrizio Nino e Mario, Nerone Giovannino, Nerone Giuseppe e Dante,
Santangelo Raffaele e Vincenzino, Vassolo Antonino.
Tutto il bronzo occorrente per la struttura, quasi 8 quintali, fu concesso dal
Ministero della Guerra, per interessamento dell'Onorevole Pietravalle, in parte
gratuitamente ed in parte a prezzo di favore.
L'altezza totale del Monumento è di mt. 7,00 di cui mt. 4,00 del basamento e
mt. 3,00 del fante.
Sui lati del basamento furono scritti. con lettere fuse nel bronzo. i nomi dei 23
caduti:

Bartolomeo Cavino Nerone Fiore


Cirulli Giuseppe Peluso Vincenzo
Di Carlo Vincenzo Ruggiero Pesa Domenico
Di Iorio Arturo Santangelo Federico
Di Iorio Vincenzo Tesone Romolo
D'Onofrio Romolo Vassolo Arnaldo
Di Pasquo Antonio Vitagliano Nicola
Di Pinto Antonio Vitullo Sestino
Di Pinto Giovanni Zarlenga Gennaro
Di Salvo Arcangelo Zarlenga Giovanni
Iacovone Giovanni Zarlenga Guido
Iacovone Sabatino

sulla faccia anteriore del basamento venne scritta l'epigrafe, dettata dal Prof.
Francesco D'Ovidio:
"Da queste balze di Boviano l’antico scendeva il guerriero impavido alla difesa
del Sannio, da queste discesero con egual virtù i figli di Pietrabbondante a
morire per l’Italia".

INNAUGURAZIONE MONUMENTO (2 OTTOBRE 1922)

Il Monumento venne inaugurato il 2 ottobre 1922 con l'orazione


commemorativa del Prof. Grande ufficiale Vittorio Spinazzola -Sopraintendente
degli Scavi e dei Musei di Napoli –
Durante la Cerimonia vennero distribuite le decorazioni alle famiglie dei caduti.
Da qualche anno sono stati scritti, a cura dell'Amministrazione Comunale,
anche i nomi dei caduti della 2^ guerra mondiale

Antenucci Antonio Marchesani Gino


Celli Amalio Martella Domenico
Di Carlo Giuseppe Pilla Vincenzo
Di Iorio Alfredo Ricci Giuseppe
Di Salvo Giulio Ricci Vincenzo
Di Tata Alberino Santangelo Pasqualino
Di Tata Giovannino Santini Davide
Di Tullio Renato Tesone Antonio
Gasparro Gioacchini Vitullo Claudino
Labate Alfredo Vitullo Michele
Mancini Nello Zarlenga Enrico

I resti di quest’ultimo, caduto nel fronte russo, sono stati riportati a


Pietrabbondante da qualche anno, accolti dalla cittadinanza con grande
commozione .

Vitagliano Mariclara
LA CHIESA DI PIETRABBONDANTE

La chiesa di Pietrabbondante è dedicata a Santa Maria Assunta in cielo, è


perciò molto sentita la sua festa, che ricorre il 15 Agosto, da tutto il paese che
la festeggia come la tradizione vuole, con una processione portata però in
spalla da sole donne.
La chiesa sorge su una sommità dalla quale si può godere un magico e
spettacolare panorama costituito da monti, boschi, paesi e vallate. Essa si
staglia perfettamente contro la nuda roccia nella "Morgia della Croce" troneggia
nella sua semplicità al di sopra del paese, sfidando i venti e le intemperie,
richiama con il suono delle campane, che riecheggiano lontane gli abitanti di
Pietrabbondante.
Salendo la lunga scalinata ci si trova davanti alla facciata anteriore, si presenta
lineare, sulla sinistra il campanile con tre celle campanarie incassate in una
caratteristica muratura in pietra sulla cui cima svetta la croce, al centro un
ricco e sontuoso portale in stile barocco ornato di motivi floreali e
comprendente una piccola nicchia nella quale si trova una scultura arcaica
raffigurante, forse, S. Maria Assunta. Al di sopra del portale vi è un finestrone
anch’esso in stile barocco, a destra un portale secondario.
Il muro perimetrale di destra poggia su una poderosa struttura di sostengo, a
sinistra, invece, è costruito con enormi blocchi calcarei provenienti dalla vicina
zona archeologica. Entrando, dal portale centrale, ci si trova in un ambiente
suggestivo e luminoso, l’occhio corre dall’altare maggiore, sovrastato
dall’organo a canne e dal grande crocifisso, opera di Padre Angelico, al soffitto,
che si presenta che il caratteristico solaio a botte.
Attorno al perimetro della navata centrale vi sono finestroni dai quali si
intravedono pezzi di cielo e filtrano raggi di sole che danno alla Chiesa una luce
particolare.
La fotografia interna ha subito nel corso dei secoli
numerose trasformazioni e l’attuale aspetto,
riferimento al secondo barocco, è successivo al
1696 ed è realizzato a forma di croce latina, divisa
in tre navate delimitate da grossi pilastri
quadrangolari intonacati, che sorreggono le arcate a
tutto sesto.
Nella navata di destra si nota un sarcofago
rinvenuto nel corso dei lavori di ristrutturazione
post- terremoto (1990) al disotto del pavimento,
poi le statue di S. Nicola di Bari, S. Francesco di
Paola (1867) e S. Rocco Confessore.
Nel transetto di destra è situata la tela a olio di
Padre Angelico Zarlenga O.P. dedicata al nostro
protettore
S. Vincenzo Ferreri, che ricorda la mancata
distruzione dell’abitato da parte delle truppe naziste in ritirata nel 1943 ed il
ritorno dei numerosi prigionieri dai campi di concentramento, come
simboleggia la catena spezzata ai piedi del Santo. Nella parte frontale dello
stesso transetto, vi è il fonte battesimale realizzato in marmo pregiato.
Nella navata sinistra vi sono le statue lignee del Sacro Cuore e di S. Antonio, in
fine il quadro rappresentante S.Randisio Borrello (opera di Domenico Cirulli
1994).

LA CHIESA DI SAN VINCENZO FERRERI PATRONO DI


PIETRABBONDANTE

....Speranza nostra ...

La vita di San Vincenzo Ferreri, nostro protettore, trova la sua giusta


dimensione di eccezionalità e prodigiosità se inserita nella particolare epoca in
cui visse.
Egli si trovò ad operare negli anni compresi tra la fine del medio evo e gli inizi
dell'umanesimo. Un periodo, questo, travagliato per le rivalità tra impero e
papato, scosso dalla divisione dei cattolici, che provocò il grande scisma
d'occidente con la Chiesa divisa tra papa e antipapa.
Proprio in questo contesto si inserisce l'intensa opera di predicazione e di
riconciliazione realizzata da San Vincenzo e culminata nel 1416 con un grande
contributo alla soluzione del grave problema dello scisma.
Egli nacque il 23 gennaio 1350 a Valenza in Spagna da don Guglielmo Ferreri e
da donna Costanza Miguel. Fu chiamato Vincenzo in onore di S. Vincenzo
Martire (alcune sue reliquie sono custodite in una piccola urna nella nostra
Chiesa di Santa Maria Assunta) festeggiato a Valenza proprio il 22 gennaio
giorno del suo martirio.
Manifestò subito una forte propensione per la preghiera e la mortificazione.
Dotato di straordinaria intelligenza, compì rapidamente e con grande profitto
gli studi. A diciotto anni decise di abbracciare la vita religiosa e scelse l'ordine
dei Domenicani, detti frati predicatori, per realizzare al meglio il suo ideale
apostolico: predicare la parola di Dio in ogni angolo della terra.
Entrò a far parte dell'ordine il 6 febbraio 1368 e indossò l'abito che lo ritrae
nelle immagini più conosciute: tonaca e scapolare bianchi, cappa e cappuccio
neri.
Trascorse la sua vita passando di terra in terra, predicando nelle piazze, nelle
Chiese e nei campi davanti a plebei, semplici, nobili e scienziati e ricorrendo a
miracoli per convertire i peccatori, salvare dai pericoli, risuscitare i morti,
comandare la natura e guarire gli ammalati.
Nel 1395 dopo la visione in sogno di Gesù Cristo accompagnato da una schiera
di Angeli improntò la sua predicazione sulla dottrina che riguarda il destino
umano: cioè la morte, il giudizio individuale e quello universale. Attività questa
che gli guadagnò il nome di angelo dell'apocalisse.
Morì all'età di settanta anni il 5 aprile 1419 a Vannes (Francia), nella cui
Cattedrale sono conservate alcune reliquie, altre furono portate a Valenza città
in cui era nato.
Non si conosce con esattezza il periodo in cui S.
Vincenzo Ferreri venne proclamato Patrono di
Pietrabbondante.
La tradizione popolare fa risalire le origini della cappella
dedicata a San Vincenzo Ferreri in località "Raguso" in
un’epoca compresa tra la fine del 1600 e già gli inizio del
1700, in quel periodo, nella zona suddetta furono
costruite numerose abitazione, per cui molti allevatori di
buoi si trasferirono in quei posti. Ci si accorse che un bue
invece di seguire gli altri se ne stava solo, sotto l’ombra
di una quercia secolare. Fu legato ad una catena per
restare insieme agli altri, ma il bue la spezzo e tornò
sotto la quercia.
Il bovaro lo seguì e guardando tra i rami notò un quadro
raffigurante San Vincenzo Ferreri.
Si gridò al miracolo e il quadro fu portato in solenne processione nella Chiesa
madre di Pietrabbondante.
Qualche settima dopo, però, il quadro venne ritrovato di nuovo appeso ad un
ramo della stessa quercia. Fu deciso allora di abbattere la quercia e costruire
una piccola cappella nella quale venne posta una statua raffigurante San
Vincenzo Ferreri che che però fu distrutta nel corso dell'incendio dei 1858. La
testa di questa statua è conservata nella Chiesa parrocchiale. Quella che noi
attualmente veneriamo è una imitazione della prima, fatta in legno di sorbo da
autore ignoto, scolpita quasi certamente nella seconda metà dei secolo scorso.
E’ alta 2 metri e con il basamento pesa più di due quintali. A poche decine di
metri sorgeva l’abitazione degli eremiti di San Vincenzo. Questi si occupavano
dei beni posseduti posseduti dalla cappella e donati dai fedeli. L’amore della
nostra gente per San Vincenzo Ferreri è sconfinato, basta guardare i
volti e ascoltare le voci dei pietrabbondantesi quando accompagnano
la statua del Santo Protettore nella solenne processione del 4 agosto.
E’ il più grande atto di devozione che cerchiamo di offrire al nostro san
Vincenzo.La statua, illuminata, viene portata a spalla della cappella fino al
paese seguita da numerosi fedeli che offrono al Santo la loro
fatica.All’imbrunire la statua raggiunge il paese dove trova una moltitudine di
gente che la accoglie tra il bagliore di tante fiaccolate. La processione dopo
aver attraversato il paese giunge in Chiesa dove la statua, deposta su un
piano, viene salutata da uno scrosciante applauso e dalle note del caro "San
Vincenzo Speranza nostra". La seconda domenica di ottobre è usanza del
paese riportare il santo patrono San Vincenzo Ferreri nell’omonima chiesa di
campagna dopo due mesi trascorsi nella chiesa di Santa Maria Assunta in
Pietrabbondante. E’ tradizione riportare il santo a spalla con una "processione"
di "devoti" preceduta da una banda musicale. La strada percorsa è la stessa
del 4 agosto.

LE PROCESSIONI DI UNA VOLTA


Fuochi pirotecnici in onore di San Vincenzo ai tempi della ferrovia

Esterno della chiesetta di San Vincenzo in località di Racuso.

Interno della chiesetta di San Vincenzo in località di Racuso.


Il Tratturo che passa nel territorio di Pietrabbondante

Dov'è: nel Molise tra il Parco Nazionale d'Abruzzo e il


Parco Nazionale del Gargano (Puglia).
Quando è nato: Legge regionale istitutiva n. 9
dell'11 aprile 1997
Superficie: 4086 ha.
Ambiente Fisico: lunghe piste erbose in un
paesaggio di montagne, colline, valli, intercalate da
fiumi e laghi.
Sviluppo complessivo: 454 Km
Flora: boschi di faggio, abete bianco, cerro e zone
prato. Riserve Naturali (MAB) con essenze autoctone
dove l'UNESCO conduce ricerche per salvaguardare
l'ecosistema.
Fauna: cinghiale. lepre, tasso, donnola, faina, volpe,
poiana, gufo, barbagianni, civetta, colombaccio,
scoiattolo, ghiro, passeracei.
Comuni interessati: circa 77, dalla costa adriatica
alle propaggini del Matese, compresi i più grandi:
Campobasso, Isernia, Bojano.

IL TRATTURELLO CASTEL DEL GIUDICE-SPRONDASINO-


PESCOLANCIANO

A circa un chilometro dal nucleo di Pietrabbondante si trova il tratturello Castel


Del Giudice-Sprondasino-Pescolanciano che è lungo 40 km e largo 18,5 m.
La parte che attraversa il territorio di Pietrabbondante parte dalla località
Sprondasino. Lungo di esso è posta la zona archeologica con gli scavi del
tempio-teatro più alto d’Italia, per tale motivo viene chiamato anche il tratturo
del tempio.
Attraversando la provinciale Pietrabbondante-Pescolanciano in località
Sant’Andrea verso nord il tratturo prosegue in direzione del Monte Saraceno.
Di qui prosegue per 2-3 km fino ad arrivare alla strada provinciale S. Mauro-
Pietrabbondante che si è sovrapposta al tratturo. Sulla sinistra di esso iniziala
riserva di Collemeluccio alla sua destra c’è il bosco ceduo detto della posta o di
S. Lucia dal nome della chiesetta privata dedicata alla Santa.

I TRATTURI
I tratturi già in epoca protostorica erano lunghe vie battute dagli armenti e
dalle greggi, ma le loro radici affondano nelle tracce millenarie che
antichissime genti ricalcarono nelle loro migrazioni seguendo sia l’istinto
proprio sia il moto delle stelle, i corsi dei fiumi oppure i colori dell’orizzonte.
Prima della costruzione delle antiche strade Romane lungo i tratturi si
svolgevano intensi traffici commerciali.
Il nome Tratturo comparve per la prima volta durante gli ultimi secoli
dell’Impero romano, il termine latino trattoria designava il privilegio dell’uso
gratuito del suolo di proprietà dello Stato, di cui beneficiavano i pubblici
funzionari e che venne esteso anche ai pastori della transumanza per l’uso
delle vie pubbliche.
Guglielmo I il Malo nel 1155, li dichiarò beni demaniali successivamente sotto
la dominazione aragonese vennero ridisegnati i tracciati, stabiliti i limiti e
codificati gli usi, in seguito sostenuti anche dai Borboni.
Nel periodo di massimo sviluppo la rete viaria tratturale si estendeva da
L’Aquila a Taranto, dalla costa adriatica alle falde del Matese, con uno sviluppo
complessivo che superava i 3000km.
I Tratturi furono strade particolari e, sotto molti aspetti, irripetibili. Disposti
come i meridiani (tratturi) e i paralleli (tratturelli e bracci), essi formarono una
rete viaria che copriva in modo uniforme tutto il territorio e dettarono in tutto il
Mezzogiorno orientale la legge del movimento e dell’insediamento.
Furono non solo strade ma anche pascoli per le greggi in transito. Lungo tali
assi viari, che potremmo definire autostrade d’altri tempi, sorsero opifici,
chiese, taverne e fiorenti centri abitati.
Oggi i tratturi non sono più utilizzati come vie di comunicazione di persone,
animali e merci, ma sono diventati dei grandi musei all’aperto che
costituiscono delle preziose testimonianze storiche e culturali, pronti ad
accogliere l’uomo tecnologico alla ricerca di se stesso in sella ad un cavallo, a
piedi in bicicletta o sul carro di un tempo.
Il decreto ministeriale del1976, ha definito i tratturi beni di notevole interesse
per l’archeologia, per la storia politica, militare economica, sociale e culturale
sottoponendoli alla stessa disciplina che tutela le opere d’arte d’Italia.

LA TRANSUMANZA
La Transumanza vuol dire pastorizia trasmigrante. La parola è composta da
trans (di la da) e da humus (terra). Essa si basa su quattro capisaldi: il cambio
tra due sedi note in determinati periodi dell’anno, la proprietà del gregge, lo
sfruttamento diretto dello stesso; l’orientamento presso l’economia di mercato.
Sicuramente la transumanza era tra le attività fondamentali dei Sanniti,
favorita dall’esenzione da imposte sia sul bestiame, sia sui pascoli e sulle
strade di collegamento. La donna sannita aveva sempre in casa la conocchia
per filare la lana e un telaio per tesserla e farne capi di abbigliamento e
coperte. Gli uomini sanniti invece, oltre alla cura delle greggi, si impegnavano
in varie attività tra cui quelle relative agli scambi commerciali e ai servizi di
accoglienza e di trattenimento. Nel periodo romano la pastorizia venne
considerata l’attività tra le più nobili e redditizie e ne fecero un settore
importante per la loro economia. La realizzazione di opere pubbliche e di
grandi manifestazioni con spettacoli furono realizzate con il ricavato delle multe
imposte ai proprietari di pecore. Nel 290 a.C. i Romani disciplinarono la
transumanza con leggi importanti e la sottoposero al controllo pubblico e al
prelievo fiscale.In alcuni punti di attraversamento obbligato veniva esatta la
Scrittura che era la tassa pagata sugli animali iscritti nei registri degli
appaltatori d’imposta.
Dopo la caduta dell’Impero Romano la pastorizia trasmigrante scomparve quasi
del tutto a causa dell’assenza di un potere politico. Durante l’XI secolo venne
riscoperta e tutelata nella Costituzione Normanna, che impose contro i
trasgressori la confisca dei beni e addirittura la pena di morte. I pastori però
dovevano pagare il pedaggio sulle vie tutelate. Successivamente con Federico
II la transumanza fu ulteriormente agevolata e facilitata nei grandi circuiti
commerciali. Con gli Angioini (XIII secolo) la pastorizia andò in crisi perché
venne dato più spazio alle coltivazioni agricole. Giovanna II successivamente
richiamò in vita la Costituzione Normanna istituendo il foro speciale per gli
operatori della transumanza.Per gli Aragonesi la transumanza fu il settore
trainante dell’economia. Essi istituirono un apposito ufficio per la gestione
chiamato Regia Dogana della Mena delle pecore in Puglia che era diretto dal
Doganiere, un alto funzionario governativo.La transumanza è stata per secoli
un fenomeno oltre che economico e pastorale anche politico, sociale e culturale
che ha segnato in modo indelebile le regioni interessate da essa.

TRADIZIONI

La fiera della Madonna del Rosario nel nostro paese

Un serpentone di macchine al margine della strada ed un viavai di persone: è


la Madonna del Rosario. A Pietrabbondante la ricorrenza di questa festa cade
nella prima domenica d'ottobre.
Molto probabilmente le sue origini sono assai antiche: nel 1571 avvenne la
storica battaglia di Lepanto contro i turchi e l'invocazione alla Madonna del
Rosario come "salus populi" determinò, secondo il popolo, la sconfitta del
nemico e il ripristino della pace, In occasione di tale ricorrenza in paese si
rinnova da sempre una fiera-mercato ben allestita che. in parte, si protrae al
giorno successivo.
Lo svolgimento della fiera è decisamente cambiato nel tempo e mutato è anche
il significato e lo scopo della fiera stessa.
Da alcuni decenni la fiera della Madonna del Rosario investe poche strade del
paese: Corso Sannitico, via Mercato e via Roma.
Diversi anni fa, invece, la fiera veniva allestita in maniera molto più ampia: da
Salita Caraceno fino alle "croci" ; dalla "stazione" fino al campo sportivo, da
piazza Monumento a via Roma, al Corso Sannitico, a via S. Agostino, a via
Umberto I a via Bovianum Vetus.
Sulla piazza c'è un trepidio di colori, di suoni, di voci. La folla si accalca, si
pigia, si arresta si muove lentamente tra le bancarelle. Qualcuno procede a
slalom. altri si aprono un varco tra i vestiti, che penzolano dai tendoni. bi tanto
in tanto ci si ferma a salutare parenti e amici tornati in paese per la festa.
I bambini attaccati ai vestiti delle madri piagnucolano, protestano e supplicano.
Le bancarelle dei giocattoli e dei dolciumi è la loro meta.
I venditori ambulanti con frasi colorite invitano la gente a comprare la loro
mercanzia.
Alla sera la gente rincasa e per le strade rimangono solo cartacce e scatoloni
stoppati e agitate di qua e di là dal freddo vento autunnale.
LE “NDOCCE”

I giorni che precedono l'arrivo del Natale sono senza dubbio i più belli
dell'anno. L'atmosfera è ovunque festosa e nelle strade è tutto uno sfavillio di
luci e di colori. "Pretavnnient" è veramente bella e suggestiva la vigilia di
Natale! Sin dalle prime ore del mattino, in paese, si sente un’aria di festa. Nel
pomeriggio, cominciano i preparativi per la "ndocciata" che dovrà accendersi al
primo rintocco di campane, nell’ora dell’ Ave Maria.
Quasi dinanzi ad ogni casa, maestosi e ben composti, si ergono i fasci di
ginestre, che scoppietteranno insieme allo sparo di mortaletti, appena le
campane daranno il segnale per l’accensione.
I ragazzi aiutano i loro papà nella preparazione della ndoccia e appaiono tutti
felici e festanti, quando è pronta. Sono impazienti nell’attendere l’ora
dell’accensione e, nel frattempo, giocano e si rincorrono intorno al fascio di
ginestre.
Le prime ore della sera calano e, dal campanile, si odono i primi rintocchi dei
bronzi sacri! I falò cominciano ad ardere e tutto il paese sembra in fiamme!
Spari di mortaletti, girandole, zolfanelli ed altro allietano gli istanti e
meraviglioso è lo spettacolo. I vecchi, gli uomini, le donne, i bambini sono tutti
intorno alla ndoccia e con i pali rimuovono la brace del falò.
Per l’arteria principale del paese, Corso Sannitico, c’è un via vai ragazzi, di
giovani, di signorine ed anche di persone anziane, che passeggiano e si
gustano lo spettacolo meraviglioso e più bello della vigilia di Natale;
l’accensione dei falò, che in dialetto si chiamano "ndocce". Quando i fuochi
sono spenti, ognuno rientra nelle proprie case dove sovrano aleggia il fumo
profumato del capitone e delle anguille, che si stanno arrostendo.
IL CORPUS DOMINI

Nel Giorno di CORPUS DOMINI, in attrattiva principale era ed è la


processione, nel corso della quale un tempo si usava ornare balconi e finestre
con coperte di seta. L'ornamento non veniva fatto solo per onorare il Corpo del
Signore, ma anche, perché si credeva che le stoffe benedette dal passaggio del
Santissimo, non fossero intaccate da tarli. Lungo il passaggio della
processione, venivano allestiti numerosi e caratteristici altarini.